Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2019

 

I PARTITI

 

SECONDA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

 

         

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

I PARTITI

PRIMA PARTE

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

Il M5S compie 10 anni tra mutazioni, sfide e venti di scissione.

Cinque Stelle Cadenti.

Rousseau: "Il voto è manipolabile".

Il dossieraggio del M5s.

Beppe Grillo. Il moralizzatore: i condoni e la villa sulla spiaggia.

Grillo ex garante del M5S.

M5S, la carica degli onorevoli nessuno: umiliati, vessati e campioni di gaffe.

Luigi Di Maio e la menzogna del moderato.

C’era una volta…onestà, onestà.

Casalino il comunicativo.

Rimborsopoli. La Spesopoli dei 5 Stelle. Il caso Sarti.

5 Stelle ... rotte.

Il Sistema Casaleggio.

Stereotipi e complotti e bufale.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

La Lega non è più Lega.

Il compleanno della Lega.

I comunisti contro il comunista Salvini.

Qual è il segreto del successo di Salvini?

Il Salvini pluri-indagato.

L'Outing dei leghisti.

Un po’ comunisti ed un po’ fascisti ed un po’ ladroni.

Il Sirigate.

Ed i 49 milioni?

Il Russiagate.

L’Aifagate.

 

SECONDA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

Il partito delle Tasse e dei LGBTI.

La Sinistra: un Toga Party.

Democrazie mafiose. «La sinistra è una cupola».

Comunismo… sopravvive soltanto in Italia.

Benito Mussolini: Italia Comunista. Ovvero: il Biennio Rosso.

Sinistra italiana,  ora devi archiviare  il Novecento.

Il grande bluff del populismo di sinistra.

Conflitto d'interessi e memoria corta.

"Il saluto romano non è reato".

“Bella Ciao” non è Partigiana.

Fascismo di sinistra.

Gli antifascisti radicali al tempo dell'accordo nazi-comunista del 23 agosto del 1939.

Il Fascismo in Italia era l’equivalente del Comunismo in Russia.

Le scissioni Social-fascio-comuniste. Da Mussolini a Renzi.

Il Renzismo Junior.

Il Renzismo Senior.

E dalla fattoria di Orwell sparisce Stalin.

I russi amano ancora Stalin e continuano a celebrarlo.

Lenin fu il vero padre del Gulag.  

Mao è per sempre.  

Matteotti riformista del futuro.

Così Gramsci ha creato l’egemonia su giornali e magistratura.

Semplice dire…L’Unità.

La Resistenza accusata di terrorismo e genocidio.

La democrazia dei comunisti.

I 70 anni autocritici del leader Massimo.

C’era una volta Enrico Berlinguer. Ora gli arroganti saccenti col ditino alzato. I vecchi errori del popolo della sinistra: avversario politico = ignorante-mafioso.

Compagni coltelli.

Quelli che…il tricolore.

Ritorno al Passato.

Onesti…a chi?

E tu quanto conosci davvero la sinistra italiana?

I Comunisti italiani!? Esterofili.

Parlando di Rossana Rossanda.

Parlando di Paola De Micheli.

Parlando di Andrea Marcucci.

Maria Elena Boschi e la confessione.

Franco Bassanini, il potente che fa sistema.

Liliana Cavani.

La donna non è più tanto comunista!

C’era una volta il pugno chiuso.

Affidati alla sinistra.

"Porti aperti".

La Sinistra e l’Islam.

Primarie Pd: storia, dati, vincitori.

Della serie. Comunisti: intolleranti, ignoranti e camurristi fascisti.

I comunisti sono ignoranti per scelta. E hanno rovinato l’Italia.

Sindacati: «Il cambiamento siamo noi».

Preti, società civile e oratori: così la sinistra vince nei comuni…

“La maggioranza silenziosa” ora è populista.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

Nella mente di un terrorista.

Milano, 25 aprile 1969: la Fiera Campionaria e la bomba.

Ecco dove nasce il nuovo terrorismo italiano.

"Io gambizzato dalle Br. Una follia equiparare le vittime ai carnefici".

Sette aprile 1979: la madre di tutte le inchieste bufala.

Omicidio Pecorelli, procura Roma avvia nuova indagine.

Lotta Continua e gli infiltrati e le  bizzarre indagini sulla strage di Bologna.

Emilio Alessandrini, il giudice dalla "faccia mite".

Mario Amato. Il pm con la scarpa rotta  che combatteva da solo  i nemici dello Stato.

Così giustiziarono Rossa e il Pci gli dichiarò guerra.

La vendetta delle BR: Roberto Peci.

A casa di Alessio Casimirri, il latitante più ricercato d'Italia.

Lojacono: l'intervista esclusiva al latitante Br.

Ex terroristi: dove sono e cosa fanno.

"Ho sonno, datemi la coperta". Quelle richieste di Battisti dopo l'arresto.

Quegli intellettuali dalla parte dei terroristi.

"Il terrorismo prosperò grazie a chi diceva: compagni che sbagliano".

Reddito di cittadinanza di Stato agli ex brigatisti che hanno combattuto lo Stato.

Vite di "Brigatiste Rosse".

Walter Tobagi e l’ex operaia siciliana.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

«Formidabili un cacchio quegli anni».

Comunisti 1969. Lobby Continua.

 

 

 

  

I PARTITI

SECONDA PARTE

 

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA. (Ho scritto un saggio dedicato)

· Il partito delle Tasse e dei LGBTI.

Elezioni Regno Unito, la fine della sinistra secondo Jeremy Corbyn. I conservatori conquistano una maggioranza schiacciante, vincendo anche in regioni storicamente rosse grazie a una posizione molto chiara sulla Brexit. Il leader laburista paga i suoi tentennamenti e un programma troppo radicale. Luciana Grosso su L'Espresso il 13 dicembre 2019. Ciao Jeremy, bel tentativo. La sinistra inglese e quella di mezzo mondo salutano così Jeremy Corbyn e il suo obiettivo di governare (o almeno di prendere voti) con una politica schiettamente e sinceramente di sinistra. Ci ha provato e creduto, ma non è andata. Il leader politico che aveva pensato a un piano “for the many not for the few”, che aveva proposto un “real change” e presentato il programma elettorale più di sinistra che si vedesse da anni in Europa e, forse, che si sia mai visto nel Regno Unito, ha incassato la peggior sconfitta elettorale del Labour dal 1935. Alla fine dello spoglio, il numero di seggi persi è enorme: 60 rispetto alle elezioni di due anni fa, appena 202 in totale contro i 364 dei conservatori. Non solo: è caduto il Red Wall, una regione storicamente roccaforte rossa (simile alla nostra Emilia-Romagna, per intenderci) e persino nei seggi in cui il Labour ha vinto, lo ha fatto con un margine molto risicato. Un fiume sono stati i voti persi, non tanto a vantaggio dei conservatori e dei fratelli coltelli Lib-Dem, quanto quelli finiti nelle casse del Brexit Party. Voti che, detto per inciso, non serviranno a niente perché nel Regno Unito il sistema elettorale è completamente maggioritario e dunque, comunque, il partito di Farage non entrerà in Parlamento. Ma che sono bastati a condannare la leadership di Corbyn. A nulla sono servite al leader laburista la sua comunicazione molto efficace, la sua carica umana, il suo programma tutto basato su nazionalizzazioni, investimenti verdi, salari minimi, internet gratuito, aumento delle pensioni e degli stipendi, e tasse più alte solo per i ceti più ricchi. Anzi. Per certi aspetti il suo programma è stato controproducente, perché gli ha fatto perdere i voti delle classi borghesi e benestanti, spaventate dallo spauracchio suo ‘socialismo’ e, per contro, non gliene ha fatti guadagnare abbastanza tra le fasce più povere, convertitesi già dal tempo al populismo berciante del Brexit Party di Nigel Farage. Così, la politica sociale di Corbyn, che doveva essere il suo asso nella manica, si è rivelata parte del problema. O almeno uno dei due ingredienti della tempesta perfetta di questa giornata di pioggia e voti. L’altro è stato, come per tutto da tre anni a questa parte, Brexit. Tanto Corbyn è stato deciso, schietto e coraggioso sui temi economici e di politica sociale, tanto è stato timido, ondivago e incerto su Brexit. È comprensibile: lui, con il cuore che batteva per il Leave che si è ritrovato a render conto a un suo elettorato spaccato in due tra leaver (le classi operaie più povere) e remainers (i più ricchi e cosmopoliti londinesi). Una specie di campo minato in cui come la fai la sbagli. E per non sbagliare, Corbyn prima è stato fermo (per anni), poi ha ceduto alle pressioni della parte centrista del partito ed è arrivato a una forma timida e ibrida di compromesso: niente reverse Brexit, ma un secondo referendum su un deal che lui, da premier, avrebbe dovuto portare a termine. Una non decisione a cui è seguita una procrastinazione. Una non affermazione che, come sempre in questi casi, è stata annichilita da un messaggio semplice e muscolare: “Get Brexit Done” diceva Boris Johnson, chiaro come il sole. Sembra quasi certo che Jeremy Corbyn si dimetterà. Ma non si sa chi gli potrebbe succedere e per fare cosa. A chi toccherà la successione? Quando (e se) la faccenda Brexit sarà risolta e in Inghilterra si ricomincerà a parlare d’altro (posto che ci si ricordi ancora come si fa) il partito laburista potrà guadagnare consenso? Quanto tempo gli ci vorrà per riprendersi? E poi, una volta ripresosi, cosa farà? Resterà sulla carreggiata del socialismo in versione corbynista o farà un salto carpiato per tornare dalle parti del New Labour e della legacy di Tony Blair? Questa seconda ipotesi appare improbabile, ma la sconfitta è stata forte e le sue conseguenze avanno effetto per anni, nel Regno Unito e nel Labour.

La profezia (sbagliata) di Fassino sul voto in Regno Unito. L'esponente del Partito Democratico esaltò la decisione di Corbyn di proporre un nuovo referendum convinto che i britannici avrebbero scelto il "remain". Pina Francone, Venerdì 13/12/2019, su Il Giornale. Le previsioni, si sa, non sono il punto forte di Piero Fassino. È passata infatti alla storia la sua sparata in consiglio comunale – il 14 maggio 2015 – contro l'allora consigliera del Movimento 5 Stelle Chiara Appendino: "Un giorno lei si segga su questa sedia e vediamo se poi sarà capace di fare tutto quello che oggi ha auspicato di poter fare". Sei anni prima, peraltro, un’altra profezia cannata in toto: "Se Beppe Grillo vuole per davvero fare politica, allora, fondi un partito, si presenti alle elezioni e vediamo quanti voti prende". Il 30 giugno del 2016, al ballottaggio, bla grillina batté proprio il dem Fassino con il 54,56% dei voti (contro il 45,44%), diventando sindaca di Torino. Ora, un nuovo capitolo della "saga". Già, perché era il nove luglio di quest'estate quando dal suo profilo Twitter, l'ex primo cittadino incensò Jeremy Corbyn, leader del Partito Laburista. Sul social network, infatti, parlando di Brexit e "Remain" scrisse sicuro: "Corbyn propone un nuovo referendum e indicherà di votare perché #UK rimanga nell'#UE. Scelta saggia per evitare una separazione che danneggerebbe tutti: UK isolata e UE più debole. Scelta corrispondente ai sentimenti di tanti inglesi e auspicata dalla maggioranza degli europei". E infatti ieri i britannici e hanno votato in massa per il Partito Conservatore di Boris Johnson, che ha portato a casa un trionfo con la "t" maiuscola. Già, perché BoJo ha sbaragliato la concorrenza alle urne, conquistando la bellezza di 364 seggi, contro i 204 dei Laburisti (al minimo storico dal 1935). Quarantotto seggi per il Partito Nazionale Scozzese, undici per i Liberaldemocratici e uno appena per i Verdi. Inevitabile l'ironia sotto il post di Fassino: a decine, per non dire centinaia, gli utenti che hanno preso in giro l'ex sindaco di Torino per la sua sparata a fronte del risultato elettorale in Gran Bretagna, che di fatto è un'incoronazione per la Brexit. Questi, ad esempio, sono solo alcuni dei numerosissimi commento di sberleffo: "...Dalla maggioranza degli europei" è il tocco di classe. È che non ti capiscono, Piero", "Inarrivabile, ineluttabile, infallibile", "Fassino la prego di dire che governerete per i prossimi 20 anni!", "'I tanti inglesi' non erano poi così tanti. Quanto alla 'maggioranza degli europei', continui a dirlo. Grazie", "Un vero profeta", "Grandissimo Fassino, come sempre...spero dica qualcosa su disfatta della Lega e impossibilità di Italexit...", "Le sue previsioni si avverano sempre. Non è che mi dà sei numeri per il superenalotto?".

Dario Mazzocchi e Federico Punzi per atlanticoquotidiano.it. I numeri sono implacabili: 362 a 203 con soli 3 seggi ancora da assegnare. Per i Tories una vittoria storica: la più ampia maggioranza di seggi dal 1987 (la terza della Thatcher). Per il Labour la peggior sconfitta dal 1935. Ma il risultato di un’elezione non è mai scontato. Nelle ultime settimane i sondaggi davano i Conservatori in vantaggio in termini percentuali, ma lasciando dubbi sulla reale consistenza della maggioranza a Westminster, al punto da non poter escludere del tutto l’eventualità di un nuovo Hung Parliament. Nelle snap election del giugno 2017 l’allora premier Theresa May aveva ottenuto in termini percentuali e in voti assoluti un risultato ragguardevole, ma non bastò a causa della forte polarizzazione del voto tra i due partiti maggiori, che raccolsero oltre l’82 per cento dei voti (42 a 40). La storia si sarebbe potuta ripetere, ma negli ultimi giorni un indicatore diventato ormai infallibile ai nostri occhi rafforzava decisamente le chance di vittoria di Johnson: i giornaloni italiani infatti si sforzavano di accreditare la narrazione di un “recupero” Labour, gli elettori avevano deciso per il “voto tattico” nei collegi in bilico (tutti tranne lui!), annullando il vantaggio percentuale dei Tories (è la dura legge dell’uninominale!). Come al solito, si trattava di wishful thinking. È andata esattamente al contrario, con i Tories che hanno strappato collegi storicamente laburisti. Insieme a Corbyn escono quindi asfaltati anche i nostri media mainstream con il solito circo di inviati, esperti ed eurolirici al seguito, non solo perché alcuni schierati con il leader laburista, “male minore”, ma soprattutto perché non si sono mai voluti rassegnare al fatto che gli inglesi non hanno cambiato idea su Brexit, non si sono pentiti, né hanno ceduto alla strategia della paura, alimentata dai continui rapporti secondo cui i supermercati si sarebbero svuotati e la Regina sarebbe dovuta fuggire da Londra. Hanno voluto dipingere Johnson come un cinico opportunista, un pericoloso pagliaccio, una macchietta, le cui bugie avrebbero trascinato a fondo il Regno Unito, non riconoscendo in lui l’uomo di profonda cultura e il politico di razza. Non sarebbe mai riuscito a convincere l’Ue a riaprire l’accordo di uscita, ad eliminare il backstop, dicevano e scrivevano gli inviati che non aveva nemmeno una proposta in tasca con cui presentarsi a Bruxelles. E sappiamo com’è andata. Sghignazzavano e si davano di gomito ad ogni “umiliazione” parlamentare che subiva (quante volte l’hanno dato per finito?), senza comprendere che proprio su quelle sconfitte Johnson stava pazientemente e sapientemente costruendo il successo di oggi e cucendo addosso ai suoi avversari i panni degli sconfitti. Perché era chiaro che prima o poi al voto si sarebbe tornati. E così, ad ogni bocciatura dei Comuni e della Corte, ad ogni escamotage dei Remainer e provocazione di Bruxelles, prendeva forma la sua campagna, si rafforzava la sua immagine di leader del “Get Brexit Done” in contrapposizione alla palude di Westminster e ai Remainer che brigavano con Bruxelles per tenere il Regno Unito prigioniero dell’incertezza per chissà quanto. Ha costretto Corbyn all’angolo, portandolo prima a sposare definitivamente, voto dopo voto a Westminster, una posizione Remainer senza però né convinzione né una strategia chiara su come ribaltare il risultato del 2016, poi a mostrare di temere il ritorno alle urne che fino a poco tempo prima invocava quasi ogni giorno. Quella di Boris Johnson è una vittoria della leadership e degli ingredienti di cui una leadership politica è fatta: carisma e coraggio, chiarezza e sintonia con gli elettori, strategia e abilità nel muoversi nelle istituzioni. I suoi eccessi comunicativi non sono fine a se stessi, ma il veicolo di argomenti forti e di una strategia precisa. Fin dal giorno in cui è entrato al Numero 10 di Downing Street, una ventata di energia e concretezza ha spazzato via il grigiore e le insicurezze trasmesse dalla May. Brexit done, ma non solo. Fattore decisivo la stanchezza dell’elettorato per lo stallo su Brexit, che Johnson ha saputo interpretare al meglio: gli elettori a quanto pare avevano proprio una gran voglia di “Get Brexit Done”. L’immobilismo, l’indecisione, è quanto di più lontano dallo spirito degli inglesi. Occorreva dare una spallata ad un Parlamento bloccato sulla questione più delicata dal Dopoguerra ad oggi, un mandato forte e chiaro al primo ministro per risolvere la matassa e tornare a occuparsi delle tante faccende domestiche passate in secondo piano, ma che stanno a cuore ai britannici probabilmente più dei rapporti con l’Ue. Mentre la May aveva trasmesso la sensazione di essere la causa prima dell’impasse, con i suoi tentennamenti e i suoi passi indietro, Johnson ha saputo ribaltare questa percezione, assumendo da subito una posizione molto netta e, soprattutto, ottimistica su Brexit (uscita con o senza accordo entro il 31 ottobre) e lasciando ai suoi avversari la paternità di arrocchi, rinvii, bizantinismi e confusione. Anche Theresa May diceva di voler deliver Brexit, ma in lei era palpabile la paura, la scarsa convinzione nella scelta di lasciare l’Unione europea, la logica di riduzione del danno con la quale ha approcciato i negoziati, venendo letteralmente sbranata da Bruxelles, mentre Johnson ha incarnato la fiducia, la visione di una Brexit che oltre ai rischi presenta anche l’opportunità di “Unleash Britain’s Potential”. Chi chiedeva a gran voce un secondo referendum, invadendo le strade di Londra o dai palazzi su questo lato della Manica, è stato accontentato. Qualcuno potrebbe sbrigativamente concludere che i britannici considerano il laburismo di Corbyn più pericoloso della Brexit stessa. Oppure, più semplicemente ritengono l’esito del 2016 come assodato, piaccia o meno, e ora si aspettano dalle loro istituzioni che riprendano il controllo dopo troppo tempo. Non solo Brexit, dicevamo, perché alla base del trionfo di Johnson c’è anche un posizionamento politico ben oltre la comfort zone conservatrice sui temi economico-sociali. Un’analisi più approfondita dei voti reali consentirà di capire quanto i Tories siano riusciti a sfondare nell’elettorato laburista, ma la prima impressione è che abbiano intercettato non solo i voti di coloro che tre anni e mezzo fa si erano espressi per il Leave e che oggi si sentono traditi dall’ondivago Corbyn, che aveva annunciato che non avrebbe preso posizione, da primo ministro, in occasione di un secondo referendum sul divorzio dall’Ue. Oltre che ai temi cari agli elettori di destra come la sicurezza, l’impresa privata e le tasse, Johnson si è dedicato per tutta la campagna elettorale a temi molto cari alla sinistra tradizionale, come i servizi pubblici, le infrastrutture e i cambiamenti climatici, impegnandosi a rafforzare il sistema sanitario nazionale (NHS) e quello dell’istruzione, e mettendo al centro della sua campagna i lavoratori, dalla manifattura alla pesca. Senza mancare di rassicurare la City, promettendo un’agenda economica liberale, a partire dai prossimi rapporti commerciali con l’Europa e il resto del mondo. Con queste elezioni Johnson potrebbe quindi aver ridisegnato i confini conservatori, rendendoli quelli di un One Nation Party, fondendo componenti compassionevoli e liberali, sociali e imprenditoriali. Elementi non nuovi per chi lo conosce, sorprendenti per chi soprattutto in Italia lo ha superficialmente dipinto come un estremista di destra (e ora non gli resta che attaccarsi alla questione scozzese per provare a ridimensionare il suo successo). Ha voluto rischiare e andare all-in, portando gli avversarsi allo scoperto e chiedendo le urne anticipate: poteva andare a sbattere e invece ha letteralmente sfondato – come nell’efficace spot elettorale in cui con una ruspa abbatte il muro dell’Hung Parliament. E la nota positiva è che oltre ai tentativi di fermare la Brexit, votando in massa per i Tories gli elettori britannici hanno rigettato con forza l’islamo-marxismo e l’antisemitismo di cui era portatore il Labour di Corbyn.

Corbyn ha stravinto in Italia. Nicola Porro, Il Giornale 15 dicembre 2019. I l leader laburista Jeremy Corbyn ha perso in Gran Bretagna, ma ha stravinto in Italia. Il suo programma di estrema sinistra, fatto di tasse e nazionalizzazioni lo stiamo realizzando noi. Forse senza accorgercene, sicuramente senza averlo votato. Nelle prossime ore investiremo un miliardo di euro per salvare dal fallimento la Banca popolare di Bari. Probabilmente sarà utile per non spaventare i mercati e non distruggere la fiducia dei risparmiatori, ma dal punto di vista tecnico si tratta di una tassa che pagheranno tutti gli italiani. Quando una banca salta ci sono due strade. La prima è farla fallire e con essa compromettere la posizione anche di coloro che hanno depositi in conto corrente superiori ai centomila euro. La seconda è salvarla con i quattrini anche di coloro che un conto non ce l’hanno. Il miliardino arriverà in gran parte da una banca pubblica controllata dal Tesoro. Più o meno da quelle parti, e dunque sempre dal nostro portafoglio, giungerà un altro miliardino per tenere accesa la fabbrica di acciaio Ilva. Sempre che i magistrati, per un favoloso paradosso che ha molto a che vedere con l’eterogenesi dei fini, non si impongano e costringano a spegnere tutto. Banche e industria pesante non bastano. Dopo aver concesso 1,3 miliardi di prestito ponte all’Alitalia, arrivano altri 400 milioni. Qui il corbinismo italiano si colora con la nostra straordinaria capacità mimetica. Abbiamo chiamato prestito e per di più ponte, qualcosa che nessuno ci restituirà mai. In sostanza si tratta di risorse a fondo perduto per alimentare una società di servizi che perde 800 mila euro al giorno. Di fatto è il paradiso dello statalismo: i contribuenti pagano degli avvocati che cercano di gestire una perdita eterna. Se fosse stato per alcuni componenti dell’attuale maggioranza, sulla scorta delle incredibili deficienze private, avremmo nazionalizzato anche le autostrade. E alcuni di loro ancora ritengono che sia la strada migliore. In questo modo è del tutto evidente che un paese non cresce: anzi affonda. Ecco la soluzione: diamo un reddito di cittadinanza a chi non ce la fa. Altri sette miliardi gettati nel mare della nostra spesa pubblica, che nelle intenzioni avrebbero dovuto riqualificare la nostra forza lavoro e invece hanno solo creato assistenza. In effetti in Italia esiste un’impresa che ce la fa. Certo i suoi dipendenti non sono molto motivati e i loro stipendi sono talvolta da fame. Ma è l’unica organizzazione al mondo che nei prossimi tre anni si potrà permettere di assumere la bellezza di 450 mila nuovi dipendenti. Si tratta della pubblica amministrazione, che secondo le dichiarazioni dei nostri politici potrà assumere come se non ci fosse un domani. Toc toc: ma i miliardi per le banche, per l’Ilva, per l’Alitalia, per il reddito di cittadinanza, per pagare i prossimi trent’anni di lavoro ai nuovi dipendenti pubblici chi li pagherà se tutto ciò che era privato è diventato statale?

Maria Giovanna Maglie contro i giornaloni che non prevedono la Brexit: "Ridicoli e grotteschi". Libero Quotidiano il 14 Dicembre 2019. Una Maria Giovanna Maglie scatenata contro il silenzio dei media sul voto nel Regno Unito che ha portato al trionfo di Boris Johnson e, dunque, a una Brexit molto più vicina. La giornalista in precedenza aveva puntato il dito contro la Rai, che a un voto decisivo non ha dedicato uno straccio di speciale. Poi, nel mirino della Maglie, anche i "giornaloni". L'attacco arriva su Twitter, rispondendo al commento di un utente, Marco Tosatti, il quale faceva notare: "Brexit, c'è un problema. La Stampa, Repubblica, Corriere e le tv come fanno a non capire mai, vedi Trump e Clinton, chi vincerà? Oppure...", conclude lasciando il suo sospetto in sorpreso. A concludere la sua frase ci pensa però la Maglie: "Oppure sono fake news, bufale propalate ad arte, nella ridicola, grottesca speranza di poter influenzare la realtà e mettere le mutande al mondo. Ogni volta perdono, ogni volta ricominciano", conclude furibonda.

Alberto Simoni per “la Stampa” il 14 dicembre 2019. La muraglia rossa si è sgretolata, i bastioni laburisti nel Nord dell'Inghilterra e nelle West Midlands sono saltati come tappi a un matrimonio: Blyth Valley con le sue ciminiere, Workington, in Cumbria, trasformato dal think tank Onward nel prototipo del collegio nel mirino dei conservatori. Qui l' elettorato è bianco, maschio, e working class. E poi Bolsover e Vale of Clywd e ancora tanti altri dove Boris Johnson e la sua armata di candidati fedeli alla Brexit sono stati lesti ad acciuffare il popolo dei dimenticati, quelli che nel 2016 avevano marcato la crocetta su Leave e che tre anni e mezzo dopo si trovano impotenti e arrabbiati nelle pastoie normo-burocratico-politico-legislativo in cui è precipitato un Paese che chiedeva di mollare gli ormeggi e sbarazzarsi della Ue. Al Corner bar, nel cuore di Hanley, una delle sei località che formano Stoke-on-Trent, Carl Smith sorseggia una pinta di birra. Nel passeggino c'è la figlia, nove mesi. Fa il costruttore e chiede di brindare a Boris il condottiero. È raggiante. Racconta di aver votato per la prima volta nel 2016, ovviamente Leave, e di aver dato giovedì la sua preferenza ai conservatori. «Vengo da una famiglia laburista da generazioni, come molte qui, ma tanti hanno fatto come me». E le conseguenze le ha pagate Gareth Snell, deputato Labour, sconfitto e arrabbiato per la linea «vaga del Partito sulla Brexit». Carl è il prototipo del brexiteer del Nord del Paese: bianco, classe operaia, terrorizzato da quella che chiama «l' invasione dei migranti». Un «Workington man» duecento miglia più a Sud. Le sue parole riportano le lancette a tre anni fa, toni e slogan da referendum Brexit. Dice: «Gli immigrati vengono qui, si fanno curare dal nostro sistema sanitario, siamo la manna per loro. Non sono razzista, i miei amici sono indiani, pachistani e nordafricani». «Ora ci riprendiamo i nostri confini, le leggi nostre, non quelle di Bruxelles». Dietro il bancone del bar Emma Turner prepara i caffè: «Ho votato Leave, ma stavolta Labour. Temo per la sanità, per il futuro dei nostri figli». Ma non sembra così delusa dall' esito del voto. Emma è una mosca bianca fra queste strade nel cuore d' Inghilterra. Nei collegi Leave a maggioranza operaia i laburisti hanno perso mediamente l' 11%, in quelli con una forte presenza di classe media il 6%. I conservatori invece nei distretti Leave hanno conquistato oltre 6 punti. In un sistema maggioritario uninominale è sufficiente per spostare la bilancia. Jeanne invece ha una cinquantina d' anni, fedelissima laburista. E anche lei, tre figli, un marito piccolo imprenditore, ha scelto Boris Johnson. «Ci darà finalmente la Brexit e poi si tornerà a fare le scelte per il bene del Paese, seguendo le nostre leggi non quelle dell' Europa», spiega con una certa foga. Il premier intanto da Londra ringrazia e invoca un Paese unito, parla di una One Conservative Nation e in fondo i numeri e la distribuzione dei seggi sembrano dargli ragione. La mappa elettorale è blu, chiazze rosse nelle aree metropolitane, qualche reduce al Nord, solo un seggio sottratto ai Tory, Putney. Johnson vorrebbe trasformare i Tory in qualcosa di nuovo, che tenga insieme le esigenze della working class che l'ha sospinto a Downing Street, alle élite economiche del Sud. Difficile a prima vista associare l' aristocratico deputato gaffeur Jacob Rees-Mogg, i manager della City, e la posh Kensington con Carl, ma Johnson, che ha fatto il sindaco nella liberal Londra, sa mescolare ingredienti diversi. La Brexit da fare è per ora il collante. Poi si vedrà. «Cheers, goodbye Eu», dice Carl.

Luca Bottura per “la Repubblica” il 16 dicembre 2019. Giovanni Lindo Ferretti, ex leader dei Cccp, è diventato ratzingeriano e sostiene Fratelli d' Italia. Passi: al massimo ci ha devastato le orecchie e altre parti del corpo nei lontani Ottanta, quando era obbligatorio ascoltarne la voce sgradevole per poter rimorchiare alle Feste de l'Unità. Fausto Bertinotti, intervistato l' altro giorno da un sito Internet, ha elogiato la correttezza di Giorgia Meloni, le ha previsto un ruolo centrale nella politica italiana - Schopenhauer direbbe: e grazie al karma - e soprattutto ha colto l' occasione per rivendicare la caduta del Governo Prodi, cioè l'implosione di un progetto progressista senza il quale la Meloni sarebbe probabilmente rimasta una politica decente, com' era prima di mettersi a rincorrere toni, temi e comunicazione del Caporale. Il delitto perfetto è che oggi, persino quando spara questi fuochi d' artificio della minchiata, l' ex comunista al Veuve Cliquot è considerato tuttalpiù l' ornamento sulla tomba della Sinistra. Prodi resta il bersaglio trasversale di "moderati" e postcomunisti, colpevole di un doppio delitto che non sappiamo accettare: aver vinto due volte. Ce lo meritiamo, Bertinotti.

Giorgia Meloni scopre la vergogna in manovra: "Soldi per il centenario del Pci, come l'Unità d'Italia". Libero Quotidiano il 18 Dicembre 2019. "Sono allibita". Giorgia Meloni scopre la vergogna nascosta tra le pieghe della manovra approvata in Senato e si indigna. Come sottolinea anche il Tempo, nella classica "pioggia di soldi" distribuita un po' a caso (ma fino a un certo punto) spiccano i fondi destinati ai migranti ("900mila euro destinati all'Inmp, ossia all'Istituto nazionale per la promozione della salute dei migranti") e quelli per celebrare il centenario della fondazione del Partito comunista, che cade nel 1921. "Il governo più a sinistra della storia - accusa la leader di Fratelli d'Italia - sancisce che il centenario del Pci è anniversario di interesse nazionale alla stregua di quello della Grande Guerra o dei 150 anni dell'Unità d'Italia". Una fiera di contentini e prebende diventata ormai tradizionale, così come certi regalini, rigorosamente a sinistra e ovviamente a carico degli italiani di ogni colore politico. 

L'ultima follia dei giallorossi: "Centenario del Pci anniversario nazionale". Giorgia Meloni smaschera M5S e Pd: "La nascita del Partito comunista italiano come l'Unità d'Italia, ecco le priorità di questo governo". Luca Sablone, Lunedì 16/12/2019, su Il Giornale. Non c'è nulla da fare: il governo giallorosso continua a strizzare l'occhio al Pci. Dopo la proposta di stanziare 400mila euro per la festa del centenario, Movimento 5 Stelle e Partito democratico provano nuovamente a tendere la mano ai "compagni": è stata da poco scoperta la volontà di farlo "diventare anche anniversario nazionale". A denunciare il fatto è Giorgia Meloni, che sui propri canali social ha smascherato i piani dell'esecutivo: "La nascita del Partito comunista come l'Unità d'Italia! Ecco le priorità di questo governo". Nell'immagine pubblicata inoltre si legge: "Incredibile! Per il governo M5S/Pd il centenario del Partito comunista diventa anniversario nazionale".

"Promuovere iniziative culturali". Il tutto è testimoniato dal testo della proposta: "In occasione del centenario della fondazione del partito comunista italiano, con decreto del presidente del Consiglio dei ministri, alla Struttura di ammissione per gli anniversari nazionali e gli eventi sportivi di rilevanza nazionale e internazionale" si prevede l'assegnazione per gli anni 2020 e 2021 "nei limiti delle risorse disponibili a legislazione vigente, a valere sui pertinenti capitoli di bilancio della Presidenza del Consiglio dei ministri e senza nuovi o maggiori oneri a carico dello Stato, risorse finalizzate alla promozione di iniziative culturali e celebrative connesse a tale ricorrenza". Pochi giorni fa l'emendamento aveva già scatenato diverse polemiche. "Dicono che non ci sono soldi, e allora tassano la plastica, lo zucchero, le cartine per le sigarette, tuttavia spunta un emendamento che riesce a stanziare 400mila euro per festeggiare il centenario della nascita del Partito comunista italiano. Fatelo coi vostri soldi l’anniversario, non con i soldi degli italiani", ha tuonato Matteo Salvini. Dura è stata la presa di posizione anche da parte del leghista Calderoli: "Questi vivono non nel secolo scorso ma addirittura nel millennio scorso!". E non aveva utilizzato giri di parole per rivolgersi agli avversari politici: "Sveglia, il comunismo è finito da un pezzo ed è finito perché lo ha cancellato la storia, e non tornerà mai più!". Intanto però c'è da fare i conti con una dura realtà: "Quei poveri fessi degli italiani pagano 400mila euro per festeggiare il defunto Pci...".

Il Governo Conte regala soldi per il Partito Comunista. Nella manovra economica un emendamento concede 400 mila euro per i festeggiamenti dell'anniversario di fondazione del Pci. Maurizio Belpietro il 10 dicembre 2019 su Panorama. Mentre il governo litiga sulle tasse e ogni giorno escogita nuovi marchingegni per stangare gli italiani (una volta si parla di sugar tax, un'altra di plastic tax, un'altra ancora di Imu sulle case dei separati oppure di un'imposta sulle auto aziendali), zitti zitti i compagni sono riusciti a infilare nella manovra una clausola che regala soldi al comitato per le celebrazioni del centenario del Pci. Invece di seppellire nella memoria degli italiani la nascita di un partito che perfino nel nome si richiama al comunismo, cioè a una tendenza politica che anche il Parlamento europeo ha scelto di dichiarare fuorilegge, accostandola al fascismo e alle tragedie della storia, alcuni parlamentari hanno deciso di festeggiare il genetliaco. Ovviamente non a spese loro, facendo una colletta fra compagni, ma a spese degli italiani i quali, a prescindere dal proprio credo politico, con le loro imposte saranno costretti a finanziare le iniziative del compleanno comunista. Mostre, dibattiti e opuscoli celebrativi saranno infatti pagati per un biennio dalle casse pubbliche. Sì, perché l'emendamento che favorisce le manifestazioni in ricordo del Pci è stato presentato alla Camera da un gruppetto di nostalgici e con il beneplacito dell'esecutivo verrà approvato. Duecentomila euro saranno levati ad altri capitoli di spesa sia nel 2020 che nel 2021, anno della fondazione a Livorno del partito. In totale fanno 400.000 euro, che probabilmente non basterebbero a risollevare le sorti dell'economia nazionale, ma certo aiuterebbero.

La cosa incredibile è che quando si parla di conti pubblici, nelle pieghe del bilancio non si riescono a trovare i soldi per i terremotati, per gli esodati e pure per gli sfollati per qualche calamità naturale. A chi ha avuto la casa e i negozi sommersi dall'acqua alta a Venezia sono stati offerti gli spiccioli e in soccorso delle famiglie travolte dall'ennesimo nubifragio in Liguria sono andate le briciole. Ma per il Pci i soldi si trovano, sia mai che l'anniversario passi senza i dovuti fasti.

Il Pci, la Iotti: ma quanti soldi dobbiamo spendere dimenticando le atrocità del comunismo…Francesco Storace mercoledì 11 dicembre 2019 su Il Secolo d'Italia.  Un obolo annuale alla memoria del comunismo. Una volta tocca al Pci essere celebrato di tasca nostra, la volta precedente – ma si paga di qui a poco – tocca a Nilde Iotti. Nell’Italia governata dagli europeisti che poche settimane fa hanno condannato per la prima volta a Strasburgo le atrocità del comunismo, continuiamo a finanziare la memoria rossa. E oggi a Roma cominciano le “celebrazioni” della Gran Dama di Togliatti. Tra ventennale della morte e centenario della nascita, Conte uno e Conte secondo hanno messo mano al portafoglio (nostro): quest’anno e il prossimo quattrocentomila per la fondazione del Pci a Livorno, l’anno scorso per il 2019 e il 2020 duecentomila per il ricordo della signora. Seicentomila euro degli italiani.

Primo mistero, per la Iotti, non si sa chi se ne occupa. E infatti la presidente della fondazione a lei intitolata, la compagna Livia Turco, smadonna perchè il bando per spendere quei quattrini non è stato ancora pubblicato dalla presidenza del Consiglio. La fondazione Iotti ha presentato il progetto un anno fa e capofila, manco a dirlo, è l’istituto Gramsci. Ma i soldi arriveranno e chissà a chi. Alla fondazione Iotti? Bisogna chiarirlo, perché in sede parlamentare – cronaca dello scorso anno che noi non abbiamo dimenticato – furono i tecnici delle Camere a scrivere letteralmente che nella legge “non è indicato il soggetto preposto all’organizzazione delle celebrazioni“. Comunque la Turco e la signora Marisa Malagola Togliatti – figlia della coppia Togliatti-Iotti e presidente onoraria della fondazione – sono pronte con i loro progetti. Ma hanno davvero bisogno di soldi? A leggere il bilancio della fondazione – che , va riconosciuto, ci è stato mostrato con trasparenza – nel 2018 hanno speso una cifra relativa, sessantamila e rotti euro. La maggior parte dei quali – 46mila euro, dodicimila in più rispetto all’anno precedente – per volumi e soprattutto viaggi per relatori e relatrici. Che sono piuttosto numerosi. La sola Turco ha girato praticamente l’Italia e non solo nel 2018. E non essendoci più viaggi comodi per gli ex parlamentari, magari sarà stata (forse o in parte) rimborsata. Cesena, Bruxelles, Udine, Teggiano (Sa), Milano, Massa, Trapani, Viterbo, Reggio Emilia, Lecco, Arezzo, Ferrara, Nichelino (To), Avezzano, Avellino, Mestre, Balvano (Pt), Perugia, Terni e Porto Viro (Ro). E ovviamente tanti convegni a Roma. La fondazione Iotti ha un sito e una pagina Facebook con tanto di collaboratore informatico, scrivono nel bilancio. Manca qualche elemento della biografia della Iotti – ad esempio quell’iscrizione al Pnf del 5 ottobre 1942 – ma tutto sommato lo si capisce. Così come non siamo riusciti a trovare una sola parola sulle atrocità del comunismo. Quel che non si comprende è perché una fondazione che riceve diversi contributi privati debba incassarne, se avverrà realmente, anche dallo Stato. La personalità a cui è intitolata trascorse ben 50 anni da deputato, tredici dei quali addirittura da presidente. Oggi direbbero molto Casta. Nessuno si azzarda. Però rende. La fondazione spende – scrivono e non abbiamo motivo di dubitare – 65mila euro nel 2008, i ricavi ammontano a quasi 93000. Da applausi. E come hanno fatto? Raccontano di una cena all’Excelsior di Roma del 21 novembre 2018 di cui non siamo riusciti a trovare né un articolo né una sola fotografia. In quel periodo forse avrà lavorato poco anche il collaboratore informatico, perché dei 45mila euro versati per la fondazione in quella serata romana non c’è traccia né sul sito né su Facebook. Nè l’annuncio dell’evento, né il resoconto. Abbastanza curioso, vero?

Ma quanti viaggi dovete fare? E perché dobbiamo versare altri quattrini se ci sono così tanti anonimi compagni pronti a scucirne? Misteri della storia, potremmo dire. Se ci sono stati così tanti viaggi senza fondi pubblici, nel 2020 vedremo la Turco spuntare in ogni luogo. Per ricordare una vita di sacrifici in Parlamento… Stasera a Roma, la ricorderà persino la Boldrini. No, soldi pubblici non accettatene, per favore, perché sono anche nostri.

Vittorio Feltri, Occhetto e i comunisti italiani: "La balla sul muro, Mosca e Berlinguer". Libero Quotidiano il 13 Novembre 2019. Lunedì mattina ho partecipato al programma de La7 condotto dall' ottima Myrta Merlino e tra gli ospiti c' era Achille Occhetto, il quale sul finire degli anni Ottanta fu segretario, l' ultimo, del Partito comunista italiano, il più forte dell' Occidente. Nel 1989 cadde, come è noto, il muro di Berlino cosicché costui, davanti al devastante episodio, pensò giustamente di abiurare, cambiando nome al partito stesso, dato che, alla luce dell' evento tedesco, risultava superato dalla realtà. Egli non poteva fare diversamente. Tuttavia, rimane il fatto che quel muro non fu abbattuto dai marxisti bensì dagli anticomunisti che non ne potevano più del regime liberticida di stampo sovietico. I compagni nostrani non ebbero alcun merito nella abolizione del famigerato blocco, mai fecero una manifestazione contro di esso, che avevano accettato come un dogma rosso. Alla trasmissione ero presente anche io e mi sono limitato a dire che Occhetto, preso atto della demolizione del manufatto che divideva la Germania in due tronconi, non poteva che rinnegare la propria fede collettivistica fondando una nuova formazione politica, a cui però avrebbero aderito parecchi condiscepoli. Durante la discussione, il vecchio leader ha specificato che comunque Enrico Berlinguer aveva già preso le distanze da Mosca, pertanto il comunismo italiano non era più da tempo filosovietico. Balle. Berlinguer non fu mai eretico del tutto, aveva programmato l' eurocomunismo senza spiegare in che cosa potesse consistere. Inoltre non smise di ricevere finanziamenti dall' URSS, segno che una vera rottura tra i due comunismi non vi fu mai. Un ricordo. Quando Breznev morì, tutti i politici italiani di rilievo, incluso il presidente della Repubblica Sandro Pertini, parteciparono ai funerali per rendere omaggio al dittatore, capitanati dal PCI. L' episodio avrà o no un senso preciso? Torniamo al muro di Berlino. Fu frantumato dagli anticomunisti tognini dell'Est e non dai comunisti nostrani che oggi, mentendo, se ne attribuiscono il merito. La trasformazione del PCI in PDS fu una operazione realizzata a tavolino per salvare il salvabile e peraltro riuscì, benché avesse provocato una scissione: nella circostanza nacque Rifondazione comunista, a dimostrazione che non tutti i compagni condividevano l' uccisione del bolscevismo. Il ripudio del quale non è mai avvenuto completamente, tanto è vero che ancora oggi resiste nella testa di gran parte dei connazionali la mentalità legata al massimalismo leninista, il quale impone la convinzione che i padroni siano sfruttatori della manodopera e impoveriscano la classe operaia. Sciocchezze immortali. Occhetto va capito, non giustificato. Non tutti i rossi erano canaglie, e lui era una brava persona ma pur sempre comunista e quindi fuori dalla storia. Oggi le cose non sono migliorate molto, ma almeno sappiamo che la Rivoluzione russa fu uno scempio che produsse più vittime del nazismo. Vittorio Feltri

 Da gaynews.it il 15 Novembre 2019. Un Auditorium Biagi stracolmo ieri a Bologna in occasione del 30° anniversario della cosiddetta svolta della Bolognina, con cui Achille Occhetto decretò la fine della storia pluridecennale del Partito Comunista Italiano. E all’incontro 1989. Cade il muro, cambia il mondo, organizzato da Fondazione Duemila e associazione Berlinguer, c’era proprio l’ultimo segretario del Pci che ha presentato il suo libro Il crollo del muro e la svolta della Bolognina. Nella platea tanti ex compagni celebri come Claudio Petruccioli, Ugo Sposetti, Fabio Mussi mentre tra i relatori l’ex premier Romano Prodi e il deputato del Pd Piero Fassino, all’epoca coordinatore della Segreteria nazionale del Pci e successivamente, fra l’altro, ministro della Giustizia. «Oggi siamo in uno scenario del tutto diverso – ha puntualizzato il parlamentare piemontese – ma che richiede alle forze progressiste e alla sinistra una capacità di innovazione forte». Fassino non è mancato di intervenire anche sul tema dei diritti civili replicando a Prodi. L’ex presidente del Consiglio, contrapponendoli ai diritti sociali, aveva infatti sostenuto che il fallimento della socialdemocrazia sarebbe da addebitarsi al fatto che molti degli ex elettori percepiscono che essa ha difeso le persone omosessuali e non gli operai. Fassino ha fatto garbatamente notare l’infondatezza di tale assunto, mettendo fra l’altro in luce come non ci sia alcuna contrapposizione tra diritti sociali e civili, perché – secondo un pensiero caro a Franco Grillini, che era seduto in prima fila – non si possono dare gli uni senza gli altri. Ma per un tweet lanciato ieri è montata oggi una polemica all’incontrario che ha attribuito a Fassino quanto detto da Prodi. Interpellato da Gaynews, l’ex guardasigilli ha preferito non commentare quanto avvenuto sui social dichiarando: «Il riconoscimento del diritto di ogni persona a vivere il proprio orientamento sessuale liberamente e senza discriminazioni è un’acquisizione di civiltà, da cui in nessun modo si deve recedere. Diritti civili e diritti sociali sono inscindibili dimensioni di una società che voglia essere libera, giusta e equa».

Dagospia il 19 novembre 2019. Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” -ESTRATTO …….Ma il vero problema è quello segnalato da Prodi: le sinistre perdono ovunque perché la gente s'è convinta che tutelino più i gay che gli operai. Molti gli han dato dell'omofobo, ma voleva dire una cosa di buonsenso: le minoranze sono le più bisognose di tutele, ma in democrazia si vince con le maggioranze, altrimenti si perde e non si tutela nessuno. Sta alla politica decidere i momenti giusti, dopo aver persuaso le une e le altre. È assurdo, come fa Di Maio, dire no allo Ius soli perché l'Italia è sott' acqua. Ma lo è pure negare che oggi le priorità sono una legge di Bilancio con meno tasse possibile (Conte e Gualtieri ci stanno lavorando), una toppa all' Ilva, all' Alitalia e al Mose, qualche vittoria alle Regionali. L' ha detto pure Bonaccini, altro uomo concreto, che con la gente deve parlarci per forza. Discettare ora di Ius soli senza poterlo fare (il Parlamento è occupato fino a Capodanno con la Finanziaria) è solo un assist al Cazzaro Verde per lanciare un referendum abrogativo, arraffare altri voti, vincere le Regionali, rovesciare il governo e andarci lui con pieni poteri. Così chi voleva aumentare i diritti ai migranti li condannerà a perderne qualcun altro. Ma chi li scrive i testi al Pd?

Renato Farina per “Libero quotidiano” il 17 novembre 2019. Invece di dire le ovvietà propagandistiche che il Partito democratico si aspettava, Romano Prodi ha spiegato il perché dei fiaschi antichi, recenti e futuri della sinistra. «Perde perché invece degli operai si occupa degli omosessuali». Avete in mente Bologna? Vicino a piazza Maggiore c' è el igànt, il Nettuno, dio del mare, la cui statua, alta tre metri e venti centimetri, impressionava con la sua enorme nudità le signore di una volta. Ecco, Prodi è emerso come Nettuno dalle acque dell' oblio, in cui vengono immersi come nella formalina i padri fondatori buoni solo per le processioni da vecchie glorie, e ha osato dire la verità chiara come il sole. Altro che sardine, il popolo delle sardine: questo partito rappresenta il popolo di ostriche e astici, i filmati trasmessi nei loro congressi non conoscono i povericristi italici, ma le povere foreste amazzoniche, le balene che mangiano la plastica, l' eroica lotta contro il diesel. Immigrati e gay, diritti individuali di tutti, battaglie anche meritorie, per i pinguini in Antartide. Prodi dicendo gay, non ce l' aveva con loro, ovvio, ma contro un totalitarismo politico che adotta come linee fondanti i temi cari alla crème che va da New York ai piani alti di Bologna, Milano, Roma, Parigi. Prodi aveva appena detto queste parole, e immediatamente i sacerdoti rossi del politicamente corretto gli hanno infilato i braghettoni, al Nettuno redivivo. Lo hanno avvolto di teli, accappatoi, e lo hanno portato via come un salame. Figurati se daranno retta al Mortadella, bravo a vincere perché democristiano, e destinato a essere buttato giù dopo un paio d' anni da compagni e magistrati tutte le volte a metà strada per lo stesso motivo. Prodi aveva espresso questi concetti tre giorni fa, alle rievocazioni per il trentennale della mutazione del nome Pci proprio nella medesima Bologna, per volontà di Achille Occhetto. Il potente apparato mediatico del Pd, come Stalin che cancellava Trotzki dalle fotografie, ha amputato le parole abrasive (omofobia? Intervento Ordine dei giornalisti?) e ha provveduto a diffondere solo frasi innocue. Infatti il titolo del Corriere della Sera, edizione di Bologna, è stato: «Prodi è sicuro: vince il centrosinistra». Urca che ghiottoneria giornalistica. Però in sala c'erano dei gay, e hanno cominciato a lamentarsi sui loro siti. Tirandogli moccoli infernali. Dagospia se n'è accorto. E la cosa è giunta così alle orecchie fini della santa Monica Cirinnà, gran visir di tutti i gay, lesbiche, bisex, trans (Lgbt), i quale e le quali meritavano senz' altro di meglio, ma i gusti sono gusti. La senatrice del Partito democratico, già firmataria e relatrice della legge sulle unioni omosessuali, appena ha saputo del colpo basso di Romano Prodi si è inalberata, in rima con i suoi capelli da Gorgone, e in un' assemblea Lgbt a Ferrara ha lanciato i prossimi obiettivi della categoria. Non solo matrimoni, ma parificazione assoluta di ogni specie di famiglia: dunque adozioni, utero in affitto, e soprattutto un altro saltello più in su. Non solo quote rosa, ma anche quote gay da inserire nelle liste dei partiti, nei consigli di amministrazione, negli incarichi di governo. Insomma: un terzo maschi che amano le donne, un terzo femmine che preferiscono gli uomini, un terzo Lgbt che amano chi gli pare. A occhio e croce direi che, almeno per quanto riguarda ministri e ministre, nonché sottosegretari e sottosegretarie, portavoce e simili, la quota gay è già fin troppo a posto. Ed anzi, se si adottasse una rigida aritmetica, si libererebbero poltrone e seggioloni. Ecco in modo più dotto quanto attribuito a Prodi: «Il fallimento della socialdemocrazia sarebbe da addebitarsi al fatto che molti degli ex elettori percepiscono che essa ha difeso le persone omosessuali e non gli operai». Insomma: la famosa percezione. Il fatto è che, come insegnano i vecchi manuali sovietici, il fiuto di classe è infallibile. Gli operai, o ex operai, il ceto medio, o ex ceto medio, ha la percezione nettissima che questa gente che è oggi al governo in un impasto giallo-rosso, non rappresenta affatto la loro voce, non dà corpo ai loro interessi e bisogni. Il vecchio Partito comunista aveva un' ideologia infame, sognava il Gulag travestendolo da Paradiso per gli operai. Svelata la bugia, non è che puoi offrire in alternativa alle masse popolari l' Eden dei busoni, parlandone con ovvia simpatia. Non puoi chieder loro di riconvertirsi al gay pride, alla tutela delle radure del Paraguay, all' accoglienza di chi è destinato a bighellonare in attesa di dar man forte a chi spaccia droga ai tuoi figli sotto casa. Come dimostrano le analisi sociologiche e quelle dei flussi elettorali, operai e pensionati non sanno che farsene di ideali fighetti, di sofisticati diritti per gente che si qualifica con sigle astruse. Ormai neppure più basta Lgbt, ma siamo a Lgbtq, Lgbtqia e Lgbtqiapk. Un riferimento politico e culturale del genere, o dei generi, mette in fuga chiunque abbia il problema di difendere i pochi risparmi e il destino dei figli. E dunque i vecchi e i nuovi plebei votano tutt' altro, magari proprio Salvini. Il Pd resta appannaggio del bacino elettorale dei borghesi dei Parioli o del centro di Milano. Salvo, naturalmente, appropriarsi del suo vecchio lessico anni '60 e '70 ogniqualvolta ci sia da gridare a un imprecisato fascismo per pura invidia del crescente successo di movimenti politici davvero popolari, altro che populisti. Prodi l' ha capito. Bravo. La sinistra, oggi, preferisce dedicarsi a battaglie a favore di cosiddette minoranze oppresse che, in realtà, hanno la simpatia di quasi tutti i mezzi di comunicazione. Il Pd si schiera dalla parte delle élite. Perderà anche in Emilia Romagna.

Boschi ora attacca il Pd: "È il partito delle tasse". I dem: "Scivolata infelice". Il partito "delle tasse e delle tessere": dalla Leopolda parte il cannoneggiamento contro il Partito democratico. Luisa De Montis, Sabato 19/10/2019, su Il Giornale. Il partito "delle tasse e delle tessere": dalla Leopolda parte il cannoneggiamento contro il Partito democratico, la casa madre che Matteo Renzi ha ripudiato e che oggi è dipinta come il partito dei vizi da Prima Repubblica. Ma dal Pd la risposta è secca, dura e materializza lo spettro del voto: se Renzi e il suo partito deve "distruggere per esistere, il viaggio del Titanic è appena cominciato". Ad aprire il fuoco, politicamente parlando, è l'ex premier dal palco, infilando in mezzo al programma dei lavori ella seconda giornata di lavori, quella dedicata alla presentazione del simbolo e all'apertura delle iscrizioni, un affondo: "Le iscrizioni a Italia Viva saranno solo online, mai più signori delle tessere, ciao ciao correnti". Il Partito democratico non è citato, naturalmente, ma è a chiaro a tutti che il messaggio è diretto ai dem e la platea si scalda, contagiata dal fervore iconoclasta del fondatore. "Italia Viva sarà il primo partito de-correntizzato", tuona Renzi con un riferimento che sembra diretto a chi, prima della scissione, parlava della necessità di un Pd "de-renzizzato". Ma l'attacco più duro arriva dalla capogruppo di Italia Viva alla Camera, Maria Elena Boschi, di casa alla Leopolda come e forse più di Matteo Renzi. "Il Partito democratico sta diventando sempre di più il partito delle tasse. Noi non lo siamo", dice. Il riferimento è al braccio di ferro avviato dai renziani su Quota 100 e, da oggi, anche su altri punti della manovra come la sugar tax sulla quale Renzi e compagni annunciano emendamenti in Parlamento. Un braccio di ferro che coinvolge direttamente il premier Giuseppe Conte, impegnato su due diversi tavoli: quello di Quota 100 contro Renzi e quello del regime forfettario sulle partite Iva, in cui Conte se la vede direttamente con Luigi Di Maio. "Maria Elena Boschi dice che il Pd è il partito delle tasse? È una caratteristica di Maria Elena Boschi e mi dispiace. Le consiglio di essere alternativa alla piazza di oggi a San Giovanni, che io rispetto e che inevitabilmente porrà dei temi. Vorrei che Maria Elena Boschi e tutti i colleghi che sono nel governo fossero alternativi a Salvini e a CasaPound: se iniziamo a darci le patenti su chi è il partito di cosa non andiamo da nessuna parte. Mi auguro che quella della Boschi sia stata solo una scivolata infelice", ha tuonato il ministro degli Affari regionali e le Autonomie Francesco Boccia a Rainews24. Il vicesegretario del Partito Democratico Andrea Orlando a “L’Intervista” di Maria Latella su Sky TG24 ha invece dichiarato: "A proposito degli attacchi di Matteo Renzi e Luigi Di Maio alla manovra questo atteggiamento rischia di non raccontare una manovra che è tutt’altro che scontata. Poteva essere una stangata per gli italiani, mentre è stato neutralizzato l’aumento dell’Iva e ci sono diverse misure di carattere sociale. Misure che vengono coperte da polemiche di cui non si comprende la ragione. Dobbiamo dire con molta franchezza ai nostri alleati che ci devono dire se è cambiato l’avviso, se in qualche modo rispetto a quaranta giorni fa si ritiene che non ci siano più le ragioni per tentare questa scommessa. Noi pensiamo che ci siano, ci fidiamo di Conte e della nostra delegazione al Governo come degli altri ministri. Se qualche elemento di fiducia è venuto meno è meglio che lo si dica”.

Leopolda, Renzi: da qui nessun ultimatum al governo. L'attacco di Bellanova: «Nel  Pd c'erano le bande armate». Pubblicato domenica, 20 ottobre 2019 da Corriere.it. Nell'ultimo giorno di Leopolda — la kermesse con cui Matteo Renzi ha lanciato il progetto di Italia viva — il senatore ed ex premier tiene il suo discorso conclusivo e prova a sminare le tensioni con Palazzo Chigi: «Chi è stato qui in questi tre giorni ha visto che questo è un luogo dove sono fiorite delle idee. Dire qualcosa di positivo, proporre idee è fare politica non fare ultimatum. Se propongo di non tartassare le partite Iva non faccio un ultimatum. Noi abbiamo fatto il regime forfettario per le partite Iva, non siamo noi contromano. Non è arrivato nemmeno un ultimatum al governo da questo salone». Renzi però qualcosa da ridire ce l'ha, e insiste: « Agli amici della politica romana dico: proporre delle idee non è lanciare un ultimatum, è fare politica. Non ultimatum, ma primato della politica. Noi diciamo: ma che vi ha fatto di male il ceto medio per essere tartassato da tasse inutili?». L'insistenza è anche su Quota 100 — la misura simbolo di Matteo Salvini e uno dei provvedimenti bandiera del precedente governo che Conte ha confermato nella legge di Bilancio —: «Quota 100 è uno spot che costa 20 miliardi, uno spot di Salvini per dire che lui ha risolto il problema dei pensionati». Per Renzi è doveroso rivendicare quanto fatto per la nascita del governo Conte II: «Di fronte al tentativo di Salvini col diktat del Papeete di andare a votare alle sue condizioni, per mettere le mani sulle nomine e sulla presidenza della Repubblica, assieme alla voglia di qualcun altro di spruzzare qualcosina di novità nelle liste elettorali, con il costume di Salvini che avrebbe costituito la pagina più positiva della campagna elettorale ... Di fronte a questo diktat l'alternativa era solo fare politica — assicura il senatore —. Chi dice che bisognava andare a votare per coerenza, chiama coerenza quello che noi chiamiamo masochismo. Sì, ho cambiato idea e l'ho fatto in nome dell'Italia». All'avversario leghista, alla fine, Renzi manda a dire: «Goditi il Papeete, che a governare pensiamo noi». L'ex segretario del Pd ha parlato anche dei migranti: «L'immigrazione è un problema, chi dice il contrario mente. Il problema c'è e in prospettiva ci sarà sempre di più, Salvini non ha cambiato nulla se non l'umore degli italiani creando un clima di odio. Se vogliamo essere seri dobbiamo affrontare il problema». Prima del discorso conclusivo di Renzi, nella mattinata di interventi, non sono mancati gli attacchi al Pd. «Chi viene dalla mia storia sa che le divisioni non le ho mai fatte, ma in questo caso non si poteva fare diversamente. Perché c'erano le bande armate. Siamo stanchi di litigi inutili», ha detto dal palco la ministra delle Politiche agricole Teresa Bellanova, che è anche la capodelegazione del partito renziano al governo. Per la ministra «Italia viva non è solo la casa di quelli che ne hanno lasciato un'altra ma di chi una casa ancora non l'ha trovata. Quel progetto politico che doveva mettere insieme due forze riformiste non si è mai realizzato» e lo dimostra il fatto che «i patrimoni di quei partiti sono stati sempre tenuti separati».

Teresa Bellanova "più pericolosa dei brigatisti". Travaglio, tasse e manette: "Perché deve dimettersi subito". Libero Quotidiano il 20 Ottobre 2019. Teresa Bellanova "più pericolosa dei brigatisti". Per questo, secondo Marco Travaglio, la ministra veneziana dell'Agricoltura "deve dimettersi seduta stante". L'editoriale del direttore del Fatto quotidiano tocca nuove, forse ineguagliabili vette manettare. La colpa della Bellanova, ex Pd oggi capodelegazione di Italia Viva nel governo, è quella di aver coniato alla Leopolda uno slogan ingenuotto e arruffone fin che si vuole ("Siamo il partito del No Tasse") ma in apparenza innocuo. Non per Travaglio, che lo giudica addirittura anti-costituzionale, rispolvera la massima dell'ex ministro prodiano all'Economia Padoa Schioppa ("Le tasse sono una cosa bellissima"), ricorda alla Bellanova che è con le tasse che le paghiamo "l'auto blu e la scuola per il figlio) e ripete il refrain abusato dei condoni. Per poi finire in gloria: "I No Tasse, se stanno al governo, sono più pericolosi dei brigatisti" e la ministra renziana deve lasciare "non per come veste o quanto pesa, ma per quello che pensa e quello che dice". Reato di opinione fiscale.

Dagospia. ''PER CAPIRE GLI OPERAI CHE VOTANO LEGA, VI RACCONTO LA STORIA DI MIO PADRE''. IL POLITOLOGO MARCO REVELLI SCRIVE UN LIBRO-INTERVISTA CON LUCA TELESE, ''TURBO-POPULISMO". QUI UN ESTRATTO: ''DOPO LA GUERRA È SPARITA LA CIVILTÀ CONTADINA, CHE STA ALLA RADICE DI TUTTI NOI, E IL SUO PRIMO CARNEFICE È STATO IL BOOM, L’INDUSTRIALIZZAZIONE FORZATA E LA CIVILTÀ DEI CONSUMI. QUANDO NOI IN PIANURA FESTEGGIAVAMO IL MIRACOLO ECONOMICO QUEI PAESI FERITI DALLA GUERRA SI SPOPOLAVANO. È STATA LA TERZA APOCALISSE CULTURALE DEL XX SECOLO''

Da tpi.it il 26 novembre 2019. Oggi, giovedì 21 novembre, esce in libreria e in edicola il libro “Turbopopulismo, la rivolta dei margini e le nuove sfide democratiche”, Solferino editore: un dialogo tra Luca Telese e il politologo Marco Revelli sul populismo e le sue origini. Eccone un’anticipazione.

Marco, da anni studi il populismo, scrivi saggi su questo fenomeno, in modo totale, e quindi ossessivo. Come nasce questa passione?

«Il primo popolo che ho incontrato nella mia vita me l’ha fatto conoscere mio padre. In forma di racconto. Era un popolo piemontese contadino, un popolo in via di estinzione, pieno di dignità e di storia».

E poi?

«Il secondo era un popolo industriale e me lo sono andato a cercare io, quasi senza saperlo, quando mi sono iscritto all’università e mi sono trovato nella Torino operaia dei tardi anni Sessanta dominata dalla monocultura Fiat. Era un popolo moderno e sicuro di fare la storia, ma incredibilmente prossimo alla fine. Era anche quello un popolo in via di estinzione malgrado ciò che potevamo immaginare noi, presi dalle nostre certezze ideologiche, nel pieno degli anni caldi del secondo Novecento. Abbiamo discusso e forse addirittura ballato, negli ultimi cinque anni, intorno al fantasma del populismo. Tu con i tuoi libri, io con i miei programmi e con il mio lavoro di cronista, a volte incrociandoci lungo i percorsi del racconto, e sempre accompagnando questo viaggio con dialo­ghi, interviste, riflessioni, scambio di mail. Abbiamo avuto l’impressione di trovarci, in Italia, ma anche nelle nostre rispettive posizioni, nei luoghi privilegiati per capire questo fenomeno, decrittarlo, poterlo addirittura spiegare. Ma, come hai detto, non si può cominciare dal populismo, bisogna cominciare dal popolo. E, inevitabilmente, da te. Presentati, descriviti. Mi chiamo Marco Revelli. Sono nato nel 1947, il 3 dicembre, a Cuneo. Sono figlio di Nuto Revelli, che quando io ero piccolo non era lo scrittore consacrato oggi conosciuto, ma un ex partigiano che per campare faceva il camionista».

Dove vivevate?

«A Cuneo, ovviamente. Allora abitavamo in una tipica casa da dopoguerra: senza riscaldamento, senza ascensore, senza gli elettrodomestici e i comfort del tempo dei consumi. Mia madre portava su la carbonella dalla cantina con il secchio per riscaldare i locali e cucinare. Mio padre era tornato a piedi dalla Russia».

In senso metaforico?

«In senso letterale. Dalla campagna di Russia, da quella tragedia immane che ti racconterò attraverso i suoi ricordi, era uscito con due promozioni per merito di guerra. E con due medaglie d’argento appuntate sul petto. Tuttavia il trauma di quello che aveva vissuto lo aveva portato ad abbandonare la divisa. Era un figlio del suo tempo, figlio della generazione del Ventennio, programmata biologicamente e ideologicamente per andare a fare la guerra (in qualche modo per destino)».

Racconta.

«Mio padre aveva fatto l’Accademia militare a Modena, “allievo scelto”, primo del suo corso, nel gergo della truppa – come si diceva allora – in tutto e per tutto “un najone”. Ma tornato dall’esperienza drammatica dell’Armir, alla fine della guerra, qualcosa dentro di lui si era rotto, in modo irreversibile. Nel 1945 era il più giovane ufficiale superiore italiano (a 25 anni aveva il grado di maggiore), ma non ne poteva più dell’esercito».

Cosa intendi quando dici: era “programmato per fare la guerra”?

«Faceva parte a tutti gli effetti di quella “generazione del Littorio” che si era interamente formata nel Ventennio, all’ombra del regime, e che avrebbe avuto la biografia spezzata in due da quel “quinquennio di ferro” che va dal 1940 al 1945. Una generazione per la quale, cioè, la guerra era stata un destino segnato fin dall’infanzia, fin da quando si diventava “Balilla”.

Spiega cosa significava per chi oggi non lo sa.

«Le mobilitazioni, le divise e le parate, i discorsi di Mussolini, la propaganda ovunque, i “Campi Dux”, l’ottundimento e lo stordimento: direi che non avevano conosciuto altro che la retorica del fascismo e della guerra costretti com’erano a portare come fossero muli dei paraocchi grandi così…»

Era questa la sua percezione di lui?

«Ti racconto un aneddoto: quando l’Università di Torino molti anni più tardi gli conferì una laurea honoris causa in Scienze della formazione, lavorò per giorni a un discorso a cui diede un titolo secco, alla latina, quasi sentenziale: “Dell’ignoranza”. Parlava della propria ignoranza, e di quella degli altri come lui, della sua generazione».

Un giudizio di condanna senza appello.

«Sì, senza appello. Solo che non faceva questa riflessione dall’esterno, non si costituiva parte giudicante come un osservatore libero da colpe: parlava prima di tutto di se stesso, della propria, troppo a lungo condivisa, ignoranza. E della sua crisi di coscienza. Per questo non voleva che noi, i figli, rischiassimo di ripetere (e subire) la stessa esperienza dei padri».

Nuto Revelli era stato un giovane fascista, prima di diventare partigiano.

«Sì, fascista come quasi tutti i suoi coetanei. Raccontava di come era cresciuto nella zona grigia della dittatura, seguendo la corrente, senza mai avere la forza, o forse meglio la consapevolezza per distaccarsi da quei valori fasulli. La prima cosa che raccontava era il peso delle famiglie. I genitori della media borghesia italiana che avevano assecondato la fascistizzazione dei loro figli per paura di farne dei “diversi”, degli “emarginati”».

E poi c’era l’ambiente.

«Il regime aveva costruito una cultura avvolgente che aveva il suo punto di forza sociale nella difficoltà anche solo di immaginare di poterne stare “fuori”. Per quelli come lui, che, cresciuti in questo clima, non avevano conosciuto la politica, il mondo fuori non esisteva. L’unico mondo possibile era quello, che a un ragazzo offriva seduzioni potenti, a cominciare dallo sport, nel quale mio padre eccelleva (ha conservato a lungo, fino agli anni in cui io frequentavo il liceo, il record regionale di lancio del disco). Si era poi formato in grigioverde, sostituendo (o sovrapponendo) alla formazione fascista i va­ lori militari. E forse, per paradosso, era stato proprio questo anticorpo (inoculatogli all’Accademia) che lo aveva salvato e risvegliato. Appena giunto al battaglione si era presentato volontario per partire subito per il fronte russo, anche a costo di passare dalla divisione Cuneense, che sarebbe partita un po’ più tardi e che sarebbe rimasta quasi del tutto falcidiata, alla Tridentina di cui una parte almeno riuscì a sfuggire all’accerchiamento dei russi».

Perché?

«Perché – accipicchia – lui voleva farla davvero la guerra. Voleva dare il suo contributo. Non sopportava l’idea di lasciarla fare agli altri. “Sono partito per la Russia perché ritenevo che, venuta la guerra, un ufficiale effettivo avesse l’obbligo morale e professionale di parteciparvi”».

Obbligo morale.

«Lo scriverà nella Prefazione al suo diario di Russia pubblicato col titolo “Mai tardi”. E sottolineerà, in una conversazione qualche anno prima di morire, che lui quella guerra “voleva vincerla”. Il che ci dà l’idea di come una sorta di senso di predestinazione, e la retorica patriottarda e militarista, lo avessero reso cieco e sordo di fronte a ogni segnale premonitore».

In che senso?

«Le prime disfatte militari c’erano già state. Le prime prove della catastrofica impreparazione dell’esercito».

Come le conosceva?

«Nel suo battaglione, i veterani raccontavano a Nuto cosa era accaduto sui fronti di guerra che lui non aveva potuto conoscere: parlo di gente che aveva fatto il Fronte occidentale, l’Albania, la Grecia. Gente stanca di guerra, che aveva già preso coscienza dell’inganno. Uomini che avevano già visto tutto».

Le prime disfatte, Greci, Albani. 

«Avevano scoperto la cartapesta sotto la facciata scintillante della propaganda: le armi non sparavano, le scarpe con le suole di cartone pressato erano dipinte per sembrare cuoio ma si scioglievano nel fango delle colline albanesi o sotto il caldo dei deserti.

Gli speculatori. La prima aporia inspiegabi­le, la prima breccia nel muro della propaganda che un soldato non poteva spiegarsi senza entrare in crisi.

«Esatto. L’altra faccia del regime. Gli industriali complici che si erano arricchiti sulle forniture belliche. Questa percezione dell’inganno dopo diventerà un motore potente della presa di coscienza, il punto di scaturigine della rivolta civile. Ma non ancora nel 1941 e nel 1942. Non per il Nuto che si prepara alla guerra».

Aveva saputo ma non era bastato a fargli cambiare posizione. Interessante.

«Due anni di formazione militare dentro un’istituzione totale come l’Accademia pesano come una palla di piombo che lo teneva legato a quella storia e a quella mentalità come una catena».

Che improvvisamente si spezza.

«Perché poco dopo tutto questo deflagra improvvisamente come un’epifania che, proprio per questo, è sorprendentemente repentina».

Quando, e perché si verifica questa rottura?

«Già durante il viaggio che lo porta al fronte si manifestano le prime crepe».

Come una anabasi, come una discesa agli inferi.

«Il Novecento danzava nella stanzetta al quarto piano di via Felice Cavallotti. Di fronte alla forza dei racconti di mio padre, ho sempre cercato un termine di paragone altrettanto vivido. È in qualche modo la storia di “Cuore di tenebra”, nella prosa potente di Joseph Conrad. Sono le immagini di Apocalypse Now nella regia visionaria di Martin Scorsese. Sono gli occhi di uno sguardo giovane che si aprono davanti all’abisso».

In Apocalypse Now, che era ispirato a “Cuore di tenebra”, c’è quel punto improvviso in cui l’impalca­tura della menzogna propagandistica della guerra del Vietnam crolla. E per tuo padre questo quando era accaduto?

«Prima di tutto con la scoperta dell’Olocausto. O meglio, degli ebrei e del loro destino sotto il Terzo Reich».

Già durante il viaggio? Possibile? Non era un ricordo successivo retrodatato?

«Oh, no. Mio padre aveva intravisto i segni della deportazione in Polonia. Quando la tradotta si fermava era impossibile non vedere accanto ai binari quei corpi macilenti, vecchi, donne, bambini, coperti di stracci, con la stella gialla cucita sul petto».

E poi?

«Le SS impettite che li sorvegliavano e li trattavano come bestie da macello: gli indizi, i sintomi dell’industria dello sterminio che funzionava a pieno regime».

Questo quando, in che mese?

«Era il luglio 1942. Lui li guardava e cercava di capire. Ci raccontava che, mentre i suoi colleghi, ufficiali come lui, giocavano a scopa o a ramino per ingannare la noia del viaggio, lui passava ore a osservare quella gente con le casacche a strisce attraverso i finestrini. A interrogarsi sul significato di quello che vedeva. Sulla natura di quell’alleato a fianco del quale lo mandavano a combattere.

I nazisti.

«E dentro la sua testa, nel suo diario, inizia a prendere corpo e forza il grande rifiuto, un pensiero dominante: “Questa non è la mia guerra. Questa non è la mia guerra!”».

Sembra che queste memorie tu le abbia vissute direttamente, in prima persona. Sembra che stia raccontando di te stesso.

«Era una storia che riecheggiava di continuo, nella mia casa, come un alfabeto primario. Nei racconti diretti, nelle conversazioni di mio padre con i suoi amici e i suoi ex compagni. Con mia madre. Con i reduci. Era una musica che conoscevo a memoria, nota per nota. Sapevo tante piccole grandi cose, dettagli. Per esempio che il corpo di spedizione alpino era partito il 21 luglio 1942 dalla stazione di Rivoli. E dal treno si levavano canti. Canti tristi, di contadini costretti a diventare soldati: “Il lutto degli alpini che vanno in guerra, / la meglio gioventù va sotto terra…”».

È incredibile la velocità con cui tutto quell’entu­siasmo da allievo scelto si infrange.

«Vero. Ma era come se tutto ciò con cui mio padre e i suoi compagni avevano convissuto prima, senza volerlo vedere, si innestasse nella durezza spietata del racconto che stavano vivendo. Facendo sorgere domande fino ad allora sopite».

La domanda più grande, più lacerante di Nuto: “Di chi siamo alleati? Con chi stiamo combattendo?”

«Non era una questione da poco. E questa domanda era quella che disarticolava l’apparato delle certezze più consolidate. “I nostri alleati”, il popolo fratello e ariano: i tedeschi. E ancora più di loro: i nazisti. Ovvero le SS onnipresenti e visibili ovunque con le loro divise nere e lucide, i loro simboli di morte appuntati sui colletti e sulle mostrine. Un militare abituato al comando avvertiva questo codice di violenza immediatamente, senza bisogno di parole, anche da un gesto. Anche solo vedendoli scortare un convoglio. Anche attraverso il filtro di un vetro da un vagone. E questo Nuto lo scrive, lo mette nero su bian­co, già durante quel viaggio all’inferno.

Quante cose si possono osservare prima ancora di mettere piede a terra.

«A un certo punto mentre viaggiavamo tra la Polonia e l’Ucraina, ci confessò che una volta, passando tra le carcasse di convogli distrutti e case bruciate, gli venne una sorta di tentazione solo accarezzata, una specie di sogno a occhi aperti: il dubbio di disertare. Di spogliarsi della divisa. È un trauma enorme. Un sacrilegio, per un ufficiale in servizio permanente effettivo. Il mondo che si rovescia…»

Tutto vissuto da solo?

«Come dicevo, appena accarezzato nella sua mente. Per i soldati era diverso. Cantavano con rabbia la “canzone del disertore”, come una sfida alle gerarchie. Bestemmiavano la guerra. Odiavano i tedeschi. I “tugnín”, come li chiamavano in piemontese, residuo linguistico della Prima guerra mondiale. E poi li avevano già visti all’opera nelle precedenti campagne, soprattutto nei Balcani. È il segreto che era stato velato, e poi d’improvviso svelato…»

Scopre, appena arrivato in Russia, come i tedeschi trattano la popolazione civile.

«E qui di nuovo il suo racconto era fitto di immagini che arrivano come la sequenza di un film. È una carrellata di orrori in movimento. Isbe che bruciavano nella notte. Partigiani impiccati alle croci di legno dopo essere stati torturati per apprendere i segreti e i nomi dei compagni».

Arriva e dopo pochi mesi si ritrova nel tracollo del corpo di spedizione italiano. La sconfitta giunge subito dopo il battesimo del fuoco.

«Nel gennaio 1943 c’è la potentissima controffensiva russa dopo la battaglia di Stalingrado. Gli italiani vengono chiusi nella sacca. Un accerchiamento che corre per 159 chilometri di fronte. Tutta la Cuneense, tutta la Tridentina e tutta la Julia vengono prese nella tenaglia dell’Armata rossa, insieme alla divisione di fanteria Vicenza».

La fortuna di Nuto è che non viene fatto prigioniero.

«No. Lui era nel battaglione Tirano, che scampa alla catastrofe militare riuscendo a sfondare la sacca russa a Nikolaevka. Ma è una strana salvazione: sono liberi e distrutti, senza mezzi per poter essere trasportati. L’80 per cento dei loro compagni è morto o prigioniero. Qui inizia un viaggio di ritorno che è come una terrificante odissea: altre centinaia di chilometri. Da fare a piedi. Ancora nel gelo e nel nulla. Per la prima ferrovia disponibile per il rimpatrio».

Regalami un’altra immagine in questa galleria di ricordi indelebili. 

«Quella del giorno in cui escono dalla sacca. E in cui lo sconcerto si trasforma in odio. Mio padre lo raccontava così: “Noi eravamo piegati, le divise a brandelli, feriti e sconvolti. Da un lato c’erano i tedeschi che ci fotografano e ridevano. Dall’altro le donne russe che ci guardavano e piangevano”».

Lo scherno degli inconsapevoli. I nazisti non avevano capito che era finita anche per loro.

«Non era folle come può sembrare adesso. Avevano davanti a loro altri tre anni di guerra.

A Stalingrado si ritirarono anche loro. Il diario della sconfitta di Friedrich von Paulus era già stato scritto. Vero, ma nessuno sapeva nulla. I tedeschi nel 1942 non avevano avuto la percezione della disfatta, erano ancora un esercito, una macchina bellica efficiente. Si ritiravano sui loro mezzi meccanici, con la linea dei rifornimenti ancora relativamente integra».

E gli italiani?

«È il ricordo dell’umiliazione che aveva segnato i superstiti. A nulla era servito combattere con valore, sacrificarsi. Loro avevano i piedi avvolti nella paglia e nelle coperte, per impedire il congelamento. Avevano dovuto buttarli via quegli scarponi. Le dita si sgretolavano, diventavano nere, andavano amputate. Mio padre aveva la pleurite. Erano affamati, coperti di cenci: una colonna di straccioni che sfilava davanti ai signori della guerra».

E perché le donne russe piangevano, invece?

«Per un senso innato di umanità di quella popolazione contadina e in particolare delle donne. Perché vedendoli pensavano ai loro figli, molti dei quali magari erano partigiani o soldati nell’Armata rossa, ma non importa. Perché in quell’inferno il bene e il male si erano riconosciuti e divisi».

E qui il ragazzo dell’Accademia cambia mestiere. L’uomo coperto di stracci è diventato scrittore per necessità e spirito etico.

«Non era la sua vocazione. Era stato il suo destino. Era l’urgenza del racconto, la rivolta morale che prevaleva su qualunque cosa.

Perché lui, come Primo Levi, non si considera va uno scrittore.

«Quando gli chiedevano: “Come si qualificherebbe lei? Antropologo, storico, scrittore, saggista?”. La sua risposta era sempre la stessa».

Quale?

«“Sono un geometra”. Ma non era un vezzo. Era la sua verità, il suo titolo di studio. Nuto Revelli ha dovuto raccontare perché è stato tirato per i capelli dalla storia».

Altra immagine.

«L’8 settembre. Aveva visto i generali piangere, e scappare, per la disperazione. Li aveva visti togliersi la divisa, strapparsi i gradi dalle spalline e fuggire in borghese dopo aver abbandonato i soldati al loro destino».

E cosa era accaduto?

«Quando i tedeschi stavano per entrare in Cuneo era corso in caserma, a implorare i suoi superiori di resistere. Di sparare contro quel nuovo nemico. Li aveva trovati senza i gradi, uno stava imbarcando su un camion i suoi vasetti di gerani, per portarseli a casa… Il suo colonnello gli urlò di “non rompere i coglioni”».

Era la Patria che si sfaldava, insieme al Re sciaboletta in fuga e al suo esercito.

«Decise, insieme ad altri come lui, che se si voleva resistere si doveva fare da sé. Da ribelli. Questa era l’ultima rottura, quella che lo riconciliava con il suo codice e lo aiutava a capire. Era la parola più potente e nitida che un soldato, che un giovane, potesse sillabare e comprendere. Era il Tradimento. Lo stesso che aveva misurato nella piana di Nikolaevka, quando nel collasso degli alti comandi e nell’abbandono da parte di Roma, era toccato agli uomini di truppa come lui, i suoi colleghi di battaglione, i suoi soldati, fare la scelta. Il punto di non ritorno. Di fronte al tradimento aveva scelto di combattere. E, tornato in Italia, era diventato partigiano».

Adesso parliamo di come tu hai vissuto tutta questa storia.

«Era una paternità pesante da portarsi dietro, la mia. Perché quel vissuto di mio padre era una cosa spessa, vogliamo dire la parola “Ingombrante”».

Ingombrante.

«Sì. E te lo posso raccontare anche solo con un aneddoto. Io facevo la terza elementare. Quando ero bambino io, in terza si passava dalla maestra al maestro. Era un percorso didattico che aveva un senso preciso. Si abbandonava il modello femminile materno per passare a quello maschile, più severo (in qualche modo alla “legge del padre”, direbbero gli psicologi).

E cosa succede con il maestro?

«Che dopo pochi giorni io ritorno a casa e chiedo a mia madre: “Papà era un ladro?”».

Fantastico. E tua madre?

«Ovviamente mi dice: “Marco, sei impazzito?”. Io le rispondo: “Ma il maestro ha detto che i partigiani rubavano le mucche ai contadini”».

E la reazione di tuo padre qual è stata?

«Subito non disse niente. Nel pomeriggio andò in libreria a comprare una copia delle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana”. Nel frontespizio del libro scrisse, come dedica: “Perché sappia come sapevano morire i partigiani”. Poi me lo diede e mi disse di portarlo il giorno dopo al mio maestro. Nient’altro».

E tu come vivesti questo momento?

«Dentro di me fu il primo grande conflitto della mia vita».

Davvero?

«Pensavo che avrei dovuto dare quel libro al maestro, e che questo sarebbe stato un gesto di sfida. Mi chiedevo, con una certa preoccupazione, che conseguenze avrebbe avuto. Sarei caduto in disgrazia? Ma non era solo questo».

E cos’èra?

«Soffrivo perché mi sembrava di essere davanti a un dilemma difficile: dovevo seguire mio padre, i partigiani, sposare la loro causa? Oppure dovevo credere al mio maestro, alla scuola? È stato il primo, grande “conflitto di autorità” della mia vita».

E come si risolse il conflitto?

«Grazie a dio con una caporetto del maestro. Il conflitto che immaginavo non si verificò, perché il giorno dopo il maestro si dissolse. Mi aspettavo che si sarebbe arrabbiato, e invece di fronte al libro, che prese come se fosse un tizzone arroventato, si mise a balbettare: “Ma io non volevo dire… non era questo che io…”. Subito dopo trovò il modo di fare una filippica riparatoria, dipingendo i partigiani, che il giorno prima nel suo racconto erano ladri, come degli eroi».

Che idea ti facesti?

«Che il mio maestro era un poveraccio. Da un lato i partigiani, e il rigore di mio padre, il suo gesto senza nemmeno bisogno di parole. Dall’altro la balbuzie ridicola di questo italiano piccolo piccolo: “Mio papà le manda questo”. E lui che era impallidito e si era appiattito a terra: “Forse non hai capito, erano degli eroi, per carità!”. Ma io avevo capito benissimo».

Che cosa faceva tuo padre, una volta abbandonato l’esercito?

«Faceva il camionista.

Non ci credo. Perché?

«Perché dopo la smobilitazione questo aveva trovato da fare. D’altra parte aveva concepito un vero e proprio rigetto per tutto quanto gli ricordasse la vita militare, per quella cultura della guerra che aveva segnato la sua “vita precedente”, per quella sua prima identità, di ufficiale, di militare, di soldato».

Parli addirittura di “rigetto”?

«Ho in mente una frase che dice più di ogni altra cosa. Mio padre raccontava questo disagio con una immagine quasi violenta: “Quando vedevo qualcuno in divisa mi veniva voglia di saltargli addosso per strappargliela”. C’erano stati i morti, il sangue, la catastrofe…»

Questo dopo la fine della guerra. Prima c’era stata la Resistenza.

«Esatto. La guerra di Liberazione l’aveva combattuta con passione. Nel febbraio 1944 era entrato nella Banda Italia Libera, quella di Duccio Galimberti e Livio Bianco».

Partigiani azionisti.

«Dopo un po’ da questo gruppo originario di ribelli era nata la Quarta Banda e mio padre ne era diventato il comandante».

Ne aveva composto addirittura l’inno, chiamiamolo così…

Quante volte l’ho sentito, nella mia vita! Era nato come un coro di montagna, che prendeva corpo intorno alla melodia di un vecchio canto alpino. Aveva il titolo provvisorio di Bandiera nera, ma dopo la guerra questa canzone di battaglia diventò famosa come Pietà l’è morta. “Lassù sulle montagne / bandiera nera / è mor to un partigiano / nel far la guerra. / È morto un partigiano / nel far la guerra / la meglio gioventù / che va sottoterra”. Cupa, dolente, epica. Io, che faccio parte di un’altra generazione, l’ho riscoperta nella versione lirica e bellissima dei Modena City Ramblers, nell’album Appunti partigiani. A ripensarci adesso era anche l’autobiografia di tuo padre. Il film che gli era passato sotto gli occhi dalla ritirata di Russia fino ad allora: “Laggiù sottoterra / trova un alpino / caduto nella Russia con il Cervino. / Tedeschi traditori / l’alpino è morto / ma un altro combattente / oggi è risorto”».

Sì, è vero. In quei versi era riassunta tutta la rabbia di cui abbiamo parlato. Il tradimento era diventato il punto di scaturigine di tutto.

«“Che Dio maledica / chi ci ha tradito / lasciandoci sul Don / e poi è fuggito”, perché questi versi raccontavano la presa di coscienza di cui parlavamo. Ma c’era anche il racconto di tutta la speranza che attraversava quei ventenni, e nel finale era racchiuso il senso di urgenza di quella guerra. “Combatte il partigiano / la sua battaglia / tedeschi e fascisti / fuori d’Italia! / Tedeschi e fascisti / fuori d’Italia / gridiamo a tutta forza / pietà l’è morta!”. Quest’ultima strofa, ripeteva sempre quando era in coro con altri, “va cantata con rabbia!”».

E questa guerra partigiana Nuto e i compagni della sua banda, che poi prende il nome dei fratel­li Rosselli, la vincono.

«A un prezzo altissimo. Perdendo compagni carissimi. Arrivando a inseguire i tedeschi addirittura in Francia. I segni di questa battaglia mio padre se li porterà addosso per tutta la vita quando, dopo il settembre 1944, ferito al viso, sarà costretto a molte operazioni di chirurgia plastica. Ma finita la guerra Nuto mette un punto, non si dedica alla politica e inizia a fare il camionista. Incredibile. Si sposa con mia madre nel maggio 1945. È un uomo libero. Però – come si diceva allora – deve portare a casa il pane per poter vivere. Deve reinventarsi una vita e un mestiere. Questo significava che ogni giorno si alzava alle quattro del mattino e andava a portare un camion da Cuneo a Torino, e viceversa, trasportando materiali metallici. Ruderi, frammenti, rottami, pezzi di motore, putrelle, lamiere. Di tutto. Nuto per campare fa questo, sotto padrone, finché non riesce a mettersi in proprio».

Il salto come prende corpo?

«Quando mio padre riesce a mettere da parte i soldi per affittare un magazzino alla periferia di Cuneo. Arrivata al suo assetto ideale, di lì a poco, la piccola impresa conterà un magazziniere, due manovali e una segretaria. Quel magazzino oggi ci sembrerebbe una discarica di ferramenta, ma all’epoca, per i miei occhi di bambino, era il regno incantato dei giochi più belli. E poi… si compiva l’ultima magia.

Quale?

«Messi da parte i guantoni da lavoro e gli abiti sporchi di polvere e di pulviscolo rugginoso, ogni giorno, con grande e meticolosa regolarità, alla sera mio padre, come rispondendo a una chiamata, si metteva a scrivere».

All’inizio senza neanche avere un editore.

«Ma figurarsi. Scriveva mosso – diremmo oggi – da una condizione di necessità. Il primo libro lo pubblica con un piccolo editore cuneese, Panfilo, e suscita subito polemiche. Il primo libro si intitola “Mai tardi”. Che poi era il motto del suo battaglione. Il sottotitolo è “Diario di un alpino in Russia”».

Il diario esisteva veramente?

«Sì, solo gli ultimissimi giorni li aveva ricostruiti a memoria sulla base di alcuni appunti. Il titolo si spiegava con l’ultima frase del diario: “Mai tardi a farli fuori”».

Chi?

«I tedeschi, i fascisti, i gerarchi imboscati, ovviamente. Ma anche i generali ambiziosi e impreparati, tutti i responsabili di quella carneficina che, come abbiamo visto, mio padre era arrivato a odiare. Il libro appena pubblicato sollevò molte polemiche».

Com’era possibile?

«L’associazione degli ex alpini aveva una base di ex combattenti che condividevano quel racconto di verità e di denuncia, ma i suoi quadri dirigenti, nel 1945, erano costituiti soprattutto dai gradi elevati, le cosiddette “penne bianche”, tutti convinti del principio omertoso secondo cui “un buon soldato non deve raccontare quello che ha vissuto”. Ai civili, ovviamente. Tutto questo coro polemico torna, e ingiganti­to, quando nel 1962 esce da Einaudi “La guerra dei poveri”. L’editore più importante, il momento poli­tico rendono ancora più dura la polemica contro il Revelli narratore. Sì, è subito polemica. Con argomentazioni che oggi sembrerebbero anche solo difficili da spiegare a una classe di ragazzi. Ma che all’epoca ci erano chiarissime. Se non altro perché molti di quelli che avevano mandato a morire i ragazzi sul Don erano ancora vivi. E soprattutto perché qui iniziò il lavoro più importante della vita di mio padre: quelle vittime erano una ferita terribile, e aperta, nella società italiana. Per le famiglie, per le madri e i padri che non avevano visto nemmeno i corpi dei loro figli».

Cosa vedevi, in questo lavoro, con i tuoi occhi di ragazzino?

«Quasi il senso di un dovere. Di un debito da onorare. E persino una sorta di lavoro di squadra. Nella nostra casetta di Cuneo la scrittura diventa una funzione quotidiana, silenziosa. Lui scrive a mano e lei, mia madre, ribatte i testi a macchina. Il che all’inizio mi confonde le idee».

In che senso?

«Pensa che a scuola andavo a raccontare: “Lo sapete che mia mamma sta scrivendo un libro sui partigiani?”».

Ah ah ah. Il successo dei libri einaudiani porta ricchezza?

«No, figuriamoci, con quei diritti d’autore non si campava. Lo stipendio lo garantisce il magazzino dei rottami. A cui le cedole aggiungono, se così si può dire, una sottile spolverata di generi voluttuari».

Però gradualmente, in questo rito civile di scrittura e memoria, alla ricerca del popolo perduto della Russia, vieni coinvolto anche tu.

«Sì, parzialmente. Molto parzialmente. Non sono più un bambino, e a metà degli anni Sessanta incomincio a seguirlo nel periodo in cui lui inizia a raccogliere prima le testimonianze de “La strada del Davai” (i reduci dalla prigionia in Russia) poi quelle de “Il mondo dei vinti” e de “L’anello forte”. Duecentosettanta interviste registrate e stenografate. Un lavoro immane. Una odissea. Nuto va a casa dei contadini costretti a diventare soldati e li fa raccontare. Infatti i punti chiave di questa mia iniziazione sono due. La prima cosa è che acquisisco la coscienza che esiste un popolo dolente, ferito, carico di dolore».

Chi sono?

«Sono gli abitanti delle valli che frequento, sono uomini che magari conosco, anche solo di vista. Sono gli ultimi eredi di una antichissima civiltà contadina piemontese, ma anche in qualche modo universale, simile sulle Alpi come sull’Appennino o in Macedonia, in Albania, in Ucraina…

E la seconda cosa che ti sorprende?

«Non so ancora come, ma mio padre questo popolo riesce a farlo parlare. E io, ascoltandolo, vedendolo al lavoro capisco cosa sono un popolo, una cultura, una identità».

Parte da qui – per così dire – la tua lunga ricerca sul populismo.

«Capisco anche – e me lo ricorderò sempre – quanto male siano capaci di fare i leader che possiamo chiamare fin da allora “populisti” a quel popolo che evocano retoricamente e che regolarmente sacrificano al proprio smisurato “Io”…Nuto aveva reso il suo lavoro sempre più enciclopedico, e si era messo a raccogliere le lettere dei caduti de “L’ultimo fronte”. Sono le parole dei morti. Anche loro, una parte di quel “popolo” tradito. Le parole dei morti che riprendono vita. Sono le carte arrivate dall’oltretomba, le scritture di chi non è tornato. Sono i militi ignoti che riacquistano identità e vita davanti ai nostri occhi. E che non parlano di Patria e di Guerra ma domandano del vitello o del raccolto, chiedono di spedirgli calze di lana e pane. Soldati rimasti contadini. Una lunghissima lista di figli, mariti, fratelli, ancora dati per “dispersi” dalla ipocrita burocrazia della guerra con le madri che all’infinito ne aspettavano il ritorno».

Una sola domanda: perché?

«Due risposte. Perché sulla guerra si mente sempre. E poi perché serviva alla propaganda anticomunista. Il mito dei prigionieri oltrecortina alimentava il rancore verso l’Unione Sovietica. E rendeva possibile occultare il grande tradimento, l’impreparazione, la profondità di quella disfatta. Un cerchio propagandistico perfetto in cui ti sollevavi da una responsabilità inventando una colpa».

E invece?

«Erano morti. Morti. Nel ghiaccio e nella neve. Sotto il fuoco dei cannoni e delle mitraglie. Di stenti o di tifo petecchiale nei campi di prigionia. Morti. E mio padre lo sapeva bene. Perché era stato con loro. L’esserci stato, aver condiviso il dolore, essere stato uno di loro era ciò che gli permetteva di connettersi a quel popolo. Era ciò che lo trasformava in un medium tra questi italiani muti e la società in cui vivevano. Mio padre entra dentro questo gigantesco bacino di dolore che c’era nelle nostre valli. Un esercito di diecimila persone – la divisione Cuneense – che si era dissolto nel nulla, e ne esce recuperando la memoria delle parole perdute. Diecimila persone voleva dire venti o trentamila famigliari prossimi. Un’intera generazione montanara e contadina azzerata. E a queste madri, a questi padri, a questi fratelli e a queste sorelle mio padre chiedeva il sacrificio più grande: di consegnargli la reliquia. Perché lui prende le lettere, i manoscritti originali e li trascrive. E li mette insieme: è un testamento corale. Un poema struggente che arrivava dall’inverno russo».

Come faceva a conquistare la loro fiducia?

«Perché lui poteva dire: “Io questa guerra l’ho fatta”. Perché parlava la lingua di questo popolo, il dialetto piemontese contadino. E perché c’era il vincolo della fiducia: non arrivava mai in una casa contadina senza un mediatore. Senza qualcuno che garantisse».

Chi erano queste famiglie?

«Era un popolo enormemente rassegnato, tradito. Uomini e donne che in guerra avevano subito le decisioni criminali dei politici e dei militari come in tempi di pace si subiscono la grandine e la valanga. Questo popolo era stato lasciato spaventosamente ai margini».

Erano elettori, però.

«Ancora nel 1946, in nome di un vincolo di lealtà antica, avevano votato per il re e per la monarchia, perché le cose non sono mai semplici e lineari. E però si portavano dentro questo lutto epocale. Un autorevole storico, Alessandro Casellato, specialista di storia orale, ha parlato, a proposito di quest’attenzione per le sofferenze degli “ultimi”, di un “populismo azionista”. Nel senso del Partito d’Azione, accostando Nuto Revelli e Emilio Lussu. È un’espressione che mi convince. Ma c’erano anche i partigiani. C’erano i comunisti. A Cuneo di comunisti ce n’erano pochi. Rare fabbriche e niente classe operaia. Per me i comunisti a Cuneo erano Gastaldi».

Gastaldi? Non conosco questo nome. Era un dirigente piemontese?

«No. Gastaldi era l’addetto dell’azienda del gas che passava a controllare i contatori nelle case. Onesto, pulito, gentile e sobrio, con la parte superiore della tuta blu quasi come una divisa. Il figlio aveva vinto la borsa di studio alla Normale di Pisa. Era uno scrupoloso lavoratore dipendente, un Operaio, faceva un lavoro che lo portava a contatto con la gente, ma allo stesso tempo aveva questa forza interiore, l’orgoglio di una formazione che lo emancipava dalla sua condizione sociale».

Che tipo era?

«Era un colto che leggeva libri e discuteva di tutto, e che aveva il figlio intelligente e fenomeno. Poi, certo, c’erano gli ex partigiani della provincia di Cuneo, quelli di Pompeo Colajanni e del Nizza Cavalleria di Pinerolo. Ma per me il popolo comunista era lui».

Tuo padre invece era azionista.

«Mio padre è stato consigliere comunale per tre mesi del Partito d’Azione, alla Liberazione, ma poi si è dimesso quasi subito. Anni dopo per un breve periodo è stato vicino al Partito socialista: nel 1956, quando Antonio Giolitti, in polemica con i fatti d’Ungheria, passò al Psi e gli chiese di dargli una mano. Ma poi non è stato mai più iscritto ad alcun partito».

E tu? Quando inizi a fare politica?

«Da ragazzo sono stato un giovane socialista. Nel 1966-1967, a vent’anni, sono un giovane lombardiano, che partecipa anche al convegno della corrente a Ostia. E poi scoppia il 1968 e tutto questo si polverizza in un nanosecondo. Ma non c’è da rimpiangere nulla. La vita di partito era miserabile, i notabili erano orribili. E c’è la lotta, ci sono le occupazioni all’università. Addirittura in anticipo rispetto al maggio francese. Infatti abbiamo occupato Palazzo Campana già alla fine di novembre 1967 e siamo stati sgomberati nel gennaio 1968, siamo stati buttati fuori dalla polizia, presi a calci e malmenati. In quei mesi è prima di tutto una battaglia anti-autoritaria che prende corpo tra novembre 1967 e marzo 1968».

Sei uno dei leader?

«Macché, ero un peone. Cercavo di imparare da chi aveva esperienza, guidavo i controcorsi, dormivo nel Palazzo occupato, partecipavo ai picchetti e ai volantinaggi».

E poi?

«Poi nel fine settimana ritornavo a Cuneo, a condividere con gli altri quel vento nuovo. Ricordo un litigio nella federazione del Psi, quando siamo andati a gridare loro: “Oggi la polizia ci ha sgomberati! Ha attentato alla libertà! E voi dove eravate? A contare le tessere!”».

E la risposta del partito?

«Nessuna. Non hanno mosso un dito. Il mondo esplodeva, il Vietnam, Berkeley, il papa… la storia cambiava e loro erano lì a fare le tessere».

E allora verso dove guardate?

«I comunisti ci fanno il filo. “Una gioventù ribelle”, dicono. Il che ovviamente è meglio di quello che avevamo sentito dal Psi».

C’è un però, lo sento.

«Ci apparivano anche loro vecchi. Il Pci voleva cambiare il governo, mentre noi, nella primavera del 1968 siamo attraversati dall’utopia, vogliamo cambiare il sistema e il mondo. E l’anno dopo, quando nasce, ti iscrivi a Lotta Continua. Sai che non c’è mai stata una tessera? Non c’era un’iscrizione, e anche questo è rivelatore. Però sì, sono lì dentro. Con rabbia. Con l’idea che “operai e studenti uniti nella lotta…”, con i volantinaggi all’alba a Mirafiori.

C’è stato il conflitto con il padre, che ha attraver­sato la tua generazione, a casa Revelli?

«Be’, sì e no. C’è stato scontro sulle ansie, sulla preoccupazione, sullo “stai attento”. Ma poi io gli sentivo dire – non a me, ovvio: “I giovani hanno ragione, questo Paese fa schifo”. E io lo rispettavo. Anche se il gioco dei ruoli faceva sì che non ce lo potessimo dire. Ma ogni corteo era una tragedia. Iniziano a nascere i servizi d’ordine. Molto dopo. Il 1968 non era militarizzato. Un movimento di massa libertario, spontaneo, disorganizzato, in cui c’entravano molto anche la rivoluzione sessuale, la rottura contro la polvere di una società ingessata che dopo la stagione dei consumi stava scoppiando».

Chi era il tuo maestro?

«I miei riferimenti erano Guido Viale e Luigi Bobbio. Allora avevano tre-quattro anni di più di me, ed erano come un secolo».

Inizi anche a fare dei lavoretti.

«Allora esisteva la professione di andare a vendere a rate i libri della Feltrinelli o le collane della Einaudi. E io, quei libri, li divoravo: Frantz Fanon e Rosa Luxemburg negli eleganti volumi della Nuova Universale Einaudi. E il “capitolo VI inedito” de Il Capi­tale, quello con il noto “Frammento sulle macchine”, opera che ancora oggi considero imprescindibile…»

Ancora attuale, intendi?

«C’era il discorso straordinario sul passaggio dal plusvalore assoluto al plusvalore relativo. Ovvero l’intuizione di come il capitalismo trasforma il modo di lavorare e insieme gli uomini che lavorano».

Prova a proiettarlo nel nostro presente.

«Pensa al salto non solo tecnologico prodotto dalla rete e dalla telematica. E alla finanziarizzazione selvaggia. C’è un nesso che per me è importante. Si passa “dalla produzione di merci a mezzo merci”, che nel celebre saggio di Piero Sraffa rappre­senta il passaggio all’era moderna, al tempo della rete in cui i social diventano “produttori di merci a mezzo di utenti”. Tu sei il consumatore che com­pra il prodotto, ma anche la materia prima che ser­ve per fare il prodotto. Esatto. E a quello che Luciano Gallino chiama “finanzcapitalismo”, con la “produzione di denaro per mezzo di denaro”… Il vecchio Marx si sarebbe divertito moltissimo a lavorare in questo tempo. Ma mentre i modelli del liberismo sono invecchiati alla velocità della luce nel tempo della globalizzazione, le chiavi di lettura di Marx si rivelano attualissime, perché lui questo tempo in cui gli spiriti animali convivono con l’età dei consumi, lo sfruttamento con gli smartphone, e i nuovi ricchi con i rider lo aveva intuito. Anche se noi all’epoca, a essere onesti, eravamo concentrati su altri temi».

Quali?

«L’alienazione dell’operaio della catena. La diseguaglianza. Leggevo “Operai e capitale” di Mario Tronti, e insieme Claude Lévi-Strauss di “Tristi Tropici”, e pensavo che la classe operaia avrebbe cambiato il mondo restituendo gli uomini alla loro vera natura».

E la violenza a sinistra quando arriva, e come?

«Dopo piazza Fontana. Dopo quella che noi chiamammo, e con il senno di poi e con tutto quello che abbiamo scoperto non me ne pento, “la strage di Stato”».

Ed è a quel punto che litighi con tuo padre.

«Sì. Come posso spiegarti? Io dicevo cose del tipo: “Saragat è il primo responsabile della strage”. E lui ci restava quasi male».

Non perché amasse particolarmente Saragat…

«Oggi credo perché amava la Repubblica che aveva contribuito a costruire. Perché avvertiva come un pericolo tutto quello che a destra o a sinistra portava fuori dal perimetro dell’arco costituzionale. Adesso capisco che aveva paura di una fuoriuscita dalla legalità».

E aveva ragione. È quello che poi, per una scheggia impazzita di quel movimento che poi è finito nella lotta armata, in realtà sarebbe accaduto davvero. Ma tu non ne eri consapevole, all’epoca?

«Aveva paura. Paura di quella che Adriano Sofri molti anni dopo avrebbe chiamato “la perdita dell’innocenza”».

E cosa dicevi invece a tuo padre?

«Cose anche terribili, ripensandoci oggi. Tipo: “Con tutto quello che hai fatto nella tua vita oggi non capisci niente!”. Ne restava ferito. Rispondeva alle mie mattane con lunghissimi silenzi punitivi».

Che tipo di padre era Nuto Revelli?

«Mah, direi un padre non facile da gestire. Non certo assente. Mi diceva: “Guarda di non farti prendere dalla dimensione totalizzante della politica”. “Non passare il tempo a ciclostilare invece che studiare e pensare a laurearti. Altrimenti non sarai mai libero di fare le tue scelte, sarai sempre ostaggio dei politici di professione”. E infatti riesci a fare la tesi quasi in tempo. Malgrado la febbre per la politica. Nel 1972 ottengo la mia laurea in Giurisprudenza con Norberto Bobbio e Alessandro Passerin d’Entrèves. Tesi sulle “interpretazioni del fascismo da parte degli storici e dei contemporanei”».

Quanto prendi?

«Mi danno 110 e lode con dignità di stampa.

E Bobbio com’era?

«Non voleva essere chiamato maestro ma lo era».

Quel giorno tuo padre era con te.

«Nevicava. Era l’unico presente in aula magna oltre i professori».

E che cosa disse?

«Solo cinque parole: “Bene. Adesso torniamo a Cuneo”».

Loquace.

«Telefonammo a mia madre con i gettoni. Poi io mi rimisi sulla mia 500, lui con la sua auto e andammo a casa. Ma era orgoglioso di me e io lo sapevo».

Poi hai avuto una 127.

«Sì, bianca: “Macchina modello / attento Agnelli faremo un macello”».

Oddio, e tuo padre?

«Era partito dalla Topolino… ho ancora una cicatrice qui vedi? Un ragazzino gli tagliò la strada e per evitarlo andò contro un palo. Poi il percorso canonico del boom: la 600 poi la 1100 D. E infine quella con cui tornò quella sera: l’unico lusso della sua vita. L’Alfa Romeo Giulia, che non mi aveva mai fatto guidare. Come non potevo toccare le sue stilografiche…?»

Nel 1976 Lotta Continua si scioglie al congresso di Rimini. Che ricordi hai?

«Non ci sono andato. Ho capito che era finita alle elezioni del 1976. E qui c’è un punto decisivo che ha a che fare con il nostro tema.

Il risultato elettorale?

«Quando alla lista manca il quorum mi rendo conto che avevamo parlato per otto anni di quel mitico popolo operaio e non avevamo capito che quelli che avevamo intercettato erano solo una piccola parte del vero popolo».

Hai creduto che Luigi Calabresi fosse responsabile della morte di Pino Pinelli?

«Sì certo, l’ho creduto. Continuo a pensare ancora adesso che un innocente che entra vivo in questura e ne esce cadavere pesa sulle coscienze di tutti quelli che restano vivi».

E hai gioito per la sua morte?

«No, ma non per simpatia nei suoi confronti. Ero convinto che bisognasse portare fino in fondo il processo. Lo volevo condannato».

È stato ucciso da Lotta Continua?

«Chi possa averlo fatto non lo so. La nostra galassia si stava scomponendo, un pezzo era finito nella lotta armata. È possibile che una scheggia impazzita che veniva da Lc abbia deciso di farsi giustizia da sé, ma sono convinto che non ci sia stato un ordine militare come ha raccontato Leonardo Marino».

Chi hai conosciuto che è finito a sparare?

«Tanti. Gente approdata in Prima Linea, che per me erano mostri fin da piccoli. Roberto Sandalo aveva una spiccata tendenza criminale. Ma ricordo un altro poveraccio, Marco Fagiano, che invece forse voleva solo vendicare tante ingiustizie che aveva visto o subito».

Che identità avevano?

«Alcuni, spesso provenienti dal mondo cattolico, che pensavano in buona fede di fare come Camilo Torres. E altri che anche se si dicevano comunisti rivoluzionari avevano la struttura psicologica del nazista. È impossibile generalizzare».

Che cosa li univa? O meglio, che cosa ti divide va da loro?

«Ciò che io odiavo più di ogni altra cosa: il disprezzo per la vita umana, la voglia di emergere attraverso la capacità di fare del male».

Quindi ecco l’elenco dei primi popoli della tua vita: soldati partigiani, operai, giovani ribelli, terro­risti. Ritorniamo al “primo popolo”, il più antico.

«Mah, forse quello è l’unico popolo a cui questo nome si attaglia davvero. Ritorno al lavoro di mio padre sul “mondo dei vinti”. Quel suo lavoro ha permesso di prendere la parola a una civiltà che stava scomparendo nel silenzio, e che era davvero una “civiltà”».

Spieghiamolo.

«Voglio dire, un corpo coeso e compatto di credenze e di costumi, di modi di pensare e modi di vivere, di sistemi di relazioni e di sistemi di simboli, un immaginario coerente con le forme della riproduzione della propria esistenza collettiva, in cui gli individui non erano distinguibili dalle loro comunità. In vent’anni – in un amen, potremmo dire – quella storia è scomparsa, si è estinta. Come le civiltà sepolte di C. W. Ceram, come i maya o gli aztechi di fronte a Hernán Cortés, come gli etruschi inglobati dai romani. Ma ascolta bene questo. Era la civiltà contadina che stava scomparendo, quella che sta alla radice di tutti noi, e il suo primo carnefice è stato il boom, l’industrializzazione forzata e la civiltà dei consumi. Quando noi in pianura festeggiavamo il miracolo economico quei paesi feriti dalla guerra si spopolavano. È stata la terza apocalisse culturale del XX secolo».

Chi si è salvato? Come?

«Chi è sopravvissuto è finito in catena di montaggio alla Fiat, alla Michelin, alla Ferrero. In montagna sono rimasti solo gli anziani a stentare e a morire».

E la lezione qual è?

«Quella di mio padre che cercava la sua Itaca. Scappava di casa con il magnetofono a tracolla, un Grundig a batterie di cui tra l’altro era orgogliosissimo, il suo ferro del mestiere. Io – oggi me ne vergogno – lo guardavo con un sorriso un po’ di commiserazione».

Perché?

«Pensavo: ma cosa corri dietro a questi vecchi relitti del passato? Io sì che sono nel fiume della storia quando vado alle porte della Michelin, o della Fiat, dove si cambia davvero “lo stato di cose presente"».

Lui è riuscito a mettere in sicurezza quella storia: il suo immaginario, le sue tradizioni, la sua lingua. Tu inseguivi le tute blu.

«Li immaginavo come il centro di tutto, gli “eredi della filosofia classica tedesca2, la classe operaia ribelle degli anni Settanta come il punto archimedico per cambiare il mondo. Non avevo capito nulla. Un popolo senza una cultura “propria” che non fosse un’identità politica sovrapposta alla loro condizione e affidata alla macchina di partito, e – oggi purtroppo lo sappiamo – senza futuro».

Come sei disincantato.

«No. Obiettivo. I migliori di loro destinati a morire per il nerofumo della gomma, i carcinomi, i tumori del reparto verniciatura, le esalazioni dell’antirombo. Quasi tutti in procinto di finire cassintegrati, battuti, privati della loro identità nel momento in cui sono stati separati dalla loro fabbrica».

E dove sono finiti, oggi, tutti quanti?

«Li puoi andare a cercare, se ti fai un giro. Perché qui inizia il nostro racconto. Li puoi trovare a invecchiare sulle sedie di paglia nelle piazzole di barriera di Milano o alle Vallette. A bestemmiare contro chi li ha abbandonati così. Ad arrabbiarsi contro gli extracomunitari e gli zingari… E a votare Lega».

·         La Sinistra: un Toga Party.

L’ex pm Paolo Mancuso è nuovo presidente del Pd napoletano: ormai è un toga party. Marco Demarco il 10 Dicembre 2019 su Il Riformista. Si dice giustizialismo e si pensa ai Cinquestelle, a Di Maio, Travaglio e Bonafede. Ma il Pd? C’è un giustizialismo che non si esaurisce nell’esibizione delle manette, ma che vede nella competenza giudiziaria l’unica, l’assoluta, la sola in grado di tenere insieme il mondo. È il giustizialismo in cui il Pd sguazza. Ecco di cosa si tratta. L’ex magistrato Paolo Mancuso, già pm anticamorra e procuratore capo a Nola, è stato appena nominato presidente del Pd napoletano. La notizia è questa, buona per chi, nel partito dei notabili, aspettava da tempo un nome capace di mettere ordine in un groviglio di interessi e meschinità, che Renzi, quando era segretario, avrebbe voluto incenerire con un lanciafiamme. Ma se questo è il fatto, il contesto è molto meno rassicurante. La scelta di Mancuso è la conferma di un forte squilibrio di sistema: la prova, a dirla tutta, di quanto si sia consolidato negli anni il sodalizio tra i magistrati “di sinistra” e il maggior partito di area. Un sodalizio che risale ai tempi della questione morale di Berlinguer, alla presunta diversità etico-politica dei “buoni” per autodefinizione, ai nomi di Luciano Violante, Anna Finocchiaro, Gerardo D’Ambrosio e Felice Casson, e che senza risalire troppo nella memoria del Pci e sorvolando sul legame tra giustizia e politica che divenne strategico nella stagione di Tangentopoli, arriva fino a oggi, quando il fenomeno, oltre che la Storia, torna a occupare la cronaca. Specialmente nel Mezzogiorno. L’ex magistrato Gennaro Marasca, già autorevole assessore nelle prime giunte postcomuniste di Napoli, è neocomponente della direzione provinciale dello stesso Pd di Mancuso. L’ex magistrato anticamorra Franco Roberti, già assessore regionale di Vincenzo De Luca, il governatore della Campania, è eurodeputato del Pd, eletto da capolista nella circoscrizione meridionale. La magistrata Caterina Chinnici, figlia di Rocco, ucciso dalla mafia, è al pari di Roberti eurodeputata Pd eletta come capolista nella circoscrizione delle isole. E poi ci sono i Michele Emiliano in Puglia, i Pietro Grasso in Sicilia e, caso a parte, Raffaele Cantone che a differenza di tutti gli altri non è mai sceso (o salito o passato) in politica, ma continua a essere in cima ai pensieri del Pd per ogni sorta di alta carica istituzionale. La lista è talmente lunga che basta e avanza. Il partito dei giudici esiste, eccome. Ma non in senso metaforico, a indicare un orientamento di fondo, una egemonia culturale, una presenza forte ma fisicamente impalpabile. Il partito dei giudici è il Pd. Neanche il tempo di andare in pensione o di dimettersi dai ruoli – e qualche volta addirittura con la toga ancora sulle spalle – ed ecco, pronto, il posto in politica. Ormai il passaggio da una funzione all’altra è quasi un avanzamento automatico di carriera. Come lasciare la Nunziatella e passare nell’esercito. Tanto che a pensar male può farsi strada il dubbio che molto di quello che si fa prima, nelle aule di giustizia, possa essere funzionale a quel che si farà dopo, nelle sedi del partito. Ma detto questo, e subito negato per i singoli casi citati, non è che a pensar correttamente il quadro invece migliori. A conti ultimati e lista alla mano, infatti, il Pd si presenta con una rappresentanza a dir poco sbilanciata, come se nella cosiddetta società civile non ci fossero anche imprenditori, disoccupati, operai, scienziati, creativi e professionisti a cui dare voce con pari ossequio e uguale amplificazione. Possibile mai che solo Giuliano da Empoli, in Gli ingegneri del caos, abbia notato che i consulenti più richiesti dai grandi leader mondiali siano oggi i fisici, abituati a destreggiarsi tra i grandi numeri e l’infinito pulviscolo di particelle accelerate? Peggio ancora, il Pd si presenta con una idea di Mezzogiorno inevitabilmente a una dimensione. Senza sfumature e distinguo. Una visione panpenalista, direbbe chi mangia pane e reati. Giustizialista, apocalittica, sospettistica e, in ultima analisi, punitiva e purgatoriale, diremmo noi. Come se il Sud fosse tutto e solo criminalità, intrigo gomorrista, trama oscura, capitalismo amorale e corruzione “seriale e diffusiva”, per definirla alla Davigo, e non avesse, invece, drammatici problemi di modernizzazione da risolvere, al di là delle competenze giudiziarie. Nessuno, poi, che alla luce di tutto questo si chieda come mai i nodi qui in Italia, e specialmente al Sud, comunque restano. E nessuno, ancora, che si interroghi sul perché la scelta di uomini come Mancuso ed Emiliano e le candidature simboliche di Roberti e Chinnici non aiutino la sinistra a uscire dal clamoroso paradosso in cui si è cacciata. La sinistra, in quanto storica paladina dell’uguaglianza, dovrebbe riflettere su come mai, in questi anni, con l’aumentare dei divari economici e delle diseguaglianze civili non ci sia stata una sua parallela crescita elettorale. Ma si ostina a non farlo, per ritrovarsi invece in affanno e sotto assedio, con i populisti e i sovranisti alle porte. Una previsione? Entri la Corte! Di questo passo, è così che si dirà un giorno, quando per fare il punto sulla crisi in atto si convocherà d’urgenza la segreteria politica del partito.

·         Democrazie mafiose. «La sinistra è una cupola».

DEMOCRAZIE MAFIOSE. L'altra faccia del sistema democratico. Panfilo Gentile. Dalla prefazione di Sergio Romano "La riedizione di un libro polemico non è mai un’operazione neutrale... Se potesse vedere ciò che è accaduto in Italia dopo il 1992, Gentile constaterebbe che il quadro è cambiato. La parola partito, anzitutto, è scomparsa dalla ragione sociale di un certo numero di formazioni politiche: Forza Italia, Democratici di sinistra, Alleanza Nazionale, Margherita, Lega Nord, Rinnovamento Italiano, Italia dei Valori, Socialisti italiani, Verdi, Il Sole che ride... Ma il declino dei partiti e la perdurante debolezza degli esecutivi hanno avuto il paradossale effetto di rendere l’Italia non meno mafiosa di quanto fosse all’epoca della Prima Repubblica. Mi servo della parola, naturalmente, nel senso usato da Gentile. "Mafiosi", in questo caso, sono gli organismi e le istituzioni in cui lo spirito di parte e l’interesse corporativo prevalgono, non dico sull’"amor di patria", ma su un’attenta e prudente considerazione dell’interesse generale. Al declino dei partiti corrisponde, in Italia, il rafforzamento delle corporazioni... Abbiamo finalmente un governo di legislatura che si proclama liberale. Ma non è riuscito a smantellare i veri nemici del liberalismo: le corporazioni... Se Panfilo Gentile, evocato dalle condizioni del suo paese, riapparisse come un personaggio di Pirandello dietro la macchina per scrivere fra i cani e i gatti del suo appartamento romano, avrebbe materia per un altro dei suoi folgoranti pamphlet. A noi non resta che rileggere l’ultimo della sua vita".

UN BRANO: "... le "democrazie mafiose" sono rappresentate da quei regimi che, nel quadro delle istituzioni democratiche tradizionali (volontà popolare, governo rappresentativo, accettazione delle decisioni di maggioranza e rispetto delle minoranze), riescono ad esercitare il potere ed a conservarlo attraverso il sistematico favoritismo di partito. In altri termini le democrazie mafiose sono regimi di tessera, né più né meno dei veri e propri regimi totalitari. La differenza tra i due sistemi è che nei regimi totalitari vi è una tessera unica mentre nelle "democrazie mafiose" sono consentite più tessere; ma siccome si tratta di tessere confederate al vertice si tratta pur sempre in definitiva di un’unica e stessa tessera: quella o quelle privilegiate di coloro che stanno al potere. Infine: la tessera del potere."

Descrizione. Panfilo Gentile può essere considerato come un discepolo di Gaetano Mosca e di Vilfredo Pareto almeno nel senso che egli, secondo l’insegnamento di questi eminenti maestri, cerca di individuare la realtà che si nascondono dietro le coperture ideologiche ed istituzionali di superficie. Le moderne democrazie vorrebbero essere ideologicamente ed istituzionalmente un governo del popolo e per il popolo. Ma che cosa sono poi realmente nelle concrete formazioni storiche che le incarnano? Sono, risponde Panfilo Gentile, delle oligarchie mai selezionate dai partiti che operano necessariamente una selezione della classe dirigente, chiudendo la porta ai migliori e aprendola ai peggiori. Sono delle oligarchie che, per accedere al potere, debbono gareggiare in demagogia e per conservarvisi debbono predisporre un pesante apparato di irregimentazione e di persuasione occulta degli elettori. Sono oligarchie che instaurano un regime di tessera e di politicizzazione faziosa di tutti gli organismi pubblici, dei quali hanno la direzione. Al sostantivo: democrazie, può quindi legittimamente accoppiarsi l’aggettivo: mafiose. Panfilo Gentile espone queste sue ricerche con serenità, anche se è nel suo stile di non risparmiare i colpi in punta di penna. Sotto questo profilo gli studi dedicati in ultimo ai falsi profeti, Sartre e Marcuse, sono di un’eleganza polemica rara negli scrittori contemporanei.

Un liberale eccentrico: ricordo di Panfilo Gentile. Vittorio Palumbo su istitutodipolitica.it il 13 Gennaio 2017. Anche nel nuovo anno, il quadro politico nazionale si evolve senza una vera direzione, prigioniero com’è dei suoi riti e dei suoi bizantinismi, rendendo più che mai attuali le analisi e le considerazioni di un fine pensatore, come è stato Panfilo Gentile. “Panfilino”, il nomignolo con cui lo chiamavano i suoi amici più cari, nato a L’Aquila nel 1889, si è connotato per essere, fino al momento della sua morte avvenuta a Roma nel 1971, uno degli spiriti più liberi dell’Italia del Novecento, ricoprendo, nello scorrere della sua lunga vita, una moltitudine di ruoli e professioni in linea, d’altronde, con la sua effervescente e poliedrica personalità: professore di Filosofia del diritto all’Università di Napoli, avvocato, uomo politico, saggista, giornalista, collaboratore di “Risorgimento liberale”, “La Stampa”, “Il Mondo”, “Corriere della Sera”, direttore de “La Nazione”, autore di opere fondamentali come Democrazie Mafiose, L’idea liberale, Cinquant’anni di socialismo in Italia, Polemica contro il mio tempo, Opinioni sgradevoli. A molti, forse, questo nome dirà poco ed è un peccato, trattandosi del liberal-conservatore più fine e genuino, del cervello più lucido ed insieme dello spirito più bizzarro e ricco di talento che la cultura italiana possa mettere in campo, accanto ai grandi maestri della destra europea, come Ortega y Gasset, Aron, Popper, anche se egli, per civetteria e provocazione polemica, amava definirsi “reazionario”, affermando, in Democrazie Mafiose (Ponte alle Grazie, Milano, 2005) che “…Ci sono epoche nella storia in cui si può andare avanti soltanto tornando indietro. Ci sono epoche di decadenza, nelle quali una civiltà che si credeva acquisita si viene disfacendo sotto i nostri occhi costernati…Bisogna ricominciare da capo, tornare indietro e recuperare ciò che si è perduto. Perciò oggi il progresso può significare solo reazione. L’unico modo di essere progressisti è di essere reazionari…”. Il suo anticonformismo, il suo spirito provocatorio, la sua avversità non solo verso la corruzione del sistema politico ma anche della sociètà italiana, il suo non avere mai “peli sulla lingua”, le sue critiche ironiche e pungenti nei confronti del sistema clientelare e di coloro che con esso si alimentavano, la coerenza del suo agire rispetto alle idee che professava, lo hanno condannato ad una sorta di “damnatio memorae”, che ne ha oscurato la figura di eclettico studioso e di acuto e pungente scrittore. Quanta attualità, ognuno di noi, può trovare nelle parole proferite nel 1969 (!) da Panfilo Gentile sul “Corriere della Sera” l’11.3.1969 nel corso di un’intervista in cui gli veniva chiesto se ritenesse che la crisi dei partiti politici potesse essere corretta, modificando il sistema elettorale: “…la situazione italiana sembra minacciata da una specie d’impotenza politica della classe dirigente. Formalmente tutto è in regola ma sostanzialmente niente funziona. Il governo non governa ma è governato dai gruppi più risoluti, che lo intimidiscono e lo paralizzano…ci sono i sindacati i quali, tra uno sciopero e l’altro, impongono al governo di assumersi oneri finanziari, per i quali non esistono altre coperture che i debiti e la speranza futura di un maggiore gettito delle entrate…c’è una magistratura che non riesce a rendere giustizia per mancanza di giudici, di locali ed attrezzature…c’è una scuola che quando non è in contestazione o in sciopero, non ha insegnanti di ruolo, né edifici…c’è una burocrazia che, per vetustà di leggi, non riesce nemmeno a spendere i fondi messi a sua disposizione. Tutti si agitano, tutti chiedono e il governo cede, abdica, si umilia promettendo leggi, improvvisando riforme e, soprattutto, dilatando sempre più la spesa pubblica. Perché tutto ciò? Perché la classe politica…è governata da una coalizione apparentemente di tre partiti, effettivamente di almeno cinque fazioni, spesso in dissenso reciproco e più spesso ancora in dissenso interno…potrebbe la classe politica auto-corrergersi? Anche i miracoli si dice che avvengano. Ma, senza un atto di fede, la realtà ci fa vedere un sistema rissoso di partiti e sotto-partiti, culla di passioni ideologiche e di ambizioni personali inconciliabili…”. Panfilo Gentile non si stancò mai di chiamare, soprattutto nei suoi articoli di fondo sul “Corriere della Sera” in materia di politica internazionale ed economica, pubblicati a partire dal 1956 fino al 1970, le cose con il loro vero nome, anche quando per farlo bisognava pagare un prezzo, apparire bastian contrari, contrastare i luoghi comuni dell’egualitarismo ed il suo spirito provocatorio si spinse fino al punto di attaccare il massimo tabù dell’epoca, la democrazia, facendone notare i limiti e le pecche. A suo giudizio, infatti, il suffragio universale conduceva necessariamente alla partitocrazia, ad un regime cioè in cui le organizzazioni politiche, sotto forma di macchine ideologico-burocratiche, sequestrano il potere a beneficio dei loro dirigenti, iscritti, clienti, tirapiedi . Di qui la fondatezza e la fortuna del termine partitocrazia, appunto, che Panfilo Gentile forse non inventò, in quanto il merito viene di solito attribuito al costituzionalista Giuseppe Maranini, ma di certo impose, con veemenza, al vocabolario politico italiano (D. Fertilio, “Corriere della Sera”, 18.9.2005). In Democrazie mafiose così specificava cosa intendesse per tale definizione: “…Come io le ho individuate, le democrazie mafiose sono rappresentate da quei regimi che, nel quadro delle istituzioni democratiche tradizionali (volontà popolare, governo rappresentativo, accettazione delle decisioni della maggioranza e rispetto delle minoranze), riescono ad esercitare il potere ed a conservarlo attraverso il sistematico favoritismo di partito. In altri termini le democrazie mafiose sono regimi di tessera, né più né meno dei veri e propri regimi totalitari…si tratta, in definitiva di un’unica e stessa tessera: quella o quelle privilegiate di coloro che stanno al potere…la tessera del potere…”. Occorre precisare comunque, come ben spiegato da Sergio Romano (“Corriere della Sera”, 26.4.2014) che, in tale opera, Panfilo Gentile non usò la parola “mafioso” nel senso strettamente siciliano. Le mafie, nelle sue analisi, erano le clientele, le consorterie, le cricche, i cartelli, i clan professionali, tutte le organizzazioni che si erano progressivamente impadronite del corpo sociale italiano e non avevano altro scopo, nell’amministrazione della cosa pubblica, fuor che quello di proteggere ed ampliare il feudo dei loro interessi. Gentile fu tra i primi ad accorgersi che l’Italia, a dispetto della sua “bella” Costituzione, era diventata una partitocrazia, vale a dire un sistema il cui potere era uscito da Palazzo Chigi e da Montecitorio, per trasferirsi nelle segreterie dei partiti, sviluppando in lui una sorta d’intolleranza allergica agli ipocriti conformismi che stavano creando una nuova retorica nazionale, vacuamente progressista e non meno stucchevole di quella che aveva dominato l’Italia fascista. Di ciò egli se ne accorse sul campo dirigendo La Nazione di Firenze e assistendo dall’interno alla crisi del partito liberale, di cui era diventato consultore nazionale. Lo infastidivano, in particolare, gli articoli e le trasmissioni radiofoniche o televisive in cui si lasciava intendere che la responsabilità di ogni sventura fosse del capitalismo e dei padroni, alimentando in lui, così, quella peculiare capacità di critica che lo portò ad essere uno dei pochi commentatori politici di quell’epoca, capace di sgonfiare i palloncini dei luoghi comuni e delle formule corrette che stavano inquinando il linguaggio nazionale. L’attualità della concezione liberale di Panfilo Gentile consiste, allora, nell’aver compreso che il problema preminente, nell’ambito del sistema politico italiano afflitto da endemiche magagne etico-sociali, ora come allora, “…resta ancora quello di difendere l’individuo dal Potere, dai suoi abusi, dalla sua invadenza. Un ordinamento liberale è, prima di tutto, un ordinamento nel quale il Potere riceve delle regole e dei limiti; perché per il liberalismo è lo Stato che esiste per l’individuo e non sono gli individui che esistono per lo Stato…” (L’idea liberale, Rubbettino, Soveria Mannelli 2002). L’auspicio è, dunque, che si concretizzi una riscoperta di questo geniale osservatore dei costumi politici italiani, oppositore irriducibile del “burocraticamente corretto”, troppo spesso colpevolmente trascurato dal mondo scientifico, culturale, accademico, così come anche ricordato in una delle sue Stanze da Indro Montanelli, il quale soleva dire parlando di “Panfilino” che “…il fatto che nelle librerie non si trovi più traccia di lui perché nessun editore ha più sentito il bisogno di ripubblicare dei saggi come Cinquant’anni di socialismo in Italia, Il genio della Grecia, L’idea liberale, significa che la cultura italiana non ha più nessuna idea di cosa sia la Cultura e quali siano i suoi veri valori…” (“Corriere della Sera”, 21.1.1997), per farci, ancora una volta di più, apprezzare l’universalità delle idee liberali, non esistendo paese al mondo in cui ridurre il ruolo dello Stato e far si che i politici debbano rendere conto del loro operato agli elettori, non avrebbe effetti positivi.

Il concetto ambiguo di democrazia mafiosa. Amelia Crisantino il 29 dicembre 2005 su La Repubblica. Quando nel 1969 venne pubblicata la prima edizione di "Democrazie mafiose" il termine «mafia» non era inflazionato e il suo autore Panfilo Gentile, ormai ottantenne, aveva sostenuto la prima polemica nel 1913 contro l' allora direttore dell' Avanti Benito Mussolini. Era un italiano anomalo, che proveniva dalla scuola dei grandi maestri politologi realisti dell' inizio del secolo scorso. I suoi maestri erano stati Gaetano Mosca e Vilfredo Pareto. E lui, Panfilo Gentile, era stato socialista e aveva scritto sull' Unità di Gaetano Salvemini. Poi era stato tra i fondatori del "Mondo" di Pannunzio, era approdato tra i liberali, aveva firmato il "Manifesto degli intellettuali antifascisti" promosso da Benedetto Croce. Col passare degli anni il suo liberalismo era diventato sempre più amaro e conservatore, la sua vocazione a smontare i meccanismi demagogici della politica nella patria della retorica gli aveva creato l' isolamento intorno. Adesso la recente ristampa di "Democrazie mafiose" (edizioni Ponte alle Grazie) ci restituisce un libro molto «politicamente scorretto», che addirittura sembra profetico e si può benissimo adoperare come vademecum per leggere le nostre isolane vicende: non solo quelle più eclatanti legate alle imputazioni di Cuffaro, o al processo alle «talpe» e agli scenari che lascia intravedere, ma anche quelle minime e quotidiane. A esempio, per restare alla cronaca di ieri, l' incapacità del Consiglio comunale a eleggere un difensore civico. O il modo in cui si è risolta la protesta dei tassisti contro il rilascio di nuove licenze, col sindaco che diffonde un comunicato in cui - con linguaggio squisitamente premoderno - si discetta di «salvaguardare le prerogative» dei conducenti di taxi. è una questione di coerenza stilistica: nel generale cattivo funzionamento le lobby non fanno altro che assolvere la loro funzione, tutelano interessi di parte. Panfilo Gentile è fondamentalmente antidemocratico, come tutti i grandi liberali di destra. Identifica la democrazia con la demagogia, la manipolazione, la cortina di ipocrisia con cui la classe politica avvolge il Paese. Il suo bersaglio sono i partiti, composti da piccoli borghesi disoccupati e privi di una qualsiasi competenza professionale ma carrieristi, «imbevuti di clericalismo ideologico, portati all' intolleranza e allo spirito settario». Scrive che l' ideologia più dannosa è quella del progresso, l' ingenua fiducia che mette ipoteche sul futuro mentre spartisce il potere nel presente. Insomma è un vecchio conservatore, con qualche civetteria si definisce un «giacobino di estrema destra»: un osservatore scettico e disincantato, che già negli anni Sessanta denuncia il sistema delle tessere, l' inquinamento del sottogoverno e la corruzione che molti anni dopo sarebbero esplosi con Tangentopoli, il «politicantismo ecclesiastico» oggi di nuovo alla ribalta. è un critico non addomesticato dalle appartenenze, che mette in guardia contro «il pesante e costoso statalismo filantropico, utilizzato poi dai partiti a scopo clientelare e mafioso». Le critiche di Panfilo Gentile sono state respinte e in fondo ignorate sia dalla sinistra che dalla destra, i «senza chiesa» non sono stati mai ben visti in Italia. E del resto non poteva essere riconosciuto un critico tanto corrosivo, che nei suoi scritti finiva per dimostrare «come tutte le democrazie tendano ad essere mafiose». Semplicemente perché governate da élite demagogiche, che inseguono gli umori delle masse e le assecondano al solo scopo di conservare il potere. èlite che si sottopongono a fatiche sfibranti, a ritmi che richiedono una totale abnegazione. «La vita pubblica è assorbente, massacrante, promette a breve termine infarti e trombosi»: all' interno dei partiti l' impegno totale della propria esistenza è solo la prima delle condizioni necessarie per fare carriera. In una selezione all' incontrario che premia i peggiori, una volta presa la tessera quello che Gentile chiama «l' aspirante carrierista» è atteso da una serie di prove sempre più ardue, dove «si va faticosamente avanti solo a gomitate, per superare le posizioni acquisite, le invidie, le rivalità». Solo chi ha tenacia e determinazione va avanti nel gioco delle correnti di partito, riscoperte in questi giorni e presentate come l' essenza della democrazia. Tanta determinazione si esaurisce nella conquista e nella continua lotta per la conservazione del potere, il politico non ha competenze «né l' acquista strada facendo perché prepararsi significa leggere e studiare, il che non è consentito in chi è travolto in una frenetica attività ed agitazione psico-motoria». Il testo di Panfilo Gentile è di una sorprendente attualità anche quando riflette sullo zelo missionario che suggerisce di esportare la democrazia, iniziativa che «ha spesso fatto sembrare la politica statunitense inconcludente e fanciullesca». E se il rigore dell' argomentazione sfocia nel paradosso, lo stesso resta godibile: come esempio di un pensiero inattuale e sganciato dai dogmatismi, un pensiero di marca liberale mai praticato in Italia. Fosse vissuto oggi, l' intellettuale «inattuale» avrebbe avuto modo di vedere che i suoi caustici commenti, le sue intuizioni sul futuro, erano superati dalla realtà. Chissà cosa avrebbe scritto l' autore di "Democrazie mafiose" di fronte agli sviluppi di questi nostri anni. Provare a immaginarlo è come una scossa benefica, che senza filtri ci mostra i danni derivanti dall' assuefazione.

Panfilo Gentile. Gennaro Malgieri su Il Tempo il 31 Gennaio 2011. Negli ultimi sessantan'anni la partitocrazia ha assunto forme diverse, ma uguali sono state le modalità in cui si è espressa: l'occupazione del potere e della vita pubblica da parte delle forze politiche che, in tal modo, hanno travalicato i loro compiti istituzionali. Fenomeno antico denunciato nella seconda metà dell'Ottocento da Francesco De Sanctis, Ruggero Borghi, Marco Minghetti. Ma è stato nella seconda metà del secolo scorso che la partitocrazia si è sviluppata in forme abnormi tanto che un costituzionalista liberal-conservatore come Giuseppe Maranini ne denunciò la portata devastante nel sistema istituzionale e nella vita civile fin dal 1949 in un libro significativamente intitolato Il tiranno senza volto. Anche don Luigi Sturzo ne fece largo uso in polemica perfino con il suo partito, mentre vi dedicarono attenzione «scientifica» giuristi e studiosi di scienza politica come Carlo Costamagna, Giacomo Perticone, Lorenzo Caboara. Tuttavia, il polemista più acuto ed incisivo che ne ha denunciato la nefasta portata resta Panfilo Gentile, un grande conservatore (1889 - 1971) la cui attualità, a quarant'anni dalla scomparsa, risulta di una sorprendente attualità. Il giovane studioso Alberto Giordano, l'ha colta nel saggio - il solo organico finora dedicato al pensatore e giornalista abruzzese - «Contro il regime. Panfilo Gentile e l'opposizione liberale alla partitocrazia», edito da Rubbettino (pp. 284) nel quale non soltanto ripercorre le idee del singolare poligrafo, ma lo situa nell'ambito del vasto (e per tanti versi sconosciuto) dibattito del liberalismo del dopoguerra contro le degenerazioni del partitismo. Discepolo di Mosca e Pareto, appartenente a quella destra liberal-nazionale con connotazioni antifasciste cui pure erano legati conservatori del livello di Piero Operti e Mario Vinciguerra i quali, per un curioso scherzo del destino, vennero avversati soprattutto dall'antifascismo militante, Gentile attraversò tutte le stagioni politiche del Novecento. Fu All'Avanti! con Mussolini, a l'Unità con Salvemini, al Risorgimento liberale fra il 1945 ed il 1947, collaboratore de La Stampa, del Mondo, del Corriere della sera come editorialista e direttore de La Nazione. Ma fu su sullo Specchio, sul Borghese, su Libera Iniziativa e soprattutto sul Roma di Alberto Giovannini che Gentile formulò le sue critiche più spietate al totalitarismo partitocratico. Scrisse Storia della dottrina del contratto sociale, La concezione etico-giuridica del socialismo, l'Opera di Gaetano Filangieri, L'Essenziale della filosofia del diritto, Il Genio della Grecia, Storia del cristianesimo, Cinquant'anni di socialismo in Italia, e poi i tre volumi nei quali passò ad un vaglio rigorosissimo le distorsioni del sistema politico italiano: Polemica contro il mio tempo (1965), Opinioni sgradevoli (1968), Democrazie mafiose (1969), editi da Giovanni Volpe. L'«oligarchia delle mezze calzette», come scriveva Gentile, trova in questi tre saggi, più volte ristampati, la più limpida rappresentazione del suo pensiero politico, ma anche del suo disgusto nel vivere in un'Italia che sprofondava nel radicalismo politico e nel nichilismo morale. Ancora oggi, a riprova dell'acutezza e della preveggenza dell'analisi, non vi è possibilità di contestazione dell'assunto secondo il quale le nomenklature partitiche hanno proceduto «all'usurpazione degli oligarchi o meglio alla loro istintiva tendenza a frodare la democrazia e a creare dietro la facciata democratica un regime paratotalitario». Contesto, come mette il luce Giordano, nel quale cominciavano a prosperare le «democrazie mafiose» caratterizzate dalle oligarchie clientelari fondate sul «regime della tessera». Gentile nel definire le democrazie del suo tempo ne denunciava il tradimento dell'ideale democratico e l'instaurazione sostanziale di regimi caratterizzati da un lato dalla selezione d'una classe dirigente inadeguata, formata da personale politico non all'altezza, e dall'altro alla perdita del senso dello Stato. Perciò reputava più civile l'intervento diretto del popolo nella scelta della classe dirigente, anzi del «decisore» e quindi per l'introduzione nell'ordinamento della Repubblica presidenziale da opporre alla «partitopatia» e alle oligarchie partitocratiche. Per questo si considerava, come disse in un'intervista a Gianfranco De Turris nel 1969, pubblicata sul Conciliatore, «uno dei pochi reazionari che vi siano oggi», perché riteneva che «il governo dei popoli debba appartenere unicamente a chi dimostri di saper governare». Chi potrebbe contraddirlo?

Marcello Veneziani: «Vi spiego perché la sinistra è una cupola». «La sinistra è una cupola». MV, La Verità 6 settembre 2019. Titolo ed incipit dell’articolo di Marcello Veneziani sulla Verità sono da antologia. «La sinistra è un’associazione di stampo mafioso che detiene stabilmente il potere e lo esercita forzando la sovranità popolare, la realtà della vita e gli interessi della gente. Usa metodi mafiosi per eliminare con la rituale accusa di nazifascismo (o in subordine di corruzione) chiunque si opponga al suo potere. Si costituisce in cupola per decidere la spartizione del potere ed eliminare gli avversari, tutti regolarmente ricondotti a Male Assoluto da sradicare e da affidare alle patrie galere o alla gogna del pubblico disprezzo». Lo scrittore, filosofo ed editorialista va giù duro. La sua lettura di questa pagina deteriore di storia politica che stiamo vivendo si collega a un testo illuminante e dimenticato di Panfilo Gentile intitolato «Democrazie mafiose»: libro che, edito dalle Edizioni Volpe, ebbe poi una diffusione capillare dopo che  Montanelli lo elogiò sul Corriere della Sera.

Veneziani: «Ecco il metodo della sinistra». Il giornalista e polemista Panfilo Gentile circa mezzo secolo fa anticipò con lucidità l’involuzione del sistema democratico e la trasformazione dei partiti in circuiti chiusi e autoreferenziali di stampo mafioso. Se avesse visto quanto sta accadendo oggi – con l’ esproprio del voto fino al disprezzo per la volontà popolare –  si  sarebbe ancora più convinto delle sue analisi. Per Veneziani la sinistra è ua «cupola» perché «si serve delle camorre mediatico-giudiziarie e intellettuali per imporre i suoi codici ideologici per far saltare i verdetti elettorali, per forzare il sentire comune e il senso della realtà, per cancellare e togliere di mezzo chi la pensa in modo differente. E si accorda con altri poteri tecnocratici e finanziari, per garantirsi sostegni e accessi in cambio di servitù e cedimenti: Mafia & Capitale. Metodi incruenti, ma di stampo mafioso -specifica nell’articolo –  e tramite forme paradossali: perché calpesta la democrazia e si definisce democratica, viola le leggi, perfino la Costituzione – sulla tutela della famiglia, sulla difesa dei confini, sul rispetto del popolo sovrano – ma nel nome della legalità e della Costituzione».

«La violenza del lessico della sinistra». Il termine «Cupola» è forte, indubbiamente, ma Veneziani spiega che il lessico politico disinvolto e fuori misura non è un’invenzione sua, tutt’altro. E’ la sinistra che lo usa come una clava. Per cui l’unico metodo per fronteggiare « in modo adeguato la violenza ideologica e propagandistica della sinistra» è rispondere col suo stesso lessico. Del resto, basta leggere come vengono definiti i sovranisti, chi ha a cuore la difesa dei confini, della famiglia, della religione: «È  trattato alla stregua di nipotino di Hitler, di nazista, di razzista. Accuse criminali, ma da parte di chi le rivolge, a vanvera, stabilendo un nesso infame e automatico tra amor patrio e xenofobia, difesa della civiltà e razzismo, amore della famiglia e omofobia», scrive Veneziani sulla Verità. E non dovremmo neanche difenderci di fronte a questi attacchi?, si chiede lo scrittore. E fa l’esempio dell’ «uso mascalzone dell’antifascismo che serve per isolare e interdire il nemico e poi nel nome della democrazia in pericolo per l’incombente minaccia della Bestia Nera, sono consentite le alleanze più ibride, senza limiti…». Sì, per tutto questo è giusto usare l’espressione «la sinistra è ua cupola», Veneziani è convinto: «è giusto alzare il tiro e accusare la sinistra tornata ancora una volta al governo senza passare dalle urne, di essere un’associazione di stampo mafioso, di pensare e agire come una cupola, di calpestare la gente e gli avversari con l’arroganza e la presunzione di essere dalla parte del Giusto da ricordare i più fanatici regimi comunisti… Dal Soviet alla Cupola». Applausi.

La sinistra è una cupola. La sinistra è un’associazione di stampo mafioso che detiene stabilmente il potere e lo esercita forzando la sovranità popolare, la realtà della vita e gli interessi della gente. Usa metodi mafiosi per eliminare con la rituale accusa di nazifascismo (o in subordine di corruzione) chiunque si opponga al suo potere. Si costituisce in cupola per decidere la spartizione del potere ed eliminare gli avversari, tutti regolarmente ricondotti a Male Assoluto da sradicare e da affidare alle patrie galere o alla gogna del pubblico disprezzo. Si serve delle camorre mediatico-giudiziarie e intellettuali per imporre i suoi codici ideologici per far saltare i verdetti elettorali, per forzare il sentire comune e il senso della realtà, per cancellare e togliere di mezzo chi la pensa in modo differente. E si accorda con altri poteri tecnocratici e finanziari, per garantirsi sostegni e accessi in cambio di servitù e cedimenti: Mafia & Capitale. Metodi incruenti, ma di stampo mafioso, e tramite forme paradossali: perché calpesta la democrazia e si definisce democratica, viola le leggi, perfino la Costituzione – sulla tutela della famiglia, sulla difesa dei confini, sul rispetto del popolo sovrano – ma nel nome della legalità e della Costituzione.

Su Panorama di questa settimana ho ricordato che giusto mezzo secolo fa un grande polemista e scrittore come Panfilo Gentile pubblicava un libro che ha descritto la parabola della democrazia italiana dalla partitocrazia alla mafia politica. S’intitolava Democrazie mafiose. Il notabilato del nostro tempo, di stampo mafioso, ha un chiaro imprinting radical-progressista, più una spruzzatina liberal, tecno-europea. Prima di lui Antonio Gramsci notava che quando una classe politica perde il consenso non è più dirigente ma dominante. E aggiungeva che era in atto “una rottura così grave tra masse popolari e ideologie dominanti”. Parlava del suo tempo, ma descriveva il nostro; gli attori di oggi sono mutati perché le ideologie dominanti oggi sono quelle eurosinistresi che hanno ripreso il potere in Italia pur essendo sconfitti dal voto, servendosi del camaleontismo dei grillini, che come alcune specie animali mutano pelle per salvarla. Spettacolare è stata la circonvenzione d’incapace intentata dai grillini per dare l’impressione di un’investitura della base al governo con la sinistra, una legittimazione di democrazia diretta, col surreale referendum della piattaforma Rousseau. A me ha ricordato un settembre di 220 anni fa, quando i giacobini nel 1799 intimarono all’arcivescovo di Napoli di fingere che San Gennaro avesse fatto il miracolo, il sangue si era sciolto, e dunque era favorevole alla Repubblica Napoletana, nata all’ombra dello Straniero, l’esercito francese repubblicano. Loro, i giacobini franco-napolitani, i nemici atei e “illuminati” della devozione superstiziosa, la usarono nel modo più cinico, più becero e blasfemo per ingannare la gente. Era la piattaforma San Gennaro…Voi direte, dai, ma associazione di stampo mafioso è un po’ eccessivo. Ma si tratta di fronteggiare in modo adeguato la violenza ideologica e propagandistica della sinistra e rispondere sul loro stesso terreno, col loro stesso lessico. Da una parte sapete che abuso disinvolto di etichette mafiose è stato fatto verso chiunque si opponga alla sinistra e ai loro compagni; ogni associazione anche semplicemente di truffatori o di arrivisti è diventata poi associazione di stampo mafioso; per chi non era proprio dentro alla cosca, s’inventò la formula curiosa di “concorso esterno” all’associazione mafiosa. Dall’altra parte pensiamo a cosa viene detto e scritto in modo martellante contro chi difende la sovranità nazionale e i suoi confini, la civiltà cristiana, la famiglia naturale: è trattato alla stregua di nipotino di Hitler, di nazista, di razzista. Accuse criminali, ma da parte di chi le rivolge, a vanvera, stabilendo un nesso infame e automatico tra amor patrio e xenofobia, difesa della civiltà e razzismo, amore della famiglia e omofobia. Ma perché chi ritiene prioritari quei principi, chi ha una visione diversa del mondo, per giunta in sintonia con la tradizione, col sentire comune e con la grande cultura che è alle nostre radici, e magari preferisce sul piano politico chi, seppure in modo grossolano, li difende o dice di farlo, dev’essere trattato in quel modo infame, silenziato e oltraggiato e non deve potersi difendere? Se dovessi compilare la lista delle infamie dovrei raccontare tanti episodi di intolleranza, di aggressione verbale, di disprezzo, di censura; ma non amo il vittimismo. C’è un uso mascalzone dell’antifascismo che serve per isolare e interdire il nemico e poi nel nome della democrazia in pericolo per l’incombente minaccia della Bestia Nera, sono consentite le alleanze più ibride, senza limiti, da Grillo a Berlusconi, i patti più loschi e persino i golpe bianchi più indecenti. Per questo è giusto alzare il tiro e accusare la sinistra tornata ancora una volta al governo senza passare dalle urne, di essere un’associazione di stampo mafioso, di pensare e agire come una cupola, di calpestare la gente e gli avversari con l’arroganza e la presunzione di essere dalla parte del Giusto da ricordare i più fanatici regimi comunisti. A proposito. Il comunismo promise libertà e uguaglianza ma una volta al potere fu il sistema totalitario più sanguinario e repressivo che la storia abbia conosciuto; ora, mutati i tempi, si vende come garante della libertà, della legge e della democrazia ma si ripresenta come associazione di potere di stampo mafioso. Dal Soviet alla Cupola. MV, La Verità 6 settembre 2019

Democrazia tradita. Democrazie mafiose. MV, Panorama n. 40 (2019). Mezzo secolo fa Panfilo Gentile pubblicò un affilato pamphlet sull’involuzione oligarchica delle democrazie e sulla trasformazione dei partiti in circuiti chiusi e autoreferenziali di stampo mafioso. Lo pubblicò nel 1969 l’editore Volpe, ma il libro uscì dalla ristretta cerchia dei lettori di destra perché Indro Montanelli lo elogiò sul Corriere della sera. Ci aveva visto giusto, Gentile, sull’involuzione mafiosa e partitocratica delle democrazie; ma non aveva ancora visto l’Italia, e l’Europa, dei nostri anni, la spaccatura verticale tra popolo e notabilato, tra sovranità nazionali e potentati interni e internazionali, l’esproprio del voto fino al disprezzo per la volontà popolare e gli interessi nazionali. È la quarta volta consecutiva che la sinistra in Italia si affaccia al governo non legittimata direttamente dalle urne. Letta, Renzi, Gentiloni, e ora si profila il quarto governo, non solo non scaturito dalle urne ma nato con lo scopo evidente di evitarle. Per adeguarsi al tono e al livello delle accuse che lancia la sinistra a chiunque governi senza il suo benestare – dittatura, ritorno al nazismo e al fascismo, leader anti-sinistra trattati tutti come delinquenti comuni – si potrebbe dire che la sinistra è un’associazione politico-culturale di stampo mafioso che elimina gli avversari con sistemi non democratici, mette a tacere i dissidenti con forme di omertà e discriminazione, s’impossessa del potere con metodi non democratici e impone un protettorato antipopolare funzionale ai codici ideologici e politici della cosca. Lasciamo il terreno melmoso delle polemiche e saliamo di un piano. Cosa sta succedendo alle democrazie europee? Le classi dirigenti si sentono assediate a nord dal modello Brexit, a sud dal modello Salvini, a est dal modello Orban e a ovest dal modello Le Pen. Sono i quattro punti cardinali del sovranismo, ma sono anche quattro forze maggioritarie nei loro paesi, tutte criminalizzate. Dietro di loro vengono esorcizzati gli spettri di Trump, di Putin, di Bolsonaro, di Modi, di Abe, e si potrebbe continuare. Forme diverse di primato nazionale e identitario rispetto al modello liberal-radical-dem della sinistra. Per trovare un modello diverso di rifermento si ricorre al modello cinese. Recensioni entusiastiche del Corriere della sera e de la Repubblica hanno accompagnato la traduzione del libro di Daniel A. Bell Il modello Cina, con un sottotitolo indicativo: “Meritocrazia politica e limiti della democrazia” (Luiss, prefazione di Sebastiano Maffettone). Il modello cinese non è una democrazia, ma è un regime liberista, oligarchico e comunista, col doppio primato del mercato e del partito. È un sistema capitalistico ma illiberale, in cui la sovranità popolare è in realtà un feticcio ereditato dai tempi di Mao, che elogiava il popolo ma poi lo rieducava con la forza, instaurando una sanguinaria dittatura. Ora quel tempo è passato, la Cina ha fatto passi da gigante, si espande nel mondo tra tecnica e finanza, dall’Africa all’Occidente; il turbo-comunismo resta catechismo di stato. Il capitalismo assume in Cina il ruolo che aveva la tecnologia per Lenin: la sua formula fu socialismo + elettrificazione, oggi la formula cinese è comunismo + mercato. Bell, canadese che guida una facoltà di scienze politiche e pubblica amministrazione in Cina, non sposa il regime cinese nei suoi tratti più repressivi, corrotti e totalitari o l’autocrazia di Xi Jinping ma lo addita come modello per la formazione di classi politiche competenti, per il controllo del consenso popolare e la nascita di una tecnocrazia vigilata sotto il profilo etico (l’ultimo travestimento dell’ideologia e del politically correct). La Cina diventa per l’Europa e in particolare per l’Italia (che coi grillini ha già sposato la via della Seta) il paese di riferimento per uscire dalla morsa Usa-Russia-India-Brasile più sovranisti nostrani e per limitare la democrazia. Un modello che ruota intorno all’Intellettuale Collettivo che è poi il Partito, la Setta, la Casta; è la Cupola a rilasciare o revocare patenti di legittimazione, a vigilare sulla democrazia e a stabilirne i filtri, i limiti e a deciderne gli assetti. Resta però irrisolto un molesto interlocutore, il popolo sovrano. Come aggirarne la volontà e come impedire – oltre che con le inchieste giudiziarie e le criminalizzazioni mediatiche – l’avvento di leader sovranisti? Il mio suggerimento non del tutto ironico è prendere esempio non dalla lontana Cina ma dalla lontana Roma del quinto secolo avanti Cristo: istituire i Tribuni della Plebe. Ovvero incanalare il consenso popolare, gli umori e legare i capi populisti verso quei ruoli d’alta magistratura. I tribuni della plebe sono difensori civici che rappresentano gli umori popolari, legittimamente nominati e ascoltati; ma poi a governare ci pensano i consoli e i patrizi (ora provvisoriamente consociati a un altro clan prodotto dalla piattaforma Rousseau). È forse la soluzione più equilibrata e meno truffaldina di limitare la democrazia: il popolo non esercita più la sovranità, ma solo il controllo tramite i tribuni. Il potere resta saldamente nelle mani del patriziato, delle oligarchie, delle cupole. Un compromesso, una divisione dei poteri, una regolamentazione “costituzionale” del potere mafioso vigente in Italia e per certi versi in Europa, dove governano leader di minoranza quasi ovunque, dalla Francia alla Germania, alla Spagna. Pensateci, è una soluzione per aggirare la democrazia e frenare i populisti. MV, Panorama n. 40 (2019)

·         Comunismo… sopravvive soltanto in Italia.

Il ritorno di Mao, "Il Nuovo Mao". L'ultimo libro di Gennaro Sangiuliano è una lettura senza filtri sulla Cina di oggi alla conquista del mondo, si ma a che prezzo per noi? Oriana Allegri il 19 dicembre 2019 su Panorama. «Romperemo le ossa ai separatisti e li ridurremo in polvere». Sono le parole, durissime, di Xi Jinping durante la sua visita in Nepal a ottobre scorso. L'avvertimento del presidente cinese era rivolto non solo ai 20mila tibetani che vivono nel Paese, ma a tutti gli oppositori di Pechino, dai ragazzi dell'università di Hong Kong a Taiwan e alle minoranze musulmane in terra cinese, a cominciare dagli Uiguri. Parole che sono passate sottotraccia sui media internazionali. Ma, provate a immaginare cosa sarebbe successo se le avesse pronunciate uno qualsiasi degli altri leader mondiali, da Trump a Putin: si sarebbe scatenato l'inferno, tra vibranti proteste dell'Europa in primis, sempre pronta a parlare di diritti umani a patto che vengano calpestati in Paesi con i quali Bruxelles non fa affari, e attivismo civico nelle piazze. Invece, a pronunciarle è stato il “principe rosso” che regna a Pechino. E tutti sono rimasti in ossequioso silenzio. Xi Jinping è probabilmente l'uomo più potente del pianeta. E con lui bisogna fare i conti, analizzare le sue mire politiche e strategiche, ma – allo stesso tempo – indagare sulle pieghe finora rimaste nascoste della sua incredibile vicenda umana. Xi è presidente della Repubblica Popolare della Cina, segretario del partito comunista cinese ed è a capo della Commissione militare centrale, vero scettro del potere nella nazione più popolosa del mondo. Da dove viene, chi è e qual è il suo progetto globale ce lo racconta in modo avvincente Gennaro Sangiuliano nel suo ultimo libro “Il nuovo Mao – Xi Jinping e l'ascesa al potere nella Cina di oggi” (Mondadori). Il direttore del Tg2, che già ci aveva brillantemente raccontato Putin e Trump, questa volta si cimenta con l'impero Celeste, e lo fa con la sua penna da giornalista rigoroso, attento sia ai fatti che ai dettagli più umani. Ne viene fuori una biografia imponente, che con uno stile narrativo incredibilmente scorrevole e puntuale tratteggia per il grande pubblico non solo chi è il “principe rosso”, ma anche qual è il cambiamento epocale vissuto dalla Cina del Novecento; dalla Lunga marcia alla proclamazione della Repubblica Popolare nel 1949, dal “grande balzo in avanti” alle atroci purghe della Rivoluzione culturale, di cui è vittima lo stesso Xi Jinping, che incarna l'uomo nuovo, il nuovo Mao sopravvissuto ai campi di lavoro del regime cinese, e per questo resuscitato e rispettato al pari di un nuovo Messia. Ne “Il nuovo Mao” Gennaro Sangiuliano traccia i contorni di storie e personaggi che hanno profondamente cambiato il volto della Cina. A cominciare da Deng Xiao Ping, il condottiero che ha avviato quel poderoso cammino verso la modernizzazione culminato nel suo dire al popolo cinese che “arricchirsi è glorioso”. Una frase storica, che ha di fatto dato il via al galoppo economico del gigante cinese sul cavallo del capitalismo di Stato. Sangiuliano sa cogliere alla perfezione l'essenza stessa di quel rapido galoppo, che si incarna in Xi Jinping, il frutto di quel cambiamento e di quella lunga corsa. Classe 1953, sposato due volte, una figlia, la sua seconda moglie è Peng Liyuan, una cantante lirica molto amata e molto popolare in Cina. Cosa che ha reso la sua immagine meno polverosa rispetto ai grandi leader del passato, e molto più pop, vicina al suo popolo, creando un nuovo culto della personalità, direttamente proporzionale alla vastità dei suoi poteri. Fenomenale la sua ascesa al potere, dall'iscrizione al partito comunista cinese nel 1974, ai campi di lavoro, per poi tornare alla testa dell'impero Celeste. Dalla polvere alle stelle, la biografia di Gennaro Sangiuliano racconta in modo avvincente la storia di un uomo che è specchio della storia di un Paese che in pochi conoscono, e aiuta a comprendere le insidie che si nascondono dietro parole apparentemente suadenti come quelle sul progetto della “nuova via della seta”. La Cina ha bisogno di conquistare territori e lo fa in ogni modo, per garantire non solo la sopravvivenza ma l'arricchimento progressivo del suo popolo. Basti pensare alla sinizzazione dell'Africa, dove i cinesi hanno costruito infrastrutture in tutto il continente, e poi ospedali e scuole. In Kenya l'alta velocità recentemente inaugurata tra Nairobi e Mombasa viaggia su binari e treni cinesi ad alta tecnologia. Ma, cosa riceve in cambio la Cina da tutto questo? “Ridurremo in polvere gli oppositori”. E' bene non dimenticare queste parole di Xi Jinping quando ci si siede al tavolo con la Cina. Perché vale non solo per i tibetani o per gli Uiguri, ma per tutti quelli che ostacolano il glorioso cammino dell'impero Celeste. E' impensabile non avere rapporti economici con il gigante cinese, ma i leader mondiali dovrebbero imparare a memoria la biografia del “nuovo Mao”, per capire fino in fondo dove la Cina sta andando, e – soprattutto – a quale prezzo per tutti noi.

Quando Havel portò l'uomo e la libertà al cuore della politica. Il saggio di Stefano Bruno Galli racconta la «rivoluzione esistenziale» del leader ceco. Giordano Bruno Guerri, Giovedì 28/11/2019 su Il Giornale. Václav Havel aveva 32 anni nel 1968, quando fiorì quella «Primavera di Praga» che oggi lo sappiamo avrebbe rappresentato l'inizio del crollo dell'Unione Sovietica, avvenuto più di vent'anni dopo. La ribellione dei cecoslovacchi venne repressa con i carri armati, e il simbolo indelebile di quei giorni sarebbe stato Jan Palach, uno studente di filosofia ventenne che per protesta si dette fuoco in piazza San Venceslao. «Era semplicemente impossibile non partecipare», dirà Havel. Aveva già rappresentato qualche sua opera, ma non era conosciuto al di fuori del suo Paese, e gli fu impedito di lavorare ancora in teatro. Possiamo immaginare, nei nove anni successivi, la sua vita di oppositore a un regime a caccia di nemici. Tuttavia nel 1977 partecipò alla stesura di Charta 77, un testo di denuncia contro il mancato rispetto dei diritti umani, civili e politici. Ne sarebbe nata la cosiddetta «Rivoluzione di velluto», che non si opponeva direttamente al regime comunista, ma ne minava le radici e la sostanza. La reazione del governo cecoslovacco fu dura: i firmatari vennero bollati come «traditori e rinnegati» e «agenti dell'imperialismo», molti persero il lavoro, o la patente, o la possibilità di far proseguire gli studi ai figli. Membro di un «Comitato per la difesa dei perseguitati ingiustamente», nel 1979 Havel venne condannato a quasi cinque anni di carcere, che scontò interamente. Eroe e martire, amato per la sua grazia gentile, dopo la caduta del Muro e del comunismo, il 29 dicembre venne eletto presidente della Repubblica, e divenne immediatamente un mito di fama mondiale. Pochi mesi dopo, mai ci saremmo aspettati, al Premio Malaparte, che accettasse il nostro invito, ma presidente della giuria era Alberto Moravia, con Raffaele La Capria, Giuseppe Merlino e altri amici oggi scomparsi. E Graziella Lonardi era inarrestabile. La grande esperta e collezionista d'arte («Il più bel culo di Capri», amava definirsi, perché non si enfatizzasse troppo la sua intelligenza), aveva fondato il premio nel 1983, e lo avevamo già assegnato anticipando qualche Nobel - a Anthony Burgess, Saul Bellow, Nadine Gordimer, Manuel Puig, John Le Carré, Fazil' Abdulovi Iskander, Zhang Jie. Ci sarebbero state altre premiazioni memorabili, anche dopo la morte di Graziella, per merito di sua nipote Gabriella Buontempo, che ne ha raccolto l'eredità, però quella del 1990 fu indimenticabile. Ero stato cooptato nella giuria, pischello, per la mia biografia di Malaparte, e Graziella aveva saputo creare, attorno al premio e al fascino di Capri, un clima di mondanità colta e divertita. Fu così che una bella mattina (tardi, con comodo) mi trovai su una barchetta a motore con Havel, Moravia, La Capria, Umberto Eco e Gianni De Michelis, all'epoca ministro degli Esteri nel VI governo Andreotti. Per richiesta di Havel e allegria di tutti andavamo a trovare Rudolf Nureyev, ritirato nello scontroso arcipelago Li Galli, sulla scogliera amalfitana. Il danzatore più celebre di tutti i tempi ci accolse con una sua elegante tristezza, era già malato di Aids, e comunque la sua malattia era sentirsi vecchio, a 52 anni. Su una terrazza assolata di mare parlò della Madre Russia, che aveva abbandonato da tanto tempo, del suo rapido ritorno su invito di Gorbacev, e del male che aveva fatto il comunismo, però sembrava non gli importasse di niente. Havel lo consolava, De Michelis lo spronava a un futuro d'ottimismo. Erano tutti famosi, e fu come trovarsi in quelle foto - poi diventate storiche, per esempio quella celebre dei futuristi a Parigi - che il tempo trasforma, da semplice foto, a foto con didascalia: primo da sinistra... L'immagine diventa storica, ma prima e dopo la posa i protagonisti ciarlano del più e del meno, badando a essere brillanti, più che a fondare sistemi e movimenti. E così fu anche quella sera, quando in un night di via Tragara mi ritrovai a ballare duro con Eco, d'improvviso lieve, e De Michelis, lieve anche lui, con i suoi lunghi riccioli e le movenze di frequentatore assiduo di discoteche che pensate all'epoca scandalizzavano, ignari com'eravamo di chi sa quali ministri degli Esteri sarebbero venuti dopo. Havel accennava qualche passo, sorridendo e battendo lievemente le mani. Poco dopo si sarebbe dimesso dalla presidenza della Repubblica Cecoslovacca per non firmare gli atti che sancivano la divisione fra cechi e slovacchi, però nel 1993 sarebbe stato rieletto presidente della Repubblica Ceca, splendido rappresentante di una destra liberale. C'erano anche tante belle donne, e prima o poi forse racconterò meglio quella notte, che per ora ho ricordato soltanto per accompagnare il lettore alla recensione di un libro. Un ottimo libro, né biografia né saggio letterario e politico, piuttosto esplorazione di una mente, di una storia e di un'ipotesi politica: Václav Havel. Una rivoluzione esistenziale, di Stefano Bruno Galli (La Nave di Teseo, pagg. 117, euro 13). Havel teorizzava «Il potere dei senza potere», come si intitola il suo libro più bello, del 1979: cioè una gestione della vita pubblica non basata su una dottrina né sul potere fine a se stesso, ma come impegno civile di tutti. Insomma, preconizzò con la sua «rivoluzione esistenziale» - un populismo che ha avuto sbocchi molto meno esaltanti di quanto sperato. Galli, che è docente di Storia delle dottrine e delle istituzioni politiche e assessore alla Cultura della Regione Lombardia, sottolinea la teorizzazione di Havel, che «Non credeva alla rigenerazione dal di dentro del sistema politico consolidato», perché «l'alternativa al sistema doveva essere costruita attraverso una profonda rivoluzione culturale, educando i cittadini alla libertà»: dunque, il primato della cultura sulla politica, e basti pensare al ruolo - ben spiegato nel libro - di Milan Kundera, autoesiliato in Francia. «La vita stessa nella sua imperscrutabile, misteriosa varietà e incostanza, mai poteva costringersi nella grossolana gabbia marxista», disse Havel. Riguardo ai Paesi satelliti dell'Europa orientale, nota Galli, «è legittimo parlare di un sequestro. Città, popoli e paesi, che per una consolidata tradizione storica usi e costumi, modelli culturali e comportamentali, mentalità collettive e organizzazioni economiche e produttive appartenevano all'Occidente europeo, sono stati rapiti e sottratti allo stesso Occidente per una quarantina d'anni, sino alla caduta del Muro di Berlino». Da qui, oggi, la nostra percezione dell'Europa centrale come «altra» rispetto all'Occidente. Nel saggio denso di notazioni storiche, politiche, sociali - si scoprono perle come il primo discorso di Capodanno del presidente Havel, il 31 dicembre 1990: «Forse vi chiederete quale repubblica stia sognando. Vi risponderò: una repubblica indipendente, libera e democratica; una repubblica economicamente prospera e nello stesso tempo socialmente equa. In breve, una repubblica umana che serve l'uomo nella speranza di esserne ripagata; una repubblica di persone che abbiano una cultura adeguata, perché senza di essa non si può risolvere alcun problema, sia esso umano, economico, ecologico, sociale o politico». Anche da queste parti la stiamo sognando ancora, perché «La politica», aggiunse, «non può essere solo l'arte del possibile, ossia della speculazione, del calcolo, dell'intrigo, degli accordi segreti e dei raggiri utilitaristici. Che piuttosto sia l'arte dell'impossibile, cioè l'arte di rendere migliori se stessi e il mondo». Discorsi da intellettuale, si dirà con sufficienza, mentre oggi e qui il ruolo dell'intellettuale è stato relegato ai margini della politica, quasi associandola alle ideologie. Ma è evidente che non ne guadagna né la politica, né la qualità delle democrazie, né tantomeno i cittadini.

Antonio Socci sul comunismo: "Ecco perché sopravvive soltanto in Italia". Libero Quotidiano il 27 Ottobre 2019. Trent' anni fa, in questi giorni, crollava il comunismo dell' Est europeo. E - guardando alla storia successiva del nostro Paese - ci si chiede come sia stato possibile che, da allora, i (post) comunisti abbiano preso il potere in Italia. Infatti, in questi trent' anni, a fare il bello e il cattivo tempo e tuttora a comandare è proprio quella Sinistra politica e intellettuale sulla cui testa crollò il Muro di Berlino. Come e perché è potuto accadere? Oggi è un dato di fatto a cui siamo così assuefatti che neanche ci facciamo più domande. Ma se ci si riflette ciò che è avvenuto appare surreale. Dal "socialismo reale" al (post)socialismo surreale. Ci si sarebbe aspettati, infatti, dopo il 1989, che uscisse totalmente di scena quella Sinistra di obbedienza moscovita che aveva professato un' ideologia orribile e devastante, sostenendo dittature e tiranni stomachevoli, sistemi che avevano fatto fallimento dovunque in modo plateale. Era giusto sperare che calasse il sipario su quella Sinistra marxista che nel nostro Paese aveva fatto i suoi danni e che poi si era addirittura moltiplicata, nel '68, generando gruppuscoli ultracomunisti che hanno inflitto all' Italia anni orribili. O almeno ci si doveva aspettare che - per tornare ad avere una qualche presentabilità - quella Sinistra (non solo politica, ma anche intellettuale e mediatica) facesse un lungo esame di coscienza ideologico, un mea culpa pubblico, rinnegando radicalmente il comunismo, le sue leadership e tutta la sua storia. Autoassoluzione - Forse dovevano anche chiedere scusa agli italiani tutti e a quei lavoratori che avevano creduto all' inganno ideologico. Era doverosa insomma una lunga traversata nel deserto alla fine della quale emergesse una ben diversa Sinistra e con leadership che niente avessero a che fare col passato. Nulla di tutto questo è accaduto. Un veloce e opportunistico cambio di casacca, una rapida autoassoluzione e subito sono saliti speditamente sul carro del nuovo potere "mercatista" ed "eurista", pronti per andare a comandare - come in effetti fanno da decenni - mantenendo, del vecchio Dna comunista, l' arroganza ideologica, il senso di superiorità antropologica, l' intolleranza, la demonizzazione dell' avversario, la propensione pedagogica (danno lezioni agli altri dopo aver sbagliato tutto) e il presentarsi come salvatori della democrazia dalle minacce oscure, puntualmente impersonate dai loro avversari politici. Hanno anche aggiunto, a questi vecchi "pregi" della Ditta, quelli nuovissimi della "dittatura politically correct" e del conformismo eurista, per finire col malcelato disprezzo per l' italiano medio e per la sovranità popolare. Perché loro - ritenendosi la salvezza dell' Italia - sono persuasi di dover sempre e comunque stare al potere - facendo mille capriole tattiche - anche quando gli elettori li bocciano nelle urne o li fanno precipitare ai minimi storici. Si sentono e sono i fiduciari dei governi europei e tanto a loro basta. Com' è stato possibile? Il Pci aveva mostrato la sua profonda natura comunista facendosi trovare del tutto impreparato all' evento storico del 1989. Basti ricordare che Achille Occhetto, da Segretario del Pci, nel marzo 1989 - ovvero otto mesi prima del crollo del Muro di Berlino - apriva il Congresso del partito rispondendo duramente a Craxi che gli aveva chiesto di cancellare il nome "comunista". Occhetto, fra applausi scoscianti, tuonò: «Non si comprende perché dovremmo cambiar nome. Il nostro è stato ed è un nome glorioso che va rispettato». Otto mesi dopo, a novembre 1989, appena il Muro di Berlino viene preso a picconate, Occhetto si precipita a cambiare il "nome glorioso". Ma resta il partito di prima, lo stesso blocco di potere e lo stesso Segretario (infatti sotto il simbolo della Quercia del Pds era riprodotto quello del Pci con falce e martello). E' una delle più incredibili operazioni gattopardesche della storia politica italiana. Il partito democratico  - Tanto che l' insospettabile Arturo Parisi, pur essendo stato uno degli inventori dell' Ulivo e uno dei fondatori del Pd, già Sottosegretario alla presidenza del Consiglio di Romano Prodi (colui che portò al potere i post-comunisti), questa estate, ha scritto due tweet molti significativi. Il 21 agosto, riportando la notizia del Corriere della sera sull' omaggio della Segreteria Pd a Togliatti («Orlando e Sposetti al Verano sulla tomba di Togliatti prima della direzione Pd»), Parisi commentava: «Come ogni anno la Segreteria del Pd ricorda col vicesegretario vicario la morte di Togliatti. Come meravigliarsi che invece di un partito nuovo il Partito sia vissuto nel solco di Pci/Pci-Pds/Pds/Ds/Pd?». E dopo questo tweet - che di fatto dava ragione a Berlusconi - Parisi, pochi giorni dopo, ne faceva un altro: «8 settembre 2019. Trent' anni dopo il Muro di Berlino alla Festa dell' Unità, ripeto Festa dell' Unità, Zingaretti è accolto al canto di Bandiera Rossa. Io non mi sorprendo Al cuor non si comanda È forse il Pd un partito nuovo? » Eppure questo è da anni il partito egemone in Italia.

Il culmine del potere post-comunista è stata la conquista del Quirinale, nel 2006, da parte di Giorgio Napolitano, uno che per anni aveva ricoperto incarichi di vertice nel Pci, fin dai tempi di Togliatti. Cosa sia oggi il Pd non è chiaro neanche ai suoi stessi dirigenti. Ma è chiaro che vuole restare al potere e la sua storia è quella descritta da Parisi ("nel solco di Pci/Pci-Pds/Pds/Ds/Pd"). Come conferma - del resto - la gaffe di Zingaretti sull' Urss, l' estate scorsa. Quando il comunismo è stato sconfitto dalla storia, i (post)comunisti hanno preso il potere in Italia. E lo tengono stretto malgrado gli italiani. Antonio Socci

Quel Muro tra due menzogne. La "barriera protettiva antifascista" fu eretta a Berlino contro un pericolo inesistente. E l'Europa non è nata come risposta ai nazionalismi. Marcello Veneziani l'11 novembre 2019 su Panorama. Il Muro di Berlino sorse su una menzogna e la sua caduta il 9 novembre di trent’anni fa generò un’altra menzogna. La prima, grande menzogna fu come venne presentato dal regime comunista ai tedeschi dell’Est: «barriera protettiva antifascista», come la definì il capo del regime comunista di Pankow, Walter Ulbricht. Ovvero lo scopo per cui era stato innalzato era proteggere la Germania comunista da un ipotetico, minaccioso attacco fascista. I fascismi erano ormai morti e sepolti da tanti anni, nuovi fascismi non s’intravedevano all’orizzonte e mai la Repubblica «democratica» tedesca fu minacciata alle sue frontiere da qualsivoglia pericolo, infiltrazione o invasione. L’unico vero motivo per cui sorse quel Muro e che la storia tragicamente comprovò fu di impedire la libera uscita dei tedeschi orientali dal loro Paese, dalla metà di Berlino, anche solo per riabbracciare famigliari e amici che erano al di là del muro. Centinaia di tentativi, finiti tragicamente, morti sul filo spinato, abbattuti dai Vopos a dimostrare che nessuno voleva introdursi nella Germania comunista ma tanti volevano uscirne. I flussi erano in una sola direzione. Era la prova più evidente del fallimento di un regime poliziesco e repressivo. Ma la mistificazione propagandistica continuava ad agitare il pericolo della reazione in agguato, l’imperialismo fascio-capitalista occidentale...Dopo 28 anni quel Muro si sbriciolò e tante furono le cause generali ma resta un mistero perché sia avvenuto così, senza resistenze e contrasti. Si disse che il mondo era cambiato, il comunismo aveva perso la sfida col capitalismo occidentale, il mondo si faceva globale, i media volatilizzavano le frontiere e portavano nuovi modelli di vita, il consumismo trionfava. Tre figure, in modi diversi, avevano contribuito a smantellare il Muro: il presidente americano Ronald Reagan e il suo scudo stellare, il papa polacco Karol Wojtyla e il movimento di Solidarnosc, il presidente russo Mikhail Gorbaciov con la glasnost e la perestrojka. Ma una seconda grande menzogna è poi cresciuta sulle rovine del Muro e della sua memoria e tuttora si tramanda, anzi è accresciuta da quando sono sorti i nazional-populismi e i sovranismi. Si ripete sempre nei discorsi ufficiali, nelle rievocazioni istituzionali e nelle narrazioni dominanti che l’Europa unita scaturita dopo il crollo del Muro sia nata contro i nazionalismi, in risposta a essi. Un falso storico grande come il Muro. L’Europa fu possibile, coi suoi trattati, da Maastricht a Schengen, e il suo allargamento a Est, solo perché era caduto il comunismo, la cortina di ferro; e perché non c’era più l’alibi del bipolarismo Est-Ovest che costringeva mezz’Europa ad allinearsi all’Urss e l’altra metà agli Stati Uniti. Non era stato l’ostacolo dei nazionalismi a impedire l’unificazione europea. Dopo il 1945 il nazionalismo era stato sconfitto o era ininfluente, marginale coi regimi autoritari di Spagna e Portogallo. L’unico nazionalismo vigente in Europa dopo la guerra era franco-europeista, in funzione anti-egemonia americana: fu il sogno dell’Europa delle patrie, dall’Atlantico agli Urali, del Generale Charles de Gaulle. Dunque è solo una bufala politica e storiografica che l’Europa si sia unita affrancandosi dai nazionalismi. Il paradosso aggiuntivo è che più passano gli anni e più si accentua la fiaba antinazionalista dell’Europa mentre è scomparso nelle nebbie dell’amnesia collettiva e istituzionale l’eredità pesante del comunismo e le cicatrici che lasciò in mezza Europa. Si legge la caduta del Muro come un trionfo della società globale senza confini. Si abusa anzi della retorica sui muri da abbattere per giustificare i massicci flussi migratori e il diritto soggettivo e assoluto di ciascun abitante del pianeta di cambiare paese. Si dimentica un’elementare realtà: i muri più infami non sono quelli che impediscono di entrare, senza passaporto, a chiunque decida di venire, ma quelli che impediscono di uscire, nonostante il passaporto, ai propri cittadini in regola con le leggi, con lo Stato, con il fisco. Cadendo, il Muro di Berlino lasciò aperto il mondo ma in due direzioni opposte: una verso la globalizzazione e la società senza frontiere, l’altra verso le identità locali e nazionali. Del resto il Muro crollato non rese solo più aperto il mondo, ma unificò anche una nazione lacerata, come la Germania. Finì il dramma tedesco, una nazione martoriata da due sconfitte, due totalitarismi e dall’infamia della Shoah. La Germania riunita diventò esempio per le altre aspirazioni nazionali represse, a partire dall’est uscito dal comunismo. Il mondo non si fece unipolare, soggetto al Nuovo Ordine Mondiale; ma la frontiera tra est e ovest traslò in una barriera invisibile tra Nord e Sud del pianeta, tra centro e periferie, tra Occidente e Islam. Insomma la storia non finì tra le braccia dell’Impero americano e della democrazia liberale, come pensarono in quel tempo George Bush e il suo consigliere Francis Fukuyama. Ma riprese con altri scenari e altre linee di confine, altri spartiacque. Il Muro di Berlino lasciò due eredi, non uno solo, e due diverse idee dell’Europa. Una come integrazione delle nazioni in un progetto confederale e l’altra come «dis-integrazione» delle nazioni in un progetto cosmopolitico. Nazionalismo e internazionalismo, anzi sovranismo e globalitarismo ne sono i risultati. Con quel Muro finì una storia, se ne aprì un’altra. La nostra. Il mare è aperto ma tra le sue acque è riemerso l’arcipelago delle identità.

La censura sul Muro: ora è vietato parlare di comunismo a scuola. Sbianchettato il testo di Forza Italia-Lega-Fdi La sinistra: la dizione è "socialismo reale". Sabrina Cottone, Giovedì 07/11/2019 su Il Giornale. Sono passati trent'anni dal giorno della caduta del Muro di Berlino, quel 9 novembre del 1989 che per molti è un ricordo degli occhi e del cuore, ai ragazzi è stato tramandato tra racconti familiari e The Wall dei Pink Floyd, per tutti è una data entrata nei libri di storia e nei testi che si studiano a scuola. Eppure la condanna del comunismo divide ancora, e capita, è capitato ieri che in commissione Cultura alla Camera si dibatta un'intera seduta per censurare l'espressione «dittatura comunista» di stampo sovietico, e proprio in un testo che vuole impegnare il governo a verificare che nelle scuole si celebri realmente il «Giorno della libertà» istituito nel 2015. A opporsi all'espressione «dittatura comunista» è stato Nicola Fratoianni di Sinistra italiana, l'area della maggioranza più radicale che fa riferimento a Leu, sostenuto dal sottosegretario al Miur, Giuseppe De Cristofaro, ex parlamentare di Rifondazione comunista oggi esponente di governo di Si. Non è caduta «la dittatura comunista», ma «la dittatura del socialismo reale», la tesi sostenuta dagli esponenti di Sinistra italiana. È così partita una battaglia da azzeccagarbugli che ha impedito di arrivare a una risoluzione condivisa. Si spera che oggi un ritorno alla realtà di ciò che è stato riporti il comunismo nel testo, così da arrivare a una mozione unitaria. Ma nel frattempo la commissione Cultura della Camera, a trent'anni dalla caduta del Muro, è rimasta travolta per un giorno dalle vecchie macerie, a dibattere se quel 9 novembre a Berlino fosse davvero caduta la dittatura comunista o il socialismo reale. La risoluzione contestata è stata presentata da Fratelli d'Italia, con Paola Frassinetti come prima firmataria, dalla Lega con Daniele Belotti e da Forza Italia con Valentina Aprea. «Il 9 novembre ha rappresentato per milioni di persone il giorno della ritrovata libertà dopo decenni di dittatura comunista» il passaggio che ha fatto inciampare i parlamentari della sinistra radicale. Le risoluzioni presentate per la discussione congiunta, con l'intenzione di fonderle in una sola, sono state tre: una di maggioranza, una seconda a firma di Alessandro Fusacchia di +Europa, confluita nella risoluzione della maggioranza, e la risoluzione del centrodestra, la prima a essere depositata e quindi discussa. Si lavorava agli impegni per stendere una risoluzione unitaria quando si è levata l'opposizione dell'area radicale di Leu alla «dittatura comunista». Uno stop inatteso che ha riportato indietro di decenni l'orologio della storia. «Dopo la risoluzione del Parlamento europeo, il comunismo è equiparato ad altri totalitarismi. Per questo, la censura è da ritenersi odiosa e inaccettabile. Sotto la cortina di ferro del comunismo, sono morte milioni di persone» è la protesta sulle labbra di Federico Mollicone, capogruppo di Fdi in commissione Cultura. «È vergognoso come questo governo non ammetta la parola comunismo, come se nulla fosse accaduto. Quanto avvenuto in commissione Cultura è inaccettabile» commenta il leghista Belotti, capogruppo del suo partito in Commissione. E l'azzurra Valentina Aprea parla di «revisionismo storico» e aggiunge: «È fondamentale insegnare alle giovani generazioni che con la caduta del Muro ci siamo liberati dalla dittatura comunista di stampo sovietico. Noi combattiamo tutti e tre i totalitarismi del Novecento: comunismo, fascismo e nazismo. E nei Paesi del blocco sovietico la gente è stata privata della libertà a causa del comunismo». 

In Parlamento un giro di parole per salvare l'idea comunista. Sabrina Cottone, Venerdì 08/11/2019, su Il Giornale. È caduto il comunismo quando è caduto il Muro? La domanda potrebbe sembrare semplice ma in politica non lo è, come dimostra il parapiglia in commissione Cultura della Camera, dove la sinistra radicale di Leu voleva espungere le espressioni «comunismo» e «dittatura comunista» per parlare di ciò che accadeva a Berlino Est, in Unione sovietica e negli altri Paesi d'oltrecortina. Meglio un più edulcorato «dittatura del socialismo reale» per trasmettere alle giovani generazioni la memoria di ciò che è stato. Il dibattito si è acceso proprio su una risoluzione che impegna il governo a moltiplicare le iniziative di ricordo della caduta del Muro nelle scuole e nelle università. Quasi fuori tempo massimo, all'antivigilia del trentesimo anniversario del 9 novembre 1989 dichiarato con legge del 2005 Giorno della libertà, è arrivato il compromesso storico, con una risoluzione votata da maggioranza e opposizione. In un soprassalto di senso della realtà storica, il «comunismo» è tornato a esistere insieme alla «dittatura». Ma, recita il documento, la «libertà» è stata ritrovata «dopo decenni di dittatura imposta in nome del comunismo». Non una dittatura comunista ma «una dittatura imposta in nome del comunismo». Un giro di parole politicamente corrette che è piaciuto a tutti, forse anche perché ciascuno è libero di interpretarle a proprio modo. «Imposta in nome del comunismo» può significare che il comunismo in sé non fosse un'ideologia perversa, come potranno leggere e supporre senza sussulti tutti coloro che ne sono orfani e anzi continuano a credere che nel Manifesto del Partito comunista, tra le parole di Marx e Engels, nel materialismo dialettico, nella lotta di classe, fossero nascoste giustizia, uguaglianza e fraternità, e se poi mancava la libertà poco male, ma era un bellissimo progetto di vita e società incompreso, realizzato peggio, trasformatosi in orrore e violenza, in un'eterogenesi dei fini che inevitabilmente rimane incomprensibile. Ma «dittatura imposta in nome del comunismo nei paesi del cosiddetto socialismo reale» può significare anche altro, quasi l'opposto, e cioè che quel «comunismo» che sarebbe morto il 9 novembre 1989, sbriciolato insieme al Muro di Berlino, in realtà non è morto, anzi è vivo e vegeto e lotta ancora contro di noi, nei Paesi in cui oggi esiste una dittatura imposta nel suo nome. Il Partito comunista cinese, la seconda formazione politica più grande del mondo, governa la Repubblica popolare cinese. Segretario e presidente sono un'unica persona che può rimanere al potere a vita. Non è l'unico Paese in cui ciò accade. Nella circolare del Miur alle scuole si parla della caduta del Muro come «evento simbolo per la liberazione di Paesi oppressi e auspicio di democrazia per le popolazioni tuttora soggette al totalitarismo». E allora una delle domande dell'oggi, a trent'anni dalla caduta del Muro, resta una grande muraglia anche a scuola. Esiste ancora o no la «dittatura imposta nel nome del comunismo»?

La storia del Muro diventa radical chic. Roberto Vivaldelli suit.insideover.com l'8 novembre 2019. A 30 anni dalla Caduta del Muro di Berlino lo spauracchio delle forze progressiste che vogliono riscrivere la storia diventa uno solo: il “sovranismo”. L’ex premier Paolo Gentiloni e commissario Ue designato ha spiegato a Porta a Porta che “questa ventata nazionalista, soprattutto nelle campagne e nei piccoli centri, va fortissimo e mette in discussione la democrazia liberale che quella notte aveva trionfato”. Dopo 30 anni, ha sottolineato Gentiloni, “rallegra avere tutto quello che abbiamo, ma non ci dimentichiamo che quella cosa che a noi sembrava scontata, la democrazia liberale, sarà il tema degli anni 20 del nuovo secolo, la posta in gioco vera sarà se questo sistema è davvero il sistema migliore”, ha spiegato il commissario Ue designato. Che cosa abbia a che fare la “ventata nazionalista” con la Caduta del Muro, che aprì la strada alla dissoluzione del sistema di potere costruito dall’Unione sovietica, nessuno lo sa, se non il tentativo di individuare nel “sovranismo” il “male assoluto” che minaccia la democrazia liberale di cui i progressisti, eredi del Partito comunista italiano, sarebbero – a loro dire – i soli portavoce. “Il trentennale dalla caduta del Muro di Berlino è una festa. Ma a metà. Perché mentre celebriamo una data così significativa per l’Europa, assistiamo alla rinascita di tanti piccoli muri nel nostro continente e nel mondo. Alcuni ideologici. Altri, purtroppo, reali. Muri fisici che puntano a dividere. Vendendo l’illusione di una maggiore sicurezza. Quando invece l’unica cosa che accrescono è l’intolleranza”. Spiega invece la senatrice Laura Garavini, vicepresidente del gruppo Italia viva di Matteo Renzi. “In questo momento storico – aggiunge la senatrice – l’unico modo per celebrare il trentennale della caduta del Muro è alzare la voce contro l’imbarbarimento della mentalità comune. Venti di destra soffiano in Italia, nella stessa Germania ed in tutta Europa”.

La Caduta del Muro e le strumentalizzazioni. Anche i vescovi europei, riuniti in assemblea plenaria, commemorano la caduta del muro di Berlino e lanciano un monito rivolto ai cittadini contro i sovranismi. Il Comece si è espresso mediante una dichiarazione: il Muro, spiegano, “ci ha insegnato che costruire muri tra i popoli non è mai la soluzione, ed è un appello a lavorare per un’Europa migliore e più integrata”. Come riporta l’agenzia Sir, il riferimento dei vescovi ai nazionalismo è eloquente: “Le ideologie, un tempo alla base della costruzione del muro, non sono del tutto scomparse in Europa e sono ancora oggi presenti, seppur in forme diverse”, hanno scritto. Si tratta di riletture strumentali, a fini politici e ideologici di un evento storico che andrebbe analizzato in ben altri termini. Innanzitutto sottolineando che una cosa è riflettere sulla fine del socialismo reale, ben altro è disquisire sull’unificazione della Germania e le importanti conseguenze geopolitiche che quell’evento ebbe sulla storia europea e mondiale. Come nota l’ex segretario di Stato Henry Kissinger in Ordine Mondiale, “la caduta del Muro di Berlino rapidamente al collasso dell’orbita dei satelliti dell’Urss, la fascia di Stati dell’Europa orientali assoggettati al sistema di controllo sovietico”. Il collasso dell’Unione sovietica, nota Kissinger, “modificò il carattere dell’azione diplomatica. La natura dell’ordine europeo risultò trasformata in modo sostanziale nel momento in cui non esisteva più una consistente minaccia militare proveniente all’interno dell’Europa. Nell’atmosfera di esultanza che seguì, i tradizionali problemi dell’equilibrio furono liquidati come ‘vecchia’ diplomazia, da sostituire con la diffusione di ideali condivisi”.

La fine della Guerra fredda e il trionfo dell’egemonia liberale. Alla fine della Guerra fredda, gli Stati Uniti si affacciarono sul mondo con la possibilità di esercitare un potere e un’influenza senza precedenti. Con la sconfitta dell’Unione sovietica e la conclusione dell’era bipolare, infatti, gli strateghi americani hanno cominciato a sognare di modellare il globo a immagine e somiglianza dell’unica superpotenza rimasta. Una visione ottimista del futuro ben espressa da Francis Fukuyama nella riflessione formulata nel saggio The End of History?, pubblicato su The National Interest nell’estate 1989, nel quale il liberalismo, agli occhi dell’illustre politologo, appare come l’unico possibile vincitore e meta finale dell’evoluzione storica dell’uomo e della società. Si faceva inoltre sempre più largo l’idea che le nazioni potessero essere superate e il realismo politico fosse ormai un lontano ricordo. Fu un grave errore. Come ricorda il professor Marco Gervasoni, già all’epoca qualcuno, come il grande Samuel P. Huntington, mise in guardia e spiegò che il ruolo delle nazioni, tutt’altro che diminuito, era addirittura cresciuto dopo il 1989, e che si sarebbe ulteriormente intensificato. Insieme a lui John J. Mearsheimer e tutta la schiera di “realisti”.

L’unificazione incompiuta. L’ultimo aspetto da analizzare riguarda la “mancata unificazione” e il grande divario fra la Germania dell’Est e quella dell’Ovest. Come nota il Fatto Quotidiano, “da qui bisognerebbe partire, se si vuol capire come l’ Unione stia perdendo l’ Est: dai modi e dai discorsi pubblici con cui l’ Est – Germania orientale in testa – è stato annesso e privatizzato, più che integrato e rispettato”. In Germania, ricorda Il Fatto Quotidiano, l’autocritica è in pieno corso, e non mancano libri che parlano dell’Est come di un Mezzogiorno ancora più dannato del nostro. Tra i tanti, quello di Daniela Dahn, già dissidente in Ddr, che invariabilmente denuncia le modalità di un’ unificazione cui dà il nome storicamente pesante di Anschluss, annessione. I cittadini dell’est hanno la sensazione di essere cittadini di serie B. Come riporta IlSole24Ore, il reddito di un cittadino dell’Est è comunque all’85% di quello di un cittadino dell’ Ovest, con un gap di produttività del 20% a favore della parte occidentale.

Muro di Berlino, un lungo addio. Quel collasso veniva da lontano. Pubblicato giovedì, 07 novembre 2019 da  Antonio Carioti, su Il Corriere della Sera. Un libro a cura di Marcello Flores, per i trent’anni dalla caduta della barriera che spaccava in due la città tedesca, rievoca i giorni che segnarono la fine del comunismo. Sotto un profilo storico di durata medio-lunga, si può perfino sostenere che il Muro cominciò a crollare prima di essere costruito. Nel senso che la stessa edificazione di una barriera che tagliava in due Berlino, per impedire il deflusso degli abitanti dalla zona orientale a quella occidentale, segnalava la debolezza della Germania comunista e del blocco sovietico, incapaci di reggersi se non a prezzo di gravi misure coercitive esercitate sulla loro popolazione. Il libro a cura di Marcello Flores, in edicola con il «Corriere» a euro 8,90 Di quella precarietà si erano avvertiti forti sintomi ben prima del 1961, anno in cui il Muro fu edificato, a cominciare dalla rivolta operaia scoppiata proprio a Berlino nel 1953 e repressa dalle truppe sovietiche. Da allora il 17 giugno, giorno in cui la sommossa aveva raggiunto il culmine, venne celebrata nella Germania Ovest come giornata dell’unità nazionale fino al 3 ottobre 1990, data della effettiva ricongiunzione tra i due Stati divisi dalla guerra fredda. Insomma, non venivano certo dal nulla, né erano soltanto frutto della pur decisiva politica di Mikhail Gorbaciov, i fatti di trent’anni fa rievocati attraverso reportage e commenti apparsi all’epoca sul «Corriere della Sera» e raccolti a cura di Marcello Flores (che firma anche un’ampia introduzione) nel libro 9 novembre 1989. La caduta del Muro di Berlino, in edicola da oggi con il quotidiano. Quegli eventi clamorosi, che colsero il mondo di sorpresa, avevano origini lontane. Mikhail Gorbaciov guidò il Pcus dal 1985 al 1991 e cercò di riformare il sistema sovieticoUno snodo fondamentale, a tal proposito, fu proprio l’insurrezione del 1953, perché veniva non a caso dopo un evento che segnava una svolta epocale: la morte di Iosif Stalin, l’uomo che aveva di fatto plasmato in profondità il sistema sovietico (ancora piuttosto precario alla morte del suo maestro e predecessore Vladimir Lenin), lo aveva dotato di un possente apparato industriale, incentrato sulla produzione bellica, e lo aveva condotto alla vittoria nella guerra spietata contro gli invasori nazisti. Il prestigio derivante all’Urss dal suo contributo essenziale alla sconfitta del Terzo Reich e la personalità di Stalin, capo indiscusso di un movimento mondiale che dominava una parte assai rilevante della superficie terrestre e del genere umano, erano i due elementi di forza del blocco sovietico. La natura dispotica di quel sistema di potere poteva comunque essere giustificata dall’ostilità del mondo capitalista circostante, soprattutto per chi era disposto a credere che i Paesi comunisti stessero marciando, pur con inevitabili difficoltà, verso il progresso civile e l’eguaglianza sociale. La morte di Stalin privò tuttavia l’impero della sua guida, la cui leadership si basava su un misto di carisma personale e terrore diffuso, esercitato sull’intera società e sulla stessa classe dirigente dell’Urss. I suoi successori, liberi finalmente dal timore di cadere in disgrazia, pensarono di poter allentare la presa. E, al XX Congresso del Partito comunista, osarono sconfessare il capo defunto. La sfida era competere con l’Occidente sul piano della convivenza pacifica, garantendo un tenore di vita migliore agli abitanti del blocco comunista. Il calcolo si rivelò ben presto errato. La rivolta di Berlino fu il primo segnale che l’impero non si poteva tenere insieme senza usare la violenza. E la conferma venne nel 1956. Se in Polonia venne raggiunto un compromesso tra le aspirazioni all’autonomia dei comunisti locali e le esigenze del Cremlino, in Ungheria fu necessario usare i carri armati per reprimere una rivoluzione impetuosa. Poi venne la costruzione del Muro, nell’agosto del 1961, per evitare che la cosiddetta Repubblica democratica tedesca venisse dissanguata dall’esodo dei suoi abitanti attirati dal miracolo economico della Germania occidentale. Ancora più grave, nel 1968, fu l’invasione della Cecoslovacchia, perché ad essere schiacciato dall’Armata rossa fu un processo riformatore, la Primavera di Praga, avviato dallo stesso Partito comunista. Di fronte alla successiva nascita di Solidarnosc, sindacato che di fatto univa tutta la nazione polacca contro un regime esausto+, non restò che il golpe militare del dicembre 1981. La realtà ormai innegabile negli anni Ottanta era che il blocco sovietico viveva una sorta di schizofrenia strutturale tra gli ideali proclamati a parole, quelli di eguaglianza e libertà del marxismo rivoluzionario, e la realtà di un sistema oppressivo e inefficiente, retto soprattutto da un apparato spionistico e militare di proporzioni gigantesche. Ciò era palese nei più importanti Paesi satelliti (Germania Est, Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria), dove il consenso dei cittadini ai rispettivi regimi era assai ristretto. Il dato che spesso viene trascurato quando si paragona il Muro di Berlino ad altre barriere (quella costruita da Israele per bloccare le infiltrazioni armate o anche quella al confine tra Messico e Usa) è che spesso nella storia gli Stati hanno costruito fortificazioni per tenere fuori stranieri ansiosi di entrare nel loro territorio (si pensi alla Muraglia cinese o al Vallo di Adriano), ma lo sbarramento eretto dalla Germania orientale serviva invece a evitare la fuga dei suoi abitanti verso l’esterno. Denunciava la bancarotta di un sistema che non attirava nessuno, ma al contrario suscitava nella popolazione un’impellente desiderio di andarsene, anche a costo di rischiare la vita sotto i colpi delle guardie confinarie. Quando Gorbaciov cercò di colmare il divario tra ideali e realtà, come avevano cercato di fare prima di lui l’ungherese Imre Nagy e il cecoslovacco Alexander Dubcek, l’intero edificio cominciò a sfaldarsi. L’economia collettivista burocratizzata non era facilmente riformabile e la concessione di maggiori libertà civili era incompatibile con l’assetto a partito unico. La successiva frana conobbe nel 1989 un’improvvisa accelerazione, tanto da produrre l’unificazione tedesca con una rapidità che — lo sottolinea Flores — preoccupò anche esperti americani come Zbigniew Brzezinski, consigliere del presidente George Bush senior. Certo, come ha dichiarato a «la Lettura» del 16 ottobre l’ultimo premier comunista della Germania orientale Hans Modrow, quello Stato venne «barattato per denaro» da Gorbaciov in cambio degli aiuti concessi dal cancelliere occidentale Helmut Kohl. Ma si può vendere solo ciò che si possiede: la Repubblica democratica tedesca era appunto una creatura di Mosca, che poteva farne ciò che voleva. D’altronde nella stessa Urss la disgregazione del sistema si dimostrò inarrestabile. Il tentativo di bloccarla compiuto dagli aspiranti golpisti dell’agosto 1991, che cercarono di deporre Gorbaciov e di fatto consegnarono a Boris Eltsin l’opportunità per smembrare l’Urss, abortì soprattutto per la scarsa convinzione dei suoi fautori. Al comunismo leninista non credevano più gli stessi membri dell’oligarchia che con quella dottrina aveva giustificato il suo potere. Esce l’8 novembre e rimane in edicola un mese con il «Corriere della Sera» il libro 9 novembre 1989. La caduta del Muro di Berlino, a cura dello storico Marcello Flores, in vendita al prezzo di 8,90 euro più il costo del quotidiano. Il volume — nel trentennale della svolta che segnò l’inizio della fine della divisione dell’Europa determinata dalla guerra fredda dopo il 1945 — raccoglie corrispondenze, editoriali e interviste che apparvero sul quotidiano di via Solferino tra il 17 gennaio 1989 e il 5 ottobre 1990.

Caduta del muro di Berlino, 30 anni dopo: 10 film da vedere. Il 9 novembre 1989 crollava l'ultima barriera della Guerra Fredda. Celebriamo il trentennale con 10 film su Germania divisa e muri da abbattere. Simona Santoni il 6 novembre 2019. 15 anni dopo la seconda Guerra mondiale, il mondo era percorso dalla Guerra Fredda. Berlino era l'emblema della divisione: da una parte la Berlino Ovest, che comprendeva i tre settori di occupazione alleati americano, britannico e francese, dove l'economia aveva ripreso a fiorire sull'onda della modernizzazione. Dall'altra Berlino Est, filorussa, con i sovietici che assistevano alla fuga di tanti tedeschi verso occidente, alla ricerca di maggiore fortuna. È così che il 13 agosto 1961 i sovietici innalzarono il Muro di Berlino, a dividere in due la città, con la giustificazione di mettere un freno a questa fuga. I berlinesi subirono impotenti la separazione. Negli anni, 136 persone morirono nel tentativo di scavalcare il Muro, uccisi dalle guardie della Repubblica Democratica Tedesca o in seguito alle ferite riportate nell'impresa. Il 9 novembre 1989 è la data che ha cambiato la Storia: furono aperti i posti di blocco e decine di migliaia di berlinesi dell'Est oltrepassarono la frontiera, accolti festososamente dai berlinesi dell'Ovest. A 30 anni da questo evento epocale, consigliamo 10 film belli da vedere, che parlano di Berlino e del Muro, ma anche e semplicemente di muri, da abbattere e superare. Il 9 novembre, non a caso, è la Giornata nazionale contro tutti i muri.

1) Good bye Lenin! (2003) di Wolfgang Becker. In questa lista non può mancare Good bye Lenin!, film cult tedesco che restituisce con leggerezza un'immagine chiara del post Guerra Fredda. Dà luce a una realtà poco nota come quella di Berlino Est e alla "Ostalgie", ovvero la nostalgia della vita nella ex DDR, per noi occidentali tanto difficile da comprendere quanto misteriosa e affascinante. Con Daniel Brühl. Protagonista la famiglia Kerner di Berlino Est: nel 1989, la mamma entra in coma e si sveglia alcuni mesi dopo, con il Muro ormai crollato e la società mutata. Per evitarle lo choc, suo figlio fa di tutto per fingere che nulla sia accaduto. Per il trentennale della caduta del Muro di Berlino Good bye Lenin! torna al cinema, distribuito da Satine Film. 

2) Le vite degli altri (2006) di Florian Henckel von Donnersmarck. Made in Germania, Oscar al miglior film straniero, è una storia di spionaggio ma non di azione e inseguimenti, è costruita su pensieri nascosti e segreti desideri sul filo di una tensione silenziosa. È ambientata nella Berlino Est del 1984, controllata dalle spie della Stasi. Ulrich Mühe, che purtroppo morì poco dopo l'Academy Award, interpreta un funzionario della Stasi che spia la vita di una coppia, registra ogni suo passo, fino a diventarne complice. 

3) Uno, due, tre! (1961) di Billy Wilder. Un film che si compone a cavallo della costruzione del Muro di Berlino. Austriaco di famiglia ebraica che poi espatriò negli States, Wilder abitò la città fino fino all'ascesa di Hitler. Con i consueti toni della commedia, fa una satira sulla Guerra Fredda dal ritmo incalzante. Un dirigente della Coca Cola a Berlino Ovest vorrebbe vendere la bevanda anche nei Paesi comunisti, mentre la figlia del boss della multinazionale si innamora di un giovane della Germania Orientale...La realizzazione del film fu turbata proprio dallo storico innalzamento del Muro, il 13 agosto 1961, tanto che le riprese sotto la porta di Brandeburgo, punto di congiunzione tra Est e Ovest, furono ultimate in studio, dove il monumento fu ricostruito.

4) Il ponte delle spie (2015) di Steven Spielberg. Thriller di spionaggio dall'impianto classico ambientato durante la Guerra Fredda, plumbeo e solido, Il ponte delle spie va alla riscoperta di un meraviglioso eroe normale, James Donovan, interpretato da Tom Hanks. Avvocato idealista, nel 1962 Donovan negoziò per la Cia il primo scambio di prigionieri sul ponte di Glienicke in Germania, fra Usa e Urss. Nella Berlino fredda e austera, in cui si erge il Muro e un clima di sgomento, Donovan, chiuso nel suo cappotto e nella sua solidità morale, cercherà di ottenere il massimo. Non per la Cia, ma per il suo senso di giustizia, contro i forcaioli e in nome dei diritti civili. 

5) Il giardino di limoni - Lemon Tree (2008) di Eran Riklis. Non solo Muro di Berlino. Film israeliano vincitore del premio del pubblico al Festival di Berlino, tra dramma e ironia Il giardino di limoni ci porta nel conflitto irrisolto in Medio Oriente tra palestinesi e israeliani, tra barriere fisiche e pregiudizi. Occhi neri e tenaci, Hiam Abbass è una vedova palestinese che vive in un villaggio della Cisgiordania. Il suo nuovo vicino di casa è il ministro della Difesa israeliano. Quando, per ragioni di sicurezza, le viene intimato di abbattere quel giardino di limoni che rappresenta il suo unico sostentamento e le sue radici, lei non si dà per vinta e porta la causa in tribunale. Troverà la solidarietà di un'altra donna, la moglie del ministro. 

6) Torna a casa, Jimi! (2019) di Marios Piperides. Nicosia è l'unica capitale al mondo ancor oggi divisa. Da una parte, a sud, l'area greca, che fa da capitale alla Repubblica di Cipro, parte dell'Unione europea; dall'altra, a nord, l'area turca, che fa da capitale alla Repubblica di Cipro del Nord, non riconosciuta a livello internazionale. A separarle una recinzione militare. Torna a casa, Jimi!, opera prima del regista cipriota, ruota attorno a questa linea di divisione, mettendo a fuoco l'assurdità di certe disposizioni, preconcetti e "muri". Secondo la legge, nessun animale, pianta o prodotto può essere trasferito dal settore turco a quello greco. Così, quando il cane Jimi attraversa la zona cuscinetto dell'Onu, il padrone, il cantante fallito Yiannis (Adam Bousdoukos), deve inventarsi di tutto per riuscire a riportarlo indietro. Ma è più facile per un cane che per un uomo varcare il confine. 

7) Il figlio dell'altra (2012) di Lorraine Lévy. A volte tutto dipende soltanto da quale parte del muro si nasce. Joseph vive a Tel Aviv, ma il suo sangue è palestinese: c'è stato uno scambio di culle alla nascita. Altrimenti sarebbe cresciuto in Palestina, nei territori occupati della Cisgiordania, dove si trova Yacine. Quando si scopre l'errore, con i due ormai ragazzi, le due famiglie (tra cui Emmanuelle Devos come mamma israeliana) provano ad avvicinarsi, ma le divergenze politiche sono troppo forti. Riusciranno invece a superare differenze e diffidenze i due giovani, entrando gradualmente nelle reciproche famiglie. 

8) Tutti pazzi a Tel Aviv (2018) di Sameh Zoabi. La divisione è letta sotto forma di commedia dal regista palestinese Sameh Zoabi, che affronta il conflitto, l'occupazione e l'abuso di potere con leggerezza e soffiando sulla possibilità di dialogo. Kais Nashif, premiato a Venezia 2018 come migliore ottore della sezione Orizzonti, interpreta un giovane sceneggiatore palestinese che vive a Gerusalemme e scrive per la popolare soap-opera Tel Aviv brucia, prodotta a Ramallah. Ogni giorno, per raggiugere gli studi televisivi, deve passare attraverso un posto di blocco israeliano, dove è notato da un comandante la cui moglie è accanita fan della serie...

9) La gabbia dorata (2013) di Diego Quemada-Diez. Film spagnolo d'esordio, racconta la storia di tre adolescenti dei quartieri poveri del Guatemala che cercano di raggiungere gli Stati Uniti d’America, alla ricerca di una vita migliore. Il viaggio è lungo, a bordo di treni merci o seguendo a piedi i binari delle ferrovie. Intanto, con loro, riflettiamo sui confini che dividono le nazioni e su ciò che ci divide come esseri umani. A ispirare il regista, anche le parole di un messicano di nome Juan Menéndez López, pronunciate pochi istanti prima di salire a bordo di un treno merci in corsa: "Si imparano molte cose lungo il cammino. Qui siamo tutti fratelli, abbiamo tutti le stesse esigenze. L'importante è che impariamo a condividere. Solo così potremo andare avanti, solo così potremo raggiungere la nostra destinazione, solo un popolo unito può sopravvivere. In quanto esseri umani, non siamo clandestini in nessun luogo del mondo".

10) La zona (2007) di Rodrigo Plà. Opera prima del regista uruguaiano-messicano recentemente autore del film Un mostro dalle mille teste, La zona nel 2007 vinse il Leone del futuro come miglior esordio alla Mostra del cinema di Venezia, presentato alle Giornate degli autori. All'interno di Città del Messico "la zona" è un'area privilegiata di ricchi, che si tiene separata dalla miseria del resto del mondo tramite muraglie, reticolati, videosorveglianza. Quando per un guasto tre del mondo di là, di poveri e reietti, riescono ad entrare laddove la vita scorre serena e ovattata, si scatena una terribile caccia all'uomo. 

La Guerra Fredda e i segreti della Stasi: reportage di Purgatori. Pubblicato giovedì, 07 novembre 2019 su Corriere.it da Aldo Grasso. Grande spazio è stato dedicato al ruolo della Stasi, «il più grande e impenetrabile servizio di sicurezza che la storia umana abbia mai conosciuto». Il 13 agosto 1961, per tamponare l’esodo di massa verso Berlino Ovest, le unità armate della Germania dell’Est costruirono quello che a Est chiamavano «barriera di protezione antifascista» e a Ovest il «muro della vergogna», un sistema di fortificazioni che simboleggerà per ben 28 anni la Guerra Fredda, fino a diventare un rudere metaforico prima ancora che di cemento armato. Sono passati 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, l’evento che nel 1989 ha segnato la fine dei regimi comunisti in Europa e della divisione del mondo tra Est e Ovest. Andrea Purgatori è andato a Berlino per riproporci non solo le scene di grande e inaspettata festa di quel 9 novembre, giorno in cui la notizia invase festosamente tutti i tg del mondo e le immagini dei picconatori del muro si ersero a simbolo, ma soprattutto per ricostruire le tappe che portarono alla costruzione di quella tetra muraglia, lunga 46 chilometri (più un centinaio di filo spinato lungo i confini occidentali della Ddr) e alta dai tre ai quattro metri, e per ricordarci che nuovi muri continuano a dividere i popoli: Berlino 1989, Mexico 2019 - Breaking The Walls (Atlantide, La7, mercoledì, ore 21,15). Purgatori ha anche intervistato Lilli Gruber, allora inviata del Tg2 nei giorni della caduta del muro, lo scrittore Peter Schneider, leader del ‘68 berlinese, il dissidente Harmunt Richter, che ha vissuto una rocambolesca fuga dalla Germania Est. Grande spazio è stato dedicato al ruolo della Stasi, «il più grande e impenetrabile servizio di sicurezza che la storia umana abbia mai conosciuto», come ha affermato Gianluca Falanga, autore del libro Il ministero della Paranoia. La Stasi diventa così una macchina perfetta e spietata, un grande occhio per vedere tutto, un affinato orecchio per sentire anche i sospiri (ricorderete di certo il film Le vite degli altri). L’idealismo diventa terrore, non è la prima volta.

Il crollo del muro, quel giorno in cui la Guerra fredda fu archiviata a colpi di piccone. Alessandro De lellis l'8 Novembre 2019 su Il Dubbio. 9 novembre 1989. Bisogna rendere merito anche alle classi dirigenti della Ddr e all’Urss di Gorbaciov di aver capito che il mondo era cambiato rinunciando a intervenire militarmente. Nulla era scontato, nei giorni dell’autunno 1989. La molla che muove il meccanismo del mondo spinse gli eventi a una velocità che nessuno, popoli cancellerie servizi segreti studiosi giornalisti si era mai azzardato a ipotizzare. Il regime comunista della Germania Est, guidato dalla SED, il partito- Stato, aprì i varchi del Muro di Berlino, o meglio subì la loro apertura senza intervenire, al culmine di mesi convulsi, durante i quali aveva tentato senza successo di impedire la partenza di centinaia di migliaia di tedeschi orientali verso l’Ovest. La dirigenza della Deutsche Demokratische Republik, per quattro decenni il gendarme dei sovietici in terra tedesca, era stata spiazzata dall’avvento di Gorbaciov e della sua perestrojka. Gli ultraortodossi, con in testa il vecchio leader Erich Honecker, avevano isolato il loro Paese, 17 milioni di abitanti, chiudendo uno dopo l’altro i confini con il resto del mondo socialista. Avevano represso i manifestanti a Dresda. Quando Gorbaciov dette il benservito a Honecker, dopo una visita a Berlino in occasione dell’anniversario della DDR, il 7 ottobre, si fece avanti un nuovo leader, Egon Krenz, ex capo della gioventù comunista, che tentò di salvare un regime senza più ossigeno. Una "legge sui viaggi" avrebbe dovuto placare i tedeschi orientali, concedendo loro quella libertà di muoversi che non avevano avuto per quarant’anni. Fu un provvedimento preso in fretta e furia. Il funzionario che lo annunciò in pubblico, il portavoce Guenther Schabowski, non era ben informato di quello che stava leggendo e disse che la norma entrava in vigore da subito. I comandanti dei posti di confine non erano stati avvertiti. Alla fine vinsero le masse, la gente di Berlino Est che cominciò a premere sui varchi. Il meccanismo militare, pronto all’intervento, non scattò. Il merito va alla dirigenza della DDR e a quella di Mosca. E fu un miracolo laico, pacifista e democratico nel senso più profondo, perché a decidere fu il demos, il popolo. Il 9 novembre 1989 segna l’inizio della fine del dopoguerra e riporta al centro della scena internazionale la questione tedesca, della quale Berlino è l’emblema. Una città divisa in quattro settori, nella quale la massima autorità era rappresentata dai comandanti militari delle potenze vincitrici contro il nazismo. Dove le compagnie aeree della Repubblica Federale non potevano atterrare. Dove si continuava a morire, nel tentativo di superare i circa 160 chilometri di muraglie di cemento e fili spinati che circondavano i tre settori Ovest, una barriera fatta costruire nel 1961 dai dirigenti della DDR per impedire l’emorragia di tecnici, operai specializzati, giovani, che dal settore orientale raggiungevano i quartieri occidentali per fuggire dal regime della Stasi. Qui il mondo aveva sfiorato due guerre mondiali, nel ‘ 48, all’epoca del blocco sovietico e del ponte aereo americano, e nel ‘ 61. ‘ Die Insel’, l’isola, così nella Bundesrepublik era chiamata Berlino Ovest, una bolla di libertà, consumi, capitalismo, circondata interamente dal territorio della DDR comunista. Col passare dei decenni, l’ex capitale ( o meglio la sua parte occidentale), era diventata un avamposto davanti alla Cortina di Ferro, popolato da anziani, da giovani alternativi che occupavano palazzi fatiscenti e da immigrati turchi. Un luogo per artisti ed eccentrici, alla periferia d’Europa. Oggi si fa fatica a spiegare come si viveva nella Germania divisa in due. Ma nell’ 89, in terra tedesca, sotto la sorveglianza armata dei due blocchi Usa e Urss, convivevano le eredità delle due tragedie del Novecento, le ferite lasciate dal nazionalsocialismo e la realtà del comunismo vincitore ma ormai estenuato. Una convivenza ad alto rischio, che era diventata normalità. A Ovest, nella Bundesrepublik, era cresciuta una generazione abituata al benessere e alla protesta liberamente espressa, soprattutto contro gli Stati Uniti. La riunificazione? Era roba da conservatori, da cripto- fascisti. A sinistra, soltanto il vecchio Willy Brandt afferrò subito quanto stava accadendo e lo sintetizzò con la frase “Adesso cresca insieme ciò che reciprocamente si appartiene”. Brandt, borgomastro di Berlino all’epoca della costruzione del Muro, l’uomo del paziente riavvicinamento a Est, della Ostpolitik. La socialdemocrazia fu colta di sorpresa dall’ 89, il leader Oskar Lafontaine era apertamente contro la riunificazione, vista come atto di espansione imperialista da parte di Bonn. Il miracolo del 9 novembre, un irripetibile equilibrio tra volontà di popolo e saggezza tardiva ma provvidenziale dei responsabili che si astennero dalla violenza, fece fiorire per qualche tempo l’illusione di una DDR realmente democratica. Senza repressione del dissenso, senza Stasi, la feroce polizia politica, con la libertà di viaggiare. Sozialismus UND Freiheit, socialismo e libertà. Ma l’equivoco era tutto in quell’ “Und”. Perché la DDR, creazione della Guerra Fredda, non aveva una ragione di esistere come Stato, se la logica dei blocchi cominciava a squagliarsi. I dissidenti, i difensori dei diritti civili, intellettuali e artisti, con il coraggio dei martiri avevano sfidato il regime e messo in moto la protesta, incoraggiati e protetti da una parte della Chiesa protestante. Avevano mostrato che si poteva vincere la paura. Ma quando le masse lo capirono, agirono a modo loro: con i piedi, con il corpo. Come del resto avevano cominciato a fare dall’apertura della Cortina di ferro, in estate, quando a centinaia di migliaia erano sciamati attraverso l’Ungheria, ufficialmente Paese “fratello” e dunque visitabile per i tedeschi orientali, per fuggire in Occidente. A capire quel “votare con i piedi”, l’essere pronti ad andarsene in cerca del sogno, fu Helmut Kohl. Fischiato la sera del 10 novembre a Berlino, dove era arrivato in tutta fretta interrompendo una visita in Polonia, il cancelliere inizialmente aveva tutti contro, tranne gli Usa di George Bush senior. Il suo piano in dieci punti per la riunificazione suscitò le ire della Thatcher, i sospetti di Mitterrand, le paure dei polacchi e il rifiuto di Gorbaciov. Uno a uno, Kohl e il suo ministro degli Esteri Hans- Dietrich Genscher seppero convincere o rendere neutrali tutti. Il governo cristiano- democratico e liberale agì come una classe dirigente di rango mondiale e riuscì in un altro miracolo: una Germania unita, democratica e pacifica, nel consenso delle due grandi potenze e dei vicini. Né la sinistra occidentale, né i coraggiosi movimenti per i diritti civili dell’Est capirono questo passaggio. I tedesco- orientali a maggioranza seguirono entusiasti Kohl, decidendo di credere anche alle sue bugie, come la promessa di “paesaggi industriali fiorenti” in breve tempo. L’unione monetaria precedette l’unione politica: il I luglio ’ 90 la DDR ( che formalmente cessò di esistere tre mesi dopo, il 3 ottobre) rinunciò alla sua moneta in favore del marco della Bundesrepublik. L’enorme sforzo finanziario che la Germania unita sta tuttora affrontando per le sue regioni dell’Est non ha ancora compensato del tutto la desertificazione industriale, lo spopolamento e lo sradicamento esistenziale seguiti alla riunificazione. Ma chi criticò i tedeschi orientali per aver scelto “le banane”, cioè le sirene del benessere, non capì che il popolo voleva uscire da un Eden carcerario e retrogrado, nel quale avere un telefono era un privilegio da nomenklatura e per comprare un’auto occorrevano 17 anni. Sì, viaggiare e consumare, come gli altri tedeschi, come cittadini del mondo. Anche questa è libertà. Proprio nell’ 89-‘ 90, il biennio dei portenti, mentre il Muro si sbriciolava, cominciarono a diffondersi i primi telefoni cellulari e Internet iniziò a connettere il mondo. Forse è un caso. Forse no.

«Una mamma mi disse: solo ora rivedo mio figlio». 30 anni dopo, Barenboim ricorda la caduta del Muro di Berlino. Pubblicato venerdì, 08 novembre 2019 su Corriere.it da Paolo Valentino, corrispondente da Berlino. Il direttore e il concerto storico per i ragazzi della La sera del 9 novembre 1989 Daniel Barenboim andò a letto presto. «Ero a Berlino in quei giorni, per registrare con i Berliner Philarmoniker. Avevamo provato tutto il giorno ed ero molto stanco. Sono andato a cena con Patrice Chéreau nel mio albergo, il Kempinski a Charlottenburg. Fu lui a dirmi che stava succedendo qualcosa ai varchi del Muro, ma non ci feci molta attenzione. Così andai a dormire». Il resto è già storia. Al mattino, quando la moglie lo svegliò presto dicendogli che era caduto il Muro, la sua prima reazione fu di pensare a un scherzo. Poi gli tornò in mente Chereau, si alzò di corsa, accese il televisore e si rese conto di aver mancato l’appuntamento del secolo. «Mi precipitai alla Philharmonie e l’orchestra mi fece una proposta: “Maestro, facciamo un concerto gratuito per la popolazione di Berlino”». Barenboim accettò, ma pose la condizione che fosse riservato solo a quelli di Berlino Est. Accadde una domenica mattina, il 12 novembre: «Fu una cosa incredibile — ricorda l’artista argentino — la gente si mise in fila di notte, dovevano presentare la carta d’identità della Ddr per poter entrare. Suonammo Beethoven, il Primo concerto e la Settima Sinfonia. Alla fine feci un piccolo discorso. Quando tornai in camerino, c’era una lunga fila di persone che volevano stringermi la mano. Si era fatto tardi, alle 4 dovevamo riprendere a registrare. Avevo giusto il tempo di mangiare qualcosa. Esco e sulla porta vedo una signora, avrà avuto 60 anni. Aveva un mazzo di fiori ed era insieme a un uomo giovane. Mi ferma. Mi dà i fiori e mi dice: “Mi sono sposata a Berlino Est 30 anni fa e ho avuto un figlio. Ma quando il bambino aveva 6 anni mio marito decise di fuggire all’Ovest, portandolo con sé. Non ho mai più avuto notizie e contatti con loro. Poi ieri sera alle 9 questo giovane ha bussato a casa mia. Sono tuo figlio, mi ha detto. Non ci credevo, sono stata travolta dalla felicità e dalla commozione. Così abbiamo deciso di festeggiare venendo al suo concerto. Siamo stati in fila insieme a parlare per tutta la notte. Grazie”. Non dimenticherò mai quella donna». Stasera, alla Porta di Brandeburgo, Daniel Barenboim chiude il cerchio, dirigendo la Staatskapelle, nel frattempo diventata la sua orchestra, nella cerimonia dedicata alla notte in cui i tedeschi furono «il popolo più felice della Terra». «Faremo ancora Beethoven, la Quinta, la sinfonia del destino. Ed è un rovesciamento interessante: allora ho diretto un’orchestra dell’Ovest per un pubblico dell’Est, questa volta dirigerò un’orchestra dell’Est per un pubblico in maggioranza dell’Ovest».

Lei dopo la caduta del Muro ha scelto di vivere e lavorare a Berlino. Come successe?

«La prima volta che ho diretto la Staatskapelle è stato nel 1991. Era il mio primo contatto musicale con l’orchestra. Avevano fretta dopo il crollo del Muro. Cercavano un nuovo direttore. Abbiamo tentato di organizzare un concerto, ma i due calendari non coincidevano. Così abbiamo deciso di fare solo una prova lunga con il Preludio di Parsifal. Quando sentii le prime note ebbi uno choc. Era il suono col quale ero cresciuto a Tel Aviv con l’Orchestra Filarmonica di Israele negli Anni Cinquanta. Era stata creata nel 1936 da immigrati ebrei del centro Europa: Germania, Polonia, Ungheria e Austria. Nella Ddr, a causa della chiusura dei confini e dell’assenza dei nuovi strumenti giapponesi, quel suono si era conservato nel tempo. Fu la motivazione principale che mi spinse ad accettare l’incarico».

Come ha vissuto nella città senza Muro?

«I primi dieci anni erano interessantissimi. Passeggiavi sull’Unter den Linden e pensavi di essere a Mosca. Andavi sul Kurfürstendamm e ti credevi a Parigi. Diventai molto amico con Heiner Müller, il grande regista. Insieme a lui ho fatto il Tristano al Festival di Bayreuth. Aveva una tesi interessante, che forse oggi rivaluto: la riunificazione della Germania, diceva, è stata un grande peccato. Ci sarebbe stata la possibilità di creare qualcosa di nuovo, tra socialismo e capitalismo, un sistema sperimentale».

Perché rivaluta questa tesi?

«Guardiamo ai Länder dell’Est. Lì un tedesco su 4 vota per l’AfD, un partito non solo di estrema destra ma anche con frange neonaziste. Sono stati sotto due dittature, nessuno ha spiegato loro cos’è la democrazia, non l’hanno vissuta. E poi c’è stato un trionfalismo occidentale non giustificato, molti tedeschi dell’Est hanno percepito l’unificazione come annessione. Ma nella Ddr non era tutto da buttare: l’istruzione, la sanità, le scuole di musica, la parità tra uomo e donna erano più avanzati che nell’Ovest».

Lei è amico di Angela Merkel. Cosa apprezza di più in lei?

«La cancelliera ama e conosce la musica e il suo aspetto culturale, ma il vero esperto in famiglia è il marito, il professor Sauer. Merkel è l’unica personalità politica che conosco che non si lascia mai invitare, insiste sempre per pagare i suoi biglietti. Nel 2007, quando venne alla Scala per il Tristano, nel ricevimento durante l’intervallo disse al sovrintendente Lissner che voleva pagare. Ma lui rispose che il palco reale, dove lei sedeva, non si poteva vendere. Lei volle ugualmente pagare il prezzo di due buoni posti in platea».

Trent’anni dopo questo Paese non è riconciliato sostiene Angela Merkel. È d’accordo?

«La cancelliera ha ragione. Restano molte distanze, a Est due cittadini su tre dicono di sentirsi tedeschi di seconda classe. Quando chiede a un berlinese cos’è tipico della città, vi risponde ancora nell’Est questo, nell’Ovest quest’altro. Il lavoro è ancora lungo».

È preoccupato dall’aumento degli episodi di antisemitismo in Germania?

«Certo che lo sono. Ad Halle, dove solo per caso non c’è stato un massacro. Anch’io ricevo messaggi e lettere spaventose. Qualche giorno fa, in una mail uno mi ha definito porco ebreo, dicendo che a causa mia non viene più alla Staatsoper. Le cause sono complesse. L’Olocausto stinge nella memoria, le autorità tedesche non tengono sempre la guardia alta. Ho deciso di vivere a Berlino quasi 30 anni fa perché sentivo che i tedeschi avevano fatto i loro conti con il passato. Oggi mi accorgo che qualcosa torna. Alcuni, non solo gli estremisti dell’Afd, dicono che 75 anni di colpa collettiva sono sufficienti. Sono segnali sbagliati. L’antisemitismo è una malattia».

Berlino celebra i 30 anni della rivoluzione pacifica che fece cadere il Muro. Presenti i leader di Visegrád. Partecipano anche i Paesi protagonisti della rivolta che mise fine al "Secolo breve": il 9 novembre del 1989 l'ultimo autunno della Ddr. Su La Repubblica dalla nostra corrispondente Tonia Mastrobuoni il 9 novembre 2019. Bernauer Strasse è ancora oggi un luogo pieno di memorie del Muro. Non è un caso che sia stato scelto come teatro principale per le celebrazioni del trentennale della rivoluzione pacifica che mise fine alla Ddr, il 9 novembre del 1989. Nel 1961, quando fu costruito, la Germania Est inglobò un tratto di quella strada nella striscia della morte. Gli abitanti delle case che affacciavano sulla frontiera cominciarono a buttarsi dalle finestre per non rimanere dalla parte sbagliata del Muro. Fuga dalla DDR, chi ce l'ha fatta e chi no: ''Ma in ogni caso è valsa la pena rischiare la vita''. Già nell'anno successivo, sotto la Bernauer Strasse alcuni irriducibili eroi della libertà costruirono i primi tunnel per salvare i tedeschi dell'Est dalla prigionia cui Walter Ulbricht li aveva condannati. E fino al 1985 la Chiesa della Riconciliazione che affacciava su quella strada rimase incastrata nella striscia della morte, prima che il regime la radesse al suolo. È stata ricostruita e restituita alle funzioni religiose, anche il campanile è stato ricostruito e inaugurato di recente: una parte della cerimonia si svolgerà anche qui. Ad oggi, Bernauer Strasse è uno dei rari punti della città dove sopravvivono resti della più orribile ferita che divise la Germania. Le celebrazioni ufficiali per il trentennale della caduta del Muro cominceranno in mattinata alle 9,30 alla sede della presidenza della Repubblica, al castello di Bellevue, con un saluto del capo dello Stato, Frank-Walter Steinmeier e i quattro leader di Visegrád. Presenzieranno il presidente della Polonia, Andrzej Duda, quello della Repubblica Ceca, Miloš Zeman, l'omologa della Repubblica slovacca, Zuzana Caputová e János Áder, capo dello Stato ungherese. I quattro accompagneranno Steinmeier e la cancelliera Angela Merkel anche nelle cerimonie successive. Alle 10,30 Merkel, Steinmeier e i quattro leader di Visegrad si sposteranno nella Bernauer Strasse, per ricordare la rivoluzione pacifica tedesca, successivamente visiteranno il monumento dedicato alle rivolte che aprirono una breccia nella Cortina di ferro anche nei Paesi dell'Est, dov'è previsto un discorso di Steinmeier. La cerimonia ufficiale si concluderà alle 11,15 con una dichiarazione di Merkel alla Chiesa della Riconciliazione. Nel pomeriggio il testimone dell'anniversario passerà alla città di Berlino, che ha organizzato dalle 17,30 un concerto in un altro luogo simbolico della città divisa, alla Porta di Brandeburgo che per tre decenni rimase inaccessibile, attraversata dalla striscia della morte. Tra gli ospiti, Daniel Barenboim, direttore della Staatsoper, la leggenda techno DJ WestBam, Anna Loos, Banda Internationale, Zugezogen Maskulin, Die Zöllner, Dirk Michaelis e Trettmann. Cinque anni fa, per il venticinquesimo anniversario della caduta del Muro, l'evento principale dei festeggiamenti era stata una passeggiata di Angela Merkel, Lech Walesa e Mikhail Gorbaciov sul ponte di Bornholmer Strasse, il primo varco che si aprì poco prima di mezzanotte del 9 novembre 1989.

L’anno più lungo dell’Europa. Andrea Muratore su it.insideover.com il 7 novembre 2019. La giornata del 9 novembre segna l’anniversario della caduta del Muro di Berlino, avvenuta nel 1989, di cui ricorre quest’anno il trentennale. La caduta del Muro fu uno degli eventi cruciali del decisivo 1989 che segnò l’inizio della fine della Guerra fredda, di cui la barriera eretta dalle autorità socialiste della Germania Est era divenuta il massimo simbolo. La caduta del Muro aprì la strada alla dissoluzione del sistema di potere costruito dall’Unione sovietica di Stalin nell’Est Europa nel secondo dopoguerra. Accelerò, senza esserne né il punto di inizio né quello conclusivo, un processo già in atto, che culminò tra il 1990 e il 1991 con la riunificazione tedesca, la transizione dell’Est Europa a un sistema di democrazia pluralista e economia di mercato (accompagnato molto spesso da gravi squilibri) e, infine, con il collasso della stessa Unione sovietica. La fine di un sistema senescente come quello del comunismo a guida sovietica riguardò tutta l’Europa orientale, secondo un effetto domino che travolse regimi politici caratterizzati da alterne fortune nel secondo dopoguerra, evaporati come neve al sole mentre esplodevano le contraddizioni che ne avevano causato la sclerosi. La stagnazione economica, la persistente influenza dei debiti contratti con le istituzioni finanziarie occidentali, la ripresa di movimenti a lungo repressi e facenti riferimento a orizzonti ideali diversi da quello comunista (Solidarnosc in Polonia), il collasso degli apparati securitari su cui si reggevano le burocrazie comuniste (come in Romania) o una convergenza di questi fattori travolsero, nel decisivo 1989, l’Europa sovietica. Tramontata formalmente due anni dopo, quando l’alleanza militare e strategica del Patto di Varsavia si sciolse ufficialmente. Ma scossa alle fondamenta nell’anno della caduta del Muro, in cui l’Europa vide la rimozione della sua faglia geopolitica e materiale più vistosa. E in cui, per un contrappasso storico, iniziò il processo di marginalizzazione del Vecchio Continente, che dal bipolarismo aveva tratto un’appendice di rilevanza strategica dopo il suicidio delle guerre mondiali, negli ordini mondiali dei decenni a venire.

Tutto parte dalla Polonia. La frammentazione dell’Europa sovietica iniziò dalla Polonia. Paese più importante, assieme alla Germania Est, dell’architettura di Mosca nell’Europa orientale. Interessata, a cavallo tra il 1988 e il 1989, da un’ondata di scioperi operai contro il regime guidato dal generale Wojciech Jaruzelski, salito al potere a inizio decennio per prevenire un’invasione sovietica dopo lo scoppio della protesta del sindacato cattolico Solidarnosc. Lech Walesa, leader di Solidarnosc, forte dell’appoggio del primo pontefice polacco della storia, Giovanni Paolo II, del rafforzamento della Chiesa cattolica polacca come elemento d’influenza nella società, di finanziamenti internazionali consistenti (tra cui quelli del Psi di Bettino Craxi) e della base operaia esaltata dalla propaganda comunista riuscì gradualmente a togliere il terreno dai piedi del regime. L’ondata di scioperi condusse alla convocazione delle prime vere elezioni della Polonia post-bellica nel giugno del 1989. La strategia di Walesa arrivò a compimento mesi prima che la caduta del Muro fosse anche solo lontanamente ipotizzabile: in un sistema ancora particolarmente ingessato, con un gran numero di seggi bloccati per il partito comunista egemone, Solidarnosc ottenne il 35%, segnando che il mutato vento della storia stava soffiando in direzione opposta al governo nazionale. Con realismo, Jaruzelski accettò il risultato, assegnando a Solidarnosc la guida di una coalizione di governo non comunista guidato dall’attivista del sindacato Tadeusz Mazowiecki. L’elezione di Walesa alla presidenza, l’anno dopo, avrebbe completato la transizione.

L’Ungheria abbatte il suo muro. I movimenti che animavano la Polonia si riverberarono ben presto sulla vicina Ungheria, in cui si erano già manifestate spinte autonome. Il futuro dell’Ungheria si aprì con la valorizzazione di un passato ben impresso nella memoria dei magiari: il perdono postumo comminato dalle autorità a Imre Nagy e agli altri eroi della rivolta antisovietica del 1956. Nel mese di giugno 1989 a Budapest, nella centralissima Piazza degli Eroi, Nagy fu solennemente commemorato in un evento che portò, tra le altre cose, alla notorietà un giovane politico liberale da poco rientrato nel Paese dopo la fine di una borsa di studio finanziata da George Soros: Viktor Orban. Poco prima l’esecutivo guidato da Miklos Nemeth aveva aperto a una serie di importanti concessioni: stop al monopartitismo, libere elezioni coi partiti democratici coinvolti e, nel mese di maggio, via libera alla rimozione della barriera elettrificata da quasi 250 chilometri che demarcava il confine con l’Austria. Dopo il primo, intenso semestre la transizione che portò alla trasformazione dell’Ungheria in una repubblica democratica tra il 1990 e il 1991 fu graduale e senza particolari scossoni.

Salta il tappo della Ddr. La mossa del governo ungherese aveva coinvolto direttamente la Germania Est, guidata dall’ultimo segretario-padrone della Sed il partito socialista unificato, Erich Honeker. Nell’estate 1989 decine di migliaia di tedeschi dell’Est iniziarono a viaggiare verso l’Ungheria per approfittare dei varchi aperti all’emigrazione. La marea montante delle manifestazioni portarono il regime a considerare più che plausibile l’ipotesi di schierare l’esercito per reprimere le proteste e le richieste di maggiore apertura e trasparenza nel Paese. La crescita delle tensioni interne al Paese portò il governo della Repubblica Democratica Tedesca (Ddr) a sperare nel sostegno dell’esercito sovietico stazionante nel Paese in risposta alla sempre più dura e forte contestazione. A nulla valsero i decreti di chiusura dei confini, l’irrigidimento del Politburo della Sed, le minacce di una repressione simile a quella cinese di Piazza Tienanmen: quando nell’ottobre 1989 Mikhail Gorbacev venne in visita per celebrare il quarantesimo anniversario della Ddr, comunicò a Berlino Est che Mosca non aveva la forza politica di supportare il mantenimento dello status quo nel suo “impero” e spronò apertamente una politica di riforme. Le parole di Gorbacev furono forse l’evento più significativo del 1989. Il Segretario del Pcus demoliva così in pochi giorni l’architettura politico-militare che aveva trattenuto nell’orbita sovietica i Paesi del Patto di Varsavia. Il destino politico di Honeker era segnato: il 18 ottobre 1989 fu destituito dal Politburo e sostituito dal suo vice Egon Krenz, che guidò la politica di riforme atta a conseguire l’emigrazione a Ovest dei suoi concittadini. La Ddr riaprì i confini e quando il 9 novembre i portavoce del governo socialista annunciarono il via libera all’emigrazione diretta tra Berlino Est e Berlino Ovest, migliaia di cittadini della capitale divisa si assieparono sul Muro eretto nel 1961, iniziando a demolirlo fisicamente per raggiungere l’Occidente. Il resto è storia. Una storia che parla della riunificazione più simbolica che reale della Germania, in cui tra Est e Ovest continua a persistere un divario economico e sociale non indifferente. Caduto il Muro fisico, trent’anni dopo, la sfida dell’integrazione tra le due Germanie deve ancora essere vinta.

Cecoslovacchia e Bulgaria, transizioni rapide e morbide. Praga e Sofia furono fortemente condizionate da quanto avvenuto in Germania Est. L’effetto domino travolgente della dissoluzione dei regimi comunisti esteuropei coinvolse la Cecoslovacchia nella seconda metà del 1989. Il Forum Civico dello scrittore e dissidente Vaclav Havel intensificò la pressione per la liberazione dei prigionieri politici, la fine della repressione e della censura, e il 17 novembre 1989 una manifestazione nella capitale per la Giornata internazionale degli studenti si espanse a macchia d’olio in un vero e proprio moto di rivolta contro il regime. Rivolta oceanica, permanente e incredibilmente disciplinata: le manifestazioni di massa che coinvolsero 800.000 persone e delegittimarono il regime comunista furono definite “rivoluzione di velluto”. In meno di un mese, il comunismo cecoslovacco evaporò, in parallelo a quanto fatto dalla Sed negli stessi giorni tra fine novembre e inizio dicembre il regime rinunciò al ruolo-guida del Partito sancito dalla Costituzione e fu avviata in maniera istantanea la transizione. Havel divenne Presidente, il Forum Civico vinse il voto popolare del 1990 e, nel 1993, la repubblica si scisse, dando origine alle attuali Repubblica Ceca e Slovacchia. La Cecoslovacchia era centro industriale e produttivo di grande importanza. La Bulgaria il piantone del Patto di Varsavia, forse l’unico vero Stato fantoccio privo di reale sovranità nel blocco sovietico. La tenuta del suo regime era vincolata all’esistenza del bipolarismo e della Guerra Fredda, e quando l’evento simbolicamente più significativo, la caduta del Muro, ebbe luogo, facendo capire a Sofia l’importanza del proclama neutralista dei sovietici, il vassallo veterostalinista Todor Zhivkov fu destituito in meno di 24 ore. La rapidità d’azione del Partito Comunista Bulgaro gli consentirono di sopravvivere alla fine della Guerra Fredda. Cambiata la pelle e rinnegato il marxismo-leninismo, la formazione assunse il nome di Partito Socialista Bulgaro e convocò, vincendole, le elezioni del 1990.

Il Natale di sangue rumeno. Anomalo nel contesto del 1989 fu il caso della transizione rumena. Il Paese più autonomo da Mosca, governato da Nicolae Ceaucescu, aveva pagato il suo avventurismo diplomatico e geopolitico e il suo avvicinamento eccessivamente incauto al blocco occidentale con la trappola del debito. La Romania di Ceaucescu aveva dovuto ricorrere a misure di austerità durissimeper ripagare i debiti contratti con le istituzioni internazionali. L’austerità e il razionamento di cibo, gas e altri beni di prima necessità furono, secondo molti analisti, funzionali a contenere dal 1981 in avanti la proliferazione del dissenso al di fuori di alcuni scioperi industriali e minerari. La Romania di Ceaucescu era uno Stato di polizia vigilato strettamente dalla famigerata Securitate, talmente solerte nel compiere il suo lavoro di repressione da prevenire la nascita di ogni possibile forma di dissenso. Mentre la Romania di Ceaucescu diventava il Paese più povero del blocco sovietico e i suoi tassi di mortalità infantile toccavano livelli da Terzo Mondo, il dittatore e la moglie Elena destarono scalpore per lo stile di vita lussuoso e la progressiva estraniazione dal resto del Paese. Il più emblematico esempio della paranoica volontà di autocelebrazione di Ceaucescu è il gigantesco, grigio e freddo Palazzo del Parlamento di Bucarest, cattedrale costruita nel deserto della Romania devastata dalla povertà. Ceaucescu non capì la necessità di compromessi o cambi di direzione. Quando le proteste di piazza iniziarono a moltiplicarsi anche in Romania, la dittatura reagì con brutalità. Centinaia di morti soffocarono le proteste che si estesero dalla Transilvania alla capitale Bucarest a partire dal 17 dicembre. Troppo per molti dei soldati e degli ufficiali delle forze armate, che iniziarono ben presto a ammutinarsi e a rivolgersi ai ranghi del regime desiderosi di svicolare da un confronto che rischiava di causare una devastante guerra civile. Data la struttura del potere rumeno, l’unica alternativa realisticamente possibile a Ceaucescu era una congiura interna al regime. Una resa dei conti interna. Così fu. Il 21 dicembre Ceaucescu infiammò a Bucarest una folla di 100mila persone; poche ore dopo, il ministro della Difesa Vasile Minea fu trovato morto in circostanze sospette. Suicida dopo esser stato destituito per ammutinamento, sostenne il regime. Ucciso per aver disobbedito, sostenne il neocostituito Fronte di Salvezza Nazionale (Fsn), formato da diversi membri di secondo piano dell’apparato e guidato da Ion Iliescu. A decidere l’esito della rivolta fu il sostituto Victor Stanculescu. Terrorizzato dall’idea di dover scegliere tra due plotoni di esecuzione (quello dei rivoltosi o quello del regime), Stanculescu guidò palesemente la rivolta delle forze armate. Sfruttando la situazione di caos per usarle contro il dittatore, assediato tra il 22 e il 23 dicembre dai manifestanti assiepati attorno ai palazzi di potere di Bucarest. Il tentativo di fuga in elicottero di Nicolae e Elena Ceaucescu fallì: tra il 24 e il 25 dicembre 1989 il Fsn guidò un processo-lampo contro il dittatore e la moglie che si concluse con la loro fucilazione. Il Natale di sangue rumeno concluse una decade durissima per il Paese, nella quale tra le 600 e le 1.000 persone persero la loro vita. Il golpe interno all’apparato di potere rumeno chiuse nella maniera più atipica l’anno della caduta del Muro. Il decisivo 1989: un anno al cui termine l’Europa si scoprì meno divisa ma, al tempo stesso, meno centrale nel mondo. Finito il bipolarismo, le vecchie faglie interne al continente avrebbero continuato a palesarsi. Lungi dal far finire la storia europea, la caduta del Muro l’ha rimessa in cammino.

Gloria Remenyi per ilsole24ore.com il 6 novembre 2019. Consultando i record sportivi della ex Germania Est, il nome di Ines Geipel (allora Ines Schmidt) non compare da nessuna parte. Eppure nel 1984 fu lei, insieme alle altre staffettiste della SC Motor Jena, a fermare il cronometro a 42,20 secondi sulla 4×100, stabilendo un incredibile record del mondo di società. Oggi accanto a quel risultato si leggono soltanto tre nomi (Bärbel Wöckel, Ingrid Auerswald e Marlies Göhr) e un asterisco. Quell’asterisco è Ines Geipel. Oggi affermata scrittrice, nonché docente presso la Scuola di Arte Drammatica Ernst Busch di Berlino, Geipel è stata un’atleta di punta della DDR: «Ho iniziato a correre per sopravvivere, per dimenticare e per scappare dal dolore» racconta. Nel 1977 la giovane Ines trovò nello sport una via d’uscita dalla famiglia opprimente in cui era cresciuta, con un padre che lavorava come agente della Stasi, la polizia segreta della Germania Est. Ma la fuga fu soltanto illusoria. Già nel 1974 il regime aveva approvato il Piano di Stato 14.25, che prevedeva la somministrazione forzata di steroidi anabolizzanti, ormoni e anfetamine agli atleti al fine di gonfiarne le prestazioni, incurante dei disastrosi effetti di queste sostanze, eufemisticamente definite “mezzi di supporto”. L’obiettivo ultimo era dimostrare la superiorità del socialismo e per conseguirlo ogni mezzo era considerato lecito. Così iniziò la parabola di una piccola nazione che diventò quasi invincibile in tutte le discipline sportive. Si diceva che gli atleti della DDR fossero «diplomatici in tuta», anche se Geipel preferisce definirli «un esercito di soldati civili». Secondo le stime più recenti le vittime del doping di Stato della DDR furono 15.000, di cui circa 10.000 donne. Tra di loro anche Ines Geipel. Per questo nel 2005, dopo il processo di Berlino e il riconoscimento formale come “vittima del doping di Stato”, la ex velocista pretese che il suo nome accanto al record venisse rimpiazzato da un asterisco. «Si preferiva dopare le donne perché su di loro l’effetto virilizzante degli ormoni maschili è nettamente più forte» racconta Geipel, che oggi a Berlino dirige l’Associazione per le vittime del doping da lei stessa fondata nel 2013. Ci parla di migliaia di atlete, in gran parte minorenni, che nella DDR vennero virilizzate chimicamente e sacrificate alla nazione a loro insaputa, rese invincibili sul campo e annientate nella vita. Le atlete della DDR conquistarono circa il 40% di tutti i titoli europei e mondiali vinti dal piccolo Stato e stabilirono record destinati a durare, di cui alcuni risultano ancora oggi imbattuti, per esempio quello di Marita Koch sui 400 metri piani (47,60 secondi; 1985) e quello di Gabriele Reinsch nel lancio del disco (76,80 metri; 1988). I loro strabilianti risultati non significavano soltanto prestigio politico per il Paese, ma valevano anche come prova lampante dell’emancipazione della donna nella Germania Est. Per tutto questo le atlete hanno pagato un prezzo altissimo. Una su tutte la pesista Heidi Krieger che a fine carriera, dopo anni di depressione e crisi, fu costretta a cambiare sesso per aver assunto lo steroide anabolizzante Oral Turinabol in quantità doppie rispetto a quelle di Ben Johnson a Seul 1988. Oggi si chiama Andreas Krieger. Sebbene la DDR sia oggi storia, non lo sono le esistenze devastate di queste atlete, le #donnedisport che raccontiamo in questo post. Nel 2000 Geipel si costituì parte civile contro i responsabili del doping di Stato della DDR al processo di Berlino, a seguito del quale il medico Manfred Höppner e il ministro dello sport Manfred Ewald furono condannati in quanto ideatori del sistema. Per Geipel e altre venti donne quello fu l’inizio dello svelamento: «Solo allora iniziammo a comprendere quello che ci avevano fatto e fu uno shock. Gli anni ’80 furono il periodo più spietato per lo sport e la violenza andava ben oltre il doping» così Geipel. Lei stessa fu “eliminata strategicamente” quando il regime ritenne che costituisse un pericolo per lo Stato, ovvero quando si innamorò di un atleta messicano e tentò senza successo di fuggire a Ovest. La Stasi intervenne, Geipel fu sottoposta a una presunta appendicectomia con cui le vennero inferte gravi lesioni all’addome; sopravvisse per miracolo, dovette lasciare lo sport e rassegnarsi all’idea di non avere figli. Solo tempo dopo seppe cosa le era accaduto. Nel 1989 riuscì a fuggire dalla Germania orientale attraverso il confine tra Ungheria e Austria. Con il team dell’Associazione, Geipel fornisce oggi assistenza a circa 2.000 ex atleti colpiti: «A distanza di 40 anni le vittime escono ancora allo scoperto. Spesso i corpi dopati necessitano di molto tempo per crollare, abituati come sono alla logica della prestazione. In più il timore e la vergogna scoraggiano molte vittime dal ricercare aiuto, specialmente quando si tratta di atleti che non si sono emancipati dal contesto in cui vivevano allora, caratterizzato ancora oggi da un’omertà diffusa che riguarda la stampa locale, i medici e i cittadini stessi» spiega la direttrice. Su 2.000 ex atleti assistiti, ben 1.500 sono donne. Dalle loro testimonianze emerge un complesso quadro di violenza strutturale: «Era un sistema patriarcale: in politica dominavano gli uomini, in ambito sportivo le allenatrici erano rare e molte donne medico si ritirarono strada facendo per ragioni etiche. L’ambiente divenne sempre più maschile e quello delle atlete invincibili si consolidò come un mito perverso. Lo sport era retto da dinamiche di pressione, sadismo e abuso. Migliaia di ragazze, in molti casi bambine sotto i 10 anni, vennero ingannate e depredate del loro sesso. Le atlete si fidavano di allenatori e medici che spacciavano pillole variopinte per vitamine e integratori. Oggi vengono al consultorio e scoppiano in lacrime. Soffrono di problemi psichici come depressione, psicosi e bulimia. La loro ossatura è distrutta per il sovraccarico degli allenamenti. In molti casi hanno subito un’interruzione dello sviluppo, il che significa ovaie atrofizzate e sterilità. Se rimangono incinte, sono soggette ad aborti spontanei. Quando partoriscono c’è la possibilità che i figli siano disabili. Per via degli ormoni alcune presentano irsutismo, altre invece perdono completamente peli e capelli. C’è chi non ha sviluppato il seno. In queste condizioni la vita diventa per le vittime un inverosimile atto di forza». Finora l’Associazione diretta da Geipel è riuscita a ottenere due leggi che riconoscono un’indennità alle vittime del doping di Stato della DDR. La prima legge riguardava 200 atleti, la seconda 1.000. Il prossimo obiettivo è ottenere una pensione politica anche per i bambini colpiti nella seconda generazione, ad oggi già 300: «L’indennità significa molto perché è una forma di riconoscimento di cui le vittime hanno estremamente bisogno» commenta Geipel. All’Associazione gli ex atleti ricevono molteplice assistenza (psichiatrica, giuridica, burocratica ecc.). Presto verranno attivati dei gruppi di autoaiuto e si potrà contare su una rete di medici specializzati. Geipel è inoltre impegnata nella ricerca di un finanziamento stabile: «La politica fa soltanto lo stretto necessario. Lo sport non ne vuole sapere: molti dei tecnici attivi durante la DDR sono stati integrati nel nuovo sistema. Negli uffici pubblici c’è chi ancora disconosce il doping di Stato». Oggi Ines Geipel va a correre ogni volta che può: «Questa passione non se n’è mai andata» dice sorridendo, «ma non provo più gioia né entusiasmo per le manifestazioni sportive internazionali. Nei corpi degli atleti e nelle loro prestazioni intravedo la lunga catena di interessi che regola la chimicizzazione dello sport. Tutti ne sono responsabili, dal medico all’allenatore passando per la politica e i fan, invece è quasi sempre l’atleta il capro espiatorio, anche quando il doping è il risultato di una cospirazione. Temo che oggi in Russia molti atleti ignorino di cosa sono vittime. Per una medaglia d’oro della DDR sono stati “bruciati” 80 bambini. La lista dei morti conta circa 500 persone, più di quanti ne abbia causati il Muro di Berlino. Lo sport esisterà sempre, ma dobbiamo porre fine a questo massacro». 

Silvia Ronchey per “Robinson - la Repubblica” il 6 novembre 2019. Si dice che l' impero romano sia caduto nel 476, sotto l' onda d' urto delle cosiddette invasioni barbariche. Ma se osserviamo la storia nelle sue onde lunghe anziché nelle increspature di superficie, come ci ha insegnato lo storico novecentesco Fernand Braudel, e guardiamo ai millenni piuttosto che ai secoli o tanto meno ai decenni, vediamo che in realtà l' impero romano è caduto nel 1989, insieme al Muro di Berlino. Nel quinto secolo l' impero romano non cadde, perché aveva già cambiato indirizzo. Costantinopoli, la nuova capitale che l' imperatore Costantino aveva fondato nel 330, in quell' est del mondo che ciclicamente si impone alla gravitazione della storia, non era una Seconda Roma solo di nome. Lo era e lo sarebbe stata di fatto. In quello che fu chiamato impero bizantino, ma che i suoi cittadini continuavano a chiamare "romano", si trasferirono senza soluzione di continuità non solo la tradizione statale e l' eredità giuridica dello stato romano tardoantico, ma anche la sua più importante eredità civile: la capacità di amalgamare e integrare sempre diverse etnie. Nel quinto secolo l' ondata di genti straniere o "barbariche" che travolse la pars Occidentis investì anche la pars Orientis, ma fu inglobata all' interno delle sue strutture di potere, cosicché non solo non ne provocò la fine ma mescolandosi alle sue élite e rinnovandole inaugurò a Bisanzio un meccanismo di ricambio e ibridazione sociale e etnica che resistette per undici secoli, fino al 1453, data della conquista di Costantinopoli da parte dei turchi osmani. Ma neanche a questo punto l' impero romano cadde. La sopravvivenza della cultura statale romano-bizantina fu apertamente assicurata da un lato nell' impero multietnico ottomano, suo diretto conquistatore, dove il sultano assunse il titolo di imperatore di Roma (Rûm), d' altro lato in quello russo, suo immediato continuatore, dove la Terza Roma, Mosca, nacque sotto l' egida dell' ortodossia. Nelle due propaggini nord- e sud-orientale, la vocazione imperiale di mediazione tra le etnie continuò. I sultani mutuarono con rispetto e precisione strutture amministrative, fiscali e giuridiche dell' impero bizantino, a loro volta eredi di quelle romane. Nel mondo russo Ivan IV Groznij, detto il Terribile, fece programmaticamente discendere il proprio potere da quello dei cesari, ossia da una successione ininterrotta di imperatori romani e bizantini. Alla sua visione si adegueranno i successivi czar ("cesari") della Russia zarista, ma anche gli autocrati dell' impero sovietico. Quando Sergej Ejzenstejn intraprese la sua trilogia sull' antico autocrate russo, Stalin, il moderno autocrate sovietico che in filigrana vi era raffigurato, lo convocò al Cremlino e gli contestò di « non avere studiato abbastanza Bisanzio». Solo con la caduta dell' impero ottomano all' inizio del Novecento e soprattutto con quella dell' impero sovietico alla sua fine, nel 1989, alla caduta del Muro, o meglio nel 1991, alla dissoluzione formale dell' Urss, l' eredità di Costantino rivendicata ininterrottamente da Ivan il Terribile a Stalin si è resa vacante, producendo, nell' implosione, un unico macroscopico sussulto tellurico in tutte le aree di irradiazione della civiltà multietnica romana, poi bizantina, poi ottomana e russo-zarista o russo-sovietica. Guardando la storia da questo punto di vista, è forse meno difficile comprendere il turbolento esordio del Ventunesimo secolo. Faglie di attrito antichissime, preromane e prebizantine, hanno ricominciato a entrare in moto complesso in quelle aree geografiche in cui gli imperi romani epigoni avevano tenuto a freno gli scontri fra etnie: dall' Illiria, oggi Balcani, al Chersoneso, oggi Crimea, nel caso del blocco sovietico, e per il quadrante ottomano - nel veloce dissolversi delle temporanee custodie coloniali e dei fragili mosaici di successive alleanze - dalle antiche pianure della Sogdiana e della Bactriana, che oggi chiamiamo Pakistan, Afghanistan, Iran e Iraq, fino alla Siria e al Kurdistan. Il fantasma di Bisanzio ha preso ad aleggiare vendicativo subito dopo il disgregarsi, all' inizio e alla fine del Novecento, degli ultimi due eredi di un' idea imperiale trasversale alla divisione stereotipa tra Oriente e Occidente, e tanto più a quella tra religioni. Si è allora insinuata nella nostra fantasia collettiva occidentale l' idea di uno "scontro di civiltà" tra Oriente islamico e Occidente cristiano. Un altro muro si è alzato, a dividere due entità astratte - un preteso Oriente da un preteso Occidente - che a Bisanzio avevano programmaticamente e concretamente costituito, invece, un' unica civiltà. Categorie dimenticate dal medioevo gotico - crociate, infedeli, guerra santa - hanno pervaso il linguaggio della propaganda politica postmoderna. L' evoluzione integralista ha accomunato storicamente Asia e Europa, islam e cristianesimo - ed ebraismo, fra l' altro - tra la fine del Novecento e l' inizio del nuovo millennio. E, poiché nella storia come in natura nulla si crea e nulla si distrugge, il fantasma del vecchio impero, ucciso ma non morto, ha tentato, come i vampiri, di produrne di nuovi, più assetati e meno esperti. Due autocrati si sono insediati alla guida dell' ex impero zarista e dell' ex impero ottomano, in un tripudio di mezzelune e di croci. Il nuovo zar e il nuovo sultano hanno sostituito alle ideologie laiche nuove ideologie religiose, fondandovi il loro potere. Se quello romano era uno stato laico e se Costantino, il primo imperatore bizantino, aveva reso il cristianesimo religione di stato imponendo tuttavia l' estromissione del clero dal potere temporale, dopo la caduta del Muro novecentesco i potentati ecclesiastici e in generale gli estremismi religiosi hanno ripreso forza, creando, più o meno opinatamente, altri muri. Altri "barbari" si sono materializzati agli occhi di ampie fasce di opinione occidentali nelle colonne di migranti che il terremoto dell' inizio del terzo millennio ha sbalzato sulle sponde e tra le onde del Mediterraneo. Creando così altre divisioni, moltiplicando barriere e fili spinati esterni e interiori, in una quinta infinita di muri.

Vittorio Feltri, la vecchia profezia di Andreotti per sbugiardare la Merkel: "Sulla Germania aveva ragione". Libero Quotidiano il 6 Novembre 2019. Giulio Andreotti ci aveva visto bene nel lontano 13 settembre del 1984 quando pronunciò la celebre frase: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due". A distanza di parecchi anni è Vittorio Feltri a elogiare il fu ministro degli Esteri ai tempi del governo Craxi: "Aveva ragione Andreotti" cinguetta sul suo profilo Twitter in un chiaro riferimento a quella Germania che, guidata da Angela Merkel, detta legge con due pesi e due misure ai paesi dell'Unione Europea. Tra questi c'è anche l'Italia rappresentata - riportando le parole di Feltri - da quel "Giuseppino Conte" volato più volte a Berlino "a baciare la pantofola" della Merkel, in nome di "una sudditanza di cui non si capiscono le ragioni".

Andreotti, le frasi celebri - Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due. Da My24 st.ilsole24ore.com. Frase attribuita ad Andreotti in occasione dell'unificazione tedesca. Frase erroneamente attribuita ad Andreotti, il vero ideatore fu Francois Mauriac: J’aime tellement l’Allemagne que je suis ravi qu’il y en ait deux.

MURO DI BERLINO. Dalle due Germanie di Andreotti alla “guerra” di Kohl. Alberto Indelicato il 10.11.2014 su Il Sussiadiario. “Il muro di Berlino? Dire che è caduto è una piccola bugia, che non è innocente perché nasconde la sconfitta del comunismo”. ALBERTO INDELICATO, ultimo ambasciatore nell’ex DDR. La caduta del Muro? “Il muro di Berlino non è mai caduto, è stato distrutto dal popolo. Dire che è caduto è una piccola bugia, che non è innocente perché nasconde la sconfitta del comunismo. E’ stato distrutto da chi voleva la libertà”. Alberto Indelicato, ultimo ambasciatore d’Italia nella Repubblica Democratica Tedesca, rievoca la fine della Germania comunista».

Lei ha scritto un libro, Memorie di uno stato fantasma. Perché chiama così la ex DDR?

«E’ una considerazione di ordine storico-politico. La Germania orientale era un paese comunista come lo erano la Cecoslovacchia, la Polonia, la Romania, l’Ungheria. Il comunismo era come una vernice che copriva tutti questi paesi, o se vogliamo un grande lenzuolo dietro il quale si nascondevano i veri paesi, la loro gente, le loro storie. Nel caso della DDR invece, sotto al lenzuolo non c’era nulla».

Uno stato artificiale, un albero senza radici.

«In Germania orientale il socialismo non era l’ideologia dello stato, ma lo stato stesso. Una volta tolto il socialismo l’Ungheria sarebbe rimasta Ungheria, non c’era dubbio, come in effetti fu dopo il crollo del comunismo. Ma dietro il comunismo della DDR non c’era dietro una Germania, non c’era niente».

Cosa voleva dire rappresentare l’Italia?

«Fino al 1972 nessuno degli stati occidentali riconosceva la Germania orientale, anche se riconosceva tutti gli altri paesi comunisti. La Germania Federale (Bundesreplublik Deutschland, BRD) aveva creato la dottrina Hallstein: chi avesse riconosciuto la DDR avrebbe automaticamente rotto i rapporti diplomatici con la BRD. Poi, con le discussioni che portarono all’atto finale di Helsinki firmato il 1° agosto 1975, cominciarono dei negoziati con tutti gli stati, compresa la DDR. Arrivati a quel punto non si poteva più rifiutare il riconoscimento, che arrivò da tutti gli stati della Nato, ma con alcune limitazioni. Poi c’era Berlino, con il suo statuto speciale… Vi arrivai il 1° dicembre 1987».

Come giudica la celebre frase di Andreotti che disse di preferire due Germanie a che ce ne fosse una sola?

«Andreotti era un gran plagiario (sorride, ndr), me ne accorsi varie volte quando era ministro degli Esteri. Quando sentiva qualcosa che gli sembrava interessante o spiritosa se la annotava in un librettino che portava sempre con sé, e al momento buono la tirava fuori. Quella frase non è di Andreotti, ma di François Mauriac, che la usò negli anni 50 scrivendo sul Figaro».

E perché Andreotti la fece propria?

«Accadde ad un festival de l’Unità, che frequentava specialmente in quel periodo in cui sperava di diventare presidente della Repubblica; ma per diventarlo c’era bisogno dei voti comunisti… e quella frase suscitò l’entusiasmo in tutti i membri del Pci. Fu grave, perché non solo legittimava la DDR, di più, riconosceva, per dir così, l'”eternità” della Repubblica democratica. Chiamarono l’ambasciatore a Bonn e lo rimbrottarono. Il fatto provocò un po’ di freddo. Poi ricordo anche un altro episodio…»

Prego.

«La senatrice Carettoni (Tullia Carettoni Romagnoli, prima socialista poi indipendente con il Pci, ndr), presidentessa dell’associazione Italia-DDR, era mia amica, veniva spesso in Germania e io ero lieto di ospitarla. Le cose ormai andavano male, mi disse di aver parlato col presidente della commissione Esteri della camera, Manfred Feist, che era il cognato di Honecker, il quale le aveva detto: “sono momenti neri per noi, per fortuna in Italia abbiamo un amico…”. Era Andreotti! Non era comunista, Andreotti, ma opportunista sì».

Cosa ricorda del periodo che precedette il 9 novembre 1989?

«Un episodio che chiamo la cena degli addii. Noi ambasciatori fummo invitati a celebrare il 40esimo anniversario della nascita della DDR. C’erano tutti i capi comunisti, da Gorbaciov a Ceausescu, a Jaruzelski, a Straub, e tanti altri. C’erano anche i rappresentanti di tutti i partiti comunisti, ma non gli italiani. Honecker aveva fatto un discorso chiuso e conservatore, era stato molto più aperto quello di Gorbaciov… ad un certo punto mi accorsi che Gorbaciov era sparito, il suo posto era vuoto. Poi sparì Jaruzelski, e via via, uno ad uno, tutti gli altri. Mi venne in mente, all’improvviso, la “Sinfonia degli addii” di Haydn, nella quale ogni musicista, finita la sua partitura, prende il suo strumento e se ne va, lfino a che rimane solo il direttore. Anche la “partitura” della DDR, dopo 40 anni, stava finendo. Ci dissero che la cerimonia era finita e ci accompagnarono verso una uscita secondaria. Quando raggiunsi il mio autista capii il perché: davanti all’ingresso principale c’era una violenta manifestazione di 10mila persone che urlavano contro Honecker e il comunismo,e chiedevano libertà. Ci furono molti feriti, centinaia di arresti».

E’ ormai riconosciuto che la riunificazione tedesca è stata il capolavoro politico di Helmut Kohl. In che senso secondo lei?

«Anch’io penso che si sia trattato di un capolavoro. Kohl non fece nulla a caso, nemmeno subì gli avvenimenti, e ogni sua decisione fu attentamente calcolata, programmata. Intanto, aveva dato un sacco di soldi all’Ungheria che si ritrovava in pessime condizioni economiche. A patto, però, che questa aprisse la frontiera. Aveva immaginato bene che cosa poteva succedere. L’Ungheria aprì la frontiera, e quando i tedeschi videro in tv cosa stava accadendo, chiesero subito il permesso di andare in Ungheria… il governo, stupidamente, non capì che cosa si preparava e concesse i passaporti. La gente si precipitò in Ungheria ma non per restarci, bensì per passare in Austria. In pochi giorni se ne andarono 300mila persone».

E verso la DDR?

«In politica interna Kohl propose alla DDR una confederazione. La DDR sognava una confederazione paritaria, con elezione di pari rappresentanti nel parlamento federale; un’utopia, dato il peso demografico della BRD, ma questa prima proposta cominciò a lavorare sotto traccia nella mente non solo del governo di Honecker, ma anche della popolazione. La quale già era abbastanza agitata per tre affari: il primo, la decisione di Berlino est di concedere i passaporti a chi voleva andarsene….»

E gli altri?

«Il secondo, l’imprudenza di Egon Krenz (il braccio destro di Honecker, ndr) che era stato in visita in Cina nei giorni di Tien an men, e aveva dichiarato che se qualcosa di simile fosse successo in Germania, avrebbero saputo dove prendere esempio… Il terzo, ci furono le elezioni amministrative e per la prima volta gli oppositori, ricorrendo allo stratagemma delle schede bianche, misero allo scoperto il fatto che le elezioni erano truccate. Tutti questi elementi avevano creato uno stato di grande agitazione. Senza dimenticare, ovviamente, l’episodio dei rifugiati nell’ambasciata tedesca occidentale di Praga. La DDR fu felice di etichettarli come traditori, i “traditori” non vedevano l’ora di imbarcarsi sui treni che li portavano all’ovest. Fu uno schiaffo per il governo perché dimostrò che si voleva essere espulsi dal proprio paese».

Come spiega il fenomeno della Ostalgie, e il fatto che oggi un partito come Die Linke (erede della SED, il partito comunista di allora) prenda il 20 per cento nei vecchi Laender?

«Ognuno dei poliziotti che stavano alla frontiera per ammazzare che cercava di scappare era pagato più un professore universitario, ed erano migliaia. Nella DDR c’era un detto, secondo il quale in un gruppo di tre persone una era certamente una spia… tutti vedevano, riferivano, archiviavano, catalogavano, a volte perfino i figli contro i padri, le mogli contro i mariti. La Stasi era una polizia segreta più numerosa e perfino più efficiente di quella sovietica. Tutto questo gigantesco apparato è rimasto disoccupato, con conseguenze di lungo periodo come quelle che lei ha citato. A mio modo di vedere la Ostalgie ha una base economica; anagrafica ed economica».

Il Muro e la riunificazione fanno ancora parte della memoria storica tedesca attuale?

«Me lo auguro. La Germania, culturalmente e spiritualmente, è stata sempre una. Kohl è stato il Bismarck del XX secolo, con una piccola differenza, che Bismarck ha fatto tre guerre per unificare politicamente la Germania, mentre Kohl la guerra l’ha fatta coi soldi. Ma neanche i soldi sarebbero bastati, se non fossero stati al servizio di un profondo desiderio di unità e libertà». (Federico Ferraù)

30 anni fa la caduta del Muro di Berlino. Il 9 novembre 1989 con la caduta del muro di Berlino e la conseguente apertura delle frontiere da parte della Germania orientale, cadeva uno dei simboli della «guerra fredda» e una linea di confine che divideva l’Europa tra le zone di influenza statunitense e quelle sotto il controllo sovietico. Il muro che circondava Berlino ovest e divideva in due la città era stato costruito nell’agosto 1961, per impedire ai cittadini che risiedevano nelle aree orientali di poter fuggire verso l’Ovest. Era lungo 155 chilometri e alto in media 3,6 metri. Dopo la fine della seconda guerra mondiale ai cittadini di Berlino era permesso di circolare liberamente in tutti i settori, ma con lo sviluppo della Guerra Fredda i movimenti vennero limitati; il confine tra Germania Est e Germania Ovest venne chiuso nel 1952 e l’attrazione dei settori occidentali di Berlino per i cittadini della Germania Est aumentò. Circa 2,5 milioni di tedeschi dell’est passarono ad ovest tra il 1949 e il 1961. Da quel momento la frontiera tra Berlino ovest e Berlino est venne fortificata e controllata militarmente mentre di fatto erano due i muri che correvano paralleli a distanza di alcune decine di metri. Non si conosce il numero esatto delle persone uccise mentre cercavano di superare il muro verso Berlino ovest. Alcune fonti ufficiali parlano di almeno 133 vittime, altre si spingono a più di duecento. Nel 1989, molti paesi che avevano fatto parte dell’area di influenza dell’unione sovietica, aprirono le loro frontiere. A novembre, dopo diverse settimane di disordini pubblici, il governo della Germania Est annunciò che le visite in Germania e Berlino Ovest sarebbero state permesse; dopo questo annuncio molti cittadini dell’Est si arrampicarono sul muro e lo superarono per raggiungere gli abitanti della Germania Ovest dall’altro lato in un’atmosfera festosa. Durante le settimane successive piccole parti del muro furono demolite e portate via dalla folla e dai cercatori di souvenir; in seguito fu usato equipaggiamento industriale per abbattere quasi tutto quello che era rimasto. Ancora oggi c’è un grande commercio di piccoli frammenti, molti dei quali falsi. La caduta del muro di Berlino aprì la strada per la riunificazione tra le due Germanie che fu formalmente conclusa il 3 ottobre 1990. Il 20 giugno 1991 Berlino tornò ad essere la capitale della Germania e sede unica del parlamento e del governo federale.

1989-Il crollo del Muro al via dopo quell’annuncio surreale. Nella sua fenomenologia, fu un plastico esempio di quelli che Stefan Zweig definì «momenti fatali». L’annuncio in apparenza burocratico di Günter Schabowski: «Non c’è più bisogno di visti per passare i posti di confine». La domanda di un giornalista italiano, Riccardo Ehrman: «Da quando è in vigore la misura?». La risposta surreale, dopo uno sguardo distratto a un foglio già gettato via: «Per quanto ne so, da subito». Il Muro di Berlino crollò così, in quella sera del 9 novembre 1989, quando i fratelli separati dell’Est attraversarono il confine della vergogna a piedi o a bordo delle loro Trabant e i tedeschi furono «il popolo più felice della Terra». Nell’autunno prossimo saranno trascorsi trent’anni dalla data che pose fine in anticipo al «secolo breve» e cambiò la storia del mondo. Con il Muro caddero le dittature del socialismo reale, si frantumò l’Unione Sovietica, finì la Guerra Fredda, cessò l’equilibrio del terrore, l’Europa allargò i suoi confini verso Est, nacque la moneta unica, mentre il dividendo della pace ci regalò il world wide web, rampa di lancio della globalizzazione. Finì una Storia. Ne cominciò un’altra per la quale non eravamo affatto preparati, privi di un paradigma per affrontarla, tranne l’illusione non priva di arroganza che il sistema liberal-democratico, rimasto senza nemico, avrebbe finito per imporsi in tutto il pianeta. Ma la fine del mondo bipolare, odioso, ma prevedibile e regolato, ha aperto la scena globale a protagonisti nuovi e antichi, segnando il ritorno prepotente della geopolitica negli affari internazionali. Sono emersi i modelli autoritari, è risorto il nazionalismo, sono tornati di moda gli uomini forti, in una frantumazione che comincia ad assomigliare al caos globale. Il Muro non ci manca. Ma non era questo il mondo che avevamo sognato. (Paolo Valentino)

1989, Good bye Lenin. Lanfranco Caminiti il 21 Agosto 2019 su Il Dubbio. Nessuno aveva previsto il crollo improvviso del comunismo ma le premesse erano lì da tempo. E l’effetto domino spazzò via tutto il sistema. Gorbaciov traghettò l’Urss nel capitalismo mentre la Cina, che ebbe Tienanmen, riuscì a salvarsi dal terremoto. La verità è che nessuno l’aveva previsto un 1989 così. D’altronde nessuno aveva previsto, per dire, neppure la crisi finanziaria del 2008. Ricordate quando la regina Elisabetta – proprio come uno chiunque di noi, esterrefatto, incredulo quanto lei – si rivolse a uno degli economisti più considerati e gli chiese: «Ma com’è che non siete riusciti a prevederla?» E il crac del 1929, qualcuno l’aveva previsto? E la Seconda guerra mondiale, qualcuno l’aveva prevista? E il 1917 bolscevico, qualcuno l’aveva previsto? La verità è che nessuno può prevedere le grandi crisi della Storia: la Storia non ha proprio nulla di deterministico. Non va per linea retta. E se per quello, neppure l’economia. Però, in verità, sulla fine dell’Unione sovietica qualcuno c’era andato vicino: Emmanuel Todd aveva venticinque anni quando pubblicò in Francia nel 1976Il crollo finale. Saggio sulla decomposizione della sfera sovietica. Era un demografo, un antropologo oltre che uno storico – e studiò l’innalzamento del tasso di morti infantili tra 1971 e 1974, l’alfabetizzazione, la contraccezione, le strutture antropologiche di base ( i modelli familiari), e riportò un dato bizzarro quanto strabiliante: un intero carico di scarpe destre che non trovava collocazione. Che paese era, che sistema era, quale disorganizzazione mostrava, quello per cui non si riusciva ( nonostante la propagandata pianificazione, la suprema razionalità del socialismo) a costruire insieme scarpe destre e sinistre? Che paese era – l’unico paese industrializzato in cui si registrava questo dato – quello in cui la mortalità infantile cresceva, per malattie varie, trascuratezze, insufficienze sanitarie? Che paese era, quale sofferenza psicologica viveva un paese in cui i tassi di suicidio aumentavano senza sosta? Due anni dopo, nel 1978 esce Esplosione di un impero? di Hélène Carrère d’Encausse, in cui si prospetta il crollo dell’Urss sotto la pressione demografica delle repubbliche asiatiche ad alti tassi di nascita, al contrario di quelle dell’Europa dell’est dove erano crollati i tassi di fertilità: la popolazione di origine musulmana sarebbe diventata la maggioranza nell’Unione Sovietica mentre la classe dominante del Partito, dell’Esercito e dell’industria era in gran parte di origine russa, e quindi di cultura europea. Questa distorsione avrebbe posto un problema di legittimità del potere politico. In realtà, l’Urss non crollò né per il tasso dei suicidi né per quello di natalità delle repubbliche asiatiche. Però, Gorbaciov forse aveva letto la d’Encausse, perché nel 1987 affermò: «Compagni, possiamo davvero dire che il nostro paese ha risolto il problema delle nazionalità». Passarono ancora due anni prima che i tartari di Crimea potessero tornare a casa dall’esilio in Asia in cui erano stati confinati, ma le richieste di autonomia da ogni angolo dell’impero si erano intanto moltiplicate. E erano diventate ingovernabili. E a quel punto arrivò l' 89.

Perché – si chiese Tony Judt, nel suo bellissimo Dopoguerra – il comunismo crollò in modo così rapido? Perché è questo che davvero sconcerta: la rapidità con cui andò a gambe all’aria. Come è stato possibile che tutto sia accaduto per un fraintendimento, per un annuncio mal formulato in televisione? Andò così: ad agosto l’Ungheria aveva rimosso i blocchi di frontiera con l’Austria e a migliaia i tedeschi dell’Est vi si erano riversati. Poi, l’Ungheria specificò che solo i cittadini ungheresi avrebbero potuto passare “di là”. Così, quelle migliaia di tedeschi dell’Est si trovarono in una terra di nessuno – e si riversarono nelle ambasciate occidentali. Allora, in accordo con la diplomazia occidentale, si decise che sarebbero potuti andare a ovest, ma solo riattraversando la Germania orientale: li caricarono sui treni e fecero il viaggio all’inverso, passando per le città da cui erano scappati. Era il treno della speranza, un treno blindato. Venne accolto con invidia, con frustrazione, con rabbia. Quelli passavano, gli altri li guardavano passare e rimanevano. Si moltiplicarono le manifestazioni di protesta. A quel punto il capo della Germania orientale, Honecker – che a gennaio aveva solennemente dichiarato che « Die Mauer wird in 50 und auch in 100 Jahren noch bestehen bleiben », il muro sarebbe durato altri cinquanta o cent’anni – si dimise. È il 18 ottobre: il capo nuovo, Egon Krenz, pensò bene di allentare la situazione e il nuovo governo decise di concedere permessi per viaggiare nella Germania dell’ovest; a certe condizioni, le Reiseregelungen, regole di viaggio. Incaricarono di comunicarlo urbi et orbi al ministro della Propaganda, Günter Schabowski, che però era in vacanza. Lo prelevarono e lo piazzarono a una conferenza- stampa internazionale, ripresa in diretta tv. Mentre Schabowski leggeva il suo comunicato, un giornalista italiano gli chiese da quando le nuove disposizioni entravano in vigore. Schabowski, che non aveva partecipato alla riunione di governo, cercò la risposta nei fogli, ma non c’era o lui, affannato, non la individuò. Allora, improvvisò: « ist das sofort, unverzüglich – subito, immediatamente». Gli sembrava ovvio. Sono le 18.53 del 9 novembre. Decine di migliaia di berlinesi dell’Est, che stavano incollati alla televisione, si precipitarono ai posti di blocco, chiedendo di entrare in Berlino Ovest. Le guardie di confine non sapevano che fare, tempestavano di telefonate i loro superiori, che a loro volta telefonavano a chi era più in alto in grado, ma era ormai chiaro che non sarebbe più stato possibile rimandare indietro tutta quella gente. Così, aprirono i cancelli. Crollava il muro di Berlino. È così che è caduto il comunismo.

Fu la televisione a far perdere il comunismo? Nel 1987, nove famiglie sovietiche su dieci avevano un televisore. Certo, i programmi non dovevano essere troppo vivaci, ma erano seguiti perché si era imparato a cogliere i segnali minimi, a decifrare, a decrittare le parole che venivano dette, come venivano pronunciate. La televisione provocò l’esplosione a Berlino, e chi non ricorda Goodbye Lenin, il film dove un figliolo amorevole per non causare uno choc fatale nella mamma fedele alla linea uscita dal coma dopo la caduta del muro organizza dei siparietti televisivi per raccontare che la realtà è la stessa di prima, per non turbarla? Ma la televisione registra e amplifica, non produce eventi. E allora? Come si riesce a spiegare quel contagio tra Romania, Bulgaria, Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Germania est, Urss? Un effetto domino, per cui cadendo una tessera, cadevano le altre? In realtà, Gorbaciov aveva lasciato intendere che poteva accadere quel che doveva accadere, lui non sarebbe intervenuto, non come aveva fatto Krusciov contro l’Ungheria di Nagy nel ’ 56, non come aveva fatto Breznev contro la Cecoslovacchia di Dubcek nel ’ 68 – in Polonia nel 1981 i carri armati russi non erano andati perché ci pensò il generale Jaruzelski a fare un colpo di stato preventivo e a introdurre la legge marziale. Il 6 luglio 1989, davanti al Consiglio d’Europa, riunito a Strasburgo, Gorbaciov aveva dichiarato che l’Urss non si sarebbe opposta a processi di riforma in Europa orientale: era una «questione che interessava unicamente gli stessi popoli». Nel corso di una conferenza dei leader del blocco orientale, tenutasi a Bucarest il 7 luglio 1989, aveva affermato il diritto di ogni paese socialista a seguire la propria direzione senza subire interferenze esterne. E cinque mesi dopo, nella cabina del capitano della nave da crociera Maksim Gorkij ormeggiata al largo di Malta, aveva garantito al presidente Bush che non sarebbe stata impiegata la forza per mantenere i regimi comunisti dell’Europa orientale. Cadeva il deterrente che teneva incollati i regimi – la forza, la repressione, la paura. E infatti la cosa sorprendente è che, a parte la Romania di Ceasescu, il processo fu ovunque indolore, senza rivolte, senza violenze, senza barricate, senza insurrezioni. Un impero cadde praticamente senza colpo ferire. E quasi ovunque il “traghettamento” fu gestito da ex- comunisti: non in Cecoslovacchia – dove l’opposizione si raccolse intorno Havel, un commediografo che aveva conosciuto le prigioni socialiste – e non in Polonia, dove era stato lo stesso per quasi tutti i membri del Kor ( l’opposizione intellettuale) e di Solidarnosc ( il sindacato operaio, dieci milioni di iscritti al suo apice). Ma Polonia e Cecoslovacchia erano paesi dove una società civile, non- statalizzata, in qualche modo aveva resistito, era “tollerata” entro certi limiti, vuoi per le ragioni di un radicamento religioso, che si era rinforzato con l’elezione a papa di Karol Wojtyla, vuoi per le lunghe tradizioni culturali. E la violenza, la brutalità apparteneva al regime, a ciò che si voleva cambiare, trasformare, abbattere. E erano paesi che guardavano all’Europa, che si “sentivano” Europa. Di sicuro, il socialismo aveva un problema con l’economia. La qualità dei prodotti era scarsa, la pianificazione era un disastro e i debiti pubblici ( 30.700 milioni di dollari nel 1986, 54.000 nel 1989) aumentavano a dismisura: che il 30- 40 percento delle risorse fosse destinato alle spese militari non era certo un dato secondario. L’improvvisa accelerazione imposta da Reagan nel 1982 con la “Star Wars” era stata fatale. Soprattutto, il mondo socialista era spaventosamente indietro rispetto le nuove tecnologie – aveva perciò una struttura industriale e agricola decisamente arretrata: Cernobyl, nel 1986, mostrò in tutta evidenza la drammaticità di questa contraddizione. E poi c’era stato l’Afghanistan, una guerra maledetta, un Vietnam russo – da cui era tornata in patria una leva generazionale di soldati in cui i traumi post- bellici avevano tassi altissimi, affiancati da quelli di alcolismo. Ma tutto questo non basterebbe forse a spiegare quel crollo. Praticamente in un anno muoiono in sequenza Leonid Breznev, a 76 anni, Yuri Andropov, già malato quando eletto segretario, a 68, e Konstantin Cernenko, anche lui malandato, a 72. Nel 1985, viene promosso segretario Michail Gorbaciov: è nato nel 1931 e a 41 anni è entrato nel Comitato centrale. È giovane – proprio tutta un’altra generazione rispetto a Breznev, Andropov, Cernenko. Gorbaciov intuisce che per la riorganizzazione dello Stato, per la perestrojka dell’Urss, del comunismo, ha bisogno di trasparenza, di glasnost, deve riformare il partito. Ma come “inventare” il mercato? Come “inventare” una società civile? In una società autocratica il potere è indivisibile – e Gorbaciov cominciò a smantellare un puntello dietro l’altro, a svuotare il potere del partito da dentro. E questo è il punto: solo un comunista poteva smantellare il comunismo. Anche se Gorbaciov intendeva salvarlo, il comunismo sovietico, a prezzo di mollare tutti i paesi satelliti al loro destino.

Il ruolo di Gorbaciov fu determinante: la sua credibilità internazionale cresceva mentre proseguiva il suo “lavoro” di glasnost – i suoi viaggi in Europa e nelle capitali internazionali si intensificavano. Forse, proprio mentre aumentava la simpatia all’estero, di pari passo aumentava la “debolezza” all’interno. Gorbaciov, così, faceva un passo di lato e poi tornava verso i conservatori; poi, faceva un passo avanti, e poi tornava verso i conservatori. I riformisti più radicali, come Boris Eltsin, restavano frustrati – e a un certo punto non si fidarono più di lui né i conservatori né i riformisti. Ma questo venne dopo. Furono proprio i mutamenti indotti da Gorbaciov che spinsero i giovani cinesi a chiedere riforme più radicali, la Quinta modernizzazione, e spaventarono il vecchio gruppo dirigente. Gorbaciov arrivò in Cina alla metà di maggio, ma la protesta di Tienanmen era già iniziata il 22 aprile, giorno dei funerali del segretario Hu Yaobang, e ogni timida apertura – era stato proprio il nuovo segretario, Zhao Ziyang a mostrarsi disponibile all’ascolto – si scontrava con una determinazione assoluta del partito a reprimere ogni protesta. Deng Xiaoping, a capo della potente Commissione militare, convinse gli Otto Immortali, vecchi combattenti con un prestigio ancora fortissimo, che Tienanmen fosse solo una manovra delle potenze occidentali per distruggere la Cina. Il resto è noto. Accadde insomma in Cina proprio il contrario di quello che aveva terremotato la Russia. Il comunismo è morto ( in Europa), il comunismo è vivo ( in Cina): alla fine, fu questo il 1989. Forse l’uno era il passato, e l’altro non poteva rappresentare il futuro. Good bye Lenin

"Eravamo bestie allo zoo. La caduta del Muro ci ha liberato di colpo". Il poeta tedesco in visita a Milano racconta come trent'anni fa finì l'incubo della Ddr. Matteo Sacchi, Venerdì 25/10/2019, su Il Giornale. Durs Grünbein, nato a Dresda nel 1962, è uno dei massimi poeti di lingua tedesca: ha ricevuto il Büchner-Preis a soli 33 anni e nel 2008 ha ricevuto a Berlino l'ordine Pour le mérite per la Scienza e le Arti. Ieri era a Milano, nell'aula magna dell'Università statale, per incontrare gli studenti nel trentennale della caduta del Muro di Berlino (nell'incontro, condotto da Rosalba Maletta, ha anche ricevuto una pergamena al merito da parte dell'amministrazione cittadina). Grünbein, nato e cresciuto nella Deutsche Demokratische Republik, ha vissuto la privazione di libertà di cui il Muro era il simbolo, e ha partecipato alla lotta per abbatterlo. È quindi un testimone d'eccezione non soltanto di quegli eventi ma di come si è evoluta la Germania e l'Europa dopo il 1989. Come ha spiegato ai ragazzi, nonostante quello resti un momento trionfale, non tutto è andato come ci si sarebbe potuto aspettare: «A quel tempo, noi insorti abbiamo salutato la libertà da lontano. Noi, gli illusi del socialismo corrotto, vedevamo in essa qualcosa per cui valeva la pena morire. Oggi tutto ciò è come spazzato via; le celebrazioni per la Caduta del Muro, con la regia dello Stato sono soltanto un risveglio coi postumi della sbornia... Il credo politico nel progresso è andato in frantumi; tutte le visioni del mondo ora corrono nella direzione opposta: retrotopia, reazione, regressione su tutta la linea». Il Giornale si è fatto raccontare cosa resta e cosa no di quell'evento che ha cambiato la Storia.

Grünbein come era vivere nella Germania est, un Paese che spendeva le sue energie per creare un confine non per difendere i cittadini ma per imprigionarli?

«Era paradossale. Ci sentivamo come all'interno di uno zoo. Quando arrivavano dei visitatori dall'estero noi eravamo come le bestie nelle gabbie. Comprendevamo di essere rinchiusi proprio facendo il paragone con la libertà di viaggiare degli occidentali. La famiglia di un mio compagno delle elementari riuscì a fuggire. Lui poi mi mandava cartoline da tutte le capitali d'Europa. E questo aumentava ancora la mia sensazione di essere rinchiuso. Negli anni 80 ho richiesto un permesso per andare all'estero. Non era nemmeno una questione politica ma di claustrofobia. Quando è caduto il Muro è stata una sensazione inspiegabile, irripetibile. L'unica parola adeguata è euforia, un'euforia incontenibile».

Lei si rifiutò di prestare servizio come guardia di confine... E che questo le costò l'iscrizione all'università.

«Sì, e per quanto fossi riuscito a disertare restavo comunque un prigioniero. Continuavo a pensare Tu ci morirai prigioniero in questo Paese...».

Dov'era lei quando il muro è caduto?

«Avevo partecipato alle manifestazioni in Alexanderplatz ed ero stato anche arrestato. Le manifestazioni si erano allargate al resto del Paese, come a Lipsia, e avevamo capito che qualcosa stava cambiando in modo inarrestabile e definitivo. Però non ci aspettavamo capitasse così in fretta. Poi vidi la conferenza in televisione in cui quel corrispondente italiano chiese a Günter Schabowski da quando sarebbero stati aperti i confini. Quando rispose Immediatamente, mi precipitai in strada. Fu uno choc come se l'Impero romano invece di crollare nel corso di secoli fosse crollato nel corso di un mese».

Molti hanno da ridire su come si è svolta l'unificazione tedesca sia a Ovest che a Est. C'è un termine preciso per questo: «Ostalgie»...

«La riunificazione è stata soprattutto un fenomeno politico, il progetto della Cdu di Helmut Kohl era anche un progetto elettorale che per i partiti della Germania Ovest valeva milioni di voti e come tale è stato gestito. Per moltissime persone si è rivelato una chance, per alcuni però è stata una catastrofe. Moltissimi tedeschi dell'Est sono stati catapultati nel mercato di cui non sapevano niente. Uno Stato autoritario è anche uno Stato-mamma. Questo ha creato una delusione della libertà che è stata utilizzata soprattutto dai partiti di estrema destra. Scherzando si può dire che molti non perdonano ad Angela Merkel di essere l'unica tedesca dell'Est che ce l'ha fatta davvero. Ma onestamente per la Germania e per l'Europa l'unificazione è stata la soluzione migliore».

Lei parla spesso di retrotopia. Perché?

«La definizione è di Bauman. Secondo me la mancanza di progetti e di sogni seguita alla caduta del Muro ha innescato un meccanismo che genera utopie proiettate all'indietro. Si fa riferimento a delle Heimat, a delle patrie, che esistono solo nella nostra fantasia, non nella realtà, è una fuga verso un passato che non c'è...».

Nonostante la dittatura e l'essere cresciuto nella Dresda ancora devastata, Lei racconta l'infanzia come un periodo dorato.

«L'infanzia è l'età del potenziale infinito. Della pura gioia bisogna portarla sempre con noi. Ma senza idealizzarla, i bambini sono anche piccoli diavoli...».

30 anni senza Muro, 70 anni di NATO. Davvero l’Alleanza è nata in funzione anti-sovietica? Cristiano Puglisi il 13 novembre 2019 su Il Giornale. Pochi giorni fa, il 9 novembre, si è celebrato il trentennale della caduta del Muro di Berlino. Ma il 2019 è anche l’anno in cui cade il 70esimo anniversario dalla fondazione della NATO. Un’alleanza militare nata, secondo le letture più tradizionali, per contrastare il blocco sovietico ma che, appunto, trent’anni dopo il disfacimento di quest’ultimo, è ancora ben presente e salda in Europa. Chi qui scrive ne ha allora approfittato per scambiare due chiacchiere con Roberto Motta Sosa, saggista, studioso di storia delle relazioni internazionali, membro d el gruppo di analisti di “Geopolitica.info”, portale del Centro studi di Geopolitica e Relazioni Internazionali. Dunque davvero la NATO, come vuole una vulgata ricorrente, nacque esclusivamente in funzione antisovietica? O le sue origini risalgono a momenti e finalità sancite in precedenza? “A uno sguardo retrospettivo che voglia considerare le origini della NATO – spiega Motta Sosa - sembrano offrirsi due letture, peraltro in parte complementari. La prima, rintracciandone gli antecedenti nel Trattato di Dunkirk siglato tra Regno Unito e Francia il 4 marzo 1947, inscrive gli eventi che tennero a battesimo l’Alleanza Atlantica negli anni immediatamente seguenti la fine del Secondo conflitto mondiale. Richiamandosi al concetto di ‘sicurezza collettiva’, quel trattato era espressamente rivolto contro un ritorno della minaccia tedesca e concepito da francesi ed inglesi come potenzialmente estendibile ad altre potenze. Alcuni Stati europei centro-orientali, inclusi nell’orbita sovietica, mostrarono interesse ad aderirvi ma, come illustrato dal ministro degli Esteri britannico Ernest Bevin in un discorso ai Comuni il 22 gennaio 1948, furono dissuasi da Mosca. Si può ritenere che Stalin e Molotov avessero fiutato l’ambiguità di un trattato che, fungendo da ‘cavallo di Troia’, avrebbe potuto sottrarre i Paesi dell’Est all’influenza sovietica. Bevin aggiunse sibillino che la Gran Bretagna fosse ancora consapevole di dovere giocare un ruolo chiave nel prevenire un nuovo conflitto in Occidente sia nel caso la minaccia dovesse provenire (nuovamente) dalla Germania o da altrove (‘elsewhere’). È superfluo aggiungere che, con quella formula, Bevin si riferisse, in ultima istanza, proprio all’URSS, la quale dopo il ’45 aveva accelerato il processo di consolidamento della propria sfera d’influenza in Europa centro-orientale. Bevin espresse anche l’auspicio che i contenuti del Tratto di Dunkirk fossero estesi al Benelux. Così fu infatti, con la firma, il 17 marzo ’48, del Patto di Bruxelles. Dal canto suo, il Primo Ministro belga, Paul-Henri Spaak, il 28 settembre ’48 all’ONU tenne il “discorso della paura” con cui difese il Patto di Bruxelles e denunciò apertamente l’imperialismo sovietico, aggiungendo come l’URSS fosse l’unica potenza, tra quelle vincitrici del conflitto mondiale, che avesse accresciuto i propri confini attraverso conquiste territoriali. Era stato proprio Spaak, nel gennaio ’48, ad affermare che, considerata la situazione della Germania, il progetto di un’Unione Occidentale a scopo difensivo proposto da inglesi e francesi non avrebbe avuto senso se, "in pectore", non fosse stato concepito contro l’URSS e non avesse incluso gli Stati Uniti. Preceduti dai colloqui segreti intercorsi al Pentagono dal 22 marzo al 1aprile tra Canada, Stati Uniti e Regno Unito, nel luglio ’48 presero così avvio a Washington gli ‘Exploratory Talks on Security’ per la negoziazione del Trattato Nordatlantico, che venne infine firmato nella capitale statunitense il 4 aprile 1949. Queste circostanze diedero origine ad un famoso adagio attribuito a Lord Ismay (primo Segretario Generale della NATO) secondo cui l’Alleanza sarebbe nata per tenere "fuori i russi, dentro gli americani e sotto i tedeschi". Una seconda tesi, che qui indichiamo brevemente, chiama in causa quella "relazione speciale" esistente tra le due sponde anglosassoni dell’Atlantico che, riscontrabile a livello embrionale negli anni in cui veniva concepita ed enunciata la Dottrina Monroe, fu rinvigorita all’indomani della Prima guerra mondiale attraverso think tank creati ad hoc quali il British Institute of International Affairs (oggi Chatham House) e il Council on Foreign Relations. All’interno di questi ‘inner circles’ sarebbero state discusse le basi su cui fondare il lungo e non sempre consensuale passaggio dall’egemonia britannica a quella statunitense. Secondo questa lettura, la nascita della NATO nel ’49 avrebbe rappresentato il suggello a tale disegno, sancendo l’inizio della ‘pax americana’”. Una lettura, quest’ultima, certamente interessante. Poiché aprirebbe una nuova prospettiva sul significato dell’Alleanza Atlantica. Come sul fatto che, nonostante la celebre frase che il segretario di Stato USA, James Baker, rivolse a Gorbaciov il 9 febbraio 1990 (“La NATO non si espanderà ad est nemmeno di un centimetro“), la sua espansione da allora è proseguita quasi inarrestabile. L’ultima novità è il possibile prossimo ingresso dell’Ucraina. Si pone dunque la questione dello scopo della NATO: difensivo o aggressivo? E quanto questo strumento, che sembra sempre di più avere lo scopo di evitare la saldatura strategica tra alcuni Paesi europei e la Federazione Russa, contrasta con i reali interessi geopolitici dell’Europa? “L’Alleanza (al pari delle installazioni militari dei Paesi membri ad essa correlate) – prosegue l’analista – ha, sin dalle sue origini, finalità dichiaratamente difensive come del resto indicato nel Preambolo e negli articoli 1 e 2 del Trattato Nordatlantico. In quanto struttura di difesa e sicurezza collettiva ovvero regionale, nel trattato che la istituì non viene menzionato alcun nemico specifico. L’unica deroga, peraltro tutt’ora oggetto di dibattito circa i suoi aspetti giuridico-internazionali, fu rappresentata dall’operazione ‘Allied Force’ condotta nel 1999 contro la Repubblica Federale di Yugoslavia senza manifesta copertura dell’ONU e motivata sulla base del principio di ‘intervento umanitario’. Bisogna inoltre ricordare che nel corso degli anni Novanta la NATO procedette ad una sorta di trasformazione, adeguando il proprio concetto strategico e le sue strutture a compiti ‘full range’ concernenti anche missioni ‘non articolo-5′ di ‘peace support’ e ‘other crisis-response operations’. Vi è poi la situazione concernente quelle che l’Alleanza ritiene siano minacce attuali alla sicurezza connesse all’acuirsi della crisi ucraina (2014) con espresso riferimento alla postura della Federazione Russa, identificata come rischiosamente asservita. A tal proposito, nel suo discorso del 7 novembre scorso, il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, parlando da Berlino, ha ribadito che l’occupazione (definita illegale) della Crimea e la violazione (imputata alla Russia) del Trattato INF rappresentino elementi di grave turbamento dell’ordine internazionale. Dal canto suo, Mosca, partner (ma) oramai quiescente della NATO, mediante la questione della cosiddetta ‘broken promise’ continua ad eccepire la violazione di garanzie (che sarebbero state) fornite alla leadership sovietica negli anni Novanta dagli Stati Uniti in merito al non allargamento ad Est dell’Alleanza Atlantica. Sarebbe tuttavia azzardato sostenere se e quanto gli obiettivi della NATO, intesa come comunità Euro-atlantica, siano ovvero appaiano in contrasto con i singoli interessi geoeconomici dei suoi membri europei, poiché se tali impedimenti fossero comprovabili risulterebbero non conformi al principio contenuto nell’articolo 2 del Trattato Nordatlantico secondo cui ciascun Stato membro deve sforzarsi di eliminare ogni ostacolo nell’ambito delle politiche economiche internazionali favorendo la cooperazione. Si può quindi forse ritenere che, almeno rispetto alle tematiche economiche, le problematiche siano riconducibili alla dimensione delle relazioni bilaterali, piuttosto che ad una contrapposizione NATO/Russia”. Recentemente il presidente francese Macron, tra i più ferventi sostenitori di una difesa europea, ha affermato (presto criticato dalla cancelliera tedesca Merkel) che la NATO sarebbe in stato di morte celebrale. La Francia vuole recuperare quel progetto di un’Europa “terza forza” tra USA e URSS (oggi il blocco eurasiatico) che già De Gaulle prospettava? E l’Europa può davvero “liberarsi” della NATO? “Macron – conclude Motta Sosa - si riferiva soprattutto al vecchio e ricorrente tema della difesa comune europea che il 25 giugno 2018, su impulso francese, ha assunto la forma della “Initiative européenne d’intervention” (IEI), a cui sino ad oggi hanno dichiarato di volere aderire, insieme alla Francia, dodici Stati europei membri (ad eccezione della Svezia, che non aderisce dell’Alleanza Atlantica, e della Norvegia, che non è membro UE) sia della NATO che dell’UE. L’Italia ha comunicato la sua adesione il 19 settembre scorso. Il Presidente francese ha posto due questioni in particolare: la necessità, dopo la fine della stagione bipolare, di un adeguamento dello ‘scopo sociale’ della NATO e l’idea che si possa costruire quella che egli ha definito l’’autonomie stratégique européene’, in antitesi alla visione di un’Europa progettata come ‘junior partner des Américains’. A ciò si possono verosimilmente accostare le mai sopite ambizioni francesi ovvero golliste, che Macron ha lasciato trasparire affermando che in caso di Brexit la Francia resterebbe l’unica potenza nucleare nell’UE. Quest’ultimo passaggio rischia tuttavia di entrare in contraddizione con quanto da lui stesso sostenuto circa il fatto che il lungo periodo di stabilità osservato in Europa dopo il ’45 sia stato il frutto di ‘une équation politique sans hégémonie qui [a permis] la paix’. Sembra inoltre di capire che per Macron, la ‘mort cérébral’ della NATO riguarderebbe soprattutto le modalità dell’intervento turco in Siria (definito “agression”) e i rischi connessi all’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica ossia le possibili conseguenze derivanti dall’incapacità dell’Alleanza e dei suoi membri europei di evitare che gli opposti obiettivi di Ankara e Damasco entrino militarmente in contatto nel teatro siriano. Quanto alla ‘liberazione europea dalla NATO’ nessun membro europeo sino ad oggi ha manifestato l’intenzione di uscire dall’Alleanza. Unicamente la Francia, come noto, si distaccò dal solo comando militare integrato nel 1966 rientrandovi però nel 2009. Se nessun alleato europeo ha sino ad oggi palesato ovvero formalizzato una simile istanza è plausibile ipotizzare due cose: o la NATO, a tutt’oggi, continua, tutto sommato, a rispondere alle esigenze dei suoi membri, oppure non si è ancora trovata una valida alternativa ad essa. Si consideri che il Trattato Nordatlantico contiene strumenti che potrebbero fornire una soluzione a tale dilemma. L’articolo 13 prevede infatti che, trascorsi vent’anni dalla firma del trattato, un membro possa cessare di farne parte trascorso un anno dal deposito della sua notifica di denuncia presso il governo degli Stati Uniti. L’articolo 12 contempla altresì l’eventualità che, dopo dieci anni dall’entrata in vigore del trattato, in qualsiasi momento le parti contraenti, su richiesta di una di esse, possano consultarsi per sottoporlo a revisione. Dai contenuti dell’intervista rilasciata da Macron all’’Economist’ il 7 novembre scorso sembra di potere prudentemente dedurre che l’IEI possa affiancarsi, anziché sostituirsi, alla NATO quale braccio operativo dei suoi membri europei nel teatro mediterraneo-mediorientale”. Una questione che balza all’occhio, visto il protagonismo proprio di Macron ma anche della stessa Merkel pone la questione di chi, in ipotesi, potrebbe rappresentare in futuro la potenza egemone di un’Europa “post-NATO”. Ma la questione fondamentale, soprattutto, è se un’Europa simile sia possibile. “Il proficuo perseguimento – conclude Motta Sosa - di una geopolitica coerente con i propri interessi nazionali è soprattutto il frutto di un efficace mix di ‘hard’ e ‘soft power’. La questione è se ciò possa avvenire anche per un agglomerato di Stati eterogenei quale è l’UE. Durante la Guerra Fredda l’Europa, perché stremata da due guerre mondiali combattute nell’arco di trent’anni, aveva delegato giocoforza buona parte del suo ‘hard power’ alla NATO ovvero ai processi decisionali facenti capo al corpo politico e militare dell’Alleanza. Piaccia o no, di fatto, per settant’anni l’’esercito comune europeo’ è stata rappresentato dalla NATO. Nei decenni, questa circostanza ha apportato dei vantaggi: dalla fine della Seconda guerra mondiale all’insorgere delle guerre jugoslave (1991) l’Europa ha vissuto una seconda ‘belle époque’, grazie anche all’ombrello fornitole dall’Alleanza Atlantica. Considerate queste premesse, porsi la questione di una leadership europea incarnata da un singolo Stato appare anacronistica, perché riproporrebbe forse lo scenario di una corsa per l’egemonia che nei primi quattro decenni del Novecento era già stata risolta chiamando in causa e accettando un egemone extraeuropeo, gli Stati Uniti. Macron, nella sua recente intervista, ha affermato di volere la Germania ‘avec nous’. Tuttavia la cancelliera e il ministro degli Esteri tedesco hanno ritenuto di censurare il giudizio del capo dell’Eliseo sulla NATO, sostanzialmente allineandosi alla “difesa d’ufficio” pronunziata da Stoltenberg. Sino ad oggi ogni residua competizione franco-tedesca è stata risolta mediante la sintesi rappresentata dalla, effettiva, ‘due diligence’ di Parigi e Berlino sui principali temi inerenti al funzionamento della comunità europea. Va da sé che mentre la Francia può oggi rivendicare un primato militare sull’antico nemico, dal canto suo, la Germania rappresenta un importante anello di congiunzione tra l’Europa occidentale e la Russia, come, ad esempio, testimoniano le questioni energetiche connesse al gasdotto Nord Stream (sgradito agli Stati Uniti). Peraltro, la storia del Novecento ha già assistito ad una alleanza europea guidata dalla Francia: nel primo dopoguerra Parigi fu patrocinatrice del sistema della Piccola Intesa, che raggruppava Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania. Nel 1933 tale alleanza divenne un’organizzazione internazionale con un Consiglio permanente, un Segretario e un Consiglio economico. Nata per contenere soprattutto il revisionismo ungherese, nell’agosto del ’38 quell’alleanza finì invece per stringere patti che consentirono a Budapest di riarmarsi (Accordi di Bled) esaurendosi infine nel corso di quello stesso anno a Monaco a causa della condotta delle potenze occidentali intervenute nella gestione della crisi cecoslovacca”.

Viaggio a Berlino, quel miracoloso 1989 che cambiò il mondo. Pubblicato domenica, 10 novembre 2019 su Corriere.it da Aldo Grasso. Ezio Mauro ha raccontato su Rai3 «Cronache dal muro di Berlino»; al centro dello speciale di Renato Coen su SkyTg24, materiale d’archivio e testimonianze. Per il 30° anniversario della caduta del muro di Berlino, la programmazione tv ha visto l’alternarsi e il susseguirsi di speciali, approfondimenti, sperimentazioni nella ricostruzione di un evento epocale. Su Rai3, Ezio Mauro ha raccontato «Cronache dal muro di Berlino». Lo stile è quello consueto che ha caratterizzato altri suoi speciali (come quello sui 100 anni della Rivoluzione d’ottobre); il protagonista si muove in una Berlino contemporanea avvolta dal buio, dalla pioggia e dal silenzio, provando a ricostruire, con il rigore dell’approfondimento giornalistico, il filo di una storia complessa e densa di sfumature. Realizzato da Rai Cinema e da Stand by me, lo speciale di Rai3 privilegia un approccio didascalico; Mauro si sofferma sui numeri (i km di muro e filo spinato, i milioni di persone che passarono da Est a Ovest prima del fatidico 1961, anno di costruzione della barriera) e sui luoghi chiave della Berlino di quel periodo, cercando di restituire l’essenza di un «anno dei miracoli che cambierà il mondo». Il viaggio è un quaderno di appunti nel quale si alternano personaggi centrali e laterali, come il pastore luterano-protestante Rainer Eppelmann, l’ex presidente della Repubblica tedesca Joachim Gauck, dissidente ai tempi del regime orientale, o Brigitte Seebacher, vedova di Willy Brandt, leader Spd della RFG. Di tenore diverso, lo speciale in onda su SkyTg24 di Renato Coen. Il cuore del racconto è uno studio dove il conduttore si muove attraverso una ricostruzione del muro e della città di Berlino con la «realtà aumentata». Materiale d’archivio e testimonianze (da Lech Walesa ad Achille Occhetto) fanno il resto, insistendo su un episodio leggendario: il momento in cui, con una domanda a bruciapelo, il corrispondente dell’Ansa Riccardo Ehrman costringe il portavoce della DDR Günter Schabowski a una risposta avventata che forse accelera il corso degli eventi e l’abbattimento del muro.

Ridicolo manifesto del Pd sul Muro di Berlino: noi abbattiamo i muri. Ma non l’hanno costruito i comunisti? Vittoria Belmonte domenica 10 novembre 2019 su Il Secolo d'Italia. Ridicolo manifesto del Pd sul trentennale della caduta del Muro di Berlino. L’immagine è quella storica dei giovani che prendono a picconate l’odioso confine di pietra che divideva la Germania Ovest da quella dell’Est. Simbolo di un ‘Europa divisa tra libertà e  tirannia, tra democrazia e dittatura.  Un Muro voluto dal regime comunista dell’Est. Ma gli attuali eredi di quell’ideologia rimossa sembrano non rendersene conto, o meglio fanno finta di non conoscere la storia del Muro. Cosa c’è scritto infatti sul manifesto del Pd? Potete costruire muri, ci troverete ad abbatterli. 

Ridicolo manifesto, la presa in giro di Meloni. Ma come, sono loro quelli che abbattono i muri? Propri gli stessi che li hanno costruiti? Il riferimento del Pd è ai muri anti-immigrati che Trump vuole edificare al confine con il Messico e che Orban invoca in Ungheria. Ma anche su questo occorre fare attenzione. L’unico muro anti-immigrati che l’Italia ha conosciuto, infatti, è stato quello voluto dal sindaco Pd di Padova, Flavio Zanonato,  nel 2006. Ora quel muro, che doveva isolare il ghetto dello spaccio in Via Anelli, non c’è più. Ma fu quella giunta ad edificarlo. E Zanonato ora si trova in Articolo 1. La sinistra a sinistra del Pd. Quella evocata nel manifesto è dunque solo propaganda costruita su una gigantesca rimozione. Il Muro di Berlino fu il frutto della politica del regime comunista della Germania Est. Un non detto che impedisce di fare chiarezza quando se ne celebra la caduta. Si finge, ancora, di ignorare che sola la destra nel dopoguerra in Italia parlava dell’orrore di quel Muro. Gli altri facevano finta di nulla, per non inciampare in imbarazzanti prese di distanza dal comunismo. La ragion di Stato e il clima di compromesso storico tra Dc e Pci impediva infatti di criticare apertamente l’aberrazione di quel Muro che divideva l’Europa, la Germania e Berlino. Il manifesto del Pd è finito anche sulla pagina Fb di Giorgia Meloni che commenta ironica: “Chi glielo spiega che il muro erano loro?”. Ogni spiegazione sarebbe inutile. I dem sono davvero convinti di non essere mai stati comunisti. Sono talmente presi dai luoghi comuni che diffondono da rendere impossibile ogni forma di autocritica. A questo si riferiva Guareschi quando li accusava di essere trinariciuti. Non a caso ai tempi girava questa barzelletta. Un figlio dice al padre: – papà lo sai che gli asini volano? – Non dire sciocchezze! – Ma papà, l’ha scritto la Pravda. – Beh, figliolo, diciamo che svolazzano…

Vittorio Feltri: "Quella banda di comunisti che mi ha disgustato". La vendetta contro i compagni. Libero Quotidiano il 10 Novembre 2019. La caduta del muro di Berlino, avvenuta 30 anni fa, è oggetto in questi giorni di commemorazioni retoriche e noiose. I giornalisti cerimonieri ne parlano senza requie quasi si trattasse di un avvenimento gioioso. In realtà quel crollo voluto dalla gente comune della Germania Est segnò la morte del comunismo, non dei comunisti. Che ancora oggi continuano a rompere le balle con le loro utopie, basta vedere quanto succede in Cina che è riuscita a mischiare il collettivismo più rigido con uno sfrenato capitalismo. Un ibrido vomitevole che tuttavia non accenna a trasformarsi in qualcosa di simile a un regime liberale. Il dì in cui la barriera oscena che divideva il popolo tedesco si sbriciolò io ero direttore di un settimanale importante, l'Europeo (Rizzoli). Il quale però non uscì per due mesi a causa di uno sciopero dei redattori (tutti) motivato dal fatto che non ero comunista, quindi sgradito all' assemblea dei colleghi. Peggio: avevo fama di essere addirittura anticomunista in quanto socialista. Il maledetto muro era pertanto cascato a Berlino eppure era rimasto in piedi, ben saldo, a Milano, anzi in Italia, dove i compagni, almeno nell' ambito della editoria, seguitavano a dettare legge, esercitando ostracismo nei confronti di coloro che non avevano simpatia per l' orda rossa. Giorgio Fattori, presidente della casa editrice (proprietaria altresì del Corriere della Sera) mi incitò a resistere e gli diedi retta, finché i vergini di sinistra, stanchi di non ricevere lo stipendio, mi accolsero, sia pur malvolentieri, quale direttore, cosicché cominciammo a lavorare e ad andare in stampa con un prodotto decente che ebbe in edicola un buon successo. Nel giro di un paio di anni, raddoppiammo le vendite mettendo al sicuro la vita del settimanale. Tuttavia quella banda di comunisti mi aveva talmente disgustato che non appena mi fu offerto di prendere in mano l'Indipendente, quotidiano nuovo e già moribondo, accettai di buon grado. Nel frattempo il segretario del Pci, Achille Occhetto, cambiò denominazione al partito, sconfessando la tradizione marxista, compiendo cioè una operazione ai limiti del ridicolo, come se il Papa all'Angelus avesse detto al folto pubblico di piazza San Pietro: cari fedeli devo informarvi che Dio non esiste, concludendo il suo discorso facendo alla folla il gesto dell'ombrello. Paradossale. Ciononostante l'ex Partito comunista è ancora qui con i propri rimasugli a menare il can per l'aia. E finge di festeggiare la caduta di quel muro schifoso sotto le cui macerie esso è idealmente morto. Vittorio Feltri

LA DONNA CHE VISSE L’ORRORE DUE VOLTE – LA STORIA DI CECILIA KOVACHOVA, SOPRAVVISSUTA PRIMA AD AUSCHWITZ E POI A UN GULAG RUSSO. DAGONEWS il 10 novembre 2019. La storia di una sopravvissuta ad Auschwitz e poi a un gulag russo ha ispirato un nuovo romanzo; Cecilia Kovachova fu portata nel campo di sterminio da Hitler da adolescente, e dopo fu spedita e in un campo di prigionia in Siberia dagli invasori sovietici nel 1945. Nel nuovo romanzo "Cilka's Journey", Cilka Klein è una schiava sessuale, alla quale viene data una posizione "privilegiata" da una guardia nazista, portando i russi a considerarla una collaboratrice. La confusione tra verità e finzione ha scatenato la rabbia della famiglia della sopravvissuta. Cecilia Kovachova aveva incontrato suo marito Ivan mentre erano entrambi prigionieri nel gulag russo. Nel libro, Ivan viene sostituito dal personaggio di Alexandr. Come la vera Kovachova, il personaggio è imprigionata nel gulag Vorkuta, un campo di prigionia istituito da Stalin che ospitava decine di migliaia di detenuti. Alla fine fu rilasciata negli anni '50 dal successore di Stalin, Nikita Krusciov, che cercava di smantellare l'eredità dell'ex dittatore. L'autrice australiana Heather Morris ha cercato di ricostruire la vita reale di Kovachova durante le ricerche per il suo libro Cilka's Journey, ma la sopravvissuta è morta nel 2004. «La storia di Cilka è quella di un'ingiustizia. Era solo una ragazza, un'adolescente, che ha vissuto due dei periodi più malvagi della storia ed è diventata un bottino di guerra - ha detto l'autrice - Solo la vergogna ha impedito alle donne come lei di parlare di ciò che era stato loro fatto». Il personaggio del libro, ad Auschwitz ha attirato l'attenzione di un alto ufficiale nazista. Una volta che l'Armata Rossa arrivò nel 1945 nell'invasione che schiacciò la Germania di Hitler, fu vista come una collaboratrice e portata in Siberia su un camion di bestiame. «Cilka ha solo sedici anni quando viene portata nel campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau nel 1942, dove il comandante la nota immediatamente per la sua bellezza. Separata forzatamente dalle altre donne prigioniere, Cilka apprende rapidamente che il potere equivale alla sopravvivenza. Quando la guerra è finita e il campo viene liberato, la libertà non viene concessa a Cilka: viene accusata di essere una collaboratrice per aver dormito con il nemico e inviata in un campo di prigionia siberiano». Tuttavia, il figliastro della Kovachova, George Kovach ha recentemente criticato il romanzo e ha detto che la madre sarebbe stata "devastata" da questa ricostruzione in cui finisce per essere rappresentata come una schiava sessuale.

Il dramma del calcio ai tempi del Muro: fughe, vendette e morti misteriose. Pubblicato sabato, 09 novembre 2019 da Corriere.it. «La fine della Ddr è la cosa peggiore che potesse capitare a un club e la miglior cosa che potesse capitare a un calciatore», disse un giorno Thomas Doll, ex centrocampista della Lazio e nazionale della Germania Est. Ai tempi del Muro, del resto, nessun giocatore tedesco orientale poteva trasferirsi in Occidente, ma come sempre è accaduto – e accade tuttora – sono stati molti gli atleti che hanno approfittato dello sport per provare a sfuggire alle difficili condizioni in cui erano costretti a vivere. Chi lo faceva era ritenuto un traditore, e le fughe erano considerate dei duri colpi da un potere politico che faceva dello sport (soprattutto quello olimpico, ma il calcio era comunque importante per il suo seguito popolare) un fondamentale strumento di propaganda. Lutz Eigendorf, considerato il Beckenbauer dell’Est, il 20 marzo 1979, dopo l’amichevole giocata a Giessen tra Dinamo Berlino (la squadra sotto diretto controllo del capo della Stasi, Erich Mielke) e Kaiserslautern, fuggì in Germania Occidentale lasciando la moglie Gabrielle e la figlia Sandy a Est, controllate dagli agenti: non le avrebbe viste mai più. Squalificato per un anno dalla Uefa, Eigendorf passò poi al Kaiserslautern e nel 1982 all’Eintracht Braunschweig. Il 21 febbraio 1983 accettò di farsi intervistare dalla tv tedesca Ard davanti al Muro, dove criticò apertamente il sistema calcio della Ddr. Alle 23.30 del 5 marzo 1983, Eigendorf, a bordo della sua Alfa Romeo Alfetta Gtv, si schiantò contro un albero in una curva della strada Braunschweig-Querum e morì 34 ore dopo. L’autopsia rivelò che aveva una percentuale minima di alcool nel sangue e la Procura della Repubblica archiviò il caso per guida in stato di ubriachezza. Secondo Heribert Schwan — autore del documentario «Tod der Verrater» (Morte del traditore) basato sui documenti segreti della Stasi emersi dopo la riunificazione tedesca — Eigendorf fu invece ucciso proprio in seguito al suo tradimento: gli agenti della Stasi gli avrebbero iniettato una miscela mortale di veleni e sonniferi per poi costringerlo, sotto minaccia di morte, a guidare verso la sua fine. Jurgen Sparwasser era il centrocampista del Magdeburgo vincitore di tre Oberliga (il campionato della Ddr) e della Coppa delle Coppe nel 1974, ma soprattutto l’autore del famoso gol che al Mondiale del 1974 diede la vittoria per 1-0 alla Ddr sulla Germania Ovest nella storica sfida del 22 giugno ad Amburgo: un eroe nazionale, ma non del tutto allineato. Laureato in ingegneria meccanica, nel 1980 ottenne il patentino da allenatore: il Magdeburgo gli offrì più volte il posto, ma Sparwasser ogni volta rifiutò per evitare l’impegno politico che ne sarebbe derivato e preferì diventare assistente ricercatore alla Scuola Superiore di Pedagogia di Magdeburgo. Quando la figlia fece richiesta di espatrio per abbandonare la Ddr, anche la carriera professionale di Sparwasser cominciò ad essere in pericolo: decise allora di fuggire nella Germania Ovest. Lo fece insieme alla moglie in occasione di una partita tra vecchie glorie con il Magdeburgo a Saarbrücken il 10 gennaio 1988. L’agenzia di stampa della Ddr, la Allgemeiner Deutscher Nachrichtendienst, scrisse: «Le forze antisportive hanno approfittato della presenza di una formazione di vecchie glorie del Magdeburgo a Saarbrücken per sottrarre Jürgen Sparwasser, il quale ha tradito la sua squadra». Pure i tifosi, ovviamente, dovevano essere controllati. Lo stadio della Dinamo a Berlino, per esempio, aveva una capienza limitata perché era molto vicino a una striscia di Muro: per evitare diserzioni, lo spicchio di tribuna più prossimo al Muro era sempre occupato da polizia e militari. C’era poi chi, pur da Est, tifava squadre dell’Ovest. Il caso più famoso è quello di Helmut Klopfeisch, nativo di Berlino Est ma da sempre tifoso dell’Hertha, squadra dell’Ovest. Prima del Muro il giovane Helmut era solito andare regolarmente allo stadio per le partite della sua squadra: in seguito, trascorse alcuni sabati di campionato a seguire le gare con altri tifosi a ridosso del Muro, ascoltando i suoni dello stadio dell’Hertha qualche centinaio di metri più in là, a Ovest. La polizia presto vietò quel rito, ma ciò non impedì a Klopfeisch di continuare a tifare non solo l’Hertha ma tutte le squadre occidentali (non solo tedesche) che giocavano contro club dell’Est. Costantemente sorvegliato dalla Stasi, nel 1989, poco prima della caduta del Muro, venne espulso a Ovest assieme alla moglie e al figlio. Il suo sogno, ma era solo un finto favore. Con la madre molto malata, Klopfeisch chiese infatti una proroga, che gli venne negata: vai ora o mai più, gli dissero. E lui scelse di andarsene. Cinque giorni dopo sua madre morì e il governo della Ddr non gli permise nemmeno di tornare per il funerale. Una vendetta perfetta. Andreas Thom era un grandissimo talento, ed era il pupillo del capo della Stasi, Erik Mielke, sotto il cui controllo dominava il calcio dell’Est la Dinamo Berlino, squadra del potere per eccellenza fondata nel 1966 che vinse (non senza collusioni con gli arbitri e accuse di doping) 10 titoli nazionali tra il 1978 e il 1988. Thom cresce nel club; giovanissimo, segna alla Roma in Coppa dei Campioni nel 1984; esplode definitivamente nel 1988 quando si laurea capocannoniere della Oberliga con 20 gol e viene proclamato giocatore dell’anno. Quando crolla il Muro, è il primo tedesco dell’Est a passare a Ovest firmando con il Bayer Leverkusen che versa 2,5 milioni di marchi alla Federcalcio orientale. Nel 1995 si trasferisce al Celtic, prima di chiudere la carriera con l’Hertha Berlino. È uno dei pochi giocatori ad aver giocato sia con la Ddr (16 gol in 51 partite) che con la Germania unificata. Thom è stato fortunato: per lui l’unificazione della Germanie è stata un affare. Per altri non è stato così, visto che di fatto il movimento calcistico orientale di alto livello è crollato assieme al Muro. Oggi solo due squadre ex Est militano in Bundesliga, l’Union Berlino, neopromossa, e il Red Bull Lipsia, che in realtà è un club totalmente nuovo nato nel 2009 per volontà della multinazionale austriaca (la «vera» squadra della città resta l’antica Lokomotive, in quinta serie). Gli effetti pesanti del processo di transizione li ha raccontati lo stesso Thom in questi giorni al Times: «Ricordo Jorg Stubner: era uno dei più grandi talenti dell’Est ma la fine del calcio di alto livello a Est è stata anche la fine della sua carriera». Povero e con problemi di salute, Stubner raccontò alla Bild nel 2004: «Se la riunificazione della Germania non ci fosse stata, oggi io avrei una famiglia, dei figli e un lavoro come allenatore». Morì invece poco dopo, a 53 anni. «Sapevamo di essere controllati. E più eri bravo e famoso, più ti stavano addosso», ricorda ancora Thom. Questo però non impediva altre fughe, come quella clamorosa di due suoi compagni il 2 novembre 1983. «Eravamo a Belgrado con la Dinamo per quello che sarebbe stato il mio debutto in Europa contro il Partizan – racconta ancora Thom al Times -. La mattina della partita andammo a fare un giro fuori dall’hotel e due miei compagni, Falko Gotz e Dirk Schlegel, si staccarono da noi mentre eravamo in un negozio di dischi e si rifugiarono all’ambasciata della Germania Ovest». Scelte forti, non condivise da tutti. Spesso, più che per ragioni ideologiche, solo per timore delle conseguenze. «Io non ho mai pensato di fuggire – conclude Thom -. A parte l’anno di sospensione della Uefa, avevo una famiglia e sapevo che scappare avrebbe creato enormi problemi ai miei genitori e a mio fratello...». A lui, in fondo, è bastato aspettare. Per molti altri invece il sole non è mai arrivato.

Orgoglio Gorbaciov, eroe tragico che oggi quasi non riconosciamo più. Pubblicato domenica, 10 novembre 2019 su Corriere.it da Paolo Valentino da Berlino e Maria Serena Natale. Il suo è un volto segnato dalle ferite della Storia. Nella notte che ricorda la più magica di tutte le notti, un volto emerge dal buio della memoria. È un volto segnato dall’età, deformato dalle malattie, velato di malinconia. Ma soprattutto è un volto solcato dalle ferite della Storia, il volto di un eroe tragico che come Icaro pensò di poter volare vicino al sole, ma finì per distruggere se stesso e l’opera che voleva salvare. Se si potesse ridurre a una sola persona, a un solo carattere il Novecento e quelle che Paul Klee chiamava le sue «Harte Wendungen», le svolte brusche, questa sarebbe molto probabilmente Michail Gorbaciov. Trent’anni dopo la caduta del Muro di Berlino, che segnò la fine anticipata del secolo breve, la figura drammatica dell’ultimo leader dell’Unione Sovietica ci ricorda il destino rovesciato di un gigante senza pace, il comunista che senza volerlo seppellì il comunismo, il patriota che con le migliori intenzioni scavò la fossa allo Stato fondato da Lenin. «Non si poteva più andare avanti allo stesso modo», dice Gorbaciov nell’intervista a Der Spiegel. Già, la perestrojka come passo obbligato, ultimo, inevitabile tentativo di riformare un sistema ormai ossificato, in bancarotta politica ed economica. Non fu buon marxista, in fondo, Michail Sergeevich: al contrario di quanto avrebbero fatto i compagni cinesi, che aprirono al capitalismo e strinsero le viti sulla democrazia, cominciò dalla sovrastruttura politica (la glasnost, le opposizioni, il diritto a manifestare) e si mosse male e poco sulla struttura economica, con mezze riforme e aperture al mercato confuse. E intanto, costretto dalla pressione del riarmo dell’America reaganiana e sperando negli aiuti dell’Occidente cui aveva promesso di togliere il nemico, cedette pezzo per pezzo i cardini della potenza sovietica, fossero gli euromissili, le armi strategiche e quelle convenzionali o le aree di influenza. Quando nel 1989 il generale Sergey Akhromeyev incontrò il nuovo capo delegazione americano Richard Burt per la prima seduta negoziale del Trattato Start, gli disse senza mezzi termini che Gorbaciov aveva tradito il comunismo e che lui, che aveva combattuto a Stalingrado, non avrebbe mai permesso che l’Unione Sovietica venisse umiliata in quella trattativa. Non andò così. Ma l’aneddoto, mai rivelato, conferma che quella di Gorbaciov era la ricetta perfetta per essere odiato in patria: i russi stavano peggio, vedevano la loro superpotenza umiliata e per la prima volta in quattro secoli potevano anche lamentarsi a voce alta. Eppure Michail Gorbaciov non si pente. E questo gli fa onore. Al settimanale tedesco dice che non si potevano negare i diritti di libertà e democrazia ai popoli vicini, i polacchi, i cechi, gli ungheresi, I tedeschi dell’Est. La frase con cui ammonì Erich Honecker, l’eterno leader della Ddr, innescando la sua fine, risuona ancora oggi: «La vita punisce chi arriva in ritardo». Su una cosa l’ex presidente sovietico ha in ogni caso ragione da vendere. Quando afferma che dopo la fine della Guerra Fredda, i nuovi leader non hanno saputo creare una nuova e moderna architettura di sicurezza in Europa, Gorbaciov dice una verità elementare. Così come quando critica l’affrettato ampliamento a Est della Nato. Ma nella visione di Michail Sergeevich c’è ancora spazio per il futuro. Tra l’Occidente e la Russia la retorica sta cambiando, dice a Der Spiegel. Forse è la speranza di avere ragione con trent’anni di ritardo, forse è l’inguaribile l’ottimismo che tutto non sia stato inutile. Comunque andrà, avremo sempre verso quest’uomo un debito di gratitudine.

Caduto il Muro, camminiamo ancora sulle macerie. Gennaro Malgieri il 10 Novembre 2019 su Il Dubbio. I fantasmi dell’89. Le cortine di ferro ora sono in Cina e Nord Corea. Quando la mattina dell’ 11 novembre, due giorni dopo la caduta del Muro, alcuni berlinesi, ancora euforici per gli avvenimenti che soltanto due giorni prima li avevano proiettati in un’altra dimensione, videro approssimarsi ad un cumulo di macerie, un signore attempato, munito di un violoncello, non credettero ai loro occhi. Sedutosi davanti a quelle rovine, prese a suonare una suite di Bach, di carattere gioioso; poi un’altra più solenne, “in memoria di coloro che hanno lasciato qui le loro vite”, disse con voce flebile, ma ferma. Così Mstislav Rostropovitch, uno dei più grandi musicisti del Novecento, celebrò la sua personale liberazione e quella del suo mondo prigioniero per lunghi anni in attuazione di una vendetta pianificata e consumata dai sovietici contro l’Europa, con la complicità vile di governi europei ossequiosi di quel malsano “ordine” che veniva dal Cremlino. Un mese dopo, Vaclav Havel, l’eroe della primavera di Praga, pronunciò davanti al Parlamento di Varsavia un discorso tra i più vibranti della storia della libertà riconquistata dicendo tra l’altro: “Al momento l’Europa è divisa. Ed è divisa anche la Germania. Sono due facce della stessa medaglia: è difficile immaginare un’Europa che non sia divisa in una Germania divisa, ma è anche difficile immaginare la Germania riunificata in un’Europa divisa. I due processi di unificazione dovranno svilupparsi parallelamente, e anche subito se possibile… I tedeschi hanno fatto molto per noi tutti: essi hanno cominciato da soli a demolire il muro che ci separa dal nostro ideale: un’Europa senza muri, senza sbarre di ferro, senza filo spinato”. Difficilmente oggi, trent’anni dopo quei fatti che cambiarono in parte il volto del mondo, riusciamo a percepire l’eco delle ispirate parole del grande drammaturgo ceco diventato leader politico. Ed anche le grida di gioia sono poco più d’un ricordo per noi occidentali un po’ distratti consapevoli tuttavia che l’Europa immaginata da Havel e quella sognata dai berlinesi “liberati” in una notte d’autunno non è ancora sostanzialmente unita. Andare oltre il comunismo non è stato facile, costruire in un sistema di libertà una patria comune è certamente ancora difficile. Perché i postumi di quelle ferite sanguinanti dalla fine della Seconda Guerra mondiale agli inizi degli anni Novanta dello scorso secolo, si avvertivano ancora. Ed i loro effetti si fanno sentire, al punto che l’Europa lungi dall’essere unita, risente di antiche divisioni con le quali l’eredità geopolitica della stagione comunista si propone alla nostra attenzione dal momento che non tutto è andato come Helmut Kolh, Margareth Thatcher, Ronald Reagan immaginavano. L’Unione europea, per quanto possa sembrare paradossale, ha introiettato antiche incomprensioni e nel suo ambito gruppi di nazioni guardano a soluzioni diverse per rinnovare la struttura politica continentale. E di quella tragedia, la schiavitù di buona parte dell’Europa sembra che nessuno voglia può sentir parlare, come non si parla più della liberazione del 1989. Lo studioso francese Stephan Courtois, ideatore e curatore del Libro nero del comunismo, così ha sintetizzato gli effetti della caduta del Muro: “Rimane un’immensa tragedia che continua a pesare sulla vita di centinaia di milioni di uomini e che caratterizza l’entrata nel terzo Millennio”. Ma essa sembra essere stata rimossa piuttosto che fornire gli stimoli per una nuova primavera europea. Nessuno di coloro che si compiacevano di aderire al sovietismo e giustificò la costruzione del Muro, ha speso una parola per dire che la cultura europea è stata per buona parte complice nell’edificazione di tutti i muri, materiali e psicologici, che sono stati edificati dal 1917 in poi. I conti, dunque, debbono ancora essere completati. E quando ci si scandalizza di fronte alle tesi dello storico tedesco Ernst Nolte sui contrapposti totalitarismi del Ventesimo secolo, nel tentativo di assolvere almeno in parte quello stalinista, si ha la sensazione che il Muro di Berlino non sia ancora stato abbattuto. Sono soprattutto gli eredi di quei partiti comunisti occidentali che profusero grandi passioni nell’esibire la loro sudditanza nei confronti non soltanto dell’Unione Sovietica, ma del comunismo in genere variamente declinato, a mostrarsi ancora reticenti nell’affrontare il tema del post- comunismo alla luce dei danni provocati dall’ideologia che ha insanguinato tante aree del Pianeta. Una riflessione sul lascito del comunismo andrebbe fatta dopo tre decenni nel corso dei quali si è creduto che tutto fosse cambiato, mentre in realtà, in alcuni Paesi è mutata soltanto la forma del potere anche se nessuno si azzarda più per decenza a citare Lenin, Stalin o i classici del comunismo a supporto di politiche che si combinano maldestramente con l’apologia di un ben singolare “mercato” come nella Cina popolare, Paese che sta facendo strame dei diritti dei popoli dal Tibet allo Xinjiang dove gli uiguri vengono sistematicamente massacrati nell’indifferenza di quello stesso mondo libero che plaudì alla caduta del Muro. Xi Jinping, il nuovo satrapo rosso, ha diramato direttive che rimandano alla “rivoluzione culturale”, eppure con lui non soltanto tutti fanno i conti, ma con il suo imperialismo, dispiegato soprattutto in Africa, si tratta alacremente mettendo tra parentesi le persecuzioni contro cristiani e musulmani e plaudendo ad una espansione economica fondata sullo schiavismo. Ed il grottesco e crudele tiranno nordocoreano Kim Jong- un, massacratore seriale, nel nome del comunismo, come suo nonno Kim Il- Sung e suo padre Kim Jong- Il, diventa addirittura interlocutore delle democrazie occidentali per miserabili moralmente affari economici. Per non dire di dittature che al marxismo- leninismo ancora si richiamano con una confusione semantica, culturale e politica ridicola se la stramba dottrina non venisse utilizzata come giustificazione di crimini che passano in secondo piano in larga parte del mondo. L’ultimo Muro che ancora deve cadere, dunque, è quello culturale e mercantile. Rimuovere serve soltanto a relegare i fantasmi dove non possono più nuocere, mentre l’eredità del secolo delle “idee assassine”, secondo la felice espressione di Robert Conquest , evapora lasciando un buco vasto nella memoria collettiva. E’ per questo che il Muro cadde nella notte del 9 novembre 1989? Due anni dopo la costruzione del Muro, il 26 giugno 1963, il presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, in visita a Berlino, tenne il discorso più duro contro il simbolo del sovietismo trionfante: “Ci sono molte persone al mondo – disse – che non comprendono, o non sanno quale sia il grande problema tra il mondo libero e il mondo comunista. Fateli venire a Barlino! Ci sono annunci che dicono che il comunismo è l’onda del futuro. Fateli venire a Berlino! Ci sono alcuni che dicono che, in Europa e da altre parti, possiamo lavorare con i comunisti. Fateli venire a Berlino! E ci sono anche quei pochi che dicono che è vero che il comunismo è un sistema maligno, ma ci permette di fare progressi economici. Fateli venire a Berlino! Tutti gli uomini liberi, ovunque essi vivano, sono cittadini di Berlino. E quindi come uomo libero sono orgoglioso di dire: “Ich bin ein Berliner!”. Oggi Berlino non accende entusiasmi, ma inquietudini. Quando la politica perde l’anima è quel che accade. Mentre nuovi muri sorgono in Europa che, piegata su se stessa, si domanda quale sarà il suo destino.

Feltri: «Nei giornali il muro rosso è ancora in piedi». E il web lo applaude. Giorgia Castelli su Il Secolo d'Italia sabato 9 novembre 2019. Trent’anni fa cadeva il muro di Berlino. Nel giorno della ricorrenza che celebra la fine del comunismo filo-sovietico Vittorio Feltri racconta un fatto personale legato al giornalismo. Il direttore di Libero su Twitter scrive che «Quando cadde il muro di Berlino ero direttore del periodico Europeo, Rizzoli». E spiega che il settimanale «non usciva perché i redattori comunisti scioperarono due mesi contro di me». Per poi concludere: «Nei giornali il muro rosso è ancora in piedi».

Feltri, pioggia di commenti sul web. Tantissimi i commenti al post. Alcuni sinistri lo insultano, ma la maggior degli utenti parte lo applaude. Scrive un utente: «Il comunismo è in piedi anche nelle televisioni, specialmente quelle che ci fanno pagare forzatamente. Rosse, propagandistiche, becere e piene di raccomandati che devono prima giurare fedeltà alla Stasi, e poi li assumono». E un’altra osserva: «Non solo nei giornali, direttore, i comunisti hanno eretto un muro contro gli italiani che la pensano diversamente da loro». E un altro ancora amaro commenta: «Pensiamo di aver abbattuto il muro di Berlino e quindi l’ideologia. Ma in realtà, vedo il “pensiero unico” sempre subdolo. Il sostantivo “condivisione” lo esprime bene: ed è vittima di ostracismo chi non si schiera». E infine: «Adesso caro @vfeltri bisogna abbattere un’altro muro in Italia… Quello rosso sinistro pdiota del Pd».

Germania: quanto è costata ai tedeschi, all’Europa e all’Italia la caduta del muro. Pubblicato domenica, 27 ottobre 2019 su Corriere.it da Milena Gabanelli e Danilo Taino. Un fiume di denaro per allineare la ex Ddr, ma dopo 30 anni le differenze restano e l’estrema destra vola.  All’inizio degli anni ‘90, i Länder della Ddr erano arretrati di decenni rispetto a quelli occidentali, per standard di vita, infrastrutture, capacità produttive, libertà di ricerca, innovazione, imprese capaci di stare sui mercati. Alla promessa di Kohl di elevare gli standard di vita al livello di quelli dell’Occidente non si può dire che non seguirono i fatti: ed è proprio qui che iniziano parecchi guai. Con atto di generosità tutta politica, Kohl decise, contro il parere di quasi tutti gli economisti, di trasformare i marchi dell’Est in marchi dell’Ovest alla parità, quando i primi avevano un valore inferiore. Uno sforzo gigantesco, al quale hanno contribuito investimenti non solo tedeschi, attratti dalle opportunità create dalla riunificazione e dalla ricostruzione. Dal 1991 alla fine del ‘98 – secondo l’elaborazione su dati di fonte Bundesbank elaborati dall’economista Roberto Violi – affluirono verso la Germania investimenti esteri per 1.247 miliardi di euro. Di cui 371 miliardi provenienti dai Paesi che avrebbero poi costituito l’Unione monetaria. Per quel che riguarda l’Italia, in quegli otto anni contribuì complessivamente con 39, 6 miliardi. Va ricordato che una conseguenza della riunificazione fu la crisi del Sistema monetario europeo (Sme) del 1992, che colpì in particolare lira e sterlina. «L’alta domanda pubblica e privata di capitali – scrisse il famoso economista Hans-Werner Sinn a metà Anni Novanta – fece aumentare i tassi d’interesse tedeschi rispetto a quelli di altri Paesi, incrementò l’attrattività del marco tedesco come moneta d’investimento e creò una forte pressione affinché si apprezzasse». Lo Sme, che stabiliva parità valutarie tra i Paesi europei, non resistette, il marco tedesco si rivalutò e la crisi politica che ne seguì diede una spinta decisiva alla moneta unica, già prevista nel Trattato di Maastricht del febbraio 1992. Le cancellerie europee, infatti, timorose della forza aumentata della Germania unita, avevano dato il via libera alla riunificazione proprio in cambio della rinuncia, da parte della Germania, alla sovranità monetaria.In questo quadro i Länder orientali affrontano la corsa per colmare il divario con quelli occidentali: il deutschmark diventato fortissimo, le ristrutturazioni aziendali e i salari aumentati non rispondono alla realtà sul terreno, dove ogni cinque posti di lavoro, quattro scompaiono. L’industria manifatturiera è sostituita dai trasferimenti pubblici e dai nuovi investimenti, i quali però impiegano tempo a ricostruire un’economia. Intanto inizia l’emigrazione: un milione e novecentomila persone se ne vanno da Est a Ovest, i piccoli centri e le campagne spesso si spopolano, soprattutto le ragazze se ne vanno. Alcune città, come Lipsia e Dresda in Sassonia, partecipano alla ricostruzione con spirito imprenditoriale, e sono nate imprese ad alta tecnologia, altre zone rimangono ai margini.Certo l’economia della ex Ddr non è mai stata così robusta, ma l’allineamento segna il passo. Ad esempio, a Est non ha il quartier generale nessuna delle trenta maggiori aziende tedesche quotate al Dax30. E delle 500 imprese più grandi della Germania, solo 37 sono basate nei Länder orientali, 17 se si esclude Berlino. Insomma il cuore economico tedesco continua a battere a Ovest. I due pezzi di Germania sono più simili, ma gli indicatori economici, sociali, culturali e politici raccontano che le differenze sono rimaste, nonostante l’enorme trasferimento di risorse, e che da una quindicina d’anni il processo di convergenza si è fermato.È in questa situazione di chiaro e scuro che maturano le insofferenze e le differenze politiche, che potrebbero diventare un problema serio per l’intera Germania: a Est, i partiti di estrema destra hanno raggiunto il 25% dei consensi.

Milena Gabanelli e Danilo Taino per “Dataroom - Corriere della Sera” il 29 ottobre 2019. Quel tardo pomeriggio, mentre il Muro cadeva e Angela Merkel faceva la sauna settimanale, nessuno pensava alla produttività, alla disoccupazione, alla crescita dell’economia. Era il 9 novembre 1989, le ombre della sera erano già calate su Berlino, a Ovest e a Est, la barriera di mattoni, filo spinato e nidi di mitragliatrice che dal 13 agosto 1961 aveva spezzato la città si sgretolava. Il pensiero dei berlinesi e di tutto il mondo era per la vittoria della democrazia. Oggi sappiamo però che si apriva la lunga stagione, per la Germania socialista, della rincorsa per imitare e diventare uguale alla Germania dell’Ovest, democratica, capitalista, ricca.

Il prezzo della riunificazione si paga ancora oggi. All’inizio degli anni ‘90, i Länder della Ddr erano arretrati di decenni rispetto a quelli occidentali, per standard di vita, infrastrutture, capacità produttive, libertà di ricerca, innovazione, imprese capaci di stare sui mercati. Alla promessa di Kohl di elevare gli standard di vita al livello di quelli dell’Occidente non si può dire che non seguirono i fatti: ed è proprio qui che iniziano parecchi guai. Con atto di generosità tutta politica, Kohl decise, contro il parere di quasi tutti gli economisti, di trasformare i marchi dell’Est in marchi dell’Ovest alla parità, quando i primi avevano un valore inferiore. Nel 1991 fu introdotta la Solidaritätszuschlag – Soli –, una tassa del 5,5% sul reddito di tutti i cittadini tedeschi per finanziare la ricostruzione dell’Est. Di recente è stata ridotta (ma nel 2018 ha raccolto ancora 18,9 miliardi di euro) e nel trentennio ha finanziato uno spostamento di risorse da Ovest a Est per almeno duemila miliardi. Nel giugno 1990, fu fondata la Treuhandstalt, alla quale fu dato il compito di ristrutturare 8.500 imprese di Stato della Ddr, con oltre quattro milioni di dipendenti. Furono privatizzate le caserme, le proprietà dei partiti, le case popolari, 2,4 milioni di ettari di terreni agricoli e foreste. In parallelo, partì un grande piano di infrastrutture che ha portato i Länder orientali ad avere strade, ferrovie, ponti, parchi, a rinnovare il 65% del patrimonio abitativo e all’eliminazione del 95% delle emissioni di anidride solforosa, delle quali la Ddr era il primo emettitore europeo.

Il contributo dei capitali italiani. Uno sforzo gigantesco, al quale hanno contribuito investimenti non solo tedeschi, attratti dalle opportunità create dalla riunificazione e dalla ricostruzione. Dal 1991 alla fine del ‘98 – secondo l’elaborazione su dati di fonte Bundesbank elaborati dall’economista Roberto Violi – affluirono verso la Germania investimenti esteri per 1.247 miliardi di euro. Di cui 371 miliardi provenienti dai Paesi che avrebbero poi costituito l’Unione monetaria. Per quel che riguarda l’Italia, in quegli otto anni contribuì complessivamente con 39, 6 miliardi.

Il crollo dello Sme. Va ricordato che una conseguenza della riunificazione fu la crisi del Sistema monetario europeo (Sme) del 1992, che colpì in particolare lira e sterlina. «L’alta domanda pubblica e privata di capitali – scrisse il famoso economista Hans-Werner Sinn a metà Anni Novanta – fece aumentare i tassi d’interesse tedeschi rispetto a quelli di altri Paesi, incrementò l’attrattività del marco tedesco come moneta d’investimento e creò una forte pressione affinché si apprezzasse». Lo Sme, che stabiliva parità valutarie tra i Paesi europei, non resistette, il marco tedesco si rivalutò e la crisi politica che ne seguì diede una spinta decisiva alla moneta unica, già prevista nel Trattato di Maastricht del febbraio 1992. Le cancellerie europee, infatti, timorose della forza aumentata della Germania unita, avevano dato il via libera alla riunificazione proprio in cambio della rinuncia, da parte della Germania, alla sovranità monetaria.

Germania trent’anni dopo. In questo quadro i Länder orientali affrontano la corsa per colmare il divario con quelli occidentali: il deutschmark diventato fortissimo, le ristrutturazioni aziendali e i salari aumentati non rispondono alla realtà sul terreno, dove ogni cinque posti di lavoro, quattro scompaiono. L’industria manifatturiera è sostituita dai trasferimenti pubblici e dai nuovi investimenti, i quali però impiegano tempo a ricostruire un’economia. Intanto inizia l’emigrazione: un milione e novecentomila persone se ne vanno da Est a Ovest, i piccoli centri e le campagne spesso si spopolano, soprattutto le ragazze se ne vanno. Alcune città, come Lipsia e Dresda in Sassonia, partecipano alla ricostruzione con spirito imprenditoriale, e sono nate imprese ad alta tecnologia, altre zone rimangono ai margini.

Le grandi imprese stanno sempre a Ovest. Certo l’economia della ex Ddr non è mai stata così robusta, ma l’allineamento segna il passo. Ad esempio, a Est non ha il quartier generale nessuna delle trenta maggiori aziende tedesche quotate al Dax30. E delle 500 imprese più grandi della Germania, solo 37 sono basate nei Länder orientali, 17 se si esclude Berlino. Insomma il cuore economico tedesco continua a battere a Ovest. I due pezzi di Germania sono più simili, ma gli indicatori economici, sociali, culturali e politici raccontano che le differenze sono rimaste, nonostante l’enorme trasferimento di risorse, e che da una quindicina d’anni il processo di convergenza si è fermato.

Terreno fertile per la destra estrema. È in questa situazione di chiaro e scuro che maturano le insofferenze e le differenze politiche, che potrebbero diventare un problema serio per l’intera Germania: a Est, i partiti di estrema destra hanno raggiunto il 25% dei consensi. Per ragioni economiche e sociali, ma forse anche per qualcosa di più complesso che si accende nella mente di chi deve sempre imitare, in questo caso l’Occidente. «Gli imitatori non sono mai persone felici – ha scritto il presidente del Centro per le strategie liberali di Sofia Ivan Krastev – Non possiedono mai il loro successo, possiedono solo i loro fallimenti».

·         Benito Mussolini: Italia Comunista. Ovvero: il Biennio Rosso.

Benito Mussolini: Italia Comunista. Ovvero: il Biennio Rosso. Da Fmboschetto.it. Ho sempre pensato con un certo interesse ad un Mussolini ancora socialista prima della Grande Guerra (come del resto era, e pure direttore dell'Avanti) e ancora socialista dopo di essa. Le agitazioni postbelliche di tipo rosso del 1919-1920 in Italia sono molto forti e hanno un peso specifico notevole. Tra l'altro il PSI nel novembre del 1919 era il primo partito con il 32% delle preferenze, quasi tutte le fabbriche del nord erano occupate e più di 400000 lavoratori occuparono gli stabilimenti del triangolo industriale (Milano,Torino,Genova). Mussolini, da socialista convinto si lancia con entusiasmo nella lotta di classe, che sfocia rapidamente in una guerra civile, ma andiamo con ordine:

1918: Il 4 Novembre l'Italia forza l'Austria Ungheria all'armistizio. Intanto in Russia crescono i fermenti bolscevichi, che iniziano a prendere il paese in mano con aspri combattimenti contro le forze “Bianche” e le truppe delle nazioni borghesi. L'Ala Massimalista del Partito Socialista prende la maggioranza su quella Riformista, ben salda nelle mani di Serrati, alla quale aderisce anche Mussolini, sebbene la minoranza riformista Turatiana sia ancora forte e la crescente corrente comunista guadagna sempre più consenso.

1919: Si aprono i lavori della Conferenza di Versailles: l'Italia ottiene Trento,Bolzano,Trieste e parte dell'Istria, ma non Fiume. Forte delusione nazionalista, e aumentata dal carovita e dal ritorno dei reduci dal conflitto, la situazione si fa esplosiva. I Sovietici conquistano l'Estonia in Gennaio, si ritirano da essa nel tardo gennaio e ad inizio febbraio invadono la Ucraina e la occupano, e a metà del mese dichiarano guerra alla Polonia. In Marzo Lenin e Trotskij aprono i lavori della Terza Internazionale Comunista, che chiede l'espulsione dell'ala riformista dal PSI. In questo mese l'Ungheria si costituisce come repubblica socialista; e Benito Mussolini, sempre più fervente massimalista, tendente al comunismo ormai organizza le Squadre di Autodifesa Operaia (SAO) a Milano. In Aprile la Baviera si rende indipendente dalla Germania e diviene una repubblica socialista: sullo slancio del momento è proclamata a Milano una Repubblica Socialista Milanese, il cui triumvirato è composto dallo stesso Mussolini, Serrati e Turati (un componente per ogni corrente del partito, sebbene i Comunisti ormai stiano assorbendo i Massimalisti). Gramsci fonda l'Ordine Nuovo, giornale della corrente Comunista del PSI, che esorta alla lotta. Il Governo Orlando cade in seguito alle agitazioni nelle fabbriche e nelle campagne del Nord, dove i “Rossi” sono molto forti, gli succede Nitti, che proclama lo stato d'assedio a Milano,Genova e Bologna. In Maggio la Germania schiaccia i socialisti rivoluzionari bavaresi e in luglio è restaurata la monarchia in Ungheria, con la reggenza dell'Ammiraglio Horthy. In settembre, reduci,arditi,nazionalisti e teste calde (circa 2500 volontari) attaccano Fiume sotto il comando di D'Annunzio, vengono massacrati dall'Esercito Italiano. La città verrà assegnata all'Italia insieme a Zara e a numerose isole e località dalmate nel 1920. Ad Ottobre, nella Bologna sotto stato d'assedio la corrente comunista è maggioritaria ed espelle i riformisti dal partito, assorbendo la linea Massimalista al proprio interno nasce il nuovo Partito Comunista d'Italia. Le nuove linee guida sono quelle rivoluzionarie e gli operai si armano. Si diffonde capillarmente nelle città il movimento mussoliniano, che organizza ovunque gruppi di difesa delle fabbriche sotto occupazione, con il solo compito di cacciare le forze governative.

1920: Forze Comuniste e Socialiste Rivoluzionarie arrivano ad occupare l'intera Milano, parti di Torino (con la FIAT in mano agli operai dal tardo dicembre), numerose fabbriche in tutto il Nord, la Città di Bologna e vaste porzioni di Romagna e Toscana. I Governativi e i movimenti nazionalisti che si riconoscono nella tentata Impresa di Fiume sono la reazione agli scioperi e alle occupazioni. A Milano il 2 Febbraio si costituisce il governo provvisorio della neonata Repubblica Socialista d'Italia nella quale il socialista rivoluzionario Mussolini è vice commissario generale. Il Commissario Generale è il comunista Amadeo Bordiga. In Luglio, dopo agitazioni rivoluzionarie nel Triveneto le forze nazionaliste di Francesco Giunta bruciano l'Hotel Balkan a Trieste, in tutta risposta le forze rivoluzionarie occupano numerose città venete come Verona e Monfalcone, e la stessa Trieste. La rivoluzione prosegue e si diffonde anche nel Centro Sud, i braccianti si ribellano in tutta la Puglia e la Sicilia, mentre a Canneto Sabino (RI) i Carabinieri sparano sui braccianti che chiedevano una revisione del contratto colonico lasciando undici morti sul terreno. La figura del Re è sempre più compromessa agli occhi della popolazione e il governo Liberal-Popolare minaccia d'espellere i deputati del ex-PSI dal parlamento. Alla seduta successiva tutti  i deputati socialisti rivoluzionari e comunisti si dimettono dalla carica e dichiarano decaduto lo stato monarchico italiano. Molti di loro vengono catturati. A macchia d'olio, nel tardo 1920 i Rivoluzionari controllano quasi tutta l'Emilia-Romagna e le Marche odierne, la Bassa Lombardia con Milano, Torino, Genova e numerose località liguri, L'entroterra veneto tra Verona e Treviso, oltre a importanti città friulane come Monfalcone, Cividale, Pordenone e Trieste. La Toscana è quasi del tutto in mano ai rivoluzionari e aree agricole di Puglia,Lazio,Abruzzo e Sicilia sono cadute in mano ai ribelli. Gli Alleati dell'Intesa si affrettano a sostenere i nazionalisti quando si accorgono che il Re è ormai totalmente senza poteri, il governo liberal-popolare è debolissimo e l'esercito è allo sbando, con diserzioni vicine al 40% del totale. Per loro è troppo tardi, le forze nazionaliste dannunziane vengono sconfitte nella Bassa Veneta da una sommossa popolare in seguito al tentato omicidio del deputato Matteotti, riconosciuto come animatore delle lotte nel Polesine. Il consenso verso i nazionalisti è al minimo storico e la fiducia nella monarchia è quasi del tutto un ricordo, i vecchi alleati si presentano restii ad un intervento e perciò la situazione volge rapidamente a favore dei Comunisti e dei Socialisti Rivoluzionari, che si preparano a controllare tutto o quasi il Norditalia nel 1921.

1921: A Livorno si apre il primo congresso del Partito Comunista: ne emergono le importanti figure di Gramsci, Terracini e Bordiga, senza contare quella ingombrante del capo delle SAO, Benito Mussolini. Dal congresso nasce il nuovo giornale di partito, il Comunista, e la linea di condotta di avvicinamento all'URSS; iniziano le collettivizzazioni, gli espropri e il passaggio nel Centro Nord ormai sotto controllo Comunista ad un'economia socialista con elementi della NEP Leninista. Si programma inoltre l'apertura a Milano della nuova Università Proletaria per tutti coloro che saranno meritevoli d'un istruzione superiore anche se non nelle loro possibilità. Il Governo Provvisorio della Repubblica Socialista d'Italia è riconosciuto dall'URSS. Vengono organizzate regolari elezioni nei vari Gruppi Sociali (Soviet) dell'Italia Rivoluzionaria: ne emerge un monocolore comunista a parte la presenza del Socialista Rivoluzionario Mussolini  che ottiene il Commissariato della Lotta, (Ministero della Difesa), mentre Gramsci lo sostituisce come Vice Commissario del Popolo, e Bordiga è confermato Commissario Generale del Popolo. La Linea guida del nuovo governo è dura: espropri agli agrari, cessione del controllo delle fabbriche ai Gruppi Sociali di Lavoro (GSL) degli Operai, passaggio della terra alle Comunità Agricole Sociali (CAS), riforma economica, concessione della giornata lavorativa di otto ore, delle malattia, della maternità e della previdenza sociale. Dal punto di vista militare, le SAO confluiscono nel ben più ampio e progettato esercito, l'Armata Rossa Italiana. La Repubblica Socialista controlla tutto il Norditalia in giugno e insedia suoi Commissari del Popolo nelle Prefetture, la Armata Rossa di Mussolini sta schiacciando i nazionalisti e i realisti che si difendono ancora in Valtellina e Carnia, mentre in Toscana,Marche ed Emilia Romagna la situazione è ormai sotto controllo degli insorti. Più a sud dei CAS sono sorti nel Basso Lazio, in Abruzzo, in Puglia e Sicilia, mentre GSL tengono sotto controllo diverse industrie nelle città di Bari,Taranto,Palermo e Napoli. I Liberal-Popolari che controllano ormai solo Roma, la Sardegna, parti dell'Umbria e della Campania, e vaste zone del meridione sono ormai debolissimi e al governo Nitti è sostituito da Facta. Vittorio Emanuele II chiede il supporto degli ex alleati della Prima Guerra Mondiale, ma questi non si vogliono impegnare in un conflitto direttamente, e rispondono picche sebbene stiano aiutando con armi,munizioni e supporto logistico i nazionalisti che si annidano nel Nordest. L'Alto Adige, appena annesso si dichiara per plebiscito austriaco e caccia gli Italiani in Trentino, l'Austria vede la regione dichiararsi indipendente anche se la Società delle Nazioni la assegnerà all'Austria nel 1925. In Novembre le prime riforme diventano operative: la creazione dei GSL non causa molti problemi a causa delle fabbriche occupate fin dal tardo 1919, per quanto riguarda la creazione dei CAS si hanno maggiori problemi perché spesso gli agrari usano delle milizie di sbandati,teste calde e nazionalisti esagitati per difendere le proprie terre e così molte volte bisogna ricorrere alle armi. La giornata lavorativa di otto ore e 15 giorni di malattia vengono riconosciuti ai lavoratori, nei GSL e nei CAS il diritto di voto diviene a suffragio universale, anche femminile. Si progetta la riorganizzazione del governo del territorio, con GSL e CAS riuniti in un'entità più grande , il Settore (Comune) a loro volta riuniti in una nuova suddivisione chiamata Zona (Circondario), che ha un Commissariato del Popolo come centro principale (Prefettura e Provincia). Forze Francesi vengono scoperte nel tentativo di invadere la Valle d'Aosta e le Valli Piemontesi, perciò scoppia la guerra tra Italia Rivoluzionaria e Francia. In quest'anno migrano dall'Italia rivoluzionaria circa duecentomila membri della Borghesia,Agrari e Nobili, ma anche semplici nazionalisti. I Rivoluzionari battono i Francesi a Susa e a Ventimiglia, cacciandoli fuori dai confini nazionali e arrivando ad occupare Mentone e Modane. La Francia riconosce la Repubblica Socialista, che ritira le forze dalla Francia, sebbene Mussolini sia fermamente contrario e chiedeva di estendere la rivoluzione proletaria anche a quei paesi italiani fuori dall'Italia stessa. I successi della riorganizzata Armata Rossa portano alla conquista di Viterbo, Perugia e Teramo, mentre nel Sud la rivolta si fa sempre più accesa.

1922: Viene fondato a Monza l'Istituto Superiore d'Industrie Artistiche, Achille Ratti viene eletto Papa, mentre il 3 Aprile Stalin diviene Segretario del PCUS. Forze Rivoluzionarie marciano su Roma, Re Vittorio Emanuele si imbarca su un piroscafo ad Ostia e si rifugia in Sardegna con il suo entourage. Le forze dell'Armata Rossa guidate da Mussolini sfilano nei Fori Imperiali, mentre nel sud la resistenza monarchica e nazionalista è piegata con la forza, con le vittorie rivoluzionarie del Novembre 1922 a Modugno e a Sibari. I pochi realisti rimasti, i nazionalisti, gli agrari e la borghesia, ma anche numerosi cristiani fuggono dall'Italia Socialista, che si estende dalle Alpi alla Calabria, mentre il Re controlla Sardegna e Sicilia. L'Italia è riconosciuta dalla Svizzera, mentre Squadre di Autonomi conquistano San Marino e ne dichiarano l'annessione all'Italia. Nel tardo 1922 Mussolini tenta il colpo di mano per diventare Dittatore del Popolo, ma né Gramsci, né Bordiga, né Matteotti gli permettono di compierlo e così Mussolini, l'idolo dell'esercito ed eroe della rivoluzione è costretto a fuggire dal proprio paese in Svizzera. (Si noti l'analogia con Trotskij, sebbene quest'ultimo non tentò mai di assumere la leadership dell'Unione Sovietica). A Dicembre i rivoluzionari hanno terminato la suddivisione del paese in zone, settori, gruppi sociali di lavoro e comunità agricole sociali, istituendo le elezioni del Commissariato Generale nel Maggio 1923. Regno Unito, Repubblica di Weimar e numerosi paesi sudamericani, oltre al Commonwealth riconoscono la Repubblica Socialista Italiana. Sul piano delle riforme viene organizzato un abbozzo di previdenza sociale sotto il Commissario alle Necessità Popolari Terracini, vengono nazionalizzati i beni stranieri sul suolo italiano, con il disappunto Inglese, viene inoltre varato il Primo piano quinquennale, con il fine di aumentare la produzione industriale e di raggiungere  l'autonomia agricola. Dal punto di vista diplomatico dopo i vari riconoscimenti del nuovo stato italiano, il Commissario agli Esteri, Palmiro Togliatti, si reca a Mosca per conferire con il neo segretario del PCUS Stalin, riguardo una alleanza dei due paesi socialisti in funzione antiborghese e anticapitalistica. Alcune collettivizzazioni nel Centro Sud si rivelano più difficili del previsto e diversi scontri avvengono tra i pochi piccoli proprietari e i braccianti. In quest'anno abbandonano il paese circa trecentomila persone, mentre la guerra civile ha ucciso circa quattrocentomila persone.

1923: Riorganizzazione ulteriore all'interno dello Stato, viene fondata la città di Garibaldi (la nostra Imperia), vengono aboliti ufficialmente i partiti differenti dal PCI il 10 febbraio sono sciolti dal commissariato Bordiga, che stava in quel periodo concludendo il proprio mandato popolare: si presentano quattro “liste” alle elezioni del Maggio 1923:

- Sinistra (candidato Commissario Amadeo Bordiga), posizioni molto internazionaliste, vuole una abolizione del centralismo democratico dell'URSS adottato finora e l'adozione del sistema del centralismo organico, che consisteva nell'utilizzo delle varie cellule del partito in modo quasi biologico e simbiotico che partecipano insieme al tutto e quindi alla organizzazione e gestione dello stato.

- Centro (candidato Commissario Antonio Gramsci), posizioni più moderate riguardo l'internazionalismo, sebbene sia molto importante questa componente all'interno della corrente, moderatamente approva una bolscevizzazione ulteriore del partito e del paese. Sostiene il centralismo democratico Leninista.

- Destra (candidato Commissario Angelo Tasca), posizioni meno forti e apertura ad una possibile creazione di liste non comuniste e quindi non del PCI. Antistalinista e con posizioni vicine alla vecchia ala massimalista.

- Ex-Socialisti (candidato Commissario Giacinto Menotti Serrati), ultimi superstiti degli ex-massimalisti, fortemente antistalinisti, posizioni tiepide verso Lenin, per un ritorno alla democrazia popolare e un'attuazione meno dura della rivoluzione.

I voti delle 167 Zone esistenti si distribuirono in questo modo:

- 87 Commissari per la Sinistra (52,09%)

- 41 Commissari per il Centro (24,55%)

- 25 Commissari per la Destra (14,97%)

- 14 Commissari per gli Ex-Socialisti (8,39%)

Questo comportò la rielezione di Bordiga per la terza volta a Commissario Generale del Popolo, come Vicecommissario venne scelto Palmiro Togliatti, alle Necessità Popolari (Lavoro,Sanità,Scuola) venne posto Grieco, alla Lotta (Difesa,Ordine Pubblico) Terracini,  agli Esteri Antonio Gramsci.

In Germania il nazionalsocialista Adolf Hitler prende il potere del Lander di Baviera, vincendo le elezioni con il NSDAP.

1924: Muore Lenin, gli succede Stalin. Cordoglio di tutto il PCI e del governo Socialista Italiano. Nasce il giornale dell'Unità, fondatore il Commissario agli Esteri Gramsci. Il commissario di Rovigo, componente del gruppo Ex-Socialista, Giacomo Matteotti viene ucciso da forze della sinistra del PCI, crisi politica; la Sinistra perde una ventina di commissari che si dimettono in seguito alle indagini, che li ritrovano collusi, Bordiga mantiene il governo, ma è costretto a concedere numerosi compromessi al Centro Gramsciano, che porta a termine il proprio piano di partecipazione democratica al partito e quindi al governo del paese.

Ed ecco ora la continuazione di Ainelif:

1925: Il plebiscito che anni prima aveva sancito il ritorno del Trentino Alto-Adige all'Austria è impedito da una reazione di alcuni soldati italiani posizionati in Lombardia e Veneto che occupando le strade di Trento appendono la bandiera italiana con la falce e il martello sul municipio. Il governo di Vienna invita gli Italiani a ritirarsi dalla regione altoatesina e si affida alle sanzioni della SdN, sperando che essa sappia domare lo spirito irredentista della rossa Italia; ma l'Armata Rossa Italiana il 3 gennaio ben riammodernata quasi al livello delle grandi potenze occidentali travolge le fanterie austriache sul confine ed entra prima a Trento e poi a Bolzano dove è cancellata ogni segnaletica germanica e perseguitata duramente la tedescofilia; l'Austria, uno dei paesi più sconfitti della Prima Guerra Mondiale non può che accettare e rimanere muta di fronte alla riannessione italiana del Trentino Alto-Adige, successivamente la Repubblica Socialista Italiana esce dalla Società delle Nazioni che vi era entrata pochissimi anni prima. Il Commissario Bordiga esautora il Parlamento e dichiara di volersi impossessare delle colonie d'oltremare di Libia, Eritrea, Dodecaneso e Somalia; ma difetta del problema di bolscevizzare l'intero corpo militare italiano ed eliminare il rimanente Regno Sabaudo ridotto alle sole Sicilia e Sardegna. Inizia l'instaurazione di una dittatura comunista nazionale, come la definisce Togliatti "Via Italiana al Socialismo" che è incaricato da Bordiga di sciogliere ogni partito politico che non sia di ispirazione radicale di sinistra; le SAO mussoliniane compiono stragi efferate in Emilia-Romagna nei confronti di nobili ed aristocratici che rifiutano al dover rinunciare ai propri beni e titoli, è il caso dei Visconti e Sforza che sfuggono alle persecuzioni sempre in Francia e Austria. Per quanto riguarda le elezioni, una speciale legge le abolisce sostituendole con dei plebisciti popolari; il Commissario del Popolo però è vista come una carica politica debole, quasi facilmente corruttibile e deponibile dalle forze "reazionarie" esterne occidentali così, il Ministro degli Interni, Gramsci crea il Gran Consiglio del Popolo, formato dai massimi esponenti del Partito.

1926: Alcide De Gasperi, il nuovo segretario del Partito Popolare Italiano aizza i partigiani cattolici nel loro movimento clandestino anticomunista Giustizia e Libertà, una formazione che riunisce anche i Liberali; in più lo stesso leader cattolico centrista ha preso la cittadinanza a Parigi insieme al repubblicano Randolfo Pacciardi e a monarchici come Italo Balbo e il celebre poeta Gabriele d'Annunzio.

L'Italia Socialista viene ad essere in conflitto con la Spagna di Miguel Primo De Riviera appoggiato dal Re Alfonso XIII di Borbone per l'abisso ideologico e politico; il Frent Popular spagnolo è finanziato dal regime comunista italiano al fine di sovvertire il sistema politico iberico e trovare un forte alleato. Il governo portoghese per non cadere ad una rivoluzione rossa dà la propria accondiscendenza ad Antonio De Oliviera Salazar, che a Lisbona trasforma la debole repubblica portoghese in regime fascista. Hitler costruisce un regime totalitario nazista dove promulga le prime leggi razziali a danni di ebrei, comunisti, e democratici, la Baviera diventa uno degli stati più ricchi del Mitteleuropa.

1927: Il regime dittatoriale staliniano avvicina la R.S.I. alle politiche moscovite, ma Bordiga nega un'influenza politica sovietica su quella italiana. Mussolini dopo essersi ripreparato in territorio svizzero con purghe delle SAO diventa Alto Generale dell'Armata Rossa Italiana che con il consendo del governo centrale inizia una guerra personale contro la monarchia sabauda sbarcando a Messina nel mese di maggio; i Siciliani sono in maggioranza anticomunisti ferventi e non accettano l'ascesa della R.S.I., i Savoia fommentano i banditi siculi e latifondisti sull'isola contro l'Armata Rossa Italiana che commette crimini fuori dal comune e impicca Salvatore Giuliano (nella Timeline più vecchio) a Palermo dopo aver conquistato ogni angolo della Trinacria. In pochi mesi, gli incrociatori italiani circondano la Sardegna, il Re Vittorio Emanuele III chiamato satiricamente dai rossi "Re Sciaboletta" non si arrende e difende per mare e per terra la sua residenza a Cagliari dove l'11 agosto viene fucilato per ordine del nuovo Dittatore del Popolo, Benito Mussolini che ha provveduto ad emarginare Amedeo Bordiga nel ruolo di Commissario delle Colonie d'Oltremare dopo che i Savoia sono stati dichiarati decaduti; nella notte fra il 13 e il 14 agosto, il legittimo erede al trono Umberto II con Maria Josè del Belgio fuggono a Londra con i più fedeli monarchici e l'avvocato reale Falcone Lucifero. L'esercito italiano provvede ad occupare tutte le colonie oltre il Mediterraneo, con migliaia di deportazioni di oppositori libici ed abissini al comunismo nazionalista del "Duce". Trattato di mutua non-aggressione di Addis Abeba tra Repubblica Socialista d'Italia e l'Impero Abissino in ottobre. In Albania, Zogu instaura una repubblica eleggendosi presidente a vita e poi autoproclamandosi re, inimicandosi la vicina Italia che cerca nuove zone dove esportare la rivoluzione.

1928: in marzo occupazione di Tirana da parte delle truppe italiane, alcuni navigli entrano nelle baie di Durazzo e Valona bombardando la costa per impaurire gli Albanesi che hanno provveduto ad organizzare sotto dettatura del Re Zog I una guerriglia civile sulle montagne destinata a dilungarsi oltre questo anno. Sanzioni da parte della SdN all'Italia che si riavvicina all'Unione Sovietica e alla Repubblica Popolare Tedesca; la Baviera Hitleriana e la Polonia di Pilsudki il 3 febbraio si alleano militarmente nel Patto Monaco-Varsavia con la visita del Fuhrer bavarese nella capitale polacca. Il Re Paolo II di Jugoslavia posiziona alcune sue legioni militari ai confini albanesi insieme alla Grecia che vede a rischio la propria integrità territoriale nella penisola balcanica.

1929: Venerdì Nero negli USA, si scatena la Grande Depressione con il crollo di Wall Street a New York; milioni di elettori statunitensi non fidandosi dei partiti della sinistra americana che alcune voci infangano accusandola di voler instaurare un regime comunista nel Nordamerica danno la propria fiducia ai Repubblicani di Herbert Hoover, simpatizzante dei regimi autoritari di destra europei, è sconfitto il simpatizzante stalinista Franklyn Delano Roosvelt dei Democratici. In seguito alla crisi falciatrice che devasta anche i Paesi scandinavi, in Norvegia il Re Olaf dà il proprio consenso al nazionalista Vidkun Quisling che provvede ad annunciare prima ad Alesund e poi ad Oslo la costituzione dell'Impero Norvegese, rivale delle vicine Danimarca e Svezia.

1930: In questo anno, i disastri della Grande Depressione si sentono maggiormente in tutta l'America e in Europa. In Francia le proteste operaie e contadine a Lione, Parigi e Marsiglia si dimostrano più violenti ed aggressivi; il governo italiano vedendo la situazione prende contatti con Maurice Thorèz, capo dei Comunisti Francesi per sovvertire la Terza Repubblica, il premier Andrè Tardieu estromette la sinistra radicale dall'Assemblea Nazionale di Parigi provocando una grave scissione politica oltrechè una crisi senza precedenti. Stalin vorrebbe fornire a Thorèz equipaggiamenti sovietici per scatenare una guerra civile in Francia ed eliminare la "presenza reazionaria". In Spagna, il Re Alfonso XIII vede l'incapacità politica di De Riviera e lo licenzia, i problemi principali del paese sono ancora evidenti e alle elezioni municipali i movimenti di sinistra repubblicana del Frent Popular guidati dal "Lenin spagnolo" Francisco Largo Caballero e da Juan Negrìn in aprile ottengono un grande successo elettorale. La monarchia grida ai brogli ed Alfonso XIII non abdica e dunque non prende nemmeno la strada per l'esilio, rimane sul trono e più determinato che mai si ostina a voler un democratico referendum; i comunisti più estremisti non accettano compromessi con lo stato borghese; l'8 giugno scoppia la Guerra Civile Spagnola anticipatamente alla nostra Timeline, il vicino Portogallo sotto il regime di Salazar non interviene ma è favorevole alla vittoria dei Franchisti, che si sono riuniti sotto l'emblema falangista e di destra di Francisco Franco Bahamonde, già governatore delle Canarie. Totale annientamento degli ultimi ribelli libici nel Fezzan da parte della poderosa operazione militare varata dal Generale Graziani per italianizzare la Libia, la dinastia dei Senussi ripara a Il Cairo.

1931: Manifestazioni studentesche di protesta a Washington contro il presidente Hoover che in segreto aveva visitato la Monaco di Hitler rimanendo impressionato dall'architettura nazista e dai suoi progetti politici. L'Armata Rossa Italiana occupa il Canton Ticino ricevendo minacce economiche e sanzioni dalla Svizzera e dalla SdN. Mussolini annuncia insieme a Stalin in visita a Roma di dichiarare guerra alla Falange franchista e sostenere i repubblicani, viene approvato dal Gran Consiglio del Popolo l'invio di ingenti soldati italo-sovietici in Spagna. Il 20 agosto Edouard Herriot, Premier di Francia, incapace di reggere le sorti di estremi fanatismi che si contendono il potere del paese si ritira dalla vita politica e dà il posto governativo con un plebiscito speciale in Parlamento a Henri-Philippe Pètain, già prossimo alla pensione ed eroe militare nel primo conflitto mondiale contro i Tedeschi. Col suo esercito personale dei Maquis (in questa Timeline sono la versione delle SS in francese) aveva annientato 50.000 soldati civili che si erano schierati con il Front Populaire.

1932: Iniziano le prime riprese economiche negli USA, il proibizionismo degli anni '20 si dilunga anche in questo decennio provocando l'accrescimento di opposizione e delinquenza, specialmente negli stati federali meridionali. Fallito attentato a sfondo comunista a Pètain a Lione, il Maresciallo proclama la Quarta Repubblica Francese, mettendo fuori legge il Partito Comunista e quello Socialista, Léon Blum rimane ucciso dall'assalto dei Maquis alla sede della sinistra nazionale, Thorèz invece fugge a Mosca prendendo la cittadinanza russa. Il Regno Unito condanna gli assalti petainisti aldilà della Manica e simpatizza per i democratici di sinistra affinchè rimettano in sesto la democrazia, Ramsay MacDonald, Primo Ministro britannico laburista emargina il BUF (British Union of Fascists) ed esilia in Irlanda il loro capo Oswald Mosley. In giugno, l'Impero Norvegese vara le leggi razziali sul modello bavarese, Quisling inoltre invia qualche contingente militare in aiuto ai Franchisti.

1933: Con l'annuncio di Pètain di voler difendere il suolo francese dal comunismo, all'inizio dell'anno all'Eliseo proclama il Terzo Impero di Francia sotto la sua stessa corona, Imperatore dei Francesi e Gran Maresciallo, vengono abolite le libertà fondamentali, e sostituite le normali elezioni con plebisciti come accadeva sotto Napoleone III. Repubblica Popolare Tedesca e R.S.I. intensificano i rifornimenti ai repubblicani spagnoli che entrano il 19 aprile dello stesso anno a Madrid abolendo la monarchia e cacciando dal trono Alfonso XIII; i Franchisti si accalcano ai confini francesi e portoghesi per sfuggire alle persecuzioni rosse, nasce la Seconda Repubblica o Repubblica Socialista Spagnola; iniziano durissime ripercussioni contro cattolici, anticomunisti e preti in tutto il paese che provocheranno la morte di circa 6800 religiosi e quasi un milione di civili, Francisco Franco si ritira in esilio negli USA. Mentre in Ucraina si scatena una carestia disastrosa che provocherà decine di milioni di morti, il regime staliniano saldamente al Cremlino deporta chi non va a genio al Conducator russo nei campi di internamento siberiani chiamati "gulag". Il Ministro degli Esteri britannico, Neville Chamberlain si reca a Monaco per convincere Hitler a non annettere l'intera Austria alla Baviera, cosa che avviene a marzo con l'entrata delle truppe naziste a Vienna, avviene l'Anchluss, "l'Appeasement" fallisce miseramente e il leader dei Conservatori, Winston Churchill condanna lo stesso Chamberlain come un incapace.

1934: Secondo incontro tra Mussolini e Stalin a Trieste con gli sguardi degli Esteri di Togliatti e Molotov, nasce il Cominform come alleanza tra paesi socialisti, vi entra anche la Germania; la Spagna invece si astiene. I Giapponesi impongono nello stato collaborazionista di Manciuria una monarchia sotto l'ultimo Imperatore della Cina, Pu Yi che nel 1911 a soli cinque anni aveva abdicato e lasciato il trono; l'esercito Manciù, filonipponico occupa la Mongolia in primavera venendo in conflitto con l'Unione Sovietica che posiziona ai confini asiatici alcune sue legioni militari. Chiang Kai-Shek, l'erede delle idee popolari di Sun Yat-Sen, primo presidente cinese, ritorna nella scena politica a Pechino prima rendendosi amici gli apparati governativi e i Signori della Guerra, con questi appoggi prende il potere, e crea la Repubblica Nazionale Han, usando l'esercito del Kuomintang come polizia segreta e repressiva. La Norvegia occupa Reykjavík e tutta l'Islanda, il regime di Quisling discrimina pesantemente gli Inuit, non conformi alle discendenze vichinghe e quindi "divine". Come continuarla? Per fornire suggerimenti all'autore, contattatelo a questo indirizzo.

Così propone invece Lord Wilmore: Papa Pio XI sposta la sede del Papato a Lisbona. Formazione di un governo in esilio a Parigi formato da cattolici, liberali, radicali e socialdemocratici. Nascono governi comunisti anche in Austria, Albania e Grecia. Impresa di Italo Balbo con volo di una squadriglia di aerei italiani a Mosca e poi fino a Vladivostok. Con l'aiuto sovietico riesce l'impresa di Umberto Nobile che pianta la bandiera italiana con la falce e il martello sul Polo Nord. Conquista anticipata dell'Etiopia. In Germania Hitler ascende prima al potere per impedire che a Berlino si ripeta quanto avvenuto a Roma. Adolf cerca e trova alleati in Polonia, Cecoslovacchia, Romania, Bulgaria, Jugoslavia e Repubbliche Baltiche, minacciate dall'espansionismo sovietico-italiano. Intervento dell'Italia e dell'URSS nella Guerra Civile Spagnola a fianco del Fronte Popolare, Hitler interviene a fianco dei Falangisti, tale guerra è la scintilla della Seconda Guerra Mondiale con l'attacco a tenaglia di Hitler e alleati contro Italia e URSS. Attacco preventivo anche contro la Francia, l'Inghilterra di Edoardo VIII invece si schiera con Berlino contro Roma e Mosca. Repubblica NazionalSocialista Italiana instaurata in Italia con un governo collaborazionista al suo vertice guidato dal generale Graziani, Mussolini e Togliatti formano un governo in esilio oltre gli Urali. Dopo Pearl Harbor il Giappone attacca anche l'URSS dalla Manciuria. "Empia alleanza" tra USA ed URSS contro Germania e Alleati. Il Regno Unito si sgancia e cambia fronte dopo che Edoardo VIII è stato sostituito sul trono dal fratello Alberto (Giorgio VI). Invasione dell'Europa, bombe atomiche sul Giappone e spartizione del mondo e dell'Europa tra USA e URSS come in HL, ma con Germania, Austria, Italia e Grecia nel Patto di Varsavia. Mussolini muore nel 1964 e gli succede Palmiro Togliatti fino alla sua morte nel 1974, poi Alessandro Natta. Guerra Fredda fino al 1989 con la caduta del Muro di Berlino innescata dalle proteste del Sindacato Autonomo "Solidarietà" guidato da Sergio Mattarella, futuro Presidente della Repubblica Italiana, e dal Papa Italiano Carlo Maria Martini (Giovanni XXIV). Caduta del governo Natta che fugge a Cuba, ritorno del Papato a Roma e ritorno alla democrazia pluripartitica, dominata dal Partito Popolare Italiano: Sergio Mattarella è Presidente dal 1990 al 2000, cui succede Pierferdinando Casini dal 2000 al 2010 e quindi Mario Monti dal 2010 al 2015. Matteo Renzi è il primo premier italiano di sinistra dopo la fine del Comunismo, in carica dal 2015. John John Kennedy Junior è Presidente USA e il cardinale filippino Luis Antonio Tagle è eletto Papa con il nome di Francesco Saverio I.

Vi è poi la cartina propostaci da Generalissimus: Secondo voi, quali sono i PoD necessari per arrivare a questa situazione?

Ed ora, un'altra idea di Lorenzo: POD: se la Rivoluzione di Ottobre fosse andata diversamente, e i capi bolscevichi (Lenin Stalin e Trozky in testa) fossero stati costretti all'esilio? Dove si sarebbero diretti? Potrebbero essersi diretti verso gli Stati Uniti, meta di poveri emigranti di tutto il mondo: un paese ricco e (relativamente) isolato dalle faccende europee. E se avessero ricominciato a diffondere il pensiero socialista negli strati bassi della popolazione, presso gli immigrati? È probabile che voi diciate: gli Stati Uniti erano un pessimo bersaglio: i valori fondativi e gli ideali cui si richiamavano coloro che vi emigravano erano composti dall'idea di libertà e autorealizzazione economica. E cosa c'è più lontano dal socialismo del “sogno americano”?

Ma che effetti avrebbe avuto in questo panorama la Crisi del '29?

1) Ci sarebbe stata una guerra civile come in Russia?

2) E se durante la seconda guerra mondiale non ci fosse stato uno stato potente e centralizzato come l'URSS di Stalin, forse la Russia zarista (o un debole stato liberale post-Kerensky) avrebbero perduto contro Hitler (o ne sarebbero stati attirati pacificamente nell'orbita), rendendo completo il dominio nazista sull'europa.

Mi rendo conto che, per quanto riguarda il punto 1), ANCHE se il partito comunista americano avesse subito l'iniezione di risorse dai rivoluzionari russi, DIFFICILMENTE avrebbe potuto ANCHE perfino scatenare una rivolta su larga scala (si pensi alla determinazione con cui furono eliminati Sacco e Vanzetti). L'idea che un'eventuale guerra civile potesse essere vinta dal partito comunista americano e' pura follia. Di questo me ne rendo conto. In conclusione: molto più probabilmente in questo scenario gli Stati Uniti d'America sopravvivrebbero per la loro strada, sebbene la loro ripresa sarebbe un po' indebolita dalla presenza dei socialisti. La conseguenza più importante tuttavia rimarrebbe la mancanza di un contrappeso militare a Hitler, e gli Stati Uniti si costringerebbero a finanziare ed armare un alleato (l'Inghilterra) ormai tagliato tagliato fuori e privo di un “piede a terra” in Europa continentale.

Passiamo ora alle ucronie ideate da Michal I:

1. Slesia Cecoslovacca. La Polonia non sarebbe mai potuto divenire un alleato dell'Unione Sovietica fedele ed asservito come altri. La nostra amata Cecoslovacchia, a differenza dei nostri fratelli Polacchi, lo sarebbe potuto essere - non completamente asservita, ovvio, ma in ogni caso si sarebbe trattato di un alleato ben piu' affidabile di quanto la Polonia sarebbe mai potuta essere - . Supponiamo che Stalin se ne renda conto, e decidesse di cambiare la distribuzione dei territori ex-tedeschi. Alla Polonia resta buona parte dei territori a Sud (tolta L'viv, che va all'URSS), le viene assegnata la Pomerania - come in HL - ma con l'aggiunta del Meclemburgo. La Slesia, però, viene assegnata alla Cecoslovacchia. Cosa succede al momento della separazione? La Slesia resterà con la Repubblica Ceca, farà stato a parte, o verrà inghiottita da uno dei due grandi vicini, Polonia e Germania?

2. Lusazia Cecoslovacca. Alternativa all'Ucronia precedente. E se, invece della Slesia, fosse la Lusazia ad essere data alla Cecoslovacchia (il resto dei territori resterebbe come in HL)? Cosa succede al momento della separazione? La Lusazia resterà con la Repubblica Ceca, farà stato a parte, o verrà inghiottita da uno dei due grandi vicini, Polonia e Germania?

3. Rutenia Subcarpatica Cecoslovacca. Un'altra alternativa alle due ucronie precedenti. Supponiamo che Stalin non inghiotta la Rutenia Subcarpatica, ma che la lasci alla Cecoslovacchia. Cosa succede al momento della separazione? La regione resterà con la Slovacchia, farà stato a parte, o verrà inghiottita da uno dei due grandi vicini, Polonia e Ucraina? E se divenisse parte dell'Ungheria?

4. RSFS Novorussa. Lenin, invece che incorporare la regione zarista della Novorussia nella RSS Ucraina, decide che questa debba divenire una RSFS autonoma, come la Russia, e crea dunque la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Novorussa, le cui terre comprenderebbero le odierne Oblast' di Kherson, Kharkhov, Odessa, Donec'k, Luhan'sk, KIrovohrad, Poltava, Sumy, Chernihiv, Nikolayev, Dnepropetrovsk e Zaparozhye, la Crimea, e la Transdnistria, dichiarando la composizione di questa RSFS "inviolabile ed immutabile". Quale il destino di questa piccola, grande, Repubblica Sovietica durante e dopo l'URSS?

5. Carinzia e Stiria Boeme. Supponiamo che, dopo i moti del '48, gli Asburgo rendano la Stiria e la Carinzia terre boeme. Quale destino per una Cecoslovacchia che si ritroverà un Hitler ancora più ostile da fronteggiare.

6. Berlino Polacca. L'origine della città di Berlino è in parte sconosciuta. Molti, però, ritengono che si tratti di una città fondata inizialmente da tribù Slave insediatesi nella zona. Ora. Supponiamo si fosse trattato di tribù polacche, e che queste tribù, e successivamente la Polonia, riescano a mantenere il possesso di queste terre. Come cambia la storia della regione?

Così gli risponde Generalissimus: Riguardo la #1, in teoria dovrebbe rimanere con la Repubblica Ceca, ma potrebbe benissimo separarsi anch'essa e portarsi dietro nel processo la Slesia ceca. Oggi la Repubblica Ceca sarebbe composta solo da Boemia e Moravia. Lo stesso discorso vale per la #2 e la #3, anche se la Rutenia Subcarpatica ha più probabilità di rimanere nella Slovacchia. La #4 eviterebbe parecchi problemi odierni, probabilmente non è neanche detto che si separi dalla Russia. Per quanto riguarda la #5 è difficile che Francesco Giuseppe faccia una concessione territoriale così grande, e se anche fosse la farebbe alla corona ungherese (Stiria e Carinzia non confinano nemmeno con la Boemia, che era comunque subordinata alla corona austriaca). In tal caso, ci ritroveremmo con una Jugoslavia più grande dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, e oggi a possedere Stiria e Carinzia sarebbe la Slovenia. La #6 elimina la Prussia dalla storia.

Diamo la parola al grande Bhrihskwobhloukstroy:

1) Tutto dipende dall'eventualità che la Cecoslovacchia sia una Repubblica Federale composta da Cechia e Slovacchia o da Cechia, Slovacchia e Slesia. In base alle Convenzioni del Diritto Internazionale, se si dividerà lo sarà nelle Unità Federali da cui è composta. La Slesia potrebbe subire lo stesso destino di detedeschizzazione conosciuto dai Sudeti (tuttavia con meno popolazione immigrata a disposizione rispetto alla Polonia, che doveva reinsediare gli Sfollati della Polonia Orientale). Una riunione con la Polonia alquanto improbabile, con la Germania è molto improbabile. In ogni caso, come in Slesia esistono tendenze indipendentiste rispetto alla Polonia, così avverrebbe ancor di più rispetto alla Cechia o alla Cecoslovacchia.

2) Come sopra, con ulteriore accentuazione delle tendenze indipendentiste (sorabe).

3) Come sopra; se dopo il 1945 la Cecoslovacchia fosse articolata in Cechia, Slovacchia e Rutenia, si potrebbe avere una Rutenia indipendente; nel caso che confluisse in uno Stato vicino, l'Ucraina è il più verosimile, l'Ungheria poco verosimile, la Polonia è quasi esclusa.

4) Che diventi indipendente è pressoché obbligato, visto che la Russia è stata ufficialmente la prima a farlo (con riconoscimento internazionale) e che l'Unione Sovietica è stata completamente sciolta. È molto probabile l'adesione alla Comunità degli Stati Indipendenti ed è verosimile che confluisca nell'Unione Eurasiatica nello stesso momento in cui l'Ucraina (residua) entrasse nell'Unione Europea.

5) La Divergenza è veramente ostica da accettare: non solo perché Francesco Giuseppe non lo avrebbe fatto (non lo ha fatto per la Corona Boema, figuriamoci se potesse aggiungervi Paesi Ereditarî che non erano più boemi da Ottocaro II., uno dei Nemici proverbiali di Casa d'Austria...), ma soprattutto perché non esisteva un'unità amministrativa che comprendesse Boemia, Moravia e Slesia (sarebbe stato opportuno e auspicabile, ma non è mai avvenuto...). Il Punto di Divergenza sarebbe da spingere molto più indietro, appunto nel XIII. secolo (neanche il XV. sarebbe adatto). Se tuttavia vogliamo proprio costruire un'ucronia con questo antefatto (per esempio: viene adottata una Soluzione Federale per la Questione delle Nazionalità e, nel tentativo di evitare la creazione di una Jugoslavia che sottragga territorî alla Corona Ungherese, l'ex-Regno d'Illiria – ma allora fino all'Adriatico – viene associato alla Corona Boema (restaurata come Monarchia a sé, in Unione con l'Austria e la “Polonia”), l'atteggiamento di Hitler sarebbe proprio quello che cambierebbe meno: dato che ha storicamente annesso sia l'Austria sia tutta la Cechia, come potrebbe fare di più?

6) Non erano Poljani, ma Polabi. Per confluire nel Regno di Polonia non dovrebbero essere costituite le Marche Sassoni del Sacro Romano Impero, che quindi non dovrebbe conoscere la Dinastia Sassone (Ottoniana) e perciò dovrebbe essere risparmiato dalle Incursioni dei Magiari, ma questo implicherebbe anche un accordo molto più duraturo fra i Franchi Orientali (per esempio Arnolfo di Carinzia) e la Grande Moravia, in particolare bisognerebbe evitare almeno la Missione Cirillo-Metodiana. In pratica, una Polonia estesa a tutta la Slavia Occidentale Lechitica (se non addirittura anche alla Lusazia) implicherebbe che la Grande Moravia diventasse essa stessa la Marca Orientale dell'Impero e della Baviera. Inoltre, senza Imperatori Sassoni si conserverebbe probabilmente l'unità dell'Impero, quindi anche dopo l'888 rimarrebbe un unico complesso comprendente Francia, Lombardia e Germania (con la Grande Moravia) e un ruolo assai minoritario per le lingue meridionali del gruppo slavo occidentale (ceco e slovacco) e per le lingue occidentali del gruppo meridionale (sloveno e almeno croato). Non riesco quindi a immaginarmi l'esistenza di Francia, Austria e Germania come Stati distinti; le conseguenze sulla Storia sarebbero troppo dirompenti per arrivare a risultati comparabili con la nostra Storia. Esisterebbe una grande Nazione Franca dalla Catalogna alla Sassonia originaria; ai suoi confini orientali avremmo una Grande Polonia e, più a Sud(-Est), il consueto dilemma fra una Grande Bulgaria (slava o rumena?) e un'Ungheria o Peceneghia bassodanubiana.

Il Marziano coglie la palla al balzo: Non erano Poljani. E se fossero stati Celti?

Michal I torna alla carica: Allora presumibilmente cambia tutto di nuovo, con un grande regno celta che possa fare da stato cuscinetto tra la Polonia ed i Franchi, se si cristianizza, altrimenti, se non si cristianizza, diventa una tremenda spino nel fianco di Carlo Magno, la Grande Polonia, che controllerebbe la Pomerania, e la Grande Moravia si potrebbero ritrovare unite contro i Celti e contro un Carlo Magno molto più aggressivo.

E Bhrihskwobhloukstroy precisa: La celticità di Berlino (che mi stupisce veder qui rievocata; credevo di non aver avuto ricezione quando l’ho proposta nel 1986) dipende dall'interpretazione dell'esonimo latino, Berolīnum, di attestazione medioevale. Il nome Berlin è di etimo baltoslavo o germanico (in alcuni casi è indistinguibile), ma comunque non ha la vocale /o/ fra /r/ e /l/, quindi Berolīnum, se non è un’invenzione scribale, deve riflettere un’altra origine, che in effetti potrebbe essere celtica, non tanto per indizî fonetici (‘stagno’ in celtico è *lïnnīs, con /n/ lunga, da *plendʱēs, con dileguo inequivocabilmente celtico di */p/ indoeuropeo), ma perché entrambi i lessemi

riconoscibili – *bĕrŏ- ‘corrente’ e *līnŏ- ‘liquido che scorre’ – sono attestati in celtico (il primo nei composti medioirlandesi commar ‘confluente’ e fobar ‘fonte, ruscello sotterraneo’, corrispondenti rispettivamente ai gallesi cymmer e gofer, bretone gouver; il secondo nel bretone lîn ‘pus’). A proposito di risentimenti sorabi antitedeschi prima del 2000, temo di avervi involontariamente dato un contributo nella zona di Lübbenau nel 1988, però devo dire che all’epoca mi sembrava di percepirli più come contrasto fra Repubblica Democratica Tedesca e Repubblica Federale Tedesca.

C'è poi la proposta di Michal I: Nel 1920, a Varsavia i bolscevichi dell'Armata Rossa vennero sconfitti per miracolo dai polacchi, ma se i polacchi non riusciseero nel porre fine all'avanzata e Varsavia cadesse? E dopo Varsavia tutta la Polonia? Hitler nel '39 attaccherà comunque quella nazione - a questo punto URSS - o preferirà evitare il conflitto coi sovietici?

Gli replica Bhrghowidhon: Prima dell'espansione dell'Unione Sovietica andrebbero messi in conto, nell'ordine:

- un intervento congiunto franco-britannico;

- in caso di fallimento, un rovesciamento di regime in Lituania (anticipato Colpo di Stato di Smetona contro Stulginskis), possibile nuovo Putsch in Germania, ritorno di von der Goltz nel Baltico; Danzica, neutrale e nel frattempo divenuta Città Libera, potrebbe proclamare unilateralmente la riannessione al Reich come Land federale ed essere seguita in questo dalle tre Repubbliche Baltiche. La Francia rimarrebbe verosimilmente contraria, ma la Gran Bretagna potrebbe appoggiare la nuova situazione, tantopiù che in caso di nuove Elezioni in Germania l'ondata antibolscevica potrebbe portare al Governo una Coalizione di Destra in grado di bloccare ogni iniziativa spartachista e neutralizzare ulteriori tentativi di Putsch (nonché rendere impossibile qualsiasi eventualità di avvicinamento fra Germania Socialdemocratica e Unione Sovietca).

Se anche questa soluzione si rivelasse instabile, la conseguenza più probabile sarebbe un'estensione del conflitto polacco-sovietico a mezza Europa, con tutti i disastri che ne deriverebbero, ma anche una drastica semplificazione del panorama geopolitico: o Unione delle Repubbliche Socialiste dei Consigli degli Operai e dei Contadini estesa anche alla Germania (e concreta possibilità di trasferimento della Capitale dell'Unione a Berlino) ed eventualmente altri Stati (Ungheria? Romania?) oppure fine dell'Unione Sovietica e ritorno a una sorta di Mitteleuropa del 1916-1918 in forma di Confederazione Balto-Tedesco-Polacco-Ucraina, verosimilmente a guida tedesca e probabile riproposizione di un ruolo di particolare rilevanza per l'intelligencija aškənāzītica come alternativa alle due Utopie al momento più scomode per gli interessi britannici, quella comunista e quella sionista. Fra i due scenarî - accomunati da un'accresciuta posizione di forza (sia pure in prospettive opposte) della Germania - il più realistico nella situazione della fine del 1920 sembrerebbe il secondo, dove però la grande incognita è costituita dal destino della Russia. Qualsiasi regime, anche il più antisovietico, non appena stabilizzatosi perseguirebbe pressoché inevitabilmente il tentativo di recuperare i territorî perduti e punterebbe anzitutto allo scioglimento della Confederazione Mitteleuropea, in ciò prevedibilmente con l'appoggio della Francia, con la Gran Bretagna di fronte al dilemma se difendere l'equilibrio a egemonia tedesca o rischiarne una ridefinizione che redistribuisca il potere anche alla Russia e a maggior ragione alla Francia, ma senza prevalenza di alcuna delle tre (e tuttavia senza neppure cadere in una condizione di conflitto perpetuo, che sarebbe altrettanto dannosa). D'altra parte, mettere la Russia contro la Francia nella spartizione delle spoglie dell'egemonia tedesca riavvicinerebbe la stessa Russia alla Germania, che troverebbero conveniente sia una reciproca collaborazione diretta sia il raggiungimento di un compromesso consistente nella definizione delle reciproche sfere d'interesse, a scapito degli Stati interposti: ammesso che il Baltico sia almeno per il momento parte integrante del Reich, la Russia postsovietica si potrebbe riscoprire panslavista (e mirare all'inglobamento di Polonia, Cecoslovacchia e Jugoslavia se non anche Bulgaria) nonché campione dell'Ortodossia (in vista di un ruolo dominante sulla Romania e sulla Grecia, in quest'ultimo caso con la motivazione di una riscossa antiturca, magari a tenaglia dai Balcani e dal Caucaso), mentre la Germania si potrebbe ritenere soddisfatta con un ritorno ai confini russo-tedeschi del 1914 in Polonia e un anticipato Anschluß dell'Austria, compresi i Sudeti, nonché un Protettorato sull'Ungheria. Pressoché automatica sarebbe la risposta del Regno d'Italia con l'occupazione dell'Albania, l'annessione della Dalmazia e un possibile scontro con la Grecia (anche in Anatolia), mentre la Francia potrebbe assumere la difesa della Turchia e forse perfino trasformare quest'ultima in un Mandato. A questo punto la situazione vedrebbe i due Blocchi russo e tedesco contrapposti alla Francia e all'Italia, presumibilmente sostenute dalla Gran Bretagna; ulteriori spostamenti diventerebbero assai più difficili, a meno di un ribaltamento degli schieramenti - constatata l'impossibilità di altri guadagni - verso la nota costellazione Germania + Italia contro Francia + Russia, con la Gran Bretagna ancora più incerta, ma forse a favore del primo per timore di un eccessivo ingrandimento della Russia. Nell'ipotesi che il rapporto di tre contro due favorisca un successo italo-tedesco-britannico, la mossa successiva sarebbe prevedibilmente - ottenuto il ridimensionamento della Russia - la coalizione di tutti contro la Germania (che avrebbe tratto il maggior vantaggio dalla sconfitta della Russia e della Francia) e la conseguente sconfitta di quest'ultima, con restaurazione degli Stati intermedî ponto-balto-adriatici e ritorno a una situazione simile al 1919, dopodiché sarebbe interesse della Russia e della Germania di cooperare per rimediare alle rispettive sconfitte e così via in un continuo ciclo...Aristotele citava continuamente Ulisse dall'Iliade (B 204-5 Εἷς κοίρανος ἔστω, εἷς βασιλεύς) e credo che questa sia l'unica possibile soluzione al sisifeo supplizio dell'Europa, ma è stata respinta tre volte (888, 1519, 1657) per quanto riguarda un quarto (Francia + Germania), tre (1559, 1814, 1860) per quanto riguarda un secondo quarto (Francia + Italia), tre (1576 / 1612, 1918, 1942) per quanto ne riguarda un terzo (Germania + Polonia + Russia), tre (1797, 1859 / 1866, 1945) per quanto riguarda il quarto (Germania + Italia) ed è di questi ultimissimi anni lo stupefacente ritrovato di boicottare i quattro quarti tutti insieme: tutto ciò per la discutibile convinzione che le Nazioni siano quelle volgarmente considerate tali e che non si possano decostruire e riunire.

Ed ecco ora la pensata di Mattia Tagliente: Europa 1920: scenario in cui l'Armata Rossa ha sconfitto la Polonia e ha potuto aiutare l'Ungheria di Bela Kun. Per gli alleati la situazione sembra ormai disperata, i comunisti sembrano ad un passo dal realizzare la rivoluzione globale. I sovietici paiono un'onda inarrestabile, spinti da un fervore ideologico per cui sono disposti anche a morire. Le cancellerie europee vedono in Lenin un pericoloso messia per le masse, in Trostky un novello Napoleone, il terrore aleggia nelle capitali occidentali, per di più quando è lo stesso fronte interno ad essere traballante: i rivoltosi comunisti in Francia, Gran Bretagna e Italia ormai guerreggiano apertamente con i loro stati. Oltre al conflitto contro lo straniero, le nazioni occidentali devono affrontare la tragedia della guerra civile. Ormai a Mosca si aspetta solo di stappare la vodka per l'annuncio della vittoria. Il piano sarà semplice: arrivare, e possibilmente sfondare, al Reno, ciò causerà il collasso delle potenze capitaliste. Ma i russi sopravvalutano enormemente la loro popolarità nei paesi "liberati", e nella stessa Russia sovietica il movimento bianco non è ancora del tutto sconfitto e la popolazione che aveva riposto tanta fiducia in Lenin per concludere la guerra contro la Germania, ora si vede tradita vedendo la politica militarista e guerrafondaia dei bolscevichi, mascherata con il penoso velo della "guerra di liberazione" a cui però i contadini russi non sono tanto più disposti ad abboccare...

Passiamo alla proposta di MorteBianca: Stalin vince le elezioni per la leadership del PCUS e quindi dell'URSS. Trockij, intuendo che il suo rivale è molto "Piccato", decide di andare in esilio volontario. Stalin inizia la sua purga di Trockijsti, oppositori, intellettuali, gerarchi di varia natura e la conseguente caccia alle streghe, tentanto di far assassinare il rivale. L'assassinio però non riesce per un banale errore (A causa di uno scambio di persona Trockij viene a sapere del tentato omicidio e la scampa, pubblicando il risultato e diffamando in questo modo Stalin). La Terza Internazionale subisce un duro colpo, la fedeltà a Stalin è messa a dura prova, sono molti i partiti (come quello Italiano) a ribellarsi apertamente, ciò causa ovviamente scismi ripetuti. Trockij non ferma la sua attività divulgativa, anzi la prosegue e in Messico riesce a riunire braccianti, proletari, intellettuali ed ex borghesi. La sua dialettica si riempie di rimandi ai movimenti di liberazione Sudamericana, patriottismo Messicano ed anti-americanismo. La cosa ben presto assume i connotati di una rivolta di massa, con occupazioni, autogestioni e richieste sindacali fatte a suon di scioperi. Il governo Messicano risponde a colpi di fucile. Trockij a quel punto inizia la fase rivoluzionaria vera e propria, le forze armate si radicano nel centro-sud del paese, l'esercito non riesce a sradicarle causa guerriglia (anzi, tende a fraternizzare). Moltissimi ex intellettuali sovietici e comunisti delusi da Stalin vengono in Messico per fare reportage o dare il loro sostegno. La rivolta inizia ad occupare sempre più città e Trockij si avvicina alla capitale. Il Governo Messicano chiede aiuto agli Stati Uniti, i quali si preparano alla semi-invasione. La cosa causa la mobilitazione completa del popolo messicano per motivi nazionalistici, il fronte di Trockij viene visto come unico difensore della sovranità. Stalin nel frattempo si sta mangiando il fegato (Non può ignorare la convenienza di un paese socialista sotto la pancia degli USA, ma neanche può permettere che la Rivoluzione permanente, non aiutata dall'URSS, si dimostri corretta. Per giunta guidata dal suo nemico numero uno, che ha speso anni a diffamare in ogni modo come Tzarista e contro-rivoluzionario). Alla fine Stalin decide di contribuire alla lotta. Da parte americana però. Fornisce informazioni di natura spionistica e cerca di distruggere dall'interno il fronte socialista con divisioni e tradimenti molteplici. La cosa sarà scoperta solo cinque anni dopo e segnerà la fine di Stalin politicamente, e la perdita di ogni credibilità dello Stalinismo (che si è coalizzato con i capitalisti contro una rivoluzione proletaria). Trockij alla fine prende il potere. Inizia una breve guerra civile tra Socialisti e Non, vinta per semplice superiorità numerica dai primi. Gli Stati Uniti si ritirano quando la cosa inizia a prolungarsi e costare troppo. Il Messico Popolare inizia una serie di riforme: Redistribuzione della Terra, nazionalizzazione delle industrie, formazione di un wellfare completo, riforma dell'esercito e dell'apparato burocratico. Il centralismo democratico è accentuato (in aperta polemica al modello Organicista di Stalin). Trockij supporterà sicuramente i tentativi rivoluzionari di Castro, del Nicaragua e del Venezuela. Come prosegue?

Risponde Tommaso Mazzoni: Possibile una svolta fascista negli Stati Uniti per paura dei Comunisti alle porte di casa? Chiarimento tecnico: accentuare il centralismo democratico rispetto all'Organicismo stalinista, che vuol dire nel concreto?

E Mortebianca precisa: Il Centralismo Democratico era la teoria Leninista secondo cui il Partito obbediva ad uno schema piramidale dal basso verso l'alto. Alla base c'erano i Soviet (riunioni di libera discussione per le decisioni locali e l'elezione dei rappresentanti che poi andavano al livello successuvi e così via), fino alla cima. Il presidente dell'URSS aveva lo stretto compito di obbedire al volere popolare. Questa struttura era denominata centralismo democratico e caratterizzata dalla presenza di decisioni prese democraticamente, che poi però andavano mantenute fino alla fine (per evitare che una possibile manovra venisse ridiscussa infinite volte senza mai venire attuata). Questo crea ha cosiddetta "Linea del Partito". Sotto Stalin si fece l'opposto di letteralmente ogni passaggio che ho appena descritto: la Piramide si è invertita (Dall'Alto verso il basso), la mobilità si è fermata (creando una classe di burocrati, che Trockij identificò come Borghesia Rossa), il criterio divenne di fedeltà (Stalin promuove chi gli è fedele, il quale promuove chi gli è fedele, tutto per nomine dall'alto), i Soviet non erano più libere associazioni (e in molte città divennero chiusi), il Partito configurò un'ideologia granitica non discutibile, i cambiamenti non erano presi per riunioni democratiche bensì per decisioni di chi sta al potere se nessuno sopra di lui diceva il contrario. Il leader aveva un potere garantito dall'uso della forza e della burocrazia. L'Organicismo ivi descritto è più tipico dei fascismi e dei proto-fascismi proprio per questa visione Dall'alto verso il Basso (una visione militare dell'apparato statale. Non una visione democratica).

La palla passa ora a Generalissimus, che ha tradotto per noi queste ucronie: E se la Rivoluzione russa non fosse mai scoppiata? È il 1917 nell'Impero russo, che sta affrontando una carestia, tumulti economici e sta combattendo una guerra brutale agli ordini di uno Zar incompetente. Non sono certo le condizioni migliori per la stabilità, e la stabilità non durò a lungo, perché presto ci fu la Rivoluzione russa. A dire il vero la Rivoluzione russa non fu un'unica rivolta, fu una serie di eventi che andarono dalla cacciata dello Zar all'ascesa finale dei Sovietici. La Rivoluzione definì la Russia per il resto del 20° secolo, non solo fece nascere una superpotenza totalitaria industrializzata, ma rese anche popolari gli insegnamenti di Marx e diede vita a innumerevoli paesi Socialisti in tutto il mondo. Perciò, e se la Rivoluzione russa non fosse mai avvenuta? Dato che in realtà essa è composta da due rivoluzioni distinte dovremo teorizzare se la Rivoluzione di Febbraio e la Rivoluzione d'Ottobre non avvengano mai in due TL diverse. Prima di tutto qualche lezione di storia, se volete andare direttamente allo scenario, cliccate su Putin. Cosa condusse alla Rivoluzione russa? Un sacco di cose: la relazione tra lo Zar e il popolo russo era in caduta libera da alcuni decenni prima del 1917. Quando i lavoratori scioperarono per condizioni migliori, causando la Rivoluzione russa del 1905, vennero uccisi dalle Guardie Imperiali fuori dal Palazzo d'Inverno. Questo atto fece infuriare la popolazione, causando rivolte e sconvolgimenti politici, e costrinse lo Zar Nicola II a creare un corpo legislativo, chiamato Duma, che condividesse il potere con lui. Promise delle riforme per impedire di venire esautorato, ma non le mantenne mai per davvero. Avanti veloce: arriva la Prima Guerra Mondiale e tutti in Europa saltano sul carro della guerra, la Russia decide di combattere ma la guerra è disastrosa, con milioni di morti sul fronte e un blocco Ottomano che causa una crisi economica. La gente diventa affamata e il cibo scarseggia, il risentimento contro lo Zar aumenta in tutta la Russia. Il popolo incolpa la sua leadership per le orribili perdite contro la Germania e considera la guerra un'impresa inutile. Tutto questo diede il via alla Rivoluzione di Febbraio nel 1917. Gli operai di San Pietroburgo, chiamata all'epoca Pietrogrado, iniziano a scioperare contro le condizioni di lavoro, e poi contro lo Zar in generale. Nicola inviò le truppe a sedare le rivolte, ma il suo esercito si ammutinò e si unì ai manifestanti. Al suo ritorno dal fronte orientale il treno dello Zar venne fermato e catturato da disertori russi. Nicola abdicò e senza che ci fosse qualcuno a prenderne il posto, l'era degli Zar ebbe fine. La Rivoluzione di Febbraio terminò e in gran parte fu un colpo di stato che non vide spargimenti di sangue. Un governo provvisorio sostituì il regime dello Zar, ma incontrò l'opposizione di un gruppo chiamato Soviet di Pietrogrado dei Deputati dei Soldati e degli Operai, che affermava di rappresentare gli interessi dei lavoratori e che in alcune zone ebbe degli ottimi risultati. I Soviet in realtà erano consigli eletti di operai molto simili ai sindacati statunitensi, in seguito molti Soviet e Socialisti parteciparono alle attività di governo. Nacquero i partiti Socialisti e vennero eletti i loro leader, Aleksandr Kerenskij, un giovane Socialista, scalò i ranghi fino a guidare il governo provvisorio. Anche se riformò qualche aspetto, Kerenskij voleva continuare comunque la guerra, e questo fece infuriare la popolazione stanca. In risposta alla guerra senza fine un nuovo partito divenne popolare, quello Bolscevico, guidato da Lenin. Lenin odiava la guerra e, finanziato dai Tedeschi, tornò in Russia dopo aver vissuto in esilio. Dopo la fallita offensiva di Kerenskij contro i Tedeschi i Socialisti scesero in strada a protestare. I Bolscevichi erano assolutamente contro la guerra e questo li rese molto attraenti per parecchi Russi. Il governo represse i rivoltosi e minacciò Lenin di arresto, Lenin fuggì in Finlandia e altri leader del partito vennero arrestati. Questa sconfitta non fece che aiutare i Bolscevichi, dato che la guerra andò peggio e ci fu un'esplosione nelle adesioni al partito. A Settembre i leader del partito vennero liberati dal governo, Lenin tornò e decise di far arrivare al potere il suo partito. Diede così il via alla Rivoluzione d'Ottobre, e i Bolscevichi, sotto l'influenza di Lenin ma coordinati da Lev Trockij presero il controllo del governo. Dopo aver incontrato ulteriori opposizioni i Bolscevichi impedirono ai non Bolscevichi di detenere il potere. Lenin credeva che il Comunismo potesse essere raggiunto solo da un leader forte che non avesse opposizione e vedeva le elezioni come un ostacolo al suo obiettivo di un'utopia Comunista assoluta. Molti si opposero al nuovo governo Comunista e nacque l'Armata Bianca, che iniziò a combattere contro l'Armata Rossa Socialista, dando inizio alla Guerra Civile russa, e dopo anni di combattimenti l'Armata Bianca fu distrutta dall'Armata Rossa. In pochi anni l'Impero russo cadde e venne rimpiazzato dall'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche. La Russia passò da uno Zar autocratico ma incompetente ad un brutale regime totalitario. Milioni di persone morirono dal periodo che va dalla Prima Guerra Mondiale alla fine della Guerra Civile russa. Lenin morì dopo la guerra e venne succeduto da Stalin, che fece altri milioni di morti a causa delle sue politiche oppressive. Adesso è il momento di chiedersi: e se la rivoluzione semplicemente non ci fosse? Non è così semplice. Se un evento come la Rivoluzione d'Ottobre non avviene, allora l'intera storia della Russia potrebbe essere diversa. Per prima cosa, che accadrebbe se la Rivoluzione di Febbraio non ci fosse? Diciamo che in qualche modo lo Zar mantiene il potere, anche se è molto improbabile, e le rivoluzioni non partono. Lo Zar non viene detronizzato, nella nostra TL Nicola II creò la Duma, ma lo fece solo per apparenza, per calmare le masse arrabbiate che volevano delle riforme, la Duma non aveva alcun vero potere. In questa TL alternativa lo Zar non limita i poteri della Duma, e le dà una gran parte del potere legislativo, trasformando effettivamente la Russia in una monarchia costituzionale. Ma anche facendo questo è molto improbabile che lo Zar possa mantenere il potere, a causa del fattore più influente che portò alla caduta del suo regime, la Prima Guerra Mondiale. Se la Russia combatterà nella Prima Guerra Mondiale la rivoluzione sarà inevitabile. La Russia non avrebbe mai potuto vincere una guerra contro tutti gli Imperi Centrali, era troppo sottosviluppata e impreparata, il blocco Ottomano danneggiò l'economia russa e le vittorie tedesche danneggiarono la legittimità dello Zar. Quindi, perché lo Zar abbia una possibilità di rimanere al potere:

1) Avrebbe dovuto concedere qualche potere ai corpi diplomatici nel 1905.

2) La Russia sarebbe dovuta rimanere fuori dalla Prima Guerra Mondiale.

Entrambe sono molto improbabili e irrealistiche, ma per amore dello scenario diciamo che avvenga quanto appena detto: elementi democratici e niente Prima Guerra Mondiale.

Scoppia la Prima Guerra Mondiale in Europa, ma la Russia ne rimane fuori.

Senza Russia in guerra cambierebbero molte cose, anche se è difficile andare nello specifico.

Sotto gli Zar la Russia era una nazione rurale e agricola la cui maggioranza era composta da contadini non istruiti.

La monarchia faceva molto poco per aiutarli e trasformare la Russia in una nazione sviluppata.

Le politiche sovietiche furono brutali e uccisero milioni di persone, ma industrializzarono la nazione rapidamente e resero la Russia la potenza industriale che conosciamo oggi.

In questa TL alternativa la Russia rimane indietro rispetto ai paesi europei più avanzati come Inghilterra o Francia, e rimane agricola più a lungo, però milioni di persone non muoiono a causa di politiche tremende.

Forse la Duma o un altro Zar industrializzeranno la nazione, ma solo nel corso di decenni, sempre presumendo che lo Zar non venga detronizzato da un altro colpo di stato.

I movimenti nazionalisti nelle occupate Polonia, Armenia e Finlandia sarebbero un problema che in seguito i Russi dovranno affrontare.

La Russia come nazione non verrebbe vista come un rivale come nella nostra TL, in questa TL alternativa la Russia non sarebbe l'avversario che oggi consideriamo.

La Guerra Fredda praticamente distrusse molti dei legami tra la Russia e l'Occidente.

A proposito di Guerra Fredda e Comunismo, e se la Rivoluzione d'Ottobre non avvenisse? In questa TL alternativa lo Zar viene comunque cacciato e rimpiazzato dal governo provvisorio, ma Lenin e i Bolscevichi non prendono il potere e il governo provvisorio rimane in sella.

Il governo sarebbe Socialista, ma questo non significa che sarebbe come quello dei Bolscevichi, si concentrerebbe sul diffondere la ricchezza fra i contadini e sarebbe molto più democratico dei Bolscevichi.

L'unico modo in cui il governo provvisorio sarebbe potuto rimanere al governo è semplicemente uscire dalla guerra contro la Germania.

La guerra era invisa ed era una delle principali ragioni del perché i Bolscevichi divennero popolari.

Se il governo firmasse la pace da subito e si concentrasse sui problemi interni Lenin avrebbe avuto difficoltà a fare proseliti.

Non è facile dire come si comporterà questo governo provvisorio perché, beh, era provvisorio.

Non farò previsioni, ma quello che è certo è che se Lenin non arriva al potere la Russia e il 20° secolo sarebbero molto diversi.

Senza colpo di stato Comunista la Guerra Civile non ci sarebbe mai, milioni di Russi non morirebbero e la famiglia Romanov non verrebbe mai assassinata dall'Armata Rossa.

In questa TL, senza l'Unione Sovietica l'ideologia di Marx non ha influenze su scala globale.

In questa TL alternativa Mao Zedong e la sua armata Comunista non sono così potenti, e così i Nazionalisti prendono il potere dopo la caduta dell'Impero in Cina.

Ho Chi Minh potrebbe comunque essere Socialista, ma il Vietnam non verrebbe trascinato in un conflitto globale.

Entrambi erano finanziati e ispirati dall'Unione Sovietica, ma in questa TL alternativa oggi il Comunismo non verrebbe visto sotto nessuna luce in Occidente, sarebbe un'ideologia ai margini mai veramente legittimata da nessuna forza di governo.

Le idee Socialiste prenderebbero forma e si diffonderebbero nel mondo, ma non nella forma delle dittature totalitarie di Mao e Stalin.

Negli Stati Uniti, senza la paura della Guerra Fredda e del Comunismo, probabilmente verranno implementati nel paese programmi etichettati come Socialisti.

Non è semplice dire se Hitler arriverà comunque al potere, gran parte del suo programma non si basava solo sull'opposizione agli Ebrei, ma anche sull'opposizione ai Comunisti, senza Comunisti l'ascesa di Hitler potrebbe essere diversa.

La differenza principale è che la cultura russa avrebbe una possibilità di crescere ed evolversi, proprio come gli USA e le nazioni occidentali fecero nella nostra TL.

Il Comunismo eliminò molti grandi elementi della cultura russa che stanno tornando alla ribalta solo oggi, la religione venne messa fuori legge e non ci furono nuove idee da parte del popolo russo.

In questa TL alternativa la cultura della Russia cambierebbe e si svilupperebbe per tutto il 20° secolo, senza rimanere bloccata a causa dei Sovietici.

La Rivoluzione russa fu così influente che non sapremo mai davvero quanto cambierebbe il nostro mondo senza di essa, queste non sono predizioni certe al 100%, perché non sapremo mai davvero cosa sarebbe potuto succedere, ma a volte è divertente.

E se Stalin non fosse mai salito al potere?

Iosif Stalin era il tirannico dittatore dell'URSS che costruì il suo dominio sulla paura e il lavaggio del cervello ideologico, l'eredità delle sue azioni hanno gettato un'ombra sulla storia moderna. Aspettate... Che state facendo? No! Mi rimangio tutto! Stalin era una figura complessa, era un uomo basso, tedioso e malaticcio che in qualche modo riuscì a dominare il paese più grande del mondo semplicemente grazie alla pura brutalità. Nato in una povera e devota famiglia della Georgia (non quella Georgia!), non sarebbe mai dovuto arrivare al potere, ma lo fece comunque. E proprio come con altre figure del 20° secolo come Hitler, Franklin Roosevelt e Churchill, il suo essere al suo posto in quel determinato momento storico cambiò tutto, e l'unico modo per sapere davvero quanto sarebbe differente il mondo senza Stalin è eliminarlo da esso, ed è per questo che ho uno scenario: e se Stalin non arrivasse mai al potere? Beh, prima di poterne discutere, ecco un po' di contesto storico, se conoscete già tutta questa storia cliccate sullo spazio in alto a destra e saltate direttamente allo scenario. Avanti... Fatelo! Roba personale: semplificando al massimo i primi 20qualcosa anni della sua vita, il piccolo Stalin nacque in Georgia, nell'Impero Russo, e visse con i suoi genitori in una famiglia povera. Il suo vero nome era... Ehm... Sua madre voleva che diventasse un prete e ricevette una borsa di studio per frequentare il Seminario Spirituale di Tbilisi, dove iniziò a leggere le controverse opinioni di Karl Marx (e ironia della sorte divenne un ateo). A questo punto, nel 1901, Stalin iniziò a frequentare... Gente diversa, nella fattispecie un movimento rivoluzionario Bolscevico il cui scopo era abbattere la corrotta autocrazia (che volete farci, sono ragazzi). Dopo aver letto le opere di Lenin, Stalin volle salire a bordo della sua nave e si affiliò a lui. I Bolscevichi in questo periodo operavano in clandestinità, al punto che per ottenere fondi per le loro operazioni organizzavano rapine in banca, Stalin non fece altro che lavorare per la causa. Per i successivi 17 anni i Bolscevichi acquisirono lentamente sempre più importanza con l'aumento della rabbia e della sfiducia contro il regime dello Zar. Beh, siamo arrivati alla Prima Guerra Mondiale, e la Russia si prepara ad ammazzare qualche Tedesco! Ma finisce malissimo! Questa guerra brutale e inutile lascia lo Zar in una brutta posizione col suo popolo, che diventa sempre più irrequieto.

Arriva il 1917 e Lenin, che è stato in esilio per anni, torna finalmente nella madrepatria, e la rivoluzione può iniziare! EVVIVA! (Sì, lo so che ho semplificato troppo, controllate il mio video sulla Rivoluzione Russa se volete rispolverare quella storia).

La Russia esce dalla Prima Guerra Mondiale e inizia la Guerra Civile Russa.

Comunisti contro non Comunisti, il giorno contro la notte (Batman contro Superman).

Durante gli scontri Lenin creò il Politburo, del quale entrarono a far parte i leader principali della futura Unione Sovietica.

Era un piccolo gruppo, ma gli unici nomi che dovete ricordare sono Lenin, Stalin e Lev Trockij.

Trockij è quello su cui ci dobbiamo concentrare di più, perché senza Stalin è lui l'ovvio sostituto.

Perché? Perché si supponeva che così dovessero andare le cose.

Chi era Lev Trockij? Trockij crebbe ad Odessa, dove divenne sempre più scontento del regime dello Zar, delle sue politiche antisemite e del disagio della classe operaia.

In qualità di giornalista scrisse delle sue simpatie Comuniste e fu arrestato all'età di 18 anni.

Fu dalla prigione che prese il suo nome di battaglia (Trockij era il cognome della sua guardia carceraria).

Fuggì a Londra, dove incontrò Lenin, e insieme diedero vita ad un giornale Comunista.

Entrò in conflitto con Lenin quando iniziarono scontri ideologici tra i due (una cosa che succede spesso con i rivoluzionari) e nel 1905 entrò in modalità hardcore (per così dire) giurando di combattere letteralmente lo Zar dopo il suo ritorno a San Pietroburgo e unendosi al Soviet della città, un consiglio di operai.

Questa rivoluzione venne sedata. In modo molto duro.

Trockij venne arrestato di nuovo, ma riuscì a fuggire, andando ancora una volta in esilio.

Trockij credeva che il Comunismo dovesse essere universale, voleva una rivoluzione che si diffondesse in tutto il mondo, non solo in Russia.

Nel decennio successivo Trockij rimase in esilio, muovendosi di città in città, scrivendo le sue idee sul Comunismo e diventando una specie di celebrità.

Combatté contro Lenin e i suoi ideali Bolscevichi, che prevedevano un partito più centralizzato, mentre Trockij ne voleva uno più grande e meno rigido.

Quando scoppiò la rivoluzione nel 1917, Trockij colse l'opportunità per tornare in patria. Lui e Lenin tornarono in Russia per guidare la lotta. Tornando in Russia, Trockij e Lenin ricostruirono la loro relazione e divennero alleati (perché quando tutti vogliono ucciderti sei costretto a farlo). Quasi immediatamente i sostenitori dello Zar e tutti quelli che non volevano uno stato Comunista dichiararono guerra al nuovo regime Bolscevico e iniziò la guerra. Trockij era carismatico e idealista all'estremo (l'unico motivo per cui faccio notare queste cose è perché è tutto quello che Stalin NON era). Trockij, col suo zelo rivoluzionario, venne messo a capo dell'Armata Rossa. La guerra che ne risultò fu orribile, entrambe le parti commisero atrocità e molte furono ordinate dallo stesso Trockij per distruggere qualsiasi opposizione. In molte occasioni i Comunisti si ritrovarono sulla difensiva e la sconfitta era sempre una minaccia tangibile. Non pensate neanche per un secondo che Trockij fosse un angelo immacolato, anche se, ovviamente, con la nostra visione del 21° secolo chiunque potrebbe sembrare migliore di Stalin, Trockij era comunque un rivoluzionario fanatico ed estremista. Anche se Stalin fu brutale nell'assicurarsi il proprio controllo personale, Trockij avrebbe ucciso per mantenere il dominio del partito, per lui il sangue era necessario perché l'Unione Sovietica rimanesse al sicuro. Col deteriorarsi della guerra questo sangue venne versato sempre più di frequente, l'opposizione lo considerava un macellaio. Dopo 3 anni di guerra e rivoluzione l'Armata Rossa vinse finalmente contro l'Armata Bianca. Milioni di persone erano morte a causa della guerra o della fame, il paese era in rovina, ma l'Unione Sovietica, il primo paese del suo genere, era nata. La salute di Lenin era in declino, e iniziarono le discussioni su chi avrebbe dovuto succedergli. Nel mondo (e in Russia) Trockij veniva visto come una scelta ovvia, perché era il braccio destro di Lenin, il leader dell'Armata Rossa e uno dei massimi promotori della rivoluzione, ma ci fu un capovolgimento inatteso: l'affamato di potere (e in quel momento nell'ombra) Stalin complottò in modo che all'interno del partito crescesse il sostegno per lui. In pochi anni Stalin assicurò la sua presa sull'URSS, e Trockij venne cacciato dal paese. Passò il resto della sua vita in Messico, dove la sua influenza come scrittore e barlume di speranza di ciò che sarebbe potuto essere divennero una minaccia per Stalin, che ordinò il suo assassinio nel 1940.

Un anno dopo Hitler invase la Russia. Per molti Trockij viene visto come un'alternativa... Ed è per questo che venne ucciso. La sua caduta risultò nell'ascesa di un dittatore, le cui politiche uccisero milioni di suoi compatrioti e la cui presa dirottò la rivoluzione Bolscevica verso un culto della personalità non diverso da quello di Mussolini o Hitler, contro i quali, ironia della sorte, combatté. E quindi, come tradizione, e se in questa TL alternativa Trockij succedesse a Lenin? E se Stalin semplicemente non arrivasse mai al potere? Nella nostra TL Lenin scrisse che Stalin era affamato di potere e che non doveva diventare il suo successore. Trockij avrebbe dovuto usare questa iniziativa per distruggere la base di potere di Stalin, ma invece non fece nulla. In questa TL alternativa Trockij coglie l'opportunità e pubblica le opinioni di Lenin che danno ragione a lui e screditano Stalin (fermando praticamente in corsa la sua scalata al potere). Se questo non funziona, allora avviene qualche altro motivo ucronico per cui Stalin non arriva al potere (non lo so, dobbiamo parlare di molte cose), ma il punto è fuori Stalin dentro Trockij. Gli Americani amanti della libertà come me, che amano il capitalismo e le grigliate e tutto quello che comporta la libertà, molto spesso credono che il Comunismo sia un'unica ideologia, ma proprio come voi non penserete che Repubblicani e Democratici si amano l'un l'altro solo perché concordano sulla democrazia, lo stesso vale per l'Unione Sovietica. La differenza fra Trockij e Stalin non sta solo nel fatto che Stalin finì con l'uccidere milioni di persone, i due avevano una mentalità differente sul come raggiungere il Comunismo e su che parte dovesse avere nel mondo. Stalin aveva un'idea chiamata Socialismo in Un Solo Paese, che si può riassumere in "Tutti vogliono ammazzarci, allora perché cercare di espanderci?", che non era particolarmente inesatto (considerando il fatto che tutte le potenze europee e occidentali finanziarono l'Armata Bianca). Stalin credeva che siccome le rivolte Socialiste in Europa erano fallite, il modo migliore d'agire era concentrarsi non sulla rivoluzione mondiale, ma sul mantenere quello di cui si era già in possesso.

E cos'è che aveva già l'Unione Sovietica? Stalin. Perciò... Mantenetemi al potere. Trockij e i suoi seguaci, che aderivano appunto al Trotskismo, beh, erano parecchio in disaccordo con quest'idea. Sostenevano che il Comunismo come obiettivo finale non dovesse avere confini, perciò questo "approccio in un solo paese" non andava affatto bene. Erano più tradizionalisti, credevano nell'idea di Marx e Lenin che tutti gli operai del mondo si sarebbero uniti e che il Comunismo globale sarebbe stato una cosa naturale. Trockij, in quanto rivoluzionario duro e puro, pensava che l'Unione Sovietica dovesse finanziare le rivoluzioni Socialiste in tutto il mondo perché ciò accadesse. In questa TL alternativa l'Unione Sovietica non segue il percorso dello Stalinismo, ma quello del Trotskismo. Cosa cambia? Un sacco di cose (ovviamente in uno scenario non tutto può essere predetto con precisione, così come sicuramente non tutti i dettami del Trotskismo verranno applicati, forse a causa dell'opposizione o perché abbandonati dopo aver constatato che non funzionano, ma per amore dello scenario diciamo che questo avviene). Nella nostra TL lo Stalinismo portò immediatamente l'URSS in un'era di autoritarismo autocratico, dove regnavano supreme la brutalità e la paranoia. Proprio come i Nazisti espulsero e distrussero ogni opposizione, si creò immediatamente un culto della personalità intorno a Stalin. Diede il via a delle purghe immense con le quali diede la caccia ai vecchi Bolscevichi che non erano d'accordo con lui finché non si estinsero, tutti quelli che potevano essere una potenziale minaccia venivano o giustiziati o mandati nei gulag. In questa TL alternativa l'Unione Sovietica non è uno stato autoritario centralizzato, non si può paragonare ad una repubblica come gli Stati Uniti o i paesi dell'Europa occidentale, ma non è uno stato di enorme morte politica. Il termine Dittatura del Proletariato in realtà non implica la dittatura, ma sotto Trockij viene invece implementata la "Democrazia Sovietica". In questo scenario alternativo l'Unione Sovietica è composta da numerosi consigli di operai eletti democraticamente, i Soviet, che eleggono i loro rappresentanti nel più grande Consiglio dei Soviet.

È quasi come... Un'unione... Di Soviet. Questo è quello che si intendeva per "dittatura", invece di essere i nobili, i capitalisti o gli ecclesiastici a prendere le decisioni, secondo le opinioni di Trockij è la classe operaia il corpo principale al potere (non riesco proprio a dire se questo stato di cose sarebbe stato efficace o meno, ma quello era il piano originario). Non c'è un singolo individuo che controlla tutto, è il partito a farlo. "Wow", direte voi, "Non sembra... Affatto tremendo" (sì, ma tenete anche in mente che è di Trockij che stiamo parlando, colui che credeva che la rivoluzione non finisse mai). L'Unione Sovietica diventa fornitrice mondiale di ribellioni Socialiste, un buon equivalente moderno è l'Arabia Saudita (ma di lei parleremo un altro giorno). L'Unione Sovietica utilizza la sua forza per finanziare gruppi militari e partiti Comunisti e Socialisti di ogni tipo in tutto il mondo. Con Stalin al potere l'Unione Sovietica voltò le spalle a questi rivoluzionari, tranne che in Spagna. Secondo l'idea di Stalin di Socialismo in Un Solo Paese l'Unione Sovietica doveva semplicemente preservare sé stessa, o, per semplificare, Stalin voleva preservare Stalin. Con Trockij come leader l'URSS adotta un approccio più... Altruista, in mancanza di termini più adeguati. La rivoluzione costante DOVEVA essere raggiunta (se riesca in ciò o meno in questa TL alternativa lo lascio alle vostre opinioni), ma quello che realisticamente fa è: 1) rende l'URSS un'antagonista dell'Occidente ancora più grande che nella nostra TL in cui Stalin si concentrò sul suo popolo, 2) drena parecchie risorse dell'URSS e 3) fa incazzare UN SACCCO DI PERSONE. Sotto il Trotskismo l'URSS è un'antagonista molto più temuta negli anni '30. "Oh, perciò è come quando i Sovietici crearono il Blocco orientale durante la Guerra Fredda", direte voi. NO, questa è una mentalità completamente differente, tutta quella cosa del "creiamo una Cortina di Ferro dopo la Seconda Guerra Mondiale e finanziamo regimi Comunisti in Asia" non venne fatto per la "nobile" idea di "diffondere l'utopia Socialista", servì a creare una zona cuscinetto contro i nemici della Russia. Questa mentalità nacque con Stalin, ma in questa TL alternativa la politica estera Sovietica è estremamente combattiva e zelante e non dà la priorità alla sicurezza della Russia rispetto a quella degli altri paesi. Questa era una delle idee principali di Lenin, e con Trockij continuerebbe, e quale sarebbe il modo migliore per far unire gli operai di tutto il mondo se non una grande depressione? A livello internazionale, durante gli anni '30, i Sovietici danno una fortissima priorità al far scontrare le rivoluzioni Comuniste con l'Occidente capitalista, praticamente si tratta di colpire il tuo avversario mentre è ancora a terra, Trockij non avrebbe MAI voluto negoziare con i capitalisti. Ovviamente non utilizzerebbe tutte le sue risorse per finanziare la gente, ma certamente farebbe molti più danni di quanti non ne fece Stalin. Nella nostra TL Stalin era un folle paranoico, vedeva tutto e tutti come una potenziale minaccia, ma ciò di cui si fidava meno era il mondo esterno e credeva che l'URSS sarebbe stata annientata dalle potenze capitaliste se non si fosse industrializzata. Pensava che prima o poi sarebbe scoppiata una guerra mondiale e che se voleva sopravvivere, l'URSS sarebbe dovuta progredire tecnologicamente di decenni.

Il problema è che la maggior parte della Russia aveva questo aspetto:

Negli anni '30 i Piani Quinquennali reinventarono la società russa, presero una nazione che una generazione prima si trovava ancora praticamente nell'era feudale e la trasportarono nel 20° secolo scalciando e urlando. E per scalciando e urlando intendo dire che politiche senza cuore portarono alla morte per fame di milioni di persone. Perciò, cosa accade in questa TL alternativa? Hitler prende comunque il potere in Germania, i Nazisti hanno ancora l'idea del Lebensraum e non conta chi sia al comando in Russia, la Germania vuole comunque quella terra. Beh, in questa TL alternativa i Piani Quinquennali ci sono comunque, milioni di persone potrebbero morire lo stesso, perché l'industrializzazione era un'idea di Trockij, non di Stalin, Stalin semplicemente gliela rubò dopo averlo cacciato dal paese. Perciò in questo scenario potremmo vedere comunque un'Armata Rossa industrializzata, proprio come nella nostra TL. E allora quale sarebbe la differenza principale? Stalin era un idiota, talmente un idiota che pensò di potersi fidare di un regime nato dall'odio esplicito per il Comunismo.

Prima del 1941 Hitler e Stalin ebbero perfino una specie di alleanza dopo che insieme invasero, stuprarono e massacrarono i Polacchi, ma la maggior parte dei Russi dotata di buon senso capì che di Hitler non ci si poteva fidare, infatti molti riferirono che i Nazisti stavano preparando un'invasione, ma Stalin non fece niente. Trockij invece capì il pericolo che rappresentava in realtà il Nazismo: l'intensa retorica anticomunista, l'ideologia violenta, la cosa dell'"Ehi, ci PRENDEREMO LA TUA TERRA", penso che in questa TL alternativa Trockij non sarebbe rimasto immobile a permettere che i Nazisti conducessero la guerra alle proprie condizioni. In questa TL alternativa sarebbe l'URSS a invadere la Germania Nazista, NON il contrario. Trockij, anche se era un intellettuale e credeva in un modo di governare meno autoritario era comunque brutale. C'era un motivo se divenne il comandante dell'Armata Rossa e con lui in carica la Russia non sarebbe mai rimasta passiva. In questo scenario, invece dell'"attacco a sorpresa alla Russia" l'Unione Sovietica invade la Polonia e la Germania (non posso predire come andrà questa guerra, ma senza la stupidità di Stalin l'Armata Rossa sovietica è uno strumento molto più efficace e terrificante contro i Tedeschi). Ma potrebbe rivelarsi troppo efficace: l'Unione Sovietica potrebbe stabilire una serie di regimi Comunisti, proprio come nella nostra TL, solo che stavolta lo farebbe in Germania.

Adesso guardate questa cosa dalla prospettiva degli Alleati: sotto Trockij l'Unione Sovietica ha finanziato ribellioni Comuniste internazionali in paesi come Francia, Inghilterra e Stati Uniti, la cosa che per essa più si avvicinava ad un nemico. Certo, la Germania Nazista era certamente orribile, ma questa nazione Comunista, con la quale nessuno è alleato, ha invaso e diffuso la sua ideologia su tutto il continente europeo. Voi cosa fareste? Beh, nella nostra TL Churchill voleva combattere i Sovietici anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, perciò in questa TL alternativa l'Occidente forse non sarebbe felicissimo di vedere l'Armata Rossa di Trockij scorrazzare per la Germania. In questo scenario alternativo il Fascismo, anche se malvagio, ha vissuto troppo poco per essere visto come una grande minaccia, mentre il Comunismo è un nemico vecchio decenni. Sì, potremmo vedere una Seconda Guerra Mondiale... Ma sarebbe tra Occidente e Unione Sovietica. Questa avrebbe molte ramificazioni:

1) Se i Russi invadono la Germania, costringono grandi numeri di Nazisti alla clandestinità. I timori dei Nazisti e dell'estrema destra verrebbero legittimati e senza i crimini di guerra e gli orrori dell'Olocausto il Fascismo non viene mai screditato, bensì martirizzato.

2) Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Italia e movimenti clandestini anticomunisti in tutta Europa combattono la guerra contro i Sovietici. Non posso predire quanto sarà lunga questa guerra o quanti verranno uccisi, ma dovete tenere a mente che tutti stanno combattendo i Russi. Forse la Russia viene cacciata dall'Europa, forse l'Occidente decide di distruggere la fonte del Comunismo internazionale, ma questo significherebbe un altro conflitto terrestre contro la Russia, solo che invece dei Nazisti ci sarebbero Inglesi, Francesi, Tedeschi e Americani che combatterebbero uniti.

In questa TL alternativa il Fascismo non muore, rimane un'alternativa politica legittima e spesso popolare nella società occidentale. La Guerra Fredda non c'è, perché è già diventata calda e le relazioni politiche seguenti alla Seconda Guerra Mondiale cambiano in modi che non posso neanche predire.

Trockij non era un santo, era simile a Stalin in molti modi, ma era anche meno autoritario e più idealista, se fosse arrivato al potere sarebbe stato un eroe per diverse persone e, molto probabilmente, uno degli uomini più odiati della storia. Milioni di persone sarebbero comunque morte di fame sotto il suo regime, e altri milioni sarebbero morti in una guerra alla quale avrebbe potuto dare inizio. Quello che mostra questo scenario è che senza Stalin il 20° secolo cambia completamente. La Greatest Generation, la cultura moderna, dipenderebbe tutto da un uomo che 80 anni fa venne cacciato dal suo incarico. Questo è solo uno scenario su se Stalin non fosse mai arrivato al potere, non sapremo mai come sarebbero potute cambiare le cose, ma è divertente fare teorie.

Chiudiamo per ora con l'idea di Federico Sangalli: Nel 1917 in Russia scoppia la Guerra Civile e la Monarchia è rovesciata ma le Centurie Nere si organizzano in speciali Corpi Franchi e coagulano intorno a se i monarchici, i borghesi, i kulaki e i militari, si accordano con le forze democratiche e moderate e ottengono il supporto delle potenze straniere, sconfiggendo i bolscevichi. L'ostilitá popolare per la Monarchia é ancora grande e per tanto viene proclamata la repubblica (opzione appoggiata da borghesi e democratici) detta Repubblica di Tula, dalla città ove viene proclamata. Il socialdemocratico Julius Martov ne viene eletto primo Presidente ma deve affrontare condizioni molto dure, il paese è a pezzi, gruppi estremisti si combattono per le strade, la Russia ha debiti di guerra enormi verso i vincitori e deve accettare l'occupazione di molte zone strategiche in nome della"riconoscenza" verso le nazioni che l'hanno aiutata a vincere la guerra civile e che ora si presentano a batter cassa. In particolare gli inglesi occupano le ricche regioni del Caucaso mentre i francesi fanno la stessa cosa in Ucraina. Ad Est ilGiappone spilucchia territori dalla Siberia. Nel 1923 Martpv muore e gli ultraconservatori guidati dall'Ammiraglio Kolchak vincono le elezioni ma la crisi aumenta e peggiora notevolmente con la crisi del debito nel 1929. Dopo molti governo falliti e spesso guidati dal delfino di Kolchak, il Generale Denikin, al presidente non resta ormai che dare la carica di Primo Ministro al leader del Partito NazionalSocialista dei Lavoratori Russi (Partito Nazista), che ha vinto le ultime elezioni dopo il tristemente famoso Incendio della Duma, un georgiano di nome Josif Stalin. Poco dopo Kolchak muore permettendo a Stalin di assumere tutti i poteri e proclamarsi Lider del popolo russo. La sua politica vede mischiato nazionalismo e voglia di rivalsa a teorie razziste verso le minoranze etniche che vengono sistematicamente sterminate nei terribili Gulag. In Germania intanto gli spartachisti fucilano Guglielmo II e danno il via ad una violenta rivoluzione: né segue una sanguinosa guerra civile che vede vincitori i comunisti guidati da Karl Liebknecht, che tuttavia muore poco dopo nel 1924 senza essere riuscito ad abrogare le leggi speciali promulgate in tempo di guerra che hanno reso la Union der Sozialistischen Sowjetrepubliken (USSR) uno stato totalitario: dallo scontro tra i moderati di Rosa Luxemburg e i massimalisti di Ernst Thaelmann emerge vincitore un candidato di compromesso, lo sconosciuto ma presto tristemente famoso Adolf Hitler. Egli spazza via entrambe le opposizione tramite fucilazioni sommarie e campi di sterminio (la Luxemburg muore in un Campo di Concentramento mentre Thaelmann verrà esiliato e poi assassinato da un sicario in Messico nel 1940). Le purghe hitleriane spazzano via qualunque opposizione danno il via ad un vero e proprio culto della personalità. Ma, mentre Hitler in Germajia si dedica al fronte interno, sterminando sistematicamente gli oppositori e purgando violentemente i vertici delle forze armate grazie al suo fedele braccio destro Heirich Himmler, capo del Komitee für Staatssicherheit (KSS), in Russia Stalin, preso il controllo della società grazie alle sue SK (Shrurmovyye Komandy), guidate dal fanatico nazista Lavrenty Berija, inizia a rivendicare chiaramente territori vicini, in virtù di una sorta di spazio vitale che la Russia deve trovare in Europa Centrale per poter sopravvivere. Nel 1935 egli invade la zona demilitarizzata del Caucaso senza che le potenze europee dicano nulla. Nel 1938, grazie alla Conferenza di Smolensk, ottiene di poter fagocitare sia l'Ucraina che gli Stati Baltici. Poco dopo costringe la Finlandia a cedergli la piazzaforte di confine di Hango. La Germania comunque non sta a guardare: finite le purghe e proclamate pomposamente le nuove città di Liebknechtburg (Amburgo) e Hitlerburg (Monaco di Baviera), Hitler nel 1939 firma il Patto Ribbentrop-Molotov e ottiene così il possesso della Cecoslovacchia e successivamente combatte la Guerra d'Inverno contro la Danimarca. Tuttavia il patto conteneva anche clausole segrete di spartizione della Polonia ed è per mettere in atto queste che Stalin invade il paese nel settembre del 1939, dando inizio alla Seconda Guerra Mondiale. La Germania rimane neutrale fino all'invasione russa del 22 giugno 1941 a seguito della cosiddetta Operazione Ivan il Terribile. Alla fine della guerra e con il suicidio di Stalin, la Russia viene spartita tra i vincitori e nascono la Russia Est, capitale Irtusk, filo-occidentale, e la Russia Ovest, capitale Mosca a guida comunista. La Russia si riunificherà soltanto nel 1989 con la caduta del Muro di Mosca mentre in Germania la difficile fase democratica porterà al potere un uomo forte, l'ex falco dei servizi segreti KSS Arnold Schwarzenegger, detto il nuovo Kaiser di Germania, che ha iniziato un duro conflitto contro il governo svizzero in difesa delle regioni tedescofone della Confederazione. In Russia invece la Cancelliera Irina Khakamada, detta affettuosamente Mat dal suo popolo, é oggi ritenuta da molti come il principale baluardo dell'Unione Europea. Che ne dite?

·         Sinistra italiana,  ora devi archiviare  il Novecento.

Sinistra italiana,  ora devi archiviare  il Novecento. Pubblicato martedì, 03 settembre 2019 da Walter Veltroni su Corriere.it. Leggere in questi giorni il bel libro di Paolo Franchi Il tramonto dell’avvenire. Breve ma veridica storia della sinistra italiana, edito da Marsilio, provoca una sensazione di straniamento. Per l’Enciclopedia Treccani questa parola corrisponde a «effetto di sconvolgimento della percezione abituale della realtà, al fine di rivelarne aspetti nuovi o inconsueti». Questo vale per la teoria letteraria, ma si attaglia benissimo alla condizione di chi ha vissuto, creduto, o semplicemente osservato la storia grande e tragica di quella somma di valori e di idee che siamo abituati a chiamare «sinistra». Questa definizione nasce dalla scelta dei rappresentanti più radicali del popolo di sedersi da quella parte alla convocazione degli Stati generali, nel 1789. Racconta Michel Vovelle che nel corteo pubblico dei rappresentanti degli Stati generali, dopo il clero e la nobiltà, sfilavano i rappresentanti del Terzo Stato «umilmente vestiti di nero». È perché il popolo non dovesse essere più al terzo posto della gerarchia sociale e non dovesse più vestire il nero della subordinazione che è esistita, nella storia, quella congerie di idee, programmi, valori che siamo soliti definire sinistra. Paolo Franchi, «Il tramonto dell’avvenire. Breve ma veridica storia della sinistra italiana», esce per Marsilio il 5 settembre (pp. 415, euro 19)La sinistra ha avuto un rapporto conflittuale, ecco la pianta velenosa, con la libertà degli umani. Quando la lotta per l’emancipazione degli uomini e la loro libertà sono entrate in conflitto si sono scritte pagine sanguinose della vicenda umana. I gulag, le purghe, la tragedia ungherese, l’invasione della Cecoslovacchia sono la punta dell’iceberg di modelli ideologici e politici fondati sul partito unico, la negazione del pluralismo politico e ideale, sulla obbedienza come valore, sull’autoritarismo. È la storia dei Paesi i cui sistemi furono edificati in nome di qualcosa che fu chiamato «socialismo». Ma la stessa parola fioriva sulla bocca di Willy Brandt e di Olof Palme, di Giacomo Matteotti e di Carlo e Nello Rosselli. E significava «libertà». Paolo Franchi (Roma, 1949) ha lavorato nella stampa del Pci, è stato capo della redazione di Roma ed editorialista del «Corriere», ha diretto «il Riformista» Il libro di Franchi, un bel libro, racconta la storia delle alterne vicende della sinistra italiana partendo dal 1976. Questa datazione corrisponde alla particolarità del sincero lavoro di ricostruzione al quale Franchi ha dedicato non solo la sua competenza, ma molta parte della passione civile e del coinvolgimento personale che legano la sua vicenda umana a quel grumo di idee e di persone che hanno condotto o attraversato la storia di partiti e movimenti della sinistra. In questo libro «il privato è politico», perché Franchi, con onestà intellettuale, non mette da parte le sue idee, le sue convinzioni e anche le ferite dalle quali fu segnata la sua esperienza politica nella organizzazione giovanile comunista. Il testo è, persino nella sua struttura di racconto, un convincente intreccio di dati oggettivi, opinioni personali, testimonianza «dall’interno». Questo rende ricostruzioni e giudizi certamente opinabili, ma non arbitrari. La storia del volume, per queste ragioni, non comincia dove, secondo me, inizia la fine. Dalla tragedia dell’Ungheria del 1956. E dalla scelta del Pci di Togliatti di «stare da una parte della barricata». I verbali della direzione comunista sul tema sono illuminanti. Togliatti sentenziò: «Si sta con la propria parte anche quando questa sbaglia». Di Vittorio, preoccupato anche dell’unità di socialisti e comunisti nella sua Cgil, disse, sfidando il Migliore: «Dopo alcuni giorni dall’inizio del movimento è apparso che non si tratta di un putsch, ma di larghe masse in azione. Facendo senz’altro nostra l’idea che chi ha preso le armi era controrivoluzionario commettevamo un errore e non si convinceva nessuno. Non ha convinto neanche me. Possiamo sfidare una parte della classe operaia?». Alla discussione partecipava anche il giovane segretario della Fgci, Berlinguer, che, sottraendosi all’idea del semplice complotto anticomunista, disse: «In Ungheria c’è stata un’esplosione di malcontento popolare e ciò esige di spiegarne le cause. Quel partito si è sfasciato». E poi si schierò a favore della pubblicazione della lettera dei 101 intellettuali di area comunista che criticavano radicalmente l’intervento. Togliatti replicò secco: «La lettera non si deve pubblicare, perché già data alla stampa borghese». E invece avevano ragione i 101 e torto il Pci. Se, in quel momento il Pci, che ne aveva la possibilità culturale — data dal pensiero gramsciano — e quella politica — data dall’esperienza unitaria della Resistenza, del sindacato, delle giunte rosse — avesse avuto il coraggio di rompere l’ appartenenza al campo ideologico, si sarebbero create le condizioni, con Nenni, per la nascita del grande partito del socialismo liberale che l’Italia non ha avuto. È questo il tema del libro di Franchi: come mai la sinistra italiana che, unita, non aveva una forza elettorale inferiore a quella della Dc, non ha mai scelto la via della convergenza delle proprie diversità? Quella tra socialisti e comunisti è la storia di una «conversazione continuamente interrotta». Quando il Pci parlava di compromesso storico, il Psi era sulla linea dell’alternativa; quando poi, dopo la morte di Moro, Berlinguer scelse la prospettiva di uno schieramento «altro» dal partito di maggioranza relativa, il Psi di Craxi si infilò, restandone imbrigliato, nella tela di ragno del pentapartito. E così, quel 40 per cento, che insieme viveva nelle organizzazioni di massa e nelle amministrazioni locali, non arrivò mai a spendere le sue possibilità nel confronto politico nazionale. Pesarono reciproci sospetti e legittimi desideri di autonomia. Ma forse era già tardi. Il treno era passato venti anni prima di quel 1976 da cui Franchi parte. Berlinguer non pensava «che si dovesse stare dalla propria parte anche quando si sbaglia» e interruppe i finanziamenti dal Pcus, condannò il golpe in Polonia e l’intervento in Afghanistan e si disse più sicuro sotto l’ombrello della Nato che sotto quello del Patto di Varsavia. In quegli stessi anni il Psi maturava una lettura innovativa sul piano istituzionale, la democrazia governante e, a Rimini, parlava di alleanza tra «merito e bisogno». Due innovazioni che non si incrociarono mai. Occhetto, del quale secondo me solo la storia apprezzerà il coraggio, andò oltre e, trasformandolo, mise in sicurezza un patrimonio che altrimenti si sarebbe dissipato. Ma in quegli anni, Franchi lo descrive bene, la spinta innovativa del nuovo corso socialista era intanto implosa in un apparato che la contraddiceva. 

Ancora un appuntamento mancato. Socialisti e comunisti, guardando alla storia di quegli anni, hanno ragioni, il tempo aiuta a farlo, per riconoscere i propri integralismi e le proprie furbizie. Nessuno ha avuto ragione, se — diversamente da Francia, Germania e Spagna — la sinistra non ha mai governato, insieme, questo Paese. L’autore del libro ricorda, ne aveva parlato Formica con me in una recente intervista, l’impressione che fece a Craxi il modo in cui, mentre faceva a Praga una scritta su un muro in favore del socialismo — quello della libertà — fu apostrofato da qualcuno che gli fece capire che, sotto il muro del 1989, era rimasto non solo il comunismo, ma, forse, anche l’idea stessa del socialismo. Bisognava tenere i valori della sinistra, nel nuovo millennio, ma depurandoli del riferimento alla storia del Novecento. Per questo lo straniamento della lettura del libro nasce dal panorama del nostro tempo: la sinistra socialista ai minimi termini in Germania, in Francia, nel Nord Europa delle socialdemocrazie, in Grecia, nell’America Latina.. E poi Trump, Johnson, i neonazisti che riemergono… Un tema, l’ecologia, che la sinistra non riesce a declinare. La sinistra, tutta, fatica a trovare le parole giuste per un mondo che, in poco tempo, ha capovolto i paradigmi della società del Novecento. Ma starei attento a dire che non esiste più. Affermazione che spesso si accompagna, semplicisticamente e simmetricamente, all’idea che neanche la destra sia più tra noi. Il che non appare rispondente al vero. Continuo, con Franchi, a pensare che quella differenza esista. C’era al tempo di Spartaco, c’è nel tempo degli algoritmi.

·         Il grande bluff del populismo di sinistra.

“IL POPOLO È UNA BRUTTA BESTIA. DOBBIAMO COMINCIARE A EDUCARE LA GENTE”. Gianni Carotenuto per Il Giornale il 12 Settembre 2019. "Il popolo senza mediazioni è una brutta bestia. Dobbiamo cominciare a educare la gente". Ospite di una delle ultime puntate di "In Onda", su La7, Achille Occhetto si è lanciato in una lunga riflessione sulla politica italiana e sul ribaltone parlamentare che ha portato alla nascita del governo giallorosso. Un'alleanza di governo, quella tra Pd e 5 Stelle, che ha riportato la Lega all'opposizione. L'uscita di Matteo Salvini dal Viminale è stata accolta da Occhetto - ultimo segretario del Pci e artefice della svolta della Bolognina che nel 1991 portò alla nascita del Pds - con grande soddisfazione. E un lunghissimo sospiro di sollievo. "Noi, in Italia, siamo arrivati a una situazione che faceva paura. Ero spaventato da qualche cosa che non riguarda solo Salvini, ma dalla sottocultura che si è sviluppata nel nostro Paese. Credo che tutto questo non sarà cancellato da un colpo di spugna", l'inizio della riflessione di Occhetto, il quale ha parlato poi di una "sottocultura legata all'odio, del disprezzo degli altri e dei diversi, alla capacità di creare passione sulla base del pericolo e quindi si crea fatalmente un pericolo che una volta è uno e una volta è un altro, e si determina nella parte più pronta ad accettare tutto questo: una situazione irrazionale", il giudizio di Occhetto, che subito dopo ha fatto un richiamo al fascismo e al fondatore del Pci, Antonio Gramsci. "Gramsci scriveva che il fascismo era riuscito a prendere la parte peggiore del popolo italiano. Gramsci non era radical-chic, parlava del popolo in modo giusto". Quindi l'affondo contro gli italiani che non si riconoscono nella sua stessa idea di società: "Il popolo senza mediazioni è una brutta bestia. Dobbiamo cominciare a educare la gente contro questa idea di popolo. Un popolo che è stato aizzato contro le istituzioni". Parole durissime che sono passate inosservate per qualche giorno, prima che Matteo Salvini le diffondesse sui social commentandole così: "Il popolo è una brutta bestia, dice l’ex segretario comunista. Cosí va bene sprangare l’ingresso di Montecitorio a sfregio di migliaia di persone che chiedevano solo la più alta espressione della democrazia: le elezioni". Il riferimento del segretario leghista è a quanto successo lunedì a margine della manifestazione contro il governo indetta da Lega e Fratelli d'Italia, quando le forze dell'ordine erano intervenute per impedire a centinaia di persone di spostarsi verso la Camera dei Deputati. "Ma ormai a Pd, sinistra e loro alleati evidentemente il popolo fa un po’ schifo", la chiosa finale del leader del Carroccio.

Occhetto: "Frainteso, Salvini dà notizie a metà". Poche ore dopo, ad Adnkronos, la replica di Occhetto: "Evidentemente Salvini ha l'abitudine di dare notizie a metà, la mia frase non intendeva dire che le classi subalterne e popolari siano una brutta bestia, ma che il popolo, inteso in senso indiscriminato e senza mediazioni, può essere una brutta bestia". Quindi l'ex segretario del Pci si giustifica: "Ho citato affermazioni di un uomo che era di sinistra e ha pagato la sua battaglia con la vita: Antonio Gramsci. Tutti i grandi leader, da Gramsci a Lenin, hanno criticato la nozione generica di popolo, alla quale sostituiscono quella di classe, di ceti medi, di contadini, di operai, che per me, a differenza di Salvini - conclude Occhetto - non sono delle brutte bestie".

L’incompetente. Scusate, ma dove lo vedete il rosso nel governo giallo-rosso? Il nuovo esecutivo e non solo: le recensioni senza inutili millanterie.  Luca Bottura il 6 settembre 2019 su L'Espresso. ROSSO, colore primario. Utile in diversi contesti, tra i quali la maglia del Bologna, i semafori, le corride – nelle quali è comunque consigliabile schierarsi sempre per il toro – il rosso fa parte dei colori primari additivi. Miscelato al blu, determina il viola mentre, unendolo al giallo, crea l’arancione. Molto efficace a livello figurativo (rosso è il Natale, rosso è il calore, rosse sono le luci che inspiegabilmente pubblicizzano alcune patatine) è utilizzato nel campo sociale per definire forze afferenti alla tradizione del socialismo e/o del comunismo, movimenti del secolo passato a cui si richiamano diverse forze politiche perloppiù radicali, o almeno così vengono definite nel nostro Paese, dove è radicale anche non parcheggiare in doppia fila. Il Partito Democratico, nato nel 2007 in Italia dalla fusione tra una forza socialdemocratica – i Democratici per la Sinistra – e una moderata di ispirazione cattolica (la Margherita) sta a quella tradizione come la Coca Cola Zero al Brunello di Montalcino e definire “rossi” i suoi esponenti può essere conseguenza solo dell’assunzione di sostanze lisergiche o di un qualunque salario da parte di entità editoriali della cosiddetta Destra Cattivista. Ne consegue che definire giallorosso l’esecutivo formato da Giuseppe Conte rappresenta una corposa forzatura o, per utilizzare una modalità espressiva più vicina alle entità editoriali di cui sopra, una epocale stronzata.

GIUDIZIO: semaforo rosso.

ULTRA'. Stato mentale. Nel saggio che prima o poi mi piacerebbe dare alle stampe per Micromega, “Prolegomeni del paraculismo: il caso italiano” è previsto un capitolo piuttosto diffuso sui tifosi degli stadi, e su come la mentalità passivo/aggressiva delle curve abbia esondato in ogni anfratto pubblico e privato, cercando sempre e comunque di ammantare anche le peggiori ribalderie con una qualche motivazione razionale, oggettiva, pro domo propria. Ringrazio perciò gli ultras dell’Inter, società che probabilmente vincerà il campionato, i cui proprietari hanno appena investito nella campagna acquisti una cifra che equivale al Pil del Gambia o al denaro necessario per far avere una licenza media a Tony Nelli (a proposito: ciao Tony, ci mancherai, o quasi), i quali hanno ritenuto di scrivere una lettera aperta per “spiegare” a Romelu Lukaku, il centravanti nerazzurro di origini congolesi, che i loro “colleghi” di Cagliari, bersagliandolo con cori scimmieschi, non intendevano affatto essere razzisti. Se vi capita (si trova sul web) apprezzate con me il minuetto lessicale con cui al povero centravanti viene raccontato che da noi il razzismo non c’è, che è normale tifare contro, che – anzi – se gli fanno gu-gu è un segno di rispetto perché ne temono il talento. Tutto questo per un malinteso senso di appartenenza (erano ultrà anche quelli del Cagliari, che peraltro invece si è scusato per i propri tifosi: viva) che tratterò nel successivo saggio per Micromega: “Mentalità mafiosa e difesa oltranzista della propria appartenenza, meglio se dedita a una qualunque causa del menga”. ’sti peracottari.

GIUDIZIO: Grazie ragazzi (tata tatà ta). Grazie ragazzi (tata tatà ta)

Pd-M5S: "un governo fondato sulla convenienza, non sugli ideali". Capriole opportuniste, assenza di etica, bramosia di potere: così la sinistra cancella la sua storia. Il popolo non lo dimenticherà. Serve una nuova forza popolare e democratica. Parla l’ex sindaco di Roma. Ignazio Marino su L’Espresso l'8 Settembre 2019. Qualche sera fa un uomo d’affari e noto filantropo americano mi ha chiesto un’opinione sulla situazione politica e sociale in Italia. Ero appena usci­to dalla mia Università, a Philadelphia, e mi sono lasciato coinvolgere volentieri. Conosco la profonda cultura internazionale del mio amico e ci lega una condivisa passione per l’arte e l’archeologia: mi è sembrata un’ottima occasione per esporre le mie riflessioni, quasi sempre eretiche rispetto ai dogmi della politica. Il mio pensiero si è proiettato oltre le valutazioni sul presidente del Consiglio, sul M5S, sul Pd e sulle altre formazioni politiche. Ho raccontato del Comune di Riace perché il mio interlocutore ne conosce e ne ammira i bronzi. Un ottimo spunto per raccontargli che anni fa avevo visitato l’antico borgo ripopolato da persone fuggite dai loro Paesi e che lì avevano iniziato una nuova vita grazie alle loro attività artigianali: chi soffiava il vetro, chi intrecciava tessuti, chi modellava ceramiche. Era stata riaperta anche la scuola elementare per i bambini che finalmente erano tornati a far rivivere l’antico borgo. Uno di loro mi aveva dato una lezione che non dimenticherò. Quando gli avevo chiesto come mai fosse a Riace e perché da solo, mi aveva risposto così: “Tre anni fa, quando avevo 5 anni, la mia mamma, in Afghanistan, mi consegnò a degli sconosciuti e piangendo mi disse, figlio mio oggi non puoi capirmi ma io desidero che tu vada via perché spero che tu possa crescere in un paese dove potrai studiare, dove non rischierai di essere ucciso da una mina, e dove, se ti ammalerai, potrai essere curato”. In quelle parole, pronunciate da un bimbo straniero in perfetto italiano, erano condensati tre principi fondamentali sanciti dagli articoli 11, 32 e 34 della nostra Costituzione: il ripudio della guerra, il diritto all’istruzione e l’accesso alle cure. Ma c’era anche la speranza. Quella di cui l’Italia attualmente scarseggia ma per la quale vale la pena continuare a impegnarsi. Ed è di questo che voglio scrivere oggi. La formazione di questo governo nell’estate 2019 ha un significato molto più profondo dell’unione di due forze politiche che fino a pochi giorni fa affermavano di non avere nulla in comune. Con questa decisione chi rappresenta la sinistra in Italia cancella le ideologie e i valori della propria storia. Non si dica, per favore, che anche ai tempi di statisti come Aldo Moro ed Enrico Berlinguer si trovarono percorsi comuni, perché quei percorsi erano stati costruiti con profondo e severo lavoro intellettuale e culturale, raggiungendo risultati tangibili e duraturi. Penso al drammatico 1978, l’anno dell’assassinio di Aldo Moro. Allora la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista approvarono insieme la legge 194 per cancellare il dramma degli aborti clandestini, la legge 180 per la chiusura dei manicomi e la legge 833 per attuare l’articolo 32 della Costituzione e istituire il Servizio Sanitario Nazionale. Votarono insieme tre leggi che incidono tuttora profondamente sulla società Italiana. Oggi i partiti che affermano di rappresentare la sinistra si siedono al governo con una forza politica che solo tre settimane fa ha votato il decreto sicurezza bis che prevede l’arresto per chi salva una donna incinta o un bambino in mare e li conduce in porto contro il parere del ministro dell’Interno. Preferisco essere minoranza per sempre se la maggioranza la pensa così. Eppure non rinuncio a sperare che valori come la scuola pubblica, la sanità pubblica, l’accoglienza, i diritti civili, la dignità di un lavoro, la laicità dello Stato, possano tornare a essere condivisi dalla maggioranza degli Italiani e al centro dell’azione del governo e del Parlamento. Lo sono stati quando grandi uomini e donne in quel palazzo di piazza di Montecitorio, lo stesso che ha ospitato gli incontri di questi giorni, scrissero la nostra carta costituzionale: quella che tre anni fa alcuni politici avrebbero voluto stravolgere. Ho cercato di comprendere se il mio sconcerto non fosse un mio limite. Se fossi io a non percepire quel serio lavoro di approfondimento che in pochi giorni può aver portato a condivisioni programmatiche forze politiche così differenti, come è accaduto negli anni ’70. Non sono riuscito a individuare nulla di simile e la memoria è tornata a tempi più recenti quando, nel 2009, corsi per la segreteria nazionale del Pd. Anche Beppe Grillo all’epoca voleva partecipare alle primarie del Pd ma tutta la nomenclatura del partito si schierò contro e gli annullarono la tessera che aveva sottoscritto. Io fui l’unico ad affermare che aveva il diritto di candidarsi, perché credo nelle competizioni trasparenti e nel confronto delle idee. Gli stessi che oggi auspicano di sedersi nel governo a maggioranza grillina allora non solo lo cacciarono, dopo che si era regolarmente iscritto, ma gli suggerirono di fondare un partito per vedere dove sarebbe andato. E, come sappiamo, Grillo seguì il suggerimento del Pd. Non si può vivere nel passato e il futuro si costruisce cambiando sé stessi e mutando opinione. Tuttavia, non proverei a debellare la poliomielite o il morbillo scegliendo come compagno di viaggio chi crede che i vaccini siano un pericolo per l’umanità. Posso anche accettare le critiche più violente senza risentimento, ma se dovessi costruire una squadra per affrontare una sfida importante cercherei omogeneità di valori. Cosa ben diversa dall’omogeneità di pensiero. Alcuni hanno sottolineato l’urgenza di incombenti decisioni economiche, in particolare per evitare l’aumento dell’Iva. È un tema centrale ma rappresenta un obiettivo, non un valore. Il valore è la visione economica del Paese. L’economia non può essere il fine ma lo strumento. Il fine è il benessere dei cittadini, le loro opportunità, la possibilità di avere un lavoro stabile e non rischiare di essere licenziati perché a un imprenditore conviene nonostante l’azienda sia in attivo. La storia recente ha dimostrato cosa è stato fatto e soprattutto cosa non è stato fatto dal M5S nei confronti delle aziende che hanno chiuso o che rischiano di chiudere in Italia. Inoltre, si è preferito offrire un reddito di cittadinanza (assolutamente auspicabile in alcune specifiche situazioni) piuttosto che promuovere decisioni che producano lavoro e incentivino investimenti stranieri. Penso allo stadio della Roma. Il M5S ha rinunciato a un progetto che avrebbe portato nella capitale 1,5 miliardi di euro in investimenti stranieri e circa 5mila posti di lavoro, oltre a un segno architettonico unico come le torri dell’architetto Daniel Libeskind. Gli imprenditori privati avrebbero dovuto spendere trecento milioni di euro in opere pubbliche per la ferrovia, la metropolitana, due ponti e un parco. Qual è stata la risposta alla decisione del M5S da parte del Pd, allora al governo? Il Pd ha assecondato la visione del M5S trovando accettabile che le opere pubbliche non pesassero sui privati (permettendo loro profitti maggiori). Le faremo con il denaro pubblico, con i soldi dei cittadini, promise il ministro Lotti, nonostante la legge finanziaria del 2013, firmata dal presidente del Consiglio Enrico Letta, vincolasse la costruzione di uno stadio privato a investimenti pubblici realizzati dallo stesso privato. È questa la coerenza, sono questi i valori con cui la sinistra vuole rilanciare l’economia italiana? Cosa è cambiato negli ultimi giorni per garantire che invece gli investimenti stranieri si cercheranno per creare posti di lavoro e condizioni strutturali migliori per l’Italia? Mi chiedo ancora, come si può giustificare un Pd che accetta di governare con quello stesso M5S che solo poco tempo fa strizzava l’occhio ai partiti nazionalisti dell’ultradestra europea? Certo, esiste il tema della deriva a cui potrebbe condurre l’ambizione autoritaria di Matteo Salvini. Si possono fare molti esempi ma quando il ministro dell’Interno di un Paese del G7 parla in difesa del capotreno che dall’altoparlante dei vagoni urla: “…zingari: scendete alla prossima fermata, perché avete rotto i coglioni”, si genera in molti una reazione chiara: se il ministro dell’Interno difende chi usa questo linguaggio, potrò usarlo anche io. E qui, per non drammatizzare, anche se il dramma io lo percepisco fortemente, mi affiderei alle parole di Michela Murgia nel suo “Manuale per diventare fascista” (Einaudi, 2018): “Manipolando gli strumenti democratici si può rendere fascista un intero paese senza nemmeno pronunciare mai la parola “fascismo”, che comunque un po’ di ostilità potrebbe sollevarla anche in una democrazia scolorita, ma facendo in modo che il linguaggio fascista sia accettato socialmente in tutti i discorsi…“. Ho fatto l’esempio del capotreno perché un linguaggio razzista diviene facilmente condivisibile da chi stenta ad arrivare alla fine del mese e si convince che la colpa è di chi è diverso da lui. Oggi la comunicazione ha sottratto quasi tutto lo spazio alla riflessione e i cosiddetti “leader” (in tedesco “führer” come sottolinea sempre Michela Murgia) sembrano più preparati a seguire gli umori e i sondaggi che a dare l’esempio e a rispettare quanto affermato nella Costituzione: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. Sono consapevole che il percorso che descrivo è molto più lungo e impegnativo ma populismo e fascismo non si contrastano divenendo tutti un po’ populisti, bensì sostenendo e rafforzando una cultura diversa, solidificando e testimoniando i valori in cui il popolo di sinistra crede. Non ci sono scorciatoie efficaci. Come sempre, però, vedo il bicchiere mezzo pieno. Esiste una solida ideologia di destra, con i suoi valori, opposti ai miei e a quelli di chi vorrebbe una democrazia liberale e di sinistra. In questa opposizione scorgo la possibilità per la sinistra di ritrovare la propria identità. Questo momento storico può rappresentare una opportunità imprevista per la nascita di una forza popolare e democratica, con il ritorno alla possibilità per gli elettori di determinare una alternanza tra conservatori e progressisti, tra visioni geopolitiche profondamente differenti. Insomma, il ritorno a una democrazia fondata sul potere sovrano del popolo e del Parlamento. Gli italiani sono scoraggiati, impauriti e arrabbiati ma coltivano la passione per la res publica, anche se il comportamento degli attuali leader politici invita a coltivare il cinismo più che la speranza e a preoccuparsi del qui e ora senza riflettere sul futuro, perché guardare avanti implica sforzo intellettuale, analisi, capacità di riflessione. E anche generosità. Quanto è attuale l’aforisma di Winston Churchill: “Il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni”. Questa è un’occasione per cancellare un partito, il Pd, che purtroppo ha dimostrato di non essere in grado di tenere fede alle idee e di sostenere i valori della sinistra democratica, né di saper costruire una rappresentanza degna di tutti quei cittadini che in quelle idee e in quei valori credono fermamente. Serve ora un catalizzatore credibile che, se emergerà, solleverà il Paese con un’onda di speranza. Credo davvero che sia sempre meglio tentare di fare la cosa giusta rispetto a quella che conviene. Dal 1987 ovunque ho lavorato ho appeso questo stralcio del discorso che Theodore Roosevelt tenne nel 1910 alla Sorbona di Parigi, dal titolo emblematico: “Cittadini in una Repubblica”. Eccolo: “L’onore spetta all’uomo che realmente sta nell’arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perché non c’è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l’obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta“. In diversi momenti della storia recente d’Italia quelle anime timide, ma bramose, hanno occupato posizioni ogni volta che è stato loro possibile farlo senza confronto pubblico e consenso popolare. Non è solo mancanza di etica personale: rinunciando alla competizione, hanno trasmesso alla società valori negativi. Ma il popolo sa distinguere tra le scelte fondate sugli ideali rispetto a quelle fatte per convenienza. E non dimentica.

Il grande bluff del populismo di sinistra. Lorenzo Vita su it.insideover.com il 4 settembre 2019. C’era una volta il populismo di sinistra, quello anti-sistema. E c’era una volta la guerra alle élite. Poi qualcosa è cambiato. E  quell’Europa che si era creduta trafitta da movimento di protesta sorti in tutto il continente si è risvegliata invece tirando un sospiro di sollievo. Nessun tornado. Semmai un vento che avrebbe cambiato qualcosa nella percezione popolare, che avrebbe fatto riscoprire l’interesse verso la politica, ma che poi non avrebbe rivoluzionato – per davvero – i sistemi politici europei. E chi ha criticato e condannato per anni tutti questi movimenti, accusandoli di rappresentare la “pancia” dei popoli, si è riscoperta in realtà non solo incline ad accettarli, ma anche a renderli parte del loro stesso sistema. Così, da una parte i populisti si sono fatti élite. Dall’altra parte le élite si sono avvicinate ai populisti, facendo leva sulle cose che uniscono protesta e establishment. E da post-ideologici, tutti i movimenti di protesta sono tornati in fin dei conti nella loro culla. L’esempio del Movimento Cinque Stelle è solo l’ultimo. Il voto di ieri di Rousseau ha sancito il “sì” della stragrande maggioranza degli iscritti alla piattaforma a un governo composto da pentastellati e Partito democratico. Chiusa l’esperienza del governo giallo-verde, quello considerato “populista” con disprezzo, ora si avvicina una nuova stagione: quella dei gialli e di rossi. Che uniti dovranno dimostrare che populisti e progressisti possono ricomporre la frattura ideologica dell’ultimo decennio e tornare a costruire un unico grande blocco politico. Un blocco che piace a molti e in tutto il continente. L’idea che Pd e Cinque Stelle dialoghino è quella che in Spagna caratterizza da tempo le dinamiche politiche nazionali e locali, con Podemos e Partito socialista che da anni studiano il modo per trovare un’alchimia che possa far convivere i due movimenti. Difficile, perché è chiaro che uno nasce da una protesta mentre l’altro da una tradizione. Ma è interessante notare che le esperienze di governo esistono e che quella che doveva essere la grande divisione culturale del nostro tempo si è in realtà modificata in un semplice cambio di passo. Da entrambe le parti. I populisti si scoprono più progressisti che anti-sistema. I progressisti si scoprono inclini anche ad accogliere il vento del cambiamento quando questo permette di rimanere (o tornare) saldamente sulle poltrone che contano. Una realtà che in Italia si è manifestata con il passaggio del Movimento Cinque Stelle dall’alleanza post-ideologica pura, quella con la Lega, all’asse con il Pd, che di anti-sistema non ha nulla. Ma è un cambiamento che sta lentamente coinvolgendo tutta l’Europa. Non solo nelle alleanze di governo, ma anche nelle convergenze politiche. I partiti di rottura, a sinistra, sono in fondo partiti che reclamano voce ma che non sono adatti, ancora, a soppiantare gli establishment. E per forza di cose scendono a compromessi. Perché da soli non ce la fanno o perché semplicemente non ne hanno la voglia o le capacità. La Syriza di Alexis Tsipras si è trasformata da incendiaria di Europa a pompiere della Grecia, con l’ex premier greco che prima si presentava con il suo “no” di fronte all’Europa e poi è diventato uno dei principali “risultati” delle lusinghe di Bruxelles. Jean-Claude Juncker continua a ritenerlo un esempio perfetto della vittoria dell’Unione europea sulle forze “distruttrici”. E chissà che Ursula von der Leyen non possa dire lo stesso del Movimento 5 Stelle, autore del voto a favore della presidente della Commissione Ue e garante del prossimo esecutivo italiano. E magari potrà dire lo stesso di Podemos, che in Spagna guida la rivolta ma nello stesso rappresenta una forza radicale di sinistra con cui Sanchez vuole trovare un compromesso. soprattutto per trasformare Madrid nella capitale di scorta dell’asse franco-tedesco. La ricomposizione, ovviamente, sta avvenendo anche a destra. Se i populisti di sinistra si rivelano progressisti, i sovranisti a destra sanno di poter contare sulla forza dei popolari e i popolari spostano il loro baricentro a destra per ricomporre la frattura. Da tempo in Europa si sono creati ponti fra centrodestra e destra per costruire un fronte comune. E questo vale dall’Europa orientale a quella centrale. Con un’unica grande differenza: i sovranisti rilanciano fortemente la loro appartenenza a destra; i populisti, a sinistra, hanno rinnegato per anni l’alleanza con i progressisti. Finché alla fine hanno dovuto scoprire il bluff della post-ideologia. Che è sinistra. 

La frenata dei “grandi vecchi” dell’ex Pci e la naturale diffidenza per il populismo. Paolo Delgado il 4 Settembre 2019 su Il Dubbio. Come si spiega questa decisa contrarietà all’accordo anche da parte di uomini come Macaluso, che nel Pci non incarnava certo l’ala sinistra. Sono i vecchi comunisti, per età o cultura, i più ostili all’accordo Pd- M5S: come Emanuele Macaluso, che flagella un Pd "ammalato di governismo", come Biagio De Giovanni, che sferza il ‘ mostro a due teste, una di quelle cose terribili dei quadri di Bruegel’, come Fausto Bertinotti che bersaglia la "recidiva demolizione della democrazia" ma anche, se si deve dar retta alle voci che circolano ovunque nei palazzi, come ex altissime – le più alte di tutte – autorità istituzionali. Come si spiega questa decisa contrarietà all’accordo anche da parte di uomini come Macaluso, che nel Pci non incarnava certo l’ala sinistra e, se le voci su Napolitano fossero fondate, come un ex presidente che, dal Colle, ha sempre messo l’esigenza di evitare lo scioglimento anticipato delle legislature al primo posto? Le ragioni, come sempre in questi casi, sono molteplici e diverse. Vanno dal dissenso tattico a breve a elementi molto più fondamentali e costitutivi di una intera cultura politica. Ma di certo, ai primi posti, figura l’antica diffidenza della cultura del Pci per tutto quel che l’M5S incarna, senza nulla escludere. Fatta salva le retorica devoluta a puro scopo propagandistico, il partitone diffidava delle masse, del "popolo" abbandonato a se stesso. Le reazioni dei vertici comunisti dopo la rivolta di Battipaglia, che costò due vittime nell’aprile 1969, e a maggior ragione dopo quella di Reggio Calabria, prolungatasi per mesi a partire dall’estate 1970 ed egemonizzata dalla destra neofascista, non lasciano dubbi sulla sospettosità e fondamentale ostilità con la quale Botteghe oscure osservava e giudicava gli scoppi spontanei di rabbia popolare. Il partito considerava molto più un pericolo che non una risorsa la democrazia assembleare nella quale risultano egemoni le pulsioni emotive del momento e le arti del comiziante prevalgono su quelle del freddo calcolo politico. Il Pci, come oggi l’M5S, era anche un potente veicolo di ascesa sociale, non portava certo in Parlamento solo intellettuali e funzionari. Ma il percorso era graduale, la selezione rigorosa, la scuola di partito, intesa sia in senso proprio che in quello lato dell’attività quotidiana delle sezioni, mirava anche a formare gli eventuali futuri parlamentari. Il contrario esatto del modus operandi pentastellato che si è affidato spesso a poche decine di voti sulla piattaforma per decidere chi inviare a Montecitorio o palazzo Madama. Per chi viene dalla cultura del Partito comunista l’M5S non è eversivo per questa o quella specifica posizione che assume ma proprio per la sua struttura e per i suoi ‘ fondamentali’. Altrettanto importante è il diverso rapporto che il Pci e il pronipote intrattengono sia con lo stare al governo che con la collocazione opposta, all’opposizione. Per un partito che era condannato all’opposizione e aveva imparato di conseguenza a pesare e a incidere dagli spalti dell’opposizione il risultato in termini concreti, anche inteso nella sua accezione più cruda di uno spostamento dei rapporti di potere effettivi nella società, era sempre e quasi per forza prevalente. Persino quando, pur di avvicinarsi al governo, il Pci accettò di sacrificare parecchi capisaldi, negli anni della solidarietà nazionale tra il 1976 e il 1979, la presenza al governo non era comunque considerata valore in sé ma sempre inquadrata in un progetto strategico, pur se poi fallito. Certo, da questo punto di vista il contesto generazionale e storico ha una valenza decisiva. E’ ovvio che un partito escluso dal governo per definizione considerasse comunque la presenza nel governo, pur auspicata, condizione importante ma non essenziale. Ed è altrettanto normale che partiti nati per andare al governo come quelli della filiera Pds- Ds- Pd vedano le cose e la politica in tutt’altra prospettiva. E tuttavia è indubbio che quella spinta verso il governo in sé comprensibile si è trasformata in un "governismo" fine a se stesso e considerato di fatto l’unico obiettivo. Così come è certo che per il Pd l’opposizione è una terra selvaggia, inospitale e soprattutto sconosciuta, dalla quale fuggire il prima possibile e comunque nella quale non si può fare niente se non cercare di tornare al governo. Tutto ciò non significa negare che nel tentativo dei ‘ grandi vecchi’ dell’ex Pci di frenare la corsa all’accordo siano probabilmente entrate anche considerazioni più tattiche e utilitaristiche. La vulgata per cui l’accordo rischia di svuotare i forzieri elettorali dell’M5S a vantaggio di quelli del Nazareno è frutto di pigrizia mentale: essendo andata così con la Lega, la dinamica si ripeterà con il Pd. Non è così. Meno sprovveduti di quanto sembrino i 5S hanno capito subito che la strada per evitare di replicare il disastro e soprattutto per sfuggire all’accusa di intelligenza col nemico da parte dei loro stessi elettori passa per un comportamento opposto. Tanto i 5S sono stati malleabili con Salvini, altrettanto si dimostreranno inflessibili con il Pd. Dovrà essere chiaro che accettano graziosamente il loro contributo ma non li considerano affatto soci alla pari. Restano "il partito di Bibbiano". Alla fine, l’eventuale ma prevedibile fallimento del governo sarà pagato essenzialmente dal Pd, sul quale ricadrà facilmente la responsabilità di essersi adeguato ai vincoli imposti dal bilancio. La sola via d’uscita sarebbe la creazione di una stabile alleanza politica sia nelle regionali che nelle elezioni politiche che però, per i motivi già esposti, per la cultura comunista sarebbe quasi un rimedio peggiore del male. Per quella cultura il governo gialloverde è solo una partita a perdere comunque.

·         Conflitto d'interessi e memoria corta.

Conflitto d'interessi e memoria corta. Francesco Maria Del Vigo, Martedì 03/09/2019, su Il Giornale. Ci sono due paroline che per anni sono state una vera e propria ossessione della sinistra italiana: conflitto d'interessi. Una clava utilizzata per un ventennio contro Silvio Berlusconi e le sue aziende. E ora che fine ha fatto? Il conflitto d'interessi è rispuntato come un fiume carsico nei 20 punti che Luigi Di Maio ha messo sul tavolo dei dem per dar vita al mostro giallorosso. Ma in realtà il Pd non ha mai mollato l'osso e anche all'inizio di questa legislatura è tornato a battere sul tema. Indovinate chi c'era questa volta nel mirino? Davide Casaleggio e la piattaforma Rousseau. Lo scorso maggio, durante una conferenza stampa, Graziano Delrio, Emanuele Fiano e Francesco Boccia presentano una proposta di legge sullo spinoso tema del conflitto d'interessi digitale. Per i grillini è chiaramente una mossa per far fuori Casaleggio, ma i deputati dem argomentano in modo diverso: «È evidente il conflitto di interessi in cui si trova Casaleggio associati che controlla Rousseau e controlla mezzo Parlamento e più di mezzo governo. Sarebbe in conflitto di interessi e sarebbe anche sanzionabile - spiegava Boccia -. La nostra norma prevede che se le piattaforme appartengono a partiti politici devono essere open source e con algoritmi trasparenti. Il non rispetto di queste norme comporta l'ineleggibilità a meno che non si lasci la guida di queste società tre anni prima di candidarsi. È un conflitto di interessi macroscopico. Noi non ce l'abbiamo con Casaleggio. Faccia business oppure diventi capo politico e adotti una piattaforma open source». Inappuntabile.

Preciso. Solo che adesso il Partito democratico ha un conflitto d'interessi proprio sul conflitto d'interessi. Perché sarà proprio Rousseau a decidere se il matrimonio giallorosso s'ha da fare e, quindi, se i dem torneranno ancora una volta al governo senza passare dalle urne. Dalle urne reali, ovviamente, perché adesso quelle virtuali, opache e taroccabilissime di Rousseau vanno benissimo. Non si sono levate grida di protesta da parte della sinistra contro questa prassi quantomeno anomala: il Presidente della Repubblica, il destino del governo e della cosa pubblica sono appesi a una votazione su una piattaforma privata, gestita unilateralmente dal padre padrone di uno dei partiti in gioco e, per giunta, già sanzionata dal Garante per la privacy. Praticamente un Far West, un sistema talmente oscuro da far passare per specchiate le famose primarie del Pd nelle quali votavano anche i morti e frotte di cinesi ingaggiati alla bisogna. E al Nazareno cosa dicono? Tutti zitti. Non si sa mai che perdano l'occasione di arraffare qualche poltrona. Le vestali della Costituzione dormono sonni profondi, non è tempo di girotondi in nome della democrazia. E anche i grillini possono stare sereni: difficilmente il Pd riaprirà il caso. Il conflitto d'interessi ora è sparito, non esiste più. Adesso anche il Pd si è inginocchiato alla democrazia (etero)diretta di Grillo e Casaleggio.

·         "Il saluto romano non è reato".

"Il saluto romano non è reato", assolti due politici nell'imperiese. Esponenti di Forza Nuova avevano alzato il braccio durante una cerimonia in memoria della Repubblica di Salò. La Repubblica il 07 novembre 2019. "Il fatto non costituisce reato": è questa la formula con il quale il giudice monocratico del Tribunale di Imperia Sonia Anerdi ha assolto dall'accusa di apologia del fascismo l'ex assessore del Comune di Diano Castello (Imperia) ed esponente di Forza Nuova Manuela Leotta e il sanremese Eugenio Ortiz. I due il 26 aprile del 2015 avevano fatto il saluto romano e gridato "presente" durante una celebrazione, presso il cimitero di Sanremo in memoria dei caduti della Repubblica sociale italiana. La sentenza con la quale sono stati assolti i due imputati è stata pronunciata sulla base di precedenti verdetti della Cassazione. Il pm aveva invece chiesto una condanna a 3 mesi di reclusione e 300 euro di multa. Sul tema si registrano per altro diversi orientamenti della Cassazione. A maggio con la sentenza 21409, la Corte ha confermato la condanna per un avvocato “nostalgico” del regime che, nel corso di una seduta del Consiglio comunale di Milano, in occasione della presentazione del “Piano Rom” aveva steso il braccio accompagnando il gesto con la frase “presenti e ne siamo fieri”, ma solo pochi mesi prima la Cassazione aveva sentenziato che non è reato il saluto romano se ha intento commemorativo e non violento: in questo senso, può essere considerato una libera "manifestazione del pensiero" e non un attentato concreto alla tenuta dell'ordine democratico. La Cassazione aveva così definitivamente assolto due manifestanti di Casapound, che durante una commemorazione organizzata a Milano nel 2014 da esponenti di Fratelli d'Italia, rispondendo alla "chiamata del presente" avevano alzato il braccio destro facendo il saluto fascista. Il giudice di Imperia si è conformato a questo orientamento.

Imperia, saluto romano non è reato: assolti in 2. Una forma di saluto che fece molto discutere nel corso di un episodio del 2015, durante le celebrazioni funebri in onore ai caduti Rsi a Sanremo: il giudice assolve Manuela Leotta ed Eugenio Ortiz. Marco Della Corte, Giovedì 07/11/2019, su Il Giornale. "Il fatto non costituisce reato": con tali parole Sonia Anerdi, giudice monocratico del tribunale di Imperia, ha assolto Manuela Leotta, assessore del comune di Diana Castello (Imperia) ed esponente di Forza Nuova ed Eugenio Ortiz, residente a Sanremo, dall'accusa di apologia di fascismo. Tutto accadde il 26 aprile 2015, quando i due avevano esibito il saluto romano e gridato "presente" durante una celebrazione in memoria dei caduti della Repubblica sociale italiana svoltasi presso il cimitero di Sanremo. Come si legge dall'agenzia Ansa, la sentenza, con cui sono stati assolti i due imputati in questione, può contare su diversi precedenti da parte della Cassazione. Originariamente, il pm aveva invece chiesto una condanna di 3 mesi di reclusione ed un'ammenda di 300 euro.

Saluto romano non è reato. Il saluto romano non costituisce reato se esibito durante cerimonie come commemorazioni. Basandosi su tale status quo, il giudice Sonia Anerdi ha assolto dall'accusa di apologia di fascismo l'esponente di Forza Nuova Manuela Leotta e il sanremese Eugenio Ortiz. I due avevano salutato con la mano tesa gridando "presente" i caduti della Repubblica sociale italiana nel corso di una commemorazione svoltasi il 26 aprile 2015. La scena era stata filmata da alcuni agenti della Digos presenti tra la folla di nostalgici. Il pm aveva chiesto per i due imputati una condanna a tre mesi di reclusione ed il pagamento di 300 euro di multa. Tuttavia, il giudice Anerdi, prendendo come spunto precedenti verdetti della cassazione, ha dichiarato che quanto attuato da Ortiz e Leotta non costituisce reato. Questo, contrariamente a quanto formulato in una recente sentenza, in cui la cassazione aveva invece confermato la condanna di un avvocato di Milano che aveva fatto il saluto romano nel corso di una seduta del consiglio comunale. Un episodio analogo era avvenuto anche nel corso dei funerali di Antonio Rastrelli, ex presidente della giunta regionale Campania. In quel caso il saluto fascista era stato utilizzato per salutare il feretro del politico. Il caso in questione non era stato scevro di strascichi giudiziari.

·         “Bella Ciao” non è Partigiana.

Rovinano pure la festa di Natale con la pretesa di cantare la solita Bella ciao sotto l’Albero. Francesco Storace giovedì 12 dicembre 2019 su Il Secolo d'Italia. Cercate, cercate pure, ma Bella Ciao non la trovate tra i Canti di Natale. Perché è una pagliacciata mischiare sacro e profano. Eppure succede e stanno (quasi) tutti zitti. Come se si dovesse fare politica persino sotto l’Albero. Il silenzio sarebbe continuato se non esistesse la rete, con i suoi social, le sue notizie, anche se confinata in un ambito locale. Ma le vergogne si scoperchiano perché è inaccettabile turlupinare la buona fede delle persone. La “location” per l’esibizione della canzone tanta cara alla sinistra estremista – inclusa quella che governa l’Europa – è un comune in provincia di Foggia, Torremaggiore. Il 7 dicembre il sindaco Emilio Di Pumpo, accende l’Albero con tutte le sue luci. Arrivano i cantori – si fanno chiamare Street Band Vagaband, nomen omen… – e alla fine della cerimonia si canta l’immancabile Bella Ciao di questi tempi sardinati. Antifascismo da operetta. Da piccoli noi, “quelli di prima”, amavamo Tu scendi dalle stelle oppure Jingle bells. E certo non la buttavamo in politica. Ma nell’Italia blasfema c’è spazio per rovinare persino il Natale, una storia bimillenaria, il cammino dell’umanità. Senza senso del ridicolo. L’ex sindaco Lino Monteleone ha usato parole durissime nei confronti di un’iniziativa quantomeno sfrontata: “Ciò che mi stupisce è che si usi anche la banda presente all’evento facendole intonare ‘Bella ciao’: non mi risulta che sia un canto natalizio. Del resto, sono molti ormai i segnali di rigurgito ideologico, un atteggiamento frequente e ingiustificato, anche di rimozione della verità”. E si potrebbe anche aggiungere che se nel nostro paese si arriva a intonare Bella Ciao pure in Chiesa come è accaduto in Toscana, ormai la sfrontatezza ha oltrepassato ogni limite immaginabile. Ed è un peccato anche perché, nel caso del comune pugliese, si è voluto appiccicare un bollo ideologico ad un’iniziativa che aveva visto la partecipazione attiva di realtà sociali, a partire dall’Anfass e da altri soggetti locali. E’ stata quella canzone inutile, fuori luogo, dannosa, a far esplodere la polemica. Perché almeno durante le feste, le feste sante, c’è chi vorrebbe essere lasciato in pace. Invece no. La banda musicale rivendica il gesto: “E’ stato suonato il ritornello della canzone Bella ciao, dopo la richiesta di alcuni presenti tra il pubblico. Noi riteniamo di essere strumenti attraverso il quale divulgare musica e non potremmo farlo senza l’ascolto del nostro pubblico”. Chissà se qualcun altro dal pubblico avesse chiesto loro di intonare Faccetta Nera come avrebbero reagito… Ovviamente, applausi al signor sindaco dai suoi compagni. Ecco un commento di una signora dalla pagina Facebook del Peppone di Torremaggiore: “Una come me che è cresciuta a pane e ‘Bella ciao’ non ci vede niente di male che sia stata suonata in occasione delle feste natalizie perché appartiene al colore politico della nostra amministrazione e a quanto pare so che invece è stata molto apprezzata dalla gente presente”. Che facciamo? Che cosa merita un commento del genere? Sei cresciuta a pane e “Bella ciao”, cara compagna? Evidentemente ti ha fatto male se non riesci a distinguere una canzone di parte con una festa sacra. Sono quelli che pensano di potersi permettere di tutto. Non è democrazia, è anarchia.

Ue, Gentiloni e i commissari socialisti cantano Bella Ciao in aula, ira Meloni. Pubblicato mercoledì, 04 dicembre 2019 da Alessandro Sala per corriere.it il 4 dicembre 2019. Hanno intonato «Bella Ciao», il canto partigiano per antonomasia (sulle cui origini vi sono però parecchie discordanze), all’interno dell’aula dell’Europarlamento di Strasburgo, dopo il via libera definitivo alla Commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen. E lo hanno fatto in perfetto italiano, segno che la conoscevano bene. Sette dei 9 nuovi commissari di area socialista, tra cui il titolare degli Affari Economici Paolo Gentiloni, hanno pensato di festeggiare così l’avvio della nuova esperienza di governo, con un momento goliardico durante una foto-opportunity limitata agli esponenti del loro gruppo, dopo quella di rito con l’intera squadra. C’è grande partecipazione al coro e tra i più entusiasti si notano l’olandese Frans Timmermans, che della von der Leyen è il vicepresidente esecutivo con delega al Green Deal Europeo, ovvero le macropolitiche ambientali; la maltese Helen Dalli, commissaria all’Uguaglianza; e la portoghese Elisa Ferreira, commissaria per la Coesione e le riforme. Nessuno dei sette si sottrae al battimano ritmato che accompagna la piccola esibizione.

Meloni indignata. Ma un video registrato nell’occasione con un telefonino ha iniziato a circolare anche al di fuori delle chat del gruppo e oggi è stato diffuso su Facebook dalla presidente di Fratelli d’italia, Giorgia Meloni, sotto l’eloquente titolo di «Unione sovietica europea». « Solo io reputo scandaloso questo ridicolo teatrino da parte delle più alte istituzioni europee — si chiede l’esponente della destra italiana —? Non hanno nulla di più importante di cui occuparsi?». Anche il leader leghista Matteo Salvini è intervenuto sul coro dei commissari: «Complimenti a Pd e 5 Stelle per la scelta di Gentiloni come rappresentante dell’Italia in Europa — scrive l’ex vicepremier su Twitter —. Al prossimo giro canteranno anche Bandiera Rossa, poi Sanremo e tournée internazionale».

I precedenti. Anche se le origini partigiane di «Bella Ciao» non sono certe, e non è neppure certo che si tratti un brano italiano, nella politica italiana questo canto viene spesso evocato come canto di resistenza. Il soggetto del testo, del resto, lo è. Lo hanno rispolverato le «sardine» che nelle ultime settimane hanno riempito le piazze in nome della resistenza civile (per esempio qui durante il raduno di Genova); lo ha cantato nei giorni scori in chiesa di Vicofano, nel Pistoiese, don Massimo Biancalani, suscitando la rabbia di Salvini; lo aveva intonato addirittura Michele Santoro in diretta tv nel 2002 in polemica con l’allora premier Silvio Berlusconi. E risuona regolarmente ad ogni celebrazione del 25 aprile e nelle manifestazioni della sinistra. Nulla di strano, insomma, che dei parlamentari di sinistra la considerino un proprio simbolo. Ma il fatto che siano commissari, quindi rappresentanti istituzionali e non esponenti di parte, e che il canto sia avvenuto all’interno dell’Aula con tanto di coreografia ufficiale della Ue ha mandato su tutte le furie Giorgia Meloni.

«Noi Popolari siamo più seri». Ma non solo lei. Anche l’europarlamentare Fulvio Martusciello (Forza Italia), dal canto suo, ha scritto in una nota:«Ma pensassero a lavorare che sono pagati per questo. Bonino, Frattini o Tajani che pure sono stati commissari europei non lo avrebbero mai fatto. Non è un caso che i commissari che cantano sono tutti socialisti. Noi popolari siamo seri e una cretinaggine del genere non l’avremmo mai fatta».

I commissari europei cantano “Bella Ciao”, Meloni: “Teatrino ridicolo e scandaloso”. Alberto Consoli mercoledì 4 dicembre 2019 su Il Secolo d'Italia. “Commissari europei intonano “Bella Ciao”. Solo io reputo scandaloso questo ridicolo teatrino da parte delle più alte istituzioni europee? Non hanno nulla di più importante di cui occuparsi?”. Ha ragione Giorgia Meloni: un teatrino deprimente che sta facendo il giro del web. “Siamo alla tragica fine dell’Europa”, commentano i più, ossia gli utenti social che stanno condividendo questa scena molto poco edificante. Sul sito di Giorgia Meloni, la prima a diffondere dal suo profilo Fb il video, non ci sono solo commenti riferibili a una condivisione politica. Moltissimi commentatori si scandalizzino per ben altro. L’Europa ha grandi problemi da dibattere: la crisi economica, il ruolo che la Ue vorrà darsi, stratta tra Usa, Cina e Russia. Aziende in crisi, L’economia che arranca. Eppure gli “autorevoli commissari”, trovano il tempo per pagliacciate del genere. Ma come – è il senso dei commenti- intendono inculcarci l’idea che senza Europa saremmo dannati, persi, senza una bussola politica. Poi perdono tempo a “cazzeggiare”? Il video è pubblicato dai social di FdI con un titolo ironico: “Unione sovietica europea”. Ironia a parte,  l’indignazione resta. L’inno “Bella ciao” ormai viene usato come una clava un po’ da tutti: dalle sardine, da alcuni preti, dalle piazze di sinistra, dai preti rossi il primo giorno di scuola. Lo strimpella il ministro dell’Economia Gualtieri. Bella Ciao, a dispetto delle sue origini, è usato come slogan-contro: ogni volta che c’è da vocare le paure fasciste e sovraniste. Follia. Tristissima scena quella dei commissari Ue, che osserviamo, per fortuna per pochi minuti.  Tristissima Europa.

Alessandro Giuli per “Libero quotidiano” il 18 dicembre 2019. Paolo Gentiloni non è più lo stesso. Da quando è partito per le brume centroeuropee ha perduto quell' aura da pacioso romano senza qualità rimarchevoli; si è dato al canto sguaiato a favore di telecamera, intonando "Bella ciao" assieme ai colleghi commissari di conio socialistoide; ha sviluppato un' inquietante ipertrofia tricologica che gli ha immobilizzato la capigliatura in un grigio bozzolo verticale da cicisbeo settecentesco. Ma forse ha soltanto somatizzato una scossa elettrica, o ha capito troppo tardi - prendendola male - che l'Ue l'ha subito declassato a commissario europeo all' ipocrisia e ai sogni irrealizzabili del Vecchio continente. Prendete la sua ultima uscita di rilievo, che risale a nemmeno una settimana fa: «Il patto di stabilità, che è stato pensato in un momento di crisi, ora va rivisto». In apparenza sembra intelligente, del resto era stato lo stesso Romano Prodi a definire «stupido» il patto di stabilità. Ma Gentiloni non ha compreso che quel vincolo è assurdo perché è stato immaginato per un continente tutt' altro che in crisi, ma con una crescita immaginaria del 4-5%. Ecco perché ora, in piena recessione, faremmo bene a ripensarlo. Insomma Gentiloni o mente o invecchia male. Non si spiega altrimenti la ragione per cui la sua resistibile intelligenza, che era stata sottratta all' Italia con la promessa di affidargli la delega all' Economia nell' esecutivo guidato da Ursula von der Leyen, sia stata invece posta al servizio dei cosiddetti "obiettivi di sviluppo sostenibile" (Sustainable development goals) ovvero una serie di target ricompresi nell' agenda 2030 dell' Onu. Si tratta di raggiungere ben 17 risultati che sembrano altrettanti capitoli d' un libro dei sogni per attempati prestidigitatori della politica incatenati alle treccine di Greta Thunberg. Qualche esempio? Azzerare la povertà e la fame, combattere contro il riscaldamento globale, raggiungere la stabilità locale e mondiale, ridurre le disuguaglianze, costruire società eque e resilienti, ed economie prospere. Vasto programma che sa di prepensionamento, per il nostro Gentiloni. E a conferma del sospetto genuino sta il non trascurabile dettaglio che finora il coordinamento degli obiettivi di sviluppo sostenibile era affidato a Valdis Dombrovskis. E a questo punto la situazione si chiarifica: Dombrovskis lascia ufficialmente che sia Gentiloni a baloccarsi con i periodi ipotetici dell' irrealtà, per la semplice ragione che l'ex primo ministro lettone è nel frattempo diventato un vicepresidente esecutivo con delega economica per i Servizi finanziari. In altre parole: svolgerà lui, campione internazionale del rigorismo nordeuropeo, le mansioni principali che sarebbero altrimenti state di stretta competenza gentiloniana. Si poteva però immaginare che l'ex premier italiano volesse di conseguenza ritagliarsi una libertà di tono e di giudizio nei confronti del profilo ancora enigmatico mostrato dalla nuova Commissione. Come a dire: voi, che mi avete ingaggiato all'Economia per premiare il ribaltone estivo antisovranista, adesso mi togliete le deleghe più pesanti in omaggio al vostro eterno pregiudizio antimediterraneo; sicché il minimo che io possa fare è difendere il mio interesse nazionale. Magari nulla di tutto ciò invece: le prime mosse dell' oleografico Gentiloni sono state caratterizzate dal più inveterato provincialismo germanofilo. Banco di prova esemplare la discussione intorno alla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, rispetto alla quale Gentiloni si è ben guardato dal rilevare punti oscuri o criticità (come hanno fatto perfino alcuni noti "berlinesi" come il corrierista Federico Fubini e il professor Carlo Cottarelli), e ha preferito anzi piegarsi supinamente alla dottrina dominante: «Non c' è alcun motivo tecnico o politico per definire quell'intesa un rischio per l' Italia Non vedo ragioni che possano spingere un singolo Paese a bloccare l' intesa sul Mes». Sono parole che Gentiloni ha rilasciato al Corriere della Sera, in un dialogo tra figure dell' establishment culminato in un avvertimento che non segnala alcuna discontinuità rispetto ai moniti del passato: «Nel complesso la Commissione non ha respinto nessun bilancio, tantomeno quello italiano. Ma le sue valutazioni, che verranno sottoposte alla ratifica dell' Eurogruppo, andranno prese molto sul serio». In questo atteggiamento da europrofessore alle prese con alunni indisciplinati è racchiuso il vero mandato di Gentiloni: perpetuare il tutorato tecnocratico sull' inadempiente classe politica italiana. Il che potrebbe anche starci, se non fosse che il medesimo Gentiloni ha svolto una funzione non trascurabile nel nostro recente paesaggio governativo, e si deve anche a lui se nel 2018 la vecchia Commissione europea stava per infliggere al governo gialloverde una procedura d' infrazione per eccesso di debito. Proprio così: al netto delle imperizie, dei proclami roboanti e delle velleità spendaccione del primo governo Conte, i burocrati europei rilevarono con l' allora ministro dell' Economia Giovanni Tria che i conti lasciati in eredità dai governi Renzi e Gentiloni risultavano «non conformi con il parametro per la riduzione del debito nel 2016 e nel 2017». Più esplicitamente, la Commissione reclamava «uno sforzo strutturale di bilancio dello 0,3 per cento del pil, pari a circa 10,2 miliardi». Altro che 2,4 per cento di deficit in più, come s' illudeva di strappare l' avvocato degli italiani Sappiamo come è andata a finire. Giusto ieri la Commissione europea ha avviato un' indagine approfondita nei confronti dell' Italia a causa «del persistere di squilibri macro-economici eccessivi», scandisce il Rapporto sul Meccanismo di Allerta adottato dalla Commissione. Nel ringraziare, oggi, con calore l' ex inquilino di Palazzo Chigi per aver servito con tanta perizia l' interesse nazionale, ci pregiamo infine di ricordare come egli non sia stato certo meno accorto nella legittima cura del proprio interesse privato. Una volta ottenuta l' euronomina, in effetti, secondo i dati già segnalati da Libero, il conte Gentiloni Silveri ha dovuto rendere pubblico un personale tesoretto azionario da principino della Borsa: oltre 700mila euro distribuiti fra Amazon, Expedia, Eni, Enel, con obbligazioni BTP e investimenti in vari fondi gestione. Chapeau. Vi risparmierei la replica del censimento dei beni immobili, ma ne riparleremo il giorno in cui Gentiloni proverà a infliggerci la prossima patrimoniale sulla casa.

Marco Rizzo, Partito Comunista: “Commissari Ue cantano un’idea e sono gli stessi che la distruggono”. Rossella Grasso il 4 Dicembre 2019 su Il Riformista. In pochi minuti è diventato virale un video che vede i Commissari del gruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici (S&D) mentre cantano “Bella Ciao” al Parlamento europeo dopo aver ottenuto il via libera dell’assemblea. Un video vecchio di una settimana che ha indignato Marco Rizzo, segretario generale del Partito Comunista. “Adesso basta, non se ne può più – ha tuonato sulla sua pagina Facebook – Anche i commissari UE cantano ‘Bella Ciao’. Sono quelli che equiparano il comunismo al nazismo. Questa canzone è violentata ovunque. I Partigiani si rivoltano nella tomba. Vergogna! Fuori da UE, euro e Nato!” Se non stupisce che Meloni e Salvini fossero contrari a una simile esternazione dal parte del gruppo dei neocommissari socialisti, la posizione del segretario generale è particolare e gli abbiamo chiesto una spiegazione: “Vediamo i soggetti e l’oggetto – ha detto Rizzo – I soggetti sono il potere costituito dell’Unione Europea, la gabbia europea che attanaglia i popoli europei, secondo il nostro giudizio politico, sono gli uomini che consentono al fondo monetario internazionale e alla Banca Centrale europea di esercitare al meglio il loro potere. L’oggetto è una canzone che ha rappresentato le istanze di cambiamento, di battaglia, in cui sono morte decine di migliaia di persone tra cui in maggioranza comunisti. Possono rivoltarsi nella tomba i Partigiani a vedere che questi signori cantano la loro canzone? Purtroppo nel mainstream del capitalismo globalizzato "Bella ciao" la cantano tutti. E a me dà fastidio”. Per Rizzo si tratta di un vero e proprio ossimoro, l’esatto contrario del significato profondo di quella canzone. “Possiamo far cantare un’idea da quelli che quell’idea la distruggono? È la modalità con cui si crea il consenso e si crea anche il dissenso in questa società. Stessa cosa succede per chi inquina il mondo che si pone la questione dell’ambiente. È buffo ma oggi è così. Il 70% dell’inquinamento del mondo è fatto da 100 multinazionali e tra queste c’è chi impone la discussione sulla green economy. Come dire, "chiagnono e fottono"? Io sono contrario”. L’indignazione per il gesto in Parlamento europeo arriva anche da Salvini che ha twittato “Al prossimo giro canteranno anche Bandiera Rossa, poi Sanremo e tournee internazionale!” e Meloni che ha definito “scandaloso” l’accaduto. Per una volta le estremità di destra e sinistra sono tutti d’accordo? “Per definizione non sono mai d’accordo con la Meloni – ha detto – Penso di essere un po’ più titolato di Salvini e Meloni a parlare di Resistenza e partigiani anche perché gli antenati della Meloni durante la Resistenza stavano dall’altra parte“. “Bella Ciao” è una delle canzoni più cantate in tutti i contesti, anche non politici, come è accaduto per la popolare serie di Netflix ‘Casa de papel’ tanto da diventare per molti identificativa della serie tv, tralasciando il suo vero significato (e YouTube ne è testimone). La cantano anche le sardine ogni volta che scendono in piazza e per Rizzo anche questo è un abuso decontestualizzato. “Ormai tutti la cantano – ha detto il segretario comunista – Ma allo stesso modo mi sono incazzato quando ho visto il Che Guevara usato da Casapound. C’è un limite a tutto. ‘Bella Ciao’ la cantano tutti addirittura i padroni dell’Europa. È una roba folle”. Il segretario del partito comunista orgogliosamente ammette di non aver mai indossato una maglietta con il Che stampato su. Perché come ‘Bella Ciao’ “il Che è qualcosa che ti resta nel cuore – ha continuato – è l’idea del grande rivoluzionario. Questa società riesce persino a commercializzare un grande sentimento. È una società che fa schifo”. Rizzo non ci sta a credere che le sardine siano un movimento rivoluzionario. “La rivoluzione significa cambio di sistema – spiega – non mi pare che ci sia né tra le sardine, né tra il popolo viola né tra i 5stelle, né da Podemos né da Syriza una modalità di intercettare il dissenso in queste società contemporanee, nessuna di loro ha messo in discussione il sistema basato sull’economia capitalistica, nessuno parla di economia socialista, di cambio del sistema. Questa è la rotta su cui interpretare quello che accade ed è la differenza tra ribellione e rivoluzione”. Il segretario comunista guarda con sospetto a quel movimento che dice essere nato “guarda caso” a Bologna, dove tra poco ci saranno le amministrative che avranno un riflesso nazionale. Ragionando di partigiani, simboli e Resistenza non può non tornare alla mente Nilde Iotti scomparsa 20 anni fa proprio il 4 dicembre. Marco Rizzo l’ha conosciuta ed è convinto che siano politici come lei ad aver fatto la differenza. Lo afferma con amarezza perché “oggi politici come lei non ce ne sono più – ha detto – È stata una donna che ha partecipato all’emancipazione femminile in Italia, ma tutta la storia delle donne è legata all’idea del riscatto e del cambiamento della società. Qual è il primo posto al mondo in cui le donne hanno votato? L’Unione Sovietica. Dove per prime le donne hanno avuto i diritti di maternità, il primo ministro donna, tutti i mestieri ad alto livello sono stati anche per le donne dall’ingegnere all’astronauta, il diritto all’aborto e al divorzio? Sempre l’Unione Sovietica. Nilde Iotti ha portato tutto questo in Italia con un livello di dignità politica altissimo. Se pensiamo a Nilde Iotti e a cos’è oggi la politica, beh insomma…anche sul versante femminile lo scenario è disarmante”.

La storia di "Bella Ciao", l’inno che nacque dopo la Resistenza. Roberta Caiano su Il Riformista il 5 Dicembre 2019. Nell’ultimo periodo la famosa canzone “Bella Ciao” è diventata un successo mainstream cantata ovunque. Senza dubbio la sua risonanza tra un pubblico giovanile la si deve alla serie Tv spagnola La casa di Carta, che continua a cavalcare gli schermi arrivando alla sua terza stagione. Andata in onda per la prima volta su Netflix nel 2017, continua ad avere un enorme successo mondiale e con essa la canzone Bella Ciao. Ma in questi ultimi mesi la canzone è stata adottata anche come inno dalle migliaia di giovani sardine che stanno affollando le piazze di moltissime città italiane a protestare contro Matteo Salvini. E’ notizia fresca, invece, quella che riguarda i Commissari del gruppo dell’Alleanza progressista dei socialisti e dei democratici, i quali dopo aver ottenuto il via libera dell’assemblea, hanno intonato Bella Ciao al Parlamento europeo. Il video è diventato così virale da scatenare polemiche e commenti di indignazione e sconcerto. Oltre a Giorgia Meloni e Salvini, che si sono subito affrettati a chiosare la notizia su twitter, si è espresso in merito anche il segretario generale del Partito Comunista, Marco Rizzo. Il politico ha dichiarato in un’intervista che “la canzone ha rappresentato le istanze di un cambiamento di battaglia in cui sono morte decine di persone, tra cui in maggioranza partigiani comunisti italiani.” La maggior parte delle volte Bella Ciao è considerata la canzone intonata dai partigiani mentre liberavano l’Italia. Tutt’oggi viene usata come inno antiautoritario non soltanto in Italia ma in tante piazze del mondo. In realtà non molti sanno che questa è una leggenda che la tradizione ha tramandato sino ai nostri giorni. Infatti Bella Ciao non esisteva durante la Resistenza e nessuno la cantava, anche se alcuni studiosi sostengono che in alcune zone di Reggio Emilia e del Modenese fosse in realtà già nota. Tra le bande partigiane il canto più diffuso era Fischia il vento, nato nel 1943 dalla cadenza sovietica . Bella Ciao nella versione che conosciamo, debutterà ufficialmente a Praga nel 1947 durante il "Festival mondiale della gioventù democratica" e di lì conoscerà una fortuna sempre maggiore, anche al di là dei confini nazionali. Infatti la sua notorietà internazionale si diffuse alla fine degli anni ’40 e agli inizi degli anni ’50 in occasione dei Festival che oltre a Praga, si tennero anche a Berlino e Vienna dove fu cantata dai delegati italiani e in seguito tradotta in varie altre lingue. Questo canto deve la sua identificazione come simbolo della Resistenza italiana al testo, in quanto connota la canzone esclusivamente come inno contro “l’invasore”.

Bella Ciao, hit non di lotta ma di resistenza. Paolo Delgado il 6 Dicembre 2019 su Il Dubbio. Le incerte radici della canzone simbolo. La incise Yves Montand, Daffini la cantò al festival dei due mondi di Pesaro: rappresentava la propaganda comunista. Poi i Dc la cantarono a Zaccagnini. Al funerale di Giorgio Bocca, grande firma ed ex partigiano, i dolenti scelsero di salutarlo intonando Bella Ciao. Decisione discutibile, avendo Bocca assicurato che i partigiani non l’avevano mai cantata. Al funerale di Giorgio Bocca, grande firma ed ex partigiano, i dolenti scelsero di salutarlo intonando Bella Ciao. Decisione discutibile, essendo Bocca uno di quelli che avevano assicurato che il canto destinato a diventare una sorta di nuova Internazionale, ritinteggiata in rosa pallido, i partigiani non l’avevano mai cantata. Aveva ragione lui o Cesare Bermani, autore del primo studio sulla canzone- simbolo La vera storia di "Bella Ciao", secondo cui invece qualcuno la cantava, comunque senza grande diffusione. E’ un fatto che i canzonieri della Resistenza usciti quando l’odore della polvere da sparo era ancora acre, nella seconda metà degli anni ‘ 40 e nei primissimi ‘ 50, proprio non la nominano e anche l’ipotesi di Bermani, secondo cui sarebbe stata l’inno della Brigata Maiella, sembra poco probabile: il figlio del fondatore della Brigata, Ettore Troilo, cita in un suo libro le canzoni delle Brigata e dell’ "inno" non c’è traccia. Fonti beninformate giurano che la canzone fu presentata alla rassegna di Praga sulle "Canzoni mondiali per la Gioventù e per la Pace", una delle tipiche iniziative Cominform dell’epoca, e che, complice l’orecchiabilità, il motivo decollò lì. Come in tutti i pezzi folk, rintracciare l’origine è un’impresa. Carlo Pestelli, autore a sua volta di Bella ciao. La canzone della libertà, parla di canzone- gomitolo, nella quale si intrecciano, anche in questo caso come spesso capita nelle canzoni folk, ‘ si intrecciano molti fili di vari colori’. Il gomitolo finale arriva al grande pubblico con l’incisione di Yves Montand, allora stella mondiale francese di origine italiana e comunista. L’anno dopo il Nuovo Canzoniere Italiano la presenta al Festival dei Due Mondi di Pesaro, intonata da Giovanna Daffini, e fioccano le polemiche sulla propaganda comunista al Festival. I commentatori vicini alla Dc si scompongono ma poco più di 10 anni dopo, quando Benigno Zaccagnini, l’ "onesto Zac", rappresentante eminente dei morotei viene eletto segretario della Dc i delegati salutano il sedicente nuovo corso proprio col già vituperato motivo.

Oggi la cantano dappertutto. A New York, a Occupy Wall Street, e a Hong Kong, In Cile come in Iraq, a Parigi come a Roma e ieri anche sotto la porta di Brandeburgo. Ci mette parecchio di suo la serie Netflix "rivoluzionaria" per eccellenza, La casa di carta. Se la cantano lì, nella fiction più antibanche che sia mai stata trasmessa. Però è difficile credere che Paolo Gentiloni e i rappresentanti del Pse avessero in mente una feroce campagna contro le banche quando, dopo il voto a favore della commissione von der Leyen, hanno dato vita al noto coretto. La fortuna del canto non-partigiano, sostiene qualcuno, si deve proprio all’assenza di tonalità forti. Niente a che vedere con roba come Fischia il vento, che la vernice rossa non gliela si scrostava di dosso nemmeno a provarci per ore. E’ una canzone che poteva andare bene per tutti, fascisti esclusi, e dunque pareva fatta apposta, in Italia, per consentire a quello che si chiamava allora ‘ arco costituzionale’ di festeggiarsi senza troppe tensioni. Ma in fondo come e perché si sia arrivati a questo esempio eminente di ‘ invenzione della tradizione’ conta poco. Meglio chiedersi cosa l’opzione canora transnazionale indica oggi. Bella Ciao, nonostante le apparenze, non è una canzone di lotta. E’ una canzone di resistenza ( con la r minuscola). La può cantare chiunque ritenga di trovarsi alle prese con un potere che opprime, con l’invadenza di una potenza estera, persino con la temuta vittoria elettorale di un partito ritenuto minaccioso. E’ una canzone gentile: la può cantare chi resiste con le bottiglie molotov ma anche chi si affida alla resistenza passiva e persino chi si limita ad assieparsi in una piazza. Se non proprio buona per tutti gli usi, quasi.

Bella Ciao? Sallusti: “Nessun partigiano l’ha mai cantata”. Vaurosenesi.it il 30 aprile 2019. “Bella ciao” canzone di tutti gli italiani? Sallusti: ‘Nessun partigiano l’ha mai cantata’. Per Alessandro Sallusti ‘non c’è traccia di Bella ciao nella Resistenza, introdotta a metà degli anni ‘50 dalla retorica comunista’. A Quarta Repubblica, il talk show condotto da Nicola Porro, in onda tutti i lunedì sera su Rete 4, si discute sul fatto che la canzone Bella Ciao rappresenti o meno tutti gli italiani con Ilaria Bonaccorsi, Vittorio Sgarbi, Alessandro Sallusti, Marco Gervasoni e Vauro. Argomento spinoso e divisivo che, infatti, fa discutere animatamente gli ospiti in studio. La tesi di Porro è che sia diventata una canzone di parte e che, quindi, non è giusto che venga fatta cantare anche a suo figlio a scuola. Di questa stessa idea, ma con sfumature diverse, sono anche il direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti e il critico d’arte Vittorio Sgarbi. Dalla parte opposta della barricata, è proprio il caso di dirlo, si sistema la storica e giornalista, Ilaria Bonaccorsi, mentre il vignettista Vauro Senesi sostiene, come gli altri ma da un punto di vista agli antipodi, che non sia la canzone di tutti perché appartiene solo agli italiani antifascisti.

Ma Bella ciao può essere considerata o no la canzone di tutti gli italiani. È questo il tema di discussione introdotto a Quarta Repubblica da Nicola Porro verso la fine della puntata andata in onda lunedì 29 aprile. Secondo la definizione di Wikipedia, Bella Ciao “è un canto popolare, nato prima della Liberazione, diventato poi celeberrimo dopo la Resistenza perché idealmente associato al movimento partigiano”. Dunque, secondo il conduttore, “chi la canta gli dà un contenuto politico, è diventata una canzone di una parte” che non dovrebbe essere fatta cantare nelle scuole. Una tesi contrastata con veemenza da Ilaria Bonaccorsi, secondo la quale, invece, il canto appartiene a tutti gli italiani perché “è una canzone trovatella che racconta di una reazione ad una oppressione, nel caso specifico la reazione a 20 anni di dittatura nazifascista e alla fine di una guerra tragicamente combattuta accanto ad Hitler. Non è la canzone di una parte, ma degli esseri umani”.

L’affondo di Alessandro Sallusti: ‘Comunisti parte minoritaria della Resistenza’. La pensa naturalmente in maniera opposta Alessandro Sallusti, secondo il quale “vi siete accodati alla narrazione che ci fanno da 70 anni di quelle vicende. In realtà Bella ciao non può essere la canzone di tutti, anche perché è una fake news. Nessun partigiano l’ha mai cantata – sostiene il direttore del berlusconiano Il Giornale – Non c’è traccia di Bella ciao nella Resistenza. È stata introdotta a metà degli anni ‘50 dalla retorica comunista proprio per impossessarsi definitivamente di un fenomeno, quello della Resistenza, di cui il Partito Comunista è stato una parte, tra l’altro anche minoritaria, ma ha cercato ed è riuscito, perché ancora 70 anni dopo noi immaginiamo che i partigiani erano tutti e soltanto comunisti e che cantavano Bella ciao. Non è vera né l’una né l’altra cosa”.

Vauro d’accordo con Sgarbi. A questo punto interviene Vittorio Sgarbi, convinto che Bella ciao “è una bella canzone, ma va rispettato che sia di una parte, perché altrimenti essa perde la sua forza di rottura. Non puoi immaginare La Russa, Berlusconi o Sallusti che la canta, perché è offensivo. Il partigiano monarchico Edgardo Sogno mai l’avrebbe cantata. La caratterizzazione di sinistra, per cui immagino Vauro sia contento, va lasciata a Bella ciao, non possiamo farla diventare cosa di tutti. Se Casapound la canterà sarà un delitto”. Opinione con cui concorda anche Vauro. Il vignettista prima premette che “sarà un miracolo di questa trasmissione, ma è già la terza puntata che vado d’accordo con Sgarbi”. Poi però attacca a testa bassa: “Alla domanda se Bella ciao è la canzone di tutti gli italiani, io rispondo un secco e netto no. È la canzone di tutti gli italiani che si riconoscono nella Costituzione della Repubblica italiana, antifascista e nata dalla Resistenza. L’antifascismo è un valore e anche una discriminante”.

Alessandro Sallusti fa a pezzi Vauro a Quarta Repubblica: "Parlate di partigiani e dimenticate le foibe". Libero Quotidiano 30 Aprile 2019.  "Bella ciao è una fake news. Non era la canzone dei partigiani ma è stata introdotta negli anni Cinquanta dalla retorica comunista". Alessandro Sallusti, ospite di Nicola Porro a Quarta Repubblica, su Rete 4, fa a pezzi il vignettista Vauro Senesi che, invece, insiste sulla necessità di insegnare il fascismo nelle scuole anche se il conduttore sottolinea che i bambini non sanno nulla dell'argomento: "L'istruzione è il primo anticorpo contro il fascismo", tuona il vignettista. Ma il direttore de Il Giornale lo massacra: "In quella scuola si sono dimenticati di insegnare le foibe e la strage di Osoppo e tante altre cose ancora".

O anti-grillino, portami via...La cantilena di Bella Ciao sta risuonando in queste settimane nelle manifestazioni della sinistra. Ma se resistenza deve essere, oggi il nemico non può essere la destra liberale e neppure Salvini che si barcamena come può. Alessandro Sallusti, Martedì 30/04/2019, su Il Giornale. Ieri ho partecipato a un dibattito televisivo, ospite di Nicola Porro su Rete4, sul ritorno in auge di Bella Ciao, la canzone che modificata nel testo fu adottata negli anni Cinquanta dal Pci per dare una colonna sonora postuma alla retorica della Resistenza e all'antifascismo perpetuo da utilizzare contro chiunque, da Berlusconi a Salvini, si sia frapposto con successo all'avanzata del comunismo. La cantilena di Bella Ciao sta risuonando in queste settimane nelle manifestazioni della sinistra, ma anche nelle scuole e in un caso addirittura in chiesa, Eugenio Scalfari le ha dedicato un pezzo della sua omelia domenicale su La Repubblica. Un revival sinistro in ogni senso, che come tutti i revival è indice dell'incapacità di guardare al presente e al futuro, un po' come Little Tony che si è fermato a Cuore matto e Bobby Solo a Una lacrima sul viso. Sono fermi lì, quelli del Pd, alla rivoluzione sognata e per fortuna nostra fallita. Ma se proprio vogliamo dare una colonna sonora a questo tempo bisognerebbe che anche la sinistra uscisse dalla «nostalgia canaglia» (peraltro titolo di una fortunata canzone cantata da Al Bano e Romina) e scrivesse un nuovo spartito con parole e musica comprensibili non tanto ai nostri nonni, ma ai nostri figli e nipoti, cosa che però non mi pare Zingaretti e soci siano intenzionati o capaci di fare. Proporsi, tra accelerazioni e frenate (ieri quella dell'ex ministro Delrio) come possibili stampelle dei Cinque Stelle nel caso di una rottura tra Di Maio e Salvini, più che un programma politico è una mossa della disperazione nella quale era già caduto Bersani sei anni fa all'indomani della sconfitta, o «non vittoria» come la chiamò lui, alle Politiche del 2013. Se resistenza deve essere, oggi il nemico non può essere la destra liberale (quella radicale e intollerante è talmente al lumicino che bastano polizia e carabinieri) e neppure Salvini che si barcamena come può stante la situazione. L'inutile «fascismo-antifascismo» andrebbe sostituito con il più utile «grillismo-antigrillismo» perché nell'opaco movimento di Di Maio e nei suoi agganci con i servizi segreti italiani e stranieri sta il vero pericolo per la democrazia, proprio come ai tempi di Bella ciao, ballata pensata da chi ci voleva portare al fianco di Stalin.

Red Ronnie a Stasera Italia contro le Sardine e Bella Ciao: "L'invasore chi è, Matteo Salvini o l'Europa?" Libero Quotidiano l'8 Dicembre 2019. Parole che strappano un sorriso a Matteo Salvini. Parole di Red Ronnie a Stasera Italia, il programma di Rete 4, rilanciate sui social proprio dal leader della Lega, di fatto difeso a spada tratta dal cantante. Barbara Palombelli chiede a Red Ronnie: "Ma che tipo è Salvini secondo te?". Lui risponde: "È un istintivo, uno che si dice che raggiunga la pancia perché parla con la pancia. Raramente legge dei discorsi, diffido da chi lo fa". Dunque, Red Ronnie prosegue: "All'inizio del servizio avete fatto sentire la canzone C'è chi dice no di Vasco Rossi, in un servizio in cui elencavate tutti i nemici del leghista. Io ho il disco, e devo mettere un pezzo della canzone: continuano a giudicarlo per il Papeete, perché era a torso nudo, perché beveva il mojito. È un po' come quello che Vasco diceva di se stesso. Gli dicevano: guardate l'animale, è un animale? E Salvini oggi è un po' quell'animale che tutti dicono", afferma. Ma non è finita, perché poi nel mirino di Red Ronnie ci finisce Bella Ciao, tornata in auge nelle piazze delle sardine: "Visto che parliamo di canzoni, vorrei parlare di Bella Ciao. È una canzone che va bene nella Casa di Carta ormai. Ma cantare Bella Ciao, quando si dice: mi sveglio la mattina, è arrivato un invasore. Ma l'invasore chi è? Salvini o qualcuno dell'Europa che ci sta invadendo e ci sta comprando? Io sono un anarchico, però vedo che ci sono molte cose che non stanno andando in questo mondo, c'è qualcuno che non sa più che ore sono", conclude. Intervento, come detto, rilanciato sui social da Salvini col commento: "Fortissimo Red Ronnie, parole di buonsenso!".

·         Fascismo di sinistra.

Fascismo di sinistra. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. La sinistra autoritaria, meglio detta fascismo di sinistra o sinistra fascista, sono termini usati da alcuni sociologi per descrivere le tendenze politiche di sinistra che contraddicono gli ideali di egualitarismo e libertà sostenuti storicamente dalla sinistra per avvicinarsi a ideali più autoritari e appunto simili al fascismo. In ambito storico e politologico viene anche così definita la corrente più spiccatamente anticapitalista del fascismo che vedeva nella socializzazione dell'economia il concreto realizzarsi del socialismo.

Utilizzo e denominazioni. La locuzione «fascismo di sinistra» è stata per la prima volta utilizzata da Jürgen Habermas, un sociologo e filosofo influenzato dalla Scuola di Francoforte neo-marxista. Ha usato il termine nel 1960 per la distanza della scuola di Francoforte, dalla violenza e autoritarismo dei terroristi comunisti. Habermas, il cui lavoro sottolinea l'importanza del discorso razionale, di istituzioni democratiche e di opposizione alla violenza, ha dato contributi importanti alla teoria del conflitto che spesso è associata con la sinistra radicale.

La sinistra fascista. Durante il fascismo in Italia un gruppo di intellettuali come Berto Ricci, Mino Maccari, Marcello Gallian, Elio Vittorini, Romano Bilenchi e Vasco Pratolini venivano definiti all'interno del regime la «sinistra fascista». Già nell'immediato dopoguerra in Italia si parlò di fascismo di sinistra tra gli esponenti del neonato Movimento Sociale Italiano, un gruppo riunito intorno a Giorgio Pini ed Ernesto Massi[3] nel Raggruppamento Sociale Repubblicano. Secondo un'altra interpretazione (Pietro Neglie) la sinistra fascista è da intendersi con il sindacalismo rossoniano, il quale come frazione ideologica trascende lo stesso Rossoni e alla fine si schiera con l'Ordine del Giorno Grandi nel luglio 1943, oltre che con il progetto di Stato o comunità del lavoro,[4] la «mistica del lavoro» che campeggia anche come essenza ideale e prassi dello Stato del lavoro nella Repubblica Sociale Italiana e Genesi e struttura dell società, testo che costituisce il testamento filosofico di Giovanni Gentile come sintesi politico-ideologica della sinistra fascista di contro al meccanicismo mercificatore tecnicistico marxista e capitalista.

L'interpretazione di Irving Louis Horowitz. Il sociologo Irving Louis Horowitz nel suo libro Winners and Losers (Vincitori e vinti) del 1984, basato sul lavoro di Vladimir Lenin L'estremismo, malattia infantile del comunismo,[5] scrive che Lenin descrive i nemici della classe operaia come opportunisti e borghesi rivoluzionari, che collega all'anarchismo. Horowitz sostiene che c'era un simile sforzo politico negli Stati Uniti d'America negli anni ottanta che si caratterizza come fascismo di sinistra. Horowitz sostiene che è pericoloso assumere chiare distinzioni tra destra, centro e sinistra e che sono possibili varie combinazioni. Il carattere totalitario e antidemocratico delle Brigate Rosse italiane portò ad additarle come fasciste di sinistra nei successivi anni di piombo europei, che vedevano opposti gruppi terroristici neri e rossi, come il tedesco Rote Armee Fraktion (RAF). Horowitz sostiene che il fascismo di sinistra negli Stati Uniti come in Europa è in grado di coniugare ceppi ideologici molto diversi in una formula politica che ha il potenziale per un appello di massa. Questa sintesi politica porterebbe quindi una somiglianza ideologica tra terrorismo rosso e nero, poiché entrambi ispirati alla lotta di classe, populismo, totalitarismo e talvolta antisemitismo in chiave anticapitalista. Horowitz afferma che un principio di fascismo di sinistra negli Stati Uniti è un rifiuto dei suoi ideali prevalenti e al sistema democratico e un'asserzione del socialismo come un'astrazione idealizzata. Egli sostiene che i fascisti di sinistra esaminano in modo univoco il socialismo senza commento sulle attività in Unione Sovietica. Sostiene inoltre che la forza potenziale del fascismo di sinistra, come praticato da Lyndon LaRouche e dalla sua Commissione nazionale dei comitati dei lavoratori(NCIC), sia nella combinazione di principi motivante per lo sviluppo di un nuovo ordine sociale fascista. L'efficacia del NCIC è visto il successo nella costruzione di alleanze monotematiche con l'estrema destra antisemita Liberty Hall, con certi movimenti neri islamici e funzionari conservatori della Fratellanza Internazionale degli Autotrasportatori.

Interpretazione di Richard Wolin. Nel tardo XX e XXI secolo il termine fascismo di sinistra è stato usato per descrivere le alleanze politiche ibride insolite.[6] Lo storico Richard Wolin ha utilizzato il termine fascismo di sinistra sostenendo che alcuni intellettuali europei sono stati infatuati da teorie post-moderniste o anti-illuministe, aprendo la strada a movimenti e associazioni di dubbia razionalità che coniugano fascismo e altre dottrine di sinistra.

Una nauseante retorica: così la sinistra vede fascismo ovunque. Edoardo Santelli su Ilprimatonazionale.it il 18 Maggio 2019. La presenza al Salone del Libro di Torino della casa editrice Altaforte ha suscitato le ire dei cosiddetti antifascisti, che non hanno mancato di far sentire la loro voce: Altaforte, vicina agli ambienti di Casapound, è stata immediatamente accusata di fascismo e la sua presenza al Salone è stata subito contestata. Molti intellettuali hanno manifestato il loro disappunto e l’aria si è fatta ancora più elettrica quando il sindaco di Torino Chiara Appendino e il presidente della regione Piemonte Sergio Chiamparino hanno presentato alla Procura di Torino un esposto per apologia di fascismo. L’accusa di fascismo è stata usata non soltanto per attaccare la casa editrice ma anche il ministro dell’Interno Matteo Salvini, quando si è scoperto che il libro-intervista scritto Chiara Giannini è stato pubblicato con la casa editrice Altaforte. Arrivati a questo punto, tutta la retorica antifascista ha dato il meglio di sé (si fa per dire). Si è assistito a scene insulse: gente che cantava “Bella ciao”, intellettuali che gridavano al ritorno del fascismo, giornalisti che intervistando il Ministro lo accusavano implicitamente di avere posizioni filo-fasciste, ecc. Queste manifestazioni spingono ad una riflessione rispetto alla retorica antifascista e al meccanismo che sta alla base dell’accusa di fascismo. Bisogna porsi due domande: che cosa significa, realmente, l’accusa di fascismo? E, in secondo luogo, perché oggi tale accusa è tornata in auge, manco fossimo nell’immediato dopoguerra? Per rispondere alla prima domanda bisogna considerare il meccanismo semantico che riguarda la parola “fascismo”. Questa parola denota un preciso movimento politico italiano, nato il 23 marzo del 1919 a Milano con la fondazione dei Fasci di Combattimento e conclusosi formalmente il 25 luglio 1943 con il voto di sfiducia a Benito Mussolini da parte del Gran Consiglio del Fascismo. Data questa accezione, non è chiaro che senso abbia dichiararsi antifascista, a meno che con “antifascismo” non si intenda fare riferimento ad un giudizio storico: essere antifascista significa giudicare in modo negativo (qualsiasi cosa ciò significhi) il periodo storico del fascismo, così come essere anticarolingiano significa (o significherebbe, se tale parola fosse usata) giudicare negativamente il periodo dell’Impero di Carlo Magno. Allo stesso tempo, per contro, dichiararsi fascista non significherebbe altro che dare un giudizio positivo (qualsiasi cosa ciò significhi) del fascismo, mentre non significherebbe necessariamente auspicare un ritorno del fascismo, così come dichiararsi carolingiano significherebbe dare un giudizio positivo dell’Impero di Carlo Magno e non promuovere, invece, un ritorno di tale impero. Ci si potrebbe domandare, allora, per quale ragione se uno va in giro a dichiararsi “carolingiano” non rischia niente (o al più rischia di essere deriso), mentre se uno si dichiara pubblicamente fascista rischia l’accusa di apologia di fascismo. Non si può certo rispondere dicendo che chi si dichiara fascista favorisce, seppur indirettamente, il ritorno del Fascismo. Questa proposta è tanto assurda quanto sostenere che uno che si dichiara carolingiano favorisce il ritorno dell’Impero di Carlo Magno. Eppure, proprio tale proposta sembra essere presupposta nell’accusa di apologia di fascismo: sembra insomma che tale accusa e il corrispondente reato presuppongano la possibilità di un ritorno del Fascismo. Ma è, oggi, una possibilità effettiva? Non pare. Non a caso, la XII disposizione transitoria e finale della Costituzione e la Legge Scelba del 1952 parlano del “disciolto partito fascista”, a ricordare che si fa riferimento, anche quando si ipotizza il reato di apologia di fascismo, del Fascismo del Ventennio e dei suoi specifici principi e valori. Ora, al di là degli innumerevoli dubbi sollevati rispetto alla legittimità costituzionale della Legge Scelba (essa violerebbe i principi costituzionali di libertà associativa e di libertà di manifestazione del pensiero), bisogna ricordare che il legislatore è stato acuto nel sottolineare che si parla del disciolto partito fascista, onde evitare generalizzazioni che renderebbero sfumati i confini fra l’apologia del fascismo e la manifestazione di un pensiero di destra (nemmeno la Legge Mancino del 1992 è riuscita a eludere tale precisazione: cfr. la sentenza della Corte di Cassazione 8108/2018): fare il saluto romano, esprimere una posizione “revisionista” rispetto al Fascismo, apprezzare la figura di Benito Mussolini, ecc. non costituisce reato, a meno che tali comportamenti non siano accompagnati da un’effettiva volontà e azione preposte alla ricostituzione del partito del Ventennio. In altre parole, la libertà di pensiero e opinione è garantita. Questo spiega perché in passato partiti come il Movimento Sociale Italiano, poi tramutato in Alleanza Nazionale, che seguiva il principio enunciato da Augusto De Marsanich «non rinnegare, non restaurare» non fu perseguito legalmente e poté entrare in parlamento. Gli antifascisti che hanno sempre pronta in bocca l’accusa di fascismo dovrebbero studiare prima di parlare e avere almeno un’idea di ciò che prevede la legge. Se oggi in Italia esiste un atteggiamento censorio è il loro: escludere Altaforte dal Salone e accusare pubblicamente Salvini di fascismo rappresentano niente di meno che abusi, violenze e prepotenze nei confronti di chi manifesta liberamente e legalmente il suo pensiero. La parola “fascista” è oggi usata in un senso generale, per attaccare chiunque manifesti idee contrarie alla logica del politicamente corretto. Questo non sarebbe grave se non fosse che le accuse di apologia di fascismo campate per aria hanno un peso anche nel comportamento delle istituzioni, come dimostra l’esposto di cui si è detto all’inizio. Questo comportamento non soltanto presuppone un atteggiamento tutt’altro che tollerante nei confronti del libero pensiero (in barba ai principi di libertà di opinione e parola sanciti dalla Costituzione) ma dimostra anche quanto le generalizzazioni siano facili persino per chi rappresenta le istituzioni. Edoardo Santelli

Il fascismo? Una storia tutta di sinistra (La Voce di Romagna Rimini). Da La Voce di Romagna Rimini del 04/10/2013. Intervistare Nicholas Farrell è un'avventura. Non si fa trovare mai, ti dice che prende un caffè e non lo senti per ore. Farà parte del personaggio. Comunque: Farrell è celebre perché ha insegnato agli italiani chi era Benito Mussolini. Questa volta, poi, cavalca la mostra su Il giovane Mussolini, inaugurata domenica a Predappio fino al 31 maggio 2014 per sfornare un libro, Il compagno Mussolini, pubblicato da Rubbettino, controfirmato da un giornalista di calibro come Giancarlo Mazzuca, «che da lunedì è a Predappio, ma nel resto d'Italia a novembre: cosa ne parliamo a fare?». Ecco, Farrell vuole fare sempre il furbo. Senti, la tesi è quella che il fascismo è un affare di sinistra, una deviazione socialista. «Se guardi quello che ha scritto e detto Mussolini a Forlì, quando era direttore di Lotta di classe, ricorrono le stesse idee del fascismo: odia la democrazia, perché è il trucco della borghesia, allo stesso tempo disprezza il Parlamento. Ritiene necessaria una rivoluzione extraparlamentare. Dice che la qualità è più importante della quantità, uno dei temi fondamentali del fascismo, che esalta i produttori rispetto ai parassiti. E tutto questo Mussolini lo dice nel 1910-11, da socialista, e i socialisti, si sa, erano i primi comunisti». Ma poi c'è lo strappo della Prima guerra mondiale, Mussolini mette l'elmo da interventista, con il partito è guerra aperta. «Mussolini capisce che la difesa della patria contro il nemico è più importante dell'internazionale e della lotta di classe. E la sua posizione è la stessa del partito socialista tedesco e francese». Rompere le scatole agli storici nostrani. Farrell non dice niente di nuovo, ma documenta per bene ciò che dà fastidio agli storici del Belpaese. Intanto «l'affinità, la continuità del socialismo con il fascismo. Niente di nuovo, hai ragione: basta guardare la prossimità tra tutte le rivoluzioni di sinistra del Novecento e quella fascista. Se pensi a Cuba, che cos'è? Fascismo, socialismo nazionalista. Anche il comunismo sovietico era nazionalista». E poi, la faccenda ebraica. Farrell ricostruisce l'amore di Mussolini con Margherita Sarfatti, sorprendente dama ebrea, dall'intelligenza inusuale. Mussolini «non aveva nulla contro gli ebrei, essendo lontano anni luce da qualsiasi sentimento razzista»: questo lo scrive Vittorio Feltri nell'introduzione al libro. «Già, proprio così», mugugna Farrell, «e poi hai visto che mi descrive "brillante giornalista inglese"?». Supremo vanitoso. Torniamo al tema. Di nuovo, al di là del pescare testi di grandi inglesi in qualche modo affini al Duce (Kipling, Chesterton, H.G. Wells), tiri fuori dagli archivi dell'Università di Cambridge dei documenti in cui si capisce che i servizi segreti britannici finanziavano il Dux e il suo giornale, «non perché fascista, ma perché socialista che odiava i tedeschi». Farrell mi manda a quel paese, «questo è uno scoop, non svelarlo ancora». Fatto. «Dì piuttosto che inizio parlando di Predappio». Cioè? «Predappio è la Betlemme fascista. Comincio il libro con un dialogo con il Sindaco Frassineti, mio amico- nemico: lui urla "vogliamo essere un paese normale, persone normali". Ma normale Predappio non lo sarà mai». E bravo Nik, il Pindaro del Dux.

GIUSEPPE PARLATO, La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato, Bologna, Il Mulino Ricerca, 2000, p. 404, L. 45.000. Questo volume porta alla luce la più inquieta fra le diverse e non di rado conflittuali anime del fascismo: la cosiddetta sinistra fascista. Parlato identifica i tratti salienti del mosaico di idee, valori e umori che ne costituisce l'identità, seguendo il "fiume carsico" della sinistra fascista oltre la fine del Ventennio, fin dentro gli anni Settanta. Un forte spirito antiborghese e anticapitalistico, un'idea della politica come rivoluzione, l'obiettivo di una democrazia popolare totalitaria di radice rousseauiana caratterizzano questo fascismo che ha le sue origini nel sindacalismo rivoluzionario d'anteguerra, e il suo habitat nelle strutture sindacali e nelle organizzazioni giovanili universitarie. Con la seconda guerra mondiale i fascisti di sinistra scelsero spesso sponde opposte: alcuni rimasero fedeli al proprio essere fascisti, altri al proprio essere rivoluzionari ed entrarono nel partito comunista, dove occuparono anche posti di prestigio.

Recensione di Tania Tomassetti su cultureducazione.it. L’autore in La sinistra fascista. Storia di un progetto mancato traccia una sintesi rigorosa e ben articolata della tematica del sindacalismo nella storia del fascismo italiano, analizza le differenti fasi che interessano la genesi, il decollo ed infine il tracollo di un fenomeno così importante come quello qui trattato. L’influenza politica del fenomeno del sindacalismo con tutte le sue determinazioni e le sue conseguenze è l’obiettivo che intende raggiungere Parlato nel libro. Di certo, le prime righe dell’Introduzione si rivelano chiarificatorie per cogliere la linea argomentativa scelta dall’autore nell’esposizione della sua ricerca. Egli, procede mediante un’analisi storica, o, se vogliamo ideologica che si indirizza su quattro fronti: americano, sovietico, inglese e italiano. Si tratta di una scelta metodologica, a mio avviso molto congeniale perché non si limita ad una descrizione unidirezionale ma tenta di spiegare l’evolversi del fenomeno della sinistra fascista attraverso uno studio pluridirezionale, dove entrano in gioco non solo le caratteristiche peculiari dell’oggetto da analizzare, altresì le affinità, e soprattutto le differenze con i tre colossi della storia mondiale. Parlato riprende il testo di un articolo pubblicato nella rubrica Cantiere, a firma l’Impresa (n. 23 della rivista, 17 giugno, 1944), e riedito nel 1971 da Barna Occhini, in Antologia di «Italia e Civiltà», dove si esordisce: «Roosevelt, Churchill, Stalin. Il gran discorrere di Roosevelt e Churchill e la forma e la sostanza dei loro discorsi hanno invariabilmente l’effetto di accrescere in noi, al confronto, la stima verso Stalin. Rispettiamo al confronto la serietà di Stalin, la sua semplicità di parole e di gesto, il suo andare allo scopo con energica, silenziosa durezza. […] E sappiano finalmente Roosevelt e Churchill, e tutti i loro compari, che i fascisti più consapevoli, i quali hanno sempre riconosciuto nel comunismo la sola forza viva contraria alla propria, non tanto nella Russia, quanto nella plutocratica Inghilterra e nella plutocratica America hanno individuato il vero nemico. Sempre essi hanno sentito di discordare, sì, dai comunisti su molti punti, ma anche di concordare con essi su molti altri, e precisamente e soprattutto di concordare su ciò che non vogliono. Vale a dire, noi e i comunisti concordiamo nel non volere più, né gli uni né gli altri, la vecchia società liberale, borghese capitalistica. E sappiano anche, i Roosevelt, i Churchill e i loro compari, che quando la vittoria non toccasse al Tripartito, i più dei fascisti veri che scampassero al flagello passerebbero al comunismo, con esso farebbero blocco. Sarebbe allora varcato il fosso che oggi separa le due rivoluzioni. Avverrebbe tra esse uno scambio e un’influenza reciproca, fino alla fatale, armonica fusione». «Si coglie, – spiega Parlato – in questo breve passo della rivista fiorentina, un significativo anche se estremo – concentrato di quella mentalità e di quei propositi che connotarono la “sinistra fascista”, quell’insieme, a volte discorde e contraddittorio, di sentimenti, di posizioni, di prospettive e di progetti che si fondavano sulla persuasione di vivere nel fascismo e attraverso il fascismo una sorta di palingenesi rivoluzionaria, la prima – essi sottolineavano – vera rivoluzione italiana dall’unità. Ormai la storiografia contemporanea, soprattutto dopo la lezione defeliciana, non ha particolari difficoltà a riconoscere l’esistenza, nel fascismo, di anime diverse, di componenti culturali e ideologiche che, provenendo da un humus letterario, artistico, filosofico precedente al fascismo, portarono nel movimento di Mussolini una notevole complessità di suggestioni e di tendenze». Il fascismo non è più dunque un “blocco granitico” come si è ipotizzato per anni, adesso la storiografia sul fascismo ha ripensato alla monolicità finora attribuita al Partito di Mussolini. Si è parlato di cinque anime del fascismo (Cfr. Volt, Le cinque anime del fascismo, in “Critica Fascista”, 15 febbraio 1925), di distinzione tra “fascismo-regime” e “fascismo-movimento” (Cfr.R. De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M. A. Ledeen, Roma-Bari, Laterza, 1975, pp. 29-30, e R. De Felice, Autobiografia del fascismo, Bergamo, Minerva Italica, 1978, pp. 159-163), e dell’influenza che hanno avuto sull’ideologia fascista l’eredità dei movimenti culturali dell’ottocento e del primo novecento, il sindacalismo rivoluzionario e il nazionalismo (Cfr. E. Gentile, Le origini dell’ideologia fascista, Roma-Bari, Laterza, 1975; F. Perfetti, Il dibattito sul fascismo, Roma, Bonacci, 1984, pp. 23-24). Le caratteristiche riferite sono solo alcuni degli esempi riportati nel libro, ma, numerosi sono i riferimenti bibliografici citati in nota per spiegare le svariate componenti della sinistra fascista. L’autore ha portato avanti la sua ricerca con molta diligenza e pazienza. Non dev’essere stato facile raccogliere, e selezionare l’enorme mole di materiale bibliografico presentato nel volume, e soprattutto, scegliere quello più fecondo per illustrare un profilo preciso e obiettivo su una particolare e complessa corrente del movimento fascista. «L’incertezza maggiore nel seguire il percorso, – spiega – tortuoso e spesso sotteraneo, della sinistra fascista dopo la stabilizzazione del 1925 deriva essenzialmente dalla difficoltà di definirla, di coglierne i confini e, contemporaneamente, le sfumature, di individuarne il rapporto col regime e col potere nel corso del ventennio. Lo scopo della presente ricerca è essenzialmente quello di delineare le caratteristiche e i progetti, le velleità e i compromessi di una delle tante tessere che compongono il mosaico fascista, non certamente quello di offrire un’interpretazione complessiva del fenomeno. Un’analisi, la presente, che parte da una precisazione di fondo, necessaria, alla luce di quanto è stato finora detto: la sinistra fascista non è un partito nel partito, non è una corrente strutturata nell’ambito del fascismo. Come già si è detto, è piuttosto un insieme, a volte contraddittorio, di sensazioni e di atteggiamenti, è la manifestazione di una volontà, spesso confusa, di rinnovamento, che partecipa, a sua volta, di diversi contributi culturali: dal sindacalismo rivoluzionario al futurismo, dal repubblicanesimo mazziniano al socialismo risorgimentale, dall’anticlericalismo radicale al populismo antiborghese, dallo squadrismo alla mistica del lavoro e della tecnica, intesa, quest’ultima, come futura classe dirigente del regime»[3]. A questo punto, è importante elencare gli argomenti sviluppati nei sette capitoli di cui l’opera si compone: 1) Il mito del Risorgimento nella sinistra fascista, 2) La cultura del sindacato: alla ricerca di una nuova élite, 3) Il nuovo fascismo. Dall’impero alla guerra rivoluzionaria, 4) Il lavoro come mito e come ideologia, 5) Il lungo progetto di Tullio Cianetti, 6) Oltre il fascismo: dal 25 luglio al 25 aprile, 7) L’ultimo atto: la sinistra nazionale. Si tratta, dunque, di uno studio che inizia negli anni Venti per concludersi negli anni Novanta. In questo arco di tempo si sono verificati dei fatti storici che hanno determinato dei cambiamenti radicali nella società italiana, e che l’autore, sebbene impegnato ad illustrarne solo uno fra i tanti, non ha tralasciato di metterli in luce, e di scoprirne i punti di raccordo, così come quelli discordanti. L’intenzione di Parlato consiste nel tentare di precisare la natura e le peculiarità del sindacalismo fascista, e, per raggiungere il suo fine utilizza piani di ricerca differenti, ma legati da un filone comune: quello ideologico. Accanto all’aspetto politico-sociale, si impone quello pedagogico, che permette di operare una sorta di continuità tra il mondo della politica e quello della cultura. Si riaccende così un dibattito sul rapporto tra la scuola e il lavoro, e tra la scuola e la società, che ha impegnato molti intellettuali italiani a partire dagli anni Trenta fino agli anni Settanta e oltre. L’esigenza di diffondere tra le masse la cultura, si presentava come una prerogativa necessaria e determinante per giungere alla realizzazione di un progetto politico, come quello auspicato dalla sinistra fascista. La trasmissione del sindacalismo non poteva prendere avvio, se non si operava prima una trasformazione della “cultura del lavoratore” attraverso l’introduzione di scuole sindacali, che avrebbero dovuto compierla. Indubbiamente, come osserva P. Neglie in Il sindacalismo fascista fra “classe” e “nazione”. Origini ideali, aspirazioni e velleità della sinistra fascista nel ventennio (in R. De Felice, Il lavoro dello storico fra ricerca e didattica, pp. 120-121): «Il sindacato fascista svolse durante il regime una funzione assai particolare, non limitata soltanto alla rappresentanza dei lavoratori o all’elaborazione, in gran parte disattesa, di nuove normative in ordine allo stato sociale. Esso, fin dalle origini e ininterrottamente fino al 1943, svolse una funzione politica di rilievo come laboratorio organizzativo della sinistra fascista»[4]. Nondimeno, non ci meraviglia il fatto che: «La maggior parte degli esponenti del fascismo “rivoluzionario” e “sociale” vide nell’organizzazione sindacale un punto di riferimento insostituibile per condurre la propria battaglia. Il sindacato, grazie alla sua struttura territoriale e di categoria, alla disponibilità finanziaria, alla presenza di uffici-studi di carattere legislativo e normativo, alla discreta rete di riviste e di organi di stampa, riuscì a rappresentare per molti intellettuali una garanzia di visibilità, un approdo sicuro anche dal punto di vista economico, un luogo protetto e sostanzialmente autonomo nel quale sviluppare teorie e proposte le quali, sebbene raramente recepite dal regime, costituirono quel bagaglio politico del quale si giovò la sinistra fascista. […] Non è un caso che personaggi di diversa caratura intellettuale e politica (da Malaparte a Panunzio, da Del Giudice a Landi, da Dinale a Chilanti, da Volpicelli a Zangara, da Olivetti a Manunta, da Spampanato a Fontanelli) siano passati, in un certo momento della loro attività politica – in genere, agli inizi – attraverso le strutture sindacali o la stampa delle organizzazioni dei lavoratori. […] In questa ottica, il rapporto fra cultura e sindacato diventa indispensabile per comprendere la natura e le dimensioni della sinistra fascista, una componente che, senza il sindacato, si sarebbe caratterizzata tutt’al più per semplici dichiarazioni d’intenti, talvolta geniali, più spesso ingenue, idealistiche e recriminatorie»[5]. La scuola assume una funzione quasi decisiva nella materializzazione della formazione del sindacato fascista. Ad essa veniva attribuito lo scopo di eliminare quel divario che da sempre si consumava tra l’istruzione scolastica destinata alla classe dirigente e quella diretta alle masse. «Un divario – scrive Parlato – che “la rivoluzione fascista” riteneva in qualche modo di dovere colmare, pena la perpetua sudditanza dei lavoratori rispetto ai datori di lavoro. Il problema di fondo delle scuole sindacali era quello della inevitabile caratteristica elitaria degli studenti. Soprattutto all’inizio, i partecipanti furono in maggioranza tecnici, amministratori, impiegati che intendevano accrescere le possibilità di inserimento nella politica o nel sindacato. La presenza dell’operaio di fabbrica costituì un fenomeno significativo dopo la metà degli anni Trenta e soltanto nelle grandi città industriali»[6]. Il tema pedagogico-culturale è preponderante, e la sua presenza può essere rintracciata in tutto il volume, e soprattutto nei capitoli: II, III e IV in cui vengono da un lato delineate le molteplici e mutevoli aspirazioni politiche e sociali della borghesia e delle masse, nonchè il nuovo ruolo del sindacato; mentre, dall’altro è esemplificata la nuova funzione dell’attività lavorativa, intesa come “storia” e come “pedagogia rivoluzionaria”. Da non dimenticare, che questi aspetti tematici elaborati da Parlato non possono essere analizzati come fatti a se stanti, ma devono continuamente fare i conti prima con il ripristino della stabilità politica del primo dopoguerra, e poi con lo scoppio della seconda guerra mondiale, che non può che influenzare il loro cammino evolutivo. Infatti, è proprio ad essa che deve essere fatta risalire la diffusione di una nuova figura dell’intellettuale, vale a dire: “l’intellettuale militante”, che finisce per trasformare l’approccio verso la storia e la cultura in generale. «Se con la Carta del 1927 – rileva l’autore – il lavoro era diventato uno dei punti di riferimento del messaggio sociale fascista e se dalla grande crisi dei primi anni Trenta, almeno propagandisticamente, in nome del lavoro si era cercato di salvaguardare gli interessi delle classi più deboli della società, è con la conclusione della guerra d’Etiopia che il lavoro diventò, nell’immaginario collettivo del fascismo rivoluzionario, il nuovo mito di riferimento, il criterio attraverso cui elaborare una nuova classe dirigente: dall’ex combattente della prima guerra mondiale si passava al lavoratore, nelle sue varie sfumature (il colonizzatore, il soldato che torna al lavoro, l’operaio, il rurale, l’ex bracciante). […] Tuttavia, non di solo mito si trattò, bensì di una evoluzione importante e, per certi versi sorprendente, dell’ideologia del fascismo. […] Mussolini consentì la più ampia discussione all’interno della cultura fascista, la quale tuttavia, incanalata negli strumenti istituzionali del regime – primo fra tutti l’Istituto nazionale di cultura fascista – finiva col condizionare solo marginalmente il regime. Nel frattempo, nel paese, l’affermarsi della società di massa determinava il progressivo perfezionamento degli strumenti propagandistici del regime per meglio “andare verso il popolo” e incrementare quel consenso che diventava sempre più essenziale per sorreggere uno stato che si definiva totalitario. Il passaggio da una società agricolo-sacrale ad una industriale e secolarizzata comportò una maggiore attenzione verso il problema sociale, sia dal punto di vista sociologico, sia da quello politico: oltre che dai ceti medi, che avevano notevolmente contribuito alla nascita del fascismo, la domanda politica veniva, ormai, anche dal proletariato e dai rurali: diventava imprescindibile per il fascismo rappresentare globalmente, “totalitariamente”, la società italiana, ivi compresi i ceti un tempo esclusi dallo stato»[7]. In aggiunta al valore assunto dalla cultura e dal lavoro, scrive: «Fu il pedagogista Luigi Volpicelli, braccio destro di Bottai all’epoca della Carta della Scuola, a contestare la scissione fra lavoro e cultura operata dalla società borghese. Ogni volta che il lavoratore si avvicinava alla cultura (anche a quella professionale), doveva necessariamente uscire dai canoni della propria attività ed entrare in un mondo a lui estraneo; ciò, per Volpicelli, dipendeva dalla radicata immagine di una cultura intesa esclusivamente come cultura umanistica, di fronte alla quale la preparazione tecnica del lavoratore veniva considerata come approssimazione velleitaria. […] La cultura è strettamente legata alla realtà, raggiunge l’unità dell’esperienza culturale, non la parcellizzazione del sapere attraverso la nozione accademica, è, in altri termini, una “unitaria concezione del reale”, nell’ambito della quale il lavoro occupa lo spazio principale, essendo sintesi di vita e civiltà. Per Volpicelli, la tecnica è il punto centrale verso cui indirizzare la sintesi di lavoro e vita; la tecnica – “genio che presiede alla civiltà moderna” – assume un carattere mistico, nel quale le vecchie caratteristiche di lavoro come pena o come fatica sono completamente assenti (Cfr. L. Volpicelli, Premessa per una cultura operaia, in “Civiltà fascista”, maggio 1942, pp. 432 e sgg.)»[8]. Negli ultimi tre capitoli il discorso è prevalentemente politico, infatti emerge un ritratto molto particolareggiato sui differenti periodi che hanno interessato la formazione del sindacalismo fascista. Se scorriamo i titoli dei paragrafi è possibile cogliere come l’autore abbia tentato, per altro riuscendoci, di delineare nei dettagli i contenuti ideologici portati avanti dalla sinistra fascista in base agli andirivieni politici del Partito. Dall’attività sindacale svolta da Cianetti, Del Giudice, Biagi, Rossoni, Razza e Scorza, si passa all’ipotesi di un “sindacalismo nazionale” durante la Repubblica di Salò, fino ad arrivare all’ultimo atto della sinistra fascista che si protrae all’incirca intorno agli anni Settanta del ’900. Parlato, ha saputo offrire al lettore l’occasione di afferrare attraverso una descrizione lineare e schematica un quadro completo delle diverse sfumatore che hanno colorato l’iterdel sindacato fascista, e soprattutto, ha fornito gli strumenti per approfondire i poliedrici fatti che lo hanno ostacolato, sostenuto, e che hanno permesso la sua ascesa e la sua fine. Tania Tomassetti su cultureducazione.it

Fascisti di sinistra da "Fascisti immaginari" - Luciano Lanna e Filippo Rossi. «La destra è censura, reazione, bigotteria. E se ho un'appartenenza culturale è più al fascismo che alla destra, che mi fa schifo [...] Il fascismo che ho conosciuto in famiglia è quello libertario, gaudente, generoso. Penso al fascismo rivoluzionario dell'inizio e della fine, quello che non conserva ma cambia, quello socialista e socialisteggiante...» Idee chiare e sentite quelle del ventottenne Nicolo Accame, giornalista del "Secolo d'Italia" intervistato, insieme a suo padre Giano, nel marzo 1996, da Stefano Di Michele: due fascisti, un padre e un figlio. Idee chiare e sentite che affondano in un diffuso e radicato retroterra esistenziale e culturale. Quello dei cosiddetti «fascisti di sinistra». Anche quando Alberto Giovannini, giornalista di lungo corso, classe 1912, è stato costretto a definirsi ha dovuto per forza di cose ricorrere a quell'apparente ossimoro: «Io sono stato fascista a modo mio. Era, il nostro, un fascismo di sinistra». E aggiungeva: «Non potevo non avere una certa fedeltà e riconoscenza verso quel regime attraverso il quale io, che ero nessuno, figlio di povera gente, di operai, cominciando col fare il fattorino, ero arrivato a dirigere un quotidiano. Il fascismo mi aveva dato la possibilità di avanzare socialmente. Non lo avevo dimenticato ...». E quando, a metà degli anni '80, durante la presentazione di una riedizione dello "Scrittore italiano" di Berto Ricci, i dirigenti missini Pinuccio Tatarella e Beppe Niccolai, furono anche loro costretti a definirsi, le due risposte risultarono antitetiche. Più che "di destra", di "centro-destra" si definì Tatarella, ricollegandosi alla tradizione politica che negli anni '50 avevo visto molte città del Mezzogiorno amministrate da coalizioni composte da MSI, destre liberali e monarchiche e DC. Sicuramente "non di destra", anzi "di sinistra", si dichiarò invece Niccolai, riagganciandosi a tutt'altra tradizione. Una tradizione che affondava le sue radici nel Mussolini giacobino, nel socialismo risorgimentale di Pisacane, nel sindacalismo rivoluzionario di Sorel e Corridoni, nelle avanguardie artistiche d'inizio Novecento, nel fascismo sansepolcrista del 1919, nell'interpretazione gentiliana del marxismo...Se infatti storicamente il fascismo nasce con Mussolini e "Il Popolo d'Italia" tra il 1914 e il 1919 da una scissione del partito socialista, il filosofo cattolico Augusto Del Noce ne ha retrodatato la genesi filosofica al 1899 con la pubblicazione del saggio di Giovanni Gentile su "La filosofia di Marx", che venne considerato da Lenin -nel "Dizionario Enciclopedico russo Granat" del 1915- uno degli studi più interessanti e profondi sull'essenza teoretica del pensatore di Treviri. Del marxismo, Gentile respingeva il materialismo ottocentesco ma ne abbracciava con entusiasmo l'ultramoderna dimensione di «filosofia della prassi», tesa non solo a interpretare il mondo ma a cambiarlo. Stando almeno all'interpretazione delnociana, quindi, il fascismo non sarebbe affatto una negazione del marxismo, ma piuttosto una sua "revisione" che reinterpreta la prassi come spiritualità. Il fascismo si prospetta, insomma, come una rivoluzione "ulteriore" rispetto a quella marx-leninista. D'altro canto, divenuto filosofo ufficiale del fascismo, Gentile ripubblicò il suo libro su Marx nel 1937, nel pieno degli "anni del consenso". E quando, il 24 giugno 1943, pronunciò in Campidoglio il Discorso agli italiani per esortarli a resistere agli anglo-americani, si rivolse espressamente agli ambienti di sinistra presentando il fascismo come «un ordine di giustizia fondato sul principio che l'unico valore è il lavoro». E precisò: «Chi parla oggi di comunismo in Italia è un corporativista impaziente». Lo stesso Lenin, del resto, rivolgendosi nel 1922 al comunista Nicola Bombacci aveva potuto dire: «In Italia c'era un solo socialista capace di fare la rivoluzione: Benito Mussolini». Nel fascismo di sinistra ci sono davvero tante cose: il percorso politico dello stesso Bombacci, il comunista finito a Salò e appeso con Mussolini a Piazzale Loreto; la covata ribelle dei giovani intellettuali aggregati attorno all'ex anarchico fiorentino Berto Ricci e alla sua rivista "L'Universale"; il "lungo viaggio" dal fascismo al comunismo di tanti intellettuali, da Davide Lajolo a Fidia Gambetti, da Felice Chilanti a Ruggero Zangrandi, da Elio Vittorini a Vasco Pratolini, da Ottone Rosai a Mino Maccari. Fermenti e contraddizioni che hanno indotto lo storico Giuseppe Parlato a dedicare un intero libro alla cosiddetta "sinistra fascista": «Quell'insieme, a volte discorde e contraddittorio, di sentimenti, di posizioni, di prospettive e di progetti che si fondavano sulla persuasione di vivere nel fascismo e attraverso il fascismo una sorta di palingenesi rivoluzionaria, la prima vera rivoluzione italiana dall'unità». E delle varie anime del fascismo, la "sinistra" fu sicuramente la più vivace. Ancorata al Risorgimento mazziniano e garibaldino, la sinistra fascista cercò di incarnare un progetto che era nato prima del fascismo e che mirava ad oltrepassare la stessa esperienza mussoliniana. E se nei primi tempi essa si tradusse essenzialmente nello squadrismo e nel sindacalismo, verso la metà degli anni '30 -aggregando soprattutto i giovani universitari, gli intellettuali e i sindacalisti - si fece portatrice di un "secondo fascismo" teso a superare la società borghese. Non è un caso che i vari Bilenchi, Pratolini e tutti i giovani intellettuali del cosiddetto "fascismo di sinistra", oltre che in Berto Ricci, trovassero un punto di riferimento nel fascista anarchico Marcello Gallian. «I libri di Gallian -scriveva Romano Bilenchi su "Il Popolo d'Italia" del 20 agosto 1935- sono documenti... E un documento su di un periodo rivoluzionario non creduto compiuto non avrà fine finché tutta la rivoluzione non sia realizzata». Quest'anima di sinistra conviverà nei vent'anni del regime con altre componenti. E nonostante il suo essere per molti versi un "progetto mancato", marcherà sempre il Ventennio, influendo decisamente sull'identità culturale sia del fascismo che del postfascismo. Confesserà Bilenchi, diventato comunista dopo la guerra: «Rimasi molto legato a queste idee diciamo così, socialiste... Del fascismo mi colpì il programma, più a sinistra, almeno a parole e almeno agli inizi, di quello degli altri... Poi ho conosciuto Berto Ricci, una persona seria, onesta e simpatica. Era un anarchico, filosovietico, ed era entrato nel partito fascista convinto di partecipare a una rivoluzione proletaria». Del resto, già nel 1920, Marinetti aveva scritto: «Sono lieto di apprendere che i futuristi russi sono tutti bolscevichi... Le città russe, per l'ultima festa di maggio, furono decorate da pittori futuristi. I treni di Lenin furono dipinti all'esterno con dinamiche forme colorate molto simili a quelle di Boccioni, di Balla e di Russolo. Questo onora Lenin e ci rallegra come una vittoria nostra». E resta agli atti che il 16 novembre 1922, proprio con un intervento alla Camera di Mussolini presidente del Consiglio, l'Italia fu il primo dei paesi occidentali a dichiararsi disponibile al riconoscimento internazionale dell'Unione Sovietica. Un'apertura che, almeno fino alla guerra di Spagna, non verrà mai meno. Nel giugno 1929, Italo Balbo, in una delle sue celebri trasvolate dall'Italia approdò a Odessa nell'URSS, e lì venne accolto con un picchetto d'onore. E il 4 dicembre 1933, Mussolini ricevette ufficialmente a Palazzo Venezia il ministro degli esteri russo Maxim Litvinov: da tre mesi i due paesi avevano sottoscritto un patto d'amicizia e l'occasione rafforzò ulteriormente le buone relazioni. Erano gli anni in cui il filosofo Ugo Spirito arrivava a teorizzare -nel convegno di Studi corporativi di Ferrara del 1932- la «corporazione proprietaria» che prevedeva di fatto l'abolizione della proprietà privata, e in cui pullulavano le pubblicazioni addirittura filosovietiche, tra le quali un libro di Renzo Bertoni, che, reduce da una permanenza nell'Unione Sovietica, pubblicava nel 1934 un libro intitolato addirittura "Il trionfo del fascismo nell'URSS", sulla cui copertina si vedeva uno Stalin con la mano aperta e in una didascalia si leggeva: «Stalin saluta romanamente la folla». Poi, la guerra di Spagna, la seconda guerra mondiale e la repubblica di Salò. E proprio quest'ultima scatena vivaci discussioni tra Mussolini e Hitler. Per il dittatore tedesco quell'esperienza doveva chiamarsi «Repubblica fascista italiana». Mussolini, invece, senza più obblighi compromissori con la monarchia e gli ambienti conservatori, avrebbe preferito «Repubblica socialista italiana», tornando in qualche modo alle suggestioni sansepolcriste. Ma di quell'aggettivo che puzzava di sovversione e di marxismo Hitler non volle sentirne parlare. E alla fine si accordarono su Repubblica Sociale Italiana. E sia pure ridotto a "sociale", la parola socialista tornava nel lessico dei fascisti. Tanto da emozionare il socialista della prima ora ed ex comunista Nicola Bombacci -colui che aveva fatto adottare il simbolo della falce e martello ai comunisti italiani- e a farlo riappacificare con Mussolini: «Duce -gli scrive l'11 ottobre 1943- sono oggi più di ieri totalmente con Voi. Il lurido tradimento re-Badoglio che ha trascinato purtroppo nella rovina e nel disonore l'Italia, Vi ha però liberato di tutti i componenti pluto-monarchici del '22. Oggi la strada è libera e a mio giudizio si può percorrere sino al traguardo socialista». In uno degli articoli scritti poco prima di essere ucciso dai partigiani, il giornalista Enzo Pezzato -redattore capo a Salò di "Repubblica fascista"- scrisse: «Il Duce ha chiamato la Repubblica "sociale" non per gioco: i nostri programmi sono decisamente rivoluzionari, le nostre idee appartengono a quelle che in regime democratico si chiamerebbero "di sinistra"». E nei giorni del crepuscolo di Salò, Mussolini confiderà al giornalista socialista Carlo Silvestri: «Il più grande dramma della mia vita si produsse quando non ebbi più la forza di fare appello alla collaborazione dei socialisti e di respingere l'assalto dei falsi corporativi. I quali agivano in verità come procuratori del capitalismo... Tutto quello che accadde poi fu la conseguenza del cadavere di Matteotti che il 10 giugno 1924 fu gettato fra me e i socialisti per impedire che avvenisse quell'incontro che avrebbe dato tutt'altro indirizzo alla politica nazionale». Sull'esperienza della RSI, Enrico Landolfi ha scritto che non fu un unicum: «Fu, viceversa, una sfaccettatissimo prisma, un fenomeno pluralistico. Tanto vero che fu in essa presente quasi tutto lo spettro dottrinario e politico». Landolfi sottolinea la presenza al suo interno di esponenti della stessa sinistra antifascista disposti a collaborare per l'attuazione del cosiddetto "Manifesto di Verona": oltre a Bombacci e a Carlo Silvestri, Edmondo Cione, Germinale Concordia, Pulvio Zocchi, Walter Mocchi e Sigfrido Barghini. Accanto a loro, c'era soprattutto a Salò una vasta «aggregazione più coerentemente e conseguentemente rivoluzionaria, socializzatrice, popolare-nazionale, libertaria. Disponibile, inoltre, quest'ultima, e anzi fautrice, del dialogo con l'antifascismo, proclive alla più ampia democratizzazione della Repubblica, decisa a resistere alle interferenze e alle rapine naziste, inequivocabilmente antiborghese e anticapitalista». E anche per questo, Landolfi ha titolato un suo libro sulla RSI: "Ciao, rossa Salò". Quella "rossa repubblica" che Bombacci salutò per l'ultima volta, prima che i partigiani lo fucilassero, con le parole: «Viva Mussolini! Viva il socialismo!». Nell'immediato dopoguerra il tema del recupero politico, o almeno elettorale, di chi era stato fascista nel Ventennio ma anche nella RSI, interesserà, più o meno scopertamente, anche il PSI e il PCI, i partiti dove troveranno accoglienza molti fascisti di sinistra. Così, nell'agosto 1947, Palmiro Togliatti, che l'anno prima in qualità di ministro di Grazia e Giustizia aveva concesso l'amnistia ai fascisti, sul quotidiano comunista "La Repubblica d'Italia" scriveva: «Non nascondiamo le nostre simpatie per quegli ex fascisti, giovani o adulti, che sotto il passato regime appartenevano a quella corrente in cui si sentiva l'ansia per la scoperta di nuovi orizzonti sociali... Noi riconosciamo agli ex fascisti di sinistra il diritto di riunirsi e di esprimersi liberamente conservando la propria autonomia». E anche il leader socialista Pietro Nenni, intervistato da "Paese Sera" il primo gennaio 1955, legittimava i fascisti di sinistra: «Da noi la destra esprime soltanto istinti antisociali, di conservazione e di reazione. Tipico il caso dei fascisti che, per inserirsi nella politica reazionaria americana, non hanno esitato a pugnalare ancora una volta il loro capo e a rinnegare l'unico elemento rispettabile della loro tradizione, vale a dire l'opposizione al dominio delle cosiddette plutocrazie». E lo stesso Nenni, se alla vigilia delle elezioni del 1953, aveva aperto le pagine de "l'Avanti!" all'ex direttore fascista de "La Stampa" di Torino, Concetto Pettinato, già nell'immediato dopoguerra aveva favorito la nascita di una rivista -"Rosso e Nero"- con la quale il fascista di sinistra Alberto Giovannini tentava di conciliare le attese fasciste della "rivoluzione incompiuta" con quelle socialiste della "rivoluzione mancata". In questo clima, un gruppo di fascisti di sinistra si raccoglierà attorno alla rivista quindicinale "Il Pensiero Nazionale" diretto dallo scrittore e giornalista già repubblichino Stanis Ruinas. Verranno definiti «fascisti-comunisti», «comun-fascisti», «camicie nere di Togliatti» e «fascisti rossi», definizione quest'ultima che dopo qualche esitazione finiranno anche per accettare. Ma il "rosso" di questi fascisti non fu necessariamente quello del PCI, ma un rosso più articolato, più complesso, più variegato. Tanto che, persino nella sua componente più incline alla linea di Botteghe Oscure, vi fu una divisione tra il gruppetto che volle entrare -ed entrò- nel PCI e gli altri che preferirono restare indipendenti. Dopo il '53, il gruppo de "Il Pensiero Nazionale" si avvicinerà ai socialisti, ai socialdemocratici e alla sinistra cattolica, finendo per gravitare nell'orbita del presidente dell'Eni Enrico Mattei e del suo nazionalismo democratico e mediterraneo. Ma non mancheranno rapporti e scambi con gli esponenti della sinistra fascista interni al MSI. Leader riconosciuto della sinistra missina delle origini fu indiscutibilmente Giorgio Pini: giornalista vicino a Mussolini prima e durante la RSI, sarà assiduo collaboratore de "Il Pensiero Nazionale" a partire dal 1954, dopo che, nell'aprile del '52, abbandona il MSI e, nel '53, si interrompe il legame da lui non gradito tra la rivista e il partito comunista. Ma in realtà tutti gli anni '50 hanno registrato contatti e confronti, anche pubblici, tra i giovani comunisti e i giovani dirigenti missini, soprattutto negli anni del dibattito sull'ingresso dell'Italia nella NATO. E nel 1958, lo stesso Palmiro Togliatti arrivò a difendere la cosiddetta «operazione Milazzo» che, in Sicilia, realizzò l'alleanza amministrativa tra il MSI e il PCI. In un intervento alla Camera, il 9 dicembre, il leader comunista disse: «Le convergenze che si sono determinate hanno dato luogo, anche qui, alle solite inette arguzie sul comunista e sul missino che si stringono la mano, si abbracciano e così via. Si tratta di un problema di fondo che deve essere riconosciuto e apprezzato in tutto il suo valore, daremo il contributo attivo a che passi in avanti vengano compiuti». D'altra parte, anche dopo la fuoriuscita di Giorgio Pini dal MSI -ancora lontano dal diventare il partito della "destra nazionale"- al suo interno rimase e fu sempre attiva una vasta e articolata presenza di "fascisti di sinistra": Ernesto Massi, Bruno Spampanato, Diano Brocchi, Giorgio Bacchi, Roberto Mieville, Domenico Leccisi, Giuseppe Landi, Ugo Clavenzani e Beppe Niccolai... E lo stesso Giorgio Almirante, prima di diventare segretario del partito e di lanciare la "grande destra", fu per molti anni un esponente di punta della sinistra interna. Ernesto Massi, grande studioso di geopolitica, professore all'Università Cattolica di Milano e vicesegretario nazionale del MSI dal 1948 al 1952, esce dal partito nel 1957 per tentare esperimenti politici autonomi. Fino al 1965 anima con Giorgio Pini un «Comitato di iniziativa per la sinistra nazionale». E solo dopo il fallimento del "Partito Nazionale del Lavoro" -che pure nel 1958 si presenta alle elezioni politiche in cinque circoscrizioni- e l'esaurirsi, nel 1963, della sua rivista "Nazione Sociale", tornerà nel 1972 a riavvicinarsi al MSI attraverso l'Istituto di studi corporativi. Nel 1963, comunque, mentre si chiudeva l'esperienza di "Nazione Sociale", nasceva a Roma "L'Orologio" diretto da Luciano Lucci Chiarissi, una rivista e un laboratorio che riproponeva la tradizione del "fascismo di sinistra" in termini nuovi e molto più attenti all'evoluzione degli scenari italiani ed internazionali. Lucci Chiarissi, nato ad Ancona nel 1924, era stato volontario a Salò, aveva militato nell'immediato dopoguerra nel movimento clandestino dei FAR (Fasci di azione rivoluzionaria), e si era sempre sentito appartenente a una "sinistra nazionale". "L'Orologio" tentava di uscire dalla strada del "rancore eterno" e del nostalgismo fine a se stesso, contestando non solo il MSI micheliniano, ma anche i gruppi extraparlamentari come "Ordine nuovo" e "Avanguardia nazionale". Spiegava Lucci Chiarissi: «Annibale non è alle porte e comunque non lo è a causa del centro-sinistra». E "L'Orologio", che aveva lanciato il tema della riappropriazione delle "chiavi di casa", sostenne De Gaulle contro il Patto Atlantico e nella guerra dei "sei giorni" si schierò dalla parte dei paesi arabi contro l'imperialismo israeliano. «"L'Orologio" -ha scritto Giuseppe Parlato- individuò nel capitalismo e nell'imperialismo americano un pericolo maggiore di quello sovietico per la cultura e la politica italiana... E a differenza di tutti gli altri fogli neofascisti, "L'Orologio" assunse immediatamente una posizione nettamente a favore dei vietnamiti e della loro lotta per l'indipendenza». Sono gli anni in cui accanto -e spesso a fianco- di tanti gruppi extraparlamentari di destra, sorgono anche gruppi extraparlamentari ispirati al "fascismo di sinistra". Così, la sezione italiana della Giovane Europa di Jean Thiriart titolava «Per un socialismo europeo» un documento fiorentino del 1968. E così, nel 1967, nasceva la "Costituente nazionale rivoluzionaria", fondata da Giacomo De Sario: classe 1927, ex segretario della federazione giovanile socialdemocratica ed ex dirigente della Giovane Italia. Con un simbolo rosso e nero, «rosso per la socialità, nero per la nazione», quel movimento -tra i cui esponenti di spicco c'erano i giovani Massimo Brutti e Massimo Magliaro, l'uno futuro dirigente del PCI e poi dei DS, l'altro diventerà capo ufficio stampa di Almirante e poi giornalista RAI- si faceva conoscere attraverso un periodico: "Forza Uomo", settimanale di lotta con redazioni a Roma, Milano, Varese e Brindisi. Il primo numero andò in edicola il 10 agosto 1969. Tra i riferimenti culturali c'erano Mazzini e Pisacane, Corridoni e Gentile, Mussolini e i futuristi. Nel solco della stessa tradizione si collocava la "Federazione Nazionale Combattenti della RSI", di cui nel '70 divenne presidente Giorgio Pini. Nel discorso di insediamento, Pini condannava l'atteggiamento dei fascisti che «sbandano verso la destra conservatrice e autoritaria, totalitaria, in ibrido connubio coi monarchici e coi più retrivi gruppi confessionali», invitando inoltre a respingere «il fanatico occidentalismo di destra pervenuto fino alla servile esaltazione di Nixon, il bombardatore del Vietnam», e condannando «ogni collusione coi regimi militari e liberticidi dei colonnelli greci, del generale Franco, sacrificatore della nobile Falange di José Antonio Primo de Rivera, del regime ottusamente conservatore, classista e colonialista di Lisbona, di quelli razzisti del Sud Africa e della Rhodesia». In quegli anni la Federazione faceva uscire a Roma una serie di pubblicazioni -il quindicinale "Fnc-RSI notizie", il mensile "Corrispondenza repubblicana", il trimestrale "Azimut" e il foglio giovanile "Controcorrente"- di cui erano animatori Romolo Giuliana e P. F. Altomonte (sigla quasi pseudonima con la quale si firmava l'artista futurista Principio Federico Altomonte). Scoppiato il '68, sia la "Fnc-RSI" sia "Forza Uomo" sia "L'Orologio" si schierano naturalmente con la contestazione. "L'Orologio", anzi, appoggiò la protesta giovanile anche sul piano organizzativo, dando vita ai "Gruppi dell'Orologio" e fornendo sostanza culturale alla trasformazione in senso "rivoluzionario" di alcuni ambienti di matrice neofascista. E dopo la fine e la diaspora di quell'esperienza, il loro animatore, Luciano Lucci Chiarissi, fonderà l'associazione politico-culturale "Italia e Civiltà" che, nei primi anni '80, si farà promotrice di una serie di incontri pubblici sul nuovo "socialismo tricolore" attivato dalla svolta craxiana. Dentro o fuori il MSI, quindi, una certa tradizione non è mai morta. E quella che potremmo chiamare l'ultima incarnazione di un "sinistra" scaturita dall'universo neofascista, si esprimerà a metà degli anni '70 con presupposti e riferimenti inediti. Questa volta si trattava di un fenomeno più generazionale ed esistenziale che ideologico in senso stretto. A prenderne atto, nel gennaio 1979, fu Giorgio Galli su "Repubblica" parlando di «fascisti in camicia rossa». Figli degli anni '70, questi nipotini inconsapevoli di Berto Ricci e Nicolino Bombacci, rivelavano un percorso parallelo a quello che, sull'altro versante, andavano conducendo i coetanei della "nuova sinistra". E Galli ne metteva in luce alcuni «elementi diversi da quelli consueti» e, in particolare, l'aspirazione a sintonizzare ed aggregare «la protesta antisistema dei giovani, dei disoccupati, del sottoproletariato». Si trattava di un vasto fermento giovanile emerso in quegli anni e che si poteva cogliere attraverso pubblicazioni come "La Voce della Fogna" e "Linea", in cui comparivano argomenti e toni inediti per la precedente pubblicistica neofascista. Si introducevano temi nuovi, come l'attenzione ai diritti civili e alle tematiche ambientaliste. "Nucleare? Dieci volte no", si leggeva sul secondo numero di "Linea". E sempre sulle pagine di quella rivista apparivano la prima vera inchiesta sui "Verdi" tedeschi, l'apertura di un dibattito sulla liberalizzazione della droga, e pagine e pagine sui nuovi bisogni e sulla condizione giovanile. Emergeva, soprattutto, il quadro di un ambiente caratterizzato da una linea libertaria, garantista, antistatalista, ambientalista, antioccidentalista e, addirittura, con venature regionaliste e antiproibizioniste. «Sfondare a sinistra», era il titolo di un articolo di Marco Tarchi che, sul terzo numero di "Linea", lanciava in grande stile un'espressione destinata ad avere successo. Già nel '76, del resto, lo stesso Tarchi era stato autore di un documento del "Fronte della gioventù" toscano in cui, esaminando le cause della sconfitta elettorale, si invitava a «sfondare a sinistra»: molti elettori -era la tesi di Tarchi- avevano votato per il PCI non perché comunisti, «ma perché spinti da un'ansia di cambiamento, e disgustati dal modo di gestire la cosa pubblica instaurato dalla DC e dai suoi alleati». Questa componente giovanile troverà la sua identità soprattutto nell'esperienza dei Campi Hobbit. E paradossalmente, tra il 1976 e il 1982, individuerà il proprio referente all'interno del MSI in quel Pino Rauti che pure, nei decenni precedenti, era stato il campione dell'ala tradizionalista e di matrice evoliana del neofascismo. Come ha scritto lo storico Pasquale Serra, «nella seconda metà degli anni '70 Rauti rovescia lo schema del suo precedente ragionamento: da un lato, infatti, egli individua come fonte privilegiata il fascismo italiano (il fascismo della sintesi) e non più il nazismo o i fascismi "minori", come era invece avvenuto nei decenni precedenti, e dall'altro riporta il fascismo alle sue origini di sinistra». E questi orientamenti, sino agli anni '80, si esprimeranno anche in alcune esperienze di amministrazione locale, dove il MSI governerà insieme al PCI e al PSI. Così nel 1987, durante una tribuna politica, Giorgio Almirante fu messo in imbarazzo da un giornalista che gli chiedeva lumi su quanto avveniva a Furci Siculo, un centro del messinese dove il missino Carmelo Briguglio era il vicesindaco di una giunta rosso-nera. La sintesi e la summa di tutta questa tradizione -da "L'Universale" al "socialismo tricolore", dall'adunata di piazza San Sepolcro ai Campi Hobbit- potrebbe essere rappresentata dalla figura politica e umana di Beppe Niccolai: fascista di sinistra da sempre, deputato missino per tre legislature, intellettuale, giornalista, uomo politico e, soprattutto, "uomo di carattere" per dirla col suo maestro Berto Ricci. Nato a Pisa il 26 novembre 1920, combattente sul fronte africano, prigioniero di guerra nel "Fascists' Criminal Camp" di Hereford nel Texas. Appena tornato in Italia, il 27 settembre 1948, scrive una lettera-documento sulla lacerazione della sua generazione al suo vecchio amico Romano Bilenchi che in quegli anni, seguendo la strategia dell'attenzione togliattiana, si occupava sul "Nuovo Corriere" del dialogo con i fascisti. E l'amicizia tra Niccolai e Bilenchi durerà per tutta la vita. Da deputato missino, Niccolai non ebbe poi remore a elogiare il Vietnam vittorioso sull'imperialismo americano. Per molti anni stretto collaboratore di Giorgio Almirante, ne divenne il principale antagonista nei primi anni '80 quando ebbe il coraggio di «farsi del male» e di avviare una coraggiosa autocritica, che pretendeva da tutto il partito una riflessione altrettanto sincera. Niccolai sollecitava una rilettura degli errori compiuti nei confronti della contestazione giovanile, verso i nuovi fermenti culturali e, soprattutto, in tema di politica estera. «Beppe -ha ricordato Altero Matteoli- "scavava" nei personaggi che incontrava nella sua quotidiana lettura. E per ognuno esaltava la parte che lo aveva particolarmente colpito. Carlo Pisacane: lo affascinava la sua vicenda, la sua morte, il suo sacrificio. Nicolino Bombacci: Beppe era convinto che il fascismo, per il rivoluzionario romagnolo, fosse una rivoluzione da compiere. Berto Ricci: il carattere, il coraggio civile. E infine Italo Balbo: la morte ha colpito Beppe mentre "scavava" nella vita, nell'azione e nel pensiero del grande ferrarese». All'inizio degli anni '80, Niccolai trasforma Berto Ricci in una vera e propria "bandiera": e lo fa nel momento stesso in cui il MSI comincia a stargli sempre più stretto e l'esigenza di un rinnovamento lo porta a cercare, nel passato, un riferimento dalla grande capacità fascinatrice. E in questo percorso non può che incontrarsi, naturalmente, con alcuni giovani della generazione dei "fascisti in camicia rossa". Nel 1984 -e quella fu l'unica opposizione alla leadership almirantiana al quattordicesimo Congresso missino svoltosi a Roma- presenterà il documento "Segnali di vita", che verrà sottoscritto entusiasticamente dalle componenti giovanili e creative del partito. Nel 1985, in occasione della crisi di Sigonella, Niccolai fece approvare dal Comitato centrale del MSI un ordine del giorno di sostegno a Craxi, in nome dello "scatto" di orgoglio nazionale. D'altra parte, come spiegò dopo la sua morte lo stesso Tatarella in una riunione del Comitato centrale missino, Niccolai voleva fare del MSI una sorta di «laburismo nazionale»: era, insomma, un autentico uomo di sinistra e, in prospettiva, sognava una convergenza strategica tra il MSI e la sinistra italiana. Una posizione minoritaria, quella di Niccolai: quasi eretica, fortemente combattuta, ma in grado di pensare una politica capace di cogliere le onde lunghe della storia italiana. Nel 1987, resta memorabile il suo discorso al Congresso di Sorrento. Con cui, in nome di Nicolino Bombacci, invitava alla ricomposizione delle "scissioni socialiste". In quegli anni con la sua rivista "L'Eco della Versilia", sarà il punto di riferimento più forte per il dissenso interno e i tentativi di dialogo con l'esterno. E quando morirà a Pisa, il 31 ottobre del 1989, lascerà il testimone al suo collaboratore viareggino Antonio Carli. "L'Eco" cambierà nome trasformandosi in "Tabula Rasa". E intorno alla rivista si raccolgono Gianni Benvenuti e Pietrangelo Buttafuoco, Umberto Croppi e Beniamino Donnici, Vito Errico e Fabio Granata, Luciano Lanna e Peppe Nanni... Sono l'ultima covata di una vecchia tradizione. Che a tratti si profila con la forza di mito. E a tratti, invece, con l'instabilità di un'illusione ottica. Ma che ha avuto il pregio di non rimanere mai ristretta all'interno di un partito, e men che meno di una corrente. Sprigionando energie e intuizioni che hanno comunque influito sui percorsi politici e culturali di tutto il postfascismo. Luciano Lanna e Filippo Rossi da "Fascisti immaginari" Vallecchi, 2003

·         Gli antifascisti radicali al tempo dell'accordo nazi-comunista del 23 agosto del 1939.

VITE E AMORI DEGLI ANTIFASCISTI RADICALI. Marcello Sorgi per la Stampa il 3 settembre 2019. Oltre a cogliere di sorpresa mezzo mondo, il 23 agosto del 1939, il Patto Molotov-Ribbentrop, dal nome dei due ministri degli Esteri russo e tedesco (rimasto più famoso il primo, anche per l' intitolazione a suo nome delle bottiglie incendiarie che molta fortuna ebbero, come armi improprie, dagli Anni Trenta della Guerra di Spagna al '68), lasciò annichiliti un gruppo di esuli antifascisti italiani, increduli di fronte all' accordo tra le due grandi dittature novecentesche che il primo settembre, otto giorni dopo, doveva accendere la miccia della Seconda guerra mondiale. Erano un gruppo di irriducibili, come li definisce, fin dal titolo, il libro della storica Mirella Serri (Gli irriducibili, in uscita giovedì per Longanesi, pp. 240, 19), che fin dall' avvento del fascismo, quando ancora molti che poi si sarebbero ribellati tardivamente indugiavano, avevano colto l' aspetto autoritario e violento del regime di Mussolini e si erano impegnati a contrastarlo con tutti i mezzi, una resistenza prima della Resistenza che pose fine all' occupazione nazista e all' avventura del Duce. Nati a cavallo tra la fine dell'Ottocento e i primi anni del Novecento, educati quasi tutti in famiglie colte e borghesi, intellettuali, pensatori, filosofi, amanti della scrittura e dei giornali, i loro nomi, anche se con diversa evidenza, sono entrati nella storia, per conoscere successivamente un oblìo a cui il libro della Serri vuole rimediare: ricostruendone le vite romanzesche, lo sprezzo del pericolo, i sentimenti, l' amicizia, gli amori, le morti tragiche. Erano Giorgio Amendola (figlio del ministro liberale Giovanni, assassinato dai fascisti), leader per tutta la sua vita della «destra» comunista e maestro di Giorgio Napolitano, due volte Presidente della Repubblica. I fratelli Emilio, Enzo e Enrico Sereni, ebrei, ministro del governo De Gasperi nel dopoguerra il primo, morto a Dachau in campo di concentramento il secondo, mancato ancor giovane, forse suicida, il terzo. E poi Nadia Gallico, moglie di Velio Spano, tra le prime donne elette all' Assemblea Costituente, Ada Ascarelli, vedova di Enzo Sereni e grande organizzatrice della partenza verso Israele di oltre 25 mila ebrei a rischio di finire deportati, Giuseppe Di Vittorio, che sarà leader della Cgil, Ferruccio Besanson e Maurizio Valenzi, che diventerà sindaco di Napoli negli Anni Settanta, dopo un lungo periodo di emarginazione seguito all' esilio a Tunisi e al ritorno in patria grazie all' aiuto dei servizi segreti inglesi, Carlo e Nello Roselli, assassinati in Francia su mandato del regime fascista dopo la rocambolesca fuga del primo dal confino a Lipari. Erano militanti della sinistra clandestina, in maggior parte comunisti nel Pcd' I non ancora Pci, socialisti, repubblicani o di Giustizia e libertà. Gli anni duri dello stalinismo, con le accuse settarie di «socialfascismo» a chiunque non fosse sottomesso a Mosca, verranno a segnare dolorose divisioni tra loro, compreso il diffuso antisemitismo che finirà col separare anche Emilio Sereni dal fratello Enzo e dalla cognata Ada. Perché anche questo accadde, ci fu un tempo in cui i comunisti, per effetto della «guerra fredda» che gelò la pace in Europa, consideravano Churchill più o meno alla stregua di Hitler e diffidavano di chiunque tra i loro militanti avesse avuto a che fare con gli inglesi. Ma fermiamoci un momento a riflettere su cosa rappresentò, soprattutto per gli esuli a Parigi, ma non solo, l'avvento del patto nazi-sovietico e dell' inizio di una guerra che in quel momento sembrava orientata a concludersi con una spartizione dell' Europa tra le due dittature di Mosca e Berlino e con la cancellazione delle «vecchie» democrazie occidentali di Francia e Inghilterra. Il ritrovarsi, da un giorno all' altro, nemici nel paese che li aveva accolti, consentendogli piena libertà politica e di iniziativa nelle loro attività clandestine. La forzata obbedienza al diktat staliniano della diffidenza verso tutte le altre forme di antifascismo che non fossero quella della fede comunista. La rottura dell' unità nella lotta contro il regime fascista che per loro affondava le radici in un' educazione e una cultura comuni, maturate negli anni dell' adolescenza. La fine di tante amicizie. Su tutte, spicca la figura di Giorgio Amendola, «Giorgione», data la sua mole enorme (un gigante da 120 chili), il carattere gioviale, la passione per il buon cibo e gli abiti eleganti, le capacità di grande oratore, dirigente e organizzatore. Un uomo che anche nei momenti difficili, sapeva prendersi tempo per apprezzare, a Parigi, l' arte, la cultura, gli spettacoli, e forse lo faceva consapevole di rischiare la vita e ignorando se il giorno dopo avrebbe potuto farlo ancora. Eretico e insieme ortodosso con Mosca, implacabile nel confronto personale con chi era in disaccordo con lui (memorabili le discussioni con Di Vittorio nella redazione del giornale per gli emigrati in Francia La voce degli italiani), tenero nell' amore per la moglie Germaine, ma disponibile, per una notte, «con una cameriera che gli era entrata nel letto». Questo era Amendola. Serri ricostruisce le storie, descrive la vita quotidiana degli esuli con il passo di un romanzo e si addentra con fini indagini psicologiche nel carattere dei personaggi. Come ad esempio la coppia Enzo Sereni-Ada Ascarelli, riparati in un kibbutz ebreo in Palestina, esperienza pratica di una sorta di socialismo a lungo sognata e in realtà deludente, per l' esasperante privazione di qualsiasi bene personale e la messa in comune di tutto, perfino le scarpe! Tal che Enzo, senza che Ada riesca a trattenerlo, sentendosi soffocato dalle regole di vita della comunità e richiamato dal suo istinto rivoluzionario, decide di partire, farsi paracadutare nella campagna toscana e finisce prigioniero dei tedeschi e poi in campo di concentramento a Dachau, dove verrà torturato e condannato a morte. Come tutti gli esuli, gli irriducibili sopravvissuti, alla fine della guerra, torneranno a casa. Ma l' accoglienza, da parte del partito «nuovo» togliattiano che si è già affidato a una nuova generazione, non sarà quella che si aspettano. Un' amarezza in più, che si aggiunge alle molte della, come la chiamavano, «generazione delle vite difficili». 

Dagospia il 22 ottobre 2019. Estratto dal libro di Mirella Serri, “Gli irriducibili. I giovani ribelli che sfidarono Mussolini”, edito da Longanesi, che sarà presentato lunedì 28 ottobre al Museo Ebraico di Roma (Via Catalana/Largo XVI ottobre). Amendola, dopo aver perso di vista il velenoso corteo dei reduci di guerra e di membri delle SA che sventolava bandiere rosse e nere con croci e aquile, decise che per qualche ora avrebbe messo da parte ogni preoccupazione. La sua prima meta a Berlino fu il Romanisches Cafè, dove due fanciulle dagli occhi pesantemente bistrati e in smoking di lame´ rosso lo scortarono a un tavolo. Un giovanotto, con indosso un logoro abito da sera, batteva malinconico sui tasti di un pianoforte, due poliziotti sostavano fuori dalla porta. Si temevano risse e incursioni dei nazisti. Il locale di recente era stato al centro del pubblico dibattito: era stato messo sotto accusa da Joseph Goebbels, futuro ministro della Propaganda nazista, che lo aveva definito un luogo infrequentabile e malsano, affollato da « ebrei e comunisti », dove avvenenti ragazze dalle spalle scoperte e l’intellighenzia radicale ascoltavano la musica dei « negri ». Giorgio, dopo aver consumato uno schnaps e una bistecca, trasloco` in un altro « fumoso cabaret, regno dei travestiti dal volto di gesso ». Avevano un « trucco violento », « occhi pesti e ciglia blu, guance vermiglie e bocche in tinta spalancate e sguardi ammiccanti». Era attirato dalla prospettiva di una compagnia femminile. Assomigliava a suo padre, Giovanni Amendola che quando faceva campagna nel suo collegio elettorale nel salernitano, collezionava un bel numero di cuori infranti. Stanco per il viaggio e per la giornata che gli aveva riservato molte sorprese, Giorgio si convinse però che era bene non violare alcuna norma cospirativa e ritirarsi da solo nell’hotel. E si ficcò subito sotto le coperte. Non si aspettava di sentir bussare alla porta. Si presentò «una giovanissima e bella cameriera che, senza essere stata invitata, si tolse la vestaglia ed entrò tutta nuda nel letto. Non seppi opporre un rifiuto alla focosa e intraprendente ragazza che la mattina seguente accolse con gratitudine i pochi marchi che nemmeno mi aveva chiesto ». Amendola dopo averla salutata si pentì di avere infranto le regole della clandestinità. Era più forte di lui, non riusciva a essere rispettoso della disciplina di partito. E per questo era stato pesantemente criticato e rimbrottato. Rientrando a Parigi dopo una missione in Italia, non molto tempo prima del viaggio a Berlino, aveva trovato ad attenderlo oltre all’amministratore del Partito, pure Togliatti che, indispettito, sorseggiava un caffè senza zucchero. Altrettanto amari furono i rimproveri per il fatto che sul treno Como-Zurigo « avevo preso un biglietto di seconda classe » e non « uno di terza classe ». « Il passaporto ti indica come studente », commentò acidamente il compagno Ercoli, « un universitario viaggia abitualmente in terza classe. ». Togliatti continuò anche in altre riunioni a rimbrottarlo per le abitudini spendaccione. Non era comunque l’unico attivista a trasgredire: nelle note spese dei compagni in trasferta non mancavano le parti comiche: «L’uomo non é di legno, scrisse un compagno per giustificare la visita in un bordello», racconta Giorgio, « e fu aspramente criticato per l’evidente errore cospirativo, dal momento che i casini erano molto sorvegliati ». Ripensando all’avventura della sera precedente, comunque Amendola alla fine decise di fidarsi del suo intuito. La ragazzina che si era infilata sotto le coperte non era una spia”.

Gli antifascisti di oggi, per nulla "irriducibili". Luigi Mascheroni,  Mercoledì 11/09/2019 su Il Giornale. Fra i tanti libri che affollano i festival e le vetrine dei bookstore della nuova stagione autunnal-editoriale, ce n'è uno che ci sentiamo di raccomandare ai lettori, ma soprattutto ai politici e agli intellettuali, in particolare della riva sinistra. È il saggio di Mirella Serri Gli irriducibili (Longanesi), ossia la Storia, fatta di tante storie individuali, dei dissidenti che nel Ventennio sfidarono Mussolini. Un libro sul manipolo di giovani, a lungo dimenticati, che nell'invincibile Italia mussoliniana furono costretti a fuggire in Francia, in Palestina o persino in Tunisia, perché non vollero rassegnarsi al consenso totalizzante del fascismo: professorini, studenti, scrittori e giornalisti che - con forze limitate e volontà ferrea - ben prima dell'inizio della Resistenza, si scagliarono contro la dittatura come poterono: con sabotaggi, attentati, stampa clandestina... Si chiamano Giorgio Amendola, Enzo ed Emilio Sereni, Giuseppe Di Vittorio, Maurizio Valenzi, Ada Sereni... Erano comunisti, socialisti, attivisti di Giustizia e libertà, repubblicani. Tutti però allo stesso modo ribelli, senza compromessi. Ed ecco, allora, il valore del libro, oltre alla minuziosa e spesso inedita ricostruzione storica di Mirella Serri: quello di far capire - a quanti oggi abusano dell'accusa di fascismo - chi fossero i veri antifascisti. Se l'antifascismo in assenza di fascismo è solo pretestuoso, o una facile arma propagandistica (in chiave anti-salviniana ad esempio) oppure una schifosa scorciatoia per censurare opinioni diverse, un libro come Gli irriducibili serve a spiegare agli antifascisti da tastiera, quelli che comodamente seduti alle loro scrivanie lanciano odio e indignazione contro quanti non la pensano secondo il pensiero di regime (ad esempio su come gestire i flussi migratori fuori controllo), o ai predicatori da red carpet, quelli che basta un premio a favore di telecamera per scatenare una paternale contro il razzismo strisciante dell'Italia contemporanea, cosa veramente fu l'antifascismo. Un libro che dimostra come si possa parlare di antifascismo soltanto se si paga un prezzo, altrimenti è pura retorica. Quel gruppo di giovani fu antifascista perché esisteva un fascismo, e perché dicendo «NO» furono costretti a scappare dall'Italia, persero le cattedre universitarie, persero le collaborazioni coi giornali, persero il lavoro, persero gli affetti, la famiglia, spesso la salute, persero la libertà e persino la vita. È un libro da far leggere a tutti gli intellettuali e gli artisti di sinistra che usano la parola fascismo senza rispetto: gli «antifascisti» con cattedra in via Solferino, quelli che non saltano una domenica su La Lettura o su Robinson, quelli che non si perdono un'ospitata a un festival che sia uno, che pubblicano per tutti gli editori mainstream, che hanno le consulenze pagate oro al Salone del Libro di Torino ma poi gridano alla dittatura della Lega, quelli che iniziano a parlare al mattino alla rassegna stampa di RaiTre e finiscono alla sera su Otto e mezzo, ma per loro viviamo in un regime, quelli che «È tornato il fascismo!» ma loro non sono mai andati via. Restano sempre lì. È la sinistra che con la scusa dell'antifascismo non fa che perpetuare l'insano meccanismo degli attacchi personali, dello zittire l'altro non appena dissente dalla vulgata (pro migranti, o pro Europa, ad esempio), dandogli del «Fascista!». Tanto non perdono niente. Anzi aumentano inviti, prebende, collaborazioni, incarichi, consulenze. Tutto in nome, naturalmente, dell'antifascismo.

·         Il Fascismo in Italia era l’equivalente del Comunismo in Russia.

Storia: senza conoscere il passato non si può capire il presente. Pubblicato mercoledì, 25 settembre 2019 da Corriere.it. Ci vuole un rispetto speciale per questa parola. Non solo per l’importanza dell’arcobaleno di significati che è capace di abbracciare, ma perché ci troviamo di fronte a un archetipo, a un modello che ha consentito all’umanità di esprimere la ricostruzione di quanto era successo e di raccontarlo per trarne profitto. Proviamo a fare la storia della parola storia. Attestata nella nostra lingua prima del 1250 (De Mauro), storia è figlia del latino historia, nipote del greco iστορία, che significa «ricerca, indagine, cognizione». Il dizionario Treccani ci invita a riflettere su una radice indoeuropea da cui il deriva il verbo greco ôida «sapere» (e ístōr significa «colui che sa») e il latino vid- da cui vidēre «vedere». Contiene al suo interno la narrazione e la visione. Chiamiamo storia infatti una «esposizione ordinata di fatti e avvenimenti umani del passato, quali risultano da un’indagine critica» (Treccani); «l’accadere di fatti e vicende umane considerati nella loro evoluzione attraverso il tempo» (De Mauro). Impossibile non cogliere l’approfondimento e la visione necessari per poter usare questa parola in modo proprio, ma soprattutto la necessità di una messa a fuoco critica che la rende molto lontana da una semplice enunciazione cronologica dei fatti, che infatti chiamiamo «cronaca». La storia è stata definita «scienza degli uomini nel tempo». Lo ha fatto Marc Bloch in un libro «Apologia della storia», uscito postumo nel 1949 ma ancora straordinariamente attuale (in Italia edito da Einaudi). «Il tempo della storia, realtà concreta e viva restituita all’irreversibilità del suo corso, è il plasma stesso in cui stanno i fenomeni, e come il luogo della loro intellegibilità». E ci ricorda Bloch: «L’incomprensione del presente nasce fatalmente dall’ignoranza del passato. Forse però non è meno vano affaticarsi a comprendere il passato, ove nulla si sappia del presente». Come stupirsi quindi se la storia è diventata materia di studio nel momento stesso in cui gli uomini hanno cominciato a studiare. Una disciplina che incontriamo fin dal primo ciclo e che ci accompagna fino a diventare un corso di laurea. Tanto che, via via che si approfondisce lo studio, si incontra una particolare «storia», dalla storia antica (greca e romana), alla storia medievale , alla storia moderna che dalla scoperta dell’America (1492, anche se c’è un ampio dibattito su queste datazioni) ci accompagna alla storia contemporanea, che dalla rivoluzione francese (fine ‘700) porta ai nostri giorni. Pochi mesi fa, intervistando per il Corriere.it uno dei più importanti storici italiani, Andrea Giardina, polemizzò contro la sottovalutazione della storia contemporanea nelle nostre scuole e lanciò una proposta dirompente: «Bisogna cominciare dalle elementari: bisogna parlare ai bambini del presente, non somministrare loro questa caricatura di miti, favole e leggende. Bisogna raccontare loro di quello che è accaduto ai genitori, ai loro nonni. Per i bambini tra i nonni e Adamo ed Eva non c’è alcuna distanza». Storia è narrazione e quindi questa parola è intimamente legata al raccontare, alla novella, alla fiaba, alla costruzione di un insieme di vicende (reali o immaginarie in questo caso non conta) che vengono scritte o trasmesse a voce perché qualcuno le legga o le ascolti. Prima di addormentarsi i bambini chiedono ai genitori di raccontare loro una storia, e se è sempre la stessa è anche meglio perché… Beh, il perché è tutta un'altra storia. È impossibile imbrigliare questa parola in un recinto. Basti pensare che può essere usata allo stesso modo come modello di verità e di menzogna. Se qualcuno vuole rafforzare l'enfasi nel riferire un episodio, non è raro sentirlo esclamare «Non sono chiacchiere, è tutto vero, è storia!». Ma allo stesso modo un ascoltatore scettico potrebbe rispondergli «Non ci credo, racconti storie!». E nessuno dei due si stupirebbe (o cambierebbe opinione). Ma anche questa contrapposizione non esaurisce l’elenco di significati che prosegue con l’allegria di un fuoco d’artificio: una relazione sentimentale («credo che quei due abbiano una storia»); un episodio particolare («è una storia di razzismo»); una novità («da dove nasce questa storia?»); una lamentela («mamma mia, quante storie fai»). Ci sarebbero poi una quantità di locuzioni cui questa parola partecipa, ma ci porterebbero lontano e dobbiamo concludere. Questa rubrica non vuole «fare storie» e quindi ubbidiremo, d'altronde è solo un gioco, mica vogliamo «passare alla storia».

Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa (2019/2819(RSP)).

Il Parlamento europeo,

–  visti i principi universali dei diritti umani e i principi fondamentali dell'Unione europea in quanto comunità basata su valori comuni,

–  vista la dichiarazione rilasciata dal primo Vicepresidente Timmermans e dalla Commissaria Jourová il 22 agosto 2019, alla vigilia della Giornata europea di commemorazione delle vittime di tutti i regimi totalitari e autoritari,

–  vista la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite adottata il 10 dicembre 1948,

–  vista la sua risoluzione del 12 maggio 2005 sul sessantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa, l'8 maggio 1945,

–  vista la risoluzione 1481 dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa, del 26 gennaio 2006, relativa alla necessità di una condanna internazionale dei crimini dei regimi totalitari comunisti,

–  vista la decisione quadro 2008/913/GAI del Consiglio, del 28 novembre 2008, sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia mediante il diritto penale,

–  vista la Dichiarazione di Praga sulla coscienza europea e il comunismo, adottata il 3 giugno 2008,

–  vista la sua dichiarazione sulla proclamazione del 23 agosto come Giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo, approvata il 23 settembre 2008,

–  vista la sua risoluzione del 2 aprile 2009 su coscienza europea e totalitarismo,

–  vista la relazione della Commissione del 22 dicembre 2010 sulla memoria dei crimini commessi dai regimi totalitari in Europa (COM(2010)0783),

–  viste le conclusioni del Consiglio del 9-10 giugno 2011 sulla memoria dei crimini commessi dai regimi totalitari in Europa,

–  vista la Dichiarazione di Varsavia del 23 agosto 2011 sulla Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari,

–  vista la dichiarazione congiunta del 23 agosto 2018 dei rappresentanti dei governi degli Stati membri dell'Unione europea per commemorare le vittime del comunismo,

–  vista la sua storica risoluzione sulla situazione in Estonia, Lettonia e Lituania, approvata il 13 gennaio 1983 in risposta al cosiddetto "appello baltico", presentato da 45 cittadini di detti paesi,

–  viste le risoluzioni e le dichiarazioni sui crimini dei regimi totalitari comunisti, adottate da vari parlamenti nazionali,

–  visto l'articolo 132, paragrafi 2 e 4, del suo regolamento,

A.  considerando che quest'anno si celebra l'ottantesimo anniversario dello scoppio della Seconda guerra mondiale, che ha causato sofferenze umane fino ad allora inaudite e ha portato all'occupazione di taluni paesi europei per molti decenni a venire;

B.  considerando che ottanta anni fa, il 23 agosto 1939, l'Unione Sovietica comunista e la Germania nazista firmarono il trattato di non aggressione, noto come patto Molotov-Ribbentrop, e i suoi protocolli segreti, dividendo l'Europa e i territori di Stati indipendenti tra i due regimi totalitari e raggruppandoli in sfere di interesse, il che ha spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale;

C.  considerando che, come diretta conseguenza del patto Molotov-Ribbentrop, seguito dal "trattato di amicizia e di frontiera" nazi-sovietico del 28 settembre 1939, la Repubblica polacca fu invasa prima da Hitler e due settimane dopo da Stalin, eventi che privarono il paese della sua indipendenza e furono una tragedia senza precedenti per il popolo polacco; che il 30 novembre 1939 l'Unione Sovietica comunista iniziò una guerra aggressiva contro la Finlandia e nel giugno 1940 occupò e annesse parti della Romania, territori che non furono mai restituiti, e annesse le Repubbliche indipendenti di Lituania, Lettonia ed Estonia;

D.  considerando che, dopo la sconfitta del regime nazista e la fine della Seconda guerra mondiale, alcuni paesi europei sono riusciti a procedere alla ricostruzione e a intraprendere un processo di riconciliazione, mentre per mezzo secolo altri paesi europei sono rimasti assoggettati a dittature, alcuni dei quali direttamente occupati dall'Unione sovietica o soggetti alla sua influenza, e hanno continuato a essere privati della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico;

E.  considerando che, sebbene i crimini del regime nazista siano stati giudicati e puniti attraverso i processi di Norimberga, vi è ancora un'urgente necessità di sensibilizzare, effettuare valutazioni morali e condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature;

F.  considerando che in alcuni Stati membri la legge vieta le ideologie comuniste e naziste;

G.  considerando che, fin dall'inizio, l'integrazione europea è stata una risposta alle sofferenze inflitte da due guerre mondiali e dalla tirannia nazista, che ha portato all'Olocausto, e all'espansione dei regimi comunisti totalitari e antidemocratici nell'Europa centrale e orientale, nonché un mezzo per superare profonde divisioni e ostilità in Europa attraverso la cooperazione e l'integrazione, ponendo fine alle guerre e garantendo la democrazia sul continente; che per i paesi europei che hanno sofferto a causa dell'occupazione sovietica e delle dittature comuniste l'allargamento dell'UE, iniziato nel 2004, rappresenta un ritorno alla famiglia europea alla quale appartengono;

H.  considerando che occorre mantenere vivo il ricordo del tragico passato dell'Europa, onde onorare le vittime, condannare i colpevoli e gettare le basi per una riconciliazione fondata sulla verità e la memoria;

I.  considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne;

J.  considerando che trent'anni fa, il 23 agosto 1989, ricorreva il cinquantesimo anniversario del patto Molotov-Ribbentrop e le vittime dei regimi totalitari sono state commemorate nella Via Baltica, una manifestazione senza precedenti cui hanno partecipato due milioni di lituani, lettoni ed estoni, che si sono presi per mano per formare una catena umana da Vilnius a Tallinn, passando attraverso Riga;

K.  considerando che, nonostante il 24 dicembre 1989 il Congresso dei deputati del popolo dell'URSS abbia condannato la firma del patto Molotov-Ribbentrop, oltre ad altri accordi conclusi con la Germania nazista, nell'agosto 2019 le autorità russe hanno negato la responsabilità di tale accordo e delle sue conseguenze e promuovono attualmente l'interpretazione secondo cui la Polonia, gli Stati baltici e l'Occidente sarebbero i veri istigatori della Seconda guerra mondiale;

L.  considerando che la memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo, nonché la sensibilizzazione a tale riguardo, sono di vitale importanza per l'unità dell'Europa e dei suoi cittadini e per costruire la resilienza europea alle moderne minacce esterne;

M.  considerando che gruppi e partiti politici apertamente radicali, razzisti e xenofobi fomentano l'odio e la violenza all'interno della società, per esempio attraverso la diffusione dell'incitamento all'odio online, che spesso porta a un aumento della violenza, della xenofobia e dell'intolleranza;

1.  ricorda che, come sancito dall'articolo 2 TUE, l'Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze; rammenta che questi valori sono comuni a tutti gli Stati membri;

2.  sottolinea che la Seconda guerra mondiale, il conflitto più devastante della storia d'Europa, è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop, e dei suoi protocolli segreti, in base ai quali due regimi totalitari, che avevano in comune l'obiettivo di conquistare il mondo, hanno diviso l'Europa in due zone d'influenza;

3.  ricorda che i regimi nazisti e comunisti hanno commesso omicidi di massa, genocidi e deportazioni, causando, nel corso del XX secolo, perdite di vite umane e di libertà di una portata inaudita nella storia dell'umanità, e rammenta l'orrendo crimine dell'Olocausto perpetrato dal regime nazista; condanna con la massima fermezza gli atti di aggressione, i crimini contro l'umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari;

4.  esprime il suo profondo rispetto per ciascuna delle vittime di questi regimi totalitari e invita tutte le istituzioni e gli attori dell'UE a fare tutto il possibile per garantire che gli orribili crimini totalitari contro l'umanità e le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani siano ricordati e portati dinanzi ai tribunali, nonché per assicurare che tali crimini non si ripetano mai più; sottolinea l'importanza di mantenere vivo il ricordo del passato, in quanto non può esserci riconciliazione senza memoria, e ribadisce la sua posizione unanime contro ogni potere totalitario, a prescindere da qualunque ideologia;

5.  invita tutti gli Stati membri dell'UE a formulare una valutazione chiara e fondata su principi riguardo ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista;

6.  condanna tutte le manifestazioni e la diffusione di ideologie totalitarie, come il nazismo e lo stalinismo, all'interno dell'Unione;

7.  condanna il revisionismo storico e la glorificazione dei collaboratori nazisti in alcuni Stati membri dell'UE; è profondamente preoccupato per la crescente accettazione di ideologie radicali e per il ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia e ad altre forme di intolleranza nell'Unione europea ed è turbato dalle notizie di collusione di leader politici, partiti politici e forze dell'ordine con movimenti radicali, razzisti e xenofobi di varia denominazione politica in alcuni Stati membri; invita gli Stati membri a condannare con la massima fermezza tali accadimenti, in quanto compromettono i valori di pace, libertà e democrazia dell'UE;

8.  invita tutti gli Stati membri a celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari a livello sia nazionale che dell'UE e a sensibilizzare le generazioni più giovani su questi temi inserendo la storia e l'analisi delle conseguenze dei regimi totalitari nei programmi didattici e nei libri di testo di tutte le scuole dell'Unione; invita gli Stati membri a promuovere la documentazione del tragico passato europeo, ad esempio attraverso la traduzione dei lavori dei processi di Norimberga in tutte le lingue dell'UE;

9.  invita gli Stati membri a condannare e contrastare ogni forma di negazione dell'Olocausto, compresa la banalizzazione e la minimizzazione dei crimini commessi dai nazisti e dai loro collaboratori, e a prevenire la banalizzazione nei discorsi politici e mediatici;

10.  chiede l'affermazione di una cultura della memoria condivisa, che respinga i crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari del passato come modalità per promuovere la resilienza alle moderne minacce alla democrazia, in particolare tra le generazioni più giovani; incoraggia gli Stati membri a promuovere l'istruzione attraverso la cultura tradizionale sulla diversità della nostra società e sulla nostra storia comune, compresa l'istruzione in merito alle atrocità della Seconda guerra mondiale, come l'Olocausto, e alla sistematica disumanizzazione delle sue vittime nell'arco di alcuni anni;

11.  chiede inoltre che il 25 maggio (anniversario dell'esecuzione del comandante Witold Pilecki, eroe di Auschwitz) sia proclamato "Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo", in segno di rispetto e quale tributo a tutti coloro che, combattendo la tirannia, hanno reso testimonianza del loro eroismo e di vero amore nei confronti dell'umanità, dando così alle future generazioni una chiara indicazione dell'atteggiamento giusto da assumere di fronte alla minaccia dell'asservimento totalitario;

12.  invita la Commissione a fornire un sostegno effettivo ai progetti di memoria e commemorazione storica negli Stati membri e alle attività della Piattaforma della memoria e della coscienza europee, nonché a stanziare risorse finanziarie adeguate nel quadro del programma "Europa per i cittadini" per sostenere la commemorazione e il ricordo delle vittime del totalitarismo, come indicato nella posizione del Parlamento sul programma "Diritti e valori" 2021-2027;

13.  dichiara che l'integrazione europea, in quanto modello di pace e di riconciliazione, è il frutto di una libera scelta dei popoli europei, che hanno deciso di impegnarsi per un futuro comune, e che l'Unione europea ha una responsabilità particolare nel promuovere e salvaguardare la democrazia e il rispetto dei diritti umani e dello Stato di diritto, sia all'interno che all'esterno del suo territorio;

14.  sottolinea che, alla luce della loro adesione all'UE e alla NATO, i paesi dell'Europa centrale e orientale non solo sono tornati in seno alla famiglia europea di paesi democratici liberi, ma hanno anche dato prova di successo, con l'assistenza dell'UE, nelle riforme e nello sviluppo socioeconomico; sottolinea, tuttavia, che questa opzione dovrebbe rimanere aperta ad altri paesi europei, come previsto dall'articolo 49 TUE;

15.  sostiene che la Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista e che il suo sviluppo in uno Stato democratico continuerà a essere ostacolato fintantoché il governo, l'élite politica e la propaganda politica continueranno a insabbiare i crimini del regime comunista e ad esaltare il regime totalitario sovietico; invita pertanto la società russa a confrontarsi con il suo tragico passato;

16.  è profondamente preoccupato per gli sforzi dell'attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici e a insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico; considera tali sforzi una componente pericolosa della guerra di informazione condotta contro l'Europa democratica allo scopo di dividere l'Europa e invita pertanto la Commissione a contrastare risolutamente tali sforzi;

17.  esprime inquietudine per l'uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti;

18.  osserva la permanenza, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari, il che spiana la strada alla distorsione dei fatti storici circa le conseguenze della Seconda guerra mondiale, nonché alla propagazione di regimi politici totalitari;

19.  condanna il fatto che forze politiche estremiste e xenofobe in Europa ricorrano con sempre maggior frequenza alla distorsione dei fatti storici e utilizzino simbologie e retoriche che richiamano aspetti della propaganda totalitaria, tra cui il razzismo, l'antisemitismo e l'odio nei confronti delle minoranze sessuali e di altro tipo;

20.  esorta gli Stati membri ad assicurare la loro conformità alle disposizioni della decisione quadro del Consiglio, in modo da contrastare le organizzazioni che incitano all'odio e alla violenza negli spazi pubblici e online, nonché a vietare di fatto i gruppi neofascisti e neonazisti e qualsiasi altra fondazione o associazione che esalti e glorifichi il nazismo e il fascismo o qualsiasi altra forma di totalitarismo, rispettando nel contempo l'ordinamento giuridico e le giurisdizioni nazionali;

21.  sottolinea che il tragico passato dell'Europa dovrebbe continuare a fungere da ispirazione morale e politica per far fronte alle sfide del mondo odierno, come la lotta per un mondo più equo e la creazione di società aperte e tolleranti e di comunità che accolgano le minoranze etniche, religiose e sessuali, facendo in modo che tutti possano riconoscersi nei valori europei;

22.  incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi e ai parlamenti degli Stati membri, alla Duma russa e ai parlamenti dei paesi del partenariato orientale.

"COMUNISTI COME I NAZISTI", E LA SINISTRA IN EUROPA SI SPACCA. Matteo Pucciarelli per “la Repubblica” il 23 settembre 2019. «Siamo consapevoli dei limiti del testo e delle sue inesattezze storiche, anche pesanti», ha ammesso Brando Benifei, eurodeputato del Pd ligure. «In quel documento vi sono frasi sbagliate e altre poco chiare? Sì, certo», ha aggiunto Giuliano Pisapia su Facebook. Eppure non sono bastate le "pesanti inesattezze" e le "frasi sbagliate": giovedì scorso, la maggioranza del gruppo parlamentare europeo del Pd ha comunque votato a favore della risoluzione «sull'importanza della memoria europea per il futuro dell' Europa»; testo dove, più o meno tra le righe, si equipara il nazismo al comunismo. Lo si è fatto partendo da un assunto storico discutibile, cioè che la seconda guerra mondiale fosse scoppiata per via del patto Molotov-Ribbentrop tra Urss e Germania nazista; omettendo i 22 milioni di morti dell' Unione Sovietica per sconfiggere Hitler; menzionando solo due volte la parola "fascismo" in tutto lo scritto dove, concludendo, ci si impegna a «contrastare le organizzazioni che incitano all' odio e alla violenza negli spazi pubblici e online». In realtà la risoluzione, che di fatto non ha alcuna ripercussione pratica nelle varie legislazioni nazionali, era stata annacquata. Nel senso che i proponenti, i gruppi della destra e dei popolari, avevano presentato un documento più smaccato nel mettere nazismo e comunismo sullo stesso piano. Dopo l' intervento di socialisti e verdi e relativo negoziato, ne è uscito fuori un testo più sfumato, dove si è battuto molto il ferro sui crimini dello stalinismo. Solo due dem non hanno votato a favore, cioè Massimiliano Smeriglio («le democrazie occidentali, le nostre, quelle nate nel '45, devono ringraziare per la vittoria finale gli anglo-americani, le formazioni partigiane e l' Armata Rossa. Questa è la verità storica», ha spiegato) e Pierfrancesco Majorino («in maniera superficiale, banale e dannosa si sono equiparate due culture politiche opposte»). Astensione anche per i 5 Stelle, perché «come sempre si è scatenata una strumentalizzazione di parte, con evidenti forzature storiche», ragiona Fabio Massimo Castaldo. E infine voto contrario della sinistra rosso-verde del Gue. Fatto sta che quel testo, ammorbidito, ha scatenato numerose proteste a sinistra. La presidenza dell'Anpi replica che «in un' unica riprovazione si accomunano oppressi ed oppressori, vittime e carnefici, invasori e liberatori, per di più ignorando lo spaventoso tributo di sangue pagato dai popoli dell' Unione Sovietica e persino il simbolico evento della liberazione di Auschwitz da parte dell' Armata rossa. Davanti al crescente pericolo di nazifascismi, razzismi, nazionalismi, si sceglie una strada di lacerante divisione piuttosto che di responsabile e rigorosa unità». Per Nicola Fratoianni (LeU) «la risoluzione votata dai parlamentari europei è solo un atto di ignoranza o malafede». E naturalmente protestano i partiti comunisti italiani. «Lo sdoganamento dell' anticomunismo e di una visione del '900 da Libro Nero si accompagnano in Europa alla liquidazione dell' eredità del movimento operaio e socialista e dell' antifascismo», dice Maurizio Acerbo di Rifondazione. Mentre il Pc invita i comunisti in piazza il prossimo 5 ottobre a Roma: secondo il segretario Marco Rizzo «serve un atto di orgoglio e di lotta contro questa pericolosa posizione dell' Ue». Si gode lo spettacolo, invece, la destra. «Stavolta va un plauso al Pd - chiosa Ignazio La Russa di FdI - perché finalmente mette sullo stesso piano due tragedie diverse ma simili: il nazismo e il comunismo».

Sassoli: «Nazismo e comunismo non sono la stessa cosa». Il Dubbio il 2 ottobre 2019. L’intervento di David Sassoli presidente del Parlamento Europeo: «E’ una operazione confusa e politicamente scorretta. E se riferita alla seconda guerra mondiale rischia di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici». «Affiancare nazismo e comunismo è una operazione intellettualmente confusa e politicamente scorretta. E se riferita alla seconda guerra mondiale rischia di mettere sullo stesso piano vittime e carnefici». Parola di David Sassoli, Presidente del parlamento europeo. Intervistato dal sito web patriaindipendente, Sassoli dice la sua sulla polemica nata con l’approvazione della Risoluzione sull’importanza della memoria europea. «Ho grande rispetto per la volontà espressa dal Parlamento – spiega Sassoli – ma nessun atto in democrazia è ex cathedra. Tutto si può commentare e giudicare. Riferirsi allo scoppio della seconda guerra mondiale per ribadire un atto di fede nel sistemi democratici era sembrato ai gruppi politici un modo per ribadire la volontà dell’Unione europea di battersi contro ogni forma di totalitarismo. E, in questo momento, per rispondere all’aggressività di una destra xenofoba e neofascista che in molti Paesi ha ripreso ad alzare la testa. Un punto di vista che credo sia largamente condiviso dalle nostre opinioni pubbliche e dalle forze politiche europeiste. Il problema nasce quando si entra nello specifico di passaggi storici che non possono essere sintetizzati, a equiparazioni inappropriate, a riferimenti che andrebbero accuratamente verificati. Dai parlamenti ci si aspetta valutazioni politiche e non certo di scrivere la storia» E poi Sassoli spiega: «Il giudizio sui sistemi comunisti nei Paesi dell’Est non credo sia in discussione, così come non può esserlo il grande contributo delle formazioni partigiane comuniste e dell’Unione sovietica nella Liberazione dell’Europa dal nazifascismo. Senza il loro impegno e sacrificio non avremmo avuto la possibilità di dare vita alla più straordinaria avventura di pace e democrazia che si chiama Unione Europea» E infine: «Il percorso dei partiti comunisti non è stato lo stesso nei nostri Paesi. In Italia, il Partito comunista è stato protagonista della Resistenza, della rinascita democratica del nostro Paese e del consolidamento delle istituzioni repubblicane. È stato anche protagonista della pace religiosa in Italia, con il voto favorevole sull’art. 7 della Costituzione, mentre i socialisti votarono contro. Aldo Moro nel 1973, spiegò al presidente Usa Ford la differenza fra il comunismo italiano e quello sovietico».

Marx e Stalin, Terracini e Goebbels, Lenin e il dottor Mengele, tutti uguali? Daniela Ranieri per Il FQ il 24 Settembre 2019. Tenendo conto che l’intelligenza e la saggezza appartengono a quel tipo di grandezze che messe insieme non si sommano ma fanno media, cosa pensereste di una legge o di una risoluzione votata concordemente da Berlusconi, Pisapia, Fitto, Calenda, Tajani, Picierno, Moretti e leghisti vari? Nelle sfere eteree del Parlamento europeo, dove già sedettero personalità del calibro di Iva Zanicchi, Mario Borghezio, Barbara Matera e Matteo Salvini (quest’ultimo non troppo spesso, in verità), costoro, tra gli altri, hanno appena votato all’unisono una risoluzione con cui l’Europa esorta-obbliga gli Stati membri a condannare alla pari nazismo e comunismo (chiamato anche disinvoltamente stalinismo). LA RISOLUZIONE, passata con 535 voti a favore, 66 contrari e 52 astenuti e pretenziosamente intitolata “Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa”, sorge dalla preoccupazione di veder risorgere copie del nazi-fascismo (già condannate con la risoluzione del 25 ottobre 2018) ma anche del comunismo (chissà dove le vedono: la cosa più comunista degli ultimi anni è stata Bandiera rossa cantata dai grigliatori di salsicce alla festa dell’Unità). Ora, le probabilità che una qualunque cosa votata insieme da Pd, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega fosse demenziale o dannosa (vedi Tav e leggi elettorali) erano già alte. Ma come si fa a mettere sullo stesso piano quelli che deportavano, gassavano e bruciavano le persone nei forni crematori e quelli che hanno sconfitto Hitler? 

Il punto 17 della risoluzione sfiora il tautologico: il Parlamento “esprime inquietudine per l’uso continuato di simboli di regimi totalitari nella sfera pubblica e a fini commerciali e ricorda che alcuni paesi europei hanno vietato l’uso di simboli sia nazisti che comunisti”.  Cioè, sorvolando sul fatto che il comunismo nacque come ideologia per la liberazione delle masse oppresse e il nazismo come ideologia razzista di esaltazione della morte, per questi sempliciotti la falce e il martello sono equivalenti alla svastica, ai busti di Hitler, ai vini di Mussolini. Prova ne sarebbe il bando che vige nei Paesi anticomunisti, che però hanno tutt’altra storia rispetto all’Italia, dove i comunisti, insieme alle altre forze antifasciste, hanno scritto la Costituzione. 

Bizzarro il punto 18: il Parlamento “osserva la permanenza, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari, il che spiana la strada alla distorsione dei fatti storici… nonché alla propagazione di regimi politici totalitari”.  Quindi, questo Parlamento che osserva le piazze e i monumenti – e perciò non ha tempo di studiare – ritiene che “via Stalingrado” sia pari a “via Hermann Göring”, e che le targhe a memoria dell’Armata Rossa che il 27 gennaio 1945 liberò Auschwitz (no, non furono gli americani come nel film premio Oscar di Benigni) spianino la strada alla riapertura dei gulag. 

Patetico il paragrafo J, in cui si ricorda il 50° anniversario del patto Molotov-Ribbentrop, quando “le vittime dei regimi totalitari sono state commemorate nella Via Baltica, una manifestazione senza precedenti cui hanno partecipato due milioni di lituani, lettoni ed estoni, che si sono presi per mano per formare una catena umana da Vilnius a Tallinn… ”.  Facciamoci spiegare il patto Molotov-Ribbentrop da Alessandro Barbero, che conosce la Storia un po’ meglio degli eruditi parlamentari. Nel ’39 Stalin propose a Francia e Inghilterra un accordo che prevedeva l’invio di 2 milioni e mezzo di soldati russi al confine con la Germania. Le due potenze traccheggiavano, e l’accordo saltò. Del resto l’Inghilterra vedeva con simpatia Hitler: la Germania era il “baluardo dell’Europa contro il bolscevismo”. Il 23 agosto l’Unione Sovietica, sfibrata dalla guerra col Giappone in Mongolia, per difendere i suoi confini firmò il patto Molotov-Ribbentrop. NEL 2019 ci volevano Berlusconi, la Picierno e Pisapia (che in sostanza mette al bando sé stesso, essendo stato deputato di Rifondazione Comunista per due legislature), a spiegarci che in realtà erano tutti uguali: Marx e Stalin, Terracini e Goebbels, Lenin e il dottor Mengele. Ci volevano questi ottimati lib-dem in comunella coi leghisti amici di CasaPound, per minimizzare in un pastone bipartisan i crimini del nazi-fascismo con un “e allora le foibe?” di pedantesca burocrazia. Consigliamo una rilettura di Primo Levi, a Bruxelles: “Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo”. Erano i russi, e non erano affatto uguali ai nazisti, checché ne dica questo Parlamento che riscrive la Storia grazie alla quale esiste.

Nazismo e comunismo. L’idea comune della dittatura, risponde Aldo Cazzullo il 4 ottobre 2019 su Il Corriere.it.

Caro Aldo, pochi giorni fa il Parlamento europeo ha equiparato, con voto quasi unanime, il nazismo al comunismo. Anch’io la penso così tant’è che anni fa, ero militare a Novara, per essermi espresso in questo modo ho rischiato di prenderle da un militante comunista. I due regimi così distanti ma al tempo stesso così vicini sono stati per il genere umano ugualmente malefici. Però, se non sbaglio, solo una testata e nessun network televisivo ne ha dato notizia e risalto. Sono passati tanti anni ma non siamo ancora in grado di considerare il passato serenamente. Carlo Girola

Caro Carlo, Penso che gli europarlamentari avrebbero argomenti di maggiore attualità di cui occuparsi. Emettere sentenze sulla storia è un compito che spetta agli studiosi e semmai alla sensibilità popolare. Ci siamo già detti nei mesi scorsi che antifascismo e anticomunismo sono come l’aria e l’acqua: indispensabili alla vita, cioè alla democrazia. Dovrebbero quindi essere un patrimonio comune. Questo non significa che fascismo, nazismo e comunismo siano la stessa cosa. È discutibile che l’uno nasca come reazione all’altro: nel 1922, placato il biennio rosso, non c’era in Italia nessun pericolo di rivoluzione bolscevica, tanto più che i comunisti italiani non erano allora molto più di una frazione scissionista del Psi; per tacere della Germania, dove i comunisti erano stati messi fuori gioco già nel 1919. Mussolini e Hitler semmai furono abili nel giocare sul «pericolo rosso» e nell’usare a proprio vantaggio la violenza massimalista già vista nelle piazze e destinata a ritorcersi contro la sinistra, come aveva intuito Filippo Turati. Fascismo, nazismo e comunismo hanno di sicuro alcune cose in comune: la costruzione di una dittatura basata sull’identificazione dello Stato con un partito e un leader, attraverso la criminalizzazione del dissenso, la polizia politica, i campi di detenzione. Ovunque i comunisti siano andati al potere, hanno istituzionalizzato l’incarcerazione se non l’eliminazione fisica degli oppositori. I loro difensori ricordano che le intenzioni erano ben diverse: il riscatto dell’umanità, la lotta all’oppressione capitalista. Ma già George Orwell aveva dimostrato per tempo che i regimi comunisti avevano costruito un’oppressione ancora più plumbea.

Giampiero Mughini per Dagospia il 24 settembre 2019. Caro Dago, ti confesso che mi sono leccato i baffi quando ho saputo che l’europarlamento ha votato una mozione in cui si equiparano comunismo e nazismo quali i due grandi crimini del Novecento. E, sia detto tra parentesi, ho apprezzato molto che l’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia quella mozione l’ha votata, da uomo d’onore qual è. Leggo oggi sul “Fatto” (al quale auguro altri mille anni di vita dopo questi primi dieci) che Daniela Ranieri - una ragazza colta - se ne rammarica di quella equiparazione. Spiega, e in questo ha perfettamente ragione, che quando Stalin firmò nell’agosto 1939 il patto di non aggressione con i nazi lo fece per motivi di realpolitik e dopo che i Paesi occidentali si erano rifiutati di firmare un analogo patto con l’Urss comunista. Tutto sacrosanto. Ma il bello viene dopo. Il Patto prevede che uno dei due compari (la Germania) aggredisca la Polonia da una parte e l’altro (l’Urss) dall’altro. Si spartiscono il bottino e tanto per non sapere né leggere né scrivere la polizia politica staliniana massacra il fior fiore della società civile polacca alle fosse di Katyn, un massacro nell’ordine di almeno 40 volte la strage delle Fosse Ardeatine. Mi immagino come fossero contenti gli ufficiali polacchi ad essere assassinati dai marxisti anziché dai nazisti. Uno di quegli ufficiali era il padre di Andrzej Wajda, il grandissimo regista polacco che da giovane era stato comunista e che apprese molto tardi come venne ucciso suo padre. La Seconda guerra mondiale era scoppiata per difendere la Polonia dall’aggressione nazi. Finì con l’Armata Rossa che si pappò metà della Germania, la Polonia, l’Ungheria, la Cecoslovacchia. Wajda è morto novantenne nel 2016. Il suo ultimo film, e meraviglioso suo testamento, “Il ritratto negato”, racconta a puntino la delizia dell’essere un artista anticonformista nella Polonia del “comunismo reale”, perché è quello che conta. Il comunismo reale non il “comunismo” di cui la Ranieri parla a cena con i suoi amici prediletti. Il comunismo reale, e ovunque si sia manifestato. Già nell’Urss leninista, dove il timone del comando passò immediatamente nelle mani della polizia politica e quando fu Lev Trockij a far fucilare i marinai di Kronstadt che volevano un po’ di democrazia in più. Nell’Urss staliniana dove i morti assassinati furono nell’ordine di alcune decine di milioni, 700mila e passa fucilati solo nel 1937. Nella Germania dell’Est, in Cecoslovacchia, ovunque. A Budapest sono stato nella tragica “Casa” dove prima si erano appostati i filonazisti e dopo i comunisti ungheresi filostaliniani. Dove i primi e i secondi erano assolutamente identici nell’arte di condannare e giustiziare gli innocenti. E non è che i boia delle Democrazie popolari fossero tutti delle canaglie fin da piccoli. Alcuni di loro da giovani erano stati ardenti e coraggiosi quanto il nostro Umberto Terracini nell’essere dei comunisti che aspiravano al benessere del proletariato. Una volta preso il potere, divenuti loro i capi, divenuti loro i padroni della polizia politica e dei “tribunali del popolo” divennero dei criminali. Ci sono cento e cento storie al riguardo. Se Daniela Ranieri vuole, gliele racconto o le indico i libri da dove le ho tratte. A proposito del 1948, dove per fortuna della civiltà italiana la Democrazia Cristiana vinse le elezioni, Riccardo Lombardi (un grande socialista riformista) usò la seguente espressione durante un nostro colloquio: “La sconfitta del 1948 ci salvò da noi stessi”. Ancora nel 1957 Palmiro Togliatti pronunciò alla Camera un discorso in cui diceva che Imre Nagy (il leader della rivolta anticomunista ungherese del 1956) se l’era bello che meritato di essere impiccato dai russi. Dove, quando, in che cosa, nei confronti di chi - e a parte la nomenklatura partitica che dall’oggi al domani si ritrovò il potere di vita e di morte sulla popolazione civile - il comunismo reale è stata una dittatura men che orrenda e dunque migliore del nazismo? Potrei continuare per pagine e pagine. Non lo faccio perché ho rispetto del tempo del lettore di Dagospia.

La mozione europea su nazismo-comunismo e la polemica connessa. Fabio Della Pergola, giovedì 26 settembre 2019 su Agoravox. La polemica in corso sulla controversa mozione del Parlamento europeo - "Importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa" - che metterebbe sullo stesso piano "nazismo e comunismo" (qui il testo completo), pretende un'accurata analisi del testo.

Alcuni punti sono inessenziali nell'ottica della polemica citata e non sono stati presi in considerazione. I punti più significativi sono invece stati raggruppati a seconda del contenuto e così divisi per argomento (in corsivo eventuali commenti):

1 - Politica estera dell'URSS verso i paesi dell'est europeo.

2 - Considerazioni circa l'inizio della seconda guerra mondiale.

3 - Riferimenti ai termini "stalinismo, totalitarismo, regime, dittatura".

4 - Riferimenti alla legislazione vigente in specifici paesi membri.

1 - Al primo gruppo appartengono due punti; in entrambi il riferimento è all'occupazione sovietica dell'est europeo:

A - Si cita “l’occupazione di taluni paesi europei per molti decenni a venire”.

D - Si citano i paesi sottoposti all’area di influenza sovietica che furono “privati della libertà, della sovranità, della dignità, dei diritti umani e dello sviluppo socioeconomico”.

2 - Al secondo raggruppamento appartengono i seguenti punti di contenuto storico (decisamente discutibile, ma che pretendono un po' di attenzione sui termini usati):

B – Si cita il patto di non aggressione russo-tedesco (Molotov-Ribbentrop) affermando che ha “spianato la strada allo scoppio della Seconda guerra mondiale”. Il termine “spianato” non significa che quel patto fu la causa dello scoppio del conflitto, come si è letto in vari commenti critici, ma che esso facilitò, non ostacolò l'inizio della guerra, come sarebbe successo (forse) in presenza di una forte e non ambigua opposizione dell'URSS alle mire tedesche. In ogni caso i retroscena attorno all'inizio del conflitto sono notoriamente molto più articolati di quanto non si dica limitandosi al patto russo-tedesco.

C – Si ricorda che lo stesso patto ha provocato la spartizione della Polonia; poi si cita l’aggressione russa alla Finlandia e alla Romania, oltre all’annessione di Lituania, Lettonia ed Estonia.

K – Si cita l’alterazione della storiografia sovietica “secondo cui la Polonia, gli Stati baltici e l'Occidente sarebbero i veri istigatori della Seconda guerra mondiale”. Punto molto discutibile da un punto di vista storiografico: senza salvare alcunché della responsabilità naziste, è indiscutibile che l’Occidente, nella veste dei vincitori del primo conflitto mondiale, ha avuto ampie responsabilità nel provocare le cause che hanno determinato il crollo della Repubblica di Weimar, la presa del potere da parte dei nazisti e, infine, le cause che portarono alla seconda guerra mondiale. Tra Russia e Polonia un problema c'era (ma vent'anni prima) e lo stato polacco ebbe effettivamente la sua responsabilità nell’aver iniziato il conflitto del 1919-20 invadendo la Russia (ma andando più indietro nel tempo non si capisce più chi iniziò cosa...). È noto inoltre che il governo polacco, non fidandosi di Stalin cercò di opporsi a una alleanza tra i paesi occidentali e l'URSS in chiave antitedesca, ma attribuire a questa pretesa polacca il successivo patto russo-tedesco pare un po' forzato. Più chiara la piena responsabilità sovietica nella occupazione e dissoluzione dell'indipendenza delle repubbliche baltiche. Nel complesso le ricostruzioni in merito al conflitto, sia da parte della storiografia sovietica citata, sia da parte degli estensori della mozione europea soffrono di un'approssimazione grossolana. Ma la polemica - che si incentra sul fatto che la mozione stravolgerebbe la realtà storica attribuendo a Germania e URSS una uguale responsabilità nella causa del conflitto - appare forzata. Forse è l'intenzionalità latente, ma fosse questo l'intento della mozione sarebbe davvero sostenuto in modo grottesco.

M2 – si afferma che “la Seconda guerra mondiale è iniziata come conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939”. Di nuovo, dire che la guerra è “iniziata” in conseguenza immediata del patto Molotov-Ribbentrop non significa dire che quel patto ne fu la causa e affermarne la "conseguenza immediata" è un dato di fatto: l’invasione tedesca della Polonia iniziò il 1 settembre 1939 (una settimana dopo la firma del patto) e quella russa due settimane più tardi. Ma già ad agosto Stalin aveva imposto un diktat all'Estonia imponendo la presenza dell'Armata Rossa sul suo territorio. Anche in questo caso la polemica appare pretestuosa.

3 - Il terzo raggruppamento riguarda più da vicino la polemica in atto e coinvolge la maggior parte dei punti contenuti dalla mozione. Tutti i punti qui raccolti si riferiscono a termini quali "stalinismo, dittatura, regime, totalitarismo" abbinati o meno al termine "comunismo":

E – Si evidenzia la necessità, oltre ai conti già fatti con il nazismo a Norimberga, di “condurre indagini giudiziarie in relazione ai crimini dello stalinismo e di altre dittature”.

Le altre dittature non sono specificate, ma si potrebbe pensare ai regimi fascisti di Italia, Spagna e Portogallo e al regime dei colonnelli in Grecia. Va tenuto presente che il riferimento è sempre e solo all'ambito europeo, non si citano né le dittature sudamericane né la Cambogia di Pol Pot, la Nord Corea o le guardie rosse di Mao. Allo stesso modo non si citano altri paesi africani, mediorientali o asiatici così come non si cita il Vietnam e si sorvola sulle tante operazioni di presunta peace-keeping di altri paesi.

Non si cita però nemmeno la recente questione balcanica nonostante sia avvenuta su suolo europeo.

G – Si citano “l'espansione dei regimi comunisti totalitari e antidemocratici nell'Europa centrale e orientale” e “i paesi europei che hanno sofferto a causa dell'occupazione sovietica e delle dittature comuniste”.

I – Si citano “i crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo”.

L – Si cita l’importanza della “memoria delle vittime dei regimi totalitari e autoritari, il riconoscimento del retaggio europeo comune dei crimini commessi dalla dittatura comunista, nazista e di altro tipo”.

M3 – Si citano “i crimini contro l'umanità e le massicce violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime nazista, da quello comunista e da altri regimi totalitari”.

M4 – Si citano i “crimini totalitari” e “ogni potere totalitario, a prescindere da qualunque ideologia”.

M5 – Si sollecita dagli stati una valutazione in merito “ai crimini e agli atti di aggressione perpetrati dai regimi totalitari comunisti e dal regime nazista”.

M6 – Si “condannano tutte le manifestazioni e la diffusione di ideologie totalitarie, come il nazismo e lo stalinismo”.

M8 – Si invita a “celebrare il 23 agosto come la Giornata europea di commemorazione delle vittime dei regimi totalitari” e a studiare le “conseguenze dei regimi totalitari”.

M10 – Si citano i “crimini dei regimi fascisti e stalinisti e di altri regimi totalitari e autoritari”.

M11 – Si chiede di istituire la “Giornata internazionale degli eroi della lotta contro il totalitarismo".

M12 – Si cita “la commemorazione e il ricordo delle vittime del totalitarismo”.

M15 – Si “sostiene che la Russia rimane la più grande vittima del totalitarismo comunista e che il suo sviluppo in uno Stato democratico continuerà a essere ostacolato fintantoché il governo, l'élite politica e la propaganda politica continueranno a insabbiare i crimini del regime comunista e a esaltare il regime totalitario sovietico”.

M16 – si cita l’impegno “dell'attuale leadership russa volti a distorcere i fatti storici e a insabbiare i crimini commessi dal regime totalitario sovietico”.

M20 – si invitano gli stati membri “a vietare di fatto i gruppi neofascisti e neonazisti e qualsiasi altra fondazione o associazione che esalti e glorifichi il nazismo e il fascismo o qualsiasi altra forma di totalitarismo”.

In nessuno di questi punti è citato il comunismo come ideologia o dottrina politica a sé stante, separata dai termini "stalinismo, regime, dittatura, totalitarismo, potere".

4 - L'ultimo raggruppamento si riferisce a tre punti in cui si ricordano legislazioni specifiche di alcuni Stati membri:

F – Si citano i paesi che vietano simultaneamente "ideologia nazista e comunista".

M17 – si critica “l'uso continuato di simboli di regimi totalitari” e si ricorda che “alcuni paesi europei hanno vietato l'uso di simboli sia nazisti che comunisti”.

M18 – si “osserva la permanenza, negli spazi pubblici di alcuni Stati membri, di monumenti e luoghi commemorativi (parchi, piazze, strade, ecc.) che esaltano regimi totalitari”.

In tutta la mozione solo in due punti di quest'ultimo raggruppamento si fa menzione di una generica "ideologia comunista" e di suoi simboli. Al punto F e al punto M17 ci si limita a citare paesi membri dell'Unione Europea che hanno introdotto legislazioni restrittive sia verso il nazismo che verso il comunismo. Il riferimento ad "alcuni stati membri" fa pensare ovviamente che si tratti di paesi dell'est europeo che si riferiscono al proprio passato sotto un regime comunista autoctono o a quello dell'URSS. Questi due cenni alle legislazioni restrittive hanno fatto ipotizzare che contenga, latente, un invito a seguire quella strada, ma si tratta appunto di un'interpretazione ipotetica. L'unica affermazione che potrebbe apparire alquanto ambigua è, nel punto M17, la critica all'uso dei "simboli di regimi totalitari". Dal momento che la bandiera rossa e la simbologia della falce e martello sono comuni sia ai comunismi democratici dell'Occidente che del regime totalitario russo, si potrebbe obiettare una insinuazione critica anche verso i comunisti occidentali. Ma, ancora, si tratta di una interpretazione estensiva di una frase che, nei fatti, si riferisce comunque unicamente ai "regimi totalitari".

Inoltre solo in due punti citati in premessa (visto...) si cita genericamente “il comunismo” con riferimento alla Dichiarazione di Praga e alle “vittime del comunismo”. Anche in questo caso è difficile non attribuire il riferimento ai regimi del Patto di Varsavia.

In sintesi, a parte alcune discutibili affermazioni storiche, appare palese che l'equiparazione è, piuttosto chiaramente, tra nazionalsocialismo e comunismo sovietico, non con il marxismo o con l'ideologia comunista in sé (se non nei punti citati che risultano essere ambigui). Necessario premettere che anche tra nazismo e comunismo (anche sovietico) parecchie distinzioni andrebbero fatte sia in ambito ideologico che storico. Come scrive Michele Serra "Il comunismo fu totalitario per imporre l'uguaglianza tra tutti gli uomini e l'internazionalismo. Il nazismo fu totalitario per imporre la superiorità di una nazione e di una razza e sancire l'inferiorità delle altre. Questa gigantesca differenza basta a sconsigliare ogni equiparazione tra le due ideologie, e soprattutto tra le persone che ne presero le parti". Inoltre non vanno certo dimenticati la resistenza di Stalingrado, i venti milioni di morti russi nella guerra o la liberazione di Auschwitz (anche se un bombardamento sulla linea ferroviaria che portava ai campi di sterminio per impedire al camino di Auschvitz di funzionare non risulta che sia stato fatto né dai russi né dagli angloamericani). Cioè, in una parola, non si può dimenticare il contributo sovietico alla sconfitta del nazismo. Resta il fatto che, però, la mozione europea parla piuttosto chiaramente del comunismo che si è imposto nell'Est europeo a partire dal dopoguerra. Quindi è obbligatorio ricordarsi anche, come recita la mozione, dell'occupazione russa dei paesi dell'Est, della reazione sovietica alle insurrezioni di Berlino nel '53, di Budapest '56, di Praga '68, tutte repressioni violente che furono all'origine di molte prese di posizione critiche anche nel campo comunista occidentale contro il dogmatismo acritico degli apparati di partito fedeli a Mosca. Ed è impossibile dimenticarsi del Muro e delle tante vittime delle fughe verso l'ovest, dei gulag, della persecuzione delle minoranze etniche, della carestia procurata in Ucraina, della notte dei "poeti assassinati", della persecuzione degli artisti non appiattiti sul realismo sovietico e così via fino alla Cecenia o all'Afganistan. Cioè non possiamo dimenticarci dell'imperialismo russo. La polemica contro questa mozione, quindi, pur fra molti distinguo, finisce con il dare l'impressione di non sapere o volere rifiutare adeguatamente gli orrori dello stalinismo, rischiando di trasmettere l'idea di non sapere o volere distinguere il comunismo, che nei paesi occidentali ha dato un suo contribuito alla liberazione e alla nascita delle democrazie postbelliche, dal regime sovietico che la nascita delle democrazie l'ha impedita, pur avendo dato un contributo essenziale alla sconfitta del nazismo. Portando così acqua al mulino dei molti pensatori di destra che fanno polemicamente, per proprio tornaconto politico, un'equiparazione tra il comunismo democratico dei paesi occidentali e quello sovietico, in cui ogni libera espressione di pensiero fu passibile di processi, carcerazione, torture e gulag. Molto più opportuno sarebbe stato cogliere l'occasione per evidenziare ancor più le differenze, difendendo il comunismo "democratico" per quello di buono che ha fatto, distinguendolo nettamente dal totalitarismo sovietico di stampo stalinista. Insomma, in un momento in cui si riaffaccia (proprio dalla Russia) l'idea di sostituire la democrazia liberale con una democratura illiberale, confondersi su questo punto si direbbe l'ultima cosa da fare se si vuole salvare un'idea di sinistra possibile (e democratica).

TRASBURGO. L’Ue si accorge dei crimini comunisti. Sì alla risoluzione che accomuna e condanna stalinismo e nazismo. Polemiche dai nostalgici italiani. Ma anche il gruppo socialista ha votato a favore. Manuel Fondato su Il Tempo il 22 Settembre 2019. Non ha avuto ampio risalto mediatico ma il 19 settembre 2019 una risoluzione del Parlamento europeo ha di fatto messo sullo stesso piano il nazifascismo e il comunismo. La storia da tempo aveva emesso il suo giudizio inappellabile sui regimi totalitari che oppressero e sterminarono milioni di persone, ma, essendo stati i sovietici tra i vincitori della seconda guerra mondiale, c’è voluto più tempo a fare luce sui crimini firmati falce e martello. Strasburgo ha invece approvato con larga maggioranza una risoluzione dal titolo «Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa». Sono stati 535 i favorevoli, 66 i contrari e 52 gli astenuti. Si sono espressi a favore in particolare il gruppo del PPE, di cui fa parte anche Forza Italia, il gruppo Identità e Democrazia a cui aderisce la Lega, il gruppo dei Conservatori e Riformisti di cui fa parte Fratelli d’Italia e anche quello dei Socialisti e Democratici di cui è membro il PD. Tutti i parlamentari italiani di tali gruppi presenti in aula ieri, risultano aver votato sì. Il testo della risoluzione, che ha già fatto storcere la bocca a molti è piuttosto lungo e articolato. Comprende anche un tuffo nel recente passato europeo, rievocando il cinico patto Molotov-Ribbentrop, i suoi protocolli segreti, l’impatto che ebbe la scellerata, seppure temporanea, alleanza tra Hitler e Stalin. 

Il mostro storico del «rovescismo» unisce il Pd e Orbán. Parlamento Ue. La risoluzione che equipara nazifascismo e comunismo, approvata a larghissima maggioranza grazie anche ai voti di popolari e "socialisti", con temerario sprezzo della verità attribuisce paritariamente la responsabilità della Seconda Guerra mondiale alla Germania di Hitler e alla Russia sovietica. Angelo d'Orsi su Il Manifesto il 26 settembre 2019. La risoluzione del Parlamento europeo, fondata sulla equiparazione tra nazifascismo e comunismo, rappresenta insieme un mostro storico e una bestialità politica. Ma è anche una clamorosa conferma della superfluità “esistenziale” di questo organismo. Se davvero si vuole una Europa unita, e se la si vuole come si dovrebbe, rifare a fundamentis, il Parlamento europeo sarà semplicemente da eliminare. Un gruppo di signori, godenti di privilegi, che hanno poco o nulla da fare nella vita, sono riusciti a formulare un testo basato su un modesto imparaticcio scolastico, senza capo né coda, un documento lunghissimo, farcito di premesse, di riferimenti interni alla legislazione eurounitaria, ma ahinoi, purtroppo, anche con una serie di ragguagli che pretendono di essere storici, ma sono un esempio di revisionismo ideologico all’ennesima potenza: insomma, il mai abbastanza vituperato «rovescismo», fase suprema del revisionismo, ed è il frutto finale di un lungo lavorio culturale, che dalle accademie è trapassato nel dibattito pubblico, tra giornalismo e politica professionistica. Il rovescismo riesce a produrre esiti a cui il revisionismo tradizionale non ha avuto il coraggio di spingersi: questo documento è un esempio preclaro di questi esiti. La linea di fondo, che il rovescismo ha raggiunto, e di cui in Italia abbiamo avuto numerose manifestazioni, è il rovesciamento della verità storica, sulla base di un equivoco parallelismo, che ha illustri precedenti nella filosofia politica, tra fascismo e comunismo, tra fascismo e antifascismo, tra partigiani e repubblichini (per concentrarsi sul nostro Paese): e questo sulla base della nefasta teoria delle memorie condivise, nel documento “europeo” riproposta al singolare, come fonte della “identità” del Continente, a cui l’organo legislativo di una sua parte, sebbene numerosa, pretende di sovrapporsi. L’Unione europea, sarà opportuno ricordare, non è l’Europa, e il Parlamento della Ue non esprime sentimenti, pensieri, sensibilità e, aggiungo, volontà, di alcune centinaia di milioni di cittadini e cittadine dei 27 Stati aderenti. Ciò detto, la risoluzione, con temerario sprezzo della verità, attribuisce paritariamente la responsabilità della Seconda Guerra mondiale alla Germania nazista e alla Russia sovietica, e in particolare sarebbe la «conseguenza immediata» del Patto Ribbentrov-Molotov, e avendo sottolineato, di nuovo con un esempio di grottesca violenza alla realtà fattuale, che l’istanza unitaria nel Vecchio Continente nasce come risposta alla «tirannia nazista» e «all’espansione dei regimi totalitari e antidemocratici», si richiama alla legislazione di alcuni Paesi membri, che ha già provveduto a «vietare le ideologie comuniste e naziste», e invita gli Stati dell’Ue a prenderli ad esempio. Curiosamente il documento di questi nuovi analfabeti della storia, usa l’espressione «revisionismo storico» per riferirsi esclusivamente al nazismo, e al progetto genocidario insito in esso, e presenta la posizione a cui si ispira come corretta e indubitabile, al punto da pretendere di diventare legge. E la proposta cui giunge questo mirabile esempio di menzogna storica, e insieme di miseria politica e di bassezza morale, quale è mai? La sollecitazione agli Stati membri a provvedere a condannare i «crimini dei regimi totalitari comunisti e dal regime nazista», e di conseguenza a «formulare una valutazione chiara», che traduca praticamente questa raccomandazione. Ossia, evitare la diffusione e la presenza e la circolazione nei relativi Paesi di ideologie e simboli che richiamino nazismo e comunismo. Insomma, è una Europa polonizzata e magiarizzata e ucrainizzata: l’Europa che dimentica il ruolo fondamentale della Russia, a cui viene sì attribuito l’etichetta di Paese martire, ma non certo quello, confermato da ogni ricerca storica, di barriera al nazifascismo. E il documento, che pare ispirato direttamente da tedeschi polacchi e ungheresi, si apre a parole di dolce accoglienza nel seno della famiglia dell’Europa “democratica” dei Paesi liberatisi dal giogo sovietico. E, incredibilmente, si precisa: «adesione all’Ue e alla Nato», con una inaccettabile confusione di europeismo e atlantismo. Ebbene, questo documento è stato approvato con i voti della destra di Orbán e soci, ma anche dei popolari e dei “socialisti”, ivi compresi gli esponenti del Pd. Che con questo atto ha segnato la sua definitiva fuoruscita dal campo della sinistra internazionale, ma altresì dal campo della decenza e della dignità.

Da la Repubblica del 25 sett. 2019. L’amaca. Con buona pace di Machiavelli, di Michele Serra. Il comunismo fu totalitario per imporre l’uguaglianza tra tutti gli uomini e l’internazionalismo. Il nazismo fu totalitario per imporre la superiorità di una nazione e di una razza e sancire l’inferiorità delle altre. Questa gigantesca differenza basta a sconsigliare ogni equiparazione tra le due ideologie, e soprattutto tra le persone che ne presero le parti. Ma non basta, ahimé, a cancellare i lutti e le privazioni causate “a fin di bene” dal comunismo. Nel nome del Bene si possono infliggere torti, punizioni e mutilazioni psicologiche inaccettabili: la storia delle religioni ne è tragica testimonianza. È con gli inquisitori di tutte le Chiese, non certo con i gerarchi nazisti, che dunque può valere, con i dovuti distinguo, l’accostamento. Ovviamente la violenza perpetrata nel nome del Male, ovvero della sopraffazione, del razzismo e dell’odio (tale fu, spesso con esplicita rivendicazione, la violenza nera: e lo è ancora) è doppiamente orribile. Ma quella perpetrata nel nome del Bene è doppiamente ingiustificabile, perché ha finito per rendere insopportabile un fine nobile e magnifico (gli uomini sono tutti uguali). Lo sperpero di quel fine nobile è, a conti fatti, la colpa più imperdonabile del comunismo. I mezzi corrompono il fine, con buona pace di Machiavelli. C’è un’ulteriore differenza. La dico perché conta molto, più di qualunque delibera politica. Un essere umano che si lascia affascinare da un’utopia egualitaria è, in molti casi, una persona generosa. Un essere umano che si lascia affascinare da un progetto di sterminio, in genere è una persona ripugnante.

Ugo Intini (socialista): «Il fascismo e il comunismo sono dogmi fautori di disastri. L’antidoto è lo spirito critico». Giulia Merlo il 25 Settembre 2019 su Il Dubbio. Intervista a Ugo Intini sulla risoluzione del Parlamento Europeo che equipara il Terzo Reich al regime sovietico. Le lenti dell’ideologia sono ancora ben calate sul naso dell’Italia, parola di Ugo Intini. Lo storico esponente del Partito Socialista Italiano e teorico dell’importanza dell’identità, bolla le polemiche italiane come «ipocrisie» e promuove la risoluzione dell’Europarlamento che equipara e condanna nazifascismo e comunismo.

Serviva una risoluzione del genere?

«A mio parere sì. Il Parlamento europeo fa bene a chiarire la nostra identità e le basi culturali e storiche dell’unità europea. Un’unità che, per altro, dovrebbe essere politica e ancora non è».

In che modo equiparare nazifascismo e comunismo chiarisce la nostra identità di europei?

«La risoluzione dice che noi come europei siamo in antitesi sia con il comunismo che con il nazifascismo. Mi sembra un punto fondamentale dell’identità europea: posso capire che noi europei siamo troppo immersi in noi stessi per vederlo, ma per l’esterno è una considerazione fondamentale. Le faccio un esempio: i Canadesi sono orgogliosi di dire che sono americani europei perché, a differenza degli Stati Uniti, hanno in tasca non la pistola ma la tessera sanitaria. Una è simbolo di intolleranza e pena di morte; l’altra il simbolo dello stato sociale. Le pare poco?»

Tra le critiche, c’è il fatto che il testo sia eccessivamente semplicistico.

«Non ho letto semplificazioni, perché ogni cosa scritta è corretta. E’ chiaro che si potrebbe ulteriormente approfondire, ma in Italia una risoluzione del genere cozza con un nostro endemico conservatorismo storico».

Cosa intende?

«A Roma c’è viale Palmiro Togliatti, a Torino via Stalingrado. In Italia i due totalitarismi sono stati si condannati, ma i loro eredi – sia comunisti che fascisti – sono diventati forze di governo. Questo ci rende molto arretrati».

L’Italia, come sempre, fa eccezione?

«Diciamo che l’Italia è molto ipocrita. Tra il 1992 e il 1994, quelli che storicamente avrebbero dovuto essere condannati hanno preso il potere, mentre i partiti democratici sono stati cancellati. Comunisti e fascisti hanno cambiato nome, ma le persone sono rimaste le stesse».

Insomma è ancora politica e non già storia?

«Diciamo che sono questioni su cui si ragiona con difficoltà. Io ne so qualcosa: pensi che ancora oggi vengo chiamato Ugo Palmiro. Una presa in giro per rimproverarmi di essere stato un assalitore frontale del mito di Togliatti, sostenendo che fosse complice dei crimini di Stalin, in quanto suo consigliere».

Ma questi due totalitarismi si assomigliano davvero?

«Si somigliano molto. Nazifascismo e comunismo hanno in comune l’intolleranza per la libertà individuale e i diritti umani e non è stato infrequente il passaggio di persone da uno all’altro. Nel dopoguerra, moltissimi intellettuali fascisti sono diventati comunisti. Un caso tragico è stato quello di Nicola Bombacci, che negli anni Venti fu dirigente della sinistra socialista, poi fondò il Pci, nel ventennio divenne fascista e fu ministro della Repubblica di Salò, per finire i suoi giorni a piazzale Loreto. Si potrebbe ragionare anche sul fatto che la destra estrema oggi abbia particolare successo in Paesi ex comunisti, come Ungheria, Polonia e Germania orientale».

Il mondo ex comunista, però, si è molto indignato.

«La verità è che il totalitarismo sovietico per alcuni aspetti è stato peggio di quello nazifascista: ha fatto molti più morti, per esempio. Anzi, i comunisti hanno ucciso più comunisti di chiunque altro. Per altri aspetti, invece, è stato meglio: il marxismo è stato la base culturale della socialdemocrazia e i suoi fondamenti morali sono rispettabili. In Italia e in tutto l’Occidente i comunisti erano persone per bene che, ad eccezione di Togliatti, non conoscevano gli scempi condotti in Urss. Inoltre, il comunismo non è stato solo un fallimento, basti pensare ai casi della Cina o del Vietnam».

Quindi non condanna in toto il comunismo?

«Dico che il dubbio dovrebbe venire. La democrazia ha la coscienza a posto per condannare i due totalitarismi? Comunismo e nazifascismo sono il risultato della carneficina che fu la Prima Guerra Mondiale, provocata proprio dall’irrazionalità delle democrazie europee di quel tempo».

Il muro di Berlino è crollato trent’anni fa: eppure in Italia il tema delle ideologie novecentesche torna di continuo.

«Le ragioni sono due. La prima è che l’Italia è un paese di vecchi, dunque tende a considerare vicine anche cose ormai distantissime. E’ la vecchiaia della popolazione a facilitare questa nostra tendenza a guardare indietro e non avanti. La seconda è che siamo il Paese occidentale meno scolarizzato e con la più bassa percentuale di laureati, dunque esiste grande ignoranza. E’ amaro dirlo, ma è così. E guardi che questo non influenza solo il dibattito politico. Che motore di sviluppo può avere un paese di vecchi in cui i giovani sono poco istruiti? Ecco spiegata la nostra crisi».

A proposito di ideologie: Matteo Renzi, nel lasciare il Pd, ha detto che non si riconosce in un partito dove si canta ancora Bandiera rossa.

«Anche qui siamo nel campo delle ipocrisie. A me, che comunista non sono mai stato e anzi ho condotto dure battaglie contro l’ideologia comunista, non dà affatto noia che si canti Bandiera rossa. Anzi, mi fa piacere perché è un canto popolare di compagni generosi che credono in un ideale. Altro che Bandiera rossa, il problema del Pd è che è ancora fulgido il mito di Enrico Berlinguer».

I problema sono i miti del comunismo?

«Per fortuna quello di Togliatti è sbiadito. Quello di Berlinguer è ancora vivo, però chi lo celebra dimentica che non era un socialdemocratico ma un comunista, e questa è un’offesa alla sua memoria oltre che alla storia. Bisogna dirlo: Berlinguer era una persona per bene, ma era un comunista. Il guaio di questi miti è che esercitano attrattiva perché è ancora forte lo spirito dogmatico. Ma i dogmi portano al disastro, lo spirito critico al progresso».

Così nazismo e comunismo stuprarono valori antichi. Il primo si radicava nella difesa identitaria, il secondo nell'altruismo. I risultati? Perversi, disumani (e simili). Il Giornale Sabato 05/10/2019. La risoluzione approvata lo scorso 19 settembre ad ampia maggioranza dal Parlamento europeo di Strasburgo, Importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa, ha scatenato un po' dovunque, ma soprattutto in Italia, la reazione indignata della cultura politica che vede nella Rivoluzione d'ottobre la continuazione e il compimento del 1789. Quest'ultimo ha proclamato i diritti dell'uomo e del cittadino «astrattamente», elargendo a tutti i Figli della Terra la «libertà negativa», ovvero la facoltà per ciascun essere umano di vivere la sua vita e di fare le sue scelte senza esserne impedito da nessuno; la rivoluzione sovietica, inaugura l'era della «libertà positiva» ovvero del diritto alle risorse concrete che consentono ai cittadini - non più sudditi - di perseguire i loro fini. La libertà positiva rinvia alla «uguaglianza tra tutti gli uomini» che, nell'immaginario collettivo, resta il contrassegno dell'ottobre rosso. Già all'indomani del 1917, all'interno della sinistra, anarchica e marxista (ma anche «liberale»), ci furono, però, correnti (minoritarie, s'intende) che resero omaggio agli impulsi generosi e agli alti ideali che animarono i nemici giurati non dello zar ma del narodnik Alexander Fedorov Kerenskij - che avrebbe voluto trasformare la Russia in una democrazia liberale - ma, nel contempo, criticarono i mezzi impiegati, che sopprimevano la libertà dei dissidenti e degli oppositori. «Il fine è buono» si diceva già un secolo fa «ma i mezzi scelti per realizzarli - il centralismo democratico del partito unico, la dittatura sul proletariato, la polizia segreta, i campi di concentramento per i nemici del popolo - non potevano essere peggiori». Rosa Luxemburg e il «rinnegato» Karl Kautsky, sono tra i critici più noti del leninismo e della sua machiavellica arte di governo. Nei confronti del bolscevismo, continua ancora ai nostri giorni ad adottarsi lo stile di pensiero che aveva già ispirato la condanna dei roghi dell'Inquisizione, delle crociate contro gli Albigesi (si ricordi l'elogio che fa Dante di Domenico di Guzman che «negli sterpi eretici percosse»), dello sterminio di ogni tipo di eterodossia: il tradimento dello spirito evangelico non ne infirma la perenne validità del messaggio. La risoluzione di Strasburgo, per i suoi critici, non solo non distingue il «messaggio» (l'internazionalismo) dai suoi indegni portatori ma fa di peggio: assimila un vino di qualità, il comunismo, degenerato in aceto - per colpa della nomenklatura leninista e stalinista - a un liquido letale - il nazismo - che all'internazionalismo proletario sostituiva l'unificazione del pianeta sotto il dominio della razza eletta imposto col genocidio di tutte le etnie inferiori. Messo in questi termini, considerare comunismo e nazismo come due species distinte di uno stesso genus, il totalitarismo, diviene semplicemente una bestemmia. Ma dobbiamo proprio rassegnarci al politicamente corretto e alla retorica dell'ANPI e compagni?

La mia tesi è che il dogmatismo ideologico renderà difficile ricacciare nell'Erebo le ombre dei due fantasmi totalitari. Non riposeranno in pace finché non si riconoscerà che entrambi si rifacevano a idealità iscritte nell'animo umano e, pertanto, inestirpabili, e che a provocarne l'imbarbarimento, fu l'assolutizzazione dei rispettivi valori, tradotta in un fanatismo violento e spietato, incapace di riconoscerne altri. Le cause storiche e politiche - le crisi istituzionali del primo dopoguerra, le sfide dell'economia, l'inadeguatezza dei partiti e delle classi dirigenti a farvi fronte - che hanno favorito l'ascesa dei due totalitarismi non si possono neppure accennare in questa sede. Ciò che si può dire con sicurezza, invece, è che anche il totalitarismo «nero» aveva un'etica: la difesa della «comunità politica» e delle sue tradizioni dalla disgregazione, la volontà di porre argini alla «perdita di identità» etico-sociale che incombeva sulla Germania sconfitta e sull'Italia solo a metà vincitrice. L'amore della propria terra che si converte in patriottismo crudele e sanguinario, in sterminio degli stranieri interni ed esterni, in dottrina della razza, equivale, per chi non abbia i paraocchi ideologici, alla passione egualitaria che si converte in eliminazione fisica dei borghesi, dei kulaki, dei bianchi. Cosa ci autorizza a pensare che, in un caso, abbiamo a che fare con il boia di Londra, nato tarato, e, nell'altro, col Dottor Jekyll orribilmente sfigurato in Mister Hyde? In realtà, una ragione poi c'è e sta nel fatto che viviamo in un'epoca in cui l'altruismo è un valore sacro e intoccabile mentre la difesa di ciò che siamo, di ciò che è nostro, del nostro habitat materiale e spirituale, diventa non sacro ma profano egoismo, prova di chiusura all'altro e di ottusità etica. In un mondo globalizzato e in un'Italia, che l'8 settembre 1943 ha assistito, alla «morte della patria», si può ben capire come l'universalismo cristiano e quello illuministico, che ne è una versione secolarizzata, abbiano ingenerato «costumi della mente e abiti del cuore» che portano a vedere come immorali quanti ieri si sono battuti pro aris et focis e suscitano oggi l'interesse, se non l'ammirazione, di figli e nipoti. È triste, tuttavia, dover salutare come un progresso morale la perdita della consapevolezza che quelli che non sono più valori per noi, un tempo lo sono stati per molti. Mettere tutti i perdenti nello stesso girone infernale, ignorando che non pochi non esitarono a dare la vita per progetti che, fortunatamente per noi, erano destinati alla sconfitta, significa smarrire il senso della storia e la pietas che ne deriva. Ai tanti fascisti e comunisti, uti singuli, che non si macchiarono di alcun crimine, si deve un profondo rispetto: sacrificarono la loro vita e la loro gioventù come ben pochi di noi sarebbero disposti oggi a fare anche per cause ben più nobili delle loro. Al contrario, il fascismo e il comunismo, in quanto perversioni totalitarie di virtù antiche vanno riguardati, assieme ai fondamentalismi religiosi che insanguinano i cinque continenti, come nemici mortali delle democrazie liberali e il fatto che lo si ricordi a Strasburgo è un raggio di sole negli anni incerti e bui che stiamo vivendo.

Ma i compagni hanno davvero letto Marx? No. Statalismo ed economia concentrazionaria sono già negli inequivocabili scritti del filosofo. Giampietro Berti, Sabato 05/10/2019, su Il Giornale. Risibili sono tutte quelle spiegazione storiografiche, politiche e filosofiche che hanno inteso dimostrare l'estraneità di Marx alla realizzazione effettiva del «socialismo reale». È stato detto infatti che l'abolizione della proprietà privata e l'abolizione del mercato non comporterebbero, di per se stesse - nella purezza originaria della dottrina -, la collettivizzazione integrale dei mezzi di produzione e di scambio; ancor più che la pianificazione statalizzante di tutta l'economia non sarebbe stata teorizzata dal pensatore di Treviri, essendo un'indebita sovrapposizione leninista e stalinista. Sono affermazioni prive di ogni riscontro, provenienti quasi sempre da una scarsa conoscenza dei «sacri testi» (e qualche volta di una loro intenzionale manipolazione o obliterazione). È necessario, perciò, farli parlare, considerando solo quanto ha detto Marx. Ecco dunque le inequivocabili parole dell'autore del Capitale: occorre «accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato» (Manifesto del partito comunista) perché «la figura del processo vitale sociale, cioè del processo materialistico di produzione, si toglie il suo mistico velo di nebbie soltanto quando sta, come prodotto di uomini liberamente uniti in società, sotto il loro controllo cosciente condotto secondo un piano» (Il Capitale, Libro I). «La società ripartisce, secondo un piano, i suoi mezzi di sussistenza e le sue forze produttive nel grado e nella misura in cui sono necessari al soddisfacimento dei suoi diversi bisogni, così che ogni sfera di produzione riceve la quota di capitale sociale necessario a soddisfare il bisogno a cui essa corrisponde» (Teorie sul plusvalore). «Economia di tempo e ripartizione pianificata del tempo di lavoro di diversi rami della produzione rimangono la prima legge economica sulla base della produzione sociale (ovvero della società socialista, ndr)» (Lineamenti fondamentali dell'economia politica). «La società ripartisce forza-lavoro e mezzi di produzione nelle diverse branche» (Il Capitale, Libro II). «È solo quando la società controlla efficacemente la produzione, regolandola in anticipo, che essa crea il legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato e l'estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare» (Il Capitale, Libro III). «Nella società socialista la distribuzione del tempo di lavoro, compiuta socialmente secondo un piano, regola l'esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni» (Il Capitale, Libro I). «Dopo che si è eliminato il modo di produzione capitalistico, la determinazione di valore continua a dominare, nel senso che la regolazione del tempo di lavoro, la distribuzione del lavoro sociale e infine la contabilità a ciò relativa, diventano più importanti che mai» (Il Capitale, Libro III). Il modo di produzione socialista deve esprimersi come «una sola forza-lavoro sociale» (Il Capitale, Libro I), per cui sarà «in grado di opporre i lavori individuali non più come parti costitutive del lavoro complessivo attraverso un processo indiretto, ma in modo diretto» (Critica del programma di Gotha). I concetti cardinali del collettivismo pianificatore - accentramento «di tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato», «regolazione del tempo di lavoro ripartizione pianificata», «distribuzione del lavoro sociale», «produzione regolata in anticipo compiuta socialmente secondo un piano una sola forza-lavoro sociale», «esatta proporzione delle differenti funzioni lavorative con i differenti bisogni», «legame fra la misura del tempo di lavoro sociale dedicato alla produzione di un articolo determinato ed estensione del bisogno sociale che tale articolo deve soddisfare», «contabilità relativa» - vale a dire i concetti che troveranno il loro logico sviluppo nel regime statocratico e concentrazionario del «socialismo reale», sono dunque le autentiche e inequivocabili indicazioni date da Marx per realizzare il passaggio dalla società capitalista alla società socialista. La catastrofe del comunismo non è dovuta all'errata attuazione empirica dei suoi princìpi, ma, al contrario, alla loro più esatta osservanza.

Nazismo e comunismo disgrazie parallele. Marcello Veneziani, La Verità 25 settembre 2019. Allora, contenti che il comunismo e il nazismo siano stati accomunati ed equiparati in una risoluzione di condanna del parlamento europeo votata a larga maggioranza, a partire dal centro-destra ma con quasi tutto il Pd? Contenti che la sinistra inossidabile, i residui comunisti, l’Anpi, abbiano reagito con rabbia al paragone “blasfemo” tra i due regimi totalitari? Sì, finalmente, dopo decenni di memoria e di condanna a senso unico, si ricordano gli orrori e le atrocità del comunismo. Per troppi anni c’è stata troppa indulgenza nei confronti del comunismo, troppe rimozioni, amnesie, omertà in suo favore. Però c’è qualcosa che non convince, che non ci piace in questa risoluzione dell’europarlamento. Ma andiamo con ordine. Dunque per cominciare, il totalitarismo comunista, da Lenin a Stalin, a Mao e agli altri comunismi, non ha nulla da invidiare in fatto di atrocità, vittime e persecuzioni al totalitarismo nazista di Hitler. Anzi, per la verità storica, il comunismo è un fenomeno molto più vasto che ha mietuto molte più vittime del nazismo e ha occupato un arco di tempo più vasto: il comunismo andò al potere molto prima del nazismo e morì molto dopo, durò tre quarti di secolo mentre il nazismo solo un dodicennio; lo patirono più paesi, più popoli, più continenti. I suoi massacri non avvennero in tempo di guerra come per il nazismo ma in tempo di pace e le sue vittime principali furono i suoi stessi popoli. Fu un totalitarismo più radicale del nazismo nel controllo capillare dei cittadini e nella repressione del dissenso; a differenza del nazismo non lasciò spazio alla religione, alla borghesia, alla proprietà privata e al capitale. A differenza del nazismo e del fascismo, non crollò perché sconfitto in guerra, ma crollò su sé stesso in tempo di pace, crollò per il proprio fallimento sociale, economico e politico. Naturalmente anche col comunismo non si deve fare di ogni erba un fascio: Peppino Di Vittorio non è Giuseppe Stalin, Antonio Gramsci non ha le gravi colpe storiche di Palmiro Togliatti, ma solo ideologiche; ci furono tanti comunisti in buona fede, animati dalla sincera, fervente speranza nella giustizia sociale e nella difesa dei più deboli, dei più poveri. Le colpe del nazismo sono diverse e non certo migliori. Trascinò il mondo nella catastrofe della Seconda guerra mondiale, di cui non fu l’unico responsabile ma certo il principale. E dentro quella catastrofe perpetrò l’orrore dei campi di sterminio degli ebrei. Il nazismo fu l’irruzione nel cuore dell’Europa, della sua civiltà e della sua cultura, di una barbarie razzista, militarista e totalitaria che per efferatezza può paragonarsi solo ai regimi comunisti. E colpa ulteriore del nazismo fu quella di avvelenare principi, esperienze e parole nobili legate al sangue, al suolo, alle radici, alle nazioni, ai popoli con il suo fanatismo, le sue atrocità e la sua volontà di predominio. Arrivò a contaminare culture, autori, correnti di pensiero, da quella conservatrice-rivoluzionaria a quella nietzscheana. Si deve distinguere tra nazismo e fascismo e anche al loro interno non si deve fare d’ogni erba un fascio ma distinguere situazioni, casi, persone. Da tempo propongo di usare un criterio etico ad personam: merita rispetto chi da fascista, da comunista, da nazionalsocialista, da anarchico, lo fu sulla propria pelle; merita disprezzo chi lo fu sulla pelle degli altri. La comparazione col comunismo è su un piano inclinato ma il nazismo fu replica al comunismo, un fenomeno di reazione preventiva ed imitazione: il nazismo sostituì l’odio di razza all’odio di classe dei comunisti, tradusse in naturalismo biologico il materialismo storico, sostituì la dittatura nel nome del popolo tedesco alla dittatura nel nome del proletariato mondiale. Insomma nazismo e comunismo sono una coppia asimmetrica, ma sono due esperienze diversamente nefaste. Perché allora non mi convince la risoluzione europea? Non mi convince che il parlamento europeo si occupi del passato solo per condannarlo, mai per difendere e valorizzare la civiltà europea, le sue tradizioni, le sue matrici. Non mi convince che la storia non sia lasciata ai giudizi storici ma sia affidata ai giudizi etici, morali e giudiziari. Non mi convince che un Parlamento debba decretare i confini della memoria storica e le sue interdizioni. Non mi convince che la demonizzazione del passato e di ogni provenienza sia usata per legittimare la bontà e la superiorità, anzi l’insuperabilità del presente. La sottomissione della politica all’economia, della storia alla tecno-finanza. Leggendo poi l’articolato della risoluzione si capisce che mira a colpire il revisionismo storico, i monumenti, Putin, il vero e presunto neofascismo...E non mi piacciono, infine, i processi di Norimberga, neanche quelli ventilati a proposito del comunismo. Norimberga fu un abominio giuridico, storico e umano, perché processava i vinti, già condannati e distrutti sul campo. Reputo aberrante che si sostituiscano alle categorie militari, pur crude, di amico e nemico, le categorie pseudoreligiose di Bene e Male, col sottinteso che il nemico sia il diavolo, la bestia, il male assoluto e perciò non vada sconfitto ma eliminato, annientato. E che l’annientamento diventi perciò impresa umanitaria e operazione di polizia criminale. Insomma, la risoluzione europea ci fa fare un gran passo avanti ma anche qualche piccolo passo indietro. Un’Europa incapace di fronteggiare lo scenario mondiale, le superpotenze, i commerci, i flussi migratori; incapace di garantire i confini e proteggere le economie nostrane, le sovranità nazionali, popolari, politiche; ma solerte a condannare i morti e disseppellire il passato. Giusto condannare il comunismo come il nazismo ma dall’Europa oggi vorremmo altro che riguarda la nostra vita presente e futura, piuttosto che la damnatio memoriae. MV, La Verità 25 settembre 2019

L’ingiusta accusa ad Antonio che «voleva uccidere Mao» con un mortaio arrugginito. Pubblicato lunedì, 23 settembre 2019 su Corriere.it da Guido Santevecchi, corrispondente da Pechino. Nel 70esimo della Rivoluzione, la storia dell’italiano. PECHINO Ci sono molte ombre, milioni di fantasmi nei settanta anni di storia della Repubblica popolare cinese che si celebrano il primo ottobre. Le immagini sgranate di uno di quegli spettri si trovano nel Museo della polizia di Pechino: si chiamava Antonio Riva, italiano nato a Shanghai ed ex capitano durante la Grande Guerra. Fu arrestato il 26 settembre del 1950, con l’accusa di aver preparato un attacco sulla Piazza Tienanmen per l’1 ottobre, prima festa della nuova Cina maoista. Abitava in Vicolo della Pioggia dolce a Pechino, un hutong accanto alla Cattedrale di San Giuseppe e a Wangfujing, la strada piena di negozi dove oggi passa ogni turista italiano, senza sapere. Secondo la polizia comunista, Antonio Riva e i suoi complici volevano uccidere Mao Zedong con un proiettile di mortaio mentre teneva il discorso celebrativo dalla tribuna che domina Tienanmen, proprio come farà Xi Jinping martedì prossimo. Ci fu una retata politica di «controrivoluzionari al soldo di potenze straniere» nel Vicolo della Pioggia dolce quel giorno tiepido di fine settembre 1950, l’ex ufficiale italiano venne trascinato via lasciando indietro soli la moglie americana e quattro figli. Lo fecero tornare a casa per un sopralluogo mesi dopo: era diventato un vecchio scheletrico, con la barba lunga e bianca. Fu giustiziato con un colpo alla nuca il 17 agosto del 1951. Riva era nato a Shanghai nel 1896, figlio di un commerciante di seta lombardo. Nel 1911 era stato mandato a studiare in Italia, poi si era arruolato e come capitano di aviazione aveva volato con Francesco Baracca, abbattendo sette aerei nemici e guadagnandosi una medaglia d’argento al valore. Fascista della prima ora, era tornato in Cina e su presentazione di Galeazzo Ciano, allora console generale a Shanghai, era diventato istruttore dei piloti cinesi. Era stato anche tra i consiglieri militari del governo nazionalista di Chiang Kai-shek, sconfitto nella guerra civile da Mao. Ma l’avventuroso italiano era rimasto a Pechino all’arrivo dei comunisti, anche se per il suo passato era tenuto sotto sorveglianza. Serviva un complotto internazionale al Partito, in quel 1950 di crisi e isolamento: fu scelto Li Andong, nome mandarino di Antonio Riva. Certo, è possibile che quello straniero alto ed elegante nel 1950 fosse entrato in contatto con agenti stranieri, con lui fu arrestato un vicino di casa giapponese, Ryuchi Yamaguchi e il rappresentante del nunzio apostolico in Cina, monsignor Tarcisio Martina (liberato anni dopo); ed era amico di un colonnello americano per esempio, ma non progettava di uccidere Mao sulla Tienanmen, non era un pazzo e sapeva benissimo di essere controllato. Decenni dopo, all’epoca della Grande apertura, un ex ufficiale di polizia cinese coinvolto del caso ammise la montatura («quel complotto ce lo siamo inventato noi, le prove erano fabbricate») parlando con Barbara Alighiero, prima corrispondente dell’Ansa e poi direttrice dell’Istituto di cultura italiano a Pechino. Barbara Alighiero ha dedicato al caso un libro molto documentato, «L’uomo che doveva uccidere Mao», ed è una storia che merita di essere ricordata, perché parla di un italiano innamorato della Cina che cadde vittima di una macchinazione politica. Sono andato al Museo della polizia di Pechino, installato nella sede di una ex banca giapponese nel vecchio Quartiere delle Legazioni a fianco di Tienanmen, e tra i memorabilia degli atti eroici e delle grandi operazioni condotte con successo nei 70 anni di Repubblica popolare ci sono le foto di Riva, allineato con gli altri prima di essere «giustiziato», del suo tesserino di ufficiale e dell’arma che avrebbe dovuto usare per l’attentato: un affusto di mortaio, solo un vecchio tubo arrugginito che lui teneva in casa e usava da portaombrelli. Nelle didascalie sulla bacheca gli hanno sbagliato il nome, è diventato «Anonia Riva», alias Li Andong. Dicono che anni fa era esposto il «vero» mortaio, prova regina dell’accusa. Ma pare che i curatori del museo si siano resi conto che era davvero un vecchio residuato bellico, inutilizzabile per bersagliare Mao o chiunque altro e così lo hanno tolto di mezzo.

PER L'ITALIA IL FASCISMO ERA L'EQUIVALENTE DEL COMUNISMO PER LA RUSSIA. Giuseppe Scaraffia per “il Venerdì - la Repubblica” il 24 giugno 2019. “Ti porterò a cena in un posto curioso, dove ognuno si serve da sé. Cucina internazionale. Forse ci troverai anche lo ci, anche se immagino che tu dei cavoli ne abbia fin sopra i capelli!», aveva annunciato Elsa Triolet a Vladimir Majakovskij nel giugno 1925. Il locale era un ristorante costoso, Voisin, al 261, rue du Faubourg Saint-Honoré, celebre per avere servito la sera di Natale 1870, durante la carestia della Comune di Parigi, un menu con il lupo, l' elefante, l' antilope e il cammello provenienti dal giardino zoologico. Era stata Elsa, 29 anni, a riconoscere Filippo Tommaso Marinetti, 49, mentre stava firmando autografi agli ammiratori, seduto vicino al pittore futurista Fillia a una delle tante manifestazioni dell' Exposition Internationale des Arts décoratifs et industriels modernes. I due poeti non si vedevano dal 1914, quando l' italiano era andato in tournée in Russia per mettere in collegamento i futuristi delle due nazioni. Ma, ipotizza Gino Agnese nel suo penetrante libro Marinetti-Majakovskij. 1925. I segreti di un incontro (Rubbettino), forse non si trattava solo di una rimpatriata tra avanguardisti ormai affermati. Forse il russo sperava di recuperare l' italiano, deluso dal fascismo quanto lui dal comunismo. Forse l' incontro era stato caldeggiato dai potenti servizi segreti sovietici. Non era stato facile trovare una data per quella cena. Il russo infatti era finalmente riuscito a ottenere un visto per l' America. I grattacieli e la modernità degli Stati Uniti lo attraevano irresistibilmente, anche se l' assenza di rapporti tra gli States e l' Urss l' avrebbe costretto a passare per il Messico. Marinetti era alto, ma sembrava piccolo vicino al gigantesco Vladimir Majakovskij. I grandi occhi chiari della minuta, graziosissima Elsa nascondevano la determinazione con cui avrebbe scalato la vita culturale francese. In quei giorni però era solo un' esule dall' Urss e soprattutto la sorella dell' amante in carica di Majakovskij, Lili Brik. Estremamente realista, Elsa aveva saputo dimenticare che Lili le aveva rubato Vladimir, con cui aveva mantenuto un' amorosa amicizia. Era lei che lo accompagnava in uno dei più lussuosi negozi di Parigi, "Old England", dove il rivoluzionario comprava valigie speciali per i suoi giri di conferenze, nonché camicie, cravatte, calzini e persino una doccia da viaggio. Majakovskij, trentadue anni, aveva l' ossessione della pulizia. Nei caffè beveva da una cannuccia per non toccare il bicchiere con le labbra, e aveva con sé un portasapone per lavarsi dopo avere stretto la mano di qualcuno. Entrambi erano calvi, l' italiano da sempre, il russo per libera scelta. Visti da lontano, in quella cornice lussuosa, potevano facilmente essere scambiati per dei normali borghesi. Marinetti non esibiva più con fierezza patriottica un calzino verde e uno rosso, preferendo ormai la sobrietà che consigliava ai futuristi: «Vestire un abito anonimo, possibilmente di sera uno smoking. Niente fiori all' occhiello, niente guanti». Majakovskij non era più il dandy in cilindro e camicia gialla di dieci anni prima. Gli scarponi chiodati da mugik, che l' avevano fatto soprannominare da Marina Cvetaeva l'«arcangelo dal passo pesante», erano stati sostituiti da morbide calzature. Un dandy francese, ex-marito di Elsa, gli aveva consigliato un sarto a cui Vladimir mandava disegni per abiti che avrebbero dovuto correggere i suoi difetti. Voisin offriva vini pregiati e non erano più i tempi in cui, a Mosca, Marinetti aveva dovuto dimostrare ai futuristi russi che anche nel bere gli avanguardisti italiani potevano primeggiare, vuotando quattro bottiglie una dopo l' altra. Sicuramente non si sarebbe abbandonato a "gioie futuriste", distruggendo i piatti come al matrimonio di Gino Severini. Ma anche i dialoghi sembravano avere smarrito la loro spontaneità. Il russo aveva con sé un questionario in francese, per fronteggiare l' eloquenza torrenziale dell' italiano. Erano nove punti destinati a mettere in luce le contraddizioni tra il passato eversivo del futurismo e il suo crescente inserimento nei meccanismi di potere del nuovo regime. Ma il tono burocratico del testo non poteva piacere a Majakovskij, anche se probabilmente ne condivideva la sostanza. Tra gli atti d' accusa della "velina" c' era una nota di speranza. «È vero che nel presentare la vostra esposizione alla "Scuola di cultura proletaria" di Milano avete dichiarato che i proletari comprendono il futurismo meglio dei borghesi d' Italia?». Per poi stringere: «Non vi pare che da questa frase si dovrebbe concludere: l' organizzazione borghese è un ostacolo allo sviluppo della civiltà?». Baffi elettrici, voce rauca, occhi mobilissimi, "Effetì", come si faceva chiamare, cercò di persuadere il riluttante Majakovskij che per l' Italia il fascismo era l' equivalente del comunismo per la Russia, senza riuscirci. Prima di separarsi, Marinetti scrisse sul taccuino di Vladimir: «Al caro Majakovskij e alla grande Russia - energica e ottimista- i miei auguri futuristi». Per poi aggiungere sulla pagina seguente: «Al grande spirito innovatore che anima la Russia: non si esaurirà! La nostra anima futurista italiana non si fermerà». Quando, anni dopo, Vittorio Strada rievocò quella cena con Lili Brik, azzardando che doveva esserci un motivo se i due futuristi avevano aderito al totalitarismo, lei si limitò a rispondergli: «Erano due rivoluzionari».

·         Le scissioni Social-fascio-comuniste. Da Mussolini a Renzi.

Partito socialista italiano. Dizionario di Storia (2011) Treccani. Partito socialista italiano (PSI) Partito politico italiano, fondato nel 1892 e sciolto nel 1994. Già all’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento il movimento operaio italiano cominciò a dotarsi di organizzazioni politiche, dal Partito socialista rivoluzionario di Romagna di A. Costa al Partito operaio italiano di C. Lazzari. Sulla base di quest’ultima esperienza, e più ancora della Lega socialista milanese di F. Turati, a Genova, nell’agosto 1892, venne fondato il Partito dei lavoratori italiani, che l’anno successivo inglobò anche il Partito socialista rivoluzionario, assumendo prima il nome di Partito socialista dei lavoratori italiani, e poi (1895) quello di Partito socialista italiano.

Il PSI dalla fondazione alla Resistenza. Fin dalla nascita, dunque, il PSI riunì al suo interno diverse componenti politico-culturali, da quella riformista con agganci al marxismo di Turati al rivoluzionarismo di A. Costa, ai prosecutori delle tradizioni anarchiche e repubblicane, dalle quali ultime ereditò una certa venatura anticlericale; l’adesione al marxismo e l’attenzione al dibattito teorico, peraltro, furono piuttosto superficiali, nonostante il lavoro svolto in tal senso da Antonio Labriola. Il partito si sviluppò rapidamente, radicandosi in particolare nel Centro-Nord e conquistando le posizioni più forti non tanto nelle grandi città o nel proletariato industriale, quanto in provincia, nella Pianura padana e tra le masse contadine che andavano organizzandosi in leghe e cooperative. Sul piano politico generale, sotto la guida della corrente riformista di Turati (1900-12), il PSI si ritrovò spesso alleato delle altre forze della sinistra «estrema» sul piano parlamentare, ossia radicali e repubblicani, diventando anche un interlocutore del governo Giolitti (1902-04), nel quadro del tentativo dello statista liberale di integrare il movimento operaio. Contro questa tendenza si aggregarono le correnti di sinistra interne al partito, quella intransigente di Lazzari ed E. Ferri e quella sindacalista-rivoluzionaria di Arturo Labriola, le quali col Congresso di Bologna del 1904 assunsero la direzione del partito, rendendolo parte attiva nel primo sciopero generale della storia italiana (settembre 1904). Poco dopo, mentre il movimento sindacale si organizzava nella Confederazione generale del lavoro (CGDL), i riformisti riconquistavano la guida del partito, determinando la fuoriuscita dei sindacalisti rivoluzionari dal PSI (1907), mentre avanzava la corrente di I. Bonomi e L. Bissolati, mirante alla trasformazione del partito in una forza di tipo laburista. Tuttavia la guerra di Libia, dal chiaro impianto colonialista, alla quale Bonomi e Bissolati guardavano con favore, mentre la sinistra di A. Bordiga sviluppava un’intensa propaganda antimilitarista, determinò l’espulsione dal PSI dei primi (che fondarono il Partito socialista riformista italiano) e la vittoria della corrente massimalista, nella quale emergeva B. Mussolini, mentre nuovo segretario del partito divenne lo stesso Lazzari (Congresso di Reggio Emilia, 1912). Lo scoppio della Prima guerra mondiale rimescolò ancora le carte: Mussolini passò nelle file del cosiddetto «interventismo rivoluzionario», e pertanto fu dimissionato da direttore dell’Avanti! e poi espulso dal partito; Bonomi e Bissolati, ma anche personalità come C. Battisti e G. Salvemini, si schierarono con l’«interventismo democratico»; mentre il PSI prese una posizione pacifista e neutralista, attestandosi sulla linea del «non aderire né sabotare». Tale linea si rivelò tuttavia inadeguata, poiché da un lato non frenò le accuse del fronte nazionalista che vedeva i socialisti come «disertori» e «sabotatori» dello sforzo bellico, dall’altro non consentì al partito di porsi alla testa dei moti rivoluzionari che la stessa guerra favorì (insurrezione di Torino, agosto 1917). Nelle elezioni del 1919, col nuovo sistema elettorale proporzionale, il PSI balzò al 32,3%, diventando la maggiore forza ;politica italiana e superando ben presto (1920) i 200.000 iscritti. Il Congresso di Bologna (1919) vedeva intanto la vittoria dei massimalisti di G.M. Serrati e l’adesione del partito alla terza Internazionale. Tuttavia anche nel corso del «biennio rosso» e dell’occupazione delle fabbriche torinesi – in cui pure un ruolo centrale ebbero la sezione torinese del partito e il gruppo dell’Ordine nuovo, promotore del movimento dei Consigli di fabbrica – il PSI non riuscì a guidare il movimento verso uno sbocco rivoluzionario, giocando anzi, assieme alla CGDL, un ruolo frenante nello sviluppo delle lotte. Tale esperienza, assieme alla spinta dell’esempio della Rivoluzione d’ottobre in Russia e al rifiuto del gruppo dirigente del partito di espellere i riformisti come chiedeva il Comintern, determinò al Congresso di Livorno (gennaio 1921) la fuoriuscita della frazione comunista, che diede vita al Partito comunista d’Italia (Partito comunista italiano). Frattanto lo squadrismo fascista colpiva in modo sempre più diffuso sedi e uomini del partito, che pure si illuse di poter siglare un «patto di pacificazione» (agosto 1921) di cui però i fascisti non tennero alcun conto; lo stesso sciopero generale legalitario (agosto 1922) si trasformò in un boomerang, e di lì a poco la marcia su Roma portava i fascisti al potere, guidati da quello stesso Mussolini che nel PSI aveva mosso i primi passi. Nello stesso ottobre 1922 intanto l’ala riformista veniva espulsa dal partito e costituiva il Partito socialista unitario (PSU); il tentativo di avviare un processo di fusione coi comunisti, promosso da Serrati, veniva intanto contrastato dalla maggioranza del PSI, che infine espelleva la corrente terzinternazionalista, che di lì a poco confluì nel PCD’I. Il delitto Matteotti apriva intanto una grave crisi per il fascismo, ma ancora una volta le esitazioni delle forze antifasciste e dello stesso PSI, riunite nell’anti-Parlamento sull’Aventino, determinarono un’ondata di riflusso, cui seguì il consolidarsi del regime fascista. Anche il PSI venne dunque sciolto, e nonostante significativi segnali di resistenza come l’esperienza della rivista Quarto stato (fondata da P. Nenni e C. Rosselli), una buona parte dei suoi militanti e l’intero gruppo dirigente scelsero la via dell’esilio. A Parigi i socialisti diedero vita con altre forze alla Concentrazione antifascista (1927), e nel 1930 PSI e PSU, sotto la spinta di Nenni e Saragat, si unificarono, mentre un’ala guidata da Angelica Balabanoff costituiva il Partito socialista massimalista. In Italia, intanto, emergevano esperienze interessanti come quella del Centro interno socialista, promosso da R. Morandi. Un accordo col movimento di Giustizia e libertà, siglato nel 1931, delegò tuttavia a GL l’iniziativa socialista in Italia, ma l’intesa durò appena tre anni. Nel 1934 il PSI riapriva il dialogo coi comunisti, e in agosto siglava quel patto d’unità d’azione che anticipò la svolta dei fronti popolari. L’impegno comune nella guerra civile spagnola rafforzò l’istanza unitaria, sebbene il Patto Molotov-Ribbentrop (1939) riaprisse il conflitto tra le forze operaie. L’attacco nazista all’URSS riunificò infine il fronte antifascista. Nel gennaio 1943 il gruppo milanese di L. Basso dava vita al Movimento di unità proletaria (MUP), che in agosto confluì nel Partito socialista di Nenni, il quale assunse transitoriamente il nome di Partito socialista italiano di unità proletaria (PSIUP). I socialisti intanto partecipavano alla Resistenza in primo luogo attraverso le Brigate Matteotti; al tempo stesso furono tra i promotori del Comitato di liberazione nazionale, sorto all’indomani dell’8 settembre 1943. Benché meno forte del Partito comunista, il PSI riuscì comunque a porsi fin dalla sua nascita come uno dei tre partiti di massa del Paese. Nell’aprile 1944 aveva circa 30.000 iscritti, ma nell’estate del 1945, all’indomani della Liberazione, era già giunto a 500.000.

Il PSI nell’Italia repubblicana. Nel 1946 il PSIUP contava 860.000 iscritti, e alle elezioni per l’Assemblea costituente risultò il primo partito della sinistra, ottenendo il 20,7% dei voti. Tuttavia, nel gennaio 1947, al Congresso di Roma, esso subì la scissione della componente socialdemocratica di Saragat, ostile alla politica unitaria coi comunisti, la quale diede vita al Partito socialista dei lavoratori italiani, poi Partito socialista democratico italiano, mentre la parte maggioritaria dei socialisti, guidata da Nenni, ridava al partito il nome di PSI, aggregando peraltro settori e uomini significativi del Partito d’azione, ormai disciolto, da E. Lussu a F. De Martino, da R. Lombardi a V. Foa. Il PSI si presentò da subito molto meno omogeneo rispetto al PCI, sia in termini sociali (accanto ai lavoratori salariati comprendeva ampi settori di ceto medio impiegatizio), sia sul piano politico, avendo ereditato la tradizionale divisione in correnti. Nenni aveva comunque una sostanziale leadership, mantenendo una posizione centrista, unitaria verso il PCI ma non favorevole alla fusione; «fusionisti» erano invece esponenti come Morandi e Luzzatto, mentre un’altra componente di sinistra (di ascendenza libertaria e luxemburghiana) faceva capo a Basso; infine, anche dopo la scissione di Palazzo Barberini, rimaneva nel partito un’ala destra di impostazione socialdemocratica, guidata da G. Romita, parte della quale uscì dal PSI nel 1949. L’alleanza col PCI nel Fronte democratico popolare alle elezioni del 1948 aveva intanto ottenuto solo il 31% dei voti. Iniziava dunque anche per il PSI un periodo di opposizione rispetto ai governi centristi fondati sulla DC. Nello stesso 1949 Nenni tornava segretario, avendo come suo vice Morandi e giovandosi della collaborazione di quest’ultimo soprattutto nel lavoro di organizzazione del partito come forza di massa, radicata nei territori e nei luoghi di lavoro. Dopo che già il Congresso di Torino (1955) aveva posto il tema del dialogo coi cattolici, gli eventi del 1956 (20° Congresso del PCUS, intervento militare sovietico a Budapest) accelerarono il processo. L’incontro di Pralognan (agosto 1956) tra Nenni e Saragat segnò il riavvicinamento alla socialdemocrazia, mentre il PSI rompeva il patto d’unità d’azione col PCI che durava dal 1934. Il Congresso di Venezia (1957) pose quindi le basi per una collaborazione con la DC, mentre lo stesso Nenni assumeva la guida della corrente «autonomista» (1958). I fatti del luglio 1960 resero intanto evidente la necessità della «apertura a sinistra». Nel febbraio 1962 il PSI dava quindi il suo appoggio al governo Fanfani, forte di un programma che prevedeva la nazionalizzazione dell’energia elettrica e l’istituzione della scuola media unica. Iniziava così la stagione del centrosinistra, che divenne «centrosinistra organico» nel 1963 con l’entrata dei socialisti nel governo Moro, di cui lo stesso Nenni fu vicepresidente. Tale scelta costò però al PSI una nuova scissione, quella della sinistra di Basso, Foa, Vecchietti e Valori, la quale diede vita al Partito socialista italiano di unità proletaria, schierandosi all’opposizione col PCI. La stretta creditizia del 1963 e i fatti del luglio 1964 (durante i quali Nenni denunciò il «rumore di sciabole» che giungeva da settori delle forze armate), peraltro, frenarono la spinta riformatrice del centrosinistra, costringendo il PSI sulla difensiva. Anche per aumentare la sua forza contrattuale, il partito avviò dunque un processo di riunificazione col PSDI di Saragat, che sfociò nella nascita del Partito socialista unificato (PSU) nell’ott. 1966, con De Martino e Tanassi cosegretari. Le perduranti divisioni interne e la sconfitta elettorale del 1968 determinarono però la crisi di tale progetto, cosicché nell’ottobre 1968 il partito riprese il nome PSI e nel 1969 la componente socialdemocratica ne uscì per fondare il Partito socialista unitario (poi di nuovo PSDI). I grandi movimenti di massa del 1968-69 e la crescita anche elettorale del PCI aprivano intanto la crisi del centrosinistra e inducevano De Martino ad aprire ai comunisti, lanciando la prospettiva di «equilibri più avanzati». La stessa crescita del PCI e la strategia berlingueriana del compromesso storico, pur rivolta a socialisti e cattolici, aprirono però una fase di difficoltà per il PSI, all’interno del quale la tradizione autonomista riprese vigore, ravvivata dal timore di rimanere schiacciati nel dialogo tra i due maggiori partiti (DC e PCI), cosicché nel 40° Congresso (1976) De Martino risultò sconfitto di misura e, dopo le elezioni politiche del giugno 1976, gli successe B. Craxi. Quest’ultimo avviò una radicale ridefinizione dell’identità del partito, prendendo le distanze dal marxismo e avviando una sorta di competizione a sinistra col PCI, al quale pure rilanciava la proposta di «alternativa di sinistra» in contrapposizione al compromesso storico. Nel 1980 la politica di Craxi virò apertamente verso una nuova alleanza di governo che escludesse i comunisti, ossia la formula del «pentapartito», che portò lo stesso leader socialista alla presidenza del Consiglio (1983-87), carica che egli gestì con piglio decisionista e senza rinunciare a un duro scontro con la CGIL a seguito del taglio dei punti di contingenza nel 1984-85. Intanto il PSI eliminava dal proprio simbolo la falce e il martello, ossia i riferimenti simbolici tradizionali del movimento operaio (1985), giungendo poco dopo al 14,3% dei voti (1987). Le inchieste di tangentopoli, tuttavia, coinvolgendo esponenti socialisti locali e nazionali, aprirono una grave crisi nel partito; lo stesso Craxi ricevette un primo avviso di garanzia nel dicembre 1992, dimettendosi da segretario nel febbraio 1993, sostituito da G. Benvenuto e poi da O. Del Turco. Nel 1994 il PSI, colpito da una pesante crisi finanziaria effetto della crisi politica, dovette abbandonare la sede di via del Corso e sospendere le pubblicazioni dell’Avanti!. Il 47° Congresso (novembre 1994) decise infine lo scioglimento del partito. Nacquero quindi due diversi soggetti politici volti a raccogliere l’eredità del PSI, i Socialisti italiani e il Partito socialista riformista, cui si aggiunse la Federazione dei laburisti di V. Spini. Intanto, a seguito della trasformazione del sistema politico in senso bipolare, la diaspora socialista si divideva tra i due schieramenti, e diversi ex dirigenti del PSI approdavano a Forza Italia (nello schieramento di centrodestra) o al Partito democratico della sinistra. Nel 1998 gli spezzoni del vecchio partito rimasti a sinistra diedero vita allo SDI (Socialisti e democratici italiani), con segretario E. Boselli, mentre la parte schierata col centrodestra, guidata da G. De Michelis, fondava il Nuovo PSI (2001-09). Dopo l’esperienza della Rosa nel pugno, nel 2007 lo SDI di Boselli avviò un percorso di ricostituzione di un Partito socialista unitario che raccogliesse la gran parte della diaspora; il congresso costitutivo si tenne nel luglio 2008, e nel 2009 il nuovo partito, con segretario R. Nencini, ha recuperato la denominazione di PSI.

XVII Congresso del Partito Socialista Italiano. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. XVII Congresso del Partito Socialista Italiano all'interno del Teatro Carlo Goldoni.  Apertura 15 gennaio 1921. Chiusura 21 gennaio 1921. Località Livorno.

Esito. Mancata espulsione della corrente riformista e scissione della corrente comunista. Nomina di Giovanni Bacci a segretario del partito e conferma di Giacinto Menotti Serrati a direttore dell'Avanti!

Ospiti notevoli. Christo Kabakčiev delegato del Partito comunista bulgaro e dell'Internazionale Comunista, Mátyás Rákosi delegato del Partito comunista ungherese e dell'Internazionale Comunista, Jules Humbert-Droz e Rosa Bloch delegati del Partito socialista svizzero, Paul Levi delegato del Partito comunista operaio di Germania.

Il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano si tenne al Teatro Carlo Goldoni di Livorno dal 15 al 21 gennaio 1921, inserendosi nel generale contesto di scontro in atto all'interno del movimento operaio internazionale tra la corrente riformista e quella rivoluzionaria[1]. Il dibattito, che venne seguito con grande interesse sia in Italia che all'estero si incentrò sulla richiesta avanzata dall'Internazionale Comunista di espellere dai partiti ad essa aderenti, o intenzionati a farne parte, la componente riformista. Al termine di giornate caratterizzate da un clima particolarmente tumultuoso e turbolento, il congresso fece registrare la scissione della frazione comunista che, di fronte al rifiuto della maggioranza del partito di accogliere la sollecitazione del Comintern ed estromettere i riformisti dal PSI, abbandonò i lavori e diede vita al Partito Comunista d'Italia.

Nel luglio-agosto 1920, il secondo congresso dell'Internazionale Comunista aveva fissato in 21 punti rigidi e dettagliati le condizioni di ammissione dei partiti all'Internazionale stessa. In essi emergeva la necessità di allontanare dai partiti (che avrebbero dovuto tutti adottare la nuova denominazione di "comunista") gli esponenti riformisti, ritenuti controrivoluzionari. Relativamente alla situazione italiana, tale esigenza era rafforzata dalla critica secondo la quale il partito, complice quello che veniva definito il "sabotaggio" della CGL, non aveva saputo cogliere l'occasione rivoluzionaria creatasi durante il biennio rosso. Il PSI aveva di fatto lasciato tutta l'iniziativa al sindacato, che aveva portato avanti una tattica gradualistica culminata con l'accordo del 15 settembre 1920 con gli industriali: mediato dal capo del governo Giovanni Giolitti, l'accordo aveva garantito aumenti salariali ma non aveva portato a significativi avanzamenti politici, evidenziando la sostanziale incapacità del movimento socialista di fronteggiare con strumenti adeguati l'egemonia della borghesia.

Il PSI aveva aderito all'Internazionale Comunista fin dal XVI Congresso di Bologna dell'ottobre 1919, che aveva ratificato quanto deliberato già a marzo dalla Direzione e segnato uno spostamento a sinistra delle posizioni del partito, con l'affermazione della corrente massimalista su quella riformista e la centralità assunta dai temi della conquista violenta del potere e della dittatura del proletariato. Tuttavia le richieste del II Congresso del Comintern, con particolare riferimento all'accettazione di tutti i 21 punti e alla conseguente espulsione dei riformisti, non trovarono la disponibilità della maggioranza massimalista di Giacinto Menotti Serrati, che temeva che la cacciata di figure come Filippo Turati, Claudio Treves o Ludovico D'Aragona avrebbe allontanato anche il cospicuo numero di lavoratori su cui essi avevano influenza. Serrati riteneva inoltre ingiusto l'allontanamento dell'ala destra del partito, perché essa non aveva né partecipato a governi borghesi né appoggiato l'intervento nella prima guerra mondiale, come avevano invece fatto i socialisti francesi ed i socialdemocratici tedeschi. Nonostante tutto l'ala sinistra del partito — la futura frazione "comunista pura" — in settembre ottenne, al termine di tre giorni di accese discussioni, la maggioranza in Direzione intorno ad un ordine del giorno firmato da Umberto Terracini che recepiva senza riserve i 21 punti e prefigurava la rottura con i riformisti, nell'ottica di una scissione "a destra" che — aveva spiegato Terracini — «sarebbe rimasta diffusa per tutto il partito molto superficialmente» e «non avrebbe avuto larga influenza tra le masse». Il documento fu votato, oltre che dal proponente, da Egidio Gennari, Ivan Regent, Giuseppe Tuntar, Casimiro Casucci, Tito Marziali e Ambrogio Belloni, mentre cinque voti (quelli di Serrati, Adelchi Baratono, Emilio Zannerini, Giovanni Bacci e Gino Giacomini) andarono al documento da cui sarebbe originata la mozione congressuale della frazione cosiddetta "unitaria", che insisteva sull'unità del partito e rivendicava autonomia nell'applicazione delle direttive internazionali[14][15]. Alla luce di tale risultato Serrati rassegnò le dimissioni da direttore dell'Avanti!, organo ufficiale del PSI, ma la maggioranza comunista decise di mantenerlo temporaneamente al proprio posto.

L'elaborazione delle mozioni. Alla vigilia del Congresso il partito era diviso in tre frazioni principali e due gruppi minori: l'ala destra era quella di "concentrazione socialista", vicina alle posizioni del gradualismo riformista di Turati; al centro si collocava gran parte dei massimalisti (i "comunisti unitari") di Giacinto Menotti Serrati; a sinistra i comunisti "puri" di Amadeo Bordiga. In posizione intermedia tra riformisti e unitari si collocavano i cosiddetti "rivoluzionari intransigenti" di Costantino Lazzari, mentre al fianco dei comunisti si trovava il gruppo della "circolare" di Antonio Graziadei e Anselmo Marabini che, pur fedele alle direttive del Comintern, intendeva lavorare per una mediazione.

I concentrazionisti costituivano una componente numericamente esigua, tuttavia avevano il controllo del gruppo parlamentare e della CGL. La loro mozione, sottoscritta da Ludovico D'Aragona e da Gino Baldesi, essi stessi esponenti di primo piano del sindacato, fu elaborata nel corso di un convegno svoltosi dal 10 al 12 ottobre 1920 a Reggio Emilia: il documento rivendicava il buon lavoro quotidiano svolto fino ad allora dal Partito Socialista Italiano e chiedeva il mantenimento della sua denominazione; sosteneva la necessità dell'unità del partito, garantita dalla tutela della libertà di espressione a cui doveva corrispondere una rigida disciplina nell'azione deliberata dalla maggioranza; confermava l'adesione al Comintern, ma chiedeva autonomia interpretativa nell'applicazione dei 21 punti e — mettendo in discussione i cardini della mozione che aveva vinto il Congresso di Bologna — rifiutava i concetti secondo cui la conquista del potere dovesse avvenire con la violenza e che la dittatura del proletariato, intesa come «una necessità transitoria imposta da speciali situazioni e non come un obbligo programmatico», dovesse modellarsi inevitabilmente secondo quanto avveniva in Russia; sosteneva infine «tutti i possibili tentativi di approssimazione al regime socialista», pur giudicando puerile l'idea di sconvolgimenti rivoluzionari a breve scadenza nei paesi più ricchi.

La mozione massimalista unitaria, o "centrista", fu varata a Firenze e firmata da Serrati, Baratono, Bacci, Momigliano, Frola, Vella e Alessandri. In essa si sottolineava la necessità di «serbar l'unità del Partito per meglio e più presto giungere alla conquista di tutto il potere politico», da perseguire con ogni mezzo compatibile con l'«assoluta intransigenza di classe», al fine della rivoluzione comunista da preparare per «via legale ed extralegale». Anche il documento massimalista ribadiva l'adesione all'Internazionale, chiedendo tuttavia la possibilità di applicare i 21 punti secondo le condizioni dei singoli Paesi e di conservare provvisoriamente il nome "socialista", affinché non ne abusassero «fuorusciti di ieri e di domani».

L'ala sinistra si era consolidata in una struttura che poteva essere considerata di fatto «già un partito»: la frazione comunista si era costituita a Milano il 15 ottobre, pubblicando un manifesto-programma che si poneva in contrasto sia con i riformisti che con i massimalisti decisi a non separarsi dalla destra. Il documento era stato sottoscritto da Bordiga, Gramsci, Misiano e Terracini, dai massimalisti di sinistra Bombacci, Repossi e Fortichiari e dal segretario della Federazione giovanile socialista Luigi Polano. Le due principali anime della componente comunista risultavano dunque il gruppo torinese legato al periodico Ordine Nuovo e quello legato al settimanale Il Soviet di Napoli, guidato da Bordiga, che aveva nel frattempo rinunciato alla pregiudiziale astensionista, e che assunse un ruolo preminente nella frazione. La mozione che la corrente avrebbe presentato a Livorno, votata in una riunione tenuta ad Imola il 28 e 29 novembre, era la più articolata: confermando l'adesione alla Terza Internazionale, ne recepiva in pieno le direttive, a partire dalla decisione «di cambiare il nome del Partito in quello di Partito Comunista d'Italia (Sezione della III Internazionale Comunista)» e di espellere tutti gli aderenti alla frazione di Concentrazione e tutti gli iscritti che al Congresso avrebbero dato voto contrario alla completa osservanza delle 21 condizioni di ammissione al Comintern e al programma comunista del Partito. Tale programma era parte integrante del documento presentato dalla frazione e si sviluppava in dieci punti, che evidenziavano, tra l'altro, il ruolo del partito politico di classe come organo indispensabile della lotta rivoluzionaria; la finalizzazione della lotta all'abbattimento violento del potere borghese e all'instaurazione della dittatura del proletariato; l'individuazione del «sistema dei Consigli dei lavoratori (operai e contadini)» come forma di rappresentanza nello Stato proletario; l'obiettivo della «gestione collettiva della produzione e della distribuzione» e infine dell'eliminazione della «necessità dello Stato politico».

Gli unitari in maggioranza. La frazione massimalista unitaria, la cui posizione in Direzione era risultata minoritaria, ottenne un'ampia maggioranza durante lo svolgimento dei congressi provinciali: la mozione serratiana ottenne circa 100.000 voti, contro i 58.000 della mozione comunista e i 15.000 di quella concentrazionista. Per questo perse quota la prospettiva di una scissione a destra così come si era concretizzata recentemente in Francia e in Germania: alla vigilia dell'appuntamento di Livorno, viceversa, si riteneva già irrevocabilmente decisa la "scissione a sinistra". Infatti, mentre il grosso dei comunisti riteneva sempre più necessario rompere l'unità per salvare la prospettiva rivoluzionaria a breve termine, la maggioranza massimalista, su cui di fatto veniva a ricadere la scelta definitiva su quale minoranza avrebbe dovuto lasciare il partito, seguitava a mostrarsi indisponibile all'espulsione dell'ala moderata. Tale situazione alzò la tensione nei rapporti tra il PSI e l'Internazionale, e rimase senza esito uno scambio di missive del novembre-dicembre 1920 tra Giacinto Menotti Serrati e il presidente del Comintern Grigorij Zinov'ev: in esso era stato concordato un incontro a Reval (l'odierna capitale dell'Estonia, Tallinn) per chiarire la posizione degli unitari, ma la delegazione italiana aveva poi rinunciato ad un viaggio così lungo nell'imminenza del congresso. Zinov'ev, in una successiva lettera datata 20 dicembre, ribadì il sostegno del Comintern ai comunisti puri e accusò Serrati di stare scivolando verso destra. Anche Lenin, che pure ammirava il PSI per il suo stretto rapporto con le masse operaie e ne riconosceva sia il ruolo importante rivestito in occasione delle conferenze pacifiste di Zimmerwald e di Kienthal, sia il fatto che si fosse già epurato nel 1914 espellendo i massoni e nel 1915 gli interventisti come Benito Mussolini, in questa fase criticò a più riprese il leader massimalista, «nell'erronea previsione che Serrati avrebbe finito col cadere». Quest'ultimo invece, sentendo che l'Italia «evoluta» era con lui e che il consenso intorno alla sua posizione stava crescendo, ricapitolò i motivi del proprio dissenso sull'Avanti! del 16 dicembre, in un lungo articolo in cui si difese dall'accusa di opportunismo e rivendicò la necessità di conservare l'unità per preservare «il Partito, il Proletariato e la Rivoluzione da un'insana mania di distruzione e demolizione». Avrebbe più tardi scritto Jules Humbert-Droz che Serrati in questa fase era diventato il solo avversario della Terza Internazionale in Occidente, e i suoi articoli erano ripresi da tutti i nemici del comunismo e della Rivoluzione russa in Svizzera, in Francia, in Germania e altrove. Dato il suo ruolo di primo piano nel movimento socialista mondiale, sancito anche dall'aver presieduto il II Congresso del Comintern, la sua difesa dei riformisti italiani non poteva essere infatti letta solo come una questione di tattica locale, ma diventava la difesa del riformismo internazionale contro il Comintern stesso: «Serrati era involontariamente diventato una forza controrivoluzionaria internazionale».

Il dibattito congressuale. Apertura dei lavori. Alla vigilia del congresso fu distribuita la relazione della direzione riguardo al periodo intercorso dal precedente Congresso di Bologna. In essa erano evidenziati i sostanziosi incrementi numerici fatti registrare dal partito negli ultimi due anni: il PSI, che nel 1919 aveva 1 891 sezioni con 81 464 iscritti, era passato a 4 367 sezioni e 216 327 iscritti. Tale aumento si riscontrava anche in termini di mandati parlamentari (da 47 a 156) e di enti locali governati (350 comuni e 8 province al tempo del XVI Congresso, 2 500 comuni e 25 province nel gennaio 1921). Dopo le ultime riunioni delle frazioni svoltesi nella mattinata del 15 gennaio, il congresso venne aperto alle ore 14:00 dal presidente provvisorio Giovanni Bacci, che ricordò l'anniversario dell'insurrezione spartachista del 1919. Francesco Frola lesse invece il saluto del Comitato esecutivo dell'Internazionale Comunista che attaccava duramente la frazione unitaria, la cui azione veniva definita nel documento «la realizzazione delle più sfavorevoli previsioni», e quelli dell'ala sinistra del Partito Socialista Svizzero e dei partiti comunisti austriaco, olandese e spagnolo. Il messaggio di quest'ultimo fu una diretta requisitoria contro Serrati e provocò contestazioni e polemiche. Per il Partito Comunista Operaio di Germania era presente Paul Levi, che nel suo intervento di saluto auspicò la costituzione del Partito comunista anche in Italia. A nome della Federazione giovanile parlò invece Secondino Tranquilli (successivamente noto con lo pseudonimo di Ignazio Silone), che preannunciò la confluenza dei giovani nel nuovo Partito comunista. Si aprì quindi il dibattito sull'indirizzo del partito e il primo ad intervenire fu Antonio Graziadei, la cui frazione, la "circolare", era nata con l'obiettivo di cercare l'unità tra comunisti e massimalisti: ponendo la discriminante inamovibile del rispetto dei deliberati della Terza Internazionale, i componenti della circolare (di cui facevano parte, oltre a Marabini, anche Enio Gnudi e Ilio Barontini) ritenevano fosse ancora possibile portare la maggioranza sulle posizioni del Comintern, e proponevano l'assunzione della denominazione di compromesso di «partito socialista comunista italiano». Dal palco livornese Graziadei perorò la causa della "scissione a destra" e criticò duramente l'atteggiamento di indisponibilità dei massimalisti, che «intendono l'autonomia come la facoltà di poter domandare la non esecuzione delle tesi di Mosca»[44], e ribadì che, qualora il tentativo di mediazione fosse andato a vuoto, la circolare avrebbe comunque votato a favore dell'Internazionale e della frazione comunista.

Kabakčiev contro Serrati. La mattina del 16 gennaio presentò la propria relazione il delegato del Partito comunista bulgaro e dell'Internazionale Christo Kabakčiev: il testo, scritto in francese e letto in traduzione da Francesco Misiano, affrontò dapprima la situazione politica nei Balcani per poi entrare nel merito della questione italiana, sviluppando dettagliatamente il tema della pessima situazione economico-finanziaria del Paese all'indomani della prima guerra mondiale e indicando come unico percorso per uscire dalla crisi la via rivoluzionaria. Tale obiettivo era da perseguirsi estromettendo tutti coloro che lo ostacolavano, ovvero i riformisti: secondo il delegato bulgaro, tale scissione tra forze rivoluzionarie e non rivoluzionarie, già avvenuta in molti Paesi, era necessaria anche in Italia affinché l'intero continente europeo fosse pronto allo sconvolgimento finale che avrebbe portato alla pace e alla soluzione dei problemi di disoccupazione e miseria provocati dalle politiche borghesi. Il testo di Kabakčiev fu particolarmente duro nei confronti di Serrati, accusato di riformismo e opportunismo; ciò determinò forti tensioni e tumulti, tanto che lo stesso leader massimalista fu costretto a salire sul palco per riportare la calma. Nel prosieguo dell'intervento del delegato bulgaro veniva ribadito che «la CGdL e il PSI non hanno compiuto il proprio dovere», non avendo indirizzato la lotta del proletariato italiano verso lo scopo principale, la conquista del potere politico, e si puntava il dito contro l'appartenenza della Confederazione del Lavoro all'Internazionale Sindacale di Amsterdam, definita «uno dei sostegni più importanti della borghesia internazionale» e contro l'avallo di Serrati a questo stato di cose. L'ultima parte del discorso fu incentrata sull'analisi dei rischi che una rivoluzione avrebbe attirato sull'Italia in termini di blocchi economici e azioni belliche da parte dei Paesi capitalisti, che avrebbero portato al proletariato sofferenze analoghe a quelle sopportate dal proletariato russo, e che tuttavia era necessario affrontare «per spezzare le catene della schiavitù capitalista e per emanciparsi da essa definitivamente». Nella sessione pomeridiana, presieduta da Argentina Altobelli, intervenne per i massimalisti Adelchi Baratono, che perorò la causa dell'unità del partito, definì le distinzioni fra puri e unitari artificiose e non sostanziali e sottolineò come a frenare la rivoluzione fosse stata non tanto l'azione dei riformisti quanto «l'orientamento non pienamente rivoluzionario delle masse». Baratono rivendicò poi la fedeltà della sua frazione all'Internazionale, sottolineando tuttavia che «non bisogna copiare pedissequamente il figurino russo circa il modo dell'adattamento rivoluzionario». L'oratore ribadì la richiesta a Mosca di lasciar valutare al partito italiano le questioni di carattere nazionale, e di poter operare con la collaborazione dei bolscevichi, e non ricevendo da essi semplici ordini. Baratono, nel rifiutare il giudizio di collaborazionismo verso l'ala destra del partito («i nostri destri d'Italia corrispondono poi ai sinistri di altre nazioni»), non escluse tuttavia di avviare una revisione periodica delle sezioni e un continuo processo di epurazione, senza distruggere «quel meraviglioso complesso organismo che è oggi il Partito socialista italiano».

Il partito rivoluzionario. La terza giornata fu caratterizzata dai discorsi di Costantino Lazzari e di Umberto Terracini. Lazzari, della minoritaria frazione degli "intransigenti rivoluzionari", criticò gli scissionisti e rifacendosi a Marx sottolineò come fosse indispensabile l'unità del proletariato, che avrebbe dato forza alla Terza Internazionale, e come fosse forzata la distinzione fra comunismo e socialismo, che si era resa necessaria terminologicamente in Russia, dove «anche i riformisti si chiamano rivoluzionari», ma che era ingannevole in Italia: «sarebbe un far credere che il Comunismo è qualcosa di diverso dal Socialismo». Lazzari contestò anche il fatto che i russi non tenevano conto del fatto che in Italia, a differenza di molti altri Paesi, le correnti socialdemocratiche erano già state espulse da molto tempo, e ricordò a questo proposito l'epurazione di Leonida Bissolati, Ivanoe Bonomi, Angiolo Cabrini e Guido Podrecca nel 1912. Lazzari si disse quindi contrario all'espulsione dell'ala destra del partito, secondo il principio «libertà nel pensiero e disciplina nell'azione». Terracini, che rivendicò alla corrente comunista di essere l'unica che non aveva derogato alle decisioni del Congresso di Bologna, parlò della necessità di modificare un partito nato decenni prima con obiettivi diversi da quelli attuali. Analizzata la tendenza storica del movimento operaio italiano verso la presa del potere, l'esponente della corrente comunista sottolineò la necessità della messa a punto di strumenti — un partito rivoluzionario — ad essa adeguati. L'esponente della corrente comunista esortò il partito a conformarsi ai 21 punti dell'Internazionale espellendo i riformisti, per separarsi dai quali bastava tenere conto della loro convinzione che si potesse «andare al potere attraverso il regime parlamentare» e il loro mancato riconoscimento della «validità universale della rivoluzione bolscevica». Terracini disse che tale rivoluzione era da accettarsi integralmente, e ne difese i concetti di dittatura del proletariato e di socializzazione. La mattina del 18 gennaio fu la volta del concentrazionista Gino Baldesi, che giudicò vittoriosa la battaglia sindacale del 1920 e sottolineò come fosse inevitabile che gli organizzatori sindacali fossero «un po' tutti a destra», non per «mentalità socialdemocratica» ma per la necessità di occuparsi quotidianamente delle singole problematiche e delle singole vertenze del proletariato all'interno di una società borghese. Baldesi contestò la possibilità di applicare la dittatura del proletariato in un Paese avanzato come l'Italia, definendo tale ipotesi irrealizzabile, e rilanciò l'idea, plausibile se anche nell'Italia meridionale il socialismo avesse ottenuto il consenso registrato nel centro-nord, della conquista del potere tramite le elezioni. L'esponente della CGL, dopo aver sostenuto che sarebbe stato meglio dedicare il congresso alla discussione nel merito dei 21 punti anziché al tema dell'espulsione dei riformisti, proclamò che i membri della sua frazione avrebbero accettato la disciplina della maggioranza in nome dell'unità del partito. Nel pomeriggio il congresso prese posizione contro la detenzione e il rischio di estradizione di socialisti ungheresi che, in fuga dal regime di Miklós Horthy, si erano rifugiati in Italia ed erano stati qui arrestati. Subito dopo parlò Vincenzo Vacirca, degli intransigenti, secondo il quale una delle cause della reazione era nella predicazione della violenza rivoluzionaria, che non poteva vincere la violenza borghese. Anche l'oratore siciliano si soffermò sulle problematiche del Mezzogiorno, sottolineando che per trasformare il partito in una struttura realmente nazionale sarebbe stato necessario sviluppare anche in quelle aree un'organizzazione politico-sindacale fino ad allora mancante, in grado di spezzare il latifondo e arrivare a un miglioramento dei metodi di produzione e delle condizioni di lavoro. Anche Vacirca, che durante il proprio intervento ebbe un accesissimo diverbio con Nicola Bombacci (quest'ultimo giunse a estrarre una rivoltella), ribadì l'accettazione dei 21 punti, ma con la riserva di poterli discutere e di proporre modifiche.

Dittatura borghese o dittatura proletaria. Il 19 gennaio la seduta fu aperta con la commemorazione di Andrea Costa nell'anniversario della morte. Salì poi sul palco Amadeo Bordiga, che stroncò l'intera storia del socialismo prebellico accusandolo di essere diventato negli ultimi decenni una forza conservatrice che aveva sostituito la concezione marxista del conflitto violento tra le classi con una visione pacifica piccolo-borghese. Per Bordiga l'interesse della classe proletaria non poteva realizzarsi nei quadri del meccanismo politico presente, attraverso il perseguimento di conquiste graduali e risultati parziali che non si ponevano l'obiettivo del rovesciamento dello Stato borghese, secondo una strategia socialdemocratica di cui la prima guerra mondiale aveva dimostrato la fallacia. Il delegato comunista esplicitò il dilemma «dittatura borghese o dittatura proletaria», sottolineando come la socialdemocrazia, laddove era andata al potere come in Ucraina o in Georgia, aveva tradito le proprie teorie di libertà e aveva agito contro il proletariato. Bordiga ribadì poi la necessità di accettare i 21 punti e, in risposta alla posizione di chi li riteneva inapplicabili al di fuori della Russia, sottolineò come avessero valenza universale e fossero semmai meno utili proprio laddove il potere era già stato conquistato. L'oratore concluse inneggiando alla lotta senza esclusione di colpi contro gli avversari della Rivoluzione e all'instaurazione della repubblica dei soviet. Sempre nel corso della mattinata parlò Serrati, che incentrò il proprio discorso su una serie di recriminazioni contro il comportamento dell'Internazionale nei confronti del PSI, puntando il dito contro la disparità di trattamento riservata ai socialisti italiani rispetto a quanto avvenuto al congresso dei socialisti francesi (la SFIO), dove senza ultimatum erano stati tollerati «destri», «patriottardi» e «massoni». Questo tipo di valutazione si focalizzava tra l'altro sull'atteggiamento dei delegati dell'Internazionale, in particolare Kabakčiev ma anche Rákosi, che avevano sostituito all'ultimo momento Zinov'ev e Bucharin (cui le autorità italiane avevano negato il visto d'ingresso) e che apparvero più intransigenti di quanto non fossero stati lo stesso Zinov'ev al congresso del Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania o Clara Zetkin a quello della SFIO. Nella parte finale del proprio intervento Serrati si soffermò sull'unità del Partito socialista italiano come unica speranza «per la Russia dei Soviet», alla luce del soffocamento dei movimenti comunisti in Finlandia, Estonia, Polonia, Jugoslavia, Cecoslovacchia, Bulgaria e Romania, dello scioglimento della Confédération générale du travail in Francia, del controllo della massa lavoratrice inglese da parte del laburismo conservatore.

I massimalisti applaudono Turati. L'intervento pomeridiano di Filippo Turati dimostrò il profondo dissenso ideologico che lo separava dai comunisti: da esso emergeva infatti il netto rifiuto di ogni soluzione rivoluzionaria violenta e una strenua difesa del riformismo socialista e della sua «opera quotidiana di creazione della maturità delle cose e degli uomini», che sarebbe sopravvissuta al «mito russo» dietro cui, secondo il leader socialista, si celava il nazionalismo. Turati si dichiarò, pur individuandovi alcune ambiguità, favorevole alla mozione di Reggio Emilia, attaccò il principio del ricorso alla violenza, propria delle minoranze e del capitalismo, e sottolineò come la dittatura proletaria dovesse essere di maggioranza, e cioè democratica, per non trasformarsi in mera oppressione. Formulò inoltre la "profezia" circa la futura conversione dei comunisti al metodo democratico e gradualista. Il discorso fu particolarmente applaudito anche dai massimalisti: ciò avrebbe spinto successivamente il segretario del partito Egidio Gennari a sottolineare che i riformisti, che hanno sempre rappresentato un pericolo perché non si sono mai tenuti fedeli alla disciplina, «nel partito sono molti di più che non si credeva». Il consenso riscosso da Turati fece commentare alla sua compagna Anna Kuliscioff come il leader riformista «da accusato e quasi condannato» fosse «diventato trionfatore del congresso». Analoga valutazione venne dall'ex socialista Benito Mussolini, che dalle colonne del Popolo d'Italia riferì della «faccenda di questo espellendo che finisce per trionfare». Il futuro duce ne acquisì il merito al fascismo: avendo esso «sgominato e disperso precipitosamente i violenti nelle province dove avevano organizzato il terrore rosso», aveva permesso il ritorno in auge del «socialismo tradizionale».

Verso la scissione. Nicola Bombacci parlò di una separazione dolorosa ma necessaria, alla luce del periodo rivoluzionario attraversato dal paese e del bisogno di chiarificazione — come stava avvenendo nel resto del mondo — in seno al movimento socialista e alle sue «due scuole». Intervenne poi Anselmo Marabini, della "circolare", spiegando che la propria frazione avrebbe votato «la mozione che sarà riconosciuta dai rappresentanti della terza internazionale», imputando agli unitari di dividere, in nome dell'unità, il partito sia a destra che a sinistra. Era evidente che ogni pur flebile speranza di evitare la rottura era ormai tramontata e avevano preso coscienza della situazione anche Graziadei e Paul Levi, che pure fino al giorno prima avevano tentato di mediare con Serrati per ottenere l'espulsione dei riformisti e l'unità del resto del partito, venendo tuttavia fermati dai delegati del Comintern: Rákosi in particolare avrebbe successivamente riferito di aver telegrafato a Mosca per richiedere nuove direttive in merito, ottenendo in risposta l'autorizzazione a proseguire sulla strada della scissione. Si giunse quindi alla sesta giornata del congresso, durante la quale erano in programma le operazioni di voto. Prima ci fu però spazio per altri interventi, come quello di Jules Humbert-Droz che, come aveva fatto precedentemente Rosa Bloch, parlò dell'imminente scissione dei comunisti dal Partito Socialista Svizzero e auspicò che il Partito Socialista Italiano, che era stato un esempio durante e dopo la guerra, non voltasse la spalle alla Terza Internazionale; o quello di Costantino Lazzari, che dichiarò di ritirare la propria mozione per aderire a quella unitaria. Parlò poi Kabakčiev, che fu perentorio nell'affermare che le frazioni che non avessero votato per l'espulsione dei riformisti sarebbero state a loro volta espulse dall'Internazionale. Dopo mezz'ora di polemiche e incidenti, Misiano lesse una dichiarazione congiunta di Kabakčiev e Rákosi, secondo la quale l'unica mozione accettabile era quella comunista.

Gli esiti della votazione. L'uscita dei comunisti. A seguito del ritiro dei documenti della circolare e degli intransigenti, la votazione si svolse su tre mozioni: quella unitaria o "di Firenze" (sottoscritta da Baratono e Serrati), quella comunista o "di Imola" (Bordiga-Terracini) e quella concentrazionista o "di Reggio Emilia" (Baldesi-D'Aragona). Degli esiti, che rispettarono le previsioni riflettendo i dati registrati durante i congressi provinciali, diede conto il presidente Bacci la mattina del 21 gennaio: su 172 487 suffragi validi, i delegati avevano assegnato 98 028 voti agli unitari, 58 783 ai comunisti e 14 695 ai concentrazionisti, mentre le astensioni erano state 981. L'approvazione della mozione Baratono-Serrati fu seguita dall'intervento di Polano (la Federazione giovanile «delibera di seguire le decisioni che prenderà la frazione comunista») e dall'annuncio di Bordiga secondo cui la maggioranza del congresso si era posta fuori dalla Terza Internazionale, e pertanto i delegati della mozione comunista avrebbero abbandonato la sala. Subito dopo i comunisti uscirono dal Teatro Goldoni cantando L'Internazionale e si riunirono al Teatro San Marco. Gabriele Galantara, Gli estremi si toccano, copertina de L'Asino del 30 gennaio 1921. La parte superiore della vignetta recita: «LENIN: Finalmente ho vinto! Il Partito Socialista Italiano si è scisso...»; la parte inferiore: «GIOLITTI: Il miglior successo della mia politica! Il Partito Socialista Italiano si è scisso...» Nella nuova sede, i delegati che avevano lasciato il congresso socialista tennero il I Congresso del Partito Comunista d'Italia e ratificarono la nascita del nuovo partito, nel quale pochi giorni dopo, come preannunciato, sarebbe confluita anche l'organizzazione giovanile. La decisione di assumere la nuova denominazione di Federazione Giovanile Comunista Italiana sarebbe stata sancita con il 90% dei voti favorevoli durante un congresso svolto a Firenze il 27 gennaio.

La mozione Bentivoglio. I delegati delle altre mozioni proseguirono i lavori discutendo alcuni ordini del giorno, tra i quali fu approvato all'unanimità un documento firmato da Paolo Bentivoglio in cui si ribadiva l'adesione del PSI all'Internazionale Comunista «accettandone senza riserva i principî ed il metodo», e si protestava contro la dichiarazione di esclusione emessa dal rappresentante del Comitato Esecutivo «sulla base di un dissenso di valutazione ambientale e contingente che poteva e doveva essere eliminato con opera di amichevole chiarimento e di fraterna intesa». Di fatto si sperava che al successivo congresso del Comintern la controversia sarebbe stata sanata addossando a Kabakčiev la responsabilità di aver subìto eccessivamente la pressione degli scissionisti e aver oltrepassato i limiti del proprio mandato. Seguì un intervento di Adelchi Baratono che, evidenziando le differenze tra la mozione unitaria e quella concentrazionista, sollecitò l'ala destra ad accettare, con una disciplina non passiva ma fondata sull'attiva collaborazione, il programma rivoluzionario del partito e i princìpi dell'Internazionale. Intervenne quindi Turati, che esortò allo sforzo comune perché «il Partito diventi la classe e diventi la grande unione del proletariato nazionale ed internazionale». Le sue parole non rassicurarono tutti i congressisti, e ci fu chi le giudicò «elastiche» e «tali da non dare alcun affidamento», al che Serrati rispose che si sarebbe vigilato «sui nostri compagni dell'ala destra» e che, nel caso questi avessero operato in modo dannoso per il partito, «non potrà aversi pietà per loro». Nel corso della mattina fu inoltre eletta la nuova Direzione del PSI, che risultò composta esclusivamente di unitari. Della lista elaborata dall'apposita Commissione della frazione maggioritaria facevano parte anche due deputati: Gaetano Pilati, in qualità di rappresentante della Lega proletaria dei mutilati e reduci di guerra, e Giovanni Bacci, perché presidente della Società Editrice Avanti! e residente a Roma, da dove avrebbe potuto più facilmente lavorare nella sede della direzione. La proposta trovò la contrarietà di Giuseppe Romita, che sosteneva incompatibile il ruolo di membro della Direzione con quello di detentore di una carica pubblica, di cui la Direzione stessa avrebbe dovuto essere controllore, ma ciò nonostante l'assemblea approvò con ampia maggioranza la lista. Ne facevano parte, oltre a Pilati e Bacci, anche Serrati (che fu anche confermato alla direzione dell'Avanti!), Baratono, Sebastiano Bonfiglio, Franco Clerici, Domenico Fioritto, Giuseppe Mantica, Giuseppe Parpagnoli, Giuseppe Passigli, Alojz Štolfa, Emilio Zannerini, Raffaele Montanari ed Eugenio Mortara. I lavori del congresso si chiusero alle ore 13:00, dopo che il presidente Bacci ebbe esortato i compagni a riprendere da subito il lavoro «nelle Sezioni, nel Partito, nel Paese, nell'Internazionale» e dopo che i delegati rimasti al Goldoni ebbero inneggiato al Socialismo e alla Rivoluzione russa e cantato L'Internazionale e Bandiera rossa.

Gli sviluppi successivi. L'avvento del fascismo. L'esito del congresso fu salutato con favore dalla stampa borghese, che sottolineò come dovesse essere motivo di compiacimento l'uscita dei comunisti dalle file del Partito socialista: La Stampa del 22 gennaio 1921 parlò di «vittoria di ciò che è logico, naturale e normale» e sottolineò come dal PSI fosse stata cacciata «la febbre», e ciò grazie al «metodo liberale» che, lasciando agire e non reprimendo il socialismo, aveva impedito che la «corrente estrema» e il «rivoluzionarismo anarcoide» potessero rafforzarsi fino a sconvolgere e avvelenare «la vita della nazione». Tale positiva valutazione da parte della borghesia italiana non portò tuttavia a una riduzione della violenza reazionaria, che continuò a venire incoraggiata dagli industriali e dagli agrari. Il tema della reazione fascista era stato sostanzialmente sottovalutato durante il dibattito congressuale. Pochi infatti sospettavano che il quadro politico-istituzionale si sarebbe potuto modificare in modo significativo, sebbene il fenomeno della violenza squadrista avesse assunto rilevanza fin dall'autunno del 1920 (la strage di Palazzo d'Accursio era avvenuta il 21 novembre), tanto che proprio nei giorni dell'assemblea livornese Mussolini poteva ricordare le «sacrosante legnate fasciste» di cui era «carico il groppone» dei socialisti e «le revolverate e le fiammate» che avevano permesso di smaltire «la tremenda ubriacatura russa del bolscevismo italiano»; nella stessa Livorno la presenza fascista, pur tenuta a freno dall'intervento del Governo, era tangibile al punto che Francesco Misiano, minacciato di morte, dovette andare e tornare dalle riunioni congressuali con una guardia del corpo. All'indomani della scissione il dilagare del sovversivismo di destra costrinse il proletariato a porsi di fronte non l'ipotesi della conquista del potere e dell'assalto allo Stato borghese, ma la disperata difesa dagli attacchi alle Camere del lavoro, alle cooperative, alle leghe contadine, ai giornali operai, ai singoli militanti. Ciò avrebbe spinto nel 1923 Antonio Gramsci a una riflessione critica che non interessò l'opportunità o meno della scissione quanto il "modo" della scissione, ovvero il fatto che la frazione comunista, nella fase precongressuale, non fosse riuscita a condurre verso l'Internazionale la maggioranza del proletariato, spianando la strada all'avvento del fascismo. Le successive elezioni del 15 maggio 1921 videro i fascisti inquadrati con tutti i partiti borghesi (tranne quello popolare) nei Blocchi Nazionali, una formazione fortemente conservatrice e antisocialista. I mussoliniani ottennero 35 seggi, mentre il neonato PCd'I ne ottenne 15 (quasi trecentomila voti) e il PSI 122 (oltre un milione e mezzo di suffragi). Il proseguire delle violenze spinse il Partito socialista e la CGL a sottoscrivere in agosto un patto di pacificazione con i fascisti, da intendersi come tregua umanitaria che non intaccava l'intransigenza politica, e che sarebbe stato rotto a fine settembre con l'assassinio del sindacalista Giuseppe Di Vagno da parte di un gruppo squadrista. Prevalse quindi la linea del fascismo più estremista, con lo stesso Mussolini che aveva compreso l'opportunità di ritornare alla violenza in un contesto particolarmente favorevole, in cui il nuovo Governo Bonomi non contrastava il terrorismo squadrista e anzi ne era sostanzialmente complice. Lo scatenarsi della reazione in Italia, insieme al fallimento del tentativo rivoluzionario in Germania noto come "azione di marzo", alle difficoltà di politica interna che si trovava a fronteggiare la Russia e all'arresto dell'avanzata dell'Armata Rossa nella guerra sovietico-polacca, era già dalla primavera del 1921 una delle principali cause del delinearsi di una rettifica in senso meno radicale della posizione del Comintern, che prendeva atto della fine di un periodo che aveva acceso grandi entusiasmi rivoluzionari. Le condizioni mondiali della lotta di classe avevano subito un arretramento generale, e lo stesso Zinov'ev sottolineava il rallentamento del «tempo della rivoluzione proletaria internazionale».

Il rapporto con Mosca. La fase di riflusso, approfonditamente esaminata da Lenin, Trockij e Radek, portò — durante il III Congresso del Comintern dell'estate 1921 — all'elaborazione della tattica del "fronte unico", centrata sulla opportunità di concentrare le forze ricorrendo, senza rinunciare alla critica di principio, anche a temporanee alleanze con le forze riformiste. Tale posizione fu contrastata da una forte minoranza di sinistra guidata da Bucharin e lo stesso Umberto Terracini contestò la necessità di attendere la conquista della maggioranza del proletariato prima di avviare la lotta per il potere, venendo per questo rimproverato aspramente da Lenin. Ebbe così inizio una fase di profondo dissenso tra il Comintern e il Partito Comunista d'Italia, che conquistò «una fama internazionale di estremismo che ne minò fin dall'inizio la politica» e che, pur accettando per disciplina le direttive moscovite, non si adoperò mai per un'effettiva e rigorosa applicazione del fronte unico in Italia. La nuova impostazione internazionale non impedì al congresso del Comintern di giudicare positivamente la scissione e riconfermare il PCd'I come unica sezione italiana, rigettando il ricorso avanzato dal Partito Socialista Italiano tramite la mozione Bentivoglio. Il PSI, e in particolare il comportamento di Serrati, furono duramente criticati nella relazione di Zinov'ev e in numerosi interventi, tra cui quello di Lenin, che stigmatizzò la scelta di «camminare con 14 000 riformisti, contro 58 000 comunisti». Tuttavia, nell'ottica di tentare il recupero di una parte dei massimalisti unitari, i delegati del PSI presenti a Mosca (Costantino Lazzari, Fabrizio Maffi ed Ezio Riboldi) furono sollecitati a perorare ulteriormente la causa dell'espulsione dell'ala destra. Rientrati in Italia, i tre costituirono per il XVIII Congresso del Partito socialista, in programma a Milano nell'ottobre 1921, una frazione detta "terzinternazionalista". La loro mozione ottenne però consensi molto limitati, mentre prevalse largamente la linea dei massimalisti serratiani: essa respingeva ogni ipotesi di epurazione, pur ribadendo la volontà del partito di far parte dell'Internazionale e l'indisponibilità dei parlamentari socialisti a collaborare a un governo che tutelasse le libertà civili e politiche dei lavoratori, come richiesto invece dalla mozione concentrazionista sostenuta da Turati. La questione dell'espulsione dei riformisti si sarebbe infine risolta con il successivo XIX Congresso a Roma dell'ottobre 1922, dopo che Turati aveva partecipato alle consultazioni in occasione della crisi del Governo Facta: i massimalisti, guidata da Serrati e Maffi, decretarono l'epurazione dei gradualisti, i quali, insieme a una frazione dissidente che si staccò dalla maggioranza e di cui faceva parte anche Baratono, diedero vita al Partito Socialista Unitario. L'esito del XIX Congresso fu salutato sull'Avanti! del 4 ottobre 1922 da un editoriale dall'eloquente titolo Liberazione, che sottolineava come fino ad allora la vita del partito fosse stata «paralizzata, annichilita, dall'urto» fra una tendenza che rappresentava «la degenerazione democratica e parlamentare del socialismo» e una che incarnava, invece, «la continuità storica del socialismo rivoluzionario».

Cinema e televisione. Al XVII Congresso del PSI è dedicato un documentario d'epoca della durata di 34 minuti oggi conservato presso la Cineteca di Bologna sotto il titolo di Uomini e voci del congresso di Livorno. Il congresso è brevemente illustrato anche nella prima puntata (L'educazione politica) dello sceneggiato Rai del 1981 Vita di Antonio Gramsci di Raffaele Maiello, ed è stato il tema di una puntata del 2014 della trasmissione di Rai 3 Il tempo e la storia con ospite in studio lo storico Giovanni Sabbatucci.

Partito Nazionale Fascista. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Partito Nazionale Fascista.

Leader Benito Mussolini.

Segretario: Michele Bianchi, Francesco Giunta, Roberto Forges Davanzati, Cesare Rossi, Giovanni Marinelli, Alessandro Melchiori, Roberto Farinacci, Augusto Turati, Giovanni Giuriati, Achille Starace, Ettore Muti, Adelchi Serena, Aldo Vidussoni, Carlo Scorza.

Sede Via Paolo da Cannobio, 37 - Milano, poi Via della Lungara, 230 - Palazzo della Farnesina - Roma.

Abbreviazione PNF.

Fondazione 9 novembre 1921

Dissoluzione 2 agosto 1943

Confluito in Partito Fascista Repubblicano

Ideologia: Fascismo, Totalitarismo, Nazionalismo italiano, Imperialismo, Militarismo, Corporativismo, Anticomunismo, Anticapitalismo, Antisemitismo (dal 1938), Autarchia (dal 1936)

Collocazione: Estrema destra

Coalizione: Blocchi Nazionali (1920-1924), Lista Nazionale (1924-1925)

Affiliazione internazionale: Comitati d'Azione per l'Universalità di Roma (1933-1939)

Seggi massimi Camera dei deputati: 400 / 400

Testata: Il Popolo d'Italia

Organizzazione giovanile: Fasci giovanili di combattimento (1930-1937), Gioventù italiana del littorio

Iscritti: 6 000 000 (1939)

Colori: Nero.

Il Partito Nazionale Fascista (PNF) è stato un partito politico italiano espressione del movimento fascista. Nato nel 1921 dalla trasformazione in partito del movimento Fasci Italiani di Combattimento, guidò la cosiddetta marcia su Roma che portò, nell'autunno del 1922, Benito Mussolini a divenire presidente del Consiglio dei ministri. Nel 1923 si fuse con l'Associazione Nazionalista Italiana e, tra la metà e la fine degli anni venti, diventò, prima de facto poi de iure, il partito unico del Regno d'Italia fino alla caduta del regime fascista, il 25 luglio del 1943. L'organo ufficiale del partito era Il Popolo d'Italia, quotidiano fondato da Mussolini nel 1914. L'inno era Giovinezza, nella versione di Salvator Gotta del 1925, qualificato come Inno trionfale del Partito Nazionale Fascista. La legge 20 giugno 1952, n. 645 (cosiddetta legge Scelba) in attuazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana vieta la ricostituzione del partito.

Storia. Fondazione. Il PNF fu fondato a Roma il 9 novembre 1921 per iniziativa di Benito Mussolini come evoluzione in partito del movimento dei Fasci Italiani di Combattimento - fondati, sempre da Mussolini, a Milano, in piazza San Sepolcro, il 23 marzo 1919. Come movimento giovanile si dotò nel 1921 dell'Avanguardia Giovanile Fascista. Rispetto ai Fasci, il PNF abbandonò, via via che si consolidava al potere, gli ideali socialisteggianti e repubblicani per virare decisamente verso la destra dello scacchiere politico italiano.

La conquista del potere. Dopo la marcia su Roma del 28 ottobre 1922, Mussolini, che era stato eletto parlamentare l'anno precedente insieme ad altri esponenti fascisti, fu incaricato dal re Vittorio Emanuele III di formare un nuovo governo sostenuto da una maggioranza composta anche dal Partito Popolare Italiano e da altri gruppi di estrazione liberale. Il 15 dicembre 1922 fu costituito il Gran Consiglio del Fascismo, organo supremo del Partito Nazionale Fascista, che tenne la sua prima seduta il 12 gennaio 1923.

Il regime. Alle elezioni politiche dell'aprile 1924, grazie alle violenze squadriste e all'impiego di "liste civetta", volte a drenare ulteriori voti, il PNF ottenne una netta maggioranza: tali risultati furono però duramente contestati dalle opposizioni, che denunciarono numerose irregolarità. In tale quadro, il deputato Giacomo Matteotti, dopo aver denunciato brogli in parlamento, venne ucciso da estremisti fascisti. La vicenda ebbe seguito il 3 gennaio 1925, quando Mussolini, con un discorso alla Camera dei deputati, dichiarò provocatoriamente di assumersi la responsabilità storica di quanto accaduto, promettendo di chiarire la situazione nei giorni immediatamente seguenti. In sede giudiziaria, sia all'epoca dei fatti, sia nel secondo dopoguerra, non fu mai provato alcun coinvolgimento diretto del Duce o di altri gerarchi nell'organizzazione del delitto: tesi sostenuta anche da alcuni storici, come Indro Montanelli, per i quali le responsabilità di Mussolini furono solo di natura morale. La crisi seguita all'omicidio di Matteotti, che era parsa, in un primo tempo, far vacillare la presa di Mussolini e del fascismo, fu invece abilmente sfruttata dal duce per avviare la dittatura. Il PNF fu l'unico partito ammesso in Italia dal 1926 al 1943, dopo l'emanazione delle cosiddette leggi fascistissime e dotandosi di un proprio statuto. Il Gran Consiglio del Fascismo divenne organo costituzionale del Regno: "organo supremo, che coordina e integra tutte le attività del regime sorto dalla rivoluzione dell'ottobre 1922". Il Gran Consiglio deliberava sulla lista dei deputati da sottoporre al corpo elettorale (poi sostituiti dai consiglieri nazionali della Camera dei Fasci e delle Corporazioni); sugli statuti, gli ordinamenti e le direttive politiche del Partito Nazionale Fascista; sulla nomina e la revoca del Segretario, dei Vicesegretari, del Segretario amministrativo e dei membri del Direttorio nazionale del Partito Nazionale Fascista. Le iscrizioni al Partito aumentarono a dismisura quando, il 29 marzo 1928, si decise che gli iscritti al PNF avrebbero avuto la precedenza nelle liste di collocamento (più antica era l'affiliazione, più si "scalavano" le graduatorie). Quasi due anni esatti dopo, il 28 marzo 1930, si decretò che per poter svolgere gli incarichi scolastici di alto livello (presidi e rettori) bisognava essere tesserati almeno da cinque anni. Il 3 marzo del 1931 le iscrizioni furono sospese per circa un anno; questo dato fa intuire che molte furono le adesioni al Partito Fascista dettate esclusivamente da interesse: contro di esse si mosse il segretario Giovanni Giuriati, attivista anti-corruzione che, forse proprio per questa spinta "moralizzatrice", venne destituito dal Duce dopo pochi mesi. Un ruolo educativo fu proprio dall'Istituto Fascista di Cultura, attualmente Università Popolare degli studi di Milano, che fu convertita da Università Popolare di Milano a Scuola Fascista, che durante tutto il periodo diede formazione e cultura fascista. Nel 1930 furono creati i Fasci giovanili di combattimento. Gli anni Trenta furono caratterizzati dalla segreteria di Achille Starace, "fedelissimo" di Mussolini e uno dei pochi gerarchi fascisti provenienti dal sud Italia, che lanciò una campagna di fascistizzazione del paese fatta di cerimonie oceaniche e creazione di organizzazioni volte a inquadrare il paese e il cittadino in ogni sua manifestazione (sia pubblica sia privata). Al fine di irregimentare anche i movimenti giovanili Starace portò sotto il controllo diretto del PNF sia l'Opera Nazionale Balilla (ONB) sia i Fasci Giovanili che furono sciolti e fatti confluire nella nuova Gioventù Italiana del Littorio (GIL). Il 27 maggio 1933 l'iscrizione al PNF è dichiarata requisito fondamentale per il concorso a pubblici uffici; il 9 marzo 1937 diventa obbligatoria se si vuole accedere a un qualunque incarico pubblico e dal 3 giugno 1938 non si può lavorare se non si ha la tanto conclamata tessera: è chiaro quindi che gli iscritti si contino a milioni ma che tra questi i "tiepidi" e i "freddi" verso il regime siano moltissimi. Nel 1939 Ettore Muti avvicenda Starace alla guida del partito e tale fatto testimonia l'aumento dell'influenza di Galeazzo Ciano. A partire dal 1937 il segretario nazionale del PNF assurse a rango di ministro di Stato. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale Mussolini tenta di militarizzare il partito ordinando il giorno di Capodanno del 1941 la mobilitazione generale di tutti i quadri del PNF. Nel periodo in cui le operazioni belliche volgono verso il peggio, in molti perdono la fiducia verso il regime fascista: anche nell'organo politico principale monta una critica, seppur latente e oscura, a cui il Duce tenta di dare una spallata nominando il ventisettenne Aldo Vidussoni segretario del PNF (26 dicembre 1941). La mossa, dettata dal fatto che i giovani sono rimasti i più accesi sostenitori del governo, si rivela catastrofica e il 19 aprile 1943 il giovane friulano viene sostituito da Carlo Scorza.

Scioglimento. Il 27 luglio 1943, in seguito alla votazione dell'ordine del giorno Grandi (25 luglio), Mussolini venne arrestato dai Reali Carabinieri, decretando di fatto la fine del regime fascista. Lo scioglimento del PNF da parte del nuovo governo di Pietro Badoglio avvenne il 2 agosto 1943 con il regio decreto n.704, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale del Regno il 5 agosto successivo. Liberato dai tedeschi il 10 settembre, Mussolini costituì il 13 settembre il nuovo Partito Fascista Repubblicano (PFR) e costituì la Repubblica Sociale Italiana (RSI), nella parte d'Italia occupata dai tedeschi. Segretario del PFR fu nominato il 15 settembre Alessandro Pavolini. A Milano era già stato ricostituito il 13 settembre da Aldo Resega, che ne fu anche il primo commissario federale. Il PFR cessò la sua esistenza con la morte di Mussolini e con la fine della RSI, il 28 aprile del 1945.

Adunate o Congressi Nazionali.

I Congresso Nazionale - Firenze, 9-10 ottobre 1919 (come FIC)

II Congresso Nazionale - Milano, 24-25 maggio 1920 (come FIC)

III Congresso Nazionale - Roma, 7-10 novembre 1921 (come FIC)

IV Congresso Nazionale - Roma, 21-22 giugno 1925.

La numerazione dei congressi del PNF proseguì quella dei FIC. Tuttavia nei documenti ufficiali del PNF il congresso del 1925 viene indicato come quinto[25], ma non dagli storici né dallo stesso Mussolini. La confusione nasce dal considerare come congresso il convegno fascista all'hotel Vesuvio di Napoli del 24-25 ottobre 1922, che ufficialmente era un Consiglio Nazionale. Nel 1926 con una modifica allo Statuto del PNF furono aboliti i congressi nazionali.

Il Partito Nazionale Fascista aprì anche sedi all'estero, sia per coinvolgere gli Italiani emigrati sia per motivi di politica e di propaganda. La prima sede ad essere aperta fu quella di Londra, nel 1921; nel 1937, però, a seguito della proclamazione dell'Impero, fu inaugurata la nuova e più prestigiosa sede londinese nel palazzo che oggi ospita una biblioteca pubblica (Charing Cross Library) ed è sito al n. 4 di Charing Cross Road, vicino a Trafalgar Square.

Istituzioni culturali. Istituto di Cultura Fascista. L'Istituto Nazionale di Cultura Fascista (INCF) fu fondato nel 1925; fu alle dirette dipendenze del Segretario del Partito e fu sottoposto all'alta vigilanza di Mussolini. L'INCF fu eretto ente morale il 6 agosto 1926, con sede a Roma, e aveva lo scopo di promuovere e coordinare gli studi sul fascismo, di tutelare e diffondere, in Italia e all'estero, gli ideali, la dottrina del fascismo e la cultura italica attraverso corsi e lezioni, pubblicazioni, libri, e di promuovere la propaganda in tal senso. Sempre nel 1926 fu fondata la Reale Accademia d'Italia con il compito di "promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti".

Littoriali. I Littoriali erano manifestazioni culturali, artistiche, sportive e del lavoro svoltesi in Italia tra il 1932 e il 1940. Erano organizzati dalla Segreteria nazionale del Partito Nazionale Fascista, di concerto con la Scuola di Mistica Fascista.

Scuola di mistica fascista. Nel 1930 fu fondata a Milano la Scuola di mistica fascista Sandro Italico Mussolini, da Niccolò Giani, con il sostegno di Arnaldo Mussolini. Si poneva l'obiettivo di forgiare la futura classe dirigente del PNF e realizzare un completamento educativo per gli studenti iscritti ai Gruppi Universitari Fascisti.

Risultati elettorali. Elezioni del 1924. Nelle elezioni del 1924 si formò la Lista Nazionale inserendo anche esponenti del Partito Liberale Italiano e della destra moderata. Inoltre fu presentata una "lista civetta", Partito Nazionale Fascista bis che raccolse 347.552 voti (4,9 %) e 19 seggi alla Camera dei deputati.

Elezioni del 1929. Nelle elezioni politiche del 24 marzo 1929. La votazione si svolse in forma plebiscitaria. Gli elettori potevano votare SÌ o NO per approvare la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio del Fascismo. I SI ottennero il 98,3%. I NO l'1,56%.

Elezioni del 1934. Anche per la XXIX legislatura la votazione si svolse in forma plebiscitaria. Gli elettori potevano votare SÌ o NO per approvare la lista dei deputati designati dal Gran Consiglio del Fascismo. I SI furono il 99,84%, i NO lo 0,15%.

La Camera dei Fasci. Nel gennaio 1939 la Camera fu soppressa e l'organo legislativo divenne la Camera dei Fasci e delle Corporazioni, dove i membri (consiglieri nazionali) non erano eletti, ma nominati o membri di diritto. Fu sciolta il 2 agosto 1943.

Scioglimento. Dopo la caduta del governo Mussolini il 25 luglio 1943, il nuovo governo Badoglio I deliberò lo scioglimento del PNF e delle organizzazioni collaterali il 2 agosto, quando venne emanato il R.D.L. n. 704/1943 che, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 180 del 5 agosto, entrò in vigore il 6. Dalle ceneri del Partito Nazionale Fascista nell'Italia occupata dalla Germania dopo l'8 settembre 1943, nacque il Partito Fascista Repubblicano, annunciato con il discorso di Mussolini a Radio Monaco del 18 settembre. Il partito si costituì al Congresso di Verona del 14 novembre 1943 dove venne approvato il cosiddetto Manifesto di Verona.

Il PNF e la Costituzione della Repubblica italiana. La Costituzione della Repubblica Italiana, alla XII disposizione transitoria e finale, stabilisce: «È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista. In deroga all'articolo 48, sono stabilite con legge, per non oltre un quinquennio dall'entrata in vigore della Costituzione, limitazioni temporanee al diritto di voto e alla eleggibilità per i capi responsabili del regime fascista.» Nell'immediato dopoguerra, dopo l'amnistia emanata dal ministro della giustizia Palmiro Togliatti, il 26 dicembre 1946 venne fondato il Movimento Sociale Italiano (MSI) in cui confluirono numerose personalità e reduci della ex Repubblica Sociale Italiana ed ex esponenti del regime fascista.

Partito Comunista Italiano. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Partito Comunista Italiano.

Presidente

Luigi Longo (1972–1980)

Alessandro Natta (1989–1990)

Aldo Tortorella (1990–1991)

Segretario:

Palmiro Togliatti (1943–1964)

Luigi Longo (1964–1972)

Enrico Berlinguer (1972–1984)

Alessandro Natta (1984–1988)

Achille Occhetto (1988–1991)

Sede: Via delle Botteghe Oscure, 4, Roma

Abbreviazione: PCI

Fondazione: 21 gennaio 1921 (come PCd'I)

15 maggio 1943 (ricostituzione come PCI)

Dissoluzione 3 febbraio 1991

Confluito in Partito Democratico della Sinistra (maggioranza), Partito della Rifondazione Comunista (minoranza)

Ideologia:

Comunismo

Antifascismo

Dal 1943 Marxismo-leninismo

Dal 1972 Eurocomunismo

Correnti interne degli anni 1970–anni 1990: Berlingueriani, Cossuttiani, Ingraiani-il manifesto, Migliorismo

Collocazione Dal 1943 Estrema sinistra. Dal 1972 Sinistra

Coalizione: Comitato di Liberazione Nazionale (1943–1947). Fronte Democratico Popolare (1948–1956). Solidarietà Nazionale (1977–1980)

Seggi massimi Camera 228 / 630 (massimo raggiunto nel 1976)

Seggi massimi Senato 116 / 315 (massimo raggiunto nel 1976)

Seggi massimi Europarlamento 27 / 81 (massimo raggiunto nel 1984)

Testata: l'Unità

Organizzazione giovanile: Federazione Giovanile Comunista Italiana (1943–1990)

Iscritti: 1 264 790 (1990)

Colori: Rosso

Il Partito Comunista Italiano (PCI) è stato un partito politico italiano di sinistra, nonché il più grande partito comunista dell'Europa occidentale. Venne fondato il 21 gennaio 1921 a Livorno come Partito Comunista d'Italia (PCd'I) – sezione italiana della Internazionale Comunista (denominazione modificata in Partito Comunista Italiano nel 1943) a seguito del biennio rosso e della rivoluzione d'ottobre per la separazione dell'ala di sinistra del Partito Socialista Italiano guidata da Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci al XVII Congresso del Partito Socialista Italiano. Dopo che il PCd'I ebbe una storia complessa e travagliata all'interno dell'Internazionale Comunista negli anni venti e trenta il PCI assunse durante la seconda guerra mondiale un ruolo di primo piano a livello nazionale, promuovendo e organizzando con l'apporto determinante dei suoi militanti la Resistenza contro la potenza occupante tedesca e il fascismo repubblicano. Il capo del partito, Palmiro Togliatti, attuò una politica di collaborazione con le forze democratiche cattoliche, liberali e socialiste ed ebbe un'importante influenza nella creazione delle istituzioni della neonata Repubblica Italiana. Passato all'opposizione nel 1947 dopo la decisione di Alcide De Gasperi di estromettere le sinistre dal governo per collocare l'Italia nel blocco internazionale filo-statunitense, il PCI rimase fedele alle direttive politiche generali dell'Unione Sovietica fino agli anni settanta e ottanta pur sviluppando nel tempo una politica sempre più autonoma e di piena accettazione della democrazia già a partire dalla fine della segreteria Togliatti e soprattutto sotto la guida di Enrico Berlinguer, che promosse il compromesso storico con la Democrazia Cristiana e la collaborazione tra i partiti comunisti occidentali con il cosiddetto eurocomunismo. Nel 1976 il PCI toccò il suo massimo storico di consenso mentre nel 1984 sull'onda emotiva della morte improvvisa del segretario Berlinguer fu per breve tempo e seppur per pochissimi punti percentuali, il primo partito italiano (questo evento venne definito «effetto Berlinguer»). Dopo la caduta del muro di Berlino nel 1989 e il crollo dei Paesi comunisti nel 1991 si sciolse su iniziativa del segretario Achille Occhetto dando vita a una nuova formazione politica di stampo socialdemocratico con il Partito Democratico della Sinistra mentre una parte minoritaria contraria alla svolta guidata da Armando Cossutta fondò Rifondazione Comunista.

Il Partito Comunista d'Italia (PCd'I) inizialmente si poneva come obiettivo l'abbattimento dello Stato borghese e l'instaurazione di una dittatura del proletariato attraverso i consigli degli operai e dei contadini sull'esempio dei bolscevichi russi di Vladimir Lenin. I rapporti con Mosca, la controversa e variegata dialettica rispetto alle politiche dell'Unione Sovietica di cui il PCI aveva fatto un mito, così come i discussi tentativi di distaccarsene, costituirono un elemento centrale della storia del partito, che però avrebbe trovato la sua fonte di maggiore forza e legittimazione nel radicamento costruito nella società italiana e in particolare tra i lavoratori già negli anni dell'attività clandestina sotto il regime fascista, ma soprattutto nel secondo dopoguerra, allorché il PCI si trasformò nel «partito nuovo» voluto da Palmiro Togliatti, un «partito di massa» con una forte presenza territoriale, volto a cercare di proporre soluzioni ai problemi delle masse lavoratrici e del Paese nel suo insieme. Il partito fu guidato nei suoi primi anni di vita da una maggioritaria corrente di sinistra raccolta attorno ad Amedeo Bordiga, ma il III Congresso svoltosi clandestinamente a Lione nel gennaio del 1926 segnò un deciso cambiamento di politica. Suggellato con l'approvazione delle Tesi di Gramsci della bolscevizzazione e a favore della messa in minoranza della sinistra di Bordiga, la quale fu accusata di settarismo e venne prima emarginata e poi con l'arresto di Bordiga da parte dei fascisti si riunì in Francia editando la rivista Prometeo e nel dopoguerra nel Partito Comunista Internazionalista. Tale risultato venne poi variamente criticato per supposte ingerenze estere nelle vicende nazionali, specchio della situazione sovietica. Tra gli elementi principali di scontro vi erano i rapporti con l'Unione Sovietica, che le componenti di ispirazione sinistra comunista nelle vesti della Sinistra Comunista Italiana di Bordiga criticavano duramente; e la componente in seguito dominante che si riferiva a Gramsci, decisa a tenere ben saldo il legame con l'Internazionale Comunista. Nel 1930 Bordiga fu definitivamente espulso dal partito con l'accusa di trotskismo. Stessa sorte era già parallelamente toccata ad elementi alla destra del gruppo dirigente, quest'ultimo diviso dal 1926 tra chi come il segretario Gramsci era stato condannato a misure di carcerazione fascista; e chi come Palmiro Togliatti era riuscito ad espatriare continuando l'azione di direzione del partito dall'estero o operando nella clandestinità. Una volta caduto il regime fascista nel 1943 ricominciò a operare legalmente partecipando immediatamente alla costituzione di formazioni partigiane e dal 1944 al 1947 agli esecutivi antifascisti successivi al governo Badoglio I, dove il nuovo capo politico Palmiro Togliatti fu anche per un breve periodo vicepresidente del Consiglio dei ministri. Nell'antifascismo il PCI è la forza più popolare e infatti la maggior parte degli aderenti alla Resistenza italiana era membro del partito comunista. Le Brigate Garibaldi, promosse dai comunisti, rappresentarono infatti circa il 60% delle forze partigiane. Nel corso del conflitto diverse componenti identificarono la lotta antifascista con la lotta di classe, mirando ad attuare una rivoluzione sul modello di quella sovietica. In realtà la maggioranza dei partigiani comunisti, sulla base delle indicazioni provenienti dai loro vertici e in particolare da Luigi Longo (allora a capo del partito nell'Italia occupata e al tempo stesso delle Brigate Garibaldi), intesero correttamente la lotta partigiana come una lotta volta in primo luogo alla liberazione del Paese dal nazifascismo, da condursi quindi nel modo più unitario possibile, accantonando le differenze di impostazioni e di obiettivi rispetto alle altre forze che partecipavano alla Resistenza: una linea che culminò nella costituzione del Comando generale unificato del Corpo volontari della libertà (CVL), contribuendo in modo decisivo all'esito vittorioso della lotta di liberazione. Nel 1947 nel nuovo clima internazionale di guerra fredda il PCI è allontanato dal governo e sarebbe rimasto all'opposizione per tutto il resto dei suoi giorni, non entrando mai in nessun governo repubblicano. Durante il XX Congresso del Partito Comunista dell'Unione Sovietica Nikita Sergeevič Chruščëv diede avvio con la denuncia dei crimini del regime staliniano alla cosiddetta destalinizzazione, la quale ebbe non poche ripercussioni anche sulla sinistra italiana. La linea del PCI diede seguito alla svolta che si tradusse nella volontà di tracciare una propria «via italiana al socialismo» che consisteva nell'accentuare il vecchio obiettivo del raggiungimento di una «democrazia progressiva» applicando integralmente la Costituzione italiana. L'amicizia e la lealtà che legavano il PCI all'Unione Sovietica, nonostante a partire dal 1968 una graduale progressiva critica all'operato del PCUS, fecero sì che l'atteggiamento nei rapporti internazionali non si tradusse mai in una rottura dei rapporti col partito sovietico. Questo portò a crisi e frammentazioni con militanti, intellettuali (molto noto il caso di Italo Calvino), dirigenti (come Antonio Giolitti, che nel 2006 ricevette le scuse e l'attestazione della ragione da Giorgio Napolitano, capo dello Stato e allora nella dirigenza allineata a Mosca) e componenti di sinistra e libertarie che fuoriuscivano o mettevano in discussione (Manifesto dei 101) la linea politica prima e dopo la rivoluzione ungherese del 1956 e poi con la Primavera di Praga gli interventi militari sovietici sulle nazioni dissidenti non sufficientemente o per nulla stigmatizzate dall'allora gruppo dirigente. Molti comunisti, riunti intorno alla rivista il manifesto, tra cui Rossana Rossanda, furono espulsi dal partito come già accaduto in altre circostanze. In quegli anni molte sigle di ispirazione comunista si sarebbero formate alla sinistra del PCI, contestando l'adesione al realismo sovietico. Il PCI è stato per molti anni dall'osservazione dei dati elettorali il partito comunista più grande dell'Europa occidentale. Mentre infatti negli altri Paesi democratici l'alternativa ai partiti o alle coalizioni democristiane o conservatrici era da sempre rappresentata da forze socialiste (con i partiti comunisti relegati a terza o quarta forza), in Italia rappresentò il secondo partito politico in assoluto dopo la Democrazia Cristiana (DC), con un Partito Socialista Italiano (PSI) via via sempre più piccolo e relegato dal 1953 in poi al rango di terza forza del Paese. Nel 1976 il PCI raggiunse l'apice del suo consenso elettorale col 34,4% dei voti dopo che l'anno prima aveva conquistato le principali città italiane mentre alle elezioni europee del 1984 avvenne il breve sorpasso sulla DC (33,33% dei consensi contro il 32,97%). Con milioni di iscritti nella sua storia, raggiungendo i 2 252 446 nel 1947, il PCI fu il più grande partito per numero di membri in tutta la storia della politica dell'Europa occidentale. Il partito si sciolse il 3 febbraio 1991 durante il XX Congresso Nazionale, quando la maggioranza dei delegati approvarono la svolta della Bolognina del segretario Achille Occhetto (succeduto tre anni prima ad Alessandro Natta) e che contestualmente si costituì il Partito Democratico della Sinistra (PDS), aderente all'Internazionale Socialista. Un'area consistente della minoranza di sinistra preferì rilanciare ideali e programmi comunisti e fondò il Movimento per la Rifondazione Comunista, che poi costituì con la confluenza di Democrazia Proletaria e di altri gruppi il Partito della Rifondazione Comunista (PRC). L'organizzazione giovanile del PCI fu la Federazione Giovanile Comunista Italiana (FGCI).

Storia. La costituzione del PCd'I e l'antifascismo. La scissione dei comunisti dal PSI avvenne sui famosi 21 punti di Mosca che delimitavano in modo netto la differenza delle posizioni politiche dei rivoluzionari da quelle dei riformisti e che costituivano le condizioni per l'ingresso nell'Internazionale Comunista, che aveva come obiettivo principe l'estensione della rivoluzione proletaria su scala mondiale. Il Congresso del PSI aveva appena rifiutato con solo un quarto di voti contrari, come previsto nelle 21 condizioni per l'adesione all'Internazionale Comunista, di espellere i membri della corrente riformista del partito. La minoranza, che rappresentava 58.783 iscritti su 216.337 e che abbandonò il teatro Goldoni riunendosi al teatro San Marco, era costituita dal gruppo astensionista che faceva capo ad Amadeo Bordiga, che guidò per primo il nuovo partito, dal gruppo dell'Ordine Nuovo di Antonio Gramsci, Palmiro Togliatti, Umberto Terracini e Angelo Tasca, da parte della corrente massimalista di Anselmo Marabini, Antonio Graziadei e Nicola Bombacci e dalla stragrande maggioranza della Federazione Giovanile Socialista (FGS). Il programma politico approvato dal nuovo partito si presentava particolarmente duro: «Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese. [...] Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato sociale borghese e con la instaurazione della propria dittatura [...] con la organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni». Il nuovo partito era un partito rigorosamente rivoluzionario e la sua linea politica era fondata sull'esclusione di qualsiasi tipo di accordo con i socialisti. Anche a causa della scissione dell'ala riformista del PSI, avvenuta nel 1922, questo provocò i primi attriti con l'Internazionale Comunista che pose con forza il tema della riunificazione con il PSI di Giacinto Menotti Serrati. Nel 1924 Gramsci con l'appoggio dell'Internazionale Comunista divenne segretario nazionale e il passaggio della segreteria da Bordiga a Gramsci fu sancito definitivamente nel 1926 con l'approvazione durante il III Congresso a Lione delle tesi politiche di Gramsci con oltre il 90% dei voti. Il PCd'I venne soppresso dal regime fascista il 5 novembre 1926, ma continuò la sua esistenza clandestina, i cui militanti in parte rimasero in Italia, dove fu l'unico partito antifascista a essere presente seppure a livello embrionale, in parte emigrarono all'estero, soprattutto in Francia e in Unione Sovietica. Con l'arresto di Gramsci la guida di fatto passò a Togliatti, che rafforzò ulteriormente i rapporti con l'Unione Sovietica. Questi rapporti si deteriorarono bruscamente nel 1929 a causa della presa di posizione di Tasca, che aveva sostituito Togliatti a Mosca, in favore del capo politico della destra sovietica Nikolaj Ivanovič Bucharin, che si contrapponeva in quel periodo a Iosif Stalin. Dopo che tutta la linea del PCd'I da Lione in poi fu messa in discussione Togliatti espulse Tasca e allineò di nuovo il partito sulle posizioni di Stalin, che erano ritornate a essere piuttosto settarie. Infatti il PCd'I fu costretto ad associare al PSI e al giovane movimento di Giustizia e Libertà (GL) la teoria del socialfascismo che poneva le sue basi sull'equiparazione tra fascismo e socialdemocrazia, intesi entrambi come metodi utilizzati dalla borghesia per conservare il potere. Nel 1926 molti comunisti italiani fuggirono dal Paese e circa seicento trovarono rifugio in Unione Sovietica. La loro situazione fu difficile da subito e molti cercarono di rientrare in Italia. Su segnalazione dei dirigenti italiani alle autorità sovietiche circa duecento militanti vennero indicati come indisciplinati o bordighisti-trotskisti, vennero inviati nei Gulag o direttamente fucilati, una tragedia di grandi proporzioni sulla quale per molto tempo si è saputo molto poco. Con la crescita del pericolo nazista l'Internazionale Comunista cambiò strategia e tra il 1934 e il 1935 lanciò la linea di riunire in un fronte popolare tutte le forze che si opponevano all'avanzata dei fascismi. Il PCd'I, che aveva faticato molto per accettare la svolta del 1929, ebbe una s