Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2019

 

GLI STATISTI

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

         

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

 

 

GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

Il Memoriale di Aldo Moro.

Il terrorismo rosso aveva contatti con i Paesi dell'Est. Tutto fu insabbiato.

Apuzzo e Falcetta. Strage Alcamo Marina: non fu Gladio (e nemmeno Gulotta). 

Il patto di non belligeranza tra i Servizi italiani e quelli palestinesi.

Sequestro Moro: le storie dei cinque uomini uccisi dalle Brigate Rosse.

I convegni dei brigatisti.

I Ribaltoni quando erano cosa seria. Il Compromesso Storico.

Aldo Moro e la sua idea di centro.

Chi amò e chi odiò Aldo Moro.

In ricordo del Presidente Francesco Cossiga.

Le auto di Moro.

Agnese Moro. Quando la vittima dice al carnefice: tu stai peggio di me.

Maria Fida Moro: Santo non s’ha da fare.

Aldo Moro contro il fascismo nel ’43.

Aldo Moro e la Tangentopoli ante litteram.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

Le lettere ed i diari di Giulio Andreotti.

Quando la politica era la politica. E aveva un re: Giulio Andreotti.

Giulio Andreotti ed Aldo Moro.

Andreotti, potere e misteri. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

Così finì la Prima Repubblica.

L’Italietta Vigliacca, la Fine della Prima Repubblica e la Misteriosa Morte di Lodovico Ligato.

La Cultura della Legalità.

Quelle valigie piene di rubli per Pci.

Politica e corruzione, l’eterno ritorno.

Morto Francesco Saverio Borrelli.

Cirino Pomicino.

Gianni De Michelis è morto.

Parla Claudio Martelli.

Le lettere del giovane Craxi: ho tante grane politiche.

"Una volta ladro sempre ladro".

Di Pietro, i tuoi segreti sono affari di Stato.

Sergio Castellari, il giallo dell’uomo senza volto «Fu suicidio».

Bersani: Bettino Craxi. I guai se li è meritati.

I moralizzatori di sinistra anti Trump.

Lobbia e la prima Tangentopoli.  

"Tangentopoli nera". La verità sulla corruzione del Ventennio fascista.

Tangentopoli Bianca. Così Moro avvertì i giudici: «Noi Dc non ci lasceremo processare nelle piazze!».

Poggiolini, verso l’assoluzione (a 90 anni).

Quando Craxi disse: «Non tornerò in Italia neanche da morto…».

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

Berlusconi e le donne.

Berlusconi e gli animali.

Silvio Berlusconi: “Io, un padre orgoglioso”.

E’ morto Paolo Bonaiuti, ex portavoce di Silvio Berlusconi.

Berlusconi, Cicchitto e la cronistoria del romanzo azzurro.

Silvio Berlusconi, la Mafia e la Giustizia.

Bunga. Bunga. La morte di Imane Fadil e la condanna di Emilio Fede.

Scarantino: "Mio fratello vendeva droga a Berlusconi".

Corruzione sulle sentenze del Consiglio di Stato.

Giacomo Properzj. Storia di Canale 5 che costò a Berlusconi solo una lira.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

Fascismo di sinistra.

Gli antifascisti radicali al tempo dell'accordo nazi-comunista del 23 agosto del 1939.

Il Fascismo in Italia era l’equivalente del Comunismo in Russia.

Il Cinema e la dittatura.

Geni in Fuga.

1919, cent'anni fa nasceva il Nazismo.

Le cavie del Nazismo.

Le madri dei cattivissimi? Buone, semplici e devote.

Più socialista che nazionalista. Ecco il "compagno" Hitler...

Hitler: la faccio finita oggi…

Hitler. Quella bomba sotto il culo.

I Testicoli di Hitler.

L’anestesista che catturò Eichmann (e non ne parlò mai).

Witold Pilecki: dentro l’orrore ed ucciso dai comunisti.

I Medici dei dittatori.

Il "quadrato Monforte" di Pavolini, ultima difesa di Salò a Milano.

Quando Badoglio dormiva.

La Liberazione degli Alleati.

La guerra civile del 25 aprile.

La Resistenza accusata di terrorismo e genocidio.

La guerra civile del 25 aprile che continua tutt’oggi.

“Bella ciao” canzone di tutti gli italiani?

Cancellare il 25 aprile. Per tornare a parlare di presente (e futuro).

I Catto-Comunisti vincenti la guerra civile. Per me il 25 aprile è...

I Fascio-comunisti perdenti la guerra civile. Per me il 25 aprile è...

Prima e dopo la cosiddetta “Liberazione”.

Fascismi.

I figli del duce…

La doppiezza di Casapound.

Il saluto romano: manifestazione del pensiero (come il pugno chiuso comunista).

Il fantasma di Mussolini: "Fa parte della storia".

Mussolini e Napoleone.

Il Duce ed Il Jazz.

Il Duce e le Donne.

Il Duce e gli Omosessuali.

Il bisnipote del Duce in politica: censurato, non sono fascista.

Il Duce è tornato. È Mr Facebook.

I 100 anni di Giulio ultimo corazziere del re.

Pochi ma buoni. Albertazzi ed i partigiani codardi.

Gap. Azioni e ritorsioni: Resistenza, Guerriglia o Terrorismo?

Piazzale Loreto, sacrificio rituale: morte del nuovo Cesare.

La Grande Guerra. Perché la Guerra Civile.

Erano arditi e scapigliati ma a San Sepolcro nacque il fascismo…

Galeazzo Ciano, una vita sbagliata in un tempo crudele.

Gabriele D’Annunzio. Libertario, non libertino.

Mussolini campione di bluff?

La pagina nera dei giudici complici sulle leggi razziali.

Il Fascismo filo-islamista.

Ma chi l'ha detto che il fascismo non ha fatto cose buone?

 

  

 

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Il Memoriale di Aldo Moro.

Gianni Barbacetto per il “Fatto quotidiano” il 25 novembre 2019. "Uno scandalo veramente senza fine". È il caso Moro, secondo Sergio Flamigni, ex senatore e infaticabile ricercatore che da anni indaga sulla P2 , sul terrorismo italiano, sul sequestro del presidente della Dc. Il suo ultimo lavoro, Rapporto sul caso Moro (Kaos edizioni), presenta il suo contributo ai lavori della seconda Commissione parlamentare d' inchiesta sul sequestro di Aldo Moro (2014-2017). Ma rende pubblica anche una denuncia secca per come il presidente della Commissione, il Pd Giuseppe Fioroni (preferito al più esperto Miguel Gotor), ha condotto i lavori. "In modo autocratico e disordinato", "abusando della secretazione", lavorando "quasi solo attorno all'agguato di via Fani, senza affrontare il nodo del 18 aprile, ossia la scoperta del covo di via Gradoli e il falso comunicato del Lago della Duchessa". Risultato finale: "Mantenere il delitto Moro un enigma irrisolto". Eppure alcuni elementi raccolti dalla Commissione sono riusciti a confermare "che la verità di Stato sul delitto Moro - confezionata dalla Dc di Francesco Cossiga insieme agli ex Br Valerio Morucci e Mario Moretti e avallata dalla magistratura romana - è una colossale menzogna". Flamigni segnala "tre dati di fatto che sbugiardano quella versione dall' inizio (strage di via Fani) alla fine (uccisione di Moro)".

Il primo dato accertato è che subito dopo la strage di via Fani, la mattina del 16 marzo 1978, i terroristi delle Brigate rosse si sono rifugiati con l'ostaggio in uno stabile di via Massimi 91 di proprietà dello Ior (la banca del Vaticano), su cui non è mai stato fatto alcun approfondimento. Non ci sono stati - come raccontato "dalla menzognera versione di Stato" - trasbordi del rapito in piazza Madonna del Cenacolo; non c' è stata una tappa successiva nel sotterraneo del grande magazzino Standa dei Colli portuensi; e non c' è stato l' approdo finale nel covo-prigione di via Montalcini.

Il secondo dato accertato dalla Commissione è che "sono una sequela di menzogne" anche il luogo e le modalità dell'uccisione del presidente della Dc raccontate dai brigatisti. Secondo la loro versione, Aldo Moro sarebbe stato ammazzato nel box auto di via Montalcini, nel baule della Renault rossa, con 11 colpi sparati alle 6-7 del mattino. Con successivo trasporto del cadavere per alcuni chilometri, da via Montalcini fino in via Caetani, al centro di Roma. Falso, secondo Flamigni: "Le vecchie e le nuove perizie hanno definito improbabile il luogo, ben diverse le modalità, e falso l' orario del delitto indicato dalla versione brigatista avallata dalla magistratura romana".

Il terzo dato di fatto è che la "verità ufficiale" sulla prigionia e sull' uccisione di Moro in via Montalcini (quella del "memoriale Morucci") è stata confezionata in carcere dal brigatista dissociato Valerio Morucci con la regia del Sisde, il servizio segreto del Viminale, con "la fattiva collaborazione della Dc cossighiana". "Il sequestro del presidente della Dc è rimasto un delitto senza verità", scrive Flamigni. "Infatti a distanza di più di quarant' anni non c' è alcuna certezza sul luogo (o i luoghi) dove Moro fu tenuto segregato per quasi due mesi, né si sa chi, come e perché lo abbia ucciso". Secondo Flamigni, "è certo che alla strage di via Fani partecipò un tiratore scelto". Ne parla anche uno dei testimoni oculari, il benzinaio Pietro Lalli, pratico di armi: raccontò di "aver visto sparare un esperto e conoscitore dell'arma in quanto con la destra la impugnava, e [teneva] la sinistra guantata sopra la canna in modo che questa non si impennasse".

Per scoprire gli eventuali professionisti in via Fani, "la Commissione avrebbe dovuto occuparsi dell' aereo libico, diretto a Ginevra, che nel tardo pomeriggio del 15 marzo 1978 (vigilia della strage di via Fani) atterrò invece a Fiumicino con quattro persone a bordo, e che ripartì l' indomani mattina alle ore 10,05 (un' ora dopo la strage) alla volta di Parigi. Un volo fortemente sospetto di avere trasportato uno o più killer di una particolare struttura di addestramento e supporto per organizzazioni terroristiche formata a Tripoli (Libia) dagli americani Edwin P. Wilson e Frank Terpil, entrambi ex agenti della Cia". Flamigni segnala come "episodica eccezione" al "quarantennale disastro giudiziario relativo al delitto Moro" il lavoro del procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, che avocò un' indagine della Procura guidata da Giuseppe Pignatone. La requisitoria di Ciampoli dell' 11 novembre 2014 "ha confutato la versione di Stato del duo Morucci-Moretti sulla dinamica dell' agguato e della strage. E non ha mancato di menzionare la 'protratta inerzia' del pubblico ministero romano che lo aveva indotto a esercitare il potere di avocazione". La "protratta inerzia" ha riguardato anche la figura e il ruolo dell' americano Steve Pieczenik (insediato al Viminale per conto del Dipartimento di Stato Usa durante il sequestro Moro). Venne mandato a Roma da Washington - secondo Ciampoli - per quella che era una vera e propria operazione di "guerra psicologica" con tre obiettivi: garantire l' uccisione dell' ostaggio; recuperare le registrazioni degli interrogatori e degli scritti di Moro; ottenere il silenzio dei terroristi. Ciampoli ha riferito anche di aver indagato sulla presenza in via Fani di due uomini dei servizi segreti, a bordo di una moto Honda, al comando del colonnello Camillo Guglielmi. E si è detto convinto che "in via Fani vi fosse la presenza anche di servizi segreti di altri Paesi interessati, se non a determinare un processo di destabilizzazione dello Stato italiano, quantomeno a creare del caos". È stata secretata l'audizione in seduta segreta del 29 luglio 2015 di Luca Palamara, sostituto procuratore a Roma e membro del Consiglio superiore della magistratura: riguardava l' interrogatorio di Pieczenik svolto per rogatoria da Palamara il 27 maggio 2014. "Da allora", commenta Flamigni, "la posizione giudiziaria di Steve Pieczenik si è inabissata, col suo carico di segretezza, nel porto delle nebbie".

Maria Antonietta Calabrò per il “Fatto quotidiano” il 26 novembre 2019.

La STASI, il potente servizio segreto della defunta Repubblica democratica tedesca, in un appunto dell' 8 giugno 1978, pubblico dal 2014, metteva in evidenza le somiglianze dell'intera azione brigatista con la notissima vicenda del rapimento dell' industriale Hanns-Martin Schleyer, compiuta dalla RAF (Rote Armeee Fraktion) alla fine del 1977, e segnalava una possibile "prigione del popolo" vicina al luogo del sequestro, via Fani.

La STASI era particolarmente ben informata visto che, secondo il suo leggendario capo Markus Wolf, la RAF (che oggi sappiamo essere stata presente con almeno due terroristi sulla scena di via Fani), era nelle sue mani. Se oggi questa "prigione" - la prima e più importante - è stata "scoperta", si deve ai lavori parlamentari della scorsa legislatura. Era in via Massimi 91. Ne parlo in più capitoli del libro che ho scritto a quattro mani con Giuseppe Fioroni, Moro, il caso non è chiuso, la cui seconda edizione è stata pubblicata in occasione del trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino. I riscontri sono stati trovati negli atti desecretati a partire dal 2014, e hanno portato a individuare questa prigione in un miniappartamento ricavato nell'attico della palazzina B di via Massimi 91, di proprietà allora dello IOR , la cosiddetta banca vaticana. Un attico che ha un' altra caratteristica: era allora sicuramente l' appartamento più alto di Roma. Quindi vista libera, nessun occhio indiscreto e la possibilità per Moro di poter stare all'aria aperta e di muoversi (tanto che il suo tono muscolare era buono e quindi incompatibile con una lunga detenzione su una brandina in via Montalcini). Oggi sappiamo che una "fonte riservata", già il giorno successivo al sequestro, il 17 marzo 1978, aveva avvertito il comandante della GdF Raffaele Giudice, che "le 128 dei brigatisti sarebbero state parcheggiate in un box o garage nelle immediate vicinanze di via Licinio Calvo", presso una base situata a un piano elevato, con accesso dal garage mediante ascensore, una tipologia di edilizia residenziale signorile e moderna. Grazie alla collaborazione del Comando della GdF, sono stati acquisiti dalla Commissione Moro, presieduta da Fioroni, tutti i documenti che riguardavano la localizzazione di questo covo-prigione. Le palazzine erano gestite dal padre di don Antonio (che le Br scelsero come interlocutore e mediatore con la famiglia Moro), Luigi Mennini, all' epoca ai vertici dello IOR . Gli accertamenti sviluppati dalla Commissione Moro 2, a partire dal 2015 hanno dimostrato che mai, dal 1978 a oggi, era stato svolto un serio lavoro investigativo sui condomini di via Massimi 91. Un miniappartamento nell' attico della Palazzina B Nel complesso di via Massimi 91, tra il 1977 e il 1978, furono fatte modifiche che sono state oggetto di recenti approfondimenti. Nell' attico della Palazzina B fu realizzata una camera compartimentata, costruita sul terrazzo e appoggiata a uno dei muri perimetrali. Situata nella zona di servizio, la stanza poteva ospitare un eventuale soggetto temporaneamente custodito nella "cameretta" con gli spazi e i servizi di un vero e proprio miniappartamento. E ciò combacia con quanto descritto in un appunto del 28 settembre 1979 dal generale Grassini (Sisde), in cui fa riferimento a un' intercettazione ambientale di una conversazione tra detenuti, "uno dei quali di alto livello terroristico": "Non gli hanno mai messo le mani addosso", "Non gli è stato torto un capello"; Moro otteneva tutto ciò di cui "aveva bisogno, si lavava anche quattro volte al giorno, si faceva la doccia, mangiava bene, se voleva scrivere scriveva []". Si torna sempre sul luogo del delitto Le indagini compiute tra il 2014 e il 2017 hanno consentito di identificare per la prima volta due persone, allora conviventi in via Massimi 91, hanno esplicitamente ammesso di aver ospitato per alcune settimane, nell' autunno 1978, Prospero Gallinari il carceriere di Moro in un'abitazione sita in quello stesso condominio. Non è un caso se Gallinari entrò in quella abitazione in un periodo in cui la caduta della base di via Monte Nevoso a Milano e di altri covi brigatisti dovette indurre a cercare sistemazioni più sicure per il carceriere di Moro. All’interno del complesso di via Massimi 91, oltre quella degli alti prelati vaticani (tra cui Marcinkus) , la Commissione Moro 2 ha riscontrato altre presenze. Vi abitava la giornalista tedesca Birgit Kraatz, corrispondente in Italia dei periodici tedeschi Der Spiegel e Stern, a quel tempo legata a Franco Piperno, il leader di Autonomia Operaia. Nella palazzina c' era poi la sede operativa di una società statunitense, la Tumpane Company (TumCo), con sede legale negli Stati Uniti e domicilio fiscale proprio in via Massimi 91. Ha cessato le proprie attività nel 1982, ma dal 1969 forniva assistenza alla presenza Nato e statunitense in Turchia, ed esercitava anche attività di intelligence per l'organismo informativo militare statunitense. Vivevano o lavoravano in via Massimi 91 anche diversi personaggi legati alla finanza e ai traffici tra Italia, Libia e Medio Oriente. Come Omar Yahia che mise in contatto con il Sismi la fonte Damiano, particolarmente informata sulle dinamiche terroristiche palestinesi. Il rapimento e l'omicidio di Aldo Moro, quindi non appaiono come una vicenda puramente interna all' eversione di sinistra, ma acquisiscono una rilevante dimensione internazionale, che i brigatisti hanno sempre negato. Roma a quei tempi, come Berlino, era occidentale per tre quarti e orientale per un quarto. Era in via Massimi 91 il Checkpoint Charlie della capitale italiana? Tutti gli atti e la documentazione raccolti dalla Commissione Moro 2 sono stati desecretati a eccezione degli atti prodotti dai magistrati o dagli ufficiali di Polizia giudiziaria consulenti della Commissione che hanno esplicitamente chiesto di mantenere la documentazione segreta, in quanto si tratta di indagini ancora in corso di approfondimento. Infatti "il caso non è chiuso".

Aldo Moro: “Il giorno di Piazza Fontana il Pci mi consigliò di non tornare a Roma”. Mentre si avvicina il cinquantenario della strage milanese, ecco quel che nel 1978 il leader Dc rivelava nel memoriale consegnato alle Brigate Rosse. Maurizio Tortorella il 20 novembre 2019 su Panorama. Manca meno di un mese al cupo anniversario della strage di Piazza Fontana, con i suoi 17 poveri morti causati dai candelotti di gelignite piazzati dai neonazisti di Ordine Nuovo il 12 dicembre 1969. Mentre stanno per partire celebrazioni e manifestazioni per il cinquantenario della prima grande strage italiana, va ricordato un particolare importante, ma del tutto ignorato dalle cronache di questi ultimi anni. E cioè che anche Aldo Moro, che nel 1969 è ministro degli Esteri del governo Rumor, e quel 12 dicembre si trova a Parigi, scrive di piazza Fontana. E si convince presto che sia una strage “nera”. Moro lo dichiara con estrema chiarezza nel memoriale che affida alle Brigate Rosse durante la sua prigionia del marzo-maggio 1978: “Personalmente ed intuitivamente”, annota il presidente del Consiglio, poche settimane prima di essere ucciso dai suoi carcerieri, “io non ebbi mai dubbi e continuai a ritenere (…) che questi e altri fatti che si andavano sgranando fossero di chiara matrice di destra e avessero l’obiettivo di scatenare un’offensiva di terrore indiscriminato (…) allo scopo di bloccare certi sviluppi politici che si erano fatti evidenti a partire dall’autunno caldo e di ricondurre le cose, attraverso il morso della paura, a una gestione moderata del potere”. Poco più in là, sempre nel suo memoriale, Moro offre alle Br una rivelazione interessante, che dimostra come già nel dicembre 1969 gli stessi potenti apparati d’intelligence del Partito comunista italiano avessero presente il rischio di una svolta autoritaria collegata alla bomba di Milano. Moro scrive che “Tullio Ancora, un alto funzionario della Camera dei Deputati e da tempo mio normale organo d'informazione e di collegamento con il Partito comunista, mi telefonò in ambasciata a Parigi, per dirmi con qualche circonlocuzione che non ci si vedeva chiaro e che i suoi amici (cioè proprio i comunisti) consigliavano qualche accorgimento sull'ora di partenza, sul percorso, sull'arrivo e sul trasferimento di ritorno. (…) Io ritenni, poiché ne avevo la possibilità, di adottare le consigliate precauzioni e rientrai a Roma non privo di apprensione”. Moro, comunque, ha una certezza: esistono centrali dell’intelligence straniera che hanno interferito nella strage. Nel memoriale, il prigioniero indica i due regimi di destra che nel 1969 sono al potere in Spagna e Grecia, poi aggiunge una frase sibillina: “Ci si può domandare” scrive “se gli appoggi venivano solo da quella parte o se altri servizi segreti del mondo occidentale vi fossero comunque implicati”. È una lettura interessante, che non andrebbe sottovalutata. Di certo, va conosciuta.

Storia d'Italia. Il memoriale che finalmente ci restituisce il vero Aldo Moro. Il documento, scritto a mano dal prigioniero durante il sequestro nel 1978, da sempre considerato la chiave dei cinquantacinque giorni più oscuri della Repubblica, approda a una nuova edizione critica. Che riconsegna allo Statista ucciso il suo tempo e la sua scrittura. Marco Damilano il 15 novembre 2019 su L'Espresso. La scrittura e il tempo. Erano queste le uniche armi, fragili, su cui poteva contare l’uomo di Stato spogliato del suo potere, diventato prigioniero, «nel cuore del terrore», come lo immaginò Italo Calvino, nelle mani dei suoi carcerieri e delle forze esterne al covo che si muovevano per condizionare gli esiti del sequestro di cui sapeva, lui soltanto, decifrare i fili invisibili. Scrivere per prendere tempo, come in una favola antica, e prendere tempo per scrivere, come in una lenta caduta in cui si sono avvinghiati, una volta per tutte, in un solo destino, la storia della Repubblica e il dramma di una persona. «Saper leggere il libro del mondo, con parole cangianti e nessuna scrittura, nei sentieri costretti in un palmo di mano, i segreti che fanno paura», è il testo di una canzone di Fabrizio De André, che viene in mente recuperando oggi, finalmente ricomposte con rigore scientifico, con dedizione e con umanità, le parole di Aldo Moro nel memoriale consegnato alle Brigate rosse più di quarant’anni fa, durante i 55 giorni del sequestro, dal 16 marzo 1978, il giorno del rapimento a Roma in via Mario Fani e della strage dei cinque agenti della scorta, al 9 maggio, quando il cadavere del presidente della Democrazia cristiana fu ritrovato nel bagagliaio di una Renault rossa in via Michelangelo Caetani. Il cosiddetto Memoriale di Moro fu scoperto in forma dattiloscritta e parziale nell’ottobre 1978, in un covo delle Br a Milano, in via Montenevoso, e poi, dodici anni dopo, nel 1990, rispuntò da un’intercapedine dello stesso appartamento in forma autografa e fotocopiata, dando il via a una serie infinita di congetture. È considerato una delle chiavi possibili dei misteri del caso Moro, i «segreti che fanno paura», quelli che il prigioniero minacciava di svelare, quelli legati al possesso del manoscritto originale che nel corso dei decenni avrebbe giustificato altre guerre di potere e il sospetto di altri morti e altro sangue. Oggi, a distanza di più di quarant’anni, il Memoriale viene pubblicato dalla direzione generale Archivi del ministero dei Beni culturali e dall’archivio di Stato di Roma in una nuova edizione critica, grazie al lavoro di cinque anni di un gruppo di studiosi, coordinati da Michele Di Sivo, vicedirettore dell’Archivio di Stato di Roma, esperto di fonti giudiziarie: gli storici Francesco Biscione e Miguel Gotor e l’ex senatore Sergio Flamigni, che in passato del memoriale hanno curato edizioni e pubblicazioni, Ilaria Moroni, direttrice dell’archivio Flamigni che conserva le carte personali dell’uomo politico, la grafologa Antonella Padova, l’archivista Stefano Twardzik. La storia, la filologia, la freddezza dell’analisi per un testo rovente consentono il passaggio fondamentale, definitivo, per la comprensione di quanto accadde nel 1978, nella vicenda spartiacque della nostra storia.

La conclusione in cui Moro immagina vicina la sua liberazione. «Il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro ruotano attorno a una sola azione dell’ostaggio: il suo scrivere», afferma Di Sivo nell’introduzione. Le lettere, pensate dall’ostaggio per comunicare con l’esterno, utilizzate dai terroristi come arma di pressione, rese pubbliche o tenute segrete ovvero mai consegnate. E il Memoriale, fino ad ora considerato come il testo con cui Moro rispondeva alle domande dei suoi carcerieri, nel grottesco “processo del popolo” annunciato dalle Br nei loro comunicati: i 239 fogli ritrovati in fotocopia in via Montenevoso nel 1990, parte di un corpus di documenti più ampio, 420 fogli tra lettere e biglietti mai consegnati. Ricostruire il testo, in fotocopie rovinate e per di più mutilate dai prelievi della polizia scientifica, tondini conservati in bustine, come coriandoli. Ricostruire le modalità di stesura del prigioniero e le condizioni in cui Moro scriveva. «Ricostruire l’elaborazione da cui le scritture di Moro furono originate e il loro disporsi nel tempo, riconoscere il testo più prossimo alle intenzioni di un autore inquisito e condizionato da pieno dominio e da totale cattività, accostarsi alla tortuosa morfologia di questa fonte sono stati i nostri obiettivi», spiega Di Sivo. La grafologa Antonella Padova rivela che nel 1970 Moro si era rivolto a un medico psico-grafologo, Tonino Bellato, per risolvere un problema pratico, solo in apparenza banale: i suoi più stretti collaboratori non riuscivano a decifrare la sua scrittura, un impaccio non da poco perché Moro usava buttare giù a mano i discorsi e gli articoli, per poi arrivare alla stesura definitiva dopo una serie infinita di correzioni, integrazioni, cancellature, ricopiature. Tra i testi presi a paragone c’è l’intervista che il nostro Guido Quaranta gli fece nell’agosto 1972 per Panorama, dove la grafia ordinatissima di Quaranta convive sullo stesso foglio con l’appunto del leader politico: «Ho raggruppato le domande, collegando quelle affini. I numeri a margine sono quelli delle mie risposte, che seguono, mi pare, un ordine logico. Ho messo “no” per le domande cui non intendo rispondere. L’intervista è già lunghissima». Una notazione preziosa perché per gli studiosi fu lo stesso metodo utilizzato da Moro per rispondere ai suoi carcerieri. Raggruppare, ricopiare, riscrivere. Un lavoro meticoloso che ora consente di dare una risposta finale alla questione dell’autenticità degli scritti e della possibilità che Moro fosse stato drogato o costretto a scrivere messaggi non suoi. Paragonati (in modo emozionante) con l’ultima nota a mano da uomo libero, la firma del libretto del professore universitario con l’argomento della lezione (15 marzo 1978: La recidiva. All’agguato di via Fani mancavano meno di ventiquattr’ore, le caselle delle lezioni numero 41 e 42 del professor Moro docente di Istituzioni di diritto e procedura penale resteranno per sempre vuote), i fogli dalla prigionia portano a osservazioni molto lontane da quelle della grafologa Giulia Conte Micheli che giudicò la grafia di Moro «abulica, passiva, inerte», segno di «uno stato depressivo di angoscia interiore». Moro per primo aveva intuito di essere finito in una trappola nella trappola: se la sua scrittura fosse apparsa nervosa lo avrebbero fatto passare per un pazzo incapace di ragionare, se troppo ordinata come il diligente copista di testi scritti da altri. Protestava nelle sue lettere con i suoi compagni di partito: «Scrivo con il mio stile, per brutto che sia, ho la mia solita calligrafia. Ma sono, si dice, un altro e non merito di essere preso sul serio». E ancora: «Moro insomma non è Moro... Per qualcuno la ragione di dubbio è nella calligrafia, incerta, tremolante, con un’oscillante tenuta delle righe. Il rilievo è ridicolo, se non provocatorio. Pensa qualcuno che io mi trovi in un comodo e attrezzato ufficio ministeriale o di partito? Io sono, sia ben chiaro un prigioniero politico ed accetto senza la minima riserva, senza né pensiero, né un gesto di impazienza la mia condizione. Pretendere però in queste circostanze grafie cristalline e ordinate e magari lo sforzo di una copiatura, significa essere fuori della realtà delle cose». «Lo studio dei comportamenti grafomotori consente di restituire ad Aldo Moro non solo l’autografia ma anche la paternità dell’impianto generale» del Memoriale, arrivano a dire gli studiosi. Sono di Moro i brani, le correzioni, l’ordine delle domande e delle risposte. Sua l’organizzazione interna del discorso. Sua, e non dei carcerieri, la struttura del Memoriale. Ricostruita la cronologia del testo si arriva ad altre due conclusioni decisive. La prima: i rinvii interni al testo trovano la loro sistemazione, come un enigma che si scioglie. E l’attività grafomotoria del prigioniero evidenzia il cambiamento del piano d’appoggio su cui scrivere, orizzontale nei primi testi, e dunque il mutamento logistico delle condizione di scrittura nella seconda fase del sequestro. Il testo del Memoriale appare ora nella sua integrità, anche con correzioni notevoli. «Lei sbaglia da sempre e sbaglierà sempre perché costituzionalmente chiamato all’errore. E l’errore è, in fondo, senza cattiveria», sembrava aver scritto Moro del capo doroteo Flaminio Piccoli, suo avversario interno nella Dc. Ma ora la frase diventa: «E l’errore è, in fondo, sempre cattiveria». Che non è la stessa cosa. Il Memoriale consente di penetrare nella scrittura di Moro, nella sua materialità. Le penne utilizzate, la pressione sulla carta, la povera carta straccia di cui sono rimaste le fotocopie che odorano di ciano. Entrare nel covo delle Br. E ancora di più, entrare nell’interiorità, nello stato d’animo di Moro. L’ottimismo e il pessimismo, le salite, le discese, il precipitare delle speranze, il senso di morte e l’attesa della liberazione che è evidente in una pagina drammatica: «Il periodo, abbastanza lungo, che ho passato come prigioniero politico delle Brigate Rosse, è stato naturalmente duro, com’è nella natura delle cose, e come tale educativo». In quelle stesse righe Moro spiega di aver avuto il tempo di valutare «gli avvenimenti, spesso così tumultuosi della vita politica e sociale», il loro ritmo, il loro ordine. «Motivi critici, diffusi ed inquietanti, che per un istante avevano attraversato la mente, si ripresentavano, nelle nuove circostanze, con una efficacia di persuasione di gran lunga maggiore che per il passato. Ne derivava un’inquietudine difficile da placare e si faceva avanti la spinta ad un riesame globale e sereno della propria esperienza, oltre che umana, sociale e politica». Si può così rileggere di seguito il testo del Memoriale carico di rimandi, come le uniche pagine diffuse durante i 55 giorni del sequestro, quelle relative al ruolo di Paolo Emilio Taviani, l’ex ministro democristiano che nel 1978 aveva un ruolo secondario ma che invece da ministro della Difesa, nel 1956, aveva fondato la struttura Stay-behind Gladio per operazione di difesa e anti-guerriglia in caso di invasione sovietica, ma di questo si venne a sapere soltanto all’inizio degli anni Novanta, proprio mentre il memoriale di Moro riemergeva dall’intercapedine di via Montenevoso, resistente come il muro di Berlino. E trovare in quel memoriale la spiegazione dell’ordine politico che sarebbe arrivato negli anni successivi, in un’epoca distante dalla sua. Quell’uomo che scriveva in condizioni di prigionia, a rischio della vita, aveva visto molte cose del futuro. La fine della rappresentanza dei partiti e l’emergere di un’organizzazione leggera, nella politica interna e internazionale. L’impossibilità dei partiti ad auto-riformarsi che avrebbe portato a scaricare la colpa dell’impasse sulle istituzioni e sulla Costituzione: «Ogni volta che c’è una difficoltà politica obiettiva, sembra sbucare lo strumento elettorale che dovrebbe permettere di superarla... in generale si può dire che si tratta di false soluzioni di reali problemi politici e che è opportuno non farsi mai delle illusioni. Non si accomodano con strumenti artificiosi situazioni obiettivamente contorte». Intuiva «il nerbo della nuova economia, assunto come condizione di efficienza, l’imprenditorialità privata ed anche pubblica con opportuna divisione del lavoro», la riduzione dell’Europa a «dimensione regionale» operata dagli Stati Uniti. Sfogliava le sorti future della stampa italiana che «costituisce un enorme problema sia per quanto riguarda il suo ordinamento e sviluppo, sia per quanto riguarda la sua indipendenza... Il Paese è così dominato da cinque o sei testate. Questi giorni hanno dimostrato come sia facile chiudere il mercato delle opinioni. Non solo non troverai opinioni, ma neppure notizie. Forse è questo un aspetto particolare di una crisi economica, che non può non essere anche una crisi editoriale. Infatti su 20-25 seri giornali è difficile bloccare; su 5 o 6 sì...». Guardava l’evoluzione futura della società italiana che avrebbe cambiato la politica: «Per chi abbia visto “Forza Italia”, fa impressione il linguaggio, a dir poco, estremamente spregiudicato, che i democristiani usano al Congresso tra un applauso e l’altro all’On. Zaccagnini. Sono modi di dire e di fare che un tempo sarebbero apparsi inconcepibili. Oggi sono accettati e mettono in moto una sovrastruttura politica che presumibilmente, poiché le cose non nascono a caso, corrisponde all’esigenza di una parte almeno della società italiana di oggi». In quella scena del film di Roberto Faenza che Moro aveva visto al cinema (fu ritirato dalle sale il giorno del suo sequestro), un montaggio di immagini e sonori in cui i notabili di governo uscivano a pezzi, i delegati del congresso democristiano venivano alle mani, si affrontavano come nemici che non avevano più nulla in comune, si scambiavano i vaffa pur essendo dello stesso partito. Era già l’immagine del tutti contro tutti, nel cambiamento del linguaggio il prigioniero Moro una mutazione, un’esigenza della società italiana. E lo scrisse nel covo delle Brigate rosse, come una premonizione, non potendo sapere che sarebbe nato un partito chiamato Forza Italia e un altro originato da un vaffa-day, entrambi tutt’altro che estranei a quella spregiudicatezza, a quell’esigenza della società italiana, perché «le cose non nascono a caso». Inoltrarsi in quelle pagine, come ha fatto l’attore Fabrizio Gifuni che lo ha portato a teatro ritrovandone gli echi di Pasolini e di Gadda, attraversare il memoriale di Moro e della Repubblica significa provare a comporre con pietà le parole del condannato a morte e ridare vita a chi le ha scritte con disperazione e con fiducia, perché la scrittura è sempre un atto di apertura, e soprattutto continuare a compiere un passo essenziale per capire l’Italia di oggi. Strappare Moro dal caso Moro e restituirgli il suo onore politico e la sua dignità umana perché, come conclude Michele Di Sivo, «quella rappresentazione, così ricostruita, sembra dirigere il lettore verso una vertigine: il Memoriale di Moro si squaderna come l’ultimo atto della storia che si rivela».

·        Il terrorismo rosso aveva contatti con i Paesi dell'Est. Tutto fu insabbiato.

Da Ansa il 28 aprile 2019.- "Potevo salvare Moro, fui fermato". Così il super boss della camorra, Raffaele Cutolo, in carcere da anni, in un verbale inedito di un interrogatorio del 2016 di cui riferisce oggi in esclusiva Il Mattino. "Aiutai - spiega Cutolo - l'assessore Cirillo (rapito e successivamente rilasciato dalle Br, ndr), potevo fare lo stesso con lo statista. Ma i politici mi dissero di non intromettermi". Nel '78 Cutolo era latitante e si sarebbe fatto avanti per cercare, sostiene lui, di salvare Moro. "Per Ciro Cirillo si mossero tutti, per Aldo Moro nessuno, per lui i politici mi dissero di fermarmi, che a loro Moro non interessava". Le dichiarazioni di Cutolo risalgono al 25 ottobre del 2016, come risposte alle domande del pm Ida Teresi e del capo della Dda, Giuseppe Borrelli.

Paolo Guzzanti, quando era presidente della Commissione Mitrokin, fu a un passo dalle prove che il terrorismo rosso aveva contatti con i Paesi dell'Est. Ma poi tutto fu insabbiato, scrive Paolo Guzzanti, Martedì 09/04/2019 su Il Giornale. «Venga a Budapest e troverà tutte le risposte che cerca» mi aveva scritto nell'estate del 2005 il procuratore generale di Budapest per posta diplomatica. E mi dette un assaggio: il terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos lo Sciacallo - mi disse - fu trapiantato dal Kgb sovietico a Budapest negli anni Ottanta e gli ungheresi furono costretti a sopportarlo mentre scorrazzava per la città con i suoi pistoleros, protetto dalla Stasi tedesca. Quando Carlos andava in missione terroristica in Europa occidentale, mi spiegò ancora il magistrato, gli ungheresi furono autorizzati a fotografare i documenti che si trovavano nelle abitazioni della banda: «Dovevamo consegnare tutto, ma abbiamo fatto le copie: venga a Budapest e saprà tutto sui rapporti fra terrorismo e Kgb». La Commissione bicamerale Mitrokhin di cui ero Presidente stava per chiudere i battenti avendo ultimato i suoi compiti ma, insieme al deputato Enzo Fragalà (uno squisito dandy e intellettuale palermitano) riuscimmo a vincere le resistenze delle sinistre e ottenere una rogatoria internazionale. Ci presentammo dunque a Budapest dove la Commissione fu ricevuta in un palazzo di stile sovietico-babilonese. Aleggiava ancora l'odore inconfondibile dei Paesi comunisti: varechina e scarpe vecchie, the perfect mix. Fummo accolti sontuosamente con tè, pasticcini, discorsi e grandi applausi per la ritrovata democrazia. Poi il procuratore si schiarì la voce e ci presentò un giovane maggiore in uniforme dal nome impronunciabile il quale issò sul tavolo una grande valigia di cuoio verde dagli angoli lisi. La aprì e mostrò il contenuto: pacchi di fogli ingialliti, contenitori di dossier a soffietto con la costa cartonata e disse: «Qui troverete tutto: nomi e cognomi, foto, date e recapiti degli uomini delle Brigate Rosse eterodirette dalla Stasi e dal Kgb e tutto ciò che abbiamo raccolto in questi anni». Mi sembrava di sognare. Chiesi: «Anche ciò che riguarda il rapimento e la morte di Moro?». Certo, disse. Tutto. Troppo bello per essere vero. Infatti, ecco la postilla avvelenata: «Purtroppo non siamo liberi di consegnarvi questo materiale senza il permesso di quelli del piano di sopra». E chi sono quelli del piano di sopra? «Noi abbiamo un trattato con la Federazione Russa come ogni Paese dell'ex Patto di Varsavia e non siamo proprietari dei documenti di quell'epoca. Ma entro una settimana spediremo tutto per valigia diplomatica». La fine è nota. Non arrivò nulla perché gli amici del piano di sopra dissero di no. Andai a protestare col un certo generale Ollo, l'uomo del collegamento con i Paesi della Nato, e quello allargò le braccia. Non possiamo farci nulla. Fine dell'illusione. Il tesoro restò sepolto. Pochi mesi dopo finì la legislatura e dunque anche la Commissione Mitrokhin. Non vorrei sembrare patetico con questo ricordo. Vorrei invece pronunciare un atto d'accusa. Non contro i russi o gli ungheresi, ma contro coloro che in Italia ebbero le informazioni che ho appena riferito (atti ufficiali di una rogatoria internazionale) che una Commissione del Parlamento raccolse con le stesse funzioni di un magistrato. Invece, tutti zitti. Come mai, pur avendo la notizia del tesoro contenente i legami del terrorismo italiano con i servizi segreti dell'Est, comprese le coperture di fiancheggiatori, esecutori e complici di delitti come la cattura, interrogatorio ed esecuzione di Aldo Moro, nessuno delle varie Commissioni e processi Moro Ter, Quater, Quinque e così via, abbia fatto un salto sulla sedia gridando che si doveva a tutti i costi recuperare il materiale di Budapest? Soltanto l'onorevole Enzo Fragalà, anima di quella rogatoria, insorse contro gli insabbiatori ma fu barbaramente assassinato a bastonate sotto la porta del suo studio il 23 febbraio 2010. A questi ed altri eventi ho pensato leggendo gli eccellenti interventi ieri e l'altro ieri sul Giornale sul tema del terrorismo dopo il caso Battisti firmati da Alessandro Gnocchi e del mio ex consulente Gianni Donno, storico ed accademico. E vedo che ancora una volta si torna sulla segretezza di alcuni documenti e all'invocazione al governo affinché imponga di aprire la gabbia in cui la colomba della verità è imprigionata. Questo nobile impulso può essere, se preso da solo, alquanto fuorviante perché l'esperienza di investigatore storico mi suggerisce che la «ciccia» sia altrove che non in un armadio blindato. Ogni Commissione parlamentare ha infatti diritto di ottenere documenti, non importa quanto riservati, segreti o segretissimi, da tutte le agenzie ed enti dello Stato come magistratura, servizi segreti, polizie e carabinieri. Questi enti, a norma di legge, consegnano documenti su cui è scritto riservato, segreto o segretissimo e restano proprietari di questa classifica («classified» è la parola inglese per segretato). Il Parlamento è autorizzato a leggere, ma non a riprodurre. Un consulente di Commissione può apprendere ma non può svelare l'originale. Io ho personalmente letto centinaia di documenti segretissimi (e come me ogni commissario) e posso garantire che dentro c'è soltanto burocrazia. Direte: dunque sarebbe tutto pulito? No, al contrario. Tutto è molto più sporco di quanto si immagini. Solo che il marcio è nascosto molto meglio. Un solo esempio: la mia Commissione deve moltissimo a un servitore dello Stato, militare e galantuomo (che non nomino per non arrecargli ulteriori danni) il quale ci spiegò a tutti e quaranta senatori e deputati che un documento si nasconde dandogli un nome diverso o cambiando la sua collocazione. Per la mia esperienza, i documenti ci sono, basta cercarli e i famosi «misteri italiani» sono tutti risolvibili. Ho trovato un documento della Stasi tedesca (il servizio segreto della DDR) che apparteneva a un magistrato illustre, ma era illeggibile per le righe nere della censura. Dandomi da fare ottenni lo stesso documento da una fonte diversa e appresi così che proprio il terrorista Ilich Ramirez Sanchez detto Carlos lo Sciacallo, dava conto ai suoi referenti tedeschi e russi di essere l'attentatore del cosiddetto «treno di Natale» del 1983, per cui furono condannati dei neofascisti. Qualcuno ha forse fiatato? Nulla. Quando con la Commissione andammo a Parigi per un'altra rogatoria presso la Procura, non soltanto scoprii che il parquet dei magistrati inquirenti d'Oltralpe funziona, ma feci amicizia con il «Giovanni Falcone francese», ovvero Jean-Louis Bruguière, colui che ha stroncato le attività di Carlos e dei suoi affiliati terroristi arabi, il quale mi disse: «So da un ufficiale del Kgb che l'attentato al Papa del 13 maggio 1981 fu organizzato dal servizio segreto militare Gru sovietico che aveva assoluto bisogno di garantirsi lo spazio di manovra di una Polonia sgombra dal Papa e da Solidarnosc». Con Fragalà organizzammo e facemmo votare una analisi medico legale computerizzata delle foto dell'attentato in piazza San Pietro e scoprimmo attraverso i periti che l'uomo che era accanto ad Ali Agca mentre sparava al Papa era il signor Antonov, cioè il capo del servizio segreto bulgaro e referente delle forze armate sovietiche. Le sinistre della Commissione, profondamente irritate, chiesero un secondo expertise di loro scelta, che però confermò senza esitazione il primo e fu questa la svolta e anche l'inizio della fine della più delicata e maltrattata inchiesta che il Parlamento abbia avviato e poi con poco coraggio seppellito. L'accesso ai documenti è dunque molto importante e va sostenuto, ma senza nutrire illusioni superflue sulla localizzazione del tesoro. Il tesoro, vi assicuro, è in genere altrove.

Così fu bloccato da Est il "compromesso storico". Il piano di staccare il Pci da Mosca scatenò il Kgb Anche Orbán dovrebbe riaprire gli archivi..., scrive Paolo Guzzanti, Mercoledì 10/04/2019, su Il Giornale. Intanto, sono grato anch'io al ministro Salvini per i suoi propositi e, visto che è amico del premier ungherese Viktor Orbán, mi permetto di suggerirgli di chiedere a quel leader di recuperare la promessa valigia di cuoio verde e farmela recapitare o almeno invitarmi a Budapest per esaminarla. Sarebbe l'ora che l'Italia reclamasse ciò che fa parte della sua storia. In questo articolo vorrei spiegare, specialmente a chi è più giovane e non sa, per quale motivo il dossier Mitrokhin che tutti i Paesi occidentali ricevettero dagli inglesi, soltanto in Italia diventò una vicenda furiosa e scalmanata, conclusa da un bel po' di morti, sfuggiti all'attenzione dei giornalisti eroici. Il fatto: quando gli inglesi annunciarono per via diplomatica negli anni Novanta di voler distribuire ai Paesi alleati le schede di loro interesse redatte dal maggiore Vasilij Mitrokhin, in Italia e soltanto in Italia successe il finimondo in casa comunista, divisa verticalmente fra l'ala americana (Giorgio Napolitano era da tempo uno stimato amico di Henry Kissinger) e quella pro-sovietica capeggiata da Armando Cossutta. Il comunismo sovietico era già crollato e avevano proposto nel 2000 una commissione parlamentare d'inchiesta che non andò in porto, io fui eletto nel 2001 in Senato come giornalista esperto dei fatti e l'anno successivo, varata faticosamente la legge, fui dichiarato presidente eletto da un lividissimo Giulio Andreotti che mi fu contro da subito e per sempre. Il terrorismo rosso (e in parte nero) era già finito da oltre dieci anni e il presidente emerito Francesco Cossiga era già andato in pellegrinaggio nelle carceri per visitare i brigatisti e certificarli come «bravi ragazzi che avevano un po' esagerato» o anche «boys scout della rivoluzione». Quando ero un redattore del quotidiano socialista Avanti!, negli anni Sessanta, fui personalmente avvicinato da uomini del Kgb un po' troppo entusiasti dei miei articoli, anche perché i sovietici preferivano reclutare fra socialisti e democristiani per non esporre gli iscritti al Pci. Quando interrogammo nella commissione Mitrokhin l'ex capo della Rezidentura sovietica a Roma, Leonid Kolosov, quello raccontò un sacco di balle, ma era certamente sincero quando disse che davanti alla sua porta «c'era la fila» degli informatori che odiavano l'America e volevano collaborare con i russi. Ma sui reali informatori e agenti di influenza non indagò nessuno perché era considerata un'attività poco amichevole nei confronti del Pci il cui segretario, Enrico Berlinguer, aveva del resto fallito nel tentativo di sottrarre il suo partito ai finanziamenti di Mosca (vedi L'Oro di Mosca del nostro Valerio Riva). Berlinguer aveva tentato di installare una nuova ideologia: quella del comunista geneticamente ariano del bene che guarda più a Santa Maria Goretti che a Lenin. Il Kgb sosteneva allora anche gli estremisti di destra e qualsiasi gruppo eversivo in Europa. Pochi si sono presi la briga di leggere un testo fondamentale: A Cardboard Castle? An Inside Story of the Warsaw Pact 1955-1991. Il grosso tomo, 720 pagine, contiene tutti i verbali delle riunioni del Patto di Varsavia (l'anti-Nato del blocco sovietico) da cui si può vedere come, fino al 1991, l'Est progettasse ogni anno una nuova invasione dell'Europa occidentale anche con atomiche tattiche sull'Italia, col pretesto di reagire preventivamente a un imminente attacco della Nato. Il progetto era politico oltre che militare: l'Europa tecnologica sarebbe stata resa irrecuperabile agli Stati uniti con una guerra lampo che sigillava porti e aeroporti e sarebbe stata aggregata al sistema sovietico, come spiegò Vladimir Bukowskij in EURSS. Unione europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche nel 2007 quando a suo parere il progetto politico era ancora in svolgimento. Questo piano aveva bisogno di una continua pressione terroristica in Occidente (Francia e Italia con la banda Carlos e i suoi agenti interni, la Frazione Armata Rossa in Germania, l'appoggio all'Ira irlandese e all'Eta basca, per azioni di infiltrazione). In Italia il progetto del Compromesso storico era stata benedetto dalla Cia americana (vedi Maurizio Molinari L'Italia vista dalla Cia con i documenti originali) con la garanzia di Aldo Moro nelle vesti di Presidente della Repubblica (si dovette estromettere con una falsa campagna mediatica l'innocente presidente Giovanni Leone sulla base di documenti americani fatti apparire ad hoc) e il senso strategico era di distaccare per sempre il Pci dall'Unione Sovietica e portarlo al governo dopo aver scatenato la famosa operazione «Clean Hands» (Mani Pulite) che avrebbe decapitato la corrotta Prima repubblica per far posto ai comunisti italiani. Tutto ciò è narrato per filo e per segno con tutti i documenti in The Italian Guillotine: Operation Clean Hands and the Overthrow of Italy's First Repubblic scritto in inglese da Stanton H. Burnett e Luca Mantovani, un libro che, curiosamente, nessun editore italiano ha avuto il fegato di pubblicare. La reazione sovietica non si fece aspettare: dopo un primo tentativo fallito di uccidere Berlinguer mandato da Cossutta a visitare la Bulgaria, con la consolidata tattica del camion che sbuca all'improvviso (morì l'autista di Berlinguer il quale rimase lievemente ferito e fu subito fatto riportare in Italia dai corpi speciali, mandati da Cossiga). Poi arrivò la strage di Via Fani, dove tutti furono uccisi da una sola arma e un solo killer e la neutralizzazione del garante del Compromesso destinato al Quirinale. L'operazione era politicamente ovvia. Attendiamo da Orbàn le carte. Il Compromesso storico fallì, il Pci tornò ad elemosinare la sua paghetta al Cremlino anche se l'operazione mani pulite portò realmente alla ghigliottina la prima Repubblica e certamente Achille Occhetto, leader del rinominato partito comunista, avrebbe vinto con la sua Gioiosa macchina da guerra se l'imprenditore Silvio Berlusconi non si fosse messo di traverso costruendo il bipolarismo impossibile e battendo il vecchio piano degli anni Settanta. Ciò accadde dopo la fine della Guerra fredda, ma l'apparato di sostegno a tutte le forme di terrorismo in funzione tattica era rimasto funzionante. Il mea culpa dello scrittore francese Daniel Pennac, ipocrita e conformista anche se avverte rossore sulle guance, è esemplare. Quando nel 1999 a dieci anni dalla caduta del Muro di Berlino, per iniziativa di Berlusconi, organizzammo un grande convegno internazionale di cui fui il chairman, conobbi un uomo dagli enormi baffi rossicci furibondo e aggressivo. Era Lech Walesa, l'elettricista cattolico che aveva organizzato, insieme al papa polacco Karol Wojtyla, il sindacato Solidarnosc che aveva conquistato le piazze polacche, occupato il Paese e paralizzato le manovre militari sovietiche. Walesa parlava soltanto polacco e una ragazza mesta e gentile traduceva con sbalorditiva rapidità: «Che diavolo vi è venuto in mentre di celebrare la caduta del Muro di Berlino decisa da Gorbaciov? Siamo noi, i polacchi, che abbiamo fatto cadere il sistema, noi del Paese da cui doveva partire la guerra, noi destinati al sacrificio, noi polacchi che ci siamo ribellati e abbiamo vinto. Altro che muro! altro che Berlino!». Aveva perfettamente ragione. Il Muro venne giù quando Gorbaciov lo decise d'accordo con il presidente Reagan che pronunciò lo storico invito: «Mister Gorbaciov, tear down this wall!». La nostra storia, quella della contiguità culturale e militare fra terroristi alla Cesare Battisti e sistema sovietico è però ancora tutta da raccontare e da rivelare, almeno per le nuove generazioni che si affacciano al mondo fresche e pulite e che chiedono il sacrosanto rispetto della verità.

·        Apuzzo e Falcetta. Strage Alcamo Marina: non fu Gladio (e nemmeno Gulotta). 

FU UN ASSASSINIO SU COMMISSIONE? Forse una svolta nel barbaro eccidio di Alcamo. Da indiscrezioni confermata questa ipotesi -1 due CC sarebbero stati uccisi per caso dai malviventi che preparavano un sequestro. Sembra che il personaggio preso di mira fosse l’on. Sinesio, grosso esponente DC - Lo strano comportamento di «Dino u pazzu». Vincenzo Vasile martedì 17 febbraio 1976, pag. 5, L’Unità. C’è una svolta nelle indagini sul barbaro eccidio dell'appuntato Salvatore Falcetta e dell'allievo Carmine Apuzzo, trucidati a pistolettate la notte del 27 gennaio dentro la casermetta di Alcamo Marina: così sembra, stando alle indiscrezioni che circolano alla vigilia della presentazione al magistrato del rapporto elaborato sulla vicenda dal nucleo investigativo dei carabinieri, prevista per domani. Naturalmente, visti i precedenti. bisogna prendere tutto co' beneficio dell'inventario. Però — a quanto sembra — sarebbe innanzitutto ormai i accertato che non era semplicemente «dimostrativo» lo scopo prefissato dal commando composto da Giuseppe Vesco, Giuseppe Ferratelli, Gaetano Sant' Angelo, Giovanni Gulotta e Giovanni Mandala, con l'uccisione dei due militari e l'irruzione. quella tragica notte, nel posto fisso della frazione balneare semideserta di Alcamo. Circola voce. anzi, che il massacro dei due carabinieri sarebbe avvenuto praticamente «per caso» e che cioè uccidere i due militari sarebbe divenuto necessario, una volta che uno dei due carabinieri, svegliatosi di soprassalto, aveva riconosciuto alcuni degli intrusi. La banda — si dice — nella stazione di Alcamo Marina, in realtà, cercava armi, bandoliere, divise e pilette rifrangenti. Quanto occorreva ad un regista accurato — con tutta probabilità esterno al gruppo di « mezze figure » che «sinora sono state individuate — per predisporre un tranello, un sequestro. Dal formicaio di voci che sembra essersi scoperchiato, è uscito anche un nome, quello di un esponente democristiano, il sottosegretario ai trasporti, Giuseppe Sinesio, che sarebbe il « grosso personaggio » da rapire, di cui si è insistentemente parlato in queste ore. In serata, comunque, questa circostanza è stata « fermamente smentita » dagli investigatori. Nel rapporto che sarà consegnato domani all'autorità giudiziaria, figurerebbero. comunque, oltre ai nomi dei cinque, anche altre due o tre persone sulla cui identità, per non intralciare l'inchiesta, vice il riserbo. Ed il fatto è che. indiscutibilmente, delle svariate versioni interpretative che sono circolate in questi giorni sul massacro di Alcamo, nessuna ancora soddisfa e convince pienamente. C'è financo chi ha parlato, a proposito dell'eccidio, di un «delitto gratuito ». Ma come pensare che un «raptus» » inconsulto abbia condotto questi quattro ragazzi e questo botta-sofìsticatore di vini dentro la casermetta di Alcamo Manna ad uccidere, con tecnica da professionisti i due carabinieri? Le «arance meccaniche » non crescono facilmente in una zona di solidi equilibri mafiosi come questa. «La Mafia non c’entra» ha sostenuto qualcuno degli inquirenti all'indomani dell’eccdio. con una fretta ed una sicumera che appare eccessiva, pensando solo a questo scenario che è, come testimonia anche l'inconfondibile « identikit » del p:ù anziano dei banditi, il 34enne sofisticatore di v.ni di Partinico. Giovanni Mandalà, lo scenario ben noto di una zona dove arricchimenti rapidi, violenza criminale, equilibri politici, fortune elettorali recano spesso un'unica matrice mafiosa. I dubbi non sono affatto dissipati: tre delie quattro confessioni, come si ricorderà sono state ritrattate. I giovani arrestati hanno addirittura lanciato accuse contro i carabinieri. Hanno detto di essere stati picchiati, costretti a firmare. Al verbale che è all'esame del magistrato, è stata aggiunta questa dichiarazione di Vincenzo Ferrandoli: « E" tutto falso: mi hanno messo in testa un cappuccio. m'hanno condotto fuori della caserma e hanno detto: ora ti fuciliamo ». I carabinieri hanno replicato sostenendo che gli interrogatori si sarebbero svolti alla presenza dei difensori d'ufficio. Ma rimane ancora da spiegare come e perché, se il fermo di Vesco — quello che ha confessato per primo — e avvenuto mercoledì, la procura e stata lasciata all'oscuro di tutto sino al giorno dopo. « C'è una banda — commenta stupito un investigatore — che si macchia d'un delitto casì infame correndo rischi terribili. E poi. tutto all’improvviso, uno di loro, il Vesco, si fa trovare praticamente con le mani nel sacco; indica i nomi dei complici, infine conduce gli inquirenti quasi per mano nel luogo dove essi troveranno tutti i riscontri obiettivi, tutte le prove; un garage di Partinico, dove c'è mezzo milione in contanti, la refurtiva, rimasto pressoché intatto, e poi le bandoliere e le divise». Un particolare singolare che fa pensare ad un cervello esterno alia banda Vesco Mandalà: Dino u pazzu, custode del garage deposito di Partinico, aveva utilizzato una piccolissima parte del bottino (tremila lire in tutto) per le piccole spese ed aveva annotato il fatto in una specie di «libro mastro». come se, all'occorrenza. esso avesse dovuto essere esibito ad un regista dietro le quinte. Di simili mister è stato contrassegnato anche tutto il complicato e contraddittorio svolgersi delle indagini. Cosi e nata l'inquietante ridda di notizie contraddittorie; di nervose e polemiche smentite e controsmentite a distanza, che le vane polizie che si occupano di questo tragico caso sono andate diramando in questi giorni, malgrado le violente e pubbliche reprimende ad uso interno che sono state fatte dal comandante generale dell'Arma, e dal questore di Trapani, a proposito di presunte, e a tuttora imprecisate « piste terroristiche. Vincenzo Vasile

È doveroso puntualizzare , che le persone, i cui nomi sono citati nell’articolo, che furono accusate all'epoca, sono state tutte assolte.

Apuzzo e Falcetta. Strage Alcamo Marina: non fu Gladio (e nemmeno Gulotta).  Francesca Scoleri su themisemetis.com il 12 Luglio 2019. Riceviamo e pubblichiamo: Era la notte del 27 gennaio del 1976 , quando un commando fece irruzione nella casermetta di Alcamo Marina, in provincia di Trapani e uccise i carabinieri Apuzzo e Falcetta. Le indagini furono condotte dal Colonnello Russo, ucciso un anno dopo a Ficuzza da un commando agli ordini di Totò Riina. Dopo circa quindici giorni dal duplice omicidio, una volante dei carabinieri, fermò un giovane di Alcamo, tal Giuseppe Vesco, monco di una mano, alla guida di una Fiat 127. Era in possesso dell’arma che aveva ucciso i due carabinieri e di una pistola di ordinanza, di uno dei due carabinieri uccisi nell’agguato. Vesco fu interrogato e confessò. Indicò agli inquirenti il covo dove era nascosta la refurtiva, e accusò i suoi complici, tre giovanissimi ragazzi, suoi amici di Alcamo e un suo conoscente di Partinico. Tutti condannati nei processi che seguirono nei successivi anni. Vesco però non arrivò mai al processo, perché un anno dopo, fu trovato impiccato nel bagno dell’infermeria del carcere San Giuliano di Trapani. Nel 2008 il colpo di scena. Un ex carabiniere Renato Olino, che aveva partecipato alle indagini, raccontò che Vesco confessò tutto sotto tortura. Gli avvocati di Giuseppe Gulotta, uno dei quattro condannati, chiedono e ottengono il processo di revisione e alla fine, vengono assolti tutti, inclusi Ferrantelli e Santangelo che, dopo la sentenza in cassazione, erano scappati in Brasile con l’aiuto di Padre Mattarella, cappellano del carcere di Trapani, che a suo dire, illuminato dal Signore, era certo della loro innocenza. Tutto da rifare dunque per gli inquirenti, anche se sono passati 36 anni. Nel frattempo si susseguono le piste sui possibili moventi e mandanti. Un ex poliziotto di Alcamo, Federico Antonio, racconta al sostituto procuratore di Trapani, che nel 1992, un suo confidente, gli raccontò che Apuzzo e Falcetta furono uccisi il pomeriggio del 26 Gennaio, esattamente alle 15.30 perché fermarono un furgone carico di armi, condotto da appartenenti alla Gladio. Dopo un breve controllo, i due carabinieri, invitarono i passeggeri del furgone all’interno della casermetta, e li furono uccisi. Il movente Gladio è stato ripreso da più organi di stampa, inclusa la trasmissione Blu Notte di Lucarelli, ma nessuno ha mai fatto i dovuti riscontri. Stefano Santoro operatore video free lance residente a New York, ha prodotto un lungo video dossier sulla vicenda e ha dimostrato che in realtà, l’ipotesi tanto declamata dagli organi di stampa, dell’omicidio alle 15.30 è irreale. La sorella di Carmine Apuzzo ricorda la telefonata del fratello alle 18.30 , mentre i familiari di Falcetta hanno ricostruito le ultime ore dell’appuntato che nel pomeriggio, dopo aver trascorso alcune ore con i familiari, si recò al comando provinciale di Trapani, poiché doveva ultimare il suo imminente trasferimento a Buseto, per essere più vicino alla madre sofferente. Altro tassello che esclude il posto di blocco all’equipaggio Gladio, con l’immediato duplice omicidio, è la testimonianza a poche ore dalla strage, di due persone che raccontarono agli inquirenti di essere stati insieme ai due militari all’interno della casermetta di Alcamo Marina fino a mezzanotte circa, per giocare a carte. Inoltre i due carabinieri furono trovati in pigiama, Apuzzo ancora a letto sotto le coperte, mentre Falcetta, dopo un tentativo di reazione, rimase incastrato tra il letto e il muro, con le gambe attorcigliate alle lenzuola. Una scena raccapricciante che non lascia spazio a ricostruzioni false e artificiose, di riproduzioni della scena del delitto. Nonostante  ciò nessuno ha mai smentito questo inconcepibile teorema, accostato suggestivamente più volte anche al ritrovamento, nel 1992,  di un deposito di armi,  custodito da due carabinieri . Il professore Romano Davare, noto scrittore, regista teatrale e all’epoca dei fatti corrispondente del Secolo D’Italia, racconta  che la sera precedente alla strage, si trovava  nei pressi di Trapani, per un convegno del Msi, con ospite il segretario Giorgio Almirante. Il professore Davare scrisse della strage, ma il direttore del Secolo D’Italia gli proibì di parlare del possibile movente, da lui ipotizzato alla luce dei fatti. Sul gruppo Facebook Giustizia per Apuzzo e Falcetta, Stefano Santoro ha approfondito questa ipotesi e scrive “L’assalto alla casermetta a quattro ore dal passaggio di Almirante, in un arco di 365 giorni, e sotto una pioggia torrenziale, fu solo una casualità ? No a mio parere. Gli ingredienti per un sequestro ci sono tutti. Covo pronto a Partinico, divise, (non quelle in grande uniforme lasciate invece a terra nella casermetta) armi, cibo, (preso dalla casermetta) indumenti intimi, soldi, passamontagna, materasso, lenzuola, guanciale, soldi di altri sequestri, stralci di giornali relativi ai sequestri Corleo e Campisi e ancora, cavi di telefono  e ruote tagliate dell’auto di Falcetta, per isolarli e  avere un vantaggio di tempo, al loro risveglio prima che potessero avvisare i colleghi (Vesco scrisse nelle lettere che non era prevista la loro esecuzione,  evidentemente perché dovevano essere sedati), e ancora, la scorta di Almirante non comunicò al segretario del Msi della tragedia, ed infine, la parola fine ai sequestri, in provincia di Trapani ,dopo l’episodio di Alcamo Marina, come se qualcosa si ruppe. Insomma, cosa altro serve, per dimostrare che ci fu un tentativo di sequestro di Almirante.

La domanda è: chi fu il mandante e a quale scopo?” Il professore  Davare, sostiene nell’intervista che il direttore del Secolo D’Italia declinò il tentativo di scrivere sul possibile sequestro di Almirante, per evitare uno scontro sociale. Dopo 43 anni è difficile smascherare la verità, ma intanto alla vicenda si è aggiunto un altro enigma. La sorella di Giuseppe Vesco, il giovane trovato impiccato all’interno del carcere, sostiene di avere visto suo fratello nel corso principale di Alcamo, ma aggiunge altri particolari. Racconta, in esclusiva ai microfoni di Stefano Santoro, che al momento del riconoscimento del cadavere,  suo fratello non aveva segni di impiccagione al collo , che il corpo del fratello giaceva su una normale barella, che non fu permesso ai familiari di avvicinarsi per un ultimo abbraccio e che, al  padre e allo zio del giovane, non gli fu autorizzato di assistere alla saldatura della bara. La sorella ha presentato regolare denuncia al commissariato di Alcamo, ha fatto richiesta per l’apertura della bara, ha appeso per le vie di Alcamo, la foto di suo fratello, per denunciarne l’esistenza in vita, ma non ha ancora ricevuto nessuna risposta. Una persona in cerca di verità e giustizia.

La strage di Alcamo Marina.

Premessa. Vi sto raccontando in queste pagine le storie che hanno riempito di mistero la nostra storia recente. Alcune di queste sono conosciutissime, come quella relativa ad Ilaria Alpi, allo scandalo Lockheed, l’incendio della Moby Prince e così via. Altre invece sono poco conosciute, spesso del tutto sconosciute al grande pubblico, perfino a quello nella cui zona le vicende si sono verificate. Un esempio è l’abbattimento dell’elicottero della Guardia di Finanza Volpe 132 e un altro esempio è il fatto di cui vi voglio parlare adesso. É conosciuto come la strage di Alcamo Marina. Ci sono stati due morti, due carabinieri, ma il caso è estremamente intricato e quindi vi consiglio di seguire tutta la puntata con attenzione. In ogni caso potrete riascoltarla con calma visitando il mio sito noncicredo.org, dove trovate tutte le puntate trasmesse negli ultimi anni da questa emittente. E adesso possiamo cominciare. Alcamo è un paese a metà strada tra Trapani e Palermo. Si affaccia sul mar Tirreno. Oggi parleremo di un fatto avvenuto il 27 gennaio 1976 nella frazione Alcamo Marina, località balneare grazie ad una bella spiaggia sabbiosa sul golfo di Castellamare, quella in provincia di Trapani. Nella caserma dell’arma, la Alkamar, quella notte stanno dormendo due militari, l’appuntato Salvatore Falcetta di Castelvetrano (TP) e un ragazzo di 19 anni, il carabiniere Carmine Apuzzo, di Castellamare di Stabia (NA). É una notte di temporale con tuoni e molta pioggia. Del resto siamo in pieno inverno e la località balneare è praticamente deserta di turisti. Verso le 7 della mattina del 27 gennaio, la scorta di Giorgio Almirante, che passava di là, si accorge che qualcosa non va nella caserma. Il portoncino è stato scassinato, usando la fiamma ossidrica. Fanno intervenire i carabinieri di Alcamo, i quali, entrando, si trovano di fronte ad una scena raccapricciante. Carmine è steso nella sua branda crivellato di colpi: non si è neppure accorto di quello che stava accadendo. Salvatore invece i rumori li sente, cerca di prendere la sua pistola, ma non fa in tempo: viene assassinato come il suo collega. Dalla caserma sono sparite pistole, divise e altri oggetti. Perché dedicare un articolo ad un fatto che con ogni probabilità nessuno ricorda, forse nemmeno conosce se non chi è rimasto coinvolto direttamente: i familiari delle vittime, quelle uccise e quelle ritenute colpevoli? In fondo – si potrà dire - si tratta di due morti che non hanno nomi importanti e quindi passano inosservati nell’insieme delle storie che vi sto raccontando. Ma questa vicenda è allucinante per le conseguenze che ha avuto e per il fatto che, ancora oggi a così tanti anni di distanza nessuno sa chi sia stato né il motivo di questo eccidio. Certo, si sono fatte ipotesi e qualche racconto è emerso ed è proprio di questo che voglio parlare questa sera, perché qualche colpevole è stato riconosciuti e sbattuto in galera con sentenze durissime. Peccato che quelle persone fossero innocenti.

I fatti. Cominciamo con il racconto formale dei fatti, quello che scrive Wikipedia, una fonte semplice, ma che può essere controllata dai diretti interessati. Poi entreremo nelle pieghe della storia e cercheremo di capire meglio. Prima di cominciare è bene ricordare in che clima vive il paese in quel periodo a metà anni ’70. Sono anni difficili, anche e soprattutto in Sicilia: il pericolo terrorismo, le brigate rosse, la mafia, i servizi segreti “deviati” presenti in provincia. E poi d’inverno non c’è nessuno su quelle spiagge del Golfo di Castellammare proprio dove si trova la casermetta di Alkamar: un luogo ideale per interi sbarchi di sigarette di contrabbando, di droga e forse anche di armi. Il primo sospetto cade sulle Brigate Rosse, anche se, a dire il vero, c’è una rivendicazione di un gruppo mai sentito prima. Poche ore dopo l’eccidio, infatti, il Nucleo Sicilia Armata, diffonde questo messaggio telefonico con una voce priva di inflessioni al centralinista de La Sicilia. “La giustizia della classe lavoratrice ha fatto sentire la sua presenza con la condanna eseguita alle 1.55 ad Alcamo Marina. Il popolo e i lavoratori faranno ancora giustizia di tutti servi, carabinieri in testa, che difendono lo stato borghese. Il bottone perso da uno dei componenti del nostro commando armato che ha operato ad Alcamo Marina è una traccia inutile perché l’abbiamo preso da una giacca tempo addietro a Orbetello. Carabinieri e polizia fanno meglio a difendersi e a dedicare le loro energie ad altro.  Fanno meglio a difendersi assieme ai loro padroni fascisti e americani. Sentirete ancora molto presto parlare di noi. Possiamo agire ad Alcamo, a Roma, ovunque”. Di questo fantomatico gruppo, di evidente matrice rossa, nessuno sentirà mai più parlare, segno che il messaggio aveva una funzione di depistaggio. Ma è altrettanto certo agli inquirenti che chi telefonava era stato sulla scena del crimine o, quanto meno, ne era molto ben informato. Del resto in quegli anni ad Alcamo erano stati ammazzati due altri personaggi pubblici: l’assessore ai lavori pubblici di Alcamo Francesco Paolo Guarrasi (ex sindaco DC) viene ucciso nel maggio del 1975 con 4 colpi di pistola, mentre scende dalla sua auto proprio sotto casa. La pistola che lo uccide è la stessa calibro 38 che soltanto un mese prima aveva ucciso ad Alcamo il consigliere comunale Antonio Piscitello. E poi di spari contro i carabinieri in piena notte ce n’erano già stati, ma senza provocare feriti. Anche in quell’occasione il responsabile non era stato trovato. Passano solo tre giorni quando, il 30 gennaio, le Brigate Rosse emettono un comunicato, negando con fermezza di aver partecipato ai due assassinii. Nonostante questo la pista che viene seguita è sempre quella del terrorismo rosso. Le indagini sono guidate da Giuseppe Russo, allora capitano del nucleo operativo di Palermo, braccio destro del generale Dalla Chiesa. Mentre si cerca tra i vari gruppi e gruppuscoli dell’estremismo di sinistra, ecco il colpo di scena.

Il colpevole? Qualche settimana più tardi, è il 13 febbraio, ad un posto di blocco viene fermato Giuseppe Vesco, di Alcamo su una fiat 127 verde. É un tipo stravagante, tanto che in paese lo chiamano “Giuseppe il pazzo”. La targa della sua automobile è falsa. Gli manca la mano sinistra, amputata dopo che, un paio di anni prima, aveva fatto brillare un ordigno esplosivo forse trovato in un prato. Lo perquisiscono: ha addosso una pistola calibro 7,65, dello stesso tipo di quella usata per l’eccidio dei due carabinieri. Poi, salta fuori un’altra pistola: una Beretta in dotazione ai carabinieri. La conclusione è quasi immediata: è una delle armi rubate dalla casermetta: Il colpevole è stato trovato. Giuseppe, o Pino, come molti lo chiamano, si chiude in un silenzio ostinato, rotto solo da frasi del tipo: “Mi considero un prigioniero di guerra”, giocando il ruolo del terrorista come quelli veri delle Brigate Rosse. Si dichiara colpevole, ma al processo ritratta. I giornali dell’epoca non danno risalto a questo cambiamento di strategia. Cosa è accaduto tra l’arresto e il processo? Abbiamo la possibilità di usare due fonti. La prima è l’insieme di lettere che Pino scrive dal carcere, anche se a volte non si conosce l’identità dei destinatari. la seconda è la deposizione di un ex carabiniere, che aveva partecipato all’interrogatorio dopo il quale Vesco aveva confessato tutto. Cominceremo ad esaminare la prima fonte. Trovare quelle lettere non è facile. Un paio di esse vengono pubblicate nel 1978 dalle riviste “Controinformazione” e “Anarchismo” e vengono poi raccolte da un’associazione, alla quale si rivolge Roberto Scurto, giornalista che tiene un blog chiamato “Liberi di informare”. Ho già detto all’inizio che seguiamo la vicenda con le informazioni che sono state pubblicate. In ogni caso si tratta di una storia scottante, a volte cruda e pesante, in cui intervengono sevizie e torture e altre questioni poco chiare. Il racconto del carabiniere, avvenuto nel 2007, a 32 anni dai fatti, coincida in larga misura con il contenuto delle lettere non fa che confermarne la veridicità.

Dunque cominciamo. Nella prima lettera Pino assume l’atteggiamento di un guerrigliero che fa della lotta di classe a difesa del proletariato la sua bandiera. Inneggia alla lotta armata ed è chiaro che l’eccidio di Alcamo in questa lotta armata ci starebbe benissimo. Dunque è giustificato che gli inquirenti seguano la pista del terrorismo rosso. Ma il ragazzo ha anche a preoccupazione che vogliano farlo passare per pazzo e rinchiudere in un manicomio, per poi eliminarlo fisicamente. Quello dell’eliminazione è un chiodo fisso come vedremo tra poco. La parte più dura degli scritti di Giuseppe è quella in cui descrive la tortura subita perché si decida a far sapere dove si trova il materiale rubato nella casermetta e a dire i nomi dei suoi complici. La descrizione è di una lucidità estrema, descrivendo non solo il male subito, ma anche gli stati d’animo che mano a mano egli ha attraversato. Immobilizzato su due casse gli viene versato con un imbuto in gola un liquido che lui, perito chimico, stabilisce essere acqua con molto sale, olio di ricino e terra. L’effetto è quello del soffocamento. Resiste un po’ ma poi deve cedere. Tra l’altro non è uno con un fisico bestiale e non ci vuole molto perché quella tortura produca i suoi effetti. Così i carabinieri riescono a trovare quello che cercano: pistole, divise e quant’altro. Poi ritornano e adesso vogliono i nomi dei complici. La tortura riprende e Pino a quel punto fa dei nomi a caso, coinvolgendo quattro amici con i quali è solito passare parte del suo tempo libero. Dalle lettere non si capisce bene se Giuseppe sia coinvolto o meno negli omicidi. Da un lato c’è tuttavia il ritrovamento della refurtiva, dall’altro il fatto che lui continui a dichiarare di non aver avuto niente a che fare con quel fattaccio. Già al processo Giuseppe Vesco dichiarerà che tutte le confessioni gli sono state estorte con la tortura, il che, per la legge, rende inutile qualsiasi deposizione. I nomi coinvolti da Pino sono: Giovanni Mandalà, fabbricante di fuochi di artificio: Vincenzo Ferrantelli, Getano Santangelo, Giuseppe Gullotta. Quattro amici, un paio ancora minorenni che di politica e di lotta armata non sanno proprio nulla. Eppure anche loro confessano. Poi al processo diranno che le loro deposizioni sano il risultato di torture pesanti subite durante gli interrogatori. Si va verso il processo, ma Pino Vesco non fa in tempo a raccontare la sua storia. Lo trovano impiccato nella sua cella. “Suicidio” sentenziano gli inquirenti, ma come abbia fatto a fare il nodo scorsoio con una sola mano resta davvero un grande mistero. Proprio di questo scriveva alla madre: il timore di essere suicidato. La prima sentenza è di assoluzione. Nell’attesa dell’appello, i due minorenni, Ferrantelli e Santangelo fuggono in Brasile, chiedono e ottengono asilo politico. L’appello darà sentenze durissime: ergastolo per i due rimasti in Italia, 20 anni per gli altri. Nel 1995 Santangelo tornerà in patria a disposizione della magistratura, mentre l’altro rimarrà latitante. Mandalà muore in carcere nel 1998 di malattia, mentre Gullotta sconta l’ergastolo, finché …

Io c'ero...Prima di continuare con la storia, passiamo alla seconda fonte, l’ex brigadiere Giuseppe Olindo, che nel 2008 si presenta ai magistrati per fare le dichiarazioni che tra poco ascolteremo. Quelle che ascolteremo di seguito sono le voci tratte da un documento filmato che è facilmente reperibile in rete. Si tratta, tra l’altro anche di alcune deposizioni durante il processo per la revisione della posizione dei condannati, oltre che di interviste e filmati su altri temi che toccheremo. Derivano anche da trasmissioni radiofoniche e televisive, come ad esempio Blu Notte e La storia siamo noi. Ringrazio gli autori di questi documenti che sono fondamentali se non altro per dubitare di quello che viene passato per verità e ci induce ad indagare ancora per cercare di capire, anche se spesso purtroppo non ne siamo oggettivamente capaci. Dunque nel 2008 l’ex brigadiere dei Carabinieri Giuseppe Olindo si presenta alla magistratura e racconta quanto segue.

Insomma in quella caserma vengono inflitte tremende torture e vengono condannati all’ergastolo degli innocenti; la vita di quattro ragazzi, privati della libertà e condannati ad atroci sofferenze, è rovinata per sempre. Perché i carabinieri usano tanta violenza e tanta ingiustizia? Da chi hanno l’ordine di procedere in quel modo? Perché la squadra antiterrorismo ha così fretta di chiudere il caso?

Lo stesso Olino riferisce che quando arrivano ad Alcamo, non hanno alcuna idea di come muoversi, non hanno una pista da seguire. Ma ad essi viene imposto di indagare nei gruppi dell’estrema sinistra e solo in quelli. Lo stesso Peppino Impastato si interessa della vicenda e raccoglie documentazioni importanti, ma di questo parleremo tra poco. Adesso ascoltiamo di nuovo Olindo.

Peppino Impastato. In effetti Peppino Impastato si occupava in quel periodo delle molte illegalità che avvenivano in Sicilia e quell’omicidio non era certo cosa da poco. Fa uscire un volantino molto duro nel quale sostiene che i carabinieri stavano cercando di depistare l’azione investigativa e che a lui sembrava strano questo accanirsi contro le organizzazioni di sinistra, non prendendo neppure lontanamente in considerazione un’origine mafiosa della strage.

Che i depistaggi di cui Peppino parla ci siano stati è abbastanza evidente. I carabinieri che conducono le indagini vengono dal nucleo anti-crimine di Napoli. Li comanda il capitano Gustavo Pignero, che diventerà generale e dirigerà una sezione dei Servizi segreti militari (il SISMI). Quando il caso viene riaperto, i carabinieri che avevano partecipato alle torture e che facevano capo al colonnello Giuseppe Russo, finiti tutti sotto inchiesta, sono ormai ottantenni e si avvalgono della facoltà di non rispondere. Resta in piedi la domanda senza risposta: chi ha guidato i depistaggi e per quale motivo? Cosa è successo realmente quella notte di gennaio ad Alcamo?

I dubbi e le nuove inchieste. Le ipotesi sono diverse, alcune coinvolgono direttamente lo stato, altre la mafia, altre ancora dei contrabbandieri di armi o di altra merce. Ma quello che emerge è che in tutta la storia ci sono tante, troppe cose che non tornano o che sono, quanto meno, molto, ma davvero molto strane. In effetti c’è il suicidio di Pino Vesco che suona di falso lontano un miglio. C’è il ritrovamento dei corpi che fa storcere in naso. Come è possibile che le guardie del corpo di Almirante passino per caso la mattina seguente l’eccidio e si fermino in una stradina di nessun conto, vedano il portoncino divelto e scoprano i cadaveri? Come mai il tribunale condanna senza mezzi termini quattro balordi che non hanno precedenti di un delitto così atroce e, a ben vedere, effettuato con estrema efferatezza e, passatemi l’espressione, mestiere. Eh già, Gullotta, dopo aver passato 21 anni in carcere, viene riconosciuto innocente, viene liberato e il fatto di aver passato gran parte della vita dietro le sbarre viene compensato con 6 milioni e mezzo di euro. Credo non sia difficile immaginare quanto poco quel denaro abbia alleviato le sofferenze di un uomo che non aveva fatto niente e si è trovato privato del bene più prezioso che abbiamo, la propria libertà. E questa assoluzione si porta dietro altre conseguenze importanti. Prima di entrare nel merito mi sento di fare una considerazione. É curioso che serva un riesame di questa portata per capire che le conclusioni su molti delitti, dei quali la storia del nostro paese è piena, sono state falsate. La gente lo sa, ma servono sempre prove e documentazioni per poter procedere e soprattutto ci volgliono decenni per venirne a capo, le rare volte in cui questo succede. Ecco dunque che la sentenza Gullotta spinge il sostituto procuratore Antonino Ingroia, che lavora nella procura di Trapani, a riaprire due inchieste: quella sulla strage di Alcamo Marina e quella su Peppino Impastato, ucciso il 9 maggio 1978. E, di conseguenza, salta fuori anche una terza inchiesta, quella sul suicidio di Pino Vesco. Secondo la procura tutto quello che è avvenuto è stato fatto con il preciso scopo di evitare che le indagini arrivassero a svelare l’esistenza e soprattutto le opere (certo non benemerite) di un esercito segreto, la struttura segreta Gladio. Certo, Peppino è stato ucciso dalla mafia, dal clan Badalamenti. Per questo il processo ha condannato Tano Badalamenti all’ergastolo e il suo vice, Vito Palazzolo, a 30 anni. É il 2002 e Tano muore due anni più tardi. Il corpo di Peppino viene ritrovato lo stesso giorno in cui le BR (o chi per loro) riconsegnano quello di Aldo Moro. La sentenza è immediata. Per i carabinieri si tratta di suicidio o quanto meno di un incidente mentre il giovane sta mettendo dell’esplosivo sui binari. Un’ipotesi assurda per chiunque conosca Peppino. Lui è un militante di Democrazia Proletaria e soprattutto è responsabile di una radio di denuncia contro la mafia, la radio Aut. Quello che qui interessa è che, in quell’occasione, viene eseguita una nuova perquisizione nella casa di Impastato. Si trova un dossier, con scritto sulla copertina “Giuseppe Vesco”. Questa notizia è certa, perché il ritrovamento dell’incartamento compare nel rapporto redatto dai carabinieri. Ma del dossier o di notizie sul suo contenuto non c’è alcuna traccia, da nessuna parte. Il materiale è semplicemente sparito. E torniamo ancora e sempre alle stesse domande su chi è stato e perché. Sappiamo che sono domande che restano senza risposta. Nel caso appena esaminato è anche evidente come la mafia abbia partecipato direttamente alla strategia. Carabinieri, Servizi segreti, mafia, probabilmente Gladio … ecco la strada indicata da Peppino. I due carabinieri, secondo la sua ipotesi, avevano fermato quella sera un carico di armi che la mafia doveva consegnare a Gladio o viceversa. Per questo vengono fatti fuori e poi viene inscenata tutta la faccenda della casermetta ad Alcamo Marina. E c’è anche la scorta di Almirante che, per caso, passa per una stradina di nessun conto, sperduta nel nulla e scopre il portoncino divelto e tutto il resto … ma dai!

Gladio ... che roba è? Ho accennato a Gladio. Di cosa si tratta? Quando è nato? Come è organizzato e, soprattutto, a cosa serve? Di questo parleremo dopo una breve pausa. A partire dall’esplosione di una bomba nella banca dell’agricoltura in piazza Fontana a Milano nel 1969 si susseguono una serie di attentati che spesso non hanno alcuna ragione, come quello in Belgio dove un commando perfettamente addestrato fa una strage di clienti sparando senza alcuna remora anche sui bambini. Non esiste ancora una matrice di terrorismo pseudo-religioso come ai giorni nostri e non si era mai visto prima un bandito uccidere senza pensarci su dei bambini. Gli occhi degli inquirenti, di quelli che riescono a capirci qualcosa, puntano su un’organizzazione militare segreta, che ha sedi in tutta Europa e negli Stati Uniti e ci chiama “Stay behind”, che significa sostanzialmente di rimanere dietro, ma dietro a che cosa? Dopo la seconda guerra mondiale il mondo si spacca in due: da una parte l’Occidente, guidato (il verbo è un eufemismo) dagli Stati Uniti e dall’altro il blocco orientale socialista guidato (anche questo è un eufemismo) dall’Unione Sovietica. Le due superpotenze si fronteggiano in ogni settore della vita pubblica e si armano come se stesse per cominciare una nuova guerra, la terza guerra mondiale, di cui in quel periodo si parla continuamente con grande terrore. Noi italiani viviamo nel blocco occidentale e, anzi, siamo un paese di confine e per questo da tutelare in modo particolare contro il pericolo più grande: l’invasione delle truppe comuniste che arriveranno per mangiare i nostri bambini e fare delle nostre chiese stalle per i cavalli dei cosacchi. Detta così è certamente sarcastica, ma il fatto è che l’esercito sovietico è probabilmente il più potente in quel momento e quindi arrestarne una eventuale avanzata sarà impossibile. Ecco allora l’idea. Creare dei gruppi di specialisti che operino dietro le linee nemiche (di qui il nome Stay behind = stare dietro) e servano da appoggio per azioni da parte delle forze alleate inglesi o americane che arriveranno a salvarci come nei film americani sui cowboy. L'organizzazione di questo esercito è della NATO, l’alleanza atlantica. Ci sono mezzi enormi messi adisposizione sia come addestramento (che avviene a Sud di Londra) che come mezzi in ogni senso: trasporto, armi, e qualsiasi altra cosa. Le formazioni assumono nomi diversi a seconda della nazione. In Italia Stay Behind si chiama Gladio. É chiaro che qualcuno degli ascoltatori a questo punto si chiederà cosa diavolo c’entri Gladio con Alcamo Marina, gli eserciti segreti con i due carabinieri ammazzati nella casermetta siciliana. Arriveremo a rispondere anche a questa domanda: ci vuole solo un po’ di pazienza. Ci sono sicuramente indizi che lasciano pensare che non sia poi così assurdo pensare ad un coinvolgimento di Gladio. I depistaggi e le modalità con cui i carabinieri eseguono le indagini non sono quelle solite dell’arma. E poi, negli anni ’90, viene scoperto ad Alcamo un nascondiglio di armi dentro un seminterrato di una villa. Lo custodiscono due carabinieri. Siano in Sicilia, si può pensare ad un covo della mafia, ma il deposito è davvero molto particolare. La quantità di armi presenti è impressionante e anche la loro tipologia lascia perplessi gli inquirenti. Non solo: c’è anche il materiale e gli strumenti per fabbricare proiettili di vario genere. La procura si affida ad un consulente esterno, il quale certifica che la possibilità della costruzione di munizioni da guerra è la stessa che potrebbe rifornire la polizia di un intero piccolo stato. I due guardiani, Vincenzo La Colla e Fabio Bertotto, si giustificano con la loro passione per le armi e per esercitarsi al tiro, giustificazione del tutto improbabile visto il tipo di arsenale. Tra l’altro il Bertotto faceva parte (anche mentre si occupava dell’arsenale) dei Servizi segreti, come responsabile della sicurezza delle ambasciate estere. Le armi sequestrate sono 422, tra cui un centinaio di armi da guerra, mitra statunitensi, armi degli eserciti dell’Est europeo, duecento pezzi da assemblare, perfino una munizione per contraerea. É piuttosto ingenuo pensare a semplici collezionisti. L’indagine deve adesso scoprire a quale rete tutto questo fa riferimento. In quel periodo è procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia. Anche lui indaga su questi fatti ed esclude categoricamente che quell’arsenale sia in qualche modo legato alla mafia. Quelli della mafia – dice Ingroia – non solo sono molto diversi come tipologia di armi, ma vengono protetti da profili completamente diversi di guardiani. Insomma c’è dell’altro, ci sono organizzazioni nascoste, come si evidenzierà con l’omicidio Rostagno, di cui parleremo tra poco. Che poi ci siano interazioni tra queste organizzazioni e la mafia è molto probabile ma che sia la mafia ad agire ad Alcamo è, per Ingroia, del tutto fuori discussione.

Mauro Rostagno, Li Causi, la Somalia, le armi e ancora Gladio. E adesso entra in scena un nuovo personaggio, morto ammazzato nel 1993 in Somalia in un agguato per motivi mai accertati. Si chiama Vincenzo Li Causi, trapanese di nascita, militare di carriera e appartenente ai servizi segreti militari. É un nome importante: partecipa alla liberazione del generale Dozier, sequestrato dalla BR a Padova; viene inviato in molte missioni che richiedono abilità e competenza. Insomma è uno che conta. Dal 1987 al 1990 è a capo del Centro Scorpione, una sezione di Gladio a Trapani. Dal 1991 viene mandato più volte in Somalia. In una di queste missioni viene ammazzato nel novembre 1993. La cosa più strana è che il giorno dopo è atteso a Roma per testimoniare su Gladio e sui traffici di armi e rifiuti tossici e radioattivi provenienti da mezzo mondo e di cui abbiamo parlato a lungo nelle puntate di Noncicredo. Tutto questo pochi mesi dopo la scoperta dell’arsenale vicino ad Alcamo. Il nome di Li Causi emerge un anno più tardi quando si indaga sull’uccisione di Ilaria Alpi, di cui egli sarebbe stato un informatore che ben conosceva i traffici sui quali la giornalista romana stava conducendo da anni la sua inchiesta. Un ex appartenente a Gladio, protetto dall’anonimato ci dice quanto segue. La sua voce è contraffatta. I compiti di Gladio in Sicilia non sono tuttora molto chiari. Probabilmente fungeva da collegamento con la Gladio all’estero, che operava nei Balcani, nel Nord Africa e nel Corno d’Africa. C’è anche la questione del traffico di armi che avviene nell’aeroporto militare di Chinisia, località a Sud di Trapani. Qui si trova il giornalista torinese Mauro Rostagno, uno dei fondatori di Lotta Continua, che in Sicilia vive e lotta contro la mafia nell’ultima parte della sua breve vita. Trasmette servizi importanti contro il potere di Cosa Nostra dall’emittente Radio Tele Cine. Uno di questi lo realizza proprio a Chinisia, quando atterra un aereo militare che viene subito circondato da camion militari e molti uomini in mimetica. Torna rapidamente in studio per montare il servizio che quella sera dovrà fare un botto. In effetti quell’aereo trasportava armi da consegnare evidentemente non tanto alla mafia quanto ad una organizzazione militare. Quelle immagini spariranno la sera del 26 settembre 1988, giorno in cui Mauro Rostagno viene ammazzato nella sua auto. Chi è stato? La pista seguita è quella della mafia. Ma i dubbi sono enormi, soprattutto a causa dei modi di procedere con le indagini e degli evidenti depistaggi che avvengono. Questa è un’altra storia che si intreccia con quelle fin qui raccontate. Molte indagini sono state fatte e molte ipotesi sono state avanzate sulla morte di Mauro: la mafia, Gladio, i servizi, la massoneria deviata. Restiamo semplicemente agli atti più recenti, che dicono che, nel maggio 2014, la Corte d'Assise di Trapani condanna in primo grado all'ergastolo i boss trapanesi Vincenzo Virga e Vito Mazzara. I legami tra mafia e Gladio vengono rivelati in diverse indagini, di recente è saltato fuori che l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, avrebbe potuto far parte della struttura segreta. Lo ha detto il figlio Massimo durante le rivelazioni sulla trattativa tra Mafia e Stato. Giovanni Falcone, mentre sta seguendo piste in merito all’uccisione di Pio La Torre da parte della mafia nel 1982, crede che sia importante confrontarsi con i colleghi romani, che stanno indagando su Gladio, ma si trova davanti un muro posto dal Procuratore Capo. Non si può e non si sa perché.

I pentiti di mafia. Sull’eccidio della casermetta nel tempo ci sono altre voci che intervengono. Quella, ad esempio, di Giuseppe Ferro, un pentito della famiglia di Alcamo, che conferma che la strage non fu certo eseguita dai ragazzotti accusati e incarcerati. Nella sua testimonianza si legge: “Li ho conosciuti in carcere quei ragazzi arrestati. Erano solamente delle vittime, pensavamo che era una cosa dei carabinieri, che fosse qualcosa di qualche servizio segreto.” C’è poi Vincenzo Calcara, altro pentito di mafia di Castelvetrano, il quale racconta di essere stato compagno di cella di Pino Vesco. Quando arriva l’ordine da parte di Antonio Messina, boss di Campobello di Mazara del Vallo, di lasciare da solo il ragazzo senza una mano. “Fu ucciso da un mafioso con la complicità di due guardie carcerarie” dichiara il pentito. É lo stesso Messina a spiegare la situazione a Calcara. Vesco deve morire perché è stato uno strumento e deve sparire. I due carabinieri sono stati ammazzati perché hanno visto cose che non dovevano vedere e è stato impedito loro di fare cose che potevano danneggiare non personaggi di cosa nostra ma anche collegati ad essa. É dunque questa la pista: una connivenza tra mafia e Gladio (o comunque organizzazioni segrete all’interno dello stato) che nel trapanese si sono sempre incrociate e frequentate in un anomalo scambio di favori. Ma l’invasione sovietica, come ben sappiamo, non c’è mai stata e quindi negli anni l’organizzazione Gladio viene utilizzata per scopi diversi. Tra questi un piano elaborato dalla CIA, l’intelligence statunitense, chiamato Demagnetize (Smagnetizzare). Il suo scopo è quello di togliere ossigeno e depotenziare il Partito Comunista Italiano, che negli anni ’70 comincia ad assumere l’importanza di un partito di governo. Questo coinvolge diversi movimenti di estrema destra, che diventano attivi nella strategia della tensione con numerosi attentati in tutta Italia. Abbiamo ricordato quello di Gorizia, per fare un esempio. Ci sono stati anche tentativi di golpe, a dire il vero piuttosto velleitari, in uno dei quali interviene anche una delle famiglie mafiose di Alcamo, la famiglia Rimi. É il 1970 e il fallito attentato alle istituzioni italiane è quello di Junio Valerio Borghese, ex fascista, ex presidente del Movimento Sociale, frequentatore di Pinochet e del suo capo della polizia segreta … insomma un personaggino tutto pepe. Dopo la guerra viene condannato a due ergastoli, ma l’intervento dei servizi segreti americani fa sì che quella condanna si riduca a 12 anni, di cui nove condonati. Sfruttando l’amnistia voluta da Palmiro Togliatti viene rilasciato immediatamente. Muore nel 1974 in circostanze abbastanza strane in Spagna, dove si è rifugiato. Nella provincia di Trapani le organizzazioni segrete sono ben radicate in quel periodo. In un ambiente in cui conta molto più la mafia dello stato, le attività sommerse sono all’ordine del giorno e può quindi accadere che due carabinieri in servizio si imbattano in un trasporto strano, in qualcosa di più grande di loro. La presenza di Gladio nel trapanese viene certificata ufficialmente solo nel 1990, ma i vertici dell’organizzazione continueranno a ribadire la propria estraneità ai fatti di Alcamo Marina, e a tutte le nefandezze che la popolazione ha dovuto subire in quegli anni. Di questo parla Paolo Inzerilli, responsabile di Gladio dal 1974 al 1986. Un altro personaggio, al quale ha accennato il giudice Casson nel suo primo intervento ha avuto una storia notevole. Si tratta di Vincenzo Vinciguerra, condannato all’ergastolo per la strage di Peteano, quella in cui sono rimasti uccisi tre carabinieri e feriti altri due. Vinciguerra non si è mai tirato indietro, considerandosi un “soldato politico”, facendo rivelazioni e non chiedendo mai uno sconto di pena, anzi volendo rimanere in carcere per tutta la sua durata, ritenendolo un mezzo di protesta. Durante il processo, che vedeva come giudica Felice Casson, lo scontro è durissimo. Il giudice cerca in ogni modo di dimostrare che l’esplosivo usato nell’attentato proviene da un deposito di armi di Gladio, trovato vicino a Verona. Si tratta di C-4, il più potente esplosivo disponibile all’epoca, in dotazione alla NATO. Nel 1984, a domanda dei giudici sulla strage alla stazione di Bologna, Vinciguerra dice: « Con la strage di Peteano, e con tutte quelle che sono seguite, la conoscenza dei fatti potrebbe far risultare chiaro che esisteva una reale viva struttura, segreta, con le capacità di dare una direzione agli scandali... menzogne dentro gli stessi stati... esisteva in Italia una struttura parallela alle forze armate, composta da civili e militari, con una funzione anti-comunista che era organizzare una resistenza sul suolo italiano contro l'esercito russo ... una organizzazione segreta, una sovra-organizzazione con una rete di comunicazioni, armi ed esplosivi, ed uomini addestrati all'utilizzo delle stesse ... una sovra-organizzazione, la quale mancando una invasione militare sovietica, assunse il compito, per conto della NATO, di prevenire una deriva a sinistra della nazione. Questo hanno fatto, con l'assistenza di ufficiali dei servizi segreti e di forze politiche e militari.» Una posizione personale, ma molto chiara, come quella che esprime a parole. Ma Gladio è stato davvero il demonio responsabile di ogni nefandezza che nel paese si veniva compiendo? Adesso ascoltiamo due testimonianza. La prima, brevissima, è di Francesco Gironda, capo della rete Gladio di Milano, mentre la seconda è ancora di Felice Casson, magistrato chioggiotto e più tardi politico dell’Ulivo e poi del Partito Democratico. Ascoltiamoli, poi chiuderemo il nostro racconto.

Conclusioni. Siamo partiti da un fatto particolare, quello dell’uccisione di due carabinieri nella casermetta di Alcamo Marina e siamo finiti a parlare di strategia della tensione, di attentati come quello di Bologna che apparentemente non hanno nulla a che fare con l’inizio della nostra storia. Questo dimostra quello che in questi mesi ho sempre cercato di sottolineare e cioè che le storie sono tutte legate tra loro, perché è periodo in cui esiste una strategia ben precisa che coinvolge lo stato e le sue istituzioni, per mantenere il potere e fare profitti. Oggi Gullotta è un uomo libero e ricco, libero perché non ha commesso quel reato infamante, così come i suoi amici, quelli sopravvissuti per lo meno. Ma non è libero dagli incubi che nessuno di noi credo possa neppure immaginare di aver passato un terzo della sua vita rinchiuso in un carcere dove non doveva stare. Rinchiuso mentre altre persone e non una sola sapevano perfettamente che era innocente. Prima di chiudere un’ultima osservazione su Gladio. Nell’estate del 2014 viene proposta una legge intitolata: “Riconoscimento del servizio volontario civile prestato nell’organizzazione nordatlantica Stay Behind”. La firma Luca Squeri di Forza Italia. In essa si sostiene che i volontari che hanno prestato servizio all’interno di Gladio devono essere trattati come i partigiani e quindi meritano una legittimazione per aver difeso la patria dal nemico. Nessun riconoscimento in denaro, si intende, un riconoscimento sotto il profilo politico e anche militare. Quindi nessun legame con le trame nere, con brandelli impazziti dell’eversione di stato. Sotto sotto la proposta porterebbe dritto al finanziamento pubblico dell’associazione. Il fatto che, una volta capito che il patto di Varsavia non aveva intenzioni di invadere l’Occidente, questa organizzazione si sia mossa in segreto, sfruttando le risorse dei servizi segreti semplicemente per impedire l’accesso al governo del Partito Comunista Italiano è un fatto riconosciuto anche da due dei politici più dentro le questioni delle segrete stanze, come Andreotti e Cossiga.  Del resto quella di Squeri non è la prima volta di una simile richiesta strampalata. La prima in assoluto è del 2004 e porta la firma, guarda caso, di Cossiga. Iniziativa seguita, pochi mesi dopo alla Camera, da un testo identico presentato dal forzista Paolo Ricciotti. Ma Cossiga torna alla carica ancora altre volte: nel 2006, nel 2007, nel 2008 e nel 2009. Sempre nel 2009 un testo identico viene presentato a Montecitorio da Renato Farina, quello famoso per aver partecipato coi servizi segreti alla diffusione di notizie false contro Romano Prodi. Condannato per vari reati e radiato dall’ordine dei giornalisti, oggi collabora con Il Giornale e sarebbe difficile pensare il contrario. Insomma per la destra istituzionale (Forza Italia, PDL e tutte le altre sigle berlusconiane) Gladio è una organizzazione di eroi positivi, che hanno cercato di fare il bene del nostro paese. Non mi sembra il caso di aggiungere alcun commento. Termino qui. É stato un articolo forse più faticoso del solito, che ha cercato di raccontare una storia poco conosciuta in cui, ancora una volta, si mescolano affari loschi, mafia e reparti deviati della repubblica, ma, in questo caso, ben conosciuti e sostenuti dallo stato. Alcamo Marina in fondo non è stata nulla come tributo di sangue rispetto a molte altre tragedie di cui vi ho raccontato: penso alle bombe della strategia della tensione: piazza Fontana, Brescia, l’Italicus, Bologna o alle tragedie di cui sappiamo poco o nulla perché occorre che non si sappia chi andava coperto, come nel caso dell’elicottero Volpe 132, della Moby Prince, di Ustica. Purtroppo si potrebbe continuare l’elenco. Purtroppo ...

Strage alla caserma “Alkamar”, ecco come venne riaperto il caso. Il racconto del cronista trapanese Maurizio Macaluso, la sua inchiesta portò alla revisione del processo. Michele Caltagirone su Blasting News Italia il 27 gennaio 2016. Il giornalista Maurizio Macaluso lavorava nella redazione del settimanale “Il Quarto Potere”, diretto da Vito Manca. Nel 2007, in una rubrica da lui curata su fatti di cronaca ancora avvolti nel mistero, iniziò ad occuparsi della strage alla caserma “Alkamar” del 27 gennaio 1976, sollevando dubbi sulla reale colpevolezza di Giuseppe Gulotta, Vincenzo Ferrantelli, Gaetano Santangelo e Giovanni Mandalà, i quattro giovani condannati per il duplice omicidio dei carabinieri Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo. “Mi recai anche ad Alcamo – ricorda Macaluso, contattato dalla redazione di Blasting News Italia – ad intervistare Marta Ferrantelli, sorella di uno dei presunti colpevoli. Tra i miei obiettivi c’era ovviamente quello di contattare direttamente Vincenzo Ferrantelli, tanto lui quanto Gaetano Santangelo all’epoca si trovavano in Brasile. Entrambi, a qualche settimana di distanza, fecero pervenire una e-mail in redazione raccontando la loro versione dei fattiche venne pubblicata sul nostro settimanale. In risposta ricevetti anche un’altra e-mail con parole di fuoco da parte dei familiari di Salvatore Falcetta che contestarono il contenuto dell’articolo. Per quasi un anno non ci furono altre novità sul caso”.

Contattato dall’ex brigadiere Olino. “A quasi un anno di distanza – prosegue Maurizio Macaluso – ricevetti una mail anonima. Qualcuno sosteneva di essere a conoscenza della verità, affermando che erano stati condannati quattro innocenti. Si faceva riferimento anche alla mail dei familiari di Falcetta, ‘chissà cosa direbbero se sapessero la verità’, tra le parole che mi vennero scritte. Il misterioso mittente rivelò successivamente la sua identità, si trattava dell’ex brigadiere Renato Olino che aveva assistito agli interrogatori dei giovani arrestati nel 1976. Ci incontrammo successivamente a Trapani, venne in redazione e mi espose ifatti ai quali aveva assistito. Si trattò di confessioni forzate; ad esempio, nel caso di Giuseppe Vesco, le confessioni gli vennero estorte nel corso dell’interrogatorio con latorture. Da quel momento la stragedi Alcamo Marina divenne un tormentone del nostro giornale, mi sforzavo settimana dopo settimana per mettere insieme nuovi elementi. La Procura, che conservava anche le copie dei miei articoli, raccolse poi elementi a sufficienza per riaprire il caso”.

C'è un altro segreto. Maurizio Macaluso Linea Rossa 12 anno 3 - numero 45. Un giovane alcamese, Giuseppe Tarantola, fu ucciso nel 1976 nel corso di un conflitto a fuoco con i Carabinieri. Si disse che era in possesso di una pistola ma un ex brigadiere rivela che non era armato. Un altro morto che attende giustizia. Un'altra storia scomoda che riemerge dal passato. Si chiamava Giuseppe Tarantola. Aveva venticinque anni ed era di Alcamo. Morì trentuno anni fa durante una sparatoria con i carabinieri. Si disse che era armato, che voleva uccidere i militari, che era pronto a compiere una strage. Un testimone rivela però ora che in realtà Giuseppe Tarantola non era armato. Che la pistola sequestrata sarebbe stata apposta dai carabinieri per coprire le responsabilità di colui che aveva sparato. A rivelare il nuovo sconvolgete episodio è un ex brigadiere, lo stesso che, due mesi fa, ha parlato dell'uccisione dell'appuntato Salvatore Falcetta e del carabiniere Carmine Apuzzo. Lo stesso che ha sostenuto che Giuseppe Vesco e gli altri giovani coinvolti nelle indagini sull'uccisione dei due carabinieri furono picchiati e seviziati e costretti a confessare. Giuseppe Tarantola fu ucciso nel corso della notte tra il 10 e l’11 febbraio del 1976 alla periferia di Alcamo nel corso di un conflitto a fuoco con i carabinieri. Erano trascorse due settimane dall'uccisione di Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo. L'assassino dei due carabinieri aveva destato grande scalpore. La vicenda era arrivata anche in Parlamento. Qualche giorno prima, nel corso di una seduta parlamentare, l'onorevole Giomo aveva presentato un'interrogazione ai ministri dell'interno e della difesa. "Chiedo di conoscere - aveva detto il parlamentare - se ritengano rendere edotta l'opinione pubblica ed il Parlamento sull'offensiva che si sta attuando da parte di forze extraparlamentari contro i carabinieri, offensiva culminata nel selvaggio agguato contro la caserma di Alcamo Marina dove hanno perso la vita due giovani militari. È ormai noto a chi segue la cronaca quotidiana che nei soli mesi di dicembre e gennaio nelle città di Milano, Roma e Genova sono state attaccate più volte caserme di carabinieri con bombe a mano, bottiglie incendiarie e raffiche di mitra, che hanno portato alla distruzione di automezzi militari e danneggiamento di edifici pubblici. Si è passati ora in questa escalation di guerriglia contro l'Arma, che ha il difficile compito della tutela dell'ordine pubblico, all'assassinio. L'interrogante chiede se di fronte alla brutale e violenta campagna istigatrice di odio contro i carabinieri organizzata dalla stampa extraparlamentare con le conseguenti offensive di guerra che in questi ultimi mesi sono state scatenate, il governo intenda intervenire con tutti i mezzi a sua disposizione rendendo note all'opinione pubblica tutte le informazioni in suo possesso sull'attività dei mandanti e degli esecutori di questi gruppi sovversivi paramilitari che operano nel paese". L'uccisione di Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo aveva generato preoccupazione nella popolazione di Alcamo. La gente era allarmata. Temeva che la morte dei due carabinieri potesse essere soltanto l'inizio di una lunga serie di omicidi. Gli investigatori erano intenzionati a chiarire al più presto il contesto in cui era maturato il delitto. Bisognava fare presto e restituire serenità ai cittadini. Interrogatori e perquisizioni si susseguivano giorno e notte. Tutte le persone sospette venivano fermate. La notte tra il 10 e l'11 febbraio una pattuglia dei carabinieri intercettò un'auto sulla quale viaggiavano quattro giovani. Alla vista dei militari il conducente proseguì la corsa senza fermarsi. Dopo un lungo inseguimento per le vie della città, l'auto sbandò finendo contro un edificio. I quattro giovani, inseguiti dai carabinieri, scesero dalla vettura e tentarono di fuggire a piedi. Scoppiò un conflitto a fuoco. Giuseppe Tarantola fu colpito da una raffica di mitraglia. Il giovane, gravemente ferito alla gola ed al petto, morì mentre veniva trasportato in ospedale. Gli investigatori sostennero che, dopo essere stato bloccato, Giuseppe Tarantola era sceso dall'auto e si era lanciato contro i carabinieri con una pistola in pugno pronto a far fuoco. L'arma, una pistola calibro trentotto, era stata rinvenuta dopo la sparatoria sull'asfalto. L'auto sulla quale viaggiavano i quattro giovani era rubata. Due dei tre sopravvissuti, interrogati dagli investigatori, confessarono di avere rubato, qualche giorno prima, anche un'altra vettura. Le auto erano destinate ad un meccanico di Alcamo che avrebbe dovuto smontarle e rivendere i pezzi. I tre giovani furono arrestati. La morte di Giuseppe Tarantola destò grande scalpore ad Alcamo. Ventiquattro ore dopo però i carabinieri arrestarono Giuseppe Vesco. Nella città si diffuse immediatamente la notizia che il giovane aveva confessato. Che aveva ammesso di avere ucciso i due carabinieri. Che aveva indicato i nomi dei complici. La gente si precipitò dinanzi la caserma. La morte di Giuseppe Tarantola fu presto dimenticata. Trentuno anni dopo, però, c'è però chi sostiene che c'è un'altra verità. Che Giuseppe Tarantola non era armato. Che non voleva compiere alcuna strage. Che la sua morte va inserita nel clima di tensione che in quei giorni si respirava ad Alcamo. "Non si fermò all'alt", racconta l'ex brigadiere, che in quei giorni si trovava ad Alcamo per partecipare alle indagini sull'uccisione di Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo. "Dopo un breve inseguimento finì contro un muro. Scese dall'auto e tentò di fuggire. Un brigadiere esplose alcuni colpi di mitra uccidendolo. Dopo la sparatoria fu rinvenuta sotto l'auto una pistola a tamburo. La magistratura archiviò il caso ritenendo che il brigadiere avesse operato legittimamente. Ma in realtà quel giovane non era armato. Fui io a collocare la pistola su ordine di un ufficiale prima dell'arrivo del magistrato". La clamorosa rivelazione getta nuove ombre sull'operato dei carabinieri. L'episodio è stato riferito dall'ex brigadiere nel corso dell'intervista rilasciata al nostro giornale due mesi fa. Avevamo deciso di non pubblicarla in attesa di effettuare le necessarie verifiche. La ricerca si è rivelata più lunga del previsto. Ad Alcamo nessuno ricorda più questa storia. Tutte le persone interpellate non hanno saputo fornirci alcuna informazione in merito alla vicenda. La tragica morte di Giuseppe Tarantola è stata rimossa dalla memoria collettiva. Abbiamo quindi effettuato una ricerca negli archivi della biblioteca di Paceco ed abbiamo accertato che l'episodio riferito dall'ex brigadiere è realmente avvenuto. Il 12 febbraio del 1976 il Giornale di Sicilia pubblicò un articolo in prima pagina nel quale era riportata la cronaca degli avvenimenti che avevano condotto all'uccisione di Giuseppe Tarantola. "Alcamo - Tragica fine di un giovane ladro. Scappa all'alt. Ucciso dal mitra di un carabiniere - Arrestati i tre ragazzi che erano con lui in auto". Nell'articolo si riferiva che Giuseppe Tarantola non si era fermato all'alt dei carabinieri e che dopo essere stato bloccato era sceso dalla vettura con una pistola in pugno pronto a far fuoco contro i militari. Una raffica di mitra lo aveva fermato uccidendolo. La rivelazione dell'ex brigadiere potrebbe ora riaprire il caso. Intanto le dichiarazioni dell'ex sottufficiale sui presunti pestaggi subiti da Giuseppe Vesco e dagli altri giovani alcamesi coinvolti nelle indagini sull'uccisione dell'appuntato Salvatore Falcetta e del carabiniere Carmine Apuzzo hanno aperto un ampio dibattito. Numerosi alcamesi si sono ricordati della tragica fine dei due militari. Tanti sono tornati ad interrogarsi. Anche numerosi giovani stanno seguendo con grande attenzione gli sviluppi della vicenda. Roberto Scurto ha ventuno anni. "Sono passati tantissimi anni, è ora che finalmente si faccia giustizia", scrive in un articolo pubblicato sul portale Alcamo.it. "Chi sa qualcosa parli! È incredibile come questa storia possa ancora dare fastidio a qualcuno dopo tutto questo tempo. E se qualcuno pensasse che non interessa a nessuno si sbaglia". Il suo appello è stato accolto da tanti concittadini che sono intervenuti nel blog. C'è chi pone domande, chi avanza dubbi. C'è chi, come Anna, chiede di sapere perché l'ex brigadiere si è deciso soltanto ora a parlare. Perché per trentuno anni è rimasto zitto. L'ex sottufficiale ha voluto chiarire, intervenendo personalmente sul blog, la sua pozione. "Per motivi di opportunità al momento molte domande restano senza risposta. Grazie al giornalista Maurizio Macaluso oggi, dopo trentuno anni, qualcuno mostra finalmente interesse su questa brutta storia. Quando venni a conoscenza che Giuseppe Vesco si era impiccato portando con sé tutti i segreti di questa tragedia, rimasi profondamente ferito e ritenni di non essere più degno di portare la divisa. Lasciai l'Arma dei Carabinieri senza alcuna spiegazione. Ho sempre pensato che la tortura non porta alla vera verità. Mi rivolgo a tutti quei colleghi che quella notte erano presenti a sostenere la mia testimonianza. Voglio ricordare che il giuramento di fedeltà alla Repubblica, alle Leggi di questo Stato, alla Costituzione vennero quella notte calpestate da chi era posto dalle stesse alla difesa ed al rispetto. Gli stessi militari che quella notte, ritenendo di fare Giustizia usarono metodi cileni, sono gli stessi che nel corso dei successivi trent'anni hanno dato la vita per combattere la mafia. Questo mio appello, questa mia decisione di contribuire alla ricerca della verità può solo dare dignità all'Arma dei Carabinieri ed a coloro che hanno pagato con la vita il loro impegno per il rispetto della legalità". Tra coloro che scrivono c'è però anche chi va controcorrente. Chi non si scandalizza, chi invita a riflettere, a considerare il contesto in cui maturò la vicenda. "Non mi scandalizzerei più di tanto.... anche perchè chi uccide, chi ruba chi estorce non si fa di certo scrupoli", scrive un ex carabiniere. "Con questo non voglio dire che voglio difendere l'operato delle forze dell'ordine, però vorrei evidenziare come ogni qual volta succede qualcosa di negativo operato dalle forze dell'ordine si strumentalizzi.... Io penso che bisogna considerare i contesti storici, politici del momento che spingono a certi comportamenti. Sicuramente nella strage citata, ci sono molti risvolti oscuri, ma non credo che si sia volutamente operato per non far emergere la verità.... Ps. Sono un ex carabiniere e sono orgoglioso di esserlo stato". "Questa equazione mi sconcerta", risponde Zagor. "Se i delinquenti non si fanno scrupoli... neanche le forze dell'ordine se ne debbono fare!!! Sicuramente non gli sarà mai capitato di essere dall'altra parte della scrivania, quando con metodi da boia - questa è la giusta definizione - si estorcono le verità che perseguono gli inquirenti, non certamente la verità assoluta. Potrebbe essere vero che non si voleva occultare la verità in quel caso, questo però non esclude che si volessero trovare velocemente dei colpevoli a caso e non i reali colpevoli!". "Poveri ragazzi, loro hanno perso la vita, hanno sacrificato l'unica vita che avevano per garantire lo Stato e proteggere noi cittadini, e noi anziché pensare a loro parliamo dei metodi poco ortodossi che usano a volte le forze dell'ordine nei riguardi dei delinquenti", scrive Caterina, invitando tutti a non dimenticare il sacrificio dell'appuntato Salvatore Falcetta e del carabiniere Carmine Apuzzo, vittime di questa tragedia. "Non dico che si dovrebbe fare dente per dente, ma certo non riesco a provare tutto questo falso buonismo su chi non rispetta le leggi. A mio avviso noi stiamo confondendo il perdono dalla giustizia, perdonare non significa che non venga fatta giustizia, e chi sbaglia paga o in questa o nell'altra vita". C'è anche chi scrive alla nostra redazione. Chi pone altre domande, chi avanza altri sospetti. "Come mai ancora oggi si sentono casi di barbare torture per estorcere confessioni, come in certi paesi incivili?", chiede Lydia Adamo "Come mai uno Stefano Santoro s'indigna per le foto da lei pubblicate e non batte ciglio per "lo stupro della legalità" commesso dai carabinieri? La tortura è illegale in Italia, giusto? Ultimo ma non meno importante, Salvatore Falcetta e Carmine Apuzzo sono morti si, ma siamo certi che fossero davvero innocenti? O forse erano incappati in qualcosa più grande di loro e andavano eliminati? Poi, come la storia ci ha dimostrato, tutto viene messo a tacere torturando quattro sventurati.... ". Un altro dubbio, un altro inquietante sospetto di questa torbida storia. Maurizio Macaluso

Alcamo e la strage della casermetta. Rino Giacalone il 14 luglio 2008 su liberainformazione.org. Si negano continuamente, e invece ecco che spuntano sempre i misteri e le deviazioni, mischiati alla storia di una Sicilia che non è possibile leggere in modo chiaro, per questi gialli irrisolti, per delle pagine se scritte sono state fatte sparire, o inghiottite negli archivi del «segreto di Stato», come è accaduto per la storia del bandito Giuliano (forse primo vero esempio di accordo tra mafia e settori dello Stato). Ci sono le commistioni che accompagnano la Sicilia da sempre, da quando Garibaldi sbarcò a Marsala e cercò subito i «picciotti» per sbarazzarsi dei Borboni, e la stessa cosa fecero gli americani che per occuparci fecero accordi con i «mammasantissima» di Cosa Nostra degli States e poi fecero ancora più potenti i mafiosi consegnando loro le città, continuando un rapporto fino ai giorni nostri se è vero come è vero che il super latitante Matteo Messina Denaro cercò sino agli anni ’90 aiuto negli Usa, attraverso i «re» del narcotraffico, come Rosario Naimo,  per far diventare la Sicilia stato americano. In mezzo ci sono anche le storie dei tentativi di golpe, dei mafiosi che dovevano essere alleati della destra eversiva, di principi e generali, ma non se  ne fece nulla perchè qualcuno a Roma dei capi del golpe chiese i nomi di chi avrebbe fatto parte dell’esercito dei mafiosi che avrebbero partecipato al colpo di stato del principe Borghese. In questa «pentola» ogni tanto ci sono episodi che emergono, che chiedono di essere riletti. Uno di questi è quello della strage della casermetta dei Carabinieri di Alcamo Marina. Era la notte del 26 gennaio 1976, la mattina successiva due agenti dell’allora «squadra politica» della questura di Palermo di scorta al segretario Msi Giorgio Almirante passando da Alcamo Marina videro il cancello aperto e la porta della stazione sfondata, diedero l’allarme dentro furono trovati i corpi di Carmine Apuzzo, carabiniere semplice, e Salvatore Falcetta, appuntato, crivellati a colpi di pistola. Al delitto di mafia pensò subito la Polizia, i Carabinieri con le loro indagini presero altre direzioni, inquadrarono il movente nella vendetta di una sorta di anarchico, Giuseppe Vesco, lo arrestarono, lui accusò altre 4 persone, poi ritrattò e disse che altri erano stati i suoi complici, prima di uccidersi in carcere. Vesco aveva fatto i nomi di Giovanni Mandalà, Giuseppe Gulotta e due minorenni, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo. Secondo il racconto di Vesco Mandalà avrebbe forzato la porta della caserma con la fiamma ossidrica, a sparare sarebbero stati Giuseppe Gulotta e Gaetano Santangelo, Ferrantelli avrebbe solo messo a soqquadro le stanze. I 4 arrestati confessarono dopo estenuanti interrogatori successivi al loro arresto avvenuto il 13 febbraio successivo all’eccidio dei carabinieri della «casermetta», ma davanti al procuratore ritrattarono, raccontarono delle torture subite e delle confessioni estorte. Vesco nel frattempo cambiava versione e assumeva ogni colpa su di se rilevando che «altri soggetti erano stati suoi correi». Fu trovato morto, suicida, in carcere. Erano trascorsi pochi mesi dalla strage e dall’arresto. Privo di una mano Vesco riuscì ad impiccarsi con una corda sistemata in una finestra della cella a due metri da terra. Erano dei balordi, questa la conclusione di un tormentato iter giudiziario, concluso da condanne, scaturite da una serie di atti contenuti in faldoni dove oggi le indagini riaperte non hanno tardato a riconoscere che ci sono elementi più per assolvere che per condannare. Giovanni Mandalà di Partinico, è uscito da questa storia perchè deceduto,Vesco come si diceva si è suicidato prima ancora di presenziare al processo di primo grado (che si era concluso con le assoluzioni per tutti tranne che per Mandalà), Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo sono fuggiti via dall’Italia e sono in Brasile al sicuro dall’estradizione (condanne definitive rispettivamente a 14 e 22 anni anche per la loro minore età all’epoca del duplice delitto), unico a finire a scontare la pena, l’ergastolo, Giuseppe Gulotta: lui ha presentato istanza di revisione del processo (con l’avvocato Pardo Cellini), indicando la persona che lo (li) scagiona, un ex brigadiere dei carabinieri che ha svelato che in quei giorni a tavolino fu deciso di incolpare quei ragazzi della morte dei due carabinieri, torturati e minacciati, costretti a confessare. È stato il quotidiano «La Stampa» e il giornalista Francesco La Licata a raccogliere il suo racconto dopo che una puntata della serie «Blu Notte» di Carlo Lucarelli, ha rilanciato i misteri di quella strage «Nel 1976 – raccontò l’ex brigadiere a La Licata – facevo parte del Nucleo Anticrimine di Napoli e fui mandato ad Alcamo per indagare sull’uccisione dei due militari. Mi porto dentro un peso che non sopporto più. E’ vero che i giovani fermati furono torturati. Io stavo lì e ho visto. A Vesco, che poi accusò gli altri, gli fecero bere acqua e sale e lo seviziarono. Fece ritrovare anche alcuni oggetti e due pistole. Ma non bastò, volevano i nomi dei complici. Anche le confessioni di questi furono ottenute in quel modo». «Ci sarebbe – svela La Licata in un suo articolo riprendendo ancora la confessione dell’ex brigadiere dell’Arma – anche una registrazione audio dove è impressa la voce dell’ufficiale che quella notte dirigeva le operazioni». Giuseppe Gulotta da tempo ormai vive in Toscana, con moglie e un figlio, ha trascorso 17 anni in carcere, da poco ha ottenuto il regime di semi libertà. la sua storia e complessivamente quella della strage è stata anche ripresa e ricostruita da una settimanale locale a Trapani, «QP» e dal giornalista Maurizio Macaluso. Gulotta pochi giorni addietro hanno riferito i quotidiani «La Stampa» e «La Sicilia» è stato sentito in procura a Trapani: ha detto ai magistrati che hanno riaperto le indagini sulla strage di non avere mai ucciso nessuno. «Mi sono commosso – ha raccontato Gulotta a La Licata per “La Stampa” – quando ho riproposto il film del mio arresto. Io che non capivo perchè mi mettevano le manette, io che venivo picchiato per confessare quello che non avevo fatto. Mi sono commosso quando ho ricordato la sentenza definitiva, coi carabinieri di Certaldo che mi sono venuti a prendere a casa. Piangevano pure loro, perchè mi conoscevano e sapevano che non avrei mai potuto commettere quei crimini. Piangevano, quando hanno dovuto strapparmi dal collo il mio bambino, che allora aveva un anno e mezzo». È partita una sorta di caccia – investigativa – su chi può avere ucciso i due carabinieri. Sui depistaggi e le torture, svelati dall’ex carabiniere, niente si può più fare, reati prescritti, ma su chi ha sparato, ancora è possibile indagare. Si stanno rileggendo vecchi atti giudiziari, ma anche verbali non proprio antichi, ce ne sono anche risalenti al 1999. Pentiti che parlando di quegli anni ’70 hanno confermato l’esistenza di piani di attacco allo Stato concordati tra mafia, eversione di destra, settori deviati dello Stato. Circostanze che non sono nuove raccontando di quell’Italia del 1976, travolta dalla cosiddetta «strategia della tensione», anni dopo si scoprirà che c’erano «poteri forti» come la massoneria, servizi segreti che servivano infedelmente lo Stato, a disposizione di politici rimasti nell’ombra, avevano stretto «patti» con uomini del terrorismo, della mafia, delle organizzazioni criminali. Uno «scambio di favori» per il quale tantissima gente è finita vittima innocente di bombe e attentati. La mafia fece parte di quel piano, dove comparve pure la figura di un principe «nero», Junio Valerio Borghese che chiamò i mafiosi per un golpe rimasto tentato. Ciò che avvenne in quei giorni di gennaio ad Alcamo sembra proprio frutto di una strategia. Vennero dapprima uccisi un sindacalista socialista, Antonio Piscitello e poi il democristiano Francesco Guarrasi; la notte dell’omicidio Piscitello, in una strada di Alcamo furono trovati anche 14 candelotti di dinamite che non esplosero per caso. Nella notte del 26 gennaio vennero trucidati i due carabinieri. Per gli omicidi Piscitello e Guarrasi nel 1977 la polizia avrebbe arrestato tre personaggi che diventeranno famosi anche per altro, Armando Bonanno, Giacomo Gambino e Giovanni Leone che nel giro di qualche anno si sarebbe scoperto essere uomini d’onore, legati a quelle cosche invischiate in delitti ancora più gravi. Leone si trovò coinvolto nel sequestro dell’esattore Luigi Corleo, imparentato con i Salvo di Salemi, i potenti esattori, rapito e mai restituito alla sua famiglia. La banda Vannutelli si scoprì essere bene in contatto con ambienti della destra eversiva. Un quadro esatto di quello che accadeva in quegli anni in provincia di Trapani lo scrisse in un rapporto, del 2 dicembre 1976, il capo della squadra Mobile Giuseppe Peri: mafia ed eversione di destra alleate, colpevoli dei crimini del tempo, forse anche dell’incidente aereo del Dc9 caduto a Montagna Longa. Nella vicenda della strage della casermetta  spunta anche il nome di Peppino Impastato, il giornalista ucciso nel 1978 dalla mafia a Cinisi. I carabinieri andarono anche nella sua abitazione a fare perquisizioni cercando prove di un coinvolgimento della sinistra extraparlamentare in quella strage e da Impastato fu trovato un volantino sulla strage della casermetta e che raccontava altro, denunciava che le indagini erano apposta pilotate verso ambienti politici della sinistra, un volantino scomparso, nei faldoni del processo per la uccisione dei carabinieri Falcetta e Apuzzo non se ne trova traccia, c’è il verbale di perquisizione in casa Impastato, ma quel volantino non c’è. In fin dei conti in questa vicenda questo sembra essere il passaggio più marginale. Ce ne sono di altre cose strane, anomale, alle quali la procura di Trapani oggi sta provando a fare chiarezza. Muovendosi doppiamente in maniera cauta, per il riserbo investigativo ma anche perchè i protagonisti di questa storia sono ancora «operativi». Ci sono indagini che in questi anni hanno riproposto scenari aggiornati rispetto a quelle commistioni del 1976, il «sistema» è rimasto in piedi, magari ha cambiato funzionamento e addentellati, si può anche essere chiamato «Gladio» o qualcos’altro, può avere avuto trovato utili riferimenti nelle logge massoniche di Palermo e Trapani o anche di Mazara del Vallo, dove c’erano comunque dei «punciuti» o per i riti esoterici o per quelli mafiosi, o per tutte e due le cose. Mentre Giuseppe Gulotta è tornato in Toscana alla sua semilibertà, e Ferrantelli e Santangelo stanno in Brasile. L’ultima volta furono rintracciati dai carabinieri, alcuni anni addietro: i militari partiti apposta da Trapani pedinando un sacerdote che faceva il fattorino per conto delle loro famiglie avevano, annunciato  il loro arresto poi però negato, niente estradizione. Anche allora Ferrantelli e Santangelo dissero che loro non hanno mai ucciso nessuno.

Le memorie dal carcere di Giuseppe Gulotta, "mostro" d'innocenza. Accusato ingiustamente dell'omicidio di due carabinieri, ha passato vent'anni in galera. E ora li racconta in un libro. Matteo Sacchi, Venerdì 03/05/2013, su Il Giornale. È una storia da brividi. Uno strano incrocio tra gli eventi narrati ne La colonna infame di Manzoni e il caso Dreyfus. Eppure non è accaduto nel Secolo di Ferro o nella Francia dell'Ottocento. È accaduta in Italia, in Sicilia, in pieno regime di democrazia. Ed è costata più di un ventennio di galera a un innocente, come ha stabilito una sentenza della Corte d'Appello di Reggio Calabria il 13 febbraio 2012. Ora Giuseppe Gulotta che a lungo ha dovuto convivere con l'infamia di essere considerato il mostro di Alcamo, ha deciso di raccontare (con Nicola Biondo) la propria storia in un libro prossimo all'uscita: Alkamar. La mia vita in carcere da innocente (Chiarelettere). Ecco i fatti. Il 27 gennaio 1976 ad Alcamo Marina, in provincia di Trapani, la stazione dei Carabinieri viene attaccata. Agli inquirenti la scena si presenta così: la porta della casermetta è stata abbattuta usando una fiamma ossidrica. Nelle loro brande giacciono, freddati, due giovani carabinieri, Carmine Apuzzo e l'appuntato Salvatore Falcetta. Sembra siano stati colti nel sonno, soltanto uno ha avuto un accenno di reazione. Da subito le indagini si rivelano complesse. L'attacco sembra un lavoro da professionisti, il fatto che i carabinieri siano colti nel sonno è poco spiegabile. Per non parlare del movente. Due le piste battute: quella mafiosa (l'anno prima erano stati uccisi l'assessore ai lavori pubblici di Alcamo, Francesco Paolo Guarrasi, e il consigliere comunale Antonio Piscitello) e quella dell'attacco terroristico (arrivò un comunicato di rivendicazione, subito dopo smentito dalle stesse Br). Viene spedita sul posto in maniera piuttosto informale una squadra investigativa dei carabinieri comandata da Giuseppe Russo (colonnello dei carabinieri poi ucciso dalla mafia il 28 agosto 1977 e insignito della medaglia d'oro al valor civile). Poi finisce nelle mani degli inquirenti un certo Giuseppe Vesco. È un carrozziere della zona, monco di una mano, viene trovato in possesso di armi e oggetti che sembrerebbero provenire dalla Stazione di Alcamo. La pista sembra buona e gli uomini di Russo si fanno prendere la mano. Come rivelerà, troppi anni dopo, uno di loro, Renato Olino, usano le maniere forti, molto forti. Vesco per sfuggire al dolore fa i nomi di una serie di ragazzi di Alcamo tra cui Giuseppe Gulotta. Olino non è convinto, vorrebbe attendere i riscontri della scientifica, gli altri vogliono giustizia subito, portano in caserma quelli nominati da Vesco. Secondo Gulotta, all'epoca manovale diciottenne che aveva appena fatto il concorso per entrare in Finanza, anche a loro tocca la linea dura. Ecco che cosa racconta nel libro: «Schiaffi, tre, quattro, a mano aperta... Mani coperte di guanti neri continuano a colpirmi... Il ferro freddo mi scortica la parte sinistra della faccia: è una pistola. Il clic del cane che si alza e si abbatte a vuoto». L'interrogatorio per cui non è stato fatto nessun verbale e a cui non presenzia l'avvocato dura diverse ore. Alla fine Gulotta cede: «Vi dico tutto quello che volete, basta che la smettete». Nella testa di questo ragazzino terrorizzato ciò che conta è farli smettere. Non capisce che firmare una confessione può distruggergli la vita. Quando arriva al carcere di Trapani e finalmente incontra i magistrati prova a dire la sua verità: «Lei conferma quello che ha detto a verbale?. Se ho fatto quelle dichiarazioni è perché sono stato picchiato tutta la notte». Secondo Gulotta gli rispondono: «È impossibile che per le botte si confessi un omicidio». Gli fanno una visita medica, risultano delle contusioni, ma secondo i Carabinieri purtroppo è caduto...E da questo punto in poi la storia giudiziaria di Gulotta oscilla fra la sua testimonianza iniziale, le prove labili, e la modalità in cui si sono svolti gli interrogatori. Anche perché Vesco, il testimone chiave che ha coinvolto gli altri, in carcere si suicida. Pur essendo monco riesce a impiccarsi a una grata altissima e, per non disturbare, si posiziona anche un fazzoletto in bocca. La prima sentenza della corte di Assise di Trapani assolve Gulotta per insufficienza di prove. Però è vaga sulle violenze. Per ciò che è avvenuto nella caserma di Alcamo si limita a un «critico giudizio» e parla di «maltrattamenti e irregolarità». Nel 1982 si passa alla Corte d'Appello di Palermo che ribalta la sentenza: Gulotta è condannato all'ergastolo. Si accumuleranno i processi, sino a che il 19 settembre 1990 la sentenza diventa esecutiva. Gulotta deve entrare in prigione, per lo Stato è un assassino. Per un attimo ha la tentazione di fuggire, poi rinuncia. Entra in carcere, affronta il calvario cercando di essere un detenuto modello, per uscire il prima possibile. Nel 2010 arriva la libertà vigilata. Intanto qualcuno ha dei terribili rimorsi di coscienza. È l'ex brigadiere Renato Olino. Aveva già provato a raccontare di quegli interrogatori, soprattutto di quello di Vesco. Non trovò sponda istituzionale e nemmeno in certi giornalisti, che non vollero saperne delle sue verità. Poi però sul caso torna la televisione con la trasmissione Rai Blu notte - Misteri italiani, ricostruisce la storia anche se con alcune inesattezze e Olino via web si fa avanti per raccontare. Così la magistratura di Trapani apre un'inchiesta e arriva anche il processo di revisione: il 26 gennaio 2012 il procuratore generale della Corte d'Appello di Reggio Calabria ha chiesto il proscioglimento di Giuseppe Gulotta da ogni accusa; proscioglimento raggiunto in via definitiva il 13 febbraio 2012. Sulle cause di un'indagine condotta così male si indaga ancora. Giuseppe Gulotta, che ha chiesto allo Stato un risarcimento di 69 milioni di euro, racconta di essere tornato sul luogo dove c'era la stazione dei carabinieri di Alcamo Mare. Ora li c'è un cippo per i due carabinieri morti. A loro nessuno ha ancora dato giustizia, a lui l'hanno data con 36 anni di ritardo. Anni che non torneranno più.

Stefano Santoro pagina Facebook 15 novembre 2019 alle ore 22:20 ha condiviso un link. Vesco in contatto con Curcio .Fogli con stemma delle Br trovati nelle perquisizioni ad Alcamo nel 76., lo stato maggiore delle Br a Catania un mese prima della strage di Alcamo Marina, ovvero gli uomini del sequestro Moro. Una autovettura intercettata a Cefalù con dei brigatisti. Un tentativo di attentato con uomini vestiti da carabinieri, nei pressi di Messina, dopo la strage. Puzza di Br a Cinisi. Vesco disse nelle sue lettere, che chi fece quella incursione, non aveva esperienza di guerriglia.....Fossero stati estremisti di destra ,oggi ne parlerebbero tutti i giornali e si aprirebbero fascicoli contro ignoti. Viva la democrazia sinistriota!

MISTERI CATANESI. Aureliano Buendìa Sud Press 9 Luglio 2013. Lentamente, le timide scoperte delle indagini della Magistratura da una parte e il contributo di vari autori storici dall’altra, viene emergendo il ruolo strategico della città di Catania in alcuni Misteri italiani. Una città affidabile la nostra, che tiene per decenni i segreti nel suo ventre molle, un po’ come la lava che sembra inghiottire tutto ma che talvolta invece conserva in una sorta di bolla senza distruggere. Allo stesso modo alcuni ambienti hanno saputo nascondere, coprire e ricattare grazie a verità insopportabili. D’altra parte, Catania è periferia, persino rispetto a Palermo, e qui l’afa soffoca tutto, qui lo Stato, salvo qualche episodico errore, manda funzionari levantini, annoiati, preoccupati di passare indenni sotto l’Etna per poi incassare il premio alla loro omertà.

Quali sono questi ambienti e cosa nascondono e cosa hanno avuto in cambio? Si tratta di fatti delicatissimi, per alcuni dei quali non sarebbe ancora intervenuta alcuna prescrizione, ma noi del resto ce ne occupiamo per quel piacere della verità che coltiviamo non come esteti ma come cittadini che non dimenticano, come debito che manteniamo nei confronti di quanti hanno pagato con la vita. In questo pezzo ci occuperemo del delitto Moro e prima ancora dei contatti delle Brigate Rosse a Catania. Pochissimi sanno che il 12 dicembre del 1975 presso il centrale Hotel Costa – in via Etnea – alloggiavano Giovanna Currò con il suo compagno. In verità si trattava di Mario Moretti, capo storico delle BR, e della sua compagna Barbara Balzerani.

Cosa facevano i due brigatisti a Catania? Sono oramai centinaia i documenti che attestano come gli esponenti delle BR abbiano in diverse occasioni “preso un caffè” con i rappresentanti di Cosa Nostra e Catania aveva la sua influente Famiglia, della quale non a caso si ricorderà il Prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa riprendendo la sua attività svolta come Generale e come responsabile delle carceri italiane. Sempre Moretti tornerà a Catania, nelle settimane successive, questa volta alloggiando all’Hotel Jolly di Catania, e cioè a 200 metri dal Palazzo di Giustizia e dal Comando provinciale dei Carabinieri. A Catania operava già un Nucleo di Lotta Continua, che era stato organizzato fino al 1976 da Franca Fossati, appositamente trasferitasi nella nostra città appunto per organizzare il gruppo etneo ed è noto che alcuni militanti di Lotta Continua passeranno alle Brigate Rosse proprio in quegli anni. Allo stesso modo sono più o meno noti gli spostamenti che la Faranda, storica carceriera brigatista, poi dissociatasi e che pare si sia opposta alla sentenza di morte nei confronti di Aldo Moro, effettuava da e verso Catania, godendo di una certa libertà. Nei 55 giorni del rapimento di Aldo Moro a Catania succedeva qualcosa di particolarmente grave, su cui non si è mai fatta piena luce, e cioè, mentre gli uomini di Dalla Chiesa si occupavano di prendere contatto nelle carceri con quei detenuti, anche appartenenti a Cosa Nostra, che potessero collaborare con lo Stato per dare informazioni utili alla liberazione dello statista e la Mafia da parte sua non vedeva l’ora di rendersi utile, agli uni (chi trattava) e agli altri (che volevano morto l’On. Moro), il 3 aprile – 16 giorni dopo la strage di via Fani ed in pieno rapimento – ignoti gambizzavano il Comandante delle guardie carcerarie di piazza Lanza. Qualcuno, ed anche chi scrive, ricorda nitidamente l’arrivo dei Carabinieri in assetto antisommossa entrare in forze dentro la Casa circondariale mentre altri uomini cinturavano letteralmente piazza Lanza e le vie limitrofe.

Cosa era accaduto? Cosa si cercava? Chi era detenuto a Catania in quel momento? Qualcuno voleva interrompere quel tentativo trattativista? Non risulta, di contro, che mai collaboratore di giustizia abbia chiarito la circostanza, probabilmente trattandosi di questione troppo alta e delicata per essere trattata da pentiti comunque di piccolo cabotaggio ed in ogni caso terrorizzati per le conseguenze. A Catania, si vivevano gli anni dello splendore dei Cavalieri mentre la Democrazia Cristiana – sul libro paga dei primi – era targata Andreotti, con il suo luogotenente l’on. Nino Drago, ed era fermamente contraria alla trattativa. Erano gli anni in cui un capomafia in piazza Università, alla fine di un comizio si era permesso, e si poteva permettere, di schiaffeggiare ostentatamente il rappresentante andreottiano e ciò accadeva senza che alcuno tra le forze dell’ordine osasse intervenire. Santapaola completava la sua scalata, eliminando di lì a poco proprio quel capomafia schiaffeggiatore. Pippo Fava osservava e scriveva, e sarebbe interessante indagare anche in questa direzione, su cosa cioè il coraggioso giornalista avesse scoperto della complicità tra mafiosi e settori dello Stato, in quella che sarebbe stata la madre di tutte le trattative ed anche di quella più scellerata che si sarebbe consumata 15 anni dopo. L’omicidio di Fava fu un fatto eclatante che non portò bene ai mafiosi e quindi non si può escludere che in quel 5 di gennaio del 1984 – siamo a meno di 6 anni dall’omicidio Moro, in piena celebrazione di uno dei tanti processi su quel mistero della Repubblica (il processo era cominciato il 14 aprile 1982), ad appena due anni dalla eliminazione “mafiosa” (la pista catanese?) del Prefetto Dalla Chiesa – qualcuno abbia fatto un favore a qualcun altro, secondo la teoria dei cosiddetti cerchi concentrici. I Siciliani di Fava, di Orioles e degli altri "ragazzi", scrivevano di Ciancimino, degli esattori di Salemi, dei rapporti con i Cavalieri del Lavoro; Calogero Mannino diventava segretario regionale della DC, Rocco Chinnici insisteva sul terzo livello. Il cav. Costanzo e Mario Ciancio Sanfilippo nel 1981 acquistavano il 16% del Giornale di Sicilia. Incredibile, quanti uomini della trattativa si incontrino già in quegli anni. Tornando all’anno del sequestro Moro – il 1978 – dobbiamo registrare un altro episodio inquietante, che assume i contorni di un messaggio probabilmente indirizzato alle alte sfere della Politica nazionale: il 14 di settembre di quell’annus orribilis diversi colpi di pistola attingono il segretario della federazione socialista di Catania. I socialisti di Craxi erano stati favorevoli alla trattativa per liberare l’on. Aldo Moro e Craxi aveva ricevuto dal Gen. Dalla Chiesa informazioni riservatissime sul rapporto delle BR a Catania con ambienti malavitosi organizzati e con i potentati cittadini che si apprestavano a conquistare l’Italia. Qualche mese dopo Salvo Andò veniva eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati, rompendo il predominio democristiano che in Sicilia aveva visto fino ad allora i socialisti di Capria subalterni agli andreottiani. Interessante, sulle relazioni pericolose mafia-terrorismo, saranno anche le rivelazioni di un funzionario di polizia come Giovanni Palagonia, mentre più di tutti al cerchio magico catanese si avvicinerà, dopo Chinnici, Falcone e Borsellino, il PM Carlo Palermo, scampato all’attentato in cui persero la vita una mamma con i suoi due bambini trovatisi nel momento sbagliato nel luogo sbagliato. Catania, quindi, in quei giorni del rapimento Moro aveva il suo ruolo e le inconfessabili trame di quei giorni testimoniano il livello dei contatti catanesi, la commistione tra apparati dello Stato e crimine organizzato, il ruolo di alcuni imprenditori che avevano mostrato appoggi ed ambizioni smisurate, osservatori che avevano forse intuito tutto e che sarebbero caduti negli anni successivi sotto i colpi di quell’Anti Stato mentre altri avrebbero fatto e, pensiamo, alcuni continuano a fare carriera nelle Istituzioni. D’altra parte sono passati appena 35 anni, un tempo breve per i nostri longevi politici. Certi segreti, fino a tanto che rimangono tali, pesano sulla coscienza di una città e sul suo futuro come macigni, ciclopi di lava che tutto coprono ma non distruggono, perché i segreti come la lava si ingrottano. E tutto scorre. Le Brigate Rosse a Catania, i contatti con la Mafia, i Cavalieri e Dalla Chiesa…Autore Aureliano Buendìa

Stefano Santoro pagina Facebook 14 novembre 2019 alle ore 19:20 ha condiviso un post. Fabio Lombardo è il figlio del maresciallo Lombardo trovato morto nella sua auto, all'interno del cortile, del comando regionale dei carabinieri a Palermo. Alcuni giorni prima era stato attaccato dal sindaco Leo Luca Orlando, nello stesso modo, come era stato fatto con Falcone. Nell'auto del sottufficiale non c'era traccia di polvere da sparo. Si parlò di suicidio.

Fabio Lombardo pagina facebook 14 novembre 2019 alle ore 15:15. Negli ultimi 24 anni ho incontrato tanti giornalisti, la stragrande maggioranza dei lecchini e vigliacchi. Tra questi, 3 palermitani sono stati codardi: Salvo Palazzolo (La Repubblica ), una volta ha scritto un pezzo sulla borsa di mio padre scomparsa dall'auto. Ricordo di averlo incontrato dopo qualche mese e gli dissi: Salvo, perché non hai più scritto? Perché non ti sei fatto più sentire? Risposta: "Da quando ho scritto quell'articolo, i giudici non mi fanno più entrare negli uffici....quindi DEVO LAVORARE. Ah bene!

Salvo Sottile, dopo il 4 marzo 95 chiamava decine di volte al giorno perché voleva notizie, dicendo che era un amico e che il caso lo aveva toccato tanto....Infatti! Qualche anno fa ha inviato un suo giornalista per fare un servizio sulle irregolarità del caso Lombardo. La puntata non andò mai in onda. Perché? Un mistero.

Infine la nostra iena palermitana Ismaele La Vardera, direi più un gattino che gioca a fare il giornalista. Quest'estate mi contatta dicendo che vuole realizzare un servizio sul caso Lombardo, come quello Cucchi o Rossi. Intanto quando parlavo con lui mi sembrava di avere di fronte un bambino, perché, vista l'età, non conosceva i personaggi e diceva sempre: ma vero? Stai scherzando? Io penso che la redazione delle Iene non sapeva nulla su questa sua iniziativa. Chiedeva documenti particolari, nomi particolari...per fare cosa? Mi viene da ridere quando mi trovo giornalisti come questi. Un altro giornalista palermitano mi ha intervistato ma, prima di iniziare la conversazione gli chiesi se potevo parlare di Orlando. Risposta: No perché a Palermo ci devo lavorare....e Minchia! I giornalisti che hanno seriamente affrontato questa storia hanno dovuto pagare con la giustizia italiana... E ci tengo a ricordare Daniela Pellicanò, Giammarco Chiocci e Roberta Ruscica.

Stefano Santoro 13 novembre 2019 alle ore 06:10 pagina Facebook ha condiviso un link. Ecco chi è NICOLA BIONDO, colui il quale chiama bestie in divisa i carabinieri di Alcamo , ecco a chi ha affidato Giuseppe Gulotta, la stesura del suo libro. Leggete l'articolo. Mitrokhin, “palestra” per manipolatori occulti Il caso Nicola Biondo di Gabriele Paradisi – Gian Paolo Pelizzaro – Sextus Empiricus il 24 ottobre 2011. La Commissione parlamentare d’inchiesta sul dossier Mitrokhin ha fatto da palestra ad alcuni manipolatori più o meno occulti. Come abbiamo più volte scritto, il caso più eclatante di manipolazioni multiple riguarda il “Documento conclusivo” di minoranza, presentato il 23 marzo 2006 dai commissari di centrosinistra. A quella relazione lavorò un agguerrito pool di consulenti, composto da magistrati, storici, ricercatori, giornalisti e aspiranti tali, fra cui tale Nicola Biondo. Durante i lavori della Commissione, Biondo ha vissuto in una sorta di totale anonimato. Raramente è uscito allo scoperto, mai è stato delegato a svolgere attività istruttorie come ricerche d’archivio, in Italia o all’estero, rare le sue comparsate durante le audizioni, sporadiche le sue presenze a Palazzo San Macuto per lo svolgimento di quelle attività di studio e lettura degli atti. Questa sorta di apatia, però, ha subito uno scossone nel luglio del 2005 quando Gian Paolo Pelizzaro, dopo 25 anni di totale segreto, ha trovato negli atti della Questura di Bologna il nome di Thomas Kram, ossia del terrorista tedesco presente in città il giorno della strage. Da quel momento, Biondo ha ritrovato il fuoco sacro del lavoro di ricercatore, vestendo immediatamente i panni di un inflessibile e zelante investigatore. Ha iniziato ad estrarre copia degli atti depositati in Commissione, ha fatto le ore piccole a leggere, studiare e congetturare. Si è documentato, a modo suo, facendo una sorta di corso accelerato sulla storia del superterrorista Carlos e della sua organizzazione “Separat”, scaricando da internet intere rassegne stampa e quant’altro. Da un giorno all’altro, si è trasformato in un “grande esperto” di terrorismo internazionale e in particolare di quello di matrice arabo-palestinese (per il quale ha tradito una “passione” molto speciale), capace di dispensare – a destra e a manca – patenti e certificati di attendibilità di questo o quel documento, su questa o quella ricostruzione dei fatti. Il personaggio, dall’alto della sua profonda conoscenza e suprema competenza, ha iniziato ad esprimere giudizi e a sparare sentenze su questo o quell’argomento: l’importante è che si parlasse di Carlos e del suo ipotetico ruolo (come capo di “Separat”) nell’organizzazione della strage alla stazione di Bologna. Obiettivo: demolire, anche con informazioni e notizie fasulle, ogni ipotesi di collegamento tra il gruppo del terrorista venezuelano, il terrorismo di matrice arabo-palestinese e l’attentato del 2 agosto 1980. Lentamente, ma inesorabilmente Biondo, da anonimo e svogliato collaboratore della Mitrokhin, si è tramutato in un infaticabile censore e castigatore. Uno dei più severi e spietati. Meglio tardi che mai, si potrebbe obiettare. Il suo nome è venuto fuori prepotentemente un anno dopo la scoperta del nome e del ruolo di Kram a Bologna e quattro mesi dopo la formale chiusura dei lavori della Commissione Mitrokhin, in due articoli-fotocopia pubblicati il 28 luglio del 2006 dai quotidiani di sinistra Liberazione e l’Unità, basati su un medesimo elaborato, proprio a firma Biondo. Gli articoli erano titolati “2 agosto strage di Bologna: smentita la pista araba” (Saverio Ferrari, Liberazione”) e “Quanti depistaggi per coprire la strage fascista” (Vincenzo Vasile, l’Unità) e cercavano, partendo proprio dalle avventurose “ricostruzioni” di Biondo, di dimostrare l’esistenza di un fantomatico piano da parte di alcuni esponenti di An per depistare (non si sa cosa, visto che su Bologna dal 1995 c’è il giudicato della Cassazione), dalla matrice fascista della strage. In uno degli articoli si leggevano frasi di questo tenore: «Smascherato l’ultimo depistaggio di Alleanza nazionale costruito con documenti mai esistiti». Non solo temerari, ma pericolosamente superficiali. Ebbene, grazie a Biondo e alle sue teorie, i direttori responsabili dei due quotidiani, così come gli estensori degli articoli, sono stati tutti querelati e rinviati a giudizio per diffamazione aggravata dal mezzo stampa. C’è un processo in corso davanti al Tribunale Penale di Roma e la prossima udienza dibattimentale è fissata al 7 novembre 2011 (per un approfondimento sulla vicenda, si veda anche l’articolo “Un omicidio senza colpevoli”, LiberoReporter, febbraio 2011). Anche con un certo coraggio (vista la palese violazione delle norme e delle regole sulla tenuta del segreto e sulla riservatezza alle quali si devono attenere coloro che hanno fatto parte delle commissioni d’inchiesta), Biondo è citato come teste da parte degli imputati. Vedremo cosa dirà, sotto giuramento, il nostro castigatore. Intanto, abbiamo scoperto un altro prezioso riscontro al metodo scientifico impiegato da Biondo per svolgere il suo lavoro di ricercatore attento e scrupoloso. Abbiamo così preso in esame l’edizione italiana del libro di Emmanuel Amara, “Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo 30 anni un protagonista esce dall’ombra” (Cooper, febbraio 2008, pp. 205), con introduzione di Giovanni Pellegrino, traduzione di Alice Volpi e curato proprio da Nicola Biondo. Per apprezzare la qualità e la raffinatezza dei suoi interventi, è però necessario procurarsi l’edizione originale francese del libro di Amara, “Nous avons tué Aldo Moro” (Patrick Robin Éditions, novembre 2006, pp. 175). Mettendo a confronto i due testi si rileva una serie impressionante di modifiche che spesso cambiano il senso del discorso. Interventi, questi, che non possono certo essere imputati alla traduzione. Volendo farne una dettagliata classificazione, possiamo riconoscere:

1. L’aggiunta di 46 note a pie’ di pagina, intervento in apparenza migliorativo, ma non segnalato come tale (nel testo originale francese non vi è infatti alcuna nota).

2. L’eliminazione di brani (significativa ci sembra la soppressione delle cinque pagine di testo con le dichiarazioni di Giulio Andreotti sul caso Gladio dell’ottobre 1990).

3. Traduzioni modificate mediante aggiunte o sottrazioni di parole o manipolazioni di testo.

4. Trasformazioni di parti di testo virgolettate (ossia citazioni degli intervistati) in brani apparentemente attribuiti all’autore (ossia Amara).

Va dato atto che Biondo, a pagina 14, ha avuto l’accortezza di preavvisare i lettori con una dichiarazione pedagogico-programmatica: «La versione originale di questo volume ha subito alcune modifiche nell’edizione italiana. Ciò è dipeso dalla necessità di rendere il testo quanto più comprensibile a coloro che non hanno vissuto direttamente quella storia e a chi l’ha dimenticata. Altre modifiche si sono rese necessarie a causa dell’emergere di documenti e testimonianze successive alla pubblicazione dell’opera in Francia». Il lettore dell’edizione italiana non è tuttavia in grado di identificare nessuna delle modifiche apportate dal curatore. Volendo anche seguire il ragionamento di Biondo (excusatio non petita?), non si capisce nemmeno quali siano i nuovi documenti emersi tra la pubblicazione in Francia del lavoro di Amara (novembre 2006) e la pubblicazione in Italia dell’edizione curata da Biondo (febbraio 2008). Ad ogni modo, veniamo al dunque per fare apprezzare alcuni eclatanti e macroscopici esempi di “chirurgia giornalistica”, veri e propri “trapianti multipli” eseguiti da quel ligio e solerte “gendarme della memoria” di Nicola Biondo. Cerchiamo ad esempio di verificare cosa c’era nel testo originale francese di così poco fruibile per il pubblico italiano. Presto detto: c’erano alcuni “organi” decisamente corrotti e impresentabili che andavano assolutamente e tempestivamente rimossi e sostituiti con organi “sani”. Qui di seguito alcuni esempi.

Testo originale edizione francese

Testo manipolato edizione italiana

[p. 15] “L’OLP de Yasser Arafat fournit des armes de tous calibres aux Brigades rouges et le magistrat [Ferdinando Imposimato] y voit également une connexion entre le KGB et les brigadistes.”

[traduzione] “L’OLP di Yasser Arafat fornisce armi di tutti i calibri alle Brigate rosse e il magistrato [Ferdinando Imposimato] vede anche una connessione tra il KGB e i brigatisti.”

[p. 31] “Una fazione dell’Olp di Yasser Arafat riforniva le Brigate rosse di armi di ogni calibro e il magistrato [Ferdinando Imposimato] si chiede se attraverso questi rapporti accertati le Br siano entrate in contatto con i servizi segreti di altri Paesi.”

Subdolo intervento di sublime maestria. L’Olp di Yasser Arafat, icona della sinistra fin dagli anni Sessanta, non poteva certo essere citata e messa sul banco degli imputati come responsabile dei traffici di armi con le Brigate rosse. Quindi era meglio coinvolgere qualche imprecisata fazione palestinese, magari eretica ma pur sempre in termini generici, senza calcare la mano su Arafat. Poi, la certezza di un magistrato [“che vede connessioni”] si trasforma in una semplice domanda [“si chiede se esistano connessioni”]. Ma il finale indubbiamente ha qualcosa di straordinario, di funambolico. Il famigerato Kgb, che però dobbiamo ricordare è stato pur sempre il potente servizio segreto della Grande Madre Sovietica “sol dell’avvenire”, è eliminato dal testo e soppiantato da più rassicuranti e imprecisati “servizi di altri Paesi” (quali poi? non è dato saperlo), con la speranza che nella testa di un lettore qualsiasi possa spuntare anche l’idea della Cia, perché no. Ora viene da domandarsi se l’autore del libro, Amara, sia stato consultato e se abbia concordato con Biondo queste manipolazioni che, da un punto di vista tecnico, alterano in profondità il significato originale. Biondo nello stesso libro si è adoperato anche in difesa di un’altra “sacra icona” della sinistra, ovvero il mitico Sessantotto. In questo caso il trapianto ha comportato anche un leggero spostamento temporale.

Testo originale edizione francese

Testo manipolato edizione italiana

[p. 29] “Depuis la fin des années 60, L’Italie est plongée dans le chaos”.

[traduzione] “Sin dalla fine degli anni Sessanta, l’Italia è immersa nel caos”.

[p. 50] “Dalla metà degli anni Settanta l’Italia è piombata nel caos”. Tutto questo non può essere derubricato come un banale caso di (scorretta o errata) esegesi. È qualcos’altro. Nasconde dell’altro. Ha altre e più inquietanti implicazioni. Il mettere mano ai testi, ai documenti, manipolare il contenuto, alterare il loro significato è un’attività non casuale, non banale, non innocente. È un’attività che ha delle finalità. Tutto questo nasconde una volontà e un movente. Tutto questo deve avere un perché. Ciò che stupisce e inquieta è l’assoluta mancanza di rispetto del dato reale. In Italia, c’è un piccolo esercito di “gendarmi della memoria” che lavora per imbrogliare, occultare e manipolare i fatti. C’è ancora chi, a distanza di 22 anni dalla caduta del Muro di Berlino e dal crollo dei regimi dell’Est, teme la verità come fosse un morbo mortale per la coscienza collettiva. Per questi signori, cresciuti nelle menzogne della propaganda ideologica, la verità deve essere funzionale al dato politico. Altrimenti va estirpata come una pianta malata.

Pillole di saggezza «La cultura, la lingua, la forma mentis del falsario finiscono sempre per fare capolino, anche nelle più sagaci fabbricazioni». (Luciano Canfora, “Il viaggio di Artemidoro”, Rizzoli, Milano 2010, pp. 313). (Dal nostro portale tematico segretidistato.it)

Stefano Santoro pagina facebook 27 ottobre 2019 alle ore 15:09. Il movente, solo il movente resta il mistero sulla morte di Salvatore e Carmine. Di recente ho appreso ,da fonte autorevole, che in Calabria la stessa notte, in una casermetta di campagna , un plotone di carabinieri era pronto ad affrontare una incursione di alcuni terroristi. Non accadde nulla, o meglio, una strage avvenne ad Alcamo Marina, e quei carabinieri si spostarono ad Alcamo per i rastrellamenti. Rimane il mistero sulla figura di Giuseppe Vesco, i suoi rapporti con i Nap, le sue lettere inviate al più grande anarchico italiano, Alfredo Maria Bonanno, che non solo pubblicò le lettere sulla rivista Anarchismo, ma commentò il "fatto" . Perché Bonanno le pubblica , e ne trae spunto per esprimere le sue idee , e perché Vesco fa riferimento a Sansone ,ex brigatista e ai compagni ? Chi conosceva Vesco, nell'ambiente anarchico? Siamo certi che non aveva una preparazione letteraria, anarchica ideologica, tale , da non poter scrivere quelle lettere ? Perché Giuseppe Vesco , tentò di arruolare ad Alcamo, suoi coetanei , proponendo una lotta di classe (vedi intervista nel dossier Ammazzaru du sbirri) . È chiaro che i carabinieri non approfondirono all'epoca, la figura di Vesco . Quali soggetti , quali mandanti, o quali complici Vesco coprì durante le sue rivelazioni ? Perché i carabinieri si spinsero fino a Cinisi, a casa di Peppino Impastato , dopo aver perquisito attivisti di sinistra e di destra , nel territorio tra Alcamo e Castellammare ? Chi aveva l'interesse di "suicidarlo" ? Esiste ancora oggi qualcuno, che potrebbe dare risposte a queste domande ? Voi che leggete come al solito rimarrete muti , si dice in gergo alcamese..."mi fazzu lu me filaru". Siamo un popolo a cui hanno imposto una cultura del mutismo, dinanzi a certe situazioni. La libertà di ogni uomo, è anche partecipazione, senza la paura di dover esprimere la propria opinione. Questa società d'altronde, ci ha lasciato solo la libertà di opinioni, e poco, pochissimo potere decisionale sulla vita pubblica. Grazie per la lettura.

·        Il patto di non belligeranza tra i Servizi italiani e quelli palestinesi.

Fabio Martini per “la Stampa” il 31 ottobre 2019. Tanti segreti italiani, a cominciare dall' inesauribile caso Moro, si sono puntualmente incagliati sul segreto di Stato che per decenni ha coperto il patto di non belligeranza tra i Servizi italiani e quelli palestinesi. Basato su uno scambio indicibile: la promessa palestinese a non realizzare attentati in Italia, in cambio della libertà di trasporto di armi sul territorio nazionale. Ma a forza di scavare, si sta scoprendo che all' ombra di quel patto si sono consumati alcuni misteri italiani: la scomparsa in Libano di due giornalisti italiani, la strage alla Stazione di Bologna, ma anche il ruolo delle fazioni palestinesi nella trattativa per liberare Moro, prima disponibili ad attivare la propria "rete", poi dileguate in un batter di ciglia. I documenti desecretati Un contributo decisivo nel focalizzare gli effetti di quel patto, passato alla storia come "lodo Moro", lo ha dato la Commissione Moro 2, che in quattro anni di lavoro (conclusi con irrituale voto unanime della Camera) ha scelto di avvalersi di migliaia di documenti desecretati dagli archivi dei Servizi italiani, di nuove prove di Polizia scientifica e Ris dei Carabinieri, di testimonianze mai attivate. Una gran quantità di "fili scoperti" sono ora riconnessi nella seconda edizione del libro "Moro, il caso non è chiuso. La verità non detta", scritto da Giuseppe Fioroni, già Presidente della Commissione e da Maria Antonietta Calabrò, per molti anni giornalista di giudiziaria al Corriere della sera. Durante un' audizione davanti alla Commissione Moro sul tema dei traffici di armi tra palestinesi e Br, l' ex pm Giancarlo Armati ha lasciato "esterrefatti" i commissari, raccontando gli intrecci occulti tra lo Stato italiano e i palestinesi. Armati ritiene esista la "prova" che sia stato il Fronte di Liberazione della Palestina di George Habbash ad uccidere a Beirut i due giornalisti italiani Italo Toni e Graziella De Palo, che in un articolo aveva scritto: «La strage di via Fani è stata compiuta con armi italiane destinate all' Egitto e rientrate per vie tortuose in patria». Nel 1980 i due giornalisti arrivano a Beirut per indagare sui traffici di armi e scompaiono immediatamente. In un rapporto scritto per Armati, l' allora ambasciatore in Libano Stefano D' Andrea indicò fatti e ricostruì come nella sua ambasciata telex cifrati venissero passati al colonnello Giovannone, che da garante del patto con i palestinesi, li avvisava su ogni grana che li riguardasse. Ma non basta. Armati ha rivelato che dopo aver raccolto indizi per emettere un mandato di cattura contro Habbash, si presentò dal giudice istruttore Squillante, «che cominciò a saltare sulla sedia» e disse: «No, gli elementi non sono sufficienti!».

Dopo il rapimento dello statista. Dopo il rapimento di Moro, marzo '78, i palestinesi offrono collaborazione alle autorità italiane. Il canale individuato è Wadi Haddad, un capo palestinese a Berlino est, organico a Stasi e Kgb. Ma Haddad è ucciso senza che i Servizi dell' Est lo proteggano. Il ministro dell' Interno Cossiga - conoscendo il "lodo Moro" - capisce che una collaborazione troppo stretta con i palestinesi può diventare pericolosa e lascia cadere una richiesta di incontro avanzata da Nemer Hammad, uomo di Arafat in Italia. Ma il 21 giugno, con Moro appena ucciso, comunicazione «segretissima» di Giovannone: le Br hanno consegnato «personalmente ad Habbash» copia delle dichiarazioni rese dal leader Dc in prigionia su questioni di interesse palestinese. Si trattava del famoso Lodo, che i palestinesi volevano a tutti i costi secretare? E' molto probabile. Anni dopo Arafat ha scritto nelle sue memorie: il "Lodo", nel 1973, lo sottoscrisse Andreotti, non Moro. In merito alla strage alla Stazione di Bologna del 1980 (attribuita a terroristi neri e servizi deviati), di recente, tra macerie dimenticate per anni, è stato scoperto un «interruttore artigianale» possibile innesco per l' esplosione, «simile a quello dei tergicristalli di un' auto», incompatibile con attentatori professionali come i Servizi, pur deviati. Una scoperta che fa tornare d' attualità la tesi di Francesco Cossiga di un «trasporto finito male della "resistenza" palestinese». Nel libro di Calabrò e Fioroni - edito da Lindau e che punta a superare quella "verità accettabile" frutto di un compromesso tra gli apparati dello Stato e i brigatisti - un capitolo riguarda Alessio Casimirri, «figlio del numero due della Sala stampa vaticana per 30 anni, l' unico brigatista, che pur condannato a sei ergastoli, non ha scontato un giorno di carcere. Da anni vive indisturbato in Nicaragua, il Paese nel quale approdò un miliardo di dollari sottratti al Banco Ambrosiano» e dove Maurizio Gelli, figlio di Licio, è stato nominato chargé d' affaires dell' ambasciata nicaraguense in Uruguay. Casimirri ha confidato alcune delle sue reti di protezione a un agente dei Servizi italiani che lo aveva agganciato. Raccontò che la sua fuga dall' Italia fu aiutata dal Kgb. Questo e altro stava raccontando Casimirri, quando tutto precipitò. Il 16 ottobre 1993, l' Unità sparò la notizia dell' intenzione di Casimirri di vuotare il sacco. Come ha raccontato alla Commissione Carlo Parolisi, allora agente Sisde: «Eravamo a un passo dal farlo rientrare in Italia, quel maledetto scoop fece saltare tutto».

·        Sequestro Moro: le storie dei cinque uomini uccisi dalle Brigate Rosse.

Dai delitti delle Br alle trame della P2: la storia italiana negli archivi del tribunale di Milano. Nell'ufficio corpi di reato sono custoditi i volantini delle Br, i nastri con le telefonate minatorie a Giorgio Ambrosoli, la bici del terrorista Alunni e tantissimi documenti legati alle inchieste sugli anni di Piombo. Massimo Pisa il 07 luglio 2019 su La Repubblica. Il pacco 51186 è alto e largo come una risma di carta. E quella contiene, grosso modo. Volantini, appena più di un migliaio: "nr. 320 rinvenuti in data 25.4.78 alle ore 7,00 in piazza S.Babila; nr. 188 in Piazza Beccaria...". Così usava allora, con le rivendicazioni degli omicidi delle Brigate Rosse lasciate a mazzi in vari punti della città. Per dimostrare, anche in questo modo, che loro - i brigatisti - la città la controllavano e si muovevano come volevano. In quel mattino di martedì, con Milano e l'Italia appese da quaranta giorni alle sorti di Aldo Moro, l'omicidio del maresciallo Francesco Di Cataldo della Penitenziaria di San Vittore era già vecchio di cinque giorni, già dimenticato. Quei deliri con la stella a cinque punte lo additavano come "torturatore" della colonna Walter Alasia. Non era vero, lo sapevano soprattutto i detenuti. Digos, carabinieri e vigili raccolsero quei 1.025 fogli. Divennero un unico corpo di reato da conservare fino al processo. Divennero questo pacco ancora annodato con lo spago e sigillato a piombo, con l'elenco del contenuto battuto a macchina in puro "poliziottese", che dorme da quarantun'anni con migliaia di altri reperti nella stanza quattro di uno dei corridoi dell'Ufficio corpi di reato del tribunale. Due scaffali enormi, sono quelli su cui sono appoggiati i reperti degli Anni di piombo. I pezzi superstiti. Quelli non ancora reclamati da nessuno, non restituiti agli aventi diritto, non ancora consegnati a un museo, a una fondazione, alla storia. Giacciono, affidati alle metodiche cure del magistrato Alfredo Nosenzo, del funzionario Giannino Talarico e della mezza dozzina di impiegati chiamati a gestire enormi spazi e volumi di oggetti per contro del presidente del tribunale, Roberto Bichi. Questo pezzettino di archivio è quello storicamente più prezioso. Di qui si dice che sia transitato per anni l'originale della scheda di affiliazione di Silvio Berlusconi alla Loggia P2. Qui, di certo, di quell'intreccio infernale di massoneria, poteri deviati e criminalità che marchiò la storia d'Italia, sono custodite le voci. Reperto 56979: "una cassetta con nastro registrato della prima e della seconda telefonata minatoria a Enrico Cuccia il 28/ 3/ 1980; una cassetta con nastro registrato della telefonata minatoria a Giorgio Ambrosoli il 9/1/1979". L'ombra di Michele Sindona e di quel milieu atlantico e cattolico, che travolgerà la vita dell'eroe borghese e sfiorerà quella del gran capo di Mediobanca. Busta 55129: altre due telefonate di avvertimento a Cuccia e Ambrosoli, e una piantina di Milano sequestrata a William J. Aricò, il killer mafioso dell'avvocato milanese assoldato da Sindona. Plico 54746: agenda, rubrica e corrispondenza sequestrate alla Giole di Castiglion Fibocchi, la fabbrica di camicie di Licio Gelli che di quelle trame era il sommo tessitore. Pacchi numero 57055 e 57061, con le firme in calce dei giudici istruttori Giuliano Turone e Gherardo Colombo: foto e negativi portati via da Villa Wanda, sempre in quel fatidico 17 marzo 1981, il giorno in cui i vertici dello Stato compromessi con grembiuli e compassi cominciarono a tremare. E ancora, dagli armadi e dai registri originali del tribunale, catalogati a penna e con quelle antiche etichette battute a piombo, riaffiorano documenti bancari, schede, biglietti: fonti di prova che entrarono in quei processi e da allora sono in attesa di destinazione. Ma almeno, adesso, hanno un loro posto. "Per decenni - spiegano all'Ufficio - in questi corridoi e nelle stanze ogni scaffale era stracolmo di materiale lasciato lì senza nessun criterio. In alcuni ambienti non si poteva nemmeno entrare". L'idea, spiega Nosenzo, è "di ragionare tra qualche mese con Archivi e fondazioni pubbliche per capire cosa fare di questo materiale". Ritroverebbero una casa le videocassette di Mistero Buffo e delle altre rappresentazioni teatrali di Dario Fo trasmesse in tv, che qualche zelante ufficiale periodicamente registrava in caso di futura denuncia. Ritroverebbe un suo spazio la Legnano nera col cestello e "col freno posteriore rotto" (ricorda il cartellino) portata via il 13 settembre 1978 dal covo di via Negroli di " Massimo Turicchia", nome di Corrado Alunni, ex fondatore delle Br e ideatore delle Formazioni Comuniste Combattenti. Sarebbero visibili ai feticisti del genere le macchine da scrivere e i ciclostile portati via dalle varie basi del terrorismo rosso. Le valigie con gli striscioni originali che venivano appese nelle fabbriche dai fiancheggiatori: alla Breda, alla Pirelli, alla Magneti Marelli. Il 759 volantini con la rivendicazione del sequestro del generale statunitense Lee Dozier, ritrovate nel 1982 in un appartamento di via Verga. I nastri dei sequestratori di Renzo Sandrucci, le telefonate dei killer di Prima Linea. Passato remoto, vicinissimo, ancora inciso nella carne della città.

Sequestro Moro: le storie dei cinque uomini uccisi dalle Brigate Rosse. Poliziotti e carabinieri con storie simili. Cinque ritratti nell’Italia ai tempi bui del terrorismo, scrive Giovanni Belfiori il 16 marzo 2019 su  Democratica. Ci sono vittime di serie A, di serie B e anche di serie C. Quel 16 marzo 1978 i cinque uomini della scorta di Aldo Moro furono massacrati in via Fani senza pietà dai terroristi delle Brigate Rosse, ma nelle commemorazioni, nei ricordi del rapimento dello statista democristiano, rischiano di passare inosservati, quasi fossero una nota a margine. Gli stessi terroristi, oggi liberi di parlare, di rilasciare interviste dalle loro case, non fanno menzione di quei cinque uomini trucidati, come se si fosse trattato non di esseri umani, ma di oggetti da eliminare sul percorso della ‘rivoluzione’. Claudio Magris, in un editoriale sul 40esimo anniversario agguato di via Fani intitolato significativamente “Le vittime di terza categoria”, scriveva: «I tre poliziotti e i due carabinieri scannati, e come loro innumerevoli uomini e donne senza nome bestialmente massacrati, non trovano posto nella mente, nel cuore, nella memoria, quasi non fossero uomini come chi ha un nome o un ruolo un po` più noti. Ogni tanto si ricordano quegli agenti ma assai flebilmente; ad esempio non ho sentito alcuna loro menzione in una delle recenti trasmissioni televisive su quegli eventi. Restano vittime di terza classe».

Agguato di via Fani: gli uomini della scorta di Aldo Moro. La scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata (Dal comunicato n. 1 delle Brigate Rosse, 18 marzo 1978)

Chi sono, dunque, i cinque “famigerati”, uccisi dal commando delle Brigate Rosseche in via Fani a Roma, aveva rapito Aldo Moro? Chi ricorda il Pasolini della poesia sui fatti di Valle Giulia, rammenta, con una interpretazione assai parziale, soltanto i versi in cui il poeta dichiara di ‘simpatizzare’ coi poliziotti. Ma poco più avanti, nella stessa lirica, c’è una descrizione forte, quasi icastica e sensoriale di quegli uomini in divisa: “E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida che puzza di rancio, fureria e popolo”.

Rancio, fureria e popolo: sono loro. Il più ‘vecchio’ degli uomini di scorta ha 52 anni, il più giovane 24: nessuno torna a casa, quel mattino di quarant’anni fa. Uno viene da una famiglia contadina della Campania: il fratello lavorava nei campi quando apprende dalla radiolina la notizia dell’attentato, un altro vive in caserma (lo stipendio di un agente non consentiva molto di più) e aspetta di essere promosso prima di sposarsi, un altro ancora era migrato dalle campagne molisane. Non sono solo “divise”, sono uomini che hanno famiglia, figli, genitori, fratelli. Fanno un lavoro difficile e hanno una paga da fame. Sono loro i figli del popolo, uccisi ‘in nome del popolo’ da assassini che di popolare non hanno nulla.

La scorta di Aldo Moro. Poliziotti e carabinieri della scorta di Moro: uomini con storie simili, un magro reddito familiare e spesso la miseria, la volontà di trovare un lavoro, la necessità di emigrare,  la divisa indossata con l’orgoglio di chi serve lo Stato. E poi i figli, la vita quotidiana fra turni massacrati di lavoro e la voglia di stare in famiglia. Cinque storie dell’Italia ai tempi bui del terrorismo, cinque storie di uomini normali ammazzati in nome della ‘rivoluzione’. E oggi i ricordi di chi è rimasto: le moglie, i figli, i genitori. Uno di loro, Giovanni Ricci, ha avuto la determinazione di incontrare «chi mi aveva fatto del male». Nel 2012 guarda negli occhi Morucci, Bonisoli, Faranda. Lo ha raccontato al giornalista di Repubblica Tv Concetto Vecchio. Ha detto: non odio più da quanto li ho visti. Che cosa ha visto Giovanni Ricci? Ha visto persone normali, davanti a lui, altri esseri umani. Persone normali: il male non ha un cartellino di riconoscimento, la “banalità del male” del resto è la cosa che, come essere umani, più ci spaventa e ci sconcerta. Perché avete voluto fare questo? ha chiesto Giovanni Ricci agli assassini del padre.

Oreste Leonardi, 52 anni: il “nemico del popolo” che difese Moro col suo corpo. Il maresciallo dei Carabinieri Oreste Leonardi era nato nel 1926 a Torino. Mentre frequenta il ginnasio, rimane orfano del padre che muore in guerra. Dopo aver terminato gli studi, si arruola nell’Arma. Lavora in diverse sedi, poi è inviato a Viterbo come istruttore alla Scuola Sabotatori del Centro Militare di Paracadutismo. A una festa di carnevale conosce una ragazza, Ileana Lattanzi che sposa dopo neanche un anno di fidanzamento. Nel 1963 è chiamato a far parte della scorta di Aldo Moro. Leonardi, detto Judo, era il caposcorta e come tale quasi un’ombra di Moro, la sua guardia del corpo più fedele. Quel 16 marzo 1978 si trova nel sedile anteriore della macchina del presidente, vicino a Domenico Ricci. È Leonardi a compiere il tentativo estremo di proteggere Moro con il proprio corpo. Lo ammazzano a 52 anni. Con la la moglie, lascia anche due figli Sandro e Cinzia di 17 e 18 anni. Ha raccontato Ileana una decina di anni fa: «La nostra disperazione è derivata anche dal fatto che durante tutti questi anni ci siamo trovati soli. Lo Stato non ci ha messo a disposizione psicologi, come si usa fare adesso».

Domenico Ricci, 44 anni: il “nemico del popolo” che salutò il suo bambino. A 44 anni è assassinato Domenico Ricci, appuntato dei carabinieri. Era marchigiano, nato a San Paolo di Jesi, in provincia di Ancona, nel 1934. Ottimo motociclista, entra a far parte della scorta di Moro alla fine degli anni Cinquanta. Diviene il suo autista di fiducia e quel 16 marzo 1978 si trova al posto di guida della Fiat 130 su cui viaggiava il presidente della DC. Gli contano sette proiettili sparati alla testa. A casa lascia la moglie Maria e due bambini. Uno di loro si chiama Giovanni ed ha 11 anni quando assassinano suo padre. Anni fa dichiarò al Corriere della Sera: «Non vorrei che fossero solo i brigatisti a scrivere la storia. Perché mio padre era un carabiniere, ma dentro la divisa c’era un uomo che la sera prima di essere ammazzato ha salutato il suo bambino, cioè io, con una carezza e un complimento per la prima partita di calcio giocata coi compagni di scuola». In una recente intervista a Repubblica Tv ha detto: «Non dico mai che si è sacrificato né che è un eroe. Non si è sacrificato, perché l’adorava quel lavoro, era tutta la sua vita. Mio papà è un eroe del quotidiano, così come tanti suoi colleghi, ma così come tante di quelle persone che si alzano la mattina alle 4 per andare a lavorare in un panificio o nelle fabbriche».

Francesco Zizzi, 30 anni: il “nemico del popolo” che progettava le nozze. Quel 16 marzo Francesco Zizzi è al suo primo giorno di scorta al servizio dell’onorevole Moro. Lui, nato a Fasano, in provincia di Brindisi, nel 1948, era entrato in Polizia nel 1972. Quattro anni dopo aveva vinto il concorso per la scuola allievi sottufficiali di Nettuno. All’epoca Francesco vive, come molti altri poliziotti giovani, nella caserma Cimarra, di via Panisperna. Dopo aver ottenuto i gradi di vice brigadiere, inizia a progettare le nozze con la fidanzata Valeria.

Si trova nell’Alfetta bianca che precede la macchina di Moro, seduto al posto del passeggero. I brigatisti gli sparano, ma non muore subito. Il cuore si fermerà all’ospedale Gemelli di Roma. Aveva trent’anni e una grande passione: amava cantare e si esibiva con la chitarra. La sorella Adriana, al sito di informazione locale Osservatoriooggi.it racconta che quel 16 marzo era «un giorno qualunque per me. Ero un’insegnante ma quel giorno non ero andata a scuola. Stavo svolgendo normali mansioni domestiche quando venne a trovarmi mio suocero che mi spinse ad accendere la tv in quanto raccontava di un grave evento accaduto a Roma. Appresi la notizia così, dalla tv, in modo brusco e con un’aspirapolvere in mano. E poi la nostra vita è cambiata». Anni fa aveva detto: ««Non piango mai per la morte di mio fratello in presenza di altri e a maggior ragione con mia figlia. Lei voleva sapere, e capire. Le ho raccontato ma in maniera pacifica senza disturbare la sua coscienza. La mia è stata già abbastanza disturbata».

Raffaele Iozzino, 25 anni: il “nemico del popolo” emigrato per lavoro. L’unico che riesce ad uscire dall’auto, tentando la difesa, è la guardia Raffaele Iozzino. I terroristi lo finiscono a terra sparandogli in fronte. Non aveva ancora compiuto i 25 anni. Raffaele era nato in provincia di Napoli, a Casola, nel 1953, in una modesta famiglia contadina. Raffaele per lavorare deve emigrare. Nel 1971 si arruola nella Pubblica Sicurezza, frequenta la scuola della Polizia di Alessandria e viene poi aggregato al Viminale e comandato alla scorta di Aldo Moro. «Lui per non metterci preoccupazione, non ci diceva nulla dei pericoli – ha raccontato il fratello Ciro al Corriere Tv – io ero tra i campi ad aiutare mio padre avevo la radiolina accesa quando, purtroppo, interruppero le trasmissioni per dare la notizia del sequestro».

Giulio Rivera, 23 anni: il “nemico del popolo” figlio di contadini. Il più giovane è il poliziotto Giulio Rivera. Giulio guida la macchina che precede quella di Moro. I brigatisti lo crivellano con otto colpi di pistola. Era nato nel 1954 a Guglionesi, in Molise, in provincia di Campobasso. I genitori e i fratelli lavorano la terra. La sorella Carmela: «Se solo chiudo gli occhi e lo rivedo in quella bara…non è piacevole. A casa non ho una sua foto in divisa: non riesco a sopportarlo».

·        I convegni dei brigatisti.

Bari, bufera sul convegno con fondatore delle Br: «Via patrocinio Puglia». L'incontro, previsto il 14 marzo, è incentrato sulla figura di Aldo Moro, con la partecipazione di Alberto Franceschini, fondatore delle Br, scrive il 09 Marzo 2019 La Gazzetta del Mezzogiorno. Un incontro sulla figura di Aldo Moro, con la partecipazione di Alberto Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse, fa esplodere la polemica a Bari. «È vero che il diritto di parola non deve essere negato a nessuno perché è quello che eleva il nostro stato di esseri umani. Ma è anche vero che non può essere dato in questa maniera a chi è stato uno degli artefici di quello che è il periodo più buio della nostra Italia, soprattutto se ci saranno dei ragazzi di fronte a lui», il messaggio di protesta di Potito Perruggini, nipote di Giuseppe Ciotta, brigadiere di polizia ucciso nel 1977 da Prima Linea. Al convegno, promosso dal consiglio regionale della Puglia, è in programma giovedì 14 marzo, parteciperanno anche il presidente del consiglio, Mario Loizzo, e Gero Grassi, componente della commissione d’inchiesta Moro 2». In chiusura dell’incontro la discussa intervista all’ex capo delle Br. «Cosa aspetta la regione Puglia a ricordare invece i nomi e i volti di tutti quei pugliesi che sono stati uccisi dai killer degli anni di piombo? - si chiede Perruggini, presidente anche di «Anni di piombo», osservatorio nazionale per la verità storica -. Chiedo anche come cittadino italiano che le istituzioni che ci rappresentano monitorino queste situazioni e le blocchino sul nascere così come fece il ministro Salvini tempestivamente a febbraio scorso a Settimo Milanese». Intanto scoppia la polemica politica. «Come può un’istituzione promuovere un convegno in memoria di una vittima e invitare anche il fondatore dell’associazione criminale che l’ha ucciso?», si domanda il capogruppo di FI al Consiglio regionale, Nino Marmo, che chiede conto al presidente del Consiglio regionale della Puglia, Mario Loizzo, «di questa notizia incresciosa, odiosa e inaccettabile» e chiede che Loizzo "tolga il patrocinio del Consiglio regionale». «Si tratta - accusa Marmo - di uno scempio irrispettoso dei familiari di Moro e dei familiari delle tante vittime delle barbarie brigatiste». Per Marcello Gemmato, deputato di FdI, «è inopportuno, fuori luogo e disdicevole, che in un convegno di commemorazione di Aldo Moro, vi sia Franceschini. Altrettanto disdicevole che a patrocinare l’evento vi sia la massima istituzione regionale». "Invito il presidente del Consiglio - dice - a ritirare immediatamente il patrocinino dando così un tardivo contributo di gratitudine e di verità». All’incontro, oltre al presidente del consiglio Loizzo, è annunciata la partecipazione di Gero Grassi, componente della commissione d’inchiesta Moro 2.

Dal “Corriere della Sera” del 10 marzo 2019. A febbraio la presentazione di un libro sulle Br a Settimo Milanese fu annullata fra le polemiche. Stavolta Alberto Franceschini, tra i fondatori delle Brigate Rosse, parteciperà all' incontro promosso dal Consiglio regionale della Puglia su Aldo Moro. Le proteste di Potito Perruggini, nipote del brigadiere Giuseppe Ciotta ucciso nel '77 da Prima Linea, non hanno fatto cambiare idea agli organizzatori. Il convegno di giovedì, promosso in collaborazione col Miur, prevede la partecipazione di docenti delle superiori e circa 400 studenti. Tra i relatori ci saranno anche il presidente del Consiglio Mario Loizzo (Pd) e l'ex parlamentare Gero Grassi, componente della commissione d' inchiesta «Moro 2». In chiusura è in programma una intervista all' ex Br. «Cosa aspetta la regione Puglia a ricordare tutti i pugliesi che sono stati uccisi dai killer degli anni di piombo?» chiede Perruggini. Dalla Regione vanno avanti: «Capisco il dolore delle vittime del terrorismo - dice Loizzo -, domani le ricorderemo in una mostra fotografica, ma Franceschini ha pagato il suo debito scontando 18 anni e non ha mai ucciso. Incontrarlo vuole essere la testimonianza di un periodo buio e un messaggio alle nuove generazioni, perché costruiscano il futuro senza violenza». 

Polemica convegno Moro a Bari, Grassi: «Franceschini, ex brigatista, viene a chiedere scusa». Così Gero Grassi, ex presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro: «Franceschini non ha mai ucciso nessuno», scrive l'11 Marzo 2019 La Gazzetta del Mezzogiorno. «Alberto Franceschini, brigatista che non ha mai ucciso nessuno, viene a dire 'scusate, abbiamo sbagliato, non copiateci'». Così Gero Grassi, ex presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, risponde alle polemiche dei giorni scorsi sulla partecipazione dell’ex brigatista ad uno degli eventi organizzati dal Consiglio regionale della Puglia per ricordare lo statista pugliese, in programma il prossimo 14 marzo. Grassi ne ha parlato con i giornalisti a margine della inaugurazione della mostra dedicata ad Aldo Moro nella nuova sede del Consiglio regionale. «Non c'è un incontro del 14, c'è un progetto 'Moro educatore' - precisa Grassi - nel quale per due anni magistrati, procuratori nazionali antimafia, professori universitari spiegano ai docenti di Puglia che cos'è il caso Moro. Una di queste puntate è con Alberto Franceschini, uno che dice che in via Fani non c'erano solo le Brigate rosse, dice che le Brigate rosse sono state utilizzate da servizi segreti italiani e stranieri per uccidere Moro, quindi credo che sia una voce autorevole in un campo nel quale noi abbiamo bisogno di recuperare la verità». «Rispetto alla conclusione della commissione di inchiesta, nessuno si indigna - continua Grassi - che esiste un filmato che ci dice chi ha rubato la borsa di moro in via Fani. Quel filmato dice che la borsa l’ha presa un ufficiale dei carabinieri, che era scortato da due generali dell’Esercito». «Credo - conclude - che l’indignazione del Paese debba essere di gran lunga superiore rispetto a polemiche strumentali». «Voglio un incontro ma deve essere prima di tutto un confronto dove dicano le verità ai familiari delle vittime e a chi ha indagato e vissuto quegli anni sulla propria pelle. Sono pronto a guardare negli occhi non solo Franceschini ma addirittura Enrico Galmozzi, il killer di mio zio, perché finora comunque non ho mai visto nessuno andare a chiedere perdono davanti a una delle tombe delle persone da loro brutalmente uccise». Così Potito Perruggini, nipote di Giuseppe Ciotta, poliziotto ucciso nel 1977 da Prima Linea, risponde a Gero Grassi che è intervenuto sulla polemica nata in seguito all’invito di Alberto Franceschini, tra i fondatori delle Br, ad un convegno su Aldo Moro a Bari. «Domani è l’anniversario dell’omicidio Ciotta - continua -, aspetto Enrico Galmozzi al cimitero di Ascoli Satriano dove mio zio riposa da 42 anni». Perruggini si dice poi disposto ad "incatenarsi per non consentire l’accesso al teatro dove di terrà l’evento», giovedì prossimo.

LA MOSTRA - In 84 pannelli allestiti nell’agorà della nuova sede del Consiglio regionale della Puglia è raccontata la cronaca dei 55 giorni di prigionia di Aldo Moro e quello che ne seguì. L’esposizione dal titolo «Aldo Moro: per ricordare», con una pagina del Corriere della Sera e gli altri 83 pannelli che riproducono le pagine ingiallite della Gazzetta del Mezzogiorno di quei giorni, sarà aperta fino alla prima decade di maggio. Alla cerimonia di inaugurazione della mostra hanno partecipato circa 300 studenti di sei scuole superiori della provincia di Bari. «A distanza di quarant'anni, il sacrificio di Moro, coi suoi terrificanti segreti non ancora svelati, ci ha consentito di leggere negli occhi degli studenti l'incredulità e lo sgomento di chi viene a conoscenza, per la prima volta, di quel periodo tragico» ha detto il presidente del Consiglio regionale pugliese, Mario Loizzo.

Per Gero Grassi, ex presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, lo statista pugliese rappresenta un "patrimonio dell’umanità che il Consiglio regionale della Puglia sta riattualizzando ed esportando nel mondo scolastico, in quello associativo, in quello delle biblioteche, in Puglia e in Italia». Il direttore della Gazzetta del Mezzogiorno Giuseppe De Tomaso, ha ricordato come la figura di Moro abbia «inciso non soltanto sulla storia del Paese, della Dc e del Sud ma anche della Gazzetta del Mezzogiorno, perché in un’altra circostanza in cui il giornale si trovava a vivere un momento molto difficile, Moro riuscì a trovare una soluzione», auspicando che «la lezione di Moro serva di aiuto morale ma anche come formula per uscire dalle secche societarie in cui ci troviamo oggi». Per il direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale, Anna Cammalleri, «la verità è libertà e per questo cerchiamo di diffondere tra gli studenti la conoscenza di quegli eventi». La cerimonia si è conclusa con la consegna di premi, su iniziativa dell’Associazione Consiglieri regionali, a sei componenti del Consiglio regionale della prima legislatura costituente (1970-75) e a tutti i presidenti di Giunte e Consigli regionali, dall’istituzione alla nona legislatura. È stato ricordato anche il poliziotto Francesco Zizzi di Fasano, agente della scorta di Moro, ucciso in via Fani, il 16 marzo 1978.

M5S: PATROCINIO CONSIGLIO INOPPORTUNO - I consiglieri regionali pugliesi del M5S annunciano una interrogazione al presidente Emiliano e all’assessore Nunziante sul ruolo di Gero Grassi nelle iniziative dedicate ad Aldo Moro e ritengono «inopportuno» il patrocinio del Consiglio regionale ad un evento con l’ex brigatista Alberto Franceschini. «Siamo assolutamente favorevoli a tutte le iniziative per ricordare Aldo Moro - dicono in una nota i consiglieri regionali pentastellati - ma ci chiediamo se sia opportuno affidare tutti i progetti del Consiglio Regionale dedicati allo statista, a Gero Grassi (ex presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul caso Moro, ndr), dopo che Maria Fida Moro lo ha diffidato dal 'parlare pubblicamente, in modo inopportuno e blasfemo, della terribile agonia e della mortè di suo padre». "Ci chiediamo come mai a iniziative così importanti - continuano - non prenda parte anche Maria Fida Moro, che più volte ha chiesto di essere ricevuta dal Presidente Emiliano, senza ricevere alcuna risposta. Così come ci sembra quantomeno inopportuno che il Consiglio dia il patrocinio ad un incontro con la partecipazione di Alberto Franceschini, il fondatore delle Brigate Rosse, organizzato per il 14 marzo nell’ambito del progetto 'Moro: Educatorè». Il M5S pugliese evidenzia, inoltre che «il link con la locandina dell’evento è stato cancellato dal sito del Consiglio regionale ma di certo questo non basta. Se il presidente Loizzo è convinto della bontà dell’incontro che senso ha farlo sparire dal sito?».

COMUNE DI TERLIZZI DISERTA - Il Comune di Terlizzi non ha partecipato questa mattina alla cerimonia di inaugurazione della mostra «Aldo Moro: per ricordare», annunciando che non prenderà parte anche ai prossimi eventi dedicati allo statista pugliese organizzati dal Consiglio regionale. «Una forma di dissenso - è spiegato in una nota - legata alla scelta, sempre da parte del Consiglio regionale pugliese, di promuovere altri due eventi dedicati alla figura di Aldo Moro che si terranno il prossimo 14 marzo, entrambi con la presenza di Alberto Franceschini, fondatore delle Brigate Rosse». «I grandi uomini del nostro tempo si ricordano attraverso lo studio della storia e il racconto delle loro azioni, - dice il sindaco, Ninni Gemmato - non certo facendo salire sul palco e facendo entrare in un’aula di scuola personaggi discutibili fautori di una stagione di terrore che seminò sangue nel nostro Paese». «Chiedo a tutte le autorità istituzionali regionali - dice il sindaco - di rivedere l’organizzazione di questi eventi per non offendere la memoria delle vittime delle Brigate Rosse e il dolore delle loro famiglie».

La Regione Puglia sceglie le Brigate Rosse per celebrare Aldo Moro. Il co-fondatore delle Br, Alberto Franceschini, chiamato a parlare della storia brigatista agli studenti in occasione delle commemorazioni per la strage di via Fani, scrive Giuseppe D. Vernaleone, Lunedì 11/03/2019, su Il Giornale. Le Brigate rosse un esempio? Assolutamente no ma per il consiglio regionale pugliese è più utile la parola di uno dei fondatori del terrorismo anziché far ascoltare chi ha patito la violenza rossa o chi l’ha combattuta. L’aggravante è costituita anche dalla composizione della platea che il 14 udirà il mea culpa del brigatista: centinaia di studenti. Cosa diversa se venisse a relazionare "del fallimento umano e politico delle Br" al cospetto di profondi conoscitori, quali storici-giornalisti od investigatori, con capacità di conoscenze già acquisite al fine di valutare ulteriormente quelle pagine oscure in cui la battaglia politica si trasformò in orribile violenza criminale. Invece no e per il Consiglio Regionale pugliese, per l'Ufficio scolastico regionale, per l'Istituto per la storia dell'antifascismo e della storia del Risorgimento e per la Società Italiana per le Scienze Umani e Sociali un buon maestro e buon educatore, per coloro che saranno i futuri gruppi dirigenti di questo Paese, è colui che ha scontato di 18 anni di carcere per esser stato uno dei protagonisti della organizzazione che fece, dell’azione omicida, un metodo di lotta. Per l’ex componente della commissione di inchiesta sul Caso Moro di Montecitorio, l’ex deputato pd Gero Grassi il tutto appare plausibile per il sol fatto che Alberto Franceschini, si legge in un comunicato inviato a fine gennaio dal Consiglio Regionale, venga a parlare del "fallimento umano e politico delle Br... e verrà a dire agli studenti: abbiamo sbagliato". Insorgono le opposizioni ed in primis il presidente del gruppo regionale di Forza Italia, Nino Marmo: "Come può un'istituzione promuovere un convegno in memoria di una vittima e invitare anche il fondatore dell'associazione criminale che l'ha ucciso?". Non è il solo a sollevare un interrogativo simile, della stessa idea tutti gli esponenti dell'opposizione a Michele Emiliano da Fratelli d'Italia alla Lega, pur nel silenzio delle altre forze che governano, da centrosinistra, la Regione di origine del leader dc ucciso assieme alla sua scorta. Alla base dell’indignazione non la libertà di parola per chi si è pentito della propria storia collaborando anche con la giustizia ma l'esempio che questo possa rappresentare su una platea non abbastanza informata sul clima degli anni Settanta. Cosa penserebbero i familiari degli agenti di scorta, e dello stesso Aldo Moro, ad ascoltare una lezione di politica terroristico/giudiziaria da parte di chi fu uno dei principali ideologi dell’organizzazione criminale di tanti omicidi? La Puglia chiede di togliere il patrocino da parte dell’Istituzione ed evitare che Franceschini venga visto, dalle scolaresche, come un simbolo di pentimento dopo anni di violenze. Titolo dell’incontro: "Moro educatore. Le Brigate rosse e il loro fallimento storico sociale e politicò" ma a Bari scelgono come educatore colui che, secondo Potito Perruggini, presidente dell’Associazione Anni di Piombo e nipote di Giuseppe Ciotta brigadiere di Polizia ucciso nel 1977, hanno una responsabilità diretta di tante violenze. Per Perruggini la Regione Puglia avrebbe fatto meglio a "ricordare nomi e volti di tutti quei pugliesi che sono stati uccisi dai killer degli anni di piombo. Il fallimento del terrorismo è di qualcosa che nasce già deviato e malvagio. Questo messaggio non può essere oscurato dalla parola “fallimento” che potrebbe implicare anche il negativo esito di qualcosa che nasce da giusti ideali e da uomini giusti. Infatti anche lo stesso Napolitano nel 2007 esortò a non renderli protagonisti rischiando di dare falsi insegnamenti storici soprattutto ai giovani". Ma in Puglia il pentimento di qualcosa di errato lascia intendere che le originarie motivazioni ideali possano essere considerate positivamente se a relazionare non siano studiosi degli eventi ma i promotori delle azioni rivoluzionarie poi sfociate in criminali omicidi.

·        I Ribaltoni quando erano cosa seria. Il Compromesso Storico.

Quando Moro bocciò i due ministri del Pci e rifiutò di sostituire Bisaglia e Donat Cattin. Erano le richieste di Berlinguer per votare la solidarietà nazionale, ma la Dc rifiutò. Francesco Damato il 21 Settembre 2019 su Il Dubbio. Nella ricerca ormai ossessiva delle discendenze o analogie politiche si è cercato di scavare nel passato anche a proposito della scissione del Pd consumata questa volta da Matteo Renzi, come due anni e mezzo fa dai suoi nemici ormai per la pelle Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni. Che avevano brindato alla sua sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale, dopo averla apertamente osteggiata. Ho sentito da qualche parte evocare persino il povero Aldo Moro, già scomodato durante la crisi d’agosto come anticipatore di Giuseppe Conte, per usarne il ricordo stavolta contro Renzi. Che si sarebbe comportato con la stessa irrazionalità e assurdità di un Moro che nel 1976, dopo avere spinto la Dc verso l’intesa di carattere eccezionale col Pci di Enrico Berlinguer, nonostante la contrapposizione elettorale, se ne fosse andato dal suo partito. Il paragone, sia pure rovesciato – ripeto- in negativo, fatto per deplorare e non per giustificare l’iniziativa di Renzi, è di una evidente esagerazione per l’abisso, più che per la differenza, fra i due personaggi, anche se l’ex segretario del Pd e fondatore di “Italia Viva” è in qualche modo riconducibile alla storia della Dc: più a quella però del suo corregionale Amintore Fanfani che a quella di Moro, l’altro “cavallo di razza” dello scudo crociato. Eppure, scavandoci sotto o riflettendoci sopra, il riferimento a Moro potrebbe diventare meno stravagante e assurdo di quanto non abbia pensato chi vi ha fatto ricorso in funzione antirenziana. E spero che quanto sto per scrivere, ove mai letto dall’interessato, non lo imbaldanzisca troppo facendolo molto, troppo paradossalmente sentire un nuovo Moro. Cui Renzi potrebbe paragonarsi davvero se solo volesse esprimere pubblicamente eventuali riserve sulla natura strutturale, persino a livello locale, che la dirigenza del Pd vorrebbe dare all’accordo con i grillini da lui proposto, a sorpresa, in via del tutto eccezionale, e con una prospettiva non di legislatura. Moro fu certamente l’artefice dell’intesa del 1976 con Berlinguer, al quale però fece ingoiare persino un governo monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti: uno degli esponenti della Dc fra i più lontani, obiettivamente, dal Pci. E che proprio per questo costituiva un elemento di riequilibrio e di garanzia oltre Tevere e Oceano Atlantico. Il guaio fu, per l’allora presidente ella Dc, che ad un certo punto la gestione di quell’intesa da parte di Andreotti a Palazzo Chigi e del suo amico ed estimatore Benigno Zaccagnini a Piazza del Gesù, come segretario del partito, andò ben oltre i suoi progetti o intenzioni. Se ne accorse, poveretto, un anno e mezzo dopo, verso la fine del 1977, quando Berlinguer non ce la fece più a trattenere i mal di pancia nel Pci e provocò la crisi reclamando un passo avanti sulla strada di nuovi equilibri politici. Il leader comunista chiese ad Andreotti e a Zaccagnini per via riservata, ma non tanto da sfuggire alle orecchie e all’intuito di Moro, di fare entrare nel governo almeno due indipendenti di sinistra eletti nelle liste del Pci. Quando Moro se ne accorse non si lasciò certo tentare – figuriamoci, col suo carattere- di minacciare e tanto meno di preparare e realizzare un’uscita dalla Dc, come ha appena fatto Renzi col Pd. Egli lavorò con pazienza e ostinazione per impedire che la richiesta di Berlinguer fosse accettata da Andreotti e da Zaccagnini, che ne erano molto tentati pur di non chiudere anzitempo la stagione politica della cosiddetta “solidarietà nazionale” e trattare un nuovo centrosinistra col Psi passato nel frattempo dalla guida di Francesco De Martino a quella di Bettino Craxi. Che era disponibile a riprendere la collaborazione con lo scudo crociato, e ricacciare il Pci all’opposizione, ma non a buon mercato, diciamo così. Moro afferrò nelle sue mani le trattative, dietro e davanti alle quinte, e convinse Berlinguer della impraticabilità politica della sua richiesta, sul piano interno per i rischi di rottura dell’unità democristiana e sul piano internazionale per i rapporti con gli Stati Uniti. Dove già avevano storto il muso per la mezza partecipazione del Pci alla maggioranza, astenendosi nelle votazioni di fiducia al governo Andreotti, e avrebbero storto qualcosa di più e di diverso in caso di nomina a ministri di eletti nelle liste comuniste. Berlinguer si acquietò ripiegando su un programma di governo da concordare più dettagliatamente e incisivamente di quanto non fosse stato fatto nel 1976. E ciò per consentire al Pci di passare dall’astensione al voto di fiducia vero e proprio, dalla mezza maggioranza alla maggioranza intera, dall’anticamera alla camera della spartizione del potere e sottopotere, perché esistevano già allora enti pubblici, consigli d’amministrazione, cariche di alta burocrazia e quant’altro da assegnare con criteri politici. A trattativa conclusa, tuttavia, Berlinguer tentò, con un altro approccio diretto ad Andreotti e a Zaccagnini, di ottenere qualcosa in più da spendere sul terreno della propaganda: la testa di qualche ministro uscente. Furono individuate, in particolare, quelle di Antonio Bisaglia e di Carlo Donat- Cattin, distintisi nella Dc durante la crisi per le resistenze opposte ad una maggiore apertura al Pci. Ma quando Moro se ne accorse, leggendo la lista dei ministri portata di sera da Andreotti a un vertice democristiano alla Camilluccia, prima di salire al Quirinale per sottoporla alla firma del capo dello Stato, il presidente del partito disse no. E impose la conferma di entrambi i democristiani dicendo che la Dc sarebbe finita se avesse accettato di farsi selezionare la classe dirigente dagli altri. Alcune decine di migliaia di copie del giornale ufficiale del Pci già stampate con la lista dei ministri promessa a Berlinguer dal presidente del Consiglio furono ritirate dalla spedizione e macerate. Nei gruppi parlamentari comunisti il malumore crebbe sino alla minaccia di non votare più la fiducia al governo che stava per presentarsi alle Camere. Lo stesso Zaccagnini nella Dc voleva dimettersi da segretario. Tutto rientrò solo perché la mattina del 9 marzo 1978, andando proprio alla presentazione del governo a Montecitorio, Moro fu sequestrato dai brigatisti rossi fra il sangue della sua scorta, decimata. Dopo 55 giorni di drammatica prigionia, e di convulsa gestione governativa e partitica della cosiddetta linea della fermezza imposta dal Pci ad una Dc a dir poco sconvolta dagli eventi, sarebbe stato ucciso pure Moro. Meno di un anno dopo sarebbe finita anche la maggioranza di “solidarietà nazionale”, o di “compromesso storico”, come preferiscono chiamarla persone di cattiva memoria o storici improvvisati. Il compromesso storico proposto da Berlinguer era tutt’altra cosa dall’operazione concepita e gestita da Moro.

·        Aldo Moro e la sua idea di centro.

Il genio politico di Aldo Moro e la sua idea di centro: la persona perno di un cambiamento reale e duraturo. Sergio Carlini il 24 luglio 2019 su Il Dubbio. Un genio politico che, dal carcere brigatista, profetizza, dopo la sua morte, “un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco” per il nostro Paese. Giuseppe Genna ha svolto sull’ultimo numero de L’Espresso una riflessione mirabile. Tanto che chi volesse cimentarsi con essa – come in questo momento fa il sottoscritto – corre il serio rischio di una semplificazione o peggio di una banalizzazione. Credo che la questione fondamentale posta da Genna sia la seguente: che cosa sostiene un’azione giusta, soprattutto da parte di un uomo politico? Un uomo politico che si trova di fronte e alle prese con le forze spurie, primordiali, caotiche e drammatiche della società e della storia. L’azione giusta è sempre e comunque giustificata e motivata da principi morali oppure è quella che, guidata dall’intuito del genio politico e dalla conoscenza del “tempo giusto per ogni cosa”, conduce a sminare i pericoli e aprire prospettive nuove? Machiavelli ha risposto una volta per tutte a questa domanda, dimostrando non solo che il fine giustifica i mezzi, ma che l’azione politica è volta, soprattutto, a ristabilire le condizioni in cui le leggi morali e la retta coscienza dell’individuo possono reggere autonomamente una società armonica. Giuseppe Genna conduce questa riflessione fino alla realtà italiana, individuando giustamente in Aldo Moro l’artefice di un genio politico capace di “tenere unito il molteplice, rallentare, accelerare, comporre”. Nel contesto di un Paese, l’Italia, attraversato da drammatiche tensioni internazionali, segnato da arretratezze storiche, dilaniato da forze oscure e dalla presenza del più potente partito comunista dell’Occidente. Un genio politico che, dal carcere brigatista, profetizza, dopo la sua morte, “un altro ciclo più terribile e parimenti senza sbocco” per il nostro Paese. La linea di condotta di Aldo Moro, “fare della Dc una forza di mediazione di tutta la realtà politica e sociale italiana ivi compresa la sinistra”, è stata per lo più fraintesa, anche dai suoi interlocutori comunisti più avveduti, i quali si piegarono, anzi imposero l’infausta linea della fermezza. A questo punto Giuseppe Genna introduce il concetto di centro, non come punto intermedia di una linea retta, bensì come centro di un cerchio. Mi ha fatto piacere che Genna abbia citato Gianni Baget Bozzo, che pochi oggi ricordano come una figura davvero importante del dibattito religioso, della cultura e della politica in Italia, il quale concepiva il centro in termini dinamici, come mediazione. Certo, si potrebbe dire che questo concetto e soprattutto la pratica della mediazione, sottratta dal rigore intellettuale e morale di Aldo Moro e affidata al doroteismo democristiano, ha condotto anche alla piega del clientelismo, del consociativismo più deteriore e, infine, ad accumulare un enorme debito pubblico, che oggi pesa come un macigno sul nostro futuro. Così come si potrebbe affermare con ragione che questo concetto di mediazione, di cui peraltro Franco Cassano, nel volume “Il teorema democristiano”, metteva in luce gli aspetti di autonomia rispetto alla sfera dell’economia, confligge alla lunga con un’autentica visione liberale dello Stato, del sistema politico e dell’economia. Ma qui tocchiamo con mano le caratteristiche dell’Italia del dopo Moro, l’Italia violenta di tangentopoli, l’Italia volgare del berlusconismo, l’Italia della speranza fulminea rappresentata da Renzi e, in ultimo, l’Italia del governo più populista e sovranista d’Europa. Evidentemente se siamo finiti in questa situazione qualcosa non ha funzionato. Di Aldo Moro rimane, però, come ricorda Genna, l’ispirazione “di una politica condotta, se non dal centro, in nome del centro stesso. E quel centro è la persona: il valore dell’inalienabilità della persona da se stessa e da tutto ciò che il fenomeno umano produce”. La vera rivoluzione per Aldo Moro è la metanoia, una rivoluzione interiore attraverso cui l’umano si arricchisce e di trasforma, diventando il perno solido di un cambiamento reale e duraturo. In fondo, ciò che auspicava anche Machiavelli, anche se quando cadono queste solide strutture morali diventa imprescindibile farsi guidare dal dovere, di cui ha parlato Marco Damilano, che consiste in qualcosa di “trascendente che supera anche le leggi dell’uomo, imparziali o addirittura ingiuste”.

·        Chi amò e chi odiò Aldo Moro.

Vittoria Leone: «Un anonimo mi scrisse dov’era il covo di Moro, la lettera fu ignorata». Pubblicato sabato, 05 ottobre 2019 su Corriere.it da Aldo Cazzullo. La moglie del presidente Leone: «Ogni sforzo di mio marito per liberarlo fu inutile. Venivo definita l’ambasciatrice della moda italiana, ne ero orgogliosa. Andreotti? Un ingenuo»

Lei si sente donna Vittoria, come la chiamavano i giornali, o la signora Leone?

«Per me non ha mai fatto differenza. La mia vita privata ha sempre coinciso con quella pubblica di mio marito. Avevo 28 anni quando divenne presidente della Camera, 36 quando fece per la prima volta il presidente del Consiglio, 44 quando fu eletto capo dello Stato. Ora non ci sento così bene come prima; e mi piace pensare di essere chiamata semplicemente Vittoria dalle persone più vicine».

Qual è il suo primo ricordo?

«La mia bicicletta Wolsit di Legnano. Andavamo a scuola a piedi o in bici, con qualsiasi tempo. Mio padre, medico, aveva una macchina; ma non veniva messa a disposizione dei bambini. Allora non si cresceva viziati. Avevo anche un cane. Mi morse, ma non lo dissi: temevo che lo punissero. Ero sicura di aver preso la rabbia, la notte pregavo di morire in fretta».

Come finì?

«Feci la cura antirabbica».

La sua famiglia è di origine inglese?

«Un trisavolo, Andrea Graefer, architetto botanico, fu chiamato dai Borbone per progettare i giardini inglesi della reggia, che ancora oggi portano il suo nome. Si innamorò di una casertana. La mia famiglia viene da lì».

Quando ha visto per la prima volta l’uomo che sarebbe diventato suo marito?

«Giovanni venne a casa nostra con mio fratello Luigi. La guerra era appena finita. Era professore universitario, e tenente colonnello alla procura militare di Napoli: aveva liberato tutti i prigionieri per sottrarli alla vendetta nazista, poi era scappato travestito da prete. Mio fratello era tenente. Divennero amici. Così me lo vidi comparire a casa».

È vero, come ha scritto Vittorio Gorresio, che si offrì di raccomandarla per l’esame di maturità?

«È vero, e io pensai: ma che invadenza! Alla fine l’esame non lo diedi. Mi sposai prima, il giorno del mio diciottesimo compleanno».

Lo sa cosa viene da pensare nel vedere le vostre fotografie? Lei era bellissima; lui no. E aveva vent’anni di più. Com’è potuto nascere il vostro amore?

«Me lo sono chiesto anch’io. Non esistono spiegazioni razionali. Accadde. Certo lui mi aveva affascinato con fiumi incessanti di parole. Mi aveva stordito con la sua testa».

Cosa l’ha colpita di Giovanni Leone?

«Un carattere fuori dagli schemi, un’immensa cultura, una rara capacità di ragionare e convincere. E un grande senso dell’umorismo. Era molto curioso, di mente aperta, di una lungimiranza fuori dal comune, di un’umanità straordinaria. Non mi dette il tempo di capire quello che stava succedendo, ed eravamo già sposati».

Com’era la vita quotidiana al suo fianco? È vero che lui di notte leggeva, mangiava, accendeva e spegneva la luce di continuo?

«Giovanni ha sempre sofferto di insonnia. Libri e discorsi li scriveva di notte. Era il terrore delle dattilografe che dovevano trascrivere blocchi interi partoriti nottetempo. A un certo punto abbiamo deciso di dormire in stanze separate, ma comunicanti. Non era facile reggere i suoi ritmi forsennati. Amava stare in compagnia, spesso mi trovavo ospiti a casa senza preavviso. Una cosa è certa: con lui non ci si poteva annoiare».

Leone era presidente del Consiglio quando incontraste Kennedy. Che impressione le fece?

«Volendomi fare un complimento galante, mi disse, in inglese: “Ora capisco il successo di suo marito”. Risposi che all’evidenza gli sfuggivano le doti di Giovanni».

In sostanza, ci provò...

«Ma no, voleva essere simpatico. Era una persona affascinante, nello stesso tempo educata e concreta. Adorava Napoli, dove fu accolto da due milioni di persone. Ho ancora la lettera che scrisse a Giovanni. Vuole vederla? Guardi qui in fondo. Kennedy scrisse “Viva Napoli” di suo pugno. È datata luglio 1963. Gli restavano quattro mesi».

E Jackie?

«Bella. Elegante. Altera».

Fanfani e Moro: i cavalli di razza democristiani. Chi erano veramente?

«Moro era molto legato a mio marito, era stato suo assistente di diritto penale all’università di Bari. Il destino li volle entrambi candidati della Dc al Quirinale: votarono i gruppi parlamentari; Giovanni vinse per otto voti, e Aldo fu leale, non armò i soliti franchi tiratori».

Com’era Moro?

«Un uomo triste. Veniva a trovarci nella nostra casa di Roccaraso, si sedeva, e stava zitto. Non parlava quasi mai, ma quando parlava non smetteva più; e non si capiva niente. Avevamo un barboncino nero e l’avevamo chiamato Moro. Suonarono alla porta e lui si agitò, io lo rimproverai: “Moro piantala, Moro stai buono!”. Poi andai ad aprire: era Moro, quello vero. Ci era rimasto malissimo».

Come ricorda i giorni del suo rapimento?

«Mio marito è l’unico democristiano che Moro non abbia maledetto nelle sue lettere. Fece disperatamente e inutilmente di tutto per farlo liberare. Ma avemmo la sensazione che fosse un destino segnato».

Perché dice così?

«Arrivò una lettera anonima, indirizzata a me, che segnalava il covo brigatista. La portai al ministero dell’Interno. La ignorarono. Quando la chiesi indietro, mi dissero che era sparita. E le Br lo uccisero poche ore prima che Giovanni firmasse la grazia per una terrorista malata che non aveva sparso sangue, Paola Besuschio».

Anche Fanfani era per la trattativa.

«Fanfani era uomo di partito, oltre che delle istituzioni, mentre mio marito incarichi di partito non ne volle mai, per non trovarsi a gestire troppi compromessi e giochi di potere. Questo talvolta li allontanava, nonostante avessero un ottimo rapporto personale. Io ero molto amica di sua moglie Biancarosa, che scomparve prematuramente. Poi lo sono stata di Mariapia».

Su cosa Leone e Fanfani si trovarono lontani?

«Il referendum sul divorzio. Lo scontro fu duro e lungo. Fanfani lo volle a tutti i costi. Giovanni era contrario: “Servirà solo a sancire che siamo minoranza” diceva. E questo non lo fece amare da Papa Montini».

Che opinione si è fatta di Andreotti?

«L’ho sempre considerato un amico di famiglia. Adorava giocare a carte con me e alcuni amici comuni. Giovanni condivideva la sua apertura a Mosca e al Medio Oriente. Lo considerava un grande politico che, a dispetto di quel che si crede, alternava all’astuzia anche momenti di ingenuità».

Ingenuo, Andreotti?

«A volte si fidava troppo degli altri».

Come ricorda i leader che incontrò? Ford, lo Scià, Pompidou...

«Pompidou e la moglie erano due persone straordinarie: lei simpatica e cordiale, lui statista con una visione. Ford era una persona schiva e sincera, però la sensazione era che comandasse Kissinger: uomo brillante, di apparente bonomia, ma dagli occhi cattivi. Anche al Cremlino si faceva notare di più Gromyko, che parlava un ottimo inglese, che non Breznev, uomo timido, introverso. Lo Scià era un leader illuminato ma taciturno: sapeva molte lingue e non ne parlava nessuna».

Franco lo incontrò mai? E Peron?

«Franco mai. Ho un bel ricordo di Juan Carlos, che conversava amabilmente in un ottimo italiano. Peron venne con Isabelita e propose che il nostro governo comprasse un pezzo di Argentina, per risanare il loro debito pubblico. Mio marito e io ci guardammo imbarazzati; poi lui con le sue doti diplomatiche sbrogliò la situazione».

E tra le mogli chi la colpì di più? Farah Diba?

«Una donna dolcissima e intelligente. A Teheran parlammo in inglese a lungo e ci trovammo d’accordo su molte cose, dall’educazione dei figli alla moda. Volle sapere chi era il mio stilista. Quando le dissi Valentino, non si stupì: sapeva riconoscere l’eleganza. Erano gli anni in cui mi definivano l’ambasciatrice della moda italiana nel mondo, ne ero così orgogliosa... Mi colpì molto anche la regina Fabiola. Lei e Baldovino erano visceralmente legati al loro popolo».

La regina Elisabetta era ancora giovane.

«La prima volta che la incontrai aveva 35 anni, mio marito era presidente della Camera. I nostri figli avevano una governante inglese, miss Bertha. Elisabetta la volle conoscere. Miss Bertha svenne in avanti per l’emozione. Ci spaventammo».

E la regina?

«Imperturbabile».

Con suo marito andaste da padre Pio.

«Non amava i politici e ci trattò con durezza. Però mi diede tre rosari: “Per i suoi figli”. “Ma io ne ho solo due, Mauro e Paolo”. “Ne prenda tre” disse. L’anno dopo nacque Giancarlo».

Lei è considerata la prima e ultima first-lady italiana. Perché siamo allergici a questo ruolo?

«La prima fu Ida Einaudi. Si affezionò molto a me. Anche troppo, voleva sempre che la accompagnassi... Saragat, presidente prima di Giovanni, era vedovo. Gli altri predecessori erano molto più anziani. Il Paese non era abituato a vedere al Quirinale una famiglia al completo, con moglie giovane e figli piccoli. Del resto, né Mussolini né i Savoia hanno evidenziato figure femminili accanto a loro, per scelta. Veniamo da un passato maschilista. E restiamo il Paese dove la maldicenza primeggia e il rispetto delle istituzioni è dote rara».

Da sinistra foste accusati di aver trasformato il Quirinale in una reggia. Poi venne il libro della Cederna. Cosa provò nel leggerlo?

«Ero troppo impegnata a sostenere mio marito per avere il tempo di metabolizzare quelle ingiurie. Eravamo una famiglia normale, che conduceva una vita normale in un contesto eccezionale. La campagna denigratoria del gruppo Espresso e il libro della Cederna furono palesemente un’orchestrazione per colpire il cuore dello Stato, il cui presidente veniva dalla Democrazia cristiana, e un’ambigua operazione anche commerciale, per accreditarsi come la vera controinformazione. La fonte principale della Cederna era OP di Mino Pecorelli, agenzia ricattatoria e legata ai servizi segreti deviati e ai poteri occulti dell’epoca. La maldicenza trovò terreno fertile anche nel Pci e nei radicali».

Un capitolo era intitolato «I tre monelli»: i suoi figli. Come reagì?

«I tre monelli era il nome della nostra casa di Roccaraso. Neanche i ragazzi, nonostante fossero giovanissimi, furono risparmiati dalle diffamazioni della Cederna: talmente ridicole da non poter essere prese sul serio. E così fu. Io però capii che si stava aprendo una voragine nel nostro Paese: in nome della faziosità e di interessi di varia natura, nessuno sarebbe stato più risparmiato».

Chi costrinse suo marito a lasciare, i democristiani o i comunisti? Leone era un intralcio sulla via del compromesso storico?

«Lo scopo era favorire un cambio nella gestione del Paese a favore della sinistra, spostando il baricentro democristiano. Alla campagna si unirono altri soggetti interessati: la P2, già in azione ma ancora ignota ai più; politici e ministri Dc in odore di corruzione; membri del governo contrari all’apertura di mio marito per salvare Moro. Quell’immenso polverone riuscì per un po’ a distrarre l’opinione pubblica dai veri scandali, destinati comunque a esplodere. Leone si dimise perché la Dc non lo difendeva dagli attacchi interessati del Pci. Proprio quella Dc che qualche mese prima lo aveva implorato di non dimettersi come lui avrebbe voluto, per potersi difendere meglio. Tutto cambiò con la terribile morte di Moro».

Perché?

«Quella tragedia, che si poteva evitare se gli avessero lasciato firmare la grazia, spinse Dc e Pci a forzare un ricambio, una ripartenza scioccante, fornendo al Paese un capro espiatorio. Così uccisero anche Giovanni Leone, psicologicamente e umanamente».

Lei provò a convincerlo a non dimettersi?

«Non dovevo, perché lui era determinato da tempo a lasciare. Voleva farlo già nel 1975, quando il suo messaggio alle Camere rimase ignorato. La politica gli chiese di restare e lui, galantuomo fino in fondo, aderì fino a quando la politica gli chiese il passo indietro. In questo dimostrò di essere molto diverso dal suo partito, per correttezza e onestà. Come quando disse no a Togliatti...».

Togliatti?

«Quando Giovanni era presidente della Camera, il leader comunista gli disse riservatamente che avrebbe fatto convergere voti del Pci su di lui per il Quirinale, se avesse preso tempo prima di indire una nuova votazione. Lui declinò l’offerta, e convocò subito la votazione che elesse Segni. Quanti altri politici si sarebbero comportati così?».

È vero che cadde in depressione?

«Era amato e popolare; una campagna infondata lo precipitò nel mondo che aveva sempre combattuto, quello dell’illegalità e del sospetto. Fu come essere colpito da un fulmine. Non era preparato, non poteva esserlo. Non aveva gli strumenti di difesa tipici dei corrotti, che sono sempre pronti a tutto. Lui era del tutto indifeso. Sì, cadde in una depressione da cui non si riprese più. Gli sono stata accanto per altri 23 anni, e con me i figli. Ma non era più lui. Era la testimonianza vivente e dolente del sacrificio di una persona troppo perbene».

Però lei conosceva il dolore. Aveva perso un figlio, Giulio, a 5 anni, per la difterite.

«Dopo aver visto la guerra, la morte di Giulio, la malattia di Mauro, che da piccolo fu colpito dalla poliomelite, non potevo impressionarmi di fronte alla meschinità e alla falsità. Per il nostro bambino, Giovanni scrisse allora un libro per pochi, Dialoghi con Giulio. Non riesco a rileggerlo perché ancora oggi mi commuove. Penso a lui sempre. Era di una dolcezza senza confini».

Come si comportò con voi il successore, Pertini?

«Rapporti formali. Giovanni non se ne meravigliò. Lo conosceva troppo bene».

Molti anni dopo i radicali chiesero scusa.

«Ne fui sorpresa. Mi ero fatta un’idea molto diversa di Pannella. Con la Bonino fece un atto di onestà intellettuale, scusandosi per le accuse ingiuste di anni prima. Mi commossi: Giovanni lo meritava. Il Pci invece non si è mai scusato. Anche se Napolitano da presidente ebbe parole durissime contro quella campagna».

Suo marito però fu al centro di altre polemiche: dalla difesa della Sade nel processo sul Vajont, alla famosa foto delle corna agli studenti di Pisa. «Da avvocato ha sempre sostenuto le cause giuste. La difesa della Sade non andava contro le vittime; serviva per stabilire la verità dei fatti. Lasciò presto l’incarico per impegni istituzionali. Da penalista amava difendere i più deboli, gratis. Quel gesto delle corna fu istintivo: era il suo modo di rispondere ai contestatori violenti che gli urlavano “a morte Leone!”. Apparteneva al suo spirito napoletano. Anche in questo non era un politico di professione; era un grande giurista prestato alla politica».

Lei come immagina l’aldilà?

«Sono credente, ma proprio per questo vivo incertezze che tengo per me. Nella nostra cappella di famiglia a Napoli è scolpita una frase di san Paolo: Vita mutatur, non tollitur».

Virginio Rognoni, quando Andreotti lesse (o rilesse?) il Memoriale di Aldo Moro. Pubblicato giovedì, 11 luglio 2019 da Walter Veltroni su Corriere.it.

Virginio Rognoni, tu sei stato uno dei massimi dirigenti della Dc e il ministro dell’Interno succeduto a Francesco Cossiga dopo la morte di Moro. Che cosa era la Democrazia Cristiana? Che cosa è stata nella storia italiana?

«Non si capisce la Democrazia Cristiana se non con riferimento alla storia politica e civile del Paese. Non è un partito che nasce dal nulla. Durante il fascismo i cattolici antifascisti, per tradizione familiare e radicata convinzione, erano assoluta minoranza; la gran parte del mondo cattolico faceva massa intorno a Mussolini; erano gli anni Trenta; giusto gli anni del grande consenso; un patrimonio ingannevole che porta Mussolini definitivamente nelle braccia di Hitler. Finita la guerra, ma già prima, a ridosso del 25 luglio, c’è l’incontro dei vecchi “popolari” del partito di Sturzo, con De Gasperi in testa, e i giovani professori che venivano dalla Fuci e dai Laureati cattolici; queste due realtà si incontrano, vi confluiscono altri gruppi già clandestini, come i neoguelfi di Milano, e nasce il partito. Oggi si racconta che quella politica era in mano a vecchi, ma perché non ricordare che Aldo Moro arriva alla Costituente a 29 anni e Dossetti a 33, e che entrambi sono stati tra i costituenti più ascoltati e apprezzati?».

La Dc era un arcobaleno che copriva posizioni reazionarie e il loro contrario. Nella Dc poterono convivere Lima e Tina Anselmi, Sbardella e persone come te o Zaccagnini. Esclusivo prodotto della Guerra fredda?

«L’unità politica dei cattolici non era certamente un dogma e neppure una sorta di obbligazione morale; era semplicemente un fatto politico inevitabile in quel determinato momento. L’Italia è stata subito segnata da due grandi questioni, la questione cattolica e quella comunista; due realtà che contrapponendosi radicalmente hanno irrigidito il sistema, quasi bloccato. La questione comunista, con il richiamo allora fortissimo all’Unione Sovietica, al mito della Rivoluzione ha finito per arroccare la Dc ben oltre la sua cultura di partito. La Dc era diventata argine, diga contro il comunismo: un problema. Il contrasto tra De Gasperi e Dossetti circa il modo di interpretare la grande vittoria del 18 aprile mi è sempre parso come la denuncia di questo problema e giusta mi è sempre parsa la soluzione presa da De Gasperi. D’altro canto, il Pci non era semplicemente l’emanazione dell’Urss; non era il Partito comunista tedesco (tra l’altro messo fuori legge) e neppure quello francese o spagnolo; aveva alle spalle diverse culture e soprattutto era il partito che aveva contribuito alla rinascita della democrazia con un ruolo rilevantissimo nella Resistenza. Ma eravamo in quegli anni. E il mondo era separato in blocchi e aree di influenza. C’erano vincoli internazionali, appartenenze, alleanze militari, insomma la “Guerra fredda”. Per la Democrazia cristiana, il Pci doveva essere combattuto e allo stesso tempo cooptato nel gioco democratico: da qui il riconoscimento di un’area, il cosiddetto “arco costituzionale”, dove palese fosse la continuità di un legame tra tutti i partiti che avevano scritto la Costituzione. Un equilibrio non semplice, ma necessario, in un Paese di frontiera come l’Italia».

La Dc muore con la morte di Moro?

«Con Moro finisce la prima Repubblica. Ferma la pregiudiziale antifascista, Moro, con un’azione di carattere quasi pedagogico, era diventato protagonista del progressivo allargamento della base democratica del Paese. Esaurita la formula centrista, ecco i socialisti al governo, poi la solidarietà nazionale con i comunisti nella maggioranza parlamentare; a quel tempo, una vera e propria sfida alla stessa Dc e in campo internazionale. Moro non è mai stato vicino al compromesso storico di Berlinguer, una strategia che prevedeva l’unità al governo dei partiti popolari, quasi un ritorno all’alleanza dell’immediato dopoguerra prolungata nel tempo. Moro invece riteneva che per il Pci stare fuori dal governo, ma dentro la maggioranza, fosse un passaggio necessario di legittimazione democratica così da arrivare, senza strappi, all’alternanza. Un percorso confermato nell’intervista postuma a Scalfari. Moro sarebbe diventato presidente della Repubblica e avrebbe accompagnato questa transizione per uno o due anni. Alle elezioni successive i due partiti si sarebbero presentati in conflitto. Una sorta di 18 aprile purgato di tutte le scorie, le durezze e le anomalie, nazionali e internazionali, del ’48. Ma il Pci sarebbe stato così legittimato a governare, se avesse avuto i voti. Era un grande progetto, che avrebbe completato il disegno costituzionale. La morte di Moro ha impedito che si realizzasse».

Conosco la tua tesi e la condivido: il rapimento di Moro e il suo assassinio sono stati compiuti dalle Brigate rosse. Però Moro viene ucciso per far saltare il suo disegno. Quindi uno di quegli omicidi politici che cambiano il destino di un Paese...

«Ero convinto e lo sono ancora che il terrorismo delle Brigate rosse fosse nazionale, italiano, non eterocomandato da un “grande vecchio”. Ho spesso discusso con Pertini; il Presidente riteneva che ci fosse una centrale straniera in ragione della posizione geopolitica italiana, al confine tra patto di Varsavia e Nato. Tanto è vero che quando fu sequestrato il generale Dozier mi telefonò preoccupatissimo: “Hai visto? Hai visto? Un generale americano”. Come ministro dell’Interno io avvertivo l’assoluta necessità di seguire ogni congettura, nessuna esclusa; il mio compito, dopo via Fani e la tragedia di Moro, era che il Paese rimontasse la china, sconfiggesse il terrorismo senza uscire dalla democrazia e senza imbarbarire lo Stato. Il clima era pesantissimo, avevamo avuto un ’68 diverso dagli altri Paesi. Il ’68 italiano è stato una cosa eccezionale. Sia chiaro: il ’68 esprimeva un bisogno di modernità, postulava uno sbocco politico che però non c’è stato. Il ’77, con tutte le sue violenze, in fondo è la manifestazione drammatica di quella delusione. Dico questo anche perché quando sono arrivato al Viminale sentivo dentro di me quel grido, nato giusto in ambienti “sessantottini”, “né con le Brigate rosse, né con lo Stato”. Era un grido spaventoso, che poneva sullo stesso piano negativo le Br e lo Stato, uno Stato vissuto come lontano, sempre uguale, torbido».

Durante la Guerra fredda quelli che erano considerati nemici in un fronte non dovevano partecipare al governo dell’altro. Credo che questo abbia detto con rudezza Kissinger a Moro e anche Berlinguer viene messo nel mirino dai sovietici, fino all’attentato in Bulgaria. Moro e Berlinguer, ciascuno nei due campi, erano un’anomalia pericolosa. Ribadito che il rapimento Moro lo hanno fatto le Br tu non pensi che nei cinquantacinque giorni ci sia stato l’intervento di questi soggetti per evitare che Moro fosse liberato?

«Cominciamo col dire che nei cinquantacinque giorni probabilmente la linea della fermezza è stata inevitabile. Se fosse avvenuto il contrario le istituzioni non avrebbero retto. Ma la cosa grave non è stata la scelta della “fermezza”. Lo scandalo — come qualcuno lo ha chiamato — è stato che per cinquantacinque giorni non si sia riusciti a trovare la prigione di Moro. Il Presidente non era prigioniero, che so io, in Alaska, era a Roma, nella capitale, e dalla prigione mandava continui messaggi, accorati e struggenti. Che poi questa incapacità sia stata in qualche modo “aiutata” da chi era contro la politica di Moro e il suo ruolo nel concerto internazionale non è affatto da escludere; troppo fitto era il bosco di personaggi inquietanti e pericolosi che giravano intorno all’intera vicenda».

Tu vieni nominato ministro dopo questo inaccettabile fallimento.

«La proposta è venuta da Zaccagnini e gli altri leader della maggioranza l’hanno condivisa. Al Viminale non volevo e non potevo fare “rivoluzioni”. Tuttavia ero fermamente convinto che fosse necessario introdurre elementi di netta discontinuità rispetto alla passata gestione. Perché — mi domandavo — Cossiga aveva chiamato esperti stranieri sul terrorismo internazionale, americani o di altro Paese che fossero? Molto meglio, innanzitutto, rifarsi alla memoria di Polizia e Carabinieri. Di qui la scelta del generale dalla Chiesa, che bene già aveva conosciuto le prime Br di Curcio e Franceschini. Non bisognava perdere tempo. C’erano anche da governare l’ansia, le aspettative, la paura, la rabbia, la speranza della gente. Era impresa difficile; mai come in quel momento mi sono sentito ministro della convivenza civile: ministro “terzo” rispetto alle fortune e alle sfortune del proprio partito».

Tu mettesti alla porta Ledeen e Pieczenik. Perché erano stati chiamati?

«Veramente non è così; al Viminale da pochissimi giorni, sento trillare il telefono, d’istinto prendo la chiamata; chi era? Ledeen; mi diceva che vi erano ancora parcelle insolute per sue consulenze; per tutta risposta l’ho mandato a quel paese. Pieczenik non l’ho mai visto e conosciuto. Entrambi erano stati chiamati da Cossiga; purtroppo scelte sbagliate, prima ancora che inconcludenti».

Pieczenik ha detto testualmente: «Mi aspettavo che le Br si rendessero conto dell’errore che stavano commettendo — con il rapimento — e che liberassero Moro, mossa che avrebbe fatto fallire il mio piano. Fino alla fine ho avuto paura che liberassero Moro».

«Liberato dalle Br, dalla prigione dove era detenuto, Moro, libero, fa paura. È la sua parola che fa paura; la paura — l’immagine me la concedo — dei mercanti di essere cacciati dal tempio».

Nel comitato che ai tempi di Cossiga seguiva le indagini, erano quasi tutti iscritti alla P2. Undici su dodici.

«Pensare che intorno a Cossiga, nel comitato dei cinquantacinque giorni, ci fosse questa gente, forse la peggiore, è veramente doloroso, ma soprattutto inquietante».

Di Gladio tu sapevi?

«No; non ne sapevo nulla; l’ho saputo quando, verso la fine di luglio del ’91, Andreotti andò in Parlamento a parlarne; a parlarne e a dichiararne senza mezzi termini lo scioglimento. Gladio era l’espressione italiana di una segretissima organizzazione denominata Stay behind che, in piena Guerra fredda, i Paesi della Nato avevano creato nell’ipotesi che l’Europa potesse essere invasa dalle truppe sovietiche: un primo punto di resistenza contro l’invasore. Cessata la Guerra fredda, con il superamento definitivo dei blocchi, simile organizzazione non aveva alcuna ragione per sopravvivere: così Andreotti. Subito scoppia il finimondo, l’ira di Cossiga è incontenibile, tutta la segretezza di Gladio è in frantumi, le polemiche non cessano. La mattina precedente il 4 novembre — da pochi giorni ero ministro della Difesa — mi telefona Cossiga: “Domani a Redipuglia devi difendere Gladio”. Gli rispondo: “Francesco, a Redipuglia di Gladio non voglio parlare”. Per me era inaccettabile che Gladio fosse stata tenuta nascosta a uomini di governo che avevano il diritto di conoscerne l’esistenza. Mi risulta che anche Fanfani non ne sapesse niente».

Ricordi l’attentato del ‘73 alla questura di Milano? A tirare la bomba fu quell’anarchico, che invece era stato in Gladio.

«Sì: anarchico e gladiatore e, se ben ricordo, informatore del Sismi».

Gladio è stata usata per condizionare la vita italiana?

«Escludo un impiego del genere. Il vero condizionamento è stato lo stragismo di destra: colpire nel mucchio per provocare una reazione autoritaria dello Stato». Quindi non ritieni credibile che Gladio sia dietro e dentro alcune delle pagine di sangue di quegli anni?

«A parte il caso di Bertoli, con la bomba alla questura di Milano, non mi risulta la compromissione di altri esponenti di Gladio».

Il vero colpo di Stato in Italia fu l’assassinio di Moro?

«Le Br pensavano che il rapimento di Moro, il cosiddetto processo che ne è seguito e la sua uccisione avrebbero portato alla “rivoluzione”, ritenuta ormai imminente, dietro l’angolo; i brigatisti erano rivoluzionari senza rivoluzione. Tuttavia un colpo di Stato c’è stato, perché con l’uccisione di Moro si ferma e si ribalta l’intera vicenda politica del Paese».

Descrivimi due personaggi che per me sono shakespeariani: Cossiga e Andreotti.

«Cossiga era un uomo politico di elevata e vasta cultura, una personalità singolare dalle analisi acute come certamente lo era, nel suo complesso, il messaggio inviato alle Camere immediatamente dopo la caduta del Muro di Berlino. Un messaggio che avrebbe dovuto essere preso in seria considerazione. Gli è nuociuto l’insieme delle sue debolezze e stravaganze che, ripetute, diventavano manie e ossessioni insopportabili. Mi ha sempre colpito e addolorato la sua solitudine». E Andreotti?

«Andreotti non lo so descrivere, e questa credo sia la risposta più onesta. Come ministro di alcuni dei suoi tanti governi devo dire che ha sempre rispettato le proposte che gli venivo facendo: così la nomina del generale dalla Chiesa; non ha opposto alcuna riserva, pur sapendo io dei rapporti tutt’altro che buoni che egli aveva con il generale. Non una piega, ancora, quando, dovendo cambiare il capo della Polizia, scelsi un prefetto diverso da quello che mi aveva suggerito, e scelsi bene perché il candidato che mi proponeva è poi risultato appartenere alla P2. Era un uomo algido, di una freddezza impressionante. Quando gli portai le carte che gli uomini del generale dalla Chiesa avevano trovato il 1° settembre del 1978 in via Montenevoso, carte contenenti giudizi severissimi su di lui, egli le lesse imperturbabile; una lettura tranquilla, una trentina di minuti. Una volta finito, ha alzato gli occhi e ha detto solamente: “Eleonora era una Fucina come noi, una donna di straordinario valore”. Nessun altro commento. Sembrava quasi che quelle pagine le avesse già lette: se fosse così sarebbe stato un vero e proprio uomo di teatro con il copione pronto per il caso che gli stava davanti...».C’è qualcuno che ti manca, tra le persone che hai incrociato nella tua vita pubblica?

«Sì, Pietro Scoppola e Leopoldo Elia, cattolici democratici di straordinario spessore. Sono stati dalla parte giusta ma hanno sempre lavorato perché i democratici, dopo l’ottantanove, si ritrovassero insieme. E per liberare la democrazia dalle serrature, politiche e istituzionali, della Guerra fredda. Mi mancano, ma soprattutto mancano a questo Paese che pare si accontenti di uomini casuali».

Vittorio Feltri: "Vi dico chi era davvero Berlinguer". Il bluff della sinistra: così smonta il mito comunista. Libero Quotidiano l'11 Luglio 2019. Walter Veltroni è diventato un editorialista del Corriere della Sera. Normale che scriva articoli sul Pci facendolo passare per un partito morbido e tollerante quanto la Dc. Egli infatti disse di essere più kennediano che comunista, pur rimanendo fedelmente inchiodato a Botteghe Oscure. Le contraddizioni in politica sono all' ordine del giorno. Ma rileggere le vicende dei marxisti italiani è un esercizio stupefacente che insegna molte cose. E Veltroni è capace di presentare Enrico Berlinguer sul quotidiano di via Solferino come un super democratico. La mia opinione è diversa. Penso che il famoso segretario rosso non fosse affatto rosso. Neppure lui sapeva di quale colore fosse, forse era bianco, cioè innamorato della Dc a capo della quale avrebbe voluto ergersi. Egli era un tipo tranquillizzante, come Rumor e come Piccoli, uomini miti e furbi, praticamente volpi in grado di muoversi con disinvoltura nel ginepraio capitolino. È un fatto che Berlinguer, pur dichiarandosi bolscevico, tale non era per mancanza di fede e di adesione alla folle ideologia sovietica. Tanto è vero che a un certo punto, egli si inventò il compromesso storico, ossia una possibile alleanza tra Pci e Democrazia cristiana ovvero un matrimonio spurio, non compatibile, tra pauperisti di centro e di sinistra, allo scopo di spartirsi il potere. Il nobile Enrico si illuse di realizzare simile progetto non calcolando che la Dc era un partito-mamma, strutturalmente identico al fascismo nel senso che inglobava chiunque, purché non rompesse i coglioni. Il cosiddetto compromesso storico rimase una sterile teoria, suggestiva e tuttavia irrealizzabile. Cosicché il politico sardo, di fronte alle difficoltà tecniche di realizzare il proprio piano, ripiegò su un' altra formula altrettanto astrusa: l' eurocomunismo che nessuno capì mai in che cosa consistesse. L' unico Paese in Europa che avesse una parentela stretta con Mosca e dintorni era l' Italia che non aveva certo la forza di persuadere il continente a sposare i sogni berlingueriani. Ogniqualvolta un giornalista, per esempio Scalfari, chiedeva al segretario come intendesse l' eurocomunismo e con quali tecniche trasformarlo in realtà, non riceveva che risposte fumose, prive di connotati credibili. Enrico era un sognatore bravo nel marketing ma fuori dal mondo. Probabilmente neppure lui sapeva che desiderare per la falce e martello. Gli piaceva comandare e arringare le folle ciononostante ignorava dove portarle. Se aggiungiamo che il nostro a un dato momento tirò fuori dal cilindro la questione morale, il quadro confuso si completò. In effetti tutte le formazioni della prima Repubblica rubavano a mani basse, incluso il Pci, attraverso il sistema degli illeciti finanziamenti, eppure Enrico accusò chiunque tranne se stesso e il suo gruppo. Semplicemente ridicolo. Costui in sostanza, pur in buona fede, fu un grande bluff e proprio per questo è ricordato quasi fosse un fenomeno di onestà. Mentre all' epoca sua, Botteghe Oscure riceveva montagne di rubli dall' Urss per stare a galla. Ora che Veltroni lo santifichi non ci stupisce, la nostalgia fa brutti scherzi, però il comunismo rimane una porcheria che Walter dovrebbe risparmiarsi di santificare. Vittorio Feltri

Rino Formica e il caso Moro: «La prigione delle Br? Lo Stato non ha voluto trovarla». Pubblicato domenica, 07 luglio 2019 da Walter Veltroni su Corriere.it. Rino Formica, cominciamo con te, autorevole dirigente socialista, una serie di incontri per ricostruire la fine della prima Repubblica, assai più certa della nascita della seconda. Cos’ era la prima Repubblica? «L’Italia è stato un Paese di frontiera, ma di più frontiere. Frontiera Est-Ovest e poi Nord-Sud. È stato luogo di scambio tra due imperi, quello sovietico e quello americano. E aveva una frontiera in più, quella dello Stato del Vaticano. Infine vi era una frontiera tutta interna del sistema politico: quella tra forze politiche che dovevano stare insieme necessariamente per ragioni costituzionali, ma erano divise per appartenenza a due campi ideologici diversi. Come hanno risolto i problemi della frontiera le classi dirigenti della prima Repubblica? Con un miracolo di equilibrismo in tutti i campi. Sulla frontiera Est-Ovest sono stati un Paese fedele all’alleanza, ma contemporaneamente coltivavano aperture al dialogo con il campo dell’Est. Poi c’erano ragioni commerciali. Insomma era un miracolo di equilibrio: un po’ di Helsinki, un po’ di Tangeri». 

E sul fronte interno?

«La frontiera interna era tra i partiti del campo occidentale ed il Partito Comunista, che aveva un legame ideologico con l’Est. Lo regolava con il patto costituzionale e con la grande intuizione del partito di massa del Partito Comunista, un partito che si doveva non isolare come partito minoritario di avanguardia, ma doveva entrare all’interno della società nelle aree più ramificabili dall’influenza politica. Si saldava così un legame costituzionale. Il legame del compromesso patriottico. Nessuna forza politica del campo occidentale avrebbe messo fuori legge il Partito Comunista e il Partito Comunista non sarebbe mai stato un partito falange armata in caso di attacco all’Italia dei Paesi dell’Est». 

Quel patto muore con la morte di Moro e tutto il sistema comincia uno squilibrio che esploderà con la caduta del muro? Che idea ti sei fatto di quel grumo di anni che c’è tra il golpe in Cile, il rapimento Moro volto a far saltare il compromesso storico, l’assassinio di Falcone?

«Tra il 1948 e il 1989, quaranta anni, in un Paese di frontiera come l’Italia, si è combattuta una guerra fredda. I due campi ideologici non erano in condizione di poter dialogare senza misurarsi costantemente sul piano della forza. Ma non più la forza militare. Ogni volta che si stava per arrivare al punto dello scontro, del passaggio dalla guerra fredda alla guerra calda, i due imperi frenavano. Questa guerra di aggiustamento delle condizioni di squilibrio che si andavano a creare nelle due aree non poteva non avvenire che con mezzi occulti, coperti, non visibili. Ho letto un tuo articolo sulla strage di Brescia. Ti sembra possibile che in un Paese di frontiera non si sappia cosa c’era nell’uso del terrorismo di destra e di sinistra? Noi pensiamo: il terrorismo di sinistra ha una base ideologica. E quindi ha un retroterra anche idealistico, pazzoide, quello che vuoi, ma c’era idealismo, sporco di sangue. Il terrorismo di destra non aveva nulla di ideologico, è stato strumentalizzato ed utilizzato a fini di manovalanza. Non esisteva una centrale del fascismo che utilizzava il terrorismo di destra per ragioni ideologiche, c’era una centrale di farabutti che dovevano dare una veste ideologica allo stragismo. Il terrorismo di destra è assimilabile alle bande criminali della mafiosità. Perché è roba da criminali, da mafiosi». 

Cos’era Gladio? Tu sapevi che esisteva?

«Gladio, nella sua manifestazione plateale, appare nel ‘90-91 con le dichiarazioni di Andreotti. Delle organizzazioni parallele fuori dell’ordinamento costituzionale, parla lo stesso Andreotti in un articolo sul Sifar pubblicato sul giornale Concretezza nel febbraio del ’68. “Ma di che cosa si sta parlando qui? Qui è tutto noto, tutti sanno. I rapporti, anche le forme clandestine”. Fa accenno esplicito ad organizzazioni, all’interno del nostro sistema di sicurezza e del nostro sistema di alleanze, non costituzionalmente rispettabili, o compatibili costituzionalmente. Andreotti era uno che non si faceva coinvolgere nei problemi, ma era informato. Lui non si immischiava. Sapeva e tesaurizzava. Quando, nell’84, feci l’intervista sulla questione dell’attentato al treno...»

La strage del rapido 904, diciassette morti all’antivigilia di Natale.

«Sì. Dissi: “Ci hanno mandato un avvertimento”. Dissi che c’erano forze che volevano ledere la nostra sovranità. Spadolini fece un casino. C’era il governo Craxi, voleva fare una crisi per la mia intervista. Craxi mi telefonò: “Vieni ad una riunione a Palazzo Chigi”. Vado, ci sono Craxi, Forlani, Andreotti ministro degli Esteri, Spadolini ministro della Difesa e Amato che stava lì come sottosegretario ai Servizi. Spadolini fa uno sproloquio: “Tu vuoi rovinare questo governo tu, così come hai fatto cadere il mio governo, vuoi far cadere anche il governo di Craxi!”. Io dissi: “No, io ho semplicemente espresso il mio pensiero. Non voglio far cadere nessun governo”. Andreotti, che ce l’aveva con Spadolini e che voleva darmi una dritta, dice col suo modo: “La sovranità limitata è un problema sempre aperto, un problema antico. La sovranità limitata con l’America noi l’abbiamo sancita con un atto amministrativo, la circolare Trabucchi”. Silenzio. Mette lì queste cose: circolare Trabucchi, sovranità limitata, atto amministrativo. Spadolini non capisce perché è disorientato da questa cosa. Forlani guarda l’orologio e dice: “Ho un appuntamento”, si alza e se ne va. Due minuti dopo Amato dice a Craxi che ha un impegno e se ne va. Restiamo Spadolini, Andreotti, io e Craxi. Craxi vede l’imbarazzo generale e dice: “Va bene, ci siamo chiariti”. Andreotti mi stringe la mano come per dire: approfondisci. E in effetti Trabucchi nel giugno 1960, durante i fatti di Genova con il governo Tambroni, accettò una richiesta degli americani, evidentemente molto preoccupati, che ottennero, con una circolare del ministro delle Finanze, che negli uffici doganali delle basi americane venissero sostituiti i doganieri italiani con quelli statunitensi. Di lì passò tutto l’armamento in Italia. Passò attraverso le basi militari americane. Entrava ed usciva. E la circolare Trabucchi non fu mai abolita».

C’è stato un momento in cui Moro stava per essere liberato?

«Io credo di sì. Noi socialisti, gli amici di Moro e persone spinte da una preoccupazione umanitaria, come Vassalli, cercammo di spingere per la liberazione del presidente dc. La nostra azione era alla luce del sole e gli incontri con le persone che pensavamo potessero essere tramite con le Br avvenivano all’aperto. Insomma ti pare possibile che Pace, esponente dell’estrema sinistra che dialogava con le Br attraverso Morucci, si incontra con i socialisti alla luce del sole, si vede più volte nei bar con Morucci e Faranda... E tutti questi non sono controllati? Non sono ascoltati? Seguendo lui sarebbero arrivati alla prigione».

Ci si è sempre chiesti se voi informaste il governo dell’epoca...

«Non è vero che non informavamo, tutti erano informati, Cossiga era informato, il Quirinale era informato, il Quirinale e chi stava al Quirinale oltre il Presidente, erano informati, tutti erano informati. Ora come è possibile che ci sia stata tanta voluta trascuratezza? A mio modo di vedere il covo era conosciuto. Se poi metti in connessione che oramai è quasi certo il fatto che Mennini il prete, andò a confessarlo e poi andò via dall’Italia, fu mandato lontano dalla Chiesa...».

Chi è che voleva Moro morto?

«Questa è una domanda che non va fatta perché non otterrai mai la risposta. Devi fare un’altra domanda. Chi non lo voleva operante? I comandi militari della guerra fredda. Perché lui stava innovando le regole del passato. Sapeva che, nella guerra fredda, non potevano stare nei governi nazionali del campo occidentale quelli che erano considerati i nemici internazionali. Ma Moro, negli anni settanta, fece un ragionamento inedito. Stava nascendo un nuovo rapporto Est-Ovest, andava avanti una politica di distensione, di dialogo tra le grandi potenze. Questo, pensava, permetteva un superamento, sul piano nazionale, della logica derivata dalla guerra fredda. Non per fare governi tra Dc e Pci, ma per realizzare una legittimazione di governo delle masse popolari anti-Stato in Italia. Che erano i cattolici, i socialisti e i comunisti. E la legittimazione avviene attraverso il governo del Paese. Dei cattolici è avvenuto, dei socialisti anche, doveva avvenire pure dei comunisti». 

In Italia c’è stato il rischio di un colpo di Stato negli anni ’70? 

«In Italia dal 1948 in poi hanno convissuto due tendenze di fondo. La tendenza alla soluzione autoritaria dei problemi difficili a risolversi e la scelta difficile, faticosa, della via democratica. Questo nasce dal fatto che non è stato risolto in via definitiva l’appartenenza toto corde delle masse alle ragioni dello stato democratico. La maturazione democratica delle masse in Italia è stato un processo sempre interrotto. È continuato sempre, ma ha avuto sempre delle interruzioni perché , anche nell’opinione pubblica, talvolta ha prevalso la suggestione della semplificazione. Tanto è vero che oggi la vera questione non è rievocare regimi passati o rischi di regimi passati, il problema sempre aperto in Italia è quello della opzione tra la soluzione autoritaria e quella democratica». 

La prima Repubblica si spegne per sempre con l’attentato a Falcone, nei giorni di Tangentopoli e con il parlamento che non riesce a eleggere il Capo dello Stato...

«Falcone aveva accumulato nella sua vita tante ostilità perché aveva saputo agire sempre senza domandarsi: “Mi giova o non mi giova?”. Ad un certo momento c’è un vuoto politico e istituzionale che apre spazio ad uno o a più di quelli che sono stati colpiti da quell’agire indipendente. La responsabilità, quando avviene qualcosa di questo genere, è sì di chi ha colpito, è sì di chi ha fornito l’arma, ma è anche di coloro, e possono essere moltissimi, che sapevano e si sono voltati dall’altra parte. Che Falcone andasse incontro a qualcosa di terribile c’era più di uno che lo sapeva. E si è voltato».

La fase finale di Cossiga, le picconate e il resto... Come la spieghi?

«È un dramma shakespeariano. Cossiga era uno che ha rappresentato veramente il dramma politico italiano nel suo unicum, cioè il dilemma tra autoritarismo e democrazia. Quello è stato ed è il dramma vero. Soluzione autoritaria o soluzione democratica».

Cossiga le aveva tutte e due dentro? 

«Sì».

Ed è per questo che dopo la vicenda Andreotti perde il controllo?

«Sì».

1956. Cosa sarebbe stata la sinistra italiana se allora il Pci avesse avuto il coraggio di una secca condanna?

«Nel ’56 Togliatti sferra un attacco violento contro il revisionismo. È rivolto a Nenni che pone il problema dei socialisti e alla dissidenza interna, quella di intellettuali come Giolitti, Fabrizio Onofri che poi rompono con il Partito. Pongono il problema che non è una crisi nel sistema, ma è una crisi del sistema. Il socialismo reale è lo Stato che diventa Stato del partito. Il revisionismo rompe questo assunto. Il partito politico non può essere Stato, perché, se diventa Stato, ha dentro di sé gli elementi della oppressione. Se nel ‘56 il Pci avesse condannato la repressione ungherese cosa sarebbe successo? Sarebbe stato lacerato da una scissione. E avrebbero prevalso i filosovietici. Ecco perché insisto sul tema dell’assenza di cultura istituzionale da parte della Sinistra. La Sinistra e i cattolici, la stragrande maggioranza delle masse italiane nascono anti-Stato. I cattolici per la questione vaticana, i socialisti e i comunisti per ragioni sociali, economiche, ideologiche».

Neanche dopo il 1989 la sinistra riesce a unirsi.

«Dopo il 1989 Craxi va a Praga. Su un muro trova scritto “viva il Comunismo”. Allora lui cancella e scrive “abbasso il Comunismo, viva il Socialismo”. Passa un giovane ceco, legge e gli dice, facendogli il segno del taglio della testa, “Socialismo Kaputt”. Comunismo e Socialismo, nell’immaginario generale, erano identificate. Craxi dopo l’89 doveva compiere una grande operazione politica: chiedere, dopo la Bolognina, che Partito Comunista e Partito Socialista si sciogliessero e riunificassero superando la scissione di Livorno del 1921. Ma non andando a prima di Livorno, andando più avanti. Si doveva sapere che si sarebbe aperta nelle nuove generazioni una crisi di rigetto nei confronti anche della socialdemocrazia e di ogni forma di socialismo. Realizzato o realizzabile. Bisognava andare oltre. Craxi invece fa una sola operazione distensiva, nei confronti del Pci. Dice: vi do tempo, cioè non vado alle elezioni anticipate sulla vostra crisi, vi do tempo per riorganizzarvi e riconvertirvi. Ora secondo me questa era una linea totalmente sbagliata perché la riconversione affidata semplicemente all’iniziativa interna del Partito Comunista avrebbe avuto tempi lunghi, e abbiamo visto che, ancora oggi, in aree del Partito Comunista, dopo trent’anni, non è maturata ancora questa consapevolezza».

Qual è l’ultima volta che hai sentito Craxi?

«Prima che partisse».

Dopo non lo hai più sentito?

«Non l’ho più sentito. Io ebbi con lui un dissenso finale. Ho sempre ritenuto che, andando via, sbagliasse. Un errore forse inevitabile per le ragioni di un profondo dolore . Al culmine del suo dramma personale e politico, alla fine della legislatura nel ‘94, io gli dissi: «Non andare all’estero, noi abbiamo tutti il dovere di stare qui. All’inizio sarà dura, sarà difficile, tutto sarà pieno di amarezze e di sofferenze, ma il tempo fa maturare le ragioni, si spengono le passioni più aspre. Le passioni sono naturalmente ingovernabili solo in due casi: quando il soggetto è ancora sul piedistallo e quando il soggetto è scappato». Quando tu scendi dal piedistallo e non scappi, la ragione ti arriva non dico subito, ma in tempi ragionevoli». 

E lui questo non lo accettò?

«Non lo accettò perché sentiva forte l’ingiustizia, l’offesa ricevuta, l’inaccettabilità della selezione per decimazione. Credo che ci fosse anche una ragione di sofferenza fisica, morale, personale. Temeva di non farcela».

Delle persone che hanno fatto politica con te chi ti manca di più?

«Matteo Matteotti. Era una persona splendida: aveva un profondo distacco dal suo dramma umano e la ragione della sua lotta politica era sicuramente l’incarnazione di un ideale e di una sofferenza. La sinistra non esiste senza la sofferenza. Io ricordo sempre una frase che la Kuliscioff aveva pronunciato nel 1926 , intervistata da Giovanni Ansaldo allora ancora antifascista, che le chiese: “Ma dove avete sbagliato?” Una domanda che si può, si deve, fare sempre quando un grande patrimonio viene improvvisamente distrutto. Si può fare anche oggi, a chi lo ha distrutto. Lei rispose: “Non vi esercitate in grandi elucubrazioni, cercate di capire una cosa: alla base di una sconfitta vi è sempre una dirigenza che non ha sofferto”».

Chi amò e chi odiò Aldo Moro, scrive Renato Moro il 9 maggio 2018 su Tempi. Questi tempi sono lontani. Il fatto che Moro sia stato un leader politico odiato come pochi non va però dimenticato. Nel quarantennale della morte di Aldo Moro, pubblichiamo un articolo tratto dall’Osservatore romano – Tre anni prima della strage di via Fani, Pier Paolo Pasolini, nel celebre articolo dedicato nel 1975 alla scomparsa delle lucciole, denunciava il «drammatico vuoto di potere» di un paese governato non da una classe dirigente ma da «maschere». Tra di esse la più emblematica gli appariva proprio Aldo Moro, l’uomo dal «linguaggio incomprensibile come il latino». Pochi mesi dopo lo scrittore propose pubblicamente un vero «processo penale» contro gli esponenti democristiani del «Palazzo», per trascinarli, «come Nixon» (erano gli anni dello scandalo Watergate), «sul banco degli imputati». E aggiunse: «Anzi, no, non come Nixon, restiamo alle giuste proporzioni: come Papadopulos», cioè come il dittatore greco che era allora stato processato e condannato a morte. L’anno dopo un regista vicino alla sinistra extraparlamentare, Elio Petri, trasformava in un film il giallo politico di Leonardo Sciascia Todo modo. Vi si vedeva, impersonato da Gian Maria Volonté, il presidente «M», leader di un partito cattolico corrotto e che governava da decenni un paese in ginocchio. Era un politico viscido, dall’eloquio complesso e dalla sempiterna attitudine a mediare, giunto a orchestrare, in un albergo per ritiri spirituali, la carneficina dei suoi complici di partito, per la loro manifesta inadeguatezza e al solo scopo di sancire la propria supremazia. Nell’ultima scena, in un grottesco sacrificio di redenzione, «M» offriva se stesso al boia e, recitando il Padre nostro, attendeva in ginocchio il proprio destino. Questi tempi sono lontani. Il fatto che Moro sia stato un leader politico odiato come pochi non va però dimenticato. Sin dai primi anni sessanta, a destra si denunciava il «comunismo moroteo» e accusava Moro di essere una sorta di complice “attivo” del Partito comunista italiano (Pci). A sinistra il quotidiano comunista ne bollava il sistema di «ricatto» mascherato «sotto il velo delle parole dette e non dette, delle ambiguità, delle polivalenti interpretazioni». Sarebbe stato così Eugenio Scalfari ad attribuire a Moro la celeberrima formula delle «convergenze parallele», che lui, in realtà, non aveva mai usato: perché aveva semplicemente parlato di «convergenze democratiche»; ma la leggenda era più vera della realtà, e, nonostante le sue smentite, Moro era stato coperto da un coro di ironia. Insomma, negli anni settanta Pasolini e Petri esprimevano un topos interpretativo già largamente diffuso: quello del “gattopardo levantino”, trasformista perché nulla cambiasse. E Sciascia stesso, nel suo pamphlet sull’affaire Moro, l’avrebbe di lì a poco definitivamente codificato scrivendo di «un grande politicante: vigile accorto, calcolatore, apparentemente duttile ma irremovibile». Naturalmente, Moro venne anche profondamente amato. Innanzitutto, dai suoi elettori: va ricordato che nel 1968 fu il politico che ottenne il record delle preferenze. Poi, intorno a lui, da una parte, il cattolicesimo di sinistra e, dall’altra, la cultura comunista costruirono l’immagine, speculare e non meno distorta, del principale ideatore dell’accordo con il Pci. Sarebbe stato così facile, dopo la sua morte, farne il martire di questa causa: nel 1998, non certo a caso, la città natale, Maglie, ha scelto di porre a suo ricordo una statua che lo rappresenta con in mano una copia dell’«Unità». Quei tempi sono lontani. Ancora oggi, però, non è facile un discorso su Moro: non è facile evitare il peso di tante passioni; non è facile nemmeno evitare il peso della sua stessa tragedia. Eppure, continuando a focalizzare esclusivamente lo sguardo su di essa, non solo rischiamo di mettere quei cinquantacinque giorni avanti a quasi 62 anni di vita pienissima, ma rischiamo una sorta di paradossale proiezione interpretativa all’indietro che legga Moro dalla fine, come se quest’ultima fosse la chiave rivelatrice di tutto. Eppure, di lui si deve parlare. Per “liberarlo” una volta per tutte dal carcere delle Brigate rosse e riconoscergli il ruolo di protagonista di quasi vent’anni di storia della democrazia italiana che certamente merita. Formatosi nella nidiata montiniana dei giovani intellettuali cattolici della Fuci, la Federazione universitaria cattolica italiana, e del Movimento laureati, educato a una fede pensante, Moro non aveva scelto la politica: avrebbe sempre dichiarato di sentire lo studio e l’insegnamento universitario come la propria vera vocazione. Se non l’aveva seguita, era stato solo per senso di responsabilità, verso la chiesa e il paese. Fu così che, giovanissimo (non aveva ancora compiuto trent’anni), Moro divenne uno dei costituenti, e con un ruolo decisivo: per l’attitudine a suggerire formule di mediazione e di sintesi; per il fermo sostegno alla necessità di collocare i principi fondamentali nella costituzione, e non in un limitativo preambolo; per il ruolo nella scelta dell’espressione «fondata sul lavoro» dell’articolo 1; per l’accoglimento dell’istituto del referendum; per la rivendicazione di una democrazia sociale, basata su una forte presenza dello Stato; per l’affermazione della valenza «antifascista» della nuova democrazia. Moro fu il primo ministro della giustizia (1955-1957) a visitare sistematicamente le carceri, il primo ministro della pubblica istruzione (1957-1959) a istituire l’educazione civica. Soprattutto, fu colui che, con un paziente lavoro di convincimento e di rassicurazione, riuscì a portare il suo partito, il mondo cattolico e la Chiesa ad accettare l’apertura ai socialisti, e cioè la formula politica che avrebbe regalato agli italiani la maggiore crescita economica e civile della loro storia. Il centro-sinistra è sempre rimasto per Moro il vero orizzonte di riferimento: nel 1968 fu sensibile a capire i «tempi nuovi» della contestazione giovanile, dell’emancipazione femminile, della protesta del mondo del lavoro, ma avrebbe voluto continuare a governare coi socialisti. Furono gli anni settanta, con la crescita inarrestabile dei voti al Pci e l’indisponibilità socialista, a rendere il suo disegno impossibile. Fu ancora lui, tuttavia, a farsi perno e garante di una soluzione difficilissima, quasi acrobatica, per fare andare avanti, e non indietro, la democrazia italiana: governi democristiani con l’ingresso comunista nella maggioranza e con l’avvio di un complesso processo di legittimazione reciproca che avrebbe potuto favorire il superamento degli invalicabili muri della Guerra fredda. Quei tempi sono lontani. Il centenario della nascita di Moro nel 2016 e il quarantennale della sua morte hanno visto un numero davvero straordinario di commemorazioni, di celebrazioni, di documentari, di interventi a ogni livello. È un caso che tutto questo interesse mediatico coincida con un momento di profonda incertezza, di crisi, forse addirittura di tramonto dell’Italia? Certo, Moro pare oggi venire da un altro pianeta. In un’epoca di leadership fortemente personalistiche, lui è, come scrisse allora un giornalista, un uomo «che non vuole essere fotografato, che non vuole essere intervistato, che non vuole essere citato, che non vuole essere nemmeno lodato». In un’epoca in cui tutte le forze politiche ripetono insistentemente ai loro elettori che le soluzioni sono semplicissime ed evidenti e che, se i loro avversari non lo riconoscono, è solo per malafede o corruzione, Moro è il politico convinto che la realtà è sempre complessa, che un elemento profondo di verità esiste in ogni posizione sincera, che occorre studiare seriamente e mettersi dal punto di vista degli altri. In un’epoca di politica esclusiva e intollerante, che ha creato il termine “inciucio” per bollare come cedimento corruttivo ogni forma di accordo politico, Moro è convinto che compromesso significa esattamente quello che la sua etimologia latina dice: cum promittere, “promettere insieme”, e dunque l’atto più alto che si possa compiere in politica. Forse, proprio perché gli italiani sembrano non sapere più chi sono essi sentono l’interesse (e, chissà, la nostalgia) di una leadership non della forza, non del decisionismo, non della delegittimazione, ma dell’intelligenza e del dialogo.

La sinistra morì con Aldo Moro. Il nuovo libro di Giovanni Bianconi, scrive giovedì, 07 marzo 2019, Il Corriere.it. Il 16 marzo del ’78 finì il ’68. L’euforia rivoluzionaria che aveva dominato il decennio affogò nel sangue dei cinque uomini della scorta uccisi dalle Br, e poi, 55 giorni dopo, di Aldo Moro. Si chiuse così la lunga stagione in cui una sinistra che si chiamava ancora comunista poté realisticamente sperare di vincere in un Paese occidentale; e non solo sul piano politico, ma anche su quello sociale e culturale, quasi inverando l’idea gramsciana di egemonia. Dalla morte del leader democristiano, che voleva metabolizzare quella sinistra e assorbirla in una «terza fase» della democrazia italiana, cominciò il decennio che l’avrebbe invece espulsa dalla storia, con Craxi e Canale 5, con Forlani e il pentapartito, per finire poi con la sua sepoltura definitiva sotto le macerie del Muro di Berlino, nel 1989. Quando ci si confronta con una data storica, si tende a fare ragionamenti del genere che avete appena letto. Si assume cioè il punto di vista, un po’ pomposo, della profezia che si autoavvera, come se gli eventi di allora, osservati quarant’anni dopo, contenessero già in sé, in nuce, le tracce di ciò che hanno prodotto. E invece una giornata storica è innanzitutto una giornata del suo tempo, non del nostro. E se la riguardi da vicino per com’era, non con il senno di poi, ti accorgi di due cose. La prima è l’incredibile forza che esercita, nelle vicende umane, l’eterogenesi dei fini: i protagonisti compiono azioni di cui non possono veramente prevedere l’esito, tentano di influenzarlo ma agiscono in realtà sotto un velo di ignoranza: per questo talvolta appaiono «sonnambuli» mentre si dirigono verso il ciglio di un burrone. La seconda è che ogni giornata storica poteva andare in un altro modo, anzi, in mille altri modi; e che ciò che ne risultò fu solo la combinazione di comportamenti individuali contraddittori e fallaci, di errori e omissioni. È questo il valore di testi come quello che ha scritto Giovanni Bianconi per Laterza. Un lavoro quasi virtuosistico di ricostruzione di tutto ciò che accadde davvero quel giorno, un libro così da cronista da diventare un libro di storia. Perché del rapimento di Moro si sa quasi tutto, e lo si sa anche grazie a ciò che ne ha scritto negli anni Bianconi. Però ogni volta c’è qualcosa che ti colpisce come se non fosse nota. La vicenda di Antonio Spiriticchio, per esempio, il fioraio ambulante che si era piazzato da un paio di anni tra via Mario Fani e via Stresa, proprio dove era progettato l’agguato. La notte prima due brigatisti, Seghetti e Fiore, andarono sotto casa sua, in tutt’altra zona di Roma (erano risaliti all’indirizzo fingendosi avvocati al Pra), e gli bucarono tutte e quattro le gomme del Ford Transit che usava. Un dettaglio, certo. Ma che al fioraio salvò la vita; e che a leggerlo oggi basta a render chiaro quanto superiore fosse il livello di preparazione e di organizzazione del gruppo armato rispetto alla risposta che le forze dello Stato riuscirono a dare quel giorno e nei successivi due mesi. Giovanni Bianconi (Roma, 1960) Oppure la vicenda di Tullio Ancora, l’ex alto funzionario della Camera, che lo statista democristiano usava come messaggero segreto con il Pci, attraverso Luciano Barca, allora membro della direzione comunista. La sera prima di esser rapito, Moro chiese ad Ancora di pregare il Pci di non fare scherzi. Il 16 marzo avrebbe dovuto votare la fiducia al governo Andreotti. Si sarebbe trattato del primo monocolore dc con il voto favorevole del Pci, dopo due anni di governi delle astensioni e della non sfiducia. Ma le correnti democristiane imposero una lista di ministri impresentabile per i comunisti, e questi non erano più così sicuri di fare il grande passo. L’azione delle Br fu dunque decisiva nello spingere il Pci a votare a favore del governo Andreotti (perfino nella direzione che si riunì subito dopo l’attentato, Pajetta espresse i suoi dubbi su quella che chiamò «una fiducia listata a lutto»). I brigatisti colpirono dunque per affondare il connubio Dc-Pci, ma in effetti lo accelerarono. Fu di nuovo Tullio Ancora, un mese dopo il rapimento, a portare al Pci una lettera dell’ostaggio che chiedeva aiuto: «Ricevo come premio dai comunisti, dopo la lunga marcia, la condanna a morte. Non commento». Ma stavolta Barca non poteva più nulla. «Di fatto», scriverà poi, «dipendiamo in tutto e per tutto da ciò che Cossiga dice e non dice a Pecchioli. Ma io (…) sono escluso anche da queste comunicazioni». È stata decisa la linea della fermezza, e non verrà più smentita, né dallo Stato, né dalle Br, che alla fine uccisero Moro, come forse avevano già deciso di fare fin dall’inizio, dopo la discussione critica che aveva aperto al loro interno la liberazione senza condizioni del giudice Sossi, anch’egli rapito quattro anni prima. Persero le Br? Sicuramente sì. Dopo l’uccisione di Moro non era più possibile alzare ulteriormente il livello dello scontro, per scatenare una guerra civile che gli italiani non volevano e che non ci fu. La sconfitta politica del terrorismo rosso cominciò proprio con la vittoria della «geometrica potenza» di via Fani. Ma forse un po’ vinsero. Perché la morte di Moro fu l’inizio della fine della collaborazione tra Dc e Pci, che infatti si interruppe nel 1979, dieci mesi dopo, quando i comunisti fecero cadere il governo Andreotti, e tornarono all’opposizione. Berlinguer annunciò la decisione della rottura (presa col voto contrario di Napolitano, Chiaromonte, Macaluso, Perna, Trivelli, Bufalini) il 17 gennaio del 1979, sette giorni prima che le Br uccidessero Guido Rossa, l’operaio del Pci e sindacalista Cgil dell’Italsider di Genova che aveva denunciato un brigatista infiltrato in fabbrica. Così che, in quello spazio temporale tra il sacrificio della più celebre vittima democristiana e quello della più celebra vittima comunista del terrorismo rosso, si compì nei fatti il disegno dell’estremismo che aveva contrastato fin dall’inizio l’evoluzione democratica del Pci. Dalla morte di quel progetto di compromesso non nacque però una nuova sinistra rivoluzionaria, tutt’altro. Il ‘79 fu anzi il canto del cigno della sinistra in tutte le sue manifestazioni. Quattro mesi dopo in Inghilterra vinse Margaret Thatcher. Un altro anno e alla Casa Bianca arrivò Ronald Reagan. Di tutti i calcoli e le macchinazioni del 16 marzo 1978, nota con implicita e amara ironia Bianconi chiudendo il libro, alla fine la previsione più azzeccata resta quella metereologica, diramata regolarmente alla fine della giornata: «Sull’Italia settentrionale e su quella centrale molto nuvoloso o coperto. Nevicate sull’arco alpino. Attività temporalesca in Sardegna. Sulle regioni meridionali nuvolosità in graduale intensificazione. Venti forti. Mari generalmente agitati». Brutto tempo in arrivo. Il libro di Giovanni Bianconi sarà presentato a Roma presso la fiera Libri Come sabato 16 marzo alle ore 18, in sala Studio 2, con Gianni Cuperlo, Marco Damilano, Monica Galfré. Un secondo incontro si svolgerà a Roma il 29 marzo alle ore 17 presso la Treccani, con Giuliano Amato, Pier Ferdinando Casini e Massimo D’Alema.

·        In ricordo del Presidente Francesco Cossiga.

In ricordo del Presidente Francesco Cossiga. Stefania Craxi su Il Corriere del Giorno 17 Agosto 2019. Il 17 agosto di 9 anni fa veniva a mancare Il Presidente Francesco Cossiga. La senatrice Stefania Craxi lo ricorda con questo testo, uscito come speciale per l’Adnkronos. La Fondazione Craxi pubblica nel giorno in cui si celebra il nono anniversario della morte di Francesco Cossiga, una lettera inedita, custodita nei suoi archivi, che il leader socialista Bettino Craxi scrisse all’allora presidente del Consiglio durante gli anni del suo esilio ad Hammamet. A quasi un decennio dalla sua scomparsa, Francesco Cossiga resta una delle figure di maggior spessore politico e di altro profilo istituzionale della nostra storia repubblicana. Una personalità enigmatica, le cui scelte e decisioni sono state spesso di difficile lettura, a tratti incomprensibili, e mai definitive. Era anche questa una delle cifre caratterizzanti del rapporto con Bettino Craxi. Dalle dimissioni anticipate dalla Presidenza della Repubblica alle oscure vicende di “Tangentopoli“, passando alla sua mutevole relazione con il “giudice” e il “politico” Di Pietro – senza tralasciare le vicende degli anni ’80 come Sigonella, in cui i due gestirono la vicenda l’uno dal Quirinale l’altro da Palazzo Chigi – sono molti i momenti che congiungono due personalità diverse ma con sensibilità comuni. Su tutto, basti pensare al tema delle riforme istituzionali che mai come in questi giorni, segnati da una crisi che più di governo potremmo definire l’ennesima crisi di sistema, si presenta come questione aperta. Infatti, dopo il saggio “VIII legislatura” vergato da Craxi sulle colonne de “L’Avanti” nel settembre del 1979 in cui il leader socialista invocava una "grande riforma" che abbracciasse insieme l’ambito istituzionale, amministrativo, economico-sociale e morale, fu proprio Cossiga a recuperare con forza il tema delle riforme in un messaggio alle Camere del giugno ’91. È sufficiente rileggersi le cronache del tempo per comprendere il clamore, l’isolamento e la portata riformatrice di quel messaggio presidenziale che evidenziava la necessità, un anno e mezzo dopo la caduta del muro di Berlino, di adeguare il dettato costituzionale, specie alla vigilia del varo di Maastricht. Cossiga come sappiamo fu bersagliato e isolato. Il suo messaggio trovò di fatto, non a caso, il solo Craxi come sostenitore, vista la freddezza di una parte della DC e, addirittura, la richiesta di messa in stato di accusa da parte del PCI. Ma quell’atto presidenziale resta ancora oggi un punto di riferimento, poiché ha il merito di indicare le principali direttrici di una ‘vera’ riforma costituzionale: dalla forma di governo al ruolo delle autonomie, passando per la disciplina dell’ordine giudiziario, ai nuovi diritti di cittadinanza, fino agli strumenti di finanza pubblica che, tra l’altro, da lì a poco le norme europee avrebbero radicalmente modificato. Il messaggio resta quindi, oggi come ieri, un prezioso vademecum per le riforme’, ignorato quanto utile, anche perché individuava le procedure possibili ed alternative, seppur rispettose del 138, per una revisione organica della Carta. Altro che le riforme "un tanto al chilo" di cui si parla oggi! Ma, il rapporto tra Craxi e Cossiga continuò, tra diversità e comunanze di vedute, anche dopo la "falsa rivoluzione" di "Mani pulite" e negli anni dell’esilio tunisino. Craxi si chiese spesso il perché di quelle dimissioni anticipate dalla Presidenza che, guardate a posteriori, cambiarono e influirono molto sugli accadimenti successivi. Viste i suoi legami internazionali e la nuova geopolitica che si schiudeva, era conoscenza di qualcosa? Viveva un altro dei suoi contrasti interni come negli anni del delitto Moro? Molto c’è ancora da capire e su molto c’è ancora da indagare e studiare. Ad ogni modo ricordo la sua visita ad Hammamet pochi mesi prima della morte di Bettino. È un incontro che ancora oggi mi emozione modi e intensità. Fu un pranzo tra due vecchi amici, con poche parole e molti sguardi, un incrocio tra due combattenti, duri e franchi, con due stili diversissimi, con alcune domande di Bettino e alcuni silenzi di Cossiga. Fu proprio l’ex Presidente a chiedere in quella occasione a Craxi di raccontare la verità sulla vera natura del finanziamento irregolare del PSI e sul suo principale impiego, ossia il sostengo a quanti, da Est a Ovest, in Medioriente come in Sudamerica, lottavano per la democrazia e la libertà. Ma in quella circostanza la perseveranza di Cossiga non ebbe la meglio. Craxi gli rispose che non avrebbe mai e poi mai mischiato le cause di libertà di mezzo mondo con le miserie italiane. Chissà, nell’opportunismo e nella confusione delle contingenze, nell’incapacità di leggere e agire nel quadro internazionale, quanti sarebbero oggi coloro disposti a farlo! Nel giorno in cui si celebra il nono anniversario della morte di Francesco Cossiga, la Fondazione Craxi pubblica una lettera inedita, custodita nei suoi archivi, che il leader socialista scrisse all’allora presidente del Consiglio durante gli anni del suo esilio ad Hammamet.

La lettera di Bettino Craxi a Francesco Cossiga. “Caro Presidente, mi auguro che tu stia bene e leggo con piacere ciò che scrivi a proposito di questa Araba Fenice chiamata ‘riforma costituzionale’. Leggo però anche cosa scrivi riguardo a Di Pietro: ‘Poveretto ha tanti guai. Lasciate in pace Di Pietro’. Ti confesso che sin dall’inizio non ho mai capito la tua posizione a proposito di questo signore. Mi sono chiesto tante volte a che cosa fosse dovuta” si legge nell’incipit della missiva. Gran parte della lettera è dedicata all’ex pm di Mani pulite, definito un “avventuriero” ma l’ex leader del Psi assicurava a Cossiga: “In ogni caso non starò zitto io. Sino ad ora subendo quello che ho subito e subisco, ivi compresa una sentenza della Cassazione che si è messa sotto i piedi anche una pronuncia chiarissima della Corte Costituzionale, senza che un’ombra di costituzionalista levasse una parola di protesta, mi sono imposto una condotta di estrema responsabilità. Aspetto ancora con pazienza una soluzione politica”. “Se non verrà e se mi convincerò che è inutile farsi illusioni – proseguiva Craxi – credo che la mia reazione, peraltro molto documentata, non mancherà, e renderà un buon servizio all’Italia e alla storia. Quanto al Di Pietro, come un suo libro, certo non scritto da lui, non meritava una tua prefazione, la sua attuale situazione non merita proprio quello che dici. Io mi auguro ancora che tu stesso riprenda il tema della ‘operazione verità’ di cui si è parlato e si parla. Ricordo, di tanto in tanto, i tempi passati e ti invio un fraterno saluto. Bettino Craxi”.

Br, l'intervista a Cossiga del 2003: "Terroristi come partigiani". Le Iene 20 gennaio 2019. Dopo il caso Battisti e la nostra intervista all'ex brigatista latitante Alvaro Lojacono, vi riproponiamo una nostra intervista del 2003 all'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga sugli "anni di piombo". Dopo la cattura e l’estradizione di Cesare Battisti e la nostra intervista all’ex brigatista Alvaro Lojacono (scovato e intervistato da Gaetano Pecoraro in Svizzera, dove è latitante, mentre in Italia è stato condannato all’ergastolo), ci sembra importante riproporre questa nostra intervista del 2003 all’ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Cossiga, nemico giurato dei terroristi rossi, si era fatto promotore di un’iniziativa per l’amnistia sugli anni di piombo. Sulla base di un concetto, a cui fa riferimento lo stesso Lojacono e che l’ex Capo dello Stato, scomparso nel 2010, ribadisce anche davanti alle nostre telecamere: “Fu il tentativo di innescare una guerra civile: chi combatté lo fece non con l’animo del terrorista ma con l’animo del partigiano”.

Cesare Lanza per “la Verità” il 2 ottobre 2019. Tutto cominciò quando dirigevo La Notte, alla fine degli anni Ottanta. Mi urtavano i continui attacchi, le perfidie, le malizie e i sottintesi da cui Francesco Cossiga - presidente della Repubblica - era tormentato: in particolare le allusioni alla sua salute mentale. L' intento dei suoi critici era evidente, a volte esplicito, dichiarato: indurlo alle dimissioni. E così un giorno scrissi un fondino, per esprimergli simpatia e stima. Non ricordo con precisione il contenuto del mio breve articolo, ma il titolo sì, che mi inventai lì per lì: «Uno, due, dieci, cento, mille Cossiga». In breve sostenevo che un uomo come Cossiga bisognava tenerselo caro, e peccato che non ce ne fosse un migliaio di altri simili, nella vita politica del nostro Paese. Cossiga mi ringraziò con una formula affabile, ma convenzionale: pensai che non fosse di suo pugno, sapevo che aveva l' abitudine di scrivere biglietti estrosi, bizzarri, spontanei. Non avevo avuto questo onore, e invece nacque un rapporto reciprocamente corretto e cortese, oserei dire amichevole. Qualche volta andai a trovarlo al Quirinale, gli attacchi contro di lui non erano affatto cessati, anzi l' accanimento era diventato più feroce. Una volta gli chiesi: «Cosa avresti fatto al posto di Leone, quando i delegati del Pc e della Dc gli chiesero, o ingiunsero, di dimettersi?». Cossiga replicò con uno sguardo beffardo e disse: «Semplice, avrei chiamato i carabinieri!» (Leone invece, sgomento, si dimise subito e lasciò il Quirinale. Era innocente di fronte a tutte le accuse che gli erano rivolte, ma cedette alla arrogante violenza degli alleati comunisti e democristiani). In seguito, lessi risposte più o meno uguali di Cossiga, quando gli rivolsero una domanda come la mia. Il Presidente però non ebbe mai la necessità di chiamare i carabinieri. Leone era un personaggio timido, uno studioso estraneo ai veleni della politica. Cossiga aveva un carattere forte, risoluto, sbeffeggiava perfino i suoi avversari. Era detestato, ma temuto. Qualche anno dopo commisi un errore professionale molto grave. Lasciai La Notte, dove mi trovavo benissimo anche se i popolari giornali del pomeriggio erano destinati a sparire, e accettai un' offerta principesca di un finanziere temerario e spregiudicato, Gianmauro Borsano. Si trattava di fondare e dirigere un nuovo giornale, La Gazzetta del Piemonte, nelle sue intenzioni erede di un quotidiano, La Gazzetta del Popolo, molto amata non solo a Torino, e purtroppo scomparsa, da tempo, dalla scena. Borsano aveva acquistato la squadra del Torino e astutamente, conoscendo la mia passione per il calcio, mi offrì la vicepresidenza, per superare le mie esitazioni. Per mia fortuna l' incarico non fu mai formalizzato: in seguito infatti tutti i consiglieri di amministrazione furono indagati, coinvolti - a prescindere - dai disastri che Borsano aveva combinato. Portai Borsano con me al Quirinale e fummo accolti con cordialità, alla vigilia dell' uscita della Gazzetta. Chiesi a Cossiga di promettermi di farci visita a Torino, in redazione, e lui me lo promise. Sinceramente, non me l' aspettavo. E invece, promessa mantenuta! Qualche settimana dopo, il Quirinale ci inserì nel quadro di una visita di Cossiga a Torino: c' eravamo noi, un giornalino neonato, e non c' era La Stampa, uno dei più grandi quotidiani italiani, di proprietà della famiglia Agnelli! Con Cossiga non ne parlai mai, ma intuii il retroscena: il risentimento che nutriva verso il grande giornale torinese, che non gli risparmiava critiche pungenti e frecciate. Ad accogliere il Presidente c' erano non solo i giornalisti e tutto il personale della Gazzetta, ma anche tutti i calciatori del Torino e il loro allenatore, Emiliano Mondonico. Devo dire che l' esperienza con la Gazzetta fu tormentosa e infelice, ma con il calcio mi divertii moltissimo: quarto posto in campionato e finalissima in Coppa Uefa (oggi Europa League): risultato mai più raggiunto dalla gloriosa squadra granata.

La visita di Cossiga si svolse secondo tradizione. Fotografie, discorsi, scambi di regali...Ma c' è un episodio che merita di essere ricordato, per il divertimento dei lettori. All' arrivo di Cossiga, un suo timido ammiratore, agricoltore ad Alba, si era fatto avanti e aveva offerto al Presidente un gigantesco cesto di tartufi. Cossiga aveva ringraziato e benignamente aveva fatto cenno a un suo collaboratore di posare quel ben di Dio sul mio tavolo... Dopo un' ora, finita la visita, Borsano e io, insieme con la scorta, avevamo accompagnato il Presidente fino alla sua automobile. Tornai nel mio ufficio e notai subito che i tartufi erano spariti. Chiesi alla mia segretaria... «Direttore, è arrivato Borsano di corsa e se li è portati via!». L' attrazione che Cossiga esercitava su di me era incentrata, tra altri aspetti, sulla sua meravigliosa qualità di esprimersi controcorrente, secondo i casi con audacia e impertinenza, sempre con ironia. Una volta mi disse che la strage di Bologna era nata da un fortuito incidente, gli attentatori non avevano l' Italia nel mirino. Mi ero abituato a credere a tutto ciò che diceva, a rispettare battute e rivelazioni. Perciò scrissi tranquillamente di ciò che mi aveva detto. Nessuna reazione. C' erano argomenti di cui il nostro mondo preferiva non occuparsi. E fu così anche, tranne qualche eccezione, quando fu pubblicato un suo straordinario libro, La versione di K. Sessant' anni di controstoria (Rizzoli, Rai Eri). «Anche se talvolta misteri inestricabili si sono addensati in alcuni passaggi della vicenda italiana - scriveva - la mia impressione è che ormai nessuno creda più alla realtà così come è. E dunque c' è sempre una seconda realtà da ricercare. Non credo che sia un principio sbagliato, e non posso certo dirlo io che ancora non ho smesso di scavare, chiedere, provocare. Ma aspirare sempre alla quadratura del cerchio fa sì che spesso ombre riottose sfidino le leggi della percezione e affollino impazzite la scena fino a oscurarla del tutto». Come dire: attenzione che le cose sono più semplici di come si crede, ma proprio perché sono semplici non vogliamo crederci e andiamo alla ricerca del retroscena e del mistero, infilandoci in un tunnel senza via d' uscita. È così che la verità, a portata di mano, finisce per allontanarsi per sempre.

Tragedie come Ustica, Piazza Fontana, il caso Moro, la strage di Bologna, andrebbero rilette senza frequenti, artificiosi scenari dietrologici. Molte facili convinzioni e vecchie ricostruzioni giornalistiche, e persino giudiziarie, potrebbero mostrare tutta la loro inconsistenza. Cossiga: «Ci si accanisce sulla strage di Bologna, si chiedono a gran voce giustizia e verità. Capisco. Come potrei non capire il vuoto e la disperazione prodotti da quell' esplosione del 2 agosto 1980? Ottantacinque morti, oltre 200 feriti: un bilancio insopportabile. Ma perché non credere a Giusva Fioravanti e a Francesca Mambro che si dicono innocenti per quello che è successo a Bologna, pur dichiarandosi responsabili di altri atti criminali? [] Per me fu un incidente, un drammatico incidente di percorso. Una bomba trasportata da terroristi palestinesi che non doveva essere innescata in quell' occasione e che invece, chissà perché, per un sobbalzo, una minaccia, un imprevisto, scoppiò proprio in quel momento». Questa audacia di analisi, mi attrae. Cossiga offre anche una interessante rilettura del rapporto mafia-politica, di quella contiguità fra Cosa nostra e la Democrazia cristiana siciliana della quale «molto si è detto e molto si è immaginato. Forse troppo». Argomento di grandissima attualità. La ricostruzione di Cossiga parte dallo sbarco alleato in Sicilia, e arriva alle prime elezioni amministrative, per ricordare ai troppi che lo hanno dimenticato che la mafia si presentava come apertamente antifascista e fece convergere i voti sulla più antifascista delle forze politiche: il Partito comunista. La circostanza mise in allarme i moderati. Allora, ecco Cossiga: «Fu il cardinale Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo, a mettere in guardia la Dc. "Se volete i voti dovete andare a cercare quelli lì" disse. E con "quelli lì" intendeva i mafiosi. L' ingrato compito toccò a Bernardo Mattarella, vicepresidente dell' Azione cattolica». Cossiga è convinto che non esistano «politici mafiosi», mentre «esistono uomini vicini alla mafia, collusi, ma non mafiosi». La spiegazione: Cosa nostra può ammettere nelle sue fila professionisti, medici, avvocati, ma non politici, rappresentanti cioè di un altro potere organizzato. Cossiga tante volte mi ha detto quanto sia impervio spazzare via i «luoghi comuni». Sia per pigrizia, comunque sono duri a morire. E concordo con chi ha scritto che nei libri «forniva il suo punto di vista, la sua visione sui cosiddetti "misteri italiani". In troppi, superficiali e altezzosi, lo liquidarono come "le solite cose del picconatore"».

Eppure cose da leggere e rileggere. E proprio in omaggio a Cossiga, uno che di intelligence se ne intendeva, va proposto ai lettori questo scritto, uno degli ultimi. «L' Italia dei misteri. O forse l' Italia senza misteri. Siamo abituati da sempre a cercare un grande burattinaio, anzi "il grande vecchio", dietro spezzoni della nostra storia, dietro le tragedie che hanno travagliato il nostro Paese, dal dopoguerra a oggi. [...] Il fatto è che nessuno fino a oggi ha saputo dare una risposta a domande-chiave: perché l' Italia dal 1969 è stata funestata dal terrorismo e dalla violenza politica con centinaia di morti e migliaia di feriti? Perché le inchieste giudiziarie hanno dato finora molta importanza al ruolo dei Servizi segreti definiti "deviati", della P2, della Cia, con il risultato di non approdare ad una verità giudiziaria e ad una verità storica condivisa? Forse è ancora presto per parlare di Storia, in un Paese che non ha ancora superato il trauma e la lacerazione dell' 8 settembre e soltanto adesso comincia a fare i conti con il Risorgimento».

·        Le auto di Moro.

La Peugeot 403 «famigliare» di Aldo Moro ritrovata a Roma. Pubblicato venerdì, 3 maggio 2019 da Giosuè Boetto Cohen su Corriere.it. Improvvisamente l’annuncio: un medico pugliese, Attilio Cesarano, ha scoperto in un capannone a Roma una vecchia Peugeot giardinetta. E’ di un bel blu mare, ha le targhe e i documenti originali. E’ intestata ad Aldo Moro e alla moglie Eleonora. Dall’archivio della Associated Press sbuca anche una «telefoto» che li ritrae a bordo: è il 20 aprile 1970, giorno delle nozze d’argento. Al volante c’è la signora. Così inizia la seconda vita della Peugeot 403 «familiale» acquistata il 23 gennaio 1960 - come recita il libretto di circolazione - dall’ «Onorevole Moro, residente a Bari in corso Vittorio Emanuele 20 barra A». Non è la Fiat 130 blu tallonata da una Alfetta, crivellate di colpi e trasformate in una icona del Ventesimo secolo. E nemmeno quella Renault 4 rossa, con il bagagliaio tragicamente aperto. Questa è un’auto privatissima, a otto posti, per portare a spasso una famiglia di sei persone e – magari – una governante. Quando andò in concessionaria per prenotarla Moro era deputato, segretario della DC, da poco ex ministro della Pubblica Istruzione e quasi pronto per diventare presidente del Consiglio. Decise per una delle rare 403 importate in Italia, così semplice e fuori moda da non dare proprio nell’occhio. Per questo era stata scelta. Marito e moglie d’accordo, ci si potrebbe scommettere. La memoria corre alla amata «Noretta» delle lettere dalla prigione. La donna minuta, austera, che sembrava sola contro tutti. Quella che riusciva a dire «mi scusi» se, al telefono, parlava sopra la voce al brigatista. La stessa che chiuse, senza appello, i funerali agli uomini dello Stato. E forse anche al Papa. E’ proprio lei, Eleonora, la vera padrona dell’auto. Moro praticamente non guidava. Lo ricordano in tanti e lo dice quella foto, bellissima, che racchiude lo spirito della 403. Alla guida una donna tranquilla, sorridente. E il trasportato che ammicca dall’altro sedile, con l’aria mite, un po’ altrove, con cui l’uomo della strada lo ricordava. La 403 blu visse molte primavere, con le sue tre file di sedili piene di giovani Moro e di amici, cugini, chissà. Viaggiò tra Roma e le Puglie nelle vacanze. Ma era anche la macchina per andare a fare la spesa al quartiere Prati. Poi venne la notte immane. Chissà se Noretta aveva ancora la forza di guidare, dopo quel 1978? Forse il volante passò alle figlie minori, che ancora vivevano in casa. O all’unico maschio, Giovanni, patentato da poco, ma che facilmente ambiva a qualcosa di diverso. Così la 403 cominciò a dormire sonni sempre più lunghi, posteggiata in un capannone a Monteverde, non troppo lontano da casa. Settimane di oblio che divennero mesi, quando da casa si allontanò lei, perché nessuno dei Moro abitava più là. Nel capannone si caricavano sacchi di calce e cemento, e la polvere cadde sull’azzurro mare delle fiancate, rese ciechi i vetri, spense le cromature. I nidi di rondine sulle capriate non aiutarono, mamma topo fece il nido dietro il cruscotto, i suoi piccoli impararono a rosicchiare sui pomelli del cruscotto. Il capomastro ogni tanto le dava una pulita, gonfiava le gomme, provava a far girare il motore. Quasi come se la signora Moro dovesse tornare l’indomani a riprendersela. Ma nessuno venne. I Moro si erano dimenticati della loro 403. Così un giorno, dopo l’ennesimo colpo di straccio su un sporco che sembrava indomabile, il custode decise che era ora di smetterla. Che andassero tutti alla malora. Chiuse bofonchiando il portone abbandonò l’auto al suo destino. Dopo una decina d’anni il deposito fu venduto e il nuovo proprietario vi trovò dentro quel mucchio di polvere con le ruote. Nessuno, mai, era venuto a cercarla, perché da qualche parte, lontano, in silenzio, la forte Noretta si era spenta anche lei. All’inizio del 2018 il magazzino cambiò di nuovo proprietario. E prima di traslocare, il vecchio parlò col suo medico di fiducia, Attilio Cesarano, procidano d’origine, pugliese di adozione, conterraneo di Moro. «Perché non la prende lei, dotto’? Mandarla alla monnezza, sarebbe un peccato».

·        Agnese Moro. Quando la vittima dice al carnefice: tu stai peggio di me.

Quando la vittima dice al carnefice: tu stai peggio di me. Franco Insardà il 15 Dicembre 2019 su Il Dubbio. “Un’azalea in via Fani”, di Angelo Picariello, è un viaggio nella riconciliazione tra gli ex terroristi e i parenti di chi, come Moro, è morto negli anni della lotta armata. «Il merito di questo libro è di aver avuto il coraggio di alzare il velo sui conflitti della nostra storia. Un’operazione che finora hanno fatto solo l’autore e la vedova Calabresi. In tanti anni dalla morte di mio padre molti si sono interessati alla vicenda, alla sua vita, un po’ troppo alla sua morte, spesso in modo sguaiato, però nessuno si è interessato del dolore che rimane da una parte e dall’altra, quando si chiude un conflitto. Si tratta di una ferita che nessuno ha mai curato. Mi chiedo: perché non curiamo il nostro passato?». Lo dice Agnese Moro presentando, insieme con Marco Follini, “Un’azalea in Via Fani. Da Piazza Fontana a oggi: terrorismo, vittime, riscatto e riconciliazione” ( San Paolo edizioni, 344 pagg. 25 euro), il libro di Angelo Picariello, quirinalista di Avvenire. La figlia di Aldo Moro sottolinea: «Questo libro è costato anni di lavoro, riflessione, ripensamenti, scrupoli, prudenze e delicatezze. Facendo, soprattutto attenzione che l’esigenza di raccontare non creasse altro dolore. Restituisce i sentimenti e il clima di tutte le persone che partecipano a questo gruppo di dialogo ( da cui è nato “Il libro dell’incontro” ndr) tra ex appartenenti alla lotta armata, familiari delle vittime, giovani e altri che ci hanno aiutato. Il merito, però, è di chi ci è venuto a cercare, perché le nostre sono state vite molto solitarie, molto isolate. È stato sorprendente che qualcuno venisse a interessarsi al mio dolore. I conflitti della nostra storia diventano favolette che poi passano alla storia: nella Resistenza ci sono stati i buoni e i cattivi, anche durante il terrorismo c’era una società buona e dei gruppetti di cattivi, usciti dal nulla, che a un certo punto hanno deciso di prendere le armi, con lo Stato incapace di fronteggiarli. Però in un guizzo di democrazia alla fine abbiamo sconfitto il terrorismo. Questa è la favoletta che passerà alla storia. Si tratta, sottolineo, di una favoletta, perché le persone che hanno scelto la lotta armata, come documenta molto bene questo saggio, facevano parte integrante della società e c’erano fior fior di intellettuali che hanno predicato la bontà della scelta di prendere le armi». E Agnese Moro continua: «Nei miei incontri in giro per l’Italia ci sono tante persone che vengono non solo per capire come mai io, Giovanni Ricci e altri familiari delle vittime siamo insieme agli ex terroristi, ma tanti anche per curare la loro memoria, feriti per aver tifato per la morte di mio padre e lo raccontano vergognandosi di se stessi, altri che erano bambini e hanno vissuto quel periodo avendo paura. È stato sorprendente che dopo tanti anni qualcuno venisse a interessarsi del mio dolore». E Giovanni Ricci, figlio di uno dei poliziotti assassinati a via Fani, che insieme ad Agnese Moro ha stabilito un rapporto con gli ex terroristi confida: «Si portano addosso una croce più grande della mia, per il peso di ciò che hanno fatto” e “nulla attenuerà mai questo». Quello di Angelo Picariello è un viaggio nelle pagine più nere del terrorismo italiano: dalla strage di Piazza Fontana alla morte del commissario Calabresi, dalla storia di Prima Linea e delle Brigate Rosse fino al rapimento di Aldo Moro. Un percorso difficile, fatto di testimonianze, racconti ed esperienze personali che traccia il quadro di un periodo complicato della nostra democrazia, nel quale una generazione percorsa e dilaniata da un forte malessere in alcuni casi ha trovato uno sbocco nella lotta armata. Il lavoro del giornalista di Avvenire, pur mantenendo una rigorosa ricostruzione storica, si focalizza sui protagonisti senza distinzioni preconcette tra vittime e terroristi e, grazie alla formazione professionale, politica e religiosa dell’autore, ne restituisce la loro umanità e i loro sentimenti. La figura di Aldo Moro è il filo conduttore di “Un’azalea in via Fani”. Una delle lezioni del presidente della Dc è testimoniata da Nicodemo Oliverio, suo allievo alla cattedra di diritto e procedura penale alla Sapienza proprio nell’anno accademico del rapimento: «Aveva incredibile attenzione umana per la persona che traspariva dalla passione con cui spiegava il ruolo emendativo della pena». Oliverio, alla presentazione del libro, ha ricordato che «l’ultima lezione, il 15 marzo 1978, fu proprio sulla rieducazione dei detenuti. Senza dimenticare i suoi dubbi sull’ergastolo, una posizione che restituisce appieno la contemporaneità del pensiero di Moro. E non sfugge a nessuno come l’articolo 27 della Costituzione sia stato ispirato proprio da lui». Picariello ricorda anche la figura di padre Adolfo Bachelet, fratello di Vittorio ucciso il 12 febbraio 1980 alla Sapienza, che ha avuto un ruolo fondamentale nelle scelte e nei pentimenti di tanti ex terroristi sia di destra che di sinistra, come Maurice Bignami, ex capo di Prima Linea. Storica, a proposito di questa formazione armata, la conversione “laica” al congresso Radicale del 1987 di Sergio D’Elia, diventato poi animato dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”. Storie che hanno un comune denominatore: quella umanità emersa in molti di coloro che hanno scontato la loro pena, maturando anche un sincero pentimento, come l’ex brigatista Franco Bonisoli che ha ispirato il titolo del libro. Sì perché è proprio Bonisoli, con il quale Picariello ha da anni un rapporto di amicizia, che nel 2013 arriva a Roma, e chiama il giornalista. Si danno appuntamento in via Fani, dove lui 35 anni prima nel 1978 aveva partecipato al commando che rapì Moro. “Quando arrivai in zona- scrive Picariello – scoprii che c’era appena stato, aveva preferito, alla fine, andarci da solo. Era da poco passato mezzogiorno. Gli chiesi però di tornarci un attimo insieme. Imboccammo così a piedi la strada e subito scorsi a terra, sul marciapiede un vasetto con una piantina, davanti alla lapide in ricordo delle vittime dell’agguato, all’incrocio con via Stresa. «Franco» gli dissi, «è bello che qualcuno ancora si ricordi, dopo tanto tempo…». «Veramente» fu la risposta bruciante, «l’ho appena messa io». Un gesto che testimonia in modo netto la sua lontananza da quella violenza che aveva caratterizzata la prima parte della sua vita. Una violenza che ha accompagnato l’Italia per oltre un decennio, quella che Sergio Zavoli ha battezzato come “La notte della Repubblica”, e che Angelo Picariello fa iniziare il 19 novembre 1969, quando a Milano fu ucciso l’agente di Polizia Antonio Annarumma, originario di Monteforte Irpino ( in provincia di Avellino). Il giornalista di Avvenire ricorda anche i funerali di Annarumma in cui era stato proprio il commissario di polizia Luigi Calabresi, assassinato il 17 maggio 1972, «a intervenire, ingaggiando un corpo a corpo drammatico, in questura, per sottrarre Mario Capanna al linciaggio degli agenti, furiosi per la sua presenza alle esequie». Per tanti, in quel pomeriggio l’Italia perse la sua «innocenza», si legge nel saggio storico, frutto di una lunga ricerca curata dall’Istituto di Studi Politici “S. Pio V” di Roma, con la prefazione di Agostino Giovagnoli, storico della “Cattolica’”, e i contributi dell’ex presidente della Camera, Luciano Violante e dell’ex capo dell’antiterrorismo, ed ex sottosegretario all’Interno, Carlo De Stefano che ha collaborato alla ricerca. Un lavoro che parte da Giorgio Semeria, tra i fondatori delle Brigate Rosse, che «si avvicinò alla lotta arma- ta frequentando proprio sia il Movimento di Cl che il Pontificio istituto missioni estere a Milano, prendendo anche parte con padre Pedro Melesi a un’esperienza missionaria in Brasile». Semeria, uscito di prigione, «si è sposato in chiesa e ha devoluto i doni di nozze alla missione che da ragazzo visitò con quel religioso che suo malgrado lo avvicinò alle ingiustizie, facendo in qualche modo pace con se stesso e potendosi impegnare ora per quegli stessi ideali giovanili in una maniera che non prevede la violenza». E poi ancora Renato Curcio, Alberto Franceschini e tanti altri fino alla colonna avellinese delle Br. Sì, perché Angelo Picariello va a fondo su quello che è un pezzo di storia del terrorismo che ha vissuto da vicino. Lui, militante di Comunione e Liberazione, studente prima e poi giovane consigliere comunale, vive nell’Avellino della metà degli anni Settanta, inebriata dai successi sportivi della squadra di calcio e dall’ascesa politica di Ciriaco De Mita e della Dc di Base. Una città, come si intitola il capitolo dedicato alla sua Avellino, “fra evasione pallonara ed eversione politica”. Dove Maurizio Montesi, un calciatore sui generis arrivato da Roma e tra i protagonisti della promozione in serie A, che Picariello descrive come “legato alla sinistra estrema, tanto regolare in campo quanto sregolato nella vita privata”, alla vigilia di Natale 1978 in un’intervista a Lotta Continua dichiara: “Il tifoso è uno stronzo. Fa il gioco del sistema. Fa il tifo per undici persone con le quali non ha nulla a che spartire». Un mese prima, l’ 8 novembre 1978, la borghesia avellinese era stata scossa dall’assassinio a Patrica, in provincia di Frosinone, del procuratore della Repubblica di Frosinone, Fedele Calvosa. La rivendicazione è delle “Formazioni comuniste combattenti” e gli autori sono tre giovani studenti avellinesi: Nicola Valentino, Maria Rosaria Biondi e il suo fidanzato Roberto Capone. Quest’ultimo rimarrà sul campo, ucciso dal “fuoco amico”. Un’altra ragazza irpina, Maria Teresa Romeo compagna all’epoca di Nicola Valentino, sarà tra gli autori, il 19 maggio 1980, dell’assassinio dell’assessore regionale Pino Amato. Ma oltre a loro tre altri irpini hanno conosciuto la lotta armata. Alfredo Buonavita, operaio emigrato a Torino vicino a Renato Curcio sin dall’inizio e fondatore delle Br nel capoluogo piemontese. Gianni Mallardo, coetaneo e compagno di scuola di Picariello, tra i primi a dissociarsi, reclutato dall’altro avellinese Antonio Chiocchi, figura di spicco delle Br campane e braccio destro di Giovanni Senzani, tra i protagonisti del rapimento di Ciro Cirillo e dell’omicidio del commissario Antonio Ammaturo, che ha avviato un percorso di dissociazione nel carcere di Nuoro nel 1983. Ma a mezzo secolo dall’esplosione di Piazza Fontana, che voleva far precipitare il Paese nello scontro e portare, attraverso la strategia della tensione, a una svolta autoritaria, ecco affermarsi, alla fine di un percorso lungo e drammatico, un vasto movimento di riconciliazione fra vittime, ex protagonisti della lotta armata e uomini delle istituzioni. Ed è ancora Franco Bonisoli il protagonista del viaggio di Angelo Picariello. L’occasione è quella della presentazione all’Istituto Sturzo de “Il libro dell’incontro”, nel luglio del 2016, sull’esperienza del gesuita padre Guido Bertagna. Franco Bonisoli è vicino a Giovanni Ricci, figlio di Domenico morto in via Fani. Con loro ci sono anche Agnese Moro e Alexandra Rosati, figlia di Adriana Faranda, la “postina” delle Br. E quel valore emendativo della pena che Aldo Moro aveva voluto nella Costituzione conforta oggi Agnese nel vedere i carcerieri di suo padre cambiati: «Sono stati una sorpresa perché nella mia mente loro sono dei mostri senza cuore, senza pietà. E lo sono anche stati». Ma poi ha scoperto in loro «un dolore infinitamente peggiore del mio che li fa essere totalmente disarmati nei nostri confronti. Ho imparato da loro che se tu vuoi ascoltare qualcuno e poi parlare ti devi disarmare da pregiudizi e rabbia. Incontrare chi ha fatto del male è un atto di amore verso se stessi, perché trovarsi faccia a faccia con chi ha compiuti atti tremendi di violenza è l’unico modo possibile per uscirne: perché quella è la realtà. Guardi in faccia dei vecchietti come me, cadenti o meno, ognuno ha sul viso la storia di quello che gli è successo e sono storie terribili. Perché quando hai pensato di salvare il mondo, ma alla fine scopri che hai ucciso solo delle brave persone che non possono tornare indietro, e quella giustizia che volevi l’hai solo tradita è davvero terribile. Ecco perché è importante fare un percorso insieme». E Agnese Moro ribadisce che suo padre avrebbe approvato questo cammino di riconciliazione e il fatto che «queste due realtà “ex giovani” feritesi reciprocamente, possano oggi incontrarsi e sanare qualcuna di quelle ferite io sono certa che per lui sia motivo di contentezza».

·        Maria Fida Moro: Santo non s’ha da fare.

La figlia di Aldo Moro: "Il Papa fermi la beatificazione di mio padre". L'appello di Maria Fida: "Ci sono delle infiltrazioni anomale e ributtanti da parte di persone alle quali non interessa altro che il proprio tornaconto". La Repubblica 6 maggio 2019. "Santità, La prego dal profondo del cuore di interrompere il processo di beatificazione di mio padre Aldo Moro, sempre che non sia invece possibile riportarlo nei binari giuridici delle norme ecclesiastiche. Perché è contro la verità e la dignità della persona che tale processo sia stato trasformato, da estranei alla vicenda, in una specie di guerra tra bande per appropriarsi della beatificazione stessa strumentalizzandola a proprio favore". E' l'appello che Maria Fida Moro ha fatto a Papa Francesco, in una lettera da lei stessa letta in un video postato sul web. Aldo Moro è stato proclamato "servo di Dio" (il primo passo verso la beatificazione) il 16 luglio 2012. Già nell'aprile del 2015 si erano avute delle proteste di "ingerenze" da parte dell'allora postulatore, l'avvocato Nicola Giampaolo. Nel 2018 al postulatore generale dei Domenicani, padre Gianni Festa, era stato affidato l'incarico di occuparsi del processo di beatificazione di Moro (che era un laico domenicano). Il religioso aveva precisato che per si trattava ancora di una fase iniziale del "processo". "A me risulta - spiega la figlia dello statista ucciso 41 anni fa dalle Brigate Rosse - che il postulatore legittimo sia Nicola Giampaolo al quale ho consegnato due denunce, che sono state protocollate ed inserite nella documentazione della causa nonché inoltrate per via gerarchica a chi di dovere. Ma non ho avuto alcuna risposta e sono passati anni. Nell'ambito dello stesso processo ci sono delle infiltrazioni anomale e ributtanti da parte di persone alle quali non interessa altro che il proprio tornaconto e per questo motivo intendono fare propria e gestire la beatificazione per ambizione di potere. Poi è spuntato un ulteriore postulatore non si sa a quale titolo.

"Vorrei proprio che la Chiesa facesse chiarezza nella forma e nel merito". "Mio padre - prosegue la lettera-appello è stato tradito, rapito, tenuto prigioniero ed ucciso sotto tortura. Dal 9 maggio di 41 anni fa è cominciato il 'business' della morte e lo sciacallaggio continuativo per sfruttare il suo nome a fini indebiti. Mi viene in mente la scena, narrata nei Vangeli, dei soldati romani che si giocavano a dadi, ai piedi della Croce, il possesso della tunica di Gesù tessuta in un solo pezzo. I soldati erano, in qualche misura, inconsapevoli di quanto stavano facendo invece costoro sanno di compiere un'azione abbietta e lo fanno ugualmente in piena coscienza". "Il mio nome significa fede e sono assolutamente certa della Comunione dei Santi e della vita eterna. E so che mio padre è in salvo per sempre nella perfetta letizia dell'eternità e nessuna bruttura può ferirlo. Ma preferire mille volte che non fosse proclamato Santo - tanto lo è - se questo deve essere il prezzo: una viscida guerra fatta falsamente in nome della verità. Paolo VI descriveva mio padre così: uomo "buono, mite, giusto, innocente ed amico". Regali, se può, a mio figlio Luca ed a me una giornata di pace in mezzo alla straordinaria amarezza di una non vita. Che il Signore la benedica. Mio padre, dal luogo luminoso in cui si trova ora, saprà come ringraziarla. Sono mortificata di aver dovuto disturbare Lei. Con rispettoso ossequio, stima e gratitudine", conclude Maria Fida Moro. L'appello alla vigilia del 9 maggio, quando la memoria dello statista dc ucciso dalle Brigate Rosse nel 1978, sarà onorata in via Fani, dove avvenne il rapimento di Moro e della scorta, e alla Camera dei deputati, per la Giornata delle vittime del terrorismo, a cui presenzierà anche il presidente Mattarella.

Beatificazione Moro, prof. Coppola replica a Maria Fida: «Processo mai avviato». Il giurista che vanta incarichi Oltretevere interviene sulla lettera inviata dalla figlia dello statista al papa con cui chiedeva di interrompere la beatificazione. Leonardo Petrocelli l'08 Maggio 2019 su La Gazzetta del Mezzogiorno. «Il processo di beatificazione di Aldo Moro in questo momento non esiste. E non esiste da parecchio tempo». Abbassa i toni della polemica Raffaele Coppola - avvocato, accademico e direttore del Centro di ricerca «Renato Baccari» dell’Università di Bari - dopo la durissima lettera-appello inviata al Papa da Maria Fida Moro, figlia dello statista di Maglie, per chiedere l’interruzione del processo di beatificazione del padre, evocando «strumentalizzazioni e infiltrazioni anomale e ributtanti». Coppola - che ricopre un incarico di grande rilievo in Vaticano -ricuce i fili di una storia complessa, su cui molto si è detto e scritto, non sempre in omaggio alla verità. Lo intercettiamo subito dopo la chiusura del seminario di studio su «Aldo Moro politico e cristiano», svoltosi ieri a Venosa. «Un appuntamento - precisa Coppola, fresco cittadino onorario della città lucana - che non deve spaventare nessuno ma qualificarsi solo come momento di approfondimento».

Professor Coppola, da dove facciamo partire il racconto?

«Tutto ha inizio anni fa con l’introduzione della causa attraverso la presentazione del libello. Dal giorno dopo, però, ecco scatenarsi una intensa pubblicità che ha messo sul chi vive l’autorità ecclesiastica».

Quale l’effetto del battage mediatico?

«Il cardinale Augusto Vallini, al tempo vicario del Santo Padre, dà la possibilità di andare avanti. Ma non nel senso del processo, bensì nella direzione dell’approfondimento della figura del Moro religioso».

In altre parole?

«L’approfondimento non porta alla beatificazione ma spinge a comprendere se ci sono le condizioni per avviare il percorso. Per di più, sul caso non è intervenuta l’approvazione di tutti i vescovi della regione Lazio, lì dove il processo si svolgeva. Dunque, Moro non è figlio di Dio».

Da quel momento in poi cosa accade?

«Il postulatore (cioè colui che si occupa delle pratiche fino alla beatificazione, ndr) ha cercato di ottenere appoggi e consensi che ci sono stati, ma non al punto da poter avviare il processo».

La figlia di Moro ha evocato, con durezza, la questione dei due postulatori, parlando del secondo come di una figura «spuntata non si sa a quale titolo».

«L’attore principale, cioè la Federazione dei centri studi “Aldo Moro” ha revocato il mandato al primo postulatore per affidarlo a un’altra figura che però non ha ricevuto l’approvazione della Santa Sede. Quindi, ne abbiamo uno revocato e uno nominato ma non approvato».

Professore, come andrà a finire questa vicenda?

«Siamo solo agli inizi, la Chiesa ha tempi lunghi che, nel caso di un politico, si moltiplicano ulteriormente. Tommaso Moro fu canonizzato a 400 anni dalla morte. Ripeto, il processo non è iniziato (come confermato ieri anche dal cardinale Angelo Becciu, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ndr)».

E quanto alle polemiche?

«Vorrei precisare una cosa. Moro, figura gigantesca di grande cattolico, appartiene a tutti. Coloro che hanno promosso il congresso di Venosa tendono la mano anche a chi non la pensa come loro. Vogliamo dare un messaggio di pace e ricordare che, per arrivare a un obiettivo condiviso, bisogna essere uniti».

In tutto questo, infine, qual è la posizione del Pontefice?

«Il Santo Padre credo sia informato di tutto ma lascia ai competenti organismi ecclesiastici ogni decisione in proposito. È in particolare il cardinale Angelo De Donatis, vicario del Papa nella diocesi di Roma, a dover decidere se avviare o meno il processo».

·        Aldo Moro contro il fascismo nel ’43.

Aldo Moro contro il fascismo nel ’43: ha ucciso la patria, la ricostruiremo. Pubblicato lunedì, 06 maggio 2019 da Aldo Moro su Corriere.it. L’intervento qui pubblicato risale all’autunno del 1943. Aldo Moro lo pronunciò a Radio Bari, allora unica voce dell’Italia libera, quando aveva 27 anni. «Abbiamo ritrovato nove discorsi inediti, che si trovano presso il centro di documentazione creato da Sergio Flamigni a Oriolo Romano, dove sono conservate le carte personali di Moro, mentre quelle politiche, che erano nel suo studio, sono depositate all’Archivio centrale dello Stato», dichiara al «Corriere» Renato Moro, storico dell’Università Roma Tre, nipote dello statista e presidente del comitato scientifico incaricato di curare l’Edizione nazionale delle sue opere. Il professore inquadra storicamente i testi: «Aldo Moro, all’epoca libero docente, venne colto dall’8 settembre mentre stava partendo per prendere servizio a Roma come ufficiale dell’aeronautica. Invece rimase a Bari e fu aggregato all’ufficio stampa del governo del Regno del Sud. Già attivo nella vita pubblica, ex presidente degli universitari cattolici della Fuci, prese a scrivere e pronunciare discorsi radiofonici». (Antonio Carioti) Radio Fascio ha impostato di recente il problema dei traditori. L’elenco dei miserabili che hanno partecipato al tradimento — così sconsolatamente confessa — è lungo, lunghissimo. Purtroppo vi sono — continua — traditori di grosso calibro, i quali costituiscono un gruppo non eccessivamente numeroso e accanto ad essi una fila interminabile di personaggi minori. Aldo Moro (Maglie, Lecce, 1916) in una foto del 1941Coloro che non credono più, e si rifiutano in conseguenza di obbedire e di combattere, son dunque ormai tra gli italiani, per riconoscimento esplicito della pattuglia di punta del rinascente partito, schiera e lunghissima schiera. Fino a ieri, si può dire, non si sentiva altro che di fedeltà incondizionata e di adesioni definitive, sicché lo sparuto drappello dei dissenzienti sembrava davvero fosse nascosto abilmente nei famosi e certo angusti angolini. Oggi si riconosce che le cose stavano ben diversamente e che i dissensi — chiamateli tradimenti, se volete — erano seri e vasti, anzi veramente totalitari. Per provenire le due valutazioni radicalmente diverse dalla stessa fonte, bisogna riconoscere che vi fu errore e, noi penseremmo, errore in mala fede nell’apprezzamento ottimistico che fu fatto allora dell’opinione del popolo italiano. Vero è che non vi fu mai un’Italia fascista e filo tedesca, come gli avvenimenti del 25 luglio e successivi hanno dimostrato. Vero è che oggi non esiste un’Italia fascista e filo-tedesca, la quale si riduce ad una carta cattiva giocata nel pessimo gioco del dittatore nazista. Il fascismo non ha, come non ebbe mai, per sé né i vecchi né i giovani né i giovanissimi; ma se mai sparute minoranze disinteressate. Bisogna onestamente riconoscere che la crisi, per dirla con frase mussoliniana, non è nel sistema ma del sistema che il fascismo fu nella storia d’Italia. Tutte le convulsioni che la sparuta schiera di questi tristi reintegratori del passato determini, per favorire la Germania, è veramente tradimento perpetrato ai danni dell’Italia. Ed è triste constatare la cieca pervicacia con la quale si dà opera a continuare una politica rovinosa ed a preparare la più inumana di tutte le guerre civili, quella cioè che contrappone l’uno all’altro i cittadini di una stessa Patria, i quali non divide, più forte della solidarietà nazionale, un diverso ideale, ma soltanto la prepotenza di un oppressore straniero cui tiene bordone un oppressore domestico. Tutto ciò è molto triste certamente. E noi non possiamo pensare senza disperazione al sangue italiano che sarà forse versato ancora vanamente, contro la verità, contro la libertà, contro la vita. Ma vogliamo superare l’indignazione e il dolore che ci prendono, per dire ancora una parola serena ai fascisti d’Italia, se ancora ve ne sono. Noi non vogliamo porre ora in discussione la loro buona fede, ma domandiamo soltanto che facciano uno sforzo per capire che al disopra di una particolare intuizione della Patria c’è la Patria stessa nella sua verità, nella sua storia, nel suo avvenire, quale risulta dal pensiero e dall’amore di tutti i suoi figli; per capire che la Patria è patrimonio di tutti e che è delittuoso piegarla alla propria particolare visione. Proprio perché la Patria è cosa di tutti, al fascismo fu dato di porsi tra le forze politiche del Paese, per far valere il suo programma accanto agli altri. La storia si fa di questi scontri e incontri, incessantemente. La Patria è certo il nostro io, ma non il piccolo io angusto, che si chiude ad ogni considerazione, ad ogni rispetto, ad ogni amore degli altri, ma l’io che si fa, energico e pieghevole, memore di sé ed attento alla vita di tutti, incontro agli altri, e afferma e nega, cede e s’impunta, sicché nel vasto gioco delle azioni di tutti sorga, in libertà e come frutto di libertà, il volto storico della Patria. La tirannia comincia là dove il piccolo io, rotto ogni vincolo di fraternità e di rispetto, dimentico di quella sublime umiltà che fa l’individuo uomo, la sua particolare visione eleva ad universale, senza il vaglio di una critica che consacri questo passaggio; il proprio particolare amore proponga orgogliosamente come l’amore di tutti. Allora la Patria è morta; quella sua grandezza augusta, che è nell’accogliere ogni voce, ogni palpito, ogni gioia, ogni sofferenza dei suoi figli, è spenta, terribile furto ai danni del proprio fratello è questo. Di più, impadronirsi della Patria di tutti, farne una piccola povera cosa di noi, è fatalmente condannarsi a perderla a nostra volta. Non si può negare ed affermare insieme. Non si può dire Patria, senza dire «tutti». Dove gli altri siano stati dimenticati, dove si sia, fingendone l’adesione o comprimendone la reazione, fatto a meno di loro, la Patria è veramente finita. Di questa fine, triste come l’oscurarsi dei valori che danno alla vita bellezza e dignità, potrebbero gli altri, i dimenticati e oppressi, chiedere conto ai dimentichi ed agli oppressori. Ma qui non si tratta di questo. Si tratta della Patria che ritorna, valore il quale, benché compresso, non può morire. Si tratta dell’Italia, la quale chiede di non essere ancora negata nella sua anima universale, di essere tutti, di accogliere in sé anche i figli che hanno sbagliato, anche quelli che hanno fatto intenzionalmente il male. L’Italia ha troppo sofferto di questa divisione fatale, per la quale non bastava essere italiani per essere italiani, perché non sia pronta a dimenticare; ha troppo perduto di energie, di vivezza, di sapere, di moralità, di bontà, perché respinga ora qualsivoglia energia data con lealtà per l’opera di ricostruzione. Ma non può essa permettere che coloro i quali proposero l’esclusivismo angusto tornino a chiamarsi italiani, senza aver riconosciuto il loro errore e la loro colpa, senza un’anima nuova, senza aver ritrovato il rispetto per tutti. Tanto meno può permettere che il solco fatale che ha diviso e divide ancora la storia d’Italia sia tolto, senza che essa sia assicurata per l’avvenire da un ritorno in forza di ideologie e prassi politiche, le quali, abusando della libertà, operino contro la libertà. Essa chiede che le voci di tutti gli italiani tornino a farsi sentire compostamente, che nessuna sia fatta tacere e nessuna pretenda di levarsi con prepotenza al disopra delle altre. Perché soltanto in questo equilibrio, in questo rispetto, in questa reale libertà si forma quella volontà solidale dei singoli riuniti in unità di popolo che fa la storia. Contro i vecchi e nuovi tentativi di dittatura, quelli scaltri e quelli candidi, contro tutte le esagerazioni e le unilateralità, l’Italia chiede l’umiltà di tutti, la coscienza della propria particolarità, il bisogno e l’attesa della integrazione, un grande rispetto per le cose che sono più grandi di noi. E ciò l’Italia attende e domanda non con debole voce come per cosa che si possa dare o negare a proprio piacimento, ma con voce imperiosa, seppure amorevole. È un dovere di patriottismo, è una esigenza squisitamente umana che ciascuno prenda con disciplina, la quale non esclude l’iniziativa e la responsabilità, il proprio posto di lavoro e dia opera in esso, dimenticando per un momento il triste passato, a costruire un avvenire più degno.

Istituita dal ministero dei Beni culturali nel 2016, l’Edizione nazionale delle opere di Aldo Moro è diretta da un comitato scientifico presieduto da Renato Moro, di cui fanno parte molti illustri studiosi: tra gli altri Giuliano Amato, Piero Craveri, Ugo De Siervo, Guido Formigoni, Francesco Malgeri, Alberto Melloni, Leopoldo Nuti, Paolo Pombeni, Francesco Traniello, Giuseppe Vacca. Il progetto presenta caratteristiche molto innovative, poiché gli scritti dello statista pugliese saranno posti interamente su piattaforma digitale, quindi risulteranno liberamente leggibili e scaricabili. Grazie alla collaborazione con la casa editrice il Mulino, l’edizione sarà interrogabile in modo selettivo per effettuare ricerche. E verrà utilizzato anche un software originale di analisi del discorso, sperimentato dall’Istituto storico italo-germanico di Trento e dal gruppo Digital Humanities della Fondazione Bruno Kessler (sempre di Trento): attraverso questo dispositivo saranno possibili ricerche testuali particolarmente sofisticate. L’Edizione nazionale sarà divisa in due sezioni: una con gli scritti e discorsi di carattere politico, religioso e giornalistico (quattro volumi, tre dei quali divisi in due tomi, per un totale di sette), l’altra con le opere di argomento giuridico (quattro volumi). In settembre uscirà il primo volume degli scritti e discorsi, a cura di Tomino Crociata e Paolo Trionfini, che copre il periodo 1932-1946, fino all’elezione di Moro alla Costituente.

·        Aldo Moro e la Tangentopoli ante litteram.

Mani pulite, 1993: Craxi contro la fine della politica. Redazione de Il Riformista il 13 Dicembre 2019. 29 aprile 1993. L’inchiesta “Mani Pulite”, quella di Di Pietro, è iniziata circa un anno prima. Sta travolgendo tutti i partiti, in particolare il Psi. Bettino Craxi, che fino a un mese prima era stato il segretario del partito, si alza alla Camera e pronuncia un discorso che diventerà celeberrimo a difesa dell’autonomia della politica e di denuncia della corruzione del sistema. Dice che il finanziamento dei partiti, tutti lo sanno, è in gran parte illecito, e aggiunge: «Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Nessuno si alza.

Caso Lockheed, 1977: Moro a difesa di Gui. Redazione de Il Riformista il 13 Dicembre 2019. 9 marzo del 1977, il caso Lokheed (una storia di tangenti sull’acquisto di aeroplani americani) arriva alla Camera. Si tratta di decidere se processare due ex ministri: Luigi Gui, dc, e Mario Tanassi, Psdi. Aldo Moro, giusto un anno prima del suo rapimento, interviene con un discorso formidabile, di impronta davvero garantista, a difesa di Gui, soprattutto, ma anche di Tanassi. Rivendica l’autonomia e l’unicità della politica e il valore dell’impegno politico e dei partiti. Grida: «Non ci faremo processare nelle piazze». Però va in minoranza. I più duri contro di lui sono i comunisti e i radicali. Tanassi e Gui sono rinviati a giudizio davanti alla Corte Costituzionale. Che assolverà Gui e condannerà a 2 anni e 4 mesi di carcere Tanassi.

Caso Lockheed, 1978: Leone si dimette. Redazione  de Il Riformista il  13 Dicembre 2019. 15 giugno del 1978. Aldo Moro è stato ucciso poco più di un mese prima. Al governo c’è Andreotti, sostenuto dai comunisti. La sera, alle 20, compare in Tv il presidente della Repubblica Giovanni Leone, napoletano, 70 anni, e annuncia le sue dimissioni. Il motivo? Una feroce campagna di stampa contro di lui, alimentata dai servizi segreti, con vari dossier, e da alcuni partiti politici di opposizione. Leone non ha nessuna colpa. Il suo coinvolgimento nel caso Lockhe è da escludere. L’Espresso lo massacra. Lui non ne può più, lascia. Perché lascia? Leone è uno degli ultimi statisti, uno di quelli che hanno fatto grande l’Italia. Sa sacrificarsi e si sacrifica.

Così Moro avvertì i giudici: «Noi Dc non ci lasceremo processare nelle piazze!». Lo scontro tra politica e magistratura iniziò ufficialmente nel marzo del ’77 con l’affare Lockheed, scrive Paolo Delgado il 31 gennaio 2019 su Il Dubbio". C’era una volta, in un’Italia lontana lontana, tanto lontana da somigliare a una fiaba o a una leggenda, un primato della politica sulla magistratura tanto assoluto e incontrastato da autorizzare seri e fondati dubbi sull’effettiva divisione dei poteri sancita dalla Costituzione. La politica era di fatto intoccabile. Il potere togato si arrestava di fronte alla soglia del Palazzo. Non è che di scandali non ce ne fossero. Ma le richieste di autorizzazione a procedere sbattevano regolarmente contro il voto contrario del Parlamento. Nella legislatura 1963- 68, ad esempio, su 75 richieste di autorizzazione a procedere ne furono accolte 5. Nella successiva, 1968- 72, le richieste furono 69 e le autorizzazioni 4. Il boom di richieste da parte della magistratura fu tuttavia nella legislatura successiva, 1972- 76, indice chiaro di un rapporto di subalternità della magistratura che i togati iniziavano a sopportare sempre meno. Le richieste furono ben 159, di cui solo 40 accolte. Se si dovessero indicare un anno e una vicenda precisa per datare l’inizio, ancora molto in sordina, di un braccio di ferro che prosegue a tutt’oggi bisognerebbe risalire al 1965 e alla vicenda che coinvolse il senatore democristiano ed ex ministro delle Finanze Giuseppe Trabucchi. Era accusato di aver permesso a una società guidata da un altro notabile democristiano ed ex sottosegretario, Carmine De Martino, di acquistare illegalmente partite di tabacco messicano per poi rivenderle in patria con un guadagno netto di un miliardo e 200 milioni di lire dell’epoca, cifra di tutto rispetto e anche qualcosina in più. Il tutto, ovviamente, in cambio di generosa tangente. Trabucchi ammise ma si difese impugnando l’interesse di partito: «Era solo un finanziamento illecito per la Dc». La commissione, nel giugno 1965, respinse la richiesta. Il mese dopo le camere riunite furono chiamate a votare per una decisione definitiva. Servivano 476 voti per accogliere la richiesta della Procura di Roma. Ne arrivarono 461. Trabucchi se la cavò alla grande. Prima che si ripetesse un braccio di ferro di dimensioni anche maggiori passarono quasi 10 anni. Nel febbraio 1974 i segretari amministrativi di tutti e quattro i partiti di governo, Dc, Psi, Psdi e Pri, furono indagati con l’accusa di aver incassato tangenti dall’Enel in cambio di scelte politiche contro le centrali nucleari. Lo scandalo fu enorme e coinvolse numerosi ex ministri. Il governo Rumor in carica si dimise. Per rientrare in maggioranza il leader repubblicano Ugo La Malfa impose una legge che regolamentasse il finanziamento dei partiti. Varata a spron battuto, in soli 16 giorni e con l’approvazione di tutto il parlamento a eccezione del Pli, sulla base di una proposta firmata da uno dei principali leader Dc, Flaminio Piccoli. La legge non servì a fermare il finanziamento illecito ma derubricò i reati per i quali erano indagati segretari a amministrativi e tesorieri. Restava lo spinoso caso degli ex ministri e i nomi in ballo erano davvero pesanti. La commissione parlamentare incaricata di vagliare i casi affrancò subito i dc Andreotti e Ferrari Aggradi perché i reati erano prescritti. Decise l’archiviazione per il dc Bosco e il Psdi Preti, ma ordinò di aprire un’inchiesta a carico di altri due ex ministri, Ferri del Psdi e Valsecchi, Dc. L’inchiesta si concluse cinque anni dopo con il proscioglimento. Il grande scandalo degli anni ‘ 70 fu tuttavia il cosiddetto "affare Lochkeed". Una tangentona di 61 milioni di vecchie lire, pagata secondo gli inquirenti dalla società americana per favorire l’acquisto da parte del governo italiano di 14 aerei Hercules 130. Erano coinvolti due ex ministri della Difesa, Luigi Gui, Dc, e Mario Tanassi, Psdi, e un ex premier, Mariano Rumor, Dc. Nel marzo 1977 il Parlamento votò, in seduta comune, la messa in stato d’accusa dei primi due mentre salvò Rumor. In quell’occasione Aldo Moro pronunciò un discorso destinato a essere ricordato ancora oggi: «La Dc fa quadrato intorno ai propri uomini. Non ci lasceremo processare nelle piazze». In effeti il processo si svolse, secondo le regole di allora per i ministri, direttamente di fronte alla Corte costituzionale, con unico grado di giudizio. Nel 1979 Gui fu assolto, Tanassi condannato. Nel 1989 una riforma costituzionale modificò i criteri dei processi contro ministri ed ex ministri, affidandoli alla magistratura ordinaria e con procedura altrettanto ordinaria. Mai accusato, mai processato, mai condannato, a pagare più di tutti fu il presidente della Repubblica Giovanni Leone. Indicato da una forsennata campagna giustizialista come coinvolto nello scandalo fu costretto alle dimissioni. La sua innocenza fu acclarata solo anni dopo. Quando si rovesciano i rapporti di forza che almeno in apparenza restano identici per tutti gli anni ‘ 80? In apparenza il punto di rottura è Tangentopoli, quando le inchieste di mani pulite spazzarono letteralmente via un intero ceto politi- co e spianarono la prima Repubblica. In realtà i rapporti di forza avevano iniziato a subìre una modifica profonda già da prima. La magistratura si affranca dalla soggezione alla politica non con Tangentopoli ma con la lotta al terrorismo. All’epoca, tra la fine degli anni ‘ 70 e i primi anni ‘ 80, era abbastanza comunque sentir dibattere di ‘ delega alla magistratura’ del contrasto al terrorismo. Quella delega fu in realtà totale e appena tra le righe lo si percepisce nella memoria di due tra i magistrati che di quella fase furono protagonisti assoluti, Gian Carlo Caselli e Armando Spataro: «Nel 1978, però, in particolare nel periodo post- Moro, la situazione registrò un’evoluzione positiva grazie all’iniziativa autonoma di Pubblici Ministeri e Giudici Istruttori, che diedero vita ad un coordinamento spontaneo tra gli uffici giudiziari ed alla creazione di gruppi specializzati nel settore del terrorismo. Il sistema di legge non prevedeva allora alcuna norma in tema di coordinamento: anzi conosceva barriere formali che ostacolavano lo scambio di notizie. Ciononostante, a partire dalla metà del 1978, quei magistrati, superando ogni logica formalistica ed ogni possibile diversità di estrazione culturale, cominciarono ad incontrarsi spontaneamente, con periodicità molto ravvicinata ed in modo riservato». Nella stessa fase la magistratura irruppe di fatto anche nella sfera di competenza del potere legislativo: alcune delle principali leggi anti- terrorismo, incluse quelle squisitamente politiche come la legge sulla dissociazione furono dettate norma per norma dalla magistratura.

Tangentopoli intervenne su equilibri già radicalmente alterati. Il risultato del referendum del 1987 sulla responsabilità civile dei magistrati è non a caso l’unico nella storia italiana a essere stato completamente disatteso, a conferma del peso enorme che il potere togato aveva acquisito nel decennio precedente, a fronte di un progressivo ma inesorabile indebolirsi del potere politico colpito da una crisi di legittimazione all’epoca senza precedenti. Tangentopoli chiuse il conto e siglò l’affermazione di un equilibrio opposto a quello che aveva segnato la prima Repubblica, con un primato assoluto del potere togato. La seconda Repubblica è stata segnata dall’inizio alla fine dal confronto e a volte dal conflitto aperto tra un potere tanto più saldo perché legittimato dal sostegno dell’opinione pubblica, quello della magistratura, e un potere debole e sempre sotto scacco, infragilito dalla scarsa legittimazione popolare, quello della politica derubricata ormai a casta. Quando, nel 1994, il primo governo Berlusconi tentò di frenare le procure con quello che è passato alla storia come "decreto salva- ladri", i quattro giudici del pool milanese Mani pulite si limitarono a presentarsi in tv spogliandosi per protesta delle toghe e bastò per suscitare una tale ondata di proteste da costringere il governo a una sgangherata retromarcia. Pochi anni dopo, nel 1998, il solo tentativo serio e approfondito di riformare la Costituzione, la bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, fu condannato al fallimento, come ha più volte confessato il relatore Cesare Salvi allora dirigente dei Ds, dall’opposizione del potere togato a qualsiasi revisione delle norme sulla magistratura. Quella delle "toghe rosse" è una leggenda che, diffusa dalla destra, ha avuto ampio corso negli anni della Seconda Repubblica ma che è in realtà destituita di fondamento. Se a confliggere con la magistratura è stato in quei decenni quasi esclusivamente il centrodestra è perché la controparte ha sempre evitato di contraddire, se non superficialmente e di sfuggita, le toghe. Ma la stessa destra, nonostante i fragorosi pronunciamenti del leader Berlusconi, ha sempre evitato di sfidare la magistratura se non quando non era possibile evitarlo, cioè quando ci andavano di mezzo la sua sorte o quella delle sue aziende. Il Movimento 5 Stelle nasce dalla stessa temperie culturale, sociale e politica che ha accompagnato e in buona misura determinato il prevalere della magistratura sulla politica: una crisi di legittimazione popolare della politica accompagnata nella delega assegnata dal basso alle toghe come unico freno alla corruzione dei politici. Per il Movimento fondato da Grillo la magistratura è sempre stata la bussola. In teoria il successo elettorale dei pentastellati avrebbe dovuto quindi siglare il trionfo finale del potere in toga nel lunghissimo duello con il potere che siede in Parlamento. La pratica si sta rivelando subito e si rivelerà diversa. Per sua stessa natura il "governo del cambiamento" deve almeno provare ad affermarsi come governo forte, sovvertendo così quel rapporto tra un potere politico debole e un potere della magistratura forte che data ormai dalla fine degli anni ‘ 80 del secolo scorso. L’incidente sull’autorizzazione a procedere contro il ministro Salvini è solo il primo di una lista che sarà probabilmente lunga. 

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Le lettere ed i diari di Giulio Andreotti.

Giulio Andreotti in una lettera: "Medito di abbandonare la vita politica". Era il 1953 quando Giulio Andreotti scrisse una lettera ad Alcide De Gasperi in cui espresse tutti i suoi dubbi sul continuare o meno con la politica: "È stato un brutto anno, il '53, e spesso medito sulla utilità di abbandonare la vita politica", scrive Nicola De Angelis, Venerdì 05/04/2019, su Il Giornale. Una lettera inedita scritta di pugno da Giulio Andreotti e destinata ad Alcide De Gasperi in cui il sette volte Presidente del Consiglio si mostra titubante sul continuare o meno la sua carriera politica. Era il 1953 e il Divo scriveva così: "È stato un brutto anno, il '53, e spesso medito sulla utilità di abbandonare la vita politica". Invece rimase in Parlamento fino alla sua morte, eletto senatore a vita e partecipando attivamente alla vita politica anche nella sua ultima fase. La lettera destinata ad Alcide De Gasperi, che si era appena ritirato, mostra un 34enne già sottosegretario di Palazzo Chigi disorientato e perduto senza più il suo mentore. Il grande statista sarebbe morto qualche anno dopo, all'età di 73 anni. Lo stesso Andreotti continua dicendo a De Gasperi, da Montecatini dove sta cercando di rimettersi in sesto: "In tutta la Dc non ci sono dieci uomini che contino e che si vogliano veramente bene". Questa è una minima parte delle 1.300 lettere che De Gasperi ha ricevuto durante la sua vita. Un progetto online chiamato Epistolario DeGasperi pubblicherà quest'oggi in archivio digitale tutto l'epistolario del grande statista della Democrazia Cristiana. Un lavoro enorme quello portato avanti da un gruppo di 35 ricercatori che hanno lavorato al progetto lanciato dalla Fondazioni De Gasperi e Kessler oltre all'istituto Sturzo che hanno girato nove stati, compresi gli Stati Uniti, e consultato oltre 120 archivi per trovare e catalogare tutte le lettere che De Gasperi ha ricevuto durante la sua vita. Lettere private, lettere in cui lo statista dava consigli politici e veri e propri enunciati economici. Tutti scannerizzati e catalogati, belle da vedere come dice Repubblica che cita l'anno 1937 in cui De Gasperi inviò una epistola a Benedetto Croce "pregandolo" di mostrargli le parole che il poeta discepolo di Carducci gli aveva inviato. Giulio Andreotti, Benedetto Croce, Giuio Salvadori e tantissimi altri nomi importanti compongono l'archivio epistolario di De Gasperi. Il presidente dell'Edizione nazionale dell'epistolario Giuseppe Tognon ha commentato: "Le lettere difficilmente mentono a chi sa leggerle. Qui ogni dettaglio apre un mondo". Tutto l'archivio sarà presentato oggi alle ore 17:30 in presenza del Presidente della Repubblica Mattarella all'Archivio storico del Quirinale. Queste epistole sono soltanto un quinto del totale delle quasi 5mila lettere che si trovano in giro.

Quando Andreotti fece sparire la foto del Papa in piscina. Pubblicato giovedì, 08 agosto 2019 da Massimo Franco su Corriere.it. E’ affiorato da uno sgabuzzino come uno di quegli scrigni dimenticati che racchiudono memorie proibite. E, una volta ritrovati, restituiscono storie del passato che apparivano morte e sepolte. Ma stavolta lo “scrigno” è quello dei ricordi di Giulio Andreotti, affidati per oltre sessant’anni, dal 1944 al 2009, a circa centottanta tra agende, quaderni di appunti, piccoli bloc notes, fogli svolazzanti. «Circa» centottanta, perché la catalogazione iniziata alcuni mesi fa dai figli Stefano e Serena, custodi degli archivi dell’ex presidente del consiglio e senatore a vita, è appena cominciata. E non si può prevedere ancora quale sarà la foto di famiglia del potere democristiano e vaticano che alla fine emergerà da quelle agende che per una decina di anni hanno dormito in alcuni scatoloni di cartone, ignorate come carte senza valore. Ma scorrendo anche solo una piccola parte di quei diari, negli anni in cui eccezionalmente Andreotti non era al governo, si rafforza l’impressione di un personaggio che faceva politica estera a trecentosessanta gradi. Frequentava i papi, allora Giovanni Paolo II. E veniva percepito e usato dal Vaticano come l’uomo nell’ombra incaricato segretamente delle missioni più riservate e delicate: si trattasse di spiegare il papato polacco a sovietici e americani, o di imbastire una trattativa affidatagli in un giorno di Ferragosto dalla Segreteria di Stato per scovare alcune fotografare «rubate» del papa in piscina nella tenuta pontificia di Castel Gandolfo. Andreotti doveva farle comprare e impedire che venissero pubblicate in anni in cui la Polonia di Karol Wojtyla era in bilico tra comunismo e democrazia. E Andreotti, allora semplice deputato, iniziò una laboriosa trattativa col Corriere della Sera di Bruno tassan Din, allora immerso nella melma della loggia Propaganda due di Licio Gelli, e con l’editore Rusconi. Il suo compito era ottenere gli scatti, e rassicurare gli uomini di Giovanni Paolo II, procurandosi eterna gratitudine. E’ solo un episodio, seppure significativo, di una consuetudine con quel mondo che fece dire a Giovanni Paolo II nel loro primo incontro: «lei non è nuovo qui», intendendo gli ambulacri vaticani. D’altronde, Andreotti è il politico al quale il segretario di Paolo VI confidò che dopo l’attentato a papa Montini nelle Filippine del 1970, il presidente Ferdinando Marcos era pronto a pagare 50 mila dollari perché si dicesse falsamente che era stato lui a fermare l’attentatore, e non monsignor Macchi. I diari sono una miniera di analisi di prima mano, aneddoti e retroscena sconosciuti. E confermano una rete di relazioni mondiali senza confini ne’ remore geopolitiche. Il futuro senatore a vita poteva incontrare il presidente argentino Juan Peron, ammiratore degli alpini italiani e delle loro filastrocche da caserma sulle “osterie numero...”, intonate durante un incontro ufficiale a Buenos Aires davanti a Andreotti, lievemente interdetto. Discorreva con dittatori del recente passato, alcuni morti ammazzati come il rumeno Ceausescu e il libico Muhammar Gheddafi. Nelle agende vengono riportati in dettaglio i colloqui con il cubano Fidel Castro e con esponenti di spicco della nomenclatura sovietica. E emergono tutte le incognite di un passaggio epocale coinciso con l’arrivo di Giovanni Paolo II e poi con l’elezione di Ronald Reagan alla Casa Bianca: un esito anticipato a Andreotti dal numero uno della Fiat Gianni Agnelli, sempre informatissimo sulle dinamiche della politica statunitense, in uno dei tanti colloqui trascritti nei diari. Verrebbe quasi da dire che il “vero” archivio segreto dell’ex presidente del Consiglio democristiano è questo : se non altro perché in massima parte sono appunti scritti di suo pugno, quasi giorno per giorno. Anche se decifrarli non appare un lavoro facile. Soprattutto negli anni dopo il Duemila, la calligrafia si è come rattrappita con l’età . Alcune agende sono andate perse, tra processi e archivi. Gli stessi figli a volte confessano di faticare a leggere le frasi, a capire che cosa il padre intendesse quando usava nomignoli o soprannomi per alcune persone. Ma forse è proprio questa indeterminatezza a rendere la scoperta più intrigante. Come minimo, costringe ancora una volta a rileggere la storia d’Italia, del Vaticano e di alcuni snodi della politica mondiale da un’angolatura meno scontata.

Il 1953 inedito di Andreotti: "Ho deciso, lascio la politica". L’epistolario di Alcide De Gasperi sarà presentato oggi alle 17,30 all’Archivio storico del Quirinale alla presenza di Sergio Mattarella. Da oggi le lettere inviate e ricevute da Alcide De Gasperi saranno disponibili online. Eccone alcune in anteprima, scrive Concetto Vecchio il 5 aprile 2019 su La Repubblica. "È stato un brutto anno, il '53, e spesso medito sulla utilità di abbandonare la vita politica". Anche un mandarino come Giulio Andreotti, sette volte premier, in Parlamento fino alla morte, ebbe le sue titubanze. Lo rivela una lettera inedita inviata ad Alcide De Gasperi il 5 settembre del 1953. Il grande statista è appena uscito di scena, un anno dopo morirà, a 73 anni. Andreotti, a 34 anni è già sottosegretario a palazzo Chigi, ma il tramonto del suo mentore lo disorienta. Gli scrive da Montecatini, dove si trova "per eliminare un po' di stanchezza", per dirgli che nella Dc "non ci sono dieci uomini che contino che tra di loro si vogliano veramente bene". È andato sulla tomba di Carlo Sforza, "triste, piena di calcinacci e trucioli di legno. Mi è venuta voglia di comprarmi dei fiori per godermeli in vita, vista la piega delle colleganze politiche". Questa è soltanto una delle 1300 lettere, scritte o ricevute dallo statista dc De Gasperi, che da questa sera saranno online sul sito epistolariodegasperi.it. Un corpus, che secondo il direttore della Fondazione De Gasperi, Marco Odorizzi, rappresenta soltanto un quinto del totale delle 5000 missive ancora in giro. De Gasperi governava scrivendo. Il lavoro di ricognizione, promosso dalla Fondazioni De Gasperi e Kessler, e dall'Istituto Sturzo, è durato due anni e ha coinvolto 35 ricercatori, che hanno frugato in centosei archivi sparsi in nove Stati, anche in America. Novecento lettere vedranno la luce per la prima volta. L'iniziativa sarà presentata oggi alle 17,30, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, all'Archivio storico del Quirinale. Ci sono documenti che sono belli anche da vedere. Come il biglietto inviato da De Gasperi a Benedetto Croce nel febbraio '37. Prega "l'illustre senatore" di fargli avere le lettere che si è scambiato con Giulio Salvadori, il poeta discepolo di Carducci. "Colgo l'occasione per rinnovarLe, anche a nome di mia moglie, ogni miglior augurio di buona salute e di fecondo lavoro, mentre mi segno. Suo devoto", si congeda De Gasperi. Nel gennaio del '45, Togliatti, che poi sarà l'avversario da battere, preme per estendere il voto alle donne. "Ho fatto più rapidamente ancora di quanto mi chiedi. Ho telefonato a Bonomi preannunciandogli che o lunedì sera o martedì tu e io faremo un passo per l'inclusione del voto femminile nelle liste delle prossime elezioni amministrative". Si rivolge a Nenni, alla vigilia del viaggio negli Usa nel '47, che prelude agli aiuti del Piano Marshall, per rinfacciargli le sue riserve di metodo per la scelta di Parri inviato straordinario per la questione Trieste. Con Adenauer si scrivono in tedesco. "Le lettere difficilmente mentono a chi sa leggerle", dice il presidente dell'Edizione nazionale dell'epistolario, Giuseppe Tognon. "Qui ogni dettaglio apre un mondo". Tra un anno sarà pubblico l'archivio di Pio XII: uno scrigno che potrebbe fare luce su molti episodi del fascismo e della guerra. Intanto va annoverata la scrittura drammatica di Giovanni Amendola, dopo l'Aventino. Datata 3 giugno 1925, segnala le crepe del fronte antifascista: "Il resoconto della nostra riunione, apparso sul Giornale d'Italia, costituisce una cattiva azione e dimostra che tra noi ci sono dei traditori o dei leggeri: uomini assolutamente inferiori a quelle esigenze di serietà che s'impongono a chi deve fronteggiare le responsabilità che noi ci siamo assunti". Due anni prima, rivolgendosi a Enrico Conci, il primo laico eletto tra le fila dei cattolici trentini al Parlamento di Vienna, De Gasperi è ancora convinto di poter mediare con Mussolini, appena giunto al potere. Si erano scontrati duramente a Trento, dove il Duce faceva il giornalista. "Non so cosa pensi Mussolini di me ora. So che fino a un mese fa mi riteneva, tra i popolari, un equilibrato e un acquisibile alla nuova situazione", scrive. Poi verranno le intimidazioni, la condanna per tentato espatrio, l'esilio nella biblioteca vaticana. Nel 1926 a Vicenza lui e il fratello sono sequestrati dagli squadristi. Ne scrive a don Sturzo: "Il ricordo degli insulti mi brucia ancora".

 “I DIARI DI PAPA' LI ABBIAMO NOI E LI ABBIAMO LETTI MA NON SONO SEMPLICI DA DECIFRARE...”. Roberto Faben per “la Verità” il 21 marzo 2019. Chi era davvero Giulio Andreotti? Di colui che fu tra i politici più longevi e influenti della Prima repubblica, Indro Montanelli, nel 1984, scrisse: «Il suo armadio è il più accogliente sacrario di tutti gli scheletri in cerca d'autore circolati in Italia nell'ultimo ventennio. E dobbiamo convenire che si è sempre gentilmente e con molta grazia prestato ad accoglierli. Mai un lamento, mai una querela, mai nemmeno una piccola smorfia di rammarico o di dispetto». Bettino Craxi lo soprannominò Belzebù. Lui fece spallucce e continuò a ritagliare e conservare anche le vignette più velenose che Forattini e Giannelli gli riservavano. Dotato d'intelligenza troppo brillante - al punto da «permettersi il lusso di non esibirla», scrisse Oriana Fallaci - per farsi tentare dalla volgarità delle arrabbiature, era anche così realista da diffidare degli eloqui complicati. Non era certo un mistico come Giorgio La Pira, ma sapeva comprendere le ragioni di Enrico Berlinguer, di Giancarlo Pajetta, di Marco Pannella, e instaurare con loro un rapporto di reciproca stima. Lo hanno processato per associazione a delinquere con la mafia e per il delitto del giornalista Carmine (Mino) Pecorelli, è stato sospettato di coinvolgimento nel golpe Borghese, di essere al comando dell'Anello - un superservizio segreto deviato -, di rapporti mai chiariti con il capo della P2 Licio Gelli e con il bancarottiere Michele Sindona, di aver ignorato una possibilità reale di salvare Aldo Moro senza accondiscendere alle trattative con le Brigate rosse, di aver fatto occultare pagine scottanti di dossier e memoriali. «A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente di tutto» replicava, con la consueta dose di garbo e sarcasmo. Quanto alle cartelle dell'Ufficio affari riservati del ministero degli Interni sulle stragi, agli omissis e ai documenti rimasti secretati o spariti, si continua a lambiccare sul fatto che Andreotti (classe 1919, sette volte Presidente del Consiglio, 26 ministro, senatore a vita dal 1991, morto nel 2013) possedesse le chiavi per aprire le porte degli enigmi. Tuttavia, con lui al potere, centrista nel Dna, nel periodo oscuro delle derive estremiste e dei rischi totalitari, la democrazia sopravvisse, pur reggendosi su equilibri insanguinati. Una parte degli italiani lo denigra, un'altra lo rimpiange, con quei completi scuri Caraceni nelle sue apparizioni tivù. Ma chi era davvero Giulio Andreotti? La Verità lo ha chiesto a uno dei suoi 4 figli, Stefano Andreotti, classe 1952, laurea di giurisprudenza, oggi in pensione dopo essere stato direttore della filiale Siemens di Roma, terzogenito. Circolava la voce secondo cui Andreotti potesse mettere fuori gioco i propri avversari mediante il suo archivio. Nella celebre intervista alla Fallaci del 1974 rivelò: «Non ho mai ritenuto che il potere consistesse nel farsi i fascicoli per ricattare. Non ho cifrari segreti. Ho solo un diario che scrivo ogni sera che Dio manda in terra. erto, lo tengo in modo tale che nessuno può capirlo all' infuori di me. È proprio un segreto, e spero che i miei figli lo brucino il giorno che morrò».

L'avete bruciato questo diario?

«Mio padre ci ha lasciato alcune lettere, scritte nei momenti più drammatici della sua esistenza, come durante il sequestro Moro e, in seguito, quando dovette subire un delicato intervento chirurgico tra naso e cervello, e nel momento in cui si recò a Palermo, per le note vicende processuali. Erano da leggere post mortem. In una di queste lettere aveva scritto di conservare quei diari, raccomandandoci di farne l'uso che ritenessimo migliore, incluso quello di pubblicarli, a condizione "che non nuocciano a nessuno"».

Pertanto, i diari li avete voi?

«Li abbiamo noi. Devo tuttavia dire che una parte pur minima di essi fu sequestrata dalla Procura di Palermo nel periodo del processo e, nonostante le richieste, non ci sono mai stati restituiti».

Li avete letti?

«Sì, ma non sono semplici da decifrare. Soprattutto per la grafia di mio padre, ai limiti dell' illeggibilità. E per il suo disordine, all' interno del quale solo lui poteva trovare un ordine. L' ordine cronologico degli appunti non è semplice da ricostruire, anche perché sono trapunti di foglietti e aggiunte. Vi sono scritte memorie storiche, ma anche notazioni minime, ad esempio riferimenti a compleanni. Allora, mi viene da dire che le ipotesi sono due. O mio padre è stato così abile da nascondere i suoi presunti scheletri, oppure l' unico segreto che esiste è che non ci sono segreti. Ci si può credere o non credere».

Che padre era Giulio Andreotti?

«Non elargiva certo carezze o baci. Ma non era nemmeno un padre impositivo. Ci lasciava scegliere. Odiava il fumo, ma quando ho iniziato a fumare - ho smesso a 38 anni - mi comprava le sigarette. Quando, a 18 anni, decisi di portare i capelli lunghi, non disse nulla».

Le regalava giocattoli?

«Tantissimi, ricordo macchinine e soldatini. E immancabilmente, di ritorno da una missione all'estero, ci portava un dono».

Ha avuto qualche conflitto o divergenza di opinioni con lui?

«È accaduto varie volte, ma sempre nel reciproco rispetto. Ascoltava con interesse i nostri punti di vista diversi su questioni sociali, perché riteneva di vivere in una sorta di limbo, talvolta impermeabile».

Per chi votavate?

«Abbiamo sempre votato Democrazia cristiana. Ma non perché ce lo ordinasse nostro padre. Eravamo convinti di farlo».

Ricorda alcuni politici che frequentavano la vostra casa?

«Erano pochissimi. Ricordo Francesco Cossiga e Franco Evangelisti. E Giovanni Leone, in vacanza in montagna sulle Dolomiti e a Roccaraso. I grandi amici di mio padre, tuttavia, erano i suoi vecchi compagni di scuola».

E Moro, l'ha conosciuto?

«L'ho conosciuto da bambino perché le figlie di Moro frequentavano, come noi, per il catechismo, il convento delle suore di Priscilla, qui a Roma, fondato da un monsignore zio di mia madre. I nostri rispettivi genitori ci venivano a prendere».

Quando le Br sequestrarono il presidente della Dc, nel marzo 1978, uccidendo la scorta in via Fani, lei aveva 25 anni. Come reagì suo padre nei momenti del rapimento e della prigionia?

«Lo vedevo soffrire enormemente e parlava in famiglia delle vicende che si susseguivano. Il mattino che dovette presentare il Governo (il 16 marzo 1978, giorno stesso del sequestro Moro, ndr) stette malissimo anche a causa di una violenta emicrania con conati di vomito, una di quelle emicranie che contrastava assumendo fino a 12 Optalidon e 200 gocce di Novalgina al giorno, tanto che la seduta fu sospesa per alcune ore. Mio padre avrebbe voluto che Moro fosse il presidente del Consiglio e Moro avrebbe voluto che lo fosse mio padre».

Moro, durante la prigionia, scrisse lettere nelle quali definiva suo padre «personaggio grigio e senza palpiti», minacciava di rivelare particolari scomodi sul concorso dello Stato nelle stragi, sulle strutture militari top secret. Andreotti, in un'intervista a Enzo Biagi a Linea diretta, disse che un Moro «nella pienezza delle sue facoltà non avrebbe mai usato queste immagini» e ricordò che lo statista ucciso, quando era presidente del Consiglio durante il rapimento del giudice Mario Sossi, «era per una linea dura, di non contatto con le Br».

«Guardi, mio padre potrebbe anche essere stato il più grande bugiardo del mondo. Io però sono portato a escluderlo. Lui non piangeva mai. L'ho visto piangere soltanto due volte. Quando è morta sua madre. E quando è Moro è stato ucciso. Io non mi meraviglio di niente, ma non posso credere che fosse così finto».

E riguardo ai rapporti con Sindona e Gelli?

«Certo, lui conosceva moltissime persone, sostanzialmente tutti. Ma da qui a dire che avesse cointeressenze o affari sporchi con loro, ce ne passa. Comunque nei processi di Palermo e Perugia si è parlato anche di questo».

Qual è il suo pensiero circa le accuse rivolte a suo padre di rapporti illeciti con Cosa nostra?

«Penso che si racconti solo ciò che fa più comodo raccontare. E alla quantità di cose che gli sono piovute addosso, da pentiti come Balduccio Di Maggio, che ha ricevuto un chiamiamolo "indennizzo" di un miliardo e mezzo di lire più sei milioni di lire mensili, per aver rivelato dove si trovava il covo di Totò Riina e intanto ricostituiva la sua cosca».

E il presunto bacio con Riina?

«Non ci ho mai creduto. Anche perché mio padre, viaggi ufficiali a parte, non andava mai da nessuna parte, non aveva nemmeno la patente. E quando si spostava, era costantemente seguito dalla scorta».

Assistendo alla proiezione del film Il divo di Paolo Sorrentino, perse le staffe. Nel monologo solitario, Andreotti-Toni Servillo, confessandosi idealmente alla moglie Livia, diceva: «Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sanno la responsabilità [], diretta o indiretta, per tutte le stragi avvenute in Italia dal 1969 al 1984».

«Andò ad assistere al film accompagnato dal critico cinematografico Gian Luigi Rondi e in sala era presente anche il regista. Lo definì "una mascalzonata". Quell'immagine di uomo cinico, freddo e spietato che si aggirava per stanze semibuie non corrisponde alla realtà. Anzi, la travisa, come nella scena del bacio a Riina. Inventata. Non pensava che il potere possa compiere qualsiasi nefandezza. Mio padre non era così».

Com'era invece?

«Forse non dovrei ricordarlo, ma aiutava tutti quelli che poteva, non solo distribuendo viveri nel suo ufficio, a piazza San Lorenzo in Lucina o a piazza Montecitorio, ma anche economicamente. Un giorno fece fermare il caposcorta davanti a un ospedale per visitare un clochard che conosceva di vista. E quando Madre Teresa di Calcutta lo portava in giro nei luoghi dell' emarginazione di Roma, si prodigava per migliorare le cose».

Pensa che alcuni poteri abbiano voluto distruggere Andreotti?

«Certamente qualcuno non ha digerito il suo lungo potere e il fatto che non abbia avuto nulla a che vedere con Tangentopoli. Probabilmente c' è stato anche uno zampino internazionale che non gli ha perdonato certe scelte di autonomia».

Suo padre credeva nel Paradiso e nell'Inferno. Dove immagina si trovi ora?

«In Purgatorio, a riflettere su alcuni peccati, ma con un abbuono, perché un po' di Purgatorio l' ha già scontato nella sua vita terrena».

· Quando la politica era la politica. E aveva un re: Giulio Andreotti.

Il mio "ping pong" con Andreotti. L'uomo simbolo della Dc compirebbe 100 anni in questi giorni. Lo intervistai ed ebbi la misura di quello che per lui fosse il potere, scrive Giampaolo Pansa l'1 febbraio 2019 su Panorama. Qualcuno potrebbe chiedermi: «Caro il mio Pansa, ma quale diritto hai di scrivere anche tu sul conto di Giulio Andreotti? È vero che lo fanno in molti, dal momento che siamo nel centenario della sua nascita. Però il Bestiario non è mai stato interessato agli anniversari. È una rubrica corsara che osserva l’Italia senza troppo badare alle buone maniere...». Una risposta ce l’ho. Mi arrogo questo diritto poiché credo di essere stato l’unico giornalista a fare un incontro in diretta televisiva con quel leader politico, ritenuto da molti il più interessante, complesso e discusso fra i tanti boss dei partiti italiani. Accadde nel settembre 1982, la bellezza di trentasette anni fa, a Viareggio, durante la Festa dell’Amicizia, il parallelo bianco della Festa nazionale dell’Unità, quella del vecchio Pci. Allora avevo 47 anni, ero vicedirettore nella Repubblica di Eugenio Scalfari e anch’io assistevo sbigottito all’inferno italiano di quel tempo. I delitti si susseguivano ai delitti. L’ultimo ci lasciò tutti sbigottiti. La sera del 3 settembre la mafia assassinò il generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il prefetto di Palermo, ed Emanuela Setti Carraro, la sua giovane moglie. Dopo quel delitto pensai che la Festa nazionale dell’Amicizia sarebbe stata rinviata. E il mio faccia a faccia con Andreotti l’avrebbero cancellato. Ma la Dc era anche un partito dai nervi d’acciaio e non mutò programma. Arrivato a Viareggio, venni subito portato a salutare Andreotti che mi aspettava nella sua camera d’albergo. In quel momento aveva 63 anni compiuti, ma sembrava assai più giovane. Capelli nerissimi e coperti di brillantina, le famose orecchie ad ali di farfalla, la pelle del viso candida e lisca, la voce nasale, il tono freddo, ma cortese. Per rispetto verso un signore più anziano di me, gli chiesi se voleva conoscere gli argomenti sui quali intendevo interrogarlo. Mi rispose di no e replicò, serafico: «Le sue domande le ascolterò quando saremo davanti al pubblico della Festa. E proverò a rispondere». Il tendone per il nostro ping pong era stracolmo. In prima fila stava Ciriaco De Mita, allora segretario della Dc, accanto a lui Clemente Mastella e Franco Evangelisti, la spalla di Andreotti. A moderare il dibattito era stato chiamato Bruno Vespa, aveva 38 anni ed era il redattore capo del Tg1. Come arbitro dell’incontro fu bravissimo perché rimase sempre in silenzio. Chiesi subito ad Andreotti se non si sentisse un po’ in colpa per avere lasciato crescere, accanto a un’Italia democratica, anche un’Italia piena di misteri e di delitti. Il mio elenco non trascurò quasi nulla: lo scandalo del banchiere Michele Sindona destinato a morire in carcere per un caffè avvelenato, l’uccisione del giornalista Mino Pecorelli, l’assassinio di Giorgio Ambrosoli, un eroe civile, la morte violenta del banchiere Calvi, il delitto Moro e, ultima in ordine di tempo, l’uccisione del generale Dalla Chiesa. E gli domandai se, da big della Balena bianca, non si sentisse un po’ in colpa per tutto quel sangue versato. La sua risposta fu andreottiana al massimo: «Neppure il Padreterno era riuscito a creare un paradiso terrestre senza difetti, come dimostra la faccenda della mela offerta da Eva ad Adamo. Per l’Italia bisognava fare un consuntivo sul tempo lungo. Allora si sarebbe visto che il bilancio della Democrazia cristiana era positivo». Provai a insistere: «Davvero non si sente in colpa neanche un poco?». Andreotti ribadì: «Neanche un poco». E aggiunse: «Come democratico e cristiano mi sento profondamente orgoglioso dell’Italia che abbiamo costruito dal primo dopoguerra a oggi». Gli spiegai nei dettagli perché la sua risposta non mi convinceva. Ma fu come gettare un bicchiere d’acqua contro una roccia. Giulio non si scompose né in quel momento né dopo. In seguito qualche giornale scrisse che avevo messo in difficoltà il dicì più astuto d’Italia. Ma non era vero. Ogni volta che tentavo di farlo, la roccia respingeva i miei assalti. Difese tutti i dicì siciliani, a cominciare da Salvo Lima. E respinse sarcastico le accuse di Bettino Craxi che descriveva il divo Giulio come il burattinaio di Licio Gelli, il capo della Loggia massonica P2. Quel giorno compresi che Andreotti era davvero un chiodo da mordere anche per un giornalista senza collare come il sottoscritto. Il suo stile dovrebbe essere studiato dai big politici di oggi. Parlo di signori come Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Gente che urla, minaccia, sproloquia, promette a vuoto, disprezza gli avversari ed è sempre lì a dichiarare. Per tutto il nostro lungo ping pong il grande Giulio fu imbattibile. Sempre freddo, sfuggente, ironico. Non aveva mai tradito il minimo fastidio per le mie domande. A quelle più scomode si era ben guardato dal rispondere, pur fingendo di farlo. Un vero campione nel rivoltare la frittata che gli presentavo. Ma capace di sparale grosse, con quella sua voce nasale sempre uguale, con il tono di chi offre una verità ovvia, banale, ma inconfutabile. Per quel che riguardava il potere mafioso che stava sparando e minacciando un pezzo importante dell’Italia politica, da quel ping pong ricavai un’impressione precisa su Andreotti, giusta o sbagliata che fosse. A lui non importava niente della mafia. La considerava un male incurabile contro il quale risultava inutile accanirsi. Era soltanto il suo cinismo? Oppure una constatazione dettata dalla certezza che l’umanità doveva convivere con il male? Confesso di non sapere rispondere.

Quando la politica era la politica. E aveva un re: Giulio Andreotti. Giulio Andreotti avrebbe compiuto 100 anni il 14 gennaio prossimo, è morto il 6 maggio del 2013 a 94 anni, scrive Francesco Damato l'8 gennaio 2019 su "Il Dubbio". Morto il 6 maggio del 2013 alla già bella età di 94 anni, Giulio Andreotti ne avrebbe compiuto 100 il 14 gennaio prossimo. E ce l’avrebbe fatta a tagliare vivo il traguardo del secolo se non gli fosse toccato di vivere l’ultimo tratto della sua lunga esistenza e carriera politica nell’amarezza di un “prescritto”. Così ne parlano ancora i suoi avversari a causa della conclusione ibrida, diciamo così, del processo per mafia subìto fra il 1993 e il 2004: undici anni durante i quali egli si divise, con la puntualità che lo distingueva, fra gli impegni parlamentari e quelli di imputato. La conclusione processuale fu davvero anomala, diversamente dalla chiara assoluzione dall’accusa di avere fatto addirittura uccidere nel 1979 Mino Pecorelli, un giornalista molto introdotto nei servizi segreti che lo attaccava da tempo, e lo aveva per primo chiamato con tono sarcastico “divo Giulio”: un antipasto del “Belzebù” affibbiatogli poi da altri. Fu una conclusione ibrida, quella del processo di mafia, perché, dopo l’assoluzione in primo grado, una sentenza d’appello, confermata dalla Cassazione, ribadì la bocciatura dell’accusa di concorso esterno ma estinse per prescrizione quella di associazione a delinquere, derubricatagli per fatti accertati, almeno agli atti giudiziari, ma avvenuti prima del 1980. E guai a fermarsi al grido trionfante della sua avvocata Giulia Bongiorno – “Assolto! Assolto! – senza ricordare la coda della prescrizione. Minimo minimo, si riceve una lettera puntigliosa di Gian Carlo Caselli: l’allora capo della Procura palermitana, ora in pensione dopo avere diretto la Procura di Torino, che ancora si vanta di avere indagato e fatto processare il politico fra i più famosi d’Italia. E non certo colpito da una damnatio memoriae neroniana, visto che nel centenario della sua nascita, quasi coincidente con quello appena celebrato dell’aula di Montecitorio realizzata da Ernesto Basile, gli sono dedicate due mostre: una nella Biblioteca Spadolini del Senato e un’altra nel complesso monumentale di San Salvatore in Lauro. Più che dimenticarlo, molti rimpiangono Andreotti, viste anche le prove date da molti dei suoi successori politici. Non fu un capriccio o un abuso indagarlo e processarlo, scrive e dice Caselli contestando al “suo” imputato, anche da morto, di non avere rinunciato alla prescrizione, e di avere quindi accettato un verdetto che lo avrebbe inchiodato alle sue cattive frequentazioni in Sicilia. Dove la corrente andreottiana della Democrazia Cristiana era spesso un porto di mare, subentrando per consistenza a quella di Amintore Fanfani. Ma Andreotti era diventato quello che era – senatore a vita, 7 volte presidente del Consiglio e 27 volte ministro, di cui 8 alla Difesa, 5 agli Esteri, 3 alle Partecipazioni Statali, 2 alle Finanze e una al Tesoro e all’Interno- senza bisogno della spinta delle tessere del partito raccolte dal suo luogotenente nell’isola Salvo Lima. Che fu peraltro assassinato proprio dalla mafia per ritorsione contro la conferma in Cassazione delle condanne del maxi- processo che aveva segnato davvero una svolta nella lotta a Cosa Nostra. Esso porta il nome di Giovanni Falcone, poi ucciso pure lui dalla mafia nella strage di Capaci. Andreotti aveva creato le sue fortune politiche a Roma, la sua Roma, facendo la gavetta come sottosegretario e braccio destro di Alcide De Gasperi: ripeto, Alcide De Gasperi. Per la cui successione egli assistette, in disparte, alla lotta fra Amintore Fanfani e Attilio Piccioni, piegato quest’ultimo dalla disavventura giudiziaria del figlio Piero per la vicenda di Wilma Montesi, trovata morta sulla spiaggia di Torvaianica dopo un festino, vicino alla tenuta presidenziale di Castel Porziano. L’assoluzione di Piero, al solito, arrivò a danni collaterali irreparabilmente compiuti. La forza politica di Andreotti crebbe man mano non per le tessere – ripeto- della sua corrente, chiamata Primavera e poi confluita in altre più grandi, ma per le sue capacità di relazione, per il grande e sistematico seguito elettorale che raccoglieva, per la dimestichezza con la grande e piccola burocrazia, civile e militare, incontrata nella lunga attività ministeriale, per la fiducia di cui godeva in Vaticano, sotto tutti i Papi, ma soprattutto per la sua inconfondibile capacità di muoversi in Parlamento. Della cui vera “centralità” egli era un cultore: altro che quella quasi toponomastica – nel senso delle sedi della Camera e del Senato nel centro di Roma – alla quale si è ora ridotta, specie con l’approvazione forzata del bilancio del 2019 e l’inseguimento grillino della democrazia digitale. La dimestichezza totale, fisica e politica, di Andreotti con la Camera la scoprì a sue spese nel 1955 l’allora segretario della Dc Fanfani. Che aveva candidato al Quirinale, per la successione a Luigi Einaudi, il dichiaratamente ateo presidente del Senato Cesare Merzagora, eletto al Parlamento in Lombardia come indipendente nelle liste democristiane. Alle obbiezioni di Mario Scelba, presidente del Consiglio in carica, e dell’ex sottosegretario di De Gasperi, il segretario dello scudo crociato reagì a suo modo, irrigidendosi. Quando le votazioni a scrutinio segreto dimostrarono che la dissidenza democristiana era molto più numerosa e forte delle sue previsioni, Fanfani si accorse che il più attivo e astuto nelle operazioni di contrasto dietro le quinte era proprio Andreotti. Che pur di sbarrare la strada, a quel punto, a Merzagora non tanto come ateo ma come candidato inamovibile del segretario democristiano, si adoperò con destrezza e successo per l’elezione al Quirinale di un collega di partito di sinistra come il presidente della Camera Giovanni Gronchi, definito dal leader socialdemocratico Giuseppe Saragat “il Peron di Pontedera”, la città toscana dove Gronchi appunto era nato. L’elezione di Gronchi a Camere naturalmente riunite avvenne alla quarta votazione – la prima nella quale sarebbe bastata la maggioranza assoluta, e non più quella dei due terzi – con ben 658 voti su 833 parlamentari presenti: “quasi all’unanimità”, commentò l’interessato con Indro Montanelli compiacendosi del fatto che quel risultato lo rendeva “indipendente da ogni partito e fazione”. Alla fine, quindi, Fanfani aveva dovuto non arrendersi ma capitolare. E ad Andreotti non gliela perdonò mai. Uno scontro fra i due, e sempre sulla strada del Quirinale, si consumò anche alla fine del 1971, quando l’allora presidente del Senato Fanfani volle essere candidato alla Presidenza della Repubblica dalla Dc guidata da Arnaldo Forlani, cresciuto peraltro nella sua scuderia. I cosiddetti franchi tiratori contro il “nano maledetto”, come qualcuno scrisse sulla scheda annullata nello scrutinio, si sprecarono a tal punto che per disarmarli si dovette imporre ai parlamentari democristiani la pubblica astensione: essi dovettero sfilare più volte davanti alle urne di Montecitorio senza deporvi alcuna scheda, mentre dietro le quinte si trattava per un cosiddetto “cambio di cavallo”. L’unico a sottrarsi a quel rito umiliante fu l’ormai ex presidente della Repubblica Giovanni Gronchi votando dichiaratamente per Aldo Moro. Furente, Fanfani affrontò alla buvette non solo il giornalista Vittorio Gorresio, della Stampa, avvertendo la mano e gli interessi della Fiat contro la propria candidatura, ma anche il braccio destro di Andreotti. Che era Franco Evangelisti: un uomo franco di nome e di fatto. Peraltro in occasione della sconfitta di Fanfani nella corsa al Quirinale, chiusasi con l’elezione invece di Giovanni Leone, il capogruppo democristiano della Camera era proprio Andreotti, approdato a quella carica nel 1968 defilandosi dalle lotte scatenatesi nel partito dopo quasi un decennio di leadership morotea. Da capogruppo democristiano a Montecitorio Andreotti seppe instaurare col maggiore partito di opposizione, il Pci, un rapporto di grande sintonia personale e parlamentare, sopravvissuto non a caso anche alla breve fase politica in cui egli guidò, fra il 1972 e il 1973, un governo con i liberali di Giovanni Malagodi al posto dei socialisti di Giacomo Mancini. Fu proprio negli anni di Andreotti alla testa del gruppo democristiano che maturò e fu varata una significativa riforma del regolamento della Camera sostanzialmente a quattro mani: le altre due furono quelle del capogruppo comunista Pietro Ingrao. Si deve anche o soprattutto a quei rapporti politici e alla sua padronanza dei meccanismi parlamentari se nel 1976, dopo un turno elettorale conclusosi con due vincitori – come disse Moro parlando appunto del suo partito e del Pci- incapaci ciascuno di realizzare una maggioranza contro l’altro e condannati quindi ad accordarsi per garantire la tenuta della democrazia, la Dc propose e i comunisti accettarono il ritorno di Andreotti a Palazzo Chigi. Erano tempi anche di grave crisi economica e di ordine pubblico. Andreotti guidò fra il 1976 e la fine dell’orribile 1978 – orribile davvero, col rapimento di Moro e il suo barbaro assassinio per mano delle brigate rosse- non uno ma due governi di cosiddetta solidarietà nazionale, entrambi monocolori democristiani: uno sostenuto dai comunisti con l’astensione e l’altro con tanto di voto di fiducia negoziato su un programma. E curiosamente, ma non troppo considerando la sua abilità, tramontata la collaborazione parlamentare col Pci vissuta con particolare sofferenza dal Psi di Bettino Craxi, toccò proprio ad Andreotti guidare le ultime due edizioni del cosiddetto pentapartito condizionato dai socialisti. E prima ancora era toccato proprio ad Andreotti il ruolo di ministro degli Esteri di Craxi, dal 1983 al 1987, gestendo insieme vicende assai complesse: a cominciare dal sequestro palestinese della nave Achille Lauro nelle acque del Mediterraneo e dallo scontro con la Casa Bianca di Ronald Reagan, nella notte di Sigonella, per la cattura dei responsabili. Tutto poi si sarebbe infranto, insieme con la prima Repubblica, contro gli scogli giudiziari di Tangentopoli, e trappole annesse. Lo stesso Andreotti, sopravvissuto alle varie “guerre puniche” – come lui le chiamava ironicamente – attribuitegli dagli avversari di turno, passando dall’affare petroli a quello della P2 e a Sindona, solo per citarne alcune, dovette subire i già ricordati undici anni di processo per mafia. Eppure nel 1992, nella corsa al Quirinale interrotta dalla strage mafiosa di Capaci, egli stette, o sembrò, sul punto di arrivare sul colle più alto di Roma. L’allora suo portavoce Pio Mastrobuoni racconta ancora agli amici della tarda serata in cui, affacciatosi allo studio di Andreotti per chiedergli se fra le soluzioni “istituzionali” annunciate per il Quirinale dopo la strage di Capaci (omicidio Falcone) potesse essere considerata anche la sua, essendo lui presidente del Consiglio, si sentì anticipare dal suo rassegnatissimo capo l’epilogo che stava maturando dietro le quinte. Stava maturando, in particolare, la promozione del presidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro, preferito dai comunisti sul Colle al presidente del Senato Giovanni Spadolini, che pure aveva già cominciato a predisporre il discorso di insediamento, perché con Scalfaro al Quirinale sarebbe stata spianata la strada di Giorgio Napolitano al vertice di Montecitorio. E pensare che una volta, quando gli chiesi, negli anni ancora verdi della sua carriera politica, a quale carica aspirasse di più fra quelle mai avute – segreteria del partito e Presidenza della Repubblica – Andreotti mi disse: “Presidente della Camera”. Per un pelo, non essendo più alla Camera, Andreotti mancò la presidenza del Senato nel 2006, due anni dopo l’epilogo pur ibrido del processo di mafia e sette prima della morte. Ne fu proposta la candidatura anche da Silvio Berlusconi a garanzia del centrodestra e del centrosinistra, che avevano quasi pareggiato elettoralmente. Ma Romano Prodi, che aveva prenotato Palazzo Chigi per il suo secondo passaggio, breve e sfortunato quanto il primo, non ne volle sapere. E alla presidenza di Palazzo Madama fu eletto Franco Marini, uno dei pochi seguaci del compianto Carlo Donat- Cattin che con Andreotti aveva saputo andare sempre d’accordo nella Dc, sino a ereditarne il ruolo di capolista a Roma nelle elezioni politiche del 1992: le ultime della prima Repubblica. Alle quali Andreotti, abitualmente supervotato, non aveva avuto bisogno di partecipare perché ormai senatore a vita, nominato nel 1991 dal capo dello Stato Francesco Cossiga avendo “illustrato la Patria per altissimi meriti”, secondo la formula solenne dell’articolo 59 della Costituzione.

Giulio Andreotti. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Giulio Andreotti (Roma, 14 gennaio 1919 – Roma, 6 maggio 2013) è stato un politico e scrittore italiano. È stato tra i principali esponenti della Democrazia Cristiana, partito protagonista della vita politica italiana per gran parte della seconda metà del XX secolo. Senatore a vita dal 1991, è stato il candidato più votato in Italia in tutte le elezioni politiche fino al 1991 tranne in sei casi: nel 1948 e nel 1953, quando fu secondo in preferenze al solo Alcide De Gasperi, nel 1963 e nel 1968, quando fu secondo ad Aldo Moro, e nel 1976 e nel 1983, quando fu secondo ad Enrico Berlinguer. Andreotti è stato anche il politico con il maggior numero di incarichi governativi nella storia della repubblica.

Fu infatti: sette volte presidente del Consiglio tra cui il governo di «solidarietà nazionale» durante il rapimento di Aldo Moro(1978-1979), con l'astensione del Partito Comunista Italiano, e il governo della «non sfiducia» (1976-1978);

ventisei volte ministro: otto volte Ministro della difesa; cinque volte Ministro degli affari esteri; tre volte Ministro delle partecipazioni statali; due volte Ministro delle finanze, Ministro del bilancio e della programmazione economica e Ministro dell'industria, del commercio e dell'artigianato; una volta Ministro del tesoro, Ministro dell'interno (il più giovane della storia repubblicana, a soli trentacinque anni), Ministro per i beni culturali e ambientali (ad interim) e Ministro delle politiche comunitarie.

Dal 1945 al 2013 fu sempre presente nelle assemblee legislative italiane: dalla Consulta Nazionale all'Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. Fu presidente della Casa di Dante in Roma.

A cavallo tra XX e XXI secolo subì un processo per il reato di associazione a delinquere di stampo mafioso. Fu assolto in primo grado dal Tribunale di Palermo. Il 2 maggio 2003 fu assolto anche dalla Corte d'appello di Palermo per i fatti successivi al 1980: per quelli anteriori a tale data, l'organo giudicante stabilì che Andreotti aveva commesso il reato di associazione per delinquere con Cosa nostra, e tuttavia fu emessa pronuncia di non doversi procedere per intervenuta prescrizione. La Cassazione, infine, confermò la sentenza di appello condannando Andreotti al pagamento delle spese processuali.

Biografia. Infanzia, istruzione e adolescenza. Nato a Roma da genitori originari di Segni, all'età di due anni rimase precocemente orfano di padre e in seguito perse anche Elena, l'unica sorella: «Mia madre è rimasta vedova giovanissima. Con mio fratello maggiore e mia sorella più grande, che morì appena si iscrisse all'università, vivevamo presso una vecchissima zia, classe 1854, nella casa nella quale io sono nato.»

Frequentò il ginnasio al "Visconti" e il liceo al "Tasso". Si iscrisse poi alla facoltà di Giurisprudenza per ragioni da lui così illustrate: «Appena presa la licenza liceale, fu doveroso per me non gravare più su mia madre, che con la sua piccola pensione aveva fatto miracoli per farci crescere, aiutata soltanto dalle borse di studio di orfani di guerra. Rinunciai, in fondo senza rimpianti eccessivi, a scegliere la facoltà di Medicina, che comportava la frequenza obbligatoria; mi iscrissi a Giurisprudenza e andai a lavorare come avventizio all'Amministrazione Finanziaria [...].» Si laureò in Giurisprudenza con il voto di 110/110 presso l'Università di Roma il 10 novembre del 1941. Iniziò a soffrire fin da ragazzo di forti emicranie, mentre la sua gracile costituzione fisica giustificò infauste previsioni che Andreotti ricorda così: «Aiutato dal mio carattere ad apprezzare anche il lato comico delle vicende, dimenticai presto la terribile prognosi del medico militare del Celio, Ricci, che, dichiarandomi non idoneo al corso allievi ufficiali per «oligoemia e deperimento organico», aveva aggiunto il pronostico che a suo giudizio non mi restavano più di sei mesi prima di passare a vita migliore.» Andreotti raccontò della funesta previsione del medico militare anche ad Oriana Fallaci: «Alla visita medica militare, il medico responsabile mi diede sei mesi di vita; quando diventai ministro della difesa lo chiamai per dirgli che ero ancora vivo, ma era morto lui!»

Inizio della carriera politica. Intraprese la carriera politica già nel corso degli studi universitari, durante i quali entrò a far parte della Federazione Universitaria Cattolica Italiana, che era l'unica associazione cattolica riconosciuta nelle università durante il fascismo, nella quale si formerà buona parte della futura classe dirigente democristiana. Andreotti ha spiegato così questo inizio: «[...] stavo studiando diritto della navigazione, andai in biblioteca e un impiegato mi disse: «Lei non ha niente di meglio da fare?». Io mi seccai un po'. Qualche giorno dopo mi chiama Spataro, che era stato presidente molti anni prima, e stava riorganizzando la Democrazia Cristiana, e ci ritrovo quel signore dei libri che mi dice: "De Gasperi vuole il suo nome". [...] De Gasperi io non lo conoscevo. Mi venne detto: "Vieni a lavorare con noi". Allora ho cominciato, e non era affatto nei miei programmi. Poi, si sa, la politica è una specie di macchina nella quale se uno entra non può più uscirne.» Riguardo all'impiegato della biblioteca, Andreotti ha spiegato: «Io non sapevo chi fosse quel signore. Lui sapeva invece che dirigevo il giornale degli universitari cattolici». Infatti nella FUCI Andreotti era giunto, nel luglio 1939, a ricoprire l'incarico di direttore di Azione Fucina (la rivista degli universitari cattolici), proprio mentre Aldo Moro assumeva la presidenza dell'associazione. Quando nel 1942 questi fu chiamato alle armi, Andreotti gli successe nell'incarico di presidente, incarico che mantenne sino al 1944: «Con Moro ci conoscevamo fin dai tempi della Fuci, lui era presidente, io dirigevo l'Azione fucina, e quando lui lasciò la carica presi il suo posto. Quindi una dimestichezza che risaliva a prima della politica. [...] ho sempre avuto con lui una relazione molto facile, proprio perché c'era questo legame universitario.» Nel luglio del 1943 prese parte ai lavori che portarono alla redazione del Codice di Camaldoli. Durante la guerra scrisse per la Rivista del Lavoro, pubblicazione di propaganda fascista. Partecipò anche alla redazione clandestina de Il Popolo. Il 30 luglio 1944, al Congresso di Napoli, fu eletto nel primo Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana e il 19 agosto divenne responsabile dei gruppi giovanili del partito; in tale carica verrà confermato dal Congresso nazionale del Movimento giovanile DC di Assisi del gennaio 1947.

L'elezione all'Assemblea costituente e le prime responsabilità di governo. Fu De Gasperi ad introdurlo nella scena politica nazionale, designandolo quale componente della Consulta Nazionale nel 1945 e successivamente favorendone la candidatura alle elezioni del 1946 all'Assemblea Costituente. I due si conobbero casualmente nella Biblioteca Vaticana dove De Gasperi aveva un modesto impiego concessogli dal Vaticano per consentirgli di sfuggire alla miseria cui lo aveva condannato il regime fascista e fra i due si sviluppò un intenso rapporto nonostante le profonde differenze caratteriali. All'inizio degli anni quaranta monsignor Giovanni Battista Montini (futuro papa Paolo VI), già assistente ecclesiastico della Fuci e sostituto della segreteria di Stato, aveva notato il giovane Andreotti e fu lui nel maggio 1947 ad esortare De Gasperi perché lo nominasse sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, «lasciando di stucco un'intera schiera di vecchi popolari che affollavano l'anticamera politica della nuova Italia».

Sottosegretario nei Governi De Gasperi. Andreotti divenne così parte del quarto governo De Gasperi, venendo poi eletto nel 1948 alla Camera dei deputati per la circoscrizione di Roma-Latina-Viterbo-Frosinone, in quella che sarà la sua roccaforte elettorale fino agli anni novanta. Nel 1952, in vista delle elezioni amministrative del comune di Roma, Andreotti diede prova delle sue capacità diplomatiche e della credibilità conseguita agli occhi del Papa negli anni della presidenza della Fuci scrivendo a Pio XII un appunto che finalmente lo persuase – dopo che non vi erano riusciti né Montini né De Gasperi – a rinunciare all'"operazione Sturzo" (cioè all'idea di un'alleanza elettorale che coinvolgesse anche i neofascisti). Durante gli anni del sottosegretariato alla presidenza del consiglio, Andreotti si occupa della produzione cinematografica italiana. La legge Andreotti del 1949 prevede la difesa del cinema italiano dalla saturazione del mercato americano imponendo una tassa sul doppiaggio; inoltre, le sceneggiature delle produzioni italiane dovevano essere sottoposte all'approvazione governativa per aggiudicarsi finanziamenti pubblici. Tra il 1947 e il 1950, Andreotti si avvale della collaborazione del frate domenicano Felix Morlion per fondare un neorealismo cattolico. Questo doveva combattere il pericolo neorealista, colpevole di dare una rappresentazione negativa dell'Italia all'esterno. Questo tentativo risulterà nella presentazione di due film di Roberto Rossellini alla 11ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, Francesco, giullare di Dio e Stromboli (Terra di Dio). Andreotti mantenne la carica di sottosegretario alla Presidenza in tutti i governi De Gasperi e poi nel successivo governo Pella, fino al gennaio 1954. Ad Andreotti furono affidate numerose e ampie deleghe (fra le altre, quelle per lo spettacolo, lo sport, la riforma della pubblica amministrazione, l'epurazione). A lui si devono in particolare la rinascita del CONI che si pensava di sciogliere o liquidare dopo la caduta del regime fascista, l'autonomia finanziaria dello sport attraverso il collegamento con il totocalcio e la rinascita della industria cinematografica nazionale e il rilancio degli stabilimenti di Cinecittà devastati nell'immediato dopoguerra (Legge n. 958 del 29 dicembre 1949) fornendo inoltre prestiti alle imprese di produzione italiane e adottando misure per prevenire la dominazione del mercato da parte delle produzioni americane. È del 1953, fra l'altro, il cosiddetto "veto Andreotti" contro il blocco della importazione di calciatori stranieri. Le benemerenze acquisite da Andreotti in questi anni nei confronti dello sport italiano gli verranno riconosciute il 30 novembre 1958 con la nomina all'unanimità, da parte del Consiglio nazionale del Coni, a presidente del Comitato organizzatore delle Olimpiadi di Roma 1960. Molti anni dopo, nel 1990, Andreotti verrà inoltre insignito del prestigioso Collare all'Ordine olimpico, la massima onorificenza del Comitato Olimpico Internazionale. Seguirono altri innumerevoli incarichi, tanto che Andreotti fu presente in quasi tutti i governi della Prima Repubblica. Nel periodo 1947-54 fu inoltre il responsabile politico dell'Ufficio per le zone di confine (Uzc), che tramite ingenti fondi riservati finanziava partiti, giornali ed enti di vario tipo per difendere l'italianità in delicate zone di frontiera come Friuli Venezia Giulia, Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta. L'Uzc svolgeva poi una serie di altre attività di natura amministrativa e burocratica relative al rapporto con le minoranze linguistiche e all'attuazione dell'autonomia (escludendo il Friuli Venezia Giulia). Perciò ebbe un ruolo preminente come raccordo tra Roma e la classe dirigente locale.

Gli anni cinquanta e sessanta. Ministro delle Finanze. Nel 1954 è per la prima volta ministro, entrando a far parte del breve primo governo Fanfani come Ministro degli interni. Successivamente diventa Ministro delle Finanze nei governi Segni I e Zoli. Nel novembre 1958 Andreotti fu nominato presidente del comitato organizzatore delle Olimpiadi del 1960 che si sarebbero tenute a Roma. Nell'agosto del 1958 rimane coinvolto per «mancata vigilanza» nel Caso Giuffrè sulla base di un "memoriale", poi rivelatosi falso. Dall'accusa venne completamente scagionato da una commissione di inchiesta parlamentare. Viene invece censurato da una Commissione d'inchiesta parlamentare del 1961-1962 su alcune irregolarità nei lavori dell'aeroporto di Fiumicino.

La nascita della corrente andreottiana. Quasi parallelamente all'affermarsi della segreteria nazionale di Amintore Fanfani, la corrente andreottiana nasce in quegli anni, ereditando nella capitale i quadri della destra clericale che nel 1952 s'erano coalizzati – con la benedizione del Vaticano – dietro il tentativo di espugnare il Campidoglio con la lista civica guidata da Luigi Sturzo. Essa esordì con la campagna di stampa che implicò Piero Piccioni (figlio del vicesegretario nazionale Attilio Piccioni) nella vicenda del caso Montesi. Eliminata così la vecchia guardia degasperiana dalla guida del partito, gli andreottiani aiutarono la neonata corrente dei dorotei a conseguire la maggioranza necessaria per scalzare Fanfani dalla Presidenza del consiglio e dalla segreteria della Democrazia cristiana. Si trattava di «una sorta di curva Sud del partito [...] anche se marginale all'interno della DC», che Franco Evangelisti battezzò «corrente Primavera».

Ministro della Difesa. Nei primi anni sessanta fu Ministro della difesa quando esplose lo scandalo dei fascicoli SIFAR e del Piano Solo, un presunto progetto di golpe neofascista, promosso, secondo il settimanale L'Espresso, dal generale missino Giovanni De Lorenzo. L'incarico ministeriale rivestito da Andreotti fu onerato, da una successiva legge, della responsabilità della distruzione dei fascicoli, con cui il Sifar aveva schedato importanti politici italiani, di cui aveva composto dei ritratti poco favorevoli. Gli si addebita perciò una responsabilità quanto meno oggettiva nel fatto che – come è stato accertato – quei fascicoli fossero stati prima fotocopiati e poi passati alla P2 di Licio Gelli, che aveva portato quei materiali all'estero, a dispetto del fatto che la commissione parlamentare d'inchiesta avesse deciso di far bruciare a Fiumicino, nell'inceneritore, i fascicoli abusivi. Quasi a rimarcare la differente cifra della sua condotta, Francesco Cossiga, che nella veste di sottosegretario alla Difesa procedette parallelamente all'espunzione con omissis del rapporto della commissione ministeriale d'inchiesta del generale Manes sul Piano Solo, ha sempre pubblicamente vantato il suo intervento censorio, dichiarando di averlo svolto nella piena legalità. Nel dicembre del 1968 viene nominato capogruppo della Dc alla Camera, incarico che manterrà per tutta la legislatura fino al 1972.

Anni settanta. Andreotti presidente del Consiglio. Nel 1972, Giulio Andreotti diventa per la prima volta Presidente del Consiglio, incarico che reggerà, alla guida di due esecutivi di centro-destra, fino al 1973. Il primo governo non ottenne la fiducia e fu costretto a dimettersi dopo 9 giorni. Tale governo è stato dunque finora quello col più breve periodo di pienezza dei poteri nella storia della Repubblica Italiana, e il terzo a vedersi rifiutato il voto di fiducia dal parlamento, fatto che provocò le prime elezioni anticipate della Repubblica. L'esecutivo, tuttavia, rimase in carica dal 18 febbraio al 26 giugno 1972, per un totale di 128 giorni, ovvero 4 mesi e 8 giorni. Dopo le elezioni del 1972, che videro la Democrazia Cristiana rimanere più o meno stabile, si formò il secondo governo Andreotti che fu il primo esecutivo dal 1957 a vedere l'organica partecipazione di ministri e sottosegretari liberali, rappresentò un tentativo di resurrezione del centrismo di degasperiana memoria, e fu anche noto come governo Andreotti-Malagodi. L'esecutivo cadde per il ritiro dell'appoggio esterno dei repubblicani al governo sulla materia della riforma televisiva: "casus belli" delle problematiche delle televisioni locali, fu la vicenda di Telebiella. La battuta usata dalle opposizioni fu "Andreotti inciampò nel cavo di Telebiella e cadde".

Dopo la fine dei primi due governi Andreotti. Andreotti continuò a ricoprire incarichi di primo piano, nei successivi esecutivi. Nel ruolo di Ministro della difesa, rilascia una famosa intervista a Massimo Caprara con cui rivela le coperture istituzionali dell'indagato per la strage di piazza Fontana, Guido Giannettini (Andreotti sarà prosciolto, nel 1982, dall'accusa di favoreggiamento nei confronti di Giannettini). Fra il 1974 e il 1976 ricopre il ruolo di Ministro del bilancio e della programmazione economica nei governi Moro IV e Moro V.

Il compromesso storico. Nel 1976, il governo, presieduto da Aldo Moro, perse la fiducia dei socialisti in Parlamento e il Paese si avviò alle elezioni anticipate, che videro un forte aumento del Partito Comunista Italiano, guidato da Enrico Berlinguer. La Democrazia Cristiana riuscì, anche se solo per pochi voti, a restare il partito di maggioranza relativa. Forte del buon risultato elettorale, Berlinguer propose, appoggiato anche da Aldo Moro e Amintore Fanfani, di dare concretezza al compromesso storico, ovvero alla formazione di un governo di coalizione fra PCI e DC, per superare la difficile situazione dell'Italia dell'epoca, colpita dalla crisi economica e dal terrorismo.

Il «governo della non sfiducia». Fu proprio Andreotti ad essere prescelto per guidare il primo esperimento in questa direzione: egli varò nel luglio del 1976 il suo terzo governo, detto della «non sfiducia» perché, pur essendo un monocolore, si reggeva grazie all'astensione dei partiti dell'arco costituzionale (tutti tranne il MSI-DN). L'azione legislativa di questo inedito esperimento si concretizzò in diverse riforme come la legge sul diritto d'uso fondiario (che introdusse severi vincoli di costruzione oltre che nuovi criteri per gli espropri dei terreni e nuove procedure di pianificazione delle costruzioni), la legge per il controllo da parte dello stato sugli affitti e le condizioni di locazione, l'aggiornamento ad hoc delle prestazioni in denaro nel settore agricolo e l'estensione del collegamento della pensione con il salario industriale a tutti gli altri sistemi pensionistici non gestiti dall'INPS. Questo Governo cadde però nel gennaio del 1978.

La solidarietà nazionale. A marzo la crisi fu superata grazie alla mediazione di Aldo Moro, che promosse un nuovo esecutivo, sempre un monocolore democristiano ma sostenuto dal voto favorevole di tutti i partiti compreso il PCI (votarono contro solo MSI, PLI e SVP). Il nuovo governo fu nuovamente affidato ad Andreotti e ottenne la fiducia in Parlamento, il 16 marzo, lo stesso giorno del sequestro di Moro. La drammatica situazione fece nascere la cosiddetta solidarietà nazionale, in nome della quale il PCI accettò di votare comunque la fiducia malgrado Andreotti avesse rifiutato tutte le richieste della sinistra (riduzione del numero dei Ministri, inclusione di alcuni indipendenti, esclusione di ministri quali Antonio Bisaglia e Carlo Donat Cattin, apertamente contrari alla politica di solidarietà nazionale). In qualità di Presidente del Consiglio, Andreotti decise di portare avanti la linea della fermezza, rifiutando ogni trattativa che avrebbe significato il riconoscimento delle BR da parte dello Stato (come sua controparte) dopo l'uccisione della scorta del presidente democristiano. A sostegno della linea dura del Governo si schierarono Enrico Berlinguer e Ugo La Malfa, ossia i due uomini che avrebbero avuto il maggiore interesse alla sopravvivenza di Moro, in quanto interprete e garante della politica di solidarietà nazionale, mentre fu criticata dalla famiglia dell'ostaggio. Nel suo memoriale, scritto mentre era prigioniero, Moro riserva giudizi durissimi su Andreotti. Dopo l'omicidio di Moro, nel maggio del 1978, l'esperienza della solidarietà nazionale proseguì, portando all'approvazione di importanti leggi come il piano decennale per l'edilizia residenziale (legge n. 457 del 5 agosto 1978), la legge Basaglia riguardante i manicomi e la riforma sanitaria che istituiva il servizio sanitario nazionale (legge n. 833 del 23 dicembre 1978). A livello europeo Andreotti stimolò la nascita del Fondo europeo di sviluppo regionale. La richiesta dei comunisti, per una partecipazione più diretta alle attività di governo, fu respinta dalla DC: di conseguenza Andreotti si dimise nel giugno del 1979. In quel periodo teorizzò la «strategia dei due forni», secondo cui il partito di maggioranza relativa avrebbe dovuto rivolgersi alternativamente a PCI e PSI, a seconda di chi dei due «facesse il prezzo del pane più basso». Sta di fatto che ciò produsse per lungo tempo un pessimo rapporto con Bettino Craxi: esso s'era degradato quando Andreotti aveva fissato le elezioni anticipate del 1979 ad una settimana dalle europee di quell'anno (disattendendo la richiesta del PSI, che riteneva di avere maggiori chance di trascinamento con la coincidenza tra le due date), ed era crollato definitivamente quando la vicenda di finanziamento illecito di correnti anticraxiane del PSI – che era dietro lo scandalo ENI-Petromin – fu (a torto o a ragione) ricondotta da Craxi ad ambienti andreottiani.[senza fonte] Ne scaturì il veto a incarichi di Governo per tutta la successiva legislatura (quando Craxi disse che «la vecchia volpe è finita in pellicceria»): si trattò dell'unico quadriennio della Prima Repubblica (oltre al periodo 1968-1971) in cui Andreotti non rivestì alcun incarico di Governo.

Anni ottanta e novanta. Ministro degli affari esteri. Nel 1983 Andreotti assume la carica di Ministro degli affari esteri nel primo governo Craxi, incarico che mantiene nei successivi governi fino al 1989. Forte della sua pluridecennale esperienza di uomo politico, Andreotti favorì il dialogo fra USA e URSS, che in quegli anni si stava aprendo. All'interno del governo, si rese protagonista di diversi scontri con Craxi - prevalentemente surrettizi, come quando sussurrò ad un giornalista di essere stato «... in Cina con Craxi e i suoi cari...»; l'antagonismo fu anche oggetto di satira e di moti di spirito della più variegata origine. Ma nella gestione filoaraba della politica estera fu oggettivamente in consonanza con Craxi, schierandosi con lui - durante la crisi di Sigonella - nella decisione di sottrarre alla giustizia americana i terroristi che avevano dirottato la nave Achille Lauro, assassinando un passeggero paralitico.

Gli ultimi governi Andreotti. Anche grazie a questi sviluppi, svolse successivamente un ruolo di tramite fra Craxi e la Democrazia Cristiana, i cui rapporti erano tutt'altro che idilliaci. Gli scontri fra il carismatico leader socialista e il segretario democristiano Ciriaco De Mita erano all'ordine del giorno, tanto che i giornali parlarono dell'esistenza del triangolo CAF (Craxi-Andreotti-Forlani): quando tale intesa sottrasse a De Mita la guida del governo, nel 1989, fu chiamato nuovamente alla presidenza del Consiglio, incarico che resse fino al 1992. Si trattò di un governo dal decorso turbolento: la scelta di restare alla guida del governo, nonostante l'abbandono dei ministri della sinistra democristiana - dopo l'approvazione della norma sugli spot televisivi (favorevole alle emittenze private di Silvio Berlusconi, reso "oligopolista" dalla legge Mammì) - non impedì il riemergere di antichi sospetti e rancori con Craxi (che alluse ad Andreotti quando disse che dietro il ritrovamento delle lettere di Moro in via Montenevoso vedeva una "manina", guadagnandosi la sua piccata replica che forse c'era stata una "manona"); la scoperta di Gladio e le "picconate" del presidente Francesco Cossiga lo videro destinatario di pressioni istituzionali fortissime, cui replicò con la consueta levità di spirito dichiarando che era «... meglio tirare a campare che tirare le cuoia». Nel 1992, finita la legislatura, Andreotti rassegnò le sue dimissioni, non mancando di chiosare che facendo le valigie aveva trovato nei suoi cassetti alcune lettere del Presidente della repubblica ancora chiuse. Eppure a quel Presidente dovette la sua sopravvivenza politica nella sua quarta età: l'anno prima era stato nominato senatore a vita proprio da Cossiga. Priva di radicamento territoriale al di fuori del Lazio (dove si valeva di proconsoli territoriali come Franco Evangelisti prima e Vittorio Sbardella poi, oltre che di "specialisti" nelle varie istituzioni come il magistrato di Cassazione Claudio Vitalone e il vescovo di Curia monsignor Angelini), la corrente andreottiana si alleava periodicamente con correnti espresse da altre realtà territoriali: da ultimo, negli anni ottanta, furono organici all'andreottismo, tra le tante, le correnti napoletane di Enzo Scotti e Paolo Cirino Pomicino, quella bresciana di Giovanni Prandini, quella milanese di Luigi Baruffi, quella emiliano-romagnola di Nino Cristofori, quella Toscana di Tommaso Bisagno, quella piemontese di Silvio Lega, quella calabrese di Camelo Puija, quella palermitana di Salvo Lima e quella catanese di Nino Drago; al di là delle espressioni geografiche, un lungo tratto di cammino insieme compirono anche le frange politiche di Comunione e Liberazione, pur mantenendo un ampio margine di autonomia. Dopo la nomina a Senatore a vita, nel Lazio la corrente fu sottoposta a forti tensioni per capire su chi dovessero convergere le forze. Lo scontro fu particolarmente aspro e portò Vittorio Sbardella ad uscire dal Gruppo. Alle prime elezioni politiche successive alla nomina come senatore a vita, quelle del 1992, lo stesso Sbardella otterrà un lusinghiero risultato, arrivando secondo ad un'incollatura da Franco Marini. In Regione sedeva dal 1990 il nipote di Andreotti (per parte di moglie) Luca Danese.

Senatore a vita. In quello stesso anno, il 1992, Andreotti era considerato uno dei candidati più papabili per la carica di presidente della repubblica, ma la sua corrente non si espose mai con una candidatura esplicita che portasse alla conta dei voti, preferendo l'esercizio di un'estenuante interdizione che tenne sulla corda gli altri candidati del CAF (fino a "bruciare", in due memorabili scrutini di metà maggio, la candidatura di Arnaldo Forlani, che non riuscì a raggiungere il quorum per meno di trenta voti). Quella di Andreotti, che era studiata come una candidatura da far emergere dopo l'affossamento delle altre, divenne però a sua volta del tutto impraticabile dopo l'assassinio del giudice Giovanni Falcone a Palermo: il fatto che due mesi prima fosse stato assassinato a Palermo Salvo Lima, della medesima corrente di Andreotti, fu giudicato in Parlamento un evento di scarsa presentabilità pubblica in una situazione di emergenza nazionale nella lotta alla mafia. Così si passò a considerare altri nomi più "istituzionali": prima il presidente del Senato Giovanni Spadolini e poi, con successo, quello della Camera Scalfaro, sostenuto anche dalla sinistra. Il 27 marzo 1993 ricevette un avviso di garanzia dalla Procuradi Palermo con l'accusa di aver favorito la mafia, tramite la mediazione del suo rappresentante in Sicilia, Salvo Lima. Il Senato, dietro sua sollecitazione, concesse l'autorizzazione a procedere e il processo accertò la collaborazione di Andreotti con la criminalità organizzata fino al 1980, facendo così scattare la prescrizione. Lo stesso anno dopo le rivelazioni di alcuni pentiti, viene indagato come mandante dell'omicidio Pecorelli dalla Procura di Perugia. Sarà assolto definitivamente dalla Corte di cassazione dieci anni dopo. Dall'ottobre del 1993, Giulio Andreotti diviene direttore del mensile internazionale 30 giorni nella Chiesa e nel Mondo, in vendita solo nelle edicole intorno al Vaticano e nelle librerie Paoline, ma a cui è possibile abbonarsi. Allo scioglimento della Democrazia Cristiana, nel 1994, aderì al Partito Popolare Italiano di Mino Martinazzoli, partito che lascerà nel 2001, in seguito alla nascita della Margherita.

Anni 2000 e 2010. Nel febbraio del 2001 diede vita, insieme a Ortensio Zecchino e Sergio D'Antoni, al partito d'ispirazione cristiana denominato Democrazia Europea, che ottenne un risultato modesto alle elezioni e confluì nell'UDC nel 2002.

Candidato Presidente del Senato. Le elezioni politiche del 2006, che videro una vittoria di misura dell'Unione di Romano Prodi, con al Senato un leggero vantaggio di seggi tra lo schieramento vincente e la Casa delle Libertà, fecero discutere sui futuri assetti istituzionali e sulla necessità di ricompattare un'Italia sostanzialmente divisa in due. Perciò, da alcuni settori del centro-destra era giunta la proposta di assegnare la Presidenza del Senato al senatore a vita Andreotti, ritenuto capace di mediare tra i due schieramenti e tra le due anime del Paese; il tentativo fallì nelle votazioni del 28-29 aprile 2006. Il senatore a vita, sulla proposta del centro-destra di candidarsi alla guida di palazzo Madama, aveva dichiarato: «Deciderò sul momento» se accordare o meno la fiducia all'eventuale governo Prodi II. Sull'ipotesi di una sua elezione alla Presidenza del Senato, in un'intervista al quotidiano La Stampa del 22 aprile 2006, si rese disponibile purché «... in un'ottica di conciliazione». L'elezione di Andreotti, secondo alcune fonti, avrebbe dovuto ottenere i consensi di un'ampia fetta dei moderati del centrosinistra, fra La Margherita e l'Udeur di Mastella, mettendo in crisi la scelta, data ormai per certa, del diellino Franco Marini. L'elezione nei primi scrutinii non diede luogo ad una proclamazione del vincitore Marini, per alcuni voti annullati dalla Presidenza in quanto riconoscibili. Ma l'elezione, tenutasi il 29 aprile, al terzo scrutinio, portò al ruolo di presidenza del Senato Franco Marini, con 165 voti (quelli della maggioranza più quelli di alcuni senatori a vita e, verosimilmente, alcuni provenienti dai gruppi di minoranza della CdL), contro le 156 preferenze raccolte dall'ex-presidente del consiglio tra le file del centro-destra e dal senatore a vita Francesco Cossiga. Andreotti - che aveva commentato con la consueta arguzia la vicenda dei voti annullati - fu il primo a riconoscere che la coalizione di centrosinistra - proprio con il voto sul Presidente del Senato - aveva dimostrato di essere in grado di avere una maggioranza dei voti per esprimere un governo. Il 19 maggio 2006, Andreotti accordò la fiducia al governo Prodi II, assieme agli altri sei senatori a vita, suscitando vive polemiche nella Casa delle Libertà, che aveva sostenuto la sua candidatura alla Presidenza del Senato. Successivamente, si consultò spesso con il nuovo Presidente del Consiglio riguardo alla politica estera, che continuava a seguire in qualità di membro della Commissione Affari esteri del Senato.

Gli ultimi anni. Il 21 febbraio 2007 suscitò scalpore la sua astensione in Senato alla risoluzione della maggioranza di centrosinistra, relativa alle linee guida di politica estera illustrate dal Ministro degli esteri Massimo D'Alema al Senato della Repubblica, che non ottenne il quorum di maggioranza, iniziando così la crisi di Governo che portò il presidente del Consiglio Romano Prodi a rassegnare, in serata, le dimissioni dal suo incarico (poi respinte) al presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Il senatore a vita aveva annunciato il giorno prima il suo voto favorevole. L'indomani dichiarò ai mass media che il suo cambio di scelta fu dovuto al discorso di D'Alema, teso a marcare fortemente la discontinuità della politica estera del centrosinistra rispetto all'esecutivo dell'ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi; dichiarò inoltre il suo totale disaccordo su di una politica tesa da un lato ad osannare il leader di Forza Italia e dall'altro a demonizzarlo. Alcuni tra commentatori e giornalisti insinuarono che l'astensione di Andreotti fosse dovuta alla tensione politica tra il Vaticano e il Governo Prodi, sorta circa il disegno di legge sui DICO. Andreotti partecipò in seguito, nel maggio 2007, ad una manifestazione "in difesa della famiglia" (Family Day). Il 29 aprile 2008, a seguito della rinuncia dei senatori Rita Levi-Montalcini e Oscar Luigi Scalfaro, Andreotti ha svolto le funzioni di presidente provvisorio del Senato della Repubblica in quanto senatore più anziano. Ha quindi diretto le votazioni che hanno portato all'elezione del senatore Renato Schifani alla seconda carica dello Stato. Il suo notevole archivio cartaceo (3.500 faldoni, dal 1944 in poi) che, negli ultimi anni della sua carriera parlamentare, aveva sede nel suo ufficio di piazza in Lucina, è stato acquisito dalla Fondazione Sturzo ed è stato utilizzato da Andreotti anche successivamente. Dopo il 30 dicembre 2012, giorno della scomparsa di Rita Levi-Montalcini, è stato il più anziano senatore in carica. Muore il 6 maggio 2013 nella sua casa di Roma; per volontà della famiglia le esequie si sono svolte in forma privata. È sepolto presso il cimitero monumentale del Verano di Roma.

Controversie. Vicende giudiziarie. Rapporti con Cosa nostra. Andreotti è stato sottoposto a giudizio a Palermo per associazione a delinquere di stampo mafioso (fino al 28 settembre 1982) e associazione mafiosa (dal 29 settembre 1982 in avanti). Mentre la sentenza di primo grado, emessa il 23 ottobre 1999, lo aveva assolto perché il fatto non sussiste (in base all'articolo 530 comma 2 c.p.p.), la sentenza d'appello, emessa il 2 maggio 2003, distinguendo il giudizio tra i fatti fino al 1980 e quelli successivi, stabilì che Andreotti aveva «commesso» il «reato di partecipazione all'associazione per delinquere» (Cosa nostra), «concretamente ravvisabile fino alla primavera 1980», reato però «estinto per prescrizione». Per i fatti successivi alla primavera del 1980 Andreotti è stato invece assolto. La sentenza della Corte d'appello di Palermo del 2 maggio 2003, in estrema sintesi, parla di una «autentica, stabile ed amichevole disponibilità dell'imputato verso i mafiosi fino alla primavera del 1980». Interrogato dalla procura di Palermo il 19 maggio 1993, il sovraintendente capo della polizia Francesco Stramandino, dichiarò di aver assistito il 19 agosto 1985, in qualità di responsabile della sicurezza dell'allora Ministro degli Esteri Andreotti, ad un incontro tra lo stesso politico e quello che solo successivamente sarà identificato come boss Andrea Manciaracina, all'epoca sorvegliato speciale e uomo di fiducia di Salvatore Riina. Lo stesso Andreotti ammise in aula l'incontro con Manciaracina, spiegando che il colloquio ebbe a che fare con problemi relativi alla legislazione sulla pesca. La sentenza di appello definì «inverosimile» la «ricostruzione dell'episodio offerta dall'imputato». Pur confermando che Andreotti incontrò uomini appartenenti a Cosa nostra anche dopo la primavera del 1980, il tribunale stabilì che mancava «qualsiasi elemento che consentisse di ricostruire il contenuto del colloquio». La versione fornita da Giulio Andreotti, secondo il tribunale, potrebbe essere dovuta «al suo intento di non offuscare la propria immagine pubblica ammettendo di avere incontrato un soggetto strettamente collegato alla criminalità organizzata e di avere conferito con lui in modo assolutamente riservato». Sia l'accusa sia la difesa presentarono ricorso in Cassazione, l'una contro la parte assolutiva, e l'altra per cercare di ottenere l'assoluzione anche sui fatti fino al 1980, anziché il proscioglimento per prescrizione. Tuttavia la Corte di cassazione il 15 ottobre 2004 rigettò entrambe le richieste confermando la prescrizione per qualsiasi ipotesi di reato fino alla primavera del 1980 e l'assoluzione per il resto. Nella motivazione della sentenza di appello si legge (a pagina 211): «Quindi la sentenza impugnata, al di là delle sue affermazioni teoriche, ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione.» Se la sentenza definitiva fosse arrivata entro il 20 dicembre 2002 (termine per la prescrizione), avrebbe potuto dare luogo ad uno dei seguenti due esiti alternativi:

- Andreotti avrebbe potuto essere condannato in base all'articolo 416 c.p., cioè all'associazione "semplice", poiché quella aggravata di tipo mafioso (416-bis c.p.) fu introdotta nel codice penale soltanto nel 1982, grazie ai relatori Virginio Rognoni (DC) e Pio La Torre (PCI), oppure

- l'imputato avrebbe potuto essere assolto con formula piena con la conferma della sentenza di primo grado.

Nel dettaglio, il giudice di legittimità scrive:

«Pertanto la Corte palermitana non si è limitata ad affermare la generica e astratta disponibilità di Andreotti nei confronti di Cosa Nostra e di alcuni dei suoi vertici, ma ne ha sottolineato i rapporti con i suoi referenti siciliani (del resto in armonia con quanto ritenuto dal Tribunale), individuati in Salvo Lima, nei cugini Salvo e, sia pure con maggiori limitazioni temporali, in Vito Ciancimino, per poi ritenere (in ciò distaccandosi dal primo giudice) l'imputato compartecipe dei rapporti da costoro sicuramente intrattenuti con Cosa Nostra, rapporti che, nel convincimento della Corte territoriale, sarebbero stati dall'imputato coltivati anche personalmente (con Badalamenti e, soprattutto, con Bontate) e che sarebbero stati per lui forieri di qualche vantaggio elettorale (certamente sperato, solo parzialmente conseguito) e di interventi extra ordinem, sinallagmaticamente collegati alla sua disponibilità ad incontri e ad interazioni (il riferimento della Corte territoriale è alla questione Mattarella), oltre che alla rinunzia a denunciare i fatti gravi di cui era venuto a conoscenza.»

La stessa sentenza della Corte di Cassazione ha affermato che Andreotti ha incontrato almeno due volte l'allora capo dei capi di Cosa Nostra Stefano Bontade.

Le rivelazioni dei pentiti. Leonardo Messina ha affermato di aver sentito dire che Andreotti era «punciutu», ossia un uomo d'onore con giuramento rituale. Baldassare Di Maggio raccontò di un bacio tra Andreotti e Totò Riina. Successivamente questo non venne provato e si ritiene che abbia attirato tutta l'attenzione del processo su questo ipotetico fatto suggestivo, allontanandola dalle testimonianze di circa 40 pentiti. Giovanni Brusca ha affermato: «Per quel che riguarda gli omicidi Dalla Chiesa e Chinnici, io credo che non sarebbe stato possibile eseguirli senza scatenare una reazione dello Stato se non ci fosse stato il benestare di Andreotti. Durante la guerra di mafia c'erano morti tutti i giorni. Nino Salvo mi incaricò di dire a Totò Riina che Andreotti ci invitava a stare calmi, a non fare troppi morti, altrimenti sarebbe stato costretto ad intervenire con leggi speciali» e «Chiarisco che in Cosa Nostra c'era la consapevolezza di poter contare su un personaggio come Andreotti».

Omicidio Piersanti Mattarella. Nel 2004 la Cassazione conferma le accuse nei confronti di Andreotti. La sentenza, pur assolvendolo per alcuni reati e prescrivendolo per altri, afferma che Andreotti era a conoscenza delle intenzioni della mafia di uccidere il Presidente della Regione Piersanti Mattarella, tanto che aveva incontrato il capo di Cosa Nostra Stefano Bontade prima che l'omicidio avvenisse, per esprimere la sua contrarietà. Quando Piersanti Mattarella venne assassinato, Andreotti si recò nuovamente in Sicilia e incontrò ancora Stefano Bontade per chiarire la vicenda. La Cassazione ha affermato: «Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontade della scelta di sopprimere il presidente della Regione.» Dopo l'omicidio, Andreotti non riferì agli inquirenti le informazioni su Stefano Bontade, responsabile dell'omicidio.

Omicidio Pecorelli. Andreotti è stato anche processato per il coinvolgimento nell'omicidio di Mino Pecorelli, avvenuto il 20 marzo 1979. Secondo i magistrati investigatori, Andreotti commissionò l'uccisione del giornalista, direttore della testata Osservatore Politico (OP). Pecorelli – che aveva già pubblicato notizie ostili ad Andreotti, come quella sul mancato incenerimento dei fascicoli SIFAR sotto la sua gestione alla Difesa – aveva predisposto una campagna di stampa su finanziamenti illegali della Democrazia Cristiana e su presunti segreti riguardo il rapimento e l'uccisione dell'ex Presidente del Consiglio Aldo Moro avvenuto nel 1978 ad opera delle Brigate Rosse.

In particolare, il giornalista aveva denunciato connessioni politiche dello scandalo petroli, con una copertina intitolata Gli assegni del Presidente con l'immagine di Andreotti, ma accettò di fermare la pubblicazione del giornale già nella rotativa. Il pentito Tommaso Buscetta testimoniò che Gaetano Badalamenti gli raccontò che «l'omicidio fu commissionato dai cugini Salvo per conto di Giulio Andreotti», il quale avrebbe avuto paura che Pecorelli pubblicasse informazioni che avrebbero potuto distruggere la sua carriera politica. In primo grado nel 1999 la Corte d'assise di Perugia prosciolse Andreotti, il suo braccio destro Claudio Vitalone (ex Ministro del Commercio con l'estero), Gaetano Badalamenti, Giuseppe Calò, il presunto killer Massimo Carminati (uno dei fondatori dei Nuclei Armati Rivoluzionari) e Michelangelo La Barbera per non aver commesso il fatto (in base all'articolo 530 c.p.p.). Successivamente, il 17 novembre 2002 la Corte d'assise d'appello ribaltò la sentenza di primo grado per Badalamenti e Andreotti, condannandoli a 24 anni di carcere come mandanti dell'omicidio Pecorelli. Il 30 ottobre 2003 la sentenza d'appello fu annullata senza rinvio dalla Cassazione, annullamento che rese definitiva la sentenza di assoluzione di primo grado. Per la Cassazione la sentenza d'appello si basava su «un proprio teorema accusatorio formulato in via autonoma e alternativa in violazione sia delle corrette regole di valutazione della prova che del basilare principio di terzietà della giurisdizione», sostenendo che il processo di secondo grado avrebbe dovuto confermare il giudizio di assoluzione, basato su una «corretta applicazione della garanzia»[60]. I supremi giudici aggiunsero che le rivelazioni di Buscetta non si basavano su elementi concreti «circa l'identificazione dei tempi, delle forme, delle modalità e dei soggetti passivi (intermediari, submandanti o esecutori materiali) del conferimento da parte di Andreotti del mandato di uccidere», oltre al fatto che mancava il movente e che la sentenza di condanna non aveva spiegato né come né perché l'imputato avrebbe ordinato l'omicidio del giornalista.

Caso Almerighi. È stato condannato in via definitiva il 4 maggio 2010 per aver diffamato il giudice Mario Almerighi definendolo «falso testimone, autore di infamie e pazzo».

Coinvolgimenti in altre vicende. La figura di Andreotti è oggetto di interpretazioni e polemiche di varia natura. Le numerose contestazioni che gli sono state volte hanno riguardato praticamente tutti i campi della sua attività e sono venute anche da politici e giornalisti illustri (come Indro Montanelli). In parte ciò è ascrivibile all'assolutamente inedito curriculum ministeriale accumulato, che fece sì che anche senza più rivestire cariche formali egli fosse referente di alti funzionari e burocrati ministeriali e dei servizi di sicurezza, con un coinvolgimento personale in vicende che non lo riguardavano più sotto il profilo istituzionale. Accuse e sospetti gli sono stati rivolti a proposito delle sue relazioni con la loggia P2, Cosa Nostra, la Chiesa cattolica e con alcuni individui legati ai più oscuri misteri della storia repubblicana. Tali voci - e specialmente il reato relativo al rapporto con Cosa Nostra - hanno certamente danneggiato la sua immagine pubblica: come s'è visto nel 1992, scaduto il mandato del dimissionario Francesco Cossiga come Presidente della repubblica, la candidatura di Andreotti sembrava destinata ad avere la meglio finché, durante i giorni delle votazioni di maggio, la strage di Capaci orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro.

Andreotti e Dalla Chiesa. Nel 1978, dopo il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, in seguito al ritrovamento di un borsello sopra un pullman, i carabinieri del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa riuscirono ad individuare un covo delle Brigate Rosse appartenente alla colonna Walter Alasia, situato a Milano in Via Monte Nevoso. Ne scaturirono 9 arresti e una serie di perquisizioni, nella quale furono rinvenuti alcuni documenti riguardanti il rapimento di Moro e parte di un memoriale dello stesso. Il Memoriale Moro sarebbe stato consegnato da Dalla Chiesa ad Andreotti a causa delle informazioni contenute al suo interno. Inoltre nel 1979, pochi giorni prima di essere ucciso, Mino Pecorelli incontrò Dalla Chiesa per ricevere informazioni sul Memoriale, consegnandogli documenti riguardanti Andreotti. Nel 1982 Andreotti spinse molto sulla disponibilità di Dalla Chiesa ad accettare l'incarico propostogli di Prefetto di Palermo. In un diario, un appunto del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa datato 2 aprile 1982 al presidente del Consiglio Giovanni Spadolini scriveva che la corrente democristiana siciliana facente capo ad Andreotti sarebbe stata la "famiglia politica" più inquinata da contaminazioni mafiose. Sempre Dalla Chiesa, nel suo taccuino personale scrive: «Ieri anche l'on. Andreotti mi ha chiesto di andare [da lui, ndr] e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia, si è manifestato per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardi per quella parte di elettorato alla quale attingono i suoi grandi elettori.[...] Sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno [...] lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione e circostanze.»

Rapporti con Michele Sindona e Licio Gelli. Secondo la Corte di Perugia e il Tribunale di Palermo «Andreotti aveva rapporti di antica data con molte delle persone che a vario titolo si erano interessate della vicenda del banchiere della Banca Privata Italiana ed esponente della loggia massonica P2 Michele Sindona, oltre che con lo stesso Sindona.» Tali rapporti si intensificarono nel 1976, al momento del crac finanziario delle banche di Sindona: Licio Gelli, capo della loggia P2, propose un piano per salvare la Banca Privata Italiana all'allora Ministro della difesa Andreotti. Quest'ultimo incaricò informalmente il senatore Gaetano Stammati (affiliato alla loggia P2) e Franco Evangelisti di studiare il progetto di salvataggio della Banca Privata Italiana, il quale venne però rifiutato da Mario Sarcinelli, vice direttore generale della Banca d'Italia. In seguito, Andreotti si giustificò sostenendo che il suo interessamento per il salvataggio della Banca Privata Italiana era solo di natura istituzionale. Tuttavia, anche durante la lunga latitanza di Sindona all'hotel Pierre di New York, Andreotti continuò a mantenere contatti con l'avvocato del banchiere, Rodolfo Guzzi, mostrandosi più che disponibile a tutte le iniziative volte a favorire lo stesso Sindona, sia per il salvataggio finanziario, sia per evitargli l'estradizione. Solo dopo il falso rapimento di Sindona, la sua estradizione e il conseguente arresto per bancarotta fraudolenta e per l'omicidio del liquidatore della Banca Privata Italiana Giorgio Ambrosoli, Andreotti se ne distanziò pubblicamente. Su Ambrosoli, Andreotti ha in seguito dichiarato: «è una persona che in termini romaneschi se l'andava cercando».., per poi precisare: «... intendevo fare riferimento ai gravi rischi ai quali il dottor Ambrosoli si era consapevolmente esposto con il difficile incarico assunto». Nel 1984 la Camera e il Senato votano respingendole delle mozioni presentate dalle opposizioni che avrebbero impegnato il governo ad assumere decisioni sulle responsabilità di Andreotti relative al caso Sindona. Sindona morì avvelenato da un caffè al cianuro il 22 marzo 1986 nel carcere di Voghera, due giorni dopo essere stato condannato all'ergastolo per l'omicidio di Ambrosoli. La sua morte fu giudicata essere un suicidio, poiché le prove e le testimonianze riguardo al veleno utilizzato e al comportamento di Sindona stesso fecero supporre un tentativo di auto-avvelenamento: tale atto sarebbe stato compiuto nella speranza di una re-estradizione negli Stati Uniti, paese con il quale l'Italia aveva un accordo sulla custodia del banchiere legato alla sicurezza e incolumità di quest'ultimo. Sindona, quindi, avrebbe messo in scena un avvelenamento e sarebbe morto a causa di un errore di dosaggio. Il giornalista e docente universitario Sergio Turone ipotizza che sia stato Andreotti a far pervenire una bustina di zucchero contenente il cianuro fatale a Sindona, facendo credere a quest'ultimo che il caffè avvelenato gli avrebbe causato solo un malore. Secondo Turone, il movente del presunto omicidio sarebbe stato il timore che Sindona rivelasse durante il processo d'appello segreti riguardanti i rapporti tra politici italiani, Cosa Nostra, e la P2: «... fino alla sentenza del 18 marzo 1986Sindona [aveva] sperato che il suo potente protettore [Andreotti] trovasse la via per salvarlo dall'ergastolo. Nel processo d'appello, non avendo più nulla da perdere, avrebbe detto cose che fin ora aveva taciuto». Va tuttavia sottolineato che tale ipotesi non è stata suffragata da alcuna prova concreta che implichi in alcun modo Andreotti nella morte di Sindona. Ancora nel 2010, Giulio Andreotti dava un giudizio positivo su Sindona: «Io cercavo di vedere con obiettività. Non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona». Il fatto «che si occupasse sul piano internazionale dimostrava una competenza economico finanziaria che gli dava in mano una carta che altri non avevano. Se non c'erano motivi di ostilità, non si poteva che parlarne bene». Inoltre nel 1988 Clara Canetti, la vedova del banchiere Roberto Calvi (trovato impiccato sotto il Blackfriars Bridge di Londra nel 1982), affermò che il marito le avrebbe confidato poco tempo prima di morire che il vero capo della loggia P2 era Andreotti, da cui Licio Gelli prendeva ordini: di tale affermazione però non sono mai stati raccolti riscontri attendibili ed Andreotti negò le accuse della vedova, rispondendo ironicamente: «Se fossi un massone non mi accontenterei di essere a capo di una loggia soltanto». A questo proposito, in un'intervista concessa il 15 febbraio 2011 al settimanale Oggi, Licio Gelli dichiarò: «Giulio Andreotti sarebbe stato il vero "padrone" della Loggia P2? Per carità.. io avevo la P2, Cossiga la Gladio e Andreotti l'Anello»: l'Anello (o più propriamente chiamato «Noto servizio») sarebbe stato un servizio segreto parallelo e clandestino usato come anello di congiunzione tra i servizi segreti (usati in funzione anticomunista) e la società civile. Il settimanale Oggichiese subito un commento ad Andreotti, il quale fece sapere di non volere rispondere alle dichiarazioni di Gelli».

Andreotti e il Golpe Borghese. A seguito delle rivelazioni sull'indagine legata al tentativo di Golpe da parte di Junio Valerio Borghese, il 15 settembre 1974Giulio Andreotti, all'epoca Ministro della Difesa, consegnò alla magistratura romana un dossier del SID diviso in tre parti che descriveva il piano e gli obiettivi del golpe, portando alla luce nuove informazioni. Il dossier fu redatto dal numero due del SID, il generale Gianadelio Maletti, che avviò un'inchiesta sulle cospirazioni mantenendolo nascosto anche a Vito Miceli, direttore del servizio. Scoperto il progetto, Maletti fu costretto a scavalcare Miceli e a parlare direttamente con Andreotti. Andreotti per questo destituì Miceli e altri 20 generali e ammiragli. Ma nel 1991 si scoprì che le registrazioni consegnate nel 1974 da Andreotti alla magistratura non erano in versione integrale. Vi erano infatti i nomi di numerosi personaggi di spicco in ambito politico e militare, per cui Andreotti stesso ha recentemente dichiarato che ritenne di dover tagliare quelle parti per non renderle pubbliche, in quanto tali informazioni erano "inessenziali" per il processo in corso e, anzi, avrebbero potuto risultare "inutilmente nocive" per i personaggi ivi citati. Nelle parti cancellate vi era il nome di Giovanni Torrisi, successivamente Capo di Stato Maggiore della Difesa tra il 1980 e il 1981; ma anche riferimenti a Licio Gelli e alla loggia massonica P2, che si doveva occupare del rapimento del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat; infine si facevano rivelazioni circa un "patto" stretto da Borghese con alcuni esponenti della mafia siciliana, secondo cui alcuni sicari della mafia avrebbero ucciso il capo della polizia, Angelo Vicari. L'esistenza di tale patto sarebbe poi stata confermata da vari pentiti di mafia, tra cui Tommaso Buscetta. Grazie al Freedom of Information Act nel 2004 si è inoltre scoperto che il piano di Borghese era noto al governo degli Stati Uniti e che esso aveva l'"avallo" a condizione che fosse assicurato il coinvolgimento di un personaggio politico italiano "di garanzia". Il nome indicato sarebbe stato quello di Andreotti, che sarebbe dovuto diventare una sorta di presidente in pectore del governo post-golpe. Tuttavia non è accertato che Andreotti fosse al corrente dell'indicazione statunitense. Il dottor Adriano Monti, complice di Junio Valerio Borghese nel tentato golpe, afferma che il suo nome, come "garante politico" del colpo di Stato, sarebbe stato fatto da Otto Skorzeny, promotore dell' "organizzazione Geleme", una branca dei servizi segreti tedeschi durante la guerra, poi inserita tra le organizzazioni di intelligence fiancheggiatrici della CIA.

Incarichi parlamentari. Camera dei deputati:

Membro 3ª Commissione permanente: affari esteri, emigrazione;

Commissione speciale per l'esame di disegni di legge di conversione di decreti-legge;

Commissione parlamentare d'inchiesta concernente il "dossier Mitrokhin" e l'attività d'intelligence italiana;

Commissione speciale per la tutela e la promozione dei diritti umani;

Delegazione italiana all'Assemblea parlamentare della organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE).

Senato della Repubblica:

Membro 1ª Commissione (Affari Interni);

Commissione speciale per l'esame della proposta di legge De Francesco N.1459: "Norme generali sull'azione amministrativa";

Commissione speciale per l'esame del disegno di legge N.1264: "Norme in materia di locazioni e sublocazioni di immobili urbani" e delle proposte di legge in materia di locazioni e sfratti;

Membro 5ª Commissione (Bilancio e Partecipazioni Statali);

Membro 7ª Commissione (Difesa);

Componente della Giunta per il Regolamento;

Componente della 3ª Commissione (Esteri);

Presidente della 3ª Commissione (Esteri);

Componente della Rappresentanza italiana al Parlamento Europeo.

Sinossi degli incarichi di Governo.

La figura di Andreotti. Immagine privata. Enzo Biagi ha scritto di lui: «Non credo che nessuno lo abbia mai sentito gridare, né visto in preda all'agitazione. «Una cara zia» confida «mi ha insegnato a guardare alle vicende con un po' di distacco.» [...] Legge romanzi gialli, è tifoso della Roma, e si compera l'abbonamento, frequenta le corse dei cavalli, è capace di passare un pomeriggio giocando a carte, e l'attrice che preferiva, in gioventù, era la bionda Carole Lombard, colleziona campanelli e francobolli del 1870 [...] Padre di quattro figli, ha la fortuna che la sua prole tende a non farsi notare. E neppure la signora Livia, la moglie, di cui non si celebrano né gli abiti né le iniziative. Non c'è aneddotica sulla signora Andreotti.» Intervistato da Enzo Biagi, Andreotti ha detto della propria consorte: «ha un lieve brontolio ma, insomma, adesso ci siamo abituati, da una parte e dall'altra. [...] a mia moglie sono debitore dell'educazione dei figli che per il novantanove per cento è merito suo». È diventato nonno di diversi nipoti, tra cui un "Giulio" e una "Giulia". Sempre Biagi ha scritto di lui: «cattolico praticante, quasi ogni giorno, essendo assai mattiniero, va ad ascoltare la prima Messa». Indro Montanelli ha commentato che «in chiesa, De Gasperi parlava con Dio; Andreotti col prete» (Montanelli riferisce anche che, lette queste parole, Andreotti ribatté: «sì, ma a me il prete rispondeva»). Affermò di sentirsi in chiesa «molto vicino al pubblicano della parabola», convinto che nell'aldilà non sarebbe stato chiamato «a rispondere né di Pecorelli, né della mafia. Di altre cose sì». In proposito divenne celebre la sua battuta: «A parte le guerre puniche, mi viene attribuito veramente tutto». Ebbe come confessore, per circa vent'anni, mons. Mario Canciani, suo parroco presso la basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini. Sul proprio carattere, Andreotti ha rivelato: «Non ho un temperamento avventuroso e giudico pericolose le improvvisazioni emotive. [...] Lavorare molto m'è sempre piaciuto. È una... utile deformazione». Montanelli ha inoltre detto di lui: «Mi faccio una colpa di provare simpatia per Andreotti. È il più spiritoso di tutti. Mi diverte il suo cinismo, che è un cinismo vero, una particolare filosofia con la quale è nato»; «è distaccato, freddo, guardingo, ha sangue di ghiaccio. [...] È autenticamente colto, cioè di quelli che non credono che la cultura sia cominciata con la sociologia e finisca lì». Roberto Gervaso lo ha definito «più realista di Bismarck, più tempista di Talleyrand [...] La sua smagliante conversazione sarebbe piaciuta a Voltaire, i suoi libri non sarebbero dispiaciuti a Sainte-Beuve».

Soprannomi. Ad Andreotti è stata attribuita una nutrita gamma di soprannomi: Per via della personalità carismatica e pragmatica, è stato soprannominato "Divo Giulio" dal giornalista Mino Pecorelli, prendendo spunto da Giulio Cesare, evidenziandone la "sacralità" nella politica italiana. È stato chiamato anche "Zio Giulio", sia per l'epiteto con il quale sarebbe stato conosciuto dai clan mafiosi secondo l'accusa rivoltagli al processo palermitano (Zù Giulio, secondo i pentiti), sia per il tono paterno con cui tante volte - durante la Seconda Repubblica - si è espresso nei suoi discorsi, atteggiandoli ad uno stile "super partes" proprio di uno degli ultimi Costituenti ancora in vita. È stato soprannominato Belzebù da Bettino Craxi quando, su un articolo di fondo uscito sull'Avanti! il 31 maggio 1981, lo volle distinguere da Belfagor, soprannome dato a Licio Gelli. Da ricordare anche altri soprannomi citati nel film Il divo: "Molok", "la Sfinge", "il Gobbo" e "il Papa Nero". "La Volpe" o talvolta "vecchia volpe" è un altro soprannome con cui ci si è riferiti ad Andreotti. Un ultimo appellativo usato più di frequente è anche "Indecifrabile".

Satira. Bersaglio molto frequente di strali satirici e di prese in giro sul suo difetto fisico (aveva una pronunciata quanto manifesta cifosi), ha sempre risposto con una proverbiale ironia di scuola epigrammatica romana che nel tempo lo ha reso fonte di una nutrita schiera di commenti e battute ancora oggi di uso comune (tra le più famose "Il potere logora chi non ce l'ha", citando Talleyrand). Fra i suoi imitatori più celebri vi erano Alighiero Noschese, Ugo Tognazzi, Enrico Montesano, Pino Caruso e Oreste Lionello.

Andreotti nel cinema, canzone e cultura di massa.  Secondo quanto affermato dalla figlia di Totò, Liliana De Curtis, la celebre scena del vagone letto nel film del 1952 Totò a colori, in cui l'attore napoletano duetta con l'onorevole Trombetta, interpretato da Mario Castellani, sarebbe stata ispirata da un incontro tra Totò e Giulio Andreotti, realmente avvenuto su un treno in un vagone letto.

Totò nel film Gli onorevoli del 1963 fa dire alla moglie che voterà per "Giulio" perché "non c'è rosa senza spine, non c'è governo senza Andreotti".

A lui si ispira la figura del potente politico italiano Licio Lucchesi nel film del 1990 Il padrino - Parte III di Francis Ford Coppola, al quale, tra l'altro, viene pronunciata all'orecchio la celebre frase "Il potere logora chi non ce l'ha".

Nel 1983 è apparso nel film Il tassinaro, con Alberto Sordi, dove con la solita acida ironia, suggerisce le Università a numero chiuso, in modo da risolvere il problema dei laureati disoccupati.

Ne Il commissario Lo Gatto (1986), con Lino Banfi, alla fine del film un attore imita Andreotti (di spalle) che ringrazia il commissario per il servigio reso alla DC grazie al polverone creato dalla sua inchiesta che aveva svelato il legame di una soubrette con Bettino Craxi, allora presidente del Consiglio.

È probabilmente ispirato alla figura di Andreotti il brano L'uomo falco del 1978, nell'album Sotto il segno dei pesci di Antonello Venditti.

In una storia di Topolino del 1988, Paperino portaborse, il personaggio dell'onorevole Papeotti è la sua chiara parodia.

Nell'album del 1992 Nomi e cognomi di Francesco Baccini, gli è dedicata la canzone dal titolo Giulio Andreotti.

Sempre nel 1992, Pierangelo Bertoli include la canzone intitolata Giulio, nel suo album Italia d'oro, le cui invettive rivolte al soggetto della canzone non lasciano spazio a interpretazioni.

Nel film Giovanni Falcone del 1993 un attore lo imita (sempre di spalle) in tutte le scene in cui appare. In questa pellicola parla con la voce di Sandro Iovino.

Il senatore a vita è stato protagonista di un celebre cartone animato italiano, Giulio Andreotti (2000), firmato da Mario Verger, trasmesso più volte dalla RAI.

Nel 2000 ha prestato immagine e voce per alcuni spot della Diners, dove reinterpretava alcune sue famose frasi.

Nel film I banchieri di Dio - Il caso Calvi (2002) di Giuseppe Ferrara, nel quale vengono ricostruite le vicende del banchiere Roberto Calvi. Il film ha avuto problemi durante la lavorazione, in quanto la magistratura ha voluto accertarsi delle ricostruzioni ancora al vaglio.

Nel 2005 recita in uno spot televisivo per la compagnia telefonica 3 Italia accanto a Claudio Amendola e Valeria Marini.

Nel 2008 la figura di Andreotti appare nella miniserie televisiva Aldo Moro - Il presidente.

Alla vita di Andreotti è ispirato il film Il divo di Paolo Sorrentino, il suo ruolo è stato interpretato da Toni Servillo e presentato al Festival di Cannes del 2008 e vincitore del Premio della giuria. Il film narra gli anni dal 1991 al 1993, cioè dalla fiducia all'ultimo governo Andreotti all'inizio del processo per associazione mafiosa. Il film è basato su documenti politici reali e libri che ne fanno riferimento; Andreotti ha definito il film "una mascalzonata".

Nella trasmissione di Maurizio Costanzo, il Maurizio Costanzo Show su Canale 5 del 17 gennaio del 2009, per festeggiare i 90 anni compiuti da Andreotti il 14 gennaio, Costanzo ricorda una frase detta in confidenza da Andreotti con la sua tipica ironia "A pensar male non si andrà in paradiso ma si dice la verità".

È stato Presidente del Comitato d'Onore del "Premio Marcello Sgarlata".

Nel corso di un'intervista nella trasmissione Questa domenica del 2 novembre 2008 ad opera di Paola Perego, mentre guardava il monitor che mostrava la copertina del calendario "Grande tra i grandi - i politici per i bambini", di cui era protagonista, il senatore ha subito un lieve malore in diretta.

Nell'album L'inizio (2013) di Fabrizio Moro è presente una canzone su Andreotti intitolata Io so tutto.

Nel film La mafia uccide solo d'estate di Pif, il protagonista, da bambino, per carnevale si vorrà travestire da Giulio Andreotti.

Onorificenze. Onorificenze italiane:

Cancelliere e Tesoriere dell'Ordine militare d'Italia — Dal 15 febbraio 1959 al 23 febbraio 1966 e dal 14 marzo 1974 al 23 novembre 1974.

Gran croce al merito della Croce Rossa Italiana.

Cittadino Onorario di Cassino (FR).

Cittadino Onorario di Maddaloni (CE).

Onorificenze straniere.

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme (Santa Sede).

Balì di Gran Croce di Grazia Magistrale con fascia del Sovrano Ordine di Malta (SMOM).

Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine del Falcone (Islanda).

Cavaliere di Gran Croce del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio (Borbone - Due Sicilie).

Gran Croce al Merito dell'Ordine al Merito della Repubblica Federale Tedesca — 1957

Gran Croce dell'Ordine di Isabella la Cattolica (Spagna) — 1985

Gran Croce dell'Ordine al Merito (Portogallo) — 31 ottobre 1987

Gran Croce dell'Ordine del Cristo (Portogallo) — 12 settembre 1990

Giulio Andreotti, a 100 anni dalla sua nascita ecco i lati più privati (e meno noti) del «Divo». A raccontarli è Massimo Franco, in libreria per Solferino con il saggio «C’era una volta Andreotti». Ne emerge il ritratto di un uomo profondamente legato alla propria famiglia, invisibile per oltre mezzo secolo, e con una serie di passioni imprevedibili, scrive Massimo Franco il 14 gennaio 2019 su "Il Corriere della Sera".

«Dalla culla alla tomba». A cento anni dalla nascita di Giulio Andreotti, avvenuta il 14 gennaio del 1919, ripercorrere la sua vita e la sua epoca significa fare i conti con la distanza siderale tra la sua Italia e quella di oggi. E non solo perché questo uomo-simbolo del potere è morto, il 6 maggio del 2013. Non esistono più la sua politica, il mondo della Guerra fredda diviso in blocchi, e perfino il Vaticano come l’aveva conosciuto lui. «C’era una volta Andreotti» è un titolo che può suonare ambiguo. In realtà, è il certificato che consegna questo politico alla storia. Il saggio del giornalista Massimo Franco, in libreria per Solferino dal 10 gennaio, lo studia e lo analizza «dalla culla alla tomba». E ne svela anche i lati più privati e meno noti: a cominciare dalla sua famiglia, invisibile per oltre mezzo secolo.

Perché non prese mai la patente. Esistono versioni diverse. Una «ufficiale»: una volta a Villa Taranto, sul Lago Maggiore (allora di proprietà di un conoscente scozzese), Andreotti salì su un’auto, ingranò la marcia, ma percorsi pochi metri prese in pieno un mucchio di neve. Seconda versione, ufficiosa: Andreotti guidava in una stradina secondaria di un paesino. Si imbattè in un corteo funebre che, vedendo la vettura avanzare a zigzag, si aprì per non aggiungere vittime. Terza versione: «Babbo non ha mai preso la patente perché era abituato fin da giovane a andare con l’autista».

Lo spacciatore di sigarette. Racconta Stefano Andreotti, uno dei figli: «Temeva che a scuola imparassimo a fumare. Allora si presentava a casa con stecche di sigarette che ci regalava convinto che in quel modo, non considerandola una trasgressione, ci saremmo stancati. Il risultato è che fino a pochi anni fa mi sparavo due pacchetti di sigarette al giorno…».

«La giacca del pervertito». Andreotti litigava raramente con la moglie. Succedeva quando la signora Livia gli faceva notare che aveva una macchia sulla camicia e doveva cambiarla. Andreotti allora protestava e si innervosiva. «Nostro padre», raccontano i figli, «indossava quello che gli preparava nostra madre. Il suo ideale non erano doppiopetto e cravatte: quella era la sua divisa da lavoro. Per vederlo felice bisognava immortalarlo col cardigan blu un po’ stazzonato; o con una veste da camera, sempre uguale, che noi figli avevamo soprannominato “la giacca del pervertito”».

Con Alberto Sordi. Quando Alberto Sordi decise di offrire una parte ad Andreotti nel suo film Il tassinaro, l’ex premier chiese alla moglie che cosa ne pensasse. «Assolutamente no», gli rispose lei, perentoria. «Non mi pare il caso». «Be’», replicò lui, «ormai abbiamo già girato la scena».

Gratta e vinci e Nougatine. A Natale, per farlo felice - rivelano i figli - bisognava regalare ad Andreotti cartocci di Nougatine, le caramelle al cioccolato con dentro scaglie di mandorla, o di Rossana ripiene di crema: ne era goloso. E i nipoti, che evidentemente lo conoscevano meglio dei figli, in una delle ultime vigilie di Natale comprarono al nonno una montagna di Gratta e vinci. Lui passò tutta la serata a grattare i tagliandini per vedere che cosa aveva vinto.

Figurine Panini ai nipoti. Era il ringraziamento dei nipoti al nonno, che quando erano piccoli dispensava album di figurine di calciatori. Ma non come farebbe chiunque. Andreotti regalava l’album insieme a tutte le figurine che servivano a completarlo. I nipoti dovevano solo tirarle fuori dalle bustine e incollarle. Andreotti era in grado di regalare loro questo piccolo lusso perché conosceva la famiglia Panini.

Slot machine coreane. Una sua interprete nei viaggi all’estero, Cristina di Pietro, racconta un altro hobby segreto di Andreotti. «Eravamo in Corea del Sud, a Seoul. Sotto il nostro albergo c’era un centro commerciale. Il presidente era sempre sotto scorta, ma un giorno sgattaiolammo fuori per vedere che cosa vendevano. Finimmo a giocare alle slot machine. Le monete coreane erano microscopiche. Lui ne metteva una e la macchinetta ne scaricava una tonnellata. Io provavo ma la slot machine se le mangiava tutte!».

Cannoli siciliani. Andreotti «era golosissimo», raccontava Giulia Bongiorno, suo avvocato nei processi per mafia, oggi Ministro per la pubblica amministrazione. «All’aeroporto di Palermo, in attesa dell’imbarco, si pappava minimo tre cannoli siciliani. Mandava Buttarelli, la sua guardia del corpo, a comprare questi cannolazzi. E come li aveva in mano, li divorava in un amen… La cosa bella è che poi telefonava alla moglie e le diceva: “Tranquilla Livia, ho mangiato leggero”. Leggero? Cannoli a strafottere».

Andreotti e il cinema, dalla censura di Stato al maligno "Il Divo", scrive “Notizie Tiscali”. Quando la televisione non c'era ancora, e i politici non litigavano per la presidenza della commissione di Vigilanza Rai, un sottosegretario di appena una trentina d'anni vigilava sul cinema italiano, allora ritenuto un potente mezzo di formazione delle coscienze dei cittadini. Tra il luglio del 1951 e il luglio del 1953, Giulio Andreotti, nel settimo e ottavo governo De Gasperi, aveva il delicato compito di occuparsi di tutto il settore dello spettacolo. Luci e ombre caratterizzano l'operato di quel suo primo incarico governativo. L'allora sottosegretario, per dirne una, aveva obbligato le produzioni americane a versare nelle casse dello Stato italiano una percentuale degli utili del botteghino. La tassa su Hollywood serviva per finanziare il cinema tricolore, e qui cominciavano i guai. Per accedere ai contributi, bisognava passare attraverso il giudizio di commissioni e burocrati di nomina governativa: e così succedeva che la saga di Peppone e Don Camillo ricevesse dieci volte di più di un film di Vittorio De Sica. Il fatto è che, al giovane sottosegretario, il neorealismo proprio non piaceva, perché insisteva troppo sugli aspetti tragici dell'Italia del dopoguerra. Secondo la vulgata, Andreotti avrebbe espresso il suo astio nei confronti dei neorealisti con la celebre battuta (sempre smentita) "i panni sporchi si lavano in famiglia". Se l'autenticità della frase è dubbia, viene però dalla penna di Andreotti un articolo per "Il Popolo" contro "Umberto D.", un film di Vittorio De Sica che racconta la storia di un pensionato ridotto alla miseria: "Se nel mondo si sarà indotti, erroneamente, a ritenere che quella di Umberto D. é l'Italia della metà del XX secolo - scriveva Andreotti - De Sica avrà reso un pessimo servigio alla patria, che è la patria di don Bosco, di Forlanini e di una progredita legislazione". Il film di De Sica, come ha denunciato recentemente il figlio Manuel, ancora oggi non può essere trasmesso in Tv in prima serata, perché fu bollato dalla commissione censura (della quale Andreotti faceva parte) come "disfattista". Dietro la posizione di Andreotti c'era l'insofferenza del Vaticano per la lontananza della cinematografia italiana dai valori della tradizione cattolica. "La verità - scrisse Andreotti a monsignor Montini, il futuro Paolo VI - è che la gran parte dei registi, dei produttori e dei soggettisti non proviene dalle nostre file né condivide con noi le essenziali convinzioni religiose". Lo stesso Andreotti, nei suoi diari, racconta che papa Pio XII gli telefonava per protestare contro questa o quella scena scabrosa vista in un film. Una volta Papa Pacelli lo chiamò perché in una copertina della Settimana Incom Illustrata si vedeva un'attrice che, scendendo dalla macchina, mostrava le gambe un po' sopra le ginocchia. Il Vaticano non transigeva e Andreotti non risparmiava energie per raddrizzare le storture. Largamente sua era la normativa contro l'oscenità e "tutto ciò che può turbare l'adolescenza" (ma anche un certo numero di esponenti della sinistra, tra i quali Pietro Ingrao, votarono a favore). Anni dopo, quando la sua stella era all'apogeo, Andreotti accettò di interpretare sé stesso nel film di Alberto Sordi "Il tassinaro". A bordo del taxi di Sordi, tra le strade di una Roma dei primi anni '80, Andreotti chiacchierava con il conducente di calcio e politica, probabilmente convinto che la Dc avrebbe governato l'Italia per altri 50 anni. Passati altri 20 e più anni, con la prescrizione al processo per mafia alle spalle, Andreotti si è ritrovato protagonista di un film che lo presentava come il simbolo del "lato oscuro" della politica italiana. Di fronte a "Il Divo" di Paolo Sorrentino, il flemmatico Andreotti è sbottato: "E' cattivo, é maligno, è una mascalzonata", disse il giorno della prima. Poi però tornò a essere andreottiano: "Ho esagerato, le mascalzonate sono ben altre. Questa la cancello".

«La mafia cos'è? La risposta in un aneddoto di Paolo Borsellino: "Sapete che cos'è la Mafia... faccia conto che ci sia un posto libero in tribunale..... e che si presentino 3 magistrati... il primo è bravissimo, il migliore, il più preparato.. un altro ha appoggi formidabili dalla politica... e il terzo è un fesso... sapete chi vincerà??? Il fesso. Ecco, mi disse il boss, questa è la MAFIA!"

“La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera”. Così Vittorio Sgarbi il 6 maggio 2013 ad “Un Giorno Da Pecora su Radio 2.

Ed in fatto di mafia c’è qualcuno che la sa lunga. «Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me….Mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino, non come dicono, i carabinieri……Di questo papello non ne sono niente….Il pentito Giovanni Brusca non ha fatto tutto da solo, c'è la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale anche per l'agenda rossa. Ha visto cosa hanno fatto? Perchè non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l'agenda. In via D'Amelio c'erano i servizi……. Io sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse. Com'è possibile che sono responsabile di tutte queste cose? La vera mafia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra di loro. Loro scaricano ogni responsabilità  sui mafiosi. La mafia quando inizia una cosa la porta a termine. Io sto bene. Mi sento carico e riesco a vedere oltre queste mura……Appuntato, lei mi vede che possa baciare Andreotti? Le posso dire che era un galantuomo e che io sono stato dell'area andreottiana da sempre». Le confidenze fatte da Toto Riina, il capo dei capi, sono state fatte in due diverse occasioni, a due guardie penitenziarie del Gom del carcere Opera di Milano.

GIULIO ANDREOTTI RICORDA LE ELEZIONI DEL 1948: "MENO MALE CHE ABBIAMO VINTO NOI".  Scrive Francesco Persili su "Recensito". Democristiano sagace e manovriero, deputato dell’Assemblea Costituente, già presidente della Fuci (dopo Aldo Moro), sottosegretario dal 1947 al 1953 alla presidenza del Consiglio con De Gasperi, parlamentare, ministro dell’Interno (1954), delle Finanze (1955), del Tesoro (1958-59), della Difesa (1959, 1966, 1974) dell’Industria (1966-1968), del Bilancio (1974-1976), degli Esteri (1983-1989). Per ben sette volte presidente del Consiglio tra il 1972 e il 1991, il senatore a vita Giulio Andreotti è dal secolo scorso un protagonista di prima fila della vita politica italiana. “Divo Giulio” (per la stampa), Belzebù (per gli avversari), il dominus della Prima Repubblica sempre sulla scena e continuamente al centro di polemiche, accuse e processi, ricorda: “A parte le guerre puniche mi è stato attribuito di tutto”, dal concorso esterno in associazione di stampo mafioso all’uso spregiudicato dei servizi segreti deviati. In questa legislatura ha rischiato di diventare Presidente del Senato ed ora si batte contro il progetto di regolamentazione giuridica delle coppie di fatto (c.d. Dico). Giornalista professionista, aforista brillante (“A pensar male si fa peccato ma spesso ci si indovina”) scrittore, tiene una rubrica su “Il Tempo” e scrive libri di successo (1953: fu legge truffa? è il titolo della sua ultima fatica letteraria edita da Rizzoli). Abbiamo incontrato il Senatore al termine della proiezione di “Cosacchi a San Pietro”, l’esperimento di controfattualità sulle elezioni del 1948 presentato da “La Storia siamo noi” di Giovanni Minoli.

Presidente Andreotti, le elezioni del 18 aprile 1948 furono un momento decisivo per la Storia dell’Italia repubblicana. Cosa sarebbe successo se avessero vinto i rossi?

Giulio Andreotti: “Il fatto che non abbia vinto il Fronte popolare lo considero una grande fortuna per l’Italia. Paradossalmente la lista unica ci aiutò molto. Nel 1946 il numero di rappresentanti eletti all’Assemblea Costituente da PCI e PSI che si presentarono separati fu molto superiore al nostro. Mi ricordo che Nenni aveva trovato, come al solito, una sintesi molto efficace ed aveva coniato il motto “Marciare divisi per colpire uniti”. La campagna elettorale mi ricordo che fu molto difficile. I comunisti erano più bravi di noi nel mobilitare le masse. Pajetta addirittura frequentò la scuola di dizione per essere più efficace quando parlava. Per le elezioni del 1948 scelsero di fare un fronte unico della sinistra con i socialisti. Il matrimonio non funzionò, meno male”.

Ci potevano essere le condizioni per realizzare in Italia un governo delle sinistre senza vincoli di cieca obbedienza nei confronti di Mosca e del Cominform?

G.A.: “Non credo ci fossero i margini per mantenere equidistanza da Mosca e da Washington. L’Italia non era un’altra cosa. La via italiana al socialismo difficilmente si sarebbe realizzata. Quando Nenni andò in Unione Sovietica a ricevere il premio Stalin tornò e riferì a De Gasperi ciò che aveva detto a Stalin: “Mi batto per un’Italia neutrale”. Ma quello fece cenno di no con il capo e lo fulminò: “L’Italia al massimo può non essere oltranzista”.

La campagna elettorale del 1948 fu durissima. Lo scontro non era tra DC e Fronte Popolare ma tra due opposte e inconciliabili visioni del mondo. Dopo il 18 aprile la situazione peggiorò. L’avversario era un nemico. Ci furono caccie all’uomo, scontri di piazza. Si arrivò a un passo dalla guerra civile dopo l’attentato a Togliatti. Che ricordo ha del segretario del PCI?

G.A.: “Mi sento responsabile dell’attentato a Togliatti. Quel giorno ero io che parlavo al banco del governo. Si discuteva di una questione che riguardava la fornitura di carta per i giornali. Ero di una noia tale che Palmiro Togliatti decise di andarsi a prendere un gelato da Giolitti. Uscì dalla Camera e Pallante gli sparò. Rimanemmo con il fiato sospeso, poi si riprese e tornò al suo posto. Non ho avuto modo di frequentarlo spesso, né di conoscerlo a fondo. Non dava molta confidenza. Ricordo solo che una volta durante una riunione nella crisi del governo Bonomi mi raccontò del suo viaggio in Mongolia, e mi disse che le notizie o gli venivano taciute o gli giungevano con incredibile ritardo. Mi disse, insomma, che i comunisti italiani contavano poco”.

Il documentario di Minoli si apre con una confessione dell’agente della Cia Milton Friedman che ammette i brogli per favorire la vittoria della DC alle elezioni del 1948. Cosa c’è di vero?

G.A.: “Non ho mai visto un dollaro americano. Feci una campagna senza tanti mezzi, tirando la cinghia e con una macchina scassata con cui muovevo per stradine impervie. Tutta questa pioggia di aiuti americani non la ricordo. Non facevo il tesoriere della Democrazia Cristiana. Per fortuna, non mi sono mai occupato di finanziamenti…”.

Con quale stato d’animo ha ripercorso le storie tese di quei giorni che tennero a battesimo l’Italia repubblicana, democratica e filo-atlantica?

G.A.: “Ho visto questo filmato con grande commozione e partecipazione. Il fiato lungo è lo stesso di quando passammo 3 giorni e 3 notti chiusi dentro Montecitorio a discutere l’adesione dell’Italia al Patto Atlantico mentre fuori impazzava la protesta. Ci fu un tentativo di invasione. Il ministro degli Interni Scelba, una persona preziosa per la democrazia in Italia, aveva dato l’ordine di lasciare fare fino a Piazza Colonna e di intervenire solo qualora i manifestanti avessero cercato di forzare quel blocco. Ci fu molta tensione. Un deputato, Giolitti mi pare, uscì e prese una botta in testa. Quando me lo riferirono risposi: “Un buon motivo per restare dentro”. Una deputata rimase male per questa cosa e per anni non mi parlò.

Come sarebbe andata a finire con un governo delle sinistre?

G.A.: “Non so se sarei stato libero. Probabilmente avremmo corso il rischio di finire come in Cecoslavacchia. La gioia per lo scampato pericolo è grande. Nonostante tutta la buona volontà delle sinistre sarebbe stato inevitabile appiattirsi sulle posizioni dell'Unione Sovietica. (Francesco Persili)

·        Giulio Andreotti ed Aldo Moro.

ALDO MORO E GIULIO ANDREOTTI.

Il paradiso può attendere, aveva detto a metà ottobre citando il famoso “Heaven can wait” di Warren Beatty e Buck Henry, scrive Paolo Guzzanti su “Panorama”. Ma stavolta il cielo si è stancato di aspettare e non ha concesso proroghe. E così, dopo Francesco Cossiga che a confronto è morto giovane, il grande Giulio, il divo Giulio, l’uomo più sospettato e più esaltato della politica italiana, l’enigmatico, l’astuto, quello di cui Craxi diceva “tutte le volpi finiscono in pellicceria”, ha sgombrato il campo della storia viva, per andare ad abitar d’ora in più nella storia stampata, filmata, certificata, ma non più viva. Non c’è niente di peggio quando muore un personaggio importante, di un cronista che comincia con l’avvertire che “io lo conoscevo bene”. Ma il fatto è che io lo conoscevo veramente bene e lui mi conosceva altrettanto bene e non ci piacevamo moltissimo. L’ultima grande performance Andreotti l’ha infatti prodotta sul piccolo proscenio della Commissione parlamentare d’inchiesta Mitrokhin di cui sono stato per quattro anni il presidente e lui, Giulio, per quattro anni un commissario assiduo, puntiglioso, provocatorio, divertente, odioso, sempre dalla parte della Russia sovietica e dunque anche in quell’occasione beniamino dei comunisti che nella commissione Mitrokhin si proponevano il compito di ostacolare in ogni modo e impedire ridicolizzando, che si arrivasse a trovare la verità sugli agenti sovietici in Italia, intendendosi per agenti non le spie, ma proprio coloro che agivano come agenti di influenza. Andreotti era lì, pronto alla rievocazione, pronto alla battuta, pronto a sabotare con armi sottilissime tutto il lavoro costruttivo che facevamo. L’ex ministro degli esteri di Gheddafi mi disse a Tripoli durante una pausa dei nostri lavori durante l’incontro con la Commissione Esteri: “Se c’è un uomo che noi in Italia abbiamo sempre adorato, veramente adorato oltre che rispettato, è il vostro Giulio Andreotti, che dio lo protegga e lo benedica”. Pensavo si riferisse soltanto al notissimo e in qualche caso sfacciato atteggiamento filo arabo del senatore a vita, ma non si trattava soltanto di questo: “Lui era qui con noi quella sera in cui a Mosca annunciarono la fine dell’Unione Sovietica e ammainarono la bandiera rossa dal Cremlino. Noi piangevamo, eravamo commossi e anche disperati. Andreotti era terreo, traumatizzato. Poi disse: da adesso il mondo sarà molto diverso e non sarà certamente migliore perché sarà un mondo americano”. Questa sua affermazione fa un po’ il paio con quella dei tempi in cui, caduto il muro di Berlino, si prospettava la riunificazione tedesca, disse: “Io amo talmente i tedeschi che di Germanie ne vorrei sempre almeno due”. Il suo credo politico era quello del debito pubblico senza troppi freni e navigare a vista, usando buon senso e una certa sfacciataggine unita a cinismo. Se fu riconosciuto colpevole di aver intrattenuto rapporti di reciproco rispetto e qualcosa di più con la mafia almeno per un certo periodo, ciò ha senso: Andreotti rispettava i poteri costituiti e la mafia era un antico marchio di fabbrica di potere costituito. E poi, come disse in un’altra circostanza “è sempre meglio tirare a campare che tirare le cuoia”. Ricordo personale: la madre di mia madre e la madre di Giulio, Rosa Andreotti, erano molto amiche perché avevano entrambe avuto i loro figli al Collegio degli Orfani in via degli Orfani. La loro amicizia si estese ai figli: mia madre, mio zio e lui, Giulio, anche perché vivevano tutti nella stessa magnifica strada, via Parione nel quartiere Parione di Roma, alle spalle di piazza Navona. Mia nonna mi raccontava che Rosa Andreotti parlando del figlio bambino diceva: “Questo figlio non è normale, non somiglia agli altri bambini. Ha qualcosa dentro di sé che non capisco, che nessuno capisce. O sarà disperato o diventerà qualcuno”. Mia madre mi raccontava che il piccolo Giulio evitava tutti i giochi che impegnavano il fisico, come correre, e aveva sempre un taccuino in tasca per fare il giornalista. Così un paio di volte l’anno capitava a casa nostra per un caffè e io diffidavo moltissimo di questa presenza e speravo che se ne andasse presto perché ero un tipico adolescente di sinistra e Andreotti sembrava già allora il devoto Satana che poi è stato dipinto. Se uno scorre le foto della sua vita vede che è stato un uomo attentissimo alla vita cinematografica, amico stretto di Federico Fellini il quale lo considerava una parte essenziale del paesaggio italiano, ma anche in senso positivo. Frequentava le attrici, gli attori, i set cinematografici, aveva i capelli nerissimi imbrillantinati e pettinati all’indietro come Rodolfo Valentino e benché avesse la gobba, aveva anche un suo charme, un certo sex appeal. Era un uomo di destra all’inizio della carriera (il politico più longevo, con più incarichi di governo, una eterna carriera parlamentare) e veniva dalla nidiata di Alcide de Gasperi che lo volle giovanissimo sottosegretario nel pieno della guerra fredda, con un’Italia che sapeva di polvere e macerie e che era tutta da ricostruire, ma che già godeva, si industriava, costruiva e attraversava il boom economico, la magica crescita che proiettò il Paese dalla preistoria della guerra al XX secolo dell’industria, dell’arte, del reddito, della Seicento Fiat e delle autostrade, della commedia all’italiana, del cinema leggero e un po’ ignorante, e Andreotti era sempre ovunque. Poi lui chiuse personalmente la sua guerra fredda e diventò lentamente ma con costanza il divo dei comunisti italiani. Condivideva con Cossiga questa passione per gli ex nemici: i comunisti, compresi quelli russi, erano per lui, per loro, gente carismatica, muta, pesante, importante, spartana e allo stesso tempo ricca per le grandi risorse minerarie dell’allora Unione Sovietica. Cominciò così la marcia di avvicinamento di Andreotti al Pci di Enrico Berlinguer e i due insieme vararono la bozza di quel patto politico rischiosissimo che poi si è chiamato “compromesso storico” e sul cui altare Aldo Moro ha lasciato la pelle. La storia del Compromesso storico è la storia stessa di Andreotti. Aldo Moro accettò di aprire in piena guerra fredda ai comunisti, contando su un accordo di massima con gli americani. I termini di questo accordo sono stati pubblicati da Maurizio Molinari e Paolo Mastrolilli per Laterza nel settembre del 2005 e consiste in una raccolta di documenti fondamentali che mostra come gli Stati Uniti fossero estremamente e positivamente interessati al Compromesso storico, purché il Pci si sganciasse una volta per tutte dall’Urss, rompesse con il dovuto clamore accettando la prevedibile scissione, ed entrasse a pieno titolo nel novero dei partiti democratici italiani indispensabili per il ricambio della classe dirigente. E’ importante ricordarlo perché poi è stata fatta passare la vulgata secondo cui Moro voleva fare il compromesso storico con Berlinguer, ma la Cia lo fece rapire da brigatisti rossi controllati da Langley, Virginia, per far fallire l’eroico progetto. Secondo il progetto originale invece, di cui Andreotti fu un notaio e non l’unico, Moro doveva diventare presidente della Repubblica dopo Giovanni Leone e garantire dal Quirinale l’intera operazione. Andreotti sarebbe diventato il presidente del Consiglio del primo governo sostenuto in Parlamento del Patito comunista e a quel primo passo avrebbe dovuto far seguito il taglio del cordone ombelicale con Mosca e un secondo governo, benedetto anche dai Paesi della Nato, con ministri comunisti. L’attacco di via Fani, la prigionia interrogatorio e l’esecuzione di Aldo Moro, misero fine al progetto. Al Quirinale andò Sandro Pertini, ma Andreotti decise di resistere sulla vecchia linea e di dare comunque vita con i comunisti al nuovo governo con il loro appoggio determinante e ufficiale. Questo esperimento nacque nel sangue e visse poco e male. I comunisti erano molto spaventati da quel che era successo e non vollero tagliare con Mosca, dove i dirigenti del Pci seguitarono a ritirare ogni anno un gigantesco finanziamento illegale che drogava la politica italiana, anche perché costituiva un alibi per tutti coloro che in Italia erano disposti a commettere illeciti con la scusa di finanziare il proprio partito. Poi i comunisti decisero di chiudere la partita e si ritirarono definitivamente. Ma Giulio Andreotti non mollò. La mia impressione (molto più di una impressione) è che sia lui che Cossiga fecero non soltanto il possibile, ma specialmente l’impossibile per salvare la vita a Moro accettando accordi che poi saltarono perché la controparte era decisa a liquidare l’ostaggio e lo fece. Quegli eventi non sono mai stati ben chiariti e io penso che la devastazione della Commissione Mitrokhin di cui Andreotti fu parte attiva controllando strettamente ogni fase dell’inchiesta, fosse dovuta proprio al fatto che eravamo arrivato al nocciolo della questione. Andreotti lo sapeva, lo temeva e non per caso il suo amico Cossiga lo volle nominare a sorpresa senatore a vita per neutralizzarlo e promuoverlo su uno scranno dal quale non avrebbe più fatto politica. Il processo di Palermo per i pretesi rapporti con Cosa Nostra fu una sorta di corollario di quelle vicende. Andreotti si lasciò processare docilmente, scrisse molti libri sostenendo che doveva pagarsi gli avvocati, fra cui il professor Coppi, per difendersi e fu sempre lì, a Palermo, pienamente a disposizione su quei banchi, come lo era stato davanti a me per quattro anni nella Commissione Mitrokhin. Difendeva un passato, certamente ha difeso fino alla morte con Cossiga e come Cossiga il segreto su ciò che realmente accadde durante i cento giorni del rapimento Moro ed ebbe modo di sviluppare sempre la sua politica filo araba, diventando così la bestia nera degli israeliani. Lo andai a trovare più volte nel suo studio in piazza San Lorenzo in Lucina, dove andava ogni mattina prestissimo. Lì riceveva giornalisti, politici, industriali, gente di cultura e gente decisamente lontana dalla cultura. Io penso che sapesse qualcosa in più, qualcosa che anche io ho sospettato e di cui ho scritto molto, sulle vere ragioni che possono aver fatto scattare la decisione di uccidere Falcone quando non era più un nemico sul campo della mafia, ma un alto burocrate romano del ministero di Grazia e Giustizia. Quando il mio amico Giancarlo Lehner annunciò l’intenzione di voler scrivere della collaborazione di Falcone con i giudici russi, il procuratore generale Stepankov in particolare, per indagare sul tesoro del Kgb e del Pcus portato in Italia per essere riciclato sotto la protezione di alte figure della finanza, Andreotti lo mandò a chiamare e gli ricordò di avere lui stesso, come ministro degli esteri, inviato dei fonogrammi a Mosca per facilitare gli incontri segreti di Falcone. Gli disse che per lui avrebbe recuperato quei fonogrammi che avrebbero costituito la prova scritta di quel che stava facendo Falcone quando fu eliminato. Lo richiamò qualche giorno dopo per dirgli: “Alla Farnesina mi dicono che hanno perso quei documenti. Ora, alla Farnesina non hanno mai perso nulla e mai si perde nulla. Lo prenda come un messaggio: lasci perdere la sua inchiesta e passi ad altro, sarà più salutare per lei”.

·        Andreotti, potere e misteri. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia.

Andreotti, il caritatevole alter ego di Belzebù. Claudio Rizza il 24 Agosto 2019 su Il Dubbio. In chiesa alle 6 del mattino, in ufficio nel fine settimana: in segreto il leader della Dc faceva il benefattore (e guadagnava voti). Raccontano che la seconda fase, quella più organizzata e scientifica, cominciò quasi per caso a San Basilio nel 1970. Periferia romana rigorosamente falce e martello, ben più su della media nazionale con i comunisti al 27% e la Dc al 40. I rossi preparavano il grande assalto al potere scudocrociato, Berlinguer sarebbe arrivato di lì a poco a Botteghe Oscure e nel ‘ 76 avrebbe fatto il botto al 34,4%, a poche incollature dalla Democrazia cristiana.

A San Basilio Andreotti era tutto tranne che popolare. Una visita in trasferta, certamente inaspettata, che assunse subito per i pci un sapore provocatorio, al di là delle intenzioni. La Dc osava aprire una sede al Lotto 16, che sarebbe come se un laziale aprisse un banchetto di magliette biancazzurre in curva Sud. C’era tensione e uno strano plebeo, dall’apparenza balorda, meno rosso degli altri diede generosamente asilo al sor Giulio in casa sua, un appartamento modesto, una famiglia modestissima, in attesa che l’aria diventasse più respirabile e meno minacciosa. Andreotti, allora capogruppo dc alla Camera, apprezzò il gesto dell’ospite. Se ne andò mettendosi a disposizione, se la famiglia “avesse avuto bisogno di qualcosa”, riconoscente. Lo ebbe, il bisogno. E lui ne tenne conto. Dicono che quello fu l’inizio della fase due. “Se si può dare un mano bisogna farlo”: lo pensava da sempre il presidente. Da quel giorno smise di essere solo un samaritano all’impronta. E per i successivi 43 anni cercò di pianificare. Poveri, bisognosi, sfortunati, barboni, bussavano alla porta in diversi modi. Si presentavano alle 6 del mattino quando Giulio andava a messa o, se la saltava, la sera alle 18,30. Si passavano parola. Antonio De Luca, carabiniere, appuntato scelto qualifica speciale, otto anni e mezzo passati col senatore a vita, la soprannominò scherzosamente la “ditta Berardi, la mattina presto e la sera tardi”. Al convento delle suore in via in Lucina, nella chiesetta senza testimoni o compagnia, erano soli lui, l’officiante e le suorine. Oppure a San Giovanni dei Fiorentini, proprio dietro la casa di via Paoli. O ancora in piazza Capranica, dinanzi al seminario dei frati da dove erano usciti ben due papi, l’ultimo dei quali fu il cardinal Montini, Paolo VI. O anche al Gesù. Lui non li chiamava poveri né bisognosi, tantomeno mendicanti, ma, con quella ironia che imperversava nel dna, “i clienti”. “Fate entrare i clienti”: dopo la messa, gli aficionados, quelli che il capocorrente, ministro e presidente, conosceva ormai di persona o su presentazione, facevano la fila nei weekend in ufficio, al quarto piano di San Lorenzo in Lucina. Durante la settimana invece lo spazio era lasciato ai clientes di seconda fascia, per le elemosine brevi manu. Lì non c’era bisogno di conoscere sua eminenza Andreotti. Il cardinale Angelini lo chiamava così, “il mio amico Giulio, l’unico cardinale laico”. I poveretti venivano dai dormitori della Caritas o dai giacigli di strada e sapevano a che ora Andreotti andava in chiesa. Qualcuno lo beccava all’ingresso, altri all’uscita. Andreotti tirava fuori dalla borsa una mazzetta di biglietti da 5 euro o i cartoncini di monete da 2 euro e distribuiva. Una volta, certo, erano lire, tagli di carta anche da 10 e 20mila. Ci pensava la segretaria a prenotare i contanti. A volte Giulio si faceva aiutare dagli uomini della scorta per accelerare la distribuzione. Ad un certo punto si accorse che quelli che venivano accontentati prima della messa sparivano appena intascato l’obolo. “Allora cambiò la regola”, racconta Antonio. “Ci disse: diamoglieli alla fine così almeno sentono messa”. La media era una ventina di poveretti al giorno, un centinaio gli euro spicci. “Chi ha veramente bisogno non ha paura di alzarsi presto”, commentava il presidente, ragionamento che valeva anche per i giornalisti che chiedevano interviste. L’orario ne scremava parecchi, diciamo i più. Mario Stanganelli del Messaggero lo sapeva e si presentava davanti alla chiesa all’alba, anche senza appuntamento. Non tornava quasi mai a mani vuote. Nemmeno quando in pieno inverno si addormentò nel tepore della sua auto appannata e Andreotti bussò al finestrino: “Che fa, Stanganelli, dorme? Lo sa che se fosse un militare sarebbe violata consegna?”. Beneficienza culturale, diciamo. In piazza in Lucina il discorso nei weekend era diverso. Col passare degli anni e il crescere dei bisogni aiutare i clienti stava diventando complicato. E soprattutto era difficile capire se i contanti venissero utilizzati per pagare le bollette, i buffi, l’affitto, il companatico, aiutare un malato, una pensione troppo minima, oppure usati per qualcosa di più lussurioso e non indispensabile. Prima delle opere di bene serviva un’opera di intelligence. La signora Enea, mitica segretaria di Giulio per un trentennio, era la regina dell’ufficio. I primi libri del capo lo copiò in carta velina. Venne avvicendata dalla dottoressa Lina Vido, una anziana funzionaria, per 43 anni di stanza a Bruxelles, che Giulio si portò a Roma per aiutarlo in ufficio. Scelta azzeccata. Veniva dalla Valtellina ma avrebbe potuto essere tedesca: i politici li aveva incontrati tutti, li conosceva a menadito. Non usava computer, quello era il suo cervello, ma la vecchia gloriosa Olivetti: si informava sui clienti, analizzava i nuovi, abilissima nello spionaggio per evitare al suo capo sbagli e imbarazzi. Riusciva ad avere informazioni su chiunque. Dicono che non chiese mai uno stipendio, diceva che le bastava la pensione di Bruxelles. Le altre due segretarie stavano al Senato, anch’esse bravissime, Daniela Bellucci e Patrizia Chilelli, 18 anni con lui: erano le uniche capaci di decifrare le zampe di gallina che componevano i libri, i “Visti da vicino” e tutto il resto della bibliografia andreottiana, più i discorsi, gli interventi…. A loro toccava organizzare la vita pubblica del senatore, un lavoraccio. Se veniva invitato alla presentazione di un libro Andreotti non andava mai e poi mai senza averlo letto. Si preparava. Ma accettava solo se il libro gli era piaciuto, altrimenti “per sopraggiunti impegni” declinava scusandosi. A Piazza in Lucina si presentavano una quarantina di clienti divisi tra sabato e domeniche mattina. Avevano spesso consuetudine col presidente. Raccontavano le vicissitudini di famiglia, i bisogni, le difficoltà. Ma brevemente, che c’era la fila. Lui non indagava, anche se certe volte le richieste potevano apparire bizzarre, il look era tutto tranne che dimesso, e ci sarebbe voluto magari un supplemento d’indagine. Ma c’era Lina a vigilare. La scorta si faceva venire qualche dubbio. Presidente, ma tutti questi soldi…? E lui: “Guarda che è molto più difficile chiedere che dare”. Un inverno, sarà stato il 2007, un anziano si infilò in ascensore mentre stavano salendo in ufficio. “Giulio, Giulio – chiamava – ti avevo chiesto un appuntamento”.” Ho avuto molti impegni….”. E quello parlava. Finito il confronto Andreotti chiese al carabiniere: “Ma tu lo conoscevi?”. “Presidente, se non lo conosceva lei, ci ha parlato per 20 minuti”. “Mai visto in vita mia”. Anche con i clienti affezionati ad un certo punto Andreotti decise di cambiare metodo, quando se li ritrovava al bar Ciampini o da Velitti dopo la beneficienza, per un cappuccino o un aperitivo. Allora decise di abolire i contanti: portassero le bollette, le fatture, al pagamento ci avrebbe pensato lui. Avrebbero poi avuto indietro le ricevute timbrate. Luce, gas, telefono, rate findomestic per pagare il dentista, bollettini d’ogni genere: l’aiuto era concreto ma controllato. Famiglie conosciute, amici di amici, sempre in difficoltà, ma mai presentati da politici o da colleghi di partito. Tutti sconosciuti ma elettori affezionati del presidente. Non chiedeva mai conto o il perché: “Vi aiuto”. Alle spalle vigilava Lina. Se Giulio per un paio di mesi non li vedeva più, sia in chiesa che in ufficio, allora chiedeva notizie, si informava se fosse successo qualcosa. Alla posta a pagare le bollette andava Cesare Di Rocco, pensionato e autista, un ex della Guardia di Finanza. Fedelissimo. Naturalmente Andreotti gli pagava la benzina e pretendeva di pagare il pieno anche all’Arma, alla sua scorta dei carabinieri “perché non voleva pesare sulle casse dello Stato”. Si comprava anche le medicine senza chiedere la ricetta gratuita: “Chi ha i soldi è giusto che paghi”. A fine mese, Giulio si dedicava a fare beneficienza al clero, a preti, frati e suore, girando per conventi, con la busta in tasca. Anche le suorine di clausura si facevano osservare volentieri per ricevere il finanziamento in contanti, scodinzolanti. Gli elettori si coltivano così. Non a caso alle elezioni il presidente superava agevolmente le 300 mila preferenze. Gli aneddoti sono infiniti, ma alcuni ne descrivono bene carattere e pensiero del Giulio familiare e privato Al congresso eucaristico col cardinale Tettamanzi una persona poco trascendente chiese: Dio esiste da oltre duemila anni ma in tutte le cose bruttissime che accadono, non crede che ci entri anche Gesù? Il cardinale laico rispose: “Che c’entra, pure il sapone esiste da tanti anni e c’è gente che ancora non si lava. Ma la colpa non è mica del sapone”. Parabole moderne. Raccontano quando durante gli anni del terrorismo sotto casa c’era la vigilanza. Donna Livia, la moglie di Giulio, si preoccupò che facesse così freddo quel Natale, e il 26 di dicembre comprò alla scorta dei giubbotti ben imbottiti. Ci riuscì anche se il negozio era chiuso. Potenza del cognome e del cuore. Altruismo che la signora Livia usava anche per riavvicinare i militari e farli trasferire in famiglia nei paesi d’origine per risparmiare sull’affitto, che a Roma è troppo caro. Con la moglie e gli amici più stretti Livia e Giulio giocavano a carte, a burraco o a scala quaranta. Un giorno Livia telefonò ad un’amica dalla macchina: “Ma sei sicura che ho vinto io? Ma no, ti devo io dei soldi”. Ma no, ma sì, un minuetto. Il bello è che dopo ore si vincevano al massimo un paio di euro. Alla fine della lunga chiacchierata muliebre Andreotti commentò secco col ghigno ironico d’ordinanza: “Con questa telefonata i due euro li hai rimessi in gioco”. Sapeva anche essere ironico con tenerezza. Dovevano andare lui e Livia ad Ostia antica a teatro e premiare Rita Levi Montalcini. C’era da fare un lungo tratto a piedi e Giulio sbottò preoccupato: “Non si può, poveretta, invece di premiarla, così finisce che la commemoriamo”. Successe che uscendo di casa in inverno il presidente dimenticasse il portafoglio. La scorta lo fece rientrare in portineria, per proteggerlo dal gelo, lui si sedette lì avvolto nel cappotto e col cappello ben calcato sulla testa, quando arrivò un addetto della Tnt a consegnare un pacco. Non lo riconobbe e gli fece a bruciapelo: “Che fai, lo piji te sto pacco?”. Giulio- portiere imperterrito firmò la ricevuta e lasciò pure la mancia. Il classico caso di “lei non sa chi era lui”. Altri tempi, ora vengono in mente i vip che non danno un centesimo di mancia ai ponyexpress che consegnano la cena o la pizza a casa per quattro soldi. Giulio odiava l’aereo, amava il treno che gli dava tempo di leggere. “Lo accusavano di essere un cinico, ma noi che stavamo accanto lo vedevamo sempre gentile, educato, mai sopra le righe. L’uomo era questo, da politico forse devi essere diverso”, nota Antonio. L’unico problema per lui carabiniere fu che tifa Lazio. Venne perdonato così :“Non tutte le ciambelle riescono col buco”. Nei momenti bui e più difficili a Giulio venivano sempre in aiuto ironia e disincanto. Al funerale di Cossiga, sincero: “Era un grande amico, un fratello”. Pausa. “Finché andiamo ai funerali degli altri va sempre tutto bene”. Amen. E finché fai beneficienza gli elettori continuano a votarti. C’era dunque il divo Giulio, altruista e, segretamente, silenzioso benefattore. Poi dicono che c’era Belzebù, ma quella è tutta un’altra storia.

Andreotti, potere e misteri. Dai nastri di Aldo Moro ai processi di mafia. Nel 1990 vengono ritrovate nel covo milanese delle Brigate rosse 400 pagine risalenti al sequestro che confermano le accuse di Pecorelli. All'interno, la conferma dell'esistenza di una struttura anti-guerriglia segreta e duri attacchi contro l'ex senatore a vita. Una fitta trama di intrighi e omissioni che proseguono lungo tutta la vita del sette volte presidente del Consiglio, dallo scontro con Cossiga alla morte, avvenuta il 6 maggio scorso, scrive Peter Gomez l'11 maggio 2013 su "Il Fatto Quotidiano". Dai primi passi dentro le mura vaticane (con accesso diretto all’appartamento di Pio XII) ai rapporti con Sindona. Dal caso di Wilma Montesi ai presunti contatti con Licio Gelli. E poi Salvo Lima e i boss, Ciarrapico e gli appalti. Una storia politica lunghissima, tutta vissuta nei più importanti palazzi del potere, vedendo scorrere i più clamorosi e misteriosi eventi della storia del Paese. Dal dopoguerra agli anni ’90. Ecco il primo degli appuntamenti con “Andreotti, potere e misteri”: la storia e i segreti del Divo raccontati in quattro puntate dal direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez. Nell’ottobre del 1990, durante i lavori di ristrutturazione di un covo milanese delle Brigate rosse, perquisito 12 anni prima dagli uomini del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vengono ritrovate 400 pagine di documenti risalenti all’epoca del sequestro di Aldo Moro. Si tratta di una ventina di lettere inedite scritte dallo statista assassinato e, soprattutto, di una copia di un suo memoriale già consegnato alla magistratura dai carabinieri nel ’78. A quell’epoca la rivista Op aveva quasi subito ipotizzato che quel documento fosse incompleto. Aveva denunciato la scomparsa delle bobine su cui i terroristi avevano inciso gli interrogatori del democristiano, e aveva intensificato, partendo dal caso Caltagirone, gli attacchi contro Andreotti. Le carte, misteriosamente ritrovate nel ’90, confermano parte delle denunce di Pecorelli. Nella nuova copia del memoriale sono, infatti, presenti brani nei quali viene affrontata la questione dell’esistenza in Italia di una struttura anti-guerriglia segreta(Gladio) e, soprattutto, ci sono alcuni durissimi passaggi riguardanti Andreotti. Moro per esempio parla dello scandalo Italcasse-Caltagirone e sostiene, tra l’altro, che la nomina del nuovo presidente dell’istituto di credito era “stata fatta da un privato, proprio l’interessato Caltagirone che ha tutto sistemato…”. Come era già avvenuto nel caso delle bobine sul golpe Borghese registrate dal capitano La Bruna, insomma, ai magistrati nel ’78 era stato consegnato solo il materiale ritenuto più innocuo. Non è chiaro chi abbia materialmente omissato i memoriali e nemmeno si sa che fine abbiano fatto le bobine con gli interrogatori di Moro. E’ certo, invece, l’assassinio di Dalla Chiesa da parte di Cosa nostra. Una volta andato in pensione il valoroso generale viene, infatti, inviato a Palermo come prefetto antimafia. E lì, abbandonato da tutti e attaccato pubblicamente dagli andreottiani (definiti proprio da Dalla Chiesa in lettera indirizzata a Giovanni Spadolini, “la famiglia politica più inquinata del luogo”), crolla, con la moglie, sotto i colpi dei killer mafiosi. E’ il 3 settembre del 1982. La sua cassaforte sarà trovata vuota. Prima di accettare quell’incarico Dalla Chiesa aveva incontrato, tra gli altri, anche Andreotti. Subito dopo, nel proprio diario aveva annotato: “Andreotti mi ha chiesto di andare e, naturalmente, date le sue presenze elettorali in Sicilia si è manifesta per via indiretta interessato al problema; sono stato molto chiaro e gli ho dato però la certezza che non avrò riguardo per quella parte di elettorato cui attingono i suoi grandi elettori […] sono convinto che la mancata conoscenza del fenomeno lo ha condotto e lo conduce a errori di valutazione […] il fatto di raccontarmi che intorno al fatto Sindona un certo Inzerillo morto in America è giunto in una bara e con un biglietto da 10 dollari in bocca, depone nel senso…”. Il 12 novembre del 1986, Giulio Andreotti sarà interrogato come testimone al primo maxi-processo alla mafia. Al centro della sua deposizione ci sarà ovviamente il contenuto del diario dell’eroico generale. Che, incredibilmente, Andreotti tenterà di smentire. Per lui Dalla Chiesa si è, infatti, confuso. Andreotti negherà, così, di aver fatto con lui nomi di Inzerillo e di Sindona. E soprattutto sosterrà che il generale non gli disse mai che non avrebbe avuto riguardi per il suo elettorato compromesso con la mafia. Quel giorno, continuando a difendere Lima e tutti i suoi accoliti, Andreotti dimostra però che almeno su un punto Dalla Chiesa davvero sbagliava. Il suo non era stato un errore di valutazione. Era qualcos’altro. Il 27 luglio del ’90, il magistrato veneziano Felice Casson, è autorizzato dal presidente del Consiglio Giulio Andreotti ad acquisire nella sede del Sismi, documenti relativi a un’organizzazione segreta antiguerriglia destinata ad entrare in azione in caso d’invasione dai paesi del blocco sovietico. Il 3 agosto davanti alla Commissione stragi Andreotti spiega che la struttura è rimasta attiva fino al 1972. Il 12 ottobre viene ritrovato a Milano la copia del memoriale Moro in cui si fanno cenni all’organizzazione. Mentre montano le polemiche sulla strana scoperta, il 19 ottobre Andreotti fa arrivare in commissione un documento, sul frontespizio del quale compare per la prima volta la parola “Gladio”. Leggendo le dodici cartelle i parlamentari scoprono, però, che nel ’72 l’organizzazione non era stata sciolta, solo smilitarizzata e fatta rientrare nei servizi. Bettino Craxi intanto mette apertamente in dubbio le versioni ufficiali sul ritrovamento del secondo memoriale Moro. Parla di “manine e manone” e fa chiaramente intendere che i documenti dello statista (senza omissis) potrebbero essere stati fatti ritrovare apposta. L’indagine della Commissione stragi prosegue. I capi dei servizi rivelano che Gladio è nata almeno nel ’51, quando era presidente del consiglio De Gasperi. Nel ’56 venne firmato un accordo segreto tra Cia e il Sifar in seguito al quale, tre anni dopo, Gladio entrò nelle strutture Nato. Tutti questi passaggi, ovviamente, avvennero all’insaputa del parlamento. Come campo di addestramento dei gladiatori veniva utilizzata la base militare di capo Marrangiu. E’ la stessa struttura dove, nel ’64, il capo del Sifar De Lorenzo aveva progettato di trasferire, in caso di colpo di Stato, tutti gli oppositori politici di sinistra. Andreotti in più interventi difende la legalità della struttura. E lo stesso fa il presidente della Repubblica Francesco Cossiga, molto coinvolto nell’organizzazione di questi “patrioti”. Cossiga però ipotizza che Andreotti abbia reso nota l’esistenza di Gladio per screditarlo e costringerlo alle dimissioni. Ad avviso del presidente-picconatore, Andreotti ha in mente un solo obiettivo: mandarlo a casa in anticipo e farsi eleggere al suo posto con l’appoggio del partito comunista. Tra Andreotti e Cossiga è scontro aperto. A seguito delle polemiche, nella primavera del ’91, il sesto governo Andreotti cade. Una settimana dopo si arriva al suo settimo e ultimo governo, dal quale escono però i repubblicani. In giugno Andreotti, va in Sicilia per due giorni. Qui sostiene, al fianco di Salvo Lima, i propri candidati alle elezioni regionali. Cosa Nostra è inquieta. La prima sezione della Corte di Cassazione deve decidere le sorti del primo maxi-processo. La presenza di un giudice come Corrado Carnevale, secondo i collaboratori di giustizia, aveva fatto fino allora dormire sonni tranquilli agli uomini d’onore. Ma il nuovo ministro di Grazia e Giustizia, il socialista Claudio Martelli, adesso aveva accanto a sé al ministero un giudice come Giovanni Falcone. Per le sorti del processo, nella mafia, si cominciava a temere. E non era un errore. Nell’ottobre del ’91, infatti, il presidente della corte di cassazione cambia d’autorità il collegio che giudicherà il maxi. Di lì a tre mesi gli imputati di rispetto saranno tutti condannati. Andreotti invece, a sorpresa, si riappacifica con Cossiga. Il presidente in novembre lo nomina senatore a vita. Il suo governo, cosa mai accaduta prima, adesso combatte seriamente la mafia. Il 12 marzo del ’92, Salvo Lima, il cugino di Sicilia, cade sotto i colpi di Cosa Nostra. Dopo mezzo secolo troppa gente in Italia aveva cominciato a non rispettare i patti. Esplodono di nuovo le bombe. Muore Giovanni Falcone. Muore Paolo Borsellino. La mafia scopre il 41 bis. Piegati dal carcere duro, gli uomini d’onore cominciano a raccontare. Alcuni di loro diranno di aver visto Andreotti da vicino. Altri parleranno per sentito dire. In aula al processo, contro l’ex presidente del Consiglio vengono prodotti e ripetuti decine e decine di verbali. Un fiume di ricordi, un mare di testimonianze che ora è inutile star qui ad analizzare. Perché alla fine, confermato dalla Cassazione, arriveranno un attestato di colpevolezza “fino alla primavera del 1980” e un’assoluzione per i fatti successivi. Abbastanza per salvare l’imputato Andreotti Giulio dalle pene comminate tribunale degli uomini. Troppo poco per evitargli di comparire, da lunedì 6 maggio 2013, davanti a quello della storia.

LA MALAGIUSTIZIA E L’ODIO POLITICO. LA VICENDA DI GIULIO ANDREOTTI.

6 maggio 2013 muore Giulio Andreotti. Le frasi celebri di Giulio Andreotti:

- "Il potere logora chi non ce l'ha";

- "Nella sua semplicità popolare, il cittadino non sofisticato, passando davanti al Parlamento o ai ministeri, è talora indotto a porre il dubbio che sia proprio lì che si governa l'Italia";

- "Se fossi nato in un campo profughi del Libano forse sarei diventato anch'io un terrorista";

- "A parte le guerre puniche mi viene attribuito veramente di tutto";

- "L'umiltà è una virtù stupenda, ma non quando si esercita nella dichiarazione dei redditi";

- "Amo talmente la Germania che ne vorrei due";

- "I miei amici che facevano sport sono morti da tempo";

- "Aveva uno spiccato senso della famiglia, al punto che ne aveva due ed oltre";

- "I pazzi si distinguono in due tipi: quelli che credono di essere Napoleone e quelli che credono di risanare le Ferrovie dello Stato";

- "Meglio tirare a campare che tirare le cuoia";

- "Essendo noi uomini medi le vie di mezzo sono per noi le più congeniali";

- "La cattiveria dei buoni è pericolosissima";

- "Non basta avere ragione, serve avere anche qualcuno che te la dia";

- "Assicuro la mia collega che tra un pranzo e l'altro non prenderò cibo" (a Franca Rame che stava facendo lo sciopero della fame);

- "Clericalismo? La confusione abituale tra quel che è di Cesare e quel di Dio";

Storia d'Italia e di Andreotti. Da De Gasperi a Caselli, racconti e fatti (divisi per decenni) del politico che ha fatto la storia del nostro paese, scrive Stefano Vespa su “Panorama”. Due persone hanno segnato più di altre la lunga vita di Giulio Andreotti: Alcide De Gasperi e Gian Carlo Caselli. L’accostamento può apparire eccessivo, eppure si stenta a trovare una sintesi diversa di 70 anni di storia italiana, anzi andreottiana, cominciata da giovanissimo sottosegretario dello statista dc nel Dopoguerra e conclusa con gli echi dei processi per mafia cui Andreotti è stato sottoposto dagli anni Novanta. Ma ogni decennio lo ha visto protagonista.

Dai Quaranta ai Sessanta. Sottosegretario alla presidenza del Consiglio a 28 anni, nel 1946, e ministro per la prima volta a 36 anni, nel 1954, quando guidò il Viminale, Andreotti in quegli anni badò al suo collegio nel Frusinate e a costruire la sua corrente all’interno della Democrazia cristiana, corrente conservatrice e molto vicina al Vaticano. Gli anni Sessanta sono anche gli anni dello scandalo Sifar e del piano Solo, il tentato golpe del generale Giovanni De Lorenzo, scandalo che scoppiò mentre Andreotti era ministro della Difesa. E proprio dalla distruzione dei dossier del Sifar (il servizio segreto militare) nacque una delle tante polemiche che ha caratterizzato la sua vita, mentre continuavano le guerre sotterranee tra le correnti scudocrociate.

Settanta, gli anni di piombo. Un decennio terribile: gli anni di piombo, l’omicidio Moro, la morte di due Papi, il compromesso storico e il governo della “non sfiducia”, progenitore delle attuali “larghe intese”, mentre il mondo era dominato dalla Guerra fredda. Andreotti ha vissuto da protagonista quel periodo. Presidente del Consiglio per la prima volta nel 1972, ha dovuto confrontarsi (insieme con gli altri leader dc) con la costante ascesa del Partito comunista e con la contemporanea evoluzione della società, il cui simbolo è stato il referendum sul divorzio del 1974. La proposta di compromesso storico tra i due grandi partiti popolari, Dc e Pci, avanzata su Rinascita da Enrico Berlinguer subito dopo il golpe cileno del settembre 1973, e di cui ricorre quest’anno il quarantesimo anniversario, avrebbe attraversato la politica italiana fino al luglio 1976. Caduto il governo Moro, dopo il grande successo del Pci alle elezioni politiche fu proprio Andreotti a presiedere nel luglio di quell’anno il primo governo della “non sfiducia”, un monocolore dc con l’appoggio esterno di quello che si definiva “arco costituzionale”: tutti (anche il Pci) tranne il Msi. E un filo strettissimo legò Andreotti alla tragedia Moro. Dopo la caduta di quel governo, fu proprio Aldo Moro a tessere la tela di nuove “larghe intese” e certamente non fu un caso che venne rapito il 16 marzo, mentre stava andando a Montecitorio per la fiducia che un altro governo Andreotti avrebbe, comunque, di lì a poco ottenuto ancora una volta con l’astensione del Pci. Erano gli anni della “strategia dei due forni”, una delle “invenzioni” andreottiane: la Dc, era la tesi, doveva alternativamente scegliere di accordarsi con il Pci o con Psi a seconda delle convenienze del momento. Tesi che, ovviamente, non piacque molto a Bettino Craxi, dal 1976 segretario socialista.

Ottanta, gli anni del Caf. Quel camper è passato alla storia. Durante il congresso del Psi nel gennaio 1981 Bettino Craxi e Arnaldo Forlani stilarono appunto il “patto del camper” da cui nacque il pentapartito (che univa anche Psdi, Pli e Pri) grazie al quale i partiti laici entravano nell’alternanza di governo. Andreotti “benedì” l’accordo che sancì la nascita del Caf, acronimo dei cognomi dei tre leader. Quelli furono però anche anni difficili sul fronte internazionale, molto prima della caduta del Muro di Berlino. Andreotti era ministro degli Esteri quando ci fu la crisi di Sigonella con gli Stati Uniti nella quale il premier, Bettino Craxi, com’è noto mostrò il polso di ferro impedendo agli americani di arrestare sul territorio italiano i dirottatori dell’Achille Lauro. Se fu Craxi il personaggio centrale di quelle convulse ore, Andreotti, che ne condivise le scelte, è stato alcune volte criticato per una politica estera considerata troppo filoaraba. In un’intervista l’ex ministro degli Esteri Franco Frattini disse che in realtà era nello stesso tempo filoisraeliano: la sostanza stava nella posizione geostrategica della Penisola, collocata tra “l’acqua santa e l’acqua salata” come spiegò negli anni successivi lo stesso Andreotti con la consueta ironia.

Novanta, dal sogno Quirinale ai processi. Gli anni Novanta erano cominciati bene perché nel 1991 Andreotti fu nominato senatore a vita. Ma l’anno successivo cambiò tutto: mentre cominciava Mani pulite (che non l’ha mai sfiorato), coltivò il sogno della presidenza della Repubblica sperando di succedere a Francesco Cossiga, dimessosi alla fine di aprile. La notizia della strage di Capaci, con la morte di Giovanni Falcone e della moglie Francesca Morvillo, lo raggiunse nel suo studio. Lo videro impallidire e capì che non sarebbe mai andato al Quirinale. Mandò i suoi collaboratori più stretti dai vertici del Pds: il sottosegretario Nino Cristofori avvertì Claudio Petruccioli, braccio destro di Achille Occhetto, e il portavoce Stefano Andreani si recò da Luciano Violante. “L’attentato è stato fatto per bloccarmi” fece dire Andreotti. Dei processi per mafia si continuerà a scrivere per anni. Gian Carlo Caselli, oggi procuratore di Torino, si insediò a Palermo il 15 gennaio 1993, proprio il giorno in cui fu arrestato Totò Riina. E nei mesi immediatamente successivi la procura di Palermo cominciò a indagare su Andreotti per i suoi presunti rapporti con Cosa nostra. Tra feroci polemiche e incredulità e dopo un’assoluzione in primo grado nell’ottobre 1999, Andreotti fu condannato in appello per associazione per delinquere fino al 1980, reato ormai prescritto, mentre fu confermata l’assoluzione per gli anni successivi. Caselli aveva lasciato la procura di Palermo nel luglio 1999, pochi mesi prima dell’assoluzione di Andreotti. Molti videro nella scelta la consapevolezza che anni di indagini e di veleni non avrebbero prodotto il risultato sperato (dalla procura), anche se ovviamente Caselli ha sempre negato. Andreotti fu poi assolto anche dall’accusa di omicidio del giornalista Mino Pecorella: la Cassazione nel 2002 annullò senza rinvio la condanna in appello, confermando l’assoluzione in primo grado. Nella ventennale guerra tra politica e giustizia, però, l’inchiesta palermitana è una pietra miliare: da un lato una procura convinta di aver trovato il “terzo livello”, i capi politici della mafia; dall’altro un imputato modello incredulo, ma rispettoso della giustizia. Certamente i riconosciuti contatti fino al 1980 confermano un modo di fare politica che dimostrava una sottovalutazione del fenomeno mafioso. Nello stesso tempo, insistere sul bacio a Riina è stata a sua volta la prova di voler credere a qualunque episodio pur di poter brandire una condanna. Molto politica, prima che giudiziaria. Gli ultimi anni. Le assoluzioni, arrivate “in vita” come da lui auspicato, lo hanno fatto tornare ai suoi studi e alla politica. Non quella attiva, ma quella parlamentare. Sempre presente in aula e nella “sua” commissione Esteri del Senato, dove ascoltava e veniva ascoltato con attenzione. La sua vita andrà ancora studiata a fondo, se si vorrà davvero capire l’Italia.

Ospite della puntata di lunedì 6 maggio 2013, di Un giorno da pecora, programma radiofonico in onda su Radio 2, è stato Vittorio Sgarbi, l'irriverente polemista che ha fatto del turpiloquio un marchio di fabbrica. Su Giulio Andreotti, scomparso proprio oggi, dice: "Sono stato il primo a difendere Andreotti dai magistrati, non lo riceveva più nessuno a parte il Vaticano", rivela. Riguardo le accuse di mafia che spesso hanno lambito Andreotti, il critico d'arte afferma: "La vera mafia è lo Stato, alcuni magistrati che lo rappresentano si comportano da mafiosi. Il magistrato che mi racconta che Andreotti ha baciato Riina io lo voglio in galera". Per tacitare l'irruento Sgarbi, il conduttore Claudio Sabelli Fioretti ha invitato in trasmissione anche la mamma, l'87enne Rina Cavallini, l'unica a riuscire a zittire Sgarbi, che la ascolta in religioso silenzio. Sul rapporto con la madre confida: "Mia madre pensava fossi stupido perché fino a due anni non parlavo. Poi, quando ho iniziato...". Quindi spiega il motivo dei suoi sbrocchi in televisione: "Mi incazzo quando il mio interlocutore fa ragionamenti illogici o stupidi".

L'immortale distrutto dai pm e ucciso dall'Italia dell'odio. L'inchiesta di Palermo per collusioni mafiose fu un processo politico mascherato: fu abbandonato da tutti quelli che erano certi della sua condanna. E i forcaioli non lo lasciano riposare in pace neppure nel giorno della scomparsa, scrive Vittorio Sgarbi su “Il Giornale”. Giulio Andreotti è morto due volte: una biologicamente il 6 maggio 2013; l'altra, moralmente e politicamente, vent'anni prima il 27 marzo 1993. Fu allora infatti che una azione violenta lo travolse mascherando da regolare indagine giudiziaria una contrapposizione etica e ideologica. Andreotti è il simbolo dell'Italia che non trova pace e verità neanche nel giorno della scomparsa di un uomo di 94 anni. Sono di ieri sera le accuse vergognose di quella parte di Paese che ha approfittato della sua morte per colpirlo ancora, per rilanciare pettegolezzi infamanti, frutto di una perversione fanatica paragonabile a quella che negli stessi giorni del 1993 sconvolgeva l'Algeria. Accosto due situazioni così lontane, di entrambe le quali fui testimone attivo, perché nel 1994, presidente della commissione Cultura della Camera dei deputati, vennero a trovarmi l'ambasciatore e alcuni esponenti politici «laici» dell'Algeria mostrandomi fotografie raccapriccianti di violenze e stragi con madri e bambini uccisi con efferata crudeltà, teste e arti mozzi, sventramenti: uno scenario di guerra. Non mi risultavano conflitti in Algeria e chiesi ragioni di tanta violenza. Mi fu spiegato che si trattava di un «regolamento dei conti» fra musulmani e musulmani, tra fanatici religiosi e osservanti moderati ancora legati alla tolleranza derivata dagli anni dell'occupazione francese. La matrice della violenza era chiara. Dopo l'indipendenza il ripristino delle tradizioni aveva determinato una riabilitazione religiosa attraverso alcuni maestri inviati dall'Iran a insegnare le leggi del Corano nelle Madraze. I bambini educati in quelle scuole a una concezione religiosa integra e pura sarebbero diventati, una volta adulti, titolari di un rigore e delle conseguenti azioni punitive contro i non abbastanza osservanti. Perché faccio questo parallelo? Perché, gli anni della contestazione studentesca, a partire dal 1968, e ancor prima con la denuncia delle «trame» del Palazzo da parte di Pier Paolo Pasolini, avevano fatto crescere una generazione convinta di dover cambiare il mondo e di dover abbattere i santuari, fra i quali la Democrazia cristiana e i suoi inossidabili esponenti. Da questo clima derivò, ovviamente, l'assassinio di Aldo Moro (ma già allora l'obbiettivo doveva essere il meglio protetto Andreotti) attraverso un vero e proprio processo alla Democrazia cristiana da parte delle Brigate Rosse. Forme estreme, violente, ma radicate nella convinzione che il potere politico fosse dietro qualunque misfatto: stragi di Stato, mafia, servizi segreti, P2. Con la P2, colossale invenzione di un magistrato, senza un solo condannato (sarebbe stato difficile, essendovi fra gli iscritti, il generale Dalla Chiesa, Roberto Gervaso, Maurizio Costanzo, Alighiero Noschese, per le comiche finali), cominciò l'interventismo giudiziario, per riconoscere i metodi del quale dovrebbe essere letta nelle scuole la sentenza di Cassazione che proscioglie tutti gli imputati dall'accusa di associazione segreta e da ogni altra responsabilità penalmente rilevante. L'inchiesta fu così rumorosa che ancora oggi «piduista» è ritenuta un'ingiuria. E, con tangentopoli e la fine di Craxi, arrivò anche il momento di Andreotti, che non poteva essere colpito per corruzione o per finanziamenti illeciti. Così, con perfetto coordinamento, l'azione partì da Palermo. Andreotti, come avviene nelle rivoluzioni, fu accusato di tutto: di associazione mafiosa e di assassinio. Quelle accuse che ieri hanno imperversato per tutta la giornata: internet e soprattutto i social network hanno vomitato odio ripescando le storie di quegli anni senza possibilità di contraddittorio e dando per verità assodate le congetture dei magistrati. Giornali come il Fatto Quotidiano, rappresentanti dell'Italia giustiziera, hanno parlato del processo distorcendo la verità. Fa ridere che si parli tanto di pacificazione politica per gli ultimi vent'anni quando Andreotti è vittima persino da morto del contrario della pace, cioè dell'odio. Quello di Palermo non era un processo letterario, non era un processo alla storia, ma un vero e proprio processo penale. Quello che non era cambiato era Caselli, il pubblico ministero, che, come tutti noi, da studente all'università, da militante di partito, aveva sempre visto Andreotti come Belzebù, come il «grande vecchio», e non poteva lasciarsi sfuggire l'occasione di poterlo processare veramente, da magistrato. La mafia voleva far pagare ad Andreotti la indisponibilità di intercorsa trattativa dopo anni, per tutti i partiti, di implicazioni e di sostegni elettorali. Ma perché solo ad Andreotti e non ai tanti altri rappresentanti politici? Il processo allo Stato doveva essere esemplare, non diversamente da quello rivoluzionario che portò alla morte di Moro. Ma questa volta non erano le Brigate Rosse, era un vero e proprio tribunale della Repubblica con pubblici ministeri e giudici veri. E di cosa dibattevano come prova regina? Del bacio tra Andreotti e Riina a casa di uno dei Salvo. Intanto, tutto appariva a me irrituale e irregolare. Ogni giorno, con pochissimi altri (uno dei quali il coraggioso Lino Iannuzzi), notavo incongruenze e contraddizioni. Perché Andreotti doveva essere processato a Palermo come capo corrente di un partito quando tutta l'attività politica si era svolta a Roma e il suo collegio elettorale era stato in Ciociaria? Dopo essere stato bruciato dal Parlamento come presidente della Repubblica, fu indagato dalla magistratura a Perugia per l'omicidio Pecorelli e a Palermo per associazione mafiosa. Per dieci anni si difese, essendo di fatto degradato da deputato a imputato, e perdendo ogni ruolo politico. In quegli anni fu abbandonato da tutti che erano certi, indipendentemente dalla colpa, della sua condanna. Ma la condanna è il processo stesso. Andreotti era diventato un appestato, non meritevole di alcuna continuità intellettuale o politica. Andreotti era il «Male». In certi momenti, quando smontavo nella mia trasmissione «Sgarbi quotidiani» alcune ridicole accuse care a Caselli, come quella di essersi recato in visita a un mafioso, a Terrasini, alla guida di una Panda (lui che probabilmente non aveva patente), mi sembrava che ogni limite fosse superato, e pure il senso del ridicolo. Ma mi sbagliavo: tutto era maledettamente vero. Alla fine fu assolto. Ma la formula non poteva essere più ambigua per non penalizzare il suo accusatore. Così si inventò che i reati contestati a Andreotti fino al 1980 erano prescritti, e lui risultava assolto soltanto per quelli che gli erano stato attribuiti dall'80 al '92. Una assoluzione salomonica per non sconfessare il grande accusatore. Ma ingiusta e insensata. Perché ciò che è prescritto non può essere considerato reato, in assenza di quella verità giudiziaria che si definisce soltanto con il dibattimento che, a evidenza, a reati prescritti, non vi fu. E intanto Andreotti assolto, con riserva, era già morto. E oggi nel coro di quelli che lo rimpiangono e lo onorano mancano le scuse e il pentimento di quelli che lo avevano accusato fantasiosamente e ingiustamente in nome della lotta politica. Quindi non della giustizia.

"I miei 11 anni di imputato per mafia". Un'intervista rivelatrice al sette volte presidente del Consiglio dopo l'assoluzione del 2004 rilasciata a Maurizio Tortorella e pubblicata su Panorama del 21 ottobre 2004. Tremilaottocentoquarantadue giorni: tanto è durata la vicenda giudiziaria di Giulio Andreotti, senatore a vita, sette volte presidente del Consiglio, accusato d'omicidio a Perugia e d'associazione mafiosa a Palermo. Il 15 ottobre la Cassazione lo ha liberato definitivamente per la seconda volta: a 84 anni, 11 dei quali trascorsi da imputato, Andreotti non è né il mandante dell'assassinio del giornalista Mino Pecorelli, né il sodale dei mafiosi siciliani. Anche dopo l'assoluzione, però, le polemiche non si sono placatew. Gian Carlo Caselli, ex procuratore di Palermo e magistrato simbolo del processo palermitano ad Andreotti, insiste: «È stato mafioso» scrive sulla Stampa, assicurando che la Cassazione ha «confermato che fino al 1980 l'imputato ha commesso il reato di associazione con i boss dell'epoca». Franco Coppi e Giulia Bongiorno, i due penalisti del senatore, gli rispondono che «è oggettivamente impossibile prevedere che cosa scriverà la Cassazione: non ci sono le motivazioni. Ma il procuratore generale della Cassazione ha chiesto di modificare proprio quel punto della sentenza d'appello». Lui, Andreotti, sul tema non parla. Il giorno dell'assoluzione si è detto felice d'essere arrivato vivo alla fine dei suoi processi. Poi non ha aggiunto molto. Panorama lo ha intervistato in esclusiva.

Vuole fare un bilancio esistenziale dei suoi due processi?

«Li ho vissuti con amara sorpresa, anche per il modo ambiguo con cui è nato il secondo, quello di Palermo. Ma, ringraziando Dio, ho resistito.»

Perché crede di essere stato sottoposto a questo calvario giudiziario?

«Forse ero da troppo tempo ballerina di prima fila e c'era chi voleva cambiare del tutto lo spettacolo.»

Lei ha parlato di un «mandante occulto»: chi è? S'è accennato ad ambienti americani: è partito tutto oltreoceano? O pensa a suoi avversari politici in Italia?

«Un mandante occulto: che vi sia ciascun lo dice... con quel che segue. Qualche venatura d'oltreoceano c'è, ma non governativa. C'è un pentito, o meglio, spero che lo sia, a doppio servizio.»

Di quale pentito parla?

«Francesco Marino Mannoia: collabora con la giustizia italiana e con quella americana e mi incuriosisce. Quanto agli Stati Uniti, però, ho avuto in processo la testimonianza molto gratificante di tre ambasciatori degli Stati Uniti: Maxwell Rabb, Peter Secchia e Vernon Walters. E questo è più che sufficiente.»

Per il suo processo palermitano lei ha attribuito qualche responsabilità a Luciano Violante. Conferma?

«Certamente fu lui a dare corso a una telefonata anonima, investendo il tribunale di Palermo che non c'entrava niente. Ma non porto rancore a nessuno. La Scrittura dice: «Non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva».»

Dopo l'assoluzione lei ha dichiarato: «Qualcuno, da oggi, dormirà un po' meno tranquillo». A chi si riferiva? Ai pm di Palermo? Ai mafiosi pentiti che l'hanno accusata? O al «mandante occulto»?

«Lasciamo perdere. Lo strano di questa vicenda è la sua prefabbricazione: nella sentenza di rinvio a giudizio a Palermo si dice: «Dopo due udienze». Ma l'udienza fu una sola. Avevano preparato prima il modulo?»

Cosa direbbe al suo primo accusatore, Tommaso Buscetta, se fosse vivo?

«Buscetta non mi attribuì mai il delitto Pecorelli: è stata una montatura altrui. Comunque, Dio l'abbia in gloria.»

Nell'assoluzione resta la macchia della prescrizione per i suoi presunti collegamenti mafiosi fino alla primavera del 1980. Spera che le motivazioni possano portare qualche sorpresa positiva per lei?

«Certamente lo spero. Quel che mi ha colpito di più, in Cassazione, sono state le parole del procuratore generale, Mauro Iacoviello. Abituato da anni a pm che si schieravano sempre a sostegno dell'ipotesi accusatoria, sono rimasto favorevolmente impressionato da un rappresentante dell'accusa che invece l'ha demolita pezzo per pezzo, chiedendo addirittura il rigetto del ricorso dei suoi colleghi pm. Ma Iacoviello ha anche attaccato proprio la parte della sentenza d'appello relativa alla prescrizione, in cui si ritiene provato l'incontro alla tenuta di caccia.»

Lei parla del famoso, presunto incontro tra lei e il boss Stefano Bontate nella sua tenuta di caccia nel Catanese?

«Sì. Il pentito Angelo Siino aveva indicato la data dell'incontro tra fine giugno e inizio luglio 1979. Io ho dimostrato la mia impossibilità di essere in Sicilia in quel periodo: ero in Giappone e in Russia. Il tribunale m'ha dato ragione. In appello i pm hanno detto che Siino s'era sbagliato. Già questo mi sembra piuttosto anomalo come argomento: se il pentito viene smentito, che senso ha dire che ha sbagliato solo le date? Ma comunque i miei avvocati hanno chiesto di produrre tutti i documenti diretti a provare dove mi trovassi in tutte le altre possibili date diverse da quelle indicate da Siino. Ero presidente del Consiglio e quindi potevo agevolmente ricostruire i miei impegni. La documentazione non è stata accettata, ma la sentenza d'appello afferma che l'incontro potrebbe essere avvenuto in un altro momento. Cioè in una data in cui avrei potuto dimostrare che ero altrove. E per questo il procuratore generale ha parlato di violazione di diritto di difesa.»

Caselli, però, sostiene che la Cassazione ha «confermato l'accusa di un Andreotti mafioso fino al 1980».

«Non voglio rispondergli. Per me il processo è finito. Ho cose molto più serie da fare. L'assoluzione ha smentito oltre 40 pentiti.»

Questo risultato dovrebbe indurre qualche riflessione sul loro impiego?

«Sì: maggiore prudenza. E anche un po' più di risparmio di denaro pubblico. Del resto, già la Corte d'appello di Palermo, assolvendomi, ha scritto che i pentiti, contro di me, potrebbero essere stati mossi «da antipatia politica, dal particolarissimo interesse accusatorio degli inquirenti o dal cinico perseguimento di benefici personali». E nessuna delle tre ipotesi mi pare meritevole.»

Lei ha mai provato a fare un calcolo di quanto, in questi 11 anni, sia costata l'attività giudiziaria contro l'imputato Andreotti?

«Il calcolo è impossibile, e come contribuente mi preoccupa. Non lo facciano più.»

Giancarlo Caselli dice: non celebrate i 100 anni di Andreotti. È un mafioso. Prescritto ma mafioso…La polemica sul Divo Giulio, scrive Davide Varì il 6 Marzo 2019 su Il Dubbio. Che la prescrizione sia una trovata degli avvocati per fuggire dal processo e non un istituto giuridico che tutela i cittadini dall’arbitrio dei magistrati, è ormai una legge scolpita nei tribunali mediatico- giudiziari di mezza Italia. Eppure fa sempre un certo effetto scoprire che a degradare la prescrizione, quasi fosse un artificio dei “soliti azzeccagarbugli”, sia un magistrato. Ma fa ancora più effetto quando si scopre che il magistrato in questione è del livello di Giancarlo Caselli. Il fatto è che all’ex capo della procura di Palermo proprio non vanno giù le celebrazioni per il centenario della nascita di Giulio Andreotti. Caselli è infatti convinto che l’ultima e definitiva parola sulla storia politica del Divo Giulio – e dunque su un bel pezzo di storia italiana – l’ha scritta la sua procura quando ha dato il La a quello che lui stesso definisce “il padre di tutti i processi: quello al senatore Giulio Andreotti”. “Un processo – ricorda Caselli – che si è concluso con sentenza definitiva della Cassazione, decretando – una prova dopo l’altra – che l’imputato ha commesso, fino alla primavera del 1980, il delitto di partecipazione all’associazione a delinquere Cosa nostra. Delitto prescritto, ma certamente commesso”. Proprio così dice il dottor Caselli: “delitto prescritto ma commesso”. Poi Caselli ringrazia il parlamentare europeo dei 5 Stelle Ignazio Corrao, l’unico che “ha eccepito” sull’opportunità di celebrare Andreotti a Bruxelles, e bacchetta i “neomacchiavellici presenti a destra come a sinistra, sempre pronti a non distinguere la politica dalla morale, ma a contrapporre l’una all’altra’. Cosa incomprensibile per chi fatica a separare giustizia e morale…

Caro Caselli, su Andreotti sbaglia…Carlo Caselli, in occasione del centenario della nascita di Giulio Andreotti, ritorna sulle vicende giudiziarie dell’ex presidente del Consiglio. Senza, però tenere conto della sentenza della Cassazione, scrive Francesco Damato il 15 gennaio 2019 su "Il Dubbio". Per quanto messa ampiamente nel conto, si è rivelata superiore al previsto l’insofferenza di Gian Carlo Caselli per le celebrazioni mediatiche ed anche istituzionali – com’è avvenuto ieri alla Biblioteca Giovanni Spadolini al Senato – del centenario della nascita del suo ex ed ormai defunto imputato eccellente di mafia Giulio Andreotti. Già intervenuto con largo anticipo lunedì 7 gennaio sul Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, dov’è di casa, con un duro articolo di monito a non “stravolgere la verità” e “truffare il popolo italiano in nome del quale si pronunciano le sentenze”, Caselli ha voluto scrivere una lettera al Corriere della Sera che l’ha pubblicata sabato 12 gennaio – per contestare la rappresentazione quanto meno scettica, fatta su quel giornale da Antonio Polito, di un Andreotti assolto per modo di dire. In particolare, assolto dall’accusa formulata proprio da Caselli, quand’era capo della Procura di Palermo, di concorso esterno in associazione mafiosa ma prescritto per i fatti, pur accertati secondo lo stesso Caselli fino alla primavera del 1980, di associazione a delinquere. Che era il reato contestabile appunto sino a 39 anni fa, prima che nel codice penale entrasse quello specifico di associazione mafiosa. A Polito, come più in generale aveva fatto sul giornale di Travaglio prevenendo quanti si accingevano ad occuparsi della lunga vicenda processuale di Andreotti, durata ben undici anni, Caselli è tornato a rileggere, diciamo cosi, testo alla mano, la sentenza d’appello in cui all’ex presidente del Consiglio sarebbero stati fatti barba e capelli per i suoi rapporti con esponenti neppure secondari della mafia. In particolare, l’ex magistrato ora in pensione ha indicato come emblematici “due incontri” di Andreotti, presenti il suo luogotenente in Sicilia Salvo Lima, Vito Ciancimino e i cugini Salvo, col “capo dei capi” di mafia Stefano Bontate per discutere anche dell’assassinio del presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, suo collega di partito e fratello dell’attuale presidente della Repubblica, Sergio: assassinio compiuto la mattina della Befana proprio del 1980. Di cui è stato quindi celebrato in questi giorni il trentanovesimo anniversario, con una intensità però mediatica e politica che ha dato a qualcuno, a torto o a ragione, il pretesto per contrapporlo in qualche modo alla ricorrenza del centenario della nascita di Andreotti. A quest’ultimo proprio Caselli, sempre riferendosi alla sentenza d’appello, e di revisione di quella pienamente assolutoria di primo grado, emessa a Palermo nel processo da lui promosso, è tornato a rimproverare di non avere usato le informazioni probabilmente ricevute da Bontate, morto l’anno dopo, per aiutare la magistratura a fare piena luce sull’assassinio di Piersanti Mattarella. Che “aveva pagato con la vita il coraggio di essersi opposto a Cosa Nostra”, ha ricordato in modo questa volta davvero pertinente l’ex magistrato anche nel primo intervento sul Fatto Quotidiano. Implacabile nella sua reazione al pur “interessante” articolo dell’editorialista e vice direttore del Corriere della Sera, Caselli ha citato la sentenza d’appello del 2003 per incidere anche sulle colonne del più diffuso giornale italiano che Andreotti “con la sua condotta ha, non senza personale tornaconto, consapevolmente e deliberatamente coltivato una stabile relazione col sodalizio criminale ed arrecato, comunque, allo stesso un contributo rafforzativo, manifestando la sua disponibilità a favorire i mafiosi”. Il buon Polito ha proposto un po’ ironicamente in un brevissimo corsivo di replica a Caselli una soluzione di “compromesso” alla disputa sulla conclusione del processo di mafia al 7 volte presidente del Consiglio e 27 volte ministro: “non condannato”. Cioè, non assolto e neppure condannato. Ignoro, almeno sino ad ora, la reazione di Caselli al “lodo” Polito. Nel mio piccolo, molto piccolo per carità, memore anche di un’analoga polemica avuta con Caselli nel 2008 sulle colonne del Tempo, preferisco seguire il percorso suggerito in questi giorni su facebook da un figlio di Andreotti, Stefano. Che ha riproposto all’attenzione del pubblico navigante la lettera scritta proprio al Tempo in quell’occasione dagli avvocati dell’ex imputato eccellente, allora peraltro ancora in vita. Dal quale ho motivo di ritenere che fosse venuta l’idea di quella missiva per non intervenire direttamente lui nella polemica, come io invece gli avevo chiesto ottenendo una risposta interlocutoria. Gli avvocati Giulia Bongiorno e Franco Coppi, nell’ordine in cui firmarono la lettera, non credo solo per ragioni di cavalleria da parte del professore e titolare dello studio legale, visto il particolare impegno messo nella difesa dell’ex presidente del Consiglio dall’attuale ministra della Funzione pubblica, contestarono a Caselli di fermarsi sempre, nei suoi interventi critici sul loro assistito, alla sentenza d’appello. E di limitarsi ad accennare al terzo e definitivo verdetto, quello della Cassazione emesso alla fine dell’anno successivo, come ad una pura e semplice ratifica dell’altro. Invece nella sentenza della Cassazione si trova ciò che Caselli, secondo Stefano Andreotti, cerca sempre di tenere per sé, sapendo forse che chi lo legge sui giornali, o lo sente alla radio o in televisione, difficilmente ha poi la voglia e il tempo di controllare scrupolosamente gli atti. Si legge, in particolare, nelle carte della suprema Corte che da parte dei giudici di appello in ordine ai fatti prescritti “la ricostruzione e la valutazione dei singoli episodi è stata effettuata in base ad apprezzamenti e interpretazioni che possono anche non essere condivise”. Ancora più in particolare, nella sentenza davvero definitiva di un processo – non dimentichiamolo alla cui “autorizzazione” lo stesso imputato contribuì votando palesemente a favore nell’aula del Senato, e quindi rinunciando per la parte che lo interessava all’immunità ancora spettantegli in quel momento come parlamentare, è scritto che agli apprezzamenti e alle interpretazioni dei giudici d’appello, sempre in ordine ai fatti coperti dalla prescrizione, “sono contrapponibili altre dotate di uguale forza logica”. Non mi sembrano, francamente, parole e concetti di poco conto, ignorabili o sorvolabili in una polemica così aspra come quella che l’ex capo della Procura della Repubblica di Palermo usa condurre ogni volta che ne ha l’occasione parlando o scrivendo della vicenda giudiziaria di Andreotti. Caselli, si sa, avrebbe voluto che il senatore a vita, nonostante la lunghezza del procedimento cui era stato sottoposto, protrattosi – ripeto – per undici anni, ben oltre forse la “ragionevole durata” richiesta dall’articolo 111 della Costituzione nel nuovo testo in vigore dal 1999, rinunciasse anche alla prescrizione. E ancora gli contesta praticamente, anche da morto, di non averlo fatto. Una volta, andato a trovarlo a Palazzo Giustiniani in occasione di un compleanno, ne parlai con Andreotti, reduce da una fastidiosa influenza. Ma più che le sue parole, oggi facilmente confutabili dai suoi irriducibili avversari perché sarebbero postume, preferisco riferire quelle appena pronunciate dalla figlia Serena in una intervista ai tre giornali – Il Giorno, La Nazione e Il Resto del Carlino – del gruppo Riffeser: “Avremmo voluto batterci per ottenere una forma di completo scagionamento, di piena innocenza. L’abbiamo detto al babbo, ma lui e la mamma erano stanchi e hanno detto basta. Fermiamoci, va bene così, fu la risposta”. La mamma di Serena, Livia, dopo tante apprensioni e amarezze sarebbe stata peraltro dolorosamente colpita da una inguaribile malattia neurologica. Non dico di più per dare un’idea di ciò che accadde in quei tempi ad Andreotti e alla sua famiglia, a dispetto della tranquillità olimpica, o quasi, che l’ex presidente del Consiglio ostentava in pubblico, e nelle aule processuali, o dintorni, che egli frequentava con lo scrupolo di sempre. È impressionante, a quest’ultimo proposito, il racconto che in questi giorni ha fatto un amico giornalista dell’allora imputato di una serata trascorsa con lui in un albergo di Palermo, fra un’udienza processuale e l’altra. Andreotti trovava il tempo, e la voglia, di parlare degli anni giovanili in cui da sottosegretario di Alcide De Gasperi alla Presidenza del Consiglio si occupava anche di spettacolo e frequentava attori e attrici incorrendo una volta nelle proteste della moglie. Che si ingelosì davanti ad una foto che lo ritraeva sorridente a Venezia con Anna Magnani, allora legata a Roberto Rossellini. Che prima ancora di conoscere e di unirsi a Ingrid Bergman già faceva soffrire, diciamo così, la grande attrice romana. Francamente, anche alla luce delle postille della Cassazione su cui Caselli di solito tace, non mi sembra giusto – e neppure umano, aggiungerei – trattare ancora Andreotti, a sei anni circa della morte, come un imputato e partecipare ad una caccia contro di lui alla maniera un po’ dell’ispettore di polizia Javert con l’ex galeotto Jean Valjean nei Miserabili di Victor Hugo. E con questo, scusandomi in anticipo con Caselli se dovesse sentirsi ingiustamente colpito da questo richiamo letterario, davvero completo e chiudo la rievocazione di Andreotti cominciata martedì scorso 8 gennaio su queste pagine, in vista del centenario della sua nascita. Che riposi davvero e finalmente in pace, avvolto nella bandiera pur metaforica dell’articolo 59 della Costituzione, applicatogli nella nomina a senatore a vita per avere “illustrato la Patria”, il protagonista di tantissimi anni della politica italiana. Cui qualcuno cerca ogni tanto di paragonare i davvero, e sotto tutti gli aspetti, lontanissimi attori di oggi, ora accomunandogli l’ex presidente del Consiglio, pure lui, Mario Monti per la sua ironia pungente, ora il presidente del Consiglio in carica Giuseppe Conte per le mediazioni con cui si sta cimentando, ora addirittura il giovanissimo vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio per la sua agilità di posizionamento. Ha fatto quest’ultimo paragone persino in un saggio il direttore del Corriere della Sera Luciano Fontana mettendo a dura prova la sedia alla quale ero appoggiato leggendolo.

Vi racconto tutti gli enigmi dell'"amerikano" Andreotti, scrive Paolo Guzzanti, Sabato 12/01/2019, su "Il Giornale". Avrebbe cent'anni e lo conoscevo bene: Giulio Andreotti detto anche il divo Giulio, l'uomo sospettato di essere dietro ogni enigma anzi, di essere lui stesso l'enigma della Prima Repubblica. A lui è legata la memoria di quella democrazia italiana del Dopoguerra e dell'età dorata della ricostruzione e delle magnerie, che siamo costretti a rimpiangere visto come è andata per ora a finire. Strano uomo, sofisticato uomo. Elegante e gobbo, mai sfarzoso ma mai povero, fortissimo senso della famiglia, cattolico autentico, a messa ogni mattina all'alba, sempre presente, sempre in anticipo, sempre pronto alla battutina caustica, feroce, sminuzzante, un po' pretesca. L'ho avuto come nemico acerrimo nella Commissione Mitrokhin l'unica di cui abbia fatto parte nella sua lunghissima vita ed era alleato dei comunisti e post-comunisti. Anche il figlio mi sembra l'abbia detto recentemente: Andreotti, come del resto il suo amico-nemico Francesco Cossiga, a forza di studiare il nemico della Guerra Fredda tra occidente filoamericano e oriente filorusso, aveva finito con l'andare a letto col nemico e diventare uno di loro. Scambi di lettere, bigliettini, citazioni, festeggiamenti. Certo, ricordo Andreotti giovane deputato: tutti i conventi di suore e seminaristi e frati avevano l'ordine di votarlo. Pupillo di Pio XII Pacelli, il papa del bombardamento di Roma, si era rifugiato come Eugenio Scalfari («Italo Calvino aveva la montagna dietro casa, io avevo il Vaticano», mi disse un anno fa il fondatore di Repubblica) nelle biblioteche papali dove stazionavano fior di antifascisti e molti rifugiati ebrei. Lì conobbe Alcide De Gasperi che era l'astro nascente della Democrazia cristiana in conflitto frontale con il Partito comunista italiano di Palmiro Togliatti agente di Stalin fin da quando si chiamava «Ercoli» ed era il numero due del Comintern. Giulio era stato un bambino vestito di velluto e giocava nel rione Parione dietro a piazza Navona con mia madre e con mio zio. E di questi antichi compagni di giochi mi chiedeva spesso in attesa dell'inizio delle nostre sedute di Commissione sulle spie sovietiche, dove fece di tutto per sabotare i nostri lavori e ci riuscì. Poi ci vedevamo in Senato, aveva dovuto accettare per forza il ruolo di senatore a vita dal bizzarro Cossiga che così volle metterlo fuori gara e al Senato Andreotti scriveva sempre, continuamente, vecchissimo e puntualissimo, con la sua scrittura nitida, con penna stilografica sui foglietti bianchi e senza righe del Senato. Ha lasciato il velluto liso, in quel banco di prima fila, perché lui c'era sempre, era sempre il primo e quando prendeva la parola nessun presidente osava misurargli il tempo: parlava quanto gli pareva e usava le battute, l'ironia, anche e specialmente quella parlata romana delle antiche famiglie-bene, ma anche povere. Mia nonna e sua madre erano diventate amiche perché avevano i figli al collegio degli orfani e quando ero un adolescente detestavo questo politico onnipotente e setoso che saliva da noi a prendere un caffè. Era l'epoca, fine anni Cinquanta e tutti gli anni Sessanta, in cui Giulio era considerato l'«Amerikano» con la kappa, l'uomo dei servizi segreti, della Cia, del Vaticano, della Curia, di coloro che facevano contratti con il ministero della Difesa, di cui spesso era titolare. Avendolo avuto intorno, prima come giornalista e poi come politico, per tutta la vita, credo si possa dire che Andreotti sia stato sovrastimato. Disse effettivamente tutte le frasi per cui andò celebre, prima fra tutte che «il potere logora chi non ce l'ha». Ma lui il potere lo perse. Quando era in corsa per il Quirinale, Cosa Nostra ammazzò il suo luogotenente in Sicilia Salvo Lima e gli stroncò le gambe. Era fuori, lo sapeva e sapeva anche quale sarebbe stato il passo successivo: lo avrebbero accusato di essere lui stesso un referente mafioso, di aver incontrato e baciato Totò Riina in un albergo a Palermo. Lo andai ad aspettare alle cinque del mattino sotto casa a Corso Vittorio la mattina successiva all'avviso di garanzia. Eravamo pochi cronistacci d'assalto e lo accompagnammo a messa. Era imperturbabile, o voleva sembrarlo. Con successo. Un po' meno imperturbabile fu quando la mia intervista al suo luogotenente romano Franco Evangelisti passata alla memoria come «'A Fra' che te serve?» costrinse il suddetto Evangelisti a dimettersi. Giulio gli sussurrò soltanto, davanti a testimoni, una invettiva: «Imbecille». Lo seguimmo anche alle sedute del processo a Palermo e Giulio era sempre uguale: puntuale, preciso, dimesso, con i suoi fogli bianchi, cordiale con i cronisti ma di poche parole. Fu assolto e considerò la cosa naturale, e giocò sempre con un certo fair play, anche se se la legava al dito per tutto, non dimenticava nulla, specialmente la vendetta quando il piatto non era più fumante. Era un grande amico di Giovanni Falcone e secondo me questa amicizia costò la vita a Falcone perché fu Andreotti me lo disse Cossiga a suggerire il nome di Falcone ormai ridotto alla direzione delle carceri in via Arenula, per aiutare i russi post sovietici a chiudere il rubinetto che trasferiva l'oro di Mosca in Sicilia dove era riciclato. Lui, Andreotti, non voleva esporsi con i comunisti da cui sperava ancora di avere il voto per il Quirinale, ma a Falcone fece avere attraverso la Farnesina i documenti necessari. E venne Capaci. E poi via d'Amelio. E al Quirinale andò Scalfaro. Fino allora il divo Giulio aveva duellato con Bettino Craxi, l'astro del socialismo anticomunista, quando però lui, Giulio, non era più anticomunista affatto. Gli americani, che avevano sostenuto la sua leadership negli anni più duri della Guerra Fredda, erano diventati sempre più diffidenti della sua politica personale che era filoaraba, filopalestinese, filosovietica. Con gli arabi aveva sempre trattato. E anche Aldo Moro aveva sempre trattato. La miracolosa incolumità italiana di fronte alle stragi arabe in Europa si deve alla politica aperturista della Democrazia cristiana che teneva i piedi in tutte le staffe: americana a Washington, amica della comunista Mosca, dei Palestinesi ovunque fosse possibile, con fortissima irritazione di Israele. Il suo rapporto con i comunisti era incestuoso: adorazione reciproca e cattiverie micidiali, accuse infamanti e poi strette di mano e abbracci coniugali. Gli americani si dice l'Fbi insieme a grandi procuratori fra cui Rudolph Giuliani oggi legale di Trump ordirono l'operazione Clean hands, in italiano «Mani Pulite» la cui vera storia nessuno ha mai voluto raccontare ma che si trova in pochi libri in inglese mai tradotti in Italia fra cui The Italian Guillotine di Stanton Burnett e Luca Mantovani. Sovrastimato come complottista, adorava essere sovrastimato. Scrittore facondo e non particolarmente attraente, pubblicò una quantità di libri di memorie e di retroscena non esplosivi. Ha avuto eleganza nel morire, restando praticamente da solo e passando un anno di crudeli sofferenze. Minimalista, minimizzava tutto ciò che lo riguardava. Della morte imminente disse solo «non sto troppo bene». È stato uno dei Dna della Repubblica e forse l'attore che lo rappresentava di più era Alberto Sordi. Detestava il film che Sorrentino fece su di lui e che lo mandò in bestia. Imprecò in silenzio e la mattina dopo si andò a confessare all'alba.

Andreotti e Cosa loro, scrive Piccole Note il 15 maggio 2018 su "Il Giornale". C’è stata nuova maretta riguardo la sentenza Andreotti, sulla quale val la pena spendere due righe. Sul Foglio, Maurizio Crippa stigmatizzava una scena della fiction di Pif, Pierfrancesco Diliberto, nel quale, subito dopo l’omicidio del presidente della regione siciliana Piersanti Mattarella, veniva registrato che Andreotti incontrava il boss Stefano Bontate. Ne è nata una polemica, nella quale i soliti ambiti hanno ribadito che quanto racconta Pif è veritiero, che la Cassazione ha registrato come avvenuti i due incontri di Andreotti con il boss, quindi Andreotti è mafioso. Sono tanti ad agitare questa sentenza per alimentare la leggenda nera contro Andreotti. Sì, è stato assolto, ma è mafioso lo stesso perché la Corte ha riconosciuto la sua appartenenza alla mafia fino all”80, anche se prescritta. Anzi, una volta mafioso, è mafioso per sempre, come da tesi della procura che pure è stata smantellata dalla Cassazione. Rileggiamo la sentenza della Cassazione, la quale ratifica senza entrare nel merito, la sola sentenza dell’Appello, ignorando del tutto il verdetto del primo grado che ha assolto Andreotti. Infatti, alla Cassazione, come si legge nella sentenza, non “è consentito scegliere quale delle due sentenze di merito sia più rispettosa dei consueti canoni ermeneutici”. Essa cioè può solo verificare la logica intrinseca e la non fallacia giuridica, diciamo così, dell’Appello (anche se, per assurdo, per chi scrive non tanto, fosse più veritiera la sentenza del primo grado). Cioè può solo valutare se la sentenza d’appello “è manifestamente carente di motivazione e/o di logica, e non già opporre alla logica valutazione degli atti […] una diversa ricostruzione, magari altrettanto logica”. Ma al di là. La sentenza della Cassazione riporta, in sintesi, i contenuti della sentenza d’Appello, per analizzarne la ragionevolezza. La sentenza d’Appello, come da sintesi dei magistrati della Cassazione, rivela un asserito legame tra Giulio Andreotti e la mafia “moderata” (così nella sentenza), quella che faceva capo a Stefano Bontate; qualificata come una “disponibilità” di Andreotti, stante che non è stato rinvenuto nessun suo effettivo intervento a favore dei mafiosi. Secondo la Corte d’Appello, però, “Andreotti aveva oggettivamente sottovalutato la pericolosità dei suoi interlocutori, ma le sue certezze nei loro confronti si erano infrante tra la seconda parte del 1979 e l’inizio del 1980, allorché, chiamato a interessarsi della questione Mattarella [la mafia voleva ucciderlo perché la contrastava, ndr.], aveva indicato nella mediazione politica la possibile soluzione (fonte Francesco Marino Mannoia), che, tuttavia, dopo alcuni mesi, era stata del tutto disattesa dai mafiosi, i quali avevano assassinato il Presidente della Regione, scelta che aveva sgomentato Andreotti, il cui realismo politico non si spingeva fino a contemplare l’omicidio del possibile avversario.” Sempre secondo la Corte, “la drammatica disillusione, l’emozione suscitata dall’estrema gravità del tragico assassinio di Piersanti Mattarella, soppresso alla presenza dei familiari, e lo smacco provato nell’aver visto la sua indicazione disattesa spiegherebbero la sua decisione di ‘scendere’ a Palermo e di incontrare nuovamente gli interlocutori mafiosi per chiedere chiarimenti e non certo per felicitarsi della soluzione che pure era stata, in definitiva, foriera di notevoli vantaggi per il suo gruppo politico locale e per i suoi amici, tra cui Salvo Lima. I reclami e le critiche di Andreotti sarebbero stati, nell’occasione, tanto fermi e insistiti da suscitare l’irritazione di Bontate”, tanto che il boss lo minacciava. L’omicidio Mattarella avrebbe dunque “convinto Andreotti a distaccarsi in modo irreversibile e definitivo da Bontate e da tutto ciò che costui rappresentava”. Non solo: la disamina processuale indica irrevocabilmente che negli anni postumi “era emerso un sempre più incisivo impegno antimafia, condotto dall’imputato [Andreotti, ndr.] nella sede sua propria dell’attività politica”. Insomma, la stessa Corte di Cassazione smentisce gran parte della leggenda nera costruita contro Andreotti. Per la sentenza, Andreotti avrebbe intrattenuto rapporti con la mafia “moderata”, così nel testo (anche se non sono stati trovati riscontri di favori effettivamente resi, val la pena sottolinearlo). Egli però ne aveva sottovalutato la pericolosità, anche perché “il concomitante problema del terrorismo aveva costituito l’emergenza primaria per il Paese e, quindi, aveva assorbito l’attenzione degli uomini che, a vario titolo, ne incarnavano le istituzioni”. Come si vede, la sentenza d’Appello, che non condividiamo affatto nella parte in cui accenna ai rapporti intrattenuti da Andreotti con la mafia fino agli anni ’80, smaschera i grandi inquisitori che la sbandierano per alimentare la leggenda nera su Andreotti. A stare alla sentenza, tale narrazione è vera, ma fino a un certo punto, anzi…Ad oggi ci fermiamo qui, torneremo sul pentito Mannoia, il più credibile secondo la sentenza d’Appello, che proprio sulle sue dichiarazioni sta o cade. Ricordando che la sentenza non solo valuta la condotta di Andreotti prima dell’80 spregiudicata ma niente affatto sanguinaria, da cui anche la prescrizione, ma riconosce ad Andreotti il titolo di politico “antimafia” per gli anni a venire (bizzarro, vero?). Va ricordato. Alla prossima puntata. Ne vedrete delle belle.

Andreotti e Cosa Loro (2), scrive Piccole Note il 16 maggio 2018 su "Il Giornale". Nella nota precedente abbiamo accennato alla rilevanza che assumono, per la sentenza dell’Appello ratificata dalla Cassazione, i due incontri tra Andreotti e Bontate in merito all’omicidio del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella. Il primo sarebbe avvenuto nel 1979, “comunque in epoca posteriore all’omicidio Reina”, come affermava il pentito Marino Mannoia (Reina è stato ucciso l’8 marzo del ’79). In questo primo incontro Andreotti avrebbe cercato di dissuadere i boss dall’uccidere Mattarella.

Andreotti e la datazione dell’incontro per evitare l’omicidio Mattarella. La datazione di tale incontro, alquanto indeterminata, diventa nel tempo ancor più imprecisa, dal momento che la sentenza dell’Appello ha “esaminato la possibilità che il sen. Andreotti si fosse recato in Sicilia anche in giorni diversi da quelli indicati” in precedenza (il virgolettato è della sentenza della Cassazione). Già, perché prima Mannoia aveva indicato che Andreotti avrebbe incontrato Bontate nella primavera-estate del ’79 (vedi interrogatorio Mannoia). Poi, dopo che la difesa ha contrastato tale datazione, reputiamo con certa efficacia, il periodo di tempo nel quale sarebbe avvenuto tale incontro si dilata fino a comprendere tutto l’anno ’79, compreso l’autunno e l’inizio dell’inverno successivo. Il senatore Andreotti avrebbe voluto “documentare i propri movimenti negli ultimi mesi del 1979 e i propri impegni per il periodo compreso tra agosto e dicembre 1979”, si legge nella sentenza della Cassazione. Evidentemente voleva tentare di contrastare anche questa nuova datazione. Ma non ha potuto, perché la sua richiesta (istanza) è stata rigettata dalla Corte d’Appello. Un rigetto che, a stare a quanto si legge nella sentenza della Cassazione, non è stato motivato, data la discrezionalità che sul punto può esercitare il giudice. Infatti, la Cassazione si premura di specificare che il rigetto di un’istanza può non essere motivato se il giudice reputa che la motivazione del rigetto può essere “implicita e desumibile dalla stessa struttura argomentativa della sentenza d’Appello”. In forza di tale principio, la Cassazione ha rigettato il ricorso della difesa di Andreotti, che aveva contestato l’immotivato rigetto in quanto reputava avesse violato il principio del contraddittorio, proprio del dibattimento. Ma al di là delle contese giuridiche, i fatti sono questi: Mannoia dice che l’incontro tra Andreotti e Bontate si sarebbe svolto nella primavera-estate del ’79. Una datazione che la difesa contrasta producendo una documentazione relativa a quei mesi. In seguito, la datazione di tale presunto incontro si dilata fino a comprendere l’intero anno (tutti i mesi post omicidio Reina). La difesa di Andreotti allora chiede di integrare la documentazione riguardante gli impegni del proprio assistito, fino a comprendere l’intero arco temporale nel quale si sarebbe svolto il fatidico incontro. La Corte d’Appello rigetta senza fornire motivazione alcuna.

Il primo incontro con Bontate c’è stato perché è “logico”. Per la Cassazione va bene così. Anche perché resterebbe provato il secondo incontro, quello del 20 aprile del 1980, quando Andreotti sarebbe sceso in Sicilia per chiedere conto dell’omicidio Mattarella. Tale secondo incontro sarebbe quello al quale avrebbe partecipato direttamente il pentito Mannoia e ha trovato riscontro nelle parole di altri pentiti (scriveremo anche di questo, ma in altra sede). L’altro, il precedente, è raccontato dal solo Mannoia e per giunta gli sarebbe stato solo riferito, non vi avrebbe assistito. Né ha altri pentiti a sostegno. Sul punto, la sentenza della Cassazione recita così: “La dimostrazione dell’incontro successivo attribuisce significato alla dichiarazione “de relato” di Mannoia concernente il primo incontro e ne costituisce un riscontro logico”. In sostanza, se vero, perché riferito da più pentiti, che ci sarebbe stato il secondo incontro, nel quale il senatore Andreotti si sarebbe indignato per l’omicidio Mattarella, è vero anche il primo, seppur riferito “de relato” dal solo Mannoia, nel quale Andreotti avrebbe tentato di salvare Mattarella. Tale ricostruzione ha una sua logica intrinseca, spiega la Cassazione. Non mettiamo in discussione la logica. Di racconti logici, anche di segno opposto, se ne possono fare tanti, come spiega in più occasioni la sentenza della Cassazione (che si limita a verificare solo la logicità della sentenza d’Appello). Ma il fatto che al senatore Andreotti sia stato impedito, senza addurre motivazioni, di poter documentare i suoi spostamenti nel periodo nel quale sarebbe avvenuto il secondo incontro con i boss, seppur legittimo secondo la Cassazione, lascia interdetti. Esiste una verità giudiziaria e una storica. La storia non la scrivono i magistrati. Non è loro compito, né gli viene richiesto. Siamo certi che uno storico avrebbe invece accolto con interesse il materiale integrativo proposto dal senatore Andreotti, perché avrebbe accresciuto la documentazione sulla quale basarsi per la ricostruzione dei fatti. Ma va bene così.

Andreotti e Cosa loro (3), scrive Piccole Note il 21 maggio 2018 su "Il Giornale". Nella nota precedente abbiamo accennato come le dichiarazioni del pentito Marino Mannoia sui due incontri tra Andreotti e Bontate furono decisivi per convincere la Corte d’Appello a ritenere che Andreotti intrattenesse rapporti con il boss mafioso Bontate. Si tratta di due incontri avvenuti tra la primavera del ’79 e la primavera dell’80. Ciò per l’intrinseca credibilità del collaborante. Ma da sole le sue dichiarazioni non sarebbero bastate come “prova”. Da qui l’importanza delle dichiarazioni di altri a sostegno. La sentenza di Cassazione elenca tali testi; e sono: “Antonino Giuffré, Giuseppe Lipari, Giovanni Brusca, e Tommaso Buscetta”. A questi si aggiungono, in altra parte della sentenza, anche Angelo Siino e Antonino Mammoliti. A riferire degli incontri tra Andreotti e il Bontate sono Giuffré, Lipari e Siino, mentre Brusca, Buscetta e Mammoliti parlano solo di rapporti tra Andreotti e il boss in questione, con racconti più o meno generici.

Ma vediamo appunto i “riscontri” dei due incontri Bontate-Andreotti. A parlarne è Antonino Giuffré, il quale entra nel processo solo nel corso dell’Appello. La Corte precisa che “tenuto conto che l’episodio era stato oggetto di ampio dibattito nel corso del primo grado del giudizio e che, inevitabilmente, era stato riportato dai mezzi di informazione” etc. Detto in altre parole: si riconosce che Giuffrè poteva aver letto sui giornali dell’incontro narrato da Mannoia. Anzi si può dire che è impossibile non ne abbia letto, stante che si trattava di Cosa Sua o Loro che dir si voglia. Una conferma postuma per via mediatica… vabbè. Il secondo a riscontrare puntualmente Mannoia sugli incontri è Giuseppe (Pino) Lipari, il quale “non aveva riscosso particolare successo presso i magistrati inquirenti, tanto che nei suoi confronti risultava essere revocata la procedura di ammissione al regime previsto dalla legge per i collaboratori di giustizia”. Vabbè. Il terzo a parlare dei due incontri, si legge in altra parte della sentenza, è Angelo Siino. Nella stessa si legge: “Le dichiarazioni di costui avevano tratto spunto da quelle, a lui note, di Marino Mannoia”… vabbè. Dunque, per la sentenza della Cassazione, il racconto di Mannoia, il superteste più che credibile, è riscontrato da due personaggi che hanno letto le sue dichiarazioni prima di parlare e da un terzo che i magistrati dicono che non è credibile. Vabbè. Il problema è che la Cassazione deve solo registrare la logica insita nella sentenza d’Appello. Non può entrare nel merito. Funziona così. Quanto ai rapporti tra Andreotti e il Bontate, la sentenza della Cassazione cita anzitutto la testimonianza di Tommaso Buscetta. Poco importa che Buscetta sia stato sconfessato nel processo Pecorelli. Non una sconfessione da poco, ché quel processo è nato in base alle sue dichiarazioni, secondo le quali Andreotti aveva chiesto ai Salvo di uccidere il giornalista per le carte di Moro. Anni di processo e dibattimenti. Vani. Una sentenza che ha smentito in pieno anche le sue dichiarazioni sui contatti per liberare Moro, che avrebbe gestito lui in prima persona prima di abbandonare la scena perché i politici non lo volevano liberare. Tutto falso. La sentenza di Cassazione di Palermo accenna a queste circostanze, ma spiega che non può tenerne conto. Questo il meccanismo, “deve essere così”, come scrive Moro nel suo memoriale. Sempre sui rapporti tra Andreotti e Bontate parla Giovanni Brusca. Per saggiare la credibilità del pentito, si può leggere un articolo di Bolzoni sulla Repubblica. Ma va bene anche Wikipedia. Certo, al tempo della sentenza d’Appello e della Cassazione su Andreotti, certe cose non si sapevano. Vabbè. L’altro teste citato nella sentenza della Cassazione che confermerebbe l’esistenza di rapporti tra Andreotti e Bontate è l’Antonino Mammoliti. Teste che la stessa Cassazione definisce di “problematica credibilità”… Vabbè. Vabbè… che altro? Per quanto riguarda Marino Mannoia e la sua incredibile credibilità, rimandiamo alla prossima puntata.

Andreotti e Cosa Loro (4), scrive Piccole Note il 6 giugno 2018 su "Il Giornale". Nella nota precedente avevamo accennato all’incredibile credibilità del pentito Marino Mannoia, la cui dichiarazioni sono risultate decisive per indurre i giudici dell’appello del processo Andreotti a dare per avvenuti due incontri tra lo statista e il boss mafioso Stefano Bontate.

La Cassazione. Tali incontri sarebbero avvenuti tra la primavera del ’79 e i primi mesi dell’80. Nel primo Andreotti avrebbe chiesto ai boss di non uccidere l’allora presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella. Nel secondo, dopo il brutale assassinio, avrebbe rimproverato i boss e preso le distanza da essi, dando un’impronta anti-mafia alla sua attività politica. Fin qui la sentenza d’appello del processo, ribadita anche dalla Cassazione, che ne rileva la logicità narrativa (anche se specifica che ci possono essere altre narrazioni dei fatti, altrettanto logiche). Certo, da magistrati e giudici non si può pretendere scrivano la storia. Ma un po’ di storia, invero, aiuta a comprendere certi avvenimenti.

Piersanti Mattarella come Moro. Piersanti Mattarella venne ucciso il giorno dell’epifania del 1980. Un omicidio politico speculare al delitto Moro. Anche Mattarella, infatti, fu ucciso per aver aperto al Pci, con l’accordo del quale governava la Sicilia. Un’apertura che era stata fatta da Salvo Lima, il leader della corrente andreottiana siciliana, protagonista di quello strappo. L’omicidio Mattarella viene infatti preceduto, e non certo per caso, da quello del braccio destro di Lima, Michele Reina, assassinato il 6 marzo del 1978. L’assassinio di Reina diede avvio agli omicidi politici in Sicilia, proseguiti appunto col delitto Mattarella e conclusi con l’uccisione del segretario regionale del Pci Pio La Torre, fulminato il 30 aprile dell’82. Falcone, indagando su Mattarella, aveva battuto la “pista nera”, mettendo sotto accusa i neofascisti Giusva Fioravanti e Gilberto Cavallini, per i quali spiccò un mandato di cattura, che non ebbe però seguito. Il magistrato era convinto che gli omicidi politici siciliani non fossero solo cose di Cosa nostra, ma erano da collegarsi alla strategia della tensione. Quella strategia culminata, a livello nazionale, nell’omicidio Moro. Fallito il compromesso storico a Roma, ideato da Andreotti e Moro, questo proseguì in Sicilia, grazie all’accordo tra la corrente di Lima, la sinistra democristiana e il Pci siciliano. Reina, braccio destro di Lima, aveva appena raggiunto l’accordo col Pci quando fu assassinato. Era il giorno 6 (marzo), come in un altro 6 (gennaio) sarebbe stato fulminato Mattarella. Numerologia infausta e forse non casuale.

I pentiti Buscetta e Mannoia. A “chiudere” definitivamente la pista che portava alla strategia della tensione furono i pentiti Buscetta e Contorno, ai quali si aggiunse in seguito Mannoia. Sia Buscetta che Mannoia avevano vissuto molti anni in America, gestiti dall’Fbi. Furono tali pentiti a circoscrivere i delitti al solo ambito mafioso, togliendo dal piatto la pista della strategia della tensione, che certo irritava potenti ambiti atlantisti, accusati da media, libri e uomini politici e di cultura di aver usato tale strategia per impedire l’accordo tra Dc e Pci. Falcone accolse le dichiarazioni dei pentiti perché gli permettevano di chiudere un capitolo importante della mafia, stante che furono indispensabili per far condannare la cupola mafiosa diretta da Michele Greco. Detto questo, al magistrato siciliano essi non raccontarono le sorprendenti rivelazioni che fecero successivamente al processo Andreotti: perché non li avrebbe creduti, come avvenne per il pentito Pellegriti, che accusò Lima di essere mafioso e Falcone lo condannò per calunnia. Non solo Falcone, Tanti non hanno mai creduto, né credono, a quella spiegazione riduttiva, ribadendo la veridicità della prima convinzione di Falcone. Sul punto ne scrive, ad esempio, Giovanni Grasso, portavoce del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che nel suo ultimo libro, “Piersanti Mattarella, uomo solo contro la mafia”, ribadisce quel che ha sempre sostenuto la moglie di Piersanti, che si trovava con il marito quando fu ucciso.

Per lei il killer era Giusva Fioravanti. L’aveva visto in faccia e non poteva sbagliare.  Anche il figlio, che racconta lo spietato omicidio e lo collega al delitto Moro (cliccare qui) indicherà nel killer nero l’assassino del padre. Alla prossima puntata.

Andreotti e Cosa Loro (5), scrive Piccole Note il 16 gennaio 2019 su "Il Giornale". Nella ricorrenza dei cento anni dalla nascita di Giulio Andreotti è arrivato puntuale l’atto di accusa di Giancarlo Caselli, per il quale va detto a suo merito che, a differenza di altri, ha contrastato in maniera aperta e non occulta lo statista italiano.

Andreotti e la sentenza ignorata. Nel suo scritto, Caselli ripete l’usuale mantra: Andreotti, come da sentenza di Cassazione, sarebbe stato condannato per associazione mafiosa fino agli anni ’80. Condanna che per l’ex magistrato di Palermo si estenderebbe, di fatto, anche agli anni successivi. Al processo Andreotti di Palermo abbiamo dedicato articoli più specifici, ai quali rimandiamo. Interessa in questa sede riportare un convincimento della Cassazione del tutto obliato. Secondo la sentenza, Andreotti avrebbe intrattenuto rapporti con la mafia fino alla fine del ’79 – inizio ’80, quando l’omicidio Mattarella lo sconvolge e gli fa scoprire la vera natura del sodalizio criminale. Quel delitto, scrivono i magistrati, avrebbe “convinto Andreotti a distaccarsi in modo irreversibile e definitivo” dalla mafia. Non solo, negli anni successivi, scrive la sentenza, è “emerso un sempre più incisivo impegno antimafia, condotto dall’imputato [Andreotti, ndr.] nella sede sua propria dell’attività politica”.

I misteri della legione pentiti. Il punto vero che la magistratura dovrebbe indagare è perché legioni di pentiti, tanti dei quali patrocinati da uno stesso avvocato, Luigi Li Gotti (col rischio di commistioni indebite delle loro dichiarazioni, eventualità che evidentemente i magistrati non hanno riscontrato), abbiano invece propalato narrazioni inventate di sana pianta. Narrazioni dettagliate di malefatte che sarebbero avvenute proprio negli anni in cui la Cassazione ha evidenziato al contrario l’impegno antimafia di Andreotti. Perché si sono inventati tante frottole? E come hanno fatto i magistrati dell’accusa a credere a tali invenzioni (vedi ad esempio il fantomatico bacio di Riina)?  Le reiterate sviste di allora fanno leggere le spiegazioni odierne di Caselli con la relatività del caso. Resta il dubbio, si accennava, sulla prescrizione dell’asserito legame tra Andreotti e la mafia fino agli anni ’80: Caselli dice sia stato accertato, altri leggono la prescrizione, come avviene in altri casi, come un’assoluzione.

Intrecci perversi. Tralasciando la querelle, va spiegato un particolare che ha importanza capitale nella vicenda processuale di Andreotti e che nessuno prende mai in considerazione, ovvero la decisiva incidenza della sentenza di Perugia (omicidio Pecorelli) su quella di Palermo (associazione mafiosa). Il 24 settembre 1999 la Corte d’Assise di Perugia assolve Andreotti dall’omicidio Pecorelli. Il mese dopo, il 23 ottobre 1999, il Tribunale di Palermo assolve con formula piena Andreotti dall’accusa di mafia. Tutto sembra risolversi in una bolla di sapone, quando, il 17 novembre 2002 arriva la condanna di Perugia: Andreotti avrebbe ucciso Pecorelli grazie ai suoi rapporti con la mafia. Il 2 maggio del 2003 il Tribunale di Palermo assolve un’altra volta Andreotti, ma con la formula accennata in precedenza (prima del ’79 – 80 e dopo). Il 15 ottobre 2004 la Cassazione conferma la sentenza di Palermo (sull’ambiguità strutturale di tale sentenza, vedi Piccolenote). Come si vede, la condanna di Perugia ha un peso, eccome, sulla successiva sentenza di Palermo e sulla relativa sentenza di Cassazione. Se il Tribunale di Palermo e la successiva Cassazione avessero assolto con formula piena Andreotti, come in precedenza, avrebbero smentito in maniera clamorosa quanto “accertato” dai colleghi di Perugia sui rapporti tra Andreotti e la mafia. I giudici di Palermo si sono trovati davanti a un dato di fatto, che semplicemente non potevano smentire. Da qui l’ambiguità della sentenza palermitana. Il 30 ottobre 2003, però, la Cassazione faceva letteralmente a pezzi la sentenza di condanna di Perugia, assolvendo con formula piena l’imputato. Ma giungeva tardi. Ormai il processo di Palermo si era chiuso definitivamente.

L’afasia del grande pentito. La tempistica e l’intreccio giudiziario tra Palermo e Perugia ha giocato dunque un ruolo perverso in questa vicenda. A sfavore dell’imputato. Non solo, l’asserita frequentazione pregressa di Andreotti con la mafia si basa sulla sola testimonianza del pentito Marino Mannoia. Ci sono altri tre pentiti, vero, ma la stessa sentenza di Cassazione ne evidenzia la poca affidabilità (vedi Piccolenote). La testimonianza di Mannoia fu decisiva per ottenere dal Parlamento l’autorizzazione a procedere contro Andreotti per il delitto Pecorelli, passo necessario per avviare il processo. Eppure, nonostante questo, al processo di Perugia Mannoia si è stranamente avvalso della facoltà di non rispondere. Il suo esilarante intervento a tale processo si può ascoltare su Radio radicale. In questo modo, Mannoia ha evitato (o qualcuno gli ha evitato) di essere travolto anche lui dalla sentenza di Cassazione del processo Pecorelli, che smentisce in maniera categorica le dichiarazioni dei pentiti che hanno parlato in tale sede (tra cui Tommaso Buscetta, accusatore principe di Andreotti). Mossa da prestigiatore. Risultata decisiva. Resta che l’occulta arte della prestidigitazione ha poco a che vedere con la realtà e che, forse, dovrebbe restare fuori dalle aule di tribunale. Nota a margine. Per i cento anni dalla nascita di Giulio Andreotti, rimandiamo a una breve biografia realizzata per il sito del mensile 30Giorni.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE. (Ho scritto un saggio dedicato)

·        Così finì la Prima Repubblica.

Paolo Guzzanti: “Mani Pulite? Un colpo di stato a favore del Pci”.  Bruno Giurato il 22/11/2019 su Il Giornale Off. Giornalista, uomo politico, saggista, conduttore del programma televisivo “Bar Condicio” nei ruggenti anni Novanta, due figli (Corrado e Sabina) che lavorano anch’essi in tv, Paolo Guzzanti è una penna corrosiva, acuta, diretta e i suoi articoli sono sempre il classico “pezzo” che non puoi non leggere. E’ stato anche attore a teatro, diretto, da Francesco Sala ed è stato in scena con la sua stand up comedy. Pochi giorni fa era il trentesimo del crollo del Muro di Berlino e fra pochi giorni ricorrerà il cinquantesimo dell’eccidio di Piazza Fontana a Milano. Misteri e tragedie italiane, di cui Paolo Guzzanti, giornalista di lungo corso, ha vissuto. A proposito di misteri e storia italiani, il “Paolone” nazionale ci aveva raccontato questioni storico politiche misconosciute al grosso pubblico legate essenzialmente alla stagione del terrorismo e della cosiddetta Tangentopoli: segreti svelati? Misteri risolti? Non proprio, ma Paolo Guzzanti ha nuovamente buttato lì un paio di ipotesi storico interpretative relative allo stato di grazia di cui godette l’Italia negli anni del terrorismo mediorientale. E anche una rivelazione sulla vera nascita di tangentopoli: in questa intervista OFF di Bruno Giurato ci racconta che cosa è stata veramente “mani Pulite”.(Redazione).

“Ci sono tre mestieri che ti permettono di diventare un altro: il giornalista, lo psicanalista e l’attore. Il giornalista diventa l’intervistato, lo psicanalista diventa il paziente, l’attore diventa il personaggio” E lui, Paolo Guzzanti, a settant’anni ha deciso di spostarsi dal ruolo di giornalista (penna elegante e all’occorrenza feroce di Repubblica, poi de La Stampa, ora de Il Giornale) a quello di attore. Lo era sempre stato, un po’. C’è più che un sospetto che il primo motore del talento dei figli, Sabina, Corrado, Caterina, sia lui. Le sue imitazioni sono memorabili, il suo Pertini ha ingannato Renzo Arbore in una celebre diretta Rai, e una serie di personalità istituzionali, in scherzi al confine tra goliardia e sovversione carnascialesca. Ora Paolo Guzzanti arriva a teatro davvero. Solo sul palcoscenico del Brancaccino (dal 26 al 29 marzo) a duettare con se stesso sul canovaccio dell’ autobiografia Senza più sognare il padre. Lo spettacolo si chiama La ballata del prima e del dopo. La regia è di Francesco Sala. “E’ uno spettacolo metà buffo e metà serio” racconta Guzzanti a Il Giornale, “ comincia con la mia intervista a Franco Evangelisti, ministro e uomo di Andreotti, quella di “A Fra che te serve”. Lui resta come voce di contrasto. E mi serve per fare un discorso sulla memoria. Evangelisti 13 anni prima di Tangentopoli aveva detto “qui abbiamo rubato tutti” Eppure tutta la faccenda fu insabbiata derubricandola a questione di “colore”, il romanesco, il “politico alla vaccinara” ecc ecc. Si doveva salvare il compromesso storico Andreotti-Berlinguer…” Conclude.

Succede ancora oggi? Quando leggiamo le fenomenologie sulla felpa di Salvini o sull’inglese di Renzi stiamo assistendo all’uso del “colore” a fini di distrazione?

«Be’ certo, sono costruzioni di fondali scenografici. Si costruiscono personaggi. Anche se l’inglese di Renzi, bisogna dire, grida vendetta a Dio…»

Sostanziale omogeneità della politica tra Prima, Seconda, Terza Repubblica?

«“Seconda Repubblica”, come racconta il libro The Italian Guillotine di Stanton H. Burnett e Luca Mantovani (mai tradotto in italiano), è stato un tentato colpo di stato che doveva concludersi con la vittoria di Occhetto. E lì fu la volta che Berlusconi è impazzito. Trovo l’espressione Seconda Repubblica ridicola, come Terza repubblica».

Siamo ancora negli anni Sessanta, insomma.

«Mah, sì. Le persone sono sempre le stesse, quelle arrivate dopo fanno parte dei soliti potentati. Il carattere degli italiani sta tutto in Machiavelli, e anche in Pinocchio. Quale Prima e Seconda Repubblica…».

Come è iniziata la sua carriera? Fu Giacomo Mancini a darle l’accesso alla professione giornalistica?

«Ero socialista dai 17 anni. Nei primi anni 60 andai a lavorare senza essere pagato, al Punto della settimana. Settimanale fichissimo: ci scrivevano da Kennedy a Pietro Nenni. Poi andai a fare l’operaio tipografo, per quattro anni, all’Avanti. Poi finalmente mi assunsero. E nel ’72, con Mancini, andai a lavorare al Giornale di Calabria. Tre anni interessanti e anche devastanti. Poi conobbi Serena Rossetti, la compagna di Scalfari. Mi assunsero all’Espresso».

Ecco, Scalfari. Lei è stato un po’ il suo figlioccio…

«Ammetto che gli devo tantissimo, e umanamente gli voglio ancora bene».

E’ un maestro di pensiero come si sente di essere, o è un viveur e inventore di giornali?

«La seconda. Gli piace essere visto come un grande filosofo: è un uomo colto, che ha letto moltissimo, e ha letto bene. Come filosofo, però, non mi pare sia memorabile».

Lei è stato a contatto molto stretto anche con Cossiga. Qual è stato il motore della sua trasformazione, da politico compassato a picconatore?

«Gli sembrò che i suoi amici, De Benedetti e Scalfari, da cui andava a pranzo tutte le settimane, avessero l’intenzione di farlo fuori. Che a occhio mi sembra esatto. I due furono gli autori degli articoli in cui si chiedeva che fosse sospeso dalle funzioni di Presidente della Repubblica, sostituito da una comitato di saggi, e ricoverato».

Su De Benedetti lei ha scritto un libro intervista…

«Dopo il libro mi chiese se volevo rientrare a Repubblica. Ma dopo un po’ mi disse che c’erano dei problemi. Gli dissi: perché sono berlusconiano? Mi rispose “quello si supera, il guaio è che hai fatto la commissione Mitrokhin”. Mi indignai. Repubblica aveva scritto una serie incredibile di falsità su di me. Dicevano che mi fabbricavo i documenti in un ufficetto a Napoli».

Cazzullo ha scritto che la Mitrokhin metteva in imbarazzo tutti, post comunisti e neoputiniani.

«Plausibile. Mi trovai con la commissione piena di comunisti, postcomunisti, paracomunisti. Ero praticamente solo. Scoprimmo un sacco di cose, che sono state tutte insabbiate. Non gliene è fregato niente a nessuno».

Il suo contrasto con Berlusconi, nel 2009, è derivato dal libro Mignottocrazia o dal legame del Cav. con Putin?

«Per Putin. Invece Mignottocrazia lo dissi solo per dare un avvertimento a Berlusconi. C’era questo girovagare di sgallettate, anche a sinistra beninteso. Scrissi un libro-sberleffo. Non fu un atto di vendetta, fu un messaggio: “occhio o ti incastreranno”».

Qual è stata la maggiore difficoltà della destra berlusconiana?

«Una volta dissi al Cav. “Con giornali, libri e Tv non possiamo creare un’alternativa alla sinistra”. Mi rispose: “le mie reti sono commerciali. Non puoi allontanare parte dei committenti con contenuti che li possono infastidire”».

Avere un’impresa implica il rispetto forzato del pluralismo…

«Certo. Il Cav. ha ideali (liberalismo, socialismo democratico), ma da imprenditore non può fare quello che vuole».

E chiudiamo sulla sua vita personale. Nello spettacolo racconta di quando la perseguitavano per i capelli rossi…

«Mi dicevano “Roscio malpelo schizza veleno”. Oppure: “A roscio passa domani che è moscio”. Mio padre mi insegnò a fare in modo che nessuno ti notasse. Mettere il cappello in testa in modo che non si vedessero i capelli. E’ anche divertente».

Viene da lì la sua capacità di calarsi in altre personalità?

«Strategie mimetiche. Rifare le voci. Essere gli altri. Io sono un ventaglio di identità anche geografiche. Amo il nord, sono pazzo di Napoli, amo la Sicilia. Cerco di rifare il verso a tutti».

Bruno Giurato. Calabrese, studi di filosofia. Ha scritto per Il Foglio, Vanity Fair, Lettera43, Il Giornale. Ama il blues, le processioni del Sud e la dépense. A Linkiesta dal dicembre 2015.

La ricostruzione. La vera storia di Mani Pulite (che nessuno vi vuole raccontare). Paolo Guzzanti 21 Novembre 2019 su Il Riformista.it.

Prologo. Per puro caso misi il piede su una grossa merda: avrebbe potuto essere, ma ancora non doveva, Tangentopoli, rivelata con dodici anni d’anticipo. Era il 27 febbraio del 1980 e Eugenio Scalfari mi chiese di intervistare Franco Evangelisti, braccio destro di Giulio Andreotti e ministro della Marina Mercantile, interlocutore di Tonino Tatò, a sua volta fiduciario di Enrico Berlinguer. Evangelisti, in un impulso imprudente, mi raccontò in romanesco come funzionava il finanziamento di partiti e poi mi disse: «Vabbè, adesso riprendi il tuo taccuino e famo l’intervista vera. Tu me chiedi: che è ‘sta storia? e io te risponno che indubbiamente occorrerebbe fare una riforma…». Io invece scrissi tutto e l’intervista provocò uno scandalo, ma non perché mettesse in piazza lo stato reale delle mani sporche. La reazione scandalizzata fu sulla forma, la volgarità del povero Evangelisti: Paolo Flores d’Arcais, indisse un convegno su «A Fra’, che te serve?» e tutta la sinistra derise Evangelisti per il suo sfrontato romanesco democristiano, ma nessuno fece una piega sulla rivelazione dei finanziamento occulto.

Nel 1980 il Compromesso Storico era morto da due anni con l’omicidio di Aldo Moro e il Pci seguitava ad essere finanziato dall’Urss, dettaglio fondamentale per comprendere il filo conduttore. I comunisti che interpellai mi spiegarono che non era assolutamente il caso di toccare la questione dei finanziamenti perché vigeva non il compromesso, ma un gentlemen agreement: il Pci si riforniva illegalmente, ma alla luce del sole di finanziamenti sovietici e di conseguenza tutti gli altri partiti si ritenevano autorizzati a pareggiare i conti con le tangenti, cui peraltro usufruiva anche il Pci negli affari con l’Urss. Francesco Cossiga mi raccontò che quando l’emissario del Pci tornava da Mosca con i contanti che Boris Ponomariov gli aveva fatto sistemare in una valigetta, lo attendevano gli uomini del Viminale e due funzionari del Tesoro americani, incaricati di controllare l’autenticità dei dollari. Poi, andavano in Vaticano allo sportello dello Ior per cambiare i dollari in lire e ognuno tornava a casa sua. Valerio Riva nel suo celebre Oro di Mosca ha ricostruito tutto. Questo antefatto è indispensabile per illuminare un solo punto: quando Evangelisti svelò come funzionava il meccanismo delle tangenti, non un solo procuratore della Repubblica ritenne di aprire un fascicolo. Bisognò aspettare dodici anni affinché il pm Antonio Di Pietro ottenesse l’ordine di cattura per l’ingegner Mario Chiesa, da cui partì il meteorite che portò all’estinzione di tutti i dinosauri della prima Repubblica.

La Cia non si fidava di Dc e Psi e puntò su Berlinguer. Paolo Guzzanti 22 Novembre 2019 su Il Riformista.it. Ieri abbiamo raccontato come gli Stati Uniti e gli alleati occidentali fossero inclini a portare i comunisti italiani al governo durante gli anni del Compromesso storico (fallito per la soppressione del contraente e garante Aldo Moro) per due ragioni solide. La prima era incoraggiare lo strappo del Pci da Mosca, iniziato da Enrico Berlinguer con la scelta dell’ombrello della Nato e il riconoscimento della fine della “spinta propulsiva della Rivoluzione d’ottobre”, ma poi rimasto senza una vera conclusione, ciò che impediva agli alleati occidentali di condividere i segreti militari. La seconda era il desiderio di liberarsi di democristiani e socialisti che si erano rivelati infidi o addirittura nemici. Per questo era cominciata una marcia di avvicinamento fra il Dipartimento di Stato e la stessa Central Intelligence Agency, verso il Pci. La nota amicizia e reciproca stima fra Giorgio Napolitano ed Henry Kissinger non sono casuali. E credo che quando Giuliano Ferrara dice di aver lavorato per la Cia, intenda dire di avere aderito a questo progetto, anche se bisognerebbe chiederlo a lui.Nel Partito dunque si era formata e consolidata una forte corrente filoamericana duramente contrastata da quella filosovietica di Armando Cossutta. Ciò che interessava agli Occidentali non era affatto – come sosteneva la propaganda ispirata dall’Urss – imporre governi golpisti, reazionari, padronali e nemici dei sindacati, ma semmai il contrario: la Cia ha sempre perseguito una linea dura antisovietica, ma per quanto possibile riformista e anche apertamente di sinistra purché schierata contro l’Urss. Al Dipartimento di Stato americano interessava aver la certezza che il personale di governo in Italia non andasse a spifferare ai russi segreti di natura militare e strategica. Ciò che invece era accaduto in alcuni casi con il personale specialmente democristiano. Le informazioni che sto cercando di ordinare hanno le loro fonti in alcuni testi fondamentali, ascoltati negli anni della mia presidenza della Commissione bicamerale d’Inchiesta sulle influenze sovietiche in Italia, nel lavoro che ho svolto in quanto appartenente, per molti anni, alla delegazione parlamentare italiana presso la Nato. D’altra parte, il racconto che sto per fare non contiene alcun segreto ma solo molto buon senso e può essere facilmente verificato e confermato con ricerche accessibili. Cominciamo da Michail Gorbaciov. Chi era costui? Era il pupillo, il prescelto e selezionato dall’uomo più intelligente, anche spietato, ma molto ben informato dirigente che l’Unione Sovietica abbia avuto. Stiamo parlando di Yuri Andropov, che fu prima il sovrano direttore del KGB per ben quindici anni, dal 1967 al 1982, anno in cui successe a Leonid Breznev, l’uomo immobile dalle enormi sopracciglia. Andropov vide che la partita fra Urss e Stati Uniti con i loro alleati, era in prospettiva una partita persa. E allevò, come suo successore e uomo di fiducia, Gorbaciov, che aveva un appeal di tipo occidentale per vivacità intellettuale, età e anche per avere una moglie elegante come Raissa che poteva fare bella figura sulla scena internazionale. Poi le cose si svolsero in maniera convulsa e imprevista perché Andropov morì prematuramente il 9 febbraio 1984, troppo presto per consolidare la successione del suo candidato Gorbaciov, sicché le vecchie cariatidi del Cremlino insediarono il più immobilista della loro cerchia, Konstantin Cernienko. Gorbaciov fu costretto a saltare un turno e aspettare la morte di costui per salire sul podio più alto del governo sovietico. Per comprendere la natura della politica militare di quella fase, che riguardò direttamente la politica italiana per la vicenda dei cosiddetti Euromissili, occorre fare un passo indietro, piuttosto lungo. Bisogna cioè risalire all’inizio della Guerra Fredda, quando i Paesi occidentali si erano riuniti nell’Alleanza Atlantica della Nato e quelli dell’Est, sotto stretto comando sovietico, nel Patto di Varsavia da cui si sfilò soltanto la Romania di Ceausescu, che pagò con la vita il suo sgarro in epoca gorbacioviana. Esiste un libro che si chiama A Cardboard Castle? – An inside story of the Warsaw Pact 1955-1991, che nessun editore italiano ha trovato conveniente tradurre e pubblicare. Questo testo, certificato dai documenti originali, lo si può acquistare via Internet e vale quel che costa. Il volume contiene, insieme a due eccellenti saggi, tutti i verbali di tutte le riunioni del Patto di Varsavia, dalla prima – 1955 – all’ultima – 1991 – seduta. Se si ha la pazienza di leggere, si scopre che ogni riunione ripete con alcune varianti, lo stesso schema: le potenze occidentali attaccano proditoriamente il blocco dell’Est che, dopo aver fermato l’aggressione, prontamente contrattacca penetrando nell’Europa occidentale con operazioni velocissime e brutali, e uso di un buon numero di armi atomiche tattiche (cioè relativamente piccole ma capaci di polverizzare una città) per sigillare le coste atlantiche e rendere uno sbarco americano impossibile. Per questo il Patto di Varsavia aveva bisogno di missili “a medio raggio” (cioè non in grado di attraversare l’Atlantico e colpire gli Stati Uniti) ma capaci di mettere a tacere le difese europee. Qualcuno si chiederà a quale scopo l’Urss e i suoi satelliti avrebbero compiuto una tale azione. Sia Gorbaciov che Eltsin hanno fornito la spiegazione, ben illustrata anche dall’intellettuale dissidente russo residente a Londra Vladimir Bukowski, mio caro amico scomparso da poco, che scrisse un magistrale Urss, come l’Unione Sovietica voleva inghiottire l’Europa dopo essere stato internato proprio da Yuri Andropov in un lager in cui i prigionieri venivano mantenuti in stato di sonnolenza perenne. In breve, il programma che Andropov tentò disperatamente di spingere e che poi fallì, prevedeva una conquista fulminea dell’Europa occidentale, Italia compresa naturalmente, in cui sarebbero stati instaurati dei governi fantoccio ma con finte coalizioni precotte con ecologisti, finti socialdemocratici, non troppi comunisti per dare una parvenza “democratica”.  I missili SS20 a testata multipla furono installati dai russi nei Balcani e in Italia si scatenò un inferno politico contro l’installazione di missili Cruise e Pershing 2 in Sicilia, capaci di contrastare tali armi. L’installazione cominciò nel 1983 e in Italia, come nei principali Paesi europei, le sinistre e i movimenti pacifisti dimostrarono duramente contro questi missili di risposta. Nella lotta politica che si svolse in Parlamento e sulla stampa, oltre che nelle piazze, il Pci dopo alcuni contorcimenti e qualche dissenso interno, si schierò sulla linea gradita all’Unione Sovietica. Questo causò una frattura molto profonda anche nell’Italian Desk di Washington, dove gli americani avevano sperato a lungo che il Partito comunista italiano seguisse l’indicazione di Berlinguer, che nel frattempo era scomparso, secondo cui ci si sentiva più protetti sotto l’ombrello della Nato. Ma anche con questa frattura, peraltro prevista realisticamente, non furono annullati i rapporti speciali tra la frazione filoamericana del Partito comunista e Washington. 

Non è più una terra per giganti: c’erano una volta Craxi e Berlinguer. Paolo Guzzanti 17 Novembre 2019 su Il Riformista.it. “C’era una volta… un re, diranno subito i miei piccoli lettori”. Eh no, cari ragazzi del nuovo millennio, stavolta non si tratta del ciocco di legno che ben intagliato diventò Pinocchio simbolo della bugia col naso lungo, ma di un oggetto più fiabesco e meraviglioso: la politica. La politica era sempre ideologica (cioè partiva da postulati e pregiudizi chiamati ideali) e sempre duellante secondo copioni codificati. Chi è nato dopo gli anni Settanta non può ricordarne quasi nulla, ma chi ha un’anzianità anagrafica di lungo corso, è ancora in grado di riascoltare nelle emozioni le gioie e dolori di quel tempo antico in cui due mostri, nel senso di creature uniche, si davano battaglia occupando quasi tutta la scena: Craxi e Berlinguer. Nei primi anni, il segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer e Bettino Craxi, segretario del Partito socialista, si sfidavano manovrando di fronte all’armata del popolo di mezzo, ovvero della Democrazia Cristiana, che però aveva perduto i suoi due mitici “cavalli di razza”: Amintore Fanfani, scivolato nell’oblio dopo aver perso la battaglia contro il divorzio, e Aldo Moro, rapito, interrogato e assassinato da quell’entità tuttora misteriosa  che furono le Brigate Rosse, un po’ “boy-scout della rivoluzione” (secondo la benevolentissima definizione del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga) e un bel po’ gruppo armato per impedire il compromesso storico, inventato da Enrico Berlinguer dopo il colpo di Stato in Cile per chiudere la partita della guerra fredda interna, fare pace con  la Dc e passare armi e bagagli nel mondo occidentale, di cui aveva già accettato la Nato. Berlinguer voleva chiudere con l’Unione Sovietica, sostituendo il mito della Rivoluzione d’Ottobre – ormai privo della sua “spinta propulsiva” – con una ideologia fondata sulla “questione morale” in cui sostanzialmente i comunisti si presentavano come gli ariani del bene e gli altri dovevano dimostrare di essere alla loro altezza. Finito nel sangue di Aldo Moro l’esperimento del “compromesso storico”  (Berlinguer aveva subìto un attentato in Bulgaria da cui si salvò per un pelo, e quando morì di ictus in casa sua molti sospettarono un attentato) cominciò un periodo di scossoni e accuse fra il segretario comunista e Bettino Craxi, campione di un socialismo anti-comunista e antisovietico in modo esplicito: eliminò come primo atto la falce e il martello dai simboli socialisti sostituendoli con quelli originari: un libro aperto e il Sol dell’avvenire. Poi rammodernò burocrazia e stile di vita a sinistra in modo molto pop e provocatorio e quando venne il momento della tragedia della nave Achille Lauro e dei terroristi che l’avevano dirottata sfidò a braccio di ferro gli Stati Uniti di Ronald Reagan e fece schierare i carabinieri armati contro i militari americani nella base di Sigonella, diventando così l’incontestato eroe di una guerra d’indipendenza contro gli americani, cosa che probabilmente gli costò la testa. La “guerra fredda” era a quei tempi una guerra molto febbrile, mieteva forse meno vittime di una guerra armata, ma sacrificava senza pietà sui giornali e nelle coscienze il rispetto della verità, situazione che fu riconosciuta e sdoganata con l’augusto nome delle diverse “linee editoriali”, consacrate nei palinsesti della Rai: uno a me, uno a te, un frammento anche alla verità. Ma con giudizio. Era un teatro in cui erano in piedi gli ideali, i miti, i riti della politica del Novecento mentre si faceva strada la novità di considerare l’onestà amministrativa una ideologia con cui rimpiazzare i presupposti ideologici del passato. Fra i sacri miti e riti, c’era quello della “scala mobile” (che era un sistema di adeguamento automatico degli stipendi all’inflazione), difesa a spada tratta dal segretario del Pci Enrico Berlinguer come strumento di riequilibrio della giustizia sociale che pareggiava le diseguaglianze facendo lievitare l’inflazione che allora viaggiava a due cifre, tanto che la gente si batteva moneta da sola inventandosi dei miniassegni. A Berlino era ancora in piedi il Muro e la moneta forte era il Marco della Repubblica federale tedesca, capitale Bonn. A quella ideologia si oppose Bettino Craxi che sfidò Berlinguer con un decreto che ridimensionava la scala mobile e poi accettando un referendum in cui si chiedeva agli italiani: volete l’adeguamento automatico del vostro salario con la scala mobile che tutto pareggia, oppure preferite uno spiffero di libertà e di rischio? Vinse Craxi (ma a quel punto Berlinguer era già morto): gli italiani scelsero il rischio e un po’ di diseguaglianza. Fu un momento di rottura molto deciso per un Paese ingessato nella sclerosi dei partiti. Oggi sembra impensabile, ma a quell’epoca c’erano le Regioni rosse (Umbria Toscana Emilia) che votavano rosso, le Regioni bianche (Lombardia e Triveneto) che votavano bianco democristiano e un Sud squacquaracquato che votava come capitava e secondo convenienza. Uno degli attori di seconda linea, aspiranti alla prima, c’era: La Repubblica creata genialmente da Eugenio Scalfari, che era un giornale e un partito, una lobby di pensiero e di pressione. Scalfari sognava di guidare lui il Pci di Berlinguer, il quale resisteva all’abbraccio. Ma Scalfari giocava a sua volta un duello mortale con Bettino Craxi di cui era nemicissimo, su un terreno di duelli all’arma bianca che era cominciato nel parlamentino universitario dell’Orur (negli anni cinquanta) dove c’erano Achille Occhetto, Marco Pannella, lo stesso Scalfari e tanti altri e dove furono messe le basi per odi inconciliabili e amori sfrenati. C’erano poi in vesti settecentesche i pensatori isolati e aristocratici del Partito repubblicano come Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini, e i socialisti anti-craxiani che tentarono di rimuoverlo dalla segreteria del partito e dal governo, quando arrivò al governo, puntando su Antonio Giolitti, figlio dell’antico primo ministro Giovanni Giolitti e che era stato uno degli allievi di Palmiro Togliatti, uscito dal Pci per “i fatti d’Ungheria”, cioè la brutale repressione sovietica con i carri armati della rivolta studentesca e operaia di Budapest del 1956 fortemente voluta proprio da Togliatti e Mao Zedong, che Nikita Krusciov, successore di Stalin aveva tentato di evitare. La politica era ancora un campo di battaglia che riverberava sangue, bombe – quelle del terrorismo a cominciare da quella di piazza Fontana del 12 dicembre del 1969 – e guerra mondiale imminente. Sullo scontro fra grandi potenze, il Pci di Berlinguer non seppe evitare di stare dalla parte sovietica opponendosi allo schieramento in Sicilia di missili di medio raggio dopo che l’Urss aveva improvvisamente schierato i suoi SS-20 sui Balcani minacciando il cuore dell’Europa. Lì avvenne un’altra battaglia divisiva che oggi stenteremmo a capire: Spadolini, ministro repubblicano atlantista, e Craxi si schierarono a favore di una risposta ai missili sovietici e tutte le sinistre si opposero, perdendo ma lasciando sul campo lacerazioni sempre più profonde. Come oggi sappiamo dalle carte desecretate dal Dipartimento di Stato, americani e Nato facevano il tifo affinché il Pci di Berlinguer passasse in campo occidentale e assumesse il comando in Italia, ma dopo aver rescisso tutti i suoi legami sovietici. Americani e inglesi ne avevano abbastanza sia dei bizantinismi di Andreotti che seguiva una sua politica filoaraba e anche filosovietica e dello stesso Craxi che aveva dato prova di troppo autonomia. Per questo fu preparato un grande dossier americano cui partecipò l’attuale avvocato di Donald Trump, Rudolph Giuliani, allora procuratore generale e in parte anche nostri procuratori come Giovanni Falcone. Quel dossier fu chiamato “Clean Hands”, mani pulite, e avrebbe dovuto essere gettato sul terreno della lotta politica in Italia prima che cadesse il muro di Berlino e la stessa Unione Sovietica. (Ma di questa storia, molto interessante, ne riparliamo in un altro articolo, la settimana prossima). Le cose andarono diversamente, come sappiamo, ma il teatro di lotta e di scontro di quelle guerre d’allora aveva scene ricche e mobili sulle quali i grandi samurai ideologici si battevano con spade affilate, seguiti da un’Italia ancora organizzata in grandi chiese ideologiche, che comprendevano anche quella cattolica in crescente dialogo con quella comunista. La fine degli anni Ottanta e la fine dell’Urss sconvolsero la scena con la violenza di una bomba atomica e tutto cambiò per sempre senza più trovare uno o più punti di stabilità. 

Ma da quelle macerie si levò lo spettro dell’estrema destra. Achille Occhetto 8 Novembre 2019 su Il Riformista.it. Sono trascorsi trent’anni da un evento storico epocale che ha cambiato il volto del mondo: la caduta del muro di Berlino. Dopo quella data sono mutati tutti i parametri che avevano contraddistinto i tratti fondamentali della geopolitica del pianeta. Non è crollato solo il comunismo ma l’insieme del modo di fare politica e il modo di essere di tutti i principali protagonisti che si erano definiti in contrapposizione, o come scudo, al comunismo. Ma la cosa più stravagante è che, a sinistra, ci sono voluti una trentina d’anni per rendersene pienamente conto. Le ultime vicende europee e mondiali ci hanno messo brutalmente dinnanzi al tema dell’eclissi della sinistra su scala mondiale. Una eclissi che può essere letta in filigrana con la crisi del comunismo e il dilagare della globalizzazione a direzione neoliberista, e che ha lasciato sul terreno l’insorgere di nuove tendenze populiste. Il dramma, quindi, viene da lontano, dalla «fine politica» del novecento, che solo per comodità esplicativa farò risalire dalla caduta del muro di Berlino. Sono stati travolti tutti i parametri della vecchia politica mettendo in crisi sia la sinistra riformista sia quella radicale. Uno dei motivi di tale crisi, anche se non esaustivo, è che si è ritardato, come avevamo indicato fin dai primi momenti della «svolta» dell’89, a comprendere che occorreva andare oltre le vecchie esperienze comuniste e socialdemocratiche. La vicenda europea, purtroppo con esiti tutt’altro che soddisfacenti, si è incaricata di dare ragione a quella invocazione. Se si va al di là di analisi sporadiche che si muovono dentro l’orizzonte ristretto del politicismo e dell’episodico, non si può non vedere che la portata generale di quel crollo sta nel passaggio epocale da un mondo governato dal confronto tra due blocchi contrapposti al dilagare sul pianeta della globalizzazione, con le sue luci e le sue ombre, e il tramonto delle vecchie ideologie. Sotto questo profilo vale la pena di analizzare il caso italiano come paradigma di un destino mondiale. Si può dire che in Italia si è avuto il più spettacolare superamento di tutti gli algoritmi della politica del passato. Il panorama politico è del tutto irriconoscibile: l’ondata di fondo ha sradicato tutte le forze che hanno le loro radici nel novecento, siano esse socialiste, centriste o moderate di centro-destra. Questo spiega lo spaesamento di cui soffrono molti cittadini. In questo destino comune di tutta la sinistra, ci sono responsabilità diverse tra riformismo moderato e sinistrismo alternativo. Il primo si è, in modo evidente, impantanato dentro una vocazione alla governabilità che, per quanto nobile, gli ha fatto smarrire, malgrado le ormai sempre più opache politiche redistributive, la propria vocazione sociale, fino a forme di subalternità politico-culturale verso il neoliberismo. Il secondo si è attardato in una visione dimidiata della società, sostanzialmente divisa da frontiere invalicabili, da campi opposti, che si manifestano, per alcuni, sul mero terreno economico-sociale, o, per altri, su quello etico-morale. Con l’aggravante di assumere troppo spesso come obiettivo principale quello di far perdere la sinistra moderata, in mancanza della capacità di intercettare l’onda di protesta che volge verso il populismo. È mancata una nozione più attenta delle trasversalità indotte dalle inedite sfide mondiali che hanno reso obsolete le vecchie forme in cui si esprimevano le politiche del welfare del secolo socialdemocratico. Il vuoto lasciato dalle sinistre è stato riempito dal populismo. E questo perché la lettura meramente finanziaria da parte del pensiero economico neoliberista è stata funzionale alle politiche di austerità volte a non intaccare l’attuale modello e a far pagare la crisi alla classe media e ai lavoratori. Ne è scaturito che, per la debolezza critica di un riformismo minimalista, ci siamo trovati davanti ad uno scherzo della storia che sfiora il paradosso: la risposta infatti è venuta da una rivolta populista e di destra, facilitata dalla corresponsabilità di gran parte della sinistra nell’accettazione, a volte compartecipe e a volte silente, del paradigma neoliberista. Paradosso doloroso e irridente perché una crisi favorita dai poteri forti invece di trovare uno sbocco a sinistra ha infiammato una protesta populista contro le «caste» che finisce per rimettere tutto il potere nelle mani della vera «casta», quella dei principali responsabili della crisi. Così è avvenuto che il frutto avvelenato e irridente della generica e fuorviante categoria della lotta alla «casta» sia stata l’elezione di un miliardario xenofobo, sessista e reazionario alla testa della più grande potenza del mondo. Tuttavia seguire il tragitto di questa eclissi limitandosi agli eventi degli ultimi anni mi sembra particolarmente sterile. L’anniversario della caduta del muro di Berlino ci induce a riprendere il discorso dal cosiddetto crollo del comunismo, per individuarne le radici, leggendolo in filigrana con il decorso della socialdemocrazia e dell’insieme delle sinistre nel contesto di una spiegazione del male oscuro delle permanenti divisioni che dilaniano dagli albori il fronte progressista. Molti sono stati i tentativi di nuovo inizio in giro per l’Europa, e in Italia è stato sperimentato il più significativo. Ma tutti hanno avuto un difetto fondamentale, quello di non aver elaborato il lutto con la necessaria determinazione. Anche in Italia malgrado le notevoli innovazioni che io non mancherò di enumerare puntigliosamente, la fiamma dei mali del passato, per quanto sia stata decisamente soffocata, ha continuato a covare sotto la cenere, lasciando sul terreno la retorica nostalgica del bel tempo perduto. Il seme dell’innovazione però non può essere gettato sul terreno sterile dell’eterno presente; ha bisogno del concime, e il concime è per sua natura il passato. Non si può uscire dal cerchio virtuoso che coinvolge passato, presente e futuro in un unico destino. Nel trattare la storia come presente ho ritenuto che riandare alle luci e alle ombre del movimento della sinistra che ha dominato la storia del novecento, sia pure in un continuo dialogo con l’insieme delle sinistre, fosse uno dei modi più efficaci di affrontare la crisi generale da cui ho preso le mosse. Infatti non c’è forza di progresso che, in sintonia o in contrapposizione, non si sia definita in rapporto al comunismo. Per questo la tendenza a collocare quella vicenda, in tutti i suoi aspetti, anche quelli più recenti, nel binario morto della storia offusca, a mio avviso, la comprensione globale degli eventi. Certo, se ne è parlato molto e bene nel corso delle celebrazioni del centenario della rivoluzione d’Ottobre, ma senza cogliere con sufficiente chiarezza il rapporto con la complessiva vicenda delle sinistre. Sotto questo profilo, sono convinto che la vicenda del comunismo italiano rimanga un punto privilegiato di osservazione. Non a caso in Italia si è verificato l’unico evento di fuoriuscita consapevole e volontaria da quella esperienza. Alludo, senza ulteriori giri di parole, alla svolta della Bolognina, che, come si sa, è strettamente collegata alla caduta del muro. Nel render conto delle ragioni di quella svolta mi sono sforzato di collocarla nel cuore delle vittorie e delle sconfitte del movimento comunista internazionale, e della situazione complessiva delle sinistre, sottraendola il più possibile da una dimensione meramente provinciale. Nello stesso tempo cercherò di prendere di petto la critica più insidiosa, quella di una inesorabile e generica perdita di identità, collegata alla sua identificazione in un atto di coraggio, una sorta di giorno da leone, a cui sarebbe mancata una chiara cultura politica. Nel corso di questa analisi cercherò di contestare ogni visione riduttiva del significato degli eventi dell’89, sia per ciò che riguarda l’amarcord del paradiso perduto sia per ciò che concerne la base stessa della cultura politica della svolta di allora e del futuro nuovo inizio. Occorre, dopo tanti anni, comprendere che a cadere non è stato solo il «socialismo reale». Abbassatesi le polveri sollevate da quel crollo, è affiorato il vuoto problematico di un «socialismo ideale» che si era definito in contrasto con quello reale. Ma prima di entrare nel merito, intendo soffermarmi su due considerazioni preliminari. La prima è che nella disperante percezione, che contiene indubbi elementi di verità, di una perdita di identità culturale è presente una sorta di paragone ellittico rispetto ad una perduta identità del tutto cristallina ed omogenea, che non è mai esistita. Nel corso della storia del comunismo si sono affacciate sul proscenio non solo identità molto diverse tra di loro, ma anche clamorosamente contraddittorie. Lo stesso vale per la storia della socialdemocrazia, che spetta ad altri percorrere dall’interno. Le suggestioni di una inossidabile identità perduta sono ampiamente contraddette dalle concrete vicende storiche. Per ciò che concerne l’identità comunista, mi è sufficiente sottolineare che diverse culture comuniste sono cresciute in molteplici centri intellettuali, nelle elaborazioni di grandi personalità eterodosse, in contributi di notevole rilievo come quelli di Gramsci e Rosa Luxemburg, attraverso differenti esperienze storiche in Oriente e in Occidente. Le idee di comunismo di Trockij, Bucharin e Stalin erano, in parte, sensibilmente lontane tra loro, così come quelle di Brežnev e Berlinguer. Anche in Italia, e tra gli stessi comunisti, la percezione degli ideali del socialismo è stata molto diversa prima e dopo la Resistenza, in seguito ad una crescente contaminazione democratica favorita dall’unità antifascista. In realtà, a mio avviso, la crisi di quella cultura si inscrive principalmente nel suo decorso, che si è consumato nel contraddittorio rapporto tra principi e inveramento storico. Non bisogna infatti dimenticare che nella ricerca delle motivazioni di fondo che hanno mosso i diseredati di tutto il mondo verso il proprio riscatto è difficilissimo operare una netta distinzione tra socialismo e comunismo, non solo perché sono nati dalla stessa coscia di Giove, ma perché all’osso, nella cultura popolare, sono sempre state le stesse. Anche se in Italia la riduzione dell’esperienza comunista al mero ambito dei confini nazionali sarebbe in netto contrasto con uno dei suoi presupposti fondamentali: l’internazionalismo. La stessa parola ha assunto significati molto diversi. Mi è capitato altre volte di osservare come, a livello dei mass media, il movimento criminale e terrorista dei Khmer rossi sia stato definito, impropriamente, come marxista. Ma al di là di questo paradosso appare evidente che l’elemento nazionale del comunismo cinese, inserito nella millenaria autosufficienza e nella percezione di superiorità della cultura cinese, aveva ben pochi contatti con la tradizione popolare, socialista e comunista dell’Occidente. La completa rinuncia a se stesso dell’individuo, la sua totale immersione nella collettività erano del tutto opposti alla autorealizzazione e liberazione dell’individuo di cui avevano parlato Gramsci e lo stesso Marx. Si è trattato di due visioni profondamente diverse. Si vede ad occhio nudo che ci sono stati ben pochi contatti tra le origini razionaliste e illuministe delle idealità del movimento operaio italiano e il misticismo volontarista e comunitario del comunismo orientale. Infatti, mentre il ramo centrale della cultura socialista e comunista è nato, come si diceva una volta, dalla filosofia tedesca, dal pensiero politico francese e da quello economico inglese, i tre elementi fondamentali che hanno caratterizzato la cultura comunista in Oriente sono stati il volontarismo, la tensione morale e il misticismo collettivista, unificati in una ideologia nazionale giustificata dalla sacrosanta esigenza di liberazione dal colonialismo. Naturalmente mi limito a sottolineare una distinzione e non una gerarchia di valori. Tuttavia, la storia non si occupa di come ciascuno di noi ha vissuto le cose. Si occupa di processi oggettivi che hanno coinvolto grandi masse, popoli, paesi interi e Stati. Per questo quando parlo di crollo del comunismo non mi riferisco al tema sotto il profilo più generale della storia delle idee, ma presto attenzione al modo in cui la cultura comunista, e il comunismo stesso, sono stati vissuti e percepiti dalle grandi masse del pianeta e come di riflesso e in contrapposizione sono emerse altre esperienze di sinistra. Parlo, in particolare, del comunismo che si è incarnato nel socialismo reale sotto la direzione di Mosca. Il progressivo distanziarsi dei diversi destini delle sinistre e il crescente baratro tra idealità e realizzazioni concrete, tra socialismo ideale e reale movimento storico, prendono l’avvio da un paradosso: mentre il regno della libertà prefigurato dal marxismo, per quanto carico di finalismo utopistico, richiedeva uno sviluppo delle forze produttive tale da creare le condizioni materiali idonee a facilitare l’instaurarsi di più libere relazioni umane, il centro della rivoluzione mondiale è stato la Russia, dove non c’erano le condizioni oggettive che Marx aveva posto a base di un superamento del capitalismo. Il “Capitale” di Marx avrà modo, in seguito, di vendicarsi ampiamente. Tuttavia con questa mia osservazione non intendo voler mettere le brache al mondo, negando che ci fosse nella Russia zarista una condizione rivoluzionaria che andava colta, anche se mi sembra del tutto evidente che le tappe successive alla rivoluzione d’Ottobre soffriranno di quella contraddizione. Che si irradierà nelle articolazioni territoriali e nelle diversificazioni ideali tra le sinistre, divenendo uno degli aspetti delle furiose lotte intestine. 

E Il Fatto stronca preventivamente il film su Bettino. Margherita Boniver 31 Ottobre 2019 su Il Riformista.it. Sul Fatto Quotidiano di ieri una stroncatura preventiva di un film che esce a gennaio  – Hammamet, lacrime d’autore (e di Stato) per un Craxi martire il titolo del pezzo – dà un bell’esempio di censura precoce, genere non si sa mai. Il film, firmato da Gianni Amelio e interpretato da Pierfrancesco Favino, verrà distribuito in concomitanza con una ricca serie di iniziative per il ventennale della morte di Bettino Craxi organizzate dalla Fondazione che porta il suo nome. La scelta degli autori di fare un ritratto di un uomo nella drammatica fase finale della sua vita causerà grandi sofferenze ai familiari e ai moltissimi che rimpiangono Craxi il politico. Lo statista socialista non fu mai sconfitto politicamente, ma abbattuto, sì, da una tempesta giudiziaria nel ’92-’93 che usò notoriamente due pesi e due misure, e che scelse l’eliminazione selettiva di cinque partiti politici che avevano governato l’Italia nel dopoguerra. Noi preferiamo ricordare Bettino per le sue straordinarie capacità e intuizioni, dall’installazione del sistema missilistico europeo a Comiso, dall’epopea di Sigonella, la battaglia vinta sul referendum sulla scala mobile, la campagna per salvare la vita di Aldo Moro, il sostegno solidale ai partiti socialisti in esilio durante le dittature in Spagna, Portogallo e Cile tra gli altri, le leggi su divorzio e aborto che portano le firme di socialisti illustri, le battaglie per la parità uomo/donna, una straordinaria politica con i Paesi del Mediterraneo che è scomparsa con lui, e molto altro ancora.

 

Stefania Craxi: “Persino tra i Cinque stelle qualcuno rivaluta mio padre”. Paola Sacchi 31 Ottobre 2019 su Il Riformista.it. Senatrice Craxi, siamo verso il ventennale della scomparsa di suo padre, lo statista Bettino Craxi, morto in esilio a Hammamet.

Il prossimo 19 gennaio sembra che in Tunisia verrà anche il numero due leghista Giancarlo Giorgetti e lo stesso Matteo Salvini dicono sia tentato dalla visita. Se l’aspettava questa svolta leghista?

«Chiunque intenda venire ad Hammamet a rendere omaggio a un uomo che ha speso la sua vita per il bene del suo Paese, per la libertà, la democrazia e la pace, è ben accetto. Non parlerei di svolte, piuttosto di maturazione. La storia va scritta bene e aiutata – forse è questo l’unico merito che mi riconosco – ma con il trascorrere del tempo la coltre di menzogne e mistifi cazioni cede il passo e la verità, seppur con fatica, si fa strada».

Lo stesso Umberto Bossi anni fa, in una mia intervista su Panorama, ammise che «Craxi fu uno statista: appiopparono tutto a lui». Ma lei lo sapeva che il Senatùr fece un bel cazziatone a Orsenigo per quel cappio?

«Quel cappio è stato e resta uno dei simboli di una stagione di barbarie, di violenze, di ingiustizie e inganni, fatta in spregio al diritto e alla ragione ma soprattutto contro lo stesso interesse dell’Italia. Da quel dì siamo stati – non a caso – sempre più deboli e subalterni; un’economia malata e una terra di conquista per gruppi imprenditoriali e finanziari di ogni sorta. Ma quell’immagine è ben rappresentativa del clima da “caccia alle streghe” di allora. Un clima costruito ad arte e supportato da certa stampa e certi poteri…»

Lei è senatrice di Forza Italia, è con Fi da tanti anni, lei che definire craxiana è riduttivo, poiché lei è la Craxi. Che rapporti ha avuto e ha con i leghisti, da Umberto Bossi a Salvini?

«Non ho avuto rapporti particolari né con Bossi prima né con Salvini ora. Ma non ho problemi con la Lega Nord. Ho tanti amici parlamentari, ho lavorato bene con loro negli anni di governo e, soprattutto, ho un buon rapporto con la loro base, dove c’è un grande rispetto sia per la battaglia che conduco sia verso mio padre. Pensi che sono stata anche ospite a Radio Padania lo scorso anno… E poi non dimentichi che sono un Senatore di FI eletto in un collegio uninominale…»

Ora a Salvini, che a suo tempo si oppose, chiederà di dare una mano perché venga dedicata a Craxi una Via nella sua Milano?

«Veramente già nel passato i consiglieri leghisti avrebbero votato a favore. È un pezzo del PD – che sul tema è spaccato a metà – più altri consiglieri sinistri ad opporsi e impedire che a Craxi venga tributato nella sua Città, che ha tanto amato e per cui tanto si è speso, un riconoscimento giusto e doveroso. Negli anni dell’esilio pensava alla “sua” Milano e si commuoveva…»

Giorgetti parla del valore che dette suo padre al rispetto dell’interesse e della sovranità nazionale, di cui Sigonella è emblematica. Che differenza c’è nel “sovranismo”, seppur in fase di rimodulazione, della Lega e quello di suo padre?

«Non mi avventuro nel gioco delle differenze, per giunta tra tempi e contesti diversi. Craxi era un uomo che amava l’Italia e gli italiani, immaginava un Paese grande tra i grandi, aperto al mondo e alla sua gente, che svolgesse un ruolo guida nell’area mediterranea e mediorientale. Credeva che gli interessi nazionali andassero difesi e promossi e, che nel concerto europeo, nella solidarietà europea, non poteva comunque venire meno, per storia, cultura, tradizione e anche per necessità, il ruolo di ogni singola Nazione. È la ricchezza dell’Europa che ancora oggi non si comprende. Si cerca, invece, una deleteria omologazione che non fa né il nostro bene né quello dell’Unione».

Craxi era un europeista ma non eurodogmatico….

«Esatto. Si spese per la costruzione dell’Europa, ma non era né un ideologico né un settario. Vide le storture e le disuguaglianze che prendevano corpo con Maastricht che, rispetto alle premesse, risentiva dell’unione delle due Germanie e dei nuovi scenari. Negli ultimi anni ebbe a definirsi “euro-scettico” e preconizzò con largo anticipo una Unione Europea affetta da “zoppia” in cui a prevalere non fosse una logica da “gerarchie di potenza”. Sapeva che una Ue a trazione nordica avrebbe generato problemi…»

Cosa risponde a un certo anti-salvinismo persino con punte di giustizialismo di socialisti che sembrano fermatisi ai tempi del cappio di Orsenigo?

«Posso capirli. L’accanimento in quegli anni fu duro, una campagna feroce. Ma dico loro che il giustizialismo non appartiene alla nostra storia e alla nostra cultura. È un male, una deriva che ha avvelenato i pozzi della vita civile, democratica e istituzionale».

È un fatto che Silvio Berlusconi sia l’unico leader che senza se e senza ma abbia difeso sempre la memoria di Craxi. E lei ha detto che c’è più rispetto per lui nel centrodestra che nel centrosinistra…

«Non lo dico io. È la realtà dei fatti che solo chi non vuole non vede. Berlusconi poi non ha mai avuto remore nel dire che nel biennio ‘92 – ‘94 si è consumato un “colpo di Stato” che ha portato alla distruzione delle forze politiche che avevano reso grande, democratica e progredita l’Italia. La sinistra, invece, nel migliore dei casi tace. Nel peggiore, beh…»

Come se lo spiega?

«Questa sinistra resta la figlia di “Mani pulite”. Lì si trova il suo presunto riconoscimento e da quel brodo di cultura che impasta delegittimazione della politica e delle istituzioni, populismo, giustizialismo, moralismo, ipocrisia e doppiezza, nasce il grillismo. Due sottoculture giacobine che pericolosamente si ritrovano a braccetto».

Dal Pd, dal centrosinistra, cosa si aspetta per il ventennale? Verrà qualcuno dei suoi leader, finora mai andati sulla tomba di Craxi, ad Hammamet?

«Me lo auguro. Porrebbero fine ad una anomalia tutta italiana. Li attendo a braccia aperte, purché abbiano il coraggio di dire parole di verità. Ma sia chiaro: oggi, serve riconoscere non i meriti di Craxi – quelli sono evidenti – ma devono parlare della sua persecuzione mediatico-giudiziaria. Non esiste un Craxi buono (Sigonella, euromissili, ecc.) e uno cattivo (finanziamento, processi, ecc). È l’orecchio da cui non ci sente questa sinistra! Si dicono riformisti? Vengano ad omaggiare l’ultimo grande leader della sinistra riformista che hanno fatto morire in esilio».

Secondo Martelli, intervistato da Veltroni per il Corriere, ci sarebbero stati margini per L’Unità socialista. Secondo suo padre, nel mio libro “I Conti con Craxi”, no. Lui racconta che Occhetto andò da lui e ammise: «i miei vogliono la Dc». Che opinione ha?

«Parlano i fatti. Primo. Dopo il 1987 Craxi continua a porsi il problema di assicurare una maggioranza di governo e un esecutivo al Paese visto che il Pci ancora sognava l’eurocomunismo e continuava a prendere soldi da Mosca nonostante le crepe del Muro fossero evidenti. Secondo. Craxi non voleva distruggere i comunisti, ma cambiarli. Ricordo che, proprio su loro richiesta nel ‘91 non va ad elezioni anticipate e fu proprio lui a far patrocinare l’ingresso dei post-comunisti nell’Internazionale socialista. Il giorno dopo erano in giro per le Cancellerie a sputargli in faccia… Terzo. La loro indisponibilità non è una mia invenzione o di Craxi. Lo dicono loro. Lo certifica Occhetto, lo scrive Paolo Franchi nel suo ultimo lavoro…»

Quindi, Martelli?

«Forse si è fatto prendere da un eccesso di autocritica, o meglio, di critica. Non vorrei che Veltroni abbia resuscitato qualche complesso di inferiorità che, specie prima e dopo Craxi, ha albergato nel mondo socialista».

Nell’ex Pci chi si è comportato meglio con lei e con la sua famiglia?

«Premessa. La vicenda Craxi non è una vicenda che può essere derubricata sul piano personale o familiare. Era e resta una questione politica, una spada di Damocle che pesa sulla nostra Repubblica. Noi abbiamo attraversato anni duri. Non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello umano e lavorativo, in cui sono mancati molti presunti amici. Secondo lei potevo aspettarmi qualcosa dai compagni del Pci?»

Ma ci sarà stato qualcuno che negli anni ha provato a sanare la ferita.

«Mah, guardi, degli ex-comunisti quello che più di ogni altro ha inteso proferire qualche parola di verità su Craxi è stato, nel bene e nel male, Giorgio Napolitano. Penso alla lettera del decennale fatta da Presidente della Repubblica. Con lui, anche per ragioni istituzionali, ho costruito un rapporto di lealtà e rispetto improntato alla massima franchezza…»

Ci può anticipare le principali iniziative per il ventennale in Italia e Tunisia?

«Il 2020 sarà un anno “craxiano”. La Fondazione a lui titolata ha dato vita a un “Comitato d’onore” animato da personalità del mondo riformista, da esponenti dell’istituzioni, dell’economia, dell’impresa, dell’arte, dello spettacolo e della cultura. Ci saranno iniziative su tutto il territorio nazionale e all’estero, diverse per impostazione, argomento e natura in grado di parlare a tutti. Convegni, ricerche, pubblicazioni, mostre… Non ci sarà da annoiarsi. Si parte da Hammamet il prossimo 17 – 19 gennaio e si continuerà per tutto l’anno».

Dal premier Conte si aspetta un messaggio? E dai Cinque Stelle?

(Sorride, ndr). «Lo deve chiedere a loro. Non sono una donna di fede, non ho questo dono, ma sono una donna ostinata… chissà, magari prima o poi! Ma vuole sapere una cosa?»

Dica pure…

«Alcuni pentastellati non riconoscono Craxi come l’uomo nero. Alcuni di loro mi fermano nei corridoi del Palazzo per parlarmene e chiedermi, pensi un po’! Se lo sapesse il supremo tribunale dell’inquisizione…»

Quale è la lezione principale che viene da Craxi per l’Italia di oggi?

«Non c’è una sola lezione. L’azione politica di Craxi, le sue intuizioni e la sua lettura della realtà è una eredità ancora viva che parla al futuro di questo Paese…»

Che cosa vi siete detti l’ultima volta lei e suo padre?

«So bene che rischio di non essere creduta ma fino all’ultimo momento parlava di politica. Eravamo a tavola e guardava il tg e si chiedeva che fine avrebbe fatto l’Italia. La sua Patria».

 Ambrogino a Borrelli, schiaffo al socialismo italiano. Piero Sansonetti 19 Novembre 2019 su Il Riformista.it. Il Comune di Milano ha deciso di attribuire a Francesco Saverio Borrelli l’Ambrogino d’oro alla memoria, cioè il premio più importante per un cittadino milanese, che viene assegnato tutti gli anni il 7 dicembre, giorno di Sant’Ambrogio. Francesco Saverio Borrelli è l’ex Procuratore di Milano che ha realizzato, coordinato e diretto l’intera operazione “Mani pulite” che, tra il 1992 e il 1994, ha prodotto migliaia di imputati, centinaia di arrestati e di nuovo migliaia di assolti. L’inchiesta ha provocato anche molti suicidi. Soprattutto tra i milanesi. Quarantuno in tutto, tra i quali quello celebre del presidente dell’Eni Gabriele Cagliari, socialista, che si tolse la vita in carcere dove era illegalmente detenuto. Francesco Saverio Borrelli è il magistrato che impedì che il governo italiano concedesse un salvacondotto a Bettino Craxi, per curarsi in Italia, quando era morente. Bettino Craxi è stato un illustre cittadino di Milano. È stato un italiano molto illustre, che ha servito il suo Paese da presidente del Consiglio e da leader del partito socialista, e ha ottenuto dei grandi successi portando l’Italia tra le grandi potenze industriali. È stato accusato, senza prove, di molti reati e di avere raccolto un tesoro personale che nessuno è riuscito mai a trovare. Perché non c’era. Personalmente sono stato sempre un anti-craxiano. Sempre. Ma la scelta di schiaffeggiare Craxi e la grandiosa tradizione socialista che rappresenta, assegnando l’ambrogino a Borrelli, suscita in me un sentimento di stupore e indignazione.

Vogliono il potere. 1992 Ritorno al futuro, partito dei Pm all’assalto. Piero Sansonetti 5 Novembre 2019 su Il Riformista.it. È in corso un attacco senza precedenti alla politica italiana da parte della magistratura. Anzi, un precedente c’è: 1992. Cioè l’anno della grande inchiesta “Mani Pulite”, quella che portò all’annientamento di una intera generazione politica, e precisamente della generazione che forse è stata la migliore degli ultimi 150 anni. Quella che ha reso grandi i partiti (soprattutto la Dc, il Psi e il Pci) e ha portato l’Italia a diventare la quarta potenza industriale del mondo e uno dei paesi dove più si riducevano, progressivamente, le disuguaglianze sociali. L’attacco di ieri si è verificato attraverso tre o quattro bocche di fuoco. Principalmente quelle controllate da tre magistrati molto noti: Giuseppe Pignatone, Nino Di Matteo e Nicola Gratteri.

Ciascuno per conto suo ha sistemato i cannoni ad alzo zero e ha iniziato il bombardamento. 

Pignatone ha contestato la sentenza della Cassazione, recentissima, che esclude la presenza della mafia nella vicenda “Mondo di Mezzo”. (La Cassazione aveva spiegato che corruzione e mafia non sono necessariamente la stessa cosa). 

Di Matteo, che è un ex Pm e un membro del Csm (recentemente escluso da un gruppo di lavoro della superprocura Antimafia perché troppo ciarliero coi giornalisti) ha usato la Tv per entrare nella contesa politica e mettere in moto una valanga di fango contro Berlusconi. 

Gratteri – che dei tre è il più concreto – senza tanto rumore ha fatto capire al Pd e al centrodestra calabrese che i candidati alla Presidenza della regione è meglio che li scelga lui. E ha deciso che né il governatore uscente – candidato naturale del centrosinistra – né il sindaco di Cosenza – candidato naturale del centrodestra – sono adatti all’incarico. Siccome il governatore e il sindaco sono di gran lunga i candidati favoriti, in vista delle elezioni di gennaio, Gratteri ha ottenuto già un buon risultato: probabilmente centrodestra e Pd piegheranno il capo e presenteranno un candidato gradito a Gratteri, e così, ovviamente, faranno anche i 5 stelle. In questo modo il risultato delle regionali è abbastanza sicuro: vincerà un gratteriano. Non so se qualcuno ricorda quella favola di Esopo del Leone e del topolino, rielaborata nella versione di Trilussa, che finisce con quei versi memorabili in dialetto: “Tenente, la promozzione è certa, e te lo dico perché me so magniato er capitano”. Ecco, il lavoro di Gratteri si ispira un po’ al poeta romanesco. Di Trilussa gli manca solo l’ironia. Aggiungiamo a questi attacchi diretti anche l’attacco indiretto che viene in seguito all’arresto a Palermo di un ex detenuto e militante radicale. Il quale è accusato di avere avuto rapporti coi boss e di avere utilizzato per questi rapporti la possibilità di visitare i carcerati a seguito dei parlamentari. Quel che colpisce è la foga con la quale da molte parti (non dalla Procura di Palermo, proprio per confermare che una cosa è la magistratura e una cosa diversa e non coincidente è il partito dei Pm) si è chiesto di cogliere al balzo questa notizia di cronaca per limitare le visite in carcere e per rendere le prigioni un luogo ancora più inaccessibile e dove i diritti sempre di più diventino una opzione discrezionale. Nel titolo di questo articolo, ricordiamo il 1992. Perché? Non solo perché la virulenza dell’attacco dei magistrati fa ricordare la grandiosità di Mani Pulite. Ma per altre due ragioni.

La prima riguarda la situazione politica, la seconda riguarda le istituzioni. La situazione politica oggi è molto simile a quella del 1992. La politica è debolissima, allo sbando, e non sembra in grado di controllare i movimenti di chiunque abbia intenzione di ferirla. Il governo è sorretto da partiti che nel Paese sono minoranza. L’opposizione è sostenuta invece da una maggioranza abbastanza forte, nell’opinione pubblica, e tuttavia – specialmente per le recenti esperienze governative della Lega – dà la sensazione di non avere né idee né competenze sufficienti per governare la crisi. I partiti sono allo sbando. I due partiti che negli ultimi 30 anni si sono alternati al vertice del potere politico, e cioè Forza Italia e il Pd, sono ridotti ai minimi termini e sono martoriati dalle scissioni successive. L’intellettualità è in ritirata, impaurita, spaesata, incapace di esprimere giudizi e tantomeno di indicare prospettive. La pancia del Paese è in grande agitazione, travolta dalla cultura del “vaffa” ma senza più aver fiducia neppure in chi quella cultura ha creato. Tutto ricorda i tempi drammatici del ‘92-’93, quando i partiti di governo persero in pochi mesi più della metà dei consensi che avevano, mentre l’ex Pci sbandava e poi si accodava ai magistrati. E i giornali, in gran parte subalterni al potere economico – anche lui intimidito dall’offensiva della magistratura – decisero di schierarsi a testuggine a difesa delle Procure.

La seconda ragione per la quale vediamo una somiglianza tra l’offensiva di oggi e quella del ‘92 è la larghezza dell’attacco. Che non si limita a colpire i partiti e a pretendere (Gratteri) il diritto a surrogarli, ma giunge fino a mettere in discussione l’intero assetto democratico. Compreso, in parte, il potere giudiziario. L’attacco di un gruppo di magistrati guidati da Marco Travaglio alla Corte Costituzionale, e ora l’attacco di Giuseppe Pignatone alla Corte di Cassazione, spiegano benissimo la natura di questa offensiva. Il partito dei Pm non solo spara a palle incatenate contro i partiti, ma intende mettere in discussione anche i meccanismi fondamentali del garantismo che funzionano all’interno dell’Ordine giudiziario. L’obiettivo è grandioso e semplice: mettere in mora lo Stato di Diritto. In tutte le sue articolazioni.

Queste righe che ho scritto sono di semplice analisi politica. Non vi nascondo che il sentimento che questa analisi produce, in me, è di paura. Siccome sono, di formazione, un vecchio comunista, ricordo Antonio Gramsci e la sua analisi sulla sovversione delle classi dirigenti. Mi pare attualissima. Oggi la sovversione avviene da parte del partito di Pm.

P.S. Lo ripeto per l’ennesima volta, e non come precisazione formale. Partito dei Pm e magistratura non coincidono. E in buona parte sono in conflitto tra loro. Però il partito dei Pm, oggi, è fortissimo, e sta fagocitando la magistratura. 

Mani pulite, la stagione dei suicidi. Roberta Caiano 19 Novembre 2019 su Il Riformista.it. Tangentopoli e tutto ciò che ne conseguì non solo cambiò il volto della politica italiana, che segnò la fine della cosiddetta Prima Repubblica, ma provocò 41 suicidi tra politici e imprenditori. Conosciuta anche come l’inchiesta di Mani Pulite, deve il suo nome al Pm Antonio Di Pietro il quale aprì un fascicolo alla Procura di Milano nel 1991 dando inizio alle indagini. Il vero inizio, però, si ha nel febbraio 1992 quando Di Pietro chiese e ottenne un ordine di cattura nei confronti dell’ingegnere Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio e membro del Psi di Milano. Dapprima Chiesa, incarcerato a San Vittore, si rifiutò di collaborare con il pubblico ministero, ma in seguito confessò che lo scandalo delle tangenti era in realtà molto più esteso di quello che si riteneva. Da quel momento lo scalpore si allargò a macchia d’olio attraverso una risonanza mediatica molto forte.

I PRIMI SUICIDI – Furono 41 le persone che si tolsero la vita a causa di queste indagini. La maggior parte lo fece al di fuori dal carcere o ancora prima di essere ufficialmente indagati. Questo accadde come conseguenza della pressione dell’opinione pubblica, per il timore che si venisse marchiati a vita, oltre che condannati. Il primo a suicidarsi fu Franco Franchi, coordinatore di una USL di Milano. Sebbene non fosse ancora entrato nelle indagini, sapeva che prima o poi sarebbe rientrato e così si uccise nella sua auto soffocato dal monossido di carbonio. A seguire ci furono quello del segretario del Partito Socialista di Lodi, Renato Morese, che si tolse la vita con un colpo di fucile alla testa, poi quelli di Giuseppe Rosato, della Provincia di Novara, Mario Luciano Vignola, della Provincia di Savona, e dell’imprenditore di Como Mario Comaschi.

I SUICIDI ECCELLENTI – Il 2 settembre del 1992 è la volta del deputato del Partito socialista Sergio Moroni. Tesoriere del partito in Lombardia, a Moroni vengono notificati ben tre avvisi di garanzia per una serie di presunte tangenti e il pool di Mani Pulite chiede alla Camera l’autorizzazione a procedere. Moroni scrive una lettera all’allora presidente della Camera Giorgio Napolitano nella quale parla di ipocrisia e sciacallaggio e di un processo sommario e violento. Rifiuta che venga definito come un ladro e contesta di non aver mai preso una lira concludendo con una frase inquietante: “ma quando la parola è flebile non resta che il gesto“. Il 2 settembre si spara un colpo di fucile alla testa nella cantina della sua casa di Brescia. Uno dei nomi più famosi è quello Gabriele Cagliari. Presidente dell’ENI ed uno dei più importanti manager pubblici, dopo 4 mesi nel carcere di San Vittore si toglie la vita soffocandosi con un sacchetto di plastica. La sua vicenda è quella che ha destato più scalpore perché vengono trovate delle sue lettere in cui esprimeva il suo senso di impotenza nei confronti della gogna mediatica a cui era sottoposto. Cagliari più volte aveva dichiarato di essere all’oscuro delle tangenti ma la pressione proveniente dall’esterno della cella è stata più forte portandolo al suicidio. A soli tre giorni dalla morte di Cagliari, si uccide un altro indagato: Raul Gardini. Il manager, a capo dell’impero agro-alimentare della famiglia Ferruzzi di Ravenna, viene indagato per una maxi-tangente da 150 miliardi dell’affare Enimont. Quando uno dei suoi dirigenti viene arrestato in Svizzera, Gardini pensa che lui sia il prossimo ad essere arrestato così si toglie la vita nella sua casa di Milano. Infine il 25 febbraio del 1993 viene ritrovato il corpo senza vita di Sergio Castellari, ex direttore generale del Ministero delle Partecipazioni Statali, che muore con un colpo di revolver Calibro 38. Risultano brutali le parole di Piercamillo Davigo del pool di Mani Pulite “la morte di un uomo è sempre un avvenimento drammatico. Però credo che vada tenuto fermo il principio che le conseguenze dei delitti ricadono su coloro che li commettono non su coloro che li scoprono“.

Intervista all'ex pm: "I grillini sono incompetenti". Di Pietro: “Mani pulite fu una primavera. Rifarei tutto tale e quale”. Angela Nocioni 6 Novembre 2019 su Il Riformista.it. Antonio Di Pietro sta raccogliendo le olive a casa sua in Molise. Dice di sentirsi ormai parte dell’associazione combattenti e reduci. D’essersi pentito d’aver fatto politica. Mani Pulite, invece, la rifarebbe tale e quale. «Quell’inchiesta andava fatta in quel modo. La rifarei non una, ma mille volte così come l’ho fatta», dice l’ex pm del pool dello scandalo Tangentopoli. «Allora mi ritrovai tra le mani un malato grave con un tumore gravissimo, la corruzione ambientale, che aveva infettato lo Stato, corrotto la politica e rovinato la libera concorrenza. L’intervento chirurgico era urgente, altrimenti sarebbe morta la democrazia. Poi però è successo che l’Italia si è ritrovata nel vuoto. Era necessario che le redini del governo fossero prese in mano da qualcuno in grado di farlo. Invece il sistema italiano questo qualcuno non è stato in grado di produrlo. Ci siamo affidati al personaggio di turno. Dopo Mani pulite, i partiti hanno cominciato ad addensarsi attorno a una persona. Ora una, ora un’altra. Vista come quella che potesse risolvere tutti i guai del mondo. Così è nato Berlusconi, così è nato Bossi. E anche Di Pietro. Il cittadino dopo Mani pulite ha cominciato a votare più la faccia che la sostanza. Tutto di pancia. Non va bene».

E questo bel guaio l’avrà mica fatto lei?

«No. L’intervento chirurgico spettava alla magistratura. Il progetto politico invece no. Non spettava alla magistratura. E invece… La classe politica venuta fuori ora è incapace di risolvere i problemi. Non rifarei politica, se tornassi indietro».

Quelli che per fare politica hanno usato il suo nome, la sua popolarità, lanciati anche da lei, hanno seguito la sua eredità o l’hanno tradita? Parlo di Ingroia, per esempio.

«Il primo a salire sul carro del partito personale che è spuntato fuori tra gli effetti di Mani pulite è stato Berlusconi. E pure io. Ma mica siamo stati i soli. Poi è arrivato Grillo. In un momento di grande confusione Grillo è riuscito a portare la rabbia, la voglia di rivalsa e la delusione dei cittadini nelle urne. Meglio nelle urne che a sfasciare le vetrine. È stato bravo. L’errore di Di Pietro e anche di Grillo quale è stato? Lo dico perché i grillini li considero miei figli putativi, sono figli legittimi di Grillo, ma pure figli putativi miei. Io ho fatto un errore: mi sono ritrovato dalla sera alla mattina con un grande consenso popolare, una classe politica da costruire e ho pensato di poterla costruire con chi aveva già fatto politica in precedenza. E mi sono portato appresso nel mio partito parte del tumore della Prima repubblica, purtroppo. Grillo ha fatto un errore diverso. Ha escluso chi aveva fatto politica in precedenza. Come chiedeva Casaleggio padre, che l’aveva capito guardando l’errore che avevo fatto io. E così Grillo ha portato al governo del paese degli incompetenti che a mala pena saprebbero fare un drink al bar».

Visto il clima politico del momento, crede ci sia il rischio di un nuovo ’92, ’93 in Italia? Di un terremoto politico con protagonisti dei magistrati?

«Non c’è stato nessun rischio allora, c’è stata una primavera. Il rischio per la democrazia c’era prima, c’è stato fino al ’92 perché il malato di tumore stava per morire. L’intervento chirurgico era obbligato dalla legge. Non l’ho fatto per motivi ideologici, io non ho mai chiesto a nessuno di che partito era. Chiedevo: quanti soldi hai preso?»

Prima c’erano Andreotti, Craxi, Forlani. Personaggi discutibili che lasciavano supporre d’aver fatto bene le elementari. Ora c’è Di Maio.

«Ha fatto bene a citarmeli. Andreotti, prescritto per mafia. Forlani condannato perché responsabile di finanziamenti illeciti. Craxi per corruzione. Questi c’erano. Padreterni?»

No. Ma se Craxi discuteva qualcosa a nome dell’Italia, il cittadino medio poteva avere mille riserve e supporre che chi lo rappresentava avesse chiaro che Pinochet non è stato il dittatore del Venezuela.

«Sono preoccupato che un Di Maio qualsiasi rappresenti il mio paese con una conoscenza che è quella che è. Sono amareggiato nel vedere Di Maio che parla delle cose del mondo. Però questo non mi dà la possibilità di giustificare un Craxi che sapeva tutto su come gestire la crisi di Sigonella, tanto di cappello, ma sapeva anche di conti, aveva anche il know how per molto altro. Altro non lecito».

Quindi passati anni dalla morte di Craxi, col senno del poi, lei non ha cambiato idea?

«Io non ce l’avevo né con lui né con altri. Io ho trovato un signore con la marmellata in mano. Di quello mi sono occupato».

Quando lei dice d’aver fatto l’errore di importare nel suo partito un modo di fare della Prima repubblica si riferisce a Razzi e Scilipoti o anche ad altri?

«Non mi riferisco tanto alle persone, ma a una cultura. Razzi poi è il meno peggio di tutti. In questa legislatura ce ne sono centinaia che hanno cambiato casacca. Stanno zitti o fanno finta di averlo fatto per una ragion di Stato che non esiste. Solo interessi personali. Razzi nella sua ingenuità ha detto perché l’ha fatto. E Razzi, di tutti quelli che hanno cambiato casacca, è l‘unico a essere stato eletto con le preferenze».

Lei litigò con il pool di Milano? Com’erano i rapporti tra lei e Borrelli?

«Con il dottor Borrelli ho sempre avuto un rapporto formale, gli ho sempre dato del lei. Un rapporto corretto. Veniva citato da me quotidianamente. L’unica lamentela sua nei miei confronti, un complimento che mi fece in realtà, è che producevo talmente tanti atti da non dargli il tempo di leggere tutto. È una persona per la quale avevo stima perché nei momenti delicati di Mani Pulite ci ha sempre messo la faccia. Lui all’inizio, quando feci arrestare Mario Chiesa, disse: è stato arrestato in flagranza di reato, va in direttissima, tra 15 giorni si chiude tutto. Dopodiché ha avuto modo di prendere atto della realtà dell’inchiesta, ha visto come si allargava. Ebbe modo di capire come il fascicolo cresceva e si comportò in modo corretto. Io lo rispetto. Con gli altri del pool ancora oggi capita che ci troviamo a qualche convegno insieme. A parte Piercamillo Davigo che è al Csm, facciamo parte dell’associazione combattenti e reduci oramai. Il pool di Palermo era diverso. Falcone e Borsellino hanno avuto un pezzo di vita privata insieme. Io con i miei colleghi no, avevamo solo rapporti professionali».

Nessuna lite?

«No».

Cosa pensa del generale Mori?

«Per rispetto di chi deve scrivere la sentenza di quel processo, parlerò dopo. Sono stato testimone, non posso inficiare la mia testimonianza».

Qual è la verità sulle undici case che sembrava fossero sue? Erano sue?

«Sto ancora facendo atti di esecuzione per persone che devono risarcirmi di danni che mi hanno fatto per diffamazione. Alcuni con undici sentenze passate in giudicato. Mai ho portato a giudizio un giornalista che ha messo il microfono sotto il naso di qualcuno che mi ha diffamato, solo le persone che hanno mentito diffamandomi».

Gianroberto Casaleggio come l’ha conosciuto?

«Casaleggio l’ho conosciuto per motivi professionali, nel modo più semplice del mondo. Quando ho iniziato a fare politica e lui si occupava già di rete e di comunicazione, m’è arrivata una email che diceva: noi offriamo questo servizio. L’ho incontrato, ne abbiamo discusso. Lui ha gestito per una certa parte la mia comunicazione e io ho pagato il corrispettivo. Poi io ho preferito continuare a gestirla da solo. Lui ha continuato a occuparsi della comunicazione di Beppe Grillo, cosa che già faceva. Siamo rimasti amici, nel senso di rispetto reciproco, ci confrontavamo, l’ho anche difeso in alcune sue cause per diffamazione. Ma non eravamo intimi, non andavamo a mangiare un piatto di spaghetti».

Con Davide Casaleggio ha rapporti?

«Non lo conosco bene. Non ho avuto con lui il rapporto che ho avuto con il padre».

Si ricorda di quell’agosto romano di quando lei studiava a Roma, era senza casa e le affidarono un cane? 

«Ah sì. Non è un segreto. Sa, quando vedo i migranti che vengono in Italia io ho rispetto per il loro dolore, io sono stato parecchie volte in una situazione delicata, io mi ricordo di quando sono stato immigrato in Germania e lavoravo tantissime ore, giorno e notte, e dormivo in baracca. Noi ci facevamo un mazzo così. La classe operaia emigrata si è sempre fatta un mazzo così».

Sì, ma il cane?

«Andavo a scuola ancora. Lavoravo in una casa editrice a Roma che faceva degli albi. In questa casa editrice c’era una coppia di anziani con un cagnolino bellissimo. Se lo coccolavano tanto. Ad agosto la casa editrice non lavorava. I due signori m’hanno lasciato il cane. Questo cagnolino tutti i giorni a mezzogiorno mangiava una tagliata di vitello. Una al giorno. Io latte e pane. Insomma, per farla breve, gli ho insegnato a bere un po’ di latte e gli ho dato un po’ del mio pane. E ogni tanto mangiavo un pezzettino della sua tagliata. Era più la carne di vitello che il cane buttava che quella che mangiava. Gli ho insegnato a vivere un po’ da cane. Siamo stati benissimo insieme eh! Mi voleva bene. S’era affezionato il cagnolino».

Così finì la Prima Repubblica. Un libro racconta l'agonia del craxismo e l'irruzione di Berlusconi. Partendo da quando Bettino cercò di fermare le inchieste giudiziarie mettendo le mani sul Corriere. Proprio come avrebbe fatto il Cavaliere 15 anni dopo. Marco Damilano il 20 gennaio 2012 su L'Espresso. Canaglia. Mascalzone. C'è solo una persona che nel 1992 Bettino Craxi odia più di Antonio Di Pietro. Per lui non c'è il poker d'assi, ma una sequenza di attacchi, accuse, perfino minacce fisiche. "Una volta mi chiamò e mi urlò: "Dopo le elezioni verrò lì e la butterò giù dalle scale a calci!". Gli risposi: "Beh, intanto pensi a vincerle, le elezioni"". Giulio Anselmi oggi è una figura istituzionale per il giornalismo, presidente dell'Ansa e presidente della Federazione degli editori... Ha diretto tutto quello che si può: "Il Mondo", "Il Messaggero", l'Ansa, "l'Espresso", "La Stampa". Ma la direzione che non può dimenticare è quella del "Corriere della Sera", ricoperta ad interim tra il febbraio e il settembre del 1992, nel mezzo della tempesta Tangentopoli. All'epoca il genovese Anselmi ha 47 anni, dopo una carriera da inviato... è in via Solferino dal 1987, con il grado di vice-direttore vicario di Mikhail Kamenetzky detto Micha, ovvero Ugo Stille, il direttore venuto da lontano, una vita di esodi tra Mosca, la Lettonia, New York, fortemente voluto da Gianni Agnelli. "All'inizio del 1992 Stille si ammalò e tornò in America. Non poteva neppure parlare al telefono, mi sono ritrovato da solo alla testa del "Corriere"", racconta Anselmi. Il "Corriere della Sera", nel 1992 come sempre nella sua storia, è l'oggetto del desiderio dei partiti di governo. E il ruolo del quotidiano di via Solferino, e del suo reggente Anselmi, chiamato dalle circostanze a tenere il timone nella tempesta, sarà decisivo per costruire il consenso attorno all'inchiesta Mani Pulite. Un esito per nulla scontato. Nel rapporto tra il "Corriere" di Stille e l'altro potere forte di Milano, il Psi di Craxi, c'è stato lo scivolone del direttore che non ama la politica italiana e che nelle sue acque limacciose si muove con una buona dose di ingenuità: 19 maggio 1989, congresso dei socialisti all'Ansaldo di Milano, c'è il camper parcheggiato dove sono riuniti con Craxi i maggiorenti del partito. Di fronte a tutti, arriva Stille, sale la scaletta del camper e va a salutare il leader del Psi, padrone di Milano. Dopo di lui, appuntano i cronisti, entra Silvio Berlusconi. L'omaggio del direttore del "Corriere" ben descrive i rapporti di forza che ci sono tra potere politico e stampa alla vigilia di Mani Pulite. Anselmi... incarna il profilo moderato di una città stufa di scandali e di paralisi politica. Nelle prime ore di Mani Pulite, il 18 febbraio, all'indomani dell'arresto di Mario Chiesa, il "Corriere" piazza un richiamo in prima pagina e i servizi nelle cronache locali, a pagina 40, firmati da Alessandro Sallusti, il futuro braccio destro di Vittorio Feltri e direttore del "Giornale" berlusconiano. Già dal giorno dopo, però, l'attenzione cresce... Il primo articolo su Antonio Di Pietro è datato 24 febbraio, un ritratto di Goffredo Buccini sul pm "estroverso e imprevedibile, abruzzese d'origine". Da quel momento l'indagine non abbandona più la prima pagina. E Craxi comincia a innervosirsi. "Quando partì l'inchiesta non avevo idea delle dimensioni dello smottamento" ricorda Anselmi. "Avevo la sensazione che stesse precipitando il craxismo, quel modo di intendere la politica, le mani del Psi su Milano, ma non avevo la più pallida idea di quello che sarebbe successo in seguito. Nessuno ce l'aveva, in realtà... Si ipotizzava all'epoca che anche Andreotti avesse informazioni privilegiate, ma il mio ricordo è diverso. Una volta mi chiamò Luigi Bisignani, "il presidente vorrebbe parlarti", mi disse. Lo andai a trovare a Palazzo Chigi, sperando di ricevere qualche notizia. E invece fu Andreotti a chiedermi cosa stesse succedendo a Milano e fin dove si sarebbero spinti i giudici. Aveva meno informazioni di me". Il primo editoriale di Anselmi su Mani Pulite arriva il 2 maggio, all'indomani del primo avviso di garanzia per gli ex sindaci Tognoli e Pillitteri. Segue, a distanza di quattro giorni, un secondo intervento. ...Con Craxi lo scontro violento arriva qualche settimana dopo. Quando il segretario del Psi manca l'obiettivo di Palazzo Chigi e il quotidiano di Anselmi martella ogni giorno sulle inchieste. Titoli urticanti... interviste... editoriali schierati: "Noi non apparteniamo al "partito" di Di Pietro. Ma l'opinione pubblica ha individuato in Di Pietro e nei suoi colleghi che conducono le inchieste sulle tangenti i vendicatori per anni di soprusi, di corruzione, di inefficienza... Non tenerne conto significa aver perso il polso della situazione del Paese" ("Di chi è la giustizia", 28 giugno)... E a questo punto Craxi ordina: da ora in poi non si subisce più. Il 17 luglio l'editoriale dell'"Avanti!" (coincidenze straordinarie) è una dichiarazione di guerra contro il giornale di via Solferino e la sua direzione: "Non intendiamo in alcun modo ostacolare il corso della giustizia come insistono nel dire organi di stampa che hanno perso insieme equilibrio, misura, obiettività e senso della giustizia, ad esempio è il caso di tanti articoli, corrispondenze e corsivi del "Corriere della Sera"". "È vero, ho pubblicato l'intervista di Biagi a Di Pietro, c'erano gli editoriali, ma... c'era Giuliano Ferrara che firmava una rubrica, io la conservai accompagnandola con un distico: "Il contenuto di questo articolo non corrisponde alla linea del giornale". Sallusti era uno dei cronisti più bravi, più attivi. In redazione c'era un vice-direttore che tremava ogni volta che facevamo il titolo di prima e che teneva il filo con i socialisti, io saggiamente non gli avevo dato deleghe... Una volta sbottò con me: "Ci farai cacciare via tutti". E io gli risposi: "Perché ti preoccupi tu, che non sanno nemmeno che esisti?"". Una delle leggende più dure da sfatare, a distanza di vent'anni, è il complotto dei poteri forti contro i partiti, le "coincidenze straordinarie" tra stampa, magistratura e editori di cui parlò l'"Avanti!", il circuito mediatico-giudiziario. "Non ho mai incontrato Di Pietro in quei mesi, mai parlato con lui neppure al telefono", replica Anselmi: "Non c'era nessun complotto contro i socialisti e contro i partiti: io e tutti gli altri capimmo quello che stava accadendo con gradualità, giorno dopo giorno. E per dire quale tipo di rapporto ci fosse tra la magistratura e il potere economico ricordo una cena al Savini con l'intero establishment schierato, da Cesare Romiti in giù. A un certo punto arrivò Borrelli, sembrava un generale che passa in rassegna le truppe, salutò tutti con un cenno del capo e con un militaresco colpo di tacco. In sala c'era un gelo paragonabile al terrore. No, grandi disegni non ce n'erano. Se non avessi fatto il giornale così a Milano mi avrebbero tirato i sassi alle finestre. E se ci fu complotto dei poteri forti, fu quanto meno mal congegnato". Da lì a poco, infatti, finiscono coinvolti nell'inchiesta i big dell'imprenditoria. Anche la Fiat viene coinvolta, mesi dopo, con l'arresto del numero tre, Francesco Paolo Mattioli. "In estate uno dei massimi dirigenti della Fiat da Torino venne di persona a Milano per dirmi che la successione di Stille era ormai quasi fatta e che il direttore sarei stato io. Nel percorso di denuncia mi ero spinto molto in là, non potevo arrestarmi quando le inchieste dai politici locali passavano a toccare i santuari della finanza, non potevo fermarmi di fronte alla Fiat e a Mediobanca. Così, quando fu scarcerato Mattioli, anche il "Corriere" pubblicò la sua foto con in mano la giumenta, la borsa di cartone con le sue cose. E da Torino chiamarono per sapere se fossimo tutti impazziti...". Nell'editoriale del 28 agosto Anselmi attacca "i grandi gruppi che saranno sempre più tentati di riporre le bandiere orgogliosamente sventolate per rincantucciarsi all'ombra protettiva dello Stato". È il suo ultimo editoriale da reggente, il 2 settembre viene nominato Paolo Mieli, fino a quel momento direttore della "Stampa". Scrive Massimo Pini che è il segretario del Psi a trasmettere il proprio benestare alla nomina con una telefonata a Ugo Intini: "Chiama Paolo Mieli e digli che farà il direttore del "Corriere"". Una delle pochissime vittorie di Craxi di quell'anno, anche se solo in apparenza. Anselmi resterà infatti in posizione di vertice come vice di Mieli per tutto il 1993, fino alla nomina a direttore del "Messaggero": "Quando la Camera negò per Craxi le prime autorizzazioni a procedere uscirono due editoriali sul "Corriere", uno firmato da me e uno di Mieli. E quello di Paolo era molto più duro del mio". Nel 2008 i destini di Anselmi e di Mieli sono tornati a incrociarsi. Anselmi è dal 2005 direttore della "Stampa", Mieli dal 2004 è tornato in via Solferino. E il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi li accomuna in una sorta di licenziamento in diretta. Riporta l'Ansa (2 dicembre 2008): ""Il tuo giornale titola oggi Berlusconi contro Sky. Che vergogna...", si sdegna il premier rivolto ad Augusto Minzolini, cronista della Stampa. "E le vignette del Corriere? Ma che vergogna, che vergogna...", aggiunge. "I direttori di questi giornali, come Stampa e Corriere, dovrebbero andarsene a casa..."". Il desiderio del Cavaliere sarà presto esaudito. Passano quattro mesi e Anselmi e Mieli lasciano le direzioni dei loro quotidiani. Mentre Minzolini viene nominato direttore del Tg1. Sembra un poker d'assi, anche in questo caso. Ma è tutta un'altra storia. O forse no, forse è la stessa.

·        L’Italietta Vigliacca, la Fine della Prima Repubblica e la Misteriosa Morte di Lodovico Ligato.

 LA MISTERIOSA MORTE DI LIGATO, “L’ITALIETTA VIGLIACCA” E IL SUICIDIO DELLA PRIMA REPUBBLICA. Giorgio Meletti per il “Fatto quotidiano” il 3 Agosto 2019. I giornalisti trentenni degli anni '80 erano bravi a capire che c' era qualcosa da capire. I quaranta-cinquantenni erano bravissimi a fingere di aver già capito. Anche politici e manager credevano di capire tutto: lo provava il fatto che fossero classe dirigente. Solo che non hanno capito il 1989, e la prova è che poco tempo dopo non erano più classe dirigente. Non hanno capito la fine del comunismo e la globalizzazione. Il futuro bussava alla loro porta e i Craxi, gli Andreotti, i Forlani, ma anche gli Agnelli e i De Benedetti, pensarono bastasse fingere di non essere in casa. Piccoli uomini prepotenti, presuntuosi, provinciali e ignoranti che hanno innescato il declino italiano credendosi infallibili solo perché i giornalisti loro dipendenti, un po' servi e specchi delle loro brame, glielo facevano leggere ogni mattina. Dopo 30 anni è possibile mettere in fila le cose. E ripartire da quella notte del 26 agosto, quando nei pressi di Reggio Calabria alcuni killer assoldati dalla 'ndrangheta massacrarono con 26 (ventisei) colpi di pistola (una Glock, l' arma dei servizi segreti) l' ex presidente delle Ferrovie dello Stato Lodovico Ligato, 50 anni appena compiuti. La misteriosa morte di Ligato simboleggia il suicidio della Prima Repubblica. L' estroverso esponente della Dc calabrese, pupillo di Riccardo Misasi, era uno degli uomini più potenti d' Italia. Sulla sua scrivania giravano piani d' investimenti ferroviari oggi misurabili in 50-100 miliardi di euro (fino alla caduta del muro di Berlino l' Italia era piena di soldi assicurati dall' America pro bono pacis, per così dire, e gli sventurati non videro che la pacchia stava finendo). Il cadavere di Ligato era ancora caldo e già veniva diffusa la vulgata liberatoria: regolamento di conti tra mafiosi. Era la tipica storia anni '80 su cui un giornalista con poca esperienza si buttava pensando: "Qui si capirebbe tutto, se solo fossi in grado di capirlo". Nessun politico andò al funerale, nemmeno il suo padrino. Solo un politico calabrese, il socialista Giacomo Mancini, spese parole decenti per il trucidato marchiando Misasi a lettere di fuoco: "Una sfinge gelida, di pietra e senza pietà, senza un fremito di umanità nei confronti dell' amico ucciso". Poi incoraggiò il giovane cronista con una rivelazione a metà: "Indaghi, indaghi. Si ricordi che pochi giorni prima di essere ucciso Ligato mi venne a trovare e mi disse che aveva deciso di rivelare molte cose che sapeva". Che cosa sapeva Ligato? Sapeva che nel novembre 1988 l' aveva disarcionato dalle Fs un' inchiesta giudiziaria farlocca, passata alla storia come "lenzuola d' oro", uno di quei capolavori della malagiustizia che piacciono molto ai garantisti a gettone e in cui la procura della Repubblica di Roma eccelle da sempre. Ligato voleva costruire la ferrovia ad alta velocità e il sistema politico bollava i suoi piani come faraonici. Dopo 30 anni è tutto più chiaro. Ligato voleva bandire le gare d' appalto internazionali previste dalle regole europee sul mercato unico che dovevano entrare in vigore il 1° gennaio 1993. Due anni dopo la sua morte le Fs di Lorenzo Necci affidarono l' alta velocità a trattativa privata ai sette consorzi guidati dall' Iri e dall' Eni (pubblici) e dalla Fiat e dalla Montedison (privati). Il disegno era di tagliare fuori la concorrenza straniera per riservare il grande affare ai costruttori italiani e tenerli indenni dal futuro che stava incominciando. Nella morte dimenticata di Ligato si riassume il 1989 italiano che inizia con la cacciata dalla Fiat di Vittorio Ghidella. Il padre della Uno e della Thema vuole giocare la partita facendo auto migliori. Gianni Agnelli e Cesare Romiti invece decidono di difendere dalla globalizzazione i loro "tesoretti" mollando ai clienti di un mercato protetto la Duna, e allargando il loro potere su tutto ciò che muove denaro. Il 2 maggio la Fiat compra la maggiore impresa di costruzioni, la Cogefar di Franco Nobili, e crea la Cogefar-Impresit, gigante destinato a fare la parte del leone nell' alta velocità. Il 14 maggio Bettino Craxi e il segretario della Dc Arnaldo Forlani stringono a margine del congresso socialista di Milano il patto del camper, che porterà alla caduta di De Mita e alla nascita del governo Andreotti, dando corpo al cosiddetto Caf (Craxi, Andreotti, Forlani). Eugenio Scalfari lo definisce "un accordo dal quale emergono alcuni lineamenti di regime, un organigramma spartitorio e, come presto vedremo, una divisione di spoglie negli enti e nelle banche". Pochi giorni dopo l' Iri di Romano Prodi (creatura di De Mita) consegna il Banco di Santo Spirito alla Cassa di Risparmio di Roma dell' andreottiano Cesare Geronzi che poi si prenderà dall' Iri anche il Banco di Roma. In poche settimane, in nome del "primato della politica", Prodi viene comunque cacciato dall' Iri e sostituito proprio da Nobili, altro andreottiano a 24 carati. Franco Reviglio viene sostituito all' Eni dal socialistissimo Gabriele Cagliari. Si chiude la stagione dei "professori", si torna ai lottizzati. Credevano di blindare il proprio potere, stavano solo innescando la crisi terminale della loro Italietta vigliacca e impaurita che avrà la prima esplosione tre anni dopo con Mani Pulite. Aiutati anche dall' incidente che ha tolto di mezzo Carlo Verri, 50 anni come Ligato, l' uomo a cui Prodi aveva chiesto di rendere decente l'Alitalia. Il 6 novembre, tre giorni prima della caduta del muro di Berlino, un autobus dell' Atac, per una volta puntuale, travolse la sua Thema uccidendo lui e l' autista. Pare che fossero passati con il rosso. Una tragica casualità che incarnò lo spirito dei tempi.

·        La Cultura della Legalità.

FLASH DAGOSPIA il 18 dicembre 2019. - "JENA" BARENGHI: "ORMAI SIAMO COSI' MALRIDOTTI CHE QUANDO VEDREMO IL FILM SU CRAXI, LO RIMPIANGEREMO" - LA RISPOSTA FULMINANTE DI STEFANIA CRAXI: "SIAMO COSÌ MALRIDOTTI CHE ABBIAMO PERSO LA MEMORIA. NON SA IL SIGNOR BARENGHI O FA FINTA DI NON SAPERE CHE IL MANIFESTO STAVA IN PIEDI ANCHE GRAZIE AI SOLDI “SPORCHI” DI CRAXI E DEI SOCIALISTI?". 

Mani pulite, 1993: Craxi contro la fine della politica. Redazione de Il Riformista il 13 Dicembre 2019. 29 aprile 1993. L’inchiesta “Mani Pulite”, quella di Di Pietro, è iniziata circa un anno prima. Sta travolgendo tutti i partiti, in particolare il Psi. Bettino Craxi, che fino a un mese prima era stato il segretario del partito, si alza alla Camera e pronuncia un discorso che diventerà celeberrimo a difesa dell’autonomia della politica e di denuncia della corruzione del sistema. Dice che il finanziamento dei partiti, tutti lo sanno, è in gran parte illecito, e aggiunge: «Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Nessuno si alza.

Caso Lockheed, 1977: Moro a difesa di Gui. Redazione de Il Riformista il 13 Dicembre 2019. 9 marzo del 1977, il caso Lokheed (una storia di tangenti sull’acquisto di aeroplani americani) arriva alla Camera. Si tratta di decidere se processare due ex ministri: Luigi Gui, dc, e Mario Tanassi, Psdi. Aldo Moro, giusto un anno prima del suo rapimento, interviene con un discorso formidabile, di impronta davvero garantista, a difesa di Gui, soprattutto, ma anche di Tanassi. Rivendica l’autonomia e l’unicità della politica e il valore dell’impegno politico e dei partiti. Grida: «Non ci faremo processare nelle piazze». Però va in minoranza. I più duri contro di lui sono i comunisti e i radicali. Tanassi e Gui sono rinviati a giudizio davanti alla Corte Costituzionale. Che assolverà Gui e condannerà a 2 anni e 4 mesi di carcere Tanassi.

Caso Lockheed, 1978: Leone si dimette. Redazione  de Il Riformista il  13 Dicembre 2019. 15 giugno del 1978. Aldo Moro è stato ucciso poco più di un mese prima. Al governo c’è Andreotti, sostenuto dai comunisti. La sera, alle 20, compare in Tv il presidente della Repubblica Giovanni Leone, napoletano, 70 anni, e annuncia le sue dimissioni. Il motivo? Una feroce campagna di stampa contro di lui, alimentata dai servizi segreti, con vari dossier, e da alcuni partiti politici di opposizione. Leone non ha nessuna colpa. Il suo coinvolgimento nel caso Lockhe è da escludere. L’Espresso lo massacra. Lui non ne può più, lascia. Perché lascia? Leone è uno degli ultimi statisti, uno di quelli che hanno fatto grande l’Italia. Sa sacrificarsi e si sacrifica.

Da mani pulite a oggi, 27 anni di giustizialismo politico. Franco Dal Mas i 3 Dicembre 2019 su Il Riformista. «Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’ aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Era il 3 luglio 1992 quando dai banchi della Camera Bettino Craxi pronunciò queste parole. Sono passati 27 anni, e nulla o quasi è cambiato. Era una questione politica, che politicamente andava risolta, ma così non è stato. Dai cappi in Parlamento alla discesa in politica di uno dei simboli di Mani Pulite, dai girotondi al populismo giustizialista: un quarto di secolo speso a far tornare i conti e gli equilibri tra poteri. Fallendo e fallando: il sonno della ragione (politica) che genera mostri (giuridici). E così arriviamo all’oggi, con le spettacolari perquisizioni nelle case e negli uffici dei sostenitori della Fondazione Open. Una gogna preventiva messa in atto grazie a veline che come noto non possono che avere una e una sola provenienza. La verità vera è la persistenza del cortocircuito mediatico-giudiziario di cui l’attualità non è che l’ultimo, per adesso, frutto avvelenato. Si narra di un “patto di consultazione” tra i direttori di importanti giornali italiani (alcuni diretti interessati lo confermano, altri lo smentiscono) su cosa pubblicare o non pubblicare a partire dall’arresto di Mario Chiesa, rendendo palese che non era una mera questione giudiziaria, ma politica, anzi di potere. La stampa megafono della muta da caccia della Procura di “Mani pulite”. E non è certo un caso che il capo del pool ebbe a dire: «Quando la gente ci applaude, applaude se stessa». La politica che non crea il consenso, lo ricerca e si limita a inseguirlo non può che produrre l’indisturbato dominio di quest’anomalia. Anche Craxi e Berlusconi, con sfumature diverse, hanno fatto leva sull’antipolitica: il primo interpretando la voce del Paese che chiedeva di sconfiggere la “lentocrazia”, il secondo canalizzando il sentimento antipolitico entro una cornice di dialettica centrodestra/centrosinistra. Oggi viviamo in tempi più bui in cui l’antipolitica che sta al governo e all’opposizione si nutre di un impasto di risentimento e rancore. Il furore giustizialista, unitamente a esigenze securitarie scompostamente declinate e alla cultura del sospetto hanno prodotto un anno e otto mesi di forca: le abnormità dello Spazzacorrotti, lo stop alle riforme delle intercettazioni e del sistema penitenziario (escludendo così l’estensione delle misure alternative alla detenzione), fino ad arrivare alla cancellazione della prescrizione che introduce il “fine processo mai”, minando uno dei pilastri su cui si basa il nostro ordinamento giuridico. Nuove e antiche questioni ancora irrisolte: e 27 anni non sono certo una ragionevole durata, sperando che il cortocircuito mediatico-giudiziario non abbia, nel frattempo, già individuato e deciso chi governerà i prossimi anni.

Da Mani Pulite a P4. Basta nomi allusivi alle inchieste dei pm. Giulia Merlo il 10 Dicembre 2019 su Il Dubbio. L’interrogazione del Dem Stefano Ceccanti. La richiesta di non denominare più «le indagini con parole in codice ad effetto», con lo scopo «di influenzare l’opinione pubblica». La “scuola” più antica e prolifica è quella dell’ufficio inquirente di Milano: era il 1992 e l’inchiesta capostipite dei nomi in codice più evocativi fu “Mani pulite”, che passò alla storia anche per il rapporto diretto tra media e procura. Poi venne la “Duomo connection”, condotta da Ilda Boccassini sulle presunte infiltrazioni mafiose al Nord. In seguito è stato il momento dell’inchiesta “Ruby” ( coi suoi tre filoni), sempre di Boccassini, a carico di Silvio Berlusconi. In tempi più recenti, è arrivata l’inchiesta “Mensa dei poveri”, in cui l’ipotesi è di tangenti per la costruzione di supermercati ( nella quale è stata arrestata e poi rilasciata l’ex europarlamentare forzista Lara Comi). Spostandosi alla procura di Roma, la più nota è “Mondo di Mezzo” ( metafora estrapolata dal contenuto di una intercettazione di uno degli imputati, Massimo Carminati) coniata dal team dell’ex procuratore capo, Giuseppe Pignatone. Ancora più a sud, grande inventore di nomi in codice sia alla procura di Napoli che a quella di Potenza è stato Henry John Woodcock: a lui si deve l’inchiesta “P4” ( che richiamava la loggia P2) su una presunta associazione a delinquere che avrebbe operato nell’ambito della pubblica amministrazione italiana e della giustizia con l’obiettivo di gestire e manipolare informazioni segrete. Spiccano poi i casi di citazionismo come l’inchiesta “Bocca di rosa” di Messina su un giro di prostituzione e “Terminator 3” di Cosenza per una serie di omicidi di ’ ndrangheta. Infine, caso più recente e drammatico, l’inchiesta della procura di Reggio Emilia denominata “Angeli e demoni”, che mutuava il nome evocativo da un romanzo di Dan Brown sull’ipotesi accusatoria dei bambini strappati alle loro famiglie naturali da parte degli operatori dei servizi sociali di Bibbiano. Ad accomunare queste inchieste, oltre al clamore mediatico già nella fase delle indagini preliminari, è la scelta di battezzarle con locuzioni enfatiche, spesso metafore allusive al reato indagato, che sembrano studiate a tavolino non tanto per mascherare il contenuto di un’indagine quanto per aiutare i titolisti dei giornali e rimanere impresse nella mente dei cittadini. Con buona pace del fatto che – come accaduto in molte di quelle sopracitate – l’ipotesi accusatoria sia stata poi fortemente ridimensionata se non esclusa nella fase del dibattimento. Proprio contro questo «vero e proprio improprio marketing delle indagini giudiziarie» si è scagliato il parlamentare dem e costituzionalista Stefano Ceccanti, che ha presentato un’interrogazione ai ministri della Giustizia e degli Interni proprio per chiedere l’abbandono della prassi «invalsa da parte di alcuni settori della magistratura inquirente e di alcune autorità di polizia giudiziaria di denominare operazioni e indagini da esse condotte con nomi in codice ad effetto, facendo uso di termini evidentemente scelti con cura al principale scopo di influenzare l’opinione pubblica e suscitare il consenso sociale intorno alle ipotesi accusatorie, spesso risultate poi nei processi meno solide del previsto». Ceccanti, infatti, rileva come «tutto ciò finisce con l’alterare l’equilibrio fra accusa e difesa ed anzi con l’attentare ai diritti delle persone coinvolte ben prima di qualsiasi riscontro processuale da parte di un giudice terzo, il tutto in violazione di norme costituzionali precise a partire dall’articolo 111 della Costituzione». La questione di chi scelga i nomi delle inchieste è avvolto da una sorta di mistero tutto interno al rapporto tra procura e polizia giudiziaria. Non esiste una regola, ma la prassi sembra prevedere che il nome venga scelto dall’ufficio operante che conduce l’indagine ( in alcuni casi, come nel caso delle indagini antidroga, il nome va segnalato all’ufficio centrale che controlla non esistano altre operazioni omologhe e autorizza l’uso dell’appellativo), anche in accordo con il pubblico ministero. L’utilizzo di nomi allusivi è stato più volte censurato da parte dell’avvocatura e anche all’interno della stessa magistratura, ma il fascino di battezzare la propria inchiesta in modo evocativo non è venuta meno. Forse nella consapevolezza che, con la mediatizzazione del processo, anche da questo possa dipendere il successo dell’indagine.

Da Greganti a Tangentopoli, il candore perduto a sinistra. Si ricordano le tracce di finanziamenti a D’Alema a Bari, di versamenti legati all’Enel con la condanna di Zorzoli e dei soldi per un ipermercato.  Mattia Feltri il 4/1/2006 su La Stampa. Il leasing di Massimo D’Alema alla Popolare di Lodi del furbetto Gianpiero Fiorani e le cameratesche conversazioni fra Piero Fassino e l’ex presidente di Unipol, Gianni Consorte, hanno riacceso un antico dibattito sulla diversità morale della sinistra, e in particolare degli eredi del Pci. Una diversità che Michele Serra ama codificare scientificamente in «superiorità antropologica», e che la base, delusa, cerca di rinvigorire scrivendo ai giornali e su Internet «non abbiamo bisogno di nostri Berlusconi». Ma il turbamento con cui i vertici diessini stanno vivendo questi giorni, e i toni di rivincita usati da un centrodestra per una volta spettatore, sembrano annunciare il crollo definitivo del mito sulla rettitudine progressista. Nemmeno l’incrollabile resistenza di Primo Greganti, che durante Mani pulite venne ripetutamente indagato, e anche incarcerato, e mai cambiò la versione secondo cui il denaro l’aveva preso per sé, e non per il partito, fu dannosa quanto gli eventi attuali; anzi, la tostaggine del «compagno G» fu ragione di tacito orgoglio, specie davanti alla piagnucolosa arrendevolezza dei carcerati preventivi di altri partiti. E, più meno allo stesso modo, la vicenda del miliardo di lire consegnato da Raul Gardini non fece traballare molte coscienze. Che il Pirata di Ravenna abbia portato la valigetta con la «stecca» al Partito comunista è dato per certo in diverse sentenze. Antonio Di Pietro pronunciò una delle sue frasi più celebri: «Ho seguito la tangente fin sul portone di Botteghe Oscure». Quel portone, però, Gardini lo varcò da solo. A chi abbia consegnato i quattrini, è un mistero irrisolvibile. Di Pietro spiegò: «La responsabilità penale è personale». E così, alla salvezza della fedina, corrispose la salvezza dell’anima. Eppure le ragioni per dubitare dell’innato candore diessino sono state riportate nei numerosi libri dedicati alle inchieste di Tangentopoli, e da autori piuttosto dissimili fra loro: Marco Travaglio, Filippo Facci, Andrea Pamparana, Giancarlo Lehner. Proprio Travaglio sostiene che una delle sue opere più enciclopediche («Mani pulite, la vera storia», Editori Riuniti) venne scartata dalla Feltrinelli perché conteneva il resoconto di un finanziamento illecito accettato da D’Alema nel 1985. Glielo girò Francesco Cavallari, conosciuto come il «re delle cliniche» baresi. Venti milioni di lire, confessò il re; qualcosa meno, precisò D’Alema, senza negare, in tempi in cui la prescrizione era maturata. Non furono tanto i denari a imbarazzare il partito, quanto la provenienza: Cavallari è stato condannato per associazione mafiosa, truffa e corruzione. Il «Mani pulite» di Travaglio (scritto con Gianni Barbacetto e Peter Gomez) contiene anche un capitolo dedicato a Piero Fassino. Il quale si interessò - senza mai neppure avvicinarsi a una violazione di legge - all’edificazione di un centro commerciale in provincia di Torino per il quale amministratori locali, anche del Pci-Pds, intascarono somme consistenti. Fra i protagonisti c’erano il solito Greganti e Aldo Brancher, oggi noto alle cronache come uno dei migliori amici in Parlamento di Fiorani. Quelle di un anno fa, invece, raccontano della parziale grazia concessa dal Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, a Giovanni Battista Zorzoli. Nel 1986, Zorzoli diventò consigliere d’amministrazione dell’Enel in quota al Pci, di cui è stato, fino al 1990, responsabile delle questioni energetiche. Venne poi condannato a quattro anni e sei mesi per le tangenti pagate all’azienda elettrica fra il 1986 e il 1992. Pure in questa circostanza non si ebbe modo di verificare se almeno una parte dei soldi fosse finita a Botteghe Oscure. Di storie se ne potrebbero raccontare a decine, sebbene la più clamorosa resti quella di Milano e della sua Metropolitana, attorno alla quale i comunisti spartirono con democristiani e socialisti palate di miliardi. Un ex funzionario Pci, Lodovico Festa (oggi editorialista del «Giornale»), anni dopo raccontò: «Anche subito prima di Mani pulite, nel partito si discuteva molto se la fetta di Roma dovesse essere maggiore di quella di Milano». Così come oggi si discute molto di una verginità forse ampiamente perduta.

Tangentopoli, così i pm salvarono il Pci. Fabrizio Cicchitto l'1 Marzo 2017 su Il Dubbio. Tutti i partiti prendevano finanziamenti “aggiuntivi”, ma, a differenza del Psi, Botteghe Oscure fu salvata. Si distrusse una intera classe politica. Prima vinse Berlusconi, poi fu fatto fuori anche lui. E oggi trionfa il populismo. L’Italia, nel ’ 92-’ 94, fu teatro di un’autentica rivoluzione- eversione che eliminò dalla scena per via mediatico-giudiziaria ben 5 partiti politici “storici”, salvando però il Pci. Lo strumento di questa rivoluzione- eversione fu la “sentenza anticipata”: quando un avviso di garanzia, urlato da giornali e televisioni, colpiva i dirigenti di quei partiti essi erano già condannati agli occhi dell’opinione pubblica.  Qualora il pool di Mani Pulite avesse agito con la stessa determinazione e violenza negli anni 40 e 50 di quella messa in evidenza nel ’ 92-’ 94, allora De Gasperi, Nenni, Togliatti sarebbero stati incriminati e Valletta e Enrico Mattei sarebbero stati arrestati. Il finanziamento irregolare dei partiti e la collusione fra questi, i grandi gruppi pubblici e privati e relative associazioni ( in primis Fiat, Iri, Eni, Montecatini, Edison, Assolombarda, Cooperative rosse, ecc.) data da allora. In più c’era un fortissimo finanziamento internazionale: la Dc era finanziata anche dalla Cia, e il Pci in modo così massiccio dal Kgb che le risorse ad esso destinate erano più di tutte quelle messe in bilancio per gli altri partiti e movimenti. In una prima fase, la Fiat finanziava tutti i partiti “anticomunisti” poi coinvolse in qualche modo anche il Pci quando realizzò i suoi impianti in Urss. Per Enrico Mattei i partiti erano come dei taxi, per cui finanziava tutti, dall’Msi, alla Dc, al Pci, e perfino la scissione del Psiup dal Psi, e fondò anche una corrente di riferimento nella Dc con Albertino Marcora, partigiano cattolico e grande leader politico: quella corrente fu la sinistra di Base che ha avuto un ruolo assai importante nella Dc e nella storia della Repubblica. Fino agli anni 80 questi sistemi di finanziamento irregolare procedettero “separati” vista la divisione del mondo in due blocchi, poi ebbero dei punti in comune: nell’Enel ( attraverso il consigliere d’amministrazione Giovanni Battista Zorzoli prima titolare di Elettro General), nell’Eni ( la rendita petrolifera di matrice sovietica) e specialmente in Italstat ( dove veniva realizzata la ripartizione degli appalti pubblici con la rotazione “pilotata” fra le grandi imprese edili, pubbliche e private, con una quota fra il 20% e il 30% assegnata alle cooperative rosse). Per molti aspetti quello del Pci era il finanziamento irregolare a più ampio spettro, perché andava dal massiccio finanziamento sovietico al commercio estero con i Paesi dell’est, alle cooperative rosse, al rapporto con gli imprenditori privati realizzato a livello locale. Emblematici di tutto ciò sono le citazioni da tre testi: un brano tratto dal libro di Gianni Cervetti L’oro di Mosca ( pp. 126- 134), un altro tratto dal libro di Guido Crainz Il paese reale ( Donzelli, p. 33), il terzo estratto è da una sentenza della magistratura di Milano sulla vicenda della metropolitana. Così ha scritto Gianni Cervetti: «Nacque, credo allora, l’espressione “amministrazione straordinaria”, anzi “politica dell’amministrazione straordinaria”, che stava appunto a indicare un’attività concreta ( nomina sunt substantia rerum) anche se piuttosto confusa e differenziata. A ben vedere, poteva essere suddivisa in due parti. Una consisteva nel reperire qualche mezzo finanziario per il centro e le organizzazioni periferiche facendo leva su relazioni con ambienti facoltosi nella maniera sostanzialmente occulta cui prima ho accennato. In genere non si compivano atti specifici contro le leggi o che violavano norme amministrative precise, ma si accettavano o ricercavano finanziamenti provenienti da imprenditori non più soltanto vagamente facoltosi, ma disposti a devolvere al partito una parte dei loro profitti in cambio di un sostegno a una loro determinata attività economica. Tuttavia, in sistemi democratici, o pluripartitici, o a dialettiche reali – siano essi sistemi moderni o antichi, riguardanti tutto il popolo o una sola classe – pare incontestabile che in ogni partito coesistano i due tipi di finanziamento ed esista, dunque, quello aggiuntivo. Naturalmente – lo ripetiamo – di quest’ultimo, come del resto del primo, mutano i caratteri, le forme ed i contenuti a seconda dei partiti e dei periodi: anzi mutano i rapporti quantitativi dell’uno con l’altro, ma appunto quello aggiuntivo esiste in maniera costante. Comunque sia non c’è epoca, paese, partito che non abbia usufruito di fondi per i finanziamenti aggiuntivi. Sostenere il contrario significa voler guardare a fenomeni storici e politici in maniera superficiale e ingenua, o viceversa, insincera e ipocrita. Il problema, ripetiamo, lo abbiamo preso alla larga, e si potrebbe allora obiettare che aggiuntivo non corrisponda esattamente, e ancora, a illecito. Intanto, però, abbiamo dimostrato che il finanziamento aggiuntivo è storicamente dato e oggettivamente ineluttabile». Il fatto che anche il Pci, sviluppando la «politica dell’amministrazione straordinaria», accettava o ricercava finanziamenti provenienti da imprenditori «non più soltanto vagamente facoltosi ma disposti a devolvere al partito una parte dei loro profitti in cambio di un sostegno a una loro determinata attività economica» mette in evidenza che anche «nel caso del Pci il reato di finanziamento irregolare poteva sfociare in quello di abuso in atti d’ufficio o in corruzione o in concussione». Così ha scritto lo storico Guido Crainz: «È uno squarcio illuminante il confronto che si svolge nella direzione del Pci nel 1974, quando è all’esame del parlamento la legge sul finanziamento pubblico ai partiti. La discussione prende l’avvio dalla “esistenza di un fenomeno enorme di corruzione dei partiti di governo” ma affronta al tempo stesso con grande preoccupazione il pur periferico affiorare di “imbarazzi o compromissioni venute al nostro partito da certe pratiche”. L’approvazione della legge è esplicitamente giustificata con la necessità di garantirsi “una duplice autonomia…: autonomia internazionale ma anche da condizionamenti di carattere interno…. Non possiamo nasconderci fra noi il peso di condizionamenti subiti anche ai fini della nostra linea di sviluppo economico e, per giunta, per qualcosa di estremamente meschino” ( intervento di Giorgio Napolitano alla riunione della direzione del 3 giugno 1974)». «Nel dibattito non mancano ammissioni di rilievo. “Molte entrate straordinarie”, dice ad esempio il segretario regionale della Lombardia Quercioli, “derivano da attività malsane. Nelle amministrazioni pubbliche prendiamo soldi per far passare certe cose. In questi passaggi qualcuno resta con le mani sporche e qualche elemento di degenerazione poi finisce per toccare anche il nostro partito” ( intervento di Elio Quercioli nella riunione della direzione del 1° febbraio 1973). È possibile cogliere in diversi interventi quasi un allarmato senso di impotenza di fronte al generale dilagare del fenomeno: di qui la decisione di utilizzare la legge per porre fine a ogni coinvolgimento del partito. Si deve sapere, dice armando Cossutta, “che in alcune regioni ci sono entrate che non sono lecite legittimamente, moralmente, politicamente. Questo sarà il modo per liberare il partito da certe mediazioni. Non chiudere gli occhi di fronte alla realtà ma far intendere agli altri che certe operazioni noi non le accetteremo più in alcun modo. Punto di riferimento deve essere l’interesse della collettività e faremo scandalo politico e una battaglia contro queste cose assai più di prima” ( intervento di Armando Cossutta alla direzione del 3 giugno 1974). È illuminante, questa sofferta discussione del 1974. Rivela rovelli veri e al tempo stesso processi cui il partito non è più interamente estraneo». La sentenza del tribunale di Milano del 1996 sulle tangenti della Metropolitana è molto precisa: «Va subito fissato un primo punto fermo: a livello di federazione milanese, l’intero partito, e non soltanto alcune sue componenti interne, venne direttamente coinvolto nel sistema degli appalti Mm, quanto meno da circa il 1987». Per il tribunale «risulta dunque pacifico che il Pci- Pds dal 1987 sino al febbraio 1992 ricevette quale percentuale del 18,75 per cento sul totale delle tangenti Mm una somma non inferiore ai 3 miliardi» raccolti da Carnevale e da Soave, non solo per la corrente migliorista ma anche per il partito. Carnevale coinvolse anche il segretario della federazione milanese, Cappellini, berlingueriano di stretta osservanza: «Fu Cappellini, segretario cittadino dell’epoca, ad affidarmi per conto del partito l’incarico che in precedenza aveva svolto Soave». La regola interna era quella che «dei tre terzi delle tangenti raccolte ( 2 miliardi e 100 milioni in quel periodo solo per il sistema Mm), due terzi dovevano andare agli “occhettiani”, cioè a Cappellini, un terzo ai miglioristi di Cervetti». Alla luce di tutto ciò è del tutto evidente che Berlinguer quando aprì la questione morale e parlò del Pci come di un “partito diverso” o non sapeva nulla del finanziamento del Pci oppure, per dirla in modo eufemistico, si espresse in modo mistificato e propagandistico. Orbene questo sistema dal quale ricevevano reciproco vantaggio sia i partiti, sia le imprese, e che coinvolgeva tutto e tutti, risultò antieconomico da quando l’Italia aderì al trattato di Maastricht e quindi tutti i gruppi imprenditoriali furono costretti a fare i conti con il mercato e con la concorrenza. Esistevano tutti i termini per una grande operazione consociativa, magari accompagnata da un’amnistia che superasse il sistema di Tangentopoli. L’amnistia ci fu nel 1989, ma servì solo a “salvare” il Pci dalle conseguenze giudiziarie del finanziamento sovietico, il più irregolare di tutti, perché proveniva addirittura da un paese contrapposto alle alleanze internazionali dell’Italia. Per altro verso, Achille Occhetto, quando ancora non era chiaro l’orientamento unilaterale della procura di Milano, nel maggio del ’ 92, si recò nuovamente alla Bolognina per “chiedere scusa” agli italiani. Occhetto invece non doveva preoccuparsi eccessivamente. Il circo mediatico- giudiziario composto da due pool, quello dei pm di Milano e dal pool dei direttori, dei redattori capo e dei cronisti giudiziari di quattro giornali ( Il Corriere della Sera, La Stampa, La Repubblica, l’Unità)mirava contro il Caf, cioè concentrò i suoi colpi in primis contro il Psi di Craxi, poi contro il centro- destra della Dc, quindi, di rimbalzo, contro il Psdi, il Pri, il Pli. Colpì anche i quadri intermedi del Pci- Pds, molte cooperative rosse, ma salvò il gruppo dirigente del Pci-Pds e quello della sinistra Dc. La prova di ciò sta nel modo con cui fu trattato il caso Gardini: è accertato che Gardini portò circa 1 miliardo, d’intesa con Cusani, alla sede del Pci avendo un appuntamento con Occhetto e D’Alema. Suicidatosi Gardini, Cusani è stato condannato per corruzione: il corrotto era dentro la sede di via delle Botteghe Oscure, ma non è mai stato identificato. Ha osservato a questo proposito Di Pietro: «Ecco, questo è l’unico caso in cui io arrivo alla porta di Botteghe oscure. Anzi, arrivo fino all’ascensore che porta ai piani alti… abbiamo provato di certo che Gardini effettivamente un miliardo lo ha dato; abbiamo provato di certo che l’ha portato alla sede di Botteghe oscure; abbiamo provato di certo che in quel periodo aveva motivo di pagare tangenti a tutti i partiti, perché c’era in ballo un decreto sulla defiscalizzazione della compravendita Enimont a cui teneva moltissimo». Di Pietro aggiunse: «Non è che potevo incriminare il signor nome: partito, cognome: comunista». Giustamente l’erede di quel partito, il Pds, lo elesse nel Mugello. Al processo Enimont il presidente del tribunale neanche accettò di sentire Occhetto e D’Alema come testimoni. Analoga linea fu seguita nei confronti del gruppo dirigente della sinistra Dc: Marcello Pagani, ex coordinatore della sinistra democristiana, e di un circolo che ad essa faceva riferimento, fu condannato, avendo ricevuto soldi Enimont in quanto agiva, recita testualmente, la sentenza «per conto dell’onorevole Bodrato e degli altri parlamentari della sinistra Dc» ma essi potevano non sapere. Quella fu la grande discriminante attraverso la quale il circo mediatico- giudiziario spezzò il sistema politico, ne distrusse una parte e ne salvò un’altra: Craxi, il centrodestra della Dc ( Forlani, Gava, Pomicino e altri), Altissimo, Giorgio la Malfa, Pietro Longo, non potevano non sapere, il gruppo dirigente del Pci- Pds e quello della sinistra Dc potevano non sapere. È evidente che dietro tutto ciò c’era un progetto politico, quello di far sì che, venendo meno la divisione in due blocchi, il gruppo dirigente del Pds, magari con l’aiuto della sinistra Dc, finalmente conquistasse il potere. Il pool di Milano non poteva prevedere che, avendo distrutto tutta l’area di centro e di centro- sinistra del sistema politico, quel vuoto sarebbe stato riempito da quel Silvio Berlusconi che, pur essendo un imprenditore amico di Craxi, era stato risparmiato dal pool di Mani Pulite perché durante gli anni ’ 92-’ 94 aveva messo a disposizione della procura le sue televisioni. Non appena ( fino al 1993) il pool di Milano si rese conto che Berlusconi stava “scendendo in politica”, ecco che subito cominciò contro di lui il bombardamento giudiziario che si concluse con la sentenza del 2013. Ma anche il modo con cui fu trattato il rapporto del pool con i grandi gruppi finanziari editoriali Fiat e Cir, fu del tutto atipico e al di fuori di una normale prassi giudiziaria. Per tutta una fase ci fu uno scontro durissimo tra la Fiat e la magistratura, accentuato dal fatto che a Torino il procuratore Maddalena agiva di testa sua. Poi si arrivò alla “pax” realizzata attraverso due “confessioni” circostanziate, attraverso le quali la Fiat e la Cir appunto “confessarono” di aver pagato tangenti perché concussi da quei “malvagi” dei politici. Così il 29 settembre del 1992 Cesare Romiti andò a recitare un mea culpa dal cardinale Martino: «Come cittadini e come imprenditori non ci si può non vergognare, di fronte alla società, per quanto è successo. E io sono il primo a farlo. Io sono stato personalmente scosso da questi avvenimenti. No, non ho paura di dirlo. E di fronte al cardinal Martini, la più alta carica religiosa e morale di Milano, non potevo non parlarne». Qui interveniva l’autoassoluzione. Infatti, secondo Romiti, la responsabilità era della classe politica che «ha preteso da cittadini e imprese i pagamenti di “compensi” per atti molto spesso dovuti». Possiamo quindi dire che l’Italia, unico paese dell’Occidente, nel ’ 92-’ 94 fu teatro di un’autentica rivoluzione- eversione che eliminò dalla scena per via mediatico- giudiziaria ben 5 partiti politici “storici”. Lo strumento di questa rivoluzione- eversione fu la “sentenza anticipata”: quando un avviso di garanzia, urlato da giornali e televisioni, colpiva i dirigenti di quei partiti essi erano già condannati agli occhi dell’opinione pubblica, con una conseguente perdita di consensi. Il fatto che, a 10 anni di distanza, una parte di quei dirigenti fu assolta non servì certo a recuperare i consensi politicoelettorali perduti. La conseguenza di tutto ciò sono state due: una perdita crescente di prestigio di tutti i partiti, anche di quelli che furono “salvati” dal pool, una parcellizzazione della corruzione tramutatasi da sistemica a reticolare ( una miriade di reti composte da singoli imprenditori, singoli burocrati, singoli uomini politici), l’esistenza di un unico sistema di potere sopravvissuto, quello del Pci- Pds, che a sua volta ha prodotto altre vicende, dal tentativo di scalata dell’Unipol alla Bnl, alla crisi del Mps. Di qui la conseguente affermazione di movimenti populisti e di un partito protestatario la cui guida è concentrata nelle mani di due persone, il crescente discredito del parlamento sottoposto a un bombardamento giudiziario realizzato anche da chi ( vedi Renzi) pensa in questo modo di poter intercettare a suo vantaggio la deriva dell’antipolitica. Ma è una operazione del tutto velleitaria, perché le persone preferiscono la versione originale del populismo e non le imitazioni. Perdipiù i grillini, cavalcando la guerra alla “casta” – inventata da due giornalisti del Corriere della Sera e sostenuta da un grande battage pubblicitario – cavalcano di fatto la manovra diversiva posta in essere da banchieri e manager, proprietari dei grandi giornali, per deviare l’attenzione dalle loro spropositate retribuzioni e liquidazioni: i circa 100 mila euro annui dei parlamentari servono a far dimenticare i 2- 3 milioni di euro che il più straccione dei banchieri guadagna comunque, anche se porta alla rovina i correntisti della sua banca. Di tutto ciò traiamo la conseguenza che il peggio deve ancora arrivare.

·        Quelle valigie piene di rubli per Pci.

Quelle valigie piene di rubli per Pci. Poi arrivò Berlinguer…I soldi entravano in Italia con i ” bagagli diplomatici” direttamente nell’ambasciata. L’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga si divertiva a rinfacciare la cosa all’incolpevole Occhetto. Francesco Damato il 12 luglio 2019 su Il Dubbio. Quelle valigie piene di rubli. A dispetto del cambiamento datosi come parola d’ordine nell’omonimo governo realizzato l’anno scorso con i grillini, e destinato a durare ben oltre le previsioni maturate in Silvio Berlusconi quando autorizzò il leader leghista a prendersi una libera uscita dal centrodestra per evitare che alle elezioni politiche del 4 marzo ne seguissero altre tra luglio e agosto, con tutti i nostri elettori – disse il Cavaliere – inchiodati alle vacanze, Matteo Salvini continua a far rivivere ai vecchi cronisti parlamentari scene del passato. Alla rovescia, potrebbe rispondere il “capitano” del Carroccio, cioè a parti rovesciate, e quindi senza tradire il motto o l’aspirazione al cambiamento, ma sono pur sempre situazioni e spettacoli del passato quelli ch’egli, volente o nolente, ci ripropone.

Bacioni e bacini. Ho appena paragonato su queste pagine, qualche giorno fa, i bacioni con cui il vice presidente vicario del Consiglio e ministro dell’Interno cerca di liquidare critici ed avversari dai banchi del governo ai bacini che nel 1987 Cicciolina, appena eletta nelle liste radicali, cominciò a indirizzare nell’aula di Montecitorio ai “cicciolini”, come li chiamava, che non ne gradivano la presenza o non ne condividevano pose e interventi: compreso Giulio Andreotti. Del quale mi sono dimenticato di riferirvi il rimprovero, da lui stesso raccontatomi con l’umorismo che lo distingueva, ricevuto una sera a casa dalla moglie per essersi lasciato chiamare in quel modo dalla pornodiva senza perdere, una volta tanto, il suo storico controllo dei nervi, limitandosi a berci sopra qualche bicchiere d’acqua. Ebbene, quel diavolo di Salvini è appena riuscito a far tornare a gridare nell’aula di Montecitorio contro i rubli, quelli russi naturalmente, con vivaci richieste di chiarimento, nonostante le smentite da lui già opposte, le querele già presentate e le nuove che ha minacciato a chi ha preso sul serio le “rivelazioni” del sito americano Buzz-Feed. com, secondo cui durante un suo soggiorno a Mosca nell’autunno scorso il quasi omonimo, amico e collega di partito Gian Luca Savoini avrebbe negoziato, concordato, tentato e non so cos’altro con quattro russi in un grande albergo finanziamenti alla Lega, in vista della costosa campagna elettorale europea dell’anno dopo. E tutto ciò all’ombra di grandi affari petroliferi. Di questa vicenda si occupò già in Italia, fra altre smentite e querele, il settimanale L’Espresso. La visita di Salvini a Washington. Che naturalmente se n’è vantato, con i ritorni americani, ed ha ripreso a intingere il pane nell’inchiostro quando, vere o false che siano, le notizie sono rimbalzate da oltre Atlantico. Dove peraltro Salvini ha il torto di essere appena andato in visita ufficiale, di avere avuto incontri di alto livello, anche se non altissimo come quello del presidente Donald Trump. Che tuttavia non nasconde certamente né direttamente né indirettamente, attraverso i suoi collaboratori, l’interesse e la simpatia per il leader leghista, che in quell’albergo di Mosca è stato addirittura definito “il Trump italiano”. Cui manca soltanto il passaggio politico, e forse anche elettorale, per diventare il capo del governo prendendo il posto di Conte, pure lui tuttavia apprezzato dal presidente americano, che gli parla chiamandolo “Giuseppi”, perché gli americani hanno problemi con la e finale dei nomi. Ho trovato curioso, divertente e non so dirvi cos’altro ancora vedere nell’aula di Montecitorio insorgere con grida e cartelli contro i presunti rubli a Salvini e alla Lega quegli stessi settori, a sinistra, contro cui negli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche oltre, insorgevano i deputati della destra e del centro contro i rubli non presunti ma veri, anzi verissimi, che arrivavano dall’allora Unione Sovietica al Pci per finanziarne in modo decisivo la grande e costosa organizzazione.

I rubli del Pci. Non potevano onestamente bastare allo scopo né le quote di iscrizione, né i contributi pur consistenti dei parlamentari, né i soldi pubblici forniti dalla legge cui si ricorse dopo lo scandalo dei finanziamenti privati dei petrolieri, che coinvolse pure quel partito dell’odore inconfondibile di bucato come Indro Montanelli chiamava il Pri del suo amico Ugo La Malfa. Né potevano bastare a sostenere i costi di quella potente macchina organizzativa ed elettorale del Pci i consumi di salamelle ed altro nelle pur affollate, a volte affollatissime, feste dell’Unità, dove si mescolavano passioni per i compagni e odi per gli avversari, persino nei menù dove si proponeva il piatto imperdibile della “trippa alla Bettino” Craxi. Dei rubli arrivati lungamente, sistematicamente e abbondantemente al Pci da Mosca tramite gli affari delle Cooperative o con le valigie diplomatiche direttamente nell’ambasciata sovietica a Roma, a poca distanza dalla Stazione Termini, si divertiva spesso a parlare, anche quando il traffico era o sembrava cessato, l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Che li rinfacciava, in particolare, all’ultimo e forse davvero incolpevole segretario del Pci: Achille Occhetto, da lui liquidato come “zombi”. Nel parlarne, quell’impenitente di Cossiga si divertiva a ricordare, o precisare, che da Mosca arrivavano all’ambasciata romana solo e rigorosamente rubli, alla cui conversione in dollari, non in lire, provvedevano esperti noti alle tolleranti, anzi tollerantissime autorità di vigilanza. Ed erano anni, quelli, di guerra fredda davvero, col muro ben piantato e sorvegliato a Berlino, con i missili puntati nelle basi del Patto di Varsavia contro le capitali europee, Roma compresa: missili diventati ad un certo punto così tanti e così pericolosi da costringere la Nato ad un riarmo al cui passo l’Unione Sovietica non resse sul piano economico e finanziario. Come se avesse sentito arrivare, anzi tornare attraverso gli Stati Uniti, le polemiche sui rubli ancora una volta incombenti a torto o a ragione sulla politica italiana, il giornalista e romanziere Walter Veltroni, forse ancora più fortunato in questa veste che come segretario di partito, ministro, vice presidente del Consiglio e sindaco di Roma, dove pure ha fatto molto e spesso anche bene, ha appena riproposto ai lettori del Corriere della Sera, intervistando questa volta sui misteri e sulla fine della prima Repubblica il vecchio amico Aldo Tortorella, con i suoi 93 anni appena compiuti, la storia dei finanziamenti russi al Pci. E dei danni, forse superiori anche ai vantaggi, che ne derivarono al partito allora più forte della sinistra italiana, compromettendone l’autonomia o ritardandone l’evoluzione, come la chiamavano quelli che la volevano pure nella Dc per liberarsi di un alleato scomodo come Craxi.

La svolta di Berlinguer. Tortorella non ha fatto numeri ma ha parlato di date, o periodi, raccontando in particolare che a chiudere la pratica dei finanziamenti sovietici al Pci fu Enrico Berlinguer poco dopo la sua elezione a segretario, avvenuta nel marzo del 1972, e l’attentato che subì l’anno successivo, rimasto a lungo segreto e controverso, durante una visita in Bulgaria. Dove i padroni di casa gli procurarono un incidente stradale sperando di liberarsene per l’abitudine che aveva preso di parlare dei limiti, chiamiamoli così, della democrazia nei regimi comunisti. Ciò accadeva quindi ben prima del 1980, quando il leader comunista commentando in televisione il colpo di Stato militare compiuto in Polonia autonomamente dal generale Jaruzesky per prevenire il solito intervento delle truppe sovietiche, trovò il coraggio di dichiarare l’esaurimento della “spinta propulsiva” della rivoluzione comunista di ottobre del 1917 in Russia. Allora egli finì di compromettere quel poco ch’era ancora rimasto dei vecchi rapporti di scuola e di politica con Mosca. Berlinguer decise di fare a meno dei rubli in modo sostanzialmente solitario, consultandosi – ha raccontato Tortorella- solo con Gerardo Chiaromonte, e poi passando le direttive necessarie al capo dell’’ organizzazione del partito Gianni Cervetti, che si occupava anche dei delicati rapporti finanziari con Mosca. Seguirono non a caso, nel 1973, i tre saggi consecutivi affidati da Berliguer alla rivista del partito Rinascita sulla lezione da trarre dal colpo di Stato militare in cui era sfociata, per reazione interna e internazionale, la svolta dell’alternativa di sinistra realizzata da Salvatore Alliende, che ne sarebbe morto. Non l’alternativa di sinistra ma il “compromesso storico” con le forze moderate avrebbe dovuto diventare la linea del Pci, che infatti la perseguì con Berlinguer, rivestendola anche dei panni del cosiddetto “eurocomunismo”, sino a realizzare nel 1976 e a rafforzare nel 1978, con l’ultima crisi gestita nella Dc da Aldo Moro, prima del sequestro e dell’assassinio per mano delle brigate rosse, quella che è passata alla storia come “maggioranza di solidarietà nazionale”. Berlinguer potette farlo – ha raccontato Tortorella- pur non proprio a tutte le condizioni da lui volute, viste le resistenze opposte da Moro a una partecipazione diretta del Pci al governo, che fu invece composto solo di democristiani, e guidato da Giulio Andreotti per garantire o rasserenare i sospettosissimi americani, ma anche la Chiesa; Berlinguer, dicevo, potette farlo solo per essersi nel frattempo garantita sul piano finanziario “l’autonomia necessaria al partito per essere coerente forza nazionale e di governo”.

I legami indissolubili con Mosca. Eppure, anche se Tortorella non lo ha ricordato né Veltroni ha voluto aiutarlo incalzandolo con qualche domanda, il Pci continuò a tenere i suoi legami con Mosca contrastando, per esempio, il riarmo missilistico della Nato, nonostante Berlinguer avesse detto in una famosa intervista a Giampaolo Pansa per il Corriere della Sera, censurata in questo passaggio dall’Unità, di sentirsi anche come comunista garantito sotto l’ombrello atlantico. Dovettero arrivare i già ricordati fatti polacchi del 1980 perché veramente la storia dei rapporti con l’Urss cambiasse e i rubli fossero probabilmente destinati solo a una parte del Pci, quella organizzata alla luce del sole da Armando Cossutta dopo lo “strappo” da questi rimproverato a Berlinguer. E Cossutta fece tutto intero il suo dovere di militante filosovietico rimanendo nel Pci sino a quando Occhetto, anche a costo di piangerne, non decise di cambiargli nome e simbolo per non lasciarlo sepolto sotto le macerie del muro di Berlino. Ora, francamente, non so come andrà a finire lo scontro, politico e forse anche giudiziario, di Salvini con quanti lo immaginano imbottito di rubli, o con qualche amico che avrà pensato di fargli un piacere cercando di procurarglieli intrufolandosi in alberghi, ristoranti e quant’altri, ma di certo mi ha fatto una certa impressione – vi ripeto- vedere protestare contro i rubli veri o presunti della Lega parlamentari negli stessi banchi parlamentari dove sedevano i deputati appartenenti al partito che i rubli li prendeva davvero. E ne fu a lungo anche orgoglioso. Mancano alla chiama o ai richiami, almeno per ora, i dollari che i comunisti ai loro tempi accusavano la Dc e gli alleati di prendere dagli Stati Uniti. E chissà se, coi tempi e con gli umori che corrono, Salvini non finirà per sentirsi accusare di prendere anche quelli, i dollari, e non solo i rubli.

"L'Urss pagava tutti non soltanto il Pci. Greganti? Un gigante". L'ex pm di Mani Pulite: «Il Pd non ha mai voluto fare i conti con le tangenti rosse». Felice Manti, Sabato 13/07/2019, su Il Giornale. Milano «Abbiamo voluto cancellare la memoria di questo Paese. E questo ha consegnato il governo a gente senza storia». Tiziana Parenti risponde dal suo studio legale di Genova. La sua toga da magistrato l'ha appesa al chiodo tanti anni fa, oggi fa l'avvocato dopo l'esperienza in Parlamento con Forza Italia. Per la storia è Titti la Rossa, allontanata dal pool perché aveva osato indagare sul fiume di rubli che dall'Est finiva nelle casse del Pci. «Mani Pulite per te finisce qui», le avrebbe detto Gerardo D'Ambrosio, per cui le tangenti rosse erano «un vagone staccato» di Mani Pulite. E così le indagini di Titti, iscritta per tre anni nel Pci, finirono in un binario morto nonostante le prove che sul conto «Gabbietta» Primo Greganti, il famigerato «compagno G», incassava soldi dai Paesi dell'area sovietica e da imprenditori italiani per conto di Botteghe Oscure. «La Russia ha sempre pagato qualcuno. Grosse tangenti, soldi. E non solo al Pci. Già negli anni Sessanta numerose cooperative facevano scambi culturali o import-export di facciata con l'Urss, tutti modi per giustificare in maniera lecita un finanziamento di un certo livello. Ma Greganti era un gigante rispetto alle comparse come questo... Savoini? Savoini chi?».

Che cosa ne pensa?

«Bisogna leggere le carte, ovviamente. Ma se mi chiede se Savoini sarà il Greganti della situazione le dico di no. Certe cose non si fanno da estranei, non è che uno passa per caso e parla di tangenti, con la Russia di Putin che è cresciuto in quel sistema sovietico di soldi e favori poi... Figurarsi. Certo, nascondersi dietro un ma chi l'ha invitato è una cosa triste».

Ironia della sorte, c'è il Pd che chiede chiarezza. E già si parla di una commissione d'inchiesta...

«Guardi, altra cosa triste. Questo Pd non ha niente a che fare con il Pci di prima, anche se Zingaretti è certamente un uomo d'apparato. Ma se il Paese in balia degli ignoranti è perché il Pd ha un'eredità sula quale non ha mai riflettuto seriamente. Abbiamo perso la memoria delle tangenti di una volta. Il finanziamento illecito ai partiti da parte di una potenza straniera, allora come oggi, è un fatto destabilizzante. Invece di riflettere sul passato si ridicolizzano vicende che invece sono molto serie. Galleggiamo su un enorme punto interrogativo. E questa è la condanna del Paese. O facciamo i conti seriamente con quel passato o finiamo nel nulla».

Quando Mani Pulite si fermò davanti ai rubli al Pci qualcuno disse che la magistratura era politicizzata. Oggi, a leggere certe intercettazioni, si capisce che alcuni parlamentari Pd decidevano a tavolino i capi delle Procure. Non è cambiato niente?

«La politica fa pressioni perché sa che le può fare».

Ma è un'invasione di campo?

«Ma la magistratura è un soggetto politico. Quando 60 milioni di italiani ti chiedono di garantire i loro diritti sei un soggetto politico. I contatti tra politici e i vertici della magistratura esistono da sempre. Quando ci sono entrata io, nel 1980, c'erano già da anni. La cosa non ci deve meravigliare. Il vicepresidente del Csm è eletto dal Parlamento, no? I magistrati sono dappertutto: al Quirinale, nei gabinetti dei ministri, in Parlamento, nelle istituzioni. Meravigliarsi ora è da ipocriti».

Oggi però la commistione è sotto gli occhi di tutti.

«Era inevitabile che scoppiasse una guerra interna, ora che non c'è più un nemico da combattere, ora che - come nei partiti - le correnti dentro Md, Unicost, dentro Magistratura indipendente si stanno regolando i conti».

È l'indipendenza della magistratura, no?

«Ma quale indipendenza, magari ci fosse. Io l'ho subita sulla mia pelle, io me ne sono dovuta andare. La magistratura deve difendersi da sé stessa. Va gestita con delle regole per evitare questo straripamento, che peraltro è figlio delle regole che ha fatto il Parlamento».

Cosa si rimprovera?

«Io ho fatto tutto in buona fede. La mia battaglia per l'indipendenza non è stata inutile. Il mio collega Marco Boato diceva che ognuno deve fare le sue battaglie. Meglio farle che non farle. Forse qualcosa resta. Anche solo un po' di memoria».

·        Politica e corruzione, l’eterno ritorno.

INTELLIGENTI O FURBI. Vittorio Feltri, la lezione ai giudici: un'amarissima verità sui politici corrotti. Libero Quotidiano 1 Giugno 2019. Nei giorni scorsi il viceministro Rixi è stato condannato con altri per aver cenato qualche volta a sbafo della Pubblica amministrazione. Una sentenza grossa per un reato piccolo piccolo. Il governatore del Piemonte Cota fu silurato per un paio di mutande verdi che poi non risultarono provento di furto. Oltre venti anni fa ci fu tangentopoli che cancellò la Seconda Repubblica travolta da inchieste e processi a carico di politici che avevano intascato miliardi. Già, la questione morale sollevata da Enrico Berlinguer non era uno stato d'animo bensì una solida realtà. Tutti sgraffignavano per il partito e qualcuno sgraffignava anche al partito per vivere agiatamente. Risultato, spazzate via le forze politiche quasi fossero organizzazioni criminali. Se ne salvò una soltanto, quella degli ex comunisti che pure grattavano di brutto, quanto gli altri. Botteghe Oscure furono salvate da un miracolo giudiziario. Forse la sinistra godeva di una protezione celeste esattamente come accade adesso. Lo dico senza spirito polemico ma con spirito critico. È passato tanto tempo dall'epoca gloriosa di Mani pulite, però le mani continuano ad essere considerate sporche cosicché i pesci nani seguitano a finire nella rete e a pagare prezzi enormi per aver intascato bazzecole, briciole. Irubagalline vengono perseguiti con un accanimento degno di miglior causa e i ladroni, e gli imbecilli, la fanno franca. La regione Lombardia, la più efficiente, è sotto tiro per quattro minchiate, tipo abuso d'ufficio (equiparato a una sosta vietata) mentre quelle del Sud, che ne combinano di ogni colore, sono risparmiate dai tutori distratti della legge.

Ma non è questo il punto. Si discute di corruzione come fosse un dramma nazionale, poi si scopre che nel Settentrione si va in galera per una consulenza di ottomila euro assegnata a un pirla tuo conoscente o per una nota spesa esagerata. Il senso delle proporzioni è svanito. Si vuol far credere che il seme del malaffare germogli prevalentemente nella politica, ed è una fandonia. È l'umanità ad essere imperfetta e tendente ad approfittarsi delle situazioni. La gente è pronta ad arraffare per campare meglio di quanto le consenta il proprio reddito, evade il fisco in massa, non paga l'assicurazione dell'automobile, va in moto senza casco, riscuote pensioni di invalidità pur essendo sanissima. Il popolo si arrangia in qualsiasi modo, soprattutto se illecito. Personalmente ho diretto sette o otto giornali e mi sono trovato dinanzi a episodi imbarazzanti. Al vertice dell'Europeo, settimanale di prestigio, un giornalista mi presentò una lista costi da brivido: una stecca di Marlboro, un chilo di parmigiano, una bottiglia di whisky e il pernottamento in un motel dove normalmente non si va per recitare il Rosario e neppure per compilare un articolo. Ovviamente contestai la richiesta di rimborso e litigai col redattore. Mancò poco che lo picchiassi perché aveva preso per il culo me e l'azienda, la Rizzoli. Questo significa che non è necessario essere un politico per cedere alla tentazione di fregare soldi, la qual cosa è estesa alla collettività, e i cronisti non sono esenti dal desiderio di lucrare disonestamente. Ne sono testimone e per darmi un po' di arie dico che da lustri non presento note della spesa nel timore di sbagliare a mio vantaggio. Lo faccio per una ragione semplice: temo di rimediare figure di merda. Tutto ciò dimostra che non si può pulire il mondo e renderlo lindo quale un giglio. Gli uomini o sono intelligenti o furbi. In ogni caso preferisco essere governato da un briccone che da un idiota senza macchia.  Vittorio Feltri

Politica e corruzione, l’eterno ritorno: adesso pene certe e condanne rapide. Pubblicato martedì, 07 maggio 2019 da Venanzio Postiglione su Corriere.it. Anche lo sfregio. Si vedevano al ristorante e lo chiamavano «la mensa dei poveri». Hanno immaginato la tangente su una sentenza per tangenti: pure la corruzione sa essere creativa. Il mago delle relazioni e dei voti, raccontano i pm, è un signore già condannato in via definitiva nel 2017: per concussione. Quando si dice la competenza. E l’inchiesta poteva e doveva andare avanti, alla ricerca di prove e reati: hanno dovuto interrompere. D’urgenza. Con gli arresti. Perché, ascoltando i colloqui, saltavano fuori nuovi illeciti: così, in diretta. Sono passati 27 anni dal famoso 17 febbraio del ’92, quel mattino d’inverno in cui Mario Chiesa veniva arrestato, Tonino Di Pietro diventava famoso, si apriva Tangentopoli, cadeva un sistema politico e si immaginava la lunga primavera dell’onestà. Da Milano all’Italia tutta. Però 27 anni fa è come 27 mesi fa e 27 ore fa, la corruzione ambientale specchio e condanna di un Paese uguale a se stesso, al di là delle norme, dei partiti, delle inchieste. Delle promesse, dei proclami. Ma forse anche dei garantisti e dei giustizialisti. Che si scontrano sul nulla e parlano di nulla se non si aggrediscono i due temi aperti (quelli veri): la selezione della classe politica e l’efficacia e la rapidità della giustizia. Altrimenti avremo sempre mezze figure con la bustarella in tasca e processi infiniti che aiuteranno lo spettacolo e mortificheranno la legalità. E avremo pene molto severe e molto inapplicate, grandi megafoni per la propaganda e nuovi tagli alla giustizia. La delusione sarà più forte, se i primi passi dell’inchiesta di Milano verranno confermati, a cominciare dalle «sinergie con le cosche della ’ndrangheta». Perché nell’immaginario italiano davvero, e ancora, la Lombardia è la regione che lavora-produce-innova partendo dalle sue imprese e prova a trascinare un Paese frenato dalle risse (quotidiane) al governo e malmenato dalle bastonate (mensili) dell’Europa. È una spinta che fa bene all’Italia e ci tiene ancorati al mondo: tutti i giorni. Ma poi, un martedì mattina, la notizia che scuote il sistema lombardo di governo, costruito da sempre sull’alleanza Forza Italia-Lega e citato con insistenza come modello nazionale. Ci sono 43 misure cautelari, con 12 arresti in carcere e con gli «azzurri» emergenti sotto scacco. A partire da Pietro Tatarella, vice coordinatore regionale di Forza Italia e anche candidato alle Europee del 26 maggio: in lista, ma ora in cella. Indagato lo stesso governatore leghista, Attilio Fontana, per abuso d’ufficio, anche se la Procura ha mostrato cautela e quindi servirà prudenza. Non è solo un fatto giudiziario. E non è facile scagliare pietre. La Lega, a Roma, si è incartata nella vicenda Siri e ha ridato slancio ai 5 Stelle. Gli stessi 5 Stelle che hanno visto il proprio presidente del consiglio comunale, Marcello De Vito, finire in carcere per corruzione. Nella capitale, dove governano. Il Pd, solo per citare l’ultima pagina, ha la ferita dell’Umbria ancora aperta, dopo decenni di amministrazione e di potere. Poi, certo, ogni caso è un caso, ogni responsabilità è personale e l’indagato non è un condannato. Ma neppure la legge «spazzacorrotti» si è rivelata (per ora) una minaccia sufficiente e l’ipotesi della «giustizia a orologeria» si spegnerà prima di nascere. Sarebbe uno strano orologio. Visto che in Italia ci sono sia elezioni che indagini in continuazione. È una battaglia che va fatta nei partiti. Dentro i partiti. Con le inchieste. Ma anche nella società, nella cultura, alla ricerca degli anticorpi che esistono in Lombardia e non solo in Lombardia. È forse qui che, un giorno, deve davvero finire la pacchia. Senza dire che le persone marciranno in galera o che bisogna buttare la chiave nel lago di Como o che si devono tagliare le mani come nelle leggi ispirate alla sharia. Le persone degli altri partiti, naturalmente. Meglio pene certe e condanne rapide: la riforma più semplice sarà quella più difficile. Partendo da Cesare Beccaria, milanese e gloria nazionale, che l’ha scritto nel Settecento. E poi una politica che chiama «mensa dei poveri» il ristorante dove si scambiano tangenti dovrebbe vergognarsi subito. Prima di inchieste e processi.

Non chiamatela Tangentopoli: questo è un nuovo teorema giudiziario. Tangentopoli, analisi di un’indagine mediatico-giudiziaria. Tiziana Maiolo il 9 Maggio 2019 su Il Dubbio. Non è la Nuova Tangentopoli e neanche una nuova inchiesta Stato-mafia in salsa locale. Il blitz che si è palesato martedì mattina in Lombardia con le sembianze di un calderone contenente oltre 90 indagati e 43 persone arrestate per reati contro la pubblica amministrazione non ha infatti nulla a che vedere né con le vicende che nel 1992 rasero al suolo un’intera classe politica né con le tradizionali inchieste di mafia e politica. La storia di Tangentopoli ( così fu battezzata proprio la città di Milano da cui partirono quelle indagini ) non è solo una vicenda giudiziaria. È lo specchio di un assetto politico- economico che riguardò i primi quarant’anni della storia repubblicana in cui si annidò anche la malattia, un sistema di finanziamento illegale dei partiti di governo e del principale di opposizione con la complicità dei maggiori imprenditori italiani. Tutto era controllato, con una spartizione chirurgica tra le parti, e tutto era conosciuto ( anche dalla magistratura ) e accettato ( anche dagli elettori, a una parte dei quali ogni tanto veniva lasciata cadere qualche briciola ). C’erano anche casi di corruzione personale, certo. Ma erano secondari rispetto al sistema che il pm Antonio Di Pietro chiamò “dazione ambientale”. La Tangentopoli del 1992 è un fenomeno irripetibile. E qualche santo ci tenga lontano dagli imitatori di quel gruppo di investigatori che si autodefinì “Mani Pulite”, quasi a sottolineare il proprio compito finalizzato più a moralizzare la società che non a perseguire i singoli reati. Anche questa grande anomalia per fortuna è irripetibile. Non c’è più quel rapporto di complicità tra i partiti né tra questi e il mondo dell’impresa. Non c’è più neppure «quell’intelligenza politica, individuale e collettiva», che insieme ai frutti sani aveva prodotto anche la malattia. Ne parlò l’ultima volta in Parlamento il leader socialista Bettino Craxi quando denunciò che tutti i bilanci dei partiti erano falsi e illegali così come illegale era stato il loro finanziamento. Nessuno osò contraddirlo. Che cosa succede oggi (ma anche ieri e probabilmente domani)? Succede prima di tutto che esploda una vera bomba nel bel mezzo di una campagna elettorale quanto mai importante e delicata per gli equilibri in campo. Possibile che su richieste di arresto di due- tre mesi fa da parte dei Pm il giudice delle indagini preliminari non potesse assumere i provvedimenti un mese prima o un mese dopo le elezioni? La seconda osservazione è che si ha l’impressione, leggendo l’ordinanza, che si vogliano mettere insieme episodi e soggetti molto lontani tra loro, quasi a voler a tutti i costi indirizzare ogni singolo fatto in un “unico disegno criminoso”, all’ombra protettiva di una associazione mafiosa cui tutto ricondurre. Non è un caso che le indagini siano state condotte dalla Direzione distrettuale antimafia, e non è la prima volta, in Lombardia. Il nuovo teorema di questi anni è: ormai la ‘ ndrangheta si è trasferita al nord, dove ci sono i capitali più succulenti e le maggiori occasioni di fare affari, soprattutto perché la classe politica è sempre e comunque corrotta e pronta a farsi complice. Quindi, se è corrotta è anche mafiosa. Un ragionamento che pare molto in linea con gli orientamenti della parte Cinquestelle del governo, che tende a equiparare per gravità i reati contro la Pubblica Amministrazione a quelli di mafia a terrorismo. Così anche episodi sia pur gravi ma “minori” come la mancata denuncia di un contributo elettorale di 10.000 euro finiscono nel calderone non solo della corruzione ma anche della criminalità organizzata. Va anche detto che una classe politica più giovane e inesperta di quella dei tempi di Tangentopoli possa essere meno accorta nei rapporti individuali. Anche se il limite tra una certa di disinvoltura politica e lo scivolamento nella commissione di reati è spesso sottile. E succede anche che lo stesso mondo dell’impresa navighi spesso su confini scivolosi. Così finisce che se l’assessore A fa un favore all’imprenditore B e costui ha rapporti borderline con il signor C considerato contiguo ad ambienti mafiosi, ecco che il vestito giudiziario che viene costruito addosso all’assessore è il più terribile di tutti: mafia. E’ il caso anche della vicenda che ha riguardato l’ex sottosegretario Armando Siri. L’uso disinvolto dei reati associativi ( che andrebbero aboliti, come sostiene da tempo l’Unione delle Camere Penali ) fa il resto, con intercettazioni e arresti come conseguenza diretta. Anche questa nuova inchiesta milanese si sta infilando in un filone che non è più solo giudiziario e che pare molto pericoloso. Davanti a presunti casi di piccola corruzione o di piccolo o grande clientelismo ( come pare il filone di Varese, che ha finito per coinvolgere anche una persona stimata da tutti come il Presidente della regione Lombardia Attilio Fontana ), si lancia l’allarme che qualcosa di grande stia accadendo, qualcosa di sistemico, qualcosa che necessiti la maxi- inchiesta, la maxi- retata, il maxi- processo. Qualcosa di invincibile, in definitiva, come lo è stata per decenni la mafia nel sud d’Italia. Non è così, per fortuna. E qualche maggior forma di autocontrollo all’interno dei partiti e qualche iniezione di laicità all’interno della magistratura così come di un certo mondo dell’informazione forse sarebbero più utili di calderoni giudiziari inevitabilmente destinati, almeno in parte, a sgonfiarsi nel corso dell’iter giudiziario e nei tempi lunghi della giustizia.

Quegli strani arresti: l'inchiesta su Legnano non si regge in piedi. I pm ipotizzano gare truccate: ma dalle carte emerge solo l'intenzione di far funzionare le cose. Luca Fazzo, Sabato 18/05/2019, su Il Giornale. Una gara truccata per fare vincere un amico: peccato che l'amico alla gara non abbia mai neanche partecipato. Un'altra gara truccata per far vincere il prescelto: che però a quel posto era l'unico aspirante. Una terza gara alterata per far vincere un candidato rimasto sconosciuto, e di cui nelle intercettazioni la cosa più grave che si dice è che «è bravissimo». Eccoli, riletti a mente fredda, i capi d'accusa della operazione che giovedì fa ha colpito Legnano, la città-simbolo del Carroccio, mandandone agli arresti domiciliari il sindaco Gianbattista Fratus e in galera il vicesindaco Maurizio Cozzi. Annunciata con spolvero di telecamere dalla Procura di Busto Arsizio, l'operazione «Piazza Pulita» ha fatto irruzione nella campagna elettorale a ridosso del voto: clamore inevitabile, è la prima volta che un sindaco della Lega viene arrestato. Ma l'ordinanza di custodia, depurata dalle ipotesi, dai «verosimilmente», dalle valutazioni morali a casaccio, lascia alcuni dubbi aperti. Perché più di aiutare Tizio o Caio, i politici di Legnano sembrano - dalle stesse intercettazioni depositate agli atti - preoccuparsi soprattutto di far funzionare le cose.

CHI SE NE FREGA SE È DEL PD. È il passaggio forse più significativo delle intercettazioni. Si parla della nomina del nuovo direttore generale dell'Amga, una importante municipalizzata. Il vicesindaco Maurizio Cozzi parla con Chiara Lazzarini, coordinatrice di Forza Italia, dei possibili candidati: e già lì si capisce che non c'è un vincitore designato: «Prova a sentire anche questo qui che così magari poi fissiamo di incontrarli a fine settimana, questi qua sono i primi due che mi sono venuti in mente». Tra i nomi possibili, quello di un candidato di Alessandria che i pm non sono riusciti a identificare, e che pare avere un ottimo profilo, «ha esperienze più diffuse, anche nella gestione di cose complicate», ma non piace ad un assessore. Dice la Lazzarini: «Alpoggio è arrivato e ha detto assolutamente quello lì no, è uno del Pd, è un massone, è uno che non va bene perché mi sono informato io». E Cozzi: «Ma che cazzo c'entra se è uno è del Pd o non è del Pd. Se uno è capace....».

LO STIPENDIO DIMEZZATO. Da coprire c'è anche il posto di direttore generale del Comune. Intercettazione della Lazzarini: «Vogliamo una persona superpreparata, soprattutto nelle partecipate e nel personale». Viene individuato un candidato, Enrico Barbarese, che però fa presente di essere incompatibile per qualche mese, essendo commissario liquidatore di una società, e per risolvere il problema si offre di lavorare a mezzo stipendio: «Per tre quattro mesi io mi prendo il 50 per cento dello stipendio ma non mi importa, formalmente un part-time che tanto io non ho orario, rinuncio al 50 per cento della retribuzione quindi il Comune non ha nessun problema di tipo erariale». Anche questo per la Procura di Busto diventa un elemento di accusa.

IL PERICOLOSO CRIMINALE. Il sindaco Fratus viene accusato di avere nominato Barbarese «nonostante fosse gravato da pendenze penali». In realtà dagli atti emerge che contro Barbarese c'è solo una denuncia mai sfociata in una condanna neanche in primo grado.

LA FIRMA ANTICIPATA. Fratus viene accusato di avere firmato troppo in fretta la nomina del nuovo direttore generale. Ma il candidato era uno solo (gli altri erano inammissibili) quindi l'esito era scontato.

LA CIFRA IRRISORIA. La prima accusa a Cozzi è di avere truccato a gara per una consulenza per affidarla a commercialista Gabriele Abba. Ma Abba non presenta neppure la domanda per partecipare alla gara, perché il compenso è di appena ottomila euro all'anno: «È una cifra irrisoria, per me non si presenta nessuno», dice Abba..

IL POSTO PER LA FIGLIA. In cambio dell'appoggio al ballottaggio, Fratus dà un posto in un consiglio d'amministrazione alla figlia del candidato dell'Udc. È l'unico capo d'accusa che appare solido. Ma è l'unica accusa per cui la Procura non ha chiesto l'arresto.

La "nuova Tangentopoli" e la noia del "vecchio" uso politico della giustizia. Dopo 30 anni c'è chi torna a parlare di Tangentopoli da cui, è chiaro, non abbiamo imparato niente. Maurizio Tortorella il 17 maggio 2019 su Panorama. Certo, se ancora all’alba del maggio 2019 un grande quotidiano nazionale (nella fattispecie la Repubblica ) si mette a titolare in prima pagina “Legnati a Legnano” perché un partito per cui antipatizza (nella fattispecie la Lega) finisce coinvolta in un’inchiesta, questo vuol dire che quasi trent’anni d’indagini, di arresti, di verbali di interrogatorio, d’intercettazioni e tutto l’armamentario giudiziario di complemento non sono proprio serviti a nulla. Attenti. Il ragionamento di certo non vale soltanto per gli arrestati leghisti di quest’ultima tornata: la stessa logica vale per chiunque finisca in una qualsiasi retata di “detenuti politici”. Rispetto delle garanzie degli indagati? Certo che no. Presunzione d’innocenza? Nemmeno a parlarne. Attesa per il giudizio? Ma va là. La sensazione prevalente all’ennesimo scattare di manette (e si spera sia così non soltanto in chi scrive), la è la noia, quasi la nausea. E non certo per simpatia o favore nei confronti della Lega, dei cui evidenti difetti siamo più che avvertiti. No: è l’uso politico della giustizia che davvero ha stancato. I magistrati ogni volta ce lo dicono: noi non possiamo fermarci (e ci mancherebbe!) perché l’obbligatorietà dell’azione penale ci impone di agire. Aggiungono: non è che poi possiamo rallentare a ogni elezione, visto che in Italia ogni settimana c’è un voto (ci mancherebbe!). Vero, tutto vero. Che noia. In chi non smetta di porsi domande, però, resta la fastidiosa sensazione che in questo povero Paese a ogni tornata elettorale, d’improvviso, qualcosa si accenda: che un brivido cominci ad agitare i corridoi di questa o di quella Procura. Partono allora le legnate (copyright la Repubblica). E ora, in questa fase storica, tocca alla Lega. Obiettivamente, questa non è soltanto la verità di Matteo Salvini. È un dato statistico, inoppugnabile. Così come è inoppugnabile la simpatia tra i grillini e certi ambienti giudiziari, un feeling che si muove in parallelo alla corrente che da alcuni anni collega certi uffici giudiziari (e certi magistrati) e il giornale di riferimento del Movimento 5 stelle. Che a ogni arresto urlano urràh, pretendono pene più elevate per ogni reato (e ora che sono al governo le piazzano anche in tutte le leggi), chiedono più poteri per i pubblici ministeri…Grida, pene più elevate, poteri più intrusivi, però, non sono la risposta. Non è di certo la pena che ferma il reato, altrimenti in Cina (dove la giustizia è un po’ più brutale e veloce che nei Paesi democratici) non ci sarebbe nessun corrotto, non ci sarebbe un rapinatore, non ci sarebbe nemmeno un ladro: tutti quei delitti sono puniti con la pena capitale. Quanto alla corruzione, volete sapere che cosa si dovrebbe fare per arginarla nel nostro Paese? Basterebbe una sola norma, semplice semplice: depenalizzare il reato di chi compie una corruzione, dare un salvacondotto al “versatore di mazzette”. Io do una tangente a un sindaco, a un parlamentare, a chiunque? Se poi vado a denunciarlo resto impunito (ovviamente vengo però processato per calunnia se denuncio un reato inesistente). Vedreste allora che nessuno rischierebbe più di farsi corrompere o di chiedere una tangente. Troppo rischioso diventerebbe. E forse noi tutti saremmo meno annoiati di leggere certe cronache giudiziarie.

Il dominio infinito dei Pm sulla politica. Claudio Brachino, Martedì 21/05/2019, su Il Giornale. Qualcuno lo dice in modo esplicito, altri a mezza bocca, qualcuno nega, mentendo, altri mentono proprio, qualcuno si schernisce ma lo fa rabbrividendo. Tangentopoli, dunque, non è mai finita? Anzi è tornata e oscilla sempre più minacciosa come un pendolo della morte sul nuovo sistema politico di potere in Italia oggi, quello della Lega e del suo leader, Matteo Salvini? Come si fa a mettere in relazione la «gloriosa» corruzione degli anni '80 e '90, la maxitangente Enimont e l'altrettanto in-gloriosa fine della Prima repubblica, con bustarelle e consulenze che sommate sono meno di quanto evade in un anno un solo furbastro medio italiano? Sarà, ma a me l'inchiesta lombarda sulla corruzione, che ha messo nei guai esponenti politici di Forza Italia e del Carroccio, e che punta minacciosa verso i vertici del Pirellone, ricorda per modi e tempi un riflesso condizionato che scandisce e determina la nostra democrazia dal 1992, anno di grazia dell'eroismo della Procura di Milano e della fine della Dc. È il dominio del Giudiziario sul Politico, come dice il grande filosofo sloveno Zizek, il vero virus delle democrazie occidentali. Attenzione, non si parla schematicamente della giustizia che tiene sotto scacco e ricatto la politica. Il Giudiziario e il Politico sono qui due sistemi narrativi, due brand del potere, e come tutti i sistemi narrativi sono organizzati in racconti di simboli, uomini, visioni del mondo, antropologie. Lo squilibrio delle due narrazioni rende sempre più arrogante e impunito il sistema giudiziario, e sempre meno autonomo e coraggioso il sistema politico, che ha agende, prospettive, leader sempre da rifare. Soprattutto il Politico, inteso come campo semantico di riferimento della vita pubblica, perde credibilità sempre di più con i cittadini, che allora si affidano al mainstream anti-casta come a un mantra che lavi la loro rabbia e la loro frustrazione. Tradotto: perché ho votato quello lì che ruba o quantomeno fa solo gli interessi suoi e non i miei? Il populismo, inteso come ricetta moralistica e leadership violenta di chi ripara il gap del meccanismo rappresentativo (ci penso io a te in modo diretto, caro popolo mio), è proprio figlio di questa delusione della mediazione democratica di tipo elettivo. Il movimento che con il web ha proposto la fine della democrazia elettiva con il sogno della iperdemocrazia internettiana, come si chiama? Il movimento che oggi ritorna più forte grazie alle inchieste che riguardano gli altri, come si chiama? Per alcuni, ma qui siamo già al complotto, ci sarebbe una goethiana affinità elettiva tra un signore che in quella Procura (quella di Tangentopoli) c'era, Piercamillo Davigo, e nuovi riferimenti culturali, la base grillina e il giustizialismo travagliesco. Se il complotto c'è, la vittima perfetta è lui, Salvini, ed era da tempo, almeno dal 2011, dagli ultimi mesi del governo Berlusconi disarcionato in modo illegale, questa almeno è storia, che non si avvertiva una cattiveria concentrica cosi pervasiva e inarrestabile. Troppo violento il clima su di lui, al di là dei suoi errori. La critica politica è una cosa, la costruzione del Cattivo Perfetto è un'altra. Una costruzione molto pericolosa, diciamo così. Infatti la parola corruzione è in bocca all'alleato Di Maio per zittire la Lega su tutto: autonomia, migranti, sicurezza, grandi opere, famiglia. La tesi è questa, il Carroccio popone una grande metonimia politica, scambio retorico della causa per l'effetto, per distrarre l'attenzione dai propri guai. Se l'inchiesta lombarda va avanti e si aggrava, Salvini è destinato all'immobilismo o ad accettare, più che un contratto co-firmato, l'ordine del giorno della visione grillina. Torniamo allora al tema iniziale: Tangentopoli non è mai finita non tanto per il suo oggetto, la corruzione. Quella c'era e c'è ancora, e va combattuta, senza scorciatoie filosofiche che dipingono l'animo umano naturaliter incline alla delinquenza. Per gli uomini tutti e per i politici valgono le regole morali universali e quelle della buona e corretta amministrazione della cosa pubblica. Ma Tangentopoli non è mai finita anche, e soprattutto, per il sistema narrativo che ne è alla base, a prescindere da singoli oggetti o avversari da sacrificare di volta in volta. Il significante giudiziario, diremmo alla Lacan, che vede se stesso come unica via al Potere.

Gli sbagli di Matteo su pm e moderati. Il leghista ha sottovalutato il dna dei grillini e pensa di allearsi soltanto con la Meloni. Augusto Minzolini, Martedì 21/05/2019, su Il Giornale. Può accadere in un Paese normale che un presidente della Commissione antimafia, nel caso il grillino Nicola Morra, possa registrare un colloquio nel soggiorno di casa sua con l'ex segretario del sindaco di Cosenza, all'insaputa dell'interessato, e lo porti alle dieci di sera a dei finanzieri per trasmetterlo a un procuratore aggiunto che su quella conversazione aprirà dieci fascicoli di indagine? No. Ed ancora, che uno dei finanzieri che hanno ricevuto il nastro e il magistrato in questione, poco dopo vengano chiamati alla Commissione antimafia il primo come segretario del presidente Morra e il secondo come consulente a tempo pieno? Tanto meno. «Per un fatto del genere - osserva Luca Paolini, il più garantista dei leghisti - bisognerebbe chiedere le dimissioni di Morra. Luciano Violante 25 anni fa si dimise per molto meno». E invece niente, nell'Italia di oggi nessuno si meraviglia più. Altro esempio. Può capitare in un Paese normale che un magistrato della Corte d'appello di Bari, il dottor Ancona, dia un'interpretazione del tutto personale della legge elettorale (unica in tutti i collegi della penisola) determinando l'elezione della senatrice di Forza Italia, Carmela Minuto, a scapito di un altro candidato azzurro, Michele Boccardi? In un Paese normale proprio no. Già, il caso di un magistrato che interpreta a suo modo il Rosatellum lascia perplessi (un altro giudice, l'ex presidente del Senato Pietro Grasso, ne è rimasto scandalizzato), ma che a un anno dalle elezioni la vicenda non sia stata risolta per colpa dell'inerzia della Giunta del Senato (cioè del potere politico) che dovrebbe affrontare il caso, è quantomeno paradossale. Risultato: nel Belpaese le elezione di un parlamentare è determinata non dai voti ma dal volere di un magistrato. Appunto, nell'Italia di oggi la magistratura è il primo potere. Può capitare pure che la Procura di Agrigento sequestri la nave Sea Watch e faccia scendere i migranti, proprio mentre il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, in tv continua a dare ordini affinché restino a bordo. La questione non riguarda il fatto in sé, e cioè se fosse giusto dare l'ok allo sbarco o no, ma pone un interrogativo di fondo: chi comanda in Italia il ministro dell'Interno, il governo o i magistrati? Salvini ha parlato di «atto politico», di «procuratori che vogliono sostituirsi al governo», vi ha intravisto una sorta di «escamotage per fare sbarcare i migranti» ipotizzando addirittura verso i magistrati «l'accusa di favoreggiamento per traffico di essere umani».

Opinioni che hanno un loro fondamento, possibili verità, solo che il leader della Lega dimentica come gli equilibri di questa maggioranza, per essere chiari l'alleanza con i grillini, cioè con una forza che fa del giustizialismo «un credo» e che considera ogni critica alla magistratura una sorta di «lesa maestà», abbia contribuito non poco insieme alle leggi prodotte da questo governo a rendere più marcata in quest'ultimo anno quell'invasione di campo che ha condizionato gli ultimi trent'anni della Storia Repubblicana. «Ci stiamo trasformando sostiene il forzista Roberto Occhiuto - in una Repubblica giudiziaria e nessuno si scandalizza più. Le invasioni di campo restano impunite, nessuno si oppone e avvengono nella più completa impunità». In realtà il ministro dell'Interno è complice e vittima nello stesso tempo, di questo processo. Complice perché non ha valutato con attenzione il partner di governo a cui si è legato: nel dna del movimento 5Stelle, il «governo dei giudici» è uno dei geni caratterizzanti. I rapporti con la vecchia rivista Micromega, con Il Fatto, dimostrano che è un movimento nato in parallelo con l'affermarsi nella magistratura di una corrente nata sulle tesi di Piercamillo Davigo, testa d'uovo del vecchio pool di Mani pulite. Vittima perché Di Maio per risalire la china nei sondaggi ha giocato tutta la sua campagna elettorale su una nuova emergenza Tangentopoli che ha messo nel mirino in primo luogo la Lega. Eppure, basta guardare i dati del ministero dell'Interno o del Parlamento, per verificare che i reati di corruzione o concussione nelle amministrazioni pubbliche in dieci anni si sono quasi dimezzati. Lo stesso Sabino Cassese, che tra le tante qualità non ha certo quella di essere un ideologo del garantismo, ammette che «la corruzione reale è molto più bassa di quella percepita». Solo che per riabilitare agli occhi dei delusi «l'incompetenza grillina» c'era bisogno di ridare di nuovo un senso allo slogan «onestà, onestà». Insomma, per parafrasare la celebre frase di Leonardo Sciascia sui «professionisti dell'antimafia», i grillini per ridarsi «un perché» si sono proposti come «i professionisti anticorruzione». Un'operazione che potrebbe avere successo visto che rispetto ai dieci punti di vantaggio che la Lega aveva sui 5Stelle negli ultimi sondaggi pubblicabili, ieri all'ippodromo Masia (un caso omonimia con il patron di Emg) il purosangue «Fulmine verde» staccava poco più di tre lunghezze «Tuono giallo». Se fosse vero non sarebbe una rimonta da poco.

Quindi, il primo errore che Salvini rischia di pagare è quello di essersi legato ad un movimento dall'anima «giustizialista». Il secondo, non meno grave del primo, invece, è quello di immaginare per il futuro che l'Italia possa essere governata da una coalizione «destra+destra». È la suggestione che si intravvede dietro le parole di Giorgia Meloni quando ipotizza un governo Lega-Fratelli d'Italia, o quando Salvini sogna un rassemblement populisti-sovranisti anche per il governo di Roma. Un Paese complesso come l'Italia non si governa dalle estreme. Anche gli eredi del Pci hanno avuto bisogno di un Prodi. Se ci provi rischi di beccarti «i lenzuoli» sui balconi, l'accusa di nemico della democrazia e slogan «antifascisti», magari datati, ma che sono un richiamo della foresta per una certa magistratura. Ne sa qualcosa il Cav e comincia a scoprirlo Salvini. «È una questione seria sui cui dovremmo ragionare», ammette il presidente dei senatori del Carroccio Massimiliano Romeo. Né tantomeno per essere accettato dal club dei moderati basta un rosario: la tradizione racconta che tra i dc, che pure la cristianità l'avevano nel nome, l'unico che nei suoi giri elettorali faceva cadere un rosario per dimostrarsi un fervente cattolico inchinandosi davanti ad una Madre Superiora in qualche convento o baciando la mano dell'Abate di un monastero, era Oscar Luigi Scalfaro. Figurarsi un po'. Salvini per la verità in privato questa pretesa non ce l'ha. Ieri all'uscita di uno dei tanti talk show elettorali il leader della Lega ha ironizzato su quella battuta: «Io santo? Io sono il peccatore tra i peccatori». Poi per spiegare il dinamismo della sua campagna elettorale ha confidato: «Tutto merito di un intruglio di erbe che mi fa la mattina Francesca (Verdini, ndr)». Solo che oltre agli intrugli di Francesca, Salvini dovrebbe anche accettare i consigli di papà Denis: «La prima volta che l'ho visto raccontava Verdini qualche settimana fa - ho parlato con lui per cinque ore. Gli ho spiegato che con questa storia del governo basato sull'alleanza tra lui e la Meloni non va da nessuna parte. E anche se si farà, sarà un guaio. Alla fine saranno costretti a tornare indietro. Per vincere il centrodestra ha bisogno di qualcosa di centro. Non so se l'abbia capito».

Se vince l’uso strumentale della giustizia. Carlo Fusi il 17 Maggio 2019, su Il Dubbio.  Veniamo al punto. Alla luce della vicenda Siri, dell’arresto del sindaco di Legnano, dell’indagine della Corte dei Conti su un presunto uso indebito dei voli di Stato, è vero o no che la Lega è sotto attacco dei magistrati, in particolare di quelli ritenuti (a che titolo?) vicini all’M5S, al fine di limitarne l’espansione elettorale il prossimo 26 maggio? Se sì, si tratta di un tentativo che va stroncato subito e chi deve intervenire lo faccia con solerzia e determinazione. Se invece così non è, è necessario che gli inquirenti possano lavorare con serenità e al di fuori di indebite pressioni pro o contro, senza che sia sollevato il polverone della giustizia ad orologeria che è un modo particolarmente subdolo per svilire o delegittimare il controllo di legalità. Allo stesso modo – e poco importa se risulta allettante in termini di voti – è parimenti subdolo far lievitare l’immagine di una corruzione ormai endemica e pervasiva; dividere il mondo tra chi la vuole combattere e chi la spalleggia autoassegnandosi un posto esclusivo nel primo campo con la Durlindana dell’onestà e incorruttibilità sguainata. Come pure lanciarsi in disinvolti ed impropri parallelismi con la stagione di Tangentopoli, fortunatamente alle nostre spalle. Il garantismo che ci appartiene non prevede né crociate da combattere né sconti o favoritismi da elargire. Considera che al doveroso accertamento delle responsabilità si arrivi rispettando le regole dello Stato di diritto, senza sconfinamenti verso innocentismi ideologici o derive giustizialiste. Seguendo la civiltà giuridica iscritta nella Costituzione per cui nessuno può essere sottoposto a indagini in mancanza di una qualsiasi traccia ma anche che non basta una traccia per poter assegnare patenti di colpevolezza. Proprio la vicenda di Mani Pulite dovrebbe funzionare da monito per allontanare intromissioni e indebite invasioni di campo tra politica e magistratura. Chi intende strumentalizzare l’una ai fini dell’altra e viceversa, non rende un buon servizio ai cittadini. I quali presto o tardi se ne accorgono e finiscono per punire, nelle urne, tutti gli apprendisti stregoni.

La caccia a Matteo è aperta: prima di lui Bettino e il Cav. L’assalto politico-giudiziario-mediatico nei confronti di Salvini è partito con la virulenza che nella storia è stata riservata a pochi personaggi politici. Tiziana Maiolo il 18 Maggio 2019 su Il Dubbio. La caccia è aperta. Caccia grossa, come già quella del “cinghialone”, come poi quella contro il “cavaliere nero”. Non è un semplice complotto: non ci sono magistrati o generali o banchieri seduti a tavolino a ordire oscure trame. Ma è certo che l’assalto politico- giudiziario- mediatico nei confronti del ministro Matteo Salvini è partito con la virulenza che nella storia è stata riservata a pochi, ben precisi, personaggi politici. Un tempo fu Bettino Craxi, il cui tonfo chiuse l’era della prima repubblica, il trofeo che unì una magistratura fin troppo politicizzata a un partito comunista che sognava la sua morte politica per poterne ereditare le spoglie e agli impavidi cronisti giudiziari che brindarono alla sua fine nella sala stampa del palazzo di giustizia di Milano. Se complotto ci fu, il risultato fu più che modesto. E la seconda repubblica si aprì con la vittoria del 28 marzo 1994 di Silvio Berlusconi, già preavvisato dal procuratore capo di Milano Saverio Borrelli, che gli fece sapere a mezzo stampa «chi ha scheletri nell’armadio non si candidi». E si susseguirono con implacabile sequenza le centinaia di perquisizioni, le indagini, i processi, l’intrusione nella vita privata. Il circo mediatico- giudiziario fu feroce, e soprattutto politico. Il partito di Occhetto, polverizzato sul piano elettorale, non rimase con le mani in mano, e mise in moto una seconda “macchina da guerra”, in seno a quel partito socialista europeo in cui il Pci- Pds era stato accolto solo grazie alle buone entrature ( ah, l’ingratitudine! ) di Craxi. Così il 4 maggio di quell’anno – è appena passata una settimana dal risultato elettorale- il Pse riesce a fare votare, con un solo punto di differenza, una mozione con cui il Parlamento europeo chiedeva al Presidente della repubblica italiana un impegno sull’antifascismo. Si è aperta la caccia al “cavaliere nero”. Che cosa ha in comune Matteo Salvini con Bettino Craxi e Silvio Berlusconi? Ha avuto successo, ha conquistato il potere, è brillante, è spavaldo. E’ molto esposto sul piano mediatico, soprattutto. E l’invidia non perdona. Partono le consuete inchieste giudiziarie di stampo pre- elettorale. Se vogliamo esaminarle tramite la lettura delle ordinanze, sono in realtà “piccole cose”. Ma ben collocate sul piano politico. In Lombardia, nella culla di quella che fu la Lega Lombarda, in una Regione da tempo ( ben) governata dal centrodestra. Da una costola di indagini della Direzione distrettuale antimafia emergono sospetti di piccola corruzione da parte di due esponenti di Forza Italia. Ma il pesce grosso da catturare è il Presidente della Regione, il leghista Attilio Fontana. Nei suoi confronti una semplice informazione di garanzia, cioè un atto a sua tutela, per la nomina in una commissione di un suo ex collega. Ma improvvisamente sembra che lui, e lo stesso Salvini, siano finiti nell’occhio del tifone per comportamenti infamanti. Il viceministro Luigi Di Maio non sa nascondere il suo entusiasmo, finalmente può gridare in faccia al suo collega di governo il suo urlo di guerra “onestà onestà”. Ma è la sinistra quella che, non avendo perso le sue abitudini, sa muoversi meglio, esibendo a raffica i suoi «siamo garantisti però», con dei PERO’ grandi come case. Il quotidiano La Repubblica, pur sapendo che è un’arma spuntata ( come insegnano i precedenti casi di Renzi e Pinotti ) spara l’ipotesi che Salvini abbia usato l’aereo di Stato per i suoi comizi. E intanto gli arrestano un sindaco di vecchia militanza come quello di Legnano. Si, la Legnano con il suo Alberto da Giussano e i ricordi e il Va pensiero cantato con commozione per la “patria perduta”. Nell’inchiesta non si parla di mazzette, non girano soldi. Pure cade la giunta, arriva il commissario, una volta di più è la magistratura a decidere chi deve governare. E Di Maio dice che il leader della Lega deve cacciare il sindaco, mentre persino gli scolari quattordicenni palermitani paragonano Salvini a Mussolini e Hitler. La caccia è aperta.

Vittorio Feltri su Libero Quotidiano il 17 Maggio 2019: "Mi autodenuncio. Sono corrotto". La lezione ai "magistrati ridicoli". In questi giorni Forza Italia e la Lega sono sotto assedio: imputate di corruzione e roba simile, come fossero bande di ladri consumati. Ricevono avvisi di garanzia, mandati di arresto, galera e domiciliari quasi piovesse. Motivi? Valli a capire. Tangentine da miserabili, aiutini da straccioni, furti di galline, promesse non sempre mantenute. La politica è vita e la vita è agra, imperfetta quanto l'umanità, complessa, fatta di relazioni tra gente di ogni tipo. E la politica, le istituzioni, sono piene di scambi: do ut des è un motto latino che vale da oltre duemila anni. Come dire che nessuno fa nulla per niente. Chi non se ne rende conto è fuori di testa e dal mondo. Cosicché se tu vuoi accusare qualcuno di essere un corrotto o un corruttore ci metti cinque minuti a imbastire una inchiesta giudiziaria. Io, per esempio, non ho un gran potere eppure un sacco di persone mi telefona e chiede delle cortesie: fammi un pezzullo, una intervistina, recensisci il mio libro, dedicami un po' di spazio dato che sono candidato alle europee o alle comunali, ho bisogno di una mano e so che tu sei in grado darmela. Certe pressioni mi rompono le scatole, ma il più delle volte soccombo per evitare storie e recriminazioni. Lo ammetto, è difficile se non impossibile sottrarsi agli obblighi imposti da un intricato sistema di relazioni pubbliche. Pertanto mi autodenuncio quale corrotto e corruttibile. Mio cugino ha scritto un romanzo (bruttino) e anziché mandarlo al diavolo l'ho elogiato onde evitare rogne. Sono un delinquente? Forse sì in quanto il mio parente per ringraziarmi dell'attenzione immeritata mi ha fatto recapitare tre fiaschi Chianti Gallo nero, buono, per altro. Mi sono venduto o adattato alle consuetudini? Giudicate voi cari lettori. Di già che sono in vena di confessioni, vi dico che a Natale mi sono stati regalati da alcune ditte vari panettoni di marca e me li sono mangiati volentieri coi colleghi. La nostra è una redazione di banditi che fanno merenda a sbafo dopo aver leccato il culo a certe aziende? Mah! Non è finita. Moretti, quello dello spumante ottimo di Franciacorta, poiché gli avevo dedicato un articolo per segnalare che nel suo potere aveva utilizzato i cavalli al posto dei trattori, in omaggio alla tradizione, mi ha recapitato una magnum del suo splendido vino. Anche in questo caso ho commesso un delitto? Altra circostanza, più grave. La senatrice Bernini, che stimo profondamente, capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, recentemente mi ha donato una culaccia squisita, che ho sbranato in famiglia. Mi sono forse venduto a lei? Può darsi, ma allora pure i tre re Magi, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, che portarono a Gesù oro, mirra e incenso erano furfanti corruttori di merda che intendevano comprarsi un posticino in paradiso. Virgilio nell'Eneide scriveva: Timeo danaos et dona ferentes, cioè temo i greci se portano doni. Aveva ragione. I greci tutti in galera, in galera i beneficati. E in galera ogni leghista e ogni forzista. Siamo una massa di criminali. Non ha torto Davigo: gli unici innocenti sono soltanto coloro che l'hanno fatta franca. Anche lui? Cari magistrati, piantatela di rendervi ridicoli. Vittorio Feltri

·         Morto Francesco Saverio Borrelli.

Morto Francesco Saverio Borrelli. Francesco Saverio Borrelli, il procuratore aggiunto presso il Tribunale di Milano che guidò il pool di Mani Pulite è morto oggi all'età di 89 anni. Francesco Curridori, Sabato 20/07/2019, su Il Giornale. “Resistere, resistere, resistere” è stata la linea di condotta tenuta da Francesco Saverio Borrelli durante tutta la sua carriera in magistratura, caratterizzata da un accanimento giudiziario senza precedenti nei confronti di Silvio Berlusconi.

Dall'infanzia a Napoli all'ingresso in magistratura. “Sono figlio, nipote e pronipote di magistrati. Da bambino spesso non potevo fare chiasso perché papà stava scrivendo una sentenza. A quel tempo il lavoro del magistrato, specialmente se civilista, si svolgeva in casa. Forse viene da lì la mia passione per le sentenze”, racconterà Borrelli nato e cresciuto nella Napoli degli anni ’30. A sette anni scopre che i genitori gli avevano tenuto nascosto che i suoi fratelli, in realtà, erano dei fratellastri rimasti orfani di madre da piccolissimi. “I miei avevano voluto salvaguardare l’uguaglianza tra fratelli: non dovevo sentirmi un privilegiato perché io avevo entrambi i genitori. Mi chetai, ma mi restò a lungo una fantasia di abbandono, il timore, che più tardi ho saputo comune a molti bambini, di essere un trovatello. Tremavo nel mio lettino e pregavo che non fosse così”, dirà Borrelli molti anni dopo. Incoraggiato da Piero Calamandrei si laurea in giurisprudenza con una tesi dal titolo ‘Sentimento e sentenza’. Nel ’55 entra in magistratura come pubblico ministero e all’inizio Oscar Luigi Scalfaro è il suo uditore giudiziario. “Mi scrisse qualche riga di elogio decisiva a incoraggiarmi rispetto all’aridità che percepivo in quella professione. Era un uomo superiore: entrava magari in aula con una giacca lisa, ma addosso a lui sembrava un frac, tanto era il suo carisma”, racconterà.

Borrelli alla guida del Pool Mani Pulite. Nel 1983 Borrelli diventa procuratore aggiunto presso il Tribunale di Milano fino al 1988 quando assume il ruolo di capo dello stesso ufficio ma assurge alle cronache nazionali solo nel 1992 quando l’inchiesta Mani Pulite scuote il mondo della Prima Repubblica. È lui a guidare il pool di magistrati composto da Antonio Di Pietro, Ilda Boccassini, Piercamillo Davigo e Gherardo Colombo. “Allora la connessione tra affarismo e politica, per torbida che fosse, non smentiva l'obiettivo fondamentale del mondo dell'impresa, che è quello di produrre ricchezza”, spiegherà l’uomo che inviò il primo avviso di garanzia a Bettino Craxi. "Se hanno scheletri nell'armadio, li tirino fuori prima che li troviamo noi" è la frase intimidatoria pronunciata da Borrelli nel ’93 in vista delle elezioni Politiche dell’anno successivo. “Un'affermazione assurda che presuppone una condanna prima del processo” fu allora il commento di Silvio Berlusconi che, evidentemente, già immaginava quanto dannoso sarebbe stato affidare al potere giudiziario le sorti del potere politico. “Nei nostri armadi non ci sono cadaveri ma solo abiti o stampelle. Non si può chiedere che i magistrati si astengano dal prendere provvedimenti in campagna elettorale? Io rovescio la questione: sono le scadenze elettorali a non dover condizionare quelle giudiziarie", aggiunse il Cavaliere. Nel 1994 Borrelli, intervistato dal Corriere della Sera, rilascia un’altra dichiarazione choc che dà il segno del clima in cui si respirava in quel periodo: “Dovrebbe accadere un cataclisma per cui resta solo in piedi il Presidente della Repubblica che, come supremo tutore, chiama a raccolta gli uomini della legge. E soltanto in quel caso potremmo rispondere con un servizio di complemento”. Anche per questo nel corso degli anni si conquista il soprannome di ‘grande inquisitore’: “C’è chi ha fatto di tutto per screditare il nostro lavoro, anche attraverso i soprannomi. Pochi sanno -confesserà -peraltro che sono finito a fare il pubblico ministero per caso e, pur avendo fatto l’inquirente con scrupolo, la mia vera passione sarebbe stata quella di tornare a fare il giudice, specie nelle cause civili".

Berlusconi da sempre nel mirino di Borrelli. La caduta del primo governo Berlusconi è determinata dall’avviso di garanzia che Borrelli fa recapitare al Cavaliere mentre quest’ultimo presiedeva a Napoli la Conferenza mondiale delle Nazioni Unite sulla criminalità organizzata. Nel ’96, a margine della prima udienza del giudizio contro Berlusconi, ha l’ardore di dire: "Questo non è un processo politico - dice Borrelli - anche se è innegabile che possa avere conseguenze politiche. Ma i nostri valori sono scritti nel codice penale". Nel 1999 va in pensione ma fino al 2002 ricopre il ruolo di procuratore generale della Corte d'appello milanese. Ed è in quella vesta che il 12 gennaio del 2002, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, pronuncia lo slogan “resistere, resistere, resistere” ideato da Vittorio Emanuele Orlando dopo la cocente sconfitta di Caporetto. No, stavolta il bersaglio non sono gli austriaci ma è ovviamente Silvio Berlusconi e le riforme del suo governo in materia di giustizia. “Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave”, è il grido di battaglia di Borrelli.

Gli ultimi anni di vita. Nel 2006, dopo lo scandalo Calciopoli, l’allora commissario straordinario della Figc Guido Rossi lo nomina capo dell’ufficio indagini della Federazione, incarico che abbandona nel giugno 2007. Il 14 ottobre di quello stesso anno firma l’appello in sostegno alla corsa di Walter Veltroni a segretario del Pd. Nel 2011 si scusa sarcasticamente “per il disastro seguito a Mani Pulite: non valeva la pena buttare all’aria il mondo precedente per cascare in quello attuale”.

Morto Francesco Saverio Borrelli, ex capo del pool Mani Pulite. Pubblicato sabato, 20 luglio 2019 su Corriere.it. Morto il magistrato Francesco Saverio Borrelli. Il capo del pool di Mani Pulite è mancato oggi a Milano. Era ricoverato da tempo nell’hospice dell’Istituto dei Tumori. Aveva 89 anni. Borrelli era nato a Napoli il 12 aprile del 1930. Era entrato in magistratura nel 1955, nel capoluogo lombardo tutta la sua carriera. Accanto a lui fino alla fine, la moglie Maria Laura e i figli Andrea e Federica. La camera ardente in Tribunale a Milano. Qualche giorno fa, con un post su Facebook, la figlia Federica aveva annunciato la gravità delle sue condizioni di salute: «Ti tengo la mano e insieme alle lacrime che non ho il pudore di nascondere, scorrono i mille ricordi di quanto vissuto con te». Nato a Napoli il 12 aprile del 1930, entrò in magistratura nel 1956. La quasi totalità della sua carriera giudiziaria si è svolta nel Palazzo di Giustizia di Milano. Dal 1999 e fino al 2002, quando andò in pensione, è stato procuratore generale della Corte d’Appello milanese. Fu lui a pronunciare la famosa frase «Resistere, resistere, resistere», come sulla linea del Piave nel corso della cerimonia d’inaugurazione dell’anno giudiziario del 2002. Parole rivolte alla politica che, a suo dire, metteva in pericolo l’indipendenza della magistratura. Nel maggio del 2006 venne nominato capo dell’ufficio indagini della Figc (Federazione italiana Gioco Calcio), incarico che ricoprì per un solo anno. Nel 2012 è stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica.

Morto Francesco Saverio Borrelli, il capo del pool Mani Pulite di Milano. Il magistrato era nato a Napoli nel 1930, a Milano tutta la sua carriera, dalle inchieste su Tangentopoli allo storico appello "Resistere, resistere, resistere". Era ricoverato in un hospice. Greco: "Ha fatto la storia d'Italia". Camera ardente a Palazzo di Giustizia. Oriana Liso il 20 luglio 2019 su La Repubblica. Francesco Saverio Borrelli, il magistrato il cui nome è legato da sempre al pool di Mani Pulite, è morto oggi nell'hospice Floriani dell'Istituto dei Tumori di Milano, dove era ricoverato. Borrelli era nato a Napoli il 12 aprile del 1930, era entrato in magistratura nel 1955 e quasi tutta la sua carriera si è svolta nelle aule del tribunale di Milano, fino a quel suo discorso da procuratore generale della Corte d'Appello, nel 2002, che si concludeva con una parola ripetuta tre volte, un appello per l'indipendenza della magistratura rimasto famoso: "Resistere, resistere, resistere, come sulla linea del Piave". La camera ardente sarà aperta lunedì dalle 9.30 alle 12 a Palazzo di Giustizia. Accanto a lui fino all'ultimo momento la moglie Maria Laura e i figli Andrea e Federica, che aveva scritto su Facebook un lungo post che faceva già presagire la fine. Immediate le reazioni di quanti l'hanno conosciuto. "Francesco Saverio Borrelli era un capo che sapeva proteggere i suoi uomini, una persona che ha fatto la storia d'Italia". Così Francesco Greco, a capo della procura di Milano e considerato l'allievo dell'ex magistrato che guidò il pool di Mani Pulite, commenta la scomparsa di Borrelli. L'8 luglio la figlia Federica aveva scritto su Facebook: "Ti tengo la mano e insieme alle lacrime che non ho il pudore di nascondere, scorrono i mille ricordi di quanto vissuto con te. Mi vedo  seduta sulla canna della tua bicicletta azzurra, sento ancora il freddo dell'acciaio sulle mie gambe infantili, vedo le mie mani grassocce che stringono il manubrio, come mi dicevi tu, per non cadere e non sbilanciarci. Ricordo l'ansia del distacco quando mi lasciavi all'asilo per consegnarmi alla signorina Carla. Ma non solo... ricordo le prime versioni di latino tradotte insieme, ricordo il tuo aiuto magico per il maledetto Isocrate e per i filosofi greci, anche all'Università, ricordo il regalo di maturità, le gite sui Monti della nostra Courmayeur, i litigi, le sgridate, l'ultima pochi giorni prima del matrimonio, ricordo che non hai mai smesso di trasmettere tutto ciò che per te valeva la pena trasmettere". Scriveva ancora sua figlia: "Nel mio momento più buio ci sei stato, amorevole, quando nacque Sofia, quando mi sono ammalata mi hai portato in giro per capire cos'era questa maledetta malattia. Mi mancano il tuo arguto senso critico, che si parlasse di filosofia, letteratura, musica, storia e arte. Mi manca il suono del tuo pianoforte che giace orfano del tuo talento, come orfani siamo noi. Papà vorrei averti potuto e saputo dare tutto quello che mi hai dato, per sempre". Dopo la carriera da magistrato, Borrelli aveva vissuto ancora una stagione professionale come capo dell'ufficio indagini della Figc, nel 2006, nominato dal commissario straordinario Guido Rossi dopo lo scandalo sul mondo del calcio. Ma accanto all'amore per la legge, Borrelli ha sempre coltivato quello per la lirica: presenza fissa alla Scala di Milano, nel 2007 era stato nominato presidente del Conservatorio di Milano.

A capo della procura di Milano per 11 anni, divenne il simbolo della stagione di Mani Pulite. Giampaolo Visetti il 20 luglio 2019 su La Repubblica. Francesco Saverio Borrelli è morto nell'Istituto tumori di Milano. Aveva 89 anni. Da alcune settimane era ricoverato nella stanza numero 3 dell'Hospice Virgilio Floriani, al secondo piano. Nell'autunno scorso i medici gli avevano diagnosticato un tumore al cervello ed era stato operato all'ospedale San Raffaele. Con lui, sempre e fino all'ultimo, i famigliari: la moglie Maura Laura Pini Prato e la sorella, la figlia Federica e il figlio Andrea, pure magistrato, i nipoti Francesco, Teresa e Sofia. La notizia del ricovero dell'ex capo della Procura milanese, fino al 2002 procuratore generale della Corte d'appello, si era sparsa da tempo e non solo nell'ambiente giudiziario. Decine, negli ultimi giorni, i colleghi di ieri e di oggi, gli avvocati, il personale delle cancellerie e gli agenti delle forze dell'ordine che hanno voluto passare a salutare quello che per tutti resta il capo del pool di Mani Pulite, una figura di magistrato il cui significato ha ampiamente superato la funzione giudiziaria. Centinaia però anche le persone comuni e gli amici che, saputo della sua degenza, si sono affacciate con discrezione alla porta della sua stanza per dirgli semplicemente "grazie" e abbracciare i famigliari. Da un paio di settimane Borrelli aveva infine perso conoscenza. Il suo profilo si era fatto affilato, sotto il lenzuolo e dentro la tunica bianca giaceva un fisico magrissimo. Teneva gli occhi socchiusi e non muoveva più la parte sinistra del corpo. La moglie e i figli non hanno smesso di tenergli la mano e di sorridergli, di chiedergli se riuscisse ancora a sentire la loro voce. A chi lo andava a trovare confermavano, con dolore ma senza smarrire la serenità, che la speranza di una reazione però era finita. "E' forte - dicevano nelle ultime ore - ma questa volta non ce la fa". Giudice e magistrato per 44 anni, Francesco Saverio Borrelli era nato a Napoli il 12 aprile 1930. Anche il padre Manlio e il nonno avevano indossato la toga e così aveva scelto di proseguire la tradizione di famiglia. Si era laureato in giurisprudenza a Firenze a 22 anni, allievo di colui che sarebbe poi diventato presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, con una tesi su Pietro Calamandrei dal titolo "Sentimento e sentenza". Si era poi subito trasferito a Milano, assumendo il ruolo di pubblico ministero nel 1955. Nel 1983 il passaggio da Pm e magistrato, con la nomina a procuratore aggiunto presso il Tribunale. Alla guida della Procura milanese, esercitata poi per undici anni fino al 1999, era stato chiamato nel 1988. Mai avrebbe immaginato, come lui stesso ha più volte ricordato, che quattro anni dopo si sarebbe aperta una delle più decisive stagioni di inchieste sulla corruzione e sui rapporti illeciti politica-affari della storia italiana. Mani Pulite, con l'inchiesta sulla famosa mazzetta incassata da Mario Chiesa al Pio Albergo Trivulzio, scoppiò nel febbraio del 1992. Borrelli si rese conto subito della pervasività della corruzione degenerata in sistema nazionale e assieme a Gerardo D'Ambrosio, per affrontare Tangentopoli, formò il famoso pool con Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo e Ilda Boccassini. Se Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono i simboli della lotta contro le mafie, Francesco Saverio Borrelli è l'icona di quella contro la corruzione, di una figura di procuratore capo quale garante non dei poteri, ma dei diritti. Nella storia italiana, anche quando si parla di Borrelli, esiste un prima e c'è un dopo. Sua la firma sotto il primo avviso di garanzia a Bettino Craxi, o sotto il mandato di comparizione del 1994 a Roma per Silvio Berlusconi, impegnato al G7 di Napoli. Nessuno dimentica il suo appello alla classe politica prima della campagna elettorale del 1993: "Se hanno scheletri nell'armadio li tirino fuori, prima che li troviamo noi. Si candidi solo chi ha le mani pulite". Storico il suo "Resistere, resistere, resistere come sulla linea del Piave", in occasione dell'ultimo discorso inaugurale dell'anno giudiziario nelle vesti di procuratore generale della Corte d'Appello, nel 2002, contro le riforme del governo Berlusconi, impegnato a ridimensionare l'indipendenza della magistratura. Dopo la pensione, nell'aprile dello stesso anno,  Guido Rossi nel 2006 lo aveva voluto alla guida dell'ufficio indagini della Figc, la Federazione italiana gioco calcio, pure alle prese con gli scandali di Calciopoli. Ritiratosi e vita privata un anno dopo, Francesco Saverio Borrelli aveva finalmente potuto dedicarsi alle sue grandi passioni: la famiglia, il pianoforte, la musica di Wagner, i suoi amati cavalli. "Nessun cambiamento deve suscitare scandalo - disse nel pieno della "questione morale" - purché sia assistito dalla razionalità e purché il diritto, inteso come categoria del pensiero e dell'azione, non subisca sopraffazione dagli interessi". L'ultima lezione, inascoltata.

Morto Borrelli, Mattarella: "Ha servito con fedeltà la Repubblica". Bobo Craxi: "Fu punta di diamante di un colpo di Stato". I magistrati ricordano lo storico procuratore capo morto oggi a Milano. Colombo: "Incarnava l'idea del magistrato che lavora nell'interesse di tutti". La figlia del leader Psi Stefania: "Il tempo pronuncerà parole di verità". La Repubblica il 20 luglio 2019. Il primo a ricordarlo è l'uomo considerato uno dei suoi allievi, il magistrato che tre anni fa, nel discorso da nuovo capo della procura di Milano, citò proprio lui come esempio. "Francesco Saverio Borrelli era un capo che sapeva proteggere i suoi uomini, una persona che ha fatto la storia d'Italia": Francesco Greco, procuratore capo di Milano, ricorda così Francesco Saverio Borrelli, il magistrato che ha guidato il pool di Mani Pulite e che è morto oggi a Milano all'età di 89 anni. Greco ha già fatto sapere che la camera ardente di Borrelli sarà aperta lunedì dalle 9.30 alle 12 in tribunale, come era già accaduto per un altro loro collega di quella stagione, Gerardo D'Ambrosio. Dal Quirinale arriva, con una nota, il cordoglio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ricorda il "magistrato di altissimo valore, impegnato per l'affermazione della supremazia e del rispetto della legge, che ha servito con fedeltà la Repubblica". Ma ci sono anche ricordi in chiaroscuro, come quello di Bobo Craxi: "Fu una delle punte di diamante di quello che io considero un colpo di Stato, il sovvertimento di un organo dello Stato da parte di un altro". Volti e nomi legati per sempre, quelli del pool e dei magistrati della procura di Milano degli anni Novanta. "Di Francesco Saverio Borrelli si deve ricordare non solo l'aver guidato la procura di Milano in un momento difficile, ma la sua intera carriera: è stato giudice e pubblico ministero, giudice civile, procuratore generale, e molto altro. In questi tempi ultimi si sono fatte critiche al carrierismo, ma lui ha dimostrato nella sua lunga carriera che lo si può fare con spirito di servizio e utilità complessiva per la giustizia. Se ricordiamo Mani Pulite in modo comunque positivo è perché lui seppe gestite quella fase delicata, il mitologico 'pool' fu una sua invenzione": così l'ex procuratore di Milano Edmondo Bruti Liberati. Gherardo Colombo - che nel pomeriggio è arrivato all'hospice dell'Istituto dei tumori di via Venezian, ricorda: "Abbiamo lavorato tanto assieme, incarnava perfettamente l'idea del magistrato che svolge il suo lavoro nell'interesse di tutti, era una persona eccezionale". "Sono molto molto addolorato, è un momento difficile e credo che mi terrò dentro il mio dolore", dice il procuratore aggiunto Paolo Ielo. "Scompare un baluardo resistente a difesa e a tutela dell'indipendenza della magistratura". Così il procuratore generale di Milano Roberto Alfonso, mentre Armando Spataro ricorda: "Un grande giurista ma ancor più un grande uomo, rifuggiva anche dal titolo di capo che non gli piaceva, amava il lavoro di squadra". E l'Anm riassume: "Scompare figura esemplare di magistrato". "Francesco Saverio Borrelli ha saputo dare risposte concrete al bisogno di giustizia e onestà in uno dei momenti più difficili del nostro Paese. La sua azione e il suo impegno resteranno per sempre un esempio che Milano, sua città adottiva, non dimenticherà", è il ricordo affidato a Twitter del sindaco Beppe Sala. "Mi piace ricordarlo con parole che spesso mi aiutano ad andare avanti: 'Resistere, resistere, resistere'. Francesco Saverio Borrelli: quando la giustizia è capacità di non piegarsi al potere politico", scrive su Twitter Nicola Morra, presidente M5S della Commissione antimafia. "Protagonista di una stagione che ha segnato la storia recente del nostro Paese, uomo di grande cultura e sempre attento al mondo del sociale con iniziative a sostegno dei più deboli", ricorda il presidente della Lombardia Attilio Fontana. Ma quella stagione, che mise fine alla Prima Repubblica tra arresti e scandali, è al centro anche del commento di Stefania Craxi, la senatrice di Forza Italia figlia del leader Psi Bettino, che proprio di Tangentopoli divenne uno dei simboli: "Con Borrelli viene a mancare uno dei protagonisti principali di una stagione infausta della nostra storia repubblicana. A dispetto di molte comparse del tempo, compresi taluni suoi compagni magistrati assurti ad eroi e gettatasi nell'agone politico ed alla ricerca di incarichi pubblici, Borrelli, scelse con coerenza di vestire solo e sempre la toga e nei recenti anni, se pur sempre con reticenza ed omissioni, ebbe ad avanzare alcune riflessioni amare sugli effetti prodotti dalle inchieste di 'Mani pulite'. Il tempo, come sempre, pronuncerà parole di verità. Ma la sua dipartita porta con sé molti segreti e molti 'detto non detto' che, nonostante il lavoro della storia, resteranno probabilmente celati. Nel momento del dolore e della sofferenza il silenzio e il rispetto sono pertanto dovuti all'uomo e alla famiglia". E anche suo fratello Bobo Craxi commenta: "E' stato a suo modo un protagonista della storia di questo Paese. E' stato espressione di una funzione di scardinamento delle forze che governavano all'epoca, dopo di che negli anni successivi ha riflettuto sul disastro compiuto. Fu una delle punte di diamante di quello che io considero un colpo di Stato, il sovvertimento di un organo dello Stato da parte di un altro. Comunque pace all'anima sua, la guerra è finita". E ancora un figlio, Stefano, il cui padre Gabriele Cagliari si suicidò a San Vittore nel 1993 accusato di aver autorizzato tangenti per Eni, commenta: "Quando una persona manca è sempre un dispiacere. Personalmente non ho niente contro Borrelli, anche se ritengo abbia fatto molti danni a questo Paese. Non ho altro da aggiungere". Ed è un ricordo in chiaroscuro anche quello di Luigi Bisignani, già protagonista dell'inchiesta Enimont: "Borrelli rappresentava il volto nobile di Mani Pulite, ma 'Resistere, resistere, resistere' è stato però uno slogan che alla magistratura non ha fatto onore".

E’ morto Borrelli. Assieme ai misteri di Mani Pulite (e quel soccorso al Pci-Pds…). Andrea Giorni, sabato 20 luglio 2019 su Il Secolo d'Italia. Francesco Saverio Borrelli è morto oggi a Milano, dopo una lunga malattia, all’età di 89 anni. L’ex magistrato ha guidato il pool di Mani Pulite, l’inchiesta giudiziaria che ha segnato la fine della Prima Repubblica. Entrato in magistratura nel luglio 1955, ha legato la sua carriera a Milano dove, salvo un anno a Bergamo, ha svolto ogni tipo di funzione: pretore, giudice fallimentare e poi civile, pubblico ministero, procuratore capo dal 1988 fino alla nomina di procuratore generale nel 1999.

Quell’ambiguo resistere, resistere, resistere. Sposato con Maria Laura e padre di due figli, il primogenito Andrea è giudice civile a Milano. Tra i suoi interventi a difesa dell’indipendenza della magistratura resta celebre la frase pronunciata nel 2002, a pochi mesi dalla pensione: “Resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave”. Ovviamente, resta ancora controverso l’operato di quel pool di magistrati che Borrelli capitanò, a partire da Tonino Di Pietro. E proprio quel suo “resistere resistere resistere”, che pure sembrò affascinare molti, alla luce dei fatti apparve come uno slogan. In realtà gli unici a “resistere” furono gli uomini del Pci-Pds, salvati dall’inchiesta Mani pulite, nonostante evidenti compromissioni nella gestione del potere locali.

Le parole di Stefania Craxi. Comunque, potremmo dire a sorpresa, rende onore a Borrelli Stefania Craxi, figlia di Bettino, che da quei magistrati fu colpito duramente: almeno “Borrelli scelse con coerenza di vestire solo e sempre la toga e nei recenti anni, se pur sempre con reticenza ed omissioni, ebbe ad avanzare alcune riflessioni amare sugli effetti prodotti dalle inchieste di ‘Mani pulite'”. Con stile, la Craxi ha voluto così dire quel che molti pensano su troppi magistrati che hanno abbracciato la militanza politica e parlamentare. Mostrando così quanto volatile possa essere il principio dell’indipendenza. Anche per questo restano i dubbi sul misterioso soccorso rosso agli uomini che allora stazionavano a Botteghe Oscure.

Si è spento Francesco Saverio Borrelli, storico capo del pool "Mani Pulite". Il Corriere del Giorno il 20 Luglio 2019. Ex capo del “pool Mani Pulite” ai tempi in cui era Procuratore della Repubblica ed ex procuratore generale di Milano, protagonista di una capitolo della storia d’Italia. Dopo la sua carriera da magistrato, Borrelli aveva vissuto una nuova “stagione” professionale come capo dell’ufficio indagini della Figc, nel 2006, nominato dal commissario straordinario Guido Rossi dopo lo scandalo sul mondo del calcio. La camera ardente si aprirà lunedì mattina alle 9.30 nel Tribunale di Milano, nell’atrio di fronte all’Aula Magna”. E’ morto all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano dove era ricoverato da un circa un paio di settimane,  dopo aver indossato per 47 anni  la toga Francesco Saverio Borrelli, 89 anni ex capo del “pool Mani Pulite” ai tempi in cui era Procuratore della Repubblica ed ex procuratore generale di Milano, protagonista di una capitolo della storia d’Italia. Francesco Saverio Borrelli era nato a Napoli il 12 aprile 1930 ed è morto . Lascia la moglie Maria Laura, i figli Andrea e Federica e quattro nipoti. Figlio e nipote di magistrati e a sua volta con un figlio magistrato, Borrelli, trasferitosi a Firenze, ha studiato al conservatorio (la musica, insieme alla montagna, è stata una delle sue passioni) e si è laureato in legge con una tesi su “Sentimento e sentenza“. Relatore fu Piero Calamandrei. Vinto il concorso nel 1955, Borrelli è entrato in magistratura come giudice civile a Milano, nel palazzo dove il padre era la più alta carica. Passato dal civile al penale, ha presieduto sezioni di tribunale e di Corte d’Assise, giudicando anche le Br. Negli anni Sessanta è stato tra i fondatori della corrente di Magistratura Democratica. Il 17 marzo 1988 Borrelli è succeduto a Mauro Gresti alla guida della Procura della Repubblica di Milano , dove dal 1983 era stato procuratore aggiunto. E’ diventato noto con “Mani Pulite“, la maxi-inchiesta che ha coordinato con il vice Gerardo D’Ambrosio, collega ed amico scomparso il 30 marzo 2014 e con il quale, peraltro, si è talvolta trovato in disaccordo sui temi di politica giudiziaria. Dal 1999 al 2002 come Procuratore Generale ha difeso con fermezza il principio costituzionale della indipendenza della magistratura. La camera ardente si aprirà lunedì mattina alle 9.30 nel Tribunale di Milano, nell’atrio di fronte all’Aula Magna”, come ha reso noto il procuratore generale di Milano Roberto Alfonso. “Un grande capo che ha saputo anche proteggerci, un grande magistrato che ha fatto la storia di questo Paese“. Sono state queste le prime parole di Francesco Greco, capo della Procura di Milano e che faceva parte del pool ‘mani pulite’. “Con la sua guida autorevole ha fondato lo spirito moderno dell’ufficio nell’intransigente rispetto dei valori di indipendenza e legalità. Il suo esempio ispira quotidianamente il nostro lavoro. Nei nostri cuori vive con orgoglio la sapienza di un uomo speciale“. Con queste parole contenute in un comunicato la Procura di Milano “piange” Borrelli. “Scompare un baluardo resistente a difesa e a tutela dell’indipendenza della magistratura”. Così il procuratore generale di Milano Roberto Alfonso. In Procura generale, ha detto, il ricordo di lui è “vividissimo“, “era sempre presente ad ogni ricorrenza” nel Tribunale milanese. Il pg Alfonso, dal punto di vista personale, ricorda soprattutto la sua “cordialità e cortesia”. Dopo la sua carriera da magistrato, Borrelli aveva vissuto una nuova “stagione” professionale come capo dell’ufficio indagini della Figc, nel 2006, nominato dal commissario straordinario Guido Rossi dopo lo scandalo sul mondo del calcio. Ma accanto all’amore per la legge, Borrelli ha sempre coltivato quello per la lirica: presenza fissa alla Scala di Milano, nel 2007 era stato nominato presidente del Conservatorio di Milano. Le critiche di Bobo Craxi: “guidò un colpo di Stato” – “Ebbe la funzione di guidare un sovvertimento istituzionale da parte di un corpo dello Stato nei confronti di un altro. Non è una mia opinione personale, i giuristi lo chiamano colpo di Stato“. Così Bobo Craxi, figlio di Bettino, l’ex premier socialista morto nel 2000. Bobo Craxi contattato dall’ANSA, ha proseguito “Borrelli, è stato protagonista della storia di questo Paese e ha saputo negli ultimi anni esprimere un secco revisionismo su quell’azione che ebbe risvolti politici a tutti noti. Seppe fare un’analisi obiettiva“. Bobo Craxi  tornando agli anni di Mani Pulite, ha affermato che quei magistrati “svolsero un’azione politica che loro stessi consideravano rivoluzionaria e i presupposti rivoluzionari non hanno il problema di dover applicare i manuali”.

Borrelli, il tributo dei suoi sostituti: «Tu un capo vero, il nostro». Pubblicato sabato, 20 luglio 2019 da Luigi Ferrarella su Corriere.it. Era il nostro Capo. Non che facesse qualcosa per mostrarsi tale, perché quando si annunciava diceva solo «sono Borrelli», senza anteporre titoli o onori, di cui non aveva bisogno. La sua porta era aperta a tutti, dai procuratori aggiunti, ai giovani sostituti appena arrivati, ma anche a segretari e cancellieri, a poliziotti e carabinieri, a finanzieri e vigili. E ovviamente agli avvocati e persino alle gente «comune». Perché il «vero capo» non ha bisogno di apparire. Lo è. E lui lo era. Quando entravi nel suo ufficio con un problema, ne uscivi con una soluzione. E quando magari dopo mesi e mesi tornavi sull’argomento, si ricordava tutto, come se alla Procura di Milano ci fossero solo tu, lui e un paio di altri colleghi. Quando avevi sbagliato qualcosa, te ne parlava con quel modo garbato per cui alla fine eri tu stesso a riconoscere l’errore. Salvo poi, davanti al mondo, metterci lui la faccia. La solitudine del magistrato, una condizione frequente e per certi versi fisiologica, con lui era uno stato transitorio. Bastava parlargli del problema, riferirgli gli attacchi ricevuti e le critiche da cui si veniva subissati ed ecco pronta la risposta: “la Procura ha fatto, la Procura ha detto; firmato Francesco Saverio Borrelli”. Appartenere alla Procura di Milano era come stare in una grande orchestra, ognuno col suo strumento, diverso dagli altri, ma ugualmente essenziale. E con un direttore che ti faceva sentire utile, anche se non eri il primo violino. Del resto il Capo la musica la conosceva bene, sia quella che si suonava alla Scala, sia a Palazzo di Giustizia. Ciao Saverio, i tuoi sostituti non ti dimenticheranno mai.

Dall’archivio Gli esordi:  «Mi occupai di supposte e  dei vestiti di Mike Bongiorno». Pubblicato sabato, 20 luglio 2019 da Corriere.it. Di seguito l’intervista a Francesco Saverio Borrelli pubblicata su «Sette» l’11 aprile 2002, alla vigilia della pensione. L’argomento della sua prima sentenza? Supposte. Il suo primo convenuto eccellente? Mike Bongiorno. La prima volta che finì su un giornale? «In terza elementare, a Firenze, quando la mia maestra fu intervistata da La Nazione per un’inchiesta sulla scuola e indicò in me l’alunno che di solito, in sua assenza, era incaricato di segnare sulla lavagna i buoni e i cattivi...». Casomai servisse, ecco, questa forse è la prova che qualcuno effettivamente ci nasce, per fare il giudice. Francesco Saverio Borrelli, maestra a parte, ce l’aveva nel Dna: magistrato suo nonno, classe 1844, da cui ebbe in eredità il nome; magistrato suo padre Manlio, che chiuse la carriera nel ’59 come presidente della Corte d’Appello di Milano; e magistrato lui, che il 12 aprile 2002, allo scoccare del suo settantaduesimo compleanno, va in pensione con la carica di procuratore generale, in quella che è stata la roccaforte di Mani Pulite. Il pianoforte, la montagna, chi è stato il «magistrato semplice» Borrelli prima di diventare il «generale» Borrelli? «Guardi, non è proprio il caso, non mi ricordo neppure...». Bisogna insistere: andiamo, possibile che non ricordi il suo primo processo, o il perché ha fatto una scelta anziché un’altra, o cosa sono stati gli anni di piombo... Borrelli appoggia i gomiti sulla scrivania, si sfila gli occhiali, chiude gli occhi: non è vero che non ricorda. «Intanto, io non nasco affatto come pubblico accusatore. Ero sempre stato un giudice. Sono entrato in magistratura nel ’55, dopo aver fatto i miei studi a Firenze».

Da uno a dieci, quanto secchione?

«In terza liceo ho rischiato la maturità per un sette in condotta al secondo trimestre».

Cosa aveva fatto per meritarselo?

«Ero stato tra i sobillatori di uno sciopero e avevo buttato un topo morto in una classe femminile».

In tribunale come ha iniziato?

«Come uditore alla prima sezione civile del tribunale di Milano, con il giudice Vittorio Morfina».

Di che si occupava?

Diritto industriale, tributario, concorrenza sleale, cose così».

Un po’ noioso, rispetto a Previti...

«Per niente. Pensi che, come dicevo, la prima sentenza che ho scritto in assoluto riguardava una faccenda di supposte: un contenzioso sul brevetto delle confezioni. Che da allora in poi, comunque, sono sempre rimaste identiche».

Mi dica la prima sentenza seria.

«Una che ricordo fu in pretura, il mio primo incarico a Milano dopo una parentesi iniziale a Bergamo: fu quando condannai il ministero di Grazia e Giustizia a restituire a un tizio una somma ingiustamente sequestratagli».

Fu in pretura che incontrò Mike?

«Sì, fu in pretura. Ma non lo conobbi di persona, perché non venne in aula. Lo conobbi “processualmente”. Lo aveva denunciato un sarto».

Cioè?

«Era un sarto che aveva confezionato un vestito a Mike Bongiorno prendendogli le misure a occhio, guardandolo in tv. Poi glielo aveva spedito in regalo, aspettandosi un ritorno pubblicitario che invece non arrivò. Alla fine lo citò in giudizio».

E lei?

«L’ho assolto: il vestito si era perso chissà dove, a Mike non era mai arrivato».

Intanto arriviamo al ’61...

«E il primo gennaio mi spostai alla sezione fallimenti: una delle esperienze più formative della mia vita».

I fallimenti?

«Non rida. Per un giudice occuparsi di diritto fallimentare con tutto quel che ne segue — decisioni da prendere, curatori da nominare, sorti di intere aziende e di lavoratori da gestire — è una delle poche occasioni per toccare di persona i drammi vissuti dai suoi interlocutori. Per mettersi nei loro panni. Certe immagini non le scorderò mai: l’operaio della Guzzi che decorava a mano i serbatoi delle moto, i soci di una coop che doveva costruire gli appartamenti per i dipendenti dell’Alfa Romeo e che invece fallì lasciando tutti in mutande. Ecco, risolvere quelle situazioni ti faceva sentire utile».

Ma al penale non ci arriva mai?

«Ce ne manca. Dopo i fallimenti sono tornato alla prima sezione civile del tribunale, quella dove avevo iniziato. Mi ci trasferì il nuovo presidente, Luigi Bianchi d’Espinosa, che aveva lavorato con mio padre a Firenze e mi conosceva da quando ero piccolo».

Oggi ci vorrebbe un bando, un concorso...

«È vero, ma allora funzionava così: fatta salva l’indipendenza di ogni giudice sulle sentenze, l’organizzazione del lavoro veniva gestita dai capi degli uffici con grande autonomia. Il concorso l’ho fatto più avanti, per andare in Corte d’Appello...». Perché scuote la testa?

«Fu una mezza delusione: avevo 39 anni, io ero fatto per il contatto con la gente, in appello invece mi ritrovavo a lavorare solo su montagne di carta. Eppure da quell’errore è arrivata la svolta della mia vita».

Perché?

«Perché, quando chiesi di tornare in tribunale, l’unico posto disponibile era in una sezione penale. L’ottava, per la precisione. Era il ’74. Da un giorno all’altro, ho dovuto imparare un mestiere nuovo».

Sempre come giudice, però.

«Come giudice, certo. Ed è una cosa che molti anni dopo, una volta passato in procura, ho benedetto un milione di volte. Perché il pm, con tutta la buona fede del mondo, alla fine lavora per andare in aula a sostenere una tesi. Il giudice invece impara a mantenere, sempre, la cultura del dubbio. Ed è una buona cosa, se la si conserva anche da pm: forse dovrebbero pensarci un po’, quelli che vogliono separare le carriere».

Torniamo agli anni ’70, lei era giudice penale: cosa ha vissuto del terrorismo?

«Ricordo il clima, i morti, la paura. Ma anche l’orgoglio di appartenere a una categoria. Ricordo, nel ’78, l’arresto di Corrado Alunni nel covo di via Negroli. Era settembre, io mi ero appena rotto una gamba, ma il processo toccava alla mia sezione: sono andato a farlo col gesso e le stampelle, e fu la prima condanna inflitta a Prima Linea».

Qual è, nel suo ricordo, il giorno più brutto?

«Il 19 marzo 1980, quando fu ucciso il collega Guido Galli. Era un amico, ci incrociavamo sempre in via Castel Morrone, io in bicicletta che venivo in tribunale, lui alla fermata che aspettava il bus. Io presiedevo la terza Corte d’Assise, quel giorno ero in camera di consiglio con la giuria popolare per un processo su una rapina con omicidio. A un certo punto è entrato un inserviente: “Hanno sparato a Guido Galli”. Siamo tornati in aula, abbiamo letto la nostra sentenza non so neppure come, e assieme al collega Francesco D’Andrea ci fiondammo all’università».

Come avvenne la sua trasformazione finale, da giudice in pubblico accusatore?

«Per caso. L’allora procuratore aggiunto di Milano, Bruno Siclari, fu il primo a propormelo: “Perché non vieni in procura?”. Poco dopo me lo chiese anche il procuratore capo Mauro Gresti. Insomma alla fine ho fatto la domanda e sono andato. Era l’inizio dell’83».

Dottor Borrelli, per la sua esperienza di quasi mezzo secolo in toga: i rapporti tra magistratura e politica, tra magistratura e società, sono mai stati tesi come negli ultimi anni?

«Il massimo della solidarietà, come categoria, lo abbiamo avuto negli anni del terrorismo. Per il resto, alti e bassi ci sono sempre stati: penso al referendum sulla responsabilità civile dei magistrati, o ai decenni passati, quando politica e magistratura “litigavano” magari meno, ma certe inchieste erano quasi impensabili. Oggi lo scollamento ha due cause: da una parte l’insofferenza di una parte della politica, ma dall’altra anche il deficit oggettivo dei servizi offerti dalla magistratura: processi infiniti, anni per recuperare un credito...».

Pessimista?

«Tutt’altro. Lo spazio che i media dedicano oggi ai problemi della giustizia non era neppure immaginabile venti anni fa, e questo è già un buon segno di per sé».

Dispiaceri?

«Uno, soprattutto. Il deterioramento progressivo che ho visto instaurarsi, negli ultimi anni, nei rapporti tra magistratura e una parte dell’avvocatura. Il mio maestro, Piero Calamandrei, diceva che avvocato e magistrato sono parti complementari di un unico interesse, la giustizia. Oggi, sempre più spesso, sono diventati avversari e basta. Senza esclusione di colpi. E questo non fa bene a nessuno».

CHI ERA BORRELLI? Marco Travaglio per il “Fatto quotidiano” il 21 luglio 2019. Se l'idea di Giustizia avesse un volto, avrebbe il suo. Se il precetto costituzionale "Tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge" avesse un nome, avrebbe il suo. Francesco Saverio Borrelli è stato il più grande magistrato che abbia avuto in dono l' Italia, almeno fra quelli che hanno goduto del privilegio di morire nel loro letto. Diceva Brecht: "Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi". Ma nessun popolo può fare a meno dei simboli e degli esempi, e lui era entrambe le cose. Nel 1992-'93, mentre l' Italia crollava bombardata dalle stragi e corrosa dal cancro della corruzione, la gente perbene si aggrappò alla sua toga e a quelle del suo pool Mani Pulite: D' Ambrosio, Di Pietro, Colombo, Davigo, Greco. Si ebbe, in quella breve parentesi, la sensazione che la legge fosse davvero uguale per tutti. E l' illusione che gli italiani onesti fossero maggioranza. Durò poco, è vero, infatti subito dopo arrivò B., che inquinò tutto, anche la sinistra, anche la magistratura (con un Borrelli sulla breccia, uno scandalo come quello del Csm sarebbe stato impensabile: per ragioni estetiche ancor prima che etiche). Ma - ripeteva Borrelli - "il seme è stato gettato" e qualche frutto s'è visto. Era un uomo timido, nel privato. Ma, quando indossava la toga, diventava coraggioso. Sapeva di essere protetto dalla Costituzione, dalla corazza dell'obbligatorietà dell' azione penale e dell' indipendenza da ogni altro potere. Difendeva sempre i suoi uomini. Non guardava in faccia nessuno. E si lasciava scivolare pressioni, aggressioni e blandizie come acqua piovana sulla toga impermeabile. Gli attacchi di ogni colore, gli insulti, le calunnie, le ispezioni ministeriali, i procedimenti disciplinari al Csm, le indagini penali a Brescia che ha subìto non si contano. Spioni d' angiporto e pennivendoli di fogna hanno perso anni a cercargli uno scheletro nell' armadio per sputtanarlo, un tallone di Achille per ricattarlo: invano. E allora han cominciato a inventare. I politici di destra e sinistra lo detestavano proprio perché era inattaccabile e i loro elettori credevano a lui, non a loro. Anche grazie al suo humour snob e tagliente. Proprio 25 anni fa, il 14 luglio 1994, il governo B. partorì il decreto Biondi, che vietava il carcere per i reati di Tangentopoli, ma non per quelli di strada. Lui sibilò dalle labbra affilate come una lama: "È singolare che, nell' anniversario della presa della Bastiglia, si aprano questi squarci nei muri di San Vittore e del carcere di Opera. Il governo, invece di predisporre misure idonee a impedire la perpetuazione di un sistema di corruzione, dimostra la preoccupazione opposta". E concluse: "Evidentemente considera la magistratura troppo efficiente". Mesi dopo, mentre il cerchio si stringeva sul Berlusconi giusto, il suo ministro della Giustizia ad personam Alfredo Biondi sbroccò con una battutaccia contro l' intera magistratura inquirente: "Un grande avvocato mi diceva sempre: 'Studia figliolo, o diventerai un pubblico ministero'". Borrelli lo fulminò con un' allusione al suo tasso alcolico: "Il ministro Biondi, a un' ora pericolosamente tarda del pomeriggio, s' è concesso una battuta impertinente e di cattivo gusto, che i magistrati non si attenderebbero certo dal loro ministro". Quando poi, nel 2001, in via Arenula arrivò il leghista Roberto Castelli, ingegnere acustico specializzato in abbattimento di rumori autostradali e in leggi ad personam, prese a chiamarlo "l' ingegner ministro". Ogni tanto dissentiva dai suoi pm, ma lo diceva loro a quattr' occhi. Come quando non condivise il comunicato del Pool contro il decreto Biondi, letto in conferenza stampa da Di Pietro. Quando, a fine anni 80, si schierò con Armando Spataro nello scontro furibondo con Ilda Boccassini sulla gestione delle indagini sulla mafia a Milano e inviò al Csm un parere poco lusinghiero su di lei, che emigrò in Sicilia, per poi tornare a Milano nel '95 e diventare la sua beniamina. Quando intimò all' ormai ex pm Di Pietro di smentire B. che in tv gli aveva attribuito una dissociazione dall' invito a comparire per le tangenti alla Finanza: "se no la prossima volta ti faccio volare giù dalle scale a calci". Quando fece una lavata di capo al giovane Paolo Ielo, che in aula aveva definito Craxi "criminale matricolato" per le intercettazioni che provavano i dossieraggi contro il pool da Hammamet: "Hai fatto malissimo a usare quelle parole. Potevi dire le stesse cose con più stile". Ecco: lo stile. Borrelli, napoletano, classe 1930, figlio e nipote di magistrati, in toga dal 1955, di stile ne aveva da vendere. Lo dimostrò nel 2002, quando uscì di scena il giorno del pensionamento. Anzi, del prepensionamento, perché per levarsi dai piedi lui e il suo coetaneo D' Ambrosio, B. varò una legge apposita che portava l' età pensionabile dei magistrati da 75 a 72 anni. Borrelli chiuse in bellezza il 12 gennaio, con la toga rossa e l' ermellino di Pg, inaugurando l' anno giudiziario col celebre appello a "resistere, resistere, resistere" allo "sgretolamento della volontà generale e al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto". Parola d' ordine che fu subito raccolta dai Girotondi. Lui però aveva già lasciato il proscenio, evitando quel reducismo patetico che guasta anche la memoria dei migliori. Faceva il nonno, suonava il piano, andava in bici, leggeva. Niente interviste, libri di memorie, consulenze, incarichi a gettone (a parte quello, a tempo, di capo dell' Ufficio indagini della Federcalcio commissariata per Calciopoli, e la presidenza del Conservatorio). In un Paese serio l' avrebbero promosso senatore a vita e proposto alla Presidenza della Repubblica (poltrone che probabilmente avrebbe rifiutato). Quindi, non in Italia. Grazie di tutto, dottor Borrelli.

Ilda Boccassini, "il grande errore di Borrelli". Edmondo Bruti Liberati svela: alta tensione in Procura. Libero Quotidiano il 21 Luglio 2019. Non tutti lo sanno, ma Ilda Boccassini è stato uno dei grandi errori di Francesco Saverio Borrelli, lo storico ex procuratore capo di Milano che guidò il Pool di Mani Pulite durante l'inchiesta su Tangentopoli e che è morto sabato a 89 anni. Sui quotidiani si sprecano i ricordi commossi dei colleghi ed è il suo successore Edmondo Bruti Liberati, sul Corriere della Sera, a ricordare uno dei momenti più duri per Borrelli, una scelta che lo ha fatto mettere in discussione in Procura. "Io e altri colleghi gli facemmo notare che, tra il 1989 e il 1990, non sostenne abbastanza Ilda Boccassini nell'inchiesta Duomo connection - spiega Bruti Liberati -. Lui lo riconobbe e infatti quando lei tornò a Milano, la accolse per primo e le affidò un ruolo importantissimo".

Luigi Ferrarella per il “Corriere della sera” il 21 luglio 2019. «Identificatelo!», ordinò a un carabiniere in Procura il giovane e arrembante pm, indispettito perché l'operaio per tre volte timidamente gli spiegava di non poter spostare una spina all'altra parete senza l'ok del datore di lavoro. L'indomani quel pm si sentì convocare da Francesco Saverio Borrelli: «Ora chiedigli scusa». Questo stampo, lo stesso che da giudice nel 1978 lo spinse in Tribunale con la gamba fratturata appena ingessata pur di non far saltare un processo ai terroristi rossi di Prima Linea, era frutto dello strano mix di un napoletano teutonico, secondo l'arguta definizione data di lui dal maestro Riccardo Muti a Marcella Andreoli nel 1998: napoletano per nascita (12 aprile 1930) ma fiorentino per studi, milanese per lavoro, tedesco e anzi wagneriano per folgorazione giovanile negli anni della sognata carriera pianistica, francese per lingua familiar-borghese durante l'infanzia in una famiglia di quattro generazioni di magistrati: che, dall'ottocentesco suo omonimo procuratore del Re nelle Puglie, scendono giù per i rami del padre Manlio, fino al 1959 presidente della Corte d'appello milanese e amico di Montanelli, e arrivano (passando appunto per Francesco Saverio) al figlio Andrea, giudice civile in Tribunale a Milano. Curioso destino essere sempre associato alla più grande inchiesta penale di sempre, e agli anni da procuratore (1988-1999) e procuratore generale (fino al 2002), quando in realtà aveva la forma mentale del civilista e si sentiva molto più giudice: un giudice marchiato - nella costante inclinazione a soppesare nel dubbio le ragioni altrui - dal trauma di dover decidere la prima condanna di un rapinatore a 10 anni di carcere in una sentenza «che non riuscivo a leggere, l' idea mi terrorizzava intimamente». Decisivo nel cogliere nel 1992 la necessità di affiancare all' energia di Antonio Di Pietro due colleghi (Gherardo Colombo e Piercamillo Davigo) dalle caratteristiche complementari, lo è poi via via nel far loro da scudo agli attacchi provenienti prima da Craxi e poi da Berlusconi. Anche per questo, quando apprende che Di Pietro - dimessosi a sorpresa il 6 dicembre 1994 dopo l'invito a comparire a Berlusconi del 21 novembre ma prima dell' interrogatorio il 13 dicembre - non solo aveva taciuto al pool di essere sotto scacco di Previti per un prestito dall'assicuratore Gorrini, ma aveva poi anche lasciato intendere ai vari politici che lo corteggiavano di essere stato quasi costretto dai colleghi a indagare Berlusconi, Borrelli gliene chiede conto. Prima in una burrascosa telefonata («non venire più in Procura perché ti faccio buttar giù dalle scale se non fai immediatamente il tuo dovere» di smentire), e in seguito nel 1996 testimoniando in Tribunale a Brescia sulla «defezione» di Di Pietro a dispetto dell' assicurazione ai colleghi «poi in aula ci vado io e quello lo sfascio». Combattuto durante Mani Pulite tra la convinzione che «noi magistrati dobbiamo evitare che alle nostre iniziative vengano attribuite valenze che non devono avere», e però la pari persuasione che «la gente deve sapere che c' è un coefficiente di successo nella nostra attività legata al consenso», negli ultimi anni la sua vena malinconica aveva preso il sopravvento. Non tanto per il timore nel 2011 di «dover chiedere scusa per Mani Pulite» nel dubbio che «non fosse valsa la pena di buttare all' aria il mondo per cascare poi in quello attuale», quanto per una più radicale rivisitazione del senso dell' agire giudiziario. Come se lo scavasse il tremendo paradosso di suo padre: «Un giudice dovrebbe, impegnandovi l' intera sua esistenza, studiare una causa sola. E, dopo 30 anni, concluderla con una dichiarazione di incompetenza».

La figlia di Borrelli: «In casa  per tutti noi era “Severio”.  Soffrì per i suicidi in carcere». Pubblicato domenica, 21 luglio 2019 da Giuseppe Guastella su Corriere.it. I l sole caldo che filtra dalle finestre nel corridoio riscalda l’aria gelida dei condizionatori, mentre un viavai di magistrati, personalità e amici rende omaggio alla salma di Francesco Saverio Borrelli nella camera mortuaria dell’Istituto dei tumori di Milano. Quando scompare una persona cara, è dolce abbandonarsi ai ricordi di una vita, come fa Federica Borrelli, figlia di colui che fu il capo di Mani pulite.

Qual è il primo ricordo che ha di suo padre? 

«Avevo due anni e mezzo quando mi mandarono all’asilo. Mamma (Maria Laura, professoressa d’inglese, ndr) e papà lavoravano, per me fu un trauma. Ricordo l’uscita da casa al mattino con papà che mi metteva sulla canna della bicicletta e mi consegnava a una maestra. Mi sentivo un po’ tradita». 

Che padre è stato?

«Un grandissimo, dolcissimo educatore. Quando io e Andrea (il figlio maggiore, anche lui magistrato, ndr), eravamo piccoli era rigoroso, ma mentre crescevamo ci educava con consigli e chiacchierate in cui suggeriva il comportamento migliore».

Severo?

«Lo chiamavamo Francesco “Severio”. Voleva che fossimo severi con noi stessi. Dovevamo sempre chiederci: “Sei sicuro di aver fatto tutto il possibile?”».

Era anche allegro?

«Sono stati tantissimi gli scherzi in casa». 

Parlava del lavoro?

«Certo, come quando era giudice d’Assise nei processi alle Brigate Rosse negli anni di piombo. Temevo che lo uccidessero, anche perché non lo proteggevano. Lui sdrammatizzava sempre». 

Il periodo più duro?

«Mani pulite, per ciò che dicevano i politici sui giornali. Si è rischiata la vera solitudine del magistrato».

Ci soffriva?

«Ha sofferto enormemente per i suicidi. Aveva la consapevolezza che, facendo il proprio dovere, si rischiava di rovinare le vite degli altri».

Eppure c’erano i fax e le fiaccolate di solidarietà.

«Una volta, tornando a casa, ci disse: “Adesso applaudono, vedrete che fra poco saremo additati come quelli che hanno rovinato il Paese”. Ricordo che quando in una ricorrenza in Duomo si alzò per salutare il Cardinal Martini, molti si misero ad applaudire. Martini gli disse: “Dottore questo è per lei, vada avanti così”. Si stupì».

Il suo più grande dolore?

«L’omicidio di Guido Galli e la mancata conferma alla presidenza del Conservatorio di Milano. Amava la musica, quello era il suo mondo dopo la pensione e il veto di un partito e il fatto che l’allora ministro Gelmini non gli avesse neppure telefonato, tanto che lo aveva saputo dai giornali, lo colpirono. Eppure in un’occasione in cui il ministro era stata in visita al Conservatorio, l’aveva, diciamo così, salvata durante una contestazione di studenti facendola uscire da una porta laterale. Si offese profondamente».

C’era chi voleva entrasse in politica.

«Non ci pensava proprio, perché il magistrato è magistrato fino alla morte. Però non ha ricevuto grandi proposte. Come diceva lui: “A una signora perbene non si fanno proposte sconce”».

C’è stato un momento in cui si diceva potesse essere eletto Presidente della Repubblica.

«Si diceva... Forse c’è stato un momento in cui per molti mio padre rappresentava una sicurezza di legalità, di equilibrio e di integrità. Lui era a disposizione della Repubblica, ma nei limiti delle sue funzioni di magistrato».

Il famoso «resistere, resistere, resistere» fu il suo testamento civile?

«Credo proprio di sì».

Amava la natura, lo si è visto fino ad oltre gli 80 anni sciare sulle piste di Courmayeur.

«Amava le montagne. Ha detto due o tre volte che avrebbe voluto essere sepolto a Courmayeur dove i miei genitori hanno una casa. Lo disse anche al sindaco anni fa quando fu fatto cittadino onorario del paese. Chissà se sarà possibile...».

Se potesse commentare quello che sta accadendo intorno a lui, cosa direbbe?

«Riderebbe come un matto e, in napoletano, direbbe: “Cose ’e pazzi”».

Massimo Malpica per “il Giornale” il 21 luglio 2019. Un coro quasi unanime di elogi con l'unica eccezione, garbata, dei figli di Bettino Craxi, Bobo e Stefania. La morte di Francesco Saverio Borrelli, già capo del pool di Mani Pulite, arriva nel giorno in cui si uccise in carcere Gabriele Cagliari, ventisei anni dopo, dopo mesi di carcerazione preventiva e una dozzina di interrogatori. Ma il kaiser di Mani Pulite, uno con la toga nel sangue, quando quella stagione di manette tintinnanti è ormai lontana se ne va circondato da un rispetto che sfiora la santificazione. Persino Tiziana Parenti, che lasciò il pool perché si disse ostacolata nelle sue indagini sul Pci-Pds, lo ricorda con affetto. «Mi dispiace che sia morto. Al di là dei dissensi che ci possono essere stati, indubbiamente Borrelli è stato un ottimo magistrato». Per Titti «la rossa», anche la scelta di non andare a fondo nelle indagini sulle tangenti rosse fu «fatta più da D' Ambrosio che da Borrelli». Se suonano scontati l'omaggio dell'Anm a una «figura esemplare di magistrato», il cordoglio di Marco Travaglio per la scomparsa del «più grande di tutti» o il saluto di Francesco Greco, già nel pool e ora procuratore capo di Milano, colpisce la trasversalità del cordoglio delle istituzioni. Mattarella saluta il «magistrato di altissimo valore» che «ha servito con fedeltà la Repubblica», ma anche il presidente del Senato Elisabetta Casellati ricorda di Borrelli gli «incarichi di grande prestigio ed estrema delicatezza». Si allineano pure la terza carica dello Stato, Roberto Fico, che piange un uomo che ha «scritto una parte importante della storia del Paese», il vicepremier Luigi Di Maio «Il suo esempio, i suoi valori di indipendenza e legalità, siano guida per il lavoro di ognuno di noi» - e il Guardasigilli Alfonso Bonafede («Lascia un' eredità importantissima soprattutto in tema di indipendente e determinata lotta alla corruzione»). Stessi toni per il governatore lombardo del Carroccio Attilio Fontana, addolorato per l' addio a un «protagonista di una stagione che ha segnato la storia recente del Paese» e «attento al mondo del sociale», come per il segretario Pd e presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, che piange la perdita di un «grande magistrato e un uomo perbene». Una prima crepa nell' armonia del coro la apre l' ex direttore del Tg4 Emilio Fede, che ai «tanti meriti» affianca i «tanti interrogativi» su Tangentopoli. E in controtendenza è il ricordo di Bobo e Stefania Craxi. La seconda al «rispetto dovuto all' uomo» aggiunge l' etichetta di «protagonista di una stagione infausta», seppur «coerente». Bobo saluta una «persona sobria e garbata» che fu «una delle punte di diamante di quello che io considero un colpo di Stato», poi capace di un «netto ripensamento sull' efficacia di Mani Pulite».

Così Di Pietro "cannibalizzò" Borrelli e ora lo scorda. Vittorio Sgarbi, Lunedì 22/07/2019 su Il Giornale. «Mani pulite alla fine fu un disastro, non valeva la pena buttare all'aria il mondo precedente per cadere in quello attuale». È la sintesi delle mie note di ieri, critiche in un coro di consensi dopo la morte di Borrelli.

Un altro in controtendenza: Paolo Colonnello, Mattia Feltri, Filippo Facci? No. La frase lapidaria e riassuntiva è di Francesco Saverio Borrelli. Vane dunque le funeree litanie encomiastiche dei Travaglio, dei Michele Serra, dei Bruti Liberati. Mani pulite è stato un inutile fallimento e una sconfitta. Un disastro. Troppo tardi Borrelli capì l'errore. Il suo temperamento femminile aveva ceduto all'irruenza di un turgido sostituto. Ha scritto bene Mario Ajello, che quegli anni vide: «Borrelli, nelle interviste che quotidianamente rilasciava, citava sempre la consonanza sua e del suo ufficio con la società civile e con l'opinione pubblica. Un antipasto di quello che poi si sarebbe chiamato il populismo giudiziario?... Poi arriva la stagione della scorciatoia che Borrelli si trova a gestire grazie alla irruenza dipietresca. A poco a poco, capisce che il clima è cambiato e presta la sua mente politica al servizio dell'inchiesta e ne diventa lo stratega».

Vero? Vero. In quel momento decisivo agisce in lui il fascino plebeo e barbarico di Di Pietro che lo trascina e lo travolge. Ed egli non vuole, o non sa, resistere resistere resistere. Fino all'imperdonabile, e da lui direttamente gestita, dichiarazione di guerra, in una contrapposizione mortale, con l'avviso di garanzia a Napoli (via Corriere della Sera), nel 1994, al presidente Berlusconi. Una aggressione politica della magistratura a un governo (che cadrà), come non era mai accaduto prima. L'atto non era giudiziario, ma eminentemente politico, dettato anche da antipatia personale, conseguenza dell'inascoltato, e molto minaccioso, avviso (diretto, ad personam, non di principio generale), il 20 dicembre 1993: «Chi ha scheletri negli armadi è meglio che non si candidi». Ti sei candidato lo stesso? Adesso ne paghi le conseguenze (anche se il reato non c'era). Così, all'ombra di un irruente e maschio sostituto, nasce il Borrelli politico. Si rivela esplicitamente nel 1994, ed è ormai fuori controllo, quando dichiara: «Se avviene un cataclisma per cui resta in piedi solo il capo dello Stato e chiama a raccolta gli uomini della legge, in quel caso potremmo rispondere con un servizio di complemento». Loro erano la causa del cataclisma, loro erano pronti al servizio di complemento. Parole inequivocabili. Di Pietro si era impossessato di lui. E Borrelli era sottomesso. Il dottor Jekyll si era trasformato in mister Hyde. Alla fine il «complemento» lo hanno fatto, a scoppio ritardato, e con un plebiscito popolare, Di Maio e Salvini. Al danno si è aggiunta la beffa. Quando Borrelli si è risvegliato era troppo tardi. Ma ciò che oggi appare clamoroso, davanti al corpo morto di Borrelli è, nella eloquente lettera di encomio dei suoi sostituti, sull'house organ Corriere della Sera, l'assenza dell'uomo della sua vita, Antonio di Pietro, che lo portò fuori di strada e di senno. Come mai quello che lo ha rovinato, sostituto dei sostituti, non firma l'elogio funebre? Dove è finito l'inventore della «scorciatoia»? Dove si è perduto, dopo averlo perduto? In un'altra pagina del Corriere, Enzo Carra assolve il fragile Borrelli, travolto da una tempesta che non poteva dominare: «Mi mostrarono in ceppi, ma credo che lui non sapesse. Era un uomo molto perbene». E chissà se non lo fosse stato! Carra ha la sindrome di Stoccolma. Borrelli, posseduto, fattosi stratega, non poteva non sapere. Era stato, con Di Pietro, il giustiziere di Craxi; ora era l'antagonista di Berlusconi. La giustizia aveva lasciato lo spazio (e aperto la strada) alla politica. E Borrelli impedì a Di Pietro (via Previti, e con tutte le televisioni a disposizione, in particolare Mediaset, in favore del vento) di ascoltare le sirene di Berlusconi. Borrelli pensava di eliminarlo, come Craxi, per via giudiziaria, ormai strumento dichiarato di lotta politica. Di Pietro fu più onesto. Non accettando questa abberrante strumentalizzazione giudiziaria, abbandonò la toga umiliata da Borrelli, e fece un partito, il suo partito, lasciando gli altri sostituti, irretiti dal delirio autoritario di Borrelli, a credere di «sostituirsi» alla politica. Errore fatale. Di Pietro ha pagato più di tutti. E oggi tace, mentre tutti onorano il Borrelli pentito per quello che ha fatto. Ha abbattuto (e letteralmente lasciato morire, senza cure certe) Craxi, per aprire la strada a Grillo e Di Maio. È troppo! Meglio andarsene.

Il regista di Mani Pulite che portò le toghe al potere. Borrelli è morto ieri a 89 anni dopo una lunga malattia Cinico e severo, si considerava parte di un'aristocrazia. Luca Fazzo, Domenica 21/07/2019, su Il Giornale. Milano Fiat iustitia ne pereat mundus. Il giorno di primavera del 1955 in cui Francesco Saverio Borrelli, morto ieri a 89 anni di età, varcò l'ingresso del tribunale di Milano, la massima era già lì, scolpita nei marmi del palazzo piacentiniano. Sotto quella scritta Borrelli è stato il protagonista indiscusso della stagione che ha portato la magistratura italiana - potere un tempo gregario e quasi parassitario del potere politico - a impadronirsi della scena. Eppure, dentro di sé, a quella visione salvifica della giustizia Borrelli non credeva. Era un cinico, un razionale. E se in una massima avesse dovuto immedesimarsi sarebbe stata l'opposta, il Fiat isutita et pereat mundus di Ferdinando d'Asburgo e Immanuel Kant: la giustizia come valore assoluto, indifferente alle sue ripercussioni sulla vita dei mortali. Se ne va alle nove e mezza di ieri dopo una lunga malattia, in un letto del reparto di cure palliative dell'Istituto dei tumori. «Non ho il dono della fede», spiegava ai tempi in cui davanti alla sua Procura tremava tutta Italia: e solo sua moglie Maria Laura, i figli Federica e Andrea (lei manager, lui giudice) sanno se negli ultimi tempi si sia in qualche modo riavvicinato alla Chiesa. Di certo, quello che lo attende è un addio laico: la camera ardente di domani mattina nella sala maggiore del Palazzo di giustizia da cui regnò su una stagione irripetibile. Stessa location che cinque anni fa ospitò la camera ardente del suo successore, Gerardo D'Ambrosio: cui era legato più da contiguità operativa che da affetto o sintonia, ma che beneficiò a lungo della efficienza mai vista che Borrelli aveva portato nella Procura di Milano. Era un uomo di spirito e un giudice severo. Da Magistratura democratica era uscito già nel 1969, insieme a Beria d'Argentine, scandalizzato per un documento che sparava a zero sul giudice Vittorio Occorsio, colpevole di avere arrestato il direttore di Potere Operaio, Francesco Tolin. Era la fase della deriva movimentista delle giovani toghe entrate in magistratura sull'onda del '68. Culturalmente intollerabile per uno come Borrelli: magistrato, figlio di magistrato, intimamente convinto di fare parte di una aristocrazia. Mani Pulite fu lui: nell'efficienza, nell'accortezza nella composizione della squadra, nella spietatezza, come quando si oppose a D'Ambrosio, che voleva dare il salvacondotto a Bettino Craxi per venirsi a curare in Italia. In anni che ebbero risvolti crudi e a volte terribili, non lo si vide mai commuoversi. Si videro invece, e memorabili, i momenti di rabbia: eppure anche in quelli era visibile la lucidità quasi chirurgica con cui affossava l'avversario. Ne fecero le spese colleghi, ex colleghi e politici: primo tra tutti Alfredo Biondi, ministro della Giustizia nel primo governo Berlusconi, al quale Borrelli, inferocito per alcune sue dichiarazioni, diede - con un giro di parole assai esplicito - dell'ubriacone. Non era una vendetta: era un modo per delegittimarlo, per renderlo fragile e depotenziare, insieme a lui, i piani governativi in tema di giustizia. Solo una lettura rozza della fase che lo vide protagonista può liquidarlo come «toga rossa». Non aveva un progetto politico, a meno che questo non si intendesse la supremazia della magistratura - assoluta e indiscussa - sugli altri poteri dello Stato. Questo sì, era il suo progetto. Et pereat mundus.

"Resistere resistere resistere". E la battaglia diventò una resa. L'appello del 2002 arrivò dopo anni in cui viveva la guida del pool come una guerra. In realtà fu un grido da disperato. Luca Fazzo, Domenica 21/07/2019 su Il Giornale. Per capire davvero la stagione che ieri si chiude definitivamente con la morte di Borrelli, bisogna riavvolgere il nastro di quasi trent'anni. Portarlo alla mattina del 18 febbraio 1992, nella caserma di via Moscova dei carabinieri milanesi. È il rapido briefing con cui viene ufficializzata la notizia che è già sui giornali, l'arresto di Mario Chiesa, presidente del Pio Albergo Trivulzio. «Al termine di una indagine durata oltre un anno....»: così esordisce l'ufficiale che parla ai cronisti. È una verità che sparirà in fretta. La versione ufficiale, ancora oggi valida, è quella di un arresto in flagrante, scattato grazie alle accuse, pochi giorni prima del bliz, di un fornitore del Trivulzio, Luca Magni. Le manette a Mario Chiesa, dice la versione ufficiale, arrivano quasi per caso: e altrettanto per caso innescano un terremoto. Poi c'è l'altra storia, quella su cui solo le incaute parole dell'ufficiale gettano un filo di luce: un'inchiesta non estemporanea, arrivata passo dopo passo a individuare in Chiesa l'anello debole di Tangentopoli, e a incastrarlo utilizzando Luca Magni come una sorta di esca. Non un complotto, si badi: solo una verità più complicata. Ma che rende meno inspiegabile quanto accade dopo: l'ingresso in scena di Di Pietro, le confessioni a raffica, il terremoto che investe il Paese. Comunque siano andate le cose, Borrelli ne fu il regista. Fu lui a benedire il rito ambrosiano delle manette inaugurato da Di Pietro, gli interrogatori in simultanea, gli arresti a confessioni ancora calde, che fu la vera ricetta del successo dell'inchiesta. Fu lui, dopo avergli lasciato briglia sciolta per un po', ad affiancare all'ex poliziotto molisano