Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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WEB TV: TELE WEB ITALIA

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ANNO 2019

 

FEMMINE E LGBTI

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI

 

         

 

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2019, consequenziale a quello del 2018. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED IL GOVERNO

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

IL PARLAMENTO EUROPEO HA 40 ANNI.

L'EURO HA 20 ANNI. CERCANDO L’ITALEXIT.

LA SOLITA INVASIONE BARBARICA SABAUDA.

LA SOLITA ITALIOPOLI.

SOLITA LADRONIA.

SOLITO GOVERNOPOLI. MALGOVERNO ESEMPIO DI MORALITA’.

SOLITA APPALTOPOLI.

SOLITA CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI. I CONCORSI ED ESAMI DI STATO TRUCCATI.

SOLITO SPRECOPOLI.

SOLITA SPECULOPOLI. L’ITALIA DELLE SPECULAZIONI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

 

SOLITO DISSERVIZIOPOLI. LA DITTATURA DEI BUROCRATI.

SOLITA UGUAGLIANZIOPOLI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E L’ACCOGLIENZA

 

SOLITA ITALIA RAZZISTA.

SOLITI PROFUGHI E FOIBE.

SOLITO PROFUGOPOLI. VITTIME E CARNEFICI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA E GLI STATISTI

 

IL SOLITO AFFAIRE ALDO MORO.

IL SOLITO GIULIO ANDREOTTI. IL DIVO RE.

SOLITA TANGENTOPOLI. DA CRAXI A BERLUSCONI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

SOLITO BERLUSCONI. L'ITALIANO PER ANTONOMASIA.

IL SOLITO COMUNISTA BENITO MUSSOLINI.

 

INDICE PRIMA PARTE

LA POLITICA ED I PARTITI

 

SOLITI 5 STELLE… CADENTI.

SOLITA LEGOPOLI. LA LEGA DA LEGARE.

SOLITI COMUNISTI. CHI LI CONOSCE LI EVITA.

IL SOLITO AMICO TERRORISTA.

1968 TRAGICA ILLUSIONE IDEOLOGICA.

 

INDICE SECONDA PARTE

LA GIUSTIZIA

 

SOLITO STEFANO CUCCHI & COMPANY.

LA SOLITA SARAH SCAZZI. IL DELITTO DI AVETRANA.

LA SOLITA YARA GAMBIRASIO. IL DELITTO DI BREMBATE.

SOLITO DELITTO DI PERUGIA.

SOLITA ABUSOPOLI.

SOLITA MALAGIUSTIZIOPOLI.

SOLITA GIUSTIZIOPOLI.

SOLITA MANETTOPOLI.

SOLITA IMPUNITOPOLI. L’ITALIA DELL’IMPUNITA’.

I SOLITI MISTERI ITALIANI.

 

INDICE TERZA PARTE

LA MAFIOSITA’

 

SOLITA MAFIOPOLI.

SOLITE MAFIE IN ITALIA.

SOLITA MAFIA DELL’ANTIMAFIA.

SOLITO RIINA. LA COLPA DEI PADRI RICADE SUI FIGLI.

SOLITO CAPORALATO. IPOCRISIA E SPECULAZIONE.

LA SOLITA USUROPOLI E FALLIMENTOPOLI.

SOLITA CASTOPOLI.

LA SOLITA MASSONERIOPOLI.

CONTRO TUTTE LE MAFIE.

 

INDICE QUARTA PARTE

LA CULTURA ED I MEDIA

 

LA SCIENZA E’ UN’OPINIONE.

SOLITO CONTROLLO E MANIPOLAZIONE MENTALE.

SOLITA SCUOLOPOLI ED IGNORANTOPOLI.

SOLITA CULTUROPOLI. DISCULTURA ED OSCURANTISMO.

SOLITO MEDIOPOLI. CENSURA, DISINFORMAZIONE, OMERTA'.

 

INDICE QUARTA PARTE

LO SPETTACOLO E LO SPORT

 

SOLITO SPETTACOLOPOLI.

SOLITO SANREMO.

SOLITO SPORTOPOLI. LO SPORT COL TRUCCO.

 

INDICE QUINTA PARTE

LA SOCIETA’

 

PAURE ANTICHE: CADERE IN UN POZZO E CHI CI E' GIA' CADUTO.

STORIA DEI BOTTI DI CAPODANNO.

GLI ANNIVERSARI DEL 2019.

I MORTI FAMOSI.

A CHI CREDERE? LE PARTI UTILI/INUTILI DEL CORPO UMANO.

 

INDICE SESTA PARTE

L’AMBIENTE

 

LA SOLITA AGROFRODOPOLI.

SOLITO ANIMALOPOLI.

IL SOLITO TERREMOTO E…

IL SOLITO AMBIENTOPOLI.

 

INDICE SESTA PARTE

IL TERRITORIO

 

SOLITO TRENTINO ALTO ADIGE.

SOLITO FRIULI VENEZIA GIULIA.

SOLITA VENEZIA ED IL VENETO.

SOLITA MILANO E LA LOMBARDIA.

SOLITO TORINO ED IL PIEMONTE.

SOLITA GENOVA E LA LIGURIA.

SOLITA BOLOGNA, PARMA ED EMILIA ROMAGNA.

SOLITA FIRENZE E LA TOSCANA.

SOLITA SIENA.

SOLITA PERUGIA E L’UMBRIA.

SOLITA ROMA ED IL LAZIO.

SOLITO ABRUZZO.

SOLITO MOLISE.

SOLITA NAPOLI E LA CAMPANIA.

SOLITA BARI.

SOLITA FOGGIA.

SOLITA TARANTO.

SOLITA BRINDISI.

SOLITA LECCE.

SOLITA POTENZA E LA BASILICATA.

SOLITA REGGIO E LA CALABRIA.

SOLITA PALERMO, MESSINA E LA SICILIA.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

LE RELIGIONI

 

SOLITO GESU’ CONTRO MAOMETTO.

 

INDICE SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI.

 

 

  

SETTIMA PARTE

CHI COMANDA IL MONDO:

FEMMINE E LGBTI.

 

SOLITO CHI COMANDA IL MONDO: FEMMINE E LGBTI. (Ho scritto un saggio dedicato)

Premessa. La Dittatura della Censura.

Comandano loro!

Maschi e femmine sono diversi, non solo nel sesso, ma nel cervello.

Burrneshe: le donne uomini dell'Albania.

Non è un paese per Miss…Italia.

Le Baby Miss.

Affidati alla sinistra.

La soppressione della famiglia. Le donne come «bene comune». Un’idea di Platone ripresa da Marx.

Il Male è Donna.

Donne al Volante…

Donne Spaziali.

La Mafia è femmina.

Pippi calzelunghe e la libertà dagli stereotipi.

Le "Eroine" da protesta.

Le streghette influencer.

La Verità in tv è femmina. Roberta Petrelluzzi; Franca Leosini; Federica Sciarelli.

Montecitorio Beach.

La donna non è più tanto comunista!

La vita delle groupie.

Donne, giornaliste, non di sinistra. Quindi da massacrare sui social.

Il Palo della Discordia.

Dio ci salvi dalle femministe in discoteca.

Il Concertone non è femmina.

Il Decalogo antisessista. La nave è femmina, anzi neutra: le rotte «corrette» della grammatica.

Donna, piangi che fa bene.

La mia grassezza.

La cellulite è femmina.

Le Borse che le donne non vogliono.

Vecchia a chi? Le Perennial.

Cavie predestinate.

Cure riparative della Devianza? Essere diversi non è una malattia.

Né uomo, né donna. Il terzo genere.

I cosiddetti "asessuali".

I Transessuali.

Il problema del Gender.

Comanda Vladimir Luxuria.

Madre e Padre e non Genitore 1 e Genitore 2.

Il Sesso freddo e l’educazione sessuale 2.0

Sadomaso e trasgressioni.

Mai dire "Puttana".

Mai dire…Spogliarelliste.

Mai dire Porno Star.

Fare sesso con il coniuge è un diritto.

Quando le donne si sposano  tra loro (e non è per amore).

Le donne che parlano di sesso.

L’Italia dei Tabù. Il sesso è solo vintage.

Professione “Love Giver”.

Basta Femmine urticanti. 3D fatto su misura.

Ode alla menopausa.

Il rapporto sessuale è femmina.

Realdo Colombo. L’Uomo che ha scoperto il clitoride.

La femmina. Nei secoli infedele.

Gelosia, quando il tormento diventa una malattia.

Sesso animale.

La famiglia naturale animale.

Il Sonno è femmina.

I Rapporti Gay in politica.

Non è un paese per gay. Non è un paese per etero. 

E’ un paese per Gay.

I fumetti sono gay.

La tv è gay. Calano fatturato e Pil ma aumentano i gay.

Il sesso della moda è Gay.

L’omosessualità.

L’omocittadinanza.

Tutto il mondo è lesbo.

La violenza di genere e la disparità di trattamento.

Donne che odiano le donne.

Il potere delle Femmine.

Il Femminismo e le leggi.

Il Femminismo in Vaticano.

Liberté, egalité. E décolleté. Libera Tetta in libero Stato.

Femmine, Islam e denaro.

La circoncisione e l'infibulazione.

Il Perineum-sunning.

Chi comanda il Mondo? Le femmine! Il potere di disporre dei figli, fino al potere di ucciderli.

Femmine, non madri.

Aborto. A Verona i Prolife anche per la Famiglia tradizionale: la sinistra contro.

Mai più Festa del Papà.

La funzione delle femmine. La sinistra si ribella.

Donne e sinistra: il modello è l'Islanda o lo Yemen?

Perché le donne vivono più degli uomini?

La Donna in Giappone.

Naturist Cleaners (ovvero Pulitrici Naturiste).

Lo Squirting.

Alla ricerca del Porno.

I Porno Incestuosi.

Il Metoo comincia presto.

La Donna e l’Utero in Affitto.

Aborto clandestino, migliaia di donne ancora oggi rischiano la vita.

L’Uomo stressato.

La Guerra al Maschio.

Violenza sessuale su minore. Mai dire…stupro.

Stupri che non lo erano…

Quell’arma segreta di guerra: gli abusi sessuali sugli uomini.

Il Bullismo non ha genere.

Tutti contro Michael Jackson.

La Parità di Genere.

Daniela Aschieri. Quando le donne superano l’uomo.

Mamme ad ostacoli.

La Mamma Femminista.

Il futuro è donna? Sì, ma anche il passato. Le cattive ragazze del cinema muto.

Mostra del cinema di Venezia: scandali e follie.

Cannes delle femministe.

L’Oscar LGBTI.

Hollywood Sadomaso.

Revenge Porn. Dagli al Maschio.

Gli Uomini vanno rieducati…

Ipocrisia ideologica: Chi a favore di chi? I Comunisti contro i LGBT e viceversa.

Lo Sport e le femmine.

Le sacerdotesse del MeToo vogliono uccidere il Tango.

Il potere del Gay Pride.

Media, intrattenimento e LGBTI.

Il Gay Pride cattolico.

Intersex. C’è una “I” in LGBTI.

Misoginia. L'Iper Femminile.

Il Taglio dei Maschi.

Accuse di molestie sessuali: "Metodo Iene" o "Metodo Brizzi"?

La nuova piaga sociale: il finto stupro con ricatto.

Fondi antiviolenza: un business?

Cacciati di Casa.

Le regole per l’assegno di divorzio.

 

 

  

FEMMINE E LGBTI

 

·         Premessa. La Dittatura della Censura.

LA DITTATURA DELLA CENSURA. Gli Stati Uniti impongono la loro economia, le loro regole e la loro cultura. Tenuto conto che negli Stati Uniti la fazione LGBTI detta i comportamenti a loro congeniali, il cui contrasto lede il politicamente corretto, i pappagalli europei emulano e scimmiottano tali scelte di vita, facendoli passare per normali.

Non fa più scandalo, anzi è politicamente corretto adottare ogni comportamento deviante, ma fatto passare per normale e progressista, adottato nelle trame dei film.

Coppie gay o multietniche o relazioni poliamorose non devono mancare nelle serie televisive americane, affinchè la cultura LGBTI statunitense prenda largo oltreoceano.  

Ecco perché in Italia ci sono polemiche ideologiche sulla fiera dell’ovvietà.

Ci sono cose che tutti pensano, ma che sono vietate dire.

A Crotone i giovani della Lega pubblicano un manifesto per l’8 marzo in onore della donna.

Una manifestazione di stima per la donna ed una denuncia contro i comunisti ipocriti.

I sinistri, sentendosi toccati, hanno reagito, facendo una questione di Stato. Qualcuno, addirittura, facendone questione territoriale retrograda. Sì, ma le offese ai meridionali, per i sinistri non contano.

Anche il buon Salvini, da buon comunista, ha rinnegato l’ovvietà.

Tutti rinnegano le loro idee. I comunisti, invece, rimangono sempre fedeli alla loro ideologia di potere: usando ed abusando di tutte le minoranze, assoggettandole e strumentalizzandole ai loro fini.

Quasi la totalità dei media con il ditino alzato del moralizzatore si è parata contro il manifesto, , del quale ognuno ha dato una sua personalissima interpretazione femministica, senza, peraltro, quasi nessuno di loro, aver pubblicato pari pari il volantino stesso.

Max Borg per movieplayer.it il 22 novembre 2019. La Apple ha cancellato la premiere di The Banker, prevista per questa sera all'interno dell'AFI Film Festival, a causa di accuse di molestie nei confronti di una persona legata alla storia vera che ha ispirato il film. Il lungometraggio di George Nolfi, che la Apple ha acquistato durante l'estate e farà uscire nelle sale americane il 6 dicembre - in vista degli Oscar - prima di renderlo disponibile sulla piattaforma Apple TV+, racconta le vicende di Bernard Garrett Sr. (Anthony Mackie), un uomo di colore che negli anni Sessanta assunse un uomo bianco per fare da prestanome per la sua attività nel settore finanziario. Suo figlio, Bernard Garrett Jr., è stato accusato di molestie dalle sue due sorellastre minori, le quali sostengono che lui abbia avuto comportamenti scorretti con loro mentre vivevano nella stessa casa. Le due donne hanno anche contestato la veridicità cronologica del film, dove Garrett Sr. vive felicemente con la prima moglie da cui in realtà aveva già divorziato. In seguito a queste accuse, la proiezione festivaliera di The Banker è stata annullata e il credit di Garrett Jr., inizialmente menzionato come co-produttore, è stato completamente rimosso dai materiali pubblicitari, e presumibilmente egli non sarà più parte integrante dell'attività stampa insieme ad Anthony Mackie e Samuel L. Jackson. Garrett Jr. e Nolfi, il quale sarebbe stato all'oscuro della faccenda fino a una settimana fa, non hanno rilasciato dichiarazioni. La Apple, dal canto suo, ha commentato così le accuse mentre annunciava la cancellazione della premiere: "Abbiamo acquistato il film alcuni mesi fa perché eravamo commossi dalla sua storia, divertente ed educativa, sul cambiamento sociale e sull'alfabetismo finanziario. Settimana scorsa ci sono state rese note delle preoccupazioni legate al film. Noi e chi ha lavorato al progetto abbiamo bisogno di tempo per indagare sulla cosa e decidere quale sia l'opzione migliore per il futuro."

Lo show di Victoria’s Secret è ufficialmente annullato: il brand travolto dalle accuse di sessismo. Pubblicato venerdì, 22 novembre 2019 da Corriere.it. Ora è ufficiale: lo show annuale di Victoria’s Secret, programmato sempre nel mese di novembre, non si farà nel 2019, come annunciato da L Brand, rivenditore del marchio. Lo spettacolo che ha decretato il successo di tante modelle, da Adriana Lima a Gigi Hadid, fino a Gisele Bundchen, nel quale le top hanno sfilato in passerella con ali da «angelo» e in lingerie, è stato annullato definitivamente. Un po’ per colpa del social, visto che l’evento messo in scena dopo il 20 novembre andava in televisione soltanto un mese dopo, e il pubblico non aspettava di vederlo in tv , ma accedeva a Instagram per seguirlo tramite dirette e immagini, e un po’ per il calo delle vendite e i problemi interni al brand (vedi anche nuovo amministratore delegato). Quando è stato chiesto a Stuart Burgdoerfer, numero uno finanziario di L Brand, se ci sarà qualche evento in prossimità del Natale, lui ha dichiarato: «No, lo comunicheremo ai clienti. Pensiamo che sia importante far evolvere il marketing di Victoria’s Secret». La serata magica degli «angeli» non è più redditizia ed è stata tolta dal programma. Perché dal 2001, da quando esiste lo show, gli spettatori televisivi americani sono calati in maniera vertiginosa, passando da 12 milioni a 3,3. Non solo. Il marchio perde in termini di business: la lingerie preziosa e tutta pizzo che ha decretato la fortuna dell’azienda ha lasciato il posto ai completini intimi sportivi e sobri, simili a quelli che si possono comprare a prezzi più competitivi da altri brand. Senza dimenticare la polemica che ha travolto l’ex direttore marketing di Victoria’s Secret Ed Razek (anche presidente di L Brand), accusato di sessismo e body shaming, che si è dimesso dopo aver detto che gli standard della società non potevano includere modelle curvy e transgender (ora non è più così, dato che la trans brasiliana Valentina Sampaio è stata messa sotto contratto). Insomma, finisce un’era di «angeli» in passerella. Bisognerà trovare altri mezzi di comunicazione per promuovere i prodotti. Le prime voci dell’annullamento dello spettacolo sono trapelate quest’estate, nei primi giorni di agosto, quando l’angelo Shanina Shaik si è fatta sfuggire la notizia dello stop durante un’intervista. La 28enne aveva detto: «Sfortunatamente quest’anno non ci sarà uno show. Sono un po’ delusa perché non è qualcosa a cui sono abituata. Di solito durante il periodo estivo faccio le prove come “angelo”». Ma al tempo il marchio contattato dai media non aveva confermato o commentato la notizia. Ora è ufficiale: Victoria's Secret cancella lo show natalizio. ''Vogliamo che il nostro messaggio si evolva''.

Dopo le voci circolate questa estate arriva anche la conferma da parte del CFO di L Brands (azienda proprietaria di Victoria's Secret) Stuart Burgdoerfer: lo show natalizio del 2019 del marchio di intimo statunitense è stato cancellato. Una decisione figlia di un nuovo concetto di bellezza inclusiva, del calo delle vendite e delle critiche sempre più numerose. La Repubblica il 22 Novembre 2019. Sarà un Natale senza angeli quello del 2019. Nessun sacrilegio: stiamo parlando degli angeli di Victori'a Secret, brand di intimo statunitense tra i più amati al mondo che per il 2019 ha decisio di cancellare il fashion show faraonico con il quale ogni anno dal 1995 presenta nel periodo natalizio le sue collezioni. La notizia era trapelata già la scorsa estate e a farsela sfuggire era stata proprio una delle modelle di VS, Shanina Shaik, durante un'intervista nella quale aveva dichiarato: "Sfortunatamente lo show di Victoria's Secret non ci sarà quest'anno. È qualcosa a cui non sono abituata perché ogni anno in questo periodo mi alleno per essere pronta a fare 'l'angelo'". Ebbene, quest'anno niente angeli e niente show. La conferma arriva direttamente da Stuart Burgdoerfer, CFO di L Brands, l'azienda proprietaria di Victoria's Secret: "Comunicheremo con i nostri clienti, ma nulla di simile, come magnificenza, al fashion show". Uno spettacolo trasmesso in TV in tutto il mondo che ogni anno colleziona centinaia di milioni di telespettatori e che ha contribuito a lanciare la carriera di modelle come Adriana Lima e Alessandra Ambrosio o come le più recenti Gigi e Bella Hadid e Kendall Jenner forgiando contemporaneamente un'idea di bellezza così esclusiva che le modelle che vi partecipano vengono chiamate, appunto, "angeli di Victoria's Secret". Perché dunque cancellarlo? Perché è tempo di "evolvere il messaggio della compagnia". Un messaggio che era stato riassunto in tutta la sua cruda intransigenza dall'ex Chief Marketing Officer, Ed Razek, in un'intervista per Vogue dell'anno scorso nella quale, interrogato sulla possibilità di avere modelle transgender e plus size nello show, aveva risposto: "No, non credo dovremmo perché lo show è una fantasia. È uno spettacolo di intrattenimento di 42 minuti. Questo è quello che è. È l'unico nel suo genere e qualsiasi altro marchio di moda lo farebbe suo in un minuto, compresi quelli che ci criticano". Parole che nel 2019, in una società che ha imparato a rifiutare canoni estetici rigidi e che sta definendo una nuova idea di bellezza inclusiva, hanno avuto un effetto boomerang devastante. Nel giro di 12 mesi Victoria's Secret ha ingaggiato una modella trans, una con la taglia 46 (che non sarà plus size ma è lontana dalla forma fisica generalmente esatta ai casting di VS), ha accompagnato alla pensione Ed Razek e ora ha cancellato anche lo show simbolo del suo successo commerciale. Un successo commerciale che ha cominciato a venire meno negli ultimi due anni (nonostante il marchio americano resti leader indiscusso dell'intimo) e che rappresenta la vera motivazione di un cambiamento di rotta così veloce e radicale: quando la curva delle vendite comincia a guardare verso il basso, un buon management corre ai ripari prima che la situazione precipiti. Soprattutto in un mondo che corre velocissimo e nel quale indignazione e boicottaggi rimbalzano senza possibilità di scampo sui social network. Se si aggiunge che le critiche a Victoria's Secret stavano cominciando ad arrivare anche dalle stesse modelle come Karlie Kloss (che ha abbandonato il marchio per protesta verso il messaggio che trasmette) o Doutzen Kroes (che ha firmato una lettera aperta per invitare il brand a difendere le sue modelle dalle molestie sessuali sul set) era inevitabile aspettarsi dei cambiamenti.

La rivista ospita le tesi del fisico sessista. Rivolta degli scienziati. Alessandro Strumia fu allontanato dal Cern per aver detto che la "fisica è fatta dagli uomini, non dalle donne". Ora rilancia, tra le polemiche. Elena Dusi il 04 novembre 2019. E lui insiste. Alessandro Strumia, 50 anni, professore di fisica all'università di Pisa, un anno fa si alzò a un convegno al Cern sulla parità di genere e lasciò tutti a bocca aperta, dichiarando che "la fisica è stata costruita dagli uomini", le donne si lagnano per nulla perché "non è vero che sono discriminate" e nella scienza "non si entra con un invito". Come se non bastasse: "Gli uomini preferiscono lavorare con le cose, le donne con le persone". Ci sono "differenze nei sessi già nei bambini, prima che l'influenza sociale intervenga" e via stereotipando. La gragnola di critiche non ha piegato Strumia, che oggi rilancia. Durante quest'anno ha trasformato le sue tesi scombinate in grafici ed equazioni sul numero delle donne ricercatrici e su quanta carriera fanno e ha perfino trovato una rivista scientifica disposta a pubblicare il suo "Questione di genere in fisica fondamentale". Si tratta di Quantitative Science Studies, un giornale nato da pochi mesi, non certo di primo piano, ma comunque affiliato alla casa editrice del Mit di Boston (il prestigioso Massachusetts Institute of Technology). La rivista è sottoposta alla revisione dei pari (all'approvazione cioè da parte di altri scienziati) e ha promesso diritto di replica ai detrattori. L'articolo per il momento è stato approvato, ma non pubblicato. Il fisico pisano - carattere polemico e testardo, lo descrive chi lavora con lui - l'ha pubblicato intanto sul suo blog, come una sorta di rivalsa. La rivista americana Science ha subito registrato le polemiche, dedicando al fisico nostrano uno speciale sul suo sito Sciencemag e citando uno dei pari autori della revisione: il testo di Strumia, dice, è pieno di "difetti" e "affermazioni non dimostrate". Un anno fa, dopo l'improprio intervento, Strumia perse l'affiliazione al Cern. Il centro Ginevra diretto da Fabiola Gianotti si dichiarò "gravemente offeso" e tagliò ogni rapporto. Stessa cosa fece il nostro Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn), tirato in ballo con frasi da querela: Strumia aveva infatti partecipato a un concorso Infn vinto, fra gli altri, anche da due donne che - sostiene lui - non meritavano un punteggio superiore al suo. L'università di Pisa si era limitata a una sanzione etica, lasciando intatta la cattedra e il gruppo di ricerca. Strumia, quando non si accanisce sulla questione di genere, è infatti un fisico teorico stimato. Ha un progetto di ricerca europeo da 1,8 milioni di euro che resta inquadrato a Pisa. La cifra. per questa disciplina, è di tutto rilievo. A Speranza Falciano, nel sentire tutto questo, cadono le braccia. A 65 anni la scienziata, membro della giunta dell'Infn, una vita trascorsa agli esperimenti del Cern, sperava che certi pregiudizi fossero relegati al passato. "La carriera scientifica è dura e impone sacrifici" racconta. "Le donne hanno risultati migliori all'università e al dottorato. Poi spesso rinunciano. Sanno che dovranno farsi strada in un mondo quasi tutto maschile e che la scelta della carriera potrebbe pesare sulla vita privata". Ci sono decine di anni di sforzi e di studi davvero approfonditi, per superare il problema. "La questione della disparità delle donne nella scienza esiste" conferma Falciano. "Ed è ora di risolverla, non di fare polemiche inutili e dannose".

Leonard Berberi per il “Corriere della sera” il 4 novembre 2019. L'amministratore delegato di McDonald' s Steve Easterbrook è stato licenziato a causa di una relazione consensuale con una propria dipendente finendo però per violare le regole interne. In una nota ufficiale il board della più grande catena mondiale di fast food ha spiegato che l' ad uscente si è comportato con «scarso giudizio» dal momento che il codice etico proibisce di frequentare colleghi che abbiano un rapporto di lavoro - diretto o indiretto - con l' interessato. Easterbrook, britannico di 52 anni, negli ultimi tempi era riuscito a migliorare i conti e la reputazione del colosso. In una e-mail interna il dirigente - salito al vertice il 1° marzo 2015 dopo essere stato Chief brand officer - ha ammesso la relazione e concesso che è stato un errore. «Considerati i valori della compagnia concordo con il consiglio che è il momento di farmi da parte». Secondo l'Associated Press il board ha deciso venerdì di allontanare l'amministratore delegato dopo un'indagine interna e i dettagli di quella che per ora sembra una separazione consensuale saranno resi noti oggi quando l'azienda depositerà i documenti richiesti dagli organi federali americani in materia di trasparenza. McDonald' s ha aggiunto che non saranno forniti dati sul flirt. Il consiglio di amministrazione ha sostituito Easterbrook con il 51enne Chris Kempczinski, attuale presidente di McDonald's Usa, che ricoprirà il doppio incarico di ad e presidente. Easterbrook - divorziato e padre di tre figli - era stato apprezzato per gli interventi in un'azienda che negli ultimi anni aveva perso quote di mercato non soltanto negli Stati Uniti, ma anche nel resto del mondo. Dieci mesi dopo aver preso in mano le redini McDonald's ha chiuso uno dei peggiori anni della sua storia. Nei mesi successivi le azioni sono quasi raddoppiate arrivando - come calcola Cnbc - a 193,94 dollari, segnando quindi un +96%. Tra le ragioni di questo aumento del valore gli analisti che seguono il fast food elencano il restyling - anche tecnologico - dei ristoranti, introducendo i chioschetti per ordinare direttamente attraverso un monitor con il menu digitale. Ma le sfide non sono state superate. Una su tutte: convincere i consumatori più giovani a tornare nei suoi fast food. Per questo Easterbrook aveva insistito molto sugli investimenti in tecnologia, arrivando a raggiungere accordi commerciali con alcune delle più famose applicazioni per la distribuzione degli alimenti Uber Eats e DoorDash, oppure acquisendo società specializzate nell'intelligenza artificial. Alla fine del 2018 McDonald' s contava 37.855 ristoranti (il 95% in franchising) in oltre cento Paesi e impiega circa 210 mila persone. L'anno scorso i ricavi hanno toccato i 21,03 miliardi di dollari, più del Pil della Bosnia ed Erzegovina. Il passaggio di consegne al vertice - ha aggiunto il consiglio di amministrazione nella nota - «non è legato in alcun modo ai risultati operativi e finanziari della compagnia».

Felice Manti per “il Giornale” il 5 novembre 2019. L'amore vince su tutto tranne che sui codici etici delle aziende? Li chiamano no fraternization policy, e sembra di sentirli, i capoccia degli uffici del personale, arringare i neo assunti: do not fraternize with your colleagues. E non si parla di relazioni extraconiugali, scappatelle, rapporti mordi e fuggi o extramarital affairs. Quelli sono quasi quasi tollerati, perché l' amore - quello vero - sballa i rapporti, scatena invidie e soprattutto mette in discussione l' autorità del capo. In America le nuove streghe si chiamano gossip, backstabbing (pugnalare alle spalle) e pillow talking, le conversazioni a letto dopo il rapporto sessuale, quando non ci sono più filtri e si confessano i segreti (di lavoro) più inconfessabili. E quindi molte aziende cercano di cautelarsi. Nella liberal Silicon Valley chi lavora per Facebook o Google deve comunicare ai manager eventuali love contracts: l' idea è evitare i famigerati «conflitti di interessi». C' è un codice da rispettare, tipo chiedere - una e una volta sola - di uscire insieme. In caso di no, ogni altra insistenza è considerata molestia. È il frutto amaro del #MeToo. Secondo chi ha vissuto un love affair in ufficio l' amore al lavoro è un guaio perché alimenta l' incostanza, la cattiveria e la morbosità, ma soprattutto «ruba» almeno un' ora al giorno di produttività, trascorsa invece a spiare gli spostamenti del partner. Secondo un'altra ricerca di Glassdoor almeno un terzo degli intervistati tra uomini e donne (il 37 per cento) ha avuto una storia con un/una collega, uno su 10 ammette di avere fatto l' amore sul posto di lavoro (mentre uno su cinque ci ha pensato), quasi la metà sogna di avere una relazione con un/una collega anche se dopo si sentirebbe almeno in imbarazzo. E in Italia? Non ci sono (ancora) casi come quello del ceo di McDonald' s Stephen J. Easterbrook che ha perso il posto perché ha una relazione (stabile) con una sua dipendente, o come il top manager Intel Brian Krzanich, fatto fuori perché aveva nascosto un flirt tra le scrivanie. Ma si può condizionare l' amore vero a una firma? Si può silenziare il cuore in nome di un codice etico? Probabilmente no, anche se forse la verità è molto più triste: passiamo più tempo in ufficio che a casa. E questo ha rovinato più matrimoni di quelli che ha salvato.

Alessandra Menzani per “Libero” il 3 novembre 2019. In un futuro non troppo lontano fare l'amore con il proprio partner potrebbe diventare un' operazione asettica come chiamare l' ascensore o accendere il forno a microonde. Con un pulsante per dire sì o no all' amplesso. Andiamo bene. Per carità, i più pigri potrebbero trovare questa nuova opzione tecnologica estremamente vantaggiosa, pratica e al passo con i tempi, meno maleducata per mandare in bianco il compagno o la compagna. Ma per fortuna al mondo esiste ancora qualcuno che si parla e si tocca. Oggi, lo sappiamo, è diventato obsoleto rivolgersi la parola, fastidioso ordinare al ristorante con la voce, tanto c' è un tablet che lo fa per te, comunicare con il collega verbalmente ma farlo con un messaggio WhatsApp. Le uniche cose rimaste tangibili erano il cibo e le attività carnali. Invece, ecco l' idea di una coppia di quarantenni dell' Ohio, Jenn e Ryan Cmich, che hanno presentato un dispositivo per "facilitare" il sesso con il partner. Un pulsante, praticamente, per fare capire al compagno se si è disponibili o meno. Una specie di semaforo per essere chiari perché evidentemente è troppo faticoso guardarsi in faccia, fare battutine spinte, figuriamoci altri approcci più "tattili" (siamo nell' era del MeToo): meglio schiacciare un tasto.

QUALCHE PROBLEMINO. Evidentemente i due signori hanno non pochi problemi a letto se sono arrivati a partorire una trovata simile con cui, visti i tempi, faranno soldi facili a palate. L' evoluzione contemporanea della "copula programmata", di cui esiste una lunga letteratura, si chiama "LoveSync". Il dispositivo è composto da due bottoni da lasciare in giro per la casa, idealmente sul comodino di lui e sul comodino di lei. Quando uno dei due è - diciamo - infoiato, preme il bottone ovviamente nella speranza che il suo approccio abbia un seguito. Se l' altro vede il pulsante illuminato e condivide la voglia di amplesso, clicca ed è fatta. Se invece non ne ha voglia, ciao. Forse questa trovata ha senso tra due persone che si conoscono poco e non sono (ancora) andate a letto insieme. È una diavoleria stucchevole anche se la ratio è chiara: evitare quell' imbarazzo che si prova nel dare il due di picche, o soprattutto nel riceverlo, evitare di disturbare il compagno con approcci in quel momento non graditi.

LA ZONA GRIGIA. Siamo tutti d' accordo che la paura del rifiuto è un sentimento comune a tutti, forse da qui ha origine l' idea. Spiegano gli inventori del dispositivo: «Nelle coppie c' è una "zona grigia", anche piuttosto ampia, fra "facciamo sesso" e "no, dormiamo e basta", perché magari vorremmo farlo, ma non abbastanza da compiere il primo passo e rischiare di sentirsi dire di no». Secondo loro, «LoveSync contribuisce a togliere un po' di pressione, un po' di stress, perché se entrambi i bottoni sono illuminati allora c' è chiaramente il consenso di tutti e due i partner». Sommessamente vorremmo dire che quando c' è il consenso di lui, si vede, ma andiamo avanti. «Il bottone leva a tutti e due il peso di essere, o dover sempre essere, quello che fa il primo passo», aggiungono. C'è anche la possibilità di premere il proprio bottone più volte e più a lungo, allargando la finestra di tempo entro la quale il partner può rispondere. Jenn e Ryan ritengono la loro start up perfetta per «quelli che sono usciti dalla "fase luna di miele", che fra figli, lavoro, stanchezza e tutta la vita che si mette in mezzo, hanno normalmente rallentato la loro attività sessuale», perché «vi farà capire che ci sono molte più possibilità di fare l' amore di quelle che pensavate». LoveSync ha avuto abbastanza successo: ha raccolto quasi 22mila dollari nella raccolta fondi su Kickstarters, la più nota piattaforma di crowdfunding del mondo, l' obiettivo per partire era stato fissato a quota 7500. Dunque è stato prodotto e spedito agli acquirenti. Il prossimo passo? Qualcuno che faccia sesso al posto vostro quando non avete voglia. Poco ci manca.

Da ilfattoquotidiano.it il 3 novembre 2019. Alcuni ragazzi hanno sfilato per le vie di Lucca, dove è in corso fino al 3 novembre il Lucca comics & games (uno dei più importanti appuntamenti europei per gli appassionati di fumetti e videogiochi) travestiti da soldati dell’esercito nazista. Il gruppo ha curato i costumi in tutti i dettagli e si è presentato con tanto di finto carro armato, fascia con la svastica al braccio e bandiere con le croci celtiche in mano. L’esibizione però non è piaciuta a tutti e ha scatenato una animata discussione tra i presenti. Un visitatore, in particolare, si è rivolto al gruppetto (impegnato a soddisfare le richieste di selfie e foto di altri partecipanti al festival). “Vergognatevi – ha detto loro – il nazismo non è un gioco. Questa è apologia del nazismo, che è vietata”. La scena, ripresa in un video, è stata diffusa dal gruppo social Welcome to Favelas e in poche ore ha fatto il giro del web. Il Comune di Lucca e Lucca Crea, che organizza il festival, hanno diffuso un comunicato congiunto in cui “prendono le distanze e condannano il comportamento dei due ragazzi”. Comportamento definito “offensivo non solo per il festival e tutto il suo pubblico, ma soprattutto per la memoria storica del nostro territorio”. L’accaduto – specificano ancora, “non ha nulla a che vedere con il festival, né con le community cosplay, né con alcuna rievocazione storica. Nessun evento della manifestazione, nessun partner, nessuna attività collaterale è coinvolta in questo gesto dei due ragazzi”. Intanto la Questura di Lucca ha avviato un’indagine e sta valutando se i due ragazzi abbiano commesso un reato.

Londra, addio a "signore e signori". Neutralità  di genere a teatro. Pubblicato domenica, 03 novembre 2019 da Corriere.it. Dopo la metropolitana e gli autobus di Londra anche i teatri si apprestano a sposare la neutralità di genere. Così il classico «Signore e signori per favore prendete posto, lo spettacolo sta per cominciare» cederà il passo a un generico «benvenuti» o un semplice «buonasera». È la raccomandazione di Equity, il sindacato degli attori e degli intrattenitori, che nelle nuove linee guida incoraggia i teatri ad adottare «una terminologia neutra per le chiamate collettive, sia in platea che nel backstage». Questo per mettere a proprio agio le persone «non binarie» che non si identificano né con un genere né con l’altro. Equity consiglia anche di non complimentarsi mai con un attore o un’attrice «in merito alla voce, all’abbigliamento o alla bellezza». La prima ad adeguarsi sarà Royal Shakespeare Company che ha assicurato la revisione di «tutti gli annunci e della segnaletica» oltre all’introduzione di servizi igienici neutrali». «Ci sforziamo di creare un ambiente accogliente per i trans e le persone fluide» ha aggiunto il portavoce del teatro. Anche il National Theatre ha promesso di correre ai ripari al più presto. Tuttavia, per adesso, rimarrà il classico «signore e signori». Stessa linea per la Royal Opera House che ha intenzione di «prendere in seria considerazione le linee guida di Equity. Nina Burns, co-proprietaria dei Nimax Theatres nel West End di Londra , ha assicurato di aver già optato per un annuncio politically correct come «buonasera» o «benvenuti». Nel 2017 la società Transport for London aveva deciso di eliminare la frase «Good morning ladies and gentlemen» per un più inclusivo «Hello everyone», («Salve a tutti»).Ironica la chiusa del Sunday Times che riporta la notizia: «Ma su come dovrebbe essere rinominata la commedia di Shakespeare I due gentiluomini di Verona le linee guida di Equity tacciono».

Da ilmessaggero.it il 3 novembre 2019. Maria De Filippi va su tutte le furie a Tu si que vales. Durante l'esibizione Pietro, un uomo che si presentava ironicamente come capace di leggere le mani, non ha conquistato il pubblico, visto che nessuno ha riso dopo la sua prima performance. Insistendo al centro del palco ha fatto una richiesta particolare: «Vorrei una vergine qui con me» e a quel punto Maria è sbottata. Già durante la lettura della mano a Teo Mammuccari il giudice gli aveva fatto fare una figuraccia, dicendo che quello che stava dicendo non corrispondeva alla realtà, così il concorrente per "riprendersi" ha fatto l'insolita richiesta. La De Filippi lo ha interrogato stupita facendogli notare che la sua affermazione era fuori luogo. Sempre per provare a fare il simpatico Pietro ha aggiunto che non solo la ragazza in questore doveva essere illibata ma c'era bosogno di una certificazione, così Maria è esplosa: «Per me lei può uscire subito. Dopo la certificazione, può uscire. Quando uno dice che vuole una vergine con una certificazione deve uscire. Ma come le viene in mente? Ma questo è fuori». Subito dopo la conduttrice si è alzata per lasciare lo studio, aggiungendo che sarebbe rientrata solo dopo che il concorrente fosse andato via. In studio è calato il gelo e anche un visibile imbarazzo sulla faccia degli altri giudici. Zerbi si è rivolto a Pietro invitandolo a lasciare lo studio: «Hai pensato di fare lo spiritoso ma è andata male. Secondo me la cosa più bella che puoi fare è chiedere scusa e andare via. Fidati». Rientrata in studio Maria non è riuscita a trattenere la sua disapprovazione e ha chiuso la storia affermando: «Si è autocertificato come un coglione ed è uscito».

Caserta, cartelli pubblicitari sessisti: esplode la polemica ad Aversa. “Te la diamo gratis la patata acquistando due polli”. La frase incriminata è accompagnata dalla foto di una donna a seno semiscoperto. Ignazio Riccio, Lunedì 04/11/2019, su Il Giornale. Ha provocato la reazione stizzita di molti internauti il cartellone pubblicitario fatto affiggere nella città di Aversa, in provincia di Caserta, da una nota braceria locale. Sul social network si è scatenata una violenta polemica che ha coinvolto anche le istituzioni locali. Nel manifesto c’è scritto: “Te la diamo gratis la patata acquistando due polli”. Oltre alla frase, la foto di una donna con il seno semiscoperto, che ha fatto indignare il popolo di Facebook, offeso per la pubblicità di natura sessista. In tanti hanno commentato l’immagine, definita squallida e volgare e sono in molti a richiedere la rimozione del cartellone. Il sindaco di Aversa Alfonso Golia ha parlato di “messaggi desolanti, equivoci, che vanno stigmatizzati e condannati”. Anche l’esponente della maggioranza in consiglio comunale Elena Caterino ha bollato l’iniziativa come inopportuna e ha fatto sapere che si rivolgerà alla polizia municipale. “Bisogna agire in fretta – ha detto la rappresentante politica – contro questa affissione vergognosa e sconcertante”. Da parte loro i titolari della braceria hanno fatto sapere che non c’era alcuna intenzione di offendere le donne, ma si trattava semplicemente di una pubblicità ironica e innocua.

Alessandro Gnocchi per ''Il Giornale'' il 29 ottobre 2019. Questa è l'epoca del vittimismo, dell'eufemismo, dell'ossessione per le politiche dell'identità: sessuale, razziale, etnica. Ogni minoranza, reale o sedicente, invoca il riconoscimento della propria diversità e indica il nemico oppressore: il bianco, laureato, ricco e conservatore. Il privilegiato dei privilegiati. Ogni critica è vissuta come un insulto. Dunque stop alle critiche. Dover calibrare le parole. Avere la paura di parlare chiaro. Essere espulsi dal dibattito pubblico per una opinione. Sono fatti all' ordine del giorno nel regime di psico-polizia creato dal politically correct, una ideologia in aperta opposizione alla libertà. Questo nuovo ordine mondiale, a metà tra 1984 e Il racconto dell' ancella, è raccontato dallo scrittore americano Bret Easton Ellis in Bianco (Einaudi, pagg. 268, euro 19), un libro che sfugge a ogni categoria. In parte autobiografia, in parte pamphlet, è forse il romanzo-memoir di come si perde la libertà di parola: prima un po' alla volta, e poi tutta insieme in un colpo solo. Ellis è un simbolo per alcune generazioni di lettori. Maestro nell' indagare e descrivere la superficie, per svelare il vuoto sottostante, ha scritto romanzi definitivi per chi aveva 15 anni nel 1986 (anno della prima edizione italiana di Meno di zero, Pironti editore) e venti nel 1991 (anno di American Psycho). Meno di zero era il ritratto perfetto della Generazione X: solitudine scintillante, freddezza, nichilismo. American Psycho celebrava, a modo suo, la fine dell' edonismo ma lasciava intuire anche l' inizio di qualcos' altro: il desiderio di essere approvati, il terrore dell' anonimato nell' epoca della comunicazione, quello di mostrarsi per quello che si è, la schizofrenia indotta da questo stile di vita. Tutta roba che ha trovato realizzazione compiuta nella società dei like, della connessione e delle amicizie virtuali che ci illudono di essere in intimo contatto con un' infinità di amici. Proprio il mondo descritto in Bianco dove sembra affermarsi un nuovo tipo di dittatura: «Sembriamo aver fatto pericolosamente ingresso in un tipo di totalitarismo che in realtà aborre la libertà di opinione e punisce chi si rivela per quello che è davvero». La superficie, quindi. Ellis, per farci vedere lo scivolare sempre più veloce verso la censura e l' autocensura, prende in esame i film, i divi, i presidenti americani, le cene. La cultura di massa. La superficie. Si parla di American Gigolò, Shampoo, Weekend, Carrie. Si esamina l' immagine pubblica di Richard Gere, Tom Cruise, Charlie Sheen, Kayne West. Pochissimi gli scrittori citati, ci sono David Foster Wallace, Jonathan Franzen, Stephen King, Jay McInerney. La carrellata si intreccia con la biografia dell' autore e la genesi dei romanzi più famosi. Questa è l'epoca del vittimismo, si diceva all' inizio. Ma è anche l' epoca degli eroi della «libertà» che stanno sempre dalla parte giusta, quella che non ha bisogno di essere difesa. Sono sempre in prima linea nelle battaglie già vinte, naturalmente fingendo di esporre il petto al plotone d' esecuzione. Sono a favore della libertà d' espressione, soltanto la loro. Sono a favore della democrazia, soltanto se comandano loro. Forti del consenso scontato, gli eroi della «libertà» perdono la testa. Sempre più narcisi, sempre meno capaci di osservare, sviluppano un fiuto eccezionale per l'applauso. Mettono sempre le mani avanti per far capire quanto sono intelligenti. Prima di lasciarsi andare alla pura demagogia, precisano di detestare chi parla alla pancia del Paese, che espressione infelice, ti fa capire subito che considerano la gente alla pari della merda. Invitano la plebe a restare umana, a spalancare la porta al diverso. Ma spalancatela voi, vigliacchi. No, loro vivono in case del centro blindate come casseforti. La porta devono spalancarla i poveracci, in quartieri così lontani che non ci arriva neanche l' autobus. Sono coccolati da televisioni, festival, editoria: è tutto dovuto, per carità, sono le coscienze democratiche della società civile. Infatti denunciano il familismo amorale, a meno che la famiglia non sia la loro, il degrado del dibattito politico, che hanno condotto in solitudine per 70 anni, il fascismo strisciante, di cui hanno adottato i metodi, il razzismo esplicito, che fomentano con l' ossessione per le politiche dell' identità (sessuale, razziale, etnica). Il prezzo della loro costante indignazione è fissato dal mercato che spesso dicono di disprezzare. In nome della libertà d' opinione, censurano a tutto spiano chiunque non la pensi come loro: «Rifiutare quelli che non la pensano come te ora non era più una forma di protesta e di resistenza ma si era trasformato in una forma infantile di fascismo». Stiamo parlando dell' America di Ellis ma è vero anche in Italia. Ellis critica con ferocia i saputelli che ritengono (e non si sa perché) di essere migliori dei «rozzi» sostenitori di Donald Trump: «La Sinistra sembrò mutare in qualcosa che non avevo mai visto in vita mia: un partito intriso di superiorità morale, intollerante e autoritario che era distaccato dalla realtà e mancava di qualsiasi coerenza ideologica». Ci sono episodi molto divertenti. L' incontro casuale con l' artista Jean-Michel Basquiat nel bagno di un ristorante che si chiude con una sniffata in compagnia. Il boss di Hollywood che ha paura di essere sorpreso dalla moglie mentre risponde agli sms di Steve Bannon, eminenza grigia di Trump. Le litigate con i vecchi milionari «progressisti». L'intervista con un Quentin Tarantino scatenato. Le nottate in macchina con Kanye West. Chi cercherà in Bianco un saggio sistematico sul politicamente corretto non lo troverà. Ellis non dimentica mai di essere un artista. Rivendica infatti il culto per l' estetica e lo oppone al moralismo. Il moralista giudica l'opera per il suo contenuto ideologico. L'artista valuta le qualità stilistiche. Quando prevale il giudizio morale? A parere di Ellis, quando l' arte è diventata irrilevante per la società: «Tutti devono essere uguali, e avere le stesse reazioni di fronte a qualunque opera d' arte, movimento o idea, e se uno si rifiuta di unirsi al coro di approvazione verrà accusato di essere un razzista o un misogino. Questo è ciò che accade a una cultura quando non gliene frega più niente dell' arte». Lo scrittore è finito al centro di moltissime polemiche soprattutto per i suoi tweet troppo schietti. Da omosessuale se la prende con le immagini stereotipate dell' omosessuale sensibile e perseguitato. Le politiche dell' identità sono riduttive e conducono in fondo a un vicolo cieco: «Avallano l' idea che gli esseri umani siano essenzialmente tribali, e che le nostre differenze siano inconciliabili, cosa che naturalmente rende impossibili l' accettazione della diversità e l' inclusione». Da scrittore se la prende con i santini dei colleghi morti specie David Foster Wallace, ricordando come l' autore de La scopa del sistema fosse un fan di Ronald Reagan e Ross Perot, un critico letterario feroce, un artista «insincero» e infine «un paraculo». Insomma: «Lo scrittore più sopravvalutato della nostra generazione» e insieme un genio irrisolto. Sono opinioni schiette interpretate però come azioni criminali dai chierici del politically correct.

Dylan Dog sposo gay: è l’ultima vittima del politicamente corretto. Davide Ventola giovedì 31 ottobre 2019 su Il Secolo d'Italia. Come far risollevare le vendite di un fumetto in crisi? Facciamolo diventare gay. L’ultima vittima del politicamente corretto è il povero Dylan Dog. Da indagatore dell’incubo a indagatore della banalità, è un attimo. E oggi non c’è niente di più banale e trito che cavalcare il tema delle nozze gay. Peccato, perché il papà di Dylan Dog, Tiziano Sclavi, aveva costruito il successo del suo personaggio sull’irregolarità. Il genere horror era sempre stato un pretesto per ribaltare schemi e luoghi comuni. Il vero incubo del nostro eroe erano la noia e la banalità. Mai Sclavi sarebbe scivolato su un tema così inflazionato. Forse non è un caso che l’albo in questione non porti la sua firma. Il povero Dylan Dog con questa deriva “politically correct” affoga nella banalità luogocomunista. A Lucca Comics hanno preparato una grande operazione di marketing per il fumetto in questione. Nell’albo n. 399,  Oggi sposi l’Indagatore dell’Incubo decide di sposarsi con il suo amico Groucho. Nelle intenzioni degli autori, il numero speciale sarebbe una riflessione sulla forza dell’amore in tutte le sue forme. Per festeggiare il matrimonio, la Sergio Bonelli editore ha realizzato  un apposito cofanetto, la Dylan Dog Wedding Box. Conterrà la versione “regular” di Oggi sposi, una versione variant con copertina bianca (venduta anche separatamente), una versione variant con copertina nera (disponibile solo nel box) e una nuova versione con colorazione “pop” di “Finché morte non vi separi”, l’albo n. 121 che celebrava il decimo compleanno dell’Indagatore dell’Incubo e il suo primo matrimonio. Sempre all’interno della box, i lettori troveranno la partecipazione nuziale, una speciale fialetta di bolle di sapone (gadget immancabile nei matrimoni moderni) e un anello di fidanzamento (ben noto a tutti i fan della serie). Operazioni commerciali legittime, ma che cosa c’entra con l’inno all’amore? Anche i fumetti invecchiano. Perdono il loro vitalismo e finiscono per imbolsirsi. Più che “Oggi sposi” sarebbe stato più appropriato un cartello appeso al numero 7 di Craven Road: “Chiuso per lutto”.

Statue con slip «per non offendere la sensibilità del pubblico». Bufera contro l’Unesco. Pubblicato martedì, 29 ottobre 2019 da Corriere.it. La gaffe risale a più di un mese fa, ma è stata raccontata solo di recente dalla stampa francese. Il 21 e 22 settembre, per le giornate mondiali del Patrimonio, l'Unesco ha chiesto all'artista visivo Stéphane Simon di esporre delle opere nella sede parigina dell'organizzazione internazionale. Il 47enne francese ha accettato, scegliendo per la rassegna due statue nude a grandezza naturale, parte del suo progetto «In Memory of Me». Quando gli organizzatori dell'evento hanno visto le nudità delle opere d'arte sono rimasti perplessi e alla fine hanno deciso di coprire il sesso dei modelli con slip e perizoma. Il motivo? «Non offendere la sensibilità del pubblico». Dopo che il settimanale «Le Point» ha denunciato in un editoriale «la spiacevole sorpresa», il web si è scatenato prendendo di mira l'Unesco e l'uso eccessivo (e ridicolo) del politicamente corretto. 

DIVISI DALLA GNOCCA. Valeria Costantini per il “Corriere della sera - Edizione Roma” il 18 ottobre 2019. Finisce nella bufera la sagra della «Gnocca migliore» di Formello. Un titolo «sessista e volgare» commenta Michela Califano, consigliera regionale Pd, quello scelto per la gara di cucina di gnocchi in programma domenica 20 ottobre nel comune laziale. La festa è promossa dalla Proloco di zona, già protagonista a febbraio di un' altra polemica infuocata: uno dei carri della sfilata di Carnevale era stato infatti allestito a forma di gommone con finti migranti e cartelli tipo «no pago affitto» o «vogliamo wifi». Ora la nuova bagarre. «È un riferimento maschilista poco edificante per bambini e famiglie e, visto che l' evento è patrocinato dal Comune, chiedo al sindaco di sospenderlo», la richiesta dell' esponente dem della Pisana. «Il nome della manifestazione è offensivo per le donne», la stessa linea del Pd di Formello. Alla levata di scudi, la Proloco ha fatto un passo indietro ritirando la locandina, senza mancare di sottolineare di non aver pensato di «indurre in malevole interpretazioni - spiega -. Riconosciamo la leggerezza nell' esecuzione dello slogan e prendiamo le distanze da qualunque interpretazione sessista, poiché lontano dalle intenzioni dell' associazione».

Ecco le "soldatine" di plastica: il trionfo del politically correct. Negli Stati Uniti, una nota fabbrica di giocattoli ha cominciato a produrre soldatini di plastica al femminile. Tutto è partito dalla lettera di una bimba di 6 anni che chiedeva alla società: "Perché ci sono solo soldatini maschi?". Gianni Carotenuto, Domenica 15/09/2019, su Il Giornale. Vivian Lord è una bambina americana di 6 anni che quest'estate si è fatta regalare una manciata di soldatini di plastica. Dopo averci giocato per un po', ha chiesto a mamma e papà: "Perché ci sono soltanto soldati maschi?". I genitori della piccola, sorpresi dalla strana domanda della piccina, hanno cercato su Google scoprendo che non ne esistevano. Di qui il secondo "colpo di genio" della piccola Vivian: "Scriviamo una lettera a chi li fa? Voglio le soldatine". Stanno arrivando. Come scrive il sito Taskandpurpose, questa settimana la società di e-commerce BMC Toys ha annunciato di stare sviluppando un nuovo plotone con quattro donne dell'esercito che saranno disponibili a Natale il prossimo anno. Jeff Imel, rappresentante dell'azienda, ha raccontato di stare accarezzando da tempo l'idea di produrre soldatini al femminile. L'estate scorsa, un ex marine gli aveva chiesto di farlo. Imel ci ha pensato per un po'. Infatti, disegnare e produrre un giocattolo nuovo di questo tipo ha un costo considerevole. E non sapeva se ci fosse abbastanza domanda. Poi, però, è arrivata la lettera della piccola. Che l'ha convinto a mettere da parte anche i dubbi "storici" sull'opportunità di mettere in commercio "soldatine", dato che alla metà del XX secolo - periodo a cui si ispirano la maggior parte dei soldatini fabbricati in tutto il mondo - le donne non potevano entrare nell'esercito. I nuovi stampi per le "fantesse" - si dirà così? - saranno pronti a breve. Accontentando così la piccola Vivian. Il contingente al femminile sarà composto certamente da un capitano che porta una pistola e un binocolo. Altri tre modelli sono in fase di progettazione: una donna in piedi (e una piegata) che sparano con il fucile e un'altra in ginocchio con un bazooka. In tutto, il set sarà formato da 24 pezzi con quattro diverse pose. La madre della piccola ha raccontato di avere parlato di questa possibilità con alcune donne dell'esercito, ricevendo in cambio complimenti e pacche sulle spalle. Intanto, la piccola Vivian non vede l'ora di far combattere le sue "soldatine". Spareranno meglio degli uomini?

Per non offendere i gay il college mette al bando le gonne. In Inghilterra un college ha imposto alle studentesse il divieto di indossare la gonna per combattere la discriminazione nei confronti di chi ha maturato incertezze sulla propria identità sessuale. Federico Giuliani, Domenica 08/09/2019 su Il Giornale. In Inghilterra una scuola ha imposto alle studentesse il divieto di indossare la gonna per combattere la discriminazione nei confronti degli omosessuali e, più in generale, di chi ha maturato incertezze sulla propria identità sessuale. Siamo a Lewes, nell'East Sussex, dove il nuovo regolamento della Priory School, ripreso da numerosi media britannici, ha fatto il giro del mondo. Il college ha infatti proibito l'uso della gonna all'interno dell'istituto e imposto l'uso di un'uniforme di genere neutro per tutti gli studenti: pantaloni lunghi per ragazzi e ragazze. Quella che appare come una follia, spiegano dal college, è in realtà un avanzato programma di educazione (obbligatorio) contro le piaghe del bullismo e dell'omofobia. In nome del progresso, e costo di ostacolare la libera educazione familiare, gli studenti della Priory School si sono visti imporre un obbligo alquanto bizzarro.

Una decisione che fa discutere. Lo scorso venerdì, immaginando che qualche alunna potesse trasgredire il regolamento, all'ingresso dell'istituto era presente una nutrita schiera di poliziotti con il compito di rispedire a casa le ragazze che avevano trasgredito la norma e osando presentarsi ai cancelli scolastici con la pericolosissima gonna. Ma le ragazze respinte non hanno solo dovuto subire lo smacco di essere escluse dalle lezioni. Già, perché la direzione dell'istituto ha scritto e spedito una lettera alle famiglie delle inadempienti in cui chiedeva spiegazioni sull'assenza ingiustificata delle figlie, che presumibilmente andranno incontro a qualche sanzione scolastica. Nonostante le pressioni di una discreta fetta della società, i vertici della Priory School restano inflessibili: “L'uniforme neutra è il miglior modo per garantire l'uguaglianza”. 

SE DIRE ''UOMO'' È DIFFAMAZIONE. Francesca Bernasconi per Il Giornale il 3 settembre 2019. Il prossimo 18 settembre dovrà comparire davanti ai giudici, per difendersi dall'accusa di "campagna di molestie mirata". La colpa di Kate Scottow, 38 anni e madre di due figli, è stata quella di definire "uomo" l'attivista transgender Stephanie Hayden. Nel dicembre dello scorso anno, tre agenti di polizia erano piombati a casa di Kate, a Hitchin, nell'Hertfordshire in Inghilterra, e l'avevano portata in commissariato, davanti agli occhi dei dei figli, una bimba autistica di 10 anni e un bambino di 20 mesi. Ma, prima di essere interrogata, la donna era stata detenuta per sette ore in una cella di sicurezza. La donna è accusata di essersi rivolta alla Hayden chiamandola secondo la sua identità biologica e non quella percepita dal transessuale. Non solo. Secondo l'accusa, la 38enne avrebbe anche usato i social per "molestare, diffamare e pubblicare tweet oltraggiosi e diffamatori" nei confronti dell'attivista. Tutte accuse negate con forza dalla Scottow, che ha ammesso solamente di essere convinta che un essere umano "non può realmente cambiare sesso". Niente da fare. Come ricorda la Verità, il giudice aveva infatti deciso di emettere un'ingiunzione provvisoria, intimando alla donna di non pubblicare più sui social nessuna informazione sulla Hayden che facesse "riferimento a lei come un uomo" e nessun post che facesse riferimento alla sua "precedente identità maschile". Dopo la vicenda e l'arresto della donna, è stata avviata un'indagine, conclusasi il 21 agosto con la formulazione delle accuse, da cui la 38enne dovrà difendersi, tra qualche settimana. Accuse del genere non sono nuove in Gran Bretagna, dove già il marzo scorso un'altra donna era stata accusata di "transofobia". Lei, però, non aveva dovuto affrontare il processo, perché il giudice aveva stabilito il non luogo a procedere. Situazione diversa per la Scottow, che dovrà affrontare un processo, colpevole di aver chiamato "uomo", una persona diventata donna. 

LA PATATA NON HA MAI AMMAZZATO NESSUNO. Da "ilfattoalimentare.it" il 21 agosto 2019. Da alcuni anni l’azienda Amica Chips ha deciso di impostare la comunicazione pubblicitaria di alcune linee di prodotti sulla figura della ex porno star Rocco Siffredi e di doppi sensi non troppo originali. Una lettrice ha deciso di rivolgersi all’Istituto di autodisciplina pubblicitaria per segnalare il contenuto e le ricadute di questi spot. Di seguito pubblichiamo il botta-risposta tra la lettrice e l’Iap.

Gentile IAP, sto segnalando questo spot di Amica Chips con Rocco Siffredi per via dei riferimenti sessisti, che gioca su doppi sensi che reggono l’intera pubblicità, come evidenziato in modo goliardico anche da siti in rete dove sono anche riportati versione integrale e ridotte dello spot in questione. Come si può vedere, le allusioni e i doppi sensi a “patate” e “pacchetto” hanno evidenti intenzioni, più che tangibili, volgari e sessiste, la solita vulgata maschilista, formato spot, che riscuote ancora tanto successo nell’italietta di provincia e soprattutto in quell’Italia dove, guarda caso, fatica a sradicarsi questo pessimo fenomeno culturale stile califfo. Questa pubblicità è piena di simboli di questa portata: tante donne, uomini pochi e infatti solo ad uno, un ragazzo, verbalmente, si rivolge l’attore nella parte finale come fosse l’unico soggetto in mezzo a tanti oggetti di scena (le donne) con la frase più che esplicita ed evidente: “sempre dritto, il pacchetto!” Questo linguaggio, apparentemente scherzoso e innocuo, si impone invece a manifestare un “diritto sul campo” del maschio sulla donna, dal “pacco sempre dritto”, viene avallato il consenso di tanta ignoranza davvero fuori tempo. Inoltre, questa versione subdola (dunque ancor più pericolosa) e appena un po’ corretta di quello spot vergognoso, già ritirato in passato che ricordiamo tutti, non ha niente di educativo neanche per i minori i quali “apprendono” una cultura, ripeto, di stampo culturale sessista e a dir poco retrogrado, un voluto modello culturale da perpetrare alle giovani generazioni: ai giovani e piccoli spettatori maschi si “insegna” come trattare il genere femminile. così come le giovani donne che trasversalmente apprendono, come vorrebbero certi ricchi signori, quale sarà il loro ruolo nel mondo, ridendo e scherzando: patate erano e patate rimarranno, l’associazione è d’obbligo. Non bastano i delitti continui a fermare questa cultura da mentecatti (una media di 120 donne uccise ogni anno) dobbiamo pure subirla in modo trasversale attraverso simili pubblicità che mantengono quegli stessi giornalisti che apparentemente si schierano contro la violenza di genere, ridicolmente e a volte anche un po’ al limite. Voglio anche segnalare questa intervista dell’imprenditore Alfredo Moratti, il cui nome e protagonismo Ë stato dedicato al prodotto menzionato di amica chips, apparsa in rete solo due giorni dopo una a mia puntuale segnalazione a la7 e ad alcuni organi preposti per conoscenza della cosa (Giulia Buongiorno, Ordine dei giornalisti). Nella video intervista pubblicata su questo sito che potete confrontare l’imprenditore di amica chips fa alcune affermazioni su questa stessa campagna pubblicitaria: “… Visto che la patatina non è un prodotto che serve ma è un prodotto banale, un prodotto di divertimento… e abbiamo capito benissimo…”. “Questa idea (di usare come testimonial Rocco Siffredi) è venuta ad una agenzia anni fa, io sono molto sincero… ero un po’ contrario perché collegare o andare in simbiosi con un prodotto alimentare ad un personaggio di questo tipo ci vuole coraggio…”. “… Stiamo ripetendo questa esperienza che speriamo sia positiva ma già dalle voci che si sentono in giro “spaccherà”…” A poco serve il commento “riparatorio” dell’azienda sulla propria pagina ufficiale facebook del 15 luglio di Alfredo’s is back (il giorno dopo una mia segnalazione via mail agli organi preposti) del testimonial Siffredi che esclama “Mi piacciono le patatine. E non è un doppio senso”; una pezza, ed evidentemente peggiore del buco. Inoltre troverete una serie di commenti negativi estrapolati dalla pagina ufficiale Facebook di Amica chips, con precise argomentazioni da parte di numerosissimi utenti a sfavore dello spot menzionato, messe ovviamente in secondo piano e strategicamente oscurate, con a ciascuno dei quali relativa risposta e giustificazioni inconsistenti, copia incollata e sempre identica, da parte dei gestori della medesima pagina.

Di seguito la risposta con il parere del Comitato di Controllo dell’Iap: La ringraziamo per la segnalazione. Desideriamo informarla che il Comitato di Controllo ha ritenuto che il telecomunicato in questione non presenti profili di contrasto con le norme del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale. L’organo di controllo ha verificato che la programmazione dello spot esclude la fascia oraria di protezione specifica per i minori, che per legge è quella compresa tra le 16:00 e le 19:00, nonché la diffusione in prossimità di programmi esplicitamente rivolti ai minori. È certamente lecito dubitare del buon gusto della scelta pubblicitaria operata dall’inserzionista. Tuttavia, non è attribuita al Giurì o al Comitato di Controllo la competenza di dover giudicare del cattivo gusto della comunicazione quando – come nel caso segnalato – non siano ritenuti violati i livelli di guardia posti dal Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale a tutela dei consumatori-cittadini e della pubblicità in generale, per ragioni attinenti al contenuto dei messaggi. Il caso pertanto è allo stato concluso.

La replica della lettrice. Gentili membri dello IAP, Non penso che un Consiglio direttivo (“l’organo che fissa le direttive generali dell’attività e formula ed aggiorna le norme del Codice”), composto da 18 uomini, su 24 membri, possa stabilire parametri su cosa sia lesivo per l’immagine della donna. Inoltre vi è un potenziale conflitto di interessi in quanto molti dei membri stessi rappresentano i committenti delle pubblicità da sdoganare. Saluto i membri dello IAP con un tributo alla loro “imparzialità”. Patrizia S.

SAPETE CHE IN AMERICA NON SI PUÒ PIÙ DIRE ''PET''. Camilla Tagliabue per il “Fatto quotidiano” il 22 giugno 2019. America, il Paese della libertà, ma non troppo: come il cinema, la tv e le università, anche l' editoria è minacciata dalla dittatura del politicamente corretto, che espunge dalla pagina tutto ciò che è considerato sconveniente. Così è capitato a Francesca Marciano, scrittrice e sceneggiatrice (già David di Donatello per Maledetto il giorno che t' ho incontrato di Carlo Verdone), che sta lavorando a una raccolta di racconti, in uscita nel 2020 con Penguin Random House.

Signora Marciano, le hanno censurato qualcosa?

«Indubbiamente c' è un incremento della vigilanza: in una similitudine in cui mi riferivo al canto dei gabbiani che risuonano come alla chiamata del muezzin, mi è stato chiesto di togliere il riferimento al muezzin e di evitare la parola moschea perché vanno usati con cautela. Altro esempio: uno dei personaggi di una festa si presenta vestito "con una gonna leopardata come Gloria Gaynor", nota cantante afroamericana. Bene, ho dovuto togliere il riferimento a lei perché l' idea che un uomo, per di più bianco, si travesta da nero è percepito come poco rispettoso. O ancora: parlo di un abito, una gonna indiana del Rajasthan. Mi è stato detto di non descriverla così perché si tratta di appropriazione culturale. È lo stesso problema che stanno affrontando stilisti e designer che si ispirano ad altre tradizioni (vedi Carolina Herrera, accusata dal segretario alla Cultura del Messico di aver copiato indebitamente i capi dei nativi americani). Tutto ciò che riguarda altre culture è inappropriato».

Il primo degli argomenti sensibili è la religione, soprattutto musulmana.

«Sì, insieme all' etnia e ad alcuni aggettivi come "grasso". Ma la parola inutilizzabile che più mi ha sconvolto è pet, animale domestico. Stupefatta, ho cercato su Google; un articolo consigliava addirittura il sinonimo: animal companion, compagno animale».

Cioè "pet" offenderebbe la dignità animale?

«Apparentemente è così; è chiaro che poi possiamo ignorarlo. Però qualcuno, più di uno in America, pensa che quell'espressione qualifichi l' animale come proprietà, mentre companion dà l' idea della convivenza con esso, senza specificare alcun padrone o possesso».

Dopo il #MeToo parlare di donne è più complicato?

«Io personalmente non mi sono mai imbattuta in censure su questo. Forse, inconsciamente, sono politicamente corretta in quanto donna: scherzo. Però mi è stato chiesto di modificare una frase in cui un uomo, che amava una ragazza più giovane, sognava di averla tutta per sé: in inglese il verbo own, possedere, è malvisto e fraintendibile. Sono vent' anni che scrivo per questo editore americano, e sempre con la stessa editor, che è molto più allarmata di un tempo. Il politicamente corretto rischia di trasformarsi in censura. Da parte degli artisti c' è la paura che chiunque possa distruggerti un lavoro se, anche un singolo dettaglio, viene considerato politicamente scorretto».

Ma a chi giova allora tutta questa correttezza?

«Io per prima credo nell' importanza e nel peso delle parole: eliminare le espressioni discriminatorie è un primo passo per estirpare le discriminazioni reali. Trovo inaccettabile nominare le persone in base alla loro nazionalità, come "il filippino", "la rumena" Dire "il bangla", per designare il negozio gestito da una persona del Bangladesh, è poco rispettoso, così come parlare di persone di colore o no. Però c' è un limite a tutto».

Chi stabilisce il limite etico? E a che diritto o titolo?

«Questo è il punto spinoso. In Italia però non siamo allo stesso livello di paranoia.

Ci arriveremo?

«No, non credo. Abbiamo un carattere diverso, siamo più tolleranti ed elastici».

Altri aneddoti censori?

«Una agente si è sentita rifiutare un manoscritto perché il protagonista era un misogino e quindi impubblicabile. Peccato che il romanzo fosse ambientato nel V secolo in Persia! Spesso c' è mancanza di cultura: tutto va contestualizzato; altrimenti rischiamo di cancellare la storia».

Il sesso resta un tabù? Penso agli amori loliteschi o alle minoranze Lgbt.

«C' è una politica di enorme rispetto per le minoranze. Ma il limite è sottile, oltre si sfocia nella bigotteria. I giovani, però, non si sorprendono delle censure: ci sono nati dentro».

A Hollywood, sul set, hanno introdotto la figura del "garante del sesso": c' è un corrispettivo nell' editoria?

«Non saprei: non credo che il problema sia il sesso in sé, ma la discriminazione o quello che è giudicato tale. Ad esempio, un bianco non può scrivere di un nero o di un messicano E si arriva al paradosso: noi scrittori dobbiamo inventare storie, ma solo quelle che riguardano noi stessi. Come se un uomo non potesse scrivere di donne: quindi cancelliamo Emma Bovary, Anna Karenina e gran parte della letteratura? È ridicolo, se non pericoloso».

Francesco Giubilei per Nicolaporro.it l'1 luglio 2019. Ci risiamo. Per l’ennesima volta scatta la censura rossa nei confronti di pensatori, giornalisti, professori, uomini di cultura non allineati al pensiero progressista, questa volta a farne le spese è Marco Gervasoni, professore di Storia contemporanea all’Università degli Studi del Molise, editorialista de Il Messaggero e volto noto del mondo conservatore italiano. Il gravissimo crimine di cui si è macchiato Gervasoni è aver espresso sul suo profilo Facebook una personale opinione sul caso Sea Watch scrivendo: “Ha ragione Giorgia Meloni la nave va affondata” per poi aggiungere provocatoriamente “quindi Sea watch bum bum, a meno che non si trovi un mezzo meno rumoroso”. Il post non è passato inosservato e ha suscitato la reazione di Loreto Tizzani, presidente dell’Anpi Molise, che ha definito le parole di Gervasoni indicative “di una visione del mondo e dei diritti umani a dir poco sconcertante” per poi aggiungere “ciò che li rende assolutamente vergognosi è il fatto che ad usarli sia un docente universitario, e per di più un docente di storia: la categoria cioè di coloro che avrebbero l’alto compito di educare le giovani generazioni instillando in loro conoscenza, competenza, etica. Senza dimenticare il rigore di analisi e di acquisizione di dati che dovrebbe costituire il necessario bagaglio operativo di chi si avvicini allo studio della storia”. L’attacco dell’Anpi nei confronti di Gervasoni è grave per due motivi: anzitutto perché vuole colpire le legittime opinioni personali di un professore espresse al di fuori del contesto universitario, in secondo luogo perché, se a esprimere opinioni politiche è un docente con idee progressiste (cosa che avviene quotidianamente), è considerato non solo giusto ma anche doveroso, se a farlo è un conservatore scatta la censura. Gervasoni non ha manifestato il suo pensiero sul caso Sea Watch all’interno di un’aula universitaria, in quel caso sarebbe stato giusto intervenire (anche se quando la politica viene portata nelle aule universitarie dai professori di sinistra nessuno dice nulla) ma lo ha fatto sui propri social network esprimendo un’opinione che si può non condividere, si può definire sopra le righe, ma rientra nell’ambito della normale dialettica democratica. Un “affronto” ritenuto sufficiente per mettere in discussione le sue capacità didattiche: “ci si chiede dunque cosa e come potrà insegnare ai propri studenti”. Non credo sia necessario conoscere il curriculum di Gervasoni per rendersi conto della sua preparazione, basterebbe leggere un qualsiasi suo libro o articolo ma la stessa attenzione dell’Anpi a indignarsi, chiedere dimissioni o licenziamenti, non viene dedicata a leggere e conoscere la produzione editoriale dei conservatori. Ci chiediamo cosa sarebbe accaduto se Gervasoni non fosse un professore ordinario ma un ricercatore o un associato? Per il semplice fatto di aver espresso un’opinione personale non allineata, ne avrebbe risentito la sua carriera accademica nell’ambito di una visione dell’università basata sul concetto di egemonia culturale della sinistra teorizzato da Gramsci che, come scrive lo stesso Gervasoni, sembra “avere come modello di libertà l’Urss”. Arriviamo così alla richiesta di provvedimenti contro Gervasoni: “comportamenti così gravi, soprattutto per i possibili effetti negativi sugli studenti dal punto di vista umano e didattico, siano adeguatamente valutati dall’Università”. Nelle Università italiane martoriate da occupazioni abusive, scandali sui concorsi e le nomine, strutture carenti e insufficienti, qualità della didattica sempre più bassa, il post di Gervasoni di certo non avrà nessun effetto dal punto di vista umano (!?) e didattico sugli studenti mentre da ormai molti anni le conseguenze di atteggiamenti censori sono devastanti per la libertà di pensiero di professori e studenti nelle università che alcuni non vorrebbero come un luogo di confronto, dialogo e scambio di opinioni ma di indottrinamento al pensiero unico.

«Incita al femminicidio». T-shirt in vendita al Carrefour scatena l’indignazione del Pd. Pubblicato sabato, 26 ottobre 2019 da Corriere.it. Ha scatenato le proteste del Pd e indignazione sui social una t-shirt in vendita da Carrefour. Sulla maglietta compaiono in un riquadro un uomo e una donna stilizzati in cui lei urla nell’orecchio di lui, e sotto la scritta “problem”. Nel riquadro accanto c’è solo l’uomo con il braccio teso perché ha cacciato la donna, buttata giù fuori dal riquadro a testa in giù e la scritta “solved”. Duro l’attacco della senatrice dem Monica Cirinnà che ha postato la foto della maglietta su Twitter attaccando duramente l’azienda. «Se una donna parla troppo, meglio liberarsene? Gravissimo, specie in un paese in cui la violenza contro le donne è notizia di ogni giorno . Chiariscano, o dovrò buttare la mia tessera» ha scritto Cirinnà. «È gravissimo che un’azienda produca magliette che incitano al femminicidio. Ancora più grave che una nota catena di supermercati si metta a disposizione per distribuirle», le ha fatto eco la senatrice Pd Valeria Fedeli. «Attrazione per idioti. Ma davvero succede al @CarrefourItalia?», ha commentato la cantante Paola Turci. Carrefour in una nota ha spiegato che «le due unità poste erroneamente in vendita in un unico punto vendita di Roma, appartengono a un lotto che non avrebbe dovuto essere commercializzato». La catena di supermercati ha anche fatto sapere che «a seguito della segnalazione ricevuta nella giornata di ieri tramite social, Carrefour Italia ha immediatamente provveduto al ritiro delle magliette e contemporaneamente avviato una indagine interna per comprendere le dinamiche dell’accaduto. In questo modo è stato immediatamente chiarito che quanto accaduto è un mero errore materiale nel rifornimento di quel singolo punto vendita». Carrefour Italia infine «si scusa con tutti coloro che si sono sentiti offesi dai contenuti della maglietta», contraria ai «principi di inclusione e rispetto» che l’azienda promuove sul territorio italiano.

Violenza sulle donne, maglietta shock da Carrefour: "La ritirino, incita al femminicidio". La replica: un errore. Sulla t-shirt si vede una donna che precipita spinta da un uomo, dopo una discussione. E si legge la scritta "problema risolto". La protesta del Pd. Fedeli: "Deve essere subito bloccata e ritirata dal mercato". Cirinnà: "L'azienda sposa questo messaggio?". La risposta della società: "Avevamo già tolto dal mercato quelle maglie, indagheremo su quanto accaduto". La Repubblica il 26 ottobre 2019. Due figure stilizzate: un uomo e una donna. Discutono (si vede lei che parla animatamente). Poi la donna precipita, evidentemente spinta da lui, che ha il braccio teso. E sotto si legge l'incredibile scritta in inglese: problem solved, problema risolto. Tutto questo disegnato su una maglietta azzurra in vendita nei supermercati Carrefour. A far esplodere il caso - provocando poi le scuse dell'azienda - sono alcune parlamentari del Partito democratico. Monica Cirinnà, incredula, posta la foto della maglietta. E twitta: "Ho appena visto questa maglietta in vendita al Carrefour. Se una donna parla troppo, meglio liberarsene? L'azienda sposa questo messaggio? Gravissimo, specie in un paese in cui la violenza contro le donne è notizia di ogni giorno. Chiariscano, o dovrò buttare la mia tessera". Dure critiche dalla ministra della Famiglia Elena Bonetti. Che in un post su Facebook scrive: "Magliette come questa sono purtroppo ovunque in vendita nel web, in Italia e non solo, a testimonianza di una cultura inaccettabile e dilagante di violenza sulle donne. È una battaglia difficile che vinceremo solo se sapremo affrontarla insieme, in prima persona. Il cambiamento sta a noi, nelle nostre parole, nei gesti. E anche nei nostri acquisti". Interviene anche la senatrice dem Valeria Fedeli, capogruppo in commissione diritti umani. "È gravissimo che un'azienda produca magliette che incitano al femminicidio. Ancora più grave che una nota catena di supermercati si metta a disposizione per distribuirle". E ricorda: "In un Paese dove ogni 72 ore una donna viene uccisa, la mercificazione di una tragedia di queste dimensioni è un fatto intollerabile". Infine chiede l'immediato stop alla vendita e alla produzione: "L'azienda Skytshirt fermi subito la produzione e Carrefour Italia ritiri immediatamente il prodotto dai propri negozi". E Valeria Valente, presidente della Commissione femminicidio: "Vi pare normale che in un Paese dove viene uccisa 1 donna ogni 2 giorni si possa mettere in vendita una t-shirt del genere?". "La questione è culturale e investe chiunque, aziende comprese", dice Francesco Laforgia di Leu. Per Laura Boldrini la maglietta è "vergognosa". La parlamentare dem ringrazia "tutte le persone che si sono mobilitate per farla ritirare". Cinzia Leone (M5S) chiede che "episodi del genere non si ripetano più". Mentre la Casa internazionale delle donne invita a mandare una mail di protesta alla catena di supermercati per ottenere il ritiro del prodotto.

La replica dell'azienda: "È stato un errore". E Carrefour - contattata da Repubblica - fa sapere che erano state messe in vendita solo due di quelle magliette in un unico supermercato a Roma e per un errore, perché quel prodotto era già stato ritirato mesi fa. E aggiunge che è stata avviata un'indagine interna per capire come mai siano state esposte quelle due t-shirt, comunque ritirate già ieri dopo una segnalazione sui social. "Per noi - si legge poi in una nota - l'impegno contro la violenza sulle donne è un valore centrale, come testimoniano numerose iniziative a sostegno di organizzazioni no profit impegnate su questi temi".

Stefano Rizzuti per fanpage.it il 26 ottobre 2019. Sulla maglietta sono ritratti un uomo e una donna. Nel primo riquadro i due discutono animatamente e lei sembra urlare. Nel secondo riquadro, invece, lei non c’è più, probabilmente buttata giù dall’uomo che sembra averla spinta. La maglietta, in vendita al Carrefour, è al centro delle polemiche politiche, scatenate dalla senatrice del Pd, Monica Cirinnà, che ha condiviso una foto della t-shirt su Twitter. Nella maglietta blu si legge nel primo riquadro la scritta ‘problem’, nel secondo la scritta ‘solved’, quando la figura femminile viene spinta giù dall’uomo. A far partire la polemica, come detto, è Monica Cirinnà: “Ho appena visto questa maglietta in vendita al Carrefour. Se una donna parla troppo, meglio liberarsene? L’azienda sposa questo messaggio? Gravissimo, specie in un paese in cui la violenza contro le donne è notizia di ogni giorno. Chiariscano, o dovrò buttare la mia tessera”. Alle proteste della senatrice Pd seguono quelle di Valeria Fedeli, ex ministro dell’Istruzione e senatrice dem: “È gravissimo che un'azienda produca magliette che incitano al femminicidio. Ancora più grave che una nota catena di supermercati si metta a disposizione per distribuirle. In un Paese dove ogni 72 ore una donna viene uccisa, la mercificazione di una tragedia di queste dimensioni è un fatto intollerabile. L’azienda Skytshirt fermi subito la produzione e Carrefour Italia ritiri immediatamente il prodotto dai propri negozi”. Si unisce alle critiche anche Valeria Valente, presidente della commissione Femminicidio: “Vi pare normale che in un Paese dove viene uccisa 1 donna ogni 2 giorni si possa mettere in vendita una t-shirt del genere? La violenza contro le donne vive una vera e propria escalation: basta con questi attacchi sessisti, tanto più subdoli perché mascherati da una macabra ironia”, scrive su Twitter postando la foto della maglietta. Sempre dal Pd, commenta anche Alessia Morani: “Al Carrefour vendono questa maglietta. Io credo sia una vergogna in un paese in cui il femminicidio è un dramma. Mi auguro che immediatamente venga ritirata dalla vendita”.

 Azzurra Barbuto per “Libero quotidiano” il 28 ottobre 2019. "Ho una figlia bellissima, ma anche una pistola, una pala e un alibi perfetto", "ti avevamo detto di prendere un mojito e non un marito", "frequento solo gente per bere", "salva un maiale, mangia un vegano", "a mali estremi, bevi e rimedi", "ogni uomo ha il diritto di fare quello che vuole lei". Sono alcune delle frasi che appaiono stampate sulle magliette in vendita sia online che in numerosi negozi della penisola. Le compriamo, le sfoggiamo, ci suscitano una risata, eppure mai nessuno si è sognato di fare il processo ad una di queste t-shirt accusandola di incitare all' omicidio, o all' alcolismo, o alla violenza. L' unica vera e indiscutibile colpa di simili indumenti è che risultano di cattivo gusto e non andrebbero indossati neanche come pigiama, quantunque si vada a letto da soli o al massimo in compagnia del proprio gatto. Tuttavia, tacciare chi li veste, li produce o li vende di esortare al femminicidio più che da malpensanti è da folli. Come può infatti una scritta demenziale impressa sul cotone istigare al compimento di un brutale assassinio?

LA FURIA DELLA CIRINNÀ. È bastato che la senatrice del Pd Monica Cirinnà postasse su Twitter la fotografia della maglia inquisita, in cui appare un omino che spinge una sagoma femminile che gli urla nell' orecchio, perché deflagrasse l' ennesima polemica di stampo sessista. Cirinnà scorge insulti al gentil sesso persino mentre spinge il carrello al supermercato e si imbatte in un prodotto che peraltro ha il suo corrispettivo al femminile: una sposa che si libera dello sposo con uno spintone e la frase "problema risolto". Dovremmo forse ritenere che tale vignetta rappresenti un invito rivolto alle mogli a fare fuori i mariti? O si tratta piuttosto di una asserzione ironica, mirante a strappare una risata? Non è plausibile pensare che la signora insoddisfatta della sua vita coniugale una volta intravista la maglietta in questione torni a casa e accoltelli il coniuge, poiché indotta alla realizzazione del delitto da una specie di straccetto demoniaco. Se ammettessimo codesta circostanza, un domani potremmo ritrovarci un imputato per omicidio che giustifica il suo atto tirando in ballo una t-shirt innocente pescata sul bancone del mercato, come se egli non avesse avuto capacità di intendere e di volere, come se non fosse un soggetto in grado di discernere e di riconoscere il sarcasmo, eccellente o pessimo che sia, secondo i gusti personali, dal momento che ciò che diverte me non per forza deve divertire anche te.

PRETESE ASSURDE. Siamo alle solite, insomma. Il neo-femminismo lagnoso, che mira a fare delle donne vittime perfette del sistema, della società, degli uomini, seguita a cogliere ogni fantomatica pretesa per piagnucolare, per additare qualcuno, per prendersela e dirsi offeso, anzi oltraggiato. Questo tipo di femminismo è un insulto a tutto il nostro genere. Dovremmo essere innanzitutto noi ad emanciparci dal ruolo di martiri. Tuttavia, sembra che ci piaccia, e pure tanto. Dovremmo chiedere di essere trattate come gli uomini, né meglio né peggio, eppure noi davanti alla maglietta del Carrefour ci stracciamo le vesti, i maschi invece se leggono la scritta "meglio un moijto che un marito" si fanno una risata. Qualche giorno fa ha suscitato un pandemonio un titolo di Repubblica sul web: "Prima passeggiata al femminile per le due astronaute della Iss". Gli utenti si sono proclamati indignati dal maschilismo dei giornalisti, i quali hanno soltanto riportato una notizia, ossia che per la prima volta nella storia due donne, Christina Koch e Jessica Meir, si sono avventurate nello spazio senza colleghi maschi (rimasti a guardare), uscendo dalla stazione spaziale internazionale per un intervento tecnico alle batterie durato 7 ore e 17 minuti. Non era accaduto prima per la mancanza di tute e protezioni delle taglie adeguate. Persino la Nasa ha festeggiato l' evento definendolo "HERstory", ossia "storia di lei". Intanto, dall' altra parte dell' oceano Atlantico, ovvero in Italia, si deplorava la fallocrazia di Repubblica nei confronti delle misere astronaute maltrattate.

Marco Pasqua per il Messaggero il 28 ottobre 2019. «La famiglia è uomo e donna. Si chiama normalità». E' uno dei commenti firmati, oggi, su Facebook, dal social media manager della Federazione pugilistica italiana. Commenti venuti all'attenzione del Gay Center, che, con il suo portavoce chiede l'intervento del ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora. Postando un articolo del "Primato nazionale", di fatto house organ di Casapound (che titola "La Consulta boccia l'omogenitorialità: le coppie gay non sono famiglie"), l'addetto-giornalista della Federazione pugilistica, sul suo profilo Facebook,: "Attaccateve a stoc...". E, ancora: «A un bambino servono una madre e un padre. Io non discrimino nessuno, ma sono contro la società del "è bono tutto". Saluti romani». «E' indegno che un dipendente di un ente pubblico possa usare espressioni di questo tipo - dice il portavoce del Gay Center, Fabrizio Marrazzo - offendendo, tra l'altro, le famiglie Glbt e le persone omosessuali. Chiediamo al ministro Spadafora, che è da sempre attento al tema anche in quanto ex Sottosegretario alle Pari opportunità, di intervenire contro queste affermazioni e valutando la rimozione di questo dipendente dal suo incarico. Commenti di questo tipo non sono tollerabili».

L'intervento di Vittorio Lai, presidente Fpi. «Abbiamo appreso - scrive Lai in una nota - da un comunicato stampa diffuso in tarda serata di un post attribuito a un nostro dipendente che contempla affermazioni discriminanti e a tratti anche offensive nei riguardi di chi vive la propria condizione umana nel pieno consesso civile. Nel rappresentare l’intera Federazione, atleti e dirigenti in qualità di presidente della FPI e unitamente a tutto il mondo pugilistico italiano prendo nettamente e con decisione le distanze da tali affermazioni e soprattutto da tali comportamenti discriminatori. Preciso che la Federazione Pugilistica Italiana è da sempre impegnata con testimonianze e attività di sensibilizzazione a tutela della famiglia e dei valori umani di tutti. Da sempre abbiamo messo in atto campagne sociali a favore dell’integrazione, a favore della difesa delle donne, a tutela delle vittime di ogni violenza, anche psicologica. Nei confronti del bullismo e del cyberbullismo realizziamo con periodicità incontri, dibattiti con testimonial di grande spessore. Non possiamo sentirci coinvolti in dichiarazioni personali che non appartengono alla mission di questa Federazione e del Pugilato. Valuteremo immediatamente la posizione del nostro dipendente e prenderemo i provvedimenti più opportuni. Sia ben chiaro, infine, che questo accadimento non frenerà le nostre campagne sociali nel processo di divulgazione dei valori e principi che sono alla base della nostra disciplina.

 “Donne in vetrina per rilanciare turismo”.  La proposta shock del consigliere leghista. Pubblicato venerdì, 20 settembre 2019 da Corriere.it. Durante l’esternazione, in commissione Sviluppo economico del consiglio regionale, c’è chi ha pensato a uno scherzo di pessimo gusto. Ma quando Roberto Salvini, esponente pisano della Lega, già sindacalista alla Piaggio di Pontedera ed ex fondatore del partito dei cacciatori, ha ripetuto più volte che per rilanciare il turismo termale ci vogliono anche le «donne in vetrina» come fanno in Olando e in altri paesi dell’Ue, è scoppiato il putiferio. O meglio le polemiche sono esplose poco dopo quando i consiglieri e le consigliere hanno riascoltato le parole del collega immortalate anche in un video pubblicato su Facebook dalla vice capogruppo in consiglio regionale del Pd, Monia Monni che ha detto di essere «indignata e disgustata» per la proposta della Lega. L’esternazione di Salvini, ascoltata prima delle contestazioni da un silenzio glaciale, descrive in gergo toscano che cosa cerca il villeggiante medio. «Un “briaone” (ubriaco fradicio ndr) va a cercare la cantina – spiega il leghista – ma non c’è solo il “briaone”, c’è anche altra gente che cerca altre cose». Che cosa? Semplice le donne in vetrina, come in Olanda. «Ce lo vogliamo togliere il prosciutto dagli occhi – esorta il Salvini pisano -. Io sono stato vent’anni alle fiere in Germania, in Francia in Austria. Troviamo anche noi le donne da mettere in vetrina. Come si sfruttano le terme? Gioco e…». A questo punto iniziano le prime contestazioni. Ma Salvini non fa marcia indietro. «Non facciamo i benpensanti. Che cosa è Firenze sui viali? E Montecatini? E Viareggio?». Le reazioni contro la proposta di Roberto Salvini sono durissime. E non soltanto da parte dell’opposizione, delle associazioni delle donne e dei singoli cittadini indignati, ma anche dalla Lega. Che prima diffonde una nota nella quale scrive di prendere le distanze «dai contenuti e dai toni del consigliere che ha parlato esclusivamente a titolo personale», poi per bocca del commissario leghista Daniele Belotti annuncia di aver dato mandato alla capogruppo leghista Elisa Montemagni di sospendere il consigliere Salvini. Nella nota, diffusa in mattinata, la Lega scriveva di essere «in prima linea per difendere dignità e diritti della donna, sotto tutti i punti di vista, familiare, sociale e lavorativo». «Il consigliere regionale – continua la nota - è fuori linea anche sulla legalizzazione della prostituzione. Siamo a favore della riapertura delle case chiuse, ma guardiamo al modello svizzero ed austriaco, quindi senza vetrine, col chiaro scopo di garantire più sicurezza nelle nostre città, eliminare il degrado nelle aree teatro di prostituzione da strada, stroncare radicalmente l’indegno sfruttamento delle donne da parte di organizzazioni criminali, prevenire malattie a trasmissione sessuale e far emergere l’enorme ed incontrollata evasione fiscale, garantendo, in tal modo, entrate tributarie miliardarie per lo stato italiano».

Dall'articolo di La Repubblica il 20 settembre 2019. (…) "È fortunata, perché è sopravvissuta, tante donne vengono uccise", dice Vespa. E aggiunge: "Se avesse voluto ucciderla l’avrebbe uccisa".  Parole che potrebbero essere intese come se l'aggressore si fosse voluto fermare in tempo, mentre dal racconto di Lucia appare chiaro che l'omicidio non c'è stato perchè con la forza della disperazione lei riesce a scappare. "Il tono dell’intervistatore tra risolini, negazioni, battutine è semplicemente intollerabile. Questo non è giornalismo, questa è spazzatura", scrive l'associazione "Non Una Di Meno". "Mi vergogno profondamente che non siano stati ancora presi provvedimenti per questa intervista indegna. Vespa ha offeso tutte le donne vittime di violenza, che vivono in un paese misogino, sessista e patriarcale", attacca su Facebook Beatrice Brignone, segretaria di Possibile. "Siamo nel 2019 e ancora dobbiamo assistere alla colpevolizzazione delle vittime, come nei processi di 50 anni fa, con l'aggravante che tutto questo accade in televisione e attraverso un servizio pubblico, che noi cittadini paghiamo", commenta un altro utente. Aggiunge "Lettera Donna": "Quando Lucia descrive la sua relazione con Fabbri come "poco più che un flirt", Vespa chiosa: "Diciotto mesi sono un bel flirtino però, eh". Poi mostra le immagini della donna pestata dopo l’aggressione: "Certo che l’aveva ridotta piuttosto male, ma posso chiederle di cosa si era innamorata?". "Ma era così follemente innamorato di lei da non volerla dividere con nessuno se non con la morte?". Vespa ha però scelto di replicare alla ricostruzione: “Sono sorpreso e indignato - ha affermato il giornalista - da alcune reazioni alla mia intervista di ieri sera alla signora Lucia Panigalli. Se c'è una trasmissione che dalle sue origini si è fatta portavoce della tutela fisica e morale delle donne vittime di violenza questa è Porta a porta. Abbiamo invitato la signora proprio perché il suo caso è clamoroso e allo stato la legislazione non è in grado di proteggerla in maniera adeguata. È gravissimo che si voglia estrapolare una frase da un dialogo complessivo di grande solidarietà e rispetto. La risposta migliore a queste calunnie sono i ringraziamenti che abbiamo ricevuto dalla signora e dal suo avvocato”. La Rai ha anche fatto sapere che l’avvocato Giacomo Forlani, legale della signora Panigalli, "ha ringraziato Bruno Vespa per la sensibilità mostrata nei confronti di un caso umano. La frase su cui si sono concentrate le speculazioni, per le quali si è immediatamente scusato, è frutto di un’affermazione assolutamente involontaria, pronunciata nel contesto di una serata dedicata alla difesa delle donne".

Giovanna Vitale per “la Repubblica” il 20 settembre 2019. «È fortunata, perché è sopravvissuta, tante donne vengono uccise». È una delle frasi su cui è scivolato Bruno Vespa nel corso dell' intervista a una donna vittima di tentato femminicidio, trasmessa martedì scorso su Rai1. Alle proteste di Fnsi e Usigrai, si è aggiunto ieri l'Ordine dei giornalisti: «In seguito alla segnalazione di una privata cittadina», il conduttore sarà ora «sottoposto al rituale procedimento disciplinare». Sulle barricate pure la politica. Il M5S annuncia un esposto all' Agcom, Leu in Vigilanza. Tanto da costringere l' ad di Viale Mazzini a stigmatizzare l' accaduto. «Condivido la forte contrarietà suscitata dai toni dell' intervista», precisa Fabrizio Salini in serata, «considero la difesa e la tutela dei diritti delle donne un principio imprescindibile e indiscutibile della Rai, su cui non sono mai tollerabili equivoci». Parole che fanno trapelare tutta l' irritazione per la leggerezza con cui troppo spesso la tv pubblica tratta la cronaca nera. «La Rai e tutte le sue strutture - a cominciare da Porta a Porta - devono aderire alla linea editoriale dell' azienda che condanna fermamente la violenza», avverte Salini. Era stata la stessa vittima, Lucia Panigalli, a confessare all' Ansa tutto il suo disagio per il trattamento riservatole. Maturato a mente fredda. «Mi hanno profondamente offesa il tono e i modi usati da Vespa nel corso della trasmissione. Mi sento offesa anche a nome di tutte le donne che non sono state "fortunate" come me». Parole che, dopo una prima ondata di polemiche, scatenano la condanna delle Commissioni pari opportunità della Fnsi. Che insieme all' Usigrai si chiede «come sia possibile che la Rai tolleri una tale, distorta, tossica rappresentazione della violenza contro le donne», in «palese violazione del contratto di servizio » e del codice deontologico.

Identico il giudizio della politica. «Su temi così delicati e sulla sofferenza delle persone, quelli che svolgono il difficile compito di informare devono avere la massima attenzione e delicatezza», dice la vicepresidente M5S della Camera Maria Edera Spadoni. Mentre la dem Valeria Valente, presidente della Commissione d' inchiesta sul femminicido, esorta: «L' intervista è stata gestita male. È arrivato il momento di richiamare i giornalisti ai valori contenuti nel Manifesto di Venezia, la carta per la corretta informazione sulla violenza di genere che la Fnsi ha varato due anni fa». Ma Vespa si difende: «Credo sia la prima volta in assoluto che un giornalista viene criminalizzato a causa di una trasmissione per la quale viene al tempo stesso ringraziato dall' avvocato della sua presunta vittima». A cui rinfaccia: «Alla fine della trasmissione la signora Panigalli mi ha ringraziato con molta cordialità».

Da "il Giornale" il 20 settembre 2019. «Mi sono dimesso il 23 gennaio 2016 dalla Federazione nazionale della stampa per il carattere violento, pretestuoso e settario delle sue polemiche nei miei confronti. Il mio giudizio si rafforza alla luce dell' incredibile dichiarazione di oggi. Credo sia la prima volta in assoluto che un giornalista viene criminalizzato a causa di una trasmissione per la quale viene al tempo stesso ringraziato dall'avvocato della sua presunta vittima».

La solita ghigliottina del politicamente corretto cala su Artsmedia. Marco Lomonaco il 18/07/2019 su Il Giornale Off. “Non posso stare senza la Fi”. Anche alle donne piace la Fi”. Sono queste alcune delle frasi usate dall’agenzia Artsmedia per la campagna di comunicazione social della Fidelis Andria, squadra di calcio militante in serie D, per lanciare gli abbonamenti alla prossima stagione. Peccato che, dopo poco tempo dal lancio della campagna, è scattata la mordacchia anti-sessista di certi giornali che non si sono astenuti dai soliti commenti di circostanza. Di seguito le parole della presidente del CAV (Centro Anti Violenza) Patrizia Lomuscio comparse in un commento al post della Fidelis targato Arsmedia: “Ho chiesto immediatamente alla società di cambiare la pubblicità, altrimenti mi vedrò costretta, in qualità di presidente del centro antiviolenza ma anche donna, tifosa da anni, a segnalare alle autorità competenti. Non mi sento rappresentata da questo tipo di pubblicità”. L’agenzia però, come ovvio, non voleva offendere nessuno e a passare per sessista non ci sta. Il CEO di Artsmedia Giuseppe Inchingolo ha infatti precisato in mattinata al Giornale OFF che: “Le immagini con la scritta ‘Non posso stare senza la Fidelis’ o ‘Anche alle donne piace la Fidelis” sono state volutamente tagliate perché l’idea dietro la campagna è che l’amore per la squadra sia talmente grande da non poter essere contenuto in un post social”. Facendo questo, come quando un immagine da caricare sui social risulta troppo grande per essere contenuta nel rettangolo o nel quadrato a disposizione, risulta sformata o addirittura, come in questo caso, tagliata. “L’invito che la campagna di comunicazione fa è il seguente – precisa Inchingolo – Uscire dai social, che non possono contenere l’amore per la Fidelis, e andare allo stadio a tifare!”. Un amore così grande non può essere contenuto nei social, non per niente l’hashtag della campagna abbonamenti 2019/2020 è #amoresenzafine. Ora, sarà forse perché Artsmedia collabora fra gli altri con Luca Morisi, spin doctor di Matteo Salvini, nella comunicazione leghista che la loro campagna per la Fidelis Andria è stata bollata da subito come sessista a causa di un gioco di parole? Il sospetto è più che legittimo a questo punto, viste le ampie spiegazioni che l’agenzia ha fornito alla stampa in seguito alla polemica. Polemica che per altro, non esiste, come non esiste sessismo in questo caso: ad esistere piuttosto è una campagna di marketing e un gioco di parole a supportarla. Ma se anche ci fosse l’intento di “giocare” con le parole: c’è qualcosa di sbagliato nel riconoscere tramite un post, un pubblico omosessuale femminile ad una squadra di calcio? O l’amore per il calcio è prerogativa solo di alcune categorie di persone?. Assolutamente no. Quindi se anche ci fosse stata la volontà di giocare su questi aspetti, che cosa ci sarebbe di male? Forse l’unica cosa inquietante di tutta questa storia è che la mannaia dell’anti sessismo è calata ancora una volta su chi non rientra nei canoni belli ed educati del politicamente corretto, su professionisti che sanno fare il loro lavoro e, non per niente, partecipano alla campagna del primo partito Italiano.

Velletri, il paese che "boldrinizza" il linguaggio. La giunta di Velletri approva un provvedimento "boldriniano" che mette al bando il linguaggio sessista dalla modulistica e dalle comunicazioni ufficiali. Fratelli d'Italia: "Di questo passo cambieranno anche l'inno nazionale". Elena Barlozzari e Alessandra Benigenetti, Giovedì 18/07/2019 su Il Giornale. “Sindaco, sindaca? A me non importa, quello che conta è che sia una persona per bene”. La signora che abbiamo davanti, una velletrana doc che porta sul viso i segni dell’esperienza, proprio non riesce a capire quale sia il problema. “È nel linguaggio signora”, proviamo a rilanciare. Nulla, ci guarda disorientata, scrolla le spalle e si congeda con un sorriso. Difficile spiegare, soprattutto agli over sessanta, quello che sta succedendo in città. Una vera e propria rivoluzione linguistica con cui, prossimamente, dovranno fare i conti tutti i cittadini (anzi, meglio dire gli individui, per non far torto a nessuno) che si troveranno a dialogare con l’amministrazione locale. Sarà allora che si accorgeranno dei cambiamenti introdotti dalla delibera di giunta di Velletri approvata lo scorso lunedì. Un provvedimento dal sapore “boldriniano” che mette al bando il linguaggio sessista dalla modulistica e dalle comunicazioni ufficiali. “Il linguaggio – si legge nelle premesse – rappresenta uno strumento fondamentale per diffondere una cultura paritaria”. Alla classica (e un po’ cacofonica) declinazione di qualifiche professionali ed incarichi istituzionali al femminile (la sindaca, l’assessora, l’architetta, la medica e via dicendo) si accompagnano anche altre novità. “Leggendo le linee guida balzano all’occhio delle trovate tragicomiche”, spiega Chiara Ercoli, consigliera comunale di Fratelli d’Italia con una discreta allergia per le quote rosa. “Noi donne non abbiamo bisogno della corsia preferenziale”, mette subito le mani avanti. Ecco allora qualche esempio di “linguaggio rispettoso dell’identità di genere”: evitare l’uso delle parole uomo e uomini in senso universale, meglio scrivere “diritti dell’umanità” piuttosto che dell’uomo; parlando di popoli, invece, la formula consigliata è, ad esempio, “il popolo romano” anziché “i romani”; per quanto riguarda la coppia oppositiva “uomo/donna” la nuova regola è quella di dare la precedenza al femminile. Ma non finisce qui. Dalla modulistica comunale spariranno anche parole di uso comune che, mettono in guardia gli estensori della delibera, celerebbero in realtà stereotipi e pregiudizi sessisti. Tra queste spiccano “signorina”, perché identificare una donna rispetto al proprio stato civile sarebbe discriminante, ed anche “fraternità, fratellanza e paternità” quando si riferiscono ad entrambi i generi. Se la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha definito gli accorgimenti lessicali alla stregua di una “criminalizzazione dell’uomo”, la Ercoli si domanda: “Per presentarci alle prossime elezioni, noi di Fratelli d’Italia dovremo cambiare il nome?”. “Di questo passo – rilancia – sostituiranno l’inno nazionale con la Traviata”. Dubbi legittimi in quest’epoca di cambiamenti. “Dite alla Ercoli di non preoccuparsi – ribatte il sindaco dem Orlando Pocci – nessuno ha delle simili pretese”. Lui, in realtà, il giorno dell’approvazione della delibera non c’era neppure, e nel palazzo qualcuno sussurra che non ne sposi a pieno i contenuti. “La mia assenza – smentisce – non significa che io non condivida la delibera, se poi in fase di applicazione emergeranno delle storture siamo pronti a rivederla, niente è immodificabile, solo il Vangelo”. Tanto clamore per nulla, insomma. E poi, si smarca, “abbiamo solamente anticipato la direttiva della Bongiorno”. Il riferimento è al provvedimento siglato dal ministro della Pubblica Amministrazione e dal sottosegretario con delega alle Pari Opportunità Vincenzo Spadafora, che dispone di “utilizzare in tutti i documenti di lavoro termini non discriminatori”. “Le parole sono importanti, soprattutto nell’epoca dei social-network, dove persino esponenti politici di primo piano come il ministro Salvini utilizzano un linguaggio palesemente discriminatorio”, aggiunge Sara Solinas, presidente della commissione Pari Opportunità del Comune di Velletri, richiamando quel “sbruffoncella” usato dal numero uno del Viminale per apostrofare Carola Rackete. Per lei il decalogo anti-sessista è un passo in avanti verso l’inclusione delle donne nel mondo del lavoro. E, in fondo, si difende: “Dire diritti dell’umanità non stravolge nemmeno troppo la lingua comune”.

 “IO CE L’HO PROFUMATO”. Alessandro Gonzato per “Libero Quotidiano” l'1 luglio 2019. È uno scandalo! Razzisti! Sessisti! Ma ve le immaginate le reazioni delle anime belle della Sinistra se alcuni mitici spot televisivi del passato venissero messi in onda oggi? Negli anni '80 e '90 ce n' erano di formidabili: erano incisivi, semplici ma per questo molto efficaci. Si trattava di gag legate alla réclame. Altri tempi, altra tivù. Ora i politici di Sinistra, soprattutto certe signore di quella sponda, farebbero a gara per farli bloccare. L' Agcom, l' autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni, sarebbe presa d' assalto.

Come potrebbero non gridare allo scandalo, le finte perbeniste, di fronte allo spot delle caramelle Mental? «Io ce l' ho profumato» diceva un signore meridionale vestito di tutto punto voltandosi verso una donna imbarazzata. «L' alito...», chiariva l' uomo, «ce l' ho profumato con Mental. Perché Mental profuma l' alito... E che avevi capito?». L' onorevole di turno, meglio se con qualche alta carica della Repubblica, come minimo presenterebbe un' interrogazione parlamentare per chiedere conto al ministro competente di questa gravissima offesa alla dignità delle donne.

Non la passerebbero liscia nemmeno gli autori dello spot dello spazzolino Rapident, in cui una piacente signora accettava di farsi mordere il collo dal Conte Dracula solo dopo che questi si era lavato i denti accuratamente: ah, la violenza sulle donne! E quelle casalinghe che si facevano in quattro per pulire il bagno con Mastrolindo? No, quello era schiavismo.

Oggi si scatenerebbe un putiferio. Assisteremmo a una ridda di dichiarazioni al vetriolo, fioccherebbero i comunicati stampa: basta svilire il ruolo della donna! Che la doccia e la vasca da bagno se la puliscano gli uomini! Chi non ricorda la pubblicità dei preservativi Control? «Di chi è questo?» chiedeva un corrucciato professore che entrando in aula ne aveva trovato una confezione sul pavimento. «È mio», «è mio», «è mio», rispondevano uno dopo l' altro studenti e studentesse. Svergognati!

I paladini e le paladine radical chic avrebbero di che indignarsi a vanvera anche sul fronte razzismo, dicevamo. Nino Manfredi, a lungo testimonial della Lavazza, sfotteva gli aborigeni che dicevamo «Labazza», con la "b". Gli omoni neri con l' anello al naso lo perseguitavano in salotto, in giardino, erano dappertutto e gli fregavano sempre la tazzina di caffè.

Lui gli faceva il verso: è del tutto evidente che oggi qualche mente eccelsa darebbe dell' intollerante al compianto attore. E lo spot dei cioccolatini Sperlari? I magi, in attesa della nascita di Gesù, nella loro tenda ne mangiavano uno dopo l' altro fino a finirli. E dunque cosa portare al bambinello? Trovata geniale di Baldassare, quello nero: «Mazzo di fiori!». Ci sembra di sentirli i tromboni di sinistra: «È una vergogna sfottere i venditori di rose! Fermate questa pubblicità xenofoba!».

C' era poi la coppia italiana, marito e moglie, che viaggiava a bordo di un autobus scalcinato, tra beduini e capre, guidato da un africano: «Turista fai da te?» gli chiedeva il conducente africano. «No Alpitour? Ahi ahi ahi!».

Qualcuno di sicuro avrebbe da ridire anche sull' omino delle caramelle Tabù (era un fumetto tutto nero coi guanti bianchi) che alla fine dello spot, per reclamizzare la variante del confetto, se ne usciva canticchiando: «Ta-ta, ta-tabù, anche bianco...».

La bellissima Kelly Hu, conosciuta come Kaori, nello spot del formaggio Philadelphia, non faceva che dire: «Poco, poco», «tanto, tanto»: insomma, la giapponesina veniva derisa da quei razzistacci dei padroni di casa dove lei prestava servizio. Se torniamo ancora più indietro negli anni è impossibile non pensare a Calimero e al suo «Ava come lava». Il simpatico pulcino, rivolgendosi a una giovane che faceva il bucato diceva: «Non trovo la mia mamma perché sono piccolo e nero». La risposta, oggi, provocherebbe un terremoto: «Tu non sei nero, sei solo sporco». La ragazza lavava Calimero con Ava, e lui ne usciva di un bianco abbagliante.

·         Comandano loro!

Marta Cartabia è la presidente della Corte Costituzionale, la prima volta di una donna. Pubblicato mercoledì, 11 dicembre 2019 su Corriere.it da Giovanni Bianconi e Sabino Cassese. Ha 56 anni, da otto alla Consulta: era vicepresidente di Giorgio Lattanzi. Con l’elezione del nuovo presidente della Corte costituzionale, avvenuta stamattina, comincia una nuova stagione al palazzo della Consulta. Il nome designato dai 14 giudici (lei ha lasciato la scheda bianca), dopo essere circolato con tanta insistenza, è stato quello di Marta Cartabia, attuale vicepresidente, 56 anni, da otto alla Consulta. Sarà la prima donna a sedere sullo scranno più alto della Corte, quarta carica dello Stato, un segnale storico. Giorgio Lattanzi, ormai ex presidente, ha lasciato il palazzo lunedì dopo nove anni di permanenza (e oltre due di presidenza), sostituito dal giudice Stefano Petitti. Le alternative maschili erano gli altri due vicepresidenti: Aldo Carosi, che ha la sua stessa anzianità di giudice costituzionale (sia a lui che a Cartabia restano dove mesi) e Mario Morelli, in scadenza di mandato a novembre 2020. La continuità con la gestione Lattanzi sarà la conseguenza di un’impronta data dal presidente emerito divenuta pressoché indelebile, oltre che largamente condivisa tra i giudici. Non solo per le significative pronunce in tema di diritti che hanno segnato la giurisprudenza costituzionale (tra le più recenti quelle sul fine vita e sul cosiddetto ergastolo ostativo), ma per l’apertura che la stessa Corte ha voluto fare verso l’esterno. Un allargamento di visuale andata oltre il palazzo della Consulta, estendendosi alla società su cui le decisioni dei giudici hanno riflessi concreti. I “viaggi” nelle scuole e nelle carceri sono l’emblema concreto di un coinvolgimento nella realtà del Paese dal quale difficilmente si potrà tornare indietro, e che continuerà con la nuova presidente.

Corte Costituzionale. Marta Cartabia eletta presidente, per la prima volta una donna. Giovanna Ranieri l'11 Dicembre 2019 su Il Corriere del Giorno. Docente di diritto, ha 56 anni. Napolitano la nominò alla Corte costituzionale nel 2011. Il suo mandato sarà breve per soli nove mesi. Molto apprezzata anche da Mattarella, ha la passione per il rock: “Ho rotto un cristallo, spero di fare da apripista. Spero di poter dire in futuro, come ha fatto la neopremier finlandese, che anche da noi età e sesso non contano. Perché in Italia ancora un po’ contano”. Una donna arriva per la prima volta nella storia repubblicana al vertice della Consulta. I giudici della Corte Costituzionale hanno eletto al vertice la giurista cattolica Marta Cartabia, 56 anni ,  sposata e madre di tre figli, originaria della provincia di Milano, è tra i più giovani presidenti che la Consulta abbia mai avuto. Arrivata alla Corte nominata dell’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano, dal 2014 è stata vicepresidente, Cartabia è docente di diritto costituzionale all’Università Bicocca di Milano e vanta un profilo internazionale denso di studi e pubblicazioni. Allieva di Valerio Onida, Marta Cartabia si laurea con lui che poi diventerà presidente della Corte costituzionale nel 1987, all’Università degli studi di Milano, discutendo una tesi sul diritto costituzionale europeo. Alla Corte costituzionale, è arrivata nel 2011, diventando la terza donna eletta dopo Fernanda Contri e Maria Rita Saulle ed è una dei giudici costituzionali più giovani della storia della Consulta. A volerla, a soli 48 anni, come dicevamo, era stato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che ne apprezzava l’attività di autrice e studiosa particolarmente impegnata sulla tematica dell’integrazione dei sistemi costituzionali europei e nazionali, così come nella materia dei diritti fondamentali nella loro universalità. Di lei ha grande stima anche l’attuale Presidente della Repubblica,  Sergio Mattarella: i due condividono l’esperienza di giudici costituzionali per alcuni anni, in cui sono anche vicini di casa, nella foresteria della Consulta. Anni fatti anche di qualche cena insieme in un ristorante romano, “un pò come studenti fuorisede“, come racconterà poi lei stessa in un’intervista. Ha sempre condiviso le grandi responsabilità che le sono state attribuite,  con la famiglia: “Penso che questo duplice aspetto della mia vita mi aiuti a mantenere un pizzico di equilibrio“, ha dichiarato recentemente. Ed è riuscita a trovare spazio anche per i suoi tanti hobby. Ama tutte le attività all’aperto, in particolar modo  jogging e trekking . Annovera una grande passione per la musica, ma non solo quella classica, che l’ha vista essere un’habitué delle prime della Scala a Milano, ma anche quella “rock”: quando corre con le cuffie nelle orecchie, la carica le arriva dalla canzoni dei Beatles. Il sarà un mandato breve che durerà soltanto nove mesi  poichè scadrà il 13 settembre del 2020, essendo  stata nominata alla Consulta il 13 settembre del 2011 e l’incarico  di giudice costituzionale non può durare più di nove anni.  Alla Consulta è relatrice di importanti sentenze su questioni controverse e che spaccano l’opinione pubblica. Come quella sui vaccini, con la quale la Corte ha stabilito che l’obbligo di farli non è irragionevole, bocciando il ricorso della Regione Veneto. O quella sull’Ilva, che dichiarò incostituzionale il decreto della Presidenza del consiglio dei Ministri del 2015 che consentiva la prosecuzione dell’attività di impresa degli stabilimenti, nonostante il sequestro disposto dall’autorità giudiziaria dopo l’infortunio mortale di un lavoratore. Marta Cartabia, Docente di Diritto Costituzionale dal 2008 all’Università Bicocca di Milano, ha insegnato e fatto attività di ricerca in diversi atenei in Italia e all’estero, anche negli Stati Uniti. “Ho rotto un cristallo spero di fare da apripista. – sono state le sue prime parole – Spero di poter dire in futuro, come ha fatto la neopremier finlandese, che anche da noi età e sesso non contano. Perché in Italia ancora un po’ contano“. Come esperto, ha fatto parte di organismi europei, come l’Agenzia dei diritti fondamentali della Ue di Vienna. La scorsa estate, poco prima della nascita del Governo Conte bis, la Cartabia aveva sfiorato un altro record, infatti il suo nome era circolato negli ambienti politici ed istituzionali che “contano” come possibile premier di un governo di transizione, e se il Pd ed il M5S non avessero formato un maggioranza di governo imprevedibile,  sarebbe stata la prima donna nella storia italiana a ricoprire l’incarico di presidente del Consiglio.  Ancor prima  si era pensato anche a lei come ministro del governo Cottarelli, prima dell’avvento del Governo Conte 1 (“gialloverde” formato da M5S e Lega). La prima ad inviare le proprie congratulazioni alla neo-presidente della Consulta è  stata proprio una donna, la vicepresidente della Camera Mara Carfagna di Forza Italia: “Esprimo le mie congratulazioni e felicitazioni alla nuova presidente della Corte costituzionale. La scelta dei giudici infrange i pregiudizi di genere“.  Anche l’ex-deputato del Pd. David Ermini attuale  vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, si è complimentato: “È una bella notizia che ci sia stata l’unanimità e che per la prima volta una donna ricopra un incarico così importante“.

A destra più spazio alle donne. Anna Paola Concia il 12 Dicembre 2019 su Il Riformista. La nuova Presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, ha la mia età. Molte cose mi distanziano da lei, soprattutto su temi legati ai diritti civili e ai diritti delle donne. È una conservatrice, ma di Presidenti conservatori ne abbiamo avuti moltissimi. Mi auguro che in questo importantissimo ruolo sappia far prevalere una cultura laica, una cultura costituzionale direi, come è d’obbligo.  Vorrei, però, soffermarmi su alcuni aspetti che evidenziano la sua nomina. Il primo, quello che balza agli occhi: è la prima donna nella storia della Consulta a ricoprire quel ruolo. Molto tardivamente, dopo 63 anni, ma è accaduto. Cosa è accaduto? Che nella ricerca delle competenze necessarie si è guardato anche nel vastissimo universo delle competenze femminili. Mi pare un passo avanti. Non è stata eletta “in quanto donna”, ma perché si è avuto il coraggio di guardarle, di cercarle le figure femminili. È una studiosa molto competente sui temi del diritto internazionale e comparato. Come ha evidenziato il Prof. Cassese sul Corriere della Sera, in tempi bui di sovranismo e crisi del mondo globale è una buona notizia. E veniamo al terzo punto, ai mie occhi interessante: negli ultimi anni abbiamo visto assumere ruoli istituzionali e di leadership politica solo donne conservatrici, di centro destra, e non solo in Italia: Maria Elisabetta Alberti Casellati, di Forza Italia, Presidente del Senato, Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia e ora Marta Cartabia, conservatrice, alla Consulta. E allora diciamocelo che la sinistra italiana ha un grande problema con la leadership femminile. Diciamocelo care amiche e amici di sinistra. Perché così, invece di lamentarci contro il destino cinico e baro, dobbiamo rivolgerci alla forze di sinistra che oltre a “propagandare” la parità di genere nelle istituzioni e nella politica, non guardano a quel vasto universo delle competenze femminili. E se la sinistra lo facesse, avremmo molte più donne progressiste e laiche a ricoprire ruoli istituzionali e politici. Perché le chiacchiere, cara sinistra, stanno a zero, e risulta un po’ fastidioso il vostro esultare per l’elezione a Premier della Finlandia di Sanna Marin. Cospargetevi il capo di cenere, invece.

Donne al potere: ora mancano Quirinale, Palazzo Chigi e il “Corriere”. Biagio Castaldo il 12 Dicembre 2019 su Il Riformista. Grandi entusiasmi e sensazionalistici titoli di giornale hanno accolto la nomina della giurista Marta Cartabia, prima donna alla presidenza della Corte Costituzionale. Ma il primato di Cartabia riporta sull’etichetta la data di scadenza “entro e non oltre il 13 settembre 2020”. La sua nomina alla Consulta risale al 2011 e l’ufficio di giudice costituzionale non può durare per tutti i membri più di nove anni. Una sfortunata tempistica che si inserisce però armoniosamente nella puntata “Ok, ma non troppo” da sempre riservata alle donne al potere. Basta scorrere gli elenchi dei vertici delle maggiori cariche dello Stato per rendersi conto della totale assenza di donne elette alla Presidenza della Repubblica e al Consiglio dei Ministri, sebbene gli ultimi cinquant’anni abbiano visto una progressiva apertura delle alte schiere istituzionali. Risale al 1976 la nomina della prima donna alla carica di ministro, quella di Tina Anselmi, ministra del Lavoro durante il governo Andreotti, il primo con l’astensione del Pci. Un grande traguardo, specie se si pensa che nello stesso anno Adelaide Aglietta diventò la prima donna segretario di partito, quello Radicale. Se non fosse che il suo mandato sarebbe potuto vacillare al primo sguardo languido o “peccato disonorevole”, legittimati dall’allora vigente diritto d’onore, abrogato solo nel 1981. C’è da dire che Tina Anselmi ha fatto da apripista a una stagione più rappresentativa in politica. Checché ne dica Giorgio Carbone su Libero, Nilde Iotti non era «un’emiliana brava in cucina e a letto», ma la prima donna a capo della presidenza della Camera dei deputati nominata nel 1979 e in carica fino al ’92. Comunista, tre legislature, il più lungo mandato a Montecitorio, ma a vent’anni dalla morte, sarà ancora ricordata come «esuberante e prosperosa». Il primato del ministero dell’Interno appartiene invece a Rosa Iervolino Russo che entra al Viminale nel 1996, e pochi anni più tardi, nel 2001, si attesta pure come prima sindaca di Napoli. Menzione d’onore, poi, per Letizia Moratti che incarna una serie di primati: nel ’94 è stata la prima donna nominata alla Presidenza Rai, incarnando un altro ideale di donna tra le varie “signorine Buonasera”, e poi prima sindaca di Milano nel 2006 scommettendo sul progetto dell’esposizione universale e assicurandolo alla sua città. Nel ’95 è la Radicale Emma Bonino la prima donna italiana alla Commissione europea, mentre nel 2016 Virginia Raggi è la prima sindaca di Roma, e anche la più votata nella storia. A Palazzo Madama bisogna aspettare il 2018 per assistere all’elezione per la Presidenza del Senato di Maria Elisabetta Alberti Casellati, che è risultata la candidata più votata dal 1987. Facile notare come le candidature di donne si risolvano spesso in veri e propri plebisciti, sebbene anche in magistratura si registrino ritardi e primati. Ci sono voluti ben quindici anni dopo l’entrata in vigore della Costituzione per vedere affermato il principio di uguaglianza fra i sessi nell’accesso alle cariche. È Letizia Martino, a soli 27 anni, a diventare la prima magistrata nel 1964, arrivando seconda al concorso, tra i pregiudizi per cui «una donna poteva educare, ma non giudicare, specialmente gli uomini». La presenza femminile a capo delle procure d’Italia è ancora un tabù, specie nelle grandi città che continuano ad essere presidiate da uomini, mentre a capo dei Tribunali italiani la presenza femminile si insidia solo nel 2007 con Livia Pomodoro a Milano, Sabrina Gambino a Siracusa e Valeria Fazio a Genova. Anche il mondo dell’informazione manca della guida di una donna: fu Daniela Brancati la prima donna a dirigere un telegiornale a diffusione nazionale, Ida Colucci alla direzione Tg2 e Concita De Gregorio a dirigere L’Unità nel 2008. Quando vedremo una donna a capo del Corriere della Sera o di Repubblica?

Giovanna Vitale per “la Repubblica” l'11 dicembre 2019. Non serviva l'elezione di una socialdemocratica 34enne a premier della Finlandia per provare l' arretratezza della sinistra italiana rispetto a quella di altri paesi europei. Al Nazareno sono mesi che la "questione femminile" cova sotto la cenere: da quando Paola De Micheli ha annunciato le sue dimissioni da vicesegretaria per fare il ministro dei Trasporti e il presidente dem Paolo Gentiloni è stato designato commissario Ue. Due posti al vertice del Pd che Nicola Zingaretti dovrebbe ora assegnare ad altrettante donne per tenere fede alla promessa parità di genere negli organismi dirigenti inserita, prima, nella sua mozione congressuale e poi, anche, nel nuovo Statuto del Pd. «Cambiato dopo 12 anni proprio su input di Nicola, che ha pure reintrodotto la conferenza nazionale delle donne dem azzerata e sostituita da Renzi con il contestato Dipartimento alla famiglia», ricorda la sottosegretaria Francesca Puglisi, coordinatrice di Towanda dem, l' associazione che da anni combatte per tingere di rosa il cielo sopra il Pd. «Adesso però gli alibi sono finiti: gli strumenti ci sono e bisogna usarli». Aspettare non si può più, concorda De Micheli: «È un tema dirimente per un grande partito come il nostro ». Se infatti in Finlandia i leader delle quattro formazioni di centrosinistra che sostengono il governo sono tutte donne, in Italia non ce n' è nemmeno una. Con un' aggravante. Nel Pd il gruppo di testa è interamente maschile: segretario, vice, presidente (ora vacante), capigruppo in Parlamento. E cambiare gli assetti non sarà facile. A cominciare dalla governance del Nazareno. Dove Andrea Orlando ha deciso di restare, rinunciando a una poltrona da ministro, a patto di conquistare i galloni di vicesegretario unico. E pure la presidenza femminile, a un certo punto, è sembrata vacillare. Raccontano che un paio di mesi fa Maurizio Martina e Pietro Bussolati siano andati dal sindaco di Milano Beppe Sala per proporgli di succedere a Gentiloni. Un modo per testimoniare apertura a mondi diversi da quelli della Ditta (il primo cittadino non è neanche iscritto) e attenzione per i territori. Sala aveva pure dato una disponibilità di massima. Solo che poi si è temuta la rivolta delle donne e ci hanno ripensato. Virando su altre ipotesi. In pole adesso ci sarebbe l' eurodeputata Irene Tinagli: economista esterna al partito molto apprezzata a Strasburgo come capo della commissione Econ che fu di Gualtieri. Se dovesse declinare, sono già pronte le alternative: l'ex ministra Roberta Pinotti (che però sconta l'appartenenza alla corrente di Franceschni, accusata di aver già fatto il pieno) e la deputata 37enne Lia Quartapelle. E c'è anche chi pensa alla scrittrice Chiara Gamberale, che porterebbe una ventata d' aria fresca. Di sicuro, quando dopo il voto emiliano l' assemblea nazionale si riunirà per eleggere la nuova presidente, potrebbero essere gli uomini a sentirsi discriminati, visto che gli attuali vice sono entrambe donne: Anna Ascani e Debora Serracchiani. Un epilogo ormai scritto. Pena l' esplosione di un malumore complicato da gestire. «Una donna presidente del Pd mi pare il minimo - sbotta Marianna Madia - anzi dirò di più: sarebbe l' ora di finirla con i ruoli esecutivi affidati quasi sempre agli uomini, penso per esempio alle partecipate come pure al Pd. E' mai possibile che il centrodestra, che ha una leader come la Meloni, debba essere più avanti del centrosinistra?».

Finlandia, è la 34enne Sanna Marin la premier più giovane del mondo è figlia di due madri. Il Riformista il 9 Dicembre 2019. I socialdemocratici finlandesi hanno scelto Sanna Marin, attuale ministro dei Trasporti, come nuova leader del partito e futura premier del Paese al posto del dimissionario Antti Rinne. Con i suoi 34 anni, Martin, che si prevede sarà confermata premier in Parlamento in settimana, è destinata a diventare la premier più giovane del mondo, alla guida di una coalizione di cinque partiti, tutti guidati da donne.

Al suo fianco avrà le altre due personalità di spicco della coalizione di larghe intese: Li Andersson, 32 anni, leader della sinistra radicale, e Katri Kulmuni, 34 anni, numero uno del Centro. Se si sommano le età delle tre leader fanno giusto 100 anni. Marin ha spesso partecipato a gay pride, in compagnia della figlia Emma Amalia Marin, avuta con Markus Räikkönen. Marin ha dichiarato che essere figlia di una famiglia arcobaleno è una caratteristica fondamentale della sua personalità e della sua ideologia, motivo per il quale in passato è stata spesso impegnata in difesa dei diritti omosessuali. Sanna Marin sarà la più giovane capo dell’esecutivo nella storia del Paese nordico e il suo governo vedrà le donne in maggioranza. “Abbiamo un sacco di lavoro davanti a noi per restaurare la fiducia, ma sapremo essere il collante e il motore della coalizione”, ha detto Marin dopo aver vinto ieri sera lo scontro al vertice dell’Sdp per la candidatura contro il capogruppo parlamentare Antti Lindman. Rinne si è dimesso la scorsa settimana dopo che gli alleati di governo gli avevano ritirato la fiducia per il modo in cui aveva gestito lo sciopero dei dipendenti delle Poste. “Abbiamo molto lavoro da fare per ricostruire la fiducia”, ha detto Marin dopo essersi imposta, di misura, nella votazione all’interno del partito. E poi ha minimizzato la questione dell’età’: “non penso mai alla mia età o al mio genere, penso alle ragioni per le quali sono entrata in politica e per le quali abbiamo vinto il sostegno dell’elettorato”. I socialdemocratici sono stati il partito con il maggior numero di voti alle elezioni di aprile, e dallo scorso giugno Rinne guidava un governo di coalizione. La Finlandia al momento è presidente di turno della Ue.

Filippo Ceccarelli per “la Repubblica” il 16 dicembre 2019. E nel frattempo, per uno di quei paradossi che rendono la post-politica misteriosa e sorprendente, Forza Italia, o quel che ne resta, è comunque diventato il partito non si dirà più femminista, ma certo quello in cui le donne hanno fatto più strada e più si danno da fare. Così si può leggere il protagonismo politico e istituzionale di Mariastella Gelmini e Anna Maria Bernini, saldamente alla guida dei gruppi parlamentari, e la scelta di Jole Santelli come candidata governatrice nella turbolenta Calabria; ma in questo senso va soprattutto l' ormai aperta dissidenza, se non l' eresia di Mara Carfagna che con la sua neonata frazione, "Voce libera", sia pure muovendosi a stop and go sembra procedere sul piano inclinato di una scissione, per forza di eventi connotata in rosa. Più in generale, e con il dovuto sconcerto, colpisce come l' interminabile dissoluzione del berlusconismo vada in scena all' insegna di una sempre più accentuata presenza di figure femminili al comando o ad esso aspiranti. Per cui se dentro Forza Italia sono donne a definire il perimetro della maggioranza e dell' opposizione interna, e se un' altra figura decisiva, Licia Ronzulli, detiene fin troppo gelosamente l' agenda del Cavaliere, sul piano famigliare e aziendale (Mondadori) le scelte decisive restano in mano a Marina Berlusconi; così come, per quanto riguarda il potere cortigiano, sia pure con l' andirivieni che caratterizza le peripezie dei vari cerchi magici da Palazzo Grazioli alle varie ville è da tempo che la neo-sardina Francesca Pascale si è fatta soggetto politico autonomo, per giunta orientata sul tema dei diritti di genere. Niente male come esito del più conclamato maschilismo della storia repubblicana! E forse non c'è nesso fra la crisi terminale e l' accentuata presenza di donne; o forse sì. Sta di fatto che la preponderanza rosa si è imposta senza particolari lamentazioni e rivendicazioni, come per caso o necessità di auto-trasformazione, o per arcano ribaltamento, nemesi o scherzo della storia, o vai a sapere. Ora, anche senza fare troppo gli schifiltosi, per la verità non paiono così rilevanti le ragioni politiche che in nome di una linea moderata, liberale, riformista, europeista, e via generizzando, spingono Carfagna e qualche altra anima in pena fuori dal centrodestra a trazione Salvini. Sono tempi aridi di idealità e progetti, e al momento è difficile appassionarsi all' eventuale, ma ancora negato ricongiungimento con Renzi. Magari c' entrerà qualche bega in Campania. E però: chi mai avrebbe immaginato dieci anni fa, al culmine del ciclo storico berlusconiano, che la fiaba della «ministra più bella del mondo» sarebbe proseguita con una specie di ribellione che bene o male - e come in nessun altro partito - mette in discussione il potere di un uomo, anzi di un presidente addirittura auto-proclamatosi per statuto «a vita»? Quando Carfagna - era il 2008 - fu imposta senza grandi esperienze alla guida delle Pari Opportunità (!) parve un gesto di arroganza così maschile che apriti cielo; e infatti la vita pubblica si popolò di fanta-intercettazioni, riandarono video di sconsolante frivolezza tele-pomeridiana, calendari osé vorrei ma non posso, a parte gli oltraggi in piazza e alcune trascurabili poesie satiriche di Camilleri. Sono cose vecchie, ma forse ricordarle oggi insegna qualcosa. Fu proprio un complimento un po' scemo di Berlusconi a Carfagna, nella serata dei Telegatti, a scatenare la prima lettera che Veronica scrisse a Repubblica . Si stava in realtà concimando il campo per la più spaventosa serie di scandali, non c' è dubbio; ma anche per il dispiegarsi di vicende che di riffa o di raffa avrebbero per la prima volta messo in causa il patriarcato, "il Sultanato" (titolo di un' opera di Vanni Sartori, massimo scienziato della politica), la satrapia o le allegre ingenuità di un maschio, ultimo capo onnipotente che fra galanterie e patologie, scuola quadri per veline, vampirismi minorenni, gare di burlesque, cene eleganti e bustarelle olgettine, ad un certo punto - se non ora quando? - riuscì a chiamare in piazza contro di sé migliaia di donne, dalle ragazzine alle nonne, dalle Femen alle monache. E ora? Ora boh. Ora sulle rovine stanno in piedi delle donne. Ora tutto è sempre possibile.

·         Maschi e femmine sono diversi, non solo nel sesso, ma nel cervello.

Zeina Ayache per scienze.fanpage.it il 18 ottobre 2019. I ricercatori della Caltech hanno scoperto che esistono rare cellule cerebrali che sono uniche nei topi maschi e altre uniche invece nei topi femmine. Queste cellule specifiche in base al genere sono state trovate in una regione del cervello che governa sia l'aggressività che i comportamenti di accoppiamento. Vediamo insieme cosa significa e come gli esperti sono giunti a questa conclusione. Partiamo con il dire che esistono diverse tipologie di cellule all'interno del cervello, ad esempio ci sono i neuroni che trasmettono segnali e le cellule gliali che supportano le funzioni neurali, spiegano gli esperti. Per quanto tutte queste cellule contengano lo stesso insieme di geni o genoma, i tipi di cellule differiscono nel modo in cui esprimono quegli stessi geni. Per capirci, immaginiamo il genoma come un pianoforte a 88 tasti. Ogni cellula non utilizza tutti gli 88 tasti. Pertanto, il sottoinsieme di chiavi che "riproduce" la cellula determina il tipo di cellula stesso. Analizzando il comportamento dei neuroni nei cervelli dei topi maschi e dei topi femmine, gli esperti hanno osservato che la loro stimolazione è in grado di indurre gli animali ad essere più aggressivi, anche in assenza di minacce. Diversamente, una debole stimolazione induce i topi ad accoppiarsi. Tutto ciò avviene nell’ipotalamo, un’area fondamentale del nostro cervello. Nello specifico, gli esperti con il loro studio sono riusciti ad identificare 17 diverse tipologie di cellule del cervello, alcune delle quali sono più abbondanti nei maschi, mentre altre lo sono nelle femmine. Già si sapeva che l’espressione delle cellule era differente tra maschi e femmine, ma per la prima volta gli esperti sono riusciti a scoprire che esistono proprio cellule specifiche in base al genere nel cervello dei mammiferi. Lo studio, intitolato “Multimodal Analysis of Cell Types in a Hypothalamic Node Controlling Social Behavior”, è stato pubblicato su Cell.

Francesco Rigatelli per “la Stampa” il 29 ottobre 2019. Per anni direttore di Neurochirurgia al Gemelli e ordinario alla Cattolica di Roma, Giulio Maira, 75 anni, è «senior consultant» all' Humanitas di Milano e autore del libro «Il cervello è più grande del cielo» (Solferino), quasi un romanzo sull' organo più importante e misterioso.

Professore, lei dubita che l' Intelligenza Artificiale possa replicare la coscienza?

«Sì, le ricerche in atto possono far pensare che il cervello sia replicabile, ma in realtà le nuove tecnologie raggiungono obiettivi di calcolo importanti e tuttavia specifici. Altra cosa sarebbe riprodurre una mente completa, dotata di coscienza. E' la sfida di molti scienziati, che si domandano come mai non sia possibile, visto che, in fondo, il nostro cervello è fatto di materia proveniente dal pulviscolo di stelle successivo al Big Bang. Solo che ci sono voluti milioni di anni per diventare ciò che siamo. Certo che, anche senza la coscienza, il fatto che una macchina, nel 2045, possa raggiungere la capacità di calcolo di tutta l' umanità pone grandi interrogativi etici».

Questa coscienza così irreplicabile che cos' è?

«Un insieme di consapevolezza, giudizio, senso morale, creatività ed empatia: tutte capacità difficili da trasformare in algoritmi. Le macchine possono simulare queste facoltà, ma la loro creazione autentica resta improbabile. Certo, si rischia di arrivarci vicino e, dunque, l' importante è che l' Intelligenza Artificiale sia utilizzata per migliorare la vita umana e non per portare al comando il computer. Non a caso l' Ue ha posto delle regole sul suo sviluppo».

E l' intelligenza cos' è invece?

«Se la coscienza è la mente che riflette su se stessa, l' intelligenza può essere considerata la mente operativa, il frutto del ragionamento».

Si può dire, dunque, che è più importante essere coscienti che intelligenti?

«Naturalmente, anche perché l' intelligenza non esisterebbe senza la coscienza. E' importante pure la creatività, forse la caratteristica più umana assieme alla memoria. Gli animali, infatti, si muovono soprattutto secondo logiche di sopravvivenza, mentre gli uomini decidono in base a una serie più vasta di motivazioni e emozioni».

Nella vita si può diventare più coscienti o intelligenti?

«Fin da bambini la mente è dedicata a imparare dal mondo. Una capacità che si attenua con gli anni, ma non finisce mai. Le reti neurali sono in continua espansione, soprattutto se coltivate leggendo, dialogando, imparando materie e lingue nuove e anche facendo sport. Il cervello lavora pure di notte, quando nel sonno resetta la memoria e seleziona quella a lungo termine».

E la differenza tra mente femminile e maschile? Cosa ha capito in tanti anni?

«Il cervello femminile è un mondo meraviglioso e, a mio parere, più vivace di quello maschile, ma esistono differenze tra i due che non vanno negate. E' vero che hanno in comune il 99% dei geni, ma quell' 1% è fondamentale, perché, per esempio, tra il cervello di Einstein e quello della scimmia c' era solo l' 1,2% di differenza. Il cervello femminile ha un po' meno neuroni, ma più connessioni: tendenzialmente, dunque, la razionalità è maggiormente maschile e la creatività più femminile. La donna, invece, ha più neuroni nell' area del linguaggio e dispone di un ippocampo, l' area che contiene i ricordi, più grande. Inoltre l' amigdala femminile, che gestisce emozioni e paure, è collegata più a funzioni verbali, mentre quella maschile all' attività fisica: questo ha una spiegazione evoluzionistica, perché l' uomo cacciava e lottava e la donna cresceva e rassicurava la prole».

Uno schema ancestrale può arrivare fino a oggi?

«I nostri geni non si modificano da milioni di anni, al massimo si sono sviluppati altri centri del cervello, ma va chiarito che un meccanismo biologico di base non giustifica, oggi, comportamenti sociali sbagliati. L' uomo contemporaneo è pienamente in grado di superare con la razionalità e la cultura l' istinto elementare, che pure esiste nelle reazioni ad ansie e paure. Ecco perché persone con minori strumenti culturali possono essere più esposte a simili stimoli».

Quali sono i misteri ancora da risolvere sul cervello?

«E' l' unico organo che non ha solo funzione meccanica, ma parti delicatissime vicine alla coscienza, come il talamo o il tronco dell' encefalo. A stupire di più è che ogni notte questa coscienza praticamente scompaia e si risvegli al mattino, rigenerata. Come nasca e quale rapporto abbia con la materia del cervello resta un mistero.

Altro punto interrogativo è come sia davvero la realtà fuori di noi: tutto il mondo infatti, come diceva Sherrington nell' Ottocento, potrebbe essere un telaio incantato, immaginato dalla mente nella sua scatola buia grazie agli impulsi elettrici che le arrivano dai sensi. Infine, l'Intelligenza Artificiale e l'utilizzo di chip aprono grandi interrogativi etici».

Di quali si tratta?

«Della prima abbiamo parlato e dei secondi bisogna sapere che ne esistono già di sperimentali per trasferire l' attività mentale o i ricordi su computer. Usati in modo sbagliato potrebbero eliminare la memoria e condizionare gli individui».

·         Burrneshe: le donne uomini dell'Albania.

Burrneshe: le donne uomini dell'Albania. La tradizione delle burrneshe, o vergini giurate, è vecchia di sei secoli, ma ancora viva nelle valli albanesi. Si tratta di donne nate in una famiglia senza progenie maschile e che, da adolescenti, rinunciano per scelta o per obbligo al matrimonio e alla maternità e conducono una vita da uomini. Acquisendone onori e oneri, libertà e diritti che in quei luoghi alle donne sono spesso negati.

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Una burrnesh (plurale burrneshe), detta anche vergine giurata, è una donna di un paese balcanico, in genere l'Albania oppure il Kosovo, che si veste come un uomo e viene considerata come tale nella società. Tra i suoi privilegi, si ricorda quello di fumare e consumare alcolici. La figura della burrnesh è riconosciuta dal diritto tradizionale di quei luoghi, il Kanun. In sostanza il Kanun riconosce alle donne che scelgono lo stato di burrnesh di acquisire i doveri e buona parte dei diritti giuridici che tradizionalmente, nelle società patriarcali, vengono attribuiti alle figure maschili. Nella società albanese di un tempo, una donna non aveva il diritto di vivere da sola. Per farlo lo stesso, aveva in alcuni casi la possibilità di modificare il proprio status davanti alla gente del paese, sottoponendosi ad una cerimonia in presenza degli uomini più influenti del villaggio (in genere 12 uomini anziani). Durante la cerimonia, era prevista una vestizione ed il taglio di capelli. La ragazza doveva fare voto di castità. Si presuppone che in genere che la scelta di diventare burrnesh fosse dettata da necessità familiari legate alla scomparsa di un capofamiglia. In mancanza di un erede maschio la necessità di non disperdere il patrimonio poteva portare alcune donne ad assumere su di sè la responsabilità del ruolo maschile proprio attraverso il giuramento di conversione, ma le ragioni per un cambio del genere potevano essere molteplici:

mancanza di figli maschi in famiglia;

morte di componenti maschi in famiglia;

rifiuto di un matrimonio da parte della ragazza;

lesbismo non dichiarato.

Attualmente nelle aree interessate si contano pochi casi di burrneshe esistenti, ma in passato il fenomeno era più diffuso. La tradizione risale a circa sei secoli fa: è in fase di ritiro ed è oramai completamente estinta in Serbia. Anche se non è più praticata nei paesi di lingua albanese, vivono in quella zona ancora parecchie burrneshe anziane. La figura della burrnesh viene talvolta citata come esempio, nelle controversie sugli studi di genere, della differenza tra sesso e genere: infatti, pur restando geneticamente donna, viene di fatto attribuita al genere maschile. Una burrnesh è la protagonista del film Vergine giurata di Laura Bispuri, tratto dal romanzo omonimo di Elvira Dones.

“Diresti mai che sono donna?” Lali, l’ultima vergine giurata. Marco Negri , Marianna Di Piazza , Roberto Di Matteo su it.insideover.com il 2 febbraio 2019. (Durazzo, Albania) Accende una sigaretta davanti al suo bicchiere pieno di Rakia. Poi inizia a raccontare. “È accaduto tutto in modo naturale. Sono andata da mio padre e gli ho detto: ‘Voglio tagliarmi i capelli, da ora in poi non li lascerò più crescere’. Così ho fatto il mio giuramento e da quel momento sono una burrnesha“. Diana Rakipi aveva 17 anni quando ha deciso di cambiare per sempre la sua vita e diventare Lali. È bastato un colpo di forbici ai lunghi capelli scuri e la promessa fatta alla famiglia: niente matrimonio né figli. Diana sarebbe diventata l’uomo di casa. “Fin da quando ero piccola mi vestivo come un ragazzo e giocavo solo con i maschi. Era una cosa naturale per me”.

Essere burrnesha. Pensa, agisce e si veste come un uomo. E come tale è riconosciuto dalla società in cui vive. Può bere, fumare, usare armi e prendere decisioni. La burrnesha (dalla parola burr- uomo, declinata al femminile) è una donna solo sui documenti di identità. “Guardami – ordina Lali dopo aver posato la Rakia – diresti mai che sono una femmina?”. Voce profonda, viso segnato dal tempo e basco militare sempre in testa, Lali è una delle ultime burrneshe rimaste in Albania. Nelle zone montuose nel Nord del Paese, al confine con Kosovo e Montenegro, molti aspetti della vita quotidiana sono ancora oggi regolati da vecchi rituali e da un antico codice medievale, il Kanun di Lekë Dukagjini. Secondo le prescrizioni del codice, il ruolo della donna è strettamente circoscritto.”Le Montagne Maledette. Qui, lo dicono le antiche leggi, la donna è solo l’ombra dell’uomo, il contenitore del suo seme, un otre fatto per sopportare. Ma la donna può anche sparare col fucile, bere grappa ed essere trattata da pari a pari: basta che diventi uomo”, si legge in Vergine giurata della scrittrice albanese Elvira Dones. Così, per godere dell’indipendenza e delle libertà concesse agli uomini, molte giovani in passato hanno fatto voto di castità e rinunciato alla propria identità femminile. E dal “giuramento di conversione”, spesso fatto davanti ai capi del villaggio, non si poteva più tornare indietro. “Ogni burrnesha ha una storia diversa – racconta Lali -. Se in una famiglia ci sono solo figlie, alla morte del padre, una di loro dovrà prendere il suo posto. Ma c’è anche chi ha scelto di essere una vergine giurata per scappare da un matrimonio combinato. Io invece ho perso mio fratello e, senza accorgermene, sono diventato quello che sono”.

L’ultima burrnesha. Lali fischietta mentre guarda il mare di Durazzo in tempesta. “Ho fatto questa scelta per essere libero“, ammette. E i ricordi tornano subito alla sua infanzia. Nata al nord, nella cittadina di Tropoja, all’età di 8 anni Diana si è trasferita con la sua famiglia nella cittadina sulla costa albanese. Lì, poco più che adolescente ha fatto il suo giuramento. “Giocavo a calcio e indossavo i pantaloncini come un ragazzo, ma avevo i capelli lunghi. Tutti mi chiedevano se fossi maschio o femmina così ho deciso di tagliare la mia chioma ondulata e non mettere più in imbarazzo mio padre. Poco prima era pure morto mio fratello. Diventare burrnesha è stato naturale“. “Essere una burrnesha significa essere una ‘donna forte’ per via del giuramento a cui teniamo fede – afferma fiero Lali -. Siamo donne di natura, ma il nostro senso del dovere è superiore a quello degli uomini. Le donne normali invece non possono essere delle burrneshe: sono sposate e hanno figli”. Ora che Lali non lavora più, trascorre le giornate in compagnia degli amici. Si ritrovano al bar a fumare, bere Rakia e giocare a carte. “Quando cammino per la città mi chiamano ‘signore’. Perché dovrei contraddirli?”, ci domanda. Carattere duro e aggressivo, a prima vista Lali può intimidire chi si avvicina. Ma dietro ai suoi modi di fare un po’ burberi, si cela un grande amore per la sua famiglia e rispetto per il prossimo, come vuole la tradizione albanese. Diventare burrnesha significava diventare un uomo a tutti gli effetti e questo comportava grandi rinunce. Niente matrimonio, nessun figlio o rapporto sessuale. “Ho due sorelle più piccole alle quali sono molto legato – racconta Lali -. Hanno sempre rispettato la mia decisione e io non ho mai sentito alcuna mancanza. Loro hanno dei figli che mi chiamano "zio" e per me è normale così”. Se infatti c’è chi si è pentito della scelta, Lali si dice “felice di quello che sono diventato. Ho mantenuto la promessa fatta da giovane a mio padre. Tornando indietro rifarei tutto, è nella mia natura”. “Quando mi guardo allo specchio, vedo me stesso – confessa -. Sarei potuta diventare un’attrice con i miei capelli lunghi, ma ho scelto un’altra strada. Sono un esempio per il popolo albanese e sento un grande vulcano dentro di me”.

Burrnesha oggi. Sono poche le vergini giurate rimaste oggi in Albania. Anche se il Kanun continua ad avere grande importanza nelle zone rurali del Paese, l’usanza è quasi del tutto scomparsa. “C’è qualche ragazza che al giorno d’oggi vuole diventare vergine giurata. Secondo me però il tempo delle burrneshe è finito: ora il Kanun non ha più tutto il valore che aveva all’epoca – spiega Lali -. Il mio consiglio alle giovani albanesi è di studiare e avere una buona educazione. Solo così si può diventare qualcuno senza soffrire come abbiamo fatto noi”.

·         Non è un paese per Miss…Italia.

Miss Myanmar fa coming out: «Io lesbica in un Paese dove l'omosessualità è illegale». Pubblicato martedì, 10 dicembre 2019 da Corriere.it. La finale della 68esima edizione di Miss Universo che si è disputata nella notte tra l'8 e il 9 dicembre ad Atlanta sarà ricordata non solo per il trionfo di Zozibini Tunzi, prima sudafricana nera a vincere il concorso di bellezza, ma anche per la partecipazione di Swe Zin Htet. Pochi giorni prima della finalissima, l'attuale Miss Myanmar ha svelato di essere lesbica, diventando la prima partecipante alla competizione apertamente gay. Da ora in poi la 21enne intende usare la sua fama per aiutare la comunità LGBTQ, specialmente nel suo Paese d'origine, dove essere omosessuali è ancora un crimine.

Da “la Repubblica” il 10 dicembre 2019. La sudafricana Zozibini Tunzi, 26 anni, capelli cortissimi afro e pelle nera, è stata incoronata Miss Universo 2019, la più votata tra le 90 ragazze in gara. Diritto delle donne all' autodeterminazione, orgoglio afro, cannoni di bellezza che devono cambiare sono stati i temi al centro della cerimonia di premiazione negli Stati Uniti, ad Atlanta. In 68 anni di concorso, è la prima volta che una regina di bellezza nera vince il titolo mondiale. Una giuria femminile di 7 componenti ha assegnato il secondo posto alla concorrente portoricana Madison Anderson e il terzo alla messicana Sofìa Aragòn. «Sono cresciuta in un mondo in cui una donna come me, con il mio tipo di pelle e di capelli non è mai stata considerata bella», ha detto la Tunzi nel suo ultimo discorso prima della chiusura del voto, novità di questa edizione. «Credo che sia giunta l' ora del cambiamento», ha insistito Miss Sudafrica tra applausi fragorosi, aggiungendo che «la cosa più importante che le ragazze devono imparare è la leadership, l' autodeterminazione. Non è che non vogliano farlo ma la società le ha etichettate. Eppure le donne sono gli esseri più potenti al mondo». In vista della sua partecipazione alle finali di Miss Universo, la giovane aveva lanciato un' iniziativa per sensibilizzare gli uomini a prendere posizioni contro i femminicidi.

Da Miss Mondo a Miss Universo, le vincitrici del 2019 sono nere. Pubblicato lunedì, 16 dicembre 2019 da Corriere.it. L'ultima reginetta di bellezza eletta nel 2019 è Miss Mondo. Il concorso di bellezza che si è svolto a Londra il 14 dicembre ha decretato più bella del mondo, posando la corona sulla testa della giamaicana Toni-Ann Singh, 23 anni, modella e psicologa laureata all'università statale della Florida. Dopo la vittoria Toni-Ann ha twittato: «A quella bambina di St. Thomas, in Giamaica e a tutte le ragazze di tutto il mondo dico: per favore, credi in te stessa. Sappi che sei degna e capace di realizzare i tuoi sogni. Questa corona non è mia ma tua. Hai uno scopo». Non è la prima volta che la vittoria va a una Miss della Giamaica — è già accaduto 1963, 1976 e 1993 —, ma per la prima volta sia Miss Usa, che Miss Teen Usa, Miss America, Miss Universo e Miss Mondo (appena eletta) sono tutte donne nere. Ecco le altre modelle con lo scettro e la fascia del 2019.

Da fanpage.it il 16 dicembre 2019. La giamaicana Toni-Ann Singh è stata incoronata Miss Mondo 2019 durante la manifestazione che si è tenuta sabato sera a Londra. La nuova Miss ha subito espresso la volontà di usare il proprio titolo per contribuire a un "cambiamento sostenibile" per ciò che riguarda la condizione di donne e bambini: "Voglio contribuire a un cambiamento che sia sostenibile, quindi, se si parla di donne, c'è bisogno che facciamo il possibile affinché i loro figli e i figli dei loro figli abbiano un differente valore di vita" ha detto la modella. Questo, insomma, è il pensiero che Miss Mondo ha espresso quando le è stato chiesto il valore della bellezza in un contesto, quello mondiale, che ha visto affermarsi con forza il #MeToo e la richiesta sempre più forte di pari diritti per le donne. Toni-Ann Singh ha 23 anni ed è nata a St. Thomas in Giamaica, è laureata in Psicologia e Studi di genere all'Università della Florida. "A quella bambina di St. Thomas, in Giamaica e alle ragazze di tutto il mondo dico: per favore, credi in te stessa. Per favore sappi che sei degna e capace di realizzare i tuoi sogni. Questa corona non è mia ma tua. Hai uno SCOPO" ha scritto la nuova Miss Mondo sui suoi social postando la foto che la vede incoronata. L'anno appena trascorso, Toni-Ann Singh lo ha passato in aspettativa, in attesa di iscriversi a Medicina: "Credo di rappresentare qualcosa di speciale, una generazione di donne che vuole portare avanti il cambiamento del mondo" ha spiegato in una giro di domande prima dell'incoronazione.

Il podio di Miss Mondo 2019. Abbracciando i genitori, poi, ha spiegato che la sua famiglia è la cosa più importante: "Va bene celebrare cose come la bellezza e attributi come l'esperienza di Miss Mondo, ma questo è molto meglio". Toni-Ann Singh – che è la quarta giamaicana a ottenere questo riconoscimento – ha ricevuto la corona direttamente dalle mani di Vanessa Ponce de Leon, la messicana che si aggiudicò il titolo nel 2018: al secondo e al terzo posto si sono classificate, rispettivamente, Miss Francia e Miss India.

Miss Mondo 2019, la gioia della reginetta che arriva seconda e abbraccia la rivale. Pubblicato martedì, 17 dicembre 2019 da Corriere.it. È inconfondibile, la gioia forzata di chi arriva secondo. È normale che si interpreti il suo abbraccio come un tentato soffocamento del vincitore, l'urlo di gioia come un grido di dolore. Quindi delle due l'una: o Miss Nigeria è una formidabile attrice, oppure è una «seconda scelta» davvero rara. Perché l'altra sera a Londra, nella serata della finalissima di Miss World 2019, quando hanno annunciato il nome di chi si era aggiudicato lo scettro, a guardare le reazioni delle finaliste sul palco sembrava avesse trionfato lei: Nyekachi Douglas, 21 anni, nigeriana, un metro e 84 di altezza per un buon 47 di piede, una modella che come Miss River State era arrivata direttamente dalle regioni paludose del Delta del Niger, con un vestito verde alla conquista del mondo. All'annuncio, Nyekachi Douglas ha spalancato la bocca immensa, e con una felicità che sembrava incontenibile ha abbracciato la rivale Toni-Ann Singh, Miss Giamaica, che la guardava attonita e piangente. Era lei la prima, lei Miss Giamaica aspirante medico, e non Miss Nigeria di professione modella che aveva visto sfumare all'ultimo metro l'occasione di una vita. I commentatori sui social e in tv, dagli Stati Uniti all'Africa, hanno passato al setaccio la felicità dimostrata dalla seconda. E nessuno ha trovato uno sbaffo di falsità, una traccia di delusione nel suo volto al settimo cielo. Su Twitter c'è chi ha trasformato l'immagine di Nyekachi vincente-sconfitta in una cartolina di buon anno: «Nel 2020 quando un vostro amico o un'amica comincerà una nuova attività o avrà successo per qualcosa che è anche la vostra passione, siate la sua Miss Nigeria». La Nigeria è un Paese di quasi 200 milioni di abitanti, il più popoloso dell'Africa, quello con il Pil più grande. Un mosaico di mille facce, ricchezze, contraddizioni: è il Paese delle ragazze di Chibok, le studentesse rapite da Boko Haram molte delle quali non sono ancora tornate a casa dopo quasi sei anni di prigionia. Ma è anche la terra dove è cresciuta Njideka Akunyili Crosby, straordinaria visual artist trentaseienne che oggi vive e lavora prevalentemente negli Stati Uniti. La sua opera forse più famosa è un quadro, una scena di ballo realizzata con pittura e collage: I refuse to be invisible è il titolo, che potrebbe essere anche il manifesto di quest'Africa orgogliosa e consapevole che esce dai confini e dai cliché. «Mi rifiuto di essere invisibile»: lo dice in fondo l'Africa della scrittrice Chimamanda Ngozi Adichie, «femminista totale» che vive tra l'America e la natia Nigeria e che può permettersi di dire: «La mia casa è dove si trova la mia collezione di scarpe». Che siano cento o un paio, che siano polverose infradito perse in uno slum di Lagos o le numero 47 sul palco di Miss Mondo. Nere e visibili: c'è anche una sorellanza speciale, di genere e di pelle, nella nuova generazione delle Miss Top. Per la prima volta nella storia, le cinque corone di Miss Universo, Miss Mondo, Miss Usa, Miss Teen Usa e Miss America sono tutte sulle teste di donne nere. Miss Universo è una sudafricana, Miss Mondo è una nera giamaicana. E la sua numero due, Nyekachi Douglas, ha dato prova di come si possa vincere perdendo.

M.Lo. per “il Messaggero” il 14 dicembre 2019. La rivoluzione della bellezza. Le afro-americane per la prima volta con le fasce dei più importanti concorsi da miss. E usano la corona per parlare al mondo di violenza di genere, razzismo, diversità e stereotipi. Belle e impegnate, hanno rovesciato l'immagine e il linguaggio dei concorsi di bellezza. Gli scettri di Miss Usa, Miss Teen Usa, Miss America e ora anche Miss Universo sono andati a donne di colore ma anche in prima linea nelle battaglie contro le discriminazioni. La nuova Miss Universo, Zozibini Tunzi del Sud Africa, è un'attivista nella lotta contro la violenza di genere. Un'altra barriera è venuta giù. Non sono lontani i tempi in cui dai concorsi di bellezza non c'era spazio per le donne di colore. Fino a 50 anni fa la bellezza era solo bianca. Nel 1977 Janelle Commissiong fu la prima Miss Universo di colore. Nel 1983 Vanessa Williams fece storia con il titolo di Miss America, nel 1990 fu la volta di Carole Anne-Marie Gist con la corona di Miss Usa, mentre nel 1991 Janel Bishop fu la prima Miss Teen Usa afro-americana. Mai era successo però che nello stesso momento le reginette dei quattro concorsi di bellezza fossero tutte di colore. L'ultimo trionfo è quello della sudafricana Zozibini Tunzi, eletta l'altro giorno ad Atlanta, Georgia, dove si è tenuta la finalissima di Miss Universo. Modella e laurenda in pubbliche relazione all'Università di Cape Town, 26 anni, Zozibini ha sbaragliato le altre 89 concorrenti. «Questa notte si è aperta una porta», ha scritto su Instagram la prima Miss Universo del Sud Africa che conta 2,3 milioni di follower. «Ho avuto l'onore di essere la prima ad attraversarla. Mi auguro che ogni giovane possa credere nel potere dei sogni e vedere la sua faccia riflessa nella mia». Zozibini ripete sui social che la sua missione è quella di rompere gli stereotipi della bellezza. «Io credo nell'inclusione», aveva scritto lo scorso ottobre, indossanto la Buhle crown, realizzata da un brand di gioielleria. «Le donne hanno molte sfaccettature proprio come l'arcobaleno, non siamo unidimensionali. Siamo di tutte le forme, dimensioni e sfumature. Abbiamo in comune il fatto di essere potenti e di essere regine». Tunzi ha creato una piattaforma per la lotta alla violenza di genere. Ha dedicato la sua campagna sui social per combattere gli stereotipi di genere. Difende la bellezza naturale e incoraggia le donne ad amarsi così come sono. «La società per molto tempo ha identificato la bellezza con uno stereotipo di razza. Il bello è bianco. Ora, anche se lentamente, stiamo andando verso una nuova stagione in cui le donne come me, trovano un posto nella società e finalmente possono immaginare di essere considerate le più belle del mondo». Quale messaggio si dovrebbe trasmettere alle ragazze oggi? «La leadership. È una cosa che è mancata nelle giovani e nelle donne per molto tempo, perché è così che la società ha etichettato le donne. Le donne sono gli esseri più potenti al mondo e dovrebbero avere maggiori opportunità. La cosa più importante è farsi spazio nella società e cementarlo». Quest'anno anche la prima concorrente lesbica a Miss Universo, la 21enne Miss Myanmar Swe Zin Htet, che ha fatto coming out a pochi giorni dal concorso. Soprannominata Superman dai suoi fan, Htet ha raccontato che con la sua partecipazione sperava di aiutare a cambiare gli atteggiamenti anti-Lgbtq. Miss Irlanda Fionnghuala O'Reilly come professionista alla Nasa voleva combattere lo stereotipo secondo il quale «la scienza non è roba da donne».

Miss Italia, sinistra contro sovranisti. I consiglieri Rai grillini e piddini protestano, FdI è favorevole allo show. Laura Rio, Martedì 27/08/2019 su Il Giornale. In questo miscuglio di colori, in questa confusione politica dove non esistono quasi più confini, su una questione destra e sinistra continuano a dividersi nettamente: il corpo delle donne. Come cinquant'anni fa, femministe e anti femministe a darsi battaglia. E qual è il terreno di scontro più acceso? Miss Italia, ovviamente... la più nota esposizione di lato a e lato b. Da quando la Rai sovranista-grillina ha accettato di riportare a casa la sfilata di bellezze, si sono sprecate le polemiche. Ultimi a intervenire alcuni consiglieri Rai che, probabilmente rientrati dalla ferie, hanno deciso di scrivere le loro rimostranze all'ad Salini dopo molti giorni dall'annuncio ufficiale. La grillina Beatrice Coletti, la piddina Rita Borboni e Riccardo Laganà hanno protestato alcuni giorni fa per questa scelta che «ripropone un'operazione giustamente interrotta perché legata a stereotipi femminili vetusti». Si riferiscono alla decisione dell'allora presidente Rai Anna Maria Tarantola di cancellarla dal palinsesto, che decretò il passaggio su La7. I tre consiglieri, oltre a protestare perché la scelta non è stata sottoposta al Cda, collegano anche la manifestazione ai «numeri impressionanti di violenza sulle donne resi noti dal Censis perché in Italia le donne vengono valutate solo per il loro aspetto fisico dando credito alla possibilità che si possa trattare solo di un oggetto che si può buttar via». Le tesi del terzetto sono state riprese dalla senatrice Pd Valeria Valente, presidente della commissione femminicidio e dal combattivo deputato Michele Anzaldi. A breve giro di social, è arrivata la risposta da destra. Isabella Rauti, responsabile Pari opportunità di Fratelli d'Italia: «Bene ha fatto la Rai a riportare sulla tv di Stato Miss Italia. E risultano sterili le polemiche imbastite da una sinistra che pretende di avere il copyright sui diritti delle donne». «Che c'entra - si chiede la Rauti - la bellezza delle donne con la violenza?» Parla di «retorica neofemminista sessantottina» anche il deputato FdI Federico Mollicone. Patrizia Mirigliani, la patron del concorso alle polemiche da tempo non fa più caso: «Siamo criticati da quando siamo nati come concorso, ma non c'è niente che possa scalfire una nave che da 80 anni va regolarmente in porto». E le insinuazioni su una sua vicinanza alla Lega? «Non faccio politica. Il concorso si è fatto ed è andato in tv con ogni tipo di governo». In ogni caso, con una maggioranza rossa, la kermesse non sarebbe mai tornata su Raiuno, neppure per festeggiare gli 80 anni... Appuntamento, per la serata finale, il 6 settembre. In conduzione Alessandro Greco, uno che ha sposato una Miss. Nel frattempo destra e sinistra hanno un vero terreno di scontro su cui confrontarsi...

MISS ITALIA 2019, FINALE. Vincitrice e diretta: è la ripescata Carolina Stramare. Emanuele Ambrosio 07.09.2019 su Il Sussidiario.  Finale Miss Italia 2019 su Rai 1: diretta del concorso di bellezza condotto da Alessandro Greco. Podio Carolina Stramare, Serena Petralia e Sevmi Fernando.

Miss Italia 2019 diretta finale. Le Miss storiche premiano Caterina Di Fuccia. Miss Eleganza è la numero 37, Miriam Melluso, nominata da Silvana Giacobini. Samanta Togni si occupa di Miss Sorriso, che per lei è Sevmi Tharuko Fernando (62). Miss Cinema risponde al nome di Cosmary Fasanelli (57), almeno secondo Caterina Murino. Simona Quadarella porta ad Alessandro Greco la busta più importante, quella più attesa. Simona sta conoscendo il successo grazie ai suoi risultati nel mondo dello sport. Come lei non si arrende di fronte agli insuccessi, così l’augurio è che nemmeno le Miss lo facciano. Vedi quello che è successo a Carolina Stramare, che è stata ripescata e poi ha vinto contro ogni aspettativa. Fuori le rivali Sevmi Tharuko Fernando e Serena Petralia. (agg. di Rossella Pastore)

Torna in gara Carolina Stramare. Chiara Bordi e Paola Torrente sono le protagoniste dello spazio finale di Miss Italia 2019. Una si è distinta per via della sua disabilità, l’altra per il suo essere curvy. E’ poi la volta di un’altra Miss, Giulia Salemi, a cui spetta il compito di annunciare Miss Social. “I social vanno utilizzati nella giusta maniera”, esordisce Giulia, “bisogna essere naturali. La mia è stata una crescita organica naturale, ci tengo a sottolineare questo”. La scelta della Salemi è ricaduta su “una ragazza che sa veicolare messaggi”: “Ho guardato il suo Instagram, questa ragazza sa scrivere, sa comunicare, ho letto una dedica che ha scritto a sua madre e stavo per mettermi a piangere”. La bella in questione è Miriam Melluso e a lei va la fascia di Miss Social. Quanto al titolo principale, le tre Miss in gara sono impegnate con le “domande scomode”. Al duo composto da Serena Petralia e Sevmi Tharuka si è aggiunta Carolina Stramare (03), tornata a competere grazie alla giuria del ripescaggio. (agg. di Rossella Pastore)

Polemica in giuria. Isolde Kostner è una delle sciatrici italiane più premiate della storia. Isolde porge a Greco una busta scottante, quella che contiene i nomi delle ultime 2 Miss a essere selezionate. Isolde ha parole incoraggianti per loro: “Nello sport ho avuto più delusioni che soddisfazioni. Quando lo racconto, nessuno mi crede. Come si superano? Ponendosi nuovi obiettivi dopo ogni gara. Gli obiettivi, da atleta, è facile trovarli, perché ci sono le gare, ma è facile anche per queste ragazze che sono giovani”. Serena Petralia (20) e Sevmi Tharuka (17) sono ufficialmente sul podio. Per le altre 78 ragazze c’è ancora speranza, ma il verdetto è affidato alla giuria del ripescaggio. Polemica tra Lorena Bianchetti e Caterina Balivo: “Basta con questa ipocrisia, Miss Italia la vince la più bella”, protesta la Balivo mentre Lorena parla di “portamento”. “Io ho fatto Miss Italia, non sapevo camminare, non sapevo fare niente. Ho imparato dopo”. (agg. di Rossella Pastore)

Monologo di Tosca D’Aquino. La giuria di Miss Italia 2019 è chiamata a ripescare una delle eliminate. Ognuna ha la sua preferita, per questo già litigano. In attesa di scoprire chi sceglieranno, si passa alla gara più importante. Sono solo dieci le Miss rimaste in gara, e ognuna di loro è chiamata a presentarsi. Greco annuncia la prossima prova: “Per i malpensanti, che credono che le Miss siano solo un involucro, abbiamo progettato una prova speciale con Sergio Assise”. Che in fin dei conti non è una vera e propria prova: le dieci finaliste sono chiamate a dire nome e titolo, niente di più. Ma anche ascoltare le loro presentazioni aiuta molto. Già solo il loro modo di porsi la dice lunga sulla loro attitudine a muoversi sul palco. Una che sicuramente sa farlo è Tosca D’Aquino, simpatica e riflessiva nel monologo sulla forza delle donne. (agg. di Rossella Pastore)

Il concorso che cambia la vita. Dopo un lungo stacco pubblicitario, Miss Italia 2019 riprende dai ringraziamenti. Il primo a essere citato è Valerio Zoggia, sindaco di Jesolo, insieme al presidente Invent Sante Bortoletto: “Grazie per la squisita ospitalità”, dice Greco, “grazie per la vostra compartecipazione”. La busta per la terza scrematura la porta Novella Calligaris, prima fra gli atleti italiani a vincere una medaglia olimpica nel nuoto e attualmente giornalista di Sky. Dopo aver raccontato la sua esperienza in vasca, Novella cede la busta al conduttore, ed ecco le Miss che accedono alle fasi finali. Tra loro, anche le superfavorite Giada Pezzaioli (17) e la Miss dalla pelle scura, Sevmi Tharuka (62). La parola passa alla Miss storica Roberta Capua: “E’ tutta un’attesa, tutta un’adrenalina e tutta una mancanza di consapevolezza. Il concorso ha cambiato per sempre la mia vita. In quel momento vivevo l’attimo, non mi rendevo conto”. (agg. di Rossella Pastore)

I consigli di Milly Carlucci. “Nella notte di Jesolo esplode la forza di Benji&Fede”. Alessandro Greco introduce così il duo pop più famoso d’Italia. Qualche problema tecnico fa tardare la loro esibizione. Si parla di pochi istanti, ma il conduttore è costretto a ripresentarli. Al momento musicale segue quello ginnico, e poi, in rapida successione, il momento ballo. Tra le Miss ancora in gara fa capolino Milly Carlucci, a cui le protagoniste fanno alcune domande. Ce n’è una in particolare, la numero 31, che le chiede come si diventa conduttrici. “Ci vuole quel qualcosa in più, ma in realtà è un insieme di tante cose”. Dalla professionista alla donna, con la domanda sulle molestie sessuali. “Ne ha mai subite, in questo mondo?”. Milly dice di no: “Sono stata fortunata”. (agg. di Rossella Pastore)

Le professioniste dello sport. Prima prova per le aspiranti Miss Italia 2019. Sulle note di Say a Little Prayer, le aspiranti reginette fanno il loro tradizionale ingresso in studio indossando gli abiti da sposa. Dopo la sfilata, Alessandro Greco si rivolge a Gina Lollobrigida: “Non c’era il televoto, quando tu partecipasti a Miss Italia”. E Gina racconta: “Sì, c’era la giuria. Io ero molto timida. Era la mia prima volta davanti a un grande pubblico, ero imbarazzata. Partecipai per poter fare per la prima volta un viaggio in macchina. Non avevo neanche il vestito adatto. Avevo fatto cucire apposta un costume coi pantaloncini”. Poi fa ridere tutti: “C’era una fisarmonica in palio e io speravo di vincerla”. Dopo l’attrice, tocca alle professioniste dello sport, o meglio a quelle del calcio. Anche Alice Sabatini, Miss Italia 2015, è una promessa del basket, e sul palco dimostra quello che sa fare. (agg. di Rossella Pastore)

L’assurda esperienza di Manila ed Eleonora. Miss Italia 2019 va avanti per la maggior parte delle candidate reginette. Si tratta di una prima scrematura, in attesa di quelle più consistenti che arriveranno più tardi. E non è nemmeno detta l’ultima parola: “Una di voi”, precisa Greco, “può tornare in gioco grazie alla scelta che farà la giuria del ripescaggio”. Il conduttore interpella subito le ex belle: “Siete d’accordo col televoto?”. Carlotta Maggiorana, Miss Italia 2018, prende subito la parola: “Sono tutte bellissime, ognuna ha una caratteristica che la differenzia”. Al suo commento segue quello di Manila Nazzaro, Miss Italia 1999: “Ma noi come abbiamo fatto a vincere?”, si chiede ironica Manila. Eleonora Pedron, che trionfò nel 2002, racconta: “Ero insieme a Manila nel 1999. Non vinsi. Mi presentai qualche anno più tardi e arrivai prima”. Stessa storia per Manila: “Nel 1996 ero con Denny, la vincitrice di quell’anno. Mi presentai nel 1999 e vinsi io”. Parola di nuovo ad Alessandro Greco, che incoraggia tutte: “A un certo punto ci sarà il ripescaggio, quindi ragazze non demordete”. (agg. di Rossella Pastore)

La “vecchia” Miss Italia. A bordo campo siedono le bellezze “storiche” di Miss Italia. Si va da Alice Rachele Arlanch, Miss Italia 2017, ad Anna Zamboni, Miss Italia 1969. Ed è proprio la Zamboni a prendere la parola: “Ai tempi era più facile atterrare sulla Luna che avere il coraggio di essere belle. Partecipare al programma era diverso da quello che può essere oggi. Per esempio, noi dormivamo con i nostri genitori, mentre loro adesso non possono neanche vederli”. Anna e le altre “ex belle” eleggeranno la Miss delle Miss, un titolo speciale introdotto in occasione dell’80esimo compleanno. Dopo di loro, fanno il loro ingresso in studio Caterina Balivo, Lorena Bianchetti, Eleonora Daniele, Giulia Salemi, tutte in qualità di componenti della giuria d’onore. (agg. di Rossella Pastore)

La favorita. Giada Pezzaioli è una delle ragazze favorite di Miss Italia 2019. Eletta da poco Miss Puglia, Giada potrebbe fare l’en plein conquistando anche la corona più ambita. La Pezzaioli non è nuova alle dinamiche del mondo dello spettacolo. A 25 anni, infatti, è già stata protagonista dei gossip per via della sua relazione con Giovanni Conversano. La bella Giada ha rubato il cuore dell’ex tronista di Uomini e Donne, che in passato è stato fidanzato anche con Serena Enardu. Giada è una delle 80 Miss che questa sera sfileranno a Jesolo. Solo una di loro conquisterà il titolo di più bella d’Italia, grazie al pubblico a casa a cui spetta il giudizio risolutivo. Sarà il televoto, infatti, a decretare la vincitrice. Miss Italia è stato il trampolino di lancio di star come Cristina Chiabotto, Anna Valle, Martina Colombari e Francesca Chillemi. Giada sarà una di quelle che “hanno avuto successo”? (agg. di Rossella Pastore)

Il sogno di Giada Pezzaioli. Tra le Miss in carica per la corona di Miss Italia 2019 c’è anche la già nota Giada Pezzaioli. Nonostante sia già un volto noto del mondo dello spettacolo e abbia già molte esperienze televisive, la 25enne ha deciso di mettersi alla prova in una sfida per nulla semplice. Al settimanale Diva e Donna ha però specificato le motivazioni di questa scelta: “Ora che ho realizzato il sogno di diventare mamma, sono felice di poter avere un’occasione nello spettacolo. Indossare la corona sarebbe un grande orgoglio e in futuro mi piacerebbe diventare conduttrice.” ha ammesso la Pezzaioli che al suo fianco in questa bellissima avventura ha il suo compagno e papà di suo figlio Enea: Giovanni Conversano. Che Giada possa arrivare fino alla fine di questo lungo percorso? (Aggiornamento di Anna Montesano)

Miss Italia 2019, Cristina Chiabotto non ci sarà. Tanti gli ospiti che calcheranno il palco della 70esima edizione di Miss Italia. Tra questi, però, non ci sarà chi questa ambita fascia l’ha vinta solo alcuni anni fa: stiamo parlando di Cristina Chiabotto che avrebbe dovuto essere in studio ma che invece non ci sarà. A svelarlo, in un post su Instagram, è proprio lei. “2004….tutto è cominciato da qui. – ha esordito la Chiabotto, postando anche uno scatto del momento in cui fu incoronata – Rivivo in ogni istante il sogno della mia vita. Purtroppo non riuscirò ad essere presente questa sera, ma il mio cuore batte al solo pensiero”. Tra i commenti dispiaciuti di alcuni fa, spunta anche quello di Tiziano Ferro che ricorda come, all’edizione 2004 di Miss Italia “io ero l’ospite musicale! (Aggiornamento di Anna Montesano)

Miss Italia 2019, il dress code delle ospiti. C’è grande attesa per la finale di Miss Italia 2019 che andrà in onda questa sera su Rai1. Alessandro Greco conduce la 70esima edizione della gara di bellezza italiana che, a quanto pare, avrebbe quest’anno imposto un particolare dress code alle ospiti. A svelarlo è Blogo che scrive “la produzione della kermesse avrebbe imposto – o fortemente suggerito, scegliete voi la definizione più corretta – il dress code alle ospiti. In particolare, l’invito sarebbe stato rivolto alle miss storiche che costituiranno una folta giuria chiamata ad eleggere la sua preferita fra le 80 concorrenti in gara.” Sarebbe dunque stato chiesto loro di non indossare abiti scollati e o con spacchi molto evidenti. Una richiesta particolare che potrebbe anche creare un po’ di discussione. (Aggiornamento di Anna Montesano)

Miss Italia 2019, Alessandro Greco alla conduzione. Padrone di casa di questa finale di Miss Italia 2019 è Alessandro Greco. Il conduttore ha detto sì al programma e alla conduzione di questa finalissima in corsa e dopo il no di Antonella Clerici (“avvisata troppo tardi per fare una cosa come piace a lei”) e questa sera si prepara a calcare l’importante palco di Rai1 oltre quello del concorso di bellezza che compie 80 anni. Quella di questa sera sarà una festa, non ha dubbi Greco che parla della proclamazione della vincitrice ma anche 80 anni di storia da raccontare e celebrare così come è da celebrare la bellezza che è cambiata dalle prime edizioni del concorso e lo stesso conduttore ha spiegato: “La bellezza italiana è cambiata […] è diventata meno ostentata, una bellezza più fiera, che tende a una autoaffermazione certamente esteriore ma che lasci trasparire il bagaglio bellissimo che la donna può esprimere…”. In base a questa sua dichiarazione, quale sarà la Miss Italia 2019 che incarnerà proprio il cambiamento di questi anni? (Hedda Hopper)

Miss Italia 2019, chi sarà la vincitrice della finale? Cresce l’attesa per la finalissima di Miss Italia 2019, il concorso di bellezza che quest’anno festeggia 80 anni. Un anniversario davvero speciale siglato dal ritorno in Rai dello storico concorso che andrà in onda venerdì 6 settembre 2019 su Rai1. A condurre il concorso Alessandro Greco con la complicità di Tosca D’Aquino. L’edizione numero 80 del concorso si preannuncia davvero rivoluzionaria con una serie di novità che riguardano proprio le fasi della gara. Alla finale arriveranno 80 ragazze, proprio come gli anni del concorso, ma a differenze delle altre edizioni quest’anno ci sarà un’inaspettata possibilità anche per le aspiranti Miss eliminate. Da 80, infatti, solo in 2 arriveranno alla fase finale a cui si aggiungere una terza aspirante vincitrice che sarà ripescata tra le 78 concorrenti eliminate. A decidere chi sarà la “miss eliminata” a rientrare in gioco sarà una giuria di qualità composto da solo donne: Elisa Isoardi, Caterina Balivo, Eleonora Daniele e Lorena Bianchetti e dalla madrine Gina Lollobrigida.

Miss Italia 2019, ospiti e novità: da Milly Carlucci a Peppino Di Capri. La finale di Miss Italia 2019 sarà una grande festa, non solo dedicata alla bellezza, ma anche alla musica e all’intrattenimento. Diversi gli ospiti che si alterneranno sul palcoscenico: a cominciare da Milly Carlucci, la regina del sabato sera di Raiuno, pronta a rispondere alle domande delle Miss, mentre ospiti musicali Fausto Leali, Peppino Di Capri e Benji e Fede. Un’altra novità del concorso numero 80 di Miss Italia è l’assenza di una giuria tecnica. La reginetta più bella d’Italia, infatti, non sarà votata da nessuna giuria, ma soltanto dagli italiani. Spetterà al pubblico da casa, tramite il televoto, votare la Miss 2019. Il concorso di Miss Italia non è tale senza una polemica.

Miss Italia 2019, la polemica: Sevmi Tharuka Fernando e le accuse degli haters. In queste ore, infatti, una aspirante Miss in corso è finita nel mirino degli haters per via del colore della pelle. Si tratta di Miss Veneto Sevmi Tharuka Fernando, che sui social è stata accusata semplicemente per le sue origini cingalesi. “Tu non rappresenti i canoni di bellezza italiana, non meriti di partecipare a Miss Italia” ha scritto un hater alla aspirante Miss numero 62, nata e cresciuta in Italia ma con origini dello Sri Lanka. Le critiche hanno fatto stare male la ragazza come ha raccontato a Fanpage: “Ho avuto un ripensamento sulla mia partecipazione quando mia mamma ha pianto per le critiche. Ma ora sono qui, non si torna indietro”. A starle vicino in questo delicato momento Denny Mendez, la prima Miss di colore: “mi è stata molto vicina. È stato incredibile, lei è la prima ragazza di carnagione scura a vincere Miss Italia ed è stato un grandissimo sostegno. Mi auguro che queste idee cambino, non si può andare avanti così in un Paese multietnico, troppe persone starebbero male”.

Chi sono le 80 finaliste di Miss Italia 2019?

Ecco i nomi e numeri delle finaliste del concorso di Miss Italia di quest’anno: N.1 ALESSANDRA BOASSI N.2 CHIARA SAVINO N.3 CAROLINA STRAMARE N.4 CECILIA BERNARDIS N.4 CECILIA BERNARDIS, N.5 JENNIFER PAVESI, N.6 ELISA CHECCHIN, N.7 MARIALAURA CACCIA, N.8 GIULIA LEONARDI, N.9 VIRGINIA AVANZOLINI N.10 CHIARA GORGERI, N.11 LEILA ROSSI, N.12 GIULIA CIARLANTINI, N.13 FRANCESCA PERSIANI, N.14 FLAVIA NATALINI, N.15 ANGELA ETIOPE, N.16 CHRISTINE FEGATILLI, N.17 GIADA PEZZAIOLI, N.18 ANNALISA ALFIERI, N.19 MARIA ZITO, N.20 SERENA PETRALIA, N.21 BENEDETTA CASCIANO, N.22 GIORGIA PIANTA, N.23 ALICE MOCENNI, N.24 SOFIA SILVANA PLESCIA, N.25 SUSANNA GIOVANARDI, N.26 GIULIA NORA, N.27 SIMONA VIOLA, N.28 LETIZIA SANTULLO, N.29 ILARIA DEL VESCOVO N.30 ILARIA PETRUCCELLI, N.31 MARIA TERESA CORSO, N.32 MARIANNA MONTAGNINO, N.33 SOFIA RACCANELLO, N.34 SABRINA BALDI, N.35 LINDA VOLPI, N.36 ERICA FILOSA, N.37 MYRIAM MELLUSO, N.38 MARIKA SETTE, N.39 MARTINA PAGANI, N.40 IZABELA LAMALLARI, N.41 JENNY STRADIOTTO, N.42 FRANCESCA LICINI, N.43 GAIA FOGLINI, N.44 CHIARA FILIPPI, N.45 FLORIANA RUSSO, N.46 GAIA MARINI, N.47 CLER BOSCO, N.48 MATILDE CECCHI, N.49 ALESSIA DEL REGNO, N.50 LAURA TORTORICI, N.51 VALENTINA MURA, N.52 IRYNA NICOLI, N.53 ALESSIA ORLANDI, N.54 ANGELICA CAMPANELLA, N.55 MARIA GABRIELLI, N.56 LUCILLA NORI, N.57 COSMARY FASANELLI, N.58 IDA BILANCIA, N.59 ANGELA SETTE, N.60 JESSICA GENOVA, N.61 MARIAGRAZIA DONADONI, N.62 SEVMI THARUKA FERNANDO, N.63 GIORGIA VITALI, N.64 FRANCESCA TRAMICE, N.65 CATERINA DI FUCCIA, N.66 MARIA CAMPANIELLO, N.67 ANTONIETTA MOLLICA, N.68 GIULIA VITALITI, N.69 ERICA CESTE, N.70 ALESSIA PASQUALON, N.71 ELEONORA MEZZANOTTE, N.72 GIULIA D’ORLANDO, N.73 ALESSIA LAMBERTI, N.74 CATERINA MARTELLI, N.75 EMILY BOLOGNESI, N.76 TERESA ANNA FUSCO, N.77 VALENTINA PESARESI, N.78 FEDERICA FONISTO, N.79 GRETA BIANCHI, N.80 LUCREZIA TERENZI

Miss Italia 2019: chi è Carolina Stramare, la vincitrice. La ventenne lombarda, eletta con il 36% delle preferenze, era stata eliminata e poi ripescata dalla giuria. Tutto sulla finale di Miss Italia, condotta da Alessandro Greco. Panorama il 7 settembre 2019. Segni particolari: bellissima. È Carolina Stramare, 20 anni di Vigevano, la vincitrice di Miss Italia 2019. La giovane lombarda è stata eletta durante la finalissima dell’edizione numero ottanta del concorso - andata in onda venerdì 6 settembre - passando da ripescata di lusso (per merito della giuria) a prima Miss Italia eletta esclusivamente grazie al televoto. Ecco il meglio e il peggio della serata condotta da Alessandro Greco.

Miss Italia 2019, ha vinto Carolina Stramare. Eliminata quasi subito e ripescata grazie alla "giuria di qualità" - formata da Eleonora Daniele, Caterina Balivo, Giulia Salemi (scelta in extremis dopo il forfait di Elisa Isoardi) e dalla madrina della serata, Gina Lollobrigida - Carolina Stramare, che era arrivata alla finale con la fascia di Miss Lombardia, è stata poi eletta dal pubblico con il 36% delle preferenze. Come lei, anche Miriam Leone nel 2008 era stata ripescata dalle compagne e poi aveva vinto Miss Italia. Nata a Genova il 27 gennaio 1999, Carolina è alta 1,79, ha occhi verdi e capelli castani, è diplomata al liceo linguistico, frequenta un corso di formazione grafica e progettistica all’Accademia di Belle Arti di Sanremo. Lavora come modella da crica tre anni e segue l'attività di famiglia: il nonno paterno, circa settant'anni fa, aprì un negozio d'arredamento in Liguria, gestito dal padre. La Stramare pratica equitazione a livello agonistico (salto ad ostacoli) dall’età di nove anni e nuoto. Fidanzata con Alessio Falsone, un calciatore con la passione per l’equitazione, ha dedicato la vittoria alla mamma, che ha perso un anno fa. "Per me oltre che una madre era un'amica vera e nonostante la sua assenza, la sento vicina. Sono fermamente convinta che la forza che mi accompagna ogni giorno da un anno a questa parte sia tutta merito suo", ha spiegato.

Il meglio e il peggio della finale di Miss Italia 2019. Cosa resta della finale di Miss Italia 2019? Senza dubbio la cofana cotonata di Gina Lollobrigida che "impalla", come si dice tecnicamente, il momento della proclamazione della vincitrice. Il che, diciamolo, fa parecchio ridere se non fosse che quello è il fotogramma più atteso della serata (quello che entra negli annali del concorso). Un po' è colpa della regia disattenta (e ingiustamente massacrata sui social), un po' sicuramente dell'ora tarda visto che Alessandro Greco ha congedato i telespettatori all'1.40 del mattino: soliti orari da sequestro di persona, insomma, che piacciono ormai solo ai tele-nottambuli e ai dirigenti di rete che così possono gongolore per lo share alto (più si allunga il brodo, più la percentuale sale).

Così, il ritorno di Miss Italia su Rai 1 dopo sei anni di assenza è stato visto da 2.679.000 telespettatori con il 19,6%, numeri sicuramente buoni ma non clamorosi, considerando la controprogrammazione praticamente assente. Sul resto della serata, che dire: dimenticabile. Al netto delle polemiche sullo "sfruttamento" della figura femminile, di cui si dibatte da decenni senza arrivare a una conclusione, resta che lo show Miss Italia appare ogni anno di più anacronistico e polveroso. Se poi si farcisce la finale con decine di ospiti - tra cui molte donne dalle storie sicuramente importanti ed emozionanti - si possono cogliere i buoni propositi degli autori ma la noia resta latente. Il carico da novanta ce lo mette l'eterno déjà vu, a cominciare dai "quadri" visti e stravisti - con balletti imbarazzanti stile televendite di Non è la Rai - e i momenti imbarazzati come le interviste delle finaliste ai personaggi famosi. “Vorrei chiedere a Milly Carlucci da quanto sta con suo marito e se l’ha mai tradito”, domanda una ragazza alla conduttrice, che risponde senza fare un plissé. Nel 2019, di grazia, ancora queste banalità? L'impressione complessiva sa di occasione mancata e del resto preparare uno show celebrativo per gli 80 anni del concorso in un mese e mezzo, era un'impresa titanica. Alessandro Greco ce la mette tutta per provare a dare ritmo - che siano big o mediani, la Rai dovrebbe trattare meglio i suoi artisti e Greco, bistrattato un anno fa con la chiusura ingiusta di Zero e Lode, poi richiamato in corsa all'ultimo minuto, merita più continuità lavorativa - ma anche lui pare travolto dagli eventi di una serata a tratti surreale. L'errore di base? Sforzarsi a tutti i costi di nobilitare una semplice gara tra bellezze spacciandola per un maxi casting attraverso cui scovare il talento delle ragazze. Se un talento ce l'hanno, avranno tutto il tempo di dimostrarlo, come hanno fatto in passato tante ex miss (vincitrici e non), da Roberta Capua a Caterina Balivo, da Caterina Murino a Miriam Leone. Tutto il resto è incomprensibile ipocrisia.

Miss Italia: vince Carolina Stramare. Eletta con il televoto, ha ottenuto il 36% di preferenze. Si è imposta su Sevmi Fernando e Serena Petralia. Nella giornata della finale arriva la critica dell'ex presidente della Camera Laura Boldrini: "La Rai vuole fare i concorsi per le ragazze? Bene, faccia quelli per regolarizzare il personale precario che lavora in azienda, altro che quelli di bellezza". Silvia Fumarola il 07 settembre 2019 su La Repubblica. Miss Italia 2019 è Carolina Stramare, eletta con il 36% delle preferenze, arrivata come Miss Lombardia. Vent'anni anni, occhi verdi felini, chioma castana era data come favorita. Nata a Genova, vive a Vigevano, ha perso la mamma a luglio dell'anno scorso, e dal palco ha ringraziato i nonni materni, seduti nel PalaInvent di Jesolo, che la applaudivano. La nuova reginetta di bellezza era stata esclusa nelle precedenti fasi di votazione, ma è stata ripescata dalla giuria delle 'Miss storiche', che poteva riportare in finale una concorrente. Poi ha deciso il televoto, il popolo sovrano, vero protagonista dell'ottantesima edizione del concorso di bellezza. Una maratona televisiva in diretta su Rai1 - era il ritorno in Rai, dopo sei anni su La7 - che si è chiusa all'una e mezza di notte. Dalle 80 finaliste si è passati a 40, quindi a 20, 10 e infine a due, Sevmi Tharuka Fernando (Miss Rocchetta Bellezza Veneto), al centro degli insulti razzisti, e Serena Petralia, Miss Sicilia, alle quali si è aggiunta con il ripescaggio Stramare.

Tre ventenni. La votazione definitiva del pubblico ha premiato lei, la bella miss Lombardia, che sfiora il metro e ottanta di altezza. Studia grafica all'Accademia di Belle Arti di Sanremo, lavora come modella, dice di avere un debole "per le persone dagli occhi buoni e sinceri". "Eravamo tutte e 80 bellissime, tutte con qualcosa di particolare. Ringrazio la giuria del ripescaggio", ha commentato. "Miss Italia è un'esperienza unica e la porterò sempre nel cuore. A chi dedico la vittoria? Alla mia mamma, che sicuramente ha sempre un occhio per me" . Carolina spera che il titolo sia un volano per la sua professione nella moda, anche se si è specializzata nel design, guardando a un possibile sbocco lavorativo nell'azienda di famiglia nel settore dell'arredamento. Ma non chiude a altre opportunità nella tv o nel mondo del cinema. Una curiosità: anche Miriam Leone, considerata una delle Miss Italia più belle di sempre, (oggi è  una delle attrici più richieste), nel 2008,  fu ripescata. "Nella vita mai dire mai" dice Carolina Stramare, che pratica equitazione a livello agonistico (salto ostacoli) da circa otto anni, ed è una vera sportiva: "Nuoto, è lo sport più completo per mantenersi in forma e quando le giornate lavorative mi appesantiscono un po' mi piace andare a correre per scaricare la tensione. Adoro gli animali, specialmente i cavalli, per questo, anche nei giorni in cui non ho lezione amo passare parte della mia giornata al maneggio, strigliare i cavalli e seguire i bambini più piccoli". Altra passione "i viaggi, che sono i regali migliori e  i soldi spesi meglio. Amo passare il mio tempo libero con la famiglia, con le amiche e col mio fidanzato". Maratona televisiva infinita (che ha raccolto una media di 2 milioni e 700mila spettatori pari al 20% di share), Miss Italia è tornata in Rai e i social sono impazziti. Tra le miss "storiche", ospiti sul palco tipo commissione di esame, mancavano quelle che, a furor di popolo, sono considerate le più belle: Miriam Leone e Anna Valle. Madrina della serata Lina Lollobrigida, 92 anni, eroica, più tonica degli spettatori del palazzetto a cui Greco urlava in continuazione "Forza pubblico!" per sollecitare gli applausi. L'organizzatrice del concorso Patrizia Mirigliani difende Miss Italia fino alla fine, dicendo che "la bellezza è importante, è un'opportunità in più. Le donne hanno tante possibilità, il mondo nelle loro mani. Studiano, si laureano".

Tutto vero. Però in questo spettacolo extralarge, con battibecchi esilaranti (Caterina Balivo versus Lorena Bianchetti: "Qui si giudica la bellezza, e basta!"), le ragazze per la prova di portamento sfilano ancora in abito da sposa. Sui social c'è chi protesta e chi ironizza. Lo show è un patchwork. Greco il maratoneta ricorda il patron del concorso Enzo Mirigliani e di Fabrizio Frizzi, storico conduttore di Miss Italia. Seduta su una poltrona rossa, Carlotta Maggiorana, Miss Italia 2018, aspetta il momento in cui restituire la corona. Nella giornata della finale arriva la critica dell'ex presidente della Camera Laura Boldrini: "La Rai vuole fare i concorsi per le ragazze? Bene, faccia quelli per regolarizzare il personale precario che lavora in azienda, altro che quelli di bellezza". Gli autori mettono insieme campionesse delle sport, archeologhe, Eleonora Daniele incontra la mamma di Giordana di Stefano, uccisa dal compagno con quarantotto coltellate. L'aveva denunciato per stalking. Sul palco centinaia di scarpe rosse, simbolo della battaglia contro la violenza sulle donne. Poi la musica, Fausto Leali, Benji e Fede, Peppino di Capri, Tosca fa un monologo che purtroppo non fa ridere. Milly Carlucci, più atletica delle concorrenti, viene data in pasto alle domande delle ragazze. Un'intrepida chiede alla conduttrice se sia mai stata molestata, la risposta ovviamente è no. Greco dà lezioni di vita: "La donna deve mandare messaggi chiari agli uomini che ci provano". Ci vorrebbe Isabella Ragonese che nei panni della professoressa Isabetta Ragonelli, faceva il tutorial nel programma di Serena Dandini: "Si può fare/non si può fare". Un'altra miss domanda se il marito l'abbia mai tradita. La lady di ferro Carlucci ride: "Lo uccido".

CAROLINA STRAMARE ELETTA MISS ITALIA, 2^ LA SICILIANA SERENA PETRALIA. Il Tempo (ITALPRESS) il 7 Settembre 2019. Carolina Stramare è Miss Italia 2019. La ventenne di Vigevano (PV), è la vincitrice dell'edizione numero 80 del Concorso. E' stata eletta in diretta su Rai 1, nella trasmissione condotta da Alessandro Greco dal PalaInvent di Jesolo, con il 36% delle preferenze. In finale con il numero 3, Carolina e' nata a Genova il 27 gennaio 1999. Alta 1,79, occhi verdi e capelli castani, è diplomata al liceo linguistico, frequenta un corso di formazione grafica e progettistica all'Accademia di Belle Arti di Sanremo. Lavora come modella e pratica equitazione a livello agonistico. Carolina ha vinto 'in rimonta': eliminata in un primo momento dal televoto è stata poi ripescata dalla giuria presieduta da Gina Lollobrigida. Seconda classificata la siciliana Serena Petralia, 20 anni, da Taormina. Aveva conquistato il titolo di Miss Sicilia a Noto, ereditando la corona che nella scorsa edizione fu della messinese Elisabetta Lucchese. Terza la veneta di origini cingalesi Sevmi Fernando, in gara con il numero 62. Con Carolina Stramare, la Lombardia conquista il titolo per l'undicesima volta nella storia del Concorso. Ultima prima di lei Rosangela Bessi, che aveva conquistato la fascia 29 anni fa, nel 1990. Assieme alla Sicilia la Lombardia e' la Regione che ha collezionato il maggior numero di titoli. Seguono il Lazio con 10, il Veneto con 6, il Friuli e la Calabria con 5, il Piemonte, la Toscana e le Marche con 4, la Campania con 3, l'Emilia Romagna, la Liguria, la Sardegna e l'Umbria con 2, la Puglia e l'Abruzzo con una sola miss.

Miss Italia 2019, la vincitrice è Carolina Stramare. Pubblicato sabato, 07 settembre 2019 da Corriere.it. Miss Italia 2019 è Carolina Stramare, ventenne, già Miss Lombardia, modella, che forse adesso riuscirà a prendere il coraggio per leggere Mia madre è un fiume, il romanzo di Donatella Di Pietrantonio che le ha lasciato in eredità sua mamma Cristina, morendo l’anno scorso, con le sue note a margine. Occhi verdi, capelli castani, una taglia quaranta per 179 centimetri di altezza, è stata ripescata dalla giuria tecnica in chiusura di programma. Auguri! La trasmissione su Rai Uno era cominciato come doveva. Con l’omaggio del conduttore Alessandro Greco a due uomini che sono stati importanti per il concorso, come un papà e un fratello maggiore: lo storico patron Enzo Mirigliani e Fabrizio Frizzi, per tante volte conduttore della kermesse che ieri ha compiuto 80 anni davanti alla madrina Gina Lollobrigida, appena poco più grande (92 anni), splendente in giallo canarino. L’edizione che doveva essere più populista (era l’unica in cui la vincitrice doveva essere espressione esclusiva del televoto da casa) non ha perso la sua vocazione trasversale: raccontare come cambiano le ragazze italiane (la maggior parte delle partecipanti all’edizione 2019 è iscritta all’università, fa sport anche a livello agonistico, se non studia lavora, un paio sono mamme, una ha genitori cingalesi, un’altra ha la madre ucraina). Così come non ha smesso di essere bersaglio delle critiche. E hai voglia a essere forte, come raccomandò Enzo Mirigliani quando cedette il testimone a sua figlia Patrizia, la predestinata che lo accoglieva bambina con il tutù per mostrargli quanto fosse brava. «Sono voluta tornare in Rai, dopo una bellissima esperienza con La7 durata sei anni, perché sapevo che mio padre avrebbe voluto così per gli 80 anni. Alle polemiche siamo abituati». Forse non si aspettava gli attacchi delle donne, ultima la deputata eletta con Leu Laura Boldrini, che su Twitter ha scritto: «La Rai vuole fare i concorsi per le ragazze? Bene, faccia quelli per regolarizzare il personale precario che lavora in azienda, altro che quelli di bellezza». Come se tutti i mali della tivù pubblica dipendessero da una kermesse che occupa una sola serata nel palinsesto della rete ammiraglia e di cui l’azienda paga solo il conduttore, il regista (interno alla Rai) e un autore. Ma si sa, nel bene o nel male, purché se ne parli. E anche quest’anno il concorso è arrivato con i suoi record: un milione e 100 mila ragazze iscritte al concorso dal 1946 a oggi: diecimila solo nel 2019. Le Miss di adesso, ottanta, nascondevano altrettante storie. Quella delle gemelle omozigote messinesi Angela e Marika Sette, che qualche giorno fa hanno ottenuto un permesso speciale per andare a Milano a fare il test di accesso a Medicina: Angela vorrebbe diventare neurochirurga, Marika chirurga plastica. Questa è l’edizione di Maria Zito, 21 anni, di Montescaglioso (Matera), laurea triennale in Architettura urbanistica al Politecnico di Milano, un’adolescenza da dimenticare con occhiali, apparecchio ai denti, busto ortopedico e compagni allenati a tormentarla. C’è Sevmi Tharuka Fernando, italianissima di Villanova Camposampiero, nel Padovano, con fidanzato leghista, bersagliata dagli haters (i genitori hanno chiesto di votarla ai 111 mila della comunità cingalese). E c’è la tennista professionista Susanna Giovanardi, romana, che tra uno Slam e la corona di Miss ammette di preferire il primo. Unica vincitrice certa, prima ancora che si chiudesse il televoto, era una: Teresa Bellanova, neoministra delle Politiche agricole, bella come ogni donna capace e preparata, che sta bene qualsiasi cosa indossi.

ANSA il 7 settembre 2019. La lombarda Carolina Stramare, 20 anni, in gara con il numero 3, è la vincitrice del concorso Miss Italia 2019. Nella finale di Jesolo, trasmessa in diretta da Rai 1, Stamare, di Vigevano (Pavia), si è imposta su su Serena Petralia, 20 anni, siciliana di Taormina, e Sevmi Fernando, 20 anni, di Padova, che con lei costituivano la terza finalista. Carolina Stramare era in gara con la fascia di Miss Lombardia. La nuova reginetta della bellezza era stata esclusa nelle precedenti fasi di votazione, ma è stata ripescata dalla giuria delle 'Miss storiche', che poteva riportare in finale solo una concorrente. È questa la prima volta che Miss Italia, giunta alla 80/a edizione, ha visto la scelta della vincitrice esclusivamente con il televoto. Le fasi di votazione sono state 4: dalle 80 finaliste si è passati a 40, quindi 20, 10 e infine due, Sevmi Fernando e Serena Petralia, alle quali si è quindi aggiunta con il ripescaggio Stramare. La votazione definitiva del pubblico ha premiato la miss lombarda. Miss Italia 2019 ha occhi verdi e capelli castani, porta la misura 40 e ha il 41 di scarpe. E' nata il 27 gennaio 1999, a Genova. Diploma di liceo linguistico, iscritta attualmente ad un un corso di formazione di grafica e progettistica all'Accademia delle Belle Arti di Sanremo, lavora da circa tre anni come modella.

Giuseppe Candela per Il Fatto Quotidiano il 7 settembre 2019. Habemus Miss Italia 2019: Carolina Stramare. Lo storico concorso, tornato su Rai1 dopo sei anni per celebrare i suoi 80 anni, ha scelto la nuova reginetta di bellezza. Una ragazza di 20 anni, nata a Genova ma vive a Vigevano, 179 centimetri di altezza, con i suoi occhi verdi e capelli castani ha conquistato pubblico e giuria. La concorrente numero 3 è stata incoronata dalla madrina della serata Gina Lollobrigida, era stata inizialmente eliminata e poi ripescata dalla giuria. La Stramare, che succede a Carlotta Maggiorana, è diplomata al liceo linguistico e frequenta un corso di formazione grafica e progettistica all’Accademia di Belle Arti di Sanremo, lavora anche come modella e pratica equitazione a livello agonistico. La ragazza ha superato in finale la numero 20 Serena Petralia, proveniente da Taormina, e la miss numero 62 Sevmi Tharuka Fernardo. Quest’ultima, nata a Padova da genitori originari dello Sri Lanka, si è classificata al terzo posto e nei giorni scorsi era finita al centro della scena per gli insulti razzisti ricevuti sui social network. Il concorso nelle scorse settimane è stato preceduto da numerose polemiche da parte dei consiglieri del Cda, poche ora prima dell’evento l’ex presidente della Camera Laura Boldrini ha nuovamente tuonato contro Miss Italia: “La Rai vuole fare i concorsi per le ragazze? Bene, faccia quelli per regolarizzare il personale precario che lavora in azienda, altro che quelli di bellezza”. Un concorso che fatica ad avere un senso, dal punto di vista televisivo, nel 2019: superato a desta e sinistra da veline e wanna be fashion blogger. E’ più probabile ottenere una forma di visibilità e una occasione televisiva con qualche migliaia di follower su Instagram che non dopo un passaggio en passant in tv, seppur su Rai1. Miss Italia trasmesso sulla prima rete del servizio pubblico “one shot” a inizio settembre non sembra un dramma televisivo, le chiavi di lettura in questo caso superano però i confini del piccolo schermo. Il tempo a disposizione, poco più di un mese, non ha reso l’impresa semplice. La scenografia si mostra imponente, l’orchestra fa la sua figura ma è la regia a indebolire la resa mostrandosi traballante e fuori tempo, capace di mancare momenti clou della serata in maniera sorprendente. La serata, a tratti piacevole, alla lunga ha evidenziato i suoi limiti, ha aggiunto troppi ospiti slegandoli dal racconto, allungando la durata e proclamando la vincitrice addirittura all’una e quaranta minuti. Una celebrazione, quella degli 80 anni dell’evento, che avrebbe meritato un racconto migliore, magari con l’aiuto delle teche e il ricordo dei momenti cult. Provare a inserire tutto in una sola serata, senza una attenta selezione, ha favorito un minestrone dal sapore amaro. La serata è stata comunque vista da 2.679.000 telespettatori con il 19,6%. Ascolti positivi per l’evento con lo share favorito dalla chiusura a notte fonda. Lo scorso anno, quando Miss Italia andava in onda su La7, aveva ottenuto 802.000 spettatori con il 5,77% di share. Dati non paragonabili trattandosi di reti differenti. Alessandro Greco è giunto alla conduzione in extremis dopo i rifiuti dei volti di punta di Rai1. Mostra sul campo ancora qualche residuo di troppo degli “anni 90”, una tendenza alle freddure eccessiva ma si tratta di un professionista che ha saputo gestire una serata non semplice. Difetti che potrebbe superare sul campo con un impegno più lungo. A Miss Italia una spalla comica o femminile in studio lo avrebbe aiutato a rifiatare: usare Tosca D’Aquino fuori campo non ha tolto, ma nemmeno aggiunto. In giuria Elisa Isoardi dà forfait e viene sostituta, senza una chiara ragione, dalla prezzemolina Giulia Salemi. La scelta di affidarsi al trio Bianchetti, Balivo, Daniele fa molto “squadra Rai”, un modo anche per lanciare i programmi in partenza nei prossimi giorni. Gina Lollobrigida, la sua storia, quello che rappresenta: nulla è stato valorizzato. Miss Italia ha l’alibi di averci provato e di averlo fatto con poco tempo a disposizione, per ora senza riuscirci. Adesso tutto dipenderà dalla Rai: Miss Italia continua o finisce qui?

Andrea Parrella per Fanpage.it il 7 settembre 2019. Anche la finale di Miss Italia 2019 ha avuto il suo battibecco. Nel torpore di una serata che non si è distinta per un particolare dinamismo, ci hanno pensato Lorena Bianchetti e Caterina Balivo a smuovere un po' le acque, in un momento in cui la serata sembrava inesorabilmente destinata a concludersi senza colpi di scena. Oggetto della disputa tra le due conduttrici, rispettivamente alla guida di "A sua immagine" e "Vieni da me", è stato un tema eterno che ha animato le discussioni all'interno e attorno a Miss Italia, vale a dire il dissidio tra la bellezza pura e l'importanza che le ragazze partecipanti al concorso posseggano anche qualità ulteriori rispetto al criterio estetico. Discorso che vede la sua rappresentazione massima nella boutade sul desiderio di pace nel mondo, caro vecchio adagio divenuto il motto dell'aspirante miss per antonomasia. A tirare in ballo la questione è Lorena Bianchetti, che prova ad esprimere un'idea lontana dalla centralità del mero dato estetico per la valutazione di una aspirante miss. "Miss Italia non la vincerà la più bella, non conta solo la bellezza," ha detto la conduttrice, trovando immediatamente opposizione da parte di Caterina Balivo, che di Miss Italia ne sa qualcosa avendo preso parte al concorso anni fa, e che respinge la tesi della Bianchetti, interrompendola e inalberandosi: "Basta con questa ipocrisia. Miss Italia lo vince la più bella. Non le abbiamo sentite parlare". La collega, che si percepisce attaccata, reagisce provando a spiegarsi e sottolineando come oltre ai lineamenti possano contare eleganza e portamento come criteri di rilievo, argomentazione che trova il favore dello stesso conduttore Alessandro Greco. Ma Caterina Balivo non ne vuole sapere: Quando fui io a partecipare a Miss Italia, vinse una ragazza che all'epoca era più bella di me. Il portamento e l'eleganza arrivano dopo. Finita la trasmissione tutti amici, oppure l'alterco sarà durato anche dietro le quinte?

Emiliana Costa per Leggo.it il 7 settembre 2019.  Miss Italia, la domanda shock della miss a Milly Carlucci: «Tuo marito ti ha mai tradito?». La risposta spiazza tutti. Ieri sera è stata eletta Miss Italia 2019. Si tratta della bergamasca Carolina Stramare. Ma durante la serata c'è stato un momento di forte imbarazzo, nel corso dell'intervista da parte della miss in gara a Milly Carlucci. Dopo le prime sfilate delle concorrenti, alcune miss hanno avuto l'opportunità di intervistare la conduttrice di Rai1. Ma alcune domande l'avrebbero messa in forte imbarazzo. Se una miss le ha chiesto se avesse mai ricevuto «molestie sessuali sul lavoro» e Milly ha risposto di no «forse perché mi vedono molto severa», un'altra le ha posto la fatidica domanda sui tradimenti: «Suo marito l'ha mai tradita?». Gelo in studio. Milly Carlucci, incredula, ha replicato ironica: «Lui a me? No, lo uccido». Il momento di imbarazzo non è passato inosservato su Twitter. «Adesso capisco perché finora non avevano mai fatto parlare le miss», scrive ironico un utente. E ancora: «Ma puoi chiedere a Milly Carlucci se ha le corna?». Tra gli utenti, c'è anche chi ha criticato la risposta della conduttrice: «'Lo uccido?' Se lo avesse detto un uomo apriti cielo». E ancora: «Sono stata tradita tante volte e non l'ho mai pensato». Al momento la conduttrice non avrebbe replicato, ma la domanda imbarazzante della miss ha spiazzato davvero tutti.

Stefania Cigarini per Leggo il 12 settembre 2019.  Quando sei una fan sfegatata di Eros Ramazzotti e ti arrivano i suoi complimenti sul tuo profilo privato, inaspettatamente. Capita, se sei Carolina Stramare, neo Miss Italia: «Non ci potevo credere, si è congratulato per il titolo».

E tu che hai fatto?

«Gli ho detto che ho persino una frase di Mamarà tatuata sulla caviglia destra: Voglio solo vederti sorridere, voglio solo vederti così. Era la preferita di mamma».

Eros come ha commentato?

«Non ci posso credere, mi ha detto, era contentissimo, mi ha invitato ad un suo concerto». 

Un appuntamento? 

«Nooo, sono fidanzata. Lo adoro come cantante, ma sarebbe un po’ troppo maturo per me».

Inizia così, con una carrambata e la sincerità che dichiara tutti i suoi vent’anni, la visita di Miss Italia a Leggo. 

Partecipando ad un reality saresti diventata famosa più velocemente, ci hai pensato?

«Me ne hanno proposti diversi, ma non sentivo di poter gestire una situazione così, mostrarmi a 360 gradi, ero vulnerabile».

Titoli?

«Grande Fratello, Uomini e Donne, Temptations Island».

Ora ti senti più forte?

«Più decisa, consapevole. Ha contribuito il dolore per la morte di mamma, l’anno scorso, che mi ha fatto crescere».

Cosa vuol dire Miss Italia oggi?

«Una competizione che va molto oltre l’estetica. Si premiano personalità, competenze, basi già solide e indirizzate».

Le polemiche sulla tua vittoria?

«Il voto popolare fa piacere, ma è soggettivo; il parere della giuria interna è oggettivo, rispecchia i canoni del Concorso. E chi meglio di Gina Lollobrigida poteva saperlo».

Il ripescaggio? 

«Porta bene, a Miriam Leone, Miss Italia 2008, è andata più o meno così. E sta facendo una gran carriera».

È un modello?

«Certo, ma anche Martina Colombari, che ho conosciuto, è bellissima, umile, elegante. Mi ha fatto i complimenti».

Altri riferimenti?

«Kasia Smutniak, l’attrice, è fine, elegante, posata. Anche lei completa».

Le critiche?

«Me ne faccio una ragione. In questo periodo cerco di leggere e di non immagazzinare. Tivù ne guardo poca. Faccio più attenzione ai social, è normale alla mia età».

Social?

«Tanto affetto e poche critiche, davvero. Più che altro alcuni mi hanno spiegato perché avrebbero preferito la loro Miss a me. Ma ci sta, si tratta di gusti personali».

Gelosa delle altre?

«No, sono la prima a notare una bella ragazza. A fare comunella».

Il fidanzato Alessio, otto mesi insieme.

«La mia seconda storia importante, è stato il mio primo supporter a Miss Italia, quasi un manager. Ed è paziente con i miei difetti».

Un esempio?

«Sotto pressione divento nervosetta, da un nonnulla faccio un tragedia».

Come cambierà la vostra vita ora?

«Vorrei che la sua non cambiasse molto, è impegnato nella ristorazione insieme alla famiglia e ora allena una squadra di calcio, è stato un giocatore professionista»

Quale squadra? 

«...»

Non ricordi una cosa del genere?

«Non nei dettagli (ride), insomma so che è impegnato il martedì e il giovedì sera. Sto facendo una gaffe vero? È che dal 27 agosto sono stata impegnata con il Concorso, non posso ricordare tutto (ride)».

Tuo nonno ha dichiarato in una intervista che non hai “mai fatto marachelle". Non può essere vero.

«Ho avuto genitori attenti, però una volta ... »

Una volta?

«Ho tamponato un’auto in sella ad un motorino in centro a Vigevano, la mia città».

Non un granché.

«Sì, ma all’epoca non avevo la patente e il motorino l’avevo preso a prestito, per così dire, al mio fidanzato. Senza che lo sapesse. Un bel casino».

Come è finita?

«Diego, il mio ex fidanzato era, ed è, molto responsabile. Ha rimediato. Non ho quasi mai parlato di lui, ma è stata la mia prima storia importante, cinque anni. Anche una figura un po’ paterna, gli devo molto. Ci siamo sentiti per i complimenti». 

Il tuo futuro?

«Vuoi che ti dica le solite frasi con le quali ce la caviamo noi miss? Tipo figli, famiglia?»

Dimmi quello che vuoi.

«Vivere il mio anno da Miss, con gli impegni e le sfide che comporta. Poi vorrei continuare a fare la modella. E tra vent’anni mi vedo accasata, con affetti radicati».

Il mestiere di modella.

«Ci sono molti preconcetti come vita spericolata, tabù alimentari. A me non è mai successo nulla del genere. Lavoro con marchi iper-professionali, mai avuto nulla da recriminare. È un mestiere che ha i suoi pro e i suoi contro come ogni professione. È stancante, ma mi piace moltissimo e spero di farlo a lungo». 

#metoo, che idea ti sei fatta?

«È una questione di scelte, sei tu che costruisci il tuo futuro. Io non ho mai avuto problemi. È vero anche che possono esserci caratteri più fragili o vulnerabili. Comportamenti inappropriati in questo senso sono inaccettabili».

LA CURIOSITA' Carolina ha undici, tra i quali la rima di Mamarà di Ramazzotti (foto), il nome della mamma, la data di nascita del papà, il collare del cane, una farfalla, una rosa, la frase Amo te, una luna dietro l’orecchio, un serpente sulla nuca.

Massacrato di insulti il fidanzato di Miss Italia. Secondo i fan della reginetta di bellezza, Alessio Falsone non sarebbe all'altezza di una Miss e sui social lo ricoprono d’insulti. Lui, però, si difende davanti alle telecamere. Ludovica Marchese, Domenica 15/09/2019 su Il Giornale. Non c’è modo di scappare ai leoni da tastiera che, spesso guidati dall’invidia e dall’insoddisfazione, individuano ogni giorno un nuovo bersaglio. Ne è stato vittima anche il fidanzato di Miss Italia 2019, Carolina Stramare, che è stato letteralmente preso di mira dagli hater invidiosi della sua storia d’amore con la ragazza più bella d’Italia. Si tratta di Alessio Falsone, ha 27 anni, è di Milano e gioca a calcio come attaccante. Dai tratti mediterranei e con un fisico statuario, è indubbiamente un bel ragazzo. Tuttavia, in tantissimi, dopo aver visitato il profilo Instagram della Miss, hanno giudicato il giovane troppo brutto per stare con lei. I commenti sono scattati sotto un post in cui i due fidanzati si scattano un selfie insieme e la ragazza dedica ad Alessio un verso di Domenico Modugno: “Tu si ‘na cosa grande...”. “Ma perché ragazze così belle si accontentano di così poco?”, si è chiesto qualcuno, mentre altri le hanno addirittura consigliato di mollarlo. Infatti, la maggior parte dei follower Instagram di Carolina è convinto che la fama la porterà a lasciare il fidanzato e a trovarsi un compagno ben più ricco e famoso. E ancora: “Per me è più bella lei”, “Bocciato lui, promossa lei a 10 voti punto”, “Potresti avere tutti ai tuoi piedi: perché proprio lui?”, “Sei bellissima, mi dispiace dirlo ma Alessio non è alla tua altezza”. Al fianco di tanti insulti, però, ci sono altrettanti commenti di utenti che difendono Alessio Falsone, sottolineando come i due formano una bellissima coppia. Tra i commenti si legge: “Lui non assolutamente è brutto, la vostra è solo invidia! Viva l’amore!”, “Magari ci fossero dei brutti così in giro!”, “Se per voi lui è brutto io cosa dovrei fare?”, “Sono entrambi stupendi, ma perché la gente deve sempre criticare?” e “Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che piace”. Sta di fatto che, durante la partecipazione a Storie Italiane, Alessio Falsone ha voluto replicare per le rime. “Davanti a questi insulti sorrido. È inutile dare importanza agli invidiosi o alle cattiverie delle persone che non conosco e che per me non hanno nessun valore. Poi se dovessi rispondere metterei in difficoltà lei, invece è il suo momento. Non ho paura che ora che è diventata Miss Italia possa lasciarmi. Io conosco bene Carolina e la sua parte più profonda, le sue debolezze, i suoi pregi. So chi sono, so quanto valgo, ho le spalle larghe e non sono così insicuro. Stare insieme a lei non era già facile prima comunque, lei probabilmente è la ragazza più bella di Milano, di Pavia, di Vigevano, i luoghi che frequentiamo noi. Non puoi prendertela se qualcuno la guarda, perché per strada si girano anche i sassi. Deve essere lei a non mettermi in difficoltà”, ha raccontato Alessio nel salotto televisivo di Rai 1.

Alberto Dandolo per Oggi il 15 settembre 2019. Gessica Notaro dopo aver partecipato a Ballando con le Stelle è corteggiatissima dalla tv. A Cologno Monzese gira voce che la bella Gessica abbia rinunciato al Gf Vip dicendo no ad una grossa offerta economica. Si sussurra che il Biscione le avesse offerto la cifra record di 100 mila euro per partecipare come concorrente alla prossima edizione del noto reality. Carolina Stramare è stata eletta a furor di popolo Miss Italia 2919. La bellezza di questa statuaria ventenne lombarda ha infatti messo d'accordo tutti ed ora per lei si prospetta una sfavillante carriera televisiva. A Milano gira voce che abbia già trovato un agente: trattasi del potente Alex Pacifico che tra i suoi assistiti annovera anche Giulia Salemi, giurata nella ultima edizione del concorso di bellezza. 

"A Miss Italia mi hanno interrotta": le frecciatine (velenose) di Giulia. L'ex concorrente del Grande Fratello Vip si è lasciata andare ad un lungo sfogo con i follower, dopo essere stata "bacchettata" a Miss Italia 2019. Serena Granato, Domenica 08/09/2019, su Il Giornale. L'80° edizione della kermesse di bellezza più ambita del Bel Paese, Miss Italia, ha visto trionfare la 20enne Carolina Stramare, già Miss Lombardia. A far discutere sulla puntata che ha decretato la vittoria della Miss nata a Genova, di Vigevano e diplomata al Liceo Linguistico sono state, in particolare, le simpatiche gaffe e i piccoli battibecchi registratisi in studio, che hanno contribuito a segnare il successo ottenuto dalla serata-evento. Come i botta e risposta avuti tra il conduttore Alessandro Greco, che in puntata non è riuscito a ricordare tutti i nomi delle concorrenti-Miss, e l'ex gieffina Giulia Salemi, la quale ha voluto destinare un messaggio di ringraziamenti ai suoi fedeli sostenitori su Instagram e, al contempo, commentare i piccoli "scontri" avuti con Greco in diretta. "Un Miss Italia da sogno. È stata davvero un'emozione pazzesca -ha esordito Giulia Salemi nella descrizione del suo ultimo post condiviso su Instagram- tornare da Miss a Giurata, aver scelto insieme a delle grandi professioniste della televisione italiana una Miss da ripescare e averle dato un'altra chance, che le ha permesso di Vincere #MissItalia e realizzare il suo sogno, mi rende estremamente felice. Sono molto grata a Patrizia Mirigliani, Miss italia e Rai 1, lo staff, gli autori per questa bellissima opportunità. Nonostante io non abbia vinto, mi sono ritrovata su quel palco dopo 5 anni e ancora non mi sembra vero". L'ex protagonista del Grande Fratello Vip prosegue, poi, alludendo ai botta e risposta avuti a Miss Italia 2019 con Alessandro Greco: "Ho cercato di trasmettere la forza, positività, grinta e determinazione alle ragazze... anche se spesso i miei messaggi sono stati interrotti venivano dal mio cuore ed erano dedicati a tutte le ragazze che sono state eliminate, perché so bene come ci si sente in quel momento dove senti di avere “perso”, ma comunque, spero di essere arrivata (oltre al power c’è molto, ma molto, di più). Sono comunque molto felice, perché mi state scrivendo cose bellissime e avete capito e centrato il punto di ciò che volevo esprimere e mi state dando sostegno e forza come sempre... È solo l’inizio. Grazie a tutti e un in bocca al lupo a tutte le Miss di ieri sera, never give up ('Non mollate mai', ndr)! @missitalia".

Giulia Salemi da Miss a giurata. Giulia Salemi, terza classificata a Miss Italia 2014, ha eletto Miss Social 2019 e, incalzata sulle concorrenti-Miss, è risultata a quanto pare prolissa e il suo continuo uso di anglicismi sembra non aver entusiasmato il conduttore della kermesse di bellezza. "Sono focus su queste ragazze che sono veramente power", ha dichiarato l'ex fidanzata di Francesco Monte nel corso della diretta. Parole a cui Greco ha ribattuto alzando un po' il sopracciglio: "Ma questa è Miss Italia e non Miss Inghilterra! Focus? ...Power?".

Miss Italia, Caterina Balivo a brutto muso contro la Bianchetti: "Basta con questa ipocrisia". Libero Quotidiano il 7 Settembre 2019. Piccola tensione (che però non è passata inosservata) tra Caterina Balivo e Lorena Bianchetti durante la finale di Miss Italia andata in onda venerdì 6 settembre su Rai 1 e che ha visto vincere Carolina Stramare. Le due conduttrici, rispettivamente di Vieni da me e A sua immagine, si sono scontrate sull'eterno tema della bellezza delle Miss, ovvero se per prevalere conti più il puro aspetto estetico o altre qualità. "Miss Italia non la vincerà la più bella, non conta solo la bellezza", ha infatti detto Lorena Bianchetti trovando l'immediata opposizione della Balivo (peraltro ex partecipante al concorso) che si è inalberata: "Basta con questa ipocrisia. Miss Italia lo vince la più bella. Non le abbiamo sentite parlare". Insomma, il gelo in diretta faceva venire la pelle d'oca.

Laura Boldrini vede Miss Italia e frigna: attacco senza precedenti alla Rai. Libero Quotidiano il 7 Settembre 2019. Laura Boldrini, con il solito spirito femminista, contesta il ritorno in Rai del concorso di Miss Italia. Scrive L'ex presidente della Camera:  "La Rai faccia i concorsi per regolarizzare le precarie, altro che quelli di bellezza". Non è la prima volta che la Boldrini si scaglia contro il concorso di bellezza vinto quest'anno da Carolina Stramare con il 36% delle preferenze. La ventenne di Vigevano (Pavia), è la vincitrice dell’edizione numero 80 del concorso, che quest'anno si è svolta a PalaInvent di Jesolo e in diretta su Rai 1 nella trasmissione condotta da Alessandro Greco. La nuova reginetta di bellezza ha vinto "in rimonta": eliminata in un primo momento dal televoto è stata poi ripescata dalla giuria presieduta da Gina Lollobrigida. Seconda classificata Serena Petralia, con il numero 20, terza la veneta di origini cingalesi Sevmi Fernando, in gara con il numero 62. Come lei, anche Miriam Leone nel 2008 era stata ripescata dalle compagne e poi aveva vinto Miss Italia. 

Miss Italia, Patrizia Mirigliani durissima contro Laura Boldrini: "Come bestemmiare in Chiesa". Libero Quotidiano il 7 Settembre 2019. Come tutti gli anni, le critiche - futili - colpiscono Miss Italia. Per esempio attacca Laura Boldrini, e chi sennò, la quale ha pontificato affermando che la kermesse non dovrebbe andare in onda su Rai 1, ovvero la televisione pubblica, perché le ragazze ne uscirebbero mortificate. Il consueto delirio, insomma. E alla Boldrini così come alle altre critiche, ha deciso di replicare Patrizia Mirigliani, la patron del concorso: "Essere costretti a difendersi da attacchi di chi non conosce Miss Italia e che, nonostante gli inviti, non viene a vedere il concorso è assurdo". E ancora, la Mirigliani ha aggiunto: "Alcune critiche ci feriscono perché sono ingiuste, immotivate. La mercificazione del corpo delle Miss è un concetto che non ci appartiene, né ora né mai. Chi sostiene questo riferendosi a Miss Italia è come se bestemmiasse in chiesa", ha concluso. Insomma, Laura Boldrini colpita e affondata pur senza venir mai citata.

Mollicone: “Miss Italia un grande successo, un bene averla difesa”. Andrea Giorni domenica 8 settembre 2019 su Il Secolo d'Italia. Abbiamo intervistato Federico Mollicone, deputato per FDI capogruppo in commissione Cultura e commissario di Vigilanza Rai, sul grande successo televisivo di Miss Italia. Mollicone ha difeso sin da subito la messa in onda di Miss Italia su Rai 1, andando anche a Venezia durante le sessioni del concorso, contro la sinistra che ha chiesto l’annullamento perché il concorso sarebbe denigratorio nei confronti della figura femminile.

Grande successo di Miss Italia, con punte di 25% di share. Che sta a significare?

«Nonostante le prediche sull’antieconomicitá di Miss Italia, è un format che convince gli italiani, praticamente “nazionalpopolare“, “strapaesano“. Chi di noi non lo ha mai visto almeno una volta? Il ritorno della messa in onda sui canali del servizio pubblico, scelta che abbiamo sempre difeso, è un bene per l’azienda e i suoi conti. Complimenti a Mirigliani e De Santis, che hanno tenuto duro nonostante le difficoltà e gli attacchi».

Mollicone, la sinistra ha accusato Miss Italia di mercificare le donne…

«I soliti “luogocomunisti“. Miss Italia rappresenta il meglio dello spettacolo italiano, un autentico fenomeno di costume che convince da decenni i telespettatori. Il politicamente corretto cerca come al solito di imporre la sua mentalità, il pensiero unico. Nel ’68 predicavano la libertà per le donne. Le ragazze, infatti, sono libere di esprimere il proprio talento e la propria bellezza. Le concorrenti hanno infatti manifestato proprio per la propria libertà di competere, mentre i vari sinistroidi femministi come Boldrini e Anzaldi cercavano di limitare la sfera della libertà personale secondo la propria visione ideologica. Le pari opportunità sono tali solo secondo il metro di giudizio della sinistra. Il deputato dem ha tirato in ballo persino pendenze giudiziarie degli organizzatori, smentite poi, per mettere in discussione la qualità artistica e la messa in onda».

Da Miss Italia provengono alcune delle migliori protagoniste dello spettacolo italiano, come Colombari o Leoni. Banalmente, la sinistra è sempre più lontana dal paese reale.

«Almeno, a differenza del governo, a Miss Italia gli italiani hanno potuto votare, e lo hanno fatto in massa. Il presidente Mattarella ci rifletta».

Cambia il governo. Cosa cambierà in Rai?

«Sarà un periodo ad alta tensione, con riflessi sulla geografia interna e, quindi, sulle nomine. Per noi, in ogni caso, cambia poco perché ci posizioniamo fieramente sui banchi dell’opposizione nella commissione di Vigilanza. Ci auguriamo che siano rispettati i valori del pluralismo del servizio pubblico e l’indipendenza del Consiglio d’amministrazione. Riconosciamo nell’AD Salini un dirigente la cui azione è sempre stata nel segno della terzietá nella gestione della più grande azienda culturale della Nazione, ma continueremo a vigilare attentamente sull’operato del management».

Eleonora Pedron, orgoglio Miss Italia: "Che palle le critiche dei politici. Non dimentico cosa mi disse Frizzi". Gianluca Veneziani su Libero Quotidiano il 26 Agosto 2019. La storia della cultura occidentale è cominciata con un concorso di bellezza: tre divinità, Era, Atena e Afrodite, erano in gara e Paride scelse di affidare a quest’ultima il pomo di più bella, originando la guerra di Troia e permettendo che venisse concepita l’Iliade. Devono esserselo dimenticato i censori accecati dall’ideologia, le femministe per partito preso che, in occasione di ogni Miss Italia, gridano alla mercificazione del corpo della donna. E hanno alzato ancora più la voce quest’anno, dato che il concorso di bellezza, alla sua 80ma edizione, tornerà sul servizio pubblico (andrà in onda su RaiUno il 6 settembre). Ma a questa visione riduttiva del programma si oppone chi miss è stata e mai si è sentita donna-oggetto, come Eleonora Pedron, reginetta di bellezza nel 2002. Pedron, tre membri del cda Rai sostengono che a Miss Italia «le donne vengono valutate solo per il loro aspetto esteriore, mercificando il loro corpo», un fatto inopportuno mentre crescono le violenze sulle donne. E intanto Michele Anzaldi del Pd chiede un voto contro la decisione di riportare il programma in Rai. Sbagliano?

«Che due p… queste polemiche, chi critica il programma forse non ha nient’altro da dire. Miss Italia è l’esatto opposto della mercificazione della donna: è un evento raffinato ed elegante, in cui si riscopre la dimensione del romanticismo, del sogno, della favola. Altroché sfruttamento e volgarità. Metterlo in relazione ai femminicidi è poi follia totale. D’altronde, Miss Italia fa parte della tradizione del Paese: guardarla è un rito familiare, che si consuma nel focolare domestico, in cui tutti, grandi e piccini, si divertono a indovinare chi sarà la vincitrice».

Perché allora, secondo lei, scattano puntualmente agli attacchi a Miss Italia? C’è più moralismo o più invidia, da parte di alcune donne?

«Credo che quanti creano polemica lo facciano con l’unico scopo di schierarsi, darsi un tono e ottenere visibilità. Ma sbagliano completamente il bersaglio. I costumi da bagno delle partecipanti sono tutto fuorché provocanti: non si è mai visto a Miss Italia un perizoma o un seno mezzo scoperto. Sono costumi castigati quasi da nuotatrice olimpica».

Il ritorno in Rai aiuterà gli ascolti del programma che negli ultimi anni, su La 7, erano scesi sotto il milione di telespettatori?

«La Rai è come la casa di Miss Italia, il suo luogo naturale, ed è bello che vi torni una cosa antica, che lì è sempre stata seguitissima. Questo ritorno al futuro, a mio avviso, sarà anche vantaggioso per gli ascolti».

Lei che ricordi ha della Miss Italia vinta 17 anni fa?

«Fu non la mia prima, ma la mia seconda Miss Italia. Avevo già partecipato tre anni prima, nel 1999. Fu papà a incoraggiarmi a riprovarci, ci teneva, ma purtroppo si spense a pochi mesi dalla mia seconda partecipazione. Decisi di rimettermi in gioco come un omaggio a lui, altrimenti non lo avrei mai fatto. E alla fine vinsi. Ricordo quell’esperienza come un grande campo scuola in cui entrai in contatto con ragazze che arrivavano da un contesto molto diverso dal mio. Venivo da un piccolo paese in Veneto, Camposampiero, e se non avessi fatto Miss Italia forse sarei rimasta lì. Quel concorso fu il mio secondo passaggio verso la maturità, dopo il primo traumatico, la perdita di papà».

Quell’anno venne proclamata reginetta da Fabrizio Frizzi. Cosa le disse al momento della vittoria?

«Una sua frase mi resterà indelebile: “Miss Italia è la Favola e l’Eleganza in sé”. Aveva colto alla perfezione lo spirito di quella manifestazione. Dopo siamo diventati amici, è stato anche il padrino di mai figlia. Sono stata l’ultima reginetta da lui proclamata prima di un’assenza durata dieci anni. Quando tornò alla conduzione mi volle con sé nel programma. La chiusura di un cerchio».

Quest’anno Eleonora Pedron che ruolo avrà a Miss Italia?

«Farò parte della giuria. E mia figlia guarderà il programma da casa. Ha dieci anni, ma mi dice che un giorno piacerebbe anche a lei partecipare. Magari darà seguito alla tradizione familiare: mamma e figlia entrambe vincitrici, come è già capitato a Marisa Jossa e Roberta Capua». Gianluca Veneziani

·         Le Baby Miss.

Baby Miss, boom di concorsi in Italia. Il Garante: “No a sfruttamento”. Le Iene l'11 dicembre 2019. I concorsi di bellezza under 14 che hanno come protagoniste le Baby Miss dovrebbero essere vietati. Lo dice il Garante per l’infanzia e l’adolescenza, secondo cui “i bambini vanno protetti da ogni forma di sfruttamento che possa essere pregiudizievole per il loro benessere”. Vestitini carini, ombelico di fuori, con tanto di glitter, trucco (non da bambine) e sfilate con una mano sul fianco. Sono tutti momenti dei concorsi di bellezza under 14 che nascono per prima negli Stati Uniti e poi si diffondono in tutto il mondo e sembrano spopolare anche in Italia. Vi abbiamo parlato in questo servizio delle piccole reginette di California durante un Baby Miss Americano. Quando abbiamo chiesto a una bambina di 6 anni cosa volesse diventare da grande, ci ha risposto: “Una superstar”. Insomma, vi abbiamo anche fatto vedere come i genitori imbottiscono queste mini superstar di energy drink e bustine di zucchero per “tenere sveglie” le piccole dive. Una realtà per quale l’autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza in Italia si oppone: “I bambini vanno protetti da ogni forma di sfruttamento che possa essere pregiudizievole per il loro benessere”, spiega il Garante Filomena Albano. Durante queste gare, delle quali vi abbiamo parlato nel servizio di sopra, si fanno tanti sacrifici sia da parte dei genitori, ma soprattutto da parte delle bambine: cappelli pieni di lacca, trucco pesante e finti sorrisi sul viso. Sacrifici che portano di sicuro soddisfazioni ai genitori, ma che possono generare rischi psicologici per nulla scontati. Come ad esempio: un bambino potrebbe crescere con l’idea che l’aspetto fisico è l’unico valore che conta. L’ordinamento italiano offre soluzioni: l’autorità giudiziaria può infatti intervenire là dove ci sono violazioni dei diritti dei bambini.

Baby-Miss. Concorso in Colpa. Veronica Cursi per “il Messaggero” il 9 dicembre 2019. Pantaloncini fucsia attillati, rossetto rosso, ombelico di fuori. Janet, 4 anni, percorre la passerella ondeggiando. La mano su un fianco, fa una giravolta, poi si ferma e lancia baci al pubblico come una star. La mamma dice che il suo «è un dono» e che quello dei concorsi di bellezza è «un'opportunità», «si fanno tanti sacrifici per mandarla avanti, per assicurarle visibilità». Perché quella delle competizioni di bellezza per bambini, tanto diffusi negli Stati Uniti - al punto da ispirare nel 2006 il film Little Miss Sunshine - sono ormai una realtà anche da noi. Gare spesso organizzate a livello locale, pubblicizzate anche sui social, fatte di eventi nei centri commerciali e nei locali di provincia, che promettono lavori nelle agenzie specializzate o sulle passerelle di moda. Le adesioni sono sempre più numerose, come i sogni e le aspirazioni di questi genitori. In Francia nel 2013 è stata approvata una legge che mette al bando questo concorsi e in Italia qualche tempo fa venne lanciata una petizione sul web per fermare questo mercato dei bambini. Una situazione sui cui ora anche l'autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza pone l'accento: «È necessario ricordare che esiste la Convenzione Onu sui diritti dei minori - spiega il Garante Filomena Albano- E che i bambini vanno protetti da ogni forma di sfruttamento che possa essere pregiudizievole per il loro benessere. L'ordinamento italiano offre dei rimedi: la valutazione sulla condotta dei genitori o di chi esercita la responsabilità è infatti affidata all'autorità giudiziaria, che può intervenire laddove ci siano delle violazioni dei diritti dei bambini». Sofia, Erica, Rubina. Sono loro l'esercito di reginette in miniatura: vanno dagli 1 ai 14 anni a seconda della categoria (baby, junior, teenager). Alcune non sanno ancora leggere o scrivere ma sfilano come delle professioniste ricoperte di tulle e strass, in abiti da Lolita spesso cuciti a casa da nonne e zie orgogliose che applaudono in platea. Perché queste gare - per molti genitori - sono un investimento sul futuro. Partecipare non costa molto (la quota va dai 10 ai 50 euro) ma il budget da considerare è un altro: trasferte, corsi di portamento, book fotografici, eppoi vestiti, trucco e parrucchiere: tutto fatto in casa. «Arrivo anche a spendere 1000 euro», confessa una mamma. E il mercato dei social scorre parallelo. «Ballerina e fotomodella, 4 anni, seguimi»: è la scritta che compare sul profilo Instagram di questa piccola miss, due titoli in carica, 265 seguaci, ancora troppo pochi per una carriera da baby influencer. Ma ci si può lavorare. Sulla sua pagina scorrono foto e video delle sue performance, selfie in pelliccia, sfilate in mini abiti da sposa. È la mamma a gestire la sua pagina social. Crystel, 6 anni, bambolina bionda, ci tiene a far sapere che è pazza «di mascara e illuminante per il viso». Di anni ne ha qualcuno in più e anche di follower: 365. Ha vinto diverse fasce ed è testimonial di alcuni marchi abbigliamento per bimbi. Anche nel suo profilo pubblico scatti professionali, pose ammiccanti in pantaloncini di pelle. Baby Miss Spettacolo, baby Top Model, Miss Principessa. Vengono giudicate per look, portamento, presenza scenica: «Meglio farle cominciare con concorsi più piccoli - spiega l'organizzatrice di una di queste competizioni - Così abbiamo più tempo per insegnargli come devono entrare e uscire, essere preparate per i concorsi veri». «Tania si diverte moltissimo, devo sostenerla», ripete una mamma soddisfatta. «Oggi il lavoro più difficile in questo campo è proprio arginare certe madri - spiega Francesca Ambrosetti, titolare dell'agenzia di modelle Zoe Factory - Arrivano cariche di aspettative ed è difficile spiegargli che certe foto in mutande e reggiseno a 11 anni non si possono fare, certe pose provocanti sono da evitare. Ci sono bimbette trascinate qua e là per fare casting, le senti dire mangia questo, non mangiare quello: a una certa età questo deve rimanere un gioco, non un lavoro». E i rischi psicologici non vanno sottovalutati: «Un bimbo che cresce con l'idea che l'immagine sia tutto penserà sempre al corpo come a un valore essenziale - spiega Giovanni Martinotti, professore di Psichiatria all'università D'annunzio di Chieti - Il culto dell'estetica porta, tra gli altri, a disturbi del comportamento alimentare comuni sia nei maschi che nelle femmine. Molti genitori pensano di realizzare i propri sogni attraverso i bambini riversando su di loro desideri frustrati. Ma il risultato è che un domani molti di questi piccoli cresceranno altrettanto insoddisfatti».

·         Affidati alla sinistra.

Dove c'è l'affare li ci sono loro: i sinistri.

La lotta alla mafia è un business con i finanziamenti pubblici e l'espropriazione proletaria dei beni.

I mafiosi si inventano, non si combattono.

L'accoglienza dei migranti è un business con i finanziamenti pubblici.

Accoglierli è umano, andarli a prendere è criminale.

L'affidamento dei minori è un business con i finanziamenti pubblici.

Toglierli ai genitori naturali e legittimi è criminale.

Affidati alla sinistra. Alesandro Bertirotti l'1 luglio 2019 su Il Giornale. È tutta questione di… sporcizia. Certo, rimanere sconcertati di fronte a notizie come queste è il minimo. Anche il Cristo esprime parole durissime quando si riferisce a coloro che avrebbero osato “scandalizzare” i bambini. E dice, al tempo stesso, che per entrare nel Regno dei Cieli occorre farsi, appunto, come bambini. Questi sono i due concetti dai quali parto per il ragionamento che segue, perché penso siano non solo concetti cristiani ma appartenenti alla sensibilità che l’Occidente credeva di aver conquistata e mantenuta. Non siamo nuovi in Italia a notizie del genere, perché sono sicuro che molti di voi ricorderanno esattamente quello che è stato scoperto sul Forteto di Firenze. E potete trovare ancora materiale in rete, oltre a questo. Ma abbiamo di più, e cioè la presenza di una organizzazione a delinquere contro la famiglia tradizionale, la figura paterna per avvantaggiare famiglie alternative, ossia omosessuali et similia (anche bisessuali, tanto non fa male un po’ di creatività…), come si evince da questo articolo ulteriore. Coloro che conoscono la legge Cirinnà sulle unioni civili sanno perfettamente che penalizza qualsiasi unione eterosessuale a vantaggio di quelle omosessuali, perché ovviamente questo significa voti, per quella sinistra che appoggia da sempre la creatività evolutiva. È ovvio, mi riferisco alla creatività che ghettizza, attraverso le manifestazioni come il Gay Pride, i circoli con tessera Arci e altre amene iniziative ricreative. Quindi, possiamo sostenere che per la sinistra la famiglia tradizionale è qualche cosa da superare, desueto, démodé e quindi reazionario. Un padre che fa il padre, amando una madre che fa la madre, con la colpa di essere eterosessuali, sono sicuramente inadatti all’educazione dei figli. Ecco perché è utile organizzare il peggio possibile, per condurre questi bambini ad un vero e proprio lavaggio del cervello, con sevizie psicologiche e fisiche. Io sono convinto che non tutta la sinistra sia in queste condizioni, almeno la poca che ancora pensa, e che non sia piegata all’ideologia di qualche multinazionale. È anche vero che gli esponenti politici attuali non hanno rivolto nessuna attenzione a quanto sta uscendo fuori da questa scandalosa storia emiliana. E non si sono assolutamente recati in Emilia, magari con qualche dichiarazione di condanna, preferendo, giustamente secondo loro, imbarcarsi per difendere bambini, famiglie, padri e madri del tutto normali, ma poveri ed immigrati. È evidente, che esiste una normalità che a loro piace, e che magari proviene dal mare. Mentre la normalità di una Emilia che lavora duramente è assolutamente da evitare, visto che si inventano persino storie per sottrarre i bambini alle proprie famiglie, e attraverso un interessantissimo giro di denaro, affidarli a famiglie creative. In questo caso, il termine “creative” è sinonimo di delinquenti, almeno queste sono le accuse. Vedremo se ci sarà un rinvio a giudizio e dunque un giudizio. Intanto, “la politica progressista per il bene dell’umanità intera” (locuzione che esprime tutto l’amore possibile per la povera gente…) prende il sole in Sicilia e se ne frega dei criminali che alimenta in patria. Cosa dovremmo pensare di tutto ciò?

"Angeli e Demoni", si allarga l'inchiesta: indagati altri due sindaci dem. Il Pd emiliano elogiava l'esperienza della Val d'Enza tanto da promuovere in quei luoghi "un incontro pubblico della commissione, per ascoltare il territorio e condividere azioni di sistema". Bignami: "Il Pd c'è dentro fino al collo". Costanza Tosi, Martedì 02/07/2019 su Il Giornale. Il Partito democratico finisce nell'occhio del ciclone nell’inchiesta sul business degli affidamenti dei minori. Non solo Andrea Carletti nel registro della pm si aggiungono altri due uomini del Pd. Paolo Colli e Paolo Burani, ex sindaci di due comuni nel reggiano, Montecchio e Cavriago. Anche loro adesso sono indagati per abuso d'ufficio. Proprio come lui, il primo cittadino di Bibbiano - Carletti, appunto - finito agli arresti domiciliari che, come scritto nell'ordinanza del tribunale di Reggio Emilia, era "pienamente consapevole della totale illiceità del sistema (…) disponeva lo stabile insediamento di tre terapeuti privati della Onlus Hansel e Gretel all'interno dei locali della struttura pubblica della Cura". Il tutto in "costante raccordo" - si legge sempre - con Federica Anghinolfi, la donna paladina delle coppie gay che dava in affido i bambini anche a donne omosessuali a lei legate. A collegare i due nomi c'è anche una certa familiarità con il mondo della sinistra. Se il sindaco era politicamente legato al Pd, anche la responsabile del servizio sociale integrato dell'Unione di Comuni della Val d'Enza non sembra essere sconosciuta a quell'ambiente, vista la sua partecipazione - per esempio - alla festa dell'Unità di Bologna del 2016. "Il Pd c'è dentro fino al collo", dice senza esitazioni Galeazzo Bignami, di Forza Italia, parlando di quello che considera uno "scandalo in salsa rossa". Eppure, dopo i 18 arresti disposti dal Gip, a sentire le dichiarazioni degli esponenti del Partito democratico sembra quasi che il sindaco sia una sorta di pecora nera nel sistema del welfare della Regione. "Ciò che sta emergendo dall'operazione dei carabinieri ha contorni che, se confermati, sarebbero di una gravità inaudita", ha detto l'assessore rosso alla Sanità dell'Emilia-Romagna, Sergio Venturi. "In quel caso è chiaro che la Regione si troverebbe ad essere parte lesa". Sulla stessa linea anche il segretario regionale del Pd Paolo Calvano e il capogruppo democratico in Regione Stefano Caliandro che, in una nota congiunta, hanno dichiarato: "Se quei fatti fossero confermati, la Regione sarebbe parte lesa e in quanto tale in sede giudiziaria va presa in considerazione anche la costituzione di parte civile". Il Partito democratico sembra quindi lavarsene le mani. Si dissocia dal sindaco e lo disconosce. Spulciando tra i resoconti della Regione Emilia, però, spunta un incontro che fa discutere. Era il 2015 quando in commissione parità venivano ascoltati Federica Anghinolfi e il primo cittadino Carletti. "Ero consigliere regionale quattro anni fa, vennero e ci portarono quel sindaco e la responsabile del progetto come esempio in Regione di un sistema virtuoso di tutela dei bambini", racconta l'onorevole Bignami al Giornale.it. In tale occasione Federica Anghinolfi parlò proprio di "creare sul territorio un centro specialistico sul trattamento dei minori vittime di violenza insieme all'Asl di Reggio Emilia". La consigliera Yuri Torri, di Sel, invitava addirittura l'ente a "intervenire per mettere a sistema l’esperienza sviluppata in Val D'Enza in questo anno e a formalizzare dei protocolli". E fu proprio in quell'occasione che emerse anche che il numero di abusi su minori segnalati sul territorio era troppo alto. Ma in Commissione, Luigi Fadiga, Garante per l’infanzia e l' adolescenza dell' Emilia Romagna, a tal proposito spiegò che "l' errore più grave sarebbe etichettare l'area, perché il fenomeno non è certo circoscritto, nel reggiano semmai c'è stato il coraggio di denunciare e intervenire". E non tardò l’appoggio dell’Anghinolfi che aggiunse: “È stata molto importante”, disse, “la volontà di proseguire l'ascolto delle giovani vittime anche dopo aver raccolto un numero apparentemente sufficiente di informazioni”. Insomma, solo pochi anni fa, la sinistra emiliana elogiava i metodi della Val d'Enza tanto da promuovere in quei luoghi "un incontro pubblico della commissione per ascoltare il territorio e condividere azioni di sistema", come si legge negli atti. Oggi, invece, si dichiara "parte lesa" e fa finta di non sapere. "Federica Anghinolfi partecipava continuamente a incontri con la sinistra - fa notare però Bignami - E quello è l'esempio che il Pd ci portava". Un modello che si è rivelato un incubo. Un modello che non va certamente seguito ma condannato. “Siete stati voi, il caro Partito democratico, a rendere potente questa gente sfuggendo al vostro controllo, nella migliore delle ipotesi…” aggiunge Bignami in un video sulla sua pagina Facebook. Un controllo a cui, i responsabili degli orrori compiuti ai danni dei bambini, sono sfuggiti proprio sotto i loro occhi. Sotto gli occhi disattenti degli uomini del Pd. Come è possibile che nessuno nell’amministrazione locale del Partito democratico sia riuscito a scovare le falle di questo sistema? Sarebbe stato sufficiente non farsi sfuggire i numeri. Numeri, peraltro, riportati nei bilanci dell’Unione. Sarebbe bastato controllare quanti erano i bambini che, negli ultimi anni, erano stati dati in affido dai servizi sociali e, magari verificare anche gli importi degli assegni erogati dai centri di assistenza per minori. Come ha fatto Natascia Cersosimo, consigliere comunale del Movimento 5 stelle nell'Unione Comuni Val d'Enza. Fu lei a chiedere, a seguito di una proposta di aumentare di 200mila euro i fondi a favore delle strutture di accoglienza per minori, i documenti che giustificassero tale richiesta. Dai documenti era tutto chiaro. Chiaro e allarmante. Dal 2015 al 2018 il numero degli affidi era aumentato in maniera sorprendente. Come scrive Paolo Pergolizzi su Reggiosera.it, “i bambini dati in affidamento erano zero nel 2015, 104 nel 2016, 110 nel 2017 e 92 nei primi sei mesi del 2018”. Quindi dal 2015 al 2016 cento bambini sono stati dati in affido e, negli anni a seguire, il numero era in costante crescita. Ma c’è di più. Tutti i numeri erano in aumento. “Le prese in carico per violenza sono state 136 nel 2015, poi 183 nel 2016, fino alle 235 del 2017 e le 178 del primo semestre 2018. In sostanza, se si fosse arrivati fino a fine anno, si potrebbe dire che nel 2018 sarebbero state praticamente triplicate rispetto a tre anni prima”, scive sempre Reggiosera.it. Di conseguenza a crescere erano anche i soldi pubblici destinati all’assistenza dei minori. Più affidi, più soldi. “Si passa dai 245.000 euro del 2015, ai 305.000 euro del 2016, fino ai 327.000 euro del 2017 e, infine, a una proiezione di spesa di 342.000 euro nel 2018. Stessa cosa per quanto riguarda le spese necessarie per gli incontri con gli psicologi: dai 6.000 euro del 2015 ai 31.000 del 2017, fino ai circa 27.000 del primo semestre 2018”. Ma se le cifre destavano sospetto, gli amministratori locali della zona interessata si giustificavano e mettevano le mani avanti. Nel documento ufficiale sulla gestione dei servizi avevano scritto infatti: “I dati di grave maltrattamento ed abuso della Val d'Enza, superiori alla media regionale, non sono ascrivibili ad un fenomeno locale specifico, ma sono in linea con i dati mondiali dell'Oms e di importanti organizzazioni internazionali come Save the Children e Terre des Hommes. Tali dati dimostrano l'essenzialità di un lavoro di rete efficace e qualificato, in linea con le ottime - ma ampiamente disattese - linee guida regionali sul tema”. Un confronto, che a dirla tutta, non regge proprio. O, per meglio dire, aggrava la situazione. Infatti, con questa dichiarazione, si sostiene che i dati sugli abusi fossero in linea con quelli forniti da Ong internazionali operanti in territori di guerra o in Paesi in via di sviluppo. Non proprio una condizione ideale per un comune italiano.

Francesco Borgonovo per “la Verità” il 2 luglio 2019. La piccola Katia adesso è più al sicuro. La sua storia è forse la più straziante fra tutte quelle - orribili - che compongono l' inchiesta «Angeli e demoni» riguardante gli abusi su minori a Bibbiano, in provincia di Reggio Emilia. Una storia che, probabilmente, le lascerà addosso segni indelebili. Questa bambina è stata tolta ai genitori nel 2016 e affidata successivamente a una coppia di donne, Daniela Bedogni e Fadia Bassmaji, che si sono unite civilmente nel giugno del 2018. Le «due mamme» avrebbero dovuto prendersi cura della piccina e invece, a quanto risulta dalle carte dell' inchiesta, la vessavano e maltrattavano. Un trattamento che, come ha scritto la Gazzetta di Reggio, «ha portato il giudice Luca Ramponi a togliere subito l' affidamento alla coppia, prescrivendo il divieto di avvicinamento a più un chilometro dalla bimba oltre al divieto di comunicare con lei». Questa vicenda contribuisce a fare luce sull' aspetto ideologico del sistema bibbianese, legato al mondo Lgbt. Leggendo quanto è accaduto alla povera Katia, non si può non pensare a ciò che scriveva un sacerdote modenese, don Ettore Rovatti. Egli ebbe a che fare con un caso per certi versi simile a quello reggiano, avvenuto anni fa nel Modenese e raccontato da Pablo Trincia nel libro-inchiesta Veleno (Einaudi). Di fronte agli assistenti sociali che ingiustamente toglievano i figli a famiglie magari difficili ma non colpevoli di abusi, don Ettore disse: «C' è una mentalità dietro a tutto questo armamentario giuridico. Cioè, la famiglia ha torto sempre. Lo Stato ha sempre ragione. Questa gente vuole distruggere la famiglia, così come il comunismo voleva distruggere la proprietà privata». Ecco, queste parole ci risuonano in testa mentre cerchiamo di ricostruire la storia di Katia. La bimba, dicevamo, è stata tolta ai genitori naturali e affidata a una coppia di lesbiche. Le quali poi, assieme alla psicologa Nadia Bolognini, avrebbero tentato di inculcare «nella minore la convinzione di essere stata abbandonata e maltrattata presso la famiglia di origine». L' avrebbero insomma indotta a credere di essere stata abusata e molestata dai genitori naturali. A quanto pare, però, era tutto falso. Come scrive il giudice per le indagini preliminari di Reggio Emilia, «tra tutti i bimbi monitorati dalle indagini e dati in affido dai servizi sociali della Val d' Enza, Katia è apparsa quella con meno problematiche e totalmente estranea [...] a situazioni di abuso sessuale».

A maltrattarla realmente, pare, erano invece le «due mamme». La piccina viene affidata a loro grazie a una delle protagoniste principali dell' inchiesta, ovvero Federica Anghinolfi, 57 anni, dirigente del Servizio di assistenza sociale dell' Unione Comuni Val d' Enza. Secondo il giudice, sarebbero «la sua stessa condizione e le sue profonde convinzioni a renderla portata a sostenere con erinnica perseveranza la causa dell' abuso da dimostrarsi a ogni costo». Già: la Anghinolfi è a tutti gli effetti un' attivista Lgbt. Nel 2014, la nostra fu intervistata dal Corriere della Sera per magnificare l' affido arcobaleno. In quell' occasione spiegò: «Non è per forza il genere che definisce la figura paterna, ma il ruolo: è il genitore "normativo", quello che dà le regole. Mentre la figura materna è calda, "accuditiva"». In un' altra intervista, risalente al 2016, sosteneva che «in questo Paese è ancora troppo forte l' idea della famiglia patriarcale padrona dei figli». Di affido gay la Anghinolfi ha parlato nel maggio 2018 durante un convegno intitolato «Affidarsi. Uno sguardo accogliente verso l' affido Lgbt», organizzato dall' Arcigay mantovana e sponsorizzato da Comune e Provincia di Mantova (sul caso, la Lega nord ha presentato un' interrogazione al Comune lombardo). Sapete chi altro partecipò all' incontro mantovano? La signora Fadia Bassmaji, presentata come «promotrice progetto Affidarsi e affidataria». La Bassmaji e la Anghinolfi vengono definite dal giudice «persone assai attive nella difesa dei diritti Lgbt». Ma non condividevano solo la militanza ideologica. Nelle carte dell' inchiesta si legge che Fadia e Federica «risultavano avere avuto in passato tra loro una relazione sentimentale». Riepilogando: la Anghinolfi, dirigente dei servizi sociali, dà in affidamento una bimba alla Bassmaji, sua ex compagna che si è unita civilmente a un' altra donna, Daniela Bedogni. Non solo: «La sorella della Bedogni», spiega il giudice, «è risultata anche lei una "intima amica" della Anghinolfi». Ed è proprio attorno alla figura della Bedogni che emergono i particolari più inquietanti. Costei, sostiene ancora il Gip reggiano, «si dimostra instabile e del tutto convinta del proprio ruolo essenziale [...] di natura "salvifica" a favore della minore», cioè della piccola Katia. In alcune intercettazioni ambientali, la Bedogni si esprime con «urla deliranti in cui manifestava il proprio odio contro Dio con ininterrotte bestemmie di ogni tipo alternate d' improvviso a canti eucaristici». In altre occasioni dà luogo a «interi colloqui con persone immaginarie», a «deliri improvvisi in cui [...] immagina situazioni inesistenti» e poi, ancora, «sproloqui di ogni tipo, sempre intervallati da bestemmie e canti eucaristici». Il giudice dettaglia: «In totale evidenza di squilibrio mentale, mentre si trova da sola in auto, urla ininterrotte bestemmie, instaura veri e propri discorsi con soggetti immaginari di cui imita le voci». È a costei che è stata affidata Katia. E infatti i problemi non hanno tardato a manifestarsi. In un' occasione, per esempio, la bimba viene letteralmente «sbattuta fuori dall' auto» della Bedogni «sotto la pioggia battente», mentre la madre affidataria le grida: «Porca puttana vai da sola a piedi... Porca puttana scendi! Scendi! Non ti voglio più! Io non ti voglio più scendi! Scendi!». È per via di episodi di questo tipo che Katia è stata tolta alle «due mamme». Ma lei non è la sola bimba affidata a una coppia lesbica grazie alla Anghinolfi. Un' altra ragazzina viene affidata a Cinzia Prudente, amica di vecchia data dell' assistente sociale. Anche con la Prudente la Anghinolfi ha avuto una storia sentimentale. Di più: le due donne, nel 2011, hanno acquistato una casa insieme, di cui pagano ancora il mutuo metà per una, anche se nell' abitazione vive la Prudente assieme a sua moglie Paola. Secondo il giudice, sapendo che la Prudente era in difficoltà economiche, la Anghinolfi le avrebbe fatto ottenere un assegno da 200 euro mensili per il mantenimento della ragazzina in affido, anche se il suo unico impegno consisteva «nel passare un paio d' ore con la ragazza circa un paio di volte al mese per prendere un caffè insieme e fare una chiacchierata». Vantaggi economici avrebbero ottenuto anche la Bedogni e compagna, che percepivano un «contributo forfettario mensile doppio» rispetto alla cifra (620 euro) corrisposta agli altri affidatari. Qui, però, la sensazione è che più dei soldi, più di tutto, conti l' ideologia: la fissazione di voler dare in affido i bambini a coppie arcobaleno. Anche se poi li maltrattavano.

 “Io accusato di omofobia per togliermi il figlio e darlo a una coppia gay”. "Mi dissero che io ero omofobo. E che dovevo cominciare ad abituarmi alle relazioni di genere". Costanza Tosi, Lunedì 01/07/2019 su Il Giornale. Da un lato bambini traumatizzati, plagiati dagli psicologi e strappati dall'affetto dei loro cari. Dall'altro i loro genitori che non si danno pace. Tutte vittime di una rete di donne e uomini disposti a tutto, come si legge nelle carte dell'inchiesta "Angeli e demoni". Ma non solo. Incontriamo un uomo - che ci chiede di restare anonimo e che chiameremo Michele - che inizia a parlarci. La sua odissea inizia nel 2017, quando gli vengono strappati i figli per darli in adozione a una coppia gay. Tutto inizia con una denuncia per maltrattamenti (adesso archiviata dal tribunale di Reggio Emilia) fatta dalla sua ex moglie. I servizi sociali della Val D'Enza cominciano a monitorare la famiglia, come ci racconta lo stesso uomo: "Venivano a controllare in continuazione. Mi contestavano che la casa non fosse idonea a far vivere i miei figli. Mi hanno detto che la camera dei bambini era troppo pulita, quasi che loro non avessero mai dormito in quella stanza. I giocattoli erano riposti nell'armadio e anche questo a loro non tornava. Cercavano sempre delle scuse, a volte banali". Ispezioni assidue e incontri continui. Gli assistenti stilavano lunghe relazioni, spesso fantasiose, secondo Michele. Relazioni che però non corrispondevano alla realtà dei fatti in quanto falsificavano gli eventi. Tra le righe delle relazioni infatti ci sarebbero racconti di fatti che però non sarebbero mai avvenuti. Mese dopo mese, anzi, i servizi sociali aggiungevano ulteriori dettagli per creare la figura del "papà cattivo", un pretesto - per gli inquirenti - per togliere i bambini al genitore e affidarli alla madre che, dopo essere andata via di casa, viveva con la sua nuova compagna. Michele doveva quindi diventare l’orco cattivo, il padre violento sia con i figli che con la moglie. “Un giorno - racconta Michele a ilGiornale.it - mentre mi stava per salutare, mio figlio ha iniziato a piangere perché non voleva andare con la madre. Io non riuscivo a capire, ma siamo riusciti a calmarlo e tutto si è sistemato. Poi è andato via con lei". Ma non solo. Poco dopo Michele scopre dei dettagli agghiaccianti, nelle relazioni dei servizi sociali: "Scopro che Beatrice Benati, che aveva redatto la relazione, nel raccontare i fatti scriveva: 'I bambini si riferivano al padre, insultandolo'. Lì ho capito che c’era qualcosa di strano. Perché avrebbero dovuto scrivere una cosa per un'altra? A che scopo? Ancora oggi me lo chiedo". Il 15 giugno del 2018 Michele viene convocato dagli assistenti sociali. Incontra Federica Anghinolfi e Beatrice Benati (oggi agli arresti domiciliari) che gli comunicano che non potrà più vedere i suoi figli se non “in forma protetta una volta ogni 21 giorni.” La motivazione? "Lei è omofobo!", gli spiega la Anghinolfi, responsabile dei servizi sociali, e attivista Lgbt. "Io ero sconvolto, non volevo crederci - spiega Michele- Chiesi spiegazioni e mi dissero che io ero omofobo. E che dovevo cominciare ad abituarmi alle relazioni di genere". Adesso, dopo un anno, Michele pensa solo ai suoi figli, soprattutto al più piccolo. A causa delle pressioni psicologiche e dei traumi subiti durante il percorso di allontanamento dal padre ora il bambino soffre di problemi psichici. "Sta soffrendo molto, questa situazione lo sta distruggendo e io ho le mani legate. Ha degli atteggiamenti preoccupanti, me lo hanno detto anche le insegnati di scuola - sospira Michele, che fa fatica a parlare e ha la voce rotta dal dispiacere - Dice spesso che non sa che farsene della sua vita, che vuole morire". Sono questi i pensieri di un bambino allontanato dalla propria famiglia. Pensieri che nessuno dovrebbe mai fare. Soprattutto un bambino.

·         La soppressione della famiglia.  Le donne come «bene comune». Un’idea di Platone ripresa da Marx.

Le donne come «bene comune». Un’idea di Platone ripresa da Marx. Pubblicato mercoledì, 22 maggio 2019 da Corriere.it. «Abolizione della famiglia!». Era una delle accuse rivolte spesso agli obiettivi del comunismo. Marx ed Engels intendono reagire, nel secondo capitolo del Manifesto: «Persino i radicali più avanzati — commentano ironicamente — si scandalizzano per questo vergognoso proposito dei comunisti». Alla storia della famiglia borghese e al disvelamento della sua effettiva realtà è dedicata perciò una parte consistente di quel capitolo programmatico: non è un cenno marginale, è un aspetto rilevante della visione del comunismo che i due autori prospettano. L’addebito, strettamente connesso all’accusa di voler abolire la famiglia, è di propugnare la «comunanza delle donne»: «È ridicolo — scrivono i due — lo sdegno altamente morale dei nostri borghesi per la presunta comunanza ufficiale delle donne, dei comunisti (der Kommunisten: cioè propugnata e/o praticata, dai comunisti)». Il filologo e storico Luciano Canfora Dicendo «presunta» implicano una presa di distanze da tale «comunanza», ma la loro risposta è soprattutto una ritorsione: è la famiglia borghese che pratica la «comunanza delle donne». «I nostri borghesi, non contenti di avere a disposizione le mogli e le figlie dei proletari, per non parlare della prostituzione ufficiale, trovano un grande diletto nel sedursi reciprocamente le loro stesse mogli». La via d’uscita, scrivono, è «l’abolizione degli attuali rapporti di produzione»: «solo così — proseguono — scompare anche la comunanza delle donne, che deriva da tali rapporti, cioè la prostituzione ufficiale e quella non ufficiale» (inatteso scatto moralistico, che pone sullo stesso piano adulterio e prostituzione). Il logo del Festival è Storia, in programma a Gorizia dal 23 al 26 maggio. Però la «comunanza delle donne» viene poi recuperata, sia pure in sede di ritorsione polemica: «Il matrimonio borghese è in realtà la comunanza delle mogli. Tutt’al più si potrebbe rinfacciare ai comunisti che essi, al posto di una comunanza delle mogli ipocritamente occultata, vogliono instaurarne una ufficiale, palese». Da questa inattesa svolta dialettica si dovrebbe evincere che ha un fondamento «rinfacciare» ai comunisti che essi intendono instaurare tale «comunanza». Qui parrebbe perciò prodursi una singolare incrinatura del ragionamento, visto che, poco prima, s’è parlato di «presunta» aspirazione dei comunisti alla «comunanza delle donne». Ma la contraddizione i due autori la risolvono (quantunque il testo risulti comunque poco chiaro) ponendo in contrapposizione la cattiva «comunanza» praticata dai borghesi (il cui perbenismo familiare ha due facce: lo «scambio» delle mogli tra borghesi e l’utilizzo ricattatorio delle donne proletarie) alla buona «comunanza» proclamata apertamente, quella appunto che i borghesi «rinfacciano» ai comunisti. Tale buona «comunanza» discende culturalmente dalla koinonía gynaikôn («comunanza delle donne») ipotizzata da Platone, nel quinto libro della Repubblica, per la sua città ideale: modello che fu trasportato di peso da Tommaso Campanella nella sua utopica Città del Sole. Si tratta di una visione arretrata e arcaica: un arretramento rispetto alla tradizione letteraria e filosofica sette-ottocentesca di «amore libero», recepita in forma simpatetica e quasi pedantesca da Charles Fourier (peraltro l’unico «utopista» per il quale Marx manifesta rispetto!). Si può osservare che nel concetto stesso di «comunanza delle donne» è insito un punto di vista dispoticamente maschile, che «reifica» l’oggetto della comunanza. Ed è ciò che Aristofane mette in rilievo, con l’arma del grottesco, nella commedia Le donne all’assemblea popolare che ha di mira esattamente la proposta platonica «codificata» nel quinto libro della Repubblica. In quella commedia, è una donna, Prassagora, che legifera in senso comunistico. Essa mette subito in chiaro che, nell’attuazione della messa in comune dell’eros, le donne avranno l’iniziativa e la prevalenza. Affinché gli spettatori ridano della trovata platonica, Prassagora-Aristofane stabilisce anche una regola: che le «vecchie» avranno la prelazione rispetto alle «giovani» nel fruire liberamente degli uomini (norma che determina un parapiglia quando, nel seguito della commedia, si tenta di metterla in pratica). Prassagora-Aristofane crea, insomma, regole in forza delle quali sono gli uomini che vengono «messi in comune» da parte delle donne. Lo fa per far «saltare» la proposta platonica (che fece scandalo e che, secondo Aristotele nel secondo libro della Politica, fu peculiare proposta del solo Platone). Ma non è il solo risultato che ottiene: oltre a far risaltare la difficoltà insita in tali «comunanze», mira a smascherare, capovolgendola, l’impostazione «maschiocentrica» di Platone (rimasta viva in tutta una tradizione che giunge fino a quella pagina di Marx). E sembra quasi voler affidare a una protagonista «eroica» (Prassagora) il messaggio di una vera ed egualitaria comunanza. Archiviato lo scoglio della comunanza, resta il fatto che la parte più viva e importante delle pagine del Manifesto sul tema della famiglia è la denuncia dell’ipocrisia classista con cui la borghesia pratica e difende questa istituzione. La denuncia racchiusa in quelle pagine trova riscontro non soltanto nella narrativa precedente, coeva e successiva all’anno simbolo 1848 (basti pensare alla sezione dei Miserabili di Victor Hugo intitolata «Fantine»), ma anche e soprattutto nelle più recenti ricerche di storia della famiglia: in particolare su «classe operaia e forme familiari» nella rivoluzione industriale. Questo tema, rispetto al quale le Chiese mostrarono insensibilità, fu affrontato nel 1993 da Wally Seccombe in un saggio, Famiglie nella tempesta, apparso anche in italiano qualche anno più tardi; nonché in tutta la serie di studi sulla Histoire de la famille che è merito delle «Annales» aver rilanciato e imposto.

·         Il Male è Donna.

LA SCIAGURA È DONNA. Silvia Truzzi per il “Fatto quotidiano” il 7 ottobre 2019. Ripetiamo spesso che all' antica Grecia, di cui amiamo definirci eredi, dobbiamo tutto. La cultura, l' idea di democrazia, la storiografia, la filosofia, la scienza, il teatro Lungo elenco a cui Eva Cantarella - grecista e giurista - aggiunge anche alcuni aspetti, "legati al loro modo di intendere il rapporto tra generi".

Professoressa, il libro s' intitola "Gli inganni di Pandora". Era la Eva dei greci?

«In realtà Pandora ha una storia ben peggiore. Nella Genesi si dà conto della nascita di Eva, la compagna di Adamo, creata da una sua costola, destinata a tenergli compagnia: dunque in posizione subalterna. Per renderci conto di quale sia la sorte destinata a Pandora dobbiamo tornare a Prometeo, reo di aver rubato il fuoco agli dèi, consentendo agli uomini lo sviluppo della civiltà. Per punirlo (e con lui l'intera umanità che beneficia del furto) gli dèi creano Pandora, un prodotto artigianale fatto di terra e acqua. Tutti gli dèi le fanno dei doni: è bellissima e seducente, ma ha anche un'indole ambigua, un cuore pieno di menzogne e discorsi ingannatori».

Il risultato è la prima donna.

«Che era "un male così bello" - kalon kakon, come la definisce Esiodo - da renderla inevitabilmente "un inganno al quale non si sfugge". E infatti gli uomini cominciano a conoscere l'infelicità, perché Pandora - spinta dalla curiosità che da allora "è femmina" - apre il famoso vaso che contiene tutte le calamità del mondo. Sul fondo rimane solo Elpis, la speranza. Dopo l'arrivo di Pandora, all'umanità non resta che quella».

Il libro parte dal racconto mitico ma poi passa al pensiero logico, che però è ugualmente scoraggiante.

«Nel Corpus Hippocraticum - in cui sono raccolte opere mediche di varia attribuzione - si leggono cose incredibili. Del corpo delle donne, specie dei loro organi interni, i medici allora sapevano ben poco: la dissezione dei cadaveri comincia solo nel II secolo. Quindi si basano sul sangue mestruale. C'è chi dice che ne hanno troppo, dato che lo espellono con le mestruazioni, e chi pensa invece che proprio per questo ne abbiano meno degli uomini. La cosa su cui tutti erano d'accordo è che nei corpi femminili il sangue iniziava ad accumularsi nell'utero con la pubertà, all'arrivo della quale le ragazze dovevano assolutamente sposarsi. Se non lo facevano il sangue, non trovando una via di uscita, provocava sintomi simili a quelli dell'epilessia».

Platone, nel Timeo , parla dell'utero come di un organo "vagante". Ce lo spiega?

«Lo dicono in molti, e ci crede anche Platone. Ma Platone aveva un rapporto speciale con le donne. Per gli uomini greci era abituale avere rapporti amorosi e sessuali anche con altri uomini: il rapporto "pederastico", con un ragazzo tra i 13 ei 17 anni circa, era parte integrante della formazione del cittadino greco. Nel corso della loro vita quindi essi avevano sia rapporti che noi chiameremmo omosessuali sia rapporti etero (parole che peraltro contestualizzate in Grecia non hanno alcun senso). Ma a Platone le donne non interessavano minimamente e a dir la verità ne aveva un'opinione tutt' altro che lusinghiera. Come dimostra, ad esempio, la sua celebre teoria sulla reincarnazione, secondo la quale al momento della morte, coloro che avevano vissuto bene, sarebbero tornati all' astro dal quale erano discesi. Ma quelli che avevano vissuto male "sarebbero trapassati in natura di donna; e se neppure allora avesse smesso la loro malvagità, si sarebbero tramutati ogni volta in qualche natura ferina, a seconda delle cattive inclinazioni che si fossero ingenerate in lui" (Timeo, 42, b-c). Ma torniamo all'utero vagante, da cui eravamo partiti . Secondo gli ippocratici se il sangue restava troppo a lungo nell'utero senza poter raggiungere la vagina (nelle giovani vedove, ad esempio, o per lontananza dei mariti) poteva accadere che andasse alla ricerca di organi più umidi, in altre parti del corpo come il cuore o i polmoni».

Oreste viene processato per l'uccisione della madre.

«Ma viene assolto. Nell’Orestea di Eschilo (la tragedia che vieta la vendetta, segnando la nascita del diritto), il primo tribunale ateniese, creato da Atena per giudicare Oreste, lo assolve perché "non è la madre la genitrice, ma il padre". Un'opinione evidentemente condivisa dalla maggioranza degli ateniesi».

I greci avevano perfino dubbi sul fatto che le donne contribuissero a fare i figli!

«Aristotele però ammetteva che avessero un ruolo. Secondo lui il sangue era il cibo che, se non espulso dall' organismo, veniva elaborato dal calore corporeo. Ma la donna, avendo un calore corporeo minore, non poteva compiere l'ultima trasformazione, grazie alla quale, negli uomini, il sangue diventava sperma. E dato che la riproduzione aveva luogo quando il seme maschile "cuoceva" il residuo femminile, il contributo femminile era quello passivo della materia».

Viviamo il tempo della fluidità: la Mattel mette sul mercato una Barbie che può essere maschio o femmina. Che ne pensa?

«Intanto voglio dire che esistono anche le situazioni intermedie, che sono naturali e non mostruosità. Però trovo pericoloso responsabilizzare bambini piccoli rispetto a questioni esistenziali così importanti.

Sono passati millenni, ma certi retaggi restano: qual è il peggiore?

«Quelli legati alla cura e alla maternità, il concetto di proprietà della donna che sta alla base dei femminicidi. E poi il fatto che le donne che non vogliono figli si devono giustificare: è uno stigma sociale che trovo insopportabile».

·         Donne al Volante…

DONNE AL VOLANTE, PERICOLO COSTANTE. Rachel Premack per it.businessinsider.com il 25 agosto 2019. Le compagnie automobilistiche americane credono che un tipo di manichino di prova femminile sia sufficiente a effettuare test per garantire che le donne non muoiano in incidenti automobilistici. E questo manichino è alto 1,52 metri e pesa 50 kg. È incredibilmente lontano dalla costituzione di una donna americana media. Secondo il National Center for Health Statistics, questa in realtà pesa 77 kg ed è alta quasi 10 centimetri in più del manichino da test. Le vittime donne di incidenti stradali hanno il 73% di probabilità in più di morire o subire un grave infortunio in un incidente automobilistico, secondo un nuovo studio dell’Università della Virginia. Questo al netto di tutti i diversi fattori nel corpo di un passeggero, del modello di auto e di se il passeggero indossi o meno una cintura di sicurezza. Sarah Holder di CityLab ha scritto per la prima volta dello studio il 18 luglio e ha sottolineato che il manichino che non è realmente rappresentativo è probabilmente la causa della probabilità significativamente maggiore che le donne rimangano uccise o menomate in un incidente automobilistico. I manichini da test maschili, che rappresentano l’unico modello che è stato ampiamente utilizzato fino al 2003, quando fu introdotto il manichino femminile da 50 chili, sono molto più rappresentativi della popolazione maschile, hanno detto i ricercatori a CityLab. “Costruttori e designer erano tutti uomini”, ha detto a ABC News nel 2012 il Dr. David Lawrence, direttore del Centro per la prevenzione degli infortuni, presso l’Università statale di San Diego. “Non gli è passato neanche per la testa che avrebbero dovuto progettare manichini anche per gente diversa da loro. Bene, abbiamo superato questo. ” Il bisogno di un manichino di test sia maschile che femminile nasce semplicemente dai “modi in cui uomini e donne sono diversi biomeccanicamente”, ha detto a CityLab Jason Forman, uno dei principali scienziati del Center for Applied Biomechanics di UVA e autore di uno studio.

·         Donne Spaziali.

Gaia Scorza Barcellona per repubblica.it il 18 ottobre 2019." La Nasa festeggia la passeggiata nello spazio di Christina Koch e Jessica Meir. E' la prima volta che nello spazio si avventurano due donne, uscite insieme per un intervento all'esterno della Stazione spaziale internazionale. L'attività extraveicolare (Eva) - come è chiamata in gergo tecnico - per loro era stata programmata a marzo, ma la Nasa aveva dovuto annullarla quattro giorni prima per problemi legati all'equipaggiamento: non si erano trovate tute della giusta misura. Una delle due disponibili di taglia media non era pronta per l'occorrenza. Una svista, certo, ma forse anche la riprova di una mancata routine. Così due giorni fa Meir ha indossato la tuta giusta ed è comparsa su Twitter commentando: "sarà molto più spettacolare una volta passato il portellone". Il traguardo era vicino, e nessuna "passerella" nello spazio in vista a sminuire l'evento. Oggi Koch e Meir sono uscite alle 11.38 per trascorrere diverse ore (dalle 5 alle 6,5) aggiustando l'unità di ricarica delle batterie che si è guastata lo scorso fine settimana. Un'operazione in orbita non è mai banale, ma a rendere ancora più speciale la passeggiata spaziale di oggi è stata la stessa Nasa che l'ha definita "HERstory", lasciando che gli altri quattro membri dell'equipaggio restassero a guardare dalla Iss. All’ora X la prima ad aver messo naso fuori è stata Koch, a bordo da sette mesi e pronta a segnare il record di 300 giorni consecutivi per una donna in una singola missione, seguita da Meir munita di borsa con gli attrezzi per fare la riparazione. "E' vero festeggiamo, ma molti di noi vorrebbero che diventasse una cosa normale", ha commentato in diretta Tracy Caldwell Dyson, astronauta Usa con tre passeggiate nello spazio alle spalle, effettuate nel 2010 durante l'Expedition 21. "La nostra passeggiata di sole donne si sta compiendo oggi!", ha scritto l'agenzia spaziale americana nel messaggio dedicato all'impresa. E anche il profilo Twitter della Stazione spaziale internazionale ha condiviso l'evento: "Venerdì 18 ottobre è un giorno storico: la prima passeggiata spaziale tutta al femminile!". Fino ad ora non era mai accaduto che due donne si avventurassero sole nello spazio e chi ama seguire le operazioni che la Nasa trasmette in streaming da lassù può ben dire che faceva un certo effetto sentire solo voci femminili fuoriuscire dai microfoni per ragguardare puntualmente sulle operazioni in corso. Alle comunicazioni brevi e concise delle due astronaute in orbita, si aggiungeva quella di Stephanie Wilson, a coordinare la passeggiata dalla sala di controllo Nasa. Per l'occasione è stato creato l'hashtag #AllWomanSpacewalk e poco prima dell'uscita il capo della Nasa Jim Bridenstine ha promesso di nuovo che l'agenzia si impegnerà perché "un uomo e una donna" vengano spediti sulla Luna (o su Marte) nella prossima missione. Cinquant'anni fa a sbarcare sul nostro satellite naturale per la prima volta furono due uomini. Stesso primato mantenuto nelle passeggiate spaziali: dei 227 astronauti che possono dire di averle fatte solo 14 sono donne. La prima fu la cosmonauta russa, Svetlana Savitskaya, uscita dalla stazione spaziale Salyut 7 dell'Urss nel 1984, vent'anni dopo il primo "spacewalker" Alexei Leonov. Jessica Meir (Nasa) e Christina Koch fanno parte dell'equipaggio della Expedition 61 al cui comando dal 1 ottobre è l'astronauta italiano Luca Parmitano, che resterà in orbita fino a febbraio. Con loro a bordo della Stazione spaziale internazionale ora ci sono anche Andrew Morgan (Nasa), Alexander Skvortsov (Roscosmos), Oleg Skripochka (Roscosmos). Oggi Koch e Meir sono uscite alle 11.38 per trascorrere diverse ore (dalle 5 alle 6,5) aggiustando l'unità di ricarica delle batterie che si è guastata lo scorso fine settimana. Un'operazione in orbita non è mai banale, ma a rendere ancora più speciale la passeggiata spaziale di oggi è stata la stessa Nasa che l'ha definita "HERstory", lasciando che gli altri quattro membri dell'equipaggio restassero a guardare dalla Iss. All'ora X la prima ad aver messo naso fuori è stata Koch, a bordo da sette mesi e pronta a segnare il record di 300 giorni consecutivi per una donna in una singola missione, seguita da Meir munita di borsa con gli attrezzi per fare la riparazione. "E' vero festeggiamo, ma molti di noi vorrebbero che diventasse una cosa normale", ha commentato in diretta Tracy Caldwell Dyson, astronauta Usa con tre passeggiate nello spazio alle spalle, effettuate nel 2010 durante l'Expedition 21. "La nostra passeggiata di sole donne si sta compiendo oggi!", ha scritto l'agenzia spaziale americana nel messaggio dedicato all'impresa. E anche il profilo Twitter della Stazione spaziale internazionale ha condiviso l'evento: "Venerdì 18 ottobre è un giorno storico: la prima passeggiata spaziale tutta al femminile!". Fino ad ora non era mai accaduto che due donne si avventurassero sole nello spazio e chi ama seguire le operazioni che la Nasa trasmette in streaming da lassù può ben dire che faceva un certo effetto sentire solo voci femminili fuoriuscire dai microfoni per ragguardare puntualmente sulle operazioni in corso. Alle comunicazioni brevi e concise delle due astronaute in orbita, si aggiungeva quella di Stephanie Wilson, a coordinare la passeggiata dalla sala di controllo Nasa. Per l'occasione è stato creato l'hashtag #AllWomanSpacewalk e poco prima dell'uscita il capo della Nasa Jim Bridenstine ha promesso di nuovo che l'agenzia si impegnerà perché "un uomo e una donna" vengano spediti sulla Luna (o su Marte) nella prossima missione. Cinquant'anni fa a sbarcare sul nostro satellite naturale per la prima volta furono due uomini. Stesso primato mantenuto nelle passeggiate spaziali: dei 227 astronauti che possono dire di averle fatte solo 14 sono donne. La prima fu la cosmonauta russa, Svetlana Savitskaya, uscita dalla stazione spaziale Salyut 7 dell'Urss nel 1984, vent'anni dopo il primo "spacewalker" Alexei Leonov. Jessica Meir (Nasa) e Christina Koch fanno parte dell'equipaggio della Expedition 61 al cui comando dal 1 ottobre è l'astronauta italiano Luca Parmitano, che resterà in orbita fino a febbraio. Con loro a bordo della Stazione spaziale internazionale ora ci sono anche Andrew Morgan (Nasa), Alexander Skvortsov (Roscosmos), Oleg Skripochka (Roscosmos). La prima donna a volare nello spazio è stata la cosmonauta sovietica Valentina Tereskova, che nel giugno 1963 ha effettuato 49 orbite terrestri nel corso di quasi tre giorni di missione. La prima astronauta americana è stata Sally Ride nel 1983 con lo Space Shuttle. La prima italiana è Samantha Cristoforetti, che con la missione "Futura" del 2014-2015 sulla Iss ha stabilito il record femminile di permanenza nello spazio in un singolo volo, 199 giorni, poi superato dalla statunitense Peggy Whitson.

·         La Mafia è femmina.

LA CAMORRA È FEMMENA.  Vincenzo Iurillo per "il Fatto Quotidiano” il 28 giugno 2019. Il ruolo apicale delle donne dei clan di camorra a Napoli è ben riassunto in una frase del pentito Mario Lo Russo. Sentito dai pm il 12 settembre 2016 per riferire sui capi dell' Alleanza di Secondigliano, a una domanda sul clan Licciardi, Lo Russo risponde: "Erano diretti da Maria Licciardi". Il salto di qualità è compiuto: le signore della camorra non svolgono più una funzione di supplenza degli uomini del clan in situazioni d' emergenza - omicidio, latitanza prolungata o cattura del boss di riferimento - ma assumono in prima persona i pieni poteri. "Maria Licciardi era indiscutibilmente il capo del suo clan, riconosciuta da tutti in quanto tale, sia interni che esterni", riassume il Gip di Napoli Roberto D' Auria che ha firmato l' ordinanza di 126 misure cautelari. Duemila pagine frutto di una inchiesta di 'sistema' - pm Ida Teresi, procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli - che la Direzione distrettuale antimafia della Procura di Napoli ha avviato nel 2012 annodando i fili dei rapporti tra alcuni dei clan più potenti della città, i Contini, i Mallardo e i Licciardi. Un patto di sangue e di affari. L' Alleanza di Secondigliano. A rappresentare i Licciardi a quel tavolo dove si decideva la spartizione dei territori e le missioni di terrore c' era Maria "a Piccerella", la sorella di Gennaro Licciardi “a scigna” (la scimmia), morto in carcere a Voghera nel 1994 dopo aver fondato il clan che ha tuttora la sua roccaforte nella Masseria Cardone, all' interno del quartiere di Miano, periferia nord di Napoli. Anche Maria ha conosciuto la prigione, a Benevento, nei primi anni 2000. E se una volta erano le donne a portare all' esterno le imbasciate e gli ordini degli uomini detenuti, nel suo caso è esattamente il contrario. Dalle conversazioni registrate in carcere, si scopre che è il marito "ad assumere le redini del clan sotto la costante direzione della moglie". Maria Licciardi fu catturata dopo due anni di latitanza, e anche stavolta si è data alla fuga, gli investigatori non sono riusciti a rintracciarla all' alba del maxi blitz. Sono invece finite in carcere le tre sorelle Anna, Maria e Rita Aieta, mogli di Francesco Mallardo, Edoardo Contini e Patrizio Bosti, e Rosa Di Nunno, moglie di Salvatore Botta. A tutte è stato riconosciuto il ruolo di capo all'interno dell'Alleanza. "Le donne avevano un ruolo rilevante sia per i collegamenti con il sistema penitenziario, sia per la capacità di assumere decisioni e di pretenderne il rispetto" ha spiegato il procuratore capo Giovanni Melillo.

Il potere di Maria "la Scimmia". L' autorevolezza di Maria Licciardi si evidenzia nella vicenda del debito di gioco di 15mila euro contratto dal figlio minorenne di un tale P. R. "Li prendiamo tranquillamente quello tiene i soldi", dicono tra loro i creditori. Non è così. L' uomo stenta a onorare le pendenze. E chiede a Maria "a scigna" (l' altro suo soprannome) un intervento per ottenere una dilazione. La storia emerge da una intercettazione ambientale. T. - E quell' altro, il figlio di P. R. - (inc) poi si rivolge a Maria "la scimmia" non li tiene a tanto alla volta ma quello è sbagliato invece di prenderlo e dirgli: scornacchiato, hai giocato? Non devi pagare a questi? Invece si rivolge a quella e ora vediamo dai 1.300 a 1.000 al mese ma che stai dicendo? () sta pieno di debiti a piangere da Maria: ma quella dice; tu giochi? Quando hai vinto ti hanno dato i soldi? E quando perdi paghi. S. - Sono cose di gioco Alla fine, anche grazie a Maria Licciardi, si troverà un accordo per una dilazione a 2.000 euro mensili. "Il rispetto per la donna era massimo - scrive il giudice - tanto che, sebbene il suo operato non fosse condiviso, comunque le richieste da lei avanzate trovavano fattiva realizzazione", per via dell' intesa di ferro tra i Licciardi e i Contini. Come nel caso del pagamento di un credito. Maria Licciardi si rivolge a Peppe, uno dei Contini. L' ordine è chiaro. La vittima va minacciata, e se necessario bastonata a sangue. "Sto aspettando a questo cornuto - esclama l' esattore - ma penso che abbusca dopo Ha detto Peppe. Se non ti dà i soldi picchialo". Anche stavolta il debitore proporrà una rateizzazione. Dovrà discuterla con Maria Licciardi in persona.

La dura legge delle sorelle Aieta. Per una estorsione da un miliardo quando la moneta era la lira, Anna è stata recentemente condannata in primo grado a 13 anni. Maria, con lo sconto di pena del rito abbreviato, se l' è cavata con 8 anni. Mentre di Rita Aieta parla così un pentito, Alfredo De Feo: "Dico subito che è persona che comanda nel clan Contini ed ha anche voce in capitolo sulle mesate (gli stipendi agli affiliati del clan, ndr). Ricordo per esempio che tolse la mesata per alcuni mesi ad uno, perché la moglie non l' aveva salutata rispettosamente". Sono sgarri che vanno puniti in qualche modo. Dovette intervenire il nipote dell' uomo su Ettore Bosti, il figlio di Rita, per far ripristinare lo stipendio allo zio.

Maddalena Oliva per “il Fatto Quotidiano” il 28 giugno 2019. Nella camorra non esiste Famiglia senza famiglia di sangue. Lo ha ricordato l' ultima relazione semestrale della Dia: "La presenza di parenti all' interno della catena di comando conferma la centralità della famiglia quale strumento di coesione. È in questo contesto che le donne assumono, sempre più spesso, ruoli di rilievo nella gerarchia dei clan, in assenza dei mariti, o coi figli detenuti". A Napoli, scompaiono i capi carismatici, e mogli e figlie ne prendono il posto. Oggi Maria Licciardi, ieri Pupetta Maresca. Ma è da tempo che le donne a Napoli partecipano alle attività illegali. La loro presenza, attiva, è radicata nella storia della camorra (e della città). A partire dall' Ottocento, e poi nel mondo del contrabbando di sigarette. Raccontava il boss dei Quartieri Spagnoli, Mario Savio: "Le contrabbandiere avevano un' abilità particolare perché riuscivano a stringere tra le cosce le valigie usate come banchetto per le sigarette e a camminare, tenendole nascoste sotto i gonnoni, con passo normalissimo, sfilando davanti ai finanzieri". Capacità organizzativa, gestione degli affari, le vediamo complici nel fiancheggiare e spalleggiare i loro uomini, o pronte ad assalire in difesa dei propri parenti. "Capesse", trafficanti di droga, usuraie, assassine, oltreché mogli, madri, sorelle, amanti. Secondo i dati raccolti da Anna Maria Zaccaria, dell' Università Federico II , sulle donne detenute per camorra, 1 su 3 risulta essere moglie o compagna di un capoclan: è quindi il legame sentimentale/coniugale a connotare la loro appartenenza. Nel 45% dei casi, ricoprono un ruolo di "gregaria", prima ancora che di pusher o di corriere (29%) o di leader (25%). A dimostrazione dello sfruttamento, o meglio della valorizzazione, della capacità femminile di fare rete. C' è un mondo che pare averlo capito, e messo a Sistema, molto più velocemente di quello che, parallelo, gli corre di fianco.

TACCO 12 E ARROGANZA: LA ‘NDRANGHETA ORA E’ FEMMINA. Alessia Candito per il Venerdì-la Repubblica il 30 aprile 2019. Outfit all’ultima moda, borse e occhialoni griffati, piglio da donne in carriera. E arroganza. Si presentano davanti ai giudici chiamati a decidere se spedirle dietro le sbarre, fresche di messa in piega e su tacco 12. Sono le professioniste di fiducia della ‘ndrangheta. Sono sempre più spregiudicate e per i clan sempre più necessarie. Se nell’immaginario collettivo la donna di ‘ndrangheta assomiglia ad una signora vestita di nero, magari anche baffuta, sempre sottomessa ai maschi di famiglia, nella realtà è invece tutt’altra cosa. Oggi mostrano un volto del tutto nuovo. Ma è solo un aspetto della loro trasformazione. «La donna ha sempre avuto un ruolo importante nella criminalità organizzata calabrese» dice il comandante della Squadra Mobile di Reggio Calabria, Francesco Rattà. «Sono sempre state loro a tessere i fili della vendetta, a innescare o comporre conflitti anche sanguinosi, a crescere le nuove generazioni di affiliati. Oggi stanno solo rivendicando un ruolo fuori dalle mura domestiche».

La ‘ndrangheta non è una monade. I cambiamenti sociali toccano le corde intime dell’organizzazione e spesso chi la governa è bravo a cavalcare l’onda, se non ad anticiparla. Mentre aziende, ordini professionali e pubblica amministrazione continuano a storcere il naso di fronte a donne in posizioni apicali, la ‘ndrangheta da tempo ha imparato a cercare commercialiste, avvocate, consulenti, esponenti delle istituzioni. Insomma, in linea con i tempi che cambiano. La filosofia è stare al passo, aggiornare le avanguardie della malavita. E poi chi potrebbe mai pensare che l’organizzazione criminale che più si è raccontata in termini di machismo e tribalismo possa affidare proprio alle donne le vite e le fortune dei propri affiliati? Gli esempi ormai si contano a decine, perché anche nel mondo dei clan il ruolo della donna è questione di classe e di rango. «Non facciamoci ingannare: le signore della ‘ndrangheta, non sono la faccia presentabile del crimine organizzato» sottolinea il procuratore aggiunto giunto della Dda di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo. «Spesso sono le menti nascoste di un sistema criminale di cui custodiscono i segreti ed alimentano i rancori. La loro parola condiziona le scelte che contano, dando vita a faide cruente e guerre infinite. Oggi assumono ruoli di comando, non limitandosi più ad occupare quelli di “supplenza”. Non è più consentito pensare di poter contrastare i fenomeni criminali di tipo mafioso, sempre più estesi e sofisticati, senza aver compreso che la forza delle mafie va ricercata nella capacità di rinnovare valori deviati, che proprio le donne contribuiscono a rendere forti e condivisi». Per molto tempo però la forza, il potere e l’influenza delle donne sono state sottovalutate. Maria Serraino, divenuta negli anni Settanta la regina di piazza Prealpi e dello spaccio di cocaina ed eroina a Milano; sua nipote Marisa Merico, ex principessa del narcotraffico e del contrabbando di armi, boss di San Ferdinando, in provincia di Reggio Calabria; Aurora Spanò, condannata a 23 anni come capo del suo clan; Ilenia Bellocco, che a forza di irripetibili bestemmie faceva rigar dritto gli affiliati. Sono sempre state considerate eccezioni alla regola. Ma in realtà dentro e fuori dai clan, il pallino del potere mafioso, degli affari e delle strategie criminali è sempre più nelle mani delle donne. Ne era perfettamente consapevole quella che gli inquirenti considerano la “criminologa dei clan”, Angela Tibullo, arrestata nell’agosto scorso a Reggio Calabria, e dopo qualche mese confinata ai domiciliari.

Per diventare la “regina della penitenziaria”, a soli 36 anni, non avrebbe esitato a corrompere medici e periti per strappare scarcerazioni per i suoi assistiti, confezionare insieme a loro referti ad hoc, trasformare agenti penitenziari in postini e informatori. In cambio, offriva serate in compagnia di escort o denaro. Molto denaro. «Per invogliarmi mi spiegò che l’ultimo perito che aveva ricompensato si era “fatto la Pasqua“ con quello che aveva ricevuto e, probabilmente, si era fatto pure l’estate» ha raccontato agli inquirenti uno dei professionisti che non si è piegato. Volto noto dei salotti televisivi locali e nazionali, di fronte alle telecamere, la Tibullo si mostrava come seria e posata professionista. Quello che ha colpito gli investigatori durante le intercettazioni sono stati i toni e i modi. «Questa carta qua» diceva ad uno dei boss che grazie a lei sperava in una scarcerazione «costa diecimila euro». E con i loro familiari, tutti affiliati di alto rango, parlava da pari a pari, con l’arroganza di chi si sente indispensabile e con la familiarità della persona di fiducia. Stessa confidenza che ha sempre mostrato con il boss Matteo Alampi l’avvocata Giulia Dieni. Un tempo legale di grido e gran frequentatrice di salotti e locali cittadini, poi travolta da un’inchiesta antimafia e finita nella polvere. I giudici l’hanno condannata in primo grado e in appello per aver permesso al boss, all’epoca detenuto, di mantenere il pieno controllo del suo clan, come delle aziende in teoria sequestrate. In cambio di soldi, gioielli, regali. In altre parole, sostengono i giudici, era diventata “la portavoce” di Alampi. Se uno degli affiliati veniva convocato dal legale, per tutti il significato era chiaro: «Ti vuole parlare Matteo...», spiega uno di loro intercettato. «Ma nella società» dice un investigatore «si stenta ancora a credere che una donna possa volutamente scegliere di ricoprire questo ruolo». Sarà per questo che l’avvocata Giulia Dieni continua a esercitare la professione? Non è dato sapere. Di certo, contro di lei, il suo Ordine non si è affrettato a prendere provvedimenti. Al contrario, ha fatto scadere i termini per decidere sulla sospensione cautelare dall’esercizio della professione senza arrivare ad un verdetto. L’avvocato incaricato di relazionare sul caso ha sostenuto di avere troppo poco tempo per esaminare i documenti e comunque di aver bisogno di carte ulteriori. La sezione distrettuale di disciplina forense si è limitata a prenderne atto. Risultato? L’avvocata Dieni, condannata per i rapporti ambigui con i propri clienti, ha continuato ad entrare e uscire da carcere per parlare con i detenuti, frequentare le aule giudiziarie, trattare con i parenti. Prima dell’arresto, era una professionista di grido anche Roberta Tattini. Figlia della buona borghesia bolognese, per anni è stata una consulente finanziaria molto nota in città. Poi, alla sua porta ha bussato il boss Nicolino Grande Aracri, «il capo di giù, di Cutro, il sanguinario» raccontava lusingata. «È gente che ha i segni delle pallottole addosso. Ieri mi sono sentita importante». Il patriarca le ha chiesto una mano per sistemare una serie di affari e lei non si è tirata indietro. Anzi, la considera una grande occasione. «Fulvio, mi sta dando un’opportunità! È un affare e guadagno un milione di euro» dice al marito, che tenta inutilmente di metterla in guardia. Ma lei si sente tranquilla, nonostante sia consapevole dei rischi. «Siete uomini d’onore» la ascoltano dire gli investigatori. «Voglio il vostro migliore avvocato a difendermi, perché ho paura che con il mio sto dentro vent’anni. Invece voi mi tirate fuori». Aspettative infrante da una condanna definitiva a 8 anni e 8 mesi.

·         Pippi calzelunghe e la libertà dagli stereotipi.

Grazie Pippi Calzelunghe, ci hai insegnato la libertà. Cinquant’anni fa andava in onda per la prima volta la serie tv. Angela Azzaro il 24 Agosto 2019 su Il Dubbio. Ognuno di noi deve ringraziare uno scrittore o una scrittrice, un pittore, un poeta o una regista che con una sua opera, un suo personaggio, una sua intuizione non solo ci ha emozionati, ma ci ha cambiato la vita. È quello che è successo per molte donne nel mondo quando hanno letto Pippi Calzelunghe di Astrid Lindgren, la scrittrice svedese morta nel 2002 all’età di novantacinque anni. È grazie alla sua fantasia che milioni di bambine nel mondo hanno potuto identificarsi con un personaggio femminile libero, ribelle, felice. Un personaggio rivoluzionario. Invece delle solite principesse, principi azzurri, baci, rane e ranocchi, piomba nell’immaginario collettivo una bambina magica e autonoma, capace e determinata, circondata da strani animali che considera la sua famiglia. Il romanzo viene pubblicato nel 1945. Lindgren si inventa la storia di Pippi Calzelunghe per la sua bambina, e costretta a letto da una caviglia rotta la mette per iscritto. Quasi venti anni dopo, nel 1969, è il momento della serie tv che consacra definitivamente il romanzo, la storia e la scrittrice. Capelli rossi legati in due code laterali, lentiggini, sorriso smagliante, scarpe enormi e calze lunghe, Pippi conquista da subito anche il pubblico italiano. Vive sola in una casetta sull’isola di Gotland con – come recita la bellissima sigla italiana – un cavallo a pois neri e la scimmia, che chiama signor Nilson. Il padre è un pirata dei mari del Sud. Le sue assenze non sono motivo di tristezza, come non crea nessun problema la mancanza della madre. Anzi, è forse proprio questa la scelta vincente. Per essere autonoma, libera e felice Pippi si deve liberare dal modello materno, stare lontana anche dal padre, da prendere a piccole dosi, e costruire da sola una nuova vita. Lindgren è stata pubblicata in oltre cento Paesi e tradotta in circa settanta lingue. Ma nella sua vasta e preziosa produzione non c’è solo la ragazzina ribelle. Ci sono una marea di personaggi e di avventure, alcuni dei quali diventano altrettante serie tv: L’isola dei gabbiani, Karlsson sul tetto, Emily. Sono tutte storie che raccontano un’infanzia in cui bambini e bambine stanno sullo stesso piano, giocano allo stesso modo, amano ugualmente l’avventura. Lindgren smonta gli stereotipi, distrugge i ruoli e con Pippi Calzelunghe compie il miracolo: costruire una storia di libertà da cui non si può tornare indietro. Ben prima che in Italia venisse pubblicato il saggio Dalla parte delle bambine di Elena Gianini Belot- ti, la scrittrice svedese spezza le catene di un immaginario dogmatico e stereotipato e dice alle bambine di tutto il mondo: anche voi potete sognare, anche voi potete fare le magie, anche voi potete salire sugli alberi, anche voi potete vivere da sole, anche voi… Ma non lo dice solo alle bambine. Lo dice anche ai bambini. Anche loro liberati da fardelli e ruoli, possono sprigionare la propria immaginazione. Non è un caso che Stieg Larsson, l’autore della trilogia Millennium, poi proseguita da un altro scrittore, facesse spesso riferimento a Lindgren. Uomini che odiano le donne, primo romanzo della trilogia, non poteva che essere scritto da un uomo che aveva messo in discussione se stesso e la propria identità anche grazie alle sue letture. La protagonista Lisbeth Salander che si vendica dell’uomo che la ha violentata si ispira a Pippi Calzelunghe. La trilogia è piena di riferimenti e lo stesso Larsson ammise la filiazione. Lisbeth è una Pippi dell’era digitale, una ribelle di oggi alle prese con un mondo poco fiabesco e molto violento. Eppure del personaggio di Lindgren conserva la determinazione, l’indipendenza, la voglia di raggiungere i propri obiettivi. Anche lei vive sola, non si arrende mai, neanche quando tutto sembra precipitare. Millennium è una bellissima trilogia, un affresco in alcuni casi addirittura profetico sulle contraddizioni del mondo occidentale. Ma è soprattutto un inno alla libertà femminile. Anche il protagonista maschile della trilogia, Mikael Blomkovist, si ispira al quasi omonimo giovane detective di Lindgren, e per prenderlo in giro lo chiamano come lui, Kalle. Un altro bel libro, un’altra bella storia. Oggi non ci resta che sperare che le nuove generazioni di bambini e bambine leggano il romanzo e vedano la serie tv. Molte cose sono cambiate ma l’immaginario collettivo è forse l’ambito più restio a registrare i mutamenti identitari e sociali. Per quello Pippi Calzelunghe resta ancora oggi il manuale delle ragazzine ribelli, delle ragazzine che vogliono giocare, divertirsi, stare all’aria aperta, sperimentando tutto quello che il mondo offre. L’arte della libertà si impara fin da piccole e il personaggio di Pippi Calzelunghe è il miglior esempio che si possa augurare anche alle bambine di oggi.

·         Le "Eroine" da protesta.

Costanza Cavalli per “Libero Quotidiano” il 13 agosto 2019. Sono serviti nove agenti per arrestare Lyubov Sobol, 31 anni, professione avvocato: tre donne e sei uomini col volto coperto dal passamontagna, i mitra imbracciati. Sono entrati negli uffici di Mosca dove Sobol lavorava, hanno buttato giù la porta, l' hanno ammanettata e fiondata in un furgone con i vetri oscurati. L' operazione è stata filmata dalla stessa Sobol, collaboratrice e allieva di Alexei Navalny, il dissidente russo più in vista, avversario del presidente Vladimir Putin. È la seconda volta, in agosto, che la donna finisce dietro le sbarre: le autorità, per evitare che parlasse in pubblico alla più grande manifestazione antigovernativa che si sia tenuta in Russia da otto anni a questa parte, da lei organizzata, l' hanno trattenuta per alcune ore con la mezza accusa che stesse preparando un «azione provocatoria». Sobol, che nel 2011 diede vita alla "Fondazione anticorruzione" e che dal 2017 conduce un programma di attualità e politica sul canale Navalny Live, seguito da mezzo milione di persone, è una delle molte eroine dei popoli che negli ultimi tempi stanno affollando le pagine dei notiziari mondiali. Al loro confronto, l' accigliatissima sedicenne salvamondo Greta Thunberg e la capitana Carola Rackete sono due pallide caratteriste. Ma soprattutto, fra i ribelli disposti a pagare di persona per qualche ideale, non c' è traccia di uomini. Ricordate l' anonimo studente cinese che nel 1989 sfidò disarmato e a piedi i carri armati a Tien An Men, Jan Palach che nel 1969 si diede fuoco a Praga? Oggi più niente: se cercate su Google "ribelli fino alla morte", l' unica voce che esce, per due pagine e mezzo, è Gino Santercole, cantante del gruppo "I ribelli" che negli anni Sessanta fece parte del Clan di Celentano.

Partendo dal facile, cioè in terra russa, il 27 luglio Olga Misik, 17 anni, ha fatto scalpore quando, durante una manifestazione, si è seduta davanti agli agenti in tenuta anti-sommossa: a gambe incrociate, maglietta bianca e scarpe da ginnastica slacciate, ha aperto il libretto della Costituzione russa e si è messa a leggere l' articolo 31, poi il 29 e dopo anche il 3: «A ciascuno sarà garantita la libertà di espressione e di parola, i cittadini avranno il diritto di riunirsi pacificamente e senza armi, tenere assemblee, incontri e manifestazioni». Ha detto: «Volevo spiegare agli agenti che la gente si era radunata pacificamente, senza armi, e quindi legalmente». Anche lei è stata arrestata, insieme con altri mille manifestanti, e trattenuta per ventiquattr' ore. Olga Misik ha dichiarato che lo spettro del carcere non la fermerà e che continuerà a sfilare lungo le vie di Mosca: «Non è un prezzo così alto da pagare per i diritti e le libertà».

Più a sud, a 4.800 chilometri di distanza, si trova Riyad, capitale dell' Arabia Saudita: qui, undici donne, attiviste che si erano battute per il diritto alla guida prima che il divieto fosse abolito - tra le quali Eman Al-Nafjan, autrice del blog Saudiwoman, sul quale scrive di diritti delle donne e di altre questioni sociali - sono state mandate a giudizio per «attività coordinate e organizzate volte a minare la sicurezza, la stabilità e l' unità nazionale del Regno»: tre di loro sono state rilasciate lo scorso marzo, le altre, da quasi un anno, sono ancora in carcere. Nei Paesi di religione islamica molte donne sono uscite allo scoperto e combattono per diritti e libertà: Masih Alinejad, 42 anni, iraniana, da cinque anni pubblica quotidianamente un video sulle violenze subite dalle donne che non coprono in capo. Alinejad è una giornalista, vive a New York dal 2009 per evitare di finire in carcere, ha fondato il movimento "Mercoledì bianchi", il giorno in cui le donne vengono invitate a togliersi il velo in segno di protesta. La sua pagina Facebook ha oltre un milione di follower. «Voglio dire alle politiche occidentali, alle turiste e alle atlete che vengono nel mio bellissimo Paese e dicono di indossare l' hijab in segno di rispetto per la nostra cultura», scrisse su Twitter lo scorso aprile, «che chiamare una legge discriminatoria "parte della nostra cultura" è un insulto alla nostra nazione». A inizio anno l' avvocato iraniana 56enne Nasrin Sotoudeh è stata condannata a 33 anni e 148 frustate per aver difeso decine di donne che protestavano contro l' imposizione del velo. «È colpevole di propaganda contro lo Stato», scrisse la magistratura, di «istigazione alla corruzione e alla prostituzione» e di «essere apparsa in pubblico senza hijab». È nel carcere di Evin da giugno 2018.

La capostipite contemporanea delle ribelli è la pakistana premio Nobel per la Pace Malala Yousafzai: era il 2009, aveva dodici anni e diventò celebre per il blog Diary of a Pakistani Schoolgirl (Diario di una studentessa pachistana) che curava per l' emittente britannica Bbc, nel quale documentava la realtà del regime dei talebani. Tre anni più tardi, un gruppo di uomini armati fermò il pullman su cui Malala stava tornando da scuola e le sparò. I talebani rivendicarono l' attentato: «La ragazza è simbolo degli infedeli e dell' oscenità», dissero. Malala, dopo un intervento chirugico in cui le vennero rimossi frammenti di proiettili dal cranio, sopravvisse. Nel 2014, a 17 anni, è stata la più giovane a ricevere il premio di Stoccolma. Malala ora ha 22 anni, studia a Oxford filosofia, politica e economia.

Greta e Carola non fanno un buon servizio alle donne che si caricano della responsabilità di svegliare notiziari e coscienze: sono ottimi fenomeni di marketing, facili da impugnare e da brandire, e non sembrano dispiaciute che questo accada. Il meccanismo donna-giovane-coraggiosa è appetitoso: una ragazza è più difficile da contestare e da sbeffeggiare, in questi anni l' immaginario del riscatto sociale è femmina; inoltre, nel mondo occidentale la figura psicologica della donna è legata alla purezza e alla verità (il cristianesimo ha metà dei suoi fondamenti in Maria Vergine) mentre il maschio è un voltagabbana, o è corrotto o ha segreti. Si crede più facilmente a Giovanna d' Arco che a Giulio Cesare, se dovessimo scegliere vorremmo affidarci a lei. Nel mondo islamico, fatte salve le differenze di etica, l' effetto non è molto diverso: se una donna alza la testa e ottiene un uditorio sostanzioso, meglio internazionale, ottiene una eco molto di più che un uomo. Ma basta che funzioni, ci andrebbe benissimo un mondo salvato dalle ragazzine.

·         Le streghette influencer.

TREMATE, LE STREGHETTE SON TORNATE. Emanuela Grigliè per “la Stampa” il 27 giugno 2019. Sognano il successo di Chiara Ferragni e molto meno il matrimonio. Subordinano la maternità alla realizzazione personale. Vivono il sesso e soprattutto il piacere come un diritto acquisito, masturbazione compresa, senza sensi di colpa. Faticano a distinguere la vita virtuale da quella reale. Sono le primissime giovani donne veramente libere, grazie alle battaglie delle nonne femministe di cui ignorano le imprese e che anzi guardano con una certa diffidenza. Lo spaccato sulle adolescenti metropolitane italiane viene da una ricerca del Consultorio del Minotauro, nato a Milano nel 2012, e a cui si rivolgono circa 100 famiglie l'anno. Nei primi anni l' attenzione degli specialisti del centro si è concentrata soprattutto sui maschi (oggi l' adolescenza è sposata molto in avanti, va dalla prima media fino all' inizio dell' università) e sul fenomeno molto maschile dei ragazzi «ritirati» che colpisce oggi in Italia, si stima, almeno 100mila teenager che scelgono di rinchiudersi nella loro stanza. La domanda successiva è stata chiedersi come, di fronte a una figura maschile (anche paterna) sempre più evanescente, sia evoluta la costruzione del sé nella loro coetanee. «Allevate da mamme transizionali, con nonne che hanno vissuto le grandi battaglie femministe, le adolescenti di oggi ritengono ovvie le conquiste delle due generazioni precedenti e danno per scontato che un ruolo pubblico non è prerogativa dei maschi. Sono le più determinate e le più brave negli studi», ci spiega Elena Paracchini, psicologa del Minotauro. «Non solo non sono più disposte a occupare il ruolo della compagna che sta un passo indietro, ma neanche lo vivono con senso di colpa, che è stato pedagogicamente eliminato. Sono state cresciute perché non si vergognino, siano sicure di sé e desiderose di prendersi tutto quello che possono». Altro grande tema che ha molto shakerato le loro esperienze è stata la convivenza esistenziale tra fisico e virtuale, in un mondo in cui tra l' altro il senso di comunità, soprattutto nelle città, è scomparso. «Hanno sviluppato il loro sé sociale non nel piccolo gruppo degli amici, ma in rete», aggiunge Paracchini. «Le ragazze si muovono con disinvoltura sui social, soprattutto su Instagram, il meno controllato dai genitori. Mettono una cura pazzesca nell' addomesticare e vendere la loro immagine, sono delle artiste. Un tempo le teenager erano impacciate davanti all' obiettivo, oggi sanno cogliere il loro aspetto migliore. Si costruiscono un' immagine virtuale che si sovrappone a quella reale. La loro vita è una sfilata continua. Cambiano però i riferimenti estetici. Basta modelle anoressiche, oggi i tratti della seduttività sono ostentati. Non per piacere al maschio, ma per il consenso delle altre femmine. Chiara Ferragni è il modello forte, non solo bella, ma intraprendente, che sa tenere testa agli uomini». La realizzazione professionale è una priorità. «Nei loro discorsi la maternità non viene esclusa a priori, ma viene dopo la realizzazione di sé. E non è più un compito mio in quanto femmina ma condiviso alla pari col padre. L' altare non è più la meta». Essere indipendenti è il mandato che ricevono dalle loro madri, che in generale vengono promosse come efficacia genitoriale. E che in molti casi hanno saputo insegnare alle figlie che il piacere sessuale è un diritto legittimo. A complicare le cose Internet, con fenomeni pericolosi come il sexiting e il dating on line in grande crescita. «I primi rapporti sessuali avvengono in media all' inizio del liceo. Ma spesso da relazioni che nascono online. Se un tempo gli annunci per trovare un partner erano roba per sfigati, oggi le app di incontri sono usate da tutti. Il problema è che gli adolescenti sono sì grandi conoscitori della tecnologia ma anche molto ingenui, non si rendono conto dei rischi che corrono quando si scambiano foto sessualmente esplicite». Oggi le ragazze dichiarano di attraversano molto spesso un periodo saffico. «Lo fanno con molta spavalderia e facilità a differenza di quelle ragazze che si sentono di avere una diversa identità sessuale - spiegano i ricercatori del Minotauro -. Abbiamo capito che succede un po' perché oggi la società lo permette, ma soprattutto per ottenere popolarità nel gruppo». Per quel che riguarda l' attivismo politico, i dati sono ancora pochi. Interessano i temi ambientali, come già i Fridays for Future e Greta Thunberg insegnano. Ma non è un caso che siano soprano le giovani donne oggi a essere in prima fila quando si c' è da battersi per il cambiamento. Del resto lo diceva già, tra le altre cose, il (controverso) libro Cheap Sex: The Transformation of Men, Marriage, and Monogamy del sociologo Mark Regnerus, uscito negli Usa lo scorso anno. Si sta radicalizzando un abisso tra le nuove generazioni nei due sessi: le donne più istruite e politicamente per l' innovazione, i maschi conservatori. Chiusi nelle loro camerette.

·         La Verità in tv è femmina. Roberta Petrelluzzi; Franca Leosini; Federica Sciarelli.

Roberta Petrelluzzi: età, altezza, peso, marito e figli. Scrive il 26 aprile 2019 Caffeina Magazine. Roberta Petrelluzzi non è sempre stata votata alla televisione. Il suo primo amore, infatti, è stato la scienza, che l’ha portata a laurearsi in Biologia e, successivamente, a accettare un contratto da ricercatrice nel dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università La Sapienza di Roma. L’esordio sul piccolo schermo è stato il frutto di un incontro propizio tra circostanze favorevoli e talento: una selezione fortunata l’ha incoraggiata ad abbandonare camice e microscopio e, da un giorno all’altro, si è trovata catapultata negli studi di una neonata Raitre. E dagli inizi come programmista regista nelle trasmissioni regionali del Lazio si è ritrovata a indossare i panni di autrice e a firmare programmi come La posta del cittadino, Roma città-anticittà e In pretura, precursore di quella che sarebbe diventata una delle colonne portanti del palinsesto del terzo canale. Aldo Grasso ha parlato di lei come uno dei «tre volti dolenti di Raitre», simpatica etichetta che il critico ha pensato di attribuire a quel triumvirato delle signore della cronaca nera in cui, oltre a lei, figurano le ormai altrettanto iconiche Franca Leosini e Federica Sciarelli. Nel 1987 Un giorno in pretura diventa una trasmissione di prima serata e il 18 gennaio del 1988 inizia il suo lungo percorso sulla terza rete nazionale. Da semplice funzione di controllo sull’andamento della giustizia, il programma si trasforma in un grande affresco della realtà italiana. Le aule giudiziarie vengono coperte a 360 gradi dalle telecamere del programma: si passa da quelle pretorili a quelle di tribunale fino alla Corte di assise. Sono moltissimi i processi ripresi e trasmessi dal programma nel corso degli anni. Tra i tanti quello a Erich Priebke per l’eccidio delle Fosse Ardeatine, il processo nodale dell’era Tangentopoli, quello a Sergio Cusani, senza dimenticare le pagine più cupe della cronaca nera nazionale come i processi relativi alle vicende del Mostro di Firenze, ai sequestri Celadon e Soffiantini, all’omicidio di Marta Russo, al serial killer della Liguria Donato Bilancia, e i processi sulla Strage di Erba e sul Delitto di Avetrana. Negli anni di Un giorno in pretura, Roberta Petrelluzzi ha realizzato anche altri programmi che meritano di essere ricordati. Tra questi La valle del Torbido, un film inchiesta del 1993 sulle estorsioni nella Locride; Taxi Story, un mix di racconti dal vivo e ricostruzioni filmate di vicende realmente accadute a taxisti romani e napoletani; Ale`…oh…oh Roma – Inter con gli ultras tifosi ultrà della Roma e dell’Inter seguiti prima, durante e dopo la finale della Coppa UEFA 1990-1991. Sui social l’hanno innalzata a icona contemporanea ma lei, che ha un rapporto di amore e odio con la tecnologia, non si è sicuramente montata la testa. E ha incassato i numerosi complimenti ricevuti solo come riconoscimento della sua fatica professionale. In un’intervista a Tvblog, ha parlato di questa incoronazione a regina del web come di ‘’un segno dei tempi presenti, nei quali anche un’illustre, normale, banale signora può diventare icona’’.   “Raccontiamo la realtà all’Italia. – ha detto la conduttrice parlando di Un giorno in pretura – Nei processi, quando ad esempio si narrano fatti di sangue, emergono le parti più profonde degli esseri umani. Ciò porta i telespettatori a discutere, perfino litigare in famiglia davanti alla televisione. La nostra formula è l’unica possibile per rendere un processo leggibile”.  La conduttrice e regista Roberta Petrelluzzi è nata ad Adrara San Martino (Bergamo), il 1° gennaio 1944.  È alta 160 centimetri per un peso di circa 65 chili. La vita privata della conduttrice è avvolta dal totale riserbo. Sul web non si trova alcuna notizia su mariti, compagni e figli.

Maledetta Avetrana. “Storie maledette” riparte da qui. Il caso di cronaca più mediatizzato d’Italia nelle mani di Franca Leosini diventa un genere a sé, scrive Andrea Minuz il 12 Marzo 2018 su "Il Foglio". “La lettura dell’Italia si può fare attraverso il delitto”, dice Franca Leosini che riparte da Avetrana e non ha mai scritto un romanzo, anche se molti editori glielo chiedono, anche se “per ogni storia che porto in video è come se ne avessi scritto uno”. Il romanzo c’è già. “Storie maledette” non è solo un programma fatto di interviste, ma il grande romanzo italiano a puntate che racconta pulsioni, trasformazioni e perennità di questo paese, delle sue strutture sociali, della sconfinata, profonda provincia che pensiamo di conoscere ma che non conosciamo mai davvero. Nella complessa geografia del delitto italiano (Novi Ligure, Cogne, Erba, Garlasco, Perugia) Avetrana è anzitutto il punto di non ritorno del cortocircuito tra informazione, cronaca, spettacolo; perfetta sintesi di giustizialismo, voyeurismo e ferocia dei talk-show. Qui i media non arrivarono dopo ma costruirono un’indagine parallela culminata nell’annuncio del ritrovamento del cadavere di Sarah Scazzi in diretta su “Chi l’ha visto”. Il delitto a sfondo familiare si trasformava definitivamente in reality. Ci sprofondammo tutti con un orrore via via sempre più grottesco e i negozi del Rione Sanità che vendevano il “vestito di carnevale di Zio Michele”. Un’“epopea baraccona”, come l’ha definita Franca Leosini nella prima puntata di domenica. Pensavamo di averne avuto abbastanza di Sarah, del diario, del cellulare, di Sabrina, “Zio Michele”, Cosima, Ivano. Invece è stato come entrare ad Avetrana per la prima volta. Orchestrati dentro un doppio racconto, quello di Sabrina Misseri e di sua madre Cosima Serrano, Franca Leosini intreccia i fatti come in un confronto all’americana costruito sulla parola. Al delitto ci accompagna per gradi, anzi per grandi cerchi concentrici che delineano il quadro logico-passionale degli eventi, l’ambiente, i personaggi. Perché “la forza di ‘Storie maledette’ non è il delitto ma il percorso”, come dice Leosini. La cronaca ha fretta. Lei no. C’è il preludio, lo sguardo dall’alto sul teatro dell’azione come nel romanzo dell’Ottocento, poi l’affondo sui dettagli: i “devoti sms”, i capelli bianchi di Cosima che “non vuole essere schiava della tinta”, i “crateri di cellulite” delle signore di Avetrana massaggiate da Sabrina che ha un alibi a forma di “cordon bleu” divorato di corsa il giorno del delitto e rigorosamente pronunciato “Gordon blé”. Ogni puntata lascia dietro di sé una scia di “meme” e tormentoni rilanciati in rete dai “leosiners”. Ma alla fine appare riduttivo spiegare il suo successo coi tailleur colorati, il linguaggio desueto, il piglio contemporaneamente empatico e freddo della conduzione. Casomai, in una televisione fatta di format costruiti su casting, montaggio e ospitate gratis, “Storie Maledette” è uno dei pochi programmi che punta tutto sulla scrittura. C’è la tragedia con Sabrina che rievoca i compagni di scuola che la sfottevano per la peluria ed entravano in classe con le lamette, ma ci sono anche dialoghi che sembrano usciti dalle migliori pagine della nostra commedia, non a caso detta “all’italiana” perché quasi sempre moriva qualcuno: “Nei 4.500 sms a Ivano lei appare come una questuante dell’amore”, incalza Leosini; “sì, ma avevo anche la promozione coi messaggi gratis”. Siamo davvero dalle parti di Billy Wilder. “Se tornassi indietro non farei neanche un’intervista”, dice a un certo punto Sabrina, “però così avrebbero detto che di Sarah non me ne fregava niente”. Sintesi formidabile di come le dicerie di Avetrana siano solo la versione in scala ridotta di quelle nazionali. “Il delitto di Avetrana si è compiuto in una profonda campagna secondo un modo familiare cioè contadino”, scriveva Giorgio Bocca, “ma tutti gli italiani lo hanno sentito come proprio, a smentita che la società italiana moderna abbia perso i suoi fondamenti contadini”. Ce ne siamo ricordati anche il 5 marzo.

Franca Leosini, fredda analista dei delitti, ma icona dell’empatia. I leosiners (i fan della giornalista e conduttrice) amano l’enfasi retorica consacrata alla vittima, ma amano ancor più il personaggio, vagamente démodé eppure affascinante, scrive Aldo Grasso il 12 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". È tornata Franca Leosini con le sue «Storie Maledette» per dedicare due puntate all’omicidio di Sarah Scazzi, la giovane di Avetrana uccisa a 15 anni il 26 maggio 2010. Lei si definisce un’instancabile indagatrice di anime, narratrice di persone che cadono nel buio della coscienza: «Capire, dubitare, raccontare: mai come in questo caso i miei verbi, quelli che frequento di più, come scelta narrativa, etica e di rigore, si sono confermati importanti». Anche in Dino Buzzati c’era sempre questa tensione al tragico attraverso il patetico (ogni delitto che raccontava era patetico, letteralmente un’esplosione di sofferenza), questo bisogno di tradurre l’angoscia più cupa dell’esistenza in un teatro del quotidiano. Per questo la sua scrittura cercava continuamente una mediazione estetica per non cedere al dolorismo, per non assecondare la nostra morbosità nei confronti dell’orrore. Qual è lo stile di Franca Leosini? Uno stile, per altro, ormai così riconosciuto che le ha meritato un invito al Festival di Sanremo di Claudio Baglioni (la gag è stata alquanto modesta, in verità). La Leosini è una sgobbona, bisogna ammetterlo: prima di incontrare Sabrina Misseri e Cosima Serrano, cugina e zia della vittima, condannate all’ergastolo e recluse nel carcere di Taranto, la giornalista napoletana ha studiato tutte le carte del processo. Poi scrive, scrive e in trasmissione legge tutto (più radio che tv): è il suo modo di fare letteratura, anche se ho molti dubbi sulla tenuta stilistica della sua prosa, piena di barocchismi («ardori lombari», «bipede sgualcito»), e sul suo marcato sociologismo (il vero colpevole è sempre il contesto). I leosiners (i suoi numerosi fans) amano l’enfasi retorica consacrata fatalmente alla vittima, ma amano ancora di più il personaggio, vagamente fuori moda eppur affascinante, fredda analista dei delitti eppur icona dell’empatia.

Classica eppure modernissima, la giornalista e conduttrice di «Storie maledette» è diventata un’icona sui social network, scrive Chiara Maffioletti l'11 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". Il suo programma, «Storie maledette», è in onda dal 1994: e questa sera torna in onda alle 21.25 su RaiTre. Ma solo negli ultimi anni, quelli dei social network, la giornalista e conduttrice è diventata un fenomeno cult. Tutti la amano, tutti la commentano. Il suo stile — impeccabile — è diventato, nel suo essere senza tempo, il segreto della sua modernità. Lontana dai social eppure mai così presente, protagonista, Leosini è oggi un’icona. Dopo essere stata anche guest star al cinema — nella commedia «Come un gatto in tangenziale» —, e al Festival di Sanremo (dove è stata protagonista di una gag con Claudio Baglioni — Franca Leosini è pronta a tornare in onda. «Lo ammetto: la tv, la fiction e il cinema mi corteggiano. Ma non partecipo mai ai talk show, con tutto il rispetto per i colleghi che fanno un lavoro meraviglioso, faticoso, spesso quotidiano. E sono così cari da accettare i miei no. Al cinema ho detto sì al film di Riccardo Milani perché, al di là della grande amicizia che mi lega a Paola Cortellesi, ero me stessa. Non ho mai voluto, invece, interpretare ruoli». E a proposito dell’affetto straordinario del pubblico, ha fatto sapere che «mi riempie il cuore e mi dà tanta forza di lavorare». Il suo programma riparte con due puntate dedicate al delitto di Avetrana, all’omicidio di Sarah Scazzi, a Sabrina Misseri e alla madre Cosima. «Ho letto 10 mila pagine di processo, dalla prima all’ultima parola. Sul piano personale e professionale, ogni storia che racconto è un percorso umano, giudiziario e ambientale faticosissimo: non cerco la verità, che è compito di inquirenti e magistrati, cerco di capire, a volte arrivando a una verità che non è sempre quella storica e processuale. Penso che la storia dell’Italia si possa leggere anche attraverso i delitti». A gratificarla è soprattutto «l’affetto dei ragazzi, che seguono la trasmissione con amore e con grande attenzione al linguaggio, una responsabilità enorme per chi fa questo mestiere».

Franca Leosini: ecco chi è la giornalista di Storie Maledette, star sui social, scrive "Popcorntv.it". Franca Leosini, giornalista e conduttrice di Storie Maledette, è seguitissima sui social e ha anche un gruppo di fan che si fa chiamare Leosiners. Fredda e distaccata ma precisa e pungente: ecco chi è Franca Leosini, giornalista e conduttrice tv, diventata un vero e proprio idolo sui social tanto da avere anche un suo esercito di fan che si è ribattezzato Leosiners. Sono tantissimi i personaggi che Franca Leosini, nel suo programma Storie Maledette, in onda dal 1994 tutte le domeniche in prima serata su Raitre, ha intervistato: tra questi anche Sabrina Misseri e Cosima Serrano, condannate all'ergastolo per l'uccisione di Sarah Scazzi.

Chi è Franca Leosini. Una delle prime curiosità sul conto di Franca Leosini è legata alla sua data di nascita, eh sì perché secondo alcune biografie ufficiali la nota giornalista sarebbe nata nel 1949, anche se nell'annuario dei giornalisti è riportato 1934. Nonostante questo, la Leosini è nata a Napoli il 16 marzo e il suo cognome è Lando, Leosini è il suo cognome, invece, da coniugata. 

Franca Leosini: carriera. Nel 1974 Franca Leosini ha conseguito il tesserino da giornalista pubblicista, regolarmente iscritta presso l'albo della Campania. Fin da piccola è sempre stata una grande studiosa e appassionata della lingua italiana e così dopo il diploma ha scelto di proseguire gli studi e di laurearsi in Lettere Moderne. Il suo primissimo lavoro è stato presso l'Espresso, collaborando per il settore della cultura, e subito ha cominciato ad occuparsi non solo di interviste ma di vere e proprie inchieste. Nel 1974, inoltre, la Leosini si è occupata dell'inchiesta denominata Le zie di Sicilia, in cui Leonardo Sciascia ha accusato le donne dello sviluppo della mafia. Non tutti lo sanno ma Franca Leosini, per un periodo, è stata anche direttrice di Cosmopolitan e ha curato la terza pagina de Il Tempo. 

Franca Leosini: le frasi. Franca Leosini è considerata una vera e propria superstar sul web. In tantissimi, infatti, su twitter non perdono occasione non solo di farle i complimenti ma anche di esaltare il suo operato, le sue interviste e il suo modo di parlare, ciò che più incanta gli internauti. Basti pensare che su Facebook esiste una pagina intitolata Le perle Franca Leosini, che conta oltre 8mila like, in cui vengono riportati tutti i suoi tormentoni, come: «Questo lo dice lei». 

Curiosità su Franca Leosini. Franca Leosini, nel 2013, è stata eletta come icona gay della serata romana Muccassassina. Franca Leosini a DM: «Ho studiato 10 mila pagine di processo per intervistare Sabrina e Cosima Misseri. Detesto la parola femminicidio», scrive mercoledì 7 marzo 2018 Mattia Buonocore su "Davide Maggio". “Era un puntino tenue sulla mappa di Puglia, Avetrana. Fino a quando, alla fine di agosto del 2010, una ragazzina che ha i capelli biondi come spighe di grano, improvvisamente, scompare”.  Con queste parole Franca Leosini inizia il suo racconto del caso Scazzi, la triste vicenda di cronaca nera che ha toccato l’Italia intera. Le interviste a Sabrina e Cosima Misseri terranno banco nel nuovo ciclo di Storie Maledette, al via domenica 11 marzo in prima serata su Rai3. DavideMaggio.it ha incontrato Franca Leosini.

Cosa dobbiamo aspettarci dalla nuova stagione di Storie Maledette?

«Di vederlo. Io non faccio mai anticipazioni, è una cosa che definirei anche di cattivo gusto. Nel senso che è una trasmissione che va vista, seguita. Per fortuna viene seguita con grande amore, il che mi gratifica molto. E mi gratifica moltissimo il fatto che sia seguita da fasce sociali completamente differenziate, difformi, e soprattutto sia seguita dai ragazzini. I leosiners sono dei ragazzini e questa è una cosa straordinaria perchè il mio non è un varietà, la mia è una trasmissione impegnativa. I ragazzi purtroppo stanno perdendo l’uso del linguaggio a furia di stare su twitter e di scrivere messaggini; mi dicono che seguono Storie Maledette perchè a loro piace il linguaggio. C’è sicuramente un linguaggio non povero, e noi siamo dei modelli, chi ci ascolta ci imita. Così come ci imitano come siamo vestiti, ci imitano anche con il linguaggio. Questa è una cosa che mi gratifica. E’ una trasmissione difficile la mia».

In questo ciclo di puntate si parlerà del caso Scazzi.

«Saranno due puntate, con due protagoniste che sono Sabrina e la madre. Diciamo che il Professore Coppi, che è l’avvocato principe, mi ha fatto studiare diecimila pagine di processo. Gli editori, che sono sempre così gentili con me, mi sollecitano a scrivere libri ma io scrivo un libro ogni volta che faccio una storia maledetta. E’ un lavoro anzitutto molto capillare di studio del processo, della psicologia dei personaggi, della cultura dell’ambiente e anche diciamo proprio del luogo; dico e ripeto, è molto importante la cultura del posto. Una lettura del paese si potrebbe fare anche attraverso i delitti, perchè tante cose si verificano in una parte di Italia e in un’altra no? Tornando al mio lavoro, io faccio poche puntate, con grande disperazione dei miei direttori proprio perchè è ogni puntata è una struttura narrativa, un grande romanzo – parliamoci chiaro – del quale io sono l’autore unico. E’ un lavoro molto complesso, d’altronde la cosa che mi gratifica è che l’apprezzamento c’è».

E’ un’anomalia il fatto anche di avere due ospiti conosciute.

«Ho avuto tanto riscontro – la parola successo la rifuggo, preferisco parlare di risultati, quando mi dicono: “sei una donna di successo”, dico: “ho avuto dei risultati mai successo” – con casi assolutamente sconosciuti. Un caso come quello Scazzi è quasi una vicenda del secolo, per il retrogusto di questa storia».

Va in onda nella prima serata della domenica.

«E’ una scelta del direttore. Io avrei preferito un’altra serata, logicamente è il direttore che sceglie e io sono un soldato di Rai3».

Tu sei anche molto legata alla seconda serata.

«Ho amato molto la seconda serata, ma ci sono dei casi talmente forti che sai… A suo tempo – Storie Maledette ha 20 anni – quando andai da Guglielmi a dire: “Vorrei fare Storie Maledette”. Lui mi disse: “Il titolo mi piace vediamo cosa ci metti dentro”. Ci ho messo dentro Storie Maledette. Lui voleva già da allora la prima serata e io mio sono battuta per la seconda serata. Ci sono dei casi che sono veramente molto forti, romanzati».

Tuo marito cosa ti ha detto quando gli hai detto: “Mi accompagni a Sanremo”?

«Lui è molto carino con me. E’ stata un’occasione per stare insieme perchè oltretutto lui vive a Napoli. A suo tempo, mi ricordo ci furono le targhe alterne. Una mia amica mi disse: “come va con tuo marito?”. Le risposi: “Ci vediamo a targhe alterne quindi è stata anche un’occasione per stare insieme”».

Il fatto di essere una donna ti aiuta nel tuo lavoro.

«Forse noi donne abbiamo quel sesto senso in più, quella capacità di capire anche le debolezze che gli uomini non individuano o non accettano».

Si parla molto di donne in questo periodo.

«Purtroppo ora è diventato un argomento di grande attualità, giustamente ora presente sul mercato delle idee, dei sentimenti e dei progetti. Logicamente la violenza sulle donne ha radici antiche ed è indubbiamente aumentata nel momento in cui le donne hanno cominciato a scegliere per la loro vita, per il loro destino. Le donne vivevano quello che era il ricatto economico, logicamente hanno raggiunto un’indipendenza che le consente di scegliere per il destino delle coppie. Purtroppo le liti nascono sempre dal rifiuto di una donna di accettare il progetto dell’uomo, bisognerebbe educare l’uomo prima di educare la donna. Ad esempio se c’è un termine che detesto è femminicidio perchè dico che la donna è anzitutto è persona, quindi non è femmina. Non si dice maschicidio».

"Al supermercato so quando entro ma non quando esco, faccio selfie tutto il giorno". Franca Leosini torna su Rai3 con una nuova stagione di Storie Maledette con un doppio appuntamento domenicale dedicato alle interviste di Sabrina Misseri e Cosima Serrano, scrive il 7 marzo 2018 Sebastiano Cascone su “Il Sussidiario”. Franca Leosini torna, su Rai3, al timone di Storie Maledette, dall’11 marzo con tre puntate, le prime due, dedicate all'omicidio di Avetrana e intitolate "Sarah Scazzi: quei venti minuti per morire", con le interviste esclusive a Sabrina Misseri e la mamma Cosima Serrano: "L’omicidio di Avetrana fa parte della cultura e della storia giudiziaria e umana di un Paese. Ma è stata anche una vicenda televisiva, che ha diviso nella passione del giudizio. Con i risvolti umani e le inquietudini che si è portata dietro" ha confessato la giornalista al settimanale Tv Sorrisi e Canzoni in edicola questa settimana. La conduttrice napoletana sceglie con scrupolosa attenzione le storie dei protagonisti che vuole intervistare per dare un occhio totale della realtà dei fatti: "La parola importante è “rispetto”. Anche per i loro errori. Mi accosto a questi personaggi non per giudicare, ma per capire. Capire cosa è successo nella loro vita per farli precipitare nel baratro di una storia maledetta. Sono persone come noi, può succedere a tutti: ci sono momenti in cui la consapevolezza si smarrisce. Il limite tra giusto e sbagliato è gelatinoso… Queste persone accettano di scendere con me nell’inferno del loro passato".

LA SCELTA DELLE STORIE E DEI PROTAGONISTI. Franca Leosini ha rivelato, per la prima volta, l'iter, per la scelta delle storie dei vari protagonisti: "Scrivo a mano una lettera in carcere alla persona che vorrei incontrare. È importante che veda la mia calligrafia, per stabilire subito un rapporto umano. Poi sento l’avvocato, che ha sempre un breve ruolo nella puntata perché ci sono problemi tecnici che deve risolvere. Quanto a me, cerco di non far capire quello che penso: il mio ruolo è doverosamente super partes". Poi, inizia il complicato percorso dei permessi fino all'incontro con l'intervistato, della durata di un giorno, per creare il giusto feeling. Da lì, passano tre quattro mesi per "studiare gli atti del processo, scrivere dalla prima faccio anche un lavoro di solfeggio, proprio come su uno spartito musicale: intonazione della voce, pause, all’ultima parola, creare la struttura narrativa". Un lavoro che richiede, quindi, tempo e la giusta concentrazione per mettere a punto un prodotto qualitativamente alto che non delude le aspettative degli affezionati telespettatori. Il segreto? Non anticipare mai le puntate ai diretti interessati per rendere il tutto più fluido e naturale possibile.

L'AMORE DEI LEOSINERS. Franca Leosini, recentemente ospite del Festival di Sanremo per una gag molto divertente con Claudio Baglioni, ha un folto seguito di fedelissimi sulla rete che non perdono una puntata di Storie Maledette. La giornalista è orgogliosa di un consenso trasversale che abbraccia diverse generazioni: "Al supermercato so quando entro ma non quando esco. L’ultima volta non sono riuscita a comprare neanche un pomodoro, perché ho fatto selfie tutto il tempo. Ma lo faccio con gioia. Oltre che un piacere, è un dovere dare al pubblico tempo e attenzione". I Leosiners sono un gruppo molto numeroso che, compatto, scalpita per la messa in onda delle nuove attesissime puntate (eccezionalmente alla domenica sera): "Siamo dei modelli e siamo imitati per come ci comportiamo. Se abbiamo un linguaggio che non è povero, trasmettiamo quella ricchezza a chi ci ascolta. E la cosa che mi gratifica è che i “leosiners”, che sono giovani e di tutte le estrazioni, amano quel linguaggio".

Leosini, racconto luci e ombre dell'omicidio Scazzi. Torna Storie Maledette da domenica 11 marzo su Rai3, scrive Angela Majoli il 9 marzo 2018 su "Ansa". "Capire, dubitare, raccontare: mai come in questo caso i miei verbi, quelli che frequento di più, come scelta narrativa, etica e di rigore, si sono confermati importanti". Instancabile indagatrice di anime, scrupolosa narratrice di persone che cadono nel buio della coscienza, Franca Leosini torna con la 16/a edizione di Storie maledette, domenica 11 marzo in prima serata su Rai3, e dedica due puntate all'omicidio di Sarah Scazzi, la giovane di Avetrana uccisa a 15 anni il 26 maggio 2010. Prima di incontrare Sabrina Misseri e Cosima Serrano, cugina e zia della vittima, condannate all'ergastolo e recluse nel carcere di Taranto, la giornalista napoletana ha "studiato 10 mila pagine di processo: non faccio cronaca - spiega - svolgo un percorso che va in profondità nella storia dei protagonisti della vicenda e nell'ambiente in cui si è svolta. Ho disegnato un pannello che affonda le radici non solo nella realtà umana dei personaggi, ma anche nell'humus circostante. La cronaca non ha tempo, mentre io vado in verticale". Pur avendo incontrato Sabrina e Cosima separatamente, "perché altrimenti si sarebbero influenzate a vicenda", Leosini ha creato però "una sceneggiatura nella quale interagiscono", intrecciandone le testimonianze. "E' stato molto difficile non soltanto studiare gli atti, ma anche ricostruire la storia, vederne i risvolti, con luci e ombre, perché è una vicenda particolarmente complessa per la molteplicità e la poliedricità dei personaggi. C'è Sarah, questa creatura sottile come un gambo di sedano, con i capelli biondi come spighe di grano, che a un certo punto scompare. Ci sono Sabrina e Cosima, ma c'è anche Michele Misseri (marito di Cosima, ndr), una figura terza ma anche il motore mobile della vicenda, che parla un linguaggio tutto suo, il misserese. E poi c'è Ivano (che sarebbe stato il movente della gelosia di Sabrina nei confronti della cugina, ndr), trascinato in una storia in cui non ha responsabilità ma ha un ruolo da protagonista. E poi la madre di Sarah". Due puntate per raccontare "un delitto di cui si sa tanto e poco nello stesso tempo, perché ne esistono tante versioni", sottolinea Leosini, convinta che "il senso di una storia possa nascondersi nei dettagli. La verità storica e quella processuale non sempre coincidono: i miei interlocutori parlano liberamente, ma io devo sempre tener presente gli atti. Le sentenze in democrazia si discutono, ma bisogna rispettarle". Il nuovo ciclo di Storie maledette avrà una terza puntata, "mentre la quarta è caduta - spiega la giornalista - perché il protagonista, un uomo, mi ha chiesto le domande in anticipo. Ma io non patteggio mai nulla: tutto deve essere vero, spontaneo, anche se poi si interviene con il montaggio. E così ho preferito annullare l'incontro, pur avendo lavorato tantissimo". Un lavoro preparatorio che passa anche per il solfeggio dei testi, abitudine 'svelata' dagli stessi redattori del programma: "Per me la parola conta moltissimo, vivo la prosa come musica, ecco perché - spiega Leosini - solfeggio i testi", raccolti in un librone che è diventato una leggenda. Solfeggiato era anche il copione del suo intervento sul palco di Sanremo, accanto a Baglioni: "Quando Claudio lo ha visto, non riusciva a crederci. E' stata un'esperienza straordinaria, ho avuto commenti talmente lusinghieri che Sting, a confronto - dice ridendo - si è rivelato un dilettante". Quella 'maglietta fina' di Questo piccolo grande amore trasformata in 'storia maledetta' ha rafforzato l'affetto del pubblico per la giornalista, osannata dal web, adorata dai 'leosiners' che sono soprattutto giovani: "E' una responsabilità, uno stimolo, una motivazione in più. Il successo? E' una parola effimera. Forse la gente mi ama perché, al di là del mio impegno, sente che sono una persona semplice".

"Con Cosima e Sabrina vi racconto la verità sull'inferno di Avetrana". Stasera a «Storie Maledette» il colloquio in cella. «Ma i pedofili mai: non voglio mostri», scrive Paolo Scotti, Domenica 11/03/2018, su "Il Giornale". Si dice che prima d'indagare sui misteri altrui ci si debba interrogare sul proprio. E l'enigma che avvolge Franca Leosini inesorabile investigatrice delle anime nere di Storie maledette (da stasera alle 21,20 su Raitre) - è: come può una garbata signora provare interesse per i mostri che intervista? «Le mie non sono interviste ma incontri. E quelli che incontro non sono mostri ma uomini caduti nelle tenebre del male».

Signora Leosini: stasera lei avvicinerà Sabrina Misseri e sua madre Cosima Serrano, entrambe all'ergastolo per l'omicidio di Sarah Scazzi. Cosa prova di fonte a persone simili? Curiosità? Rabbia? Pietà?

«Innanzitutto rispetto. E poi, spesso, compassione. I delitti non si giustificano mai. Però si devono interpretare. Capire è un dovere. Io non sono un pubblico ministero. Sono un'indagatrice dell'anima».

Insomma la pensa come Papa Francesco, che ai carcerati disse «Potrei essere al posto vostro».

«Esattamente. Un cuore di tenebra batte nel petto di ciascuno di noi. Non m'interessa il criminale in quanto tale: è l'uomo, che voglio indagare. Il mostro assoluto no: per questo non ho mai incontrato un pedofilo».

Ma loro perché l'incontrano? Un'estrema speranza di riabilitazione? Un insperato processo d'appello?

«Un po' tutte queste cose. Certo: loro sanno che ne avranno un restauro d'immagine. Chi accetta di scendere con me nell'inferno del passato, spera di gettare un ponte fra sé e la società nella quale, prima o poi, è destinato a ritornare».

E lei? Non prova alcuna inquietudine, neppure un po' di malessere, dopo essersi immersa in queste storie?

«Le vivo come psicodrammi. Dopo aver conosciuto la Misseri e la Serrano non ho chiuso occhio. La verità è che il callo non lo fai mai. Quando Mary Patrizio spiegò nei dettagli come uccise il figlio di cinque mesi, ricorsi a tutto il mio coraggio per non scoppiare a piangere».

Da Angelo Izzo a Patrizia Gucci a Pino Pelosi. Quanti di loro si dichiarano innocenti e quanti ammettono la colpa?

«Diciamo metà e metà. La verità vera non sempre coincide con quella processuale. Per ottenerla talvolta pongo domande durissime. I miei amici si stupiscono che io non riceva come risposta un cazzotto in faccia».

E le risposte sono davvero sincere? Mai dubitato d'essere ingannata, forse strumentalizzata?

«Una volta sola, con una donna molto celebre. Ma io sono ferratissima: studio per mesi tutti gli atti processuali, solo per Avetrana diecimila pagine di faldoni. Non gliela feci passare liscia».

E non teme di sottoporre i suoi spettatori al fascino del male? O di rendere i suoi ospiti degli eroi negativi?

«Quel fascino lo ha già abbondantemente esercitato la cronaca nera, che il male lo strumentalizza in innumerevoli programmi, da mattina a sera. Io cerco invece di capirlo. C'è una bella differenza».

I suoi incontri favoriscono in queste persone una presa di coscienza? Magari l'inizio di una redenzione?

«Ecco la mia soddisfazione più grande! Con molti di loro resto in contatto epistolare: Quante cose ho capito di me e di quel che ho fatto, mi scrivono. Fabio Savi, il capo della banda della Uno Bianca, mi scrisse d'essersi profondamente pentito. Ma mi chiese di non parlarne, e io mi astenni. Ho fatto cose troppo terribili perché possa permettermi di dire pubblicamente che ne sono pentito».

«Storie Maledette», Franca Leosini torna in tv e Twitter impazzisce per lei, scrive il 12 marzo 2018 “Il Corriere della Sera”. Ci sono “gli ardori lombari” dell’incauto giovanotto. E “l’immobile geografia del mistero”. E c’è soprattutto lei, Franca Leosini. Che a “Storie maledette” ripercorre uno dei delitti che più hanno sconvolto l’opinione pubblica degli ultimi anni, quello di Avetrana. Intervista in carcere Cosima Serrano e Sabrina Misseri, ma a conquistare il web è il modo, in cui la conduttrice racconta la vicenda e interpella le due. Così Ivano Russo diventa “l’incauto giovanotto”, e Sabrina “sentimentalmente genuflessa”.

Animazioni, vignette, su Twitter Franca Leosini diventa subito una star. Franca Leosini e le sue metafore su Sarah Scazzi. Sul web è trionfo, scrive lunedì 12 marzo 2018 "Il Secoloditalia.it". E’ stato un ritorno in grande stile quello di Franca Leosini su Raitre con le sue Storie maledette. La puntata di esordio del programma ha avuto al centro il giallo di Avetrana con le interviste a Sabrina Misseri e Cosima Serrano, condannate all’ergastolo per l’omicidio di Sarah Scazzi.  Il segreto del successo della Leosini sta nel suo modo sarcastico e arguto di porre le domande. “Mi accosto a questi personaggi – ha spiegato lei stessa – non per giudicare, ma per capire. Capire cosa è successo nella loro vita per farli precipitare nel baratro di una storia maledetta”. Sui social i fan si sono scatenati nel commentare la puntata e soprattutto il linguaggio usato dalla giornalista, che già nell’introdurre il tema ha fatto ricorso alle sue celebri metafore: “Quando scompari misteriosamente in un giorno d’estate, subito hai diritto a una biografia. Anche se hai solo 15 anni, se sei sottile come un gambo di sedano e ti chiami Sarah”. E ancora: “Era un puntino tenue sulla mappa di Puglia, Avetrana. Fino a quando, alla fine di agosto del 2010, una ragazzina che ha i capelli biondi come spighe di grano, improvvisamente, scompare”.

Storie Maledette: dagli «ardori lombari» ai «crateri di cellulite». Ecco le frasi cult della Leosini sul caso Scazzi, scrive lunedì 12 marzo 2018 Giovanni Rossi su "Davide Maggio". Franca Leosini torna a parlare e far parlare. Nella prima puntata del 2018 di Storie Maledette la giornalista ha intervistato Sabrina Misseri e Cosima Serrano, in carcere per la morte di Sarah Scazzi. E nella lunga intervista in onda ieri sera su Rai 3 (di cui è stata trasmessa solo la prima parte) la Leosini ha sfoderato una serie di espressioni che conferma, ancora una volta, come il suo stile così arzigogolato sia un marchio di fabbrica in grado di catalizzare l’attenzione del pubblico. Ecco quindi una rassegna delle frasi “cult” pronunciate da Franca Leosini nel corso della prima puntata di Storie Maledette 2018.

La frase emblema della serata è quella in cui Franca chiede a Sabrina Misseri come ci si sente ad essere rifiutate durante un approccio sessuale: “L’incauto giovanotto, mentre - frenando i suoi ardori lombari – s’inforcava le mutande, come si giustificava con lei?”.

Poco prima la giornalista aveva stuzzicato Sabrina – secondo lei “sentimentalmente genuflessa” -, per farsi dire che tra lei e Ivano ci fosse qualcosa in più di una semplice amicizia: “Lei praticava massaggi a Ivano Russo, ma sembra che a muovere le mani con efficacia felicemente terapeutica fosse anche Ivano Russo su di lei”.

E ancora, non riuscendosi a spiegare il successo riscosso da Ivano tra le ragazze di Avetrana, Franca dice che “Brad Pitt in confronto sembra un bipede sgualcito”. Il giovane viene definito anche: “A portata di cazzeggio”. Poi, rivolgendosi a Sabrina, parlando della sua presunta ingenuità, le confessa: “Lei è proprio una babbalona. Ma perché chiacchierava tanto?” .

Sul suo rapporto con il “Delon” di Avetrana, Franca chiede alla galeotta: «Flaiano ha scritto “i grandi amori si annunziano in un modo solo: appena lo vedi dici chi è questo stronzo?”. Con Ivano a lei è accaduto questo, Sabrina?».

Altra perla della serata è quella relativa alla professione di estetista svolta dalla Misseri all’epoca dei fatti. Franca Leosini vuole sapere: “Al di là di spianare crateri di cellulite sulle cosce delle signore di Avetrana, lei che faceva?”.

E sempre su tale argomento si lascia andare a una considerazione: “Oggi anche per spremere una foruncolo ci vuole un master”.

La giornalista definisce l’intera vicenda una “epopea baraccona”, e parla delle voci di paese come di “becera chiacchierologia”. Arriva addirittura a rabbrividire per il congiuntivo sbagliato usato da Sarah Scazzi sulle pagine del suo diario: A proposito del diario della vittima, quando Sabrina Misseri sembra mentire sulle intenzioni che l’avrebbero spinta a leggerlo, Franca Leosini chiede elegantemente: “Mi permette di dubitarne?”. La giornalista ironizza su un colorito diverbio via sms tra Sabrina e Ivano e lo descrive come “uno scambio di opinioni di alto livello”, poi chiosa con un “Del senno di poi sono piene le fosse” davanti al pentimento della Misseri per aver rilasciato troppe dichiarazioni al tempo dei fatti. Non mancano nemmeno le similitudini religiose: “Dopo 40 giorni, 40 come una buia Quaresima, c’è un primo, clamoroso colpo di scena che scompagina l’immobile geografia di quel mistero”.

Franca Leosini intervista Sabrina Misseri e le sue citazioni conquistano il web. La prima puntata della nuova edizione di Storie Maledette è stata dedicata al delitto di Avetrana, scrive Giuseppe D'Alto, Esperto di Tv e Gossip, su "it.blastingnews.com" il 12 marzo 2018. Dopo il duetto canoro conClaudio Baglioni a Sanremo, #franca leosini è tornata protagonista della prima serata di Rai 3 con #storie maledette, con uno dei casi più dibattuti e controversi della cronaca italiana: il delitto di Avetrana. La giornalista ha riferito di aver studiato diecimila atti processuali prima di intervistare Sabrina Misseri e Cosima Serrano, condannate all’ergastolo per la morte di Sarah Scazzi. Dopo averle incontrate non ho chiuso occhio, ha riferito a Il Giornale. La Leosini ha riavvolto il nastro ed ha provato a ripercorrere passo dopo passo con la Misseri quella tragica estate di otto anni fa. ‘Era un puntino tenue sulla mappa di Puglia, Avetrana.

Fino a quando, alla fine di agosto del 2010, una ragazzina con i capelli biondi come spighe di grano, improvvisamente, scomparve‘. L’eleganza e la raffinatezza con la quale la conduttrice ha affrontato il delicato argomento hanno reso ancora più affascinante narrazione e intervista. La giornalista è passata con eleganza da un linguaggio forbito a quello più popolare per trattare argomenti più intimi e stimolare l’interlocutrice.

Frasi e citazioni sono diventate virali. Frasi e sottolineature che sono diventate subito virali sul web, con Storie Maledette che ha conquistato rapidamente la topic trend di Twitter. Facendo riferimento all’attività di estetista della Misseri, la Leosini ha sarcasticamente affermato: Oggi anche per un foruncolo sembra ci voglia il master. In riferimento al flirt della cugina di Sarah con Ivano la conduttrice ha citato Flaiano: I grandi amori si annunziano in un modo solo: appena lo vedi dici chi è questo stronzo? Sul rapporto con il ragazzo, la Leosini si è soffermata a lungo nel corso della prima parte dell’intervista con Sabrina: Lei praticava massaggi a Ivano Russo, ma sembra che a muovere le mani con efficacia felicemente terapeutica fosse anche Ivano Russo su di lei.

Io e Sarah vittime di bullismo. La descrizione dell’incontro in auto della Leosini è stato definito un capolavoro dai numerosi seguaci di Storie Maledette: L’incauto giovanotto, mentre frenando i suoi ardori lombari s'inforcava le mutande, come si giustifica con lei? Dall’altra parte Sabrina ha spiegato che Sarah era la sorella che non aveva mai avuto ed ha rivelato che entrambe sono state vittime di bullismo. ‘Lei si fidava di me e frequentando amici più grandi stava iniziando a credere di più in se stessa’. La Misseri ha ammesso di aver sbagliato a rilasciare tante interviste dopo la scomparsa della cugina.

Oggi non lo rifarei. Cosima Misseri si è soffermata sul rapporto con Sarah Scazzi ed ha spiegato che quando era piccola giocava con lei: Ho smesso di farlo quando mi ha detto che voleva essere adottata.

Franca Leosini e le sue “pillole”, Storie Maledette sul caso Avetrana è un grande evento tv La giornalista fa ritorno in tv trattando uno dei casi di cronaca più torbidi degli ultimi anni. Le interviste a Sabrina Misseri e Cosima Serrano diventano il teatro per le proverbiali perle della conduttrice, che come al solito trovano nei social un’immediata valvola di sfogo per innumerevoli citazioni, scrive il 12 marzo 2018 Andrea Parrella su "Fan page". Il ritorno di Storie Maledette in televisione era, probabilmente, uno degli appuntamenti più attesi di questa stagione televisiva. E si è confermato un evento. Franca Leosini, al netto della sua apparizione a Sanremo, era assente da diversi mesi dal piccolo schermo con nuove indagini sui casi di cronaca italiani più eclatanti degli ultimi anni. E l'attesa è stata soddisfatta con una puntata interamente dedicata al delitto di Avetrana, che vede condannate Sabrina Misseri e Cosima Serrano all'ergastolo per l'omicidio volontario di Sarah Scazzi e Michele Misseri ad 8 anni di reclusione per soppressione di cadavere e inquinamento di prove. La prima puntata della nuova stagione di Storie Maledette, concentrata per buona parte sull'intervista a Sabrina Misseri, è andata in onda su Rai3 domenica 11 marzo, confermando l'amore eterno instauratosi tra Franca Leosini e il suo pubblico. "Era un puntino tenue sulla mappa di Puglia, Avetrana. Fino a quando, alla fine di agosto del 2010, una ragazzina che ha i capelli biondi come spighe di grano, improvvisamente, scompare", questo l'incipit che caratterizzava lo spot promozionale apparso sulle reti Rai nei giorni scorsi, una premessa che prometteva benissimo.

Il frasario della conduttrice del programma si è arricchito di altri aforismi precocemente citati su Twitter dai tantissimi utenti che seguono la trasmissione televisiva di Rai3 riproponendo, con fare devoto, le costruzioni sintattiche elaborate, forbite e ficcanti della giornalista napoletana. L'account ufficiale della trasmissione riprende quella che probabilmente è stata la frase più richiamata della serata, quella con cui la Leosini descriveva l'incontro sessuale tra Sabrina Misseri e Ivano: Non seconda è la smorfia inorridita della Leosini nel leggere alcuni passaggi del diario di Sarah Scazzi e soffermarsi, in particolare, su un congiuntivo sbagliato. Qualcuno tira in ballo un riferimento politico piuttosto telefonato ("severo ma giusto", direbbe qualcuno) di questi tempi. E tra le tante pillole di Leosini emerse in serata non possono mancare i messaggi di piena e completa ammirazione per la personalità e l'aplomb di una delle conduttrici più apprezzate del piccolo schermo. Con un piccolo colpo di scena, che non era stato preventivato da molti, la puntata non si chiude con la terminazione del racconto, visto che ci sarà una seconda puntata di Storie Maledette sul caso di Avetrana, in onda domenica 18 marzo 2018, come prontamente Rai3 pochi secondi dopo la sigla finale. Con qualche reazione scomposta…

Perché "Storie Maledette" è ormai un evento tv. Non c'è dubbio che Storie Maledette abbia assunto, negli ultimi anni, i caratteri di un programma in cui il personaggio alla conduzione rischia di essere prevaricante rispetto alle vicende e ai protagonisti stessi delle storie maledette raccontate. Si può spiegare forse con questo pericolo, oltre che con l'enorme mole di studio che richiede una trasmissione come Storie Maledette, la parsimonia nelle apparizioni tv di Franca Leosini e il numero esiguo di puntate per singola stagione del programma. Tutti elementi che contribuiscono a rendere una trasmissione televisiva un grande evento.

Franca Leosini e "Storie maledette". Le sue frasi cult fanno impazzire i Leosiners. La conduttrice torna sui Rai Tre con le sue interviste garbatamente sconvolgenti ed è subito leosiners-mania, scrive Adalgisa Marrocco il 12/03/2018 su "Huffingtonpost.it". Grande ritorno televisivo per Franca Leosini, che ha aperto la nuova stagione di Storie Maledette, nella prima serata domenicale di Rai Tre, tornando al 2010 e al delitto di Avetrana. La conduttrice televisiva ha infatti intervistato Sabrina Misseri e Cosima Serrano, condannate all'ergastolo per l'omicidio di Sarah Scazzi. Un ritorno attesissimo, quello della Leosini, divenuta vera e propria star del web, oltre che del piccolo schermo, grazie al suo stile elegante ma incisivo, e alla capacità di affrontare personaggi e casi di cronaca sconvolgenti con una compostezza che le impedisce di scadere nel sensazionalismo e nella TV urlata. Un atteggiamento che non ha mancato di procurarle l'adorazione di Facebook, Twitter e degli altri social network, anche in chiave affettuosamente ironica (emblematica la pagina Uccidere il proprio partner solo per essere intervistati da Franca Leosini). Anche stavolta Franca non ha tradito le attese e la prima puntata di Storie Maledette si è rivelata una miniera: Cosima "dimostra una modernità insospettata" e sembra "una donna del 3000"; Ivano, talmente bello che "Brad Pitt al confronto sembra un bipede sgualcito", "frena i suoi ardori lombari" con Sabrina, una "babbalona" che racconta un po' troppo in giro le sue faccende più intime. E quando la ragazza ripercorre i pensieri che la attraversavano nelle drammatiche ore dell'omicidio di Sarah, arrivando ad ipotizzare un fantomatico rapimento, Franca la incalza: "Neanche Avetrana fosse la Locride dei sequestri degli anni '70...". Finezze linguistiche e argomentazioni simili a colpi di fioretto che hanno scatenato la reazione social dei cosiddetti leosiners.

Franca Leosini e le sue frasi di culto, oltre 1 milione 800 mila spettatori. Grande attesa e grande esordio per il programma condotto da Franca Leosini: «Storie maledette» è stato visto da oltre 1 milione 800 mila spettatori (7,5% di share), scrive Renato Franco il 12 marzo 2018 su “Il Corriere della Sera”. Franca Leosini è tornata con la sua testa cotonata, gli occhi che guardano dritto per dritto, il suo lessico che mette in crisi gli accademici della Crusca, figurati un ergastolano, la sua capacità di raccontare il morboso in modo profondamente lieve. Domenica sono andate in scena le intervista a Sabrina Misseri e a sua madre Cosima Serrano che hanno raccontato la loro verità sull’omicidio di Sarah Scazzi. Grande attesa e grande esordio: Storie maledette è stato visto da oltre 1 milione 800 mila spettatori (7,5% di share, ampiamente sopra la media di Rai3 che è al 6,1%). Successo anche sui social, per quel che vale (il programma che genera maggiori discussioni non è detto che sia il più visto): la prima puntata è stata al primo posto dei programmi più commentati dell’intera giornata con oltre 132 mila interazioni.

Alla fine Sabrina si è pentita. Franca Leosini ha spiegato così il suo approccio ai casi che racconta: «La parola importante è rispetto. Anche per i loro errori. Mi accosto a questi personaggi non per giudicare, ma per capire. Capire cosa è successo nella loro vita per farli precipitare nel baratro di una storia maledetta». Ma a rapire, come al solito, è il suo registro lessicale capace di pescare tra espressioni come «ardori lombari» ma non disdegnare di pronunciare parole come «cazzeggio». Le sue frasi sono già di culto: «Oggi non si prenderebbe a schiaffoni per aver scritto questi messaggi?»; «Oltre a spianare i crateri di cellulite sulle cosce delle signore di Avetrana, che vita faceva?»; «Flaiano ha scritto “i grandi amori si annunziano in un modo solo: appena lo vedi dici chi è questo stronzo?”. Con Ivano a lei è accaduto questo, Sabrina?»; «Lei praticava massaggi a Ivano Russo, ma sembra che a muovere le mani con efficacia felicemente terapeutica fosse anche Ivano Russo su di lei»; «L’incauto giovanotto, mentre frenando i suoi ardori lombari s’inforcava le mutande, come si giustifica con lei?». Gioco, partita, incontro.

Storie Maledette, Sabrina Misseri e Cosima Serrano: ascolti record per la prima puntata. Franca Leosini, Storie Maledette: enorme successo per la prima parte dell'intervista a Sabrina Misseri e Cosima Serrano. Le espressioni della giornalista rilanciate sui social, scrive il 13 marzo 2018 Emanuela Longo su "Il Sussidiario". Storie Maledette, il programma di Franca Leosini, è tornato in onda, in prima serata su Rai 3, domenica 11 marzo 2018, con un'intervista esclusiva rilasciata da Sabrina Misseri e Cosimo Serrano, le due donne coinvolte in uno dei casi di cronaca nera più eclatanti degli ultimi anni, l'omicidio di Sarah Scazzi, avvenuto ad Avetrana. Come riporta Wikipedia, "il 21 febbraio 2017, la Corte suprema di cassazione ha definitivamente riconosciuto colpevoli e condannato all'ergastolo per concorso in omicidio volontario aggravato dalla premeditazione Sabrina Misseri e Cosima Serrano". L'intervista di Franca Leosini ha ottenuto i favori di pubblico e critica e l'entusiasmo dei cosiddetti "leosiners", la fascia di pubblico giovane che segue Storie Maledette e che riporta fedelmente le frasi cult della giornalista sui social network. E il ritorno di Franca Leosini sul piccolo schermo è stato premiato anche dagli ascolti: la prima puntata della nuova edizione di Storie Maledette è stata seguita da 1.855.000 telespettatori con uno share pari al 7.5%. (Aggiornamento di Fabio Morasca)

LE DICHIARAZIONI DI STEFANO COLETTA. Un «fenomeno televisivo», così viene definita Franca Leosini dal direttore di Raitre Stefano Coletta. Soddisfatto per i numeri registrati dal suo Storie Maledette, Coletta ha fatto i complimenti alla giornalista e conduttrice, diventata una superstar sul web. «La perizia d'indagine e la narrazione costruita su un appassionato linguaggio letterario fanno di Franca Leosini un fenomeno televisivo. Dietro l'ottimo dato di ascolto di Storie Maledette, si nasconde una platea istruita, prevalentemente femminile e fortemente interattiva». Il programma ha fatto infatti registrare 132 mila interazioni sui tre principali social network, classificandosi al primo posto tra le trasmissioni televisive più commentate in rete. C'è grande soddisfazione a Raitre per i risultati complessivi raggiunti nel 2018, infatti è considerata «saldamente la terza rete generalista». (agg. di Silvana Palazzo) 

PROFESSIONALITÀ INECCEPIBILE PER IL WEB. A Storie Maledette, Franca Leosini ha intervistato Sabrina Misseri, tornando quidi sul caso dell'omicidio di Sarah Scazzi. A colpire, oltre alle parole della Misseri, è stata la grande professionalità e il carattere fermo e deciso della Leosini. Tanti i commenti d'apprezzamento per la conduttrice: "Un racconto reso unico dalla professionalità ineccepibile della Leosini. - scrive una telespettatrice sui social dedicati alla nota trasmissione - Con le giuste parole e l'appropriato pathos si è materializzata la vita breve Della piccola Sarah. Il "babbalona" detto più volte a Sabrina è arrivato come un rimprovero fatto ad una figlia, che ha sbagliato e non può più tornare indietro. [...] In attesa di domenica io oggi guarderò nuovamente la puntata di ieri. Dalla tanta maestria si può solo imparare. Grazie" (Aggiornamento di Anna Montesano)

GRANDE SUCCESSO PER LA LEOSINI. Franca Leosini con il suo stile elegante e dissacrante insieme, è tornata ieri in occasione del nuovo ciclo di puntate di Storie Maledette, su RaiTre. Un appuntamento oltremodo atteso non solo per la sua collocazione nel prime time (scelta del direttore di rete, come specificato dalla stessa Leosini in una recente intervista al blog DavideMaggio) ma anche per il calibro delle protagoniste, ben due, intervistate: Sabrina Misseri e Cosima Serrano. Saranno due le puntate dedicate al delitto di Avetrana nel corso delle quali la padrona di casa, dal carcere di Taranto, ha ripercorso le tappe che hanno portato alla morte di Sarah Scazzi, rispettivamente cugina e nipote delle due intervistate, entrambe condannate nei tre gradi di giudizio all'ergastolo. La doppia intervista ha visto Sabrina e la madre Cosima intervistate separatamente in due differenti sale. Una scelta anche questa voluta fortemente dalla Leosini per non farle influenzare nel corso dei loro racconti-ricordi. Protagonista assoluta è stata però Sabrina, alla quale è stata dedicata gran parte della prima puntata di Storie Maledette dedicata al delitto Scazzi. A farla da padrona non sono state tanto le lacrime che in più occasioni hanno rigato il viso della giovane Misseri, oggi trentenne, quanto piuttosto il linguaggio forbito, misto allo stile classico che la signora Leosini ha portato in tv e che in qualche modo contrastavano con il lessico semplice e a tratti insicuro di Sabrina e della madre. Messa in piega come sempre impeccabile, tailleur sartoriale scuro ed elegante e quasi una sorta di tenerezza che ha dimostrato in certi passaggi dell'intervista a Sabrina: la Leosini è andata avanti spedita, con frasi pungenti, altre capaci finanche di strappare un sorriso nonostante lo scempio di un delitto che ha spezzato la vita di una 15enne innocente che, come ricordato nell'esordio dalla stessa giornalista, fa ora parte della schiera degli angeli.

STORIE MALEDETTE DI FRANCA LEOSINI: SUCCESSO TV E SOCIAL. Un successo atteso e meritato, quello segnato ieri sera dalla prima parte dell'intervista a Sabrina Misseri e Cosima Serrano realizzata da una magistrale Franca Leosini nella sua trasmissione Storie Maledette. Il pubblico e i numerosi leosiners hanno premiato ancora una volta la signora del giornalismo italiano, che con la sua eleganza e le sue frasi diventate oggi già virali, ha segnato un ottimo risultato in termini di ascolto tenendo incollati al piccolo schermo 1.855.000 telespettatori con una share media del 7.5%. Un risultato senza dubbio migliore rispetto a quello che era stato registrato nell'esordio della passata stagione, quando l'intervista a Rudy Guede, condannato per il delitto di Perugia, aveva invece interessato 1.459.000 con share del 5.32% nonostante il clamore. Enorme anche l'interazione social che ha permesso di far volare la prima puntata di Storie Maledette direttamente in cima alle tendenze dei programmi più commentati dell'intera giornata, con oltre 132 mila interazioni. Ad appassionare saranno certamente state quelle domande così prive di pregiudizio, lo stesso che Sabrina ha invece più volte denunciato. Sua premura quello di fornire al telespettatore un ritratto visto da un'angolazione inedita rispetto a quello emerso dalle pagine di cronaca nera. Non è un caso se proprio a proposito della sua trasmissione la Leosini aveva commentato, come spiega TvZap: "La parola importante è rispetto. Anche per i loro errori. Mi accosto a questi personaggi non per giudicare, ma per capire. Capire cosa è successo nella loro vita per farli precipitare nel baratro di una storia maledetta". Qual è il ritratto che la giornalista ha tracciato di Sabrina? Come da lei ribadito nel corso della puntata, certamente quello di una ragazza "insicura e fragile", ma anche "sentimentalmente genuflessa" a Ivano Russo, il tutto condito da frasi ironiche durante la lettura dei loro sms le cui espressioni non sono passate inosservate dagli spettatori, subito rilanciate sui principali social in attesa del secondo capitolo.

Leosini fa il record con Avetrana: “Affronto le storie con equidistanza”, scrive il 13/03/2018 Michela Tamburrino su "La Stampa". Un fenomeno televisivo quello di Franca Leosini, capace di catalizzare l’interesse del pubblico, di strappare audience alla concorrenza anche di casa e di tracciare una linea netta su come si fa televisione d’inchiesta. Storie maledette raccoglie il 7.53% di share, quasi 1,9 milioni di telespettatori (e punte dell’11% di share e 2 milioni) e segna il record di ascolto del programma dal 2014, domenica su Rai 3 in prima serata. Una platea, la sua, istruita, prevalentemente femminile e fortemente interattiva. Il programma va fortissimo sui social network, è il commentato del giorno in Rete. Merito di Leosini che è un’icona e non solo nell’universo spinoso della giudiziaria. Conducesse Sanremo probabilmente il successo sarebbe lo stesso, tanto è entrata nell’affezione del telespettatore generalista. «Merito» anche delle protagoniste della prima puntata di domenica sera, al centro di una storia che prenderà due appuntamenti.  Dall’altra parte del tavolo siede Sabrina Misseri, giudicata colpevole d’aver ucciso la cuginetta Sarah Scazzi. Per gelosia, per amore. Con lei, condannata anche la madre Cosima che per una felice intuizione di sceneggiatura è stata posta ad interagire con la figlia ma in lontananza.  

Ma perché questa storia ha tanto catturato l’interesse della gente? Forse perché Leosini ha dato una lettura diversa della vicenda mettendo in luce le crepe dell’inchiesta e confrontando la verità processuale con la verità possibile?  

«Io affronto sempre le storie che tratto con grande equidistanza, per rispetto del protagonista e per rispetto del pubblico. Un dovere morale per una professionista come me che sa valutare le conseguenze di un processo. Bisogna anche dire che esistono eventi di cronaca che diventano storia. Questo attiene alla realtà dei personaggi e all’ambiente in cui i fatti avvengono. Luoghi che si fanno paesaggi dell’anima».  

Come Avetrana, un piccolo centro che rimanda un po’ Peyton Place, oppure?  

«Se dovessimo fare un parallelo italiano, parlerei di Cogne, per l’intensità dei personaggi». Archetipi tragici che si muovono in un universo malato. «Nella prima puntata ho descritto l’ambiente, il paese che da luogo gentile si trasformerà in capitale del pettegolezzo. Nella seconda puntata la figura del padre di Sabrina, Michele Misseri, esploderà. Per la prima volta intervisterò una collega giornalista, la vostra Maria Corbi che per lavoro è stata molto addentro alla storia che narriamo». 

Franca Leosini, soddisfatta degli ascolti?  

«Sono molto contenta per la rete anche perché avevamo contro concorrenti di peso: Fazio, Giletti e la partita Napoli-Inter». Perchè i protagonisti delle Storie maledette si fidano di lei così tanto? «Perchè affronto con loro la fatica del ricordo».  

Intervista. Sciarelli a caccia della “verità” in Tv. Massimiliano Castellani venerdì 26 aprile 2019 su Avvenire. Il 30 aprile 1989, Rai 3 trasmetteva la prima puntata di “Chi l’ha visto?”, una delle trasmissioni più longeve e seguite del palinsesto, specie negli ultimi 15 anni con la conduzione della giornalista. Federica Sciarelli, dal 2004 conduttrice dello storico programma di Rai 3 “Chi l’ha visto?”. In un oceanico palinsesto, in cui si naviga un po’ tutti a vista come naufraghi diretti all’isola dei noiosi, c’è una sola trasmissione Rai (sul 3) che insiste e resiste: èChi l’ha visto?. Una resistenza civile (condivisa dal 93% degli utenti) che va avanti dai tempi di Angelo Guglielmi direttore di Rai3. La prima storica puntata di Chi l’ha visto? infatti andò in onda trent’anni fa: il 30 aprile 1989. In principio, alla conduzione c’era l’inedita coppia Donatella Raffai-Paolo Guzzanti, poi, tranne l’avvocato Luigi Di Majo, solo donne al comando: Giovanna Milella, Marcella De Palma, Daniela Poggi. E dal 13 settembre 2004, fu la prima volta sotto l’egida carismatica e pasionaria di Federica Sciarelli. Romana (classe 1958), ma di origini napoletane, che la rendono costantemente solare e combattiva. Giornalista d’assalto, «ero una “pierina” ai tempi del Tg3: unica donna della redazione politica, con la fortuna di avere Sandro Curzi direttore e grande maestro». Inviata di Samarcanda per Michele Santoro e poi da quindici anni a questa parte «non ha più mollato l’osso», come dicono i suoi più stretti collaboratori. L’osso è lo studio di via Teulada, quello delle ricerche a tappeto dei casi di persone scomparse, dei misteri insoluti in un Paese che si nutre di mistero.

Un «Romanzo popolare», cito Guglielmi, più che una trasmissione la sua. Ma come si spiega questo enorme successo che ha toccato l’apice nelle quindici stagioni “sciarelliane”?

«Me lo spiego nel fatto che non siamo un programma di sola cronaca ma che nel tempo è stato capace di raccontare l’Italia reale a un pubblico che spesso riconosce nella vicenda trattata qualcosa che potrebbe riguardarlo o che riguarda il suo vicino. E quello che si vede a casa tutti i mercoledì, in prima serata fino a mezzanotte, è solo una parte del lavoro che, sette giorni su sette, con turni anche massacranti, portiamo avanti con una redazione (una ventina di persone tra interni e inviati) composta da professionisti e persone sensibili ad ogni singolo caso, ad ogni storia umana che scoviamo o che ci viene segnalata».

Ha detto «raccontiamo l’Italia», ma in questi anni quanto è cambiato il Paese?

«Il nostro è un osservatorio molto attento. Quando sono arrivata a Chi l’ha visto? era un’Italia in piena crisi economica in cui scomparivano prevalentemente padri di famiglia, e nove volte su dieci si trattava di suicidi. Oggi abbiamo un caso di violenza quotidiana sulle donne, e a volte manca il tempo e il respiro in trasmissione che subito ne accade un altro... Siamo passati dalle scomparse a quelli che con il “caso Claps” abbiamo sdoganato come «omicidi con occultamento di cadavere». E io non mi stanco mai di ripetere ai telespettatori: guardate che le donne, le ragazze non se ne vanno mai via volontariamente di casa, che una mamma non lascia mai i suoi figli da soli per sparire nel nulla...»

Ha citato l’omicidio della 16enne di Potenza Elisa Claps, il caso che forse ha fatto cambiare direzione al programma.

«Vero. Ricordo Filomena Claps che si arrabbiò moltissimo quando la polizia mostrò l’identikit che simulava l’invecchiamento della figlia. “Elisa me l’ha uccisa Restivo!” gridava disperata. Io ho raccolto quel grido materno, mi sono letta tutti gli atti come faccio spesso anche alla domenica a casa da sola - e da madre e giornalista che si assume sempre le sue responsabilità ho attaccato duramente Danilo Restivo, avvertendo i miei dirigenti: se la trovano viva, allora io vado a casa e cambio mestiere... I resti della povera Elisa vennero ritrovati nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza. Fu uno strazio, mi consola la bellissima amicizia con la famiglia Claps, una delle tante famiglie delle vittime con cui si è stabilito un rapporto di reciproco affetto che va avanti ben oltre il video».

L’idea che si ha dal video del salotto di casa è che Chi l’ha visto? sia un po’ una “casafamiglia” alla quale rivolgersi per chiedere aiuto.

«Noi ci occupiamo di quei casi che per la mole di lavoro che hanno carabinieri e polizia a volte non ce la fanno a seguire più di una settimana e quindi simpaticamente le stesse forze dell’ordine dicono ai famigliari: “rivolgetevi alla Sciarelli”. Sul lungo periodo è normale che si crei un rapporto di tutela con chi ha bisogno di essere ascoltato. Non dimenticherò mai la lettera scritta a mano che mi inviò il papà del calciatore Denis Bergamini che si chiudeva con un tenero e disperato: “Chi può, se non voi, interessarsi alla morte di mio figlio?”».

Bergamini, passato per il “calciatore suicidato”, grazie anche a voi si è scoperto essere un omicidio ancora irrisolto, anche per colpa dei tanti depistaggi. E quelli, non mancano mai, a cominciare dall’assassinio di Ilaria Alpi, forse una delle maggiori “vittorie” della trasmissione.

«Per Ilaria Alpi abbiamo sperimentato con successo il “metodo Chi l’ha visto?” che parte dal mio principio cardine: meglio morire sparato che in ospedale... Perciò chiesi a Chiara Cazzaniga, giornalista che conosce perfettamente la lingua araba di prendersi tutto il tempo ma di trovare un somalo “buono” che parlasse e in grado di scagionare quel povero Hashi Hassan che si è fatto 17 anni di carcere da innocente. Quando a Londra Chiara scovò Gelle che confermò l’innocenza di Ashi è stato un momento liberatorio, come l’abbraccio con Adriana Alpi, la mamma di Ilaria, che per me è stata più di un’amica».

Una rivincita contro i depistatori di professione con i quali lei si scaglia coraggiosamente contro, anche in diretta.

«Beh - sorride - ho rimesso al suo posto anche l’attentatore di papa Wojtyla, Ali Agca, quando si intromise con le sue bugie sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. Stando a stretto contatto con le famiglie come la Orlandi o quelle della piccola Denise Pipitone che da anni rivendicano il “corpo” delle loro figlie non posso tollerare che qualcuno, in maniera criminale, sparga menzogne riaccendendo le speranze di chi soffre già tanto per una verità che non arriva...»

«Verità», sembra la parola guida nell’esercizio della sua professione di giornalista.

«Sì, la verità prima di tutto. A volte mi rendo conto di essere particolarmente passionale ma come faccio a non scaldarmi quando mi trovo di fronte all’omicidio del bambino di Cardito. Ma come è possibile mamma... se tuo figlio viene picchiato come fai a non metterti in mezzo e a gettarti nel fuoco per lui? Parto da casa e arrivo alla scuola, perché non accada più che un insegnante non denunci se vede arrivare in classe un bambino pieno di lividi come accadeva al piccolo Giuseppe che è morto per le botte che gli dava il patrigno, e la sua sorellina è ancora viva per miracolo».

Avvertiamo forte la sua emozione quando si occupa di bambini, le è mai capitato di piangere in diretta?

«Cerco di tenere botta, ma non è facile trattenere le lacrime quando ripenso alla fine di Tommaso Onofri: il giorno prima del ritrovamento del suo corpicino ero stato a trovare la mamma a Parma... È dura quando affronti in diretta drammi come quello di Sarah Scazzi o dei fratellini di Gravina, Ciccio e Tore, che sono morti laggiù, in fondo a un pozzo. Per difendere i diritti dei più piccoli abbiamo subito anche l’assalto di quelli di Casa Pound che in una manifestazione picchiavano dei ragazzini».

In questi quindici anni, ha mai pensato di gettare la spugna?

«No, perché il seguito e il calore del pubblico mi dà energia e così mi riprendo dal prosciugamento settimanale. Poi scarico tutte le tensioni accumulate facendo sport, footing, palestra, pattinaggio artistico. Il poco tempo libero che ho dal lavoro, lo passo con mio figlio, Giovanni Maria. Farà il giornalista? È iscritto a Scienze Politiche, spesso mi sorprende con delle informazioni che gli arrivano molto prima... Ha un grande senso della notizia e poi è cresciuto a pane e tv, da piccolo quando mi vedeva leggere il Tg pensava parlassi a lui e diceva: “Oh, ma mamma ma non mi rispondi?”».

Quando ha capito che la Sciarelli è diventata un icona pop.

«Forse quando sono andata ospite a Sanremo. Dietro le quinte volevo farmi dei selfie con i miei cantanti preferiti e con grande sorpresa ho scoperto che invece erano loro che chiedevano di fotografarsi con me. Ron mi è venuto incontro e mi fa: “Sei il mio mito. Ma lo sai che tutti i mercoledì sera mi siedo sul divano e vedo Chi l’ha visto? con la mia mamma...»

·         Montecitorio Beach.

“BENVENUTI A MONTECITORIO BEACH”. Giovanna Vitale per “la Repubblica” il 3 luglio 2019. Le sette di un pomeriggio torrido. Fuori la colonnina di mercurio segna 36 gradi. Nell' emiciclo della Camera, nonostante l' aria condizionata, si bolle. «Presidente», chiede la parola Federico Mollicone, non autorizzato e perciò subito zittito. «Presidente!» insiste però l' onorevole di Fratelli d' Italia sfilandosi la giacca in modo plateale. «Si comporti seriamente, si rivesta!» intima Ettore Rosato dallo scranno più alto. Ma il deputato è irremovibile: «In ossequio alle pari opportunità e alla par condicio» urla a dispetto del blackout imposto, «chiedo che quello che vale per l' uomo debba valere anche per le donne, in special modo per quelle colleghe che si presentano in aula come se andassero in uno stabilimento balneare a chiedere due sdraio e un ombrellone». È un' orazione in onore del decoro perduto quella pronunciata giovedì scorso a microfoni spenti ma voce tonante abbastanza per svelare, all' improvviso, ciò che tutti hanno notato ma nessuno osato finora denunciare: la scostumata piega dei costumi nelle più alte istituzioni della Repubblica. Dove ormai impazzano canottierine e trasparenze, minigonne e ciabattine da mare, in una sorta di Montecitorio-Beach che poco lascia all' immaginazione e tanto alla nostalgia. Degli austeri tailleur di Nilde Iotti o le calze coprenti di Tina Anselmi, pure d' estate. Senza scomodare storie d' altri tempi, il fatto è che se alla Camera i maschietti hanno l' obbligo di indossare la giacca (e al Senato pure la cravatta) al gentil sesso è lasciata libertà di scelta. Spesso, ultimamente, un po' abusata. Non sono poche le deputate che azzardano abiti succinti, scollature da balera, nudità varie. Tutte documentate nel portfolio di scatti rubati che riempiono le chat degli onorevoli. C' è quella in sottoveste multicolor e quella in body di pizzo, una con mutanda in vista sotto i pants bianchi e l' altra così attillata che gli esplode il décolleté. «Una roba indecente», rincara Mollicone che ha pure postato qualche scatto su Fb: «Quando l' altra sera, alla decima ora di votazione e un caldo da morire, mi sono visto passare accanto una collega in sottoveste da mare svolazzante non ci ho visto più e sono partito». Strappando gli applausi di parecchi colleghi e il sorriso divertito di Michele Anzaldi. Racconta il piddino: «Ogni giorno sull' aria condizionata è una battaglia: noi deputati chiediamo di abbassare la temperatura perché siamo coperti dalla testa ai piedi, le deputate di alzarla perché sono nude. E i poveri commessi in mezzo, senza saper che fare». Un tema sentito pure dalle donne. Tant' è che adesso la forzista Giusy Versace ha deciso di promuovere una raccolta di firme trasversale per chiedere ai questori della Camera di «richiamare le deputate al decoro e al rispetto dell' Aula». E se non dovesse funzionare, «pretenderemo che venga previsto una sorta di dress code » perché «quanto si vede in questi giorni è francamente inaccettabile: ci sono luoghi, come il Parlamento, dove il rispetto per l' istituzione impone decoro anche nell' abbigliamento ». Concorda la leghista Simona Bordonali, sempre in giacca anche a 40 gradi: «Si nota che manca attenzione nel vestirsi: le gonne sono spesso troppo corte, le magliette scollate. Ci vorrebbe un po' di buon senso in più». O forse, banalmente, di comune pudore.

Camera, le deputate svestite  in posa da selfie e i colletti  in pizzo portati da Nilde Iotti. Pubblicato sabato, 06 luglio 2019 da Candida Morvillo su Corriere.it. Guardando la foto della deputata con le gambe accavallate su una poltroncina del Transatlantico, gonna inguinale e sandalo a stiletto rosso fuoco, sarebbe bigotto tornare con la memoria alle foto in bianco e nero di Tina Anselmi che, nel giorno in cui diventa la prima donna della nostra Repubblica a giurare da ministro, spicca fra uomini in grisaglia con un vestito a maniche lunghe e abbottonato fino al collo; o a Nilde Iotti che fa il suo ingresso all’Assemblea Costituente in un contegnoso abito dal colletto in pizzo bianco, il massimo della rispettabilità per una ragazza di origini modeste che, fino a un attimo prima di quel 1946, pedalava da partigiana. Erano tempi in cui il Corriere dell’Informazione scriveva: «È giunta la primavera, anche se gli onorevoli costituenti non se ne avvedono, perché, se c’è un luogo dove il tramutare delle stagioni non si avverte, questo è Montecitorio. Ma ecco: un giorno, la più giovane deputatessa, Teresa Mattei, è comparsa con una giacca azzurro cupo e sul risvolto recava una splendida rosa purpurea. Fra i petali di quella rosa, era nascosta la primavera». È anacronistico prendere quella rosa purpurea a misura dei mutati costumi, oggi che il cambio di stagione è annunciato dalle foto postate dall’onorevole di Fratelli d’Italia Federico Mollicone e sono scollature, schiene scoperte, sottovesti a vista, ciabattine da mare, un «Montecitorio Beach» contro il quale la deputata azzurra Giusy Versace raccoglie firme, invocando un decalogo rosa del decoro. Invece, risalire all’inizio degli anni Duemila aiuta a capire quando, come e se, qualcosa è cambiato nel look al femminile di Montecitorio e, in definitiva, nel modo in cui le donne amano rappresentare se stesse e la propria idea di libertà. Prendete la frase seguente: «Una volta, noi deputate non potevamo entrare sbracciate e senza calze, invece, oggi, sembra di stare al Twiga». L’ha pronunciata adesso Daniela Santanchè, una che il Twiga lo possiede e che, per prima, si era fatta notare per una camicetta audace solo nel rosso squillante, per i tacchi 12 che, ai suoi piedi, avevano fatto irruzione in parlamento, accolti con Oooh di rimprovero. Gabriella Carlucci, altra adepta dello stesso stile, chiederà: «Devo rinunciare alla mia personalità per fare politica? Devo essere brutta?». Era la rottura di un argine, dell’idea per cui le donne necessitavano di confidare sulla castigatezza come patente d’autorevolezza. Rosy Bindi non ci stava e replicava: «Ma per favore, non capovolgiamo le cose: sono loro che discriminano noi per imporre uno stereotipo di bellezza». Perderà Rosy, ormai è chiaro. Perderà passando per la forzista Elvira Savino, detta «La Topolona» per gli abiti fascianti, e passando le deputate Pd presto finite in titoloni stupiti perché amavano lo stiletto, come se il tacco fosse di destra, la ballerina di sinistra. Era ancora vivido il ricordo di Irene Pivetti, che presiedendo la Camera nei suoi severi tailleur e foulard pastello, non faceva presagire che, fuori di lì, l’avremmo vista svestita da Catwoman. Erano anni, in generale, in cui ci si abbigliava ancora secondo l’occasione e non come a essere costantemente pronte per un selfie su Instagram. «Non è sciatteria, è moda», ha sentenziato ora al Corriere la deputata dei 5 Stelle Maria Pallini. E c’è, nelle sue parole, un intero mondo: quello di certi fieri neofiti della politica che confondono il restare puri col vestire come gli pare. C’è uno spirito dei tempi che, da sprezzo della forma, si fa sprezzo del ridicolo. Mollicone ne fa un tema di «rispetto per l’Aula e pari opportunità». Ed è parità invocata al rovescio: non «più canottiere per tutti», ma «più giacche per tutte». Ci è almeno risparmiato che i deputati invochino il diritto a scoprire i bicipiti nell’austera aula. Spiega il piddino Michele Anzaldi: «Sull’aria condizionata è una battaglia: noi deputati chiediamo di abbassarla perché siamo coperti dalla testa ai piedi, le deputate di alzarla, perché sono nude». Fra le donne, c’è chi è insorta a difesa degli abiti discinti. In fondo, il regolamento della Camera non prevede, per loro, obbligo di giacca come per gli uomini. Ingenui padri e madri della patria devono aver pensato che fosse superfluo imporre il buon gusto per norma. Per la pentasellata Valentina Corneli, la crociata in corso è «un attacco alle donne». La collega di partito Angela Ianaro accusa Mollicone di esporre le deputate agli insulti maschilisti degli haters. Anche l’ex presidente della Camera Laura Boldrini, che pure non va in aula in minigonna, stigmatizza una polemica «che prende di mira le donne». Veniamo, nel nostro piccolo, dal MeToo e uno degli esiti è che, ormai, tutto si butta sul sessismo. Ci si chiede, in teoria, se le deputate siano libere o no di scoprire le gambe, ma in realtà, ci si chiede se si può ancora criticare una donna su una scelta che ne tocchi la libertà senza essere zittiti con l’accusa di sessismo.

«Sì alle camicette scollate»: le deputate contrattaccano sul look. Pubblicato giovedì, 04 luglio 2019 da Fabrizio Caccia su Corriere.it. «Io non sono una vamp nè un’egocentrica...», s’indigna via sms la portavoce dei Cinquestelle Valentina Corneli, 33 anni, abruzzese di Giulianova. In verità, s’indignò parecchio già nel maggio scorso, quando Dagospia titolò “Una maggiorata in maggioranza”, pubblicando le foto di un suo intervento in Aula in cui sfoggiava un generoso décolleté. Reagì con rabbia: «Il mio aspetto fisico è l’ultima cosa a cui hanno fatto caso le persone che ho incontrato durante il mio percorso». E così, anche oggi che alla Camera il tema è tornato d’attualità - visto che la deputata Fi Giusy Versace sta raccogliendo firme per chiedere al presidente Roberto Fico di richiamare le colleghe «a un abbigliamento più idoneo» e il collega di FdI Federico Mollicone ha addirittura postato su Fb delle foto rubate di parlamentari in stile Montecitorio beach - la Corneli parte al contrattacco: «Non è vero che non c’è decoro in Aula come vogliono far credere loro, questo attacco alle “donne” di Montecitorio è esagerato... E mi spiace che sia stata proprio una donna a incentivare una forma mascherata di sessismo, che, con il clima di strisciante regressione che stiamo vivendo, è piuttosto inopportuna...Io sono un’esteta, quindi amo le cose belle, vestire bene ed in modo femminile, ma di certo non riuscirei ad essere volgare - o superficiale - nemmeno se lo volessi. Inoltre, nella vita, credo di aver dimostrato che l’aspetto fisico era l’ultima cosa che avevo da “mostrare”. Mi sono laureata a 23 anni con la media del 30 e lode, a 25 anni ero già avvocato... Despicit et magnos recta puella deos, diceva Orazio: una bella donna non si cura neppure degli dei. Ovviamente non firmerò la petizione della Versace e, anzi, mi auguro che venga ritirata».

Durissima, la Corneli. Ha firmato invece la petizione Patrizia Prestipino, del Pd, malgrado un’altra foto rubata la ritragga seduta in Transatlantico con una gonna che sembra cortissima: «Suvvia - dice - lo sanno tutti che nei divanetti del Transatlantico si sprofonda, perciò finisce che la gonna si accorcia. Ma quella della foto era quasi sopra al ginocchio! Poi s’è seduta pure Alessia Morani, con una gonna lunga quanto la mia e un collega, passando, ci ha gridato per scherzo: “A scosciate, copritevi!!!”. La verità è che se sei sciatta, sei sciatta sempre, anche se ti copri. A me, invece, piacciono pure le camicette scollate: ieri, per esempio, avevo una camicetta di seta rossa e quando ho visto Mollicone gli ho detto: Metti anche me nella black list?».

Federico Mollicone, a proposito, non ci sta a passare da «fustigatore di costumi» e si è già scusato con le colleghe di cui ha postato le foto su Fb: «Quelle immagini le avevo ricevute da altri e le ho subito cancellate. Ma volevo porre un problema di pari opportunità: perchè noi maschi dobbiamo portare la giacca, mentre per le femmine non ci sono regole?». Ed ecco infine passare, in Transatlantico, Annaelsa Tartaglione, 30 anni, di Forza Italia, ex miss Molise: «Che volete da me? Vesto un tubino rosa accollatissimo, lungo fino quasi alle caviglie e di un marchio a buon prezzo. Un mio commento su come vestono le onorevoli? Non mettetemi in difficoltà con le colleghe». Federico Mollicone, a proposito, non ci sta a passare da «fustigatore di costumi» e si è già scusato con le colleghe di cui ha postato le foto su Fb: «Quelle immagini le avevo ricevute da altri e le ho subito cancellate. Ma volevo porre un problema di pari opportunità: perchè noi maschi dobbiamo portare la giacca, mentre per le femmine non ci sono regole?». 

Cari maschi giusto che il sesso forte si metta una giacca. Claudia Terracina il 4 luglio 2019 su Il Dubbio. Sarebbe assurdo costringere ragazze e signore a un look con braccia e piedi coperti in pieno solleone. Per fortuna sono lontani i tempi in cui il dress code veniva dettato da leader e segretari di partito. Cari maschi. Alla Camera dei deputati come in spiaggia? Non sia mai! L’onorevole di Fratelli d’Italia, Federico Mollicone si indigna e compila un post che fa appello al comune senso del pudore. Non tanto per rispetto verso l’Istituzione, quanto per par condicio nei confronti degli onorevoli uomini costretti alla tortura della giacca in tempi di canicola. Ma, si badi bene, non al nodo scorsoio della cravatta, obbligatoria solo in Senato. Insomma, parrebbe pura invidia nei confronti delle signore. E che sarà mai qualche centimetro di pelle al vento per piedi smaltati, braccia nude, décolleté e ginocchia in mostra. Va detto, per la verità, che anche l’ex presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini, rivolse un appello accorato alle colleghe per bandire sandali e infradito. E pure la ex presidente Boldrini fu aspramente criticata per essersi presentata con un paio di zatteroni a una udienza papale. Questione di opportunità, certo. Le deputate però non ci stanno e rivendicano il diritto di vestirsi a proprio piacimento. E che sarà mai qualche centimetro di pelle esposto? Per fortuna sono lontani i tempi in cui il dress code veniva dettato da leader e segretari di partito. Come dimenticare il regolamento imposto da Berlusconi alle ‘ sue’ onorevoli, che diventò un pezzo di storia del costume perché fu adottato anche per le famose ‘ cene eleganti’? Tubino nero, tacco 12, sempre truccate. Ma quel salire e scendere per le scale dell’emiciclo si trasformò presto quasi in una passerella del varietà. E allora signorine e signorine passarono ai pantaloni, anche se al tacco non rinunciarono mai. Memorabili le calzature di Daniela Santanché che spesso e volentieri si incastravano nei sampietrini di piazza Montecitorio, costringendola a piroette scomposte. Solo Giorgia Meloni, allora figura emergente di An, e, ora, guarda caso, capo riconosciuto di Fratelli d’Italia, quindi anche dell’onorevole Mollicone, rifiutò la divisa berlusconiana. «Mi avete visto osservò caustica – con la mia altezza, si fa per dire, farei ridere con tacchi vertiginosi e minigonna!». Ma adesso, per la verità, spesso sfoggia dei veri trampoli. Quindi, abbia pazienza, onorevole Mollicone, sopporti i sandali e quel po’ di pelle esposta, purché non si ecceda. Non siamo più ai tempi di Cicciolina, che, appena eletta nelle file dei radicali, non disdegnava qualche esibizione delle sue grazie per deliziare i colleghi. I costumi si sono evoluti e il Parlamento è un po’ lo specchio della società italiana. E l’abbigliamento viene usato anche per lanciare messaggi politici. Vedi i cappelli rosa ‘ pussycat’ inalberati dalle donne americane per manifestare contro il sessismo di Trump. O, per tornare a casa nostra, i jeans bipartisan, sfoggiati da donne deputate di tutti gli schieramenti per protestare contro quelle sentenze che negavano la violenza sessuale se la vittima indossava i jeans. Le onorevoli forziste ostentarono camicie e sciarpe bianche per ribadire la non procedibilità contro il Cavaliere. E le colleghe di sinistra, la scorsa estate, sfoggiarono magliette rosse in segno di solidarietà con i migranti bloccati in mare dagli altolà di Salvini. Ma in estate non ci sono messaggi politici. Solo un gran caldo. Perciò, onorevole Mollicone, un po’ di tolleranza. Sarebbe assurdo costringere ragazze e signore a un look con braccia e piedi coperti in pieno solleone. E pazienza se i deputati uomini devono sempre indossare giacca e camicia. Insomma, sono o non sono il sesso forte?

Da Libero Quotidiano il 4 luglio 2019.  Fa discutere il caso sollevato da Federico Mollicone, deputato di Fratelli d'Italia, che sul suo profilo Facebook ha denunciato come alcune deputate si presentino alla Camera in abiti assai poco istituzionali per affrontare il grande caldo. "Benvenuti a Montecitorio Beach", esordiva sui social Mollicone. E sulla vicenda, ora, interviene anche Vittorio Sgarbi. Lo fa su Twitter, ricordando come "a sdoganare l'abbigliamento da spiaggia in ambito istituzionale, ci aveva già pensato l'ex presidente della Camera, Laura Boldrini, in udienza dal Papa". Il riferimento del critico d'arte è a quando, nel luglio del 2017, la fu presidenta della Camera si presentò dal Pontefice in ciabatte. Non il massimo, effettivamente.

Lettera di Melania Rizzoli a Dagospia il 4 luglio 2019. Caro Dago, non erano proprio delle ciabatte, dai. I tuoi titoli sono sempre un po' maligni, a volte strafottenti e spesso denigranti. Quello di ieri sulla Boldrini dal Papa era quasi offensivo. L'hai definita addirittura una "gattara"! Hai esagerato, e la Presidente della Camera non avrà di certo gradito. Tu hai sparato sul tuo sito la notizia che la Laura nazionale si è presentata al cospetto del Santo Padre in ciabatte. Io ho osservato bene le foto, inclusa quella ingrandita dei suoi piedi con le unghie laccate di rosso carminio, e non erano affatto infilati in volgari pantofole, ma in un paio di sandali con la zeppa, dai quali straboccavano gli alluci. Laura Boldrini evidentemente quel giorno voleva distinguersi, perché nessuna mai prima di lei si era presentata ad una udienza privata dal Papa con le estremità pedestri in bella vista. Nessuna figura istituzionale ha mai osato tanto, nessuna presidente o parlamentare, nessuna leader o moglie di leader, ma nemmeno la più ignorante delle signore del popolo. Ma come si può? Come si fa a presentarsi così? Va bene essere di sinistra, va bene pure essere anticonformisti, ma una presidente della Camera, a mio parere, un minimo di stile deve esibirlo, per dare l'esempio, e soprattutto per la dignità e l'autorità del suo ruolo, e per dare almeno l' impressione di conoscere, applicare e rispettare le regole. Non mi riferisco a quelle del "bon ton" di Lina Sotis, ma quelle del buon senso. La Boldrini infatti, da tempo aveva fissato in agenda quell'appuntamento in Vaticano, e quello non è stato quindi un evento improvviso ed inaspettato che non le ha lasciato il tempo di cambiarsi. No, lei ha proprio scelto quei sandali per presentarsi di fronte a Bergoglio, forse pensando di assumere un look informale e non istituzionale, forse per esibire confidenza con lui, o forse per ignorare volutamente l' etichetta ed allinearsi alla semplicità esibita dal Santo Padre. Ma santa donna, come si fa ad entrare nelle sacre stanze del rappresentante della Chiesa così conciata? É mancanza di stile? È mancanza di rispetto? È disprezzo del politicamente corretto? È non avere idea delle regole ferree del Vaticano? No, secondo me è solo puro provincialismo, genetico, radicato ed irrecuperabile. Eppure quando Laura Boldrini ha fatto visita alla moschea di Roma, alla faccia di tutti i valori di libertà delle donne da lei spesso proclamati, si è presentata con il velo in testa per coprire i capelli, simbolo di femminilità e di sensualità da velare. Va bene, direte voi, come gli uomini mettono la kippah in sinagoga, le donne in moschea si coprono il capo. Ma dove è scritto che in udienza dal Papa si scoprono i piedi? Cioè, la paladina del politicamente corretto è rispettosissima quando fa visita al mondo islamico, e sprezzante o sciatta quando si presenta davanti al più importante rappresentante della Chiesa cattolica? Sorvolo su completo azzurro con camicetta di seta a fiori giallina che completava il look della Boldrini, con il bordo dei pantaloni afflosciato sulle rigide zeppe dalla forma squadrata, e che comunque mi ha lasciato esterrefatta. Eh sì, caro Dago, penso proprio che la Boldrini abbia bisogno di un'amica, di quelle che conoscono le regole, di quelle che si "vestono" e non si "coprono", e che la mattina dia una sbirciata all'agenda della Presidente, per poi tirare fuori dall' armadio gli abiti adatti alla giornata, o portarla un pomeriggio in giro per negozi per acquistare capi decenti, adatti al ruolo istituzionale che ricopre. Sarebbe molto più importante, e molto più utile della sua ufficio stampa, che è sempre alle sue spalle e le sussurra di sorridere appena si accende una telecamera, e che con lei tenta quotidianamente un'operazione simpatia inutile ed impossibile da realizzare, soprattutto se si ha poca dimestichezza con la ferocia dei media. Perché le interviste e le video riprese della Boldrini restano 30secondi nei telegiornali, e si guardano distrattamente, mentre le foto sono perenni, e quelle immagini fanno il giro dei siti ed immortalano per sempre le tue glorie e le tue miserie. In questo caso la foto della Boldrini nello studio di Papa Francesco ha rivelato tutto il suo provincialismo, tutto il cattivo gusto, e forse avrà anche ridotto di poco l'antipatia che la accompagna come un'aura, perché ha provocato in rete molta ilarità e molti commenti divertiti e maligni, incluso il tuo. "Sono onorata di essere stata ricevuta in udienza da Papa Francesco. Le sue parole sono state, come sempre, fonte di ispirazione", ha scritto la Presidente della camera in un tweet al termine del suo incontro, ma la vera fonte di ispirazione avrebbe dovuto averla non parlando con Bergoglio, ma soltanto osservandolo, perché lui, nonostante il caldo rovente di Roma ed i tre strati di paramenti che è costretto ad indossare, non ha mai esibito un paio di sandali francescani, che probabilmente nemmeno possiede. Insomma caro Dago, quelle che tu chiami ciabatte, calzate dalla Boldrini, erano irrispettose per la persona e per la sacralità del luogo, vanno bene per la spiaggia di Rimini, non per i pavimenti di marmi pregiati di San Pietro, ed indossarle di fronte al Papa è stata una grave caduta di stile e una ennesima brutta figura per la prima rappresentante della Camera dei Deputati. E permettimi di aggiungere, che se lo stile non è innato, lo si può apprendere, imparare od imitare con un minimo di gusto, di cultura e di frequentazioni.  Per cui, la domanda che mi faccio è questa: ma chi frequenta la Boldrini? Cari saluti Melania Rizzoli

·         La donna non è più tanto comunista!

Nicola Zingaretti e Pd umiliati dalle donne alle urne, il documento e la rabbia delle compagne. Filippo Facci su Libero Quotidiano 4 Giugno 2019. Solo una donna su dieci ha votato Partito democratico per il Parlamento Europeo, mentre Lega e Movimento Cinque Stelle sono gli unici che hanno eletto più donne che uomini. E non ce ne saremmo neanche accorti, se alcune donne del Pd non si fossero messe a rognare nella loro bacata convinzione di dover essere corporazione, categoria, quota, donne in quanto donne. È stata La Stampa, in una sua rubrica titolata «Il calendario delle donne», a dare notizia dell' analisi realizzata da You Trend sul voto delle italiane: ne scaturisce che il Pd ha fatto eleggere 12 uomini e 7 donne, quasi la metà, mentre sette italiane su 10 si sono astenute o hanno votato Lega; quest' ultima ha eletto 15 donne e 14 uomini, i Cinque Stelle 8 donne e 6 uomini. E attenzione, il sistema elettorale per le Europee è un proporzionale vecchia maniera, con tanto di preferenze, quindi non si può neanche incolpare una maschia casta dei nominati o dei listini fallocrati: sono proprio gli elettori - termine neutro - ad aver deciso di votare o non votare tizia e caia. E attenzione, ancora: per la prima volta si votava con un meccanismo che garantiva la «parità di genere» (espressione che merita le virgolette a vita) e il risultato è che il partito di Salvini, nonostante la presenza anche di soggetti pochissimo femministi, è riuscito a garantire una parità numerica più di altre forze che ammiccavano specificamente al femminismo progressista. Sono dati. Il risultato, ora, è una prevedibile cagnara progressista, con varie piddine che perpetuano l' errore storico di considerarsi anzitutto «donne» prima che politici o esseri umani asessuati, quindi meritevoli o meno di un voto. L' elezione di caia, o la sua trombatura, è sempre l' indice della maturità civile di un Paese o di un partito: non è mai l' indice del fatto che caia sia stata recepita come immeritevole o invotabile o cretina. Non viene mai in mente che una donna la quale sia ritenuta una brava politica, in potenza, se non riesce a fare politica come meriterebbe, è perché forse tanto brava non è: che poi è lo stesso discorso che si fa per gli uomini.

«ASSEGNAZIONE». La candidata trombata Francesca Puglisi, per esempio, è una specialista nell' incolpare la questione sessuale in caso di sconfitta: lo fece anche alle scorse politiche. Aveva dato vita a «Twanda», una rete di donne interne al partito (immaginate se qualcuno facesse una rete di soli uomini) per poi ritrovarsi tre maschi candidati alle primarie, un segretario maschio e un presidente maschio. E ora una maggioranza di uomini eletti alle Europee. Lei era candidata, e ha preso 11mila voti, ma non sono bastati: eppure sono stati voti dati dalla gente, qual è allora il complotto? «I maschi si pianificano le carriere a tavolino e lasciano alle donne il compito di eliminarsi a vicenda, questo accade perché non riusciamo a fare gioco di squadra hanno vinto gli uomini messi in posizione blindata o le donne che sono state perennemente in televisione». Divertente questa idea che gli uomini non cerchino di eliminarsi a vicenda, e tra loro si vogliano tutti bene. La soluzione, comunque, secondo la Puglisi o le puglisi, è sempre quella: l' assegnazione di ruoli importanti. La parola è proprio «assegnazione», che implica delle nomine rigorosamente non elettive per valorizzare il «genere». E perché assegnare proprio a lei, o a una donna, un ruolo importante? Perché è una donna, in quest' ottica. Punto.

RUOLI. Un risultato che lascia intendere che determinate assegnazioni a donne di ruoli importanti, in altri partiti, siano state fatte con lo stesso criterio: perché erano donne, non perché meritevoli più di altri uomini e più di altre donne. La Puglisi - che stiamo prendendo ad archetipo - si è messa poi a rielencare una serie di auspicabili provvedimenti pro-donne (congedi parentali retribuiti, parità di salari, tutela delle madri) dimenticando o non sapendo che i temi più importanti per chi ha votato, sempre secondo You Trend, sono restati comunque la sicurezza, l' immigrazione e il lavoro, temi che a quanto pare - dai dati - hanno attratto l' attenzione di entrambi i sessi in maniera abbastanza omogenea. Quindi il problema è a monte, diciamo.

LE QUOTE. Un'altra candidata progressista non eletta, Mila Spicola, ha spiegato invece che «i gangli del potere sono maschili, se il leader è femminista, le donne possono anche ottenere dei ruoli, ma se il leader è poco sensibile alla parità non c' è da sperare in nulla. Per una donna candidarsi è l' unico modo per avere rilievo in questo partito». Come se fosse poco. Come se Giorgia Meloni si fosse fatta largo, e avesse fondato un partito, a forza di assegnazioni e benemerenze di uomini illuminati. Che poi non si tratta di negare l' evidenza: un certo maschilismo, in Italia, permane in politica come in molti altri settori. Ma in molte professioni le donne hanno raggiunto la parità o la preponderanza senza mai quote o «assegnazioni»: le quali, spesso, per le donne, sono state una più o meno consapevole umiliazione. Le quote - come gli incarichi - restano basate sul fatto che ad assegnarle sono perlopiù uomini, è vero. Ma per banale che sia dirlo, il potere non si assegna: si prende. Il resto è fuffa, o decisione di mettere «tot donne» in lista a manciate, quote-emancipazione, calcoli prettamente maschili che spesso sono valsi anche per l' assegnazione dei ministeri. Dove qualche ministra, non di rado, si è limitata a opporre un clientelismo femminile a quello maschile. Filippo Facci 

·         La vita delle groupie.

Sesso, droga e ribellione: la vita delle groupie, tra palco e backstage. Pubblicato giovedì, 18 luglio 2019 da Corriere.it. Muse, amanti, mogli. Fan accanite, pronte a lasciare casa e famiglia pur di immolare la propria vita per una rockstar di turno. Ragazze giovani e attraenti. Entrare nel mondo delle groupie significa scoprire le mille maschere di queste donne, capaci con il loro spirito libertino di rivoluzionare i costumi sociali e le mode di un ventennio, disposte a tutto per un breve momento di celebrità. A raccontare le loro vicende è la giornalista musicale Barbara Tomasino nel saggio «Groupie, ragazze a perdere», edito da Odoya, pubblicato per la prima volta nel 2003 e ripubblicato oggi, a 50 anni da Woodstock. Un viaggio attraverso gli anni Sessanta-Settanta-Ottanta, nato dalla curiosità di conoscere il fenomeno nella sua complessità. «Ho iniziato a documentarmi e, anche grazie all’uscita del film Almost Famous di Cameron Crowe, mi si è aperto un mondo. La storia delle groupie fa parte della storia del rock, racconta la musica da un’angolazione diversa, molto più interessante e profonda di quanto si pensi. Ci permette di dare uno sguardo dal buco della serratura del backstage», spiega Tomasino al Corriere della Sera, che nella seconda parte del libro — dopo l’introduzione — ci regala un affresco delle vite delle protagoniste del fenomeno, da Marianne Faithfull — un’artista a tutto tondo, una musa, un’apparizione per la sua bellezza — a Nancy Spungen, che ebbe una storia travolgente e ridicola al contempo con Sid Vicious. La copertina del romanzo autobiografico pubblicato nel 1969 da Jenny Fabian con Johnny Byrne. La scrittrice, che da giovane fu una delle più celebri «accompagnatrici» di rockstar, nel libro raccontava le sue relazioni con alcuni dei nomi più celebri del rock anglosassone. Non è un caso se Gail, una groupie poi moglie di Frank Zappa, disse: «La musica era l’altare, i musicisti erano gli dei e le groupie le più alte sacerdotesse». La loro, infatti, continua l’autrice, «era una scelta di libertà, di ribellione, di divertimento, di godere appieno la propria giovinezza con la colonna sonora più entusiasmate che sia mai stata scritta. Non c’era molto spazio per le donne nel mondo del rock e i favori sessuali erano la prima moneta di scambio per queste ragazze che volevano fare parte di una scena selvaggia ed entusiasmante». Il sesso nella vita delle groupie era fondamentale e la competizione tra ragazze era molto agguerrita. Pamela Des Barres «Era uno stile di vita selvaggio e tutti volevano fare parte della festa anche perché sapevano che non sarebbe durato per sempre. Il rock è roba da giovani, non puoi spingere sul pedale dell’acceleratore all’infinito perché poi ti schianti. Molte vite infatti si sono bruciate», ricorda. Le groupie condividevano – in linea di massima – gli stessi eccessi delle rockstar di turno, erano una figura chiave della «vita quotidiana» durante il tour: «Procuravano droghe, abiti alla moda, anche altre ragazze se necessario per soddisfare i capricci dei musicisti». Ma — sottolinea Tomasino — da queste esperienze potevano anche nascere «rapporti teneri, di amore talvolta, di amicizia, di profonda comprensione…solo una groupie poteva capire le frustrazioni e le inquietudini di una rockstar in tour. Come diceva Zappa, se non hai delle groupie che ti girano intorno, allora non stai facendo sul serio». Questi erano gli anni Sessanta e Settanta. Quali caratteristiche accomunavano queste donne? «Look impeccabile, energia vitale e uno sguardo pigramente malinconico, forse l’aspetto che rendeva le groupie più belle ancora più sexy, come nei casi di Pamela Des Barres, Catherine James, Sable Starr. Con il passare degli anni, però, il termine groupie ha assunto un significato dispregiativo perché c’è stato «un ritorno al conservatorismo e al bigottismo in tutto il mondo occidentale, dagli Stati Uniti all’Italia. Anita Pallenberg, da groupie e fidanzata di Brian Jones, diventò una delle più famose «donne dei Rolling Stones». Ha avuto due figli da Keith Richards Il neo-femminismo di oggi in molti suoi aspetti mi sembra una retroguardia piuttosto che un’avanguardia per i diritti delle donne», chiarisce Tomasino ed evidenzia: «Il movimento #Metoo ha portato a galla comportamenti e fatti che sfociano nel penale e vanno assolutamente perseguiti e puniti, ma il tema si è poi allargato a una sorta di moderna caccia alle streghe volta a rovinare carriere e persone. Oggi un qualsiasi atteggiamento di un musicista verso una groupie verrebbe tacciato di sessismo, persino violenza, mentre all’epoca era la normalità». Certo, «non voglio dire che quello non fosse (e tutt’ora per certi versi è) un ambiente maschilista dove l’ego dell’uomo aveva sempre la meglio, perché è così. Ma queste donne nella maggior parte dei casi sapevano a cosa andavano incontro e non gli importava, non perché fossero sottomesse, ma perché avevano scelto di vivere quella vita, una scelta profondamente femminista a mio avviso. Poi le relazioni balorde, con minorenni, al limite dell’abuso psicologico, non si contano». Come si conciliano — quindi — modernità e spirito libero con l’accettazione della sottomissione? «Oggi siamo libere, lavoriamo, cresciamo i figli (se ne abbiamo), viaggiamo, abbiamo una vita sociale fuori dalla famiglia, insomma siamo entrate nella modernità, eppure scendiamo a compromessi con l’altra metà del cielo ogni giorno e quando – in alcuni casi – proviamo ad affermare la nostra femminilità veniamo subito etichettate», conclude l’autrice. «Oggi una donna non può essere sexy, appariscente, disinvolta, non può mostrare senza veli la propria personalità anche complessa, deve più che altro essere magra, rassicurante, dai contorni perfetti, dentro e fuori, perché la complessità oggi spaventa e disturba. Davvero questa è un’epoca di libertà sociali e conquiste per le donne rispetto ai selvaggi anni ’60? Non lo so, vorrei rifletterci. Certo, oggi tutto è cambiato e prevale un terribile effetto nostalgia: come diceva Lester Bangs in «Quasi Famosi», anno 1973, «il rock è morto, sei arrivato giusto in tempo per il rantolo finale». Amen. Il CBGB (detto anche CBGB’s o CB’s), il rock club situato nel Lower East Side di Manhattan all’indirizzo 315 di Bowery street a New York. Aperto ufficialmente il 10 dicembre 1973, era un locale dedicato a musica country, blues e bluegrass, ma diventò universalmente famoso come punto di riferimento del punk statunitense.

·         Donne, giornaliste, non di sinistra. Quindi da massacrare sui social.

Donne, giornaliste, non di sinistra. Quindi da massacrare sui social. Francesco Storace venerdì 31 maggio 2019 su Il Secolo D'Italia. La notizia è femmina. Ma se è firmata da una giornalista di destra – anzi, basta semplicemente non essere schierata a sinistra – non si può. È clandestina. È da linciare, quella donna, da odiare sul web. Ce ne sono due nel mirino, adesso, di croniste che mettono l’informazione avanti a tutto, persino se stesse. E per questo vanno massacrate. Per loro non si mobilita l’ordine dei giornalisti, la federazione della stampa e nemmeno Laura Boldrini. Anzi. Due giornaliste molto diverse tra loro. Una, Manuela Moreno, lavora al Tg2 – odiato pure lui – e va a prendere notizie anche in Svezia, anche se sgradite. L’altra è Francesca Totolo, la cui colpa principale è informare sul Primato Nazionale. Donna e di CasaPound, disprezzarla diventa un dovere.

Della Sharia non parlare…Manuela Moreno va in Svezia e realizza un servizio sul fallimento dell’integrazione di un paese fino a pochi anni fa considerato un modello.  In quel paese l’emergenza immigrazione ha portato il governo ad una retromarcia rispetto alla politica delle frontiere aperte. La presenza della sharia confermata da testimoni diretti e oculari. Il primato per le violenze nei confronti delle donne in tutta Europa. Accade che Salvini riprenda il servizio sui social e Il Fatto si scatena. L’ambasciata svedese si offende e chiede spiegazioni…. Persino il comitato di redazione del Tg2 – anziché prendere le difese di una collega da un’ingerenza poco diplomatica – si permette di ignorare le fonti di informazione dirette della cronista. Sul web gli insulti non si contano. Eppure ne avevano già scritto anche altre testate. Persino Il Fatto, e anche La Stampa, Il Foglio. E ne aveva parlato Piazza pulita de La7. Crocifissa solo lei.

…e nemmeno delle Ong. Francesca Totolo, dal canto suo, è stata assediata dai follower del sinistrume nostrano per aver pubblicato la foto qui sotto di “disperati” che scendono dai barconi delle ong, si fanno selfie, contano soldi, inscenano balletti a bordo, con tagli di capelli perfetti, etc. Pure Milena Gabanelli ha dovuto ammettere sul Corriere della Sera – ha ricordato la Totolo – che i “migranti” appartengono alla “classe media” del proprio Paese di origine e che “le persone emigrano dai Paesi dove il reddito consente di affrontare le spese di viaggio”. Ebbene, questa considerazione ha scatenato l’iradiddio sulla rete. Anche qui, come nel caso della Moreno, la medesima riflessione fatta da altri non vale la lapidazione se la fa chi non è di sinistra. Di più: Francesca Totolo ha anche scoperto chi di è distinto di più nel linciaggio via social: “La medaglia dei commenti più “amorevoli” viene vinta, senza ombra di dubbio, da P.R., follower attivissimo di Laura Boldrini, che proprio qualche ora prima pubblicava un tweet contro “l’odio online che si riversa sulla donne”. Già, ci sono donne e donne. Quelle del politicamente corretto, per le quali si insorge al primo sussurro. E quelle che fanno informazione non conforme, abbandonate agli hater che imperversano sulla rete. Ma c’è pure chi non intende tacere su questa vergogna. Anche per questo serve il Secolo d’Italia.

·         Il Palo della Discordia.

Michela Proietti per “Sette - Corriere della Sera” il 24 novembre 2019. Ora si scopre che persino Boris Johnson, nel suo appartamento a Shoreditch — minuziosamente descritto dal newsmagazine Air Mail — avrebbe avuto un palo da pole dance. Durante il suo mandato da sindaco di Londra l’attuale primo ministro inglese si sarebbe intrattenuto piu di una sera a casa con la ballerina Jennifer Arcuri. La notizia ha indignato ma al tempo stesso incuriosito e rilanciato una domanda: il fascino della pole dance e davvero intramontabile? La stessa domanda era nata qualche anno fa sulla scia dell’ossessione di Sophia Coppola per il genere: in The Bling Ring Emma Watson oscillava intorno a un montante e lo stesso avveniva in Somewhere, dove le gemelle Karissa e Kristina improvvisavano all’Hotel Chateau Marmont una seduta a domicilio, eppure senza riuscire a ridestare l’annoiatissimo cliente interpretato da Stephen Dorff. Ora la rinascita della pole dance passa dallo sport e rivendica un ruolo a parte, che nulla ha a che vedere con la lap dance: il nome corretto e pole gymnastic e consiste nell’unione di movimenti mutuati dalla ginnastica e l’uso di elementi tipici della pole dance, come il palo. Per Simona Nocco, presidente della Federazione italiana pole dance, «e adatta sia alle donne che agli uomini, riesce a rassodare e tonificare il corpo, potenzia i muscoli e migliora la postura». Che il confine tra allusione sessuale ed esercizio fisico sia ancora sfumato ne ha dato una dimostrazione l’esibizione di Damiano David, il cantante dei Maneskin, che due anni fa si e esibito sul palco di X-Factor con una pole dance al limite del trasgressivo.

Il segreto di J. Lo. Eppure, dietro a una esibizione del genere, c’e una accurata preparazione. La pole dance e difficile. Sembrare un professionista nel giro di pochi mesi e ancora piu complicato: la ballerina e coreografa Johanna Sapakie ha formato il cast di Hustlers - Le ragazze di Wall Street, il film nelle sale dal 7 novembre con Jennifer Lopez, e ha sottoposto la popstar a sedute propedeutiche di climbing e spinning. I risultati pero sono stati straordinari: l’uscita trionfale di J.Lo alle ultime sfilate milanesi, in cui ha potuto indossare lo stesso jungle dress di 20 anni fa, ha mostrato al mondo gli eleva- ti standard di tonicita raggiunti. Tutto merito della pole dance? La trainer americana non ha dubbi: «Stare avvinghiati a un palo e cercare di non cadere mette in gioco muscoli che neppure si sospetta- va di avere». Titolare dello studio newyorchese Body&Pole, Johanna Sapakie ha svelato ad Harper’s Bazaar che ballare la pole non significa essere perfetti, ma sen- tirsi bene con se stessi, liberi e sexy. «Spero che il film riesca a mandare in frantumi i pregiudizi», spiega Sapakie, «penso che ci sia un malinteso generale, la pole dance non e piu solo nei club, ma ora c’e un’asta anche nelle case delle mamme che vogliono allenarsi per ritrovare la forma fisica dopo il parto. Mi auguro che J. Lo ne parli durante le interviste e che la gente cominci a capire che e uno sport per tutti».

Chi sono le allieve. In Italia ogni giorno aprono nuove scuole: Valeria Bonalume, due volte campionessa di pole dance e insegnante internazionale, nel suo sito valeriabonalume.it istruisce su come e dove avvicinarsi a que- sto sport. Se all’inizio doveva specificare la differenza tra pole e lap, ora non occorre piu. «C’e maggiore consapevolezza», dice, «appena inizio la mia esibizione e chiaro che il gesto sensuale e messo in ombra da quello atletico». Crescita interiore, forza, positivita: sono questi i benefici psicologici regalati da una seduta di pole dance, ai quali si sommano quelli fisici. La pole e un allenamento to- nificante, ma che agisce anche sul- la flessibilita, la coordinazione, la grazia e la fluidita dei movimenti: la muscolatura intera e impegnata nello sforzo, con un focus su ad- dominali, spalle e braccia. «E una disciplina sportiva a tutti gli effetti, un mix fra ginnastica e danza», spiega Giada Accorti, performer e insegnante alla Milan Pole Dance Studio, a Milano. «Il corpo e tutto coinvolto: spalle, trapezio, dorsali, glutei, pettorali, addominali. E all’inizio le braccia fanno malissimo». L’aspetto sensuale e secondario, ma non del tutto assente: la pole dance e particolarmente amata dalle manager che ritrovano una femminilita un po’ dimenticata e usano l’allenamento come un rimedio antistress e un antidoto alla timidezza. Secondo gli esperti aiuta a migliorare consapevolezza e autostima, a sviluppare coscienza di se e su questa scia, qualche anno fa, anche la Cambridge University ha offerto ai suoi studenti lezioni di danza privata scontate per com- battere lo stress. «Basta provarla per innamorarsi», continua Giada Accorti. «Bisogna solo vincere quel senso di imbarazzo nel dire: “sono iscritta a un corso di pole dance”. Le donne in Italia si censurano per timore del giudizio maschile».

Lo scontro politico. Sul terreno della pole dance si consuma anche lo scontro politico. La scrittrice femminista statunitense Ariel Levy nel libro Female Chau- vanist Pigs – manifesto contro la cultura raunch, intesa come quella ostentatamente sexy – ha defini- to la pole dance come la resa del femminismo a una visione fallocentrica. Nel 2016 e addirittura accaduto che il London Abused Women’s Centre si sia ritirato da una marcia contro la violenza sulle donne perche nel corteo avrebbe sfilato anche una palestra di pole dance. Oggi la prospettiva appare rovesciata: il femminismo di terza ondata, che cerca l’inclusione e il rispetto delle scelte delle donne piuttosto che la denuncia di comportamenti che sostengono il maschilismo, ha tentato di riabilitare la pole dance come una attivita che va nella direzione di una autodeterminazione e di una scelta individuale. La trainer inglese Wendy Saunt, che nel 2013 ha fondato Pole Prive, servizio di corsi a domicilio, ha spiegato al Telegraph come le sue allieve abbiano dai 18 ai 50 anni, con un nucleo forte fatto di professioniste trentenni. «Le donne hanno fatto un ottimo lavoro di redefinizione della pole, ma non hanno saputo comunicar- lo», spiega. «Le mie clienti ricercano l’empowerment attraverso la costruzione di forza e fiducia. Non penso che sia denigrante iscriversi a un corso di pole, anzi e una doppia sfida, fisica e mentale».

·         Dio ci salvi dalle femministe in discoteca.

Dio ci salvi dalle femministe in discoteca. Simona Bertuzzi per “Libero Quotidiano”  l'8 maggio 2019. Sono donna e indosso i tacchi ma non mi sentirei meno donna se non li portassi. La premessa è personale e doverosa perché in questa faccenda di provincia l' antico dibattito "tacchi a spillo o ballerine" ha preso la mano a tutti quanti ed è scivolato in un attimo nel trito diverbio misogini contro femministe. Un meToo alla romagnola come non se ne vedevano da tempo e di cui forse non c' era bisogno. Il fatto è accaduto in una discoteca di Marina di Ravenna di nome Matilda. Week end di primavera, il solito giro di clienti e l' estate che chiama e cerca novità. Ci vuole il guizzo, qualcosa che sparigli le carte, e faccia balzare dalle sedie la clientela mortificata dall' ultima coda d' inverno. Dunque i gestori s' inventano un' iniziativa promozionale un tantino provocatoria: offrono biglietti a un euro a tutte le donne che si presentino all' ingresso entro la mezzanotte indossando scarpe col tacco. Delle novelle cenerentole da discoteca pronte a calcare le piste e a farsi notare. A rinforzare il "bonus ballerina" la foto della solita modella in minigonna che svetta e posa su tacchi a spillo da urlo. La notizia si diffonde in un attimo. Nei bar dei ragazzetti e persino al circolo dei vecchi non si parla d' altro, hai sentito al Matilda? Qualcuna sorride dell' iniziativa e sgomita tra la folla in trampoli e calze a rete, io ho i tacchi, io ho i tacchi fatemi entrare. Molte altre invece girano i tacchi che non hanno e fuggono via indignate. Naturalmente la faccenda non si chiude nel piazzale del locale ma si trascina in un attimo sul web. E lo inonda e lo infiamma scatenando due opposte fazioni, sostenitori e detrattori del décolleté e della gonna corta con quel carico da novanta in più che è il solito veleno social. La femminista incazzata chiede: «Almeno vi rendete conto di quanto sia misogina e squallida la condizione che avete imposto? Sempre ammesso che questa cosa sia legale...le donne dovrebbero mettere i tacchi per corrispondere a qualche ideale di femminilità insulso e risalente al medioevo?». L' omaccione di turno, che evidentemente non è un genio e non brilla per finezza, le risponde alla sua maniera: «Non pagate e vi lamentate? Mettetevi i tacchi e divertitevi invece di presentarvi in discoteca con quelle cazzo di ballerine che sembrate delle balene con le scarpette da arrampicata». Replica a puntino la signora piccata: «Voi avrete a che fare con balene in ballerine noi abbiamo a che fare con uomini senza neuroni». Qualcuno fa notare che le donne coi tacchi resistono un battito di ciglia e tornano a casa dopo un' ora. Qualche altro che il dress code è sempre esistito. «Senza giacca non entri in certi ristoranti. E anche per le donne ci sono posti che richiedono l' abito lungo». Addirittura esiste un dress code per le università: niente jeans tagliati e infradito a lezione o in sede d' esami... sarà sessismo anche quello? Ma poi il livello precipita spaventosamente in un baratro di banalità da bar che neanche nel dopopartita. Ed è duro risalire la china: allora vale tutto signori, scrive il tizio di turno alla tastiera, «anche offrire l' ingresso gratis a chi l' abbia lungo (oddio) non meno di venti centimetri». Seguono foto di scarpe con la punta chiodata per dimostrare che si possono indossare i tacchi e rifilare tanti calci nel culo ai maschilisti ignoranti della rete e dintorni. I poveri gestori - che poveri non sono ma sicuramente esperti di marketing - stemperano i toni spiegando che è solo un' iniziativa promozionale, che non c' è nulla di male davvero, e che le signorine in ballerine e jeans hanno la possibilità e la capacità di declinare l' invito. In effetti a discolpa di questi signori va detto che sono liberi di fare ciò che vogliono del loro locale, anche di riservare l' ingresso a un marziano coi capelli verdi e la maglietta a stelle e strisce. Quanto alle donne, a noi donne, ripigliamoci un attimo. La maggior parte di noi mette i tacchi come e quando vuole e le ballerine come e quando vuole ma tutte, dai dieci anni in su, ci infighettiamo a dovere in certe circostanze e parentesi della vita. È una vergogna che qualcuno lo noti e ci ricami sopra uno sconto per la sala da ballo? No. È sessismo becero da farci una crociata? Non ci sembra. E non è finita qui, permetteteci di dirlo: la maggior parte di noi sa distinguere le provocazioni dalle offese vere. La maggior parte di noi sa dire di no a un invito che schiaccia l' occhio ai maschietti infoiati o riderci sopra se ha voglia di stare al gioco. Il problema sono semmai gli uomini che si sentono autorizzati a dirci che in ballerine siamo balene e sui tacchi femmine da sbarco. E le donne, quante sono, che basta un ingresso scontato per sentirsi oche da letto, e pure delegittimate. Per fortuna il mondo è molto più semplice e concreto di tanti dibattiti della rete. A proposito, già si vocifera di nuove iniziative e nuovi sconti nelle discoteche del litorale. E chissà che non siano per donne "a piedi nudi" Sessismo anche quello? Prepariamoci.

·         Il Concertone non è femmina.

Poche cantanti sul palco. Ma le donne conquistano la scena. Polemiche per una scaletta quasi tutta di uomini ma Ambra Angiolini, Ilaria Cucchi e a Bari Valeria Golino sono le protagoniste di un immaginario che sta cambiando. Meno star e più artisti che parlano ai giovani. Angela Azzaro il 3 Maggio 2019 su Il Dubbio. La scaletta del Concertone a piazza San Giovanni le aveva tenute fuori, ma le donne si sono riprese la scena. La polemica che aveva caratterizzato la vigilia del classico appuntamento del Primo Maggio non era campata in aria e bene hanno fatto le artiste che hanno organizzato un contro evento all’Angelo Mai, lo spazio occupato a Roma. Ma accesi i riflettori, iniziata la “festa” la voce delle donne si è fatta sentire con forza. Si è sicuramente sentita quella di Ambra Angiolini, una attrice e donna di spettacolo che ogni volta, come una sorta di maledizione, deve dimostrare di non essere più la ragazza teleguidata di “Non è la Rai”. Anche questa volta c’è riuscita dominando il palco senza sbavature, con simpatia e professionalità. Ilaria Cucchi, che da anni porta avanti con raro coraggio la battaglia perché emerga la verità sulla morte di Stefano, l’altro ieri ha conquistato anche il palco di San Giovanni. Il suo esempio, più di tanti altri discorsi politici, riesce a parlare alla generazione in piazza, rappresenta un simbolo importante anche per loro che hanno urlato, in coro, il nome del fratello. A Bari, dove era in corso la manifestazione di cinema Bifest, Valeria Golino nel salutare la platea ha osato addirittura fare l’augurio di un buon Primo Maggio con il pugno chiuso, con un gesto fino a qualche anno fa scontato, quasi retorico, ma che oggi in pochi, soprattutto nel mondo del cinema, sembrano ricordarsi e che assume quindi una valenza quasi dirompente. Ma come è possibile che l’accusa di esclusione delle donne dal Primo Maggio e questo protagonismo femminile vadano insieme? La risposta è semplice da enunciare, difficile da rimuovere. Il problema delle artiste che non arrivano sul palco dei grandi eventi non dipende certo dalla mancanza di talenti o dalla mancanza di artiste determinate, ma da una struttura di potere che – più si sale – più resta nelle mani degli uomini. Giustamente gli organizzatori del Primo Maggio hanno protestato contro produttori e agenzie delle cantanti che hanno detto no alle loro proposte di ingaggio. Sotto accusa è la struttura che va cambiata, anche forzando la mano, perché niente accade per caso o con facilità. Ma nonostante il potere continui a restare nelle mani maschili in vari ambiti ( politica, arte, sapere) le donne sono diventate più forti, più determinate e appena conquistano lo spazio pubblico si fanno sentire. Il Primo Maggio lo hanno fatto cogliendo anche il bisogno di simboli di una generazione. Il tifo quasi da stadio per Ilaria, il pugno chiuso di Valeria, la forza di Ambra di uscire dallo stereotipo che le era stato cucito addosso raccontano un immaginario in cui le nuove generazioni cercano di identificarsi. Per tanti anni si era pensato che la società liquida, secondo la definizione stra abusata ( anche da lui stesso) del sociologo Zygmunt Bauman, non avesse bisogno di simboli, che la caduta del muro portasse con sé un immaginario pacificato, lineare. In questi anni abbiamo scoperto, anche amaramente, che non è così. La mancanza di simboli ha generato l’identificazione nella rabbia, nel rancore. La comunità ha trovato coesione non sulla solidarietà ma sull’odio nei confronti dell’altro, un meccanismo profondo, che ha poi avuto nei social network lo strumento per diffondersi e rigenerarsi. Oggi le nuove generazioni sembrano voler chiedere altro, vogliono poter credere in qualcosa. Il successo del film sulla vicenda di Stefano Cucchi, Sulla mia pelle, il calore con cui Ilaria è stata accolta sul palco del Primo Maggio sono i segni di questa necessità, di questo bisogno di uscire dal presente e di credere nel futuro. E’ lo stesso meccanismo che ha fatto scattare Greta Thunberg ( un’altra giovanissima donna). Non solo la questione ambientale, ma il bisogno di credere in qualcosa. La preoccupazione per il pianeta che stiamo distruggendo come necessità di condividere la stessa idea di mondo, di umanità. E per questo che il Concertone funziona ancora: perché dà una risposta anche se occasionale alla necessità di stare insieme intorno a un ideale condiviso. Quest’anno l’offerta era molto giovane, nomi forse non noti a tutti, ma amati dal pubblico che va a piazza San Giovanni. Rancore, Anastasio, Zen Circus, Ghemon, Achille Lauro, Ghali, Motta e gli ormai “vecchi” Daniele Silvestri e i Negrita. I quaranta, cinquantenni si sono molto lamentati. Ma questa volta tocca a loro, a quei ragazzi e a quelle ragazze che hanno urlato “Stefano, Stefano”.

“LO “SCONCERTO” DEL PRIMO MAGGIO MI METTE UNA TRISTEZZA INFINITA”. Aldo Grasso per “il Corriere della sera” il 3 maggio 2019. Non so a voi, ma a me lo «sconcerto» del 1° maggio in piazza San Giovanni a Roma mette una tristezza infinita. Colpa mia, lo ammetto, perché leggo che ad altri è piaciuto molto. Forse perché ragiono in termini di comunicazione, ma il maglioncino di Ambra con la scritta «Cgil Cisl Uil» era come mettere il dito nella piaga. Ambra ha assorbito lo spirito polemico del suo fidanzato Massimiliano Allegri e ha voluto infilarsi uno straccetto in polemica con quanti lo scorso anno l' avevano criticata per aver indossato una mise griffata. Avrei voluto essere Lele Adani e spiegarle alcune cose. Forse perché la pioggia suggerisce mestizia, desiderio di un riparo: «C'è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo». O forse per tutti quegli omaggi iniziali a illustri scomparsi: Kurt Cobain, Lou Reed, metà dei Beatles Il problema non è Ambra (per quanto), il problema è la scritta, un vero paradosso. In termini simbolici, il concertone è quanto di più distante esista dalle politiche sindacali, dal tipo di comunicazione di Maurizio Landini (anche lui ha un suo modo di vestirsi), dal vuoto di Carmelo Barbagallo, dalle lezioncine di Annamaria Furlan. E infatti il sindacato è assente, non si rivolge ai giovani, lavora su altre piazze. Certo, la presenza di Noel Gallagher che canta «All you need is love», accanto ai suoi successi con gli High Flying Birds, ha portato un respiro internazionale e ha elevato il tasso di rock della serata dopo un pomeriggio segnato, bisogna dirlo, da bande di misconosciuti (a parte i portentosi Pinguini Tattici Nucleari) in cerca della necessaria visibilità. Poi, come dicono le cronache, «Carl Brave diverte, Manuel Agnelli fa sognare, Daniele Silvestri fa sfogare la piazza con un liberatorio "mortacci", i Subsonica fanno ballare». Accanto ad Ambra c' era Lodo Guenzi. Due spalle (di cui una spalluccia) non fanno un conduttore.

L’AMBRA FURIOSA SI ABBATTE SUL CONCERTONE. Carlo Moretti per La Repubblica il 30 aprile 2019. Ambra entra a gamba tesa sulla presunta polemica sulla scarsa rappresentanza di donne tra gli artisti del Primo maggio. E la rituale conferenza stampa della vigilia del Concertone prende il volo: "Contare le donne nella lista di un concerto mi sembra davvero assurdo e dare al mondo della musica la sensazione che pur di realizzare il 50 e 50 ci si può infilare dentro chiunque, è davvero il colmo", dice la presentatrice dell'evento organizzato dai sindacati confederali in piazza San Giovanni a Roma. "Se vogliamo parlare di donne, parliamo della parità salariale, delle difficoltà di fare un figlio e mantenere il proprio posto: queste mi sembrano questioni serie. E del resto ci sono dei numeri che parlano: su mille giovani artisti iscritti al contest del Primo maggio si sono presentate 90 donne, più del 90 per cento sono uomini, questa è la fotografia della realtà. Ma è una realtà che c'era prima, il Primo maggio è l'ultimo anello di una catena produttiva, non è certo responsabile di quello che purtroppo ancora non succede nella discografia".  Gli organizzatori hanno annunciato la presenza di Ilaria Cucchi sul palco del Concertone di Roma. E anche quella di Mara Venier che interagirà con Ambra. Tra gli artisti sono sette le donne presenti quest'anno al Primo maggio, comunque più dello scorso anno. "Non è la prima volta, mi succede spesso di essere in minoranza, nei festival in cui andiamo a suonare", racconta Isabella, voce di La Municipàl, una delle più belle realtà musicali presenti in questo cast molto caratterizzato da proposte indipendenti. "Bisognerebbe semmai parlare di dignità sul lavoro, di affrontare su quel piano la vera parità". Veronica Lucchesi, una delle tre donne del gruppo La rappresentante di lista sottolinea come "in contesti come questo il tema viene decisamente strumentalizzato, sarebbe meglio parlare di qualità artistica, perché le scelte andrebbero sempre fatte pensando alla qualità, al di là del genere dell'artista". Secondo Silvano Campioni della Cgil, "il cast rappresenta la musica attuale nel nostro Paese. I temi importanti sono quelli che sottolinea lo slogan scelto quest'anno, perché c'è bisogno di lavoro e di diritti, non di un lavoro a ogni costo. E perché è necessario coniugare Europa e stato sociale". Per Anna Greco della Cisl, quello di quest'anno "è un cast che ci lascia senza parole per la sua qualità. Mentre per quanto riguarda i temi del lavoro "la priorità è la sicurezza nei posti di lavoro". Antonio Ascenzi della Uil "si tratta di un cast di rilievo, davvero ottimo il lavoro di iCompany: il buon risultato di ascolti dello scorso anno è senz'altro dovuto alle scelte di  cast. Del resto" conclude Ascenzi, "questo è un concerto che suscita tante gelosie, tutti vorrebbero esserci ma qui nulla è dovuto". Infine, il vicedirettore di Rai3 Giovanni Anversa sottolinea come "c'è qualcosa che salda il Primo maggio al successo del Festival di Sanremo". Effettivamente molti nomi coincidono con quelli in gara nell'ultima edizione del Festival.

Concerto primo maggio, Ambra sbotta: "Poche donne? Non siamo responsabili". Ambra Angiolini si infuria rispondendo a chi le fa notare la scarsa presenza di donne sul palco del concertone. Angelo Scarano, Martedì 30/04/2019, su Il Giornale. Ambra si infuria per il concerto del primo maggio. Alla conferenza stampa di presentazione dell'evento che si terrà come ogni anno domani a Roma, qualcuno fa notare all'attrice che le donne che canteranno sul palco sono poche. Ambra risponde piccata: "Contare le donne nella lista di un concerto mi sembra davvero assurdo e dare al mondo della musica la sensazione che pur di realizzare il 50 e 50 ci si può infilare dentro chiunque, è davvero il colmo", ha affermato la conduttrice (insieme a Lodo Guenzi) del concertone. Poi l'attrice ha rincarato la dose: "SSe vogliamo parlare di donne, parliamo della parità salariale, delle difficoltà di fare un figlio e mantenere il proprio posto: queste mi sembrano questioni serie. E del resto ci sono dei numeri che parlano: su mille giovani artisti iscritti al contest del Primo maggio si sono presentate 90 donne, più del 90 per cento sono uomini, questa è la fotografia della realtà. Ma è una realtà che c'era prima, il Primo maggio è l'ultimo anello di una catena produttiva, non è certo responsabile di quello che purtroppo ancora non succede nella discografia". Di fatto in questa edizione del concerto del primo maggio le donne che saliranno sul palco a cantare sono sette: "Non è la prima volta, mi succede spesso di essere in minoranza, nei festival in cui andiamo a suonare", racconta Isabella, voce di La Municipàl. Nella polemica è intervenuto anche Silvano Campioni della Cgil: "Il cast rappresenta la musica attuale nel nostro Paese. I temi importanti sono quelli che sottolinea lo slogan scelto quest'anno, perché c'è bisogno di lavoro e di diritti, non di un lavoro a ogni costo. E perché è necessario coniugare Europa e stato sociale".

Primo maggio, Ambra Angiolini massacra le femministe sul Concertone: basta lagne. Gianluca Veneziani, Libero Quotidiano 1 Maggio 2019. Ah, che bello quando è una donna a sollevare il velo di ipocrisia delle femministe; che bello quando è un' artista, di certo non sospettabile di simpatie reazionarie, tradizionaliste e tanto meno maschiliste, a mostrare quanto siano sterili le polemiche su presunte discriminazioni sessuali nel mondo dello spettacolo. Ci voleva la voce (incazzata) di Ambra Angiolini, conduttrice insieme a Lodo Guenzi del concertone del Primo Maggio in piazza san Giovanni a Roma, per mettere a tacere le cantanti che ieri si erano sollevate contro la manifestazione, denunciando un razzismo di genere. Tra i 77 ospiti presenti oggi sul palco - avevano fatto notare 25 cantautrici, come Angela Baraldi e Diana Tejera - figurano infatti solo 4 donne, nessuna delle quali solista. Da qui la decisione delle artiste-pasionarie di fare una sorta di Aventino del Primo Maggio e organizzare una contro-manifestazione, tutta al femminile, in un' altra sede romana, l' ex convitto Angelo Mai. La protesta e l' azione conseguente di boicottaggio del concerto ufficiale non sono però andate giù alla Angiolini, che ieri ha contestato l' opportunità stessa della disputa. «Per voi è davvero una polemica seria questa?», ha tuonato. «Dobbiamo smetterla di far finta di parlare di cose che non hanno senso. Io da donna non mi sento offesa e non ho contato quante donne ci stanno sul palco del Primo Maggio». Quindi l' affondo sulle ragioni che hanno determinato una così scarsa presenza femminile. «La selezione del Primo Maggio», spiega, «è stata fatta sulla musica nei primi posti in classifica» dove al momento ci sono «solo due donne».

«FOTO DEL PAESE». Magari in questa fase storica le artiste risultano meno valide e meno efficaci sul mercato rispetto ai maschi, magari le case discografiche fanno una selezione discutibile, privilegiando il genere maschile. Ma anche in questo caso il Primo Maggio è solo «una radiografia del Paese» e «i problemi sono a monte». E comunque, aggiunge Ambra, le poche cantanti in classifica, pur invitate, «non erano disponibili» a partecipare al concerto. Per non parlare del contest rivolto agli artisti emergenti dove «su 1.000 iscritti solo 90 sono donne, mentre gli altri sono uomini. E io non so perché non si siano presentate 500 donne e 500 uomini». Della serie, forse si sono auto-escluse Chiariti il merito della questione e l' inutilità della polemica, è da sottolineare l' opportunismo e la cecità ideologica di alcune femministe che stranamente si fanno sentire a gran voce quando si tratta di difendere le quote rosa in un concerto ma stanno zitte se le donne nel mondo vengono perseguitate per ragioni religiose o civili. Avete mai sentito una femminista portare avanti la battaglia per salvare Asia Bibi, la contadina pakistana che era stata condannata a morte per la "colpa" di essere cristiana? E avete visto qualche femminista organizzare una campagna pubblica a sostegno di Nasrin Sotoudeh, l' attivista iraniana condannata a 38 anni e 148 frustate per essere apparsa in pubblico senza velo islamico? L' impressione è che le presunte paladine delle donne si prendano la scena solo se sono in ballo questioni residuali ma di più facile impatto mediatico e si dimentichino della loro causa quando in gioco ci sono valori fondamentali come la difesa della civiltà occidentale, della libertà di essere, vestirsi e professare la fede che si crede.

CORTOCIRCUITI. Senza considerare poi il cortocircuito di una presa di posizione che diventa discriminazione al contrario perché organizzare una manifestazione con sole donne significa reputare i cantanti maschi razza musicale inferiore. Oltre a ciò, ci piace ricordare quanto sia priva di logica la richiesta di quote rosa nella musica, così come in ogni altro ambito della vita sociale e politica. Ciò che conta, quanto al Primo Maggio, è che sul palco ci finiscano i cantanti più bravi. Che siano maschi, femmine, gay o asessuati, ce ne importa davvero molto poco. Sarebbe uno spettacolo migliore, se badassimo più al genere musicale e meno al genere sessuale. Gianluca Veneziani

·         Il Decalogo antisessista. La nave è femmina, anzi neutra: le rotte «corrette» della grammatica.

La nave è femmina, anzi neutra: le rotte «corrette» della grammatica. Pubblicato domenica, 28 aprile 2019 da Corriere.it. Ci sono lingue, come l’italiano, che prevedono la distinzione grammaticale di genere. Altre lingue non hanno questa differenza. Se in italiano dico «il ragazzo è bello» e «la ragazza è bella», in inglese «the girl is beautiful», esattamente come «the boy» (sempre beautiful). Aggettivi e articoli non variano, a differenza dei pronomi personali e dei possessivi di terza persona singolare: he, lui e she, lei; oppure his, suo di lui, e her, suo di lei. Gli oggetti inanimati sono rigorosamente neutri. Con qualche eccezione: per esempio ship (nave) e car (automobile) passano al femminile per forza di personificazione. Ma è legittimo (politicamente corretto) attribuire un’identità femminile a una cosa? È su questo interrogativo che si è incagliata la discussione non appena il Museo marittimo scozzese, la scorsa settimana, ha annunciato di voler finalmente adottare il neutro (it). Linguisti e linguiste hanno fatto valere il proprio punto di vista: da una parte c’è chi considera «tradizionalismo anacronistico e patriarcale» l’uso dello she, dall’altra c’è chi rivendica la legittimità del femminile con connotazione affettuosa, per cui la «nave» è sentita dai marinai come una sorta di madre o di divinità protettrice. Dunque, nulla di dispregiativo. A favore di quest’ultima accezione «romantica» si è decisamente espressa la Royal Navy: «La marina ha l’antica tradizione di riferirsi alle navi con she e continuerà a farlo». Del resto, proprio qualche giorno fa a Greenwich, rompendo sullo scafo la classica bottiglia di champagne, la principessa Anna ha battezzato col nome (femminile) «Kirkella» un peschereccio pronunciando una frase grammaticalmente inequivocabile: «May God bless herand all who sail in her» (Dio benedica lei e tutti coloro che navigano in lei). Qualcuno ha ricordato che secondo l’Oxford English Dictionary l’uso femminile è attestato già nel 1375. Altri hanno addirittura rispolverato il glottologo danese Otto Jespersen, un monumento in fatto di grammatica inglese, il quale nel suo manuale del 1933 considerava legittimo che gli uomini delle ferrovie parlassero al femminile della locomotiva: era un modo — precisava — per «mostrare un certo grado di simpatia per la cosa, che viene quindi sottratta alla semplice sfera dell’oggetto inanimato». Dunque? Neanche il ricorso alla citazione autorevole (con sfumatura filosofica) ha convinto i «modernisti». I quali ricordano che persino il quotidiano internazionale «Lloyds List», bibbia marittima fondata (o fondato?) nel 1734, ha scelto il neutro da quasi vent’anni, avendo ormai a che fare con mostruosi «portacontainer» tutt’altro che «materni». Ci voleva Lissy Lovett, redattrice della rivista femminista online «The F-Word», per orientare l’avvincente dibattito su strade più ragionevoli: «Femminile o neutro non mi pare un grosso problema in un momento in cui trionfa la retorica transfobica, le donne nell’Irlanda del Nord non hanno ancora accesso ad aborti sicuri e la gran parte della povertà nel mondo è femminile...». Un giorno, magari, diremo «povertò».

A Velletri arriva il sindaco "boldrino". La giunta approva il "dizionario di genere" del Comune. Vietato dire "uomo", "paternità" o "signorina".  Pietro De Leo il 14 Luglio 2019 su Il Tempo. Il boldrinismo è vivo e lotta riaffiorando, talvolta, con spericolate operazioni di neo lingua femminista, dagli effetti comici. A Velletri, ad esempio, la Giunta ha adottato una deliberazione dal titolo eloquente: «Adozione Linee Guida per un uso non sessista della lingua nell’Amministrazione pubblica». Facile, facilissimo comprendere la finalità. Ai poveri impiegati comunali viene chiesto, negli atti ufficiali, di fare equilibrismo sulla lingua italiana, già complicata di suo, per evitare discriminazioni ai danni delle donne. E nel documento si danno, indicazioni il più approfondite possibile, con un esito complessivo a dir poco esilarante. «Utilizzare quando è possibile nomi collettivi o astratti e non il maschile. Es. invece che i diritti dell’uomo è opportuno scrivere i diritti dell’umanità» (come se «umanità», poi, non derivasse etimologicamente da «uomo»). Tuttavia c’è una cautela: «I nomi dei soggetti giuridici o le citazioni non possono essere cambiati. Es. Corte europea per i diritti dell’uomo non può essere trasformata in Corte Europea per i diritti dell’umanità». Meno male. E ancora: «Davanti ai nomi propri o ai cognomi omettere l’articolo (es. Giovanna e non la Giovanna)». Poi, fondamentale: «Evitare il titolo Signorina: utilizzato come forma di identificazione della donna rispetto allo stato civile, in realtà realizza una discriminazione di genere». E qui nel suo eterno riposo si rivolterà il buon Guido Gozzano, che ebbe l’ardire di scrivere, più cent’anni fa, la «Signorina Felicita», mai pensando che quell’epiteto di galanteria sarebbe stato stravolto nei secoli a venire, in un timbro dispregiativo. Poi c’è un grande classico: «I nomi di professione e di ruoli istituzionali devono essere declinati al femminile se si riferiscono a donne (es. la Sindaca, la Consigliera comunale, la Dirigente, la Funzionaria, la Responsabile di posizione organizzativa, l’Architetta, la Geometra etc)». Andando avanti nella lettura, un altro paragrafo si premura di fornire «visibilità al genere femminile», che significa «esplicitare la forma maschile e femminile sdoppiandola: tutti i consiglieri e tutte le consigliere sono invitati...», però c’è anche la scappatoia per risparmiare spazio: «tutti/e i/le consiglieri/e sono invitati/e...». Ma siccome la guerra semantica al maschile va combattuta sino in fondo, in conclusione del documento si legge: «In sintesi, il Comune di Velletri esorta tutti i Dirigenti e dipendenti comunali», tra le altre cose, «ad evitare l’uso delle parole uomo e uomini in senso universale» e, qui viene il bello, ad «evitare le parole: fraternità, fratellanza, paternità quando si riferiscono a donne e uomini». E allora sorride, parlando al telefono con Il Tempo, Chiara Ercoli, consigliere («non voglio mi si definisca consigliera!», si premura) di opposizione: «Adesso come faccio? Il mio partito si chiama Fratelli d’Italia, verrò mica messa al bando? O dovrò far cambiare nome al mio partito?». Poi, però, il tono si fa più serio: «La valorizzazione delle donne non dipende dal modo in cui i nomi vengono declinati. Io a Velletri sono l’unico consigliere d’opposizione. Il mio partito è guidato da una donna, Giorgia Meloni, che ha dimostrato sul campo la sua forza. È l’impegno, e non una vocale, a certificare il valore di una persona, uomo o donna che sia». Ma ovviamente nel mondo burocratico del politicamente corretto tutto si riduce a norma, a regola entro cui inscatolare ogni azione. E non viene che da solidarizzare con i poveri impiegati e funzionari del Comune di Velletri, che ora dovranno addentrarsi in questo campo minato di vocali, plurali e tortuosità linguistiche per non incappare nell’anatema della nuova religione femminista.

Il Pd e il folle decalogo per un uso non sessista dell'italiano. La giunta Pd di Velletri ha approvato una serie di disposizioni interne per un uso "non sessista" della lingua. Ad esempio, al posto di "diritti dell'uomo" bisognerà dire "diritti dell'umanità". Giorgia Meloni: "Un delirio totale". Gianni Carotenuto, Domenica 14/07/2019, su Il Giornale. "Umanità" da usare al posto di "uomo", il participio passato da non accordare al maschile se riferito a un gruppo in cui prevalgono le donne, no ai termini "fratellanza" e "fraternità" se di mezzo c'è anche il genere femminile. Sono solo alcune delle disposizioni contenute nell'ultima deliberazione della giunta Pd di Velletri, intitolata "Guida per un uso non sessista della lingua nell’Amministrazione pubblica": un decalogo rivolto ai dipendenti del Comune per sensibilizzarli sulle disuguaglianze di genere. Norme che, nelle intenzioni dei suoi ideatori, dovrebbero mettere fine alla barbara pratica del sessismo insito nel linguaggio burocratico. Un'ossessione, quella della sinistra, nata ai tempi in cui Laura Boldrini era presidente della Camera, anzi, "presidenta". Così voleva essere chiamata l'esponente di Liberi e Uguali in nome della lotta contro le discriminazioni di genere commesse con l'uso della lingua italiana. Una mania che adesso è arrivata anche a Velletri, come denuncia Giorgia Meloni con un tweet in cui si scaglia contro la "criminalizzazione dell'uomo (e lo dico da donna)" attuata dall'amministrazione dem della cittadina laziale.

Le linee guida per un uso non sessista dell'italiano. "Pazzesco - scrive la leader di Fratelli d'Italia - ma non è uno scherzo". Anche se lo sembrerebbe, a leggere una per una tutte le linee guida volute dal sindaco Pd Oreste Bocci. Infatti, nella redazione degli atti, gli impiegati del Comune dovranno attenersi ai seguenti aspetti: 1) "La sostituzione dei nomi di professioni e di ruoli ricoperti da donne, declinati al maschile, con i corrispondenti femminili". 2) "Evitare di usare sempre e unicamente il maschile neutro parlando di popoli, categorie e gruppi. 3) "Evitare le parole fratellanza, fraternità, paternità quando si riferiscono a donne e uomini". 4) "Evitare di dare la precedenza al maschile nella coppia oppositiva uomo/donna" (sic!). 5) "Evitare di accordare il participio passato al maschile quando i nomi sono in prevalenza femminili. Si suggerisce in tal caso di accordare con il genere largamente maggioritario oppure con il genere dell'ultimo sostantivo della serie". 6) "Evitare di citare le donne come categorie a parte: a) dopo una serie di maschili non marcati che, secondo le regole grammaticali, dovrebbero/potrebbero includerli; b) inserendoli nel discorso come appendici o proprietà dell'uomo".

"Non è una vocale a certificare il valore della donna". Un'uguaglianza in campo linguistico che per il Pd ha la precedenza su quella in campo economico, vera urgenza di un mondo dove a parità di mestiere le donne guadagnano in media il 23% in meno degli uomini. Lo sa anche Chiara Ercoli, consigliera comunale di Velletri di Fratelli d'Italia che al Tempo ha commentato così l'ultima trovata del Comune: "La valorizzazione delle donne non dipende dal modo in cui i nomi vengono declinati. Io a Velletri sono l’unico consigliere d’opposizione. il mio partito è guidato da una donna, Giorgia Meloni, che ha dimostrato sul campo la sua forza. È l’impegno e non una vocale a certificare il valore di una persona, uomo o donna che sia". Infine il colpo di genio: "Il mio partito si chiama Fratelli d’Italia, verrò mica messa al bando?".

È solo una battuta. Ma non ditelo alla Boldrini. Potrebbe denunciare Giorgia Meloni all'Accademia della Crusca...

·         Donna, piangi che fa bene.

Melania Rizzoli per Libero Quotidiano il 13 agosto 2019. Si dice che piangere non serva a nulla, che sia inutile piangere sul latte versato, e che versare lacrime faccia male alla salute fisica e psicologica. La scienza però non è d' accordo, perché è dimostrato che il pianto ha un suo effetto benefico in generale, ed in particolare sul cuore, sulla pressione e sul cervello. Uno studio dell' Università del Queensland, pubblicato sulla rivista Emotion, ha esaminato a fondo questo fenomeno sul oltre 500 soggetti in preda a lacrime e singhiozzi per svariati motivi, misurando loro il battito, la frequenza cardiaca e respiratoria, la pressione arteriosa, i livelli di cortisolo, l' ormone dello stress, e monitorando i cambiamenti psicologici conseguenti alle crisi di sconforto, concludendo che il pianto è benefico ed aiuta a mantenere l'omeostasi biologica, ovvero il processo che mantiene in equilibrio costante l' ambiente interno ed esterno del nostro corpo, compresa la frequenza cardiaca, la pressione arteriosa e la salute mentale, restituendo la serenità perduta. Il pianto è un fenomeno fisiologico che produce e rilascia lacrime in risposta ad una emozione, sia essa negativa (dolore), che positiva (gioia), anche se le due componenti, lacrimazione ed emozione, possono non necessariamente essere compresenti. Nei neonati, per esempio, data l'immaturità del dotto lacrimale, si può verificare un pianto senza lacrime, che compaiono solo dopo il terzo mese di vita. In realtà il pianto accorato, quello spontaneo e dirompente, è un complesso meccanismo secreto-motore caratterizzato dall' effusione di lacrime senza alcuna irritazione dell' apparato oculare, perché è innescato da un collegamento neuronale, non sempre dominabile volontariamente, tra la ghiandola lacrimale ed alcune aree del cervello, coinvolte in una emozione dapprima controllata, che poi diventa irrefrenabile, e le stesse lacrime della crisi di pianto hanno una composizione chimica diversa dagli altri tipi di lacrimazione, contenendo un quantitativo significativamente più alto di ormoni prolattina, adenocorticotropo, e leu-encefalina, un oppioide endogeno e potente anestetico, oltre agli elettroliti potassio e manganese.

ELIMINA LE TOSSINE. L'encefalina in particolare, contenuta nelle lacrime e con esse secreta, allevia il dolore, allenta la tensione e distende i muscoli, motivo per cui il corpo si rilassa maggiormente e recupera energie subito dopo la crisi di pianto, mentre la prolattina e la corticotropina che aumentano ogni volta che l'organismo subisce ed accumula eccessivo stress, vengono eliminate in modo copioso attraverso le lacrime insieme ad altre tossine. Chiamatelo sfogo emotivo, crisi di sconforto o come volete, ma il pianto è stato predisposto da madre natura nel genere umano per liberarci da rabbia, delusione, tensione, sofferenze e da tutto ciò che la mente trattiene, memorizza, nasconde, e che la razionalità deposita nel fondo della coscienza, ed attraverso la crisi di pianto vengono eliminate anche le tossine e la dose eccessiva di ormoni stressanti accumulati, che hanno ripercussioni sull' intero organismo. Ma se piangere è benefico, cosa succede nel caso in cui le lacrime vengono trattenute ogni volta che si avverte il desiderio di piangere? La risposta è ben chiara dal momento in cui abbiamo scoperto di cosa si libera il nostro corpo ogni volta che versiamo lacrime, anche perché lo stress accumulato che decidiamo volontariamente di non "buttare fuori", potrebbe aumentare il rischio di insorgenza di molti meccanismi compensatori, poiché tutto quello che reprimiamo, che teniamo dentro, e che depositiamo o nascondiamo nel profondo della nostra anima, prima o poi torna a galla sotto forma di vari disturbi, in genere difficilmente diagnosticabili per quanto riguarda la loro origine. I sintomi più frequenti sono quelli intestinali, con problemi di nausea, gastriti e diarree senza la presenza di un agente patogeno specifico, ma si assiste anche all' insorgenza di disturbi a livello circolatorio, respiratorio e cardiaco, oltre che neurologico, con crisi di ansia e di panico, e, nei casi più gravi, si può arrivare a rilevare addirittura danni cerebrali con instabilità psichiatrica persistente. Insomma, senza piangere ci si ammala, e senza emozioni non si piange, e questo è dimostrato dai pazienti in coma, i quali non piangono, perché il pianto è intimamente legato alla coscienza, emotiva e razionale, ma che deve necessariamente essere vigile ed attiva per poterlo esprimere.

CAMPO DELLE EMOZIONI. Piangere infatti, è una comunicazione non verbale molto potente, molto più efficace delle parole, e non è affatto, come si crede, una forma di rifugio per i deboli, bensì una forma molto raffinata di anti-stress, una auto-difesa del nostro organismo per contrastare i colpi della vita. Le lacrime infatti, differentemente da altre reazioni corporee, rappresentano un segnale che gli altri possono vedere, ed innescano un legame sociale ed una connessione interpersonale che diventano elementi fondamentali quando l' essere umano, vulnerabile anche da adulto, prova l' esperienza dolorosa e frustrante dell' impotenza che genera la crisi di sconforto. Nel campo delle emozioni il pianto segnala a se stessi o ad altre persone che c' è un importante problema, il quale, almeno temporaneamente, oltrepassa la propria abilità di affrontarlo, e se in alcuni contesti può apparire imbarazzante, non versare lacrime può fare più male che bene. Scientificamente non è stato dimostrato perché la reazione lacrimosa si accompagni anche alla gioia, probabilmente per la potenza emotiva, anche se la psichiatria sostiene che ogni gioia in fondo contenga un dispiacere, il presagio della fine imminente del lieto evento, cosa che inconsciamente scatena le lacrime. Certamente, ma non sempre, il pianto si può frenare o reprimere volontariamente, soprattutto quando non sgorga improvviso, quando ha un esordio lento, quando si avverte il nodo in gola che lo preannuncia, come è altrettanto vero che nessuno mai è annegato in un mare di lacrime, e stando a uno studio su oltre 300 adulti, in media gli uomini piangono una volta ogni mese, mentre le donne piangono almeno cinque volte al mese, specialmente prima e durante il ciclo mestruale, spesso senza evidenti ragioni (come depressione e tristezza).

MODULA L'ANGOSCIA. Il pianto in occasione di un lutto, o della fine di un amore invece, è molto più disperante, sembra togliere tutte le forze, annichilire la reattività ed annullare qualunque volontà di recupero, ma è salutare per diminuire lo strazio della perdita, per modulare l' angoscia, per consolare e risollevare lo spirito. Il pianto inoltre, può continuare anche quando si è esaurita la riserva lacrimale (non ho più lacrime da versare), la quale necessita di alcuni minuti per riempire di nuovo le ghiandole oculari in cui è contenuta, nel caso in cui persista la situazione dolorosa che lo ha provocato. La terapia per smettere di piangere dopo un evento traumatico? Non esiste, in quanto gli psicofarmaci e gli antidepressivi agiscono sull' encefalo abbassando la soglia di percezione del dolore, ma non c' è ancora un farmaco che curi e risolva il dolore psicologico, quello intimo dell' anima. Anzi ce n' è uno ben noto da secoli, ed è il tempo, considerato anche dagli psichiatri la migliore terapia che lenisce e guarisce tutte le ferite, in senso fisico e psicologico, ma funziona solo nelle persone che non hanno paura di piangere e di affrontare la vita in ogni sua declinazione. Anche quella lacrimosa.

·         La mia grassezza.

Tommaso Farina per “Libero Quotidiano” il 21 novembre 2019. Tanta caciara per un po' di adipe in primo piano. Pare incredibile, ma è successo. L'innocua réclame di un negozio romano di abiti per taglie forti ha suscitato una maretta paragonabile agli ultimi giorni di Pompei. Il tutto per una bella signora un po' in carne in un costumino stile Playboy, il claim "T' abbacchi a Natale?" e la conseguente promessa di abiti giusti e di prezzi, viceversa, slim. Sugli argomenti di chi vede "sessismo", nientemeno, in queste pubblicità, non è nemmeno il caso di dilungarsi troppo. Hanno detto che non è un caso se hanno messo la foto di una ragazza anziché quella di un uomo. È vero semmai che chiunque abbia qualche chilo in più, anche noi uomini, è sempre stato guardato di malgarbo. Il messaggio è diverso: di queste cose non bisogna vergognarsi. Bisogna, semmai, preoccuparsi per la propria salute, ma il bullismo estetico è sempre sbagliato. Oggi, se mai vi fosse sfuggito, c' è tutto un movimento che vuole spingere le persone a uscire dalla gabbia degli stereotipi. Prendete per esempio Laura Brioschi. Laura è una modella trentenne. È alta un metro e 80, e dichiara di pesare tra gli 80 e gli 86 chili. Orrore, diranno quelli corti di vedute: è una donna grassa. E invece no. Cercatela su Instagram, e ditemi se vi provoca ripulsa istantanea, o non piuttosto una subitanea attrazione per via della sua bellezza. Laura, assieme al suo compagno Paolo Patria, ha fondato Body Positive Catwalk, una onlus che, nelle loro stesse parole, si pone l' obiettivo di «creare eventi internazionali che aumentino il senso di self confidence ed aggregazione per arrivare ad accettare se stessi e ritrovare la giusta e serena collocazione all' interno della società». In questi eventi, si è visto anche Alessandro Carella, un modello non propriamente secco e creatore del blog Uomini di Peso. La stessa Laura, su Instagram, impazza con lo slogan "Celly is not a crime", la cellulite non è un crimine, e lo ribadisce con voluttose foto in perizoma e coi costumi da bagno che disegna lei stessa, non dimenticando di raccontare il suo passato di bulimica e tutte le situazioni tristi che ha dovuto subire, in gioventù, a causa di una fisicità spesso non accettata dagli altri. E gli spettatori ringraziano e le danno, non si ritraggono inorriditi. Allora, capitano proprio a proposito le motivazioni che il negoziante ha dato per difendersi dagli attacchi alla sua pubblicità: «Potevamo scegliere qualunque dei vostri modelli, un modello curvy, un modello magro. Ma per noi queste categorie non esistono. Non esistono modelli per noi. Noi conosciamo solo persone. Queste categorie esistono solo nella mente di chi ogni giorno giudica». In un tempo in cui la magrezza è vista ancora come un imperativo categorico, ben venga chi ci ricorda che non siamo stereotipi: siamo sempre noi, anche quando ci piace mangiare di gusto. E anche se, al contrario, amiamo stare in linea. Quello che c' è dentro non cambia, che siamo magri o appena un po' più formosi. Far polemica su questo è proprio strumentale, è voler cercare baruffa su cose normalissime, sulla normalità dell' uomo (e della donna). Lasciateci il piacere di mangiare quanto ci pare, perfino le modelle stanno dalla nostra parte. Gente come Laura Brioschi o l'altrettanto avvenente Elisa D'Ospina, un' altra che da anni si batte per l' accettazione di qualunque involucro corporale, non sono precisamente additate come cattivi esempi di bruttezza da scansare, anzi. Anni fa si diceva che la modella non dev'essere bella, ma magra. Oggi non è più così, e aggiungiamo che si può anche essere belli sia da magri sia da curvy. Il quadro vale più della cornice.

Dagospia il 22 novembre 2019. Pubblichiamo un articolo che il direttore Vittorio Feltri ha scritto negli anni Ottanta sull'obesità e sulla mania delle cure dimagranti. Un'ulteriore testimonianza di come, in questi 30 anni, nel nostro Paese nulla sia cambiato anche in fatto di diete alimentari. Leggere per credere. Articolo di Vittorio Feltri pubblicato da “Libero quotidiano”.  Parecchi lettori, dopo le precedenti puntate sulla questione della ciccia, mi hanno telefonato ponendomi dei quesiti specifici: quanti sono gli italiani che pesano troppo? Oppure: qual è la soglia dell' obesità, un quintale? Mi hanno preso per un esperto. O per un panzone, che per molti, probabilmente, è la stessa cosa, persuasi che solamente la gallina abbia i titoli per accertare che l' uovo sia marcio. Scusate se mi cito, un po' me ne vergogno, ma sono magrissimo, genere Biafra. Però ho consultato degli esperti veri e mi hanno assicurato che la magrezza - addio, illusioni - non è affatto garanzia di buona salute. Ci sono personcine filiformi che hanno la pressione arteriosa a 200, il colesterolo a 500 e i trigliceridi a 600. Scoppiano in malattia. Come mai? I motivi possono essere numerosi, anzitutto una dieta errata. È provato che su alcuni individui gli eccessi a tavola non si ripercuotono sul volume della pancia, bensì rendono il sangue vischioso, ricco di grassi: l' ideale per l' infarto, la trombosi, l' ictus cerebrale. I medesimi esperti hanno altresì ammesso che nel nostro Paese, e pure in altri considerati, a torto o ragione, più evoluti, non esistono statistiche attendibili sulla percentuale di obesi in rapporto alla popolazione. Perché, è presto detto: nei moduli del censimento non è ancora stata inserita la voce: «Quanto pesi?»; inoltre, la Saub o le Usl non provvedono a catalogare gli assistiti secondo la stazza. Tuttavia, a spanne, si può azzardare che il 30 per cento della gente abbia polpa in avanzo. Il dato ha un supporto non trascurabile: i consumi alimentari, in 35 anni, sono aumentati di quattro volte. Poiché in pari tempo il numero degli italiani non si è neppure raddoppiato, si deduce che la cospicua parte di cibo non destinata a bocche nuove finisca in quelle vecchie e, di conseguenza, si trasformi in lardo.

L'IPERNUTRIZIONE. Saranno forse conteggi un po' aleatori, ciononostante servono quantomeno a dimostrare, qualora ve ne fosse bisogno, che l' ipernutrizione non è un'ubbia del Censis, ma un allarmante fenomeno nazionale. In quanto poi all'altra domanda: qual è la soglia dell'obesità? Si potrebbe rispondere consultando una delle copiose tabelle stilate con cura da alcuni studiosi. Per esempio quella che indica l' altezza come miglior parametro. Ossia, se una persona è alta 1,70 dovrebbe pesare all' incirca 60 chilogrammi, cioè dieci di meno rispetto ai centimetri eccedenti il metro. Questo per i maschi. Per le donne si tollera un paio di chili in più, questione di cavalleria. Ma è il caso di scomodare la matematica? O non è sufficiente darsi un'occhiata allo specchio per verificare se la trippa deborda? Attenzione, nelle valutazioni è necessario essere verso se stessi né troppo benevoli, né troppo critici; e non scordare che il problema non è esclusivamente estetico, come sembra pensare la maggior parte dei cittadini di ambo i sessi, stando almeno all'andamento dell'industria dell'abbigliamento. Nel 1985, infatti, mentre l' economia in complesso ha registrato incrementi inferiori al 10 per cento, il fatturato della sola moda maschile ha fatto un balzo del 14,7 per cento, arrivando alla quota primato di 9.500 miliardi. È evidente, insomma, che, più di ogni altra cosa, all'uomo contemporaneo preme la bella presenza. Nessuno mette in dubbio che sia importante, tuttavia non dimentichiamo che oltre alla carrozzeria, c'è il motore. E va tenuto da conto, altrimenti si guasta e le riparazioni non sempre sono facili. Come si tutela la "meccanica" del corpo? Negli ultimi anni, mezzo mondo ha scoperto trionfalmente che il carburante più idoneo per la macchina umana è il cibo semplice e genuino: in due parole, dieta mediterranea, di cui in questi articoli ci siamo già occupati, sottolineandone l'efficacia, non per spirito patriottico, ma per fedeltà all' informazione scientifica. Se però non vi sono dubbi che spaghetti, verdure e pane non ingrassano, né intasano vene e arterie con sostanze nocive(sono, cioè, quanto di meglio per star bene sia "fuori" sia "dentro"), vi sono molti alimenti dannosi nei menù di svariate metropoli. Perché ormai, dopo lustri di abitudine alla cucina basata sulla carne fresca o insaccata e sulla abbondanza di condimenti animali, il mercato si è adeguato. Nei negozi si offrono prevalentemente prodotti adatti a una rapida elaborazione culinaria: la classica fettina, i salumi affettati e quant'altro - magari in scatola - si presti ad andare subito in tavola.

ALIMENTI INTEGRALI. Quasi tutto ciò che si espone al pubblico è raffinato: dallo zucchero al sale, dalla patata al riso, dal pane all' olio. E il consumatore, perfino colui che ha intuito la necessità di nutrirsi in modo naturale, viene scoraggiato: è vero che esiste in commercio una gamma relativamente vasta di alimenti integrali, e recentemente sono comparsi anche negli scaffali dei supermarket, ma i prezzi sono da gioielleria, alla portata di stipendi non comuni. I maccheroni con le fibre sono più cari di quelli senza, costano il doppio, tanto per fare un esempio. Ma la farina grezza non è quotata meno di quella "ripulita"? E allora, se la materia prima è più economica, non dovrebbe esserlo anche quella finita? Sarebbe come se l'Alfa Romeo pretendesse per un' auto non verniciata più soldi di quanti se ne devono sborsare per una luccicante. Eppure l' assurdità (apparente) una ragione ce l' ha e va ricercata nella fisiologia della compravendita: la domanda di prodotti integrali è ancora troppo bassa per giustificare un capillare e rifornito circuito distributivo, senza il quale, però, non è possibile ridurre i listini. La marce rara, benché di scarso valore, è obbligatoriamente cara. Qualcosa, però, si sta muovendo. I vegetariani - ovvero gli estremisti del desco - non sono più una esigua minoranza filorientale, composta da santoni e seguaci, ma abbondano in ogni classe sociale. Parecchi individui hanno detto basta alla grigliata mista per ragioni ecologiche: non è giusto, sostengono, che si facciano stragi di animali per soddisfare la gola profonda; e non è civile incrementare la macellazione, gli allevamenti in batteria, i trasporti di maiali, bovini e cavalli stipati su camion, sotto il sole o al freddo, per giorni e giorni senza mangime, foraggio né acqua. Crudeltà inutili esercitate quotidianamente tra la generale indifferenza. Gli erbivori, come già dieci anni fa aveva anticipato il professor Carlo Sirtori al congresso di Grosseto sul cibo verde, sono meno esposti sia alla pinguedine sia alle malattie, specialmente al cancro dell' intestino. E in ogni caso sono in buona compagnia: Leonardo Da Vinci, Einstein, Tolstoj e Shaw, per non parlare di Gandhi e di Schweitzer, erano assolutamente vegetariani.

VEGETARIANI. La "dieta esangue", che un tempo era al bando in quanto ritenuta carente di proteine, è stata rivalutata anche nello sport: hanno scoperto che i famosi e imbattibili maratoneti etiopi o non masticano carne, o ne masticano pochissima. Perché dalle loro parti non ce n' è. Ma ciò non toglie che siano al mondo i più resistenti alla fatica. La teoria che "le bistecche facciano l'atleta" è così miseramente caduta. E questo ha contribuito a rendere popolare l' insalata in ogni ambiente, compreso quello delle indossatrici che, per mantenere la linea senza farsi venire i crampi allo stomaco per i digiuni, cominciano a convertirsi ai piatti definiti poveri. Ai quali, presto, dovranno aggiungere gli spaghetti poiché - e lo dice Ottavio Missoni - dal capriccioso mondo della moda arrivano segnali strani: il pubblico, forse sollecitato dall' indomabile lievito maschilista, non gradisce più le donne ossute tanto care alle riviste femminili; preferisce qualche rotondità. Un po' di misura è necessaria. Va bene la magrezza, ma non esageriamo. In fondo, mangiare è un piacere, e nella vita qualcosa bisogna concedersi. Anche chi campa di rinunce non è eterno, e morire sani non è una gran consolazione.

Il diritto all’imperfezione festeggiamo i nostri corpi liberi. Pubblicato giovedì, 15 agosto 2019 da Daniela Monti su Corriere.it. A settembre alla Triennale Milano il tema della scarsa autostima che affligge le donne (e sempre più spesso gli uomini). Qualcosa però sta cambiando: accettarsi non è più un compromesso al ribasso. L’appello della danzatrice e coreografa a lettrici e lettori: postate i video dei vostri «corpi liberi». «Sei come ti senti, non come ti vedi. Lo specchio mente sempre», dice Francesco Ghiaccio, regista di Dolcissime, in questi giorni nelle sale. Il film racconta la storia di tre amiche adolescenti con corpi fuori taglia, tra sguardi di disapprovazione dei compagni e risatine nei corridoi della scuola. Troveranno il loro riscatto lanciandosi in un’impresa impossibile, una gara di nuoto sincronizzato, affidando dunque proprio al corpo — non più nascosto ma esibito, forse compreso e anche, finalmente, un po’ amato — il compito di pareggiare la partita. «La svolta, durante la lavorazione del film, è stato il momento in cui le attrici esordienti hanno dovuto mostrarsi in costume da bagno davanti a tutti — racconta il regista —. Fino ad allora c’era stata solo la troupe a guardarle, una sorta di culla che cerca di aiutarti, proteggerti. Poi è arrivato il pubblico vero, più di cento comparse. È stato lì che tutto il lavoro fatto in precedenza — lo studio della parte, la costruzione del rapporto di fiducia fra noi, il senso del gruppo — ha fatto la differenza, consentendo alle attrici di fare il salto, verso la conquista di una maggiore, autentica autostima che ha permesso loro di essere sé stesse davanti alla macchina da presa e a tutti quegli occhi. E spero che questo percorso possa farlo anche chi guarda il film: non sono solo gli adolescenti ad avere problemi di autostima, tutti ci sentiamo sempre giudicati e condannati per le nostre imperfezioni». Francesco Ghiaccio con le attrici di Dolcissime — Giulia Barbuto Costa da Cruz, Margherita De Francisco, Giulia Fiorellino e Alice Manfredi — saranno fra gli ospiti del Tempo delle Donne, in Triennale Milano dal 13 al 15 settembre, per parlare di imperfezione e autostima, nell’edizione della festa-festival che ha come filo rosso proprio il tema dei corpi. Perché le donne — soprattutto le donne — credono così poco in sé stesse? Il 75% delle italiane dice di avere una media o bassa autostima, portando l’Italia al penultimo posto nella classifica dei Paesi coinvolti nella ricerca (17, peggio fa solo il Giappone). Otto su 10 evitano di partecipare a eventi pubblici per paura di non apparire perfette, il 49% avverte la pressione di dover essere «sempre bella» e più della metà pensa di non poter mai sbagliare o dimostrare debolezza; due donne su tre sentono il peso e la pressione di dover raggiungere tutti i propri obiettivi: essere e fare tutto. I dati sono della ricerca Beauty confidence e autostima, promossa da Dove in collaborazione con Edelman Intelligence. In Triennale quei numeri verranno analizzati e la sottostima quasi programmatica che le donne si portano dietro da sempre — questione di genere a tutti gli effetti — verrà letta tenendo presente quello che però sta cambiando: il verbo «accettarsi», che le nuotatrici di Dolcissime dimostrano di aver imparato, non ha più il significato di un compromesso al ribasso, se Gucci — la gallina dalle uova d’oro della moda contemporanea, riferimento estetico di oggi — per la pubblicità del suo rossetto sceglie Dani Miller, cantante dei Surfbort dalla dentatura alquanto sconnessa, vuole dire che il diritto all’imperfezione sta davvero trovando cittadinanza. Venerdì 13 settembre alle 11, il filosofo Telmo Pievani proprio con un monologo sull’imperfezione aprirà la tre giorni in Triennale sui corpi e le loro continue evoluzioni. Ma di diritto all’imperfezione, di fragilità, di immagini allo specchio, di fisici abbondanti — e di quanto sia faticoso viverci dentro, in maniera differente per uomini e donne — si parlerà in molti altri momenti della festa-festival. Fra inchieste live, conversazioni in giardino e laboratori «immersivi» alla ricerca di una autenticità da spendere su ogni tavolo, anche quello di una leadership credibile, dentro e fuori i luoghi di lavoro. Lo sport, come insegna Dolcissime, è una della carte da giocare: le calciatrici, con la loro aria forte e sfidante — che fa a pugni con le immagini troppo spesso remissive con cui le donne sono raccontate e si raccontano — stanno cambiando i parametri estetici di riferimento di giovani e giovanissime. Calcio e autostima si tengono bene e per questo la società Acd Sedriano e il Tempo delle Donne il 7 settembre (inizio alle 16.30) organizzano un triangolare che vedrà sfidarsi le Giovanissime di Inter, Milan e Sedriano. Il calcio d’inizio lo tirerà Cristiana Capotondi. Silvia Gribaudi, danzatrice e coreografa, per i dieci anni del suo A corpo libero — uno dei lavori che ha fatto conoscere a livello internazionale la sua poetica dell’imperfezione che diventa normalità, dissacrante contro i canoni della bellezza classica che caratterizza la danza — lancia unacall to dance action alle lettrici e ai lettori affinché postino via social un video in cui facciano danzare, ciascuno a proprio modo, il proprio «corpo libero».

Da La Repubblica il 10 settembre 2019. Risolto il mistero che rende alcune persone naturalmente magre, nonostante mangino troppo e facciano poca attività fisica. Un gruppo di ricercatori del Nestlè Institute of Health Sciences, in Svizzera, ha scoperto che la magrezza naturale dipende dall'avere cellule adipose geneticamente più efficienti. Lo studio, pubblicato sulla rivista The American Journal of Clinical Nutrition, ha coinvolto 30 uomini e donne naturalmente magri, cioè con un indice di massa corporeo (Bmi) uguale o inferiore a 18,5. I soggetti mangiavano normalmente e quindi non presentavano disturbi alimentari. I ricercatori hanno analizzato una piccola quantità di grasso prelevato dallo stomaco dei partecipanti, che hanno anche fornito campioni di sangue, urine e feci. In particolare gli studiosi hanno analizzato il tessuto adiposo bianco, cioè la principale forma di grasso nel corpo responsabile della conservazione dei lipidi, le sostanze grasse che provengono dagli alimenti presenti nella nostra dieta. Ebbene, hanno scoperto che le cellule adipose delle persone magre avevano i geni coinvolti sia nella degradazione che nella produzione di grasso espressi in modo molto elevato. Ci sono più di 200 varianti genetiche che influenzano il peso. Le cellule adipose dei soggetti sono risultate anche più piccole del 40 per cento rispetto alle persone di peso normale. In generale, il tessuto adiposo con meno cellule ma più grandi viene definito come "ipertrofico", mentre il tessuto adiposo con molte cellule di dimensioni più piccole viene definito "iperplastico". Il tessuto adiposo in uno stato ipertrofico è collegato all'insulino-resistenza, al diabete e alle malattie cardiovascolari. I risultati hanno anche mostrato che le cellule adipose delle persone magre avevano i mitocondri, le "centraline energetiche" delle cellule, più attivi. Secondo i ricercatori, poichè i mitocondri di questi soggetti lavorano a un livello più elevato, le cellule adipose sono più efficienti e questo potrebbe spiegare perchè le persone magre sono resistenti all'aumento di peso. In effetti, le loro cellule adipose sono geneticamente inclini a bruciare così tanto grasso che non hanno mai il tempo di accumulare abbastanza cellule adipose da far ingrassare qualcuno. "Per la prima volta abbiamo mostrato che, per quanto ne sappiamo, un basso peso corporeo persistente nell'uomo è associato a caratteristiche del tessuto adiposo bianco che sono opposte a quelle dei pazienti obesi", spiegano i ricercatori. I risultati potrebbero aprire la strada a nuovi trattamenti per la perdita di peso.

''STORIA DELLA MIA GRASSEZZA: ABBOZZARE IN PUBBLICO, PIANGERE A CASA''. Costanza Rizzacasa d'Orsogna per ''Sette - Corriere della Sera'' l'8 luglio 2019. Giorni fa, la ragazza che mi taglia i capelli ha detto: «Costanza, senti, ma tu che sei così... (risolino) grossa (altro risolino), come posso fare per trovare un regalo della vostra taglia per mia madre, che non le sta mai bene niente?» . Ho abbozzato, come faccio quasi sempre. Sono le umiliazioni quotidiane che subiamo noi grassi, come la tipa della profumeria che dice che senza trucco sei «ruspante», la ragazza del bar che davanti a dieci altri clienti chiede se sei sicura di voler prendere il croissant, «perché lo sai, è mooolto calorico», o il fattorino del corriere espresso che per non portare il pacco al piano chiosa che fare le scale ti fa bene. Abbozzi e dici «Hai ragione» o «Capisco», come quella volta su un aereo low cost che mancava la prolunga e sono rimasta a terra. Abbozzi, e vai a piangere a casa. E non lo dici a nessuno, perché rischi che rispondano «Ma non puoi dimagrire, così non t’insultano più?». Solo che non è quello il punto.

Da 80 a 47 chili e ritorno: odiare il proprio corpo. Ho odiato il mio corpo per tutta la vita, anche quando ero magrissima. Mia madre era bulimica, e inevitabilmente lo sono diventata anch’io. Per tutti c’è un momento in cui sono iniziati i problemi con il peso. Io ricordo le dita ossute di mia madre quando mi dava uno schiaffo e mi chiamava «ingorda», e come dagli otto anni fossi sempre a dieta. All’ora della ricreazione elemosinavo biscotti, e mentre le altre ragazzine tenevano il resto dei soldi della spesa per comprare di nascosto i primi trucchi, io ci compravo le brioscine. «Ingorda». Allora, nessuno sapeva che effetto devastante certe parole possono avere sui bambini. Mamma paragonava il suo polso al mio e andava fiera che fosse grande la metà, mentre la mia migliore amica mi diceva, «Non sei bella, però sei simpatica». A sedici anni pesavo 80 chili, a diciannove 47, e così via. Ho provato ogni genere di farmaco, ho vomitato per decenni. E intanto sognavo che un giorno, quando fossi diventata magra, tutto sarebbe andato a posto, e la mia vita sarebbe iniziata. Solo che non è mai successo.

Così obesa che non c’erano scarpe che mi stessero. Poi, alcuni anni fa, dopo una relazione psicologicamente violenta, sono ingrassata moltissimo. Decine di chili in poco tempo, fino a toccare i 130. Così obesa che non c’erano scarpe o reggiseni che mi stessero, che non riuscivo più ad infilarmi le calze, che temevo di rompere le sedie, o di schiacciare il mio gatto. E ogni volta che uscivo c’era qualcuno che mi guardava con disprezzo, che voleva dirmi a tutti i costi che avevo un problema, dirmi cosa dovessi fare, come dovessi essere. Come se noi grassi non ci sentissimo già di merda tutti i giorni, come se non lo sapessimo che non è salutare. Come se non sognassimo ogni giorno una via d’uscita. Così mi sono chiusa in casa per tre anni, e dalla farmacia al supermercato usavo il delivery per tutto. E se proprio dovevo uscire lo facevo col buio, e aprivo la porta di casa piano piano, per accertarmi che non ci fosse nessuno. E intanto mangiavo, perché mangiare era l’unica cosa che mi desse conforto. E poiché il conforto dura poco e dopo mi facevo schifo, rimangiavo, ed era un circolo vizioso.

Sui social mi fingevo normale. Nel frattempo, sui social mi fingevo normale. Non che nascondessi com’ero, ma certo non lo pubblicizzavo. Nessuno sapeva che se parlavo al telefono dovevo mettermi seduta, o avrei perso il fiato. Due anni fa, di fronte a un ultimatum di mio padre e mio fratello, mi sono messa a dieta. E ho perso quaranta chili senza aiuti, e poi ancora qualcuno - salvo riprenderne un po’ negli ultimi tre mesi per lo stress di un progetto di lavoro. Non importa, li perderò di nuovo. Ma la strada è ancora lunga, la menopausa incombe e io non so davvero se ne uscirò mai, anche se sto molto meglio. C’è un peso che non si può perdere, anche quando l’hai perso tutto. Binging, fat shaming, body shaming. Parole con cui i grassi convivono ogni giorno. Una condanna estetica, ma soprattutto morale.

Il grasso presentato in tv come fosse un horror. La tv, dove per moltissimo tempo la ragazza grassa è esistita solo per esser presa in giro, non aiuta. E se non sono gli sceneggiatori è il pubblico. Quando Gabourey Sidibe ha fatto sesso sul terrazzo nella serie Empire, a migliaia, inferociti, si sono riversati online per denigrarla. A me una volta scrissero che nei campi di concentramento nessuno è morto obeso. Ho segnalato l’individuo a Twitter: non hanno ravvisato alcuna violazione. E quando ho scritto un libro sulla diversità, e un femminile doveva recensirlo, mi hanno chiesto «Ma non hai una foto da magra?». Nel programma Vite al limite all’inizio c’è un disclaimer: «Attenzione, potrebbe disturbare un pubblico sensibile». Come fossimo horror. Giorni fa, gli avvocati del poliziotto di New York che aveva ucciso un afroamericano hanno provato una nuova linea di difesa. Era obeso, hanno detto, sarebbe morto comunque. Quando ho letto Fame, il memoir di Roxane Gay, di come fosse diventata obesa per rendersi disgustosa agli uomini dopo lo stupro subito, ho capito che, al netto di esperienze diverse, avevo fatto lo stesso, e per la prima volta in tanti anni ho pianto per me. Ma è stato quando ho riletto Lindy West che è scattato qualcosa.

Non siamo noi, grassi, brutti, diversi, a dover cambiare. Anni fa, dopo che un noto collega aveva preso di mira le persone obese, West aveva scritto un saggio personale. Ciao, sono grassa, il titolo. E iniziava così: «Questo è il mio corpo. Ho voluto cambiarlo per tutta la vita. So che la gente lo trova rivoltante. Curiosamente, tutto questo fat shaming non mi ha fatta dimagrire. E quindi vaffan**lo. Questo è il MIO corpo. Non me ne vergogno in alcun modo. Non devo giustificarlo. Anzi, sapete che c’è? Mi piace tutto del mio corpo». Ho detto, «Wow, chi è questa donna? Si ama davvero o è solo un atteggio?».  Ed è stato quello il momento. Il momento in cui ho capito che non siamo noi, grassi, brutti, diversi, a dover cambiare o nasconderci per non essere bullizzati e irrisi, siete voi che non dovete bullizzare e irridere. Ho ingoiato insulti per tre anni, non ce la faccio più. Ho deciso d’imparare a piacermi. E lo so, vi sembrerà paradossale che abbia deciso di farlo proprio adesso, quasi offensivo che una ragazza grassa decida di accettarsi. Ma ho deciso di farlo lo stesso.

Certi atteggiamenti sono oltraggiosi e inaccettabili. Per questo l’altro giorno, dopo alcuni minuti, sono tornata dalla parrucchiera. E ho detto che non me ne sarei più servita, che certi atteggiamenti sono oltraggiosi e inaccettabili. Un altro stylist ha osservato che quanto mi era stato detto non era un’offesa, ma la verità: l’ho fulminato con lo sguardo prima che potesse finire. Sono una donna grassa e merito rispetto. Merito di essere accettata. Adesso.

Costanza Rizzacasa d’Orsogna, 46 anni, è laureata in Scrittura alla Columbia University di New York. Ha scritto la favola Storia di Milo (Guanda), ispirata al suo gatto disabile, e sta ultimando il suo primo romanzo.

Gavage, ragazze costrette a ingrassare per piacere agli uomini. Alessandra Frega su it.insideover.com il 18 Agosto 2019. In Mauritania, uno Stato dell’Africa nord-occidentale, vige il rito del “gavage”, secondo cui le giovani ragazze, per potersi sposare, devono essere grasse fino a sfiorare l’obesità.

Ricchezza ed obesità. A partire dalla tenera età di sei anni, le bambine mauritane subiscono la crudele pratica del “gavage” e vengono costrette a mangiare enormi quantità di cibo al solo scopo di dover trovare marito. Più saranno grasse e più “appetibili” appariranno agli occhi dei ragazzi che incontreranno. Secondo la cultura mauritana, le donne in sovrappeso sono anche le più ricche. Le ragazze magre – ma anche quelle normopeso – vengono percepite, al contrario, come una vergogna dalla comunità che le ospita: povere, e magari maltrattate, all’interno di famiglie prive dei mezzi di sostentamento necessari per poterle crescere. Molte ragazze mauritane accettano spontaneamente di sottoporsi al rito del “gavage” per la buona riuscita di un matrimonio mangiando giorno e notte ininterrottamente per poter arrivare a pesare anche 100 in vista delle nozze. E se le più piccole rifiutano la pratica, esistono vere e proprie strutture dedicate: ostelli dove – sotto il controllo vigile delle anziane donne del villaggio che li gestiscono – le bambine vengono indotte (anche con la violenza) ad ingozzarsi di cibo e bevande ipercaloriche, con il benestare delle famiglie.

Effetti collaterali e morte precoce. Anche le smagliature vengono esibite sul corpo delle mauritane con grande orgoglio: sarà per via dei tanti benefici materiali e spirituali che se ne traggono, seppur a discapito del proprio benessere psico-fisico. E quando reperire grosse quantità di cibo in natura diventa un problema, soprattutto per le famiglie più povere dei centri rurali, si ricorre all’utilizzo di farmaci ed ormoni ad uso veterinario. Le ragazze, in casi estremi, scelgono deliberatamente di ingurgitare sciroppi in grado di stimolare l’appetito o medicine dopanti per animali (ben più nocivi di un’alimentazione naturale). Inevitabile il sopraggiungere di problematiche cardiovascolari, del diabete o di altre gravi disfunzioni renali che causano ictus ed infarti, provocando la morte prematura delle ragazze che ignorano i danni di uno stile di vita insano. E se anche una legge vieta da qualche anno in Mauritania la vendita di farmaci considerati nocivi per l’uomo, il business illecito del mercato nero è molto fiorente. Le ragazze – nel rispetto di un indottrinamento che ha inizio in età infantile – arrivano a pesare decine e decine di chili e per poterlo fare sono disposte a subire ogni genere di supplizio, cagionandosi una salute precaria.

“Il Corpo della Sposa”. “‘Verida, alzati e mangia!'”, inizia così Il Corpo della Sposa, il primo film di genere che affronta la pratica dell’ingrasso forzato delle future spose mauritane. La protagonista è una giovane attrice che ha subito all’età di 16 anni il rito del “gavage”). La storia si svolge sullo sfondo di una Mauritania ancora oggi paradossalmente incastrata tra tradizione e modernità. Verida è socievole, lavora in un salone di bellezza, ama divertirsi con le sue amiche e ricorre all’utilizzo dei social network come qualunque altra ragazza moderna. Fino a quando – un giorno – viene svegliata all’alba dalla madre che le comunica che si sposerà. Da quel momento, Verida avrà tempo tre mesi per poter ingrassare di venti chili e soddisfare i canoni estetici del futuro marito che la considera ancora troppo magra per l’ideale di bellezza tradizionale. Il film inizia con l’inquadratura di Verida che beve da una ciotola di latte, come a voler enfatizzare la drammaticità di un atto imposto, come quello del “gavage”. Gli unici momenti di spensieratezza sono quelli che ritraggono Verida insieme ad Amal (la sua migliore amica) oppure complice del romanticismo puro e genuino di Sidi (il ragazzo incaricato al rito della misurazione del peso). “Un tempo il ‘gavage’ era estremo, veniva compiuto nell’arco di una sola notte: molte donne morivano dopo la pratica del ‘leblouh'”. La tecnica è attualmente impiegata nei villaggi del deserto per anticipare il menarca di bambine e giovani ragazze. “In città vanno di moda i festini ‘wangala’: merende a base di cibo tra amiche”. Il film è un atto di denuncia contro rituali arcaici e criteri di bellezza ormai obsoleti. È un lungo viaggio interiore che ha inizio nel preciso momento in cui Verida si ribella all’educazione ricevuta.

·         La cellulite è femmina.

PERCHÉ ALLE DONNE VIENE LA CELLULITE? Melania Rizzoli per “Libero Quotidiano” il 2 giugno 2019. È la nemica numero uno, la più odiata dalle donne, talmente detestata da indurle e a spendere cifre importanti per eliminarla, tra creme, trattamenti estetici e massaggi drenanti spesso inutili, perché la cellulite non è soltanto un brutto inestetismo cutaneo, ma spesso nasconde disordini alimentari, comportamentali e farmacologici sui quali bisogna intervenire dall' interno, con misure mirate per attenuarla o guarirla. In medicina è chiamata "lipodistrofia ginoide" in quanto tipica del genere femminile, ma è conosciuta da tutti come "pelle a buccia d' arancia", perché la sua manifestazione topografica più tipica è la comparsa sulla cute di depressioni o introflessioni, asimmetriche e più o meno profonde, frequenti nella zona pelvica, sui glutei, fianchi e cosce, le quali, interrompendo la fisiologica compattezza e levigatezza cutanea, regalano alla zona colpita un effetto butterato simile alla scorza dell' agrume. Questi avvallamenti sono dovuti ad alterazioni fisiche e metaboliche localizzate che interessano il microcircolo della massa adiposa sottostante, le quali, con il tempo, determinano una compromissione anatomica e funzionale dell' unità vascolare e linfatica del tessuto, che conduce alla insorgenza di problemi a carico dell' ipoderma e dello strato immediatamente sovrastante, il derma. Inoltre la degenerazione del microcircolo del tessuto adiposo comporta una conseguente alterazione delle sue più importanti funzioni metaboliche, cosa che rallenta il ricambio cellulare e il suo smaltimento, asfissiando e stabilizzando il tessuto cellulitico in modo quasi irreversibile. Nonostante il grande interesse femminile nella cura di questa condizione e l' enorme mercato per trattamenti topici volti a migliorare il suo aspetto, la cellulite è ancora una condizione enigmatica e un argomento di importanza minore per i ricercatori medici, che la considerano una non-patologia, un fenomeno puramente estetico normale per molte donne, e quindi poco attraente per un serio gruppo di studio o di ricerca. Il fatto è che, nonostante l' alta incidenza (80-90%) nella popolazione femminile in età post-puberale, e al di là dell' odiato inestetismo, la cellulite compare e si presenta senza sintomi, e tutto quello che in medicina è asintomatico viene considerato una normale condizione fisiologica, e quindi non una malattia. Invece non è così per tutte, poiché la pelle a buccia d' arancia va classificata all' interno di un quadro patologico quando a causarla sono processi i infiammatori, l' eccessiva ritenzione idrica o l' alterato accumulo di tessuto adiposo, al punto che in casi estremi può essere associata al rischio cardiovascolare. Sono decine le cause di insorgenza ipotizzate, tra le quali disturbi del metabolismo, alterazioni del tessuto connettivo, disordini nutrizionali, fattori ormonali e genetici, deficit del micro circolo e del deflusso del sistema linfatico, specifiche architetture del sottocutaneo, infiammazioni e ritenzione idrica, ma la cellulite è un po' la combinazione di tutti questi fattori, e può manifestarsi in diverse età e in diverse aree corporee anche nello stesso soggetto. La severità dell' inestetismo è misurata in densità, dimensioni, profondità e lassità dei tessuti interessati, e inoltre la cellulite può essere edematosa, quando dovuta ad accumulo di liquidi, fibrosa, quando compare a noduli associati a fibrosi, sclerotica, dove forma una sclerosi, ovvero un indurimento simile a quello cicatriziale. I fattori maggiormente aggravanti la cellulite sono il dimagrimento rapido, nel quale il tessuto muscolare cede acuendo la situazione visiva, e la mancanza di movimento, che rallenta la circolazione e il catabolismo, non aiutando a bruciare i grassi e a prevenire la stasi venosa, soprattutto nelle donne che soffrono di problemi circolatori nei capillari e nelle vene delle gambe. Ma anche l' uso prolungato, massiccio e improprio di farmaci ed integratori, può portare a ritenzione idrica: tra i medicinali più noti, la pillola contraccettiva, le molecole anti ipertensive (calcio-antagonisti), i cortisonici e gli stessi diuretici, siano essi di principi attivi farmacologici o di preparati naturali favorenti la minzione, i quali, se usati a sproposito, anche a piccole dosi senza necessità, per esempio per essere più "asciutti", possono, contrariamente a quanto si crede, predisporre a stati di ritenzione idrica resistente, in quanto tali preparati disidratano le cellule al loro interno per osmosi, lasciando stagnare invece le gocce idriche infiltrate nei tessuti, nel tentativo di trattenere gli elettroliti essenziali. Per tali motivi molti diuretici provocano effetti collaterali come la stanchezza, i crampi muscolari, le extrasistoli, le vertigini o l' insonnia, tutti sintomi che indicano carenze elettrolitiche e sofferenza cellulare, mentre la cellulite resta beata, stabile e più visibile al suo posto. La sindrome da ritenzione idrica compare anche in quegli stati patologici più importanti che coinvolgono I reni, il cuore, il fegato e il sistema linfatico, anche se in questi casi sarebbe più corretto parlare di edema anziché di cellulite, ma in genere il 90% dei casi di ritenzione idrica è di origine alimentare e comportamentale, per cui bisogna intervenire riducendo il consumo di sale, limitare gli alcolici e idratarsi correttamente. Inoltre sia i tacchi alti che le scarpe rasoterra o i pantaloni troppo stretti non aiutano la circolazione sanguigna degli arti inferiori durante la giornata lavorativa, per cui le donne che soffrono di problemi angiologici dovrebbero limitare tali abitudini. Nell'enorme mercato dei trattamenti per far scomparire la pelle a buccia d' arancia, si va dai prodotti tipici alla lipoapoptosi, alla carbossiterapia, ossigenoclasia e lipoclasia osmotica, fino alla liposuzione, ma quasi tutti questi espedienti estetici, topici, medici o chirurgici, sono privi di prove di efficacia scientifica, e quindi non risolutivi. Il 90% delle donne, magre o in sovrappeso, giovani o avanti con gli anni, sono afflitte da cellulite, un fenomeno che si nota soprattutto in posizione eretta, mentre in quella distesa le sue manifestazioni sembrano scomparire, poiché il tessuto cellulitico si ridistribuisce, per cui la manovra di pinzamento tra le dita, che tutte le donne conoscono e praticano per sorvegliare la loro cellulite, si esegue in piedi, poiché evidenzia bene la sua presenza, accentuando alla palpazione quel tessuto simil spugnoso che trattiene i liquidi, e che fa disperare ogni giorno milioni di pazienti. La cellulite, che occupa il primo posto nelle preoccupazioni estetiche femminili, non si combatte quindi sul lettino dell' estetista, ma soprattutto a tavola e con il movimento forzato come la corsa e la cyclette (avete mai visto un' atleta con i buchi di cellulite?) perché tale inestetismo, anche se non è un problema di salute fisica può diventare un nemico della salute psicologica, in quanto provoca insicurezza, insoddisfazione e mortificazione in moltissime donne nella loro età più bella, quella fertile.

·         Le Borse che le donne non vogliono.

LE UNICHE BORSE CHE NESSUNA DONNA VUOLE. Angela Puchetti per "it.businessinsider.com" il 12 settembre 2019. Per conservare la bellezza del proprio viso è importante occuparsi anche della zona attorno agli occhi, che con il tempo può presentare borse o occhiaie. Conoscendo i processi che concorrono alla loro formazione, cibi e bevande che ne favoriscono la comparsa, i comportamenti a rischio e tutto ciò che, invece, aiuta a contrastare questi inestetismi, si può cercare di evitarli il più possibile. E ridurli, se già presenti.

Cosa sono le borse?

«Sono il risultato dell’aumento della quantità di grasso orbitale che circonda normalmente l’occhio. – spiega  il professor Antonino Di Pietro, dermatologo e direttore dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis (Milano)  – Questo grasso è normalmente presente e utile per mantenere l’occhio nella sua sede orbitale e per attutire gli urti che altrimenti l’occhio potrebbe avere sull’osso della cavità orbitale. Serve anche per mantenere nella giusta temperatura il bulbo oculare. Questo grasso è riccamente vascolarizzato e può succedere che i vasi capillari per ragioni genetiche, ormonali metaboliche, perdano di elasticità e permeabilità e così attraverso le pareti dei capillari trasudi un’eccessiva quantità di siero e acqua che tende a raccogliersi tra le cellule adipose creando un edema cronico. Ciò determina un aumento del volume adiposo: praticamente si tratta di grasso gonfio d’acqua. Questo grasso si comporta come del pane inzuppato d’acqua. Tale situazione crea anche un’infiammazione cronica che rende fibroso il grasso formando le classiche borse permanenti sotto agli occhi».

Occhio a come dormi. «Una causa che frequentemente porta alla formazione delle borse e al loro peggioramento è legata all’abitudine di dormire con la testa troppo bassa, senza cuscino o con un cuscino molto sottile. – spiega Di Pietro – Infatti, durante la notte, quando ci sdraiamo per dormire, una grande quantità di sangue che durante giorno va verso le gambe per via della forza di gravità (ed è responsabile del gonfiore alle gambe e ai piedi), tende, invece, ad andare verso la testa».

Cosa accade allora?

«Aumenta la pressione del sangue nei vasi capillari presenti in abbondanza nel grasso orbitale intorno all’occhio e di conseguenza trasudano maggiori quantità di siero e acqua. Risultato: aumenta l’edema. Durante la notte il grasso s’inzuppa di acqua e la mattina ci si sveglia con gli occhi gonfi. Poi, durante la giornata, stando in piedi questi liquidi vengono pian piano riassorbiti e gli occhi si sgonfiano».

Ma questo tran tran con tempo si rallenta e s’inceppa. «Succede, infatti, che questo continuo gonfiare e sgonfiare il grasso, il grasso che si sgonfia e si sgonfia, crea una situazione infiammatoria, per cui il grasso tende a diventare fibroso e non riesce più a tornare come prima, cioè non ritorna più nelle condizioni iniziali. E così con il tempo si formano le classiche borse».

Soluzioni pratiche. In caso di borse sotto gli occhi, come abbiamo visto la causa principale è l’edema. Occorre, quindi, adottare ogni accorgimento possibile per evitare che si formi il ristagno di liquidi. «Il consiglio pratico è non dormire senza cuscino o con un cuscino troppo basso ma dormire, invece, con busto spalle e testa sollevati rispetto al corpo – suggerisce Di Pietro –. Consiglio un cuscino molto largo che possa accogliere anche le spalle. Questo per evitare che la colonna cervicale sia curvata in modo anomalo e che l’arco che si potrebbe creare usando un cuscino più piccolo possa causare artrosi cervicale. La soluzione migliore è utilizzare una rete elettrica (o comunque una rete regolabile manualmente o elettricamente) che permetta di sollevare la parte del busto e della testa, per sollevare la parte dove poggia il busto. In questo modo arriverà una minore quantità di sangue verso testa, i vasi capillari e il grasso delle orbite. E si elimina la prima causa all’origine delle borse che è di natura meccanica».

Ananas & mirtilli. Per migliorare l’elasticità dei capillari aiuta curare l’alimentazione. «Può essere importante assumere flavonoidi che si trovano nei frutti di bosco (more, mirtilli, lamponi) – spiega Di Pietro -. Poi vanno bene le sostanze che tendono a sgonfiare: integratori a base di bromelina, estratti del rusco, arancio amaro, centella asiatica, ma semplicemente anche mangiare ananas che contiene proprio la bromelina. Poi assumere polifenoli, per esempio, contenuti in un estratto del pino marittimo. Questi integratori vanno assunti per lunghi periodi o inserirti nella dieta, per cinque-sei mesi, con riposi di un mese, per poi riprenderli per altri cinque mesi».

Quando cominciano a comparire le borse? Vengono sia agli uomini sia alle donne?

«Le borse cominciano a mostrarsi dopo i trent’anni e con il passare degli anni possono aumentare perché i capillari s’indeboliscono. – spiega Di Pietro – E possono peggiorare se i fattori di rischio non vengono eliminati».

Chi ne è più soggetto?

«Colpiscono allo stesso modo sia gli uomini che le donne. – continua Di Pietro – Sono un fenomeno sovrapponibile a quello della cellulite, cambiano però le dimensioni dell’area interessate e la forza di gravità funziona all’incontrario: di giorno, infatti, agisce portando il sangue e quindi causando l’eventuale edema verso le gambe, mentre di notte, stando sdraiati, l’afflusso sanguigno aumenta verso i vasi capillari che irrorano il grasso attorno agli occhi».

I fattori di rischio. Altri fattori di rischio sono il fumo e l’alcol. «Cosa succede a molte persone, dopo una lauta cena, in cui si beve di più o ci si concede un superalcolico? – continua Di Pietro – O se magari si è mangiato molto piccante? L’alcool e i cibi piccanti favoriscono la vasodilatazione. Magari si va a letto con lo stomaco pieno e le cose si sommano: la dilatazione dei vasi maggiore per il troppo alcool e l’aver mangiato piccante, più lo stomaco pieno che impedisce al sangue che va verso la testa di circolare. Lo stomaco pieno, infatti, se sono sdraiato, comprime i vasi sanguigni e rallenta la circolazione corporea. E così si gonfiano ancora di più vasi sanguigni del volto. E la mattina ci si sveglia con occhi gonfi.  Sempre sul fronte alimentazione bisogna tenere conto che i cibi salati, peggiorano l’edema, quindi come regola è meglio evitare il più possibile il sale. E bere, invece, un paio di litri di acqua al giorno».

Soluzione pratica al risveglio e a lungo termine. Cosa fare appena svegli, una volta constatato il gonfiore? «Può essere utile prendere un fazzoletto imbevuto di acqua e camomilla ghiacciata. – suggerisce Di Pietro – Basta preparare un infuso di camomilla e poi far sciogliere 2 cubetti ghiaccio, oppure preparare la camomilla la sera prima, e metterla in frigo, questo in particolare se il problema è cronico. Quindi appoggiare il fazzoletto imbevuto di camomilla sulle palpebre e fare una leggera pressione. L’ideale è un impacco freddo della durata di 5-10 minuti». Poi bisognerebbe mettere creme che aiutino la pelle a rigenerarsi e riacquistare turgore ed elasticità. «Sieri o creme con dentro fospidina (serve a rigenerare stimolando formazione di nuova elastina e collagene), glucosamina (che è il precursore dell’acido ialuronico, cioè favorisce la formazione di nuovo acido ialuronico), esperidina (che viena estratta dagli agrumi e favorisce il microcircolo)».

Rimedi estremi. Se si arriva all’ultima spiaggia il rimedio è più radicale. «Se le borse diventano croniche e raggiungono una certa dimensione il rimedio estremo è l’intervento chirurgico in anestesia locale: si chiama blefaroplastica inferiore. – spiega Di Pietro – Tuttavia sono allo studio sostanze che possono essere iniettato con sottili aghi in grado di sciogliere questi depositi adiposi». Dato che l’area da trattare è di ridotte dimensioni rispetto a zone colpite da cellulite questa possibilità è ritenuta più fattibile.

Cosa sono le occhiaie? Altrettanto famose e poco amate sono le occhiaie. Anche loro colpiscono uomini e donne, indistintamente.

«Le occhiaie sono legate a una sofferenza sempre dei vasi capillari, per la precisione di quelli che si trovano intorno alle orbite. – spiega Di Pietro – Questi capillari possono diventare così fragili da rompersi con facilità e causando la fuoriuscita di piccole quantità di sangue che si raccolgono nei tessuti originando micro ecchimosi: in pratica ematomi microscopici».

Perché sono scure?

«Il sangue contiene ferro e al seguito di queste micro emorragie dovute alla rottura dei capillari fragili, il ferro resta intrappolato nei tessuti macchiando la pelle con il suo caratteristico colore marrone grigiastro, tipico delle occhiaie. Con il passare degli anni i capillari tendono a diventare sempre più fragili quindi si arriva un punto in cui bastano sbalzi di temperatura, oppure che aumenti un po’ la pressione all’interno e questi vasi possono rompersi: ecco allora che una goccia di sangue bagna i tessuti.»

Giù le mani!

«Ci sono poi alcune persone che si sfregano gli occhi, un’abitudine sbagliata perché chi si sfrega con le mani gli occhi, accentua il problema traumatizzando questi capillari molto delicati.» spiega Di Pietro. La soluzione dolce ed efficace per rinfrescare gli occhi, eliminare le polveri e dar loro sollievo può essere semplicemente sciacquarli con dell’acqua fresca. I lavori e i comportamenti a rischio. Nel caso delle occhiaie possiamo individuare anche dei lavori a rischio. «Di tratta di lavori dove si è a contatto con fonti di calore: cuochi, panettieri, pasticceri, saldatori, chi lavora l’asfalto, i pizzaioli. – aggiunge Di Pietro – Non fanno bene neanche i lunghi viaggi in auto con bocchetta aria caldadiretta sul viso. E in generale le temperature alte che favoriscono sia le borse sotto gli occhi che le occhiaie, perché sfiancano e indeboliscono i capillari. Per l’acqua del bagno, insomma, bastano 37 gradi. Meglio evitare anche di bere alcolici, fumare e mangiare cibi piccanti.  Il fumo, infatti, indebolisce i vasi capillari, mentre alcool e cibi piccanti sono vaso dilatori e quindi anche in questo caso sconsigliati».

Rimedi. «Anche nel caso delle occhiaie bisogna aiutare il più possibile il microcircolo ricorrendo a creme che agiscono sui depositi di ferro. – spiega Di Pietro –  Tra queste uno dei principi attivi più consigliati è la lattoferrina, perché è utile per favorire il riassorbimento dei depositi di ferro sottocutanei. Poi vanno bene tutti quei componenti come la fospidina, e laglucosamina di cui abbiamo parlato per le borse. Vanno applicate mattine e sera. Picchiettando con polpastrello dell’indice sulla zona delle occhiaie e borse: questo leggera pressione fa compiere una ginnastica dei vasi sanguigni, che vengono compressi e rilasciati, favorendo una migliore circolazione a livello locale».

E il picotage?

«Un dermatologo esperto dovrebbe valutare quando è davvero utile ricorre al picotage, micro iniezioni di acido ialuronico naturale che favoriscono la rigenerazione cutanea, il riassorbimento dell’emosiderina (cioè il ferro) e miglioramento del microcircolo. – dichiara Di Pietro – Ovviamente il picotage va eseguito in maniera coscienziosa e corretta:  le iniezioni sono molto superficiali e vanno fatte senza rompere vasi capillari, l’esperienza è fondamentale per non peggiorare, in maniera paradossale, il problema».

Il trucco fa bene o male?

«Si può applicare, ma poi è importante struccarsi con acque micellari delicate o latti detergenti delicati, per esempio, con il fiordaliso che è lenitivo e sfiammante. Evitando, invece, i prodotti a base alcolica».

·         Vecchia a chi? Le Perennial.

“PERENNIAL”: VECCHIA A CHI? ALTRO CHE ANSIA DELL’ANAGRAFE. Roselina Salemi per “la Stampa” l'11 agosto 2019. Potrebbe sembrare una rivincita sulle onnipresenti Millennial, invece è un colpo di genio che cancella l’ansia dell’anagrafe. Le Perennial possono avere quaranta o settant’anni, «sono curiose e sempre in fiore, consapevoli di cosa sta accadendo nel mondo e al passo con la tecnologia». Per la definizione bisogna ringraziare l’imprenditrice tecnologica Gina Pell che l’ha lanciata su The What List, prendendo atto di una piccola rivoluzione: c’è vita (e che vita!) dopo i 50, i 60, i 70 e oltre. Il marketing aveva già provato con neologismi meno efficaci come «pro-age» o «elastic generation», ma Gina Pell ha trovato il termine giusto. Le Perennial si sentono libere di concedere interviste, sfilare, recitare, tenere conferenze e lezioni di stile....Attitudine sexy «Ci sono attrici della mia età che lavorano moltissimo», conferma Susan Sarandon (72), vivace account Instagram e attitudine sexy sul red carped di Cannes (bella scollatura). Vero. Le ha rubato la scena una certa Helen Mirren con la testa regalmente rosa piena di progetti.

E se non vogliamo citare Meryl Streep (70 a giugno), mostro sacro del cinema che si è concessa un acido ruolo di nonna nella serie tv Big little lies, possiamo ricordare Jiulianne Moore e Tilda Swinton (58) . O proclamare regina delle Perennial, Madonna che alla soglia dei 61 esce con un album spiazzante, «Madame X», e si lagna perché il New York Times insiste sulla questione dell’età: «Se fossi stata un uomo, nessuno ne avrebbe parlato».

Donne di carattere Le Perennial hanno carattere. Pensate a Michelle Obama (58), che qualcuno immaginava nel cono d’ombra dopo essere stata first lady. Invece eccola con un’autobiografia («Becoming»), un progetto di contenuti per Netflix, un podcast per Spotify e una nuova pettinatura: niente più piega alla Jackie, ma ricci afro, i suoi, per suggerire «Scoprite chi sono davvero».

Pensate a Vivienne Westwood (78) stilista, icona punk, attivista su temi ambientali: «Mi chiedono se andrò mai in pensione. Non capisco il concetto. Faccio quello che mi piace e continuo a farlo».

E per restare nell’ambito della moda scalando di qualche decennio, che dire della quasi cinquantenne Naomi Campbell? Non hai mai annunciato il ritiro. A gennaio ha chiuso il fashion show di Valentino Haute Couture con un sensuale abito nero a balze (trasparente). Adesso è protagonista della campagna Valentino Vring (una borsa già cult), girata in bianco nero nella metro di New York.

Fisico bestiale Appartiene alla stessa specie di Grace Jones (71) che ha stupito cantando e ballando alla sfilata di Tommy Hilfigher a Parigi. Sulle note del suo Pull up to the bumper, brano piuttosto allusivo, ha infranto il codice non scritto riguardo a quello che le signor di una certa età possono fare oppure no. La sua filosofia: « Non vai avanti nella vita se non rompi qualche regola, anzi, un sacco di regole».

Medesima stoffa per Cher (73), terribile e levigata nonna in Mamma mia! Ci risiamo, dove si scatena, coraggiosissima, sugli alti trampoli Seventy. Supera tutte Jane Fonda che è stata Barbarella, profetessa dell’aerobica, sostenitrice della chirurgia estetica e oggi, filiforme ottantenne ancora sul set, (Young Pope, Le nostre anime di notte, Book Club), si veste di pizzo nero e si posta struccata su Instagram.

L’attivista americana Ma forse le Perennial non esisterebbero senza Ashton Applewhite (67) scrittrice e attivista americana, collaboratrice del New York Times e autrice di un manifesto contro l’ageismo, la discriminazione basata sull’età: «Serve coraggio e sicurezza per rimanere visibili nel mercato del desiderio», spiega.

Alcune stanno facendo la loro parte per mettere gilf («Granny I’d like to fuck») accanto a milf. American Apparel ha usato l’ultrasessantenne Jackie O’Shaughessy per pubblicizzare lingerie con lo slogan: «Essere sexy non ha data di scadenza». Il primo passo per essere ammesse tra le Perennial (oltre che avere stile, ovvio)? Dichiarare gli anni.

Lo fa, tra le italiane, l’attrice Stefania Casini (70) che sta lavorando a un documentario su Guido Crepax. E lo fa, tanto per uscire dallo showbiz, la scrittrice Isabel Allende (77 il 2 agosto), che nel 2017 ha trovato un nuovo amore e in maggio ha pubblicato un nuovo romanzo che in Italia arriverà a novembre con il titolo Lungo petalo di mare. Ma la vera domanda è: riusciranno le Millennial di oggi a diventare Perennial?

Roselina Salemi per “la Stampa” l'11 agosto 2019. La sua parola preferita? Amore. Il suo sogno? Visitare l’India, ma non sa se riuscirà a farlo. Il piacere più peccaminoso? Andare per mercatini delle pulci. Che cosa ha ereditato dai genitori? Curiosità, senso dell’avventura, humor e un’ottima genetica. ll suo successo maggiore? Vivere così a lungo. Iris Apfel, 98 anni il 28 agosto, si definisce l’«adolescente più attempata del mondo», ma le piace anche, ironicamente, anche essere chiamata geriatric starlet . Rossetto rosso, enormi occhiali («per guardarvi meglio») ormai definiti «alla Iris», look stravagante e anti-minimalista, lo scorso febbraio ha firmato un contratto con Img, l’agenzia di top model come Gigi Hadid e Kaia Gerber. Dice di lei il fotografo Bruce Weber: «Iris è uno dei miei soggetti preferiti. Ha quattro occhi davanti e due dietro, per questo riesce ad avere uno sguardo trasversale sulle cose. Sa sempre come allargare i tuoi orizzonti». Giornalista (all’inizio), arredatrice (ha messo mano nella Casa Bianca dal 1950 al 1992 con nove presidenti, da Truman a Clinton), fondatrice con il marito Carl della Old World Weavers, azienda specializzata nella riproduzione di stoffe antiche, designer di gioielli, ispiratrice di una linea beauty per Mac Cosmetics. Questo imprevisto successo che l’ha portata a essere l’unica testimonial novantenne di auto (Citroën) e moda (& Other Stories), protagonista della mostra Rara Avis dedicata ai suoi look, di un documentario, e, da pochissimo, della campagna del gelato Magnum #NeverStopPlaying, trova qualche spiegazione nell’autobiografia Iris Apfel. Icona per caso. Riflessioni di una star della terza età (HarperCollins). E se potessimo rubarle qualche segreto? «Esagerate senza problemi» «Mia madre diceva sempre che, con un abitino nero e gli accessori giusti, potevi creare un centinaio di look diversi. Compiva autentici miracoli con un semplice foulard. E aveva ragione. Puoi andare in ufficio e poi uscire a cena e persino andare a una serata di gala con gli stessi abiti, cambiando semplicemente gli accessori. I gioielli possiedono uno straordinario potere di trasformazione». Iris Apfel si sente nuda senza bracciali, ne porta anche sei per polso, mescola pezzi di valore e chincaglieria, ha trasformato la casula di un sacerdote in un mantello prezioso, mette qualsiasi cosa sui jeans. Il suo invito: «Provate! Lanciatevi! More is more. Che cosa potrebbe succedervi, alla fine, di tanto terribile? Non esiste una polizia della moda pronta ad arrestarvi». «Mai voler apparire giovane» «Non si mette la minigonna a 75 anni. Si evitano i vestiti sbracciati, i capelli lunghi, il trucco eccessivo. Non c’è nulla che invecchi una donna quanto il tentativo di sembrare giovane, ma si può essere irresistibili a qualsiasi età, come diceva Coco Chanel. Basta scegliere l’abito in base all’occasione. Non si va al ristorante con le infradito, non sono adeguate. Ho l’impressione che oggi il concetto di “adeguato” sia stato un po’ dimenticato: la gente non vuole più fare fatica. Male». «Basta nero totale» «D’ inverno tutte le ragazze – proprio tutte – portano stivali neri, collant neri, un cappello nero e un giubbotto di pelle nera. È rarissimo vedere anche solo qualcosa di marrone. Lo fanno perché vogliono sentirsi accettate? Fare parte di un gruppo? O forse hanno paura di commettere un errore, visto che tutto costa caro?». Iris Apfel con suoi completi verdi, le mantella arancio , le piume fucsia, i colli di pelliccia arcobaleno, è un invito al colore: «Serve: oggi il mondo è così grigio! Tanto vale sbizzarrirsi. Perché non indossare qualcosa che urli al mondo: “ eccomi qui”? ». «Lo stile non si compra» Iris frequenta le svendite, i mercatini vintage, i negozietti dove una fashion victim non entrerebbe mai. Le piace trattare. E spiega: «Le persone più eleganti che ho conosciuto nella mia vita non avevano soldi. Puoi comprare la moda, non lo stile. Dopo la Seconda Guerra Mondiale ho viaggiato molto e ricordo ancora oggi donne napoletane che non avevano assolutamente niente, ma risultavano straordinariamente eleganti». «Un tocco di rosso» «Un tocco di rosso fa più effetto di un’intera secchiata d’acqua». Iris Apfel cita Matisse, che adora. Ma anche Man Ray, che paragonava «l’uso del rosso all’impeto e alla dignità di un cuore intrepido». Racconta: «A Mac dissi che i loro rossetti erano troppo nude, dovevano essere più coprenti e contenere più pigmenti. Andarono esauriti in un batter d’occhio. La gente rubava i tester nei negozi!» Very Red Apfel, prodotto da Edward Bess per Bergdorf Goodman è inconfondibile. «Lavorate sino alla fine» «Mi piace lavorare, fare cose nuove. Se la gente si interessa al mio stile o rimane sbalordita perché sgambetto ancora va benissimo. Sono convinta che siamo al mondo per realizzare qualcosa. Se smettiamo di usare il cervello , si atrofizzerà e improvvisamente smetterà di funzionare. Credo che la pensione sia un destino peggiore della morte».

·         Cavie predestinate.

«Bayer non siamo cavie»: la protesta delle donne a cui la spirale Essure ha rovinato la vita. Domenica 15 settembre sfilano a Roma, in piazza Esquilino, gruppi internazionali di donne danneggiate dal contraccettivo prodotto dal colosso tedesco in uno scandalo già denunciato dall’Espresso. Gloria Riva e Leo Sisto il 13 settembre 2019 su L'Espresso. Arriveranno a Roma dalla Francia, dalla Gran Bretagna e da tante altre città italiane. Si incontreranno in piazza dell’Esquilino domenica 15 settembre. Sfileranno con striscioni e magliette gialle spiegando con i loro slogan perché moltissime donne, dalla vita rovinata, si trovano tutte lì a protestare: “Bayer non siamo cavie”, “Vittima di Essure”. Si sono passate la voce con il tam tam di Facebook e il passa parola internazionale le ha trasformate in attiviste. Ce l’hanno con la Bayer, colpevole di aver distribuito, tramite la consociata Conceptus, il contraccettivo Essure, che ha provocato danni irreversibili danni al loro organismo. È stato L’Espresso (25 novembre 2018) a denunciare  in Italia lo scandalo delle protesi difettose impiantate nei corpi dei pazienti con l’inchiesta mondiale “Implant Files” coordinata dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij) di Washington tra 252 giornalisti di 59 testate con sede in 36 nazioni con un obiettivo: tutelare la salute dei cittadini. Essure, riportava il nostro settimanale, è un anticoncezionale permanente: “Due fili metallici, avvolti a spirale l’uno sull’altro, che dovrebbero favorire la chiusura, per cicatrizzazione, delle tube di Falloppio”. Drammatiche le testimonianze raccolte dall’Espresso, almeno 33. Tra queste, una signora, M.B., abitante nel trevigiano, ha raccontato il suo calvario, convinta dal suo ginecologo a ricorrere a Essure dopo due parti con serie complicazioni: “Ho cominciato ad avere emicranie sembra più frequenti e intense, sono aumentata molto di peso, ho il bacino sempre gonfio, continue bronchiti e infezioni, difese immunitarie basse, ma la cosa peggiore è una stanchezza cronica, una depressione costante, che mi ha spinto sull’orlo del suicidio”. La Bayer ha poi tolto dal mercato italiano le sue tecno-spirali il 28 settembre 2017, costretta però a questo passo per una semplice ragione: quasi due mesi prima, il 2 agosto, l’ente certificatore irlandese Nsai aveva privato Essure del marchio CE, indispensabile per la sua circolazione nell’Unione Europea. Con nonchalance la Bayer Italia si è invece limitata ad annunciare di aver tirato via quel prodotto per un altro motivo: era ormai poco venduto, pur restando “sicuro” e benefico”. Una delle animatrici della campagna anti Essure è Annabel Cavalida, fondatrice e portavoce del gruppo “Essure-Problemi in Italia”, nonché una delle promotrici della manifestazione romana. Ha lanciato lei la pagina Facebook: Essure-Effetti collaterali e problemi”. L’Espresso l’ha sentita: «Siamo circa 250 donne. Ci siamo messe in contatto via Facebook per segnalare sintomi e problemi fisici avuti in seguito all'impianto del prodotto. Trenta di noi, anche se non hanno riscontrato indizi su di loro, lo tengono comunque sotto controllo. Altre 78 l’hanno rimosso e tutte – tranne cinque – sono rinate, sono tornate a condurre una vita normale. Chi non c'è riuscita è perché, sfortunatamente, ha scoperto la presenza di frammenti di metalli Essure in altre parti del corpo». Proprio così. Lo ha dimostrato uno studio della Fda, l’ente americano regolatore dei device medici. I micro-inserti Essure in poliestere, nichel-titanio, acciaio e lega per saldature si possono muovere, spostarsi qua e là, scatenando anomali eventi di migrazione: 1101 nell’utero, 41 nel fegato e 29 nell’appendice, secondo quella ricerca. In Italia sono stati commercializzati 7 mila dispositivi, ma, continua Cavalida, “non conosciamo quanti di questi sono stati innestati. Quindi il fenomeno potrebbe colpire molte più donne che hanno dei malesseri, ma senza collegarli a Essure. Alcune, forse, credono siano i normali effetti di una menopausa: ma non è assolutamente vero». Il gruppo italiano si è raccordato con altri movimenti internazionali, specialmente in Francia dove nel 2016 è stata costituita Resist, un’associazione che ha censito 2881 vittime di Essure su un bacino di 175 mila donne. La sua presidente Emilie Gillier sarà a Roma domenica, insieme ad altre iscritte, per documentare i risultati della sua attività, grazie anche all’apporto di alcuni deputati dell’Assemblea nazionale di Parigi. Ma in questa vicenda il nostro ministero della Salute come si è comportato? Giulia Grillo, dei 5S, fino a poche settimane fa ministro, aveva promesso in febbraio di organizzare un incontro per fare chiarezza. Incontro che non c’è mai stato. Come non c’è mai stata una risposta alla prima mail inviata da Annabel Cavalida il 21 maggio, seguita da una raccomandata dieci giorni dopo e, di nuovo, da altre due mail, il 19 e 20 luglio. Ed è così che in agosto si è fatta strada l’idea della dimostrazione di piazza Esquilino, per appellarsi alla coscienza del successore della Grillo, nominato nel frattempo, Roberto Speranza. Per ottenere che cosa? “La creazione di un protocollo d'espianto, un vademecum da inviare a tutti i chirurghi e i ginecologi per insegnare loro come espiantare Essure». La spirale, infatti, è studiata apposta per installarsi nelle tube che collegano le ovaie all'utero, cicatrizzandosi insieme a questo condotto: «L'unico modo per eliminare Essure è levare l'intero utero, ovaie comprese. Ma, senza un protocollo, i medici possono intervenire come meglio credono, in alcuni casi facendo rimozioni parziali, non risolutive». Domenica, in piazza Esquilino, ci sarà un medico, Gian Luca Bracco, direttore di ginecologia all'ospedale di Lucca, che insieme ad un altro dottore, Matteo Crotti, ginecologo dell'Ospedale di Carpi, sarebbe disponibile a indicare le linee guida del protocollo. Rimarca Annabel: «Il cambio al vertice del ministero della Sanità ci preoccupa. Per questo ci rivolgiamo al nuovo ministro Speranza, augurandoci che mantenga l'impegno preso dalla ministra Grillo”. Ma non è, questa, l’unica richiesta. È importante realizzare anche una mappatura del fenomeno, identificare tutte le donne esposte alle insidie di Essure. La signora Cavalida aggiunge: «Sappiamo che un laboratorio privato è disponibile ad analizzare la composizione di Essure, per individuare l’elemento responsabile dei nostri disturbi. Vogliamo andare a fondo, capire che cosa dà origine a quelle sintomatologie». Insomma, Bayer ascolti queste invocazioni d’aiuto e intervenga. Finora però il colosso tedesco rilascia all’Espresso soltanto la seguente dichiarazione: “La salute e la sicurezza dei pazienti che fanno affidamento sui nostri prodotti è per noi la principale priorità. Il profilo favorevole benefici-rischi di Essure rimane invariato. Continuiamo a sostenere l’efficacia e la sicurezza del prodotto, che sono stati dimostrati da un ampio numero di studi, sostenuti da Bayer e da ricercatori indipendenti: tra questi sono inclusi oltre 40 studi pubblicati, che hanno coinvolto più di 200.000 pazienti negli ultimi 20 anni. Le donne che al momento hanno adottato Essure possono continuare ad utilizzare con sicurezza il dispositivo e non dovrebbero preoccuparsi. Se una donna con Essure ha dubbi o domande sul dispositivo dovrebbe discuterne con il proprio ginecologo”. Papale, papale. Ovviamente, tutto questo vale per il passato, perché ormai Essure non può più essere utilizzato, come abbiamo già scritto. Eppure, domenica, in piazza Esquilino, insieme a donne inviperite, alle T-shirt gialle e a cartelloni tipo “Essure mi ha portato via un organo sano”, nello stile del film Oscar “Tre manifesti a Ebbing”, rimarrà sullo sfondo una grande incognita. Che potrebbe essere sciolta se si potesse avere, grazie a studi di laboratorio, come Annabel Cavalida auspica, “una conferma scientifica sulla pericolosità di Essure. Allora Bayer dovrebbe farsi carico anche dei costi che la sanità pubblica si è accollata per l'impianto e l'espianto del device». Vale a dire, 2.500 euro per l'impianto e tre volte tanto per l'espianto.

Il calvario delle donne intossicate da tecno-spirali e silicone velenoso. Ottomila pazienti lesionate da protesi al seno pericolose solo nel primo semestre 2018. E ora scoppia il caso Essure, impiantato su almeno settemila italiane, ritirato dalla Bayer dopo lo stop delle autorità irlandesi. Paolo Biondani, Gloria Riva e Leo Sisto il 25 novembre 2018 su L'Espresso. Le donne pagano un prezzo altissimo alla mancanza di controlli pubblici sui dispositivi impiantabili nel corpo. Nel 2012 fu lo scandalo delle protesi al seno, prodotte con silicone tossico dalla ditta francese Pip, poi finita in bancarotta, a spingere le autorità di Bruxelles a varare il nuovo regolamento europeo sui medical device che entrrà pienamente in vigore solo a partire dal 2020. Nonostante le migliaia di vittime del caso Pip, alcuni molti modelli di protesi al seno sono ancora associati a problemi gravissimi: gli Implant Files segnalano, solo nel primo semestre 2018, sette casi di morte e oltre ottomila lesioni personali. Da mesi le donne di mezzo mondo si stanno mobilitando anche contro Essure, un anticoncezionale permanente creato dalla Conceptus, una ditta acquistata dalla Bayer. Due fili metallici, avvolti a spirale l’uno sull’altro, che dovrebbero favorire la chiusura per cicatrizzazione delle tube di Falloppio. I dispositivi, applicati a circa un milione di donne nel mondo, rilasciano sostanze sconosciute, si spezzano, possono infiltrarsi fino al cuore o ai polmoni. L’Espresso ha raccolto le testimonianze delle prime 33 donne italiane che si sono rivolte all’avvocato Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo , per spedire alla Bayer una formale richiesta di risarcimento dei danni, preludio a una possibile causa collettiva (class action). In Italia Essure è stato impiantato su almeno settemila donne. Tutte le intervistate descrivono lo stesso calvario: «Mi chiamo M.B., sono nata in Brianza, abito vicino a Treviso, ho 44 anni. Nel 2014 la mia ginecologa, dopo due parti con gravi complicanze, mi ha consigliato di impiantare Essure, assicurando che era sicuro e non aveva alcuna controindicazione. Dopo l’impianto all’ospedale di Mestre, la mia vita è cambiata. Sono sempre stata una persona molte forte, in buona salute. Ho cominciato ad avere emicranie sempre più frequenti e intense, sono aumentata molto di peso, ho il bacino sempre gonfio, continue bronchiti e infezioni, difese immunitarie basse, ma la cosa peggiore è una stanchezza cronica, una depressione costante, che mi ha spinto sull’orlo del suicidio. Ho pensato anche questo, prima di trovare altre donne con gli stessi problemi e capire. La mia nuova ginecologa dice che sono stati pazzi a impiantarmi Essure». La signora A.C., che ha organizzato un gruppo Facebook delle vittime italiane, ha tolto Essure ed è rinata: «Poche ore dopo ho ricominciato a camminare, a poter riafferrare gli oggetti, a vederci come prima, a non avere più mal di testa. Ora sono dimagrita, sto bene, sono tornata me stessa. Il problema più grande è che molte donne non collegano questi sintomi a Essure: i mariti ci credono impazzite, ci portano dallo psichiatra. Ora voglio aiutare le altre vittime».

Gli Implant Files segnalano 8.500 casi di rimozione negli Stati Uniti, altre migliaia in Europa, 769 solo in Belgio. Al ministero italiano risultano invece solo 13 «incidenti». L’Espresso però ha contato decine di rimozioni, con ginecologi che lavorano a tempo pieno per togliere Essure. La Bayer ha ritirato le sue tecno-spirali dal mercato italiano il 28 settembre 2017. Due giorni prima, il ministero aveva ricevuto un’email dalla rappresentante delle vittime, che denunciava l’inerzia italiana dopo lo stop deciso già il 2 agosto 2017 dall’ente certificatore irlandese Nsai, che aveva fatto perdere a Essure il marchio CE. L’indomani il ministero, senza dire nulla alle pazienti, ha inviato alla Bayer un avviso di sicurezza, invitando l’azienda a richiamare Essure. Sul sito del ministero, dal 2 ottobre 2017, i cittadini possono leggere solo il comunicato di Bayer Italia, che dichiara di aver ritirato Essure perché si vendeva poco, ma resta un prodotto «sicuro e benefico». Il colosso tedesco ha mandato negli ospedali a prelevare le spirali il suo «distributore esclusivo per l’Italia»: Cremascoli & Iris spa, un’azienda che appartiene alla famiglia dell'imprenditore Eugenio Cremaascoli, arrestato e condannato per corruzione nel 2005 a Torino. Dove ha confessato di aver pagato tangenti per oltre un decennio a tre famosi cardiochirurghi per vendere dispositivi medici e prodotti per il cuore ai più importanti ospedali pubblici. "Oggi come ieri chi detiene il potere sostiene che il giornalismo sia finito e che meglio sarebbe informarsi da soli. Noi pensiamo che sia un trucco che serve a lasciare i cittadini meno consapevoli e più soli. Questa inchiesta che state leggendo ha richiesto lavoro, approfondimento, una paziente verifica delle fonti, professionalità e passione. Tutto questo per noi è il giornalismo. Il nostro giornalismo, il giornalismo dell’Espresso che non è mai neutrale, ma schierato da una parte sola: al servizio del lettore.

Dispositivi a rischio nel cuore dei bambini. Donne con reti nocive nel grembo. Protesi al seno cancerogene. L'allarme lanciato da L'Espresso lo scorso anno ora è diventato globale: le segnalazioni di apparecchi difettosi sono oltre 90.000. E i pazienti italiani hanno cominciato a tirare fuori le loro drammatiche esperienze. Paolo Biondani, Gloria Riva e Leo Sisto il 13 maggio 2019 su L'Espresso. Mamme e papà, seduti sulle panchine di una piazza di Rovigo, tengono d’occhio i bambini che giocano a rincorrersi.  Corrono tutti, disegnando un grande cerchio, tranne Erik. Lui riesce solo a fare qualche passetto, lentamente. Erik ha quasi nove anni, la sua è una vita segnata da continue operazioni a cuore aperto, ma «sta affrontando con  grandissima forza i dolori, gli scompensi cardiaci, le angine addominali, le febbri». Le parole di suo padre, Andrea Ferrari, esprimono ammirazione per quel figlio lottatore, da dieci mix di farmaci al giorno. Erik è nato nel 2010 con una malformazione congenita chiamata tetralogia di Fallot, che causa una miscelazione tra sangue povero e ricco di ossigeno, ostacolando la crescita e i movimenti. Un difetto cardiaco abbastanza comune, che si può curare. «A Bologna uno specialista ci aveva proposto un doppio intervento chirurgico, uno immediato, l’altro dopo qualche anno: un sistema collaudato», ricorda papà Andrea. «Un pediatra di Rovigo, però, ci ha parlato di un programma innovativo, applicato a Padova: un dispositivo chiamato Cormatrix. In quella cardiochirurgia pediatrica ci hanno spiegato che era una membrana in grado di riparare il cuore una volta per tutte, perché cresce insieme ai tessuti. Mio figlio aveva pochi mesi di vita. Ci siamo fidati: chi non l’avrebbe fatto? Nessuno ci ha informato dei rischi. È stato un calvario». 

UN'INDUSTRIA FUORI CONTROLLO. Il genitore veneto è uno degli oltre 700 italiani che hanno potuto cercare documenti e informazioni nella prima  banca dati globale  dei dispositivi medici (Imdd, International medical device database) creata dal consorzio giornalistico Icij, di cui fanno parte per l’Italia L’Espresso e Report. Nell’inerzia delle autorità, è l’inchiesta Implant files, frutto di un anno di lavoro di oltre 250 cronisti di 36 nazioni, che ha reso per la prima volta pubblici, dal novembre scorso, questi dati sulla sicurezza di migliaia di apparecchi, dai pacemaker alle protesi, impiantati nel corpo dei pazienti. Costretti a convivere con quei congegni per anni, o per sempre. In Italia si contano più di un milione di modelli di device. Molti sono preziosi strumenti salvavita: moderne tecnologie che proteggono i pazienti. Alcuni però nascondono problemi gravissimi. Evidenziati dalle cifre-choc rivelate dall’inchiesta Implant Files: solo negli Stati Uniti, dal 2008 al 2017, sono stati registrati oltre 82 mila casi di morte e più di un milione e 700 mila lesioni associate a dispositivi difettosi, deteriorati o malfunzionanti. Ora anche i pazienti e i medici italiani possono controllare personalmente, sul nostro sito oltre 90 mila segnalazioni di allarme (in gergo, avvisi di sicurezza) provenienti da 18 nazioni, dagli Stati Uniti alla Germania. Proprio qui il signor Ferrari ha trovato i dati sul device applicato a suo figlio. Al Cormatrix, nell’ultimo decennio, vengono collegati quasi trecento eventi avversi: 7 morti, 259 lesioni, 18 guasti. «Ma noi l’abbiamo saputo solo adesso, grazie alla vostra banca dati». Il Cormatrix, prodotto dall’omonima azienda statunitense, è una membrana ricavata da tessuti di origine suina e bovina, biocompatibili, progettata per saldarsi e crescere con le cellule del cuore. In Europa è stata certificata dalla ditta francese Medpass. Un’impresa privata pagata dal produttore. Una regola assurda, che vale per tutti i dispositivi, anche i più rischiosi: è il controllato che sceglie il controllore. Negli Stati Uniti risultano impiantati oltre 7 mila Cormatrix. In Italia il numero è ignoto, perché non esiste un archivio o registro degli impianti. La membrana risulta utilizzata da tempo in diversi ospedali, da Torino ad Ancona, da Padova a Bologna. Ma il nostro ministero della Salute non ha pubblicato alcun avviso di sicurezza. E neppure rilanciato i quasi trecento allarmi americani. Per anni diversi chirurghi italiani lo consideravano un dispositivo valido, «utile per ricostruire il pericardio dopo un’operazione», come spiega un professore milanese consultato da L’Espresso, che poi l’ha abbandonato «perché non garantiva l’efficacia promessa». Ma fino al 2010 il Cormatrix veniva applicato solo su pazienti adulti, non sui bambini: il papà veneto ha scoperto solo oggi che suo figlio, quell’anno, è stato usato come cavia. «A Padova il medico ci assicurava che non c’erano rischi e con un solo intervento ci saremmo dimenticati dei problemi al cuore di Erik. Col senno di poi, avremmo dovuto fare più attenzione alle sue parole: ci teneva a precisare che non era una sperimentazione, ma un progetto di studio». La differenza non è trascurabile. Per impiantare il Cormatrix nei bambini, i medici padovani proprio nel 2010 chiesero per due volte il parere del Comitato etico per la sperimentazione della Regione Veneto, composto da dodici medici e giuristi. Dalla documentazione ottenuta solo alcuni giorni fa «dopo una lunga attesa e svariati solleciti», come spiega l’avvocato Alessandro Boldini, che segue da tempo il caso, risulta che il Comitato aveva dato una risposta negativa: «L’impiego proposto risulta diverso dalla marcatura CE», cioè dal tipo di utilizzo certificato e autorizzato, mentre «le potenziali capacità di rigenerazione del tessuto (del cuore) sono ancora in fase iniziale di valutazione e non vi sono dati», per cui il progetto di usare il Cormatrix per i bambini «si configura come sperimentazione clinica e richiede l’approvazione di un protocollo». A quel punto Erik viene operato come «progetto di studio». E da lì, spiega il signor Ferrari, «inizia la nostra via crucis, con operazioni continue. Nel 2015 il bambino subisce un intervento a cuore aperto durato 16 ore, al Bambin Gesù di Roma, dove i chirurghi tentano di rimuovere la membrana, ma è quasi impossibile perché si è mischiata con le cellule». Erik lascia l’ospedale mesi dopo, con il suo terzo pacemaker nel cuore. «Siamo in contatto con un’altra famiglia: anche il loro bambino sta per essere rioperato nella speranza di eliminare il Cormatrix». In questi anni varie riviste scientifiche internazionali hanno pubblicato studi sui rischi del Cormatrix. Già nel 2014 un ricercatore dell’università di Padova, Filippo Naso, ha definito «allarmante che questo dispositivo sia stato autorizzato in Europa e Usa senza avvertire dell’effetto collaterale che possono avere cellule provenienti da tessuto animale». Nel 2016 un altro studio, firmato dai professori Biagio Castaldi e Annalisa Angelini, ha riassunto i risultati della prima campagna di controlli sui bambini con un titolo eloquente: «Un monito alla cautela». Tra le carte di Erik, il padre conserva il modulo di consenso al «progetto di studio» che gli fecero firmare nel 2010. Alla voce «C’è qualche rischio per mio figlio?», si legge «No». L’ospedale di Padova ha dovuto versare un risarcimento alla famiglia di Erik. Che però non basta nemmeno a pagare le gravose spese sanitarie: «Erik va controllato ogni due mesi a Roma, qui dobbiamo tenere le macchine per monitorare il cuore...  Quindi abbiamo dovuto ipotecare la casa». Il signor Ferrari deve anche difendersi da una querela: un chirurgo di Padova si è sentito diffamato dal suo racconto della storia di Erik, pubblicata in un blog. La procura ha chiesto l’archiviazione, ma il luminare si oppone. E così il 28 maggio, in tribunale, l’unico imputato sarà lui: il papà del bimbo con il cuore a pezzi.

TUMORI DA PROTESI AL SENO. L’Espresso aveva pubblicato già il 25 novembre 2018 il primo articolo in Italia su un allarme che ora è globale. Tutto parte dai dati rivelati dall’inchiesta Implant files: in dieci anni, solo negli Stati Uniti, si contano 39 vittime e oltre 14 mila lesioni associate ad alcuni tipi di protesi al seno. Un femminicidio silenzioso, che continua ad aggravarsi: le donne colpite raddoppiano ogni sei mesi. Il problema riguarda le protesi ruvide (macro-testurizzate), sospettare di aumentare da 9 a 16 volte il rischio di sviluppare una rara forma di cancro, il linfoma anaplastico a grandi cellule. Dopo i primi articoli, il 14 dicembre 2018 il certificatore francese Gmed nega il rinnovo del marchio CE alla multinazionale Allergan, bloccando così le vendite delle protesi al seno della gamma Natrelle. Quattro giorni dopo, il governo di Parigi ne ordina «il ritiro da tutti gli ospedali». E l’Italia? In febbraio la Società di chirurgia plastica ricostruttiva (Sicpre) dichiara che «nel 2018 sono state utilizzate cerca 51 mila protesi, per il 95 cento testurizzate», con 39 donne già colpite da linfoma (ora salite a 41). Quindi i colleghi di Report scoprono il primo decesso accertato in Italia: una donna con una protesi ruvida installata nel 2002, rimossa solo nel 2018. Un caso segnalato già in febbraio al ministero, che non ha pubblicato  avvisi per informare medici e pazienti. Il 2 aprile 2018 l’autorità francese Ansv comunica di aver «proibito la vendita, distribuzione, pubblicità e utilizzo» di altri modelli di protesi (macro-testurizzati o al poliuretano) prodotti da Allergan, Arion, Sebbin, Nagor, Eurosilicone e Politech. In Italia il ministro Giulia Grillo annuncia di aver chiesto un parere tecnico al Consiglio superiore di sanità, previsto il 13 maggio. L’eventuale richiamo delle protesi-killer si profila però problematico: L’Espresso ha denunciato già nel 2018 che in Italia non esiste nessuna banca dati nazionale dei dispositivi, per identificare e contattare i pazienti in pericolo. Nel 2012 l’allora ministro Balduzzi varò un «registro obbligatorio delle protesi al seno», che però non è ancora in funzione. Anche il Canada e altre nazioni hanno seguito l’esempio francese, mentre negli Usa l’amministrazione Trump «non ravvisa gli standard di un divieto». Tra le dieci più grandi multinazionali dei device, otto sono americane: fatturano oltre 350 miliardi all’anno. 

RETI DI PLASTICA, MEA CULPA POLITICI. È uno dei maggiori risarcimenti concessi a una singola persona per danni sanitari: 120 milioni di dollari, che il gigante Johnson & Johnson (J&J) dovrà pagare a una donna di 68 anni, Susan McFarland, che nel 2008 si era vista impiantare un dispositivo a maglie contro l’incontinenza urinaria. Una sentenza emessa a fine aprile da un tribunale di Philadelphia, che la multinazionale si prepara a contrastare  in appello. Il caso riguarda una rete plastificata (Tvt-ODevice) prodotta dalla Ethicon, consociata della J&J, simile a molti altri dispositivi pelvici accusati di aver rovinato decine di migliaia di vittime nel mondo. Tracie Palmer, legale della danneggiata, si era rivolta alla giuria con queste parole: «Ecco il vostro messaggio alla J&J: per la salute e sicurezza delle donne americane, togliete dal mercato questo prodotto». Le reti aderiscono agli organi interni, per cui diventa difficile toglierle anche se provocano emorragie e dolori atroci. L’inchiesta Implant Files è nata dallo scoop di una giornalista olandese, Jet Schouten, che ha videoregistrato i dirigenti di tre società di certificazione (una è italiana) pronti a offrire il marchio CE a una rete per agrumi da supermercato. Dalle protesi ortopediche ai pacemaker, dai defibrillatori alle valvole, le rivelazioni del consorzio hanno provocato una  specie di mea culpa universale. In Germania, Olanda, Regno Unito, Spagna, India, Canada e tanti altri Paesi i governi giurano di voler garantire più sicurezza e tracciabilità. In Italia il ministro della Salute ha presentato il 22 marzo la nuova «governance dei dispositivi», ma la direttiva europea che impone di registrare ogni device, con un codice da associare al singolo paziente, verrà applicata «gradualmente, entro tre anni». La lobby dei produttori intanto ha bloccato la riforma più importante: affidare autorizzazioni e controlli a un’agenzia europea, pubblica e indipendente, come per i farmaci. Medici e pazienti devono quindi accontentarsi del marchio privato CE: un congegno impiantato nel corpo resta meno sorvegliato di un’automobile. E non è l’unico privilegio legale concesso ai big dell’industria: «Per le cause sui dispositivi c’è una prescrizione brevissima: solo un anno», spiega l’avvocato Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, che assiste le prime 50 vittime italiane di Essure, il device anticoncezionale che la tedesca Bayer nel 2017 ha dovuto ritirare. Negli Stati Uniti l’agenzia di controllo (Fda) è pubblica. Il suo capo, Scott Gottlieb, un ex lobbysta nominato da Trump, che in novembre aveva promesso controlli più severi, poi è stato accusato di avere in realtà nascosto decine di migliaia di avvisi di sicurezza scoperti dal consorzio. E in marzo si è dimesso. In attesa di vere riforme, L’Espresso continua a ricevere denunce disperate. Molte donne scrivono al nostro sito di essere «molto preoccupate» per le protesi al seno: «Mi avevano detto che erano sicure. Eppure, da quando me le hanno impiantate, ho dolori diffusi insopportabili, stanchezza cronica, perdita di memoria,  rush cutanei, problemi agli occhi, gola perennemente secca, digestione difficile. Sto sempre peggio e ora si sono aggiunti dolori al seno. Fatico a lavorare, a fare le scale, a svolgere qualsiasi attività». Scrive un paziente di Roma: «Ho consultato la vostra banca dati e ho scoperto che mi è stata impiantata una protesi d’anca “a rischio medio-alto”, che rilascia metalli pesanti. Nel 2017 il cromo aveva un livello di 1,40, poco sopra il limite di 1, adesso è a 2,93. Il cobalto è 4,40, mentre la soglia va da 0,1 a 0,4. Vorrei capire cosa rischio, vorrei un aiuto medico». Altro caso pesante: «Sono stato operato per un’insufficienza cardiaca, ho scelto un ospedale veneto perché pubblicizzava un nuovo dispositivo da inserire senza un intervento a cuore aperto. È stato un vero disastro. Ho dovuto farmi rioperare in un altro ospedale. Qui i medici mi hanno detto che quella protesi è sperimentale, costosa (circa 20 mila euro) e viene applicata a centinaia di pazienti italiani anche se non è ancora autorizzata negli Usa, dove viene prodotta. È vergognoso». L’Espresso finora ha raccolto 80 denunce circostanziate che riguardano pazienti italiani. Il consorzio Icij, a livello mondiale, ne ha ricevute ben 3.432. L’inchiesta Implant files continua. 

·         Cure riparative della Devianza? Essere diversi non è una malattia.

Cure riparative della Devianza? Essere diversi non è una malattia. Melania Rizzoli per “Libero quotidiano” il 18 giugno 2019. Essere transgender non è più considerato una malattia né una patologia mentale: l' Oms - l' Organizzazione mondiale della sanità - l' ha cancellata dalle sindromi psichiatriche, inserendola invece tra i "disturbi della salute sessuale". Fino a poco tempo fa, infatti, l' International Classification of Diseases (ICD) riteneva che gli individui che vogliono vivere ed essere accettati come un membro del sesso opposto fossero affetti da problemi psichici, da una sindrome comportamentale disadattiva. Con questa definizione, però, non si sono trovati più d' accordo scienziati e ricercatori mondiali, i quali hanno pubblicato sulla prestigiosa rivista Lancet uno studio - "Removing transgender identity from the classification of mental disorder" - nel quale hanno coinvolto oltre 250 transgender, lanciando un appello storico, basato su dati medici e clinici, con un preciso invito alla comunità scientifica internazionale: rimuovere tali soggetti dal settore dei disordini mentali.

Rivisto e corretto. Il mese scorso a Ginevra, all' Assemblea Generale dell' Oms, è stato quindi discusso, rivisto e corretto l' aggiornamento dell' International Statistical Classification of Diseases and Related Health Problem, e codificato un nuovo documento che riposiziona nel settore giusto molte malattie, alla luce di ricerche e scoperte farmacologiche degli ultimi anni sulla loro eziologia e cura, e la "disforia di genere" è stata collocata tra i disturbi della salute sessuale, escludendola di fatto dal perimetro delle malattie neurologiche e mentali. Nel glossario dell' Oms i generi classificati sono cinque: maschile, femminile, omosessuale maschile, omosessuale femminile e trangender, e gli ultimi tre erano considerati appunto "disordini di genere", intendendo come genere l' appartenenza genetica a un sesso.

Qual è l' esatta differenza? Il termine gender indica il genere maschile o femminile, mentre transgender è quello che una volta veniva definito transessuale, una persona che non si riconosce nell' identità sessuale attribuita alla nascita. I trans sono appunto transessuali che hanno una forte pulsione verso lo stesso sesso genetico, ma non sono da paragonare o considerare omosessuali perché la loro condizione non interessa solo la sessualità, ma tutti gli aspetti completi e profondi della personalità. Per esempio, chi è nata donna a un certo punto della sua vita si vede e si sente diversa, con una reale dissociazione tra mente e corpo, e questi corpi femminili si percepiscono intimamente come uomini, per cui sono attratte sessualmente dalle donne. Così gli uomini che si sentono totalmente donne sono attirati sessualmente dagli uomini, con una pulsione così violenta da essere incontrollabile. Transgender letteralmente significa "al di là del genere", e identifica quindi chi non si riconosce nello stereotipo maschile o femminile, mentre in ambito psicologico, medico e legale questo termine viene usato per indicare un transessuale non operato ai genitali. Tali soggetti, infatti, ricorrono spesso alla chirurgia estetica per la mastoplastica additiva (farsi il seno), e alla terapia ormonale a base di estrogeni per ingentilire la voce, far scomparire la peluria di corpo e barba, rendere la pelle più morbida e liscia, ma quasi mai ricorrono alla rimozione o trasformazione dei genitali. La transessualità quindi non è una malattia, ma un disturbo tra l' identità fisica e psichica che si struttura nei primi tre anni di vita, si stabilizza in tale periodo senza dare sintomi, mentre si rende evidente durante la pubertà, quando inizia la tempesta ormonale che sviluppa i caratteri sessuali secondari - peluria, maturazione dei genitali, pulsioni sessuali - ed è il momento in cui tali soggetti prendono coscienza della loro condizione, poiché mentre il loro corpo va in una direzione, la loro mente va dall' altra, e iniziano a sentirsi dissociati dal proprio sesso biologico.

Alla nascita. È accertato che in genere nasce un trans maschio-femmina (cioè nato con caratteristiche di sesso maschile ma che tende verso l' altro genere) ogni 20mila parti, e un trans femmina-maschio ogni 40mila, e in Italia tali soggetti sono poche migliaia, dei quali pochissimi ricorrono al cambio di sesso anche chirurgico. Attualmente lo Stato di New York ha stampato certificati sui quali sarà consentito scrivere "Genere X" a chi non si riconosce né nel genere femminile né in quello maschile, con una nuova legge approvata a grande maggioranza dal Consiglio Comunale della Grande Mela, una decisione storica accolta dalla comunità Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender), che ha peraltro indicazioni anche per gli etero indecisi, i quali potranno ridefinire il loro genere sui documenti, senza alcuna certificazione medica non essendo più considerata una malattia, ed anche i neo genitori, nel dubbio, potranno scegliere l' opzione X sul certificato di nascita dei figli. I transgender inoltre non hanno nulla a che vedere con i viados, accezione dispregiativa derivante dalla parola "deviato" o pervertito, che si riferisce a uomini omo o bisex che praticano la prostituzione, e nemmeno con i travestiti, persone che provano piacere, anche sessuale, nell' apparire o prendere le sembianze del sesso opposto. La nuova classificazione dei generi sessuali, effettiva dal gennaio 2022, cancella un enorme stigma verso i transgender, fino a ieri considerati malati mentali, abbattendo la barriera costruita attorno a loro che rimarcava l' incongruenza tra l' identità vissuta e il loro sesso biologico, e che li indirizzava verso gli psichiatri. L' appello degli scienziati aiuta a riflettere su quanto possa essere distruttivo un pregiudizio o una diagnosi sbagliata, e come sia possibile agevolare determinate persone a vivere in pace oltre la loro sessualità, il ceto sociale, il colore della pelle.

Germania, entro il 2019 saranno illegali le «cure riparative» per gli omosessuali. Pubblicato mercoledì, 12 giugno 2019 su Corriere.it. Le cosiddette «terapie riparative» per l’omosessualità saranno illegali in Germania entro la fine del 2019. Lo ha promesso in una conferenza stampa Jens Spahn, ministro della Salute del governo conservatore dei cristiano-democratici: «L’omosessualità non essendo una malattia, non è necessario curarla», ha detto, aggiungendo anche che «le terapie riparative spesso fanno ammalare e non sono sane». Già da settimane il ministro Spahn — che a sua volta vive con un uomo da diversi anni — ha convocato una commissione di esperti per redigere al più presto un disegno di legge plausibile. Gli esperti sono psichiatri, medici e legali guidati dalla fondazione Magnus Hirschfeld, il primo istituto di ricerca sessuologica in Germania. E pur avendo iniziato da poco i lavori confermano che è possibile, sia dal punto di vista medico sia da quello costituzionale, rendere illegali questo genere di «terapie». Entro fine agosto stileranno un documento che dovrebbe fare testo anche per altri Paesi che intendessero prendere provvedimenti simili. 

Le «terapie riparative» o di conversione sono infatti legali, pur non avendo alcun effetto positivo riconosciuto, in moltissimi Paesi in Europa e nel mondo. Dall’esorcismo alla psicoterapia, dalla terapia famigliare al life-coaching, sono molti gli «esperti» che promettono di poter far diventare eterosessuale un omosessuale, e solo in Germania raccolgono qualche migliaio di pazienti l’anno. Anche in Italia, del resto, periodicamente, qualche personaggio più o meno noto garantisce di essersi «curato» dall’omosessualità con una psicoterapia o con la preghiera: dal cantautore Povia, che ha addirittura scritto una canzone dedicata a tale Luca che «era gay, adesso sta con lei», alla conduttrice tv Nausica Della Valle che ha dichiarato da poco «ero lesbica, ma era un inganno di Satana». In realtà le uniche prove scientifiche di effetti delle «terapie riparative» sui pazienti sono negative: depressione, peggioramento del senso di inadeguatezza, ideazione suicidaria. E anche quando il comportamento omosessuale viene evitato, è molto difficile che si muti l’orientamento sessuale che è alla base. In Italia l’Ordine degli Psicologi si è schierato contro queste pratiche, dichiarandole inutili; ma non sono illegali, come in molti altri Paesi europei. Tra quelli che le proibiscono, invece, ci sono: Argentina, Brasile, Svizzera, Regno Unito e vari Stati americani «Così ci hanno devastato l’anima per “guarirci” dall’omosessualità».

Adolescenti che si scoprono gay o lesbiche. E che i genitori mandano dallo psicologo perché diventino etero. È l’inizio di un calvario. Che resta dentro anche quando, finalmente, ci si libera da questa follia. Ecco le loro storie. Simona Alliva il 18 giugno 2019 su L'Espresso. Sei gay? Stenditi sul lettino. Anno 2019, è ancora questo l’invito rivolto ai giovani omosessuali che escono allo scoperto. Se prima lo sguardo della società nei confronti delle persone Lgbt era in via di trasformazione, oggi è obliquo. Si riflette in politica quasi come sulla psicoanalisi. Una sintonia che trova manforte in chi dentro il governo condanna l’omosessualità, nel ministro per la Famiglia Lorenzo Fontana che sostiene processioni riparative dopo il passaggio di gay, lesbiche e trans durante i Pride. Oggi l’Italia sembra voler accelerare ogni tentativo di patologizzare quell’orientamento sessuale che l’American Psychological Association definisce una «variante naturale normale e positiva della sessualità umana» e l’Organizzazione mondiale della sanità una «variante naturale del comportamento umano». Nonostante il movimento per i diritti Lgbt abbia fatto passi da gigante nei cinquant’anni dagli scontri di Stonewall, in Italia le persone gay e lesbiche vengono rispedite dai “curatori”. Malate, come cinquant’anni fa. Una macchina del tempo che riporta di moda le teorie di riparazione che per anni hanno violentato l’autostima delle persone Lgbt.

Per vent'anni ho cercato di curare chi era gay come me. Ora so che dobbiamo essere liberi. Parla David Matheson, l'ex teorico delle "terapie riparative". «Ci credevo davvero, ma era tutto falso». Oggi ha ritirato dalla vendita i suoi manuali. Ha lasciato la moglie. E ha dichiara apertamente la propria omosessualità. Francesco Lepore l'8 febbraio 2019 su L'Espresso. «Un anno fa mi sono reso conto di dovere apportare cambiamenti sostanziali nella mia vita. Ho capito che non potevo più restare sposato e che era arrivato il momento di affermare la mia omosessualità». Queste parole, comparse il 22 gennaio all’interno di un post su Facebook, hanno fatto il giro del mondo. E, a distanza di tre settimane, continuano a far discutere, perché a scriverle è stato David Matheson. Mormone, pupillo di Joseph Nicolosi, fondatore del Narth (National Association for Research and Therapy of Homosexuality) e già teorico delle “terapie riparative”, i cui libri sono stati tradotti in Italia dalla San Paolo, Matheson aprì nel 2002 il Center for Gender Affirming Processes a Jersey City e, successivamente, il Center for Gender Wholeness a Salt Lake City. Due centri rientranti all’interno della sfera dei gruppi degli ex-gay, in cui persone omosessuali sono sottoposte a terapie di conversione o riorientamento sessuale. A tale fine Matheson è stato coautore del programma “Journey Into Manhood” e ha pubblicato nel 2013 “Becoming a Whole Man”, libro che nel mondo delle terapie di conversione, compresa l’area italiana, ha contribuito in maniera decisiva a rafforzare il principio che l’omosessualità derivi principalmente dall’incapacità di relazionarsi con le attività considerate connaturali al proprio sesso biologico. Oggi lo stesso Matheson ha chiesto ad Amazon di non vendere più quel suo libro.

Perché una tale decisione? 

«Il punto centrale del mio libro è che, accettando tutte le parti della nostra natura come uomini, possiamo diventare completi e liberi dalla vergogna. Tuttavia, il mio libro contiene alcuni concetti sull’essere gay che ho riconsiderato attentamente nell’ultimo anno. La mia prospettiva sull’essere gay è cambiata. L’ho tolto quindi da Amazon fino a quando non sarò riuscito a riesaminarlo e correggerlo. Il programma di ritiro “Journey Into Manhood” era destinato a uomini che, per motivi religiosi, credono che l’omosessualità sia sbagliata. Sono sempre del parere che tali persone abbiano il diritto di riunirsi e sostenersi a vicenda. Tuttavia tali insegnamenti possono angosciare e creare un senso d’ulteriore vergogna in uomini che la pensano diversamente o che cambiano idea dopo aver frequentato il ritiro. Così “Journey into Manhood” ha finito per danneggiare le persone».

Facciamo un passo indietro. Lei ha sempre saputo di essere gay, eppure è stato sposato per 32 anni fino al divorzio in dicembre. Che cos’è successo in questi anni? 

«Non ho mai nascosto di essere attratto da persone del mio stesso sesso. I miei clienti lo sapevano tutti. Lo sapevano le persone che partecipavano a Journey come anche gli amici intimi, mia moglie e i miei familiari. Mi sono sempre accettato come persona omosessuale. Non me ne vergognavo. Ma credevo che sarebbe stato sbagliato per me avere una relazione gay. L’ho creduto per molti anni e ciò mi ha spinto ad aiutare altri uomini che condividevano questa convinzione. Anche se non credo più che le relazioni tra due persone dello stesso sesso siano sbagliate, rispetto le persone omosessuali che credono ancora il contrario».

Come ha incontrato Joseph Nicolosi e qual è oggi il suo giudizio su di lui? 

«Sono stato assistente di Nicolosi dal 1996 al 2004 nella sua clinica Thomas Aquinas a Encino in California. Sono stato con lui all’inizio della mia carriera professionale: è lui che mi ha addestrato alla terapia riparativa. Col passare del tempo ho iniziato a essere in disaccordo con lui su molti punti. Questo disaccordo è diventato netto durante gli ultimi anni della sua vita (Nicolosi è morto l’8 marzo 2017, ndr) soprattutto sull’idea che l’omosessualità sia un disturbo psicologico e che possa essere “curata”. L’esperienza mi aveva convinto che quelle idee erano false».

Su quante persone ha applicato la terapia di riparazione? Che età avevano? 

«In 22 anni di attività ho lavorato con diverse centinaia di clienti. Non ho un conteggio esatto anche perché ho distrutto la relativa documentazione secondo quanto previsto dalla deontologia professionale. Ho usato metodi di terapia riparativa classica per gran parte della mia carriera, anche se ho continuamente modificato il mio lavoro in base a ciò che ritenevo efficace e inefficace. Intorno al 2014 ho abbandonato quasi tutti i metodi della terapia riparativa. A quel tempo, le mie opinioni su come assistere le persone Lgbtq religiose erano cambiate sostanzialmente. L’età dei miei clienti è stata varia: dagli adolescenti ai 70enni».

Poco dopo il suo coming out un uomo di Phoenix, Roger Webb, ha pubblicato un video in cui racconta il suo dramma per essere stato sottoposto a terapie riparative. Ha anche raccontato del suicidio del suo amico James. Non sente una responsabilità per tutto questo? 

«Sento un enorme peso al riguardo per le conseguenze non intenzionali delle mie azioni. Ci tengo a precisare che la maggior parte delle cose raccontate da Roger erano in realtà il risultato di azioni e decisioni prese da altri. Me ne sento però enormemente responsabile alla luce del mio ruolo di leader del Center».

Sulla base della sua esperienza perché le terapie di conversione sono fortemente supportate dai gruppi fondamentalisti cristiani (inclusi i cattolici) e da partiti politici di destra? 

«Non sono esperto al riguardo. Tuttavia, è facile vedere come tali gruppi abbiano una forte avversione per ciò che attiene al campo dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere. Forse le persone Lgbtq rappresentano una minaccia per i loro punti di vista conservatori, in particolare per la visione della santità della famiglia tradizionale basata sulla coppia eterosessuale. La terapia riparativa è basata sul postulato che l’omosessualità è un disturbo che può essere curato. Alcuni gruppi politici cristiani e di destra hanno quindi fatta propria tale tesi antiscientifica per sostenere la loro agenda».

Cosa ne pensa del divieto di tali pratiche in molti Paesi nonché in 15 Stati Usa, soprattutto in riferimento a minori? 

«Credo che nessuna terapia dovrebbe basarsi sull’idea che l’omosessualità sia un disturbo che può essere curato: in tal caso deve essere vietata. Credo, però, anche nel diritto degli adulti a intraprendere un percorso psicoterapeutico che li aiuti a vivere una vita da celibe qualora credenti. Ma in questo caso non ci deve essere alcuna deriva omofobica né deve essere alimentato il senso di vergogna o la repressione. I minori sono troppo vulnerabili alla manipolazione dei genitori e delle comunità religiose conservatrici: devono essere protetti».

Ha parlato più volte di omosessualità e fede. Qual è stata la reazione della comunità mormone al suo coming out? 

«La mia comunità mi ha dimostrato amore e accoglienza. Sento un vero senso di dolcezza e inclusione. È stato molto bello».

David, si sente finalmente libero? 

«Non del tutto. Sento un peso enorme, perché il mio coming out ha scatenato una tempesta di dolore e rabbia, rimasta latente per troppo tempo. Sono nel mezzo di questa tempesta e sono oggetto di rabbia, odio, paura, sfiducia da entrambe le parti: quella dei gruppi degli ex-gay e quella della collettività Lgbtq. Allo stesso tempo ho però ricevuto anche molto amore da entrambe le parti. Alcuni dei miei amici più solidali oggi sono persone che mi consideravano loro nemico fino a tre settimane fa. E persone, che mi consideravano il loro eroe fino a tre settimane fa, non mi considerano un nemico. Anche così, ci sono però momenti in cui provo un senso di enorme sollievo, per poter finalmente condurre una vita in linea col mio essere gay».

«Chi vuole guarire i gay non riconosce la scienza. Come i terrapiattisti». Il professor Vittorio Lingiardi: «Qualunque intervento di conversione  dall'omosessualità non solo è inefficace, non essendo una patologia, ma è anche dannoso. E può indurre i giovani al suicidio». Simona Alliva il 18 giugno 2019 su L'Espresso. «Chi parla di omosessualità come condizione modificabile” non ha alcun riconoscimento nella comunità scientifica». Non usa mezzi termini Vittorio Lingiardi, psichiatra e psicoanalista, professore ordinario di Psicologia dinamica alla Sapienza di Roma. Raggiunto da L’Espresso spiega il vuoto di senso “accademico, clinico e scientifico” di chi in Italia sottopone una generazione Lgbt a teorie riparative, come raccontato questa settimana. Mentre nel marzo 2018 il Parlamento europeo ha adottato a larga maggioranza un testo non vincolante che invitava gli Stati membri a vietare queste tecniche. I dibattiti sul loro possibile divieto sono attualmente in corso in Germania, Belgio, nei Paesi Bassi e nel Regno Unito. In Italia solo nel 2016 si tentò pallidamente di affrontare il problema tramite una proposte di legge presentata dal senatore Pd Sergio Lo Giudice che intendeva bloccare una pratica che, come ricorda Lingiardi: “può portare i giovani fino all’ideazione suicidaria”

Come è possibile che in Italia nel 2019 si parli ancora di omosessualità come di una condizione “guaribile” ?

«Direi che a livello scientifico non se ne parla. L’Associazione Italiana di Psicologia (AIP) e il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) si sono più volte espressi sull’omosessualità come orientamento sessuale non patologico, ribadendo la propria posizione contro ogni tipo di sedicente “terapia” riparativa. Chi parla di omosessualità come condizione “modificabile” per mezzo di un intervento “terapeutico” non ha alcun riconoscimento nella comunità accademica, clinica e scientifica. Volendo fare una battuta, sono un po’ i “terrapiattisti” della psicologia».

Quali sono i danni che può subire un paziente costretto a una sorta di correzione del proprio orientamento sessuale (a un’età che va dai 14 ai 17 anni)?

«Tutti gli interventi mirati a “convertire” l’omosessualità in eterosessualità sono non solo inefficaci, ma anche dannosi (e questo lo diceva già Freud nel 1920). Facendo leva sulla cosiddetta omofobia interiorizzata, questi interventi (una miscela clinicamente improbabile di pregiudizio ideologico e condizionamento comportamentale) possono produrre depressione, ansia, sentimenti di colpa e disistima fino all’ideazione suicidaria. Durante l’adolescenza gli effetti sono particolarmente deleteri perché ostacolano il delicato processo del coming out che porta alla conoscenza e alla condivisione della propria (omo)sessualità. Chi vuol farsi un’idea dei presupposti violenti e normativi  delle “terapie riparative” può vedere due film recentemente distribuiti anche in Italia: “La diseducazione di Cameron Post” e “Boy erased – Vite cancellate”. Non è un caso che in molti stati queste “terapie” siano fuorilegge».

Lei è tra i promotori del sito "Noriparative". Ha notato negli ultimi anni dei passi indietro da questo punto di vista?

«Quel sito risale a dieci anni fa e ospita un comunicato redatto e firmato dai più autorevoli esponenti della comunità scientifica e accademica italiana nel campo della salute mentale. Fu scritto in occasione della presenza in Italia di un noto esponente delle terapie riparative, Joseph Nicolosi. Dal 2010 direi che ci sono solo stati passi in avanti, nonostante qualche pittoresca presa di posizione di realtà magari rumorose ma scientificamente non significative. Ricordo che nel 2014 il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha recepito e raccomandato la diffusione di “Linee guida per la consulenza psicologica e la psicoterapia con persone lesbiche, gay e bisessuali”»

·         Né uomo, né donna. Il terzo genere.

DAGONEWS il 10 ottobre 2019. Le affascinanti immagini dei "mahu" sull'isola polinesiana di Tahiti mostrano la comunità che non si identifica né con uomini né con donne. Le persone che appartengono al "terzo genere" vengono raffigurate in queste immagini con colori vivaci e ornati da ghirlande di fiori e conchiglie mentre posano su spiagge idilliache sullo sfondo dell'Oceano Pacifico. Le immagini, catturate dalla fotografa svizzero-guineana Namsa Leuba offrono un ritratto intimo dell'affascinante cultura tahitiana. I "mahu" nascono biologicamente maschi, ma la famiglia e gli amici credono che non debbano conformarsi ai tradizionali ruoli di genere sin dalla tenera età. Il gruppo svolge ruoli spirituali nella comunità, sono custodi di rituali e danze e anche per fornire assistenza a bambini e anziani. Tra le persone fotografate ci sono anche i "rae-rae", donne transgender che spesso perseguono un intervento di riassegnazione di genere a differenza dei mahu.

·         I cosiddetti "asessuali".

I cosiddetti "asessuali". Fabrizio Barbuto per “Libero quotidiano” il 25 luglio 2019. Sarà che siamo bombardati da continue allusioni ad un sesso che viene proposto in ogni salsa - spesso con formule a buon mercato - fatto sta che il 2% della popolazione manifesta il totale rigetto verso la carnalità; sono i cosiddetti "asessuali". Della categoria fanno parte coloro i quali sono immuni dall' attrazione erotica e che, loro malgrado, vivono con disagio il fatto di doversi misurare con una società improntata sull' esaltazione del sesso. Costoro rappresentano un piccolo insieme, ma sono determinati ad elevare la propria voce affinché il mondo prenda coscienza della loro esistenza e gli conceda un posto tra gli orientamenti disforici riconosciuti. L' asessuale, seppur incapace di stabilire un' intesa di coppia tra le lenzuola, può comunque sentirsi legato al compagno da un profondo vincolo emotivo che non pretende di culminare nel coito; tale comportamento è denominato "orientamento romantico", e fa sì che due individui rafforzino la propria unione attraverso baci, convivenza, condivisione del letto e scambio di tenerezze. Più dell'omosessuale e del pansessuale, l'asessuale fatica a conquistare un concreto equilibrio esistenziale, e le sue possibilità di incontrare qualcuno con cui condividere una vita di coppia appagante sono ridotte. È per questo che in molti decidono di scendere a compromesso con se stessi omologandosi ai trend di una società iper-sessualizzata, fino a convolare a nozze con chi misconosce la loro propensione all' astinenza. la testimonianza È il caso di Federica, 60 anni, che mi racconta così i suoi trascorsi di vita: «Mi sono sposata a 25 anni, nel giugno dell' 84. Ho avuto due figli che amo e proteggo come una mamma chioccia ancora oggi, ma il loro concepimento non si è accompagnato ad alcun piacere sessuale. Con mio marito abbiamo avuto solo rapporti sporadici perché a me non andava di fare sesso, ma vedendo che lui viveva con disagio questa situazione gli ho proposto di separarci. Da allora sono passati 30 anni e, pur non avendo pulsioni, ho riprovato a cimentarmi con il sesso in due sole occasioni. In entrambi i casi non mi è piaciuto affatto, così ho detto basta. Oggi sto benissimo: non ho problemi di salute e non sono mai andata ad una visita ginecologica. L' intimità con un uomo non mi manca, però mi piacciono le coccole e le attenzioni, ma siccome nessuno vuole perdere tempo a farle me ne sto per i fatti miei. Hanno tutti il sesso in testa». Federica porta magnificamente la sua età, ha il fisico di una ragazza; si è piazzata al primo posto a molti concorsi di bellezza per over 50 dove il pubblico, nel contemplare la sua avvenenza esaltata dagli abiti attillati, crede che si serva del corpo per evocare nell' uomo fantasie carnali. Ella, invero, è avulsa da tutto ciò.

In letteratura. L' argomento "asessualità" ha appassionato anche la letteratura. Lo ritroviamo in uno dei personaggi de "La Casa degli Spiriti" di Isabelle Allende: Clara respinge le attenzioni sessuali del marito, informandolo di come giacere con lui le provochi male alle ossa. Anche Sherlock Holmes è descritto come asessuale. All' investigatore per eccellenza si aggiungono figure reali come il fisico Isaac Newton e il filosofo Immanuel Kant, fino a giungere a Marlene Dietrich, che considerava il sesso una noiosa concessione dovuta alle insistenze dell' uomo, ma da pertinace romantica adorava le svenevolezze e le leziosità; è per tali ragioni che il suo approccio sentimentale può essere ricondotto all' asessualità, in un' epoca insospettabile. Oggi le cose sono diverse, e qualora vi riconosceste in questa condizione potreste rompere l' isolamento attraverso uno dei tanti ritrovi virtuali in cui gli asessuali sollecitano la comprensione di chi ha le medesime esigenze. Così potreste accorgervi di non essere i soli ad intravedere nell' erotismo una componente sopravvalutata, nonché un ingombro dell' identità di coppia.

Da “Radio Cusano Campus” il 10 ottobre 2019. Alessandro è asessuale. E’ amministratore del gruppo Facebook “La comunità degli asessuali italiani”. A Radio Cusano Campus, nella trasmissione “Cosa succede in città”, condotta da Emanuela Valente, ha raccontato la sua esperienza e come vive il suo orientamento sessuale.

Chi sono gli asessuali.

“L’asessualità è considerato un orientamento sessuale. Gli asessuali sono coloro che non hanno attrazione sessuale verso altre persone. Tutti noi abbiamo un’attrazione sessuale, un’attrazione romantica e un’identità di genere. Tralasciando l’identità di genere, una persona può essere asessuale e non avere nessuna attrazione per fare sesso ma può avere un’attrazione romantica e quindi una relazione”.

Nella relazione l’asessuale fa sesso?

“Non è detto che sia una relazione senza sesso. Non è tutto nero o bianco ma c’è un bel pezzetto di grigio. Una persona può essere asessuale e avare una relazione, essere asessuale e fare sesso. L’asessualità è la mancanza di attrazione non la mancanza di attività sessuale anche se c’è da dire che chi non ha attrazione non farà del sesso l’aspetto principale della sua vita”.

Se il partner desidera una normale attività sessuale, l’asessuale si concede per farlo felice?

“E’ un tema sul quale si dibatte molto. Diciamo che ci possono essere diversi tipi di coppie, per esempio coppie formate da un asessuale e uno no, coppie formate da due asessuali, ci possono essere le non coppie, composte da persone che praticano il poliamore. Ci possono essere coppie nelle quali uno dei due componenti voglia praticare sesso e l’altro no ma in questo caso mi sento di dire che se non c’è un forte legame tra i due il rapporto non durerà molto”.

L’asessuale e il piacere nell’atto sessuale.

“Sì, l’asessuale prova piacere quando fa sesso, l’asessuale ha gli organi sessuali che funzionano. Non abbiamo patologie, funziona tutto, semplicemente non ci va di farlo e non ci va di farlo perché non abbiamo attrazione verso tutti i generi”. 

·         I Transessuali.

Le teorie gender si infiltrano nella difesa delle donne. Lodovica Bulian, Sabato 30/11/2019, su Il Giornale. La convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne è un caso per Fratelli d'Italia. La risoluzione approvata due giorni fa dal Parlamento europeo con gli unici voti contrari italiani degli eurodeputati Carlo Fidanza, Pietro Fiocchi, Nicola Procaccini di Fratelli d'Italia e Giuseppe Milazzo per Forza Italia, è un testo «impregnato di ideologia gender». La delegazione di Fdi insieme al gruppo conservatori e riformisti ha detto no alla risoluzione che obbliga tutti i Paesi Ue che non l'abbiano ancora fatto a ratificare la Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne. Secondo Procaccini il testo approvato dalla maggioranza dell'Aula - 500 voti favorevoli, 91 contrari e 50 astensioni - voleva essere una esortazione ai sette Stati membri che l'hanno firmata ma non ancora ratificata (Bulgaria, Repubblica ceca, Ungheria, Lituania, Lettonia, Slovacchia, Lettonia, Slovacchia e Regno Unito), ma in realtà sarebbe «il tentativo riuscito di stravolgerne i principi». La convenzione, adottata dal Consiglio d'Europa nel 2011, è entrata in vigore nel 2014 ed è stata firmata dall'Ue nel giugno 2017. Alla ratifica devono poi seguire norme giuridicamente vincolanti per prevenire la violenza di genere, proteggere le vittime di violenza e punire i responsabili. Con la risoluzione gli eurodeputati hanno chiesto inoltre alla Commissione di aggiungere la lotta alla violenza di genere come priorità della strategia europea. Per Procaccini e per l'associazione Pro vita però dietro all'articolato ci sarebbe invece il tentativo di introdurre una «prospettiva di gender» che poco avrebbe a che fare con la lotta alla violenza sulle donne. «Purtroppo - spiega l'europarlamentare di Fdi - si passa dal principio di tutela delle donne sotto il profilo legislativo e in materia di prevenzione e protezione, a un testo impregnato di ideologia gender che introduce una incredibile serie di categorie e sottocategorie sessuali». Si riferisce all'articolo 12 della risoluzione nel quale l'Aula «ribadisce alla Commissione di rivedere la decisione quadro dell'Ue sulla lotta contro talune forme ed espressioni di razzismo e xenofobia, al fine di includervi l'incitamento all'odio sulla base del genere, dell'orientamento sessuale, dell'identità di genere e dei caratteri sessuali». Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vicepresidente di Pro Vita & Famiglia ricordano che «già il governo Monti era consapevole dell'intrinseca problematicità del concetto di genere». Dall'associazione ricordano che l'articolo 14 comma 1 alludeva ad «azioni necessarie per includere nei programmi scolastici dei materiali didattici su temi quali la parità tra i sessi, i ruoli di genere non stereotipati».

Novella Toloni per ilgiornale.it. Rebecca De Pasquale, ex concorrente del Grande Fratello 14, è stata ospite a "Live-Non è la D'Urso" per intervenire nel dibattito sugli scandali nella chiesa e sulla castità di suore e preti. La donna, all'anagrafe Sabatino De Pasquale poi diventato Don Mauro, ha lasciato il pubblico e gli ospiti presenti in studio a bocca aperta, rivelando di aver avuto una relazione clandestina con un novizio, quando ancora era un monaco di clausura. In studio gli ospiti presenti, tra cui Paolo Brosio e Eleonora Giorgi, stavano discutendo sui casi delle due suore rimaste incinta in Sicilia. Nonostante il tema fosse già caldo, l'ex gieffina ha buttato benzina sul fuoco rivelando le sue scappatelle durante il periodo di castità religiosa. La trasgender con il passato da monaco aveva già fatto scalpore durante l'edizione del 2015 del Grande Fratello. Nella casa più spiata d'Italia rivelò di essere stata un uomo, Sabatino, e di aver seguito la vocazione religiosa, ricoprendo il ruolo prima di novizio, poi di monaco nel monastero benedettino di Montecassino, fino a diventare don Mauro. La sua storia fu stata oggetto di intere trasmissioni all'epoca del GF14, quando raccontò di aver lasciato il convento a 21 anni, cioè nel 2002, per dichiarare a tutti la sua omosessualità. Nella puntata di ieri sera (lunedì 25 novembre) dello show serale condotto da Barbara D'Urso su Canale 5, Rebecca - Don Mauro ha raccontato, senza troppi giri di parole, di aver tradito il voto di castità proprio all'interno del convento di Montecassino, con un novizio del suo monastero. "Tesoro io sono stata casta solo tre anni, poi ero innamorata di un novizio e suonavamo la campana... din don dan. Scusate eh, il novizio mi faceva l'occhiolino e voleva le coccole e noi facevamo suonare le campane, che felicità", ha raccontato Rebecca tra lo stupore generale. Inevitabile la domanda della padrona di casa che, perplessa, ha chiesto conferma: "Cioè hai tradito il voto di castità quando eri in monastero?". La breve confessione ha strappato un sorriso anche Don Antonio, un prete ospite della D'Urso in collegamento esterno ma ha fatto molto riflettere sui dogmi della chiesa cristiana.

Dagospia il 17 novembre 2019. Comunicato stampa. La bellissima escort e pornostar brasiliana, Veronika Havenna, vincitrice del prestigioso premio Miss Mundo t-girl 2016 ma da 10 anni residente in Italia ci svela in esclusiva il suo sogno erotico più ricorrente, ossia quello di passare una nottata di passione con l’ex ministro dell’interno Matteo Salvini. “Lo ritengo un uomo veramente affascinante e virile, un vero uomo di polso e deciso come piace a me, con lui mi piacerebbe andare in un tipico ristorante milanese a mangiare il risotto e la cotoletta e poi andare in hotel e fare l’amore tutta la notte....sono sicura che se non è mai andato a letto con una trans poi gli si aprirà un mondo e delle donne non ne vorrà più sapere”. E poi svela alcuni dettagli che scottano sul suo lavoro di escort: “la maggior parte dei miei clienti così detti maschi alpha sono delle passive incredibili, mi è capitato una volta di ricevere un giovane e bellissimo imprenditore, mi chiese di infilargli un braccio nel sedere, ero basita da quanto spazio c’era lì dentro, ma l’ho fatto urlare di piacere! I miei 22 centimetri in erezione sembrano una stecca di cioccolato al latte e fanno impazzire tutti, tra i miei clienti ho calciatori di serie A e politici che siedono spesso nei salotti televisivi; fanno tanto i virili e gli uomini dediti alla famiglia ma poi da me si fanno sodomizzare e femminilizzare. La cosa più eccitante che ho fatto? Una gang bang con 70 uomini, nell’occasione ho fatto delle doppie penetrazioni da urlo, alcuni facevano sesso tra loro, guardarli è stato eccitante e mi hanno fatto salire il mio istinto maschile che in fondo ho: questa è stata la più bella esperienza sessuale della mia vita!”

Dagospia il 18 novembre 2019. Il 3 luglio del 2009, in via Gradoli a Roma, quattro carabinieri - Testini, Tagliente, Simeone e Tamburrino - entrarono nell' appartamento del transessuale Natalie, che trovarono in compagnia dell' allora presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo. In quell' occasione i quattro carabinieri girarono un video, che poi usarono per ricattare il politico. A Marrazzo fu richiesto il pagamento di 20mila euro per evitare che le immagini venissero fatte circolare. Dopo pochi mesi, il 26 ottobre 2009, Marrazzo si dimise dalla carica di presidente della Regione, dichiarando che quella situazione era solo frutto di una sua debolezza privata. La vicenda aprì degli scenari legati al mondo dei trans mercenari, che vivevano rapporti occasionali con personalità anche conosciute. Alcune persone interrogate ed entrate nell' indagine morirono nei mesi seguenti, in circostanze controverse. Brenda, una transessuale della zona nord di Roma, venne trovata morta dopo un incendio scoppiato nel suo appartamento. Gianguarino Capasso, uno spacciatore della zona, fu invece trovato morto apparentemente per overdose. I quattro carabinieri sono stati condannati a pene importanti, che vanno dagli 8 ai 12 anni. Oggi Natalie si racconta, a distanza di dieci anni da quella terribile esperienza.

Giovanni Terzi per “Libero quotidiano” il 18 novembre 2019. «Amo la mia famiglia, stanno tutti in Brasile. Ho due fratelli e due sorelle, ogni anno passo con loro almeno cinque mesi». Così inizia a raccontarmi di se stessa Natalie, la transessuale con cui venne trovato l'allora presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo nell' estate del 2009. Una vicenda triste, che ha causato dolori e persino morte. Dolori nelle persone coinvolte, prima di tutto la famiglia del giornalista e a quell' epoca governatore, che ha dovuto trovare una nuova dimensione per resistere all' impatto mediatico della vicenda. E morte, perché due personaggi coinvolti nella vicenda hanno perso la vita.

Natalie, ma i tuoi genitori sanno che cosa fai in Italia?

«I miei genitori sanno tutto, a loro non ho mai detto bugie. Sono persone buone e semplici».

E che cosa ti dicono?

«Hanno accettato sempre tutto di me. Avevo sedici anni quando decisi che volevo farmi le cure ormonali per far crescere il seno».

E loro?

«Non dissero nulla, accettarono la mia scelta. Mi piaceva il seno delle donne e quando mi crebbe fui felice. In principio fu faticoso, pesante, le cure ormonali ti devastano. Ma poi ho provato una grande soddisfazione».

Ha mai avuto un rapporto con una donna?

«No, mai. Non mi piacciono le donne. Però non mi è mai nemmeno venuto in mente di farmi togliere l'organo maschile».

Lei risulta sposata nel 2000 a Velletri con una donna, e si sposò come uomo: perché?

«Lo feci per il permesso di soggiorno. Per quella vicenda venni condannata nel 2007 e persi il permesso».

E come può oggi rimanere in Italia?

«Il permesso mi venne ridato per motivi di giustizia, proprio in seguito alla vicenda che ha coinvolto il presidente della Regione».

E della sera in cui i carabinieri sono entrati a casa sua, che cosa ricorda?

«È una storia che ancora adesso mi fa molto male, su cui sono state dette tante cose inesatte».

Tipo?

«Che io avevo avuto un rapporto con Marrazzo: non era vero. C' era un rapporto molto bello fra di noi, durava da tanti anni e mai abbiamo fatto sesso. A volte procuravo della droga, ma non quella sera, e quando suonarono Piero mi disse di aprire perché eravamo "puliti"».

Che cosa facevate durante questi incontri?

«Parlavamo molto, come fanno tante persone».

Lei mi vuole dire che le persone che vengono da lei la trattano un po' come fosse un confessore o uno psicologo?

«Io non so come dirlo, ma tanti uomini si sentono soli e incompresi e, a parte il sesso, hanno bisogno di sentirsi ascoltati e capiti».

Torniamo a quella sera.

«Quella sera venne fatto un vero e proprio agguato a Marrazzo. Io lo continuavo a dire che volevano incastrarlo, ma lui mi diceva che era impossibile. Qualche giorno prima avevo incontrato il carabiniere Tagliente che aveva frugato nella mia borsa per prendere il mio cellulare e avere il numero di Marrazzo, ma non l' aveva trovato. Inoltre la sera prima una mia amica, Pamela, mi aveva raccontato che stavano organizzando qualche trappola per il presidente. Io lo avvisai».

In effetti il nome di Pamela venne fatto subito da Natalie, per poi essere confermato nelle fasi processuali come possibile testimone della volontà di sorprendere Marrazzo in atteggiamenti poco favorevoli. Ma su Pamela, anche lui trans della zona di via Gradoli a Roma, non si riuscì ad avere alcuna prova. Sentito al telefono, l'avvocato di Natalie, Antonio Buttazzo, racconta di come da tempo si fosse a conoscenza che l'appartamento di Natalie era frequentato da persone importanti, e che forse qualcun altro poteva avere interesse a far sì che l' allora presidente della Regione Lazio venisse colto sul fatto.

Natalie, perché secondo lei un altro trans avrebbe dovuto fare la spia, nel senso di spifferare la situazione di Marrazzo?

«Tanti possono essere i motivi, uno dei quali anche la gelosia. Lui era un uomo potente e generoso, questo si sapeva. La sera del 3 luglio Piero era entrato nel mio appartamento con cinquemila euro perché voleva aiutarmi a chiudere un debito. Magari altre persone lo hanno voluto incastrare per poi ricattarlo e ottenere dei soldi».

Che cosa mi dice del filmato ripreso proprio quella sera dagli uomini che entrarono in casa?

«Capivo che i carabinieri stavano filmando, ma non pensavo arrivassero a tanta cattiveria. Poi chiesero subito i soldi e io rimasi senza parole».

Per cattiveria si riferisce al ricatto?

«Certamente, hanno fatto una cosa schifosa. Hanno rovinato un uomo pubblico, una bravissima persona. Sono convinta che ci siano trans che collaborano con i carabinieri, cosa che non si dovrebbe mai fare...».

In che senso?

«Nel nostro lavoro serve la riservatezza. Lei ha idea di quanti uomini insospettabili vengono da noi?».

Che tipo di "insospettabili"?

«Quelli che sembrano i più bravi, quelli che hanno moglie e figli a casa. Professionisti, persone famose del mondo dello spettacolo, calciatori e anche politici».

Ma ancora adesso, dopo lo scandalo di dieci anni fa?

«Assolutamente sì. Anzi, da allora il mio lavoro è aumentato. Ho avuto tanta pubblicità, molti mi riconoscono e vogliono vedere come sono. Se i trans parlassero e raccontassero ciò che sanno, sarebbe un disastro per molti».

E lei non ha mai confidato a nessuno qualcosa del suo lavoro?

«Mai!».

Più o meno collegate a questa vicenda, a parte l'estorsione a Marrazzo e tutto quel che ne è seguito fino alle sue dimissioni, sono accadute molte cose. La prima è la morte di Brenda, l' altro trans coinvolto. Che idea si è fatta?

«Premetto che non conoscevo Brenda e che anche questa cosa è stata romanzata con diverse leggende metropolitane. Personalmente mi dispiace, perché anche secondo me c' è qualcosa che non torna».

Che cosa?

«In primo luogo il furto del telefonino con l' agenda di tutti i suoi clienti accaduto il giorno prima. E anche il ritrovamento del computer "affogato" nel bagno, come per renderlo inutilizzabile. Mi ha fatto male vedere le foto della sua casa bruciata, e di come viveva».

Un'altra persona morta è Gianguarino Capasso: lei lo conosceva?

«Lo conoscevo e sapevo che era un collaboratore dei carabinieri».

Non le pare strana la sua morte?

«Hanno detto che è morto per droga, ma il mio avvocato mi ha riferito che secondo lui ci sono state lacune nella autopsia».

L'avvocato Buttazzo, spiegando anche a me la morte di Gianguarino Capasso, mi ha raccontato che sul corpo non è stata fatta l'autopsia alla testa, cosa particolarmente anomala. E lei cosa pensa di questa morte?

«Non solo che è strana, perché da quanto ho saputo quella droga era tagliata male e lui non se n'è accorto. Ma soprattutto mi dicono che il suo fidanzato, Jennifer, anche lui trans, sia scomparso nel nulla: anche questa è una stranezza».

Che cosa chiede alla giustizia?

«Che vengano condannati definitivamente i carabinieri che hanno ricattato Marrazzo.

Sì, questa è l' unica cosa che sento di chiedere».

A Bologna va in scena il festival LGBT con "giochi di stereotipi" per gli adolescenti e film sui bimbi trans. Fa già discutere il festival Gender Bender prodotto dal Cassero che andrà in scena a Bologna a fine ottobre. Nel palinsesto della rassegna LGBT anche "giochi di stereotipi" per adolescenti e film sui bambini transgender. Cristina Verdi, Mercoledì 02/10/2019, su Il Giornale. Scambi di ruoli, “giochi di stereotipi” e film che hanno come protagonisti bambini trans. Si chiama "Radical choc" ed è destinato a far discutere il festival LGBT organizzato a Bologna da Gender Bender e dal Cassero. L’evento, giunto alla sua 17esima edizione, fa parte della rassegna Bologna Contemporanea, promossa dall’assessorato alla Cultura della Regione Emilia Romagna e dal Comune del capoluogo emiliano. La manifestazione internazionale, come si legge sul sito dell’evento, ha lo scopo di presentare al pubblico italiano “gli immaginari prodotti dalla cultura contemporanea legati alle nuove rappresentazioni del corpo, delle identità di genere e di orientamento sessuale”. Fin qui, niente da dire. A far montare la polemica, però, è il fatto che in più di una rappresentazione ad essere protagonisti siano bambini ed adolescenti. “Tra gli spettacoli previsti per il festival ce ne è uno organizzato a fine ottobre nel Teatro Laura Betti di Casalecchio di Reno che si chiama "Gioco di stereotipi” – segnala Umberto La Morgia, consigliere comunale – al quale potranno assistere ragazzi dai 12 anni in su”. Nella rappresentazione della coreografa israeliana Yasmeen Godder, dedicata agli adolescenti, “ragazzi e ragazze” sono invitati “a commentare i brani tratti dal suo repertorio, leggendone in maniera attiva e critica gli immaginari e gli stereotipi di genere rappresentati”. “I ruoli maschili e femminili sono così mescolati, esagerati e annacquati affinché si possano riconoscere i pregiudizi e il loro ruolo discriminatorio nella società e nel mondo della danza”, continua la presentazione. Ad inizio novembre, invece, a San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna, andrà in scena lo spettacolo teatrale “Passing the Bechdel test” di Jan Marten. Protagonisti saranno “13 adolescenti che si identificano (o no) comeragazze e donne vestono, attraverso movimenti e parole, i panni le une delle altre”. L’obiettivo sarebbe quello di riflettere “su parità e diversità di genere nel mondo”. Nella sezione cinema, invece, troviamo la storia di una donna “intersex” e “Little Miss Westie”, una pellicola che ha come protagonista un bambino transgender nell’America di Trump. “Mi sembra che come al solito non si riesca proprio a stare nel perimetro del buonsenso”, attacca il consigliere leghista di Casalecchio di Reno. “Trovo giusto che ci siano eventi culturali che diano spazio alle sensibilità di tutti – commenta – ma vanno indirizzati al giusto target di età”. “L’ideologia, invece, va sempre oltre la realtà – continua La Morgia – al punto da proporre anche il transessualismo per i bambini”. Per i promotori, però, si tratta di “dare un contributo concreto alla costruzione di una società più ricca e accogliente sotto il profilo umano, sociale e culturale”. Tra i progetti ideati a margine del festival, poi, c’è anche il Teatro Arcobaleno. Un laboratorio che si rivolge proprio alle famiglie con bambini per “promuovere il rispetto delle differenze, viste come portatrici di ricchezza culturale” attraverso il linguaggio teatrale.

«Gruppi trans politicizzati mettono a rischio i bambini». Pubblicato domenica, 28 luglio 2019 da Corriere.it. «Gruppi transgender altamente politicizzati mettono a rischio i bambini». L’accusa è di quelle pesanti e a riportarla, in prima pagina, è l’Observer, il domenicale del Guardian, giornale della sinistra liberal da sempre in prima linea per la difesa dei diritti della comunità Lgbt. Marcus Evans, psicoterapeuta ed ex manager della Tavistock clinic dove si curano i bambini affetti da disforia di genere, racconta che i medici hanno paura di essere bollati come transofobi e, per questo, sono meno obiettivi: «L’agenda politica dei trans ha invaso l’ambiente medico. Serve un servizio sanitario indipendente che metta gli interessi del paziente al primo posto. Questo richiede la forza di resistere alle pressioni che arrivano da diverse fonti: il ragazzino, la famiglia, i social network e i gruppi trans iperpoliticizzati». I dati parlano di un boom di casi di disforia di genere. Se nel 2013 erano 468 i giovanissimi che si erano rivolti al Servizio per lo sviluppo dell’identità di genere (Gender Identity Development Service), nel 2018 i casi registrati sono stati 2.519. Un aumento allarmante. Tanto che, in questi giorni, il Royal College of Paediatricians e Child Health ha chiesto al suo comitato etico di indagare sulla rapida crescita dell’uso di bloccanti della pubertà. Emblematico è il caso di «Dagny», una donna che da adolescente si sentiva un uomo e che ora ha scelto di tornare sui propri passi. Evans ha scritto una relazione sulla sua storia e l’ha presentata a una conferenza qualche mese fa. La donna ha raccontato si essere stata influenzata dai social network, in particolare da Tumblr: «Da ragazza ero convinta che se hai la disforia di genere devi per forza fare la transizione — ha spiegato Dagny — e chiunque si metta sulla tua strada è un transofobo e un bigotto dell’Alt-right». La scorsa settimana la BBC Newsnight ha parlato di un rapporto, in possesso del consiglio direttivo della Tavistock, che rileva un drammatico aumento di pensieri suicidi e di atti di autolesionismo nei ragazzini e nelle ragazzine che prendono i bloccanti della pubertà. Un ex medico del Servizio per lo sviluppo dell’identità di genere (Gids), il dottor Kirsty Entwistle, ha scritto una lettera aperta per denunciare che il personale sanitario non prende in considerazione «le esperienze traumatiche» che potrebbero essere la causa della disforia e passa direttamente alla somministrazione dei farmaci. Accuse molto pesanti. Tanto che la Gids, che fa parte del servizio sanitario nazionale, ha fatto un comunicato per smentire: «Gids fornisce un servizio sicuro e si prende cura dei giovani in un momento molto vulnerabile delle loro vte. La nostra esperienza ci insegna che, con questo tipo di pazienti, non fare nulla non è una scelta neutrale e può portare a un grave danno».  All’inizio dell’anno dieci medici della Tavistock clinic avevano denunciato che le pressioni delle lobby trans spingevano ad affrettare gli interventi di transizione. Ma il consiglio direttivo aveva archiviato il caso: «La sicurezza del paziente non è in pericolo». Questo aveva portato alle dimissioni di Evans. «C’è una grande paura a parlare perché si rischia l’accusa di transfobia e anche un richiamo disciplinare o persino il licenziamento».

«La donna che era mio padre»: Susan Faludi  indaga il mondo transgender. Pubblicato martedì, 15 ottobre 2019 da Corriere.it. Susan Faludi, 60 anni, femminista, scrittrice americana, con il padre Steven-Stefánie ormai ultrasettantenne, ritrovato dopo la transizione. Susan Faludi è diventata una femminista a causa di un padre dispotico e violento, ansioso di presentarsi come modello di virilità, che dopo il divorzio arrivò a fare irruzione nella vecchia casa nello Stato di New York e per poco non ammazzò di botte il nuovo compagno dell’ex moglie. «Sono diventata una promotrice della parità di diritti per le donne in relazione alla furia scatenata in mio padre dallo sgretolarsi della sua immagine di uomo capace di governare su moglie e figli», scrive la giornalista premio Pulitzer nel libro Nella camera oscura, appena pubblicato da La nave di Teseo. «La mia identità di femminista scaturì dai rottami della sua “crisi di identità”, dalla sua smania di riaffermare il personaggio mascolino che si era scelto». Fu con sorpresa che, nel giugno del 2004, l’autrice di Contrattacco, la guerra non dichiarata contro le donne (1991), ricevette una mail dal padre, mentre era intenta a sistemare gli appunti su un altro suo libro sulla crisi della mascolinità in America. «L’oggetto era: Cambiamenti», racconta nell’autunno perfetto e fugace che circonda la sua casa in Massachusetts. «Cominciava così: “Cara Susan, ho notizie interessanti per te. Ne ho avuto abbastanza di recitare la parte dell’uomo macho e aggressivo che non sono mai stato dentro di me’“. C’erano una serie di selfie allegati: dopo aver passato la vita dietro l’obiettivo come fotografo di moda, il padre l’aveva rivolto su se stesso. «Senza dire niente a nessuno, a 76 anni, era volato in Thailandia per sottoporsi a un’operazione di riassegnazione di genere. Praticamente non ci parlavamo da venticinque anni, eppure mi chiese di raccontare la sua storia. E un paio di mesi dopo presi l’aereo per l’Ungheria, il Paese dov’era cresciuto e aveva deciso di tornare nel 1990». Ad accoglierla in aeroporto trovò Stefánie, con la borsetta bianca abbinata ai tacchi alti, e una decima coppa C che in un goffo abbraccio sbatté contro il seno della figlia. «Questo è il vero Steven», disse papà. Susan Faludi bambina: il padre era un fotografo di moda. I due si erano ritrovati nel 2004 dopo 25 anni trascorsi senza avere alcun contatto. Ma Istvan Friedman aveva cambiato più volte identità: nato ebreo a Budapest, scampato all’Olocausto, dopo la Seconda guerra mondiale aveva adottato il cognome Faludi, che definiva «autentico ungherese», e nel 1953 con il trasferimento negli Stati Uniti il nome Steven. Lei si domanda se suo padre avesse risposto al richiamo di una vecchia identità o se ne avesse inventata un’altra. «Non solo: mi chiedo se esista una vera identità, e non ne sono convinta. Pensiamo all’identità come a qualcosa di singolare e stabile, ma ho constatato che è multipla e mutevole nel tempo. Crediamo che sia qualcosa che scegliamo, ne abbiamo un’idea individualista, egocentrica, ma l’identità di mio padre era inseparabile e modellata dalla sua storia, dalla sua vicenda familiare e da quella del Paese, dal modo in cui la cultura lo ha trattato in quanto ebreo: tutte cose che non ha scelto. L’identità di genere di mio padre era inestricabilmente legata a tutte le sue altre identità».

Quanto era davvero cambiato suo padre?

«Per dirla con le sue parole: riusciva a comunicare meglio... Ma allo stesso tempo la personalità dispotica e dominatrice non era andata via dopo la transizione». Diceva di riuscire a comunicare perché era diventato una donna. «Io la vedo diversamente. Subito dopo l’operazione, cominciò a vestirsi in modo vistoso, ma col tempo smise, iniziò a sentirsi più a suo agio. Prima si era nascosto dietro la facciata dell’iper-mascolinità, poi dopo l’operazione nei panni di Marilyn Monroe, ma alla fine ha cominciato a definirsi trans, anziché femmina o maschio. E col tempo, io e lei abbiamo sviluppato una relazione di fiducia, un’esperienza nuova per entrambe. Io credo che i suoi cambiamenti abbiano più a che fare con il suo rapporto con gli altri, inclusa sua figlia, che con mutamenti fisici».

Lei scrive che uno dei principi del moderno transgenderismo è che identità di genere e sessualità sono due ambiti distinti, da non confondere.

«Eppure mio padre mi diceva che per lei c’era una componente erotica, sessuale, legata all’essere donna. Sembrava ancora attratta dalle donne e mi diceva cose come: “Sta arrivando l’idraulico, dovrei flirtare con lui”, ma era tutta scena. La verità è che come dice la scrittrice trans Jennifer Boylan, “quand’hai incontrato una persona trans, hai incontrato solo una persona trans”, e anche io non voglio generalizzare naturalmente».

Suo padre aveva scaricato dal web fantasie transgender di “femminizzazione forzata”. Una trama ricorrente vede una dominatrice (spesso una parente donna) che obbliga un uomo sottomesso a indossare biancheria intima, abiti e trucco femminile.

«Voleva essere una ragazza adorabile, vulnerabile e indifesa e allo stesso tempo aveva una personalità aggressiva, esplosiva e rabbiosa. Penso che parte di queste fantasie fosse legata alla ricerca di assoluzione per le violenze domestiche che aveva commesso da uomo. Era un modo per dire che quello di prima non era lei, voleva essere liberata dall’obbligo d’essere in controllo. In un contesto più ampio, questo mostra il fardello dell’essere maschio, ciò che la cultura si aspetta dagli uomini».

Ai primi del ‘900 gli ebrei d’Ungheria sacrificarono la loro identità, naturalizzando i nomi perché suonassero più ungheresi, e cambiando persino i simboli nelle sinagoghe. Pensavano che sarebbero stati accettati completamente nella società.

«La decisione di mio padre e della famiglia di assimilarsi pienamente nella cosiddetta cultura magiara assumendo nomi “autentici” ungheresi, mangiando lo stesso cibo, tenendo nascosto l’essere ebrei fu catastrofica. E una delle mie domande più grandi — forse anche più di perché mio padre fosse diventato donna — è perché fosse tornato in Ungheria, dopo il massacro della famiglia allargata e dell’intera popolazione ebrea. Penso che in parte fosse tornato per vedere se quella società che non lo aveva accettato come uomo ebreo poteva accettarlo come donna — ora che non poteva più essere identificata come un ebreo circonciso. Il terrore dei giovani durante la guerra era d’essere denudati e così scoperti, non importa quanti documenti falsi avessero».

Trova riduttivo il modo in cui i transgender sono rappresentati?

«Così tante storie sul coming out corrispondono a una narrativa di repertorio, a sua volta basata su memorie scritte da trans della generazione precedente, che descrivevano la disperazione in cui vivevano prima dell’operazione e poi finalmente la possibilità di rivelare chi erano veramente. La mia obiezione è che questo passaggio da vittima totale a eroe celebrato e amato è un cliché che non rispecchia la vita vera. Dopo l’uscita del mio libro molti trans mi hanno ringraziata per aver complicato la narrazione. Le persone non si trasformano in una notte, è una fantasia. Siamo fortunati se riusciamo a cambiare anche solo un po’. Credo che mio padre abbia avuto la fortuna alla fine della sua vita di afferrare in qualche misura chi era, di esprimersi e cercare d’alterare il proprio approccio al mondo e a se stessa. Quando le dissi che il manoscritto era pronto e c’erano probabilmente cose che non le sarebbero piaciute, disse solo: “Fantastico”. Non mi chiese di vederlo».

Steven-Stefánie Faludi in tarda età, dopo il suo ritorno in Ungheria, dove era nato da famiglia ebrea, con il nome di Istvan Friedman. Nel ‘53 si era trasferito negli Usa.

La vita — Nata a New York, nel 1959. Inizialmente dedita al giornalismo (al New York Times e al Wall Street Journal), ha condotto battaglie femministe (a favore dell’aborto, contro le molestie sessuali) e politiche (contro la guerra in Vietnam). Ha vinto il Premio Pulitzer nel 1991.

I suoi libri — Nel 1991 ha scritto Backlash: The Undeclared War Against American Women (dove sostiene come i media manipolino le conquiste fatte dalle donne). Nel 2016, nel suo libro In the Darkroom fa i conti con suo padre che, a 76 anni, si sottopose a un intervento per cambiare la sua identità sessuale da uomo a donna. Il libro che ora esce nella versione italiana, per i tipi de La nave di Teseo, è stato pubblicato in America nel 2016, un anno dopo la morte del padre della scrittrice americana.

Storia di Marcella che fu Marcello di Bianca Berlinguer. Marco Giusti per Dagospia il 5 ottobre 2019. Marcellona? La vita di Marcellona, celebre trans italiana, attivista del Movimento Italiano Transessuali, che già fu Marcello Di Folco, attore stracultissimo per Federico Fellini, Steno, Franco Zeffirelli, Roberto Rossellini, oltre che famoso buttafuori del Piper romano e amico stretto di Renato Zero e Mia Martini raccontata in un libro da Bianca Berlinguer? Quella Bianca Berlinguer che cinguetta su Rai Tre con Mauro Corona? Esatto. Il mondo, anche quello letterario rivela delle sorprese impossibili. Il libro di Bianca Berlinguer si intitola “Storia di Marcella che fu Marcello”, La Nave di Teseo, appena uscito. Insomma, Marcellona, che è morta nel 2010, incontrò Bianca Berlinguer durante il gay pride del 1997 e le due diventarono amiche, anzi amicissime. Al punto che Bianca decise di raccogliere le memorie della vita eccessiva, sotto tutti i punti di vista, di Marcellona, fino allora adorata solo da Stracult, tanto che la intervistammo in una puntata sui “corpi mutanti”, curata da Enrico Salvatori, nel 2002. Nel libro è la stessa Marcella a raccontare la sua storia in prima persona a Bianca Berlinguer, dalla infanzia romana agli anni della Dolce Vita, dal Piper a Cinecittà con Fellini, dal cambio di sesso nel 1980 agli anni della militanza politica. Marcellona non si ferma di fronte a niente. Racconta di come adescava i militari con Giò Stajano a Sabaudia, di quanto fosse insaziabile sessualmente da subito e di quanto fosse del tutto convinta prima della propria omosessualità, un’omosessualità ostentata e vissuto con allegria, e poi della decisione di cambiar sesso. Del Piper ricorda di esserci arrivata a 25 anni, nel 1968. Da subito fa l’elenco dei simpatici e degli antipatici. “Tanto Loredana era sgradevole quanto Mia era meravigliosa: dolce e umile, come potevi dirle di no quando si presentava all’ingresso? Invece Loredana era una di quelle che mi faceva proprio piacere lasciare fuori”. E Fabio Testi? Si vendicava dei suoi atteggiamenti da presa per il culo dicendogli davanti a tutti: “Uh, che bel paccone che hai! Fammi vedere cosa c’è qui”. (..) “Se non fai vedere il fagotto nun te faccio entrà”. Marcellona si autodefinsice “tremenda, una porcacciona”. E prosegue: “In quel periodo mi sentivo la regina del Piper, avevo il potere di decidere chi poteva entrare e chi no. A Roma ero straconosciuta: non facevo politica attiva, ma su queste cose ero al’avanguardia”. Nel cinema entra, come tanti, grazie a Federico Fellini. Lui e Danilo Donati lo acconciano subito per il Satyricon, dove il suo faccione avrà un bel primo piano. Poi lo ritroviamo ne I clowns, in Roma, dove fa il figlio mammone della padrona di casa gigantesca di Fellini giovane, in Amarcord dove è il principe Umberto di Savoia al quale viene inviata in dono la bella Magali Noel che non sapendo come presentarsi se ne esce con un “gradisca!” che le rimane attaccato. Ne La città delle donne è un servitore di Katzone, effeminatissimo. Roberto Rossellini gli affidò addirittura un ruolo da protagonista, per fortuna doppiatissimo, nel televisivo L’età di Cosimo, dove è addirittura Cosimo de Medici, cosa che è rimasta negli annali di Stracult. Ma fece film anche con Steno, è il killer del delirante Il terrore ha gli occhi storti, con Dino Risi, In nome del popolo italiano, con Elio Petri, Todo modo. Fece un paio di decameroni, Storie scellerate con Sergio Citti, Il poliziotto è marcio di Fernando Di Leo, chiudendo in bellezza nel ruolo del “caro amico Aroldo” che abita in Via Finocchio Gay nello stracultissimo I carabbinieri di Francesco Massaro, dove Diego Abatantuono finisce infiltrato in una festa gay. Dopo il 1980, con il cambio di sesso, smise col cinema e si dedicò alla militanza politica lottando per i diritti dei Transessuali. “La mia carriera avrebbe potuto essere brillante, ma è stata bruciata dalla voglia di diventare donna”. Fu quasi una seconda vita. Se nel cinema, Fellini a parte (insomma…), aveva avuto ruoli da checca da commediaccia e di totale assurdità stracultistica, nella vita Marcello, diventata Marcella cambiò completamente. Anche se, esattamente come non aveva mai nascosto la propria omosessualità, non nascose neanche la propria transessualità. Ma trovò nella militanza politica quel qualcosa in più che il cinema non le aveva certo dato, confinandola spesso nelle macchiette.

Maddalena Oliva per il “Fatto quotidiano” il 21 ottobre 2019. "Mi chiamavano audacia. Se mi piaceva qualcuno ero capace di fargli la danza del ventre in piazza Navona. Loro ridevano e così li conquistavo". Marcella Di Folco è stata tante cose. Ma è stata soprattutto la sua grande gioia di vivere, la sua risata fragorosa (inconfondibile), la sua anima a colori capace di invadere le stanze in cui entrava. E, scorrendo le pagine dell' ultimo libro di Bianca Berlinguer Storia di Marcella che fu Marcello, eccola Marcella - nata all' anagrafe come Marcello - prendersi tutto lo spazio. Lei, la sua infanzia, il rapporto con la madre, Federico Fellini e quel Satyricon girato per caso, l' operazione a Casablanca (nel 1980) "fra le braccia della mitica infermiera Batoulle", il marciapiede, Bologna. E il Mit, le lotte politiche, sempre all' insegna della dignità e dei diritti da riconoscere a tutti: trans e non, indistintamente.

Come nasce questo libro, intimo e diretto nel racconto di una vita così straordinaria?

«Le dicevo sempre: "Dobbiamo scrivere un libro insieme". È il frutto delle confidenze e degli incontri negli ultimi suoi mesi di vita, quando tutte e due ormai sapevamo che, da lì a poco, sarebbe morta di tumore. La storia di Marcella è la storia di una donna eccezionale, con una vita tutta dedita - con determinazione ma anche tanta gioia - al perseguimento del suo obiettivo: diventare donna».

Come iniziò il vostro rapporto?

«Ci siamo incontrate nel 1997, al Gay Pride di Venezia. Pioveva a dirotto, e lei avvicinandosi con un ombrellino mi disse: "Vuoi un po' di riparo?". Da quel momento iniziammo a frequentarci. Veniva spesso a casa nostra a Roma. Mia figlia Giulia aveva quattro anni quando la incontrò la prima volta e le chiese: "Ma tu sei maschio o femmina?". Marcella scoppiò a ridere. A lasciare perplessa Giulia era la sua voce inconfondibilmente maschile».

Marcella Di Folco è stata la prima trans eletta al mondo in un Consiglio comunale. Attivista storica del movimento trans, anche grazie a lei arrivammo, nel 1982, a una delle leggi più avanzate per il riconoscimento dell' identità di genere e il cambio di sesso. Che Paese era quello?

«Arretrato. E continua ad esserlo. Come diceva Marcella, le transessuali sono ultime tra gli ultimi. Per tutta la sua vita ha perseguito un fine fondamentale: l' autodeterminazione della propria identità sessuale. Oggi forse c' è più tolleranza, ma i problemi restano».

"Essere all' avanguardia significa essere libera", diceva Marcella.

«Lei lo era nel profondo, libera. È questo che le ha permesso di affrontare tutto: il dolore, gli ostacoli arrivando alla fine a vincere la sua battaglia. "La vagina non dà la felicità, ma almeno può darti la serenità". Voleva essere desiderata come donna. Non è un problema anatomico, ma di identità. Perché il tuo sentirsi donna, o uomo, prescinde dall' aver fatto un intervento chirurgico. L' istanza delle persone transessuali mette in crisi, da una parte, il sistema binario dei generi, ma dall' altra, penso alle critiche di un certo femminismo, lo ripropone nel modo più classico: sei donna e per farti riconoscere come tale ti rappresenti secondo i canoni dominanti. Una persona trans fa tutta quella fatica per cambiare sesso e io non mi sento assolutamente di rivolgerle alcuna critica. È un percorso dolorosissimo E la complessità del transessualismo non può essere incasellata in un genere».

Dagli anni di Marcella a oggi, cosa è cambiato per le persone trans?

«Grazie a una sentenza della Corte costituzionale, il cambio di identità sui documenti è possibile anche senza che vi sia stato un intervento chirurgico. Ma ancora siamo fermi a un certo stereotipo della persona transessuale. E non esiste una possibilità vera di inserimento lavorativo: l' alternativa resta ancora tra prostituzione e mondo dello spettacolo».

Con Vladimir Luxuria anche la politica è sembrata farsi carico, per una stagione, dei diritti delle persone trans.

«La verità è che le battaglie delle minoranze è sempre difficile farle diventare battaglie di tutti. Vladimir è stata importante, lo diceva sempre Marcella, perché ha dato un' immagine diversa delle transessuali. La leader che aveva conosciuto personalmente e di cui mi parlava bene era Mara Carfagna: si era battuta, da ministro per le Pari opportunità, per introdurre l'aggravante della transfobia nella Legge Mancino contro l' incitamento all' odio. Non ci riuscì, ma almeno ci aveva provato».

Mentre la sinistra è sempre stata timida sul tema.

«La battaglia per i diritti delle persone trans l'hanno combattuta prima di tutto i radicali. Come in tanti altri casi, sono stati loro a cominciare. I partiti della sinistra, poi, hanno seguito. "L'equilibrio tra i diversi diritti è una delle condizioni più importanti per lo sviluppo di un Paese civile", diceva Marcella. Lei lo disse proprio durante l'incontro con Mara Carfagna. Ancora non comprendo come, secondo una certa destra, riconoscere più diritti e più libertà possa fare male alla società. A proposito di diritti a rischio e di un certo dibattito pubblico, per molti è in atto un tentativo di riportare le donne indietro La cosa fondamentale, per non tornare indietro, è non farsi rinchiudere in casa. Lavorare e avere un ruolo sociale. Il nostro nemico, più ancora della politica reazionaria, è la crisi economica. Sono molte le donne che hanno dovuto rinunciare alla loro indipendenza. Ma certe battaglie dobbiamo comunque combatterle da sole. Quelle di noi che occupano posti di responsabilità sono ancora molto poche. Direttrici al Tg1 non se ne sono mai viste, come al Tg5».

Cosa le ha lasciato questa amicizia speciale?

«Tre giorni prima di morire mi disse: "Io non rimpiango nulla, la mia vita è stata bellissima". Ecco cosa mi ha lasciato: la sua gioia di vivere, anche le piccole cose. "Bianca, tesoroooo", mi sembra di sentirla ancora. Marcella Di Folco è morta nel 2010».

Perché aspettare nove anni per il libro?

«Non volevo sovrapporre le mie idee e le mie inibizioni alla sua storia. Questo è il racconto di Marcella con le sue stesse parole. Lei era molto più libera di me e di noi tutte. Io non so se al suo posto ce la avrei fatta».

I Transessuali. Irene Dominioni per L'Inkiesta il 27 giugno 2019.  Alessandra Angeli (altrimenti nota come Angelina) non è tipo da giri di parole. Transessuale resa nota dalla partecipazione al reality Pechino Express nel 2014 e poi apparsa a più riprese in televisione, oggi è ospite regolare di Tv Talk. “Sono nata biologicamente maschio ma vivo da femmina da sempre”, spiega. A distinguerla è soprattutto la sua ironia, caustica e senza peli sulla lingua. “Il mio dirimpettaio di posto in treno è un bellissimo uomo inglese di 35 anni, castano, occhi verdi e alto 190 cm. Mi ha aiutata a riporre la valigia nello scompartimento, secondo voi perché; A) Gallina Vecchia. B) Gallina Vecchia fa buon brodo”, scrive su Facebook. Originaria di Verona, vive a Milano da anni. Di professione è make up artist. Vicini ormai alla conclusione di giugno, il Pride Month, Linkiesta l’ha contattata per parlare di Pride e diritti LGBT.

Angeli, tra pochi giorni c’è il Gay pride a Milano. Ci andrà?

«Non ci andrò perché, purtroppo o per fortuna, lavoro, però ci sarei andata volentieri. Ma fatemi fare subito una puntualizzazione. Il Pride è inclusione per me, e non soltanto dei gay, ci sono tante altre categorie che partecipano, incluse le persone etero. È l’orgoglio di amare chi si vuole e come si vuole. Non voglio cadere nel solito discorso del partenariato bianco, perché pone immediatamente in una condizione di subalternità, e io non mi sento subalterna a nessuno. Gay pride è una dicitura di uso comune, ma se vogliamo davvero cercare di includere, chiamiamolo Pride e basta».

Perché ci serve ancora un Pride?

«Perché purtroppo le discriminazioni in base all’identità di genere e all’orientamento sessuale esistono ancora. Ci sono persone che non vorrebbero che noi fossimo visibili, quindi il Pride ci serve per contrastare questa voglia di cancellarci. Per lo Stato italiano, a meno che non mi rimetta a quello che pensa un giudice, io non sono Alessandra, non sono riconosciuta. In uno Stato laico io vorrei che si legiferasse pensando che ci sono cittadini etero, gay, transessuali, e che quindi ci venisse riconosciuto il diritto di autodefinirci».

Ci spiega questa cosa dei documenti?

«Io sono nata biologicamente maschio ma vivo da femmina da sempre, mi percepisco al femminile. Per essere riconosciuta nel genere a cui sento di appartenere, devo rimettermi alla decisione di un giudice, a cui devo spiegare perché mi deve cambiare il nome sui documenti. Sto chiedendo di mantenere anche il nome maschile, voglio farlo per far passare il messaggio che io non sono sbagliata. Una mia piccola lotta personale per cambiare un po’ le cose. Sulle persone transessuali si ricorre sempre alla narrativa della sfiga, delle persone intrappolate in corpi sbagliati. Ma il mio corpo è giusto, c’è una definizione che è transessuale, e io voglio essere rispettata in quanto tale. È per questo che serve il Pride».

Trans e gay oggi lottano la stessa lotta?

«No, perché io mi faccio carico delle lotte degli altri, ma gli altri non si fanno carico della mia. Noi transessuali siamo la minoranza della minoranza. Non vivendo le stesse problematiche i gay non si immedesimano. A parte l’attività di alcune associazioni, non mi sembra che ci sia una grande difesa dei diritti trans».

A quali diritti nello specifico si riferisce?

«Il riconoscimento è un primo passo: bisogna avere la possibilità di scegliere, non deve essere una scelta obbligata. E il riconoscimento serve perché se io mando un curriculum e ho le competenze, il datore di lavoro comunque si fa mille problemi ad assumermi, c’è un forte stigma sociale. Ancora oggi c’è gente che mi chiede: tu hai cambiato genere perché ti piacciono i maschi? Ancora non si è capito che identità di genere e orientamento sessuale sono due cose diverse (la prima è il senso di appartenenza di una persona a un genere con cui si identifica; il secondo è l'attrazione erotica ed affettiva per un sesso o per l'altro o per entrambi, ndr). Va bene lottare per i diritti civili, quelli ci devono essere, ma io credo che ci siamo persi troppo dietro ai diritti civili e intanto sono venuti a mancare i diritti sociali, cioè l’accesso al mondo del lavoro da parte delle persone transessuali. Non parlo nemmeno di lavoro in sé, perché quello è un problema di tutti. In futuro, vorrei vedere medici, avvocati, bancari transessuali».

Secondo lei Milano è davvero diversa dal resto d’Italia in tema di rispetto e di inclusione LGBT?

«Io penso che Milano sia un’isola felice, una bolla, un avamposto di civiltà e di progressismo. Almeno in superficie viene vissuta così. A Milano mi sento più a mio agio. La mia città, Verona, invece non mi rende orgogliosa. Siccome io non permetto a nessuno di mancarmi di rispetto, non ho mai vissuto delle discriminazioni forti da nessuna parte. Non posso negare però che ci siano dei casi in cui invece queste cose accadono: ovunque si legge di persone vessate o picchiate. Per cui non mi va di generalizzare».

Chi tra i politici difende di più i diritti LGBT oggi? 

«Gli unici che vedo spendersi davvero sono quelli di Possibile. Il povero Civati è l’unico che si ricorda sempre di tutte le categorie umane».

E nel mondo dello spettacolo invece?

«Le persone più conosciute attualmente mi sembra sempre che cavalchino quella cosa lì per interesse personale e per ottenere consenso. Fortunatamente ci sono invece produttori, autori eccetera che portano in tv persone come me per dire cose non mainstream, che lavorano per uno sdoganamento, pur non facendo parte del mondo LGBT. Nel panorama televisivo le persone gay e trans vengono sempre rappresentate in un certo modo, sono delle macchiette. Credo sia venuto a noia anche questo. Quelle persone rappresentano loro stesse, ma se vedono solo quei modelli la gente è portata a pensare che esistano solo quelli».

Perché esiste questa rappresentazione?

«Ci sono persone che hanno scritto libri e che raccontano in maniera più autentica, ma che non sono arrivate forse perché non estremizzano oppure perché veicolano concetti troppo alti. Alla gente interessa il litigio di quella che dice "no tu non puoi andare al cesso delle donne". È una questione di tifoseria, anche la politica è diventata così, è tutto bianco o tutto nero. La caciara, la litigata fa più audience che non le argomentazioni serie».

Il rischio che alcune forme di sostegno siano solo di facciata però c’è.

«Io vorrei andare a leggere la carta dei valori in quelle aziende che partecipano al Pride month per vedere se assumerebbero mai una persona transessuale, se ne hanno assunte, se consentono loro di ricoprire ruoli apicali e così via. Questo è misurabile anche in altri ambiti. Vladimir Luxuria è entrata in politica con il partito comunista, e poi quando c’era stata la polemica sui Pacs diceva “l’Italia ha altre priorità”. La sinistra sulla questione dei diritti civili si è suicidata: sono importanti i diritti civili, ma vengono utilizzati come specchietto per le allodole. Poi, siccome il mondo LGBT da anni spera di ottenere diritti e rispetto, appena ci fanno la carezzina noi ci caschiamo. Abbiamo preso talmente tante legnate e abbiamo talmente tanta fame di essere “accettati” che anche quando arriva il buffetto sulla guancia ci mettiamo a pancia in su. Bisognerebbe invece tenere sempre alta la guardia».

L’associazionismo LGBT quindi come lo vede?

«Sul mondo dell’associazionismo si dovrebbe fare una lunga disamina. Le associazioni che veramente lottano per i diritti e sono inclusive sono poche, le altre non vanno da nessuna parte. Spesso sono utilizzate come trampolino per carriere politiche, per avere consenso. Io vedo questo».

Si sente rappresentata da queste associazioni?

«Con alcune avevo avuto degli scontri per via di alcune mie dichiarazioni che non erano state capite, ma in generale sì, mi sento rappresentata. Ci sono associazioni valide».

Ma in Italia allora stiamo migliorando o peggiorando in termini di diritti LGBT?

«Mi sembra che ci sia un progresso, malgrado il governo attuale sia palesemente oscurantista e contrario a che le persone LGBT abbiano dei diritti. Certo, ancora oggi ogni tanto leggo cose che mi fanno cadere le braccia, ma la società sta cambiando, malgrado tutto e soprattutto malgrado la paura che ci viene trasmessa, quindi spero di leggerle sempre più sporadicamente. Secondo me la speranza c’è e per forza di cose si andrà sempre più verso un cambiamento in direzione dell’inclusività».

Ci dice quelle che secondo lei sono le tre priorità oggi?

«Il rispetto e la promozione dei diritti sociali ma soprattutto il lavoro per tutti i lavoratori, al di là del genere, mi sembrano una priorità. È bello che adesso ci si possa sposare, ma se non hai un lavoro e una casa, dove vai a vivere? Quelli sono diritti fondamentali. Seconda cosa, serve una legge contro l’omotransfobia: picchiare o perseguitare qualcuno in base al suo orientamento sessuale o alla sua identità di genere deve prevedere pene severe. Una legge chiara e precisa potrebbe fare da deterrente a chi si sente legittimato a compiere questi abusi. E poi basta con la retorica, questo paese sta soffocando tra questa retorica e controretorica: la priorità sono le soluzioni e chi fa, sia da una parte che dall’altra».

A Milano è attivo da un decennio lo Sportello Trans ALA Milano Onlus, che ora rischia di chiudere. Che ne dice?

«Inviterei a devolvere il 5 per mille a onlus come questa che assistono le persone in difficoltà. Spesso le persone transessuali sono allontanate dalla famiglia, ma se non le accoglie la prima formazione sociale che riconosciamo, come possiamo aspettarci che la società faccia lo stesso? Donare il 5 per mille significa agire concretamente per far sì che associazioni come questa possano continuare a operare».

·         Il problema del Gender.

Dagospia il 23 novembre 2019. Comunicato stampa. Alessia Bergamo è una transgender originaria di Enna che da anni vive a Bergamo. Già da bambino aveva atteggiamenti effemminati, giocava con le barbie e preferiva la compagnia delle femmine rispetto a quella dei maschi. Un po’ forzata dai genitori, tipici siciliani conservatori e cattolici Alessia (all’epoca Alessio) ha frequentato un anno di seminario per diventare sacerdote, ma proprio in questo percorso ha scoperto la sua vera natura, ossia quella di diventare una donna. Così Alessia lascia il seminario e confessa ai genitori questo suo desiderio, viene sbattuta fuori di casa e con due soldi in tasca e quattro stracci nella valigia si trasferisce al nord a casa di amici in cerca di fortuna ed inizia il suo percorso di transizione. La vera vittoria arriva nel 2013 quando Alessia vince il prestigioso premio nazionale “Miss Trans Italia 2013” e risana i rapporti con la sua famiglia che dopo tempo ha accettato Alessia  dicendo che il signore non gli ha dato subito la figlia femmina ma gliel’ha data con il tempo. Ora Alessia è finalmente realizzata ed è l’unica sexy star trans ad esibirsi nei locali notturni, night club e club privè di tutta la penisola. La trans sicula si lascia andare a dichiarazioni piccanti sulle sue passate esperienze sessuali: “Amo il sesso, ma quando faccio l’amore sono abbastanza classica non piace fare numeri particolari, come tutte le siciliane però sono molto focosa, sono sia attiva sia passiva, e sono ben messa, ho 21 centimetri di piacere da donare, e un lato B capiente. Il 90% degli uomini con cui sono stata sono passivi, il 10% attivi, le donne le ammiro ma non potrei mai andarci a letto. La prima cosa che guardo in un uomo? Se lo vedo da dietro il culo e se lo vedo da davanti il pacco, per me avere un grande e grosso pene è una cosa fondamentale, poi ovviamente lo deve sapere usare al meglio. La richiesta più strana che ho dovuto soddisfare è stata quella di un imprenditore milanese, arrivato da me in giacca e cravatta elegantissimo, appena si è spogliato sotto aveva Il perizoma da donna e le autoreggenti, mi ha chiesto di strangolarlo più forte che potevo mentre lui si masturbava, ad un certo punto sentivo che faticava a respirare e ho mollato la presa, si è arrabbiato perché stava per venire e voleva stringessi ancora più forte!”

Greta, 13 anni e transgender: “Nata maschio, sempre sentita donna”. Le Iene il 27 novembre 2019. Greta è nata con un nome da maschio, che non vuole nemmeno ripetere perché le fa troppo male. Fin da quando è nata sapeva di essere una donna. Nina Palmieri incontra questa coraggiosa adolescente con tutta la voglia di vivere i suoi 13 anni come gli altri. “Io ho tredici anni e mi sono sentita femmina da quando sono nata”: Greta non vuole nemmeno dirci come si chiamava prima perché ricordare quel nome maschile le fa troppo male. “Tutti pensano che sia più debole perché sono transgender, ma i deboli sono i bulli. Sono loro che devono essere aiutati. Noi sappiamo cosa siamo e non abbiamo paura di dirlo”. Per trovare il coraggio di affermarsi come Greta, questa coraggiosa adolescente ha dovuto superare numerose difficoltà e pregiudizi, che sta combattendo ancora oggi. Greta è nata assieme a suo fratello gemello Paolo e come tutti i bambini passavano il tempo a giocare. Ma un giorno Greta scopre che ci sono altri giochi rispetto alle macchine. “Ho scoperto le Winx”, dice ridendo. Cominciano le elementari e con la scuola iniziano anche i problemi con gli altri bambini: “Mi prendevano in giro, mi dicevano frocio”. Il tempo passa e una volta Greta si trova nello spogliatoio dei maschi. “Ci siamo confrontati e mi sono accorta che avevano la stessa cosa che avevo io”, dice a Nina Palmieri. Arriva poi un momento importante per le adolescenti: “Le ragazze parlavano del ciclo e io mi chiedevo perché non stessero vedendo anche a me. E poi ho capito”. Greta passa un periodo difficile in cui cerca di reprimere quello che sente. Finché un giorno, mentre il fratello è nudo, sbotta: “Mi fa già abbastanza schifo il mio, non voglio vedere il tuo”. Il papà interviene: “Gli ho chiesto cosa volesse dire”, racconta alla Iena. “Lei ha detto che era una femmina e che non ce la faceva più con questa storia di essere maschio”. Greta si libera, parla anche con sua madre e tra le mura di casa trova un porto sicuro. Ma a scuola le cose si fanno più difficili. “La cosa che mi fa più soffrire è che gli altri non cercano nemmeno di interagire. Se chiedo qualcosa non si girano”. Un atteggiamento che spesso parte dai genitori: “La mamma di una mia compagna dice che se lei sta con me io la faccio diventare maschio”. Eppure quello che Greta vorrebbe è solo un’adolescenza come tutti gli altri: “Sogno di avere un fidanzato ma non credo che succederà tanto presto. Prima devo voler bene a me stessa. Sto iniziando a capire che il mio non è un corpo sbagliato, ma un corpo che io riuscirò ad adattare a ciò che sento”. 

Greta, 13 anni e transgender: hanno fatto chiudere il suo Instagram. Troppe segnalazioni? Le Iene il 27 novembre 2019. Vi abbiamo raccontato la storia di Greta, una ragazza di 13 anni che è nata uomo ma si è sempre sentita una donna. Con tutte le difficoltà che una ragazzina nella sua situazione può avere con i compagni, vi abbiamo dato il suo nome utente su Instagram nel caso qualcuno avesse voglia di conoscerla e passarci del tempo insieme. Ma sembra che i bulli non si siano ancora arresi, tra segnalazioni del suo profilo e account falsi. Di profili finti su Instagram, come sugli altri social, ne nascono ogni giorno. Ma quando vengono creati per approfittarsi della visibilità di altre persone che volevano solo un aiuto, bisogna dire basta. Stiamo parlando di quello che è successo dopo il servizio di Nina Palmieri su Greta. Questa ragazza di 13 anni ci ha raccontato di come, nata maschio, si sia sempre sentita una donna. “Mi sono sentita femmina da quando sono nata”, ha raccontato alla Iena. Un giorno Greta ha trovato il coraggio di parlarne con i suoi genitori. Quando vede suo fratello nudo, Greta sbotta: “Mi fa già abbastanza schifo il mio, non voglio vedere il tuo”. Suo papà interviene subito: “Gli ho chiesto cosa volesse dire”, ha raccontato a Nina Palmieri. “Lei ha detto che era una femmina e che non ce la faceva più con questa storia di essere maschio”. Così Greta trova nella sua famiglia un porto sicuro. Ma le cose a scuola non vanno altrettanto bene. Greta ci ha raccontato si sentirsi isolata e ignorata dai suoi compagni. “La cosa che mi fa più soffrire è che gli altri non cercano nemmeno di interagire. Se chiedo qualcosa non si girano”. Quello che renderebbe più felice questa ragazza sono le stesse cose che desidera qualsiasi ragazza della sua età: degli amici, uscire qualche volta e chissà magari più in là anche un fidanzatino. Così Nina Palmieri si è rivolta a tutti i giovani che stavano ascoltando la sua storia e che magari avevano voglia di conoscerla. “Se avete voglia di passare un pomeriggio insieme, andare al cinema, a teatro, a fare yoga o un corso di make-up, si faccia sentire sull’account Instagram iosonogreta13 che gestiranno insieme a lei i suoi genitori”. Ma subito dopo il nostro servizio sono sbucati come funghi account simili al suo, che qui non vogliamo nemmeno ripetere per non fare pubblicità a chi sperava di accaparrarsi follower sulla pelle di Greta. E il colmo è che quegli account sono ancora attivi, mentre quello di Greta è stato bloccato. Subito Nina Palmieri ha pubblicato un post per denunciare la cosa e ricordare qual è il vero account. Perché il profilo di Greta è stato bloccato? Non possiamo saperlo con certezza, ma la cosa più probabile è che vari utenti abbiano fatto la bravata di segnalarlo e Instagram l’abbia chiuso automaticamente. Noi stiamo cercando di farlo riaprire, anche perché al di là di questi bulli c’era anche chi era semplicemente interessato a farsi sentire o dare una parola di sostegno, tanto che in mezz’ora da quando abbiamo pubblicato il servizio la pagina di Greta era passata da un follower (la nostra Nina Palmieri) a 8mila. Ma intanto a chi lo ha segnalato e a chi ha creato falsi profili spacciandosi per Greta rivolgiamo le stesse parole che ci ha detto lei: “Tutti pensano che sia più debole perché sono transgender, ma i deboli sono i bulli. Sono loro che devono essere aiutati. Noi sappiamo cosa siamo e non abbiamo paura di dirlo”. 

Greta, 13 anni e transgender: account Instagram riattivato e subito ribloccato! Le Iene il 28 novembre 2019. Nina Palmieri ci ha raccontato di questa ragazzina di 13 anni, nata uomo ma che si è sempre sentita donna. Dopo il nostro appello ad andare sul suo profilo Instagram per chiederle l’amicizia, il suo account era stato bloccato tra segnalazioni finti profili. Le Iene si sono mosse: stamane è tornato online, ma dopo un paio di ore è di nuovo bloccato. Noi non ci arrendiamo di certo contro i bulli! iosonogreta13 è ancora sotto attacco. L’account Instagram della ragazzina di 13 anni nata uomo ma che si è sempre sentita donna, dopo essere stato riaperto per qualche ora, è nuovamente sospeso. Vi avevamo raccontato la sua storia nel servizio di Nina Palmieri, che potete rivedere sopra. Dopo quel servizio e il nostro invito a scriverle, per chiederle l’amicizia e dimostrarle la vostra solidarietà, l’account gestito dai suoi genitori era stato bloccato, mentre si erano moltiplicati in modo vergognoso quelli molto simili al suo, nati per accaparrarsi follower sfruttando l’equivoco. Ci eravamo mossi subito con Instagram, anche perché  dopo il nostro servizio avevate risposto in tantissimi: il profilo di Greta era passato da 1 follower a ben 8000! Le Iene hanno contattato Instagram, che ha assicurato di aver preso in carico la nostra richiesta di riattivazione. E così, questa mattina per un paio di ore, il profilo iosonogreta13 è tornato attivo. Una gioia durata troppo poco però, perché l’account di Greta adesso è di nuovo offline. Ci rivolgiamo a questi bulli da tastiera, armati di odio, per dirgli che questa battaglia non intendiamo abbandonarla, e la continueremo fino alla riattivazione definitiva del profilo di Greta. Indirizziamo a queste persone, ancora una volta, le stesse parole che ci ha detto Greta: “Tutti pensano che sia più debole perché sono transgender, ma i deboli sono i bulli. Sono loro che devono essere aiutati. Noi sappiamo cosa siamo e non abbiamo paura di dirlo”. Nina Palmieri ci ha raccontato la storia di Greta e delle sue mille difficoltà nelle relazioni sociali. “Mi sono sentita femmina da quando sono nata”, ha raccontato alla Iena. Un giorno Greta ha trovato il coraggio di parlarne con i suoi genitori. Quando vede suo fratello nudo, Greta sbotta: “Mi fa già abbastanza schifo il mio, non voglio vedere il tuo”. Suo papà interviene subito: “Gli ho chiesto cosa volesse dire”, ha raccontato a Nina Palmieri. “Lei ha detto che era una femmina e che non ce la faceva più con questa storia di essere maschio”. Greta trova nella sua famiglia un porto sicuro ma le cose a scuola non vanno altrettanto bene: “La cosa che mi fa più soffrire è che gli altri non cercano nemmeno di interagire. Se chiedo qualcosa non si girano”. A Greta basterebbe davvero poco: degli amici, uscire qualche volta e chissà magari più in là anche un fidanzatino. Così Nina Palmieri si è rivolta a tutti i giovani che stavano ascoltando la sua storia e che magari avevano voglia di conoscerla: un appello al quale hanno risposto in tantissimi, anche se spesso fanno più rumore dieci leoni da tastiera che 100 belle persone. Continueremo a seguire questa vicenda, fino a che Greta non sarà libera di essere quello che è. Anche su Instagram.

Cambio sesso rovina una vita: ospedale a giudizio. Le Iene il 28 novembre 2019. Il Santa Corona di Pietra Ligure è stato costretto a risarcire 322mila euro a una trans 37enne, per un’operazione di cambio sesso da uomo a donna andata male. Nina Palmieri ci aveva purtroppo già raccontato una storia simile, raccogliendo la denuncia di 4 trans. Le hanno riconosciuto un risarcimento di 322mila euro per “danno alla sfera interiore”. Sotto accusa l’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure, condannato per un’operazione di cambio sesso da uomo a donna andata male. I giudici hanno ravvisato la “criticità dell’operato dei sanitari” e “profili di malpractice medica” nei confronti di una 37enne transessuale veneta, che è stata poi costretta a un nuovo intervento “che non ha comunque raggiunto il risultato sperato”. Lo stesso ospedale in passato era già stato costretto a un altro risarcimento di 374 mila euro, una decisione verso la quale la struttura ha però fatto appello. “L’ordinanza di Savona conferma gli effetti devastanti sulla vita delle persone quando le cose non vengono fatte a dovere”, ha spiegato il legale della transessuale. Nina Palmieri ci aveva raccontato una vicenda purtroppo simile, andando a intervistare un medico che avrebbe effettuato operazioni non riuscite su 4 trans, come potete rivedere qui sopra. Queste persone, come hanno raccontato a Nina Palmieri, si erano rivolte alla struttura Umberto I di Roma, al reparto diretto dal professor Scuderi, che attuava una tecnica che, in realtà, era assolutamente sperimentale. Quegli interventi si erano poi rivelati un fallimento totale: “Mi sono resa conto che quella che avevo non era una vagina ma carne messa lì per fare cornice”. E quando una delle pazienti si è rivolta all’ospedale chiedendo un altro intervento “riparatorio”, si sarebbe sentita dire una cosa terribile: “Signora, se noi la riapriamo si deve mettere in testa che il tutore lo porterà a vita, se no, male che vada, si deve fare suora o usare l’altro buco”. Quando Nina Palmieri è andata dal professor Scuderi, nel frattempo rinviato a giudizio per lesioni, lui nega di aver taciuto che si trattasse di un intervento sperimentale e ha risposto così: “Il rischio di insuccesso in questi interventi, nella letteratura medica mondiale, è altissimo. Noi, nei casi che abbiamo operato, abbiamo avuto diversi successi e alcuni insuccessi".

Barbara Costa per Dagospia l'8 novembre 2019. Come ti senti? In che rapporti stai con quello che hai e ti pulsa tra le gambe? Va tutto bene, mai un dubbio, un ripensamento, un disagio? Ok, ho capito, sei il classico, convinto eterosessuale che dice e ridice di non avere pregiudizi, e di accettare tutto di tutti, sei magnanimo, indifferente a ogni differenza, insomma, un tipo realizzato e con inclusività da vendere. Sai che c’è, è ora che la pianti, che stai zitto e che tu non prenda impegni, dal 7 al 9 novembre. È proprio il caso che tu getti la maschera, e ti rechi a Milano, alla I edizione del "Gender Border Film Festival", e ne esca come spero e voglio, cioè pieno di perplessità, inquieto, meglio ancora se tra l’irritato e lo schifato: è questo l’unico modo per mettere alla prova i nostri limiti e superarli, e capire, buttare al cesso la tolleranza che altro non è che la forma più bieca di superiorità. Prendere atto, finalmente, che al mondo non ci sei solo tu, solo io, ma ogni persona diversa, da me, e da te, e anche lei, come te, come me, piena di domande, paure, freni da combattere, e ci sono film che in questo possono aiutare, ad aprirti, e prima che agli altri, a te stesso. Non mi dire che questo non è cinema, non mi dire che non ti piace se prima non l’hai visto, e se non hai visto "Las hijas del fuego", film lesbico, lesbo-road, film pieno di corpi, nudi, veri, ben fatti e malfatti. Film di corpi liberi, corpi uno sull’altro, corpi che cercano e si cercano, c’è il sesso, c’è sesso rappresentato su uno schermo, è porno e più nei genitali aperti, in primo piano, specie nella scena della vagina in gonfia masturbazione. Se questo non è cinema allora cos’è, stai davanti a uno schermo e vedi e senti immagini, ma la verità è che a te, come a me, quelle immagini danno un po’ fastidio, toccano nervi che credevi coperti, nervi che nemmeno pensavi ci fossero, scoprono tabù. Se questo non è cinema dimmi cos’è, secondo la regista Albertina Carri è porno ma politico, è manifesto, è rivoluzione, è un calcio in culo al porno che trovi a milioni di video in rete. E allora ecco che mi incazzo con la Carri, con la sua prevenzione, sicurezza di sapere cos’è e com’è il porno sul web, e nello specifico quello americano: ma anche la regista, come noi, è preda di pregiudizi, credenze errate, perché il porno sul web è meravigliosamente ribelle, non vuole importi nulla. Qui entro in campo io, nell’urlare a tante donne, in quelle loro dure teste femministe, che il porno sul web è affatto maschilista, né tutto uguale, o mai contro le donne, e nemmeno pensato e mirato solo a esaudire furori maschili. No! Questa è soltanto una parte, un aspetto del porno, è il porno che un uomo etero se vuole cerca, vede e gode, ma lo stesso maschio, insieme e diversamente da altri maschi, può avere passioni, porno-manie molto diverse, e così una donna da un’altra donna, e una donna da un gay, e un gay da un altro gay, e da un fluid, e da un trans, e da una/un bisex. Il porno è libertà e scelta la più audace e personale possibile, il porno è tuo piacere unico e intoccabile, e come in rete ne gusti di ogni genere, norma, così il film della Carri può scatenarti o meno morbosità o voglie, desideri che ora ti vergogni di avere, sognare, oppure può contrariarti come ha fatto con me, ma una cosa è sicura, non ti lascia indifferente, perché è porno, e in ciò non può mancar mai alla sua missione. Il porno ferisce, segna, marchia la mente nei modi più subdoli, lo fa anche se tu non lo vuoi, specie se tu non lo vuoi, è così, dittatorialmente così, e se vai a questo festival, ti puoi ritrovare davanti a Sofia, che ha 26 anni ma in realtà 1 soltanto, perché il maschio che è stata per 25 è morto un anno fa; davanti a una disinibita cam-girl pansessuale; davanti ai poliamorosi di cui tanto si parla e poco si sa, e scoprirti a "tastare" attraverso quei corpi che dallo schermo ti invadono gli occhi, che queste persone vivono, respirano, amano, imprecano, come te, identicamente a te. In questo festival, ti ritrovi davanti a 4 uomini transgender il cui corpo male incasellato con la loro identità sessuale è allenato, scolpito, oliato e pronto a esibirsi in concorsi di bodybuilding: davvero di loro ti interessa conoscere con chi sc*pano, e come, credevi fosse basilare saperlo, invece che ti cambia posizionarli, farli rientrare in un canone, un’etichetta? Il loro corpo ti eccita lo stesso, è innegabile. Si cerca un box, una casella che per altre persone non c’è, non può esserci quando sei intersessuale, e alla nascita i tuoi genitori hanno deciso per te violentandoti. Ti hanno dato un sesso specifico, a te che sei nato intersex e quindi non rientrante nella categoria maschile né in quella femminile. La decisione di tua madre e di tuo padre, in tandem con quella dei medici, ti ha portato per gran parte della tua vita a subire cure ormonali, e altre operazioni, quando essere "Ni d’Ève ni d’Adam" non è uno sbaglio, è la normalità, veramente, nient’altro che la normalità, questa parola che atterrisce, punge, disturba se non fa rima con eterosessualità, ma è ora di capirlo, gridarlo, che l’intersex, come ogni altra sessualità, è sana, giusta, nessun errore della natura né imperfezione divina.

Da vanityfair.it il 25 novembre 2019. «Certo che per essere una trans sei proprio bella. Ti ha fatto male l’intervento? Hai orgasmi? Il tuo vero nome qual è? La natura è stata proprio cattiva con te. Certo che non sembri una trans, sembri una donna. Sei noiosa quando parli dei tuoi problemi. Questi sono i tuoi capelli veri? Cosa ti sei rifatta? Posso toccarti la pelle? Tutti i giorni io sento queste frasi. Tutti i giorni è come se dovessi cominciare da capo la mia battaglia. Transessuale, brasiliana, figlia di Cerezo, modella e poi, alla fine, Lea».

Lea T, modella brasiliana, figlia dell’ex calciatore Toninho Cerezo combatte da anni le discriminazioni. Nata Leandro, è stata la prima donna transessuale a sfilare in passerella, fortissimamente voluta da Riccardo Tisci, all’epoca direttore creativo di Givenchy. Oggi Lea T, pseudonimo di Leandra Medeiros Cerezo, ha 38 anni e al Vanity Fair Stories, protagonista del talk «Free to be Lea» (in collaborazione con Zalando), parla delle sua battaglie e delle sue conquiste.

Ma chi è Lea davvero? «Innanzitutto sono una persona, che sanguina, che sente dolore, che ha emozioni e che vive. Sono una donna transessuale, una modella, figlia di una famiglia brasiliana, cresciuta in Italia da quando ha un anno. Da dieci anni faccio la modella e credo che questo sia stato per me un traguardo davvero importante».

Ma quando parla di libertà, come recita il titolo del suo intervento, Lea frena: «Io non sono libera. La società non ci rende liberi. La libertà è una parola concessa a poche persone. Non a noi donne. Tantomeno alle donne latine e ancora meno alle donne transessuali».

Nella moda, invece, vede dei passi avanti: «Tutte le persone che lavorano nella moda stanno cercando di trasformare il sistema e di renderlo più inclusivo. In passato era qualcosa riservato a persone ricche, bianche, eterosessuali. Adesso tutto questo sta cambiando. Oggi la moda ha cominciato ad aprirsi a cercare di fare in modo che le persone possano identificarsi».

Quando parla della sua famiglia si illumina: «Si parla sempre di mio padre, che sicuramente è stato molto importante per me, ma il ruolo di mia madre è stato fondamentale. Mi ha tenuto per mano tutta la vita. Quando devo parlare dei miei problemi di donna, quando devo comprendere certe realtà per molti aspetti nuove per me è a lei che mi rivolgo. Parlare di mia mamma per me è come parlare di una divinità profonda. Lei mi è stata accanto in tutto il mio percorso e viviamo ancora insieme».

E a tutte le famiglie che si trovano a fare un percorso come il suo Lea ha qualcosa da suggerire: «Ogni storia è differente ma dico ai genitori: rispettare le scelte dei vostri figli e siate empatici, provate a mettervi al loro posto. Mia madre all’inizio ha sofferto moltissimo, più di mio papà. E io vengo da una famiglia in cui non c’è mai stato nessun tipo di discriminazione. Lei era preoccupata. Preoccupata del fatto che io potessi soffrire. Poi a un certo punto è arrivata e mi ha chiesto scusa. “Sono stata egoista. Pensavo alla mia sofferenza e non alla tua che è molto più grande della mia”, mi ha detto. E lì ho capito le sue paure più profonde: viviamo in una società patriarcale nella quale se non sei allineato con il sistema vieni massacrato. Oggi lei ed io combattiamo insieme contro le discriminazioni».

«Sogno un mondo», ha concluso Lea, «in cui razzismo e discriminazioni finiscano e in cui l’uomo impari di più a rispettare la natura. Io sono di origini indigeno-africane e questa cosa noi ce l’abbiamo dentro».

Lara Loreti per “la Stampa” l'11 novembre 2019. Cambiare genere sessuale, per Maria Stefania Migliore, è stato «come fare bungee jumping». Emozione fortissima. «La sera prima dell' intervento ero molto nervosa: ho mandato mia madre a casa, ho preso delle gocce calmanti, musica nelle orecchie e mi sono addormentata. Poi è stato tutto in discesa». Siciliana, direttrice artistica in un centro di consulenza di immagine a Palermo, Maria Stefania descrive così il suo passaggio da uomo a donna. A 24 anni, si è operata dopo 7 di terapia ormonale: «È stato come tuffarsi da un trampolino altissimo - racconta -. Sono dolori di vita, tipo diventare madre: soffri, ma dopo provi una gioia immensa».

A quasi 90 anni dalla prima operazione con cui Lili Elbe da uomo è diventata donna in Danimarca, sono circa un centinaio all' anno le persone che in Italia si sottopongono a interventi chirurgici per la riassegnazione del genere, in centri pubblici specializzati, con il Servizio sanitario nazionale, quindi pagando solo il ticket per le visite: operazioni che vanno dall' adeguamento del torace alla chirurgia dei genitali. Hanno dai 17 ai 60 anni. E sono in aumento. Negli ultimi tre anni c' è stata una crescita esponenziale delle domande e degli interventi, con un exploit delle donne che decidono di diventare uomo: se fino a qualche anno fa erano due su dieci, oggi siamo quasi alla parità. E decine di persone sono in attesa di essere operate: solo a Pisa ce ne sono 150 che aspettano. Cresce anche il numero dei minori che intraprende il percorso di transizione, con il placet dei genitori. E c' è stata un' evoluzione sul fronte giuridico. Fino a 4 anni fa per modificare i connotati sulla carta di identità - materia disciplinata dalla legge 164 del 1982 - bisognava operarsi. Ora non c' è più l' obbligo, come sancito da una sentenza della Corte costituzionale del 2015. Inoltre, dalla scorsa estate la disforia di genere, ossia il disagio legato al non riconoscersi nel proprio corpo, non è più considerato dall' Organizzazione mondiale della sanità un disturbo psichico, ma una condizione sessuale.

I dati e il fenomeno. Nell' ultimo anno circa 120 persone si sono sottoposte a interventi di riassegnazione di genere nei cinque ospedali pubblici italiani specializzati in materia, individuati dalla Sicpre, la Società italiana di chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica che segue da vicino il fenomeno con i suoi specialisti. Si tratta del Cidigem, Centro interdipartimentale disforia di genere alle Molinette di Torino; Cattinara Asuits, Azienda sanitaria universitaria integrata di Trieste; Azienda ospedaliera universitaria di Pisa in tandem col Careggi di Firenze; San Camillo di Roma e Paolo Giaccone di Palermo. Il bisturi arriva dopo un percorso di almeno due anni in cui il paziente (o la paziente) è seguito da un pool di psicologi, psichiatri, urologi o ginecologi, endocrinologi e chirurghi plastici che dovrà accertare che la persona in questione vive uno stato di disforia di genere. Con i certificati medici, il paziente potrà recarsi dal giudice per ottenere la sentenza di via libera alla riassegnazione del genere, con la conseguente modifica anagrafica. Gli interventi più complessi per diventare donna sono l' eliminazione del pene (penectomia) e la ricostruzione della vagina (vaginoplastica). In un momento successivo si può valutare se ingrandire il seno e fare altri ritocchi per femminilizzare voce e volto. Per chi vuole diventare uomo, invece, il primo intervento a cui sottoporsi è la riduzione del seno a cui può aggiungersi - ma c' è chi effettua gli interventi in contemporanea - l' asportazione di utero e ovaie. Segue la metoidioplastica, che permette di trasformare il clitoride in un piccolo pene funzionale per urinare. C' è poi la falloplastica, operazione molto più delicata: è l' impianto sul clitoride di una protesi del pene fatta con un lembo dell' avambraccio che consente di avere un' erezione, per una vita sessuale attiva. Il 60% dei pazienti che si rivolge a centri pubblici chiede di diventare donna, il restante 40% vuole modificare il genere in uomo.

Donna vs uomo. «Negli ultimi 5 anni - dice Regina Satariano, responsabile del consultorio transgenere in Toscana e vicepresidente dell' Onig, l' Osservatorio nazionale sull' identità di genere guidato dal professor Paolo Valerio - c' è stato un boom di donne determinate a diventare uomo: in Toscana la percentuale si è invertita, ora sono 7 su 3. E tale dato incide anche a livello nazionale dove ormai c' è una situazione quasi di parità». Boom di donne che chiedono di diventare uomini anche a Torino, Trieste e Pisa. A Palermo, invece, la proporzione è ancora capovolta. Lo spiega Adriana Cordova, già presidente Sicpre, direttrice del reparto di chirurgia plastica a Palermo: «Il 90% delle persone che si rivolge a noi sono uomini in partenza. Anche padri di famiglia 50enni. La maggior parte ha un' istruzione di scuola media; chi ha maggiori possibilità economiche si opera all' estero per poi fare i ritocchi in Italia». Il centro che fa più interventi è quello di Pisa. «Nel 2011, quando abbiamo iniziato, facevamo 6 operazioni all' anno, oggi sfioriamo le 60 - spiega Girolamo Morelli, urologo di fama internazionale - con 4 sedute a Pisa e due a Firenze. La fascia più rappresentativa sono i 20-30enni. E vengono da noi anche molti adolescenti con i genitori».

I minori. Uno dei centri più attenti ai minori è quello di Torino, dove nel 2012, grazie alla collaborazione del Cidigem con la Neuropsichiatria infantile dell' ospedale Regina Margherita, è iniziata la presa in carico di ragazzi in età evolutiva. «In sei anni sono stati seguiti 122 minori - spiega Giovanna Motta, endocrinologa nello staff del professor Ezio Ghigo al Cidigem - Dietro c' è una grossa sofferenza: ci sono casi di autolesionismo, minacce di suicidi, ragazzi che lasciano la scuola. È un dolore che si percepisce. La disforia può esordire già in età prescolare-scolare, e ha esiti clinici diversi. Il tasso di persistenza dall' età infantile all' adolescenza varia dal 12 al 27%. Al contrario, quando il disagio si manifesta più avanti, in pubertà, raramente sparisce, anzi persiste in età adulta». Essenziale quindi non sottovalutare i segnali del disagio sin da piccoli.

Complicazioni post intervento. La delicatezza delle operazioni, in particolare vaginoplastiche e falloplastiche, comporta un margine di rischio legato alla buona riuscita degli interventi. Non a caso gli specialisti italiani si aggiornano nei centri europei più all' avanguardia quali Belgrado, Londra e Gand, oltre che in Thailandia. «C' è una piccola percentuale di complicazioni, un 10% - spiega l' urologo Morelli - Il rischio nelle nuove donne è che la cavità vaginale si richiuda. Per questo a Pisa e Firenze pratichiamo la tecnica della colonvaginoplastica, usiamo cioè un' ansa del colon invece della pelle dello scroto e del pene. Così facendo, riusciamo a dare alla nuova vagina 15 anziché 12 centimetri di profondità e una maggiore elasticità». Complessa è anche la falloplastica, che a volte può causare un rigetto o infezioni. «I casi gravi di rigetto sono 2-3%», spiega Cordova. «È importante che le Regioni capiscano il valore di avere équipe specializzate nel dare una risposta a chi chiede la riassegnazione del genere, e il Piemonte da questo punto di vista è avanti - nota l' endocrinologa Giovanna Motta - Spesso ci ritroviamo a dover intervenire su pazienti che hanno fatto interventi in ospedali non specializzati e che hanno avuto problemi enormi. È invece essenziale rivolgersi a un centro competente». Oggi il paziente nella scelta è aiutato anche da social e forum in cui confrontarsi e postare foto dei risultati post-operatori.

La sessualità. cambia Ma cosa succede dopo gli interventi, quando inizia la nuova vita? Ci sono rischi di instabilità mentale? Risponde Chiara Crespi, psicologa clinica, esperta in sessuologia, del Cidigem di Torino: «Se le persone hanno fatto un buon percorso, la qualità della vita per loro migliora. In caso contrario, si corre qualche rischio in più. Fondamentale è intraprendere un iter con professionisti formati che sappiano accompagnare la persona in ogni fase». Un aspetto importante è l'approccio alla nuova sessualità: «Molto dipende da come si viveva l' intimità prima del percorso di transizione. Ci sono transgender che non riescono a spogliarsi davanti al partner - spiega la specialista - che superano questo freno dopo la terapia. Parlando in generale, dopo l' operazione si modifica la percezione del desiderio e del piacere, cambiamento che inizia con la cura degli ormoni durante la quale di solito le donne che diventano uomini dicono di avere più desiderio, mentre all' opposto si rileva un abbassamento della libido. In realtà si tratta di un cambio di forma. È quindi importante fare un lavoro sessuologico, partendo dall' autoerotismo, per sperimentarsi nella nuova fisicità». L' Asuits di Trieste eccelle nella chirurgia plastica di mascolinizzazione del torace per chi diventa uomo. «A seconda del tipo di ghiandola mammaria ci sono due tipi di intervento - spiega Vittorio Ramella, chirurgo plastico a Trieste - Uno lascia più cicatrici e l' altro meno, è il corpo del paziente che determina la scelta. E molti fanno solo quell' operazione. Non tutti hanno bisogno del fallo per sentirsi sereni, a molti basta mettersi una maglietta per andare in palestra o in spiaggia. Per questo ci sono persone che mantengono l' apparato esterno vaginale, togliendo utero e ovaie e adeguando il torace. Ognuno vive la sessualità in modo diverso».

C'è chi si pente? Le operazioni sono irreversibili. Il pentimento esiste, ma è raro. «Dal 2013 ad oggi a Palermo ho avuto un solo caso di un uomo di 30 anni che, una volta operato, mi ha detto avrebbe rivoluto il suo pene», dice Cordova. Ma è un' eccezione. «Una decisione del genere non è mai improvvisata - spiega la psicologa Crespi - E c' è chi aspetta per vergogna o perché vuole una famiglia, ma il desiderio di sentirsi se stessi è radicato». È una rinascita. E basta ascoltare Maria Stefania Migliore per convincersene: «Questi 5 anni sono stati bellissimi, non ho avuto problemi di pregiudizi, i miei e gli amici mi hanno sostenuto. Sì, lo rifarei». Perché come diceva Kafka, "da un certo punto in avanti non c' è più modo di tornare indietro. È quello il punto al quale si deve arrivare".

Como, «non può essere il papà perché è diventato una donna». Pubblicato venerdì, 18 ottobre 2019 su Corriere.it da Anna Campaniello. Congela il seme e cambia sesso. Paternità negata a due donne. È scontro con il Comune lariano. Il contenzioso approderà a novembre in Tribunale. Lei era lui, in una vita precedente nella quale non si riconosceva. Oggi è una moglie e una mamma. Ma chiede al Comune di Como, solo per l’anagrafe, di essere riconosciuta come il papà del suo bambino. Un figlio che cresce con due mamme, ma che ha un padre biologico che vorrebbe essere indicato come tale. La richiesta è «irricevibile» per l’ufficiale dell’anagrafe di Palazzo Cernezzi, che nega la registrazione e ribadisce di non poter certificare la paternità di una donna. La coppia non si arrende e fa causa al Comune di Como. La parola passa dunque ai giudici per un caso che, comunque vada, è destinato a fare scuola e va ad inserirsi in quel vuoto normativo che sempre più spesso in Italia costringe uomini e donne ad appellarsi ai tribunali per vicende che incrociano leggi ed etica, norme e sfera privata e familiare. Il caso coinvolge due donne, residenti nel capoluogo comasco, che si sono sposate qualche tempo fa. Un’unione civile celebrata in Comune a Como. Una di loro era un uomo che ha scelto poi di cambiare sesso e ha completato il percorso fino al cambiamento totale di identità. Prima di avviare quel percorso, l’allora uomo ha scelto di congelare il seme per un eventuale utilizzo futuro. Dopo il matrimonio, la coppia decide di avere un figlio e la strada scelta è quella della fecondazione assistita facendo quindi ricorso al seme dell’uomo, che a tutti gli effetti è dunque il padre biologico del bimbo partorito dalla compagna. Il caso si apre quando, dopo la nascita del piccolo, la coppia si presenta all’ufficio anagrafe del Comune di Como e una delle due mamme chiede di essere indicata come papà del bambino. La donna spiega di essere a tutti gli effetti padre del piccolo e considera dunque un diritto il riconoscimento di quello che è un dato di fatto. È altrettanto netto però il rifiuto dell’ufficiale dell’anagrafe. Per il funzionario, non è possibile in alcun modo, normative alla mano, indicare come padre una persona di sesso femminile. Il dirigente di Palazzo Cernezzi rifiuta la registrazione e non cambia opinione neppure davanti alla decisione della donna comasca di rivolgersi al Tribunale. La coppia si oppone alla decisione del Comune e il delicatissimo scontro approderà il mese prossimo in un’aula del tribunale di Como. Qualunque sarà la decisione finale del giudice, il caso aprirà l’ennesimo fronte giuridico sul tema dei diritti delle coppie dello stesso sesso e dei loro figli. Per il Comune di Como, che sulla vicenda preferisce non rilasciare dichiarazioni in attesa del giudizio del Tribunale, non c’erano assolutamente alternative alle vie legali perché non sussistono le condizioni per accogliere la richiesta della donna. Per ottenere il riconoscimento di quello che è un dato di fatto dunque, ovvero la paternità biologica, la donna non ha altra scelta che appellarsi a un giudice che attesti il suo essere mamma e al contempo padre.

SESSI GIREVOLI. Paolo C. Brera per “la Repubblica” il 14 ottobre 2019. Storia di Alessio, proprietario del supermercato che sposa Valentina, operaia al cantiere navale: poi lui diventa Alessia e lei diventa Davide, e per la prima volta al mondo la giudice che riconosce il duplice cambiamento di sesso ordina all' anagrafe di ratificare la validità - a ruoli invertiti - del loro matrimonio. Ora Davide è il marito, Alessia la moglie: insieme alla loro avvocata Cathy La Torre, il 3 ottobre hanno conquistato nel tribunale di Grosseto un diritto civile inedito. Alessia è «nata donna in un involucro sbagliato, che per fortuna con la scienza ho potuto correggere». Davide, che è «nato uomo nel corpo di Valentina, con il quale a scuola giocava a pallone e vestiva da maschietto - racconta Alessia - con la famiglia ha dovuto affrontare le mie stesse difficoltà. Ho sempre vissuto a Orbetello. La scuola? Un incubo, sopratutto le medie: andavo vestita da maschietto, ma fin dall' asilo mi piacevano i tacchi e le collane, e adoravo le bambole. Professori e compagni non capivano che un bambino possa sentirsi bambina, rispecchiandosi in un' anima femminile. Per loro sei effeminato, sei gay; ma io non ho mai provato attrazione per i gay». È molto bella, Alessia. Ed è un bel ragazzo anche Davide, 24 anni, quattro meno di lei. «I pregiudizi sono ancora forti: se sei trans pensano tu sia una prostituta, ma io sono lontanissima da quel mondo. Vengo da una famiglia benestante, ho comprato un supermercato e ho guadagnato molto. Quando ho cominciato a chiamarmi Alessia la gente era scettica. Orbetello è un paese, ci conosciamo tutti. Mi truccavo, hanno visto il seno che cresceva... Passavano in auto davanti al supermercato e si voltavano a guardare "il trans". Ma io sono sempre stata molto sobria nel vestire. Sono una ragazza semplice, amo gli animali, faccio la spesa, pulisco casa, vado al lavoro come tutti. Alla fine hanno capito». È nel supermercato che ha conosciuto Davide. «Era in vacanza all'Argentario. Aveva iniziato la transizione in senso opposto al mio. Un colpo di fulmine, mi sono innamorata e gli ho fatto conoscere i miei: è il primo fidanzato che ho portato a casa». Anche lì, in famiglia, è stata dura: «Mio padre non mi ha mai accettata, ed è uscito dalla mia vita. E lo stesso è successo a Davide con sua madre, che non accettava che Valentina non esistesse più. Nemmeno lei c'era al nostro matrimonio, il primo matrimonio transgender in Italia: 6 febbraio 2016, avevo il vestito bianco, ero felicissima. Il giorno più bello della mia vita. Ma i nomi erano sbagliati ». Alessio in abito bianco sposava Valentina con la cravatta. «Pure l' assessore sbagliò», sorride Alessia. Restavano quei nomi da correggere, e non era un piccolo particolare: «Ero stufa di avere sui documenti un nome che non mi appartiene più, di dare spiegazioni ogni volta che vado da un medico. Ho lavorato da un commercialista: all' Agenzia delle entrate col codice fiscale ti stampano il cartellino col nome. Alessio. "Che sbadati, hanno messo la "o" invece della "a"». Ma pare facile, cambiare: la legge non aveva precedenti. «È una sentenza straordinaria in senso giuridico e sociale - dice l'avvocata la Torre - e farà giurisprudenza». Se un solo coniuge è in transizione, il matrimonio va sciolto o trasformato in unione civile. Se due fidanzati hanno cambiato sesso, il matrimonio è lecito ma il processo è lunghissimo: servono il riconoscimento medico della "disforia di genere", il cambiamento fisico con gli ormoni e le eventuali operazioni, infine il passaggio non scontato in tribunale. Alessia e Davide erano troppo innamorati per attendere. Ma che fare col loro matrimonio, ora che certificano la transizione? «Partendo da una sentenza della Corte costituzionale (170 del 2014), la giudice - spiega l' avvocata - ha sancito che va tutelato l' amore: ha ordinato la prosecuzione del vincolo, disponendo allo stato civile di aggiornare i nomi dei coniugi nei nuovi ruoli». Un precedente importante per le altre coppie "switch": «Spesso i transgender si innamorano tra loro - spiega La Torre - perché dal punto di vista relazionale ed emotivo è difficile presentarsi agli altri». Intanto, Davide e Alessia la battaglia l' hanno vinta; «Salvini disse che non voleva vedere famiglie come la mia. Ha fatto più legge la nostra sentenza che il suo anno al governo».

''ESSERE DONNA NON È UNA QUESTIONE DI GENITALI''. Luisa Grion per “la Repubblica” il 22 giugno 2019. Per lo Stato è ancora Andrea, per la sua azienda è già Anna Maria. Essere transessuale è fare carriera in una multinazionale è possibile. «Non è semplice, ma se famiglia, scuola, datore di lavoro stanno dalla sua parte la vita di una trans può essere normale, anzi, di successo». Anna Maria Antoniazza ha appena compiuto 39 anni, alle spalle ha due lauree all' Università Cattolica di Milano, Economia e Giurisprudenza. Esperta in diritto delle tecnologie informatiche, robotica e intelligenza artificiale , oggi è una contract manager di Accenture, multinazionale di consulenza e direzione strategica. Fra i suoi principali clienti ci sono le più grandi compagnie di assicurazione. Fino ai 32 anni Anna Maria ha convissuto con il fatto di essere nato maschio, registrato all' anagrafe con il nome di Andrea. Poi ha dato avvio al suo periodo di transizione: due anni di trattamenti ormonali e sedute di psicanalisi che l' hanno trasformata in una donna.

Perché ha iniziato così tardi?

«Perché solo dopo essermi laureata due volte ed essere diventata manager ho deciso di affrontare lo scontento e il senso di solitudine che mi trascinavo dietro. Facevo sempre più fatica a vestirmi da uomo sul lavoro e da donna nel tempo libero ed è stato allora che i miei amici mi hanno indirizzato all' ospedale San Camillo Forlanini di Roma . Li ho è iniziato il mio percorso per la transizione di genere».

Fino allora come aveva vissuto ?

«La mia omosessualità è sempre stata evidente, ma la famiglia mi ha sempre capita e protetta. Alle elementari c' è stato il primo impatto con la realtà esterna: ero il classico bambino/bambina e venivo bullizzato dai compagni di classe.

Alle medie i miei genitori, per evitarmi traumi, mi hanno iscritto alla Dante Alighieri, seminario vescovile di Crema».

Ha avuto problemi in una scuola cattolica?

«Per nulla, ci sono stata benissimo. Ma ero un ragazzo molto riservato, passavo i pomeriggi in biblioteca, un vero secchione. Lo stesso all' Università: tanto studio, poca vita sociale. Non ho mai avuto particolari problemi, ma devo anche dire che stavo molto sulle mie e rifuggivo da qualsiasi possibilità di scontro».

In famiglia come hanno preso la sua decisione di cambiare sesso?

«Bene. Mia madre mi ha detto: "Era ora che ti decidessi"».

E suo padre?

«Ho capito che mi aveva completamente accettata quando, dopo qualche mese di cura ormonale mi ha detto: "Sei diventata bella come mia sorella da giovane". Oggi rivolge a me le classiche raccomandazioni da padre a figlia: "Stai attenta, prendi un taxi se fai tardi la sera, tutto bene con il fidanzato? "».

Quindi ha un fidanzato?

«Sì, da tre anni, una bella storia».

E consapevole di essere stata molto fortunata?

«Si, ho avuto una famiglia fantastica, a partire dalla nonna. Sono figlia unica di due genitori sessantottini, molto attenti alle mie esigenze. Mia madre gestisce un' azienda di trasporti, mio padre è un artigiano della termoplastica, entrambi mi hanno spinto a crescere e a studiare, senza mai entrare in modo aggressivo nelle mie dinamiche intere, pur avendole ben presenti ».

E sul lavoro niente discriminazioni?

«No, al contrario, Accenture mi ha aiutato. L' azienda aderisce a programmi volti a valorizzare tutte le differenze e identità di genere, orientamento sessuale, età, religione. Convinti che un buon clima interno favorisca la qualità del lavoro. Appena ho comunicato che volevo affrontare la transizione di genere, senza attendere la comunicazione del tribunale hanno cambiato mail, credenziali per gli accessi al computer, biglietti da visita. In azienda, per tutti, sono Anna Maria».

Per lo Stato invece è Andrea.

«Ancora per poco, dopo sei anni di attesa il tribunale mi ha appena comunicato di aver accettato tutta la mia documentazione, e quando la sentenza sarà pubblicata, massimo 60 giorni, anche per lo Stato sarò una donna».

I suoi clienti come la trattano?

« Bene, pochi problemi facilmente risolvibili. Sono valutata da loro per quello che so fare, non per come mi presento. Sono brava? Si possono fidare di me ? Risolvo i loro problemi? Bene. Il resto conta poco. E comunque ripeto: molta riservatezza. Molta sobrietà e discrezione nel comportamento, nell' abbigliamento, nel linguaggio. E un po' di autoironia specialmente nella fase di transizione».

Sobrietà prima di tutto. È contraria al Gay pride?

«No, va benissimo, ma poi nella vita quotidiana credo che gli eccessi non paghino».

Tutto perfetto, la sua sembra una favola. Eppure nel mondo transessuale c' è sofferenza, emergere è difficile, la grande maggioranza vive di prostituzione. Davvero per lei è stato così facile?

«Ma quale favola! È chiaro che vivere fra Milano, dove sono nata, e Roma, dove lavoro, mi ha facilitato, ma il percorso è stato lungo e faticoso. Non è facile imbottirsi di ormoni e vedere il tuo corpo cambiare . Ti senti sempre stanco, i farmaci mangiano la muscolatura e avviano verso un pericoloso percorso depressivo . Non avresti voglia di alzarti e devi lavorare, affrontare i tuoi clienti con una barba a chiazze, il seno incompiuto, i capelli che crescono troppo lentamente. Due anni durissimi . Ma il confronto più difficile è stato quello con me stessa».

Perché?

«Perché gli altri sapevo come affrontarli. Sono effeminato da sempre, so come difendermi e come non cacciarmi nei guai. Ma guardarsi allo specchio, non essere più Andrea e non ancora Anna Maria è stato doloroso».

Ha conservato qualche vestito da uomo?

«No, un bel giorno mia madre è piombata a Roma , ha svuotato gli armadi e mi ha costretta a rifare completamente il guardaroba. Mi sentivo Pretty woman».

Secondo lei quando è diventa donna anche agli occhi degli altri?

«Quando, grazie alla laser terapia, la mia barba è sparita».

Lei non si è operata. Pensa di affrontare anche la riattribuzione chirurgica del sesso?

«Per il momento no, non mi sento pronta. Essere donna non è una questione di genitali e non si cammina nudi per strada».

«Così ho aiutato mio figlio minorenne  a diventare donna». Pubblicato mercoledì, 31 luglio 2019 da Francesca Visentin su Corriere.it. «A tre anni voleva giocare solo con le bambole. E i cartoni animati dovevano essere principesse: Biancaneve, Ariel, Aurora. Se le arrivava un regalo che non fosse una bambola, piangeva e si arrabbiava. Crescendo, cercava nei miei armadi foulard per realizzare vestiti eleganti con lunghi strascichi e faceva piroette come fosse al gran ballo di corte. L’unico regalo che chiedeva a Babbo Natale era diventare una bambina…». Il racconto di mamma Mariella Fanfarillo è preciso. La scelta di Olimpia, parte da lontano. Piccolissima, si sentiva già femmina e lo dimostrava in ogni modo. Una consapevolezza solida, che l’ha portata a 16 anni a iniziare la sua transizione di genere e ottenere in poco più di un anno, da minorenne, il riconoscimento del cambio anagrafico di sesso, da maschio a femmina, senza l’obbligo dell’operazione. Il secondo caso in Italia. Una battaglia per il diritto di essere quello che sentiva, sempre appoggiata dalla sua famiglia. Ma è lunga la lista di sofferenze che Olimpia ha affrontato fin da piccolissima: pregiudizi, insulti, bullismo, discriminazione. Un percorso a ostacoli che mamma Mariella ha raccontato nel libro Senza rosa nè celeste. Diario di una madre sulla transessualità della figlia (Villaggio Maori edizioni), che giovedì 1 agosto presenta al Padova Pride Village. 

Come genitori avete fatto voi la richiesta di cambio di sesso di Lorenzo al tribunale, perché ancora minorenne. È stata una decisione sofferta?

«Era l’unica decisione possibile — racconta Mariella Fanfarillo —. Tanti mi hanno attaccata dicendo “è troppo piccola”. No, era l’età giusta. Se avessi aspettato ancora le avrei tolto altri anni di vita. Soffriva fin dai primi anni di età nel sentirsi intrappolata in un corpo che non corrispondeva all’identità di genere femminile in cui da sempre si è riconosciuta. Così come da piccola se le avessi tolto le bambole avrebbe sofferto, da adolescente se avessi rimandato la transizione di genere l’avrei condannata ad altri anni di dolore». 

Quando avete iniziato a capire quello che stava succedendo in Lorenzo?

«Subito. I primi anni dopo la nascita. Era come se avessi avuto una bambina biologica, ma in un corpo maschile. Solo che allora di varianza di genere non se ne parlava, non sapevo nemmeno che esistesse. Ma vedevo come si comportava mia figlia, le sue richieste, la sua sofferenza. Sono stata una mamma autodidatta, mi sono informata, ho imparato tutto sull’argomento. Per me la transizione ha significato sostenere e accompagnare mia figlia, cambiare insieme a lei. Anche per suo padre che è un militare non è stato facile, ma poi l’ha totalmente appoggiata».

Olimpia oggi ha 19 anni, è una bellissima ragazza, diplomata con il massimo dei voti, ha trovato anche l’amore. Com’è stata l’adolescenza, quand’era nella gabbia di un corpo maschile?

«Le elementari, ma soprattutto le medie e i primi anni delle superiori sono stati un vero inferno. Prese in giro, insulti, bullismo. La scuola purtroppo non sa accogliere, i primi a discriminare sono stati gli insegnanti. Un docente di educazione fisica la chiamava “Signorina” in maniera ironica e dispregiativa davanti a tutta la classe. E tanti “frocio”, “finocchio” urlati dai compagni, non venivano mai ripresi. I ragazzi non sono educati ad accogliere. Non aveva amici. Un insegnante mi ha detto: “Ma sono ormai termini sdoganati dal linguaggio comune, non bisogna prendersela”. C’è stata anche un’aggressione fisica. Insomma, anni di grande sofferenza in cui mia figlia non voleva più uscire di casa e rifiutava di andare al mare o in piscina per l’incubo di mostrare un corpo che non sentiva appartenerle».

La decisione di affrontare la transizione di genere, quando è stata presa?

«A 13 anni circa è iniziato il sostegno con una psicologa, ma è stato a 16 anni che mia figlia mi ha detto: “Mamma, l’hai capito vero che sono donna?”. A quel punto abbiamo iniziato il percorso di adeguamento tra identità fisica e identità psichica. La richiesta abbiamo dovuto farla noi genitori perché lei era minorenne. È iniziata una nuova battaglia: le avevo promesso che in un anno avrebbe ottenuto la sentenza (tempi record) e ho fatto l’impossibile per esaudire il suo desiderio. Mi sono messa contro al mondo. Ce l’abbiamo fatta. Anche grazie al nostro avvocato. È una sentenza rivoluzionaria: un ragazzino minorenne considerato in grado di decidere della sua vita. E il cambio dei dati anagrafici e dell’identità di genere è stata riconosciuta anche senza l’intervento di demolizione e ricostruzione chirurgica del sesso, che equivale a una sterilizzazione forzata e oggi è interpretato come lesivo della libertà». 

Perché raccontare tutta la storia in un libro?

«Voglio dare un messaggio positivo che sia una speranza per i ragazzini che si sentono intrappolati in un sesso biologico che non gli appartiene. E per i genitori confusi, feriti, impotenti nel relazionarsi con figli che vivono la disforia di genere. Voglio portare questo libro nelle scuole, può fare formazione pedagogica. Ho già avuto tanti incontri con i ragazzi, informare è importante per evitare discriminazioni. Spiegando, si possono aprire gli occhi alle persone, allontanare paura, diffidenza, violenza. È anche il motivo per cui mi sono buttata a capofitto nell’attivismo su questi temi: la diversità non è pericolosa, è fonte di arricchimento».

Sessualità, transgender un giovane su quaranta. «I dati ufficiali sono sottostimati». Pubblicato mercoledì, 19 giugno 2019 da Agostino Gramigna su Corriere.it. «Confesso che non me l’aspettavo. Non pensavo che il dato potesse esser così alto». Invece i numeri raccolti dal professore Carlo Foresta, Ordinario di Endocrinologia all’Università di Padova e dalla sua Fondazione in tre Regioni dicono che un giovane italiano su quaranta si definisce transgender o gender-fluid. Superiore al due per cento (2,3% per l’esattezza), ovvero ben oltre la media ufficiale nazionale che l’Istituto Superiore di Sanità fa oscillare tra lo 0,4 e l’1,3%. Stiamo parlando delle persone (transgender) che non si riconoscono nel proprio sesso. In due anni, dal 2018 e 2019, la Fondazione Foresta ha distribuito 5.300 questionari anonimi a giovani di età compresa tra i 18 e 21 anni in tre regioni: Veneto, Puglia e Campania. Tra le diverse domande sui comportamenti sessuali ce n’era una specifica sull’identità di genere ( «come la definiresti?»). Ebbene, come detto, uno su quattro ha risposto di «sentirsi» transgender. «Il dato, che non si discosta da quello nazionale, è molto interessante — spiega il professore — perché ci dice che il fenomeno ha una dimensione sommersa, che va bel oltre la realtà quantificata dai dati ufficiali» (e domani a Padova la Fondazione terrà un convegno al Teatro Ruzante proprio su questo tema dal titolo: Caleidoscopio transgender»). Secondo i dati del Centro di Medicina di Genere dell’Istituto Superiore di Sanità, infatti, le persone transgender in Italia sono circa 400 mila. Si tratta di una stima, perché non è semplice studiare e circoscrive il fenomeno per le mille difficoltà ambientali, sociali e psicologiche che gravano su di esso. «Sono molti i pregiudizi sulla salute delle persone transgender che spesso tengono riservata la loro condizione». Il professore precisa che lo studio non ha trovato differenze tra scala regionale e nazionale e che il dato si riferisce solo ai giovani tra i 18 e 21 anni. «Oltre alla percentuale mi ha sorpreso la loro risposta chiara, senza tentennamenti —sottolinea Foresta —. Perché a quell’età di solito non si ha ancora consapevolezza dei propri comportamenti sessuali». Il sommerso dipende ancora da pregiudizi con cui deve lottare la persona transgender. Non è agevole mettere al corrente la propria famiglia e la società; soprattutto è molto difficile trovare nelle istituzioni dei centri in grado di comprendere e accompagnare questo tipo di percorso. Fino a non molto tempo fa la condizione transgender era considerata come un disturbo del comportamento, al pari di una malattia mentale. Solo di recente è stata derubricata e assegnata ai disturbi della salute sessuale. «È vero che la salute delle persone transgender è sempre più attuale nella programmazione sanitaria ma i numeri fino ad oggi noti rappresentano un dato ampiamente sottostimato». Foresta cita uno studio europeo, «Transgender EuroStudy»: «Riguardo alla loro transizione di genere, molte persone non trovano risposte adeguate da parte di medici e psichiatri». 

Drag queen all’evento per bambini patrocinato dal Comune: «La diversità va rispettata». Pubblicato martedì, 06 agosto 2019 da Corriere.it. La locandina promette «racconti senza barriere», storie per bambini e bambine «con le drag queen Priscilla e La notte brilla». Cremona, 5 agosto, appuntamento al Parco didattico scout di via Lungo Po Europa. Una serata per i più piccoli – organizzata da Arci Cremona con il patrocinio e la collaborazione del Comune – finita al centro delle polemiche. Ad alzare la voce per primo è Alessandro Zagni, consigliere comunale della Lega, che ha affidato a un post su Facebook il suo disappunto: «All’Arci Festa una drag queen intrattiene i bambini con i racconti senza barriere – ha scritto nelle scorse ore –, il tutto con il patrocinio e la collaborazione del Comune. Sono questi i riferimenti della sinistra per la crescita dei nostri figli?». Sotto al post, centinaia di commenti. C’è chi scrive: «Perché dovrei insegnare a mio figlio che può andare in giro vestito come una donna? Perché è questo il messaggio che arriva ai bambini, e cioè che sono maschi ma si possono vestire da donna e atteggiarsi come una donna» e chi commenta: «Ma perché no? Potrebbero essere persone fantastiche, forse aiuterebbero a non diffidare e a non giudicare sempre il diverso». Gli organizzatori della serata rispondono poche ore dopo con una frase di Paulo Freire: «Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo», poi precisano: «Crediamo che le diversità siano una realtà inevitabile da riconoscere e rispettare. Possiamo scegliere come vivere il nostro rapporto con le diversità: amare il prossimo, per noi, non prevede discriminazioni o pregiudizi. Il bene degli altri è anche il nostro e la felicità è un presupposto irrinunciabile per relazioni sane, aperte, umane». Zagni aggiunge: «Non ho nulla contro lo spettacolo e men che meno contro le drag queen. Semplicemente ritengo che il patrocinio e il contributo del Comune sia fuori luogo, tutto qui. Personalmente credo che l’accettazione della diversità, che va insegnata, non debba passare attraverso momenti come questo, ma piuttosto attraverso percorsi più strutturati». Dal Comune di Cremona dicono: «Abbiamo dato il patrocinio alla manifestazione nel complesso, ad Arci Festa, come avviene da anni. Non entriamo nello specifico del programma di ogni singola iniziativa prevista».

TRANSCHOOL! Costanza Cavalli per “Libero Quotidiano” il 17 maggio 2019. La scuola Amaranta Gómez Regalado di Santiago del Cile ha aule e professori, l' età degli studenti che la frequentano va dai 6 ai 17 anni: s' insegnano matematica, scienze, storia, geografia e inglese, si fanno laboratori di arte e fotografia, si possono sostenere gli esami di Stato. Sembra una scuola come tutte le altre, eppure in una cosa non lo è: più di metà degli alunni è transgender. L' istituto non riceve finanziamenti statali, è nato nell' aprile del 2018 grazie alla fondazione per i diritti civili "Selenna": Evelyn Silva, la presidente della fondazione, e la coordinatrice scolastica Ximena Maturan hanno finanziato il primo anno di attività con i propri risparmi, e gli insegnanti sono tutti volontari. Silva e Maturan, inoltre, hanno assunto una ditta di pubbliche relazioni nel tentativo di raccogliere fondi extra e hanno fatto domanda per una borsa di studio da 2mila dollari finanziata da un' associazione transgender internazionale. A partire dal marzo scorso, intanto, le famiglie hanno cominciato a pagare sette dollari al mese per permettere al loro bambino di frequentare i corsi. «Siamo noi adulti a imporre ai bambini di essere maschio o femmina», racconta Evelyn Silva all' emittente inglese Bbc, «ma a volte loro semplicemente non lo sanno. Il genere non è così statico come pensiamo noi e i bambini sono molto più liberi di una persona matura». Dei trentotto studenti che frequentano la scuola cilena, che prende il nome dal politico transgender messicano e attivista Lgbt Amaranta Gómez Regalado, una ventina si dichiarano trans, i rimanenti dicono di essere "cisgender", cioè a proprio agio con il proprio genere biologico. Le classi sono due: una per i maggiori di dodici anni e una per i più giovani. Molti degli iscritti sono arrivati alla Amaranta dopo che il sistema educativo tradizionale li aveva "rigettati": «È difficile avere una persona transessuale in classe se nessuno ti ha mai parlato di quel concetto», spiega Angela, 16 anni, mentre descrive la sua vecchia scuola, «Le persone sono confuse, durante la ricreazione ti chiedono che cosa sei». «Volevo morire», prosegue Angela, che è stata vittima di bullismo, «quello che mi hanno fatto mi faceva sentire orribile». «Qui sono felice», ha dichiarato un allievo di sei anni, «perché ci sono molti altri bambini come me». I bambini trans, spiega la presidente Silva, spesso, nelle scuole "ordinarie" saltano le lezioni e non riescono nemmeno a portare a terminare gli studi a causa della discriminazione e del bullismo che viene esercitato nei loro confronti. Secondo un rapporto Unesco del 2016, la violenza omofobica e transfobica nelle scuola causa «pesanti disturbi nello sviluppo delle persone colpite, e quindi anche nella convivenza scolastica, nell' apprendimento, nel rendimento e, infine, nella loro permanenza» nell' istituto. Anche nel Vecchio Mondo c' è grande incertezza su come comportarsi con i minori soggetti alla cosiddetta "disforia di genere", coloro cioè che non si riconoscono nel proprio sesso biologico (indipendentemente dall' orientamento sessuale). Molte sono le polemiche: secondo una clinica londinese, un terzo dei loro giovani pazienti transgender manifestano «tratti autistici moderati o gravi»; in realtà, prende sempre più piede la tesi che sostiene la necessità di superare il periodo della pre-pubertà e della pubertà prima di compiere qualsiasi passo verso il cambio di sesso. Per lasciare il tempo di decidere al minore fino alla maggiore età, è aumentato l' utilizzo della triptorelina, il farmaco che ritarda lo sviluppo puberale nei ragazzi tra i 12 e i 16 anni. In Italia, l' ospedale Careggi di Firenze lo adopera dal 2013 e dall' anno scorso l' Agenzia italiana per il farmaco l' ha inserito nell' elenco dei medicinali a carico del Servizio sanitario nazionale. In Cile, che è un Paese molto conservatore, non è sempre stato così: il Cattolicesimo rimane la religione dominante (nonostante lo scandalo degli abusi sessuali e il seguente insabbiamento che, venuto alla luce, l' anno scorso ha costretto alle dimissioni tutti i vescovi). Il divorzio è stato legalizzato nel 2004, nel 2012 è stata promulgata una legge contro le discriminazioni, il divieto di abortire è stato revocato nel 2017. Di recente, però, è stata emanata una legge che consente ai bambini transgender sopra ai 14 anni di cambiare nome e sesso nei documenti ufficiali, con il consenso dei genitori o dei tutori. La materia preferita dagli studenti della scuola Amaranta? L' inglese: «Perché non richiede un finale maschile o femminile quando si parla di persone», spiega una studentessa di nome Fernanda, «non è mai necessario cambiare il sesso di una parola. È bellissimo». 

ROCCO TANICA VI SPIEGA IL PROBLEMA DEL GENDER E DEL #METOO. Dagospia. Rocco Tanica per Medium.com l'11 maggio 2019. Tutti ultimamente a parlare di tematiche sensuali, manco fossero una novità di adesso. La sensualità era presente già quando ero giovane, anche se con meno problematiche e meno generi. Per noi dell’egemonia culturale di sinistra toccare l’argomento è come camminare sulle uova. Non riesci mai a fare contenti tutti: e quelli che si frustano con le alghe, e quelli che si aggrappano fra maschi, e le donne che si fanno solo ditalini, e gli uomini che si vestono da donne e sopra gli abiti da donna indossano vestiti da uomo e sopra a tutto mettono ancora capi da donne (= tre strati), e quell’uomo con sua moglie (prov. di Sondrio) che sono pure anche usciti sui giornali, e quegli ermafroditi proterandrici (orate) che dopo avere sviluppato i gameti femminili vogliono essere chiamate Afrodite, e la ragazza di Ravenna che ha compiuto un difficile percorso di transizione ma oggi è finalmente, per tutti, Fausto. E i milioni di persone che ogni giorno nel mondo si depilano solo un lato del corpo, e quelli che si fanno fare la piscia addosso ma restano fuori tiro di mezzo metro perché fa un po’ ribrezzo. Noi non siamo qui a condannare nessuno, anzi bravi tutti: il fetish delle tende e la tripsolagnia, la dendrofilia e il metterlo nell’oblò aperto della lavatrice, l’aizzare la propria bernarda, il fare giochi erotici di biasimo degli oggetti, il parlare sporco fra sé e tutto quanto. Ma non mi si dia del facilone, o del prevenuto, se dico che alla fine almeno un terzo di questi va a parare sull’argomento del posteriore. Premetto: i gender - lo dico per i meno ferrati nell’ambito “gender” - presi uno per uno sono bravi, poi li metti insieme e i casi sono due: o si pigliano bene o litigano o si aizzano a vicenda dando vita a nuovi e più complessi gender che alla fine chi ci capisce qualcosa è bravo. L’altro giorno ero in trattoria, vado a lavarmi le mani e c’erano cinque ritirate con rispettiva targhetta: uomini, donne, geometri (misto), transex attivi (anche nella vita) e C.S.I. Miami. E nonostante questo c’era in corridoio gente che rischiava di sporcare in giro perché non si sentiva rappresentata dal tipo di bagno. Fra tutti, i primi a piantare casini sono in genere quelli del gender neutro o non dichiarato. Questi comunque li chiami si offendono: una volta ho chiesto un’informazione a un neutro, scusi buon uomo, sa dov’è corso Romanov? E questo, apriti cielo: “Lei non si permetta di riferirsi a me come una persona, io mi identifico nel genere “cose”, categoria minerali. Ha capito gran pezzo di merda? Nel dettaglio sono un quarzo senziente, caro il mio puzzone e adesso chiamo il #MeToo dei quarzi e la sputtano per tutto il pianeta come abbiamo fatto con coso”. Lì per lì ho pensato: “Che bizzarria” e me la sono data a gambe. Quale non è stata la mia sorpresa nell’accorgermi che il presunto “quarzo” me lo stava buttando in quel posto, trotterellando meco. Più cercavo di svincolarmi e più s’approssimava. Lì non ci ho visto più e sempre più di corsa (staccandolo quel tanto che bastava ad allontanarmi dal suo membro eretto) gli ho detto chiaro e tondo che per me era una specie di maleducato rimbambito, a prescindere dal gender e mica gender. Meno male - checché potesse pensare di sé - che non era davvero un quarzo, altrimenti sai che bua. Un crisoberillo inserito ‘avete capito dove’ non agevola la corsa. Che poi okay non sarà un quarzo in senso stretto, tecnicamente è un alluminato del berillio e bla bla bla ma stiamo comunque parlando di sassi a punta là dove non batte il sole, scusate se mi chiamo fuori. E la faccenda del posteriore può dirsi esaurita. Vanity Fair mi ha dato carta bianca in questo. Ma ciò che mi ha dato più fastidio è che ‘sto tizio neutro abbia fatto riferimento al #MeToo con intento accusatorio nei miei confronti! Scusi caro, guardi che parla di un movimento che ho contribuito a creare e per il quale mi spendo in prima persona dall’inizio, anche per quelli come lei, acca venti. Come funziona il #MeToo: ogni mandamento segue le direttive dell’area di competenza, ma fra tutti cerchiamo di aiutarci più che si può. A noi del #MeToo europeo i colleghi americani o di altri continenti chiedono frequenti pareri. Noi facciamo lo stesso con loro, ma ogni sezione rimane autonoma e il #MeToo che so, neozelandese, per fare un qualcosa non deve informare i cinesi o noi che abbiamo la sede fiscale a Milano. Per cui non è raro che qualcuno se ne venga fuori con certe iniziative opinabili: il tal caso il dissenso interno è legittimo. Perché faccio tale premessa? Perché se da una parte riconosco ai miei colleghi di #MeToo il conseguimento di obiettivi validissimi come il rispetto della donna e via dicendo, dall’altra cioè aiuto: hanno preso certe derive da cui io - almeno come commissario europeo per questo semestre - mi dissocio:

La app per videofonino (Metooy) col riconoscimento termico che ti dice se un uomo ti sta guardando con affetto sincero oppure ti vorrebbe mettere la mano sul ginocchio (un algoritmo riconosce la verga turgida dall’irrorazione sanguigna delle orecchie). Nel secondo caso parte la musichina di K. Africa sul videofonino di tutti nel raggio di cinquanta metri e l’aggressore viene circondato e ridotto a mal partito. E se l’algoritmo sbaglia? Intanto un poveretto viene sottoposto a ludibrio solo sulla base di una app. Disponibile per Android, iOS e Openmoko. L’esasperazione del principio del “No means no” (no significa no) introdotto dalla Canadian Federation of Students (CSF) negli anni ’90: “Consenso significa […] l’accordo volontario ad indulgere in attività sessuale, senza che vi sia da parte di terzi abuso di fiducia o posizione dominante per potere o autorità, e/o attraverso coercizione o minacce; il consenso può essere revocato in qualsiasi momento.” Diamo per assodato che sia una buona idea. Ma poniamo ad esempio il caso di una coppia eterosessuale che abbia liberamente convenuto di praticare sesso. La donna chiede all’uomo di farsi un bocchino da solo. Lui acconsente. A metà del bocchino, per lo stupore dello snodato individuo, la giovane fa: “Basta, fermati”. Lui deve smettere o può continuare? Secondo l’ala dura del #MeToo americano deve smettere: lei ha revocato il consenso, e se lui continuasse negherebbe il diritto di lei di cambiare idea sul gradimento della visione di un auto-bocchino da parte del suo sodale o ex sodale. Io dico la mia. Penso che lei può anche uscire dalla stanza senza dare sui nervi alla gente, visto che l’iniziativa stramba di dire a uno di ciucciarselo da solo era sua (che quello si meriterebbe pure i complimenti che ci stava riuscendo, altro che #MeToo, e scusate lo sfogo). 

·         Comanda Vladimir Luxuria.

"IL BACIO CON ASIA ARGENTO? SUI SOCIAL SI E' SCATENATO L'INFERNO…” Da I Lunatici Radio2 il 12 giugno 2019. Vladimir Luxuria è intervenuta ai microfoni di Rai Radio2 nel corso del format "I Lunatici", condotto da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta ogni notte dall'1.30 alle 6.00 del mattino. Luxuria ha parlato del pride che si è svolto a Roma sabato e delle differenze di clima e contenuti rispetto al primo che si svolse venticinque anni fa: "Rispetto al primo pride del 94 cosa è cambiato? Non c'erano i carri, non c'era la musica, non c'erano i testimonial, perché i personaggi famosi si facevano un sacco di paranoie a mischiare la propria immagine con le battaglie dei diritti civili per gli omosessuali. Nel 94 andai in un ristorante a prendere Ricky Tognazzi e Simona Izzo, stavano mangiando all'aperto, li vidi, mi avvicinai e gli chiesi, visto che ci mancava un personaggio famoso, se avessero voluto fare un discorso. Loro furono favolosi, si alzarono dal tavolo, ci raggiunsero sul palco e fecero un discorso bellissimo. Oggi è diverso, c'è l'onda pride, i pride si svolgono anche in provincia e coinvolgono centinaia di migliaia di persone. E' diminuito l'aspetto più provocatorio, legato all'esibizionismo corporeo o ai cartelli che attaccavano la Chiesa. Oggi partecipano famiglie, amici, colleghi, ci sono tanti bambini". Luxuria, poi, ha commentato le dichiarazioni di Imma Battaglia, che ha detto che al Governo ci sono diversi omosessuali ipocriti: "Questa è una questione vecchia, antica. Represso è il gay che non lo ammette a sé stesso, e quindi non fa neanche sesso. Queste sono persone che di giorno parlano della famiglia, in Parlamento gridano al padre e alla madre, poi di notte calano le braghe. Non soltanto metaforicamente. Ci sono eccome. Rivestono ruoli di potere, hanno fatto della propria ipocrisia un mezzo per incassare popolarità e potere". Sul bacio con Asia Argento: "Avevamo avuto un aspro contro sulla questione legata al #metoo. Sia per malintesi sia perché entrambe abbiamo un carattere molto forte. Io ho fatto un passo indietro, ho chiesto scusa, ci eravamo già incontrate, avevamo già fatto pace. Io ero su un carro del pride, avevo appena tenuto un discorso, raccontavamo la storia di due ragazze aggredite a Londra su un autobus. Ci siamo date questo bacio contro la violenza, per dimostrare che un bacio non deve far paura a nessuno, che bisogna scandalizzarsi per la violenza, non per un bacio. Un bacio non ha mai fatto male a nessuno. Si è scatenato un inferno sui social per questo bacio, ma sti cazzi! Un uomo non lo posso baciare perché sennò...una donna non la posso baciare perché sennò...ma veramente qui se uno deve stare a pensare alla reazione dei social non può più uscire di casa. Quel gesto aveva un valore simbolico e politico contro chi vede ancora in un bacio un atto di esibizionismo e trasgressione. E poi volevamo far vedere a tutti che io e Asia sul terreno della violenza di genere stiamo dalla stessa parte".

Le Iene, Vladimir Luxuria sconvolge l'Italia: "Ecco le mie dimensioni". Sì, proprio quello, scrive il 17 Aprile 2019 Libero Quotidiano. Appuntamento al buio per Vladimir Luxuria, ad organizzarlo Le Iene nella rubrica "Tinder Sopresa" di Mary Santanaro. Il programma di Italia 1 ha portato così Luxuria a parlare di sesso. E lei ha detto di tutto: "Sono andata con una donna. Ci siamo baciate con la lingua, le ho toccato il seno ma quando con la bocca è scesa lì sotto non si alzava niente”. Però abbiamo esplorato anche il lato sentimentale della vita di Luxuria, perché per una transgender è facile trovare sesso, "i curiosi sono tanti", ma è difficile trovare l’amore, "tra le lenzuola mi trattano come una principessa ma poi per strada si vergognano". E ancora, Vladimir ha rivelato anche le dimensioni del suo pene. "Io ce l'ho di 19 centimetri, tu?", la incalza la Santanaro. La risposta?

La confessione di Vladimir Luxuria: "Sono andata con una donna, ma...". Dopo essersi prestata come complice per uno scherzo organizzato da Le Iene, ai danni di alcuni utenti di Tinder, Vladimir Luxuria si è concessa ad una bollente intervista sul sesso, scrive Serena Granato, Giovedì 18/04/2019 su Il Giornale. In una nuova puntata de Le Iene, Vladimir Luxuria è diventata complice della produzione del programma, nell'organizzazione di uno scherzo ai danni di alcuni malcapitati e ignari utenti su Tinder. L'ennesimo momento pungolante registratosi su Italia 1, dopo gli scherzi che avevano viste protagoniste Taylor Mega e Valentina Nappi. Così, la nota opinionista televisiva si è lasciata abbandonare ad una lunga e bollente intervista, nel corso della quale non ha nascosto di avere avuto in passato una relazione saffica, finita male a livello sessuale. Vladimir Luxuria ha raccontato diversi aneddoti, concernenti dei momenti particolarmente intimi della sua vita privata. “Sono andata con una donna. Ci siamo baciate con la lingua, le ho toccato il seno e subito ho pensato: ‘Lo voglio pure io così’. Ma quando poi con la bocca è scesa lì sotto, non mi si alzava niente, sembrava che masticasse una cicca. Non mi eccitava”, ha così esordito l'ex-braccio destro di Alessia Marcuzzi, nell'intervista che l'ha vista aprirsi sulla sfera sessuale. “Perché non fare allora una cosa a tre?”, è stato il pronto quesito dell’intervistatore. “Una cosa a tre? Lo trovavo offensivo nei suoi confronti, come a dire ‘io riesco a penetrarti, solo se c’è un altro che mi penetra dietro'”, ha controbattuto Vladimir. Il noto volto transgender ha aggiunto di non essere stata molto fortunata nella vita, neanche con gli uomini. “A Praga c’era questo tassista che mi ha corteggiata, è salito in camera con me e ha iniziato a baciarmi con passione – ha raccontato-. Poi però, quando ha messo la mano giù e ha toccato ho visto proprio la sua espressione cambiare e lui che faceva il pugno. Sono riuscita a scansarmi e lui ha tirato un pugno al muro, che ha fatto una crepa che se io non mi fossi scansata mi avrebbe uccisa. Sono stanca di vivere la mia sessualità clandestina, vorrei un uomo che possa chiamarmi ‘amore’ anche a cena al ristorante senza vergognarsi”. La special guest star ha poi ammesso che per una transgender è facile trovare sesso, “i curiosi sono tanti”, ma diviene difficile trovare l’amore perché “tra le lenzuola mi trattano come una principessa, ma poi per strada si vergognano”. “Ti concedi facilmente?” è una delle domande irriverenti poste alla Luxuria. “Nella mia vita ho fatto opere di pene, volevo dire di bene”, ha confidato Vladimir a Le Iene.

Non è l'Arena, Daniela Santanché brutale con Vladimir Luxuria: "Se hai il pisello sei un uomo", scrive l'11 Marzo 2019 Libero Quotidiano. Nella puntata di ieri 10 marzo di Non è l'Arena Daniela Santanché ha sferrato un duro attacco a Vladimir Luxuria e, in generale, alla cultura trans. In collegamento con lo studio di La7, la senatrice di Fratelli d'Italia ha contestato la scelta fatta in passato dal trasngrender Luxuria e ha voluto ribadire, a suo dire, l'esigenza di "ripristinare la verità" sull'esatto numero di generi da considerare, ovvero due, maschile e femminile. "Chi ha il pisello è un uomo e chi ha la vulva è una femmina. Se vuole essere donna si operi". Non si è fatta attendere la replica dell'ex parlamentare: "Peccato che non esiste anche l'invito a poter operare qualcuno di mentalità". Un parere, per altro, condiviso anche dalla giornalista Tiziana Ferrario che ha cercato di difendere le posizioni di Luxuria. Ma la Santanché non ha voluto sentire ragioni. "I generi sono due", ha aggiunto, "come nella lingua italiana che non ha nemmeno un neutro". Insomma, per l'onorevole la nuova cultura gender starebbe mistificando valori di per sè non negoziabili. Non basta indossare gonne, mettere rossetto in abbondanza e atteggiarsi da donna: "Se hai i genitali sei sempre un uomo".  

Da Libero Quotidiano dell'11 marzo 2019. "Il termine pervertito non lo avrei mai usato, non capisco dove sia le perversione, ciascuno è responsabile della propria vita lei fa quello che vuole e io la rispetto". Vittorio Feltri ospite di Massimo Giletti a Non è l'Arena, su La7, interviene in difesa di Luxuria a commento delle parole del professore che le aveva dato del "pervertito" ma poi si apre una piccola polemica tra il direttore di Libero e la stessa Luxuria che vuole essere chiamata "signora" e non "signore" anche se a Feltri "non interessa, sono dettagli". Ma insiste: "Io la rispetto profondamente, il professore ha usato un termine inadeguato. A me non frega niente se uno da femmina diventa maschio o da maschio femmina".

In Rai Luxuria spiega ai bimbi come si diventa transessuali. L'ex parlamentare di Rifondazione a lezione di diritti omosessuali in una classe di under 13: «Si nasce gay», scrive Paolo Bracalini, Lunedì 21/01/2019, su "Il Giornale".  Bimbi a lezione di transgenderismo sulla tv pubblica. Docente: l'ex parlamentare di Rifondazione Comunista Vladimir Luxuria, all'anagrafe Wladimiro Guadagno, transessuale e attivista dei diritti Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali e transgender). La cattedra è quella del programma di RaiTre Alla Lavagna, in cui personaggi del mondo dello spettacolo, informazione e politica - il primo è stato il vicepremier Matteo Salvini - rispondono alle domande di una classe di bambini tra i 9 e i 12 anni. Nel caso di Luxuria, il tema da sviscerare con gli scolari era la scoperta di essere omosessuale. «Era un maschio ed è voluta diventare femmina» riassume una bambina interrogata dagli autori Rai. D'altronde i piccoli protagonisti del programma «sono tutt'altro che ingenui. Anzi. Sono particolarmente arguti e spigliati» recita la scheda del programma. Luxuria dopo aver spiegato ai bambini che si chiama così nel senso di «lussureggiante, una persona che ama la vita in tutti i sensi», risponde alla domanda («Lei una volta era un bambino, oggi è una donna, perché?») che motiva la sua presenza: «Io quando sono nato ero un maschietto ma non ero contento di essere maschietto, sentivo dentro di me di essere una bambina, mi piaceva giocare con le bambole, sentire i profumi femminili che usava mia mamma in bagno, e quindi tutte le volte che mi guardavo allo specchio avevo un'immagine dentro di me che era diversa da quello che ero. Per un periodo ho cercato di cambiare pensando che ero sbagliata io, ma stavo diventando un bambino molto triste e malinconico. Quindi ad un certo punto ho fatto una scelta. Questa bambina che stava dentro di me per me era come una principessa chiusa nel castello, io la dovevo liberare. Ma non veniva nessun principe a liberare questa principessa, la dovevo liberare io, così un giorno ho deciso di confessarmi a tutti, a miei compagni di classe e sono diventata quello che sono». Quando ha sentito la prima volta che il suo corpo non le piaceva?» chiede una bambina, mentre altri under 13 ascoltano con una certa perplessità. «Quando mi guardavo allo specchio e aspettavo che mi spuntassero i seni, e invece mi spuntavano i baffi. Una tragedia! Quella peluria non mi piaceva, me la toglievo con le pinzette. Ho capito che non si diventa così, si nasce così» chiarisce ai bimbi Luxuria, prima di passare al racconto del bullismo e delle discriminazioni subite a scuola dopo aver rivelato «che mi piacevano i maschi». La lezione di diritti omosessuali è andata in onda alle 22.20, ma doveva essere in prima serata. L'ex onorevole si è lamentata dello spostamento considerandolo una sorta di censura da parte della tv di Stato. «Ho appena saputo - denunciò a dicembre su Twitter - che per la seconda volta il programma in cui parlo di #bullismo e #omofobia in una classe con i bambini è stato spostato, non so quando e se andrà in onda: forse in questo periodo certi temi sono troppo scomodi persino per Rai3?». Anche il sito gay.tv protesta perché la puntata di Luxuria è stata «incredibilmente spostata in seconda serata, anche se indirizzata ad un pubblico di giovanissimi». Sui social invece qualcuno ha il dubbio opposto: «Luxuria su Rai3 spiega a una classe di bambini la sua scelta di cambiare sesso. Sarebbe questa l'importanza di una tv di stato?»

·         Madre e Padre e non Genitore 1 e Genitore 2.

Gay, il blitz della sinistra: cancella "padre" e "madre". Ora arriva "altro genitore". A Casalecchio, in provincia di Bologna, la sinistra ha sostituito le diciture "padre e madre" con "genitore dichiarante" e "altro genitore" sui moduli per la domanda di iscrizione agli asili nidi comunali. Francesco Curridori, Lunedì 05/08/2019, su Il Giornale. "Da oggi sarà più difficile opporsi al modello di famiglia 'omogenitoriale' e alle imposizioni culturali più strambe nelle scuole e istituzioni pubbliche". A dichiarlo a ilgiornale.it è Umberto La Morgia, consigliere comunale della Lega a Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna, che contesta la patnership col progetto Ready e il cambio della dicitura "padre e madre" con "genitore dichiarante e altro genitori" nei documenti ufficiali del suo Comune.

Ready, la rete pro Lgbt. La Morgia contesta la legge regionale contro omotransnegatività promossa dalla relatrice, la dem Roberta Mori che si ispira al modello dei servizi sociali della Val d'Enza e che punta a estendere a tutta l'Emilia Romagna RE.A.DY. ("Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per Orientamento Sessuale e Identità di Genere" ). Una rete cui ha aderito anche il comune di Casalecchio. La Morgia, la scorsa settimana, ha presentato un'interrogazione comunale con la quale chiedeva al Comune di uscire dalla partnership con Ready. "Nel mio intervento ho chiarito che in linea di principio siamo tutti contro la discriminazione delle persone (e non solo per orientamento sessuale), ma ho fatto notare che le azioni poste in essere dal Comune finora contro le presunte discriminazioni grazie a tale partnership sono state di fatto tutte volte a promuovere l'omogenitorialità", ha attaccato il consigliere leghista che qualche mese fa ha fatto outing rendendo pubblica la sua omosessualità.

"Padre e madre" diventano "genitore dichiarante" e "altro genitore". La Morgia cita i dati forniti dal Comune di Casalecchio da cui si evince che, finora, le principali attività svolte nell'ambito del progetto Ready sono state alquanto discutibili. Ci sono state due presentazioni di libri dai titoli inequivocabili: "Il libro di Tommy: manuale educativo didattico su scuola e omogenitorialità" e "Maestra, ma Sara ha due mamme?: le famiglie omogenitoriali nelle scuole e nei servizi educativi". A questo si aggiunge un corso di formazione per docenti e familiari dal titolo: "Nuove famiglie: scuola, genitori e sviluppo psicosociale" ma ciò che forse è più grave, sottolinea La Morgia, è aver sostituito le diciture "padre e madre" con "genitore dichiarante" e "altro genitore" sui moduli per la domanda di iscrizione agli asili nidi comunali."Visto che l'argomento è molto dibattuto anche all'interno della sinistra stessa, e totalmente fuori luogo in particolare in questo momento di scandali che coinvolgono il mondo LGBT (Federica Anghidolfi*) sugli affidi, ho proposto di sciogliere questa partnership lesiva del diritto dei bambini ad avere un padre e una madre e della libertà educativa dei genitori verso i propri figli" conclude La Morgia.

Sulla carta di identità tornano le diciture «madre» e «padre». Pubblicato mercoledì, 03 aprile 2019 da Corriere.it. Sulla Carta d’identità dei minorenni tornerà la dicitura «madre» e «padre» anziché quella di «genitore». Il provvedimento è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Il decreto, firmato dal ministero dell’Interno, da quello della Pubblica Amministrazione e da quello dell’Economia, porta la data del 31 gennaio 2019. Il provvedimento modifica il testo del decreto del 23 dicembre 2015, con il quale si introduceva la dicitura «genitori». La nuova norma prevede la sostituzione del termine «genitori» con «padre» e «madre» ogni qual volta si presenta nel decreto che predispone le «modalità tecniche di emissione della carta d’identità elettronica». Lo scorso novembre era stato lo stesso ministro Salvini a proporre il reintegro di «padre» e «madre», prendendosi il «no» non solo dell’Anci e del Garante della Privacy ma anche degli alleati di governo del Movimento 5 Stelle. Il 24 novembre 2018, il garante per la Protezione dei dati personali, Antonello Soro, nel parere richiesto dal Governo, aveva scritto: «La modifica introdotta dal decreto si è rivelata inattuabile in alcune ipotesi, con gli effetti discriminatori che necessariamente ne conseguono per il minore. Per esempio, nei casi nei quali egli sia affidato non al padre e alla madre biologici, ma a coloro i quali esercitino — secondo quanto previsto dall’ordinamento — la responsabilità genitoriale a seguito di trascrizione di atto di nascita formato all’estero, sentenza di adozione in casi particolari o riconoscimento di provvedimento di adozione pronunciato all’estero».

·         Il Sesso freddo e l’educazione sessuale 2.0

Il sesso «freddo» dei ragazzi soli nella rete: ci si informa con i siti o attraverso Youtbe. Pubblicato martedì, 09 luglio 2019 da Greta Sclaunich su Corriere.it. Alcuni dicono di rivolgersi anche agli amici o a fratelli e sorelle più grandi. Pochi ai genitori, nessuno agli insegnanti. Ma, se gli chiedi cosa fanno quando vogliono chiarirsi un dubbio sul sesso, in prima battuta tutti rispondono allo stesso modo: «Cerco su Internet». Basta un giro di domande davanti al Liceo classico G. Parini di Milano per farsi un’idea delle fonti più utilizzate dagli adolescenti quando si tratta di sessualità. Le (poche) ore di educazione sessuale alle quali hanno partecipato sembra non siano servite a granché. Di certo non sono bastate ad aprire un canale di fiducia tra gli studenti e la scuola. «Il mio pubblico è formato da ragazze dai 18 ai 24 anni, ma mi seguono anche tanti ragazzini dai 13 in su», conferma Shanti Winiger, 29enne di Locarno (in Rete la trovate come Shanti Lives) che nel 2013 è sbarcata su YouTube per parlare di sessualità ed è diventata una delle più seguite a livello italiano su questo tema. Ora si sta aprendo anche ad argomenti diversi ma capita ancora che gli utenti le scrivano per chiederle consigli, «soprattutto sull’orientamento sessuale: alcuni sono confusi, altri spaventati. Io dico loro che non devono avere fretta di darsi un’etichetta. Di domande “tecniche” invece ne ricevo poche: in parte perché i miei video sono molto esaurienti, ma anche perché credo cerchino soprattutto risposte a dubbi legati alla loro identità». Già, perché chi lo dice che Internet non possa essere anche un buon canale informativo quando si parla di sesso? Per Emanuela Confalonieri, docente di Psicologia dello sviluppo all’Università Cattolica di Milano e coordinatrice del gruppo di lavoro che si è occupato della ricerca «Adolescenti, relazioni sentimentali e sessualità» (condotta nel 2016 e aggiornata al 2019), «online si trovano molti siti ben documentati e costruiti per invitare i ragazzi a riflettere. Internet può essere il posto giusto per raccogliere informazioni e cercare risposte a domande che magari i giovani non osano fare». Diventando, talvolta, un valido appoggio per la scuola: «Trent’anni fa bisognava partire da zero mentre oggi gli adolescenti, anche grazie alla Rete, sono spesso già informati. L’educazione sessuale intesa come spiegazione delle dinamiche del rapporto non è sufficiente: al suo posto, in aula, servono spazi di confronto che aiutino gli adolescenti a capire il sesso e le relazioni». Spazi che sono in realtà percorsi multidisciplinari che prendono nomi molto diversi. C’è chi la chiama ancora educazione sessuale ma anche chi preferisce parlare di educazione sentimentale oppure affettiva. La pedagogista e scrittrice Barbara Mapelli, che si occupa di questo tema dagli anni Ottanta, la definisce educazione di genere: «Le relazioni fra i sessi si sono evolute. Da un lato le donne sperimentano libertà che prima non avevano, mentre dall’altro alcune vecchie tendenze resistono ancora, come la doppia morale. La fragilità degli uomini di fronte a questi cambiamenti può trasformarsi in violenza e inasprire le pene non basta: bisogna agire a monte con un’educazione ad hoc, dall’asilo fino alle superiori». Fondamentale, in questo senso, la formazione degli insegnanti ma anche dei genitori. Mapelli, che è anche responsabile scientifica del progetto «ImPARI a scuola» attivo a Milano, mette l’accento su questo segmento: «Prima bisogna educare gli adulti, poi saranno loro a occuparsi, in maniera consapevole, dell’educazione di bambini e ragazzi. Cominciando dai ruoli, anche in famiglia». Anche l’associazione di promozione sociale Scosse (acronimo che sta per Soluzioni Comunicative Studi Servizi Editoriali), nata a Roma nel 2011 come spin-off dell’università di Tor Vergata, parte dagli stessi presupposti. Come spiega la presidente Monica Pasquino, «fare educazione sentimentale significa, secondo noi, offrire fin dalla piccolissima età strumenti per costruire un immaginario aperto, con rappresentazioni che permettano identificazioni dei ruoli di genere il più possibile liberi dagli stereotipi. Dei quali, invece, il mondo della scuola purtroppo è ancora pieno». A partire dai libri di testo. All’inizio dell’anno si era molto discusso di un esercizio, contenuto in un corso di letture per la scuola primaria, che invitava i bambini a cancellare i verbi adatti a determinate figure: ne risultava che la mamma cucina e stira (il verbo da barrare era «tramonta»), mentre il papà lavora e legge (il verbo da escludere, in questo caso, era «gracida»). Alla polemica la casa editrice responsabile, La Spiga, aveva risposto dichiarando di aver modificato l’esercizio nell’edizione per il prossimo anno scolastico. Anche gli insegnanti, però, «vanno formati in modo da garantire il giusto atteggiamento nei confronti degli studenti», come sottolinea Pasquino. La sessualità c’entra poco, anzi niente: si tratta di abbattere un altro tipo di stereotipi, per esempio quello che vuole le ragazze meno portate nella matematica rispetto ai loro compagni maschi e che alcuni insegnanti, magari inconsapevolmente, portano avanti. Un lavoro enorme, insomma. Non per nulla Celeste Costantino, ex deputata Sel, aveva stimato i costi dell’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole italiane in 200 milioni di euro. Nel pacchetto entravano la formazione del corpo docente e l’inserimento di un’ora alla settimana dedicata a questi temi gestita da un insegnante che si dedicasse a questo, una figura nuova ancora da creare. La sua proposta di legge, depositata nel 2013, ha avuto un iter complicato: «Ci ho messo anni per calendarizzarla — racconta — quando finalmente ce l’ho fatta, alla fine della legislatura, sono arrivati così tanti emendamenti al testo base che non siamo nemmeno riusciti a terminare l’iter». Così è finita in un nulla di fatto. Come quella avanzata da socialisti e repubblicani (1992), dal Pds (1995), da Alberta De Simone di Sinistra Democratica, da Nichi Vendola allora di Rifondazione comunista (entrambe nel 1996), dal leghista Flavio Rodeghiero (1999), da Franco Grillini di Sinistra Democratica (2007), da Valentina Vezzali di Scelta Civica, dall’allora vicepresidente del Senato Valeria Fedeli del Pd (entrambe nel 2014), dalla forzista Giuseppina Castiello (2015). Ma ci avevano provato, a suo tempo e con proposte ad hoc, anche il Partito comunista e la Democrazia cristiana. L’aveva chiesta pure Ilona Staller nel suo primo discorso a Montecitorio dopo l’elezione tra le file dei radicali. Era il 1987 e la neodeputata aveva spiegato: «Voglio portare un po’ di gioia nella scuola, in un mondo dove la violenza e la prepotenza si mescolano da sempre con la religione». Lo scoglio non riguarda soltanto la politica: il rapporto dell’Unione Europea «Policies for Sexuality Education in the European Union», pubblicato nel 2013, identifica nell’«opposizione della Chiesa cattolica e di alcuni gruppi politici» le ragioni del ritardo italiano in materia. Dall’ambito religioso, però, ora arrivano segnali di apertura. A fine gennaio, a sorpresa, Papa Francesco aveva dichiarato: «Io penso che nelle scuole bisogna fare educazione sessuale». Aveva poi toccato, con il suo discorso, diversi punti cari agli esperti che si occupano del settore: il Pontefice aveva infatti parlato della necessità di cominciare presto («bisogna avere l’educazione sessuale per i bambini») e dell’importanza del sostegno della famiglia («l’ideale è che comincino a casa, con i genitori»). Tempo un mese e anche la ministra della Salute Giulia Grillo aveva accennato all’argomento, dichiarando che «l’insegnamento nella scuola di temi legati alla sessualità e alla riproduzione può fornire un punto fermo di informazioni certe e certificate». Sei mesi più tardi, siamo ancora fermi nello stesso punto. Cioè alla buona volontà dei singoli istituti, effetto dell’autonomia scolastica che, dal 2000, lascia al ministero dell’Istruzione le linee guida dei programmi e demanda la responsabilità dell’offerta formativa al corpo docente dei singoli istituti. L’ultimo passo avanti risale alla riforma della Buona Scuola, varata dal governo Renzi: l’allora ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli ha introdotto l’«educazione al rispetto» che si rifà direttamente all’articolo 3 della Costituzione e che riguarda «la parità tra i sessi e la prevenzione della violenza di genere e di tutte le forme di discriminazione» come scritto sul documento ufficiale. «L’educazione al rispetto, per me, è la base necessaria: presuppone la capacità di gestione dei sentimenti e dell’affettività, che a loro volta comportano quella di affrontare le emozioni ma anche il corpo e quindi la sessualità», motiva Fedeli. Le fondamenta, insomma, in teoria ci sono. In pratica è il tetto che manca, come ammette l’ex ministra: «In Italia l’educazione sessuale è difficile da realizzare». Anche altri Paesi, in Europa, ci hanno messo parecchio: in Gran Bretagna, per esempio, è stata introdotta soltanto due anni fa e in un manipolo di altri, Spagna compresa, non si è ancora arrivati a una norma precisa. Invece la Svezia, nel 1955, è stata la capofila. Esattamente vent’anni dopo, nel 1975, da noi è stata avanzata la prima proposta di legge sul tema (da Giorgio Bini, del Pci). Oggi, a distanza di 44 anni, in Italia l’educazione sessuale è ancora esclusa dai programmi obbligatori. L’età media del primo rapporto sessuale, in Italia, è di 15 anni e 6 mesi sia per i maschi che per le femmine. E tre giovani su quattro, la prima volta, hanno usato un metodo contraccettivo. Lo rivela lo studio, che ha coinvolto un campione di 3.922 adolescenti con un’età media di 16 anni e mezzo, svolto dal gruppo di lavoro coordinato dalla professoressa Emanuela Confalonieri del dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e aggiornato al giugno 2019. Dall’indagine emerge anche che il 46% degli intervistati ha una relazione sentimentale stabile. Un altro studio del gruppo, condotto su 1.059 adolescenti con un’età media di 17 anni, lancia l’allarme sui comportamenti violenti all’interno della coppia: il 56% si è reso responsabile almeno una volta di qualche forma di abuso psicologico nei confronti del partner, il 9% di una forma di abuso fisico e il 6% di una forma di abuso relazionale. Percentuali che trovano una corrispondenza nei dati relativi a chi, di questi abusi, è stato vittima: il 54% ha dichiarato di aver subito abusi psicologici, il 10% relazionali e l’8% fisici. Un altro campanello d’allarme riguarda la pornografia: il 64% (di un campione di 546 intervistati con un’età media di 16 anni e 2 mesi) dichiara di averne fatto uso, l’82% sono maschi e, fra questi, uno su tre utilizza questi materiali quotidianamente. L’Organizzazione mondiale della sanità, nel 2010, ha fissato alcuni standard per l’«educazione sessuale dei minori in Europa». Nel documento sono proposti i requisiti base: l’offerta formativa, con una particolare attenzione al genere, deve essere continuativa e multisettoriale ma anche interattiva e contestualizzata sui bisogni degli allievi, considerati parte attiva nella realizzazione del programma. Importante la collaborazione con i genitori e la comunità. Lo scopo: dare ai giovani una preparazione adeguata che li protegga da forme di sfruttamento, coercizione e abuso come di gravidanze indesiderate e malattie. E poi ci sono le aziende, che provano ad occupare il vuoto lasciato dall’educazione sessuale nelle aule con progetti ad hoc. I giovani cercano informazioni, sia sulla sessualità che sulle relazioni, in Rete? Su Internet puntano anche i colossi che, uno dopo l’altro, inaugurano spazi divulgativi a tutto tondo (e che spesso esulano dai prodotti che offrono). Il marchio di profilattici Durex, per esempio, ha lanciato «Parliamo di sesso», videopillole che spiegano i rapporti sicuri sottolineando l’importanza della contraccezione ma parlando anche di relazioni di coppia. Si trovano su YouTube, durano un minuto ciascuna e a condurle è la dottoressa, specializzata in Ostetricia e ginecologia, Mirella Palachini. Il sex shop online dedicato alle donne MySecretCase ha puntato invece sulle dirette Instagram gestite dalla sessuologa trentenne Anna Zanellato. Esperta del settore (svolge diversi corsi sul tema anche nelle scuole), in video risponde alle domande dei giovani partendo dalla sessualità ma esplorando anche l’ambito delle relazioni e delle emozioni. Anche il sito porno PornHub è sceso in campo, inaugurando una sezione dedicata all’informazione su sesso e salute come indica il nome stesso (si chiama infatti «Pornhub sexual wellness center»). Nel progetto sono stati coinvolti medici, terapisti e sessuologi e a dirigere la piattaforma è Laurie Betito, nota sessuologa canadese con oltre trent’anni di esperienza nel settore. «L’educazione sessuale (mentale, fisica, emotiva e spirituale) svolge un ruolo fondamentale nella nostra società», ha dichiarato due anni fa, alla vigilia del lancio. Il vicepresidente di PornHub Corey Price ha puntualizzato: «Abbiamo voluto fornire ai nostri visitatori una piattaforma educativa rinomata, da poter utilizzare come fonte di informazioni e consigli quando si tratta di fare sesso». Nella prima intervista post mondiale Milena Bertolini, la guida della squadra femminile italiana, ha raccontato a Gaia Piccardi sul Corriere che il complimento più bello era quello di un’amica della sua terra, l’Emilia: «Avete fatto un mondiale per le donne». «Ecco, questo dimostra che il cambiamento culturale è in atto, non si può tornare indietro» ha concluso Milena. E questi mondiali che hanno fatto innamorare gli italiani del calcio al femminile hanno dimostrato che se le donne si mettono insieme e fanno squadra possono arrivare anche dove non era pensabile, in territori riservati tradizionalmente all’uomo. Le cifre lo confermano: negli ultimi 10 anni le tesserate sono cresciute del 39,3% passando da 19.000 a 26.000, secondo il ReportCalcio della Figc presentato il 9 luglio in Senato. È un’ascesa che spinge l’empowerment femminile. Ma il messaggio è più articolato. Perché raramente si sono viste donne in «posizione di combattimento» come le nostre calciatrici, così diverse dall’immagine femminile proposta in tv, perlopiù vittima oppure sexy, al limite elemento decorativo, ma mai mostrata in questa attitudine tesa alla vittoria. Attitudine che le Millennial hanno nel Dna e entrerà in campo nel triangolare di calcio organizzato dalla società Acd Sedriano in collaborazione con il Tempo delle Donne il 7 settembre (inizio alle 16.30) e che vedrà sfidarsi le Giovanissime di Inter, Milan e Sedriano. Al termine del triangolare (sul campo sportivo di Sedriano) anche una partita con alcune prime squadre femminili. Sedriano è centro d’avanguardia del calcio maschile, e ora nasce la startup al femminile, dopo che per tre anni tutte le squadre dell’ Inter femminile si sono allenate sul loro campo. «È stato un osservatorio interessante, perché ci ha permesso di mettere a fuoco le differenze, di capire che i ragazzi hanno di sicuro maggior forza fisica, mentre le femmine hanno una veloce capacità di apprendimento e attenzione» dice Marco Melioli della direzione sportiva femminile. «Oltre che una forte coesione di gruppo. Dandosi regole in un mondo che prima era maschile per essere riconosciute come pari». Il titolo del torneo? È un gioco da ragazze.

·         Sadomaso e trasgressioni.

LO FAMO STRANO? DAGONEWS il 23 novembre 2019. Internet offre la possibilità di navigare ovunque noi vogliamo. Non importa quanto sia di nicchia ciò che cerchiamo, quindi non sorprende che le app e i siti di appuntamenti fetish siano sempre più popolari online. Tra di loro si differenziano in poche cose, la maggior parte consente agli utenti di registrarsi in modo anonimo, inserire le loro preferenze sessuali e quindi navigare in un luogo dove si incontrano utenti che vogliono sperimentare nuovi mondi. Tra le categorie ci sono quelle più tradizionali, come il BDSM, e opzioni più estreme come la privazione sensoriale, l’elettrocuzione e il “water bondage”. Sono siti come questi che Grace Millane, la ragazza inglese uccisa durante il sesso con un ragazzo incontrato su Tinder in Nuova Zelanda, stava usando nei mesi precedenti la sua morte. Il processo ha gettato nuova luce su questi mondi aprendo alla necessità che i partecipanti siano consapevoli chi si puo' incontrare. Whiplr - il sito sul quale Millane era iscritta - non richiede alcuna identificazione e la registrazione richiede meno di cinque minuti. Agli utenti viene richiesta una foto, ma molti usano immagini false. In effetti, l'anonimato è promosso come un vantaggio per molti di questi siti visto che gli utenti vogliono comprensibilmente rimane anonimi. Solo un sito - KinkD - richiede agli utenti di inviare un ID per la verifica prima che un profilo venga attivato. I membri di questi siti possono connettersi con utenti che hanno le stesse passioni, alcune delle quali sono veramente singolari: dalla dendrofilia, un’eccitazione data dalle piante, alla macrofilia, l’attrazione sessuale verso persone giganti. Come con la maggior parte dei social media, gli utenti sono liberi di parlare tra loro in privato, possono iscriversi a eventi e incontri che consentono loro di conoscersi. Dal lancio nel 2015, Whiplr ha circa 1,2 milioni di utenti, con circa 50.000 chat e messaggi e video condivisi ogni giorno. Fetlife.com, uno dei più antichi siti di appuntamenti fetish sul web, ha circa 8,2 milioni di membri che condividono 44 milioni di foto tra loro.

DAGONEWS l'8 dicembre 2019. Se il bondage o il soffocamento vi sembrano delle pratiche fuori di testa, non avete ancora visto “A Very Yorkshire Brothel” un programma in onda in Gran Bretagna: nell’ultima puntata le proprietarie di una “sala massaggi” hanno rivelato le richieste più insolite ricevute dai feticisti.  Kath, 56 anni e la figlia Jenni, 32 anni, negli ultimi cinque anni, hanno gestito una sala massaggi a Sheffield. Ma negli ultimi anni non solo hanno visto impennare il numero di feticisti, ma anche le loro bizzarre richieste. C’è chi ha chiesto di essere avvolto nel cotone idrofilo e chi voleva essere confezionato sottovuoto. Ma c’è anche chi prova eccitazione vedendo scoppiare dei palloncini. Kath e Jenni, che si occupano della parte amministrativa, gestiscono sei ragazze nel loro salone che nel weekend rimane aperto fino alle cinque del mattino. Tra i servizi offerti ci sono delle prestazioni che includono l’uso erotico del cibo o anche sessioni per masochisti. Ma le richieste diventano sempre più strane. «Ho un ragazzo che si eccita se mi faccio scoppiare dei palloncini tra le gambe – ha rivelato Lily 'Loves It' che lavora nel centro – Un altro vuole che ci rimbalzi sopra fino a farli scoppiare. In ogni caso non esistono due giorni uguali nel mio lavoro. Prima lavoravo in proprio e guadagnavo il doppio dei soldi, ma mi sono resa conto che sull’aspetto della sicurezza stavo rischiando». E Kath ha aggiunto: «Molte di loro hanno deciso di non lavorare più in proprio per paura. Conosco una ragazza che è stata violentata in gruppo. Non si sa mai chi si può incontrare».

DAGONEWS il 13 novembre 2019. Dimenticate ogni tabù. Quelli che fino a qualche anno fa erano dei confini invalicabili oggi sono diventati terreno di esplorazione per molte coppie che amano sperimentare mettendo un po’ di pepe alla loro relazione. Per chi ancora non lo ha fatto la sexperta Annabelle Knight ha fatto luce su come bondage, letture erotiche, sex toys, il sesso anale e lo scambio di ruoli possano avere un posto prezioso in una relazione sana.

1. Bondage. Il BDSM un tempo era roba da club o amanti del fetish ed era considerato fuori dall’ambito tradizionale. Oggi in molti lo hanno sperimentato integrandolo nella loro sessualità e riuscendo ad ampliare il loro orizzonte di piacere. Qualunque sia il livello di esperienza, c'è sempre un modo per dilettarsi nel BDSM. Usare una cravatta o una sciarpa per bendare la vista del partner può fare miracoli, in quanto sviluppa gli altri sensi e rende più sensibili al tocco. Ciò si traduce in un'esperienza sessuale più intensa e più spesso soddisfacente.

2. Letture erotiche. In passato la letteratura erotica incontrava degli ostacoli. Ma ora, grazie ad autori come Jilly Cooper, Sylvia Day e E.L James, la narrativa erotica è diventata così mainstream che si trova in tutte le librerie. La narrativa erotica consente alle persone di vivere le proprie fantasie attraverso la finzione, oltre a raccogliere nuove idee per la camera da letto. In coppia, leggere insieme può essere un'enorme svolta e, in un certo senso, può fungere da preliminare.

3. Sex toys per coppie. Secondo il sondaggio sulla felicità sessuale di Lovehoney, oltre i due terzi di noi credono che il sesso abbia un ruolo importante nella nostra felicità generale, motivo per cui sempre più persone stanno espandendo il loro orizzonte con i sex toys. Per molti, i sex toys sono confinati alla masturbazione, ma molte coppie hanno trovato il modo di integrarli nella loro vita sessuale. Gli anelli  vibranti sono i sex toys per coppie più raccomandati in quanto migliorano l'erezione e stimolano il clitoride esterno.

4. Sesso anale. In alcuni ambienti il sesso anale è ancora un tabù, tuttavia sta diventando una pratica sessuale più ampiamente accettata. Negli anni Novanta circa il 25% delle persone aveva provato l'anale, ma quella cifra è salita a circa il 40% nel 2009. I benefici del sesso anale sono enormi, non solo puoi raggiungere un tipo di orgasmo completamente diverso, ma il sesso anale è privo di rischi di gravidanza e, per coloro che soffrono di vaginismo, consente una penetrazione, senza disagio o dolore.

5. Scambio di ruoli. Oggi accettiamo molto di più di allontanarci dai ruoli tradizionali in camera da letto. Il pegging, la penetrazione dell’uomo tramite una cintura usata dalla compagna, sta ottenendo sempre più popolarità. Un paio d'anni fa quasi la metà delle coppie non aveva idea di cosa fosse il pegging, da allora le vendite di strap on e set sono aumentate di quasi il 200%.

Da ilgazzettino.it il 5 novembre 2019. Chat e applicazioni per incontri, tradimenti e trasgressioni: quale è la mappa delle città italiane più coinvolte? A tracciarla è il sito incontri-extraconiugali.com. Bondage e disciplina, dominazione e sottomissione, sadismo e masochismo: queste le parole che si intrecciano nell'acronimo BDSM, una pratica che a Milano è ormai di uso comune tra chi tradisce il partner e che si sta diffondendo rapidamente anche lungo il resto della Penisola. «Se in una relazione extraconiugale in passato era solo l'uomo a cercare sesso trasgressivo, questo desiderio si incrocia oggi con quello delle donne e questo spiega il boom del BDSM» sottolinea Alex Fantini, fondatore di Incontri-ExtraConiugali.com, il portale dedicato a chi cerca un'avventura in totale discrezione e anonimato. Le coppie adulterine sono infatti molto aperte a nuove esperienze e giocano con la loro sessualità molto di più e molto più spesso di quanto facciano moglie e marito. «Soprattutto a Milano, ma anche a Brescia, Torino, Trieste, Padova, Verona, Bologna e Firenze, dove i fedifraghi sono maggiormente propensi al sesso estremo e sempre pronti ad utilizzare tutti gli espedienti possibili per rendere la loro vita sessuale più varia ed intrigante» puntualizza Alex Fantini. «In questi giochi di dominazione e sottomissione tra fedifraghi -aggiunge il fondatore di Incontri-ExtraConiugali.com- l'empatia aumenta e così anche il rispetto reciproco. Vivere un tradimento con esperienze al limite implica -paradossalmente- molta sincerità, molta comunicazione ed una grandissima attenzione alla sicurezza ed al benessere sia fisico che emotivo di entrambi, molto più che nelle relazioni tradizionali. L'attenzione in questo caso non è rivolta a se stessi ma al partner, a quello che il partner prova e vive». Quale è la dimensione del fenomeno? Nel mese di settembre 2019, il portale fondato da Alex Fantini ha condotto un sondaggio su un campione di mille uomini e mille donne di età compresa tra i 18 ed i 60 anni, per approfondire il rapporto degli italiani con il sesso. Ne è risultato che, includendo le diverse forme che può assumere il BDSM -da quello più soft a quello più estremo-, un italiano su 10 pratica il sadomaso abitualmente ed -in questo ambito- Milano conquista il primato per i tradimenti BDSM: il 20% dei meneghini in una relazione extraconiugale cerca proprio un rapporto di dominazione/sottomissione. La percentuale dei cultori del BDSM rimane alta anche nelle altre città del Nord Italia e più in particolare a Brescia (19%), Torino (18%), Trieste (16%), Padova (15%), Verona (15%), Bologna (14%) e -più a sud- anche a Firenze (13%). A Roma -e più in generale nel Centro e Sud Italia- il fenomeno più ricorrente legato al sesso è invece quello della chat. Nelle regioni centro-meridionali -soprattutto a Roma, Napoli e Palermo- agli uomini piace flirtare e chiacchierare sulle app prima di arrivare al sodo e alle donne -anche per un tradimento- piace sentirsi corteggiate e desiderate prima di un incontro nella vita reale. Approfondendo proprio la variabile "tradimento" si scopre poi che il 78% delle scappatelle si concretizza ormai online. «Da quando c'è Incontri-ExtraConiugali.com, i tradimenti sono diventati molto più semplici e gli italiani prima di farlo preferiscono -appunto- chattare a lungo, soprattutto a Roma, considerata una delle città in cui si chatta di più al mondo» commenta il fondatore di quello che è oggi il portale più sicuro dove cercare un'avventura in totale discrezione e anonimato. E se all'estero la maggior parte dei fedifraghi installano più di una piattaforma contemporaneamente, in Italia i traditori sono più abitudinari (84%): finiscono con il prediligerne una sola, focalizzando usualmente la propria preferenza su un portale 100% italiano quale Incontri-ExtraConiugali.com. Solo il 16% dei nostri connazionali (il 18 % degli uomini ed il 14 % delle donne) sceglie di installare due o più applicazioni. Insomma per quanto gli italiani abbiano accettato la pratica del tradimento online, continuano comunque a rimanere fedeli nell'utilizzo di una sola piattaforma.

·         Mai dire "Puttana".

Da ea-insights.com il 28 novembre 2019. Black Friday: l’inizio di un periodo di offerte su ogni categoria di prodotto, con l’eccezione del sesso a pagamento. L’anno scorso, molti clienti delle sex workers hanno in effetti preferito lo shopping all’happy ending in compagnia delle professioniste del sesso. Lo testimoniano i dati di Escort Advisor, il primo sito di recensioni di escort in Europa. Il sito (uno dei 50 più visitati in Italia in assoluto) ha registrato un calo del 3% del traffico nel fine settimana del Black Friday, uno dei rari casi, per un settore che ha un interesse costante durante l’anno da parte degli utenti di internet. In compenso la Cyber Week (forse perché limitata alle vendite online) ha influito in positivo, portando un aumento medio giornaliero dell’11% rispetto al traffico del resto del mese. Le professioniste del sesso invece non concedono sconti. La media dei prezzi nazionali rimane invariata e loro stesse dichiarano che per il sesso non applicano alcun tipo di scontistica. Così a Gorizia, la provincia al primo posto nella classifica per prezzo, si continua a pagare il prezzo più caro d’Italia con una media di 146 euro, mentre a Trapani, al 109esimo posto, quello più basso: 88 euro. Con uno sguardo d’insieme, si nota che il Nord batte il Sud d’Italia quando si parla di prezzi “più alti”, mentre nel Centro si registra una media, con prezzi intorno ai 110 euro. Tendenza confermata anche attraverso le recensioni degli utenti che confermano o smentiscono il “listino prezzi” delle sex workers. Ovviamente si parla di medie: le recensioni raccolte da Escort Advisor mostrano come ci siano sex workers per tutte le tasche sparse nelle province italiane, un dato evidenziabile utilizzando i filtri di ricerca sul sito fondato nel 2015. Si scopre che nella penisola ci sono percentuali molto importanti di professioniste con servizi che partono da 50 euro. La media nazionale ricavata dalle recensioni scritte dagli utenti, dunque, fa registrare una distribuzione delle escort per fasce di prezzo di questo tipo: oltre i 500 euro lo 0,2%, da 201 a 500 euro l’1,3%, da 101 a 200 euro il 10,6%, da 51 a 100 euro il 51,3%, infine fino a 50 euro il 36,6%. Trapani risulta essere, con il suo 57% di sex workers con tariffe inferiori a 50 euro (su 338 Escort presenti mediamente al mese), la città meno cara d’Italia. In opposizione, a Bolzano, solo il 12% delle 270 sex workers applicano prezzi inferiori ai 50 euro. Seguono in classifica Caltanisetta (con il 53% su 103 escort), Enna (52% con 25 escort), Ragusa (51% con 196 escort). Roma con 1856 escort indicizzate mediamente al mese risulta essere più cara: solo 26% di escort effettuano prestazioni a meno di 50 euro. A Milano: 1694 escort attive mensilmente, solo il 18% sotto i 50 euro. Non diverso il dato di Torino che con le 902 sex workers indicizzate conta un 25% sotto i 50 euro, o a Genova con 564 escort e il 16%. Sta di fatto che in tutto il Nord si fatica a superare il 20% se si parla di prezzi inferiori ai 50 euro. Si registra però un calo generale dei prezzi del 3% nel 2019 rispetto all’anno precedente. La tendenza è data dalla ridotta disponibilità economica dei clienti che cercano la compagnia delle escort. Sempre secondo Escort Advisor il 9% dei clienti sceglie utilizzando il prezzo come primo elemento nella ricerca, cercando quindi il risparmio prima di tutto. Le escort, invece, dichiarano di non fare sconti a nessuno, come Giulia di Milano che racconta di non applicare nessun tipo di “promozione o sconto”: Non mi sembra che medici, dentisti o avvocati ritocchino i loro “listini” in vista del Black Friday o dei saldi. Noi siamo professioniste organizzate come loro e abbiamo le nostre spese. Le escort che lavorano bene, infatti, investono su loro stesse, soprattutto ora che si è aperta la possibilità di pubblicizzarsi online. Un buon strumento sono le recensioni ad esempio. Aiutano a far capire al cliente la professionalità e ad evitare le fregature di quelle che si improvvisano. Poi così loro possono trovare più facilmente ciò che gli piace, potendo scegliere, non facendo perdere tempo nè a noi, nè a loro stessi.

Per gentile concessione dell' editore Rizzoli pubblichiamo integralmente l'intervista di Oriana Fallaci alla senatrice socialista Lina Merlin uscita sull' Europeo nel 1963 ed estratta dal libro «Se nascerai donna» (pp.352, 20 euro). Il volume, che raccoglie i ritratti, le interviste e le inchieste della scrittrice dedicate all' universo femminile, da oggi è disponibile in tutte le librerie. Da “Libero quotidiano” il 6 novembre 2019. Intervista di Oriana Fallaci a Lina Merlin.

Oriana Fallaci: A Montecitorio, quando mi capitava di andarci e lei era ancora deputata, iscritta al PSI, mi incantavo spesso a guardarla, senatrice Merlin. E non perché il suo nome fosse legato alla chiusura delle case chiuse, ma perché tutto in lei ricordava un mondo che sta per scomparire: quello dei vecchi socialisti, sentimentali e un po' anarchici, galantuomini e puri. Guardavo i suoi capelli bianchi, i suoi occhi accesi, e tornavo a un' epoca che non ho conosciuto: liberale, laica. Pensavo che mi sarebbe piaciuto parlarle, anzi, ascoltarla. Non è mai capitato e mi sembra quasi indiscreto venire a disturbarla ora che non è più senatrice, né deputata, né iscritta al PSI, e siede carica di amarezza (mi dicono), perfino malata (mi dicono), nel salottino borghese di una casa borghese sul mare Adriatico, la finestra aperta su una spiaggia di ombrelloni e turisti. Ma la sua legge sulle case chiuse.

Lina Merlin: Anzitutto io non sono malata, sto benissimo, malata sarà lei; ho un cuore che lei giovane non si sogna nemmeno, e al mare non sto per curarmi, ma perché tutti gli anni vado al mare. Poi non sono carica di amarezza per niente, sono tranquilla, serena, e se mi son ritirata è perché non voglio morire prima di quando mi tocchi; ciascuno ha diritto di morire più tardi possibile. La mia vecchia pelle m' è cara e se restavo un giorno di più fra i mestieranti della politica finivo al cimitero anzitempo. Le racconterò ogni cosa, se vuole: io non faccio misteri. Intanto sappia che quando i non onesti trionfano, gli onesti lasciano. Quanto alla mia legge sulle case Ne parlano ancora?!

Oriana Fallaci: Come no, senatrice. È tornato a essere uno degli argomenti del giorno per gli italiani, che la presero per un dispetto. E si lamentano, s' agitano, s' inquietano; quasi, anziché due anni, fossero passati due giorni e non riuscissero a darsene pace.

Lina Merlin: Ah! Questo paese di viriloni che passan per gli uomini più dotati del mondo e poi non riescono a conquistare una donna da soli! Se non gli riesce di conquistare le donne, a questi cretini, peggio per loro. Perché non fanno come i miei compagni di Adria? Un giorno vado ad Adria e dico: com' è, compagni, che voi non mi avete mai chiamato a fare una conferenza sulla mia legge? «Perché non ci interessa, Lina» rispondono. E ora le voglio raccontare una storia, le voglio. Un altro giorno vado a tenere una conferenza in una sede del PSI a Milano e appena entro qualcuno mi infila una busta gialla tra le mani. La apro e c' è scritto: «Compagna, pensa al male che fai con la tua legge: dove può andare un vedovo vecchio e gobbo se non in quelle case?». Io raggiungo il tavolo e dico: m' è stata consegnata una lettera così e così, spero che il compagno sia tra noi per rispondere a una domanda. Compagno, come può fare una vedova vecchia e gobba che non sa dove procurarsi un bel giovanotto? Ma scusate, compagni, chi ve lo ha detto che le donne non hanno i loro problemi? Press' a poco il discorso che feci alla Camera: se voi ritenete che quello sia un servizio sociale, e i cittadini maschi abbiano diritto a quel servizio sociale, allora istituite il servizio obbligatorio per le cittadine dai vent' anni in su. E che anche per le cittadine sia considerato un servizio sociale. Alcuni giornalisti commentarono la mia logica come indecorosa. Indecorosa io, che non ho mai detto una parola volgare e invece dell' espressione prostituta uso sempre l' aforisma «quelle disgraziate». Volgare io, che dico come quel prete di Londra: «Non chiamatele prostitute: sono donne che amano male perché furono male amate». La legge! Cosa di nuovo, ora, con questa legge?

Oriana Fallaci: C'è stato un processo per lenocinio, senatrice Merlin, al tribunale di Firenze e il giudice ha accettato l' eccezione avanzata dal difensore secondo cui la sua legge è incostituzionale perché non tiene conto dell' articolo della Costituzione col quale lo Stato si impegna a difendere la salute del cittadino. L' ordinanza del giudice è ora all' esame della Corte Costituzionale e...

Lina Merlin: Oh, sì. Ero sicura che fosse venuta a farmi arrabbiare su questo. E urlo: la mia legge è costituzionalissima e se la Corte Costituzionale prende in considerazione, solo in considerazione, l' ordinanza di quel giudice, allora è il crollo di tutto. Allora vuol dire che il mio paese non merita nulla, che il mio paese è selvaggio, che i giudici del mio paese non conoscono neanche le leggi e il significato delle leggi: ma che si rileggano un po' Montesquieu! Io sono stata uno dei settanta soloni che hanno fatto la Costituzione, sa, la Costituzione io la conosco, sa, e conosco l' articolo sulla salute pubblica perché l' ho voluto. Cosa dice questo articolo? ««La Repubblica ha il dovere di difendere la salute dei cittadini purché ciò non offenda la loro dignità umana». Purché ciò non offenda la loro dignità umana: chiaro? E sottoporre quelle disgraziate a visita coatta non è forse offendere la loro dignità umana? Tanto più che esse non sono più schedate. E allora come fanno a sceglierle? Con quale criterio le scelgono? Col criterio che avevano prima con le clandestine? Fermar tutte quelle che camminano sole per strada, magari senza documenti o fumando? Le è mai capitato di camminar sola per la strada, la notte, magari fumando?

Oriana Fallaci: Sì, qualche volta.

Lina Merlin: Bene. Lo sa cosa accadde a una sua collega che all'una e mezzo del mattino, uscita dal giornale, si avviava fumando alla ricerca di un taxi? La fermarono e: «Lei viene in questura». «Nemmeno per sogno, e perché?». «Perché lei viene in questura. Documenti.» «Non li ho. Ma sono la Tal dei Tali, quello è il mio giornale.» «Non ci interessa. Lei fumava per strada. Venga in questura.» Le andò bene, era un tipo deciso e li trattò come meritavano. Ma metta che si fosse lasciata condurre, come si lasciarono condurre altre onestissime donne che esercitavano il loro diritto di camminar sole per strada, cosa sarebbe successo? L'avrebbero chiusa in guardina e l'indomani le avrebbero fatto una visita coatta, ed io l'avrei trovata alla Sala celtica come ci trovai la povera servetta sorpresa senza documenti insieme al suo caporale, che piangeva poverina ed era lì da otto giorni: ad aspettare il responso. Perché otto giorni ci vogliono per avere il responso. Proseguiamo. Quale altro criterio per fermare una donna: l'aria provocante? Be'? Quante donne oggi non hanno un'aria provocante? Non che voglia fare la vecchia strega, non che mi scandalizzi perché le donne si dipingono troppo e si pettinano alla Bardot, dico anzi che è la moda, se domani la moda ordinasse di andare al mare dentro un sacco a pelo della Prima guerra mondiale anziché col bikini le donne ci andrebbero: ma resta il fatto che sono molto dipinte. Allora che facciamo? Il questurino le ferma per questo? «Perché mi ferma, questurino?» «Perché lei è una prostituta.» «E lei da cosa lo giudica, questurino?» «Dal suo aspetto.» Ah, sì? Lei, questurino, si permette di giudicare l' aspetto?» «Lei può esser malata, bella mia.» «Ah, sì? Lei, questurino fa il medico e giudica a occhio se una donna è malata?» «Niente discorsi, via dal dottore.» Il dottore la visita, magari la trova malata. Ah, dice, questa è prostituta. «Perché? Perché è malata? Dunque mentre il questurino fa il medico, il medico fa il questurino? Proseguiamo. Quale altro criterio per fermare una donna? Quelle, dicono, che ricevono in casa molti uomini. Senta: io per vent' anni ho ricevuto moltissimi giovanotti in casa mia; davo lezioni di italiano e francese, per vivere, il fascismo mi aveva tolto la cattedra. E se una portinaia maligna avesse detto che le mie lezioni erano una scusa? Non ero mica brutta, da giovane, sa? I miei corteggiatori li avevo e mio marito morì che ero giovane, ancora. E se la portinaia lo avesse detto? È successo a tante donne che vivevano sole, donne perbene, che sono state denunciate e sfrattate. Ma io sono una persona civile, io rispetto il mio prossimo, la libertà del mio prossimo, io non tollero questo!

Oriana Fallaci: Lo Stato potrebbe far visitare tutti, uomini e donne, sani e malati, come si fa per la vaccinazione contro il vaiolo. La polizia potrebbe cominciare dalle passeggiatrici sicure, quelle che fanno la posta in punti precisi...

Lina Merlin:Ma non sa proprio nulla, lei! Quella di far visitare tutti i cittadini malati, non sani, malati, e tutti, uomini e donne, è una legge che esiste di già e che non è stata ancora applicata e che io predico inutilmente da anni perché venga applicata. Quanto alle passeggiatrici, no: come facciamo se non abbiamo le prove, se son clandestine, se non sono schedate? Le schediamo di nuovo, eh? Diamo loro di nuovo quella tessera che Mussolini chiamava ipocritamente sanitaria e che era peggio di una condanna a vita, di un marchio sulla fronte degli schiavi, eh? Ma lo sa che il giorno in cui una donna non voleva o non poteva fare più la prostituta, e andava in questura e diceva «ecco la vostra tessera», per prima cosa doveva tornarsene al paese col foglio di via e per anni restava una vigilata speciale della questura? Eh? Si recuperava così? Ma lo sa che se aveva un figlio questo restava per tutta l'esistenza il figlio di una schedata? Quasi tutte quelle disgraziate hanno un figlio ed anche se per lui sono le madri migliori del mondo, anche se lo tirano su bene, se lo fanno studiare, viene sempre il giorno in cui egli ha bisogno di un foglio bollato, di dare informazioni per partecipare a un concorso. E allora vien fuori che è il figlio di una schedata e non può fare non dico il diplomatico, nemmeno il questurino. Schedarle vuol dire ridare loro la tessera di prostitute, vuol capirlo sì o no? E perché schedare loro, le paria della prostituzione, e non le squillo che vivono in appartamenti eleganti, non le mantenute che si vendono per una pelliccia o un gioiello? Non sono prostitute anche le amichette dei ricchi? E poi non dimentichi che l' Italia ha accettato la convenzione dell' ONU e in questa sta detto che è proibita qualsiasi schedatura per qualsiasi ragione: ivi compresa la salute pubblica. Abbiamo aspettato tanto per entrare all'ONU, usciamone dunque.

Oriana Fallaci: Senatrice Merlin, sono totalmente d' accordo con lei: perciò non si arrabbi. A partire da questo momento però mi comporterò come se non fossi d' accordo con lei e, la prego non si arrabbi, le porrò alcune domande che riassumono le colpe delle quali la accusano.

Lina Merlin: Colpe? Che colpe? Accuse? Che accuse? Non ho mica fatto nulla di male, io, ho fatto una cosa buona.

Oriana Fallaci: Lo so, senatrice Merlin: e nessuno l'ha mai ringraziata per questo. La hanno insultata, derisa, lapidata. Nessuno, lo sappiamo, è più odiato del benefattore, e la gratitudine non esiste. Dunque mi risponda, la prego. Prima accusa: le prostitute, dopo la applicazione della sua legge, son raddoppiate.

Lina Merlin: Può darsi. È aumentata la popolazione, saranno aumentate anche quelle disgraziate. E comunque qual è il termine di confronto? Le hanno contate? Le avevano contate prima?

Oriana Fallaci: Come dice? Si vedono? E prima non si vedevano?

Lina Merlin:Se ne vedevano meno, dice? Ma faccia il piacere, ma non sa proprio nulla lei! Non si vedevano quando non si volevano vedere. Io le ho sempre viste. Mi ricordo quando avevo diciott' anni e sembravo un angioletto e andavo a spasso sotto i portici con mio zio e loro gli battevano la borsa nei ginocchi o gli tiravano la giacchetta e io dicevo: «Zio, che vogliono? Chi sono?». E lui: «L' elemosina». E prima che fosse applicata la mia legge? Una volta a Milano ho fatto le quattro del mattino, ho fatto, incontrandole ovunque.

Oriana Fallaci: Seconda accusa: aumento delle malattie celtiche. Questo lo dicono persone molto serie, però. Qui ci sono i dati.

Lina Merlin: «Ma come è ingenua, lei! I dati di chi? E contrapposti a quali dati? Ma lo sa che nel 1937 ci furono centinaia di migliaia di casi? Diminuirono fortemente con la scoperta degli antibiotici ma crebbero di nuovo nel 1953 quando le case erano ancora aperte: si son chiuse nel 1958. E il fatto che agli antibiotici ci si assuefà e dopo un certo uso non hanno più lo stesso effetto, dove lo mette? E il fatto che tutte le malattie vanno soggette a cicli, dove lo mette? C' è una gran recrudescenza della poliomielite e del cancro in questi anni: anche questa è colpa della senatrice Merlin? E come si combatte quella recrudescenza, semmai? Riaprendo le case che son focolai di infezione? Senta, lei che non capisce proprio nulla: lo sa quante volte quelle disgraziate erano visitate nelle case? Due volte la settimana. Le pare sufficiente? Con decine di clienti al giorno ciascuna? E a cosa serviva visitare 2500 donne, tante vivevano nelle case chiuse, quando fuori c' erano almeno 50.000 clandestine non obbligate a marcar visita? E le tenutarie che dicevano al dottore: «Dottore, non ci dica che la Rosetta l' è ammalata, mi lavora tanto», e il dottore le accontentava? Ma stia zitta, stia!

Oriana Fallaci: Terza accusa: aumento dei delitti sessuali, dei teddy-boys, del pappagallismo. E non parlo, perché mi fa ridere, del problema dei militari che secondo taluni son trasformati in soldataglie voraci e pronte ad attentare spose virtuose, zie ignare, vergini candide.

Lina Merlin: Ma non capisce proprio nulla, lei! Ma crede proprio a tutto, lei! Guardi quell'asino che vola, guardi: l'ha visto? Delitti sessuali! Come se prima non esistessero! Teddy-boys! Di quattordici e quindici anni, magari. Come se prima, a quell'età, potessero entrare in case dove si poteva entrare solo a diciotto! Pappagallismo! Come se non ci fosse mai stato. Ora i militari. Se lei non vuol parlarne, ne parlo io. Silenzio! Stia zitta. Anzi, stia attenta: quanti sono i militari in una grande città? Decine di migliaia. Quante case c' erano in una grande città? Al massimo sedici. Per un totale di 250 donne. Bastavano? Eh? Evidentemente i militari si arrangiavano altrove. Che continuino ad arrangiarsi. Costano troppo, dirà lei.

Oriana Fallaci: Io non dico nulla.

Lina Merlin: Silenzio! Costano troppo, dirà lei. Perché no, se anche il prezzemolo è aumentato e prima lo davano gratis, ora un mazzetto te lo fanno pagare cento lire? Guardi, io ai militari ci penso: ma per evitar loro la guerra, non per procurare loro postriboli. E a quei generali che si lamentano io vorrei chiedere se i postriboli non sono per caso il prezzo con cui pagano la vita di tante creature. Lo stesso vorrei chiedere a certe madri. Lo sa chi mi dà più disgusto? Le madri che dicono: e ora chi mi educherà sessualmente mio figlio? Ah, sì? Ti chiedi questo e non ti chiedi se il medesimo figlio te lo mandano a morire ieri per la patria, domani per Mussolini, dopodomani per il petrolio? Eppoi, che giovani son questi giovani che per avere una donna devono farsela servire su un vassoio come un fagiano? Bei giovani! Facciano come quegli universitari che mi dissero: guardi, signora, per noi il problema non esiste: ci arrangiamo benissimo con le nostre compagne.

Oriana Fallaci: Vorrei proprio sapere cosa ne pensa della libertà sessuale, senatrice Merlin.

Lina Merlin: La saluterà con entusiasmo, mi auguro.

Oriana Fallaci: Un corno! Male, ne penso.

Lina Merlin: Ne penso quel che disse Lenin dopo la rivoluzione, quando i costumi s' erano allentati: «Non si beve al bicchiere in cui tutti hanno bevuto, tantomeno ci si disseta a una pozzanghera». Cedere per amore va benissimo ma per sport o curiosità è peccato, è male. La morale che noi chiamiamo convenzionale non è sempre convenzionale: è frutto di una civiltà. E non mi interrompa. Dicevo Quarta accusa: quella che la prostituzione non si sia affatto abolita, che continui come prima, nella stessa brutale umiliazione morale, nello stesso sfruttamento, nella stessa desolazione.

Oriana Fallaci: Questo, non si arrabbi senatrice Merlin, è proprio vero. Lo credo anch' io.

Lina Merlin: Ma l' è matta lei! Ma davvero non capisce nulla! E chi pretendeva di abolire la prostituzione? Io?!? La mia legge mirava solo a impedire la complicità dello Stato. Rilegga il titolo: «Abolizione della regolamentazione per la lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui». E basta. Io avevo anche aggiunto: «e contro il pericolo delle malattie veneree» ma me l' han tolto perché c' era già una legge. Davvero mi meraviglio che dica simili bestialità. La prostituzione non è mica un crimine, è un malcostume. E ammettiamo che per taluni sia un crimine: la differenza tra le clandestine e le regolamentate è la stessa che passerebbe tra i ladri autorizzati a rubare e i ladri che come in tutto il mondo rubano di nascosto. Scusi, conosce un paese in tutto il globo terrestre, uno solo, dove non esista la prostituzione.

Oriana Fallaci: La Cina, a sentire i cinesi. E in questo credo che siano sinceri.

Lina Merlin: È possibile. In uno Stato dittatoriale è possibile. Le fucilano. Ma io non accetto la dittatura, nessuna specie di dittatura. Io voglio vivere in un paese di gente libera: libera anche di prostituirsi.

Oriana Fallaci: Guardi, non le hanno fucilate mica tutte. Le hanno rieducate e a volte le hanno fatte sposare. Io non sono cinese, in nessun senso, però so che il problema, lì, è risolto. Chi sposa una prostituta diventa un eroe e la patria gli dà una medaglia d' oro. Carino, no?

Lina Merlin: Uh! Una cosa vecchia come Noè. Prima negli istituti delle monache non davano la medaglia a chi le sposava.

Oriana Fallaci: Davano mille lire: un milione di adesso. I contadini ne sceglievano una e dicevano: con mille lire ci compro due mucche e ci ho la moglie in casa. Quanto alla rieducazione, guardi: io sono stata in Cecoslovacchia, in Polonia, paesi cattolici dove la percentuale era altissima e hanno applicato le leggi russe. Le hanno messe nei profilactoria, le rieducano: ma non riescono a imparare niente, al massimo possono utilizzarle per bucare i biglietti sui treni e sui tram. Lì, una prostituta clandestina, la prima volta viene ammonita (insieme all' uomo trovato con lei), la seconda volta condannata (insieme all' uomo trovato con lei), la terza finisce in un campo di lavoro (così l' uomo trovato con lei). E con quale risultato? Un giorno, in un albergo di Bratislava, vedo due signorine a un tavolo. Tiro la manica al mio accompagnatore e: «Monsieur, vous voyez?». «Oh, sì» risponde, «abitano vicino a me, ricevono a casa i clienti privati.» Cosa vuol fare? Fucilarle davvero? A parte il fatto che io non credo alle pene.

Lina Merlin: Esistono forse meno ladri perché da millenni le leggi puniscono il furto? In Arabia gli taglian la mano, ai ladri: e l' Arabia è piena di ladri.

Oriana Fallaci: Dica, senatrice: conosce nessuna prostituta che ha smesso?

Lina Merlin: Se giura di non scriverlo glielo dico. Per esempio Davvero?! Eccome. E molte si sono sposate. A Venezia dove c' è una casa di recupero abbiamo avuto tre matrimoni in un mese. Sposate, son brave, sa. La lezione è stata dura e risultano mogli fedelissime.

Oriana Fallaci: Nessuna si è fatta monaca, che lei sappia?

Lina Merlin: Qualcuna sì, ma pochissime. E son tutte finite al Cottolengo: a curare quei poveretti. Secondo me erano approdate per suggestione alla malavita: quindi pronte a subire una suggestione contraria. Lo dico senza malizia, io non ho nulla contro le monache. Sono stata educata come mia madre e mia nonna in un collegio di monache e mi ci sono trovata fantasticamente.

Oriana Fallaci:Senta, senatrice: ma a lei le prostitute sono antipatiche o no?

Lina Merlin: Antipatiche, non posso dirlo. Posso dire invece che provo per loro un senso di pena: non sono mai belle, mai o quasi mai intelligenti Una pena, talvolta, che sfiora la nausea. Consideri che io sono stata la donna di un solo uomo, mio marito. E da giovane ero proprio carina, sa? Avevo un mucchio di corteggiatori e una volta mi capitò anche un miliardario americano. Ma io gli dissi: «Non mi vendo».

Oriana Fallaci:E insulti da loro ne ha ricevuti o no? Insomma le è mai capitato che per strada la riconoscessero e le mandassero qualche accidente?

Lina Merlin: Mi riconoscono sempre, e mi salutano con dolcezza, e mi chiamano Mamma Merlin. Gli insulti mi venivano, mi vengono dai tenutari. Settemila lettere ho avute e a volte mi scrivevano perfino: «Ti ricordi quando la prostituta la facevi tu?». Quelle disgraziate invece sono piene di gratitudine. Ho parlato con duemila donne e non ne ho trovata una sola che fosse contro. Ah, non dimenticherò mai quel luglio caldo quando un gruppetto di loro mi venne a Montecitorio, e piangevano: «Signora, con questo caldo, quattordici ore chiuse dentro una camera, a servire centoventi uomini al giorno, signora, non è possibile, chiuda quelle case e sarà una santa!». In carcere, io sono stata prigioniera politica in sette carceri, sognavano sempre che qualcuno le chiudesse, quelle case. Sere fa ne ho trovata una: clandestina. Vede, signora, mi dice, è sempre un gran mestieraccio: ma ora almeno vado con chi voglio e più di due o tre clienti per sera non mi permetto. Un gran sollievo.

Oriana Fallaci:Capirà E poi, non essendo più schedate possono smettere. Sicché non le è mai venuto un senso di esasperazione, un gran rammarico per essersi cacciata in questo pasticcio che si è portato via almeno dieci anni della sua vita?

Lina Merlin: No, no, no! Le amarezze vere io non le ho avute da chi vende un pezzetto di pelle, le ho avute da chi vende la propria coscienza. Le ho avute da alcuni compagni del mio partito. Capirà: quando dopo quarantadue anni di iscrizione a un partito una si vede deferire al Collegio dei Probiviri e poi da quei Sanpaoli folgorati sulla via di Damasco, insomma gli ex fascisti! Mi iscrissi al partito socialista nel 1919, nemmeno spinta da interessi particolari perché la mia non era una famiglia operaia, ma di borghesi intellettuali. Ero giovane, ero contro la guerra, il PSI mi offriva soprattutto la garanzia d' essere contro la guerra, ed avevo paura che non mi prendessero perché v' erano tradizioni patriottiche nella mia famiglia: un nonno figlio di un carbonaro fucilato a Fratta Polesine, divenuto eroe del Risorgimento, un bisnonno capitano di artiglieria con Napoleone, un fratello medaglia d' oro morto nel 1917 sulla Bainsizza, un altro fratello morto il penultimo giorno di guerra, a vent' anni, coi polmoni bruciati dal gas asfissiante. Non avevo ancora imparato che per amare il mondo bisogna amare il proprio paese, chiedevo quasi scusa di quelle cose. Mi accettarono invece con entusiasmo; a quel tempo essere socialista voleva dire davvero esser galantuomo, come dice lei, e voleva anche dire essere intelligente. Ed io mi trovai bene con loro perché tra loro non ci furono mai traditori. Ci furono alcuni deboli, altri che si contentarono di tirare avanti con la fede nel cuore e le barzellette sulla bocca: traditori mai. E quando una come me, che è stata in carcere, che è stata al confino, che ha fatto la lotta clandestina, si trova ad essere martirizzata da ex fascisti folgorati sulla via di Damasco! Finita la guerra, non prendete i fascisti dicevo: perdonarli va bene ma accettarli no. E poi: non subite gli stalinisti, dicevo. E invece con la scusa del partito moderno, dell' apparato, un poco alla volta, con colpi di mano, si sono impadroniti del partito, e chi non era stalinista era un traditore, e chi non era con loro non aveva letto Marx. Io, che Marx lo conosco come la Divina Commedia e lo studio dal 1926!

Oriana Fallaci:I sistemi sono cambiati, anche in politica. I conflitti tra i vecchi e i giovani sono inevitabili, anche in politica. La conquista del potere oggi è fredda, scientifica, e le virtù umanitarie di un tempo non usano più. I giovani sono più cattivi, è ben vero, ma Oggi la politica non è più una missione, è un mestiere.

Lina Merlin: Non è vero, le generazioni non sono peggiori, sono sempre uguali, gli uomini non cambiano, sono sempre uguali. E i giovani li ho sempre amati, non dimentichi che sono stata un' insegnante assai coscienziosa. Ho cercato di essere materna con loro, buona con loro, il fatto è che la loro cattiveria non è diretta verso i vecchi ma soprattutto verso se stessi: non comprendono, i pazzi, che la politica non è un mestiere, è una missione. Tutti i grandi uomini che crearono il partito socialista in Italia avevano un altro mestiere, Turati era avvocato, mio marito Gallani era medico, io ero professoressa, Matteotti era ricco. E così non erano faziosi, non bisogna essere faziosi in politica, bisogna avere idee e rispettare le idee degli altri. Io per esempio non sono mai stata anticlericale, non mi sono mai permessa di andare contro il senso religioso delle masse, di offendere le idee e i sentimenti degli altri. Ho sempre predicato la libertà, la ribellione alla disciplina imposta dall' alto.

Oriana Fallaci:Senta, senatrice. Io non so se lei è anarchica o liberale, più che socialista. Certo in un partito dev' essere assai scomoda.

Lina Merlin: Scomoda? Scomodissima! Anarchica, sa, non è mica offesa per me: al contrario. Liberale, bah! Può anche darsi: son socialista, socialista per davvero, io. E così dettero l' ordine di farmi decadere da parlamentare, non essendoci riusciti cominciarono a stancarmi, a logorarmi, c' era una inondazione e mandavano me, cascava un argine e mandavano me, bisognava visitare dodici paesini di fila e mandavano me: via la povera vecchia a bagnarsi e ammalarsi. Finché detti le dimissioni e decisi di non presentarmi più alle elezioni.

Oriana Fallaci:E non le è dispiaciuto lasciare Montecitorio?

Lina Merlin: Dispiaciuto?! Nausea ne avevo! Guardi: ambiziosa non sono, i soldi per campare li ho, ho la mia pensione di professoressa, centodiciottomila lire al mese, e mi basta. Io non stavo mica lì per lo stipendio, come fa qualcuno! E non si annoia a vivere in questo riposo, lei che ha trascorso la vita a lavorare e rischiare. Come passa la sua giornata, ora? Io non mi annoio mai e la giornata la passo benissimo. Mi alzo alle otto, mi pulisco la casa perché la cameriera non l' ho mai avuta, vado a fare la spesa, mi cuocio il mangiare, cose semplici perché ho la colite, riso al burro, una bistecchina o una bella fetta di fegato, mi lavo i piatti, e nel pomeriggio leggo o scrivo, o riordino i miei libri: senza andare in cantina però, dove ho molti libri, perché ho paura dei topi. Sì, una paura folle: come dice don Abbondio, quando uno ha paura, ha paura. Vivo sola. Mio marito morì nel 1936 e figli non me ne ha lasciati; i suoi tre figli, due morirono in esilio e uno a Mauthausen. Ogni tanto vedo la mia nipote, questa con cui son venuta al mare, e suo figlio, Paolino. La solitudine non mi pesa, come l' amarezza. Mi sono sempre adattata alle sventure senza farmi travolgere: con distacco.

Oriana Fallaci:E per caso non l' aiuta, in questa solitudine, la religione?

Lina Merlin: No, no. Sono agnostica. Ho studiato filosofia positivista e Dio non posso né negarlo né ammetterlo. Mi aiutano gli affetti. Paolino, vieni qui, fatti vedere. Paolino ha sei anni, è tanto bravo, sa, suona il pianoforte, sa, vuole sempre che gli racconti le favole, sa, e io gli racconto l' Orlando Furioso, la mitologia, la Bibbia E a scuola ha tutti dieci, sa. Ora le faccio vedere la pagella...

Volontari di strada, da 30 anni in campo contro la schiavitù. Pubblicato mercoledì, 06 novembre 2019 su Corriere.it da Enea Conti. L’impegno della Comunità Papa Giovanni XXIII fondata a Rimini da don Benzi. In vent’anni salvate dal giro della prostituzione oltre novemila ragazze. A volte le loro silhouette emergono dai bordi della strada, sfiorate dalle luci dei fari delle auto in corsa verso Rimini o Ravenna. Altre volte capita di vederle negli spiazzi dei distributori di benzina, illuminati a giorno dai fari e dalle insegne segnaletiche. E non è raro scorgere il loro viso illuminato dalla luce fioca degli smartphone, con il flash della fotocamera acceso, una piccola torcia per segnalare agli automobilisti la loro presenza ai margini di una strada dove le macchine sfrecciano anche ai 120 chilometri orari. La Statale Adriatica, nel tratto che corre da Rimini a Ravenna, è una strada come tante in Italia, soprattutto di notte. Ma è qui che 30 anni fa don Oreste Benzi cominciò la sua lunga battaglia per liberare «le nuove schiave del sesso». Correva l’anno 1989 e il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII di Rimini scelse di incontrarle di persona, in strada, per offrire loro assistenza e protezione. Una via d’uscita, con la possibilità di denunciare gli sfruttatori. Oggi, l’eredità dell’opera di don Benzi è stata raccolta dagli operatori - volontari e volontarie - della comunità, che ogni settimana percorrono le strade d’Italia in lungo e in largo per liberare le prostitute dalla strada. Sono i «gruppi di contatto» e il nome non è casuale. Basta trascorrere qualche ora con loro per rendersene conto. I volontari avvicinano le ragazze con il sorriso a volte anche con un po’ di ironia, ma soprattutto con discrezione, per rompere il ghiaccio. Capita spesso che siano proprio loro a fare un cenno a chi guida il pulmino in corsa e a chiedere di fermarsi. Quando succede non esitano, corrono incontro agli operatori e alle operatrici per abbracciarli. Alcune sono più diffidenti e timide. Ma pur sempre ragazze come tante altre, con una luce in fondo agli occhi che non tarda a fare capolino e al tempo stesso si esaurisce in pochi minuti per sparire, di nuovo. Perché per loro è questo l’unico contatto umano e fraterno in un inferno fatto di notti passate sulle strade, di giornate trascorse in balia degli aguzzini e delle loro violenze. Hanno voglia di parlare, anche quando sanno che alla fine su quel pulmino non ci saliranno mai. «Conquistare la loro fiducia può essere impegnativo», spiega una delle responsabili delle unità di strada. «I rischi sono tanti. Perché se una ragazza decide di rivolgersi alla comunità per essere accolta o aiutata a tornare nel suo Paese, i suoi aguzzini per vendetta possono rivalersi anche sui parenti». A volte capita che siano proprio loro, gli uomini che in un gergo spregiudicato molti chiamano «protettori», a uscire allo scoperto durante le visite dei volontari. Un lavoro difficile, quello dei gruppi di contatto. Delicato. Talvolta pericoloso. Ma anche un lavoro che ripaga, eccome se ripaga. In poco più di vent’anni sono state circa novemila le ragazze liberate dalle unità operative - 30 al momento - in lungo e in largo per l’Italia. Tra di loro ci sono anche tante nigeriane. Ragazze, anche minorenni, partite da lontano. Subito dopo un giuramento prestato durante un rito voodoo, di fronte a uno sciamano che le ha convinte di non poter fare altro che ubbidire alla loro «madame» e ai loro aguzzini per ripagare un debito di 60 o 70 mila euro con la prostituzione su strada.

«Sono convinte che ribellarsi le porti alla rovina. E hanno paura, perché madame e sfruttatori le guardano a vista», spiegano dalla comunità. Eppure c’è chi riesce a lottare e a vincere sulla paura. Come Jamilah, che a 25 anni, tre anni fa, era arrivata in Italia dopo l’inferno dei lager libici e la traversata del Mediterraneo, con un numero di telefono salvato in rubrica da contattare. Ed eccola la strada, la notte, la schiavitù, in un paesino del Sud Italia. Poi, tra un cliente e l’altro, l’arrivo di uno dei pulmini dei gruppi di contatto. Tra qualche giorno, dopo mesi passati a studiare l’italiano, Jamilah inizierà a lavorare, assunta dal titolare di un panificio della zona, che l’ha accolta con un sorriso.

TREMATE TREMATE LE “BABY” MIGNOTTE SON TORNATE. I.R. per “il Messaggero” il 17 ottobre 2019. Le adolescenti di Baby, fino a ieri, avevano scherzato. Dopo una prima stagione fatta per spiegare le regole del gioco, incentrata su due liceali finite in un brutto giro di prostituzione, la partita entra nel vivo con i nuovi sei episodi, distribuiti da Netflix da domani. Una partita sporchissima, naturalmente, in cui il giro di soldi, escort e intrallazzi consumato nelle notti della Capitale bene trova nelle due ragazze la Chiara di Benedetta Porcaroli e la Ludovica di Alice Pagani - le sue protagoniste attive. Due giovani donne ormai poco vittime, insomma, e molto consapevoli di quel che si muove intorno ai loro corpi: «Raccontiamo le ragazze non più solo come innocenti vergini sacrificali racconta Andrea De Sica, tornato alla regia degli episodi, insieme a Letizia Lamartire - Ludo e Chiara fanno le loro scelte consapevolmente. Baby ha un suo lato oscuro: racconta una rabbia che trova nella prostituzione uno sfogo sbagliato ma quasi sano». Uno sfogo consumato «negli alberghi di Roma. È qui che le ragazze cominciano a prostituirsi, con tutto il dramma che ne consegue e le ricadute sulle loro relazioni. Ma Baby non è solo una serie sulla prostituzione. È, più in generale, una serie sulla vita segreta degli adolescenti». Di certo, la voglia di spiare questa vita segreta è stata una molla efficace per lanciare il prodotto, una delle prime serie originali Netflix in Italia, e tra le più apprezzate all'estero: la prima stagione, distribuita l'anno scorso, è stata vista da dieci milioni di account in sole quattro settimane. Un successo di pubblico, un po'meno di critica, capace di segnare l'emancipazione del più giovane De Sica dall'ingombrante famiglia. «A questo punto credo sia chiaro a tutti che non sono né Vittorio né Christian. Con Baby ho trovato la mia strada, che continuerò nel prossimo film». Alla scrittura del progetto, come nella prima stagione, c'è il collettivo dei Grams: «Nella prima stagione abbiamo affondato le mani nei casi di cronaca e negli articoli raccontano ma per la seconda ci siamo preparati parlando con molti ragazzi. Abbiamo capito che il caso delle baby squillo dei Parioli non era che la punta di un iceberg». Quanto alle ragazze, Porcaroli e Pagani (cui si aggiunge la nuova entrata, ex di Gomorra, Denise Capezza), Baby nel giro di due anni ha cambiato le loro vite. «Sui social mi scrivono in tanti, Baby ha qualcosa di universale spiega la bionda Porcaroli - del resto il sesso, nell'adolescenza, è un potente fattore di cambiamento». Per Alice Pagani, sguardo magnetico con fan eccellenti (Paolo Sorrentino l'ha voluta in Loro), «Baby mi ha fatto diventare molto attenta ai social: ora ho un punto di vista che i ragazzi seguono con interesse». Ragazzi molto piccoli: secondo quanto racconta lo stesso De Sica, a guardare la serie, di nascosto, sarebbero anche gli under 12. «Pare che rubare il cellulare dei genitori per vedere la serie dice - oggi faccia figo». Nel ruolo dei genitori, presenze altrettanto distruttive, spiccano i nomi di Claudia Pandolfi, Max Tortora e Isabella Ferrari. Che sentirebbe grande affinità con le due giovani protagoniste. «Mi colpisce come questi attori delle nuove generazioni sappiano gestire il successo. Ai tempi di Sapore di mare ero famosa come loro, ma avevo molte più paura e insicurezze. Io il successo non l'ho retto. E non sapevo nasconderlo».

Francesco Salvatore per “la Repubblica” il 16 ottobre 2019. A distanza di sei anni dai fatti che l'hanno catapultata con una sua amica, anche lei vittima, all'interno dell'indagine penale sulle baby squillo dei Parioli, è tornata in aula. Testimone di uno dei processi stralcio ancora pendenti in tribunale che vede imputato un piccolo imprenditore accusato di atti sessuali con minore. Francesca (nome di fantasia) è stata chiamata a ripercorrere una fase della sua vita ormai lontana. Quei tre mesi nel 2013 in cui è stata vittima di sfruttatori che l' hanno fatta prostituire. Tempi lontani spiacevoli, come da lei ammesso: « All'epoca ero molto più piccola, è passato tanto, tanto tempo, quindi molti ricordi li ho anche cancellati proprio perché comunque non sono ricordi piacevoli» All'epoca Francesca aveva 15 anni: «Nel 2013 ho iniziato, diciamo, a cercare su Internet modi per fare soldi e sono cioè è iniziata questa cosa della prostituzione. Mi sembra che ho trovato un annuncio che diceva "se vuoi fare soldi facilmente", una cosa del genere» . Quindi, a domanda su chi l'avesse contattata, ha iniziato a ripercorrere la vicenda: «All'inizio Nunzio Pizzacalla e poi in seguito Mirko Ieni, che ha iniziato a organizzare quella che era l'attività mia e della mia amica. Li ho conosciuti entrambi tramite Internet. Il primo non l'ho mai incontrato né gli ho dato soldi per quello che faceva». Quanto al secondo, il pm ha chiesto una precisazione sui soldi che gli venivano dati: «Non ricordo che percentuale era, però mi ricordo che a volte era in base all' incontro, a volte, nell'ultimo periodo, come un fisso riferito alla casa». Ieni, infatti, aveva affittato un appartamento ai Parioli: «Non mi ricordo che mese e che periodo, mi sembra dopo l'estate 2013. Aveva affittato questo scantinato a viale Parioli. A volte ci andavamo noi, a volte ci accompagnava lui, ci veniva a prendere, o a casa dei clienti o appunto vicino a questi alberghi. Dipendeva». Quanto al resto di quella vita, sono tanti i rimorsi: «A volte facevo uso di stupefacenti. Non so collocare un momento specifico in cui ho iniziato. È stata un'escalation. Da quello che poteva essere una canna fino poi alla cocaina. Adesso ho smesso». Una situazione limite, percepita anche a casa: «Mia madre si era accorta dei miei atteggiamenti, cioè ero molto aggressiva, non rispettavo le regole, non volevo andare a scuola e ho smesso di andarci, sono stata bocciata». Sull'imputato si è detta «sicura che sia uno dei clienti». Dubbi invece, sull' età riferita: « Sono passati troppi anni». Se si presentasse in genere come minore, però, il giudice l' ha voluto sapere: «Sugli annunci c' era scritto 18- 19 anni. A volte lo richiedevano e comunque ovviamente non dicevamo che eravamo minorenni». 

Claudio Fabretti per leggo.it il 31 ottobre 2019. «Stavolta esplode la bomba». Benedetta Porcaroli e Brando Pacitto, protagonisti di Baby 2, non hanno dubbi sull’impatto della nuova stagione: «Se la prima è servita a svelare i personaggi, questa mostrerà le conseguenze delle loro scelte». La serie di Netflix, ispirata dal caso di cronaca delle baby-squillo dei Parioli, racconta la vicenda di due adolescenti romane la cui vita, apparentemente perfetta, cela in realtà una serie di insicurezze e paure, che le porterà a frequentare persone sbagliate, finendo nel giro della prostituzione. «Entriamo negli alberghi - racconta Benedetta Porcaroli - che diventano centrali nelle vicende dei protagonisti». Brando e Benedetta hanno quasi la stessa età delle protagoniste della vicenda reale: «Siamo cresciuti in una realtà romana molto simile a quella che viene raccontata nella serie», spiega Pacitto. «All’epoca fu sconvolgente scoprire queste vicende - aggiunge Porcaroli - Queste ragazze le avevo incrociate a Ponte Milvio, le conoscevo di vista. Pensare che tutto questo succedeva proprio dietro casa nostra, tra Balduina, Parioli e Prati, è stato uno choc. Apparentemente, in questi posti, tutto va sempre bene». Stessa generazione, insomma, alle prese con gli stessi problemi: «Questa storia non racconta la normalità - sostiene Porcaroli - ma alcune vicende e stati d’animo sono comuni a tutti. C’è una forte empatia tra noi ragazzi e nei nostri confronti c’è chi tende a manifestarla in modo quasi morboso. Forse è il quadro di una generazione un po’ allo sbando». Quando il lato oscuro prende il sopravvento, entrano in gioco anche le dinamiche familiari. «Molte responsabilità nascono dentro casa, spesso non c’è dialogo e le adolescenti cercano dei punti di riferimento altrove», sostiene Porcaroli. E anche la scuola non può sopperire a queste lacune: «C’è una scena nella serie - racconta ancora Benedetta - in cui il preside della nostra scuola, interpretato da Tommaso Ragno, dice ai genitori dei ragazzi: “Voi pretendete di lasciarci i vostri figli e li volete consegnati fatti e cresciuti, ma noi non posiamo sostituirvi”». A proposito di scuola, esperienze diverse per i due protagonisti: «Io andavo al Nazareth», racconta Pacitto. «Una scuolaccia!», scherza Porcaroli, che invece ha frequentato per tre anni e mezzo il Mamiani: «Ma ero sempre a rischio bocciatura, così sono passata a una scuola privata, il Visconti, ma sono riuscita a prendere debiti pure là. Però lavoravo sui set 7 mesi all’anno, era dura». A dividere i due anche il calcio: «Romanistissima» Benedetta, mentre Brando si professa «del tutto disinteressato». Su una cosa però concordano: «La provenienza da Roma Nord è uno svantaggio per chi fa l’attore». Spiega Porcaroli: «Roma Nord ti mette addosso un marchio a fuoco, anche se vieni da una famiglia normale e hai poi fatto altre esperienze altrove. Chi viene da altre zone della città ha meno freni inibitori e pregiudizi su cosa è fico e cosa non è fico. Insomma, fuori da qui cresci in modo più sano. Io, ad esempio, per superare il senso di ridicolo di una scena ci metto il triplo di quello che impiega il nostro collega Mirko Trovato che interpreta Brando». Grazie a Baby, invece, la loro popolarità ha largamente superato i confini di Roma Nord: «A Miami dei portoricani mi hanno riconosciuto: mi avevano visto nella serie - racconta Porcaroli - È un impatto strano, devi saperlo gestire, perché ti può dare l’illusione di essere arrivata al traguardo. Sarebbe un errore fatale».

Da I Lunatici Radio2 il 3 ottobre 2019. Telefonata particolare quella ricevuta dai Lunatici questa notte. Era da poco passata l'una e venti e Caterina, da Treviso, ha deciso di chiamare lo 063131 per raccontare la sua storia a Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, che trascorrono in diretta le notti dal lunedì al venerdì, dalla mezzanotte e trenta alle sei. "Vi ascolto tutte le notti ma trovo solo ora il coraggio di chiamare", ha esordito Caterina, prima di proseguire. "Faccio la prostituta, lavoro a Treviso, in automobile. Ho 31 anni. Ho iniziato a prostituirmi ad aprile. Devo risolvere dei problemi di natura economica, ho delle pendenze con l'agenzia delle entrate. Ero sposata con una persona che mi ha messo in mezzo a un po' di guai. Prima lavoravo in una biblioteca. Ho un uomo, sposato. Non sa che faccio questo lavoro. Spero di smettere presto, ma non mi dispiace più di tanto quello che faccio. Questa notte è una notte in cui si lavora poco. Succede sempre quando c'è la Champions League. Quando gioca la Juve è ancora peggio. Aspetto i mariti insoddisfatti delle altre donne. Non vado con i clienti ubriachi, i drogati e alcuni stranieri. Chiedo cinquanta euro a prestazione per una cosa veloce. Tra i miei clienti ci sono anche molti sessantenni. Gli uomini che vengono con me non mi fanno schifo, ma pena. Hanno tutti tanti problemi. Polizia e carabinieri? Non mi dicono niente. Ho sentito parlare dei papponi che pretendono un pizzo per farti battere senza romperti le scatole, ma per ora da me non è venuto nessuno".

Da “la Zanzara - Radio24” il 2 ottobre 2019. “La cosa preoccupante non è il clima, non è quello che dice Greta e quei cretini che la sostengono. La cosa preoccupante è il maschio. Non ci sono più maschi. Il maschio è finito. Su dieci clienti che vengono da me otto sono passivi, li scopo io. Vogliono tutti prenderlo nel culo. E non sono nemmeno omosessuali”. Lo dice Efe Bal a La Zanzara su Radio 24 parlando della sua attività di escort. “Se vai a vedere gli annunci dei trans – dice Efe Bal – fanno vedere tutti il pisello. Siamo più maschi noi di quelli che vengono da noi. Che sono tutte femminucce. Mi contattano via telefono soprattutto persone sposate con figli. Vedo le foto coi bimbi in braccio e poi vogliono prenderlo dietro. C’è qualcosa che non va”. Sei quasi una sociologa: “La sera scopo gli uomini. Mi sembra che ci sia un disagio sociale. A volte voglio essere scopata pure io. Mi voglio sentire come una donna, ho fatto il seno, l’epilazione, i capelli, il trucco. Però raramente trovo maschi veri. Solo femminucce”.

Susanna prostituta 50enne che batte la Salaria in bicicletta. Da “la Zanzara - Radio 24” il 15 ottobre 2019. “I vigili mi hanno fatto una multa di 250 euro, così non si può continuare a lavorare. Ho salvato i miei figli, il padre ci ha lasciato da soli. Hanno più di 20 anni, la più piccola l’ho mandata a studiare al Nord in una scuola di moda importante. Mi costa molto. Grazie al fatto che faccio la puttana, grazie a questo lavoro posso darle un futuro. Qui invece i vigili se la prendono con me. Sono disperata”. A La Zanzara su Radio 24 Susanna, l’ormai famosa prostituta della Salaria in bicicletta, rivela di essere stata multata dalla Polizia locale della Capitale per una motivazione assurda: “Cruciani leggi qui, è incredibile: “nella suddetta via assume atteggiamenti a sfondo erotico-sessuale chiaramente conducibili all’attività di meretrice”. Com’eri vestita?: “Normale, leggings lunghi neri nemmeno troppo trasparenti e maglione”. Come hai risposto?: “Ho fatto scrivere alla vigilessa queste parole: svolgo questo mestiere da circa otto anni”.  “Ero vicino alla bicicletta – racconta – e ballavo un pò così, con tutte quelle nude che ci sono per strada. Così non si lavora più. Mi hanno detto di coprirmi di più, sicuramente tornano”. “Cara signora Raggi – insiste Susanna –io guadagno i soldi così perché la vita è andata  in un certo modo, ho trovato questa come soluzione, ci lasci lavorare, la prego. Altrimenti non so come fare. Io sono felice a essere una puttana. Quando arriva un cliente sono felice perché prendo i soldi e godo. Meglio di così. A me piace tantissimo scopare con tanti uomini e divertirmi”. Come hai iniziato?: “Avevo bisogno di soldi e facevo le pulizie. Ho chiesto al signore della casa che mi guardava sempre e mi diceva: quanto sei bella, quanto sei bella. Gli ho chiesto in modo chiaro: quanto mi dai? E mi ha dato due giornate di lavoro per una scopata”.  “Ho fatto la puttana – dice ancora - per guadagnare di più e dare una possibilità ai miei figli: ho fatto la ballerina alla Rai, la cameriera, la badante, la donna delle pulizie, e poi la prostituta”. Continua l’appello al sindaco Raggi: “Mi tolga la multa, non faccio del male a nessuno. Non so cosa inventarmi. Se non guadagno più distruggo i sogni di mia figlia. Come faccio? Non faccia arrivare i vigili”. “Io faccio del bene – continua – perché ci sono tantissimi uomini che a casa non scopano. Non scopano e vengono da me. Hanno la moglie che si fa rodere il culo, la moglie che si incazza”. Quanti ne fai al giorno?: “Dai cinque ai trenta, è successo anche questo. Sono famosa per il culo sodo, e ho il pelo. 53 anni portati benissimo”

«Sono transessuale e faccio la puttana: per donne come me cercare lavoro è una farsa». La storia di Alessia, laureata in Scienze sociali: «Ho mandato curriculum ovunque ma non appena mi vedono dal vivo il rifiuto immediato. Nel nostro Paese mancano pezzi enormi di normalità». Maurizio Di Fazio il 4 settembre 2019 su L'Espresso. Alessia ha quarant’anni, ed è nata e vive al sud, «anche se la mia città del cuore è Berlino, lì le cose vanno molto diversamente». È transessuale: tre anni fa è stata la prima cittadina della sua regione a ottenere il cambio anagrafico di sesso senza obbligo di operarsi, di «rettificarsi chirurgicamente». Prima dello storico pronunciamento della Corte costituzionale del 2015, e dell’intervento della Cassazione, faceva testo la legge del 1982 sul transessualismo, che codificava l’iter medico e burocratico per la «trasformazione sessuale». Il terzo sesso? Giuridicamente, non esisteva. Lei è una delle 400 mila transgender italiane secondo stime non ufficiose: un mondo misterioso, invisibile, rimosso, su cui si accendono i riflettori solo per scandali e fatti di cronaca nera, oppure di taglio «rosa spinto». «L’ho capito subito di essere nata in un corpo sbagliato. Da bambina giocavo con le bambole. Alla scuola media niente partite di calcio per me, anzi, rifiutavo in blocco le ore di educazione fisica. Alle superiori (ho fatto Ragioneria) la mia consapevolezza si è cristallizzata definitivamente. Sono diventata omosessuale, o meglio, ho cominciato ad avere un “aspetto da gay”, pur non frequentandone. Quando mi sono iscritta all’Università ho iniziato quello che noi chiamiamo il Percorso, la Transizione. Prima l’assunzione (massiccia) di ormoni, poi le varie operazioni e lifting (plastiche facciali, labbra, seno). Una via crucis comune a tutte noi trans. Infine anni di estenuanti sedute psicologiche, che hanno attestato la mia “disforia di genere”, indispensabile per chiedere il cambio dei documenti. Il rapporto con i miei? Non ho mai avuto la famiglia dalla mia parte, anche se oggi il nostro legame è migliorato. Resta però intriso di eterni silenzi, di divagazioni, omissioni sul tema. Vorrei tanto parlarci, affrontare a viso aperto l’argomento finché si è in tempo». Dura la vita di una transessuale che cerca un lavoro normale nel Belpaese. «Sono laureata in Scienze sociali. Ho mandato curriculum ovunque, ma non mi hanno dato mai retta. L’unico mestiere che mi hanno permesso di fare è stato quello della barista, da adolescente, quand’ero ancora maschio. Io sarei un’ottima assistente sociale, magari in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Mi piace mettermi al servizio degli indifesi. Decine di colloqui di lavoro, ma sempre la solita farsa: non appena mi hanno vista dal vivo è scattata la discriminazione, il rifiuto immediato. Alle trans è negata la possibilità di lavorare». Alessia lancia una proposta provocatoria. «Lo Stato dovrebbe aiutarci, almeno all’inizio, per legge. Perché non si introduce, nei concorsi pubblici, una piccola quota fissa destinata alle transessuali? Bisogna pur smuovere le acque in qualche modo. Sono pochissime le transessuali assunte in lavori normali nel nostro paese. La maggior parte di noi è così costretta a prostituirsi». O a esibirsi nel demi-monde dello spettacolo, anche in quello a rischio trash. Lei ha iniziato a vendere il suo corpo una decina d’anni fa, in maniera saltuaria. Da un po’ di tempo esercita a tempo pieno. «Credimi, smetterei anche subito, ma per la società italiana possiamo fare soltanto questo nella vita. Non esistono alternative, come se sia, per noi, una legge di natura. Si dà per scontato che dobbiamo prostituirci per vivere. Ti chiedono: “oggi hai lavorato?”, tradotto, “oggi ti sei prostituita?”. Siamo descritte come esseri senza possibilità di gusto o canoni estetici, senza libero arbitrio. Bambole mitologiche, macchine roventi costruite per il sesso. Quando vado a mettere il carburante, capita che il benzinaio mi dica: “Ce l’hai cinque minuti? Ci appartiamo”? E al mio rifiuto restano spiazzati, replicano con candore: “Scusa, ma non fai la trans?”. Come se fosse un mestiere».

Condannate a vivere in un presente perpetuo. «Noi stesse ci informiamo poco e non pensiamo al futuro, ai nostri diritti civili calpestati. Non facciamo massa critica tra di noi. Siamo concentrate sulla sopravvivenza quotidiana. Ci ripetiamo: tanto la nostra situazione non muterà mai. Una donna che si prostituisce può decidere di farlo anche giusto per un giorno, un mese, un anno. Noi trans, no: è un sortilegio che ci affligge per tutta la vita. E così non vivi serena, e poco cambia se batti per strada o sei una escort di lusso. A lungo andare il corpo e la mente si logorano. Non c’è futuro per quelle come noi».

Transessualità e amore. «Tanti uomini vorrebbero avere un rapporto sentimentale con noi, ma si tirano indietro. Temono di essere stigmatizzati, o additati come omosessuali latenti. Nessuno, alla fine, si impegna». Un nuovo fantasma si aggira nella penisola: la transfobia. «È un fenomeno molto diffuso dalle nostre parti. La repulsione-attrazione verso il differente da sé. Ma altrove non è così. In Germania, a Berlino, dove vado spesso, le trans svolgono lavori banalissimi. Le incontri alla cassa del supermercato, alle poste, a scuola, e nessuno le fissa come se si fosse appena imbattuto nel circo Barnum. Vivono alla luce del sole, frammiste agli altri. Da noi sarebbe impossibile, siamo indietro anni luce. La solita ipocrisia: in tanti, potenti compresi, “vanno a trans”, ma di nascosto. Pubblicamente invece ci perseguitano, o ci ignorano». Siamo lontanissimi da Stoccolma, da quella Svezia che già nel 1972 aveva approvato una legge sull’identità di genere. Siamo lontani dalla Spagna, o dal Canada, che hanno fatto progressi da gigante sul terreno dei diritti del “terzo sesso”. Essere transessuale, da Bolzano a Canicattì, comporta inoltre tutta una serie di insormontabili difficoltà burocratiche. «Se volessimo prendere una casa in affitto, sarebbe impossibile, perché per i proprietari siamo giocoforza delle puttane, o comunque tali saremmo considerate dagli altri condomini. Comprarsi una tv o un divano nuovo a rate è altrettanto off-limits, perché senza un lavoro ufficiale e a tempo indeterminato non esiste nemmeno la busta-paga, e allora addio finanziamenti. Per non parlare dell’eventuale accesso a un mutuo per acquistare un appartamento. Ci mancano pezzi enormi di normalità. Ma noi siamo come tutti voi». Nel 2018, in Italia, sono state uccise cinque transessuali. Un record in negativo in Europa, e che non tiene conto delle sparizioni, delle transgender non dichiarate e delle decine di suicidi. Si respira un clima di chiusura, di inconscia caccia alle streghe. Sarà che manca ancora un legge contro la transfobia e l’omofobia, di cui la prima è diretta discendente. In Svizzera, nell’autunno del 2018, sono diventate un reato: il parlamento elvetico ha votato compatto. Da noi, invece, il disegno di legge che contemplava l’allargamento della legge Mancino-Reale al movente d’odio basato sulla discriminazione per l’identità di genere e l’orientamento sessuale, è fermo al palo da quasi sei anni. Venne approvato alla Camera il 19 settembre del 2013, e trasmesso al Senato. Ma da allora è sparito.

Le Baby Escort. “HO DICIOTTO ANNI E PER CENTO EURO FACCIO TUTTO QUELLO CHE VUOI”. Gio Musso per Nuova Cronaca il 25 agosto 2019. Sono passati più i cinque anni da quando, nel marzo del 2014 venne alla luce il caso delle baby squillo dei Parioli che coinvolse 500 nomi della “ Roma bene”, e che finì con l’arresto per sfruttamento della prostituzione di Mirko Ieni, “agente” di Azzurra e di Aurora le due escort romane di 14 e 15 anni. Nuova Cronaca torna sull’argomento e scopre che, non solo nulla è cambiato ma che, anzi, il fenomeno delle baby escort si è esteso. Nuova Cronaca riapre il file e racconta il sorprendente fenomeno delle giovani prostitute universitarie che, per mantenersi gli studi e per vivere “sopra le righe”, offrono servizi sessuali a pagamento direttamente in casa propria. La realtà è in costante aumento e sta creando problemi di concorrenza con le prostitute che usano i canali tradizionali, la strada, l’appartamento, costrette ora ad abbassare i prezzi. Sono le ventitré di una serata come tante quando decido di iniziare a raccogliere dettagli per realizzare questo articolo. Dopo alcune ricerche su Google utilizzando parole chiave che non mi portano da nessuna parte (ad eccetto dei classici siti di escort), finalmente trovo la chiave di accesso (che per validi motivi non cito perché sarebbe come la pappa pronta per i gatti ). Mi addentro curioso di conoscere (come un adolescente alle prime armi) ma con la consapevolezza di un adulto, le sorprese che mi attendono. Ce n’è per tutti i gusti: “trans, donne mature, giovani orientali che elargiscono prestazioni sessuali in coppia, infermiere over 50 in lingerie provocante, e, con mio grande rammarico, anche studentesse a viso scoperto che postano foto di sesso esplicito. Nella rete questa volta ci siamo finiti anche noi ma con un fine diverso dal solito: far luce sul mercato del sesso a pagamento delle studentesse universitarie. Quello che racconterò di seguito potrà diventare spunto di riflessione per ogni genitore. Gli annunci postati sul sito parlano chiaro e le foto di giovanissime studentesse in piccanti pose erotiche ed invitanti ancora di più. Guardo le foto e il mio stomaco si contrae, ho una figlia della stessa età e per un attimo penso ai familiari di queste ragazze ignari di tutto. Per una madre o un padre “responsabili” i figli, sono “pezzi e core” come dicono a Napoli ma in questo caso il cuore dei diretti interessati, se sapessero, andrebbe letteralmente in frantumi lasciando spazio a sentimenti distruttivi e a innumerevoli sensi di colpa dal titolo: “dove ho sbagliato? Perché proprio a me? Le ho dato fiducia e invece...Dopo le dovute riflessioni del caso, mi decido e ne contatto una. Il suo nome è ben visibile nello spazio dedicato come in evidenza è indicato l’elenco delle prestazioni sessuali. Si chiama Camilla, ha 19 anni, riceve a Gallarate. Osservo le foto, ha il viso scoperto, porta due grandi occhiali da vista neri (tipo segretaria vogliosa) e indossa una t shirt aderente, non porta le mutandine e in una foto si vede la vagina in bella mostra. Nascondo il numero del mio cellulare e faccio partire la chiamata, il telefono squilla ma lei non risponde, ritento, ma continua a non rispondere. Rileggendo l’annuncio mi accorgo di essermi perso un dettaglio importante che citava: “non rispondo a numeri anonimi”. Ritento con il numero visibile, risponde al terzo squillo, percepisco dalla voce che è una ragazzina, le chiedo l’età mi dice di avere 19 anni (anche se nella foto sembra averne 16). Alla domanda “di dove sei”? Risponde che è italiana di padre e Spagnola di madre. Con estrema rapidità e senza indulgere in inutili preamboli mi invita a recarmi a casa sua dove con 50-100 euro promette di farmi impazzire di piacere offrendo tutta se stessa senza riserve. Per un attimo rimango sbigottito e incredulo dai suoi modi diretti e invitanti, le spiego che sono un giornalista e che vorrei farle alcune domande e lei per tutta risposta e in modo risoluto risponde che le sto solo facendo perdere tempo e soldi e con i giornalisti non parla. Senza aggiungere altro mi liquida sbattendomi il telefono in faccia. Non mi arrendo e ne contatto una decina sempre con la stessa prassi, tutte giovanissime e tutte disponibili a dispensare piacere ma non inclini all’intervista. Alcune hanno un leggero accento straniero, altre sono Italianissime. Decido allora di immedesimarmi in “cliente” e contatto una studentessa di 19 anni di Legnano: Victoria. Dalle foto si percepisce che di