Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2018

 

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

PRIMA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

 ITALIA ALLO SPECCHIO

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2018, consequenziale a quello del 2017. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

INTRODUZIONE.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

L'ANNO CHE SARA'...

L'ANNO CHE E'...

...E L'ANNO CHE FU...

LE ELEZIONI IN ITALIA.

GENTISMO-POPULISMO-SOVRANISMO.

LA NUOVA IDEOLOGIA.

NUOVO ANNO: VECCHIA POLITICA. SOLITE PROMESSE ELETTORALI E SOLITI COGLIONI CHE CI CREDONO.

GLI SPIN DOCTOR. PERSUASORI DEI GOVERNI.

MARCELLO FOA E LE FACCE TOSTE.

GIORNALISTI: PENNIVENDOLI PUTTANE E SCIACALLI.

LE SOLITE FAKE NEWS DEI MEDIA DI REGIME.

LA SOLITA FAZIOSITA'.

I SOLITI NIMBINI ESTREMISTI PARTIGIANI.

GRANDI OPERE. CHI LE VUOLE E CHI NO.

I SOLITI DUBBI DI BROGLI ELETTORALI.

POLITICHE 2018: VINCE LA RIBELLIONE, L’ASSISTENZIALISMO O IL POPULISMO?

SPOT, PRIVILEGI E POPULISMO.

SUSSIDI. QUANDO ESSER POVERO CONVIENE.

IL DIRITTISMO.

L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA FONDATA SUL TRASFORMISMO E SULLA CONFUSIONE.

L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA FONDATA SUL TRADIMENTO.

LA REPUBBLICA DEGLI INSULTI.

LE SETTE IDEOLOGICHE FIGLIE DEL SOCIALISMO: FASCISMO, COMUNISMO, LEGHISMO E GRILLISMO.

1918. L’INIZIO DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE. 

MAI NULLA CAMBIA: 1958.

MAI NULLA CAMBIA. 1968: TRAGICA ILLUSIONE.

1978. L’ANNO DEI TRE PAPI.

NUOVE E VECCHIE ICONE. DA PADRE PIO AL GRANDE FRATELLO.

LA FINE DELLA DIVERSITA' MORALE. I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN...LA REPUBBLICA.

L’EMERGENTE POLITICA.

LA TERZA REPUBBLICA?

MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI. PRESIDENTE DEL SENATO.

ROBERTO FICO. PRESIDENTE DELLA CAMERA.

L'ITALIA COMMISSARIATA: EMERGENZA DEMOCRATICA.

CARLO COTTARELLI. IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GRADITO ALL'EUROPA.

GIUSEPPE CONTE. PRESIDENTE DEL CONSIGLIO TROMBATO.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

GOVERNO E PRESCRIZIONE.

100 ANNI. LA CAMERA DEI FANTASMI.

EMMA BONINO, I 5 STELLE PRO CASTA E LA FINE DEL PARLAMENTO. 

QUELLI DELLA LEGITTIMA DIFESA...NEL PARADISO DEI RAPINATORI.

I MORALISTI DEL CAZZO. QUELLI CHE NON SAPEVANO.

MANOVRA ECONOMICA. TUTTI CONTRO UNA.

EI FU...LA MODA ITALIANA.

TRA CASTA ED ELITE CON CONCORSO TRUCCATO.

COSA NON C'ERA 10 ANNI FA.

I LIBERTINI.

LA MORTE DEGLI GLI ATEI, SENZA PATRIA E SENZA RE.

L’IGNORANZA SACCENTE. I MITI DA SFATARE.

QUEI PERSONAGGI DEGNI DI ESSERE RICORDATI: FERDINANDO IMPOSIMATO, MARINA E CARLO RIPA DI MEANA, PIERO OSTELLINO, STEPHEN HAWKING, FABRIZIO FRIZZI, EMILIANO MONDONICO, LUIGI DE FILIPPO, ARRIGO PETACCO, FABRIZIO QUATTROCCHI, CARLO VANZINA, SERGIO MARCHIONNE, RITA BORSELLINO, VINCINO, INGE FELTRINELLI, BERNARDO BERTOLUCCI, SANDRO MAYER, GEORGE HERBERT WALKER BUSH, ENNIO FANTASTICHINI, GIGI RADICE, FELICE PULICI, ANDREA G. PINKETTS, ENZO BOSCHI, STEFANO LIVIADOTTI, GRAZIA NIDASIO.

CHI CI HA LASCIATI…

IL GIORNO DEL RICORDO DEGLI SMEMORATI.

I SOLITI FATTI DI CRONACA.

IL SOLITO 25 APRILE.

LA SOLITA VIOLENZA POLITICA SINISTROIDE.

ED ANCORA IL SOLITO FASCISMO. I SOLITI RAZZISTI. I SOLITI SCIACALLI.

I SOLITI GIUSTIZIALISTI A SENSO UNICO.

LA SOLITA GOGNA ED INGIUSTIZIA.

IL DIRITTO DI CRITICA GIUDIZIARIA.

I SOLITI FORCAIOLI MANETTARI INFORCATI ED AMMANETTATI.

CIANCIOPOLI: EDITORIA E POTERE.

LA MAFIA OPINABILE.

IL SOLITO MERCIMONIO ISTITUZIONALE.

A 60 ANNI DALLA LEGGE MERLIN: SIAMO TUTTI PUTTANE.

ABORTO. 40 ANNI DOPO LA LEGGE 194.

MANICOMI. 40 ANNI DOPO LA LEGGE 180.

I SOLITI MISTERI IRRISOLTI.

IL SOLITO PERICOLO NUCLEARE.

I SOLITI TRATTATI INTERNAZIONALI (VERI O FALSI).

CLAUDIO BAGLIONI E LE SOLITE CANZONETTE.

I NUOVI SANTI.

LA NOVANTENNE BEFANA.

BUON COMPLEANNO AL CIAO.

SE TI TOCCA, TI TOCCA. LA RIVINCITA DEL DESTINO.

I MOSTRI SIAMO NOI...

I 25 ESERCITI PIU’ POTENTI AL MONDO.

GLI INCUBI DEI SOLDATI ITALIANI.

2018 SOLITO RAZZISMO

 

 

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

       ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori.

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

 

 

 

 

 

 

Il Poema di Avetrana di Antonio Giangrande

Avetrana mia, qua sono nato e che possiamo fare,

non ti sopporto, ma senza di te non posso stare.

Potevo nascere in Francia od in Germania, qualunque sia,

però potevo nascere in Africa od in Albania.

Siamo italiani, della provincia tarantina,

siamo sì pugliesi, ma della penisola salentina.

Il paese è piccolo e la gente sta sempre a criticare,

quello che dicono al vicino è vero o lo stanno ad inventare.

Qua sei qualcuno solo se hai denari, non se vali con la mente,

i parenti, poi, sono viscidi come il serpente.

Le donne e gli uomini sono belli o carini,

ma ci sposiamo sempre nei paesi più vicini.

 

Abbiamo il castello e pure il Torrione,

come abbiamo la Giostra del Rione,

per far capire che abbiamo origini lontane,

non come i barbari delle terre padane.

 

Abbiamo le grotte e sotto la piazza il trappeto,

le fontane dell’acqua e le cantine con il vino e con l’aceto.

 

Abbiamo il municipio dove da padre in figlio sempre i soliti stanno a comandare,

il comune dove per sentirsi importanti tutti ci vogliono andare.

Il comune intitolato alla Santo, che era la dottoressa mia,

di fronte alla sala gialla, chiamata Caduti di Nassiriya.

Tempo di elezioni pecore e porci si mettono in lista,

per fregare i bianchi, i neri e i rossi, stanno tutti in pista.

Mettono i manifesti con le foto per le vie e per la piazza,

per farsi votare dagli amici e da tutta la razza.

Però qua votano se tu dai,

e non perché se tu sai.

 

Abbiamo la caserma con i carabinieri e non gli voglio male,

ma qua pure i marescialli si sentono generale.

 

Abbiamo le scuole elementari e medie. Cosa li abbiamo a fare,

se continui a studiare, o te ne vai da qua o ti fai raccomandare.

Parlare con i contadini ignoranti non conviene, sia mai,

questi sanno più della laurea che hai.

Su ogni argomento è sempre negazione,

tu hai torto, perché l’ha detto la televisione.

Solo noi abbiamo l’avvocato più giovane d’Italia,

per i paesani, invece, è peggio dell’asino che raglia.

Se i diamanti ai porci vorresti dare,

quelli li rifiutano e alle fave vorrebbero mirare.

 

Abbiamo la piazza con il giardinetto,

dove si parla di politica nera, bianca e rossa.

Abbiamo la piazza con l’orologio erto,

dove si parla di calcio, per spararla grossa.

Abbiamo la piazza della via per mare,

dove i giornalisti ci stanno a denigrare.

 

Abbiamo le chiese dove sembra siamo amati,

e dove rimettiamo tutti i peccati.

Per una volta alla domenica che andiamo alla messa dal prete,

da cattivi tutto d’un tratto diventiamo buoni come le monete.

 

Abbiamo San Biagio, con la fiera, la cupeta e i taralli,

come abbiamo Sant’Antonio con i cavalli.

Di San Biagio e Sant’Antonio dopo i falò per le strade cosa mi resta,

se ci ricordiamo di loro solo per la festa.

Non ci scordiamo poi della processione per la Madonna e Cristo morto, pure che sia,

come neanche ci dobbiamo dimenticare di San Giuseppe con la Tria.

 

Abbiamo gli oratori dove portiamo i figli senza prebende,

li lasciamo agli altri, perché abbiamo da fare altri faccende.

 

Per fare sport abbiamo il campo sportivo e il palazzetto,

mentre io da bambino giocavo giù alle cave senza tetto.

 

Abbiamo le vigne e gli ulivi, il grano, i fichi e i fichi d’india con aculei tesi,

abbiamo la zucchina, i cummarazzi e i pomodori appesi.

 

Abbiamo pure il commercio e le fabbriche per lavorare,

i padroni pagano poco, ma basta per campare.

 

Abbiamo la spiaggia a quattro passi, tanto è vicina,

con Specchiarica e la Colimena, il Bacino e la Salina.

I barbari padani ci chiamano terroni mantenuti,

mica l’hanno pagato loro il sole e il mare, questi cornuti??

Io so quanto è amaro il loro pane o la michetta,

sono cattivi pure con la loro famiglia stretta.

 

Abbiamo il cimitero dove tutti ci dobbiamo andare,

lì ci sono i fratelli e le sorelle, le madri e i padri da ricordare.

Quelli che ci hanno lasciato Avetrana, così come è stata,

e noi la dobbiamo lasciare meglio di come l’abbiamo trovata.

 

Nessuno è profeta nella sua patria, neanche io,

ma se sono nato qua, sono contento e ringrazio Dio.

Anche se qua si sentono alti pure i nani,

che se non arrivano alla ragione con la bocca, la cercano con le mani.

Qua so chi sono e quanto gli altri valgono,

a chi mi vuole male, neanche li penso,

pure che loro mi assalgono,

io guardo avanti e li incenso.

Potevo nascere tra la nebbia della padania o tra il deserto,

sì, ma li mi incazzo e poi non mi diverto.

Avetrana mia, finchè vivo ti faccio sempre onore,

anche se i miei paesani non hanno sapore.

Il denaro, il divertimento e la panza,

per loro la mente non ha usanza.

Ti lascio questo poema come un quadro o una fotografia tra le mani,

per ricordarci sempre che oggi stiamo, però non domani.

Dobbiamo capire: siamo niente e siamo tutti di passaggio,

Avetrana resta per sempre e non ti dà aggio.

Se non lasci opere che restano,

tutti di te si scordano.

Per gli altri paesi questo che dico non è diverso,

il tempo passa, nulla cambia ed è tutto tempo perso.

 

 

 

La Ballata ti l'Aitrana di Antonio Giangrande

Aitrana mia, quà già natu e ce ma ffà,

no ti pozzu vetè, ma senza ti te no pozzu stà.

Putia nasciri in Francia o in Germania, comu sia,

però putia nasciri puru in africa o in Albania.

Simu italiani, ti la provincia tarantina,

simu sì pugliesi, ma ti la penisula salentina.

Lu paisi iè piccinnu e li cristiani sempri sciotucunu,

quiddu ca ticunu all’icinu iè veru o si l’unventunu.

Qua sinti quarche tunu sulu ci tieni, noni ci sinti,

Li parienti puè so viscidi comu li serpienti.

Li femmini e li masculi so belli o carini,

ma ni spusamu sempri alli paisi chiù icini.

 

Tinimu lu castellu e puru lu Torrioni,

comu tinumu la giostra ti li rioni,

pi fa capii ca tinimu l’origini luntani,

no cumu li barbari ti li padani.

 

Tinimu li grotti e sotta la chiazza lu trappitu,

li funtani ti l’acqua e li cantini ti lu mieru e di l’acitu.

 

Tinimu lu municipiu donca fili filori sempri li soliti cumannunu,

lu Comuni donca cu si sentunu impurtanti tutti oluni bannu.

Lu comuni ‘ntitolato alla Santu, ca era dottori mia,

ti fronti alla sala gialla, chiamata Catuti ti Nassiria.

Tiempu ti votazioni pecuri e puerci si mettunu in lista,

pi fottiri li bianchi, li neri e li rossi, stannu tutti in pista.

Basta ca mettunu li manifesti cu li fotu pi li vii e pi la chiazza,

cu si fannu utà ti li amici e di tutta la razza.

Però quà votunu ci tu tai,

e no piccè puru ca tu sai.

 

Tinumu la caserma cu li carabinieri e no li oiu mali,

ma qua puru li marescialli si sentunu generali.

 

Tinimu li scoli elementari e medi. Ce li tinimu a fà,

ci continui a studià, o ti ni ai ti quà o ta ffà raccumandà.

Cu parli cu li villani no cunvieni,

quisti sapunu chiù ti la lauria ca tieni.

Sobbra all’argumentu ti ticunu ca iè noni,

tu tieni tuertu, piccè le ditto la televisioni.

Sulu nui tinimu l’avvocatu chiù giovini t’Italia,

pi li paisani, inveci, iè peggiu ti lu ciucciu ca raia.

Ci li diamanti alli puerci tai,

quiddi li scanzunu e mirunu alli fai.

 

Tinumu la chiazza cu lu giardinettu,

do si parla ti pulitica nera, bianca e rossa.

Tinimu la chiazza cu l’orologio iertu,

do si parla ti palloni, cu la sparamu grossa.

Tinimu la chiazza ti la strata ti mari,

donca ni sputtanunu li giornalisti amari.

 

Tinimu li chiesi donca pari simu amati,

e  donca rimittimu tutti li piccati.

Pi na sciuta a la tumenica alla messa do li papi,

di cattivi tuttu ti paru divintamu bueni comu li rapi.

 

Tinumu San Biagiu, cu la fiera, la cupeta e li taraddi,

comu tinimu Sant’Antoni cu li cavaddi.

Ti San Biagiu e Sant’Antoni toppu li falò pi li strati c’è mi resta,

ci ni ricurdamo ti loru sulu ti la festa.

No nni scurdamu puè ti li prucissioni pi la Matonna e Cristu muertu, comu sia,

comu mancu ni ma scurdà ti San Giseppu cu la Tria.

 

Tinimu l’oratori do si portunu li fili,

li facimu batà a lautri, piccè tinimu a fà autri pili.

 

Pi fari sport tinimu lu campu sportivu e lu palazzettu,

mentri ti vanioni iu sciucava sotto li cavi senza tettu.

 

Tinimu li vigni e l’aulivi, lu cranu, li fichi e li ficalinni,

tinimu la cucuzza, li cummarazzi e li pummitori ca ti li pinni.

 

Tinimu puru lu cummerciu e l’industri pi fatiari,

li patruni paiunu picca, ma basta pi campari.

 

Tinumu la spiaggia a quattru passi tantu iè bicina,

cu Spicchiarica e la Culimena, lu Bacinu e la Salina.

Li barbari padani ni chiamunu terruni mantinuti,

ce lonnu paiatu loro lu soli e lu mari, sti curnuti??

Sacciu iù quantu iè amaru lu pani loru,

so cattivi puru cu li frati e li soru.

 

Tinimu lu cimitero donca tutti ma sciri,

ddà stannu li frati e li soru, li mammi e li siri.

Quiddi ca nonnu lassatu laitrana, comu la ma truata,

e nui la ma lassa alli fili meiu ti lu tata.

 

Nisciunu iè prufeta in patria sua, mancu iù,

ma ci già natu qua, so cuntentu, anzi ti chiù.

Puru ca quà si sentunu ierti puru li nani,

ca ci no arriunu alla ragioni culla occa, arriunu culli mani.

Qua sacciu ci sontu e quantu l’autri valunu,

a cinca mi oli mali mancu li penzu,

puru ca loru olunu mi calunu,

iu passu a nanzi e li leu ti mienzu.

Putia nasciri tra la nebbia di li padani o tra lu disertu,

sì, ma ddà mi incazzu e puè non mi divertu.

Aitrana mia, finchè campu ti fazzu sempri onori,

puru ca li paisani mia pi me no tennu sapori.

Li sordi, lu divertimentu e la panza,

pi loro la menti no teni usanza.

Ti lassu sta cantata comu nu quatru o na fotografia ti moni,

cu ni ricurdamu sempri ca mo stamu, però crai noni.

Ma ccapì: simu nisciunu e tutti ti passaggiu,

l’aitrana resta pi sempri e no ti tai aggiu.

Ci no lassi operi ca restunu,

tutti ti te si ni scordunu.

Pi l’autri paisi puè qustu ca ticu no iè diversu,

lu tiempu passa, nienti cangia e iè tuttu tiempu persu.

Testi scritti il 24 aprile 2011, dì di Pasqua.

 

  

 

 

PRIMA PARTE

 

INTRODUZIONE.

Un altro mondo, scrive il 10 dicembre 2018 Alessandro Bertirotti su "Il Giornale". È tutta questione di… bellezza. Sono stato assente da questo Paese che continuiamo a chiamare Italia, come se ciò che accade avesse ancora a che fare con un’Italia antica, per circa un mese. Prima in Brasile e poi in Nuova Zelanda. Al di là del periodo storico, decisamente critico che sta attraversando il Brasile, devo dire che qualcosa di meglio mi ha colpito rispetto a qualcosa di peggio che sembra caratterizzare la nostra Nazione. Mi riferisco alla gentilezza generalizzata che si respira a Rio de Janeiro. Certo, è una metropoli dalle effettive, concrete e visibili contraddizioni, sia economiche che comportamentali. Eppure, in base alla breve esperienza che ho potuto fare, posso dire che ho incontrato persone sempre sorridenti, gentili e disponibili, specialmente se dipendenti della pubblica amministrazione. Lascio a voi fare le dovute considerazioni su ciò che invece accade, ovviamente non sempre, nel caso dei nostri funzionari pubblici, che sembrano spesso arrabbiati con l’intera vita, sia la loro che quella del pubblico. Ma, la situazione esistenziale, seppure superficiale, perché mi sono trattenuto solo una settimana, più sconvolgente l’ho provata in Nuova Zelanda. Certo, mi sono recato là per presentare una ricerca (interamente finanziata da alcuni imprenditori cinesi e supportata da esponenti neozelandesi) dedicata allo studio di un metodo di intervento neuro-cognitivo in anziani affetti da demenza senile. Un team tutto italiano, cinque ricercatori, che, come accade oramai da anni, non hanno ricevuto nessuna attenzione dal proprio governo, tanto meno dalle Università italiane. Ma questa è un’altra storia, che comunque vi racconterò prossimamente, ospitando nel mio blog una lettera, e precisamente la breve storia di vita del leader di questo team, Marcello Napoli, residente in Nuova Zelanda da oramai cinque anni.

Comunque, per ritornare al tema, che aria si respira ad Auckland? Civiltà, pulizia, ordine, pace, serenità. Dove? Per le strade, nei negozi, nei centri commerciali, negli autobus, nei parchi. Insomma, ovunque. Un vero e proprio shock cognitivo per me. Ho conosciuto questo tipo di realtà solo a Bolzano e a Bressanone, anche se non so se sono ancora in questa condizione paradisiaca. Vogliamo anche parlare di immigrazione in New Zealand? Controlli capillari e attenti in Aeroporto, per poter entrare nel Paese, dove si può rimanere non oltre tre mesi. Se si vuole superare questo limite, è necessario dimostrare di avere un conto in banca aperto da loro, e denaro sufficiente per non fare i mendicanti (di cui non ho visto alcuna traccia…) oppure si può diventare ladri (che lì sembrano non esistere: le banche sono senza vetri di protezione, metal detector, né agenti di sicurezza privata, e quando si entra sembra di essere in un normalissimo negozio che vende abbigliamento). Certo, gli amici italiani, e ce ne sono molti, mi dicono che lì si usa mettere in galera i delinquenti, comuni e straordinari, i quali non hanno la possibilità di uscirne tanto facilmente. Nessun venditore per la strada, nessuno che importuni i passanti, pretendendo di essere aiutato a sopravvivere, perché chi vuole entrare nel Paese deve lavorare, visto che si trova lavoro, di qualsiasi tipo, per qualsiasi gusto. Altrimenti, non si entra. E poi, il verde… Un verde in mezzo alla città, quasi impossibile da immaginare, sia per il livello di mantenimento, che per l’uso e l’accessibilità da parte di cittadini. Per non parlare della quantità di parchi e giardini. Certo, la vita à carissima: un caffè quattro euro, e non è nemmeno buono come il nostro. Ma, gli stipendi sono adeguati alla qualità della vita, proprio come da noi! Nonostante tutto questo, è sufficiente presentarsi come italiani, per assistere ad espressioni di ammirazioni. Per cosa? Per quello che possediamo, artisticamente e storicamente. Solita solfa. E loro lo sanno bene, perché ora aggiungono la frase: “Beh, certo, voi non sapete quello che avete. Non ne avete coscienza, peccato”. Ora sono tornato e mi hanno scritto sui social: “Bentornato, Alessandro”! Beh, se lo dicono in tanti, forse sarà vero… io ho qualche dubbio sul “ben”.

 “Ladri di biciclette” ma con linciaggio finale. Picchiata dopo aver tentato un furto, davanti agli occhi della propria bambina, nonostante fosse già nelle mani di un vigilantes. Una ferocia andata in scena a Roma, sulla banchina della metro A, scrive Simona Musco il 7 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". Picchiata dopo aver tentato un furto, davanti agli occhi della propria bambina, nonostante fosse già nelle mani di un vigilantes. Una ferocia andata in scena a Roma, sulla banchina della metro A, assieme ad un’altra scena abietta: l’aggressione verbale e gli insulti a chi ha provato a impedire quel pestaggio, la giornalista Giorgia Rombolà, di Rai News 24. I fatti sono accaduti mercoledì, alle 14.30. A raccontarli, sul proprio profilo Facebook, è proprio Rombolà, che dal vagone viene attirata dal trambusto, dalle urla e dalle lacrime disperate di una bambina piccola sul marciapiede della fermata di San Giovanni. «Una giovane, credo rom, tenta di rubare il portafoglio a qualcuno. La acciuffano e ne nasce un parapiglia, la strattonano, la bimba che tiene per mano (3/ 4 anni) cade sulla banchina, sbatte sul vagone – scrive – Ci sono già i vigilantes a immobilizzare la giovane (e non in modo tenero), ma a quest’uomo alto mezzo metro più di lei, robusto (la vittima del tentato furto?) non basta. Vuole punirla». La donna, scrive Rombolà, viene picchiata violentemente, anche in testa. L’uomo cerca infatti di strapparla ai vigilantes, afferrandola per i capelli. Riuscendoci. «La strattona fina a sbatterla contro il muro, due, tre, quattro volte – continua la giornalista – La bimba piange, lui la scaraventa a terra». Ma non finisce così. Perché Rombolà, di fronte alla violenza gratuita di quell’uomo, nonostante l’intervento di chi di dovere e, soprattutto, nonostante il pianto terrorizzato di una bambina piccolissima, prova ad aiutare la donna. «Io urlo dal vagone: ‘ Non puoi picchiarla, non puoi picchiarla’ – scrive ancora – Ma non si ferma. Io urlo ancora più forte, sembro una pazza. Esco dal vagone, mi avvicino e cerco di fermarlo. Solo ora penso che con quella rabbia mi avrebbe potuto ammazzare, colpendomi con un pugno. ‘ Basta, basta’, urlo». Solo a questo punto i vigilantes riescono a portare via la ragazza, mentre l’uomo che l’ha aggredita se ne va urlando. Rombolà risale dunque sul treno, dove inizia la seconda parte della storia. Quella in cui lei diventa la colpevole, di buonismo, questa volta. «Vengo circondata. Un tizio che mi insulta dandomi anche della puttana dice che l’uomo ha fatto bene, che così quella stronza impara. Due donne (tra cui una straniera) dicono che così bisogna fare, che evidentemente a me non hanno mai rubato nulla – continua – Argomento che c’erano già i vigilantes, che non sono per l’impunità, ma per il rispetto, soprattutto davanti a una bambina. Dicono che chissenefrega della bambina, tanto rubano anche loro, anzi ai piccoli menargli e ai grandi bruciarli. Un ragazzetto dice se c’ero io quante mazzate. Dicono così. Io litigo, ma sono circondata. Mi urlano anche dai vagoni vicini. E mi chiamano comunista di merda, radical chic, perché non vai a guadagnarti i soldi buonista del cazzo». Una scena che riporta al 1948, quando Vittorio De Sica girò “Ladri di biciclette”, in un’Italia devastata dalla guerra. Ma con un esito diverso da quello impresso sulla pellicola del grande regista. Quel film racchiude la sua potenza nella scena finale, quando il pianto di Bruno, il figlioletto di Antonio Ricci, protagonista della pellicola, salva il padre dalla gogna e dalla galera, dopo il furto di una bicicletta, gesto disperato compiuto dopo aver cercato di recuperare, invano, quella che avevano rubato a lui e che gli serviva per lavorare come attacchino comunale. Un pianto che muove a pietà i presenti e che rappresenta il contrasto tra l’umanità dei bambini e le macerie morali degli adulti. All’epoca recuperabili, visti gli effetti del pianto di Bruno. Ma non è così a Roma, nel 2018. E chi prova ad avere uno sguardo diverso, pietoso, diventa a sua volta “criminale”. «Intorno a me, nessuno che difenda non dico me, ma i miei argomenti – aggiunge la giornalista – Mi guardo intorno, alla ricerca di uno sguardo che seppur in silenzio mi mostri vicinanza. Niente. Chi non mi insulta, appare divertito dal fuori programma o ha lo sguardo a terra. Mi hanno lasciato il posto, mi siedo impietrita. C’è un tizio che continua a insultarmi. Dice che è fiero di essere volgare. E dice che forse ci rivedremo, chissà, magari scendiamo alla stessa fermata. Cammino verso casa, mi accorgo di avere paura, mi guardo le spalle. E scoppio a piangere – conclude – Perché finora questa ferocia l’avevo letta, questa Italia l’avevo raccontata. E questo, invece, è successo a me».

Tutto quello che Matteo Salvini non vi dice: scende in piazza la strategia della paura. Il leader della Lega non racconta che ha espulso meno irregolari del Pd. Che ha bloccato il ritorno volontario degli immigrati che vogliono andarsene. E che grazie al suo decreto sicurezza avremo 19.000 senzatetto in più, scrive Fabrizio Gatti il 7 dicembre 2018 su "L'Espresso". Matteo Salvini porta in piazza la strategia della paura: la paura che scatena rabbia contro gli immigrati, i diversi e chiunque non la pensi come il governo. «L'Italia rialza la testa» grida lo slogan sulla sua pagina Facebook, per chiamare i quasi tre milioni e mezzo di seguaci alla manifestazione di sabato. Sì, l'Italia leghista dovrà alzare la testa nel guardare il suo leader salito da sei mesi al potere con l'incarico di vicepremier e ministro dell'Interno. Ma intanto si è tappata le orecchie, ha chiuso gli occhi e serrato la bocca: come nell'immagine della famosa scimmietta. C'è infatti una storia che Salvini non vuole raccontare e che il suo popolo si guarda bene dal chiedergli. E non ci riferiamo soltanto ai 49 milioni che la Lega ha rubato allo Stato italiano e che grazie a un accordo scandaloso restituirà in ottant'anni. C'è molto altro di cui il ministro Salvini non vuole parlare. Non ci dice che la sua promessa elettorale di rimpatriare cinquecentomila irregolari è pura fantasia. E che nei primi tre mesi del suo mandato, da giugno a settembre 2018, ha fatto perfino peggio del suo predecessore del Pd: 1.296 persone rimpatriate da Salvini contro i 1.506 rimpatri forzati eseguiti, secondo i dati comunicati dal Viminale, nello stesso periodo del 2017 da Marco Minniti. Non ci dice che il suo decreto sicurezza nel giro di pochi mesi provocherà almeno diciannovemila senzatetto, disseminando insicurezza nelle città italiane: insicurezza soprattutto per chi finirà a dormire sui marciapiedi, comprese famiglie con mamme e bambini. A tanto ammontano, secondo uno studio della Corte dei Conti pubblicato a marzo 2018, i permessi umanitari che scadranno a breve. Permessi che su proposta di Matteo Salvini la maggioranza gialloverde in Parlamento ha cancellato. Non ci dice che i rimpatri forzati costano oltre 7.000 euro a persona: perché, oltre alle spese di viaggio, richiedono la scorta di due o tre agenti di polizia per ciascun irregolare, che una volta arrivato in patria si ritrova nelle stesse condizioni che l'avevano spinto a emigrare. Non ci dice che i ritorni volontari assistiti costano invece 4.500 euro a persona perché non hanno bisogno di scorte di polizia. E che la stessa cifra comprende 2.000 euro di investimento perché l'interessato, una volta arrivato in patria, possa avviare attività commerciali o artigianali per sé e pagare la scuola ai figli. Eliminando o alleviando così le condizioni che altrimenti spingerebbero chiunque a emigrare di nuovo. Non ci dice che però i ritorni volontari assistiti, che costano quasi la metà di quelli forzati che piacciono alla Lega, sono bloccati da sei mesi: perché da quando è arrivato Matteo Salvini al ministero dell'Interno soltanto a fine ottobre è stato pubblicato il bando per il ritorno volontario assistito dei prossimi tre anni. Così 684 persone che hanno fatto domanda, delle quali 337 avevano già ottenuto dalle questure l'autorizzazione a partire, rimarranno in Italia con i documenti in scadenza o scaduti. Non ci dice nemmeno che il nuovo bando per il ritorno volontario assistito, pubblicato a fine ottobre dal suo ministero per il periodo 2019-2021 e finanziato con soldi dell'Unione Europea, stabilisce un massimo di 2.000 beneficiari in tre anni. Appena 666 rimpatri all'anno, soltanto il 2,2 per cento di quanto ha fatto la Germania nel 2017: cioè il ritorno volontario finanziato dall'Ue di 29.522 immigrati. Non ci dice che da ministro non è mai stato in Niger, Mali, Senegal, Gambia, Ghana, Pakistan, Bangladesh, Nigeria, Algeria o Costa d'Avorio. E che senza buone relazioni e accordi bilaterali con i Paesi d'origine dell'emigrazione, Matteo Salvini è soltanto un arruffapopolo.

La ladra rom trasformata in vittima, scrive Andrea Indini l'8 dicembre 2018 su “Il Giornale”. Ci sono delle notizie che finiscono per fare delle capriole senza senso e raccontare tutt’altra realtà. È accaduto, per esempio, in questi giorni a una fermata della metropolitana di Roma. Una ladra di etnia rom, come ce ne sono tante sui vagoni capitolini, ha provato a mettere le mani in tasca alla persona sbagliata. Sebbene fosse già stata fermata dai vigilantes, si è presa una scarica di botte da uno dei presenti ed è così diventata la bandiera degli anti razzisti che, in men che non si dica, l’hanno trasformata in vittima. Non importa che la rom abbia usato una bimba piccola, tenuta in braccio, per avvicinarsi e derubare un malcapitato. Non importa che il tentato furto sia l’ultimo di un’infinita lista di colpi messi a segno nella metropolitana capitolina. Non importa nemmeno che, dopo essere stata fermata dai vigilantes e pestata dall’esagitato giustiziere, la ladra sia stata rimessa in libertà come se non fosse successo nulla di grave. Gli occhi di tutti si sono infatti concentrati sulla giustizia fai da te (per deprecarla ovviamente) e su una giornalista che, intervenendo per difendere la rom, si è presa pure qualche parolaccia. Lungi dal difendere la “giustizia fai da te”. Non è mai la risposta giusta. Nemmeno quando lo Stato ti lascia in balia di balordi che nove volte su dieci restano impuniti per i crimini che compiono un giorno sì e l’altro pure. Il caso di Roma mette a nudo, ancora una volta, la percezione di insicurezza degli italiani che si sentono abbandonati dalle istituzioni. È quindi sbagliato bollare l’episodio come un caso di razzismo, come hanno invece fatto i giornali progressisti. Ieri il Censis ha portato a galla il malessere di questo Paese: ci siamo “incattiviti”. È un dato di fatto. Ma anziché scavare fino in fondo per capire cosa ci ha portati a questo punto, la sinistra strumentalizza qualsiasi scontro (fisico) con uno straniero o una minoranza per gridare all’emergenza fascismo. È una lettura politica che non riflette la realtà. I danni della microcriminalità sono enfatizzati da una generalizzata percezione di insicurezza che non fa bene a nessuno. L’altro è ormai percepito con sospetto. E questo perché per anni lo Stato non è stato capace di garantire la sicurezza ai propri cittadini. Ora ne paghiamo le conseguenze. Bollarle come “rigurgito del fascismo” e trasformare una ladra in una vittima significa solo ritardare la ricerca della soluzione e magari ritrovarci, fra qualche anno, in un’emergenza ancora più allarmante. Lo stesso viene fatto con i ladri ammazzati in casa per screditare la riforma della legittima difesa. I due casi sono ovviamente di diversi, ma il modo di strumentalizzarli ha la stessa matrice.

Censis: italiani spaventati e incattiviti nel Paese che non cresce più. Il 52° Rapporto parla di "sovranismo psichico" e delinea il ritratto di Paese in declino, in cerca di sicurezze che non trova, sempre più diviso tra un Sud che si spopola e un Centro-Nord che fa sempre più fatica a mantenere le promesse in materia di lavoro, stabilità, crescita, soprattutto futuro, scrive Rosario Amato il 7 Dicembre 2018 su "La Repubblica". Un'Italia sempre più disgregata, impaurita, incattivita, impoverita, e anagraficamente vecchia. Il 52° Rapporto Censis parla di "sovranismo psichico" e delinea il ritratto di un Paese in declino, in cerca di sicurezze che non trova, sempre più diviso tra un Sud che si spopola e un Centro-Nord che fa sempre più fatica a mantenere le promesse in materia di lavoro, stabilità, crescita, soprattutto futuro. "Il processo strutturale chiave dell'attuale situazione è l'assenza di prospettive di crescita, individuali e collettive", sintetizza il Censis. Gli italiani sono profondamente delusi, spiega il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii: "Una prima forte delusione è quella di aver visto sfiorire la ripresa che l'anno scorso e fino all'inizio di quest'anno era stato vigorosa, e che è invece svanita sotto i nostri occhi, con un Pil negativo nel terzo trimestre di quest'anno dopo 14 mesi di crescita consecutiva. L'altra è che l'atteso cambiamento miracoloso promesso dalla politica non c'è stato, oltre la metà degli italiani afferma che non è vero che le cose siano cambiate sul serio. E adesso è scattata la caccia al capro espiatorio: dopo il rancore, è la cattiveria che diventa la leva cinica di un presunto riscatto". Il miracolo italiano è diventato un incubo. Non c'è più la speranza di migliorare, di crescere, e questo ha rotto il patto con la politica. Il 96% delle persone con un basso titolo di studio e l'89% di quelle a basso reddito sono convinte che resteranno nella loro condizione attuale, ritenendo irrealistico poter diventare benestanti nel corso della propria vita, rileva il Censis. "È il rovescio del miracolo italiano, il sogno si è trasformato in incubo, è una cosa che scava nella storia", afferma Valerii, ricordando come solo il 23% degli italiani affermi di aver migliorato la propria condizione socioeconomica rispetto ai genitori (la quota più bassa in tutta Europa) e il 63,6% sia convinto di essere solo, senza nessuno che ne difenda gli interessi. La paura degli immigrati. Qualche cifra: il 63% degli italiani vede in modo negativo l'immigrazione dai Paesi non comunitari, il 58% pensa che gli immigrati sottraggano posti di lavoro ai nostri connazionali, il 75% che l'immigrazione aumenti il rischio di criminalità. Il potere d'acquisto degli italiani è inferiore del 6,3% in termini reali rispetto a quello del 2008, ma soprattutto il problema è il timore di spendere anche quello che si ha, infatti la liquidità ferma cresce, nel 2017 superava del 12,5% quella del 2008. Ma a spendere meno sono gli operai e chi sta peggio, nelle famiglie di imprenditori la spesa per consumi tra il 2014 e il 2017 è aumentata del 6,6%. Italia fanalino di coda nella spesa in istruzione. Si investe sempre meno in formazione: investe poco lo Stato, si ritrae anche il cittadino. Nella distribuzione delle risorse disponibili, rileva il Censis, alla tradizionale sproporzione tra gli investimenti nei segmenti scolastici iniziali e l'Università (meno finanziata) si è sostituito "un omogeneo volare basso che ci colloca in tutti i casi al di sotto della media europea". L'Italia investe infatti il 3,9% del Pil, mentre la media europea è del 4,7%. Investono meno di noi solo Romania, Bulgaria e Irlanda. Meno lauree, trionfa il mito "social". I risultati si concretizzano in un tasso di abbandoni precoci dei percorsi di istruzione del 18% dei giovani tra i 18 e i 24 anni, quasi doppio rispetto a una media europea del 10,6%, nelle basse performance dei quindicenni italiani nelle indagini Ocse-Pisa, e in 13 punti percentuali di distanza che ci separano dal resto dell'Europa in relazione alla quota di popolazione giovane laureata. I laureati italiani tra i 30 e i 34 anni raggiungono il 26,9%, contro una media Ue del 39,9%. Le speranze dei giovani si stanno a poco a poco concentrando altrove: la metà della popolazione italiana è convinta che oggi chiunque possa diventare famoso, e il dato sale al 53,3% tra i giovani tra i 18 e i 34 anni. E un terzo ritiene che la popolarità sui social network sia un elemento indispensabile per arrivare alla celebrità. La scomparsa dei giovani. D'altra parte tra il 2007 e il 2017 gli occupati giovani, di età compresa tra 25 e 34 anni, si sono ridotti del 27,3%, mentre nello stesso tempo gli occupati tra i 55 e i 64 anni sono aumentati del 72,8%. In dieci anni siamo passati da un rapporto di 236 giovani laureati occupati ogni 100 anziani a 99. E nel segmento di lavoratori più istruiti i 249 laureati occupati ogni 100 lavoratori anziani sono diventati appena 143. Mentre sono aumentati i giovani in condizione di sottoccupazione, nel 2017 erano 237.000 tra i 15 e i 34 anni, un valore raddoppiato rispetto a sei anni prima. Aumentano anche i giovani lavoratori con part-time involontario, che passano a 650.000 nel 2017, 150.000 in più rispetto al 2011. Aumenta lo squilibrio tra Nord e Sud. L'uscita graduale (e non completa) dalla crisi è andata su due binari che si sono allontanati sempre di più. Lombardia ed Emilia Romagna sono in pieno recupero, poi arrivano sempre con un buon ritmo anche Veneto e Toscana, il Lazio rimane 5 punti indietro, la Sicilia 10. E non è un problema del solo Mezzogiorno: anche le Regioni colpite dal terremoto sono bloccate, il Pil dell'Umbria è 12 punti indietro rispetto al 2008. E quindi il flusso dei lavoratori si sposta verso i territori più floridi: a Bologna il tasso migratorio è di 18,9 su 1000 abitanti, a Milano di 15,3 migranti, a Firenze di 13,2, mentre nel Mezzogiorno si contrappone la fuga dei residenti, 3,6 per ogni 1000 abitanti a Bari, 5,9 a Napoli, addirittura 9,2 a Palermo. Lontani dalla politica, europeisti solo i giovani. Quasi un terzo degli italiani non vota, o vota scheda bianca. Indifferenza e sfiducia nei confronti della politica sono aumentati negli anni, e quest'anno si è raggiunto il picco, con una percentuale del non voto che ha raggiunto il 29,4%. Significa 13,7 milioni di elettori mancati alla Camera e 12,6 milioni al Senato alle ultime elezioni politiche. Scarsa anche la fiducia nell'Europa, atteggiamento comune a tutti i Paesi in crisi. Ma il 58% dei 15-34enni e il 60% dei 15-24enni apprezza l'Unione, soprattutto per la libertà di viaggiare, studiare e lavorare ovunque all'interno dei Paesi membri.

Cattivi, spaventati e paranoici. Ecco gli italiani del nuovo millennio. Nel rapporto del Censis una fotografia impietosa del nostro paese: “Siamo in preda al sovranismo psichico”, scrive il 7 Dicembre 2018 "Il Dubbio". Dall’Italia «rancorosa» del 2017 all’Italia «cattiva» del 2018. Insomma, l’analisi di fine anno del Censis, se possibile, è ancora più impietosa di quella dello scorso anno e le parole d’ordine del Cinquantaduesimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, sono quasi tutte in negativo: paura, rancore, senso di insicurezza. E i ricercatori Censis tirano fuori anche la categoria del “sovranismo psichico”, che “talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria – dopo e oltre il rancore ‒ diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare”. E visto che gli italiani sono diventati intolleranti fino alla cattiveria, «la politica e le sue retoriche rincorrono, riflettono o semplicemente provano a compiacere un sovranismo che si è installato nella testa e nei comportamenti degli italiani», che dimostrano una «consapevolezza lucida e disincantata che le cose non vanno e più ancora che non cambieranno». Per uscire da questa situazione, «gli italiani sono ormai pronti a un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto» e allora mostrano una «disponibilità pressoché incondizionata: non importa se il salto è molto rischioso e dall’esito incerto, non importa se l’altrove è un territorio indefinito e inesplorato, non importa se per arrivarci si rende necessario forzare, fino a romperli, gli schemi canonici politico-istituzionali e digestione delle finanze pubbliche». Si tratta di «una reazione pre-politica, molto più lucida di quanto ingenere si sia pronti a riconoscere, perché viene da lontano e ha profonde radici sociali che hanno finito per alimentare una sorta di sovranismo psichico prima ancora che politico». Alimentato da alcune «disillusioni»: una ripresa rimasta inchiodata, un pil che ristagna, i consumi che non ripartono, la produzione industriale che flette, le retribuzioni che restano basse. Così, «l’Europa non è più un ponte verso il mondo né la zattera della salvezza» e «il Mediterraneo non è più la culla della civiltà ma ritorna a essere confine, un fossato invalicabile».

De Rita getta la spugna: «L’Italia è troppo cattiva». Il rapporto Censis 2018: dal rancore al sovranismo psichico. I migranti capro espiatorio e poca fiducia nel futuro, scrive Angela Azzaro l'8 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". Il rapporto del Censis, istituto fondato da Giuseppe De Rita, è da sempre un appuntamento che ci aiuta a capire dove stiamo andando. È stato tra i primi a parlare di società del rancore, quando ancora il fenomeno non era diventato evidente. Oggi, nel rapporto 2018, il Censis fa un passo in più e parla di un paese «incattivito», in preda a un «sovranismo psichico», un sovranismo «che si è installato nella testa e nei comportamenti degli italiani». Il nemico è il migrante «che ci ruba il lavoro», mentre c’è la convinzione che il Paese non cresca più e che la fine della crisi sia molto lontana. È un’Italia che ha paura e che odia, un’Italia che non ha fiducia nel futuro. Il rapporto spiega che siamo «diventati intolleranti fino alla cattiveria» e che «la politica e le sue retoriche rincorrono, riflettono o provano a compiacere» questo modo di essere radicato.

IL RAPPORTO CENSIS 2018. Un’Italia divisa, cattiva, che ha paura dei migranti e che guarda con disperazione al futuro. E’ il terribile quadro che emerge dal cinquantaduesimo rapporto Censis, l’istituto fondato da Giuseppe De Rita. Mentre lo scorso anno la parola chiave era “rancore”, quest’anno il passo è ulteriore e la parola chiave è cattiveria. Basta seguire la cronaca di tutti i giorni per capirla e tirarla fuori dall’analisi sociologica. Nessuna sorpresa. Sorprende invece un’altra espressione, quasi una sorta di neologismo, la definizione di «sovranismo psichico». Finora avevamo sentito parlare di sovranismo in molti modi, tutti legati alla chiusura politica ed economica del Paese. Ma qui si fa un salto in più. Il Censis ci dice che quell’idea, quell’atteggiamento, quella cultura ci è entrata dentro, nella testa e nel cuore, ed è diventato «sovranismo psichico». Un atteggiamento fondato sul pessimismo e sull’affidarsi al «sovrano autoritario». Un atteggiamento che secondo il Censis è molto radicato in una società in cui è la politica (non il contrario) ad andare appresso alle paure delle persone.

PIÙ POVERI DEI NOSTRI GENITORI. I dati economici, tra percezione e Pil, restituiscono un quadro per alcuni versi contraddittorio. Solo il 23% ritiene di aver raggiunto una condizione socio- economica migliore di quella dei genitori. La media europea è del 30%, con punte del 43% in Danimarca. Una condizione che va di pari passo con la convinzione che non sia vero che in Italia la situazione stia veramente cambiando, il 56,3% è infatti convinto del contrario. Il potere d’acquisto delle famiglie è ancora inferiore del 6,3% rispetto al 2008 e alla fine del 2017 il valore del Pil era ancora sotto di quattro punti. Qualcosa in realtà si stava muovendo. Negli ultimi cinque anni la capacità di spesa delle famiglie ha mostrato un progresso e nel 2018 gli ottimisti si attestano al 42,2, circa 12 punti in più rispetto al 2013. Ma non basta. Il 69% dei cittadini italiani esprime il timore di rimanere senza occupazione, contro una media europea del 44%. Mentre nell’ultima parte del 2017 e nella prima parte del 2018 il miglioramento dei parametri economici «facevano percepire la possibilità concreta di vedere completato il superamento della crisi», gli ultimi mesi «segnati da un rallentamento degli indicatori macroeconomici» portano a pensare che si «arretra». Una sfiducia che coinvolge tutto, dalla sanità alla giustizia. Sono 15,6 milioni di italiani (il 30% della popolazione adulta) che nell’ultimo periodo hanno rinunciato a intraprendere un’azione giudiziaria, per i costi, per i tempi e per una generale sfiducia nei magistrati.

IL MIGRANTE CAPRO ESPIATORIO. E’ in questo humus di percezione e di dati economici che per il Censis il migrante si trasforma nel «nemico», nel «capro espiatorio». Il 63% vede in modo negativo l’immigrazione dai Paesi non comunitari. I più ostili sono gli over 55 e i disoccupati. Gli italiani sono convinti (il 55%) che i migranti ci rubino il lavoro, dato che scende significativamente quando la domanda viene posta agli imprenditori (lo pensa “solo” il 23%). Eppure i dati ci raccontano di una immigrazione che muta e diminuisce. I permessi di soggiorno per motivi di lavoro, dice il Censis, nel 2016 sono stati 12.873, appena il 5,7% del totale. Nel 2010 quando la crisi economica era già in corso erano stati 358.870 pari al 60% delle richieste complessive. Oggi i migranti chiedono principalmente il permesso per motivi politici e umanitari, proprio là dove interviene la stretta del decreto sicurezza. Ma meno migranti, non vuol dire meno odio. Il 52% è convinto che “vengono prima gli immigrati” degli italiani, dato che aumenta (57%) tra le persone con redditi bassi.

IL SOVRANISMO PSICHICO. E così veniamo a noi, a chi siamo o siamo diventati. Gli italiani – spiega il rapporto – «sono diventati nel quotidiano intolleranti fino alla cattiveria» e «la politica e le sue retoriche rincorrono, riflettono o semplicemente provano a compiacere un sovranismo che si è installato nella testa e nei comportamenti degli italiani», che dimostrano una «consapevolezza lucida e disincantata che le cose non vanno e più ancora che non cambieranno». Per uscire da questa situazione, «sono ormai pronti a un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto» e mostrano una «disponibilità pressoché incondizionata: non importa se il salto è molto rischioso e dall’esito incerto, non importa se l’altrove è un territorio indefinito e inesplorato, non importa se per arrivarci si rende necessario forzare, fino a romperli, gli schemi canonici politico- istituzionali e di gestione delle finanze pubbliche». Si tratta di «una reazione pre- politica, molto più lucida di quanto in genere si sia pronti a riconoscere, perché viene da lontano e ha profonde radici sociali». Una ritratto che mette paura. Un anno fa eravamo rancorosi, adesso cattivi. Che cosa accadrà il prossimo anno?

Antonio Albanese: «Non so se voterò. La situazione è drammaticissima». L'attore, nei cinema con "Come un gatto in tangenziale" parla a tutto campo. Dal difficile momento attuale (politico e sociale) al disorientamento politico di molti a sinistra, scrive il 28 dicembre 2017 "L'Espresso". Il suo ultimo film da protagonista, “Come un gatto in tangenziale” con la regia di Riccardo Milani, parla di bolle. Quella del protagonista, consulente di un think-tank per i fondi europei alle periferie, che è una bolla paternalista, luogocomunista e citazionista, con PPP, Pier Paolo Pasolini, evocato al minuto tre del montaggio. E la bolla fisica del quartiere Bastogi in zona Boccea, uno dei tanti nomi della catastrofe urbanistica di Roma, dove la società liquida e la libera circolazione sono state sostituite da una scritta sul muro d’ingresso: «lassate ogni speranza o voi k’entrate». La premessa dantesca richiede un Virgilio che nel film è Paola Cortellesi, degna di Anna Magnani in “Campo de’ fiori”. Lei è una madre con il marito “ar gabbio”. Lavora a chiamata in una mensa per anziani e cerca di tenere il figlio tredicenne lontano dalla droga e dalla fidanzata pariolina, figlia del redentore di periferie. «Ho cercato di raccontare quest’uomo», dice Albanese, «che si è eletto a educatore, che sproloquia delle 112 etnie presenti a Roma e che muove soldi per aiutare persone delle quali non sa nulla». “Come un gatto in tangenziale” è un film natalizio che non doveva essere tale («io non lo sapevo quando usciva, ha deciso la produzione»), con un protagonista borghese interpretato da un attore di origine popolare e proletaria, figlio di un muratore siciliano emigrato a Olginate, vicino a Lecco, negli anni Cinquanta del secolo scorso quando «molto serenamente non si affittava ai meridionali». In questa storia di integrazioni che si ripete, Albanese lavora sempre più su temi politici. Succederà con la miniserie “I topi”, sei puntate per Rai3 a partire da gennaio su una famiglia che vive nel sottosuolo. Sarà così anche con “Contromano”, il film in uscita a fine marzo su un’emigrazione al contrario verso l’Africa. Nelle sale la nuova commedia di Riccardo Milani che vede di nuovo insieme Paola Cortellesi e Antonio Albanese, dopo il successo di 'Mamma o papà?'. Si intitola 'Come un gatto in tangenziale' e racconta l'incontro-scontro tra l'intellettuale snob Giovanni e l'ex cassiera Monica i cui figli si innamorano. Una sorta di Romeo e Giulietta contemporanei divisi dalla topografia di Roma (lui vive a Bastogi, il quartiere ghetto alla periferia di Roma) e dallo stile di vita dei genitori. Sullo sfondo aleggia l’ombra del Male Politico in persona, il Leader del Partito del Pilu Cetto Laqualunque. «Tornerà prima o poi. Ogni tanto mi appare, latitante all’estero, forse in Amazzonia con i capelli tagliati a scodella come gli indios». Fra un appuntamento artistico e l’altro bisognerà votare. Riuscirà a votare Antonio Albanese? «Non so. La situazione è drammaticissima. Sto cercando di capire. Sono in ascolto ma ho la labirintite. Stiamo ancora discutendo della legge sullo ius soli che dovrebbe essere già stata approvata. Trovo umiliante per me stare qui a parlarne con il centrosinistra al governo, eppure non mi meraviglio. Negli ultimi venti, trent’anni, la sinistra ha praticato soltanto lo snobismo e la ghettizzazione di se stessa e degli altri. Non ha frequentato la quotidianità delle persone e si è messa su un trespolo a teorizzare. Da ragazzo ho visto nascere la Lega lombarda nelle mie zone dove la ricchezza aumentava in parallelo con l’abbandono da parte della politica. Il fenomeno leghista è stato giudicato in base a un’analisi ex cathedra. Nessuno che venisse a conoscere, a verificare sul posto. Adesso succede la stessa cosa con l’estrema destra. Io me ne sono accorto anni fa che stava partendo questa rabbia malata e non perché sono più intelligente degli altri ma perché sono un comico. Sto sul territorio. Beppe Grillo è un comico. Dicono tutti che vive chiuso nella sua villa a Genova ma ha seguito il paese in lungo e in largo. L’ultimo Nobel per la letteratura in Italia l’ha vinto un comico che abbracciava la gente come Dario Fo». L’abbraccio per Albanese è fondamentale. È la parola che ricorre di più nel suo discorso, emotivo e razionale. Lui che è cresciuto in un paesino lombardo di tremila persone si definisce un romano-non romano «afflitto dallo stato di abbandono in cui si trova la capitale d’Italia anche in pieno centro». Per l’attore l’esperienza di lavorare in periferia è stata un’occasione di contatto con i quartieri dell’Urbe narrati da PPP e cantati da Renato Zero, presente nella colonna sonora. Il palcoscenico principale del film, il residence Bastogi, non è al debutto. È già stato rappresentato come la piccola Scampia di Roma da una docufiction Rai del 2003. Le palazzine, costruite nei primi anni Ottanta per accogliere i dipendenti Alitalia, sono rimaste inutilizzate finché il Comune ha rilevato l’area. Nel corso degli anni sono state occupate da duemila “cittadini con disagio abitativo”. La metà non sono censiti. Le case Bastogi di solito finiscono in cronaca per la cocaina calata con i panieri dai balconi, per la ventinovenne organizzatrice dei pusher che ottiene i domiciliari perché incinta del quinto figlio, come Sofia Loren in “Ieri oggi e domani”, per le sentinelle all’ingresso del rione, per la popolazione che aggredisce i poliziotti, per le manifestazioni di protesta in cima al Colosseo, per il racket degli alloggi e per gli inquilini regolari prelevati dagli appartamenti e allocati dentro il cassonetto più vicino. Ogni tanto arriva la politica per una breve visita. Era già così nel 1984 quando il sindaco Ugo Vetere, del Pci, tentava di usare le case per gli sfrattati. Un anno fa si è presentata l’assessora grillina all’ambiente Paola Muraro che, qualche settimana prima di dimettersi, si è fatta filmare mentre ordinava interventi straordinari di pulizia all’Ama. Due mesi fa, il 23 ottobre, il sindaco Virginia Raggi ha perfino inaugurato un campo da calcetto. «La nostra esperienza con il quartiere», racconta Albanese, «è stata di grande calore e partecipazione. Dopo una fase di studio la gente ci ha abbracciato perché il cinema porta vitalità e fermento. C’è stata una disponibilità totale durante le riprese. Molti hanno lavorato con noi e organizzeremo una proiezione speciale del film a Bastogi». Vengono dal quartiere le gemelle Giudicessa, per la prima volta sugli schermi con il più bel ruolo secondario del film. Interpretano Pamela e Sue Ellen, fan del programma tv “Storie Vere” di Franca Leosini. Sono due taccheggiatrici professionali ma in nome del politicamente corretto si definiscono vittime di “shopping compulsivo”. Nelle scene girate sul mare a Fiumicino i generici sono abitanti di Bastogi portati fino al litorale di Coccia de Morto, nominata da Legambiente peggiore spiaggia d’Italia 2016 con una concentrazione di 5500 rifiuti in cento metri quadrati, tra la foce del Tevere e le piste dell’aeroporto Leonardo da Vinci. La controgita organizzata dal personaggio di Albanese si svolge a Capalbio dove Franca Leosini è presente in carne e ossa e si parla della Biennale di Venezia che fu luogo mitico per le imprese di Alberto Sordi e della moglie buzzicona nelle “Vacanze intelligenti”. Gli intellettuali della piccola Atene hanno perso mordente. Sono vecchi, vagamente depressi e tollerano con coscienza democratica gli handicap dell’aliena venuta da Bastogi, incapace di camminare scalza sulle assi di legno del bar in riva al mare. Nella bolla opposta, in periferia, l’intellighenzia al massimo può suscitare un senso di superiorità, oggi come ieri. Il bersaglio dell’odio è lo straniero e il nemico per eccellenza è il governante. «La diffidenza verso la politica, che io considero un’arte nobile, è enorme nel quartiere. C’è un senso di isolamento a cominciare dal trasporto pubblico che non va. I sindaci delle municipalità locali, in una città enorme, hanno troppo poco potere e pochi mezzi finanziari. A Bastogi, politico significa in automatico ladro». Il film cerca di giocare su questo odio ed è ironico che fra i quattro sceneggiatori ci sia Giulia Calenda, della dinastia cinematografica dei Comencini (mamma Cristina e nonno Luigi), sorella di Carlo, frequentatore della costa capalbiese e ministro dello Sviluppo economico. Ma l’unico sviluppo economico legale in quartieri come Bastogi sembra legato alle serie televisive. Su questo argomento, Albanese esce per qualche istante dalla bolla di magnesio che lo protegge. «Ho amato moltissimo “Gomorra”. Ho letto passi scelti del romanzo con Roberto Saviano alla Triennale di Milano. Ho adorato il film di Matteo Garrone. È stata una sana ribellione ma adesso mi sono rotto i coglioni di vedere coltelli e pistole. A forza di cavalcare il fenomeno siamo arrivati all’esasperazione. È diventata una parodia come il fanatismo verso i cuochi che ho preso in giro con il personaggio dello chef Alain Tonné. Capisco che oggi ci sono ottomila canali, che bisogna riempire i palinsesti e che non siamo più ai tempi in cui televisione significava anche Paolo Grassi, Paolo Poli, il Ligabue di Flavio Bucci, ma serve coraggio perché in questo paese la cultura si è ghettizzata, si è chiusa nella sua periferia. L’ultimo che ha fatto qualcosa è stato quell’assessore, come si chiamava?». Renato Nicolini, si chiamava, e il suo programma culturale era trascinare le periferie verso il centro di Roma. Certo, è passata una vita e il discorso di Albanese può suonare nostalgico. Con cinquantatré anni all’anagrafe e oltre trenta fra teatro, tv, cinema, un po’ di passatismo è inevitabile. Albanese rievoca la sua gioventù musicale fra De Gregori, Bennato, i Pink Floyd e i Genesis, quando il figlio del muratore siciliano spedito in fabbrica dal padre a 15 anni («non ci su’ piccioli, s’avi a travagghiari»), doveva fare salti mortali per infilarsi a un concerto. «Però io vedevo concerti. Oggi i ragazzi vanno a vedere gente tatuata. È un culto dell’immagine che non porta a niente. Se dall’arte sparisce la meritocrazia, l’arte è finita. Adesso voglio farlo io un esempio snob. A me piace l’arte contemporanea. Qualche anno fa, vado alla Biennale diretta da Rem Koolhaas e scopro che Koolhaas fa una cosa meravigliosa. Organizza uno stand di maniglie, uno di porte, uno di cessi. Voleva dire: ripartiamo da zero, c’è troppa confusione. Io rispetto i tatuaggi, ho un amico tatuatore. Ma devono avere un senso. Il mio tatuaggio ce l’ho qua sul polso. È la cicatrice di una scheggia che mi ha colpito nella fabbrica metalmeccanica dove ho iniziato a Olginate, prima di iscrivermi alla scuola di arte drammatica. Quando è stato il mio turno di insegnare, insieme ai classici ho montato un esercizio su uno sciopero in fabbrica. Un’allieva è venuta da me a chiedermi: scusa, come si vestono gli operai? Non ne aveva mai visto uno». Albanese ha una figlia di ventiquattro anni. Lei, gli operai ce li aveva in famiglia. Quando si è iscritta al classico, suo padre voleva dare una festa. Anche il classico, dice l’attore, dovrebbe essere obbligatorio perché i classici sono obbligatori. «Invece siamo nell’era di Amazon e della strana democrazia del web. Io credo che gli sketch di Raimondo Vianello e Ugo Tognazzi oggi sarebbero lapidati via web. In quanto ad Amazon, mi sembra che abbia un progetto preciso: abbassare i prezzi, annientare il tessuto commerciale e aumentare i prezzi quando tutto sarà dentro enormi magazzini, ovviamente di Amazon. Il mitico denaro si mangia tutto quando lavorare con onestà e dignità a costo di qualche rinuncia è bellissimo. Invece hanno messo i film a due euro il mercoledì, una cosa devastante. Come industria il nostro indotto è di centomila lavoratori. Capisco aiutare gli studenti. Aiutiamoli sette giorni a settimana con prezzi speciali. Ma il biglietto a due euro significa umiliare il cinema». Tornano esempi più virtuosi in Europa, come quello della Francia, «dove c’è rispetto per la cultura» o come quello della Germania dove c’è quasi troppo rispetto per la cultura. «Racconto l’ultima. Andiamo a Berlino a presentare “Qualunquemente”. Un cinema strapieno. Mi dicono che sono quasi tutti tedeschi. Io sono molto emozionato e mi metto in un angolo ad ascoltare le reazioni. Un attore lo sa quali sono i punti forti di uno spettacolo, le battute più divertenti. Nulla. Un silenzio assordante. Penso: è andata male. Invece a fine proiezione scoppia un applauso pazzesco. Segue dibattito. Si alza uno spettatore che, in un italiano con forte accento germanico, mi dice: non ho mai visto niente di più drammatico». Questo accade a Berlino, locomotiva dell’Europa unita. Nelle nostre bolle italiane, da Bastogi a Capalbio, da Olginate alla Calabria di Cetto, l’unica è ridere. E prendere il magnesio.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso. Sono qualcuno, ma non avendo nulla per poter dare, sono nessuno.

Un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni. Ed è per questo che un popolo di coglioni avrà un Parlamento di coglioni che sfornerà “Leggi del Cazzo”, che non meritano di essere rispettate. Perché "like" e ossessione del politicamente corretto ci allontanano dal reale. In quest'epoca di post-verità un'idea è forte quanto più ha voce autonoma. Se la libertà significa qualcosa allora è il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire.

Anzichè far diventare ricchi i poveri con l'eliminazione di caste (burocrati parassiti) e lobbies (ordini professionali monopolizzanti), i cattocomunisti sotto mentite spoglie fanno diventare poveri i ricchi. Così è da decenni, sia con i governi di centrodestra, sia con quelli di centrosinistra.

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

Diogene di Sinope. Un giorno Alessandro Il Grande si recò a Corinto per incontrare il famoso Diogene di Sinope. L'imperatore, entrato nella botte dentro la quale il filosofo viveva, chiese se non ci fosse qualche desiderio che avrebbe potuto esaudirgli. Diogene rispose: " Si, che tu ti tolga dal mio sole". Allora Alessandro replicò:" Se non fossi Alessandro, vorrei essere Diogene". Così narrava Diogene Laerzio ne " La vita di Diogene il Cinico", principale fonte di informazioni sulla vita del filosofo di Sinope, scrive Andrea Chinappi il 29 settembre 2013 su L’Intellettuale dissidente. Figlio di Icesio, cambiavalute incarcerato per aver alterato le monete, Diogene si spostò ad Atene dove seguì gli insegnamenti di Antistene, discepolo di Socrate e fondatore della scuola cinica di Cinosarge, ginnasio ateniese. Inizialmente trattato rudemente, superò Antistene in austerità della vita e in personalità. “Colpisci pure, che non troverai un legno così duro che possa farmi desistere dall’ottenere che tu mi dica qualcosa, come a me pare che tu debba” diceva Diogene al maestro che inizialmente lo respingeva. Di Diogene non ci sono pervenuti scritti ma biografie e aneddoti che illustrano perfettamente il pensiero e il carattere del filosofo. In perenne ricerca dell’autosufficienza (autarkeia) rispetto ai bisogni giudicati superficiali dell’uomo sociale, individuava negli animali, nei mendicanti e nei bambini i modelli di vita naturale. Soprattutto questi ultimi rappresentavano per il filosofo l’esemplare di uomo non ancora corrotto dalle convenzioni sociali, a differenza di Aristotele che vedeva il bambino come semplice “uomo in potenza”, in contrapposizione all’uomo maturo portatore di valori e virtù. Per il filosofo bisognava rifiutare ogni tipo di tabù e convenzioni, disprezzare i valori correnti come il denaro e il potere, e vivere secondo natura, attraverso un esercizio fisico e morale in modo tale da restare ai margini della società e dalla polis, itinerando e presentando sé stesso come modello di vita. Si raccontava che girasse per Atene con un mantello, un bastone, una ciotola, un catino e una bisaccia, dormendo ogni tanto in una botte; quando un giorno vide un fanciullo bere nel cavo delle mani, gettò la ciotola e esclamò: “Un fanciullo mi ha dato lezione di semplicità”. Non era solito predicare o indottrinare attraverso ragionamenti articolati, ma quando voleva confutare una teoria o impartire un insegnamento utilizzava delle battute rapide dette “apoftegmi” o più spesso mediante gesti e dimostrazioni, come mettendosi a camminare in risposta alla teoria di Diodoro Crono che negava la realtà del movimento. Molti aneddoti parlano dei suoi comportamenti paragonabili a quelli di un cane, tanto che considerò come un elogio l’epiteto “cinico” (da kyon, cane), rivoltogli per i suoi atteggiamenti. Dedicò molto tempo allo studio del comportamento dei cani, elogiandone le virtù e la condotta, tanto da assumerne lo stile di vita vagabondo e addirittura la fisiologia. Secondo le storie raccontate da narratori del tempo, Diogene viveva in una botte accanto al tempio di Cibele, mangiava e defecava in pubblico. Durante un banchetto gli gettarono degli ossi, come a un cane. Diogene, andandosene, pisciò loro addosso, come un cane. (Diogene Laerzio). Diogene di Sinope fu anche il primo filosofo ad usare la parola “cosmopolita” in quanto, sempre in sprezzo alle convenzioni, si dichiarava cittadino del mondo, affermazione sorprendente in un’epoca dove il cittadino era fortemente legato alla polis di appartenenza. In viaggio verso Egina venne fatto prigioniero dai pirati, portato a Creta e messo in vendita come schiavo. Qui gli venne chiesto cosa sapesse fare, al che prontamente rispose: “Comandare gli uomini”. Venne venduto ad un uomo di Corinto chiamato Xeniade. Divenne tutore dei due figli del padrone e restò a Corinto per il resto della sua vita, predicando l’autocontrollo e amministrando con estrema cura la casa tanto che Xeniade andava dicendo “Un demone buono è venuto a casa mia”. Si narrava ancora che andasse girovagando per la città con una lanterna accesa e a chi gliene domandava la ragione rispondeva: “Cerco l’uomo”. Lo sprezzo nei confronti della società e delle convenzioni, i comportamenti bizzarri e talvolta grotteschi lo portarono ad una fama tale che per ben due volte Alessandro Magno volle incontrarlo. Lo stesso Platone lo definì “un Socrate impazzito”, con il quale il filosofo condivideva l’alto compito di moralizzare l’uomo e la società. Morì a 89 anni a Corinzio sepolto dai due figli di Xeniade: venne eretto in sua memoria un pilastro di marmo sul quale v’era incisa l’immagine di un cane. Una volta il filosofo Diogene stava cenando con un piatto di lenticchie. Per caso lo vide Aristippo, filosofo che trascorreva la vita negli agi, trascorrendo i suoi giorni a corte e adulando il re. Disse Aristippo: – Caro Diogene, se tu imparassi ad essere ossequioso con il re, non saresti costretto a dover vivere mangiando robaccia come quelle lenticchie. Al che Diogene gli rispose: – E se tu avessi imparato a vivere mangiando lenticchie, ora non saresti costretto ad adulare il re. (Diogene Laerzio, Vita dei Filosofi).

Henri-Frederic Amiel: le masse saranno sempre al di sotto della media: "Le masse saranno sempre al di sotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà, e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci. Sarà la punizione del suo principio astratto dell’uguaglianza, che dispensa l’ignorante di istruirsi, l’imbecille di giudicarsi, il bambino di essere uomo e il delinquente di correggersi. Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga. Henri-Frédéric Amiel, Frammenti di diario intimo, 12 giugno 1871

Il reddito si crea. Il reddito non si sostenta dallo Stato. Perché se nessuno produce e nessuno commercia, da chi si prendono i soldi per i consumi o mantenere una società?

Ed una società funziona se sono i capaci e competenti a farla funzionare, altrimenti si blocca.

In questa Italia cattocomunista non puoi fare nulla, perché si fotte tutto lo Stato con tasse, tributi e contributi, per mantenere i parassiti nazionali ed europei.

In questa Italia cattocomunista non puoi avere nulla, perché si fotte tutto lo Stato con accuse strumentali di mafiosità e con i fallimenti truccati, per mantenere i profittatori.

In questa Italia parlano di sostegno al lavoro, ma nulla fanno per incentivarlo a crearlo, come agevolare il credito, o come detassare, o come sburocratizzare, con eliminazione di vincoli e fardelli.

I giovani in questo modo possono inventare e creare il proprio lavoro, senza essere condannati alla dipendenza di stampo socialista.

I giovani hanno bisogno di libertà d’impresa non di elemosine.

L’Italia è un parassitario senza fondo, dove i soldi non bastano mai. Reso così dai catto-comunisti, dissimulati anche sotto mentite spoglie (5 Stelle-Lega). Quei catto-comunisti che se governano loro è democrazia, se governano gli altri è dittatura. Quei catto-comunisti che, pur minoritari affetti dalla sindrome della Resistenza, impongono il loro pensiero ideologico con manifestazioni di piazza, anche violente, disconoscendo l’opera, addirittura, dei loro stessi rappresentanti parlamentari portatori dei loro medesimi interessi. Quei catto-comunisti che vogliono il lavoro, ma non vogliono le imprese che creano lavoro. Per loro il lavoro è inteso ancora come il posto fisso statale parassitario. Oggi il lavoro si inventa, non lo si subisce o lo si cerca senza trovarlo. Si agevoli, allora, l’invenzione dell’impresa.

La differenza tra uguaglianza ed equità. Tre ragazzi di differenti altezze dietro una staccionata, intenti a seguire la partita di calcio della loro squadra del cuore. Sono poveri e non possono permettersi il biglietto di ingresso allo stadio. A tutti e tre lo Stato, per il diritto di uguaglianza, dà a disposizione una identica cassetta di legno ciascuno, per guardare oltre la staccionata. Il primo da sinistra è avvantaggiato: essendo già “alto” di suo, ha i requisiti necessari per poter vedere la partita senza l’ausilio della cassetta. Il secondo, quello al centro, ha bisogno di quella cassetta per vedere lo spettacolo e con quella ci riesce benissimo. Il terzo a destra, molto più piccolo di statura rispetto agli altri due, anche con quel supporto, non arriva a vedere oltre l’ostacolo: non le basta una cassetta per poter vedere la partita. Con l’equità il primo dei tre può fare a meno del supporto e, offrendolo al terzo in aggiunta al suo, riesce a fornirgli la possibilità di raggiungere l’altezza necessaria per vedere la partita. In Italia con i catto-comunisti c'è il diritto di uguaglianza, non di equità. Non siamo tutti uguali e non ci può essere diritto di uguaglianza, ma dare a tutti la possibilità di vedere il futuro, specie ai più meritevoli, allora sì che si ha l’equità sociale.

LA DITTATURA DEI MEDIOCRI. Scrive Stefano Zurlo il 23 febbraio 2016 su Radiomontecarlo. «Rimettere la decisione sulle cose più grandi ai più incapaci». Questo il destino della democrazia indicato, 150 anni fa, da Henri-Frédéric Amiel. Il filosofo che, dal suo pensatoio nel cuore di Ginevra, aveva già previsto i danni della demagogia di cui oggi paghiamo le conseguenze. A causa di un’«uguaglianza» politicamente corretta che ha dato il potere alla mediocrazia. Frustate sulla schiena liscia della modernità. Giudizi affilati come coltelli che scrostano la patina lucente del progresso e mostrano le piaghe dell’umanità, incamminata verso le magnifiche sorti e progressive. Aforismi che fanno a pezzi il pensiero politically correct. Forse per questo la profondità di Henri-Frédéric Amiel è inversamente proporzionale alla sua fama. In Italia, per esempio, questo irregolare svizzero, vissuto a Ginevra nell’800, non viene pubblicato da anni ed è sconosciuto ai più. Peccato, perché le sue rasoiate fanno male e quindi fanno pensare. Lampi che squarciano la notte ottusa del più ingenuo ottimismo. «L’uomo che non ha una vita interiore è schiavo del suo ambiente», scrive Amiel. Che poi, perfido, va ben oltre: «Dimmi cosa pensi di essere e ti dirò cosa non sei». Poche parole, come una scossa, per fare a pezzi la coperta soffice del pensiero dominante, quello che copre le nostre fragilità, la poca voglia di guardarci allo specchio scoprendo le nostre rughe e le cicatrici profonde che il tempo lascia sulla società. L’Illuminismo, le scoperte scientifiche, la democrazia ci spingono in avanti. C’è chi canta questo mondo favoloso, finalmente affrancato, e chi, guardandolo in controluce, ne pesa i difetti. Il conformismo, la massificazione, la democrazia ridotta a mangime per le frustrazioni del popolo. E poi la fine del rapporto antico come il mondo fra il bene e il male. Il caos come prodotto paradossale dello sforzo razionalistico dei secoli precedenti. Sembra di leggere i quotidiani di oggi, lo sgretolarsi del consorzio civile e il capovolgersi stupefacente della moralità. E invece siamo a Ginevra, a metà dell’800. Amiel è professore di letteratura francese, di estetica e di filosofia all’università. Ha tempo per riflettere, anche perché lui sta in tribuna, ai bordi, non vive l’eccitazione e non partecipa alla grande corsa. Così distilla le sue annotazioni in un’unica, monumentale, interminabile opera: il diario, il Journal intime, sterminata fucina di 16.840 pagine che sono il controcanto sommesso e formidabile ai tanti testi imbevuti come biscotti nella fede cieca del domani. Chissà, forse Amiel vede lontano perché si trova a Ginevra, la città di Calvino, uno dei luoghi chiave per capire il passaggio alla contemporaneità. Forse certi meccanismi, smontati dall’interno, mostrano prima crepe e incongruenze. Così il professore scruta con il suo binocolo il cielo e come un profeta prevede tempesta. Quella che squassa il nostro universo, ma già esemplificata nell’immane tragedia della Prima guerra mondiale. «Il destino castiga tutto ciò che è falso», ammonisce il visionario. E ancora, con quella disperazione sottile che anima tutte le Cassandre: «Un errore è pericoloso per quante più verità contiene». Sarà difficile rimediare ai disastri compiuti, ma lui con un vantaggio di 100-150 anni e con la precisione di un sociologo già disegna il nostro paesaggio: «Le masse saranno sempre al disotto della media. La maggiore età si abbasserà, la barriera del sesso cadrà e la democrazia arriverà all’assurdo rimettendo la decisione intorno alle cose più grandi ai più incapaci». Sembra una fotografia feroce e cupa scattata vicino a un seggio elettorale o davanti al Parlamento, oppure in uno dei tanti divertimentifici che riempiono l’industria delle nostre vacanze. Invece è il 12 giugno 1871 e Amiel compone la pagina forse più celebre del suo Journal. «Sarà la punizione del principio astratto dell’uguaglianza», prosegue implacabile, «che dispensa l’ignorante dall’istruirsi, l’imbecille dal giudicarsi, il bambino dall’essere uomo e il delinquente dal correggersi». Poche frasi quasi ciniche nella loro capacità di scorticare la corteccia delle nostre certezze. Facile cavarsela relegando Amiel nel limbo degli antimoderni, degli snob che disprezzano il sudore del popolo e ne temono perfino il contatto, nel girone dei misogini dove pure il docente ginevrino era di casa. Lui avanza come una ruspa, demolendo quell’illuminismo prêt-à-porter, quel radicalismo di massa che è l’ossatura del nostro oggi: «Il diritto pubblico fondato sull’uguaglianza andrà in pezzi a causa delle sue conseguenze. Perché non riconosce la disuguaglianza di valore, di merito, di esperienza, cioè la fatica individuale: culminerà nel trionfo della feccia e dell’appiattimento. L’adorazione delle apparenze si paga».

Notazioni furiose e attualissime che costringono ciascuno di noi a interrogarsi e a porsi domande scomode, quelle che in fondo in fondo restano sospese per una vita. Probabile che su Amiel abbia influito anche la biografia di un’infanzia luttuosa, a conferma che i drammi di un’epoca si mischiano alle tragedie personali: la madre Caroline muore di tubercolosi nel 1832, quando lui ha solo 11 anni e il padre Henri, negoziante, la fa finita due anni più tardi gettandosi nel Rodano. Altro che ballo Excelsior: l’esistenza ha l’andamento di un corteo funebre. Né Amiel riesce a trovare una sponda nel rigido protestantesimo che ha aperto le vie del capitalismo più aggressivo, così diverso dal cattolicesimo più autentico che tiene insieme, nel più precario ma stabile degli equilibri, la misericordia e il peccato originale. La grandezza e la miseria dell’uomo. Lui resta appartato nel suo corner, consapevole che la sua voce non verrà ascoltata: «Preferisco tacere piuttosto che parlare all’indifferenza». Ma il suo compito non cambia e lui continuerà ad annunciare fino alla morte, arrivata nel 1881 a 60 anni, quel che gli altri non vogliono sentirsi dire: «Mille cose avanzano, novecentonovantanove regrediscono: questo è il progresso». Imbattibile. Per chi non avesse inteso, ecco pronta un’altra lezione, più sottile ma non meno devastante: «La verità pura non può essere assimilata dalla folla, si deve propagare per contagio». Folgorante. Come quell’immagine definitiva che ci spalanca la visione di tutte le dittature possibili, da quella della razza a quella del brutto: «L’uomo è un automa e i suoi tic sopravvivono alle sue opinioni e ai suoi gusti».

La “mediocrazia” ci ha travolti, così i mediocri hanno preso il potere, scrive il 7 aprile 2018 Angelo Mincuzzi su L’urlo. Una «rivoluzione anestetizzante» si è compiuta silenziosamente sotto i nostri occhi ma noi non ce ne siamo quasi accorti: la “mediocrazia” ci ha travolti. I mediocri sono entrati nella stanza dei bottoni e ci spingono a essere come loro, un po’ come gli alieni del film di Don Siegel “L’invasione degli ultracorpi”. Ricordate? “Mediocrazia” è il titolo dell’ultimo libro del filosofo canadese Alain Deneault, docente di scienze politiche all’università di Montreal. Il lavoro (“La Mediocratie”, Lux Editeur) è stato tradotto in italiano dall’editore Neri Pozza, con il titolo “La Mediocrazia”. Meritava di essere pubblicato anche in Italia, se non altro per il dibattito che ha saputo suscitare in Canada e in Francia. Deneault ha il pregio di dire le cose chiaramente: «Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia – scrive all’inizio del libro -, niente di comparabile all’incendio del Reichstag e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato nessun colpo di cannone. Tuttavia, l’assalto è stato già lanciato ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». Già, a ben vedere di esempi sotto i nostri occhi ne abbiamo ogni giorno. Ma perché i mediocri hanno preso il potere? Come ci sono riusciti? Insomma, come siamo arrivati a questo punto? Quella che Deneault chiama la «rivoluzione anestetizzante» è l’atteggiamento che ci conduce a posizionarci sempre al centro, anzi all’«estremo centro» dice il filosofo canadese. Mai disturbare e soprattutto mai far nulla che possa mettere in discussione l’ordine economico e sociale. Tutto deve essere standardizzato. La “media” è diventata la norma, la “mediocrità” è stata eletta a modello.

Chi sono i mediocri. Essere mediocri, spiega Deneault, non vuol dire essere incompetenti. Anzi, è vero il contrario. Il sistema incoraggia l’ascesa di individui mediamente competenti a discapito dei supercompetenti e degli incompetenti. Questi ultimi per ovvi motivi (sono inefficienti), i primi perché rischiano di mettere in discussione il sistema e le sue convenzioni. Ma comunque, il mediocre deve essere un esperto. Deve avere una competenza utile ma che non rimetta in discussione i fondamenti ideologici del sistema. Lo spirito critico deve essere limitato e ristretto all’interno di specifici confini perché se così non fosse potrebbe rappresentare un pericolo. Il mediocre, insomma, spiega il filosofo canadese, deve «giocare il gioco».

Giocare il gioco. Ma cosa significa? Giocare il gioco vuol dire accettare i comportamenti informali, piccoli compromessi che servono a raggiungere obiettivi di breve termine, significa sottomettersi a regole sottaciute, spesso chiudendo gli occhi. Giocare il gioco, racconta Deneault, vuol dire acconsentire a non citare un determinato nome in un rapporto, a essere generici su uno specifico aspetto, a non menzionarne altri. Si tratta, in definitiva, di attuare dei comportamenti che non sono obbligatori ma che marcano un rapporto di lealtà verso qualcuno o verso una rete o una specifica cordata. È in questo modo che si saldano le relazioni informali, che si fornisce la prova di essere “affidabili”, di collocarsi sempre su quella linea mediana che non genera rischi destabilizzanti. «Piegarsi in maniera ossequiosa a delle regole stabilite al solo fine di un posizionamento sullo scacchiere sociale» è l’obiettivo del mediocre. Verrebbe da dire che la caratteristica principale della mediocrità sia il conformismo, un po’ come per il piccolo borghese Marcello Clerici, protagonista del romanzo di Alberto Moravia, “Il conformista”. Comportamenti che servono a sottolineare l’appartenenza a un contesto che lascia ai più forti un grande potere decisionale. Alla fine dei conti, si tratta di atteggiamenti che tendono a generare istituzioni corrotte. E la corruzione arriva al suo culmine quando gli individui che la praticano non si accorgono più di esserlo.

I mali della politica. All’origine della mediocrità c’è – secondo Deneault – la morte stessa della politica, sostituita dalla “governance”. Un successo costruito da Margaret Thatcher negli anni 80 e sviluppato via via negli anni successivi fino a oggi. In un sistema caratterizzato dalla governance – sostiene l’autore del libro – l’azione politica è ridotta alla gestione, a ciò che nei manuali di management viene chiamato “problem solving”. Cioé alla ricerca di una soluzione immediata a un problema immediato, cosa che esclude alla base qualsiasi riflessione di lungo termine fondata su principi e su una visione politica discussa e condivisa pubblicamente. In un regime di governance siamo ridotti a piccoli osservatori obbedienti, incatenati a una identica visione del mondo con un’unica prospettiva, quella del liberismo. La governance è in definitiva – sostiene Deneault – una forma di gestione neoliberale dello stato, caratterizzata dalla deregolamentazione, dalle privatizzazioni dei servizi pubblici e dall’adattamento delle istituzioni ai bisogni delle imprese. Dalla politica siamo scivolati verso un sistema (quello della governance) che tendiamo a confondere con la democrazia. Anche la terminologia cambia: i pazienti di un ospedale non si chiamano più pazienti, i lettori di una biblioteca non sono più lettori. Tutti diventato “clienti”, tutti sono consumatori. E dunque non c’è da stupirsi se il centro domina il pensiero politico. Le differenze tra i candidati a una carica elettiva tendono a scomparire, anche se all’apparenza si cerca di differenziarle. Anche la semantica viene piegata alla mediocrità: misure equilibrate, giuste misure, compromesso. È quello che Denault definisce con un equilibrismo grammaticale «l’estremo centro». Un tempo, noi italiani eravamo abituati alle “convergenze parallele”. Questa volta, però, l’estremo centro non corrisponde al punto mediano sull’asse destra-sinistra ma coincide con la scomparsa di quell’asse a vantaggio di un unico approccio e di un’unica logica. Che fare? La mediocrità rende mediocri, spiega Denault. Una ragione di più per interrompere questo circolo perverso. Non è facile, ammette il filosofo canadese. E cita Robert Musil, autore de “L’uomo senza qualità”: «Se dal di dentro la stupidità non assomigliasse tanto al talento, al punto da poter essere scambiata con esso, se dall’esterno non potesse apparire come progresso, genio, speranza o miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido e la stupidità non esisterebbe». Senza scomodare Musil, viene in mente il racconto di fantascienza di Philip Klass, “Null-P”, pubblicato nel 1951 con lo pseudonimo di William Tenn. In un mondo distrutto dai conflitti nucleari, un individuo i cui parametri corrispondono esattamente alla media della popolazione, George Abnego, viene accolto come un profeta: è il perfetto uomo medio. Abnego viene eletto presidente degli Stati Uniti e dopo di lui i suoi discendenti, che diventano i leader del mondo intero. Con il passare del tempo gli uomini diventano sempre più standardizzati. L’homo abnegus, dal nome di George Abnego, sostituisce l’homo sapiens. L’umanità regredisce tecnologicamente finché, dopo un quarto di milione di anni, gli uomini finiscono per essere addomesticati da una specie evoluta di cani che li impiegano nel loro sport preferito: il recupero di bastoni e oggetti. Nascono gli uomini da riporto. Fantascienza, certo. Ma per evitare un futuro di cui faremmo volentieri a meno, Deneault indica una strada che parte dai piccoli passi quotidiani: resistere alle piccole tentazioni e dire no. Non occuperò quella funzione, non accetterò quella promozione, rifiuterò quel gesto di riconoscenza per non farmi lentamente avvelenare. Resistere per uscire dalla mediocrità non è certo semplice. Ma forse vale la pena di tentare.

Il trionfo della Mediocrazia spiegato da un filosofo. Nel Settecento si facevano strada grazie agli intrighi. Oggi si moltiplicano ovunque (politica, scienza, cultura) travestiti da esperti. Il canadese Alain Deneault svela le ragioni della loro ascesa, scrive Anais Ginori su "La Repubblica" il 25 gennaio 2017. «Non c’è stata nessuna presa della Bastiglia, niente di paragonabile all’incendio del Reichstag, e l’incrociatore Aurora non ha ancora sparato un solo colpo di cannone. Eppure di fatto l’assalto è avvenuto, ed è stato coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere». Il filosofo canadese Alain Deneault non pensava di avere così tanto successo quando ha pubblicato il suo saggio sulla rivoluzione silenziosa che ci ha fatto precipitare nel regno del conformismo.

Il suo La Mediocrazia, pubblicato ora anche in Italia, ha provocato una presa di coscienza tra molti lettori.

«Evidentemente ho captato qualcosa, un malessere, che era nell’aria» commenta Deneault seduto in un caffè dal design retrò. «Nell’America del Nord persino i caffé sono tutti così omologati» confessa il filosofo cinquantenne che insegna sia a Montreal che a Parigi ed ha già pubblicato numerosi studi sui paradisi fiscali.

In quale momento storico ha inizio la Mediocrazia?

«È interessante vedere quando nasce la parola. Una prima descrizione degli esseri mediocri è fatta da Jean de La Bruyère nel Settecento. Nella sua galleria di caratteri descrive Celso, un uomo che ha scarsi meriti e non possiede abilità particolari ma riesce a farsi strada tra i potenti grazie alla conoscenza di intrighi e pettegolezzi. Nell’Ottocento il mediocre ha nuove pretese: non è solo in cerca di favoritismi e compiacenze, ma tenta di essere protagonista nel mondo politico, culturale, scientifico. È in quel momento che appare il termine mediocrazia. Ne parla ad esempio il poeta Louis Bouilhet citato da Gustave Flaubert, denunciando la “cancrena” della società».

Il mediocre è un uomo senza qualità?

«Non per forza. Mediocre è chi tende alla media, vuole uniformarsi a uno standard sociale. In breve: è il conformismo. Robert Musil diceva: “Se la stupidità non somigliasse così tanto al progresso, al talento, alla speranza o al miglioramento, nessuno vorrebbe essere stupido”. Esistono mediocri di talento. Un tecnico delle luci di una tv commerciale può essere bravo e dedito quanto uno del Piccolo di Milano. Anzi, spesso serve ancor più impegno, dedizione. La Mediocrazia riconsoce alcuni meriti, ma solo alcuni».

È un golpe invisibile, senza dover sparare un colpo.

«L’ingranaggio sociale si è attivato con la prima rivoluzione industriale. Karl Marx l’aveva intuito. Il capitale ha reso i lavoratori insensibili al contenuto stesso del lavoro. La mediocrazia è l’ordine in funzione del quale i mestieri cedono il posto a una serie di funzioni, le pratiche a precise tecniche, la competenza all’esecuzione pura e semplice. Il lavoro diventa solo un mezzo di sostentamento, con una progressiva perdita di soggettività. Una situazione che provoca malessere sociale».

Negli anni Ottanta la fine ideologie e il trionfo del neoliberismo segnano una nuova svolta: è così?

«Già prima, nel Dopoguerra, si sviluppa il concetto di governance con la comparsa di grande aziende e multinazionali, poi mutuato da alcuni leader politici come Margaret Thatcher e Ronald Reagan. Nella governance la misura dell’efficacia è la salute del settore economico e finanziario. Così muore la politica, cancellata dai diktat manageriali. Basta osservare il linguaggio nel dibattito pubblico. Non parliamo più di popolo ma di società civile, i cittadini diventano partner, riprendendo appunto un lessico del settore privato anche nella politica e le relazioni sociali. E oggi vediamo Emmanuel Macron che si vanta di essere pragmatico, sentiamo parlare di realismo da parte di Manuel Valls. Nel 2012 François Hollande si è fatto addirittura eleggere con lo slogan di “Presidente normale”».

Perché ha deciso di scrivere un libro su questo tema?

«Abbiamo davanti problemi troppo gravi: il riscaldamento climatico, l’inquinamento atmosferico, il crollo delle istituzioni pubbliche. Ci sono tante e tali minacce che non possiamo accontentarci di affidare il potere a capetti senza visione e senza convinzioni. Siamo a una svolta, un momento in cui la gente soffre nel doversi piegare a norme sbagliate. Le nostre società sono piene di persone che finiscono in depressione, vanno avanti con gli psicofarmaci. Ci sentiamo oppressi da strutture sociali vessatorie, alienanti. Siamo sottoposti a una dittatura soft della norma, dello standard unico. E se non ci adeguiamo veniamo rigettati, espulsi. In sintesi: la governance è la teoria, la mediocrazia è la modalità. E l’estremo centro è l’ideologia».

L’estremo centro? Che intende?

«La mediocrazia fa sì che non ci sia più molta differenza tra Donald Trump e Alexis Tsipras. In ogni caso si applica un solo programma: sempre più capitali per le multinazionali e i paradisi fiscali, meno diritti per i lavoratori, meno soldi per il servizio pubblico. Queste scelte vengono presentate come ineluttabili e soprattutto come ragionevoli. Chi non si vuole allineare viene trattato da irragionevole, pericoloso, non realista. L’estremo centro cancella la distinzione tra destra e sinistra, si presenta come visione unica ed esclusiva, esprimendo intolleranza per tutto ciò che tenta di rappresentare un’alternativa. E non può essere messo in discussione anche se è distruttore dal punto di vista ambientale, socialmente iniquo e intellettualmente imperialista».

Non esiste nessuna alternativa, come diceva Thatcher?

«L’alternativa che si profila in questo momento all’estremo centro è il ritorno a metodi di governo violenti, brutali, una sorta di ritorno alle origini dello Stato primitivo. E quello che vediamo con i vari Trump, Le Pen. È una differenza di tono, di immagine. In Canada abbiamo avuto come premier Stephen Harper, che era più a destra di certi Repubblicani americani, e ora abbiamo il giovane liberal Justin Trudeau. Ma è un cambio apparente. Uno è arrabbiato, l’altro sorride sempre. Alla fine il programma, e gli interessi rappresentati, sono gli stessi».

Lei denuncia l’ascesa degli “esperti” nel mondo accademico e nei media. Cosa rimprovera loro esattamente?

«L’esperto è una figura centrale della mediocrazia: si sottomette alle logiche della governance, sta al gioco, non provoca mai scandalo, insegue obiettivi. È la morte dell’intellettuale, come lo descrive Edward Saïd in un saggio, Dire la verità. Intellettuali e potere. Si tratta di un sofista contemporaneo, retribuito per pensare in una certa maniera, che lavora per consolidare poteri accademici, scientifici, culturali. I veri intellettuali seguono interessi propri, curiosità non dettate a comando, possono uscire dal gioco. Un giovane ricercatore universitario ha davanti a sé un bivio. Se vuole essere semplicemente un esperto ha buone possibilità di fare carriera, ottenere una cattedra, finanziamenti. Se ha il coraggio di restare un intellettuale puro avrà un futuro molto più incerto. Magari non finirà assassinato come Rosa Luxembourg o incarcercato come Antonio Gramsci, ma non è più certo di poter diventare un professore come Saïd o Noam Chomsky. Ha buone chances di restare precario tutta la vita».

Quali sono le reazioni possibili per combattere la mediocrazia?

«Nel libro ho elencato almeno cinque modi. C’è chi rifiuta le facezie e le aberrazioni della società contemporanea e si mette in disparte: è l’uomo che dorme, come diceva Georges Perec. Esiste il mediocre per difetto, che subisce tutte le menzogne, soffre in silenzio ma si consola quando vince la sua squadra del cuore o può progettare una vacanza al mare. La vera piaga è il mediocre zelante, maestro del compromesso: il presente gli somiglia, il futuro gli appartiene. Poi c’è il mediocre per necessità, consapevole della situazione ma che tiene famiglia, non può permettersi il lusso di uscire dai ranghi. E infine ci sono i fustigatori della mediocrazia: sono pochi, ma possono tentare di allearsi con i mediocri in disparte e quelli per necessità. La loro unione può portare alla nascita di movimenti come Occupy o le Primavere arabe. Nonostante mille difetti queste insurrezioni tentano di sovvertire le fondamenta delle istituzioni mediocratiche. E magari altri mediocri, fiutando il vento, potrebbero allora decidere di unirsi a loro per conformismo. È già successo. L’abbiamo visto negli anni Sessanta e Settanta, quando molte persone sono diventate fintamente di sinistra».

I pericoli dell'anarco-marxismo dietro la democrazia diretta. Il potere anche se espropriato finisce ai dirigenti politici, non certo al popolo, scrive Francesco Alberoni, Domenica 07/10/2018, su "Il Giornale". La democrazia moderna è nata dalla concezione di Hobbes e Locke. Essa distingue fra governanti e governati. I governati rinunciano al loro potere a favore dei governanti (classe politica, Parlamento) perché garantisce loro la pace, la proprietà e il rispetto dei diritti fondamentali e inalienabili. Se i governanti governano male verranno sostituiti. A questa concezione, in epoca moderna si sono opposte in modo radicale due concezioni: quella marxista e quella anarchica. Il marxismo nega la funzione dell'imprenditore. L'imprenditore, chiamato capitalista, deruba il lavoratore di parte del suo lavoro (plusvalore) e con questo acquista i mezzi di produzione con cui ruberà altro pluslavoro ad altri lavoratori. Bisogna perciò espropriarlo di questo furto e restituire il maltolto ai lavoratori. E chi inventerà, chi dirigerà la produzione? I lavoratori stessi. In realtà i lavoratori da soli non organizzano e non dirigono niente. Dopo la rivoluzione sovietica a farlo sarà lo Stato, in realtà la classe politica formata dai dirigenti del Partito comunista. Gli anarchici invece negano la funzione dei governanti: il popolo sa fare tutto da solo. In questo caso bisogna espropriare i politici del loro potere e restituirlo al popolo. Questa idea, che si è realizzata nel passato nelle piccole comunità come decisione di tutti i cittadini riuniti in assemblea, è stata riportata alla ribalta in Italia dai Cinque Stelle come democrazia diretta attraverso il web in cui il popolo fa tutte le leggi, prende tutte le decisioni senza bisogno di una classe politica e dirigente. Dove viene applicato questo sistema il potere lo prendono i dirigenti del partito. Di solito promettendo anche ciò che non potranno dare, e lo conservano con la repressione.

In Italia per molto tempo è stato diffuso il marxismo, oggi si è fatto strada l'anarchismo e il mito della democrazia diretta. È strano che queste concezioni e il tipo di conseguenze che hanno sul sistema politico ed economico non siano oggetto di analisi e di approfondimenti sulla stampa e la tv perché si tratta di una svolta radicale che stiamo vivendo ed è la causa del disagio di questa nostra epoca ed è un pericolo per la democrazia.

Umberto Eco, quando disse che "I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli", scrive Otello Lupacchini, Giusfilosofo e magistrato, il 26 febbraio 2016 su "Il Fatto Quotidiano". In una lectio magistralis tenuta all’università di Torino, nel giugno del 2015, Umberto Eco scatenò un ampio dibattito pubblico affermando: “I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli”. Molti furono coloro che insorsero contro quella che ritennero un’arrogante manifestazione di cultura élitaria da parte del Maestro, non avendo neppure percepito il senso di quella sua semplice constatazione, tesa a stigmatizzare piuttosto il fatto che, per ripetere la metafora di Alex Horowitz, il cittadino del ventunesimo secolo somiglia sempre più a una fulminea lepre della tecnologia, la quale si comporta e comunica come una tartaruga dell’etica, cioè disconosce o ignora volontariamente i limiti e i rischi etico-dialogici delle opportunità tecniche offertegli dagli strumenti avanzatissimi che ha in mano, senza perciò migliorare la qualità di ciò che ci scambia. In ogni caso, simili scomposte e chiassose reazioni sono sintomatiche esse stesse d’imbecillità, intesa questa come condizione umana di cui si hanno continue manifestazioni su scala anche vasta e nei campi più disparati, vita politica compresa, diffusa statisticamente in modo uniforme nel tempo e nello spazio, senza distinzioni di titolo di studio, di professione, di reddito; con alcune concentrazioni statistiche, tuttavia, di cui sarebbe interessante ricercare ragioni e modalità di sviluppo. Bisogna stare attenti agli indizi, perché gli imbecilli sono pericolosi, molto di più dei mascalzoni, perché se non ci fossero tanti imbecilli in giro non sarebbe così facile trovare un furbone che li seduce. Non sempre, per individuarli, basta l’aspetto fisico, poiché spesso esibiscono facce convincenti, fronti inutilmente spaziose, tratti d’eleganza, magari posticcia. Più significativi i tic verbali e le frasi fatte: se afferma che il liberalismo è di sinistra; se parla della famiglia e della religione, della scuola e dei bambini, tirando fuori i “valori”; se dice che Roberto Benigni ha avvicinato il pubblico alla Divina commedia, o che Luciano Pavarotti i giovani alla lirica; se pensa di dissimulare una patente mutazione genetica definendola un mero ribilanciamento; beh, questi sono indizi gravi d’imbecillità, ma ancora insufficienti, da soli, per una definizione della categoria, generale e dettagliata a un tempo. Occorre, dunque, rivolgere altrove lo sguardo. Una ricerca dei sintomi di imbecillità catalogati in passato, condotta in ambito filosofico, lascia francamente delusi: tutti i grandi interrogativi dell’uomo, quali la morte, l’esistenza e l’essenza, la vita, l’essere e il non essere, hanno trovato spazio in vasti sistemi interpretativi; non anche, però, l’imbecillità, che il suo filosofo lo sta ancora aspettando. Ciò non significa, comunque, che diversi pensatori non abbiano girato intorno alla questione; che almeno talvolta non l’abbiano sfiorata. Si pensi, per esempio, a Platone: cosa sarebbe il suo celebre mito della caverna nella Repubblica, se non la storia di una banda d’imbecilli, che scambiano lucciole per lanterne? E che dire di Cartesio? Cos’è il suo “Cogito, ergo sum”, se non una macchina da guerra contro l’imbecillità? Non s’è mai visto, infatti, un imbecille che pensa, là dove, invece, li si sente continuamente esclamare: “Non ci avevo pensato”. E il dubbio che Cartesio pone al centro della propria dimostrazione, non è forse l’esatto opposto dell’approccio tipico dell’imbecille? Sottolineò, in proposito, Voltaire che “il dubbio non è piacevole, ma la certezza è ridicola. Solo gli imbecilli sono sicuri di ciò che dicono”. È paradossale, insomma, che l’imbecillità nella teoria filosofica sia niente, quando basta interessarsi alla storia per rendersi conto, invece, di come ne fioriscano gli esempi. Si pensi a Luigi XVI che nel suo diario del 14 luglio 1789 aveva annotato: “Oggi niente…”. Ma si sa, con i re non c’è da stupirsi: nulla v’è di peggio del ‘figlio di’ che succede al padre, basti vedere i danni che subiscono le aziende quando il junior eredita l’impero senza averne le competenze. Per dirla con Pino Aprile, se “l’intelligenza, per le società umane, è sabbia negli ingranaggi”, che rischia di fare inceppare i meccanismi, “l’acume, o semplicemente il buon senso, portano confusione”; ciò spiega la gran quantità d’imbecilli chiamati a ricoprire ruoli decisivi, eppur capaci di calarsi subito nella parte, i quali, forse convinti del cataclisma che di lì a poco scateneranno, si sentono in obbligo di pronunciare almeno una frase memorabile. Fortunatamente, la pochezza dei molti è controbilanciata dalla genialità di alcuni, si pensi a Mao Tsetung, il “libretto rosso” delle cui massime, ancora pargolo pieno d’ambizioni, vidi, in fotografia, agitare, ma mai leggere, da folle oceaniche. Quale messe d’insegnamenti! Quale concentrato di sapere! A ogni pagina una sensazionale scoperta; il frutto di una sapienza millenaria. Spigolo: “Se il partito non applica una politica giusta, applica una politica errata”; “Se non si applica una politica consapevolmente, la si applica ciecamente”; “Dove la scopa non arriva, la polvere da sola non se ne va”. Tutte verità sacrosante! “Quali sono i nostri amici e quali i nostri nemici? Ecco un problema che nella guerra ha un’importanza capitale”. Giustissimo: sarebbe dolorosissimo credere d’aver vinto e accorgersi, dopo il combattimento, d’aver sbaragliato gli amici anziché i nemici. “Tra gli scopi della guerra, la distruzione delle forze nemiche è lo scopo principale”, profonda verità: sarebbe un errore bombardare il proprio esercito e circondare di affettuose attenzioni l’esercito nemico. “È del tutto falso asserire che prevalgano gli errori, quando prevalgono i successi”, l’asserzione è un po’ audace; anche peggio sarebbe asserire, però, che prevalgano i successi, quando prevalgono gli errori.

Identikit del cretino per capire l’Italia: il bestiario ironico di Fruttero e Lucentini. Dal piagnisteo collettivo all’abitudine di scaricare le colpe. Il libro disponibile da martedì. Alla Fondazione Corriere della Sera un evento a loro dedicato, scrive Paolo Di Stefano il 16 novembre 2018 su "Il Corriere della Sera". È sorprendente come l’identikit del cretino, disegnato da Carlo Fruttero e Franco Lucentini a partire dagli anni Ottanta, riesca ad acquisire un profilo ancora più nitido alla luce dell’imbecillità attuale. Al punto da avvalorare il titolo del nuovo libro, «Il cretino è per sempre» (Oscar Mondadori), costruito da Carlotta Fruttero (figlia di Carlo). Ad eccezione dell’esilarante racconto iniziale (le inedite «Istruzioni per l’uso dell’Italia» preparate nel 1997 per il lettore tedesco), si tratta di «pezzi» firmati, nel corso di un ventennio, dalla coppia più famosa della letteratura italiana.

L’idea del cretino. Nell’introdurre questo «viaggio d’autore nell’Italia che non cambia mai» (sottotitolo), Michele Serra ha maturato una sua idea del cretino prefigurato da F&L, che coinciderebbe con il lagnoso, e cioè l’irresponsabile, colui il quale attribuisce agli altri ogni sua caduta, disgrazia, errore, dabbenaggine. «Tutto il mondo — si legge in un articolo del 1982 — sta ormai facendo una lagna tremenda. La fanno gli operai e gli industriali, i poliziotti e i carcerati, i tassati e i tassatori, i giovani, i vecchi, i transessuali, i medici, i paramedici, i giornalisti, i tramvieri». E i politici? Beh, basta pensare all’allegra consuetudine dello scaricabarile: il disastro di Roma? La lagna risponde che è stato ereditato dal sindaco precedente... E il sindaco precedente? La catastrofe è stata ereditata dal sindaco di prima... E così via lagnandosi a ritroso, finisce tutto sulle spalle di Giulio Cesare.

Il grande piagnisteo collettivo. E va da sé che al grande piagnisteo collettivo collabora attivamente anche il lagnoso cittadino comune quando rivendica che se abita in una casa abusiva è colpa della burocrazia e se le strade sono piene di cicche è perché il comune... Lagna su lagna, persino la meno aggirabile delle disgrazie, la morte, finisce per essere sempre a carico di qualcun altro: inadempienze, omissioni, cialtronerie, incompetenze (dei legislatori che non hanno legiferato, dei controllori che non hanno controllato, delle strutture sanitarie impreparate, dell’amministratore corrotto, del bagnino distratto...). «Pretendiamo ormai di vivere in garanzia».

Il lagnoso e la farsa. Ma aprendo un poco il grandangolo sul bestiario formicolante di F&L, la messinscena del lagnoso appare come parte di uno spettacolo più maestoso, la gigantesca farsa italiana che si nutre di quotidiane farse minori su cui i due scrittori posano il loro sguardo tra l’ironico, il comico e lo sferzante: i cretini sono sempre pronti a inscenare una farsa, e c’è sempre una farsa a disposizione del cretino. Ecco che il libro ricostruito per il lettore del 2018 come fosse davvero una diagnosi ex novo del famoso carattere nazionale ci illustra per piccoli sondaggi in forma di cronaca, di apologo, di racconto filosofico, di dialogo, di favoletta, di rapido corsivo un vasto repertorio di spettacoli-farsa: i ministri infantiloidi intervistati da giornalisti infantiloidi e votati da cittadini infantiloidi; le folle compresse in estasi davanti a un Manet («ma questi sono qui per Manet o per poter pensare e dire di aver visto Manet?»); l’eufemismo da treno (per comunicare il ritardo); il rito sfinente del tema scolastico; le veline dei Tg (vivaci come un rubinetto che perde); gli chef che sfornano «anguille sublimi» e «timballi inarrivabili»; i libri banditi come fossero merce da dj; i cortei di protesta (contro un muro da abbattere che pochi sanno dov’è, qual è, e forse non c’è); la sciatteria del linguaggio pubblico, tra «nutella lessicale» e «forbita lingua da pattumiera»; la catena dei condoni e dei condoni dei condoni; la parata dei «frivoli tromboni», delle «piccole volpi politiche» e dei «grossi sciacalli» sulle rovine fumanti dopo le catastrofi, dove «tutti se la prendono con tutti e tutti paralizzano tutti». Era il dicembre 1980 dopo il terremoto dell’Irpinia. Sembra oggi dopo il crollo del ponte Morandi. Eternamente in bilico tra solennità e squallore, tra autoassoluzione e filippica, fra tragedia e comicità, il cretino è per sempre, ed è sempre di più.

Per capire il paese reale vinci l’orrore, e guarda “Uomini e donne”, scrive il 17 novembre 2018 L’Inkiesta. Ode al programma che più di ogni altro definisce le dinamiche sociali e amorose del Belpaese, il vero capolavoro di Berlusconi e Maria De Filippi. Che non è trash. È la realtà italiana. Poche cose al mondo della nostra televisione credo sappiano raccontare l’Italia, i suoi balconi affacciati sulle umane attese, allo stesso modo di “Uomini e donne”, capolavoro mediatico di Maria De Filippi, un dating show pomeridiano da lei condotto con distaccato interesse, postura da attesa dell’aliscafo sui gradini, Canale 5, fascia cruciale per un pubblico sinceramente, spietatamente popolare. Lo scrittore Goffredo Parise, commentando le foto del barone Von Gloeden, aristocratico omosessuale tedesco che tra ‘800 e ‘900 amava ritrarre nudi i ragazzi di Taormina ispirandosi alla Grecia e all’Arcadia, provò a ravvisare in quei volti i progenitori dei nostri contemporanei, destinati a diventare chi assessore e chi carabiniere. I pronipoti dei fauni ritratti dal barone si sono forse spettacolarmente reincarnati nelle creature presenti negli studi dove Maria De Filippi li rende “tronisti” o “troniste”, ancora meglio se “Over”, spettacolo dedicato agli ultraquarantenni e perfino più su; i protagonisti di “Uomini e donne” sono infatti lo spietato terminale antropologico dell’“orgogliosa razza italica”, i nostri parenti, i nostri vicini, i nostri cognati, i nostri zii e zie, talvolta perfino noi stessi, i volti “lavorati” dai nostri cugini che, metti, hanno scelto di diventare parrucchieri e visagisti, non certo dedicarsi alla lettura dei “Sillabari” del citato Parise, e ancor meno di Pasolini dell'omologazione culturale. Provo a dirla meglio: maschio e femmina medi, curati nei dettagli fin dalla barba, metti, come un Massimo Bossetti o una dirimpettaia procace, visi perfetti per figurare se non proprio nell’osceno leggendario “Autoscatto” di un tempo, piuttosto nella platea dei protagonisti del “Trono Over”, nome e bocciolo di rosa al petto; pronti, lui, lei, l’altro, l’altra e ogni altro ancora, a rendere l’idea di una “romantica” assemblea condominiale: incontrarsi, studiarsi, scrutarsi, piacersi, blandirsi, scazzare, mettere il muso, sentirsi talvolta un cazzo e un barattolo, come dicono a Roma. Così nel gioco dell’oca e dell’oco del corteggiamento davanti alle telecamere, e ancora precipitare giù dallo scivolo del (presunto) “fascino” maschile o femminile, dove questa parola, un tempo magica, si carica di doverosa banalità.

Così nel gioco dell’oca e dell’oco del corteggiamento davanti alle telecamere, e ancora precipitare giù dallo scivolo del (presunto) “fascino” maschile o femminile, dove questa parola, un tempo magica, si carica di doverosa banalità

Sarebbe tuttavia un errore catalogare il tutto sotto la voce perfino edificante del trash, magari pensando che le liti tra Gemma Galgani e Tina Cipollari, o la presenza di Gianni Sperti, summa di ballerino sedentario, siano il sale di Uomini e donne. È semmai l’insieme a dare solennità: lo Stivale dei maschi e delle femmine italici che, come la foresta di Macbeth, si muove prodigiosamente per mostrarsi e finalmente accedere - direbbe la canzone dei Matia Bazar - a un’ora d’amore. Aggiungo che il momento più alto della trasmissione, ripeto, da Maria De Filippi condotta con distaccata perizia da sala d'attesa, non inquadra tanto i fregni (i “tronisti”, vedi: Costantino Vitagliano, forse l’unico vero erede di Rodolfo Valentino che la tv abbia mai saputo generare) destinati infine al gradino superiore del Grande Fratello, il vero picco semmai giunge, appunto, con il Trono Over, i vecchi, i non più giovani, le tardone, le milf, carburante da sempre dell’onanismo nazionale. Chi scrive, vanta una ipnotica frequentazione di Uomini e donne, da quando a brillare accanto a Tina c’era “la signora Claudia” Montanarini, sorta di Catherine Deneuve di Vigna Stelluti o forse via Cola di Rienzo, luoghi assoluti della topografia capitolina, dove quest’ultima ambiva alla mano di Roberto, che, a sua volta, offriva alla dama un anello con “brillocco”, non se ne fece nulla, così, poco dopo, giunse Benny, cioè Benedetto, palermitano, ballerino convinto, passi da scimmia di Villa d’Orléans; Benny addirittura rilanciava portando in dote un appartamento, aprezzabili le immagini di sfondo del “villino” di città che il cavaliere sicano offriva alla fortunata, Benny non giovanissimo, alla frase: «Sarebbe bello avere anche dei figli», con strascico d’accento da impiegato di concetto dell’Enasarco, tuttavia chiosò: «Questo mi pare un po’ difficile». Soffermarsi sulle prime, le seconde e le terze file di chi è giunto in studio per corteggiare o magari essere corteggiato, notato, conquistare un tozzo di attenzione, un miracolo per maschi e femmine non più freschi, esponenti tutti di un’Italia da libretto della pensione nel comodino, la mobilia di fòrmica in cucina a fare da fondale. Domanda: è forse un’agenzia matrimoniale o si tratta piuttosto dell’eco delle canzoni afflitte di Aznavour?

Gli uomini sono gli stessi che, nelle proprie villette, al piano interrato, non hanno potuto fare a meno di prevedere, già in fase di costruzione, una stanza da battezzare “tavernetta”, le pareti magari foderate di sughero, come già Marcel Proust, possibile sala da pranzo per gustare il Pata Negra o anche da trasformare in alcova, le mutandine verde malva della dama rimaste sul pavimento. Le donne che sognano le estati all’agriturismo “Il Tucano” o al villaggio turistico, a sera l’abito lungo e la pochette per danzare, dopo avere passato magari il pomeriggio al minigolf; le nostre zie, i nostri zii…Il vero picco semmai giunge, appunto, con il Trono Over, i vecchi, i non più giovani, le tardone, le milf, carburante da sempre dell’onanismo nazionale.

A volte penso che il vero capolavoro della televisione di Silvio Berlusconi sia proprio Uomini e donne, chissà se è Maria De Filippi ne è cosciente, non Amici o C’è posta per te, non Stranamore, non Drive In. Certi giorni, muovendo da quel format torna in mente un collega di mio padre, i capelli un po’ lunghi sulle spalle, la Porsche, il maglione mod “Coppa Davis” annodato sulle spalle, immagino proprio lui tra i partecipanti, improbabile eppure corteggiato, intuisco che a un certo punto inviti a ballare Gemma o chi per lei, trovo quasi lo sguardo di invidia di Antonio Jorio (già, che fine ha fatto Antonio, che poteva pure vantarsi romanziere?),il fascino del brizzolato, un frasario assai povero e tuttavia che conquista, «…lo sa che sei tanto bella!», «…come sei romantico», e poi, «…balliamo? Sì, balliamo», se non Aznavour perfino un brano di Adele, le mani di lei sul collo di lui, «la tua giacca sul mio viso…». Certi giorni penso che sarebbe bello trovare un modo, camuffato, i baffi finti, per stare tra il pubblico, osservarli da vicino: Gemma Galgani, che in una foto d'anni fa si accompagnava a Walter Chiari, insieme allo stadio o magari all'ippodromo, già, più uno scatto da ippodromo. Mi immagino a osservare ogni dettaglio, deferente mentre chiedo l’autografo a Tina, infine provare a domandare che sorte abbia avuto Elga Profili, che ricordo procace, avvocatessa e marchigiana. Mi immagino perso nel Mercante in Fiera, il mazzo dell’attesa dell’amore, non Stambecco o Giapponesina o Lattante o Mietitrice, semmai vistosi orecchini, gilet, barbe ritagliate, i pantaloni troppo corti che mostrano le caviglie, e poi l’ambito Rocco. Dove risiede il fascino del cinquantenne Rocco? E che pensieri avranno Sossio, Raffaele, Davide, Gian Battista, Luciano, Sebastiano e Roberto (non quello dell’anello, ma uno nuovo, un altro ancora) e Gerardo, e poi sul lato opposto Cosima, Andreina e tutte le altre? Guardi ancora e ti domandi se, amore a parte, penseranno qualcosa anche di Salvini e del suo “decreto sicurezza”, e dello sgombero di Baobab. Adesso che è il momento di ballare spicca però soltanto la giacca scacchi da amministratore di condominio di Paolo, e su tutto le cosce e le sopracciglia di Roberta, sarà poi vero che lei stia cercando un nuovo compagno o le basti piuttosto la soddisfazione d’essere indicata in strada: «…la vedi, quella? È Roberta di Uomini e donne, che fregna!» Guardi ancora e ti domandi se, amore a parte, penseranno qualcosa anche di Salvini e del suo “decreto sicurezza”, e dello sgombero di Baobab e del reddito di cittadinanza o di inclusione e Renzi e Paola Taverna, e chissà se alcuni di loro sono mai andato a Predappio, alla tomba di Mussolini, o piuttosto se quell’altro era al funerale di Berlinguer? Che ne sarà di Gianluca, Roberta, Ursula e Luisa, che assomiglia alla Vanoni, e che strazio quando la regia fa arrivare il brano sentimentale di Biagio Antonacci per ancora abbracciarsi, e solo in due, lui e lei ancora, restano seduti, come alle feste da ragazzi, quando nessuno veniva a invitarti a ballare.

I conoscenti si incontrano.  I compagni ed i parenti si impongono e si subiscono. I coniugi si tollerano. I figli si accettano. Gli amici si scelgono. Io non ho amici per il sol fatto che da loro voglio la perfezione. E, in questo mondo, nessuno è perfetto. (Compreso me).

La definizione di mafie del dr Antonio Giangrande è: «Sono sodalizi mafiosi tutte le organizzazioni formate da più di due persone specializzati nella produzione di beni e servizi illeciti e nel commercio di tali beni. Sono altresì mafiosi i gruppi di più di due persone che aspirano a governare territori e mercati e che, facendo leva sulla reputazione e sulla violenza, conservano e proteggono il loro status quo». In questo modo si combattono le mafie nere (manovalanza), le mafie bianche (colletti bianchi, lobbies e caste), le mafie neutre (massonerie e consorterie deviate).

A molti individui, istituzioni ed intellettuali compresi, si dà una certa importanza, spesso e volentieri mal riposta. Questi, se li si conosce bene, ti portano a ravvisare la loro infimità.

Per questo eliminerò dalla lista tutti coloro che usano FB come strumento di lotta politica, senza costrutto. Si semina odio e non ci si prodiga alla proposta. Terrò tutti coloro che segnalano fatti che arricchiscano il sapere ed allargano gli orizzonti. In politica, per vincere basta essere migliori, forti delle proprie ragioni, e non succubi dei mediocri, senza necessità di eliminare il nemico.

"Io so di non sapere". Il problema è che, questo modo di essere, adesso è diventato: "Io so di non sapere e me ne vanto". Oggi essere ignoranti è qualcosa di cui vantarsi. Prima c’erano i sapienti, da cui si pendeva dalle loro labbra. Poi sono arrivati gli uomini e le donne iperspecializzate, a cui si affidava la propria incondizionata fiducia. Alla fine è arrivata la cultura “fai da te”, tratta a secondo delle proprie fonti: social o web che sia. A leggere i saggi? Sia mai!

In Italia: i giornalisti non informano; i professori non istruiscono. Essi fanno solo propaganda. Sono il megafono della politica e delle vetuste ideologie e quelli di sinistra son molto solidali tra loro. Se fai notare il loro propagandismo e te ne lamenti, si risentono e gridano alla lesa maestà, riportandosi alla Costituzione Cattomassonecomunista. In natura i maiali, se ne tocchi uno, grugniscono tutti, richiamando il loro diritto di parola.

Scritto tanti anni fa, ma ancora attuale. John Swinton, redattore capo del New York Times, 12 aprile 1893. “In America, in questo periodo della storia del mondo, una stampa indipendente non esiste. Lo sapete voi e lo so pure io. Non c’è nessuno di voi che oserebbe scrivere le proprie vere opinioni, e già sapete anticipatamente che se lo facesse esse non verrebbero mai pubblicate. Io sono pagato un tanto alla settimana per tenere le mie opinioni oneste fuori dal giornale col quale ho rapporti. Altri di voi sono pagati in modo simile per cose simili, e chi di voi fosse così pazzo da scrivere opinioni oneste, si ritroverebbe subito per strada a cercarsi un altro lavoro. Se io permettessi alle mie vere opinioni di apparire su un numero del mio giornale, prima di ventiquattr’ore la mia occupazione sarebbe liquidata. Il lavoro del giornalista è quello di distruggere la verità, di mentire spudoratamente, di corrompere, di diffamare, di scodinzolare ai piedi della ricchezza, e di vendere il proprio paese e la sua gente per il suo pane quotidiano. Lo sapete voi e lo so pure io. E allora, che pazzia è mai questa di brindare a una stampa indipendente? Noi siamo gli arnesi e i vassalli di uomini ricchi che stanno dietro le quinte. Noi siamo dei burattini, loro tirano i fili e noi balliamo. I nostri talenti, le nostre possibilità, le nostre vite, sono tutto proprietà di altri. Noi siamo delle prostitute intellettuali”.

I governanti sono esclusivamente economisti. Loro valutano il costo delle loro decisioni in termini economici, non misurano l’indispensabilità, quindi l’utilità delle loro scelte. Il popolo vuole pane e divertimento. La libertà, per la gleba, può andarsi a fare fottere. Ecco perché i governi scelgono di non far niente. E quel niente è importante che sia più utile che giusto. In questo modo cristallizzano lo status quo.

I Governi sono in balia degli umori del popolo.

I capitalisti non vogliono dare niente, i comunisti vogliono solo avere tutto.

I Governi, dettata l’agenda economica, non avendone la perizia, delegano l’aspetto pratico del governare agli apparati burocratici. I burocrati ed i magistrati legiferano e decretano a loro vantaggio, ammantando il loro potere fossilizzato da abuso ed impunità decennale.

Il popolo tapino subisce e tace, senza scrupolo di coscienza, perché chi non vuol dare, non dà; chi vuole avere, ha!

Se a destra son coglioni sprovveduti, al centro son marpioni, a sinistra “So camburristi”. Ad Avetrana, come in tutto il sud Italia c’è un detto: “si nu camburrista”. "Camburrista" viene dalla parola italiana "camorra" e non assume sempre il significato di "mafioso, camorrista" ma soprattutto di "persona prepotente, dispettosa, imbrogliona, che raggira il prossimo, che impone il suo volere direttamente, o costringendo chi per lui, con violenza, aggressività, perseveranza, pur essendo la sua volontà espressione del torto (non della ragione) del singolo o di una ristretta minoranza chiassosa ed estremamente visibile.

I pericoli dell'anarco-marxismo dietro la democrazia diretta. Il potere anche se espropriato finisce ai dirigenti politici, non certo al popolo, scrive Francesco Alberoni, Domenica 07/10/2018, su "Il Giornale". La democrazia moderna è nata dalla concezione di Hobbes e Locke. Essa distingue fra governanti e governati. I governati rinunciano al loro potere a favore dei governanti (classe politica, Parlamento) perché garantisce loro la pace, la proprietà e il rispetto dei diritti fondamentali e inalienabili. Se i governanti governano male verranno sostituiti. A questa concezione, in epoca moderna si sono opposte in modo radicale due concezioni: quella marxista e quella anarchica. Il marxismo nega la funzione dell'imprenditore. L'imprenditore, chiamato capitalista, deruba il lavoratore di parte del suo lavoro (plusvalore) e con questo acquista i mezzi di produzione con cui ruberà altro pluslavoro ad altri lavoratori. Bisogna perciò espropriarlo di questo furto e restituire il maltolto ai lavoratori. E chi inventerà, chi dirigerà la produzione? I lavoratori stessi. In realtà i lavoratori da soli non organizzano e non dirigono niente. Dopo la rivoluzione sovietica a farlo sarà lo Stato, in realtà la classe politica formata dai dirigenti del Partito comunista. Gli anarchici invece negano la funzione dei governanti: il popolo sa fare tutto da solo. In questo caso bisogna espropriare i politici del loro potere e restituirlo al popolo. Questa idea, che si è realizzata nel passato nelle piccole comunità come decisione di tutti i cittadini riuniti in assemblea, è stata riportata alla ribalta in Italia dai Cinque Stelle come democrazia diretta attraverso il web in cui il popolo fa tutte le leggi, prende tutte le decisioni senza bisogno di una classe politica e dirigente. Dove viene applicato questo sistema il potere lo prendono i dirigenti del partito. Di solito promettendo anche ciò che non potranno dare, e lo conservano con la repressione. In Italia per molto tempo è stato diffuso il marxismo, oggi si è fatto strada l'anarchismo e il mito della democrazia diretta. È strano che queste concezioni e il tipo di conseguenze che hanno sul sistema politico ed economico non siano oggetto di analisi e di approfondimenti sulla stampa e la tv perché si tratta di una svolta radicale che stiamo vivendo ed è la causa del disagio di questa nostra epoca ed è un pericolo per la democrazia.

La liturgia della politica nel nome della democrazia, in fondo, è tutta una presa per il culo….

Perché non esiste politica; non esiste democrazia. Esiste solo l’economia e la finanza. L'utile ed il dilettevole.

I soldi governano il mondo. Non la democrazia o la dittatura, né tanto meno la fede.

Poveri stolti. “Non fatevi tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine consumano, e dove i ladri scassinano e rubano; ma fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non scassinano né rubano” (Matteo 6:19-20).

Vangelo di Matteo, 7, 1: “Non giudicate, per non essere giudicati; perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati.”

Col giudizio con cui giudichi sarai giudicato… ma non da Dio – e difatti Gesù non dice minimamente una cosa del genere – ma da te stesso, perché tu sei il tuo unico giudice. La misura la decidi tu, e anche questo Gesù lo dice molto chiaramente, in un modo indubitabile per chiunque non abbia dei paraocchi davanti agli occhi.

Giudica, e sarai giudicato. Perdona, e sarai perdonato. Dai, e ti sarà dato. E sarai sempre tu a giudicarti, a perdonarti e a darti qualcosa, perché sei tu l’unico padrone delle tue energie interiori.

Matteo 7:

1 Non giudicate, per non essere giudicati; 

2 perché col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati. 

3 Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo occhio?4 O come potrai dire al tuo fratello: permetti che tolga la pagliuzza dal tuo occhio, mentre nell'occhio tuo c'è la trave? 

5 Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e poi ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall'occhio del tuo fratello.

6 Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre perle davanti ai porci, perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi.

7 Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; 

8 perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 

9 Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? 

10 O se gli chiede un pesce, darà una serpe? 

11 Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!

12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.

13 Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; 

14 quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!

15 Guardatevi dai falsi profeti che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro son lupi rapaci. 

16 Dai loro frutti li riconoscerete. Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? 

17 Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; 

18 un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni. 

19 Ogni albero che non produce frutti buoni viene tagliato e gettato nel fuoco. 

20 Dai loro frutti dunque li potrete riconoscere.

21 Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. 

22 Molti mi diranno in quel giorno: Signore, Signore, non abbiamo noi profetato nel tuo nome e cacciato demòni nel tuo nome e compiuto molti miracoli nel tuo nome? 

23 Io però dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi operatori di iniquità.

24 Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile a un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. 

25 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. 

26 Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. 

27 Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande».

28 Quando Gesù ebbe finito questi discorsi, le folle restarono stupite del suo insegnamento: 

29 egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità e non come i loro scribi.

Io, Antonio Giangrande, sono orgoglioso di essere diverso. Sono qualcuno, ma non avendo nulla per poter dare, sono nessuno.

Faccio quello che si sento di fare e credo in quello che mi sento di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni. Perché "like" e ossessione del politicamente corretto ci allontanano dal reale. In quest'epoca di post-verità un'idea è forte quanto più ha voce autonoma. Se la libertà significa qualcosa allora è il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo.

Da una parte, l’ideologia comunista si è adoperata con la corruzione culturale:

attraverso la televisione di Stato e similari;

con la propaganda ideologica continua dei giornalisti militanti di regime;

con insegnamenti ed indottrinamenti ideologici scolastici ed universitari frutto di una egemonia culturale.

Dall’altra parte, la depravazione culturale messa in opera dalle televisioni commerciali di Berlusconi, anticomuniste ed antimeridionaliste.

Infine con la perversione delle religioni, miranti ad avere il predominio delle masse per il proprio sostentamento.

Insomma. Lavaggio del cervello: dalla culla alla tomba.

Governare e legiferare secondo l’ideologia fascio/comunista? No!

Governare e legiferare secondo i dettati propri di una cattiva fede? No!

Essere liberali vuol dire, in poche parole, che basta agire correttamente ed in buona fede e comportarsi come un buon padre di famiglia.

Agire e comportarsi come un buon padre di famiglia: cosa significa?

In cosa consiste la diligenza del buon padre di famiglia nell’ambito delle obbligazioni del diritto civile: l’obbligo di adempiere alla prestazione in buona fede e in modo corretto.

Adempimento delle obbligazioni: correttezza e buona fede. Il codice civile stabilisce che sia il debitore sia il creditore devono comportarsi correttamente nell’adempimento delle relative obbligazioni, sempre secondo buona fede. La seconda regola imposta dal codice civile in materia di esecuzione del contratto riguarda la diligenza del buon padre di famiglia. Cosa significa e cosa si intende con tale termine? Sicuramente anche in questa ipotesi la legge ha preferito usare un termine generale e astratto. Ma il suo significato è facilmente individuabile. Il “buon padre di famiglia” è colui che “ci tiene” e che è premuroso, colui cioè che fa di tutto pur di realizzare l’interesse dei figli. Il che significa che egli assume l’impegno a conseguire, quanto più possibile, il risultato promesso.

Il codice civile richiama il concetto di buon padre di famiglia in una serie di norme. Eccole qui di seguito elencate:

Art. 382 Codice civile – Responsabilità del tutore e del protutore: «Il tutore deve amministrare il patrimonio del minore con la diligenza del buon padre di famiglia. Egli risponde verso il minore di ogni danno a lui cagionato violando i propri doveri».

Art. 1001 Codice civile – Obbligo di restituzione. Misura della diligenza: «L’usufruttuario deve restituire le cose che formano oggetto del suo diritto, al termine dell’usufrutto, salvo quanto è disposto dall’art. 995».

Art. 1176 Codice civile – Diligenza nell’adempimento: «Nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia».

Art. 1227 Codice civile – Concorso del fatto colposo del creditore: «Se il fatto colposo del creditore ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l’entità delle conseguenze che ne sono derivate».

Art. 1587 Codice civile – Obbligazioni principali del conduttore: «Il conduttore deve prendere in consegna la cosa e osservare la diligenza del buon padre di famiglia nel servirsene per l’uso determinato nel contratto o per l’uso che può altrimenti presumersi dalle circostanze (…)».

Art. 1710 Codice civile – Diligenza del mandatario: «Il mandatario è tenuto a eseguire il mandato con la diligenza del buon padre di famiglia; ma se il mandato è gratuito, la responsabilità per colpa è valutata con minor rigore».

Art. 1768 Codice civile – Diligenza nella custodia: «Il depositario deve usare nella custodia la diligenza del buon padre di famiglia».

Art. 1804 Codice civile – Obbligazioni del comodatario: «Il comodatario è tenuto a custodire e a conservare la cosa con la diligenza del buon padre di famiglia. Egli non può servirsene che per l’uso determinato dal contratto o dalla natura della cosa».

Art. 1838 Codice civile – Deposito di titoli in amministrazione: «La banca che assume il deposito di titoli in amministrazione deve custodire i titoli, esigerne gli interessi o i dividendi, verificare i sorteggi per l’attribuzione di premi o per il rimborso di capitale, curare le riscossioni per conto del depositante, e in generale provvedere alla tutela dei diritti inerenti ai titoli. Le somme riscosse devono essere accreditate al depositante (…). E’ nullo il patto col quale si esonera la banca dall’osservare, nell’amministrazione dei titoli, l’ordinaria diligenza».

Art. 1957 Codice civile – Scadenza dell’obbligazione principale: «Il fideiussore rimane obbligato anche dopo la scadenza dell’obbligazione principale purchè il creditore entro sei mesi abbia proposto le sue istanze contro il debitore e le abbia con diligenza continuate».

Art. 2104 Codice civile – Diligenza del prestatore di lavoro: «Il prestatore di lavoro deve usare la diligenza richiesta dalla natura della prestazione dovuta, dall’interesse dell’impresa e da quello superiore della produzione nazionale».

Art. 2148 Codice civile – Obblighi di residenza e di custodia: «Il mezzadro ha l’obbligo di risiedere stabilmente nel podere con la famiglia colonica».

Art. 2158 Codice civile – Morte di una delle parti [in tema di mezzadria]: « (….) In tutti i casi, se il podere non è coltivato con la dovuta diligenza il concedente può fare eseguire a sue spese i lavori necessari, salvo rivalsa mediante prelevamento sui prodotti e sugli utili».

Art. 2167 Codice civile – Obblighi del colono: «Il colono deve prestare il lavoro proprio secondo le direttive del concedente e le necessità della coltivazione. Egli deve custodire il fondo e mantenerlo in normale stato di produttività; deve altresì custodire e conservare le altre cose affidategli dal concedente con la diligenza del buon padre di famiglia».

Art. 2174 Codice civile – Obblighi del soccidario: «Il soccidario deve prestare, secondo le direttive del soccidante, il lavoro occorrente per la custodia e l’allevamento del bestiame affidatogli, per la lavorazione dei prodotti e per il trasporto sino ai luoghi di ordinario deposito. Il soccidario deve usare la diligenza del buon allevatore».

Nessuno tocchi il “buon padre di famiglia”. E nessuno tocchi i termini “padre” e “madre”, scrive Silvano Moffa venerdì 24 gennaio 2014 su "Il Secolo D’Italia". Dopo il demenziale scardinamento del valore dei termini padre e madre, sostituibili da quelli di genitore 1 e genitore 2, l’idea francese di cancellare il “buon padre di famiglia” fa drizzare i capelli.  L’emendamento approvato dal Parlamento parigino a un progetto di legge sulla pari opportunità tra generi, che elimina dal codice una formula del linguaggio giuridico corrente, non ha senso. Tutto, ovviamente, avviene nel nome di un sessismo e di una presunta modernità nei rapporti relazionali tra le persone, che travalica finanche il senso antico che la locuzione aveva assunto, sopravvivendo al tempo e ai cambiamenti sociali. La questione non è di poco conto, e non va sottovaluta. Non fosse altro che per il fatto che la “diligenza del buon padre di famiglia”, come assioma concettuale e formula di rito nel campo del diritto, è stata abbandonata in Germania in favore di altra considerata più moderna, mentre è sopravvissuta in Italia e, finora, in Francia. La formula compare nelle fonti del diritto romano a partire dal periodo classico. Furono i giuristi dell’epoca a forgiarne il senso, individuando nel bonus, prudens et diligens pater familias il soggetto capace di amministrare accuratamente i propri affari, più o meno come avveniva per il capo dell’azienda agraria domestica, sui cui si basava la civiltà romana dell’epoca. In seguito, con l’introduzione dei codici giustinianei, la nozione si è allargata, fino ad assumere la portata di un criterio generale per individuare i canoni corretti della prestazione, e il comportamento che deve tenere il debitore diligente. Con l’evoluzione dei tempi e della società, la “diligenza del buon padre di famiglia” è arrivata fino ai giorni nostri, scandendo un comportamento medio come sinonimo di saggezza, di legalità, di etica comportamentale. Un criterio applicato in maniera più vasta e diffusa nel corpo legislativo e negli stessi esiti giurisdizionali. Ora, non c’è dubbio che per comprendere la portata di una tale locuzione bisogna risalire alle origini. Come è chiaro che, per il fatto stesso che il concetto sia diventato più diffuso nella sfera del linguaggio giuridico, comporta che le ragioni che ne spiegano l’uso ricorrente e la portata siano fra loro molto differenti.  Ma da qui a decretarne l’abolizione per uno scopo di pari opportunità di genere ne corre.  Pietro de Francisci, uno dei maggiori storici del diritto romano, spiega nei suoi studi come la struttura della società romana primitiva (comunità di patres) fosse l’architrave su cui poggiava tutto il sistema dell’epoca: lo ius Quiritium. Fino alla fine del V secolo, il pater familias viene visto come un dominus, un soggetto dotato di un potere (potestas) che ha natura originaria, pre-politica e pre-statuale. È un sovrano del gruppo, del quale è reggitore e sacerdote, custode dei sacra e degli auspicia, giudice dei filii familias, con diritto di punire, fino a giungere alla possibilità di infliggere la pena di morte. E’ evidente la forza implicita in una tale figura nell’epoca antica, ai primordi del diritto romano. Ed è del pari evidente, come appare persino ovvio, quanto sia superata, anacronistica, lontana  al giorno d’oggi una simile idea di famiglia. Il problema però è un altro. Intanto, la formula, come abbiamo visto, ha assunto un significato del tutto diverso nel tempo, anche all’interno dello stesso diritto romano. In secondo luogo, la diligenza del buon padre di famiglia è un criterio difficilmente sostituibile con una locuzione che possa avere lo stesso effetto e la stessa forza immaginifica. Prendiamo ad esempio una prestazione, nella sua configurazione ordinaria.  Attenti giuristi hanno spiegato come nelle moderne codificazioni che regolano i rapporti dei traffici giuridici e commerciali, sia ormai superato il dualismo tra colpa in astratto e colpa in concreto, cui si ricorreva nel determinare la responsabilità della mancata prestazione. Il modello preferito è ormai quello strettamente oggettivo. Insomma, dire che il debitore è tenuto alla diligenza del buon padre di famiglia vuol dire sottolineare che egli è tenuto ad un grado di diligenza media, in quanto il criterio cui ci si ispira è improntato al buon senso, ad un canone di normalità, ad un comportamento usuale e corretto nello stabilire il livello dei rapporti, e nel parametrare il modo in cui non si può non operare nella generalità dei casi. Nel bonus pater familias residuano, insomma, un nucleo di saggezza, oltre che una storia e una cultura giuridica di cui dovremmo menar vanto. Che c’entra con tutto questo il tema delle pari opportunità tra i sessi, è davvero difficile da comprendere. Altro che modernità. Siamo al cospetto di una colossale stupidità.

Solo i comunisti potevano pensare una Costituzione, il cui principio portante fosse il Lavoro e non la Libertà. Libertà che la Carta pone solo come obbiettivo per poter esercitare alcuni diritti dalla stessa Costituzione elencati. Libertà come strumento e non come principio. Libertà meno importante addirittura dell’Uguaglianza. Questa ultima inserita, addirittura, come principio meno importante del Lavoro e della Solidarietà. Già. Per i comunisti “IL LAVORO RENDE LIBERI”. ARBEIT MACHT FREI (dal tedesco: “Il lavoro rende liberi”) era il motto posto all'ingresso di numerosi campi di concentramento. Una reminiscenza tratta da una ideologia totalitaria che proprio dal socialismo trae origine: il Nazismo.

Cosa vorrei? Vorrei una Costituzione, architrave di poche leggi essenziali, civili e penali, che come fondamento costitutivo avesse il principio assoluto ed imprescindibile della Libertà e come obiettivo per i suoi cittadini avesse il raggiungimento di felicità e contentezza. Vivere come in una favola: liberi, felici e contenti. Insomma, permettere ai propri cittadini di fare quel che cazzo gli pare sulla propria persona e sulla propria proprietà, senza, però, dare fastidio agli altri, di cui si risponderebbe con pene certe. E per il bene comune vorrei da cittadino poter nominare direttamente governanti, amministratori e giudici, i quali, per il loro operato, rispondano per se stessi e per i propri collaboratori, da loro stessi nominati. Niente più concorsi truccati…, insomma, ma merito! E per il bene comune sarei contento di contribuire con prelievo diretto dal mio conto, secondo quanto stabilito in modo proporzionale dal mio reddito conosciuto al Fisco e da questi rendicontatomi il suo impiego.

Invece...

L'influsso (negativo) di chi vuole dominare l'altro. Ci sono persone che sembrano dare energia. Altre, invece, sembra che la tolgano, scrive Francesco Alberoni, Domenica 01/07/2018, su "Il Giornale".

Ci sono persone che sembrano darti energia, che ti arricchiscono.

Altre, invece, sembra che te la prendano, te la succhino come dei vampiri. Dopo un colloquio con loro ti senti svuotato, affaticato, insoddisfatto. Che cosa fanno per produrre su di noi un tale effetto? Alcune ci parlano dei loro malanni, dei loro bisogni e lo fanno in modo tale che tu ti senti ingiustamente privilegiato ed è come se avessi un debito verso di loro.

C'è un secondo tipo di persone che ti sfibra, perché trasforma ogni incontro in un duello. Non appena aprite bocca sostengono la tesi contraria, vi sfidano, vi provocano. Lo fanno perché vogliono mostrare la loro capacità dialettica ma soprattutto per mettersi in evidenza davanti agli altri. Se gli date retta, vi logorano discutendo su cose che non vi interessano.

Ci sono poi quelli che fanno di tutto per farvi sentire ignoranti. Qualunque tesi voi sosteniate, anche l'idea più brillante e ragionevole ecco costoro che arrivano citando una ricerca americana che dice il contrario. Magari qualcosa che hanno letto in un rotocalco, ma tanto basta per rovinare il vostro discorso. Ricordo invece il caso di un mio collega che, per abitudine, nella conversazione, faceva solo domande. All'inizio gli raccontavo le mie ricerche, gli fornivo i dati, gli mostravo i grafici, le tabelle, mi sgolavo e lui, dopo avere ascoltato, faceva subito un'altra domanda su un particolare secondario. E io giù a spiegare di nuovo e lui, alla fine, un'altra domanda...

Abbiamo poi quelli che, quando vi incontrano, vi riferiscono sempre qualche cosa di spiacevole che la gente ha detto su di voi: mai un elogio, mai un apprezzamento, solo critiche, solo pettegolezzi negativi. E, infine, i pessimisti che quando esponete loro un progetto a cui tenete molto, vi mostrano i punti deboli, vi fanno ogni sorta di obiezioni, vi fanno capire che sarà un fallimento. Voi lo difendete ma loro insistono e, alla fine, restate sempre con dei dubbi. Un istante prima eravate pieno di slancio, ottimista, entusiasta e ora siete come un cane bastonato. Cosa hanno in comune tutti questi tipi umani? La volontà di competere, di affermarsi, di dominare, di opprimere.

L’invidioso cerca di svalutare l’altro agli occhi del maggior numero possibile di persone, soprattutto di quelle che contano. Appena conoscono qualcuno gli trovano da subito dei difetti: il loro sguardo corre a cercare i limiti, le debolezze e sentono l’esigenza di metterli subito in evidenza, di renderli noti e di provocare il commento negativo degli altri. Solitamente gli invidiosi entrano in azione quando il personaggio da svalutare non è presente, mettendo in moto le “chiacchere da cortile”. (Antonio Giangrande, aforisticamente.com/2018/03/26/frasi-citazioni-aforismi-su-svalutare)

Si stava meglio quando si stava peggio.

I miei nonni paterni Giuseppa Caprino e Leonardo Giangrande, democristiani, contadini beneficiari delle terre della riforma fondiaria di stampo fascista e genitori di 8 figli, dicevano che con i democristiani nessuno rimaneva indietro e tutti avevano la possibilità di migliorare il loro stato, se ne avevano la voglia (lavorare e non sprecare). Nonostante gli sprechi a vantaggio di alcuni figli a danno di altri e nonostante il regime cattocomunista, che non riconosce il valore della persona, loro hanno migliorato il loro stato ed hanno avuto la pensione.

Mio nonno materno Gaetano Santo, comunista, povero contadino ed allevatore beneficiario delle terre della riforma fondiaria di stampo fascista, padre di 8 figli cresciuti con l’illusione della loro utilità al suo benessere ed alla sua vecchiaia, tra un bicchiere di vino e l’altro affermava che i ricchi son ricchi perché hanno rubato ed era giusto espropriare i loro beni per distribuirli ai poveri. Nonostante il regime cattocomunista, che non riconosce il valore della persona, lui è morto povero, pur avendo la pensione!

Luigi Malorgio, il nonno materno di mia moglie, prigioniero di guerra e comunista, povero contadino ed allevatore beneficiario delle terre della riforma fondiaria di stampo fascista, padre di 4 figli, tra uno spreco e l’altro affermava, con il solito mantra comunista, che i ricchi son ricchi perché hanno rubato ed era giusto espropriare i loro beni per distribuirli ai poveri. Nonostante il regime cattocomunista, che non riconosce il valore della persona, lui è morto povero, pur avendo la pensione!

Altro mantra dei comunisti era ed è: gli altri vincono perché, essendo ladri, comprano i voti.

E come dire a detta degli interisti e dei napoletani: la Juventus vince perché ruba e quindi ridistribuiamo i suoi scudetti. L’Inter ed il Napoli son morti, comunque, perdenti.

Dopo tanti anni ho constatato che oggi rispetto al tempo dei nonni, nonostante il progresso tecnologico e culturale, non è più possibile migliorarsi ed arricchirsi. Inoltre oggi se si diventa ricchi per frutto della propria capacità e lavoro, non si è più tacciati di ladrocinio, ma di mafiosità. E se prima non c’era, oggi c’è l’espropriazione proletaria antimafiosa, ma non a favore dei poveri, ma solo a vantaggio dell’antimafia di sinistra, sia essa apparato burocratico di Stato, sia essa apparato associativo comunista, sia esso regime culturale rosso.

Dopo tanti anni ho constatato che, nonostante la magistratura politicizzata che collude ed i media partigiani che tacciono, i moralizzatori solidali erano e sono ladri come tutti gli altri, erano e sono mafiosi come, è più degli altri.

Ergo: ad oggi noi moriremo tutti poveri…e probabilmente senza pensione, accontentandoci di un misero reddito di cittadinanza che prima (indennità di disoccupazione) era privilegio solo dei lavoratori sindacalizzati disoccupati.

Di fatto, nel nome di un ridicolo ambientalismo, ci impediscono di farci una casa, ma ci spingono a comprarci un’auto. 

Questo non è progressismo politico, ma una retrograda deriva culturale che ti porta a dire che:

è meglio non fare niente, perché si fotte tutto lo Stato con il Fisco;

è meglio non avere niente, perché si fotte tutto lo Stato con l’Antimafia.

Un tempo non si buttava niente. Tutto si riciclava. Un tempo si era solo rigattieri senza speranza. Si acquistava e si rivendeva roba vecchia, usata, fuori uso o fuori moda, specialmente vestiti, masserizie e simili. La rigattierìa era ciarpame vecchio senza valore, oggetti di scarto.

Oggi, in nome del consumismo sfrenato, alla faccia dei comunisti desunti, non si butta il vecchio o rotto cialtrame, ma tutto quello che in casa non trova posto o non viene usato. I figli crescono? La tecnologia avanza? I vestiti son fuori moda? Via tutto. Roba nuova, oltretutto ancora imballata, la ritrovi nelle oasi della raccolta differenziata dei rifiuti. A regalarla agli altri, sia mai. Anzi buttata…E poi chi la vuole? A proporla diventa un'offesa. Il consumismo sfrenato anche per chi non ha da mangiare… Dove siamo arrivati. I conformisti e conformati, poi, se ti vedono a razzolare intorno a quei beni buttati, ma utilizzabili, ti prendono per un “Barbone” che rovista nei rifiuti.

Oggi si è solo Antiquari. Il rigattiere, a differenza dell’antiquario, non seleziona e non valorizza; semplicemente, rimette in circolazione dei beni che possono avere ancora una loro funzione. Ed oggi le cose vecchie vanno solo al macero. Vale per le cose; vale per le persone.

Quindi, si stava meglio quando si stava peggio.

Ma lasciate che sia il solo a dirlo, così sanno con chi prendersela ed è facile per loro vincere tutti contro uno. Senza una lapide di rimembranza.

È ora di dirselo, l’uomo comune è una merda. Dopo la Teoria della classe disagiata, minimumfax continua ad analizzare la società italiana contemporanea, ma questa volta si parla della Gente, quella variopinta galassia di umanità rabbiosa, che odia la Casta e non si fida più di nessuno, ma che è ormai al centro della politica italiana, scrive Andrea Coccia il 24 Ottobre 2017 su L’Inkiesta. Non è passato nemmeno un mese dall'uscita in libreria di Teoria della classe disagiata, il libro con cui Raffaele Alberto Ventura ha cercato di descrivere la traiettoria e lo scacco a cui è soggetta la classe creativa e intellettuale, minimumfax torna ad affrontare la realtà con un libro che per molti versi alla Teoria di Ventura è speculare. Si tratta de La gente. Viaggio nell'Italia del risentimento e raccoglie l'esperienza di reporter di Leonardo Bianchi, uno che negli ultimi anni si è fatto notare per le sue scorribande pubblicate da Vice, Internazionale, ValigiaBlu, ed è sostanzialmente un ritratto, multiforme e sfaccettato come il soggetto di cui parla, di una parte della società che probabilmente per i disagiati di Ventura è “fuori dalla bolla”, ma che rappresenta una grande parte dell'Italia e non solo. Dal movimento dei Forconi ai neofascisti delle periferie romane, dai complottisti agli anti gender fino ai giustizieri della notte de noartri, difensori improvvisati dell'ordine pubblico e paladini della legittima difesa, ma anche buongiornisti, gonzonauti e boccaloni di ogni tipo: la galassia della Gente — che altri chiamano la Ggente, con la doppia — è dispersa per tutta la penisola, da Nord a Sud, e pure al Centro, non fa distinzione geografiche, né campanilistiche. Il denominatore comune di questa ggente è la rabbia, il risentimento, il richiamo all'autorità — della polizia, delle armi, della legittima difesa — e il rigetto verso qualsiasi cosa c'entri con l'autorevolezza, la conoscenza e l'intellettualità. Attorno ai popoli sono nate le nazioni, che anche se nell'ultimo mezzo secolo stanno dimostrando di essere arrivate al capolinea della loro utilità storica, restano la più grande invenzione politica della modernità occidentale. Attorno alla gente stanno crollando le democrazie. Quello di Leonardo Bianchi è un gran lavoro, ma d'altronde lo è sempre stato. A differenza di quello teorico di Ventura, il suo ha le radici ben piantate nella cronaca, nei volti e nelle vite dei personaggi che mette in scena — e che non di rado racconta in maniera decisamente cinematografica — ma nello stesso tempo riesce a non privarsi della profondità, del tentativo di uscire dall'hic et nuncunendo i puntini e cercando di vedere il quadro complessivo. Per qualcuno la Ggente sarebbe l'ultima evoluzione del Popolo, quell'entità che è entrata a piedi uniti nella politica a partire dall'epoca delle rivoluzioni, ma forse è qualcosa di più complesso. Per cercare di definirlo Bianchi ne traccia tre grandi caratteristiche: il forte risentimento verso la cosiddetta Casta; la rabbia esasperata, indignata, ma soprattutto non imbrigliata in una ideologia di partito; e la tendenza a inventare e a credere a teorie del complotto e versioni alternative nei campi della storia, della geopolitica, della medicina. Eppure, la sensazione che resta dopo la lettura dei reportage di Bianchi è che più che al popolo, questa gente somigli alla folla, quella entità che iniziò ad apparire nell'immaginario collettivo intorno alla metà dell'Ottocento, descritta nel celebre racconto di Edgar Poe, l'Uomo della folla. È probabilmente più da quella massa variegata ma indistinta, da quel flusso che figliò poi nel Novecento la società di massa dell'omologazione e dell'individualismo apolitico che nasce il gentismo e la gente. Attorno ai popoli sono nate le nazioni, che anche se nell'ultimo mezzo secolo stanno dimostrando di essere arrivate al capolinea della loro utilità storica, restano la più grande invenzione politica della modernità occidentale. Attorno alla gente stanno crollando le democrazie. I popoli erigevano monumenti ai propri eroi e ci si raccoglieva intorno al momento delle proprie rivendicazioni politiche, la gente, che non ha nemmeno più grandi rivendicazioni da fare, la strada la teme, la guarda di sottecchi dalle finestre dei piani alti di qualche caseggiato popolare, covando rabbia, rancore, risentimento. Con il popolo una volta si poteva immaginare di costruire delle comunità, con la gente, ora, non si costruisce nulla, ma al contrario, si distrugge.

Il Belpaese è diventato brutto. Da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale, scrive Ernesto Galli della Loggia il 8 settembre 2018 su "Il Corriere della Sera". È bene che ce lo diciamo per primi noi stessi: l’Italia sta diventando un Paese invivibile. Un Paese incolto nel quale ogni regola è approssimativa, il suo rispetto incerto, mentre i tratti d’inciviltà non si contano. Basta guardarsi intorno: sono sempre più diffusi e sempre meno sanzionate dalla condanna pubblica l’ignoranza, la superficialità, la maleducazione, la piccola corruzione, l’aggressività gratuita. Una discussione informata è ormai quasi impossibile: in generale e specie in pubblico l’italiano medio sopporta sempre meno di essere contraddetto e diffida di chi prova a farlo ragionare, mostrandosi invece disposto a credere volentieri alle notizie e alle idee più strampalate. Non è un ritratto esagerato: è l’immagine che sempre più dà di sé il nostro Paese. La verità è che nel costume degli italiani è intervenuta una frattura che ha inevitabilmente modificato anche la qualità della cultura civica della Penisola e quindi di tutta la nostra vita collettiva a cominciare dalla vita politica. Il cui degrado non comincia a Montecitorio, comincia quasi sempre a casa nostra. Ho parlato di frattura perché le cose non sono andate sempre così. È vero che al momento della sua nascita lo Stato repubblicano non ha potuto certo contare su cittadini istruiti e tanto meno su un diffuso senso civico o su una vasta acculturazione di tipo democratico. Inizialmente, infatti, la cultura civica del Paese fu limitata in sostanza a quella delle sue élite politiche e del sottile strato di persone a esse in vario modo vicine (e dio sa con quali e quante contraddizioni!). Ma a compensare in qualche misura queste carenze, e quindi a rendere possibile la crescita di una vita pubblica più o meno consona ai nuovi tempi democratici, valse almeno il fatto che nel tessuto italiano continuavano pur sempre a esistere una tradizionale civiltà di modi, una costumatezza delle relazioni sociali, un antico riguardo per le forme e per i ruoli, un generale rispetto per il sapere e per l’autorità in genere. Fu su questo terreno che nel corso del primo mezzo secolo di vita della Repubblica ebbero modo di mettere radici e di consolidarsi una non disprezzabile educazione civica e politica, una discreta consuetudine alle regole della convivenza e della libera discussione. Contò naturalmente l’innalzamento del reddito e delle condizioni di vita, ma una parte decisiva ebbero altri fattori. Innanzitutto l’esistenza di una politica fondata sulle grandi organizzazioni di massa — i partiti e i sindacati con le loro scuole, come quella del Partito comunista alle Frattocchie, dove poté svolgersi l’esperienza su vasta scala di una socialità discorsiva bene o male fondata sull’argomentazione razionale e sulla conoscenza dei problemi e delle possibili soluzioni — ; ma contò moltissimo la presenza nel Paese di quattro fondamentali agenzie di socializzazione: la Chiesa, la leva militare, la scuola e la televisione pubblica. Nel dopoguerra per milioni di italiani avviati a uscire da un mondo rurale spesso primitivo, la parrocchia, l’oratorio, furono una palestra di acculturazione civile, di una certa appropriatezza di modi, di rispetto delle competenze e dei ruoli, di avviamento alle regole di una non belluina convivenza. Opera in parte analoga svolse la scuola. Ancora sicura di sé, della sua funzione e del suo buon diritto a esercitarla, la scuola istruì, valse a sottolineare senza remore l’indiscutibile centralità della cultura e dello studio, educò alle forme basilari della modernità e delle istituzioni dello Stato così come alla disciplina e al rispetto dell’autorità. A un dipresso le medesime cose fece l’esercito di leva, in più addestrando in molti casi al valore della competenza, alla coesione in vista di un traguardo collettivo, alla solidarietà di gruppo, al carattere inevitabile di una gerarchia. Infine vi fu la televisione pubblica. Padrona monopolistica dell’immaginario del Paese, essa si propose di esserne la grande pedagoga. E lo fu: in un modo che oggi fa sorridere ma lo fu. Divulgò la lingua nazionale, diffuse un’informazione sapientemente calibrata, cercò d’ispirarsi per tutto il resto alla buona cultura, al «sano» divertimento, ai «buoni» sentimenti, a una morale cautamente in equilibrio tra vecchio e nuovo. Il tutto all’insegna della compostezza e delle buone maniere: perfino i conduttori dei telequiz si rivolgevano alla «signora Longari» chiamandola per l’appunto signora. Intendiamoci, non è che l’Italia d’allora fosse una specie di idilliaco piccolo mondo antico: tutt’altro. Ma fino agli anni 80 la nostra rimase comunque una società strutturata intorno a istituzioni formative consistenti: ciascuna animata a suo modo dalla consapevolezza di avere un compito da svolgere e decisa a svolgerlo. Un compito — questo mi sembra oggi molto importante — svincolato nel suo perseguimento e per i suoi obiettivi sia dal mercato sia dai desiderata del pubblico. In questo senso, infatti, né la Chiesa, né la scuola, né l’esercito, né la televisione di Bernabei potevano certo dirsi istituzioni democratiche: tanto meno del resto pensavano di doverlo essere. Ma proprio perciò esse assolvevano un compito prezioso per la democrazia liberale. La quale, per l’appunto, sopravvive solo se esistono degli ambiti della società che non obbediscono alle sue regole. Se esistono degli ambiti, delle istituzioni, dove non vigono né il principio del consenso dal basso né la regola della maggioranza. Solo a queste condizioni, infatti, possono aversi due conseguenze decisive: da un lato la produzione di un sapere realmente libero, — fatto cioè di analisi, di idee e valori condizionati solo dalla personale ricerca della verità — e dall’altra la formazione di vere élite del merito. Solo a queste condizioni si crea un ambiente sociale e un’atmosfera psicologica dove di regola l’ultima parola non l’abbiano, da soli o coalizzati, chi alza più la voce, chi possiede più ricchezze o chi ha dalla sua il maggior numero. Un ambiente sociale e un’atmosfera dove al potere della politica e dell’economia (o della demagogia e della corruzione che sono i loro frequenti sottoprodotti) siano in grado di contrapporsi gerarchie diverse. Dove al potere della politica e della ricchezza fanno da contrappeso il condizionamento della formazione culturale, i vincoli dell’etica, il giudizio dell’opinione pubblica informata. Come invece sono andate le cose si sa. L’Italia ha visto quelle istituzioni di cui dicevo sopra — per varie ragioni e in vari modi, ma più o meno nello stesso giro di anni, a partire dagli anni 80-90 — scomparire. Scomparire, intendo, nelle forme che esse avevano un tempo (o come la leva cancellate del tutto), per essere sostituite dalle forme nuove richieste dai «gusti del pubblico», dagli «indici di ascolto», dai sindacati, dai «movimenti», dalle «attese delle famiglie», dalle «comunità di base», dalla «pace», dai «tempi della pubblicità», dai «bisogni dei ragazzi», dal desiderio dei vertici di non dispiacere a nessuno. È così da due-tre decenni il Paese è rimasto privo di qualunque sede pubblica deputata alla formazione non solo e non tanto culturale ma specialmente del carattere e della sensibilità civile, all’insegnamento di quei valori in definitiva morali su cui si regge la convivenza sociale. Coltivando un’idea fasulla di modernità e di libertà l’Italia ha assistito, addirittura compiaciuta, al progressivo smantellamento di istituzioni che alimentavano la democrazia con il flusso vitale del sapere disinteressato, della tradizione, della possibilità dell’autoriconoscimento collettivo. Ci siamo avviati in tal modo ad essere una società senza veri legami, spesso selvatica e analfabeta, ogni volta che convenga frantumata in un individualismo carognesco e prepotente. L’Italia di oggi insomma, illusa e inconsapevole del brutto Paese che essa ormai sta diventando.

I bei tempi andati? Non esistono. Erano violenti, sessisti e sporchi. Un libro di Michel Serres smonta i luoghi comuni degli anti-moderni, scrive Massimiliano Parente, Martedì 21/08/2018, su "Il Giornale". Ogni giorno in Italia qualcuno dice: «Si stava meglio quando si stava peggio». Ma davvero si stava meglio? E quando? C'è chi elogia il passato, in genere i vecchi che rimpiangono la propria giovinezza, o gli anni Sessanta, o gli anni Cinquanta, e chi addirittura i tempi in cui non era nato: «Mi sarebbe piaciuto vivere negli anni Trenta!». In realtà sono sempre errori della nostra percezione, della nostalgia senile, e spesso anche della nostra scarsa conoscenza del passato. Anni fa uscì un bellissimo saggio dello storico Piero Melograni, La modernità e i suoi nemici (Mondadori), che passava al setaccio tutte le ideologie antimoderne e le visioni idealizzate del passato. Lo scienziato Steven Pinker nel frattempo ha pubblicato un lungo studio, Il declino della violenza (Mondadori), per dimostrare come, al contrario di quanto credano molte persone, la violenza sia diminuita progressivamente nella Storia (ma basta leggere anche il diario di Giacomo Leopardi, che in visita a Roma notava come non fosse possibile uscire di notte senza rischiare di essere uccisi). In questi giorni esce per Bollati Boringhieri un pamphlet intitolato Contro i bei tempi andati dell'epistemologo Michel Serres. L'autore ha ottant'anni, ma non rimpiange niente del suo passato, né del passato in generale. Anzi, in ogni pagina, tra autobiografia e dati storici, ci tiene a mostrare che più andiamo indietro, più il passato fa schifo. A cominciare dalle due guerre mondiali, che hanno insanguinato l'Europa (e erano nate, fra l'altro, da movimenti antimoderni e anticapitalisti come fascismo e comunismo). Viceversa stiamo vivendo da settant'anni il più lungo periodo di pace mai visto nel mondo, «cosa mai accaduta, almeno nell'Europa occidentale, dai tempi dell'Iliade o della Pax Romana». Abbiamo sconfitto epidemie mortali, considerando che «le statistiche dicono che, in tempi più antichi, il numero dei morti per malattie infettive superava di gran lunga quello delle vittime di guerra». Serres elogia le conquiste delle vaccinazioni (malgrado oggi in Italia si torni indietro, abolendo l'obbligo di vaccinarsi). Oggi si parla di razzismo al minimo episodio di cronaca, dimenticando che una volta, poco più di un secolo fa, si pretendeva di dimostrare scientificamente come i negri fossero delle scimmie non evolute, e ai tempi di Mussolini e di Hitler si pubblicavano tranquillamente riviste razziste e antisemite. E l'inquinamento? L'aria dell'Ottocento era molto più inquinata di quella di oggi, e ai tempi di Serres «senza alcuna restrizione le fabbriche spargevano le loro immondizie nell'atmosfera o nel mare, nella Senna, nel Reno, nel Rodano, e le petroliere ripulivano le cisterne in mare aperto». Quanto alla medicina, non esistevano gli antibiotici, si moriva di sifilide e tubercolosi, «come capitò a tutti i grandi uomini illustri del XIX secolo, Schubert, Maupassant o Nietzsche», e non esisteva la sanità pubblica, i poveri soffrivano e morivano senza cure, e i ricchi non se la passavano meglio. Serres, nato nel 1930, ricorda di nuovo come l'assenza di vaccinazioni «lasciò molti dei miei amici segnati dalla poliomelite», e di come l'OMS sia riuscita a eradicare il vaiolo a livello mondiale. Sentiamo molte persone dire che la vita moderna fa male, che i cibi moderni sono cancerogeni, che la vita di una volta era più sana, e spopola l'ideologia del bio e del ritorno all'alimentazione «genuina» di un tempo. Talmente genuina che ci si lasciava la pelle. Serres ricorda come il latte non pastorizzato, munto direttamente dal contadino, spesso portasse malattie e febbri terribili (di cui si ammalò anche lui), mentre oggi i cibi industriali sono molto più controllati (non per altro i casi di botulismo avvengono sempre con il «fatto in casa»). E di come la durata della vita media alla nascita nel corso di un secolo sia quadruplicata. «Da quando sono nato a oggi, in Francia la speranza di vita ha più di ottant'anni, mentre poco prima quanti figli bisognava mettere al mondo per conservarne due o tre?».

Non parliamo dell'igiene, non ci si lavava mai. Neppure le ostetriche si lavavano le mani e le madri morivano di febbre puerperale. Le lenzuola si cambiavano due volte all'anno, le camicie si portavano finché non diventavano nere, e «lo sciacquone del gabinetto venne inventato a Londra, alla fine del XIX secolo e si diffuse cinquant'anni dopo; una volta si pisciava dove si poteva, si cacava dappertutto, un po' come oggi in India si pratica la open defacation». Quanto alle donne, credono di essere discriminate oggi, e accusano di molestie sessuali perfino chi le guarda, mentre prima non solo le donne non avevano diritto di voto, ma se una donna veniva stuprata era colpa sua, altro che #metoo. «Le cifre riguardanti gli abusi sessuali sulle adolescenti all'interno della famiglia sono state rese pubbliche solo di recente, e da poco abbiamo scoperto che ogni due giorni una donna moriva a causa delle sevizie del marito, e che due bambini ogni settimana spiravano per mano dei genitori». Speriamo che chi invoca ogni giorno la famiglia tradizionale non si riferisca a questa, perché questa è stata la famiglia umana dall'antichità a meno di un secolo fa. E dunque, si stava meglio quando si stava peggio? No, quando si stava peggio si stava peggio e basta. E pensare che al governo c'è un movimento fondato sulla filosofia della «decrescita felice» e sulla Piattaforma Rousseau. Sì, Jean-Jacques Rousseau, quello del mito del Buon Selvaggio. Io vorrei come minimo una Piattaforma Steve Jobs.

Ultimi della classe (dirigente). Non ci sono in Italia istituzioni politiche, scientifiche o formative unificanti, scrive Francesco Alberoni, Domenica 08/07/2018, su "Il Giornale". Una classe dirigente, ci insegna il grande sociologo Vilfredo Pareto, è formata da tutti coloro che eccellono nella loro attività. Quindi i politici più abili, i giudici più saggi, i giornalisti più ascoltati, i presentatori più seguiti, ma anche gli imprenditori, gli economisti, gli artisti, i registi, gli scrittori, i filosofi, gli scienziati, i professionisti più eminenti. E ha le sue radici nel passato. Il Paese che più di ogni altro ci ha fornito il modello di una grande classe dirigente è stata l'Inghilterra dove c'è stato sempre l'irrompere del nuovo ma anche la sopravvivenza dei poteri tradizionali e il permanere delle grandi istituzioni unificanti. L'Inghilterra è il Paese che innalzava colonne all'eroe Orazio Nelson mentre lasciava morire di fame Lady Hamilton, che glorificava Winston Churchill mentre lo mandava a casa nelle elezioni. Ma anche un Paese che da secoli ha istituzioni scientifico-culturali come la Royal Society, le università di Oxford e di Cambridge e il collegio di Eton dove si è formata la classe dirigente inglese. Non esiste nulla di simile in Italia dove storicamente si sono succeduti gruppi politico ideologici diversi: prima i liberali, poi i fascisti a cui seguono nel dopoguerra i comunisti e i cattolici. Poi la crisi di Mani pulite che ha fatto emergere il potere della magistratura. In seguito, si formano o movimenti o raggruppamenti attorno a un capo come Berlusconi, Prodi, Renzi, Grillo e ora Salvini. Sono gruppi ristretti, formati da amici, conoscenti, simpatizzanti e «clienti» che egemonizzano il potere e creano istituzioni per loro stessi da cui escludono gli altri. Non ci sono in Italia istituzioni politiche o scientifiche o formative unificanti, non c'è una vera, unica classe dirigente. E sembra che a livello popolare non se ne senta neppure l'esigenza. Il politico non viene eletto per ciò che ha dimostrato di sapere fare e non gli si chiede di avere una formazione culturale adeguata. Grillo arriva a sostenere che i parlamentari dovrebbero essere estratti a sorte tra i cittadini. Questa divisione delle élite lascia il potere in mano alla burocrazia che non ha valori, non ha mete, ostacola la creazione e tende solo a crescere su se stessa.

I bulli che umiliano la cultura. Si va diffondendo l'idea che, con una disoccupazione così elevata, sia inutile studiare, scrive Francesco Alberoni Domenica 06/05/2018, su "Il Giornale". Si va diffondendo l'idea che, con una disoccupazione giovanile così elevata, sia inutile studiare, inutile imparare, inutile prendere bei voti perché tanto, si dice, nella vita si affermano i forti, i corrotti, i violenti, quelli che sanno dominare gli altri, imporre il loro volere. È questo il pensiero che sta dietro il diffondersi del bullismo in tutte le sue forme. Dal piccolo gruppo di studenti che domina sugli altri, deride e si beffa dei più deboli, li mette a tacere, fino ai gruppi più aggressivi che offendono ed insultano anche i professori in modo che perdano agli occhi dei loro allievi l'ultima autorità loro rimasta. E così denigrano la cultura, il sapere, l'unica forza che nel mondo moderno fa avanzare tanto gli individui che i popoli. Gli individui, perché emergono solo coloro che fanno le scuole e le università migliori e i popoli perché solo alcuni hanno i centri di ricerca più avanzati, gli studiosi più apprezzati e una ferrea organizzazione del lavoro. E questo modo di pensare disastroso si afferma anche in politica col principio anarchico che «uno vale uno» quindi chiunque, anche il più fannullone e ignorante, può dirigere un Paese moderno e affrontare le bufere geopolitiche di oggi. Bisogna riporre in primo piano l'idea che lo strumento fondamentale con cui gli esseri umani lottano, si affermano, si rendono utili agli altri, è il sapere, la cultura. In tutte le forme: scientifica, artistica musicale, linguistica, come capacità di scrivere e di parlare, di calcolare e di prevedere. Ma voi provate a domandare alla gente che cosa desidera. Vi risponderà che desidera viaggiare, fare crociere, una nuova macchina, una barca, un nuovo televisore. Nessuno vi risponde che desidera imparare la matematica, il diritto, le lingue, l'economia, la biologia o l'informatica. Le spese per svago e per divertimenti superano paurosamente le spese culturali. Ci sono ancora persone che leggono libri? Solo una minoranza, quella che studia con fermezza e costituirà la futura élite internazionale. E gli altri? Gli altri saranno tutti dei disoccupati e dei sottoproletari. Basta, cambiate direzione, datevi da fare. Siete ancora in tempo, per poco.

Vuoi scrivere un libro? Leggine cento, scrive il 16 aprile 2018 Paolo Gambi su “Il Giornale”.

“Se scrivo la mia storia vinco il Nobel per la letteratura”.

“Ti racconto il libro che ho in testa, tu lo scrivi e dividiamo gli utili”.

“La mia vita è così incredibile che voglio farne un romanzo da un milione di copie”.

Da quando faccio lo scrittore più o meno ogni giorno vengo approcciato da qualcuno con una frase del genere. La qual cosa mi lusinga molto: ciascuno di noi è un intreccio di parole che si sono fatte carne e pensare di metterle per iscritto, e di chiedere il mio aiuto per farlo, è per me fonte di soddisfazione ed autostima. E contando che ho scritto libri molto diversi che partono dai romanzi e arrivano a biografie di personaggi molto disparati – dal Cardinal Tonini a Raoul Casadei – non trovo strano che ci sia chi mi interpella. Infatti da qualche tempo a questa parte ho deciso di iniziare a costruire una risposta a chi mi pone queste domande. Solo che se poi alle stesse persone che vogliono scrivere un libro chiedo: “qual è l’ultimo libro che hai letto?”, la risposta di solito è qualcosa come:

“Non mi ricordo, alla sera guardo la televisione”.

“È da quando ero alle superiori che non leggo più”.

“Dai valà, non posso mica perdere il mio tempo così”.

Che è un po’ come se qualcuno volesse vincere la medaglia d’oro alle Olimpiadi per i 100 metri stile libero ma si rifiutasse di andare in piscina ad allenarsi. I dati sulla lettura in Italia continuano ad essere impietosi. Sei italiani su dieci, nel 2016, non hanno letto neppure un libro in un anno. Tutti vogliono scrivere. Pochissimi vogliono leggere. Allora, è meraviglioso sognare di diventare la nuova Rowling o scrivere delle nuove sfumature di grigio (possibilmente meno disgustose) impastate con la propria storia. Però se vuoi scrivere un libro inizia a leggerne almeno cento.

Saviano a Salvini: “Ministro della malavita”. La propaganda fa proseliti e voti. Sei ricco? Sei mafioso! Il condizionamento psicologico mediatico-culturale lava il cervello e diventa ideologico, erigendo il sistema di potere comunista. Cosa scriverebbero gli scrittori comunisti senza la loro Mafia e cosa direbbero in giro per le scuole a far proselitismo comunista? Quale film girerebbero i registi comunisti antimafiosi? Come potrebbero essere santificati gli eroi intellettuali antimafiosi? Quali argomenti affronterebbero i talk show comunisti e di cosa parlerebbero i giornalisti comunisti nei TG? Cosa scriverebbero e vomiterebbero i giornalisti comunisti contro gli avversari senza la loro Mafia? Cosa comizierebbero i politici comunisti senza la loro Mafia? Quali processi si istruirebbero dai magistrati eroi antimafiosi senza la loro mafia? Cosa farebbero i comunisti senza la loro Mafia ed i beni della loro Mafia? Di cosa camperebbero le associazioni antimafiose comuniste? Cosa esproprierebbero i comunisti senza l'alibi della mafiosità? La Mafia è la fortuna degli antimafiosi. Se non c'è la si inventa e si infanga un territorio. Mafia ed Antimafia sono la iattura del Sud Italia dove l’ideologia del povero contro il ricco attecchisce di più. Sciagura antimafiosa che comincia ad espandersi al Nord Italia per colpa della crisi economica creata da antimafia e burocrazia. Più povertà per tutti, dicono i comunisti.

Saviano è il vero intoccabile. Vietato fare satira su di lui. Chi ha provato a scherzare sullo scrittore, da Zalone ai comici Luca e Paolo, è stato subito messo a tacere, scrive Nino Materi, Lunedì 25/06/2018, su "Il Giornale". Scherza con i santi, ma lascia stare Saviano. Giù le mani da Roberto. E poco importa se la mano è quella - innocua - che potresti mettere davanti alla bocca, magari solo per soffocare un inizio di risata. Perché in Italia si può fare ironia su tutti (compresi Papa e presidente della Repubblica), eccetto che sullo scrittore di Gomorra. Chi si è cimentato con la sua parodia, ha subito avvertito la stessa piacevole sensazione di mettere le dita in una presa di corrente. Insomma, Saviano come i fili dell'alta tensione. E una bella scossa, nel corso degli anni, se la sono presa i pochi coraggiosi che hanno tentato di imitarlo comicamente. Niente di pesante, per carità: appena una bonaria presa in giro del suo eloquio da santone in perenne trance sciamanica; del suo incedere messianico sulle acque procellose dell'antimafia; delle sue pause meditative da salvatore della patria in servizio h24; del suo grattarsi la pelata come se pensieri e preoccupazioni fossero solo una sua esclusiva; del suo sapiente gesticolare ostentando più anelli di J-Ax e Fedez messi insieme. Un minimo sindacale satirico che, tuttavia, si è rivelato più che sufficiente per far scendere il «guitto» di turno a più miti consigli. Lo sa bene il grande Checco Zalone che, in uno show televisivo, vestì i panni di uno sfigatissimo Saviano cui tutte le ragazze davano il due di picche «perché la camorra ha il monopolio della f...». Saviano (personaggio che notoriamente non brilla per autoironia), invece di riderci su, si risentì. E con lui si attapirarono tutti i suoi fan secondo i quali «ironizzare su Saviano equivale a fare un favore ai camorristi». Risultato: Checco Zalone, da quella volta, non si «permise» mai più di imitare lo scrittore più scortato del mondo. Stessa parabola censoria anche per il duo comico Luca e Paolo che, addirittura dal palco del Festival di Sanremo, si azzardarono a punzecchiare Roberto, ricordandogli come alcune delle sue denunce equivalessero un po' alla scoperta dell'acqua calda. Apriti cielo. I due artisti furono immediatamente redarguiti dal rigoroso «funzionario Rai» che suggerì loro di «occuparsi d'altro». Meno clamorosa, ma altrettanto deciso il consiglio a «non insistere sull'argomento» indirizzato al cabarettista Sergio Friscia, «reo» di animare un Saviano un po' troppo bozzettistico. La stessa «colpa» attribuita pure ad altri due colleghi di Friscia: Cristian Calabrese, autore di uno sketch dal titolo dissacratorio, Zero Zero Zero ed Enzo Costanza protagonisti di una serie di video esilaranti, ma ritenuti non propriamente savianolly correct. In questi casi non risulta un intervento diretto del giornalista finalizzato a zittire i suoi epigoni parodistici, ma alcune sue dichiarazioni esprimono bene il concetto che Saviano ha rispetto alla creatività umoristica: «La creatività fa, non commenta. E i The Jackal ne sono un esempio». Ma perché mai ai comici dovrebbe essere precluso il diritto al «commento»? e, poi, chi sono «The Jackal»? Al primo quesito Saviano non ha mai risposto; facile invece la risposta al secondo: si tratta di un gruppo di brillanti filmaker che devono il successo a video-parodie cliccatissime su youtube, la più celebre delle quali è: Gli effetti di Gomorra sulla gente. In questo caso, per non correre rischi, Saviano ha voluto prendere parte direttamente ad alcuni ciak. Motivo? I maligni dicono: «Per accertarsi di non essere preso in giro». Intanto lui, un giorno sì e l'altro pure, dà del «buffone», «razzista» e «codardo» al ministro dell'Interno. A offese invertite, Salvini sarebbe già stato costretto alle dimissioni.

LA RAI, YOUTUBE E LA CENSURA.

Può la Rai, servizio pubblico di un’azienda di Stato, finanziata con il canone e le tasse dei cittadini, vantare diritti esclusivi di diritto d'autore su fatti di cronaca ed impedire la divulgazione di notizie di interesse pubblico e violare le norme internazionali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright?

Tutto inizia e finisce con una E-mail.

Venerdì 18/05/2018 19:40 da YouTube <accounts-noreply@youtube.com> ad ANTONIO GIANGRANDE <presidente@ingiustizia.info>: [Avviso di rimozione per violazione del copyright] Il tuo account YouTube verrà disattivato tra 7 giorni.

Salve ANTONIO GIANGRANDE, In seguito a una richiesta di rimozione per violazione del copyright siamo stati costretti a rimuovere il tuo video da YouTube: Titolo del video: Sarah Scazzi. Il processo. 1ª parte. La scomparsa.

Rimozione richiesta da: RAI. Questo significa che non sarà più possibile riprodurre il video su YouTube.  Hai ricevuto un avvertimento sul copyright. Al momento hai 3 avvertimenti sul copyright. Per questo motivo, è prevista la disattivazione del tuo account tra 7 giorni. Il tuo canale rimarrà pubblicato per i prossimi 7 giorni per consentirti di cercare una soluzione e mantenerlo attivo. Se ritieni di non essere in torto in uno o più casi sopra descritti, puoi fare ricorso inviando una contronotifica. Durante l'elaborazione della contronotifica, il tuo account non verrà disattivato. Tieni presente che l'invio di una contronotifica con informazioni false può comportare gravi conseguenze legali. Puoi inoltre contattare l'utente che ha rimosso il tuo video e chiedergli di ritirare la richiesta di rimozione. Durante questo periodo, non potrai caricare nuovi video e gli avvertimenti sul tuo account non scadranno.

Risposta: Il mio utilizzo dei contenuti soddisfa i requisiti legali del fair use o del fair dealing ai sensi delle leggi vigenti sul copyright. Le norme nazionali ed internazionali mi permettono di fare copie singole di parti di opere per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. Infatti sono autore del libro che racconta della vicenda. A tal fine posso assemblarle o per fare una rassegna stampa. In ogni caso le immagini sono di utilizzo pubblico così come stabilito dal tribunale di Taranto in virtù del decreto dell’autorizzazione esclusiva alle telecamere di “Un Giorno in Pretura” con obbligo di condividere i filmati con gli altri media. Su questo filmato altre rivendicazioni analoghe sono state ritirate in seguito alla stessa contestazione. E comunque, stante che il filmato è già stato rimosso da youtube, si chiede alla signoria vostra di ritirare l’avvertimento, affinchè l’intero canale “Antonio Giangrande” con 387 video di Pubblico Interesse non venga disattivato.

Insomma non si presenta la contronotifica, per minaccia di azioni legali del colosso Rai e si genuflette per un diritto.

Ma Youtube non si ferma qua. Già, sul portale di informazione ed approfondimento in oggetto, pagava solo 1 decimo di tutti i video di cui si era chiesto la monetizzazione. E non solo a quel portale.

YouTube: perché (quasi) nessuno ci guadagna davvero? Scrivono Milena Gabanelli e Andrea Marinelli il 25 giugno 2018 su "Il Corriere della Sera". Un luogo comune dell’era digitale vuole che basti un po’ di ingegno per fare soldi su YouTube. Guardando i dati però, la realtà è un’altra: il 97 per cento degli YouTuber non riesce a superare i 10.000 euro all’anno. In Gran Bretagna, però, un minorenne su tre sogna di diventare una star del servizio video di Google — addirittura il triplo rispetto a chi sogna di fare il dottore — e di imitare DanTdm, un gamer ventiseienne che lo scorso anno ha incassato 16,5 milioni di dollari giocando ai videogiochi, oppure Zoella, che ha 28 anni e guadagna circa 50 mila sterline al mese pubblicando video su come si veste e si trucca. Tutti pensano che questi soldi li facciano con la pubblicità, ma è vero solo in parte.

Il 97% degli YouTuber non batte chiodo. Google non rivela i numeri esatti, ma secondo le stime i canali YouTube al mondo sono all’incirca 1 miliardo. Di questi, stando a uno studio dell’Università di Offenburg, in Germania, il 97 per cento non batte un chiodo. Il 2 per cento riceve almeno 1,4 milioni di visite al mese e galleggia invece attorno alla soglia di povertà, incassando all’incirca 16.800 dollari all’anno. A guadagnarci davvero è il restante 1 per cento, che ottiene fra i 2 e i 42 milioni di visualizzazioni ogni mese. Secondo l’autore della ricerca Mathias Bartl, professore di Scienze Applicate e fra i primi a esaminare i dati di YouTube, «avere successo nella nuova Hollywood è difficile quanto in quella vecchia». E il risultato è che puoi avere mezzo milione di follower su YouTube, ma essere costretto a lavorare da McDonald’s per mantenerti.

Un milione di visualizzazioni vale 1.000 dollari. La pubblicità su YouTube, infatti, porta all’incirca 1 dollaro ogni 1.000 visualizzazioni (a volte 50 centesimi, altre 5 dollari: dipende dai casi e i dati non sono pubblici). Un milione di visualizzazioni si trasforma dunque in appena 1.000 dollari al mese. Questo però se la pubblicità viene guardata: siccome molti installano programmi che la bloccano e altri la saltano appena parte, la società di marketing britannica Penna Powers calcola che alla fine soltanto il 15% la vedono realmente. E così un milione di visualizzazioni si trasforma in 150.000, e 1.000 dollari diventano appena 150.

Come fare i soldi su internet. In sostanza, Internet è un ottimo palcoscenico per avere visibilità, ma poi bisogna saper approdare alle sponsorizzazioni, ai libri o alle trasmissioni televisive da cui ricevere un cachet: è da lì che arrivano i soldi veri di star come Sofia Viscardi — dal cui libro Succede è appena stato tratto un film omonimo, uscito in Italia a inizio aprile — o Favij, che ha raggiunto il primo posto nella classifica della narrativa italiana con il romanzo fantasy The Cage – Uno di noi mente, pubblicato da Mondadori Electa. Il discorso vale anche per Instagram, che è di proprietà di Facebook: il grosso dei corposi incassi di Chiara Ferragni o Mariano Di Vaio, gli influencer italiani con più follower su Instagram, arriva proprio da sponsorizzazioni e accordi commerciali. Per guadagnarci, quindi, bisogna essere bravi imprenditori.

YouTube ha cambiato l’algoritmo. Non è un caso che la stessa società di streaming voglia aiutare i creatori di contenuti a guadagnare di più, ma anche loro vogliono farlo tramite sponsorizzazioni o programmi di commenti a pagamento: più paghi, più in evidenza saranno le tue parole. A questa situazione contribuisce anche l’algoritmo di YouTube: nel 2006 il 3% dei canali più seguiti totalizzava il 64% delle visualizzazioni totali del sito. Dieci anni più tardi raggiunge il 90%. In pratica, YouTube ha cambiato l’algoritmo per far circolare di più i video migliori, penalizzando tutti gli altri. Recentemente, ha anche stabilito che per poter guadagnare con la pubblicità è necessario avere almeno 1.000 follower e 4.000 ore di visualizzazioni nell’ultimo anno, complicando ulteriormente la strada verso il successo.

Uno su mille ce la fa. Insomma, ce la fanno in pochi, chi ce la fa sempre invece è YouTube, che vuol dire Google, che vuol dire un fatturato globale da 100 miliardi di dollari nel 2017, e 60 miliardi parcheggiati nei paradisi fiscali offshore. In Italia incassa in pubblicità circa 1,5 miliardi di euro all’anno, ma le tasse le paga in Irlanda, al 12,5 per cento. Alla fine anche da noi il colosso californiano è stato costretto a lasciare qualcosa: 306 milioni. Ma solo dopo l’intervento dell’Agenzia delle Entrate e della Procura di Milano.

California, a sparare una youtuber: «Era arrabbiata perché la società le aveva sospeso i pagamenti». Il padre della donna che ha aperto il fuoco, Nasim Aghdam: «Odiava la società». Aghdam, 39 anni scriveva: «Non c'è libertà di parola», scrive Marta Serafini il 4 aprile 2018 su "Il Corriere della Sera". Era arrabbiata perché «YouTube aveva smesso di pagarla per i video che pubblicava sulla piattaforma». Gli investigatori scavano nel passato di Nasim Aghdam, 39 anni, attivista vegana e animalista residente a San Diego, che ha fatto fuoco nel campus di San Bruno ferendo tre persone per poi togliersi la vita. A confermare l’ipotesi che la donna fosse furibonda con YouTube, il padre Ismail Aghdam che in un’intervista ad un giornale locale ha spiegato come la figlia fosse sparita lunedì e non rispondesse al telefono da due giorni. «Era arrabbiata perché YouTube aveva sospeso tutto, li odiava», ha dichiarato l’uomo. L’ipotesi è la società avesse sospeso i pagamenti o a causa dei contenuti inappropriati dei filmati postati dalla donna o a causa di un calo dei follower. Secondo la Nbc un suo filmato era stato censurato da YouTube e secondo il New York Times tutti i suoi canali erano stati rimossi martedì notte. Il 20 febbraio YouTube ha stabilito nuove regole che escludono dalla monetizzazione i canali con meno di 10.000 abbonati e meno di 4.000 ore di visualizzazione e probabilmente i filmati di Aghdam sono rientrati in questo giro di vite.

Cos'è accaduto e chi era la donna. Aghdam, di origini iraniane, aveva una presenza sul web «rilevante», un sito internete postava video dal 2011 con il nickname di Nasim Wonderl e sul suo sito. Il contenuto variava: dalle ricette vegane, passando per le parodie musicali, fino ai commenti contro la violenza sugli animali e gli esercizi di bodybuilding. «Tutti i miei video sono autoprodotti senza l'aiuto di nessuno», scriveva orgogliosa. Aghdam si sarebbe lamentata più volte pubblicamente perché alcuni suoi post erano stati vietati ai minori, un trattamento che la stessa youtuber aveva denunciato non essere applicato a filmati dai contenuti più espliciti come i video clip di Miley Cyrus. «Non c’è libertà di parola nel mondo e verrai perseguitata per aver detto la verità», scriveva. Su Instagram il 18 marzo si lamentava di nuovo della censura di YouTube. La donna era anche un’attivista della Peta e manifestava a favore dei diritti degli animali. «Per me gli animali devono avere gli stessi diritti degli esseri umani», diceva a Los Angeles Times nel 2009.

YouTube sta rendendo più restrittive le regole che consentono agli iscritti di inserire pubblicità nei propri video e di guadagnare soldi. Lo scopo principale dell’iniziativa è quello garantire agli inserzionisti che i propri spot non finiscano all’interno di contenuti inappropriati o con immagini disturbanti, come avvenuto in passato.

La novità è stata annunciata dalla stessa azienda con un post sul blog “YouTube creators”: a partire da ieri, per iscriversi al “Programma partner” sono necessari almeno 1000 iscritti al proprio canale e 4000 ore di visualizzazione nell’arco degli ultimi 12 mesi.

“Le nuove regole ci permetteranno di migliorare in maniera significativa la nostra capacità di individuare i canali che contribuiscono positivamente alla nostra community e ci aiuteranno a generare maggiori entrate pubblicitarie per loro (e a tenerci lontano dai "cattivi attori"). Questi standard più elevati ci aiuteranno anche a evitare che i video potenzialmente inappropriati possano monetizzare, danneggiando i ricavi per tutti”, hanno spiegato Neal Mohan, chief product officer e Robert Kyncl, chief business officer. In precedenza, il requisito minimo per accedere al programma era quello delle 10mila visualizzazioni complessive. La differenza sembra sostanziale: a pagarne le conseguenze saranno sicuramente i canali più piccoli, che non attraggono un pubblico vasto ma che fino due giorni fa potevano guadagnare e perlomeno sostenere la realizzazione dei propri video. Prima di diventare famosi e raggiungere i requisiti richiesti, adesso gli aspiranti Youtuber dovranno trovare delle strade alternative per finanziare i propri progetti. YouTube pensa ovviamente ai propri interessi: un paio di mesi fa, aveva perso milioni di dollari di ricavi, in seguito alla decisione di alcuni inserzionisti – tra i quali Adidas, Mars, Deutsche Bank – di lasciare la piattaforma dopo essersi ritrovati la propria pubblicità sui dei video disseminati di commenti pedofili.

Come sottolinea il sito d’informazione The Next Web, l’approccio sembra contraddittorio: i nuovi criteri rendono la vita più difficile ai canali con pochi iscritti e visualizzazioni, lasciando tuttavia uno spiraglio ai trasgressori che distribuiscono contenuti inappropriati, ma che hanno successo. YouTube pensa di risolvere la questione affidandosi non solo alla metrica quantitativa, ma anche alle segnalazioni che arrivano dalla community e a metodologie di rilevazione di spam o altri abusi più efficaci.

L’annuncio arriva a distanza di una settimana della vicenda che ha coinvolto Logan Paul: il famoso Youtuber, apprezzatissimo tra i teenager, aveva condiviso il video di un suicidio avvenuto in Giappone. A rimuovere il contenuto però non era stato YouTube, bensì il suo stesso creatore. Con le identiche modalità era scomparso il video caricato qualche mese fa da PewPewDie – che con i suoi 12 milioni di dollari è tra le 10 star più pagate del Tubo nel 2017 – nel quale comparivano due uomini a petto nudo che avevano in mano un cartello con la scritta “Death to All Jews”. I due episodi, in particolare, hanno spinto YouTube a modificare anche le regole di Google Preferred, la soluzione di advertising dedicata ai canali più popolari (circa il 5% del totale): tutti i contenuti del programma saranno valutati da un moderatore e approvati manualmente. Se da un lato le mosse appaiono logiche e sensate, soprattutto per non perdere la fiducia degli inserzionisti e milioni di ricavi dalla pubblicità, dall’altro non si può fare a meno di notare che che la nuova policy, rischia di stroncare sul nascere i sogni di migliaia aspiranti youtuber e di rendere esclusiva una piattaforma che ha fatto invece dell’inclusività uno dei fattori chiave del suo successo.

Le migliori alternative a YouTube, scrive "1and1". YouTube è il campione indiscusso tra i portali video e può tranquillamente essere definito come il leader del settore. Con oltre un miliardo di utenti, secondo i dati forniti dalla compagnia stessa, quasi un terzo di tutta l’utenza Internet naviga su YouTube. È indubbio che la piattaforma da tempo sia stata riconosciuta anche come un efficace strumento di marketing. I video sono caricabili con pochi click e tramite la generazione automatica di un codice HTML sono facilmente postabili su siti web esterni. Inoltre, dal 2010, quando YouTube e SIAE hanno firmato un accordo riguardo ai video musicali e ai proventi generati dalle visualizzazioni di questi, è diventato ancora più difficile per la concorrenza. Dunque è lecito porsi la seguente domanda: quali alternative ci sono a YouTube?

Le alternative attive a YouTube presentate in questo articolo sono cinque e sono Vimeo, Dailymotion, Veoh, Vevo e Flickr. Questi quattro servizi offrono agli utenti privati ed a coloro che li utilizzano per lavoro molte possibilità diverse, come guardare e mettere a disposizione contenuti eccezionali.

Dailymotion è un portale video di origine francese, che rappresenta una delle migliori alternative a YouTube in termine di numero utenti, soprattutto nel suo paese di origine. Nel 2015 il servizio ha registrato una utenza attiva del 23%. Comparando a livello internazionale, nessun altro servizio raggiunge un valore simile. In Francia infatti Dailymotion si trova secondo solo a YouTube, che ha una utenza attiva del 57%. Ad ogni modo, anche in altri paesi Dailymotion si trova al secondo posto dietro a YouTube. La compagnia calcola i suoi utenti in giro per il globo attorno ai 300 milioni. Mensilmente vengono visualizzati 3,5 miliardi di video su Dailymotion. In Italia Dailymotion riceve 6 milioni di unique viewers al mese, registrando un totale di circa 65 milioni di visualizzazioni tra tutti i tipi di dispositivi. Dailymotion punta principalmente sulle specifiche di upload: con file video fino a 2GB e 60 minuti di durata. Vengono supportati numerosi formati video e audio, così che è possibile scegliere tra file con estensione .mov, .mpeg4, .mp4, .avi e .wmv. Come codec video e audio vengono consigliati rispettivamente H.264 e AAC con un frame rate di 25FPS. La risoluzione massima possibile è 1080p (Full HD). In questo modo il portale si confà anche agli uploader più esigenti; i file di grandi dimensioni sono ben accetti tanto quanto lo è una qualità convincente dell’immagine. Il layout, di colore blu e bianco, è semplice e comodo da utilizzare. L’ordine degli elementi è decisamente orientato a quello di YouTube, che ha il vantaggio, che anche i principianti riescono a raccapezzarci qualcosa sin da subito. Anche l’integrazione e la condivisione dei video su piattaforme esterne è semplice; con un click il codice HTML corretto viene automaticamente generato. Ci sono inoltre ulteriori funzioni per i cosiddetti partner, i quali hanno la possibilità di guadagnare soldi con Dailymotion esattamente come su YouTube. Anche con Dailymotion si può monetizzare con i video, personalizzare il player e controllare i proventi attraverso il tool di analisi. Perciò Dailymotion è una delle migliori alternative a YouTube particolarmente per i blogger, che vogliono mettere i propri contenuti a disposizione solo a pagamento o che vogliono offrire dei contenuti premium separati. Chi ad esempio vuole usufruire della monetizzazione offerta da Dailymotion per un sito web, può sia attivare il proprio sito sia incorporare un dispositivo speciale del provider. Alcuni partner rinomati hanno già preso parte a questo programma, e tra questi vi sono ad esempio la CNN, la Süddeutsche Zeitung e la Deutsche Welle. Anche la vasta scelta di App di Dailymotion risulta piacevole. L’alternativa a YouTube è presente con apposite App su molte Smart TV, set-top box o sulla Playstation 4 della Sony, e può essere guardata comodamente dal divano di casa. Il servizio può essere utilizzato anche da dispositivo mobile con applicazioni iOS, Android o Windows.

Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Bisogna studiare.

Bisogna cercare le fonti credibili ed attendibili per poter studiare.

Bisogna studiare oltre la menzogna o l’omissione per poter sapere.

Bisogna sapere il vero e non il falso.

Bisogna non accontentarsi di sapere il falso per esaudire le aspirazioni personali o di carriera, o per accondiscendere o compiacere la famiglia o la società.

Bisogna sapere il vero e conoscere la verità ed affermarla a chi è ignorante o rinfacciarla a chi è in malafede.

Studiate “e conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi” (Gesù. Giovanni 8:31, 32).

Studiare la verità rende dotti, saggi e LIBERI!

Non studiare o non studiare la verità rende schiavi, conformi ed omologati.

E ciò ci rende cattivi, invidiosi e vendicativi.

Fa niente se studiare il vero non è un diritto, ma una conquista.

Vincere questa guerra dà un senso alla nostra misera vita.

Dr Antonio Giangrande

Immigrazione/emigrazione. Dimmi dove vai, ti dirò chi sei.

L'immigrato/emigrato italiano o straniero è colui il quale si è trasferito, per costrizione o per convenienza, per vivere in un altro luogo diverso da quello natio.

Soggetti: L’immigrato arriva, l’emigrato parte. La definizione del trasferito la dà colui che vive nel luogo di arriva o di partenza. Chi resta è geloso della sua terra, cultura, usi e costumi. Chi arriva o parte è invidioso degli altri simili. Al ritorno estemporaneo al paese di origine gli emigrati, per propria vanteria, per spirito di rivalsa e per denigrare i conterranei di origine, tesseranno le lodi della nuova cultura, con la litania “si vive meglio là, là è diverso”, senza, però, riproporla al paese di origine, ma riprendendo, invece, le loro vecchie e cattive abitudini. Questi disperati non difendono o propagandano la loro cultura originaria, o gli usi e costumi della terra natia, per il semplice motivo che da ignoranti non li conoscono. Dovrebbero conoscere almeno il sole, il mare, il vento della loro terra natia, ma pare (per soldi) preferiscano i monti, il freddo e la nebbia della terra che li ospita. 

Tempo: il trasferimento può essere temporaneo o permanente. Se permanente le nuove generazioni dei partenti si sentiranno appartenere al paese natio ospitante.

Luoghi di arrivo: città, regioni, nazioni diverse da quelle di origine.

Motivo del trasferimento: economiche (lavoro, alimentari, climatiche ed eventi naturali); religiose; ideologiche; sentimentali; istruzione; devianza.

Economiche: Lavoro (assente o sottopagato), alimentari, climatiche ed eventi naturali (mancanza di cibo dovute a siccità o a disastri naturali (tsunami, alluvioni, terremoti, carestie);

Religiose: impossibilità di praticare il credo religioso (vitto ed alloggio decente garantito);

Ideologiche: impossibilità di praticare il proprio credo politico (vitto ed alloggio decente garantito);

Sentimentali: ricongiungimento con il proprio partner (vitto ed alloggio decente garantito);

Istruzione: frequentare scuole o università o stage per elevare il proprio grado culturale (vitto ed alloggio decente garantito);

Devianza: per sfuggire alla giustizia del paese di origine o per ampliare i propri affari criminali nei paesi di destinazione (vitto ed alloggio decente garantito).

Il trasferimento per lavoro garantito: individuo vincitore di concorso pubblico (dirigente/impiegato pubblico); trasfertista (assegnazione temporanea fuori sede d’impresa); corrispondente (destinazione fuori sede di giornalisti o altri professionisti). Chi si trasferisce con lavoro garantito ha il rispetto della gente locale indotto dal timore e rispetto del ruolo che gli compete, fatta salva ogni sorta di ipocrisia dei locali che maschera il dissenso all’invasione dell’estraneo. Inoltre il lavoro garantito assicura decoroso vitto e alloggio (nonostante il caro vita) e civile atteggiamento dell’immigrato, già adottato nel luogo d’origine e dovuto al grado di scolarizzazione e cultura posseduto.

Il trasferimento per lavoro da cercare in loco di destinazione: individuo nullafacente ed incompetente. Chi si trasferisce per lavoro da cercare in loco di destinazione appartiene ai ceti più infimi della popolazione del paese d’origine, ignari di solidarietà e dignità. Costui non ha niente da perdere e niente da guadagnare nel luogo di origine. Un volta partiva con la valigia di cartone. Non riesce ad inserirsi come tutti gli altri, per mancanza di rapporti adeguati amicali o familistici, nel circuito di conoscenze che danno modo di lavorare. Disperati senza scolarizzazione e competenza lavorativa specifica. Nel luogo di destinazione faranno quello che i locali non vorrebbero più fare (dedicarsi agli anziani, fare i minatori o i manovali, lavorare i campi ed accudire gli animali, fare i lavapiatti nei ristoranti dei conterranei, lavare le scale dei condomini, fare i metronotte o i vigilanti, ecc.). Questo tipo di manovalanza assicura un vergognoso livello di retribuzione e, di conseguenza, un livello sconcio di vitto ed alloggio (quanto guadagnano a stento basta per sostenere le spese), oltre l’assoggettamento agli strali più vili e razzisti della popolazione ospitante, che darà sfogo alla sua vera indole. Anche da parte di chi li usa a scopo politico o ideologico. Questi disperati subiranno tacenti le angherie e saranno costretti ad omologarsi al nuovo stile di vita. Lo faranno per costrizione a timore di essere rispediti al luogo di origine, anche se qualcuno tenta di stabilire la propria discultura in terra straniera anche con la violenza.

Ecco allora è meglio dire: Dimmi come vai, ti dirò chi sei.

Il limite del tempo e dell'uomo, scrive Vittorio Sgarbi, Giovedì 28/12/2017, su "Il Giornale". «Due verità che gli uomini generalmente non crederanno mai: l'una di non saper nulla, l'altra di non esser nulla. Aggiungi la terza, che ha molta dipendenza dalla seconda: di non aver nulla a sperare dopo la morte». Un pensiero di Leopardi dallo Zibaldone. Inadatto al clima natalizio, ma terribilmente vero. Forse la forza di un pensiero così chiaro dissolve le nostre illusioni, ma ci impegna a dimenticarlo, per fingere che la nostra vita abbia un senso. Perché vivere altrimenti? L'insensatezza della nostra azione si misura con la brevità del tempo. Da tale pensiero è sfiorato anche Dante, che non dubitava di Dio, ma misurava il nostro limite rispetto al tempo: «Se tu riguardi Luni e Urbisaglia/come sono ite e come se ne vanno/di retro ad esse Chiusi e Sinigaglia,/udir come le schiatte si disfanno/non ti parrà nuova cosa né forte,/poscia che le cittadi termine hanno./Le vostre cose tutte hanno lor morte,/sì come voi; ma celasi in alcuna/che dura molto, e le vite son corte». Se tutto finisce, perché noi dovremmo sopravviverci? E se ci fosse qualcosa dopo la morte, che limite dovremmo porvi? I nati e i morti, prima di Cristo, gli egizi e i greci, con le loro religioni, che spazio dovrebbero avere, nell'aldilà che non potevano presumere? La vita dopo la morte toccherebbe anche agli inconsapevoli? Con Dante e Leopardi, all'inferno incontreremo anche Marziale e Catullo? O la vita oltre la morte non sono già, come per Leopardi, i loro versi?

Buon Primo maggio. La festa dei nullafacenti.

Editoriale del Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, che sul tema ha scritto alcuni saggi di approfondimento come "Uguaglianziopoli. L'Italia delle disuguaglianze" e "Caporalato. Ipocrisia e speculazione".

Il primo maggio è la festa di quel che resta dei lavoratori e da un po’ di anni, a Taranto, si festeggiano i lavoratori nel senso più nefasto della parola. Vogliono mandare a casa migliaia di veri lavoratori, lasciando sul lastrico le loro famiglie. Il Governatore della Puglia Michele Emiliano, i No Tap, i No Tav, il comitato “Liberi e Pensanti”, un coacervo di stampo grillino, insomma, non chiedono il risanamento dell’Ilva, nel rispetto del diritto alla salute, ma chiedono la totale chiusura dell’Ilva a dispregio del diritto al lavoro, che da queste parti è un privilegio assai raro.

Vediamo un po’ perché li si definisce nullafacenti festaioli?

Secondo l’Istat gli occupati in Italia sono 23.130.000. Ma a spulciare i numeri qualcosa non torna.

Prendiamo come spunto il programma "Quelli che... dopo il TG" su Rai 2. Un diverso punto di vista, uno sguardo comico e dissacrante sulle notizie appena date dal telegiornale e anche su ciò che il TG non ha detto. Conduttori Luca Bizzarri, Paolo Kessisoglu e Mia Ceran. Il programma andato in onda il primo maggio 2018 alle ore 21,05, dopo, appunto, il Tg2.

«Primo maggio festa dei lavoratori. Noi abbiamo pensato una cosa: tutti questi lavoratori che festeggiano, vediamo tutte ste feste. Allora noi ci siamo chiesti: Quanti sono quelli che lavorano in Italia. Perchè saranno ben tanti no?

Siamo 60.905.976 (al 21 ottobre 2016). Però facciamo così.

Togliamo quelli sotto i sei anni: 3.305.574 = 57.600.402 che lavorano;

Togliamo quelli sopra gli ottant’anni: 4.264.308 = 53.336.094 che lavorano;

Togliamo gli scolari, gli studenti e gli universitari: 10.592. 685 = 42.743.409 che lavorano;

Togliamo i pensionati e gli invalidi: 19.374.168 = 23.369.241 che lavorano;

Togliamo anche artisti, sportivi ed animatori: 3.835.674 = 19.533.567 che lavorano;

Togliamo ancora assenteisti, furbetti del cartellino, forestali siciliani, detenuti e falsi invalidi: 9.487.331 = 10.046.236 che lavorano;

Togliamo blogger, influencer e social media menager: 2.234.985 = 7.811.251 che lavorano;

Togliamo spacciatori, prostitute, giornalisti, avvocati, (omettono magistrati, notai, maestri e professori), commercialisti, preti, suore e frati: 5.654.320 = 2.156.931 che lavorano;

Ultimo taglietto, nobili decaduti, neo borbonici, mantenuti, direttori e dirigenti Rai: 1.727.771 = 429.160 che lavorano».

Questo il conto tenuto da Luca e Paolo con numeri verosimili alle fonti ufficiali, facilmente verificabili. In verità a loro risulta che a rimanere a lavorare sono solo loro due, ma tant’è.

Per non parlare dei disoccupati veri e propri che a far data aprile 2018 si contano così a 2.835.000.

In aggiunta togliamo i 450.000 dipendenti della pubblica amministrazione dei reparti sicurezza e difesa. Quelli che per il pronto intervento li chiami ed arrivano quando più non servono.

Togliamo ancora malati, degenti e medici (con numero da precisare) come gli operatori del reparto di ortopedia e traumatologia dell’Ospedale di Manduria “Giannuzzi”. In quel reparto i ricoverati, più che degenti, sono detenuti in attesa di giudizio, in quanto per giorni attendono quell’intervento, che prima o poi arriverà, sempre che la natura non faccia il suo corso facendo saldare naturalmente le ossa rotte.

A proposito di saldare. A questo punto non solo non ci sono più lavoratori, ma bisogna aspettare quelli futuri per saldare il conto.

Al primo maggio, sembra, quindi, che a conti fatti, i nullafacenti vogliono festeggiare a modo loro i pochi veri lavoratori rimasti, condannandoli alla disoccupazione. Ultimi lavoratori rimasti, che, bontà loro, non fanno più parte nemmeno della numerica ufficiale.

Quel che si rimembra non muore mai. In effetti il fascismo rivive non negli atti di singoli imbecilli, ma quotidianamente nell’evocazione dei comunisti.

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.  

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono poveri da aiutare, io vedo degli incapaci o degli sfaticati, ma, in specialmodo, vedo persone a cui è impedita la possibilità di emergere dall’indigenza per ragioni ideologiche o di casta o di lobby. 

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

Gattopardismo. Vocabolario on line Treccani. Gattopardismo s. m. (anche, meno comunem., gattopardite s. f.). – Nel linguaggio letterario e giornalistico, l’atteggiamento (tradizionalmente definito come trasformismo) proprio di chi, avendo fatto parte del ceto dominante o agiato in un precedente regime, si adatta a un nuova situazione politica, sociale o economica, simulando d’esserne promotore o fautore, per poter conservare il proprio potere e i privilegi della propria classe. Il termine, così come la concezione e la prassi che con esso vengono espresse, è fondato sull’affermazione paradossale che «tutto deve cambiare perché tutto resti come prima», che è l’adattamento più diffuso con cui viene citato il passo che nel romanzo Il Gattopardo (v. la voce prec.) si legge testualmente in questa forma «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» (chi pronuncia la frase non è però il principe di Salina ma suo nipote Tancredi).

Se questa è democrazia… 

I nostri politici sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti.

I liberali sono una parte politica atea e senza ideologia. Credono solo nella libertà, il loro principio fondante ed unico, che vieta il necessario e permette tutto a tutti, consentendo ai poveri, se capaci, di diventare ricchi. Io sono un liberale ed i liberali, sin dall’avvento del socialismo, sono mal tollerati perché contro lobbies e caste di incapaci. Con loro si avrebbe la meritocrazia, ma sono osteggiati dai giornalisti che ne inibiscono la visibilità.

I popolari (o populisti) sono la maggiore forza politica fondata sull’ipocrisia e sulle confessioni religiose. Vietano tutto, ma, allo stesso tempo, perdonano tutto, permettendo, di fatto, tutto a tutti. Sono l’emblema del gattopardismo. Con loro non cambia mai niente. Loro sono l’emblema del familismo, della raccomandazione e della corruzione, forte merce di scambio alle elezioni. Si infiltrano spesso in altre fazioni politiche impedendone le loro peculiari politiche ed agevolano il voltagabbanesimo.

I socialisti (fascisti e derivati; comunisti e derivati) sono una forza politica ideologica e confessionale di natura scissionista e frammentista e falsamente moralista, a carattere demagogico ed ipocrita. Cattivi, invidiosi e vendicativi. La loro confessione, più che ideologia, si fonda sul lavoro, sulle tasse e sul fisco. Rappresenterebbe la classe sociale meno abbiente. Illude i poveri di volerli aiutare, carpendone i voti fiduciari, ma, di fatto, impedisce loro la scalata sociale, livellando in basso la società civile, verso un progressivo decadimento, in quanto vieta tutto a tutti, condanna tutto e tutti, tranne a se stessi. Si caratterizzano dalla abnorme produzione normativa di divieti e sanzioni, allargando in modo spropositato il tema della legalità, e dal monopolio culturale. Con loro cambierebbe in peggio, in quanto inibiscono ogni iniziativa economica e culturale, perché, senza volerlo si vivrebbe nell’illegalità, ignorando, senza colpa, un loro dettato legislativo, incorrendo in inevitabili sanzioni, poste a sostentare il parassitismo statale con la prolificazione di enti e organi di controllo e con l’allargamento dell’apparato amministrativo pubblico. L’idea socialista ha infestato le politiche comunitarie europee.

Per il poltronificio l’ortodossia ideologica ha ceduto alla promiscuità ed ha partorito un sistema spurio e depravato, producendo immobilismo, oppressione fiscale, corruzione e raccomandazione, giustizialismo ed odio/razzismo territoriale.

La gente non va a votare perché il giornalismo prezzolato e raccomandato propaganda i vecchi tromboni e la vecchia politica, impedendo la visibilità alle nuove idee progressiste. La Stampa e la tv nasconde l’odio della gente verso questi politici. Propagandano come democratica l’elezione di un Parlamento votato dalla metà degli elettori Ed un terzo di questo Parlamento è formato da un movimento di protesta. Quindi avremo un Governo di amministratori (e non di governanti) che rappresenta solo la promiscuità, e la loro riconoscente parte amicale, ed estremamente minoritaria. 

I giornalisti in ogni dove, ormai, esprimono opinioni partigiane del cazzo. In relazione alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 alcuni di loro dicono che il movimento 5 stelle ha sfondato al sud con i voti dei nullafacenti per il reddito di cittadinanza: ossia la perpetuazione dell’assistenzialismo. Allora dovrebbe essere vero, anche, che al nord ha stravinto il razzismo della Lega di Salvini, il cui motto era: "Neghèr föra da i ball", ossia immigrati (che hanno preso il posto dei meridionali) tornino a casa loro. La verità è che l’opinione dei giornalisti vale quella degli avventori al bar; con la differenza che i primi sono pagati per dire stronzate, i secondi pagano loro la consumazione durante le loro discussioni ignoranti.

A chi votare?

Nell’era contemporanea non si vota per convinzione. Le ideologie sono morte e non ha senso rivangare le guerre puniche o la carboneria o la partigianeria.

Chi sa, a chi deve votare (per riconoscenza), ci dice che comunque bisogna votare e votare il meno peggio (che implicitamente è sottinteso: il suo candidato!).

A costui si deve rispondere:

Votare a chi non ci rappresenta? Votare a chi ci prende per il culo?

I disonesti parlano di onestà; gli incapaci parlano di capacità; i fannulloni parlano di lavoro; i carnefici parlano di diritti.

Nessuno parla di libertà. Libertà di scegliersi il futuro che si merita. Libertà di essere liberi, se innocenti.

La vergogna è che nessuno parla dei nostri figli a cui hanno tolto ogni speranza di onestà, capacità, lavoro e diritti.

Fanno partecipare i nostri figli forzosamente ed onerosamente a concorsi pubblici ed a Esami di Stato (con il trucco) per il sogno di un lavoro. Concorsi od esami inani o che mai supereranno. Partecipazione a concorsi pubblici al fine di diventare piccoli “Fantozzi” sottopagati ed alle dipendenze di un numero immenso di famelici incapaci cooptati dal potere e sostenuti dalle tasse dei pochi sopravvissuti lavoratori.

Ai nostri figli inibiscono l’esercizio di libere professioni per ingordigia delle lobbies.

Ai nostri figli impediscono l’esercizio delle libere imprese per colpa di una burocrazia ottusa e famelica. Ove ci riuscissero li troncherebbero con l’accusa di mafiosità.

Ai nostri figli impediscono di godere della vita, impedendo la realizzazione dei loro sogni o spezzando le loro visioni, infranti contro un’accusa ingiusta di reato.

E’ innegabile che le nostre scuole e le nostre carceri sono pieni, come sono strapieni i nostri uffici pubblici e giudiziari, che si sostengono sulle disgrazie, mentre sono vuoti i nostri campi e le nostre fabbriche che ci sostentano.

L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. E non sarei mai votato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Un mondo dove ci sono solo obblighi e doveri. Un mondo dove ci sono solo divieti, impedimenti e, al massimo, ci sono concessioni. Un mondo dove non ci sono diritti, ma solo privilegi per i più furbi, magari organizzati in caste e lobbies. In un mondo come questo, dove tutti ti dicono cosa puoi o devi fare; cosa puoi o devi dire; dove l’uno non conta niente, se non essere solo un mattone. In un mondo come questo che mai cambia, che cazzo di vita è.

Pink Floyd – Another Brick In The Wall. 1979

Part 1 (“Reminiscing”) ("Ricordando")

Daddy’s flown across the ocean – Papà è volato attraverso l’oceano.

Leaving just a memory – Lasciando solo un ricordo.

Snapshot in the family album – Un’istantanea nell’album di famiglia.

Daddy what else did you leave for me? – Papà cos’altro hai lasciato per me?

Daddy, what’d’ja leave behind for me?!? – Papà, cos’hai lasciato per me dietro di te?!?

All in all it was just a brick in the wall. – Tutto sommato era solo un altro mattone nel muro.

All in all it was all just bricks in the wall. – Tutto sommato erano solo mattoni nel muro.

“You! Yes, you! Stop steal money!” – “Tu! Si, Tu! Smettila di rubare i soldi!”

Part 2 (“Education”) ("Educazione")

We don’t need no education – Non abbiamo bisogno di alcuna istruzione.

We dont need no thought control – Non abbiamo bisogno di alcun controllo mentale.

No dark sarcasm in the classroom – Nessun cupo sarcasmo in aula.

Teachers, leave them kids alone – Insegnanti, lasciate in pace i bambini.

Hey! Teachers! Leave them kids alone! – Hey! Insegnanti! Lasciate in pace i bambini!

All in all it’s just another brick in the wall. – Tutto sommato è solo un altro mattone nel muro.

All in all you’re just another brick in the wall. – Tutto sommato sei soltanto un altro mattone nel muro.

We don’t need no education – Non abbiamo bisogno di alcuna istruzione.

We don’t need no thought control – Non abbiamo bisogno di alcun controllo mentale.

No dark sarcasm in the classroom – Nessun cupo sarcasmo in aula.

Teachers leave them kids alone – Insegnanti, lasciate in pace i bambini.

Hey! Teachers! Leave them kids alone! – Hey! Insegnanti! Lasciate in pace i bambini!

All in all it’s just another brick in the wall. – Tutto sommato è solo un altro mattone nel muro.

All in all you’re just another brick in the wall. – Tutto sommato sei solo un altro mattone nel muro.

“Wrong, Do it again!” – “Sbagliato, rifallo daccapo!”

“If you don’t eat yer meat, you can’t have any pudding. – “Se non mangi la tua carne, non potrai avere nessun dolce.

How can you have any pudding if you don’t eat yer meat?” – Come pensi di avere il dolce se non mangi la tua carne?

“You! Yes, you behind the bikesheds, stand still laddy!” – “Tu! Sì, tu dietro la rastrelliera delle biciclette, fermo là, ragazzo!”

Part 3 (“Drugs”) ("Droghe-Farmaci")

“The Bulls are already out there” – “I Tori sono ancora là fuori”.

“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaarrrrrgh!” – “Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaarrrrrgh!”

“This Roman Meal bakery thought you’d like to know.” – “Questo è un piatto Romano al forno, pensavo che lo volessi sapere.”

I don’t need no arms around me – Non ho bisogno di braccia attorno a me.

And I dont need no drugs to calm me. – E non ho bisogno di droghe per calmarmi.

I have seen the writing on the wall. – Ho visto la scritta sul muro.

Don’t think I need anything at all. – Non pensare che io abbia bisogno di qualcosa.

No! Don’t think I’ll need anything at all. – No! Non pensare che io abbia bisogno di qualcosa.

All in all it was all just bricks in the wall. – Tutto sommato erano solo mattoni nel muro.

All in all you were all just bricks in the wall. – Tutto sommato eravate tutti solo mattoni nel muro.

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Si deve tener presente che il voto nullo, bianco o di protesta è conteggiato come voto dato.

Quindi io non voto.

Non voto perché un popolo di coglioni votanti sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Informato da chi mette in onda le proprie opinioni, confrontandole esclusivamente con i propri amici o con i propri nemici. Ignorata rimane ogni voce fuori dal coro.

Se nessuno votasse?

In democrazia, se la maggioranza non vota, ai governanti oppressori ed incapaci sarebbe imposto di chiedersi il perché! Allora sì che si inizierebbe a parlare di libertà. Ne andrebbe della loro testa…

Se questa è democrazia. Questo non lo dico io…Giorgio Gaber: In un tempo senza ideali nè utopia, dove l'unica salvezza è un'onorevole follia...Testo Destra-Sinistra - 1995/1996

Le parole, definiscono il mondo, se non ci fossero le parole, non avemmo la possibilità di parlare, di niente. Ma il mondo gira, e le parole stanno ferme, le parole si logorano invecchiano, perdono di senso, e tutti noi continuiamo ad usarle, senza accorgerci di parlare, di niente.

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa è nostra

è evidente che la gente è poco seria

quando parla di sinistra o destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Fare il bagno nella vasca è di destra

far la doccia invece è di sinistra

un pacchetto di Marlboro è di destra

di contrabbando è di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Una bella minestrina è di destra

il minestrone è sempre di sinistra

quasi tutte le canzoni son di destra

se annoiano son di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Le scarpette da ginnastica o da tennis

hanno ancora un gusto un po’ di destra

ma portarle tutte sporche e un po’ slacciate

è da scemi più che di sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

I blue-jeans che sono un segno di sinistra

con la giacca vanno verso destra

il concerto nello stadio è di sinistra

i prezzi sono un po’ di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La patata per natura è di sinistra

spappolata nel purè è di destra

la pisciata in compagnia é di sinistra

il cesso é sempre in fondo a destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La piscina bella azzurra e trasparente

è evidente che sia un po’ di destra

mentre i fiumi tutti i laghi e anche il mare

sono di merda più che sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

L’ideologia, l’ideologia

malgrado tutto credo ancora che ci sia

è la passione l’ossessione della tua diversità

che al momento dove è andata non si sa

dove non si sa dove non si sa.

Io direi che il culatello è di destra

la mortadella è di sinistra

se la cioccolata svizzera é di destra

la nutella é ancora di sinistra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La tangente per natura è di destra

col consenso di chi sta a sinistra

non si sa se la fortuna sia di destra

la sfiga è sempre di sinistra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Il saluto vigoroso a pugno chiuso

è un antico gesto di sinistra

quello un po’ degli anni '20 un po’ romano

è da stronzi oltre che di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

L’ideologia, l’ideologia 

malgrado tutto credo ancora che ci sia

è il continuare ad affermare un pensiero e il suo perché

con la scusa di un contrasto che non c’è

se c'é chissà dov'è se c'é chissà dov'é.

Canticchiar con la chitarra è di sinistra

con il karaoke è di destra

I collant son quasi sempre di sinistra

il reggicalze é più che mai di destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

La risposta delle masse è di sinistra

con un lieve cedimento a destra

Son sicuro che il bastardo è di sinistra

il figlio di puttana è a destra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Una donna emancipata è di sinistra

riservata è già un po’ più di destra

ma un figone resta sempre un’attrazione

che va bene per sinistra o destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Tutti noi ce la prendiamo con la storia

ma io dico che la colpa é nostra

é evidente che la gente é poco seria

quando parla di sinistra o destra.

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Ma cos'é la destra cos'é la sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra

Destra sinistra 

Destra sinistra

Basta!

Dall'album E Pensare Che C'era Il Pensiero.

E comunque non siamo i soli a dirlo…Rino Gaetano Nuntereggae più, 1978.

Nuntereggae più

Abbasso e alè (NUNTEREGGAEPIU')

abbasso e alè (NUNTEREGGAEPIU')

abbasso e alè con le canzoni

senza fatti e soluzioni

la castità (NUNTEREGGAEPIU')

la verginità (NUNTEREGGAEPIU')

la sposa in bianco, il maschio forte

i ministri puliti, i buffoni di corte

ladri di polli

super pensioni (NUNTEREGGAEPIU')

ladri di stato e stupratori

il grasso ventre dei commendatori

diete politicizzate

evasori legalizzati (NUNTEREGGAEPIU')

auto blu

sangue blu

cieli blu

amore blu

rock and blues

NUNTEREGGAEPIU'

Eja alalà (NUNTEREGGAEPIU')

pci psi (NUNTEREGGAEPIU')

dc dc (NUNTEREGGAEPIU')

pci psi pli pri

dc dc dc dc

Cazzaniga (NUNTEREGGAEPIU')

Avvocato Agnelli, Umberto Agnelli

Susanna Agnelli, Monti, Pirelli

dribbla Causio che passa a Tardelli

Musiello, Antognoni, Zaccarelli (NUNTEREGGAEPIU')

Gianni Brera (NUNTEREGGAEPIU')

Bearzot (NUNTEREGGAEPIU')

Monzon, Panatta, Rivera, D'Ambrosio

Lauda, Thoeni, Maurizio Costanzo, Mike Bongiorno

Villaggio, Raffa, Guccini

onorevole eccellenza, cavaliere senatore

nobildonna, eminenza, monsignore

vossia, cherie, mon amour

NUNTEREGGAEPIU'

Immunità parlamentare (NUNTEREGGAEPIU')

abbasso e alè

il numero 5 sta in panchina

s'è alzato male stamattina

mi sia consentito dire (NUNTEREGGAEPIU')

il nostro è un partito serio

disponibile al confronto

nella misura in cui

alternativo

aliena ogni compromess

ahi lo stress

Freud e il sess

è tutto un cess

ci sarà la ress

se quest'estate andremo al mare

solo i soldi e tanto amore

e vivremo nel terrore che ci rubino l'argenteria

è più prosa che poesia

dove sei tu? non m'ami più?

dove sei tu? io voglio tu

soltanto tu dove sei tu?

NUNTEREGGAEPIU'

Uè paisà (NUNTEREGGAEPIU')

il bricolage (NUNTEREGGAEPIU')

il quindici-diciotto

il prosciutto cotto

il quarantotto

il sessantotto

le pitrentotto

sulla spiaggia di Capocotta

(Cartier Cardin Gucci)

Portobello e illusioni

lotteria trecento milioni

mentre il popolo si gratta

a dama c'è chi fa la patta

a settemezzo c'ho la matta

mentre vedo tanta gente

che non c'ha l'acqua corrente

non c'ha niente

ma chi me sente

ma chi me sente

e allora amore mio ti amo

che bella sei

vali per sei

ci giurerei

ma è meglio lei

che bella sei

che bella lei

ci giurerei

sei meglio tu

che bella sei

che bella sei

NUNTEREGGAEPIU'

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

L'ITALIA ED IL DNA DEGLI ITALIANI.

La bella Italia di Aban feat. Marracash & Gue Pequeno

Ehi, è la mia nazione, niente cambia qua,

Marra, Guè Pequeno, vi porto a fare un giro nella Bella Italia

E dovrei leggere il giornale e guardare il tg, in tv,

per accorgermi che stato e mafia sono intimi,

Dogo Gang, lo sanno già tutti,

Southfam, lo sanno già tutti,

il peggio è che lo sanno già tutti.

Vengo al mondo con il piombo nel '79

con il cielo rosso sangue sopra la nazione

l'anno prima della bomba dentro la stazione

il Paese inginocchiato ai piedi del terrore

l'ambientazione non cambia quando passiamo agli '80

quando è lo stato assassino, sai non esiste condanna

basta una botta di pala per insabbiare la trama

e tutti morti ammazzati dentro le stragi in Italia

poi la nuova alleanza tra politica e mala

la faccia buona e pulita, la mano armata e insanguinata

i pilastri di cemento con i cristiani dentro

l'acido e le vasche, e il primo pentimento

sono gli anni dei maxi processi, la verità viene a galla

lo stato primo assassino, strinse la mano alla mala,

e se volevi lavorare dovevi pagare

l'impiegato, il sindaco, l'appalto comunale.

I nuovi clan del 90 sotto il nome d'azienda

i soldi sporchi riciclati dalle banche di Berna

la politica assassina che soffoca i cittadini

e ruba dallo stipendio per finanziare i partiti

i loro vizi esauditi col sangue degli operai

e i soldi delle pensioni che non bastano mai

12 teste al mese per ogni parlamentare

e 8000 euro all'anno per la fascia popolare

l'onorevole a puttane, l'ha detto il telegiornale

bamba pura di Colombia per l'alto parlamentare

tra i banchi di tribunale c'è chi ha rubato per fame

una vita di lavoro e 5 bocche da sfamare

ma la legge della Bella Italia valuta il prefisso

che davanti al nome è presidente o ministro

e non conta il reato, il verdetto è fisso,

non va dentro Barabba, sconta il povero Cristo.

Non c'è il diavolo contro l'angelo che consiglia

L'alternativa per me è il diavolo o la scimmia

in testa ho merda, fogli in fretta, potere, droga e tette

come in Quirinale, il criminale che non si dimette

ho l'oro bianco al collo frà, ed è gelido come il mio cuore

devo inventarmi soldi, voi vi inventate storie

l'uomo di successo qui è il balordo legalizzato

(???) ci ha promesso che lui non si è mai drogato

la mafia e la politica frà andranno sempre insieme,

come al cesso mano nella mano le due amiche sceme

ed è per questo che molta della mia gente, no, non vota

nella merda frà ci nuota, mentre in tele svolta un altro idiota

questa è la Bella Italia, tira una bella raglia

faccia da galera del magnaccia sul Carrera

scorda i problemi, sogna il montepremi

il frà sul lastrico progetta fuga nel Sud-Est Asiatico.

In Italia di Fabri Fibra feat. Gianna Nannini.

Ci sono cose che nessuno ti dirà…

Ci sono cose che nessuno ti darà…

Sei nato e morto qua

Nato e morto qua

Nato nel paese delle mezza verità

Dove fuggi? In Italia

Pistole in macchine in Italia

Machiavelli e Foscolo in Italia

I campioni del mondo sono in Italia

Benvenuto in Italia

Fatti una vacanza al mare in Italia

Meglio non farsi operare in Italia

Non andare all'ospedale in Italia

La bella vita in Italia

Le grandi serate e i gala in Italia

Fai affari con la mala in Italia

Il vicino che ti spara in Italia

Ci sono cose che nessuno ti dirà…

Ci sono cose che nessuno ti darà…

Sei nato e morto qua

Sei nato e morto qua

Nato nel paese delle mezza verità

Dove fuggi? In Italia

I veri mafiosi sono in Italia

I più pericolosi sono in Italia

Le ragazze nella strada in Italia

Mangi pasta fatta in casa in Italia

Poi ti entrano i ladri in casa in Italia

Non trovi un lavoro fisso in Italia

Ma baci il crocifisso in Italia

I monumenti in Italia

Le chiese con i dipinti in Italia

Gente con dei sentimenti in Italia

La campagna e i rapimenti in Italia

Ci sono cose che nessuno ti dirà…

Ci sono cose che nessuno ti darà…

Sei nato e morto qua

Sei nato e morto qua

Nato nel paese delle mezza verità

Dove fuggi? In Italia

Le ragazze corteggiate in Italia

Le donne fotografate in Italia

Le modelle ricattate in Italia

Impara l'arte in Italia

Gente che legge le carte in Italia

Assassini mai scoperti in Italia

Volti persi e voti certi in Italia

Ci sono cose che nessuno ti dirà…

Ci sono cose che nessuno ti darà…

Sei nato e morto qua

Sei nato e morto qua

Nato nel paese delle mezza verità

Dove fuggi…

Dove fuggi...

La terra dei cachi di Elio e le Storie Tese

Parcheggi abusivi, applausi abusivi, villette abusive, abusi sessuali abusivi;

tanta voglia di ricominciare abusiva.

Appalti truccati, trapianti truccati, motorini truccati che scippano donne truccate;

il visagista delle dive è truccatissimo.

Papaveri e papi, la donna cannolo, una lacrima sul visto:

Italia sì Italia no Italia bum, la strage impunita.

Puoi dir di sì puoi dir di no, ma questa è la vita.

Prepariamoci un caffè, non rechiamoci al caffè:

c'è un commando che ci aspetta per assassinarci un po'.

Commando sì commando no, commando omicida.

Commando pam commando papapapapam, ma se c'è la partita

il commando non ci sta e allo stadio se ne va,

sventolando il bandierone non più sangue scorrerà;

infetto sì? Infetto no? Quintali di plasma.

Primario sì primario dai, primario fantasma,

io fantasma non sarò e al tuo plasma dico no.

Se dimentichi le pinze fischiettando ti dirò

"fi fi fi fi fi fi fi fi ti devo una pinza, fi fi fi fi fi fi fi fi, ce l'ho nella panza".

Viva il crogiuolo di pinze. Viva il crogiuolo di panze.

Quanti problemi irrisolti ma un cuore grande così.

Italia sì Italia no Italia gnamme, se famo du spaghi.

Italia sob Italia prot, la terra dei cachi.

Una pizza in compagnia, una pizza da solo; un totale di due pizze e l'Italia è questa qua.

Fufafifì' fufafifì' Italia evviva.

Italia perfetta, perepepè' nanananai.

Una pizza in compagnia, una pizza da solo:

in totale molto pizzo, ma l ' Italia non ci sta.

Italia sì Italia no, Italia sì

uè, Italia no, uè uè uè uè uè.

Perché la terra dei cachi è la terra dei cachi. No

L'italiano medio degli Articolo 31

Io mi ricordo collette di Natale

Campi di grano ai lati della provinciale

Il tragico Fantozzi, la satira sociale

Oggi cerco Luttazzi e

Non lo trovo sul canale

Comunque sono un bravo cittadino

Ho aggiornato suonerie del telefonino

E un bicchiere di vino con un panino

Provo felicità se Costanzo fa il trenino

Ho un santino in salotto

Lo prego così vinco all'enalotto

Ho Gerry Scotti col risotto ma è scotto

Che mi fa diventare milionario come Silvio

Col giornale di Paolo e tanta fede in Emilio

Quest'anno ho avuto fame ma per due settimane

Ho fatto il ricco a Porto Cervo. Che bello!

Però ricordo collette di Natale

Campi di grano ora il grano è da buttare

M'importa poco oggi io vado al centro commerciale

E il mio problema è solo dove parcheggiare

Ohoo Ohoo

Ma a me non me ne frega tanto

Ohoo Ohoo

Io sono un italiano e canto

E datemi Fiorello e Panariello alla tv

Sono l'italiano medio nel blu dipinto di blu

Io sono un bravo cittadino onesto

Bevo al mattino un bel caffè corretto

Dopo cena il limoncello in vacanza la tequila

La Gazzetta d'inverno e d'estate novella 2000

Che bella la vita di una stella

marina o Martina o quella della velina

La mora o la bionda è buona e rotonda

Finchè la barca va finchè la barca affonda

E intanto sto perdendo sulla patente il punto

E un auto blu mi sfreccia accanto

Che incanto

Ohoo Ohoo

Ma a me non me ne frega tanto

Ohoo Ohoo

Io sono un italiano e canto

Non togliermi il pallone e non ti disturbo più

Sono l'italiano medio nel blu dipinto di bluuuuu

Ohoo

Ma spero che un sogno così non ritorni mai più

Mi voglio svegliare, mai più

Ti voglio fare vedere

Che sono proprio un bravo cittadino

Ho il portafoglio di Valentino

E l'importante è quello che ci metto dentro

Vado con il vento a sinistra a destra

Sabato in centro fino a consumare le suole

Ballo canzoni spagnole così non mi sforzo

A seguire le parole e penso a fare l'amore

Alla villa di Briatore alla nonna senza

Ascensore alla donna del calciatore

A qual è il male minore, l'onore, sua eccellenza

Monsignore ancora baciamo la mano

Che del miracolo italiano

Ohoo Ohoo

Ma a me non me ne frega tanto

Ohoo Ohoo

Io sono un italiano e canto

E datemi Fiorello e Panariello alla tv

Sono l'italiano medio nel blu dipinto di blu

Ohoo Ohoo

Ma a me non me ne frega tanto

Ohoo Ohoo

Io sono un italiano e canto

Non togliermi il pallone e non ti disturbo più

Sono l'italiano medio nel blu dipinto di bluuuuu

Ohoo

C'era una volta

E non solo una

Un re che amava così tanto i vestiti nuovi

che spendeva in essi tutto quello che aveva

Possedeva un abito diverso per ogni ora della giornata

Niente importava per lui

Eccetto i suoi vestiti

Eppure non trovava soddisfazione

Il sarto era sull'orlo della disperazione

Disse al re di avere inventato un nuovo tessuto

Che cambiava colore e forma ad ogni momento

Ma rivelava anche coloro che erano stolti, ignoranti e stupidi

A loro il tessuto sarebbe stato invisibile

E pensate, e pensate

Quelli Che Benpensano di Frankie HI-NRG MC

Sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi

A far promesse senza mantenerle mai se non per calcolo

Il fine è solo l'utile, il mezzo ogni possibile

La posta in gioco è massima, l'imperativo è vincere

E non far partecipare nessun altro

Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro

Niente scrupoli o rispetto verso I propri simili

Perché gli ultimi saranno gli ultimi se I primi sono irraggiungibili

Sono tanti, arroganti coi più deboli,

zerbini coi potenti, sono replicanti,

Sono tutti identici, guardali,

stanno dietro a maschere e non li puoi distinguere.

Come lucertole s'arrampicano,

e se poi perdon la coda la ricomprano.

Fanno quel che vogliono si sappia in giro fanno

spendono, spandono e sono quel che hanno

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

e come le supposte abitano in blisters full-optional,

Con cani oltre I 120 decibel e nani manco fosse Disneyland,

Vivono col timore di poter sembrare poveri

Quel che hanno ostentano, tutto il resto invidiano, poi lo comprano,

In costante escalation col vicino costruiscono

Parton dal pratino e vanno fino in cielo,

han più parabole sul tetto che S.Marco nel Vangelo..

Sono quelli che di sabato lavano automobili

che alla sera sfrecciano tra l'asfalto e I pargoli,

Medi come I ceti cui appartengono,

terra-terra come I missili cui assomigliano.

Tiratissimi, s'infarinano, s'alcolizzano

e poi s'impastano su un albero

Nasi bianchi come Fruit of the Loom

che diventano più rossi d'un livello di Doom

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Ognun per se, Dio per se, mani che si stringono tra I banchi delle chiese alla domenica

mani ipocrite, mani che fan cose che non si raccontano

Altrimenti le altre mani chissà cosa pensano, si scandalizzano

Mani che poi firman petizioni per lo sgombero,

Mani lisce come olio di ricino,

Mani che brandisco Manganelli, che Farciscono Gioielli,

che si alzano alle spalle dei Fratelli.

Quelli che la notte non si può girare più,

quelli che vanno a mignotte mentre i figli guardan La TV,

Che fanno I boss, che compra Class,

che son sofisticati da chiamare I NAS, incubi di Plastica

Che vorrebbero dar fuoco ad ogni zingara

Ma l'unica che accendono è quella che da loro l'elemosina ogni sera,

Quando mi nascondo sulla faccia oscura della loro luna nera

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Sono intorno a me, ma non parlano con me.

Sono come me, ma si sentono meglio

Sabbie Mobili di Marracash

Non agitarti

Resta immobile

Non agitarti

Resta immobile

Puoi metterci anni

E guardare ogni cosa che

Affonda Nelle sabbie mobili

Si perde Nelle sabbie mobili

Penso spesso che potrei farlo

Andare via di punto in bianco

Così altra città. Altro Stato

Potrei se avessi il coraggio

Ho un orizzonte limitato

E' follia stare qua nel miraggio

Che basti essere capaci

Quanti ne ho visti scavalcarmi

Rampolli Rapaci. Raccomandati

Quanti ne ho visti fare viaggi

E dopo non tornare

Restare. Spaccare. Affermarsi

Qui non c'è il mito di chi si è fatto da solo

Perché chi si è fatto da solo di solito è corrotto

Se sei un ragazzo ambizioso

In un sistema corrotto

Non puoi fare il botto

E non uscirne più sporco

Nessuno lascia le poltrone

Niente si muove

Nessuno osa e nessuno dà un occasione

Impantanati in queste sabbie mobili

Si muore comodi

Lo Stato spreca i migliori uomini

Non agitarti. Resta immobile.

Puoi metterci anni

E guardare ogni cosa che Affonda

Nelle sabbie mobili

Si perde. Nelle sabbie mobili

Parto dal principio

Io della scuola ricordo un ficus

Cioè la pianta che aveva il preside in ufficio

Vale più un mio testo letto in diretta da Linus

Il paese ha un virus

Una paralisi da ictus

Come prima più di prima

Madonna potrebbe essere mia nonna

A 50 anni è ancora a pecorina

E' il nulla

Come la storia infinita

Come la mummia

Che si sveglia e torna in vita

Puzza di muffa

The beautiful people

The beautiful people

La bella gente pratica il cannibalismo

Sa di già visto

Come un film di cui capisci la fine

Già dall'inizio

I vecchi stanno al potere

Non vanno all'ospizio

E se MTV sta per music television

Vorremmo più video e meno reality e fiction

Sono pesante apposta come chi fa sumo

Tu fai musica che piace a tanti

E non fa impazzire nessuno

Non agitarti. Resta immobile

Puoi metterci anni

E guardare ogni cosa che

Affonda. Nelle sabbie mobili

Si perde. Nelle sabbie mobili

Niente di nuovo. Niente di che

Quel rapper che ti piace

Non dice niente di sé

Solo cliché

Attacca il premier

Come se quando cadrà il premier

Vincerà il bene

Se non ci fosse di che parlerebbe

Chi comanda è lì da sempre

E non si elegge con il voto

E prende decisioni senza cuore e senza quorum

E se tornassi indietro io lo rifarei

Il mio incubo era fare la vita dei miei

Sì quella vita strizzata in otto ore

Compressa. La sera sei stanco e c'hai mal di testa

Compressa. Fuori onda il direttore dice che ho ragione

Ma non ci crede

Come chi brinda

Ma poi non beve

Non prendere la bufala

Che tanto non è bufala

E' una bufala

Hai una chance di andartene frà. Usala

Se riesci sei un genio

Se fallisci sei uno zero

Se fai quello che fanno gli altri

Rischi di meno

Quindi. Non agitarti. Resta immobile

Puoi metterci anni

E guardare il paese che

Affonda. Nelle sabbie mobili

Si perde. Nelle sabbie mobili

Io Non Mi Sento Italiano di Giorgio Gaber

Parlato: Io G. G. sono nato e vivo a Milano.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente

Non è per colpa mia

Ma questa nostra Patria

Non so che cosa sia.

Può darsi che mi sbagli

Che sia una bella idea

Ma temo che diventi

Una brutta poesia.

Mi scusi Presidente

Non sento un gran bisogno

Dell'inno nazionale

Di cui un po' mi vergogno.

In quanto ai calciatori

Non voglio giudicare

I nostri non lo sanno

O hanno più pudore.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente

Se arrivo all'impudenza

Di dire che non sento

Alcuna appartenenza.

E tranne Garibaldi

E altri eroi gloriosi

Non vedo alcun motivo

Per essere orgogliosi.

Mi scusi Presidente

Ma ho in mente il fanatismo

Delle camicie nere

Al tempo del fascismo.

Da cui un bel giorno nacque

Questa democrazia

Che a farle i complimenti

Ci vuole fantasia.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese

Pieno di poesia

Ha tante pretese

Ma nel nostro mondo occidentale

È la periferia.

Mi scusi Presidente

Ma questo nostro Stato

Che voi rappresentate

Mi sembra un po' sfasciato.

E' anche troppo chiaro

Agli occhi della gente

Che tutto è calcolato

E non funziona niente.

Sarà che gli italiani

Per lunga tradizione

Son troppo appassionati

Di ogni discussione.

Persino in parlamento

C'è un'aria incandescente

Si scannano su tutto

E poi non cambia niente.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Mi scusi Presidente

Dovete convenire

Che i limiti che abbiamo

Ce li dobbiamo dire.

Ma a parte il disfattismo

Noi siamo quel che siamo

E abbiamo anche un passato

Che non dimentichiamo.

Mi scusi Presidente

Ma forse noi italiani

Per gli altri siamo solo

Spaghetti e mandolini.

Allora qui mi incazzo

Son fiero e me ne vanto

Gli sbatto sulla faccia

Cos'è il Rinascimento.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Questo bel Paese

Forse è poco saggio

Ha le idee confuse

Ma se fossi nato in altri luoghi

Poteva andarmi peggio.

Mi scusi Presidente

Ormai ne ho dette tante

C'è un'altra osservazione

Che credo sia importante.

Rispetto agli stranieri

Noi ci crediamo meno

Ma forse abbiam capito

Che il mondo è un teatrino.

Mi scusi Presidente

Lo so che non gioite

Se il grido "Italia, Italia"

C'è solo alle partite.

Ma un po' per non morire

O forse un po' per celia

Abbiam fatto l'Europa

Facciamo anche l'Italia.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo lo sono.

Io non mi sento italiano

Ma per fortuna o purtroppo

Per fortuna o purtroppo

Per fortuna. Per fortuna lo sono.

Mamma L'Italiani di Après La Classe

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

nei secoli dei secoli girando per il mondo

nella pizzeria con il Vesuvio come sfondo

non viene dalla Cina non è neppure americano

se vedi uno spaccone è solamente un italiano

l'italiano fuori si distingue dalla massa

sporco di farina o di sangue di carcassa

passa incontrollato lui conosce tutti

fa la bella faccia fa e poi la mette in culo a tutti

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

a suon di mandolino nascondeva illegalmente

whisky e sigarette chiaramente per la mente

oggi è un po' cambiato ma è sempre lo stesso

non smercia sigarette ma giochetti per il sesso

l'italiano è sempre stato un popolo emigrato

che guardava avanti con la mente nel passato

chi non lo capiva lui lo rispiegava

chi gli andava contro è saltato pure in a...

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

l'Italia agli italiani e alla sua gente

è lo stile che fa la differenza chiaramente

genialità questa è la regola

con le idee che hanno cambiato tutto il corso della storia

l'Italia e la sua nomina e un alta carica

un eredità scomoda

oggi la visione italica è che

viaggiamo tatuati con la firma della mafia

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

vacanze di piacere per giovani settantenni

all'anagrafe italiani ma in Brasile diciottenni

pagano pesante ragazze intraprendenti

se questa compagnia viene presa con i denti

l'italiano è sempre stato un popolo emigrato

che guardava avanti con la mente nel passato

chi non lo capiva lui lo rispiegava

chi gli andava contro è saltato pure in a...

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

spara la famiglia del pentito che ha cantato

lui che viene stipendiato il 27 dallo stato

nominato e condannato nel suo nome hanno sparato

e ricontare le sue anime non si può più

risponde la famiglia del pentito che ha cantato

difendendosi compare tutti giorni più incazzato

sarà guerra tra famiglie

sangue e rabbia tra le griglie

con la fama come foglie che ti tradirà

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

mafia mafia mafia

non mi appartiene none no questo marchio di fabbrica

aria aria aria

la gente è troppo stanca è ora di cambiare aria

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li cani

Mamma l'italiani mamma l'italiani mancu li cani mancu li ca

Rivoluzione di Renato Zero

Protesterai

ogni tregua è finita oramai

dalla sabbia la testa alzerai

dritto al cuore colpirai.

Libererai

quello che soffocavi in te

la tua voce è più forte se vuoi

del silenzio e l'omertà

C'è una guerra giusta e devi farla tu

è la tua risposta a chi non chiede più

Rivoluzione è il grido che solleverai

e devi metterci la faccia finché puoi

perché ho pagato il conto ai tuoi caffè

su la testa adesso tocca te

Ti accorgerai

che il nemico è nascosto tra noi

che il futuro non viene da sé

e ogni brivido ha un suo perché

E sentirai

che resistere è pura follia

ci sarà poi chi ride di te

ma è soltanto paura la sua

Perché niente al mondo viene come vuoi

Perché tutto al mondo ha un prezzo d'ora in poi

Rivoluzione è la promessa che mi fai

di calci e sputi non avere mai paura

Non posso andare sempre avanti io

ho già dato e adesso tocca te

Politica assente famiglia vacante

quaggiù si congeda anche Dio

Se la corda si spezza s'incendia la piazza

E ritorno a lottare con te!

Rivoluzione è il grido che solleverai

e devi metterci la faccia finché puoi

perché ho pagato il conto ai tuoi caffè

fuori il cuore adesso tocca te

Rivoluzione è il grido che solleverai

e devi metterci la faccia finché puoi

perché ho pagato il conto ai tuoi caffè

fuori il cuore adesso tocca te

Rivoluzione! Rivoluzione.

Rivoluzione di Frankie hi-nrg mc

In Italia c'è lavoro in qualche punto nero – capita:

ogni volo che finisce sotto a un telo irrita, noi che

qui pure Peppone sa il Vangelo e lo agita, un po' si

esagita, dopo un po' si sventola: senti un po' che

caldo fa… Afa tutto l'anno – più brevemente

“affanno” – non sanno a quale conclusione non

Approderanno. Noi l'Italia siamo e non la stiam

Rappresentando: ciurma! Ai posti di comando!

Mettiamo al bando i vertici politici con tutti i loro

Complici, amici degli amici di chi ha svuotato i

Conti: incassano tangenti celandosi le fonti e han

Cappucci e cornetti sulle fronti.

Qui si fa la rivoluzione senza alcuna distinzione,

sesso, razza o religione: tutti pronti per l'azione.

Troppi furbetti nel nostro quartierino e tutti ci

intercettano con il telefonino, ci piazzano vallette

nude sopra allo zerbino e paparazzi sui terrazzi del

vicino: ragazzi che casino! Senza via di

scampo, chiusi dentro al plastico di quel villino ci è

venuto un crampo, siamo titolari confinati a bordo

campo, ci fan pagare l'acqua più salata dello

shampoo. Boh? Magari mi sbaglio, ma vedo tutti

quanti allo sbaraglio, meglio darci un taglio… Figli

mai usciti dal travaglio: qui da masticare non ci

resta che il bavaglio.

Qui si fa la rivoluzione senza alcuna distinzione,

sesso, razza o religione: tutti pronti per l'azione.

L'Italia, non lo sai, ha problemi araldici: i baroni

sono pochi e han troppi conti per dei medici. Poi

ha problemi etici, politici, geografici, geologici, ma

i peggio restan quelli genealogici… Visto che la

base del sistema è la clientela e siamo separati

da 6 gradi sì, ma di parentela, maglie di una

ragnatela a forma di stivale, tutti collegati in linea

collaterale come un'unica famiglia in un immenso

psicodramma: sta bravo che altrimenti piange

mamma. Cambio di programma: annulliamo la

rivolta. Abbiamo una famiglia e non dev'essere

coinvolta…

Non si fa la rivoluzione, l'hanno detto in

Televisione… chi c'è andato che delusione! Era

chiuso anche il portone.

"Chi comanda il mondo?" di Povia

Fate la nanna bambini, verranno tempi migliori

Fate la nanna bambini e disegnate i colori

Chi comanda il mondo, c’è una dittatura, c’è una dittatura

Chi comanda il mondo, non puoi immaginare quanto fa paura

Chi comanda il mondo, oltre che il potere vuole il tuo dolore

e dovrai soffrire, e sarai costretto ad obbedire

Chi comanda il mondo, voglia di sapere, voglia di capire

Chi comanda il mondo, sotto questo cielo che ci può sentire

e chi ha creato il mondo, Torre di Babele, Torre di Babele

chi ha creato il mondo, messo sulla croce in Israele

C’è una dittatura di illusionisti finti

economisti equilibristi

terroristi padroni del mondo peggio dei nazisti

che hanno forgiato altrettanti tristi arrivisti stacanovisti

gli illusionisti, che ci hanno illuso con le parole libertà e democrazia

fino a portarci all’apatia

creando nella massa, una massa grassa di armi di divisione di massa

media, oggetti, nomi, colori, simboli

la pensiamo uguale ma siamo divisi noi singoli

dormiamo bene sotto le coperte

siamo servi di queste sorridenti merde

Fate la nanna bambini, verranno tempi migliori

Fate la nanna bambini e disegnate i colori

Fate la nanna che la mamma, vi cullerà sui suoi seni

Fate la nanna bambini volati nei cieli

Ma un giorno un bambino di questi si sveglierà

e l’uomo più forte del mondo diventerà

portando in alto l’amore

Chi comanda il mondo, c’è una dittatura, c’è una dittatura

Chi comanda il mondo, non puoi immaginare quanto fa paura

Chi comanda il mondo, Torre di Babele, Torre di Babele

chi ha creato il mondo, dice sempre che va tutto bene

La libertà e la lotta contro l’ingiustizia

non sono né di destra né di sinistra

la musica può arrivare nell’essenziale

dove non arrivano le parole da sole

gli illusionisti ci hanno incastrati firmando i trattati

da Maastricht a Lisbona

siamo tutti indignati perché questi trattati

annullano ogni costituzione

quì bisogna dare un bel colpo di scopa

e spazzare via ogni stato da quest’Europa

se ogni stato uscisse dall’Euro davvero

magari ogni debito andrebbe a zero

perché per tutti c’è un punto d’arrivo

nessuno lascerà questo mondo da vivo

vogliamo una terra sana, sana

meglio una moneta sovrana (che una moneta puttana)

Fate la nanna bambini, verranno tempi migliori

Fate la nanna bambini e disegnate i colori

Fate la nanna che la mamma, vi cullerà sui suoi seni

Fate la nanna bambini volati nei cieli

Ma un giorno un bambino di questi si sveglierà

e l’uomo più forte del mondo diventerà

portando in alto l’amore

Chi comanda il mondo, c’è una dittatura, c’è una dittatura

Chi comanda il mondo, non puoi immaginare quanto fa paura

Chi comanda il mondo, oltre che il potere vuole il tuo dolore

e dovrai soffrire, e sarai costretto ad obbedire

Chi comanda il mondo, voglia di sapere, voglia di capire

Chi comanda il mondo, sotto questo cielo che ci può sentire

e chi ha creato il mondo, Torre di Babele, Torre di Babele

chi ha creato il mondo, messo sulla croce in Israele

Fate la nanna bambini volati nei cieli

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso. Sono qualcuno, ma non avendo nulla per poter dare, sono nessuno.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Perché "like" e ossessione del politicamente corretto ci allontanano dal reale. In quest'epoca di post-verità un'idea è forte quanto più ha voce autonoma, scrive Oscar di Montigny il 5 giugno 2018 su "Panorama".

"Se la libertà significa qualcosa allora è il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire". George Orwell

Al giorno d'oggi siamo impegnati a comunicare senza sosta ma di rado capita di domandarci: sto dicendo veramente quello che voglio dire? Non siamo di certo i primi: da sempre nella storia anche i più grandi e rivoluzionari pensatori hanno dovuto fare i conti con il contesto storico, le pressioni sociali, le censure. Non a caso lo scrittore e giornalista George Orwell ha scritto la frase premessa a queste righe. Oggi, però, comunichiamo di continuo eppure è raro che diciamo esattamente quello che ci sentiremmo di dire. Vogliamo sempre fare la battuta più brillante su Twitter, corriamo a esprimere la nostra opinione sul fatto del giorno, magari senza esserci informati opportunamente, ma abbiamo consapevolezza di ciò che stiamo sacrificando sull'altare di questa gara?

L'era della post-verità. Ecco che le nostre parole vengono distorte, perdono di sincerità, spontaneità ma soprattutto di connessione col reale. Siamo d'altronde in quella che è stata definita era della post-verità. Gli "alternative facts" di cui si è parlato ultimamente negli Stati Uniti di Donald Trump sono un bell'esempio di come anche il linguaggio possa essere piegato a originare contraddizioni fino a poco tempo fa impensabili: i fatti erano fatti, senza alternative. I giornalisti incorruttibili, i profeti scomodi, i difensori del libero arbitrio sembrano martiri degni solo di vecchi film di Hollywood. Le bolle in cui ci immergono i social o i mezzi digitali funzionano invece in un modo autoreferenziale e al contempo pericoloso: ci piacciono perché ci permettono di scegliere con chi relazionarci e scegliamo di farlo sempre con coloro che hanno opinioni che corrispondono al nostro modo di vedere, leggiamo solo cose che ci compiacciono, ma che ci tagliano anche fuori da una parte di società che la pensa diversamente da noi. È questo il terreno in cui proliferano le fake news, piaga apicale del nostro tempo, difficili da smontare senza esporsi ad altre fonti di informazione. È così che evitiamo di andare a fondo nelle cose, a recuperare un senso della dimensione reale. Il politicamente corretto, la paura di offendere, un'isteria legata a quel che va detto e cosa no, limitano la libertà di espressione in un'epoca in cui essa è virtualmente al suo massimo.

Il coraggio di dire quello che si pensa. D'altronde è più comodo così: "Per farsi dei nemici non è necessario dichiarare guerra, basta dire quello che si pensa", diceva Martin Luther King. Se persone come lui si sono sacrificate in nome della libertà forse vuol dire che questi principî non riguardano solo l'opportunità personale, sono invece veri e propri valori culturali. Al contrario stiamo perdendo l'attaccamento alla realtà fattuale delle cose e anche l'inclinazione ad accettare la verità, anche quando è scomoda. Mentre è sempre più facile cadere nelle trappole della propaganda o della disinformazione, sarebbe opportuno correre dei rischi. Non esprimerci solo in modo da ottenere qualche "like" in più o con mille cautele per non disturbare poteri forti o prepotenti di turno. In una recente intervista lo scrittore Eric Emmanuel Schmitt scriveva che siamo in "un'epoca vittimistica, in cui non facciamo altro che definirci vittime di qualcosa o qualcuno". Essere meno vittime forse passa proprio dalla forza che mettiamo nell'intonare la nostra voce su un accordo autonomo rispetto alla babele collettiva.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad arrivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso. Sono qualcuno, ma non avendo nulla per poter dare, sono nessuno.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Da: Pacho Pedroche Lorena (venerdì 22 settembre 2018). Salve, sono Lorena Pacho, giornalista spagnola presso il giornale El País. Sto lavorando presso un servizio sugli avvocati italiani che chiedono l'omologazione del titolo di studio in Spagna. Sarebbe possibile parlare con il Dr. Giangrande, per favore, per fare qualche domanda sul processo e come funziona in Italia? in relazione con i sui libri L' Italia dei concorsi pubblici truccati ed esame di avvocato. La ringrazio cordiali saluti. La ringrazio tanto, gradisco molto questa soluzione e la ringrazio. Invio qua delle domante, si senta libero di rispondere a tutte oppure solo a una parte. Anche si senta libero per la lunghezza, ma non è necessario sia molto lungo. L'obiettivo di questo servizio è per una parte fare capire ai lettori spagnoli perchè in tanti vano in Spagna per diventare avvocato spiegando come è il processo in Italia, perchè è così lungo, difficile e tortuoso accedere alla abilitazione alla professione di avvocato e quale sono le ombre e difetti di questo processo:

- Quali sono le particolarità que definiscono meglio il processo per l'abilitazione alla professione di avvocato? (per fare capire ai lettori spagnoli perchè in tanti vano in Spagna per l'omologazione.

«In Italia per diventare avvocato bisogna laurearsi in Giurisprudenza (in legge). Poi si segue un periodo di praticantato con corsi obbligatori onerosi ed esosi e solo alla fine si affrontano gli esami di abilitazione organizzati dal Ministero della Giustizia. Le commissioni di esame di avvocato sono composte da avvocati, professori universitari e magistrati. La stessa composizione che abilita gli stessi magistrati ed i professori. Con scambio di ruoli e favori. Io ho partecipato per 17 anni all’esame di abilitazione, fino a che ho detto basta! In questi anni ho vissuto tutte le fasi delle riforme emanate per rendere, in effetti, impossibile l’iscrizione all’albo tenuto dagli avvocati più anziani. All’inizio della mia esperienza il praticantato era di due anni e poi affrontavi l’esame con le commissioni del proprio distretto, portando i codici annotati solo con la giurisprudenza. Allora non si sentiva parlare di migrazione verso la spagna di aspiranti avvocati. Se eri bocciato, bastava riprovare ed aspettare. Da sempre, però, vi era la litania che gli avvocati erano troppi. Ad oggi il praticantato si svolge con corsi di formazione obbligatori ed a pagamento per 18 mesi e l’esame sarà svolto con soli codici senza annotazioni della giurisprudenza. Inoltre, con l’avvento del cosiddetto governo “liberale” di Silvio Berlusconi, l’allora Ministro della Giustizia, Roberto Castelli, ha previsto la transumanza degli elaborati degli esami. Spiego meglio. Le commissioni di esame di avvocato del Nord Italia erano avare nell’abilitare, per limitare la concorrenza. Roberto Castelli era del partito di Matteo Salvini, attuale vice premier. La lega Nord, prima di essere anti immigrati è stata da sempre anti meridionale. Se il loro motto oggi è “prima gli italiani”, allora era “prima i settentrionali”. Nel Nord d’Italia vi era la convinzione che le commissioni del sud Italia erano prodighi, per questo vi erano più idonei all’esame di avvocato. La stessa Ministro Gelmini del Governo Berlusconi, lei impedita a Brescia, ha fatto l’esame in Calabria. A loro dire, poi, la massa di idonei emigrava al Nord, togliendo lavoro ai locali, che tanto avevano fatto illecitamente per tutelare se stessi. Secondo questa riforma di stampo razzista le prove scritte sono visionate da commissioni estratte a sorte, con spostamento dei plichi con gli elaborati da nord a sud e viceversa, con aggravio di tempo e di denaro. In questo modo sono avvantaggiati i candidati del nord Italia, i cui compiti sono corretti dalle commissioni del sud, rimaste benevoli. I partiti statalisti di sinistra non hanno fatto altro che confermare questo iniquo sistema».

- Secondo Lei, che senso ha rendere obbligatorio l'esame di Stato per gli avvocati?

«Non ha senso rendere obbligatorio un esame che non garantisce il merito, tenuto conto che i candidati, oltretutto, hanno sostenuto tantissimi esami all’università. Benissimamente a fine studio universitario potrebbero sostenere l’esame finale di abilitazione (come in altri paesi) avente valore di esame di Stato. Poi ci pensa il mercato: chi vale, lavora».

- Funziona il sistema dei concorsi di abilitazione alla professione forense in Italia?

«Il sistema di abilitazione forense in Italia non funziona perché non garantisce il merito, ma è stabilito solo per limitare l’accesso ai giovani aspiranti avvocati per la tutela di rendita di posizione o per garantire i propri protetti».

-Perchè è così alta la percentuale di concorrenti che non superano, che non passano gli esami di avvocato?

«La percentuale di idonei diventa di anno in anno sempre minore. Perché negli anni hanno limitato l’intervento degli avvocati nella tutela dei diritti (vedi ricorsi contro le sanzioni amministrative o per i sinistri stradali o per onerosità delle cause, o per il gratuito patrocinio); ovvero hanno imposto delle tasse e dei contributi esosi. Questo porta la lobby degli avvocati a tutelare gli interessi corporativi sempre più ristretti, negando l’accesso ai nuovi. I giovani per aggirare l’ostacolo prendono altre strade: ossia, la migrazione per ottenere la meritata professione per la quale hanno studiato per anni e che per questo non possono fare altro. Inoltre il fatto di diventare avvocato non dà sicurezza di reddito, perché comunque ai giovani avvocati è impedito entrare in un certo sistema di potere che assicura lavoro. Per lavorare come avvocato devi essere protetto ed omologato».

-Si può parlare di qualche irregolarità, anomalie nella fase di correzione ed in che modo? Possiamo parlare di altre anomalie?

«Il mio parere è per cognizione di causa diretta e per aver studiato e cercato prove (in testi ed in video da visionare sul mio canale su Dailymotion) per oltre venti anni per dimostrare che l’esame di avvocato in particolare, ma ogni esame di abilitazione o concorso pubblico in Italia è truccato (irregolare). Il frutto del mio lavoro sono i saggi “ESAME DI AVVOCATO. ABILITAZIONE TRUCCATA”, in particolare. E “CONCORSOPOLI ED ESAMOPOLI” per quanto riguarda tutti i concorsi pubblici e gli esami di Stato.

Nei miei saggi si dimostra con prove inoppugnabili dove si annida il trucco:

Nelle fasi preliminari (tracce conosciute);

Durante le prove (copiature e dettature);

Durante le correzioni (commissioni irregolari e compiti non corretti, ma dichiarati tali);

Durante la tutela giudiziaria (disparità di giudizio rispetto a ricorsi simili o uguali).

Da tener conto che i commissari sono professionisti diventati tali in virtù di concorsi analoghi, quindi truccati».

- Quale sarebbe l'obiettivo di truccare questi esami di avvocati?

«Si truccano gli esami per garantire un proprio familiare o un proprio amico o conoscente. O per tutelare l’interesse corporativo».

- Lei vuole aggiungere qual cosa altro che pensa può essere utili per i lettori spagnole oppure importante per capire la situazione e questo fenomeno.

«Io sin dalla prima volta ho denunciato le anomalie. Sin dal principio mi hanno minacciato che non sarei diventato avvocato.  Pensavo che valesse la forza della legge e non, come è, la legge del più forte. Per 17 anni mi hanno sempre dato voti identici per tutte le tre prove annuali, senza che il compito sia stato corretto (mancanza di tempo calcolato dal verbale). Le mie denunce pubbliche hanno provocato la reazione del potere con procedimenti penali a mio carico da cui sono uscito sempre assolto. I giornalisti, anche loro figli del sistema, mi oscurano, non impedendomi, però, di essere seguitissimo sul web, attraverso le mie opere pubblicate su Amazon. Si dà il caso che sia una giornalista spagnola a chiedere un mio parere e non una italiana. Il fatto che i giovani italiani vadano in Spagna o in Romania o in altre località molto più liberali che l’Italia, per poter realizzare i loro sogni, hanno la mia piena solidarietà. E’ solo un atto di puro stato di necessità che discrimina eventuali reati commessi. Se lo fanno violando le norme non sono meno colpevoli di chi nella loro patria illiberale, viola le norme impunemente. Perché negli esami di Stato e nei concorsi pubblici chi aiuta o favorisce o raccomanda qualcuno a scapito di altri viola una noma penale grave, costringendo gli esclusi a spendere tantissimi soldi che non hanno. E solo per poter lavorare»

Caso Bellomo, le forti parole di Filippo Facci dopo le testimonianze delle allieve, scrive robertogp il 28/12/2017 su "NewNotizie.it". Come redazione di ‘NewNotizie.it‘ abbiamo preferito non parlare della pietosa vicenda riguardante il consigliere di Stato Francesco Bellomo, il quale si trova adesso indagato dalla procura di Bari, Milano e Piacenza per estorsione, atti persecutori e lesioni gravi. In breve, Francesco Bellomo, consigliere di Stato nonché magistrato, conduceva dei corsi volti ad affrontare al meglio l’esame di accesso alla magistratura; l’accusa rivoltagli negli ultimi giorni si precisa in diverse testimonianze di allieve o ex allieve che accusano l’uomo di alcune clausole molto particolari presenti nel contratto d’iscrizione ai suoi corsi. Veniva ad esempio richiesto alle studentesse di recarsi al corso truccate, con tacchi alti, minigonna e altre peculiarità espresse nel dettaglio all’interno del contratto. Altre bizzarre clausole erano presenti nel foglio da firmare, quali ad esempio che il fidanzamento del o della borsista era consentito solo in seguito all’approvazione personale di Bellomo o addirittura la revoca della borsa di studio in caso di matrimonio. Filippo Facci, giornalista di ‘Libero Quotidiano‘ ha espresso il suo parere riguardo la vicenda sostenendo che le allieve che hanno sporto denuncia abbiano “una fisiologica propensione a essere zoccole (auguri per qualsiasi carriera) oppure siano troppo stordita per poter fare il mestiere del magistrato”. Seppur i toni siano decisamente sopra le righe, Facci spiega con tre motivazioni il perché di una frase così forte: “Il corso di Bellomo era un corso non obbligatorio per affrontare l’ esame per magistrato; i contratti di Bellomo erano palesemente nulli, perché nessun contratto può imporre pretese del genere, e per saperlo basta non essere scemi e infine, alcuni contratti venivano firmati da borsiste che avevano accettato una relazione sessuale con Bellomo, approccio che ci è difficile pensare spontaneo e slegato ai buoni esiti del corso”. Facci ricorda infine che “l’ingresso in magistratura non prevede esami psico-attitudinali”. Mario Barba

Filippo Facci per Libero Quotidiano il 28 dicembre 2017. I dettagli su quanto il consigliere Francesco Bellomo sia porco (copyright Enrico Mentana) li trovate in un altro articolo, e così pure gli aggiornamenti sui «contratti di schiavitù sessuale» (copyright Liana Milella, Repubblica) che imponeva a qualche allieva. Ciò posto, scusate: 1) il corso di Bellomo era un corso non obbligatorio per affrontare l'esame per magistrato; 2) i contratti di Bellomo erano palesemente nulli, perché nessun contratto può imporre pretese del genere, e per saperlo basta non essere scemi; 3) alcuni contratti venivano firmati da borsiste che avevano accettato una relazione sessuale con Bellomo, approccio che ci è difficile pensare spontaneo e slegato ai buoni esiti del corso. Detto questo, insomma: una che accetta di vestirsi in un certo modo, e così truccarsi, e i tacchi e le calze, una che accetta clausole che vietavano i matrimoni e condizionavano i fidanzamenti e autorizzavano a mettere in rete ogni dettaglio sessuale, una che crede che altrimenti avrebbe pagato 100mila euro di penale, beh, una così ha una fisiologica propensione a essere zoccola (auguri per qualsiasi carriera) oppure è troppo stordita per poter fare il mestiere del magistrato: troppo facile da circonvenire o corrompere, comunque sprovvista dell' equilibrio necessario a decidere della vita altrui. Lo diciamo non solo perché l'ingresso in magistratura non prevede esami psico-attitudinali, ma perché molte borsiste di Bellomo, magistrati, anzi magistrate, lo sono già diventate.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

A tal fine, per non aver adempito ai requisiti di delazione, calunnia e speculazione sociale, l’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, sodalizio nazionale di promozione sociale già iscritta al n. 3/2006 presso il registro prefettizio della Prefettura di Taranto Ufficio Territoriale del Governo, il 23 settembre 2017 è stata cancellata dal suddetto registro.

I magistrati favoriscono la mafia, scrive Barbara Di il 12 novembre 2017 su "Il Giornale".

(Quando diventano magistrati con un concorso truccato, spodestando i meritevoli, e per gli effetti sentendosi dio in terra, al di sopra della legge e della morale, ndr).

Quando lasciano indifesi i cittadini davanti ai soprusi.

Quando costringono un cittadino ad un processo eterno per vedersi dichiarare di aver ragione.

Quando non si studiano le carte di un processo e danno torto a chi ha ragione.

Quando per ignoranza applicano una legge nel modo sbagliato.

Quando ritardano anni una sentenza.

Quando un creditore con una sentenza esecutiva ci mette altri anni per avere una minima parte dei soldi spettanti.

Quando un creditore è costretto ad accettare pochi soldi, maledetti e subito per evitare un lungo e costoso processo.

Quando un proprietario di una casa occupata non riesce a riottenerla.

Quando non cacciano chi occupa abusivamente una casa popolare e chi ne avrebbe diritto dorme per strada.

Quando nei tribunali amministrativi devi attendere anni per vedere annullare provvedimenti assurdi della burocrazia o avere un’inutile autorizzazione ingiustamente negata.

Quando un cittadino è costretto a oliare la burocrazia con favori e bustarelle per non attendere anni quell’inutile autorizzazione o per non subire gli assurdi provvedimenti della burocrazia.

Quando un datore di lavoro si vede annullare il licenziamento di un ladro sindacalizzato.

Quando un lavoratore è costretto ad accettare una conciliazione e una buonuscita ridicola perché non ha soldi per un processo eterno.

Quando un cittadino vede impunito il ladro che lo ha derubato.

Quando lasciano impuniti i delinquenti perché non sono cittadini.

Quando incriminano i cittadini che tentano di difendersi da soli.

Quando danno pene ridicole e mai scontate a rapinatori e violentatori.

Quando danno pene esemplari solo ai violentatori che finiscono sui giornali.

Quando lasciano impuniti violenti devastatori che mettono a ferro e fuoco una città per ideologia.

Quando non indagano sui reati che non finiscono sui giornali.

Quando indagano sui reati solo per finire sui giornali.

Quando si inventano i reati per finire sui giornali.

Quando le assoluzioni per reati mediatici sono relegate in un trafiletto sui giornali.

Quando si inventano condanne assurde per reati mediatici che finiscono puntualmente riformate in appello.

Quando indagano sui politici per ideologia.

Quando arrestano i politici per ideologia e poi li assolvono a elezioni passate.

Quando fanno cadere i governi per impedire la riforma della giustizia.

Quando fanno carriera solo per ideologia o per i processi mediatici che si sono inventati.

Quando impediscono ai bravi magistrati di far carriera perché non appartengono alla corrente giusta o lavorano lontani dalle luci dei riflettori.

Quando non indagano sui colleghi che delinquono.

Quando non puniscono i colleghi per i loro clamorosi errori giudiziari.

Quando non applicano provvedimenti disciplinari ai colleghi che meriterebbero di essere cacciati.

Quando archiviano casi di scomparsa e li riaprono per trovare un cadavere in giardino solo dopo un servizio in televisione.

Quando invocano l’obbligatorietà dell’azione penale solo per i reati mediatici e politici anche se sono privi di riscontro.

Quando si dimenticano dell’obbligatorietà dell’azione penale quando i reati sono comuni e colpiscono i cittadini.

Quando si ricordano che un mafioso è mafioso solo quando dà una testata di stampo mafioso.

Quando un cittadino per avere ciò che gli spetta finisce per rivolgersi agli scagnozzi di un boss mafioso.

Quando gli unici territori dove i cittadini non subiscono furti, violenze e soprusi sono quelli controllati dalla mafia.

Quando i cittadini sono costretti a pagare il pizzo ai mafiosi per essere protetti.

Quando non fanno l’unica cosa che dovrebbero fare: dare giustizia per proteggere loro i cittadini.

Quando per colpa dei loro errori ed orrori in Italia ormai siamo tornati alla legge del più forte.

Quando i magistrati non fanno il loro mestiere, la mafia vince perché è il più forte.

A proposito di interdittive prefettizie.

Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva.

Infine, l’età adulta dell’informativa antimafia? Limiti e caratteri dell’istituto secondo una ricostruzione costituzionalmente orientata, scrive Fulvio Ingaglio La Vecchia. Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, sentenze 29 luglio 2016, n. 247 e 3 agosto 2016, n. 257.

Interdittive antimafia, una sentenza esemplare, scrive Maria Giovanna Cogliandro, Domenica 12/11/2017 su "La Riviera on line". Di recente il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha emesso una sentenza in cui vengono precisate le condizioni necessarie affinché l'interdittiva antimafia, figlia della cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore, non porti a un regime di polizia che metta a rischio diritti fondamentali. In questa continua corsa alla giustizia penale, figlia del populismo antimafia fatto di santoni e tromboni che, dai sottoscala di procure e prefetture, con le stimmate delle loro immacolate esistenze, sono sempre in cerca di un succoso cattivo da dare in pasto all’opinione pubblica, capita di imbattersi in una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, una sentenza di cui tutti dovrebbero avere una copia da conservare con cura nel proprio portafoglio, in mezzo ai santini e alla tessera sanitaria. La sentenza riguarda il ricorso presentato da un gruppo di imprese contro la Prefettura di Agrigento, l'Autorità nazionale Anticorruzione e il Comune di Agrigento. Le imprese in questione sono tutte state raggiunte da interdittiva antimafia. Ricordiamo che l’interdittiva antimafia permette all’amministrazione pubblica di interrompere qualsiasi rapporto contrattuale con imprese che presentano un pericolo di infiltrazione mafiosa, anche se non è stato commesso un illecito per cui titolari o dirigenti siano stati condannati. Per dichiarare l’inaffidabilità di un’impresa è sufficiente un’inchiesta in corso, una frequentazione sospetta, un socio “opaco”, una parentela pericolosa che potrebbe condizionarne le scelte, o anche solo la mera eventualità che l’impresa possa, per via indiretta, favorire la criminalità. La sentenza in questione rompe clamorosamente con questa cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore. "Benché un provvedimento interdittivo - argomentano i Giudici - possa basarsi anche su considerazioni induttive o deduttive diverse dagli “indici presuntivi”, è tuttavia necessario che le norme che conferiscono estesi poteri di accertamento ai Prefetti al fine di consentire loro di svolgere indagini efficaci e a vasto raggio, non vengano equiparate a un’autorizzazione a tralasciare di compiere indagini fondate su condotte o su elementi di fatto percepibili poiché, se con le norme in questione il Legislatore ha certamente esteso il potere prefettizio di accertamento della sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa, non ha affatto conferito licenza di basare le comunicazioni interdittive su semplici sospetti, intuizioni o percezioni soggettive non assistite da alcuna evidenza indiziaria". Non è quindi permesso far patire all'azienda un danno di immagine, sulla base di un fumus che non trovi riscontro nei fatti. In mancanza di condotte che facciano presumere che il titolare o il dirigente di un'azienda sia in procinto di commettere un reato (o che stia determinando le condizioni favorevoli per delinquere o per “favoreggiare” chi lo compia), non è legittimo che questi sia considerato come "soggetto socialmente pericoloso" e che debba, pertanto, sottostare a "misure di prevenzione" che vanno a incidere su diritti fondamentali. Per giustificare l'invio di una interdittiva antimafia, "non è sufficiente - proseguono i Giudici - affermare che uno o più parenti o amici del soggetto richiedente la certificazione antimafia risultano mafiosi, o vicini a soggetti mafiosi; o vicini o affiliati a cosche mafiose e/o a famiglie mafiose". Occorrerà innanzitutto precisare la ragione per la quale un soggetto viene considerato mafioso. "La pericolosità sociale di un individuo - dichiarano i Giudici - non può essere ritenuta una sua inclinazione strutturale, congenita e genetico-costitutiva (alla stregua di una infermità o patologia che si presenti - sia consentita l’espressione - "lombrosanamente evidente" o comunque percepibile mediante indagini strumentali o analisi biologiche), né può essere presunta o desunta in via automatica ed esclusiva dalla sua posizione socio-ambientale e/o dal suo bagaglio culturale; né, dunque, dalla mera appartenenza a un determinato contesto sociale o a una determinata famiglia (semprecchè, beninteso, i soggetti che ne fanno parte non costituiscano un’associazione a delinquere)". Nel provvedimento interdittivo vanno, inoltre, specificate le circostanze di tempo e di luogo in cui imprenditore e soggetto "mafioso" sono stati notati insieme; le ragioni logico-giuridiche per le quali si ritiene che si tratti non di mero incontro occasionale (o di incontri sporadici), ma di “frequentazione effettivamente rilevante", ossia di relazione periodica, duratura e costante volta a incidere sulle decisioni imprenditoriali. In poche parole, prendere il caffè con un mafioso o presunto tale non è sufficiente. Inoltre, emerge dalla sentenza, qualificare un soggetto “mafioso” sulla scorta di meri sospetti e a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria comporterebbe un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità "simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole e imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni e infiltrazioni mafiose realmente inquinanti". L'interdittiva che inchioda per ipotesi non combatte la delinquenza e la criminalità ma diviene strumentale per sgomberare il campo da personaggi scomodi. "D’altro canto - concludono i giudici - se per attribuire a un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza a una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono". Amen. Ripeto: questa è una sentenza da conservare accanto ai santini. E plastificatela, per evitare che si sgualcisca col tempo.

La strada dell'inquisizione è lastricata dalla cattiva antimafia. Una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione siciliana mette in guardia dagli abissi in cui rischiamo di sprofondare perdendo di vista i capisaldi dello Stato di diritto, scrive Rocco Todero il 29 Settembre 2017 su "Il Foglio". Nell’Italia che si è presa il vizio di accusare a sproposito la giustizia amministrativa di essere la causa della propria arretratezza economica e sociale capita di leggere una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (una sezione del Consiglio di Stato distaccata a Palermo) che dovrebbe essere mandata giù a memoria da quanti nel nostro Paese vivono facendo mostra di stellette meritocratiche (più o meno veritiere) negli uffici delle prefetture, nelle aule dei tribunali, nelle sedi delle università, nelle redazioni di molti giornali e, in ultimo, anche nelle aule del Parlamento. Da molti anni, oramai, si combatte in sede giudiziaria una battaglia sulle modalità di applicazione delle misure di prevenzione, le cosiddette informative antimafia, per mezzo delle quali l’eccessiva solerzia inquisitoria degli uffici periferici del Ministero dell’Interno cerca di realizzare quella che nel linguaggio giuridico si definisce una “tutela anticipata” del crimine, un’azione cioè volta a contrastare i tentativi di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico - sociale senza che, tuttavia, si manifestino azioni delittuose vere e proprie da parte dei soggetti interdetti. Il risultato nel corso degli anni è stato abbastanza sconfortante, poiché decine di imprese individuali e società commerciali sono state colpite dall’informativa antimafia e poste, molto spesso, sotto amministrazione prefettizia sulla base di un semplice sospetto coltivato dalle forze dell’ordine. A molti, troppi, è capitato, così, di trovarsi sotto interdittiva antimafia (solo per fare alcuni esempi) a causa di un parente accusato di appartenere ad un’associazione mafiosa o per colpa di un’indagine penale per 416 bis poi sfociata nel proscioglimento o nell’assoluzione o perché una società con la quale s’intrattengono rapporti commerciali è stata a sua volta interdetta per avere stipulato contratti con altra impresa sospettata di subire infiltrazioni mafiose (si, è proprio cosi, si chiama informativa a cascata o di secondo o terzo grado: A viene interdetto perché intrattiene rapporti commerciali con B, il quale non è mafioso, ma coltiva contatti economici con C, il quale ultimo è sospettato di essere, forse, soggetto ad infiltrazioni mafiose. A pagarne le conseguenze è il soggetto A, perché l’infiltrazione mafiosa passerebbe per presunzione giudiziaria da C a B e da B ad A). Spesso i Tribunali amministrativi competenti a conoscere della legittimità delle informative antimafia emanate dalle Prefettura sono stati sin troppo indulgenti con l’Amministrazione pubblica, sacrificando l’effettività della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini sull’altare di una lotta alle infiltrazioni mafiose che risente oramai troppo della pressione atmosferica di un clima allarmistico pompato ad arte per ben altri e meno nobili fini politici. Qualche settimana fa, invece, il Consiglio di Giustizia Amministrativa siciliano (composto dai magistrati Carlo Deodato, Carlo Modica de Mohac, Nicola Gaviano, Giuseppe Barone e Giuseppe Verde), dovendo decidere in sede d'appello dell’ennesima informativa antimafia emessa dalla Prefettura di Agrigento, ha sostanzialmente scritto un bellissimo e coraggioso saggio di cultura giuridica liberale, dimostrando che la lotta alla mafia si può ben coltivare salvaguardando i capisaldi di uno Stato di diritto liberal democratico moderno. Il Tribunale ha preso atto del fatto che per stroncare sul nascere la diffusione di alcune condotte criminose non si può fare altro che emettere “giudizi prognostici elaborati e fondati su valutazioni a contenuto probabilistico” che colpiscono soggetti in uno stadio “addirittura anteriore a quello del tentato delitto”. Ma alla pubblica amministrazione, argomentano i Giudici, non è permesso di scadere nell’arbitrio, cosicché non sarà mai sufficiente un mero “sospetto” per giustificare la limitazione delle libertà fondamentali dell’individuo. Si dovranno piuttosto documentare fatti concreti, condotte accertabili, indizi che dovranno essere allo stesso tempo gravi, precisi e concordanti. Non potranno mai essere sufficienti, continua il Tribunale, mere ipotesi e congetture e non potrà mai mancare un “fatto” concreto, materiale, da potere accertare nella sua esistenza, consistenza e rilevanza ai fini della verosimiglianza dell’infiltrazione mafiosa. Per potere affermare che l’impresa di Tizio è sospettata d'infiltrazioni mafiose, allora, non sarà sufficiente affermare che essa intrattiene rapporti con l’impresa di Caio (non mafiosa) che a sua volta, però, ha stipulato accordi con Mevio (lui si, sospettato di collusioni con la mafia), ma sarà necessario dimostrare che una qualche organizzazione mafiosa (ben individuata attraverso i soggetti che agiscono per essa, non la “mafia” genericamente intesa) stia tentando, in via diretta, d’infiltrarsi nell’azienda del primo soggetto. Il legame di parentela con un mafioso, chiariscono ancora i magistrati, non può avere alcuna rilevanza ai fini del giudizio sull’informativa antimafia se non si dimostrerà che chi è stato colpito dal provvedimento interdittivo, lui e non altri, abbia posto in essere comportamenti che possano destare allarme sociale per il loro potenziale offensivo dell’interesse pubblico, “non essendo giuridicamente e razionalmente sostenibile che il mero rapporto di parentela costituisca di per sé, indipendentemente dalla condotta, un indice sintomatico di pericolosità sociale ed un elemento prognosticamente rilevante”. La nostra non è l'epoca del medioevo, conclude il Consiglio di Giustizia Amministrativa, e l'ordinamento giuridico non può svestire i panni dello Stato di diritto: “Sicché, ove fosse possibile qualificare “mafioso” un soggetto sulla scorta di meri sospetti ed a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria si perverrebbe ad un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale (che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole ed imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni ed infiltrazioni mafiose realmente inquinanti). D’altro canto, se per attribuire ad un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza ad una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono.” Da mandare giù a memoria. Altro che il nuovo codice antimafia con il quale fare propaganda manettara a buon mercato.

A proposito di sequestri preventivi giudiziari.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi.

 Interdittive: decine di aziende uccise dal reato di parentela mafiosa, scrive Simona Musco il 4 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Il fenomeno delle interdittive è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione del 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. Solo dalla Prefettura di Reggio Calabria, negli ultimi 14 mesi, sono partite 130 interdittive. Quasi dieci ogni 30 giorni, tutte frutto della gestione del Prefetto Michele Di Bari, approdato nella città dello Stretto ad agosto 2016. Un numero enorme che conferma una tendenza crescente, soprattutto in Calabria, dove in poco più di cinque anni le aziende hanno depositato quasi 500 ricorsi nelle cancellerie dei tribunali amministrativi di Catanzaro e Reggio Calabria. Ma il fenomeno – i cui dai sono ancora incerti – è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione della materia nel 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. I numeri non sono ancora chiari, dato che gli archivi informatici dello Stato non hanno tutti i dati. E così succede che mentre dai siti dei tribunali amministrativi risulta un numero enorme di ricorsi (circa 2000 in cinque anni) e annullamenti (tra i 40 e i 90 l’anno), le cifre fornite dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia, parlano di 31 annullamenti dal 2011 fino a maggio 2015. Numeri snelliti dal vuoto di informazioni dalle Prefetture di Napoli, Reggio Calabria e Vibo Valentia. La parte più corposa, dunque. La ratio dello strumento è chiara: «contrastare le forme più subdole di aggressione all’ordine pubblico economico, alla libera concorrenza ed al buon andamento della pubblica amministrazione», sentenzia il Consiglio di Stato. Un provvedimento preventivo, che prescinde quindi dall’accertamento di singole responsabilità penali e anticipa la soglia di difesa. «Per questo – dice ancora il Consiglio di Stato – deve essere respinta l’idea che l’informativa debba avere un profilo probatorio di livello penalistico e debba essere agganciata a eventi concreti ed a responsabilità addebitabili». Se c’è un sospetto, dunque, la Prefettura ha il potere e il dovere di tranciare i rapporti tra aziende private e pubblica amministrazione, attraverso tutta una serie di accertamenti ai quali non si può replicare fino a quando non diventano di pubblico dominio. Ovvero quando l’azienda colpita viene esclusa dai bandi pubblici e marchiata come infetta. Un’etichetta che, a volte, è giustificata da elementi tangibili e concreti, consentendo quindi di sfilare dalle mani dei clan l’appalto, ma altre decisamente meno. Tant’è che sono centinaia i ricorsi vinti, di una vittoria che però è solo parziale: sempre più spesso, infatti, chi si è visto colpire da un’interdittiva, pur vincendo il proprio ricorso, non riesce più a reinserirsi nel mondo del lavoro. Partiamo dal modus operandi: la Prefettura punta gran parte della sua decisione sui legami di parentela e su frequentazioni poco raccomandabili. Nulla o quasi, invece, si dice su fatti concreti che possano far temere effettivamente un condizionamento mafioso. Ed è proprio questo che fa crollare i provvedimenti davanti ai giudici amministrativi, per i quali non basta basarsi su rapporti commerciali e di parentela, «da soli insufficienti», dice ancora il Consiglio di Stato. Occorrono perciò, aggiunge, «altri elementi indiziari a dimostrazione del “contagio”». E «non possono bastare i precedenti penali» riferiti «ad indagini in seguito archiviate e, in altra parte, a condanne molto risalenti nel tempo», in quanto servono elementi «concreti e riferiti all’attualità». Un’interpretazione confermata anche dalla Corte costituzionale, secondo cui è arbitrario «presumere che valutazioni comportamenti riferibili alla famiglia di appartenenza o a singoli membri della stessa diversi dall’interessato debbano essere automaticamente trasferiti all’interessato medesimo». Ma è proprio questo il meccanismo che genera un circolo vizioso capace di far risucchiare una parte rilevante dell’economia dal vortice del sospetto. E le conseguenze non sono solo per le ditte: le interdittive, infatti, colpiscono aziende impegnate in appalti pubblici che così rimangono bloccati, cantieri aperti che si richiuderanno magari dopo anni. Dell’ambiguità dello strumento, lo scorso anno, aveva parlato il senatore Pd e membro della Commissione parlamentare antimafia Stefano Esposito, che al convegno “Warning on crime” all’Università di Torino aveva dichiarato che «lo strumento non funziona e nel 60% dei casi le interdittive vengono respinte» dai giudici amministrativi. Chiedendo dunque una riforma, che anche Rosy Bindi, poco prima, aveva annunciato, nel 2015. «Le interdittive antimafia sono uno strumento statico, mentre la lotta alla mafia ha bisogno di film», ha spiegato. Un film che nel nuovo codice antimafia coincide col controllo giudiziario delle aziende sospette, i cui risultati sono ancora tutti da vedere.

Che affare certe volte l’antimafia! Scrive Piero Sansonetti il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio".  I “paradossi” calabresi. Questa storia calabrese è molto istruttiva. La racconta nei dettagli, nell’articolo qui sopra, Simona Musco. La sintesi estrema è questa: un imprenditore incensurato, e senza neppure un grammo di carichi pendenti (che oltretutto è presidente di Confindustria), vince un appalto per costruire i parcheggi del palazzo di Giustizia a Reggio. Un lavoro grosso: più di 15 milioni. Al secondo posto, in graduatoria, una azienda amministrata da un deputato di Scelta Civica. L’azienda del deputato protesta per aver perso la gara e ricorre al Tar. Il Tar dà ragione all’imprenditore e torto all’azienda del deputato. Poi, all’improvviso, non si sa come, la Prefettura fa scattare l’interdittiva e cioè, per motivi cautelari, toglie l’appalto all’imprenditore e lo assegna all’azienda del deputato che aveva perso la gara. Come è possibile? Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. E allora io quell’appalto di 16 milioni di euro te lo levo e lo porgo all’azienda di un deputato. Il deputato in questione, peraltro, fa parte della commissione antimafia. E lo Stato di diritto? E la libera concorrenza? E l’articolo 3 del- la Costituzione? Beh, mettetevi il cuore in pace: esiste una parte del territorio nazionale, e in modo particolarissimo la Calabria, nel quale lo Stato di diritto non esiste, non esiste la libera concorrenza e l’Articolo 3 della Costituzione (quello che dice che tutti sono uguali davanti alla legge) non ha effetti. La ragione di questo Far West, in gran parte, è spiegabile con la presenza della mafia, che la fa da padrona, fuori da ogni regola. Ma anche lo Stato, che la fa da padrone, altrettanto al di fuori da ogni regola, e da ogni senso di giustizia, e mostrando sempre il suo volto prepotente, come questa storia racconta. Lo Stato, con la mafia, è responsabile del Far West. Allora il problema è molto semplice. È assolutamente impensabile che si possa condurre una battaglia seria contro la mafia e la sua grande estensione in alcune zone del Sud Italia, se non si ristabiliscono le regole e se non si riporta lo Stato alla sua funzione, che è quella di produrre equità e sicurezza sociale, e non di produrre prepotenza, incertezza e instabilità. La chiave di tutto è sempre la stessa: ristabilire lo Stato di diritto. E questo, naturalmente, vuol dire che bisogna impedire che i commercianti – ad esempio – siano taglieggiati dalla mafia, ma bisogna anche impedire che i diritti di tutti i cittadini – non solo quelli onesti – siano sistematicamente calpestati. La sospensione della legalità, gli strumenti dell’emergenza (come le interdittive, le commissioni d’accesso e simili) possono avere una loro utilità solo in casi rarissimi e in situazioni molto circoscritte. E solo se usati con rigore estremo e sempre con il terrore di commettere prevaricazioni e ingiustizie. Se invece diventano semplicemente – come succede molto spesso – strumenti di potere dell’autorità, magari frustrata dai suoi insuccessi nella battaglia contro la mafia, allora producono un effetto moltiplicatore, proprio loro, del potere mafioso. Perché la discrezionalità, l’arroganza, l’ingiustizia, creano una condizione sociale e psicologica di massa, nella quale la mafia sguazza. Naturalmente non ho proprio nessun elemento per immaginare che l’azienda che ha fatto le scarpe a quella dell’ex presidente di Confindustria (che si è dimesso dopo aver ricevuto questa interdittiva, che ha spezzato le gambe alla sua azienda e i nervi a lui), e cioè l’azienda del deputato dell’antimafia, abbia brigato per ottenere l’interdittiva contro il concorrente. Non ho mai sopportato la politica e il giornalismo che vivono di sospetti. Però il messaggio che è stato mandato alla popolazione di Reggio Calabria, oggettivamente, è questo: se non sei protetto dalla “compagnia dell’antimafia” qui non fai un passo. E se sei deputato, comunque, sei avvantaggiato. Capite che è un messaggio letale? P. S. Conosco molto bene l’imprenditore di cui sto parlando, e cioè Andrea Cuzzocrea, la cui azienda ora è al palo e rischia di fallire. Lo conosco perché insieme a un gruppo di giornalisti dei quali facevo parte, organizzò quattro anni fa la nascita di un giornale, che si chiamava “Il Garantista” e che durò poco perché dava fastidio a molti (personalmente, in quanto direttore di quel giornale, ho collezionato una trentina di querele) e non aveva una lira in cassa. “Il Garantista” era edito da una cooperativa, molto povera, della quale lui assunse per un periodo la presidenza. Non so quali telefonate ebbe con Teresa Munari. Però so per certo due cose. La prima è che Teresa Munari era una giornalista molto accreditata negli ambienti democratici di Reggio Calabria. L’ho conosciuta quattro o cinque anni fa, mi invitò a casa sua a una cena. C’erano anche il Procuratore generale di Reggio e una deputata molto famosa per il suo impegno “radicale” contro la mafia. La Munari collaborò a “Calabria Ora”, giornale regionale che al tempo dirigevo, e successivamente al “Garantista”. Non era raccomandata. E non fu mai, mai assunta. Non era in redazione, non partecipava alla vita del giornale, scriveva ogni tanto degli articoli, che siccome non avevamo il becco di un quattrino credo che non gli pagammo mai. Qualcuno è in grado di spiegarmi come si fa a dire che uno non può costruire un parcheggio perché una volta ha telefonato a Teresa Munari?

Levano l’appalto a un imprenditore incensurato e lo danno a un deputato dell’antimafia, scrive Simona Musco il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Reggio Calabria: un imprenditore incensurato si vede annullata l’assegnazione, e i lavori per 16 milioni sono affidati all’azienda di un deputato.

PARADOSSI CALABRESI. Una azienda di Reggio Calabria, guidata da imprenditori incensurati e senza carichi pendenti, vince un appalto molto ricco: la costruzione del parcheggio del palazzo di Giustizia. È un lavoro grosso, da 16 milioni. L’azienda che è arrivata seconda, nella gara d’appalto, fa ricorso. Il Tar gli dà torto. E conferma l’appalto all’azienda che si è classificata prima (su 19). Allora interviene il Prefetto e fa scattare l’interdittiva per l’azienda vincitrice. Che vuol dire? Che il prefetto ha questo potere discrezionale di interdire una azienda, temendo infiltrazioni mafiose, anche se questa azienda non è inquisita. E il prefetto di Reggio ha esercitato questo potere. E così il lavoro è passato al secondo classificato. Chi è? È un deputato. Un deputato della commissione antimafia.

Un appalto da 16 milioni di euro per la costruzione del parcheggio del nuovo Palazzo di Giustizia. Diciannove aziende che decidono di provarci e due che arrivano in cima alla graduatoria con pochissimi punti di distacco. E un’interdittiva antimafia che fa transitare l’appalto dalle mani della prima – la Aet srl – alla seconda, la Cosedil, fondata da un parlamentare della Commissione antimafia, Andrea Vecchio, e patrimonio della sua famiglia. È successo a Reggio Calabria, dove l’ex presidente di Confindustria Andrea Cuzzocrea ha visto sparire, in pochi mesi, un lavoro imponente, la poltrona di presidente degli industriali e la credibilità. Tutto a causa di uno strumento preventivo – l’interdittiva – che ora rischia di mandare a gambe all’aria l’azienda, da sempre attiva negli appalti pubblici, e i due imprenditori che la amministrano, Cuzzocrea e Antonino Martino, entrambi incensurati.

UN APPALTO DIFFICILE. Tutto comincia nel 2016, quando la Aet srl vince l’appalto per la costruzione dei parcheggi del tribunale di Reggio Calabria. Un lavoro che la città attendeva da tempo e che, finalmente, sembra potersi sbloccare. Ma i tempi per la firma del contratto vengono rallentati dai ricorsi. In prima fila c’è la Cosedil spa, azienda siciliana, che chiede al Tar la verifica dell’offerta presentata dalla Aet e dei requisiti dell’azienda e di conseguenza l’annullamento dei verbali di gara. I giudici amministrativi valutano il ricorso, bocciando tutte le obiezioni tranne una, quella relativa la giustificazione degli oneri aziendali della sicurezza, per i quali la Commissione giudicatrice dell’appalto avrebbe commesso «un macroscopico difetto d’istruttoria». Un errore, si legge nella sentenza, dal quale però non deriva «automaticamente l’obbligo di escludere la società prima classificata». Il Tar, a gennaio, interpella dunque la Stazione unica appaltante, alla quale chiede di effettuare una nuova verifica sull’offerta dell’Aet. Risultato: viene confermata «la regolarità e la correttezza» dell’aggiudicazione dell’appalto. La firma sul contratto per l’avvio dei lavori, dunque, sembrano avvicinarsi.

L’INTERDITTIVA. Ma l’iter per far partire i cantieri subisce un altro stop, quando ad aprile la Prefettura emette un’informativa interdittiva a carico dell’azienda, escludendola, di fatto, dai giochi. Cuzzocrea, che nel 2013 aveva chiesto alla Commissione parlamentare antimafia di «istituire le white list obbligatorie per gli appalti pubblici, rendendo così più trasparente un settore delicatissimo», si dimette da presidente di Confindustria. L’interdittiva riassume elementi già emersi in precedenza nella corposa relazione che ha portato allo scioglimento dell’amministrazione di Reggio Calabria, elementi già confutati, ai quali si aggiunge un nuovo dato, relativo alla parentesi da editore di Cuzzocrea. Ed è sulla base di quello che la Prefettura rivaluta tutto il passato, sebbene esente da risvolti giudiziari. Si tratta del contatto (finito nell’operazione “Reghion”) tra Cuzzocrea e l’ex deputato Paolo Romeo, già condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa e ora in carcere in quanto considerato dalla Dda reggina a capo della cupola masso- mafiosa che governa Reggio Calabria. Nessun rapporto, almeno documentato, prima del 2014: i due si conoscono a gennaio di quell’anno, in Senato, dove sono stati entrambi invitati, in quanto rappresentanti delle associazioni, per discutere della costituenda città metropolitana. Dopo quella volta un unico contatto: Cuzzocrea, presidente della società editrice del quotidiano Cronache del Garantista, viene contattato da Romeo, che gli chiede di valutare l’assunzione di una giornalista, Teresa Munari, secondo la Dda strumento nelle mani di Romeo. Cuzzocrea propone la giornalista, nota in città e ormai in pensione, al direttore Sansonetti, che la inserisce tra i collaboratori, pur senza un contratto. Tra i pezzi scritti dalla Munari su quella testata ce n’è uno in particolare, considerato dalla Dda utile alla causa di Romeo. Che avrebbe perorato la causa dell’amica facendola passare come «un’opportunità per il giornale e non come un favore che richiedeva per sé stesso o per la giornalista», si legge nel ricorso presentato al Consiglio di Stato dalla Aet. La Prefettura non contesta nessun altro contatto tra Romeo e Cuzzocrea, che, scrivono i legali dell’azienda, «non poteva pensare, visto il modo in cui la cosa era stata richiesta, che vi fossero doppi fini nel suggerimento ricevuto. Romeo – si legge ancora – non ha mai avuto altri contatti con l’ingegnere Cuzzocrea ed è detenuto. Non si comprende, quindi, perché ci sarebbe il rischio che possa, iniziando oggi (perché in passato non è successo), condizionare l’attività della Aet». Gli elementi vecchi riguardano invece il socio Antonino Martino, socio al 50 per cento, e coinvolto, nel 2004, nell’operazione antimafia “Prius”, assieme ad alcuni suoi familiari. Un’indagine conclusa, per Martino, con l’archiviazione, chiesta dallo stesso pm, il 5 marzo 2009. Di lui un pentito aveva detto, per poi essere smentito, di essersi intestato, tra il 1992 e il 1993, un magazzino, in realtà riconducibile al temibile clan Condello di Reggio Calabria. Intestazione fittizia, dunque, ipotesi che si basava anche sulla convinzione – sbagliata – che il padre di Martino, Paolo, fosse parente di Domenico Condello. Tali elementi, nel 2013, non erano bastati alla Prefettura per interdire la Aet, tanto che l’azienda aveva ricevuto il nulla osta e l’inserimento nella “white list”, la lista di aziende pulite che possono lavorare con la pubblica amministrazione. E se anche fossero potenzialmente fonte di pericolo non sarebbero più attuali, considerato che, contestano i legali dell’azienda, Paolo Martino è morto e Condello si trova in carcere.

LA COSEDIL. La Aet, dopo la richiesta di sospensiva dell’interdittiva rigettata dal Tar, attende ora il giudizio del Consiglio di Stato. Nel frattempo, alle spalle dell’azienda reggina, rimane la Cosedil, fondata nel 1965 dal parlamentare del Gruppo Misto Andrea Vecchio. La Spa, secondo le visure camerali, è amministrata dai figli del parlamentare che rimane, come recita il suo profilo Linkedin, presidente onorario. Ma Vecchio, componente della Commissione antimafia, nelle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della Camera si dichiara amministratore unico di una delle aziende che partecipano la Cosedil (la Andrea Vecchio partecipazioni) e consigliere della Cosedil stessa. Che rimane l’unica titolata a prendere, con un iter formalmente impeccabile, l’appalto.

Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la Saguto e per 15 suoi amici, scrive il 26 ottobre 2017 Telejato. DOPO MESI DI INDAGINI, INTERROGATORI, INTERCETTAZIONI, IL NODO È ARRIVATO AL PETTINE. La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la signora Silvana Saguto, già presidente dell’Ufficio Misure di prevenzione, accusata assieme ad altri 15 imputati, di corruzione, abuso d’ufficio, concussione, truffa aggravata, riciclaggio, dopo una requisitoria durata cinque ore. Saranno invece processati col rito abbreviato i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere Elio Grimaldi. Tra coloro per cui è stato chiesto il rinvio figurano il padre, il figlio Emanuele e il marito della Saguto, il funzionario della DIA Rosolino Nasca, i docenti universitari Roberto Di Maria e Carmelo Provenzano, assieme ad altri suoi parenti, l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Posizione stralciata anche per l’altro ex giudice dell’ufficio misure di prevenzione Chiaramontee per il suo compagno Antonio Ticali, per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione, e per l’altro professore universitario Luca Nivarra e rito abbreviato per Cappellano Seminara. Prossima udienza il 6 novembre, con la parola alle parti civili e al collegio di difesa. Inutile soffermarci ancora sull’allegro e criminoso modo, portato avanti dalla Saguto, di mettere sotto sequestro aziende alle quali, in qualche modo spesso solo indiziario, si attribuiva una patente di mafiosità per procedere alla loro requisizione e affidarne la gestione agli avvocati o economisti che facevano parte del cerchio magico. L’amministrazione giudiziaria di questi beni ha arrecato danni irreversibili all’economia siciliana, poiché le aziende sono state smantellate e non più restituite, anche quando i proprietari sono stati penalmente assolti da ogni imputazione. E proprio oggi arriva la notizia del dissequestro di due aziende finite nel mirino della Saguto, che nel febbraio 2014 ne aveva disposto il sequestro: si tratta della Fattoria Ferla e della Special Fruit, che hanno operato da anni all’interno del settore ortofrutticolo e che oggi, dopo la disamministrazione affidata a Nicola Santangelo, oggi anche lui sotto processo, sono finite in liquidazione, lasciando disoccupati una decina di lavoratori. Le due aziende erano state accusate di essere sotto la protezione del boss dell’Acquasanta Galatolo, nell’ambito di un sequestro di 250 milioni, ma dopo l’attenta valutazione condotta dai magistrati dell’ufficio misure di prevenzione, oggi affidato al nuovo presidente Malizia e ai giudici Luigi Petrucci e Giovanni Francolini, è stato disposto il dissequestro, in quanto non esiste “neanche il sospetto” di infiltrazioni mafiose. Restano ancora sotto sequestro altri beni ed è in corso il procedimento per il successivo dissequestro.

L’antimafia preventiva diventata definitiva, scrive il 13 ottobre 2017 Telejato.

LA PREVENZIONE. Il caso Saguto ha causato l’implosione di un sistema concepito in origine per aggredire i patrimoni mafiosi e colpire i mafiosi nelle loro ricchezze costruite con l’illegalità. Il sistema, giorno dopo giorno è diventato un metodo in virtù del grande potere attribuito ai giudici di poter sequestrare i beni, anche attraverso la semplice “legge del sospetto”, e di poterli tenere sotto sequestro anche quando i procedimenti penali hanno ufficialmente decretato l’infondatezza di questo sospetto e prosciolto i cosiddetti “preposti”, cioè soggetti a sequestro da ogni imputazione di associazione, contiguità, concorso con il malaffare mafioso. Ancora oggi restano sotto sequestro immensi patrimoni di soggetti che, in altri periodi si sono piegati alla legge del pizzo, in alcuni casi per continuare a lavorare, in altri casi, è giusto dirlo, anche per avere mano libera nel badare ai propri affari. Quello che per loro era un “piegarsi alla regola” della “messa a posto”, per sopravvivere, diventa accusa di collaborazione e concorso in associazione mafiosa, così che le vittime diventano complici. L’imprenditoria siciliana, soprattutto nei suoi risvolti commerciali e nell’edilizia, ha subito tremende battute d’arresto, poiché la mannaia della prevenzione si è abbattuta su aziende che davano lavoro a migliaia di siciliani oggi disoccupati, senza preoccuparsi di sorvegliare la gestione dei beni confiscati, affidati ad amministratori giudiziari, alcuni senza scrupoli, altri del tutto incapaci e incompetenti, che hanno prosciugato i beni dell’azienda loro affidata per foraggiare se stessi e i propri collaboratori. In tal modo quello che avrebbe dovuto essere un momento “preventivo”, al fine di evitare la reiterazione del reato, diventa un momento definitivo, dato il prolungamento all’infinito delle misure di prevenzione, anche ad assoluzione penale avvenuta.

LA NUOVA LEGGE ANTIMAFIA. Da parte di alcuni settori si è gridato alla vittoria e al passo in avanti dato dal nuovo codice antimafia, approvato nel settembre scorso, ma, come abbiamo più volte scritto, si tratta di una legge nata vecchia, con qualche ritocco alla vecchia legge del 2012, senza che siano indicate regole precise né sul periodo, cioè sulla durata in cui un bene deve essere tenuto sotto sequestro, né sulle prove e sulle condizioni che dovrebbero giustificare il sequestro, né sulle penalità da attribuire agli amministratori incompetenti o ai magistrati che hanno agito frettolosamente, senza che la loro azione sia stata giustificata da un minimo di sentenza. È rimasto il solco tra procedimento penale e procedimento di prevenzione, anzi il procedimento di prevenzione è stato esteso anche ai reati di corruzione, commessi in associazione, senza garanzie sulla possibile restituzione e sul risarcimento dei danni causati dalla disamministrazione. Insomma, come al solito non pagherà nessuno e i magistrati potranno continuare ad agire nel massimo della libertà che non è sempre garanzia di giustizia.

I RESPONSABILI. Dopo questa premessa citiamo, e ricordiamo i numerosi nomi di amministratori che, in un modo o in un altro hanno contribuito a creare sfiducia nella possibilità di potere portare avanti un’azione antimafia decisa e corretta, che avrebbe dovuto avere come finalità primaria la possibilità di non affossare l’economia siciliana, ma di salvaguardarla dalle infiltrazioni mafiose e di costruirla nel rispetto delle regole parallelamente alle condizioni di crisi, di cui ancora non si vede l’uscita, nonostante lo strombazzamento di miglioramenti dei quali in Sicilia non vediamo nemmeno l’ombra. La salvaguardia di quel poco esistente, spesso dovuto al coraggio di imprenditori che hanno rischiato tutto e si sono anche indebitati per costruire un’azienda, non è stata in alcun modo presa in considerazione, e ciò ha causato il crollo di strutture e aziende, come quelle dei Niceta, dei Cavallotti, di Calcedonio Di Giovanni, della catena di alberghi Ponte, della Motoroil, della Clinica Villa Teresa di Bagheria, (sia nel settore sanitario che in quello edilizio), della Meditour degli Impastato, dei supermercati Despar di Grigoli in provincia di Trapani e Agrigento, dell’impero televisivo e concessionario dei Rappa e così via. Responsabili i vari a Cappellano Seminara, Sanfilippo, Santangelo, Aulo Giganti, Ribolla, Scimeca, Benanti, Walter Virga, Rizzo, Modica de Moach e così via. Molti di questi sono ancora al loro posto, mentre altri sono stati sostituiti. Di questo lungo elenco faceva parte Luigi Miserendino che, ieri, si è dimesso da tutti gli incarichi, per avere lasciato al suo posto il re dei detersivi Ferdico, il quale è stato assolto da tutto, ma ricondotto in carcere, mentre il carcere è stato revocato a Miserendino, poiché, dimessosi, non potrà più reiterare il reato.

IL PROFESSORE. Oggi spunta la notizia, altrettanto grave dell’interrogatorio del prof. Carmelo Provenzano, il quale, dopo avere sistemato nelle varie amministrazioni moglie, fratello, cognata e altri amici, dopo avere rifornito di frutta fresca il frigorifero della Saguto e del prefetto di Palermo Cannizzo, dopo avere agevolato la laurea del figlio della Saguto, anche con l’aiuto del rettore dell’Università di Enna Di Maria, oggi dichiara candidamente al giudice Bonaccorso che lo sta interrogando, di avere fatto tutto questo perché rientrava nelle sue funzioni di docente aiutare gli alunni, tra i quali cita anche il figlio dell’ex procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e si lamenta addirittura che le sue telefonate al figlio di Lari non sono agli atti del procedimento contro di lui. Va tenuto presente comunque che Lari è stato quello che ha dato il via all’inchiesta aperta dei giudici di Caltanissetta contro la Saguto e i suoi collaboratori, o, se vogliamo, complici. Secondo Provenzano tutto quello che è successo era “normale”, tutti facevano così, rientrava nel normale modo di gestire i beni sequestrati quello di aiutarsi e appoggiarsi reciprocamente tra i vari componenti del cerchio magico. Né più né meno come quando Craxi dichiarò in parlamento che il sistema delle tangenti ai partiti era normalità, che tutti facevano così, tutti mangiavano e non poteva essere lui solo a pagare per tutti. E se tutto è normale, non è successo niente, abbiamo scherzato, hanno scherzato i giudici di Caltanissetta ad aprire il procedimento, sono tutti innocenti e tutti dovrebbero essere assolti, Cappellano compreso, perché hanno fatto egregiamente il loro lavoro. Conclusione, ma non solo per Provenzano, è che tutto quello che dovrebbe essere anormale, anche il malaffare, è normale, mentre è anormale il corretto funzionamento della giustizia e l’applicazione di eventuali pene nei confronti di chi sbaglia. Ovvero fuori i mascalzoni e dentro chi si comporta onestamente o chi si permette di denunciare il disonesto modo di amministrare la cosa pubblica, i beni dello stato, il corretto funzionamento della giustizia. Come succede molto spesso in Italia, secondo un detto antichissimo cui ostinatamente non possiamo e non dobbiamo rassegnarci: “La furca è pi li poviri, la giustizia pi li fissa

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

La precarietà dei giornalisti invisibili, scrive il 16 dicembre 2017 Valentina Tatti Tonni su "Articolo 21". Al pari degli altri danno senso alla verità, ma non sono retribuiti e il loro lavoro non è riconosciuto. In Italia c’è un sistema, perlopiù marcio che le cronache ben conoscono. In Italia per conoscere e volendo tutelare l’esercizio di una professione, c’è bisogno di un Ordine di categoria che come una grande impresa regoli gli iscritti con un badge (tessera di riconoscimento) e un’imposta annuale. Potranno lavorare in modo “regolare” solo i soci onorari dell’impresa. Tutti gli altri si sentiranno o saranno, poco labile la differenza, cittadini fuorilegge che svolgono una professione che non gli compete. C’è una diffusa credenza, falsa per il resto del mondo nel quale non esiste alcun Ordine perentorio e nel quale si è quello che si fa, che si diventi professionista solo entrando in possesso di questo magico libretto, lungi la riconoscenza che avrebbe potuto avere Joseph Pulitzer in assenza. Giornalista ed editore puro americano, di certo non si sarebbe sentito meno rispetto a un qualunque collega italiano. L’Italia dunque è una Repubblica fondata sul lavoro circoscritto a pochi eletti. I restanti fuori da questa ristretta cerchia, passano l’esistenza tra un contratto e un lavoro in nero. Nero come la borsa in tempo di guerra. Con un fazzoletto di volontà ben ripiegato nella tasca della giacca, nella loro mente sanno di essere buoni giornalisti ma si potrebbe affermare in loro l’idea di non essere considerati uguali dagli altri colleghi, non tanto per la giacca quanto per i diritti che si nascondono sotto. “Come hai fatto ad accettare un lavoro nero e sporcare così la professione?” si sentirà chiedere con astio, con tutte le colpe rovesciate in capo. E’ vero, avrebbe potuto non accettare e non avere alcuna visibilità, smettere di cercare l’opportunità giusta anche se spesso questo significherà ripiegare la passione e l’istinto. Avrebbe potuto vendere il suo ideale e il suo buon cuore al miglior offerente, barattare il pensiero prima che potesse giurare la sua lealtà alla Costituzione e alla deontologia. Avrebbe persino potuto evitare qualunque interferenza con la parola, sì, ma cosa sarebbe diventato senza la sua identità a contatto con la pelle? Non è giusto fare generalizzazioni. Esistono persone che sono riuscite nel loro intento, pur non avendo parenti o amici pronti a soccorrerli e indirizzarli. Sono riusciti a imboccare una strada e arrivare fino al traguardo senza scuole di giornalismo né aiuti di sorta. Tuttavia ogni persona ha una sua storia, ed è per questo presumo che il legislatore abbia voluto una legge costruita per assistere la professione, che prevedesse le sue problematiche e tentasse di risolverle. La precarietà in questo senso duplice è una di queste problematiche. E’ precario il lavoratore con un contratto provvisorio di cui si ci si attenda un cambiamento e dunque alla quotidianità vi si leghi un’aspettativa e un’ansia maggiore, ma è precario anche quel lavoratore d’altro canto minacciato per il suo operato o in alternativa imputato dinnanzi a una Corte composta di suoi pari che lo giudicheranno “colpevole di Giornalismo”. La condanna è la derisione ma non è possibile schierarsi per ricevere una miglior difesa, poiché da tale imputazione non ci si macchia per assenso generale ma per comportamento. Queste leggi approvate per rendere la precarietà meno illegale di fatto favoriscono l’incongruenza della disparità, non rendendo alcun merito a chi di questo lavoro ha fatto il suo mantra e la sua missione. Accedere a questo lavoro dovrebbe essere una possibilità, non un privilegio. E invece, le possibilità per accedervi sono ad oggi esclusive: frequentazione di una scuola biennale, il praticantato o la pubblicazione di un numero di articoli firmati e stipendiati in modo continuativo, queste le alternative per accedere alla professione. Il problema però è che a dispetto di dieci anni fa, la continuità è una chimera, così come il contratto, il pagamento, il praticantato, per una grande fetta di imprese editoriali presenti sul territorio non è neanche un’opzione. Va da sé che, esclusa la parentela e una dose di fortuna, il giornalismo resti un mondo a sé stante dove non tutti quelli che vogliono entrarvi a far parte ci riescono e, sia detto che, spesso, non è per mancanza di volontà ma a causa della privazione di tutta una serie di cose, come il fatto che sembra non esista più il mentore che ti dica: “Questo pezzo fa schifo, riscrivilo” e da queste sole piccole parole ti trasmetta il suo sapere e mantenga in te il coraggio di tentare. No, oggi il sapere è inserito dentro un cassetto elettronico, sterile e senza spessore umano. Così quella che si gioca è una corsa a ostacoli per vincere la penna d’oro, una corsa nella quale la competitività va a braccetto con la desolante paura di non essere abbastanza. Essendo l’Ordine un ente pubblico che gestisce l’albo associativo dei giornalisti italiani, dal 1963 anno della sua fondazione obbliga chiunque voglia intraprendere la professione a iscriversi e rispettare le sue leggi. Chiunque altro operi da freelance, non iscritto ad alcun registro, pur rispettando le leggi dell’albo cui vorrebbe appartenere per una forma di dipendenza, istiga tutti alla verità ma è un fuorilegge a tutti gli effetti. Se scrive o filma con cognizione lo può fare solo con le dovute precauzioni da cittadino, allargando così sotto di sé la piaga della casta. Può paragonarsi a un abile narratore, ma se vuole sfruttare la pazienza e l’insegnamento di un giornalista la cui realtà si misura con il badge di inserimento deve rischiare un ruolo che si sente addosso ma che non ha. Appartengono a questa fascia di professionisti, i giornalisti invisibili che vivono anni in un limbo fatto di sacrifici. Se lavorano in nero non è per compiacenza ma per necessità, e anzi, sapendo che prima o poi qualcuno potrebbe accorgersi del loro “stato temporaneo”, quasi in attesa trepidante di un visto speciale, sfoderano dalla penna o dalla telecamera un rigoroso senso morale e critico per ovviare al senso di manifesta inadeguatezza nella quale l’Ordine ci colloca. Se è lecito che non tutti si improvvisino del mestiere, che allo stesso modo verrebbe il dubbio del buon operato se un calzolaio si mettesse di punto in bianco a vendere viaggi, diverso sarebbe il caso di un calzolaio che in seguito a dovuti studi e approfondimenti abbia scoperto che è la pianificazione e la vendita del viaggio per conto terzi a rendere la sua vita migliore, sarebbe allora questo il modo per riconoscergli la possibilità di cambiare. Il giornalista invisibile, ugualmente, non può invece essere riconosciuto per l’inosservanza di un iter burocratico e la sua vita dovrà essere vincolata, senza per questo smettere di dare un senso alla verità rischiando tutto quello che gli basterebbe oltrepassare il confine per essere.

Mi sono laureata nonostante gli abusi dei professori. Mi chiamo Carolina, e sono una neolaureata all'Università Statale di Milano. Mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere questa lettera, che spero potrà avere una sua risonanza. So che qualche anno fa i quotidiani si erano già occupati dell'incresciosa situazione logistica in alcune facoltà della Statale, una situazione che ha costretto me come centinaia di altri studenti a seguire per interi semestri le lezioni seduti sul pavimento, quando non addirittura in piedi fuori dalle porte e dalle finestre delle aule. Ma in questa sede vorrei invece parlare della condotta dei professori, della quale ingiustamente non si è mai fatto parola. Per natura tendo a non parlare mai di ciò che non conosco direttamente, quindi mi riferirò esclusivamente alle facoltà sotto la dicitura di Studi Umanistici della Statale. Volendo evitare di fare di tutta l'erba un fascio, ammetto volentieri il fatto di aver incontrato durante la mia carriera universitaria professori competenti e disponibili, e mi piacerebbe poter dire che sono la maggioranza. Ma ciò di cui non si parla mai sono gli altri, una vera e propria casta che segue solamente le proprie regole anche e spesso a dispetto degli studenti. Urge fare qualche esempio pratico. Ci sono professori che perdono esami di studenti e non solo non denunciano l'accaduto, ma bocciano gli studenti interessati sperando che loro non arrivino mai a scoprirlo, ma si limitino semplicemente a ripetere l'esame in questione. Ci sono professori che in una giornata di interrogazioni d'esame si prendono ben tre ore di pausa pranzo. Ce ne sono altri che con appelli programmati da mesi, fanno presentare tutti gli studenti iscritti e poi annunciano di dover partire per un viaggio, e che quelli non interrogati si devono ripresentare due settimane dopo. Alcuni si rifiutano, benché avvisati con anticipo, di interrogare gli studenti che hanno seguito il corso con un altro professore non disponibile per l'appello d'esame. E ultimi, ma certamente non per importanza, ci sono i professori che ogni anno mandano fuori corso decine di studenti che hanno finito per tempo gli esami, impedendogli di laurearsi nell'ultima sessione disponibile per loro e costringendoli a pagare un anno intero di retta universitaria perché "non hanno tempo di seguire questa tesi" oppure perché il candidato "è troppo indietro con la stesura, ci sarebbe troppo da fare". Tutti gli episodi sopra citati sono accaduti ad una sola persona, me. E per quanto io mi renda conto di essere stata particolarmente sfortunata, mi riesce difficile pensare di essere l'unica alla quale cose del genere sono successe. Questi veri e propri abusi di potere rendono quasi impossibile per gli studenti godere del generalmente buon livello di istruzione offerto dall'università. Mi includo nel gruppo quando mi chiedo come mai gli studenti non si siano mai fatti sentire, e mi vergogno quasi un po' a scrivere questa lettera con il mio bell'attestato di laurea appeso in stanza, ma la verità è che mi è costato fin troppa fatica, e non ero disposta a mettere a rischio la possibilità di ottenerlo, dal momento che non ero io ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma non mi sembrava ad ogni modo corretto lasciare che tali comportamenti passassero sotto silenzio. L'istruzione pubblica dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, ed insegnare dovrebbe essere una grande responsabilità, qualcosa di cui non abusare mai. Carolina Forin 14 ottobre 2017 “L’Espresso”

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito ed informato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

Cane non mangia cane. E questo a Taranto, come in tutta Italia, non si deve sapere.

Questo il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS che ha scritto un libro “Tutto su Taranto. Quello che non si osa dire”.

Un’inchiesta di cui nessuno quasi parla. Si scontrano due correnti di pensiero. Chi è amico dei magistrati, dai quali riceve la notizia segretata e la pubblica. Chi è amico degli avvocati che tace della notizia già pubblicata. "Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico", proverbio cinese. Qualcuno a me disse, avendo indagato sulle loro malefatte: “poi vediamo se diventi avvocato”...e così fu. Mai lo divenni e non per colpa mia.

Dei magistrati già sappiamo. C’è l’informazione, ma manca la sanzione. Non una condanna penale o civile. Questo è già chiedere troppo. Ma addirittura una sanzione disciplinare.

Canzio: caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Per il vertice della Suprema Corte questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona”. La dichiarazione che non ti aspetti. Soprattutto per il prestigio dell’autore e del luogo in cui è stata pronunciata. «Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa». A dirlo è il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, intervenuto ieri mattina in Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare ha offerto lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. «È un dato clamoroso – ha aggiunto il presidente Canzio che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo». Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che necessita di essere “rivisto” quanto prima. Anche perché fornisce l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. In effetti, leggendo i pareri delle toghe che pervengono al Consiglio superiore della magistratura, ad esempio nel momento dell’avanzamento di carriera o quando si tratta di dover scegliere un presidente di tribunale o un procuratore, si scopre che quasi tutti, il 99% appunto, sono caratterizzati da giudizi estremamente lusinghieri. Ciò stride con le cronache che quotidianamente, invece, descrivono episodi di mala giustizia. In un sistema “sulla carta” composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso non dovrebbero, di norma, verificarsi errori giudiziari se non in numeri fisiologici. La realtà, come è noto, è ben diversa. Qualche mese fa, parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, l’allora vice ministro della Giustizia Enrico Costa, parlò di «numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici». Ma il problema è anche un altro. Nel caso, appunto, della scelta di un direttivo, è estremamente arduo effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità. Si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità. Sul punto anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è d’accordo, in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. «Propongo al Comitato di presidenza di aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico». Alcuni consiglieri hanno, però, sottolineato che l’1% di giudizi negativi sono comunque tanti. Si tratta di 90 magistrati su 9000, tante sono le toghe, che annualmente incappano in disavventure disciplinari. Considerato, poi, che l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, teoricamente sarebbero 900 le toghe ad oggi finite dietro la lavagna. Un numero, in proporzione elevato, ma che merita una riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma è di “manica larga” con il pm si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere.

Solo un rimbrotto per il pm che "scorda" l'imputato in galera, scrive Rocco Vazzana il 30 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Il Csm ha condannato 121 magistrati in due anni. Ma si tratta di sanzioni molto leggere. Centoventuno condanne in più di due anni. È il numero di sanzioni che la Sezione Disciplinare del Csm ha irrogato nei confronti di altrettanti magistrati. Il dato è contenuto in un file che in queste ore gira tra gli iscritti alla mailing list di Area, la corrente che racchiude Md e Movimenti. Su 346 procedimenti definiti - dal 25 settembre 2014 al 30 novembre 2016 - 121 si sono risolti con una condanna (quasi sempre di lieve entità), 113 sono le assoluzioni, 15 le «sentenze di non doversi procedere» e 124 le «ordinanze di non luogo a procedere». L'illecito disciplinare riguarda «il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga, in ufficio o fuori, una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario». Le eventuali condanne hanno una gradazione articolata in base alla gravità del fatto contestato. La più lieve è l'ammonimento, un semplice «richiamo all'osservanza dei doveri del magistrato», seguito dalla censura, una formale dichiarazione di biasimo. Poi le sanzioni si fanno più severe: «perdita dell'anzianità» professionale, che non può essere superiore ai due anni; «incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo»; «sospensione dalle funzioni», che consiste nell'allontanamento con congelamento dello stipendio e con il collocamento fuori organico; fino arrivare alla «rimozione» dal servizio. C'è poi una sanzione accessoria che riguarda il trasferimento d'ufficio. Per questo, la sezione Disciplinare può essere considerata il cuore dell'autogoverno. Perché se il Csm può promuovere può anche bloccare una carriera: ai fini interni non serve ricorrere alle pene estreme, basta decidere un trasferimento. E a scorrere il file con le statistiche sui procedimenti disciplinari salta immediatamente all'occhio un dato: su 121 condanne, la maggior parte (90) comminano una sanzione non grave (la censura) e 11 casi si tratta di semplice ammonimento. Le toghe non si accaniscono sulle toghe. La perdita d'anzianità, infatti, è stata inflitta solo a dieci magistrati (due sono stati anche trasferiti d'ufficio), mentre sette sono stati rimossi. Uno solo è stato trasferito d'ufficio senza ulteriori sanzioni, un altro è stato sospeso dalle funzioni con blocco dello stipendio, un altro ancora è stato sospeso dalle funzioni e messo fuori organico. Ma il dato più interessante riguarda le tipologie di illecito contestate. La maggior parte dei magistrati viene sanzionato per uno dei problemi tipici della macchina giudiziaria: il ritardo nel deposito delle sentenze, quasi il 40 per cento dei "condannati" è accusato di negligenze reiterate, gravi e ingiustificate. Alcuni, però, non si limitano al ritardo: il 4 per cento degli illeciti, infatti, riguarda «provvedimenti privi di motivazione», come se si trattasse di un disinteresse totale nei confronti degli attori interessati. Il 23 per cento delle condanne, invece, riguarda una questione che tocca direttamente la vita dei cittadini: la ritardata scarcerazione. E in un Paese in cui si ricorre facilmente allo strumento delle misure cautelari, questo tipo di comportamento determina spesso anche il peggioramento delle condizioni detentive. Quasi il 10 per cento dei giudici e dei pm è stato sanzionato poi per «illeciti conseguenti a reato». Solo il 6,6 per cento delle condanne, infine, è motivato da «comportamenti scorretti nei confronti delle parti, difensori, magistrati, ecc.. ».

Truccati anche i loro concorsi. I magistrati si autoriformino, scrive Sergio Luciano su “Italia Oggi”. Numero 196 pag. 2 del 19/08/2016. Il Fatto Quotidiano ha coraggiosamente documentato, in un'ampia inchiesta ferragostana, le gravissime anomalie di alcuni concorsi pubblici, tra cui quello in magistratura. Fogli segnati con simboli concordati per rendere identificabile il lavoro dai correttori compiacenti pronti a inquinare il verdetto per assecondare le raccomandazioni: ecco il (frequente) peccato mortale. Ma, più in generale, nell'impostazione delle prove risalta in molti casi – non solo agli occhi degli esperti – la lacunosità dell'impostazione qualitativa, meramente nozionistica, che soprattutto in alcune professioni socialmente delicatissime come quella giudiziaria, può al massimo – quando va bene – accertare la preparazione dottrinale dei candidati ma neanche si propone di misurarne l'attitudine e l'approccio mentale a un lavoro di tanta responsabilità. Questo genere di evidenze dovrebbe far riflettere. E dovrebbe essere incrociato con l'altra, e ancor più grave, evidenza della sostanziale impunità che la casta giudiziaria si attribuisce attraverso l'autogoverno benevolo e autoassolutorio che pratica (si legga, al riguardo, il definitivo I magistrati, l'ultracasta, di Stefano Livadiotti).

Ora parliamo degli avvocati. C’è il caso per il quale l’informazione abbonda, ma manca la sanzione.

Un "fiore" da 20mila euro al giudice e il processo si aggiusta. La proposta shock di un curatore fallimentare a un imprenditore. Che succede nei tribunali di Taranto e Potenza? Scrivono di Giusi Cavallo e Michele Finizio, Venerdì 04/11/2016 su “Basilicata 24". L’audio che pubblichiamo, racconta in emblematica sintesi, le dinamiche, di quello che, da anni, sembrerebbe un “sistema” illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari. I fatti riguardano, in questo caso, il tribunale di Taranto. I protagonisti della conversazione nell’audio sono un imprenditore, Tonino Scarciglia, inciampato nei meccanismi del “sistema”, il suo avvocato e il curatore fallimentare nominato dal Giudice.

Aste e tangenti, studio legale De Laurentiis di Manduria nell’occhio del ciclone, scrive Nazareno Dinoi il 9 e 10 novembre 2016 su “La Voce di Manduria”. C’è il nome di un noto avvocato manduriano nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Taranto sulle aste giudiziarie truccate. Il professionista (che non risulta indagato), nominato dal tribunale come curatore fallimentare di un azienda in dissesto, avrebbe chiesto “un fiore” (una mazzetta) da ventimila euro ad un imprenditore di Oria interessato all’acquisto di un lotto che, secondo l’acquirente, sarebbero serviti al giudice titolare della pratica fallimentare. Questo imprenditore che è di Oria, rintracciato e intervistato ieri da Telenorba, ha registrato il dialogo avvenuto nello studio legale di Manduria in cui l’avvocato-curatore avrebbe avanzato la richiesta “del fiore” da 20mila euro. Tutto il materiale, compresi i servizi mandati in onda dal TgNorba, sono stati acquisiti ieri dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri di Taranto.

I presunti brogli nella gestione dei fallimenti. «Infangata la giustizia per scopi elettorali». Il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Vincenzo Di Maggio, attacca il M5S: preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi, scrive il 15 novembre 2016 Enzo Ferrari Direttore Responsabile di "Taranto Buona Sera". «Ma quale difesa di casta, noi come avvocati abbiamo soltanto voluto dire che il Tribunale non è un luogo dove si ammazza la Giustizia». Vincenzo Di Maggio, presidente dell’Ordine degli Avvocati, torna sulla polemica che ha infiammato gli operatori della giustizia negli ultimi giorni: l’interpellanza di un nutrito gruppo di senatori Cinquestelle su presunte nebulosità nella gestione delle procedure fallimentari ed esecutive al Tribunale di Taranto.

«Fallimenti ed esecuzioni, le procedure sono corrette». Documento delle Camere delle Procedure Esecutive e delle Procedure Concorsuali, scrive "Taranto Buona Sera” il 10 novembre 2016. Prima l’interrogazione parlamentare del M5S su presunte anomalie nella gestione delle procedure fallimentari, a scapito di chi è incappato nelle procedure come debitore; poi il video della registrazione di un incontro che sarebbe avvenuto tra un imprenditore, il suo avvocato e un curatore fallimentare. Un video dagli aspetti controversi e dai contenuti comunque tutti da verificare. Un’accoppiata di situazioni che ha destato clamore e che oggi fa registrare la netta presa di posizione della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali. In un documento congiunto, i rispettivi presidenti, gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate, fanno chiarezza a tutela della onorabilità dei professionisti impegnati come curatori e custodi giudiziari ed esprimendo piena fiducia nell’operato dei magistrati.

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita, ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione). Di questo se ne è parlato agli inizi, perché l’esposto era dello stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, ma poi nulla si è più saputo: caduto nell’oblio. Il silenzio sarà rotto, forse, dalla inevitabile prescrizione, che rinverdirà l’illibatezza dei presunti responsabili.

E poi c’è il caso, segnalato da un mio lettore, di una eccezionale sanzione emessa dalla magistratura tarantina e taciuta inopinatamente da tutta la stampa.

La notizia ha tutti i crismi della verità, della continenza e dell’interesse pubblico e pure non è stata data alla pubblica opinione.

Il caso di cui trattasi si riferisce ad un esposto di un cittadino, presentato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto contro un avvocato di quel foro per infedele patrocinio, di cui già pende giudizio civile.

Ma facciamo parlare gli atti pubblicabili.

L’11 maggio 2012 viene presentato l’esposto, il 3 aprile 2013 con provvedimento di archiviazione, pratica 2292, si emette un documento in cui si dichiara che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto delibera la sua archiviazione in quanto “non risultano elementi a carico del professionista tali da configurare alcuna ipotesi di infrazione disciplinare”. L’atto è sottoscritto il 17 novembre 2014, nella sua copia conforme, dall’avv. Aldo Carlo Feola, Consigliere Segretario. Mansione che il Feola ricompre da decenni.

Fin qui ancora tutto legittimo e, forse, anche, opportuno.

E’ successo che, con procedimento penale 2154/2016 R.G.N.R. Mod. 21, il 3 ottobre 2016 (depositata il 6) il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, dr Maurizio Carbone, chiede il Rinvio a Giudizio dell’avv. Aldo Carlo Feola, difeso d’ufficio, “imputato del delitto di cui all’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), perché, in qualità di Consigliere con funzione di Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, rilasciava copia conforme all’originale della delibera datata 3 aprile 2013 del Consiglio, con la quale si disponeva di non dare luogo ad apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Addolorata Renna, con conseguente archiviazione dell’esposto presentato nei suoi confronti da Blasi Giuseppe. Provvedimento di archiviazione risultato in realtà inesistente e mai sottoscritto dal Presidente del Consiglio dell’Ordine di Taranto. In Taranto il 17 novembre 2014.”

Il Giudice per le Indagini Preliminari, con proc. 6503/2016, il 21 novembre 2016 fissa l’Udienza Preliminare per il 12 dicembre 2016 e poi rinvia per il Rito Abbreviato per il 10 aprile 2017 con interrogatorio dell’imputato ed audizione del teste, con il seguito.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare, dr. Pompeo Carriere, il 16 ottobre 2017 con sentenza n. 945/2017 “dichiara Feola Aldo Carlo colpevole del reato ascrittogli, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, e applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, lo condanna alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del procedimento. Pena sospesa per cinque anni, alle condizioni di legge, e non menzione. Visti gli artt. 538, 539, 541 c.p.p., condanna Feola Aldo Carlo al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla medesima sostenute, che si liquidano in complessivi euro 3.115,00 (tremilacentoquindici) oltre iva e cap come per legge”.

Da quanto scritto è evidente che ci sia stata da parte della stampa una certa ritrosia dal dare la notizia. Gli stessi organi di informazione che sono molto solerti ad infangare la reputazione dei poveri cristi, sennonchè non ancora dichiarati colpevoli.

Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. “E’ vero, ma non per tutti…” Lettera aperta al direttore de IL FATTO QUOTIDIANO, dopo il suo intervento-show al Concerto del 1 maggio 2015 a Taranto, di Antonello de Gennaro del 2 maggio 2015 su "Il Corriere del Giorno". "Caro Travaglio, come non essere felice nel vedere Il Fatto Quotidiano, quotidiano libero ed indipendente da te diretto, occuparsi di Taranto? Lo sono anche io, ma nello stesso tempo, non sono molto soddisfatto della tua “performance” sul palco del Concerto del 1° maggio di Taranto. Capisco che non è facile leggere il solito “editoriale”, senza il solito libretto nero che usi in trasmissione da Michele Santoro, abitudine questa che deve averti indotto a dire delle inesattezze in mezzo alle tante cose giuste che hai detto e che condivido. Partiamo da quelle giuste. Hai centrato il problema dicendo: “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero e lo provano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali il Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia tergiversa ancora oggi nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari e salvarli”.

Comunque, a parte i distinguo di rito dalla massa, di fatto, però, nessuno di questa sentenza ne ha parlato.

In conclusione, allora, va detto che si è fatto bene, allora, ad indicare la notizia della condanna del Consigliere Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, come un fatto tra quelli che a Taranto son si osa dire…

Chi dice Terrone è solo un coglione. La sperequazione inflazionata di un termine offensivo come nota caratteristica di un popolo fiero. L’approfondimento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul tema ha scritto “L’Italia Razzista” e “Legopoli”.

Sui media spopola il termine “Terrone”. Usato dai razzisti del centro Nord Italia in modo dispregiativo nei confronti degli italiani del Sud Italia ed usati dai deficienti meridionali come caratteristica di vanto.

«Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia, terra di mezzo», diceva al telefono, parlando di un calabrese, una delle campionesse della Capitale Morale, quella Maria Paola Canegrati che smistava affarucci e mazzette per appalti nella Sanità, per circa 400 milioni di euro, a quanto è venuto fuori sinora. Naturalmente, lady Mazzetta, non sa che, invece, dire “terrone” con l'intento di offendere, è reato: ci sono sentenze, anche della Cassazione. Ma a lei deve sembrare un'ingiustizia! «Che cazzo ti devo dire, se adesso è un reato dare del terrone a un terrone, a 'sto punto qui io voglio diventare cittadina omanita»...., scrive Pino Aprile il 22 febbraio 2016.

«Io litigioso? È vero, ma sono migliorato… Mi chiamavano terun, africa, baluba, altro che non incazzarsi…» Dice Teo Teocoli in un intervista a Gian Luigi Paracchini il 22 luglio 2016 su "Il Corriere della Sera".

Gli opinionisti del centro Italia “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto, equivalente a “Terrone”, da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla terronialità. Cioè l’usare il termine “terrone” come una parola neutra. Come se fossero un po’ tutti leghisti.

Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania”, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Si perde se si rincorre il Sud come passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque meridionale e non terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te.

Essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Ciononostante i nordisti, anziché essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine.

Mutuiamo il titolo del libro di Lino Patruno “Alla riscossa Terroni” e “Terroni” di Pino Aprile per farne un motivo di orgoglio meridionale che deve portarci ad invertire una tendenza che data 150 anni. Non rivendichiamo un passato di benessere del Meridione, rivendichiamo un presente migliore per un Sud messo alle corde.

I terroni nascono anche a Gemonio e nelle valli bergamasche, scrive "L'Inkiesta" il 6 aprile 2012. Leggendo le cronache, ma, soprattutto, vedendo le immagini, relative al marciume che sta venendo a galla dai sottoscala leghisti, mi par che si possa dire una grande verità: l'aggettivo spregiativo "terrone" non si può appioppare solo ai meridionali, ma, con grande precisione, anche ai miei conterronei nordici. Devo dire la verità. Io - nordico e fieramente antileghista da molto tempo - che le storie di Roma ladrona, dell'uccello duro, del barbarossa, dell'ampolla sul diopò (che, a dire il vero, mi par più una saracca che un rito), di riti celtici, di fazzolettini verdi come il moccio, erano tutte una rozza e ignorante presa per il culo per ammansire i buoi e farsi in comodo i sollazzi propri, ne ero convinto da tempo. Da ben prima che si svegliassero i soliti magistrati (verrà il giorno, in questo paese dei matocchi, che qualche rivoluzione la farò il popolo?), bastava un po' di fiuto per capire che il sottobosco era questo. Ma le vedete le facce del cerchio magico? Ma avete presente la pacchianità della villa di Gemonio? E poi, la priorità alla "family", come la più bieca usanza del troppo noto familismo amorale, perchè parlare di "famigghia" era troppo terrone. Ma il dato è che questi sono - culturalmente, esteticamente e antropologicamente - terroni. Perchè terrone, per me, non è un epiteto riferibile a una provenienza geografica I.G.P.; è uno stile deteriore di rappresentarsi, chiuso, retrivo, in cui il dialetto non è cultura, ma rozzume esibito con orgoglio (e questo vale tanto per i napoletani, quanto per i veneti), in cui prevale la logica del clan su quella della civile società, in cui si deve fare sfoggio dell'ignoranza perchè questo è "popolare". Terrone è un ignorante retrogrado, cafone, ineducato. Con il risultato che il Bossi e la family sprofondano, il terronismo impera e un peloso, stantio e pietistico meridionalismo riprende fiato. Grazie Bossi, grazie leghisti: avete ucciso non solo la dignità del nord, ma anche la speranza vera che una riforma moderna di questo paese, tenuto insieme con una scatarrata, si potesse fare. Ah, dimenticavo. Se qualcuno mi dovesse dire "parla lui, di ignoranza presentata con orgoglio.

Da che pulpito vien il sermone!", dico: "Non perdete tempo in analisi: son diverso e me ne vanto. Si vuol che dica che sono ignorante e delinquente. Bene lo sono, in un mondo di saccenti ed onesti mafiosi, sono orgoglioso di esser diverso.  Cosa concludere, di fronte a tali notizie di carattere storico? Questo: trovo triste che i nostri bravi leghisti rinneghino le proprie radici arabe, albanesi, meridionali, mediterranee. Da loro, così orgogliosi della Tradizione, non me lo aspettavo. Anzi dirò di più. Buon per loro avere origini meridionali, perchè ad essere POLENTONI si rischia di avere una considerazione minore che essere TERRONE.

Secondo Wikipedia Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale. Origine e significato. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo, e sta ad indicare una persona zotica un pò lenta di comprendonio (po' lentone). Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta e dai movimenti goffi e impacciati.

Analisi dei termini offensivi. Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato dagli abitanti dell'Italia meridionale per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale, scrive Wikipedia. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) purtroppo con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra, anche se li ha salvati da tante carestie alimentari. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo nell'Italia del Sud, e sta ad indicare una persona zotica. Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale, anche se spesso usate solo in modo bonario. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta di comprendonio (tonta) e dai movimenti goffi e impacciati.

La Padania o Patanìa (lett. Terra dei Patanari, coltivatori di patate) si estende in tutte le regioni del nord Italia: dalla Val d'Aosta alla Toscana fino al Friuli Venezia Giulia. È facile collocare geograficamente la Patanìa vera e pura: si traccia una retta che attraversa interamente il Po, passando rigorosamente al centro, perché solo la parte nord del Po è padana. La Padania si definisce anche Barbaria, cioè terra di barbari. Il mito di una terra popolata da eroi celtici, circondata da terribili barbari di matrice slava, è il concetto su cui si basa la Lega Nord. Trascurabile il dettaglio che un tempo la Padania fosse abitata da un'accozzaglia di popoli oltre ai Celti.

Terrone è un termine della lingua italiana, utilizzato dagli abitanti dell'Italia settentrionale e centrale come spregiativo per designare un abitante dell'Italia meridionale, talvolta anche in senso semplicemente scherzoso, scrive Wikipedia. In passato il termine era utilizzato con un altro significato e valenza; solo nel corso degli anni sessanta ha acquisito il senso attuale. Con il termine "terrone" (da teróne, derivazione di terra) si indicava nel XVII secolo un proprietario terriero, o meglio un latifondista. Già tra le Lettere al Magliabechi, l'erudito bibliotecario Antonio Magliabechi (1633-1714) il cui lascito, i cosiddetti Codici Magliabechiani costituiscono un prezioso fondo della Biblioteca Nazionale di Firenze, scriveva (CXXXIV -II - 1277): «Quattro settimane sono scrissi a Vostra Signoria illustrissima e l'informai del brutto tiro che ci fanno questi signori teroni di volerci scacciare dal partito delle galere, contro ogni equità e giustizia, già che ho lavorato tant'anni per terminarlo, e ora che vedano il negozio buono, lo vogliono per loro». Il termine in seguito fu utilizzato per denominare chi era originario dell'Italia meridionale e con particolare riferimento a chi emigrava dal Sud al Nord in cerca di lavoro, al pari dei nordici milanesi, etichettati come baggiani, che emigravano nelle valli del Bergamasco, come menzionato da Alessandro Manzoni. Il termine si diffuse dai grandi centri urbani dell'Italia settentrionale con connotazione spesso fortemente spregiativa e ingiuriosa e, come altri vocaboli della lingua italiana (quali villano, contadino, burino e cafone) stava per indicare "servo della gleba" e "bracciante agricolo" ed era riferita agli immigrati del meridione. Gli immigrati venivano quindi considerati, sia pure a livello di folklore, quasi dei contadini sottosviluppati. Il termine, che deriva evidentemente da "terra" con un suffisso con valore d'agente o di appartenenza (nel senso di persona appartenente strettamente alla terra) è stato variamente interpretato come frutto di incrocio fra terre (moto) e (meridi)one, come "mangiatore di terra" parallelamente a polentone, "mangiapolenta", cioè l'italiano del nord; come "persona dal colore scuro della pelle, simile alla terra" o anche come "originario di terre soggette a terremoti" ("terre matte", "terre ballerine"). Il suo maggiore utilizzo data comunque essenzialmente agli anni sessanta e settanta e limitatamente ad alcune zone del nord Italia, in seguito alla forte ondata di emigrazione di lavoratori e contadini del meridione d'Italia in cerca di lavoro verso le industrie del nord e in particolare del triangolo industriale (Genova – Milano – Torino). In tale ambito si spiega anche la diffusione del termine: storicamente, grossi movimenti di popolazioni hanno sempre portato con sé anche fenomeni di intolleranza o razzismo più o meno larvati. Successivamente, allo stesso modo è sorta la locuzione "terrone del nord", generalmente per indicare gli italiani del nord-est (principalmente i veneti, detti "boari"), che per ragioni simili cominciarono negli stessi anni ad emigrare verso il nord-ovest, venendo così accomunati agli emigranti meridionali. Il riconoscimento di terrone come insulto e non come termine folkloristico è un processo che storicamente ha subito molte battute d'arresto e incomprensioni, probabilmente dovute al fatto che solo una parte della popolazione italiana ne riconosceva pienamente la gravità e il suo carattere offensivo. La Corte di Cassazione ha ufficialmente riconosciuto che tale termine ha un'accezione offensiva, confermando una sentenza del Giudice di Pace di Savona e confermando che la persona che l'aveva pronunciata dovesse risarcire la persona offesa dei danni morali. Spesso vengono associati a questo epiteto caratteristiche personali negative, tra le quali ignoranza, scarsa voglia di lavorare, disprezzo di alcune norme igieniche e soprattutto civiche. Analogamente, soprattutto in alcune accezioni gergali, il termine ha sempre più assunto il significato di "persona rozza" ovvero priva di gusto nel vestire, inelegante e pacchiana, dai modi inurbani e maleducata, restando un insulto finalizzato a chiari intenti discriminatori. Inoltre vengono spesso associati al termine anche tratti somatici e fisici, come la carnagione scura, la bassa statura, le gote alte, caratteristiche fisiche storicamente preponderanti al Sud rispetto al Nord Italia.

In conclusione c’è da affermare che bisogna essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Chi proferisce ingiurie ad altri o a se stesso con il termine terrone non resta che rispondergli: SEI SOLO UN COGLIONE.

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

LA BALLA DELLA SPEREQUAZIONE FINANZIARIA DELLE REGIONI DEL NORD A FAVORE DI QUELLE DEL SUD.

In Regione Lombardia non tornano 54 miliardi di tasse versate. (Lnews - Milano 06 settembre 2017). "La Lombardia è la regione che versa più tasse allo Stato ricevendo, in cambio, meno trasferimenti in termini di spesa pubblica. In questi anni, infatti, il residuo fiscale della Lombardia ha raggiunto la cifra record di 54 miliardi (fonte: Eupolis Lombardia). Si tratta del valore in assoluto più alto tra tutte le regioni italiane. Un'immensità anche a livello europeo se si pensa che due regioni tra le più industrializzate d'Europa come la Catalogna e la Baviera hanno rispettivamente un residuo fiscale di 8 miliardi e 1,5 miliardi". Lo scrive una Nota pubblicata oggi dal sito lombardiaspeciale.regione.lombardia.it.

RESIDUO FISCALE - "Con il termine residuo fiscale - spiega la Nota - s'intende la differenza tra quanto un territorio verso allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica. Se il residuo fiscale abbia segno positivo, il territorio versa più di quanto riceve; se c'è un residuo negativo il territorio riceve più di quanto versa. Secondo James McGill Buchanan Jr, premio Nobel per l'Economia nel 1986, cui si attribuisce la paternità della definizione, il trattamento che lo Stato riserva ai cittadini può considerarsi equo se determina residui fiscali minimi in capo a individui, a prescindere dal territorio nel quale risiedono. Differenze marcate denotano una violazione dei principi di equità basilari".

I DATI PER REGIONE - "Dopo la Lombardia - appunta il teso - si colloca l'Emilia Romagna, con un residuo fiscale di 18.861 milioni di euro. Seguono Veneto (15.458 mln), Piemonte (8.606 mln), Toscana (5.422 mln), Lazio (3.775 mln), Marche (2.027 mln), Bolzano (1.100 mln), Liguria (610 mln), Friuli Venezia Giulia (526 mln), Valle d'Aosta (65 mln). In coda alla classifica: Umbria (-82 mln), Molise (-614 mln), Trento (-249 mln), Basilicata (-1.261 mln), Abruzzo (-1.301 mln), Sardegna (-5.262 mln), Campania (-5.705 mln), Calabria (-5.871 mln), Puglia (-6.419 mln) e Sicilia (-10.617 mln)".

IL DATO PRO CAPITE - Anche per quanto riguarda il residuo fiscale pro capite, la Lombardia presenta i valori più alti d'Italia, con 5.217 euro. Seguono Emilia Romagna (4.239), Veneto (3.141), Provincia Autonoma di Bolzano (2.117), Piemonte (1.950), Toscana (1.447), Marche (1.310), Lazio (641), Valle d'Aosta (508), Friuli Venezia Giulia (430), Liguria (386), Umbria (-92), Provincia Autonoma di Trento (-464), Campania (-974), Abruzzo (-979), Puglia (-1.572), Molise (-1.963), Sicilia (-2.089), Basilicata (-2.192), Calabria (-2.975) e Sardegna (-3.169)", spiega la Nota pubblicata.

Da sempre i giornali e le tv nordiste, spalleggiate dagli organi d’informazione stataliste, ce la menano sul fatto che ci sia un grande disavanzo finanziario tra le regioni del centro-nord ricco e le regioni povere del sud Italia. I conti, fatti in modo bizzarro, rilevano che il centro-nord paga molto di più di quanto riceva e che la differenza vada in solidarietà a quelle regioni che a loro volta sono votate allo spreco ed al ladrocinio. A fronte di ciò, i settentrionali, hanno deciso che è meglio tagliare quel cordone ombelicale e lasciar cadere quella zavorra che è il sud Italia. Ed il referendum secessionista è stato organizzato per questo, facendo leva sull’ignoranza della gente.

Ora facciamo degli esempi scolastici che si studiano negli istituti tecnici commerciali, per dimostrare di quanta malafede ed ignoranza sia propagandato questo referendum.

Una partita iva, persona o società, registra in contabilità la gestione e versa tasse, imposte e contributi nel luogo della sede legale presso cui redige i suoi bilanci semplici o consolidati (gruppi d’impreso con un capogruppo).

Il Centro-Nord Italia, con la Lombardia ed il Lazio in particolare, è territorio privilegiato per eleggere sede legale d’azienda, per la vicinanza con i mercati europei. Dove c’è sede legale vi è iscrizione al registro generale dell’imprese. Ergo: sede di versamento fiscale che alimenta quei numeri, oggetto di nota della Regione Lombardia. Quei dati, però, spesso, nascondono la ricchezza prodotta al sud (stabilimenti, appalti, manodopera, ecc.), ma contabilizzata al nord.

E’ risaputo che nel centro-nord Italia hanno stabilito le loro sedi legali le più grandi aziende economiche-finanziarie italiane e lì pagano le tasse. Il Sud Italia è di fatto una colonia di mercato. Di là si produce merce e lavoro (e disinformazione), di qua si consuma e si alimenta il mercato.

E’ risaputo che le aziende del centro nord appaltano i grandi lavori pubblici, specialmente se le aziende del sud Italia le fanno chiudere con accuse artefatte di mafiosità.

E’ risaputo che al nord il costo della vita è più caro e questo si trasforma proporzionalmente in reddito maggiorato rispetto ai cespiti collegati, come quelli immobiliari.

Il residuo fiscale era tollerato e l’assistenzialismo era alimentato, affinchè il mercato meridionale non cedesse e le aziende del nord potessero continuare a produrre beni e servizi e ad alimentare ricchezza nell’Italia settentrionale, condannando il sud ad un perenne sottosviluppo e terra di emigrazione.

Oggi lo Stato centralista assorbe tutta la ricchezza nazionale prodotta e l'assistenzialismo si è bloccato, ma il sud Italia continua ad essere un mercato da monopolizzare da parte delle aziende del Centro-Nord Italia. Una eventuale secessione a sfondo razzista-economica votata dai nordisti sarebbe un toccasana per i meridionali, che imporrebbero diversi rapporti commerciali, imponendo dei dazi od altre forme di limitazioni alle merci del nord. Il maggior costo di beni e servizi del nord Italia favorirebbe la nascita nel sud Italia di aziende, favorite economicamente dal minor costo della mano d’opera del posto e delle spese di trasporto e logistica locale. Inoltre quello che produce il centro nord è acquisibile su altri mercati. Quello che si produce al Sud Italia è peculiare e da quel mercato, per forza, bisogna attingere e comprare...

Quindi, viva il referendum…secessionista 

A votare per questo referendum sono andati i mona. Questo l'ha detto lei, ma è vero". Risponde così il 24 ottobre 2017 all'intervistatore del programma Morning Showdi di Radio Padova il milanese Oliviero Toscani, il noto fotografo già protagonista, nel recente passato, di polemiche sui "veneti popolo di ubriaconi". "Sono andati a votare quattro contadini - rincara la dose - che non parlano neanche l'italiano". E ancora: "Nelle campagne la gente è isolata, incestuosa e vota queste cagate qua". Per lo stesso Toscani, invece, a non votare è stata "la minoranza intellettuale". Così il fotografo, maestro della provocazione, ritorna ad aprire una ferita solo apparentemente chiusa che aveva portato a querele all'epoca degli “imbriagoni”. Nell'intervista radiofonica sui referendum ha anche evidenziato un confronto con la Lombardia dove la percentuale di voto è stata minore. «Non a caso Milano - ha rilevato - è la prima città d'Italia per intellighenzia, e non a caso Milano è una città piena di immigrati. Milano è fatta così, è civile. Mentre i contadini là, che non parlano neanche italiano, cosa vuoi che votino?».

Paradosso sanità: il Sud paga più tasse perché i pazienti devono andare al Nord per curarsi. La mobilità sanitaria passiva ha un impatto enorme sui bilanci delle strutture meridionali. E le Regioni così devono aumentare le aliquote e chiudere strutture, scrive Gloria Riva il 18 gennaio 2018 su "L'Espresso". La distanza fra Catanzaro e Milano la si può calcolare in chilometri, sono 1.159, o in anni di vita in meno, che sono quattro. E in generale la prospettiva di vita in Calabria è molto più simile a quella di Romania o Bulgaria, mentre al Nord si sta come in Svezia. Tutto questo nonostante i cittadini del settentrione spendano in media 1.961 euro a testa per la sanità pubblica, quelli del Sud 1.799 e quelli del Centro 1.928 euro. Insomma, i quattrini da sborsare sono più o meno gli stessi, ma c'è un divario di assistenza sanitaria. Torniamo in Calabria: qui ogni cittadino sborsa 1.875 euro l'anno per la sanità pubblica, di cui 126 euro se ne vanno per pagare il conto presentato da altre Regioni, spesso del Nord, dove i compaesani calabresi sono andati a curarsi. Già, perché nel 2016 il 40,7 per cento dei malati di cancro della Calabria ha scelto l'ospedale di un'altra regione per curarsi. Dall'altro lato la Lombardia ha visto arrivare da fuori regione quasi 17 mila malati oncologici nei propri ospedali. Quell'immigrazione sanitaria consente ai lombardi di spendere “solo” 1.877 euro per una sanità d'eccellenza, risparmiandone 54, pagati appunti dai migranti in cerca di cure. Francesco Masotti è un dirigente sanitario dell'azienda sanitaria provinciale di Cosenza ed è anche segretario della Cgil Medici, a L'Espresso racconta la storia del commissariamento della sanità calabrese, iniziato nel 2010 e mai terminato: «Siamo al terzo piano di rientro e pare che i conti siano in peggioramento di oltre 30 milioni di euro», tutta colpa di inaspettate poste in bilancio che il commissario Massimo Scura si trova a dover contabilizzare per via di dimenticati debiti pregressi, contenziosi finanziari risalenti a 10 anni fa, recuperi di tariffe mai ritoccate ed esplose in questi ultimi anni, e poi saldi per la mobilità passiva. Rieccola, la mobilità passiva, il grande buco che attanaglia la sanità calabrese e non solo, che da sola si mangia il 65 per cento delle finanze locali. Secondo il rapporto Cergas Bocconi sullo stato di salute del Sistema Sanitario Nazionale, la Calabria da sola genera l'otto per cento dei viaggi sanitari verso altre regioni e un paziente su sei si ricovera fuori regione generando un debito per le tasche dei calabresi di 304 milioni. Una voragine. Succede perché il conto delle cure negli ospedali del Nord viene presentato alla regione Calabria. E visto che l'Italia da 17 anni si è dotata di un sistema federale per la sanità, ogni Regione, attraverso l'Irpef e l'Irap, cioè le tasse pagate dai lavoratori e dalle aziende, deve riuscire a coprire le spese per curare i propri cittadini. Ma non tutte ce la fanno. Va da sé che le Regioni con meno occupazione e povere di industria sono entrate subito in affanno e i sistemi sanitari locali sono stati ben presto commissariati. Per rimettersi in sesto, s'è provveduto a chiudere gli ospedali, ridurre i posti letto e bloccare l'assunzione di nuovi medici e infermieri, al punto che in queste regioni il personale è crollato del 15 per cento. Lo stesso è successo per i livelli essenziali di assistenza: «Il dato della Campania è davvero allarmante perché, rispetto al 2014 le performance si sono ridotte di oltre 30 punti. Ma ci sono peggioramenti anche in Puglia, Molise e Sicilia», si legge nell'indagine Cergas Bocconi, che continua spiegando come il piano di risanamento dei conti della sanità sia ancora in atto in cinque Regioni: Abruzzo, Molise, Campania, Calabria e il Lazio che dovrebbe presto uscirne dopo un decennio lacrime e sangue. Mentre la Calabria sembra lontanissima dal traguardo e «ci apprestiamo a entrare nel quarto programma di rientro. Il che significa altri tagli per il sistema sanitario calabrese, già ridotto all'osso. Ne usciremo mai?», si domanda Masotti, che spiega come il disavanzo venga pagato con un aumento delle tasse, dell'Irap e dell'Irpef. Arrivando a situazioni assurde, per cui un operaio di Varese versa l'1,58 di aliquota Irpef per la sanità, il suo collega di Gioia Tauro paga di più, l'1,73, ma poi «va in Lombardia a curarsi». Anche perché in Campania negli 10 anni sono andati in pensione 4.500 operatori - medici e infermieri - mai sostituiti. Ed è stata predisposta la chiusura di una miriade di piccoli ospedali, «a cui nessuno si è opposto, perché tutti ritenevamo fossero pericolosi per il cittadino e per gli operatori sanitari», dice il medico, che aggiunge: «Quei luoghi di cura non sono mai stati riconvertiti in presidi per il territorio». Insomma, la Calabria si trova nel limbo e secondo Masotti «poco o nulla è stato fatto, nonostante un progetto già finanziato dalla comunità e partito sei anni fa, per la costruzione di 20 Case della salute. Solo una è stata realizzata», afferma Masotti. Dunque, se prima del commissariamento la sanità calabrese era costosa perché vaporizzata in una miriade di piccoli ospedali poco efficienti, dopo la stretta economica è andata anche peggio, perché all'inefficienza si è aggiunta la penuria di strutture e di personale. Così i cittadini hanno perso qualsiasi fiducia nell'assistenza locale, hanno fatto le valigie e scelto di andarsi a curare altrove. Il paradosso è che tutto questo ha un costo altissimo per le aziende del territorio, «che per coprire i conti in rosso della sanità devono pagare più tasse che altrove». Infatti in Calabria, ma anche in altre Regioni come Marche, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Sicilia le aziende pagano più del 3,9 per cento di Irap. E anche il bollo auto, in molte di queste zone, costa più che al Nord. Insomma, più tasse e meno servizi. Il tipico cane che si morde la coda.

Un referendum da presa per il culo. Il 22 ottobre 2017 si chiede ai cittadini interessati. “Volete essere autonomi e tenere per voi tutto l’incasso?” E’ logico che tutti direbbero sì, senza distinzione di ideologia o natali. Ed i quorum raggiunti sono fallimentari tenuto conto dell’interesse intrinseco del quesito.

Specialmente, poi, se è stato enfatizzato tanto dai giornali e le tv del Nord, comprese quelle di Berlusconi.

“Al di là dell’enorme spreco di soldi pubblici per organizzare due referendum buoni solo a fare un po’ di propaganda elettorale a spese dei contribuenti, ha evidenziato il trionfo dell’egoismo di chi è più ricco e pensa di poter vivere meglio mantenendo sul territorio le risorse derivante dalle imposte dopo aver beneficiato per decenni di aiuti statali e del sostegno dello Stato”. Lo ha detto il consigliere regionale dei Verdi della Campania, Francesco Emilio Borrelli, per il quale “la Lega ha mostrato, ancora una volta, il suo vero volto che è fatto di odio verso il Sud e i meridionali”.

“Così come ha ricordato anche Prodi, chiedere ai cittadini se vogliono pagare meno tasse ancora una volta a danno dei meridionali è come un invito a nozze che non si può rifiutare, ma il problema è che, per chiederlo, in questo caso, Zaia e Maroni hanno speso milioni di euro di soldi pubblici per farlo” ha aggiunto Borrelli chiedendo ai cittadini lombardi e veneti: “Visto come sprecano i vostri soldi e come hanno speso, in passato, quelli, sempre pubblici, per il finanziamento ai partiti, siete proprio sicuri di volergliene affidare ancora di più?” “La Regione Campania viene privata ogni anno di 250 milioni di euro che vengono sottratti ai servizi sanitari e ai nostri concittadini perché considerata la regione più giovane d’Italia e grazie a una norma introdotta dai governatori leghisti e mai tolta” ha continuato Borrelli, sottolineando che “ogni anno la sola Campania viene depredata di centinaia di milioni di euro di fondi che invece vengono destinati al ricco Nord senza alcuna reale motivazione”. “La Rampa” 23 ottobre 2017.

In Italia conviene non fare nulla e non avere nulla, perché se hai o fai si fotte tutto lo Stato, per dare il tuo, non a chi è bisognoso, ma a chi non sa o non fa un cazzo. Cioè ai suoi amici o ai suoi scagnozzi professionisti corporativi.

L’Italia uccisa dai catto-comunisti, scrive Andrea Pasini il 30 ottobre 2017 su “Il Giornale”. Il comunismo ha ucciso l’Italia. “Max Horkheimer fornì d’altra parte, al termine della sua vita, con una sorprendete confessione, la spiegazione di questa incapacità di analisi da parte dei membri della scuola di Francoforte: riconobbe infatti con dolore che il marxismo aveva preparato il Sistema, che esso ne era responsabile allo stesso titolo dell’ideologia liberale borghese, in quanto la sua visione del mondo si fonda ugualmente su un progetto mondiale economicista e messianico”. Guillaume Faye, all’interno dello scritto "Il sistema per uccidere i popoli", recentemente ripubblicato dai tipi di Aga Editrice, ha fotografato l’evolversi delle idee forti provenienti dal diciannovesimo secolo. Loro ci odiano, odiano il nostro Paese, ma guardandosi allo specchio non possono fare a meno di odiarsi a loro volta. Una spirale senza fine, laddove astio, animosità ed acredini bruciano la base solida di questa nazione. Vittorio Feltri, in un animoso e vitale articolo apparso qualche anno fa sulle colonne di Libero, scrisse: “Gli stessi comunisti si vergognano di esserlo stati, ma la mentalità pauperistica è rimasta e non ha cessato di provocare danni. Risultato: in Italia è impossibile fare impresa o artigianato, aprire un’azienda, essere liberi professionisti senza essere considerati sfruttatori, evasori fiscali se non addirittura ladri”.

Proprio per questo motivo, ogni giorno, metto in campo tutte le mie energie al fine di stoppare, innanzitutto fisicamente, un oblio vertiginoso. Anche questo è il mio dovere in qualità di imprenditore. Lo Stato è in pericolo, la franata negli ultimi decenni è stata infausta. Ma davanti al fatalismo che attanaglia i popoli dobbiamo mettere in campo la nostra fede. Gli uomini di fede, uomini animati da un ardire che non conosce limiti, fanno paura ai catto-comunisti colpevoli di aver ridotto in cenere le speranze del domani. L’avvenire non sarà mai rosso di colore. Tornando ai piedi dello scrittore francese Faye leggiamo: “Gli intellettuali confessano, come Débray o Lévy, di fare oramai solamente della morale e non importa più che la loro verità si opponga alla realtà. La ragione ammette di non aver più ragione”. Il paradosso del marxismo 160 anni dopo. La ragione aveva torto scomodando, il sempre attuale, Massimo Fini. Ora conta credere, ciò che importa è come e quello che si fa per invertire la rotta, per non perdere il timone. Il Paese suona il corno e ci chiama a raccolta. Impossibile, a pochi giorni dal centenario di Caporetto, non rispondere, con tutto il proprio animo in tensione, presente.

In questo rimpallo, tra menti eccelse, contro il dominio sinistrato del presente e del futuro passiamo, nuovamente, la palla a Feltri: “E anche lo Stato, influenzato da alcuni partiti di ispirazione marxista, non aiuta con tutta una serie di vincoli burocratici, lacci e lacciuoli. E i sindacati hanno completato l’opera, contribuendo ad avvelenare i rapporti tra datore di lavoro e dipendenti, trasformando le fabbriche in luoghi d’odio e di lotta violenta, per umiliare i padroni e il personale non ideologizzato”. La storia non scorre più è tutto fermo nella mente dei retrogradi. Si avvinghiano alla legge Fiano i talebani di quest’epoca, per fare il verso a "Il Primato Nazionale", dimenticandosi dei problemi reali dell’Italia. Burocrati, sordidi e grigi, in doppio petto che accoltellano il ventre molle dello stivale, una carta bollata dopo l’altra. Alzare lo sguardo e tornare a cantare, davanti alle manette rosse della coscienza, non è facile, ma abbiamo il compito di tornare a farlo. Considerando il detto, “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”, associandolo con le profetiche lezioni di Padre Tomas Tyn, scopriamo che il comunismo non è sparito, anzi si è rafforzato ed ha trovato gli alleati nei cattolici “non praticanti”. Potrà sembrare un’assurdità, invece è la mera realtà.

L’indiscutibile commistione di progressismo e comunismo, spesso umanitario ed accatto, ha creato con l’unione di un cattolicesimo snaturato una via collegata direttamente con i diritti civili, che non interseca, mai e poi mai, la sua strada con i diritti sociali. Aborto, divorzio, pacs, dico, unioni civili, matrimoni gay e chi più ne ha più ne metta. Fanno tutto ciò che non serve per gli italiani, fanno tutto ciò che non serve per difendere le fasce deboli della nazione. Tanti nostri connazionali hanno abbracciato il nemico, sono diventati uno di loro, per questo dobbiamo denunciare gli errori di chi sfida il tricolore e salvare la Patria. Il peccato, originale e capitale, è insito nell’ideologia marxista e rappresenta il male che sta distruggendo il nostro Paese, senza dimenticare il liberismo a tutti i costi della generazione Macron. 

Milano, il paradosso: se la pena è la stessa per il giudice corrotto e per chi ha rubato una bottiglia di vino. Un noto avvocato, che ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro, grazie a vari sconti di pena ha concordato 4 anni in Appello. Quasi la stessa pena, 3 anni e 8 mesi, patteggiata in Tribunale per un reato da 8 euro, scrive Luigi Ferrarella il 30 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Il problema è quando la combinazione dell’algebra giudiziaria, del tutto aderente alle regole, stride al momento di tirare la riga e, come risultato, fa patteggiare 3 anni e 8 mesi a chi ha rubato al supermercato una bottiglia di vino da 8 euro, mentre chi ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro esce dalla Corte d’Appello condannato a poco più: e cioè a pena concordata di 4 anni, ridotta rispetto ai 6 anni e 10 mesi del primo grado, che grazie allo sconto del rito abbreviato aveva già ridimensionato i teorici 10 anni iniziali. Luigi Vassallo è l’avvocato cassazionista che, nelle vesti di giudice tributario di secondo grado, alla vigilia di Natale 2015 fu fermato in flagranza di reato a Milano mentre intascava i primi 5.000 dei 30.000 euro chiesti ai legali di una multinazionale per intervenire su una collega di primo grado e «aggiustare» un contenzioso da milioni di euro. Due «corruzioni in atti giudiziari» nel giudizio immediato, e una «corruzione» e una «induzione indebita» nel successivo giudizio ordinario, lo avevano indotto ad accordarsi con il Fisco per 140.00 euro e a scegliere il rito abbreviato, il cui automatico sconto di un terzo gli aveva abbassato la prima sentenza a 4 anni e 8 mesi, e la seconda a 2 anni e 2 mesi. Per un totale, cioè un cumulo materiale, di 6 anni e 10 mesi. Ora in Appello arriva - come contemplato dalla recente legge in cambio del risparmio di tempo e risorse in teoria legato alla rinuncia difensiva a far celebrare il dibattimento di secondo grado - un altro sconto di un terzo, e si aggiunge già alla limatura di pena dovuta alla «continuazione» tra le 4 imputazioni delle due sentenze di primo grado riunite in secondo grado. Alla vigilia dell’udienza, dunque, l’avvocato Fabio Giarda rinuncia ai motivi d’appello diversi dal trattamento sanzionatorio, a fronte del sì del pg Massimo Gaballo all’accordo su una pena di 4 anni, ratificato dalla II Corte d’Appello presieduta da Giuseppe Ondei. Undici mesi Vassallo li fece in custodia cautelare (fra carcere e domiciliari), sicché non appare irrealistico l’agognato tetto dei 3 anni di pena da eseguire, sotto i quali potrà chiedere di scontarla in affidamento ai servizi sociali senza ripassare dal carcere. In Tribunale, invece, da detenuto arriva e da detenuto va via (senza sospensione condizionale della pena e senza attenuanti generiche) un altro imputato che nello stesso momento patteggia 3 anni e 8 mesi – quasi la stessa pena del giudice tributario – per aver rubato da un supermercato una bottiglia di vino da 8 euro e mezzo: il fatto però che avesse dato una spinta al vigilantes privato che all’uscita gli si era parato davanti, minacciandolo confusamente («non vedi i tuoi figli stasera») e agitando un taglierino, ha determinato il passaggio dell’accusa da «furto» a «rapina impropria», la cui pena-base è stata inasprita dai vari decreti-sicurezza, tanto più per chi come lui risulta «recidivo» a causa di due vecchi furti. Per ridurre i danni, il patteggiamento non scende a meno di 3 anni e 8 mesi. Quasi un anno di carcere per ogni 2 euro di vino.

“La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla”.

Intervista al sociologo storico Antonio Giangrande, autore di un centinaio di saggi che parlano di questa Italia contemporanea, analizzandone tutte le tematiche, divise per argomenti e per territorio.

Dr Antonio Giangrande di cosa si occupa con i suoi saggi e con la sua web tv?

«Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché dice che “La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla”.

«Libri, 6 italiani su dieci non leggono. In Italia poi si legge sempre meno. Siamo tornati ai livelli del 2001. Un dato resta costante da decenni: una famiglia su 10 non ha neppure un libro in casa. I dati pubblicati dall’Istat fotografano l’inesorabile diminuzione dei lettori, con punte drammatiche al Sud. Impietoso il confronto con l’estero, scrive il 27 dicembre 2017 Cristina Taglietti su "Il Corriere della Sera". La gente usa esclusivamente i social network per informarsi tramite lo smartphone od il cellulare. Non usa il personal computer perchè non ha la fibra in casa che ti permette di ampliare più comodamente e velocemente la ricerca e l'informazione. La gente, comunque, non va oltre alla lettura di un tweet o di un breve post, molto spesso un fake nato dall'odio o dall'invidia, e lo condivide con i suoi amici. Non verifica o approfondisce la notizia. Non siamo nell'era dell'informazione globale, ma del "passa parola" totale. Di maggiore impatto numerico, invece, è la ricerca sui motori di ricerca, non di un tema o di un argomento di cultura o di interesse generale, ma del proprio nome. Si digita il proprio nome e cognome, racchiuso tra virgolette, per protagonismo e voglia di notorietà e dalla ricerca risulta quanti siti web lo citano. Non si aprono quei siti web per verificare il contenuto. Si fermano sulla prima frase che appare sulla home page di Google o altri motori similari, estrapolata da un contesto complesso ed articolato.  Senza sapere se la citazione è diffamatoria o meritoria o riconducibile all'autore da lì partono querele, richieste di rimozione per diritto all’oblio o addirittura indifferenza».

Ha un esempio da fare sull’impedimento ad informare?

«Esemplari sono le querele e le richieste di rimozione. Libertà di informazione, nel 2017 minacciati 423 giornalisti. I dati dell'osservatorio promosso da Fnsi e Ordine. La tipologia di attacco prevalente è l'avvertimento (37 per cento), scrive il 31 dicembre 2017 "La Repubblica". Ognuno di questi operatori dell'informazione è stato preso di mira per impedirgli di raccogliere e diffondere liberamente notizie di interesse pubblico. La tipologia di attacco prevalente è stata l'avvertimento (37 per cento) seguita dalle querele infondate e altre azioni legali pretestuose (32 per cento)».

E sull’indifferenza…

«Le faccio leggere un dialogo tra me e un tizio che mi ha contattato. Uno dei tanti italiani che non si informa, ma usa internet in modo distorto. Uno di quel popolo di cercatori del proprio nome sui motori di ricerca e che vive di tweet e post. Un giorno questo tizio mi chiede “Lei ha scritto quel libro?”

E' un saggio - rispondo io. - L'ho scritto e pubblicato io e lo aggiorno periodicamente. A tal proposito mi sono occupato di lei e di quello che ingiustamente le è capitato, parlandone pubblicamente, come ristoro delle sofferenze subite, pubblicando l'articolo del giornale in cui è stato pubblicato il pezzo. Inserendolo tra le altre testimonianze. Comunque ho scritto anche un libro sul territorio di riferimento. Come posso esserle utile?

“Volevo giusto capire, io mi sono imbattuto per caso nell'articolo, cercando il mio nome... E sotto l'articolo ho visto un link che mi collegava al suo saggio...Capire più che altro perché prendere articoli di giornale su altra gente e farne un saggio... Sono solo curiosità”.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte - spiego io. - I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale. In generale. Dico, in generale: io non esprimo mie opinioni. Prendo gli articoli dei giornali, citando doverosamente la fonte, affinchè non vi sia contestazione da parte dei coglioni citati, che siano essi vittime, o che siano essi carnefici. Perchè deve sapere che i primi a lamentarsi sono proprio le vittime che io difendo attraverso i miei saggi, raccontando tutto quello che si tace.

"Siccome io le ho detto mi sono solo imbattuto per "caso"... Io ho visto questa cosa e sinceramente l'ho letta perché ho visto il mio nome, ma se dovessi prendere il suo saggio e leggerlo non lo farei mai. Perché: Cerco di lavorare ogni giorno con le mie forze. I miei aggiornamenti sono tutt'altro. Faccio tutto il possibile per offrirmi un futuro migliore. Sono sempre impegnato e non riuscirei a fermarmi due minuti per leggere".

Rispetto la sua opinione - rispondo. - Era la mia fino ai trent'anni. Dopo ho deciso che è meglio sapere ed essere che avere. Quando sai, nessuno ti prende per il culo...

"Ma per le cose che mi possono interessare per il mio lavoro e il mio futuro nessuno mi può prendere per il culo ... Poi è normale che in ogni campo ci sia l'esperto…"»

Come commenta...

«Confermo che quando sai, nessuno ti prende per il culo. Quando sai, riconosci chi ti prende per il culo, compreso l’esperto che non sa che a sua volta è stato preso per il culo nella sua preparazione e, di conseguenza sai che l’esperto, consapevole o meno, ti potrà prendere per il culo».

Comunque rimane la soddisfazione di quei quattro italiani su dieci che leggono.

«Sì, ma leggono cosa? I più grandi gruppi editoriali generalisti, sovvenzionati da politica ed economia, non sono credibili, dato la loro partigianeria e faziosità. Basta confrontare i loro articoli antitetici su uno stesso fatto accaduto. Addirittura, spesso si assiste, sulle loro pagine, alla scomparsa dei fatti. Di contro troviamo le piccole testate nel mare del web, con giornalisti coraggiosi, ma che hanno una flebile voce, che nessuno può ascoltare. Ed allora, in queste condizioni, è come se non si avesse letto nulla».

Concludendo?

«La gente non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla...e vota. Nel paese degli Acchiappacitrulli, più che chiedere voti in cambio di progetti, i nostri politici sono generatori automatici di promesse (non mantenute), osannati da giornalisti partigiani. Questa gente che non legge, non sa, ma sceglie, decide e parla, voterà senza sapere che è stata presa per il culo, affidandosi ai cosiddetti esperti. I nostri politici gattopardi sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti»

L'informazione sulla politica? In Italia è troppo di parte (per 6 lettori su 10). I risultati di una ricerca del Pew Research Center di Washington in 38 Paesi: l'Italia è tra gli Stati dove la fiducia nell'imparzialità dell'informazione politica è più bassa. Per sette giovani su 10 è la Rete il luogo principale dove trovare notizie, scrive Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington, il 11 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". Solo il 36% degli italiani pensa che giornali, televisioni e siti web riportino in modo accurato le diverse posizioni politiche. Tra i Paesi occidentali solo gli spagnoli, con il 33%, e i greci, con il 18%, sono più critici. (In fondo all'articolo, la classifica completa). È uno dei risultati emersi dallo studio del Pew Research Center di Washington, appena pubblicato. Una ricerca di grande impegno, condotta dal 16 febbraio al 8 maggio 2017, raccogliendo 41.953 risposte in 38 Paesi.

Precisione e attendibilità. In tempi di «fake news» (qui la guida di Milena Gabanelli e Martina Pennisi), gli analisti del Pew Center hanno chiesto quanto siano considerati precisi, attendibili i media sui temi della politica. Tra gli Stati occidentali spiccano le percentuali di chi approva il lavoro di stampa e tv nei Paesi Bassi (74%), in Canada (73%) e in Germania (72%). Segue il gruppo intermedio con Svezia (66%) Regno Unito (52%), Francia (47%). Italia, Spagna e Grecia sono in coda. Negli Stati Uniti, già provati da un anno di presidenza di Donald Trump, il 47% degli interpellati apprezza il modo in cui vengono trattate le notizie politiche.

Meglio sugli Esteri. I numeri cambiano, anche sensibilmente, su altri quesiti. In Italia, per esempio, il 46% considera accurata l’informazione che riguarda l’azione di governo; il 60% quella sui principali eventi mondiali. In generale, considerando tutti i Paesi, il 75% del campione non considera accettabile un’informazione apertamente schierata su una posizione politica e il 52% promuove i media.

Per 7 giovani su 10 l'informazione è in Rete. Interessante anche il capitolo sulle news online. Si parte da un esito scontato, (i giovani si informano su Internet), per arrivare a compilare una classifica sul gap tra le diverse fasce di età tra gli utenti del web. Al primo posto il Vietnam, dove l’84% dei giovani tra i 18 e i 29 anni consulta la rete almeno una volta al giorno, contro solo il 10% degli ultra cinquantenni (gap pari al 74%). L’Italia è al terzo posto: 70% di giovani e 25% di navigatori oltre i cinquant’anni (gap del 45%). Gli Stati Uniti sono il Paese dove le distanze generazionali sono più ridotte: il 48% del pubblico più anziano consulta Internet, contro il 69% dei più giovani.

DUE PESI E DUE MISURE. Nicola Porro: "Fake news? No: se le scrive Repubblica, il giornale progressista", scrive il 28 Novembre 2017 "Libero Quotidiano". "Le fake news sono tali solo se non riguardano un tema politicamente corretto e non sono scritte a titoli cubitali...", scrive Nicola Porro sul suo profilo Twitter. Repubblica, sottolinea il vicedirettore de Il Giornale, "a pagina 4 sparava con grande evidenza un numero impressionante: 6.788.000. E la didascalia recitava: Italiane tra i 16 e i 70 anni che hanno subito qualche forma di violenza pari al 31,6%". Peccato che questa notizia sia assolutamente "falsa, doppia come un gettone. Il tutto a corredo di un pezzo che chiede maggiori risorse contro il femminicidio: cioè maggiori tasse per far sì che una donna su tre (così spiega la didascalia) non debba più subire ignobili violenze". Quel numero, continua Porro, "è un macigno" e "il giornale antibufale per eccellenza, e cioè Repubblica", non ci dice "da dove esce". Bene, continua Porro, "nasce da un rapporto Istat del 2015 su dati del 2014", e "non si tratta di un dato puntuale, ma di un sondaggio. Cioè non ci sono 6,7 milioni di donne che hanno denunciato o lamentato o raccontato una violenza. C’è un sondaggio su un campione di 24.761 donne". Proprio così. Non solo, "si dice che il 31,6% delle donne italiane subisce violenza". Ma la maggior parte di loro subisce quella psicologica: il 22% della popolazione nazionale secondo l'Istat, e cioè 4,4 milioni su 6,7 milioni delle loro stime, si lamenta solo della violenza psicologica e non già di quella fisica. Grave comunque, ma ci sarà una differenza tra l’una e l’altra".

Firenze, le fake news dei giornali sugli stupri inventati. Diversi quotidiani nazionali hanno pubblicato la notizia: A Firenze nel 2016 false 90% delle denunce per violenza sessuale. Il questore smentisce, scrive Domenico Camodeca, Esperto di Cronaca l'11 settembre su "it.blastingnews.com". “Tutte le studentesse americane in Italia sono assicurate per lo stupro e a #Firenze su 150-200 denunce all’anno, il 90% risulta falso”. È questo il passaggio incriminato, privo di virgolette nella versione originale, di un articolo apparso il 9 settembre scorso sui quotidiani La Stampa e Il Secolo XIX, a margine di una intervista al ministro della Difesa, Roberta Pinotti, sui fatti legati all’ancora presunto stupro di Firenze. Anche altre testate, tra cui Il Messaggero, Il Gazzettino e Il Mattino (o, almeno, questa la ricostruzione fatta dalla giornalista del Fatto Quotidiano Luisiana Gaita) hanno poi rilanciato la notizia che, però, si è rivelata essere una #Fake News, una bufala insomma. A smentire i Media ci ha pensato il questore di Firenze Alberto Intini: “Secondo la banca dati della polizia solo 51 denunce per#violenza sessuale nel 2016 e, nei primi 9 mesi del 2017, solo 3 da parte di ragazze americane”. Di fronte alla presunta fake news smascherata, Stampa e Secolo decidono di non mollare, virgolettano la frase da loro pubblicata e la attribuiscono a una non meglio precisata “fonte istituzionale attendibile”, anche se coperta dal segreto professionale. Dunque, a Firenze, nel 2016, ci sono state tra le 150 e le 200 denunce per violenza sessuale (reato che va dal palpeggiamento al vero e proprio stupro), oppure solo 51?. E poi, è vero che le denunce presentate dalle donne americane sarebbero false per il 90%? Sostenitori della prima tesi sono, come detto, le redazioni di Stampa e Secolo le quali, nella nota apparsa successivamente in calce al pezzo contestato, spiegano che “i dati cui fa riferimento la fonte non sono nelle statistiche ufficiali perché non sono ancora confluiti nei database Istat”. Una pezza di appoggio abbastanza fumosa che, infatti, il procuratore di Firenze Intini contraddice fornendo i numeri provenienti dalla banca dati della polizia. Per non parlare dell’altra fake news che tutte le studentesse Usa in Italia sarebbero assicurate contro lo stupro Infatti, come ha spiegato anche Gabriele Zanobini, avvocato delle due ragazze protagoniste della vicenda, l’assicurazione stipulata dalle donne americane che si recano in Italia è generica e comprende ogni tipo di incidente o aggressione in cui si può incorrere.

«Denzel Washington sostiene Trump», la bufala su Facebook. Ennesimo caso di propaganda veicolata da American News, sito che posta contenuti falsi per orientare il dibattito. L’attore trasformato in un supporter del presidente eletto, scrive Marta Serafini su “Il Corriere della Sera” il 16 dicembre 2016. Tanto Denzel Washington risponde ad un giornalista che gli chiedeva un’opinione sulle fake news e sul ruolo dell’informazione moderna. Se non leggi i giornali sei disinformato, se invece li leggi sei informato male. Quindi cosa dovremo fare? chiede il giornalista, Washington replica: “Bella domanda. Quali sono gli effetti a lungo termine di troppa informazione? Una delle conseguenze è il bisogno di arrivare per primi, non importa più dire la verità. Quindi qual è la vostra responsabilità? Dire la verità, non solo arrivare per primi, ma dire la verità. Adesso viviamo in una società dove l’importante è arrivare primi. “Chi se ne frega? Pubblica subito” Non ci interessa a chi fa male, non ci interessa chi distrugge, non ci interessa che sia vero. Dillo e basta, vendi! Se ti alleni puoi diventare bravo a fare qualsiasi cosa. Anche a dire stronzate” tuona il celebre attore e regista.

I giornalisti professionisti si chiedono perché è in crisi la stampa. Le loro ovvie risposte sono:

Troppi giornalisti (litania pressa pari pari dalle lamentele degli avvocati a difesa dello status quo contro le nuove leve);

Troppi pubblicisti;

Troppa informazione web;

Troppi italiani non leggono.

La risposta invece è: troppo degrado intellettuale degli scribacchini e troppi “mondi di informazione”. Quando si parla di informazione contemporanea non si deve intendere in toto “Il Mondo dell’Informazione”, quindi informazione secondo verità, continenza-pertinenza ed interesse pubblico, ma “I Mondi delle Informazioni”, ossia notizie partigiane date secondo interessi ideologici (spesso di sinistra sindacalizzata) od economici.  Insomma: quanto si scrive non sono notizie, ma opinioni! I lettori non hanno più l’anello al naso e quindi, diplomati e laureati, sanno percepire la disinformazione, la censura e l’omertà. In questo modo si rivolgono altrove per dissetare la curiosità e l’interesse di sapere. I pochi giornalisti degni di questo titolo sono perseguitati, perchè, pur abilitati (conformati), non sono omologati.

FAKE NEWS, GIORNALI E MORALISMI SENZA PIÙ NOTIZIE, scrive Alessandro Calvi il 22 dicembre 2017 su "Stati Generali". Certo, il problema sono le fake news; eppure, si dovrebbe dire anche dell’informazione di carta, di certe sue degenerazioni; o forse oramai è tardi, forse l’informazione è già morta e quello pubblicato dalla Stampa mercoledì 22 novembre – «La notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive» – ne è il perfetto necrologio. Quella frase l’ha scritta Mattia Feltri dopo aver chiesto scusa ai lettori per aver costruito un pezzo su una notizia poi rivelatasi falsa; e però quella chiusa – «La notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive» – sembra dirci che i giornali oramai ritengono di poter fare a meno di fatti e notizie, accontentandosi delle opinioni, anche di quelle costruite su notizie false; il necrologio del giornalismo, appunto. La storia è piuttosto semplice. Feltri aveva dedicato una puntata della sua rubrica «Buongiorno» alla notizia secondo cui una bimba di 9 anni sarebbe andata in sposa a un uomo di 45 anni e poi da questo sarebbe stata violentata; tutto si sarebbe svolto nella comunità musulmana di Padova. Ebbene, dopo aver spiegato che di questo genere di storie si conosce poco o nulla poiché «avvengono dentro comunità chiuse, regolate dalla connivenza, persuase di essere nel giusto per volere divino», Feltri ricordava la «battaglia opportuna […] sebbene un po’ scomposta, un po’ genericamente recriminatoria» contro «i Weinstein e i Brizzi di tutto il mondo» e concludeva: «Tanta agitazione per ragazze indotte o costrette a concedersi in cambio di una carriera nel cinema è comprensibile e condivisibile, ma tanto silenzio per donne e bambine sequestrate a vita, in cambio di niente, è spaventoso». Ecco: peccato che alla fine sia uscito fuori che la storia della sposa bambina era falsa. A Feltri non è restato che ammettere l’errore e chiedere scusa, non rinunciando però ad affermare che, sebbene la notizia fosse falsa, «la riflessione sopravvive». E invece no: ché, anzi, a sopravvivere è semmai tutto quell’apparato fatto di notazioni e coloriture – «tanta agitazione» o «battaglia opportuna […] sebbene un po’ scomposta» – il quale, al venir meno dei fatti, si rivela per quello che è: una semplice impalcatura ideologica, forse persino un po’ infastidita da quella «battaglia opportuna […] sebbene un po’ scomposta». Tuttavia, il problema non è certo Feltri al quale piuttosto si dovrebbe riconoscere d’essere un gran signore avendo fatto ciò che pochi fanno: ammettere l’errore e chiedere scusa. D’altra parte, capita a tutti di sbagliare, soprattutto se ogni giorno – ogni giorno! – si è costretti a trarre una morale dalle notizie, con metodo oramai quasi industriale; è capitato anche al più inossidabile, al più inarrestabile, tra i dispensatori di morali e opinioni, Massimo Gramellini; la ricostruzione che fornì Alessandro Gilioli sull’Espresso di uno di questi errori – e di mezzo c’è sempre una fake news presa per buona – vale la lettura. Ma, appunto, il problema non è l’errore in sé, poiché l’errore può capitare. Il problema, sta invece nell’essere oramai diventata accettabile – tanto che non s’è visto alzarsi neppure un sopracciglio – un’affermazione come quella secondo cui «la notizia è falsa, ma la riflessione sopravvive». Il problema riguarda una idea di giornalismo che sembra prescindere dai fatti, per cui le opinioni oramai precedono la cronaca la quale spesso trova spazio soltanto se è in grado di confermare le opinioni, altrimenti se ne fa a meno, poiché comunque «la riflessione sopravvive». Il problema sta insomma nel fatto che l’informazione è stata da tempo ridotta a mero dispensario di opinioni, anche senza più fatti a sostegno. Di recente, sugli Stati Generali, è stato pubblicato un intervento – «Se noi giornalisti siamo sempre meno credibili, ci sarà un perché» – di Fabio Martini, anch’egli giornalista del quotidiano La Stampa, col quale non si può che concordare. E, peraltro, da queste parti si è ragionato spesso sulla crisi del giornalismo, e in particolare sulle conseguenze della marginalizzazione della cronaca. Lo si era fatto ad esempio prendendo spunto da fatti drammatici, come le stragi delle quali i quotidiani quasi non danno più notizia, e si era fatto lo stesso anche a partire da vicende più vicine, come il mancato racconto dell’agonia del lago di Bracciano. Di recente lo si è fatto a proposito di come l’informazione ha trattato le vicende di Ostia e del Virgilio. Comunque sia, il tema è sempre lo stesso: dai primi anni Novanta la cronaca inizia a essere massicciamente sostituita da altro, in particolare dai retroscena; e questo cambia tutto: cambia l’informazione e cambia anche il rapporto tra giornali e potere. «Sulle pagine dei giornali – si perdonerà l’autocitazione da quell’articolo che prendeva a pretesto la vicenda di Ostia per parlare di giornalismo – si affacciano sempre più massicciamente spifferi di Palazzo, brogliacci, verbali. Sembra che il lettore, attraverso la lettura di un verbale riportato pedissequamente dai giornali, possa essere immerso dentro la notizia senza più filtri né mediazioni. Sembra una rivoluzione. È invece l’esatto opposto. Per farsene una idea, basterebbe chiedersi chi dirige il traffico, chi sceglie quali verbali far uscire e quali spifferi lasciar trapelare. Ecco: per lo più, sono le fonti a stabilirlo, se non altro perché sono le fonti che conoscono a fondo il contesto. Insomma, sostituendo lo spazio della cronaca con il retroscena e rarefacendo sempre più il tradizionale lavoro di inchiesta giornalistica, i giornali si sono disarmati e consegnati alle fonti, quindi al potere». Il passaggio dalla cronaca al retroscena, e l’affermarsi progressivo delle opinioni sui fatti, finisce per trasformare anche la scrittura dei giornali. Il linguaggio della cronaca diventa sempre più simile a quello degli editoriali, intessuto di pedagogismi e di toni moralisticheggianti che non dovrebbero trovare spazio nel resoconto di un fatto. Anche questo contribuisce ad allentare il rapporto con la realtà, finendo per trasformare la cronaca – quando ancora trova spazio in pagina – in un racconto di maniera che non dice più molto del mondo. E non è ancora tutto. In questi giorni sono usciti in libreria due libri – non uno, due! – che Michele Serra ha dedicato alla rubrica che da anni cura per Repubblica, «L’amaca». In quello dei due che costituisce l’esegesi dell’altro, Serra scrive che gli anni nei quali iniziò a scrivere corsivi – «gli anni della post-ideologia», afferma – non erano più quelli di Fortebraccio e della sua ferrea faziosità. In realtà, rispetto all’epoca di Fortebraccio stava cambiando soprattutto il contenitore nel quale il corsivo veniva collocato: stavano cambiando i giornali e stava cambiando persino il giornalismo. Prima, informazione era per lo più il resoconto di un fatto e quindi aveva un senso l’esistenza di editoriali e corsivi; poi, con la marginalizzazione della cronaca e l’editorializzazione dell’intero giornale, i corsivi finiscono annegati in un mare di opinioni senza più cronaca, poiché, come s’è appena visto, la cronaca ha lasciato il posto al retroscena il quale ha a sua volta contribuito all’avvicinamento della informazione al potere attraverso il disarmo nei confronti delle fonti. In questo contesto, anche la funzione dei corsivi finisce per essere stravolta rispetto all’epoca di Fortebraccio: e il rischio permanente è che si passi dal graffio contro il potere al moralismo che accarezza lo stato delle cose e che massaggia il potere o la pancia dei lettori. Imboccata questa strada – sostituita la cronaca con il retroscena, scollegata l’informazione dai fatti, ridottala a ragionamento che può essere persino basato su una notizia falsa, stravolta infine la funzione dei corsivi – i giornali si sono ridotti a raccontare sempre meno le cose del mondo e per questo hanno sempre meno lettori e sono sempre più in crisi. A sentire chi i giornali li fa, però, il problema sarebbe soprattutto quello delle fake news o della rete che ruba lettori. E quindi si finisce per ritenere che la soluzione per recuperare lettori e credibilità sia quella di differenziarsi dalla rete, lasciando alla stessa rete il notiziario e concentrandosi ancor di più sulle opinioni. Lo ha spiegato piuttosto chiaramente il direttore di Repubblica Mario Calabresi presentando la nuova veste del giornale, scrivendo di aver addirittura «raddoppiato lo spazio per le analisi e i commenti». Bene. Ma davvero abbiamo bisogno di tutte queste opinioni? Possibile che si abbia tutta questa sfiducia nella capacità dei lettori – sempre che ai lettori si raccontino anche i fatti – di formarsi da sé una opinione? Non sarà, infine, che a forza d’andar dietro alle opinioni si stia rischiando di rendere ancor più flebile il rapporto tra giornali e fatti, oltre a quello oramai quasi evanescente tra giornali e lettori? Lo dirà il tempo. Tuttavia, proprio nel giorno in cui Calabresi annunciava il raddoppio delle analisi e dei commenti, la nuova Repubblica esordiva in edicola con una grande intervista al premier spagnolo Rajoy firmata dallo stesso Calabresi e posta in apertura di edizione. Quello stesso giorno, gli altri giornali raccontavano come Amsterdam avesse sfilato a Milano l’Agenzia europea del farmaco anche per il mancato accordo tra governo italiano e governo spagnolo. Ebbene, nella intervista uscita su Repubblica al capo di quel governo non c’era neppure una domanda su quel fatto. Sarà stata un scelta di opportunità, sarà stato perché l’intervista era stata chiusa prima, comunque si è rimasti con la sensazione che mancasse qualcosa. Quella scelta è stata legittima, certo; difficile però poi lamentarsi se i lettori quel qualcosa non lo cerchino più nei giornali.

Una Costituzione troppo elogiata. Commenti positivi si arrestano sistematicamente alla prima parte del testo, mentre la seconda è ampiamente discutibile e discussa, scrive Ernesto Galli della Loggia il 12 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". Non si può proprio dire che abbia destato un grande interesse il settantesimo anniversario appena trascorso dell’entrata in vigore della Costituzione della Repubblica. Alla fine dell’anno passato, l’evento è stato naturalmente e doverosamente commemorato da tutte le autorità del caso ma nella più completa distrazione della gente immersa nelle festività natalizie. E altrettanto doverosamente esso ha innescato l’ormai consueto ciclo di celebrazioni ufficiali. Che stavolta ha preso la forma di un «viaggio della Costituzione» – organizzato dalla Presidenza del Consiglio - attraverso dodici città italiane ognuna destinata a essere sede di una lezione su un tema centrale della Carta (tra i quali temi fanno bella mostra di sé Democrazia e Decentramento, Stato e Chiesa e Diritto d’asilo, Solidarietà e Lavoro, mentre manca, assai significativamente, il tema della Libertà). Come di prammatica è stata organizzata anche una mostra itinerante, ovviamente multimediale, nella quale ciascuno dei dodici articoli principali è commentato dalla voce di Roberto Benigni, confermato anche in questa occasione nel suo ruolo ormai ufficiale di aedo della Repubblica. Paradossalmente, tuttavia, proprio l’assenza d’interesse da parte del pubblico unita alla piattezza celebrativa condita dei soliti discorsi esaltanti il «testo vivo» della Carta, la sua «sintesi mirabile» e così via magnificando, sono serviti a sottolineare per contrasto qualcosa che è assolutamente peculiare della nostra scena pubblica. Vale a dire la centralità che in essa ha la Costituzione. Una centralità beninteso tutta verbale, fatta per l’appunto di un continuo discorrere sulla Costituzione in ogni circostanza plausibile e implausibile, di una sua incessante evocazione ed esaltazione, di una profusione di elogi per ogni suo aspetto: per la sua saggezza, per la sua lungimiranza, completezza, incisività, bellezza stilistica, e chi più ne ha più ne metta. Credo che in tutta Europa non esista una Carta costituzionale fatta oggetto di un altrettanto inarrestabile fiume di parole laudative, così come credo che non esista un’altra classe politica (ma ci si aggiungono volentieri anche preti e vescovi) che se ne riempia tanto la bocca come quella italiana. A cominciare da coloro che rappresentano le istituzioni, il cui discorso, appunto, è, per la massima parte e in qualsivoglia circostanza più o meno «nobile», una trama di richiami di volta in volta ammonitori o storico-encomiastici alla Costituzione. È una caratteristica così tipicamente italiana da richiedere una spiegazione. La quale credo stia nel fatto che l’ufficialità italiana, non riuscendo a immaginarsi depositaria di un qualunque destino collettivo né investita di una qualunque prospettiva nazionale, non considerandosi attrice credibile e tanto meno portavoce di un qualunque futuro significativo del Paese, sa di non poter fare altro che richiamarsi al passato. Quando in una qualunque circostanza celebrativa la suddetta ufficialità è chiamata a dire di sé e di ciò che rappresenta in modo «alto», essa sa di non essere in grado di spingere lo sguardo avanti, di non avere la statura per dar voce a un progetto o a un destino, e quindi è costretta inevitabilmente a volgere lo sguardo all’indietro, solo all’indietro: cioè per l’appunto alla Costituzione. Naturalmente uno sguardo essenzialmente contemplativo: infatti, lungi dall’essere una retorica in vista dell’azione, la retorica ufficiale della Repubblica è vocazionalmente una retorica della memoria. La dimensione dei foscoliani «Sepolcri», insomma, è ancora e sempre la nostra: anche se oggi priva degli «auspici» che a suo tempo secondo il poeta da essi avremmo dovuto trarre. C’è ancora una considerazione da fare circa il discorso sulla Costituzione tipico della ufficialità italiana. Ed è che esso, nella sua abituale, pomposa, glorificazione del testo, tende sistematicamente a nascondere due verità. La prima è che forse quel testo medesimo così compiuto e perfetto non è, visto che fino a oggi sono almeno 16 (per un totale di oltre venti articoli) le modificazioni che è stato ritenuto utile o necessario apportarvi: e quasi sempre su aspetti per nulla secondari. La seconda verità nascosta dalla magniloquenza celebrativa quando nei suoi elogi si arresta, come fa sistematicamente, alla prima parte della Carta, riguarda la natura viceversa ampiamente discutibile e discussa della seconda parte, quella che tratta dei modi in cui il Paese è quotidianamente e concretamente governato e amministrato. Non a caso il modo come in Italia funzionano l’esecutivo, la giustizia, le Regioni o la burocrazia, non è mai fatto oggetto di attenzione e tanto meno di elogi dal discorso sulla Costituzione. Accortamente i ditirambi sono riservati solo ai massimi principi: alla solidarietà, al ripudio della guerra o al diritto allo studio e via dicendo. Sul resto, silenzio. Con il risultato che modificare ciò che pure a giudizio di moltissimi andrebbe modificato di questa seconda parte si rivela da sempre di una difficoltà titanica, dal momento che la cosa può facilmente essere fatta passare per un subdolo attacco ai principi suddetti. Ma se la Costituzione è così massicciamente presente nel discorso pubblico italiano questo avviene per un’ultima ragione, pure questa patologica. E cioè perché essa viene continuamente adoperata come arma contundente nella lotta politica quotidiana, piegata a suo uso e consumo. In realtà è la Costituzione stessa che si presta a esser adoperata in tal modo. Infatti, il lungo elenco di articoli dal 29 al 47 — articoli astrattamente prescrittivi riguardanti i rapporti «etico sociali» ed economici (l’astrattezza sta nello stabilire come obbligatori per la Repubblica, nella forma perlopiù di altrettanti «diritti» dei cittadini, una lunga serie di costosissimi obiettivi di una vasta quanto assoluta genericità) — tali articoli, dicevo, si prestano molto bene a essere fatti valere a difesa polemica di qualsiasi esigenza contro qualsiasi politica di qualsiasi governo. Non a caso, un tale uso strumentalmente politico della Costituzione cominciò fin dalla sua entrata in vigore, e si può dire che da allora non ci sia stato esecutivo italiano di destra o di sinistra che nelle più svariate occasioni non sia stato accusato in un modo o nell’altro di violare la Costituzione. Inutile dire quanto anche una simile pratica abbia contribuito e contribuisca a impedire che intorno alla Costituzione stessa si formi quell’aura di «sacralità» che invano i suoi celebratori vorrebbero.

Fake news, Gabanelli: “Polizia postale? Eccessivo. Politici e giornalisti hanno sempre raccontato balle”, scrive Gisella Ruccia il 23 gennaio 2018 su "Il Fatto Quotidiano". “Fake news? Adesso sono molto di moda. Perdiamo più tempo a parlare di fake news che non a scovare le notizie vere”. Sono le parole della giornalista Milena Gabanelli, ospite di Otto e Mezzo (La7). La storica ex conduttrice di Report spiega: “Non sono molto appassionata di questo argomento. L’allarme sulle fake news è direttamente proporzionale a quanto ne parliamo e a quanto lo gonfiamo. Le balle le hanno sempre raccontate la classe politica e i giornalisti che seguono la politica, per compiacerla o semplicemente per pigrizia”. E aggiunge: “Trovo veramente eccessivo l’intervento della polizia postale. Se questo è finalizzato a essere un deterrente, ha una qualche utilità. Ma non si può pensare che le 2mila persone della polizia postale, oltre a occuparsi di cyber-terrorismo, di e-banking, di pedopornografia, di pedofilia, di giochi e di scommesse online, di tutto il crimine che passa attraverso il web, debbano mettersi lì a rispondere ai cittadini”.

Giornalisti contro avvocati: «Vietato criticarci», scrive Giulia Merlo il 23 gennaio 2018 su "Il Dubbio". Fnsi, il sindacato dei giornalisti, attacca l’Osservatorio sull’informazione giudiziaria della Camera penale di Modena che replica: «Travisamento della notizia che offende la classe forense». Accetta di definirlo un «fraintendimento». Da penalista, però, specifica che il fraintendimento da parte della Federazione Nazionale della Stampa Italiana «si colloca tra la colpa grave e il dolo eventuale». La Camera Penale di Modena, per voce del suo presidente, Guido Sola, è al centro di una polemica al vetriolo proprio con la Fnsi e l’Ordine dei Giornalisti, ragione del contendere: la creazione dell’Osservatorio sull’informazione giudiziaria (iniziativa già in atto da due anni a livello nazionale, promossa dall’Unione Camere Penali italiane con la pubblicazione del Libro Bianco sull’informazione giudiziaria). Il “fraintendimento” è nato dopo l’annuncio della Camera Penale di Modena della costituzione dell’Osservatorio: «La cronaca giudiziaria ed i temi della giustizia hanno assunto negli ultimi tempi un interesse sempre maggiore da parte dell’opinione pubblica, tanto che da alcuni anni gli addetti ai lavori ed anche esperti di psicologia e sociologia si stanno interrogando sugli effetti distorsivi dei cosiddetti “processi mediatici”», si legge nel comunicato. E ancora, «l’informazione spesso diventa strumento dell’accusa per ottenere consensi e così inevitabilmente condizionare l’opinione pubblica e di conseguenza il giudicante: pensiamo ad esempio a quanto accaduto nel processo “Aemilia” allorché, pochi giorni dopo gli arresti, prima ancora delle decisioni del tribunale del riesame, è stato pubblicato e diffuso un libro che riportava fedelmente, quasi integralmente, il contenuto della misura cautelare con atti che dovevano rimanere segretati». Proprio questo passaggio ha scatenato la reazione del sindacato nazionale del giornalisti e dell’Ordine dei giornalisti nazionale e locale, che definiscono l’iniziativa dei penalisti «inquietante» e attaccano: «La Camera Penale di Modena fa esplicitamente riferimento al processo “Aemilia”, in corso da oltre un anno a Reggio Emilia, che per la prima volta ha alzato il velo sulle infiltrazioni mafiose in Emilia Romagna, per decenni sottovalutate. E lo fa proprio in concomitanza con un’udienza dello stesso processo in cui un pentito ha rivelato che, tra i progetti degli ‘ ndranghetisti in Emilia, c’era anche quello di uccidere un giornalista scomodo. Notizia che pare non aver toccato in maniera altrettanto significati- va la sensibilità degli avvocati. Del resto, non è la prima volta che sindacato e Ordine dei giornalisti sono costretti a occuparsi di intimidazioni, esplicite o velate, fatte a chi si occupa di informare i cittadini sul processo “Aemilia”. Ricordiamo le minacce in aula ai cronisti reggiani, le richieste dei legali degli imputati di celebrare il processo a porte chiuse, le proteste contro i giornalisti già manifestate da alcuni difensori alle Camere Penali di competenza». Insomma, quella degli avvocati è un’iniziativa «dal sapore intimidatorio» ed è «grave e inquietante che i media debbano essere messi sotto osservazione da un organismo composto solo da avvocati». Allusioni che indignano il presidente delle Camere Penali modenesi. «Siamo davanti ad un esempio lampante di travisamento della notizia», ha commentato il presidente Sola, «che offende gravemente chi ha deciso di costituire l’Osservatorio e tutta la classe forense». Che quello tra avvocati e giornalisti sia stato o meno di un equivoco, il fatto più grave è che «alla nostra iniziativa è stata associata una difesa ideologica da noi mai espressa alla criminalità organizzata, identificando il difensore con l’imputato». Come se gli avvocati “fossero” i clienti che difendono (nel caso Aemilia, indagati per ‘ ndrangheta). Al contrario, ha spiegato Sola, l’obiettivo dell’Osservatorio è di «aprire un percorso culturale a più livelli sul tema del bilanciamento del diritto di cronaca con il diritto alla difesa. In particolare, il monitoraggio sull’informazione giudiziaria e sulla politica giudiziaria verranno svolti con la finalità di organizzare un convegno e discuterne con tutte le parti in causa». Quanto al citato processo “Aemilia”, Sola ribadisce che «è stato citato come esempio di patologia, ma è scontato che l’Osservatorio non nasce certo per monitorare singoli processi, per di più ancora in corso. Aggiungo che, dal mio punto di vista, le fughe di notizie sono una patologia che non è certo da imputare ai giornalisti ma a chi permette che informazioni coperte da segreto trapelino illecitamente». La polemica non è ancora chiusa e se Sola ribadisce che «sarebbe importante avere un confronto con il mondo del giornalismo, cosa che del resto già è avvenuta proficuamente in molte sedi», la Camera Penale sottolinea come l’accaduto «rafforzi la convinzione che la decisione di costituire l’Osservatorio sia quanto mai più opportuna».

Vi spiego il manuale del perfetto burocrate. Come non prendere una decisione, come rimandarla o come non fare entrare in vigore una legge? Il manuale del perfetto burocrate spiegato dal professore di diritto costituzionale a Roma 3 Alfonso Celotto durante una delle ultime puntate di Virus.

Un viaggio irriverente (e anche amaro) nei labirinti della burocrazia italiana. 

“NON CI CREDO, MA È VERO”: LA VITA SECONDO LA BUROCRAZIA, scrive Alfonso Celotto il 2 maggio 2016 su "Stati Generali". La burocrazia diventa parte della nostra vita dal momento in cui nasciamo e per ogni singolo passo che il bambino e poi l’uomo compie nel Paese in cui vive. Il dottor Ciro Amendola percorre un viaggio nei meandri di quel mostro invisibile che è la burocrazia in Italia, raccontando nel suo nuovo libro Non ci credo, ma è vero. Storie di ordinaria burocrazia episodi tanto veri quanto folli, e a volte un po’ ridicoli, che ognuno di noi si trova a vivere quotidianamente nell’iter dell’esistenza. La burocrazia è una grande macchina, una grande scatola, ci accompagna dalla nascita alla morte, in ogni attimo della nostra vita, con una serie di certificazioni, copie conformi, firme autenticate, sempre ai sensi e per gli effetti della normativa vigente. Bastano pochi secondi dopo il parto per entrare nella giungla della burocrazia. La nascita comporta subito almeno 3 adempimenti fondamentali, a carico dei genitori, che dovranno armarsi di santa pazienza e di un adeguato numero di ore di permesso dal lavoro. Occorre ottenere:

·      Il certificato di nascita

·      Il codice fiscale

·      La tessera sanitaria (a cui si collegano il libretto sanitario e la scelta del pediatra).

Per semplificare la vita ai neo genitori, ovviamente vanno richiesti in tre uffici diversi. Il certificato di nascita viene rilasciato dall’Ufficio di Stato Civile del Comune in cui è nato il bambino entro 10 giorni dalla nascita e si basa sulla “attestazione di nascita” rilasciata dalla ostetrica presente al parto. È il momento fondamentale per l’attribuzione del nome. Ai sensi della legislazione vigente, secondo le ultime modifiche del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396, ogni neonato può avere fino a tre nomi, tutti riportati per esteso e senza virgola (quando firmerà dei documenti ufficiali dovrà quindi sempre mettere tutti i nomi). È vietato per legge dare al bambino lo stesso nome del padre, dei fratelli e delle sorelle o nomi volgari, ridicoli o impronunciabili. A questo punto, si è nati, si ha un nome, ma non si è ancora veramente esistenti per il diritto. Manca il codice fiscale. Che ovviamente non è di competenza del Comune, ma dell’Agenzia delle Entrate. Altra amministrazione, altre regole, altri moduli. La Agenzia delle Entrate rilascia un certificato provvisorio valido per 30 giorni, in attesa del tesserino plastificato che arriva a casa. A quel punto, il genitore si recherà, con il codice fiscale del bambino e un’autocertificazione dello stato di famiglia, presso gli uffici dell’ASL di zona per la scelta del pediatra di base. Gli verrà rilasciato il tesserino sanitario da esibire a ogni prestazione medica richiesta per il bambino, come per esempio le vaccinazioni. E potrà finalmente scegliere il pediatra. La via crucis burocratica è iniziata. Ora il cittadino esiste in vita, con nome, codice fiscale, tessera sanitaria e pediatra! La via crucis della vita burocratica è solo iniziata. Per accompagnarci – fra commi, formulari, procure e deleghe – fino alla pensione, quando ci verrà sottoposto il più paradossale dei moduli: la autocertificazione di esistenza in vita. Nulla di male che l’INPS voglia accertarsi con un modulo che la pensione sta per essere pagata a un tizio ancora in vita. Peccato che la autocertificazione venga richiesta a pena delle sanzioni correlate alle dichiarazioni mendaci! Ma se ho attestato il falso, in quanto già morto, come faccio ad essere sanzionato per aver dichiarato il falso?

Non ci credo, ma è vero. Storie di ordinaria burocrazia, di Ciro Amendola edito da Historica, 2016. Non ci credo, ma è vero. Storie di ordinaria burocrazia: Quali sono i "Dieci comandamenti" a cui si attiene quotidianamente il pubblico impiegato? E plausibile che nel 2015 il Parlamento italiano abbia approvato una legge per istituire la "giornata del dono"? Se viene trovato un geco in un ufficio pubblico intervengono gli ispettori sanitari per sopprimerlo? E possibile che la Guardia forestale abbia fatto causa alla Guardia di finanza sul colore delle divise? Perché ogni anno la Legge finanziaria (ora Legge di stabilità) ha un solo articolo con centinaia di commi? Cosa accadde veramente quando la capitale fu trasferita da Firenze a Roma?

Carte nascoste e riunioni fiume. La resistenza passiva dei burocrati. Esce un manuale di sopravvivenza: “Regola numero uno: chi non fa non sbaglia”. “Non è vero, ma ci credo. Storie di ordinaria burocrazia” (Historica) è il libro che Alfonso Celotto, docente universitario di diritto costituzionale e a lungo negli staff di diversi ministeri, ha scritto firmandolo con il suo alter ego letterario, il dott. Ciro Amendola direttore della Gazzetta Ufficiale, protagonista dei suoi primi precedenti romanzi, scrive il 27/04/2016 Giuseppe Salvaggiulo su "La Stampa". Nella stanza della dott.ssa Martone, capo di gabinetto del ministero dei Beni Culturali, «in ripetute occasioni è stata riferita la presenza di una Tarentola mauritanica». Il rag. Esposito, accompagnato da due tecnici dell’Ufficio sorveglianza sanitaria, è assertivo: «Occorre un prelievo delle feci dell’animale, per effettuare una compiuta analisi di laboratorio, sulla cui base valutare se e come procedere». Ma per la dott.ssa «non se ne parla. Quel geco mi porta fortuna. Andate via». Impossibile, obietta il rag., a meno che «lei non mi firmi il modello H32-bis, assumendosi la responsabilità per l’impropria presenza in ufficio dell’animale vivo». Basta un’autocertificazione per trasformare la temibile Tarentola mauritanica in un innocuo geco. Comincia così una delle «Storie di ordinaria burocrazia» del libro «Non ci credo, ma è vero» dal dott. Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale, sopraffino cultore dell’amministrazione e pseudonimo di Alfonso Celotto, costituzionalista e a lungo grand commis nei ministeri. Ogni racconto è uno spaccato della vita in un ufficio pubblico: leggi e decreti, provvedimenti e circolari, furbizie e vanità, sotterfugi e arabeschi ma anche insospettabile umanità. Nel primo capitolo l’autore ha scientificamente enucleato «le cattive abitudini del pubblico impiegato». Ne viene fuori un manuale di sopravvivenza «in una vita improntata non al senso di servizio per lo Stato, ma alla proficua occupazione delle ore da trascorrere in ufficio», il cui obiettivo è «eludere vagoni di pratiche in modo da offrire il proprio contributo operoso, ma senza prendersi alcuna responsabilità». 

COME COMPORTARSI. Prima regola: tenere le carte a posto e far prevalere la forma sulla sostanza, nel senso di «chiedere sempre un parere in più e non uno in meno, seguire pedissequamente le procedure» e infischiarsene del vero interesse pubblico. Si dilatano i tempi? Meglio, l’importante è che l’istruttoria sia accuratissima e irreprensibile. «Di troppo zelo non è mai morto nessuno. Di superficialità molti». Seconda: attenersi rigorosamente al mansionario, «per fare il meno possibile». Il mansionario è «un rebus scritto in burocratese stretto», enigmatico come il responso della Sibilla cumana. Terza: copiare, perché chi copia non sbaglia mai e non si assume responsabilità (c’è sempre un precedente che aiuta e si può allegare). Quarta: nel dubbio, non fare perché «chi non fa non sbaglia» e non si assume responsabilità. Quinta: se proprio non si può evitare di affrontare una questione, convocare una riunione: consente di guadagnare tempo (convocazioni, conferme, rinvii). Indispensabile che i convocati siano almeno dieci, altrimenti la riunione potrebbe rivelarsi decisiva. Sesta: mettere da parte, sul ripiano più nascosto della stanza, le pratiche più difficili. Sono quelle legate a emergenze di attualità, sotto la luce dell’opinione pubblica. Apparentemente vanno risolte con priorità, in realtà «si fanno da sole». Troppe variabili, troppe complicazioni: meglio lasciarle lì. Dopo un paio di settimane l’attenzione scemerà e nessun superiore chiederà conto della mancata soluzione. Settima: non archiviare ordinatamente le carte più importanti, in modo che non siano rintracciabili da chiunque. Il funzionario perspicace aumenterà così il suo potere, rendendosi indispensabile. Ottava: «non regalare mai un minuto», anzi capitalizzare gli straordinari e i permessi. Il conto è semplice: «ai 365 giorni del calendario vanno sottratti 52 sabati, 52 domeniche, 30 giorni di ferie e un’ulteriore quindicina tra malattie, cure specialistiche, riposi compensativi, permessi sindacali, donazioni sangue, scioperi, permessi-studio, permessi familiari». Nona: non derogare ai ritmi della giornata-tipo: 8-11-13-15-16-16,12. Alle 8 lettura giornali e passaggio sui social network, caffè alle 11, pranzo alle 13, caffè alle 15, alle 16 chiusura dei fascicoli anche se incompiuti, in modo da presentarsi puntuali al tornello alle 16 e 12 minuti. «Ogni volta che il dott. Amendola rileggeva queste regole, si imbestialiva. Non si capacitava di atteggiamenti così miseri e gretti». 

POST SCRIPTUM. Per un attimo la dott.ssa Martone ebbe voglia di mandare tutto e tutti a quel paese. Non valeva la pena spendere 15 ore al giorno contro quel muro di gomma. Poi... poi prese nel cassetto il modello H32-bis, che le era stato debitamente consegnato, e iniziò a compilarlo. In duplice copia e con firma debitamente autenticata». 

“Non ci credo, ma è vero”, il libro di Celotto che racconta i paradossi della burocrazia, scrive Biancamaria Stanco il 3 Maggio 2016 su Cultora. Non ci credo, ma è vero – Storie di ordinaria burocrazia è il nuovo romanzo del giurista Alfonso Celotto firmato dal suo alter ego, il dott. Ciro Amendola. Dopo due romanzi che narrano le gesta e le vicissitudini del dott. Amendola negli uffici della Pubblica Amministrazione, ora è proprio il celebre direttore “a scendere in campo. È questa la grande novità” ha dichiarato Celotto. Il libro è infatti l’esordio narrativo di Ciro Amendola. Ma chi è davvero? È il direttore della Gazzetta Ufficiale Italiana, è un funzionario meticoloso, scrupoloso, maniaco dell’ordine e della precisione ossessionato dalla timbratura del cartellino. Un uomo abitudinario, perfezionista e amante del suo lavoro. E ha due anime: una svizzera, che si esplicita nella rigorosa puntualità e precisione professionale del dott. Amendola, e una più verace, un cuore partenopeo quello di Ciro amante della cucina, del buon vino e tifoso sfegatato del Napoli. Dietro il personaggio di Amendola vibra la personalità e l’esperienza di Alfonso Celotto, costituzionalista, avvocato e professore di Diritto Costituzionale a Roma Tre, ex Capo di Gabinetto e Capo dell’Ufficio legislativo dei ministri Bonino, Calderoli, Tremonti, Barca, Trigilia e Guidi. Un esperto conoscitore quindi delle leggi e della burocrazia che, indubbiamente, ha contribuito alla costruzione della figura del direttore. “Come disse Umberto Eco ‘in ogni romanzo c’è il 50% di un autore’ e in Amendola c’è un’amplificazione del personaggio che rispecchia quanto visto nella mia carriera” ha precisato Celotto. “Si scrive sempre su ciò che si conosce” ha aggiunto. “Come recita l’articolo 54 della Costituzione, Amendola è al servizio della Nazione” afferma il giurista. È un burocrate scrupoloso e molto attento che combatte con le continue violazioni della legge, la cattiva gestione della cosa pubblica e la lentezza della Pubblica Amministrazione. Nel primo capitolo decide di enucleare un decalogo delle «cattive abitudini del pubblico impiegato», un manuale di sopravvivenza improntato «non al senso di servizio per lo Stato, ma alla proficua occupazione delle ore da trascorrere in ufficio». 1. Tieni le carte a posto.  2. Applica con rigore il mansionario.  3. Chi copia non sbaglia. 4. Organizza riunioni con almeno 10 partecipanti.  5. Le pratiche più complesse non vanno lavorate.  6. Le carte importanti non si portano ordinatamente in archivio.  7. Non regalare mai un minuto.  8. Otto, undici, tredici, quindici.  9. Vai in ferie a giugno o a settembre.  10. Per mostrarti aggiornato usa spesso parole inglesi. Sette sono i racconti raccolti nel libro. “Sono tutte storie vere raccontate in maniera romanzata. Tutte cose verosimili” ha spiegato Celotto. Il manoscritto non va considerato un libro-denuncia del malfunzionamento del sistema burocratico italiano, per quanto rimane comunque uno specchio fedele della pessima gestione della cosa pubblica. “Non è vero, ma ci credo” – come ha affermato l’autore – è la raccolta di “racconti-verità scritti per far conoscere al lettore il settore della Pubblica Amministrazione. Una lettura leggera e semplificata. Un modo divertente per raccontare la Pubblica Amministrazione”. Celotto specifica che “il libro non vuole essere una denuncia, basta essere una macchina del fango. È un modo leggero per parlare di temi veri”. La scrittura è un’occasione per far conoscere al lettore la vita difficile di un Direttore fatta di decreti, leggi, circolari, provvedimenti, riti ministeriali e burocratici. Il direttore Amendola è convinto della necessità di riformare il sistema dell’Amministrazione Pubblica e si impegna in prima persona. È altresì convinto della difficoltà, ma da nuovo Ercole intraprende la sfida e affronta l’ennesima fatica. “Non basta una legge per cambiare il sistema, la Pubblica Amministrazione è una macchina ampia e complessa” – asserisce Celotto – “bisogna cambiare la mentalità. Si tratta di attuare un’operazione culturale”. Le parole d’ordine sono – a detta del giurista – “trasparenza” e “semplificazione”. “Serve il coraggio per rendere la macchina più veloce e funzionale” conclude Celotto. Il dott. Amendola non poteva non divenire punto di riferimento e modello di integrità morale per quanti lavorano onestamente e spingono per cambiare le cose. Forse dopo Elena Ferrante assisteremo a un nuovo caso editoriale. La differenza è che “Ciro Amendola esiste davvero, ma non potrà uscire allo scoperto. Non potrà concedersi perché deve lavorare”.

La burocrazia tra Kafka e Totò: a ruba "Non ci credo, ma è vero", scrive Affari italiani, Lunedì 4 luglio 2016. "Non ci credo, ma è vero. Storie di ordinaria burocrazia" il libricino introvabile di Alfonso Celotto è diventato un caso letterario. E' un libricino introvabile di poco più di cento pagine sui banconi di pochissime librerie, essendo pubblicato da un editore pressoché sconosciuto e privo di una rete commerciale, Historica. Ma la sua notorietà si diffonde col passaparola e il libricino va a ruba. S'intitola Non ci credo, ma è vero, storie di ordinaria burocrazia. E l'autore Ciro Amendola, non esiste. O meglio è lo pseudonimo di un tipo umano, il dott. Ciro Amendola, uno dei massimi esperti di diritto e burocrazia. Napoletano di nascita(1944), vive a Roma per necessità. Da anni fedele e scrupoloso servitore dello Stato, dal 2001 dirige la Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. Vive secondo immutabili ritmi svizzero-napoletani per conciliare l'impiego ministeriale con la missione esistenziale di completare la grande banca dati delle leggi d'Italia. Appassionato di cucina, vini, smorfia, scaramanzia, gioco del lotto, segue con attenzione le vicende calcistiche del Napoli. Per il suo esordio da scrittore ha scelto di descrivere i riti della vita ministeriale e della burocrazia che circondano la nostra vita di cittadini, secondo abitudini e prassi ottocentesche. L'idea è dell'autore vero, Alfonso Celotto, professore universitario di Diritto, già gran commis dello Stato (è stato capo di gabinetto di diversi ministeri, tra cui quello dello della Semplificazione, ai tempi del leghista Calderoli e del suo misterioso falò delle leggi inutili), geniale osservatore della vita dei burocrati e penna acuta ed ironica (ha al suo attivo anche per Mondadori Il dott. Ciro Amendola, direttore della Gazzetta Ufficiale e per Il mio libro Il Pomodoro va rispettato), a metà tra Kafka, Totò ed Edoardo De Filippo. L'opera è un piccolo gioiellino, veloce e dilettevole a leggersi. Racconta, ad esempio, quali sono i "Dieci comandamenti" a cui si attiene quotidianamente il pubblico impiegato. Si domanda se sia plausibile che nel 2015 il Parlamento italiano abbia approvato una legge per istituire le "giornate del dono". Rivela il fatto che la Guardia Forestale ha fatto causa alla Guardia di Finanza sul colore delle divise. Spiega perché ogni anno la legge Finanziaria (ora Legge di stabilità) ha un solo articolo con centinaia di commi. E molto altro ancora. Leggi, decreti, provvedimenti e circolari. Vini, sfogliate, ministeri e ministeriali. Il dott. Ciro Amendola si confronta non solo con il mondo del diritto e della pubblica amministrazione, ma anche con cucina, scaramanzia, napoletanità. "Poiché diritto e cucina si assomigliano", spiega Celotto alias Amendola nella videointervista ad Affaritaliani.it. "Non sono scienze, sono entrambi opinabili". E noi opiniamo.

L'ANNO CHE SARA'...

Gli umani sono una specie animale irriconoscente. Quanti tra loro hanno beneficiato dell’anno che è passato? Quanti di loro hanno fatto fortuna? Sicuramente tanti. Eppure sono lì ha festeggiare la sua fine.

“Ingrati. La sindrome rancorosa del beneficiato”. Libro di Maria Rita Parsi, Mondadori 2011. Cos'è la "sindrome rancorosa del beneficato"? Una forma di ingratitudine? Ben di più. L'eccellenza dell'ingratitudine. Comune, per altro, ai più. Senza che i molti ingrati "beneficati" abbiano la capacità, la forza, la decisionalità interiore, il coraggio e, perfino, l'onestà intellettuale ed etica di prenderne atto. La "sindrome rancorosa del beneficato" è, allora, quel sordo, ingiustificato rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente; altre volte, invece, cosciente) che coglie come un’autentica malattia chi ha ricevuto un beneficio, poiché tale condizione lo pone in evidente "debito di riconoscenza" nei confronti del suo benefattore. Un beneficio che egli "dovrebbe" spontaneamente riconoscere ma che non riesce, fino in fondo, ad accettare di aver ricevuto. Al punto di arrivare, perfino, a dimenticarlo o a negarlo o a sminuirlo o, addirittura, a trasformarlo in un peso dal quale liberarsi e a trasformare il benefattore stesso in una persona da dimenticare se non, addirittura, da penalizzare e calunniare. Questo nuovo libro di Maria Rita Parsi parla dell'ingratitudine, quella mancanza di riconoscenza che ognuno di noi ha incontrato almeno una volta nella vita. Attraverso una serie di storie esemplari, l'analisi delle tipologie di benefattori e beneficati, il decalogo del buon benefattore e del beneficato riconoscente e un identikit interattivo, l'autrice insegna a riconoscere l'ingratitudine e a difendersene, arginare i danni e usarla addirittura per rafforzarsi.

La culla dell'ingratitudine. Quand’è che proviamo riconoscenza per qualcuno? A prima vista diremmo che la proviamo verso tutti coloro che ci hanno aiutato, ma non è così. Quelli che si amano non la provano, scrive Francesco Alberoni su “Il Giornale”. Quand’è che proviamo riconoscenza per qualcuno? A prima vista diremmo che la proviamo verso tutti coloro che ci hanno aiutato, ma non è così. Quelli che si amano non la provano. Pensate a due innamorati. Ciascuno fa tutto quello che può per l’amato ma nessuno sente un debito di riconoscenza. Chi si ama non tiene una contabilità del dare e dell’avere: i conti sono sempre pari. Solo quando l’amore finisce riappare la contabilità e ciascuno scopre di aver dato più di quanto non abbia ricevuto. Però anche fra innamorati ci sono dei momenti in cui il tuo amato ti dona qualcosa di straordinario, qualcosa che non ti saresti mai aspettato ed allora ti viene voglia di dirgli un «grazie» che è anche riconoscenza. Insomma la riconoscenza nasce dall’inatteso, da un «di più». Perciò la proviamo spesso verso persone con cui non abbiamo nessun rapporto ma che ci fanno del bene spontaneamente. Per esempio a chi si getta in acqua per salvarci rischiando la vita, a chi ci soccorre in un incidente, a chi ci cura quando siamo ammalati. Ma anche a chi ci aiuta a scoprire e a mettere a frutto i nostri talenti nel campo della scienza, dell’arte, della professione per cui, quando siamo arrivati, gli siamo debitori. La riconoscenza è perciò nello stesso tempo un grazie e il riconoscimento dell'eccellenza morale della persona che ci ha aiutato. Quando proviamo questo sentimento, di solito pensiamo che durerà tutta la vita, invece spesso ce ne dimentichiamo. E se quella persona ci ha fatto veramente del bene allora la nostra è ingratitudine. Ma la chiamerei una ingratitudine leggera, perdonabile. Perché purtroppo c’è anche una ingratitudine cattiva, malvagia. Vi sono delle persone che, dopo essere state veramente beneficiate, anziché essere riconoscenti, provano del rancore, dell’odio verso i loro benefattori. Ci sono allievi che diventano i più feroci critici dei loro maestri e dirigenti che, arrivati al potere diffamano proprio chi li ha promossi. Da dove nasce questa ingratitudine cattiva? Dal desiderio sfrenato di eccellere. Costoro pretendono che il loro successo sia esclusivamente merito della propria bravura e si vergognano ad ammettere di essere stati aiutati. Così negano l’evidenza, aggrediscono il loro benefattore. E quanti sono! State attenti: quando sentite qualcuno diffamare qualcun altro, spesso si tratta di invidia o di ingratitudine malvagia. Guardatevi da questo tipo di persone.

Baba Vanga, le profezie per il 2018: la nuova superpotenza mondiale e l'energia sconosciuta da Venere, scrive il 27 Dicembre 2017 "Libero Quotidiano". Ha predetto l'11 settembre, Baba Vanga, così come lo tsunami di Santo Stefano in Thailandia, nel 2004, e "il crollo dell'Unione europea", con la Brexit nel 2016. E per il 2018, spiega il sito del tabloid britannico Daily Mail, la "Nostradamus dei Balcani" avrebbe previsto altri due eventi epocali. Nelle carte della veggente bulgara scomparsa nel 1996 a 85 anni spicca il sorpasso definitivo della Cinasugli Stati Uniti come prima potenza economica e politica mondiale (una previsione fatta negli anni Settanta, quando il regime comunista produceva appena il 4% delle ricchezze mondiali) e la scoperta di una nuova fonte di energia sul pianeta Venere, sebbene nessuna missione spaziale sia prevista, a oggi, in questo senso.

5 fatti del 2017 che condizioneranno il 2018. Dalla situazione politica in Libia alle forze sciite, dai paesi dell'Europa dell'Est alla Terra Santa fino al Russiagate e Julian Assange, scrive il 28 dicembre 2017 Alessandro Turci su Panorama. Se ne è parlato, certo. Ma altre notizie, più tragiche, hanno fatto ombra su almeno cinque fatti cristallizzati dal 2017 e che condizioneranno, a lento rilascio, tutto il 2018.

Il regno del Generale Haftar in Libia. La Comunità Internazionale ha deciso una Libia unita, sotto la guida di Fayez al-Sarraj, Presidente e primo Ministro libico. Peccato che a contenderne il potere ci sia il generale Khalifa Aftar, noto come il Signore della Cirenaica. È con lui che il governo italiano dialoga (dialoga?) per gestire la crisi dei flussi migratori. È sempre lui che a volte lancia minacce ai quattro venti. Di certo passa da Roma dove s’incontra con Minniti, figura cruciale della nostra Intelligence e in subordine titolare di un ministero, per quanto di peso. Insomma, l’Italia – avamposto dell’Europa - riconosce come unico interlocutore Sarraj, ma delle cose molto serie parla con Aftar. E questo suggerisce che la transizione è finita e la Libia a due teste è ormai un dato acquisito.

La forza sciita. Sono finite nel dimenticatoio le analisi di chi dava Bashar al-Assadper spacciato dopo l’inizio della guerra in Siria nel 2011; è cambiato anche l’inquilino della Casa Bianca, quell’Obama che con la sua linea rossa (cioè l’uso dei gas) minacciata e poi lasciata cadere ha spianato la strada all’ascesa russa. Grazie a Vladimir Putin si dirà, ma certo Assad e la minoranza alauita sono al potere a Damasco e del loro avvicendamento non si parla quasi più. Più forte anche l’Iran, Hezbollah sempre reattivo, la galassia sciita non retrocede di un passo e anzi, stabilizzato il vasto Iraq dov’è maggioranza, ottiene vittorie sul sunnismo radicale e anche su quello moderato. Qualcuno ha sbagliato scommessa e adesso, nel valzer delle alleanze, l’Occidente resta coi partner meno talentuosi e si affida una nuova scommessa: il Principe saudita Mohammad Bin Salman conta parecchio ma, al momento, rimane ereditario.

Il Gruppo di Visegrad. Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Ungheria, tenuti per mezzo secolo sotto il mantello del Patto di Varsavia, sono l’Europa dell’Est recalcitrante a elaborare la storia e il concetto di “diverso”, e per questo si oppongono all’accoglienza dei migranti. Alla Presidenza ora c’è la Polonia, che Bruxelles vorrebbe mettere in stato d’infrazione, una volta tanto, non sui soldi ma sui principi. Ma a Varsavia, come a Budapest, soffia un vento intollerante che invece d’infiacchirsi, è arrivato fino a Vienna, passando per Praga. A est vincono a mani basse le destre, vince il mito del sangue puro, e Bruxelles non sembra avere la forza per far ragionare sulle quote dei migranti come su altri principi giuridici di civiltà. Visegrad è il grande scisma orientale come la Brexit è stato quello occidentale. L’Unione Europea è più piccola e non basta un enfant prodige come Emmanuel Macron a farsi dar retta.

Stagnazione in Terra santa. Le scelte di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come unica capitale sono state partigiane in Terra Santa, poco ma sicuro, ma la tanto annunciata rabbia palestinese per ora (e per fortuna, certo) si è spenta presto. Questo suggerisce una certa stanchezza su ambo i fronti, perché la road map non solo è faticosa, ma sembra giunta a un punto morto. Fa più politica l’UNESCO, e infatti Trump e Israele lasciano anche questo sodalizio. La coperta è davvero corta e molti sono gli interessi tra i falchi di ambo le parti perché il processo di pace abbia uno sbocco positivo. Venendo a mancare l’arbitro per eccellenza, gli Stati Uniti, l’accordo si è allontanato sine die. Questa è una promessa elettorale mancata da Trump, la sola per ora. Le altre cose promesse, ce ne siamo accorti, sta tentando di mantenerle sul serio.

Julian Assange congelato. Assange è sempre ospite dell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. Gli Stati Uniti ne reclamano l’estradizione ma poi, se il fondatore di WikiLeaks dovesse mai comparire di fronte a un tribunale americano, scatterebbe la battaglia del secolo sul Primo Emendamento, quello che tra le altre cose sancisce la libertà d’espressione. Inoltre il ruolo di Assange nel Russiagate (fake news o scandalo reale?) non è chiaro. Ha giocato per Trump o ha fatto il doppio gioco in favore di Mosca? Assange è il nodo mai venuto al pettine dell’attuale architettura dei Media globali, declinata tra social e piattaforme cifrate dove il segreto di Stato trema. È lui la tessera del domino che, cadendo o restando congelata, dirà se il sistema dell’informazione di domani sarà quello che conosciamo oggi.

All’Europa diamo più di quanto riceviamo, ma non come dice Renzi, scrive il 09/02/2018 "La Stampa". La Stampa ospita in questo spazio il fact checking realizzato dal Master in Giornalismo Torino e DCPS - UniTo. Il rapporto tra Italia e Unione Europea è un tema che ricorre in programmi e interventi pubblici. Nella serata dell’8 febbraio il segretario Dem Matteo Renzi, ospite della trasmissione Carta Bianca di Bianca Berlinguer su Rai 3 ha detto: «Siamo un Paese contributore e diamo tutte le volte 20 miliardi e ne recuperiamo solo 12». Se per «tutte le volte» si intende «ogni anno», il dato fornito da Renzi è falso. Secondo la relazione della Corte dei Conti del 2017 sui Rapporti Finanziari tra l’Italia e l’Unione Europea, nel 2016 il nostro Paese ha versato all’Unione, a titolo di risorse proprie, 15,7 miliardi di euro (-4,7% rispetto all’anno precedente). E, soprattutto, 4,3 miliardi in meno rispetto a quanto dichiarato da Renzi (21,5% in meno). Errato, seppur di poco, è anche il secondo dato. Renzi parla di 12 miliardi ricevuti all’anno dall’Europa. Leggendo la relazione della Corte dei Conti, però, «nel 2016 l’Unione ha accreditato all’Italia 11,3 miliardi». Questa volta l’errore è meno significativo: all’appello mancano, se si può dire, solamente 700 milioni. Secondo i dati, la differenza tra i versamenti e gli accrediti determina ogni anno un “saldo netto” negativo per i conti del nostro Paese. Questo conferma che l’Italia comunque riceve da Bruxelles meno di quanto versa, anche se non nelle proporzioni indicate dal segretario PD. Nel 2016 la differenza è stata di 4,4 miliardi, valore stabile rispetto a quello registrato nel 2015. In entrambi gli esercizi, l’Italia si è collocata al quinto posto tra i maggiori contributori netti, dopo Germania, Francia, Regno Unito e Paesi Bassi. 

"I fondi? Farsa", "Non è dogma" È scontro tra l'Ue e Di Maio. Il Commissario Oettinger: "Roma versa solo tre miliardi netti a Bruxelles". Il vicepremier insiste: "Veto sul bilancio", scrive Luca Romano, Lunedì 27/08/2018, su "Il Giornale". Il fronte tra Europa e governo resta aperto. Nelle ore calde della vicenda Diciotti, il ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio e il titolare del Viminale, Matteo Salvini hanno minacciato Bruxelles di chiudere i rubinetti e di porre il veto sul bilancio pluriennale che va dal 2021 al 2027. Una posizione quella del governo italiano che ha subito trovato il freno della Farnesina con il ministro Moavero che ha definito un "dovere il pagamento dei fondi Ue da parte dell'Italia". Ma a Di Maio ha anche risposto il Commissario al Bilancio Ue, Guenther Oettinger che ha di fatto smontato le cifre riportate dal vicepremier: "La cifra di 20 miliardi che alcuni esponenti del governo indicano come contributo dell’Italia al bilancio dell’Unione Europea è una farsa", ha tuonato il commissario in un'intervista a Politico.Eu. Poi l'affondo: "Non sono 20 miliardi di euro l’anno. L’Italia contribuisce con 14, 15, 16 miliardi in un anno. Se si tiene in conto ciò che ottiene dal bilancio Ue, il risultato è un contributo netto di 3 miliardi l’anno". La posizione espressa dal "falco" tedesco è stata anche sostenuta dal governo di Berlino che con una nota del portavoce della Merkel ha fatto sapere che "le regole sul Bilancio e sui fondi sono stabilite dai Trattati e questi devono essere rispettati da tutti". E a stretto giro è arrivata la controreplica dello stesso Di Maio che non molla la presa a prosegue nel suo braccio di ferro con Bruxelles: "Secondo l'Europa il veto del governo italiano sul bilancio e sui contributi netti è una farsa. Questo la dice lunga sulla considerazione che hanno del nostro Paese. Evidentemente sono abituati a premier e ministri italiani che vanno a Bruxelles con il cappello in mano. Il commissario Oettinger ammette che sui migranti siamo stati lasciati soli, e poi si accoda sulla scia del 'non si può fare'. La musica in Europa è destinata a cambiare, il finanziamento non è un dogma e non lo sarà nemmeno quando si inizierà a parlare di una vera solidarietà, e non di vincoli insostenibili tanto dal punto di vista sociale quanto da quello economico", ha affermato il vicepremier su Facebook. Infine ha nuovamente minacciato Bruxelles ribadendo il veto al bilancio annunciato nelle scorse ore: "Non è un dogma l'approvazione del quadro finanziario pluriennale dei prossimi sette anni, che vorrebbero far passare in fretta e furia prima delle prossime elezioni europee. Non glielo lasceremo fare, se la situazione sull'immigrazione non cambierà di qui a breve il veto sarà certo". Insomma adesso tra il governo e l'ue è scontro aperto. E il duello è destinato a durare a lungo.

Ecco i Conti che non tornano. Ecco come la UE ci frega i Quattrini. Nicola Porro è da sempre un giornalista attento a quello che accade. Da sempre lotta contro la malapolitica, e i malaffari della cosa pubblica. Laureato in Economia e Commercio presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” con un tesi in Tecnica Industriale e Commerciale, è giornalista professionista dal 1997. Ha partecipato a un corso di Business Case Discussion all’Università di Harvard, Cambridge (USA), grazie ad una Borsa di Studio e ad un corso sulla specializzazione finanziaria delle Società di Leasing presso la SDA Bocconi School of Management. Lo ricordiamo alla conduzione di Matrix. Oggi collabora anche con Il Giornale. Da non credere quello che Porro ha scoperto riguardo ai conti dell’UE. Ecco cosa ha detto. “Sul Corriere della Sera è stata pubblicata una tabella per il periodo 2010-2016. L’Italia è stata contributrice all’Europa di 38 miliardi di euro, non 3. Forse il Commissario europeo faceva un calcolo annuale, ma 3 miliardi per 6 anni fa 18, non 38.

Cgia di Mestre: "In 7 anni l'Italia ha pagato 38 miliardi all'Ue". Dal 2006 al 2013, abbiamo versato all'Europa 109,7 miliardi di euro, ricevendo in cambio fondi per 71,8 miliardi. La Cgia di Mestre: "L'Italia è protagonista in Europa". Ma solo a livello economico..., scrive Chiara Sarra, Domenica 12/07/2015, su "Il Giornale". In sette anni abbiamo "perso" quasi 38 miliardi di euro all'Europa. Tra il 2007 e il 2013, infatti, l'Italia ha versato all'Unione Europea 109,7 miliardi di euro, ricevendo in cambio fondi per 71,8 miliardi di euro, con un saldo negativo di 37,9 miliardi di euro. A fare i conti in tasca a Bruxelles è la Cgia di Mestre, secondo cui siamo il quarto paese nella classifica dei "contributori" dopo Germania (83,5 miliardi di euro), Regno Unito (48,8) e Francia (46,5). L'elaborazione dei dati della Commissione europea da parte dell'associazione degli artigiani serve a "fare chiarezza su un aspetto molto importante: individuare quali sono i Paesi che contribuiscono in misura rilevante al sostentamento dell’Ue e, conseguentemente, a rivendicare un ruolo e un peso politico a Bruxelles". Stando a questa classifica, quindi, "l’Italia è tra i protagonisti" dell'Ue. Tra i Paesi, invece, che ricevono più di quanto danno all’Unione la Cgia segnala l’Ungheria (con un saldo positivo di 20,3 miliardi), il Portogallo (21,8), la Grecia (32,2) e la Polonia (57,8).

L'Italia paga più di tutti. Noi diamo i soldi all’Euro­pa, lei a caro prezzo li ammini­stra, e poi ce ne ridà indietro solo una parte, scriveva Nicola Porro, Sabato 10/11/2012, su "Il Giornale". Per tutta la giornata di ieri si è combattuta una delicata batta­glia diplomatica sul bilancio europeo. Si tratta di circa 140 miliardi di euro l’anno che vengono raccattati dai ventisette Paesi membri e resti­tuiti secondo complicate alchi­mie. All’interno della comples­sa trattativa, o se preferite du­rante il mercato delle vacche, è spuntata una proposta choc: bloccare gli aiuti a favore delle zone terremotate dell’Emilia Romagna. La mi­naccia sembra de­stinata a rientra­re. Ma la vicenda è significativa per vari aspetti.

1. Dal 2000 a og­gi l’Italia ha forni­to più risorse al­l’Europa di quan­te ne abbia ottenu­te. Secondo i dati della Commissione in dieci an­ni abbiamo registrato un saldo per noi negativo di 25 miliardi. Per la Ragioneria il valore arri­va a 40 miliardi. E nei prossimi cinque anni daremo alla Ue 25 miliardi in più di quanto incas­seremo. Insomma siamo con­tributori netti del bilancio euro­peo. Siamo oggi ritenuti ricchi e come tali dobbiamo contribu­ire al miglioramento dei Paesi più poveri (in primis Polonia, regina dei contributi). L’impal­catura finanziaria europea è as­surda. Di questa assurdità ab­biamo goduto nel passato, ma con un club ridotto di membri. Oggi ne siamo vittime. E pro­prio nel momento in cui si chie­de una maggiore integrazione continentale, lo spot dell’Emi­lia sembra mal congegnato.

2. La discussione del bilan­cio pluriennale e delle mano­vre annuali, segue sempre un copione sbilenco. Aver gettato sul piatto la ridicola pretesa di non contribuire con il fondo di solidarietà al terremoto emilia­no, avrà conseguenze anche se dovesse rivelarsi un bluff. È una partita a scacchi, o se prefe­rite, a risiko. Io ti do ciò che ti è dovuto, cioè l’Emilia, ma tu non puoi certo pretendere che ti segua nelle richie­ste sulla politica agricola comune. Insomma la bou­tade di ieri in un caso o nell’altro avrà un costo.

3. In Italia ci af­fanniamo a parlare di spen­ding review e tagli. Come è giu­sto che sia. Ma è normale che il 6 per cento del bilancio comu­nitario se ne vada solo per la sua amministrazione? Insom­ma noi diamo i soldi all’Euro­pa, lei a caro prezzo li ammini­stra, e poi ce ne ridà indietro una parte. Che nel caso italia­no è molto inferiore a quanto versato.

Il fallimento politico dell’Eu­ropa è un disastro che gli euro­crati fanno di tutto per alimen­tare. E la minaccia di ieri ri­schia di costarci di più dei sorri­sini complici di Merkel e Sarkozy.

Quanto ci costa l’Europa? Più di 4 miliardi l’anno. Quanto dà e quanto riceve l'Italia dall'Unione europea: siamo in attivo o in passivo con Bruxelles? Quanto ci costa ogni anno l'Europa. Con l'Unione Europea c'è uno scambio reciproco di soldi. A quanto ammonta la differenza tra versamenti ed accrediti? Siamo in attivo o in passivo con Bruxelles? Scrive il 12 luglio 2018 Qui Finanza. Cara Europa. Restare nella Ue ci costa 4 miliardi l’anno. Secondo i dati della Ragioneria Generale dello Stato, complessivamente abbiamo versato all’Europa 230 miliardi e 675 milioni di euro e ne abbiamo incassati 162 miliardi e 330.

CONTI IN ROSSO – E quanto ha ricevuto in cambio da Bruxelles il nostro Paese? Negli ultimi 17 anni l’Italia è sempre stata “in rosso” nei suoi rapporti economici con l’Unione europea. Nel senso che lo stato italiano ha sempre versato alle varie voci del bilancio Ue più soldi di quanti ne abbia ricevuti sotto le più diverse forme. Ad esempio: il nostro Paese ha versato alle casse comunitarie più di quanto abbia ricevuto con i vari fondi europei per lo sviluppo regionale, la ricerca, la competitività e via dicendo. In media, tra il 2014 e il 2016, l’Italia ha speso ogni anno 3,5 miliardi ponendosi come quarto Paese per contributi netti dopo la Germania (13,6 miliardi), Regno Unito (7,6) e Francia (7,4).

I COSTI DELLA UE – L’anno peggiore è stato il 2011 quando lo squilibrio è stato di oltre 7,6 miliardi di euro: quell’anno, in pratica, abbiamo versato il doppio di quanto abbiamo ricevuto. Anche il 2014 è andato male: lo squilibrio è stato di oltre 7,3 miliardi di euro. Il terzo anno peggiore è stato il 2009: 7,2 miliardi di rosso. Nel 2016 abbiamo contribuito con “solo” 4,7 miliardi.

COLPA DEI PAESI DELL’EST – Il motivo di tanta differenza? Nel 2008 sono entrati in Europa i paesi dell’est e agli stati più ricchi (tra cui l’Italia) è stato chiesto di contribuire versando cifre maggiori, per sostenere lo sviluppo dei nuovi arrivati. In pratica si è versato di più e ricevuto di meno, in modo da dirottare i fondi verso i Paesi più poveri, appunto, per fargli raggiungere lo stesso grado di sviluppo dell’Occidente.

PIU’ UE O RISCHIO ARGENTINA – Ed è proprio di questi giorni il monito dei banchieri italiani che lanciano l’allarme Sudamerica per il nostro paese, se i governanti decidessero di allontanarsi dall’Ue. “La scelta strategica deve essere di partecipare maggiormente all’Unione europea impegnando di più l’Italia nelle responsabilità comuni, anche con un portafoglio economico nella prossima Commissione europea”. A ogni costo, dunque.

I FONDI STRUTTURALI – C’è un altro dato, molto interessante, a completare il quadro. Il dato che vede l’Italia fanalino di coda per investimenti di fondi strutturali Ue destinati alle aree più deboli. I fondi comunitari sono strutturati per cicli di sette anni. L’ultimo ciclo è stato avviato nel 2014 e si concluderà quindi nel 2020. Ebbene, a tirata una linea a dicembre 2017, l’Italia aveva speso (solo) il 3% della montagna di soldi che l’Europa ha stanziato per le aree più deboli: 42,67 miliardi.

Per inciso, siamo il secondo Paese dell’Unione destinatario di questi denari (prima di noi solo la Polonia), che può contare su un contributo di circa 105 miliardi di euro.

L'Unione Europea non è la matrigna cattiva e noi non siamo Biancaneve. Quanto ci costa davvero l'Unione europea? E soprattutto cosa c'è di vero nell'affermazione che l'Italia versa 20 miliardi l'anno al bilancio dell'Unione europea? Ecco tutti i numeri che dimostrano un’altra amara verità, scrive Alberto Negri, editorialista e inviato di guerra, il 25 agosto 2018 su Tiscali. L’italiano medio crede ormai fermamente che l’Unione europea sia la matrigna cattiva che gli propina ogni giorno una mela avvelenata. Ma questa è la favola di Biancaneve cui si aggrappano i nostri politici, certo non da oggi, per mascherare i loro fallimenti. Una versione della storia smentita anche dalla Corte dei Conti. Quanto ci costa davvero l'Unione europea? E soprattutto cosa c'è di vero nell'affermazione che l'Italia versa 20 miliardi l'anno al bilancio dell'Unione europea? In realtà l'Unione spende in media circa 12 miliardi l'anno in Italia. Nel 2015, l'Unione europea ha speso da noi 12,3 miliardi e nel 2016 la cifra è stata di 11,6. Ma i versamenti dal ministero del Tesoro italiano al bilancio comunitario sono stati nel 2015 di 14,2 miliardi di euro e nel 2016 di 13,9 miliardi. I dazi doganali incassati per conto dell'Unione europea sono stati pari a 1,7 miliardi nel 2015 e 1,8 miliardi nel 2016. Nel 2016 il saldo netto negativo del nostro paese è stato pari a 2,3 miliardi. La Germania ha avuto un saldo netto negativo nello stesso anno di 12,9 miliardi di euro, la Francia uno di 8,2 miliardi e il Regno Unito di 5.6 miliardi di euro. Il nostro saldo netto negativo non è trascurabile, ma gli altri grandi paesi dell'Unione hanno saldi negativi molto più consistenti del nostro, almeno finora. Nel 2015 la differenza è stata inferiore a 1,9 miliardi di euro, nel 2014 era di 3,7 miliardi scarsi, nel 2013 di 3,2 miliardi, nel 2012 di 4 miliardi e nel 2011 c’era stato il record di 4,75 miliardi. Si può dire che il trend sia stato di una progressiva riduzione del divario tra contributi dati e ricevuti. Il problema è che noi italiani non usiamo bene l’Unione europea. Ma la colpa non è di Bruxelles, è tutta nostra. Come avverte la stessa Corte dei Conti: “la dinamica degli accrediti dipende anche dalla capacità progettuale e gestionale degli operatori nazionali e dall'andamento del ciclo di programmazione, quindi il saldo netto negativo non è di per sé espressione di un “trattamento” deteriore per l'Italia rispetto a quello di Paesi che si suppongono più avvantaggiati”. In poche parole i soldi che arrivano dall’Europa bisogna saperli spendere e l’Italia non brilla particolarmente in questa specialità. Restiamo insomma tra i Paesi ricchi dell’Unione europea che, in base alle regole comunitarie, contribuiscono maggiormente allo sviluppo comune. La differenza tra quanto diamo e riceviamo dipende però anche dalla capacità del Paese di spendere i fondi comunitari che vengono messi a disposizione. L’Italia è seconda nell’Unione per fondi strutturali ricevuti da Bruxelles ma è sestultima su 28 stati membri per utilizzo dei soldi ricevuti. Fa meglio la Polonia di gran lunga il primo beneficiario europeo, mentre l’Italia è sopravanzata anche da Spagna e Romania, rispettivamente terzo e quarto maggiori beneficiari. I dati sono aggiornati alla fine dell’ottobre 2017 dalla Commissione Ue in una relazione sull’uso dei cinque fondi strutturali europei: Fondo agricolo per lo sviluppo rurale, per la Coesione, per lo Sviluppo regionale, per la Pesca e Fondo sociale. Per l’Italia, che nel settennato 2014-2020 può contare su 73,6 miliardi (42,67 provenienti dal bilancio Ue), i fondi impegnati ammontano a 27,1 miliardi di euro, il 37%, ma solo 2,4 di questi _ appena il 3% del totale – sono già stati spesi. Al contrario, la media Ue è di un 44% di fondi già impegnati e un 6% di fondi spesi. Entro il 31 dicembre 2018 regioni e ministeri italiani dovranno spendere 3,6 miliardi di fondi strutturali europei assegnati proprio con la programmazione 2014-2020 attraverso il Fondo europeo per lo sviluppo regionale (Fesr) e il Fondo sociale europeo (Fse). Per chi non ci riuscirà scatterà la tagliola del disimpegno automatico in base alla regola che se entro tre anni dall’impegno di spesa indicato dalla regione o dal ministero non è stata presentata la domanda di pagamento alla Ue, Bruxelles “cancella” automaticamente la relativa quota di finanziamento. Ecco perché l’Unione europea non è lo specchio deformante delle nostre brame, la matrigna non è così cattiva e noi non siamo Biancaneve. Quanto ai sette nani anche i più ingenui capiscono chi sono. E riguardo al principe che risveglia l’Italia non è previsto né dai fratelli Grimm né dalla Disney. 

Magistratura e politica: è tornata la guerra. L’Anm chiede a Bonafede di difendere Patronaggio. Eppure è stato Patronaggio a inquisire Salvini, non il contrario, scrive Piero Sansonetti il 28 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Siamo tornati ai tempi nei quali varie magistrature facevano a gara per incriminare Silvio Berlusconi (e a comunicarlo in anticipo ai giornali). Credo che furono una settantina i sostituti procuratori che gli mandarono un avviso di garanzia, ma il bilancio in termini giudiziari – fu magro: una sola condanna per un’evasione fiscale di una sua azienda, di due o tre milioni di euro su un bilancio miliardario, della quale lui fu considerato responsabile oggettivo, sebbene in quel periodo facesse il presidente del Consiglio, e c’è da supporre che non si occupasse delle dichiarazioni dei redditi di Mediaset. Scarno il bilancio giudiziario ma ricchissimo il bilancio politico: alcuni suoi governi “sgarrettati” e poi il suo allontanamento dal Parlamento. Stavolta un Procuratore ha indagato non proprio il premier ma il leader politico che tutti considerano la vera guida del governo, e cioè Matteo Salvini. E lo ha fatto accusandolo di reati molto altisonanti: sequestro di persona (come l’anonima sarda degli anni settanta), arresto illegale (reato di solito riservato agli agenti di polizia o ai carabinieri) e poi il più classico e diffusissimo abuso d’ufficio. Il risultato di questa operazione? E’ triplice.

Il primo risultato è la quasi certezza che le accuse non supereranno la barriera del tribunale dei ministri se, come tutti ci auguriamo, questo tribunale sarà composto da magistrati saggi e pensanti.

Il secondo risultato sarà l’enorme aumento della popolarità di Salvini e, probabilmente, l’aumento conseguente del sentimento di odio, di una parte non piccola della popolazione, verso i profughi e i migranti.

Il terzo risultato sarà la crescita dell’imbarazzo all’interno del movimento 5Stelle (che già è in gran sofferenza perché una parte del suo elettorato non vede di buon occhio la politica un po’ xenofoba di Salvini), e che ora dovrà anche spiegare perché dopo aver chiesto le dimissioni – per dire della Guidi o di Lupi, o di Alfano (dei tre, solo quest’ultimo era indagato) ora non chiedono anche quelle di Salvini.

In ogni caso da questo momento, comunque vadano le cose, è riaperta, in modo ufficiale, la guerra tra magistratura e politica. E la riapertura delle ostilità è stata certificata dall’Anm (il sindacato dei magistrati che in realtà è il loro massimo organo di rappresentanza politica) il quale ha chiesto al ministro Bonafede di intervenire per frenare gli attacchi di Salvini alla magistratura. Ora a me pare che in questi mesi e in questi giorni Salvini abbia attaccato un sacco di gente, anche con una certa violenza: soprattutto le Ong che fanno soccorso in mare, e i migranti abbandonati, malati e stremati, nelle navi che li hanno soccorsi. E poi la Boldrini, il Pd, Saviano e tanti altri. Ma nel suo rapporto con la magistratura, dobbiamo essere onesti, è lui la vittima di un attacco. Non è che Salvini ha rimosso il dottor Patronaggio o ne ha chiesto la rimozione. No. E’ il dottor Patronaggio che ha inquisito Salvini proponendo accuse contro di lui che – nell’improbabilissima ipotesi che andassero in porto – porterebbero il nostro ministro a un lungo periodo di carcerazione. Sequestro di persona (articolo 605 del codice penale: da 3 a 12 anni se ci sono i minori); arresto illegale (articolo 606 da uno a tre anni); abuso d’ufficio (da 1 a 4 anni). Fate un po’ di conti: da 5 a 19 anni (se non saltano fuori aggravanti…). Ora io dico: uno per il quale vengono proposti 19 anni prigione, avrà o no il diritto, almeno, di protestare? E se protesta è ragionevole che i magistrati chiedano l’intervento di un suo collega ministro che lo zittisca? Si capisce: è tutto un po’ paradossale. Come d’altra parte è paradossale tutta la vicenda della Diciotti. E se Salvini ha fatto un’ottima figura (e i Pm una pessima figura) nella fase finale di questa vicenda, è vero esattamente il contrario per quel che riguarda la fase iniziale.

Riassumiamola. Salvini ha bloccato in porto più di 150 persone, tra le quali parecchi minori e un numero consistente di persone seriamente malate. Le ha bloccate pur sapendo che venivano dall’Eritrea e che avevano certamente diritto all’asilo. Le ha bloccate sebbene fossero vittime di un naufragio. E nonostante le richieste dei medici di farli sbarcare perchè la situazione sanitaria era allarmante. E nonostante gli appelli dell’Onu. E nonostante le pressioni dell’Europa. Perché lo ha fatto? Perché è un uomo spietato? O più probabilmente perchè valuta che in questo modo si aumentano i consensi nell’elettorato? E la necessità di aumentare i consensi può essere la bussola per un uomo di Stato? Non è che se uno fa queste domande è perché ha deciso di fare il tifo contro il governo. Semplicemente le fa perchè ritiene (come il Presidente Mattarella) che il buonsenso non deve avere paura del senso comune. Anzi, deve sfidarlo. E che il senso comune, magari, potrebbe essere più equilibrato se fosse messo a conoscenza di tutti i numeri. Cioè dello stato reale delle cose. Per esempio, se sapesse che i rifugiati in Italia sono 2,4 ogni mille abitanti, mentre in Germania sono 8 ogni mille abitanti, cioè più di tre volte i rifugiati in Italia. In Svezia sono 23 ogni mille abitanti, cioè quasi dieci volte più dei nostri. A Malta, nella tanto vituperata e vigliacca Malta, sono 18 ogni mille abitanti, cioè circa 7 volte più dei nostri. Tra i paesi Europei (se escludiamo la Gran Bretagna, che ormai è fuori) solo la Grecia prende meno rifugiati di noi. Redistribuiamo, giusto, imponiamo all’Europa di farlo. Tenendo però conto che al momento noi siamo quelli che ne hanno di meno. E’ vero che poi ci sono gli irregolari (i cosiddetti clandestini) che secondo le stime dell’Ocse sono circa mezzo milione in Italia, e cioè lievemente al di sopra della media europea (di un paio di decimali: 0,80 per cento contro una media dello 0,65), ma nessuno al mondo, come è ovvio, può chiedere la redistribuzione degli irregolari, che è ovviamente impossibile. Per ridurne il numero ci sono solo due strade: o facilitare la regolarizzazione, cioè concedere più permessi (linea tedesca) o aumentare le espulsioni (linea ungherese). Ciascuno è libero di optare per una o l’altra di queste soluzioni, senza essere accusato di lassismo o di perfidia. Quello che non è bello è nascondere le cifre, impedire che si conoscano le cose come stanno. E se poi qualcuno avesse voglia di fare un paragone con la feroce America di Trump, scoprirebbe che lì gli irregolari sono circa 12 milioni, cioè (sempre in proporzione sulla popolazione) circa cinque volte più che da noi. Da noi c’è circa un irregolare ogni 120 persone, da loro uno ogni 25. Cioè, in percentuale, da noi lo 0,8 per cento, da loro il 4 per cento. Pensate un po’…

Il nemico di Riondino, scrive Mercoledì 29 agosto 2018 Massimo Gramellini su "Il Corriere della Sera". Dopo cantanti, scrittori e putipù, anche l’attore Michele Riondino ha deciso di annunciare al mondo che Salvini gli sta sulle scatole. In qualità di maestro di cerimonie della Mostra del Cinema di Venezia, Riondino ha affermato di non volere il ministro tra le calli. Se venisse, eviterebbe di incontrarlo, non sentendosi rappresentato da lui. Oddio, adesso quell’altro gli manderà la consueta raffica di bacioni. Per il teorico dei respingimenti non esiste delizia maggiore che sapersi respinto. L’odio ha il potere di rilassarlo: ogni sera prende due tweet di Saviano prima di andare a dormire. Anche nella sua ultima versione riondina (Cinquestelle tendenza Fico), la sinistra conserva il bisogno di definirsi attraverso il rifiuto dell’avversario e la sua trasformazione in nemico. Fu così con Craxi, con Berlusconi (chi scrive diede il suo modesto contributo alla causa) e ora con Salvini, l’ennesimo Male Assoluto. Il guaio di questa astutissima politica è che a sentirsi disprezzato non è mai il bersaglio del disprezzo. Sono gli elettori. Non Salvini, che se ne infischia, ma i sommersi e i salvinizzati, trattati alla stregua di razzistelli che si lasciano spaventare da quattro migranti. Per convincerli ad avere più coraggio, forse basterebbe smettere di irridere le loro paure. Quanto a Riondino, è un vero peccato che non abbia ancora invitato Salvini a Venezia. Il respingitore, non sentendosi più respinto, sarebbe costretto a mostrarsi un po’ meno respingente.

Vittorio Feltri il 13 Agosto 2017 su "Libero Quotidiano": sono a un passo dal diventare un razzista. Adesso basta. È arrivato il momento di uscire dalla ipocrisia e di dire le cose che pensiamo davvero. Dei migranti non ce ne importa un fico secco. Vadano dove vogliono, ma la smettano di puntare all'Italia quale meta. Non ce ne frega nulla delle Ong (Organizzazioni non governative) né, tantomeno, dei loro scopi umanitari. Non crediamo alle fanfaluche dei piagnoni che sostengono la necessità di salvare in mare i migranti. I quali - è nostra convinzione - non scappano da zone di guerra e neppure di miseria, ma emigrano pagando prezzi salati agli scafisti per giungere qui e farsi mantenere da un Paese che si è costruito volontariamente la fama di grande sacrestia disposta a ricevere chiunque. Chi salpa dalla Libia con l'intenzione di attraccare a Lampedusa, o posti del genere dove ci siano dei pirla pronti a spalancare le porte, non è un disperato ma un opportunista con la faccia di bronzo che intende sfruttare la greppia onde mangiare gratis. Se è vero che il cinismo è una succursale dell'intelligenza dobbiamo cessare di farci impietosire da gente che farebbe meglio a rimanere a casa propria, il luogo migliore per maturare lavorando, e rifiutarci di soccorrere gli accattoni destinati a pesare sulle nostre spalle. In altri termini, sempre più crudi, ne abbiamo piena l'anima di recitare nel ruolo dei buoni samaritani al servizio di madame Boldrini e soci piagnucoloni: pretendiamo che nessuno ci infligga l'obbligo di pagare il conto salato dell'immigrazione. Coloro che si avventurano nel Mediterraneo per approdare nel Bengodi della Penisola si arrangino, rinunciamo a ripescare uomini e donne che poi ci restano in gobba per anni. Ci siamo impoveriti a causa della crisi economica provocata da banche ladre e dalla moneta unica nonché da una Ue deficiente, e non abbiamo i mezzi per nutrire orde di neri ignoranti e desiderosi di vivere a sbafo, quindi blocchiamo gli sbarchi senza fare tante storie, a costo di irritare il Papa, i parroci, i curati e i progressisti che amano i popoli stranieri, magari islamici, e detestano il nostro. Siamo stanchi di subire l'umanitarismo straccione di quelli che poi sfruttano gli extracomunitari per arricchirsi creando un nuovo schiavismo. Finiamola di prenderci in giro e di frignare su quelli che lasciano la loro terra e sanno già che, a poche miglia dalla costa africana, saranno issati su navi le quali li condurranno qui, gratis, e verranno affidati alla pubblica beneficenza, ovviamente finanziata da noi contribuenti straziati dal fisco. Siamo oltre i limiti della sopportazione. Tra un po' ci abbandoneremo alla protesta e poi alla ribellione. Diventeremo razzisti, altro che omofobi. I partiti predicatori dell'accoglienza non prenderanno più un voto ma molti calci nel deretano. Sarà una festa. Vittorio Feltri

Ecco come andrà a finire, scrive Marcello Mantovani su Il Tempo il 28 agosto 2018. Lo so come andrà a finire. Lo so perché conosco la storia, conosco la gente, conosco i potentati, conosco gli immigrati. Li conosco come li conoscete voi, per esperienza, precedenti, realismo e uso di mondo. Fino a ieri la scena era la seguente: non ho sentito un italiano che non fosse d’accordo con Salvini, che non giudicasse assurdo incriminare un ministro dell’interno che fa il suo dovere, oltre che il suo mandato elettorale, di salvaguardare i confini della nazione, come è previsto dalla Costituzione, e tutelare gli italiani, respingere gli arrivi clandestini e ribadire che i migranti non sbarcano in Italia ma in Europa. È assurdo che dobbiamo ricordarci dell’Europa quando si tratta di pagare i debiti o di non sfondare i bilanci. E invece dobbiamo scordarci dell’Europa quando arrivano i migranti perché allora, d’un tratto, diventiamo nazione e ce la dobbiamo sbattere noi. La nostra sovranità consiste nell’obbligo di accoglierli, anche se tutti gli altri non li vogliono. Fino a ieri non c’era una persona con cui ho parlato che in un modo o nell’altro non fosse di questa idea. Viceversa non ho sentito un tg, un programma, un commentatore, un uomo di potere o un giornale che non fosse schierato contro l’Italia, contro gli italiani, contro Salvini e dalla parte dell’Europa che se ne frega dei migranti, dalla parte dei giudici che incriminano i ministri nel nome della legge, dalla parte dei migranti che sbarcano illegalmente. Una partita secca, il popolo compatto da una parte, il potere compatto dall’altra. In compagnia di Salvini quasi nessuno, la Lega c’è ma non si vede, c’è solo lui, c’è la Meloni e poi giù il deserto. I grillini, quando non sono appesi al Fico, e dunque pendono a sinistra, fanno i furbetti come di Maio che pur di galleggiare e di restare dove sta, e giocare a fare il superministro, è pronto a rimangiarsi tutto e a scaricare l’Alleato su cui sono puntati i cannoni mediatico-giudiziari del Palazzo, dai catto-bergogliosi alla sinistra sparsa. Come volete che finisca una partita così, pensate che gli italiani tramite Salvini possano ottenere qualcosa se tutto l’Establishment è compatto ai piedi dell’Europa e in favore degli sbarchi, senza curarsi delle conseguenze, ma solo calcolando i profitti politici che ne deriveranno a loro? Salvini verrà virtualmente imprigionato, fino a che sarà neutralizzato. Non andrà in galera ma sarà emarginato, chimicamente castrato. Ed è curioso pensare che tutti coloro che hanno battuto la sinistra sono sempre stati – di riffa o di raffa – considerati criminali: Berlusconi, Salvini, la destra, perfino Cossiga quando si oppose all’establishment, Leone quando si oppose al compromesso storico e Craxi quando cercò di far valere il primato della politica e dell’Italia e si oppose al catto-comunismo. Ma è possibile che qualunque avversario della sinistra che abbia vinto in Italia col consenso popolare debba essere per definizione un delinquente, per affari e malaffari, eversione e violazione della Costituzione, per fascismo, razzismo o altre fobie ormai a voi note? Cambiano gli attori ma la partita è sempre tra sinistra e delinquenti, tra potentati e malavita. L’avversario della sinistra è tollerato solo se è perdente, se è remissivo, se non dà fastidio, fa tappezzeria e magari si piega a loro. Eppure non ho mai visto tanta eversione, tanto disprezzo degli italiani, tanta prevaricazione, abuso e mafia travestita da legge e da democrazia, d’Europa e di Modernità quanto quella di chi detiene il vero potere in Italia. Quando vincono gli outsider, il governo è una cosa, il potere è un’altra, non coincidono. Al governo magari ci mettono le guardie del sistema, i Moavero e i Tria. Ma per il resto sono circondati, il potere è una cupola che tiene in scacco chi governa e in spregio il popolo che li sostiene. Ma so anche per esperienza come finiranno quelle povere vittime appena sbarcate. La diocesi darà loro un tozzo di pane per un po’ ma saranno poi a larga maggioranza, a carico dello Stato italiano, a partire dalla sanità. Qualcuno diventerà spacciatore o verrà ingaggiato dalla criminalità locale, qualcuno commetterà violenze sessuali e abusi come se ne sente ogni giorno essendo tutti maschi, giovani, sfaccendati e con gli ormoni a mille, qualcuno delinquerà e ruberà per conto suo, qualcuno – più onesto o più sprovveduto – andrà a lavorare in campagna e la sinistra potrà dunque speculare anche sul loro sfruttamento come schiavi dei caporali (che notoriamente li ha istituiti Salvini, prima non esistevano, ai tempi di Renzi e Gentiloni e Prodi erano solo un brutto ricordo del passato). Qualcuno di loro odierà il Paese che li ha accolti, sfamati e vestiti e si darà alla violenza eversiva, talvolta inneggiando sul web, talvolta partecipando attivamente alla guerra contro di noi, fino al terrorismo dei fanatici islamici. E qualcuno, vivaddio, si inserirà nella nostra società e si integrerà. Su 170, forse diciotto, come la nave che li ha portati da noi. Uno su dieci. Per questo so come andrà a finire. Il consenso a Salvini prima o poi si sgonfierà, quando vedranno che non potrà dare i frutti sperati, che il loro Tribuno sarà isolato, le sue decisioni saranno sistematicamente smantellate dai Palazzi. Allora gli italiani si adatteranno, come sempre hanno fatto, abbozzeranno perché non vogliono mica imbarcarsi in una guerra civile. Si rifugeranno nelle tv e negli smartphone. E quello stanno aspettando gli sciacalli e le iene variamente disseminati nei media, nei tribunali, nei palazzi di potere. D’altra parte, è vero, non si può pensare di governare senza creare una classe dirigente, senza dotarsi di una strategia, ma soltanto a pelle, a orecchio, a botte di tweet, video e like. E così resterà quel divario assoluto tra la gente e il potere, ognuno troverà l’alibi per farsi i fatti suoi. E l’Italia sarà bell’e fottuta.

Dal governo all'opposizione, ecco le 100 peggiori dichiarazioni politiche del 2018. Dai congiuntivi di Di Maio agli orrori nutrizionali di Salvini, dalle “analisi” di Renzi alle sparate di Giorgia Meloni, passando per Casalino e Berlusconi non si salva davvero nessuno, scrive Wil Nonleggerlo il 28 dicembre 2018 su "L'Espresso". Hanno spazzato via ogni sorta di regola grammaticale, tomo ingegneristico, fondamento macroeconomico, calpestando persino i capisaldi della dieta mediterranea. Hanno ricordato le “cose buone” realizzate da fascisti e nazisti. Hanno ipotizzato complotti notturni e macinato gaffe internazionali, roba che nemmeno Totò e Peppino al loro apice creativo. Hanno difeso stipendi e vitalizi, incappando in volgarità e contraddizioni. Certo, la maggior parte del materiale sgorga dall'unione istituzionale tra leghisti e pentastellati, ma pure le opposizioni, laddove pervenute, non hanno fatto mancare il loro apporto. E allora mettetevi comodi e preparatevi al gran finale, dai congiuntivi di Di Maio agli orrori nutrizionali di Salvini, dalle “analisi” di Renzi ai colpi di genio di Toninelli, passando per Casalino e Berlusconi. Ecco a voi le 100 peggiori dichiarazioni politiche del 2018.

BATTI LEI? "Guardi, il Movimento ha sempre detto che noi VOLESSIMO fare un referendum sull'euro" (Luigi Di Maio da candidato premier 5 Stelle, 3-gen-18)

I RINCOGLIONITI. I 5 Stelle possono arrivare al governo del Paese? "Non lo so, perché gli italiani li vedo molto rincoglioniti, mooolto RINCOGLIONITI!" (Alessandro Di Battista da parlamentare 5 Stelle, 7-feb-18)

ER MOVIOLA. "A Roma mi chiamano 'Er Moviola', una forza tranquilla e seria" (Paolo Gentiloni da premier, 7-gen-18)

PETALOSO. "Non è una Margherita, ma un fiore petaloso" (La ministra Beatrice Lorenzin sul nuovo simbolo di Civica Popolare, 9-gen-18)

NITIDEZZA. "Di Salvini mi ha colpito la nitidezza di pensiero" (L'avvocato penalista Giulia Bongiorno si candida con la Lega Nord, 18-gen-18)

LA FILA. "Se sono fidanzata? Io sono felice di natura, poi se c'è un fidanzato ben venga. Ho tanti ammiratori, non so a chi dare i resti. Rimando tutto a dopo le elezioni..." (Laura Boldrini da presidente della Camera e candidata LeU, 24-gen-18)

ANAGRAFE CANINA. "Iscrivermi all'anagrafe antifascista? Vabbè, adesso... io l'anagrafe la lascerei all'anagrafe CANINA" (Matteo Salvini durante una iniziativa elettorale a Firenze, 26-gen-18)

I PRIMI SEGNALI. "Nei circoli Pd ho ricevuto un’accoglienza affettuosissima, sono rimasto dentro a fare i selfie con tutti i dirigenti del partito" (Pier Ferdinando Casini, 6-feb-18)

ARGOMENTAZIONI. "Turatevi il naso e votate Pd" (Matteo Renzi, 19-feb-18)

LASSATIVI. "Ascoltatemi, venite qui e guardate: per cagare, non usate Guttalax, usate Di Maio, il lassativo che non vi abbandona" (Vittorio Sgarbi, candidato alla Camera, seduto sul water della redazione di Libero mentre mostra una foto del rivale di collegio Di Maio, 22-feb-18)

ELSA DI FROZEN LESBICA! "Ho una bimba di 5 anni e so assolutamente tutto di Elsa e Anna: una responsabile Disney ha detto che stanno valutando se Elsa potrà diventare gay: ci stanno preparando ad un mondo al contrario!" (Matteo Salvini durante un comizio, 1-mar-18)

IL BUFFON DELLA POLITICA. "Sono il Buffon della politica, non riesco a smettere. Sono come Gianluigi, Francesco Totti e Valentino Rossi. Ho sensazioni assolutamente positive..." (Roberto Formigoni: poco dopo, il voto che lo taglierà fuori dal Parlamento italiano, 3-mar-18)

MA COME FANNO? "Ho ricevuto migliaia di mail, non pensavo sarebbe successo dopo una sconfitta così netta (...), è impressionante il fatto che continuino a votarmi" (Matteo Renzi dopo il tracollo elettorale del 4 marzo)

BOOM. "I cristiani hanno scelto noi. Ne siamo orgogliosi, il Popolo della Famiglia è energia viva per il futuro" (Mario Adinolfi commenta lo 0,66% ottenuto, 5-mar-18)

COSE BUONE. "Il nazismo? Ha fatto cose importantissime sul piano della ricerca contro il cancro, ma purtroppo non vengono divulgate. Anche sul piano della legislazione ecologica i nazisti sono stati precursori. Questo non significa esaltazione di quel periodo..." (Mario Borghezio, eurodeputato leghista, 8-mar-18)

I TERRONI. Senatur, come si sente in mezzo a tutti questi neoparlamentari leghisti che vengono dal Sud? "Ah, i terroni... Ma a me mica dispiacciono i terroni" (Umberto Bossi intervistato dal Messaggero, 10-mar-18)

O-NE...Ivan Della Valle, “il grillino sparito con 270 mila euro” (La Stampa), “Baravo, chiedo scusa a tutti, ma non a Di Maio” (La Repubblica). "Non è vero che sono scappato. Sono tranquillamente a Roma, sereno"..."Non sono in Marocco, non ho fatto niente e non scappo da niente". Ivan Della Valle è il recordman delle “non restituzioni”. Il Movimento gli imputa dichiarazioni false per 270mila euro (...). Parliamo di lei. Come le è venuto in mente di tenersi i soldi? "Ho restituito qualcosa ogni mese, ma non quanto dichiaravo". Come faceva? "Postavo bonifici che poi non inviavo" (16-feb-18)

NON ERA UNA MUCCA. "L'ho detto per primo che c'era la mucca nel corridoio. Solo che abbiamo scoperto che la mucca era un toro e ci è passato sopra" (Pierluigi Bersani, 15-mar-18)

100% MILF. "Quella custodia del cellulare l'ha regalata mio figlio Lorenzo a mia moglie, che si è rifiutata di usarla. E allora l'ho presa io perché c'è scritto "100% MILF", mi sembrava una cosa spiritosa" (Ignazio La Russa, parlamentare Fdi, 15-mar-18)

FERRARI CHI?! Appena eletta alla Camera nel collegio uninominale di Modena, Beatrice Lorenzin incontra il sindaco del capoluogo emiliano, e osservando una fotografia presente nel palazzo del Comune chiede: "È Gino Paoli?". Era Enzo Ferrari, il modenese più celebre al mondo (18-mar-18)

DI MAIO BISEX. "Ho scoperto che Luigi Di Maio è gay ed è fidanzato con Vincenzo Spadafora, suo responsabile per le relazioni istituzionali. Sono felice di avere finalmente un premier gay, così sereno, affettuoso, sorridente. È elogiativo: anzi, pare che Di Maio sia bisessuale, e bisessuale è ancora meglio" (L'onorevole Vittorio Sgarbi su Rai 2, 12-mar-18)

CHE NOIA. "Sto cominciando a annoiarmi, qui non si fa niente tutto il giorno. Per evitare la noia abbiamo cominciato a mandarci messaggini. Ci scambiamo foto..." (Lorenzo Fioramonti, docente universitario e neo deputato 5 Stelle, al primo giorno di Camera, 24-mar-18)

SACRALITÀ ISTITUZIONALE. "Per la presidenza ho votato Fico, alla seconda chiamata. Nella prima ho votato FICA, e il voto è stato annullato" (On. Vittorio Sgarbi, 23-mar-18)

E RAZZI MUTO. "BUONA PASCQUA A TUTTI" (Roberto Caon, deputato di Forza Italia, su Twitter, 31-mar-18)

SCENE DAL QUIRINALE. Berlusconi al Presidente della Repubblica, durante le consultazioni: "Da italiano ho sperato che la Juventus riuscisse a vincere in Champions, ci saremmo presi una piccola rivincita dopo l’esclusione dai Mondiali. Peccato...". E Salvini: "Presidente... Posso? Mi scusi eh, ma io ho goduto!" (14-apr-18)

LO SCHIAFFONE. Dopo aver mollato un ceffone all’inviato di “Non è l'Arena” Danilo Lupo durante un’intervista sul tema dei vitalizi, l'ex ministro berlusconiano delle Comunicazioni Mario Landolfisi è scusato intervenendo direttamente in trasmissione: "Forse questo schiaffo esecrabile e bruttissimo potrebbe aprire anche una riflessione su un certo modo di fare giornalismo..." (22-apr-18)

CARE COSE. "Tante care cose ragazzi... e adesso non andate a puttane eh!" (Silvio Berlusconi durante una tappa elettorale in Friuli, congedandosi da alcuni fan, 27-apr-18)

VAI AVANTI TU. "Altro che estinzione, il Pd ha ripreso vigore" (Davide Faraone, senatore Pd, su Twitter, 1-mag-18)

DIVERSAMENTE LINCIATI. "Conviene sia a Salvini che a Di Maio chiudere qui questa collaborazione istituzionale. Se facessero un governo insieme, i 5 stelle sarebbero linciati sulla pubblica piazza. Luigi Di Maio diventerebbe l'uomo più scortato d'Italia" (Marco Travaglio, direttore del Fatto Quotidiano, intervistato da La Stampa, 25-mar-18)

AVEVA CAPITO TUTTO. "Mentre i disadattati neuronali gridavano in questi mesi 'Ecco Grillusconi, ecco Salvimaio', non capendoci come sempre uno sgarbi, si profilava all’orizzonte lo scenario di sempre, da me e non solo da me raccontato prima del voto: RENZUSCONI. Se possibile peggio ancora, perché adesso è divenuto un Renzusconi in salsa salviniana: quindi una sorta di obbrobrio al quadrato. Buona catastrofe" (Andrea Scanzi, giornalista del Fatto, su Facebook, 3-mag-18)

COME ERAVAMO. "Salvini, Meloni, mangiate tranquilli. Il M5S non fa alleanze con quelli che da decenni sono complici della distruzione del Paese" (Beppe Grillo, 23-gen-17)

COME ERAVAMO / 2. "Non succederà mai, ma il giorno in cui il Movimento 5 Stelle dovesse allearsi con i partiti responsabili della distruzione dell’Italia, io lascerei il Movimento 5 Stelle" (Alessandro Di Battista, 17-nov-17)

COME ERAVAMO / 3. "Voglio rispondere a chi ci definisce alleati della Lega: io sono del Sud, io sono di Napoli. Faccio parte di quella parte d'Italia a cui la Lega diceva 'Vesuvio lavali col fuoco'. Non ho nessuna intenzione di far parte di un Movimento che si allea con la Lega Nord" (Luigi Di Maio a Porta a Porta, 19-giu-17)

COME ERAVAMO / 4. "Alleanze con la Lega? Fantascienza allo stato puro. I nostri programmi sono inconciliabili". I leghisti "sono culturalmente e geneticamente diversi, quindi è impossibile" (Roberto Ficotra il giugno 2017 ed il febbraio 2018. Sappiamo com'è finita)

LA RAGGI E LE CAPRETTE-TOSAERBA. (ANSA) - ROMA, 16 MAG - (...) Tra le domande dei cittadini, lette in diretta dall'assessore Pinuccia Montanari, quella di Simonetta che ha sottolineato come "al Castello di Berlino si sia tornati ai vecchi tempi con pecore e caprette come tosaerba". "Non male... anche noi - la replica di Montanari -. La sindaca Virginia Raggi anche di recente mi ha sollecitato all'utilizzo delle pecore e degli animali per effettuare questa attività".

POP CORN. "Ora tocca a loro e pop-corn per tutti!" (Il senatore Pd Matteo Renzi chiacchierando con gli amici, La Stampa, 10-mag-18)

SGUARDO LASER. "Questa fotografia forse può dimostrare anche la MASSIMA CONCENTRAZIONE con cui stiamo affrontando questa importante missione (...)" (Danilo Toninelli, capogruppo M5s al Senato, pubblica la foto del proprio sguardo su Instagram, 9-mag-18)

GAY IN SEMINARIO. "Vi invito ad un attento discernimento: se avete anche il minimo dubbio, è meglio non far entrare gli omosessuali in seminario" (Papa Francesco parlando ai vescovi della Conferenza episcopale italiana, 23-mag-18)

MI MANDA GIGGINO. "Lasciamo che i costituzionalisti ci ragionino sopra, lasciamo che i manuali di diritto si ARRICCHISCHINO... si arricchiscano..." (Il premier Giuseppe Conte debutta in Senato, 5-giu-18)

IL CANE HA MANG..."Posso dirlo che ho perso i miei appunti?". "No" (La domanda di Giuseppe Conte al vicepremier Luigi Di Maio, durante il primo discorso alla Camera, stando al Corriere, 8-giu-18)

HO TANTI AMICI GAY. "Le famiglie gay NON ESISTONO. Ora più bambini e meno aborti"..."Io contro i gay? Ma va. Ho tanti amici omosessuali, del resto ho vissuto a Bruxelles tanti anni dove ci sono anche nelle istituzioni. La famiglia sia quella naturale, dove un bambino deve avere una mamma e un papà. Le famiglie arcobaleno? Perché, esistono?" (Il neo ministro leghista alla Famiglia Lorenzo Fontana, 2-giu-18)

W I BUSONI. "Sempre siano lodati i ricchioni", "personalmente non ho nulla contro i gay. Soprattutto da quando non rimorchiano più nei cinema. Anzi, mi trovo quasi in sintonia con i froci, poiché spesso sono dotati di una sensibilità quasi femminile (...). I busoni mi piacciono, sebbene non sia ricchione. Ho un animo frocio, anche se non tradirei mai la patata cui giurai devozione eterna" (Vittorio Feltri, editoriale su Libero, 10-giu-18)

CONGIUNTIVI. "I miracoli che gli imprenditori hanno fatto in questi anni con il made in Italy non li avrebbero mai raggiunti se... SE NON CI SAREBBERO STATI varie situazioni come queste... ehm, se non ci fossero state situazioni come queste. Perdonatemi, l’emozione..." (Il ministro del Lavoro Luigi Di Maio si presenta così al suo primo intervento ufficiale in Parlamento, 17-giu-18)

NOMADARE. "Se sono nomadi non sono stanziali. I campi #Rom quindi non sono tollerabili. Se sono nomadi gli allestiamo piazze di sosta temporanea dove pagano le utenze e dopo tot mesi devono #NOMADARE" (Giorgia Meloni su Twitter, 13-giu-18)

CITANDO GIANNA NANNINI. Carlo Sibilia, è arrivato in una poltrona del Viminale, è diventato sottosegretario dell’Interno... "Eh, se mi fermo un attimo a guardare come è andata a finire mi si mozza il fiato". Lei una volta affrontò il tema dello sbarco sulla Luna, era serio? "Uhh, è un tweet di qualche anno fa...". Dove scriveva che lo sbarco sulla Luna non c’è mai stato. "È controverso quell’episodio (...). Come dice Gianna Nannini: 'Sei nato nel paese delle mezze verità...'" (Carlo Sibilia intervistato dal Corriere, 22-giu-18)

W LA FIBRA. "Lo Stato garantisca mezz'ora di internet gratis per tutti!" (La proposta del ministro allo Sviluppo economico Di Maio nel suo discorso all'Internet Day 2018, Corriere.it, 26-giu-18)

EDDIE BECCATI QUESTA. Rita Pavone contro i Pearl Jam: "Con tutte le rogne che hanno negli Usa, vengono a fare le pulci a noi" (HuffPost, 28-giu-18)

RIVOLUZIONE CULTURALE. "Non leggo un libro da tre anni" (La neo sottosegretaria leghista alla Cultura Lucia Borgonzoni, 26-giu-18)

NON OSATE. Che fine hanno fatto i 49 milioni di rimborsi elettorali alla Lega? "Se lo sento dire ancora una volta in tv, prendo il mitragliatore" (Il senatore leghista Roberto Calderoli al Corriere, 9-lug-18)

MENO MALE. "Il Pd è stato l’argine al populismo in Italia" (Matteo Renzi in assemblea Pd, 7-lug-18)

SONO CAZ*I. "Salvini dice che governerà per i prossimi 30 anni? Bisogna vedere se gli elettori gli daranno i voti..." (Piero Fassino, 2-lug-18)

LIBIDINE. "Libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi!" (Luigi Di Maio commenta così l'intervento di Jerry Calà a favore del governo, 5-lug-18)

FRANCIA CAMPIONE DEL MONDO. "Prenderò un aereo per una missione sportivo-politica: vado in Russia a vedere la finale dei mondiali e gufare la Francia. Sperem... perché di vedere Macron che saltella proprio non c’ho proprio voglia!" (Il vicepremier Matteo Salvini, 15-lug-18)

DOVE VAI SE LA TORTURA NON CE L'HAI. "Difendiamo chi ci difende: abbiamo presentato due proposte di legge per aumentare le pene a chi aggredisce un pubblico ufficiale e per ABOLIRE IL REATO DI TORTURA che IMPEDISCE AGLI AGENTI DI FARE IL PROPRIO LAVORO" (Il tweet di Giorgia Meloni, poi leggermente modificato, 12-lug-18)

OCCHIO. "Gli italiani mi vogliono re, occhio che torno in politica" (Emanuele Filiberto di Savoia intervistato da Libero, 12-lug-18)

IL CASO. "Dobbiamo capire che la democrazia è superata. Oggi sono le minoranze che gestiscono i Paesi. Probabilmente la democrazia deve essere sostituita con qualcos’altro, magari con un’estrazione casuale. Io penso che potremmo scegliere una delle due camere del Parlamento così. Casualmente..." (Beppe Grillo intervistato da Ian Bremmer per la trasmissione americana GZeroWorld, 27-lug-18)

SERVIZIO PUBBLICO. "Sono orgoglioso ed emozionato per la nomina a presidente della Rai (...), mi impegno sin d’ora per riformare la Rai nel segno di un servizio pubblico davvero vicino HAI bisogni dei cittadini italiani" (Marcello Foa su Facebook, 27-lug-18)

TROPPI 49 MILIONI, MA NON SONO LEGHISTA. "A me dieci vaccini sembrano troppi, ma non sono un medico..." (Il ministro leghista Lorenzo Fontana, 31-lug-18)

L'IMMUNOLOGA. "È terribile il messaggio che è passato che un bambino non vaccinato è un bambino portatore de che? De che? Io quand’ero piccola, che c’avevo poco a poco un cugino che c’aveva una malattia esantematica, facevamo la processione a casa di mio cugino perché così la zia se sgrugnava tutti e sette i nipoti, così tutti e sette i nipoti c’avevano la patologia e se l’erano levata dalle palle" (Paola Taverna, vicepresidente 5 Stelle del Senato)

AH. "La mia speranza è che l'Euro salti per aria" (Claudio Borghi, consigliere finanziario di Salvini e presidente della Commissione Bilancio della Camera, 15-ago-18)

ORIZZONTI. "Via l’aborto: anche noi prima o poi ci arriveremo come in Argentina" (Simone Pillon, senatore leghista, 13-ago-18)

SU ASIA ARGENTO. "Le bugie hanno le gambe larghe" (Maurizio Bianconi, avvocato ed ex parlamentare di Forza Italia, su Facebook, 21-ago-18)

IL BIOCHIMICO. "Il ritorno all’acqua pubblica è un tema culturale del Paese, perché l’acqua è quello per cui noi siamo costituiti per OLTRE IL 90%" (Il vicepremier Luigi Di Maio, 4-set-18)

APPUNTO. Post di Luigi Di Maio, primo tentativo: "Noi stiamo mettendo APPUNTO un Decreto Urgenze che...". Secondo tentativo: "Noi stiamo mettendo, APPUNTO, un Decreto Urgenze che...". Ci vorrà un terzo tentativo: "Noi stiamo mettendo a punto un Decreto Urgenze che..." (4-set-18)

LAPO. Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro presenta sui social il nuovo cane antidroga del Comune: "Abbiamo ufficialmente la terza unità cinofila, si chiama LAPO". Tra i commenti il coro è unanime: "Lapo El Can!" (28-ago-18)

C'È POSTA PER TE. "Mi è arrivata al Ministero una busta chiusa dal Tribunale di Palermo. Chissà per cosa sarò indagato oggi. Che dite, la apriamo insieme? Segui il LIVE su Facebook alle 18". "Indagato o assolto? Scopriamolo insieme! LINK " ( MatteoSalvini, 7-set-18)

COME FARANNO? "Ma quale casta. Parliamo di ex deputati mediamente tra i 70 e gli 80 anni, che al massimo prendono 3mila euro al mese. E ora, dall’oggi al domani, taglieranno loro fino all’80% della pensione. E come pagheranno il mutuo e le medicine?" (“Quella contro il taglio dei vitalizi è la nuova battaglia dell’avvocato bellunese Maurizio Paniz, già deputato dal 2001 al 2013 per Forza Italia e per il Pdl, noto anche perché presentò alla Camera la mozione in cui si sosteneva che Ruby fosse la nipote di Mubarak”, Fatto Quotidiano, 9-set-18)

COMMISSIONE AFFARI SOCIALI. "Siccome non si fanno più figli in Italia dicono di compensare con gli immigrati. Metti il Reddito di Cittadinanza in Italia e vedi come iniziano a TROMBARE tutti come ricci!" (Massimo Baroni, deputato 5 Stelle e membro della Commissione Affari Sociali della Camera, in un tweet, 20-set-18)

LA POVERTÀ, PUFF! "Ce l'abbiamo fatta! Con questa manovra abbiamo ABOLITO la povertà!" (Luigi Di Maio in festa dal balcone di Palazzo Chigi, 25-set-18)

H-24. "Guadagno poco più di 6 mila euro netti al mese, è uno stipendio alto, non lo nego, ma è quello che è previsto per chi svolge il mio ruolo. Sono portavoce e capo ufficio stampa, dirigo una trentina di persone, sono reperibile giorno e notte, sette giorni su sette, lavoro 13-14 ore al giorno" (RoccoCasalino, 20-set-18)

L'INGEGNERE. "L'obiettivo non è solo quello di rifare bene e velocemente il ponte Morandi, ma di renderlo un luogo vivibile, un luogo di incontro in cui le persone si ritrovano, in cui le persone possono vivere, possono GIOCARE, possono MANGIARE..." (Il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, 21-set-18)

IL PROFETA. Simone Mazzucca, dirigente Pd, nel 2013: "La struttura-partito del Pd è come il ponte Morandi, che sta crollando sotto gli occhi di tutti".

IL TARIFFARIO DI BEPPE. "Listino interviste 2018/2019. - Interviste scritte: 1000 euro a domanda (minimo 5 domande, con invio via mail) - Interviste giornali/riviste: 1000 euro a minuti (minimo 8 minuti) - Interviste televisive (tv, radio, web tv, web radio): 2000 euro a minuto (minimo 8 minuti) - AGGIORNAMENTO: cene: 20.000 euro" (Beppe Grillo sul proprio blog, 18-set-18)

IL PRESIDENTE DELLA CAMERA. "La mia risposta non ha tutti i dati di quello che può succedere SE CI SAREBBERO due aliquote" (Roberto Fico ad Atreju, 22-set-18)

L'UNICO. "Al 99,9% mi iscrivo alla Lega, mi voglio candidare alle Europee. Matteo fa le cose che penso io. Sa quello che valgo, una volta mi ha detto che sono l’unico che parla con i coreani e può impedire una guerra" (Antonio Razzi, ex senatore berlusconiano, 1-ott-18)

UNA MEZZA IDEA. "Noi siamo qui da soli 4 mesi e ci trattano come degli incompetenti appestati, perché?" (Luigi Di Maio, 2-ott-18)

DON MATTEO. "Da piccolo volevo fare il giornalista, poi il giornalaio, ma pure il camionista, ed in alcuni momenti il Papa" (Matteo Renzi, senatore Pd, 4-ott-18)

IL TUNNEL. "Sapete quante delle merci italiane, quanti degli imprenditori italiani utilizzano con il trasporto principalmente ancora su gomma il tunnel del Brennero...". (Danilo Toninelli relativamente ad un tunnel inesistente ed inoperoso: non sarà completato prima del 2025, ed inoltre sarà esclusivamente ferroviario, 2-ott-18)

SORRISI. "Il fascismo è prima di tutto sorriso" (Luca Marsella, consigliere di CasaPound ad Ostia, su Twitter, 2-ott-18)

IL COMPLOTTO DELLA MANINA."È accaduto un fatto gravissimo! Il testo sulla pace fiscale che è arrivato al Quirinale è stato manipolato. (...) Non so se una MANINA politica o una MANINA tecnica, in ogni caso domattina si deposita subito una denuncia alla Procura della Repubblica perché non è possibile che vada al Quirinale un testo manipolato! +++" (Il vicepremier Luigi Di Maio su Facebook, 17-ott-18)

CUORE. "Non contestate il decreto Genova: è scritto col cuore" (Danilo Toninelli, 8-ott-18)

SENATORI 5 STELLE. "I giornali marciscono in edicola... Se i gialloverdi terranno duro, l’Espresso sarà solo il primo SALUBRE CRACK di una lunga serie" (Elio Lannutti, 14-ott-18)

IL BUONGUSTAIO. Silvio, come le preferisci, bionde o more? "Mi vanno bene tutte... basta che te la diano!" (Berlusconi durante una tappa elettorale a Bolzano, 21-ott-18)

PAPÀ DIBBA. "Non so se Salvini è di destra. Io certamente no: sono FASCISTA!" (Vittorio Di Battista alla festa 5 Stelle del Circo Massimo, 22-ott-18)

NONNO BENITO. "Se dicono cose gravi su mio nonno Benito, parolacce, insulti, lì basta, querelo. Se uno dice 'Mussolini pezzo di merda' si becca una denuncia. Comunque a mio nonno Facebook sarebbe piaciuto molto, sarebbe stato il suo strumento. Sarebbe stato molto social. Di brutto. Sarebbe stato un hacker, di tutto" (Alessandra Mussolini, eurodeputata, 18-ott-18)

PING! PING! PING! Il ministro dello Sviluppo economico Luigi DI Maio vola a Shanghai per provare a stringere importanti accordi commerciali, ed in tre occasioni diverse sbaglia il nome del presidente cinese Xi Jinping, chiamandolo semplicemente "Ping" (l'equivalente di "Giggino", 5-nov-18)

2004, "VECCHI E DOWN MI FANNO SCHIFO". Il portavoce del premier Rocco Casalino a ilfattoquotidiano.it: "In quel periodo stavo studiando recitazione e tecniche di provocazione. Sono stato invitato a una simulazione di conferenza stampa" (8-nov-18)

L'INFLUENCER. "Trump? Sta facendo molto bene per il suo Paese. Ma non voglio sbilanciarmi perché gli americani devono votare e non voglio creare un'interferenza..." (Il premier Giuseppe Conte, 6-nov-18)

A 370. "Vogliamo dare tutte le versioni possibili di un determinato argomento, e a nostro avviso è bene informare il cittadino a 370 GRADI" (La divulgazione scientifica in Rai secondo la ministra Barbara Lezzi, 9-nov-18)

RAGGI ASSOLTA. Di Maio e Di Battista sui giornalisti: "Infami sciacalli"; "pennivendoli", siete voi "le vere puttane" (10-nov-18)

E IL SETTIMO GIORN... AH NO. "Fanno bene a sfiduciarti. Hai avuto 5 mesi! Ora basta! In 3 GIORNI Dio creò il mondo (...)" (Il deputato 5 Stelle Carlo Sibilia, su Facebook, rivolgendosi al sindaco di Avellino Vincenzo Ciampi, 21-nov-18)

IL PORNO È IL DEMONIO. "Se governassi l’Italia chiederei a Rocco Siffredi di cambiare mestiere o di non tornare più in Italia. YouPorn ha distrutto la vita di tanti giovanissimi" (Mario Adinolfi, Popolo della Famiglia, 16-nov-18)

MI DA DEL TU? "Non so perché i giornali SCRIVINO di cambiamento" (Giuseppe Conte, 24-nov-18)

QUANDO C'ERA LUI. "Io adesso la dico, la dico, la dico: dobbiamo chiedere scusa a Silvio Berlusconi. Sì. Perché Silvio Berlusconi, che faceva votare le leggi ad personam più incredibili, le nipoti di Mubarak eccetera... non è mai arrivato a ciò che ha fatto Salvini!" (Matteo Renzi, 28-nov-18)

"QUESTO LO DICE LEI!" (La sottosegretaria 5 Stelle all'Economia Laura Castellirisponde così ad un pietrificato Padoan, che stava provando a spiegarle alcuni meccanismi base relativi allo spread, 24-nov-18)

BISEX. "Non si dica che io sono solo per la birra e non per il vino: no, io sono bisessuale" (Pierluigi Bersani, 24-nov-18)

FIUUU. "Penso che Genova tornerà più forte di prima in pochi mesi, AL MASSIMO ANNI..." (Danilo Toninelli, 3-dic-18)

"IL RISCALDAMENTO GLOBALE? COLPA DI SATANA". Parola del capo gabinetto del ministero per la Famiglia e le disabilità, Cristiano Ceresani (La Stampa, 9-dic-18)

IL PD. "Conversazione all’alba con Minniti anche lui colpito da ernia del disco. Abbiamo amaramente concluso che è l’effetto diretto dello sforzo di fare qualcosa per risollevare il pd. #erniapd" (Carlo Calenda, parlamentare Pd, Twitter, 28-dic-18)

LA NUTELLA. "Il mio Santo Stefano comincia con pane e Nutella, il vostro???" (Il ministro dell'Interno Matteo Salvini pubblica un selfie mentre addenta la propria colazione. Poche ore prima, una forte scossa di terremoto a Catania e l'omicidio del fratello di un collaboratore di giustizia a Pesaro, 26-dic-2018) 

2018, i 20 fatti più importanti nel mondo. Dallo storico incontro tra Trump e Kim Jong-un all’attentato di Strasburgo: cosa è successo nel mondo quest’anno, scrive Eleonora Lorusso il 29 dicembre 2018 su "Panorama". L’anno si chiude con la rinnovata minaccia del terrorismo contro l'Euroa, ma si era aperto con la grande attesa per un incontro destinato ad abbassare la tensione mondiale: quello tra il presidente americano Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un, dopo mesi di minacce di guerra nucleare. L’occasione per la distensione arriva con le Olimpiadi invernali in Corea del Sud, che spianano la strada al dialogo tra i due. A scandire l’anno, però, ci saranno anche il caso Skripal, la spia russa morta avvelenata nel Regno Unito, la guerra dei dazi tra Usa e Cina, il caso dei ragazzini rimasti intrappolati in una grotta in Thailandia e ancora il royal wedding in diretta mondiale tra il principe Harry e Meghan Markle, le elezioni di Midterm negli Stati Uniti, il caso Khashoggi, il rapimento della cooperante italiana in Kenya, il caos dei gilet gialli e l’attentato ai mercatini di Natale di Straburgo. 

Trump-Kim: dalla minaccia nucleare alla stretta di mano. Il 2018 è l’anno in cui la minaccia di uno scontro armato tra Usa e Corea del Nord si risolve con un incontro storico, il 12 giugno a Singapore. A precederlo c’erano state tensioni alimentate da dichiarazioni al vetriolo di ogni tipo, con il capo della Casa Bianca pronto e definire il leader nordcoreano Kim Jong-un “rocketman”. Dalle sanzioni economiche per il programma nucleare portato avanti da Pyongyang si era passati alla guerra verbale, con Trump che aveva twittato: “Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha appena dichiarato che “il pulsante nucleare è sempre sulla sua scrivania”. Qualcuno di questo regime esaurito e alla fame lo informi per favore che anch’io ho il pulsante nucleare, ma è molto più grande e più potente del suo, e il mio funziona. Poi la distensione, grazie alla mediazione soprattutto di Seul con i primi segni di disgelo alle Olimpiadi invernali in Corea del Sud, il cui presidente Moon Jae-in ha poi incontrato Kim Jong-un sulla linea di confine tra le due Coree, il 27 aprile.

Il "giallo Skripal", la spia russa avvelenata col nervino. Sergei Skripal è un ex agente dei servizi segreti, al centro di un caso che risale agli anni ’90. Da tempo vive nel Regno Unito, nell’ombra, fino al 4 marzo del 2018, quando viene trovato in stato di incoscienza nei pressi di un centro commerciale insieme alla figlia trentenne Yulia a Salisbury, a circa 100 km da Londra. Si scopre che è stato avvelenato con un potente gas nervino, il Novichok, prodotto in passato dalla Russia. Il caso diventa diplomatico e coinvolge anche altri paesi: viene puntato il dito su Mosca e sono espulsi complessivamente oltre 100 diplomatici da Gran Bretagna, America, Canada e molti paesi europei. A giugno un’altra coppia rimane intossicata dallo stesso novichok. A settembre viene spiccato un mandato d’arresto per per Alexander Petrov e Ruslan Boshirov. Due "alias", nomi falsi dietro i quali, secondo Scotland Yard, si nascondono due agenti 40enni del famigerato Gru, il servizio segreto militare russo nel quale aveva militato lo stesso Sergei Skripal e di cui era il presidente russo, Putin, è stato il numero 1.

La guerra dei dazi di Trump alla Cina. Il 2018 è anche l’anno della guerra dei dazi ingaggiata a marzo dagli Stati Uniti e che colpisce soprattutto la Cina, ma anche l’Europa, con tariffe del 25% sull’acciaio e del 10% sull’alluminio importati negli Usa anche dall’UE. Nel mirino finisce una serie di prodotti commerciali, ai quali Trump minaccia di aggiungere anche le auto, scatenando una dura reazione europea, che porta a congelare il provvedimento temporaneamente. Dopo due ore e mezza di colloqui al termine del G20 in Argentina, a dicembre, il presidente americano Trump e l’omologo cinese Xi Jinping siglano una tregua che scongiura per ora il temuto rischio di escalation della guerra commerciale tra le due potenze.

Il Royal Weeding: il "sì" di Harry e Meghan in mondovisione. Il 19 maggio le nozze dell’anno sono sicuramente quelle tra il principe Harry e Meghan Markle, il cui matrimonio nella cappella di St. George del castello di Winsor, è seguito in mondovisione: sono 18 milioni i telespettatori solo nel Regno Unito, 4 milioni in Australia, quasi 30 milioni negli Usa, paese d’origine di Meghan. In Italia le dirette tv sono seguite da oltre 8 milioni di persone. Dopo pochi mesi Harry e Meghan annunciano che nel 2019 diventeranno genitori e, anche se il loro royal baby non potrà mai arrivare alla corona, le attenzioni saranno ancora puntate sulla coppia, non fosse altro che per le polemiche sulle presunte liti tra le cognate Meghan e Kate, moglie di William.

Thailandia, l’incubo dei ragazzini nella grotta. Il 23 giugno, 12 ragazzi di una squadra di calcio in Thailandia e il loro coach rimangono bloccati in una grotta, a causa delle forti piogge e delle alluvioni tipiche della stagione, che rendono sconsigliabile l’accesso alla cavità di Tham Luang. Dopo 10 giorni di ricerche vengono individuati, ma le operazioni di soccorso sono particolarmente difficili a causa della ristrettezza dei cunicoli di accesso e del fatto che molti dei ragazzini non sanno nuotare. Si mobilitano squadre di speleologi e subacquei da tutto il mondo. Il 10 luglio, dopo 17 giorni tutti sono portati in salvo vivi. L’unica vittima sarà uno dei soccorritori, a causa della scarsità di ossigeno nell’anfratto.

Midterm negli Usa: niente “onda blu”. La campagna elettorale delle ultime settimane prima del voto diMidterm negli Usa, le elezioni di metà mandato, è rovente e accompagnata dal caso dei “pacchi-bomba” recapitati a esponenti democratici e vicini all’ex presidente Obama. Ma il risultato non causa alcun temuto terremoto. Il presidente Donald Trump non è coinvolto direttamente: come da tradizione il voto di metà mandato penalizza il partito del presidente e la Camera passa ai Democratici, mentre i Repubblicani mantengono il controllo del Senato. La prevista o temuta “onda blu” (dal colore dei Democratici) non c’è. Nella conferenza stampa post voto Trump si dice sicuro di “poter lavorare bene” e auspica di “poter mettere fine alle faziosità”. I nuovi eletti si insedieranno a gennaio, dunque occorrerà attendere per vedere se i deputati potranno ostacolare l’operato del presidente e che conseguenze potranno esserci nel Russiagate.

Il caso Khashoggi (e la copertina di Time). Il 2 ottobre il giornalista saudita Jamal Khashoggi entra nel consolato dell’Arabia Saudita a Istambul, in Turchia. Non ne uscirà più vivo: si scopre, infatti, che viene ucciso nella sede diplomatica. Secondo alcuni media, il reporter viene “sfigurato” e “Tagliato a pezzi”; e i suoi resti sarebbero stati rinvenuti nel giardino della residenza del console. Dopo settimane di smentite, il principe saudita Bin Salman, su cui si puntano fin da subito le attenzioni data l’ostilità del giornalista alla casa reale del suo Paese, definisce quello di Khashoggi un “crimine odioso che non può essere giustificato”. Le indagini indicano che a compiere materialmente il delitto sarebbe stato un commando di una quindicina di persone tra le quali 3 membri della scorta del principe saudita e 5 collegate sempre a Bin Salman come suoi accompagnatori in occasioni di visite ufficiali all’estero. Un audio, il cui testo è stato trascritto dalla Cnn, riporta le ultime parole di Khashoggi (“Non riesco a respirare”), mentre i suoi aguzzini infieriscono sul corpo e mentre vengono effettuate alcune telefonate per informare sull’esito dell’operazione; chiamate che avrebbero avuto come destinatari alti dirigenti di Riad. A Khashoggi e ai giornalisti in prima linea viene poi dedicata la copertina dell’anno di Time.

Silvia Costanza Romano rapita in Kenya. La 23enne milanese, cooperante per una ong in Kenya, viene rapita il 20 novembre nella contea di Kifili, a circa 80 km da Malindi. Viene messo in campo un ingente spiegamento di forze militari e di polizia per cercare la giovane, che si sospetta si trovi nelle mani di sequestratori in una foresta poco lontana. Dopo aver stretto il cerchio intorno alla banda di rapitori, con 20 tra fermi e arresti, l’11 dicembre finisce in manette un elemento considerato di spicco nel sequestro: Ibrahim Adan Omar, arrestato a Bengali a circa 250 km dal villaggio da cui era scomparsa la volontaria italiana. L’uomo aveva con sé kalashnikov (ossia la stessa arma usata per il sequestro) e due caricatori con circa 100 munizioni. Le indagini sul caso, però, restano avvolte nel mistero: non è confermata la richiesta di un riscatto da 1 milione di scellini keniani, pari a circa 8.500 euro. Si teme per la sorte di Silvia Romano, che potrebbe essere trasferita nella vicina Somalia dove operano i terroristi islamici al-Shabaab.

I gilet gialli in Francia. Il mese di novembre è scandito dalle manifestazioni anche molto violente dei gilet gialli, che mettono a ferro e fuoco Parigi e altre città della Francia. La protesta nasce dalla decisione del governo di introdurre, da gennaio 2019, una tassa sui carburanti, ma ben presto assumono i contorni di un vero e proprio movimento di contestazione contro il presidente Macron. Dopo un mese di cortei, il capo dell’Eliseo cede: prima il premier Philippe annuncia il congelamento per sei mesi dell’ecotassa, poi Macron stesso si dice pronto a varare una serie di provvedimenti economici di sostegno ai cittadini per un valore di 8-10 miliardi. Si lavora soprattutto sull'aumento del salario minimo di 100 euro al mese dal 2019, sulla detassazione degli straordinari e sull'annullamento della contribuzione sociale generalizzata (Csg) per i pensionati che guadagnano meno di 2.000 euro al mese.   

Strasburgo: torna il terrorismo in Francia. E’ martedì 11 dicembre, poco prima delle 20, quando Cherif Chekatt apre il fuoco sparando alla folla nei pressi dei mercatini di Natale a Strasburgo, la città francese dove ha sede anche il Parlamento europeo. Uccide quattro persone e ne ferisce 12. Tra le vittime c’è Antonio Megalizzi, giornalista 29enne italiano raggiunto da una pallottola alcollo, entrato in coma e poi deceduto dopo due giorni. Inizia una serrata caccia all’uomo, che si conclude due giorni dopo con la morte del terrorista 29enne francese. Il killer, fuggito prima in taxi poi a piedi in un quartiere periferico di Strasburgo, spara alla polizia che risponde al fuoco neutralizzandolo. Aveva alle spalle 20 condanne per reati comuni, ma era stato schedato come “radicalizzato”.

2018, i fatti dell'anno secondo noi. La mancata strage di Macerata e la politica dell'odio. La tragedia di Genova. Il governo gialloverde. Il campione Ronaldo. Gli esperimenti col Dna. Abbiamo scelto alcuni avvenimenti simbolo che hanno segnato questi ultimi dodici mesi. Ora tocca a voi: segnalateci i vostri fatti e diteci perché, scrive L'Espresso" il 21 dicembre 2018.

Da Macerata al decreto sicurezza (di Giovanni Tizian). I fatti dell'anno: Macerata burning, le radici dell'odio sovranista. La tentata strage del neofascita-leghista Luca Traini è il simbolo di un Paese in cui il desiderio di vendetta prevale su quello di giustizia. Un Paese in cui il ministro dell'Interno soffia quotidianamente sul fuoco della rabbia sociale. Dove non mancano soldati pronti a immolarsi per una nazione di soli uomini bianchi.

La tragedia di Genova (di Fabrizio Gatti). Ore 11.36, il crollo del ponte Morandi. L'indebolimento dei tiranti di calcestruzzo ha fatto mancare la compressione che teneva legato il viadotto. L'esperimento delle monete.

Posso dire che... (di Susanna Turco). Conte, il premier esecutore. La rivoluzione del governo Di Maio-Salvini sta tutta qui. In un presidente del Consiglio che non conta niente, e per parlare deve chiedere il permesso. Come il primo giorno alla Camera, quando domandò: «Posso dire che...?» 

Il processo (di Lirio Abbate). È mafia Capitale. Questo è stato l'anno in cui i giudici hanno stabilito che a Roma il fascista Massimo Carminati era a capo di un'associazione di stampo mafioso.

Politica e social (di Mauro Munafò). Matteo Salvini e quel primato su Facebook che cambia la politica per sempre. Lo scorso giugno l'attuale ministro dell'Interno è diventato il politico europeo più seguito sul social network superando Angela Merkel. Un traguardo simbolico che segna una nuova stagione per tutti.

Insostituibile Ronaldo (di Gianfrancesco Turano). CR7, fabbrica di spettacolo e di valore aggiunto. La stella portoghese incassa decine di milioni. E se li merita tutti. Grazie a lui, la Juventus scala le classifiche del merchandising. La prova del nove, anzi del sette, sarà la Champions.

Donne, sport e impegno (di Emanuele Coen). I fatti dell'anno: Serena Williams paladina delle donne ai tempi di #TimesUp. Un anno vissuto pericolosamente per la tennista afroamericana. Sulla scena da protagonista dopo la clamorosa sfuriata contro l'arbitro Carlos Ramos. Accusato di sessismo per averla sanzionata.

La ricerca e il futuro (di Alessandro Gilioli). Non sparate sullo scienziato He Jiankui. Lo scorso novembre sono nate due bambine col dna migliorato. Tutti hanno gridato allo scandalo e il bioingegnere cinese è stato messo alla gogna. Invece il futuro dell'umanità è quello. Per fortuna.

Letteratura senza premi (di Angiola Codaci-Pisanelli). Il Nobel per la letteratura? Se l'è portato via il #MeToo. Doveva essere l'anno di Margaret Atwood. O di Murakami Haruki. Invece un molestatore seriale ha messo nei guai l'Accademia di Svezia. E il premio per il miglior scrittore se lo sono inventato i lettori.

Piccoli schermi (di Beatrice Dondi). I Ferragnez e la tv: un matrimonio e un funerale. Il "sì" di Ferragni e Fedez in diretta ha segnato un punto di non ritorno in questo 2018: la televisione che si nutre dei social è stata uccisa dai social che si sono sostituiti alla televisione.

Battaglie e grandi opere (di Federica Bianchi). La protesta delle sette Madamin. L'impresa delle professioniste della società civile che hanno compiuto l'insperato nel 2018 e portato in piazza 30mila persone a dire “Sì” alla Tav.

Addio 2018: i fatti più importanti avvenuti in Italia e nel mondo. Dal crollo del ponte Morandi alla tragedia di Ancona, passando per i trionfi della Juventus e di Filippo Tortu, scrive la Redazione di TPI il 29 Dicembre 2018. EVENTI 2018 – Dodici mesi, 365 giorni di notizie, eventi, storie. Non è facile condensare in breve tutto quanto avvenuto nel 2018. Dalla politica agli esteri, dallo sport all’economia. Un anno di importanti cambiamenti, in Italia e nel resto del mondo. Ecco allora una veloce rassegna dei fatti da ricordare, suddivisi mese per mese.

Gennaio

Il 2018 si apre con un evento drammatico: un terribile incidente, il 2 gennaio, all’altezza di Montirone, lungo l’autostrada A21 Torino-Piacenza-Brescia. Restano coinvolti un’automobile e due mezzi pesanti, tra cui un camion con cisterna che ha preso fuoco. Sei i morti.

Il 5 gennaio muore Marina Ripa di Meana, 76 anni. Da tempo malata, era considerata una regina dei salotti, anticonformista e controcorrente.

Il 6 gennaio vanno in scena i Golden Globes. Il mondo del cinema decide di sfilare in nero contro le violenze, in segno di rispetto e sostegno per il movimento Time’s Up, nato dopo lo scandalo Weinstein.

Il 25 un treno regionale sulla linea Milano-Venezia deraglia poco dopo la stazione di Pioltello causando tre morti e 46 feriti.

Febbraio

Il 3 febbraio Luca Traini, 28 anni, spara all’impazzata nel centro di Macerata ferendo sei persone, tutte di colore. Un folle raid razzista scatenato dall’omicidio di Pamela Mastropietro.

Si chiude la 68esima edizione del Festival di Sanremo. Il 7 febbraio trionfano all’Ariston Ermal Meta e Fabrizio Moro con “Non mi avete fatto niente”.

Il 9 alla cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici invernali la storica stretta di mano tra il presidente della Corea del Sud Moon Jae-in e Yo-jong, sorella di Kim Jong-un, dittatore della Corea del Nord.

Nella notte di San Valentino torna la paura in America. In una scuola della Florida un ex studente uccide in una sparatoria diciassette persone, quattordici i feriti.

Marzo

Il 14 muore Stephen Hawking, uno degli scienziati più famosi al mondo. Da tempo malato, era noto soprattutto per i suoi studi sui buchi neri.

Il 18 in Russia Vladimir Putin stravince alle elezioni presidenziali con il 76,6%. Viene così rieletto per la quarta volta.

Il 25 marzo la polizia tedesca ferma e arresta Carles Puidgemont, ex presidente catalano, per ribellione violenta.

Il 26 il mondo dello spettacolo piange la morte di Fabrizio Frizzi, conduttore tv molto amato dal pubblico.

Aprile

Il 23 aprile strage in Canada, a Toronto, proprio durante la riunione dei ministri degli Esteri e degli Interni del G7. Il bilancio è di 10 morti e 15 feriti, travolti da un furgone bianco salito su un marciapiede.

Maggio

Il 5 maggio, all’età di 86 anni, muore il regista Ermanno Olmi. Autodidatta, ha diretto opere innovative come “Il tempo si è fermato”.

L’8 il presidente Trump decide di uscire dall’accordo sul programma nucleare dell’Iran, aggiungendo di reintrodurre le sanzioni.

L’11 maggio il Tribunale di Sorveglianza di Milano concede la riabilitazione a Silvio Berlusconi, dopo la condanna per frode fiscale del 2013.

Il 13 la Juventus festeggia il suo settimo scudetto consecutivo.

Il 19 il mondo segue il matrimonio del secolo: il principe Harry e l’attrice Meghan Markle sono marito e moglie.

Giugno

Il primo giugno il governo “del cambiamento” guidato da Giuseppe Conte giura nelle mani del presidente della Repubblica, mettendo fine a una crisi lunga tre mesi.

Il 12 giugno a Singapore viene immortalata dai fotografi una stretta di mano destinata a restare nella storia: quella tra Donald Trump e Kim Jong-un.

I leader dei due Paesi non si stringevano la mano da 70 anni.

Il 22 giugno lo sport italiano festeggia Filippo Tortu, il giovane atleta che con un tempo di 9”.99 è riuscito a battere il record di Mennea nei cento metri.

Il 24 giugno la Turchia sceglie nuovamente Erdogan, che viene confermato alla presidenza del Paese.

Luglio

Il 2 luglio, dopo nove giorni, vengono trovati vivi i piccoli calciatori che si erano persi in una grotta in Thailandia.

Il 15 luglio la Francia, dopo 20 anni, vince il campionato del Mondo di calcio. Battuta in finale 4-2 la Croazia.

Il 25 muore in una clinica a Zurigo Sergio Marchionne, ad di Fca.

Il 30 luglio Cristiano Ronaldo arriva a Torino: il campione portoghese è un nuovo giocatore della Juventus.

Agosto

Il 6 un terribile incendio infiamma l’autostrada A14. A causare il rogo un tamponamento di un’autocisterna su un tir.

Il 14 agosto la tragedia del ponte Morandi a Genova: 43 i morti.

Settembre

Il 6 in Brasile viene accoltellato durante un comizio il candidato alle elezioni presidenziali Bolsonaro.

Il 24 un marchio storico della moda made in Italy, Versace, passa in mani americane, quelle di Kors.

Ottobre

Il 7 ottobre due giornalisti vengono brutalmente uccisi in circostanze poco chiare: Viktoria Marinova, 30 anni, e il saudita Jamal Khashoggi, critico nei confronti del regime.

Il 20, dopo una straordinaria impresa, le ragazze della pallavolo femminile vengono sconfitte dalla Cina nella finale dei Mondiali.

Il 22, a 77 anni, muore dopo una lunga malattia Gilberto Benetton.

Novembre

Sepolti dal fango in una villa abusiva. Muoiono così a Casteldaccia, in provincia di Palermo, nove persone nella notte tra il 3 ed il 4 novembre.

L’8 nuova sparatoria in America. La strage in un pub della California pieno di studenti: tredici complessivamente i morti.

Il 21 novembre comincia a Roma l’abbattimento di otto villette abusive riconducibili ad alcuni esponenti dei Casamonica.

Dicembre

Dicembre si apre con giornate di violente manifestazioni in Francia: il mondo conosce il movimento di protesta dei gillet gialli.

Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, sei persone muoiono nella calca al concerto del rapper Sfera Ebbasta in una discoteca in provincia di Ancona, a Corinaldo.

L’Europa ripiomba nel terrore. A Strasburgo l’11 dicembre un uomo apre il fuoco ai mercatini di Natale uccidendo tre persone.

Il 14 arriva la notizia della morte di Antonio Megalizzi, giovane giornalista italiano colpito alla nuca da un proiettile nell’attentato di Strasburgo. Si tratta della quarta vittima. 

2018. Ecco le 25 famiglie più ricche al mondo (una è italiana), che hanno un patrimonio complessivo di 1.100 miliardi $, scriveHillary Hoffower, scrive il 27/12/2018 su it.businessinsider.com. Le famiglie più ricche del mondo posseggono miliardi di dollari, per un totale di 1.100 miliardi, secondo Bloomberg. Questa ricchezza deriva da svariati settori, tra cui vendita al dettaglio, media, settore agroalimentare, tecnologia e altri. Dalla ricchezza nata dalla Nutella della famiglia Ferrero a quella di Walmart della famiglia Walton, ecco le 25 famiglie più ricche al mondo. Dalle più ricche famiglie americane ai più ricchi regnanti europei, in giro per il mondo si può trovare una grande concentrazione di ricchezza. In effetti, ci sono 2.208 miliardari sparsi tra 72 nazioni per una ricchezza totale di 9.100 miliardi di dollari, secondo Forbes. Ma quali sono le famiglie miliardarie? Bloomberg ha stilato una classifica delle 25 con i maggiori patrimoni al mondo; insieme, detengono 1.100 miliardi di dollari in ricchezza derivata dalla distribuzione al dettaglio, dai conglomerati mediatici, dalle società agroalimentari, dai giganti della tecnologia e da altri settori. Bloomberg ha definito la propria classifica in base alle cifre del patrimonio netto al 15 giugno 2018. Non ha calcolato i patrimoni relativi alla prima generazione, quelli controllati da un singolo erede o quelli derivati fondamentalmente dallo stato. Per le finalità di questa classifica, le famiglie la cui ricchezza deriva da una società per azioni o da una società a capitale misto, sono considerate una voce singola. Dalla famiglia Ferrero, il cui patrimonio di 22,9 miliardi di dollari viene dalla Nutella, alla famiglia Walton, il cui patrimonio di 151,5 miliardi di dollari viene da Walmart, ecco di seguito le 25 famiglie più ricche al mondo.

La famiglia Ferrero.

Patrimonio netto: 22,9 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Gruppo Ferrero

La famiglia Ferrero ha costruito la propria ricchezza su un impero di dolciumi di cioccolato. Le radici del Gruppo risalgono all’Italia degli anni ’40, quando creò quella che adesso è conosciuta come Nutella. Nel 2018 ha acquisito il business dolciario USA di Nestlé.

La famiglia Lauder.

Patrimonio netto: 24,3 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Estée Lauder

Il marchio Estée Lauder è nato nel 1947. Oggi, la società, che include 30 marchi di cosmetici tra cui MAC e Clinique, genera 12 miliardi di dollari in ricavi derivanti dalla vendita di cosmetici e profumi. I Lauders sono attivi filantropi, e i figli Leonard e Ronald sono grandi collezionisti d’arte. Leonard ha donato al Met quadri e sculture per un miliardo di dollari. La famiglia possiede anche molte proprietà immobiliari.

La famiglia Hearst.

Patrimonio netto: 24,5 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Hearst Corporation

Circa 67 membri della famiglia si dividono il patrimonio creato da William Randolph Hearst quando ha rilevato il San Francisco Examiner verso la fine dell’800. Poco dopo, Hearst acquisì altri giornali e fondò radio e televisioni, creando l’attuale gigante dei media, Hearst Corporation, che possiede molti giornali, quasi 300 riviste, TV e stazioni radio, e ha partecipazioni in canali televisivi via cavo.

La famiglia Hoffman-Oeri.

Patrimonio netto: 25,1 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Roche

La farmaceutica Roche Holding, la fonte della ricchezza della famiglia Hoffman-Oeri, è stata fondata nel 1897. Nel 2017 generava 54,1 miliardi di dollari di ricavi. I discendenti del fondatore Fritz Hoffmann-La Roche detengono il 9% di azioni della società.

La famiglia Duncan.

Patrimonio netto: 26 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Enterprise Products Partners

Dan L. Duncan ha fondato la società del gas e petrolifera Enterprise Products Partners nel 1968 con soli 10.000 dollari. Dopo la sua morte, avvenuta nel in 2010, la società è rimasta sotto il controllo della famiglia e i suoi quattro figli hanno ereditato un 10 miliardi di dollari. Da allora, il patrimonio famigliare è più che raddoppiato.

La famiglia Dassault.

Patrimonio netto: 27,8 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Dassault Group

La famiglia Dassault ricava i propri soldi dal Gruppo Dassault, che comprende vari settori —costruttori di aeroplani militari, giornali, proprietà immobiliari e società di software.

La famiglia SC Johnson.

Patrimonio netto: 28,2 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: SC Johnson

La famiglia Johnson controlla la SC Johnson, che produce prodotti per la pulizia come Pronto, Glade e Stira e Ammira. La società è stata fondata dal suo omonimo nel 1882 ed è poi stata rilevata dal figlio Herbert Fisk Johnson. Attuale AD e presidente della società è Herbert Fisk Johnson III membro della quinta generazione.

La famiglia Thomson.

Patrimonio netto: 30,9 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Thomson Reuters

I Thomson sono la più ricca famiglia canadese. La loro ricchezza deriva dal fornitore di dati finanziari e di servizi Thomson Reuters, del quale detengono il 64% di azioni — per non parlare della loro quota in Bell Canada e nei giornali Globe e Mail di Toronto.

La famiglia Rausing 

Patrimonio netto: 30,9 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Tetra Pak

La ricchezza della famiglia Rausing deriva dal settore degli imballaggi. Ruben Rausing ha creato Tetra Paknegli anni ‘50. Oggi, i suoi discendenti controllano Tetra Laval, una delle maggiori società di imballaggio del mondo, composta da Tetra Pak, Sidel, e DeLaval

La famiglia Lee.

Patrimonio netto: 30,9 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Samsung

I Lee sono la famiglia che controlla Samsung, che è ora il maggiore produttore di smartphone al mondo ed è composto da 62 società. Il gigante dell’elettronica ha aiutato i Lee a diventare una delle più ricche famiglie asiatiche.

La famiglia Pritzker.

Patrimonio netto: 33,5 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Hyatt Hotels

A.N. Pritzker e i figli Jay, Donald e Robert hanno creato il patrimonio della famiglia fondando la catena Hyatt Hotel e investendo in holding quali Marmon Group. Oggi, il patrimonio è diviso tra 13 membri della famiglia, 11 dei quali sono miliardari. Pare che abbiano passato gli anni 2000 litigando sui fondi fiduciari, finendo col dividere la fortuna.

La famiglia Cox.

Patrimonio netto: 33,6 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Cox Enterprises

Le Cox Enterprises si interessano di molti settori, tra cui TV via cavo e banda larga (Cox Communications), giornali e stazioni radio (Cox Media Group) e automobili. Genera ricavi per circa 20 miliardi di dollari. I cinque nipoti del fondatore James Cox condividono il patrimonio della famiglia.

La famiglia Kwok.

Patrimonio netto: 34 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Sun Hung Kai Properties

Da quando è stata registrata da Kwok Tak-seng negli anni ’70, Sun Hung Kai Properties è diventata uno dei maggiori promotori immobiliari di Hong Kong. Thomas e Raymond Kwok controllano la società dopo aver estromesso il fratello, Walter Kwok, in seguito a una disputa.

La famiglia Mulliez.

Patrimonio netto: 37,5 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Auchan

La famiglia Mulliez controlla il “Walmart di Francia”, Auchan, una delle maggiori catene di supermercati in Europa. Association Familiale Mulliez, l’holding di famiglia, controlla anche Leroy Merlin e Decathlon.

La famiglia Albrecht.

Patrimonio netto: 38,8 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Aldi

Theo e Karl Albrecht sono i fratelli che hanno creato i supermercati discount Aldi. Oggi, ci sono più di 10.000 punti vendita divisi in due rami, Aldi Nord e Aldi Sud. Theo ha investito anche in Trader Joe’s, trasformandola in una catena con oltre 350 negozi. È ancora proprietà del family trust degli Albrecht.

La famiglia Boehringer e la famiglia Baumbach.

Patrimonio netto: 42,2 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Boehringer Ingelheim

Le famiglie Boehringer e von Baumbach controllano lasocietà farmaceutica tedesca Boehringer Ingelheim, attiva da oltre 130 anni.

La famiglia Cargill-Macmillan.

Patrimonio netto: 42,3 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Cargill Inc.

William W. Cargill ha fondato il gigante agroalimentare Cargill Inc. nel 1865. Oggi, i 23 membri della famiglia Cargill-MacMillan controllano l’88% della società, che genera 108 miliardi di dollari di ricavi annui. Di questo clan, 14 sono miliardari. Sembra che la famiglia mantenga l’80% degli utili netti di Cargill Inc. all’interno della società per reinvestirlo annualmente.

La famiglia Quandt. 

Patrimonio netto: 42,7 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: BMW

La famiglia Quandt è probabilmente la più ricca famiglia tedesca, grazie al quasi 50% di quote della BMW. Hanno azioni anche in Logwin, una società di logistica tedesca, e in Gemalto, una società di software di scurezza.

La famiglia Ambani.

Patrimonio netto: 43,3 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Reliance Industries

La fonte di ricchezza della famiglia Ambani proviene da Reliance Industries, una conglomerata indiana che detiene il maggiore complesso mondiale di raffinazione di petrolio. Possiede imprese in tutta l’India, vendita al dettaglio e telecomunicazioni comprese. Mukesh Ambani, l’AD, vive in una residenza di 27 piani di oltre 37.000 metri quadri a Mumbai.

La famiglia Wertheimer.

Patrimonio netto: 45,6 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Chanel

La ricchezza della famiglia Wertheimer risale agli anni ‘20 quando Pierre Wertheimer finanziò Coco Chanel. I suoi nipoti, i fratelli Alain e Gerard Wertheimer, oggi controllano Chanel, che l’anno scorso ha generato 9,6 miliardi di dollari di ricavi. Posseggono vigneti in Francia a nella Napa Valley, in California, e, secondo Forbes, allevano e fanno correre purosangue.

La famiglia Dumas.

Patrimonio netto: 49,2 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Hermès

La dinastia dei beni di lusso Hermès è il fondamento del patrimonio della famiglia Dumas. Le sue origini risalgono al 1800 quando Thierry Hermes iniziò a realizzare attrezzatura da equitazione per la nobiltà; più di 40 anni dopo, l’impresa mise radici a Parigi. Negli anni ’70 del 1900 il discendente Jean-Louis Dumas ha reso globale la società. Oggi, Pierre-Alexis Dumas è il direttore artistico e Axel Dumas il presidente.

Le famiglie Van Damme, de Spoelberch e de Mevius.

Patrimonio netto: 54,1 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Anheuser-Busch InBev

Le tre famiglie belghe Van Damme, de Spoelberch e de Mevius si dividono oltre 54 miliardi di dollari di patrimonio derivante dalla produttrice di birra Anheuser-Busch InBev. Il totale dei ricavi dei marchi a livello globale è cresciuto nel 2017 di circa il 17%.

La famiglia Mars.

Patrimonio netto: 89,7 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Mars Inc.

Jacqueline e John Mars hanno ereditato una partecipazione nell’impero dolciario Mars Inc., che ha inventato M&Ms, Milky Way e le barrette Mars, quando loro padre è scomparso nel 1999. Il figlio di Jacquelyn, Stephen Badger, è l’attuale presidente di Mars Inc., che ha ricavi annui di più di 35 miliardi di dollari.

La famiglia Koch.

Patrimonio netto: 98,7 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Koch Industries

I fratelli Charles e David Koch hanno ampliato l’impresa di raffinazione del petrolio del padre facendola diventare la conglomerata Koch Industries dopo che gli altri fratelli, Frederick e William hanno abbandonato l’impresa come conseguenza di un’acquisizione di controllo fallita. Oggi, Koch Industries genera approssimativamente 100 miliardi di dollari in ricavi annui.

La famiglia Walton.

Patrimonio netto: 151,5 miliardi di dollari

Fonte di ricchezza: Walmart

Sam e Bud Walton hanno fondato Walmart nel 1962. In seguito al suo successo, hanno fondato Sam’s Club nel 1983. Oggi, Walmart dichiara vendite per 500 miliardi di dollari, che ne fanno il maggiore rivenditore al dettaglio al mondo in quanto ai ricavi. La famiglia Walton si compone di sette membri, tra cui i tre figli del co-fondatore Sam Walton, Rob, Jim e Alice, che è la donna più ricca al mondo con un patrimonio di 43,7 miliardi di dollari.

Le 70 donne del 2018 secondo il Corriere. Pioniere, creative, influencer, rivoluzionarie, resilienti, anticonformiste. Ecco le nostre 70 donne del 2018. Un mosaico di vite straordinarie, raccontate per voi dai giornalisti e dalle giornaliste del Corriere. A cura di: Federica Seneghini.

Testi: Maria Luisa Agnese, Antonella Baccaro, Valentina Baldisserri, Raffaella Cagnazzo, Marco Castelnuovo, Stefania Chiale, Alessandra Dal Monte, Andrea De Cesco, Antonella De Gregorio, Isabella Fantigrossi, Davide Frattini, Annalisa Grandi, Iacopo Gori, Tommaso Labate, Stefano Landi, Chiara Maffioletti, Andrea Marinelli, Viviana Mazza, Gianluca Mercuri, Elisabetta Montanari, Beatrice Montini, Silvia Morosi, Candida Morvillo, Andrea Nicastro, Valeria Palumbo, Martina Pennisi, Gaia Piccardi, Michela Proietti, Alessandro Sala, Valentina Santarpia, Giuseppe Sarcina, Micol Sarfatti, Greta Sclaunich, Roberta Scorranese, Kibra Sebhat, Federica Seneghini, Marta Serafini, Elvira Serra, Chiara Severgnini, Irene Soave, Elisabetta Soglio, Barbara Stefanelli, Elena Tebano

Pamela Anderson. Carica: Attrice. Anni: 51. Paese: Stati Uniti/Russia. «L'Italia è un bellissimo Paese e io lo amo molto per il cibo, la moda, la storia e l'arte. Ma sono così preoccupata del trend attuale che mi ricorda molto gli anni Trenta» di Marta Serafini. Tutti la definiscono l'ex bagnina di Baywatch. Ma Pamela Anderson è molto di più. Da icona sexy degli anni '90 si è trasformata in influencer. Già, perché nel 2018 non solo è diventata ospite fissa dell'ambasciata ecuadoriana di Londra dove è rinchiuso il fondatore di WikiLeaks Julian Assange («Lo amo ma siamo solo amici», ha detto in proposito lasciando i giornali di gossip liberi di scatenarsi) ma Pam - oltre che per il suo impegno animalista - si è distinta in rete per una feroce opposizione al populismo. I suoi strali si sono diretti anche verso l'Italia per cui Anderson si è detta preoccupata a causa delle nostalgie fasciste. La provocazione non è piaciuta al vicepremier Matteo Salvini (e forse anche al suo spin doctor Luca Morisi) che su Twitter l'ha attaccata. Amica di Putin e di molti oligarchi russi, Pam è sicuramente donna intelligente in grado di influenzare l'opinione pubblica. Ma forse non tutti sulle sponde del Mediterraneo l'hanno capito.

Mayada Anjari. Carica: Rifugiata. Anni: 33. Paese: Stati Uniti. «Questo Paese ci ha dato una nuova vita e il cibo è stato il modo in cui mi sono espressa, riuscendo a trovare un lavoro e a creare una rete di solidarietà» di Alessandra Dal Monte. Mayada Anjari ha cucinato il suo primo tacchino del Ringraziamento nel novembre 2018. Vive negli Stati Uniti da tre anni, con il marito e i figli, come rifugiata di guerra scappata dalla Siria. Prima non avrebbe avuto i soldi per comprare quella carne, ma nemmeno la consapevolezza per capire quel rito. Ora i suoi bambini hanno studiato la storia dei Pellegrini sbarcati dall'Inghilterra e lei riesce a chiamare l'America casa. Il merito è, prevalentemente, del cibo: grazie ai piatti che preparava per la parrocchia di Jersey City in cui è stata ospitata le hanno proposto di scrivere un libro, Bread and butter bewteen us, con tutte le ricette del suo Paese. Parte dei proventi andranno alle associazioni locali che aiutano i rifugiati. Il resto a lei e alla sua famiglia, integrata al punto da festeggiare il Ringraziamento. Con un tacchino speziato e un contorno di riso.

Asia Argento. Carica: Attrice. Anni: 43. Paese: Italia. «Sapete chi siete. Ma soprattutto noi sappiamo chi siete voi. E non vi permetteremo più di farla franca» di Stefania Chiale. «Sapete chi siete. Ma soprattutto noi sappiamo chi siete voi. E non vi permetteremo più di farla franca». Durante la cerimonia di premiazione del Festival di Cannes 2018, Asia Argento ha pronunciato queste parole puntando il dito contro il produttore americano Harvey Weinstein, accusato di stupro e molestie, e contro l'intero sistema colpevole di aver chiuso gli occhi. Un discorso che ha confermato l'attrice italiana tra le esponenti principali del #MeToo. Argento è stata una delle prime donne dello spettacolo a raccontare la sua storia di violenza sessuale, denunciare e fare nomi. «Ha deciso di raccontare la sua esperienza in tutta la sua complessità», ha detto Ronan Farrow a 7 (l'inchiesta è stata pubblicata nell'ottobre 2017 sul New Yorker, ed è valsa al reporter americano il Premio Pulitzer). «Mi ha detto: “Questo mi danneggerà. Tu non capisci com’è in Italia: io sarò distrutta da questo”. Guardando la reazione dei media italiani ho capito cosa intendeva. Ho visto gli attacchi misogini che ha ricevuto: è stato scoraggiante». Era solo l'inizio: a giugno Asia deve affrontare la morte del compagno, lo chef Antony Bourdain, e ad agosto da vittima diventa carnefice, nelle parole di un giovane attore statunitense, Jimmy Bennet, che l'accusa a sua volta di averlo molestato (accuse smentite dall'attrice). Qualsiasi sia l'opinione che vi siete fatti del caso e da qualsiasi punto di vista si prenda il percorso di Argento di questi ultimi mesi, una cosa è certa: ha lasciato il segno in questo 2018.

Netta Barzilai. Carica: Popstar. Anni: 25. Paese: Israele. «Siamo al mondo per un minuto, meglio godersi la corsa. Non devi cercare di adeguarti al modello di normalità imposto dagli altri. Sii te stesso, non perdere tempo a presentarti per quello che non sei, è troppo stancante» di Davide Frattini. Ha preso una canzone composta per seguire il ritmo #metoo e l’ha trasformata in un inno a sfidare gli stereotipi. Per tutti: donne e uomini. Con Toy ha vinto l’Eurovision e ha riportato il Microfono di cristallo in Israele vent’anni dopo il trionfo transex di Dana International. Da allora continua la sua danza dei polli per trasmettere a chi la guarda il coraggio di reagire ai bulli: il po-po-po che imita sul palco è – dice – «il verso emesso dalle persone tracotanti, sono loro ad aver paura». Lei ha smesso di preoccuparsi – della sua taglia extralarge, di essere simpatica e divertente a tutti i costi – dopo un periodo di volontariato. Dove ha imparato a stare con gli altri senza doverli intrattenere con il beatboxing o i rap improvvisati. Le ragazzine israeliane le scrivono lettere per chiederle aiuto, i consigli per superare le insicurezze. Netta le invita a una giornata di prove costume prima dei concerti: «Le hanno riempite di fobie e complessi, si vergognano a entrare nei negozi. Fino ai 18 anni anch’io indossavo solo nero, è quello che ci si aspetta da noi donne corpulente. Le incoraggio a scegliere i colori, ad accorciare le gonne, a mostrare le gambe».

Karissa Becerra. Carica: Attivista. Anni: 50. Paese: Perù. «I bambini dipendono da noi e dalle nostre decisioni: ce ne sono alcuni che non possono sfruttare tutte le loro capacità perché non sono ben alimentati» di Alessandra Dal Monte. Ha visto suo padre morire di tumore alla lingua, così da laureata in filosofia ha virato sulla nutrizione. Da anni studia il rapporto tra cibo e salute e nel 2012 ha fondato, nel suo Perù, La Revolucion, una ong che insegna ai bambini e ai loro genitori a mangiare bene. «In questo Paese in cui la scena gastronomica attira turisti da tutto il modo le persone non sanno nutrirsi: i bambini sono sempre più obesi, oppure anemici», dice Karissa Becerra, cuoca, attivista e scrittrice. Con i proventi dei suoi laboratori sta preparando corsi di educazione alimentare da portare come materia obbligatoria nelle scuole pubbliche peruviane.

Victoria Beckham. Carica: Imprenditrice. Anni: 44. Paese: Regno Unito. «Tutte le volte che qualcuno ha detto o scritto qualcosa di brutto sul mio conto di solito era una donna. È importante che le donne si diano supporto e facciano gruppo» di Chiara Maffioletti. Nell’anno in cui le sue ex compagne d’avventura hanno annunciato il ritorno sulle scene, Victoria Beckham è riuscita a trovare il modo più aggraziato per dire: «No, grazie». Pur ribadendo la gratitudine per essere stata una delle Spice Girls, pur mandando tutto il suo amore alle altre del gruppo, lei ha scelto di non tornare negli anni Novanta ma di guardare al futuro. Rispetto alle altre ex ragazze inglesi diventate un fenomeno pop e poi più o meno sparite, lei è riuscita a inventarsi una strada ancora più luminosa, affermandosi come stilista. Oggi non è solo il ricordo di chi era stata, ma una talentuosa 44enne di successo, un’imprenditrice che ha scommesso su se stessa e sulle sue capacità, credendo sia nella sua bravura che nella sua determinazione nel non voler restare intrappolata dentro a un personaggio che non le corrispondeva così tanto. Perché il suo curioso destino vuole che proprio delle Spices fosse la meno forte: la meno brava a cantare, la meno brava a ballare. Era la più sofisticata, in quel gioco per cui le componenti di questo gruppo al femminile erano delle efficaci figurine bidimensionali che esaurivano la propria persona dentro una sola, specifica caratteristica: c’era la sportiva, quella dolce, la sexy, la grintosa. E poi, appunto, quella sofisticata, Victoria. Che però, passati vent’anni, ha preferito continuare a mostrare anche tutto il resto.

Valentina Belvisi. Anni: 25. Paese: Italia. «La battaglia di una piccola grande donna per tutte le donne vittime di soprusi e violenze» di Valentina Baldisserri. A 25 anni Valentina Belvisi è una roccia: forte e tenace, orgogliosa e ottimista. Nonostante la vita l'abbia messa duramente alla prova, nonostante sia rimasta completamente sola un giorno d'inverno (gennaio 2017) quando suo padre Luigi Messina uccise con 29 coltellate sua madre Rosanna. Ventinove coltellate, ventinove: femminicidio, a Milano, nella casa dove i suoi genitori abitavano. Valentina lo seppe dalla tv, fu uno choc brutale. I suoi litigavano spesso, suo padre era violento, c'erano state denunce in passato e lei aveva messo in guardia sua madre: «Lascialo, non cambierà mai». Un classico dei femminicidi. Poi è andata come è andata e Valentina di colpo s'è ritrovata sola, senza una madre e col padre in carcere. Da quel giorno è iniziata la sua battaglia feroce contro quell'uomo definitivamente rinnegato, anche nel cognome. Ha lottato Valentina, perché in secondo grado a suo padre non gli fosse ridotta la pena. Ha fatto appelli sui giornali e in tv, è scesa in piazza con le associazione per le donne per chiedere giustizia. E il giorno della sentenza (con la conferma dei 18 anni di carcere) ha festeggiato fuori dal tribunale. In nome di sua madre.

Christine Blasey Ford. Carica: Insegnante. Anni: 52. Paese: Stati Uniti. «Sono terrorizzata, non vorrei essere qui, ma penso sia mio dovere civico testimoniare» di Giuseppe Sarcina. «Sono terrorizzata, non vorrei essere qui, ma penso sia mio dovere civico testimoniare». Il massimo del coraggio e il massimo dell'emotività. La testimonianza di Christine Blasey Ford davanti alla Commissione Affari giudiziari del Senato ha diviso l'America. Il 27 settembre 2018, la docente di psicologia all'Università di Palo Alto, California, 51 anni, ha ripercorso, in diretta televisiva, il trauma della sua adolescenza, tornando con la memoria e, soprattutto, con le emozioni, all'estate del 1982. All'epoca aveva 15 anni; Brett Kavanaugh, l'uomo che in quei giorni di settembre stava per diventare un giudice della Corte Suprema, ne aveva 17. I due si incontrarono a una festa tra studenti, in una casa vicino a Washington. Christine racconta: «Ricordo che qualcuno mi spinse nella camera da letto; Kavanaugh mi saltò addosso e cercò di togliermi i vestiti. Provai a gridare, ma mi tappò la bocca con la mano. Pensavo che avrebbe potuto uccidermi inavvertitamente». La scelta di Christine è stata sostenuta da diverse manifestazioni davanti a Capitol Hill: un passaggio chiave, più politico, anche per il movimento «MeToo». Alla fine il Senato, controllato dai repubblicani, ha ratificato la nomina di Kavanaugh. Christine ha dovuto cambiare casa e abitudini per sfuggire alle minacce.

Emma Bonino. Carica: Senatrice e leader di +Europa. Anni: 70. Paese: Italia. «Mi difendo da sola» di Maria Serena Natale. «È il monello di Montecitorio» disse di lei Sandro Pertini. Oggi Emma Bonino è la voce instancabile a difesa delle istituzioni e dei principi fondamentali della democrazia. Deputata e senatrice della Repubblica, europarlamentare, ministra... Radicale, ancor prima che per l’etichetta politica delle origini, per il senso profondo di un impegno senza cedimenti. Donna dell’anno perché, dopo una vita di lotta, in questo 2018 di attacchi feroci si è battuta per restituire senso a parole e idee improvvisamente invecchiate: dialogo, diritti, rispetto, ideali, separazione dei poteri. Sfidando il cinismo e i dogmatismi di un discorso pubblico sull’immigrazione che ormai corre dal Nord al Sud del mondo, ha richiamato i colleghi di un’Aula dove «tutto mi è ostile» alla «personale cortesia democratica» come Alcide De Gasperi alla conferenza di pace di Parigi del 1946 («Prendendo la parola in questo consesso sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me...»). L’hanno più volte interrotta e brutalmente contestata. Non si è lasciata intimidire. Mi difendo da sola, ha detto.

Bonino: "Pianto in Aula? E' una fake news", scrive il 21/12/2018 Adnkronos. Ma quali lacrime? Emma Bonino smentisce all'Adnkronos di essersi lasciata andare al pianto, al termine del monito lanciato ieri in aula al Senato sulla totale violazione delle regole parlamentari da parte di M5S e Lega sulla manovra economica. "Questa cosa che mi sarei messa a piangere è una vera e propria fake news. Non ho pianto proprio per niente - precisa -. Mi sono semplicemente un po' emozionata e mi sono seduta al mio posto, esausta, al termine di un intervento che è stato così difficile per le continue interruzioni che ho dovuto subire e per le contestazioni irrispettose che ho dovuto sopportare". Anche adesso la leader di +Europa è al suo posto a Palazzo Madama, ancora un po' provata per la giornata di ieri e per l'incertezza che grava su quella di oggi. "Quello che sta succedendo in queste ore è pure peggio delle cose che sono successe ieri. Il maxi emendamento non si vede, non si sa se ci sarà o non ci sarà e a che ora. Lo spettacolo di un parlamento totalmente esautorato si ripete anche oggi". "Ci dicono che ci sono problemi al Mef. Le voci che abbiamo raccolto al Senato ci dicono che forse arriva alle 7 o forse no, alle 9. Ieri sono stata una facile profeta e fin troppo moderata, quando ho detto che questa maggioranza tiene in scacco le istituzioni a proprio uso e consumo". "Non solo noi dell'opposizione ma anche i senatori della maggioranza - continua Bonino - sono in cerca di certezze e sono in balia di questa confusione. Comunque io non mi sono ritirata sull'Aventino. Seguo tutto quello che succede ma ho anche aggiunto che a questo scempio non voglio partecipare. Ieri nel corso del mio intervento in aula ho cercato di rendere più evidente la gravità di quello che sta succedendo".

"Sono qui al Senato e guardo con sgomento, seguo con tristezza quello che ci sta scorrendo davanti agli occhi ma allo stesso tempo dico e ribadisco che io a questa farsa non voglio partecipare, non voglio essere ritenuta complice di una sceneggiata".

Emma, che scoprì la politica per l’errore di un ginecologo…Le lacrime della leader radicale sono il frutto di una vita passata a dare battaglia sui diritti dentro e fuori le istituzioni, la prima fu per la legalizzazione dell’aborto, scrive Paolo Delgado il 22 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". Se le chiedono cosa facesse nella primavera del 1974, quando i radicali di Marco Pannella erano impegnati a tempo pieno per la elezioni che avrebbero siglato la loro più importante e incisiva vittoria, il referendum sull’aborto, Emma Bonino, la radicalissima, non saprebbe cosa rispondere. Di politica s’impicciava poco, pur essendosi da poco laureata con una tesi su Malcolm X. I cortei del ’68 li aveva visti dalla finestra. Lei stessa, ragazza borghese e per sua stessa definizione “perfettina”, nata a Bra, provincia di Cuneo, da una famiglia cattolica proprietaria di un’azienda agricola passata poi a un più redditizio commercio di legname, ammette che neppure ricorda bene come votò in quel referendum. La missione politica della sua vita la scoprì per caso. Più precisamente per l’errore di un ginecologo che la aveva diagnosticata sterile. Nessun bisogno di precauzioni, quindi, però il medico sbagliava e nel 1974, a 26 anni, Emma si ritrovò incinta. Lo stesso medico, pur sconsigliando la grave scelta, si offrì di assisterla nell’aborto: «Fa un milioncino tondo». Emma preferì ripiegare sull’Aied, a Firenze, e affidarsi alla rete composta in buona parte da militanti del Partito radicale, che praticavano la disobbedienza civile aiutando le donne che volevano abortire senza battere a cassa. Segnata dall’esperienza personale, iniziò a dare anche lei una mano all’Aied e quando lesse che Adele Faccio, dirigente radicale di prima grandezza, aveva aperto un centro per la sterilizzazione e l’aborto a Roma prese il treno per Roma decisa a conoscerla. Il centro era allocato in via di Torre Argentina, in quella che era allora ed è tuttora la sede del Partito radicale. Per Emma Bonino sarebbe diventata casa. Si lanciò nell’avventura come chi scopre una vocazione. Assunse con la Faccio la gestione del centro nel 1975, nello stesso anno si autodenunciò per l’aborto, l’anno seguente, ventiseienne, fu eletta per la prima volta in Parlamento. In via di Torre Argentina la ragazza di Cuneo aveva conosciuto Giacinto Pannella, detto Marco: l’incontro della vita. Difficile immaginare caratteri più diversi: Emma era schiva, Marco istrionico, Emma era inesperta, Marco navigato già negli anni giovanili della politica universitaria, Emma ordinata e metodica, Marco caotico, torrentizio, irrefrenabile. Eppure, e forse proprio per questo, la coppia funzionò alla perfezione per decenni. Col tempo, Marco continuò a incarnare l’anima movimentista, fragorosa dei radicali, insieme guitto e geniale, primadonna come nessun altro. Emma invece è entrata sempre più nelle parti della “donna delle istituzioni”. La differenza tra i due, negli ultimi anni si riassume in fondo in una formula semplice: Marco Pannella, padre padrone del Partito radicale, non è mai stato e non è mai voluto diventare un uomo di potere. Emma Bonino si è ritrovata, forse suo malgrado, a esserlo. Nel 1994 viene eletta deputata nelle liste del centrodestra, aderisce al gruppo parlamentare di Forza Italia, meno di un anno dopo Berlusconi la indica come commissaria europea per le politiche umanitarie e quelle dei consumatori. Instancabile gira per il mondo. E’ la prima commissaria a mettere piede nella Bosnia dilaniata dalla guerra e al ritorno assume una posizione deflagrante. I radicali sono sempre stati non-violenti. Sia lei che Pannella hanno fatto del Satyagraha del mahatma Gandhi la loro bandiera. Ma di ritorno da Sarajevo assediata Emma la commissaria invoca l’intervento militare contro la Serbia e resterà sulle stesse posizioni quando, quattro anni dopo, l’intervento ci sarà davvero, nella guerra del Kosovo. Dopo le dimissioni della commissione nel 1999, provocate dal rifiuto di dimettersi di una commissaria accusata di frode, Emma torna a ricoprire cariche istituzionali, stavolta in Italia, nel 2006. In mezzo c’era stato un clamoroso successo elettorale con la Lista Bonino nel 1999, quando raggiunse addirittura l’8,5%, dimostratosi però presto effimero ed evanescente. Alle elezioni del 2006 i radicali si trovano sul fronte opposto della barricata rispetto al decennio precedente “berlusconiano: con l’Unione di centrosinistra guidata da Romano Prodi. La Bonino diventa ministro per le Politiche comunitarie ma il governo dura poco, appena 20 mesi. Nella legislatura successiva, eletta con il partito democratico, è vicepresidente del Senato e con Letta è ministro degli Esteri. Il ruolo modella almeno in parte le priorità politiche. Nei radicali hanno sempre convissuto due anime, che per Marco Pannella erano in realtà facce della stessa medaglia: quella libertaria e quella liberista. Don Giacinto detto Marco anche negli ultimi anni della sua vita ha sempre incarnato soprattutto la prima, senza peraltro mai sdegnare la seconda, quella liberale e sempre più marcatamente neoliberista. Emma l’Europea, di casa a Bruxelles, si è imposta sempre più come campionessa di un europeismo centrato sulla piena condivisione delle politiche di bilancio europeo, sino a essere eletta nelle ultime elezioni con il gruppo più omogeneo alle politiche monetarie europee che fosse in campo: Più Europa. Forse anche per questo, oltre che per motivi di protagonismo personale e probabilmente anche per il peso della malattia, entrambi in lotta con il cancro, negli ultimi anni le posizioni di Marco Pannella e di Emma Bonino si erano allontanate molto più di quanto le cronache abbiano voluto registrare. L’assenza di Emma Bonino dalla affollatissima veglia funebre per il gigante del Partito radicale, la notte del 19 maggio 2016 a Roma è stata una delle pagine più tristi nella storia non solo del Partito con la Rosa nel Pugno ma anche della politica italiana in generale. Qualunque cosa si pensi di donna Emma, ognuno, anche i più agguerriti, dovrebbero riconoscerle la capacità di ammettere gli errori. Subito dopo l’elezione alla Camera del 1976 si lanciò, come d’uso tra i radicali, in una raffica di campagne, trasformate quasi tutte in referendum tra i quali quello, vinto e disatteso come nessun altro prima o dopo, sulla responsabilità civile dei giudici oltre che quello sull’aborto. Ma Emma si scagliò a spada sguainata anche contro l’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone, vittima di una campagna mediatica e politica di linciaggio, perché sospetto di corruzione, tanto violenta quanto infondata. La Bonino fu tra le più battagliere ma si tirò indietro quando capì che la campagna era infondata e segnata dal peggior giustizialismo. Vent’anni più tardi scrisse e consegnò di persona all’ex presidente una lettera di scuse. Per carattere, personalità, convinzione e biografia politica, Emma Bonino vanta un senso delle istituzioni che non ha nulla della vuota retorica che di solito le esaltazioni delle istituzioni democratiche camuffano e neppure la si potrebbe mai accusare di adoperare l’allarmismo a scopo di propaganda spiccia. Le sue lacrime nell’aula del Senato, giovedì sera, a fronte dell’enormità di una legge di bilancio destinata per la prima volta nella storia repubblicana a essere approvata senza che il Parlamento possa neppure leggerla, figurarsi poi modificarla, erano del tutto sincere.

Lascia ch’io pianga: quando Emma Bonino abbandonò le figlie adottive, scrive Eugenio Palazzini il 23 dicembre 2018 su Primato Nazionale. “Voi non avete rispetto delle istituzioni, ci passate sopra come dei rulli compressori, ma un giorno di queste istituzioni avrete bisogno anche voi”. Con queste parole la senatrice Emma Bonino, eletta nelle liste di +Europa, è intervenuta due giorni fa in aula per commentare la manovra economica del governo. Secondo il leader radicale che “il Parlamento sia umiliato, esautorato, ridotto alla farsa non è un trofeo di cui andare orgogliosi”. Si tratta anzi di “una ferita grave a tutti, al paese e alla democrazia, un ulteriore grave attacco alla democrazia rappresentativa”. Un duro attacco culminato con un pianto, poi più o meno smentito dalla Bonino, che ha commosso i guardaspalle liberal del libero pensiero in libero stato di tutto il libero web. Uno sfogo libertario in libertà pur di rimarcare che la libertà finisce là dove governa chi non piace ai liberi pensatori illuminati. Lascia ch’io pianga mia cruda sorte, che sospiri la libertà e che l’istituzione della laica Repubblica possa evangelicamente liberarci dal male, rappresentato da chi è stato democraticamente eletto per rappresentarci. Ma fuor dai giochi di parole e da qualche lacrima sul viso, ci resta latente una sensazione di sfogo ipocrita. Ci scusi dunque la senatrice se noi commentatori distratti non abbiamo saputo cogliere il suo afflato istituzionale. Persi come siamo nelle maglie delle notizie circolanti nel libero web, ci è sfuggito il bandolo della matassa. Perché non sfugga anche alla senatrice, ci siamo allora presi la briga di riannodarlo. Emma Bonino, per sua stessa ammissione, non ha mai voluto diventare madre. Lei, che ha “aiutato” altre donne a non esserlo, non ha avuto figli “perché ci vuole coraggio: e io non l’ho avuto”, confessò a Io Donna l’ex ministro degli affari esteri. Eppure, un giorno all’improvviso, “a un certo punto non ha resistito e ha preso con sé due figlie non sue, due bambine abbandonate che ha cresciuto per qualche anno, riempiendole di affetto e attenzioni e scontando tutto ciò a cui le madri lavoratrici devono far fronte ogni giorno: il doppio lavoro, il tempo che non basta mai, la stanchezza da cancellare, le fiabe da raccontare. Emma che a un certo punto ha detto basta e s’ è separata dalle bambine che amava, perché s’ è ricordata di non aver mai voluto essere madre: le ha allontanate da sé sopportando uno strazio infinito, ha trovato per loro una nuova dimensione, un presente e un futuro, e ancora adesso, quando le sente, quando le vede, ogni tanto, non è mai sicura fino in fondo di aver fatto la cosa giusta”. A raccontarlo è la giornalista di La7 Myrta Merlino, nel suo libro “Madri” edito da Rizzoli, dedicato alle mamme italiane che si sono distinte per coraggio. Ecco, riannodando quel bandolo, capita di imbattersi in cose per cui la senatrice ha dato prova di profonda sensibilità. Ma come direbbe lei, “non sono trofei di cui andare orgogliosi”. 

Marica Branchesi. Carica: Scienziata. Anni: 41. Paese: Italia. «La mia idea di futuro: scelgo un oggetto semplice, un sasso, che gettato in uno stagno è capace di smuovere le acque, un po’ come succede con le onde gravitazionali. Solo smuovendo le acque andremo incontro al cambiamento» di Maria Luisa Agnese. Marica Branchesi, 41 anni e due figli, scienziata che il mondo ci invidia, è esploratrice di un’astronomia di frontiera. È lei che, interagendo con un gruppo di menti brillanti, 3500 astronomi e fisici in tutto il mondo, ha dimostrato quello che dai tempi dell’intuizione di Albert Einstein si andava inseguendo: la rivelazione delle Onde Gravitazionali, che insieme alle osservazioni dei telescopi ci racconterà un universo finora inesplorato. Da allora la vita di Marica è cambiata, Nature l’ha citata tra le 10 personalità scientifiche più importanti del 2017 e Time tra le 100 persone più influenti al mondo. L’hanno incoronata «Merger maker», creatrice di fusioni, fusioni di uomini e donne, di ambizioni e di caratteri, prima ancora che scientifiche. Marica lavora al Gssi all’Aquila dove sceglie e alleva talenti da tutto il mondo, valutandone i curricula oltre che per il merito e il cursus honorum, per la varietà culturale. «La diversità è una risorsa, una vera opportunità. La scoperta, il nuovo, viene da lì, anche se oggi molti ne hanno paura. Mettere insieme menti, culture, sessi ed etnie diverse permette di costruire, e immaginare, come voleva Einstein, nuovi mondi».

Cristina Cattafesta. Carica: Presidente. Anni: 62. Paese: Italia-Afghanistan-Iraq-Siria. «Le donne afghane ci hanno insegnato cosa vuol dire resistere. Impossibile perdere la speranza vedendo loro lottare tutti i giorni per migliorare il mondo un millimetro alla volta» di Andrea Nicastro. Pacifista, femminista, attivista. Raccontata così, Cristina Cattafesta, pare il personaggio di un rap dove “centro sociale” fa rima con “Bosco verticale”. Cattafesta però non ha nulla della radical chic. È una rivoluzionaria paziente, colta e rispettosa, che vuole migliorare la vita di tutti. In un’era di riflussi identitari è un raro esempio di impegno transnazionale e altruismo. È stata tra le fondatrici della Casa delle Donne Maltrattate di Milano e, nel 2004, del Cisda (Coordinamento Italiano a sostegno delle donne afghane). Da presidente, quando anche la sbornia mediatica sull’Afghanistan è evaporata, non ha abbandonato quelle donne che, velo o non velo, provano ad alzare la testa. Negli anni il Cisda è diventato un catalizzatore di progetti. Chi vuole promuovere la “società civile” che fermenta sotto i burqa, sa di poterlo fare attraverso i suoi contatti. Ma non c’è solo Afghanistan, per anni Cattafesta ha portato aiuti anche nel Kurdistan assediato dall’Isis fino a che è stata arrestata dalla polizia turca. In carcere 15 giorni, è stata salvata dalla Farnesina. Al rilascio, zero minuti warholiani di fama, Cattafesta torna al suo credo rivoluzionario: donne di tutto il mondo studiate, lavorate, emancipatevi.

Ilaria Cucchi. Carica: Sorella. Anni: 38. Paese: Italia. «Il muro è stato abbattuto, in tanti dovranno chiedere scusa a Stefano» di Iacopo Gori. «Il muro è stato abbattuto, in tanti dovranno chiedere scusa a Stefano»: poche parole ma pesanti come macigni quelle di Ilaria Cucchi dopo la confessione due mesi fa di uno dei carabinieri a processo per la morte di suo fratello. Stefano Cucchi morì in ospedale una settimana dopo l'arresto per spaccio a Roma il 15 ottobre del 2009 e il pestaggio subìto in caserma. Ma nessuno per troppo tempo ha mai voluto raccontato la storia vera di quella notte. E lei, Ilaria, per tutto questo tempo non ha mai mollato la battaglia per far venire a galla la verità. Mai. Per dieci anni ha continuato a mostrare il volto tumefatto di Stefano. Con dignità e forza. Si è anche seduta in silenzio al cinema per vedere il film che racconta la vicenda di Stefano. Senza urlare ma senza cedere mai. E ha avuto ragione lei: al processo bis l'11 ottobre 2018 uno dei carabinieri imputati per omicidio preterintenzionale ha alla fine ammesso il pestaggio di quella notte nera.

Rita Cucchiara. Carica: Scienziata. Anni: 53. Paese: Italia. «Informatica e ingegneria informatica sono materie assolutamente femminili e non solo per nerd» di Valentina Santarpia. L’intelligenza artificiale può essere un potente strumento per aumentare le capacità umane o per creare robot o sistemi autonomi e collaborativi: è quindi fondamentale capirne le potenzialità ma anche studiare l’interazione e le possibili conseguenze tra uomo e macchine intelligenti. Da questa riflessione è nata nel 2018 l’idea di creare un Laboratorio Nazionale di Intelligenza Artificiale e Sistemi Intelligenti coordinato dal Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (Cini): Rita Cucchiara, professoressa di Ingegneria informatica di Unimore a Modena, è stata chiamata a dirigerlo. Già direttore del Centro di ricerca in ICT Softech-ICT del Tecnopolo di Modena e presidente dell’Associazione Italiana di Computer Vision, Pattern Recognition and Machine Learning (CVPL), è riuscita nella missione impossibile di mettere insieme 43 università e tre centri di ricerca. Le applicazioni sono dappertutto e si pensa già a sviluppi nell’ambito dei beni culturali. Diploma classico, laurea in ingegneria elettronica e un percorso accademico lanciato sull’informatica, Cucchiara ad agosto ha ricevuto il Maria Petrou Prize, prestigioso premio internazionale assegnato alle donne scienziate, per i suoi «contributi pionieristici al tracking (inseguimento spazio/temporale di oggetti nei video) e alla reidentificazione», ed è stata indicata «come modello di riferimento per i ricercatori all’inizio della carriera».

Ritu Dalmia. Carica: Imprenditrice. Anni: 45. Paese: India. «Sono una persona positiva, sono sempre ottimista. Penso che la vittoria in India per i diritti LGBT sia un grande inizio. Ma che il meglio debba ancora arrivare» di Micol Sarfatti. Ci sono persone che pensano solo alla propria realizzazione e persone che non dimenticano le grandi battaglie civili e sociali anche quando sono riuscite a realizzarsi. Ritu Dalmia fa parte di questa seconda categoria. Quarantacinque anni, chef e imprenditrice indiana conosciuta in tutto il mondo per i suoi piatti - rivisitazioni contemporanee della cucina tradizionale-, libri e i programmi tv, è diventata pure attivista Lgbt. Dalmia ha combattuto in prima persona per l’abolizione di una norma che rendeva illegale l’omosessualità. Anche grazie a lei, dallo scorso settembre in India non esiste più la sezione 377 del Codice Penale, che considerava “reati contro natura” i rapporti tra persone dello stesso sesso, punendo i trasgressori con la reclusione fino a 10 anni di carcere. «Sono omosessuale e ho sempre vissuto liberamente la mia sessualità in famiglia e con gli amici più cari» ha raccontato Ritu. In un’intervista a Io Donna ha aggiunto: «Sono sempre stata una cittadina modello, ho reso onore al mio Paese con il mio lavoro, pago le tasse come chiunque altro: come osate darmi della criminale? Le persone che più amo nella mia vita mi hanno detto: “Tutto ciò che fai è lamentarti, se ti senti così colpita, fai qualcosa”. Questo mi ha spinta a presentare l’istanza». Energica e ironica, nonostante le minacce ricevute, Ritu Dalmia sa di aver aiutato il suo Paese a fare un grande passo in avanti. E sa che è l’inizio di una rivoluzione.

Stormy Daniels. Carica: pornostar. Anni: 39. Paese: Stati Uniti. «Trump mi diceva: sei molto bella, somigli a mia figlia Ivanka» di Giuseppe Sarcina. L'intervista televisiva di Stormy Daniels a «60 minutes», trasmessa il 25 marzo 2018 dalla «Cbs», è stata vista da 22 milioni di americani. Share del 27%: la puntata più seguita negli ultimi dieci anni. Stephanie Clifford, 39 anni, porno star conosciuta sul set con il nome di «Stormy Daniels», ha raccontato nei dettagli l'intrallazzo sessuale con Donald Trump. Era il 2005. All'epoca il costruttore newyorkese conduceva lo show «The Apprentice» ed era sposato da un anno con Melania. «Trump mi disse: sei molto bella, somigli a mia figlia Ivanka. Si tirò giù i pantaloni, io gli dissi di voltarsi e gli diedi un paio di schiaffetti per gioco». È una storia che sta facendo vacillare il presidente degli Stati Uniti. La donna ha taciuto per anni, fino al 2016, quando, sostiene, «mi cercarono in molti perché raccontassi la relazione con Donald». Il più svelto fu Michael Cohen, avvocato di fiducia di Trump. Le offrì 130 mila dollari in cambio del suo silenzio. Proposta accettata. Senonché il «Wall Street Journal» ha scoperto tutto all'inizio del 2018. Cohen ha preso tre anni di galera anche per colpa di quell'assegno: il pagamento violava le norme sulle spese in campagna elettorale. Stormy, invece, è una celebrità assoluta e una delle più pericolose insidie per la Casa Bianca.

Cristina de Middel. Carica: Fotografa. Anni: 43. Paese: Spagna. «La fotografia, per me, è solo la scusa perfetta» di Raffaella Cagnazzo. La fotografia e la verità: le due parole chiave del lavoro di Cristina de Middel e la prova che l’impegno, la creatività e la passione contano. Una donna che ha dimostrato che il suo lavoro vale, tanto da ricevere una menzione dall’agenzia Magnum (che l’ha voluta) e da arrivare a esporre con una mostra al Nobel Peace Center di Oslo. E vale perché nel caleidoscopio di immagini che ogni giorno ci bombardano, lei pone l’accento su quelle che catturano l’attenzione. De Middel non fotografa, racconta con lo sguardo dei suoi protagonisti. Dalle ambizioni dello Zambia nel 2012 al disagio e il dolore degli stupri di guerra del Congo con The Body as a Battlefield, seguendo il lavoro dei Nobel per la pace 2018 Nadia Murad e Denis Mukwege.

Paola Egonu. Carica: pallavolista. Anni: 20. Paese: Italia. «Dopo la finale sono tornata in albergo e ho chiamato la mia fidanzata» di Candida Morvillo. A 19 anni, Paola Egonu, genitori nigeriani, natali veneti, pelle nera e volto delle Azzurre del Volley argento ai Mondiali del Giappone, è il simbolo di un Paese che, tifando, di colpo, si è ricordato cosa significa sognare. Col dibattito pubblico fermo ai migranti e a porti e aeroporti da chiudere, vedere Paola schiacciare da tre metri e 44, conquistare i titoli di miglior opposto e miglior marcatrice, trascinare la Nazionale in finale, è stato come fare zapping e scoprire su un altro canale che la multietnicità è un valore e che insieme si va lontano. Matteo Salvini si è sentito di «dedicare la vittoria a tutti, bianchi o neri che siano». Lei si è limitata a dire che si stupisce dello stupore e si sente un’italiana come gli altri. Paola non vuole farsi bandiera di niente. Tornata a casa, ha raccontato al Corriere di avere una fidanzata. È stato il coming out meno enfatico di sempre. Domanda: che ha fatto dopo la finale? Risposta: «Sono tornata in albergo e ho chiamato la mia fidanzata». Fine della storia. Paola appartiene a una generazione per la quale colore della pelle e orientamento sessuale non costituiscono una variabile. Una generazione dalla quale quest’Italia, dove sono più gli over 60 che gli under 30, ha qualcosa da imparare.

Inge Feltrinelli. Carica: Manager editoriale. Anni: 87. Paese: Italia. «Fidel Castro era carismatico, voce stridula, ideologicamente un po’ confuso. Sulla terrazza teneva le galline e un canestro per giocare a basket, con Giangiacomo fecero qualche tiro» di Roberta Scorranese. Il 2018 ha visto la scomparsa di Inge Feltrinelli, una delle donne più importanti nell'editoria del secolo scorso. Ma anche una donna che ha lasciato un suo personalissimo segno: questione di carattere, temperamento, forse capacità di trasformare le difficoltà in occasioni irripetibili. Nata nel 1930 a Essen, era una bravissima fotoreporter quando incontrò Giangiacomo Feltrinelli, che sposò insieme ai suoi visionari progetti editoriali. E quando nel 1972 l'ex marito - nel frattempo giunto al suo quarto matrimonio celebrato in Carinzia - morì preparando un attentato, Inge prese in mano la casa editrice, rilanciandola, valorizzandola, coltivando (con entusiasmo e pazienza) collaboratori importantissimi. E inaugurando quel sistema Feltrinelli di librerie capillarizzate che oggi continua a essere un modello.

Chiara Ferragni. Carica: Ceo di Tbs Crew. Anni: 31. Paese: Italia. Quando ho iniziato con il blog, persino i miei coetanei dicevano “fra sei mesi nessuno saprà chi sei” di Martina Pennisi. E quello, in quel momento, era solo un hobby. Ora che è una professione, e che c’è un’azienda, continuo a essere vista come la talent di turno. Non è un problema, per me. I vecchi snobismi non funzionano più, i social hanno abbattuto le barriere.  Non c’è bisogno di citare i presunti 36 milioni di euro di valore generati dal matrimonio dei Ferragnez, secondo le stime di Launchmetrics, per ribadire il successo (commerciale) della sposa, Chiara Ferragni. La cifra snocciolata dalla società di monitoraggio è abbastanza spannometrica (anzi, decisamente spannometrica), ma una volta di più rende maggiormente calzante il termine “imprenditrice” rispetto all’abusato e vuoto di significato “influencer”. Un anno fa, Ferragni raccontava a L’Economia del Corriere di aspettarsi un 2018 in crescita dell’80 per cento rispetto ai 6 milioni dell’anno precedente. E non stava parlando di follower, ma di euro incassati dalla sua Tbs Crew. Esattamente dodici mesi dopo, sazi e anche un po’ nauseati dalla melassa delle nozze e dalle smorfie griffate di Leoncino su Instagram, scopriamo che la 31enne si sta cimentando anche nella cosmetica. Lo sposo, Fedez, culla intanto sia la sua carriera musicale sia il piccolo Leone, quando la moglie è in giro per il mondo a gestire i suoi affari. Un bel messaggio, da più punti di vista.

Francesca Fioretti. Carica: La compagna del capitano della Fiorentina Davide Astori. Anni: 33. Paese: Italia. «Dovevamo camminare insieme fino a perderci. Invece siamo soli. Tutti e due» di Annalisa Grandi. «Se n'è andato, ma era nel momento più pieno e felice della sua vita e se il mio dolore deve essere il pegno da pagare per questo, lo potrò sopportare per sempre». Francesca è la compagna di Davide Astori, il capitano della Fiorentina morto il 4 marzo. Mamma della sua bambina Vittoria, di appena due anni. Una vita, la sua, andata in frantumi all'improvviso, in una sera normale. Lo strazio di una giovane donna che a soli 33 anni all'improvviso si ritrova a dover crescere da sola una figlia, senza l'uomo che amava accanto. Francesca, che avevamo conosciuto in televisione, prima al «Grande Fratello» e poi a «Pechino Express», straziata il giorno dei funerali del compagno. E ancora, nel lungo silenzio dei mesi seguenti la morte di Astori. Francesca, bellissima e sola, ma piena di coraggio, che per Vittoria trova la forza di andare avanti. «Qualcuno ha fermato il mio viaggio, senza nessuna carità di suono. Ma anche distesa per terra io canto ora per te le mie canzoni d’amore" scrive citando Alda Merini. E che nell'intervista al Corriere promette: «Ce la metterò tutta, per andare avanti. La vita deve ricominciare. Di una cosa sola sono certa. Di avere reso felice Davide nel tempo che abbiamo vissuto insieme».

Teresa Forcades. Carica: monaca di clausura. Anni: 52. Paese: Spagna

«Creare è anche rischiare. Senza il rischio, dice Weil, non c'è libertà. Dio ha creato dei pezzi unici. Sta a noi continuare a esserlo» di Valeria Palumbo. Quest'anno ha compiuto 52 anni. Spesi per mille battaglie. Teresa Forcades ha studiato medicina all’ Università della sua città, Barcellona. Poi a New York. Ha ottenuto quindi un Master of Divinity ad Harvard, seguito da un dottorato in teologia a Barcellona. Nel 2000 ha preso i voti ed è entrata nel monastero benedettino di Montserrat. Femminista, indipendentista catalana, paladina dei diritti gender e del mondo Lgbt, non ha trovato alcuna contraddizione tra vocazione religiosa e battaglie civili. Nel 2006 ha anche pubblicato un libro in cui criticava le industrie farmaceutiche e ne denunciava gli abusi. Nel 2013 ha cominciato a insegnare teologia della trinità e teologia queer alla Humboldt Universität di Berlino. Per nulla tenera verso la misoginia e il sessismo della Chiesa cattolica, non ha però mai pensato di rinunciare al velo e continua a vivere nel suo monastero di Montserrat. Anzi vi ha fatto più decisamente ritorno, seguendo i voti di clausura, dopo aver preso parte alla lotta indipendentista della Catalogna. Favorevole alle adozioni da parte di gay e lesbiche, è contraria all’utero in affitto. Per conoscere il suo pensiero: Siamo tutti diversi! (Castelvecchi, 2016) e Nazione e compassione (Castelvecchi, 2018).

Aretha Franklin. Carica: Cantautrice. Anni: 76. Paese: Stati Uniti. «Scopri cosa significa per me» di Marco Castelnuovo. Con Aretha Franklin, è scomparsa la donna non dell'anno ma del secolo. Donna, nera, femminista: ha rappresentato il secolo delle lotte per l'emancipazione delle masse. Sarà ricordata per essere stata paladina e testimone vivente delle minoranze. La ricorderemo per la sua musica, per “(You Make Me Feel Like) a Natural Woman", per “Think” per lo spelling in "Respect": “R-E-S-P-E-C-T”. Perché fosse ancora più chiaro nell’America del 1967, del Vietnam e delle pantere nere. Cambiò un verso rispetto al testo di Otis Redding uscito due anni prima. Nel testo originale, era l’uomo che chiedeva rispetto alla donna quando tornava stanco dal lavoro. Con Aretha, diventa la donna a pretenderlo. “Scopri cosa significa per me”, aggiunse nel testo. E diventò uno straordinario successo. Otis Redding presentò Respect come “una canzone che mi è stata rubata da una ragazza”. Quella ragazza si chiama Aretha, e non serve il cognome per indicare chi sia. Aretha è lei. Anche questo è un segno del suo straordinario successo.

Hannah Gadsby. Carica: Comica. Anni: 40. Paese: Australia. «Ho costruito la mia carriera sull’autoironia, e non lo voglio più fare. Perché sapete cos’è l’autoironia se la fa qualcuno che già vive ai margini? Non umiltà, ma umiliazione» di Elena Tebano. In un’ora di spettacolo, col suo Nanette, Hannah Gadsby smonta per sempre l’idea di comicità come la conoscevamo. Nata in Tasmania 40 anni fa, la comica australiana era finora pressoché sconosciuta fuori dall’Oceania. Poi lo speciale pubblicato questa estate da Netflix le ha dato un successo improvviso. Il suo show, una riflessione su comicità, omosessualità, maschile e femminile, violenza e bullismo, inizia facendo ridere per poi lasciare in lacrime. E nel frattempo riesce a rovesciare i punti di vista, aprendo nuove prospettive. Merito forse della “vita ai margini” di Gadsby. Merito anche della sua capacità a “pensare diversamente” che – ha spiegato lei – deriva in parte dal fatto che ha una leggera forma di autismo. Nanette inizia con una dichiarazione di intenti: Gadsby vuole smettere di fare la comica, perché ridere di sé come ha fatto finora è una forma di violenza auto-inflitta. Finisce lasciando almeno due certezze. La prima è che c’è una voce nuova e potente nel mondo dell’umorismo. La seconda, che la comicità fatta dalle donne deve esplorare linguaggi e modi nuovi. Al di là di quello che può pensare lei – e nella forma che vorrà – Gadsby è qui per restare.

Marina Gallego Zapata. Carica: Avvocata. Paese: Colombia. «Le donne non posso essere vittime della pace» di Valeria Palumbo. È diventata avvocata studiando all'Università di Antioquia, in Colombia. Si è specializzata in Diritti umani, Diritto umanitario internazionale e Corti internazionali all'Università Santo Tomás di Bogotá. Da più di 20 anni è impegnata nel Movimiento Social de Mujeres e nel Movimiento por la Paz. Ha diretto per otto anni la Corporación para la Vida - Mujeres que Crean per Medellín-Antioquia. Ha poi co-fondato e ora coordina la Ruta Pacifica de las mujeres, un'organizzazione che si batte per la pace in Colombia e per le donne vittime di ogni tipo di violenza, sottolineando che non può esserci pace senza giustizia sociale e parità di genere. Ha coordinato il progetto ed è stata nel team investigativo della Comisión de la Verdad y Memoria de Mujeres Colombianas víctimas, che, per la prima volta, è riuscita a rendere pubbliche le testimonianze di mille casi individuali e otto collettivi di violenza contro le donne durante la guerra civile. Da anni porta in giro per il mondo la voce delle donne colombiane e la loro richiesta di "pace giusta".

Sara Gama. Carica: Calciatrice. Anni: 29. Paese: Italia. «La condivisione di gioie e dolori su questo percorso ci ha portato a un Mondiale, il nostro Mondiale!» di Federica Seneghini. Nata nel 1989, madre triestina e padre congolese, Sara Gama è il volto della Nazionale di calcio che quest’estate ci porterà ai Mondiali. Un traguardo conquistato sul campo dopo un percorso eccezionale. E dopo 20 anni che l’Italia mancava da questa massima competizione. La giusta riscossa per atlete costrette a giocare da dilettanti: senza contributi né pensione, senza diritto alla malattia, ferie o maternità. Diritti per cui Gama, capitana della Juve e delle Azzurre, si batte anche dal suo ruolo di consigliera della Figc e di presidente della Commissione «Sviluppo Calcio Femminile». Nel corso del suo intervento al Quirinale, il 15 ottobre, ha ricordato quanto è importante creare “nuovi modelli cui le bambine possano ispirarsi”. La Mattel pochi mesi fa le ha dedicato una Barbie per la sua grinta, «in grado di ispirare le più piccole a perseguire sempre i propri sogni». Parole non banali nel Paese del «basta dare soldi a queste quattro lesbiche» (Felice Belloli, presidente della Lega Dilettanti, 2015). Con l’adrenalina delle Azzurre del Volley ancora addosso (argento ai Mondiali giapponesi), l’augurio - e la speranza - è che questo Paese sia capace e maturo abbastanza da esaltarsi anche per Gama e compagne.

Anna Gedda. Carica: Manager. «Riteniamo che la trasparenza sia un catalizzatore chiave di cambiamenti positivi» di Michela Proietti. È la donna che ha liberato l’acquisto di un capo low cost dall’ombra dello spreco e dello sfruttamento del Pianeta. Anna Gedda, capo della sostenibilità di H&M, è responsabile della strategia e dell'impegno del marchio nei confronti degli sforzi ambientali. Definita per questo fuori dagli schemi, ha iniziato a parlare di trasparenza e responsabilità. “Non credo che fornire moda su larga scala e lavorare in modo sostenibile sia una contraddizione”, ha spiegato la manager, che ha scelto di aderire con altri brand importanti alla Carta per la sostenibilità della moda, impegnata nel ridurre l'impatto esercitato dall’intera filiera del fashion sull’ambiente. “Siamo stati tra i primi marchi di moda a pubblicare la nostra lista di fornitori e monitoriamo costantemente dove e in quali condizioni vengono prodotti i nostri prodotti. Il nostro rapporto annuale sulla sostenibilità è il modo in cui esaminiamo le nostre prestazioni”. Per questo ci piace Anna Gedda, per aver ridato dignità alla moda low cost e per aver restituito a noi la gioia di un acquisto che non impegna, ma comunque impegnato.

Sofia Goggia. Carica: Sciatrice. Anni: 26. Paese: Italia. «La bambina che sulle nevi di Foppolo sognava di vincere ai Giochi ce l’ha fatta» di Gaia Piccardi. Ci voleva una lombarda tosta ed estroversa, Sofia Goggia da Berghem de ura, per incidere sulla neve dell'Olimpiade invernale di Pyeongchang il successo capace di cambiare una carriera. La pasticciona è diventata campionessa in un giorno di febbraio luminoso e storico: rinata da incidenti spaventosi, che avrebbero stroncato la traiettoria a chiunque, Sofia è diventata la prima azzurra olimpionica in discesa, il secondo atleta italiano (maschio o femmina) a riuscirci nella specialità 56 anni dopo Zeno Colò. Cittadina come Tomba, lontana anni luce dall'ombrosità e dalle chiusure degli sciatori di montagna, dopo il trionfo Goggia ci ha inondati di spumante e chiacchiere, mandandoci a letto frastornati e felici. La medaglia più bella di una spedizione retta dalla forza delle donne (oro anche Arianna Fontana e Michela Moioli).

Emma Gonzalez. Carica: Studentessa. Anni: 18. Paese: Stati Uniti. «Sei minuti e venti secondi. Così diciassette nostri amici ci sono stati strappati via» di Viviana Mazza. Emma aveva vissuto a Parkland, una tranquilla cittadina della Florida, per 18 anni, con la mamma insegnante di matematica, il papà avvocato immigrato da Cuba e due fratelli più grandi. Adorava la scrittura creativa e l’astronomia, e contava i giorni che la separavano dal diploma. Si era rasata i capelli a zero. Quando le chiedevano perché – se fosse una scelta femminista o anticonformista – rispondeva che in Florida faceva troppo caldo! Il 14 febbraio 2018, il giorno di San Valentino, ci sono voluti sei minuti e venti secondi per far crollare il suo mondo. Tanto ci ha messo Nick Cruz, un ragazzo di 19 anni espulso l’anno prima, armato di un fucile AR-15 alterato in modo da poter sparare come una mitragliatrice, a uccidere 17 ragazzi sparando a caso nelle classi della scuola di Parkland. L'ennesima sparatoria in una scuola americana, dopo Columbine, Sandy Hook e molte altre. Emma e alcuni compagni - David, Cameron, Jacklyn - hanno manifestato in piazza, in Florida e poi a Washington DC, contro l'estrema facilità di acquistare armi da guerra in America. La voce di Emma era piena di tristezza e di rabbia ma, ogni volta che sembrava pronta a spezzarsi, si sollevava, più forte: «Siamo qui perché se il nostro governo e il nostro presidente non sanno mandarci altro che pensieri e preghiere, allora è tempo che le vittime si diano da fare di persona per cambiare le cose. Di noi leggerete un giorno nei libri di scuola».

Jane Goodall. Carica: Attivista. Anni: 84. Paese: Gran Bretagna. «Non puoi evitare di trascorrere un solo giorno senza avere un impatto sul mondo intorno a te. Le tue azioni possono fare la differenza e perciò devi decidere quale tipo di differenza vuoi rappresentare» di Beatrice Montini. A 84 anni Jane Goodall è ancora una guerrigliera. Una paladina dei diritti animali e non solo. Parlando con i giovani non si stanca mai di sottolineare l’importanza dell’impegno di ognuno per la Terra su cui abbiamo l’onore di vivere. E la sua vita è una testimonianza concreta di questi principi. Quando a 26 anni decise di studiare gli scimpanzé, in Tanzania, dovette portarsi dietro la madre perché le autorità inglesi non l’avrebbero mai lasciata partire da sola. Iniziò così un lunghissimo e paziente lavoro con questi straordinari animali spiegando, per prima, quanto fossero così simili a noi. Uno studio che durò 40 anni e che portò una profonda trasformazione del mondo scientifico fino ad allora dominato dagli uomini. Nel 1986 Goodall ha abbandonato la ricerca sul campo ma continua la sua opera di attivista e le battaglie (sempre pacifiche) per la protezione degli animali e del loro habitat attraverso il Jane Goodall Institute. La sezione italiana, proprio in questo 2018, ha festeggiato i suoi 20 anni di attività.

Agitu Idea Gudeta. Carica: Proprietaria azienda agricola. Paese: Italia. «La prima cosa che hanno detto di me e della mia attività è "La dura poc", durerà poco. E invece si sono ricreduti, soprattutto gli anziani sono contenti quando mi vedono al pascolo con le capre» di Kibra Sebhat. Agitu Idea Gudeta merita di comparire tra le donne dell’anno perché lavora per aiutare i territori e le loro popolazioni, a non perdere la loro identità e le loro tradizioni agricole. Oggi lo fa in Trentino, dove gestisce la sua azienda La capra felice. Le capre sono protagoniste della sua storia perché da diversi anni alleva una particolare specie, la capra Mochena, a rischio estinzione. Dal loro latte è nata un’intera produzione: formaggi, yogurt, creme cosmetiche. Poi sono arrivate le galline, per le uova fresche, e 4.000 mq di terreno per gli ortaggi bio. E dopo ancora l’agriturismo sociale. Insieme a questi successi però è arrivato anche il razzismo. Nell’estate 2018 Gudeta ha subito diverse aggressioni, anche fisiche. Eppure questi attacchi non sono riusciti a mettere in ombra il valore della sua attività e dei suoi principi. Perché il conflitto non è in lei, non è rappresentato da lei, è nell’animo delle persone che le muovono contro. Gudeta dovrebbe rappresentare solo un esempio di resilienza e tenacia. Invece è anche nera ed è meglio così.

Marina Hierl. Carica: Soldato. Anni: 24. Paese: Stati Uniti. Voglio guidare un plotone dove ognuno sia disposto a morire per chi gli sta accanto» di Stefano Landi. Alla sua età le ragazze finiscono di studiare. Molte iniziano a fare carriera, qualcuna diventa già mamma. Marina Hierl invece ha scelto di diventare la prima donna a capo dei marines. Alle paillettes ha preferito la mimetica. Capelli corti, al limite raccolti in una coda essenziale se diventano troppo lunghi. Immaginate una cosa in stile “Soldato Jane”. Solo che lì c’era Demi Moore ed era un film con cui Ridley Scott provava a far riflettere sulla parità di genere. A 24 anni, Marina comanda la prima linea di uomini in divisa. Gli dice come e quando lo devono fare. E soprattutto rischierà la pelle in prima persona nelle missioni più pericolose. Nel 2018 è caduto un altro tabù machista. Nessuna donna era mai riuscita ad entrare in un reparto speciale: lei ha fatto di più, scalando la gerarchia fino a prendersi il timone. Ha deciso di rischiare la pelle e accettare uno stato di penombra, dato che per motivi di sicurezza il suo volto non è mai troppo esposto. “Voglio guidare un plotone dove ognuno sia disposto a morire per chi gli sta accanto”, diceva aprendo il cassetto dei sogni, quando ancora curava i cavalli in una fattoria della Pennsylvania. Sembra un film, ma stavolta a Marina non viene chiesto di recitare.

Josepha. Carica: Migrante. Anni: 40. Paese: Camerun. «Sono scappata dal Camerun, mio marito mi picchiava perché non potevo avere figli» di Marta Serafini. Josepha oggi ha tutti i capelli bianchi. Ma, almeno, ha trovato un posto sicuro dove stare, in Italia. A fine luglio è stata salvata dal team di ricerca e soccorso della ong spagnola Open Arms al largo della Libia. L'hanno trovata aggrappata a una tavola di legno, in mezzo al mare. Intorno a lei il corpo di un bambino e della sua mamma. Quando l'hanno tirata a bordo, Josepha ha raccontato di essere scappata dal Camerun perché suo marito la picchiava dal momento che lei non riusciva ad avere figli. I suoi occhi sbarrati e il terrore del suo volto hanno fatto il giro del mondo. Eppure c'è stato chi - millantando e manipolando - ha insinuato il dubbio che Josepha sia in realtà una donna privilegiata, con lo «smalto», che non ha bisogno del nostro aiuto o della nostra solidarietà. A chi sostiene questo ricordiamo che Josepha è solo una delle migliaia di donne che ogni anno fuggono dalla violenza in cerca di un futuro e di una vita migliore, un diritto riconosciuto dalla Dichiarazione universale del 1948.

Vanessa Kingori. Carica: Publisher Director Vogue UK. Paese: Gran Bretagna. «Non tutti sanno cosa fa un publisher. Il publisher siede accanto al direttore, che è responsabile di tutta l’area creativa, e trasforma tutta quella creatività in soldi» di Kibra Sebhat. Nel panorama di modelli per bambine e bambini neri, Vanessa Kingori, con la sua vita e la sua esperienza personale, aggiunge un tassello tanto importante quanto semi-sconosciuto: il ruolo di editore. Accanto alla figura di sportivi, musicisti, ballerini, scrittori e attivisti politici illustri, finalmente scorgiamo anche il mondo della stampa. Nominata Publishing Director di British Vogue da un anno, ha rappresentato una svolta per la testata perché nera ma soprattutto per essere la prima donna a ricoprire il ruolo. Insieme al direttore Edward Enninful ha da subito investito sull’importanza di rappresentare le diversità che compongono la Gran Bretagna di oggi. In copertina si sono alternate modelle attiviste e con il velo. E quando hanno deciso - Kingori e Enninful tengono molto a sottolineare il loro lavoro di squadra - di invitare Nicole Kidman per posare per il numero di febbraio 2018, a chi si è lamentato del fatto che non potesse fare da ambasciatrice della diversità, Kingori in una intervista al giornale Evening Standard ha risposto “Nicole Kidman ha 50 anni, non capita spesso di vedere una donna di cinquant’anni star di una copertina!” #europeenereneabbiamo?

AKK - Annegret Kramp-Karrenbauer. Carica: presidente neoeletta della Christlich Demokratische Union tedesca. Anni: 56. Paese: Germania di Irene Soave. Annegret Kramp-Karrenbauer (il nome è meno impronunciabile di quel che sembra, basta andare piano) è dall'8 dicembre la nuova leader della CDU in Germania: succede quindi ad Angela Merkel, e per molti è già anche la possibile nuova Bundeskanzlerin. Di Merkel è anche la delfina, perché la cancelliera uscente la sostiene. Eletta in un solo pomeriggio di assemblea, senza clamore da Frauenquoten né tentennamenti da congresso Pd, nella conservatrice Unione Cristiano-democratica, è spesso sottovalutata dai suoi avversari (l'ultimo è il ricco affarista Friedrich Merz, il candidato alla presidenza della Cdu che AKK ha battuto nell'ultimo congresso). È madre di tre figli adulti e il marito, ingegnere, ha lasciato il suo lavoro da decenni per dedicarsi a loro e sostenere lei nella sua carriera politica. È assai più conservatrice di Merkel su molti fronti, ma merita un posto fra le donne dell'anno perché il suo ruolo sarà presto decisivo nella politica tedesca, e perché un percorso come il suo, per molti versi, è da noi ancora quasi utopico.

Gina Lollobrigida. Carica: attrice. Paese: Italia. «Tutto quello che ho, l'ho conquistato da sola. Nessuno mi ha aiutata» di Elvira Serra. Il figlio Milko e il nipote Dimitri continuano a darle battaglia in Tribunale (dicono che sia manipolata dal giovane collaboratore Andrea Piazzolla) e non sanno cosa si stanno perdendo. Perché se c’è qualcuno che è ancora capace di manipolare gli altri è proprio lei, la novantunenne Gina Lollobrigida, la Bersagliera che ha vissuto mille vite e cento talenti (attrice, scultrice, sarta, cantante, fotografa: basta trascorrere un pomeriggio con lei e riesce a tirarne fuori dal cilindro uno nuovo!). Prende ancora lezioni di danza, per tenersi in forma, è capace di mangiare questo mondo e quell’altro dopo una piccola convalescenza (l’abbiamo vista con i nostri occhi spazzolare per cena una minestrina in brodo, focaccia con prosciutto, un fiore di zucca ripieno e fritto, tagliata con crauti e il dolce al cucchiaio, quello solo assaggiato). È caparbia, piena di energia, non si trascura e si agghinda di tutto punto se sa di ricevere visite. Un po’ narcisa, ma le è concesso, perbacco! È l’ultima grande diva che ci è rimasta, teniamocela stretta.

Chelsea Manning. Carica: Attivista. Anni: 31. Paese: Stati Uniti. «Le leggi non determinano la nostra esistenza, noi determiniamo la nostra esistenza. È la nostra arma, il nostro rifugio, la nostra energia, la nostra verità» di Chiara Severgnini. A Chelsea Manning non piace la parola “whistleblower”: «Fa sembrare il cambiamento politico una sorta di club esclusivo», ha spiegato, e la cosa non le va giù. Eppure non è possibile raccontare la sua storia senza usare questa parola. Perché quando Manning ha consegnato a WikiLeaks documenti top secret sull’occupazione Usa in Iraq è diventata la whistleblower più famosa al mondo. Era il 2010, lei aveva 23 anni e si faceva chiamare ancora Bradley. Poi l’arresto e, nel 2013, la condanna a 35 anni di carcere. Il giorno della sentenza Manning fa sapere che desidera affrontare la prigione vestendo i suoi panni: quelli di Chelsea, e non di Bradley. Le autorità glielo avrebbero poi permesso solo in parte, concedendole tardivamente il trattamento ormonale e promettendole l’intervento chirurgico che l’avrebbe fatta diventare se stessa senza però passare dalle parole ai fatti. Lei tenta il suicidio due volte. Poi, nel 2017, Obama decide di accorciare la sua sentenza: Manning torna libera. Oggi lotta per la privacy online, per i diritti delle persone Lgbti, per un’etica della tecnologia. E per se stessa. Il suo 2018 è stato contraddittorio. A gennaio si è candidata alle primarie in Maryland. A maggio ha tentato il suicidio. A giugno ha perso le elezioni. A ottobre ha annunciato di essersi sottoposta all’intervento chirurgico per la conferma di genere. «Dopo quasi un decennio di lotta», ha twittato, «sono stata operata questa settimana». Una vittoria. Un nuovo inizio.

Meghan Markle. Carica: Moglie del principe Harry, duchessa di Sussex. Anni: 37. Paese: Gran Bretagna. «Sono fiera di essere una femminista» di Greta Sclaunich. Meghan Markle mi piace perché sta antipatica a tutti. E per fortuna: la favola della giovane che da piccola posava fuori da Buckingham Palace e oggi viene fotografata dall’altro lato della cancellata con il marito, il principe Harry, era troppo idilliaca per sembrare vera. Come lo erano il tanto sbandierato rapporto speciale con la regina Elisabetta e il quadretto famigliare con William e Kate. Meghan ha litigato con la regina, con Kate non si sopporta e agli inglesi non piace: evviva. Indossa abiti troppo costosi, fa scappare gli assistenti e commette gaffe su gaffe: applausi. Stufa di Kate Middleton, così perfetta da risultare perfettina (ma esiste una foto in cui non sorride?), finalmente ho trovato un membro della famiglia reale che mi appassiona perché “normale” (fra virgolette perché è pur sempre un’ex attrice). Viva gli antipatici, perché non possiamo mica sempre essere tutti simpatici, sorridenti, modesti, ligi alle regole.

Barbara Mazzolai. Carica: Ricercatrice. Anni: 36. Paese: Italia. «Se fossi stata maschio forse mi avrebbero presa più sul serio. Poi arriva il momento in cui capisci che la tua diversità è il tuo punto di forza» di Valentina Santarpia. Cosa c’entrano le piante con la robotica? Barbara Mazzolai, biologa, dottorato in Ingegneria dei microsistemi, ha dimostrato che c’entrano eccome. Tra le 25 donne geniali della robotica nel 2015 secondo Robohub, direttrice del Centro di micro-biorobotica dell’Istituto italiano di tecnologia, Mazzolai è coordinatrice del progetto europeo FET - Open Plantoid, che approfondisce le conoscenze sulle tecnologie ispirate alla forma e alle radici delle piante. Una pianta vive in un modo diverso dal nostro, ma nello stesso mondo, si muove lentamente a differenza di un animale, si adatta alle condizioni del luogo in cui nasce, ha radici che crescono e si modificano in base a quello che incontrano sul percorso, riescono ad accrescere le loro dimensioni con costanza, hanno un’intelligenza distribuita che prende decisioni continue interagendo con l’ambiente. Il plantoide ideato da Mazzolai - di cui sono stati creati i primi precursori nel laboratorio di Pisa- è un robot che agisce secondo gli algoritmi ispirati alle piante: un robot che percepisce gli stimoli esterni, e che reagisce in tempo reale. Le applicazioni nella vita reale? Dall’esplorazione di nuovi pianeti alla medicina, dove già si pensa all'endoscopio del futuro.

Margarita Meira. Carica: Attivista. Anni: 68. Paese: Argentina. «La tratta delle donne dovrebbe essere considerata un crimine contro l'umanità» di Silvia Morosi. Gli occhi duri di chi ha visto – e provato – la violenza. La dignità di chi ha saputo rialzarsi, lavorando perché nessuna donna sia più vittima di soprusi. Nel 1991 Margarita Meira ha perso la figlia Graciela Susana, 16 anni. L’uomo che diceva di amarla l’ha portata via dalla sua casa di Constitución, uno dei quartieri più pericolosi di Buenos Aires. Meno di un anno dopo “Susi”, come era conosciuta, è stata trovata morta, in uno dei mille bordelli illegali della capitale: truccata, pettinata, piena di lividi. Seviziata, drogata e fatta prostituire, in un periodo in cui la tratta di persone non era ancora un reato contemplato dal Codice penale argentino (solo nel 2008 è diventata punibile) e il corpo, soprattutto quello femminile, era una facile merce di scambio. Dopo aver vissuto questo dramma, Margarita ha creato, con altre mamme, l’Associación civil Madres de Constitución, per lottare contro lo sfruttamento sessuale e offrire sostegno alle vittime. Con l'aiuto di psicologi e avvocati, queste donne vogliono far sentire la loro voce, denunciare lo Stato che tace di fronte a questa realtà e combattere l’omertà della polizia. Margarita è una nuova "Madre de Plaza de Mayo". Una donna che non intende arrendersi fino a quando non verranno chiusi tutti i postriboli, quelli che lei stessa ha definito «centri di detenzione e tortura in tempo di democrazia».

Suzy Menkes. Carica: Giornalista. Anni: 74. Paese: Gran Bretagna. «Per noi giornalisti di moda non deve essere bello ciò che ci piace, ma ciò che è bello obiettivamente» di Michela Proietti. “Sono stato educata a credere che una ragazza non dovrebbe mai accettare altro che fiori e cioccolatini". Con questa frase la giornalista britannica Suzy Menkes ha respinto sempre al mittente ogni omaggio inviatole da stilisti di tutto il mondo. Un distacco dalla vanità non comune nel fashion system che è valso alla giornalista britannica un posto nella classifica dei 500 personaggi più influenti nel mondo della moda stilata da Business of Fashion. La giornalista che ha definito “circo della moda” il contorno di blogger e street style cresciuto fuori dalle passerelle (“c’è qualcosa di ridicolo nell’autocelebrazione online di se stessi”), ha mostrato il suo lato non convenzionale anche recentemente, quando è stata attaccata dagli haters. “Colpevole” di aver pubblicato una serie di post (troppi, secondo gli odiatori della rete) a proposito dell’incidente diplomatico di Dolce & Gabbana in Cina e di aver mostrato eccessiva accondiscendenza nei confronti dei due designer, avendo ad esempio riportato alcune frasi di Domenico Dolce («La Cina è ieri, oggi è un altro giorno» e «Capita talvolta di fare errori»), la giornalista ha deciso di rispondere nel suo stesso profilo Instagram. «Sono stata accusata di aver disprezzato un Paese che ho avuto la fortuna di visitare prima del nuovo millennio e dove ho lavorato come giornalista dell'International Herald Tribune, ora The New York Times. Nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà. Rispetto e ammiro la Cina, oltre ad apprezzare la risonanza mondiale del mio attuale editore Condé Nast. Come giornalista, il mio lavoro è seguire più fashion designer possibili e scrivere di quello che vedo. Il fatto che le parole che ho usato possano essere interpretate in un modo o nell'altro come un sostegno al razzismo, che io deploro, mi rattrista profondamente». Le sue dichiarazioni hanno raccolto oltre 5.300 like in poche ore: ma in tanti hanno continuato a insultarla, anche via emoticon. Noi invece la mettiamo tra le donne che nel 2018 hanno dato un segnale di coraggio e anticonformismo in un mondo, quello della moda, che a volte abbonda di omologazione.

Angela Merkel. Carica: Cancelliera. Anni: 64. Paese: Germania. «Non sono nata Cancelliera, non l'ho mai dimenticato» di Elena Tebano. Sembrava che la sua stella fosse al tramonto. Ma nell’anno più difficile da quando è salita al potere nel 2005, la cancelliera tedesca Angela Merkel, 64 anni, è riuscita a ristabilire – con una mossa a sorpresa – la sua leadership. Ha annunciato che avrebbe lasciato dopo 18 anni la guida del suo partito, la Cdu, e ritirandosi ha lasciato spazio a un dibattitto per la scelta dei nuovi vertici che ha ridato vitalità non solo ai cristiano democratici, ma anche al suo ruolo di capa del governo. Al congresso della Cdu i delegati (per due terzi uomini) hanno poi scelto come nuova presidente la candidata designata— con discrezione – proprio da Merkel. Che ha vinto su quello a cui era andato il più rumoroso sostegno del suo critico Wolfang Schäuble. Una scelta che segna anche una sorta di eredità, perché una donna succede alla prima donna che ha ricoperto quella carica. Non è la salvezza per Merkel, ma solo una tregua: le elezioni europee e regionali del prossimo anno potrebbero sancire che la sua epoca è finita. Ma nessun leader europeo e nordamericano, in questi anni difficili di populismo rampante, ha saputo gestire così a lungo e così bene il suo potere, cogliendo opportunità e sapendo affrontare sia i nemici esterni che quelli interni.

Marie Terese Mukamitsindo. Carica: Imprenditrice. Anni: 64. Paese: Ruanda. «L’assistenzialismo senza educazione è inutile» di Silvia Morosi. “Karibu” in lingua swahili significa “benvenuto, contributo”. Quando nel 1996 è arrivata in Italia dal Ruanda, però, Marie Terese Mukamitsindo di accoglienza ne ha ricevuta ben poca. Negli occhi aveva la guerra civile e il genocidio, uno dei più sanguinosi episodi della storia dell'Africa del XX secolo: era accompagnata da tre dei suoi figli, il quarto l’avrebbe raggiunta l’anno dopo nel centro di accoglienza alle porte di Fregene dove aveva trovato rifugio. Senza permesso di soggiorno, per due anni ha vissuto da "invisibile". La sua casa è stata un container freddo e senza servizi. Nel 1998 ha ottenuto il diritto d'asilo e, arrivata a Sezze, in provincia di Latina, ha iniziato a aiutare una signora anziana come badante. La svolta, la sua seconda vita, è iniziata nel 2001 quando ha dato vita al “Progetto Karibu” per dare asilo e opportunità di formazione e inserimento professionale ai migranti. Oggi dà lavoro a 159 persone - quasi tutte italiani - e accoglie nei suoi centri 800 richiedenti. I suoi sacrifici sono stati riconosciuti a giugno scorso con il premio “MoneyGram Awards” per “il contributo degli imprenditori stranieri nella crescita economica, ma anche fattori quali l’arricchimento della cultura italiana e l’assicurazione della diversità sociale”. Grazie a lei e alle donne in prima linea, il Paese delle mille colline è rinato.

Nadia Murad. Carica: Attivista. Anni: 25. Paese: Iraq. «Anche mio nipote, a 11 anni, è stato reclutato dall'Isis. Gli hanno fatto il lavaggio del cervello: ho provato a parlargli, ma ha minacciato di uccidermi. Dobbiamo lavorare per porre fine alla mentalità dell'odio» di Andrea Nicastro. Da vittima a Premio Nobel, la giovane irachena yazida è riuscita finora a non ridursi a soprammobile dei salotti della, ormai evanescente, comunità internazionale. Il rischio però c’è e bisogna fare il tifo per lei perché non accada. Nadia Murad, a 21 anni, nel 2014, era una contadina con pochi studi e un sogno da parrucchiera in una provincia dell’Iraq dove la maggior parte delle donne yazide o musulmane portano il foulard. Il suo piccolo mondo venne sconvolto delle bandiere nere dell’Isis. Uomini uccisi, donne schiavizzate, bambini arruolati. Per tre anni Nadia è stata un’oggetto sessuale a disposizione dei combattenti dello Stato islamico. Riuscì a sopravvivere, scappare e, dimenticando la vergogna, raccontare. Ne sono nati un libro e un film. Nadia ha imparato a impersonare così bene se stessa che, sotto l’ala protettrice dell’avvocatessa Amal Ramzi Alamuddin, moglie di George Clooney, è arrivata al Premio Nobel. Ora, a 25 anni, la piccola yazida sa dire anche cose scomode. “Non cerco pietà, ma azione per fermare la violenza”. E ancora: “Nessuno è intervenuto per salvare chi stava morendo”. Né tra gli aguzzini, né tra chi, al sicuro dei salotti, ha deciso di darle il Nobel.

Dolores O'Riordan. Carica: Cantante. Anni: 46. Paese: Irlanda. «La vita è più complicata di quello che sembra. Sii sempre te stessa lungo la strada. Vivendo fino in fondo lo spirito dei tuoi sogni» di Stefano Landi. L’hanno ritrovata in un anonimo gelido mattino d’inverno londinese, in una vasca da bagno di un albergo neanche troppo di lusso. Il rock non vive solo di onnipotenza e masse oceaniche che ti adorano ai piedi del palco. Dolores O’Riordan ha spento il volume della sua voce a gennaio, aveva 46 anni. Una che da sola bastava a colmare ogni quota rosa nel maschilismo del rock. Si era presa la scena, e manco troppo volentieri, a inizio degli anni Novanta, diventando con i suoi Cranberries la classica colonna sonora di quei pomeriggi passati a piedi nudi davanti a Mtv. Che potevi essere a Milano come a Bombay, che era uguale, tanto quelli erano gli anni ’90. Orgogliosamente irlandese, forzatamente cattolica, una vita col groppo in gola. Colpa degli abusi sessuali subiti quando aveva 8 anni, dell’anoressia che le ha vuotato l’adolescenza, dei disturbi bipolari che le hanno rovinato anche gli anni in cui vendeva milioni di dischi. E di quella depressione che andava e veniva e le era costata pure i tre figli, spediti a vivere con papà. Ci sono artisti che hanno il privilegio di scrivere un inno generazionale. Il suo era “Zombie”. Raccontava la storia di due ragazzini morti ammazzati dall’Ira. Gli zombie erano quelli che non hanno ancora capito che non si può far del male a un bambino.

Michelle Obama. Carica: Ex first lady degli Stati Uniti. Anni: 54. Paese: Stati Uniti. «Una cosa che facciamo noi donne è prendercela con noi stesse. Per fare un buon lavoro, sentiamo di dover fare molto più del dovuto. Il mio messaggio è: diamoci tregua» di Marilisa Palumbo. Tre milioni di copie vendute in un mese – ora il marito, che sta scrivendo le sue di “memorie”, avrà ansie da prestazione – e un tour da rockstar del quale sono state già annunciate nuove tappe: qualche “bis” in America, e poi l’Europa. Erano in tanti, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, a sentire la mancanza di Michelle Obama. E con la sua autobiografia, “Becoming”, l’ex first lady è tornata con una voce se possibile più forte di prima: finalmente libera dalla gabbia del ruolo, può parlare di tutto, anche di razzismo, senza controllarsi, senza più mordersi la lingua, senza timore di essere etichettata come “la solita nera arrabbiata”. Può dire cosa ha significato scalare con Barack fino alla vetta del potere mondiale sentendosi sempre “altra”, una “provocazione”. Ma la sua storia parla a tutti, a tutte soprattutto, con quel “sono brava abbastanza?” che punteggia il racconto: sono una manager brava abbastanza? Sono una madre, una moglie, una consorte di un candidato alla presidenza, una first lady brava abbastanza? Michelle lo è, e lo sa, al punto che i democratici farebbero carte false per poterla schierare contro Trump nel 2020. Lei smentisce – esplicitamente, nel libro – e c’è da crederle. Mrs O pensa di poter fare di più per le cause che ha a cuore – dalla lotta all’obesità all’assistenza ai veterani all’istruzione delle ragazze – libera dai lacci della presidenza e dal tritacarne della politica. Di poter fare anche meglio politica, senza scendere in campo.

Michelle Obama, la più ammirata dagli americani, scrive il 28 dicembre 2018 Chiara Pizzimenti su Vanityfair.it. La First Lady scalza Hillary Clinton dalla vetta del sondaggio Gallup sull'apprezzamento degli americani. Seconda Oprah Winfrey. Se deve scegliere chi ammirare, l’America guarda ancora alla Casa Bianca che fu e che qualcuno spera sarà di nuovo. Michelle Obama strappa a Hillary Clinton il titolo della più ammirata e apprezzata dagli americani. L’ex Segretario di Stato aveva trionfato nel sondaggio Gallup sull’apprezzamento e la fiducia, che si fa dagli anni Quaranta, negli ultimi 17 anni. Hillary Clinton è scesa al terzo posto alla pari con Melania Trump, superata anche da Oprah Winfrey. Pur non essendo un sondaggio specificatamente politico visto che non chiede intenzioni di voto, la ricerca di fine anno di Gallup tasta il polso del paese e mostra in testa due donne che dicono di non aver alcuna intenzione di scendere in campo, ma che hanno fatto alcuni degli interventi più politici dell’anno. La presentatrice Winfrey ha tenuto un discorso che sembrava una candidatura ai passati Golden Globe e tanti hanno gridato #Oprahforpresident. Ancora di più si spera nella donna che alla Casa Bianca c’è già stata. Nonostante Michelle Obama abbia detto chiaramente che nel tritacarne della politica proprio non ci vuole tornare, il tour per la presentazione del suo libro Becoming aveva tutto della tournée elettorale, compreso il gran finale con stivale glitterato insieme a Sarah Jessica Parker e la puntata all’estero in terra britannica. Michelle Obama ispira fiducia, questo dice il sondaggio. Sarà per la sincerità con cui ha raccontato di aver avuto un aborto spontaneo e concepito in vitro le figlie. Sarà per la pacatezza, nonostante i nuovi look «liberi» e un po’ più audaci dopo aver lasciato la Casa Bianca. Ovviamente l’ex avvocato vince con il 28% delle preferenze fra gli elettori democratici, ma anche fra gli intervistati che si sono definiti repubblicani ha raggiunto un buon 5%. Stessa sorte per il marito. Barack Obama si conferma per l’11esimo anno di fila il più ammirato, a un passo dal record i12 di Dwight Eisenhower. L’attuale presidente Donald Trump è secondo, unico in carica insieme a Gerald Ford a non trionfare nel sondaggio, terza posizione per George W. Bush, quarto è Papa Francesco.

Alexandria Ocasio-Cortez. Carica: Deputata. Anni: 29. Paese: Stati Uniti. «Donne come me non è previsto che si candidino» di Andrea Marinelli. Alexandria Ocasio-Cortez è l’archetipo del candidato democratico del 2018 – una donna di sinistra che si candidava per la prima volta – ed è il portabandiera dell’ondata di donne che entreranno in Congresso, in numero record, nel 2019: il 3 gennaio diventerà anche, a 29 anni, la donna più giovane nella storia del Parlamento americano. Eletta a sorpresa fra il Bronx e il Queens, Ocasio non è però soltanto una statistica o un modello di successo delle politiche identitarie care ai democratici: già nei due mesi passati fra l’elezione del 6 novembre e l’insediamento di inizio anno è riuscita a portare sul tavolo i temi della sinistra sandersiana e socialista – all’americana, ovviamente – e ha attuato una rivoluzione comunicativa di cui il suo partito aveva un bisogno estremo per mantenersi in contatto con un elettorato disilluso, in particolare fra i giovani. A cominciare dai social, dove ha un seguito straordinario che potrebbe garantirle un’influenza rilevante sia sulla delegazione democratica in Congresso che sull’intera Camera dei Deputati. Ora le resta il compito più difficile: portare avanti le politiche progressiste che sostiene, dall’istruzione universitaria gratuita all’assistenza sanitaria universale, fino alla riforma dell’immigrazione e del sistema di giustizia criminale.

Naomi Osaka. Carica: Tennista. Anni: 21. Paese: Giappone. «Non rimarrà tra i miei ricordi più felici, ma rimarrà che ho vinto» di Gaia Piccardi. Su questi schermi non si era mai visto: la regina dell'Open Usa, l'ultimo torneo stagionale dello Slam, che si scusa per aver vinto. Naomi Osaka, padre haitiano e mamma giapponese, è la figlia del perfetto melting pot: la ragazza giusta al posto sbagliato. Perché quel trono d'America si era promesso a Serena Williams, la super-campionessa dei 23 titoli Slam che sognava un ritorno vincente da mamma. E invece Naomi, 16 anni più giovane della rivale, ha semplicemente giocato meglio, meritandosi la coppa. La scenata isterica della Williams, che ha accusato l'arbitro di averla penalizzata in quanto donna, è entrata negli annali. Purtroppo ci è entrata anche la foto della premiazione: Osaka costernata con gli occhi bassi e le lacrime trattenute a stento. Eppure la piccola manga era appena riuscita in un'impresa epica: far deragliare la più grande di sempre e ipotecare una fettina di futuro. I sorrisi se li è tenuti in tasca per la prossima volta.

Nancy Pelosi. Carica: Deputata. Anni: 78. Paese: Stati Uniti. «Se ti scontri con una puzzola, finisci col puzzare anche tu» di Viviana Mazza. Poco prima di Natale, uscendo dalla Casa Bianca dopo uno scontro con Donald Trump in cui lo ha paragonato a una puzzola e lo ha rimproverato di voler costruire il Muro con il Messico solo a riconferma della sua virilità, Nancy Pelosi ha infilato gli occhiali da sole e sfoggiato un gran sorriso nel suo cappotto arancione. Quella foto è diventata virale: diffusa sui social con l’hashtag #ThugLife, accompagnata dal rap di Dr. Dre e da commenti come “L’unica cosa che manca è un’esplosione alle sue spalle”. A 78 anni, Pelosi vuole tornare a fare la Speaker nella Camera dei Rappresentanti, un ruolo che ha svolto tra il 2007 e il 2011. I repubblicani la descrivono come una ricca liberal di San Francisco (ed è ricca, ha una bellissima casa e un vigneto a Napa Valley): è la figura più odiata e demonizzata dalla destra dopo Hillary Clinton. Ma non piace a molti nel suo stesso partito. Il 3 gennaio la Camera appena riconquistata dai democratici voterà: le serviranno 218 voti per diventare Speaker. Nella nomination a porte chiuse di fine anno ne ha ottenuti solo 203. Non le basterà certo una foto virale per trasformarla da simbolo dell’establishment in icona di rivolta agli occhi dei nuovi deputati democratici più a sinistra di lei, che vorrebbero una leadership più giovane. E le sarà ancora più difficile smuovere i "moderati" del suo partito che la considerano troppo progressista e hanno giurato agli elettori di non votare per lei. C'è però un'aura di inevitabilità che accompagna la sua corsa: Nancy al momento non ha rivali, un po' perché ha sempre fatto politica con pugno di ferro e tutti hanno paura e un po' perché in fin dei conti sanno che nessuno conosce come lei la "macchina" del Congresso (la legge sulla sanità di Obama non sarebbe mai passata senza di lei). Mentre il 2018 si spegne, inizia così l'ultimo atto per la donna più potente nella storia della politica americana: una battaglia che contribuirà a decidere fino a che punto il nuovo Congresso coopererà, resisterà e investigherà su Trump.

Beatrice Rana. Carica: Pianista. Anni: 25. Paese: Italia. «Mi mancava suonare Bach in pubblico, e volevo sganciarmi dallo stereotipo della giovane virtuosa che suona sempre i russi e i concerti più difficili» di Irene Soave. Pianista, pugliese, classe 1993. Diplomata al conservatorio Nino Rota di Monopoli, è diventata da subito un fenomeno cosmopolita e le sue Variazioni Goldberg sono state un successo mondiale. Le ha incise nel 2017: da allora non solo le sono valse premi molto importanti, come il Classic Brit Award in Regno Unito o la menzione fra i 25 dischi classici dell'anno nel New York Times; ma anche richieste da tutti i migliori teatri del mondo, tanto che le ha eseguite già più di cinquanta volte. Interpreta la musica classica con rispetto, senza pose da "giovane che rivoluzionerà la materia" e senza ammiccamenti social; ma anche senza i virtuosismi e i tecnicismi da enfant prodige che spesso sono, per i suoi coetanei, la sola strada per affermarsi agli occhi del grande pubblico. Insomma è giovane, e dell'età ha la sensibilità, la passione, l'entusiasmo, ma non "fa" la giovane. E quindi molti, fra gli addetti ai lavori, sono del parere che durerà. Come spesso accade ai suoi coetanei, è stata più riconosciuta all'estero che in Italia, soprattutto all'inizio: il primo premio della sua vita - vinto a 18 anni - è stato a un concorso musicale nazionale in Canada, e da allora non si è mai fermata. Ora, però, Sergio Mattarella l'ha nominata motu proprio Cavaliere della Repubblica.

Clare Reichenbach. Carica: Ceo. Anni: 45. Paese: Stati Uniti. «Penso che soprattutto dai proprietari di ristoranti donne più che dalle cuoche possano venire i più grandi cambiamenti del sistema. È questo quindi un settore chiave su cui lavorare» di Isabella Fantigrossi. Laurea umanistica ed esperienze come consulente aziendale, Clare Reichenbach, 45 anni, è diventata il 20 febbraio 2018 Ceo della James Beard Foundation, l’ente no profit di New York che si occupa di raccontare la cucina americana nel mondo e considerato una delle associazioni “foodie” più famose al mondo. Naturale che, al momento dell’insediamento (il primo per lei nel settore della cucina e anche il primo come Ceo per la James Beard, da sempre guidata solo da un presidente), Reichenbach, nata a Oxford, in Inghilterra, decide di imprimere una forte svolta all’associazione. Per lasciare il suo segno. E così, anche sulla scia del movimento #MeToo, la James Beard lancia due programmi di lavoro: per combattere le disuguaglianze di genere ai vertici dell’industria della ristorazione e supportare le donne chef durante la loro carriera con borse di studio e tutoraggio. I James Beard Award dell’anno, assegnati con già Reichenbach in carica, sono stati poi notati come quelli che hanno incluso il maggior numero di donne premiate. I primi piccoli, ma importanti passi, durante il regno di Clare Reichenbach.

Sheryl Sandberg. Carica: Chief operating officer di Facebook. Anni: 49. Paese: Stati Uniti. Un mondo equo sarà quello in cui le donne gestiscono metà dei Paesi e e delle aziende e gli uomini gestiscono metà delle incombenze domestiche. Non ci fermeremo finché non raggiungeremo questo obiettivo, di Martina Pennisi. Se volete attaccare Sheryl Sandberg, mettetevi in fila. È tutto finito, per lei. O quantomeno, così sembra se ci si lascia trasportare dall’onda che si sta gonfiando di mese in mese e giorno in giorno. Ci si è messa persino Michelle Obama: durante la sua luna di miele con il pubblico americano, ha ridimensionato il concetto di “lean in” con cui Sandberg ha affisso il suo manifesto femminista nel 2013. «Non funziona sempre. Non si può avere tutto», ha dichiarato l’ex first lady nel corso di una gremita presentazione del suo libro Becoming a New York. Insomma, facciamoci avanti (traduzione italiana del titolo del libro di Sandberg), ma fino a un certo punto. Cavalcando l'onda, verrebbe da aggiungere: soprattutto tu, Sheryl, ormai ritenuta una dei due principali colpevoli - l’altro è Mark Zuckerberg - della debacle di Facebook degli ultimi due anni. La 49enne avrebbe, punta il dito la stampa americana, sottostimato l’interferenza russa nella piattaforma e adottato strategie aggressive e opinabili per difendere il marchio per cui lavora, come ordinare indagini su George Soros. Rischia il posto?, si chiedono la Silicon Valley e l’intero mercato, con le azioni di Menlo Park che continuano a scivolare. È (ancora/lo è mai stata) degna di farsi portatrice di un messaggio neo-femminista?, si domanda un’opinione pubblica sorprendentemente reattiva nello scagliarsi contro la donna, ancor prima che contro la professionista. Sandberg, diventata un perfetto capro epiatorio, mentre se ne cercano parallelamente altri per sgonfiare il #Metoo, tiene duro. Ha imparato a farlo superando l'ostacolo più difficile, la morte del marito Dave nel 2015. Ci si fa avanti anche così.

Liliana Segre. Carica: Senatrice a vita. Anni: 88. Paese: Italia. «Non mandate i figli in gita ai campi di sterminio. Lì si va in pellegrinaggio, con gli occhi bassi, meglio in inverno con vestiti leggeri, senza mangiare il giorno prima così da avere almeno un'idea di che cosa significhi avere fame» di Barbara Stefanelli. Quando incontra i ragazzi e le ragazze d'Italia per raccontare loro che cosa successe a lei - bambina milanese degli anni 30 - durante il fascismo e la seconda guerra mondiale, Liliana Segre non cerca di commuovere. Non cerca lacrime, chiama all'impegno. Perché l'indifferenza non ci prenda di nuovo la mano - la testa, il cuore - davanti all'onda del razzismo, dell'antisemitismo, della violenza che ancora si alza su di noi. Il presidente Sergio Mattarella l'ha voluta senatrice a vita della Repubblica e, dopo aver firmato la nomina, ha detto: "Ho pensato a suo padre". Il padre Alberto Segre con il quale, partendo il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della stazione centrale di Milano, aveva fatto il viaggio ad Auschwitz. Ai cancelli si sarebbero separati, ciascuno destinato a una fila diversa, per non vedersi più. "Lo guardavo mentre con la forza ci allontanavano, cercavo di sorridergli, di mandargli un cenno: sto bene, andrà tutto bene". Liliana Segre incarna una memoria attiva, senza retorica, senza dettagli che creino un orrore vuoto: una memoria potente, tutta protesa in avanti. Ha impiegato decenni prima di cominciare a raccontare la sua storia, prima di riuscirci. Oggi, nonna dei suoi nipoti e degli studenti che incontra, non lascia correre un giorno senza offrire la sua testimonianza di sopravvissuta a chi sa ascoltare. Averla avuta in mezzo a noi in sala Albertini durante la riunione del mattino, a metà dicembre, è stata la cosa migliore successa al Corriere nel 2018.

Laura Sgrò. Carica: avvocato. Paese: Italia. «La verità non è negoziabile» di Elvira Serra. Ha 43 anni, è appassionata e non arretra di un millimetro quando cerca la verità. Laura Sgrò abbiamo cominciato a conoscerla come voce della famiglia Orlandi, che da tre anni segue nelle indagini per la scomparsa di Emanuela. Ma il suo percorso è cominciato lontano, sotto il sole di Milazzo, dove è nata tra le braccia di mamma Lina e papà Nino che le hanno dato l’unica spinta formidabile capace di spingere una donna lontano: il loro amore e la possibilità di studiare per spiccare il volo. Laura, già responsabile della sede romana dello Studio legale Bernardini de Pace, è avvocato della Rota Romana (titolo che hanno 240 persone nel mondo: solo loro possono patrocinare presso qualsiasi tribunale ecclesiastico, senza limitazioni territoriali) ed è avvocato patrocinante presso le Corti dello Stato della Città del Vaticano (gli iscritti a questo albo sono una cinquantina). Ha seguito Vatileaks, ora il caso della Cappella Musicale Pontificia e quello di un giovane abusato da padre Zanotti. È sposata, trova comunque il tempo per un buon libro e, sempre, quello per rispondere a un’amica, anche sotto la tempesta. Se davvero un giorno le donne erediteranno la Terra, sarà anche grazie a donne come lei.

Vincenza Sicari. Carica: Maratoneta. Anni: 39. Paese: Italia. «È assurdo e inumano lasciare soffrire una persona su un letto d'ospedale senza dirle perché» di Valentina Baldisserri. Ha corso sempre nella prima parte della sua vita. Giorni interi di corsa, sudore e fatica. Quelle gambe agili e potenti la rendono una maratoneta di prima categoria, fino a spalancarle le porte delle olimpiadi di Pechino. Poi ad un certo punto quelle gambe l'abbandonano. È il 2012 quando per Vincenza Sicari inizia l'incubo. Salta i Giochi di Londra perché il suo organismo non risponde al meglio agli stimoli. Nel 2013 l'atleta ricoverata al Sant’Andrea di Roma ha febbri violente e una cronica mancanza di forze. Vincenza non riesce più a muovere le gambe, è paralizzata dal tronco in giù. Nessuno sa dirle perché. Una malattia degenerativa forse, ma senza nome. Inizia un lungo e infruttuoso peregrinare da un ospedale all’altro, nord centro e sud Italia, alla ricerca di risposte. Perché lei è una che non molla, si batte come un leone perché non la liquidino come paziente psichiatrica. Perché non la facciano passare per pazza quando pazza non è. 5 anni, immobile, su un letto di ospedale. Quella di Vincenza Sicari è diventata una battaglia assurda per la verità, a colpi di denunce e carte bollate. Una battaglia che questa donna di 39 anni vuole vincere. Che merita di vincere.

Nawal Soufi. Carica: attivista. Anni: 32. Paese: Italia. «Io non temo per i profughi che un giorno torneranno nelle loro terre. Ma noi europei dove andremo? Io temo per le nostre coscienze. Cosa diremo ai nostri figli?» di Elisabetta Montanari. Nawal in arabo significa «dono». E Nawal Soufi è il nome di una giovane donna italiana, nata in Marocco nel 1987, arrivata in Sicilia quando aveva un mese di vita. Lei si definisce «attivista per i diritti umani», ma in molti la chiamano «l’angelo dei profughi» o anche «lady sos». A partire dal 2013 ha contribuito a salvare migliaia di persone dalla morte nel Mediterraneo ricevendo le loro richieste di aiuto mentre erano in mezzo al mare sul suo cellulare e girando le segnalazioni alla Guardia Costiera italiana che interveniva per portarle in salvo. Ha facilitato in questo modo le operazioni della missione “Mare Nostrum”. Non si sa quante persone abbia salvato con il suo cellulare tenuto sempre acceso, c’è chi dice 120mila dal 2013. Oggi le richieste di aiuto da parte dei profughi arrivano anche dalla terra ferma, soprattutto dai centri di identificazione come quello greco di Moria, a Lesbo, dove sono trattenuti richiedenti asilo che la chiamano per denunciare abusi e violenze. Nawal Soufi nel settembre 2016 ha ricevuto il premio dell’UE come cittadina europea dell’anno.

Hito Steyerl. Carica: Film maker, visual artist, scrittrice, docente all'Università delle Arti di Berlino. Anni: 52. Paese: Germania. «Non vi è nessuna istituzione centralizzata a garantire il valore dell'arte; al contrario vi è un guazzabuglio di sponsor, censori, blogger, sviluppatori, produttori, hipster, commercianti, patrocinatori, corsari, collezionisti e figure molto più confuse. Il valore dipende da una combinazione di chiacchiere, circolazione di idee e uso abusivo di informazioni privilegiate» di Antonella Baccaro. Anche quest'anno Hito Steyerl, artista nata nel 1966 a Monaco di Baviera e oggi residente a Berlino (dove insegna arte dei nuovi media all’Università delle Arti) figura come la donna più potente dell'Arte contemporanea secondo la accreditata classifica "Power 100" di Art Review. Film maker, visual artist, scrittrice, docente, il suo obiettivo è denunciare il legame tra il potere e l'arte contemporanea. Steyerl punta il dito contro gli investitori in opere d'arte che, per motivi di tassazione, stipano le opere acquistate in porti franchi internazionali dove le opere sono esenti da tasse, ma al tempo stesso non possono essere viste da nessuno. E qui, secondo l'artista, si appalesa una contraddizione: l’arte non è arte se non può essere vista, ma oggi la sua visibilità è minacciata dal fatto che in gran parte è conservata in “musei segreti” dove non la può vedere nessuno, se non quando è spostata provvisoriamente per eventi espositivi in giro per il mondo. In questo modo l’arte è divenuta un investimento per un piccolo gruppo di supermiliardari sparsi per il mondo, che la valutano e la acquistano come alternativa alla moneta. Malgrado ciò, secondo l'artista, per questo modo alternativo di circolare l’arte è la prima forma di un sistema economico anarchico, interamente basato su meccanismi alternativi, non legati alla produzione di beni, ma alla creazione di contatti.

Ahed Tamimi. Carica: Attivista. Anni: 17. Paese: Palestina, di Gianluca Mercuri. Ahed Tamimi compirà 18 anni il 31 gennaio e nel 2018 è riuscita in un vero miracolo: ha costretto molti media internazionali a occuparsi dei palestinesi, la cui questione nazionale ha stufato praticamente tutti, la diplomazia mondiale come gli «amici» arabi. Già nota per il suo attivismo — le prime foto in cui si oppone ai militari israeliani risalgono al 2012 — Ahed è un’icona dal 19 dicembre 2017, quando fu arrestata vicino a casa sua, a venti chilometri da Ramallah, per avere preso a schiaffi e calci due soldati. I quali, non reagendo, mostrarono un eroismo speculare a quello della nemica teenager e finirono nel tritacarne della destra nazionalista, scontenta della loro «debolezza» e vogliosa di una punizione esemplare per la ribelle. La punizione non è mancata: condannata a otto mesi di prigione insieme alla madre, la ragazza è stata rilasciata il 29 luglio e da allora si candida ambiziosamente a essere considerata in futuro una specie di Rosa Parks palestinese, la donna capace di ricordare al mondo, con un gesto simbolico, i diritti della sua comunità. La cui aspirazione a governare se stessa su almeno un lembo della sua terra, libera e sovrana, suona sempre più eccentrica. Eppure ad Ahed Tamimi pare naturale.

Nadia Toffa. Carica: Conduttrice del programma tv Le Iene. Anni: 39. Paese: Italia. «All’inizio mi chiedevo “perché proprio a me?”. Poi, dopo mesi, ho trasformato questa domanda in “perché non a me?”. È il mio dolore e me lo devo portare. È una sfida che posso magari non vincere, ma devo combatterla mettendocela tutta» di Roberta Scorranese. Ha raccontato in televisione e sui giornali il suo cancro, senza finti nomi e con una schiettezza che ha commosso alcuni e irritato altri. Anche perché, presentando il suo libro incentrato proprio sulla malattia, Nadia Toffa, 39 anni, conduttrice de Le Iene, ha scritto così: «In questo libro vi spiego come sono riuscita a trasformare quello tutti che tutti considerano una sfiga, il cancro, in un dono, un’occasione, una opportunità». In tanti l'hanno criticata, trasformando il suo percorso di malattia in una specie di narrazione altalenante, controversa, forse miope. Toffa ha scelto una via diversa per parlare del suo male, probabilmente con una freschezza e un ottimismo al quale il pubblico dei social non è più abituato.

Melania Trump. Carica: First Lady. Anni: 48. Paese: Stati Uniti. «Sono molto politica. Non lo sono in pubblico, lo sono a casa» di Andrea Marinelli. Era l’unica a credere davvero, un po’ per amore e un po’ per paura, che il marito potesse diventare presidente degli Stati Uniti, e quando è stato eletto raccontano che sia scoppiata in un pianto inconsolabile. Nonostante abbia aspettato sei mesi per trasferirsi a Washington con la scusa del figlio Barron e si sia spesso mantenuta in disparte a dispetto del protocollo, Melania Trump non è però la First Lady riluttante che in molti dipingono, ma una donna riservata e indecifrabile. Nel suo primo anno e mezzo nella capitale si è dimostrata però anche forte, tenace e indipendente, qualità forgiate nella Slovenia comunista in cui è cresciuta: e così ha tenuto testa al marito, e la barra dritta, durante i numerosi scandali sessuali che lo hanno travolto, sfuggendo alla parte della povera moglie tradita che deve accettare tutto per il bene del Paese. Ne sa qualcosa Rudolph Giuliani, che appena diventato avvocato del presidente ha provato a metterle in bocca parole di sostegno non sue, ed è stato smentito con una nota ufficiale. Per confermare la propria indipendenza, a giugno ha presentato il suo progetto da First Lady e ha scelto la lotta al cyberbullismo: in molti ci hanno letto un altro tentativo di affrancarsi dai modi bruschi del marito, il cyberbullo-in-chief. Un tentativo, insomma, di essere politica a casa, e non in pubblico.

Otegha Uwagba. Carica: Fondatrice della community Women Who, scrittrice, brand consultant. Anni: 28. Paese: Regno Unito. «Non bisogna vergognarsi a parlare di soldi. La trasparenza è una delle chiavi per far sì che le donne siano pagate in modo equo» di Andrea Federica de Cesco. Se è vero che il denaro è potere, ciò che Otegha Uwagba sta facendo per rendere le donne più consapevoli per quanto riguarda la questione soldi nell'ambito lavorativo è estremamente importante. La scrittrice e brand consultant è nata 28 anni fa in Nigeria e oggi vive a Londra, dove ha fondato Women Who, community per lavoratrici che svolgono professioni creative. A queste ultime è rivolto il suo "Little Black Book", un breve e prezioso manuale con una serie di dritte per avere successo sul lavoro (in Italia è stato pubblicato dalla casa editrice Solferino). Il prossimo libro di Uwagba, in uscita nel 2020, si intitolerà "We Need To Talk About Money" e tratterà nello specifico dell'argomento stipendio. A questo proposito, uno dei suoi temi forti è quello della disparità salariale di genere: quando lavorava come pubblicitaria a Vice Uwagba guadagnava il 20% in meno dei suoi colleghi uomini, cosa che le ha fatto notare un amico dopo che si era già licenziata. Il divario retributivo medio tra i sessi nell'Unione Europea è del 16,3% (dato Eurostat). La rivista "Forbes" l’ha inserita nella lista del 2018 dei 30 giovani europei under 30 più promettenti del settore dei media e del marketing.

Sanda Vantoni. Carica: Volontaria. Anni: 26. Paese: Italia. «Quando chiesi a un senegalese se si sentiva discriminato, rispose che tutti noi discriminiamo, in qualsiasi parte del mondo, e continueremo a farlo finché non avremo l’umiltà di aprirci alla conoscenza» di Elisabetta Soglio. Per la sua grande motivazione, la passione per le relazioni, l’attenzione all’umanità. Sanda Vantoni ha 26 anni, è originaria della provincia di Bergamo e a novembre ha ricevuto il premio «giovane volontario europeo» che ogni anno, da un quarto di secolo, viene assegnato da Focsiv. Dopo aver risposto ad un bando del servizio civile, Sanda si era trasferita in Marocco al seguito della ong bolognese Cefa onlus e su quella esperienza aveva scritto la sua tesi. Un’esperienza totalizzante: Sanda non è più tornata ed è rimasta a lavorare per il progetto «Je suis Migrant» che promuove l’inclusione sociale e favorisce l’integrazione dei marocchini di ritorno combattendo il radicalismo. La sua competenza, il suo impegno, il suo sorriso sono gli stessi di tante giovani donne italiane ed europee che hanno deciso di scommettere sulla cooperazione. Ragazze colte, mature e decise a mettersi in gioco per migliorare le condizioni di vita degli esclusi e per garantire un futuro di pace. Un premio che idealmente abbraccia anche Silvia Romano, la giovane cooperante rapita in Kenya: al momento in cui scriviamo non si sa ancora nulla di lei. Ma non la dimentichiamo e la aspettiamo tutti a casa.

Margrethe Vestager. Carica: Commissario Europeo alla Concorrenza. Anni: 50. Paese: Danimarca. «L’antitrust ha a che fare con cose che ogni essere umano conosce, come l’avarizia, la paura, l’uso del potere: tutte cose che esistono dai tempi di Adamo ed Eva» di Chiara Severgnini. Margrethe Vestager, ovvero «l’unico governante che tiene davvero svegli la notte i manager delle grandi aziende tech» (New York Magazine), «la politica che multa i titani della Silicon Valley» (Motherboard) e «la tax lady che odia gli Usa» (appellativo affibbiatole da Trump). Danese, 50 anni, figlia di pastori luterani, è stata Ministro dell'economia e dell'interno del suo Paese e, dal 2014, è Commissario europeo alla Concorrenza. Il potere non le manca e lei non ha paura di usarlo: le sue sanzioni alle aziende colpevoli di aver aggirato la normativa antitrust sono sbalorditive. Un breve elenco, non esaustivo, comprende: Apple (13 miliardi di euro, più interessi, di tasse arretrate), Google (2,4 miliardi di euro nel 2017, altri 4,34 quest’anno), Facebook (110 milioni), il cartello dei produttori di camion formato da Daimler, Daf, Renault/Volvo, Iveco e Man (poco meno di 3 miliardi in totale). Le hanno chiesto se trattare con aziende con bilanci maggiori del Pil di molti Stati la metta in soggezione. Lei ha risposto: «No, perché rappresento 500 milioni di europei e me li immagino tutti alle mie spalle, a sostenermi». Sulla scrivania, comunque, conserva da anni una statuetta a forma di dito medio, regalo di un indispettito sindacato danese: un promemoria del fatto che nessuna decisione può accontentare tutti. Pare che la Danimarca non intenda ricandidarla per un posto in Commissione nel 2019 (il suo partito, il social-liberale Radikale Venstre, oggi è all’opposizione), ma gli europei non si dimenticheranno presto di lei.

Ami Vitale. Carica: Fotoreporter naturalistica. Anni: 47. Paese: Stati Uniti. «Dobbiamo considerarci come parte dell'ambiente, pensare che il nostro destino è collegato a quello degli animali» di Alessandro Sala. La sua carriera di fotoreporter è iniziata sul fronte, inviata di guerra chiamata a raccontare con i suoi scatti gli effetti dei conflitti nelle zone più calde del pianeta. Da alcuni anni, però, Ami Vitale, 47 anni, documenta altri conflitti, quelli legati alla sopravvivenza degli animali e dell’ambiente. Ha iniziato occupandosi di rinoceronti bianchi e le sue sono state le immagini più iconiche, riprese dai principali media internazionali, quando lo scorso marzo, nella riserva Ol Pejeta Conservancy, in Kenya, è morto anche Sudan, ultimo rappresentante maschio della sottospecie occidentale. Del resto Ami, una delle principali firme del National Geographic, è considerata una delle migliori fotografe naturalistiche oggi in attività e non a caso il 2018 le ha regalato il primo premio per le storie di natura al World Press Photo, il principale contest internazionale per la fotografia di informazione. Ami ha girato i cinque continenti per raccontare il mondo animale, si è travestita da panda come i ricercatori della riserva naturale di Wolong per poter documentare da vicino la via dei giovani orsetti senza genitori che devono essere introdotti in natura, ha raccontato la vita delle popolazioni native nelle terre più remote. Le sue foto sono state scelte anche per il calendario 2019 «Good to Earth» di Lavazza.

Tara Westover. Carica: scrittrice. Anni: 32. Paese: Stati Uniti. «Ammettere incertezza significa confessare debolezza, impotenza, ma credere comunque in se stessi. È una fragilità, ma in questa fragilità c’è una forza: la consapevolezza di pensare con la propria testa e non con quella di un altro» di Marilisa Palumbo. Tara è in imbarazzo, ma decide di chiedere cosa significa quella parola che non ha mai sentito prima. Olocausto. I suoi compagni pensano sia uno scherzo di cattivo gusto. Ma Tara davvero non sa cosa sia lo sterminio degli ebrei. Non sa che “negro” è un dispregiativo. Non ha quasi mai visto un africano americano. Vive in una zona rurale e sperduta dell’Idaho, non è mai andata a scuola, ha nove anni quando la registrano all’anagrafe. La sua famiglia è mormona, suo padre un survivalista paranoide, ossessionato dalla fine del mondo. La sua infanzia è fatta di oscurità e violenza, e lei la racconta asciutta, ma senza censure. È l’istruzione, anche grazie alla spinta di uno dei suoi fratelli, a salvarla, e a portarla dall’oscurità di Buck’s Peak alle aule di Cambridge. L’Educazione di Tara Westover è uno dei casi letterari dell’anno, uno dei migliori dieci libri del 2018 secondo il New York Times. Lei e la storia del suo coraggio e del suo riscatto sono una favola moderna, un elogio della potenza e della forza che possono dare la conoscenza, la memoria e la competenza, tanto più prezioso in tempi di approssimazione, complottismi e false verità.

Serena Williams. Carica: Tennista. Anni: 37. Paese: Stati Uniti. «Non ho mai imbrogliato, preferisco perdere che vincere imbrogliando» di Raffaella Cagnazzo. Il rientro sui campi, le sconfitte, le lacrime e i nervi a fior di pelle: il 2018 di Serena Wiliams è un rollercoaster emozionale pieno di sorprese. Un anno che segna il suo ritorno sui campi dopo la nascita della sua bambina, Alexis Olympia, e che testimonia anche la sua umanizzazione. Serena mamma è sempre una vincente (con le finali raggiunte a Wimbledon e agli Us Open), ma capace di sbagliare e scalfire la sua immagine di eroina inarrestabile sul campo. L’ha fermata Naomi Osaka, ma l’ha fermata soprattutto il lasciar trasparire le sue emozioni. Non più robot che segna punti senza cedimenti, ma una donna che ama il suo sport (leggi lavoro) a tal punto da lottare fino all’estremo, rimediando penalità – le prime della sua carriera – che le fanno perdere la testa, lacrime e una scenata che resterà nella storia. Ma lasciando comunque il segno: è anche merito della sua esperienza se la WTA ha detto sì a leggings e ranking protetto per la maternità delle tenniste.

Andria Zafirakou. Carica: Insegnante. Anni: 40. Paese: Regno Unito. «Essere insegnanti non è una scelta, è più una vocazione, un destino che si compie» di Antonella De Gregorio. Dopo aver vinto il premio da un milione di dollari della Varkey Foundation per il migliore prof del mondo, Andria Zafirakou, 40 anni, insegnante di arte e tessuti alla Alperton Community School di Brent, periferia nord ovest di Londra, avrebbe potuto mettersi a riposo per il resto dei suoi giorni. Invece, quest’insegnante energica e appassionata, nata a Londra da una famiglia di migranti dalla Grecia, ha deciso di usare i soldi del premio per dare vita a un’associazione benefica per sostenere la diffusione di progetti artistici nella sua scuola, segnata da povertà e degrado, e in tutte le altre della Gran Bretagna. Perché l’arte – è convinta Andria - può davvero trasformare le esistenze e superare le barriere. E con la sua associazione porterà nelle scuole grandi artisti, perché siano modelli e fonte d’ispirazione per gli studenti. I suoi, tra gli 11 e i 18 anni, provengono dalle famiglie più indigenti della Gran Bretagna. Nelle sue aule in cui si parlano “cento lingue”, la prof da Nobel ha imparato le basi di 35 idiomi per salutare gli alunni al mattino e aiutare i genitori a sentirsi sempre benvenuti. Ha ridisegnato i programmi per renderli più etnici, visita le case degli alunni e li accompagna allo scuolabus. La sua ricetta? Passione e amore. E la convinzione che "ogni ragazzo ce la possa fare se viene seguito con impegno e dedizione”.

Donna per antonomasia. Carica: Politiche italiane. Paese: Italia, di Tommaso Labate. La seconda carica dello Stato è una donna. È una donna anche la ministra della Difesa, che tra l’altro è succeduta nell’incarico a un’altra donna. C’è una donna alla guida del ministero della Pubblica amministrazione e una donna al ministero dedicato al Sud. Anche il ministero della Salute è guidato da una donna. Ci sono tantissime donne che ricoprono ruoli di sottogoverno, compreso al ministero dell’Economia, dove il sottosegretario più visibile è una donna. È donna la sindaca della capitale d’Italia. Anche la prima, storica capitale dell’Italia unita ha da qualche anno un sindaco donna. E, per quanto le donne nei ruoli apicali delle nostre istituzioni siano già molte rispetto al passato, la sensazione è che ce ne vorrebbero tantissime di più. Perché, a onor del vero, è difficile individuare tra le tante donne guidano questo Paese – sopra citate, nell’ordine, Elisabetta Casellati, Elisabetta Trenta, Giulia Bongiorno, Barbara Lezzi, Giulia Grillo, Laura Castelli, Virginia Raggi, Chiara Appendino – la donna dell’anno nella politica italiana. Tra una scelta votata al «meno peggio» e una «non scelta», forse è il caso che prevalga la seconda. Che forse è il modo meno doloroso di augurarsi un 2019 migliore del 2018 appena trascorso.

Ludovica Nasti, Elisa Del Geno, Gaia Girace e Margherita Mazzucco. Carica: Attrici. Paese: Italia. «Lila e Lenù sono come noi. Coraggiose e insicure, timide e testarde. Complesse e piene di sfaccettature» di Micol Sarfatti. Fossero in carne e ossa, un posto tra le donne dell’anno Lila Cerullo e Lenù Greco lo meriterebbero d’ufficio. Per la loro grinta, il loro buttarsi a capofitto nella vita, la loro voglia di emancipazione in una società maschilista. E invece sono personaggi letterari, protagoniste della tetralogia di Elena Ferrante L’amica geniale. Impersonare sullo schermo due eroine - così amate- della letteratura contemporanea era un’impresa difficile, anche per attrici di grande esperienza. Quattro ragazze dai 12 ai 16 anni l’hanno portata a termine brillantemente nell'omonima serie tv firmata da Saverio Costanzo e coprodotta da Rai e Hbo. Si chiamano Ludovica Nasti, Gaia Girace, Elisa Del Genio e Margherita Mazzucco. Le prime volto e voce della battagliera Lila, le seconde della timida Lenù. Sconosciute al grande pubblico, tutte di origini napoletane, debuttanti davanti alla cinepresa, hanno regalato una prova attoriale di valore, dimostrando talento, professionalità e portando la qualità del cinema italiano nel mondo. Sono pure riuscite a farci credere che Lila e Lenù, in realtà, ce le eravamo sempre immaginate così, come loro: una piccola magia.

Le ragazze della staffetta 4x400. Carica: Atlete. Paese: Italia. «Prime, le italiane» di Greta Sclaunich. «Prime, le italiane». Una sola virgola ha cambiato tutto: da slogan xenofobo a messaggio positivo di integrazione. Perché queste tre parole (più una virgola) sono quelle che tantissimi hanno usato per commentare la foto di Raphaela Luduko, Maria Benedicta Chigbolu, Libania Grenot, Ayomide Folorunso. Le quattro italiane vincitrici dell’oro nella staffetta 4x400 ai Giochi del Mediterraneo, in posa sulla pista di atletica con il tricolore sullo sfondo e il sorriso sulle labbra. Le ho scelte perché sono agguerrite e vincenti. Ma anche perché, dopo la vittoria, hanno scelto il silenzio: non hanno commentato la foto, diventata subito virale, né sono entrate in facili polemiche commentando le politiche del governo integrazione. Hanno lasciato parlare lo scatto e la loro vittoria. Con quella virgola che dice più di mille parole.

Le 7 promotrici della manifestazione SiTav di Torino. Carica: Varie. Paese: Italia. «Senza urlare diremo sì allo sviluppo. E se vedremo bandiere politiche chiederemo per favore di abbassarle» di Antonella Baccaro. Patrizia Ghiazza, cacciatrice di teste. Roberta Castellino, architetta. Adele Olivero, avvocata. Simonetta Carbone, comunicatrice. Giovanna Giordano, esperta di web. Roberta Dri e Donatella Cinzano, creative. Piaccia o meno il loro fervore a sostegno della Tav, queste signore della buona borghesia torinese hanno aperto il varco della protesta contro un governo troppo spesso immobilizzato da veti e controveti. E hanno dimostrato che le donne, anche da sole, hanno la forza di smuovere animi e idee. La loro è nata il giorno in cui il consiglio comunale di Torino ha votato l'ordine del giorno contro la realizzazione della Torino-Lione. «Siamo uscite dal municipio e abbiamo dato vita a un gruppo su Facebook, "Sì, Torino riparte”, che ha raccolto in poche ore migliaia di adesioni» ha raccontato Giovanna Giordano, nonna di tre bambini e presidente del Rotary Torino Est. All'iniziativa piano piano hanno aderito moltissime associazioni di categoria in rappresentanza delle forze produttive del territorio ma anche di diversi partiti. Risultato: il 10 novembre, a piazza Castello, hanno manifestato pacificamente 40 mila persone. Ps. I grillini le hanno definite "madamine" per sminuirne l'impegno civile. Mai definizione portò più fortuna.

L'ANNO CHE E'...

Libertà di informazione, nel 2017 minacciati 423 giornalisti. I dati dell'osservatorio promosso da Fnsi e Ordine. La tipologia di attacco prevalente è l'avvertimento (37 per cento), scrive il 31 dicembre 2017 "La Repubblica". Libertà di informazione sempre più a rischio in Italia. I casi sono andati aumentando e nell'anno che si chiude Ossigeno per l'informazione (l'osservatorio promosso dalla Fnsi e dall'Ordine presso l'Associazione stampa romana) ha accertato gravi violazioni: intimidazioni, minacce, ritorsioni e abusi nei confronti di 423 giornalisti, blogger, fotoreporter, video operatori. Quest'anno i cronisti colpiti sono undici più del 2016, e per il 25% donne. Ossigeno ha pubblicato i nomi di ciascuno degli operatori dell'informazione colpiti e ha descritto gli attacchi ingiustificabili che hanno subito. Ognuno di questi operatori dell'informazione è stato preso di mira per impedirgli di raccogliere e diffondere liberamente notizie di interesse pubblico. La tipologia di attacco prevalente è stata l'avvertimento (37 per cento) seguita dalle querele infondate e altre azioni legali pretestuose (32 per cento). Altre tipologie prevalenti sono state le aggressioni fisiche (20 per cento), le azioni per ostacolare la libertà di informazione con modalità non perseguibili per legge (7 per cento) e i danneggiamenti di beni personali o aziendali (4 per cento). La regione italiana più colpita è stata il Lazio, dove sono state accertate più intimidazioni e ritorsioni. Solo a Roma e nei dintorni sono stati colpiti 141 giornalisti e blogger, il 33 per cento dei 423 casi riscontrati nell'intero territorio nazionale. Nel Lazio c'è stato un incremento di otto punti percentuali rispetto al 2016. Questa concentrazione delle intimidazioni e delle minacce nella Capitale e nei centri circostanti è stata segnalata da Ossigeno ripetutamente da maggio in poi e rappresentata in un dossier intitolato "Allarme Lazio". E' il primo anno, dal 2013, che la percentuale degli avvertimenti supera quella delle azioni legali pretestuose. Le cifre di Ossigeno rispecchiano l'andamento delle intimidazioni e delle minacce attuate in Italia contro i giornalisti e descrivono in dettaglio il 6 per cento del fenomeno. Per avere una stima attendibile del numero di cronisti colpiti effettivamente da queste violazioni durante l'anno bisogna dunque moltiplicare per quindici il numero dei casi accertati. Moltiplicando 423 per 15 si ottiene 6.435. Nel 2017, Ossigeno è stato in grado di verificare con cura 216 differenti episodi (14 meno del 2016). Il numero dei minacciati è quasi il doppio degli episodi esaminati perché in 87 di questi casi sono state prese di mira più persone.

Lavoro all'estero: chi sono e perché gli italiani emigrano. Cinque milioni hanno scelto di fare le valigie e ora vivono fuori confine. Tra loro anche professionisti: medici, infermieri, insegnanti e architetti, scrive il 27 dicembre 2017 Massimo Morici su Panorama. Non si arresta la fuga degli italiani alla ricerca di lavoro e opportunità all'estero. Un'emorragia che rischia di dissanguare il paese delle migliori risorse e professionalità e anche di soldi (5 miliardi di euro secondo i calcoli di Luca Ricolfi pubblicati su Panorama). Un allarme lanciato più volte nel 2017, un anno che ha visto la pubblicazione di non pochi studi su questo fenomeno degli ultimi due lustri. Questi i numeri più aggiornati e pubblicati nella seconda metà dell'anno: circa 5 milioni gli italiani che vivono e lavorano fuori confine, di cui oltre 2 milione con un'età inferiore a 50 anni e un milione con meno di 34 anni. Tra questi anche 10 mila medici e altri 16 mila professionisti, soprattutto in ambito sanitario, ma anche architetti e insegnanti. Destinazione: Regno Unito, Svizzera, Francia, Stati Uniti e Spagna sono le mete preferite.

La fuga dei medici. In dettaglio, dal 2005 al 2015 in 10.104 camici bianchi hanno lasciato l'Italia per andare a lavorare negli ospedali del Regno Unito, la destinazione scelta dal 33 per cento dei medici espatriati, e della Svizzera (26 per cento). I dati sono della Commissione europea. Indicano un trend preoccupante visto in prospettiva futura: oltre 50 mila medici andranno in pensione entro il 2025, ma a quella data gli specialisti formati saranno 40 mila. Il saldo, stando alle stime, è in rosso e rischia di peggiorare se molti italiani sceglieranno la via estera, con il paradosso di un'Italia costretta ad assumere medici stranieri.

Gli altri professionisti che se ne vanno. Il fenomeno riguarda purtroppo anche le altre professioni della sanità: dal 2005 al 2016 (sempre stando ai dati della Commissione europea) se ne sono andati 7.967 infermieri, 1.255 farmacisti, 1.023 veterinari, 827 fisioterapisti, 794 ottici e 777 ostetriche. Anche altri giovani professionisti italiani puntano all'estero per la propria carriera: è il caso di 1.923 insegnanti di scuola secondaria e 1.632architetti.

I giovani all'estero. Ma quanti sono gli italiani trasferiti in Europa e nel mondo? Il rapporto Italiani nel mondo 2017 della Fondazione Migrantes della Cei racconta di circa 5 milioni d'italiani trasferiti in Europa e nel mondo su una popolazione di circa 60 milioni (8,2 per cento), con un aumento nel 2016 del 3,3% rispetto all'anno precedente. Ad andarsene, purtroppo, sono soprattutto le fasce di età nel pieno dell'età lavorativa: oltre 1 milione e 163 mila italiani tra i 35 e i 49 anni hanno scelto l'estero per il proprio futuro lavorativo.

Pensionati, perché in tanti vanno all'estero. Il presidente dell’Inps si scaglia contro il fenomeno degli assegni pagati fuori dall'Italia, che costano oltre 1 miliardo di euro all’anno, scrive il 19 luglio 2017 Andrea Telara su Panorama. In Portogallo, nel Nord Europa ma anche in Sudamerica o in altre località esotiche. I soldi pagati dall’Inps ogni anno finiscono un po’ ovunque, in 160 paesi diversi, e pesano sulle casse dello Stato per oltre 1 miliardo di euro. Sono quelli che vanno nelle tasche di 373mila persone che risiedono all’estero e che hanno comunque diritto a ricevere una pensione dall’Istituto Nazionale della Previdenza, avendo versato una parte dei contributi in Italia.

Via dall'Italia anche le quattordicesime. Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha detto che si tratta di un'anomalia che costringe il nostro Paese a mandare all’estero una montagna di soldi, senza ottenere in cambio alcun beneficio in termini di consumi interni. Soltanto per le quattordicesime, che da quest’anno sono state rese più generose per sostenere i pensionati meno abbienti, l’Inps paga all’estero oltre 35 milioni di euro annui.

La questione è un po’ complessa ed è riconducibile sostanzialmente a due ragioni. Innanzitutto, ci sono persone italiane e straniere che hanno lavorato un po’ nel nostro Paese e poi si sono trasferite all’estero per vari motivi. In virtù delle nostre leggi previdenziali, questi ex-lavoratori hanno comunque diritto a percepire un assegno dall'Inps anche se non abitano più in Italia. Si tratta di una rendita che spesso va ad aggiungersi a quella maturata presso enti previdenziali stranieri. Boeri ha messo in evidenza che spesso i beneficiari di queste pensioni hanno dei periodi contributivi molto brevi: più del 33% ha lavorato in Italia meno di 3 anni, il 70% meno di 6 anni e l’83% meno di 10 anni. Poco e niente, insomma. Come se non bastasse, ai tanti ex-lavoratori che hanno contributi ridotti alle spalle e vivono in parte a spese dell’Inps, si è aggiunta negli ultimi anni un’altra categoria di migranti.

In Portogallo niente tasse per 10 anni. Si tratta di molti pensionati, cittadini italiani al 100%, che vanno a vivere all’estero una volta maturato l’assegno Inps con il pieno dei contributi, cioè dopo 35 o 40 anni di onorata carriera. Tra il 2010 e il 2015, più di 16mila persone hanno fatto questa scelta. Trascorrendo fuori dai confini nazionali almeno 183 giorni in un anno, questi pensionati-migranti possono anche portare all’estero la loro residenza fiscale e pagare le imposte nel Paese di destinazione e non in Italia, dove gli assegni Inps sono assai tartassati con l’irpef.

Una delle mete preferite dai pensionati-migranti, per esempio, è il Portogallo. Chi si trasferisce là, oltre a poter contare su un sistema sanitario di livello europeo e prezzi più bassi che in Italia, per ben 10 anni non paga tasse sui redditi. E così, grazie a questa agevolazione fiscale, una pensione italiana di 1.200 euro netti sale a 1.500 europer chi ha voglia di trasferirsi a Lisbona o in qualche altra città portoghese. Un assegno di 2mila euro, invece, cresce addirittura fino a 2.900 euro. Di fronte a queste cifre, è difficile resistere alla tentazione di preparare subito i documenti per il cambio di residenza e fare le valigie. 

L'Italia ha perso la lingua: si parla più l'arabo dei dialetti. Solo un italiano su otto usa prevalentemente l'idioma locale. Raddoppiano invece i madrelingua stranieri, scrive Francesca Angeli, Giovedì 28/12/2017, su "Il Giornale". Dialetti in via d'estinzione. Prosegue lenta ma inarrestabile la progressiva perdita dell'uso del dialetto un po' in tutta Italia. Un fenomeno iniziato decenni fa, al quale diede un impulso decisivo l'omologazione della lingua sia per la scolarizzazione di massa sia per la diffusione della televisione e del suo linguaggio. L'Istat rileva come ormai soltanto il 14 per cento della popolazione, ovvero poco più di 8 milioni di persone, parli prevalentemente il dialetto anche soltanto nella propria famiglia; con gli amici usa il dialetto solo il 12 per cento e si scende al 4,2 se si comunica con estranei. E se l'evoluzione della lingua è un fenomeno naturale la scomparsa dei dialetti era già considerata una perdita incolmabile negli anni '70. Pier Paolo Pasolini, che vedeva strettamente intrecciati l'espressione in dialetto e il riconoscimento della propria identità e diversità osservava che «il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà», definendo la scomparsa del dialetto come una tragedia: «Uno dei momenti più dolorosi della perdita della realtà». I numeri dell'Istat registrano il fenomeno: il 45,9 per cento della popolazione dai sei anni e oltre (26 milioni di persone) si esprime prevalentemente in italiano in famiglia e il 32,2 sia in italiano sia in dialetto. L'uso della lingua italiana è più diffuso al Nord-ovest e al Centro della penisola, mentre prevale il dialetto al Nord-est, al Sud e nelle Isole. Si parla prevalentemente italiano nel 61,3 per cento delle famiglie residenti al Nord-ovest e nel 60 di quelli residenti al Centro, rispetto al 27,3 delle persone che vivono al Sud e al 32,9 di quelle residenti nelle Isole. Raddoppia la popolazione che fa uso di un'altra lingua: il 6,9, circa 4 milioni di individui contro i 2 milioni registrati nel 2006. Nel 2015 comunque il 90,4 per cento della popolazione è di lingua madre italiana ma accanto alla scomparsa dei dialetti aumenta la presenza di quanti si dichiarano di lingua madre straniera. Anche in questo settore assistiamo rispetto al 2006 ad un raddoppiamento dal 4,1 al 9,6 del 2015. Le più parlate sono il rumeno, l'arabo, l'albanese, lo spagnolo e il cinese. Ovviamente sono le aree del Paese dove è più elevata l'incidenza di cittadini stranieri residenti ad essere interessate dalla presenza di persone di lingua madre straniera. Prima di tutto il Nord-est con il 15,2 poi il Nord-ovest, 11,5. La presenza di persone con lingua madre diversa dall'italiano è più forte tra i giovani di età compresa tra i 25 e i 44 anni, raggiungendo il picco tra le persone di 25-34 anni 16,9.

In Italia poi si legge sempre meno. I lettori sono passati dal 42 della popolazione di 6 anni e più del 2015 al 40,5 nel 2016. Sono le donne a leggere di più: il 47,1 contro il 33,5 degli uomini. Un dato resta costante da decenni: una famiglia su 10 non ha neppure un libro in casa. Libri, 6 italiani su dieci non leggono Siamo tornati ai livelli del 2001. I dati pubblicati dall’Istat fotografano l’inesorabile diminuzione dei lettori, con punte drammatiche al Sud. Impietoso il confronto con l’estero, scrive il 27 dicembre 2017 Cristina Taglietti su "Il Corriere della Sera". Il pianeta dei lettori si sta inesorabilmente spopolando. E anche a ritmo piuttosto serrato. Ormai ogni pubblicazione di dati è un nuovo allarme. E fanno un po’ paura i numeri sulla produzione e la lettura di libri in Italia rilasciati il 27 dicembre dall’Istat, risultati da due diverse indagini. Partiamo dalle voci con il segno più. Nel 2016 si rileva un lieve segnale di ripresa della produzione editoriale: i titoli pubblicati aumentano del 3,7% rispetto all’anno precedente (anche se continuano a diminuire le tirature). Ma chi legge questi libri?, viene da chiedersi andando avanti. I lettori (e per essere definiti tali basta aver letto almeno un libro l’anno per motivi non strettamente professionali o scolastici) erano il 42% della popolazione di età superiore ai 6 anni nel 2015 ma sono scesi al 40,5% nel 2016 (per capirci: in Norvegia i lettori sono oltre il 90%, in Spagna oltre il 60%).Tirano la volata le donne (il 47,1 % contro il 33,5 % degli uomini), mentre, dal punto di vista dell’età, sono i ragazzi tra gli 11 e i 14 anni (51,1%), anche se in generale anche lì si sono persi parecchi punti di lettura. Più nel dettaglio: poco meno della metà dei lettori italiani dichiara di aver letto più di tre libri nei 12 mesi precedenti l’intervista (e sono i così detti «lettori deboli»), mentre 14 su cento, una sparuta minoranza, sono «lettori forti», cioè hanno letto almeno 12 titoli nell’ultimo anno. Ma è sulla lunga distanza che vanno valutati i dati. Lo sguardo d’insieme mostra che se a partire dall’anno 2000 — quando la quota di lettori era stimata al 38,6% — l’andamento è stato crescente nel periodo successivo fino a toccare il massimo nel 2010 (con il 46,8%), da allora la diminuzione è stata continua e nel 2016 siamo tornati indietro di 15 anni, cioé alle stesse percentuali del 2001. Dal report arrivano altre conferme, come il fatto che la lettura è legata al titolo di studio e le differenze territoriali, che configurano una vera e propria «questione meridionale» che prima o poi andrà affrontata anche a livello istituzionale. Legge meno di una persona su tre nelle regioni del Sud (27,5%) mentre in quelle del Nord-Est si raggiunge la percentuale più elevata (48,7%). Ma dove si impara la passione per i libri? Se, secondo gli editori intervistati per l’indagine, tra i fattori che determinano la scarsa propensione alla lettura in Italia c’è anche la mancanza di adeguate politiche scolastiche, è vero anche che la famiglia continua a essere il luogo principale in cui si sviluppa l’amore per la lettura. Al di là del fatto che nel 2016 circa una famiglia su dieci ha dichiarato di non avere alcun libro in casa, dato ormai costante da quasi un ventennio, i dati dimostrano che la propensione alla lettura dei bambini e dei ragazzi è favorita dalla presenza di genitori che hanno l’abitudine di leggere libri. Basta un esempio: tra i ragazzi di 11-14 anni, legge il 72,3% di chi ha madre e padre lettori e solo il 33,1% di coloro che hanno entrambi i genitori non lettori.

Da fake news a sex gate, da femminicidio a influencer: vota la parola dell'anno. Non è facile formulare ipotesi sul termine che si è impresso di più, dell'anno che sta volgendo al termine, nell'immaginario collettivo. Spetta a voi lettori, come di consueto, il compito di decidere delle sorti di ciascuna delle 15 candidate, scrive Massimo Arcangeli il 21 dicembre 2017 su "La Repubblica". Com'è accaduto ultimamente assai spesso, anche per il 2017 è arduo avanzare un pronostico sulla parola che si aggiudicherà, fra quelle qui selezionate, la palma della più rappresentativa al giudizio dei nostri lettori. Spetterà difatti a loro, come di consueto, il compito di decidere delle sorti di ciascuna delle 15 candidate. Non è facile formulare ipotesi sul termine che si è impresso di più, dell'anno che sta volgendo al termine, nell'immaginario collettivo: se le donne vittime della furia omicida maschile (femminicidio), le bufale giornalistiche nell'era di Internet (fake news) o gli episodi a catena di discriminazione ai danni di persone omosessuali (omofobia); se i paradisi fiscali, anche per via dei tanti nostri connazionali coinvolti (paradise paper); se lo scandalo sul potere molestatore (sexgate), i cui travolgenti effetti a catena non hanno risparmiato – arrivando a colpevolizzarle – le sue stesse vittime. Difficile dire se s'imporrà la politica nostrana, fra imbarazzi (impresentabile) e temi, leggi, interventi chiave (biotestamento, ius soli, vaccino, voucher); se peseranno di più i venti di ribellione che minacciano di tornare a soffiare impetuosamente, per la terza volta, in Medio Oriente (intifada); se dimostreranno di avere maggior forza attrattiva, fra le tante creature umane virtuali, i portatori d'odio gratuito (hater) o i concentratori di like (bloggers, youtubers,  instagramers...) dal folto o foltissimo seguito (influencer); se ad attirare il favore generale sarà invece la prosperosità delle forme femminili al tempo del politicamente corretto (curvy), oppure l'albero natalizio capitolino, defunto.

...E L'ANNO CHE FU...

Ricordiamoci i campioni al governo in questi anni, scrive il 19 Maggio 2018 Franco Bechis su Libero Quotidiano. Oh, sì. L’alleanza fra Luigi Di Maio e Matteo Salvini non è naturale: si sono scontrati in tutta la campagna elettorale. I due non sono espertissimi di governo? Vero. Unire i loro programmi è utopia? Possibile. Però ricordiamoci gli ultimi venti anni, tutti i campioni che sono sfilati a palazzo Chigi e dintorni, il fallimento di ogni programma presentato, l’Italia che di anno in anno è andata indietrom, fino all’ultimo posto nella Ue raggiunto nelle ultime settimane. E chiediamoci: c’è davvero il rischio di fare peggio? E’ matematicamente impossibile…Qualcuno si ricorda dell’espertissimo Mario Monti e della sua superministra, la tecnica Elsa Fornero, quella che ha fatto più errori tecnici con la sua riforma delle pensioni (gli esodati) di qualsiasi studentello alle prime armi? Davvero si può pensare di fare peggio di loro? O di Enrico Letta e Fabrizio Saccomanni, che durarono solo otto mesi passando alla storia per un paio di provvedimenti pensati solo per le banche e che per altro si sono rivelati inutili, visto che subito dopo sono scoppiate le crisi di Mps, delle popolari e delle venete? Che dire poi delle ricette miracolose di Matteo Renzi, del suo ministro Pier Carlo Padoan e della esperta di banche Maria Elena Boschi? Hanno preso in mano un’Italia sicuramente già scassata dai predecessori, e dal 23° posto sono riusciti a consegnarla a questa legislatura al 28° e ultimo posto europeo in qualsiasi classifica macroeconimica. E senza avere risolto uno solo dei problemi che hanno messo in crisi la maggiore parte delle famiglie italiane. In compenso i loro insuccessi garantiscono una sicurezza: oltre l’ultimo posto non c’è più caduta possibile. Nemmeno per Salvini e Di Maio. E andando indietro con l’orologio della storia? Si va ai due protagonisti della prima parte del ventennio della seconda Repubblica: Romano Prodi, l’uomo dalle cento tasse con i suoi vari Vincenzo Visco, dracula del fisco. O a Silvio Berlusconi con i suoi Giulio Tremonti e Gianfranco Fini (c’è stato un tempo in cui erano culo e camicia). Anche a quell’epoca le promesse erano elettrizanti, e i timori sui conti pubblici altissimi. Qualcuno ha mai visto la flat tax che anche Berlusconi promise nel 2001 con la sua rivoluzione fiscale? Non la portò a casa, e come tutti i premier di questi anni non riuscì a fermare l’inesorabile declino dell’Italia. Poi fu ucciso dallo spread e mandato via da palazzo Chigi da un complotto europeo. Sorprende oggi vederlo dagli assassini dell’epoca a ventilare -lui, proprio lui- lo spauracchio dello spread contro il nuovo governo gialloblù. E allora? Allora il peggio l’abbiamo già passato. E ogni volta che l’abbiamo fatto notare in questi anni invocavamo svolte in gran parte contenute in quel contratto di governo firmato da Lega e M5s. Non è detto siano in grado di realizzarle, è vero. Potrebbero fallire anche loro come tutti i predecessori. Vero come per chiunque: nessuno nasce superman, e anche con tutta la buona volontà di cambiamento gli ostacoli da superare potrebbero rivelarsi invalicabili. Ma in questi 20 e più anni ricordo che solo nei confronti di Berlusconi e solo da un a parte del sistema dei media c’è stato totale scetticismo fin dalla vigilia. Non un dubbio sulle capacità taumaturgiche di Prodi, non un aggrottare di ciglio su Monti, l’uomo che faceva sembrare meraviglioso pure il loden indossato. Entusiasmo per la mediocrità di Letta, tripudio per l’arrivo al potere di Renzi, che avrebbe rivoluzionato l’Italia come un calzino. Mai un fronte scettico a 360 gradi come per Salvini e Di Maio, mai un esercito mondiale di Cassandre come in questo caso. Un atteggiamento che fa ben sperare: la strana coppia parte bene, non incensata a prescindere come tutti gli altri. Può anche combinare qualcosa di buono, questa volta…

Agosto 2011 l’anno in cui gli italiani scoprirono lo spread. La crisi dei debiti sovrani del 2011 fu a tutti gli effetti la seconda ricaduta, più grave e più duratura della prima, scrive Paolo Delgado il 16 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Esattamente sette anni fa, in agosto, gli italiani iniziarono a conoscere e ad adoperare comunemente un termine tecnico che sino a quel momento era rimasto confinato nel perimetro ristretto dei tecnici: “Spread”. Trattasi del differenziale tra il rendimento dei titoli di Stato tedeschi e quelli dei vari Paesi dell’Unione. Ma nell’opinione diffusa quei numeretti equivalgono da quell’estate in poi a un termometro: indicano quanto alta sia la febbre e quanto metta a rischio la vita stessa del paziente, nel caso i conti pubblici italiani. In quell’agosto 2011 la crisi mordeva già da quattro anni e si era rivelata gravissima, la peggiore dalla Grande Depressione in poi già da tre: da quando cioè il fallimento della Lehman Brothers aveva trascinato prima gli Usa e poi l’Europa in quella che passerà alla storia come Grande Recessione. Ma in quell’estate che pareva dover essere segnata solo dalle all’epoca abituali polemiche sulle abitudini sessuali del dottor Berlusconi e sull’età delle sue amanti, la crisi già arretrava nel Paese- culla, gli Usa. L’incubo lì aveva un nome preciso: double dip, la ricaduta. Non successe su quella sponda dell’Atlantico. Capitò invece in questa. La crisi dei debiti sovrani del 2011 fu a tutti gli effetti il secondo dip, la ricaduta, più grave e più duratura della prima botta. In seguito alla crisi del 2008 i debiti degli Stati si erano impennati e la fiducia degli investitori nella possibilità di rifonderli da parte degli Stati dall’economia più fragile era andata a picco. Le risposte alla crisi della Bce, per molti versi opposte a quelle della Fed americane, centrate cioè sul rigore invece che su massicci investimenti, avevano avuto in effetti risultati opposti: in America la crisi arretrava, in Europa mordeva più a fondo e incideva fino alla carne viva sui debiti pubblici. In Italia la situazione era meno disastrosa di quanto il comportamento “dei mercati” farebbe credere. Il disavanzo era pari al 4,6% del Pil, appena un po’ peggio che in Germania, meglio della Francia e del Regno Unito. L’avanzo primario metteva al riparo dal pericolo di dover contrarre nuovi debiti per pagare gli interessi di quelli già esistenti, all’epoca il 130% del Pil. D’altra parte le tensioni nel governo e la credibilità in picchiata di Berlusconi rappresentavano fianchi esposti. Le resistenze del governo alle richieste rigoriste europee, nonostante fossero finite con una resa segnata dalle misure economiche adottate in luglio, aumentava il pericolo. La manovra economica fu bocciata di fatto dalle agenzie di rating già il primo luglio. Il differenziale, che in gennaio era di 173 punti e che da quel momento aveva preso ad aumentare, passò al galoppo. Il 7 luglio toccava i 226 punti. All’inizio di agosto e nonostante le misure accolte da Berlusconi superava la soglia critica dei 300 punti: quel che rischia di accadere ora. Da quella soglia in poi, effettivamente, la speculazione trova effettivamente praterie di fronte a sé. Nessuna misura fu però adottata dalla Bce guidata dal presidente uscente Trichet per impedire la messa a sacco e la stessa autonomia dei mercati è in realtà sospetta. Di fatto in quell’estate lo Spread giocò lo stesso ruolo delle cannoniere ottocentesche, adoperate per prendere di mira un governo che non appariva agli occhi dell’Europa e dei mercati sufficientemente affidabile quanto a rigorismo e credibilità internazionale. Il 5 agosto Trichet e il suo successore designato, Mario Draghi, inviarono ai governanti italiani una lettera- memorandum segreta nella quale imponevano misure severe, di fatto commissariando la politica italiana. Lo stesso giorno, in conferenza stampa, Berlusconi e il ministro dell’Economia Tremonti annunciarono nuove misure rigoriste. Dell’esistenza della lettera si ebbe notizia, sia pur non ufficiale, subito. Il testo, secretato, fu pubblicato dal Corriere della Sera solo il 29 settembre. L’assedio proseguì nonostante il nuovo giro di vite rigorista. In settembre Standard & Poor’s declassò il debito italiano, avviando un nuovo arrembaggio con ulteriore accelerazione dello spread. Di sfuggita, è quel che rischia di ripetersi nel settembre 2008. La possibilità di un downgrade da parte delle agenzie di rating è elevata. Nella situazione data sarebbe un colpo forse fatale. In ottobre le pressioni su Berlusconi diventarono invincibili, accompagnate da uno spread ormai a 500 punti. Ufficialmente la richiesta era immediato varo di tutte le misure richieste dalla lettera memorandum. Di fatto l’obiettivo erano le dimissioni del governo, sostituito da una figura di assoluta fiducia per la Ue. Il nuovo premier era già stato scelto, Mario Monti. Accettò di sbrigare la faccenda, ha dichiarato pochi mesi fa, perché la sola alternativa era il commissariamento. Le risatine di Angela Merkel e Francois Sarkozy quando il 23 ottobre, in conferenza stampa, fu loro chiesto se ritenevano Berlusconi adeguato a varare le misure draconiane necessarie, fu la campana a morto per il Cavaliere. Le cose cambiano. Oggi proprio Berlusconi è il più convinto assertore della necessità di evitare strappi con la Ue e oggi, di nuovo, la minaccia dello spread rischia di condizionare in ogni suo passaggio la politica di un governo italiano, e forse la sua stessa sopravvivenza.

I bei tempi andati? Non esistono. Erano violenti, sessisti e sporchi. Un libro di Michel Serres smonta i luoghi comuni degli anti-moderni, scrive Massimiliano Parente, Martedì 21/08/2018, su "Il Giornale". Ogni giorno in Italia qualcuno dice: «Si stava meglio quando si stava peggio». Ma davvero si stava meglio? E quando? C'è chi elogia il passato, in genere i vecchi che rimpiangono la propria giovinezza, o gli anni Sessanta, o gli anni Cinquanta, e chi addirittura i tempi in cui non era nato: «Mi sarebbe piaciuto vivere negli anni Trenta!». In realtà sono sempre errori della nostra percezione, della nostalgia senile, e spesso anche della nostra scarsa conoscenza del passato. Anni fa uscì un bellissimo saggio dello storico Piero Melograni, La modernità e i suoi nemici (Mondadori), che passava al setaccio tutte le ideologie antimoderne e le visioni idealizzate del passato. Lo scienziato Steven Pinker nel frattempo ha pubblicato un lungo studio, Il declino della violenza (Mondadori), per dimostrare come, al contrario di quanto credano molte persone, la violenza sia diminuita progressivamente nella Storia (ma basta leggere anche il diario di Giacomo Leopardi, che in visita a Roma notava come non fosse possibile uscire di notte senza rischiare di essere uccisi). In questi giorni esce per Bollati Boringhieri un pamphlet intitolato Contro i bei tempi andati dell'epistemologo Michel Serres. L'autore ha ottant'anni, ma non rimpiange niente del suo passato, né del passato in generale. Anzi, in ogni pagina, tra autobiografia e dati storici, ci tiene a mostrare che più andiamo indietro, più il passato fa schifo. A cominciare dalle due guerre mondiali, che hanno insanguinato l'Europa (e erano nate, fra l'altro, da movimenti antimoderni e anticapitalisti come fascismo e comunismo). Viceversa stiamo vivendo da settant'anni il più lungo periodo di pace mai visto nel mondo, «cosa mai accaduta, almeno nell'Europa occidentale, dai tempi dell'Iliade o della Pax Romana». Abbiamo sconfitto epidemie mortali, considerando che «le statistiche dicono che, in tempi più antichi, il numero dei morti per malattie infettive superava di gran lunga quello delle vittime di guerra». Serres elogia le conquiste delle vaccinazioni (malgrado oggi in Italia si torni indietro, abolendo l'obbligo di vaccinarsi). Oggi si parla di razzismo al minimo episodio di cronaca, dimenticando che una volta, poco più di un secolo fa, si pretendeva di dimostrare scientificamente come i negri fossero delle scimmie non evolute, e ai tempi di Mussolini e di Hitler si pubblicavano tranquillamente riviste razziste e antisemite. E l'inquinamento? L'aria dell'Ottocento era molto più inquinata di quella di oggi, e ai tempi di Serres «senza alcuna restrizione le fabbriche spargevano le loro immondizie nell'atmosfera o nel mare, nella Senna, nel Reno, nel Rodano, e le petroliere ripulivano le cisterne in mare aperto». Quanto alla medicina, non esistevano gli antibiotici, si moriva di sifilide e tubercolosi, «come capitò a tutti i grandi uomini illustri del XIX secolo, Schubert, Maupassant o Nietzsche», e non esisteva la sanità pubblica, i poveri soffrivano e morivano senza cure, e i ricchi non se la passavano meglio. Serres, nato nel 1930, ricorda di nuovo come l'assenza di vaccinazioni «lasciò molti dei miei amici segnati dalla poliomelite», e di come l'OMS sia riuscita a eradicare il vaiolo a livello mondiale. Sentiamo molte persone dire che la vita moderna fa male, che i cibi moderni sono cancerogeni, che la vita di una volta era più sana, e spopola l'ideologia del bio e del ritorno all'alimentazione «genuina» di un tempo. Talmente genuina che ci si lasciava la pelle. Serres ricorda come il latte non pastorizzato, munto direttamente dal contadino, spesso portasse malattie e febbri terribili (di cui si ammalò anche lui), mentre oggi i cibi industriali sono molto più controllati (non per altro i casi di botulismo avvengono sempre con il «fatto in casa»). E di come la durata della vita media alla nascita nel corso di un secolo sia quadruplicata. «Da quando sono nato a oggi, in Francia la speranza di vita ha più di ottant'anni, mentre poco prima quanti figli bisognava mettere al mondo per conservarne due o tre?».

Non parliamo dell'igiene, non ci si lavava mai. Neppure le ostetriche si lavavano le mani e le madri morivano di febbre puerperale. Le lenzuola si cambiavano due volte all'anno, le camicie si portavano finché non diventavano nere, e «lo sciacquone del gabinetto venne inventato a Londra, alla fine del XIX secolo e si diffuse cinquant'anni dopo; una volta si pisciava dove si poteva, si cacava dappertutto, un po' come oggi in India si pratica la open defacation». Quanto alle donne, credono di essere discriminate oggi, e accusano di molestie sessuali perfino chi le guarda, mentre prima non solo le donne non avevano diritto di voto, ma se una donna veniva stuprata era colpa sua, altro che #metoo. «Le cifre riguardanti gli abusi sessuali sulle adolescenti all'interno della famiglia sono state rese pubbliche solo di recente, e da poco abbiamo scoperto che ogni due giorni una donna moriva a causa delle sevizie del marito, e che due bambini ogni settimana spiravano per mano dei genitori». Speriamo che chi invoca ogni giorno la famiglia tradizionale non si riferisca a questa, perché questa è stata la famiglia umana dall'antichità a meno di un secolo fa. E dunque, si stava meglio quando si stava peggio? No, quando si stava peggio si stava peggio e basta. E pensare che al governo c'è un movimento fondato sulla filosofia della «decrescita felice» e sulla Piattaforma Rousseau. Sì, Jean-Jacques Rousseau, quello del mito del Buon Selvaggio. Io vorrei come minimo una Piattaforma Steve Jobs.

Così Verdi l'"arcitaliano" svelò l'anima di un Paese. "Stiffelio" racconta la famiglia, "Rigoletto" l'amore, "Falstaff" gli anziani: le sue opere sono analisi sociali, scrive Mattia Rossi, Venerdì 16/02/2018, su "Il Giornale". Il Maestro era morto ormai da un mese. Aveva chiesto funerali «modestissimi, senza canti e suoni. Due candele e una croce». Eppure, il 27 febbraio del 1901, tutta Milano scese in piazza per una sorta di secondo funerale: trecentomila persone, Arturo Toscanini alla testa di 900 coristi e 120 orchestrali. Fu quello il saluto che l'Italia volle dare a uno dei suoi «padri»: Giuseppe Verdi. Quella folla immensa non si accontentò di un sobrio e dimesso addio per onorare colui nel quale, per oltre cinquant'anni, si era riconosciuta. È proprio questo lato di Verdi, la sua «arcitalianità», il suo essere stato acuto e incisivo osservatore e cantore del popolo italico, che va a sondare il nuovo libro di Alberto Mattioli, critico della Stampa nonché melomane da record (al momento ma il dato è del tutto provvisorio conta 1.600 recite d'opera viste). E siccome dell'ennesimo solito libro su Verdi non v'era urgenza, Meno grigi più Verdi (Garzanti, pagg. 150, euro 16), guarda al compositore di Busseto da un'altra angolatura, «quella dell'italiano», ovvero come «uno dei pochi intellettuali che hanno raccontato gli italiani per come sono, e non per come si credono di essere o vorrebbero essere». S'affaccia un nuovo volto di Verdi che, come sintetizza la spassosissima penna di Mattioli, diventa un «Lévi-Strauss padano» che ha saputo tratteggiare con sguardo sincero e disilluso i propri compatrioti. Meno grigi più Verdi è, dunque, un libro più sociologico e di costume che musicologico, una sorta di manualetto d'antropologia italica filtrata dai melodrammi del padre del melodramma. Sotto le maschere dei personaggi verdiani, infatti, si scorge «tutta una serie di tipi e situazioni e ambienti ricorrenti nella nostra storia e nei nostri costumi». Prima di vedere, però, quanto sono intrise di italianità le sue opere, occorre vedere quanto è stato italiano lui, Verdi. Illuminanti, in questo, sono i capitoli iniziali sulla viscerale italianità dell'operista bussetano. Il Verdi uomo: non veniva da una famiglia di scarriolanti («un borghese orgoglioso di esserlo»), era severo, severissimo («se per qualsiasi ragione, vera o presunta, finivi sulla sua lista nera, non ne uscivi più»); e il Verdi politico: repubblicano, cavouriano, deputato svogliato (lo racconta egli stesso: «I 450 non sono realmente che 449 perché Verdi, come deputato non esiste»), liberale di destra e anticomunista («I Sinistri distruggeranno l'Italia»), senatore del Regno (sempre svogliatissimo: «Da senatore, Verdi brillerà solo per la sua assenza». Italianissimo). La profonda identità italica di Verdi si tradusse, così, nelle sue opere. Ecco alcuni apici dell'italianità verdiana: Stiffelio «svela i meccanismi della famiglia italiana più tradizionale e omertosa»; Rigoletto «è l'opera che racconta il rapporto del maschio italiano con le donne», «oggetto sessuale per il Duca; oggetto di amore esclusivo ma soffocante per Rigoletto»; Violetta della Traviata è «figura classica dell'immaginario nazionale, legato a un'idea della donna che è sempre o santa o puttana»; Riccardo del Ballo in maschera è il «vitellone di provincia»; ne La forza del destino, «il grand opéra dell'Italia contadina», Verdi racconta il tempo che fu, «un'Italia provinciale, cattolica, tradizionalista, legata ai suoi riti sociali e religiosi»; in Don Carlos si trova l'eterno dibattito dei rapporti tra Stato e Chiesa, ovvero il coraggio di «rappresentare in maniera così plastica la sconfitta del trono davanti all'altare»; dall'Aida parte «una forma mentis nazionale che alla fecondità delle terre da conquistare associa quella delle donne indigene»; l'anziano omonimo protagonista del Falstaff è «presuntuoso, disonesto, gaglioffo, malizioso ma alla fine tenero». Insomma, tra gli italiani ottocenteschi e quelli d'oggi non c'è molta differenza. È per questo che Verdi deve tornare a essere a noi contemporaneo: se ciò avverrà, tornerà ad essere quello che è, colui che «ci racconta con spietatezza e con pietà, che ci mette a nudo, che non ci accarezza nel senso del pelo, che ci fa le domande che tentiamo di eludere, che ci svela le ipocrisie e le insufficienze, ma anche le generosità e le grandezze».

Capodanno sul grande schermo, 10 sequenze indimenticabili della notte di San Silvestro, scrive Chiara Ugolini il 31 dicembre 2017 su “La Repubblica”. Nove scene cinematografiche e una da una serie tv per brindare al nuovo anno. Da Charlie Chaplin a Bridget Jones, da "Una poltrona per due" a Fantozzi. Mancano pochissime ore alla mezzanotte. Il Capodanno è un momento estremamente simbolico, mix di nostalgia, divertimento sfrenato, grande romanticismo che registi e autori hanno sfruttato per le loro storie... nel cinema ci sono tante sequenze memorabili ambientate nella notte di San Silvestro. Noi abbiamo scelto le nostre dieci preferite (nove film e una serie tv), votate tra queste quella che vi piace di più.

La febbre dell'oro di Charlie Chaplin (1925). Il Vagabondo diventa cercatore d’oro nell’Alaska di fine Ottocento. Nella sua baracca gelida attende inutilmente gli ospiti del veglione, addormentandosi sogna l’arrivo delle ragazze per le quali crea la famosa e poetica danza dei panini. A quarant’anni dalla sua morte, avvenuta la sera di Natale del 1977, rivedere il capolavoro di Sir Chaplin per ricordare che bisogna non smettere mai di sognare.

L'appartamento di Billy Wilder (1960). Jack Lemon e Shirley McLaine, C.C. Baxter, soprannominato "Ciccibello" e Miss Kubelik… una storia d’amore che sembra destinata a non avere speranza. Per fortuna che le note struggenti del Valzer delle candele, un party malinconico e quel botto di spumante… portano Fran tra le braccia di Baxter in procinto di trasferirsi. E se per brindare in due si può spacchettare una coppa già incartata per il trasloco la battuta finale prima dei titoli di coda è (nella versione originale) il massimo dell'antiretorica: "Io la amo alla follia Miss Kubelik". "Stai zitto e dai le carte".

Il diario di Bridget Jones di Sharon Maguire (2001). Sulle note di All by myselfcantata da Celine Dion Renée Zellweger in pigiama e calzettoni, vino rosso e solitudine controlla la segreteria telefonica che, implacabile, le ricorda: “Non ci sono messaggi”. Il giorno dopo però ad un party del primo dell'anno, a base di tacchino freddo e cetriolini sotto aceto, conoscerà l'uomo che indossa il maglione con l'alce. Forse, l'uomo della sua vita. To be continued…

Harry ti presento Sally di Rob Reiner (1989). In un party di fine anno Billy Crystal si dichiara a Meg Ryan: “Ti amo quando hai freddo e fuori ci sono 30 gradi. Ti amo quando ci metti un'ora ad ordinare un sandwich. Amo la ruga che ti si forma sul naso quando mi guardi come se fossi matto. Mi piace il fatto che dopo aver passato una giornata con te, possa ancora sentire il tuo profumo sui miei golf. E sono felice che tu sia l'ultima persona con la quale voglio parlare prima di addormentarmi la sera. Non è che mi senta solo, e non c'entra il fatto che sia Capodanno. Sono venuto qui stasera perché quando ti rendi conto che vuoi passare il resto della tua vita con una persona, vuoi che il resto della tua vita inizi il più presto possibile".

Il padrino – parte II di Francis Ford Coppola (1974). I fuochi d’artificio di San Silvestro si mescolano con i colpi della rivoluzione di Fidel Castro, mentre il dittatore Batista fugge da L’Avana, Michael Corleone scopre il tradimento del fratello Fredo. Intorno a loro il party di fine anno, tutti si fanno gli auguri e si baciano. Anche il padrino bacia in bocca il fratello maggiore e gli dice, a denti stretti: "Quando tentarono di uccidermi, fosti tu a tradirmi e m'hai spezzato il cuore".

Fantozzi di Luciano Salce (1975). Indimenticabile, soprattutto quest'anno in cui il maestro Paolo Villaggio ci ha lasciato, il Capodanno del ragionier Fantozzi. Di quella serata tragica, della pettinatura senza senso della signora Pina, del cappellino di pelo bianco della figlia Mariangela, del bacio mancato alla signorina Silvani si ricorda soprattutto il conto alla rovescia un'ora e mezzo prima per colpa del Maestro Canello "che aveva un altro impegno in un altro veglione e barò bassamente annunciando al microfono: mancano tre minuti a mezzanotte". "All'una e mezza, ora illegale del Maestro Canello, ovvero alla mezzanotte reale, la città salutò, esplodendo, l'anno nuovo". E se della truffa del Maestro, Fantozzi si fa una ragione "Fa lo stesso, allegria" ci pensa una lavatrice lanciata da una finestra che gli distrugge la macchina a rovinargli definitivamente la serata.

Radio Days di Woody Allen (1987). "Un altr'anno che se ne va" dicono brindando i protagonisti della commedia nostalgica di Woody Allen, omaggio alla sua New York e ai tempi in cui la radio non aveva ancora ceduto il monopolio alla tv. "Io spero che il '44 sia un anno buono". "Passano così in fretta, dove vanno tutti?". "Così in fretta e si diventa vecchi senza capire mai il senso di niente".  Il nichilismo di Allen e l’eleganza degli anni Quaranta assaporati da una coppa di champagne.

Il filo nascosto (2017) di Paul Thomas Anderson. Non lo abbiamo ancora visto il nuovo film di Paul Thomas Anderson, l'ultima prova d'attore di Daniel Day-Lewis che ha annunciato la pensione. Ma sulla fiducia lo inseriamo nell'elenco per l'ammirazione nei confronti dell'autore di Magnolia e The Master e perché ci piace scommettere sulla coppia de Il petroliere. Dalle prime immagini del film che possiamo vedere nel trailer c'è una notte di Capodanno che avrà un peso importante nella storia del sarto inglese Reynolds Woodcock. 

Le ragazze del centralino – seconda stagione (2017) di Ramón Campos, Gema R. Neira, Teresa Fernández Valdéz. Lidia, Marga, Carlota e Angeles, le quattro amiche protagoniste della serie spagnola Netflix ambientata nella Madrid degli anni Venti, devono lottare contro il maschilismo, l'arretratezza di vedute, un mondo del lavoro in cui le donne possono ambire al massimo a essere centraliniste e segretarie. La seconda stagione inizia con la notte di Capodanno del 1929: una festa elegantissima dentro il palazzo della Compagnia dei telefoni, un’asta benefica e un cadavere da far sparire.

Una poltrona per due di John Landis (1983). La scommessa tra due milionari mette a confronto un irreprensibile agente di cambio (Dan Aykroyd) e un truffatore nero (Eddie Murphy): per colpa di un esperimento scientificio voluto dai due fratelli ricconi, sul primo si abbatte ogni sciagura mentre il secondo viene trasformato da poveraccio in ricco ed elegante gentleman. Ma le due cavie sapranno vendicarsi dei fratelli milionari con la stessa moneta: la notte dell’ultimo dell’anno Murphy, travestito da “studente con borsa” africano incontra sul treno Washington-New York (dove si svolge un party in maschera) Clarence Beeks con le stime sui raccolti di arance del prossimo anno, un documento top secret fondamentale per i due fratelli. L’augurio "Bello anno a lei!" è solo l’inizio di una serata surreale.

Le stelle della tv delle origini che non vedremo più brillare. Vito Molinari, uno dei padri fondatori della tv, ci ricorda nel suo libro sul varietà un periodo aureo di cui è sempre più necessario ricostruire la memoria storica, scrive Aldo Grasso l'1 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". Il primo pensiero dell’anno vada a un padre fondatore della tv. Vito Molinari ha appena pubblicato un libro sul varietà: Le mie grandi soubrettes (Gremese editore). Le «sue» divine si chiamano Elena Giusti, Monica Vitti, Delia Scala, Wanda Osiris (nella foto), Sandra Mondaini, Marisa Del Frate, Franca Rame, Loretta Goggi… Forse ai lettori più giovani questi nomi dicono poco. Forse non molti sanno che il varietà era una babele di attrazioni varie prese in prestito dal teatro, dal circo, dall’operetta, dal cinema (gli spettacoli leggeri della tv delle origini devono molto al varietà). Forse (ed è l’ultimo dubbio) il nome di Vito Molinari è solo un’eco lontana. Eppure, di quel periodo aureo è sempre più necessario ricostruire la memoria storica, perché quei «pionieri» si sono inventati dal nulla il linguaggio televisivo, tagliando e cucendo moduli narrativi sottratti, appunto, al teatro, al cinema, al varietà, alla radio. Dopo un inizio di carriera in teatro, dal 1954 Molinari si è dedicato quasi esclusivamente alla regia televisiva, cominciando con i varietà «Un, due, tre» (1954), «Ti conosco mascherina» (1955) e l’operetta «No, no, Nanette» (1955), di cui ha curato anche le edizioni del 1961 e 1974, e proseguendo con «La via del successo» (1958), con Walter Chiari, «Valentina» (1958), firmata con Marchesi e Metz, e «L’amico del giaguaro» (1961). Nel 1962 ha diretto l’edizione di «Canzonissima», rimasta memorabile per la censura di uno sketch di Dario Fo e Franca Rame da parte dei vertici della Rai. Regista e coautore di «Macario più» nel 1978, l’anno seguente ha diretto il musical televisivo di Garinei e Giovannini «Mai di sabato signora Lisistrata» e nel 1981 ha curato un omaggio a Gilberto Govi. E non è finita qui. I ricordi contenuti nel libro permettono di ricostruire un mondo che conosciamo soltanto attraverso i frammenti di «Techetechetè» ma che nasconde stelle di prima grandezza. Un vero peccato non vederle più brillare.

Tutto il trash in tv del 2017: liti, bauli, armadi e parole di troppo, scrive il 29 dicembre 2017 la Redazione di Tvzap. Dalla lite del “vecchio baule” all’armadio gate, senza dimenticare l’ultima cena di Gemma e del Gabbiano, Malena all’Isola e le liti da Selvaggia Lucarelli contro Alba Parietti a Giancarlo Magalli contro Adriana Volpe. E mentre Al Bano e Romina cantano in diretta su Rai sul 2017 in tv scende il sipario. Ma il piccolo schermo è effimero e dopo pochi mesi si rischia di dimenticare ciò che è stato fatto e detto. Ma noi vogliamo ricordare e abbiamo riesumato dallo scantinato della memoria alcuni degli avvenimenti più memorabili che c’ha regalato la televisione in questi 12 mesi, certi che al prossimo giro anche il 2018 non sarà da meno e ci donerà altre perle degne di passare alla storia (della tv s’intende).

LA LITE DEL VECCHIO BAULE. Ovvero Corinne Clery vs Serena Grandi nella settima puntata del GF Vip (il 23 ottobre). Tutto è iniziato nella sesta puntata del reality, con una battuta di Serena Grandi: “Spero che Corinne Clery non si infili nel mio letto, come ha fatto in passato”. Il riferimento è al fatto che l’ex marito di Serena Grandi è stato poi anche il marito di Corinne Clery, prima di passare a miglior vita. Da lì parte uno scontro fomentato dal Gf che porta la Clery a dare del ‘vecchio baule’ alla Grandi la quale replica senza battere ciglio “Ti sei guardata le tette? Mio marito te le ha fatte rifare come le mie”.  Sipario e sigla? Macché, c’è spazio pure per un’ultima stoccata: arrivata in studio la Grandi afferma “Io avrei voluto gonfiarla, ma era già troppo gonfia”.

ARMADIO GATE. Era il 10 novembre e nella casa del GF Vip stava sbocciando l’amore tra Cecilia Rodriguez e Ignazio Moser. Archiviato Francesco Monte, i due solevano passare il tempo alla ricerca di un luogo appartato per godersi un po’ di intimità lontani dalle telecamere. Dopo tende e anfratti vari i due si chiudono in un armadio che però rimane semi aperto permettendo di fantasticare su cosa sta avvenendo all’interno. Il Gf successivamente dirà che i due stavano semplicemente parlando ma in molti per una settimana c’hanno visto ben altro in quell’immagine sfocata.

L’ULTIMA CENA: 50 SFUMATURE DI GEMMA. Qui parliamo di Gemma e Giorgio, la coppia non-coppia di Uomini e Donne Over più famosa della tv e dell’incontro privato (ma con telecamere al seguito) andato in onda il 6 dicembre e rinominato da Tina Cipollari “L’ultima cena”. Gemma capisce che forse è la sola occasione che ha per riconquistare il bel Giorgio e le prova tutte: si siede sulle sue gambe (conquistandosi un “Cinquanta sfumature di Gemma” da parte di Gianni Sperti), si butta su di lui, tenta di baciarlo prendendosi un due di picche, gli offre del vino ma lui la avverte: “Guarda che potrebbe finire male” e lei risponde: “A me va benissimo che finisca male”. Il tutto comunque si conclude come sempre con un nulla di fatto e il cavaliere che filosofeggia: “Se un piatto si rompe si possono riattaccare i cocci ma non c’è più la magia di prima”.

LA CONTINENZA DI MALENA. Quando inviti una porno star in un reality show sai già a cosa vai incontro, e forse lo hai fatto proprio per andare incontro a quel qualcosa. Era successo con Rocco Siffredi nella prima edizione dell’Isola dei Famosi su Mediaset ed è ricapitato con Malena nelle seconda edizione. Con una piccola differenza: se intorno a Rocco volavano battutine a doppio senso e velate allusioni, con Malena i giri di parole vengono pre-pensionati in favore di un linguaggio più diretto che ha allarmato persino Alessia Marcuzzi, costretta a fare la maestrina e chiedere a Malena di contenersi. Ma qual è la sua colpa? Nella semifinale in onda il 4 aprile Malena cercando di spiegare la sua strategia di gioco se n’è uscita con “L’ho sempre preso io, una volta volevo metterlo io in quel posto. Sapete, io per lavoro non faccio altro che prenderlo. Alla fine non sono più la regina del doppio anale”. Amen.

PASO DOBLE CON FORFAIT (e querela). A Ballando con le stelle gli scontri tra vip ballerini e giuria sono sempre corrosivi, ma quest’anno si sono toccate nuove vette con il faccia a faccia tra Selvaggia Lucarelli e Alba Parietti. Un esempio? In questa puntata la giurata attacca: “Mi scrive acida, frustrata, non fai abbastanza l’amore”. La Parietti replica “Selvaggia, tu sei una mitomane pericolosa”. Le due hanno continuato così sia dentro che fuori il programma finché la Lucarelli non ha dato forfait alla finalissima e ha querelato la concorrente “Ho fatto presente alla produzione che non voglio trovarmi in uno show con un concorrente che ha pesantemente insultato e diffamato la sottoscritta e persone estranee a Ballando con le stelle ma colpevoli solo di essermi vicine”.

LA ELIA SI ARRABBIA PER LA SECONDA VOLTA. Antonella Elia è una persona pacifica, ma ha un carattere forte e quando le pesti i piedi è meglio che cominci a correre. C’ha avvisati durante un Isola dei Famosi, qualche anno fa, quando ha litigato ferocemente con Aida Yespica passando alla storia del reality, ora il reality cambia ma non il carattere fumantino e a Pechino Express in una puntata andata in onda a settembre su Rai2 si è scontrata duramente con Achille Lauro dei #compositori. La Elia attaccata ha risposto “Io faccio televisione da 30 anni, tu sei nato ieri… e forse sparisci domani”.

MAGALLI VS VOLPE, SECONDO ROUND. Che i due non andassero proprio d’amore e d’accordo lo si era già capito. Lui aveva già attaccato la sua, oramai ex, compagna di trasmissione e non solo lei. Ma di solito questi scontri si svolgevano sui social network, fuori dal set de I fatti vostri. A marzo però Giancarlo Magalli non ce l’ha fatta, non è riuscito a tenersi e in uno scambio di battute con Adriana Volpe le ha dato della ‘strega‘. Com’era iniziata? Giancarlo Magalli stava parlando degli anni che passano “E comunque la terza età si è spostata, sappiatelo, e io ne sono ampiamente fuori. Ormai è oltre i 75 anni”, ma la Volpe ha prontamente risposto: “A luglio non fai settant’anni? È un bel traguardo”. Decisamente piccato, Magalli ha replicato: “Pijatela in saccoccia te e quelli che non dicono l’età che c’hai te, strega. Ma fasse l’affari tuoi, no eh? Proprio non è capace”.

LA LISTA DELLA VERGOGNA. Sabato 18 marzo nel pomeriggio di Rai 1, diversi esperti insieme alla conduttrice Paola Perego si sono messi a discernere sui pro e i contro del “Scegliere una fidanzata dell’est”. In bella mostra una lista in cui capeggiavano frasi come “Sono disposte a perdonare il tradimento” e “dopo aver partorito recuperano un fisico marmoreo”. Un passo falso del programma che ha ripreso una lista ironica dal sito Oltreuomo, ripulendola e riproponendola come seria e scatenando l’indignazione di mezzo Paese con echi pure Oltremanica.

UN AMORE DI NOME LENTICCHIO. Alla quarta (e più riuscita) delle edizioni, Temptation Island ha incoronato i suoi campioni: Francesco Chiofalo e Selvaggia Roma. Coppia romana, litigiosissima e appassionata che ha contraddistinto la stagione. Lei ex cubista che lui chiama SeRvaggia, lui personal trainer con fisico superaccessoriato e voce profonda che lei chiama Lenticchio. La gelosia di lei e l’ironia di lui hanno fatto il resto regalandoci perle come “Lei mi ama, ma è n’amore strano, n’amore malato, n’amore de na matta scatenata che cià nsacco de probblemi che dovrebbe annà da n bello psicologo e invece pe non annacce lei finisce che ce devo annà io”. Per la cronaca: si sono lasciatidopo la fine del programma, ma trascorrono il tempo a punzecchiarsi reciprocamente via Instagram Stories...

INSINNA FUORI DI ONDA. Un infelice momento di televisione quello che ha contraddistinto il periodo di maggio-giugno. Striscia la notizia ha trasmesso dei fuori onda di Flavio Insinna ad Affari Tuoi in cui con veemenza inaudita attaccava autori, pubblico e concorrenti, soprattutto una concorrente definita “nana di merda”. L’attacco è continuato per settimane, lui s’è difeso e ha chiesto scusa dopo pochi giorni, ma il fuoco mediatico si è spento solo con l’arrivo dell’estate. In questa storia si è inserito poi a gamba tesa Pupo lanciando l’hashtag #naniuniti contro Insinna “Da persona bassa di statura mi sento offeso” ha dichiarato.

CIAO POVERY. Da un programma che si chiama Riccanza non puoi aspettarti che giovani ricchi e sfacciati che girano il mondo su auto o scooter leopardati e sbocciano con bottiglie di champagne. Tra questa generazione di giovani impegnati (nello shopping soprattutto) si inserisce perfettamente Elettra Lamborghini ereditiera e donna di spettacolo che in una puntata ha acquistato diversi diamanti per decorare i suoi piercing sparsi per il corpo, ma poi andando in bagno uno le è scivolato nel wc e invece che farsi cogliere dal panico c’ha fatto il video.

UNA LACRIMA SUL RAPPER. Alla fine si è scoperto che è un tenerone. Fedez in tour con J-Ax è stato vittima di un crudele scherzo organizzato dalle Iene e dal collega rapper. Fedez scopre di essere coinvolto in un caso di bagarinaggio collegato al tour. Sorpreso e sconvolto cerca di spiegare che lui non c’entra nulla con tutta la faccenda. Una tragedia, almeno fino a quando non si svela lo scherzo e il rapper esplode in un pianto disperato “Siete degli stron*i, mi sono sentito una merda, lui mi guardava malissimo” riesce a dire tra le lacrime.

DISASTRI DI BELLEZZA. “Mi ha operato al pene e ha sbagliato operazione… ora mi devono rioperare e mi devono tagliare tutto”. È il racconto choc che Max Cavallari dei Fichi d’India ha fatto a Domenica Live, il programma di Barbara D’Urso di cui è stato ospite due volte tra fine ottobre e i primi di novembre per parlare del suo dramma. Il comico ha spiegato di esseresi sottoposto a un intervento di mini-addominoplastica che ha avuto conseguenze tali da richiedere una falloplastica, “Ho avuto dei problemi psicologici… Stavo andando in setticemia, ero pieno di sangue e pus, stavo morendo”. Il chirurgo nega ogni addebito.

Beh, dal 2017 è tutto… che si faccia avanti il prossimo anno tv.

STUPIDARIO DELL'ANNO. Vota la frase, scegli il peggiore del 2017. Bidet, congiuntivi, pulizie, fascisti, insulti e sciocchezze di varia entità. Una raccolta lunga 12 mesi, per eleggere la sparata che merita la palma nera. Chi sarà il vincitore? Scrive Wil Non leggerlo il 29 dicembre 2017 su "L'Espresso".

Mario Adinolfi. Il leader del Popolo della Famiglia commenta così la scelta di dj Fabo di ricorrere al suicidio assistito in Svizzera (Facebook):"Hitler almeno i disabili li eliminava gratis", 23-feb-17.

Michele Emiliano. Il candidato alle primarie Pd intervistato da Panorama: "Saranno molti i tentativi di confondere l’opinione pubblica. Lo sanno tutti che se diventassi segretario del Pd cambierebbe la storia d’Italia", 03-mar-17.

Alessandro Di Battista. Un passaggio del libro dell'onorevole 5 Stelle “A testa in su” (Rizzoli): "Un giorno, durante il ‘Costituzione coast to coast’, mi si avvicinarono due ragazzi. Avranno avuto 18 anni. ‘Alessandro, abbiamo fatto il nostro primo accesso agli atti’. Erano eccitatissimi. Io sembravo il fratello maggiore al quale venivano confidati i particolari di un primo rapporto sessuale: ‘Sono fiero di voi. Ma come è stato? Raccontatemi tutti i dettagli’...", 03-mar-17.

Roberta Lombardi. L'incredibile figuraccia della parlamentare 5 Stelle. Ne scrive Michele Serra su Repubblica: “Roberta Lombardi presenta un esposto all’Ordine contro il giornalista Jacopo Iacoboni della Stampa. Lo accusa, in sostanza, di averla diffamata. Allega parecchi articoli. Si presume che, in quanto diffamata, li abbia riletti tutti. Ma no, non li ha riletti. Cinque di quegli articoli non parlano affatto di lei, Lombardi, ma di lombardi, abitanti della Lombardia...”, 08-mar-17.

Giuliano Poletti. La dritta del ministro del Lavoro, donata agli studenti di una scuola di Bologna: "Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum", 27-mar-17.

Ilona Staller in arte Cicciolina. L'ex pornodiva, già parlamentare della Repubblica italiana, intervistata da La Zanzara (Radio 24): "Il vitalizio? Non sono i soldi che arrivano ai vari Amato, io prendo 2 mila euro netti al mese. Ho un figlio da mantenere che ha 24 anni. Per uno della sua età non c’è lavoro in Italia. Mio figlio Ludwig Koons è un bellissimo ragazzo, un artista nato, ma non lo pigliano mai a fare i reality, chiamano solo le mezze seghe", 24-mar-17.

Antonio Razzi. Il senatore di Forza Italia a Le Iene (Italia 1): "Io a 17 anni sono partito da un paesino in Abruzzo dove era praticamente vietato guardare le donne, sono arrivato in tutto quel ben di Dio che era la Svizzera e mi sono dato da fare. Sono stato con più di mille donne, figurati che avevo una Mini Minor, me fa ancora male la schiena adesso. Ad un certo punto dissi: mi devo sposare, altrimenti muoio sopra una donna",  21-mar-17.

Vincenzo De Luca. Il presidente di Regione Campania, parlando con i giornalisti, se la prende con la capogruppo del M5s Valeria Ciarambino: "C'è una signora che disturba anche quando sta a cento metri di distanza. Quella chiattona!", 24-mar-17.

Matteo Renzi. Durante il confronto tv su Sky con i candidati alla segreteria Pd: "A 15 anni in cameretta avevo il poster di Roberto Baggio, dei Duran Duran e di Bob Kennedy. Oggi se fossi un ragazzino sceglierei quello di Obama, che ha cambiato la storia di questo pianeta". Il giorno dopo, durante una tappa del tour elettorale nel milanese, la confessione: “Se spegnete la telecamera ve lo dico... Ma quali Duran Duran, a 15 anni avevo il poster di Samantha Fox”, 27-apr-17.

Alessandro Di Battista. L'onorevole 5 Stelle intervistato da Floris a Di Martedì (La7): "In Russia mancano i diritti civili? Sono affari loro...", 04-apr-17.

Daniela Santanchè. I consigli dell'onorevole di Forza Italia ai telespettatori di Dalla Vostra Parte (Rete 4): "Io consiglio a chiunque: se qualcuno entra in una proprietà privata, che è sacra, per rubare o fare del male ai vostri cari, SPARATE e AMMAZZATE!", 05-apr-17.

Antonio Razzi. Il senatore di Forza Italia nel tentativo di scongiurare il rischio di una Terza Guerra Mondiale (Un Giorno da Pecora, Radio 1): "Sto andando in Corea del Nord per calmare le acque e tranquillizzare tutto il mondo. Pur di portare la pace sono disposto a sacrificarmi, a fare da scudo umano. Caro amico Donald, fatte li cazzi tua...”, 11-apr-17.

Beppe Grillo. Il leader 5 Stelle sta andando dal suo commercialista, un giornalista di Primocanale prova a porgli alcune domande sul caso Cassimatis. Questa è la reazione di Grillo: "Se mi dai il numero di tua mamma, la chiamo e poi facciamo l’intervista. Mi devi dare il numero di tua mamma. Se mi dai il numero prima parlo con tua mamma, poi facciamo l’intervista. Però prima voglio parlare di te, a tua mamma, perché non ti conosce. Fammi parlare con tua mamma...", 19-apr-17.

Alessandra Moretti. Pur di attaccare la giunta Raggi, la consigliera Pd in Regione Veneto si fa prendere leggermente la mano... (Otto e Mezzo, La7): "A Roma il fallimento della amministrazione è plastico. La città è in emergenza sanitaria. Ratti ovunque, è morto un bambino di due anni perché è stato morso da un topo, una turista è stata morsa da un ratto, un cinghiale ha attraversato la Cassia e un ragazzo in motorino è deceduto...". (Per la cronaca, il “ragazzo” caduto in moto aveva 49 anni, il morso della turista è avvenuto a luglio, ed il bambino è vivo e fortunatamente sta benissimo, ndr), 21-apr-17.

Michaela Biancofiore. L'onorevole forzista, con cagnolina Puggy al seguito, ha le idee chiare sul futuro del Paese (Un Giorno da Pecora, Radio 1): "Berlusconi può tornare al 100% a fare il Presidente del Consiglio: nessuno è meglio di lui. Chi è che ha la sua forza, la sua capacità di far girare l'economia e le sue relazioni internazionali? Persino la Merkel, secondo me, invoca il ritorno di Berlusconi", 04-mag-17.

Massimo Baroni. Il parlamentare 5 Stelle ed il complotto sui rifiuti: il Pd sporcherà la città di proposito per poi ripulirla! Leggiamo da Repubblica.it. L’onorevole grillino ha postato su Facebook un messaggio ricevuto da un non meglio specificato attivista pentastellato. Teoria (social) del complotto: “Attenzione!!! Amici romani, e tutti i simpatizzanti di Roma, mi è arrivata ora una notizia detta da un caro amico dell’ebete di Rignano. Occhio perché nelle notti di venerdì e sabato è partito l’ordine di sporcare Roma in certi punti dove c’è molta visibilità, perché stanno già reclutando persone per andare a pulire dove loro sanno che troveranno molto sporco, vigilate attivisti di Roma e soprattutto amici condividete il più possibile questa notizia”. Baroni poi aggiunge: “#StayTuned #MassimaAttenzione. Tenete un occhio aperto, anzi due, e segnalate con foto e video pirata. Pubblicheremo questi atti dolosi di vandali pensati da menti abituate al crimine (...)”, 11-mag-17.

Debora Serracchiani. Le parole usate dalla presidente Fvg per commentare il tentativo di stupro subito da una giovane di Trieste: "La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese", 10-mag-17.

Silvio Berlusconi. L'ex premier sul neo presidente francese Macron e sulla premiere dame Brigitte, di 24 anni più grande: "Macron è un ragazzo di 39 anni con belle esperienze professionali alle spalle, e soprattutto con una bella mamma che se lo porta sotto braccio da quando era bambino...". E sulla nuova coppia presidenziale Usa: "Trump il Berlusconi americano? Devo dire che di Trump mi piace molto Melania...", 15-mag-17.

Bartolomeo Pepe. La doppia bufala con congiuntivo scappellato del senatore Gal, ex 5 Stelle, diramata via social e poi cancellata (testuale): “Incredibile pare che Bebe Vio da piccola è stata vaccinata con il Morupar, vaccino poi ritirato perché provocava la Meningite”, 14-mag-17.

Alberto Airola. La tesi complottistica del senatore 5 Stelle sui 1400 feriti di piazza San Carlo a Torino: insomma, una bufala per attaccare la sindaca Appendino: "È sicuro che dopo aver chiamato i vigili, questura e prefettura, i dati riportati dai media sui presunti feriti a Torino in piazza San Carlo sono farlocchi. Tutto questo per infangare il buon lavoro dell'amministrazione, prefettura e questura". (Dopo alcune ore, resosi conto della panzana, Airola si scuserà e cancellerà tutto), 05-giu-17.

Fabrizio Bracconeri. Ex ragazzo della Terza C, già candidato alle Europee con Fratelli d'Italia, su Twitter: "Sei musulmano? Vuoi stare in Italia? Ti mangi SUBITO davanti alle autorità la mortadella e sputi sul Corano ripreso da telecamere sennò VIA!", 07-giu-17.

Roberto Formigoni. Il senatore intervistato dal Fatto Quotidiano dopo la condanna a 6 anni per corruzione nell'ambito del caso Maugeri: "Ma quale corruzione? Io sono innocentissimo! La sostanza è che vengo condannato per aver finanziato benemerite istituzioni sanitarie, per aver dato accesso alle migliori cure alla povera gente che ancora mi ferma per strada, in metrò. Spesso mi chiede: quando ritorna?", 23-giu-17.

Matteo Renzi. Dopo i pessimi risultati alle ultime amministrative, il segretario Pd si rivolge così ai fedelissimi (Il Messaggero): "Tranquilli, non perdete la calma: oggi dobbiamo essere zen, la parola d'ordine è Occidentali’s karma", 28-giu-17.

Massimo Corsaro. Il post del deputato fittiano su Emanuele Fiano, relatore del ddl sull'apologia del fascismo: "Che poi, le sopracciglia le porta così per coprire i segni della circoncisione...", 12-lug-17.

Daniela Santanchè, A L'Aria che Tira (La7) si discute di apologia del fascismo, e l'onorevole forzista...: "Mi hanno regalato una bellissima testa del duce in legno, la tengo sul comodino e non me ne vergogno!", 14-lug-17.

Massimo D'Alema. Durante un incontro Mdp a Foggia: "Se i cittadini pugliesi me lo chiederanno, sono pronto a candidarmi". E pochi mesi prima, nel novembre del 2016, come riporta l'HuffPost: "Al di là del risultato del referendum, dopo il voto non mi occuperò più di politica italiana", 16-giu-17.

Alessandro Di Battista. Il deputato, durante un intervento in aula sul tema migranti, incappa nell'ennesimo svarione storico-geografico firmato 5 Stelle: "Il novello Napoleone Macron piace a tutti quanti voi come se fosse Napoleone, ma almeno quello combatteva sui campi ad Auschwitz, non nei consigli di amministrazione delle banche di affari" (Napoleone combatteva ad Austerlitz, ndr), 19-lug-17.

Pierluigi Bersani. Il leader Mdp intervistato dal Fatto Quotidiano: "Lo dico a tutti i miei compagni: non accontentatevi del piccione in mano, andiamoci a prendere il tacchino..", 20-lug-17.

Gianfranco Rotondi. Il deputato forzista intervistato dal Fatto Quotidiano sulle "transumanze" parlamentari in direzione Arcore: "Nella Chiesa cattolica oggi ci sono due papi, nella Chiesa berlusconiana ce ne sarà sempre uno solo. Papa Silvio. Sulla mia lapide ci sarà scritto: Fu democristiano. Fu berlusconiano", 22-lug-17.

Barbara Lezzi. La senatrice 5 Stelle e vicepresidente della Commissione bilancio ha pubblicato un video su Facebook per spiegare il perché – a suo giudizio – dell'inaspettato aumento del PIL nel secondo trimestre del 2017: "È veramente insopportabile sentire Renzi gioire... è vero, c’è stato un aumento dello 0,4% del Pil, ma è dovuto soprattutto all’aumento della produzione industriale. E cosa fa marciare la produzione industriale? L’energia! A giugno ha fatto molto più CALDO: i climatizzatori, la catena del freddo, l’aria condizionata delle auto. Renzi ha preso una tranvata dopo l’altra, serve autorevolezza… non possiamo gioire perché ha fatto troppo caldo!". Risponde @andr900 su Twitter: “Il solito complotto di Renzi e del Pd: un golpe di calore”, 16-ago-17.

Matteo Renzi. L'ex premier dopo aver giocato a calcetto sulla spiaggia di Cervia (Il Messaggero): "A Roma non si rendono conto che c’è un popolo che ha una voglia matta di stare con me e di andare avanti... Ma quale altro politico si metterebbe mai a giocare a pallone sulla sabbia?", 04-ago-17.

Dario Nardella. Lo “scherzone” del sindaco di Firenze: incrociando Brugnaro al Meeting di CL urla...: "Allah Akbar!... Pum!", 17-ago-17.

Massimo Corsaro. Il deputato di Direzione Italia non ha particolarmente apprezzato la copertina del settimanale satirico francese Charlie Hebdo sull'uragano Harvey (“Dio esiste: ha annegato tutti i nazisti del Texas"): "Si, in effetti penso che l'Isis debba tornare in redazione - a Parigi - e finire il lavoro...", 03-set-17.

Michela Vittoria Brambilla. La leader del Movimento Animalista intervistata da Libero: "Io sono stata la prima a portare un cane in Parlamento, ma la vera rivoluzione sarebbe candidare un animale nella nostra lista", 17-set-17.

Dario Franceschini. Il ministro della Cultura è a Otto e Mezzo su La7 per presentare la sua ultima fatica letteraria. Ma parlando di legge elettorale, ci regala la seguente coniugazione: "Mi pare che si VADI in una direzione assolutamente serena...", 21-set-17.

Luigi Di Maio. Il leader 5 Stelle e vicepresidente della Camera lancia ancora una volta il guanto di sfida, su Twitter. E ancora una volta...: "Non è una fake news: Renzi ha un accordo per spartirsi la Sicilia e l'Italia con Berlusconi. Voglio un CONFRONTO TV, Matteo ci stai? Martedì 7 novembre da Floris. È la trasimissione più vista in prima serata" (Renzi si presenterà, Di Maio no, ndr), 02-nov-17.

Paola Taverna. La senatrice 5 Stelle durante il convegno "Parole Guerriere": "Ogni volta mi presentano come quella che viene da Quarticciolo, manco c'avessi la lettera scarlatta davanti al petto... cioè che cazzo vorrà dì? Ma perché se EINSTEIN veniva da Quarticciolo non te sapeva trovà la relatività?", 23-nov-17.

Alessandra Mussolini. L'eurodeputata di Forza Italia, nipote del Duce, risponde alla domanda di un ascoltatore sui problemi di Ostia (Ecg, Radio Cusano Campus): “Sì, due o tre mesi di mio nonno, e si risolve tutto”, 27-nov-17.

Antonio Razzi. Il senatore di Forza Italia a La Seconda Repubblica (RepTv): "Berlusconi è un regalo che il Signore ci ha fatto all’Italia. Non dico un Dio, ma quasi...", 29-nov-17.

Luigi Di Maio. Lo svarione lessicale del candidato premier 5 Stelle, a Che Tempo che fa (Rai 1): "Io quando incontro le ambasciate degli altri paesi, come incontro i miei ALTER EGO di altri paesi..." (“omologhi”, ndr), 13-nov-17.

Silvio Berlusconi. Il leader di Forza Italia durante la presentazione del nuovo libro di Bruno Vespa, "Soli al comando" (Mondadori): "Sono andato a letto alle sei del mattino, mi sono letto tutti i grandi dittatori. Hitler naturalmente, poi c’ha messo anche Mussolini, che proprio un dittatore NON ERA FORSE, no? Nel suo piccolo...", 13-dic-17.

Valeria Fedeli. La ministra dell'Istruzione scrive una lettera al Corriere della Sera, ma toppa il congiuntivo: "Sarebbe opportuno che lo studio della Storia non si fermasse tra le pareti delle aule scolastiche ma PROSEGUA anche lungo i percorsi professionali" (sarà il portavoce della ministra a prendersi la colpa). Alcuni giorni dopo ecco un nuovo strafalcione, stavolta dagli Stati Generali dell’Alternanza Scuola-Lavoro: "C’è il rafforzamento della formazione dei docenti, perché offrano servizi SEMPRE PIÙ MIGLIORI a studenti e studentesse". Non contenta, toppa pure sul libro del comune di Cremona che raccoglie i messaggi dei personaggi illustri in visita: "SONO STATA ONORATA di essere stata invitata qui nel Comune di Cremona città di cultura, di musica, di futuro". Firmato: “Ministra dell'Istruzione dell'Università della Ricerca”, 20-dic-17.

Virginia Raggi. Su Twitter l'epic fail linguistico-storiografico della sindaca 5 Stelle di Roma: "Fortunatamente la monarchia fa parte del passato DI QUESTA REPUBBLICA. Ritengo inopportuno che la salma di Vittorio Emanuele III venga trasferita al Pantheon", 18-dic-17.

Maria Elena Boschi. Scontro acceso sul caso Banca Etruria tra la sottosegretaria e il direttore del Fatto quotidiano Marco Travaglio (Otto e Mezzo, La7): "Travaglio mi odia, ce l’ha con me, io sono convinta che se fossi stata un uomo non mi avrebbe riservato questo tipo di trattamento”, 15-dic-17.

Luigi Compagna. Già militante di: Partito Repubblicano, Partito Liberale, Unione Liberal Democratica, Partito Socialista, Unione Democratica, Ccd, Udc, Pdl, Ncd, Identità e Azione. In questa legislatura è il recordman assoluto dei cambi di casacca, nell’ordine: Pdl, Misto, Gal, Ap, Gal, Ap, Gal, Cor (Fitto), Misto, Gal, Idea (Quagliariello). Intervistato dal Messaggero, dichiara: "Sono sempre stato coerente", "nell’espressione cambio casacca c’è qualcosa di denigratorio: io proporrei cambio di canottiera, perché i miei cambi di schieramento sono sempre all’interno del centrodestra", 17-dic-17.

Stefano Esposito. Il senatore del Pd giustifica così l'assenza nel giorno dello Ius Soli in aula, neanche discusso per la mancanza del numero legale (Twitter): “Io dopo aver fatto i conti e visto che non ci sarebbe stato mi sono andato a prendere l’aereo, ho preferito tornare dai miei figli 5 ore prima visto che non serviva a nulla star lì a vedere festeggiare Calderoli”, 26-dic-17.

Pinuccia Montanari. L'assessora all'Ambiente della giunta Raggi rivela una clamorosa trama oscura di fine anno (Il Messaggero): “Sto con Spelacchio: secondo me è un mezzo complotto, c’è una regia in corso. Questo nomignolo girava fin dal primo giorno: quando lo hanno scaricato, ma dalle mie foto l'albero risultava essere ancora in forma. Spelacchio a me piace, è come un Picasso: va capito”, 21-dic-17.

Migranti, Trump e la nazionale senza mondiali: come verrà ricordato il 2017 dagli italiani? La gestione dei flussi migratori, la presidenza di The Donald e l'esclusione degli azzurri dal torneo in Russia sono solo alcuni degli eventi che hanno caratterizzato gli ultimi 365 giorni secondo l'indagine di Demopolis. Che sottolinea come solo un italiano su quattro sia soddisfatto della propria situazione economica, scrive il 29 dicembre 2017 "L'Espresso". La difficile gestione del flusso dei migranti, la crisi bancaria, il Pd e le sue scissioni. Ma anche la tragedia di Rigopiano, l'esclusione dell'Italia dai mondiali, Trump e gli attentati di Londra e Barcellona. Sono questi alcuni degli eventi che hanno caratterizzato il 2017, emersi nell’indagine di fine anno dell’Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento, che ha sondato la memoria degli italiani sugli ultimi 12 mesi. Per sei italiani su dieci il 2017 nel nostro Paese è stato l'anno della complessa gestione dei flussi migratori. Per il 58 per cento l’anno politico appena trascorso sarà ricordato soprattutto per il dibattito sui problemi del sistema bancario, della crisi di Banca Etruria e degli istituti di credito veneti. Più di un italiano segnala invece le vicissitudini del Pd di Renzi e la scissione a Sinistra, con la nascita di nuovi soggetti politici come Liberi e Uguali. Nella memoria collettiva restano anche altri due eventi, ben differenti tra loro: la tragedia dell’hotel di Rigopiano, segnalata dal 47 per cento, e l’esclusione della Nazionale di Ventura dai Mondiali di calcio in Russia. Il 2017 nel mondo è stato segnato dall'inizio della Presidenza di Donald Trump negli Stati Uniti: è questa la risposta data da più dei due terzi degli italiani. Sempre sul piano internazionale – secondo il sondaggio di Demopolis - il 63 per cento ricorda le continue provocazioni nucleari della Corea del Nord, il 60 per cento gli attentati terroristici, soprattutto in Gran Bretagna e a Barcellona. A colpire l’opinione pubblica sono state anche, per il 51 per cento, le denunce di molestie sessuali da parte delle donne dopo il caso Weinstein. Il 45 per cento, infine, cita il Referendum per l’indipendenza in Catalogna, i cui effetti appaiono ancora in divenire. Risultano invece variabili gli umori dell’opinione pubblica. L’Istituto Demopolis ha analizzato la percezione dei cittadini sugli esponenti politici che si sono messi in luce nell’anno appena trascorso. Sono stati tre, secondo gli italiani, i leader in ascesa nel 2017: il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, indicato dal 46 per cento; il candidato Premier del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, citato dal 41 per cento degli intervistati. A chiudere il podio, con il 38 per cento, Silvio Berlusconi, il cui peso – agli occhi dei cittadini – torna ad essere oggi determinante. Con citazioni tra il 30 per cento ed il 20 per cento, gli italiani ritengono che un ruolo significativo, dopo il voto per le Politiche di marzo, lo avranno anche Salvini, Grasso e Minniti. «Abbiamo misurato – afferma il direttore dell’Istituto Demopolis Pietro Vento – anche il sentiment degli italiani, chiedendo loro un bilancio personale alla vigilia del 2018: oltre l’80 per cento si dichiara soddisfatto della propria vita familiare e sentimentale, il 76 per cento del rapporto con gli amici. Decisamente più critica la valutazione sulla situazione economica, della quale si dichiarano soddisfatti poco più di 4 cittadini su 10 intervistati da Demopolis». Nota informativa – L’indagine è stata condotta dall’Istituto Demopolis, diretto da Pietro Vento, nel dicembre 2107 su un campione stratificato di 1.000 intervistati, rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne. Supervisione della rilevazione demoscopica con metodologie integrate cawi-cati di Marco E. Tabacchi. Coordinamento a cura di Pietro Vento, con la collaborazione di Giusy Montalbano e Maria Sabrina Titone.

 Migranti 2017, come è andata: meno sbarchi e più italiani con la valigia. Il crollo degli arrivi da luglio. Ma solo 1 su dieci è stato distribuito in Europa. I costi? Lo 0,27% del pil. Ma la Turchia ha 30 volte i rifugiati in Italia. Reati: gli stranieri ne commettono di più, scrive Claudio Del Frate il 29 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". «Invasione», «diritti»: ma i numeri? L’immigrazione è stato argomento di primo piano per tutto il 2017 e lo sarà anche nell’anno che sta per cominciare, soprattutto nel periodo della campagna elettorale. Chi ha parlato di «invasione» degli stranieri, chi si è appellato ai diritti da salvaguardare sempre e comunque. Non sempre l’approccio alla discussione ha tenuto però conto di dati di fatto in grado di misurare la portata del problema e in grado di supportare analisi e giudizi. Vediamo dunque se è possibile tirare un bilancio del 2017 per quanto riguardo il tema immigrazione, facendo riferimento a numeri e fonti certe.

Sbarchi in netto calo, ma solo da luglio. Gli sbarchi, prima di tutto. La prima parte dell’anno era stata caratterizzata da cifre impressionanti e che lasciavano presagire scenari apocalittici. «Si è rischiata la tenuta sociale del paese» dichiarò in estate il ministro degli interni Minniti. Al tirare delle somme, sulle coste italiane sono approdate 119.310 persone secondo i dati aggiornati dal Viminale al 29 dicembre. Nel 2016 il «popolo dei barconi» era stato di 180.380 individui. Il calo è dovuto per intero al secondo semestre del 2017: da luglio gli arrivi dal Nord Africa sono crollati, dopo che da gennaio a giugno il trend era stato superiore al 2016. A partire da luglio gli sbarchi sono passati da 23mila a 11mila per poi scendere sotto i 4mila al mese. Lo scenario, come è noto, è cambiato dopo che la Guardia Costiera libica ha ricominciato a pattugliare la zona di mare di sua competenza, per anni rimasta «terra di nessuno».

Redistribuzione in Europa? Meno di 1 su 10. La distribuzione dei migranti sul territorio nazionale è stata poi non del tutto omogenea. Sempre secondo il sito del ministero dell’interno, la quota maggiore è andata alla Lombardia (14%) seguita da Lazio e Campania (9% ciascuna) e via via tutte le altre fino allo 0,2% della Valle d’Aosta. Per quanto riguarda le nazionalità, l’Africa la fa da padrona (i nigeriani sono la prima nazionalità) mentre si è arrestato il flusso degli arrivi da Siria e Iraq. Se gli arrivi sono in calo, di sicuro non ha funzionato il meccanismo dei ricollocamenti in Europa. Solo 11.464 coloro che dopo l’Italia hanno raggiunto una nuova destinazione (meno di uno su dieci tra quanti sono arrivati). Di questi 4.800 sono approdati in Germania, 1.200 in Svezia, 890 in Svizzera. Appena 4 i migranti accolti dall’Estonia, 17 dall’Austria, nessuno da Repubblica Ceca, Polonia e Ungheria (ancora dati del Viminale).

Costi preventivati: 0,27% del Pil. Quanto sono costati i pattugliamenti in mare, le operazioni di soccorso e l’accoglienza? In questo caso un bilancio preciso non è possibile. A titolo di orientamento si può fare riferimento alla spesa che era stata prevista con il Def per il 2017 che indicava una previsione di 4,7 miliardi di euro, uno in più rispetto al 2016 e pari allo o,27% del pil. La cifra, però, era tarata su un numero di arrivi vicino alle 200mila unità, cifra che come si è visto è stata notevolmente più bassa. Va tenuto conto d’altra parte che per rallentare i flussi lungo il Mediterraneo l’Italia si è impegnata a fornire aiuti al governo libico.

Troppi migranti? In Turchia sono 30 volte tanto. Ma i 119.000 migranti arrivati n Italia e a cui lo Stato deve dare assistenza possono essere considerati tanti o pochi? Se si allarga lo sguardo alle altre sponde del Mediterraneo il confronto si fa impietoso. I dati pubblicati in tempo reale sul sito dell’Unhcr, la «costola» dell’Onu che si occupa di rifugiati politici, in questo momento ci sono 3.412.000 stranieri registrati in campi in Turchia, 997.000 in Libano, 654.000 in Giordania, 126.000 in Egitto. A tutti andrebbe aggiunto il numero, ma la stima è molto ondivaga, di quanti sono intrappolati nei campi libici, nigerini e dell’Africa sahariana.

Intanto 285.000 italiani se ne vanno. Arrivi e partenze. Il fenomeno dei flussi di disperati che attraversano il Mediterraneo è stato messo in relazione spesso con quello, di segno opposto caratterizzato dagli italiani che emigrano all’estero. Il centro studi Idos ha conteggiato 285.000 italiani che hanno fatto la valigia, ma il dato è riferito al 2016; la previsione è che nei dodici mesi successivi la tendenza non si sia interrotta, tutt’altro. Ne scaturisce un quadro secondo il quale gli italiani che si spostano all’estero sono molti di più degli stranieri che si dirigono nel nostro Paese. Tuttavia sono in aumento gli stranieri che, avendo scelto di vivere stabilmente in Italia, acquisiscono la nuova cittadinanza Anche in questo caso l’ultimo dato disponibile è del 2016 (fonte: rapporto Ismu sull’immigrazione), anno in cui i «nuovi italiani» sono stati 201.591. Solo quattro anni prima, nel 2012, erano stati 65.000.

Reati: sì, gli stranieri ne commettono di più. L’immigrazione viene spesso associata a fenomeni di criminalità. Il numero totale dei reati in Italia è in calo ormai da decenni, la percentuale di stranieri che vivono nel nostro Paese non raggiunge il 9%. Tuttavia secondo dati del ministero dell’interno a metà del 2017 rielaborati dal Sole 24 Ore gli immigrati erano stati il 28% del totale dei denunciati (o arrestati). Se si prendono in considerazione singoli reati ne esce che i non italiani sono il 40,8% dei denunciati per furto, il 37,5% di quelli segnalati per reati sessuali, il 51% per quanto riguarda lo sfruttamento della prostituzione.

I 10 personaggi più importanti del 2017. Emmanuel Macron, Donald Trump, Xi Jinping, ma anche Kazuo Ishiguro, Gian Piero Ventura e tanti altri, scrive l'8 dicembre 2017 Claudia Astarita su Panorama. La fine del 2017 si avvicina, e con lei anche il bisogno di fare un bilancio di quello che è successo negli ultimi dodici mesi. Gli avvenimenti più importanti, le sfide superate e quelle non superate, gli uomini e le donne che, nel bene e nel male, ci hanno fatto parlare, le scoperte più sensazionali, e via dicendo. Se vogliamo concentraci sulle persone, sono almeno dieci quelle che in questo lungo e difficile 2017 meritano di essere ricordate.

Emmanuel Macron. Anzitutto il nuovo presidente francese Emmanuel Macron. Ex ministro dell'Economia del secondo governo Valls (2014-2016) ed ex consigliere di Francois Hollande, Macron ha fatto tanto parlare di se' per un passato lavorativo in una delle più importanti banche d'affari francesi, la Rothschild & Cie Banque, che lo ha fatto diventare milionario, per una moglie, Brigitte Trogneux, che ha vent'anni più di lui, e per il suo nuovo movimento politico, En Marche!, - con cui mira a rivoluzionare la Francia puntando su idee innovative, giovani, Europa e flessibilità. 

Donald Trump. Poi c'è Donald Trump, il presidente americano che si fida solo degli amici più stretti e che fa politica solo attraverso i social. Criticato all'estero e dall'élite americana, Trump ha comunque vinto le elezioni e sta cercando in maniera un po' goffa e un po' arrogante di cambiare l'America. Isolandola, se possibile, dal resto del mondo, e portando avanti una politica estera estremamente destabilizzante. In tutto il mondo. Fregandosene delel conseguenze.

Xi Jinping. Un altro leader di cui abbiamo tanto sentito parlare è il presidente cinese Xi Jinping. Un politico che quando ha preso in mano le redini della Cina, nel 2012, era stato definito "il più noioso presidente di sempre", ma che oggi viene riconosciuto in tutto il mondo come un leader potentissimo, efficace, e determinato a trasformare la Cina nel punto di riferimento politico ed economico dell'intero pianeta. Se da un lato Xi sostiene che la sua "Nuova Via della Seta" sia stata pensata per riportare la pace e la stabilità dall'Asia all'Europa, in patria la sensazione generale è che il presidente voglia ricreare un modello di controllo assoluto: quindi basta internet, obbligo per le aziende straniere di accogliere "uffici politici" nelle loro strutture se vogliono continuare ad operare in Cina, e basta immagini religiose nelle case dei cinesi. Anzi, nelle campagne Xi è arrivato a chiedere di sostituirle con un suo ritratto, perché se c'è qualcuno da pregare per ottenere un futuro migliore questao qualcuno è lui, non una divinità astratta che non vive su questo mondo.

Kim Jong-un. Come non includere anche Kim Jong-un. Non per i suoi meriti, è evidente, perché un uomo che continua a parlare dell'"inevitabilità di una guerra nucleare" non è certo da ammirare. Il dittatore nordcoreano ci tiene col fiato sospeso da mesi con i suoi test missilistici e le sue minacce. E per quanto gli analisti di tutto il mondo continuino a ripetere che il giovane Kim non autorizzerà mai il lancio di un vettore contenente una testata nucleare perché non ha nessuna intenzione di auto-distruggersi, il rischio che per un errore di calcolo prima o poi lo scenario peggiore si materializzi non aiuta a dormire sonni tranquilli.

Kazuo Ishiguro. Kazuo Ishiguro aggiunge una nota letteraria a questo elenco. Un grandissimo scrittore di origine giapponese, che ha saputo fondere nel suo stile narrativo elementi dell'Oriente in cui è nato e dell'Occidente in cui si è formato. Il meritato Premio Nobel per la letteratura assegnatogli a ottobre è il giusto riconoscimento a una figura che ha saputo riportare l'arte del romanzo a livelli eccelsi e la cui opera narrativa è conosciuta in tutto il mondo, anche grazie alla trasposizione cinematografica di alcune sue storie.

Gian Piero Ventura. L'ultimo allenatore della Nazionale di calcio passerà alla storia per essere stato il primo dopo circa sessant'anni a non essere stato in grado di condurre la squadra azzurra ai mondiali. La combinazione di gioco scadente e pochissimo carisma in panchina ha reso la débâcle di Gian Piero Ventura inevitabile. La sua uscita di scena è anche stata segnata dalle polemiche per il non aver voluto rinunciare ad un lauto trattamento economico: un anno da dimenticare.

Harvey Weinstein. Avrebbe potuto essere ricordato per le sue produzioni cinematografiche, tra le quali si annoverano capolavori come Pulp Fiction e Shakespeare in Love. Invece Harvey Weinstein lo sarà per aver indirettamente dato vita al più grande movimento di consapevolezza femminile degli ultimi decenni. Dalle numerose accuse di molestie sessuali e abusi che avrebbe commesso, infatti è nata la campagna #metoo, che ha visto milioni di donne in tutto il mondo denunciare i soprusi subiti, e che è stata recentemente premiata dal Time come "persona dell’anno".

Jeff Bezos. Jeff Bezos nel 2017 non solo è diventato l'uomo più ricco del mondo, ma è anche riuscito a completare la trasformazione di Amazon nel punto di riferimento per eccellenza dell'e-commerce, in ogni ambito: dall'alimentare al lusso. Se c'erano ancora dubbi sulla creatività, propensione all'innovazione e capacità imprenditoriali di Mr Amazon ecco, nel 2017 Bezos ha dimostrato non solo di essere davvero un uomo proiettato nel futuro, ma anche che questo suo approccio è vincente.

Robert Mueller. Chiudono questo elenco Robert Mueller e Mohammed bin Salman. Il primo è il procuratore che tanto spaventa Trump. Viene definito l'uomo più potente di Washington, e non tanto perché ha diretto l'FBI dal 2001 al 2013, quanto perché nel 2017 è stato nominato dal Dipartimento di Giustizia americano per coordinare le indagini del Russiagate. Uomo dal profilo integerrimo, mai criticato ne' dai democratici ne' dai repubblicani, ha in mano un'inchiesta che potrebbe portare alla conclusione anticipata dell'avventura presidenziale di Trump. E la ragione per cui viene considerato così potente è che tutti sanno che il suo unico obiettivo è quello di far emergere la verità.

Mohammed bin Salman. Il principe saudita Mohammed bin Salman ha dato una scossa alla rigorosa applicazione delle norme coraniche nel suo Paese. In Arabia Saudita persino permettere alle donne di prendere la patente è una piccola rivoluzione, che potrebbe presagire l'apertura di qualche spiraglio di luce in uno degli Stati più oscurantisti al mondo.

Cosa resterà del 2017. Fatti, volti, elezioni e rivolte, così è cambiato il mondo, scrive "Il Corriere della Sera" il 31 dicembre 2017.

L’oscuro Puigdemont e il separatismo spagnolo. Fino a due anni fa, Carles Puigdemont era un giornalista divenuto quasi per caso sindaco di Girona. Ancora l’anno scorso era uno sconosciuto per il resto del mondo. Poi la bufera catalana l’ha imposto all’attenzione planetaria. La dichiarazione di indipendenza è stata un errore; la Catalogna ha finito per perdere anche l’autonomia. Però le elezioni dei 21 dicembre hanno confermato che metà dei catalani sono ancora al fianco degli indipendentisti. Ora si misurerà la statura di Puigdemont: se saprà rinunciare alla secessione e trattare con Madrid una nuova Costituzione federale, ne trarranno giovamento la Spagna e l’Europa. (Di Aldo Cazzullo)

Brexit alla prova. L’anno che sta per chiudersi ha visto le grandi speranze britanniche infrangersi contro il muro della realtà europeo. Il negoziato sulla Brexit — la vicenda politica dominante Oltremanica — si è trasformato in una capitolazione a tappe che ha costretto Londra ad accettare tutte le richieste di Bruxelles: dal salatissimo conto del divorzio ai diritti dei cittadini Ue, dal ruolo della Corte di Giustizia al confine nordirlandese. E la seconda fase della trattative, nel 2018, non si preannuncia molto dissimile. I brexitieri continuano a promettere un futuro radioso libero dalle pastoie dell’Unione: ma vista dal Continente la Cool Britannia appare sempre più come un cartolina sbiadita. (di Luigi Ippolito)

Macron e la svolta all’Eliseo. Emmanuel Macron vuole fare presto, finché dura lo stato di grazia. I primi sette mesi di presidenza lo confermano come l’uomo del momento, grazie anche alla sua ormai leggendaria fortuna: gli altri leader dei grandi Paesi occidentali sono in difficoltà e lui si trova all’Eliseo nel momento in cui l’economia francese finalmente riparte. «Merito dell’economia mondiale, delle riforme passate e anche di una fiducia rinnovata», dice. Dopo avere cambiato il codice del lavoro e le tasse sui rendimenti finanziari, Macron affronterà adesso indennità di disoccupazione, immigrazione e rilancio dell’Europa, forte di una popolarità — 52% — sconosciuta a colleghi e predecessori (di Stefano Montefiori).

Le provocazioni di Trump e la nuova casa Bianca. Nel suo primo anno alla Casa Bianca il presidente Trump ha ereditato i tradizionali obiettivi del partito repubblicano: ridurre le tasse per le imprese e i ceti più favoriti, dare mano libera alle industrie, anche le più inquinanti, indebolire lo Stato assistenziale. Ma in questa politica ha introdotto alcuni elementi personali: la modesta conoscenza dei problemi, il gusto della provocazione, la volubilità. la diffidenza per la macchina dello Stato, una spropositata considerazione di se stesso e l’irresistibile desiderio di essere sempre e comunque il contrario di Barack Obama. È certamente vero che il predecessore, nel suo secondo mandato, ha commesso alcuni errori, ma Donald Trump sembra soprattutto deciso a conquistare i consensi di quella parte della società americana che non amava il liberal-socialismo di Obama, il suo desiderio di aprire dialoghi anche con vecchi nemici e, probabilmente, anche il colore della pelle. Se sarà sempre questa la sua maggiore preoccupazione, l’America di Trump continuerà ad allontanarsi dall’Europa. (Di Sergio Romano)

L’anno meraviglioso di Kim. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha appena imposto nuove sanzioni alla Nord Corea, tagliando del 90% le forniture di petrolio raffinato. Ma secondo Kim Jong-un il 2017 è stato un successo: «Abbiamo completato la storica missione, siamo una potenza nucleare». Il Maresciallo potrebbe avere ragione. Con 25 test missilistici e uno nucleare è riuscito a diventare interlocutore (via Twitter) del presidente americano. Si è dimostrato autonomo rispetto ai padrini di Pechino. Ha costretto la Cia a correggere quanti lo avevano definito un pazzo (Donald Trump compreso): l’ultima analisi dell’intelligence lo definisce leader razionale e brutale che persegue con costanza il suo obiettivo di forza. Che può fare Kim ora? Nella migliore delle ipotesi offrire un compromesso: stop ai lanci di missili in cambio di allentamento dell’embargo e riconoscimento del suo status nucleare. Ha un’occasione imminente: le Olimpiadi di febbraio in Corea del Sud. Potrebbe cercare il dialogo o alzare il livello del ricatto. (Di Guido Santevecchi)

Il caso Weinstein e il movimento #metoo. Come in un’opera di Shakespeare, Harvey Weinstein è il perfetto «villain» del 2017. Un essere umano che viola il codice morale e legale degli altri per esercitare potere, incurante fino alla crudeltà. Perseguendo obiettivi politici o solo il proprio piacere, «il cattivo» mostra potenziato ciò che fanno o farebbero — quasi — tutti. Lo scandalo delle molestie e delle violenze sul posto di lavoro è cominciato così, con le rivelazioni sul produttore di Hollywood, ed è diventato un fiume di denunce che attraversa Paesi, professioni, generazioni. Dagli Usa all’Italia, dal cinema ai magistrati, dalle copertine agli sconosciuti. Un movimento che un hashtag cerca di tenere unito: è successo anche a me, #metoo. Cambierà qualcosa negli anni che verranno? Cambierà tutto, se le conversazioni tra uomini e donne sugli abusi resteranno aperte, profonde, diffuse. (Di Barbara Stefanelli)

L’epidemia senza controllo delle fake news. Dalle bufale diffuse a dispetto della loro evidente falsità — come Stephen Hawking, l’astrofisico condannato da 4 decenni all’immobilità totale, accusato di molestie sessuali, alle calunnie a sfondo tribale che hanno provocato bagni di sangue. Come in India, dove 7 uomini sono stati linciati per un’accusa infondata di pedofilia via social media. Dopo l’esplosione, l’anno scorso, delle fake news di Donald Trump, il 2017 è stato l’anno della moltiplicazione dei siti specializzati nella denuncia delle bufale, ma anche quello della presa di coscienza dell’impossibilità di sradicare un fenomeno assai esteso e difficile da combattere con tempestività. Come intercettare infiltrazioni astute e capillari come quelle studiate dall’intelligence russa? Ma, soprattutto, difficile correre in tempo ai ripari. Adesso Facebook e gli altri prendono la cosa sul serio e promettono di intervenire quando i casi vengono denunciati, ma è dimostrato che un falso provoca il grosso dei danni nelle prime 10 ore dopo la pubblicazione (Di Massimo Gaggi)

Merkel al tramonto. L’anno in cui Angela Merkel ha imboccato il viale del tramonto. La maggiore sorpresa del 2017 per la Germania e per l’Europa. La leader tedesca rimarrà cancelliera anche nel nuovo governo, se si farà: un’altra Grande Coalizione tra il suo blocco Cdu-Csu e i socialdemocratici. Dopo le elezioni del 24 settembre, nel quale ha perso quasi il 10% dei voti, non è però più la vincente e insostituibile guida a Berlino e a Bruxelles, colei che traccia la strada e convince tutti a seguirla. In casa, inoltre, deve affrontare la novità della politica tedesca: i nazionalisti della Afd (Alternative für Deutschland, Alternativa per la Germania) entrati in Parlamento. (Di Danilo Taino)

L’Isis perde territorio ma non terreno fertile. Il 2017 ha visto il crollo della dimensione territoriale di Isis. Solo tre anni fa sembrava inarrestabile. Ma negli ultimi mesi abbiamo assistito alle sue battaglie finali prima a Mosul, poi nella regione di Raqqa. Oggi circa 3.000 tra i suoi irriducibili sono braccati sul confine tra Iraq e Siria. Ciò non significa però che le condizioni che portarono alla nascita di Isis siano scomparse. In Afghanistan è in crescita. In Africa promuove movimenti come Boko Haram. La frustrazione sunnita in Iraq, Siria, Yemen, Libano è alta e alimenta lo scontro con gli sciiti. Tra i potenziali terroristi in Occidente l’ideologia jihadista resta una pericolosa fonte d’ispirazione. (Di Lorenzo Cremonesi)

Rohingya crisi simbolo. I villaggi in fiamme, l’esercito birmano che spara contro chi tenta di salvarsi, lo stupro usato — riferisce l’Onu — come «calcolato strumento di terrore». La spietata pulizia etnica contro i Rohingya — popolo senza Stato, di fede musulmana — ha provocato 6.700 vittime e 650 mila profughi. Il Papa chiede perdono, Cina e Russia votano contro una risoluzione in cui si chiede la fine delle violenze. Una crisi-simbolo? Sì, perché sono chiare responsabilità (e protezioni) delle leadership politiche e religiose. Ma il vento colorato di sangue non porta risposte facili ad altre domande: il coraggio perso da una donna giusta, Aung San Suu Kyi, e il problema globale della convivenza con i più deboli. (Di Paolo Lepri)  

Le provocazioni di Trump e la nuova casa Bianca. Il caso Weinstein e il movimento #metoo  Fattoquotidiano.it, ecco quali sono stati gli articoli più letti del sito nel 2017. Una selezione dei contenuti più letti di quest'anno. Un anno di notizie vissuto insieme a voi lettori. Che ogni giorno ci dimostrate affetto e fiducia leggendoci. A voi tutti buon anno dalla redazione, scrive il Fatto Quotidiano il 31 dicembre 2017. Un anno di notizie. Un anno di inchieste e di analisi. Un anno in cui i lettori del Fattoquotidiano.it hanno potuto informarsi sui fatti di cronaca, soffermarsi sui casi più discussi, tenere gli occhi bene aperti sull’attualità, sulla politica estera, sul costume. Quali sono stati i contenuti più letti sul nostro sito? La cronaca, con il caso dei due carabinieri fiorentini accusati di stupro, l’efferato omicidio di Noemi Durini. E poi, naturalmente, la politica con la festa flop del Pd a Milano, le “intemperanze” di Renzi di fronte ai giornalisti, il confronto tra Maria Elena Boschi e Marco Travaglio. I lettori hanno seguito con attenzione (e apprensione) anche gliattentati di Barcellona dello scorso agosto, raccontati sia attraverso una puntuale cronaca che grazie ai contributi dei nostri blogger: tra i pezzi più letti di questo 2017, il post di Gianluca Ferrara con le sue “verità” a proposito di quella terribile strage. Non poteva mancare uno spazio per i temi più leggeri: oltre a quelli della sezione FQMagazine, ad incuriosire il pubblico del Fatto.it sono stati i tatuaggi e come le nanoparticelle di inchiostro siano in grado di “viaggiare” nel corpo fino ai linfonodi, e ancora lo scherzo de Le Iene a Marco Travaglio, nel quale il figlio Alessandro paventava una possibile partecipazione al Grande Fratello. Un anno di notizie, questo, vissuto insieme a voi lettori. Che ogni giorno ci dimostrate affetto e fiducia leggendoci. A voi tutti buon anno dalla redazione del Fatto.it.

I fatti più importanti del 2017. Lo storico traguardo della legge sul biotestamento, la crisi in Catalogna, la tragedia del Rigopiano, l'uscita dai Mondiali di calcio. Cosa non dimenticheremo di questo anno. Scrive il Simona Santoni il 15 dicembre 2017 su Panorama. Lo storico traguardo della legge sul biotestamento in Italia, la tragedia dell'hotel Rigopiano, il dramma dei Rohingya. E poi il Russiagate che infiamma ancora l'amministrazione Trump, la crisi in Catalogna e la polveriera delle molestie sessuali aperta dallo scandalo Weinstein. Sono alcuni dei fatti di cronaca ed eventi che hanno segnato il 2017. I più importanti li ripercorriamo qui. 

LA TRAGEDIA DEL RIGOPIANO. Nel pomeriggio del 18 gennaio 2017 a Farindola, in Abruzzo, avviene l'impensabile. Una slavina si abbatte sull'hotel Rigopiano Gran Sasso Resort, nell'Appennino centrale. 29 le vittime, 11 i superstiti, di cui 9 estratti ancora in vita dall'ammasso di neve e macerie, dopo ore di ricerche. Tante le polemiche: le strade innevate e non ancora ripulite non hanno permesso agli ospiti, spaventati dalle scosse di terremoto della mattina, di andarsene dall'hotel. Il Centro Italia ha pagato un nuovo dazio alla natura, dopo che Abruzzo, Marche, Umbria e Lazio sono stati sconvolti dal sisma del 2016 (soprattutto) e del 2017. Il 2017 ha sottolineato amaramente le inefficienze italiane e l'iperburocratizzazione, tra ritardi, pasticci e dimissioni che hanno reso un miraggio la ricostruzione.

RUSSIAGATE. Il 20 gennaio 2017 Donald Trump si insedia alla Casa Bianca. Ma le ombre sulla sua elezione aleggiano. Esplode il Russiagate, ovvero il sospetto sempre più tangibile che la Russia abbia influenzato l'esito elettorale, favorendo il tycoon e boicottando Hillary Clinton. Sotto accusa relazioni pericolose tra l'amministrazione Usa e Putin e il suo staff, con conseguente lavoro di manipolazione dei social network e delle notizie da parte degli hacker russi. La miccia che fa partire l'indagine dell'Fbi è Michael Flynn, l'ex Consigliere per la Sicurezza nazionale nominato da Trump e subito dimissionario, che ha intavolato "strani" rapporti col Cremlino. 

A livello internazionale si scatena il timore fake news, notizie false confezionate su misura per condizionare esiti politici (anche l'Italia a rischio per le prossime elezioni). 

FLUSSI MIGRATORI SOTTO CONTROLLO. I primi mesi del 2017 sono iniziati con dati allarmanti sul flusso di migranti dal Mediterraneo verso le nostre coste. A febbraio si sono registrati 8971 sbarchi contro i 3828 del 2016, a marzo 10853 (9676 nel 2016), ad aprile 12943 (9149 nel 2016). L'Italia ha chiamato più volte l'Europa (un po' sorda) al sostegno. L'atmosfera di emergenza ha aperto a sospetti sull'operato delle Ong che soccorrono i migranti in mare, accusate di essere "taxi del Mediterraneo" e di avere contatti diretti con i trafficanti di uomini in Libia. Da qui il codice di condotta varato dal ministro dell'Interno Minniti. Grazie a un accordo col governo libico, siglato a febbraio e rafforzato a luglio e a dicembre, i flussi migratori provenienti dalla costa libica sono molto diminuiti da metà dell'anno (al 14 dicembre 2017 si contano 118.010 sbarchi, contro i 178.814 dello stesso periodo nel 2016, un -34%). Non mancano però polemiche sull'accordo, soprattutto di carattere umanitario: sotto accusa i centri di detenzione libici dove i migranti sarebbero trattati come schiavi. 

MACRON SALVA EUROPA. Con gli attentati dell'Isis che soffiano sulla xenofobia, con il populismo che si fa strada in Europa, con la Brexit che fa traballare l'Unione Europea, il 2017 è stato l'anno delle presidenziali in Francia. Presidenziali di peso, con l'incombente "minaccia" di Marine Le Pen, leader di estrema destra, antieuropeista. E invece il ragazzo d'oro Emmanuel Macron ha salvato la Francia e l'Europa (almeno per ora) dall'abisso populista. Mentre la Germania è meno solida, con Angela Merkel che alle ultime elezioni tedesche ha perso terreno, Macron ora si veste da Mitterand per riportare Parigi al centro dello scacchiere internazionale. Anche l'Olanda si è salvata dal populismo, mentre l'Austria ha pagato dazio.

COREA DEL NORD. Con Trump alla presidenza, si è accesa la tensione tra Stati Uniti e Corea del Nord. Pyongyang nel 2017 ha intensificato il suo programma di riarmo, con un susseguirsi di minacciosi test missilistici e nucleari (proprio nell'anno della firma del Trattato per la proibizione delle armi nucleari). In risposta, l'Onu ha intensificato le sanzioni economiche contro il regime di Kim Jong-un. 

CRISI CATALANA. Anticipato da un durissimo braccio di ferro tra il governo centrale spagnolo di Mariano Rajoy e il presidente della Generalitat de Catalunya Carles Puigdemont, il 1º ottobre 2017 si è tenuto un referendum per l'indipendenza della Catalogna, dichiarato illegale dalla Corte Costituzionale spagnola. Ha vinto il sì. Il Parlamento catalano ha proclamato unilateralmente l'indipendenza, a cui è seguito da parte di Madrid il commissariamento della Comunità Autonoma e lo scioglimento del Parlamento catalano. Scacco matto, con tanto di fuga di Puigdemont all'estero. Alle elezioni indette per il 21 dicembre 2017 le nuove risposte. 

LA FINE DELL'ISIS? Il 2017 è stato macchiato da attentati terroristici sanguinosi per mano dell'Isis, in Europa come nelle zone dimenticate dalla nostra sensibilità occidentale: 22 maggio attentato a Manchester al concerto di Ariana Grande (22 vittime); 22 marzo e 3 giugno attacchi a Londra (13 vittime); 17 agosto terrore a Barcellona e a Cambrils (16 vittime); 24 novembre in Egitto strage in una moschea nel Nord del Sinai (235 vittime). Eppure il sedicente Stato Islamico sta perdendo terreno e molti ne dichiarano la morte. In Siria, dove la guerra civile sembra agli sgoccioli (la Russia ha già annunciato il suo ritiro dal fronte), il Califfato ha perso la sua roccaforte di Raqqa, nelle Filippine è stato cacciato da Marawi, anche l'Iraq ha liberato Mosul e Tal Afar. Il futuro ci dirà se l'Isis è davvero sconfitto. 

LA PERSECUZIONE DEI ROHINGYA. Privati della cittadinanza, rifiutati da tutti, i Rohingya rappresentano l'ombra più scura della Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi. Musulmani sgraditi al Myanmar (ex Birmania) buddista, dove per lo più risiedono, dal 25 agosto 2017, in seguito a una recrudescenza della tensione tra ribelli islamisti e soldati birmani, sono vittima di una vera e propria pulizia etnica denunciata dalla comunità internazionale. Anche Papa Francesco ha dedicato loro preghiere e, nello storico viaggio in Myanmar e Bangladesh, ha implorato il riconoscimento dei loro diritti. 

MOLESTIE SESSUALI. Tutto è iniziato il 5 ottobre 2017, quando un articolo del New York Timesha raccontato tre decenni di molestie sessuali ad almeno otto donne perpetuate da Harvey Weinstein, potente produttore cinematografico. Da lì si è aperto un vaso di Pandora senza fine. La lista di attrici che accusa il paperone di Hollywood è sempre più lunga (tra queste Asia Argento e Salma Hayek). E le denunce hanno iniziato a travolgere tanti altri, non solo in America (anche in Italia!), registi, attori, politici. Sotto accusa, tra gli altri, Dustin Hoffman, Kevin Spacey, il nostro Fausto Brizzi, John Lasseter. #MeToo, il movimento finalizzato a sensibilizzare su molestie sessuali e violenze, è stato nominato la persona dell'anno 2017 dal Time.

L'ITALIA FUORI DAI MONDIALI. Era da 59 anni che non capitava. La nazionale italiana di calcio maschile è fuori dai Mondiali, che si disputeranno nel 2018 in Russia. La squadra allenata da Gian Piero Ventura ha perso lo spareggio per la qualificazione contro la Svezia. ll 10 novembre 2017 la grande delusione. Per contro, il 2017 segna uno storico traguardo per una piccola nazionale europea di calcio: l'Islanda si qualifica al suo primo Mondiale. 

BIOTESTAMENTO. Le lacrime di commozione nell'aula del Senato di Emma Bonino, Mina Welby e dei rappresentanti dell'associazione Luca Coscioni sono la fotografia del grande traguardo di libertà (fino alla fine) raggiunto in Italia il 14 dicembre 2017: la legge sul biotestamento ha avuto la sua approvazione definitiva. Hanno sicuramente contribuito al successo, nel corso dell'anno, le commoventi storie di DJ Fabo e Loris Bertocco e le battaglie del radicale Marco Cappato. 

Gli eventi simbolo del 2017 che abbiamo dimenticato. Dalla chiusura del circo Barnum al ministro che minaccia Netflix, passando per il ritorno di Mastella e il primo divorzio gay. Il racconto dell'anno appena trascorso attraverso gli episodi a cui, forse, non abbiamo dato la giusta importanza, scrive il 28 dicembre 2017 “L’Espresso”. A cura di Mauro Munafò e Francesca Sironi. Sono tanti gli eventi che hanno caratterizzato quest'anno che se ne va. Ma abbiamo pensato di raccontarlo attraverso dei piccoli ma significativi fatti le cui conseguenze sono state di grande portata. Dalla chiusura del circo Barnum, simbolo della politica sotto il tendone, all'intervista del ministro Franceschini che obbliga i canali streaming a trasmettere prodotti italiani. Dal ritorno di Clemente Mastella alla foto scattata durante l'attentato di Londra che è stata la prima di una serie interminabile di fake news. Dall'attacco a Don Ciotti al primo divorzio di una coppia unita civilmente. Mese dopo mese, una sequenza di (non) fatti.

CHIUDE IL CIRCO BARNUM di Marco Damilano. C’erano i cavalli, il cerchio di fuoco, i gemelli siamesi, la sirenetta metà scimmia metà pesce, l’elefante gigante, Buffalo Bill e Toro seduto. Le vecchie glorie, le giovani sorprese, gli effetti speciali illusori ed effimeri, costruiti per strappare «l’applauso del pubblico pagante», come per ogni donna cannone, e poi deluderlo subito dopo. Il 15 gennaio 2017 annuncia la chiusura il circo fondato da Phineas Taylor Barnum nel 1871, the Greatest Show on Earth, il più grande e ributtante spettacolo del mondo. Finisce per gli elevati costi di gestione, le guerre contro le associazioni animaliste per i maltrattamenti delle bestie, il pubblico che ormai non si affolla più per vedere gli uomini più bassi del mondo che in realtà sono bambini di cinque anni. Ci vuole altro per stupire il pubblico oggi. Eppure il circo Barnum se ne va mentre sta per celebrare la sua vittoria. Pochi giorni dopo, il 20 gennaio, giura come quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump, che dello spirito del Barnum è il distillato più puro, l’uomo che ne porterà l’eredità alla Casa Bianca, nei vertici internazionali, sui social globali. In Italia già nel 1921 Antonio Gramsci aveva paragonato i socialisti e la nostra sinistra al «vecchio e glorioso Barnum, che non conosce espulsioni e disciplina, dove ogni italiano liberamente può fare i suoi giochi!». Oggi Barnum, e non il comunismo, ha conquistato l’egemonia culturale, la barnumizzazione del mondo e della politica italiana è completa, tra scissioni e accuse, nani e ballerine, come diceva Rino Formica. L’anno si chiude con l’ex ministro Tremonti che rifiuta l’audizione alla commissione parlamentare sulle banche: «Non partecipo al circo equestre». Addio Barnum, Barnum ha vinto.

IL MINISTRO VS. NETFLIX di Beatrice Dondi. «Obbligheremo, costringeremo, non se la caveranno». Quando Dario Franceschini ha rilasciato l’intervista alla Stampa il 3 dicembre ha usato termini da pugno di ferro, seriosamente fuori luogo visto il riferimento a una cosetta agile come la tv. Eppure parlava proprio della produzione televisiva, della visione, dell’intrattenimento duro e puro in forma seriale. Ma le sue affermazioni non hanno avuto l’eco che forse avrebbero meritato. Il diktat del ministro per cui non solo in Italia bisogna produrre di più ma si devono obbligare le piattaforme come Netflix e Amazon a trasmettere quei prodotti fa un pochino sorridere. Perché non basta strillare il titolo di “Don Matteo” in streaming. Bisogna anche trovare il pubblico disposto poi a guardarlo. Dal momento in cui nello stesso spazio di un clic e di un abbonamento si può scegliere tra la tonaca di Terence Hill e la divisa carceraria di “Orange is the new black” c’è poco da tuonare: non si tratta di tv tradizionali che trasmettono un programma aspettando che qualcuno clicchi quel tasto del telecomando. È esattamente il contrario. Le offerte sono rivolte a un pubblico tarato, che sa in partenza cosa andare a cercare e non sceglie solo perché “ce lo chiede l’Italia”. E chi ha deciso per il bullismo di “13”, la scoperta della sessualità di “Atypical”, il fantasy di “Stranger Things” o la sontuosa ascesa verso la discesa di “Breaking Bad” non si accontenta di un sostituto al ribasso. Né tantomeno vuole correre il rischio di ritrovarsi a pagare per un palinsesto invaso da santi e navigatori, agiografie e carabinieri. Per una semplice quanto valida ragione: almeno in questo caso gli italiani non lo fanno meglio.

MASTELLA, IL RITORNO di Susanna Turco. Il ritorno di Ciriaco De Mita sugli schermi nazionali, ai tempi del referendum costituzionale, doveva fungere da segnale spia, da sintomo sentinella, invece non ci si è fatto caso. O comunque notarlo non è bastato. Così il destino ha fatto il suo corso e a metà dicembre, il governo Gentiloni compiendo un anno di vita, Clemente Mastella ha celebrato alla Stazione marittima di Napoli la nascita, e la rinascita, del suo partito: l’Udeur. Quello di dieci anni fa, per l’occasione ribattezzato Udeur 2 come fosse “Manuale d’Amore” o “Star Wars” ma con l’accortezza di precisare che non si tratta di un “la vendetta”, semmai di un “il ritorno”. Mastella comunque ora è tornato in tutto il suo beneventano splendore: giusto il tempo di attendere l’assoluzione in primo grado nel processo per il quale si dimise da ministro del governo Prodi. Son serviti leggiadri nove anni e, a dimostrazione empirica della ciclicità del tempo, bisogna dire che adesso il suo ripiombare segue una serie di eventi sconcertante per coerenza: dal ri-battezzo di Forza Italia nel 2013 fino al ri-trionfo del proporzionale nel 2017, con annessa ri-frammentazione dei partiti (semmai l’avessimo dimenticata). Segue dunque una serie di eventi, Mastella, e probabilmente li anticipa: quel che per lui è stata l’assoluzione, per Silvio Berlusconi potrebbe essere la riabilitazione per tramite dei giudici della Corte europea, chissà. In quest’attesa, Mastella s’augura potersi presentare con una lista che «utilizzi lo scudocrociato, che da solo vale più dell’1 per cento». Parole che valgono un’epoca, quella del Rosatellum, col quale appunto basta l’1 per cento per sedersi in Parlamento. Per i cultori della materia vi è giusto da aggiungere che un altro santone di quel simbolo, Gianfranco Rotondi, sosteneva che lo scudocrociato valesse invece il 2 per cento. Accadeva giusto quindici anni fa. E chissà che allora non ne bastino appena altri quindici, per farlo planare come un asintoto su qualcosa che rasenti lo zero. O forse è troppo osare?

IN TUNISIA UNA PRIMAVERA ROSA di Angiola Codacci-Pisanelli. La buona notizia per le tunisine è arrivata a metà settembre: finalmente sono libere di sposare anche uomini non musulmani. Il presidente Beji Caid Essebsi ha abrogato la circolare che riconosceva solo matrimoni con uomini che si fossero convertiti all’Islam: un limite che colpiva soprattutto le donne emigrate in Francia o in altri paesi europei, che sposando uno straniero si ritrovavano matrimoni non riconosciuti nel paese d’origine. La norma calpestava l’eguaglianza tra i sessi e la libertà di coscienza garantiti dalla Costituzione del 2014, una delle poche conquiste durature delle Primavere arabe, sotto due punti di vista: perché lo stesso divieto non era previsto per gli uomini, e perché considerava musulmane tutte le donne tunisine, senza possibilità di scelta. È un nuovo passo avanti verso una parità tra i sessi che sotto molti punti di vista rimane ancora sulla carta. La Tunisia è stata tra i primi paesi musulmani ad abolire la poligamia, a stabilire un divorzio legale e a vietare i matrimoni sotto i 18 anni eppure, per fare un esempio, soltanto pochi mesi fa è stato abolito il matrimonio riparatore che cancellava il reato di stupro: norma abrogata di recente anche in Giordania, che resta in vigore in molti paesi arabi. Altre novità nel campo delle libertà delle donne sono venute da uno degli Stati arabi più conservatori, l’Arabia Saudita. Da quest’anno le saudite potranno guidare la macchina, andare allo stadio, lavorare senza bisogno dell’autorizzazione del “tutore” (il marito, il padre, il fratello). Ma c’è una grande differenza tra le novità saudite e quelle tunisine. Le riforme in Arabia Saudita sono calate dall’alto, nel quadro del piano di innovazioni che il nuovo principe ereditario, Mohammed bin Salman, ha chiamato “Vision 2030”. In Tunisia invece sono state una conquista dei movimenti liberali e femministi. Che le considerano solo i primi passi promettenti di un cammino ancora da fare.

IL DIVORZIO È GAY di Stefania Rossini. Soltanto chi si sposa può divorziare. E questa è già una conquista. Ma bisognerebbe chiedere a Samuel e Riccardo, i primi due gay che hanno divorziato, se davvero ne valeva la pena. Uniti in quello che ormai viene chiamato “matrimonio gay”, in realtà una civilissima unione tra omosessuali finalmente possibile anche in Italia, hanno visto scemare entusiasmo e passione nel giro di appena un anno. In sordina, senza i flash, il glamour e la pioggia di confetti lilla (colore adottato internazionalmente per le nozze gay) che li aveva accolti quando avevano fatto il gran passo, hanno mestamente sciolto il loro vincolo in un grigio tribunale di Savona nel luglio scorso, ignorati dai più e appena citati nella stampa locale. Invece, a ben vedere, si trattava del segnale di un altro inizio, dell’altra faccia della favola bella che ha voluto vedere nel matrimonio (o in un suo facsimile) il coronamento di ogni tipo di amore e che delega il desiderio della stabilità alle regole esterne più che agli intimi convincimenti. Senza accorgersi che proprio la regolarizzazione di un rapporto via carta bollata ne ammette la sua altrettanto burocratica dissolvenza. Veloce, peraltro, molto più veloce di qualsiasi divorzio tra eterosessuali, compreso quello ora detto breve che ha tempi che vanno da sei mesi a un anno. Per i gay raggiunti dal disamore può essere sufficiente un gesto rancoroso, una fantasia di cambiamento, un moto di dispetto per far partire la pratica di scioglimento. Verrà il giorno in cui basterà un clic sul computer, ma per ora bisogna andare a manifestare fisicamente la propria volontà dinanzi a un ufficiale di stato civile. Anche se il partner non ne sa nulla e magari vorrebbe ricucire e ricominciare. Con gli etero che si sposano sempre di meno, apparecchiandosi in lunghe convivenze con tanto di figli, perché hanno già visto troppi fallimenti o per mera idiosincrasia a promettere di amarsi finché morte non separi, restano i gay a tenere accesa la fiamma del matrimonio. E del suo epilogo.

DNA, LA SVOLTA di Marco Pacini. Da lunedì 13 novembre 2017 Brian Madeux, 44 anni, può sperare in una nuova vita, libera dalla sindrome di Hunter, una grave malattia metabolica che lo affliggeva da sempre. I medici dell’ospedale di Oakland, in California, gli hanno aggiustato un gene, modificandolo sul suo corpo. Ed è la prima volta. Finora gli scienziati erano riusciti a modificare i geni intervenendo in laboratorio sulle cellule prelevate che poi venivano “restituite” al paziente. Se la nuova tecnica sperimentale avrà successo Brian non sarà solo guarito, ma sarà biologicamente “un altro uomo”: intervenire sul codice della vita non è come somministrare un farmaco. E lo ha spiegato in due parole Eric Topol, uno dei molti scienziati che hanno commentato l’intervento di Oakland: «Stiamo davvero giocando con Madre Natura». La notizia è stata presto archiviata nella casella “progressi della scienza” così come avviene dal 2013, quando è nata la tecnica Crispr, la forbice per il taglia-incolla del dna. O da un mese prima dell’intervento “in vivo” su Brian Madeux, quando il chimico di Harvard David Liu ha annunciato su Nature la possibilità di intervenire sulle singole lettere del genoma. Ma ogni passo porta con sé una domanda scontata quanto fondamentale per il futuro: qual è il limite? Dove si collocherà il confine tra la cura e la programmazione di un essere umano? E chi traccerà la linea? «Che le tecnologie realizzino o meno i loro obiettivi originari, possiamo stare certi che li oltrepasseranno», osserva Adam Greenfield in “Tecnologie radicali”. Lo sanno bene i “tecnoumanisti” che immaginano un post-uomo nato dall’intreccio tra ingegneria genetica, nanotecnologie e interfaccia uomo-computer. Tanto che nel 2013 Google ha lanciato Calico, società il cui compito è «risolvere il problema della morte». E lo sanno bene gli azionisti di “23andMe”, società leader dei test genetici a basso costo. Con 99 dollari ti inviano un pacchetto con una provetta. Ci sputi dentro e lo rispedisci a Mountain View per ottenere la mappa dei tuoi rischi genetici, e magari tra non molto correggerli con la tecnica usata su Brian o altre. Novantanove dollari: «Il conosci te stesso non è mai stato così economico e a portata di mano», come ha scritto Yuval Noah Harari in “Homo Deus”.

UBER TRA SORPASSI E FRENATE di Emanuele Coen. La notizia dello storico sorpasso è passata quasi inosservata, nell’anno più difficile di Uber. Prima le dimissioni forzate, a giugno, del fondatore e amministratore delegato dell’azienda di San Francisco, Travis Kalanick, poi la guerra aperta con tassisti e regolatori di mezzo mondo. Senza contare le accuse di molestie sessuali a diversi autisti e, pochi giorni fa, l’arresto a Beirut del driver che ha confessato di aver violentato e ucciso la diplomatica britannica Rebecca Dykes. Eppure nel 2017 il servizio di auto con conducente ha superato i taxi sulle strade di New York: 289 mila corse giornaliere contro le 277 mila dei cab nel mese di luglio. Prima o poi doveva accadere, considerata la dirompente ascesa della app nella Grande Mela, a cominciare dai quartieri fuori Manhattan (Brooklyn, Bronx, Queens e Staten Island), in linea con altre importanti città statunitensi. La formula è vincente: pochi clic sul display dello smartphone, tariffa concordata in partenza, generalmente più bassa rispetto alle auto gialle, vetture confortevoli, ampia disponibilità a qualsiasi ora. Quanto basta per rompere il monopolio del trasporto pubblico e rivoluzionare la mobilità urbana. Sull’onda di Uber, che oggi è un gigante valutato 70 miliardi di dollari (nonostante i tanti dubbi sula sua sostenibilità), sono state lanciate altre applicazioni di car sharing: Lyft e Via, tanto per citarne qualcuna. E qualcosa si muove anche in Italia, dove Uber fatica a farsi strada anche per la dura opposizione dei tassisti. A Roma, Milano e Torino è arrivata mytaxi, app diffusa in oltre 70 città di undici paesi europei, che mette in connessione tassisti e passeggeri, con sconti e tariffe agevolate. La nostra mobilità è ormai cambiata per sempre.

IL CLIMA TRADITO di Federica Bianchi. La Norvegia predica bene ma razzola male. Capofila della lotta contro i cambiamenti climatici, ha addirittura battuto l’Unione europea nel ratificare, prima tra i Paesi industrializzati, l’accordo di Parigi sull’ambiente nel 2015, impegnandosi a ridurre le emissioni di anidride carbonica del 40 per cento entro il 2030. L’obiettivo dell’accordo è quello di impedire un aumento della temperatura globale al di sopra dei due gradi rispetto ai livelli pre-industriali. Ma mentre taglia le proprie emissioni a livello nazionale, Oslo, maggiore produttore europeo di combustibili fossili, incrementa l’inquinamento mondiale autorizzando lo sfruttamento di nuovi giacimenti petroliferi nientemeno che nel mare Artico. Si difende dicendo che le sue estrazioni possono essere “controbilanciate” a livello nazionale dall’elettrificazione delle sue reti di trasporto e a livello globale da investimenti nello sviluppo delle rinnovabili e nella lotta alla deforestazione. Poca cosa: la Norvegia esporta pur sempre dieci volte la quantità di emissioni che produce, finendo per essere uno dei maggiori inquinatori mondiali. «Un atteggiamento illogico e ipocrita», sostengono una serie di ong capeggiate da Oil Change International e Greenpeace che hanno promosso una causa legale contro il Paese. La contraddizione norvegese mette in luce la difficoltà del necessario cambiamento di paradigma economico richiesto a quegli stati che hanno fondato il proprio benessere sull’estrazione petrolifera. In ballo ci sono centinaia di migliaia di posti di lavoro e una fetta importante del Pil. Gli stessi argomenti usati da Donald Trump per denunciare gli accordi di Parigi. Ma non esiste scelta: il costo delle rinnovabili è in costante discesa e saranno loro tra una decina d’anni a far girare il mondo. Come d’altronde dimostra la permanente debolezza del prezzo del petrolio.

CAPORALI SCONFITTI di Fabrizio Gatti. Ci sono voluti dieci anni per avere la prima legge contro il caporalato. E undici anni perché quella legge portasse alla prima sentenza in un tribunale. Dall’inchiesta dell’Espresso (“Io, schiavo in Puglia”, 1 settembre 2006) e dal dossier “I frutti dell’ipocrisia” di Medici senza frontiere, all’instancabile denuncia, attraverso libri e articoli, di Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore morto improvvisamente a 40 anni il 26 novembre scorso. E poi la battaglia sui campi, con il sindacato, i primi agricoltori che hanno scelto di difendere i loro prodotti dalla mafia delle braccia e l’esempio eroico delle proteste di Nardò, in Puglia, guidate da Yvan Sagnet, l’ingegnere-bracciante arrivato dal Camerun, che sognava e ancora sogna un’Italia migliore. È grazie a tutto questo se la scorsa estate, a Lecce, è stata pronunciata la prima condanna di nove caporali africani e quattro imprenditori italiani a pene fra i tre e gli undici anni di reclusione. È la dimostrazione che non bisogna mai smettere di costruire il nostro presente e che il Parlamento, come ha fatto con questa legge che porta il nome del ministro delle Politiche agricole, Maurizio Martina, sa ancora rispondere alle scelte di civiltà. Ma il mondo corre più velocemente dei procedimenti legislativi. E il 2018 ci presenterà il conto di un nuovo, drammatico fenomeno da affrontare: la disoccupazione da caporalato. Dove sarà maggiore l’auspicabile applicazione della legge, maggiore sarà anche l’esclusione di quanti non potranno accedere a contratti legali, per mancanza di documenti in regola. Una condizione che riguarda migliaia di stranieri sbarcati negli ultimi anni: anche perché attratti dalla possibilità di lavoro alimentata, proprio attraverso il caporalato, da italianissimi imprenditori dell’agricoltura e dell’edilizia. Magari gli stessi che la domenica indossano la polo nera e vanno ai gazebo a sostenere le proposte neofasciste contro i loro stessi lavoratori. Lo vediamo già nella crescita incontrollata di senzatetto: a Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, ma anche nelle stazioni italiane o nelle fabbriche abbandonate della Lombardia. Una situazione che, unita alla povertà e alla disoccupazione nazionale, alimenterà il rancore sociale su cui andremo a votare tra poche settimane.

LA MAFIA SUL MURO di Lirio Abbate. Alla vigilia del primo giorno di primavera, quando Libera, l’associazione contro le mafie, i familiari delle vittime e don Luigi Ciotti invadono le strade di Locri per ricordare nome per nome tutti gli innocenti morti per mano delle organizzazioni criminali, c’è la reazione di chi vive nell’illegalità. Il messaggio di chi vuole continuare a stare dalla parte dei mafiosi è immediato. Sui muri di edifici appartenenti alla chiesa, don Luigi viene, secondo il loro punto di vista, bollato come “sbirro”. Perché questo termine, nelle zone in cui i clan predominano, è considerato un insulto. Un’etichetta che vuole richiamare i criminali a riconoscere qualcuno che considerano un nemico. Perché le mafie continuano a vivere di segnali, messaggi e codici. E il proverbiale muro di omertà, ma anche di complicità, che generalmente aggroviglia il fenomeno mafioso, è ancora uno dei punti di forza dei clan. Esistono vasti contesti ambientali in cui i boss godono di una rete di protezione che coinvolge anche una pluralità di individui insospettabili, non delinquenti in senso stretto, che vivono e operano in un contesto socio-culturale in cui l’adoperarsi in favore di organizzazioni mafiose, o dei singoli personaggi criminali, è avvertito come comportamento dovuto. Esiste un equivoco rapporto di connivenza culturale, e i clan possono contare su una cerchia indefinita di fiancheggiatori che al momento opportuno si mettono a disposizione, fornendo ogni contributo per far raggiungere gli obiettivi dell’organizzazione. Vi è ancora una profonda e storica frattura all’interno della classe imprenditoriale che vede contrapporsi due diverse anime di un mondo purtroppo egemonizzato da protagonisti dell’economia variamente collegati alle organizzazioni mafiose, i quali hanno a volte rivestito, in Sicilia, un ruolo chiave nell’associazione degli industriali. C’è stata anche l’impostura di imprenditori e politici collusi che hanno fatto finta di alzare la bandiera dell’antimafia. Quello che poteva apparire l’inizio di una nuova fase della storia degli industriali si sta rivelando ogni giorno di più una breve primavera, con il ritorno ai tristi inverni del passato. E così di fronte all’aspettativa delusa di una cultura della legalità che non appare in grado di mantenere la promessa di dare occupazione, è sempre più forte la tentazione da parte di tanti, stretti dalla necessità, di ripiegare nelle prassi illegali e di ritornare alle vecchie pratiche di sottomissione ai padrini mafiosi. È qui che si deve intervenire, per bloccare questa valanga, che non è teoria, ma pratica di vita. E occorre farlo presto.

FAKE NEWS, ODIO VERO di Mauro Munafò. Prendi una foto tra le centinaia scattate durante l’attentato nel centro di Londra. Aggiungici un commento che evoca la differenza tra cristiani e musulmani, fornisci un contesto del tutto artefatto. E poi, nel più breve tempo possibile, diffondila sui social network e raccogli i frutti della tua manipolazione. L’immagine della donna che indossa un hijab, immortalata mentre passa sul ponte di Westminster accanto a una delle vittime dell’attentato del 22 marzo costato la vita a 6 persone, è il manuale della perfetta fake news. Tiene in mano un cellulare ma, come un’altra serie di foto dimostra, non sta affatto ignorando quanto le succede attorno: è semplicemente sconvolta. Il commento che rende famosa quella immagine e la eleva a simbolo del presunto scontro di civiltà tra “noi” e “loro” è di un account Twitter dal nome di Texas Lone Star. Cappello da cow boy e profilo seguito da migliaia di persone, quello che è in apparenza un texano vecchia maniera in realtà non esiste: è uno dei tanti profili falsi che, secondo l’intelligence americana, sono stati creati dai russi per inquinare la vita politica statunitense. Poco importa, perché la notizia seppur contraffatta è abbastanza verosimile per fare presa su chi ha dei pregiudizi nei confronti dei musulmani e poi, si sa, la smentita arriva solo a una piccola parte del pubblico: il potere delle fake news è anche questo. Non stupisce così che nell’anno che si va a chiudere siano diventate uno dei pericoli numero uno. Almeno a parole: gli stessi politici che lamentano di esserne vittime si scoprono poi esserne tra i maggiori produttori: Donald Trump che accusa la Cnn di creare notizie false su di lui risulta, secondo i conti del New York Times, divulgatore di 103 menzogne dall’inizio della sua presidenza (Barack Obama in 8 anni ne coniò appena 18), mentre le piattaforme come Facebook o Google che giurano di voler limitare la diffusione di queste bufale, nonostante abbiano introdotto una serie crescente di correttivi, sembrano sempre un passo indietro rispetto ai manipolatori di professione. Nel frattempo il tema dagli Stati Uniti è già entrato prepotentemente nel dibattito politico italiano. E si prepara ad essere un protagonista per niente “fake” della prossima campagna elettorale.

INVINCIBILE POESIA di Sabina Minardi. Chi è un poeta, se non il più libero degli uomini: parola, prima che carne; in viaggio, pur quando è immobile? Pierluigi Cappello esattamente questo rappresentava: un corpo fragilissimo e un pensiero potente; la paralisi forzata e la fantasia assoluta per condurre in luoghi lontani («Col tempo il letto si è trasformato in un tappeto volante», scriveva in “Questa libertà”). Poeta tra i più grandi di oggi, premiato con i più prestigiosi riconoscimenti, eppure emblema della condanna che ha in sé la poesia: l’invisibilità. Contro quella oscurità; a dispetto di un mercato che in Italia vale appena il 6 per cento di tutti i libri pubblicati; contro la smemoratezza di un tempo superficiale e ripiegato sul presente, si schierava la sua resistenza: a favore della gentilezza, dell’amore per la natura, per un passato laborioso e autentico. Figlio della montagna (era nato a Gemona del Friuli); segnato dallo choc del terremoto prima ancora di un incidente che gli aveva spezzato la schiena a 16 anni; per anni costretto alla desolazione e alla marginalità di un prefabbricato della ricostruzione, a Tricesimo, Udine. Lo hanno celebrato i lettori, gli amici, i cultori della sua parola esatta e del suo doppio registro, italiano e friulano, quando il primo ottobre scorso, a 50 anni, Cappello è morto nella sua casa di Cassacco, col pudore e la ritrosia dei suoi versi più noti: «Ci si sfila dal mondo così,/come da un vestito stanco delle feste,/quando viene la sera”. Poi, di nuovo, il buio: «Quando muore un poeta al mondo c’è meno luce per vedere le cose», scriveva Alda Merini. Eppure il miracolo potrebbe compiersi, se è vero che tra Instapoets, poetry slam ed editori ostinati, la scrittura poetica sfoggia un’imprevista felicità: spetta anche a loro, agli appassionati che hanno trascinato l’intimità della poesia nell’età della condivisione, mantenere la luce sulle sue raccolte, “Mandate a dire all’imperatore” (Crocetti), “Azzurro elementare”, “Stato di quiete” (Bur Rizzoli). E su quei versi che riportano in vita la bellezza. “Da lontano”: «Qualche volta, piano piano, quando la notte/ si raccoglie sulle nostre fronti e si riempie di silenzio/e non c’è più posto per le parole/e a poco a poco si raddensa una dolcezza intorno/come una perla intorno al singolo grano di sabbia,/una lettera alla volta pronunciamo un nome amato/per comporre la sua figura; allora la notte diventa cielo/nella nostra bocca, e il nome amato un pane caldo, spezzato». 

Un anno di cronaca: dalla valanga di Rigopiano, alla cattura di Igor il russo chiede la sepoltura al Pantheon, scrive Martedì 26 Dicembre 2017 “Il Messaggero”. Dalla valanga di Rigopiano al rientro in Italia della salma di Vittorio Emanuele III, passando per il dibattito sull'eutanasia e la prima adozione gay autorizzata da un giudice nel nostro Paese. Sono tanti gli eventi di cronaca che hanno segnato questo 2017. Fatti di sangue che hanno tenuto gli italiani col fiato sospeso, come la fuga di 'Igor il russò, che dopo aver ucciso due persone verrà catturato otto mesi più tardi in Spagna. E ancora: la morte del 'boss dei boss', Totò Riina e le condanne per l'inchiesta Mafia Capitale. E poi l'estate, segnata da siccità e incendi che colpiscono tutto il Paese mentre a destare scalpore sono gli stupri compiuti da 4 giovani sulle spiagge di Rimini.

1 gennaio Attentato di Capodanno: il 2017 si apre con un attentato, proprio nella notte di Capodanno, davanti a una libreria riconducibile a Casapound, «Il Bargello» di Firenze. Nell'esplosione resta gravemente ferito l'artificiere della polizia Mario Vece, 39 anni che perde un occhio e una mano. Si pensa subito a una matrice anarchica. I primi arresti arrivano il 3 agosto, quando cinque i militanti anarchici vengono fermati dalla Digos di Firenze e dal Servizio Centrale Antiterrorismo della Polizia di Stato. Uno di loro era a Lecce e un altro a Roma. Gli arresti sono in totale 8: altre tre persone vengono infatti fermate nella stessa indagine, dalla Digos della Questura di Firenze insieme al Ros dell'Arma dei Carabinieri, per il precedente attacco del 21 aprile 2016 a colpi di molotov alla stazione dei carabinieri di Rovezzano-Firenze.

18 gennaio La tragedia di Rigopiano: una slavina si abbatte sull'hotel Rigopiano, a Farindola, nel Pescarese, Appennino centrale. Dentro c'erano 40 persone e i soccorritori scaveranno per giorni cercando di recuperare i sopravvissuti. Alla fine il bilancio è tragico: 29 le vittime, 11 superstiti, 9 dei quali estratti vivi da una massa di neve e macerie. Polemiche per i ritardi nei soccorsi. Il 27 aprile scorso sei persone, tra amministratori pubblici e tecnici e funzionari comunali, vengono indagate dalla Procura della Repubblica di Pescara. Per tutti l'accusa è di omicidio colposo. Di Rigopiano si è tornato a parlare lo scorso 18 novembre, quando è stato trovato morto, suicida, il generale dei carabinieri forestali in congedo Guido Conti, 58 anni. In una lettera trovata dopo la sua morte e indirizzata «Alla mia famiglia», infatti, il Generale dei carabinieri forestali cita la vicenda di Rigopiano come fonte per lui di grande angoscia. Nella lettera, che l'AdnKronos ha potuto visionare, si legge fra l'altro: «Da quando è accaduta la tragedia di Rigopiano la mia vita è cambiata. Quelle vittime mi pesano come un macigno. Perché tra i tanti atti, ci sono anche prescrizioni a mia firma».

14 febbraio Il delitto del piccolo Loris: il giudice Andrea Reale rigetta la richiesta di ammissione agli arresti domiciliari per Veronica Panarello, condannata in primo grado a 30 anni di reclusione per l'omicidio del figlio Loris, avvenuto a Santa Croce Camerina il 29 novembre del 2014. «Il falso alibi fornito, le diverse versioni sui fatti, le plurime contraddizioni, i tentativi di accusare altre persone, la condotta processuale spregiudicata e calunniosa, ribadita in forma glaciale e senza tentennamenti anche davanti al giudice costituiscono comprova dell'inverosimiglianza di amnesie dissociative retrograde» scrive il gup nelle 194 pagine delle motivazioni della condanna, aggiungendo che «rimane attualissimo il concreto pericolo che l'imputata possa commettere gravi delitti con uso di mezzi di violenza personale e della stessa specie di quelli per cui si procede». Per il giudice, dunque, Veronica Panarello potrebbe ancora uccidere e per questo deve restare in carcere.

21 febbraio Sesso, droga e omicidio: Manuel Foffo viene condannato a 30 anni di reclusione con il rito abbreviato per l'omicidio di Luca Varani, compiuto il 4 marzo 2016 a Roma nel corso di un festino a base di sesso, alcol e droga insieme con Marco Prato, per il quale viene disposto il processo per il 21 giugno. Proprio un giorno prima dell'udienza però, il 20 giugno, Prato si suicida nel carcere di Velletri. «Non ce la faccio a reggere l'assedio mediatico che ruota attorno a questa vicenda. Io sono innocente» si legge in un biglietto lasciato da Prato prima di suicidarsi.

21 febbraio Zio Michele: confermati in Cassazione gli ergastoli per Cosima Serrano e Sabrina Misseri, madre e figlia, condannate in Corte di Assise e in Appello per l'omicidio della 15enne Sarah Scazzi, rispettivamente nipote e cugina delle due imputate, strangolata il 26 agosto del 2010 ad Avetrana in provincia di Taranto. Confermata anche la condanna a 8 anni per concorso in soppressione di cadavere per Michele Misseri.

27 febbraio Dj Fabo: Fabiano Antoniani, per gli amici dj Fabo, cieco e tetraplegico in seguito ad un incidente stradale, va in Svizzera per morire con l'eutanasia. Ad accompagnarlo c'è il radicale Marco Cappato, dell'associazione Luca Coscioni, che finirà indagato pochi giorni dopo dalla Procura di Milano. Per Cappato il processo riprenderà il 17 gennaio prossimo mentre la sentenza è attesa per il 14 febbraio.

9 marzo Adozione gay: per la prima volta in Italia un giudice autorizza un'adozione gay. Il tribunale dei minori dei Firenze riconosce infatti a una coppia di genitori italiani omosessuali che risiedono in Inghilterra l'adozione di due fratellini, come già disposto da una corte britannica. Pochi giorni dopo, il 14 marzo, una nuova sentenza del Tribunale di Roma riconosce la stepchild adoption per una coppia di mamme di Roma che hanno avuto una figlia grazie alla fecondazione eterologa.

9 marzo Crolla un ponte sull'autostrada: un ponte provvisorio sopra l'autostrada A14 tra Ancona Sud e Loreto crolla improvvisamente mentre erano in corso lavori. Muoiono due coniugi: Emidio Diomede, 60 anni, e Antonella Viviani, 54, di Spinetoli (Ascoli Piceno). Feriti anche tre operai.

26 marzo Ucciso di botte: Emanuele Morganti, 20 anni, muore dopo aver subito un pestaggio nella notte fuori da un locale di Alatri, in provincia di Frosinone dopo uno scambio di battute pesanti. Vengono fermati due fratellastri, Mario Castagnacci e Paolo Palmisani, e il 31 marzo viene convalidato il loro fermo. Oltre ai due in carcere, ci sono 7 indagati, per rissa, tra cui il padre di Castagnacci e i buttafuori del locale.

2 aprile Igor il russo: il barista Davide Fabbri, 45 anni, muore mentre tenta di difendersi da un rapinatore e viene ucciso con un colpo alla testa. Accade a Budrio, nel Bolognese. Inizia la caccia a Igor 'il russò, il cui nome è Norbert Feher, e non è russo ma serbo. Nella sua fuga, l'8 aprile, uccide la guardia ecologica volontaria Valerio Verri. Oltre mille fra carabinieri e forze speciali lo cercano ininterrottamente fra le campagne di Bologna e Ferrara. Una caccia che si concluderà otto mesi dopo, il 15 dicembre scorso, a Teruel, in Spagna, dove Igor, prima di essere catturato, miete ancora altre tre vittime: due poliziotti spagnoli e un allevatore. In Italia, Feher è sospettato inoltre di aver ucciso nel 2015 il metronotte Salvatore Chianese. L'arresto in Spagna, spiega il ministro dell'Interno Marco Minniti, «è frutto di un'attività investigativa che è partita dall'attività di indagine dell'Arma dei carabinieri. Di recente in Spagna c'era stato un reparto del Ros che aveva segnalato alla Guardia civil il possibile luogo dove si poteva nascondeva Robert Feher, a testimonianza di un'attività investigativa mai cessata». Il procuratore di Bologna, Giuseppe Amato, ha chiesto l'estradizione in Italia di 'Igor', ma prima che l'assassino possa venire in Italia, dovrà essere processato per gli omicidi compiuti in Spagna.

27 aprile Trafficanti umani e Ong: sospetti su collegamenti fra trafficanti di esseri umani in Libia e le Ong che soccorrono i migranti in mare. Dure le accuse lanciate dal procuratore capo di Catania, Carmelo Zuccaro. «A mio avviso - dice - alcune ong potrebbero essere finanziate da trafficanti e so di contatti. Un traffico che oggi sta fruttando quanto quello della droga». Accuse respinte al mittente dalle organizzazioni ma la vicenda, con l'aumentare degli sbarchi, porterà al Codice di condotta per le Ong che operano nel Mediterraneo varato dal ministro Minniti. Gli sbarchi intanto, grazie agli accordi con la Libia, diminuiscono sensibilmente ma non mancano le polemiche, in particolare sul fronte umanitario. A preoccupare sono infatti le condizioni dei migranti che verrebbero torturati e trattati come schiavi nei centri di detenzione libici.

12 maggio Serracchiani sotto accusa: polemiche per le parole di Debora Serracchiani, del Pd. La governatrice del Friuli Venezia Giulia finisce nella bufera perché commentando una violenza sessuale compiuta da un richiedente asilo su una ragazza 17enne, dice: «La violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese». Critiche sulla dem arrivano da sinistra, M5S, fino a Roberto Saviano. «Ho sentito il dovere di dire una cosa che credo di buon senso, anche se scomoda. E credo di aver detto una cosa evidente alla stragrande maggioranza dei nostri concittadini. Non rendersene conto significa fare il gioco di quelli che razzisti lo sono veramente» replica Serracchiani.

18 maggio Poliziotti feriti: alla Stazione Centrale di Milano, di sera, un 20enne italo-tunisino, fermato per un controllo, estrae due coltelli da cucina e ferisce, fortunatamente non in modo grave, un poliziotto e due militari. Il nome dell'aggressore è Ismail Tommaso Ben Yousef Hosni, era rientrato in Italia dalla Tunisia nel 2015 e in passato era stato già arrestato per droga. Viene arrestato nuovamente, questa volta per tentato omicidio e gli inquirenti cercano di capire se il 20enne avesse contatti con estremisti o se stesse iniziando un percorso di radicalizzazione.

3 giugno Paura in piazza San Carlo: oltre 1.500 feriti e una donna di 38 anni morta. È il bilancio della tragica notte in piazza San Carlo a Torino, quando migliaia di persone stavano assistendo davanti al megaschermo alla finale di Champions League Juventus-Real Madrid. Scene di panico e psicosi terrorismo vengono scatenate da alcuni petardi, e la gente inizia a fuggire, calpestando le persone che non riescono a rimanere in piedi. Fra i feriti almeno 8 sono gravi, fra cui un bambino di 7 anni, Kelvin. Per questa vicenda, lo scorso 19 dicembre, il prefetto di Torino Renato Saccone ha ricevuto un avviso di garanzia.

22 giugno Allarme siccità: allarme siccità in tutta Italia. Il Consiglio dei ministri, e il premier Paolo Gentiloni dichiarano lo stato di emergenza per le province di Parma e Piacenza. Grave la situazione del lago di Bracciano, la cui acqua viene utilizzata per rifornire la Capitale. I comuni vicini al lago presentano un esposto per disastro ambientale mentre pochi giorni dopo l'Acea Ato 2 annuncia che a causa della siccità è costretta a chiudere i 'nasonì, le tipiche fontanelle sparse per le strade di Roma. Il governatore del Lazio Nicola Zingaretti firma il decreto per lo stato di calamità naturale nella regione e impone lo stop, graduale, ai prelievi d'acqua dal lago di Bracciano, sempre più 'a seccò. Soltanto nel Lazio, secondo un dossier di Legambiente, a giugno 2017 si sono registrate fra l'80 e l'85% di piogge in meno rispetto agli anni precedenti, in particolare proprio nella zona di Bracciano, Trevignano e Bolsena.

28 giugno Delitto di garlasco: si chiude la vicenda dell'omicidio di Garlasco. La Corte di Cassazione rigetta il ricorso straordinario presentato da Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l'omicidio della fidanzata Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007. Inutile il recente tentativo della difesa di Stasi di riaprire il processo puntando il dito contro un nuovo sospettato: gli elementi racconti contro Andrea Sempio si dimostrano inconsistenti. Dopo la bocciatura da parte della Cassazione dunque, Stasi resta in carcere.

18 luglio Omicidio di Yara: per l'omicidio di Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate scomparsa e uccisa il 26 novembre 2010, viene confermato l'ergastolo per Massimo Bossetti. La sentenza d'appello arriva dopo 15 ore di camera di consiglio. Il delitto è aggravato dalla crudeltà e dalla minorata età della vittima. Nessun dubbio per i giudici sulla prova regina: il Dna trovato sugli slip e sui leggins della ragazzina appartiene al muratore di Mapello.

18 luglio Post terremoto e processi: ci sono i primi 5 indagati nell'inchiesta della procura di Rieti sui crolli degli edifici ad Amatrice dopo il terremoto del 24 agosto 2016. La vicenda riguarda in particolare le case popolari di piazza Sagnotti, costruite negli anni '70, dove ci furono 19 vittime e 3 sopravvissuti. Sul registro degli indagati con l'accusa di disastro, omicidio colposo e lesioni, finiscono i responsabili della ditta di costruzioni e dell'Ater di Rieti: il direttore tecnico, l'amministratore unico della ditta che ha eseguito i lavori, il presidente dell'Ater di allora, il geometra del Genio Civile e un ex assessore del Comune. Per costruire l'edificio sarebbero stati usati materiali inadeguati. «Per come erano state progettate le palazzine, sarebbero crollate con qualsiasi sisma» afferma il pm di Rieti Rocco Montuori. Tra le 19 vittime, la più giovane, Ludovica Tulli, aveva 12 anni; la più anziana, Rocco Gagliardi, 81 anni.

20 luglio Mafia capitale: 20 anni a Massimo Carminati e diciannove anni a Salvatore Buzzi. Si chiude con condanne decisamente più basse (250 anni rispetto agli oltre 500 anni di carcere richiesti dai pm) e con la caduta dell'accusa di associazione mafiosa il processo di I grado di Mafia capitale. A emettere la sentenza nell'aula bunker di Rebibbia la X sezione penale del Tribunale, presidente Rosanna Ianniello. Alla sbarra 46 imputati, 19 con l'accusa di 416 bis, caduta per tutti. Per l'ex Nar la condanna più dura: 20 anni di reclusione e 14mila euro di multa contro i 28 anni chiesti dalla procura. Al ras delle cooperative Buzzi sono stati inflitti 19 anni, contro i 26 anni e 3 mesi richiesti. Tra gli altri, per Riccardo Brugia, considerato il braccio destro di Massimo Carminati, la condanna è a 11 anni (la richiesta per lui era 25 anni e 10 mesi). Per l'ex capogruppo Pdl alla Regione Lazio Luca Gramazio la condanna è a 11 anni di carcere (contro i 19 e sei mesi chiesti dai pm), per Mirko Coratti, ex presidente dell'assemblea capitolina, a 6 anni (erano stati chiesti 4 anni e 6 mesi). Dieci anni la condanna per l'ex amministratore delegato di Ama, Franco Panzironi, per cui la procura aveva chiesto 21 anni, mentre Luca Odevaine, ex componente del Tavolo di coordinamento nazionale sui migranti del Viminale, viene condannato a sei anni e sei mesi di reclusione. A novembre, dopo aver letto le motivazioni della sentenza, il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone annuncia che farà appello perché ritiene ci siano tutte le condizioni per il riconoscimento del carattere mafioso dell'organizzazione.

5 agosto Addio a Tettamanzi: muore il cardinale Dionigi Tettamanzi, 83 anni, arcivescovo emerito di Milano, già arcivescovo della diocesi dal 2002 al 2011. Tettamanzi era ricoverato alla Villa Sacro Cuore di Triuggio, in Brianza, dove si era ritirato. Nel messaggio di cordoglio, Papa Francesco lo definisce «tra i pastori più amabili e amati». Nato a Renate (Milano) il 14 marzo 1934, era tra le figure religiose più amate dai milanesi. Eletto arcivescovo di Ancona-Osimo nel luglio 1989 da papa Giovanni Paolo II e ordinato vescovo il 23 settembre dal cardinal Carlo Maria Martini, nel 1991 è stato nominato segretario generale della Conferenza episcopale italiana. Eletto arcivescovo di Genova (20 aprile 1995), l'11 luglio 2002 viene scelto come arcivescovo di Milano e prende possesso dell'arcidiocesi il 14 settembre 2002. Lascerà la guida della chiesa milanese solo nel settembre 2011 quando si ritira proprio nella villa Villa Sacro Cuore di Triuggio, casa di spiritualità della Diocesi di Milano.

10 agosto Motociclista travolto dopo una lite: si sveglia dal coma Matteo Penna, il motociclista di 29 anni ferito dal conducente di un furgone che, dopo una lite, lo aveva travolto, lo scorso luglio, con la fidanzata Elisa Ferrero, di 27 anni, morta nello scontro. Penna è stato più di un mese in coma. I medici parlano di grandi progressi, oltre le aspettative. Per il 29enne viene sciolta la prognosi e viene trasferito al reparto Unità spinale del Cto di Torino. Quando viene a sapere che la sua fidanzata è morta, dice: «Non è possibile, non può essere vero». Alla guida del furgone che investì la coppia in motocicletta c'era Maurizio De Giulio, risultato positivo all'alcol test e in carcere con l'accusa di omicidio volontario.

21 agosto Terremoto a Ischia: due morti, 42 feriti e 2.600 sfollati. È il bilancio della scossa di terremoto che si registra la sera alle 20.57 a Ischia. Le vittime sono due donne, una 59enne residente del posto, e una 65enne di Brescia, residente a Macerata che era ospite di alcuni amici sull'isola. I soccorritori riescono a estrarre viva dalle macerie un'intera famiglia. Dopo padre e madre, nella nottata viene salvato il neonato di sette mesi e in mattinata anche gli altri due bambini: Mattias e Ciro. La Procura di Napoli apre un fascicolo per omicidio plurimo colposo e crollo colposo.

23 agosto Allarme incendi: gli incendi colpiscono duramente tutto il Paese e in particolare le montagne dell'Abruzzo. Gravissimi i danni al Monte Morrone, nel cuore del Parco nazionale della Majella, dove i Vigili del Fuoco lavorano per più di due settimane per riuscire a domare le fiamme. 26 agosto: l'Italia è scossa dal duplice stupro avvenuto nella notte a Miramare di Rimini. Un branco di quattro giovani spietati e senza scrupoli: stuprano una giovane polacca, picchiando brutalmente il suo compagno e, non soddisfatti, abusano poco dopo di un transessuale peruviano. Gli investigatori, dopo una decina di giorni, li acciuffano. Tre di loro sono minorenni, tra cui due fratelli marocchini di 15 e 17 anni, un 16enne nigeriano e poi il congolese 20enne Guerlin Butungu, considerato il leader del gruppo, rintracciato su un treno a Rimini all'alba di domenica. Vengono interrogati e si rimpallano le responsabilità. I giudici confermano il carcere per tutti e quattro. Il 10 novembre, con rito direttissimo, Butungu viene condannato a 16 anni grazie alla riduzione della pena prevista nel caso di rito abbreviato.

7 settembre Studentesse violentate: a Firenze due giovani studentesse statunitensi accusano due carabinieri di averle violentate mentre erano in servizio. Le ragazze si presentano in Questura e raccontano la loro versione agli agenti di polizia. Secondo quanto riferito dalle due americane, poco più che ventenni, sarebbero state avvicinate dai due carabinieri fuori da un locale, dopo che avevano bevuto alcol, e poi le avrebbero accompagnate a casa con l'auto di servizio. Le due giovani, secondo la denuncia depositata in questura, sarebbero state violentate nel loro appartamento nel centro storico, affittato per un soggiorno di studio presso una nota università Usa a Firenze. I due militari, Pietro Costa, 32 anni, e Marco Camuffo, 44 anni, vengono indagati dalla Procura di Firenze per violenza sessuale e sospesi dal servizio dall'Arma. Il carabiniere Costa, durante l'incidente probatorio, si difende dicendo che si è trattato di un rapporto sessuale consenziente.

10 settembre Nubifragi: Livorno si sveglia sotto un nubifragio. Nella notte tra le 2 e le 4 cadono sulla città oltre 250 mm di pioggia. I fiumi esondano e da subito si contano i morti. Le vittime accertate alla fine sono 8: Roberto Ramacciotti, Simone Ramacciotti, 37 anni, Glenda Garzelli, 35 anni, e il piccolo Filippo Ramacciotti, 4 anni. E ancora, Raimondo Frattali, 70 anni, Martina Bechini, 34 anni, Matteo Nigiotti, 22 anni. La Procura apre un'indagine, in particolare sulla mancata evacuazione in occasione dell'allerta meteo arancione. I reati ipotizzati sono omicidio colposo e disastro colposo.

13 settembre Il delitto di Noemi: viene trovato a Castrignano del Capo, nel Leccese, il cadavere della 17enne Noemi Durini, scomparsa dieci giorni prima. Lo stesso giorno viene indagato il fidanzato, anche lui 17enne, per omicidio volontario. Durante l'interrogatorio confessa il delitto. È lui infatti a far ritrovare il corpo di Noemi. Agli inquirenti le sue dichiarazioni appaiono subito contraddittorie e per nulla convincenti. Era stato lui infatti a vedere per l'ultima volta la ragazza. Secondo quanto riferito dal ragazzo, l'avrebbe uccisa per impedirle di mettere in atto il proposito di eliminare in modo violento la sua famiglia che ostacolava la loro relazione. Un rapporto che vedeva contrari peraltro anche i familiari della vittima. Il padre del 17enne è indagato per sequestro di persona e occultamento di cadavere mentre l'omicida confesso viene trasferito all'Istituto minorile di Quartucciu (Cagliari), su ordine della procura minorile di Bari. 

11 ottobre Eutanasia: in Italia si torna a parlare di eutanasia dopo che Loris Bertocco, 59enne, storico esponente dei Verdi in Veneto, decide di andare in una clinica in Svizzera per morire. «Credo che sia giusto fare questa scelta prima di trovarmi nel giro di poco tempo a vivere come un vegetale, non potendo nemmeno vedere, cosa che sarebbe per me intollerabile» scrive in un memoriale affidato a Gianfranco Bettin e Luana Zanella dei Verdi. «Proprio perché amo la vita credo che adesso sia giusto rinunciare ad essa». Bertocco era paralizzato da quando, a 18 anni, aveva avuto un incidente stradale.

24 ottobre Il caso Anna Frank: indagini sul caso degli adesivi con l'immagine di Anna Frank con la maglia della Roma lasciati dai tifosi laziali nella Curva Sud dello stadio Olimpico, dopo la partita con il Cagliari. La Procura di Roma iscrive dodici persone nel registro degli indagati. Nel fascicolo aperto dal procuratore aggiunto Francesco Caporale per istigazione all'odio razziale tra i dodici iscritti sei appartengono al gruppo ultras degli «Irriducibili». Gli atti relativi a un minorenne sono stati inviati per competenza alla procura dei minori mentre un 13enne identificato dalla Polizia non è imputabile.

8 novembre Giornalista aggredito a Ostia: un giornalista di Rai 2, Daniele Piervincenzi, viene aggredito a Ostia da Roberto Spada, fratello di Carmine, detto Romoletto, il boss condannato a 10 anni per estorsione con l'aggravante del metodo mafioso, e titolare di una palestra. Il video dell'aggressione, in cui Spada rompe il naso al giornalista colpendolo con una testata, compare su tv e siti web. Spada viene fermato dai carabinieri di Ostia. Tre giorni dopo il gip emette un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per Spada riconoscendo l'aggravante del metodo mafioso. Spada è accusato di lesioni e violenza privata aggravate dal metodo mafioso e dai futili motivi per l'aggressione alla troupe della trasmissione Nemo. Per lui inoltre viene disposto il trasferimento nel carcere di Tolmezzo, in provincia di Udine, nella sezione di alta sicurezza. A fine novembre viene arrestata una seconda persona. In seguito alla vicenda a Ostia viene convocato il Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza a cui partecipano anche il ministro dell'Interno Marco Minniti e la sindaca di Roma Virginia Raggi.

9 novembre Il caso di Serena Mollicone: si torna a parlare del caso di riapre il caso di Serena Mollicone, la 18enne di Arce (Frosinone) uccisa nel 2001. Un omicidio che a distanza di 16 anni rimane senza un colpevole e che vede indagati l'ex comandante della stazione dei carabinieri di Arce Franco Mottola, insieme con la moglie e il figlio. Secondo una nuova perizia legale, la frattura sulla testa di Serena sarebbe compatibile con un segno di rottura rinvenuto sulla porta della caserma dei Carabinieri di Arce. I genitori di Serena tornano a sperare di poter ottenere giustizia «Da questi nuovi elementi - dicono - possono arrivare elementi importanti e decisivi».

17 novembre Muore il mafioso Totò Riina: muore nella notte, nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma, il boss mafioso Totò Riina, in coma farmacologica da giorni. Neppure la malattia aveva scalfito il numero uno di Cosa nostra. Pochi mesi prrima di morire, intercettato mentre parlava con la moglie, Ninetta Bagarella, aveva detto: «Io non mi pento ... a me non mi piegheranno». «Mi posso fare anche 3000 anni, no 30 anni», aveva detto ancora, per dimostrare la sua forza vitale. Su Facebook la figlia di Riina, maria Concetta, pubblica una rosa nera e il volto di una donna in bianco e nero con il dito sulla bocca con su scritto shhh, ossia silenzio. Proprio sui Facebook fioriscono i commenti e le condoglianze. Messaggi accompagnati da cuoricini ed emoticon tristi per ricordare il capomafia con alle spalle 26 ergastoli. La salma di Riina viene tumulata nel massimo riserbo nel cimitero di Corleone.

6 dicembre La pizza riconosciuta dall'Unesco: l'Unesco riconosce la pizza e l'arte dei pizzaioli napoletani come patrimonio dell'umanità. «Ottenere il riconoscimento di patrimonio immateriale Unesco per l'arte del pizzaiuolo napoletano» significa anche restituire a Napoli, e insieme a Napoli all'Italia, il merito di aver inventato la pizza «commenta il ministro Dario Franceschini dal Giardino Torre del Bosco di Capodimonte dove è stata inventata la pizza Margherita.

7 dicembre Avvelena la famiglia col Tallio: i carabinieri di Desio, in provincia di Monza, arrestano il 27enne Mattia Del Zotto per omicidio volontario e tentato omicidio. Il giovane è accusato di aver ucciso i nonni e una zia, avvelenandoli con del tallio, mescolato in una tisana. Le vittime del veleno sono Patrizia Del Zotto (62 anni), Giovanni Battista Del Zotto (94 anni) e Gioia Maria Pittana (87 anni). Al giovane è contestato anche il tentato omicidio di altre cinque persone: i nonni materni, il marito della zia deceduta, un'altra zia e la badante dei nonni paterni, avvelenati ma sopravvissuti.

17 dicembre Il caso della salma di Vittorio Emanuele III: polemiche per il rientro in Italia della salma di Vittorio Emanuele III, tumulata al santuario di Vicoforte di Mondovì vicino a quella della moglie, la regina Elena. La salma, partita da Alessandria d'Egitto - dove era sepolta nella cattedrale di Santa Caterina - viene riportata nel nostro Paese a bordo di un volo militare. Proteste dalle comunità ebraiche e dall'Anpi, mentre Emanuele Filiberto rilancia e per l'ultimo re d'Italia chiede la sepoltura al Pantheon.

L’anno nelle notizie. Gli eventi più importanti del 2017 nelle prime pagine del Corriere della Sera. Dalla politica allo sport, dal cinema alla letteratura fino al gossip: l’anno che ci lasciamo alle spalle ci ha regalato le elezioni in Germania e Francia — con la vittoria del giovane Emmanuel Macron —, i Mondiali di atletica, il sesto scudetto consecutivo della Juventus e i 100 anni del Giro d’Italia, il matrimonio di personalità dello spettacolo, ma anche numerosi attacchi terroristici, scrive il 9 dicembre 2017 Silvia Morosi su "Il Corriere della Sera".

2 gennaio 2017 - L’attacco alla discoteca Reina di Istanbul. Dolore e violenza hanno caratterizzato anche l’inizio del 2017. In Turchia, nella notte di Capodanno, un uomo ha assaltato la discoteca Reina di Istanbul, provocando la morte di 39 persone. Subito si è pensato a una responsabilità dell’Isis, e la conferma è arrivata in poche ore attraverso la rivendicazione. Un anno caratterizzato dalla paura degli attacchi terroristici, dalla morte di personaggi celebri, dall’apertura di nuovi fronti di guerra, ma anche dalla notizia di accordi di pace raggiunti, da dichiarazioni importanti sul fronte dei diritti civili, da elezioni in numerosi stati. Proviamo a ripercorrere i principali eventi del 2017 attraverso le prime pagine del Corriere della Sera.

7 gennaio 2017 - L’attacco all’aeroporto Fort Lauderdale. Il 6 gennaio è tornata la paura negli aeroporti americani. In Florida, nello scalo internazionale Fort Lauderdale-Hollywood, un uomo ha sparato uccidendo cinque persone e ferendone otto. Il killer è stato fermato dalla polizia. L’assalitore, Esteban Santiago, ha 29 anni, è nato in New Jersey ed è un ex dell’esercito americano. Sarebbe giunto con un volo di Air Canada, trasportando una pistola in valigia, imbarcata. Una volta ritirato il bagaglio, è andato in bagno e ha caricato l’arma, quindi ha aperto il fuoco in quella zona del Terminal 2.

9 gennaio 2017 - Un camion sulla folla a Gerusalemme. Quattro soldati israeliani (tre donne e un uomo) sono stati uccisi da un camion guidato da un palestinese che è piombato su di loro all’improvviso. Dopo averli falciati al primo attacco, l’autista ha continuato a investirli anche in retromarcia finchè è stato ucciso. Il luogo dell’attentato dell’8 gennaio si trova in un quartiere ebraico della parte sud di Gerusalemme est. Quindici i feriti. Hamas rivendica («Intensificare resistenza»), e definisce «eroico» l’attacco «con un camion dell’Intifada». Israele condanna «l’odio palestinese». Benyamin Netanyahu convoca il Consiglio di difesa del governo e quindi dichiara che l’attentatore è un «sostenitore dell’Isis».

12 gennaio 2017 - Miss Romagna sfregiata con l’acido. Gessica Notaro ha 28 anni e da qualche mese ha rotto con il suo fidanzato, un 29enne originario di Capo Verde. Il 10 gennaio sul suo volto viene gettata una sostanza acida durante un’aggressione sotto casa. Tra i maggiori sospettati c’è proprio l’ex compagno, che la scorsa estate aveva ricevuto un avviso dalla Questura perché accusato di stalking. Gessica, originaria di Rimini, nel 2007 aveva partecipato a Miss Italia dopo essere stata incoronata Miss Romagna.

14 gennaio 2017 - La Concordia, cinque anni dopo. La prima pagina del 14 gennaio è dedicata a un anniversario. Erano le 21.45 di venerdì 13 gennaio 2012 quando la nave da crociera Costa Concordia urtò gli scogli de Le Scole davanti all’isola del Giglio. Un impatto fortissimo che causò l’apertura di una falla di circa 70 metri sul lato sinistro dello scafo. La nave si arenò poi a Punta Gabbianara, su uno scalino di roccia che le evitò di precipitare a 100 metri sott’acqua. A bordo della Concordia, salpata da Civitavecchia per Savona, c’erano 4.229 persone (3.216 passeggeri e 1.013 membri dell’equipaggio): in 32 persero la vita, 157 i feriti.

17 gennaio 2017 - Un cinese a Davos. Xi Jinping è il primo presidente cinese venuto a Davos, e l’episodio «storico» merita la prima pagina. E per non deludere banchieri, economisti e politici terrorizzati dallo smottamento trumpiano dell’ordine mondiale, si è eretto a paladino della globalizzazione dei pilastri del liberalismo. Ha fatto un discorso quasi interamente rivolto a Washington, difendendo gli accordi sul clima e la globalizzazione; definendo il protezionismo «una stanza buia che tiene fuori la pioggia e il vento ma anche il sole»; mettendo in guardia da una guerra commerciale che «non ha vincitori»; promettendo di non manovrare il renminbi al ribasso — uno degli strumenti principali con cui Pechino droga l’export e irrita il resto del mondo.

20 gennaio 2017 - La tragedia di Rigopiano. Una vacanza che si è trasformata in tragedia. «Ci sono diversi morti». Poche parole quelle che Antonio Crocetta, uno dei capi del Soccorso alpino abruzzese, ha usato per descrivere la situazione all’hotel di Rigopiano dove dalla sera del 19 gennaio sono intrappolati alcuni turisti. La struttura albelghiera, nel comune di Farindola (Pescara) è stata travolta da una valanga dopo le scosse di terremoto. L’albergo ospitava una ventina di clienti e sette persone di staff. I soccorritori hanno estratto subito tre corpi dalla struttura, mentre un quarto è stato localizzato nelle prime ore. Gli ospiti registrati erano 22, 8 i membri del personale, e 4 le persone in visita ma non «residenti». C’è invece chi è riuscito a salvarsi. Il 18 novembre sui giornali verrà pubblicato l‘ultimo, drammatico messaggio di Guido Conti, ex alto ufficiale del Corpo forestale, che aveva firmato alcune delle autorizzazioni per il centro benessere dell’albergo abruzzese distrutto da una valanga la notte del 18 gennaio. Gli investigatori si metteranno alla ricerca della terza missiva spedita prima di uccidersi, sulla strada verso il Monte Morrone.

22 gennaio - Donne in marcia contro Trump. Sono donne ma anche uomini, si sono dati appuntamento a Washington ma anche in tante altre grandi città d’America e d’Europa: in centinaia di migliaia si riversano nelle piazze per il corteo anti-Trump, a sole ventiquattr’ore dall’Inauguration Day, l’insediamento alla Casa Bianca del 45esimo presidente degli Stati Uniti. Sull’onda dei social media, la Women’s march on Washington, la «marcia delle donne su Washington» prevedeva di attirare 200 mila persone e, invece, si è trasformata in una delle manifestazioni più massicce della storia d’America. La marcia delle donne anti Trump segnala le divisioni di un Paese il cui nuovo leader fa i conti con livelli di sfiducia dell’opinione pubblica mai raggiunti nel passato recente. Una protesta andata in scena non solo negli Usa, anche in tante altre città del mondo, da Francoforte a Madrid e Parigi, da Londra a Roma a Barcellona.

24 gennaio - Trump cancella il Patto del Pacifico. L’aveva detto in campagna elettorale. L’ha fatto appena diventato presidente. Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo per l’immediato ritiro degli Stati Uniti dal Tpp, il Trans-Pacific Partnership. L’atto sottoscritto dal neopresidente è ampiamente simbolico, dato che il TPP doveva ancora essere approvato dal Congresso, dove difficilmente sarebbe passato. L’attenzione i è, poi, concentrata sul Nafta (il North American Trade Agreement) con Canada e Messico, un accordo varato 22 anni fa che il nuovo presidente intende, come ha annunciato il sito della Casa Bianca immediatamente dopo il suo insediamento, rinegoziare e dai cui intende uscire se gli altri due paesi non lo accetteranno. E subito sono stati definiti incontri con il presidente messicano Enrique Pena Nieto e con il premier canadese Justin Trudeau.

28 gennaio 2017 - I successi delle Williams (e di Goggia). «Serenona l’immortale». A 35 anni Serena Williams ha conquistato il suo settimo Australian Open battendo in finale, sul cemento di Melbourne, la sorella Venus con un doppio 6-4 in un’ora e 21′ e torna a indossare la corona di regina del tennis mondiale. La tennista americana sarà di nuovo la numero uno del mondo della racchetta mettendosi alle spalle la tedesca Angelique Kerber che nel settembre scorso l’aveva detronizzata. Con questo trionfo, la più giovane delle Sisters sale a 23 tornei del Grand Slam superando Steffi Graff, ferma a quota 22 e a un solo successo dal record assoluto dell’australiana Margaret Court. Ed è arrivato anche il successo per Sofia Goggia, ancora sul podio di coppa del Mondo. Stavolta a soli 5 centesimi dal successo, perché nella discesa di Cortina a vincere è stata Lara Gut in 1’37”08.

4 febbraio 2017 - L’attacco al Louvre. È tornata la paura a Parigi e sotto attacco è finito il simbolo mondiale della capitale francese. Un militare di guardia al piccolo arco di trionfo del Carrousel, a due passi dal Louvre, nei giardini delle Tuileries, ha sparato contro un uomo che avrebbe tentato di aggredirlo. Si tratterebbe di un egiziano di 29 anni incensurato e non conosciuto dai servizi.

14 febbraio — In fuga dalla diga di Oroville. La California lancia l’SOS per la diga di Oroville, i cui danni strutturali mettono a rischio l’intera area. Le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza in tre contee e hanno ordinato l’evacuazione di 200mila persone nel nord dello Stato, a Oroville: si teme un collasso dello sfioratore di emergenza dell’omonima diga, che provocherebbe l’inondazione della valle sottostante. Con i suoi 234,7 metri, la diga di Oroville, circa 240 chilometri a nordest di San Francisco, è la più alta degli Stati Uniti. In atto una gigantesca fuga dalla zona, con le strade bloccate, mentre 8 elicotteri stanno cercando di riparare in volo la crepa, provocata dalla corrosione, che sarebbe all’origine dei danni. Drammatiche e spettacolari le immagini che mostrano le acque del lago di Oroville che straripano in cascate altissime.

15 febbraio — Avvelenato il fratello di Kim. Avvelenato all’aeroporto di Kuala Lumpur da due agenti donna. Che dopo averlo freddato sono fuggite a bordo di un taxi. La vittima è Kim Jong-nam, fratellastro del dittatore nordcoreano Kim Jong-un ed ex delfino del «caro leader» Kim Jong-il che, secondo l’agenzia Yonhap e altri media sudcoreani, è stato assassinato lunedì 13 febbraio nella capitale della Malesia. Le sospettate sarebbero poi svanite nel nulla in un’azione che ha rafforzato la convinzione della polizia locale che possa esserci la Corea del Nord dietro l’operazione.

21 febbraio - Addio al Carnevale di Rio. Brutte notizie per gli amanti del Carnevale estivo «Rio de Frijanerio». La manifestazione, conosciuta e apprezzata in tutta l’isola, che richiama a Castelsardo migliaia di visitatori, non si farà. O meglio: è stata rimandata a data da destinarsi, «almeno sinché resterà in carica l’attuale amministrazione». Ed ecco i motivi della grande rinuncia. Lo scorso 2 marzo, il comitato scrive al Comune annunciando l’intenzione di cominciare i preparativi per Rio de Frijaneiro, edizione 2017. Chiedono che la manifestazione venga inserita nel calendario degli eventi della stagione turistica ed, eventualmente, di poter avere un contributo spese «da voi quantificato» (avevano scritto) per l’organizzazione dell’evento. Si sottolinea la mancanza dello scopo di lucro, da parte del comitato, e si garantisce la presenza del logo del Comune in locandine e manifesti pubblicitari.

23 febbraio - Le 7 sorelle della Terra. A circa 40 anni luce da noi nella costellazione dell’Acquario, gli astronomi hanno identificato sette pianeti simili alla Terra, intorno alla stella TRAPPIST-1. In questo sistema planetario, qui in una raffigurazione artistica, si trovano tre pianeti nella fascia di abitabilità, e quindi potrebbero ospitare acqua allo stato liquido.

27 febbraio - La lettera di Dj Fabo. Dopo aver chiesto a lungo di poter esaudire il proprio ultimo desiderio in Italia, oggi Fabiano Antoniani – noto anche con il nome di Dj Fabo – ha trovato volontariamente la morte a 39 anni in Svizzera, dove grazie all’Associazione Luca Coscioni ha potuto avviare il percorso del suicidio assistito. Il dibattito intorno all’eutanasia continua a imperversare nel nostro Paese, nonostante gli appelli che regolarmente vengono lanciati da chi si trova in una condizione fisica alla quale viene preferita la cessazione della vita.

5 marzo - Un nuovo Watergate. Nel pieno della bufera del «Russiagate», che ha investito la sua amministrazione per i contatti avuti con il governo russo durante le elezioni, il presidente Trump torna ad attaccare con violenza il suo predecessore Obama. La risposta arriva per bocca di Ben Rhodes, ex vice consigliere per la sicurezza nazionale: «Bugiardo, nessun presidente può ordinare un’intercettazione. Queste restrizioni servono proteggere i cittadini da gente come te».

9 marzo - Addio a Mainardi. È morto a 83 anni Danilo Mainardi, etologo di fama internazionale e divulgatore scientifico. Mainardi, volto televisivo e amico di Piero Angela, che spesso lo ebbe ospite a SuperQuark, oltre che conduttore della trasmissione «In difesa degli animali», è stato direttore dell’Italian Journal of Zoology. Un vita dedicata all’osservazione degli animali, Mainardi ne raccontò il comportamento, lo sviluppo e le abilità comunicative studiandoli nel loro habitat, anche attraverso filmati.

10 marzo - La tragedia sulla A14. Due morti e tre feriti: questo il bilancio del crollo avvenuto all 13,30, di un cavalcavia sull’autostrada A14 all’altezza di Camerano, in provincia di Ancona, tra Loreto e Ancona. Il ponte è il numero 167 e si trova al chilometro 235+800. Per l’ampliamento a tre corsie dell’autostrada era previsto il sollevamento del cavalcavia. «Gli operai stavano sollevando la campata del ponte con dei martinetti, quando la struttura ha ceduto: evidentemente qualcosa è andato storto», ha detto il sindaco di Castelfidardo, in provincia di Ancona, Roberto Ascani che poi ha aggiunto: «È inconcepibile eseguire lavori di questa natura senza chiudere l’A14».

14 marzo - La Scozia sfida la Brexit. La Camera dei Lord ha dato l’approvazione definitiva alla legge sulla Brexit. Il governo presieduto da Theresa May potrà adesso dare il via all’uscita dall’Unione europea. May sarà da questo momento in grado di ricorrere all’articolo 50 dei Trattati europei, avviando così la procedura di divorzio di Londra dall’Unione. I membri della Camera dei Comuni avevano bocciato i due emendamenti passati in precedenza alla Camera dei Lord, che stabilivano che il Parlamento dovesse dare il via libera all’accordo finale sull’uscita della Gran Bretagna dalla Ue e prevedevano la garanzia di alcuni diritti per gli europei residenti nel Regno Unito. Il testo dovrà essere siglato, perché entri in vigore, dalla regina Elisabetta II. Intanto però prosegue il braccio di ferro con la Scozia dopo che la premier Nicola Sturgeon è tornata a proporre una consultazione popolare per staccarsi dal Regno Unito. In una nota, Theresa May ha però stoppato la richiesta affermando che un tale voto causerebbe incertezza e ricordando che la secessione fu respinta nel referendum del 2014.

23 marzo - Attacco al Parlamento inglese. Il 22 marzo intorno alle 15.40 un uomo a bordo di un’auto ha investito i passanti sul ponte di Westminster a Londra, vicino al parlamento britannico, prima di schiantarsi contro una ringhiera. L’aggressore è poi uscito dall’auto e ha accoltellato un poliziotto, prima di essere ucciso dalle forze dell’ordine. Dell’attentatore non è stata ancora rivelata l’identità. «Ho sentito un tonfo, mi sono girato e c’era un uomo disteso a circa dieci metri da me», ha raccontato il fotografo della Reuters Toby Melville, che il 22 marzo si trovava sotto il ponte di Westminster sulla riva sud del Tamigi, davanti al palazzo del parlamento. «Ho pensato che fosse un incidente domestico». Dopo aver chiamato i soccorsi, Melville è salito sul ponte, dove ha trovato altri feriti a terra: «A quel punto ho capito che era qualcosa in più di una persona caduta dal ponte». Nell’attentato sono morte quattro persone e una quarantina sono rimaste ferite. La polizia sta seguendo la pista del terrorismo di matrice islamica. Il vicecommissario Mark Rowley ha dichiarato che sono state arrestate sette persone dopo una serie di perquisizioni a Londra e a Birmingham.

26 marzo - Il Papa a Milano. Papa Francesco a Milano. Una visita programmata da tempo quella di Bergoglio nel capoluogo lombardo e che ora diventa realtà. Il Santo Padre benedirà i fedeli in piazza Duomo e incontrerà cresimati e cresimandi allo stadio San Siro. Il momento clou della giornata sarà la messa celebrata nel Parco di Monza dove il Papa incontrerà la maggior parte delle persone. Ci sarà anche una visita ai carcerati a San Vittore e agli abitanti delle Case Bianche. In totale è atteso 1 milione di persone. Non mancheranno disagi alla viabilità: alcune strade saranno chiuse al traffico per il tempo necessario al transito e alla permanenza del Santo Padre. Ma vediamo nel dettaglio, le tappe della giornata.

31 marzo - Il Venezuela a Maduro. Nicolas Maduro, il presidente del Venezuela, è stato investito da un’ondata di critiche internazionali dopo la decisione della Corte suprema, vicina al potere, vicina al potere, di esautorare il Parlamento del diritto di legiferare, definita da molti un «colpo di stato». La crisi politica in questo importante Paese petrolifero dell’America latina è un nuovo sviluppo del giro di vite che Maduro vuole imporre dopo la vittoria elettorale dell’opposizione antichavista alle elezioni legislative di fine 2015, per la prima volta in 17 anni.

4 aprile - La strage nel metrò di San Pietroburgo. Fuoco, fumo, morti e feriti nella metropolitana di San Pietroburgo. Una bomba fa una strage dentro un vagone della metropolitana, intorno all’ora di pranzo. Un altro ordigno per fortuna non esplode. Le vittime sono 11 (bilancio provvisorio), decine i feriti, alcuni dei quali gravi. Che sia terrorismo è apparso subito chiaro. Quello che non è certo è la matrice dell’attentato. L’esplosione, hanno detto gli artificieri, sarebbe stata causata «da un ordigno artigianale probabilmente lasciato su un vagone prima della partenza del convoglio», e quindi non da un terrorista kamikaze. Anche se, dopo alcune ore, stando a quanto ha riferito Interfax, il Comitato Investigativo russo ha iniziato a ipotizzare che l’attacco sia stata opera di un attentatore suicida.

5 aprile - L’omaggio a Sartori e il raid in Siria. E’ morto per complicazioni respiratorie all’età di 92 anni il politologo e sociologo Giovanni Sartori. Nato a Firenze il 13 maggio del 1924, era ancora Albert Schweitzer Professor Emeritus in the Humanities, alla Columbia University, New York (dal 1994), e professore emerito dell’Università di Firenze. Si laureò in Scienze politiche e sociali a Firenze nel 1946 e negli anni è stato docente in numerose università, incluse le straniere più prestigiose ed era tra i più autorevoli e pungenti commentatori dell’attualità politica. Autore di decine di saggi, nel corso della sua attività accademica ha ricevuto otto lauree ad honorem. Ma il motto che campeggia nel suo sito internet è: «Il mondo è diventato così complicato che sfugge alla comprensione anche degli esperti». A chi un giorno gli chiese: «Dicono che lei sia un po’ altezzoso?», rispose: «Certi personaggi sono dei pigmei. È inevitabile guardarli dall’alto in basso». I suoi libri sono tradotti in più di trenta lingue.

8 aprile - Attacco a Stoccolma. Stoccolma dopo Londra. Stoccolma come Berlino e Nizza. Un camion è piombato a tutta velocità tra i passanti nella zona dello shopping pedonale del centro facendo una strage. Il killer alla guida del mezzo è riuscito a dileguarsi ed è ancora in fuga. Quattro le vittime confermate e quindici i feriti (nove gravi) è il bilancio che la polizia ha dato in serata. Tra i feriti anche due bambini. E due uomini sono stati fermati e sono sospettati di essere collegati in qualche modo con l’incursione mortale del camion, anche se nessuno di loro viene ritenuto l’autista.

9 aprile - La fuga di Igor. La Procura militare di Verona indaga sulla mancata cattura di «Igor il russo». L’uomo, il cui vero nome è Norbert Feher ed è di nazionalità serba, è ricercato per l’assassinio del barista di Budrio Davide Fabbri, il primo aprile scorso, e della guardia ecologica Valerio Verri, una settimana dopo. La sera del secondo omicidio, l’8 aprile, alcuni carabinieri incrociarono il ricercato nelle campagne di Molinella (Bologna), ma non lo fermarono in attesa dei rinforzi. È proprio su questa mancata cattura che indaga la Procura militare. Il fascicolo sarebbe senza indagati e senza reati. Obiettivo dell’accertamento, ancora in corso, sarebbe quello di approfondire cosa sia successo e se ci siano eventuali responsabilità in chi ha operato.

12 aprile - Bombe contro il calcio. Durante il tragitto verso lo stadio, il pullman della squadra tedesca è stato danneggiato da tre esplosioni che hanno causato il leggero ferimento di Bartra, trasportato in ospedale e operato al polso. La partita col Monaco è stata rinviata.

14 aprile - Il Milan con gli occhi a mandorla. Il Milan è ufficialmente un club cinese. L’a.d. di Fininvest Danilo Pellegrino ha firmato il passaggio di proprietà delle azioni in mano a Silvio Berlusconi, il 99,93% del capitale sociale. Il notaio Giacomo Ridella, dello studio notarile «Busani, Ridella, Mannella», intorno alle 15.30 ha autenticato la firma, passaggio formale decisivo. Già un’ora e mezza prima, però, si poteva dire: il Milan ha chiuso ufficialmente l’era Berlusconi, come testimoniano comunicato ufficiale, foto e brindisi. Intorno a quell’ora è arrivato il versamento dei 190 milioni decisivi, rimasti in mattinata su un conto in Lussemburgo: il Milan è costato 520 milioni, più 80 per la gestione del 2016-17. Sono stati necessari otto mesi, tanti rinvii e un prestito dal fondo Elliott di 303 milioni — solo 180 destinati al closing — per chiudere la trattativa più romanzesca degli ultimi anni di calcio italiano.

21 aprile - L’attacco agli Champs-Elysées. Sono stati momenti concitati quelli vissuti sugli Champs-Elysées a Parigi quanto una Renault Megane si è lanciata contro un mezzo della polizia probabilmente con l’intenzione di farsi saltare in aria. Ma qualcosa, fortunatamente, è andata storta. E sono alcuni video amatoriali ripresi con gli smartphone a farci vivere quei terribili secondi.

23 febbraio - Scarponi investito da un furgone. Un incidente stradale durante un giro di allenamento ha causato la morte di Michele Scarponi, ciclista di 38 anni vincitore del Giro d’Italia nel 2011. Scarponi è stato centrato in pieno alle porte di Filottrano (Ancona) da un furgone Fiat guidato da un 57enne del posto. Il conducente non avrebbe rispettato la precedenza e per questo è sotto indagine per omicidio stradale. Sulla dinamica del tragico impatto, avvenuto intorno alle 8 di mattina, indagano i carabinieri. Per Scarponi sono stati inutili i soccorsi.

25 aprile - Il ritorno di Gabriele Del Grande. «Non ho ancora capito perchè sono stato fermato, gli avvocati cercheranno di capirlo», ha detto Gabriele Del Grande parlando con i cronisti. Il giornalista ha ribadito di non aver subito alcun tipo di violenza: «Non mi è stato torto un capello» e ha precisato che a fermarlo sono stati «agenti in borghese», per cui non è riuscito a capire se fossero poliziotti o militari. «Sono stato fermato e sono uscito stanotte dal luogo dove mi trovavo», ha spiegato. «Dove vado ora? Adesso vado a mangiare! Dopo sette giorni di sciopero della fame...»: così Gabriele Del Grande ha risposto ai cronisti che gli chiedevano quali fossero i suoi programmi immediati. Il giornalista e blogger ha poi confermato che quello a cui sta lavorando, e per cui si trovava in Turchia, è un libro.

29 aprile - Il Papa in Egitto abbraccia il Grande Imam. La sfida più delicata del viaggio del Papa in Egitto si è appena conclusa: la visita all’Università di Al-Azhar, l’università egiziana considerata «il Vaticano dell’Islam sunnita», i cui rapporti si erano congelati dopo la lectio tenuta da Benedetto XVI a Ratisbona. Francesco ha lasciato che in questi anni la sapiente tela del cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo Interreligioso, ricucisse una ferita ancora calda. E il risultato è questo viaggio, fatto per dire ai «fratelli musulmani: abbiamo un solo Dio».

8 maggio - Macron all’Eliseo. Macron, 39 anni, è il presidente più giovane della Repubblica dopo Napoleone e arriva all’Eliseo senza partiti in sella alla sua creatura En Marche! dopo aver rottamato in pochi mesi un sistema che sembrava immutabile, quello dell’alternanza destra gollista-gauche socialista. Anche se l’ex ministro delle Finanze di Valls, riuscito nell’impresa di vendersi come alternativo al sistema, è figlio dell’establishment.

11 maggio - Bimbe al rogo per vendetta. Morte per mano di qualcuno che ha incendiato di proposito il furgone sul quale dormivano con i parenti. Tre giovani vite spezzate. Una strage sulla quale ora indaga la polizia che sta visionando i video di sorveglianza e interrogando parenti e testimoni per ricostruire cosa sia accaduto alle 3.20 nel parcheggio superiore del centro commerciale «Primavera», sul viale omonimo a Centocelle. La procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio volontario, dal momento che è stato appurato che l’incendio ha origine dolosa.

22 maggio - I sei scudetti di seguito della Juventus. E sono sei. Sei gli scudetti consecutivi di una Juventus che vince a ripetizione. Lo scudetto conquistato dalla Juventus, il 33esimo della storia bianconera, segna un record assoluto per la Serie A, visto che nessuna squadra in Italia aveva mai vinto il campionato 6 volte di fila. Il grande ciclo juventino, aperto da Antonio Conte (2011/2012, 2012/2013, 2013/2014) e continuato da Massimiliano Allegri (2014/2015, 2015/2016, 2016/2017), supera infatti un primato nazionale che apparteneva già alla stessa Juve, con i 5 titoli consecutivi vinti anche dal 1931 al 1935, insieme con Torino (1943-1949, esclusi due anni di stop a causa della guerra) e Inter (dal 2005/2006, assegnato a tavolino dalla giustizia sportiva, al 2009/2010).

23 maggio - Attacco al concerto di Manchester. Un’esplosione letale ha stravolto una serata di gioia e divertimento a Manchester, in Gran Bretagna, durante il concerto della pop star americana Ariana Grande. La Manchester Arena, la struttura più grande indoor d’Europa, con una capienza di oltre 21mila posti, era affollata soprattutto di giovani e giovanissimi fan mentre alle 22.30 ora locale una deflagrazione ha seminato la morte e il panico tra il pubblico.

24 maggio - Trump in Italia (con Melania). Donald Trump ha incontrato per la prima volta di persona Papa Francesco e ha partecipato ad altri incontri con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. La visita del presidente Usa, a pochi giorni dal G7 di Taormina in programma il 26 e 27 maggio, anticipa altri due viaggi esteri, in Arabia Saudita e in Israele a fine maggio.

2 giugno - L’anniversario della Guerra dei Sei giorni. Il 5 giugno 1967 cominciava la guerra dei sei giorni, un conflitto combattuto tra Israele da una parte ed Egitto, Siria e Giordania dall’altra, marcato da una rapida e totale vittoria israeliana. Il 10 giugno, con la fine della guerra, Israele vede quadruplicata la propria estensione: ha conquistato la penisola del Sinai e la Striscia di Gaza all’Egitto, la Cisgiordania e Gerusalemme Est alla Giordania e le alture del Golan alla Siria. Nasce il mito dell’invincibilità militare israeliana. I rapporti di forza in medio oriente sono ora ribaltati. L’Unione Sovietica, preoccupata per l’espansione di Israele, alleato degli Usa, fa pressione sull’Onu, che impone allo Stato ebraico il ritiro dai territori occupati; la risoluzione non viene accettata. La reazione araba non si farà attendere: cominciano numerosi episodi di guerriglia armata a cui seguiranno rappresaglie israeliane. L’esito della guerra, la condizione giuridica dei territori occupati e il relativo problema dei rifugiati influenzano pesantemente ancora oggi la situazione geopolitica del Medio oriente.

4 giugno - La notte del terrore di Londra. Un furgone con a bordo tre uomini ha prima investito i pedoni sul marciapiede del London Bridge, uno dei ponti più importanti della città, in pieno centro; poi ha continuato il suo percorso verso il Borough Market, subito a ridosso del London Bridge sulla riva meridionale del Tamigi, un’area grande e molto frequentata di bar, locali e chioschi. Il furgone si è poi fermato, i tre uomini armati di coltelli sono scesi e hanno cominciato ad accoltellare i passanti e i clienti dei locali del Borough Market. Domenica sera lo Stato Islamico (o ISIS) ha rivendicato l’attentato tramite un comunicato diffuso dalla sua agenzia di stampa Amaq.

6 giugno - Il Qatar isolato. Non è così complicato come si potrebbe pensare. Il Qatar, con cui l’Arabia Saudita, gli altri paesi del Golfo e l’Egitto il 5 giugno hanno rotto ogni rapporto accusandolo di sostenere il terrorismo, è uno dei più piccoli stati arabi, il primo esportatore mondiale di gas naturale e l’inventore e proprietario della potente catena televisiva Al Jazeera. L’orgogliosa Arabia Saudita, capofila dei paesi sunniti della regione, non sopporta l’insolente ricchezza di questa Lilliput che è riuscita non solo a regalarsi alcuni gioielli dell’industria mondiale e ad aggiudicarsi i Mondiali di calcio del 2022, ma anche a sviluppare una diplomazia molto originale, totalmente indipendente dai sauditi e profondamente irritante per gli altri regimi sunniti. La famiglia regnante Al Thani – quindi, di fatto, i padroni dell’emirato – ha stabilito, per parafrasare il Gattopardo, che l’unico modo per fare in modo che nulla cambiasse era cambiare tutto.

8 giugno - Attacco a Teheran. Spari, feriti, numerosi morti, si parla di almeno dodici vittime a Teheran per un doppio attacco di matrice terroristica. Un commando ha fatto irruzione nel Parlamento dove era in corso una seduta di deputati: avrebbe catturato alcuni ostaggi e, poco dopo, uno di loro si sarebbe fatto saltare in aria all’interno dell’edificio. Sono entrati quasi indisturbati, travestiti da donne col chador, armi ed esplosivo sotto le tuniche. Tra le persone rimaste per ore nelle mani dei terroristi ci sarebbero la moglie e la figlia di due parlamentari, come riporta l’agenzia di stampa iraniana Mehr News. L’attacco si sarebbe concluso dopo oltre quattro ore, con un blitz delle forze dell’ordine e la morte, così riportano fonti locali, di quattro terroristi.

9 giugno - May senza maggioranza. Theresa May esce senza maggioranza dalle urne, ma sarebbe intenzionata a tirare dritto. La premier conservatrice perde la scommessa del voto anticipato voluto da lei per rafforzare il suo governo in vista dei negoziati sulla Brexit. I Tories, infatti, secondo le proiezioni sono sotto la soglia dei 326 seggi e ne perdono una quindicina, mentre il Labour di Jeremy Corbyn è intorno ai 260 seggi, in aumento rispetto al 2015. Il leader laburista chiede un esecutivo che rappresenti tutti e invita il primo ministro a dimettersi. «Garantiremo stabilità», le prime parole di May che non avrebbe intenzione di lasciare. Tra gli scenari possibili, l’alleanza con gli unionisti nordirlandesi, che hanno 10 seggi. Sarebbero già in corso colloqui.

10 giugno - L’incidente di Max Biaggi. Il sei volte campione del mondo di motociclismo Max Biaggi vittima, poco dopo le 13, di un grave incidente mentre era in pista presso il circuito «Il Sagittario» di Latina. Caduto rovinosamente dal suo bolide, il centauro romano è stato subito soccorso e trasportato con l’eliambulanza del 118 al «San Camillo di Roma». I primi sospetti dei medici, con i quali il campione ha comunque parlato, riferito dell’accaduto e ai quali è apparso vigile, sono quelli che Biaggi abbia riportato lesioni spinali e al torace, ma pur in codice rosso non è considerato in pericolo di vita.

12 giugno - Sconfitta a Cinque Stelle. La sconfitta alle elezioni di domenica dimostra una cosa che molti osservatori della politica sanno da tempo: il Movimento 5 Stelle, inteso come movimento nato dal basso, sostenuto dall’impegno degli attivisti e del civismo, è finito o forse non è mai esistito. Il partito di Grillo oggi è un movimento di protesta verticistico, incapace di produrre una classe dirigente locale e di raccogliere consenso sul territorio. È una creatura effimera, alimentata dalla sovraesposizione mediatica e dal compiaciuto appoggio che riceve da giornali ed editori. Non è una novità che il Movimento 5 Stelle vada male alle elezioni locali, ma alle amministrative dell’anno scorso la portata della sconfitta era stata oscurata dai successi di Roma e Torino. Questa volta non ci sono vittorie di bandiera dietro la quali nascondersi: il Movimento 5 Stelle non ha ottenuto l’accesso a nessun ballottaggio e ha visto il suo consenso calare quasi ovunque. Un dato su tutti: in nessuna grande città ha raggiunto il 20 per cento e in moltissime si è fermato sotto il 10.

19 giugno - Portogallo in fiamme. Più di mille pompieri sono ancora al lavoro nel centro del Portogallo per domare il gigantesco incendio che ha causato la morte di almeno 62 persone. Nonostante il lieve calo delle temperature, l’incendio, scoppiato il 17 giugno a Pedrógão Grande, continua a infuriare e dilaga nelle vicine regioni di Castelo Branco e Coimbra. Secondo la protezione civile «il rischio d’incendio è massimo» nel centro del Paese. Le autorità hanno dichiarato che gran parte delle vittime è morta in auto mentre percorrevano la statale tra Figueiró dos Vinho e Castanheira de Pêra. Altri corpi sono stati trovati nei casolari isolati. Il premier Antonio Costa ha chiesto agli abitanti di rispettare gli ordini di evacuazione, poiché alcuni fanno resistenza ad abbandonare le loro abitazioni. La polizia è riuscita a determinare che all’origine dell’incendio ci sarebbe un temporale senza pioggia e ha scartato la pista dolosa dopo aver rinvenuto un albero colpito da un fulmine. Le fiamme sono state favorite anche dalle altissime temperature raggiunte nel Paese nel fine settimana. Aerei antincendio spagnoli, francesi e italiani sono arrivati per aiutare nel quadro del meccanismo europeo di protezione civile attivato su richiesta di Lisbona.

2 luglio - Vasco contro la paura. Vasco Rossi ha suonato abato 1 luglio al Parco Ferrari di Modena per festeggiare i suoi 40 anni di carriera artistica: dalla location viene il nome ufficiale dell’evento, Modena Park. Si tratta un concerto molto atteso, di cui si parla da diversi mesi e che sarà trasmesso in diretta in alcuni cinema italiani e, in parte, in televisione. La logistica e l’organizzazione della giornata saranno complicate: sono stati venduti 220 mila biglietti, quando la città di Modena ha in tutto circa 185 mila abitanti. Il comune per farsi trovare pronto ha chiesto di sospendere gli esami di maturità per un giorno, ha vietato la vendita di bevande in vetro e lattine, sospenderà il trasporto pubblico e ha anticipato i saldi. Il concerto di Vasco Rossi viene pubblicizzato come il più grande concerto con pubblico pagante di sempre: con 220 mila biglietti venduti supererebbe il precedente record del gruppo norvegese A-ha, che nel 1991 suonarono allo stadio Maracanã di Rio de Janeiro davanti a 198 mila spettatori paganti. Il concerto più grande di sempre resta quello, gratuito, di Rod Stewart sulla spiaggia di Copacabana a Rio de Janeiro il 31 dicembre del 1994, a cui si stima che parteciparono quasi 4 milioni di persone.

4 luglio - Addio Fantozzi. È morto l’attore Paolo Villaggio, la mattina del 3 luglio, verso le 6 nella casa di cura privata Paideia di Roma per complicanze legate al diabete. Aveva 84 anni. Nato a Genova il 30 dicembre del 1932 è stato interprete televisivo e cinematografico di personaggi legati a una comicità paradossale e grottesca, come il professor Kranz, il timidissimo Giandomenico Fracchia e il ragionier Ugo Fantozzi.

8 luglio - Il «patto» tra Trump e Putin (e Delpini arcivescovo). Il 7 luglio Donald Trump e Vladimir Putin, presidenti di Stati Uniti e Russia, si sono incontrati per la prima volta faccia a faccia durante il G20 di Amburgo, in Germania. I principali giornali statunitensi avevano scritto che loro incontro sarebbe dovuto durare circa mezz’ora: invece è durato due ore e un quarto. L’incontro era molto atteso: per le dichiarazioni di stima reciproca durante la campagna elettorale, ma anche per le diverse indagini in corso negli Stati Uniti sui possibili legami fra il comitato elettorale di Trump e il governo russo (accusato fra le altre cose di aver provato a manipolare le ultime elezioni presidenziali in favore di Trump). L’incontro non sembra essere stato risolutivo, e i giornali internazionali raccontano che né Trump né Putin possono dire di esserne usciti da vincitori. Questa mattina, prima di un incontro con la prima ministra britannica Theresa May, Trump ha detto che il suo incontro con Putin è stato «tremendous» («eccezionale»).

10 luglio - Mosul liberata. È l’annuncio della vittoria attesa da novi mesi. Il primo ministro iracheno, Haider al Abadi, ha infatti proclamato Mosul «liberata». Una battaglia durata 266 giorni, a partire dallo scorso ottobre, che ha sconfitto gli jihadisti dello stato islamico. Il primo ministro iracheno ha ordinato all’esercito di garantire la sicurezza della città, spazzando via gli ultimi militanti jihadisti che vi si nascondono. Lo ha riferito il suo ufficio in un comunicato. Abadi, si legge nella nota, «è arrivato nella città liberata di Mosul e si è congratulato con gli eroici combattenti e con il popolo iracheno per questa grande vittoria». Abadi è stato mostrato in alcune fotografie mentre scendeva da un elicottero vestito con una divisa e un cappellino militari. Su Twitter il premier ha detto di essere arrivato in città «per annunciare la sua liberazione e congratularsi con le forze armate e il popolo iracheno per la vittoria».

11 luglio - Il caso di Charlie Gard. La Corte suprema del Regno Unito ha dato 48 ore di tempo ai genitori di Charlie Gard, il bambino di meno di un anno gravemente malato e tenuto da mesi artificialmente in vita, per portare nuove prove che dimostrino come un trattamento sperimentale potrebbe migliorare le condizioni di loro figlio. La decisione è stata annunciata dal giudice Peter Francis che segue da tempo il caso e che, lo scorso aprile, aveva vietato il trasferimento di Gard negli Stati Uniti per sperimentare un farmaco non ancora testato sugli esseri umani, con un viaggio che avrebbe potuto arrecare nuove sofferenze e stress al bambino. Francis ha detto che se saranno prodotte prove convincenti sarà lieto di cambiare la decisione di aprile. I genitori di Gard hanno tempo fino a domani alle 14 locali (le 15 in Italia) per fornire il nuovo materiale alla Corte, comprese informazioni sugli eventuali studi scientifici sul nuovo farmaco.

22 luglio - Attacco alla Spianata delle Moschee. Il 21 luglio è stata una giornata di tensioni a Gerusalemme e in varie località della Palestina. Sei persone sono morte: tre giovani palestinesi sono stati uccisi durante gli scontri con la polizia israeliana e tre coloni israeliani dell’insediamento di Halamish, in Cisgiordania, sono stati accoltellati e uccisi in un attentato avvenuto nella loro casa. Luke Baker, il responsabile dell’agenzia Reuters per Israele e Palestina, ha commentato che quello di ieri è stato «il peggior massacro fra Israele e Palestina da anni a questa parte». Gli scontri polizia ed esercito israeliano da una parte e palestinesi dall’altra sono avvenuti dopo la preghiera del venerdì, il giorno sacro per i fedeli musulmani, a causa dell’installazione di alcuni metal detector all’ingresso della Spianata delle Moschee di Gerusalemme e della restrizione dell’accesso al luogo sacro per gli uomini con meno di 50 anni. Secondo la Mezzaluna Rossa in tutta la Palestina 193 persone sono state ferite negli scontri, avvenuti anche nelle città palestinesi di Ramallah e Hebron. I tre palestinesi morti avevano meno di 20 anni, e tutti loro erano stati coinvolti nelle proteste.

27 luglio - L’oro di Federica. Fede compie un’impresa che rimarrà nella storia: conquista l’oro in 1’54”73 con un’ultima vasca strepitosa. Battuta la Ledecky. Fede: «Sono gli ultimi 200 stile della mia carriera».

3 agosto - Il principe va in pensione. Una visita, l’ultima in vesti ufficiali, ad una parata dei Royal Marines conclude la carriera del principe Filippo al servizio della monarchia britannica. Che avesse deciso di «andare in pensione» era noto già da maggio scorso, quando Filippo di Edimburgo ha annunciato il suo ritiro che non si aspettava però prima dell’autunno. Secondo la Bbc, il duca di Edimburgo – classe 1921 – dal 1952 ha preso parte a 22.219 impegni pubblici da solo, oltre a quelli a fianco della regina Elisabetta, con cui è sposato da 70 anni. Ha presentato 5.496 discorsi ed è patrono, presidente o membro di 785 organizzazioni. Il ritiro dagli eventi pubblici non è però totale perché, come ha spiegato Buckingham Palace, Filippo può sempre decidere di accompagnare la regina.

13 agosto - La sfida dei suprematisti bianchi. Tre morti, diversi feriti e arresti, stato d’emergenza, Guardia nazionale nelle strade. È il bilancio degli scontri di ieri a Charlottesville fra i suprematisti bianchi, venuti a protestare per la rimozione di una statua del generale sudista Lee, e i contromanifestanti che si opponevano alla loro ideologia di odio. La prima esplosione di violenza da quando è presidente Trump, che ha condannato i disordini, ma viene accusato di aver creato il clima che sta incoraggiando gli estremisti ad attaccare.

18 agosto- Terrore e morte sulla Rambla. Un furgone bianco. È ancora un furgone a gettare nel panico l’Europa. Nella macabra geografia del terrore stavolta tocca a Barcellona. Sono le cinque del pomeriggio quando un camioncino noleggiato svolta da carrer de Pelai, imbocca le Ramblas e piomba su un marciapiede di Plaça de Catalunya. Se il criterio è colpire più gente possibile, il posto è ben scelto: lì comincia forse la passeggiata per eccellenza del turismo globale. Il bilancio, infatti, è alto: in serata la polizia catalana confermava 13 morti e 90 feriti, di cui 15 in gravi condizioni.

22 agosto - Terremoto a Ischia. Terremoto ad Ischia e Napoli 21 agosto 2017 „ Una forte scossa di terremoto si è verificata ad Ischia. Paura per i residenti e per i tanti turisti che affollano l’isola nel periodo estivo. Molta gente è scesa in strada. Crollati muri perimetrali a Barano. A Forio, Barano, Lacco Ameno e Ischia.

28 agosto - Emergenza Harvey. L’uragano Harvey, ormai declassato a tempesta tropicale, continua ad imperversare con le sue piogge torrenziali sommergendo città e villaggi. L’ultima a farne le spese, in ordine di tempo, è la contea di Brazoria, sud di Houston, dove le autorità hanno dato l’ordine di evacuazione. «Fuori ora» è il comando che imperversa anche sull’account Twitter delle autorità locali.

4 settembre - La banda di Rimini. E’ stato arrestato il 3 settembre in stazione a Rimini il quarto uomo, il ventenne congolese presunto capo della banda accusata di stupro di una ragazza polacca e di una trans peruviana a Rimini. L’uomo è stato catturato dagli agenti della squadra mobile e dello Sco che lo seguivano attraverso le celle a cui si era agganciato il cellulare mentre era in treno, diretto verso nord, forse in Francia, ed è stato portato in questura. Il giovane aveva cercato di fuggire da Pesaro prendendo un treno stanotte. Gli uomini della squadra mobile che stavano monitorando i suoi spostamenti lo hanno fermato mentre il treno transitava alla stazione di Rimini. Una volta bloccato il convoglio, gli agenti dello Sco e della squadra mobile sono saliti e lo hanno trovato in una delle carrozze. A catturare Guerlin Butungu - questo il nome del ventenne - sono state due donne: “La peggiore mortificazione per chi commette un reato nei confronti delle donne”, ha commentato il Questore di Rimini Maurizio Improta. Ieri sera era ancora caccia aperta dell’ultimo componente del gruppo, dopo la confessione dei primi due che si sono presentati a carabinieri e il fermo del terzo. Il congolese, unico maggiorenne dei quattro, risiedeva anche lui nella provincia di Pesaro-Urbino, in una struttura di accoglienza.

11 settembre - Livorno sott’acqua. A causa delle alluvioni provocate dalle forti piogge cadute tra sabato e domenica nella zona di Livorno, in Toscana, sette persone sono morte e una risulta ancora dispersa. Il settimo corpo è stato trovato nel pomeriggio di lunedì, dopo una giornata di ricerche. Durante la notte tra domenica e lunedì ha piovuto per circa un’ora, ma intere zone della città sono ancora allagate, centinaia di auto sono state danneggiate, decine di abitazioni sono inagibili, alcuni ponti sono crollati e diversi sottopassaggi sono invasi dall’acqua. L’allerta meteo per pioggia è stata estesa fino a domani, ma è stata declassata da arancione a gialla. Oltre alla ricerca dell’ultimo disperso la priorità resta quella di liberare le strade dal fango il prima possibile. La regione ha chiesto al governo lo stato di emergenza e saranno stanziati tre milioni di euro per i soccorsi. Oggi asili e scuole sono rimasti chiusi e in mattinata è arrivato il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti per un incontro in prefettura. Circa novanta persone, nel frattempo, sono state ospitate nei palasport di Rosignano e di Livorno.

22 settembre - Addio alla donna più ricca del mondo. Se ne è andata la donna più ricca del mondo. Liliane Bettencourt, erede dell’impero L’Oreal, è morta nelle notte di mercoledì all’età di 94 anni. Era vedova del ministro André Bettencourt, e prima azionista del gruppo di cosmetici, fondato dal padre Eugène Schueller nel 1907. Il suo patrimonio ammonterebbe a 39,5 miliardi di dollari. A dare notizia della sua morte è la figlia Françoise Bettencourt-Meyers: «Mia madre si è spenta serenamente», scrive in una nota. Dal 2011 l’imprenditrice era sotto tutela per «alterazione delle sue capacità cognitive». Il suo posto in azienda è stato occupato dal nipote, scrive Forbes.

25 settembre - Il voto in Germania. Come largamente previsto Angela Merkel, l'indomita e longeva cancelliera tedesca, ha vinto il suo quarto mandato e rimarrà alla testa della Germania per altri quattro anni. Ma questa volta non ci sarà più una Grande coalizione con il centro sinistra a sostenerla nel governo. LA SPD di Martin Schulz, in calo rispetto a quattro anni fa, è stata costretta a prendere atto che lavorare con il centro destra non ha pagato. Al contrario, lo ha penalizzato. Ha finito per prendere tutte le colpe delle decisioni poco popolari e a non vedersi riconosciuto nessuno dei meriti. E del resto già nel 2009 e nel 2013 non è che avesse ottenuto risultati soddisfacenti.

29 settembre - Ancelotti perde la panchina. Carlo Ancelotti lascia il Bayern Monaco: l'anticipazione di Espn, che citava non precisate fonti interne al club bavarese, è stata confermata da un comunicato diffuso nel pomeriggio dal Bayern. La pesante sconfitta in Champions League con il Paris Saint-Germain ha dunque fatto saltare la panchina del club bavarese, che secondo i media tedeschi avrebbe già contattato eventuali sostituti.

2 ottobre - Voto nel caos in Catalogna. Scene da una guerra civile, combattuta nelle urne e sui media. Ma non solo. Un'ondata di violenza ha attraversato la Catalogna, nel giorno che doveva essere nelle intenzioni del governo di Barcellona quello di una «gioiosa» celebrazione elettorale. È stata invece una giornata da incubo, con centinaia di feriti. la polizia spagnola è intervenuta con la forza in centinaia di seggi elettorali per impedire lo svolgimento del referendum di indipendenza catalano. Ma la mossa di Madrid non ha fermato il voto e tutti i conteggi - per quanto di dubbia validità scientifica - assegnano un plebiscito al «sì».

3 ottobre - La strage di Las Vegas. 59 persone sono morte e 527 sono state ferite nella strage di Las Vegas, la sera di domenica 1 ottobre (in Italia erano le 7 di lunedì mattina). Un uomo – il 64enne Stephen Paddock – ha sparato dalla sua camera al 32esimo piano di un famoso albergo di Las Vegas sul pubblico di un concerto country che si stava tenendo poco distante. Paddock, che aveva 23 armi da fuoco con sé, è stato trovato morto dalla polizia nella stanza da cui ha sparato: si pensa che dopo aver fatto fuoco attraverso la porta contro gli agenti che stavano per fare irruzione si sia suicidato. Si pensa che Paddock abbia usato un’arma automatica, il cui possesso è illegale negli Stati Uniti salvo certe condizioni, forse ottenuta modificando un’arma semiautomatica. Se l’ipotesi fosse confermata, quella di Las Vegas sarebbe la prima sparatoria di massa effettuata con un’arma automatica, cioè con un’arma che permette di sparare con una frequenza molto maggiore delle altre.

8 ottobre - Battisti torna libero. Un brindisi all'aeroporto, prima di salire sul volo che lo avrebbe riportato a casa. L'ex terrorista Cesare Battisti è stato immortalato dai fotografi in una foto nello scalo internazionale di Campo Grande, in Brasile, prima di imbarcarsi sull'aereo per San Paolo, mentre sorseggia una birra. Tre giorni fa l'ex esponente dei Proletari Armati per il Comunismo condannato per quattro omicidi era stato arrestato a Corumbà, città dello stato del Mato Grosso do Sul, al confine con la Bolivia, con l'accusa di esportazione di valuta e riciclaggio di denaro. Battisti aveva infatti con sé 6mila dollari e 1.300 euro e probabilmente stava tentando di fuggire dal Paese sudamericano dopo i numerosi tentativi dell'Italia di ottenere la sua estradizione. Ieri il giudice José Marcos Lunardelli del Tribunale regionale federale della terza Regione gli ha concesso la libertà in cambio del suo impegno a presentarsi ogni mese in tribunale per dimostrare la sua residenza e a non lasciare la città in cui vive, San Paolo. Nel motivare la decisione, il magistrato ha sottolineato che non esistono prove di traffico di valuta né di riciclaggio, reati per i quali Battisti era stato incarcerato, e che il suo arresto ha rappresentato una "limitazione illegale della libertà di locomozione". Dopo essere finito in manette, l'ex terrorista aveva dichiarato di non temere l'estradizione perché protetto dal decreto firmato nel 2010 dal presidente brasiliano Lula, che gli aveva concesso lo status di rifugiato politico.

10 ottobre - Le violenze a Hollywood. Dopo lo scandalo fatto esplodere dall'inchiesta del New York Times sulle molestie sessuali commesse da Harvey Weinstein, tutto il mondo dello show business sta esprimendo dichiarazioni di condanna contro il produttore americano. L'ultimo in ordine di tempo è George Clooney. L'attore 56enne, intervistato da The Daily Beast, ha definito la condotta del fondatore di Miramax e Weinstein Company «indifendibile» e «disturbante a molti livelli».

18 ottobre - Raqqa liberata. Non c’è più la bandiera nera dell’Isis a sventolare su Raqqa. La città siriana, considerata la capitale del califfato islamico autoproclamato, non è più occupata dai miliziani. È però solo l’ultima delle città riconquistate dalla milizia YPG, a capo delle forze democratiche siriane, con il sostegno statunitense.

27 ottobre - Il Papa parla con lo spazio. Voi «siete un piccolo Palazzo di Vetro» in cui la «totalità è più grande della somma delle parti». È quanto ha affermato Papa Francesco durante il colloquio, durato circa 25 minuti, con l’equipaggio della Stazione spaziale internazionale, attualmente in orbita. Il Santo Padre ha posto delle domande ai sei astronauti dell’equipaggio.

31 ottobre - Primi arresti per il Russiagate. George Papadopoulos, ex consigliere di Trump arrestato a fine luglio, starebbe collaborando in maniera «proattiva» con gli investigatori. È quanto emerge dai documenti depositati dall’ufficio del procuratore speciale del Russiagate Robert Mueller. Papadopoulos starebbe mantenendo quindi la linea della collaborazione: l’ex volontario della campagna di Trump, dopo essere stato arrestato, si era dichiarato colpevole per aver reso false dichiarazioni all'Fbi sui contatti con rappresentanti russi. E, secondo alcuni media statunitensi, l’uomo potrebbe aver registrato anche delle conversazioni, sia telefoniche, sia di persona. Intanto il presidente è tornato sull'argomento twittando che «non c'è collusione».

1 novembre - La strage di New York. Il killer di New York, Sayfullo Saipov, ha pianificato l’attacco per settimane e lo ha compiuto in nome dell’Isis, seguendo il copione descritto dai manuali online del sedicente Stato islamico. Le indagini della polizia e dell’Fbi iniziano a gettare luce sul ragazzo uzbeko di 29 anni arrivato negli Stati Uniti nel marzo del 2010 con una Green Card vinta alla lotteria annuale che ieri ha fatto ripiombare la Grande Mela nel terrore e che, parole sue, voleva «uccidere ancora». L’aggressore di Halloween è accusato ora dalla polizia di New York e dell’Fbi di terrorismo. «Si è radicalizzato qui», ha riferito il governatore di New York Andrew Cuomo. Intanto, in serata l’Fbi ha rintracciato un’altra persona che era ricercata per essere interrogata nelle indagini sull’attacco. Anche il secondo uomo è di nazionalità uzbeka. Si tratta di Mukhammadzoir Kadirov. Il suo identikit è stato diffuso dalle autorità. Non è un sospettato ma - secondo la polizia - potrebbe avere informazioni.

6 novembre - I soldi della regina nei Paradisi fiscali. Nuova enorme tegola sull’amministrazione Trump, ancora una volta legata allo scandalo Russiagate. Il ministro per il Commercio Usa, il miliardario Wilbur Ross ha fatto affari con parenti e amici del presidente russo Vladimir Putin. Persone che sono nella lista delle persone colpite da sanzioni Usa. È quanto emerge, scrive la Bbc, dai «Paradise Papers», 13,4 milioni di file su soldi portati all’estero dalle società che gestiscono i soldi di personaggi di primo piano della scena mondiale, fra cui la regina Elisabetta II; un amico intimo e tesoriere del premier canadese Justin Trudeau. Poi star della musica come Bono Vox e Madonna. L’ex direttore della Cia, il generale Wesley Clark. Il finanziere di origini ungheresi, George Soros, colui che nel 1992 fece saltare la lira e la sterlina fuori dallo Sme. Il co-fondatore di Microsoft, Paul Allen, amico di Bill Gates.

10 novembre - Il caso Ostia. Dopo la testata rifilata a favore di camera da parte di un esponente del noto clan mafioso romano ad un giornalista di Rai 2 sulla città alle porte della capitale si è creato un polverone.

14 novembre - Dopo 60 anni, niente Mondiali. Dopo 60 anni l'Italia fallisce la qualificazione ai Mondiali. Lo 0-0 di San Siro contro la Svezia segna anche il ritiro di un grande protagonista della storia della Nazionale, capitan Gianluigi Buffon, uno dei campioni del mondo del 2006. In lacrime, al termine della sfida (intervenuto a caldo al posto del CT Ventura), il portiere della Juventus annuncia il suo ritiro dal calcio internazionale: «Dispiace non per me ma per il movimento calcistico, perché abbiamo fallito qualcosa. Anche a livello sociale poteva essere importante questo Mondiale. Questo è l'unico rammarico che ho, non certo quello di finire. Il tempo passa ed è tiranno. Dispiace che l'ultima partita ufficiale sia coincisa con una mancata qualificazione mondiale. Non voglio rubare la scena ad altri ragazzi come Chiellini, Barzagli, De Rossi, che penso lasceranno dopo di me. È stato un onore condividere con loro tutti questi anni e oggi l'unico obiettivo per me era cercare di non fare piangere quei bimbi che sognano di arrivare in nazionale, come rimasi io deluso sul palo di Rizzitelli nel '92 con la Russia. Invece non ci siamo riusciti, e chiedo scusa». Impegno con la Svezia forse sottovalutato: «No, chi gioca queste partite sa cosa vuol dire quanto sia dura recuperare un gol. Probabilmente non siamo riusciti ad esprimere il meglio di quello che avremmo potuto fare. Cosa è mancato? L'energia e la lucidità per fare gol. Loro hanno fatto la stessa gara dell'andata. È stato uno spareggio che s'è deciso per degli episodi che a loro sono andati bene e a noi male».

16 novembre - La fine del presidente padrone. Robert Mugabe rimane agli arresti domiciliari dopo il colpo di Stato dei militari. Il futuro del presidente 93enne rimane incerto, e non è chiaro se la moglie Grace – le cui ambizioni di governo potrebbero aver scatenato la crisi – sia ancora in Zimbabwe o abbia trovato rifugio in Namibia. La notizia della fuga della donna nel Paese dell'Africa meridionale è stata infatti smentita dalle autorità di Windhoek. Come scrive giovedì 16 novembre il quotidiano Africa Time, «una calma apparente regna ad Harare» e le strade della capitale sono presidiate dai soldati dopo che nella notte tra martedì e mercoledì l'esercito ha assunto il controllo del Parlamento, della tv di Stato e di altri siti strategici. Togliendo di fatto il sostegno a Mugabe, dopo averlo sostenuto negli ultimi 37 anni, e ponendolo in custodia. L'azione non viene definita dagli stessi militari un «colpo di Stato», bensì – ha dichiarato il generale Sibusiyo Moyo in un comunicato trasmesso in televisione – un tentativo di «cacciare i criminali» dell'entourage del presidente.

22 novembre - Milano perde Ema (e Tavecchio si dimette). La nuova sede dell'Ema sarà ad Amsterdam. Milano perde al sorteggio, dopo la parità al terzo turno delle votazioni con la capitale olandese. L’estrazione a sorte era prevista sin dall’inizio dalla procedura ed è stata conseguenza del pareggio al terzo turno reso possibile dall’astensione della Slovacchia, che si era astenuta anche al secondo turno dopo che Bratislava non era riuscita a passare il primo. In prima pagina spazio anche alle dimissioni di Carlo Tavecchio da presidente della Figc. Ha deciso quando ha capito che anche la sua Lega, quella Dilettanti, dove era stato vent'anni, gli aveva voltato le spalle. Ha capito quando da Piazzale Flaminio, dopo il direttivo, gli è arrivata una telefonata, «mi spiace Carlo, ma non hai più i numeri».

23 novembre - La condanna del Boia dei Balcani Mladic. Ventidue anni dopo la guerra in Bosnia, oltre 100mila morti e 2 milioni di profughi di tutte le etnie, il generale Ratko Mladic, che ho conosciuto in prima linea nel carnaio della Jugoslavia, è stato condannato all'ergastolo. Genocidio, crimini contro l'umanità e di guerra dall'assedio di Sarajevo al massacro di ottomila musulmani a Srebrenica. Il massimo della pena dal Tribunale internazionale per l'ex Jugoslavia pronunciata dalla corte dell'Aia, secondo cui «i crimini commessi figurano tra i più vergognosi conosciuti dal genere umano». Una condanna a morte per l'ex generale, 74 anni e malato da tempo, che ha dato ancora battaglia urlando contro i giudici dell'Onu «sono tutte bugie». Mezzo mondo ha esultato per la pena esemplare, ma non sono pochi i serbi che continuano a considerare Mladic un «eroe».

25 novembre - Sangue in moschea. Erano i fedeli riuniti in moschea per la preghiera del venerdì l'obiettivo del massacro di ieri in Egitto. Li hanno attaccati con bombe e raffiche facendo una strage. Il bilancio dell'attentato nel villaggio di al-Rawdah, nel Sinai del Nord, è pesantissimo. Sarebbero almeno 235 i morti e oltre 100 i feriti. Il commando di assalitori ha scatenato l'inferno mentre la sala della preghiera era piena di fedeli. Dopo le bombe, sono partite le raffiche con armi automatiche. Gli attentatori hanno cercato di colpire chi provava a fuggire non risparmiando neanche i soccorritori accorsi sul posto con le ambulanze. L'attacco è stato uno più sanguinosi compiuti contro i civili in Egitto negli ultimi decenni. Il presidente egiziano, Abdel Fattah al-Sisi, ha promesso una risposta «brutale» all'attentato. «Le forze armate e la polizia vendicheranno i nostri martiri con tutta la loro forza», ha aggiunto. È quindi cominciata la caccia ai responsabili del massacro con l'«Operazione vendetta per i martiri».

28 novembre - Il Papa in Birmania (e la questione dei Rohingya). Il viaggio del papa in Myanmar è iniziato con un doppio cambio di programma: avrebbe dovuto incontrare il generale Min Aung Hlaing, ma se ne è ritrovati davanti cinque. Il primo incontro è stato infatti con il capo dell'esercito e altri vertici militari che hanno governato per anni con pugno di ferro l'ex Birmania. «Nel colloquio di oggi - ha spiegato il portavoce della Santa Sede, Greg Burke - si è parlato della grande responsabilità delle autorità del Paese in questo momento di transizione». Su ciò che dirà il pontefice pende poi un particolare divieto, quello di non pronunciare la parola 'rohingya', la minoranza cacciata dal governo e che ha dovuta rifugiarsi in Bangladesh. È stato spostato a domani il faccia a faccia più atteso, quello con il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, oggi consigliera di Stato e ministro degli Esteri, duramente criticata per non aver preso una posizione forte contro la persecuzione dei rohingya. Sul tavolo della discussione anche l'accordo che Myanmar e Bangladesh hanno da poco trovato per il rimpatrio di oltre 600mila persone.

30 novembre - L’intervista a Totti e la sentenza sull’omicidio Cutuli. La nuova vita di Francesco Totti è ormai cominciata. Dall’addio al calcio di maggio, l’ex capitano della Roma si è trasformato in dirigente, e ora lavora al fianco del ds Monchi per far crescere l’inter mondo giallorosso. Dopo 25 anni da calciatore, al Corriere della Sera Totti ha parlato dei suoi primi mesi lontano dal campo e con questa nuova veste: «Prima intervista da dirigente. Fa un po’ effetto. È diversa. Ma dopo 25 anni da calciatore ti devi abituare. È cambiato tutto. La vita, la testa, il fisico», ha commentato malinconicamente. «Ero abituato a fare sempre le stesse cose: sveglia presto, colazione, allenamento. Come una macchina. Adesso devo programmare la giornata. L’impatto non è stato semplice. Ho chiesto alla società se potevo ricaricare le batterie per un po’. Avevo voglia di dare un taglio, liberare la testa, godermi i miei figli. Me lo hanno concesso e li ringrazio, così ho potuto cominciare con il piede giusto il nuovo percorso. Sono rimasto nel calcio, che per me è la vita. È tutto». E per Totti non è certo un periodo di prova: «Il mio lavoro resterà sempre nel calcio. Ne sono convinto. Ho la fortuna di poter stare con la squadra, con l’allenatore e con i dirigenti. Divido le partite con loro. Vado sul pullman. Vado in ritiro. Lavoro a 360 gradi».

5 dicembre - Ultimo ostacolo su Brexit. Cinquecento giorni, più o meno, sono passati dal referendum con cui i cittadini britannici decisero di lasciare l’Ue, scegliendo la Brexit. La premier britannica Theresa May è in grande difficoltà nel tentativo di salvare l’intesa sul confine irlandese dopo il divorzio di Londra dalla Ue, respinta dai suoi alleati unionisti nordirlandesi, che hanno messo a nudo la debolezza di un governo impegnato nel delicato negoziato con la Ue. Oggi il ministro per la Brexit David Davis ha detto in parlamento che nessuna area del Regno Unito sarà trattata in modo diverso nei negoziati sulla Brexit, mentre il partito laburista all’opposizione ha bollato l’approccio dell’esecutivo conservatore come “imbarazzante”. Secondo varie fonti la Gran Bretagna aveva concordato con Bruxelles di mantenere l’Irlanda del Nord all’interno dello spazio commerciale europeo, anche se l’intero paese si ritirerà dal mercato unico e dall’unione doganale. La concessione era seguita a una richiesta di Dublino di garanzie che la Brexit non conducesse a un ritorno dei controlli alle frontiere, nel timore di un riaccendersi delle tensioni settarie in una regione piagata dalle violenze negli anni Settanta, Ottanta e Novanta. La frontiera tra le due Irlande è sparita in virtù degli accordi del Venerdì Santo del 1998, che posero fine a trent’anni di guerra civile tra unionisti e indipendentisti nordirlandesi.

6 dicembre - Gerusalemme capitale di Israele, lo strappo di Trump. «Gerusalemme capitale d’Israele». Lo «strappo» di Donald Trump rischia di avere conseguenze pesanti e durature. Il presidente degli Stati Uniti riconoscerà oggi Gerusalemme come la capitale di Israele, nonostante decenni di cautela americana sulla questione e gli avvertimenti dei leader della regione e della comunità internazionale sui rischi di una simile decisione. L’annuncio del presidente americano è previsto per le 13:00 americane, le 19 in Italia. «Il 6 dicembre 2017, il presidente Trump riconoscerà Gerusalemme come capitale di Israele», ha detto un funzionario del governo Usa in condizione di anonimato, evidenziando il riconoscimento di una realtà» storica e contemporanea.

12 dicembre - Bomba a New York. A Manhattan è tornata la paura. E stavolta poteva essere davvero una strage, se non fosse stato per un ordigno difettoso. Un tubo-bomba «fai da te» indossato da un aspirante kamikaze, esploso mentre l’uomo attraversava il sottopasso che unisce il terminal dei bus di Port Authority alla stazione della metro di Times Square. Nell’ora di punta è forse il luogo più affollato di tutta New York, un flusso frenetico di pendolari in entrambe le direzioni, il cuore pulsante della Grande Mela. E che alla fine ci siano stati solo quattro feriti lievi è davvero un miracolo. «Ho agito per vendetta», sarebbero state le prime parole dell’attentatore, che parlando con gli investigatori che lo interrogano in ospedale avrebbe motivato il suo gesto citando le azioni di Israele contro la popolazione di Gaza. Akayed Ullah ha aggiunto agli investigatori di aver scelto proprio quel terminal per la presenza di poster a tema natalizio, ricordando gli attacchi in Europa contro i mercatini di Natale. E di aver innescato la bomba come vendetta ai bombardamenti aerei Usa su obiettivi Isis in Siria e altrove. Le sue condizioni non sono gravi, ha solo ferite lievi e bruciature al torace e sulle mani. Si chiama Akayed Ullah, ha 27 anni e vive a Brooklyn. Originario del Bangladesh, da sette anni risiede negli Usa, dove ha fatto l’autista di taxi a noleggio prima di trovare lavoro presso un’azienda elettrica.

I dieci video più visti del 2017: cronaca estera, scrive il 28 dicembre 2017 "La Repubblica Tv". La classifica dei dieci video di cronaca internazionale più visti dai nostri lettori quest'anno. Dagli attentati a Manchester, Londra e Barcellona alle gaffe di Donald Trump e alle catastrofi naturali come l'uragano Irma.

Barcellona, furgone sulla folla: strage sulla Rambla.

Attacco a Westminster: passanti travolti da un'auto.

Caccia allo jogger che ha spinto donna sotto al bus.

L'oceano si ritira: l'uragano Irma come uno tsunami.

Criminale ex Jugoslavia beve veleno in aula.

Merkel: "Ci stringiamo la mano?". Trump la ignora.

Trump le porge la mano e Melania la spinge via.

Attentato Manchester, la folla fugge impaurita.

Manchester, l'esplosione ripresa dal parcheggio.

Italiano pestato a morte a Lloret de Mar.

Oscar all'estero, l'Italia non fa squadra.

I dieci video più visti del 2017: sport, scrive il 31 dicembre 2017 "la Repubblica".

Francesco Totti protagonista assoluto della classifica dei video di sport più visti e cliccati dai lettori di Repubblica: l'addio al calcio del capitano della Roma è rimasto, su Internet, un cult. Ma sono tante le curiosità sportive che hanno catturato l'attenzione e l'interesse dei navigatori: nel tennis, nella pallavolo, nell'atletica...

Irlanda, il modo più assurdo per perdere una gara d'atletica.

Florida, gemiti durante la partita: il tennista ferma il match.

Usa, la cheerleader sale sulla scatola invisibile.

Il mondo dei social contro la testimonial che non si depila.

Svezia, l'insulto del calciatore ai tifosi italiani.

Volley, il salvataggio dell'anno: il volo dell'atleta.

Tokyo, la pattinatrice russa diventa sailor moon.

Lo spot dello studente ignorato diventa virale.

Ponza, Totti al mare: il passaggio da barca a barca.

L'ultima partita di Totti: le lacrime dell'Olimpico.

Top 10 cinema: i migliori film del 2017, scrive Davide Trovato il 29 dicembre 2017 su “Primato Nazionale”. Sta accadendo qualcosa nel mondo del cinema, proprio sotto i nostri occhi: Hollywood sta implodendo su se stessa. Presa com’è dagli scandali e dalla (sempre verde) volontà di “spingere” i marchi ad alto reddito assicurato – Star Wars, Marvel e cartoon Disney su tutti – la principale industria cinematografica mondiale pare abbia dimenticato l’essenza del proprio mercato ed il fine ultimo dalla propria esistenza: i film. Sono stati 47 i remake, i reboot e i sequel distribuiti nel corso di quest’anno (una media di quasi quattro film al mese), e ancor di più quelli che si prevedono nel corso del prossimo triennio. Le motivazioni sono, com’è ovvio che sia per un’industria a stelle e strisce, di carattere puramente economico. Prima fra tutte, il drastico calo di biglietti staccati, figlio altresì dell’ingresso nel mercato dei nuovi (ormai non così nuovi) competitor: Amazon e Netflix. Si stima che già dal 2020 le due piattaforme supereranno gli incassi dei multisala; e a ben vedere i primi ad essersene accorti paiono proprio i grandi attori e registi, sempre più orientati verso le forme seriali e i nuovi film tv. Le evidenze ci pongono quindi di fronte all’interrogativo più importante: dobbiamo preoccuparci? La risposta, oggi, è certamente negativa. La domanda c’è ed è forte, così come forte e variegata è l’offerta. Si tratta solo di saper discernere, ricercare, re-imparare ad osservare senza accontentarsi. Ma soprattutto, è necessario non rivolgere lo sguardo all’indietro: lo schermo è sempre davanti. Il futuro è nella mani di giovani, promettenti registi e (nuovi) mostri sacri, pronti ad indicarci la via. Non ci resta che aspettare il buio in sala e goderci lo spettacolo. I migliori film del 2017:

10. Super Dark Times – Kevin Phillips. Lo spirito di un tempo senza Spirito. L’adolescenza in assenza, o in compimento, d’innocenza. Sono tempi bui. Super Dark Times.

9. Blade Runner 2049 – Denis Villenueve.

8. The Killing of a Sacred Deer – Yorgos Lanthimos. Il sacrificio di Ifigenia, oggi. Cosmogonia moderna in due atti. Tragedia di sinistri equivoci e riti sacrificali.

7. A Ghost Story – David Lowery. Il tempo è la porta. Quello interrotto, finito, della vita o quello eterno del continuo ritorno. In attesa, fermo. Come un fantasma.

6. It Comes at Night – Trey Edward Shults. Nell’apocalisse post-atomica del male necessario, tutto ciò che conta è il sangue.

5. Trainspotting 2 – Danny Boyle. Abbiamo scelto di scegliere la vita, ma la vita non ci ha ricambiato. Cercavamo la dolce fine, abbiamo vinto il rimpianto della morte.

4. El Bar – Alex de la Iglesia. Guerre sante quotidiane, piccole e grandi, che ci affliggono. Homo homini lupus e miserie. “Qui non vendiamo caffè, vendiamo solo amari”.

3. Dunkirk – Christopher Nolan.

2. Arrival – Denis Villenueve. Applicazione dell’ipotesi di Sapir-Whorf al cinema di fantascienza. Villenueve gioca con lo spettatore, girandogli intorno – in cerchi concentrici – alla scoperta di se stessi.

1. Mother! – Darren Aronofsky. Madre è ispirazione. È rifugio e bellezza. Madre è forza creatrice.

Madre è violenza e distruzione. Apocalisse e forza. Madre è dolore. Madre è vendetta. È Giovanna D’Arco. È Valentine de Saint-Point. Nuovo o vecchio testamento che sia, così è. Così per sempre sarà. Ancora, ancora, e ancora…

I 10 film italiani più belli del 2017. Al primo posto la bella sorpresa arrivata da Venezia: "Nico, 1988" di Susanna Nicchiarelli, biopic dolente e sincero, scrive il 27 dicembre 2017 Simona Santoni su Panorama. Ecco il meglio del cinema italiano del 2017, secondo noi. Biopic intensi, commedie intelligenti che colgono le fragilità umane, racconti che trasformano la crudezza in fiaba... Qui di seguito i 10 film italiani più belli del 2017, tra quelli usciti in sala nell'anno.

1) Nico, 1988 di Susanna Nicchiarelli. Gli utimi due anni di vita di Christa Päffgen, in arte Nico, l'ex cantante dei Velvet Underground. Un affresco sincero, dolente, affettuoso. Senza sconti. Tossicomane, scontrosa, difficilmente gestibile, è interpretata dalla meravigliosa Trine Dyrholm (canta davvero lei!). Film vincitore di Orizzonti alla Mostra del cinema di Venezia.

2) Amori che non sanno stare al mondo di Francesca Comencini. Quante risate! Commedia molto femminile, scruta le insicurezze, le paranoie e le nevrosi di una quarantenne, a cui Lucia Mascino dà tutti i suoi nervi e le sue manie più recondite.

3) Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza. I due registi siciliani, dopo Salvo, tornano a raccontare la mafiascovando la poesia nella crudezza. Ispirandosi al rapimento del piccolo Giuseppe Di Matteo, tramite la fiaba ecco un amore tra ragazzini, vagheggi dolci o taglienti, sospesi tra realtà e magia. 

4) A Ciambra di Jonas Carpignano. Un romanzo di formazione ad altezza di sguardo, che scorre tra i meandri dimenticati della Ciambra, la comunità rom alla periferia di Gioia Tauro. Cinema verità tra ordinaria delinquenza, umanità vivaci, amicizie e tradimenti.

5) Riccardo va all'inferno di Roberta Torre. Rivisitazione musicale psichedelica, dark e "freak" (stramba) del Riccardo III di Shakespeare. Con Sonia Bergamasco viscosa e insidiosa, dal fascino repellente, e Massimo Ranieri lucidamente folle e nero. 

6) Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni. Un ragazzo sfaccendato e ignorante e un poeta ultraottantenne arteriosclerotico e gentile (il favoloso Giuliano Montaldo) si incontrano in un connubio che a volte fa sorridere, spesso ridere, talora intenerisce. Ne emerge una sorta di caccia al tesoro sulle tracce della memoria e della Storia. Commedia intelligente e di qualità.

7) Omicidio all'italiana di Maccio Capatonda. Satira demenziale sulla tv dei delitti-show e sul turismo nelle località dell'orrore. C'è tanto da ridere con Capatonda e Herbert Ballerina che giocano sugli eccessi e sul grottesco. Un'idiozia ragionata che diverte e si fa beffe.

8) La tenerezza di Gianni Amelio. Una storia di sentimenti inquieti: tra padri e figli, tra fratelli e sorelle, tra persone in apparenza serene. Esseri umani che non ce la fanno. Amore e paura di non essere amati. Nel cast un po' incerto svetta Renato Carpentieri in tutto il suo franco e burbero savoir faire partenopeo.

9) Cuori puri di Roberto de Paolis. Un'opera prima intensa, che pulsa di schiettezza. Una storia d'amore di fughe, strattoni, avvicinamenti, mentre sullo sfondo si muove il microcosmo della periferia romana di fatiche e ostacoli.

10) Ammore e malavita dei Manetti Bros. Tra proiettili, balletti spiritosi e cantate, un musical spassoso che riempie di risate. Abbondano trovate brillanti, cura stilistica e, soprattutto, napoletanità, in tutte le sue accezioni più solari e travolgenti ma anche in quelle più abusate e sguaiate.

Undici coppie cult degli anni 90 che forse non avete mai dimenticato, scrive il 10 gennaio 2017 "Il Corriere della Sera". Amori da copertina, love story che sembravano destinate a non dover finire mai e che, seppur finite, restano indimenticabili o quasi. Matrimoni, a volte con figli, rimbalzati sulle copertine e chiacchieratissimi negli anni 90 e di cui oggi restano foto ricordo.

Da Rita Dalla Chiesa e Fabrizio Frizzi a Valeria Marini e Vittorio Cecchi Gori, ecco undici coppie della fine del secolo scorso che forse quasi tutti ricordano. La presentatrice di Forum e il presentatore si sposano nel giugno del 1992. La separazione arriva nel 1998, il divorzio nel 2002, anno dal quale lui è legato sentimentalmente a Carlotta Mantovan, dal quale ha avuto una figlia, Stella.

Valeria Marini e Vittorio Cecchi Gori, i due hanno avuto una relazione lunga e tormentata, che ha attraversato anche gli anni del fallimento economico di lui e del suo arresto.

E forse in pochi ricordano che negli anni 90 una breve ma Fiorello e Anna Falchi: due anni, tra il 1994 e il 1995, che lei stessa racconta come "bollenti".

Antonella Clerici e Massimo Giletti: anche per loro una love story breve ma intensa. Lui ha raccontato: "Antonella è senz'altro una delle donne che ho più amato". Ma dopo un anno, quando lei pensava a famiglia e figli, lui si si tira indietro. "Dentro di me la amavo ma non mi sentivo pronto a vivere ciò che voleva lei" ha detto Giletti.

Vittorio Sgarbi ed Elenoire Casalegno, una relazione lampo, durate solo pochi mesi.

Giorgio Mastrota e natalia Estrada, i due si sono sposati nel 1992, hanno avuto una figlia, e si sono separati poco dopo.

Laura Freddi e Paolo Bonolis: lei era una delle bellissime di "Non è la Rai", lui giovanissimo, una relazione durata parecchio tempo, lei avrebbe confessato poi "Volevo sposarlo".

Eros Ramazzotti e Michelle Hunziker, si conoscono nel 1995, lei è giovanissima, pochi mesi dopo nasce Aurora, il matrimonio arriva nel 1998 con un grande ricevimento a Bracciano a cui partecipano oltre 500 ospiti. La separazione nel 2002. Oggi lui è sposato con Marica Pellegrinelli, lei con Tomaso Trussardi.

Mara Venier e Renzo Arbore, un lungo amore il loro, finito nel 1997.

Paola Barale e Gianni Sperti, si sposano nel 1998 e si separano nel 2002.

Simona Ventura e Stefano Bettarini, si sposano nel 1998, dalla loro relazione nascono due figli, Niccolò e Giacomo. Nel 2004 la separazione, il divorzio nel 2008.

C’eravamo tanto amati: 18 coppie glamour di Hollywood che abbiamo dimenticato. In passato queste celebrities sono state fidanzate e hanno conquistato le copertine dei giornali di gossip, scrive Francesco Tortora il 27 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera".

Ryan Reynolds e Alanis Morissette. Per periodi più o meno lunghi sono stati fidanzati e hanno conquistato le copertine dei giornali di gossip. Poi la relazione sentimentale è finita e del loro amore non si ricordano neppure i fan. Business Insider ha dedicato un recente servizio alle coppie glamour di Hollywood che abbiamo velocemente dimenticato. La rassegna inizia con Ryan Reynolds e Alanis Morissette. L'attore canadese oggi forma con Blake Lively una delle coppie più affiatate dello star-system. Ma per 5 anni, dal 2002 al febbraio 2007, è stato legato sentimentalmente alla connazionale Alanis Morissette. La separazione è stata dura per entrambi, ma oggi i due hanno instaurato un sano rapporto d'amicizia. 

Michael Keaton e Courteney Cox. Sono passati più di 20 anni da quando, nel 1995, gli attori americani Michael Keaton e Courteney Cox si sono lasciati, dopo sei anni di amore. All'epoca Keaton era celebre per aver interpretato la saga di Batman al cinema, mentre Courteney Cox era l'indimenticabile Monica Geller nella sit-com "Friends".

Jim Carrey e Renee Zellweger. Altra coppia glamour del passato è stata quella formata da Jim Carrey e Renee Zellweger. I due si sono incontrati sul set di "Io, me & Irene" e sono stati fidanzati per un anno, dal 1999 al 2000. Poi l'attrice ha detto basta e il comico ha vissuto uno dei periodi più difficili della sua vita.

Katie Holmes e Chris Klein. Lei era la star di "Dawson's Creek". Lui celebre per la saga cinematografica "American Pie". Negli anni '90 erano decisamente una coppia glamour Katie Holmes e Chris Klein. Al momento del loro fidanzamento ufficiale, nel 2003, si frequentavano da oltre cinque anni. La loro relazione è finita nel 2005. Katie Holmes ha dopo pochi mesi sposato Tom Cruise.

Darren Aronofsky e Rachel Weisz. Fidanzati ufficialmente nel 2005, Rachel Weisz e Darren Aronofsky hanno avuto un figlio Henry, prima di lasciarsi nel 2010. A quanto pare la causa della separazione fu Daniel Craig, attuale marito dell'attrice e conosciuto sul set del film "Dream House".

Brad Pitt e Gwyneth Paltrow. Correva l'anno 1996 e Brad Pitt e Gwyneth Paltrow formavano una delle coppie più amate di Hollywood. Entrambi molti giovani, si erano conosciuti due anni prima sul set del thriller "Seven". Nonostante molti fan fossero certi che il loro rapporto sarebbe durato a lungo, l'amore finì dopo appena 12 mesi.

Kanye West e Amber Rose. Diversi anni prima di innamorarsi di Kim Kardashian, il rapper Kanye West è stato legato alla modella Amber Rose. Ma questa relazione è stata di breve durata: iniziata nel 2009, è finita due anni dopo.

Zayn Malik e Perrie Edwards. Oggi il cantante Zayn Malik è il fidanzato di Gigi Hadid. In passato, pochi lo ricordano, è stato legato a Perrie Edwards, popstar del gruppo femminile Little Mix. Insieme dal 2013 al 2015, la coppia è scoppiata in modo spiacevole. Edwards ha raccontato di essere stata lasciata via sms e ha pubblicato la canzone "Shout Out to My Ex" in cui denigra le capacità amatoriali di Malik.

Josh Brolin e Minnie Driver. Josh Brolin (figlio dell'attore James Brolin e figliastro di Barba Streisand) ha incontrato l'attrice britannica Minnie Driver sul set del film "Slow Burn" nel 1998. La coppia ha annunciato il fidanzamento nel 2001, ma si sono lasciati appena cinque mesi dopo.

Lenny Kravitz e Nicole Kidman. Dopo essersi separata dal primo marito Tom Cruise, Nicole Kidman ha vissuto un periodo "rock" accanto a Lenny Kravitz. La loro relazione è durata appena un anno nel 2003 come ha raccontato recentemente l'attrice australiana che ha recitato assieme alla figlia del cantante Zoë nella serie televisiva "Big Little Lies".

Marilyn Manson e Evan Rachel Wood. Nel 2006, quando Marilyn Manson era ancora sposato con Dita Von Teese, il cantante cominciò a frequentare Evan Rachel Wood, al tempo appena 18enne. Per quattro anni sono stati assieme e si sono fidanzati anche ufficialmente. Nel 2010 è arrivata la separazione. 

Sienna Miller e Jude Law. Un amore tormentato è stato quello tra Sienna Miller e Jude Law. La coppia si è conosciuta nel 2002 sul set del film "Sogni di gloria - La rivincita di Raf", regia di Jeff Jensen. Da allora sono seguiti un grande amore, tante separazioni e una serie di tradimenti fino al 2011 quando la coppia si è detta definitivamente addio.

Ben Affleck e Jennifer Lopez. Nonostante sia durata solo pochi mesi, la storia d'amore tra JLo e Ben Affleck è stata molto tormentata. I due si conoscono nel 2003 sul set di "Amore estremo - Tough Love". La pellicola ha scarso successo al cinema, ma l'amore tra Jennifer Lopez e Ben Affleck decolla. I due girano un altro film assieme (Jersey Girl) e prima che nasca il brand di coppia "Brangelina" (Brad Pitt-Angelina Jolie), per qualche mese il mondo del gossip Usa parla solo dei "Bennifer". La coppia ha già fissato la data delle nozze, quando i "Bennifer" scoppiano nel settembre del 2003: il futuro regista di "Argo" è beccato con una spogliarellista a Vancouver. Jennifer è ferita e non perdona quello che doveva essere il suo terzo marito.

Kiefer Sutherland e Julia Roberts. A fine anni '80 la promette attrice Julia Roberts si fidanza con l'attore britannico Kiefer Sutherland. La loro relazione dura 4 anni e termina improvvisamente nel 1991, tre giorni prima delle nozze. 

Matt Bellamy e Kate Hudson. Non saranno tanti gli appassionati di gossip che ricorderanno la relazione tra il cantante britannico Matt Bellamy, frontman della band inglese Muse, e l'attrice americana Kate Hudson. Eppure è durato ben 4 anni, dal 2010 al 2014.

Lance Armstrong e Sheryl Crow. Negli anni in cui Lance Armstrong dominava il Tour de France (grazie al doping), il ciclista faceva coppia fissa con la cantante Sheryl Crow. Dal 2003 al 2006 sono stati legati sentimentalmente e per 5 mesi fidanzati ufficialmente. Poi la rottura è arrivata perché lui non voleva figli.

Frank Sinatra e Lauren Bacall. E' un amore di diversi decenni fa, ma è stato celebre. Amici da una vita, Frank Sinitra e Lauren Bacall ebbero alla fine degli anni '50 una breve e tormentata storia d'amore, durata solo qualche mese. 

Sean Penn e Charlize Theron. Chiudono la rassegna Sean Penn e Charlize Theron che dopo 20 anni di amicizia si sono fidanzati nel 2014. La relazione, però, non ha funzionato e come qualcuno ricorda è finita dopo appena un anno.

Ettore Andenna, Marco Columbro, Corrado Tedeschi: che fine hanno fatto i volti noti scomparsi dalla tv. Non solo Donatella Raffai: la televisione degli ultimi decenni è ricca di storie di personaggi famosi poi finiti nel dimenticatoio. Eccone alcun, scrive Annalisa Grandi il 16 novembre 2017 su "Il Corriere della Sera".

Giorgio Mastrota. Su Instagram pubblica foto in cui si vede solo il “Pollicione», il pollice della mano rivolto all’insù. Tra i più noti volti delle televendite televisive, a 53 anni è diventato padre per la quarta volta, di Leonardo. Mastrota ha avuto una figlia da Natalia Estrada e tre dalla nuova compagna Flo Gutierrez, atleta della Federazione Italiana Sport Invernali.

Donatella Raffai. Da quasi due decenni lontana dal piccolo schermo, per scelta: Donatella Raffai, la «mamma» di «Chi l’ha visto?». Oggi vive in Francia, e il compagno Silvio Maestranzi, regista Rai in pensione, spiega: «Donatella Raffai è fermamente decisa a non rilasciare più interviste, per nessun motivo e in nessuna forma». «Ci tiene troppo alla sua privacy e desidera evitare qualunque genere di pubblicità».

Ettore Andenna. Qualcuno di noi, ancora bambino, ha scoperto per la prima volta San Marino proprio così. In molti semplicemente sono rimasti incollati alla tv a guardare le improbabili imprese dei concorrenti provenienti da tutta Europa: fra scivoli, acqua, funi e chi più ne ha più ne metta. Di certo “Giochi Senza Frontiere” è stato uno dei programmi televisivi cult tra gli anni Ottanta e Novanta. E come dimenticare lo storico conduttore: Ettore Andenna. Sapete oggi cosa fa? Classe 1946, il presentatore ha detto addio alla tv, si è “ritirato” fra le colline del Monferrato e alleva polli. Ma dice che tornerebbe volentieri a condurre lo show.

Roberta Capua. Ex Miss Italia, volto noto del piccolo schermo, si era allontanata dalla tv per anni per dedicarsi alla famiglia. C’è tornata per partecipare a «Celebrity MasterChef».

Marco Columbro. Storico volto televisivo negli anni Ottanta e Novanta Marco Columbro da molto tempo manca dal piccolo schermo. «Oggi faccio teatro e tiro avanti grazie all’affetto della mia donna e di mio figlio, per la tv sono morto» ha detto. Nel 2001 aveva avuto gravi problemi di salute, era rimasto in coma per 25 giorni in seguito a un aneurisma cerebrale.

Natalia Estrada. Negli anni Novanta si era fatta conoscere al grande pubblico grazie al film di Leonardo Pieraccioni «Il ciclone». Oggi si dedica all’equitazione, gestisce un maneggio in provincia di Asti insieme al marito Andrea Mischianti.

Enrico Papi. L’esordio alla fine degli anni Ottanta, poi il successo con programmi come «Sarabanda» e «La pupa e il secchione». Poi alcuni anni di assenza dal piccolo schermo, e il passaggio a Sky, dal luglio 2017 conduce un programma su TV8.

Gabriella Golia. Una delle annunciatrici più amate a famose della televisione italiana, volto di Italia 1 per due decenni, dal 1982 al 2002, di nuovo sul piccolo schermo sulla rete Studio1 dal 2010 al 2012 dove è tornata a interpretare il ruolo di Signorina Buonasera.

Corrado Tedeschi. Dopo «Miss Italia» e il «Gioco delle Coppie» è sparito dal piccolo schermo per dedicarsi al teatro.

Patrizia Rossetti. Annunciatrice e conduttrice, per anni volto simbolo di Rete 4, concorrente del reality «La Fattoria» nel 2005. Poi è praticamente scomparsa dalla tv.

Maurizio Seymandi. Storico conduttore di «Superclassifica Show» nonché inventore della trasmissione, dal 1995 di lui, sul piccolo schermo, più nessuna traccia.

Enrica Bonaccorti. Ha condotto «Non è la Rai», «Pronto, chi gioca?» e «Ciao Enrica». È un altro dei personaggi praticamente scomparsi dalla televisione negli ultimi anni.

Federico Fazzuoli. Noto volto di «Linea Verde», fondò e condusse la trasmissione dal 1981 al 1993. Oggi produce vino e olio.

Alessandro Greco. Era sparito per un po’, è tornato a condurre la trasmissione che l’aveva reso famoso: Alessandro Greco, diventato celebre alla conduzione di «Furore». Show tornato in onda a marzo 2017, a cui è seguito un nuovo quiz su Rai1 «Zero e lode!».

Jocelyn. Scomparso dal piccolo schermo anche lui, Jocelyn. Le ultime apparizioni sul piccolo schermo risalgono al 2001.

Marta Flavi. La regina dell’amore in tv: negli anni Novanta alla guida di «Agenzia Matrimoniale», da tempo è passata alla carta stampata, cura una rubrica di posta del cuore.

Amanda Lear. Anche di Amanda Lear si sono perse le tracce, almeno sul piccolo schermo, da diversi anni.

Susanna Messaggio. La storica annunciatrice di Canale 5 nel 2000 ha aperto una sua società di comunicazione.

Simona Tagli. Ha lasciato la tv e aperto un salone di bellezza per mamme e bambini.

Da Jeff Bezos a Leonardo Del Vecchio: ecco chi sono gli uomini più ricchi del pianeta. Il Bloomberg Billionaires Index rivela che il patrimonio aggregato dei cinquecento uomini e donne più ricchi del mondo è cresciuto in un anno del 23% a 5.300 miliardi di dollari, scrive Marco Sabella il 27 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Gli uomini più ricchi del mondo nel 2017 (con 8 italiani). In un mondo in cui l’intera ricchezza globale prodotta in corso d’anno salirà al tasso del 3,6% (stime Fmi) i patrimoni dei 500 uomini e donne più ricchi del pianeta sono cresciuti alla velocità vertiginosa del 23%. Lo rivela il Bloomberg Billionaires Index, un paniere creato nel 2012 e che monitora l’andamento quotidiano delle fortune dei Re Mida del pianeta.

Re Mida alias Jeff Bezos. Al vertice della classica si piazza Jeff Bezos, il fondatore e proprietario di Amazon, con un patrimonio personale che sfiora i 100 miliardi di dollari, aumentato in un anno di 34,2 miliardi.

Bill Gates, miliardario e filantropo. Bezos già in autunno aveva scalzato dalla prima posizione Bill Gates, la cui fortuna a fine anno è cresciuta soltanto di 8,9 miliardi di dollari a 91,3 miliardi. Bill Gates ha deciso di dare in beneficenza buona parte del suo patrimonio, tramite la Bill & Melinda Gates Foundation.

Warren Buffett, l’oracolo di Omaha terzo in classifica. Segue, terzo in classifica, Warren Buffett. La ricchezza complessiva dell’oracolo di Omaha ammonta a 85 miliardi di dollari (+11 miliardi nel 2017). Le azioni di Berkshire Hathaway, la cassaforte di partecipazioni di Buffett hanno raggiunto una settimana fa il record di quotazione di 300mila dollari l’una.

Gli italiani. In questa classifica dei 500 sono soltanto 8 i nomi italiani: cinque di questi risiedono in Italia e si va dal patron di Ferrero, Giovanni Ferrero (24,2 miliardi di dollari, + 4 miliardi sul 2016), al fondatore di Luxottica Leonardo Del Vecchio, all’ad e proprietario di Techint Paolo Rocca, al fondatore di Mediaset Silvio Berlusconi, fino allo stilista Giorgio Armani.

.. e gli italiani residenti all’estero: Bertarelli, Pessina, Aponte. Tre super ricchi di origine italiana, Ernesto Bertarelli, Gianluigi Aponte e Stefano Pessina hanno residenza all’estero: Bertarelli e Aponte in Svizzera, Pessina nel Principato di Monaco.

Tre europei fra i primi dieci. Tra i miliardari europei che si collocano nelle prime dieci posizioni Amancio Ortega (Zara), al quarto posto, Bernard Arnault (Lvmh) al sesto e Ingvar Kamprad (Ikea) al decimo.

George Soros, il primo dei filantropi, scende al 195 posto. Di fronte a questa tendenza alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi alcuni miliardari decidono di operare una redistribuzione su basi filantropiche. Bill Gates ha deciso di dare in beneficenza buona parte del suo patrimonio, tramite la Bill & Melinda Gates Foundation. Anche il miliardario George Soros ha donato una fetta della propria ricchezza cosa che lo ha fatto scivolare al 195esimo posto della classifica di Bloomberg con un patrimonio netto di 8 miliardi.

La carica degli orientali. Scorrendo la lista, si trovano 38 miliardari cinesi (hanno aggiunto in totale 177 miliardi, il 65% in piu’ rispetto al 2016, l’aumento maggiore tra i super ricchi dei 49 Paesi in classifica), ma ci sono anche 27 tycoon di nazionalità russa, la cui ricchezza aggregata è cresciuta di 29 miliardi a 275 miliardi totali. . Il più ricco tra i miliardari cinesi, Jack Ma, fondatore e proprietario di Alibaba, si colloca al 17esimo posto con un patrimonio personale di 45,4 miliardi di dollari.

Il blocco Usa, 159 miliardari su 500. A dominare la classifica sono tuttavia gli americani: in lista ci sono 159 miliardari, che hanno visto salire il proprio patrimonio del 18%, ovvero di 315 miliardi, a un totale di 2.000 miliardi. In particolare, il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg, in quinta posizione, ha visto aumentare il proprio patrimonio di 22,6 miliardi, il 45%, anche se ha fatto sapere che venderà il 18% della propria quota nel social network per tenere fede alla promessa di dare in beneficienza la maggioranza della sua ricchezza (72,6 miliardi).

Ma c’è anche chi si impoverisce: Alwaleed Bin Talal perde 1,9 miliardi e il suo patrimonio si assesta a 17,8 miliardi

Sono invece 58 i miliardari hanno visto calare il proprio patrimonio, perdendo in totale 46 miliardi: tra questi il magnate francese delle telecomunicazioni Patrick Drahi (-39% a 6,3 miliardi) e il principe saudita Alwaleed Bin Talal (-1,9 miliardi a 17,8 miliardi) a causa dello scandalo corruzione che ha travolto il principe ereditario Mohammed bin Salman.

Il rock in lacrime, il tifo per Nadia. Ecco i personaggi (web) del 2017. Le storie più lette sul sito Corriere.it. Dall’anima inquieta della star alla conduttrice tv italiana, fino alla coppia al mare in Sardegna e la sfida quotidiana alle barriere fisiche, scrivono Laffranchi, Maffioletti, Gasperetti, Pennisi, Montanari il 28 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera".

Il suicidio di Bennington. (Andrea Laffranchi) Il rock non è morto. Alla faccia di chi, almeno dall’inizio degli anni Settanta, ritira fuori quel «rock is dead», la profezia non si è mai verificata. Anche se il rock perde le sue icone. Per una questione anagrafica, come è capitato nel terribile 2016 e come dovremo abituarci nei prossimi anni. O perché sono le star a mollare tutto dicendo basta alla musica e alla vita, come è accaduto in questo 2017 che ha dovuto piangere prima Chris Cornell, protagonista della rivoluzione grunge con i Soundgarden e poi con gli Audioslave, e poche settimane dopo Chester Bennington cantante dei Linkin Park arrivati sulla scena negli anni Zero sull’onda di quel crossover che sporcava le chitarrone del rock con le rime del rap. Erano amici, voci di due generazioni vicine, Chris una specie di fratello maggiore, Chester che lo ricorda ai funerali cantando Hallelujah di Leonard Cohen e due mesi dopo la morte dell’amico sceglie la stessa strada, stringersi qualcosa al collo, per farla finita. Una voce forte, graffiata e arrabbiata, un animale da palco che nascondeva insicurezze e vulnerabilità. E chissà quale parte delle 77 milioni di ore di canzoni dei Linkin Park ascoltate su Twitter quest’anno sia successiva al 20 luglio. Il rock non è morto. Nonostante le classifiche siano dominate dalla trap per ragazzini o dalle hit pop globali e miliardarie alla Despacito. Basta spostare lo sguardo dalla discografia al live. Non per giustificare una teoria ma perché quello è il settore più ricco dell’intero sistema musicale. Evento di Vasco Rossi a parte (che è comunque un rocker) il concerto con più spettatori di quest’anno è stato proprio quello dei Linkin Park con Blink 182 e Sum 41 all’I-Days Festival Monza: 80 mila 27 spettatori. Era il 17 giugno e chissà cosa si agitava nella testa di Bennington. Gli applausi e i cori non bastavano a tenere sotto controllo il tormento. Anzi forse proprio la distanza fra la persona e il personaggio, fra l’uomo e la rockstar, lasciava un insopportabile vuoto che adesso è incolmabile. Il rock non è morto. La scorsa estate non è stata un caso. I festival rock hanno funzionato. E finalmente anche l’Italia avrà la sua dose di raduni rock estivi. L’I-Days che si trasferisce all’Area Expo con Pearl Jam, Queens of the Stone Age, Offspring, Killers e (separati) Liam e Noel Gallagher. Replica anche Firenze Rocks con Foo Fighters, Guns N’ Roses, Iron Maiden e Ozzy Osbourne. Un pezzettino del merito va anche a Chester. Il rock non muore mai.

Il malore della «iena» Toffa. (Chiara Maffioletti) «L’inviata delle Iene NadiaToffa ricoverata in terapia intensiva. Le condizioni sono gravi». Il pomeriggio del 2 dicembre, un sabato, le redazioni prima e l’Italia intera poi, sono state spiazzate da queste poche parole. Per molte ore non si è saputo tanto di più, solo che la 38enne bresciana, volto del programma di Italia 1, era stata male, a Trieste, e che aveva perso conoscenza. Le primissime notizie, però, non lasciavano intendere niente di buono. Si era parlato di una generica «patologia cerebrale». Nulla più. Ma la situazione, in generale, era preoccupante. Questo scarno bollettino è bastato però per commuovere milioni di persone. Tra gli aspetti più straordinari legati al malore della giornalista — che oggi sta bene e non vede l’ora di tornare in video e sul campo — c’è proprio l’affetto delle persone che l’ha travolta. Il suo nome — già popolare, ma certo, fino a quel momento, non così tanto — è finito, di colpo, per essere tra i più digitati sul web: in poche ore è diventata la terza persona in tutto il mondo con il maggior incremento di ricerca su Internet. I giornali, i tg parlavano di lei, così come le persone, per strada, in ufficio, un po’ ovunque. Come sta Nadia Toffa? Era la domanda di quei primi gironi di dicembre. «Mi sono molto commossa — ha raccontato poi lei nell’intervista che ha fatto due settimane dopo quel sabato, proprio alle Iene —. Mi hanno detto di città che hanno pregato per me, città intere. Taranto ha fatto la fiaccolata, Napoli ha pregato per me. Mi ha stupito tanto l’affetto della gente comune... Non contava tanto il personaggio, pregavano davvero per me». Un affetto condiviso e imponente, che ha trasformato la notizia del malore di Toffa in una tra le più approfondite e commentate di tutto l’anno. Se ne è parlato moltissimo e anche a sproposito, visto che c’è stato perfino chi ne aveva annunciato la morte, trascritta su Wikipedia. «Mi hanno allungato la vita», ha commentato lei con un sorriso, spiegando poi quanto abbia trascurato i segnali che le dava il suo corpo, spingendo oltre il limite per amore del suo lavoro. Lo stesso che l’ha portata, in passato, a contrapporsi a diversi politici che però, di fronte a questo suo inatteso stop, hanno azzerato ogni distanza, mandandole messaggi di vicinanza e affetto: un’altra cosa che non si aspettava e che l’ha resa felice. Come è successo, un po’ a tutti noi, con il lieto fine della sua vicenda.

Paolo dona il pane al cliente (ambasciatore). (Marco Gasperetti) In paese Paolo è diventato Martino. Sì, come il santo che divise in due il suo mantello con un mendicante infreddolito e per quel gesto caritatevole, avvenuto per tradizione l’11 novembre, il Cielo lo premiò con un anticipo di estate. Paolo Filippini, 48 anni, macellaio di Piandiscò, paese del Valdarno, moglie e due figli, invece del mantello ha diviso l’unico sfilatino di pane che gli era rimasto a Ferragosto con un signore americano che era entrato nel suo negozio. Senza sapere che quell’uomo era Louis Lawrence Bono, ambasciatore degli Stati Uniti in Vaticano, amico personale di Barack Obama. Bono da poco non è più ambasciatore nella Santa Sede ed è tornato in Usa, ma quel «miracolo di Ferragosto» non se l’è dimenticato. Dopo essere andato personalmente a salutare Paolo e a comprargli otto chili di bistecche, gli ha mandato una lettera. «Caro Paolo, vorrei ringraziarla per la sua gentilezza e la sua generosità. Oggi sembra cosa rara sentir parlare di gesti umani, quindi sono stato contento di aver letto gli articoli sul nostro incontro. La sua umiltà è un buon esempio per tutti, è stato un piacere per me e mando molti auguri anche alla sua famiglia». Ancora se lo ricorda quel giorno, Paolo Filippini. La porta del negozio si apre ed ecco quel signore americano che sconsolato è rimasto senza pane. Lui gli dice che purtroppo l’ha finito, poi vede sotto il banco lo sfilatino conservato per la famiglia, lo prende, lo taglia a metà e lo porge a quell’uomo. «Thank you, how much?», gli chiede quell’improbabile cliente. E Paolo: «Free, gratis, regalo di Paolo e famiglia, bye bye friend» gli risponde con una pacca sulle spalle. Tre giorni dopo, eccolo di nuovo l’americano. Esce da un automobile blindata, argentata e con i finestrini oscurati, targa diplomatica del Vaticano, accompagnata da due vetture di scorta. «Mi è quasi venuto un colpo, i vicini sono scesi in strada, la gente è uscita dai negozi — ricorda Filippini —. Maremma che cosa ho combinato, sarà mica la Guardia di Finanza? Poi, siccome le tasse le ho sempre pagate tutte, mi sono detto che forse era successo qualcos’altro. Prima è entrato un signore che mi ha chiesto se poteva bonificare il mio negozio, così come fanno quando arrivano personaggi importanti. Poi dall’auto argentata è sceso lui, l’uomo del pane. E quando mi ha svelato la sua identità, sono rimasto a bocca aperta».

La coppia al mare e la carrozzina trascinata in riva. (Martina Pennisi) È bastata una foto, scattata nel momento giusto. E il racconto di chi ha catturato l’attimo, pubblicato su Facebook. Era agosto, qualche giorno prima delle celebrazioni del 15. Settimane in cui le notizie scarseggiano e i lettori sono affamati di storie, più del solito. Il 18enne cremonese Enrico Galletti ritraeva una coppia di anziani sulla spiaggia di Licciola, in Sardegna, nella zona di Santa Teresa di Gallura: «Lei probabilmente paralizzata (in carrozzina, ndr) e lui con un cappello di paglia per asciugare le gocce di sudore». «Mentre aiutavo lui a tirare la sedia a rotelle mi ha spiegato di essere abituato alla condizione di auto-insufficienza della moglie. Di quella stessa “ragazza” che tanti anni prima ha conosciuto, tutta abbronzata, e di cui si è subito innamorato», spiegava il giovane sul suo profilo social ottenendo decine di migliaia di like e condivisioni. La coppia stava percorrendo il chilometro e mezzo circa che separa il mare dal parcheggio. Lo fanno sempre, ci ha poi raccontato la nipote dei due 70enni Mimma Aiello: «Quella è una delle spiagge preferite della zia. Con lo zio vengono in questa zona da più di trent’anni. Da dodici lei è costretta su una sedia a rotelle». Una, purtroppo, ordinaria storia di accesso difficoltoso da parte dei disabili che grazie a Galletti e agli articoli pubblicati dal Corriere e condivisi dal nostro sito centinaia di migliaia di volte ha avuto un primo lieto fine. Il sindaco di Santa Teresa Stefano Pisciottu ci ha confermato di aver messo a disposizione della spiaggia una carrozzina munita di ruote speciali. La prossima estate P. e G. — i due hanno preferito non svelare i loro nomi, un po’ frastornati dall’inattesa popolarità agostana — non avranno che da recarsi nel piccolo chiosco per prendere e utilizzare la sedia. Si conferma più complicata la costruzione di una passerella ad hoc, come Pisciottu ci aveva anticipato quest’estate e ribadisce oggi: «C’è qualche difficoltà perché parte del terreno non è di proprietà pubblica, ma stiamo cercando di trovare un accesso». Il Comune sembra intenzionato a provarci. Per ora di sicuro c’è che tra qualche mese, in estate, P., G. e tutta la loro famiglia non rinunceranno al mare della Sardegna. Che quando la coppia avrà voglia di andare alla Licciola potrà usare la carrozzina speciale. E che il signor P., come aveva raccontato quel torrido giorno di agosto, non la abbandona «mai».

Il comico di «Zelig» senza più una casa. (Elisabetta Montanari) Una vita passata a far ridere gli italiani, dagli anni 80 di Drive in fino a Zelig e a Made in Sud. Marco Della Noce, cabarettista reso famoso dal personaggio del meccanico delle auto da corsa Oriano Ferrari, era finito a dormire nella sua macchina. Complice la crisi, il lavoro che scarseggiava e un divorzio non proprio tranquillo. Dopo la separazione dalla seconda compagna, da cui ha avuto una figlia, Della Noce era rimasto senza casa. Con le serate che si contavano sulle dita di una mano e i cachet ridotti al minimo, non riusciva più a pagare il mantenimento dei due figli avuti dalla prima moglie. Nel frattempo, i debiti si accumulavano. Il colpo di grazia quando il conto in banca e i compensi che doveva ancora riscuotere erano stati pignorati. Dalla sera alla mattina non poteva più permettersi un affitto. È stato grazie ad alcuni amici se è riuscito comunque a andare avanti: il barista di Lissone, che lo aveva conosciuto quando era all’apice della carriera, lo ha accolto e gli è stato vicino quando dormiva in auto davanti al suo locale. L’associazione dei papà separati in Lombardia gli ha consigliato un buon avvocato e le mosse da fare per non arrendersi, visto che, con la casa, Della Noce aveva anche perso la possibilità di vedere regolarmente i figli. E poi le sue battute fulminanti, l’ironia che non gli è mai mancata anche nei momenti in cui doveva spiegare ai cronisti che sì, lui dormiva proprio lì in auto: «Ecco qui c’è il letto, la cucina, il tinello...Vedi, non perdo mai la voglia di fare le battute... Nemmeno ora che sono sulla strada» concludeva con un sorriso un po’ tirato. Quando la sua vicenda è arrivata sui media, in molti si sono fatti avanti per aiutarlo: dai suoi vecchi colleghi di Zelig, che lo hanno voluto accanto sul palco in una serata che ha fatto il tutto esaurito, fino a uno sconosciuto che gli ha concesso una casa in comodato d’uso gratuito. «Adesso sono davvero felice: sto passando il Natale con i miei figli. Certo, ho ancora molti problemi da risolvere — racconta Della Noce —. Per esempio il riscaldamento in casa non c’è, è da rifare l’impianto e io non posso permettermelo. Dormo al freddo e mi sono preso una brutta tosse». Ma qualche serata qua e là, sempre grazie ai vecchi amici, è già in programma. E il Capodanno lo passerà come ai bei tempi, recitando accanto all’attrice Anna Maria Barbera, la divertentissima Sconsolata di Zelig. E, si sa, chi lavora a Capodanno...

L'Apocalisse del nostro calcio copertina di un anno infausto. L'Italia fuori dal Mondiale, i 4 schiaffi alla Juve in Europa Male basket e volley, Ferrari bella solo a inizio stagione, scrive Sergio Arcobelli, Domenica 31/12/2017, su "Il Giornale". Il 2017 è l'anno dell'Apocalisse, su questo non v'è alcun dubbio. A mente fredda, è un fatto acclarato che la mancata qualificazione al Mondiale in Russia sia un clamoroso disastro sportivo per il nostro Paese, calciofilo se ce n'é uno, e che porterà con sé strascichi sul piano sportivo e morale e inevitabili conseguenze pure sul piano finanziario. La debacle azzurra, ahinoi, peserà a suon di milioni sulle casse dello Stato. È senza dubbio il punto più basso mai raggiunto dal pallone tricolore, sgonfiatosi in quel di San Siro sotto i colpi (e le botte) dei lungagnoni svedesi. Perché se è vero che pure sessant'anni fa l'Italia perse il treno Mondiale, è anche vero che nel 1958 in Svezia ecco, l'incubo che ritorna - alla fase finale accedevano in sedici non in trentadue come avviene adesso. Tanti, troppi i responsabili di questo fallimento: due su tutti, Ventura e Tavecchio, comandanti del Titanic azzurro affondato in una notte di novembre, un destino duro da accettare ma paventato dopo le pessime figure ai due ultimi mondiali. Soltanto che ora, per rimediare, è già troppo tardi. Di certo è la sconfitta di un intero Paese, che in estate dovrà fare a meno del pallone, ossia il passatempo che per 90 minuti scaccia via pensieri, problemi, paure che attanagliano il vivere quotidiano. Cielo tutt'altro che sereno sotto la Madonnina, dove Leonardo Bonucci e Gigio Donnarumma, in crisi di identità, sono simboli del fallimento del nuovo corso Milan - a parte la gioia nel derby in coppa Italia deciso da un gol del giovane Cutrone, che peraltro in termini di fame e grinta ad oggi vale più di tutti i giocatori strapagati nel mercato estivo - e non possono affatto sorridere dopo questo primo scorcio di campionato. Bonucci che, come Dybala, anch'egli triste e rabbuiato e di recente spesso seduto in panchina, condivide a malincuore col suo ex compagno bianconero la terribile nottata di Cardiff. Quattro ceffoni che la Signora si ricorderà a lungo. In giro per l'Europa, poi, ha incassato batoste pure l'Armani, che con Repesa ha mancato l'appuntamento con la finale scudetto. Dalle scarpette rosse agli uomini in rosso, che dire della Ferrari? Dopo un avvio scoppiettante, la seconda parte di stagione, in cui la Rossa ha giocato agli autoscontri e si è fatta fuori da sola nella lotta per il titolo iridato, è stata mortificante. E che dire di Valentino disperso per colpa dell'infortunio e dei limiti della Yamaha? Eppoi l'annus horribilis ha colpito pure Zamparini, il patron del Palermo retrocesso dalla A alla B - ma campione d'inverno nel torneo cadetto - e che si dice - avrebbe un buco nel bilancio di oltre settanta milioni di euro. Per non parlare di Sara Errani, squalificata due mesi per doping per colpa di un piatto di tortellini in brodo della mamma...Ma è stato un anno nero pure per gli sport di squadra: il basket e il volley (Gallinari e Zaytsev autoesclusi), femminile e maschile, agli Europei ha chiuso il proprio cammino ai quarti di finale; stesso percorso per Setterosa e Settebello, benché a un Mondiale. Sei squadre su sei fuori ai quarti: se non è una maledizione questa...Infine, il triste e drammatico epilogo di Usain Bolt, battuto nei suoi 100 metri dal reietto Gatlin (al centro di un ennesimo caso doping) e crollato a terra per un infortunio muscolare in staffetta proprio nell'ultima gara della carriera. Un addio da incubo.

Nell'annus horribilis del calcio, ci salviamo con il nuoto e ringraziamo Dovizioso. Ronaldo fenomeno Real, Allegri maestro, il Var la grande novità, scrive Oscar Eleni, Venerdì 29/12/2017 su "Il Giornale". Facendo le valige per l'Olimpiade invernale in Corea del Sud, sperando di poter mettere nella valigia degli azzurri il cuore di Bebe Vio e Alex Zanardi, salutiamo il 2017 del lutto calcistico, del disastro di un Paese che non riesce a fare squadra. Vedersi il mondiale in Russia senza l'Italia del pallone renderà le notti meno agitate, ma quel che resta del giorno ci dovrebbe far riflettere, cosa che purtroppo fanno in pochi come nella nostra povera Atletica. Magari trovassimo una soluzione come quella del nuoto, ma l'anno che se ne va ci ha detto che proprio non riusciamo a fare squadra. Dal basket alla pallavolo, dalla pallanuoto al rugby che perde con onore. Non ci siamo in nessuna classifica, ma almeno ci consoliamo col talento di chi sa nuotare, tirare di scherma e guidare una moto, sperando che la Ferrari non si ritiri, ma torni a vincere.

Zinedine, il vincente che ha studiato da noi. L’illusione è che Zinedine Zidane abbia imparato a fare l’allenatore vincendo e perdendo in Italia, di certo il suo viaggio nella Real casa di Madrid è stato proprio bello anche se adesso la pancia piena delle sue Merengues sembra poco adatta a ripetere nel 2018 il grande viaggio, se ne è accorto e magari riuscirà a ritrovare la squadra per un’altra Champions league ora che la Liga è ormai già andata.

Cristiano ancora d'oro. E campione di tutto. Cristiano Ronaldo si è preso tutto e davvero è l’uomo d’oro dello sport mondiale anche se in Russia il suo Portogallo sarà soltanto comparsa. Per adesso si può accontentare dei tanti regali che ha ricevuto giocando con il suo Real Madrid trovando il pallone giusto per vincere coppa, Liga e cacce nei gran premi della pelota. Resti sul campo e non si perda nella sua grande ricchezza.

Allegri ha fatto filotto. In panca è il migliore. Il tallone della Juventus per il filotto tricolore, il sesto scudetto di fila, ma nell’ultimo viaggio, anche con la «delusione» di Champions, da noi se arrivi in finale in una grande manifestazione ti trattano male per incompetenza sportiva, il vero vincitore è stato Allegri, questo livornese che finge di trovare il successo per caso, ma nella sostanza è davvero un numero uno assoluto.

Atalanta, una sorpresa figlia delle buone idee. Bello il Napoli di Sarri, ma è stata l’Atalanta di Gasperini a farci capire che se hai idee, una bella società, allora puoi sognare e andare al tavolo dei ricchi cercando di far capire che è il lavoro, dalle giovanili alla prima squadra, ad illuminare un progetto come hanno imparato anche quelli che in Europa non sapevano ci fossero i soldati della Dea a cui adesso manca soltanto una casa più adeguata.

Conte, vittoria e critiche. Nel caso ridatecelo...Dopo Ranieri l’Inghilterra ha conosciuto l’artiglio di Antonio Conte campione con il Chelsea. Se non vi va più bene restituitecelo così come ve lo abbiamo dato. Vi saluterà con la lingua che ha imparato sul campo, lottando sempre, da noi c’è bisogno di un uomo che ha studiato abbastanza per capire come si vive da ricchi, ma costruendo la sua storia fra i poveri. E sempre vincendo.

Il Var non è perfetto ma piace e fa discutere. Davanti alla video assistenza arbitrale, il VAR che dovrebbe aiutare ci stiamo già dividendo. Certo che non tutto può funzionare, certo che gli arbitri sbagliano ancora e spesso non vengono aiutati da chi sta davanti al monitor, ma almeno l’attesa del verdetto televisivo ci ha tolto qualche sciocca danza tribale di chi festeggia anche troppo, magari soltanto per aver spinto in rete una palla che andava accarezzata.

Federica sempre divina, le giovani attendano. Il capolavoro mondiale di Federica Pellegrini nella sua gara di nuoto benedetta dagli dei dello sport ci ha detto che i campioni li scopri quando tutto sembra andare male. L’avevamo lasciata nel tormento olimpico sotto il Pan di Zucchero, l’abbiamo ritrovata quando le giovani alla corte di Pentesilea pensavano di doverla soltanto omaggiare prima di batterla. Avevano sbagliato freccia.

Il nuoto italiano cresce alla scuola di Morini. Chilometri, fatica, una scuola, quella di Morini, il livornese che sa sussurrare ai grandi nuotatori, trovando il genio e la sregolatezza, scoprendo quello che neppure i suoi campioni sapevano di avere. Portare Paltrinieri oltre il regno dei 1500 metri, scoprire nel nipote Detti il mastino che non doveva soltanto essere la spalla di Ribot è stato davvero un capolavoro. Magari altri lo imitassero.

Dovizioso da applausi. Ci ha fatto sognare. Ci abbiamo creduto fino all’ultima curva, ma non siamo comunque delusi dalla Ducati e da Dovizioso che ha fatto davvero meraviglie con la sua moto. Pazienza se poi non ha vinto il mondiale, ma ce lo teniamo stretto questo cavaliere errante che ha cavalcato di fianco, spesso anche davanti, al Valentino Rossi che non cede, ma aspetta soltanto una moto che possa essere più competitiva.

Fenomeno dalla gavetta, Hamilton che campione. Ci vuole orecchio per essere davanti a tutti nella Formula uno e Lewis Hamilton è il pianista che sa interpretare meglio il potere oscuro delle grandi macchine. Magari non è il più simpatico, per arrivare dove è adesso gli hanno fatto mangiare tutto il pane duro che c’era dalle gare col Go Kart a alla Mercedes d’argento, ma quando interpreta una corsa è unico come vi diranno anche alla Ferrari.

Venezia sorprende tutti, lo scudetto del basket è suo. Nella stagione tossica del basket, minimizzato a livello di nazionale, lasciato in fondo alla classifica europea con la Milano ricca e deludente, la stella della Reyer Venezia che ha ritrovato lo scudetto vinto soltanto negli anni della guerra. Duri banchi era l’ordine per i vogatori incatenati della Serenissima, lo stesso che De Raffaele ha dato ai suoi giocatori di basket che hanno saputo vincere anche quando c’era acqua alta in Laguna.

Federer e Nadal, vecchietti incontenibili. Vecchi sarete voi. Noi, le maestà illustrissime, sappiamo come far tacere i giovani talenti, la critica petulante. Ci hanno divertito ancora lo svizzero Federer e il maiorchino Nadal. L’arte del primo, la garra del secondo. Li davamo per sperduti nel labirinto, hanno trovato il loro filo rosso e sono usciti lasciando senza parole i minotauri della nuova generazione. Pazienza se non hanno vinto tutto. State sicuri che vinceranno ancora tanto.

Hirscher danza show, a noi manca un Tomba. Tutti in Corea seguendo la stella cometa dell’austriaco che ha convertito l’Austria dei grandi liberisti al valzer dello slalom. I concerti di Hirscher stregano le platee dello sci. Ci piacerebbe avere un Tomba, un Thoeni da mandargli contro, ma non è così. Certo vederlo danzare fra i pali è una delizia nella speranza che gli austriaci si tengano campioni come lui e non cerchino quelli di confine che sono italiani. Per sempre.

Il Gatlin riabilitato divide gli appassionati. Il grande peccatore Justin Gatlin, riammesso alla super atletica anche dopo due squalifiche pesanti per doping, ci ha fatto per un po’ credere nella redenzione, ma ci ha anche diviso per l’ennesima volta. In molti non lo volevano rivedere di nuovo in pista, ma lui ci ha provato lo stesso. Peccato che poi i suoi tecnici siano stati ritrovati con le mani nel miele avvelenato facendo crescere i sospetti di tutti.

Il dolore del 2017: morti Nicky Hayden, Michele Scarponi, Stefano Salvatori e David Poisson. Giovani e giovanissimi, senatori e giornalisti: i personaggi che nelle loro discipline hanno segnato la storia e che ci hanno lasciati nell’anno che sta finendo. E poi c’è Many Clouds, scrive Maria Strada il 27 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera".

4 gennaio: Ezio Pascutti. Il 4 gennaio 2017 muore, a 79 anni, Ezio Pascutti, bandiera del Bologna, 130 reti in rossoblu, l’ala imprendibile dello scudetto. Diciassette le presenze con la maglia della Nazionale (e otto reti). La fotostoria.

18 gennaio: Mario Poltronieri. È morto all’età di 87 anni a Milano Mario Poltronieri, storica voce Rai della Formula Uno. L’ex cronista aveva cominciato come collaudatore e pilota per la Abarth. Partecipò a tre edizioni della Mille Miglia dal 1954 al 1957. Nel 1964 comincia la sua carriera di giornalista sportivo che si concentrò sui motori . Divenne dopo pochi anni commentatore dei Gran Premi prima di motociclismo e poi di automobilismo per la Rai. Dal 1971 anno della sua assunzione a tempo indeterminato in Rai fino al 1994 commentò la F1 e condusse trasmissioni tv a carattere sportivo. Dopo il pensionamento collaborò ancora con la Rai prima e con altre reti (Odeon e Eurosport su tutte).

28 gennaio: Many Clouds. Many Clouds, il cavallo che nel 2015 ha vinto il Grand National britannico (la corsa più estenuante del mondo), è morto subito dopo aver vinto una corsa a Cheltenham, nei pressi di Gloucester in Inghilterra. L’animale, 10 anni, aveva vinto in volata il Cotswold Chase ma si è accasciato subito dopo il traguardo. Soccorso dallo staff veterinario, è morto sulla pista. Aveva 10 anni.

18 febbraio: Nadija Olizarenko. L’ex campionessa olimpica degli 800 metri, oro a Mosca 1980, Nadija Olizarenko è morta sabato 18 febbraio all’età di 63 anni. La Federazione atletica ucraina ha parlato di una «lunga e seria malattia» senza fornire ulteriori dettagli. Correndo per l’Unione Sovietica Olizarenko era stata detentrice mondiale del record degli 800 metri tra l’anno olimpico e il 1983 con 1’53”43. Ai Giochi di casa aveva vinto anche il bronzo nei 1.500.

28 febbraio: Vladimir Petrov. Il leggendario attaccante del Cska Mosca e della nazionale sovietica di hockey Vladimir Petrov è morto il 28 febbraio a 69 anni per un cancro. Due volte campione olimpico, e nove volte campione del mondo, in carriera Petrov vinse 11 campionati sovietici. Petrov faceva parte della straordinaria linea d’attacco degli anni Settanta e Ottanta insieme a Valery Kharlamov e Boris Mikhailov, una linea che debuttò ai Mondiali del 1969 e che vide l’Urss trionfare nonostante due sconfitte epiche con la Cecoslovacchia. Si era pochi mesi dopo la repressione della Primavera di Praga da parte dell’Armata Rossa. Era in campo anche il 22 febbraio 1980 a Lake Placid, nella finale che gli Stati Uniti vinsero 4-3 in quello che è ricordato come il Miracle on Ice. Ritiratosi nel 1983, fu presidente della Federhockey russa dal 1992 al 1994.

02 marzo: Raymond Kopa. Raymond Kopa, ispiratore del calcio champagne della Francia, è morto il 2 marzo a 86 anni. Figlio di minatori polacchi, a sua volta minatore, Kopaszewski fu stella dello Stade Reims e del Real Madrid. Fu noto come il primo atleta a divenire holding, ad associare il suo nome a scarpe, vestiti, succhi di frutta, sigarette. Fu il 10 per eccellenza, ispiratore di «eredi» come Michel Platini e Zinedine Zidane.

10 marzo: John Surtees. John Surtees, ex pilota di auto e moto, unico al mondo a vincere il titolo mondiale sia su due che su quattro ruote in F1, è morto all’età di 83 anni. In totale nel motociclismo Surtees ha vinto sette titoli mondiali: dal 1958 al 1960 nella classe 350, nel 1956 e dal 1958 al 1960 nella classe 500. In Formula 1 ha invece corso dal 1960 (anno in cui partecipò a due gran premi, piazzandosi secondo in quello d’Inghilterra) al 1972, vincendo il titolo mondiale nel 1964 al volante di una Ferrari.

14 marzo: Luigi Mannelli. Il 14 marzo 2017 muore Luigi Mannelli, oro con il Settebello a Roma 1960. Il portiere azzurro aveva 78 anni.

16 aprile: Spartaco Landini. Il 16 aprile è morto Spartaco Landini, dirigente sportivo, allenatore di calcio ed ex calciatore. Aveva 73 anni ed era malato da tempo. Giocò come difensore dell’Inter dal 1962 al 1971 (era la Grande Inter di Helenio Herrera) e fu uno storico dirigente del Genoa. Per lui quattro partite con la Nazionale, compresa la «sciagurata» Corea del Nord, nel 1966.

21 aprile: Ugo Ehiogu. Il 44enne, tecnico della Primavera del Tottenham, è morto in seguito a un arresto cardiaco dopo essersi sentito male in allenamento la sera del 20 aprile. Da giocatore aveva militato, fra l’altro, anche nell’Aston Villa (oltre 300 presenze e una Coppa di Lega) e nel Middlesbrough, oltre che nel West Bromwich Albion, nel Leeds nei Glasgow Rangers e nello Sheffield United, fu quattro volte in Nazionale.

22 aprile: Michele Scarponi. L’Aquila di Filottrano, ciclista professionista dal 2002, vincitore del Giro d’Italia 2011 e grande gregario di Vincenzo Nibali, è morto il 22 aprile 2017 investito da un furgone mentre si allenava vicino a casa. È stato ricordato come il volto sorridente del ciclismo. La sua carriera. Due giorni dopo, un altro ciclista morirà per una caduta in allenamento: il 21enne Chad Young.

07 maggio: Jorge Cyterszpiler. Ex procuratore di Diego Armando Maradona, è morto suicidandosi dal settimo piano di un appartamento di Puerto Maduro. Aveva 59 anni. Il Pibe De Oro e il procuratore: le tante facce di Dieguito.

22 maggio: Nicky Hayden. Il 17 maggio il campione statunitense del motomondiale, Nicky Hayden, viene investito da un’auto mentre si allena in bicicletta vicino a Misano Adriatico. Muore in ospedale a Cesena cinque giorni dopo. Aveva 35 anni. La fotostoria di «Kentucky Kid». Il giorno successivo, nello stesso ospedale, muore anche la triathleta tedesca Julia Viellehner, investita in montagna nel forlivese il 15 maggio. Aveva 31 anni.

06 giugno: Giuliano Sarti. Lutto nel mondo del calcio: è scomparso a 83 anni, nella sua casa di Firenze, Giuliano Sarti. Nato a Castello d’Argile il 2 ottobre 1933 e considerato uno dei migliori portieri nella storia del calcio italiano, ha trascorso i migliori anni della propria carriera con le maglie di Fiorentina e Inter, conquistando complessivamente 3 scudetti, una Coppa Italia, 2 Coppe dei Campioni, 2 Coppe Intercontinentali e una Coppa delle Coppe, oltre ad una Coppa Grasshoppers.

26 giugno: Felicino Riva. L’ex presidente del Milan Felice Riva, imprenditore che a metà degli anni ‘60 aveva Milano ai suoi piedi ma che bruciò tutto in spericolate operazioni finanziarie che lo fecero passare prima per il carcere (per poco) e poi per mezzo Medio Oriente in fuga da un mandato di cattura internazionale, è morto a Camaiore.

23 luglio: Valdir Peres. Il 23 luglio scompare a 66 anni Valdir Peres, il portiere brasiliano che, tra l’altro, fu protagonista ai Mondiali 1982 (subendo la tripletta di Paolo Rossi).

04 agosto: Angel Nieto. Angel Nieto, pluricampione del mondo di motociclismo, 70 anni, era rimasto vittima di un incidente stradale il 26 luglio, mentre era alla guida di un quad. L’ex campione spagnolo aveva riportato gravi ferite alle testa. Le condizioni del vincitore di 13 titoli mondiali si erano improvvisamente aggravate nelle prime ore di giovedì.

07 agosto: Betty Cuthbert. Il 7 agosto muore a 79 anni Betty Cuthbert, australiana, l’unica atleta capace di vincere i titoli olimpici nei 100, 200 e 400 metri (e nella 4x100). Debuttò e vinse, da adolescente, alle Olimpiadi di Melbourne del 1956. Partecipò alla cerimonia di inaugurazione di Sydney 2000 nonostante la sclerosi multipla.

08 agosto: Mattia Dall’Aglio. Tragedia nel nuoto azzurro: è morto a 24 anni mentre si stava allenando da solo in palestra, sollevando pesi, Mattia Dall’Aglio. E’ accaduto in una palestra di Modena, a trovare il corpo dell’azzurro un vigile del fuoco. Da chiarire le cause del decesso, che potrebbe essere avvenuto per un infarto. Classe 1993, specialista nello stile libero, aveva partecipato alle Universiadi del 2015 in Corea.

21 agosto: Guido Rossi. Il giurista, 86 anni, guidò la Consob, la Montedison, la Telecom ma è ricordato anche per essere stato commissario Figc dopo Calciopoli (tra le polemiche, dato che era stato dirigente dell’Inter).

18 settembre: Eugenio Bersellini. Il 18 settembre muore a 81 anni il «sergente di ferro» Eugenio Bersellini: aveva guidato l’Inter allo scudetto del 1980 e vinto anche due Coppa Italia.

20 settembre, Jake «Toro Scatenato» LaMotta. Il Toro del Bronx, uno dei migliori pesi medi di sempre, aveva 95 anni ed è morto di polmonite. L’annuncio dato dalla figlia Christi. Nel 1980 il film di Scorsese con Robert De Niro nei panni del pugile.

08 ottobre: Aldo Biscardi. È morto a Roma Aldo Biscardi, giornalista e conduttore televisivo noto per la conduzione del programma televisivo «Il processo del Lunedì». Nato a Larino (Campobasso), Biscardi avrebbe compiuto 87 anni tra poco più di un mese.

29 ottobre: Gino Bacci. Lutto, il 29 ottobre, nel mondo del giornalismo sportivo. Muore a 80 anni Gino Bacci, il livornese firma prestigiosa di Tuttosport, della Rai e delle tv private.

01 novembre: Stefano Salvatori. È morto in Australia ad appena 49 anni Stefano Salvatori, ex centrocampista di Milan (vinse la Coppa Campioni 1990), Fiorentina, Parma e Hearts of Midlothian. A darne notizia è proprio il club scozzese dove Salvatori ha giocato a fine anni Novanta, contribuendo alla storica conquista della Coppa di Scozia dopo un’attesa di 42 anni.

06 novembre: Denis André Dasoul. Il calciatore belga Denis André Dasoul, 34 anni, ex Perugia e Foggia, è morto a Bali colpito da un fulmine mentre stava facendo surf, attività alla quale si era dedicato dopo aver lasciato il calcio.

13 novembre: David Poisson. Tragedia in discesa libera: il francese David Poisson, 35 anni, cade e muore in allenamento in Canada.

20 novembre: Jana Novotna. La tennista ceca, 49 anni, si è arresa dopo una lunga battaglia contro il cancro. Nel suo palmarès ci sono la vittoria nel singolare femminile al torneo di Wimbledon 1998, una medaglia d’argento nel doppio alle olimpiadi di Seul del 1988 e un bronzo nel singolo ad Atlanta ‘96. Sempre a Wimbledon è stata finalista nel ‘93 e ‘97 perdendo da Steffi Graf e Martina Hingins. Arrivò in finale anche agli Australian Open del ‘91 sconfitta da Monica Seles. In carriera era salta fino al secondo posto del ranking mondiale. Nel 2005 è stata inserita nella International tennis hall of fame.

07 dicembre: Max Burkhart. Ancora uno schianto nello sci. E ancora un morto. A meno di quattro settimane dal decesso del francese David Poisson, che il 13 novembre nel corso degli allenamenti a Nakiska si è infilato sotto le rete impattando contro un albero, il Canada torna teatro di un incidente fatale: il 17 enne tedesco Max Burkhart si è spento a causa di una caduta avvenuta il 5 dicembre, a Lake Louise in occasione di una prova del circuito Nor-Am.

I morti nel 2017, scrive Panorama il 26 dicembre 2017. Attraverso un'immagine del loro volto diamo l'addio alle personalità celebri scomparse nel corso dell'anno. Chi ci ha lasciato nel 2017:

Gualtiero Marchesi, cuoco e gastronomo, 87 anni (19 marzo 1930 - 26 dicembre 2017)

Heather Menzies, attrice, 68 anni (3 dicembre 1949 - 24 dicembre 2017)

Bernard Francis Law, cardinale che coprì i pedofili, 86 anni (4 novembre 1931 - 20 dicembre 2017)

Altero Matteoli, politico, 77 anni (8 settembre 1940 - 18 dicembre 2017)

Everardo Dalla Noce, giornalista e radiocronista, 89 anni (15 agosto 1928 - 12 dicembre 2017)

Lando Fiorini, cantante, 79 anni (27 gennaio 1938 - 9 dicembre 2017)

Johnny Hallyday, cantante e attore, 74 anni (15 giugno 1943 - 6 dicembre 2017)

Jean d'Ormesson, scrittore, 92 anni (16 giugno 1925 - 5 dicembre 2017)

Slobodan Praljak, criminale di guerra, 72 anni (2 gennaio 1945 - 29 novembre 2017)

Alessandro Leogrande, scrittore e giornalista, 40 anni (1977 - 26 novembre 2017) 

Charles Manson, criminale, 87 anni (12 novembre 1934 - 19 novembre 2017)

Jana Novotná, tennista, 49 anni (2 ottobre 1968 - 19 novembre 2017)

Malcolm Young, chitarrista, 64 anni (6 gennaio 1953 - 18 novembre 2017)

Azzedine Alaïa, stilista, 77 anni (26 febbraio 1940 - 18 novembre 2017)

Luis Bacalov, pianista, 84 anni (30 agosto 1933 - 15 novembre 2017)17)

Ray Lovelock, attore, 67 anni (19 giugno 1950 - 10 novembre 2017)

Richard Gordon (al centro), astronauta, 88 anni (5 ottobre 1929 - 6 novembre 2017)

Fats Domino, cantautore e pianista, 89 anni (26 febbraio 1928 - 24 ottobre 2017)

Max Pfister, linguista (21 aprile 1932 - 21 ottobre 2017)

Daphne Caruana Galizia, giornalista e blogger (26 agosto 1964 - 16 ottobre 2017)

Jean Rochefort, attore, 87 anni (29 aprile 1930 - 9 ottobre 2017)

Aldo Biscardi, conduttore televisivo, 86 anni (26 novembre 1930 - 8 ottobre 2017)

Anne Wiazemsky, attrice e scrittrice, 70 anni (14 maggio 1947 - 5 ottobre 2017)

Tom Petty, cantante e chitarrista, 66 anni (20 ottobre 1950 - 2 ottobre 2017)

Hugh Hefner, editore fondatore di Playboy, 91 anni (9 aprile 1926 - 27 settembre 2017)

Charles Bradley, cantante soul e R&B, 68 anni (5 novembre 1948 - 23 settembre 2017)

Liliane Bettencourt, imprenditrice, 94 anni (21 ottobre 1922 - 21 settembre 2017)

Jake LaMotta, pugile, 96 anni (10 luglio 1921 - 19 settembre 2017)

Len Wein, fumettista, 69 anni (12 giugno 1948 - 10 settembre 2017)

Gastone Moschin, attore, 88 anni (8 giugno 1929 - 4 settembre 2017)

Walter Becker, chitarrista, 67 anni (20 febbraio 1950 - 3 settembre 2017)

Mireille Darc, attrice, 79 anni (15 maggio 1938 - 28 agosto 2017)

Nanni Svampa, cantautore, 79 anni (28 febbraio 1938 - 26 agosto 2017)

Guido Rossi, avvocato, ex presidente Consob e commissario Figc, 86 anni (16 marzo 1931 - 21 agosto 2017)

Jerry Lewis, comico e attore, 91 anni (16 marzo 1926 - Las Vegas, 20 agosto 2017)

Gero Caldarelli, mimo e attore, 74 anni (24 agosto 1942 - 20 agosto 2017)

Dionigi Tettamanzi, cardinale, 83 anni (14 marzo 1934 - 5 agosto 2017)

Bruno Canfora, direttore d'orchestra e compositore, 92 anni (6 novembre 1924 - 4 agosto 2017)

Jeanne Moreau, attrice e cantante, 89 anni (23 gennaio 1928 - 31 luglio 2017)

Sam Shepard, attore e scrittore, 73 anni (5 novembre 1943 - 27 luglio 2017)

Giovanni Bianchi, politico, 77 anni (19 agosto 1939 - 24 luglio 2017)

Giuseppe, detto Pino, Pelosi, condannato per la morte di Pasolini, 59 anni (28 giugno 1958 - 20 luglio 2017)

Chester Bennington, musicista e cantante, 41 anni (20 marzo 1976 - 20 luglio 2017)

George A. Romero, regista, 77 anni (4 febbraio 1940 - 16 luglio 2017)

Liu Xiaobo, attivista, premio Nobel per la pace, 61 anni (28 dicembre 1955 - 13 luglio 2017)

Elsa Martinelli, attrice e modella, 82 anni (30 gennaio 1935 - 8 luglio 2017)

Paolo Villaggio, attore, 84 anni (30 dicembre 1932 – 3 luglio 2017)

Simone Veil, politica, 89 anni (13 luglio 1927 - 30 giugno 2017)

Michael Nyqvist, attore, 56 anni (8 novembre 1960 – 27 giugno 2017)

Paolo Limiti, conduttore TV, 77 anni (8 maggio 1940 – 27 giugno 2017)

Stefano Rodotà, giurista, 84 anni (30 maggio 1933 – 23 giugno 2017)

Carla Fendi, stilista, 80 anni (1937 - 20 Giugno 2017)

John G. Avildsen, regista, 81 anni (21 dicembre 1935 – 16 giugno 2017)

Helmut Kohl, politico, 87 anni (3 aprile 1930 – 16 giugno 2017)

Anna Maria Gambineri, annunciatrice TV, 81 anni (22 marzo 1936 – 31 maggio 2017)

Reinhold Hanning, ex guardia SS, 95 anni (28 dicembre 1921 – 30 maggio 2017)

Gregg Allman, musicista, 69 anni (8 dicembre 1947 – 27 maggio 2017)

Laura Biagiotti, stilista, 73 anni (4 agosto 1943 – 26 maggio 2017)

Giovanni Bignami, fisico, 73 anni (10 aprile 1944 - 24 maggio 2017)

Credits: ANSA/ STEFANO PORTA - Foto del 9/12/2013

Roger Moore, attore, 89 anni (14 ottobre 1927 – 23 maggio 2017)

Nicky Hayden, pilota di superbike, 35 anni (30 luglio 1981 – 22 maggio 2017)

Stanislav Petrov, militare russo che nel 1983 scongiurò un conflitto mondiale (9 settembre 1939 - 19 maggio 2017)

Daniele Piombi, conduttore TV, 83 anni (14 luglio 1933 – 18 maggio 2017)

Chris Cornell, cantante, 52 anni (20 luglio 1964 – 17 maggio 2017)

Robert Miles, dj, 47 anni. (3 novembre 1969 – 10 Maggio 2017)

Valentino Parlato, giornalista, 86 anni (7 febbraio 1931 – 2 maggio 2017)

Rino Zurzolo, musicista, 59 anni (14 giugno 1958 – 30 aprile 2017)

Jonathan Demme, 73 anni, regista (22 febbraio 1944 – 26 aprile 2017)

Credits: Kevin Winter/Getty Images - Foto del 13/09/2016

Robert M. Pirsig, scrittore, 88 anni (6 settembre 1928 – 24 aprile 2017)

Credits: Wikimedia/Ian Glendinning (GNU FDL) - Foto del 7/07/2005

Erin Moran, attrice, 56 anni (18 ottobre 1960 – 22 aprile 2017)

Credits: Frazer Harrison/Getty Images - Foto del 18/06/09

Gianni Boncompagni, autore e regista televisivo, 84 anni (13 maggio 1932 – 16 aprile 2017).

Piero Ottone, giornalista, 92 anni (3 agosto 1924 – 16 aprile 2017).

Allan Holdsworth, musicista, 70 anni (6 agosto 1946 – 15 aprile 2017).

Giovanni Sartori, politologo, 92 anni (13 maggio 1924 – 1° aprile 2017).

Fausto Mesolella, musicista, 64 anni (17 febbraio 1953 – 30 marzo 2017)

Giacomo Vaciago, economista, 74 anni (13 maggio 1942 – 24 marzo 2017)

Cino Tortorella, presentatore televisivo, 89 anni (27 giugno 1927 – 23 marzo 2017)

Tomas Milian, attore, 84 anni (3 marzo 1933 – 22 marzo 2017)

Martin McGuinness, ex comandante dell'IRA, 66 anni (23 maggio 1950 – 21 marzo 2017)

Alfredo Reichlin, partigiano e politico, 91 anni (26 maggio 1925 – 21 marzo 2017)

David Rockefeller, banchiere, 101 anni (12 giugno 1915 - 20 marzo 2017).

Derek Walcott, poeta, 87 anni (23 gennaio 1930 – 17 marzo 2017)

Danilo Mainardi, etologo, 83 anni (25 novembre 1933 - 8 marzo 2017)

Leone di Lernia, cantante, 79 anni (18 aprile 1938 – 28 febbraio 2017)

Fabiano Antoniani, detto Dj Fabo, 40 anni (9 febbraio 1977 - 27 febbraio 2017)

Bill Paxton, attore, 61 anni (17 maggio 1955 – 25 febbraio 2017)

Seijun Suzuki, regista, 94 anni (24 maggio 1923 – 13 febbraio 2017)

Kim Jong-nam, fratellastro del dittatore nordcoreano Kim Yong-un, 36 anni (10 giugno 1970 – 13 febbraio 2017)

Pasquale Squitieri, regista, 78 anni (27 novembre 1938 - 18 febbraio 2017)

Jannis Kounellis, scultore e pittore, 80 anni - (23 marzo 1936 - 16 febbraio 2017)

Massimo Fagioli, psichiatra, 85 anni (19 maggio 1931 - 13 febbraio 2017)

Al Jarreau, musicista, 76 anni (12 marzo 1940 – 12 febbraio 2017)

Tzvetan Todorov, filosofo, 77 anni (1º marzo 1939 – 7 febbraio 2017)

Predrag Matvejevic, scrittore, 84 anni (7 ottobre 1932 - 2 febbraio 2017)

John Wetton, musicista, 67 anni (12 giugno 1949 – 31 gennaio 2017)

Mary Tyler Moore, attrice, 80 anni (29 dicembre 1936 – 25 gennaio 2017)

Gerardo Marotta, avvocato e filosofo, 89 anni (26 aprile 1927 – 25 gennaio 2017)

Miguel Ferrer, attore, 61 anni (7 febbraio 1955 – 19 gennaio 2017)

Mario Poltronieri, giornalista, 87 anni (23 novembre 1929 – 18 gennaio 2017)

Gene Cernan, astronauta, 82 anni (14 marzo 1934 – 16 gennaio 2017)

Teresa Ann Savoy, attrice, 62 anni (18 luglio 1955 – 9 gennaio 2017)

Zygmunt Bauman, filosofo, 91 anni (19 novembre 1925 – 9 gennaio 2017)

Akbar Hashemi Rafsanjani, politico iraniano, 82 anni (25 agosto 1934 – 8 gennaio 2017)

Tullio De Mauro, linguista, 84 anni (31 marzo 1932 – 5 gennaio 2017)

Georges Prêtre, direttore d'orchestra, 92 anni (14 agosto 1924 – 4 gennaio 2017)

Niki Giustini, comico, 52 anni (10 settembre 1964 – 4 gennaio 2017)

John Berger, critico d'arte e pittore, 90 anni (5 novembre 1926 – 2 gennaio 2017)

Derek Parfit, filosofo, 74 anni (11 dicembre 1942 – 1 gennaio 2017)

Ci hanno lasciato con il loro “politicamente scorretto”, scrive l'1/01/2018 "Il Giornale". Il 2017 è finito e in questo anno ci hanno lasciato alcuni grandi personaggi della cultura e dello spettacolo. Leggete cosa dissero prima di andar via.

Squitieri stracult: De Sica mi diede 2 milioni. È successo che è morta l’ideologia, non ci sono più comunisti, fascisti, democristiani… siamo in una società di mercato in cui l’utile ha vinto su tutto. Gli incassi del cinema italiano fanno ridere, non sollevano di un millimetro il silenzio. Il cinema si fa se c’è qualche buona idea, mentre il cinema che stanno facendo adesso è una scopiazzatura penosa dei vecchi temi del cinema italiano. 

Tomas Milian, poesia dell’antieroe con la pistola in mano. Il barbone folto, nero. I capelli ricci corvini, come una donna greca. Pippo Baudo parlava con Tomas Milian. E lui, senza matita nera sugli occhi e, soprattutto, senza la voce che lo ha reso immortale, quella di Ferruccio Amendola, parlava una lingua meravigliosa: il romano. 

Paolo Villaggio: “Penso che il Papa non creda in Dio”. La prima domanda la fa Villaggio: “Lei quanti anni ha?” Rispondo: “Quaranta”. Villaggio: “Pensi che una volta a quarant’anni si era a metà strada, oggi voi iniziate la strada! Anche perché è aumentato il numero dei vecchi che non mollano. L’Italia si è trasformata, da Paese ricco a Paese povero. I quarantenni hanno difficoltà notevoli. Mi faccia pure le domande”. 

Boncompagni: “Fucilerei Don Matteo, carcere a Montalbano!” Gianni Boncompagni è così. Prendere o lasciare. Quando mi apre la porta di casa mette subito le mani avanti: “Sono curioso di questo interessamento da parte de Il Giornale, io sono sempre stato comunista. . Adesso ho pure una rubrica sul Fatto quotidiano”. 

Ray Lovelock, quell’anglo-romano che amava scattare sulla fascia. Inglese nella signorilità, italiano nella cordialità, americano nei personaggi da duro che incarnava. L’essenza di Ray Lovelock si potrebbe racchiudere in questa virtuosa mescolanza tra le migliori virtù di tre popoli […] L’altra sua grande passione fu sempre il calcio. Tifosissimo della Lazio, è stato per anni indefesso animatore delle iniziative della Nazionale ItalianAttori. 

Squitieri Cult: De Sica mi diede 2 milioni, scrive il 18/02/2017 Edoardo Sylos Labini su "Il Giornale".  Riproponiamo ai lettori di OFF l’intervista cult al grande regista Pasquale Squitieri, che si è spento in questi giorni all’ospedale Villa San Pietro di Roma.Dopo un incidente stradale e gli effetti di una feroce malattia, che lo stava costringendo a curarsi quotidianamente, Squitieri è stato privato, a causa di un’antica condanna per peculato, del vitalizio, in qualità di ex senatore, e ora anche dell’assicurazione medica. Il Giornale OFF esprime le più sincere condoglianze a tutta la sua famiglia.

«Ero praticante giornalista a Paese Sera e in un turno di notte arriva una telefonata, un signore che cercava lavoro minacciava da più di 12 ore di gettarsi dal Colosseo; mi precipito e mi informo, era il 1958. C’era una folla infernale: il Sindaco di Roma, psicologi, giornalisti, curiosi… e c’era anche Cesare Zavattini, uno dei più grandi scrittori italiani, uno dei più famosi sceneggiatori di cinema. Nel buio pesto mi inerpico per raggiungere quel disgraziato, mi presento e gli dico: “Sono di Paese Sera, se scendi ti faccio un’intervista, se non scendi me ne vado perché fa un freddo del diavolo!”. Lui scende, nella meraviglia di tutti quelli che da ore gli chiedevano la stessa cosa. Zavattini rimase sbalordito dalla semplicità con cui avevo tirato giù quel signore dal Colosseo, si creò tra noi un’empatia. Il giorno seguente lo incontrai nel suo studio sulla Nomentana e gli dissi che volevo fare il regista, che avevo lavorato per molto tempo con Francesco Rosi, anche in teatro, e che avevo scritto un copione cinematografico, Io e Dio. Zavattini lo trattenne per leggerlo. Dopo tre giorni arrivò in redazione una telefonata di Vittorio De Sica, che mi invitò nella sua casa all’Aventino per parlarne. Stava girando I girasoli in Unione Sovietica. Mi disse che il mio film era bellissimo, ma nessuno me l’avrebbe mai fatto fare. De Sica mi chiese quanto mi serviva – io non avevo idea dei costi di produzione, gli dissi 10 milioni di lire – lui mi portò nella sua banca, mi diede 2 milioni in contanti e mi chiese: “Ce la fai per cominciare?”».

Oggi non tutti hanno la fortuna di avere un grande maestro che punta su un talento: che cosa deve fare un giovane filmmaker per puntare in alto?

«Nei miei quarant’anni di carriera nel cinema ho provato ad aiutare i miei aiuto registi, ci sono riuscito due volte. Solo che all’epoca il cinema era nelle mani dei privati. Appena è arrivato lo Stato è arrivata la spartizione politica di questo capitale. Per l’ultimo film che ho girato ho dovuto chiedere i fondi al Ministero, non potevo chiederli a un Vittorio De Sica, perché senza il contributo statale non avrei la distribuzione. E i contributi statali vengono dati a seconda delle collocazioni politiche, del nome… pensa che io, che ormai sono vecchio e ho alle spalle venti film, ogni volta per fare un film devo ricominciare tutto da capo. Questo ‘cinema di Stato’ ha allontanato completamente gli autori; quei pochi che riescono a fare qualcosa di buono lo fanno per la televisione, oggi la fiction ha vinto sul grande schermo, sul cinema tradizionale. E siamo massacrati, anche in tv, dalle produzioni tedesche, francesi, americane, giapponesi, perfino cinesi! Non c’è spinta culturale, emotiva, non c’è più niente».

Sei un regista “politicamente scorretto”, hai sempre fatto dell’impegno e della denuncia civile il succo del tuo cinema. Penso al tuo film Claretta e a uno spettacolo teatrale, un atto unico di qualche anno fa, Piazzale Loreto… Che cosa sta succedendo nella società civile italiana?

«È successo che è morta l’ideologia, non ci sono più comunisti, fascisti, democristiani… siamo in una società di mercato in cui l’utile ha vinto su tutto. Gli incassi del cinema italiano fanno ridere, non sollevano di un millimetro il silenzio. Il cinema si fa se c’è qualche buona idea, mentre il cinema che stanno facendo adesso è una scopiazzatura penosa dei vecchi temi del cinema italiano. Poi qualcuno c’è, Marco Bellocchio è sempre un grande regista, ma si deve buttare su temi come il fascismo, lui che viene da tutto un altro tipo di cultura cinematografica… deve utilizzare temi che siano comprensibili per gli spettatori, solo che lo fa con un ritardo mostruoso! Io Claretta l’ho fatta nel 1984! Il film che sto per iniziare riguarda un argomento attualissimo, la trasformazione dell’uomo in immagine di sé, il dualismo di Platone: l’apparire è meglio dell’essere? C’è chi è condannato all’ergastolo perché una telecamera l’ha ripreso mentre pisciava in un angolo della strada, oppure ci sono altri personaggi che vivono ricchissimi perché il loro apparire è molto meglio del loro essere reale, c’è una regia, ci sono le luci, le belle donne… personaggi che realmente sono dei poveracci, ma la loro rappresentazione è molto meglio della realtà».

Ci hai raccontato il tuo episodio OFF, era legato a una persona che si voleva suicidare. Come ti spieghi i suicidi di Monicelli e di Lizzani?

«Con la chiusura di un ciclo culturale. Io li ho capiti benissimo. Lizzani ha fatto il suo ultimo film su una mia sceneggiatura. Siamo stati molto vicini, anche se politicamente eravamo molto lontani. Con la morte dei grandi – Federico, Michelangelo, De Santis – è tutto un ciclo culturale formidabile… in presenza di Bolognini e di altri grandissimi eravamo delle comparse, però assimilavamo! De Sica un giorno mi disse: “Pasqualino, ricordati che esistono due tipi di registi: quelli che copiano bene e quelli che copiano male”. In questo ciclo bellissimo del cinema italiano ci siamo copiati a vicenda, come faccio a dire di non aver copiato, ne Il Prefetto di ferro, alcune inquadrature di Pietro Germi nel film In nome della legge? Lui, a sua volta, le prendeva da John Ford… erano vasi comunicanti, era un dare, avere, riprendere… Ora chi vuoi copiare? Papaleo? Il cinema non esiste quasi più, tant’è vero che gli americani stanno facendo tutto cinema impostato sul grande Disney, che ha inventato un altro modo di fare cinema, escludendo l’attore. Da noi si è spento un genere perché non l’abbiamo alimentato».

Tomas Milian, poesia dell’antieroe con la pistola in mano, scrive il 23/03/2017 Emanuele Ricucci su "Il Giornale". Nel giorno in cui il grande Rey Lovelock ci ha lasciati, ecco il profilo di un altro grande attore, suo amico e collega, protagonista del cinema italiano. È una tragedia vedere Starsky e Hutch – Paul Michael Glaser e David Soul – canuti quasi estinti, anche loro. Uno che spinge la carrozzella dell’altro. Straziante indurimento della nostalgia del presente. Che torna a colpire, subito. Pensare a Bud Spencer come un goffo cherubino. Aver salutato Cannavale e Lechner, e poi Toffolo, Albertazzi. Ripensare all’infanzia. Ricordare, per poi poter solo immaginare. Lo sentivo che stava per crepare anche lui. E disturbato, ero andato a cercarlo. Quasi me lo sentivo. Così, mi ero andato a ricercare una sua lontana intervista, in Rai. Ero andato a ricordare, a rasserenarmi, vigliaccamente a pensare che quel tempo non finisse mai. Quando avevi un nonno che ti prendeva sulle gambe e rideva quando un buffo tizio vestito con la tuta da meccanico, come un arlecchino, con le spillette sul cappello, tirava uno sberlone in testa ad un impacciato malandra romano che girato di spalle chiedeva: “chi è?” e si sentiva rispondere: “so’ l’anima de li mortacci tua!”. Il barbone folto, nero. I capelli ricci corvini, come una donna greca. Pippo Baudo parlava conTomas Milian. E lui, senza matita nera sugli occhi e, soprattutto, senza la voce che lo ha reso immortale, quella di Ferruccio Amendola, parlava una lingua meravigliosa: il romano. Che è il blues di chi viene da niente e ha il cuore enorme. Che è poesia della scanzonatezza, la cadenza della furbizia, da Rugantino a Tomas Milian. Certo, il suo era un romano accennato, che si mischiava con l’italiano e qualche caduta anglo-spagnola. Perché Milian, o meglio Tomás Quintín Rodríguez Milián, era cubano. Era figlio di un generale alla corte di Machado, prima che Batista gli sottrasse il potere. Prima che, tornato dall’esilio impostogli dal rovesciamento di fronte, il padre Tomás gli si ammazzasse davanti agli occhi. Un figlio di un popolo che canta, come poteva non finire a Roma, dove parlare è cantare, e muovere la mascella, agitare le mani e le braccia, e fermarsi a bocca aperta, davanti al Colosseo e alla Colonna Traiana, come anche alla fine di un lungo insulto rivolto a qualcuno, è la normalità. Baudo incalzava Milian, che ricordava semplicemente di essere uno venuto dal nulla. Che aveva fatto l’imbianchino a New York. Venuto dal nulla, ma mai che non fosse nulla, nei suoi personaggi, apparentemente gretti, vuoti, sterili, farseschi. Che fosse Nico Giraldi, il poliziotto, da giovanotto un piccolo malavitoso, o Sergio Marazzi, per tutti er Monnezza, oppure un pistolero degli spaghetti Western, Milian era tra le braccia dei più grandi a riempire i contorni di una commedia che tra un vaffanculo e l’altro trovava sempre la sua redenzione: il criminale poteva crescere e capire, come il maresciallo Nico; il criminale era uno che interpretava la strada e in ogni schiaffo che riceveva c’era una morale; era un burbero che perdeva sempre, ovunque fosse, sarebbe stato trovato e condannato, perché il bene, tra un ceffone e una rivoltellata, vinceva sempre, perché il carisma dell’uomo che non si nega a se stesso, e la virilità, vincevano sempre. Era tra le braccia dei grandi, Milian, tra quelle di Cocteau, con cui iniziò tutto nella sua Italia – una pantomima al Festival di Spoleto del ’59 -, così come quelle di Bruno Corbucci, Bernardo Bertolucci, Michelangelo Antonioni – con cui riscoprì il senso della drammaticità -, Alberto Lattuada, Luchino Visconti e Mauro Bolognini, che per primo credette in lui quando arrivò nello Stivale con appena qualche dollaro in tasca. Registi mitologici, che Dio li benedica per aver dato un’immagine al tempo. E poi Broadway, gli States, quelli della fuga da ragazzino e quelli della maturità cinematografica, con Tony Scott, Oliver Stone, Steven Spielberg, Steven Soderbergh e tanti altri. Sembrava nulla. Ma Milian, e il mondo dei suoi personaggi, è una terzina del Belli letta con un sigaro in bocca, all’ombra di un bar di Campo de’ Fiori, durante la primavera, ritratto in un angolo, mentre il vociare del mercato sovrasta tutto. Un’ indimenticabile e piacevole trasgressione. Un cinema sporco e sudato. Romanticamente espressivo. Antieroico - mai paladino, ma bandito o criminale convertito -, erotico. Maschio. Un buono tra cattivi bonaccioni, in un’epoca in cui una “buona” contestazione, significava un’ottima carriera: “«Non sopporto quelli che si proclamano rivoluzionari, che parlano sempre dell’eversione e poi finiscono per non fare nulla. Non solo, ma si recano alla dimostrazione sulla bella auto di papà e d’estate sospendono le agitazioni perché devono andare al mare, sono contestatori questi?». «Non ha paura a proclamare queste idee?». «E perché? Uno deve fare la propria scelta di vita. Perché mi devo mettere a fare l’arrabbiato, l’impegnato? Forse perché va di moda? Io non voglio scendere a questi espedienti. Se il pubblico mi vuole, mi deve accettare come sono. Almeno avranno la sicurezza che sono sincero, che non prendo in giro», come disse in un’intervista nel 1971, lo stesso in cui Pablo Neruda vince il Nobel per la Letteratura, lo stesso in cui viene reso noto all’Italia il tentativo di Golpe da parte di Junio Valerio Borghese del dicembre dell’anno precedente. Fa male realizzare. Realizzare che la poesia di un tempo s’è persa nel vento, mentre cadono uno dopo l’altro i punti di riferimento. Tutti. Disincantata, possibile, comica, rasserenante. Versi versati, come lacrime, sorridendo, nel nuovo che avanza e che a forza di avanzare rischia di marcire. Che ti fa, per un po’, dimenticare il mito, quello che ogni tanto vai a ricercare per sentirti sicuro che quel tempo non passerà mai, per sentirti rasserenato e, a suo modo, legato ancora al ricordo proprio di quel tempo meraviglioso. Ma alla fine è giusto così: il cappello del mito è l’eternità. Già elegante ed affascinante di per sé. E l’eternità non si costruisce solo in vita, si sancisce con la morte. Proprio come accade per questo Paese morente, che nella musealizzazione inquietante di se stesso, va a cercare il suo volto da giovane, la sua identità, nel tempo che fu, l’ultima Italia. Che vive nel mito di se stessa. La rende un museo, e ci va tutte le domeniche di crisi. Gli italiani ci portano la famiglia a vedere Craxi, Totò, il Totocalcio, Macario, il mare pulito, il pesce fresco, Pavarotti, le cozze a Taranto mangiate crude, il mondiale ’82, il grande Milan e il Festivalbar. Guarda com’eravamo. Forse saremo eterni, altrimenti, “so’ uccelli aspri. E che vor dì a ispetto’? Che so’ cazzi amari!”.

“Penso che il Papa non creda in Dio”, scrive l'1/08/2017 Francesco Sala su "Il Giornale". In piena estate non ci arrendiamo al gossip. Per questo proponiamo ai lettori di OFF le nostre migliori interviste cult in uno speciale estivo che vi porterà a conoscere i retroscena dei più noti personaggi dello spettacolo, del cinema, e della cultura italiana. La prima domanda la fa Villaggio: “Lei quanti anni ha?” Rispondo: “Quaranta”. Villaggio: “Pensi che una volta a quarant’anni si era a metà strada, oggi voi iniziate la strada! Anche perché è aumentato il numero dei vecchi che non mollano. L’Italia si è trasformata, da Paese ricco a Paese povero. I quarantenni hanno difficoltà notevoli. Mi faccia pure le domande”.

Un episodio OFF della sua carriera?

«Le interessa il racconto di quando Fabrizio De André per scommessa si mangiò un topo? Di notte, da ragazzi, andavamo a casa di uno che era paralizzato e che noi chiamavamo benevolmente “il paralitico”. Si andava da questo signore che aveva una porta-finestra che dava su un giardinetto fetido. Notte di tregenda. Io, Fabrizio e Gigi Rizzi, l’unico benestante. C’erano anche due ragazze bruttine. L’unico che aveva delle belle donne era Gigi Rizzi che era anche l’unico con dei soldi, si figuri era stato con la Bardot! Sentiamo un raspìo alla porta-finestra in legno…Vediamo un gatto nero che si erge sulle zampe, si alza e vomita un grosso topo. Urla di orrore dei presenti. Fabrizio, aveva una sua caratteristica, quella per vanità di stupire tutti, e fa alla compagnia: “Questo topo, se mi date ventimila lire, me lo mangio!” e Rizzi: “Te li dò  io!” Fabrizio: “Metti i soldi sul tavolo!” Gigi Rizzi tira fuori un lenzuolo di banconote e le mette sul tavolo. De André respirando come un sub, di colpo… senza rulli di tamburi perché non c’erano… si abbassa, morsica la coda del topo e la succhia come uno spaghetto cinese. Poi dice:” Non lo mangio tutto perché non ho appetito!” Applauso. Con le ventimila lire della scommessa ci invita a cena in un posto poco raccomandabile, frequentato da portuali e prostitute chiamato “Il Ragno verde” e ordina un piatto di fagioli con le cotiche. Vomitò. Il topo l’ha digerito, le fagiolane con le cotiche, no!»

Mi racconta una serata al Derby di Milano invece? Chi era l’animatore del gruppo?

«Chi aveva formato il clima comico portato al paradosso era Enzo Jannacci. C’erano Cochi e Renato, il povero Felice Andreasi, il bravo Lino Toffolo e altri minori. Jannacci quando mi ha visto per caso alla televisione, mi è venuto ad aspettare alla fine delle registrazioni e mi ha detto: “Ti do ventimila lire a serata!” Io avevo cominciato a lavorare con Maurizio Costanzo e prendevo mille lire a sera. Jannacci ha detto fino alla fine che gli dovevo duecentomila lire. Ci divertivamo a raccontare cose strabilianti. Al Derby si rideva dei paradossi di Cochi e Renato. Io presentavo con un tono afflitto: “Adesso, presenterò un numero ripugnante!” e questo faceva ridere. La televisione si toglieva finalmente la maschera della bontà, del perbenismo».

Chi sono stati i suoi maestri?

«Nessuno. Io e Fabrizio De André eravamo cresciuti assieme. Si usava l’arma del paradosso, dell’antiretorica, lo stesso linguaggio usato poi al Derby. Io dicevo: “Signore e signori, sono in grande imbarazzo, non so che cazzo fare!” Il Derby era un piccolo trionfo per me. In Televisione poi, non c’era lo share di adesso. L’unica trasmissione era quella».

Maurizio Costanzo ha dichiarato in un’intervista qui al giornaleOFF: “Il merito di Villaggio è quello di aver creato due personaggi, Fantozzi e Fracchia, che sono dentro ognuno di noi”. La domanda è: come si troverebbero oggi con Facebook e gli sms?

«Non è un fatto di condizione sociale. È un fatto di età. È successo che negli ultimi 15 anni che l’arrivo dei telefonini ha cambiato la nostra vita totalmente. Una volta c’erano i telefoni a muro, neri, attaccati alla parete, con la rotella. Fracchia e Fantozzi sarebbero tagliati fuori. Io ho 81 anni e sono fuori dai messaggini, dai telefonini, che non so usare. Non so scrivere i messaggi! Fracchia e Fantozzi appartengono a un’altra era. La diagnosi? Quelli della mia età hanno un cervello strutturato in maniera diversa. Il vostro cervello giovane, è plastico, si adatta alle esigenze. Il nostro, quello degli ottantenni, si è dedicato soprattutto alla memoria. Avevamo una memoria prodigiosa, facevamo le gare a memorizzare i numeri di telefono. Oggi c’è la rubrica sul telefonino».

Questa è anche l’epoca della distrazione. Le capita di osservare la gente che cena in un ristorante? Tutti attaccati al telefonino…

«Ma questo è un disagio. Quasi tutte le ragazze di oggi sono un po’ maleducate. Quasi tutte. Certe, anche fascinose, importanti, mentre stai parlando con loro, tengono sotto il tavolo il telefonino. E tu: “Ma cosa fai?” e loro: “Niente!” Oggi si usa il cervello in un’altra maniera. Se domandi a questa ragazza cosa fanno la sera in televisione, lei tira fuori il telefonino e ti risponde. Credo che l’uso di quello che lei chiama social network sia invece una vera e propria setta».

“Viviamo in una sottile dittatura, strisciante, subdola, quella del pensiero unico”. Lo ha detto lei ricordando Pasolini…

«È così. Prima c’erano meno dittature. Adesso vedi il campionato mondiale di calcio? I capelli dei calciatori. Una volta avevano dei capelli umani, poi sono arrivati i capelloni, adesso sono rasati, soprattutto i neri. C’è una dittatura nel modo di vestire: gli occhiali, le scarpe, ma soprattutto i capelli. È una dittatura occulta, che ti impone dei comportamenti e tu li subisci. Non è pericolosa».

C’è stata in Italia un’egemonia culturale della Sinistra? Per decenni qualcuno ci diceva cosa leggere, cosa andare a vedere, quale spettacolo era “in” e quale “out”. Un personaggio ha avuto il coraggio di gridare contro la Corazzata Potëmkin!

«Fantozzi!! Fantozzi era un’esplosione! Perché ha avuto quella fortuna enorme? Perché finalmente criticava questa imposizione: doversi travestire da tutti. La Sinistra pensava di predicare libertà invece predicavano una cultura modificata dagli intellettuali che erano, bada bene, tutti travestiti da estrema sinistra. Questa è l’epoca del cambiamento e allora, bisogna sperare che un certo tipo di passato (fascismo e stalinismo) non ritorni. C’è stata una manipolazione della Cultura. L’atteggiamento che avevano era: “Tu sei vecchio, obsoleto e sei purtroppo un con ser va to re… Te lo dicevano anche con un certo tono».

Nell’ultimo film di Veltroni si chiede a un gruppo di ragazzi: “Chi è Enrico Berlinguer?” Le risposte sono agghiaccianti e ricordano il suo geniale libretto “Come farsi una cultura mostruosa”…

«Berlinguer chi era? Una ballerina?

Ai ragazzi non interessa più la Storia?

«Ai giovani non interessa la Storia perché non ci credono più».

Viviamo in tempi di consenso unico e dolciastro secondo lei? Oggi bisogna proprio piacere a tutti?

«È vero. Renzi ad esempio deve piacere a tutti perché è un politico. Deve fare grandi numeri. Temo che anche il Papa, che parla come Papa Giovanni, che è un bacia bambini; appena vede un bambino, lo punta e lo va a baciare. Il Papa e Renzi sono il trionfo dell’ovvio. Questo Papa si affaccia alla finestra e dice: “Buon pranzo!” Dice cose ovvie! Renzi e il Papa non possono essere completamente normali e buoni. Il politico si maschera da buono perché cerca il consenso. I grandi buoni oggi si vergognano della loro bontà».

Anche il Papa?

«Temo di sì. Temo che il Papa non creda in Dio!»

Come, scusi?

«È molto difficile per un uomo di cultura credere in Dio. Come si fa a credere alla verginità di Maria? È impossibile! L’universo è fatto di miliardi di miliardi di galassie che si allontanano tra loro alla velocità della luce. L’idea dell’uomo solo nell’Universo spaventa moltissimo».

Cosa ha capito degli Italiani?

«Gli italiani sono come sono io: pigri, poveri, soprattutto poveri di interessi. Ci siamo spenti nel dominio borbonico. Abbiamo creato la Mafia. Abbiamo esportato Cosa Nostra. Questa è la nostra fama. La cultura tedesca invece è stata straordinaria e paradossale: Kant e Goethe hanno convissuto con Hitler. La Germania è sempre paradossale e io l’ho usata nel mio repertorio comico».

La mediocrità nel mondo dello spettacolo oggi sembra la regola. Anzi, è richiesta…

«Questa è la Televisione! I numeri, i grandi numeri portano a questo. Torniamo ai capelli di Balotelli. I barbieri sono disperati perché i ragazzini vogliono i capelli alla Balotelli. Una certa mediocrità arriva dovunque. Se usi il linguaggio di Pasolini non riusciresti ad avere i grandi numeri, forse non vai da nessuna parte».

Un ricordo di Berlusconi. Lei lo ha conosciuto sulle navi, è così?

«Berlusconi era credibile, non era mediocre. Lui indubbiamente aveva il senso della conquista dei favori della gente. Era nato con l’idea di fare fortuna nella vita. Diceva: “Ragazzi, qui perdiamo tempo!”, a me e a Fabrizio quando lavoravamo sulle navi diceva: “Noi dobbiamo affittare un capannone vicino Milano e fare noi una televisione privata!”. Io e Fabrizio ci facevamo segno col dito sulla tempia: “Questo è pazzo!”»

Poi l’ha fatto!

«Lui ha regalato agli italiani la televisione privata che non costa nulla a differenza di quella pubblica dove si paga il canone. Ha regalato una televisione mediocre, diciamo la verità. La televisione statale cercava di fare concorrenza a Berlusconi abbassando il livello. L’ha resa più banale».

Pubblicità!

«Oggi però la pubblicità potrebbe rappresentare il cinema più evoluto, più brillante, fatto meglio. Ci sono spot pubblicitari che sono geniali. Si rimpiange ancora Carosello!»

Oggi Villaggio, invidia qualcuno?

«Ho sempre evitato di frequentare la gente di grande successo, perché sentivo che c’era la voglia cattiva di esibirlo, questo successo. Appena ho avuto fortuna nella vita, ho cominciato a fare l’invidiato. Andavo al Caffè della Pace, dietro Piazza Navona, da solo. Fingevo di non ricordarmi i cognomi, li storpiavo, cioè facevo l’invidiato. Tornavo a casa la sera quasi cantando!»

Il successo rende stronzi?

«Perché mi fa questa domanda? Allora devo pensare che lei mi annovera… I grandi uomini non hanno bisogno di essere stronzi. Einstein non era stronzo! Io sono completamente guarito dall’invidia».

C’è qualche deficiente che ogni tanto, su internet, lancia la notizia della sua morte. Porta bene, lo sa? Allunga la vita!

«Se allungassero la vita, queste dichiarazioni le farei io».

Come immagina il suo funerale?

«Ho deciso di non farlo. Ho un timore: che Benigni non venga. Veltroni mi ha detto che parlerà e anche Francesco Rutelli. Gli amici non ci sono più. Gassman a parlare era l’ideale e poi c’era Fellini. Giancarlo Giannini ho paura che non venga e quindi il funerale non lo faccio. Vengono solo quelli che non sanno dove cazzo andare. Consiglio finale ai nonni: cercate di diventare ricchi se non volete essere abbandonati sull’autostrada!»

Ultima domanda: un sogno di Paolo Villaggio?

«Un viaggio in Transiberiana di ventisei giorni con Ugo Tognazzi. Tognazzi diceva la verità, non era premeditato. Un vero amico».

Boncompagni: “Fucilerei Don Matteo, carcere a Montalbano!”, scrive il 16/04/2017 Francesco Sala su "Il Giornale". È morto al’età di 84 anni, a Roma, Gianni Boncompagni. Nato ad Arezzo il 13 maggio 1932, è stato tra i grandi innovatori dello spettacolo italiano con Renzo Arbore, autore e conduttore di storici successi radiofonici come Bandiera gialla e Alto gradimento, e poi autore e regista di Pronto Raffaella?, Domenica In, Non è la Rai, Carramba.  Vi riproponiamo la sua intervista cult ad OFF rilasciata anni fa e ci stringiamo intorno alla sua famiglia in questo momento di dolore. Gianni Boncompagni è così. Prendere o lasciare. Quando mi apre la porta di casa mette subito le mani avanti: “Sono curioso di questo interessamento da parte de Il Giornale, io sono sempre stato comunista. Adesso ho pure una rubrica sul Fatto quotidiano”.

Lei, se è per questo, ha scritto anche sul Foglio…

«Ero amico di Giuliano Ferrara e mi ha fatto scrivere cose apolitiche. Sul Fatto la rubrica si chiama “Complimenti”. Tirar fuori un’ideuzza sulla politica tre volte a settimana è difficile. Sono anche amico di Padellaro e Travaglio, questo è il giretto. Insomma Il Giornale non è il mio giornale».

Posso cominciare con le domande?

«E certo. Vuole un caffè? Corto o lungo?»

Corto, grazie. Che cosa voleva fare da grande Gianni Boncompagni?

«Bravo! Questa è una bella domanda! Ero appassionato già da ragazzino di musica classica. Lo sono tuttora e quando morirò, l’unica cosa che mi mancherà sarà la musica classica: quando uno è morto non la può sentire. All’epoca io e i miei amici eravamo tutti “intellettualini” di sinistra, andavamo a casa dei pochi che avevano il giradischi per sentire Beethoven in 33 giri; era dura. Questi intellettuali e architetti mi dicevano: “Che ci stai a fare ad Arezzo?” Non c’era niente ad Arezzo, manco gli alberi! “Devi andare in Svezia! Lì c’è l’urbanistica che è meravigliosa”. Allora appena finito il liceo scientifico partimmo in tre, in autostop, per andare a Stoccolma. Ho visto tutte le città della Germania, Amburgo poi Copenaghen, e alla fine arrivammo sempre in autostop da Arezzo a Stoccolma!»

Ci è rimasto parecchio?

«Dieci anni».

Che lavori ha fatto?

«Ho fatto tanti lavori. Parlavo inglese, svedese e francese, avevo orecchio per le lingue. Parlavo bene, ho lavorato alla radio. A Roma nel 1960 c’erano le Olimpiadi e feci un programma che si chiamava “Roma Olimpica”. Ho lavorato per un settimanale svedese tipo Oggi: ci scrivevo delle novellette che copiavo proprio da Oggi, che un mio amico mi mandava per posta da Arezzo. Prendevo queste novellette, le traducevo e le portavo da una caporedattrice che era diventata mia amica. Piacevano molto al direttore e mi pagavano una cifra impensabile. Ero un morto di fame e per questo lavoro mi pagavano una cifra enorme, il corrispettivo di trecentomila lire a novelletta. Le facevo tradurre da una mia amica alta due metri e le portavo da questa caporedattrice, che mi faceva il filo ma io me ne guardavo bene… Presi un appartamentino, stavo bene. Dopo un anno la caporedattrice mi fa: “Al direttore non piacciono più i tuoi articoli!”. Andai a riprendere Oggi e copiai dei racconti di Agata Christie. Io questo racconto non l’ho mai fatto a nessuno! Agatha Christie non sapevo nemmeno chi fosse, e parlo del ’56, ma io vengo da Arezzo… Feci tradurre quei racconti e li portai dal direttore. Non gli piacevano. “Ma lo sai di chi sono queste novellette?”, gli dissi. “No? Embè, sono di Agatha Christie!” Non gli piacevano lo stesso».

Com’erano visti gli italiani?

«Eravamo pochi. C’erano una ventina di italiani, molti erano napoletani che vendevano stoffe false. Erano simpatici. Ci chiamavano i “Toscani” e ci portavano a mangiare, loro ordinavano una cosetta perché avevano già mangiato e a noi facevano portare dei piattoni. Abbiamo mangiato per mesi con questi napoletani. Vendevano agli uffici le stoffe false, facevano vedere dei pezzettini di lana vera come campionario, che poi bruciavano, e vendevano quella falsa».

Per la radio svedese fece un’intervista molto discussa a Danilo Dolci…

«Come lo sa? Sì. Io non sapevo chi fosse Danilo Dolci, e là era considerato un mito. Era noto come sociologo, era fuori dal seminato. Andai in un piccolo paesino della Sicilia, dove lui viveva piantonato da alcuni carabinieri. Danilo Dolci non era ben visto. Andai a casa sua con un registratore a manovella. Quell’intervista la replicarono una decina di volte».

Danilo Dolci ha dichiarato in un’altra occasione che “la creatività è una necessità profonda, non è un lusso”. Si rispecchia?

«Più vero di così? È vero».

Cinquant’anni fa lei ha vinto il concorso in Rai come programmatore di musica leggera. Com’e Rai era quella di allora?

«Bella. Mitica. La direzione generale era a Piazza del Popolo. Andavamo sempre al Bar Canova con Baudo ad aspettare l’evento soprannaturale che non arrivava mai. Il programmatore è colui che sceglie i dischi dopo il parlato. Io e Arbore. L’ho conosciuto lì e siamo subito diventati amici. Eravamo patiti per la musica. Lui di Foggia io di Arezzo. Mi guardava come uno del Nord».

Già affinità tra voi?

«Lui è un ragazzo formidabile. Ha un’età pure lui, e cinque mesi l’anno gira il mondo con l’orchestra. È stato pure in Cina! Tre ore e e mezza di concerto. A Pechino pieno gremito. Abbiamo fatto insieme “Bandiera Gialla” e poi “Alto Gradimento”».

Che gusti musicali avevate per fare assieme “Bandiera Gialla”?

«Io ero fissato con la musica americana e andavo spesso a New York, lui era più locale. Il programma ce lo fece fare Gaetano Rispoli, un dirigente della radio. Abbiamo lanciato tutti! Lui era più jazzarolo, è tuttora un jazzista, suona il clarinetto. Tutto quello che fa, Renzo lo fa bene. Io avevo una fissa per la musica classica ma la tenevo per me, nessuno mi seguiva. Eravamo amici, io e Renzo. Non abbiamo mai litigato! Lui sosteneva che io fossi di Arezzo, patria di Vasari: ma se ad Arezzo non c’erano nemmeno gli alberi! Ma lasciamo perdere…»

Veniamo ad “Alto Gradimento”: rivoluziona la radio, fa entrare prepotentemente il nonsense, l’improvvisazione. Un episodio OFF di “Alto Gradimento”?

«Tanti con Mario Marenco, Bracardi, c’era pure Frassica…»

C’era Frassica?

«Certo! Le racconto la storia di Frassica? Arbore mi fa: “Mi è arrivata una cassetta di un siciliano, molto simpatico, forte secondo me. Eccola qua, sentila, dimmi cosa ne pensi”. Ad un certo punto io questa cassetta la persi. E dopo un po’ Arbore mi fa: “Allora, l’hai sentita la cassetta di quel siciliano?” “È fortissimo”, faccio io, “Prendiamolo!”. E prendemmo Frassica. Nino Frassica ha uno humor modernissimo tuttora».

“Alto Gradimento” era il trionfo dell’improvvisazione. Si è persa oggi quest’arte?

«Nessuno lo fa. Quella roba lì non s’è mai più vista. Noi facevamo anche dieci puntate al giorno registrate. È la commedia dell’arte. C’era una sintonia con Marenco, che oggi pensi è mio vicino di casa. Pazzesco. Lui è architetto, insegnava a Latina mi pare e mentre guidava segnava sui bordi del giornale le idee per i personaggi. Tornava e ci consegnava questi giornali con tutti i bordi scarabocchiati, tutte idee sue. Tutto improvvisato. Oggi è tutto scritto, e male direi. Umorismo? Pochissimi. L’unico è Fiorello. 1980. Avevo sette anni, ero appassionato di “Alto Gradimento” a tal punto che in macchina costringevo mio padre che a fermarsi nelle piazzole di sosta, per evitare le gallerie e ascoltare per intero la trasmissione! Mi ricordo il Colonnello Buttiglione! Quella era una parodia. Il padre di Marenco era colonnello della Finanza, ecco perché».

Avete avuto problemi?

«La trasmissione era talmente forte che nessuno s’azzardava a dirne contro. Non era politicizzata, non c’era cattiveria. Non ha mai detto niente nessuno. Se ci censuravano succedeva un casino tremendo. Eravamo molto forti e guadagnavamo poco. Una volta incontrai un direttore che mi disse: “Boncompagni, ma lei non chiede mai aumenti?” Risposi: “Ma guardi, le dico la verità, mi diverto così tanto che dovrei pagare io!” Facevo il consulente pubblicitario per la Fiat, il nome della macchina Ritmo l’ho trovato io. Ho fatto anche campagne per la Coca-Cola. E lui imperterrito: “Posso permettermi di darle un piccolo aumento?” E lo fece».

È stato paroliere per Jimmy Fontana e Patty Pravo: “Ragazzo triste” è sua, e poi tutte le canzoni della Carrà…

«L’avvocato Crocetta era l’inventore del Piper e io facevo un po’ tutto: il produttore, l’autore, lavoravo con Franco Bracardi alla Rca… Franco Bracardi ha scritto con me tanti successi (Franco Bracardi, fratello del comico Giorgio, noto al grande pubblico come pianista/accompagnatore nel Maurizio Costanzo Show, n.d.r.). Abbiamo guadagnato cifre spaventose! Quel pezzo de “La Grande Bellezza”, “A far l’amore comincia tu”, l’avevamo scritto noi. Mammamia la Siae! Cifre spaventose. Ho domandato: “Ma com’è possibile che io prenda più di un Gino Paoli?” Mi è stato risposto che non c’è solo l’Italia, quei successi sono in tutto il mondo. “Com’è bello far l’amore da Trieste in giù” in Sudamerica non puoi capire, la ascoltano tutti. E io sono anche editore. Mi arrivano…»

È stato bravo!

«Devo tutto a Raffaella».

È amico di Magalli, vero? Come l’ha conosciuto?

«Era mio vicino di casa da ragazzino. Simpatico, intelligente. Aveva dodici anni quando l’ho conosciuto. Una volta scappò di casa. Il padre era disperato. Andammo alla stazione e lo trovammo. Siamo molto amici».

Ma uno così bravo, simpatico, professionale, spiritoso, non dovrebbe fare di più?

«A me lo dice? Io glielo dico. “Ma Magalli, ancora quei cazzo di programmi?” E lui mi risponde: “Se smetto di fare questo, non mi danno più da lavorare”»

Lei era noto in Rai per…?

«Per odiare i raccomandati. In Rai lo sanno: non li ho mai presi. Uno raccomandato vuol dire uno che non è bravo. Uno bravo non ha bisogno di essere raccomandato. Ero noto anche per non prendere soldi. Io e Arbore non volevamo soldi, specialmente dai discografici. Volevo dischi. Dischi di musica classica. Ho riempito due garage di 33 giri e poi ha dato tutto a un ragazzo…»

Si ricorda qualche dirigente in Rai?

«Salvi era bravo. Il direttore era Emanuele Milano, un democristiano moderno. Né Rispoli né lui ci hanno mai bacchettato. Ad “Alto Gradimento” ne abbiamo dette di cose eh? C’erano pure molti repubblicani».

Siamo al 1990. “Non è la Rai” al Palatino di Roma.

«Feci il contratto con Berlusconi. Io avevo fatto “Pronto Raffaella”, quando cominciai c’era il monoscopio. Dopo un mese di “Pronto Raffaella” ho fatto quattordici milioni di ascolti! Lo vedevano tutti. Berlusconi capì immediatamente il business della pubblicità e mi chiamò: “Facciamo ‘Pronto Raffaella’ a Canale 5!” E io: “Non si può dottore! È dal vivo. È una diretta, ci sono le telefonate in diretta”. E lui: “Vabbè, le telefonate le facciamo finte!” Rimasi allibito. Berlusconi aveva comprato il Palatino, ti rendi conto? Io quando vidi il Palatino persi la testa. La mia regia aveva un muro romano! Mi fece un contratto spaventoso. Per me era una cifra pazzesca. Era troppo. Il mio avvocato era Consolo e al momento del contratto c’era pure Cesare Previti, come avvocato di Berlusconi. E Previti mi dette un anticipo di miliardi in assegno circolare. Contratto di cinque anni. Un assegno circolare a nove zeri. Andammo a mangiare a Trastevere, tutti: io, Vasile, Consolo, l’avvocato Previti e due alti dirigenti di Milano, da Romolo, una trattoria che frequentavo spesso. Al momento del conto feci: “Posso pagare almeno il pranzo? Romolo, accettate assegni?” “E certo dottò!” Prese l’assegno circolare a nove zeri. Trasecolò, lo fissava muto e non capiva. E io: “Ma no! Ho sbagliato! È uno scherzo figurati... “Previti se lo ricorderà, il fatto dell’assegno».

Chi era la più bella di “Non è la Rai” secondo lei?

«Miriana Trevisan era la più bella di tutte. Era un capolavoro. E poi non c’era mignotteria».

Oggi c’è mignotteria?

«Oggi la dai per fare un programma? Può darsi, ma si viene a sapere».

Maurizio Costanzo, proprio qui, ha dichiarato che se la televisione non gode di buona salute è perché è venuta a mancare la figura dell’autore.

«Ha ragione, l’autore non c’è più. Se lei cerca in tv oggi un corrispettivo di Amurri & Verde non ci sono più. Nella televisione che replicano d’estate si vede l’autore. Falqui ne prendeva di bravi. Nel format l’autore non serve. Oggi non c’è spazio, molti format sono pronti a scattare. Un programma oggi deve essere già un successo nel mondo. Un Dino Verde non c’è più. Il funzionario fa i format».

Mi dica due personaggi che ha lanciato.

«Fabio Fazio e il povero Giorgio Faletti».

Immagini Boncompagni presidente assoluto della Rai per un giorno. Che farebbe?

«Licenzierei l’ottanta percento delle persone assegnando un vitalizio. Ne bastano venti per mandare avanti la baracca. Poi fucilerei Don Matteo a piazza Mazzini davanti al cavallo, con tutti gli autori. Terence Hill: fucilato con gli autori, avvertirei le famiglie. A Montalbano darei l’ergastolo! E poi quelli di Rete Quattro, dalle segretari ai dirigenti… per tutti il carcere duro, 41 bis».

Un ricordo di Alberto Castagna?

«Quanto abbiamo riso! Lui aveva il camerino confinante con Fabrizio Frizzi, che stava con la figlia del generale Dalla Chiesa. Quando parlavano o discutevano in camerino, Alberto Castagna ascoltava tutto. Poi veniva in mensa e agitava da lontano le mani come per dire: “Cose grosse!” Ascoltava tutto: litigi, non litigi…»

“Crociera” con Nancy Brilli. Una sola puntata.

«Non si sapeva chi doveva condurre il programma, allora con Brando Giordani pensammo a Milly Carlucci. Andammo a casa sua e la vedemmo scendere da una scala parlando in inglese con i figli. A me e a Giordani prese una ridarella bestiale: sembrava finta! Lei chiese di cosa trattava il programma e io: “No, questo non ce lo puoi chiedere, non lo sappiamo…” E finì. Nancy Brilli, simpatica, accettò a scatola chiusa. E infatti…»

Vale sempre il detto “fate presto e male”?

«Mi è andata sempre bene. Molti fanno lentamente e male. Io faccio presto ma ci tengo a dire che “Bandiera Gialla” e “Alto Gradimento” sono miei e di Arbore, “Pronto Raffaella” l’ho inventato io, “Non è la Rai” è un format. Chi poteva fare un altro “Alto Gradimento”? Ho dato il nome alla Fiat Ritmo, l’ho già detto? E ho fatto il testimonial della Coca-Cola. I creativi precisini dell’agenzia erano allibiti».

Che libro sta leggendo?

«Quello di mia figlia Paola. “La prefazione è del Dalai Lama”! La dedica è: “A papà, perché capisca”. Ma che vuol dire?»

Ray Lovelock, quell’anglo-romano che amava scattare sulla fascia, scrive l'11/11/2017 Manuel Fondato su "Il Giornale". Inglese nella signorilità, italiano nella cordialità, americano nei personaggi da duro che incarnava. L’essenza di Ray Lovelock si potrebbe racchiudere in questa virtuosa mescolanza tra le migliori virtù di tre popoli. Ray, di padre britannico, era nato a Roma, laboratorio cinematografico d’eccellenza, dove si abbeveravano anche le eccellenze d’oltreoceano. Già a 17 anni, nel 1967, assaggiava il western, altro filone dove facemmo scuola, con Se sei vivo spara. Il ruolo da duro gli rimase ammantato addosso per molti anni, a lui, così gentile e di animo nobile. Nell’anno della contestazione lo chiama Carlo Lizzani nel suo Banditi a Milano ma è con Cassandra Crossing, thriller tratto da un romanzo di Robert Katz, che si consacra. Nel frattempo esplora anche l’esperienza della musica, cantando nel Tomas Milian Group, incidendo da solista per la CGD e componendo anche alcune canzoni per le colonne sonore dei film Il delitto del diavolo (Le regine) e Uomini si nasce poliziotti si muore.

Lui e Tomas erano grandi amici e il fato ha voluto accomunarli anche nel medesimo anno di scomparsa. Dopo aver dato tanto al grande schermo si dedica esclusivamente a produzioni televisive, smettendo i panni del trucido e prestando il suo volto e i suoi occhi puliti a personaggi più positivi e rassicuranti. L’altra sua grande passione fu sempre il calcio. Tifosissimo della Lazio, è stato per anni indefesso animatore delle iniziative della Nazionale ItalianAttori. Due settimane fa a Trevi, dove Ray si era ritirato, il suo mondo gli aveva tributato una commovente partita d’addio con lui a bordo campo, già gravemente malato. «Con Ray passavamo i Natali insieme a casa sua con la figlia Francesca e la famiglia- il ricordo del nostro direttore Edoardo Sylos Labini, suo caro amico - facevamo grandi partite a Mercante in fiera di cui conserverò sempre uno splendido ricordo. Era un uomo di grande dolcezza, simpatia, semplicità, un grande signore dal savoire faire tipicamente inglese ma dalla genuinità romana, era un anglo-romano straordinario». In un mondo come quello dello spettacolo abitato da invidie, gelosie e primedonne, nessuno riesce a pronunciare per Ray una parola di circostanza, come si usa in questi casi, quando magari da vivi i rapporti non sono stati idilliaci. Tutti sono sinceramente commossi e addolorati nel ricordarlo. «Il nostro Ray, com’era solito fare con i suoi illuminanti passaggi a centrocampo, ha dettato con precisione anche i dettagli della sua uscita dal campo di gioco della vita - le parole di Enzo Decaro - una bellissima indimenticabile festa calcistica e nel sociale solo pochi giorni fa nell’amata Trevi in un contesto di gioia e amore vero, momenti vissuti con dignità, discrezione, passione e sobrietà… insomma tutto quello che Ray è sempre stato, in campo e fuori Immancabile sigaretta rigorosamente consumata nell’intervallo. Poi giusto il tempo di preparare l’animo per il grande viaggio (il corpo era già pronto) e via in silenzio pace e riposo. Certo.ci mancherai…ma che fortuna averti avuto accanto, in scena, sul set e nella metà campo avversaria». Daniele Pecci ha voluto commemorare il collega scrivendoci queste righe: Poche righe di getto, per salutare Ray. Per chi lo conosceva poco, per chi era un grande amico, per chi lo aveva seguito nel suo lavoro, per chi semplicemente lo ammirava. Come me. Quando penso a lui, ho di fronte soprattutto un’immagine; negli spogliatoi di un campo di calcio (sport che amava alla follia), nudo, in piedi, poggiato al muro, con la sigaretta al lato della bocca, e un mezzo sorriso ironico, a metà fra l’appagamento del dopo partita e l’aria di chi sembra dire: “e chi ce la fa più?” E chi se non lui? Aveva il corpo di un bronzo di Riace e la calma olimpica di quegli eroi. Una calma e una quiete che piacevano a tutti. Così come la sua casa, bella, accogliente e con dei tappeti rossi che davano sempre l’impressione che fosse festa. Di lui ho sempre sentito dire: “E’ un gentiluomo.” E’ vero. Ma la dignità, la forza e il coraggio di come ha affrontato l’addio ai suoi amici e compagni solo un paio di settimane fa a Trevi, mi rimarranno dentro. Ciao Ray, non mi scordo di te. Lo conoscevo poco Ray – il ricordo di Marco Risi – mi aveva soffiato un ruolo nel film di Monicelli Toh è morta la nonna e qualcuno dice che un po’ gli somiglio. Mi dispiace tanto che non ci sia più e non mi va di pensare che non possa più correre sulla fascia con la sua cavalcata elegante nella squadra di calcio degli attori. Ciao Ray, divertiti di là. Si dice che il paradiso sia quel posto in cui gli amanti sono francesi; i cuochi italiani; i meccanici tedeschi; i poliziotti inglesi. Ma anche dove Ray e Tomas sono tornati a cantare insieme.

LE ELEZIONI IN ITALIA.

70 anni di elezioni, 18 legislature, 64 governi: tutti i volti della Repubblica, scrive il 27 febbraio 2018 "Il Corriere della Sera". Sono passati 70 anni dalle prime elezioni politiche dopo l’entrata in vigore della Costituzione Repubblicana. In attesa della 18a legislatura, facciamo un passo indietro e vediamo tutte le campagne elettorali precedenti incominciando da quell'aprile del '48, dominato da una corsa al voto feroce, infuocato dalla contrapposizione tra due blocchi politici. Democrazia Cristiana da una parte e Partito Comunista e Partito Socialista dall’altra duellarono per conquistare ogni singolo cittadino, e l’alzata di scudi contro il mostro comunista consegnò la vittoria elettorale nelle mani della DC capeggiata da Alcide De Gasperi. Il decreto delle urne non aveva lasciato speranze al Fronte Democratico guidato da Palmiro Togliatti: gli italiani avevano accordato allo «scudo crociato» il 48,5% delle preferenze.

In un’Europa spaccata a metà la corsa al voto del ‘48 assume i toni di uno scontro aperto, e mentre il Vaticano chiama alla mobilitazione ogni singola parrocchia nella lotta contro la minaccia di una rivoluzione comunista, il Pci di Togliatti paventa un futuro di sottomissione alle politiche americane. Dalle urne esce un’Italia profondamente divisa: mentre la DC trionfa conquistando il 48,5% delle preferenze, il «Blocco del popolo» ottiene il 31% dei voti alla Camera e un altrettanto magro 30,76% al Senato della Repubblica, e i più radicali chiedono la messa al bando del Partito Comunista. Passate le elezioni la tensione sociale non accenna a placarsi e diventa esplosiva quando il 14 luglio lo studente Antonio Pallante spara a Palmiro Togliatti ferendolo gravemente. È lo stesso segretario del Pci dal letto d’ospedale a evitare la guerra civile, e il giorno successivo la maglia gialla conquistata da Gino Bartali al Tour de France aiuterà a riportare la calma nel Paese. La prima legislatura della Repubblica Italiana, coi suoi 1875 giorni di durata, dall’8 maggio 1948 al 24 giugno 1953, risulterà la più lunga della storia repubblicana.

Nel 1953 il ritorno alle urne è segnato dallo scontro sulla nuova legge elettorale: la famigerata «legge truffa», voluta fortemente da De Gasperi, scatena una rivolta della sinistra in Parlamento e nelle piazze. La riforma viene approvata tra violenti incidenti, nonostante l’ostruzionismo delle sinistre, che arrivano ad abbandonare Camera e Senato. Il 7 giugno 1953 gli italiani premiano il Pci, il Psi e l’estrema destra, mentre il blocco moderato perde consensi senza riuscire a raggiungere il quorum per l'agognato premio di maggioranza promesso dalla nuova legge per soli 57mila voti. La doccia fredda travolge la Democrazia Cristiana e il suo segretario Alcide De Gasperi, che è costretto a lasciare il testimone del governo allo storico rivale Giuseppe Pella.

Le elezioni del 1958 vedono confermati gli equilibri tra gli schieramenti politici, il gabinetto viene affidato ad Amintore Fanfani che inaugura la cosiddetta stagione del «centro-sinistra». Ma non durerà molto e l’incarico di Primo Ministro viene affidato prima ad Antonio Segni, poi a Tambroni, per tornare infine a Fanfani che con il suo quarto governo darà il via a riforme importanti, dalle pensioni alla scuola, alla nazionalizzazione dell’energia elettrica. «Apertura a sinistra» è il titolo della copertina della Domenica del Corriere firmata Walter Molino nel 1962.

Gli italiani tornano a votare il 28 e 29 aprile 1963, e i risultati portano alla nascita di un governo formato da DC, socialdemocratici, repubblicani e – per la prima volta – dal Partito Socialista Italiano. Dopo anni di tensioni il palcoscenico politico internazionale è dominato dal disgelo tra gli Stati Uniti di John F. Kennedy e l’URSS di Nikita Kruscev, che nel luglio del ’63 firmano il «Trattato sulla messa al bando parziale dei test nucleari». E in Italia dalle consultazioni elettorali emergono nuovi equilibri con la DC per la prima volta sotto il 40% dei consensi e il Pci che consolida il suo ruolo di forza d’opposizione. Sempre nel 1963 la televisione gioca un ruolo importante nella corsa al Parlamento, inaugurando il programma «Tribuna Elettorale». Protagonista della IV legislatura è Aldo Moro - nella foto - che guida tre governi dal 5 dicembre 1963 al 24 giugno 1968, sempre composti da DC, PSI, PSDI, PRI. 

Il ‘68 con il suo vento rivoluzionario sfiora solo la campagna elettorale, ma arriverà a coinvolgere tutta la V legislatura con importanti ripercussioni sullo scenario politico del Paese. Dallo spoglio delle schede emerge una Dc stabile, un Pci in crescita, capace di sopravvivere alla perdita del suo leader Palmiro Togliatti, scomparso nel 1964, rastrellando anche i voti dei delusi del Psu. Il simbolo unitario con cui si erano presentati il Psi di Nenni e il Partito Socialista Democratico Italiano di Giuseppe Saragat - nella foto con Paolo VI e Aldo Moro - alla tornata elettorale subisce infatti una dura sconfitta registrando la perdita di un milione di voti. I governi della quinta legislatura si trovano a fronteggiare una tensione sociale senza precedenti: il baricentro della protesta si sposta dalle università alle fabbriche e l’attentato di Piazza Fontana del 1969 apre la tragica epoca del terrorismo. Durante i governi guidati dai democristiani Mariano Rumor ed Emilio Colombo verrà approvato lo «Statuto dei lavoratori», istituito il referendum, e il divorzio diventerà legge dello Stato. Nel 1969, mentre la Democrazia Cristiana è attraversata da una lotta interna tra le diverse correnti e cambia segretario tre volte, l’Italia vive la stagione del cosiddetto «autunno caldo» con serrate, imponenti scioperi e gravi incidenti. La mediazione del ministro del lavoro Carlo Donat Cattin porterà una relativa stabilità nel Paese. Nel 1972 il primo Governo guidato da Giulio Andreotti, non ottiene la fiducia del Parlamento provocando le prime elezioni anticipate della Repubblica.

Le urne nel 1972 rivelano l’avanzata della destra - Movimento Sociale e Monarchici, uniti raccolgono più dell’8% delle preferenze - la sostanziale stabilità della Democrazia Cristiana e del Partito Comunista che si presenta guidato dal suo nuovo segretario Enrico Berlinguer, mentre il Psi e il Psdi, in caduta libera, racimolano pochi seggi. Mentre le stragi del 1974 di piazza della Loggia a Brescia, del treno Italicus e le azioni armate delle Brigate Rosse segnano la drammatica epoca degli «anni di piombo», l’Italia rivela un volto laico del tutto inaspettato con il trionfo del «No» al referendum abrogativo della legge sul divorzio. A farne le spese sarà soprattutto Amintore Fanfani, strenuo sostenitore del «Sì» che lascerà la segreteria del partito a Benigno Zaccagnini.

Nel 1976 il Paese torna alle consultazioni politiche in un clima esacerbato dal terrorismo, e il Partito Comunista Italiano, guidato da Enrico Berlinguer, sembra sul punto di affermarsi come primo partito del Paese dopo aver incassato un risultato inaspettato alle Regionali. Il «sorpasso» sulla DC sembra a portata di mano e inevitabile scatta l'alzata di scudi. Indro Montanelli dalle colonne del suo «Giornale» si schiera invitando gli italiani a «turarsi il naso e votare Democrazia Cristiana». La conta delle schede conferma l’avanzata del PCI, che conquista il 34,4 percento delle preferenze e arriva a pochissimi punti di distanza dalla Democrazia Cristiana, mentre il Psi scende sotto il dieci percento segnando la fine della segreteria De Martino e il passaggio del testimone a Bettino Craxi. Nasce un Governo di solidarietà nazionale, affidato a Giulio Andreotti, e Tina Anselmi - prima donna della storia del Paese - è nominata Ministro del Lavoro. La VII legislatura è segnata dall’escalation sempre più sanguinosa del terrorismo che nel 1978 arriva rapire e uccidere Aldo Moro, mettendo fine a quell’epoca del «compromesso storico» lanciato da Enrico Berlinguer.

Nel giugno del 1979 cade il quinto Governo Andreotti, rimasto in carica solo 11 giorni, e il Paese è costretto ad andare a elezioni anticipate. Il risultato delle urne incorona ancora una volta la Democrazia Cristiana e il Governo viene affidato a Francesco Cossiga, che rimane in carica sette mesi. Ai due governi Cossiga si avvicenderanno i gabinetti di Arnaldo Forlani, Giovanni Spadolini - primo non democristiano a guidare un governo - e Amintore Fanfani, sostenuti da una larga maggioranza che inaugura la stagione storica del cosiddetto «Pentapartito», costituito dall'alleanza DC, PSI, PSDI, PRI, PLI. Nella foto Spadolini, Fanfani e La Malfa.

Le elezioni del 1983, vedono il trionfo politico di Bettino Craxi che con poco più dell’11% dei voti diventa il secondo presidente del Consiglio non democristiano. Durante il suo mandato viene firmata la revisione del Concordato con il Vaticano e inoltre Nilde Iotti, storica esponente del Partito Comunista, viene eletta Presidente della Camera.

Alla successiva tornata elettorale del 1987, che consegna il Paese saldamente nelle mani della DC - premier Giovanni Goria - per la prima volta si presenta la Lista dei Verdi - che conquista 13 seggi alla Camera e 2 al Senato - e la Lega Lombarda, che porta in Parlamento Giuseppe Leoni alla Camera e Umberto Bossi al Senato. Nella foto Ilona Staller eletta tra le fila dei Radicali. In un quadro internazionale profondamente mutato dopo la caduta del comunismo nei Paesi dell’Est, il Pci guidato da Achille Occhetto vive una profonda discussione interna che porterà alla nascita nel 1991 del Partito Democratico della Sinistra e del Partito della Rifondazione Comunista, che si presentano separati agli elettori.

L’XI legislatura viene inaugurata il 23 aprile 1992 - siamo all’alba del terremoto Tangentopoli che travolgerà la politica italiana - e rimane in carica fino al 14 aprile 1994, per un totale di 722 giorni, di fatto la più breve della storia della Repubblica Italiana nonché l'ultima della cosiddetta «Prima Repubblica». Le urne premiano la Lega Nord di Umberto Bossi - nella foto -, che da 2 rappresentati passa a 80, e La Rete di Leoluca Orlando che ottiene 15 seggi parlamentari. Mentre le inchieste rivelano una classe politica corrotta e una rete di tangenti estesa oltre ogni immaginazione, politici e imprenditori di primissimo piano vengono inquisiti e travolti da una pioggia di avvisi di garanzia. Nel febbraio del 1993 Bettino Craxi si dimette da segretario del Psi. Il grave scandalo spinge il governo Amato a chiedere le dimissioni di ogni suo componente raggiunto da un avviso di garanzia.

La campagna elettorale per la XII legislatura, la prima con la nuova legge elettorale firmata da Mattarella, è segnata dalla discesa in campo di Silvio Berlusconi, che con Forza Italia il 27 e il 28 marzo 1994, raccoglie più del 21 percento delle preferenze affermandosi come nuovo partito di maggioranza.  Il tornado di Tangentopoli ribalta il quadro politico italiano e Mino Martinazzoli, ultimo segretario della Democrazia Cristiana, traghetta l’eredità centrista nel Partito Popolare, mentre a destra Gianfranco Fini, segretario del MSI dà vita alla formazione elettorale Alleanza Nazionale. Silvio Berlusconi riceve l’incarico di formare il Governo e per la prima volta nella storia della Repubblica il Movimento Sociale Italiano entra nella squadra di gabinetto. Dopo 8 mesi la Lega Nord ritirerà il suo appoggio facendo cadere il primo governo Berlusconi, che sarà seguito dal governo tecnico guidato da Lamberto Dini. Nella foto con Gianni Letta, Giuseppe Tatarella del Movimento Sociale italiano, che nel 1994 è vicepresidente del Consiglio dei ministri e Ministro delle poste e delle telecomunicazioni.

Nel 1996 si torna nuovamente a votare e il responso delle urne assegna la vittoria all’Ulivo, la coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi con il Pds primo partito. Il primo governo Prodi rimarrà in carica per oltre 2 anni, salvo dover poi assegnare le dimissioni per il voto contrario del partito Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti, che passa all’opposizione e manda in minoranza il governo. Nonostante lo scossone del partito di Bertinotti, la maggioranza regge e la “campanella” del premier, passa da Prodi a Massimo D’Alema - due volte presidente del Consiglio - e poi a Giuliano Amato.

Le elezioni del 2001 sanciscono la vittoria della coalizione di centrodestra che ottiene oltre il 58 % dei parlamentari. Il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi assegna l’incarico di formare il governo a Silvio Berlusconi, che nonostante una piccola crisi e il varo del terzo governo Berlusconi, rimarrà in carica per tutta la legislatura. Nella foto Berlusconi durante la campagna elettorale mostra il «Contratto con gli italiani» alla trasmissione Porta a porta.

Alle elezioni del 2006 la Casa delle Libertà e L’Unione si contendono fino all’ultima scheda. Con uno scarto di poche migliaia di voti (24mila su 38 milioni) la vittoria va al centrosinistra guidato da Romano Prodi, ne facevano parte anche Antonio Di Pietro, Clemente Mastella, Lamberto Dini, Oliviero Diliberto, Francesco Rutelli, Piero Fassino, Fausto Bertinotti. Romano Prodi rimarrà in carica 732 giorni - la seconda legislatura più breve della storia -; rassegnerà le dimissioni infatti il 24 gennaio 2008 dopo essere stato messo in minoranza dall’uscita dall'esecutivo dell'Udeur di Clemente Mastella, che voterà poi contro il governo.

Nel 2008 il ritorno alle urne premia il centrodestra di Silvio Berlusconi che vince con un ampio margine. La sorpresa della tornata elettorale è la scomparsa dal panorama politico parlamentare di diversi partiti che non raggiungono la soglia d’accesso al Senato e alla Camera. A farne le spese soprattutto è la Sinistra Arcobaleno - che raccoglieva sotto il suo ombrello Partito della Rifondazione Comunista, il Partito dei Comunisti Italiani, la Federazione dei Verdi e Sinistra Democratica - che rimarrà senza neanche un rappresentate in Parlamento. Ma il Berlusconi IV: durato sino al 16 novembre 2011 - secondo governo più lungo di sempre - si chiude traumaticamente, con le dimissioni del premier. Tocca al governo tecnico di Mario Monti, traghettare l’Italia fino alle nuove elezioni. Nella foto una manifestazione contro il governo Monti.

Le elezioni del febbraio 2013 segnano l’ingresso in Parlamento del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, e consegnano anche un panorama politico profondamente modificato: nessuna coalizione si aggiudica una vittoria netta. Dopo il tentativo fallito di Bersani, l’incarico di formare il nuovo governo viene affidato a Enrico Letta, che ottiene un’ampia fiducia alle Camere grazie all’appoggio bipartisan di centrodestra e centrosinistra. Il 22 febbraio 2014 cade il governo Letta, ma non si va a elezioni anticipate: il testimone passa a Matteo Renzi, segretario del Pd, che vara il governo numero 63 grazie al «patto del Nazareno» stipulato con Berlusconi. Il nuovo esecutivo rimane in carica per oltre mille giorni realizzando una serie di riforme dal jobs act, alle unioni civili, alla riforma della scuola, ma s’infrange contro il muro del referendum popolare sulla riforma della Costituzione che viene bocciata dagli italiani con un secco 60 percento di voti contrari. Paolo Gentiloni il 12 dicembre 2016 accetta di portare a termine la XVII legislatura. L’anno successivo - 28 dicembre 2017 - il presidente Mattarella firma lo scioglimento delle Camere mettendo fine al ciclo quinquennale iniziato con le elezioni del 2013.  

Storia e foto delle elezioni politiche dal 1948 a oggi. In sintesi: i protagonisti, il clima politico, i risultati e le conseguenze del voto nella storia dell'Italia repubblicana, scrive Edoardo Frittoli il 27 febbraio 2018 su "Panorama". In vista delle elezioni politiche fissate per il 4 marzo 2018, ripercorriamo sinteticamente la storia delle 17 tornate elettorali della storia italiana, dal 1948 al 2013. Da De Gasperi a Renzi. 

18 APRILE 1948. Furono le prime politiche dell'Italia repubblicana dopo l'entrata in vigore della Costituzione. A soli tre anni dalla fine della guerra, il Paese vive un clima di fortissima contrapposizione ideologica, specchio della divisione mondiale nei due blocchi protagonisti della Guerra Fredda appena iniziata. I Comunisti erano già stati estromessi dalla compagine di governo e si era già consumata la crisi di uno dei partiti chiave della Resistenza: il Partito d'Azione. Il Presidente del Consiglio, il democristiano Alcide De Gasperi, gettava le basi della futura egemonia del partito di maggioranza con un viaggio negli Stati Uniti compiuto nel 1947, dove era tornato con le prospettive del Piano Marshall e la rassicurazione degli aiuti americani nella ricostruzione italiana, garantiti dall'incontro con Harry Truman. A rafforzare in maniera determinante la propaganda democristiana contribuì il Vaticano di Pio XII anche per voce dei Comitati Civici di Luigi Gedda, che indussero i fedeli a considerare il voto per i comunisti come un peccato degno di scomunica. Alle elezioni i partiti si presentarono divisi in due grandi blocchi: da una parte la DC e il mondo cattolico; dall'altra il Fronte Democratico Popolare composto da PCI e PSI. Una terza forza minoritaria si presentò unita nel Blocco Nazionale (PLI e Partito dell'Uomo Qualunque). Da soli correranno i Monarchici e il Movimento Sociale Italiano. La vittoria alle urne della Democrazia Cristiana fu netta, con punte da plebiscito nel Triveneto. I Partiti del Fronte Popolare registrarono un forte arretramento, mentre fu sorprendente il 5% del MSI al Sud. Le elezioni del 1948 segneranno l'ingresso dell'Italia nella fase del cosiddetto "centrismo", caratterizzato dall'egemonia politica dei governi democristiani degli anni '50. (3 governi De Gasperi fino al 1953 durante i quali l'Italia entrerà definitivamente a far parte dell'alleanza Atlantica (NATO).

7 GIUGNO 1953. Il paese arrivava alle urne a fine legislatura con una serie di riforme chiave varate dai governi DC, le più importanti delle quali furono quelle uscite dai dicasteri guidati da Amintore Fanfani: la legge agraria e la legge sull'edilizia popolare, che porta anche il nome del politico DC. Dal momento che la tensione dovuta alla situazione internazionale e sugli esiti delle riforme pareva favorire una ripresa della divisione politica e un rinvigorimento del PCI e del PSI, il Governo varò una assai discussa riforma della legge elettorale, che esacerbò ulteriormente gli animi dell'opposizione. I comunisti e i socialisti paventarono infatti un "ritorno al fascismo" poiché la riforma, nota in seguito come "Legge Truffa", assegnava un enorme premio di maggioranza (65% dei seggi) alla coalizione che avesse superato il 50% dei voti. Alle urne questo obbiettivo fu mancato dalla Dc e dagli alleati per un soffio, in quanto la coalizione di centro arrivò al 49,2%. Nonostante la conferma dell'egemonia democristiana negli ultimi mesi di vita di De Gasperi, il partito vide un sensibile calo a favore della destra monarchica e dell'MSI soprattutto nelle regioni meridionali. La scomparsa di De Gasperi porterà negli anni a venire ad una marcata fase di instabilità nei governi democristiani, guidati in brevi dicasteri da Pella, Fanfani, Scelba, Segni, Zoli.

25 MAGGIO 1958. La campagna elettorale fu specchio del clima di incertezza creato dal susseguirsi di brevi governi DC, nell'anno comunemente individuato come il punto di partenza del "boom" economico. L'esito dei voti vede un lieve incremento della DC e del PSI, le cui premesse di avvicinamento saranno fortemente osteggiate dalla corrente più a destra della Democrazia Cristiana. Dal voto nasceranno due tra i più osteggiati governi del dopoguerra, quelli di Antonio Segni e di Cesare Tambroni che si resse addirittura sull'appoggi esterno del MSI. Il rifiuto dell'opinione pubblica nell'accettare qualunque ruolo degli eredi del fascismo assieme alla crescita della corrente di partito legata ad Aldo Moro porranno le basi per i primi esperimenti agli albori dell'epoca dei governi di centro-sinistra.

28-29 APRILE 1963. Furono le elezioni politiche che segnarono la fine definitiva del centrismo a 10 anni dalla morte di Alcide De Gasperi. Il clima politico fu segnato dalle questioni che fecero seguito alla nazionalizzazione dell'ENEL e soprattutto alle questioni legate alla liquidazione delle ex Società elettriche precedenti alla riforma attuata nel 1962 dal governo Fanfani. L'esito del voto rispecchiò la consunzione della vecchia formula, con la DC che perse terreno a favore dei Socialisti. La stabilità del PCI, l'arretramento del MSI e la quasi completa sparizione dei Monarchici lasciarono spazio al partito di Nenni, che acquisterà sempre più peso per tutti gli anni '60.

19-20 MAGGIO 1968. L'Italia arrivava alle elezioni dopo i tre governi di centro-sinistra guidati da Aldo Moro, noti anche come i governi del quadripartito (DC-PSI-PSDI-PRI). Pesava la battuta d'arresto della lunga crescita economica, che aumentò la conflittualità nel mondo del lavoro contemporaneamente allo scoppio della contestazione studentesca. Mentre languiva la riforma dell'Università si consuma anche la rottura interna ai socialisti con la scissione a sinistra che diede vita allo PSIUP. La crescita più consistente è a favore del PCI, mentre la destra cala. A partire dal governo Rumor nato dopo le elezioni e allo scoppio dell'autunno caldo del 1969 l'ultima propaggine dell'esperienza dei governi di centro-sinistra porterà ad importanti riforme come la legge sul divorzio, Statuto dei Lavoratori e la nascita delle Regioni nel 1970.

7-8 MAGGIO 1972. Sono le prime elezioni anticipate della storia dell'Italia repubblicana in quanto il Presidente della Repubblica Giovanni Leone decise lo scioglimento delle Camere per la crisi generata dall'uscita dei Socialisti dal governo Colombo. Le urne rivelarono una sostanziale conferma dei risultati precedenti per i 4 partiti di governo, mentre i risultati inquietarono il Paese per la forte crescita del MSI nel mezzo degli anni drammatici della strategia della tensione. Gli effetti della altissima conflittualità degli anni precedenti e l'opposizione della "maggioranza silenziosa" scrissero la parola fine sugli anni del centro-sinistra. Il 26 giugno 1972 fu varato un dicastero di centro-destra noto come governo Andreotti-Malagodi con l'ingresso dei Liberali, mentre l'Italia si trova ad affrontare una grave situazione economica culminata con la crisi del petrolio del 1973 e i drammatici anni di piombo.

20-21 GIUGNO 1976. Per la prima volta andarono a votare i diciottenni, per gli effetti della riforma della maggiore età. Le elezioni saranno ricordate come quelle del trionfo del PCI, che si conferma come principale partito in grado di mettere in discussione un trentennio di egemonia democristiana. Questo risultato elettorale avrà anche l'effetto di aumentare l'importanza del PSI nel creare un argine all'avanzata del partito di Enrico Berlinguer. Sono le basi degli anni a seguire, dove i Socialisti guidati da Craxi dopo la "svolta del Midas" dello stesso 1976 avranno sempre più influenza come "ago della bilancia" politica. Dalle urne uscirà anche l'idea del "compromesso storico", interrotto tragicamente dal rapimento e dalla morte di Aldo Moro due anni più tardi. Dalle urne del 1976 nascerà un governo Andreotti retto dall'appoggio esterno dei Comunisti, che otterranno anche la Presidenza della Camera con l'elezione di Pietro Ingrao.

3-4 GIUGNO 1979. Proprio lo choc mondiale che seguì il ritrovamento del corpo di Aldo Moro un anno prima, indusse il neo Presidente Sandro Pertini a sciogliere in anticipo le Camere per le tensioni altissime tra i partiti dei governi di unità nazionale guidati da Giulio Andreotti esplose durante i giorni del rapimento dello statista DC. Per il PCI le elezioni segneranno una sconfitta epocale, mentre la DC avrà sempre maggiore bisogno del sostegno dei Socialisti per poter rimanere in sella. Sono le basi dei futuri governi del pentapartito degli anni '80. Marco Pannella e i Radicali emergono dalle urne come forza politica alternativa e consolidata.

26-27 GIUGNO 1983. Furono le elezioni che consacrarono il lungo periodo dell'egemonia dei Socialisti di Bettino Craxi. Le urne indicarono un'erosione dei consensi alla DC, che fu alla base dell'allargamento al pentapartito dell'area di governo. Dopo le elezioni del 1983 nascerà il primo governo guidato da un Socialista dopo quasi 40 anni di esecutivi DC. Sono i primi anni '80 e gli anni della lotta operaia e sindacale sono alle spalle dopo la sconfitta dei metalmeccanici a Torino di tre anni prima e alla crescita del settore terziario e della piccola e media impresa scarsamente sindacalizzate.

14-15 GIUGNO 1987. Nonostante gli effetti del primo scandalo che investì il PSI, ricordato come il "patto della staffetta"(un accordo tra Craxi e De Mita sull'alternanza alla guida di Palazzo Chigi), in partiti di maggioranza tennero. Anzi, la Democrazia Cristiana centrerà il miglior risultato dal 1958. La novità fu rappresentata dal grande successo dei Verdi, che presero oltre 1,6 milioni di voti e dalla candidatura nelle liste del Partito Radicale di Ilona Staller, la pornostar meglio nota come "Cicciolina". Dalle elezioni nascerà il dicastero guidato da Giovanni Goria.

5-6 APRILE 1992. Furono le ultime elezioni della Prima Repubblica e della Democrazia Cristiana prima della bufera di Tangentopoli. Ed anche le prime a svolgersi dopo la riforma elettorale che prevedeva un sistema proporzionale con preferenze. I Comunisti si presentarono già divisi in seguito alla svolta della "Bolognina", con le due liste del PDS e di Rifondazione Comunista. Il quadro politico fu caratterizzato dalle esternazioni (note come "picconate") del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e dalla crisi di governo dovuta all'uscita del PRI in seguito ai primi passi del pool di Mani Pulite. Alle elezioni partecipa la Lega Nord di Umberto Bossi ottenendo un risultato incoraggiante (8,65%) ed il neonato movimento fondato da Leoluca Orlando e Nando Dalla Chiesa, La Rete. L'astensionismo seguito agli scandali fu elevato e poco dopo fu eletto al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro, che affiderà a Giuliano Amato la guida del Governo. La bufera giudiziaria investirà indirettamente anche quest'ultimo, data la carriera politica a fianco di Craxi. L'esecutivo tecnico di Carlo Azeglio Ciampi succeduto al Governo Amato dovrà affrontare una delle più gravi crisi economiche dal dopoguerra.

27-28 MARZO 1994. Per gli effetti travolgenti di Tangentopoli e la crisi profonda dei partiti della Prima Repubblica, le Camere vengono sciolte appena due anni dopo. Anche il sistema elettorale è differente da quello di due anni prima: si vota con un sistema misto (maggioritario-proporzionale) noto come "sistema Mattarella". La grande novità della prime elezioni della Seconda Repubblica fu certamente la "discesa in campo" dell'imprenditore Silvio Berlusconi alla guida di Forza Italia, con l'obiettivo di porre un argine all'avanzata dei postcomunisti dopo la morte dei partiti storici. Oltre ai postcomunisti si presentano coalizzati con FI gli ex-missini raccolti in Alleanza Nazionale dopo la "svolta di Fiuggi". Per la prima volta si delinea uno scenario bipolarità, con un terzo soggetto minoritario costituito dalla lista Patto per L'Italia di Mario Segni. La netta vittoria del Polo del Buon Governo porterà alla nascita del primo Governo Berlusconi. La sua vita sarà breve a causa delle tensioni con la Lega Nord che porteranno alla sua caduta dopo 7 mesi, sostituito dal governo tecnico di Lamberto Dini.

21 APRILE 1996. Ancora una volta, dopo la parentesi dei governi tecnici e la profonda crisi della politica, le Camere sono sciolte in anticipo. Sono le elezioni della coalizione "L'Ulivo" capeggiata da Romano Prodi, comprendente PDS-PPI-PRI-Lista Dini-Verdi con appoggio esterno di Rifondazione. Il Centrodestra si presenta unito nel Polo della Libertà (FI-AN-CCD-CDU) con la Lega Nord da sola e la nuova lista Pannella-Sgarbi. Poco prima della data fissata per il voto, Berlusconi e D'Alema fallirono un tentativo di accordo. L'esito degli scrutini vide un sostanziale pareggio, con uno scarto esiguo a favore dell'Ulivo. Vi furono rivendicazioni da parte del Centrodestra e fu chiesto alla Suprema Corte di Cassazione il nuovo spoglio, che vide confermato il minimo vantaggio del Centrosinistra che ottenne la vittoria e il successivo governo Prodi, che dovette tuttavia dipendere dall'appoggio esterno di Rifondazione Comunista. Proprio l'abbandono da parte di Fausto Bertinotti generò la crisi che porterà alla caduta dell'esecutivo nell'ottobre 1998.

13 MAGGIO 2001. Si arrivò al voto dopo la fine del governo di Massimo D'Alema e alla parentesi del governo tecnico di Giuliano Amato. L'elezione fu ricordata come quella delle "liste civetta", mentre la partita fu combattuta tra il Polo di Silvio Berlusconi (dove era rientrata la Lega Nord) e l'Ulivo guidato da Francesco Rutelli. All'esterno delle due coalizioni si presentarono L'Italia dei Valori dell'ex protagonista di Mani Pulite Antonio Di Pietro e la Lista di Emma Bonino. La campagna elettorale fu una delle più dure, specie in televisione dove si susseguirono le accuse al leader del Centrodestra Silvio Berlusconi. Proprio durante la partecipazione al talk show "Porta a Porta" Berlusconi firmerà il famoso "contratto con gli Italiani". Fu netta la vittoria del Polo, dando vita ad un secondo Governo Berlusconi caratterizzato da una maggioranza netta alla Camera e al Senato, che garantirà all'esecutivo una lunga vita (fino al 2005).

9-10 APRILE 2006. Le elezioni furono indette alla fine naturale della legislatura. Al posto dell'Ulivo si presentava per il Centrosinistra il nuovo soggetto di Romano Prodi, L'Unione. Anche la coalizione di Centrodestra aveva cambiato denominazione divenendo La Casa delle Libertà. Dal momento che la nuova legge elettorale obbligava le coalizioni ad esprimere il candidato premier, vi furono tensioni tra gli alleati ed in particolar modo nel Centrodestra dove Gianfranco Fini e Pierferdinando Casini avanzarono le loro candidature nel caso i loro partiti avessero raggiunto la maggioranza di voti all'interno della coalizione. Romano Prodi vince ancora al fotofinish, generando di nuovo profondi malumori negli avversari per il ruolo determinante del voto degli Italiani all'estero e dei Senatori a Vita.

13-14 APRILE 2008. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scioglie anticipatamente le Camere in seguito alla vicenda giudiziaria di Clemente Mastella, indagato per abuso d'ufficio mentre ricopre l'incarico di Ministro della Giustizia. Il governo Prodi II era caduto per il mancato appoggio esterno Udeur, inizialmente assicurato dallo stesso Mastella e poi ritirato. La campagna elettorale fu caratterizzata dalla presenza di un nuovo codice di autoregolamentazione per le vicende legate ai candidati indagati. Il periodo pre-elettorale fu incentrato sulla questione del salvataggio della compagnia di bandiera Alitalia, per la quale Silvio Berlusconi auspicava una cordata di imprenditori italiani mentre il Centrosinistra guidato da Walter Veltroni si era espresso a favore del mercato. Il successo di Berlusconi fu ancora una volta nettissimo e dalle urne uscirà rafforzata anche la Lega Nord, che vedrà i propri voti pressoché raddoppiati.

24-25 FEBBRAIO 2013. L'Italia andò a votare pesantemente provata dagli effetti della crisi economica mondiale che aveva colpito a partire dalla fine del 2008. Fu proprio in seguito alla crisi del debito sovrano in Europa che il Governo Berlusconi IV entrò in crisi, seguito dall'esecutivo tecnico di Mario Monti. Questo dicastero sarà caratterizzato dalla politica dell'"austerità" e dei suoi effetti negativi sulla fiducia degli italiani nel Governo e sui partiti che lo sostenevano. Il termine del sostegno all'esecutivo Monti da parte del Popolo della Libertà ne causò la crisi quasi al termine naturale della Legislatura. Le elezioni 2013 furono il banco di prova per il terzo soggetto politico, il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo e caratterizzate dalla permanenza del premio di maggioranza stabilito dalla Legge Calderoli (il cosiddetto "porcellum"). Gli schieramenti videro la coalizione di Centrosinistra (Italia Bene Comune) guidata da Pierluigi Bersani, il vincitore delle primarie. Comprendeva la sinistra di Vendola (SEL). Il Centrodestra con Silvio Berlusconi candidato vide la scissione dal PDL e la nascita a destra di Fratelli d'Italia. I risultati elettorali presentarono un quadro in cui le tre principali forze politiche non erano in grado di esprimere una maggioranza di governo. Seguì uno stallo politico che durò ben 2 mesi, durante i quali Napolitano, rieletto al Quirinale, chiamò a sè una consulta di "10 saggi" di tutte le formazioni politiche per cercare di superare l'impasse. Al termine delle consultazioni l'incarico fu dato a Gianni Letta perché guidasse un esecutivo di grande coalizione, che rimarrà in carica fino al 13 febbraio 2014 dopo l'uscita di FI in seguito alla decadenza di Silvio Berlusconi dalla carica di Senatore. Letta lascerà le redini del governo al vincitore delle primarie PD, Matteo Renzi.

1976: così l’Italia si turò il naso e fermò il sorpasso, scrive Paolo Delgado il 27 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". L’inflazione e l’austerity spaventavano più del terrorismo. La parola chiave era “sorpasso”. Se lo aspettavano in molti, chi pieno di speranza, chi di paura. Mai, prima di quel fatale 1976, la possibilità che il Pci superasse nei consensi era sembrata altrettanto concreta. Mai più lo sarebbe apparsa in seguito. Appena un anno prima, nelle elezioni regionali, il partito di Berlinguer aveva guadagnato 5,60 punti percentuali arrivando a meno di due punti dalla Dc, che aveva invece subito un salasso del 2,46%. Il Pci aveva conquistato Roma e Napoli, a Milano si era insediata per la prima volta una giunta di sinistra: l’onda berlingueriana pareva inarrestabile. All’origine della slavina c’erano, intrecciate, una crisi economica di proporzioni sino a quel momento inaudite e una crisi di credibilità etica della Dc, anch’essa, nelle dimensioni che aveva raggiunto, senza precedenti. L’inflazione era arrivata all’ 11% e di conseguenza le banche avevano sostituito le monete con “miniassegni” che bastavano da soli a diffondere un minaccioso senso di precarietà. Dalle precedenti elezioni politiche, quelle del 1972, il mondo era cambiato. Era successo alla fine del 1973, con lo shock petrolifero provocato dal brusco rialzo deciso dai paesi produttori di petrolio, e per la prima volta una crisi aveva cambiato le abitudini di vita degli italiani con le misure di risparmio energetico della cosiddetta austerity. Il Pil italiano era in caduta libera, nel ‘ 75 era diminuito del 2,1%. Quelle furono le prime elezioni dominate dalla coscienza che il boom era finito e non sarebbe più tornato. Era alle spalle già del 1972, ma almeno nella consapevolezza diffusa del popolo votante non era affatto chiaro che un intero ciclo era cambiato e non si trattava di una parentesi, come nel caso della “congiuntura” del 1964. In quell’anno infatti era stata la violenza politica e la reazione spaurita di una parte considerevole dell’elettorato a tenere banco, e il risultato era stata una vittoria secca del Msi, nonostante una crescita anche del Pci che era arrivato oltre il 27%. Nel 1976, nonostante la violenza politica fosse ormai armata, l’argomento fu meno centrale di quanto non si immagini oggi. Proprio una settimana prima del voto, l’8 giugno, le Brigate rosse spararono per la prima volta per uccidere. Sino a quel momento gli omicidi non erano stati decisi: erano “capitati” come conseguenze di scontri a fuoco oppure erano stati “incidenti sul lavoro”, come le stesse Br avevano definito l’uccisione di due militanti del Psi a Padova, nel corso di un’irruzione che non avrebbe dovuto provocare vittime in una sezione del Msi nel 1974. Nessun incidente invece nell’attacco che costò la vita al procuratore di Genova Francesco Coco, il magistrato che aveva bloccato in extremis la liberazione dei prigionieri in cambio della vita del pm sequestrato dalle Br Mario Sossi, e dei due poliziotti che gli facevano da scorta. Le Br, ormai guidate da Mario Moretti dopo gli arresti di Curcio e Franceschini e dopo l’uccisione di Mara Cagol, avevano scelto di alzare il tiro e non lo avrebbero mai più abbassato. Tuttavia la crisi economica mordeva molto più a fondo di quanto non facesse la sicurezza, accompagnato da una diffusa sfiducia nella capacità di fronteggiarlo da parte della Dc. Lacerata dalle divisioni interne della sinistra di Moro, che guardava alla collaborazione con il Pci in buona misura proprio per fronteggiare la crisi economica, e una destra che al congresso aveva perso di strettissima misura ed era agguerritissima, fiaccata soprattutto dal presunto coinvolgimento ( rivelatosi poi inesistente) del capo dello Stato Giovanni Leone in una storiaccia di tangenti sborsate dalla Lockheed, la balena bianca sembrava ormai a molti troppo corrotta, troppo corrosa dalla clientela e dal peso delle correnti interne, per reagire alla tempesta con la dovuta solidità. Berlinguer giocava consapevolmente su questo intreccio tra paura per lo stato dell’economia e sfiducia nei confronti della Dc. Voleva che il Pci non fosse più solo il partito del movimento operaio e degli intellettuali ma che diventasse il punto di riferimento anche della parte più moderna dell’azienda, del ceto medio- alto, della borghesia. Il Pci chiedeva voti in nome della propria “serietà”, opposta al malcostume democristiano. Si offriva come alfiere di un “rigore” necessario a risollevare le sorti sia etiche che economiche della Repubblica. L’Unità era ormai affiancata dalla neonata Repubblica di Eugenio Scalfari, compiuta espressione di quel progetto politico che mirava apertamente non a sostituire la Dc con il Pci ma ad affiancare i due partiti. Il Pci prometteva di portare in dote, in nome appunto della “serietà” e del “rigore”, quel controllo sull’insubordinazione operaia necessario per varare le politiche anti- crisi. La campagna elettorale fu una lunga attesa del momento della verità. Una tensione crescente alla quale diede voce Indro Montanelli con un’espressione passata alla storia e che ancora risuona: «Bisogna turarsi il naso e votare Dc». Gli elettori centristi seguirono il consiglio, obbedirono, votarono per la Dc svuotando i forzieri elettorali dei partiti minori che della Dc erano alleati. Il Pci arrivò davvero al suo massimo storico, 34,37%, ma la Dc tenne, perdendo meno di mezzo punto rispetto al 1972 e confermando, con il 38,71% un considerevole vantaggio. La delusione non solo tra gli elettori del Pci ma anche tra quelli della sinistra radicale quella notte era su tutte le facce. Per la sinistra, che si era presentata con il cartello Democrazia proletaria, il colpo fu durissimo. In nome di un “voto utile” ante litteram anche una parte della base della sinistra sino a quel momento extraparlamentare votò Pci. Un’altra parte scelse i radicali, considerandoli comunque ottimi “guastatori”. Il cartello si fermò all’ 1,52% e per i partitini della sinistra, che erano stati grandi come strutture di movimento ma erano superflui come forze parlamentari, fu la pietra tombale. La notte del 15 giugno le frase più ripetuta all’arrivo dei risultati, nelle piazze piene e deluse della sinistra, fu «Non cambia niente». Invece quel voto cambiò tutto. «Ci sono stati due vincitori», proclamò Moro, spianando così la strada al governo di unità nazionale e alla sconfitta sociale e politica di tutte le sinistre in campo.

1994, arriva il Cav: sinistre ko, scrive Carlo Fusi l'1 Marzo 2018 su "Il Dubbio". La campagna elettorale è da subito completamente diversa dalle precedenti. Silvio è l’Alieno venuto a colonizzare i campi desertificati da Tangentopoli. Eppure era tutto così chiaro. Bastava guardare la platea accorsa in quel 6 febbraio 1994, e la geometrica potenza che ne sprigionava, per capire come sarebbe finita. Quel pezzo di popolo raccolto nel catino del Palasport di Roma, che Eugenio Scalfari pensando alla campagna elettorale in corso e a chi, nel centrodestra, se ne era assunta la titolarità, avrebbe pochi giorni dopo e con disprezzo sussiegoso bollato come «i clowns che si sono esibiti con i loro volti ricoperti di biacca e di cerone, e così gli acrobati, i comici, le donne- cannone, i giocolieri, i musici e i pulcinella». Invece in quei mesi che segnarono il passaggio dall’inverno della prima Repubblica alla primavera, almeno elettorale, della Seconda, c’era un pezzo d’Italia che non chiedeva altro che ascoltare il suo nuovo Vate, l’imprenditore venuto su dal nulla ( ma no, ma no: dietro e di fianco a lui c’è Craxi, ci sono i vecchi maneggioni, i corrotti e i riciclati, magari perfino la mafia strillavano i suoi avversari: inutilmente), l’uomo del fare pronto a ridare speranze e velleità ai tanti che nei baffetti di Achille Occhetto e Massimo D’Alema vedevano nient’altro che la mal riuscita imitazione dei terribili mustacchi di Stalin, e nella gioiosa macchina da guerra del cartello dei Progressisti ( Pds, Rifondazione Comunista, Socialisti italiani, Rinascita socialista, Verdi, la Rete, Cristiano-sociali e Alleanza democratica) la trasposizione dei cavalli di Koba (l’Indomabile) Iosif Džugašvili stavolta sul serio ad un passo dall’abbeverarsi nelle fontane di piazza San Pietro. E infatti eccolo lì, Silvio Berlusconi, “l’uomo col sole in tasca”, pronto a battezzare la sua scesa in campo in politica per salvaguardare dalle orde di sinistra «il Paese che amo e che alla fine dei conti è tutto quel che ho, tutto quel che abbiamo». «Siamo per le libertà, tutte le libertà», gridava dal palco. A partire da quella televisiva, il poker d’assi del Caimano che lo aveva reso noto e fatto viaggiare sul carro dorato fin nell’empireo della Politica, addirittura a palazzo Chigi. Era stata una campagna elettorale completamente diversa dalle precedenti, e Silvio era l’Alieno venuto a colonizzare i campi desertificati da Tangentopoli. Linguaggio rivoluzionario, occhieggiante e suadente. Televisioni usate a tutto spiano, col risultato di provocare gli stranguglioni ai cronisti incaricati di seguire il Signore di Arcore: mentre loro gironzolavano nel Transatlantico o bivaccavano davanti alle sedi dei partiti, Silvio mandava cassette registrate con i suoi appelli, e i suoi più stretti collaboratori, da Giuliano Urbani a Cesare Previti, stazionavano sul piccolo schermo offrendo a getto continuo materiale per i titoli dei Tg e dei quotidiani. Già, le tv. Il pallino di sempre di Berlusconi, l’intuizione che l’avrebbe fatto diventare il tycoon italiano e uno degli uomini più ricchi del pianeta. Con fiuto che lo contraddistingue aveva capito fin da subito la potenzialità del nuovo mezzo. Da quando nel 1978 aveva rilevato da Giacomo Properzj TeleMilanocavo, una tv privata attiva dal ‘ 74 e destinata ai frequentatori di Milano 2, centro urbano corpo e anima dell’altro amore di Silvio: l’edilizia. Due anni dopo l’emittente era diventata TeleMilano e subito dopo TeleMilano58: progenitrice di Canale 5, varata nel 1980. E mica è finita qui. Tra l’82 e l’84 Berlusconi aveva comprato da Edilio Rusconi e Mario Formenton Italia1 e Rete4: l’impero era pronto a colpire. Ma il linguaggio, la calza davanti alla telecamera per garantire l’effetto “caldo” del messaggio, le posture, gli ammiccamenti, le barzellette spinte non erano sufficienti ad assicurare il pieno successo alla cavalcata berlusconiana. Ci voleva lo strumento politico. Anche quello Silvio l’aveva intuito. Aveva capito che era lì, a portata di mano, il mezzo che l’avrebbe fatto non vincere bensì stravincere: l’addio al proporzionale, stilema obbligato dello scontro politico dal dopoguerra, e l’arrivo del maggioritario. O di qua o di là, che tradotto nel berlusconese voleva dire o con me o contro di me. Addio al Centro, addio alla Dc, addio al pentapartito e addio soprattutto ai riti bizantini e alle liturgie della mediazione: tutti inglobati meglio: fagocitati – dal “nuovo che avanza”, che non può aspettare nessuno perché ha troppa fretta di insediarsi. Se Mani Pulite aveva distrutto i partiti storici, la legge elettorale stilata da Sergio Mattarella aveva sparso il diserbante per non farli più ricrescere. E aveva funzionato da propellente per qualcosa che a Berlusconi si adattava come un guanto: il personalismo, la leadership politica unica e indiscussa, il partito- azienda dove il Capo comanda e gli altri ne riconoscono la supremazia e ubbidiscono. Insomma aveva capito che il mondo era cambiato prima e meglio di chiunque, e che l’Italia non aspettava che il suo profeta. «Entro nell’agone politico – spiegherà in una intervista a Panorama – ma non mi faccio prigioniero della politica. Faccio sul serio e constato che gli avversari del momento se ne sono accorti con quel piccolo ritardo che mi fa piacere. Perché renderà meno difficile combatterli». “Piccolo ritardo”? Un abisso altrochè. Uno iato culturale, si dovrebbe perfino dire. E una capacità tutta imprenditoriale di capire qual è il segmento di mercato giusto dove piazzarsi per fare affari e aumentare il capitale. Altrimenti come altro giudicare l’endorsement nei riguardi di Gianfranco Fini, segretario del Msi, partito reietto e ai margini del gioco: qualunque gioco? Fuori dell’arco costituzionale, perciò inutilizzabile. Invece quel mattino del 23 novembre 1993 a Casalecchio sul Reno, non a una riunione di partito (e quale: Publitalia?) e neppure in un talk show o un in comizio ma al contrario inaugurando l’Euromercato di sua proprietà, Berlusconi non ebbe esitazioni. A Roma si votava per il sindaco e a fronteggiarsi c’erano da un lato Francesco Rutelli e dall’altro proprio il leader missino: «Se fossi elettore nella Capitale? Voterei per Fini, sicuro». In tanti giudicarono quel gesto lo sdoganamento politico dei post- fascisti. Errore. La verità è che Berlusconi aveva assimilato alla perfezione la logica del maggioritario e la stava semplicemente esercitando. Come sempre, aveva visto prima e meglio di tutti. Tutti? Ma tutti chi? Già, perché in quella campagna elettorale c’erano anche gli altri, seppur oscurati. A cominciare dagli alleati di Re Silvio. Geografica- mente divisi: al Nord la Lega di Bossi; da Roma in giù i missini di Gianfranco. Nel mezzo, appunto, Berlusconi perchè quegli altri due non si parlavano. Anzi: si insultavano. «Porcilaia fascista» era il delicato epiteto del Senatur. «Con quelli neanche un caffè», replicava l’ex delfino di Almirante. Era soprattutto Bossi a mordere il freno. L’inchiesta di Antonio Di Pietro aveva spazzato via i partiti storici e l’Umberto s’era intestato il copyright della secessione nordista. E invece si ritrova all’improvviso sorpassato da un Tir in doppiopetto, guidato da un amico di Bettino e con un compagno di cabina come Gianni Letta, quintessenza dell’abilità manovriera profumata di Biancofiore. Bossi è furbo, capisce che senza Berlusconi rimane un prodotto delle valli e non Braveheart. Però trama anche lui. Nei suoi resoconti, Claudio Petruccioli, braccio destro di Occhetto, racconta di un incontro alla vigilia del voto con Roberto Maroni in un hotel di Bologna: «Mi disse che avrebbero vinto le elezioni. E mi chiese se, nel caso la Lega si fosse sganciata subito dopo, avrebbe potuto contare sul sostegno del Pds». Come andò a finire lo sanno tutti: per dettagli chiedere a Lamberto Dini, ministro del Tesoro del primo governo Berlusconi e suo successore a palazzo Chigi. Poi c’era, come detto, Gianfranco Fini. Che incubava Alleanza nazionale «pronta ad abbandonare la casa del padre», e nel frattempo ricordava ad Alberto Statera de La Stampa che Mussolini era stato «il più grande statista del Novecento», mentre irrideva agli anatemi della sinistra prontissima ai parallelismi con il neo- premier: «Berlusconi? Non è certo il Duce. Direi piuttosto un grande piazzista». E poi c’erano quelli a sinistra, i comunisti ridotti ai minimi termini o addirittura spariti dalla geografia politica del Vecchio Continente dopo la caduta del Muro di Berlino e invece continuamente evocati come avversari subdoli e sventolati ad ogni occasione da Berlusconi. Occhetto vestiva di grigio, parlava di «nuovo inizio» e «atto fecondo» cominciato alla Bolognina con l’addio al Pci e l’approdo alla Quercia, e per quanto si sforzasse (poco, in verità: era sicuro di maramaldeggiare) non riusciva proprio a capire come avrebbe potuto perdere le elezioni dopo la splendida avanzata alle amministrative di pochi mesi prima e l’inconsistenza politica del suo competitor. Quando si aprirono le urne e risultò che Forza Italia aveva raggiunto il 21 per cento surclassando di oltre 300 mila voti il Pds, entrò in confusione. Senza più uscirne. Ma a ben vedere gli avversari più ostici e determinati di Berlusconi furono i magistrati di Milano. Le inchieste a suo carico si moltiplicavano, l’avviso di garanzia speditogli mentre presiedeva come capo del governo un convegno internazionale sulla criminalità segnerà uno spartiacque nel conflitto tra politica e toghe, aprendo una ferita non ancora del tutto suturata. Resta tuttavia che quel 27 marzo del 1994, data della valanga vittoriosa del Polo delle Libertà, rimarrà nella storia: e non solo italiana. Il primo esperimento di governo berlusconiano durerà appena otto mesi, complice il ribaltone del Carroccio e il no a nuove elezioni statuito da Oscar Luigi Scalfaro. Per tornare a recitare da presidente del Consiglio Berlusconi dovrà aspettare ben sette anni: un’infinita traversata nel deserto. Tuttavia da quella data di 24 anni fa tutto è cambiato: in tanti giurano in peggio, però convengono sul fatto che indietro non è possibile tornare. Il più convinto di tutti, naturalmente, è proprio Berlusconi che da quella marcia trionfale ha patito vicissitudini di tutti i tipi – politiche, giudiziarie, personali – che avrebbero stroncato un elefante e che invece l’hanno solo scalfito. Al punto che il Signore di Arcore è tuttora in pista, convinto di poter ancora una volta primeggiare nelle urne e nei cuori degli italiani. Il suo avversario adesso non sono più i comunisti, non è più la sinistra che anzi adesso elogia nella persona di Matteo Renzi, con il quale coltiva sintonie non trascurabili. Perfino i giudici azzannano meno: c’è stato Cesano Boscone. Ora gli avversari sono di altro tipo: interni al centrodestra come Matteo Salvini, e fuori dal circuito politico tradizionale come i Cinquestelle. Il perchè, al di là delle fumisterie della propaganda, è chiaro. «Quello in cui milito non è, non vuole essere e non sarà un partito tradizionale. È un Movimento per cittadini che nascono ora alla politica ma non la intendono come un mestiere a vita»: è così che Silvio presentò Forza Italia. Ora quelle parole e quei concetti li spargono i grillini e Berlusconi li combatte strenuamente sapendo che sono suoi cloni. La storia, ancora una volta, si è ripetuta: però rovesciandosi. L’Unto del Signore può, entro certi limiti of course, anche accettare di perdere. Non però di vedersi sfilato il segno del comando. Comprese le parole per dirlo. 

GENTISMO-POPULISMO-SOVRANISMO.

Sovranismo contro populismo. Lo scontro fra due nuove ideologie, scrive Lorenzo Vita il 18 dicembre 2018 su Gli Occhi Della Guerra su "Il Giornale". Sovranismo e populismo sono due dei termini più utilizzati negli ultimi tempi per indicare i fenomeni politici di “rottura” rispetto ai partiti tradizionali. Le etichette non sono mai un dato positivo, specialmente se vengono utilizzate con superficialità, per bollare un partito avversario e non per criticarlo in maniera approfondita e punto per punto. Ma le parole pesano. E questa nuova terminologia va studiata, capita e anche osservata nella sua evoluzione. Perché anche da questo si comprendere la direzione intrapresa dall’Europa e, in generale, da chi si contrappone a certe spinte che dal ventre del Vecchio Continente cercano di spazzare via i partiti tradizionali. Spesso uniti fra loro, come se fosse impossibile scindere fra le due parole, in realtà negli ultimi tempi i due concetti, sovranismo e populismo, non sono affatto da ritenere sovrapponibili. Certo, possono fondersi: specialmente quando di parla di populismo di destra. Ma non è detto che le due cose siano per forza identiche o equiparabili. E le dinamiche politiche europee, specialmente di questi ultimi mesi, dimostrano che c’è una differenza sostanziale fra queste definizioni. Tanto che è possibile anche osservare uno scontro fra ciò che è sovranismo e ciò che è populismo. Partendo dalla stessa definizione dei due termini, ancora molto incerta, è possibile innanzitutto osservare che mentre il populismo, nella concezione comune, è il dare risposte facili a problemi molto complessi dirigendosi alla “pancia” dell’elettorato, il sovranismo è una cosa ben diversa, essendo la concretizzazione politica della tutela della propria identità, dei propri confini e delle prerogative dello Stato nazionale rispetto alla comunità internazionale. E già da questa distinzione è possibile capire che i due concetti non siano identici. La dimostrazione più eloquente è arrivata in questi ultimi mesi grazie allo scontro fra sovranismi dell’Europa mediterranea e sovranismi dell’Europa settentrionale, con i secondi ad accusare di populismo i primi per aver chiesto maggiore libertà rispetto ai vincoli imposti dall’Unione europea. Mentre i primi, i sovranisti dell’Europa del Nord, sono apparsi da subito alfieri di un rispetto rigido delle regole europee in tema di fisco e bilancio dello Stato. Con il Nord che ha cercato da subito di dare del “populista” ai movimenti del Sud nel momento in cui le loro idee si scontravano con gli interessi dei popoli dell’Europa settentrionale. Ecco quindi che nel corso del tempo, quello che è sembrato essere un binomio quasi inscindibile, cioè populismo e sovranismo, si è trasformata in qualcosa di molto più complesso. L’ascesa di una personalità come Sebastian Kurz in Austria, per esempio, ma anche dello stesso Horst Seehofer in Germania (in particolare in Baviera) avevano fatto capire che potesse esistere anche un sovranismo senza populismo. E in questo caso, il populismo è diventato una connotazione dispregiativa, un giudizio politico dato da chi decide cosa è giusto o sbagliato in questa Europa: l’Unione europea, in primis, ma anche tutto quel mondo culturale e politico che connota i propri avversari. Perché a Bruxelles, come in larga parte dell’intellighenzia Ue, è stato chiaro che non si potesse contrastare in toto la crescente domanda di tutela dei confini o delle prerogative nazionali. Quindi serviva una distinzione fra i “populismi di destra” e quelli che invece rappresentavano effettivamente una novità totale nel rigido schema politico europeo. I primi sono iniziati a diventare tollerabili, perché in fondo tutti i governi, anche i più spiccatamente europeisti, hanno iniziato a blindare le frontiere, a regolare in maniera più ferrea l’immigrazione, a tutelare gli interessi nazionali rispetto a quelli dell’Ue. E molti sovranisti non facevano altro che rappresentare l’ala più dura e radicale di una destra europea ancorata al sistema Ue. E che proprio per questo motivo, non potevano essere condannato all’essere populisti: soprattutto se poi rientravano nella grande casa del Partito popolare europeo, che rappresenta un’area enorme, che va dalla Cdu di Angela Merkel a Fidesz di Viktor Orban. Una scelta che è nata da una necessità: salvare il salvabile. L’Europa sta cambiando. E questo comporta anche un cambiamento degli schemi mentali con cui ci si approccia ad alcuni partiti che hanno rinnovato il panorama politico continentale. La destra “populista”, che era così definita per la lotta all’immigrazione clandestina, si è scoperto essere talmente radicata anche all’interno dei moderati. Ed è impossibile definirla tout-court “populista”. Tornando all’esempio di Vienna, Kurz non è un uomo di rottura, e lo ha dimostrato nella dura condanna all’Italia per la manovra economica. Al contrario, l’etichetta di “populista” ora continua a colpire tutti quei partiti e movimenti che rappresentano effettivamente o risposte estremamente aleatorie ai problemi europei, oppure a quei partiti che non sono catalogabili nella destra e basta. Il populismo ora è rappresentato da chi vuole rompere con l’Unione europea, dai gilet gialli, dalle sinistra radicali così come dalle destre più critiche. Populismo è anche chi ha sostenuto la Brexit. E populismo è diventato tutto quanto contraddice non tanto l’Europa, quanto il sistema internazionale. Lo scontro fra sovranisti e populisti è iniziato.

Antonio Socci rivela il 17 Dicembre 2018 su "Libero Quotidiano": "Vogliono commissariare l'Italia. Mario Draghi parla già da premier". Mario Draghi si laureò nel 1970, alla Sapienza di Roma, sotto la guida del grande economista Federico Caffè, con una tesi intitolata: «Integrazione economica e variazione dei tassi di cambio». In sostanza Draghi, con Caffè come relatore, sosteneva «che la moneta unica (europea) era una follia, una cosa assolutamente da non fare». La cosa deve imbarazzarlo, oggi che è presidente della Banca centrale europea, cioè "Mister Euro", infatti quando gli viene ricordata la liquida con una battuta. Ma senza spiegare perché ha cambiato idea. Non poteva certo essere una tesi campata per aria quella che fu presentata - nientemeno - da Caffè. Del resto negli anni successivi, quando la moneta unica europea cominciò davvero a essere realizzata, fior di premi Nobel per l'Economia affermarono che era una follia (come aveva argomentato il giovane Draghi). Personalità come Milton Friedman («la spinta per l'Euro è stata motivata dalla politica, non dall' economia esacerberà le tensioni»), Paul Krugman («adottando l'euro, l'Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera con tutti i danni che ciò implica»), Joseph Stiglitz («questa crisi, questo disastro è artificiale e in sostanza ha un nome di quattro lettere: euro»).

I NOBEL ANTI-EURO - Poi Amartya Sen: «L'euro è stata un'idea orribile Un errore che ha messo l'economia europea sulla strada sbagliata Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività, servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo farli, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell'economia, cioè più disoccupazione e taglio dei servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo". Addirittura James Mirrless rivolto agli italiani, ha dichiarato: «Guardando dal di fuori, dico che non dovreste stare nell' euro, ma uscirne adesso». E Christopher Pissarides, un tempo sostenitore dell'euro, oggi è passato sul fronte opposto: «La situazione attuale non è sostenibile ancora per molto. È necessario abolire l'Euro per creare quella fiducia che i Paesi membri una volta avevano l'uno nell'altro». L'euro più che una moneta è un progetto politico e non ha giustificazioni economiche, riflette solo la strategia tedesca di egemonia continentale. Per questo crea divisione e conflitti. Non a caso la Gran Bretagna (che non ha mai aderito all'euro, perché secondo la Thatcher era una minaccia per la democrazia) si è tirata fuori pure dalla Ue. A vent'anni dalla nascita dell'euro è toccato proprio a Mario Draghi, l'altroieri, celebrare il funesto evento con una conferenza a Pisa. Ha affermato che «l'unione monetaria è stata un successo sotto molti punti di vista». Una perifrasi che, tradotta, significa: è stata per metà Europa una sciagura, ma non possiamo dirlo. Anche se la gente se n'è già accorta da sola, sulla propria pelle e sulle proprie tasche, come dimostra (dopo il disastro della Grecia) la sollevazione popolare in Francia e il voto del 4 marzo in Italia, dove vent'anni di moneta unica hanno prodotto milioni di poveri, ci hanno fatto perdere più del 20% di produzione industriale, hanno messo in ginocchio il ceto medio e hanno fatto sprofondare nella disoccupazione o nella sotto occupazione un'intera generazione di giovani.

IL NUOVO MONTI - Per cascare in piedi, Draghi ha pure ammesso che il «successo» dell'euro tuttavia non ha «prodotto i risultati attesi in tutti i Paesi». L'ennesima perifrasi per dire che la Germania con l'euro ha fatto un affarone, mentre gli altri hanno preso il pacco. Peraltro proprio Draghi è tornato a parlare di uscita dall' euro («uscire dall' euro non garantisce più sovranità»). Ma non dicevano che era irreversibile? Si può considerare il discorso di Draghi come sintomo della disperazione di una Ue che sta esplodendo. Ma è anche vero che il suo è stato un discorso da politico. E c'è chi, nel Palazzo, pensa a lui, presto in uscita dalla Bce, come a un nuovo Monti per "commissariare" il nostro Paese nei prossimi mesi. È più di un'ipotesi ed è molto preoccupante. Antonio Socci

Il comunismo di ritorno. Un nuovo spettro si aggira per l'Europa. È l'ideologia più negativa della Storia che ora riappare sotto forme nuove: pauperismo, accoglienza, politicamente corretto, scrive Marcello Veneziani l'11 dicembre 2018 su "Panorama". Non c’è giorno che non venga evocato il fascismo: come se fosse dietro l’angolo, sul punto di tornare; o eterno, come sostenne in un pamphlet ideologico Umberto Eco. Ma vuoi vedere che mentre si narra il ritorno del fascismo si sta preparando un altro inquietante ritorno? Parliamo del comunismo, l’evento che ha più sconvolto il secolo in cui siamo nati, perché è durato tre quarti di secolo, ha coinvolto ben tre continenti e miliardi di sudditi, ha mietuto più vittime in assoluto, per giunta in tempo di pace. Un evento gigantesco, scomparso nel Racconto Collettivo, inghiottito nella preistoria, come se appartenesse a un’era geologica a noi estranea. E invece, eccolo risalire le caverne dell’oblio e tornare a galla nei nostri giorni. Risale in forma di Pauperismo, riemerge in forma di Accoglienza, ritorna nelle vesti globali del Politically correct. Chiamiamolo in sigla Pap-comunismo. È il comunismo di ritorno, come l’analfabetismo, risorto per ignoranza e dimenticanza del passato. Il suo debutto ufficiale sarà a Marrakech col Global compact promosso dall’Onu, il 10 dicembre. Di che comunismo si tratta? Innanzitutto, non sentite un’ondata globale di guerra ai ricchi, di «livella» egualitaria, di slogan sulle nuove povertà, decrescita felice e vite di scarto? Ora in versione umanitaria, ora pastorale, ora in versione populista e grillina, il pauperismo è tornato e minaccia di colpire tutti coloro che sono considerati benestanti, che abbiano o no meritato la loro vita agiata, abbiano fatto o meno sacrifici, abbiano lavorato, mostrato capacità e prodotto ricchezza anche per la società. Macché, bisogna livellare a prescindere, colpire tutto ciò che eccede il minimo salariale e viene definito d’oro, dalle retribuzioni alle pensioni. Odio e risentimento prosperano in Rete. I ceti medi sono travolti da quest’ondata di pauperismo rancoroso. È il primo livello di comunismo, più grezzo e naive, che torna a galla dopo decenni di mercatismo sfrenato, egoismo e corsa alla ricchezza e ai consumi. Ma c’è un livello più alto e globale che riguarda l’accoglienza dell’infinito proletariato mondiale attratto dall’Occidente benestante. Per i nuovi comunisti da sbarco non si possono porre freni o argini al sacrosanto diritto delle persone a cercare un destino migliore, a spostarsi e andare dove essi desiderano. La patria è un carcere e, come diceva il vecchio comunismo, i proletari non hanno patria e non hanno da perdere che le loro catene. Un reticolo di associazioni, centri d’accoglienza, organizzazioni non governative, movimenti pro-migranti e strutture parallele, anche catto-umanitarie, sostiene i disperati del pianeta e cerca una nuova alleanza. Nasce un nuovo proletariato globale, con tutte le tensioni relative che si aprono, i conflitti di classe, d’integrazione e di esclusione, di insicurezza e di lotta. La battaglia successiva è difendere i diritti dei migranti dallo sfruttamento indotto dai nuovi «padroni», dei caporali nelle campagne o delle imprese che li pagano in nero o con salari di fame. Tutto l’impianto ricalca lo schema del comunismo; e come nel comunismo non manca alla base un anelito di verità e di giustizia sociale. C’è infine un terzo livello ideologico più sofisticato di comunismo che oggi ha trovato un nuovo Pc, non più il vecchio Partito comunista ma il Politically correct. È la nuova ideologia globale che vuol raddrizzare l’umanità, redimerla dai suoi errori e dal suo passato, riscrivere la storia e il lessico, offrire un radioso avvenire di emancipazione e liberazione. Il femminismo, i movimenti lgbt e omosessuali, antirazzisti, antifascisti e antixenofobi sono le sue avanguardie, i suoi nuovi militanti. Nel segno del Politicamente corretto la lotta di classe è di nuovo attiva, tra il progresso e la reazione, tra i liberatori e i sessisti, i maschilisti, gli omofobi, tra i rom, i neri, i migranti, i gay, le donne e i loro nemici. La lotta di classe diventa lotta di genere e codice linguistico; vengono colpiti i bastioni della società, la civiltà e le sue tradizioni, la nazione e i suoi confini, la famiglia e la sua struttura naturale. C’è tutta una narrazione quotidiana, pervasiva, a mezzo stampa, tv, scuola e università, con il concorso attivo delle istituzioni o di grandi totem transnazionali, che fomenta in modo ossessivo questa lotta di classe e riduce ogni notiziario, ogni messaggio, ogni appello a variazioni su questi temi.  E resta sullo sfondo l’incognita di come evolverà il «mao-capitalismo» cinese, se darà luogo a forme ibride di comunismo, in Cina, in Africa o nel mondo. Pauperismo, accoglienza, politicamente corretto. Provate a rivedere insieme, in sequenza coordinata, i tre temi indicati. Ditemi se non si sta formando un nuovo comunismo, su tre livelli. Ditemi se un nuovo spettro non si aggira per l’Europa che somiglia maledettamente al vecchio nonno barbuto. Ecco il Pap-comunismo. Qualcuno vedrà in quella sigla o acronimo, una perfida allusione a Papa Bergoglio che è diventato il cappellano militante di questi movimenti. Lasciamo che resti quel sospetto ma Pap-comunismo evoca una definizione di Hegel di due secoli fa: «la pappa del cuore». Il filosofo si riferiva alla deriva etico-sentimentale, a quell’umanitarismo retorico e melenso, peloso e fumoso, antenato del buonismo. Quanti crimini si sono commessi per il bene supremo dell’umanità, persino più di quelli che sono stati commessi nel nome della razza o di altri aberranti primati...Tutto il comunismo è una promessa di redenzione sociale, un sogno di felicità e di giustizia che ha prodotto incubi, oppressioni e massacri più terribili per la storia dell’umanità. E ora sotto nuove vesti, in tre stadi, si riaffaccia nel mondo. 

Siamo il partito più forte e vi governeremo noi. È il capo del primo movimento italiano che sfiora la maggioranza assoluta e per questo merita di essere intervistato. Qui ci spiega perché il popolo lo ha premiato e come intende governare, scrive Tommaso Cerno il 16 giugno 2017 su "L'Espresso". «Un risultato eccezionale e previsto». È il commento del segretario Astensione, leader del primo partito italiano. Nelle nuove torte elettorali, che mostrano le percentuali del voto per la prima volta il partito guidato dal segretario Astensione è stato inserito, di colore nero, al fianco dei partiti tradizionali. E mentre destra, sinistra e grillini si scannano su chi sia andato meglio o peggio (dando per morto il M5s che in pratica non partecipava alla competizione), il grafico ci mostra che stando ai dati del Viminale un partito è uscito vittorioso dalle urne. Proprio il partito di Astensione: «Puntiamo alla maggioranza assoluta. I ballottaggi di domenica sono la nostra grande occasione per prendere in mano questo Paese». Secondo quanto si apprende, il segretario Astensione non sarà tuttavia in campagna elettorale nei prossimi giorni. Non girerà l’Italia in camper né in treno: «Andremo al mare», dice. «Non abbiamo voglia di annoiarci con discorsi sulla crisi e sull’euro. Tanto li fanno gli altri per noi e la vittoria è assicurata. A Genova, dove tirano un po’ sul soldo, l’abbiamo addirittura già conquistata al primo turno. Ma vedrete che vinceremo dappertutto e poi nella pratica a governare davvero, a prendersi le responsabilità, a firmare gli atti saranno altri». Un successo che il segretario Astensione considera logica conseguenza di un programma politico, scritto da terzi e realizzato in sua vece: «Qualcuno è stato capace di costruirci una credibilità. Il popolo italiano ci ha premiati per la coerenza che abbiamo dimostrato a nostra insaputa. Siamo o non siamo noi a dimostrare che la giusta misura di equità, prosperità e sicurezza su cui l’Occidente fu fondato dopo la Seconda guerra mondiale oggi non esiste più?», si chiede Astensione rivolgendosi a quella che è stata definita per decenni la democrazia liberale. «Se oggi quel modello è vuoto, finito, è perché non garantisce uguaglianza, non tanto in fatto di guadagni o ricchezze, ma di diritti e parità sociale», continua il segretario Astensione. «La scuola è tornata a dipendere dal censo. La professione dal censo. Il tempo libero dal censo. Ottimismo e pessimismo dal censo. E così il voto sembra un grido di protesta. Un “no!” urlato dalle periferie in continua espansione, perché stanno dentro di noi e non più fuori. Ma è un’illusione. Il “no” si sta politicizzando, per cui finirà per perdere quota e credibilità così come è stato per la proposta politica». A questo punto, secondo Astensione, la strada è chiara: «Il cittadino può scegliere uomini come Donald Trump, Marine Le Pen o Beppe Grillo credendoli diversi dal sistema. Sono in effetti uomini che a parole rovesciano i valori del nostro modo di essere democratici. Salvo poi, una volta al governo, diventare subito “partito” e mostrarsi inadeguati come e più degli altri. La morale è che il cittadino, prima o dopo, resta a casa», spiega ancora Astensione, «il nostro boom elettorale dimostra che anche la protesta sta diventando sistema. È l’ennesima devianza democratica che si è fatta Accademia. Prima si stava a casa per non votare il Psi, poi per non votare Silvio, oggi pure per non votare Grillo». Da qui la strategia del segretario Astensione: «Perdiamo altro tempo. Nessuno proponga più la riforma elettorale, dopo le brutte figure di questi anni. Ripeta pure in televisione che il popolo non si nutre di quello. Muti di nuovo la forma partito: basta movimenti liquidi, si torna al modello Pci per la sinistra, con le sezioni e il territorio. Si torna al modello azienda per la destra, con nuovi volti, giovani e sorridenti. Si legge un paio di libri su Rousseau per aggiornare la piattaforma grillina. Ne avremo un’alternativa fra diversi modelli di populismo. E come si fa per le auto, ne sceglieremo uno. C’è il modello anti-rom e anti-euro, disponibile in versione classica neonazionalista e in versione a democrazia diretta. C’è il populismo di sinistra, che ringrazia chi perde alle elezioni, perché sono i cittadini che non hanno capito, perché c’è una morale che spiega sempre che hai ragione tu. E che, in cambio della sconfitta, promette un mondo migliore ma poi non sa dirti dove sia e soprattutto da chi sarà abitato. E, infine, c’è il populismo di centro, l’ultimo nato. Se davanti non c’è niente, voltiamoci indietro. Il passato è già successo, che male può fare? Cosa sarà mai questo futuro? E se poi non arriva? Meglio una sana nostalgia romantica di giovinezza politica (e anagrafica). Per questo i cittadini ormai si fidano solo di noi», conclude Astensione. «Per questo siamo il primo partito italiano».

Se Pertini diventa un meme: come la Gente ha preso il potere. Nel suo libro "La gente" il giornalista Leonardo Bianchi ripercorre il decennio che ha cambiato il paradigma politico italiano, gli anni del Gentismo. Tra bufale online, piazze urlanti e la deformazione sistematica di eventi storici, così è nato un "movimento" che tiene assieme le carnevalate di piazza e (forse) il prossimo Presidente del Consiglio, scrive il 22 ottobre 2017 Dario Falcini su "Rollingstone.it". Ne ha viste, e documentate, di cose paradossali e difficilmente comprensibili negli ultimi anni Leonardo Bianchi. Come cronista, inviato di Vice e di Internazionale, ha girato le periferie in rivolta, ha seguito cortei contro la scienza e il buon senso, arato Facebook in cerca delle pagine che hanno cambiato per sempre, probabilmente non in meglio, il modo di fare comunicazione politica, ha incontrato complottisti e freak di ogni sorta. Eppure nemmeno lui poteva aspettarsi una recensione, seppur non dichiarata, da parte di Diego Fusaro, una sorta di bolla papale per il suo primo libro, La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento, pubblicato negli scorsi giorni da Minimum Fax. “Organica alla Destra liberista-finanziaria del Danaro, la Sinistra liberal-libertaria del Costume ha coniato una nuova categoria per demonizzare ogni anelito delle classi nazionali-popolari dei lavoratori: gentismo è la nuova etichetta con cui il pensiero unico politicamente corretto ostenta il suo disprezzo per la gente comune, per i lavoratori, per le masse nazionali-popolari”, ha scritto nelle scorse ore sulla sua pagina Facebook il filosofo che si autodefinisce marxista, la cui figura meriterebbe un’analisi a parte (non l’avesse già fatto qualcuno).

Il libro di Bianchi è un viaggio lungo le coordinate dello spazio e del tempo, nel tentativo di sezionare, problematizzare e restituire “il più capito possibile” quel movimento composito che in Italia, e non solo qui, nell’ultimo decennio ha portato alla ribalta fenomeni e pratiche politiche che un tempo sarebbero state derubricate a puro folklore. Lungo le 289 pagine sono ricostruiti i momenti di “gentismo” più clamorosi degli ultimi 10 anni. Da lì si passa per i Forconi e le loro rotonde occupate, attraverso le barricate contro i migranti di Gorino, nel ferrarese, per gli slogan Je Suis Stacchio e la gente in piazza per un benzinaio “sceriffo”, dalle periferie romane ai saluti romani, fino a scie chimiche e antivaccinisti. Gruppi disorganizzati, per molti versi improponibili, che sono riusciti a darsi una ragione di vita, e a raggiungere al cuore una vasta platea. Dalla piazza si passa alla Rete, detonatore capace di disintermediare ciò che prima doveva rimanere filtrato, e viceversa, da slogan sgrammaticati a post pure peggio. La rassegna shakera fenomeni da baraccone, carnevalate e nuovi mostri, ma accanto a loro, sotto la stessa ampia e ospitale definizione, trova posto anche un partito a vocazione maggioritaria, oppure Matteo Salvini e la sua Lega sovranista. Il gentismo è quasi sempre di destra, come le istanze di cui si fa portavoce, ma, versione più adatta ai tempi e al contesto di un termine ben più collaudato come “populismo”, non ne è immune il centrosinistra, come il libro racconta nel capitolo dedicato a Matteo Renzi e alle sua campagna per il Referendum costituzionale, così simile rispetto a quella dei rivali. Perché La Gente, pur con un costante ricorso all’arma dell’ironia, connaturata alla penna dell’autore e inevitabile visti alcuni dei soggetti della sceneggiatura, è anzitutto un lavoro reportagistico e sociologico. E ci racconta che gli schemi siano saltati, e le regole della politica con cui siamo cresciuti non valgano più. Perché ora vale tutto. 

Nei primi capitoli il libro presta non poca attenzione alla questione nominale: il primo termine che compare è Gentocrazia. Il concetto è formulato per la prima volta da Beppe Grillo nel corso di un’intervista al Corriere della Sera, in occasione di un suo spettacolo del 1992, in cui faceva intervenire telefonicamente della gente. Allora era un’idea dirompente: anche sul palco di un teatro saltavano molte delle intermediazioni tradizionali, e il pubblico interveniva direttamente. Il libro parte proprio da lì, perché, mentre Grillo faceva il suo show, avveniva un altro fatto, in un primo momento molto sottovalutato: l’arresto di Mario Chiesa, che avrebbe innescato Tangentopoli e il crollo di un sistema politico. I semi della nascita del Movimento 5 Stelle vanno ricercati in quei giorni di 25 anni fa.

Il termine gentismo è stato coniato qualche tempo dopo. Qual è la definizione che ne dai tu?

«Il gentismo è una forma particolare di populismo. Tengo come valida la definizione che dà la Treccani: un atteggiamento politico di calcolata condiscendenza verso interessi, desideri, richieste presuntivamente espressi dalla gente, considerata come un insieme vasto e, sotto il profilo sociologico, indistinto. Negli anni la definizione ha subito varie evoluzioni: Nadia Urbinati associa il gentismo al modo di fare politica dei 5 Stelle, altri lo connettono a chi sta su Internet e lo riempie di bufale. In ogni caso, nulla di particolarmente edificante. Nel libro dico ciò che secondo me rappresenta il concetto di “gente” oggi, lo problematizzo e cerco di raccontare come è cambiato. Non a caso ho chiamato il libro La Gente, e non La GGGente, o cose così, per prendere in giro chi usa i punti esclamativi a caso online e crede a ogni fregnaccia. Provo anche a fare un lavoro storiografico: ritorno agli anni ’90, dove si usa per la prima volta il lemma gente, affiancato a un soggetto politico. Fondamentale è un libro del 1995, La sinistra populista, a cura di Sergio Bianchi, in cui si ipotizza il superamento del concetto di popolo per quello, appunto, di gente, che emerge da una retorica sondaggistica e pubblicitaria, e si concentra sul consumo. In tal senso, si sostiene nel libro, la gente è un contenitore vuoto, in cui chiunque può metterci quello che gli pare».

Nel calderone finiscono per convivere delle macchiette senza alcuna credibilità e il potenziale prossimo Presidente del Consiglio. Come siamo arrivati a questo punto?

«Io ho fissato come anno zero l’uscita del libro La Casta, nel 2007. Lì, secondo me, è saltato tutto. Fatte queste premesse, è perfettamente logico che, da questa specie di magma che ribolle e sfugge da definizioni, possano emergere allo stesso tempo il leader dei Forconi e politici che vengono considerati la speranza per il Paese da milioni di elettori. Il paradigma della politica italiana è mutato irreversibilmente, e servono nuovi strumenti per comprenderlo. Di certo non bastano più le categorie spicciole e denigratorie con cui si è fino a questo momento analizzato un fenomeno come il Movimento 5 Stelle».

Che ha degli aspetti positivi?

«Non sono un loro sostenitore. Ma ritengo che abbiano portato a un certo grado di ripoliticizzazione della masse, la storia dirà se sia stata una cosa positiva oppure una degenerazione. Sono stati protagonisti di un fase di cambiamento, delicata, e con ogni probabilità centrale, della politica italiana».

Nella politica, è una regola, nulla si crea e nulla di distrugge. Prima dei gentisti odierni c’erano stati L’Uomo Qualunque e la maggioranza silenziosa, i missini più battaglieri e Umberto Bossi in canottiera.  Chi sono i padri nobili di questo “movimento”?

«Padri nobili in senso tradizionale non ce ne sono. Ma io faccio un nome: Sandro Pertini. Non quello reale, ma un Pertini immaginato, che vive nei meme, con il pugno alzato minaccioso e ripete all’infinito la frase apocrifa sul governo che va cacciato con le pietre, quando non fa ciò che vuole il popolo. Anche per questo il fenomeno risulta così difficile da leggere: perché non ha radici profonde nel passato, anzi spesso sfigura, deforma i fatti e i personaggi a proprio piacimento. Pertini era combattivo, tutto qua, portato ai tempi nostri è diventato il paladino della gente comune».

Un ruolo tutt’altro che irrilevante è giocato dai media. Qual è stato il contributo di format come Striscia la Notizia, Le Iene o Lo Zoo di 105nella gestazione del gentismo?

«Lo Zoo aveva rubrica che si chiamava Un vaffanculo a: nel 2009, in piena bufera anticasta, mandava affanculo tutto il concetto di rappresentanza, spesso con accenti xenofobi e di livello gretto, e dava perfettamente conto del clima culturale in cui si sguazzava allora, e che è riesploso dopo la caduta di Berlusconi, che aveva fatto un po’ da coperchio. Il terreno è stato senz’altro dissodato dallo Zoo, o dalle tirate contro i politici di Brignano in prima serata alle Iene. Fino al cortocircuito rappresentato Rajae Bezzaz, che a Striscia ha inaugurato una rubrica sui gentisti di casa nostra, in cui intervista Er Faina, Fede Rossi e simili. Ma quelle web star sono il prodotto culturale di un programma come quello di Ricci, tutto ciò è inquietante e affascinante allo stesso tempo».

A proposito di tv, è vero che Piero Pelù da Fazio ha messo in guardia contro le scie chimiche.

«Sì, è successo anche questo.

I complottisti meritano un capitolo del tuo libro. Come si diventa tale?

«Una volta, durante un convegno No Vax, un pediatra ha detto: “Noi non siamo complottisti, ma anticomplottisti, perché diciamo quello che gli altri non dicono: la verità”. Se entri nella loro testa, le cose si ribaltano. Tutti abbiamo dei pregiudizi e dei bias cognitivi, e le teorie del complotto sono utili a crearsi una realtà parallela, facile da capire e sempre a disposizione».

Facciamo “l’uovo e la gallina”. Chi viene prima tra la Rete e il gentismo?

«Internet è nato dopo il gentismo, un termine che, come detto, c’è dagli anni ‘90. Tutti quanti usiamo questo strumento, anche i gentisti. Da qui a dire che abbia determinato l’esplosione del fenomeno non sono d’accordo: sicuramente ha contribuito a diffonderlo, così come, però, diffonde le teorie contrarie e al gentismo».

Nel mondo reale, il fenomeno è composto da piazze urlanti che vanno dal Veneto al delta del Po, fino alle periferie romane. Tutti paiono avere un motivo per sentirsi emarginati e rivendicare dignità. È questo il tratto comune?

«Diciamo che il gentismo si declina in vari modi, e in vari territori. Nel libro porto esempi concreti. Il caso Stacchio, in tal senso, è scolastico, e può ricadere sotto il cappello del gentismo, perché, in quel caso, da un episodio cruento di cronaca, si è messo in moto un meccanismo politico inedito. In Veneto, talvolta, accade così. Perché la paura della criminalità è uno di sentimenti che più strutturano una comunità in questo momento storico, gli danno un senso. Secondo, da quelle parti, le rapine e i furti in casa non sono vissuti come un fatto che riguarda il singolo, ma come qualcosa che intacca lo stile di vita di una comunità. Così si crea una reazione potente che parte dal basso, su cui poi la politica si innesta. Gorino e i cortei delle periferie romane sono discorsi diversi, ma anche loro sono eventi che conquistano la ribalta nazionale, grazia alla paura e al mito della sicurezza».

Quello che mi ha sempre colpito è la sproporzione tra i ruoli (e le presunte colpe) di personaggi come Laura Boldrini o l’ex ministro Kyenge e l’odio che riescono a generare. O come fatti e temi inesistenti o minori, penso al cosiddetto Gender, siano diventati la Battaglia da combattere. Perché la gente ha così tanto bisogno di un nemico, e come li sceglie?

«I gentisti strutturano la propria identità in contrapposizione a un nemico, dividono tutto in buoni o cattivi. Per un razzista il male è la Kyenge, per una persona di destra o un sessista è la Boldrini, per un cattolico è l’“ideologia gender” (tra virgolette). Io nel libro cerco di capire come nascono certi flussi di odio. In questo ultimo caso racconto come un dispositivo politico creato dal Vaticano abbia deformato alcune teorie femministe e queer, per rivitalizzare un certo attivismo cattolico, che negli ultimi anni si era un po’ spento. Dal 2013 a oggi così abbiamo assistito alla rinascita dei vecchi movimenti antiabortisti, che hanno trovato una causa per lottare. Capire come si innescano simili meccanismi è decisivo».

La nuova politica italiana è in mano al "gentismo". Leonardo Bianchi ci parla di La Gente e del risentimento, tra scie chimiche e razzismo, scrive Federico Sardo il 12 ottobre 2017 su "Esquire.com". Prendiamo il movimento #9dicembre dei forconi, le barricate di Gorino contro 12 migranti, la storia di Graziano Stacchio, la battaglia no-gender, le proteste contro le scie chimiche… Sono tutti eventi legati da un filo rosso: una categoria politica sempre più maggioritaria, quella del "gentismo". Il gentismo è la tendenza al populismo complottista, all'odio per il diverso e a un certo grado di violenza. Un'aggressione che per ora è soprattutto verbale e telematica. «Il termine nasce già ai tempi di Mani Pulite. Rimane comunque di difficile definizione, perché vive su più dimensioni: in quella politica, sulla strada, nelle periferie; nei piccoli centri urbani e ovviamente su Internet». A spiegarci meglio questa Italia è Leonardo Bianchi, cronista che da anni racconta le più improbabili (o significative) manifestazioni in strada, pubblica con Minimum Fax il suo primo libro, La Gente, sottotitolo Viaggio nell'Italia del risentimento.

Iniziamo con qualcosa di apparentemente facile: chi è la gente?

«Nel titolo e nel libro uso il termine Gente, in maiuscolo, perché lo identifico in un “nuovo” soggetto politico che nel corso della Seconda Repubblica è diventato sempre più il centro e la risorsa da contendersi nell’agone politico. Già ai tempi della discesa in campo Silvio Berlusconi si rivolgeva alla “gente” e non più al “popolo”. Berlusconi stesso parlava in quello che è stato chiamato “gentese”. Mi rifaccio alle tesi contenute in un raccolta di saggi del 1995, chiamata La sinistra populista. Un autore riteneva che la Gente fosse l’evoluzione del vecchio “popolo,” venuta fuori dalla retorica “sondaggistico-pubblicitaria” e caratterizzata dal consumo “anche e soprattutto di in-formazione, di cultura (in senso lato), di politica”. Un altro ancora che la Gente fosse un “contenitore vuoto” da riempire a piacimento. Mi sembra che ancora adesso – aggiornandolo un attimo – siano definizioni di Gente che reggono».

La sinistra storicamente ha sempre considerato il popolo come puro e semmai corrotto dall'alto. Pensi che la gente abbia delle colpe o sia principalmente vittima?

Parlare di colpe non credo sia possibile, anche perché parliamo di un insieme indistinto. Quello che cerco di fare nel libro è capire come la politica riempie e si serve di questo “contenitore vuoto”, e dall'altro come agiscono le persone che si riconoscono (magari solo implicitamente) nel soggetto politico Gente».

Forse uno dei caratteri che possono riassumere molto di tutto questo è "la paura del diverso".

«Il tema della paura del diverso innerva un po’ tutto il libro, e in alcuni capitoli mi concentro sia su manifestazioni di aperta xenofobia che sul “culto del territorio”, un attaccamento roccioso che non ammette contaminazioni. La questione è molto complicata e va scomposta con il massimo rigore: nel caso di Gorino, la reazione di una parte (e sottolineo una parte) del paesino è stata sicuramente determinata da una pessima gestione a livello amministrativo, con un atto d’imperio della prefettura dettato dalla cronica situazione emergenziale in cui versa il sistema d’accoglienza in Italia. In questa situazione critica si è aperto uno spazio per la xenofobia e la strumentalizzazione politica, subito riempito e sfruttato dalla Lega Nord locale e nazionale, e a cascata da tutti gli altri partiti di destra».

Come pensi che si possa migliorare questa situazione? Esiste un modo perché la gente superi questo tipo di atteggiamento?

«A Tiburtino III, un quartiere di Roma dove c’è un presidio umanitario gestito dalla Croce Rossa, da parecchio tempo formazioni di estrema destra si trincerano dietro presunti comitati di quartiere e soffiano sul fuoco. La notte dello scorso 30 agosto questo clima di tensione è culminato in una specie di assedio, causato dalla presunta aggressione di un migrante a un gruppo di bambini e dal presunto sequestro di una donna. In realtà, come hanno rilevato le indagini, la donna non solo si era inventata tutto, ma era stata lei ad aggredire e ferire per prima il migrante. Contestualmente alla svolta investigativa è arrivata la reazione decisa da parte dei genitori dei bambini iscritti all'asilo e alla scuola adiacenti al centro d’accoglienza, che in una lettera hanno fatto a pezzi la propaganda dei partiti neofascisti, scrivendo che “il Tiburtino III ha, da anni, tanti problemi, ma i migranti non ci hanno mai procurato nessun fastidio”. Un modo di superare questo atteggiamento escludente, dunque, esiste già; è ad esso che va dato più spazio».

Credo che ci sia in ballo, in questo risentimento che sta anche nel sottotitolo del libro, una tendenza molto italiana a volersi sempre autoassolvere e a dare la colpa delle nostre miserie, dei nostri fallimenti e della nostra invidia agli altri, e mai a noi stessi. “Non è colpa mia se non trovo lavoro ma degli immigrati che me lo rubano, di un sistema assistenziale che favorisce altri invece che me, delle caste dalle quali sono escluso”. Cosa ne pensi?

Quella tendenza di cui parli sicuramente esiste. Prendiamo il discorso sulla Casta: alla denuncia di malefatte e privilegi ormai insopportabili non è seguita una presa di coscienza da parte della politica. Anzi, per non farsi travolgere dalla marea di indignazione sollevatasi dal 2007 a oggi, anche i partiti politici si sono messi a denunciare la Casta. A quel punto si sono rotti tutti gli argini: un frame che addossa qualsiasi responsabilità agli altri è destinato a funzionare, proprio perché divide la realtà in maniera manichea, tra noi e loro, tra Gente e Casta. Ma allo stesso tempo è un’arma a doppio taglio. Nel 2017 la retorica sulla Casta – o sulle caste – non ha più nulla di costruttivo, ma solo di distruttivo. E anche chi l’ha sfruttato più di ogni altro, ossia il MoVimento 5 Stelle, può rimanerne travolto. Non a caso, due giorni fa persino Alessandro Di Battista si è preso dell’abusivo da alcuni manifestanti sotto Montecitorio».

Allo stesso tempo però questo non porta a un miglioramento personale, ma soltanto all'invidia per chi è più fortunato di noi, per chi ha dei privilegi che io non ho, e che ucciderei per avere. Il rischio quindi è quello di trovarci ad avere una classe politica senza competenze, senza esperienza, con l'unico valore di non essersi ancora fatta corrompere ma pronta a farlo alla prima occasione?

«Una classe politica senza competenze e (per ora) senza esperienza c’è già, ed è stata eletta proprio per queste sue caratteristiche. Il punto è che era inevitabile che subentrasse: la classe politica con le competenze e l’esperienza è la stessa che ha fatto danni incalcolabili, e che è stata incapace di dare risposte convincenti alle varie crisi che si sono susseguite negli ultimi vent’anni. Basta pensa-re alla spettacolare parabola discendente di Mario Monti, che da professore ieratico e iper-competente si è ritrovato a reggere cagnolini in diretta televisiva. Era un’operazione falsa e non credibile, ed in quanto tale è stata punita alle urne».

La gente non crede nella politica, nei partiti, non crede ai giornali, non crede nella Chiesa, al Presidente della Repubblica, non crede nelle lotte, non crede nel sociale, non crede alle Ong, non crede alla beneficenza... Secondo te c'è qualche istituzione che ancora non ha perso ogni rispettabilità? O la gente è solo eternamente in attesa di un uomo forte che dica "fanno tutti schifo, ci penserò io a risolvere tutto"?

«Se si vanno a vedere gli ultimi sondaggi, le istituzioni che riscuotono il maggior grado di apprezzamento sono sempre le forze armate e le forze dell’ordine. Il crollo inesorabile di fiducia colpisce – ormai da decenni – i partiti e i giornali, e per molte valide ragioni. Sui primi non penso ci sia molto da discutere, mentre sui secondi basta aprire qualsiasi homepage per rendersene conto. In un capitolo mi soffermo sulle proteste nel dicembre 2013 del movimento #9dicembre (all’epoca impropriamente definito “dei Forconi”), perché secondo me ha evidenziato – ovviamente in maniera discutibile, disorganizzata, e a tratti inquietante, come la sfiducia cronica non si traduca necessariamente nell’apatia, ma riesca a mobilitare persone che si auto-organizzano spontaneamente. Tutta quella protesta, liquidata a mio avviso troppo facilmente, era un modo piuttosto sgangherato per tornare ad avere voce in capitolo, per contare qualcosa. Si può anche leggere come la disperata necessità di avere una rappresentanza politica – che non necessariamente arriva con l’uomo forte – e un’adeguata rappresentazione mediatica».

Di solito chi dice di non essere né di destra né di sinistra è di destra. Questo vale anche per il gentismo, che fa dell'antipolitica uno dei suoi punti di forza? Nell'ultimo capitolo però tratti di questa inquietante novità che è il gentismo renziano.

«Nel libro che ho citato prima si dice che il gentismo è “patrimonio comune della destra e della si-nistra”. Dunque, no, il gentismo non è un fenomeno esclusivamente di destra. Certo, alcune sue espressioni sono di destra, a volte anche estrema; ma molto dipende da come viene maneggiato e assorbito, e da chi si fa portatore di alcune istanze. Una politologa importante come Nadia Urbinati lo associa in via quasi esclusiva al M5S, parlando di un “indistinto gentismo” che è “insieme il popolo e l’ideologia del M5S” e si estrinseca nella “reazione dei cittadini ordinari contro coloro che svolgono una funziona di direzione politica”. Per Urbinati, e pure per me, è qui che risiede una delle chiavi del successo del MoVimento. Quello renziano, invece, è da un lato un grottesco tentativo (sempre e comunque “ufficioso”) di replicare lo stile retorico dei Cinque Stelle, e dall'altro un vero e proprio cedimento culturale spacciato per necessità di rincorrere gli avversari sul loro terreno. Non ha funzionato durante la campagna per il referendum, non ha funzionato dopo (vedi il fotomontaggio con Renzi e Totti), e continua a non funzionare adesso. Anzi, viene osteggiato persino da renziani del calibro di Matteo Richetti. Internet avrebbe dovuto aiutarci a diventare più informati, invece sembra che stia avvenendo il contrario. Se prima comunque le fonti da cui ci si informava avevano un minimo di controllo di qualità e uno standard minimo, ora esistono le famose fake news, le bufale, e un sacco di monnezza nella testa della gente».

Come si può fare per arginare questa tendenza? Siamo destinati a vedere il trionfo di semplificazioni inadatte a interpretare una realtà complessa?

«Non credo che siamo meno informati, né tantomeno che in un ipotetico “prima” le fonti avessero un controllo di qualità o uno standard minimo. Per quanto riguarda le cosiddette “fake news”, be’, le notizie false e le bufale sono sempre esistite. Se ne parla ora, e in questi termini, per un semplice motivo: la vittoria di Donald Trump. Secondo me il dibattito è stato impostato malissimo dalla stampa liberal statunitense, ed è stato digerito ancora peggio in Italia – con tanto di imbarazzanti proposte di legge che hanno il sapore di una censura indiscriminata. Una ricerca dell’università di Stanford sostiene che Trump “sarebbe presidente anche in un mondo senza fake news”, mentre una della Columbia Journalism Review afferma che una spinta determinante al successo sia venuta dalla vecchia televisione (su tutti Fox News) e da media molto connotati politicamente come Breitbart, che sono riusciti a imporre la propria narrativa e la propria agenda al resto dei media. Insomma: non sono stati gli adolescenti macedoni di cui tanto si è parlato a far vincere Trump. Se ci spostiamo sull’Italia, per me è indicativo analizzare come operano i cosiddetti siti bufalari. La loro strategia editoriale, chiamiamola così, è semplicissima: prendono notizie già uscite sui media, soprattutto di destra, e ci mettono un titolo un attimo più truculento di quello originale. Capisci che qui si pone un grosso problema: se voglio arginare il fenomeno, devo andare a colpire la fonte o chi si limita a riprendere quei contenuti? Paradossalmente dovrei chiudere le edicole per evitare di vedere certi titoli, ed è una follia. Quello che serve invece è più giornalismo, più qualità, più educazione e più verifica delle fonti: una verifica che in primis devono fare i giornalisti, e in secondo luogo gli utenti».

Penso che uno degli esempi più clamorosi di tutto questo, forse meritevole anche di un libro a se stante, sia la questione del gender. Oltre all'esilarante fatto che "essere contro il gender" significa esattamente il contrario di quello che queste persone pensano, secondo te perché è stata creata un'emergenza che di fatto non esiste assolutamente? Facendo anch'io un po' il complottista ti chiedo: chi ci guadagna da questa battaglia? O è solo il corso randomico dell'idiozia?

Dal libro si apprende che molte associazioni e organizzazioni che combattono quella lotta hanno legami con l'estrema destra. Sarebbe molto comodo squalificare tutta l’isteria sull’ideologia gender come un’idiozia o una stramberia. Purtroppo non è così, e va presa molto sul serio. Si tratta infatti di un’arma politica costruita a tavolino dal Vaticano a cavallo tra gli anni ’90 e i primi del 2000. Deformando e demonizzando le teorie femministe e queer, il Vaticano e i suoi “esperti” hanno dato nuova linfa ai movimenti anti-abortisti e cattolici che erano un po’ in difficoltà, e soprattutto hanno creato una nuova categoria di mobilitazione politica. A partire dal 2013 abbiamo visto come questa ideologia gender sia penetrata con forza nel dibattito pubblico, e di come la politica – dall'estrema destra al centro – ne abbia scorto le potenzialità. Temo che ci porteremo dietro la teoria del gender ancora a lungo, perché per il mondo cattolico e reazionario è un Nemico davvero troppo comodo per rinunciarvi».

C'è un futuro per l'Italia? Sei in fondo ottimista o siamo destinati a morire di peste sotto un governo di sciachimicari, antivaccinisti e gente che toglie le panchine per non fare sedere gli immigrati?

«Un mio amico dice sempre che tra qualche anno Mario Draghi finirà a capeggiare un governo di tecnici con mandato illimitato. Comincio a pensare che finirà davvero così (e che non conosceremo mai CHI STA AVVELENANDO I NOSTRI CIELI!1). A parte gli scherzi, davvero non so quale possa essere il futuro dell’Italia. E non da qui a cinque anni, ma da qui a cinque mesi. Sono abbastanza sicuro che la prossima campagna elettorale sarà di un livello davvero infimo, e che dalle elezioni molto probabilmente non uscirà un governo – oppure uscirà un altro pastrocchio tenuto in piedi da 5219 partiti».

Come è possibile che la sinistra, in un momento di disuguaglianza sociale incredibile, e in cui i sistemi che governano il mondo mostrano sempre più i loro limiti, sia invece in una crisi profondissima? È perché la Gente di cui parliamo, fondamentalmente egoista, non riesce a vedere i propri problemi come parte di un discorso collettivo? O è per colpa della sinistra stessa e di quello che (non) ha fatto, o di suoi limiti strutturali?

«Non necessariamente la Gente è egoista, anzi. In una storia che analizzo nel libro, il caso del benzinaio Graziano Stacchio, le comunità locali hanno fatto eccome un discorso collettivo. E questo perché la paura della criminalità – unitamente alla richiesta di sicurezza – è un formidabile collante comunitario, specialmente in territori come il Veneto. Più in generale, e qui provo a risponderti sull’angosciosa e infinita questione crisi-della-sinistra, è un tema su cui la sinistra e il centrosinistra – almeno quelli istituzionali – continuano a sbandare vistosamente: prima disinteressandosene, e poi ricopiando le peggiori strategie della destra (non solo italiana) in materia, nell’illusione di recuperare il terreno perduto. Tornando indietro di dieci anni troviamo il decreto del governo Prodi contro i romeni (dopo l’omicidio Reggiani), il sindaco di Padova che tira su un “muro” attorno a un ghetto, e Cofferati che a Bologna aziona ruspe a tutto spiano. Oggi, l’epigono di questo atteggiamento è senza alcun dubbio il ministro dell’Interno Marco Minniti. Il quale ha ragione quando dice che la paura sarà “il tema cruciale dei prossimi dieci anni, un nodo cruciale per la vita democratica del paese”; se poi però fai decreti che sembrano scritti dalla Lega Nord, non ti puoi stupire più di tanto che gli elettori alla fine preferiscano l’originale».

Vademecum del populista, scrive Piero Sansonetti l'8 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Cos’è il populismo? Non sono uno studioso di politologia per dare una spiegazione teorica. Posso provare a “nominare” alcune caratteristiche che tornano sempre e che sono elementi fissi nella fisionomia populista. A me ne vengono in mente quattro.

Il giustizialismo. Tutti i movimenti populisti hanno questa impronta. Non esistono movimenti populisti garantisti, e neppure libertari. L’idea di fondo che sorregge il populismo è quella dell’uso della macchina della giustizia per creare equità sociale. Vademecum del perfetto populista. Di conseguenza la giustizia non coincide più con lo Stato di diritto. La giustizia assume una struttura e una finalità diversa: è una mescolanza tra la sua natura giuridica e la sua natura sociale. Non c’è più distinzione tra diritto e giustizia sociale. E la macchina della giustizia è chiamata al compito di fondere queste due categorie. Così la giustizia non deve occuparsi più di perseguire il reato, e di accertarlo, ma ha il compito di appianare l’ingiustizia. Dal punto di vista lessicale questa idea è anche sensata. E’ logico che giustizia e ingiustizia si contrappongono. E’ chiaro però che per arrivare a questa contrapposizione, e alla fusione tra giustizia giuridica e giustizia sociale, occorre mettere tra parentesi lo Stato di diritto. Il giustizialismo prevede che sia perseguita l’ingiustizia al di là del codice penale. E prevede che la ricerca della prova sia utile ma non essenziale. Il giustizialismo considera la rinuncia allo stato di diritto, e dunque anche alla presunzione di innocenza e al pieno diritto alla difesa, come rinuncia dolorosa ma indispensabile per dare una scossa alla società e per ricostruire una forma di Stato che abbia al suo centro l’etica, e tenga solo in secondo piano il diritto. Il giustizialismo ha come obiettivo lo Stato etico. Non necessariamente violento e dittatoriale, come in genere si configura lo Stato etico, o, almeno, come sempre si è presentato in passato. Il sogno del giustizialismo è uno stato etico dal volto umano, che conservi in gran parte la forma democratica, ma senza considerare la democrazia una conditio sine qua non.

La guerra dei penultimi. Il populismo è fondato su un’idea molto precisa di popolo. Il popolo non è tutto, mai, in nessuna dottrina politica. Nel marxismo il popolo viene fatto spesso coincidere con la classe operaia, oppure con i lavoratori. Con l’esclusione della plebe, del sottoproletariato, e talvolta anche della piccola borghesia. “Piccolo borghese”, nel gergo marxista, è sempre stato qualcosa di molto vicino a un insulto. Nella dottrina populista invece il piccolo borghese è il dna del popolo. E l’operazione sociale populista è quella di unificare la piccola borghesia e il proletariato, e di creare un popolo dei penultimi che lotti contro gli ultimi e contro i primi, cioè l’establishment, l’alta borghesia e le classi dirigenti. Chi sono gli ultimi? Tutti gli emarginati, e in particolare, naturalmente, gli illegali e soprattutto gli illegali stranieri. La xenofobia non è un risvolto ideologico e astratto del populismo, ma è il suo risvolto sociale. Lo straniero visto come ultimo, e dunque come nemico del popolo al pari degli illegali poveri, e del vertice della società. Ho scritto “illegali poveri”, per distinguerli da quelli meno poveri. Il populismo condanna rigorosissimamente i piccoli reati del sottoproletariato, o dei giovani, e i reati economici dei ricchi; è disposto invece a tollerare le piccole evasioni o i reati economici “difensivi” del ceto medio.

L’odio al posto della lotta. Il populismo, come tutti i movimenti che suscitano un ampio consenso, si basa su una ideologia. L’ideologia populista però non è costruita su un progetto politico ma su un sentimento: l’odio. L’odio di classe era un sentimento previsto e diffuso nell’immaginario marxista. Ma era concepito come supporto alla lotta. Il marxismo puntava tutte le sue carte sulla lotta di massa: gli scioperi, i cortei, l’occupazione delle fabbriche o delle università, talvolta addirittura il luddismo, la battaglia parlamentare condotta anche con mezzi estremi, come l’ostruzionismo. L’odio era solo uno strumento. In che senso? La “bibbia” era la lotta di classe, l’odio di classe era il carburante per spingere la lotta di classe. Nel populismo invece l’odio diventa qualcosa più di uno strumento. Diventa, appunto, ideologia. Tu sei tanto più coerente con le finalità del movimento quanto più riesci a odiare e ad esprimere il tuo odio pubblicamente. L’odio ti è richiesto e viene usato come strumento di proselitismo, di propaganda. E anche di unificazione del popolo. L’odio è l’identità. L’odio è un valore, anzi: il valore. La lotta politica è una categoria che quasi sparisce, interamente surrogata dall’odio.

Il rifiuto della politica. La conseguenza dell’ideologia dell’odio è il disprezzo per la politica. Quando si dice che il movimento populista è l’espressione della antipolitica, non si sostiene che il movimento non ha un peso sulla politica. Semplicemente che rifiuta e denuncia gli strumenti tradizionali della politica: la strategia, il programma, la ricerca dell’intesa, la delega. E – appunto – la lotta di massa. Il movimento populista condanna queste pratiche. Propone la democrazia diretta ma spesso indica un modello di democrazia diretta del tutto platonico, e in questo modo, mentre combatte la politica e i suoi metodi, avvia un percorso di abolizione della democrazia delegata e cioè – in ultima istanza – della democrazia. Mi fermo qui. E pongo una domanda. Su quali di questi punti si differenziano Movimento Cinque Stelle e Lega? A me sembra che la Lega sia più moderata, i 5 Stelle più radicali, ma non vedo differenze sostanziali (forse ci sono differenze solo sull’ultimo punto, perché la Lega è favorevole alla democrazia politica). Per questo non capisco perché non dovrebbero trovare il modo per governare insieme.

Da Gramsci a Bauman: di cosa parliamo quando parliamo di populismo. Il populismo ha una storia antica e tante sfumature: mai come quest’anno anno ci sono stati convegni, citazioni, studi accademici e libri che hanno tentato di spiegarlo. Ecco qualche estratto, da Gramsci a Bauman, scrive il 16 dicembre 2018 "La Repubblica". Un anno fa ‘populismo’ veniva scelta dal Cambridge Dictionary come parola dell’anno. Un anno dopo in Italia c’è il primo governo populista, una definizione sottoscritta e rivendicata dallo stesso premier Conte. Il populismo ha una storia antica e tante sfumature: mai come quest’anno anno ci sono stati convegni, citazioni, studi accademici e libri che hanno tentato di spiegarlo, nelle sue accezioni storiche, sociali e perfino psicologiche. Ecco qualche estratto, da Gramsci a Bauman, per capire di cosa parliamo quando parliamo di populismo.

• Popolo. “L’avvicinamento al popolo significherebbe quindi una ripresa del pensiero borghese che non vuole perdere la sua egemonia sulle classi popolari e che, per esercitare meglio questa egemonia, accoglie una parte dell’ideologia proletaria. Sarebbe un ritorno a forme «democratiche» più sostanziali del corrente «democratismo» formale. È da vedere se anche un fenomeno di questo genere non sia molto significativo e importante storicamente e non rappresenti una fase necessaria di transizione e un episodio dell’«educazione popolare» indiretta. Una lista delle tendenze «populiste» e una analisi di ciascuna di esse sarebbe interessante: si potrebbe «scoprire» una di quelle che Vico chiama «astuzie della natura», cioè come un impulso sociale, tendente a un fine, realizzi il suo contrario”. (Gramsci, Quaderno VI)

• Indice. “Oggi esiste un indice di populismo che tiene conto del fenomeno (Timbro Authoritarian Populism Index) e il numero di studiosi del fenomeno è in crescita: delle circa 200.000 pubblicazioni censite dal motore di ricerca Google Scholar, oltre 60.000 sono comparse dopo il 2000 – più del 30% – a conferma della recente, accresciuta attenzione al fenomeno sotto il profilo accademico”. Paolo Graziano, Neopopulismi (il Mulino)

• Democrazia illiberale. “L’avvento della democrazia illiberale, o democrazia senza diritti, è solo un aspetto della politica dei primi decenni del Ventunesimo secolo. Questo perché, nello stesso momento in cui le persone comuni sono diventate scettiche verso le prassi e le istituzioni liberali, le élite politiche hanno cercato di isolarsi dalla loro rabbia. Il mondo è complicato, sostengono, e loro hanno lavorato sodo per trovare le risposte giuste. Se i cittadini sono così insofferenti da ignorare i saggi consigli offerti dalle élite, allora vanno educati, ignorati o costretti all’obbedienza...La propensione dei leader populisti a offrire soluzioni così semplici che non potranno mai funzionare è molto pericolosa. Una volta al potere, le loro politiche rischiano di aggravare proprio quei problemi che avevano scatenato la rabbia popolare in origine. Sarebbe facile cedere alla tentazione di pensare che gli elettori, opportunamente ridimensionati dal caos venutosi a creare, restituiscano la fiducia ai politici dell’establishment. Ma la sofferenza aggiuntiva rende i cittadini ancora più scontrosi e irrequieti. E, come dimostra la storia di molti paesi latinoamericani, quando un populista fallisce, ci sono le stesse probabilità che gli elettori restitui- scano il potere alle vecchie élite o che si rivolgano a un altro populista, se non direttamente a un dittatore”. Yascha Mounk, Popolo vs Democrazia (Feltrinelli)

• Purezza. “Primo fattore comune a tutti i populismi è, naturalmente, la centralità assorbente che in essi assume il riferimento al popolo, inteso nella sua dimensione «calda» di comunità vivente, quasi una sorta di entità pre-politica e pre-civile, da «stato di natura» russoviano. Un’entità organica, che dunque non ammette al suo interno distinzioni, vissute come colpevoli e deleterie divisioni. E che fonda una particolare concezione del conflitto politico: non piú la tradizionale dialettica «orizzontale» tra le diverse culture politiche in cui si articola la cittadinanza, di cui la coppia destra-sinistra è il piú pregnante esempio. Ma il confronto – anzi la contrapposizione – «verticale» del popolo tutto intero nella sua incontaminata purezza originaria e di una qualche altra entità che si pone, indebitamente, al di sopra di esso (un’élite usurpatrice, una congrega di privilegiati, un potere occulto) oppure, insinuante, al di sotto (gli immigrati, gli stranieri, le comunità nomadi...) Il secondo fattore comune ha a che fare, in qualche modo, diretto o indiretto, con l’idea del tradimento: con un qualche abuso, una sottrazione indebita, un complotto ordito ai danni degli onesti cittadini, secondo uno stile di pensiero che rifonda il conflitto non solo in termini politici o sociali ma anche, e in primo luogo, «etici»: come contrapposizione morale tra giusti ed empi, onesti e corrotti, «nostri» e «loro»...L’ultimo fattore comune, infine, rinvia all’immagine del rovesciamento: alla cacciata dell’oligarchia usurpatrice – la rimozione del «corpo estraneo» – e alla restaurazione di una sovranità popolare finalmente riconosciuta, da esercitare non piú attraverso la mediazione delle vecchie istituzioni rappresentative ma grazie all’azione di leader (tendenzialmente carismatici o comunque legati emotivamente alla propria «gente» attraverso meccanismi di transfert) in grado di fare «il bene del popolo». O, come si suol dire, di farsi garanti della «salute pubblica»”. Marco Revelli, Populismo 2.0 (Einaudi)

• Élite. “I lavoratori si stanno rivoltando contro le élite e le istituzioni dominanti che li hanno puniti per una generazione. Oggi negli Stati Uniti, ad esempio, i salari reali sono inferiori rispetto a quando fu portato avanti l’assalto neoliberale a partire dalla fine degli anni ’70 – intensificandosi bruscamente sotto Reagan e Thatcher – con i prevedibili effetti sul declino del funzionamento di istituzioni formalmente democratiche. C’è stata una crescita economica e un aumento della produttività, ma la ricchezza generata è finita in pochissime tasche, per la maggior parte a istituzioni finanziarie predatorie che, nel complesso, sono dannose per l’economia. In Europa è accaduto più o meno lo stesso, in qualche modo anche peggio perché il processo decisionale su questioni importanti si è spostato sulla Troika che è un organismo non eletto. I partiti di centro-destra / centro-sinistra (democratici americani, socialdemocratici europei) si sono spostati a destra, abbandonando in gran parte gli interessi della classe lavoratrice. Ciò ha portato alla rabbia, alla frustrazione, alla paura e al capro espiatorio. Poiché le cause reali sono nascoste nell’oscurità, deve essere colpa dei poveri non meritevoli, delle minoranze etniche, degli immigrati o di altri settori vulnerabili. In tali circostanze le persone si arrampicano sugli specchi. Negli Stati Uniti molti lavoratori hanno votato per Obama, credendo nel suo messaggio di «speranza» e «cambiamento», e quando sono stati rapidamente disillusi, hanno cercato qualcos’altro. Questo è terreno fertile per demagoghi come Trump, che finge di essere la voce dei lavoratori mentre li indebolisce di volta in volta attraverso le brutali politiche anti-sindacali della sua amministrazione, che rappresenta l’ala più selvaggia del Partito Repubblicano. Non ha nulla a che fare con il «populismo», un concetto con una storia mista, spesso piuttosto rispettabile”. Noam Chomsky, il Manifesto, 8 settembre 2018

• Rabbia. “L’élite politica, nel suo modo di pensare (e di agire) è sempre più globalizzata, perché costretta a confrontarsi con potenze e poteri indipendenti dalla politica e sempre più extraterritoriali. Si tratta di un’élite che ha altre preoccupazioni e diverso linguaggio rispetto alle angosce che attanagliano la gente che essa in teoria dovrebbe rappresentare. I vari Trump, Orbán, Boris Johnson, Kaczynski o Le Pen (è un elenco che cresce ogni giorno) hanno il vantaggio di dire pane al pane. E sanno quanto sia facile appellarsi alle emozioni. Basta descrivere la realtà adattando il modo di raccontare agli orizzonti mentali dei propri ascoltatori; usare lo stesso idioma che utilizzano i commensali al pub quando dopo un paio di boccali di birra condividono i sentimenti di rabbia e di odio nei confronti dei presunti colpevoli delle proprie angosce”. Zygmunt Bauman, L’Espresso, 4 luglio 2016

Oltre agli autori citati (se non ne avete avuto abbastanza...) consigliamo questi libri: Populismo di Anselmi (Mondadori università); Che cos’è il populismo di Müller (Bocconi); Populismo sovrano di Feltri (Einaudi); Filosofie del populismo di Merker  e La Ragione populista di Laclau (Laterza); Italia populista di Tarchi (Il Mulino); Populismo digitale di Dal Lago (Raffaello Cortina) 

La lunga storia dei populismi, da Tolstoi a Peron, scrive l'11 novembre 2016 “Il Dubbio". I primi movimenti nascono in Russia a fine '800. Da allora questo termine non è mai stato adoperato tanto spesso come negli ultimi anni

Il 24 gennaio del 1878 la rivoluzionaria russa Vera Zasulic sparò al governatore di Pietroburgo, il generale Trepov, che aveva fatto frustare quasi a morte un detenuto reo di non essersi tolto il cappello al suo passaggio. Con una sentenza a sorpresa l'attentatrice fu assolta e fece in tempo a fuggire prima che il governo impugnasse la scandalosa sentenza. Da quel momento gli attentati in Russia si moltiplicarono e il 13 marzo 1881 uccisero con una bomba l'obiettivo più elevato possibile, lo zar Alessandro II. Vera Zasulic faceva parte del gruppo Zemlja i Volja, Terra e libertà. A eliminare Alessandro II fu l'organizzazione che ne discendeva, Narodnaja Volja, Volontà del popolo. Erano entrambe braccia operative del populismo russo, benedette dal suo profeta in esilio Aleksandr Herzen. Non si limitavano a combattere l'autocrazia in nome del popolo, ritenevano che nel mondo contadino russo esistesse uno spirito comunitario intrinsecamente positivo che avrebbe permesso di evitare la fase della rivoluzione borghese. Sul versante non violento, posizioni simili erano espresse da Tolstoj col quale Lenin polemizzò, prendendolo però sul serio come meritava, in alcuni articoli molto serrati. Da allora, il termine "populismo" non è mai stato adoperato tanto spesso come negli ultimi anni. E' improbabile però che si riferiscano a quel populismo i dottori che ogni giorno, dalle colonne di tutti i giornali e dagli studi di tutte le tv, lo citano come il nuovo spettro che si aggira non solo per l'Europa. Se così fosse non si spiegherebbe la piega sdegnosa della bocca, l'espressione a metà tra lo schifato e la sufficienza di chi si sente immensamente superiore. Al populismo di Herzen e Tolstoj nessuno negherebbe uno spessore che mal si concilia con gli sbrigativi anatemi a cui si abbandonano i dotti in ogni circostanza: Brexit, Marine Le Pen, Orban, M5S, Tsipras, Podemos, Hofen... Tutte varianti del medesimo demonio, stupido ma non per questo meno pericoloso: "Il populismo". Il riferimento sarà forse al People's Party, formazione indipendente americana che ebbe il suo momento di gloria tra il 1891 e il 1896, raggiungendo l'8% alle elezioni presidenziali del 1892? Qualche punto di contatto in effetti ci sarebbe. Il programma del partito era ferocemente ostile alle grandi banche, proponeva la nazionalizzazione delle ferrovie e del telegrafo, puntava sulla tassazione progressiva. Ma quella era un'organizzazione di estrema sinistra, poi confluita come ala radicale nel Partito democratico. Se sul banco degli accusati del XXI secolo ci fossero solo Tsipras e Iglesias ancora ancora si potrebbe attribuire al populismo contemporaneo quella improbabile discendenza genealogica, ma come metterla con quella componente dei reprobi che solo a sentir parlare di sinistra mette mano alla pistola? La definizione ossessivamente ripetuta è in realtà tanto vaga e approssimativa da potersi adattare a quasi tutto. Se per populismo s'intende il rapporto diretto e fortemente emozionale del leader carismatico con le masse, sarebbero certamente da considerarsi movimenti populisti il fascismo e il nazismo. I quali tuttavia non presentano punti di contatto con l'originario movimento russo e sono antitetici rispetto alla visione etica che del populismo offriva nel 1969 il suo massimo profeta recente, il sociologo americano Christopher Lasch: «Il populismo è la voce autentica della democrazia. Si basa sul principio che gli individui hanno diritto al rispetto finché non si dimostrano indegni di averne, ma esige che tutti si assumano le loro responsabilità». Nei regimi totalitari, inoltre, il nesso diretto ed emotivo tra il capo e le masse era solo una componente, fondamentale ma non tale da caratterizzarli in maniera eminente. Probabilmente il modello di governo che più merita l'incresciosa nomea è quello di Juan Domingo Peròn, presidente dell'Argentina dal 1946 al 1955, con la sua continua chiamata alla mobilitazione plebiscitaria del popolo che tuttavia non degenerò in dittatura o regime. Quando l'etichetta viene applicata a leader Berlusconi in Italia è proprio al modello peronista che ci si riferisce. Solo che nessuna di queste esperienze storiche, e neppure quella italiana del partito dell'Uomo qualunque, citata dal sociologo di destra Marco Tarchi come apogeo del populismo de noantri, spiega l'inflazione corrente del termine e la sua trasformazione in parolaccia. Il populismo, per come viene inteso e debitamente demonizzato oggi, è qualcosa di simile a quelle esperienze ma con al suo interno slittamenti profondi. È un messaggio di rivolta contro le élites indirizzato al popolo, demagogico e pericoloso ma non perché infondato. Al contrario, le stesse firme che nei giorni pari suonano l'allarme rosso per la minaccia populista, in quelli dispari dissertano sulle medesime nefandezze delle élites che il "populismo" denuncia. L'elemento demagogico sta nell'illudere il popolo che quei limiti possano essere superati contrapponendosi alle élites invece che affidandosi alla loro capacità di autoriformarsi. Non è che le élites in sé siano buone. È che sono comunque meglio della massa vociante, della plebe ignorante. Sbaglieranno pure, ma almeno sanno quello che fanno. Dunque solo loro possono invertire la marcia senza provocare quei disastri che sarebbero invece garantiti affidando la guida al popolino. Perché classi dirigenti che nel giro di pochi anni hanno inanellato i disastrosi interventi in Iraq e Libia, la legge sull'accorpamento delle banche d'affari e degli istituti di risparmio, la crisi del 2008, la politica del rigore in Europa, il salvataggio delle banche a spese di tutti dovrebbero «sapere quello che fanno» resta oscuro. Cosa permetta di sperare in una loro capacità di cambiare rotta lo è ancora di più. A differenza degli anatemi del passato, come «anarchici» o «fascisti», l'accusa generalizzata di «populismo» maschera una visione del mondo fondata sul censo e una diffidenza radicata e montante nei confronti della democrazia. L'uso smodato del termine «populisti» declinato come sprezzante accusa dice pochissimo sugli oggetti dell'accusa. Però dice tutto su chi sono e cosa realmente pensano quelli che la muovono.

Anche il Papa è anti Donald: "Hitler è nato dal populismo". Bergoglio: "Vedremo ciò che fa, ma attenti ai salvatori". La lunga schiera dei giornalisti italiani contro il tycoon, scrive Paolo Bracalini, Lunedì 23/01/2017, su "Il Giornale". Il club degli antitrumpisti d'Italia, quelli che non si rassegnano al fatto che il 45esimo presidente degli Stati Uniti sia un pericoloso bifolco come Donald Trump, miliardario con mogli e prole altrettanto sgradevoli ai palati più raffinati, può però contare su una consolazione di altissimo livello: persino il Papa condivide i loro timori. Bergoglio già nella campagna presidenziale Usa aveva molto criticato il tycoon per l'idea del muro col Messico («Non è Vangelo, non mi immischio ma dico solo che quest'uomo non è cristiano se dice queste cose» disse il Papa) e dopo la vittoria di novembre aveva confessato a Repubblica i suoi dubbi («Mi interessa solo se fa soffrire i poveri»). Ad insediamento compiuto, il Papa invia il messaggio ufficiale al nuovo inquilino della Casa Bianca («le sue decisioni siano guidate da ricchezza di spirito ed etica dei valori») ma in un'intervista a El Pais si fa più esplicito il giudizio del Pontefice sul presidente Usa, il cui successo elettorale ricorda al Papa un precedente non proprio illustre. «Vedremo ciò che fa e allora valuteremo. Nei momenti di crisi si perde la lucidità di ragionamento. Cerchiamo un salvatore che ci ridia una identità e la difendiamo con ogni mezzo, muri o qualsiasi mezzo dagli altri popoli, per timore che inquinino la nostra identità e la danneggino. E questo è grave». Situazione che riporta Bergoglio alla Germania del '33. «Una Germania distrutta che vuole rialzarsi, che cerca una identità, un leader, qualcuno che le restituisca l'identità e si affida a un giovanotto che assicura poterlo fare, Hitler. E tutti lo votano. Di fatti fu una elezione democratica, non una imposizione. Il popolo lo votò e lui lo portò alla distruzione. Questo è il pericolo che si può correre ancora oggi». Quale più autorevole conferma poteva trovare uno dei più attivi antitrumpisti italiani, l'editorialista del Corriere della sera Beppe Severgnini? L'altro giorno si domandava: «Donald Trump mette in pericolo la democrazia americana?». Per rispondersi poi che sì, «la maggioranza elettorale va rispettata, sempre e dovunque. Ma non ha sempre ragione». Prova ne siano «i governi democraticamente eletti che nella prima metà del XX secolo hanno condotto l'Europa nella braccia di Mussolini e Hitler». Paragone che, a questo punto, è autorizzato da bolla papale con ceralacca. Altro inconsolabile che può trovare sollievo nella compagnia del Pontefice è Gianni Riotta, esperto di Usa e altre cose. Nel ritratto-agiografia di Barack Obama («ha affrontato i disagi cercando il dialogo ma è stato tradito dalle sue stesse virtù» è l'aspetto più negativo trovato in otto anni alla Casa Bianca), l'ex direttore del Tg1 si rammarica che «purtroppo l'educazione socievole (di Obama, ndr) non funziona nel mondo dei Trump», per Riotta lo stesso mondo «dei Putin, degli Assad, degli Erdogan, gente che predilige le maniere forti». Ma non è niente rispetto al dramma personale che sta vivendo la corrispondente della Rai negli Usa (responsabile dell'ufficio di New York, poltrona d'oro nella tv di Stato), Giovanna Botteri, orfana inconsolabile della stagione Obama. Le sue ultime corrispondenze sono diventate cult tra i fan italiani di Donald Trump, per il pathos con cui racconta l'America trumpista. Per la corrispondente Rai, un nuovo Medioevo per gli Stati Uniti.

Che cos'è il populismo e come si riconosce. Sette caratteristiche che identificano e spiegano parole, atteggiamenti e scelte di individui e movimenti del collage genericamente definito populista, scrive Luigi Gavazzi l'1 marzo 2017 su Panorama.  

1- Il popolo. I populisti dicono di parlare "in nome del popolo"; la loro legittimazione, sostengono, deriva direttamente dal popolo; in genere, attraverso le elezioni. Solo che questa legittimazione che arriva dal popolo, giustificherebbe, secondo il credo populista, la delegittimazione delle altre fonti di autorità politica previste dalle costituzioni liberali: il Parlamento, le Corti (fino a quelle costituzionali o supreme), il capo dello Stato, i governi locali, a seconda dell'ordinamento del Paese. In sostanza, il populista non accetta il sistema di pesi e contrappesi tipico delle strutture statuali liberali. Una volta ottenuto l'assenso del popolo in un'elezione, per il resto del mandato, niente deve poter fermare/controllare il governo del popolo.

2- Gli esclusi dal popolo. I populisti quando parlano del "popolo" dal quale deriverebbe la loro legittimazione, identificano come tale solo una parte del popolo reale. A seconda di dove si trovano e dell'opportunità politico-elettorale della quale vorrebbero approfittare, la loro concezione parziale del popolo esclude tutti o alcuni dei gruppi "esterni": gli immigrati, le persone di etnia o di religione diversa, di "razza" non bianca, gli intellettuali, i giornalisti, gli altri politici, le élite (con le più varie attribuzioni), uomini e donne con orientamenti sessuali non etero. Tale concezione del "popolo", è molto simile a quella del Volk dei nazisti e giustifica il concetto di "nemico del popolo", usato indifferentemente dai fascismi storici, dal comunismo, da Putin e, recentemente, da Trump nei confronti dei giornalisti, dei democratici, degli intellettuali.

3- Gli immigrati. Ma i populisti, in questa fase storica, odiano e suscitano odio e paura nei confronti soprattutto degli immigrati, in particolare - in Europa e con Trump anche negli Usa - di quelli di religione musulmana (ma non solo): sono loro la categoria preferita per essere esclusa dal "popolo". E sulla cui richiesta di "esclusione" - con tutte le conseguenze (cittadinanza, welfare, persino istruzione e sanità) - giocano le carte elettorali.

4- Contro il pluralismo. I movimenti populisti non sopportano il pluralismo, la struttura pluralista della democrazia liberale con i contrappesi all'esecutivo; siano istituzionali - come l'ordine giudiziario, il Parlamento (cfr. 1), siano sociali: i media liberi e critici, le organizzazioni della società civile, i partiti, gli intellettuali indipendenti.

5 - Uniformità culturale e religiosa. L'ostilità al pluralismo dei populisti si manifesta anche nella variante "culturale" del populismo: esso ama, pretende, l'uniformità di lingua, religione, comportamenti sessuali, orientamenti sulle libertà individuali: fine vita, aborto, matrimoni.

6 - Contro gli intellettuali. Da 4 e 5 derivano anche l'ossessione anti élite dei populisti. Ossessione che è in realtà una manifestazione dell'ostilità generalizzata contro la cultura, i media, gli intellettuali, gli scrittori, il cinema: persone che hanno due peccati fondamentali agli occhi del populista: disprezzano (a suo dire) la gente del popolo (inteso nel senso esclusivista di 2) e sono dei privilegiati (poco importa per esempio che sia stato o meno il talento a renderli dei privilegiati). Anche il rifiuto degli "esperti", che sconfina in deliri anti-scientifici, per esempio contro i vaccini, è in parte frutto dell'ostilità contro gli intellettuali e la cultura.

7 - Il linguaggio. Il linguaggio dei populisti è sempre aggressivo, scorretto, semplificato, povero, emotivo, banale, violento, oltre la decenza e il rispetto per gli avversari. Più insulta e aggredisce più i sostenitori del tribuno populista si convincono che manterrà davvero le promesse fatte.

Quindi il populista, in un certo senso, è obbligato, anche una volta al potere, a mantenere una campagna elettorale permanente: aiuta a identificare il nemico, a tenere unite le fila dei seguaci e conferma loro che mantiene le promesse. Il concetto di populismo è una famiglia di caratteristiche quasi sempre presenti nei movimenti e negli individui che a esso si richiamano, anche se non tutti i movimenti presentano tutte queste caratteristiche. Prendendo a prestito l'idea di Umberto Eco, che ricordava come il fascismo fosse un "totalitarismo fuzzy", potremmo dire che anche il populismo è un collage di idee e atteggiamenti diversi, spesso anche contraddittori (si pensi alle accuse di autoritarismo che Grillo e Salvini hanno usato contro Renzi nel corso della campagna per il referendum costituzionale, salvo comportarsi, il primo, come un autocrate alla guida del M5S o esprimere - entrambi - l'ammirazione per forme di autoritarismo come quella di Putin in Russia). 

Censis, le istituzioni sono in crisi. Cresce il distacco fra politica e società. Le prime non fanno più da cerniera, gli altri due corpi rintanati su se stessi alimentano populismo, scrive "L'Adnkronos" il 02/12/2016. Le istituzioni sono "profondamente in crisi", sono "inermi perché vuote o occupate da altri poteri", e non riescono più "a fare da cerniera fra mondo politico e corpo sociale", mentre è "grande il distacco fra popolo e politica", tanto che i due corpi "si rintanano su se stessi", ognuno "va per proprio conto". Un mix che "alimenta il populismo". E' il Censis a tracciare il perimetro in cui versa la società italiana nelle sue diverse declinazioni nel Rapporto 2016 sulla Situazione Sociale del Paese, diffuso oggi. "Nel parallelo rintanamento chez soi di politica e società cresce il populismo" afferma il Censis che indica la "pericolosa faglia che si va instaurando tra mondo del potere politico e corpo sociale, che vanno ognuno per proprio conto, con reciproci processi di rancorosa delegittimazione". "Il corpo sociale si sente rancorosamente vittima di un sistema di casta" avvertono gli analisti dell'istituto, mentre "il mondo politico si arrocca sulla necessità di un rilancio dell’etica e della moralità pubblica" e le "istituzioni non riescono più a 'fare cerniera' tra dinamica politica e dinamica sociale, di conseguenza vanno verso un progressivo rinserramento". Delle tre componenti di una società moderna, corpo sociale, istituzioni, potere politico, "sono proprio le istituzioni a essere oggi più profondamente in crisi" sottolinea il Censis che passa sotto la lente lo stato dei tre 'gruppi' sociali. La società italiana, rileva, invece "continua a funzionare nel quotidiano, rumina gli input esterni e cicatrizza le sue ferite", scandita da questi "tre processi chiave". Le imprese "continuano a operare" nelle dinamiche di filiera, le famiglie "continuano a coltivare i loro risparmi e i loro patrimoni", il sistema di welfare "continua la sua lucida e spesso dura quadratura" per "non perdere il ruolo cardine di "soddisfare i bisogni sociali". Intanto siamo entrati "in una seconda era del sommerso": non più pre-industriale, ma, rileva il Censis, post-terziario, "non un sommerso del lavoro" ma "un sommerso di redditi" che prolifera nella gestione del risparmio cash, nelle strategie di valorizzazione del patrimonio immobiliare come bed and breakfast o location per event, nel settore dei servizi alla persona, dalle badanti alle babysitter, alle lezioni private, nei servizi di mobilità condivisa e di recapito. È una macchina molecolare, delinea l'istituto, senza un sistemico orientamento di sviluppo, in cui "proliferano figure lavorative labili e provvisorie". Figure, osserva il Censis, che si ritrovano "soprattutto tra i giovani che vivono nella frontiera paludosa tra formazione e lavoro". Il corpo sociale, rimarca l'istituto, finisce così per assicurarsi la sua primordiale funzione, quella di "reggersi" anche senza disporre di strutture portanti politiche o istituzionali. In questo contesto, la politica riafferma orgogliosamente il suo primato progettuale e decisionale. Tutt'e due alimentano il populismo. E in questo scenario, "è tempo per il mondo politico e il corpo sociale di dare con coraggio un nuovo ruolo alle troppo mortificate istituzioni" avverte ed esorta l'istituto di ricerca socio-economica.

Fiandaca: «Il populismo giudiziario non è diritto e i magistrati non sono tribuni», scrive Giulia Merlo il 4 Febbraio 2017 su "Il Dubbio". “La cosiddetta rivoluzione giudiziaria realizzata dal pool milanese non avrebbe potuto vedere la luce se i pubblici ministeri non si fossero accollati la missione di ripulire la vita pubblica e moralizzare la politica, credendo di assolvere così una sorta di mandato popolare neppure tanto tacito”. «Sentenza populista» è solo l’ultima esternazione – pronunciata da un difensore per definire l’esito di un procedimento penale – che associa il populismo alla giustizia. Un legame complesso, che affonda le radici nella storia del nostro Paese e nell’indissolubile connubio tra politica e diritto. «Una tendenza – quella del populismo penale – che porta, sul versante politico, alla strumentalizzazione del diritto penale, con l’impiego della punizione come medicina per ogni malattia sociale; su quello giudiziario alla pretesa del magistrato di assumere il ruolo di autentico interprete delle aspettative di giustizia del popolo» è la tesi di Giovanni Fiandaca, professore ordinario di diritto penale presso l’Università di Palermo e autore del saggio Populismo politico e populismo giudiziario.

Cominciamo dalla locuzione “populismo penale”. Lei lo considera un concetto improprio?

«Il concetto di populismo si presta, nella sua potenziale estensione, a ricomprendere fenomeni molto diversi e può, perciò, essere piegato anche ad usi impropri. In un mio saggio del 2013 ho provato a mettere insieme alcuni spunti di riflessione sul populismo penale, distinguendone due possibili forme che peraltro non sono necessariamente destinate a manifestarsi in forma congiunta, nel senso che l’una può mantenere una certa autonomia rispetto all’altra: alludo da un lato al populismo penale “politico- legislativo” e, dall’altro, al populismo penale “giudiziario”. Il primo sottintende l’idea di un diritto penale utilizzato come risorsa politico- simbolica per lucrare facile consenso elettorale in chiave di rassicurazione collettiva rispetto a paure e ansie prodotte dal rischio- criminalità, specie quando la fonte di tale rischio viene identificata nel “diverso”, nello straniero, in quell’ immigrato extracomunitario che finisce con l’assumere il ruolo di nuovo nemico della società da controllare, punire e bandire: insomma, inasprire la risposta punitiva nei confronti del presunto nemico significa farsi populisticamente carico del bisogno di sicurezza del popolo sano, a difesa di una sorta di “ideologia del guscio” e di una supposta identità culturale ( e perfino razziale!) che rischierebbe di essere inquinata dai nuovi barbari».

In questo che lei chiama «farsi carico populisticamente del bisogno di sicurezza» rientra anche la creazione di nuove fattispecie di reato?

«Sì, in generale può parlarsi di populismo penale in tutti i casi, in cui i politici assecondano la tentazione di creare nuovi reati o inasprire reati preesistenti allo scopo di dimostrare alla gente di volere combattere sul serio e in modo drastico i diversi mali che affiggono la società. Insomma, la risposta punitiva rappresenta uno strumento non solo apparentemente risolutore proprio perché energico, ma anche molto comunicativo perché semplice, facilmente comprensibile da tutti nella sua elementare simbologia; inoltre, essa canalizza pulsioni vendicative e sentimenti di indignazione morale diffusi a livello popolare e, ancora, esime la politica dalla ricerca di strategie di intervento più costose e tecnicamente più appropriate. Questa ricorrente tendenza alla strumentalizzazione politica del diritto penale, e all’impiego della punizione come medicina quasi per ogni malattia sociale è stata, non a caso, esplicitamente criticata anche da Papa Francesco».

E veniamo ora alla seconda forma di populismo penale, il populismo giudiziario…

«Il “populismo giudiziario”, quale specifica forma di manifestazione del populismo penale sul versante della giurisdizione, è un fenomeno che ricorre tutte le volte in cui il magistrato pretende di assumere il ruolo di autentico rappresentante o interprete dei veri interessi e delle aspettative di giustizia del popolo (o della cosiddetta gente), e ciò in una logica di concorrenza- supplenza, e in alcuni casi di aperto conflitto con il potere politico ufficiale. Questa sorta di magistratotribuno, che pretende di entrare in rapporto diretto con i cittadini, finisce col far derivare la principale fonte di legittimazione del proprio operato, piuttosto che dal vincolo alle leggi scritte così come prodotte dalla politica, dal consenso e dall’appoggio popolare».

Viene automatico chiederle: possiamo fare qualche esempio, più o meno recente?

«Esemplificazioni concrete d’un tale populismo giudiziario non è difficile rinvenirne, ieri come oggi. E’ fin troppo facile individuarne un modello prototipico nell’Antonio Di Pietro protagonista di “Mani pulite”. Anzi, direi che proprio Di Pietro ha acceso la miccia di un populismo destinato, successivamente, a proliferare in forme anche più direttamente politiche. Aggiungo, incidentalmente, che sarebbe anche maturato il tempo per effettuare un autentico bilancio critico degli effetti politici ad ampio raggio – alcuni dei quali, a mio giudizio, del tutto negativi – prodotti dalla cosiddetta rivoluzione giudiziaria milanese. Personalmente, temo che una giustizia penale che si autoinveste di missioni palingenetiche, alla fine, causi più danni che vantaggi».

“Mani pulite” come modello di populismo giudiziario, dunque. Di quale missione palingenetica si sarebbero investiti i magistrati milanesi?

«La cosiddetta rivoluzione giudiziaria realizzata dal pool milanese non avrebbe potuto vedere la luce se i pubblici ministeri non si fossero accollati la missione di ripulire la vita pubblica e moralizzare la politica, credendo di assolvere così una sorta di mandato popolare neppure tanto tacito. Altra cosa è che un obiettivo “sistemico” così ambizioso fosse veramente alla portata dell’azione giudiziaria di contrasto della corruzione. A riconsiderare quell’esperienza a venticinque anni di distanza, sembra più che lecito dubitarne».

Ecco il punto: è possibile associare il termine populismo alla giustizia, quindi?

«Si può associare se utilizziamo il termine “giustizia” per indicare i bisogni, le aspettative di tutela e le aspirazioni di giustizia della popolazione secondo la chiave interpretativa che pretendono di fornirne le forze politiche o i magistrati di vocazione populista. Se guardiamo al concetto di giustizia sotto un’angolazione diversa e più generale, invece, tra populismo e giustizia può esservi conflitto».

Proviamo ora a ricercare le origini del fenomeno. Secondo lei dove affondano?

«Il discorso è complesso. Direi una miscela di fattori oggettivi o di contesto, e soggettivi come il protagonismo di una parte della magistratura. Tra i fattori di contesto, annovererei – in sintesi – la crisi della politica ufficiale e la sfiducia verso i politici, l’emergere di tendenze antipolitiche (o, meglio, antipartitiche), la tentazione politica di delegare alla magistratura il compito di affrontare e risolvere grosse questioni sociali, criminali e non. Tra i fattori soggettivi, porrei l’accento sulla vocazione lato sensu politica di una parte della magistratura, sul diffondersi di una cultura giudiziaria di tipo attivistico- combattente e sulla tendenza – appunto – di alcuni magistrati a impersonare il ruolo di giustizieri, angeli del bene o tribuni del popolo. Questi fattori oggettivi e soggettivi interagiscono secondo dinamiche complesse e non univoche».

Provando a spostare l’analisi sull’attuale sistema politico, si può dire che il diritto penale è stato strumentalizzato in chiave populista?

«Questo fenomeno di strumentalizzazione è esistita e continua ad esistere, peraltro sia a destra che a sinistra».

Concretamente, possiamo citare qualche caso?

«Faccio due esempi, entrambi emblematici: la circostanza aggravante della clandestinità introdotta in epoca berlusconiana, e poi bocciata dalla Corte costituzionale; il nuovo reato di omicidio stradale fortemente voluto da Matteo Renzi, in una prospettiva sinergica populista- vittimaria: nel senso che la motivazione politica di fondo sottostante all’omicidio stradale ( come reato autonomo) è stata non solo quella di dare un segnale anche simbolico di grande rigore nel contrastare la criminalità stradale con pene draconiane, ma anche di indirizzare un messaggio di attenzione e vicinanza nei confronti dei familiari delle vittime della strada e delle loro associazioni. Al di là di questo discutibilissimo populismo vittimario, quel che rimane da dimostrare con criteri empirici è – beninteso – che l’omicidio stradale serva davvero a prevenire più efficacemente gli incidenti mortali».

Secondo lei la politica sta tendendo ad avvicinarsi al lessico tipicamente “accusatorio” della magistratura requirente?

«Ritengo che vi siano esempi di questo avvicinamento anche in Italia. Alludo, com’ è intuibile, al fenomeno di esponenti politici a vari livelli che pongono al centro della loro azione politica o del loro programma di governo la lotta alla criminalità o la difesa della legalità: una sorta di professionismo politico specificamente anticriminale o antimafioso. Con una tendenziale differenza, peraltro, a seconda che questo tipo di politico militi sul fronte conservatore o progressista: nel primo caso, egli muoverà guerra soprattutto alla criminalità comune e alla criminalità da strada; nel secondo caso, alle mafie e alla criminalità dei “colletti bianchi”. In entrambi i casi, comunque, il politico di turno tenderà a vestire i panni del pubblico ministero più che del giudice: porrà infatti l’accento, con parecchia enfasi, sulla necessità di denunciare, indagare, accertare, impiegare tutti i mezzi di contrasto possibili e immaginabili per sradicare la mala pianta del crimine e fare terra bruciata intorno ad esso, applicare pene draconiane, controllare e neutralizzare gli individui pericolosi o sospettabili tali».

Tornando al populismo penale, il termine viene utilizzato in accezione negativa. Eppure lei ha scritto che il diritto penale è, in qualche modo o misura, populistico. E’ una provocazione?

«Sì è una provocazione intellettuale, nel senso che tento di chiarire. Tradizionalmente, ogni codice penale è stato considerato una specie di marcatore simbolico dell’identità culturale e valoriale di un determinato popolo: in questo senso, ogni codice nazionale rifletterebbe la storia, i valori, gli usi sociali, i sentimenti collettivi della nazione in questione. Con formula efficace, si è anche detto che un codice penale rispecchia il “minimo etico” della popolazione. Ciò premesso, io avanzerei in realtà riserve rispetto alla tendenza a caricare il dritto penale di valenze fortemente identitarie, a maggior ragione nelle società in cui viviamo caratterizzate da un accentuato pluralismo: incombe, infatti, il rischio di voler autoritariamente attribuire alla punizione il compito illusorio di riaffermare o rinsaldare identità “comunitarie” ormai inesistenti o indebolite contro criminali percepiti come nemici estranei e inquinanti. Un simile atteggiamento sarebbe non solo incostituzionale, ma sostanzialmente fascistico- razzistico».

Nel suo saggio sul populismo penale, lei cita il criminologo Jonathan Simon, che attribuisce un ruolo politico decisivo alla paura per la criminalità. Che funzione esercita, secondo lei, la paura nell’affermarsi del populismo?

«Un ruolo certo non piccolo, non solo in Italia. Come ha appunto messo in evidenza Simon riguardo ad esempio agli Stati uniti, si può verosimilmente diagnosticare uno specifico paradigma di governance politica incentrato sulle strategie di repressione e prevenzione della criminalità quali essenziali elementi costitutivi dell’azione di governo. Ma il fenomeno è da tempo registrabile in molti paesi».

Per concludere, le richiamo una citazione di Leonardo Sciascia che lei usa come incipit del suo saggio: “Quando un uomo sceglie la professione di giudicare i propri simili, deve rassegnarsi al paradosso doloroso per quanto sia – che non si può essere giudice tenendo conto dell’opinione pubblica, ma nemmeno non tenendone conto”. Lei condivide? Ma come può chi giudica tenere conto dell’opinione pubblica?

«Condivido il senso profondo del paradosso sciasciano, che lascia trasparire la difficoltà oggettiva ma, al tempo stesso, la necessità di conciliare in qualche misura due esigenze opposte. Cioè il giudice dovrebbe in teoria, per un verso, essere sempre capace di prendere criticamente le distanze dal clima ambientale, dalle pressioni esterne e dalle aspettative di punizione delle stesse vittime del reato e, aggiungerei, anche dai propri pregiudizi e dai sentimenti personali, e di emettere decisioni basate soprattutto sulle norme, sul ragionamento rigoroso e sul senso di equilibrio, in modo da contemperare tutti i valori in campo: il che, passando dalla teoria alla realtà, può peraltro avverarsi soltanto fino a un certo punto. Anche i giudici sono esseri umani!»

E però rimane il fardello dell’opinione pubblica…

«Infatti. Per altro verso, chi giudica neppure dovrebbe pronunciare sentenze così difformi dalle aspettative della società esterna e delle vittime da risultare poco comprensibili e, perciò, inaccettabili. Ma la grande difficoltà, il dramma stanno proprio in questo: non di rado, le aspettative popolari di giustizia sono molto emotive, poco filtrate razionalmente e perciò, come tali, irricevibili da una giustizia che aspiri a condannare e punire sulla base di motivazioni razionali e in misura proporzionata alla gravità dei reati e delle colpe accertate».

Viene da chiederle, se mai esiste una risposta: è possibile trovare la “misura” nel giudicare?

«Che cosa sia davvero “proporzionato” in campo penale, è una questione a sua volta intrinsecamente controvertibile: in proposito, non c’è verità scientifica, né si può esigere la precisione del farmacista. Si ripropone, dunque, il paradosso “doloroso” di Sciascia: un paradosso che non consente facili vie di uscita, né tollera risposte capaci di tranquillizzare – appunto – la coscienza di chi ha scelto la professione di giudicare».

I danni del populismo penale: si veda l'esempio delle confische di mafia. Ecco perché il dàgli al corrotto è solo una strategia politica, vuota e inutile. Il giustizialismo è cavalcato in maniera diversa da destra e da sinistra, ma il risultato è lo stesso, scrive Giovanni Fiandaca il 6 Luglio 2017 su "Il Foglio". Le forti ventate di populismo giustizialista levatesi da qualche tempo nel nostro paese, per vero in maniera trasversale agli schieramenti politici (ma con la differenza che, mentre la “destra” suole drammatizzare l’allarme per la criminalità comune, la “sinistra” tende invece a enfatizzare in misura maggiore quello per le mafie e la criminalità dei colletti bianchi), spingono sempre più a concepire modifiche legislative all’insegna del più smodato repressivismo: trascurando non solo – come ha anche ammonito Papa Francesco – che la repressione penale non è la medicina più adatta a curare e prevenire i grandi mali sociali, ma anche che non sono il rigore sanzionatorio o l’incremento delle pene strumenti da soli in grado di contrastare efficacemente i fenomeni dannosi da fronteggiare. Ma questa duplice verità, consolidata nelle cerchie degli esperti, verosimilmente risulta sgradita o sfugge per una doppia ragione di comodo: innanzitutto, assecondando la richiesta di punizioni draconiane proveniente dai settori più frustrati o indignati della pubblica opinione, i politici “pan-punitivisti” confidano di poter così lucrare maggiori quote di consenso elettorale; in secondo luogo, la risposta punitiva (o più punitiva) rappresenta in ogni caso uno strumento di intervento più semplice e meno impegnativo rispetto a soluzioni politiche ben più sofisticate ed efficaci (riforme socio-economiche, piani di sviluppo, strategie di prevenzione sociale, amministrativa o educativa ecc.), che i politici odierni non hanno la capacità di ideare o per le quali non dispongono delle risorse occorrenti. Questa ricorrente tentazione di abusare del diritto punitivo (concepito in senso lato come comprensivo sia del diritto penale, sia delle cosiddette misure di prevenzione) emerge con chiarezza, tra l’altro, a proposito di alcune modifiche del codice antimafia già approvate dalla Camera e oggetto di prossima discussione al Senato. Di che stratta? Si tratta, in particolare, della proposta di inserire nel novero delle persone potenzialmente destinatarie delle cosiddette misure di prevenzione patrimoniali anti-mafia, cioè del sequestro e della confisca di interi (o di parti di) patrimoni di origine illecita, anche i soggetti “indiziati” di aver commesso anche un solo delitto tra quelli dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione (ad eccezione soltanto, perché non espressamente menzionati, dei reati di abuso di ufficio e rifiuto od omissione di atti di ufficio): dunque, si fa riferimento all’indiziato di delitti quali il peculato, la malversazione, la concussione e l’induzione indebita, la corruzione nelle sue diverse forme. Ma, per comprendere l’effettiva portata di questa novità in discussione, è opportuno fare un passo indietro e addentrarsi in una piccola boscaglia normativa, che comporta a sua volta qualche tecnicalità un po’ ostica che il lettore vorrà perdonare. La prima cosa che i non addetti ai lavori forse non sanno, e che forse li sorprenderà, è questa: il sequestro e la confisca dei patrimoni illeciti possono essere applicati agli indiziati di uno dei suddetti delitti contro la Pubblica amministrazione già in base al diritto vigente, senza che sia necessaria al riguardo alcune riforma. Sapete perché? Perché lo consentono le prime novità normative in proposito introdotte dai due “pacchetti-sicurezza” del 2008 e del 2009, che hanno consentito l’estensione applicativa del sequestro e della confisca anche a coloro che, sulla base di elementi di fatto, debbano ritenersi “abitualmente dediti a traffici delittuosi”: questa abitualità nell’attività delittuosa, per interpretazione pressoché unanime, è infatti suscettibile di essere riferita a qualsiasi tipo di reato, inclusi – non certo ultimi – appunto reati contro la Pubblica amministrazione come la corruzione, il peculato ecc. Non a caso, nei confronti di una estensione così generale e indifferenziata delle misure patrimoniali già allora si levarono subito voci critiche, non solo in seno alla dottrina accademica ma anche tra i magistrati: ciò per un insieme di ragioni di fondo che – come fra poco vedremo – appaiono ancora più evidenti e stringenti rispetto alle novità aggiuntive contenute nella proposta in atto oggetto di vaglio parlamentare. Quest’ultima proposta, in effetti, innova rispetto al diritto vigente come or ora illustrato sotto due profili: a) include esplicitamente (senza più rendere necessaria, quindi, la deduzione interpretativa dal generico concetto di “soggetti abitualmente dediti a traffici delittuosi”), tra i potenziali destinatari del sequestro e della confisca, le persone indiziate della commissione di uno dei reati contro la Pubblica amministrazione tra quelli sopra richiamati ; b) ma, così facendo, rinuncia appunto a richiedere quale presupposto il requisito delimitativo dell’“abitualità” nel reato, accontentandosi invece della presenza di indizi relativi alla commissione anche di un solo illecito. Tutto ciò, a ben vedere, è manifestamente irrazionale alla stregua dei principi di una politica penale costituzionalmente orientata, a cominciare da quelli di ragionevolezza e proporzione. Prima di spiegare perché, si considerino questi due esempi: si ipotizzi che sussistano indizi per supporre che un vigile urbano abbia imposto ad un salumiere di consegnargli gratuitamente una certa quantità di prosciutto e di formaggio, minacciandolo che altrimenti gli avrebbe contestato violazioni in realtà inesistenti della normativa sulla conservazione degli alimenti; orbene: l’indizio della commissione di questa sola concussione potrebbe considerarsi presupposto ragionevole per confiscare al vigile, ad esempio, la casa di proprietà? Oppure, si ipotizzi un caso analogo in tema di peculato: sarebbe ragionevole confiscare tutti i beni di proprietà di un pubblico dipendente sospettato di un solo peculato del valore di qualche migliaio di euro? E’ venuto il momento, a questo punto, di spiegare la logica e le funzioni della confisca antimafia e di chiarire perché questa logica e queste funzioni non siano trasferibili automaticamente a singoli reati contro la Pubblica amministrazione. Una confisca come quella antimafia, che tecnicamente si definisce confisca “allargata”, nasce nei primi anni Ottanta dello scorso secolo come misura drastica tipicamente finalizzata alla neutralizzazione della potenza economica del crimine organizzato, e proprio in considerazione di questo importante obiettivo sono apparsi tollerabili gli affievolimenti che la sua applicazione comporta di alcuni fondamentali principi del garantismo classico (presunzione di non colpevolezza, proporzione ecc.). In particolare, la semplificazione degli oneri dell’accusa circa la prova dell’origine illecita dei compendi patrimoniali da confiscare ha, come ragione giustificatrice, un retroterra di acquisizioni criminologiche specificamente relative al settore del crimine organizzato in senso stretto: tra queste, in primo luogo la presunzione empiricamente fondata che le ricchezze accumulate da un soggetto appartenente (o indiziato di appartenere) alla criminalità organizzata siano frutto non già del singolo fatto sub iudice, bensì di una serie di attività illecite ripetute nel tempo, tali da poter fare a buon diritto presumere che l’intero patrimoni di cui il soggetto dispone si sia accumulato per effetto della continuità nell’attività criminosa. Senonché, una analoga presunzione sarebbe priva di base empirica, e perciò carente di fondamento giustificativo (e dunque sindacabile dalla Corte costituzionale!), fuori dal campo della criminalità organizzata, come appunto – tra l’altro – nel caso dei reati contro la Pubblica amministrazione: perché indizi di commissione di un singolo reato di peculato o di un singolo reato di corruzione dovrebbero essere considerati fondatamente sintomatici di una attività delinquenziale che si è protratta o che è destinata a protrarsi nel tempo? Chi lo ritiene, probabilmente, trae il suo convincimento dalla doppia convinzione oggi sempre più diffusa – ancorché tutt’altro che empiricamente riscontrata – che un reato in particolare come la corruzione abbia una natura tendenzialmente sistemica e che i fenomeni corruttivi siano spesso intrecciati con i fenomeni mafiosi. Ammesso e non concesso che le cose stiano davvero così sul piano criminologico, non ne conseguirebbero affatto però la plausibilità e la persuasività di una proposta di estensione della confisca antimafia come quella qui criticata: ben diversi da quelli oggi in discussione dovrebbero essere, in ogni caso, i presupposti tecnico-normativi idonei a rendere inattaccabile una riforma volta a estendere la logica della confisca allargata a settori criminosi diversi da quello originario del crimine organizzato.

LA NUOVA IDEOLOGIA.

Che Guevara: i giovani della Meloni lo celebrano, ma la destra si divide. I giovani di Fratelli d’Italia celebrano il rivoluzionario comunista: pioggia di critiche a destra, ma CasaPound difende l’iniziativa, scrive Domenico Camodeca Esperto di Politica Autore della news Pubblicata l'11/10/2018 su Blasting News. Il 9 ottobre del 1967 veniva ucciso in Bolivia Ernesto Guevara detto il "Che", leader indiscusso della rivoluzione comunista cubana insieme a Fidel Castro. Martedì 9 ottobre 2008 si è celebrato il 41esimo anniversario della morte del rivoluzionario argentino ma, in maniera abbastanza inaspettata, le celebrazioni non sono venute solo da sinistra. Ad omaggiare il Che con un ricordo molto partecipato è stata anche la sezione romana del movimento giovanile Gioventù Nazionale, legato al partito Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Gli ex missini, insomma. Quelli che ai tempi di Giorgio Almirante si chiamavano ancora fascisti. Ebbene, sul profilo Facebook di Gioventù Nazionale Roma è apparsa l’immagine dell’odiato-amato comunista, con tanto di citazione: “E se vale la pena rischiare io mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore”. L’iniziativa ha ovviamente alzato un vespaio di polemiche e spaccato in due la base. Le reazioni al post in onore di Che Guevara.

Anche se la pagina Fb di Gioventù Nazionale Roma conta poche centinaia di simpatizzanti, sono stati innumerevoli i commenti, per lo più negativi, all’iniziativa dei suoi gestori. “Non ho capito bene, siete di Destra e esaltate Che Guevara?”, si chiede polemicamente Marco B. “Francamente queste scempiaggini potreste risparmiarvele - sentenzia invece senza appello Francesco L. - Un assassino comunista anche per gioco o provocazione in una pagina di un movimento giovanile di destra, è l’idea più stupida mai avuta”. Alessandro M. punta invece a provocare cercando di colpire al cuore (nero): “Ora i piccoli fascistelli, non avendo alcun esempio da mitizzare tra le loro fila di inutili criminali, s'impossessano anche dei simboli altrui? Quanta inutilità”. Giuseppe D. B., al contrario, decide di usare l’arma dell’ironia: “Sembra di stare sulla pagina di Hipster Democratici HD”. Ma la lista di critiche e improperi risulta lunghissima.

CasaPound difende l’iniziativa: "Rispetto per il nemico Che Guevara". La difesa della quantomeno improvvida iniziativa dei giovani meloniani arriva da dove meno ce lo si potrebbe aspettare. Sono infatti i 'camerati' dicasapound, con un articolo pubblicato sulla loro rivista di riferimento Il Primato Nazionale, a rendere l’onore delle armi al “nemico” comunista. Il pezzo, scritto sulla edizione online del giornale, ilprimatonazionale.it e firmato da Carlomanno Adinolfi, si intitola ‘Né appropriazione, né sdegno reazionario. Semplice rispetto per il nemico Che Guevara’. La tesi del corsivista del movimento guidato da Simone Di Stefano si sviluppa intorno a una domanda: “Sono peggio quelli che fanno il poster sul Che o quelli che li criticano?”. La risposta è chiara: “A noi piace anche il Che, lo abbiamo omaggiato più volte, ma solo come nemico e abbiamo sempre aborrito il discorso ‘era uno di noi’.

Un combattente che di certo ha generato un certo fascino anche a destra”. La critica rivolta da CasaPound ai giovani di Fd’I, però, è che questi ultimi omaggiano Che Guevara in nome di personaggi come Winston Churchill o Lindon Johnson, senza avere il coraggio di citare Benito Mussolini o altri ‘eroi’ fascisti. Insomma, una dimostrazione di “becero reazionarismo da partitino liberale pre anni ‘20”.

Se il "Che" diventa testimonial della destra, scrive Luigi Mascheroni, Giovedì 11/10/2018, su "Il Giornale". Guerrilla internet. Da due giorni il black web, il profondo nero della Rete, è percorso da una lotta armata culturale. All'armi, siam compagni: la pagina Facebook di «Gioventù Nazionale Roma», movimento giovanile di Fratelli d'Italia, ha condiviso la foto di Ernesto «Che» Guevara. Claim: «E se vale la pena rischiare mi gioco anche l'ultimo frammento di cuore». Citazione. Cuori neri o cuori rossi? Tra il rosso e il nero, mentre in Italia la sinistra sbiadisce e la destra cambia ragione sociale, c'è chi gioca con gli eroi, e spariglia i santini delle icone. Fratelli d'Italia che celebra il ricordo del «Che»? Come se Liberi e uguali inneggiasse ai Rothschild schiavisti. Strani i cortocircuiti ideologici che la politica può innescare in tempi in cui «uno vale uno» e tutti gli eroi sono uguali davanti alla Storia. Ma davvero basta aver creduto a un sogno per diventare trasversalmente esemplare? Esempio: moltissimi «amici» della pagina Facebook di Gioventù Nazionale sono rimasti spiazzati. Altri, molto peggio, irati (per usare un eufemismo). Tanti si sono chiesti se era una fake. Qualcuno ha consigliato di scegliere i paladini coraggiosi a casa propria. E il «grande vecchio» della destra, Maurizio Gasparri, uno che ancora distingue tra Rivoluzione e Conservazione, twitta imbizzarrito: «Guevara era un terrorista comunista, responsabile di persecuzioni e omicidi, un esempio negativo, chi lo celebra sbaglia, chi lo fa a destra è incommentabile». Commento di un giovanissimo intellettuale di «area», l'editore Francesco Giubilei: «Iniziativa dannosa: veicola un messaggio sbagliato e culturalmente pericoloso. Ricordiamo i tanti pensatori di destra invece di cercare sdoganamenti inutili». Inutile chiedere a Giorgia Meloni, che sulla querelle ieri è stata zitta, ma un anno fa ai comizi diceva: «I giovani non hanno bisogno di Che Guevara: l'Italia è piena di eroi. Sulla T-shirt alla moda metteteci Goffredo Mameli». È vero. È esistito (anche) un Che Guevara di «destra», chiedete a chi frequentava i settori giovanili del Msi - tutti ascoltavano In quel giorno d'ottobre, in terra boliviana/ era tradito e perso Ernesto Che Guevara - e in Francia a certi estremisti neri. Così come in alcuni Paesi dell'Est Europa i partiti di destra tengono in grande considerazione il «Che». Del resto, nota qualcuno, non è la prima volta che la destra guarda a «Che» Guevara, come non è la prima volta che la sinistra guarda alle banche. Fratelli d'Italia che esalta il «Che». Una rivoluzione. Anche se a pensarci bene «Hasta la victoria siempre» è una frase troncata dalle sinistre per comodità ideologica. La coda recita: «Patria o muerte». E se Ernesto «Che» Guevara fosse un sovranista?

C’è chi mette la camicia nera a Che Guevara. E a destra scoppia il caso, scrive Gloria Sabatini giovedì 11 ottobre 2018 su "Il Secolo d’Italia". Ma insomma il comandante Che Guevara a chi appartiene? All’immaginario pop (gadget, magliette, spillette, accendini), alla sinistra doc, alla destra che gioca a sparigliare le icone consolidate con incursioni in campo “nemico”? O è quello che cantava Gabriella Ferri, “Addio Che/la gente come te/non muore nel suo letto/non crepa di vecchiaia”. Decisamente stucchevole e datata la polemica di queste ore sul copyright di Ernesto Che Guevara dopo il post pubblicato su Facebook da Gioventù nazionale in occasione dell’anniversario della morte del guerrigliero argentino. Accanto all’immagine storica del Comandante, basco nero e sigaro, la scritta “E se vale la pena rischiare io mi gioco anche l’ultimo frammento di cuore”. Insomma un omaggio, insolente forse, a Guevara per lo slancio da sognatore e avanguardista, il “guerrillero heroico”. Non un “fascista immaginario” né un “camerata suo malgrato”.

A destra scoppia il caso Che Guevara. E scoppia lo tsunami: destrorsi duri e puri che si sentono traditi dalla “vergognosa” provocazione che minaccia l'identità, esperti di comunicazione che bacchettano i ragazzi di Fratelli d’Italia per lo scivolone, compagni gonfi di bile che sobbalzano dalla sedia “è roba nostra, non si tocca”. Ventiquattr’ore di polemiche virali, di tifoserie contrapposte per quello che la stampa, un po’ ignorante e molto distratta, giudica un corto circuito ideologico. Tutti spiazzati, in tanti a strapparsi le vesti, a cominciare dal notabilato di destra che ricorda a quegli irresponsabili di Gioventù nazionale che il Che era un criminale comunista. Come per Pasolini, per De André, per Guccini, la tentazione di tirare per la giacca questo o quel personaggio per farne proprietà esclusiva di una parte è sempre in agguato, anche dopo mezzo secolo. I quotidiani si sbizzarriscono a leggere nel post un cambio di passo da osservare, monitorare, attenzionare, sempre alla ricerca di restyling inesistenti e abiure. “Che Guevara diventa un’icona di destra”, titolano. Pochi argomenti e scarsa fantasia, la stessa di quei diligenti cronisti che a ogni congresso del Msi, di An, del Pdl cercavano tra gli stand dei libri il titolo sbagliato, tra i gadget in vendita la mascella del Duce e la croce celtica o, ancora peggio, si stupivano della modernità dei giovani congressisti (“però non mangiano i bambini”, ecco lo scoop).

Una provocazione lunga 30 anni. Ma la provocazione dei fratellini d’Italia viene da lontano. Ed è addirittura datata, quasi un omaggio postumo ai loro “maestri”. Viene da una stagione post anni di piombo, metà degli anni ’80, in cui la destra giovanile va all’assalto dei luoghi comuni, vuole uscire dalle fogne, sperimenta nuovi codici e nuove antropologie. La Nouvelle droite francese, la Voce della Fogna, la “metapolitica”, l’ecologia. Un po’ guasconi, un po’ goliardi, quei giovani rompono gli schemi destra-sinistra nel nome di “tutti gli uomini di valore sono fratelli”, titolo di una pagina della rivista undergound Morbillo che osava piazzare Che Guevara accanto a Nietzsche. Gli anni della sfida al linguaggio severo dei parrucconi del Msi, con i teoremi della doppia pena di morte e certi tic impresentabili del pianeta post-fascista. Erano gli anni dei convegni all’Università contro la violenza con Duccio Trombadori, dei gruppi di studio su Gandhi e Pier Paolo Pasolini, maltollerati dall’establishment di partito che guardava con simpatia a Pinochet, gli anni dei manifesti di Fare Fronte per il contropotere studentesco con l’immagine di Che Guevara e la scritta “Sparare sulla burocrazia… Il gusto di trasgredire la tentazione di fare”. Correva l’anno 1988. E fa un certo effetto vedere trent’anni dopo quotidiani e settimanali, parlamentari di lungo corso, esperti internauti arrampicarsi intorno alla tessera di partito del Che.

Dal ’68 a Gioventù nazionale. Nel 2009 un saggio dal titolo “Ernesto Guevara mi­to e simbolo della destra mi- litante” si concentrava sulla parabola del guerrigliero argentino che da icona pop, te­stimone dell’utopia rivolu­zionaria, passava nelle mani della destra. Oggi gli autori del post “incriminato” spiegano che la tensione di Guevara «è la stessa di Pound anti-usuraio, è la stessa di Enrico Toti e dei migliaia di giovani che sulle pietraie del Carso sono morti al grido “Viva la Patria! Viva l’Italia”» e che la scelta di «commemorare la morte di un “sognatore e di un avanguardista” spaventa solo chi vuole continuare a vivere nella logica degli opposti estremismi senza voler superare l’ostacolo». Ma prima di loro ci sono i sessantottini dalla “parte sbagliata” che a Valle Giulia sventolano il Che, c’è la rivista l’Orologio di Luciano Lucci Chiarissi, l’occupazione dell’università di Firenze del Fuan nel 1961. C’è persino il medievalista Franco Cardini, eretico nella sua lettura controcorrente dell’esperienza cubana di Fidel Castro e del Comandante Che Guevara. Insomma dov’è lo scandalo? 

Quel tributo della destra al mito "Che", scrive Ignazio La Russa, Venerdì 12/10/2018, su "Il Giornale". Caro Direttore, leggo in prima pagina del tuo giornale di oggi (ieri, ndr) l'articolo di Luigi Mascheroni su Che Guevara e i giovani di destra. Nel titolo dell'articolo campeggia Capriole storiche e, sia pur mitigato da condivisibili argomentazioni del giornalista, il senso è che Gioventù nazionale (i giovani di Fdi) ha sbagliato a condividere su Facebook (di questo e null'altro si tratta) la foto di Che Guevara. In effetti non si può dare torto a chi si stupisce. I romani di Gn hanno proprio sbagliato. Ma in realtà, l'errore dei giovani «postatori» della foto consiste nell'avere «isolato» l'omaggio al Che senza spiegarlo, né inserirlo in un contesto più ampio. Non io ma chi tra i «camerati» degli anni '70 (fino ai più giovani negli anni '90 e oltre) ha citato il «Che» come figura da non bollare col marchio di «comunista e terrorista» lo ha fatto come una sorta di «lasciapassare» per poter ricordare senza «contraccolpi» figure eroiche vissute tra le due grandi guerre o addirittura uomini, come il capo del fascismo, che hanno segnato un'epoca. Il «Che» era un utile appendice quasi a dimostrare (giusto o sbagliato che fosse) che conta più il giudizio sulla persona che l'appartenenza. Quello che voglio in ogni caso sottolineare è che, tra una parte dei giovani di destra c'è un filo costante dagli anni '60 ad oggi, di valutazione non negativa del «Che» inteso come persona e combattente al di là della sua battaglia e delle sue appartenenze. Che poi, alla luce del suo Patria o muerte, occorrerebbe ristudiare. La prova? Basta cercare su internet alla voce Che Guevara Bagaglino e trovare che nel tempio del cabaret di destra degli anni '60, Gabriella Ferri - si proprio lei - cantava Addio Che, sul testo di Pierfrancesco Pingitore, persona amata dalla destra. Le parole della canzone chiariscono il perché e spiegano tutto. Eccole: Addio Che, la gente come te non muore nel suo letto, non crepa di vecchiaia. Addio Che, all'erta sulla Grotta non salgono i compagni, nessuno più verrà. Non eri come loro, dovrai morire solo. Addio Che a piangere per te verremo di nascosto le notti senza luna. Il guaio è che oggi su internet non si può far nulla se non «di nascosto» come cantava Gabriella Ferri, almeno in forma riservata a chi è in grado di comprendere.

I pericoli dell'anarco-marxismo dietro la democrazia diretta. Il potere anche se espropriato finisce ai dirigenti politici, non certo al popolo, scrive Francesco Alberoni, Domenica 07/10/2018, su "Il Giornale". La democrazia moderna è nata dalla concezione di Hobbes e Locke. Essa distingue fra governanti e governati. I governati rinunciano al loro potere a favore dei governanti (classe politica, Parlamento) perché garantisce loro la pace, la proprietà e il rispetto dei diritti fondamentali e inalienabili. Se i governanti governano male verranno sostituiti. A questa concezione, in epoca moderna si sono opposte in modo radicale due concezioni: quella marxista e quella anarchica. Il marxismo nega la funzione dell'imprenditore. L'imprenditore, chiamato capitalista, deruba il lavoratore di parte del suo lavoro (plusvalore) e con questo acquista i mezzi di produzione con cui ruberà altro pluslavoro ad altri lavoratori. Bisogna perciò espropriarlo di questo furto e restituire il maltolto ai lavoratori. E chi inventerà, chi dirigerà la produzione? I lavoratori stessi. In realtà i lavoratori da soli non organizzano e non dirigono niente. Dopo la rivoluzione sovietica a farlo sarà lo Stato, in realtà la classe politica formata dai dirigenti del Partito comunista. Gli anarchici invece negano la funzione dei governanti: il popolo sa fare tutto da solo. In questo caso bisogna espropriare i politici del loro potere e restituirlo al popolo. Questa idea, che si è realizzata nel passato nelle piccole comunità come decisione di tutti i cittadini riuniti in assemblea, è stata riportata alla ribalta in Italia dai Cinque Stelle come democrazia diretta attraverso il web in cui il popolo fa tutte le leggi, prende tutte le decisioni senza bisogno di una classe politica e dirigente. Dove viene applicato questo sistema il potere lo prendono i dirigenti del partito. Di solito promettendo anche ciò che non potranno dare, e lo conservano con la repressione. In Italia per molto tempo è stato diffuso il marxismo, oggi si è fatto strada l'anarchismo e il mito della democrazia diretta. È strano che queste concezioni e il tipo di conseguenze che hanno sul sistema politico ed economico non siano oggetto di analisi e di approfondimenti sulla stampa e la tv perché si tratta di una svolta radicale che stiamo vivendo ed è la causa del disagio di questa nostra epoca ed è un pericolo per la democrazia.

Dopo l’onda del rancore si rischia l’appiattimento. È probabile che il risentimento abbia espresso il massimo della sua fase di spinta e si intravede la vittoria di un insieme di «invidia e livellamento», scrive Giuseppe De Rita il 24 luglio 2018 su "Il Corriere della Sera". È una lettura abbastanza condivisa che il sommovimento elettorale dello scorso marzo sia stato il frutto del vento di un’opinione segnata dal rancore: verso i partiti, la politica, il sistema, l’establishment, la «casta». Ora che quel sommovimento ha dato luogo ad un nuovo governo, può essere utile riprendere il ragionamento per capire meglio da dove nasce il rancore nelle viscere e nelle emozioni di questa società, e per capire quanto esso sia stato o sia utilizzato nell’azione di governo. Per la prima di queste sfide interpretative molti, quorum ego, hanno ricordato che «il rancore è il lutto di quel che non è stato»: nella vita individuale, nasce nelle tante persone che hanno perseguito e non ottenuto un proprio obiettivo di avanzamento e vivono quindi una frustrazione aperta, quasi contigua, al rancore; nella vita collettiva, nasce nei tanti gruppi sociali e centri d’opinione che vedono fermo l’ascensore sociale e bloccati tutti i meccanismi volti a più alti livelli di agiatezza e di prestigio sociale. Chi ha seguito le tensioni sociopolitiche degli ultimi anni ha riscontrato in qualche amico o conoscente l’emergere del primo di tali rancori; ed ha ascoltato in qualche convegno la denuncia esplicita di quella ingessatura sociale che legittima il rancore collettivo. Cosa resta di questa duplice crescita del rancore? Essendo una società molto competitiva, rischiamo che il rancore lo avremo a lungo ancora fra noi, sia sul versante individuale che su quello collettivo, almeno fino a quando (cosa che prenderà del tempo) la rabbia da esso prodotta non si svilirà in una non rassegnata accettazione della potenza della dinamica competitiva. Forse però a una tale mite torsione darà paradossalmente una mano l’ardimentoso combattimento dell’attuale governo contro tutti i poteri che hanno contribuito al crescere del rancore: le strutture bancarie che hanno messo in difficoltà i propri clienti, i parlamentari che si erano dati il privilegio di un vitalizio, i pensionati d’oro etichettati come parassiti, i regolatori del mercato del lavoro che non hanno mai conosciuto il valore dell’equità, i dirigenti pubblici compromessi con le proprie decisioni precedenti e meritevoli di spoil system e quasi di rottamazione. Si continua cioè a cavalcare l’onda del rancore, ma è verosimile che essa abbia espresso il massimo della sua fase di spinta. Anche perché in filigrana si vede nelle intenzioni politiche la vittoria di quell’insieme di «invidia e livellamento» che lo stesso Marx considera una volgare declinazione del marxismo. E che rischia di sfociare, nel medio periodo, in un appiattimento nell’esistente, magari corredato dalla «lagna», oggettivamente estraneo alla sempre più necessaria dose di vitalità di un corpo sociale che si impegni sul futuro. Stiamo attenti all’appiattimento in marcia, potrebbe essere la malattia che verrà dopo il rancore.

La nuova ideologia, scrive Piero Sansonetti il 27 Ottobre su "Il Dubbio". Nelle classi dirigenti, non solo nel popolo, sta crescendo una nuova, terribile, ideologia totalitaria. Gli avvocati, restati soli a difendere il Diritto. È chiaro che bisogna tenere conto del dolore, della rabbia che provano i parenti delle vittime. Non credo che il problema siano loro. Il problema è il clima nel quale vivono. Il modo nel quale si costruisce quello che i filosofi chiamano lo “spirito pubblico”. La reazione dissennata dei parenti che hanno aggredito l’avvocato è maturata dentro lo spirito pubblico che oggi è dominante. E’ uno spirito pubblico intollerante, arrogante, egoista, giustizialista, che spinge ciascuno di noi a cercare di essere prima di tutto giudice severo e spietato. Il massimo della rettitudine morale la si raggiunge giudicando e non perdonando niente. È in questo modo che si contribuisce al miglioramento e alla pulizia della nostra società. Naturalmente in questa idea non c’è posto per il diritto. E tantomeno per l’avvocato, che del diritto è protagonista decisivo. E di conseguenza l’avvocato, e la sua pretesa di far prevalere il diritto sull’etica, o sulla presunta etica, diventa il nemico. L’avvocato non è più visto come una figura essenziale al funzionamento di una comunità civile, ma come l’” arma” del colpevole. Neppure il complice: di più, lo strumento attraverso il quale il colpevole raggiunge la massima abiezione possibile che un delitto può produrre: l’impunità. Se la vetta dell’etica è la punizione, vuol dire che l’infimo dell’etica è l’assoluzione. E l’avvocato è il garante, o almeno il ricercatore dell’assoluzione, e dunque il colpevole dell’assoluzione, e quindi è lui che commette il delitto più grande, più grande ancora del delitto commesso ( o forse anche non commesso) dall’imputato. L’imputato difende se stesso, l’avvocato difende il delitto. E quindi forse l’imputato è innocente, l’avvocato mai. In questa logica terrificante, nella quale tutti i principi della civiltà giuridica vengono travolti, è chiaro che si giustifica pienamente anche l’aggressione di ieri a un avvocato di Pisa. Il problema è che non è una logica che appartiene a una piccola minoranza, a qualche brandello di “plebe”, e che è contrastata dall’intellettualità, dall’informazione, dalla politica. Il contrario: è il fondamento della nuova ideologia dominante, sostenuta dai grandi giornali, da quasi tutte le Tv, dalla politica, dal web. Si dice che le ideologie siano morte. Non è vero. Sono morte le grandi ideologie del novecento, fondate sullo studio, sulla ricerca, sulla filosofia, sul tentativo di creare giustizia sociale e libertà, sull’illusione che la giustizia sociale potesse essere il motore della modernità. Sono morte le ideologie rivoluzionarie – pace, uguaglianza e lavoro – o quelle conservatrici o reazionarie – ordine e patria – ma è nata una nuova ideologia, fortissima, vastissima – trasversale tra sinistra e destra – che riproduce le vecchie idee (vecchie vecchie) dell’aristocrazia. Questa ideologia sostiene che esiste un piccolo gruppo di eletti, di giusti, di puri, in grado di giudicare e punire la grande massa dei reprobi e dei corrotti. Ti dice: se vuoi dimostrare di essere tra i giusti devi giudicare e punire anche tu. Tanto più odierai gli altri e li indicherai come colpevoli, tanto più potrai dimostrare la tua purezza, la tua grandezza. È un’ideologia che ogni giorno dilaga un po’ di più. Moltissime categorie intellettuali si sono prostrate a questo nuovo Dio che avanza. Forse gli avvocati sono gli unici che resistono. Si oppongono. Propongono un modello diverso e si aggrappano al Diritto. Per questo sono indicati come bersagli dell’ira giustizialista. Per questo le persone che ieri a Pisa hanno aggredito un avvocato, oggi, probabilmente, non si pentiranno ma si sentiranno persone migliori.

Esiste un canone etico italiano: ecco il suo decalogo, scrive Dino Cofrancesco l'11 Marzo 2018 su "Il Dubbio".  Quali sono le caratteristiche di questa cultura politica – altrimenti definita “canone ideologico italiano”? Il caso dell’insegnante elementare di sostegno Lavinia Flavia Cassaro è emblematico. La militante dei centri sociali protagonista, a Torino, dell’aggressione alla polizia, per impedire una manifestazione di un gruppo della destra radicale, ha ribattuto alle accuse che le son piovute addosso da ogni parte, di essere «giustamente delusa dal sistema statale, per il vilipendio quotidiano nei confronti della Costituzione, per le connivenze, ma soprattutto le pratiche fasciste, in questo Paese. Sono una persona e sono antifascista. Non mi vergogno della sana rabbia che tutta questa incomprensibile indifferenza scatena nel mio cuore e nella mia mente». Estremista? Sicuramente lo è, ma al modo in cui lo è il memento pauperistico- evangelico del cristianesimo, che le promesse contenute nel Discorso della Montagna intende realizzare già su questa terra, hic et nunc. Lavinia Flavia Cassaro è la fondamentalista di una political culture ampiamente diffusa nel nostro paese e, soprattutto, nelle nostre scuole, dove gli onnipotenti pedagogisti cattolici degli anni cinquanta sono stati sostituiti da altri maîtresà-penser di ben diverso orientamento etico- politico (e i cattolici rimasti sono quelli alla don Milani). Quali sono le caratteristiche di questa cultura politica – altrimenti definita “canone ideologico italiano”? Proviamo a riassumerle in un decalogo:

1. Uno stile polemico che vede la virtù politica nella lotta senza tregua – e senza esclusione di colpi ai nemici del Bene (la Patria, la Classe, l’Ortodossia religiosa).

2. Una visione del mondo che non accetterà mai il principio che i valori e gli interessi degli individui e dei gruppi sociali, quando non contrastino con le leggi, stanno tutti sullo stesso piano, nel senso che sono tutti egualmente legittimi e degni di rispetto e considerazione.

3. Una teoria del sacerdozio universale laico e secolarizzato che, conferendo ad ogni singola persona il diritto di leggere e interpretare la Bibbia laica – ovvero la Carta Costituzionale -, si traduce nel processo sempre aperto alle autorità costituite (Governo, Parlamento, apparati di sicurezza) chiamate a rispondere del loro operato in difesa dei sacri principi.

4. Un rigetto naturale della filosofia liberale delle Forme, in base alla quale il rispetto delle regole del gioco conta molto di più del risultato del gioco e una causa buona che vinca barando non è più tale. Per il canone ideologico italiano, le procedure si rispettano finché fanno vincere i nostri ma diventano strumenti inservibili e nocivi se portano al potere gli altri.

5. Una sorta di teoria della rilevanza costituzionale della piazza che vede nella “partecipazione” (cortei, sfilate, sit in, occupazioni di edifici pubblici, proteste davanti alle sedi dei partiti o delle ambasciate) la quintessenza della democrazia, la manifestazione autentica e diretta della voluntas populi di cui la classe politica è tenuta a prendere atto (e se non lo fa, vuol dire che il paese legale è lontano dal paese reale).

6. La concezione degli organi dello Stato come bracci secolari al servizio non della Legge ma della sostanza etica che regge la comunità nazionale. Per fare un esempio, la polizia non ha il compito di far rispettare le norme volte a rendere efficace l’art.49 della Costituzione («Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale» ) ma deve sciogliere con la forza le riunioni di Casa Pound e chiudere la loro sedi.

7. Il ritorno alla divisione medievale dei poteri: da una parte, il potere temporale – lo Stato, l’Amministrazione, i tribunali, le scuole etc. – dall’altra, il potere spirituale – i custodi della Rivoluzione, fascista, comunista, antifascista – al quale il primo dovrebbe sempre sottoporsi. Di qui il Partito carismatico ma soprattutto le associazioni carismatiche che non sono gruppi di pressione accanto ad altri gruppi ma vere e proprie versioni secolari dei Consigli Supremi islamici i cui verdetti sono più importanti delle disposizioni legislative o delle stesse sentenze dei tribunali. Sono loro, ad esempio, che debbono stabilire se Casa Pound abbia o no libertà di riunirsi e di far cultura. 8. Una concezione storiografica edificante che non crede, sostanzialmente, all’obiettività della ricerca e alla regola aurea del “sentire le due campane”: solo la grande autostrada che porta alle conquiste ideali di oggi va tenuta in considerazione – le strade secondarie sono inutili e dannose. Fuor di metafora, i fatti si distinguono in fatti principali – quelli che descrivono le fasi dell’ascesa trionfale del Bene – e in fatti secondari – quelli che enfatizzando i costi in termini di violenza e di barbarie, scatenate dal conflitto ideologico, gettano fango e ombra su stagioni eroiche.

9. Il dovere di rimuovere i simboli del regime abbattuto, sul modello della distruzione di Palmyra da parte dei talebani. Statue, monumenti, intitolazioni di strade vanno tutti abbattuti, come facevano gli antichi ‘ fondamentalisti’ cristiani con gli imponenti resti della classicità pagana. Per fare un altro esempio significativo, una lapide, nell’atrio di un Ateneo, che ricordi Giovanni Gentile, grande filosofo ma soprattutto grandissimo promotore di benemerite iniziative culturali, viene considerata come un vulnus, un’offesa alle vittime del fascismo, una profanazione della Costituzione. Al dovere di rimuovere i simboli del regime abbattuto si lega la “promozione” delle città che diedero un maggiore contributo di sangue alla buona causa, a “città sante” in cui non possono avere sede o, semplicemente, tener comizi o congressi gli eredi dei regimi travolti dalla santa collera popolare.

10. Un legame complesso col populismo. Quello del canone ideologico italiano potrebbe definirsi, con un ossimoro, un populismo elitario: il popolo è, sì, l’autorità più alta ma il potere effettivo sta nelle avanguardie carismatiche gli antemarcia, i resistenti, i movimenti collettivi e le loro guide etc. – che ne interpretano la volontà più autentica, che la conta dei voti non rispecchia. Per dirla con Rousseau, nel populismo senza aggettivi, la volontà del popolo è la volonté de tous, nel populismo elitario è la volonté generale.

Gli interpreti della volontà generale stanno all’Autorità suprema, il Popolo, come in Giappone fino al 1867, gli shogun stavano al Tenno – la fonte di legittimità, che serviva solo a legittimarne il potere. Di qui la diffidenza per le masse – la “plebe” quando non siano dirette dai guardiani della comunità politica. Se si tiene presente questo decalogo, c’è da chiedersi: ma qual è poi, la colpa della «professoressa dell’odio», come Lavinia Flavia Cassaro è stata definita da Matteo Renzi? La pasionaria siculo- piemontese, in realtà, è l’espressione più coerente dell’canone ideologico italiano e di quella giustizia-fai-da-te di cui si è detto al punto 3 – parlando della teoria del sacerdozio universale. È vero che non si inveisce o non si attacca la polizia posta a salvaguardia dell’ordine pubblico, ma una polizia che protegge una compagnia di zombie, lasciandoli liberi di celebrare le loro messe nere e i loro riti satanici non giustifica l’indignazione e la «sana rabbia» che l’ «incomprensibile indifferenza scatena» nel «cuore» e nella «mente» di chi ha preso maledettamente sul serio gli slogan della nostra interminabile guerra civile? La si cacci pure dalla scuola – come peraltro sarebbe giustissimo tanto il suo posto verrà preso da un’altra, da cento, da mille Cassaro.

NUOVO ANNO: VECCHIA POLITICA. SOLITE PROMESSE ELETTORALI E SOLITI COGLIONI CHE CI CREDONO.

[La polemica] Il triste capodanno di Al Bano e Romina, Mattarella e le dentiere di Berlusconi. La dittatura vintage dell’Italia, poveri Millennials. Dei ragazzi del 1999 ho capito che in modi istintivo misurano la loro visione del mondo tentando di guardare avanti, e non indietro. Non è una differenza da poco, rispetto alle generazioni “adulte”, a noi del secolo novecento. Questa differenza di prospettiva non è dettata solo dall’età. Noi guardando indietro possiamo trovare il conforto inebriante e dolente della nostalgia, cercando di riscaldarci alla luce delle stelle morte che abbiamo amato ed eletto a nostro riferimento: loro guardando nello stesso punto non vedono nulla. Perché effettivamente non c’è più nulla. Non sono sbagliati loro, siamo sbagliati noi, scrive Luca Telese, editorialista, l'1 gennaio 2018 su "Tiscali News". C’erano sul palco, sfavillanti lucidi e perfettamente smaltati, Al Bano, Romina, i Pooh, Patty Pravo, Amy Stewart e Raf. Su Raiuno festeggiavano il Capodanno. Quello del 1980, però.  Se la composizione anagrafica di questa squadra da veglione ha fatto notizia, non è detto che sia solo un fatto di costume o un giochino per assatanati dei social e twittaroli mannari delle prime ore del mattino. Il pop, ancora una volta diventa lo specchio dei tempi, una chiave di interpretazione per capire l’Italia. La serata Rai di fine anno in diretta da Maratea, infatti è stata una bellissima cartolina illustrata dall’immaginario più autentico del nostro paese, una quintessenza del nostro destino. A casa - davanti alla tv - si discuteva di chi esibisse il lifting migliore, si discettava se Amy Stewart avesse fatto un patto con Satana (o con il chirurgo), ci si interrogava su dove eravamo nell’anno in cui si cantava “Felicità” (io, per dire, già alle elementari), si controllava su Wikipedia se Romina avesse superato i settanta oppure no (sono ancora 66), o se Francesco Paolantoni avesse fatto in tempo a partecipare ad “Indietro tutta”, perché malgrado i capelli bianchi aveva un’aria giovanile leggermente fuori contesto. Questo veglione-vegliardo era dunque la sintesi migliore per raccontare l’immagine una Paese vintage e i suoi problemi. La cornice era perfetta, il repertorio delle canzoni fantastico, le conoscevamo tutte, e ogni verso era già sottotitolato in karaoke come se fosse davvero una diretta dal passato, la sintesi di un contemporaneo nato già morto, solo per farsi repertorio di se stesso: possibile che agli organizzatori non sia venuto mente di mettere al centro della scena, e non solo al fianco di questi splendide star vecchiette, anche qualche noto nato intorno alla fine del secolo scorso? Dopotutto i giovani di questo secolo, il pubblico eletto della serata sarebbero dovuti essere proprio i famosi “ragazzi del 1999”, protagonisti de discorso di Sergio Mattarella, quelli che nelle prossime elezioni per la prima volta si conquistano il diritto anagrafico di partecipare al voto. Sono proprio loro, i tanto dibattuti Millennials. Il presidente della Repubblica nel suo discorso di fine anno dal Quirinale si chiedeva se questi ragazzi del 1999 andranno a votare, e se riusciranno a capire il valore di questo impegno, visto che rispetto ai loro omologhi nati un secolo prima hanno ricevuto una chiamata alle urne, che è pur sempre meglio di una chiamata alle armi: una fortuna, insomma invece di una disgrazia. Vero. Però a Mattarella preso nella suggestione di una bella immagine parallela sembra dimenticare che un secolo non è poco: in cento anni si polverizzano le generazioni, le aspettative, gli stili di vita, i valori, i simboli, le gerarchie del bene e del male, ogni riferimento convenzionale. Forse - con un paragone ardito - si potrebbe dire che questo punto sfugge a tutti, in eguale misura, dal presidente della Repubblica al resto della classe dirigente italiana, fino al capostruttura Rai e l’ufficio risorse artistiche che hanno confezionato e  il casting il nostro veglione-vegliardo. È vero, C’erano Tiromancino, Marco Carta e Licitra: ma erano come invisibili, fuori fuoco rispetto al centro dello spettacolo, come un tassello invisibile perché fuori contesto, o oscurato dalla potenza e dalla centralità delle vecchie pantere. Per poter far loro luce. Dei millennials, giusto o sbagliato - ho capito che in modi istintivo misurano la loro visione del mondo tentando di guardare avanti, e non indietro.  Non è una differenza da poco, rispetto alle generazioni “adulte”, a noi del secolo novecento. Questa differenza di prospettiva non è dettata solo dall’età. Noi guardando indietro possiamo trovare il conforto inebriante e dolente della nostalgia, cercando di riscaldarci alla luce delle stelle morte che abbiamo amato ed eletto a nostro riferimento: loro guardando nello stesso punto non vedono nulla. Perché effettivamente non c’è più nulla. Non sono sbagliati loro, siamo sbagliati noi. Nell’Italia vagamente Vintage in cui gli auguri di fine anno li fanno Al Bano e Romina, in quella in cui la promessa più incisiva della campagna elettorale sono l’aumento delle pensioni e le “più dentiere per tutti”, nell’Archeo-Italia in cui sta per tornare un nuovo Don Matteo e in cui l’ottuagenario Silvio Berlusconi è indiziato di poter vincere di nuovo le elezioni (a soli 24 anni dalla sua prima candidatura), non c’è bisogno di uno youtuber minorenne per capire che non puoi associare una generazione al racconto nazionale solo con i buoni propositi, ma che devi includerla dentro un progetto di paese che non sia un semplice ritorno a qualcosa che non c’è più, ma piuttosto un viaggio verso qualcosa che dobbiamo ancora trovare.

Anche in questo hanno ragione loro - i millennials - e non noi, Romina, Ciampi, i giovani vecchi travestiti Fonzie, e i sorridenti profeti della dentiera. Per uscire da questo incubo da primo gennaio in fondo basterebbe - tanto per restare pop - un sovversivo quarantenne alla Caparezza: “Ehi! Ho bisogno/ di almeno un motivo che mi tiri su il morale!”. Fra le tante hit archeologiche di fine anno, con una mossa controcorrente scelgo la sua contemporanea “Ti fa stare bene”, che ieri è stata utilizzata solo per uno stacco in un balletto. Un grande Caparezza, ironico, disincantato, sarcastico sul nostro futuro prossimo, cucinato in un tripudio di coriste un po’ discomusic: 

“Voglio essere superato/ come una Bianchina dalla super auto/

Come la cantina dal tuo superattico/ come la mia rima quando fugge l'attimo/

Sono tutti in gara e rallento/fino a stare fuori dal tempo/

Superare il concetto stesso di superamento/ mi fa stare bene”. 

A proposito. Auguri di buon anno a tutti. Bello o brutto, con le ansie e con le rughe, con l’imprevisto e con l’ignoto: ma che almeno sia questo.

Il testo del messaggio di fine anno del Presidente della Repubblica Mattarella del 31 dicembre 2017. "Care concittadine e cari concittadini, un saluto cordiale e un grande augurio. A tutti coloro che sono in Italia e agli italiani che si trovano all'estero. Tra poco, inizierà il 2018. Settant'anni fa, nello stesso momento, entrava in vigore la Costituzione della Repubblica, con il suo patrimonio, di valori, di principi, di regole, che costituiscono la nostra casa comune, secondo la definizione di uno dei padri costituenti. Su questi valori, principi e regole si fonda, e si svolge, la nostra vita democratica. Al suo vertice, si colloca la sovranità popolare che si esprime, anzitutto, nelle libere elezioni. Come sapete ho firmato il decreto che conclude questa legislatura del Parlamento e, il 4 marzo prossimo, voteremo per eleggere le nuove Camere. E' stato importante rispettare il ritmo, fisiologico, di cinque anni, previsto dalla Costituzione. Insieme ad altri esiti positivi, andremo a votare con una nuova legge elettorale approvata dal Parlamento, omogenea per le due Camere. Le elezioni aprono, come sempre, una pagina bianca: a scriverla saranno gli elettori e, successivamente, i partiti e il Parlamento. A loro sono affidate le nostre speranze e le nostre attese. Mi auguro un'ampia partecipazione al voto e che nessuno rinunzi al diritto di concorrere a decidere le sorti del nostro Paese. Ho fiducia nella partecipazione dei giovani nati nel 1999 che voteranno per la prima volta. Questo mi induce a condividere con voi una riflessione. Nell'anno che si apre ricorderemo il centenario della vittoria nella Grande guerra e la fine delle immani sofferenze provocate da quel conflitto. In questi mesi di un secolo fa i diciottenni di allora - i ragazzi del '99 - vennero mandati in guerra, nelle trincee. Molti vi morirono. Oggi i nostri diciottenni vanno al voto, protagonisti della vita democratica. Propongo questa riflessione perché, talvolta, corriamo il rischio di dimenticare che, a differenza delle generazioni che ci hanno preceduto, viviamo nel più lungo periodo di pace del nostro Paese e dell'Europa. Non avviene lo stesso in tanti luoghi del mondo. Assistiamo, persino, al riaffacciarsi della corsa all'arma nucleare. Abbiamo di fronte, oggi, difficoltà che vanno sempre tenute ben presenti. Ma non dobbiamo smarrire la consapevolezza di quel che abbiamo conquistato: la pace, la libertà, la democrazia, i diritti. Non sono condizioni scontate, né acquisite una volta per tutte. Vanno difese, con grande attenzione, non dimenticando mai i sacrifici che sono stati necessari per conseguirle. Non possiamo vivere nella trappola di un eterno presente, quasi in una sospensione del tempo, che ignora il passato e oscura l'avvenire, così deformando il rapporto con la realtà. La democrazia vive di impegno nel presente, ma si alimenta di memoria e di visione del futuro. Occorre preparare il domani. Interpretare, e comprendere, le cose nuove. La velocità delle innovazioni è incalzante; e ci conduce in una nuova era, che già cominciamo a vivere. Un'era che pone anche interrogativi sul rapporto tra l'uomo, lo sviluppo e la natura. Basti pensare alle conseguenze dei mutamenti climatici, come la siccità, la limitata disponibilità di acqua, gli incendi devastanti. Si manifesta, a questo riguardo, una sensibilità crescente, che ha ricevuto impulso anche dal magistero di Papa Francesco, al quale rivolgo gli auguri più fervidi. Cambiano gli stili di vita, i consumi, i linguaggi. Mutano i mestieri, e la organizzazione della produzione. Scompaiono alcune professioni; altre ne appaiono. In questo tempo, la parola “futuro” può anche evocare incertezza e preoccupazione. Non è stato sempre così. Le scoperte scientifiche, la evoluzione della tecnica, nella storia, hanno accompagnato un'idea positiva di progresso. I cambiamenti, tuttavia, vanno governati per evitare che possano produrre ingiustizie e creare nuove marginalità. L'autentica missione della politica consiste, proprio, nella capacità di misurarsi con queste novità, guidando i processi di mutamento. Per rendere più giusta e sostenibile la nuova stagione che si apre. La cassetta degli attrezzi, per riuscire in questo lavoro, è la nostra Costituzione: ci indica la responsabilità nei confronti della Repubblica e ci sollecita a riconoscerci comunità di vita. L'orizzonte del futuro costituisce, quindi, il vero oggetto dell'imminente confronto elettorale. Il dovere di proposte adeguate - proposte realistiche e concrete - è fortemente richiesto dalla dimensione dei problemi del nostro Paese. Non è mio compito formulare indicazioni. Mi limito a sottolineare, ancora una volta, che il lavoro resta la prima, e la più grave, questione sociale. Anzitutto per i giovani, ma non soltanto per loro. E' necessario che ve ne sia in ogni famiglia. Al tempo stesso va garantita la tutela dei diritti e la sicurezza, per tutti coloro che lavorano. Tanti nostri concittadini vivono queste festività in condizioni di disagio, per le conseguenze dei terremoti, che hanno colpito larga parte dell'Italia centrale. A loro desidero far sentire la vicinanza di tutti. Gli interventi per la ripresa e la ricostruzione proseguono e, talvolta, presentano difficoltà e lacune. L'impegno deve continuare in modo sempre più efficiente fino al raggiungimento degli obiettivi. Esprimo solidarietà ai familiari delle vittime di Rigopiano e della alluvione di Livorno; ai cittadini di Ischia, che hanno patito gli effetti di un altro sisma. E a tutti coloro che, nel corso dell'anno, hanno attraversato momenti di dolore. Un pensiero particolare va ai nostri concittadini vittime dell'attentato di Barcellona. Il loro ricordo, unito a quello delle vittime degli attentati all'estero degli anni precedenti, ci rammenta il dovere di mantenere la massima vigilanza nella lotta al terrorismo. Riguardo a questo impegno, vorrei ribadire la riconoscenza nei confronti delle nostre Forze dell'Ordine, dei nostri Servizi di informazione, delle Forze Armate, ripetendo le stesse parole di un anno fa: “Anche nell'anno trascorso hanno operato, con serietà e competenza, perché in Italia si possa vivere con sicurezza rispetto a quel pericolo, che esiste ma che si cerca di prevenire”. Si è parlato, di recente, di un'Italia quasi preda del risentimento. Conosco un Paese diverso, in larga misura generoso e solidale. Ho incontrato tante persone, orgogliose di compiere il proprio dovere e di aiutare chi ha bisogno. Donne e uomini che, giorno dopo giorno, affrontano, con tenacia e con coraggio, le difficoltà della vita e cercano di superarle. I problemi che abbiamo davanti sono superabili. Possiamo affrontarli con successo, facendo, ciascuno, interamente, la parte propria. Tutti, specialmente chi riveste un ruolo istituzionale e deve avvertire, in modo particolare, la responsabilità nei confronti della Repubblica. Vorrei rivolgere, in chiusura, un saluto a quanti, questa sera, non stanno festeggiando perché impegnati ad assolvere compiti e servizi essenziali per tutti noi: sulle strade, negli ospedali, nelle città, per garantire sicurezza, soccorso, informazione, sollievo dalla sofferenza. A loro, ringraziandoli, esprimo un augurio particolare. Auguri a tutti; e buon anno".

I nostri politici sono solo mediocri amministratori improvvisati assetati di un potere immeritato. Governanti sono coloro che prevedono e governano gli eventi, riformando ogni norma intralciante la modernità ed il progresso, senza ausilio di leggi estemporanee ed improvvisate per dirimere i prevedibili imprevisti. 

#90secondi, Pietro Senaldi il 28 Dicembre 2017 su "Libero Quotidiano": "Auguri alla Costituzione: se siamo messi male è anche colpa sua". Lo scorso 27 dicembre c'è chi ha festeggiato il settantesimo anniversario della Costituzione italiana. Un testo fondamentale, quando è nato, ma che oggi ha bisogno di una radicale svecchiata, se vogliamo salvare l'Italia.

Contro gli "eletti illegittimi" in difesa della Costituzione. Il prossimo Parlamento sarà eletto con una legge elettorale immorale e truffaldina e dunque incostituzionale. Parola di Zagrebelsky e di Montanari, scrive Massimo Bordin il 29 Dicembre 2017 su "Il Foglio".  Gli eletti illegittimi non cambino la Carta. A leggere ieri questo titolo, nella pagina dei commenti del Fatto, veniva da chiedersi se il giornalaio si fosse confuso ritirando fuori una vecchia copia del quotidiano ai tempi della riforma costituzionale. Effettivamente una polemica del genere ci fu all’epoca del voto del Parlamento, poi contraddetto dal referendum, ma non c’è stato nessun errore e nessuna ristampa. L’articolo intendeva riferirsi alla stretta attualità e non agli eletti del Parlamento ormai al capolinea ma a quelli ancora da eleggere. Tomaso Montanari ha inteso mettersi avanti col lavoro, intimando ai candidati di impegnarsi solennemente almeno a non modificare la Costituzione, considerato che la loro elezione avverrà attraverso una legge elettorale immorale e truffaldina e dunque incostituzionale. Qui il ragionamento, per così dire, di Montanari ha un’impennata, necessaria per superare un ostacolo. Il professore non può non convenire sul fatto che la Corte costituzionale non si sia neppure sognata di pronunciarsi in quei termini sulla nuova legge elettorale, ma non è questo il punto. Quello che conta, scrive il professore, è che molti insigni costituzionalisti l’abbiano fatto e che fra essi in particolare spicchi il parere, per di più espresso sulle pagine del Fatto, di Gustavo Zagrebelsky. Tanto deve bastare a decretare l’illegittimità preventiva degli eletti. Per fermare un Parlamento una volta era necessario un monarca, oggi può bastare un principe ucraino.

Costituzione inefficiente, Paese ingestibile. Se la sera del 4 marzo prossimo non sapremo chi avrà vinto le elezioni. Non sarà colpa della legge elettorale, ma della Carta, scrive Alessandro Sallusti, Giovedì 28/12/2017, su "Il Giornale". La nostra Costituzione in queste ore compie settant'anni e fioccano le celebrazioni. Non ci uniamo alla retorica, ma a scanso di equivoci diciamo che anche noi vogliamo bene alla Carta repubblicana che ha permesso all'Italia di archiviare una guerra civile e mettersi alle spalle la disfatta militare e morale della Seconda guerra mondiale. Tutte le Costituzioni dei Paesi occidentali sono vecchie, alcune ben più della nostra, ma non tutte sono nate vecchie come la nostra. In quel dicembre del 1947 l'ossessione dei padri costituenti fu di fare in modo che in Italia nessuno potesse comandare senza il consenso e il permesso di tutti, o quasi tutti, gli altri partiti politici, poteri dello Stato e forze sociali. In questi settant'anni abbiamo cioè vissuto in una finta iper democrazia che - amputata volontariamente dell'efficienza - è diventata un carrozzone ingestibile. Questa Costituzione ha prodotto leggi elettorali cervellotiche con le quali nessuno dei vincitori (neppure la Democrazia cristiana) è mai riuscito a governare come promesso agli elettori; abbiamo un presidente del Consiglio attorno al quale ruota l'azione di governo che in realtà non ha poteri; abbiamo un presidente della Repubblica non eletto dai cittadini che apparentemente non conta nulla ma che esercita, lui sì, enormi poteri; abbiamo un Parlamento di transfughi che si vendono al migliore offerente, sindacati con il potere di veto sul legislatore e una magistratura che ha confuso l'autonomia professionale con la libertà di ingerenza e l'impunità. Questa Costituzione ha generato i Tar, tribunali amministrativi di secondo livello, che contano più del Parlamento e del governo. E questa Costituzione agevola e protegge la burocrazia, i fannulloni, a volte anche i ladri. Se la sera del 4 marzo prossimo non sapremo chi avrà vinto le elezioni e se nessuno dei blocchi in lizza potrà governare, non sarà colpa di una legge elettorale così così o della voglia di inciucio di qualcuno. Sarà colpa della Costituzione, che permette che ciò accada impedendo di fatto soluzioni diverse e chiare. Soluzioni che nel '47 potevano anche essere rischiose, ma che certamente oggi non lo sarebbero per nessun motivo. Renzi ci ha provato a cambiare qualcosa con l'abolizione del Senato, ma era una farsa, la gente l'ha capito e lo ha punito. Che sia, la prossima legislatura, la volta buona per portare il Paese nella modernità con una riforma costituzionale, mi auguro in senso presidenziale, che chiuda un'epoca di innaturale consociativismo tra vinti e vincitori, tra controllori e controllati.

È finita la legislatura degli hashtag, per fortuna. Gli spot, i bonus, le "renzate", i tweet al limite del ridicolo hanno caratterizzato la politica degli ultimi cinque anni. Ora c'è bisogno di calma, scrive il 29 dicembre 2017 Sara Dellabella su Panorama. Tronfio, divisivo, ambizioso, sprezzante dell’opinione altrui. Esageratamente leader. Una parabola quella di Matteo Renzi passato dalle scalate alle ritirate in appena tre anni. Si è chiusa così una legislatura che grazie al leader del PD ha avuto tre governi. Il primo quello di Enrico Letta che è stato disarcionato appena dopo 10 mesi di governo, poi vennero i mille giorni di Renzi che si conclusero con il più grosso tonfo della storia repubblicana degli ultimi anni ed infine l’anno calmo del supplente Paolo Gentiloni, messo lì per tappare un buco e che alla fine si è rivelato un politico affidabile e ben apprezzato dalla gente. Sono passati cinque anni, ma i problemi della politica sono ancora tutti lì e in alcuni casi hanno cambiato casacca anche loro. Dopo il voto del Parlamento, sembrava finita l’era di Berlusconi e invece eccolo risorto come guida del centrodestra, anche se non potrà candidarsi. Tuttavia non è stato risolto il problema della leadership: dopo Berlusconi chi potrà avere un ruolo di federatore carismatico?

Il disastro del Pd. Nel Pd, l’astro nascente di Renzi si è oscurato, il partito è ai minimi storici e con le casse in profondo rosso. Il segretario non rinuncia esplicitamente ad avvalersi a quella regola dello statuto che lo vuole candidato premier, ma i sondaggi non lo premiano e c’è chi continua a credere che dovrebbe allontanarsi per un po’ dalla scena pubblica. Anche perché se l’operato del mite Gentiloni oggi è lodato da tutti, sarebbe giusto dire che non si allontana molto dall’impronta del governo di Enrico Letta prima di essere messo alla porta da uno scalpitante e irrequieto Matteo Renzi che il giorno del discorso di fiducia al Senato, disse “vorrei essere l'ultimo Presidente del Consiglio a chiedere la fiducia a quest'Aula”, così sicuro che gli italiani gli avrebbero dato ragione ed invece…Lui che nel suo libro “Avanti” si è paragonato a Wanna Marchi per come ha presentato la misura degli 80 euro e che in più occasioni per semplificare il linguaggio delle cose complesse ha inseguito i populisti. 

La politica degli spot. Ma gli spot, i bonus, le renzate, gli hashtag al limite del ridicolo, alcuni commenti affidati ai social hanno caratterizzato non solo la politica renziana ma la politica degli ultimi cinque anni, tanto che a volte si faceva fatica a distinguere i fake account dai profili originali. Paradossale e a tratti parossistica. Come l'immagine di quel parlamento in seduta comune che ha salutato ogni passaggio del discorso dell’insediamento Napolitano bis con fragorosi applausi. Quella che ad ascoltarla bene è stata la più grande "strigliata" presidenziale a un Parlamento che non era stato capace di trovargli un successore. A riavvolgere il nastro di questo Parlamento, sembra sia andato in scena un lungo film e così assurdo che non bisognerebbe poi tanto sconvolgersi se a 66 giorni dalle elezioni l’unico partito in crescita sia quello degli astenuti. È stata senz’altro la legislatura del cortocircuito, quella in cui il Patto del Nazareno ha spaccato la sinistra e ricompattato il centrodestra. Così oggi, il rottamatore si trova completamente isolato al centro, mentre Liberi e Uguali continua a erodere consensi a sinistra. Il Movimento 5 stelle che oggi è il primo partito rischia di rimanere con il cerino in mano. Ancora non c’è un programma, ancora non si capisce con chi e se si alleerà. Ancora non si sa cosa vogliono fare concretamente per il Paese, proprio come quando sono entrati in Parlamento. 

Aggrapparsi alla calma. In questo caos, gli unici appigli sono Sergio Mattarella e Paolo Gentiloni. Quelli che parlano meno di tutti, che appaiono poco e che silenziosamente svolgono la loro funzione con la dovizia dei funzionari pubblici. Traghettatori della Repubblica, esecutori materiali di regole e procedure già scritte che vanno solo attuate. Sono loro l’ultimo appiglio in un agone dove tutti si agitano, dove in questi anni si è giocato a chi la “sparava più grossa”, manco fossimo allo stadio. “Non è tempo di rottamazioni, slogan e leadership solitarie” così anche Carlo Calenda ha messo nero su bianco il suo pensiero circa una nuova scalata di Renzi a Palazzo Chigi. È il tempo della calma che sopravvive al caos, almeno fino al prossimo governo.

2018, si porta molto il pacatismo, scrive Alessandro Gilioli il 29 dicembre 2017 su "L'Espresso". A leggere l'intervista che Berlusconi ha dato al Corriere di oggi, sembra di avere davanti un autorevole e moderato statista di centrodestra: di Gentiloni dice che è stato «insufficiente» ma ne elogia «la cortesia», su Grasso si limita all'aggettivo «inelegante», poi cita John Kennedy, ipotizza uno Ius soli seppur più temperato di quello appena cestinato e infine invita «al buonsenso». Pacatissimo, insomma. E nulla a che vedere con il Cavaliere caimano, spaventoso e a tratti sedizioso che è stato per anni, dal '94 al predellino e oltre. Non molto dissimili erano i toni dell'intervista che Luigi Di Maio ha dato ieri al Fatto: «Voglio dare stabilità al Paese», «confido che il referendum sull'euro non si debba fare perché l’Europa è molto cambiata e per l’Italia ci sono maggiori spazi per farsi sentire», «creeremo una Banca pubblica per gli investimenti sul modello francese». Approccio istituzionale, nessun aggettivo fuori posto, moderazione verbale e programmatica. E nulla a che vedere con anni e anni di blog e comizi di Grillo, non privi di insulti sprezzanti. Di Gentiloni - "l'impopulista", non c'è neppure bisogno che vi dica: la sua conferenza di fine anno è stata una dose di benzodiazepina, tutta tesa a rassicurare, acquietare, confortare, rasserenare. E nulla a che vedere con la baldanza nuovista e un po' isterica del suo predecessore, schiantatosi un anno fa come un motociclista cocainato sulla tangenziale. È curioso come questo Paese sia passato in pochissimo tempo da un estremo al suo opposto. Solo ieri la politica italiana era fatta di tweet deflagranti, accuse violente, promesse di rovesciamenti mirabolanti, il tutto trasmesso con toni urlati, eccitati, demagogici, elettrizzati, talvolta ribellistici se non eversivi, comunque indirizzati alla pancia, finalizzati a provocare sdegno o creare chimere di cambiamenti rivoluzionari. Con tutti e tre i maggiori leader - Berlusconi, Grillo e Renzi - impegnati in questa assordante gara. Adesso siamo alla democristianizzazione comportamentale multipartisan, con il Di Maio statista, il Gentiloni camomilla e la versione mansueta di Berlusconi. E pure quella che un tempo si chiamava "sinistra radicale" si è scelta un leader che non viene dalla piazza, ma dagli stucchi dorati e silenti di Palazzo Madama. Insomma, sembra che la politica non voglia più eccitare, ma sedare. Con poche eccezioni, come Salvini (che però da mesi perde consensi nei sondaggi) e qualche ultrà renziano che non ha ancora capito che è cambiato il vento. Che nove italiani su dieci non si divertono più davanti a pollai urlanti dei talk show, ma cambiano canale appena le voci accalorate si accavallano. Perfino sui social sembra che ci sia meno gente che si accanisce nei flame, avendone ormai constatato l'inutilità totale dello scambio di insulti. È il pacatismo, chissà se una svolta o solo una fase di down dopo la sovreccitazione trasversale recente. Intendiamoci: questa mutazione è avvenuta, con ogni probabilità, più per stanchezza che per saggezza, più per distacco che per maturazione, più per disinteresse che per educazione. Ma intanto è avvenuta. Con tutti suoi lati positivi - evidenti - ma anche quelli negativi, cioè i rovesci della medaglia, essendo un altro estremo opposto: ad esempio il rischio che il confronto perda passione, che la moderazione si tramuti in pigra difesa del presente. Che anche nelle cose da fare - e da cambiare - tutte le vacche diventino nere. E neppure questo farebbe bene, in un Paese sempre più declinante e diseguale, che bisogno tanto di educata razionalità quanto di trasformazioni sociali radicali.

Addio diciassettesima, con te se ne va la Seconda Repubblica, scrive Francesco Damato il 29 Dicembre 2017 su "Il Dubbio".  Cinque anni tra renzismo e grillismo. Già con quel numero d’ordine – 17- assegnatole dal calendario parlamentare della Repubblica, la legislatura uscita dalle urne il 25 febbraio del 2013 sembrava inevitabilmente sfortunata, da scongiuri più che da auguri. I risultati elettorali non furono da meno. Il bipolarismo orgogliosamente rivendicato dal centrodestra e dal centrosinistra dal 1994 in poi, come bandiera della cosiddetta seconda Repubblica, risultò superato da un tripolarismo paralizzante, che neppure il premio di maggioranza assicurato dalla legge elettorale infelicemente nota come Porcellum riuscì a correggere. O vi riuscì solo alla Camera, non anche al Senato, dalla cui fiducia nessun governo poteva e può tuttora prescindere. La quasi contemporanea scadenza del settennato presidenziale di Giorgio Napolitano, al Quirinale, rendeva costituzionalmente impraticabile ogni tentazione di elezioni antici- pate, se mai qualcuno le avesse volute davvero, e non solo a parole, come reclamavano i grillini da una parte, col proposito di compiere lo sfondamento mancato al primo colpo, e i leghisti dall’altra. Pier Luigi Bersani come segretario del maggiore partito – se non in termini di voti, viste le contestazioni grilline, sicuramente in termini di seggi parlamentari fra Camera e Senato, ma specie alla Camera – ottenne dal presidente della Repubblica un prudente incarico di formare il nuovo governo. Tanto prudente che, quando Napolitano glielo ritirò negandogli il percorso di un governo curiosamente di «minoranza e di combattimento», appeso agli umori di Beppe Grillo e dei suoi “portavoce” parlamentari, si scoprì che era stato solo un “pre- incarico”. L’insuccesso politico di Bersani crebbe ulteriormente dopo che il segretario del Pd non riuscì a venire a capo neppure dell’elezione di un successore a Napolitano, nel frattempo arrivato al termine ultimo del suo mandato. I due candidati messi in pista da Bersani per il Pd nella corsa al Quirinale – il presidente del partito Franco Marini prima e l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi poi – furono abbattuti dai franchi tiratori. E Bersani per primo fu costretto a salire quaresimalmente al Colle, seguito da quasi tutti gli altri leader di partito, per chiedere a Napolitano la grazia di lasciarsi ricandidare e rieleggere, alla bella età di 88 anni quasi compiuti che “Re Giorgio” già aveva. Quasi tutti, perché i grillini opposero il rifiuto anche a questo passaggio, candidando sulle piazze e in Parlamento Stefano Rodotà, prima di scomunicarlo per avere osato dolersi, dopo qualche tempo, delle loro improvvisazioni, pure nella gestione del movimento che si era proposto di aprire le istituzioni come scatole di tonno. Da Napolitano rieletto alla Presidenza della Repubblica le Camere accolsero con spirito che qualcuno, non solo fra i grillini, definì masochistico i rimproveri per le riforme boicottate dalla precedente edidagli zione del Parlamento e per la diffusa diffidenza mostrata anche nella nuova legislatura verso larghe intese, se necessarie – come lui riteneva – per il governo del Paese. E l’opinione del capo dello Stato non poteva essere liquidata come un capriccio senile perché toccava pur sempre a lui nominare i governi, anche se i cultori del sistema maggioritario avevano dato agli elettori l’illusione che potessero eleggere nelle urne pure il governo, e non solo il Parlamento. Nacquero così le larghe intese governative concordate attorno ad Enrico Letta, mentre Bersani si ritirava in buon ordine, fra il Pd e Silvio Berlusconi, con un programma ambizioso di riforme. Con questa scelta il Pd si allontanò ulteriormente dagli ex alleati elettorali di sinistra e Berlusconi dai leghisti e dalla destra postmissina, ora anche post- finiana. Questo già faticoso avvio della diciassettesima legislatura fece i conti in agosto con una improvvisata sezione feriale della Corte di Cassazione. Che, praticamente diffidata da un fax della Procura di Milano dal lasciar cadere in prescrizione un vecchio processo a carico di Berlusconi per frode fiscale, sia pure di una misura risibile rispetto al peso complessivo delle tasse pagate dall’imputato e dalle sue aziende, condannò in via definitiva l’ex presidente del Consiglio. Sotto i piedi del quale si aprì la botola giudiziaria della cosiddetta legge Severino per farlo decadere anche da senatore con inedita votazione, nell’aula di Palazzo Madama, a scrutinio palese. Le cose si svolsero in modo tale, con forzature difficilmente negabili, visto che anche dall’interno del Pd si erano levate inutilmente voci – per esempio, quella dell’ex presidente della Camera Luciano Violante – a favore di un rinvio di ogni decisione per lasciare alla Corte Costituzionale la possibilità di pronunciarsi sulla controversa legge Severino, che Berlusconi ritirò il suo partito dalla maggioranza. La quale sopravvisse ugualmente, ma di stenti, per il rifiuto del vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Angelino Alfano, ma anche degli altri ministri dell’allora Pdl, di adeguarsi alle direttive berlusconiane. Nacquero così i “diversamente berlusconiani” del “Nuovo centrodestra”. I loro ormai ex colleghi di partito reagirono tornando orgogliosamente al nome originario di Forza Italia, indossando gli elmetti dell’opposizione e riavvicinandosi ai leghisti. Come una pera dall’albero, cadde dopo poco più di un mese Enrico Letta dalla guida del governo, sotto l’effetto combinato di una più forte opposizione a destra, oltre a quella grillina, e di un cambiamento radicale al vertice del Pd. Dove arrivò impetuosamente Matteo Renzi. Che, senza badare molto alle forme, si spazientì dei metodi e tempi morotei del collega di partito Enrico Letta, che pure non lo aveva per niente ostacolato nella corsa congressuale alla segreteria, e ne prese il posto in poche settimane: giusto il tempo per attenuare l’opposizione di Berlusconi offrendogli una sostanziale riabilitazione politica con un patto, che prese il nome dalla sede del Pd, il Nazareno, sulle riforme. Al plurale, perché oltre a quella della Costituzione c’era da accelerare quella elettorale, avendo la Corte Costituzionale appena bocciato il malfamato e già ricordato Porcellum. Il pronunciamento della Consulta finì per aumentare le difficoltà della legislatura, di cui i grillini si affrettarono a denunciare la delegittimazione, essendo nata con regole risultate appunto illegittime. La Corte, peraltro dirimpettaia al Quirinale, la mise nella incubatrice di una sentenza nella quale si salvavano esplicitamente gli effetti delle elezioni svoltesi col Porcellum. Altro francamente non si poteva fare, perché sennò si sarebbero dovuti demolire anche gli effetti delle elezioni del 2006 e del 2008, svoltesi con le stesse norme. Lì per lì sembrò che i cerotti della Corte Costituzionale tenessero. Nelle elezioni europee di maggio del 2014 Renzi portò il Pd ad oltre il 40 per cento dei voti, come riusciva a fare la Dc nei tempi migliori: forse troppo, però, per i gusti e le abitudini dei compagni e amici di partito del segretario e presidente del Consiglio. Forse anche per Berlusconi, che vide rappresentare il giovane Renzi come il suo erede. “Royal baby”, lo definì Giuliano Ferrara, ministro per i rapporti col Parlamento nel primo governo del Cavaliere. Ma forse fu troppo per lo stesso Renzi, che sopravvalutò la sua forza d’urto. O sottovalutò, come preferite, vecchi e nuovi timori di concorrenti ed avversari, esterni e anche interni al suo partito. La baldanza di Renzi, da quel che riuscii a sapere, se non al Quirinale, nei suoi dintorni ambientali e umani, cominciò ad impensierire anche Napolitano. Che, già stanco di suo, con quel bastone che sempre più lo accompagnava nei corridoi del Quirinale, decise proprio alla fine di quell’anno di accelerare con le dimissioni la fine di quella fase eccezionale che sin dal primo momento aveva ritenuto il suo secondo mandato. E si arrivò così a fine gennaio del 2015 all’elezione del suo successore. Nella soluzione del problema riapertosi al Quirinale Renzi sembrò, a torto o a ragione, condizionato più dai problemi interni di partito che dal collegamento con Berlusconi. Che, anche lui a torto o a ragione, riteneva che del Patto del Nazareno sulle riforme facesse parte anche la ricerca comune del nuovo presidente della Repubblica. L’elezione di Sergio Mattarella finì pertanto per tradursi, malgrado lo stesso Mattarella, nella rottura fra Renzi e Berlusconi, con tutto quello che ne conseguì: anche l’approvazione accindentata della riforma costituzionale e della legge elettorale chiamata Italicum, nonché il sorprendente allineamento nella campagna referendaria sul superamento del bicameralismo e il resto fra l’opposizione berlusconiana, quella dei grillini e la dissidenza della minoranza del Pd. Era una combinazione già micidiale di suo, cui Renzi aggiunse improvvidamente, come lui stesso poi riconobbe, la personalizzazione della partita con l’incauto impegno al ritiro – ma completo- in caso di sconfitta. Che arrivò puntualmente, e smaccatamente. Lo sconfitto rinunciò solo a Palazzo Chigi, trattenendo la segreteria del partito, da cui però sarebbe uscito il grosso delle minoranze. Considerate le condizioni politiche nelle quali si era aperta e si è sviluppata, l’ondata populistica che l’ha accompagnata dal primo momento, e che ha portato i grillini a mantenere intatta la loro presa elettorale, a dispetto delle defezioni e degli incidenti subiti a livello centrale e locale, i cambiamenti intervenuti persino nella geografia dei partiti, con oltre cinquecento passaggi di parlamentari di ogni area da una combinazione all’altra, compresi i presidenti di entrambe le Camere, può ben essere considerato un miracolo che questa legislatura sia arrivata alla sua scadenza ordinaria. E, oltre a consegnarci con Paolo Gentiloni un presidente del Consiglio ancora in partita, abbia potuto annoverare non solo riforme bocciate o mancate, ma anche leggi approvate come quelle che hanno garantito nuovi diritti civili, dalle unioni di fatto al biotestamento, una nuova legge elettorale non derivata dalle forbici della Corte Costituzionale e persino un miglioramento della situazione economica, col passaggio dal meno al più, a dispetto di terremoti, crisi bancarie e altri accidenti. Poteva francamente andare anche peggio, visto com’era cominciata.

Contro gli "eletti illegittimi" in difesa della Costituzione. Il prossimo Parlamento sarà eletto con una legge elettorale immorale e truffaldina e dunque incostituzionale. Parola di Zagrebelsky e di Montanari, scrive Massimo Bordin il 29 Dicembre 2017 su "Il Foglio".  Gli eletti illegittimi non cambino la Carta. A leggere ieri questo titolo, nella pagina dei commenti del Fatto, veniva da chiedersi se il giornalaio si fosse confuso ritirando fuori una vecchia copia del quotidiano ai tempi della riforma costituzionale. Effettivamente una polemica del genere ci fu all’epoca del voto del Parlamento, poi contraddetto dal referendum, ma non c’è stato nessun errore e nessuna ristampa. L’articolo intendeva riferirsi alla stretta attualità e non agli eletti del Parlamento ormai al capolinea ma a quelli ancora da eleggere. Tomaso Montanari ha inteso mettersi avanti col lavoro, intimando ai candidati di impegnarsi solennemente almeno a non modificare la Costituzione, considerato che la loro elezione avverrà attraverso una legge elettorale immorale e truffaldina e dunque incostituzionale. Qui il ragionamento, per così dire, di Montanari ha un’impennata, necessaria per superare un ostacolo. Il professore non può non convenire sul fatto che la Corte costituzionale non si sia neppure sognata di pronunciarsi in quei termini sulla nuova legge elettorale, ma non è questo il punto. Quello che conta, scrive il professore, è che molti insigni costituzionalisti l’abbiano fatto e che fra essi in particolare spicchi il parere, per di più espresso sulle pagine del Fatto, di Gustavo Zagrebelsky. Tanto deve bastare a decretare l’illegittimità preventiva degli eletti. Per fermare un Parlamento una volta era necessario un monarca, oggi può bastare un principe ucraino.

Vittorio Feltri, 27 Dicembre 2017 su “Libero Quotidiano”: è finita la legislatura peggiore di sempre. C' è chi esulta perché domani il presidente Mattarella scioglierà le Camere mandando a casa tutti i parlamentari, tra i peggiori della storia repubblicana. L' evento non dispiace neppure a noi, ma saremmo più contenti se sapessimo o sperassimo che dal prossimo giro elettorale uscisse un ceto politico più decente di quello che ci accingiamo ad archiviare. Non è così. Leggi anche: "Casini, vai in mona". Vittorio Feltri lo riduce a brandelli. Banche rotte, il terribile sospetto del direttore sui "ladri". Dalle urne sortiranno soltanto problemi e nessuna soluzione, a meno che Berlusconi, Salvini e Meloni saranno in grado di essere finalmente se stessi, cioè persone di destra come Trump, il quale dopo aver promesso di abbassare le tasse le ha abbassate sul serio. Il nodo centrale infatti è quello fiscale. L' unico modo per rilanciare l'economia e aumentare i consumi, e quindi l'occupazione, è quello di comprimere le imposte. Più soldi nelle tasche degli imprenditori e dei loro dipendenti significa creare posti di lavoro e incentivare gli acquisti. Lo Stato deve fare un passo indietro, comprimere la spesa pubblica, abbassare i costi del welfare, smettere di pagare la sanità ai ricchi e cessare di sprecare denaro per regalare esami di laboratorio a chi non ne ha bisogno. Il reddito di inclusione o di cittadinanza ai nullafacenti è un lusso che non ci possiamo permettere. Occorre che la gente vada a sgobbare, è inammissibile si faccia mantenere dalla pubblica amministrazione. Inoltre è necessario sospendere il finanziamento degli immigrati, evitare di ospitarli gratis in mancanza delle risorse che ci consentano di farlo. Impariamo dall' Austria a regolarci in proposito. Vengano qui soltanto gli stranieri che abbiano l'opportunità di guadagnarsi da vivere. È inammissibile sia l'Europa a decidere ciò che debba avvenire nei singoli Paesi. I quali hanno il diritto di agire secondo la loro convenienza. Purtroppo la nostra sinistra non è capace di amministrare l'Italia cum grano salis ed è per questo che ci troviamo in una situazione drammatica. Non sa che fare e quel poco che fa è sbagliato: vuole aiutare tutti e non aiuta nessuno, spreca soldi per assistere chi non merita di essere assistito, pensa allo ius soli (cittadinanza a chiunque) per ottenere consensi, dice che la priorità è il lavoro e, in realtà, combatte coloro - gli industriali - che avrebbero i mezzi per darne ai disoccupati. I progressisti sono una autentica iattura, odiano il capitale e lo spremono senza spingerlo a progredire. Hanno un solo obiettivo: ammazzare i cittadini di tributi, ma l'unico risultato che raggiungono è l'esplosione della evasione. Sono asini patentati. Hanno costruito negli anni un mastodonte burocratico inefficiente e costoso. Non li sopportiamo più. Agli ex comunisti si sono poi aggiunti i fessi del Movimento 5 Stelle che predicano male e si comportano malissimo, basta vedere come agiscono nelle città che governano con il posteriore. Il mix grillino e democratico produce una miscela di imbecillità che minaccia di sfasciare il Paese. Ci auguriamo che gli italiani non siano tanto stolti da affidarsi alla feccia rampante e tornino a votare con l'intento di non suicidarsi. Vittorio Feltri

Dalla Kyenge alla Boldrini fino al “grigio” Mattarella: 10 cose orribili di questa legislatura, scrive Adriano Scianca il 28 dicembre 2017 su “Primato Nazionale”. Cala il sipario sulla XVII legislatura, quella che qualcuno ha definito la peggiore di sempre. Di sicuro in questi cinque anni ne abbiamo viste delle belle (e soprattutto delle brutte). Ecco le 10 cose orribili viste in politica dal 2013 a oggi.

1 – Sarà banale, sarà diventato ormai uno stereotipo, ma servirà un po’ di tempo prima di riuscire a comprendere il significato politico e metapolitico di un personaggio come Laura Boldrini. Raramente un simile concentrato di spirito anti-italiano era riuscito a insediarsi in una posizione istituzionale di simile prestigio. Ora la Laurona (anti)nazionale ha annunciato che farà politica con “Liberi e uguali”: peggio per loro. Gli italiani, dal canto loro, sperano solo di dimenticarsene.

2 - Letta, Renzi, Gentiloni: una legislatura, tre governi, nessun mandato popolare. D’accordo, d’accordo, l’Italia non è una repubblica presidenziale, i semicolti ce l’hanno spiegato in continuazione. Ma va ricordato come il Porcellum, legge elettorale con cui è stato eletto il parlamento appena sciolto, prevedesse l’indicazione obbligatoria del “capo della coalizione”, che per il centrosinistra era Pier Luigi Bersani, uscito vincitore da primarie che, nel linguaggio corrente e nella percezione comune, servivano proprio a designare il candidato premier. Chi tiene tanto alla letteralità costituzionale dovrebbe avere il coraggio oggi di andare in campagna elettorale dicendo che non propone alcun candidato premier e che sarà il Parlamento a decidere, come accadeva nella prima repubblica. Che è passata da un pezzo, anche se i semicolti non se ne sono accorti.

3 – I pasdaran della Costituzione ricordano anche che nella Carta è espressamente vietato il mandato imperativo: una volta eletto, il parlamentare rappresenta la nazione intera e non una parte, quindi può fare ciò che vuole. Bene, ma senza esagerare. La legislatura appena finita ha visto infatti il record dei cambi casacca (546) e il record di voltagabbana (345). Una transumanza continua, al ritmo di 9,5 al mese. Alla Camera un deputato su tre ha cambiato gruppo. Al Senato quasi uno su due.

4 – La XVII legislatura è stata anche quella dei renziani, questa bizzarra popolazione parlamentare composta da un terzo di berlusconismo, un terzo di banalità liberal e un terzo di legami con le banche. Maniche di camicia arrotolate e “ciaone” sparati come se piovesse, li abbiamo visti colonizzare il Pd con l’arrivismo arrogante degli homines novi, salvo poi implodere per via di un costante disastro comunicativo e politico.

5 – Peggio dei renziani, tuttavia, ci sono solo gli antirenziani di sinistra, questo concentrato di sfiga e rancore ben rappresentato dai capelli di Fassina e dalle occhiaie di Civati. Vorrebbero rappresentare la sinistra che non cede sui valori e sono finiti sul carrozzone di D’Alema, che è un po’ come voler rifondare il Partito fascista partendo da Gianfranco Fini. Su tutto ciò che conta, gli antirenziani sono come i renziani, solo che scopano un po’ meno.

6 – Tra le cose a cui non avremmo mai voluto assistere e invece abbiamo dovuto vedere ci sono sicuramente i grillini, sbarcati in Parlamento nel 2013 con una folla spropositata di eletti, si sono distinti per gaffe improbabili, italiano stentato, proposte surreali. Ideologicamente organici alla sinistra, hanno finito per farne qualcuna giusta solo perché Grillo li ha tenuti a freno e per il loro tabù sul voto in comune col Pd, che spesso li ha fatti astenere in alcuni passaggi cruciali.

7 – Tra gli incubi politici degli ultimi anni, non scordiamoci Valeria Fedeli, il primo ministro dell’istruzione della storia politica occidentale a non aver dato neanche l’esame di maturità. Un esempio di protervia e arroganza del potere, che pretende di poter mettere chiunque dovunque, a prescindere non solo dai meriti, ma anche dalla decenza. Una nomina esclusivamente ideologica, che se fosse venuta da destra avrebbe scomodato fior di editorialisti per spiegare le ragioni dell’ignoranza congenita in quella parte politica e che invece è stata accolta con vergognosa accondiscendenza.

8 – E Cecile Kyenge? Ce la vogliamo dimenticare? Il primo ministro per esclusivi meriti epidermici, di cui nessuno aveva sentito parlare prima e nessuno ha sentito parlare dopo, tanta era la statura politica del personaggio. Una mascotte antirazzista e nulla più, una nomina che ha offeso gli italiani, ma che avrebbe dovuto offendere anche gli immigrati, che di sicuro avranno esponenti più preparati e presentabili da proporre, se proprio di questa proposta si avverte il bisogno.

9 – In questi cinque anni abbiamo visto anche la staffetta al Quirinale: via Giorgio Napolitano, su cui ogni parola sarebbe superflua, dentro Sergio Mattarella. Ovvero, il nulla. Un presidente il cui grigiore ben rappresenta il Parlamento che lo ha eletto.

10 – La legislatura appena finita è stata anche quella che ha visto Silvio Berlusconi, eletto senatore nel 2013, decadere da parlamentare in seguito alla condanna definitiva nel processo Mediaset. Ovviamente il leader di Forza Italia non è certo scomparso dalla politica, ma ha continuato a essere presente a esclusiva tutela dei propri interessi. In quest’ottica vanno visti tanto il patto del Nazareno quanto la sua funzione di “tappo” a ogni autentica tentazione sovranista nel centrodestra italiano. Un finale di carriera politica da pompiere e da inciucista, per un politico che nel bene o nel male aveva voluto invece essere un uomo di rottura. Ce lo saremmo risparmiati volentieri. Adriano Scianca

Questa è la peggior legislatura di sempre? Non avete ancora visto la prossima. Nel 2013 c’erano tre poli, ora ce ne sono cinque. Non c’era una legge elettorale, non ci sarà nemmeno ora. Almeno però Renzi aveva una strategia, allora, ora non c’è nemmeno quella. Il peggio deve ancora venire? Probabilmente sì, scrive Francesco Cancellato su “L’Inkiesta" 12 Maggio 2017.  Se vi piacciono le metafore calcistiche, questa legislatura sembra il campionato del Milan o dell’Inter. Iniziata sotto pessimi auspici, proseguita con sorprendenti refoli di speranza - nonostante lo scarso materiale tecnico - grazie alle doti di un bravo timoniere, terminata peggio di com’era iniziata, tra continue sconfitte, scandali e senza alcuna apparente prospettiva che domani possa in qualche modo andare meglio. Perché, bisogna dirlo, finisce peggio di com’era iniziato, il diciassettesimo giro di giostra della politica italiana. C’eravamo svegliati con tre poli, all’indomani delle elezioni del 24 e 25 febbraio e oggi ne abbiamo cinque, con la destra spaccata in due tronconi equipollenti, la sinistra lacerata dalla faida tra renziani e anti-renziani e il Movimento Cinque Stelle che aspetta sulla riva del fiume, sgranocchiando popcorn. Non avevamo una legge elettorale, all’indomani del pronunciamento della Consulta del 4 dicembre 2013 che aveva dichiarato incostituzionale il Porcellum. Non siamo riuscita a darcene una nuova, tre anni esatti dopo, bocciando la riforma costituzionale su cui poggiava l’Italicum, comunque incostituzionale pure quello. Difficilmente riusciremo a darcene una prima che scada il tempo - sia essa il Mattarellum annacquato, il Tedesco corretto, l'Italicum consultellato - poiché a nessuna forza politica conviene. Renzi vuole mostrare al mondo che senza di lui è il diluvio, i Cinque Stelle che la politica fallisce un’altra volta, mentre a Berlusconi e ai piccoli partiti servono proporzionale, capilista bloccati, sbarramenti più bassi possibili e premi di maggioranza impossibili da raggiungere, per evitare la tentazione del voto utile e continuare a contare qualcosa. Perché, bisogna dirlo, finisce peggio di com’era iniziato, il diciassettesimo giro di giostra della politica italiana. C’eravamo svegliati con tre poli, all’indomani delle elezioni del 24 e 25 febbraio e oggi ne abbiamo cinque, con la destra spaccata in due tronconi equipollenti, la sinistra lacerata dalla faida tra renziani e anti-renziani e il Movimento Cinque Stelle che aspetta sulla riva del fiume, sgranocchiando popcorn. In questo marasma tattico, la strategia va a farsi benedire. Allo stato attuale sappiamo solo che Matteo Renzi, rieletto segretario, sarà il candidato premier del Partito Democratico, ma non sappiamo cosa voglia fare, visto che ha passato gli ultimi mesi a cercare di sopravvivere, più che a immaginare il futuro. Prova ne è una sintesi congressuale di tre parole - lavoro, casa, mamma - che nemmeno nei peggiori incubi di chi lo sostenne nel 2012, quando ancora si parlava di Europa, di merito e di futuro. Sintesi che peraltro è stata travolta dall’ennesimo scandalo bancario, vera e propria croce del renzismo, almeno in questa sua prima era. Il resto è commedia dell’assurdo: nella Lega si è aperta la frattura, da tempo sotto la cenere, tra nordisti e nazionalisti, coi primi - guidati dal governatore lombardo Maroni - che promuovono i referendum per l’autonomia di Lombardia e Veneto, per costruire l’Europa delle Regioni e i secondi che vogliono l’Italia fuori dall’Euro. Poco più in là, Berlusconi aspetta la sentenza della Corte Europea di Strasburgo che dovrebbe riabilitarlo e traccheggia, incerto e malandato, alla guida di un partito in bancarotta. A sinistra non si capisce nemmeno chi stia con chi, figurarsi se esiste un programma o un leader. Ciò che sarà dei Cinque Stelle, in spregio alla democrazia diretta, è ancora nella testa di Beppe Grillo e Davide Casaleggio. Qualunque esito daranno le urne, in ogni caso, non sarà possibile governare. In un contesto tripolare lo sarebbe stato, forse. Se non altro perché il centrodestra a trazione berlusconiana e il centrosinistra a trazione Renzi non sono due entità inconciliabili. La mela è divisa in cinque, però: nessuna accoppiata è in grado di ricomporla per metà. E nessuna alleanza a tre è realisticamente possibile. Il tutto, proprio mentre il Quantitative Easing arriva alle ultime curve, mentre l’Europa sembra avere ripreso la sua marcia verso un percorso di ricostruzione, mentre una nuova rivoluzione tecnologica alle porte. Che sì, la diciassettesima legislatura è stata un disastro. Ma solo perché non abbiamo ancora visto la diciottesima.

L'Italia della disperanza, scrive il 26 novembre 2017 Massimo Giannini su “La Repubblica”. L'ottava Leopolda renziana a Firenze, l'ottantesimo predellino berlusconiano a Milano, l'incubo grillino al Teatro Flaiano di Roma. Le solite riscosse annunciate a sinistra, le solite promesse spudorate a destra, le solite percosse pentastellate al "sistema". Nella campagna elettorale già si colgono i segni di un'inquietante stanchezza democratica. Tanti anni fa Josè Donoso scrisse un magnifico romanzo sul suo Cile: La disperanza. Credo che questo sia ...

Sgravi e contributi, le solite promesse del vecchio Cavaliere, scrive il 28 dicembre 2017 Filippo Ceccarelli su “La Repubblica”. I cavalli di battaglia del leader di Forza Italia per la nuova campagna elettorale sono quelli che ripropone da sempre. Nel paese di Acchiappacitrulli, più che chiedere voti in cambio di progetti, Silvio Berlusconi è un generatore automatico di promesse. Si perdoni il tono risoluto del giudizio, ma sono ormai 24 anni di campagne elettorali, per cui l'ultimissimo scampolo dei suoi impegni - sgravi totali per i giovani, aumento pensioni minime, reddito "di dignità" e flat tax al 23 con automatico calo al 13 per cento - finisce per aggrovigliarsi nella memoria con il penultimo....

Elezioni 2013: campagna elettorale con le solite promesse (mai mantenute). Meno tasse e lavoro, scrive "Finanza Utile" il 14/01/2013. Pagina aggiornata il 2017-12-14. Parole, parole, parole. E’ iniziata la campagna elettorale che ci porterà alle elezioni politiche del prossimo 24 febbraio. E come per “magia” i leader politici che si contendono palazzo Chigi hanno iniziato a fare le solite promesse ai cittadini: meno tasse e più lavoro. Peccato però, che negli ultimi anni (almeno un decennio) queste promesse non sono mai state mantenute.

LE PROMESSE 2013.

Ovviamente la promessa più “roboante” è il calo delle tasse, a cominciare dal balzello più odiato dagli italiani, l'Imu sulla prima casa. Vediamo cosa promettono i tre principali contendenti alla guida del governo: Pier Luigi Bersani, Mario Monti e Silvio Berlusconi.

Il Cavaliere promette, in caso di vittoria, di abolirla, ma non per le abitazioni di lusso.

Bersani propone di affiancare all'Imu, per alleggerirla, un'imposta personale sui grandi patrimoni immobiliari. Per rendere meno pesante il carico fiscale sulle prime case con rendite più modeste, con una soglia di esenzione fino ai 500 euro.

Monti e i suoi alleati centristi centristi promettono agli elettori una modifica che vada nel senso di una maggiore equità. E c'è disponibilità anche per le richieste Ue in tema di riforma del catasto per avvicinarne maggiormente le rendite al valore di mercato.

IL LAVORO.

Altro tema caldo è il lavoro con il conseguente rilancio dell'economia. Anche in questo caso i tre maggiori contendenti hanno idee diverse.

Berlusconi lancia l'idea di esentare le imprese che assumono sia i contributi previdenziali, sia le tasse, per un periodo da 3 a 5 anni. In più, l'ex premier propone di rendere più facile avviare un'impresa, «togliendo tutte le autorizzazioni chesi devono chiedere per aprire un negozio, dare il via ad un cantiere», trasformando queste autorizzazioni in «controlli successivi». Tre le riforme promesse dal leader del Pdl: «un piano per il nuovo apprendistato, la liberalizzazione del collocamento e un fondo per i giovani che vogliono fare gli imprenditori che non pagheranno tasse per i primi tre anni e successivamente pagheranno solo il 5% per altri due anni».

La ricetta di Monti è «più concorrenza e meno favori per tutelare i giovani» e la loro possibilità di avere un futuro nel mondo del lavoro, e contro l'evasione fiscale, il premier si dice pronto a «continuare la battaglia di civiltà». Monti si dice ottimista: tagliare di punto l'Irpef e non alzare di un punto l'Iva.

Per Bersani il tema centrale è alleggerire il peso del fisco sul lavoro e sull'impresa, lottando contro l'evasione e spostando il peso del fisco sulla rendita e sui grandi patrimoni finanziari e immobiliari.

Campagna elettorale. Dal canone Rai al bollo sulle auto: gli sgravi promessi dai politici. Si rincorrono le proposte di abolizione di tasse, balzelli e oneri vari. Ma le coperture? Scrive Enrico Marro il 5 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". È una corsa a chi toglie di più: tasse, balzelli, oneri. Adesso tocca al canone Rai, che l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, vorrebbe abolire. Proposta che scatena la polemica con Carlo Calenda che proprio Renzi volle ministro dello Sviluppo e col quale un tempo andava molto d’accordo. Ma è solo l’ultima proposta fra quelle che arrivano un po’ da tutti i partiti: via il bollo auto (Berlusconi); via la riforma Fornero (Salvini); via il Jobs act, con il ritorno all’articolo 18 (Di Maio); basta con le aliquote Irpef, meglio la flat tax (Berlusconi e Salvini). Proposte costosissime in termini di minor gettito per le casse dello Stato. Ovviamente gli autori delle stesse assicurano che ci sarebbero entrate alternative. Che, come è intuibile, sono tutte da verificare.

Canone Rai. È stato il governo Renzi a spostare il tributo, che prima gli utenti dovevano adempiere spontaneamente, nella bolletta elettrica. Una sorta di ritenuta alla fonte, che ha stroncato la fortissima evasione che colpiva questa tassa, permettendo di ridurre l’importo del canone da 113,5 a 100 euro. «Pagare meno, pagare tutti», sottolinea il segretario del Pd Renzi, promettendo: «Continueremo, perché siamo credibili». Nel 2016 ci sono stati 5,6 milioni di abbonati Rai in più, per un maggior gettito di oltre 500 milioni, che ha portato l’incasso finale a 1,7 miliardi. È questa dunque la cifra che andrebbe coperta in caso di abolizione del canone. «Una presa in giro» polemizza Calenda, sottolineando che la Rai andrebbe comunque finanziata con la fiscalità generale, a meno di non privatizzarla, come vorrebbe lo stesso ministro.

Bollo auto. «Via il bollo sulla prima auto», promette il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, che aggiunge: «No anche a imposte sulla prima casa, no a tasse sulla successione e sulle donazioni». Si tratta di un insieme di tributi che riguardano praticamente tutti. Anche qui conviene fare due conti. Le entrate del bollo auto sono di circa 6 miliardi l’anno. Anche limitandosi alla prima auto, si tratta di molti soldi. Invece, l’Imu sulla prima casa è rimasta solo su abitazioni di lusso, ville e castelli, categoria nella quale ricade solo lo 0,2 degli immobili. Nel 2016 l’imposta è stata pagata da 138mila proprietari per un gettito complessivo di una ottantina di milioni. Coprire questo mancato gettito non sarebbe dunque un problema. Infine le tasse di successione e donazione: hanno fruttato complessivamente all’erario 723 milioni nel 2016. Anche questo un ostacolo non insormontabile.

Pensioni. Abolizione graduale della Fornero, «in 5 anni», dice il candidato premier del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio. «Quali 5 anni, in 5 mesi», ribatte il leader della Lega, Matteo Salvini. In ogni caso, secondo i calcoli della Ragioneria generale dello Stato, cancellare la Fornero significa rinunciare a circa 350 miliardi di euro di risparmi cumulati fino al 2060. E il grosso del buco si realizzerebbe nel decennio 2020-30, con circa un punto di Pil ogni anno, cioè 17 miliardi, con un massimo di 1,4 punti nel 2020.

Flat tax. Aliquota unica Irpef al 23-25% per Berlusconi. Al 15% per Salvini. Si aprirebbe, secondo gli esperti, un buco minimo di 30-40 miliardi l’anno. Ma i proponenti assicurano: non serve una copertura perché ripartirebbe l’economia e arriverebbe maggior gettito di ora. Berlusconi taglia corto: «La flat tax si finanzia da sola», anche perché rende «meno conveniente l’evasione». Il Pd lavora su proposte meno hard, che prevedono la rimodulazione delle aliquote Irpef a beneficio del ceto medio, con un costo per l’erario fra i 12 e i 15 miliardi. Lega, Forza Italia e M5S promettono anche l’abolizione dell’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive che vale circa 13 miliardi l’anno e concorre a finanziare la sanità.

Jobs act. Di Maio non lo butterebbe tutto. Alcune parti si possono salvare, dice. Ma cancellerebbe comunque il superamento dell’articolo 18 sui licenziamenti senza giusta causa. Il diritto al reintegro nel posto di lavoro tornerebbe così nelle aziende con più di 15 dipendenti. Qui non servono coperture. Diversi miliardi servirebbero invece per il taglio del cuneo fiscale, come propongono non solo i 5 Stelle, ma tutti i partiti.

Tutte le promesse elettorali in attesa del voto. Reddito di inclusione, bonus, pensione minima ai giovani: in vista delle elezioni il governo dimentica ogni vincolo di bilancio e annuncia prebende per ogni categoria, scrive il 14 settembre 2017 Stefano Cingolani su Panorama. Di bonus in malus: la battuta circolava a Cernobbio durante l'annuale appuntamento dello studio Ambrosetti, mentre Pier Carlo Padoan metteva le mani avanti: "Il sentiero è stretto, le risorse sono limitate, la legge di bilancio non deve far danni". Insomma, "meglio meno, ma meglio". Il ministro dell'Economia non intendeva certo ricordare il Lenin della Nuova politica economica. È che ha cominciato ad alzare il ponte levatoio davanti all'assalto clientelare. A forza di bonus, appunto, di incentivi, di mance a pioggia. Siamo solo ai primi di settembre e di qui al prossimo mese la cacofonia è destinata ad aumentare, ma già adesso è possibile mettere in fila un bell'elenco di elargizioni. C'è il reddito d'inclusione, naturalmente, per tarpare le ali al Movimento 5 stelle; ci sono le pensioni per i giovani che non lavoreranno mai, tanto ci pensa lo Stato-mamma, mentre per quelli che non fanno nulla, ma vorrebbero un posto, ecco il super bonus sui contributi previdenziali (fino a 29 anni, ma forse slitterà a 32, in fondo la popolazione invecchia e anche i giovani non sono più quelli di una volta); è in arrivo anche la proroga del superammortamento che tanto bene fa alle imprese che vogliono investire in nuovi macchinari; non possono mancare i sostegni alle case da ricostruire e mettere in sicurezza, né i sacrosanti stanziamenti per i terremotati che saranno estesi anche alle seconde case e forse ancora più in là; è in vista una sanatoria sulle tasse comunali; infine spunta l'eterna questione romana. È già cominciata una campagna sostenuta da giornali come il Corriere della Sera, secondo la quale il collasso finanziario della capitale deve diventare "una priorità nazionale". In altri termini, tutti i contribuenti italiani, compresi i più poveri o quelli delle città con i conti a posto, dovrebbero pagare per la cattiva amministrazione di una città il cui reddito medio per abitante è superiore alla media nazionale e i cui cittadini continuano a scegliere amministratori incompetenti. C'è una logica in questa follia? C'è, ma inutile cercarla nella razionalità economica, nella giustizia distributiva, nei sacri principi della democrazia, perché è tutta e solo elettorale. Difficile capire quanto costerà questa pioggia di sostegni dalla chiara impronta assistenziale. Ma in via XX Settembre, nei lunghi e silenti corridoi di palazzo Sella, si comincia a tirar giù qualche cifra. Gli incentivi ai giovani dovrebbero pesare per due miliardi di euro, quelli per l'industria un miliardo e mezzo, le misure contro la povertà circa un miliardo, ma poi c'è il rinnovo dei contratti pubblici (attorno a un miliardo e 200 milioni), mezzo miliardo andrà alle Province (che dovevano essere sciolte), e via di questo passo. Vanno aggiunti almeno due miliardi per spese inevitabili (missioni militari all'estero, trasferimenti alle partecipazioni statali e via via spendendo) che si sommano alla ghigliottina fiscale non più rinviabile: cioè l'aumento dell'Iva e delle accise per le clausole di salvaguardia. Se si vuole evitare che tagli la testa alla ripresa, bisogna trovare qualcosa più di 15 miliardi. La somma, approssimativa e provvisoria, porta la manovra, al minimo degli impegni già presi, attorno ai 23 miliardi di euro. Saranno coperti soprattutto in deficit, come negli anni scorsi: almeno 9 miliardi se il Tesoro terrà ferme le previsioni per il prossimo anno. Tre miliardi entreranno automaticamente grazie alla maggiore crescita del Prodotto interno lordo, dalla cosiddetta spending review non verrà più di un miliardo. Naturalmente c'è sempre la lotta all'evasione che non manca mai a ogni Finanziaria. Quanto mettere in preventivo? Si fanno stime ragionevoli per due miliardi, non molto e in ogni caso è poco più di una scommessa. Facendo il conto del dare e dell'avere, così, mancano tra gli otto e i dieci miliardi. Senza una stangata, esclusa per motivi politici, il deficit oggi previsto all'1,8 per cento è destinato a salire. Paolo Gentiloni a Cernobbio ha detto che la legge di bilancio deve essere rigorosa, ma senza danneggiare la crescita, una formula magica alla quale si applicheranno gli stregoni della Ragioneria generale dello Stato. Ma attenzione, dalla lista in circolazione manca la promessa più volte ripetuta e mai realizzata: la riduzione dell'Irpef per i ceti medi e del cuneo fiscale per i lavoratori dipendenti. Il presidente della Confindustria Vincenzo Boccia ha chiesto addirittura 10 miliardi. Le stime sparagnine di Padoan avevano messo in conto tra i due e i tre miliardi, però allo stato attuale non ci sono nemmeno quelli. Che dirà Matteo Renzi, segretario del Pd di lotta e di governo, il quale loda Gentiloni e Padoan mentre chiede loro sempre di più? E le opposizioni? E la premiata coppia Di Maio&Di Battista che nel tour estivo per spiagge e resort turistiche ha promesso, è il caso di dirlo, mari e monti?

I molti inganni (svelati) nelle promesse elettorali. È pericoloso evadere dalla realtà, rimuovendo la forza delle cose e l’amarezza stringente di un elevato indebitamento: non illudiamo gli elettori, scrive Ferruccio de Bortoli il 2 dicembre 2017 su "Il Corriere della Sera". Possiamo dire, senza una punta d’orgoglio, che nella cura dei tanti interessi particolari e territoriali siamo imbattibili. La discussione appena terminata in Senato sulla legge di Bilancio (ora tocca alla Camera) ha dimostrato ancora una volta che la discussione sull’opportunità di introdurre un vincolo di mandato per deputati e senatori — espressamente vietato dall’articolo 67 della Costituzione — è del tutto oziosa. Certo, se ci fosse quel vincolo non avremmo assistito finora, in questa legislatura, alla transumanza di 343 parlamentari da un gruppo all’altro. E spesso in più di uno. Ma la marea di piccoli provvedimenti approvati al Senato, alcuni assolutamente necessari per carità, a favore di questo o quel gruppo d’interesse o delle comunità di origine o riferimento degli eletti, ha confermato ancora una volta che i vincoli esistono. Ed è naturale che sia così, che si dia ascolto alle tante richieste di categorie e territori. Accade anche in sistemi più evoluti del nostro. Ogni passaggio si misura anche in voti e la campagna elettorale è già cominciata. Ma non ci rassegniamo al fatto che non vi sia un’analoga determinazione sulle questioni più importanti per il futuro del Paese: debito, spesa pubblica, investimenti. Se le ragioni dei giovani — uno degli obiettivi dichiarati della manovra — fossero difese con la stessa pervicacia con la quale si infila un comma a favore della copertura dei costi del Carnevale fino al 2020 o per dichiarare Bolzano sede disagiata, il livello delle scelte sarebbe di tutt’altro tenore. Il vincolo che manca è proprio questo. Un vincolo di responsabilità. Non c’è la consapevolezza dell’urgenza di affrontare i grandi temi da cui dipende il futuro del Paese. Si rinvia, si rimuove. E non ci resta che apprezzare, di conseguenza, lo spirito dei costituenti quando scrissero il contestato articolo 67 sulla rappresentanza generale dell’intera nazione. Se poi guardiamo alla composizione della manovra appena licenziata dal Senato — che sarà ovviamente emendata dalla Camera — ci accorgiamo della semplice verità dei numeri. Circa l’80 per cento degli impieghi serve a disinnescare le cosiddette clausole di salvaguardia a garanzia di spese già fatte o correnti; il 15 per cento va agli statali, meno del 5 per cento allo sviluppo. Dal lato delle risorse, oltre il 55 per cento è in disavanzo, e dunque fa salire il debito; il 25 per cento in tasse o recupero evasione fiscale e meno del 20 per cento è in taglio delle spese. Finito. Quel vincolo di responsabilità dovrebbe essere richiesto dai cittadini alle forze politiche anche nella prossima campagna elettorale. E forse, se ci possiamo permettere, sarebbe opportuno che se ne facesse interprete — magari in occasione del discorso di fine anno — lo stesso capo dello Stato. Inutile promettere quello che non si può mantenere. Pericoloso evadere dalla realtà, rimuovendo la forza delle cose e l’amarezza stringente di un elevato indebitamento. Basta ingannare gli elettori illudendoli che vi sia una torta da dividere. Non c’è più da tempo. E non è detto che proposte serie, circostanziate e credibili, non raccolgano più consenso dei giochi di prestigio programmatici. La proposta dibattuta nel centrodestra della flat tax, una tassa piatta, è suggestiva, popolare. Non sappiamo però quale sia l’aliquota unica, né le necessarie coperture, le deduzioni, l’ampiezza della cosiddetta «no tax area». Salvini insiste sul 15 per cento. Irrealistico. Forse sarebbe il caso di spiegare agli elettori l’estrema pericolosità di un taglio immediato delle tasse che aprirebbe un catastrofico buco di bilancio. Ed è assai probabile che il primo atto di un nuovo governo dopo le elezioni sia una manovra correttiva. Altro che flat tax. Inutile poi parlare di nuove clausole di salvaguardia che si aggiungerebbero a quelle che non riusciamo a disinnescare da anni. Ha scritto opportunamente Renato Brunetta sul «Foglio» che senza riduzione del debito non vi è sovranità fiscale. Discorso assai diverso, dunque, se a un’ipotetica aliquota unica si dovesse arrivare con gradualità, in cinque anni, avendo tagliato prima la spesa pubblica per realizzare un’adeguata provvista. La proposta di Nicola Rossi e dell’Istituto Bruno Leoni di una flat tax al 25 per cento ha come presupposto irrinunciabile la neutralità dell’effetto sul bilancio pubblico. L’idea, che affascina Forza Italia, di una moneta parallela o fiscale poi, con cui lo Stato potrebbe pagare per esempio i fornitori, è ugualmente attraente. Ma temeraria perché equivale a emettere dei pagherò, cioè a fare altro debito. Ultimamente non se ne parla più. È stata accantonata definitivamente? Un altro azzardo è la proposta di Matteo Renzi, contenuta nel suo libro «Avanti», di spingere il deficit al limite del 3 per cento per abbattere le tasse, non rispettando il criticato fiscal compact. Si sottovalutano, anche in questo caso, le reazioni europee e dei mercati di fronte a un taglio delle tasse che verrebbe realizzato in deficit, anziché riducendo la spesa pubblica. E intanto l’ombrello monetario di Draghi, possibile grazie al famigerato fiscal compact, si sta chiudendo. I Cinquestelle promettono il reddito di cittadinanza a nove milioni di persone. Si assicura l’integrazione del reddito per arrivare a 780 euro per individuo, 1100 per una coppia, 1300 con un figlio e via a salire. Nei limiti della soglia di rischio povertà Eurostat. Costo 17 miliardi, di cui 1,5 per i centri dell’impiego che, nell’idea pentastellata al limite dell’utopia, dovrebbero essere creatori di nuove imprese fra gli stessi disoccupati. Una proposta di lavoro a più di 80 chilometri da casa potrebbe essere rifiutata senza perdere il reddito di cittadinanza. Dove trovare tutti questi soldi? Tagliando 20 voci di spesa pubblica, dagli enti inutili, ai sussidi alle imprese, alle spese militari. Prima i tagli e poi il reddito, naturalmente? No, dicono i Cinquestelle, li faremo insieme. Impossibile. Non è il caso di accertarsi preliminarmente che i tagli siano effettivi? Nella legge di Bilancio 2018, con uno «sforzo titanico», si promette di tagliare le spese di soli 3,5 miliardi. Sogni e realtà.

130 miliardi di promesse elettorali. Il Sole 24ore fa un check dei costi delle proposte avanzate dai partiti in vista del voto. I costi sono lontani anni luce dall'indicazione alla concretezza di Mattarella, scrive il 02/01/2018 "Huffingtonpost.it". Nel discorso di fine anno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella è stato chiarissimo: "Servono proposte realistiche e concrete, necessarie per la dimensione dei problemi del Paese". Un appello rivolto alla politica che si prepara alle elezioni del 4 marzo. Il Sole 24 ore ha fatto un check dei costi delle proposte avanzate dai partiti e l'importo, per difetto, è tutt'altro che orientato al realismo, come auspicato dal capo dello Stato: 130 miliardi.

Il Sole ricostruisce così le promesse elettorali dei partiti e i relativi costi, iniziando dalla flat tax: "Il centrodestra con Lega e Fi in testa puntano sulla flat tax, ossia su una aliquota unica (per Salvini al 15% per Berlusconi al 20%) che sostituirebbe quelle previste attualmente per l'Irpef. Un'operazione da circa 40 miliardi che, secondo i proponenti, verrebbero in parte recuperati grazie all'emersione del nero o dalla rivisitazione delle agevolazioni fiscali".

Onerosa anche l'operazione sostenuta da Silvio Berlusconi, cioè portare le pensioni minime a mille euro al mese: il costo è pari a circa 18 miliardi. Cara a Forza Italia è anche l'abolizione dell'Irap: farlo, tuttavia, implica un costo di 13 miliardi.

C'è poi il reddito di cittadinanza proposta dal Movimento 5 Stelle: sempre secondo le stime del Sole, l'istituzione di questa misura costerebbe circa 15 miliardi.

Tra le promesse elettorali onerose anche quelle del Partito democratico. Scrive ancora Il Sole: "Anche Matteo Renzi spinge sulla leva fiscale oltre che sul mantenimento del bonus degli 80 euro. La proposta del Pd è però più 'modesta' nei numeri (circa 15 miliardi) rispetto a quella del centrodestra e punta alla rimodulazione delle aliquote per favorire soprattutto le famiglie con figli". Storia a parte per la promessa delle promesse: l'abolizione della riforma delle pensioni targata Elsa Fornero. A proporla è il Carroccio. Il costo? Circa 140 miliardi.

SLOGAN IN CERCA DI COPERTURE CREDIBILI. Da flat tax ad abolizione legge Fornero, quanto costano le promesse elettorali dei partiti, scrivono Barbara Fiammeri, Marco Mobili, Mariolina Sesto il 2 gennaio 2018 su “Il Sole 24 ore". Più che un auspicio un monito. In vista dell’appuntamento elettorale il Capo dello Stato nel suo discorso di fine anno richiama i partiti al «dovere» di presentarsi con proposte «realistiche e concrete», capaci di rispondere alla «dimensione» dei problemi del Paese. Ma scorrendo i canovacci di programma che le diverse forze politiche propagandano da settimane, di questo «dovere» al momento non c’è traccia. Anzi, i partiti sembrano aver ingaggiato una gara per accaparrarsi il consenso elettorale promettendo sconti fiscali, aiuti ai disoccupati, abbassamento dell’età per accedere alla pensione e aumenti degli assegni previdenziali. Ognuna di queste voci costa diverse decine di miliardi di euro che i proponenti sostengono di poter ricavare attraverso una serie di “risparmi” o partite di giro. Promesse che sembrano non tener conto del permanere di una grave situazione finanziaria, che ha nel nostro debito pubblico il dato più preoccupante e sulla quale i nostri partner europei difficilmente ci faranno sconti.

Basti pensare che a prescindere da chi governerà, già prima dell’estate si aprirà il confronto con Bruxelles per circa 4 miliardi di correzione e che nella prossima legge di Bilancio una decina di miliardi dovranno essere recuperati per impedire l’aumento dell’Iva previsto dalle clausole di salvaguardia. Voci decisamente stonate per chi ha bisogno di accrescere il consenso tra gli elettori, ai quali al contrario viene proposta l’uscita dal fiscal compact (vedi l’ipotesi rilanciata da Renzi e Salvini) piuttosto che il referendum sull’Euro che di tanto in tanto il M5s tira fuori dal cilindro per poi fare marcia indietro il giorno dopo. I filoni su cui scommettono i partiti sono più o meno gli stessi: fisco, pensioni, lavoro. Il centrodestra con Lega e Fi in testa puntano sulla flat tax, ossia su una aliquota unica (per Salvini al 15% per Berlusconi al 20%) che sostituirebbe quelle previste attualmente per l’Irpef. Un’operazione da circa 40 miliardi che, secondo i proponenti, verrebbero in parte recuperati grazie all’emersione del nero o dalla rivisitazione delle agevolazioni fiscali. Ma per Salvini al primo punto del programma c’è l’abolizione della legge Fornero e quindi la riduzione dell’età per accedere alla pensione. Il leader della Lega però non ha ancora spiegato in che modo sarebbe garantito l’equilibrio del sistema previdenziale visto che la cancellazione della legge Fornero viene valutata in circa 140 miliardi di euro. Berlusconi invece preferisce concentrarsi sulle pensioni minime, che vorrebbe portare a mille euro ma anche lui non si dilunga nello spiegare come recuperare le risorse necessarie (18 miliardi) per coprire l’operazione.

Anche Matteo Renzi spinge sulla leva fiscale oltre che sul mantenimento del bonus degli 80 euro. La proposta del Pd è però più “modesta” nei numeri (circa 15 miliardi) rispetto a quella del centrodestra e punta alla rimodulazione delle aliquote per favorire soprattutto le famiglie con figli. E 15 miliardi vale anche il reddito di cittadinanza proposto dal M5s che verrebbe coperto aumentando le tasse su banche e assicurazioni e riducendo le attuali agevolazioni fiscali. Ci sono poi le proposte che non richiedono una copertura finanziaria ma dal “costo” elevatissimo. È il caso della paventata uscita all’euro, che di tanto in tanto si riaffaccia (anche se con maggior prudenza rispetto al passato) ma anche dell’abolizione del jobs act messa in cima alle priorita da LeU, il partito di D’Alema e Bersani guidato dal presidente uscente del Senato Grasso.

Anatomia della bugia, scrive Emiliano Vitaliano il 27 ottobre 2017 su "la Repubblica". Una bugia serve a proteggerci, a creare al nostro interno un piccolo mondo di cui solo noi (e pochi altri eventualmente) siamo a conoscenza. Un meccanismo di difesa insomma. Perché diciamo le bugie? Quali sono le loro caratteristiche? Si possono smascherare? Gli studi sulle frottole che quotidianamente si presentano nella vita di tutti noi, sia quando siamo protagonisti della menzogna, sia in qualità di spettatori, si sono moltiplicati negli anni. Varie ricerche hanno tentato di capire cosa ci spinge a mentire, altre hanno analizzato le bugie per comprenderne gli effetti e altre ancora, come quella della Cornell University, si sono interrogate sulle modalità attraverso cui intuire se il nostro interlocutore sta dicendo il falso…Una bugia serve a proteggerci, a creare al nostro interno un piccolo mondo di cui solo noi (e pochi altri eventualmente) siamo a conoscenza. Un meccanismo di difesa insomma. I motivi per cui si mente possono essere infiniti e tutti diciamo bugie. Occorre, però, distinguere tra i bugiardi seriali e quelli occasionali. Nel primo caso il nostro cervello pericolosamente si “abitua”, causando un pericoloso effetto domino, poiché si perdono i freni inibitori. Alcuni anni fa, una ricerca dell'University of Notre Dame nell'Indiana ha scoperto che mentire alla lunga danneggia la salute, perché aumenta il livello di stress. Quello del poligrafo, altrimenti conosciuto come “macchina della verità”, è un mito; infatti, diversi studiosi hanno dimostrato che è tutt’altro che infallibile e che è possibile mentire senza che la strumentazione lo noti. Uno studio canadese di alcuni anni fa ha provato che le menzogne dei bambini sono segno anche di intelligenza, perché riuscire a manipolare la realtà senza fare errori richiede capacità complesse. Quando si cerca di smascherare una bugia, uno dei segnali da considerare è il tentativo di prendere tempo durante un discorso. Guadagnare secondi, infatti, serve a costruire velocemente una frottola. Chi racconta una fandonia ha qualcosa da nascondere e, tanto involontariamente, quanto simbolicamente, tende a occultare anche altro (le mani per esempio, mettendole in tasca). Reagire male al silenzio dell’interlocutore, per paura che la propria bugia sia stata subito smascherata, è un segnale di nervosismo tipico di un ciarlatano. Anche chiedere di ripetere quanto appena detto può farci capire qualcosa sull’interlocutore. Chi mente, infatti, non gradisce dover ripetere la bugia e spesso dimostra insofferenza nel ribadire le sue dichiarazioni. La velocità con cui si affronta una conversazione può essere un indizio rivelatore; infatti, nelle prime fasi del discorso il bugiardo procede con più lentezza per verificare se la frottola viene accettata e solo in seguito, dopo aver ricevuto una sorta di “conferma”, parla con più scioltezza. 

Bagnasco contro le false promesse elettorali: "Gli italiani non si faranno più abbindolare". Il numero uno dei vescovi risponde a una domanda sugli impegni dei politici su fisco e condoni: "Bisogna guardare avanti partendo dal realismo", dice, scrive il 7 febbraio 2013 "La Repubblica". "Gli italiani hanno bisogno della verità delle cose, senza sconti, senza tragedie, ma anche senza illusioni", perchè "la gente non si fa più abbindolare da niente e da nessuno". Così il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Cei, rispondendo a una domanda sulle promesse elettorali, tra cui quelle riguardanti fisco e condoni. Già aprendo il consiglio permanente della Cei, dieci giorni fa, il numero uno dei vescovi aveva detto un no netto e fermo ai populismi. Ora, alla luce della nuova ondata di promesse elettorali, il suo tono si fa più duro. Bagnasco ha parlato a margine di un convegno a Roma del movimento cristiano lavoratori. Il porporato ha poi aggiunto che solo nella verità, "si potrà percorrere quelle strade che portano ai frutti per il bene del paese e della gente". Commentando quindi le parole di un editoriale odierno del quotidiano dei cattolici "avvenire" nel quale si affermava che i cattolici stanno ricevendo dai politici risposte vecchie e deludenti, il presidente della Cei ha detto che più che di una critica si tratta "di una spinta a superare il rischio e la tentazione di una politica vecchia. Bisogna, invece - ha aggiunto - guardare avanti partendo dal realismo anche perchè la gente - ha aggiunto - non si fa più abbindolare da niente e da nessuno".

Le promesse mancate dei politici ce le andiamo a cercare. La psicologia suggerisce che chi si indigna per le promesse non mantenute non voterebbe un politico che facesse solo promesse realizzabili, scrive Giovanni M. Ruggiero, State of Mind, su "L’Inkiesta" il 19 Aprile 2015. In politica e nel calcio e forse nella vita le promesse mancate, le bombe inesplose, sono la regola. Nel calcio rimangono dei nomi nella memoria che raccontano sogni mancati: Comandini, Ventola, Morfeo, Gascoigne e Denilson. E poi Recoba. Ancora più lontano nel tempo ricordo un uruguayano, tale Ruben Paz. Perfino per un distratto orecchiante di calcio come me questi nomi significano qualcosa in cui si era molto sperato e poi molto disperato. E nel calcio la promessa mancata è in genere un ricordo malinconico. Nel calcio rimangono dei nomi nella memoria che raccontano sogni mancati: Comandini, Ventola, Morfeo, Gascoigne e Denilson. E poi Recoba. In politica la promessa mancata si carica invece di risentimento e rancore. Leggo sui quotidiani che in Brasile la presidente Dilma è una delusione, una promessa mancata. Sono pessimista, credo che tutta la politica sia sempre una promessa mancata e che quel poco che c’è di buono in essa consista nella capacità comunque di apprezzare i pochi risultati positivi che talvolta ci regala, sempre ben inferiori rispetto alle promesse. Ogni capo politico, ogni eroe è anche il punto di convergenza di speranze, aspettative, delusioni e infine rancori. Ovvero di odio. Questa parabola è inevitabile. Ed effettivamente, se ci pensiamo bene, ancor oggi è così. Pensiamo a Obama: dopo le speranze eccessive la disillusione, altrettanto eccessiva. In un tempo antichissimo, la promessa mancata dei politici preludeva al loro linciaggio, inizialmente spontaneo e bestiale, poi ritualizzato. In un tempo antichissimo, la promessa mancata dei politici preludeva al loro linciaggio, inizialmente spontaneo e bestiale, poi ritualizzato. E se nel momento della crisi e della disillusione il legame sociale e la solidarietà di gruppo si erano deteriorati in una diffidenza di tutti contro tutti a rischio di diventare una guerra civile, nel linciaggio del capo, spontaneo o rituale, la solidarietà si ricomponeva. In molte società tribali era previsto che il re regnasse per un periodo predeterminato, dopo il quale era ritualmente ucciso (Fornari, 2006; Girard, 1982). Questa cerimonia aveva sostituito i precedenti scoppi periodici di guerre civili, faide e vendette reciproche. In seguito, anche l’uccisione del capo andò incontro a una progressiva civilizzazione. Inizialmente un sacrificio umano sostituì quello del re in carica. Poi si passò a sacrifici animali fino ad arrivare a cerimonie di morte e resurrezione solo metaforiche. Naturalmente, nulla è superato per sempre. Eliminazioni più o meno formalizzate di capi politici sono avvenute anche dopo l’istituzione e l’estinzione dei sacrifici umani. Da Cesare a Luigi XVI fino a Gheddafi fare il capo politico è sempre un mestiere ad alto rischio. Per comandare occorre promettere, e se si promette prima o poi si delude, scatenando la reazione di chi abbiamo illuso. Si può sfuggire a questo intreccio perverso di promessa e delusione? Di idealizzazione e svalutazione? Si può sfuggire a schemi rigidi o pervasivi che prevedono sempre lo stesso tipo di relazione? In cui i comportamenti relazionali tendono a diventare ripetitivi e stereotipati? In cui l’eterna attesa di promesse meravigliose porta a un’eterna disillusione? Cosa è rimasto dell’atmosfera messianica che circondò la campagna elettorale di Barack Obama, fino ad arrivare al video che diffondeva su youtube la canzone intonata da Will.i.am dei Black Eyed Peas e ispirata dal discorso “Yes We Can”? Forse chi crede nelle promesse è anche qualcuno che promette troppo a se stesso. Forse chi crede nelle promesse è anche qualcuno che promette troppo a se stesso. Come nelle relazioni patologiche in cui il ruolo è il rovesciamento del ruolo speculare dell’altro. Come accade nel caso classico dei ruoli di abusato e abusante, descritto in alcuni disturbi di personalità, in cui persone che sono state vittime di maltrattamenti tentano di raggiungere una transitoria tranquillità rispetto al timore di essere oggetto di violenza o sopraffazione esercitando sugli altri una violenza preventiva. Oppure immaginiamo una persona, un elettore, che percepisce tendenzialmente se stesso come qualcuno cui è stata promessa una palingenesi o almeno un qualche cambiamento sostanziale nella sua vita e vede l’altro, il politico, come colui che ha promesso questa palingenesi, o questo possibile cambiamento. Forse alla base di queste aspettative redentive di molti elettori, aspettative che si rinnovano periodicamente all’emergere di nuove figure politiche, vi è una memoria dolorosa d’insoddisfazione o di esclusione. Ed ecco che la psicologia ci suggerisce che chi davvero promette un cambiamento profondo non è tanto il politico, l’aspirante eletto ma l’elettore stesso, desideroso di trovare nella politica un compenso alle sue insoddisfazioni. È quindi l’elettore stesso che ha fatto a se stesso una promessa che non è in grado di mantenere. La psicologia ci suggerisce che chi davvero promette un cambiamento profondo non è tanto il politico, l’aspirante eletto ma l’elettore stesso. Questa però suona un po’ troppo come il classico parere dello psicologo, che va a dire al paziente che egli stesso contribuisce a causare i problemi di cui soffre. E questo genera colpevolizzazione, perché è come dire al paziente: “Te la vai a cercare”, facendo sentire il paziente giudicato. Interventi del genere frequentemente generano un potenziamento dell’immagine negativa di sé, che a sua volta può generare depressione o ostilità. Lo psicologo viene così percepito come un giudice critico, dominante, ostile. Che fare, allora? Seguiamo Giancarlo Dimaggio, psicoterapista che si è occupato di come rendere le persone consapevoli dei loro schemi senza colpevolizzarle, e vediamo se la sua saggezza è applicabile a noi che cadiamo vittime di eterne promesse, elettorali e non. Dimaggio raccomanda di partire non dalla colpevolizzazione, ma dall’accesso al desiderio: «Lei desidera realizzare quello e si aspetta che gli altri reagiscano così e a causa di questo tende a cadere. La terapia tenta di darle una luce nuova nella vita». Questo già di suo dà speranza, è progettuale e genera un’attitudine positiva. Quegli stessi elettori pronti a indignarsi davanti alle promesse non mantenute, presumibilmente non voterebbero un politico che facesse solo promesse certamente realizzabili. Cosa desidera realizzare l’elettore votando? Che si realizzino i suoi sogni. Il che è buono e giusto. Occorre però che si sia coscienti di questo enorme investimento personale su una persona che, pur sembrandoci sincera e intima come Obama sapeva esserlo mentre pronunciava il suo celebre discorso, in realtà nulla sa di noi ed è costretto da noi stessi a non essere del tutto sincero, a non dirci francamente c’è poco da promettere e ancor meno da sperare e quello che si può realizzare sarà sempre molto meno di quanto atteso. Nessuno lo voterebbe. Quegli stessi elettori pronti a indignarsi davanti alle promesse non mantenute, presumibilmente non voterebbero un politico che facesse solo promesse certamente realizzabili, ovvero minimali. Che si fa allora? Ci si rassegna a questo gioco delle parti, a questa doppia menzogna? Forse si. Però possiamo iniziare a vivere tutto questo con maggiore consapevolezza, con leggerezza più distaccata, non cadere vittime né dell’entusiasmo facile delle promesse e nemmeno della sterile saggezza di chi non sa dare fiducia negli altri.

2018. IL MATTARELLUM DI CAPODANNO E IL VOTO CHE VERRA’, scrive l'1 gennaio 2018 Andrea Cinquegrani su "la Voce delle voci". Alle urne tra due mesi e il dilemma voto. Secondo il Presidente dell’Ovvio, Sergio Mattarella, il vero nemico da battere è l’astensionismo. Peccato che a provocarlo, in dosi sempre più massicce, siano facce del suo tipo, sepolcri imbiancati del suo calibro, parole come le sue che neanche un bambino delle elementari oserebbe pronunciare davanti alla attonita maestra. Quali quelle del messaggio di fine anno, degne di un perfetto Pokemon. “Mi auguro che alle prossime elezioni vi possa essere la più ampia partecipazione al voto”, esordisce scoprendo la sua America.

“I nati nel ’99 voteranno per la prima volta”, la trovata degna di Colombo (Cristoforo).

“Pace, libertà, democrazia sono le nostre parole”, le altre uova, sempre di Colombo.

“Le innovazioni viaggiano ad una velocità incalzante”. Accipicchia.

“Uomo, sviluppo, natura”, ecco un altro impensabile tris vincente.

“La politica deve guardare ai mutamenti”. Grande.

“Per le elezioni ci vogliono proposte realizzabili e concrete”. Accipicchia.

“In primo luogo il lavoro per i giovani”, urca.

“L’Italia è un paese generoso e solidale”, e la banda suona.

“Ognuno deve fare la propria parte”. Mitico.

Per fortuna il bestiario termina dopo pochi minuti. Il Nulla in scena. Perfettamente inattaccabile, quando poi caso mai si scateneranno i commenti più variegati. Perchè il Nulla difficilmente può essere attaccato. Dice, allora chi voti a marzo. Quando va tutto peggio, ad ogni tornata il menù elettorale si presenta sempre più disgustoso, letteralmente indigeribile. Un tempo andava la ricetta confezionata da Indro Montanelli, “turatevi il naso e votate Dc”. Poi è successo con tutti gli altri, sempre più nauseanti, ogni volta più intollerabili perfino per chi abbia perso l’olfatto. Voti Pd, ormai la sintesi peggiore di quello che Dc e Psi messi insieme non sono stati neanche lontanamente in grado di pensare e attuare? I Renzi boys che hanno cercato di rottamare e scassare il lavoro via Job Acts e articolo 18, la Costituzione per via referendaria, facendo il verso alle banche fino a un mese fa, da Etruria a Monte dei Paschi, che fino a prova contraria è da sempre un feudo di casa Pd su cui la magistratura farebbe bene una volta per tutte ad alzare il velo? C’è da restare allibiti, al solo pensiero di quello che fu una volta il Pci di Enrico Berlinguer, un partito che produceva speranze e utopie, di fronte ora ad una congrega che parecchio odora di 416. Caso mai con l’aggiunta di un bis. Certo meglio non va con l’armata Brancaleone – MdP o LeU, già gli acronimi sono da brividi – messa in piedi dal nuovo che avanza, sotto i vessilli di Bersani e D’Alema, capaci di portare a bordo il peggio del peggio, dal fondatore-affondatore di Italia dei Valori immobiliari Antonio Di Pietro al suo ex portavoce massone Nello Formisano. E poi quel Pietro Grasso portabandiera che non ha mai portato avanti una vera inchiesta nella sua ex vita di magistrato, il quale ora dona la sua vita alla Res Publica. Ma ci faccia il piacere. Resta l’incognita Cinque Stelle. La speranza non poco tradita per l’esperienza nelle realtà municipali, con la Grande Mela (marcia) della gestione al Campidoglio, dove la sindaca Virginia Raggi e la sua giunta hanno mostrato una totale incapacità di governo cittadino, come plasticamente dimostra il giallo del nuovo stadio a Tor di Valle, un vero regalo stramilionario per la crema dei mattonari, uno schiaffo alle istanze di legalità e di tutela dell’ambiente. Ma – per chi intende ancora andare a votare, la solita ‘ultima volta’ – forse quello ai pentastellati resta l’unico voto possibile, la residua speranza di un qualche cambiamento, il volto diverso della politica che non sia affarismo, nel migliore dei casi, mafiosità nella restante parte. A questo punto, molto si gioca sulla credibilità dei nomi che verranno messi in pista dai 5 Stelle. Di quei candidati che arriveranno dalla cosiddetta ‘società civile’ – con un termine orripilante – e che comunque non sono iscritti al movimento né sono vassalli di Grillo, Casaleggio & Di Maio. Per fare esempi concreti, se avranno il coraggio o meno di candidare personalità come quelle di Ferdinando Imposimato invece di Nino Di Matteo, di Raffaele Guariniello invece di Piercamillo Davigo, di Elio Lannutti invece di Domenico De Masi. E’ sui nomi che sta in piedi la credibilità di un progetto politico. Perchè a far programmi, ormai, sono capaci tutti, come inventare promesse oppure organizzare sceneggiate. O ancora di cambiare norme e leggine interne. Mentre, per fare un solo esempio, nessun partito o formazione osa proporre – come prima ricetta per una rigenerazione al solito non fittizia o di sola facciata – una riforma radicale degli stessi partiti: che oggi vivono da veri fuorilegge, senza rendere conto a nessuno di bilanci e utilizzo dei soldi pubblici. Prima di chiedere il voto agli italiani, dovrebbero avere tutti il buongusto di cambiare totalmente regole e norme che li vedranno vivere in futuro. Solo che è molto difficile chiedere a questi capponi di anticipare il Natale. Altrimenti, non resta che la strada dell’astensionismo. O meglio, del voto annullato con motivazione. Ad esempio, recandosi all’urna, facendosi porgere la scheda, annullandola davanti agli scrutatori e firmando una breve dichiarazione in calce alla scheda: “Non mi identifico in alcuna di queste formazioni partitiche. Fanno tutte totalmente schifo. Alla prossima”.

L’Italia dei disuguali, scrive il 28 dicembre 2017 Luciano Scateni su "La Voce delle voci". Che razza di democrazia vige nel nostro democratico Paese? Risponderebbe con argomenti convincenti anche un alunno delle scuole serali, spinto a istruirsi dal sacro fuoco della cultura e dal vivo ricordo di “Non è mai troppo tardi” del maestro televisivo Alberto Manzi. Parafrasando il titolo di un bel libro di Italo Calvino, direbbe “L’Italia è un Paese democraticamente dimezzato”. I perché: è sbagliato l’attributo “stivale”, che connota una calzatura completa, continuativa, dal tacco al ginocchio, mentre il nostro ha invece una separazione netta Nord-Sud. Siamo italiani separati in casa, disuguali secondo i parametri fondamentali di giudizio in relazione a risorse economiche, qualità della vita (servizi, sanità), attenzione della politica. Netta e disfattista è proprio la frammentazione della politica. Negli Stati Uniti, in Gran Bretagna, ina parte in Germania e nella maggioranza dei Paesi occidentali, sono due gli schieramenti in campo. Si contendono la guida dei governi progressisti e conservatori. Di recente, in Europa si affacciano alla ribalta della contesa anche formazioni dell’estrema destra, ma la sostanza dei regimi democratici resta il produttivo dualismo che agevola il confronto politico. In Italia? Siamo sul podio dei primi in classifica, nella graduatoria dell’assurdo. Sono 40 i partiti che abitano l’arco costituzionale del Paese e di recente, a infoltire un numero già spropositato, ci ha pensato la solerte levatrice di neonati che ne ha messi al mondo ben sette in un mese. Citare tutti e quaranta è una mission impossible, ma qualcuno va celebrato: “Rinascimento” è la creatura di Vittorio Sgarbi, “Movimento Nazionale per la Sovranità” (???) è un frammento del progenitore Movimento Sociale Italiano di Almirante e si deve all’accoppiata Storace Alemanno. Verdini, esule da Forza Italia, è il leader inquisito di “Ala”, l’esule dal Pd Civati ha partorito “Possibile”. Gianfranco Rotondi, intrepido ex Dc ed ex Forza Italia, ha sfidato l’accusa di incoerenza con il titolo del suo “Rivoluzione Cristiana”, Tosi, come se il verbo fosse un optional facoltativo, ha battezzato il suo partito “Fare”. E poi: ci sono “Azione Civile” del magistrato Ingroia, “Green Italia”. A destra-destra si pongono Casa Pound e Forza nuova, neo fascisti. A sinistra “L’Altra Europa con Tsipras”, “Sinistra anticapitalista”. Come dimenticare lo storico “Partito dei Pensionati”, i movimenti degli italiani all’estero e degli italiani di confine “Union Valdotaine”, “Sudtirol Volkspartei”? In tema di disparità. I pensionati italiani del settore privato militano nella serie B del panorama previdenziale, con una media di 1.125 euro mensili, quelli del settore pubblico in serie A, con 2.250 euro. Sono doppiamente discriminate le donne: 637 euro mensili percepiscono nel privato, 1532 nel pubblico. Ricchi fuori schema che se la godono sono gli straricchi. I Ferrero, Luxottica, Pessina, Berlusconi e Armani, Campari…Quando si parla di tasse e di pressione fiscale l’Italia è in prima fila (43,3%) e non teme confronti quanto a evasione fiscale. Tasse più alte solo in Francia e Danimarca, dove però la qualità del welfare è decisamente migliore. Discrimina anche la Chiesa cattolica con una scala di stipendi divaricata tra minimi e massimi: preti semplici, 1.000 euro, parroci 1.200, vescovi 3.000 euro, arcivescovi da 3.00 a 5.000, cardinali 5.000. Papa Benedetto XVI incassava 2.500 euro più i diritti d’autore dei suoi libri. Papa Francesco non ha stipendio, preleva il necessario da un fondo della banca Ior. Propugnatore di una spending review vaticana, Bergoglio ha ghigliottinato i bonus ai dipendenti della durante la sede vacante e l’elezione papale, ha bloccato gli stipendi di tutti i dipendenti, congelato scatti di anzianità e promozioni, tagliato i gettoni di presenza dei cinque cardinali membri della commissione di vigilanza della banca vaticana (25mila euro all’anno). Papa marxista? Ultima perla di una democrazia imperfetta è la pausa parlamentare che si protrarrà fino al 4 Marzo del 2018, data delle elezioni politiche. Discrimine è la sconfitta sullo ius soli. Impedisce a 800mila migranti nati in Italia di farne ufficialmente parte.

MAFIE – IL RUOLO DEGLI ‘UTILI IDIOTI’ NELLE ISTITUZIONI, scrive il 28 dicembre 2017 "La Voce delle Voci". Riceviamo da Vincenzo Musacchio, direttore Scientifico della Scuola di Legalità don Peppe Diana di Roma e del Molise, presidente dell’Osservatorio Regionale Antimafia del Molise, e pubblichiamo. Ringraziamo il professor Musacchio per questo interessante contributo. Negli anni ottanta in piena lotta alla mafia e quando il pool era in fase di costituzione, Giovanni Falcone espresse un pensiero di una straordinaria semplicità esplicativa: “Dove comanda la mafia, i posti nelle istituzioni sono tendenzialmente affidati ai cretini”. Dopo tutti questi anni, il suo pensiero è ancora attuale, anzi, nelle istituzioni si vedono spesso veri e propri deficienti, termine con cui, in questo contesto, indicherei l’uomo incompetente a gestire le istituzioni statali. Oggi questi incompetenti si ritrovano ai livelli più alti della politica e della burocrazia, poiché la loro funzione è quella di assecondare le necessità delle mafie e della politica corrotta. Il “cretino” di turno, scelto con certosina pazienza, presenta molteplici vantaggi: farà spontaneamente, in alcuni casi addirittura in buona fede, ciò di cui le mafie e la politica hanno bisogno e in alcuni casi lo farà addirittura gratuitamente. Se ci sarà da omettere, ometterà, se ci sarà da assolvere, assolverà, se occorrerà non capire, non capirà. Chiuderà gli occhi, dove dovranno esser mantenuti aperti e li aprirà laddove non occorre mantenerli aperti. Farà il gioco di mafiosi e politici corrotti con azioni od omissioni mirate. Tutto ciò dimostra come la vera forza della mafia sta fuori dalla stessa e non al suo interno. Sta nelle complicità, nelle convergenze che si realizzano su condotte concrete, nei delitti programmati, negli scambi di favori, nel clientelismo, nelle campagne politiche o di opinione che convengono con interessi criminali. Giovanni Falcone sosteneva che la lotta alla mafia avrebbe avuto bisogno di un delitto “eccellente” l’anno: per scuotere la gente, per impegnare e costringere la politica, per non fare addormentare le coscienze. Non è un caso che nella trattativa tra mafia e Stato quest’ultimo ha posto ai suoi interlocutori criminali il ferreo principio della rinuncia ai delitti “eccellenti”: condizione per arrivare in modo delicato e graduale alle agevolazioni promesse. Il giudice Falcone molto sagacemente sosteneva che per dare un colpo mortale alle mafie bastasse semplicemente “fare il proprio dovere”. Aveva ragione poiché ancor oggi la sua affermazione è il più efficace anticorpo contro il virus letale della criminalità organizzata. Il disordine, l’assenza di meritocrazia, l’ignoranza dei principi morali, la volatilizzazione del principio di responsabilità, sono la linfa vitale di cui si nutrono le mafie e i politici corrotti e collusi con la criminalità organizzata. Le mafie con la complicità della politica corrotta sono riuscite ad annullare le basi del nostro codice morale socialmente condiviso. La società ci ha evidentemente trasmesso questo anti-valore della “mafiosità”, che rema contro la meritocrazia di cui abbiamo bisogno per salvare il nostro Paese. Quando la meritocrazia non è praticata, spesso, c’è la “mafia” che opera sullo sfondo. Il caso più clamoroso è sicuramente quello delle nomine nelle istituzioni pubbliche. Mafiosi e collusi a volte lo siamo tutti. Mi piace molto la frase di Rita Atria: “Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi e il nostro modo sbagliato di comportarci”. Vincenzo Musacchio, direttore scientifico della Scuola di Legalità “don Peppe Diana” di Roma e del Molise.

Il salto di qualità delle mafie: la conquista del sistema giudiziario, scrive il 26 dicembre 2017 Furio Lo Forte su "La Voce delle Voci". Nei primi anni Duemila e le organizzazioni criminali italiane, in primis ‘ndrine e clan camorristici, tenevano in pugno piccoli e medi consigli comunali, una estesa mappa di esecutivi locali ma, soprattutto, i tecnici degli uffici urbanistica, nonché il settore degli appalti e della nettezza urbana. Esisteva ancora quella che qualcuno, anche molto in alto, si ostina ancora oggi ad identificare come “corruzione”. Bei tempi. Sarebbe presto diventata una colossale associazione per delinquere (di stampo mafioso) che decide le sorti del Paese a colpi di sentenze ad hoc. Nel salto di qualità compiuto dalle mafie italiane, la globalizzazione ha fatto fino in fondo la sua parte. Durante i durissimi dieci anni di recessione mondiale – dal 2008 al 2017 – mentre eserciti di lavoratori tornavano a casa da fabbriche spazzate via per la crisi, cosche e clan lavoravano sodo intorno ad una intuizione di fondo. Perché impiegare un costante dispendio di energie e manodopera per il controllo delle amministrazioni locali, o anche di parte della politica nazionale, correndo alla fine sempre il rischio di dover fare i conti con la giustizia? Non sarebbe stato molto più sicuro, benché più ardito, arrivare al controllo diretto degli apparati giudiziari, seguendo il modello della mafia anni ’80, adeguandolo ai tempi ed estendendolo, con una fitta ragnatela di uomini e interessi, fin dentro i Palazzi di Giustizia? Inutile cercare di volta in volta l’uomo giusto, in grado di “aggiustare” ordinanze cautelari, sequestri, confische, sentenze o processi. E basta anche con affari da miliardi saltati ad opera dello zelante pm di turno. La “consegna” di Totò Riina, poi quella di Provenzano, infine quella di Zagaria, erano messaggi fin troppo chiari: tutti e tre i “super latitanti”, sono rimasti per anni in pantofole a casa loro, fino a quando qualcuno non li ha “consegnati”. La figlia di Riina lo ha dichiarato senza alcun equivoco in tv: suo padre, negli anni in cui era formalmente “ricercato”, girava libero per l’Italia con la famiglia, a volto scoperto, visitavano città, andavano a fare shopping nei centri commerciali. Chi doveva intendere, ha capito: il patto Stato-Mafia, sancito polverizzando la vita e il coraggio di Falcone e Borsellino, poteva arrivare molto, molto più in alto. Allora prima di impazzire, continuando a domandarci perché l’Italia è un Paese, l’unico del mondo occidentale, con la Giustizia deturpata, devastata da sentenze assurde, dove ogni principio del diritto viene impunemente calpestato, ogni giorno, a cielo aperto, teniamo bene a mente questo salto di qualità. E facciamocene una ragione. Finita l’epoca dei “terminali” sparsi negli enti locali e nei palazzi dell’amministrazione giudiziaria, è subentrato il ferreo controllo dell’intero sistema: che si tratti di sezioni lavoro piuttosto che esecuzioni, Corti di primo grado o di appello, giustizia contabile o amministrativa. Uomini “giusti” in posizioni chiave, quasi sempre apicali, stabiliscono fin dall’origine assegnazioni o avocazioni di fascicoli, pilotando la destinazione – e quindi l’esito – di qualunque vicenda giudiziaria che interessi al Sistema. Il resto, le miserie quotidiane dei comuni mortali, è lasciato praticamente al caso. Estremi baluardi di quei principi costituzionali che nelle altre sedi giudiziarie vengono “regolarmente” oltraggiati (a cominciare dalla beffa secondo cui “la Giustizia si amministra in nome del popolo”), sono solo alcuni uomini rimasti dentro le Supreme Corti, sempre più isolati, un pugno di esponenti delle generazioni anziane rimasti immuni dal “contagio”. Questione di tempo: presto andranno in pensione anche loro. E sull’Italia scenderà il buio definitivo. Totale. Abissale.

2017. L’ANNO DELLA GIUSTIZIA CALPESTATA E DELLA MEMORIA TRADITA, scrive il 30 dicembre 2017 Andrea Cinquegrani su "la Voce delle Voci". 2017, l’anno in cui la giustizia muore. E l’Italia perde sempre più memoria. L’anno dei buchi neri sempre più neri, dei misteri di Stato che pesano come insopportabili macigni, delle vittime senza lo straccio di una giustizia, uccise due volte, dei familiari oltraggiati nelle loro richieste regolarmente senza risposta. Come diceva spesso il grande Olivero Beha, “un Paese senza più memoria non è più un Paese”. E la nostra memoria resta affidata, di tanto in tanto, al blaterare di un Presidente dell’Ovvio, di un capo dello Stato ectoplasma che, alle rituali scadenze, chiede di far luce sulla strage di Ustica o su quella di Bologna. Mattarella, ma ci faccia il piacere. L’anno che ci lasciamo alle spalle ha il volto segnato dal dolore di Luciana Riccardi, la madre di Ilaria Alpi, trucidata 23 anni fa in Somalia con Miran Hrovatin. E il volto truce del procuratore capo di Roma Giuseppe Pignatone che mesi ebbe la faccia di bronzo di suggerire alla signora Alpi, “mi dica lei chi devo interrogare”. Un’atroce presa in giro per quella madre coraggio e per la memoria della figlia. Roma in questo modo torna ad essere quel porto delle nebbie che è sempre stato: la procura arriva a chiedere l’archiviazione del caso Alpi dopo che una sentenza a Perugia ha messo nero su bianco un chiaro “depistaggio”: basta ora andare a prendere mandanti e assassini, un gioco quasi da ragazzi dopo quella illuminante sentenza perugina. Invece niente, il buio più totale. L’inerzia più assoluta. Il depistaggio è entrato, come un cancro, nei processi Borsellino, siamo arrivati al quater – incredibile ma vero – e nessuno osa far pagare il conto a quei magistrati con tanto di nomi, cognomi e indirizzi, i quali hanno inventato a tavolino il pentito Scarantino per depistare meglio ed evitare che luce venisse fatta su quel chiaro omicidio di Stato, come fu anche quello di via Capaci. Perchè quei due magistrati “dovevano morire”. Come “Doveva morire” Aldo Moro, secondo il profetico libro scritto da Ferdinando Imposimato e Sandro Provvisionato: e adesso la commissione d’inchiesta, presieduta dall’ex Dc Beppe Fioroni, chiude i battenti senza aver prodotto neanche l’ombra di un topolino. Come del resto capita, storicamente, a tutte le commissioni parlamentari d’inchiesta, autentiche sceneggiate e prese per i fondelli dei cittadini. Il porto delle nuove nebbie, la procura di Roma, produce altri aborti. Come la manifesta non volontà di far luce sul caso di Emanuela Orlandi, proprio quando – come per Ilaria Alpi – ci sarebbero tutti gli elementi giusti per arrivare ad una conclusione. E’ venuto infatti alla luce, un paio di mesi fa, che Emanuela aveva alloggiato a Londra, in un collegio femminile, per circa un anno: e le spese vennero sostenute dal Vaticano. Che quindi sapeva ed era perfettamente a conoscenza delle trame. Perchè mai, ora, la procura di Roma non vede, non parla, non sente, non alza un dito e non fa il becco di un’indagine? Stesso copione per il giallo Pasolini. Esattamente un anno fa il legale della famiglia presenta delle inoppugnabili prove del DNA, che attestano come sulla scena del crimine ci fosse almeno un altro ‘protagonista’, un Ignoto 2 (e forse anche un Ignoto 3). Mentre appare ormai chiaro anche ai non vedenti che il motivo di quell’assassinio di Stato aveva una matrice ben precisa: i buchi neri dell’Eni, quel Petrolio bollente che avrebbe rischiato di mandare in tilt la nomenklatura di allora. E la procura di Roma, oggi, a oltre un anno di distanza da quelle prove schiaccianti, resta solo a guardare. Come sta a guardare, da quasi un anno e mezzo, la procura di Napoli, che ha un fascicolo aperto (sic) sul caso di Marco Pantani, al quale la camorra sottrasse il Giro d’Italia 1999, comprandolo a suon di minacce e corruzioni, facendo alterare il suo campione di sangue. La Direzione distrettuale antimafia partenopea da agosto 2016 dovrebbe far luce e, invece, fino ad oggi non ha prodotto neanche lo straccio di un documento: eppure le verbalizzazioni di parecchi pentiti sono lì, sul tavolo delle prove, a sostenere che quel Giro d’Italia venne taroccato. Cosa si aspetta, l’intervento di San Gennaro? Da un suicidio-omicidio all’altro il passo è breve, ed eccoci a Siena. Dove la Procura per ben due volte, nonostante la mole di prove dica esattamente il contrario, ha chiesto l’archiviazione per la morte di David Rossi, il responsabile per la comunicazione del Monte dei Paschi di Siena volato giù dal quarto piano di palazzo Salimbeni. Solo il coraggio della moglie di David e della famiglia fa sperare ancora in qualcosa. Per le toghe di casa nostra, invece, tutto chiaro: suicidio. Per saperne di più, leggete l’illuminante “Morte dei Paschi”, appena uscito in libreria e firmato da Elio Lannutti e Franco Fracassi. Anche per capire come i Bankster uccidono i risparmiatori. Calpestata quest’anno, ancora una volta, la memoria delle vittime di Ustica: mandanti mai. Ora spunta un marinaio della Navy a stelle strisce, smemorato per quarant’anni. E magistrati sempre sotto coperta, a non vedere ed esaminare neanche un documento choc filmato e firmato Canal Plus di mesi fa, che ricostruisce quell’atroce scenario di guerra, con una portaerei francese (Foche o Clemanceau) protagonista. Perchè nessuno indaga, pur con una pista così precisa? I soliti misteri della (non) giustizia di casa nostra. L’anno che arriva potrà portare ad una sentenza-sentenza, autentica, in grado di far giustizia dopo oltre vent’anni per la strage del sangue infetto? C’è solo da sperarlo. Il processo, cominciato a Napoli nella primavera 2016, è andato avanti per tutto quest’anno, e il verdetto dovrebbe essere pronunciato tra febbraio e marzo 2018. Un strage di cui nessuno osa parlare, i media regolarmente tacciono (solo il Fattoha scritto alcuni articoli): una strage da 5 mila vittime e passa. Nessuno vuol disturbare lorsignori, i pezzi da novanta di Big Pharma, i vertici delle aziende che lavorano e commerciano sangue, come da noi il gruppo Marcucci, storico oligopolista nel settore fin dai tempi di Sua Sanità De Lorenzo e oggi ancor più in sella per l’amicizia di ferro tra uno dei rampolli di casa Marcucci, il senatore Andrea, col suo capo, l’ex premier Matteo Renzi. Con una magistratura così assonnata, sarebbe il caso di poter contare su un giornalismo che faccia il suo dovere, un vero giornalismo d’inchiesta, capace di svelare trame e connection, soprattutto sul versante degli storici – e sempreverdi – rapporti fra mafie, politica e imprese. Invece che succede? Il vero problema sono le Fake News! Si guarda la pagliuzza in rete e non la trave di un giornalismo carta e tivvù ormai omologato, cloroformizzato, genuflesso davanti al Potere. Per una serie di motivi, non ultimo quello della via giudiziaria alla normalizzazione dei media: le querele inventate di sana pianta, le citazioni milionarie utilizzate al solo scopo di intimidire – come un revolver puntato alla tempia – quel raro giornalista che voglia ancora fare il suo mestiere. Spesso un free lance. Ma chissenefrega. Lotta alle Fake news è il nuovo cavallo di battaglia in casa Pd, che ha da tempo ormai mandato in soffitta la libertà di stampa e il diritto dei cittadini ad essere informati. Ciliegina sulla torta, vera strenna natalizia, ora, la nuova normativa sulle intercettazioni e soprattutto sulla loro divulgazione: un vero, nuovo bavaglio come neanche Berlusconi si sarebbe mai sognato. Vero è che le intercettazioni, per i giornalisti, devono rappresentare uno strumento in più a corredo di inchieste che si basino su una corposa acquisizione di dati, notizie, documenti e informazioni. Ma non è possibile, come succede adesso, sotto il vigile sguardo del guardasigilli Andrea Orlando, che intende la lotta alle mafie come un esercizio da scout, mettere una simile pietra tombale sull’uso delle intercettazioni nei media. Chi decide cosa sia rilevante o meno? Cosa vuol dire mai che sono riproducibili solo alcuni ‘brani essenziali’? E via di questo passo, tanto per seppellire una volta per tutte quei pochi brandelli della libera informazione. Era proprio uno scout, il Venerabile Licio Gelli…

P.S. Il nostro abbraccio più forte va a due amici dei quali sentiamo una tremenda mancanza, Oliviero Beha e Sandro Provvisionato. Non solo due penne rare nel panorama del giornalismo italiano, ma due uomini di raro coraggio, capaci di lottare nella giungla dell’informazione sempre con la schiena dritta e con rara intelligenza. Ciao.

Poche tasse, tanto lavoro: promesse e bugie elettorali. Campagna al via tra gli annunci di tutti i leader su improbabili tagli e costosissimi impegni. Quando Gobetti descriveva «un popolo di dannunziani», scrive Gian Antonio Stella il 7 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera". «Imbianchiamo la casa a tutti! Gratis!». Nel ventaglio di promesse via via offerte agli elettori manca ancora solo il tinteggiatore con vernice e pennello. L’ultimo, col ritorno del pesce spada sotto costa, degli impegni presi da Cetto La Qualunque nel comizio tivù dove assicura l’abolizione delle bollette del gas e della luce. «E se non siete contenti aboliremo la tassa sulla spazzatura, il bollo auto e l’assicurazione». Pausa. «Applauso, va!». Nonostante una storia di propagande elettorali lunga lunga, che vide un «Partito della bistecca» garantire «l’abolizione totale delle tasse» e «svaghi, divertimenti, poco lavoro e molto guadagno per tutti», fatichiamo a ricordare infatti una campagna elettorale così gonfia di promesse. Come se l’Italia, dopo la crisi, non stesse oggi appena appena cominciando a respirare. L’appello di buon senso di Sergio Mattarella, che ha esortato a Capodanno al «dovere di proposte adeguate, realistiche e concrete, fortemente richiesto dalla dimensione dei problemi», pare non aver inciso troppo. E così il richiamo ai «ragazzi del 1899» per ammonire i giovani d’oggi su come pace, libertà, democrazia, diritti non siano «acquisiti una volta per tutte». Parole che al politologo Paolo Feltrin han dato i brividi perché «la drammaticità del momento attuale» gli ricorda «la generazione che visse la confusione fra il 1919 e il 1922, in cui la delegittimazione fra le classi dirigenti provocò lo sbandamento del Paese».

Certo è che anche l’impegno preso ieri da Pietro Grasso di «abolire le tasse universitarie» con una spesa di «1,6 miliardi, recuperando un decimo delle risorse spese dall’Italia per finanziare attività dannose all’ambiente», per quanto sia vero che occorre investire in cultura e che in Germania e altri Paesi d’Europa gli studenti pagano meno o nulla, è apparso come l’ultimo spunto di un «promettificio» fuori controllo. Dove ogni venditore del pacco proprio, come ha scritto Enrico Marro, fa «proposte costosissime in termini di minor gettito per le casse dello Stato» assicurando ovviamente «che ci sarebbero entrate alternative». Tutte da verificare.

Ed ecco Matteo Renzi che, scommettendo su «un altro Jobs act» e nuove decontribuzioni per passare «da 23 a 24 milioni di occupati», vuol cambiar tutto sul canone Rai e dopo averlo messo nella bolletta elettrica («pagare meno, pagare tutti») promette di cancellarlo in nome d’una riforma dell’azienda che darebbe (pare) fastidio a Mediaset ma è appesa a mille incertezze parlamentari. E Luigi Di Maio che sventola l’impegno del M5S a «ridurre il rapporto debito/Pil di 40 punti percentuali nel corso di due legislature» (quaranta punti!) con una «razionalizzazione della spesa» ma «senza ovviamente toccare quella sociale necessaria», e allo stesso tempo vuole distribuire un «reddito di cittadinanza» di 780 euro al mese recuperando i 15 miliardi necessari con tasse su gioco d’azzardo, banche e petrolieri e tagli ad auto blu, enti inutili, pensioni d’oro e vitalizi. Settecentottanta? «Noi di più!», risponde Silvio Berlusconi: a chi sta sotto la soglia di povertà andrà un «reddito di dignità» di «mille euro al mese, da aumentare per ciascun figlio a carico». Non bastasse, in un messaggio video «da coetaneo» al congresso nazionale di Federanziani, ha garantito la nascita di un «ministero della terza età». Primo obiettivo: «È moralmente doveroso aumentare i minimi pensionistici a 1.000 euro al mese per tredici mensilità». E «vale anche per le nostre mamme che han lavorato tutti i giorni a casa».

Matteo Salvini no, a differenza anche di Renzi che vorrebbe aumentare lo stanziamento di due miliardi per il «reddito di inclusione» a due milioni di persone in difficoltà, il leader leghista si dice convinto che «gli italiani chiedono lavoro non soldi a destra o a manca». Promette invece: 1) «Una riforma del sistema fiscale, introducendo una Flat Tax al 15% per famiglie e imprese» (otto punti meno di quanto offre l’ex Cavaliere) con un costo paventato di decine di miliardi. 2) «Paga minima oraria di 9 euro». 3) «Riposo domenicale garantito almeno due domeniche al mese». 4) Riforma della scuola (con una sanatoria per «le maestre d’asilo o elementari, molte delle quali rischiano di essere cancellate dalle graduatorie dopo anni di precariato») e abolizione dell’obbligo di laurea per gran parte delle professioni.

Non manca la soppressione «non negoziabile» della legge Fornero. Luigi Di Maio la propone «graduale, in cinque anni», perché intimorito forse dagli allarmi della Ragioneria generale sul fatto che cancellare la Fornero significa rinunciare a circa 350 miliardi di risparmi messi in conto fino al 2060? Risposta salviniana: «Quali 5 anni, in 5 mesi!» Immaginiamo Giorgio Gaber: «Avanti, avanti, avanti, si può spingere di più!». Per andar dove poi? Perché questo è uno dei paradossi: mentre i sondaggi continuano a premiare, perfino al di là delle fazioni e degli schemi, la compostezza e la sobrietà di uno come Paolo Gentiloni, le incessanti scommesse al rialzo (anche su questioni serie che meriterebbero un impegno serio e comune) stanno drogando la campagna elettorale oltre ogni limite. Un secolo fa andò a finire male. Pochi anni dopo, ne «La rivoluzione liberale», Piero Gobetti scriveva che il nuovo regime fascista era «una catastrofe, un’indicazione d’infanzia decisiva» perché segnava «il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell’entusiasmo». E concludeva amaro con parole che oggi non autorizzano certo a tracciare paralleli tra le muscolari promesse di allora e quelle ammiccanti di oggi. Ma dovrebbero far riflettere: «A un popolo di dannunziani non si può chiedere spirito di sacrificio».

Conta solo essere brillanti e la politica diventa show, risponde Luciano Fontana l'8 gennaio 2018 su "Il Corriere della Sera".

Caro direttore, una volta, quando si pensava alla politica, veniva in mente un mondo magari grigio, ma serio. I personaggi che lo popolavano, responsabili dei destini di milioni di esseri umani, potevano avere caratteristiche diverse gli uni dagli altri, ma tutti tenevano a un comportamento equilibrato che li facesse sembrare affidabili e onesti. Una volta eravamo, o almeno lo sembrava, governati da «persone serie». Adesso non è più così: oramai il mondo politico è contiguo a quello dello spettacolo al punto che non si scorgono più i margini che li differenziano: vedere lo sketch di un comico o il comizio di certi politici è quasi la stessa cosa. Mauro Chiostri 

Caro signor Chiostri, Purtroppo per tanti personaggi che calcano la scena politica le cose stanno come lei le descrive. Qualche volta, vedi ad esempio il caso del senatore Antonio Razzi, si diventa famosi proprio per la perfetta identificazione tra il politico e l’imitazione che ne fa un comico come Crozza. La serietà perduta è uno dei punti. Ma potremmo aggiungere che tutto il processo di selezione della classe dirigente sta diventando imbarazzante: l’incompetenza è diventata quasi un valore, così come non conta più nulla il percorso che portava passo dopo passo a salire dalle esperienze amministrative locali agli incarichi nazionali o in Parlamento. Si è sempre alla ricerca del successo immediato, conta più essere brillanti su Twitter, sapere rispondere in maniera fulminante in tv mettendo in difficoltà l’avversario piuttosto che la conoscenza dei problemi, l’esperienza e la capacità di proporre soluzioni che guardino non solo al giorno per giorno. D’altra parte noi italiani siamo in buona compagnia. La politica internazionale ormai si fa a colpi di tweet, con una gara tra Trump e il nordcoreano Kim a chi ha il bottone nucleare più grosso. E il presidente americano può affermare, facendo ridere tutti, che lui non è intelligente ma un genio. La logica del numero dei clic, della quantità di like, dello share televisivo sembra aver afferrato la classe dirigente trasformandola in showman. Tutto molto divertente. Ma voi vi affidereste a un medico la cui dote è la capacità di fare battute? Penso proprio di no.

GLI SPIN DOCTOR. PERSUASORI DEI GOVERNI.

Dr. Facebook e Mr. Hide, scrive il 24 marzo 2018 Roberto Sommella (Direttore Relazioni Esterne Autorità Antitrust, fondatore de La Nuova Europa) su "Il Corriere del Giorno". Le relazioni digitali sarebbero quindi “legate a una minore depressione, a una ridotta ansia e a un maggior grado di soddisfazione alla propria vita”. Quando su Facebook si ricordano i 50 milioni di morti della seconda guerra mondiale e qualcuno grida alla propaganda invece di ripassare la storia, emerge con nettezza qual è il vero problema dell’abuso dei social network: la perdita della memoria collettiva e l’avvento di un nuovo senso delle cose.  C’entra poco per chi si vota e come si può essere influenzati dall’uso distorto dei dati personali che si regalano ogni secondo alla rete. È stato ormai dimostrato come il web amplifichi i propri pregiudizi, piuttosto che sfatarli. Se uno nasce trumpiano difficilmente diventa democratico a colpi di “like”. Forse va più volentieri alle urne, ma non cambia idea. Piuttosto le ultimissime ricerche in questo campo del mondo di mezzo, tra il reale e il virtuale, si sono concentrate sulla modifica della percezione di se stessi, un aspetto molto più importante perché costituisce la base della società in tutte le manifestazioni della vita quotidiana. Per questo, fatte le dovute verifiche sul reale utilizzo dei 50 milioni di profili effettuato dalla Cambridge Analytica, che avrebbe influenzato le elezioni americane, la Brexit, forse anche le consultazioni italiane, e incassate le previste scuse del patron del gigante blu, Mark Zuckerberg, terrorizzato di veder sgonfiare il suo mondo dorato a colpi di ”delete”, occorre spostare il tema su almeno tre piani, relativi alla riservatezza dei propri profili, agli aspetti psicanalitici e a quelli economici.

Dal punto di vista della privacy, come ha sottolineato un esperto del settore quale Claudio Giua, per quanto riguarda l’Italia e l’Europa, il nodo da affrontare e sciogliere è la mancata applicazione da parte di Facebook di adeguate misure di sicurezza emersa dalla vicenda, “che nulla ha a che fare con la completezza finanche eccessiva dei dati personali raccolti”. C’è da chiedersi se a ribaltare la situazione basterà l’applicazione, prevista per il 25 maggio, della GDPR, la General Data Protection Regulation, il complesso di norme messe a punto dall’Unione Europea al fine di garantire un quadro entro il quale i dati degli utenti siano immagazzinati in modalità corrette e trattati nel rispetto della volontà delle parti coinvolte. Il regolamento comunitario rafforza le informative per la raccolta dei consensi, limita il trattamento automatizzato dei dati personali, stabilisce nuovi criteri sul loro trasferimento fuori dell’Unione e, soprattutto, colpisce le violazioni. In sostanza pone le basi per il riconoscimento di una sorta di diritto d’autore sui Big Data. Sarebbe un passo decisivo, perché risulta difficile accusare qualcuno di aver utilizzato la propria auto come un taxi, intascando i profitti, senza poter dimostrare la proprietà del mezzo. È proprio quello che sta accadendo con il “caso Datagate”, che potrebbe risolversi in un nulla di fatto e solo qualche scossone in borsa. Se davvero passerà una simile interpretazione, per la prima volta, queste norme sulla tutela dei dati personali nell’Unione Europea, che ha progettato anche una web tax sul fatturato, saranno pienamente valide anche per chi ha sede extracomunitaria, come Facebook, Google, Twitter, Amazon, Apple, cui risulterà più difficile eludere le responsabilità finora solo formalmente assunte nei confronti degli utenti.

Per quanto riguarda il secondo punto di vista che si deve affrontare, viene in aiuto una recentissima pubblicazione di una neuro scienziata, ricercatrice al Lincoln College dell’Università di Oxford, Susan Grenfield. In “Cambiamento mentale” appena tradotto in italiano, questa baronessa premiata con la bellezza di 31 lauree honoris causa in mezzo mondo, esamina come le tecnologie digitali stiano modificando il cervello. E a proposito dei social network, Grenfield scrive: ‘‘gli utilizzatori di Facebook sono più soddisfatti delle proprie vite quando pensano che i propri amici di Facebook siano un pubblico personale a cui trasmettere unilateralmente informazioni, rispetto a quando hanno scambi reciproci o più relazioni offline con contatti ottenuti online”.

Le relazioni digitali sarebbero quindi “legate a una minore depressione, a una ridotta ansia e a un maggior grado di soddisfazione alla propria vita”. Esattamente quello che intendeva Zuckerberg quando stilò il suo Manifesto, dove parlava della possibilità di governare gli effetti nefasti della globalizzazione attraverso la rete, esaltando le relazioni personalivirtuali: “Tutte le soluzioni non arriveranno solo da Facebook ma noi credo che potremo giocare un ruolo”. Un po’ quello che temeva George Orwell in 1984. Il problema è capire che ruolo ha la rete nei disturbi della personalità.

Nel campo della salute mentale, secondo lo psichiatra Massimo Ammaniti, si tende a valorizzare l’uso dei Big Data in quanto offrono nuove opportunità per la ricerca data, l’ampiezza sconfinata dei campioni, ma allo stesso tempo vengono sollevate perplessità sulla “veracity” e sulla “unreliability” delle informazioni provenienti da varie fonti. Riguardo alla “veracity”, la “veridicità”, ci si chiede se i dati raccolti senza una prospettiva di ricerca possano essere utilizzabili. Avere un valore in quanto fonte di informazioni rilevanti come pesa sull’immagine di sé e sulla propria autostima?

Non ci si valuta come persona, ma come “informant” che serve al mercato, non ci si valuta per quello che si è ma per quello che ognuno vale. Quando si entra in un data base fornendo le proprie informazioni personali – per esempio come quello di Cambridge Analytica – si accede a un universo di categorie che verranno definite. Forse ci si potrà chiedere che uso verrà fatto delle informazioni che ci riguardano e chi saranno coloro che utilizzeranno questi dati per pianificare le nostre vite. Può prendere corpo uno scenario appunto orwelliano, un mondo distopico, in cui si è costretti a vivere dove viene meno il senso agente di sé perché qualcun altro decide del nostro futuro senza che ne abbiamo consapevolezza. In campo psichiatrico per descrivere l’esperienza di spersonalizzazione vissuta dai malati mentali si è fatto riferimento al concetto di “pseudo comunità paranoide”, nella quale ci si sente preda di cospirazioni e raggiri senza sapere chi siano gli attori e i protagonisti, per cui è impossibile riuscire ad orientarsi e difendersi. Un articolo dell’American Journal of Epidemiology, citato in un’inchiesta della London Review of Books, ha sostenuto che a un aumento dell’1% dei like su Facebook, dei click e degli aggiornamenti corrisponde un peggioramento dal 5 all’8% della salute mentale. Difficile pensare che tutte queste informazioni possano servire a sovvertire i regimi democratici, magari si vende più pubblicità.

La domanda più pragmatica da porsi è perciò un’altra. Se cambia la personalità usando internet, cambiano anche le scelte commerciali?

Questa è la terza frontiera che si deve analizzare. Oggi si conosce cosa accade in sessanta secondi sul web. In un giro di lancette, si effettuano 900.000 login su Facebook, si inviano 452.000 “cinguettii” su Twitter, si vedono 4,1 milioni di video su YouTube, si effettuano 3,5 milioni di ricerche su Google, si postano 1,8 milioni di foto su Snapchat, si inviano 16 milioni di messaggi.

I calcoli del World Economic Forum fanno riflettere ma non dicono quanto di se stessi si lascia nel momento in cui si riversano nell’agorà digitale inclinazioni, paure, desideri. Una risposta l’ha fornita proprio l’ex socio di Mark Zuckerberg, Sean Parker, ben prima che scoppiasse il Datagate: Facebook sarebbe un loop di “validazione sociale basato su una vulnerabilità psicologica umana che cambia letteralmente la relazione di un individuo con la società e con gli altri’‘. Proprio quello che sostengono luminari come Grenfield e Ammaniti. È del tutto evidente che non esiste quindi soltanto il problema di come trattare e proteggere i dati personali ma anche di valutarne a questo punto l’affidabilità e la veridicità in tutti i gesti quotidiani. Quando si acquista un bene e si viene profilati, quando si esprime un parere e ci si sottopone al giudizio del pubblico virtuale, quando si esercita la massima espressione delle libertà personali in democrazia, il voto. Se dietro a tutte queste manifestazioni c’è ormai una sagoma sbiadita di un’identità, qualcosa la cui verosimiglianza è a rischio, il lavoro controverso e criticato di Cambridge Analytica e di chissà quante altre società, diventa solido come un castello di carte. La fake news saremo noi.

Ma Cambridge Analytica e Facebook non hanno eletto Trump. Le manipolazioni e l'uso dei dati del social non è detto siano così efficaci politicamente. E non dovrebbero diventare un alibi per le difficoltà elettorali del liberalismo e dei difensori delle società aperte, scrive Luigi Gavazzi il 21 marzo 2018 su "Panorama". È il caso di ribadirlo. Donald Trump e la Brexit non dovrebbero essere spiegati solo con la manipolazione dei dati sottratti a Facebookda Cambridge Analytica (CA). L'azione di quest'ultima, sicuramente preoccupante per la democrazia e le libertà individuali, compreso l'incubo per l'abuso dei dati conferiti a Facebook dagli utenti, difficilmente è stata davvero efficace come sostengono sia i dirigenti di CA, sia Christopher Wylie, il whistleblower che ha rivelato all'Observer e al New York Times il lavoro fatto per Steve Bannon - stratega della campagna elettorale 2016 di Donald Trump - e per il Leave in Gran Bretagna. Indagare e scoprire violazioni di legge e pericoli politici di questa attività è doveroso. Sarebbe meglio però non venisse usata da partiti, gruppi sociali e culturali sconfitti da Trump e dalla Brexit come alibi per ignorare le proprie debolezze e l'inefficacia degli argomentiusati a favore della società aperta e del liberalismo. Insomma, evitiamo di rispondere alle minacce e alle sfide del populismo parlando solo di social network.

Se Cambridge Analytica fosse inefficiente e avesse venduto fumo. I signori di CA da anni - come ricorda David Graham su The Atlantic - cercavano di piazzare i propri servizi, dicendo che avrebbero fatto cose miracolose. Nel 2015 Sasha Issenberg di Bloomberg scrisse di CA e delle promesse della loro profilazione “psicografica”, oggi alla ribalta, con una certo scetticismo, per esempio perché il profilo ricavato dal test sullo stesso Issenberg era risultato molto diverso da quello prodotto dal Psychometrics Centre dell’Università di Cambridge (il test originale sul quale si basava l'app di usata da Aleksandr Kogan per raccogliere i dati per Ca). Del resto, Cambridge Analytica, era stata ingaggiata nel 2015 sia da Ted Cruz che da Ben Carson, due candidati repubblicani alla nomination per le elezioni presidenziali. Ebbene, il contributo di CA è risultato nullo, e le campagne hanno avuto esiti disastrosi. Le persone che dirigevano quella di Cruz hanno ben presto deciso di lasciar perdere il contributo di CA, perché irrilevante. Nel comunicare la decisione si lamentarono del fatto che stessero pagando un servizio che non esisteva neppure. C’è poi il fatto che dietro CA ci fosse, come investitore, Robert Mercer e la sua famiglia, fra i principali sostenitori e finanziatori dei repubblicani. Per Cruz era importante avere i soldi di Mercer, a costo di ingaggiare la creatura CA che Mercer finanziava.  

Mercer, come noto, passò poi a Trump, convinto anche da Bannon e da Breitbart. La cosa interessante è che, d’altra parte, la stessa campagna di Trump, dopo aver abbracciato CA, l’ha successivamente abbandonata. A sostegno della tesi di Cambridge Analytica come un bluff che ha venduto più che altro fumo, ci sarebbe anche il video registrato dai reporter di Channel 4, presentati sotto la falsa identità di politici dello Sri Lanka interessati a comprare i servizi dell'azienda. Ebbene, se questi servizi fossero così efficaci come i manager di CA sostengono, che bisogno ci sarebbe stato, per venderli ai politici interessati, di proporre anche manovre per intrappolare gli avversari di questi ultimi, screditandoli con possibili scandali sessuali, sospetti di corruzione e cose del genere? Più in generale, gli osservatori citati da Graham sono da tempo assai dubbiosi dell’efficacia di queste tecniche “psicometriche”, fino a qualche anno fa chiamate di “microtargeting”.

La democrazia liberale deve comunicare meglio i pregi della società aperta. Detto questo, i democratici negli Stati Uniti, chi voleva che il Regno Unito restasse nell'Unione Europea, i partiti sconfitti dall'onda populista in Italia, chi teme l'autoritarismo sovranista e illiberale di Ungheria e Polonia, dunque, tutti coloro ai quali sta a cuore la democrazia liberale e la società aperta dovrebbero concentrarsi più sugli argomenti politici, i linguaggi, le proposte, la comunicazione per convincere gli elettori. In questo modo sarebbe più facile e probabile rendere innocuo chi cerca di manipolare le opinioni pubbliche in questi paesi, siano manovratori nell'ombra, gli hacker di Putin o di chi altro (che, vale la pena ricordarlo, sono comunque preoccupanti per la democrazia).

Facebook, ecco come Obama violò la privacy degli americani, scrive il 22 marzo 2018 Giampaolo Rossi su "Gli Occhi della Guerra" su "Il Giornale". Carol Davidsen è stata il capo Dipartimento “Media Targeting” dello staff di Obama nelle elezioni del 2012 ed è considerata un’esperta di campagne elettorali online in America. In una conferenza pubblica, tre anni dopo l’elezione di Obama, rivelò qualcosa che allora passò sotto silenzio ma che oggi è dirompente alla luce dello scandalo Cambridge Analityca: “Noi siamo stati capaci di ingerire l’intero social network degli Stati Uniti su Facebook”. Nello stesso intervento affermò che i democratici acquisirono arbitrariamente i dati dei cittadini americani a cui i Repubblicani non avevano accesso; e questo avvenne con la complicità dell’azienda americana che lo consentì tanto che la Davidsen è costretta ad ammettere che “ci fu uno squilibrio di acquisizione informazioni ingiusto” (nel video dal minuto 19:48). Nei giorni scorsi su Twitter, la Davidsen è tornata sulla questione confermando che a Facebook furono sorpresi quando si accorsero che lo staff di Obama aveva “succhiato l’intero social graph” (vale a dire il sistema di connessioni tra gli utenti) “ma non ce lo impedirono una volta capito cosa stavamo facendo”. In altre parole Facebook consentì ad Obama di rubare i dati dei cittadini americani e di utilizzarli per la sua campagna presidenziale, in quanto azienda schierata dalla parte dei democratici. D’altro canto già nel 2012, sul Time, un lungo articolo di Michael Scherer spiegava come Obama si era impossessato dei dati degli americani su Facebook con lo scopo d’intercettare l’elettorato giovanile. Esattamente nello stesso modo in cui lo ha fatto Cambrdige Analytica per la campagna di Trump: attraverso un app che carpì i dati non solo di chi aveva autorizzato, ma anche della rete di amicizie su Facebook ignare di avere la propria privacy violata. Solo che allora la cosa fu salutata come uno dei nuovi orizzonti delle politica online e descritta da Teddy Goff, il capo digital della campagna di Obama, “il più innovativo strumento tecnologico” della nuove campagne elettorali.

Zuckerberg e democratici. La stretta connessione tra Facebook e il Partito Democratico Usa è continuata anche nelle ultime elezioni come rivelano in maniera implacabile le mail di John Podesta, il potente capo della campagna elettorale di Hillary Clinton, pubblicate da Wikileaks. È il 2 gennaio del 2016, quando Sheryl Sandberg, Direttore esecutivo di Facebook e di fatto numero due dell’Azienda, scrive a Podesta una mail di augurio di Buon Anno, affermando: “Sono elettrizzata dai progressi che sta facendo Hillary”. È il periodo in cui si stanno completando i preparativi per la designazione alla primarie del Partito democratico che partiranno a febbraio; e la risposta del Capo Staff di Hillary non lascia adito a dubbi: “Non vedo l’ora di lavorare con te per eleggere la prima donna presidente degli Stati Uniti”.

Sheryl Sandberg (oggi una delle dirigenti Facebook al centro dello scandalo) è la donna che Zuckerberg volle fortemente nella sua azienda strappandola nel 2008 al diretto concorrente Google. La manager, da sempre democratica, aveva lavorato nell’amministrazione di Bill Clinton come capo staff di Larry Summers il Segretario del Tesoro, voluto proprio dal marito di Hillary. Il rapporto tra Podesta e la Sandberg è di vecchia data. Nell’agosto del 2015 lei scrive a lui per chiedergli se fosse disposto ad incontrare direttamente Mark Zuckerberg. Il grande capo di Facebook è interessato ad incontrare persone che “lo aiutino a capire come fare la differenza sulle questioni di politica a cui lui tiene maggiormente” e “comprendere le operazioni politiche efficaci per far avanzare gli obiettivi” tematici a cui lui tiene, come “immigrazione, istruzione e ricerca scientifica”. E chi avrebbe potuto farlo meglio del guru della campagna elettorale di colei che erano tutti convinti, sarebbe diventata il successivo presidente degli Stati Uniti?

Conclusione. Lo scandalo Cambridge Analytica che doveva essere l’ennesimo attacco contro Trump e la sua elezione si sta trasformando in un boomerang per Democratici e sopratutto per Facebook; l’azienda è oggi al centro del mirino delle polemiche per un modello di business che si fonda proprio sull’accaparramento e la cessione dei nostri dati di privacy che possiede nel momento in cui noi inseriamo la nostra vita, le nostre immagini, le amicizie e la nostra identità all’interno del social media. Ma la questione è sopratutto politica: quello che oggi è scandalo perché fatto per la campagna elettorale di Trump, fu ritenuta una grande innovazione quando lo fece Obama. Con in più un particolare di non poco conto: che nel caso di Obama, Facebook ne era a conoscenza e consentì la depredazione dei dati degli americani. Forse, all’interno del suo “mea culpa”, è di questo che Zuckerberg e i vertici di Facebook dovrebbero rispondere all’opinione pubblica.

Cambridge Analytica gate: il dito e la luna, scrive Guido Scorza il 21 marzo 2018 su "L'Espresso". Se esisteva ancora qualcuno al mondo che non conosceva Facebook ora lo conosce certamente. Lo scandalo che ha travolto il più popolare social network della storia dell’umanità è, da giorni, sulle prime pagine dei media di tutto il mondo. Il “diavolo” è nudo. Se non è già avvenuto, presto qualcuno titolerà così uno dei tanti feroci j’accuse all’indirizzo di Zuckerberg. Ma si commetterebbe uno dei tanti errori dei quali la narrazione mediatica globale – in alcuni Paesi tra i quali il nostro più che in altri – è piena zeppa. Vale la pena, quindi, di mettere nero su bianco qualche punto fermo in questa vicenda e provare anche a trarne qualche insegnamento senza rischiare di perder tempo a fissare il dito, lasciando correre via la luna. La prima necessaria considerazione è che nessuno ha rubato né a Facebook, né a nessun altro i dati personali dei famosi 50 milioni di utenti. Non in questa vicenda. Quei dati – stando a quanto sin qui noto – sono stati acquisiti direttamente da 270 mila utenti che hanno deliberatamente – per quanto, naturalmente, si possa discutere del livello di reale consapevolezza – scelto di renderli disponibile al produttore di una delle centinaia di migliaia di app che ciclicamente ci offrono la possibilità di velocizzare il processo di attivazione e autenticazione a fronte del nostro “ok” a che utilizzino a tal fine i dati da noi caricati su Facebook e a che – già che ci sono – si “aspirino” una quantità più o meno importante di altri dati dalla nostra vita su Facebook. Basta andare su Facebook, cliccare su “impostazioni” – in alto a destra – e, quindi, su “app” per rendersi conto di quanto ampio, variegato e affollato sia il club dei gestori di app ai quali, dalle origini del nostro ingresso sul social network a oggi abbiamo dato un permesso, probabilmente, in tutto e per tutto analogo se non identico a quello che i 270 mila ignari protagonisti della vicenda hanno, a suo tempo, dato al gestore dell’app “This is Your Digital Life”. E basta cliccare sull’icona di una qualsiasi delle app in questione per avere un elenco, più o meno lungo, delle categorie di dati che, a suo tempo, abbiamo accettato di condividere con il suo fornitore. E’ tutto li, a portata di click, anche se per aver voglia di arrivare a sfogliare le pagine in questione, forse, è stato necessario che scoppiasse uno scandalo planetario perché, altrimenti, nel quotidiano la nostra navigazione su Facebook sarebbe proseguita si altri lidi, come accaduto sino a ieri e, probabilmente, come succederà nelle prossime settimane. La seconda considerazione – direttamente correlata alla prima – è che Facebook non è stata vittima di nessun breach, nessuna violazione dell’apparato di sicurezza che protegge i propri sistemi, nessun attacco informatico di nessun genere. Non in questa vicenda, almeno. Sin qui, quindi, tanto per correggere il tiro rispetto a quello che si legge sulle prime di centinaia di giornali, nessun furto, nessuno scasso, nessun furto con scasso.

E allora? Come ci è finito Facebook sul banco degli imputati del maxi processo più imponente e severo della sua storia?

La risposta è di disarmante semplicità anche se difficile da conciliare con quanto letto e sentito sin qui decine di volte. Facebook viene portato alla sbarra proprio perché non ha subito nessun furto scasso e questa vicenda ha semplicemente confermato – non certo per la prima volta – che la sua attività – che è la stessa di milioni di altre imprese di minor successo in tutto il mondo – è pericolosa ed espone ad un naturale e ineliminabile rischio alcuni tra i diritti più fondamentali degli uomini e dei cittadini. Attenzione, però: espone a un rischio tali diritti ma non li viola. Al massimo, come accaduto nel Cambridge Analytica gate, facilita l’azione di chi tali diritti voglia consapevolmente violare. Ed è esattamente questo che accaduto nella vicenda in questione: una banda di sicari delle libertà – perché ogni definizione diversa non renderebbe giustizia al profilo dei veri protagonisti negativi della vicenda – assoldati da mandanti nemici dell’A,B,C della democrazia ha furbescamente approfittato della debolezza del sistema Facebook a proprio profitto e in danno della privacy e, forse, della libertà di coscienza di milioni di persone.

E’ la debolezza del suo ecosistema la principale colpa di Facebook. L’aver reso possibile una tragedia democratica che – ammesso che le ipotesi possano trovare una conferma scientifica – ha condizionato l’esito delle elezioni negli Stati Uniti d’America e il referendum che ha portata l’Inghilterra fuori dall’Unione Europea. E guai a dimenticare che sono queste ipotetiche conseguenze ad aver reso una vicenda che in realtà non fa altro che confermare che un uovo sodo ammaccato a una delle due estremità può stare in piedi da solo. Il famoso uovo di Colombo. Perché se la stessa tecnica – egualmente fraudolenta ed egualmente figlia dell’intrinseca debolezza dell’ecosistema Facebook – fosse stata utilizzata, come sarà stata utilizzata milioni di volte, per vendere qualche milione di aspirapolveri, oggi, evidentemente, non saremmo qui a parlarne e non sarebbe accaduto che le Autorità di mezzo mondo si siano messe in fila davanti alla porta di Menlo Park, bussando per chiedere audizioni e ispezioni, rappresentando possibili sanzioni e conseguenze salate. Guai a dire tanto rumore per nulla. E guai anche a suggerire l’assoluzione di Facebook che, tra le sue colpe, ha – ed è forse la più grave – quella di esser stato a conoscenza da anni dei rischi che 50 milioni di propri utenti stavano correndo ma di aver scelto di non informarli. Ma, ad un tempo, se si vuole evitare di lasciarsi trascinare e travolgere dall’onda lunga della sassaiola mediatica val la pena di trovare il coraggio di fissare in mente questa manciata di considerazioni di buon senso prima che di diritto. Anche perché, a condizione di trovare la necessaria serenità di giudizio e una buona dose di obiettività, da questa vicenda c’è, comunque, molto da imparare. Bisogna, però, esser pronti a non far sconti a nessuno, a mettersi in discussione in prima persona e resistere alla tentazione di dare addosso a Facebook con l’approssimazione emotiva che connota la più parte degli attacchi che si leggono in queste ore. In questa prospettiva sul banco degli imputati, accanto a Facebook, dovrebbe salirci un sistema di regole che, evidentemente, ha fallito, ha mancato l’obiettivo e si è rivelato inefficace: è quello a tutela dei consumatori, degli interessati, degli utenti basato sugli obblighi di informazione e sulle dozzine di flag, checkbox e tasti negoziali. Le lenzuolate di informazioni che Facebook – e naturalmente non solo Facebook – da, per legge, ai suoi miliardi di utenti non servono a nulla o, almeno, non sono abbastanza perché questa vicenda dimostra plasticamente che gli utenti cliccano “ok” e tappano flag senza acquisire alcuna consapevolezza sulla portata e sulle conseguenze delle loro scelte. Anzi, a volercela dire tutta, questo arcaico e primitivo sistema regolamentare produce un risultato diametralmente opposto a quello che vorrebbe produrre: anziché tutelare la parte debole del rapporto finisce con il garantire alla parte forte una prova forte e inoppugnabile di aver agito dopo aver informato a norma di legge la parte debole ed aver raccolto il suo consenso.

Così non funziona. E’ urgente cambiare rotta. Basta obblighi di informativa chilometrici e doppi, tripli e quadrupli flag su improbabili check box apposti quasi alla cieca, su schermi sempre più piccoli e mossi, esclusivamente, dalla ferma di volontà di iniziare a usare il prima possibile il servizio di turno. Servono soluzioni più di sostanza. Servono meno parole e più disegni. Servono meno codici e più codice ovvero informazioni capaci di esser lette direttamente dai nostri smartphone e magari tradotte visivamente in indici di rischiosità, attenzione e cautela.

La vicenda in questione è una storia di hackeraggio negoziale. Se si vuole per davvero evitare il rischio che si ripeta è in questa prospettiva che occorre leggerla. E sul banco degli imputati assieme a Facebook dovrebbe, egualmente, salire chi, sin qui, ha sistematicamente e scientificamente ridimensionato il diritto alla privacy fino a bollarlo come un inutile adempimento formale, un ostacolo al business o un freno al progresso. Perché non ci si può ricordare che la privacy è pietra angolare delle nostre democrazie solo quando, violandola, qualcuno – a prescindere dal fatto che riesca o fallisca nell’impresa – si mette in testa di condizionare delle consultazioni elettorali o referendarie. In caso contrario le conseguenze sono quelle che oggi sono sotto gli occhi di tutti: utenti che considerano la loro privacy tanto poco da fare il permesso a chicchessia di fare carne da macello dei propri dati personali, disponendone con una leggerezza con la quale non disporrebbero delle chiavi del loro motorino, della loro auto o del loro portafogli e Autorità di protezione dei dati personali con le armi spuntate e costrette a registrare episodi di questo genere leggendo i giornali quando non i buoi ma i dati personali di decine di milioni di utenti sono ormai lontani dai recinti.

Anche qui bisogna cambiare strada e cambiarla in fretta. E’ urgente tracciare una linea di confine netta, profonda invalicabile tra una porzione del diritto alla protezione dei dati personali che è giusto e indispensabile che resti appannaggio del mercato e una porzione che, invece, meriterebbe di entrare a far parte dei diritti indisponibili dell’uomo come lo sono le parti del corpo umano, sottratta, per legge, al commercio, agli scambi e al mercato a prescindere dalla volontà dei singoli utenti. Ed è urgente investire sulle nostre Autorità di protezione dei dati personali perché non si può, al tempo stesso, scandalizzarsi di episodi come quello della Cambridge Analytica e pretendere che un’Autorità di poche decine di professionisti e finanziata con una percentuale infinitesimale del bilancio dei nostri Stati garantisca protezione, regolamentazione e vigilanza su quello che è ormai diventato il più grande, proficuo e per questo attaccabile mercato globale. Facciamo tesoro di quello che è accaduto. Leggiamo i fatti con obiettività e, soprattutto, facciamo quanto possibile per cambiare rotta perché il problema non è Facebook e, in assenza di correttivi importanti, se anche domani la borsa condannasse Facebook all’estinzione, non avremmo affatto risolto il problema.

Dal Lago: «La disinformazione è diventata un’arma per vincere in politica», scrive Giulia Merlo il 22 Marzo 2018 su "Il Dubbio". «I social ci condizionano come facevano i manifesti della Dc nel 1948 e per questo sono diventati uno strumento decisivo sul piano della propaganda politica». «I social ci condizionano come facevano i manifesti della Dc nel 1948 e per questo sono diventati uno strumento decisivo sul piano della propaganda politica». Per Alessandro Dal Lago, sociologo e studioso dei fenomeni del web, lo scandalo che ha investito Facebook ha fatto venire alla luce lo sfruttamento illegale di informazioni che, però, già da tempo sono diventate uno strumento politico.

L’inchiesta contro Cambridge Analytica ha aperto il vaso di Pandora del lato oscuro dei social?

«Ha rivelato che i nostri dati, sia pubblici che privati come le reti di amicizia su Facebook, possono essere usate per campagne di profilazione e per la creazione di modelli di utenza. In seguito, questa mole di informazioni può essere usata per campagne di marketing e di propaganda politica. Così, il cittadino della lower class americana esasperato dalla mancanza di lavoro e che odia i vicini di casa neri diventa personaggio medio, utilizzabile come modello per studiare una propaganda mirata. Considerando che i dati analizzati hanno permesso alla Cambridge Analytica di profilare 50 milioni di utenti, si capisce la portata del fenomeno».

E questo quali problemi solleva?

«Da una parte c’è il tema della tutela della privacy e le ipotesi sono due: o Facebook sapeva dell’indebita profilazione e dunque è connivente, oppure non sapeva e questo significa che il sistema è penetrabile. Tutto sommato, questa seconda prospettiva mi sembra la più grave».

I dati sono stati usati per fare campagne politiche.

«Il rilievo politico della vicenda porta in primo piano l’esistenza di società di big data, che puntano a controllare l’opinione pubblica e che fanno parte di un mondo pressochè sconosciuto alla collettività. Basti pensare che, prima di qualche giorno fa, nessuno conosceva Cambridge Analytica, e come questa esistono altre centinaia di società analoghe. Senza complottismi, è evidente come esistano ambienti che, attraverso la consulenza strategica, sono interessati a orientale la politica globale. Altro dato, la presenza nell’inchiesta di Steve Bannon – noto suprematista bianco e stratega di Trump – mostra come la capacità di influenzare l’opinione pubblica attraverso la manipolazione dei dati sul web è più forte nella destra globale che non nella sinistra».

Davvero un post pubblicitario su Facebook è in grado di condizionare l’elettorato fino a questo punto?

«E’ più che normale che sia in grado di farlo. La comunicazione si è evoluta: partiamo dal manifesto elettorale, e penso alla geniale trovata di propaganda anticomunista della Dc del 1948, con il manifesto dei cosacchi che si abbeverano a una fontana davanti a una chiesa. Poi sono arrivati i media generalisti come la televisione e la stampa, in cui la propaganda si faceva attraverso i modelli culturali. Penso alla Rai, in cui si propagandava un modello familiare che indirettamente finiva per legittimare la Dc. Oggi la propaganda è molto cambiata: il web e i social creano un pubblico universale, che accede alla stessa sfera comunicativa. Questo permette ai manipolatori intelligenti di arrivare istantaneamente a un pubblico enorme, influenzandoli a un livello impensabile solo fino a qualche anno fa».

In Italia esistono fenomeni simili di sfruttamento del web?

«La Casaleggio Associati è un esempio di questo. La società gestisce un’enorme rete di pagine Facebook e siti collegati al blog delle Stelle e indirettamente a quello di Beppe Grillo».

E come funziona, praticamente, il meccanismo?

«Le faccio un esempio. Esiste una pagina appartenente a questa galassia che si chiama “Alessandro Di Battista presidente del consiglio”, che contiene messaggi di propaganda in stile mussoliniano del tenore di: «Ringraziamo il guerriero Di Battista, eroe nazionale». Ora, si puo dire che queste parole suonino ridicole, ma bisogna leggerle in chiave social e in base al target degli elettori che si vogliono calamitare: giovani elettori del sud Italia, con una scolarità medio bassa. A questi soggetti si propone una propaganda che da una parte martella sull’odio per la casta e dall’altra propone un eroe nazionale. Considerando che pagine come queste hanno centinaia di migliaia di follower, è facile immaginare gli effetti».

Nulla di tutto questo, però, è illegale.

«Certo che no, però esiste un problema di profonda manipolazione della realtà contro la quale non esistono strumenti di difesa adeguati. Le fake news, infatti, non sono solo le notizie inventate ma per la maggior parte si tratta di manipolazioni di notizie verosimili, che vengono caricate di retorica per diventare virali e, nello stesso tempo, nessuno verifica che si tratta di falsi».

Si può parlare di un modello politico?

«E’ certamente un modello. Politicamente, io credo sia inquietante che i parlamentari del Movimento 5 Stelle abbiano sottoscritto un contratto ridicolo nel quale tuttavia si impegnano a versare 300 euro al mese alla Casaleggio Associati, che non è un partito ma un’azienda privata di comunicazione».

Si può dire che, oggi, vince le elezioni chi sa usare meglio questi strumenti del web?

«Diciamo che i social non sono lo strumento esclusivo, ma sono diventati quello decisivo. Difficile dire quanti milioni di voti abbia spostato la campagna di Cambridge Analytica però, se si pensa alle elezioni americane, anche un milione di voti in più o in meno può garantire l’elezione alla Casa Bianca. Insomma, la propaganda sul web è in grado di spostare le decisioni».

Il web, quindi, condiziona la realtà?

«Il web ne condiziona la percezione, e questo è decisivo. La realtà e i conflitti continuano ad esistere, ma il modo in cui vengono percepiti e il luogo in cui si propongono le soluzioni è deciso dalla propaganda sul web. In questo modo la sfera di comunicazione virtuale decide l’orientamento dei settori critici dell’elettorato. Tornando ai 5 Stelle: il loro sistema di comunicazione prevede di generare un cortocircuito tra l’abile uso delle news sul web e la sistematica disinformazione».

L'errore di lasciare il web a Casaleggio, scrive Renato Mannheimer, Lunedì 26/03/2018, su "Il Giornale". L'articolo di Davide Casaleggio sul Washington Post (e poi su Il Dubbio) riporta con chiarezza il pensiero e, forse, la stessa ideologia dello stratega del Movimento Cinque Stelle. Ma contiene, al tempo stesso, tematiche di grande importanza. Occorre dire con franchezza che Casaleggio pone una questione sulla quale è cruciale riflettere con attenzione. È vero, infatti, come lui sostiene, che il Web ha cambiato radicalmente la nostra vita per moltissimi aspetti. È mutato il modo di interagire con gli altri, il modo di lavorare, si sono modificate perfino certe abitudini nei rapporti sentimentali. Tenuto conto di tutto ciò, non si capisce perché la rete non dovrebbe cambiare anche i connotati della politica e, in particolare, dei modi con cui ci relazioniamo con essa. Non solo per quanto riguarda le modalità di comunicazione o di propaganda, ma anche, specialmente, le logiche con cui il cittadino si raffronta con il potere costituito e con i suoi esponenti. Le modalità e i processi con cui si formano le credenze, i dubbi, le stesse opzioni elettorali. In altre parole, con l'avvento del Web muta non solo il modo di comunicare, ma anche quello di pensare e di rispondere agli stimoli che ci vengono dagli attori politici. Più in generale, come diversi analisti hanno osservato, siamo di fronte a un profondo cambiamento delle logiche della stessa democrazia. Questo vero e proprio sovvertimento portato dal Web mi era stato prospettato più di trent'anni fa da Casaleggio senior. Io ero a suo tempo incredulo, ma devo riconoscere che aveva in gran parte ragione nel preconizzarmi già allora gli effetti della rete sulle relazioni sociali e sugli atteggiamenti e sui comportamenti dei cittadini. Certo, Davide Casaleggio ha torto quando afferma che il Movimento Cinque Stelle è il vero alfiere di questo mutamento. Che attraverso di esso «i cittadini hanno avuto accesso al potere». In realtà il «pubblico» del M5s è limitato alla porzione di italiani peraltro fortemente caratterizzata nei suoi connotati demografici e sociali - che accede alla piattaforma Rousseau. Per di più con modalità non trasparenti e controllate dalla stessa Casaleggio e Associati. Anche le cosiddette «parlamentarie», che Casaleggio descrive come l'esercizio genuino della volontà popolare nello scegliere i candidati alle elezioni, sono state caratterizzate, come si sa, da scarsi livelli di partecipazione e da notevoli e sistematiche interferenze e condizionamenti da parte dei vertici della Casaleggio e Associati. Insomma, la pratica condotta sin qui dal M5s è assai lontana dall'avere realizzato quegli stessi ideali di partecipazione e di «vera» democrazia che Casaleggio evoca nel suo articolo. Ma questa considerazione non ci deve portare a sottovalutare il punto centrale delle sue argomentazioni. Vale a dire che, come si è detto, la Rete e in particolare i «social media» hanno radicalmente cambiato i modi di agire, di pensare e gli stessi meccanismi di formazione delle opinioni e delle scelte da parte dei cittadini. Con tutti i pericoli (il caso della Cambridge Analyitica lo dimostra) e i problemi che questi fenomeni comportano. Larga parte delle formazioni politiche operanti nel nostro paese ha affrontato solo in parte e talvolta solo in modo approssimativo questa tematica. È un limite che va superato: trascurare questa rivoluzione in atto costituisce un formidabile errore e dà spazio proprio al Movimento di Grillo.

Che ipocrisia indignarsi se le nostre vite sono in vendita, scrive Francesco Maria Del Vigo, Giovedì 22/03/2018, su "Il Giornale". Ma siamo sicuri che quello di Cambridge Analytica sia uno scandalo con la esse maiuscola? È davvero una notizia sconvolgente o è una notizia di dieci anni fa? Ricapitoliamo: molti di noi, dal 2007, quotidianamente passano ore a caricare foto, scrivere post, fare giochi, installare app e seminare like su Facebook. Cosa stiamo facendo in quel determinato momento? Stiamo perdendo tempo, dice qualcuno. Ci stiamo divertendo e stiamo socializzando, dice qualcun altro. Stiamo cedendo una mole incredibile di dati sulla nostra vita, dice Mark Zuckerberg. E lo dice chiaramente. Perché vendere, ovviamente in modo anonimo, le nostre informazioni - che poi sono i nostri gusti, i nostri hobby, i luoghi che amiamo o la marca del nostro dentifricio preferito - è la ragione sociale di Facebook. È il suo business, il suo mestiere. Cadere dalle nuvole è surreale, è come stupirsi che un calzolaio lustri le scarpe. Vi siete mai chiesti come ha fatto una matricola di Harvard a racimolare un patrimonio da 70 miliardi di euro? Coi vostri status, le foto dei vostri gatti e i vostri «mi piace». E noi tutti, iscrivendoci al social network, abbiamo accettato, più o meno consapevolmente, questo mercimonio. Ti diamo un po' di noi in cambio di quindici like di notorietà, abbiamo barattato la nostra privacy con una vetrina dalla quale poterci esporre al mondo virtuale. Dunque qual è il problema? Il problema è che in questo caso un'azienda terza ha utilizzato le «nostre» informazioni all'insaputa di Facebook. Grave, certo. Ma nulla di particolarmente sconvolgente. Un traffico che, abbiamo ragione di immaginare, accade molto spesso per scopi commerciali. Il problema è che l'opinione pubblica è disposta ad accettare di vedere comparire sulla propria bacheca la pubblicità della propria maionese preferita, ma se entra in ballo la politica la questione cambia. Se poi, come in questo caso, entrano in ballo la Brexit e gli impresentabili Trump e Bannon allora la faccenda precipita. Possibile che le anime belle della Silicon valley, quelli che per mesi ci hanno detto che Trump era un pazzo scatenato, lo abbiano lasciato giocherellare coi nostri dati? Sì, perché pecunia non olet. Nemmeno per i nerd di San Francisco. E, per loro, la nostra opinione politica è un dato come un altro, masticato e sputato dagli algoritmi per poi essere rivenduto. È l'era dei big data e della data economy. Che prima piacevano tanto agli intelligentoni à la page, ma che ora, sembra andargli di traverso. Ma è anche l'era della data politics. E, al netto delle ripercussioni giudiziarie che ci saranno su questo caso, le campagne elettorali si sposteranno sempre di più sulla profilazione degli utenti del web e sulla psicometria. Così sui nostri social, accanto alla pubblicità delle nostre cravatte preferite, compariranno anche informazioni e annunci politici. È manipolazione? No, è solo un'altra forma di marketing. Elettore avvisato...

Come si manipola l’informazione: il libro che ti farà capire tutto, scrive Marcello Foa il 17 marzo 2018 su "Il Giornale". Ci siamo: il mio saggio “Gli stregoni della notizia. Atto secondo”, pubblicato da Guerini e Associati, è in libreria da quattro giorni e i riscontri sono davvero incoraggianti, sia sui media (ne hanno parlato con ampio risalto il Corriere del Ticino, La Verità, il Giornale, Libero, Dagospia), sia da parte dei lettori. Alcuni mi hanno scritto: ma cosa c’è di nuovo rispetto alla prima edizione del 2006? C’è molto: le tecniche usate dai governi per orientare e manipolare i media, che descrissi 12 anni fa, sono valide ancora oggi e vengono applicate ancor più intensamente, per questo le ripropongo anche in questo secondo atto ma attualizzate, ampliate e, nella seconda parte del libro, arricchite da capitoli completamente nuovi, che permetteranno al lettore di entrare in una nuova dimensione: quella, sofisticatissima ma indispensabile per capire le dinamiche odierne, dell’informazione quale strumento essenziale delle cosiddette guerre asimmetriche, che vengono combattute senza il ricorso agli eserciti ma i cui effetti sono altrettanto poderosi e che raramente vengono spiegate dai media. Attenzione: non riguardano solo il Vicino Oriente o l’Ucraina, ma anche le nostre democrazie, molto più esposte di quanto si immagini. Non mi dilungo, ovviamente.   Sappiate che in questo saggio approfondisco l’uso (e l’abuso) del concetto di frame dimostrando come sia stato impiegato per “vendere” al popolo l’euro e impedire per anni un dibattito oggettivo sugli effetti della moneta unica o per costruire il mito del salvataggio della Grecia e quello dell’autorazzismo nei confronti della Germania. Ne “Gli stregoni della notizia. Atto secondo” riprendo alcuni documenti governativi, noti solo agli specialisti, sull’impressionante influenza del Pentagono su film e produzioni di  Hollywood, spiego il ruolo opaco degli spin doctor e delle società di PR negli allarmi sanitari (dalla Mucca Pazza all’influenza suina, da Ebola a Zika) e quale ruolo hanno avuto le Ong e le loro sorelle maggiori (le quango ovvero le Ong quasi autonome, sconosciute ai più) nelle rivoluzioni colorate e nelle operazioni di destabilizzazione di Paesi, che un tempo erano opera  esclusiva dei servizi segreti. Accendo un faro sugli aspetti poco noti dell’ascesa di Macron, sull’altro volto di Obama, dedico molte pagine all’Italia, in particolare spiegando le tecniche di spin che sono state decisive nell’ascesa e nella caduta di Matteo Renzi e denuncio le ipocrisie sulle fake news, dimostrando come servano a rendere l’informazione non più trasparente ma più docile e, possibilmente, sottoposte a censura. E’ un libro che ho scritto a cuore aperto, documentatissimo, rivolto a lettori che hanno voglia di capire e di scavare oltre le apparenze, come Giorgio Gandola, che lo ha recensito su La verità, ha capito perfettamente. Spero, di cuore, che vi piaccia. Ne parlo anche nella bella intervista che mi ha fatto Claudio Messora per Byoblu e che trovate qui sotto. Vi lascio ricordandovi la presentazione che si svolgerà lunedì 19 a Milano, alla libreria Hoepli, ore 17.30 con Nicola Porro e lo stesso Gandola. Altre seguiranno in diverse città italiane. Grazie a tutti voi e, naturalmente, buona lettura!

Ecco come lavorano i persuasori (non) occulti al servizio dei governi. Gli spin doctor sfruttano le convinzioni diffuse fra il pubblico. E agitano lo spettro complottista, scrive Marcello Foa, Giovedì 15/03/2018, su "Il Giornale". Le insidie che avevo individuato nel 2006, preconizzandone le derive si sono, purtroppo, puntualmente verificate. Allora scrivevo che il fatto che i giornalisti non conoscessero le tecniche per orientare e all'occorrenza manipolare i media, avrebbe non solo reso molto più fragili le nostre democrazie, generando un sentimento di crescente sfiducia verso la classe politica, ma anche danneggiato la credibilità dell'informazione. È il mondo in cui viviamo oggi. Quelle tecniche, come allora, restano ampiamente sconosciute ai media e, naturalmente, al grande pubblico. Eppure comprenderle è indispensabile se si vuole cercare di decodificare l'attualità senza limitarsi all'apparenza, come dovrebbe fare ogni giornalista e come dovrebbe esigere ogni lettore. Certo, il mondo mediatico nel frattempo è cambiato. Un tempo la cosiddetta grande stampa aveva il monopolio dell'informazione, oggi non più e subisce la concorrenza, a mio giudizio salutare, dei siti e dei blog di informazione alternativi. Oggi il mass media è sostituito dal personal media che ognuno si costruisce attraverso la propria rete sui social. Oggi si guarda meno la tv e si passa molto più tempo a «chattare» su Whatsapp, a pubblicare foto e a tessere relazioni su Instagram. Oggi, naturalmente, la diffusione di notizie false è ancora più facile benché, come vedremo, non sia affatto una prerogativa della nostra epoca. Ma gli spin doctor sono ancora tra noi, più influenti, più informati, più pervasivi che mai. E non hanno modificato il loro obiettivo, che resta quello di condizionare noi giornalisti e, in fondo, te, caro lettore; con la decisiva complicità del mondo politico. Lo spin doctor non ha bisogno di contare sul controllo dei media, perché sa che per orientare i giornalisti è sufficiente conoscere le loro logiche. E da buon persuasore è convinto che la propaganda sia davvero efficace solo quando non è facilmente riconoscibile. Infatti opera avvalendosi di:

- una comprensione perfetta dei meccanismi che regolano il ciclo delle informazioni;

- il ricorso a sofisticate tecniche psicologiche, che gli consentono di condizionare le masse.

Tra queste ultime il concetto più importante in assoluto è quello del frame, che è stato elaborato dal linguista americano George Lakoff, il quale sostiene che ognuno di noi ragiona per cornici di riferimento costituite da una serie di immagini o di giudizi o di conoscenze di altro tipo (culturali, identitarie). Ogni giorno noi elaboriamo continuamente, senza esserne consapevoli, dei frame valoriali, che possono essere effimeri o profondi se associati, su temi importanti, a una forte emozione e ai nostri valori più radicati. La nostra visione della realtà e il nostro modo di pensare ne risultano condizionati, perché una volta impressa una larga, solida cornice, il nostro cervello tenderà a giudicare la realtà attraverso questi parametri. Tutte le notizie coerenti con il frame saranno recepite ed enfatizzate facilmente dalla nostra mente, rinforzando la nostra convinzione. Al contrario, tutte quelle distoniche tenderanno a essere relativizzate o scartate come assurde e, nei casi più estremi, irrazionali, folli o stupide. Alla nostra mente non piacciono le contraddizioni e questo spiega perché per un militante di destra gli scandali che colpiscono politici di sinistra sono percepiti come gravissimi e veritieri, mentre quelli che colpiscono la propria parte derubricati come delegittimati, irrisori o faziosi. E naturalmente viceversa. Un abile spin doctor riesce, calibrando le parole, a indirizzare l'opinione pubblica nella direzione voluta. La tecnica del frame viene usata non solo per forgiare un giudizio su notizie contingenti, ma anche per stabilire nell'opinione pubblica dei valori di fondo e dunque il confine tra politicamente corretto e politicamente scorretto; tra ciò che è conveniente o non conveniente dire su un argomento; tra ciò che l'opinione pubblica «moderata» deve considerare ragionevole o deve respingere come scandaloso, ponendo di fatto le premesse per screditare le opinioni che travalicano quel confine invisibile e che possono pertanto, all'occorrenza, essere etichettate come estremiste, complottiste o fasciste.

A proposito di cospirazionismo, sapevate che il termine fu inventato dalla Cia ai tempi dell'omicidio Kennedy per screditare le tesi di coloro che contestavano la versione ufficiale stabilita dalla Commissione Warren? Lo spiega il professor Lance Dehaven-Smith, osservando come gli effetti di quell'operazione, circostanziati nel dispaccio 1035-960, sorpresero persino i vertici di Langley. Da allora è diventato un metodo: quando vuoi screditare qualcuno lo accusi di essere complottista. Facendo così ottieni due scopi: screditi le sue tesi agli occhi della massa e lo costringi ad assumere un atteggiamento difensivo, ovvero a dimostrare di non essere cospirazionista e dunque, sovente, a moderare i toni delle sue denunce, pena l'autoghettizzazione. Che poi le sue accuse siano plausibili o fondate diventa inevitabilmente secondario; anzi, colpendo l'autorevolezza di chi critica, delegittimi in toto le sue idee. E se costui persiste lo fai apparire sacrilego. Impedisci che anche sulle critiche fondate si apra una vera riflessione pubblica. Una volta stabilito, il frame resiste nel tempo e può essere scacciato solo da un altro equivalente che abbia pari o superiore legittimità. Un esempio? La fine politica di Antonio Di Pietro. Come ricorderete a screditarlo fu un'inchiesta di «Report» sul suo (presunto) impero immobiliare, accumulato approfittando anche dei fondi del partito. Quelle accuse non erano nuove, poiché erano già state formulate da alcuni giornali come il Giornale e Libero, ma non avevano scalfito l'immagine dell'ex pm rispetto al suo elettorato, perché ritenute faziose e dunque almeno parzialmente false. Quando però sono state avanzate da Milena Gabanelli, dunque da una fonte autorevole e super partes, il leader dell'Italia dei Valori è stato travolto. Ovvero il frame Gabanelli ha scacciato il frame Di Pietro sul terreno su cui entrambi si erano costruiti la reputazione, quello dell'onestà.

MARCELLO FOA E LE FACCE TOSTE.

Rai: via libera della Vigilanza a Foa presidente, 27 sì. Tre voti contrari, una scheda nulla e una bianca. Hanno votato 32 componenti della bicamerale su 40, scrive Angela Majoli il 27 settembre 2018 su "L'Ansa". La commissione di Vigilanza sulla Rai ha espresso parere favorevole alla nomina di Marcello Foa a presidente della tv pubblica. I voti favorevoli sono stati 27, 3 i contrari, una scheda nulla e una bianca. Hanno votato 32 componenti della bicamerale su 40. E' stato raggiunto quindi il quorum di due terzi previsto dalla legge per rendere efficace la nomina del presidente. "Non ho mai militato in un partito - ha detto Marcello Foa, ascoltato in commissione di Vigilanza -, né prese tessere, né cercato appoggi politici per fare carriera. Sono stato sempre coerente con me stesso, cercando di fare con umiltà il mio mestiere in base agli insegnamenti dei maestri, da Montanelli e Cervi". "Il mandato che ho ricevuto dal governo - ha sottolineato - non è politico, ma professionale", "fa appello al mio percorso professionale, e io intendo onorarlo in nome dei valori del giornalismo". "Non è mai stata intenzione - ha detto in un altro passaggio - offendere o mancare di rispetto al Presidente Mattarella: non è nel mio costume, raramente attacco e manco di rispetto, men che meno nei confronti della massima carica dello Stato, per il sentimento di stima nei suoi confronti, per il rispetto per il suo ruolo di servitore dello Stato e per la sua storia, che ha visto il sacrificio supremo di un membro della sua famiglia. Non è mai stata né sarà mai mia intenzione mancare di rispetto al Presidente". Il "pluralismo" e "l'indipendenza", la "capacità di servire i lettori con umiltà e onestà intellettuale": sono i "valori" richiamati a più riprese da Foa durante l'audizione. "La Rai è memoria storica, ma dispone delle risorse, della professionalità e consapevolezza per contribuire da protagonista all'alfabetizzazione digitale del Paese", ha osservato. "Io sogno una Rai che venga apprezzata dal grande pubblico, quello sopra i 50 anni - ha aggiunto - ma anche dai più giovani. Voglio una Rai di cui essere fieri, per indipendenza, oggettività, trasparenza, ricchezza dell'offerta informativa e culturale. Una Rai che sia di tutti i cittadini italiani". Nella sua relazione in commissione di Vigilanza, in cui ha ripercorso tutta la sua carriera professionale, Marcello Foa si è definito "un liberale di cultura antica, della scuola di Montanelli. Ritengo molto importante difendere la qualità dell'informazione". A questo proposito ha citato "il caso di Ferruccio de Bortoli: quando lasciò il Corriere della Sera, in circostanze non facili, con la clausola che gli impediva di collaborare con altre testate italiane per un anno, non esitai a offrirgli una collaborazione con il Corriere del Ticino". "Domenica è il mio compleanno - ha detto sorridendo all'inizio dell'audizione - chissà che non riceva un bel regalo, me lo auguro di cuore''. "In questi due mesi difficili anche dal punto di vista personale - ha aggiunto -ho mantenuto il silenzio in segno di rispetto per le istituzioni e tutte le persone coinvolte". "Sui vari temi Foa mi ha rassicurato rispetto a una funzione che sarà di garanzia del pluralismo informativo e quindi del compito che spetta al presidente della Rai. Forte di questo, l'orientamento è quindi di votare la sua nomina". Lo ha detto Giorgio Mulè, capogruppo FI in Vigilanza, dopo l'audizione di Foa. Rispetto al primo voto della commissione "è cambiato moltissimo, sono cambiati il metodo e il merito. Nel metodo c'è stato un percorso condiviso rispetto all'indicazione di Foa. Nel merito l'audizione ha permesso ai commissari di formarsi un'opinione autentica e vera". Decisivo il contributo di Forza Italia per il quorum: uno scoglio sul quale la nomina di Foa si infranse il 1 agosto, ma che stavolta appare superato dal patto Salvini-Berlusconi di dieci giorni fa, che dovrebbe reggere a San Macuto. Ultimo passaggio sarà il cda, che si riunirà giovedì o venerdì per la ratifica di Foa: la decisione sarà presa domani mattina. Il Pd è rimasta sulle barricate contro una "nomina illegittima": la consigliera Rita Borioni, unica a votare no in cda, ha già preannunciato ricorso, i capigruppo Delrio e Marcucci hanno chiesto ai presidenti di Camera e Senato di sconvocare la Vigilanza. Al pressing su Fico e Casellati si è aggiunta l'Usigrai: "Occorre evitare che la Rai finisca in un pantano di contenziosi legali che ne metterebbero a rischio l'operatività", è l'altolà del sindacato, che allega il parere legale dello studio Principato - con le "ragioni di illegittimità della riproposizione" di Foa - e il precedente del 2005, quando la Vigilanza "considerò all'unanimità decaduto dal cda il candidato a presidente che era stato bocciato dai commissari".

Rai: Gruppo Pd chiede controllo schede voto Foa. Oggi primo vertice della fase due, presa d'atto nomina Foa e nomina Alessandro Casarin a direttore ad interim della TgR, scrive la Redazione ANSA il 27 settembre 2018. Dopo il via libera di ieri della commissione di Vigilanza a Marcello Foa il Pd resta sulle barricate. Il capogruppo Pd Davide Faraone e tutti i componenti dem in Vigilanza, hanno depositato la richiesta di immediato accesso agli atti al presidente Alberto Barachini. ''Ci sono alcune schede - scrive Faraone - che non riportano l'esatta dicitura prevista per la votazione, ma sarebbero state considerate comunque valide. Appare del tutto evidente che in assenza dell'esatta dicitura, il quorum sul parere favorevole alla nomina di Marcello Foa a presidente della Rai non sarebbe stato raggiunto". Intanto in una intervista al 'Corriere' e al 'Messaggero' Foa garantisce: 'Porterò aria fresca, non guardo alle casacche politiche, la bussola è la meritocrazia'. Il primo banco di prova saranno le nomine, che da settimane rimbalzano nelle indiscrezioni di stampa, tra il Cencelli dei partiti e l'impegno dell'ad Salini per scelte autonome, basate sui rapporti di stima e sulle competenze. Un pacchetto che prenderà corpo soltanto nelle prossime settimane: per il Tg1 i nomi che circolano sono ancora quelli di Gennaro Sangiuliano, Alberto Matano, Franco Di Mare; per il Tg2 si parla di Luciano Ghelfi, ma avrebbe chance anche Giuseppe Carboni; per il Tg3 i rumors oscillano tra la conferma di Luca Mazzà e l'arrivo di Gianluca Foschi da La7. Quanto alle reti, per Rai1 si fa il nome di Marcello Ciannamea, per Rai2 di Maria Pia Ammirati, mentre a Rai3 potrebbe restare Stefano Coletta. Nella tornata di avvicendamenti potrebbero entrare anche nomi come quelli di Laura Carafoli, Antonella D'Errico e Carlo Freccero, che godono della stima dell'ad. Il cda della Rai, riunitosi oggi a Viale Mazzini sotto la presidenza di Marcello Foa e alla presenza dell'amministratore delegato, Fabrizio Salini, ha preso atto del voto espresso ieri dalla commissione di Vigilanza e ha completato l'iter deliberando la nomina a presidente di Foa. Il cda - annuncia una nota dell'azienda - ha poi approvato su proposta dell'ad la nomina di Alessandro Casarin a direttore ad interim della Testata Giornalistica Regionale in seguito alle dimissioni di Vincenzo Morgante, effettive a partire da lunedì 1° ottobre. Il cda "ha espresso ringraziamento per la grande professionalità con cui Morgante ha svolto il suo lungo percorso lavorativo in Rai e ha augurato al direttore uscente le migliori soddisfazioni personali e professionali". Morgante ha lasciato la Rai per diventare il nuovo direttore di rete di Tv2000.

Lo scrittore Raimo contro la nomina di Foa: "È un incompetente ma presto arriverà una vendetta spietata". Lo scrittore Christian Raimo ha usato parole infuocate contro la nomina del giornalista Marcello Foa a presidente della Rai: "Presto arriverà la vendetta e sarà spietata", ha assicurato, scrive Franco Grande, Giovedì 27/09/2018, su "Il Giornale". "Conosco per nome e cognome almeno mille, duemila persone clamorosamente più preparate, più qualificate di lui. Ragazzi di trent'anni, di venticinque, precari storici della Rai, freelance postuniversitari di ogni sesso età nazionalità credo politico". Lo scrittore Christian Raimo, neo assessore alla cultura al III Municipio di Roma sotto le insegne della sinistra radicale, ha lanciato parole infuocate contro la nomina del giornalista Marcello Foa a presidente della Rai. "Ma questo - aggiunge Raimo - è il potere oggi: incompetente fino alla caricatura di se stesso, arrogante con tratti fascistoidi, becero, maschilista, arroccato, vetusto, antiestetico, ridicolo, retrogrado, vile, residuale". Raimo, poi, attacca l'opposizione che non è in grado di arginare il governo 'gialloverde' "ma presto, - è la conclusione dello scrittore militante di sinistra - sono convinto, arriverà non l'opposizione, non la critica, non il contrasto, non il conflitto. Presto arriverà la vendetta e sarà spietata". Lo scrittore romano è noto per le sue posizioni pro immigrazione e si è vantato più volte pubblicamente di aver ospitato a casa sua un migrante.

Christian Raimo: Marcello Foa è il nuovo presidente della Rai. Conosco per nome e cognome almeno mille, duemila persone clamorosamente più preparate, più qualificate di lui. Ragazzi di trent'anni, di venticinque, precari storici della Rai, freelance postuniversitari di ogni sesso età nazionalità credo politico. Ma questo è il potere oggi: incompetente fino alla caricatura di se stesso, arrogante con tratti fascistoidi, becero, maschilista, arroccato, vetusto, antiestetico, ridicolo, retrogrado, vile, residuale. Oggi non c'è opposizione capace di arginarlo. Ma presto, sono convinto, arriverà non l'opposizione, non la critica, non il contrasto, non il conflitto. Presto arriverà la vendetta e sarà spietata.

Stefano Lorenzetti, giornalista del Corriere della Sera, si è scusato per aver chiesto a Marcello Foa se fosse ebreo, scrive venerdì 28 settembre 2018 Il Post. Il giornalista del Corriere della Sera Stefano Lorenzetti si è scusato per aver chiesto se fosse ebreo al nuovo presidente della RAI, Marcello Foa. Lorenzetti ha rivolto la domanda a Foa nel corso di un’intervista, pubblicata ieri dal Corriere. Il contenuto e il tono della domanda – oltre alla risposta di Foa – avevano generato diverse polemiche. Nell’intervista Lorenzetti aveva ricordato a Foa (un cognome diffuso nella comunità ebraica italiana) che qualcuno lo aveva accusato «persino» di essere ebreo, lasciando intendere che fosse una specie di insulto. Foa aveva risposto molto seccamente di non essere ebreo. Oggi, Lorenzetti ha pubblicato sul Corriere alcune righe per scusarsi della domanda: Nell’intervista pubblicata ieri sul Corriere ho posto a Marcello Foa una domanda per denunciare un intollerabile e ripugnante rigurgito antisemita. Con il senno di poi, mi rendo conto che la risposta fattuale di Foa («Sono cattolico») ha contribuito a rafforzare l’equivocità del quesito. Si chiama eterogenesi dei fini: volevo difendere gli ebrei, che amo, e non ci sono riuscito, ingenerando in taluni la sensazione opposta. Mi scuso per questa incapacità nel rappresentare i sentimenti dell’intervistato e dell’intervistatore.

Gabanelli promuove Foa, scrive il 28/09/2018 Adnkronos. "Io ho avuto modo di incontrarlo un paio di volte, quando mi ha invitato a un incontro con gli studenti all'università del Ticino. Penso che sia una persona preparata, almeno sull'aspetto e la funzione del giornalismo. E' sicuramente una persona competente". Così Milena Gabanelli ha commentato la nomina di Marcello Foa alla presidenza della Rai, intervendo ai microfoni della trasmissione di Rai Radio2 'I Lunatici', condotta da da Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, in diretta ogni notte dall'1.30 alle 6.00 del mattino. "Mi chiedete se potrei tornare in Rai? La mia carriera è nata, cresciuta e si è sviluppata dentro alla Rai. Considero la Rai un qualcosa di più della mia casa. Mi sono sempre identificata nel servizio pubblico. Poi le cose sono andate in un'altra maniera. Ora mi trovo al Corriere della Sera. Mi trovo bene, ci sto bene", ha concluso la giornalista. Che è tornata a parlare anche del crollo di Ponte Morandi a Genova: "L'Amministratore Delegato della Società Autostrade, in ultima istanza, è responsabile di quanto accaduto. L'Ad ha tutti i poteri per decidere dove e come intervenire e fare manutenzione. Che quel ponte fosse problematico lo sapeva da più di dieci anni. Ha aspettato e ha ritardato. Chi potrebbe resistere davanti a un crollo che ha causato decine di morti? Il gruppo che lui amministra è piombato in una tempesta. Che ha danneggiato certamente gli azionisti e presumibilmente anche la pensionata che ha investito in un fondo con dentro le azioni di Atlantia. Per dare respiro e credibilità al gruppo, un buon manager dovrebbe lasciare, assumendosi la responsabilità morale davanti al Paese di quanto accaduto. I compensi enormi visto gli utili che ha prodotto, si compongono anche dei bonus legati agli utili. Che si dividono tra gli azionisti ma che certamente l'amministratore delegato incassa. Alla fine della fiera, più risparmi, meno interventi fai, più guadagni", ha concluso.

Foa presenta la Rai "rock": "Tv più vicina ai giovani, cambiamo direttori Tg". Marcello Foa nominato presidente Rai: "Porterò aria fresca e nuovi direttori dei tg", scrive Chiara Sarra, Giovedì 27/09/2018, su "Il Giornale". "Sarà una Rai rock. Se vuoi conquistare i giovani per forza devi dare brio alla tua vita". Marcello Foa descrive così a Radio Rock il nuovo corso di Viale Mazzini dopo che ieri la Vigilanza Rai ha dato il via libera alla sua nomina come presidente. "La parola d'ordine è portare aria fresca in Rai", ha ribadito in un'intervista al Corriere in cui annuncia anche il cambio dei direttori del tg. "Sono stati nominati dal precedente consiglio di amministrazione e non tutta l'informazione è sembrata esente da settarismi", ha sottolineato, "Cosa mi piaceva di più? Sfide, novità di Rai 3 degli anni Novanta, per la sua tensione narrativa, e Virus di Nicola Porro, bell’esempio d’informazione imparziale. Infatti fu chiuso". Foa ha spiegato che in Rai in questi mesi si è sentito "osservato da tutti, uscieri compresi". "Non è che la stampa mi abbia trattato bene, per cui si erano fatti l'idea di un troglodita fanatico", dice, "Poi hanno scoperto che sono cortese e ragionevole". Il nuovo presidente della Rai ha spiegato di aver conosciuto Matteo Salvini "nel 2015, a un convegno": "Era un lettore accanito del mio blog, però io non lo sapevo", ha raccontato, "Nel 2017 m'invitò a una tavola rotonda con l'economista Alberto Bagnai e, senza preavviso, mi chiese di parlare a braccio per dieci minuti. Anche Gianroberto Casaleggio mi leggeva e mi citava spesso. Poco prima di morire, il guru dei 5 Stelle volle conoscermi. Fu un incontro molto bello. Due ore che consolidarono una reciproca stima intellettuale". Foa ha negato di aver mai voluto mancare di rispetto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: "Sono andati a pescare un tweet, ma non sono riusciti a trovare un solo articolo in cui criticassi irrispettosamente il presidente Mattarella, che stimo per il ruolo di servitore dello Stato e per il tributo pagato dalla sua famiglia nella lotta alla mafia. Spero di avere l'occasione per ribadirglielo di persona".

Marcello Foa: "Virus di Nicola Porro era il mio programma preferito sulla Rai", scrive il 27 Settembre 2018 Libero Quotidiano". Marcello Foa non ci ha messo molto a rivelare quali saranno le sue "dritte" per la Rai che verrà. A meno di 24 ore dalla sua nomina a presidente della tv di Stato, ha rilasciato una lunga intervista al Corriere in cui dice tutto o quasi. D'altronde, presidente della Rai doveva diventarlo già un mese fa, prima che Forza Italia si mettesse di traverso. Da allora, altri nomi credibili non sono usciti per cui era chiaro che non appena Lega e Azzurri si fossero avvicinati, lui sarebbe salito al piano più alto di viale Mazzini. Era pronto, insomma. Come anticipato, Foa ha confermato che cambierà tutti i direttori dei tg con l'intenzione di "svecchiare" l'informazione Rai ("alcuni tg sembrano ancora quelli degli anni '50" aveva polemicamente dichiarato alcune settimane fa Matteo Salvini). Ma la parte più gustosa dell'intervista è quella in cui Foa rivela quali siano stati, nel passato più o meno recente, i suoi programmi preferiti della tv pubblica: il neo presidente ha fatto i nomi di "Sfide", un programma di grande successo degli anni Novanta, e "Virus" condotto da Nicola Porro. "Un bell'esempio di informazione imparziale" ha spiegato Foa, prima di aggiungere una postilla velenosa: "Infatti fu chiuso".

Caro Foa ora cambi l’Italia. Può riuscirci, scrive Cristiano Puglisi il 27 settembre 2018 su "Il Giornale". Egregio Dottor Marcello Foa, avendo seguito con grande apprensione la sua vicenda negli ultimi due mesi e potendo finalmente complimentarmi con lei per l’ottenuto risultato, mi permetto oggi di scriverle dalle colonne di questo prestigioso organo di informazione, che immagino essere a lei molto caro. Vede caro Foa, il ruolo che andrà a ricoprire, quello di Presidente della Rai, è forse il più importante all’interno di questo Governo. Il motivo non glielo devo certamente spiegare, avendo letto avidamente i suoi saggi e i suoi articoli, so che lei comprenderà la natura di questa che solo apparentemente può sembrare un’esagerazione. Se infatti è vero (ed è vero) che, parafrasando George Orwell in 1984 “chi controlla il passato controlla il futuro, chi controlla il presente controlla il passato”, mentre i ministri di questo strano esecutivo dovranno occuparsi di problematiche contingenti, lei si occuperà del futuro degli italiani. Del loro modo di vedere, sentire, percepire la realtà. Una realtà che, come lei ben sa, per essere compresa a fondo necessita di una narrazione plurale, sia del passato che del presente, non obiettiva giacché l’obiettività è forse utopia, ma aperta a più punti di vista, a più prospettive. Purtroppo, soprattutto negli ultimi anni, questo pluralismo ci è stato brutalmente negato, sostituito da un’opera pervasiva di indottrinamento coatto, per il tramite dell’industria culturale e della sua massima rappresentante, la Rai appunto, che non si è posta limiti. E forse, stante comunque la diffidenza verso le ONG che stilano queste classifiche, non è un caso che il nostro Paese sia sempre e comunque in posizioni di rincalzo quando si tratta di misurare la libertà di stampa e di espressione. E così siamo da anni costretti a sorbirci salotti televisivi dove gli ospiti pendono tutti immancabilmente dalla stessa parte. Grave soprattutto è il fatto che, a mio modesto avviso, le principali materie che consentono al cittadino, in epoca di globalizzazione, una maggiore comprensione della realtà socio-politica circostante, la geopolitica e l’economia, siano (volutamente?) affrontate con superficialità, e comunque sempre e solo seguendo un’unica scuola di pensiero, guarda caso quella delle parassitarie elites globaliste e mondialiste che hanno depredato questo Paese. Basta, caro Foa. Si metta all’opera subito lei che sappiamo avere a cuore questi temi. È lei la persona giusta e noi crediamo in lei. Facciamola finita. Le hanno dato del complottista per aver scritto la prefazione a un saggio di Enrica Perucchietti sulle fake news. Ebbene, io quel saggio l’ho letto e posso dire che è un’opera notevole. Cominci da lì allora. Cominci, dunque, a dare dignità a quella rete di ricercatori, giornalisti, blogger e scrittori indipendenti, di destra e di sinistra, che in cambio di spesso scarsi guadagni ma con tanta passione hanno in questi anni cercato di produrre informazione vera, con i loro libri, i loro siti web, le loro piccole case editrici, le loro conferenze. Sono loro il nostro più grande patrimonio e sono, in fondo, anche loro che hanno permesso che lei arrivasse dove è arrivato. Penso a personaggi come il giovanissimo Sebastiano Caputo, che scrive tra l’altro anche per Il Giornale, coraggioso e validissimo conoscitore di questioni geopolitiche, che ha inventato quel gran pensatoio che è L’Intellettuale Dissidente. Penso a Gianluca Marletta, autore di saggi proprio con la Perucchietti. Ma anche a Enzo Pennetta e tanti altri che sono stati ostracizzati dal mainstream e che meriterebbero, nell’ottica di un’informazione plurale, ben altra considerazione. E poi ci sono gli accademici e i professionisti già affermati o di lungo corso che in questi anni sono stati tenuti sapientemente alla larga dalle reti pubbliche probabilmente a causa della loro non adesione al pensiero unico. Penso all’ottimo Alberto Negri, giornalista e raffinato analista di politica estera, per esempio. Ma anche a Maurizio Blondet. Oppure a economisti come Giulio Sapelli e Antonino Galloni, che meriterebbero ben più attenzione di un Cottarelli qualsiasi. Avrei citato anche Giampaolo Rossi ma in quanto a lui, fortunatamente, sappiamo già con certezza che sarà al suo fianco in questa nuova avventura. Vede, caro Foa, i nomi non mancano di certo e ce ne sono ovviamente molti altri, con i quali mi scuso fin da ora per la mancata citazione. Perché la cosa bella è che, in questa Italia che qualcuno ha cercato di zittire, sottomettere, addomesticare, le menti migliori non si sono arrese e hanno invece continuato a lottare. E ora? Ora tocca a lei farsi portavoce di questa voglia di reagire di una piccola ma ben attrezzata classe di intellettuali e portarla sul palcoscenico che merita. Se ci riuscirà non io ma l’Italia, di oggi e di domani, gliene sarà grata.

Maestri, mitomani e miti. I giornalisti visti da Feltri. Il direttore racconta l'età dell'oro dei quotidiani. Con storie micidiali su Afeltra, Montale e altri..., scrive Luigi Mascheroni, Martedì 18/09/2018, su "Il Giornale". A Vittorio Feltri, in fondo, al netto degli affetti (soprattutto per i cavalli, e i gatti), interessano due cose. Gli abiti eleganti e la scrittura. In entrambi i casi è questione di stile. Uomo di stile e giornalista di razza, Feltri ha posto alla sua classe un solo limite, anche se forse in effetti è una risorsa. L'individualismo. Quando saluta un collega quasi sempre gli si rivolge con un «Maestro», sapendo di gratificare il suo interlocutore, ma pensando in realtà a se stesso. Maestro: in quanti, in effetti, hanno scritto per così tanti giornali in Italia, e soprattutto li hanno diretti portandoli da uno stato di pre-morte a una splendida seconda vita? Segue elenco: L'Europeo, l'Indipendente, il Giornale, e poi c'è Libero. Libero (ammette una giovinezza socialista, ma niente di più: le uniche idee che segue sono le proprie, e nemmeno sempre), irriverente (amico di tutti, rispetta solo il lettore e il pezzo che sta scrivendo in quel momento) e tenace (non si attraversa mezzo secolo di giornalismo a quei livelli soltanto con il talento), Vittorio Feltri non è uomo facile. Dice quello che pensa, si annoia in fretta di tutto, ha un cinismo suo proprio. Ma come giornalista che ha salito tutti i gradini del mestiere (estensore, redattore, cronista, inviato, direttore...), c'è poco da dire. Anzi, tantissimo. Così tanto che ci si potrebbe scrivere un libro. Quello che ha appena fatto. Eccolo qui: Vittorio Feltri, Il borghese. La mia vita e i miei incontri da cronista spettinato (Mondadori). Abbiamo giusto citato le testate che ha risuscitato, o lanciato. Qui dentro - in un libro che un po' è autobiografia, un po' un manuale di scrittura, un po' storia del giornalismo italiano - troverete i dettagli. Soprattutto troverete tante considerazioni sul mondo dell'informazione (di ieri e di oggi), parecchi aneddoti (Feltri sa bene come insaporire le pagine) e molti profili di colleghi emeriti (a volte anche un po' stronzi). Dai primi pezzi importanti alla Notte e poi al Corriere della sera (quando «le paghe dei giornalisti erano cospicue: con meno di due buste paga potevi acquistare una 500» e ancora non c'era Wikipedia ma si trovava un redattore soprannominato Garzanti «in quanto bastava dargli una data o una parola per azionarlo come fosse un'enciclopedia umana») fino a oggi, in cui non ci sono mai stati tanti giovani che vogliono lavorare nei giornali e tanto pochi che li leggono. Bei tempi quando c'erano... Già, chi c'era quando Vittorio Feltri cominciò a bazzicare le redazioni, e poi a dirigerle?

Eugenio Montale, ad esempio. Che fu poeta premio Nobel, certo. Ma anche firma nobile del Corriere delle sera. Erano gli anni Settanta, Feltri era al Corriere d'Informazione, e la prima volta che incrociò «quest'omino grassoccio e buffo» fu nelle sontuose e marmoree toilette di via Solferino. «Il bagno è come il cimitero, una livella, e lì siamo tutti uguali». I due si trovarono simpatici. Per il resto Montale (trasandando nel vestire, fumatore micidiale, «tipo bizzarro, ingegnoso, particolare») aveva due caratteristiche. La prima era una voce tonante, e spesso si improvvisava baritono infischiandosene di chi stava lavorando. La seconda una certa alterigia, ma educata: non faceva distinzione alcuna fra l'ultimo arrivato e la grande firma. Li reputava tutti degli imbecilli. Poi Enzo Biagi. Il ritratto che ne fa Feltri è l'esempio perfetto, e più alto, di come si possa scrivere benissimo di una persona, distruggendola. Una cosa - difficilissima - che sanno fare solo i giornalisti più grandi. Mi viene in mente Montanelli, poi Mario Cervi. E Feltri, appunto. Sono sette paginette: godetevele. Biagi era un «eccelso scrittore», «lo definirei un impressionista», «molto affascinate», «in quanto non approfondiva mai i concetti, ne dava una pennellata». Insomma, avete capito: prima si liscia il soggetto, poi lo si stronca. Sempre con stile. Esempio: «Enzo è stato per me un maestro». «Mi affascinava la sua capacità di farsi pagare bene». Oppure: «Provavo per Enzo una grande ammirazione». «Era un egoista notevole, pensava solo a se stesso, lui era il sole noi i satelliti». Detto questo, «Biagi mangiava come un assassino di pasta asciutta», diventò giornalista giovanissimo al Resto del Carlino ma guai a ricordargli «che prendeva compensi anche dal regime fascista», era molto bravo a scoprire talenti e il suo modo di fare interviste in televisione era semplice e riscuoteva successo. «Sembrava un parroco». A proposito di Montanelli. Il capitolo su Indro è da leggere. Dentro ci sono tutti i vizi e vezzi del grande toscano, e in controluce anche quelli del giovane orobico. I due sono stati così tanto amici e così tanto nemici perché in fondo sono identici. Se non nella personalità, nella stoffa. Poi, restano gli insegnamenti. «Caro Vittorio - ricorda Feltri che gli diceva Indro - quando fai un giornale, devi sempre tenere presente che alla gente non interessano gli spiccioli della politica, per cui devi fare due articoli di fondo alternati, di cui uno contro un personaggio politico importante, e il titolo deve essere Testa di cazzo. Se invece fai un pezzo sull'Italia, il titolo deve essere Paese di merda. Questa è la tecnica migliore». Che, a pensarci bene, è un'analisi strepitosa. Poi, di suo, l'immaginifico Gaetano Afeltra aggiungeva: «Vittorio, ricordati sempre la regola delle quattro s: soldi, salute, sesso e sangue. E infine uno schizzo di merda qua e uno là» (ecco, forse - mi sia concessa una nota a margine - ultimamente si è un po' esagerato con le dosi). Comunque, Feltri li ha conosciuti tutti. Da Nino Nutrizio (andate a leggere come andò il primo incontro...) a Beppe Severgnini («Montanelli se lo portò alla Voce, «sebbene di lui mi dicesse Beppe è soltanto cipria»). Ma qui ormai è rimasto spazio solo per ricordarne altri due. Giorgio Bocca (quello a cui si intuisce Feltri volle più bene, il suo «miglior nemico», «scrittura torrentizia», «duro e crudo», che non sopportava che venisse rivangato il suo passato, che viveva come marchio ignominioso. «Non si accorgeva che era rimasto fascista, e lo rimase per tutta la sua esistenza. Bocca era fascista nel temperamento, quantunque non più nei principi»). E naturalmente Oriana Fallaci. L'amica, la collega, la maestra, «la perfezionista ossessiva». Ma per raccontare la loro storia, non basta un articolo di giornale. Ci vorrebbe un capitolo intero. E solo Feltri lo può scrivere. È il quarto.

Chi è Marcello Foa? Un giornalista perbene: la RAI lo merita? Scrive il 6 agosto 2018 Stefano Lorenzetto su "Il Giornale". Riprendo nel mio Blog un ritratto di Marcello Foa, scritto da chi lo conosce davvero bene e pubblicato dal quotidiano “L’ Arena” di Verona Domenica 5 agosto. Silvio Berlusconi è andato a farsi ossigenare il sangue all’ospedale San Raffaele, ma temo che qualcosa sia andato storto nel microcircolo, perché le sue sinapsi non sembrano aver tratto beneficio dalla terapia. Solo un marcato ottenebramento cerebrale può infatti giustificare il pasticcio che il leader di Forza Italia ha combinato in Rai. Marcello Foa, designato dalla Lega (ma anche dal Movimento 5 stelle) alla presidenza del servizio pubblico, è stato per 22 anni stimato e stipendiato dall’editore Berlusconi quale caporedattore e inviato speciale del Giornale. Adesso però il politico Berlusconi tutto d’un tratto si accorge che non gli piace più per questioni di metodo: Matteo Salvini avrebbe dovuto discutere preventivamente con lui la candidatura. In tal modo l’ex Cavaliere, ridotto a tenere insieme i cocci di un partito che arranca attorno all’8 per cento in attesa di autoestinguersi, ha incassato la prima vittoria dopo ripetute batoste elettorali. Complimenti. Pirro non avrebbe saputo fare di meglio. Secondo me, l’astuto Salvini, che finora ha portato a spasso l’amico Silvio in tutti i modi, ha creato di proposito l’incidente. Imponendo il nome di Foa, ha sospinto Forza Italia in un cul de sac (più cul che sac), e ora potrà annettersi con comodo le residue truppe azzurre, avendo buon gioco nel predicare che Berlusconi ha impallinato un suo ex dipendente pur di dare manforte al Pd e alle altre forze – parola grossa – di sinistra, che non lo volevano alla guida della Rai in quanto sovranista, antieuropeista, populista, no euro, filo Putin, e via demonizzando. Per poter azzoppare il successore di Monica Maggioni, la sgangherata compagnia di giro è stata costretta a ravanare su Twitter. Alla fine lo hanno impiccato a un sostantivo, «disgusto», utilizzato tempo fa per commentare una dichiarazione del presidente Sergio Mattarella. Esercizi di una ridicolaggine assoluta: se si andasse a scartabellare in archivio fra tweet o articoli vergati in passato dai detrattori di Foa, salterebbe fuori materia più che sufficiente per provocare un’ecatombe. Ma l’uomo del giorno è davvero come viene descritto dalla stampa? Poteva trasformarlo in babau solo chi non lo aveva mai visto in faccia prima d’ora. Siccome io ci ho lavorato insieme per anni, ho stentato a riconoscerlo nelle ricostruzioni giornalistiche. Quando Concetto Vecchio di Repubblica mi ha cercato al cellulare per chiedermi chi diavolo fosse questo Foa, da pochi minuti indicato come presidente della Rai, mi trovavo in una clinica psichiatrica (tranquilli, non come paziente), quindi nel luogo più idoneo per esprimermi sulle vicende di viale Mazzini. Da sempre esse hanno connotazioni manicomiali, come potrebbe ben testimoniare il nostro concittadino Alfredo Meocci, che di quella gabbia di matti fu per una breve stagione il direttore generale. Al telefono con Vecchio, la prima definizione che mi è salita alle labbra per Foa è stata di due parole: persona perbene. Nei giorni successivi ho avuto la consolazione di sentir ripetere questo stesso giudizio da molti esponenti delle istituzioni e dei partiti che hanno avuto modo di apprezzarne la correttezza. Segno che sul suo conto non mi ero sbagliato. Come abbia potuto proprio Berlusconi porsi alla guida della canea di mestatori che hanno trasformato Foa nella controfigura di Belzebù, è per me incomprensibile. Devono avergli forzato la mano i falchi. Del resto è notorio che, escluso il fidato Gianni Letta, l’uomo si avvale da anni di una corte di consiglieri poco consigliabili, alcuni dei quali, essendo da lui lautamente retribuiti, hanno tutto l’interesse ad appiccare incendi per poi ricavare profitti dal loro spegnimento. O davvero l’ex presidente del Consiglio pensa che Foa sia inadatto a governare la Rai a causa di qualche vecchio tweet un po’ urticante? Vorrebbe dire che si è rimangiato quanto mi disse in un’intervista nel 2000. Gli ricordai che Giancarlo Galan aveva definito Umberto Bossi un «pazzo furioso», sostenendo che «con lui non è nemmeno il caso di prendere un caffè», e gli chiesi dunque per quale motivo fosse tornato ad allearsi con il Senatùr che lo aveva tradito. «Sticks and stones will break my bones, but names will never hurt me», mi rispose Berlusconi con un detto anglosassone. Cioè: bastoni e pietre mi spezzano le ossa, ma gli epiteti mi fanno un baffo. E aggiunse: «Con Bossi ce ne siamo dette di tutti i colori, però è venuto il momento di dare una lezione allo strumentalismo della sinistra, che ieri voleva la Lega tutta per sé». Pare che oggi il leader di Forza Italia abbia cambiato idea, visto che preferisce la sinistra al Carroccio.

Ho lavorato con Foa negli anni Novanta, quando Vittorio Feltri mi arruolò come suo vicedirettore vicario al Giornale, dove il mio collega era stato assunto da Indro Montanelli. Nonostante la giovane età (32 anni), era già capo della redazione esteri, quella messa in piedi dallo stesso Montanelli, comprendente mostri sacri del calibro di Vittorio Dan Segre, uno dei fondatori dello Stato d’Israele, già inviato di guerra al seguito della Brigata ebraica durante la Resistenza in Italia, poi ambasciatore di Tel Aviv e infine corrispondente da Gerusalemme per Le Figaro e il Corriere della Sera. Brillante, poliglotta, autorevole nelle analisi e acuto nei giudizi, già allora Foa aveva un punto di vista su tutto e lo esprimeva sempre con equilibrio, senza acredine, sfoggiando l’invidiabile neutralità del milanese munito di passaporto svizzero. Di quel periodo ricordo due episodi sgradevoli, entrambi provocati da me, non certo da lui. Il primo fu un ordine di servizio per impedirgli di mandare nel mio ufficio un giovanissimo stagista con le pagine di esteri da vistare. L’aspirante redattore infatti dimostrava un’unica dote: rideva in continuazione, specialmente quando gli segnalavi una cappellata nel bozzone. Con il tempo l’apprendista dev’essere parecchio migliorato, perché oggi dirige un quotidiano nazionale. Il secondo episodio accadde una domenica pomeriggio, giorno che di solito mi vedeva da solo al comando. Durante la riunione di redazione, detta in gergo messa cantata, Foa si mise a perorare l’importanza di un avvenimento di sua competenza, chiedendo con decisione una pagina in più per poterlo trattare in modo acconcio. Al che io, già stufo di celebrare quell’assurdo rito pomeridiano, gli ricordai che degli esteri al nostro direttore non importava una benamata cippa. Intendiamoci, la cosa era assolutamente vera. Non appena segnalavi a Feltri qualsiasi fatto che fosse accaduto non dico fuori dai patri confini, ma appena sotto la linea del Po, cominciava a sbuffare. In più, per ragioni di bilancio, lo stratega orobico aveva chiuso tutte le sedi estere del Giornale, lasciando in piedi solo quella di Washington, che tuttavia venne ristretta nel perimetro dell’abitazione di Alberto Pasolini Zanelli, storico corrispondente dagli Stati Uniti. Alfredo Pallavisini, il nostro uomo in Germania, fu declassato a semplice collaboratore; Luca Romano, figlio dell’ex ambasciatore a Mosca, venne richiamato bruscamente da Londra e messo nelle condizioni di doversene andare; Federico Fubini, oggi vicedirettore ad personam del Corriere della Sera, si vide ridimensionare nel ruolo di sentinella a Bruxelles. Foa, che evidentemente già mal tollerava lo svilimento quotidiano del proprio lavoro, quella domenica reagì con fermezza inusitata al mio casermesco rilievo verbale. Non ottenne la pagina in più che reclamava, però dimostrò a tutti gli astanti, e a me per primo, di quale pasta fosse fatto. La stessa che oggi servirebbe ai piani alti dell’azienda radiotelevisiva di Stato: acciaio avvolto nel velluto. Abbiamo ricordato insieme questo episodio lo scorso 10 maggio a Padova (anzi, gliel’ho ricordato io, perché lui se l’era completamente dimenticato: un’ulteriore riprova della sua nobiltà d’animo). Non ci sentivamo e non ci vedevamo da vent’anni esatti. Mi aveva cercato per chiedermi di presentare alla libreria Feltrinelli il suo nuovo libro, “Gli stregoni della notizia Atto secondo”, un seguito del primo saggio uscito con lo stesso titolo nel 2006 da Guerini e associati e adottato come testo da sette università. Quel pomeriggio osservai che, dopo aver letto il sottotitolo, Come si fabbrica informazione al servizio dei go, non ero molto sicuro che l’autore sarebbe arrivato all’indomani. Il pubblico rise di gusto, credendo che fosse una battuta. Passati meno di tre mesi, pare che sia diventata una profezia. Marcello Foa è uno stregone corretto. Durante il dibattito a Padova, per esempio, ha ammesso con franchezza di aver creduto ad alcune colossali menzogne confezionate dagli spin doctor dei padroni del mondo. Una per tutte: quella sulle (inesistenti) armi di distruzione di massa custodite negli arsenali chimici di Saddam Hussein, che consentì al presidente George W. Bush di scatenare la guerra contro il dittatore iracheno, poi condannato all’impiccagione. «Avrei dovuto indagare con più scrupolo e non fidarmi delle verità preconfezionate», si è scusato. Conoscendolo da sempre come strenuo difensore degli Stati Uniti e di Israele, la sua confessione mi ha impressionato.

Laureato in scienze politiche alla Statale di Milano, Foa esordì nel giornalismo a Lugano nel 1984, alla Gazzetta Ticinese, per passare poi al Giornale del Popolo. Cinque anni dopo Montanelli lo chiamò al Giornale, e lì è rimasto fino al 2011, quando lo hanno nominato amministratore delegato del gruppo editoriale Media Ti Holding, che pubblica il Corriere del Ticino, quotidiano della Svizzera italiana fondato nel 1891, e possiede anche Tele Ticino, prima emittente privata della Confederazione elvetica, e Radio 3i, la più ascoltata dai ticinesi. Tra i fondatori dell’Osservatorio europeo di giornalismo, Foa si è specializzato nelle indagini accademiche sulla manipolazione mediatica. È docente di giornalismo internazionale e comunicazione all’Università della Svizzera italiana e per anni ha insegnato la stessa materia al master di giornalismo della Cattolica di Milano. Eppure Paolo Gentiloni ha ironizzato sostenendo che, con Foa presidente, la Rai avrebbe corso il rischio di dover uscire dall’Eurovisione. Nonostante sia di una decina d’anni più vecchio del collega ticinese, l’ex premier del Pd diventò giornalista professionista quando Foa era già da oltre un lustro sulla tolda di comando agli esteri del Giornale. Inoltre Paolo il freddo può vantare nel proprio curriculum unicamente la direzione della Nuova Ecologia, che non è l’edizione italiana del New York Times, bensì il mensile della Legambiente. Ecco, questo è lo spessore professionale di coloro che si sono impancati a giudici di Foa, sbarrandogli il passo in viale Mazzini. Forse temevano che insegnasse ai direttori e ai redattori della Rai come si tiene la schiena dritta. Del resto, per anni costoro si sono contentati di avere come presidente un tizio che una domenica d’estate chiamò al telefono l’unico giornalista di turno, il mio amico Gianni Gennari, ingiungendogli di mandare subito una squadra di tecnici nella sua casa di villeggiatura umbra perché gli si era guastata l’antenna del televisore. Quali benemerenze avrebbe mai potuto vantare Foa agli occhi di gente simile? Il fatto di aver offerto la prima pagina del Corriere del Ticino a Ferruccio de Bortoli, accogliendolo come editorialista quando lasciò per la seconda volta la direzione dell’altro Corriere, quello di via Solferino? Che il mio amico italo-svizzero sia estraneo a certi giochi di Palazzo mi è apparso definitivamente chiaro il giorno del nostro incontro alla Feltrinelli di Padova. Si era portato una decina di numeri del Corriere del Ticino e mi ha chiesto a bruciapelo: «A settembre vorrei procedere con una rinfrescata alla prima pagina. Saresti disposto a darmi una mano?». È talmente raro incontrare giornalisti ancora innamorati del loro mestiere che gli ho risposto d’istinto in modo affermativo. È cominciato così fra di noi uno scambio di idee e di prove grafiche, durato fino al 20 luglio, quando mi ha comunicato che andava in vacanza e che avremmo ripreso in mano il progetto il 1° agosto. Invece una settimana dopo era presidente della Rai. Per me questa è la prova regina che davvero la sua designazione è stata inaspettata, non cercata, e dettata unicamente dalla fiducia professionale che il governo pentastellato ripone in lui. Il giorno in cui la commissione di vigilanza lo ha stoppato, grazie all’inedita alleanza Forza Italia, Pd, Liberi e uguali, gli ho scritto: «Mi spiace. Ma ricorda sempre la frase di Karen Blixen in La mia Africa: “Quando Dio vuole punirci, esaudisce i nostri desideri”. Dio ti vuole bene». Tornatene a Lugano, Marcello. Ci sarà un motivo se andò a morirci in esilio volontario quel galantuomo di Giuseppe Prezzolini, convinto che il popolo italiano si dividesse in due categorie, i furbi e i fessi. Lo scrittore affermava che i fessi hanno dei princìpi, i furbi soltanto dei fini; che i furbi non usano mai parole chiare, i fessi qualche volta; che i fessi si preoccupano di produrre la ricchezza, i furbi solo di distribuirla. E invitava a non confondere i furbi con gli intelligenti, perché quest’ultimi spesso sono fessi pure loro. Mi pare che tu ne abbia avuto la riprova, no?

Prime pagine sul voto in commissione di Vigilanza Rai che non ha approvato la nomina a presidente di Marcello Foa e sulla conseguente crisi tra Lega e Forza Italia, scrive Giovanni Belfiori su Democratica il 2 agosto 2018. L’apertura di quasi tutti i quotidiani in edicola è sul voto della commissione di Vigilanza Rai che non ha approvato la nomina a presidente di Marcello Foa e sulla conseguente crisi dell’alleanza tra Lega e Forza Italia. “No a Foa, scontro sulla Rai”, titola il Corriere della Sera, che nel sommario aggiunge: “Bocciato dalla Vigilanza. L’ira di Salvini: Berlusconi sceglie di stare col Pd”. La Repubblica, su due righe, titola: “Rai, Berlusconi stoppa Salvini. Di Maio: Foa non è l’unica scelta”, mentre Il Messaggero sceglie di puntare sulle conseguenze politiche del voto: “Berlusconi-Salvini, è rottura. Rai, la commissione di Vigilanza boccia Foa alla presidenza: decisivo il non voto di FI. Naufraga il vertice in ospedale, il leader della Lega: «Silvio ha scelto di stare con il Pd»”. Stessa cosa per le aperture in prima pagina della Stampa (La Rai manda in pezzi il centrodestra), Il Giornale (Berlusconi- Salvini, salta tutto), Il Dubbio (Foa o morte! Salvini al Cav: «Stai con il Pd») e Libero Quotidiano, anche se in questo caso il “colpevole” non è Salvini ad aver forzato ma il Cavaliere per non aver accettato: “Berlusconi fa i capricci e sfascia il centrodestra”. Sulle prime pagine di altre testate troviamo diversi argomenti. La Verità, ad esempio, sceglie come notizia principale una decisione dell’Agcom: “Agcom vara il Manuale politicamente corretto” annuncia l’occhiello (la riga sopra il titolo) e il titolo ‘urla’ su due righe: “Con la scusa del razzismo vogliono vietarci di parlare di immigrazione”. Spiega il sommario: “Sulla base di dati del 2016, il presunto garante delle comunicazioni stabilisce che c’è una diretta relazione tra fatti definiti xenofobi e il dibattito pubblico sull’accoglienza. E minaccia sanzioni per chi non si adegua”. Anche l’Avvenire parla in qualche modo di immigrazione, ma lo fa da ben altro punto di vista. Occhiello: “La Svimez rilancia l’allarme sul Meridione da dove vanno via anche gli stranieri. E gli ammalati che possono si curano al Nord”, titolo: “Fuga di Mezzogiorno”, sommario: “In 16 anni 2 milioni di emigrati, la metà giovani Ripresa dimezzata e 600mila famiglie senza lavoro”. I giornali economico-finanziari propongono tre aperture diverse: Il Sole 24 Ore: “Consob, Nava finisce nel mirino del Governo. Da Palazzo Chigi richiesta all’Authority sulla verifica relativa all’incompatibilità”; Italia Oggi: “Ora il fiscovuole sapere tutto. I professionisti dovranno trasmettere all’Agenzia delle entrate i documenti relativi a qualsiasi accordo transfrontaliero. A partire dal 25 giugno 2018”; MF-Milano Finanza: “Messina, sarà un bel dividendo. Intesa Sanpaolo: semestrale mai così buona dal 2008, raggiunti già i due terzi dei risultati 2017”.

La cronaca la prendiamo dall’articolo di Giuseppe Alberto Falci sul Corriere della Sera, a pagina 2: Come previsto è stata fumata nera. La commissione di Vigilanza Rai ha infatti bocciato la nomina di Marcello Foa a presidente di Viale Mazzini. Non sono stati sufficienti i 22 voti ottenuti dall’amministratore delegato del Corriere del Ticino. Per il via libera Foa avrebbe dovuto ottenere 27 voti su 40, ovvero i due terzi della commissione bicamerale. Ma Partito democratico, Forza Italia e Leu, pur essendo presenti, non hanno partecipata al voto. Insomma si ricomincia da zero. «Il metodo era sbagliato, il candidato è stato bocciato e, dunque, va cambiato», si sgola di buon mattino Maurizio Gasparri, azzurro e membro della Vigilanza. Gli fa eco il dem Davide Faraone: «Sconfitta l’arroganza di chi non rispetta le regole». Passano pochi istanti e tocca a Foa prendere la parola: «Mi rimetto alle decisioni dell’azionista». Salvo poi aggiungere che «non ho chiesto alcun incarico nel consiglio che mi è stato proposto dall’azionista. Non posso, pertanto, che mettermi a sua disposizione invitandolo a indicarmi quali siano i passi più opportuni da intraprendere nell’interesse della Rai».

E adesso? Alessandro Di Matteo sulla Stampa, a pagina 6, spiega: Tutto da rifare, ora, e il Pd già minaccia “barricate” e ricorsi al Tar e alla Corte dei conti, se Salvini insisterà su Foa, nonostante la bocciatura. Scenario che preoccupa anche il Quirinale. Il presidente Sergio Mattarella non ha ovviamente poteri in materia, ma certamente auspica soluzioni equilibrate che evitino forzature. Foa ha detto che attende indicazioni dal ministero dell’Economia, ma Tria non vuole entrarci: a me, ha fatto sapere, compete solo la nomina di due consiglieri e l’indicazione dell’a.d. Deve essere Foa, insomma, a decidere cosa fare.

Sul Messaggero, a pagina 8, l’articolo “La lite Salvini Berlusconi spacca il centrodestra” è firmato da Emilio Pucci che dà conto di quel che succede nell’alleanza delle destre che sembra sempre più in crisi: «La Lega faccia dimettere Foa e indichi una donna. La Bianchi Clerici va benissimo», dicono da FI. «Non se ne parla, noi andiamo avanti, il Cda è nel pieno delle funzioni», rispondono dal partito di via Bellerio. Lo scontro sulla Rai nel centrodestra ha raggiunto l’apice. Ieri la rottura, rumorosa. (…) Un incontro mattutino, con Salvini che è corso da Berlusconi all’ospedale San Raffaele di Milano, sembrava aver aperto uno spiraglio. «Solo problemi di comunicazione, il centrodestra si ricompatterà quando rifaremo il nome di Foa», l’iniziale convinzione del vicepremier. In effetti anche in FI spiegano che il Cavaliere, pur insistendo sul metodo sbagliato portato avanti dall’alleato, si era detto possibilista su un’intesa in extremis. La Lega, dicono gli azzurri, ha messo sul tavolo la direzione di una testata giornalistica di viale Mazzini, le altre nomine sugli enti di Stati, le future scelte in vista delle tornate amministrative, la promessa di difendere gli interessi delle aziende del Cavaliere. Ma la porta del dialogo si è subito chiusa: tutti i big di FI – da Ghedini e Letta ai capigruppo Gelmini e Bernini hanno bocciato anche l’eventualità di tirare le trattative fino a settembre. Così nel pomeriggio Berlusconi ha detto no alla riproposizione di Foa: «FI non lo voterà. Il servizio pubblico non può essere espressione unilaterale di una maggioranza». Pronta la replica di Salvini: La Lega prende atto che FI ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento (…) Pronta la risposta dal quotidiano di casa Berlusconi: Il Giornale. A scendere in campo, con un editoriale in prima pagina dal titolo “L’unico inciucio è con Di Maio”, è il direttore Alessandro Sallusti: Non ci sono vincitori né vinti, è solo l’inevitabile epilogo di una vicenda nata male per l’arroganza dell’esecutivo e la strana scelta di Salvini di non coinvolgere nei tempi e modi dovuti gli alleati di coalizione. Ci spiace per Marcello Foa, che di questa storia è vittima incolpevole e forse – lo scopriremo – sacrificale di un braccio di ferro che non riguarda né lui né la tv di Stato ma i futuri assetti politici – ed elettorali – dentro il centrodestra e tra Lega e Cinquestelle. (…) Matteo Salvini, che ieri fuori tempo massimo ha finalmente visto e informato Berlusconi, non l’ha presa bene. (…) Evoca un «nuovo Nazareno» tra Forza Italia e Pd (…) Quell’asse non esiste, né in generale, né tanto meno su questa vicenda. (…) Salvini che accusa Forza Italia di inciuciare coi nemici del centro destra mentre amoreggia con Di Maio e Fico è come il bue che dà del cornuto all’asino.

Sembrano, quasi, versi d’una lirica, e invece sono le parole che concludono l’editoriale, un po’ scanzonato, un po’ drammatico, che il vice direttore del Corriere della Sera, Antonio Polito dedica all’affare Rai. Eccone le ultime righe: Ecco che cosa succede a dimenticare che la democrazia parlamentare non è la dittatura della maggioranza, che leggi e regole non sono un optional, e che vincere le elezioni non è come giocare ad asso pigliatutto. Ne pagherà il prezzo l’azienda, che rimarrà in stand by finché la politica non si accorderà su come spartirsela in altro modo, e che nel frattempo dovrà armarsi di avvocati nel tentativo di districarsi nelle interpretazioni della nuova legge sulla governance varata dal governo Renzi. Sarebbe bastato, potrebbe ancora bastare, un po’ di buon senso per evitarlo. Ma la Rai è stata di nuovo usata come ostaggio di uno scontro politico di ben maggiori proporzioni. Sul governo di Viale Mazzini il centrodestra è infatti esploso come non era successo neanche per la formazione del governo vero e proprio. Matteo Salvini ha apertamente accusato Berlusconi di aver ormai scelto di allearsi con il Pd. Silvio Berlusconi sospetta il leader leghista di essersi costruito apposta un alibi per lanciare l’Opa finale sugli elettori di Forza Italia. Giuseppe Conte, come le stelle, sta a guardare. Non fosse altro per par condicio, ecco, invece, l’incipit dell’editoriale sul caso Rai pubblicato dall’altro grande quotidiano italiano, La Repubblica, e firmato da Massimo Giannini: Ora sappiamo cos’è la «rivoluzione culturale» annunciata da Di Maio e perfezionata da Salvini con le nomine Rai. La presa del potere, a qualunque costo politico e istituzionale. Il governo che si fa Stato, storpiandone le funzioni. Il pugno della maggioranza che si abbatte sul Parlamento, forzandone le regole. Con la scelta di andare avanti comunque con la nomina di Marcello Foa alla presidenza del servizio pubblico radiotelevisivo, nonostante il voto contrario della Commissione di Vigilanza, il piccolo Mao Zedong di Pomigliano e il piccolo Orban di Milano fanno un altro passo verso quello “Stato d’eccezione” di cui abbiamo già visto i prodromi nel respingimento forzato dei migranti e nella “querela di Stato” contro Saviano.

Sempre su Repubblica, da segnalare il commento di Stefano Folli, intitolato “Rai, i quattro paradossi del caso Foa”. Dei quattro, riportiamo il paradosso numero uno, gli altri li trovate a pagina 28 del quotidiano diretto da Mario Calabresi: Il primo paradosso riguarda Matteo Salvini. Qual era l’obiettivo del vice premier? Voleva vincere alle sue condizioni oppure – altra bizzarria voleva perdere dimostrando che Berlusconi ha ormai scelto di stare con il Pd? Nessuno lo ha veramente capito. Pochi giorni prima lo stesso Salvini aveva favorito l’ascesa alla presidenza della Commissione parlamentare di Vigilanza di un uomo Mediaset come Barachini, molto legato al fondatore di Forza Italia. Ora, a parte la stranezza di mettere alla testa della commissione di controllo sulla tv pubblica un esponente (fino a pochi mesi fa) dell’azienda concorrente, sembrava una mossa logica per tutelare il centrodestra. Ma allora perché umiliare subito dopo Berlusconi? Forse per dimostrare al mondo che la destra di Forza Italia è ormai residuale, espressione di una “vecchia Europa” che il vento del 4 marzo sta per spazzare via?

Al di là della nomina del presidente Rai, è interessante leggere la riflessione di un’attenta osservatrice come Flavia Perina, che prova a immaginare quale sarà la veste culturale della nuova Rai vestita di gialloverde. Ecco l’incipit della sua analisi, pubblicata a pagina 7 della Stampa: Oltre le nomine di Serie A, oltre le direzioni delle reti e dei telegiornali, la Rai prossima ventura si annuncia come un’assoluta sorpresa, perché se sappiamo moltissimo sull’idea di televisione della vecchia destra berlusconiana – allegra, scosciata, disinibita – e quasi tutto su quella della sinistra – pedagogica, ecumenica, riflessiva – i gusti e le propensioni del governo del cambiamento sono misteriosi. E non si tratta solo degli interrogativi sui notiziari, sui talk show, sugli artisti (Più Povia meno Fazio? Più Rita Pavone e meno Mannoia?) ma della immaginabile metamorfosi del racconto complessivo, del suo adeguamento al canone estetico-politico proposto da questa maggioranza: piuttosto severo in termini morali, vagamente autarchico e addirittura strapaesano nell’elogio della tradizione, deciso a mancare elementi di discontinuità identitaria.

Come leggono all’estero la mancata nomina di Marcello Foa alla guida della RAI, scrive il 2 agosto 2018 Marta Moriconi su "Lospecialegiornale.it". Come leggono all’estero la mancata nomina di Marcello Foa alla presidenza della RAI? Come una sconfitta. Umiliante. Ma andiamo per ordine. “Berlusconi blocks Rome pick to lead broadcaster” scrivono e “Setback over choice for Rai shows tension between coalition and former premier”. “Berlusconi blocca la scelta di Roma per guidare” la Rai, è il titolo a metà della seconda pagina del Financial Times. Insomma, il caso al centro del focus straniero è l’alleanza in crisi. E il centrodestra in crisi lo è davvero, basta leggere le parole di Mara Carfagna, vice presidente della Camera e deputata di Forza Italia, in una intervista ad Avvenire: “I Cinquestelle ci stanno abituando al peggio e appena vedono una poltrona si siedono. Dalla Lega, però, ci aspettavamo correttezza e condivisione, non che decidessero nel segreto di un vertice a Palazzo Chigi il nome del presidente della tv di Stato senza nemmeno fare una chiamata al principale partito alleato. Continuo a credere che questa esperienza di governo debba essere considerata transitoria e che che la Lega si renderà presto conto che non può andare avanti così”. La maledizione è partita. La profezia è nefasta: la Lega è a rimorchio del M5s, non dura. Peccato che la vedono un po’ diversamente quelli del Financial Times. Molto più concentrati sull’aspetto strategico del “grande capo” Mediaset. “Il governo italiano ha subito un’umiliante sconfitta, dopo che l’ex premier di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha rifiutato di sostenere il candidato della coalizione per guidare la Rai” scrivono. La situazione “mostra la tensione tra Berlusconi e la Lega, si evidenzia nel servizio. La mossa, che non ha niente di personale nei confronti di Foa, potrebbe essere dettata dalla volontà di Berlusconi, di “ottenere qualcosa per il suo partito”, si legge. “La performance della Lega alle elezioni ha permesso a Salvini di sorpassare Berlusconi e diventare il partner” forte “dell’alleanza con Forza Italia. Ma il tre volte premier non è abituato a svolgere un ruolo minore e si aspetta ancora di essere parte del processo decisionale”. Insomma per il Ft trattasi di tattica, sul tavolo c’è qualcosa.

Matteo Salvini da Silvio Berlusconi, clamoroso retroscena: le scuse, le promesse. Poi..., scrive il 2 Agosto 2018 "Libero Quotidiano". Poi c'è stata la "levata di scudi" dei colonnelli di Forza Italia, tra i quali anche Gianni Letta e Antonio Tajani. Ma all'ospedale San Raffaele, ieri mattina da Matteo Salvini erano arrivate a Silvio Berlusconi scuse, promesse e impegni per il futuro. Il clamoroso retroscena lo riporta dagospia.com, che racconta come ieri mattina alle 8, prima del voto della Commissione di vigilanza Rai sulla candidatura di Marcello Foa a presidente della Rai, il leader leghista fosse arrivato col ramoscello d'ulivo al capezzale del leader di Forza Italia.

Scusandosi per i tempi e i modi con cui era stato proposto il nome di Foza ("pensavo che un ex inviato de Il Giornale non ti avrebbe creato problemi", avrebbe detto Salvini al Cav). E ancora, promesse: "Ti do la mia parola d’onore che tutte le prossime nomine Rai le condividerò con te. Tu hai altri interessi rispetto ai Tg: chi dirige i palinsesti, i direttori di Rete, eccetera. C’è spazio per tutti”, ha cercato di tranquillizzarlo il marpione". E addirittura impegni per un futuro insieme: "Sicuramente ho sbagliato a non avvisarti su Foa. Ma possiamo iniziare un nuovo percorso insieme. Io, tu lo sai, non posso restare a lungo con i 5Stelle: abbiamo delle discrepanze politiche che non è possibile conciliare. Silvio, ci presenteremo insieme alle elezioni europee e tu sarai di nuovo candidato…”. Fino a: “Finché tu ti occuperai di politica non prenderò nessuno dei tuoi”.

Silvio Berlusconi, il retroscena in Forza Italia: la coltellata con cui Gianni Letta lo ha messo ko, scrive il 2 Agosto 2018 "Libero Quotidiano". Dentro Forza Italia il nome di Marcello Foa ha scatenato tensioni degenerate fino alle minacce tra Silvio Berlusconi e i dirigenti azzurri a lui più vicini. A cominciare da Niccolò Ghedini e Gianni Letta, come riporta un retroscena del Fatto quotidiano, che alla fine dell'incontro tra il Cav e Matteo Salvini nella suite dell'ospedale San Raffaele, hanno affrontato l'ex premier con toni decisi: "Silvio, Forza Italia ci rimette la faccia ma più di tutto ce la rimetteresti tu". Berlusconi era quasi convinto a cedere sul nome di Foa, dopo lo scontro sul voto del mattino in Commissione di Vigilanza Rai che aveva affossato il candidato avanzato dalla Lega. La rabbia degli azzurri sta tutta nel metodo leghista, inaccettabile anche una sola volta, così che possa creare un precedente. La Lega avrebbe scelto il nome di Foa senza consultare gli alleati, proponendolo a giochi praticamente fatti. La rivolta nel partito del Cav ha raggiunto picchi inaspettati con la telefonata del vice Antonio Tajani, durisismo con Berlusconi: "Presidente se torni indietro, io mi dimetto da vice". A quel punto Berlusconi non ha potuto far altro che assecondare la volontà dei gruppi parlamentari e quindi dell'ala "moderata" di Forza Italia, quella sempre più distante dalla Lega, sempre più vicina al Pd.

INTRIGO RAI. Il piano di Tajani (e della Merkel) per consegnare Berlusconi a Renzi. Forza Italia e Lega sono ai ferri corti. Antonio Tajani lavora a un nuovo Nazareno reso evidente dal progetto Altra Italia. Cosa farà Berlusconi? Scrive Mara Maldo il 2 agosto 2018 "Il Sussidiario". “L’alleanza con i 5 Stelle è di Governo, per le altre scadenze elettorali la Lega è protagonista del centrodestra. Noi siamo convinti di questo: Berlusconi con cui ho parlato questa mattina in ospedale è convinto di questo”. Lo ha detto il segretario della Lega e ministro dell’Interno, Matteo Salvini. “Forse - ha concluso - c’è qualcuno in Forza Italia che ha altre ambizioni. Si chiariscano, noi stiamo fermi non abbiamo fretta”. La Lega non molla insomma e toglie l’alibi a Forza Italia di voler abbandonare la tradizionale alleanza di centrodestra proprio denunciando quel “qualcuno” vicino a Berlusconi che vorrebbe tornare alla stagione del Nazareno e agli accordi col Pd. Quel qualcuno è Antonio Tajani, Presidente del Parlamento europeo, gradito ai burocrati di Bruxelles, e convinto di poter essere rieletto a capo della assemblea di Strasburgo se porterà alla Merkel lo scalpo di una rottura di Salvini con Berlusconi. Come stanno le cose lo sa l’informatissima Licia Ronzulli, nuova ombra di Berlusconi, che ha soffiato nell’orecchio del Cavaliere i retroscena del piano dell’ex redattore de Il Giornale e perciò, tra l’altro, animato da avversione personale verso l’ex collega Marcello Foa. Il discorso letto con fatica da Silvio alla riunione dei parlamentari di Forza Italia è scritto da Andrea Orsini, uomo di fiducia di Antonio Tajani e con lui componente anni addietro della corrente di Claudio Scajola: parla con enfasi di un progetto anti-populista chiamato Altra Italia. Troppo simile all’hashtag “altra cosa” con cui Matteo Renzi si propone come alternativa alla maggioranza gialloverde. Questo è il piano dei pretoriani che Matteo Salvini ha svelato a Berlusconi nella stanza di ospedale del S. Raffaele, ieri, spiegandogli su suggerimento della Ronzulli gli enormi rischi che corre lui con le sue aziende se cercherà lo scontro frontale con il governo populista. Berlusconi è uomo pratico. Recepirà il messaggio? Farà l’ennesimo voltafaccia a effetto? O preferirà investire tramite il ligio Tajani sul nuovo conduttore di prima serata di Mediaset Matteo Renzi? “Ecco il grande errore di sempre: immaginarsi che gli esseri pensino ciò che dicono”. Sono parole di Jacques Lacan uno dei più grandi psicoanalisti della storia. Uno bravo, come ama dire Salvini. Ed è certo che di uno bravo ha bisogno il centrodestra italiano.

Vittorio Feltri l'1 agosto 2018 su "Libero Quotidiano" contro Silvio Berlusconi per il no a Marcello Foa: "Vile ripicca, perché non va bene?" Sul caso di Marcello Foa, la cui ascesa alla presidenza della Rai è stata fermata dal "niet" di Forza Italia, Vittorio Feltri mostra di avere le idee chiare. Secondo il direttore di Libero, quella di Silvio Berlusconi è stata una "vile ripicca" nei confronti di Matteo Salvini, dovuta al fatto che il leghista non lo aveva interpellato prima della nomina. Nulla di personale contro Foa, dunque, ma ragioni più personali che politiche. E ancora, Feltri ha aggiunto: "Non capisco perché Berlusconi non gradisca più Foa, che è un uomo suo e che è stato stipendiato da lui". Una decisione, quella del Cav, che rischia di far saltare definitivamente l'alleanza di centrodestra.

Senaldi il 2 Agosto 2018 su "Libero Quotidiano", il capriccio di Berlusconi sulla Rai: cosa rischia adesso l'Italia. La premessa è che a Libero della presidenza Rai importa poco o nulla, come a tutti gli italiani sani di mente. È una carica prestigiosa ma per lo più onorifica. Inoltre, non dura. Due, tre, quattro anni se va bene, poi tocca salutare senza aver fatto niente o quasi. Cosa lascia di memorabile la Maggioni, presidente uscente? Era giornalista di punta a viale Mazzini, un direttore, faceva servizi faziosi anche se interessanti, la guida del baraccone l'ha costretta all' immobilismo. Tocca però tornare sulla questione, seppure sia banale, perché intorno a essa volano gli stracci nel centrodestra. La Lega, dopo aver fatto scegliere a M5S il vero capo della tv pubblica, l'amministratore delegato Fabrizio Salini, uomo di tv, ha individuato Marcello Foa come presidente. È un giornalista di lungo corso, attuale direttore del gruppo editoriale del Corriere del Ticino, per vent' anni e passa alle dipendenze della famiglia Berlusconi al Giornale, dove lo introdusse Indro Montanelli, non proprio un signor nessuno. Per la sinistra è un sovranista, in realtà è solo un grande esperto di Esteri che racconta il mondo senza pregiudizi né paraocchi; pertanto talvolta gli è capitato di cantarne quattro all' inconsistente Ue o a quel disastro di Obama. La scelta di Foa è stata sostenuta, oltre che dal governo, da Fratelli d' Italia. Inspiegabilmente non da Forza Italia, che fa i capricci e ieri non ha garantito al presidente il quorum necessario all' insediamento ufficiale. Gli azzurri fanno sapere di non avercela con l'uomo. E come potrebbero? Il Giornale lo ha stipendiato più a lungo di Alessandro Sallusti, direttore della testata ab immemorabili e Marcello ha tuttora un blog che campeggia in bella vista sulla pagina di copertina del sito internet del quotidiano? Quel che offende i forzisti è il modo: Salvini ha scelto senza consultare preventivamente Berlusconi, che avrebbe gradito sedersi al tavolo della complicata partita delle nomine Rai, direttori dei tg, posizioni di sottopotere, capi area, pubblicità. Aspirazione legittima, ma per la quale si è tuttora in tempo. La Lega ha fatto sapere di essere pronta a condividere la pratica. Rimembri ancor... - E allora perché la rottura, che più che far male alla Rai ne fa tanto al centrodestra, al punto che rischia di demolirlo? Certo i rapporti nella coalizione non si sono mai rinsaldati dopo il sorpasso del 4 marzo della Lega ai danni di Forza Italia. Berlusconi è convinto che il governo gialloblu duri poco e attende il ritorno del figliol prodigo leghista, sul quale vorrebbe tornare a prevalere nelle urne al prossimo giro. Matteo non si sente figlio e non ha fretta di rientrare nella casa comune, convinto di diventare ogni mese sempre più forte rispetto all' alleato. La vicenda ne ricorda un'altra, andata in scena tre anni e mezzo fa, e conclusasi tragicamente per Forza Italia, che da lì, e non dalla condanna, iniziò il vero declino. Gennaio 2015, elezione del presidente della Repubblica. Berlusconi tira fuori dallo stanzino delle scope l'ex socialista Giuliano Amato - sì, quello del prelievo forzoso nottetempo sui conti correnti degli italiani -, ma ne parla prima con D' Alema che con l'allora premier Renzi. Al fiorentino salta la mosca al naso, se ne risente e decide di fare di testa sua, insediando Mattarella. Silvio si sente pugnalato, non si fida più del leader del Pd, fino al giorno prima considerato l'unico in grado di succedergli, smette di appoggiare l'esecutivo e fa saltare il Patto del Nazareno. Risultato, gli azzurri si spaccano, il delfino senza quid Alfano si stacca e sostiene Renzi, condannando tutti e tre gli attori in commedia. Fu quella rottura una decisione foriera di lutti quanto immotivata. Che fastidio dava Mattarella a Berlusconi? Nessuno. È un giurista, un garante delle istituzioni, democratico, apprezzato dagli italiani per la sua ricercata scarsa visibilità, perché parla poco e, nonostante sia stato al governo mezzo secolo, non si è arricchito a spese loro. Un profilo rassicurante e pacato, un uomo di casa. Come Foa. La battaglia sulla Rai non è importante quanto quella per il Quirinale, ma ciò è solo un motivo in più per non farne questione di vita o di morte. Forza Italia è in difficoltà. La sua attrattività verso gli elettori è data dall' essere radicata nel centrodestra. Non è saggio pensare di rompere su un affare secondario come la presidenza Rai e sperare di essere compresa dall' elettorato. L' orgoglio è una virtù però questa vicenda sa di impuntatura e mercanteggio e di queste pratiche i cittadini ne hanno fin sopra i capelli. Il sostituto - Errare è umano, perseverare è diabolico. Berlusconi si faccia ispirare dalla saggia Meloni, si sieda al tavolo, ottenga qualcosa e rappattumi il centrodestra, che è l'unica certezza alla quale gli italiani di buonsenso possono aggrapparsi di questi tempi. Fuori, gli altri già godono. Il Pd ha fatto cadere gli azzurri nel suo trappolone, Di Maio è già pronto a sostituire Foa con un nome che potrebbe essere ancora più urticante per il Cavaliere. Un piddino per esempio, o Mario Giordano. Foa è brava persona e uomo di memoria lunga, di lui il Cavaliere si può fidare, non gli farà scherzi. Almeno lui, Silvio, difenda il suo blogger, visto che il suo giornale, pur pubblicandolo, non lo fa. Il presidente della Rai interessa al pubblico meno di un programma di Costantino della Gherardesca o di Santoro, non vale il centrodestra, neppure quello che ne rimane. Pietro Senaldi

Santanchè (FdI) sulla mancata nomina di Foa in RAI: "Se ha un difetto Berlusconi è che non sa comandare". Daniela Santanchè su “la 7” il 2 agosto 2018 si dice incredula del polverone intorno alla mancata nomina di Marcello Foa a Presidente della RAI, un Presidente che ha solo una carica istituzionale poiché sarà l'A.D Fabrizio Salini ad avere le redini della gestione dell'azienda. Il Paese reale, che deve affronatre problemi reali, guarda a questa vicenda con uno sguardo molto poco interessato. Il vero problema è politico: sulla leadership del centrodestra.

Matteo Salvini contro Berlusconi: "Spieghi il no a Foa. Preferisce il Pd". Salvini: meglio avere il figlio di Foa con me, che avere il figlio di un consigliere del Pd che lancia uova, scrive Venerdì, 3 agosto 2018, Affari Italiani. Usa parole dure Matteo Salvini su Silvio Berlusconi in merito alla vicenda Rai e al blocco della nomina di Marcello Foa a presidente.  "L'unico che deve spiegare qualcosa agli italiani è Berlusconi - ha detto il ministro dell'Interno intervistato da SkyTg24 -. Mi chiedo come fa a dire no a Marcello Foa, un giornalista libero e liberale, allievo di Montanelli". "La Lega - spiega - è e deve rimanere nel centrodestra. Vedo invece che Forza Italia spesso preferisce allearsi con il Pd e votare con il Pd. Io sono sempre stato rispettoso, leale e coerente, se qualcuno preferisce Renzi a Salvini lo spieghi agli italiani". Il leader della Lega è anche tornato sulla vicenda del figlio del candidato presidente della Rai. "Meglio avere il figlio di un giornalista obiettivo con me, che avere il figlio di un consigliere del Pd che lancia le uova alla gente a Torino", ha detto replicando così alle accuse di avere nel suo staff il figlio del candidato presidente Rai Marcello Foa. "I tre quarti dei giornalisti italiani hanno occupato le pagine parlando di un'atleta vittima di un attacco razzista: sciocchezze, erano tre figli di papà che si divertivano a lanciare uova. Aspetto le scuse alla Lega e agli italiani", conclude Salvini. "Abbiamo un'economia salda, imprenditori eroici" e "la rivoluzione fiscale renderà più appetibile investire in Italia", ha detto poi Salvini, spiegando che il paese non corre rischi di default economico. "Flat tax e smontaggio Fornero, saranno nella manovra", assicura ancora. "Se Spread arrivasse a 400? Tanti investitori esteri non vedono l'ora di investire da noi, dobbiamo fare riforma fiscale", dice Salvini, garantendo che non ci sono rischi. Nessun ripensamento neppure sull Tav. "Sulla Tav si va avanti e non si torna indietro", ha assicurato. "Faccio appello alla procura di Genova: se mi dite dove sono i soldi che avremmo in giro per il mondo, li vado a prendere io"., sono state le parole del ministro rivolgendosi agli inquirenti che indagano sui 49 milioni di euro della Lega, al centro dell'indagine sulla truffa sui falsi rimborsi. "Stanno spendendo denaro pubblico per andare a cercare soldi che non ci sono. Spero che qualcuno risarcisca gli italiani di questo denaro pubblico speso per cercare soldi su conti inesistenti", conclude il ministro dell'Interno. "Stiamo lavorando al decreto sicurezza su tanti fronti: dalla lotta alla mafia, alla droga, alle dipendenze, al terrorismo e all'immigrazione", ha annunciato Salvini. Sul fronte migranti, in particolare, ci saranno "rimpatri più veloci e accordi con i paesi di origine, perché ora abbiamo accordi solo con quattro paesi: funziona quello con la Tunisia. Ne servono altri con Nigeria, Senegal, Gambia, Costa d'Avorio, Mali". "Sono stato in Libia. Sarò presto anche in Marocco e Algeria. L'obiettivo è controllare i confini sud dei paesi di partenza e transito", ha concluso il vicepremier. "Stiamo preparando un progetto da un miliardo per sostenere economia e lavoro delle persone in Africa, puntando su agricoltura, pesca e commercio", ha spiegato sottolineando che "il governo M5S-Lega farà quello che la sinistra non ha mai fatto".

[Il retroscena] Il centrodestra è morto. E Salvini lancia ufficialmente l’opa su Forza Italia: “Elettori venite con me”. Finisce così l’alleanza di centrodestra. Berlusconi si ribella alle decisioni unilaterali dell’alleato e ordina il secondo No alla presidenza di Foa. La Rai è solo l’occasione per bocciare il metodo di questi cinque mesi. In mattinata la visita del leader della Lega al Cavaliere. Poi, nel pomeriggio, un duro scontro di comunicati. E questa volta sembra proprio un addio, scrive l'1 agosto 2018 Claudia Fusani, giornalista parlamentare, su Tiscali. Salvini s’è preso un cartellino giallo e ha capito che, dicono in Forza Italia, “non può fare sempre gli pare”. Berlusconi ha potuto indossare come un tempo e almeno per un po’ i panni del leader arbitro di un’alleanza politica in forte crisi ed evoluzione. Alla fine entrambi sembrano essersi dati il cartellino rosso, espulsione reciproca del recinto del centrodestra. La bocciatura di Foa alla Presidenza – carica di prestigio ma di scarso potere politico - diventa quindi la cartina di tornasole per leggere come stanno evolvendo almeno tre partite in corso: il governo giallo-verde; ’alleanza Lega e Forza Italia; i rapporti di forza dentro Forza Italia, dove una parte tifa da tempo per il partito unico – Lega Italia – a guida Salvini e l’altra parte, liberale e moderata, resiste invece alla prospettiva di essere inghiottiti dal traino leghista-sovranista. 

Durante tutta la giornata fino a sera lo scontro tra Salvini e Berlusconi è un crescendo di ultimatum che fissano uno dei momenti di maggiore tensione tra i due leader. La fine dell’alleanza di centrodestra conosciuta in questi vent’anni? L’inizio di una nuova destra sovranista e nazionalista e populista che tenta di fare asso-piglia-tutto nel centro destra e anche tra i 5 Stelle? Si aprono vari scenari che ne aprono a loro volta altri. Ad esempio, la fuga di parlamentari dai banchi di Forza Italia a quelli della Lega.

Lo stallo. Prima di tutto c’è da risolvere lo stallo sulla Rai e sulla sua presidenza. Il Cda si è riunito nel pomeriggio alle 14 e 30 al settimo piano di viale Mazzini. Tutti in attesa di una soluzione alla fumata nera della mattina in Vigilanza dove “solo” 23 parlamentari (Lega, M5s, Fdi) hanno ritirato la scheda e votato per il designato Marcello Foa. Pd, LeU e, soprattutto, Forza Italia non hanno ritirato la scheda e non hanno votato non facendo così scattare il quorum per l’elezione. Uno stop clamoroso ad un’operazione che Salvini e Di Maio, soprattutto il primo, hanno considerato troppo ovvia e scontata. Figlio di due diversi tipi di opposizione. Forza Italia ha denunciato “l’assenza di quel metodo condiviso necessario per la nomina del Presidente Rai che necessita per legge dei 2/3 dei voti della Vigilanza”. La scelta di Foa, quindi, sarebbe stata un atto di arroganza politica che ha fatto molto arrabbiare Berlusconi. Il Pd e LeU hanno invece bocciato il profilo professionale di Foa, “sovranista”, “amico di Putin e Trump”, “collaboratore di siti che producono fakenews”, “offensivo del ruolo del Capo dello Stato”.  Il Cda non ha deciso nulla ed è stato rinviato a domani. In attesa che arrivino comunicazioni chiare dai partiti di maggioranza e di opposizione. Da Forza Italia, soprattutto.

Salvini corre da Berlusconi. Dopo la clamorosa bocciatura in Vigilanza, motivo per cui stamani a Montecitorio nella pause delle votazioni sul decreto dignità i deputati di Fi scambiavano soddisfatti l’uno con l’altro il pollice in alto in segno di vittoria, Salvini ha interrotto la vacanza a Rimini ed è andato a Milano. Un faccia a faccia con Berlusconi che da tre giorni sta facendo controlli di routine alla clinica San Raffaele. L’incontro tra i due ha, ovviamente, letture diverse. Secondo fonti azzurre, Salvini “ha ammesso di aver sbagliato nel procedere con l’indicazione su Foa senza parlarne prima con Berlusconi che è sempre stato un alleato fedele anche quando la Lega e Salvini stavano al 4%”. Fonti di via Bellerio si limitano a parlare di “un primo incontro di persona franco e pacato”. Il contenuto lo racconta poco dopo il leader della Lega che, tornato a Milano Marittima, approfitta della conferenza stampa sulla festa locale del partito per fissare il punto della situazione. Ammette il “problema di metodo, se c’è stato lo supereremo” segno che in effetti ne ha parlato con Berlusconi. “A me interessa il merito” ha aggiunto – “Marcello Foa è una persona apprezzata e stimata in Italia e nel mondo. Ha il profilo giusto per fare il Presidente della Rai”. Dunque Salvini tiene ferma la casella di Foa pur essendo disposto a cambiare metodo, in sostanza ad avere il via libera di Berlusconi prima di procedere a nuove votazioni. Anche Di Maio sembra voler insistere su Foa anche se “è indispensabile l’intesa tra le forze politiche. Se non c'è intesa, mi pare chiaro che il nome di Foa non può tornare. Lo dice la legge, non io”.

La resilienza del Cavaliere. Alle 17 e 30, dopo che tutti hanno parlato e il Cda ha rinviato a stamani con un Foa sorridente ma silenzioso, arriva il comunicato di Berlusconi. Che non retrocede di un passo. Anzi, poiché la vulgata in Parlamento è che tutto sommato, dopo qualche ammuina, si può anche rivotare Foa (come dicono Salvini e Di Maio), il Cavaliere è più che mai esplicito: “E’ stato anche appurato che l’eventuale riproposizione dello stesso nome (Foa, ndr) alla Commissione di vigilanza presenta problemi giuridici non superabili, e quindi lo stesso nome non potrà essere votato da Forza Italia”. E così “nonno Silvio” assesta il secondo duro colpo alla maggioranza giallo-verde nel giro di poche ore. Un uno-due su cui pochi avrebbero scommesso. Dice un deputato azzurro che diffida del ruolo debordante di Salvini: “Le quinte colonne leghiste dentro Forza Italia sono avvisate. E dire che ancora stamani queste persone erano convinte che in Vigilanza sarebbe comunque passato Foa”. Dopo pochi minuti arriva la replica di Salvini. “La Lega prende atto che Forza Italia ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento. Dispiaciuti continuiamo su questa strada sicuri che gli italiani e gli elettori del centrodestra (come dimostrano tutti i sondaggi) avranno le idee chiare”. E’ l’opa di Salvini su Forza Italia. Spesso sussurrata, temuta, a volte invocata dai coprotagonisti dell’alleanza di centrodestra, mai l’offerta di pubblico acquisto, l’opa appunto, all’elettorato azzurro era stata così esplicita. Anche se la notte dovesse smussare gli angoli e portare a più miti consigli, la strada imboccata oggi da Salvini e da Berlusconi sembra senza ritorno.

Tre opzioni per una via d’uscita. Il Cda è convocato domattina alle 11. Le vie d’uscita per risolvere lo stallo Rai a questo punto sono tre. Una è “politicamente” traumatica: prevede la dimissioni di Foa e l’obbligo per il governo, il ministro Tria, di indicare un’altra persona. Sarebbe la soluzione più lineare ma più “costosa” per la maggioranza che dovrebbe ammettere di aver fallito in un compito poi non così difficile come la nomina del Presidente Rai. 

La seconda opzione è il braccio di ferro. Foa non si dimette e presiede il Cda da consigliere anziano. In questo ruolo può fare le nomine dei vari direttori – sei caselle che scottano – oppure procedere alla votazione in cda di un altro Presidente tra i sei consiglieri. La terza opzione è quella a cui ha lavorato tutto il giorno Salvini ma è stata bocciata seccamente da Berlusconi: riproporre in Vigilanza il nome di Foa che, in fondo, non è stato bocciato ma, diversamente, non ha raggiunto il quorum. Contro questa ipotesi c’è stata un’immediata levata di scudi del Pd, da Renzi a Marcucci passando per Anzaldi e Margiotta. “La Vigilanza non potrà votare un'altra volta su Marcello Foa. Se il leader della Lega insiste, il Pd è pronto ad assumere qualsiasi iniziativa politica e legale, a tutela della legge”. Il voto di stamani, si spiega, “equivale ad un emendamento bocciato che quindi non può essere ripresentato”. Un ex giornalista de Il Giornale (Foa) che fa implodere il centrodestra. Tra i tanti modi in cui uno poteva immaginare la fine del centrodestra, questo è il più incredibile.

Rai: Martina, Foa proposta estremista, scrive l'Ansa il 3 agosto 2018 su "Ilgiornaledivicenza.it. E' importante che questa forzatura di metodo e merito venga superata, ha fatto bene Forza Italia a respingere i diktat della Lega". Lo afferma il segretario del Pd Maurizio Martina parlando delle nomine Rai a Radio Anch'io. Martina si augura che la Lega e i 5 stelle cambino linea bloccando una proposta "estremista" come quella di Marcello Foa. "La nomina di Foa riflette gli umori del paese? Direi di no", aggiunge Martina. "Il presidente della Rai deve rispondere a criteri e funzioni di garanzia", conclude.

Chi è Marcello Foa, candidato alla presidenza Rai, tra Salvini, Bannon e Putin. I rapporti stretti con la Lega, quelli con il M5S, gli articoli per i media di Mosca, l'incontro con l'ex guru di Trump: la rete sovranista del nuovo potente della tivù di Stato, scrive il 27 luglio 2018 "L'Espresso". Giusto dieci giorni fa Marcello Foa annunciava querela contro L'Espresso: oggi è stato indicato dal governo gialloverde come nuovo presidente della Rai. Nell'inchiesta di Vittorio Malagutti sulla rete dei sovranisti europei, L'Espresso aveva infatti raccontato i rapporti tra Foa, il mondo leghista, quello pentastellato e le voci di Putin in Italia. L'inchiesta partiva da Sestu, vicino a Cagliari, dove ci sono gli uffici della Moving Fast Media, società da cui dipende il sito di news “Silenzi e Falsità” che dichiara l’ambizioso obiettivo di raccontare “quello che i media non dicono”. La linea politica del sito è chiara. Pieno appoggio al governo Conte e titoli enfatici per attaccare quelli che vengono descritti come i nemici dell’esecutivo, partiti o giornali. A tirare le fila dell’iniziativa è Marcello Dettori, 28 anni, fratello di Pietro, classe 1986, a lungo collaboratore di Gianroberto Casaleggio e poi di suo figlio Davide, oggi uno dei quattro soci della piattaforma Rousseau. Anche Marcello Dettori, il gestore di Silenzi e Falsità, ha lavorato due anni (da ottobre 2013 a dicembre 2015) alla Casaleggio associati. Moving Fast Media è stata costituita pochi mesi fa, a dicembre del 2017, ma nel frattempo il più giovane dei Dettori si era già messo in proprio come consulente. Tra i clienti, tre in tutto, compare anche una società di Lugano: la MediaTi holding. A questa sigla fa capo il più importante gruppo editoriale della Svizzera italiana, proprietario del Corriere del Ticino, un quotidiano, a cui si aggiungono televisione, radio e un sito di news. Che cosa c’entra il consulente a Cinque Stelle con questi media che battono bandiera elvetica? C’è un nome, una persona, che fa da anello di congiunzione tra due mondi in apparenza distanti. È appunto Marcello Foa, amministratore delegato della Società editrice del Corriere del Ticino, che l’anno scorso ha assorbito MediaTi holding. Doppia cittadinanza, italiana e svizzera, giornalista, blogger e saggista, il nuovo presidente della Rai ha 55 anni ed è impegnato in prima linea nella battaglia sovranista. Ha lavorato a lungo per il Giornale, alla redazione esteri e come responsabile del sito. Poi, nel 2011, il salto a Lugano, da manager di punta del gruppo Corriere del Ticino. Sarà stata forse la fretta o l'emozione di comunicare ai suoi fan su Facebook la nuova nomina: sta di fatto che al nuovo presidente della Rai Marcello Foa, nel suo messaggio sul social network, è scappata una H di troppo. "Mi impegno sin d’ora per riformare la Rai nel segno della meritocrazia e di un servizio pubblico davvero vicino agli interessi e hai bisogni dei cittadini italiani", si legge sulla pagina di Foa. Foa non ha mai nascosto il suo sostegno a Salvini, mentre sul fronte Cinque Stelle i legami con Dettori junior si sono consolidati nel tempo. Il sito Silenzi e Falsità ospita spesso interventi del giornalista italo-svizzero. Sulla sua pagina Facebook, il manager del Corriere del Ticino non manca mai di segnalare anche i suoi interventi da opinionista per Russia Today, la tv via satellite in lingua inglese controllata dal governo di Mosca. Foa conosce bene Salvini. Il 14 giugno scorso, l’ultimo libro di del giornalista (“Gli stregoni della notizia, atto secondo”) è stato presentato a Milano e il ministro dell’Interno, annunciato come “special guest”, si è materializzato con un videointervento. L’incontro pubblico è stato organizzato, secondo quanto recita la locandina, dall’Associazione Più Voci, la stessa che, come rivelato da L’Espresso, ha ricevuto un contributo non dichiarato di 250 mila euro dal costruttore Luca Parnasi, arrestato tre settimane fa. Molto meno pubblicizzata è stata la presenza di Foa a un altro evento dal significato politico ben più rilevante. L’8 marzo scorso, pochi giorni dopo le elezioni, a Milano è sbarcato Steve Bannon, il guru sovranista già vicino a Donald Trump, che ha fatto visita a Salvini. Tra i pochi ammessi all’incontro c’era anche Foa.

Sovranisti? Sì, ma con la cassa in Svizzera. Dal fratello di Dettori, uomo chiave del Movimento5 Stelle a palazzo Chigi, fino al giornalista pro-Putin: la rete di interessi che coinvolge Lega e 5 Stelle, scrive Vittorio Malagutti il 6 luglio 2018 su "L'Espresso". La Lega delle leghe predicata da Matteo Salvini è molto più di un sogno proiettato in un futuro indefinito. La macchina dell'internazionale sovranista sta scaldando i motori da mesi. Un'inchiesta dell'Espresso che sarà pubblicata nel numero in edicola domenica 8 luglio ricostruisce una trama di contatti e iniziative che coinvolge Cinque Stelle e Lega. Si parte da Silenzi e falsità, sito di news che appoggia il governo di Giuseppe Conte. A tirare le fila dell'iniziativa è Marcello Dettori, 28 anni, esperto di social media con una parentela importante. Suo fratello Pietro, classe 1986, è uno dei quattro soci di Rousseau, la piattaforma digitale su cui gira il mondo a Cinque Stelle. Tra i clienti, tre in tutto, segnalati nel sito personale di Dettori junior, compare anche una società di Lugano: la MediaTi holding. A questa sigla fa capo il più importante gruppo editoriale della Svizzera italiana, proprietario del Corriere del Ticino, il quotidiano più diffuso della zona, cui si aggiungono televisione e radio. Che cosa c'entra il consulente a Cinque Stelle con questi media che battono bandiera elvetica? C'è una persona che fa da anello di congiunzione tra due mondi in apparenza distanti. Si chiama Marcello Foa ed è l'amministratore delegato della Società editrice del Corriere del Ticino, che l'anno scorso ha assorbito MediaTi holding.

Foa non è solo un manager. Come giornalista e blogger lo troviamo in prima linea nella battaglia sovranista e i suoi commenti compaiono spesso sul sito Silenzi e Falsità. Il numero uno del Corriere del Ticino non ha mai nascosto il suo sostegno a Salvini, con cui c'è un rapporto di conoscenza e reciproca stima. Il 14 giugno scorso, l'ultimo libro di Foa (Gli stregoni della notizia, atto secondo) è stato presentato a Milano e il capo della Lega, annunciato come “special guest”, si è materializzato con un video intervento. L'incontro pubblico è stato organizzato, secondo quanto recita la locandina, dall'Associazione Più Voci, la stessa che, come rivelato da L'Espresso, ha ricevuto un contributo non dichiarato di 250 mila euro dal costruttore Luca Parnasi , arrestato tre settimane fa. L'8 marzo Foa è stato uno dei pochi ammessi all'incontro tra Salvini e Steve Bannon, l'ideologo della destra populista americana ed ex consigliere di Donald Trump. Il giornalista-manager è in ottimi rapporti anche con il miliardario svizzero Tito Tettamanti, il fondatore del gruppo Fidinam, specializzato nella consulenza fiscale internazionale con la creazione, tra l'altro, di strutture offshore. Due giorni prima del rendez vous con Salvini, Tettamanti è andato a pranzo a Lugano con Bannon. Facile immaginare che il frontman del trumpismo abbia cercato di coinvolgere nella sua rete anche il fondatore di Fidinam, appassionato di politica, da sempre su posizioni conservatrici e ultraliberiste. I soldi del miliardario svizzero farebbero molto comodo all'internazionale del populismo. Perché il denaro non conosce confini. Neppure per i sovranisti.

Che dite: querelo l’Espresso o mi limito a una risata?, scrive il 7 luglio 2018 Marcello Foa su "Il Giornale". Ieri sera il settimanale L’Espresso ha pubblicato sul proprio sito l’anticipazione di un articolo che uscirà domani, in cui, tenetevi forte, si sostiene che la cassa della Lega sarebbe in Svizzera e si lascia intendere che il sottoscritto avrebbe avuto un ruolo chiave in questa misteriosa e sofisticata operazione. Un lettore mi ha detto: devi querelare. Non so, deciderà il mio avvocato ma l’articolo è così bislacco e la tesi proposta talmente infondata nelle argomentazioni, nonché colma di fantasiose e diffamanti insinuazioni, da essere semplicemente ridicola. Il collega che l’ha firmato, tale Vittorio Malagutti, ovviamente non mi ha interpellato in fase di stesura, violando le più elementari norme del giornalismo d’inchiesta, e questo la dice lunga sulla serietà di una testata un tempo autorevole. Se lo avesse fatto, gli avrei detto, che il pranzo a Lugano con Steve Bannon, citato nell’inchiesta come episodio fondamentale, era talmente segreto che si è svolto alla presenza, tra gli altri, di Roberto Antonini, un giornalista della RSI (il quale diede conto pubblicamente dell’evento) e di Danilo Taino del Corriere della Sera. Non c’è che dire, un tavolo di loschi congiurati. E al solo pensiero che si possa fare un’inchiesta con questi criteri a me scappa davvero da ridere.

Ho deciso: querelo l’Espresso, scrive Marcello Foa il 17 luglio 2018 su "Il Giornale". Ebbene sì, ho deciso di querelare l’Espresso. Ieri ho dato mandato ai miei legali, Angelo Ricotti ed Ettore Traini, di procedere in tal senso nei confronti dell’autore dell’articolo Vittorio Malagutti e del direttore Marco Damilano. Sono consapevole che i tempi rischiano di essere lunghi, ma poco importa: il comportamento del settimanale è stato inqualificabile e chiaramente diffamatorio. Allora è giusto procedere per le vie giudiziarie. Colgo l’occasione per ringraziare il Presidente del gruppo che ho il piacere di dirigere, quello del Corriere del Ticino, Fabio Soldati, e tutto il Consiglio di amministrazione per avermi espresso pubblicamente solidarietà e aver deplorato con elegante sdegno le “insinuazioni, palesemente infondate dell’Espresso”. Altre azioni legali saranno intraprese in Italia e in Svizzera nei confronti dei siti che hanno ripreso l’articolo del settimanale romano senza dar conto delle smentite o che hanno scritto articoli dalle intenzioni chiaramente ingiuriose.

Il figlio di Marcello Foa è stato assunto nello staff di Salvini. E si occupa della propaganda. L'erede del mancato presidente della Rai lavora con il ministro degli Interni, grande sponsor di suo padre. E, come L'Espresso è in grado di raccontare, segue la produzione e la condivisione dei contenuti salviniani su Facebook, preoccupandosi di "renderli virali", scrivono Vittorio Malagutti e Mauro Munafò il 2 agosto 2018 su "L'Espresso". Nelle sue prime dichiarazioni da presidente (mancato) della Rai Marcello Foa ha rivendicato la sua estraneità ai partiti e alla partitocrazia. Tra i suoi numerosi sostenitori c’è chi lo difende parlandone (e scrivendone) come un intellettuale d’area. Anche Foa, però, tiene famiglia e avere un amico in un partito può far comodo, all’occorrenza. Meglio ancora se l’amico è il capo di un grande partito, nonché ministro dell'Interno e vice Primo ministro. Si scopre così che Leonardo Foa, 24 anni, figlio del presidente designato della Rai dal governo gialloverde, lavora nello staff di comunicazione di Matteo Salvini, alla gestione dei social network per la precisione. Questo è quanto risulta dal profilo Linkedin del giovane Foa, un ragazzo dal curriculum di studi brillante: laurea in Bocconi e master all’Ecole de Management di Grenoble. Un paio di stage. E nel settembre del 2017 il primo impiego, come social media analyst alla "SistemaIntranet.com", la società di Luca Morisi e Andrea Paganella, che gestisce la comunicazione e l'immagine Social di Matteo Salvini. Infine, come lui stesso scrive su Internet, per Leonardo Foa è arrivata la chiamata nello staff del vicepremier. Che incidentalmente è anche il grande sponsor di suo padre. Quello estraneo ai partiti.

Il lavoro di Leonardo Foa. L'Espresso è anche in grado di raccontare esattamente il lavoro svolto dal giovane Leonardo. Sotto la supervisione di Morisi, Foa si occupa della produzione e della condivisione dei contenuti salviniani su Facebook, preoccupandosi di "renderli virali". Un lavoro che, dalle verifiche dell'Espresso, inizia da prima della formazione del governo e si sviluppa anche attraverso tutta una serie di gruppi, ufficiali e non, della galassia salviniana. Nel gruppo Facebook "Matteo Salvini leader", hub ufficiale della comunicazione del leghista da cui poi "partono" tutti i messaggi che diventano virali, Leonardo Foa è uno dei più assidui produttori di contenuti, quasi sempre "benedetti" dal like di Morisi. "Il capitano è pronto. E tu?", "Il capitano è arrabbiato", "Il capitano ce l'abbiamo solo noi", con tanto di Salvini arrabbiato da condividere su Facebook.

Il tentativo di nascondersi sui social. Una passione che per Leonardo Foa va oltre il lavoro. Sul suo profilo twitter infatti era possibile leggere fino a qualche giorno fa diversi messaggi di sostegno a Salvini. Messaggi che oggi diventano difficili da reperire, perché su Twitter il profilo risulta da alcuni giorni "riservato" e illeggibile a chi non sia già suo amico. Probabilmente un tentativo di non farsi notare e non creare imbarazzo al padre candidato alla presidenza Rai. Tentativo che si infrange con la possibilità di recuperare i suoi tweet salviniani accedendo alla cache di Google e con la poca lungimiranza del suo capo Luca Morisi che, qualche giorno fa, ha twittato una foto dell'intero staff di Salvini, in cui compare lo stesso Leonardo Foa.

Nessun imbarazzo per Matteo Salvini. Interrogato dai cronisti sull'opportunità di avere tra i suoi dipendenti anche il figlio del candidato alla presidenza Ra, Matteo Salvini ha detto di non provare alcun imbarazo. Dal Viminale hanno poi voluto chiarire le competenze di Leonardo Foa, per altro mai mese in discussione dall'Espresso. "Foa, giovane laureato, con master e trilingue, ha studiato la comunicazione social di Matteo Salvini nell'ambito del progetto di tesi. In questo modo ha cominciato a collaborare con lo staff di Salvini, esperienza proseguita da quando Salvini è diventato ministro e ora fa parte del team comunicazione", si legge su un comunicato dato alle agenzie.

Il figlio di Foa assunto da Salvini? Dal M5S silenzio. E poi: "Non c'è nulla di male!". I pentastellati, da sempre in prima fila nelle battaglie contro raccomandazioni e nepotismo, tacciono sul caso rivelato dall'Espresso. Solo due esponenti commentano. Ma per difendere la scelta del leghista, scrive Mauro Munafò il 3 agosto 2018 su "L'Espresso". Come si cambia quando si va al governo. Il Movimento 5 Stelle, sempre in prima fila nelle battaglie contro nepotismo e raccomandazioni (è di pochi giorni fa l'annuncio di Luigi Di Maio di una guerra ai raccomandati in Rai), stavolta non ha nulla da dire. Il silenzio è totale, o quasi. L'Espresso ha rivelato ieri che Leonardo Foa, figlio del candidato del governo alla presidenza Rai Marcello Foa, lavora per lo staff di Matteo Salvini. Ma dai pentastellati non arriva alcun commento. Nessuna indignazione sulle agenzie, nessun post al vetriolo sui social da condividere su tutti i profili dei portavoce 5 Stelle, nessun arrossimento. Nulla di nulla. Così, mentre il vicepremier e ministro degl interni Matteo Salvini dichiara di non provare alcun imbarazzo per questa nomina nel suo team della propaganda social, i suoi alleati di governo restano silenti e fedeli. In un'intera giornata, le uniche reazioni che si riescono a rintracciare nella galassia 5 Stelle sono appena due, e tutte volte a difendere la scelta del ministro leghista. «Il figlio di Foa nello staff di Salvini? Non ci vedo alcun conflitto di interesse perché nessuno mi spiega il rischio insito in questa situazione. Perché Marcello Foa non sarebbe indipendente?», dichiara stupito all'Adnkronos Alessio Villarosa, sottosegretario M5S all'Economia. Gli fa eco il senatore Elio Lannutti che sulla sua pagina Facebook, condividendo la notizia, scrive: «Non ci vedo nulla di male».

Marcello Foa in Rai, Pietro Senaldi 30 Luglio 2018 su "Libero Quotidiano": la vergogna del Pd e il sospetto su Forza Italia. L’indicazione di Marcello Foa a presidente della Rai ha mandato fuori di testa la sinistra, che gli sta scaricando contro ogni tipo di accusa. Perfino un refuso nel suo messaggio di ringraziamento su Facebook, rimasto in rete dieci secondi e prontamente corretto, è un pretesto per attaccarlo. Franco Bechis, qui sopra, si incarica di fare il ritratto del professionista e di smontare le corbellerie che la macchina del fango democratica gli sta vomitando addosso in queste ore. Io qui mi limito a un ricordo personale e a una considerazione generale. La sola colpa che Foa deve espiare è quella di avermi instradato nella professione. Era lui il capo degli Esteri al Giornale di Feltri, la prima redazione in cui misi piede, da stagista della scuola di giornalismo. Fu accogliente, mi insegnò qualche rudimento, e provò pure a farmi avere un contratto a tempo, dietro l’insistenza di Nicola Crocetti, fondatore di Poesia, l’unica pubblicazione italiana del settore, mio grande padrino. La cosa poi non si concretizzò, ma negli anni non ci siamo mai persi di vista, rivedendoci sempre con piacere quando capitava. Gli rimasi affezionato, pensavo che avesse naso, visto che voleva darmi una possibilità. Non ho mai avuto la sensazione che fosse un complottista, un amico dei russi, un doppiogiochista, un collega poco rispettoso delle istituzioni. Chi da sinistra lo attacca oggi, probabilmente non l’ha mai neppure visto di persona. Foa ha opinioni chiare e suffragate da esperienza e ragionamenti. Cercano di farlo passare per un esagitato quando è l’uomo più serafico del mondo. È capace di sostenere dibattiti accesi nei contenuti senza scomporsi né alzare la voce di un decibel, con un’eleganza rara. Conosce il sistema dell’informazione e i suoi inganni, che ha mirabilmente svelato nel suo libro «Gli stregoni della notizia», dove spiega come i guru dei politici riescano a manipolare l’opinione pubblica facendo passare il bianco per nero e viceversa. Dicono sia sovranista. Per me è semplicemente un analista equilibrato e che non segue il coro, estremamente aperto anche nella sua esperienza di editore, nel Canton Ticino. Quanto alla considerazione generale, la levata di scudi alla quale stiamo assistendo da parte democratica è sconvolgente, se solo ci si ferma ad analizzarla. La riforma della Rai l’ha fatta il Pd, di recente, mettendo la tv pubblica sotto il Tesoro, quindi sotto il governo. I dem la fecero quando si illudevano che avrebbero governato per anni, perché attraverso essa volevano garantirsi il controllo totale dell’informazione. Ora che qualcuno applica la loro norma, per quale ragione si lamentano? Dovrebbero rallegrarsene. E poi, anche prima della legge del Pd, chiunque andasse al potere ha sempre messo le mani sulla tv pubblica. La sinistra ci ha imposto come presidenti Zaccaria, Petruccioli, la Annunziata, Siciliano, persone sulle quali non ho nulla da dire ma che certo avevano la Falce e il Martello tatuati nel dna. A loro, nessuno si è mai permesso di fare l’esame del sangue. Quando invece tocca agli altri scegliere, la sinistra sale immancabilmente sulle barricate, chiunque sia il predestinato, non va mai bene. Forse perché da quelle parti sono convinti che la tv di Stato sia cosa loro. Siccome per entrare ufficialmente in carica come presidente, la settimana prossima Foa avrà bisogno di una maggioranza qualificata in Parlamento, in queste ore stiamo assistendo a un grottesco tentativo da parte del Pd di convincere Forza Italia a non votarlo. Avendo Marcello lavorato per 25 anni nel giornale di famiglia del leader azzurro, riterrei curioso che onorevoli e senatori berlusconiani non dessero la fiducia a un uomo che il loro capo ha stipendiato per un quarto di secolo. Sarebbe uno di quei tipici e incomprensibili cortocircuiti della politica che hanno contribuito ad allontanare i cittadini dal Palazzo. E legittimerebbe l’elettore di centrodestra a chiedersi da che parte sta Forza Italia: con Renzi o con Salvini? Pietro Senaldi

Marcello Foa, la rivelazione sul quasi presidente della Rai: "Quello che ancora non sapete su di lui", scrive Franco Bechis il 29 Luglio 2018 su "Libero Quotidiano". C' è un diavolo che non avevamo mai scoperto, e che all' improvviso è spuntato dagli inferi dove non si notava in mezzo agli altri. Ma ora è lì, tremendo con le sue corna, la coda a sputare fuoco e fiamme. Si chiama Marcello Foa e non appena Matteo Salvini & c hanno pensato a lui come possibile presidente della Rai il suo aspetto bestiale è stato sbattuto in faccia a tutti dagli unici che lo hanno intuito al volo: i vertici e i parlamentari del Pd. Da un 36 ore circa twittano ogni malefatta che avrebbe commesso quel diavolo del Foa: giornalista (quindi un po' iena dattilografa per la sensibilità della sinistra), sovranista (che è dire mezzo fascista), spia di Vladimir Putin perché di tanto in tanto veniva intervistato dalla tv russa Russia Today (RT), mezzo grillino, no euro, no vax, insultatore di Sergio Mattarella, stupratore della lingua italiana per avere usato un'«h» a sproposito, sia pure per un paio di minuti (poi si è corretto da solo) e mille altre nefandezze. Posso confessare a Matteo Orfini, Matteo Renzi e alla schiera di manganellatori virtuali partita a un solo grido a dare giù botte al candidato presidente della Rai (capitanati dal nuovo Farinacci, Andrea Romano) di avere conosciuto e visto in faccia il diavolo. Leggevo Foa sul blog «Il cuore del mondo» che aveva e che tuttora ha su il Giornale, e mi è capitato di incontrarlo due estati fa a Polignano a mare dove entrambi eravamo stati chiamati a dibattere a una fiera culturale locale. Abbiamo passato qualche ora insieme a fare i turisti con mogli e i suoi figli cresciuti alla scuola francese: tutti deliziosi, curiosi di quel che andavamo a vedere, capaci di stare con gente conosciuta in quella mattinata, di ridere, di scherzare, di discutere anche di cose importanti del mondo con garbo e ascoltando tesi e persone diverse. Quella mattina sulla barca che faceva il giro turistico intorno alla costa salì anche Alessandro Di Battista, che aveva fatto una intervista in pubblico con me. I due si conobbero in quella occasione, e il diavolo naturalmente fece buona impressione sul leader grillino (fra vice Luciferi ci si intende al volo). Piccolo frammento di una lunga storia, perché se nessuno fin qui aveva notato corna e coda di Foa è perché in decenni si era mimetizzato benissimo. Primi passi in Svizzera, dove è cresciuto, alla Gazzetta Ticinese e al Giornale del Popolo. Poi nel 1989 per mimetizzarsi meglio si era fatto assumere dal Giornale di Indro Montanelli: lo aveva raccomandato un editorialista mezzo giornalista mezzo diplomatico israeliano, Vittorio Dan Segre, cofondatore di quel quotidiano scomparso qualche anno fa. Montanelli gli diede la qualifica di caposervizio e lo mandò a fare il vice agli Esteri. Quattro anni dopo lo avrebbe promosso caporedattore, lasciandolo agli Esteri. Ogni tanto Montanelli lo faceva scrivere di altro sulla prima pagina. Quando nel dicembre 1992 Foa mandò al suo direttore una lettera aperta sulla deriva del dipietrismo, il fondatore e direttore del Giornale la pubblicò in prima come editoriale e aggiunse in calce di suo pugno: «Questa lettera, caro Foa, potrei averla scritta io», che suonò come un rarissimo pubblico encomio di Montanelli. Al Giornale di proprietà di Silvio Berlusconi Foa restò fino al 2011, apprezzato da Vittorio Feltri come dai direttori che via via ne presero le redini: fu fatto perfino direttore del sito Internet. E anche quando quell' anno tornò nella sua Svizzera italiana per assumere il comando editoriale e manageriale del gruppo che pubblica il Corriere del Ticino e controlla altri media fra cui una tv (TeleTicino) e una radio (Radio 3i), non riuscì a tagliare il cordone ombelicale con il Giornale, restando sempre a bordo con il suo apprezzato blog. Poi certo negli ultimi anni ha partecipato a convegni e tavole rotonde trovandosi spesso in sintonia con altri diavolacci come Paolo Savona, il suo allievo Antonio Rinaldi, l'imprenditore Arturo Artom, economisti come Claudio Borghi e Alberto Bagnai. Lì era chiaro che stava bazzicando l'inferno ed è pure vera l'accusa che gli fa indignato tutto il Pd: non ha mai condiviso l'attuale architettura europea, né ha mai visto i grandi benefici arrivati all' Italia con l'adozione dell'euro. Magari ha criticato Angela Merkel, in qualche occasione perfino il capo dello Stato, Sergio Mattarella, cosa che dovrebbe essere normale in un Paese libero, e non tabù come sostiene il Pd. E una decina di volte è stato intervistato come opinionista indipendente su questioni italiane ed internazionali da Russia Today, tv con cui si collegava ma da cui mai è contrattualmente dipeso. Mentre confondeva le acque a tutti ricevendo lo stipendio da Berlusconi, lodando sempre il suo mentore Montanelli, collaborando con la Bbc è riuscito pure a scrivere qualche saggio e romanzo assai apprezzato come Il ragazzo del Lago e Gli stregoni della notizia. Ma era solo un travestimento, ora finalmente smascherato dal Pd, che chiede a gran voce a Berlusconi di aprire gli occhi su quel Foa che è stato nella sua scuderia giornalistica per un ventennio... Franco Bechis

Quando Montanelli mi disse: “Caro Foa…” E gliene sono ancora grato, scrive Marcello Foa il 21 luglio 2018 su “Il Giornale". Il 22 luglio 2001 Montanelli ci lasciava e mi perdonerete se questa volta mi permetto un post personale e non di analisi politica. Indro fu l’idolo della mia adolescenza.  C’era chi sognava il Che Guevara e chi solo calciatori, io divoravo i suoi libri, leggevo i suoi articoli su il Giornale, che egli fondò quando ero bambino e se sono diventato giornalista lo devo, verosimilmente, a lui, perché fu Montanelli a far nascere in me la passione per quella che resta la più bella professione del mondo. Iniziai a Lugano, da studente lavoratore, alla Gazzetta Ticinese e poi al Giornale del Popolo. Non avevo tempo di andare all’università: studiavo a casa al mattino e al pomeriggio andavo in redazione, fino a tarda sera. Poi, quando avevo 26 anni, accadde il miracolo: fui assunto proprio al Giornale dal mio idolo e da subito con la carica di vice responsabile degli Esteri. Il primo giorno di lavoro bussai alla sua porta, per ringraziarlo, ancora una volta, per quella straordinaria opportunità. Indro usciva da una delle sue ricorrenti depressioni, era cordiale ma malinconico, mi guardò con i suoi occhi azzurri ancora velati dal male oscuro, fu cortese e alla fine mi disse: “Mi raccomando, non deludere”. Quegli occhi che con il passare delle settimane tornarono ad essere scintillanti. Da subito, poco più che pivello, partecipavo alle riunioni di redazione e fu lui a Presto fui messo alla prova sul campo. Mi mandò a Mosca poco prima del crollo dell’Unione sovietica e a Berlino a seguire la riunificazione economica delle due Germanie. Quando rientravo mi riceveva nella sua stanza, pregandomi di raccontare gli aneddoti, gli imprevisti, le emozioni che avevo provato in quei viaggi. Lo faceva con tutti noi, soprattutto con i più giovani, che erano i più entusiasti e per i quali dimostrava un’affettuosa simpatia, come se volesse rivivere, tramite i nostri palpitanti racconti, quei momenti, lui che divenne direttore suo malgrado e che nell’animo continuò a sentirsi innanzitutto un inviato speciale, forse il più grande di tutti i tempi. Poi, nel dicembre 1992, una sera pensai di scrivergli una lettera. Erano i tempi di Mani Pulite e l’Italia era attraversata da tensioni e trasformismi che mi turbavano e finita la lunga, nel cuore della notte, la vergai. Il giorno dopo gliela portai nel suo ufficio, che varcavo sempre in punta di piedi, in giovanile e ineludibile rispetto per il mio mito.  Indro la prese e, senza leggerla, la ripose sulla scrivania, congedandomi. Non mi aspettavo nulla e nulla mi fece sapere. Dopo due giorni la pubblicò nella rubrica più letta, quella in cui dialogava con i lettori, titolandola “Sul carro degli onesti” e aggiungendo una sola riga di commento: "Questa lettera, caro Foa, potrei averla scritta io". Il giorno dopo scesi in tipografia e recuperai l’originale con la frase scritta a penna di suo pugno. Sono passati quasi 25 anni da quel giorno e questo resta il riconoscimento più bello e fino ad oggi più intimo, non avendone mai parlato pubblicamente. Talvolta mi sorprendo a pensare cosa scriverebbe Montanelli di questa Italia se fosse ancora tra noi. Domanda sciocca: la storia non si fa con le ipotesi e Indro apparteneva al suo tempo. Però di una cosa sono certo: mai avrebbe approvato la violenza verbale di certa stampa e avrebbe denunciato con forza il conformismo intimidatorio, che ben conosceva avendolo subito per lunghi anni della sua carriera. Era un anarchico conservatore, ma soprattutto un uomo libero che riteneva doveroso per un giornalista pensare con la propria testa, soprattutto quando è scomodo e rischioso uscire dal coro, perché solo così si onora davvero la professione. Questo insegnava a noi, suoi giovani allievi, e non l’ho mai dimenticato.

(Marcello Foa, “Sul carro degli onesti”, lettera pubblicata sul “Giornale” del 21 dicembre 1992 dall’allora direttore Indro Montanelli, che in calce alla missiva aggiunse: «Questa lettera, caro Foa, potrei averla scritta io». Lo rammenta lo stesso Foa, in un affettuoso ricordo che dedica a Montanelli sul blog “Il cuore del mondo”, pubblicato sul “Giornale” il 21 luglio 2018. Impegnato a denunciare le ipocrisie dei mediamainstream con saggi di successo come “Gli stregoni della notizia”, oggi Foa condanna l’ostracismo moralistico del vecchio establishment, ostile a Salvini e al sovranismo democratico “gialloverde”).

Caro direttore, ci risiamo. L’Italia opportunista, l’Italia che, come sempre è accaduto nella sua storia, è maestra nell’abbandonare i perdenti salendo sul carro dei vincenti, sta prevalendo ancora una volta, appropriandosi i risultati di quella che fino ad oggi era stata la battaglia della parte pulita del paese. Sembra un paradosso, eppure purtroppo non lo è. Ricorda com’era la situazione a febbraio, quando scoppiò lo scandalo della Baggina? Il regime era solido e potente, poteva ancora sperare di limitare i danni, di far apparire quella vicenda un episodio isolato attribuibile ai “mariuoli”, o addirittura di insabbiare tutto con la complicità di giudici compiacenti. Di Pietro non si lasciò intimidire e, se ha potuto proseguire arrivando dove tutti sappiamo, il merito in parte è anche nostro, di quella fetta dell’opinione pubblica che sin dall’inizio si è schierata con entusiasmo dalla parte del “giustiziere di Tangentopoli”. A febbraio eravamo in pochi a gioire e a combattere. Era l’Italia pulita, onesta, che non ama gli schiamazzi di piazza. Tra questi pochi c’erano in blocco i nostri lettori. Per qualche giorno, Di Pietro ci ha fatto rivivere le emozioni degli anni ‘70: si tifava per lui come si tifava per Montanelli contro la tracotanza dei comunisti e le pallottole delle Brigate Rosse. Ma oggi a quale spettacolo assistiamo? Sul carro della denuncia di Tangentopoli sono saliti tutti gli onesti e le persone per bene, certo, ma anche i corrotti, i furbastri, gli opportunisti. Insomma, il peggio del paese. Ed è proprio la loro voce a tuonare sempre più forte, surclassando quella dell’Italia dal volto pulito. Sono questi maestri della propaganda e del conformismo ad aver ispirato alcune delle recenti spettacolari iniziative e a coniare gli slogan più incisivi a sostegno dei giudici di Milano, così brillanti da far apparire naif è un po’ patetiche le scritte sui muri “Forza Di Pietro” che ci entusiasmavano la primavera scorsa. C’è da preoccuparsi. Quelle centinaia di persone che oggi gareggiano a chi urla nelle piazze gli insulti più virulenti contro i potenti caduti in disgrazia sono le stesse che fino a pochi mesi fa bazzicavano nelle anticamere del potere, nella speranza di partecipare alla spartizione del malloppo. Portaborse, intellettuali alla moda, giornalisti di regime, arrampicatori e affaristi. Il loro scopo è evidente: appropriarsi la bandiera dell’Italia onesta e introdursi nelle forze politiche emergenti (Lega, Rete, Msi, movimenti referendari) per continuare a fare quel che hanno sempre fatto ho sognato di fare: la dolce vita e le carriere facili a spese del paese. Ormai manca solo che anche mafiosi e camorristi esprimano solidarietà e appoggio a Di Pietro. Per questo, caro direttore, “Il Giornale” vada ancora una volta controcorrente, iniziando una di quelle battaglie per le quali i nostri lettori dal 1974 ci appoggiano con passione ed entusiasmo. Come nel 1988, quando svelammo lo scandalo dell’“Irpiniagate”. Come agli inizi degli anni 80, quando fummo i primi a denunciare la corruzione della partitocrazia e a invocare la riforma del sistema elettorale. Continuiamo a schierarci con Di Pietro, ma fuori del gregge dell’ormai gratuito “dipietrismo”. Lasciamo ad altri le chiassate di piazza e diamoci da fare per smascherare gli eterni furbi d’Italia.

CHE FACCE TOSTE. Il Pd s'è preso l'Italia. E ora strepita per due nomine in Rai. I governi Letta, Renzi e Gentiloni hanno messo manager d'area ovunque. Ora che non comandano più, all'improvviso il metodo smette di andar bene, scrive Pietro De Leo su Il Tempo il 29 Luglio 2018. Il Pd s'è preso l'Italia. E ora strepita per due nomine in Rai Pietro De Leo Manager d' area I governi Letta, Renzi e Gentiloni li hanno messi ovunque Ora che non comandano più, all'improvviso il metodo smette di andar bene E' rumorosa la canea che, da sinistra, ha accompagnato l'indicazione da parte del governo di Marcello Foa e Fabrizio Salini come presidente e direttore generale della Rai. Il Pd punta il ditino, pur essendo reduce da cinque anni di governo e nomine annesse. Quella che segue è una galleria di volti, storie, poltrone, che hanno segnato la fase conclusa il 4 marzo. Il lettore potrà tratteggiare dinamiche ed eventuali anelli di congiunzione. Partiamo dalla Rai. La Presidente uscita dall' epoca renziana è Monica Maggioni, nome di garanzia, si disse al momento dell'investitura, e di compromesso con l'allora influente opposizione di Forza Italia. Attenzione ai Dg. L' epoca Renzi ne ha «regalati» due Riproduzione autorizzata Licenza Promopress ad uso esclusivo del destinatario Vietato qualsiasi altro uso Leopolda, o collaborarono con Renzi al Comune o fecero parte del suo universo politico poi divennero classe dirigente. A partire dall' attuale direttore dell'Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, che alla Leopolda andò nella primissima edizione 2010 (quando Renzi la coordinò con Beppe Civati). Ruffini è subentrato a Rossella Orlandi, che invece sul palco della kermesse renziana salì nel 2014 quando era già alla guida dell'ente di riscossione. La sua presenza non passò inosservata, tanto meno la familiarità con cui, nel suo intervento, si rivolgeva a «Matteo» e teorizzava di «cambiare verso all' amministrazione fiscale», ricalcando uno dei ritornelli dell'età dell'oro renziana. In quella stessa edizione parlò anche un «certo» Raffaele Cantone, che Renzi individuò come figura più adatta alla guida dell'Anac. E poi c' è la pattuglia dei toscani duri e puri. Partendo da Lapo Pistelli, mentore politico di Renzi, con annesso epilogo edipico: l'allievo che batte il maestro nelle primarie del 2009. Tuttavia, nel 2015 fece molto scalpore il passaggio diretto da Parlamento e governo (era viceministro agli Esteri) all' Eni, nella carica di Senior Vice President. Fiorenti na è poi Elisabetta Fabri, che ha fatto parte del Cda di Poste Italiane, manager del settore alberghiero il cui papà ha fondato la rinomata catena Starhotels. Sempre da Firenze arriva Matteo Del Fante, attuale ad delle poste (incarico del 2017, governo Gentiloni), che prima sotto Renzi era stato nominato ad di Terna. Vive a Roma, ma nel capoluogo toscano presiede la Fondazione Palazzo Strozzi. Nel Cda ha trovato Roberto Rao, già portavoce di Pierferdinando Casini e deputato Udc. Alla città di Dante si lega poi il nome di Alberto Bianchi, quotatissimo avvocato, indicato come pilastro irrinunciabile dell'inner circle renziano. Da come risulta sul sito web della Fondazione Open, realtà nata per gestire l'organizzazione degli eventi dell'ex premier, ne è ancora il presidente. Lui siede nel cda dell'Enel. Il fratello Francesco, invece, nel 2014 fu nominato dall' allora ministro della cultura Franceschini come Sovrintendente della Fondazione Maggio musicale fiorentino. Nel Cda di Leonardo siede an che Fabrizio Landi, senese, estimatore di Renzi a tal punto che ne finanziò l'avventura politica nella prima fase. Da ricordare anche il caso delle Ferrovie dello Stato Italiane. Ad dal 2015 è Renato Mazzoncini, manager che nel 2012 rese possibile, quando Renzi era sindaco, la privatizzazione dell'Ataf, municipalizzata locale del trasporto pubblico. La presidente è Gioia Ghezzi, anche lei legata all' epoca di Renzi a Palazzo Vecchio: redasse un piano perla scurezza stradale cittadina che le fece conquistare stima e simpatia dell'allora sindaco. Sempre nel cda delle Ferrovie siede Federico Lovadina. A vvocato, è partner di studio di Francesco Bonifazi (tesoriere Pd e amico di Renzi). Lovadina, inoltre, è presidente di Toscana Energia, di cui sono soci 91 comuni del territorio che si occupa della distribuzione del gas. Ancora a Ferrovie c' è Simonetta Giordani, già sottosegretario di Stato ai beni culturali, prima ancora responsabile delle relazioni istituzionali per Wind e Autostrade. E relatrice in un'edizione della Leopolda. Da Arezzo invece arriva Diva Moriani, cda Eni, una manager proveniente dal mondo dell'imprenditore filantropo Vincenzo Manes, anche lui finanziatore della Fondazione Open. Nel collegio sindacale di Eni compare invece Marco Seracini, commercialista e promotore dell'associazione Noi Link, che accompagnò la campagna delle primarie di Renzi per il Comune di Firenze nel 2009. Ancora nel capoluogo toscano, sedeva nel consiglio d' amministrazione di Publiacqua Roberta Neri, dal 2017 Riproduzione autorizzata Licenza Promopress ad uso esclusivo del destinatario Vietato qualsiasi altro uso amministratore delegato di Enav. E sempre da Firenze, in particolare dalla società Firenze Mobilità, passò Anna Genovese, nominata dal governo Renzi nel 2014 alla Consob. Dicente di diritto commerciale, il suo maestro è stato l'avvocato e giurista Umberto Tombari, nel cui studio lavorò Maria Elena Boschi dopo la laurea. Quella tornata di nomine fu molto discussa anche per un altro motivo, la consacrazione di Giorgio Alleva come Presidente di Istat. Una decisione che provocò un documento firma to da oltre 40 docenti universitari, dubbiosi sul fatto che il curriculum di Alleva fosse all' altezza di un compito così importante, e anzi si chiedevano quale fosse il criterio -guida della scelta. Tra quei docenti, c'era anche Luigi Zingales. Anche lui relatore di una Leopolda. E stato consigliere Eni per un anno, dal 2014 al 2015, eletto nella lista presentata dal Ministero del Tesoro. E ancora Roberto Reggi, coordinatore della Campagna per le primarie del 2012, prima sottosegretario all' Istruzione poi messo a guida del Demanio. L' ultima fase di centrosinistra, con Gentiloni premier, è stata foriera di nomine notevoli oltre a quelle già citate. Alla guida di Terna la spuntò il ministro Padoan con Luigi Ferraris. E poi si rileva una serie di spostamenti eccellenti. Carla Ciuffoletti, capo dipartimento delle Riforme Istituzionali quando Maria Elena Boschi era ministro (all' epoca del famoso Dl di riforma) è arrivata al Consiglio di Stato. Dove, poco prima del rovinoso referendum costituzionale, era stato nominato con decreto del Presidente della Repubblica Paolo Aquilanti. Segretario Generale di Palazzo Chigi fino a poche settimane fa, anche lui molto vicino a Maria Elena Boschi che, dicono i rumors, nella propria attività di governo avrebbe spesso fatto ricorso ai suoi consigli e alla sua esperienza. Ottengono un buon piazzamento, poi, due figure che hanno lavorato gomito a gomito con Graziano Del rio. Mauro Bonaretti, suo capo di gabinetto al ministero, è stato nominato consigliere della Corte dei Conti. Maurizio Batti ni, che fu capo di gabinetto quando era sindaco di Reggio Emilia, invece è passato al Comitato di Gestione dell'Agenzia del Demanio. Paradossalmente, il governo Gentiloni ha varato anche 48 nomine al Cnel (che Renzi voleva cancellare con il Dl Boschi), assegnandola Presidenza all' ex ministro del centrosinistra Tiziano Treu. E il governo di Enrico Letta? Anche lì, a nomine, non è andata male. Ben 558 poltrone distribuite in 10 mesi. Tra queste, un altro nome che richiama agli anni gloriosi del centrosinistra: Edo Ronchi subcommissario all' Ilva di Taranto.

Foa, il mostro della settimana, scrive Marcello Veneziani su Il Tempo il 29 luglio 2018. Ma non vi vergognate di accusare il governo in carica e Salvini in particolare, di spartirsi le nomine come voi praticate da una vita? Non vi vergognate – voi sinistra, voi clero intellettuale di sinistra, voi giornali e tg di sinistra, voi navigati sindacalisti Rai e voi più ipocriti e paludati benpensanti di cripto-sinistra – di gridare allo scandalo e di indignarvi solo perché i grillini e i leghisti, in modo naive, ricalcano le vie della lottizzazione che voi praticate con professionismo servile da decenni? Anzi, al tempo di Renzi toccò perfino rimpiangere la spartizione di sempre, perché prese tutto lui, in Rai e non solo. Stavolta la pietra dello scandalo è stato Marcello Foa, venuto dal Giornale di Montanelli e poi rimasto nel Giornale di Feltri fino a quando si è trasferito nel Canton Ticino a insegnare scienza della comunicazione e a amministrare un gruppo editoriale ticinese. Mai fatto politica, nessuna macchia nella fedina penale e nella reputazione, nessun legame sospetto. Nulla di scandaloso. Ma per il valoroso Collettivo dell’Informazione italiana più Pd, a cominciare dalla Corazzata Repubblika, Foa dice di essere allievo di Montanelli (un millantatore, dunque), insegna manipolazione delle notizie cioè fake news e non scienza della comunicazione, è addirittura ospite di Russia Today e dunque è un prezzolato al servizio di Putin, ha persino ritwittato qualcosa di tale Francesca Totolo, “patriota finanziata da Casa Pound” (che notoriamente dispone di miliardi, altro che il povero Renzi col suo piccolo aereo di carta, a spese nostre, che costava qualche centinaio di milioni). E poi, è un depravato: pedofilo? Serial killer? Terrorista? Magari, peggio: “sovranista”. No, questo non si può sentire, condivide il turpe vizio del 60% degli italiani, secondo gli ultimi sondaggi. Volete la controprova? Ha scritto un tweet contro Mattarella. Il crimine, anzi il regicidio, che suscita l’orrore anche del mite Corriere della sera, è il seguente e lo ha tirato fuori il cane poliziotto sanbernardo Emanuele Fiano, della squadra omicidi del Pd. Ecco il testo: “il senso del discorso di Mattarella: io rispondo agli operatori economici e all’Unione europea, non ai cittadini. Disgusto”. Se non lo avesse firmato anche col suo cognome avrei potuto riconoscerlo come mio. Lo condivido, e non per questione di marcelleria, nel disgusto; non verso il Capo dello Stato ma verso questa sua posizione che offende la democrazia, la costituzione e il popolo sovrano. Se fossi Foa lo metterei nel curriculum…Non lo hanno ancora accusato di razzismo e antisemitismo per via del cognome, ma presto dimostreranno che Foa nel suo caso è l’acronimo di Fascisti Organizzati Antieuropei e si fa chiamare così per confondersi con gli ebrei vittime del fascismo. Gentiloni almeno è stato spiritoso, dicendo che un sovranista come Foa ci farà uscire dall’Eurovisione. Ma gli altri… ho provato imbarazzo per loro, per la loro faccia reversibile col retro, per la loro verità e dignità ridotte – come dicono a Napoli – a mappine e’ ciess. Non so se Foa otterrà il via libera dalla commissione vigilanza e che ordini darà il Faraone Berluscone, ma Foa è semplicemente uno che non la pensa come l’Establishment ma come gran parte degli italiani. Non so se ci andrà in Rai e cosa farà, ma a me sembra un bel segnale di rottura. Non sul piano del metodo di nomina (decide la politica, come sempre) ma sul piano della discontinuità con le precedenti ondate di servizievoli ripetitori dell’Unica Opinione Autorizzata. Sarà dura per lui scendere dalla felpata Svizzera al Piano di Sotto, il Canton Tapino. Addio Lugano bella, bentornato nell’Inferno italo-italiano.  

GIORNALISTI: PENNIVENDOLI PUTTANE E SCIACALLI.

Politici e giornalisti: storia di schiaffoni insulti e picconi… Dai “pennivendoli” di La Malfa alle “puttante” per le “iene dattilografe” di D’Alema, scrive Francesco Damato il 15 Novembre 2018 su "Il Dubbio". Non per difendere i grillini, per carità, ma solo per sbertucciare la loro presunta rivoluzione anche nei rapporti con i giornalisti e, più in generale, col mondo dell’informazione, vorrei ricordare che a darci dei “pennivendoli”, senza aspettare il loro arrivo, che certamente non poteva neppure immaginare, fu Ugo La Malfa dal palco di un congresso del suo partito: il Pri. Che fu per molti anni, a dispetto della sua consistenza elettorale, l’ago della bilancia di governi e maggioranze. «Pennivendoli e anche miserabbili», con la doppia b, ci gridò addosso il segretario del Pri reagendo agli attacchi, ma anche alle ironie, che si era guadagnato destituendo in tronco il collegio dei probiviri della formazione dell’edera presieduto da Pasquale Curatola. Esso aveva predisposto un documento critico sugli esponenti siciliani di cui più si fidava il sicilianissimo La Malfa, a cominciare da Aristide Gunnella. Poco mancò che lo stesso La Malfa nel 1975, vice presidente del Consiglio in un bicolore Dc-Pri guidato da Aldo Moro, non mi schiaffeggiasse nel cosiddetto Transatlantico di Montecitorio per avere rivelato sul Giornale diretto dal comune amico Indro Montanelli un suo incontro riservato con i corrispondenti dei giornali esteri a Roma. In quella occasione egli aveva espresso la convinzione che fosse «ineluttabile» il cosiddetto compromesso storico fra democristiani e comunisti, poi realizzatosi nella versione ridotta di un monocolore scudocrociato sostenuto esternamente dal Pci di Enrico Berlinguer. Nella foga della protesta La Malfa arrivò a minacciare un intervento su Montanelli perché fossi licenziato, e «in tronco». A Montanelli invece egli telefonò il giorno dopo per scusarsi dello scontro avuto con me. Altri anni, altri uomini. Di schiaffi invece ne sono volati davvero nella buvette e nei corridoi di Montecitorio fra deputati e giornalisti. Memorabili, a loro modo, furono quelli scambiati fra il braccio destro di Giulio Andreotti, Franco Evangelisti, e Guido Quaranta, ora fra i più anziani dell’associazione della stampa parlamentare. Lui stesso li ha evocati in una delle quindici interviste di testimonianza degli ultimi settant’anni e più di politica raccolte da Giorgio Giovannetti per i Passi perduti- Storie dal Transatlantico, freschi di stampa per i Quaderni delle Istituzioni della Repubblica, editi da G. Giappichelli. È un libro decisamente e meritoriamente controcorrente rispetto alla rottamazione del Parlamento prevista, o auspicata, dai grillini a vantaggio della democrazia “digitale”. Grazie alla quale Montecitorio e Palazzo Madama potrebbero diventare musei o alberghi, secondo i gusti o le convenienze, potendo i cittadini provvedere da casa, usando il computer, a fare leggi e a far nascere e morire i governi. Di quegli schiaffi a Quaranta, chiamato per la sua impertinenza “la supposta” da Alfredo Covelli, penso che Evangelisti fosse stato poi costretto a scusarsi con Andreotti. Al quale il mio amico Guido stava simpatico per quell’abitudine che aveva di tallonare i politici con un blocchetto di carta in mano. «Che fai? Mi vuoi multare?», gli chiedeva sornione proprio Andreotti nei suoi panni di turno di ministro, o capogruppo democristiano della Camera, o presidente del Consiglio. Non ebbe il tempo invece di reagire ad uno schiaffo di Luigi Barzini, fresco di elezione a deputato liberale, il vecchio giornalista della Stampa Vittorio Statera, rimasto basito per l’affronto e costretto a raccogliere davanti alla porta dei gabinetti gli occhiali saltatigli dal naso. Erano stati decisamente migliori i metodi usati contro lo stesso Statera da Alcide De Gasperi. Che, infastidito pure lui per l’insistenza con la quale il giornalista del quotidiano torinese cercava di sondarne progetti e opinioni, gli chiese una volta, davanti alla porta del suo ufficio di presidente del Consiglio, allora al Viminale: «Ma perché mi interroga sempre come un commissario di Polizia?». E l’indimenticabile Aniello Coppola, dell’Unità, profittò subito della circostanza per chiedere a De Gasperi, che aveva appena scaricato i comunisti dal governo: «E’ una critica alla Polizia?». Sempre per La Stampa, toccò nel 1971 a Vittorio Gorresio scontrarsi, o subire l’assalto del presidente del Senato Amintore Fanfani. Che, non avendo gradito le cronache e i commenti del giornale torinese alla sua corsa al Quirinale, sviluppatasi in una serie di votazioni infruttuose per l’ostinazione di una parte dei deputati del suo partito, la Dc, a contrastarne la candidatura, apostrofò il pur anziano e autorevole giornalista nella buvette dandogli praticamente del servo di Gianni Agnelli. Che lesse dell’incidente sulla Stampa il giorno dopo, avendo Gorresio riferito puntualmente dell’accaduto. Ciò forse contribuì a suo modo al naufragio della già compromessa avventura dell’aretino. Nella votazione successiva a quell’episodio uno dei “franchi tiratori” della Dc si divertì a scrivere sulla scheda, dichiarata nulla sul banco della presidenza di Montecitorio da Sandro Pertini che l’aveva appena letta in silenzio: «Nano maledetto, non sarai mai eletto». Celebre è rimasto nella storia settantennale del Parlamento repubblicano anche lo schiaffo del solitamente impeccabile Alfredo Pazzaglia al giovane cronista politico del Giornale Antonio Tajani – sì, proprio lui, l’attuale presidente del Parlamento Europeoche ne aveva scritto come di un pericolante capogruppo missino della Camera. E, ciò nonostante, impegnato dietro le quinte a fare le scarpe al segretario del partito Giorgio Almirante. Dal quale Pazzaglia aveva peraltro appena ricevuto una telefonata di amichevole solidarietà, apprendendo così dell’articolo che non aveva ancora visto. «Mi è sfuggita la mano sinistra», si scusò poi Pazzaglia col vice presidente della Camera Alfredo Biondi, liberale, accorso in transatlantico per difendere Tajani e precedere le prevedibili proteste dell’associazione della stampa parlamentare. Cui seguì la deplorazione della severa presidente dell’assemblea Nilde Iotti. Che veniva da noi chiamata, con spirito più deferente che critico, “la zarina di Montecitorio”, e della quale è in alcuni tratti davvero toccante il racconto, anzi il ritratto umano, oltre che politico, fattone nei “Passi perduti” di Giorgio Giovannetti dal più stretto e fidato dei suoi collaboratori: Giorgio Frasca Polara. Anche al solitamente pacioso Paolo Cirino Pomicino, al netto della simpatica vivacità napoletana, toccò una volta di derogare dalla linea prudente del suo amico e capocorrente Andreotti in tema di rapporti con i giornali. Gli capitò da ministro del Bilancio di precedere di parecchi anni la rivolta dei grillini contro gli editori “impuri”, che usano i giornali di loro proprietà per difendere attività di tutt’altro segno. In particolare, Pomicino disse che i giornali italiani erano in mano a «poche famiglie» e che «prima o poi bisognerà occuparsene»: cosa, appunto, che si è appena proposto di fare il vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio per vendicare l’appena assolta sindaca di Roma Virginia Raggi dall’accusa di falso. Come se fossero stati i giornalisti a rinviarla a giudizio soccombendo col risultato di primo grado. Così Di Maio, iscritto peraltro all’Ordine dei Giornalisti della Campania nell’elenco dei pubblicisti, ha tenuto il passo con l’amico e concorrente Alessandro Di Battista, stanco di viaggiare alla Che Guevara e smanioso di buttarsi nella mischia in Italia sotto le cinque stelle. È suo, dal lontano Nicaragua, il paragone fra giornalisti e «puttane», con tanto di scuse a quest’ultime. Non parliamo, tornando indietro con gli anni, delle picconate della buonanima di Francesco Cossiga, quando era presidente della Repubblica, contro l’omonima Repubblica di carta e il suo editore Carlo De Benedetti, da lui trattato peggio che da Bettino Craxi. I cui rapporti con i giornalisti e gli intellettuali dei «miei stivali», come scappò una volta di dire al leader socialista, raggiunsero picchi memorabili, fra le proteste di Sandro Pertini al Quirinale. Che con i giornali e i giornalisti aveva rapporti eccellenti, anche se ogni tanto, in verità, strapazzava gli uni e gli altri con telefonate di protesta per qualche torto che riteneva di avere ricevuto. Che dire poi delle «iene dattilografe» gridate da Massimo D’Alema contro i colleghi giornalisti che non ne apprezzavano doti e sarcasmo? O del sospetto una volta espresso dal mitico direttore del Tg 3 Alessandro Curzi che il compagno di partito Claudio Petruccioli volesse fargli la festa alla Rai? Ebbene, pur in presenza di reazioni a dir poco vivaci, nessuno fu davvero colto in quei tempi e frangenti da preoccupazioni vere per le sorti della libertà di stampa, presidio di una vera democrazia, come ha appena ricordato o ammonito Sergio Mattarella, evidentemente colpito pure lui dalla veemenza e dalla frequenza degli attacchi dei grillini a giornali e giornalisti non allineati, o non sufficientemente allineati, tanto da potersi risparmiare il rimprovero appena rivolto in una intervista al Foglio dall’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli a quanti cedono il microfono al grillino di turno senza mai interromperlo con una domanda scomoda. O si mettono disciplinatamente in coda nella fila della lottizzazione di turno. De Bortoli perse peraltro la direzione del Corriere dando del «maleducato di talento» all’allora presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi.

Evidentemente ora il clima politico, e sociale, è davvero cambiato. E si ha paura di quello che era impensabile pur dietro o davanti agli schiaffi e quant’altro, dopo l’avventura irripetibile di un giornalista – Benito Mussolini- che aveva eliminato la libertà di stampa in Italia.

"Pertini il più irascibile, ma Craxi e D'Alema..." I big della nostra politica visti da Quaranta. Da Moro a Leone, mezzo secolo passato a descrivere i leader della Repubblica. Parla Guido Quaranta, giornalista inventore del retroscena e ora novantenne. Che sui nomi di oggi chiosa: «Di Maio? Figurino da Rinascente. Renzi spietato e Meloni una Le Pen Cacio e Pepe», scrive Marco Damilano il 19 giugno 2017 su "L'Espresso". In un’epoca di giornalismo paludato si è inventato un genere che non esisteva prima: il retroscena della politica, il dietro le quinte di quel palcoscenico su cui si recita la comédie della politica tra primattori, spalle, comparse, guitti, il fattore umano. I potenti in mutande («Accompagnai Cossiga dal fisioterapista») raccontati con perfidia e con comprensione per debolezze, vanità, cadute. Guido Quaranta ha compiuto novant’anni il 18 giugno e cura “Banana Republic”, la sua rubrica per L’Espresso. È uno dei maestri del mestiere, ma meglio non dirglielo. «Va bene, chiacchieriamo, ma a una condizione: non mi chiedere analisi; mai fatta una in vita mia. Non mi sono mai sentito un grande giornalista, ho sempre fatto il cronista...».

Rinuncio a definirti, allora. Pensaci tu.

«Resocontista parlamentare, con Paese Sera, dal 1959, per dieci anni. Poi informatore dal Palazzo, con Panorama e dal 1978 con L’Espresso. Qualcuno diceva: spione. Il monarchico Alfredo Covelli mi chiamava “la supposta”. Sono stato ministro: ho firmato per qualche mese una rubrica con lo pseudonimo Minister. Organizzatore di eventi: ho fatto cantare gli onorevoli davanti alle telecamere e ho convinto Vittorio Sgarbi a denudarsi per una copertina. Candidato alla presidenza della Repubblica. Stefano Rodotà che presiedeva lesse per due volte il mio nome nell’aula di Montecitorio durante le votazioni del 1992. La prima volta ci fu un brusio generale, la seconda una risata».

Ora te li ritrovi anche in casa di giorno e di notte, ma all’epoca i politici erano inavvicinabili.

«Io li andavo a cercare fuori dal Palazzo. Aspettavo Giulio Andreotti alle 6 e 30 del mattino al portone del suo studio, davanti a Montecitorio, con il taccuino in mano. “Che fai, sembri un pizzardone: mi vuoi fare la contravvenzione?”, mi prese in giro la prima volta. Mi raccontò che non era vero che fosse così imperturbabile. “Anch’io ogni tanto perdo qualche colpo”, mi disse. “Al Senato durante un dibattito le sinistre lanciavano contro i banchi del governo libri, carte, aste dei microfoni. Io vidi un cestino di vimini per i rifiuti e per proteggermi me lo misi in testa”. Il massimo della scompostezza, per lui».

A differenza di un altro capo della Dc, Amintore Fanfani.

«Avevo scritto di un suo giro in Italia, definendolo misterioso. E mi presentai al Senato per strappargli qualche notizia. Quando mi vide restò pietrificato, poi cominciò a urlare: “Lei osa venire qui, al mio cospetto?”. Mi disse di seguirlo in ascensore. Nella sua stanza da presidente del Senato mi fece una sfuriata: “Io la mando in galera!”. Aveva la bava alla bocca. All’improvviso si calmò e mi spiegò il motivo del viaggio. Gli feci una domanda, poi un’altra ancora e mi misi a scrivere. Alla fine mi chiese: “Lei ha mai visto un mio quadro?”. E ordinò a un commesso di portarne uno: una barchetta verde, con la vela gialla, in mezzo al mare blu. Io dissi che era bellissimo, con toni un po’ eccessivi, e lui lo fece incartare. L’ho portato nella casa in campagna, nella camera da letto».

Con Aldo Moro hai fatto una storica intervista.

«In Transatlantico non parlava con nessuno. Scoprii la chiesa dove andava ogni mattina e gli chiesi un’intervista. Mi promise un appuntamento e qualche tempo dopo mi disse di andarlo a trovare a Terracina, sul litorale laziale. Camminava vestito in giacca, cravatta e soprabito sotto braccio tra i passanti in costume; mi raccontò che faceva pochi bagni e che durante le vacanze aveva visto al cinema due volte “Un uomo da marciapiede”. Poi rispose alle mie domande. Mi voleva bene. Una mattina due carabinieri bussarono alla porta di casa chiedendo le mie generalità. Temevo che volessero arrestarmi. Invece mi consegnarono la nomina a commendatore della Repubblica firmata da Moro».

I più irascibili?

«Sandro Pertini. Scrissi che aspirava a essere rieletto al Quirinale e mi gridò tre volte: “serva!” davanti a tutti, alla Camera. Bettino Craxi: “Devi ringraziare il cielo che non sono diventato presidente del Consiglio”, mi disse minaccioso nel 1979, dopo aver rinunciato all’incarico. Quando riuscì ad arrivare a Palazzo Chigi per L’Espresso gli strappai un colloquio dove attaccava i giornalisti e la stampa a suo dire ostile: “Sto per rompermi i coglioni”. Scrissi tutto e successe un putiferio. Massimo D’Alema si offese perché avevo scritto del suo carattere difficile e mi rivolse una cattiva espressione che non ricordo».

I più permalosi?

«Il presidente Giovanni Leone. Lo seguii nelle sue visite all’estero e scrissi delle sue gaffe. A Tbilisi, in Georgia, si mise a dirigere un coro che in suo onore aveva intonato “Funiculì Funiculà”. In Iran, a Persepoli, di fronte alla tomba di Ciro il Grande, esclamò: “Anche a Napoli abbiamo il nostro Ciro, Ciro a Mergellina”. Quando mi incontrò mi disse: “Ecco l’ambasciatore delle male parole”. Franco Evangelisti, il braccio destro di Andreotti, sottosegretario e ministro. Mi affrontò alla buvette: “Mi hai chiamato Tigellino e hai scritto che ghigno” e mi diede tre schiaffi. Io lo aspettai di fuori, nell’androne della Camera. Lui mi venne incontro, forse voleva scusarsi, ma non gli diedi il tempo perché gli restituii i ceffoni. Ci fu un parapiglia, ci divise Carlo Donat Cattin, per mettere pace intervenne il presidente della Camera».

Una volta hai catalogato i giornalisti che scrivono di politica.

«Li ho divisi in tonni, quelli che si muovono in branco e sono innocui. I pesci azzurri, gli squaletti da passeggio che si limitano a qualche morso indolore. E gli squali, che addentano senza timore. I tonni sono sempre stati numerosi. Oggi forse più di ieri».

Come sono cambiati i rapporti tra giornalisti e politici?

«Allora c’era un’informazione molto paludata. Veline e comunicati ufficiali. I retroscena non esistevano, i politici si infuriavano perché non erano abituati a veder pubblicato ciò che doveva restare riservato. Non mi hanno mai chiamato bugiardo; si arrabbiavano perché scrivevo cose che non dovevano uscire, ma mai cose false. Oggi invece mi sembra che i retroscena siano dettati dai politici, sui giornali finiscono le frasi che loro hanno interesse a far uscire, per scambiarsi qualche messaggio in codice».

Oggi si sa tutto, c’è la trasparenza, le riunioni si fanno in streaming.

«Non è vero, non è cambiato nulla. Mi è capitato di travestirmi per captare qualche riunione segreta. Una volta chiusero un armadio in cui mi ero infilato per ascoltare un vertice del Psiup e rischiai di morire soffocato. A una riunione della Dc alla Camera io e Augusto Minzolini ci infilammo il grembiule nero degli inservienti e ci mettemmo a pulire le finestre. Dopo un po’ fummo individuati e buttati fuori».

È cambiato, forse, che la politica si fa in tv.

«Nel 1983 Enzo Tortora mi chiese di arruolare i politici per il suo nuovo programma, “Cipria”. Dovevo convincerli a cantare davanti alle telecamere per la rubrica “L’ugola del Palazzo”. In molti mi dissero di no: Alessandro Natta si offese, Craxi mi buttò giù il telefono, Andreotti mi disse che aveva la raucedine. Altri abboccarono: il segretario del Pri Oddo Biasini cantò “Signorinella”; il dc Claudio Vitalone “Tu non mi lascerai mai” sul balcone di casa, mano nella mano con la moglie; il missino Tommaso Staiti di Cuddia intonò “Nel blu dipinto di blu” gettandosi con un paracadute da un bimotore. Il meglio lo diede il dc Calogero Mannino, che si esibì sulla “Turandot” e steccò sul “Vincerò”. Per la messa in onda aveva invitato a casa sua parenti e autorità e ci restò male».

Che tenerezza! Dopo abbiamo visto di tutto: chi cucina il risotto, chi gioca a ping pong, chi si butta in testa un secchio di acqua gelida...

«In tv i politici si considerano indispensabili e parlano di tutto. Maurizio Gasparri e Andrea Romano entrano negli studi tv fin dal mattino presto, con la donna delle pulizie, e parlano di Trump e delle buche di Roma con uguale autorevolezza. Una compagnia di giro».

Li racconti per L’Espresso nella rubrica "Banana Republic". Che ti sembrano i nuovi leader?

«Renzi è politicamente spietato: un uomo indifferente, basta vedere come stringe sbadatamente le mani. Di Maio? Un figurino della Rinascente. Salvini ha la faccia familiare di un commensale del vagone ristorante. Bersani sembra lo zio di un film di Pupi Avati. Giorgia Meloni è una Le Pen a cacio e pepe...».

Non salvi nessuno?

«Mi piace Mario Monti: una persona seria che ha salvato l’Italia. E uno come Mario Draghi. Quelli che non ti prendono in giro».

Tra i tuoi direttori chi ricordi con piacere?

«Livio Zanetti. Che mi assunse all’Espresso. E Claudio Rinaldi: nessuno sapeva annusare i pezzi come lui. Nel 1993 vide una foto di Luciano Benetton nudo per una pubblicità e decise di ripetere la copertina con un politico. Mi urlò: “Portami Sgarbi!”. Alla fine Vittorio accettò, interamente nudo fronte e retro, con lo slogan. “Meglio di tanti altri ben vestiti ma scandalosi”. Era l’anno di Tangentopoli. Ci costò quindici milioni di lire».

Oggi la politica si è rivestita? O è ancora nuda?

«La politica è sempre la stessa: insulti, baruffe, riappacificazioni finte. Di nuovo ci sono i trolley che scorrono sui pavimenti di marmo di Montecitorio, quando i deputati tornano a casa».

Quando Enrico Berlinguer sorrideva alla Camera: il racconto di un grande cronista. L’aplomb di Togliatti. Gli zoccoli della Bonino. I congiuntivi di Bossi. Le stagioni di Montecitorio viste da un giornalista in prima fila. «Ricordo l’abilità dialettica di Saragat e quella calma di Moro, che ti parlava come a un paziente. A porre fine all’era dell’abito scuro fu Oscar Mammì, con un maglioncino.  Poi arrivarono i jeans. E infine Cicciolina», scrive Guido Quaranta il 09 novembre 2018 su "L'Espresso". Quando, un pomeriggio della primavera del 1959, mi sporsi per la prima volta dal parapetto della tribuna della stampa, affacciata sull’aula affollata della Camera dei deputati, mi colpì soprattutto l’immagine di due personaggi. La prima era quella di un signore tozzo, dalle tempie imbiancate, le orecchie a sventola e un naso a becco così prominente da sembrare posticcio. Appollaiato lassù, su quell’alto scranno, in un ampio salone illuminato a giorno, assistito da commessi in divisa e al cospetto di centinaia di persone sedute nei loro banchi disposti ad anfiteatro, pareva quasi una divinità: era il presidente Giovanni Leone, un notabile democristiano di lungo corso e di mezza età. L’altro personaggio era una signora dai capelli grigi e l’aria un po’ arcigna, in piedi nel settore di sinistra: era la famosa deputata socialista Lina Merlin, di cui allora si parlava molto perché, l’anno prima, era riuscita a imporre la chiusura delle case di tolleranza nel Paese. Da quel pomeriggio della primavera del ’59 sono stati molti i primattori, le primedonne, i comprimari e le comparse della politica che ho potuto vedere da vicino e che ho ascoltato da quella privilegiata veranda di Montecitorio riservata ai cronisti come me e che ho frequentato per parecchi anni della prima Repubblica. Eh sì, da Almirante a Berlusconi, passando per Nilde Iotti, sono stati proprio tanti. Ricordo che Palmiro Togliatti, il capo del Pci, aveva uno sguardo severo e l’oratoria elegante: di solito compariva nell’emiciclo quando era prevista una votazione delicata e importante o se doveva pronunciare un discorso. Il segretario socialista Pietro Nenni, il volto solcato da mille rughe sottili, era un parlatore impetuoso: con la sua foga tribunizia trascinava sempre l’assemblea. Il leader dei liberali, Giovanni Malagodi, perennemente in doppiopetto blu, aveva, invece, il tono secco e uniforme dell’amministratore delegato che illustra la relazione di bilancio ai soci: quando interveniva non faceva quasi mai una pausa. E il repubblicano Ugo La Malfa, infine, era talmente preso dal suo amour fou per la politica che, quando ne discuteva nei dibattiti, si scuoteva tutto, agitando testa, torso, spalle, braccia e gambe. Non dimenticherò l’aspetto massiccio e incombente del socialista Riccardo Lombardi che improvvisava i suoi aspri, frequenti, astrusi e torrenziali discorsi lì per lì, senza badare al foglietto di appunti che lasciava regolarmente riposto sulla tavoletta del suo seggio; come rammento, altrettanto nitidamente, gli interventi asciutti, rari e meditati dello scrittore Leonardo Sciascia, un deputato molto riservato del partito radicale: una volta, durante un’ accesa ed estenuante discussione sul terrorismo, si limitò a parlare soltanto per nove minuti. Diversi onorevoli erano colti e preparati. Uno di loro, per esempio, era Giuseppe Saragat, leader dei socialdemocratici, che entrava nell’aula della Camera sempre con il Times e il Figaro sotto il braccio: più che un grande tribuno, era un abile argomentatore. Un altro è stato il segretario comunista Enrico Berlinguer: aveva un sorriso luminoso e triste, la voce assai pacata e lievemente rauca per le molte sigarette che fumava; e pure lui giungeva reggendo, sotto il braccio, un voluminoso fascio di giornali. E poi c’era il leader democristiano Aldo Moro, con quella sua frezza bianca sulla fronte, la voce calma, distaccata, distante e quell’eloquio da soave anestesista. Molti, invece, erano alquanto diversi. Alcuni usavano un linguaggio ampolloso, infarcito di “altresì”, “pertanto” e “qualsivoglia”. Altri tendevano alla retorica, con polverose citazioni in latino. Altri ancora si esprimevano con il gergo oscuro, involuto, allusivo, il cosiddetto politichese, in uso soprattutto nelle stanze dei partiti della sinistra. Certuni, poi, cedevano al tono professorale, scantinavano nel dottrinario, se ne uscivano con espressioni care agli avvocati di pretura, tipo “Bene ha fatto!” o “Come non ricordare?”. Parecchi, infine, discettavano sul nulla: un giorno gli onorevoli battibeccarono sull’eventualità di abbassare l’Iva sul basilico, la salvia, il rosmarino, lasciandola però intatta sul prezzemolo. C’era chi offendeva la sintassi o non rispettava la grammatica e, se graziava l’una era difficile che avesse pietà dell’altra. Rammento il capo della Lega Nord, Umberto Bossi, camicia verde, modi bruschi e, soprattutto, lessico sgangherato. Una volta, mentre pronunciava un suo colorito discorso, il presidente di turno, Alfredo Biondi, lo interruppe bruscamente e gli disse: «Onorevole, largheggi pure quanto vuole con gli aggettivi ma, per favore, sui congiuntivi, si controlli!». E c’era persino chi sembrava ignorare il significato delle parole. Un giorno, per esempio, un sottosegretario all’Interno, il socialista Aldo Venturini, chiamato a rispondere in Parlamento delle violente cariche della polizia durante una manifestazione studentesca a Roma, lesse un rapporto compilato dai funzionari del suo Ministero e concluse con tono rassicurante: «Onorevoli colleghi, posso, comunque, garantire la Camera che tutti i feriti sono stati portati al Politecnico». Mi hanno raccontato che un leghista del Trentino, Rolando Fontan, distratto dall’incessante chiacchiericcio dei colleghi seduti alle sue spalle, osservò, irritato, che non poteva continuare il suo intervento con quel “ronzino” sulla testa. Quante ne hanno sentite, poveretti, i due stenografi che, ogni cinque minuti, si davano il cambio a un tavolino posto al centro dell’emiciclo, fornito di un altoparlante, appuntavano tutti gli interventi alla velocità di 160 parole al minuto. Mi piace anche ricordare che, qualche anno prima del’59, era d’obbligo, per i deputati, accedere all’aula in abito scuro ed era assolutamente vietato entrarvi senza la cravatta. Ma, a poco a poco, quelle severe regole sull’abbigliamento sono state trasgredite e l’avvio lo diede un ministro, il repubblicano, Oscar Mammì che, tra le occhiate sgomente dei commessi e la sconcertata sorpresa dei colleghi, un bel giorno comparve con una maglietta dolcevita. Poi è stata la volta di un deputato comunista, Antonello Trombadori: reduce da un viaggio a Canton, sfoggiò una giubba di panno blu come quelle dei militari della Repubblica popolare cinese. Quindi fu il turno di un suo collega piacentino, irriducibilmente fascista, Carlo Tassi, che riesumò trionfante la camicia nera. E, infine, un giovane e belloccio democratico di sinistra, il padovano Pietro Folena, si esibì con pantaloni color vinaccia e, addirittura, con un paio di scarpe da tennis ai piedi: quasi un indossatore di Dolce & Gabbana. A quel punto, anche diverse onorevoli si affrettarono a imitare i colleghi. La radicale Emma Bonino comparve calzando audacemente gli zoccoli, divisa d’ordinanza delle prime femministe. Alessandra Mussolini, di Alleanza nazionale, optò per i blue-jeans. L’onorevole Cicciolina inaugurò un abito di lamé aderentissimo. E la berlusconiana Mariella Scirea si mostrò con i guanti di pizzo bianco lunghi sino al gomito come quelli che, ai suoi tempi, la soubrette Wanda Osiris metteva andando in scena. L’unica penalizzata dal nuovo corso, ormai accettato da tutti, fu Anna Maria Ciai, comunista, il giorno in cui mise, la prima volta, i pantaloni: erano così attillati che, in aula, al momento di sedersi, si squarciarono. Imbarazzata, raggiunse l’uscita camminando prudentemente all’indietro, un commesso le fece galantemente da scudo e, procedendo passo passo alle sue spalle, la scortò sino al laboratorio della sartoria della Camera per la riparazione. Non ho assistito ai frequenti tumulti che, soprattutto nei primi anni Cinquanta, hanno infuocato l’aula: con le parlamentari comuniste che colpivano i deputati democristiani sotto la cintura e con i loro compagni di partito che lanciavano penne, libri, scartoffie e le tavolette scardinate dei seggi contro il banco del governo occupato dai ministri. Giulio Andreotti, allora presidente del Consiglio, mi ha raccontato: «Una volta mi riparai in extremis da quel terribile diluvio di oggetti con un cestino di vimini: stava, per fortuna, sotto il mio banco accanto ai piedi, lo afferrai di colpo e me lo misi in testa». Finita la storica stagione degli scontri fisici, la contestazione parlamentare ha perduto la spettacolarità di un tempo e spesso si è ridotta a qualche carnevalata: come quando il leghista Luca Leoni Orsenigo, all’epoca buia di Tangentopoli, sventolò dal suo seggio un cappio da forca per indicare la sorte che, secondo lui, meritavano i corrotti. E un altro leghista, il torinese Mario Borghezio, scalmanato sostenitore dell’avvento della Padania indipendente, pronunciò un discorso in dialetto piemontese esordendo così: «Monsù President, colega parlamentar, ancheuj…». Proseguì affermando che l’italiano era ormai una “lingua da colonia”. E questo è quanto.

La Casaleggio editore impuro per eccellenza. L'informazione che piace ai grillini e Casaleggio? Quella che ha Casaleggio come editore, assolutamente impuro e, soprattutto, occulto, scrive Francesco Maria Del Vigo, Mercoledì 14/11/2018 su "Il Giornale". Ora il Movimento 5 Stelle stila liste di proscrizione e mette all'indice i giornalisti e i giornali. I primi sarebbero colpevoli di prostituirsi al miglior offerente, i secondi sarebbero tutti in mano ad editori impuri. Cioè soggetti che, oltre a possedere organi di informazione, hanno anche altri interessi: dalla politica all`industria, passando per l'edilizia e la sanità. Critica consunta, utilizzata per anni da tutti quelli che non amano essere criticati e hanno in uggia la libera informazione. Ma, soprattutto, critica che difficilmente può essere mossa dai pentastellati. Facciamo un passo indietro di qualche anno. La Casaleggio Associati, cuore pulsante e pensatoio del Movimento, per anni ha gestito siti news. Portali di aggregazione di informazioni piuttosto discussi, come Tze Tze e la Fucina. Piattaforme non direttamente collegate con il Movimento, ma gestite dalla Casaleggio che, di fatto, ne era l`editore. Editore impuro, ovviamente. Visto che contemporaneamente gestiva un soggetto politico. I rapporti con questi siti vennero svelati nel 2014 da Repubblica e poi finirono al centro di un`inchiesta di Buzzfeed nel 2016. Gli articoli raccolti dagli aggregatori venivano puntualmente rilanciati dalla pagina Facebook di Beppe Grillo, a sua volta gestita e controllata dallo staff di Casaleggio. Stesso procedimento per La Cosa, contenitore di video delle attività del Movimento 5 Stelle, intrecciato alla stessa catena di siti. Questi siti costituivano una formidabile arma di propaganda online per divulgare fake news, bufale e tematiche vicine ai Cinque Stelle. Una macchina di propaganda che poteva contare sulla cassa di risonanza dei milioni di follower delle pagine sociali dei leader del Movimento e sulla potenza di fuoco del blog di Beppe Grillo, per anni il più letto d`Italia. Lo scopo era chiaro: convincere i lettori che le testate tradizionali non fossero affidabili e propalare a più non posso notizie che trasformassero in reali esigenze le proposte politiche dei pentastellati. Erano i trombettieri del regime che stava per nascere, ed erano di proprietà dello stesso inventore del Movimento. Alla faccia della trasparenza. Niente di illegale, per carità. Ma tutto senza mettere in chiaro chi fosse il reale editore delle piattaforme. E, soprattutto, diffondendo bufale di ogni genere: dalla politica alla scienza, passando per la medicina. L`operazione è andata avanti, con successo, per anni. Poi la macchina di disinformazione è diventata troppo ingombrante. Aveva creato e manipolato a sufficienza il consenso, ma poco prima delle elezioni rischiava di trasformarsi in un gigantesco boomerang. Così i siti sono stati lentamente marginalizzati, i contenuti non sono stati più condivisi sui social del Movimento e le piattaforme hanno smesso di parlare di politica ed economia a favore di ricette e notizie curiose. Per poi, finita la loro missione, sparire nel nulla. Proprio come una prostituta che ha portato a termine la sua prestazione. Questa è l'informazione che piace ai grillini e Casaleggio. Quella che ha Casaleggio come editore, assolutamente impuro e, soprattutto, occulto.

Che tempo che fa, Fabio Fazio massacra Rocco Casalino: senza precedenti in diretta tv, scrive il 12 Novembre 2018 "Libero Quotidiano". Un "ruggito" di Fabio Fazio, nel corso dell'intervista a Rocco Casalino a Che tempo che fa, il programma della domenica sera di Rai 1. Si parlava del criticatissimo video del portavoce del premier, Giuseppe Conte, in cui insultava down e anziani. Un video che sarebbe stata una sorta di esercitazione teatrale: Casalino, infatti, ha spiegato che diceva quelle cose pur senza pensarle. Ed eccoci, dunque, al "ruggito" di Fazio, il quale ricorda al grillino che "non si può dire quello che non si pensa e non si può pensare quello che non si dice". Insomma, una discreta lezione a Casalino. Il quale, almeno a giudicare dall'espressione, forse non ha capito: sorride mentre viene "bastonato".

Down, minculpop, Shoah. Le gaffe a 5 stelle. Ancora Casalino. E Renzi chiede le dimissioni, scrive Piero Sansonetti il 9 Novembre 2018 su "Il Dubbio". Non è certo la prima volta che i 5 stelle finiscono nelle polemiche per qualche gaffe. Ieri però hanno raggiunto un record forse difficile da eguagliare. Almeno tre gaffe, una più clamorosa dell’altra. Il portavoce del premier, Rocco Casalino, che – in un video di parecchi anni fa – insulta le persone Down e i vecchi, e addirittura dice che gli fanno schifo; ancora Casalino che nello stesso video – che propone il superamento del manicheismo che rende i nazisti sempre carnefici e gli ebrei sempre vittime; e infine la proposta di una commissione politica che controlli la divulgazione della scienza in Rai: diciamo una specie di Minculpop aggiornato e corretto (il Minculpop era il famigerato ministero della cultura popolare che, durante il fascismo, controllava l’informazione, la cultura la scienza e tutto il resto). Beh, è un po’ troppo. E’ molto probabile, naturalmente, che Rocco Casalino scherzasse quando ha detto ad un gruppo di studenti (in una specie di intervista simulata in un corso universitario), che a lui fanno schifo i vecchi e le persone affette dalla sindrome di Down. Però era uno scherzo parecchio, parecchio stupido e volgare. E certo non è la prima volta che il portavoce del primo ministro Conte incappa in un incidente di percorso dovuto al suo modo di esprimersi arrogante e inconsulto. Mi pare invece, purtroppo, che non ci sia nessuna possibilità di equivoco sulla frase che ha pronunciato a proposito di Hitler e degli ebrei. Down, anziani, ebrei, Minculpop La giornata delle supergaffe a 5 Stelle. Casalino cercava di spiegare agli studenti una cosa giusta: che la realtà è sempre più complessa di quel che sembra, e che non bisogna fermarsi alle apparenze. E però ha cercato di dare forza a questo suo ragionamento proponendo un esempio del tutto insensato. E cioè proponendo di riequilibrare responsabilità e giustificazioni nella vicenda dello sterminio degli ebrei. Ha dimostrato una superficialità, e anche una ignoranza, che si possono perdonare, forse – ma non è detto – al ragazzo di 30 anni appena uscito dalla casa del Grande Fratello, ma che fanno orrore se pronunciate dal futuro portavoce di Palazzo Chigi. Infine la scivolata sulla commissione per controllare l’informazione scientifica in Rai, proposta da un deputato 5 Stelle, che salta fuori – magari per caso – proprio due giorni dopo la cacciata del capo dell’Agenzia spaziale italiana da parte di un ministro. E che offre nuovi argomenti a chi, da tempo, avanza paragoni tra questo governo e il vecchio regime di Mussolini Dopodiché si può anche dire che questi scandali nascono da un modo di realizzare – diciamo così – la lotta giornalistica, fondato tutto sullo scandalo e sul rovistare nel passato degli esponenti della politica. Non è il massimo, in termini di giornalismo di qualità, è vero. E però la realtà è questa: il giornalismo di qualità in Italia non esiste più, è stato travolto dal giornalismo gossipparo e scandalistico voluto, alimentato e amato proprio dai “5 Stelle” e dai loro organi di stampa. Che lo hanno imposto un po’ a tutti e se ne sono anche gloriati. Ora non se ne gloriano più? Eppure appena due giorni fa il quotidiano dei “5 Stelle” ha pubblicato – assai vistosamente intercettazioni telefoniche prive di valore politico o giuridico, solo allo scopo di infangare Renzi. C’è qualcuno che dopo aver pubblicato quelle inutili intercettazioni può oggi alzare il ditino per condannare i giornali che diffondono i video di Casalino? Oltretutto, se si pensa che furono chieste le dimissioni di una ministra “dem” perché nella tesi di laurea non aveva espressamente scritto la fonte di una lunga citazione, beh, allora nessuno può spiegarsi perché Casalino stia ancora al suo posto. E si capiscono anche bene le polemiche lanciate dal Pd, con dichiarazioni di Davide Faraone e dello stesso Matteo Renzi. Anche perché Faraone, Renzi e un gran numero di persone anziane o di parenti e amici di persone Down si sono sentiti effettivamente offesi. Renzi, Faraone e molti altri hanno chiesto formalmente le dimissioni di Casalino e le hanno chieste anche a nome delle persone Down insultate dal portavoce del premier. Né Renzi, né Faraone conoscevano ancora quel pezzo di video nel quale si chiede il riequilibrio tra Hitler e gli ebrei. Diciamo la verità, i 5 Stelle si sono messi in un bel guaio. E forse solo ora cominciano a capire che quella passione per la lotta politica fondata sulle macchine del fango, da scatenare contro gli avversari, rischia sempre di ritorcere contro chi la pratica. Come se ne può uscire? In due modi. O ignorando tutte le polemiche e usando la frase preferita di Salvini (“me ne frego”). Oppure in modo ragionevole: con un po’ di umiltà. Per esempio prendendo in considerazione anche la possibilità di usare, qualche volta, l’istituto delle dimissioni che in passato è stato così spesso richiesto a gran voce, e spesso a sproposito. Ma i 5 Stelle, allievi di Beppe Grillo, sono in grado di capire il significato di questa parola: umiltà?

Virginia Raggi è stata assolta. Ma non dall'incompetenza. La sindaca è stata assolta nel processo per falso. Per i giudici le dichiarazioni all'Anticorruzione in merito alla promozione del fratello del suo ex fedelissimo, Raffaele Marra, non costituiscono reato. Ma Virginia ha detto menzogne ben più gravi, e combinato guai assai peggiori: doveva lasciare da un pezzo per manifesta incapacità, scrive Emiliano Fittipaldi il 10 novembre 2018 su "L'Espresso". Alessandro Di Battista è uno che ha sempre le idee chiare. «Il sindaco di Roma è solo una foglia di fico in un sistema complesso gestito da criminali» ha sentenziato il grillino. «Senza che magari se ne sia reso conto. Questo non significa che il sindaco sia coinvolto. Ma per incapacità non è degno di fare il sindaco a Roma. Gli incapaci sono colpevoli quanto i delinquenti. Credono di poter comandare, e invece sono comandati». Chissà se in questi ultimi mesi a Virginia Raggi, riascoltando le parole che il compagno di partito urlava nel 2014 chiedendo le dimissioni di Ignazio Marino travolto dalle accuse dei magistrati a Buzzi e Carminati, saranno fischiate le orecchie. Di certo Di Battista, mago della doppia morale, se le è dimenticate: se dopo gli arresti e i processi per corruzione di Raffaele Marra e Luca Lanzalone, braccio destro e sinistro della sindaca pentastellata, ha sempre difeso la sua amica senza se e senza ma, oggi - pochi minuti dopo l’assoluzione della grillina - ha vomitato insulti mai sentiti da un politico contro i giornalisti. «Pennivendoli e puttane». "Vado avanti a testa alta per Roma, la mia amata città, e per tutti i cittadini". Così la sindaca di Roma Virginia Raggi commenta la sentenza di assoluzione dall'accusa di falso ideologico nell'ambito del processo che la vedeva imputata per la nomina di Renato Marra. Il giudice Roberto Ranazzi durante la lettura della sentenza arrivata dopo meno di un'ora di camera di consiglio ha detto che "Il fatto c'è, ma non costituisce reato" in base all'articolo 530 comma 1 del codice di procedura penale. Il pm aveva chiesto la condanna di 10 mesi di Francesco Giovannetti. È un fatto, invece, che l'avventura della Raggi rischiava di concludersi anzitempo solo a causa di un cortocircuito politico, e di incapacità strategiche, più che giudiziarie. Il M5S temeva il peggio, ma il giudice monocratico ha sentenziato che le dichiarazioni di Virginia davanti al dirigente dell’Anticorruzione (a cui giurò che fu lei, e non Raffaele - al tempo direttore del Personale - a scegliere in piena autonomia lo scatto di carriera e di stipendio del di lui fratello, Renato) non costituiscono reato. Chi scrive (nonostante sia stato L'Espresso a pubblicare nel settembre del 2016 l'inchiesta giornalistica sui rapporti tra Marra e l'imprenditore Sergio Scarpellini, articolo che ha dato il via al filone penale sulla corruzione dell'ex finanziere; dopo il sequestro del suo cellulare e il ritrovamento di alcune chat tra Marra e la sindaca, i pm di Roma hanno poi aperto un nuovo rivolo, accusando la Raggi di falso) crede che la sindaca non avrebbe mai dovuto lasciare a causa di una condanna per un reato “bagatellare”.

Paradossalmente sono stati proprio i Cinque Stelle a infilarsi da soli il nodo scorsoio che poteva strozzare il Campidoglio e gettare nel caos il movimento nazionale: la legge Severino non prevede, per pene minori, alcuna ripercussione o sospensione del pubblico ufficiale condannato. È infatti il rigido codice etico del partito a obbligare gli amministratori grillini condannati a dimettersi dall'incarico. Anche se la sentenza è solo di primo grado, e anche di fronte a reati minori che censurano comportamenti scorretti, ma non certo gravissimi da un punto di vista etico e politico. Perché rispetto ai disastri e alle altre menzogne della Raggi, che non hanno avuto rilievi penali, il presunto falso raccontato al pubblico ufficiale dell'authority di Cantone appare francamente come una quisquilia. La Raggi ha mentito ai romani più volte. Affermando che «Marra (appena arrestato, ndr) era solo uno dei 23 mila dipendenti del Comune». Ha mentito pure sull'ex assessore Paola Muraro: nonostante fosse venuta a conoscenza dell'indagine sulla sua collaboratrice, Virginia per 50 giorni negò di essere a conoscenza di eventuali procedimenti giudiziari contro di lei. Senza dimenticare le omissioni sul curriculum, come quelle sul passato da praticante nello studio di Cesare Previti, o sulla presidenza di una società dell'ex segretario di Franco Panzironi, appena condannato per Mafia Capitale. Se, come dice Di Battista, «gli incapaci sono colpevoli quanto i delinquenti, perché credono di poter comandare, e invece sono comandati», è un fatto che la Raggi si sia fatta consigliare e guidare da due Rasputin, entrambi finiti in manette per corruzione. Marra, in primis, a cui Virginia ha consegnato le chiavi del Campidoglio nonostante le inchieste giornalistiche e i dubbi di parte del movimento (Roberta Lombardi su tutti). Poi Luca Lanzalone, scelto dal gennaio 2017 come nuovo consigliere, dopo i suggerimenti di pezzi da novanta come Alfonso Bonafede e Riccardo Fraccaro. La Raggi da gennaio 2017 ha messo la città di Roma nelle mani di un avvocato di Genova che, secondo la procura capitolina, era al soldo di un'associazione a delinquere guidata dal costruttore Parnasi, da cui Lanzalone avrebbe ricevuto circa 100 mila euro tra utilità e consulenze in cambio di un iter rapido per il via libera al progetto dello stadio di Tor di Valle. «Chi ha sbagliato pagherà», ripete sempre la Raggi a ogni inciampo e scandalo, come se non fosse stata lei a promuovere Marra, e a piazzare Lanzalone a presidente dell'Acea. O a nominare un fedelissimo del suo Mr Wolf a commissario straordinario dell'Istituto di previdenza dei dipendenti comunali (Ipa), il livornese Fabio Serini, con un contratto a oltre 115 mila euro l'anno. Peccato che Serini (anche lui indagato per corruzione) non fosse un commercialista qualunque, ma un uomo che Lanzalone conosceva assai bene: quando Serini era commissario giudiziale dell'azienda dei rifiuti di Livorno (Ammps), Lanzalone e il suo socio Luciano Costantini ne erano infatti i consulenti legali, incaricati alla difesa dell'azienda. Qualche giorno fa i carabinieri del Nucleo investigativo di Roma hanno scoperto «che non solo Luca Lanzalone ha aiutato Serini (in pieno conflitto di interessi, ndr) ad ottenere dal sindaco Raggi la nomina a commissario dell'Ipa» ma che lo stesso Serini, una volta nominato dalla grillina, ha poi affidato allo studio di Lanzalone «incarichi remunerati». Se Parnasi dava o prometteva a Lanzalone consulenze pagate con denaro privato, in pratica, stavolta si tratta di soldi pubblici dei contribuenti. Un do ut des che vede la sindaca nel ruolo di vittima, o – come ci dicono gli inquirenti - di "trafficata". Possibile che la Raggi si sia fatta raggirare ancora una volta da soggetti a cui aveva dato totale fiducia? Leggendo e analizzando le carte, sembra proprio di sì. Al netto delle capacità nella gestione della Città eterna, sprofondata dal suo arrivo ancor più nel degrado e nella sporcizia, con municipalizzate sull'orlo del fallimento, strade e quartieri violenti e insicuri, verde pubblico e parchi incolti, autobus dell’Atac in fiamme e scale mobili della metro che crollano, in un Paese normale sarebbe bastato solo uno degli scandali che hanno asfissiato Roma e il Campidoglio negli ultimi due anni a costringere la Raggi a fare un passo indietro. Invece a gettare la Capitale (e il M5S) nel caos politico rischiava di essere un reato bagatellare. Le reazioni dei pentastellati, dei media e delle opposizioni alla sentenza di assoluzione sono altri segni evidente della subordinazione costante della politica italiana alla magistratura. Di Maio, in grande difficoltà politica a livello nazionale, mangiato nei sondaggi dall’avanzata del socio di maggioranza Salvini, ha subito sfruttato l’occasione per dare addosso ai giornalisti, definiti «infimi sciacalli, cani da riporto di mafia capitale, vera piaga di questo Paese, corrotti intellettualmente e moralmente». Insieme al violento attacco ai media (rei di aver fatto ancora una volta solo il proprio lavoro, dando conto ai lettori delle cronache giudiziarie e delle notizie sulle inchieste), il vicepremier ha annunciato anche «una legge sugli editori puri», una minaccia neppure tanto velata di epurazione in massa della stampa a lui sgradita. Quando il potere vuole mettere il bavaglio alla stampa libera, vuol dire che ha paura, ed è fragile. Detto questo, mala tempora currunt.

Raggi assolta, il Movimento attacca i media e i giornalisti reagiscono, scrive l'11 Novembre 2018 "Il Dubbio". Le reazioni dopo l’assoluzione di Virginia Raggi nel processo che la vedeva imputata di falso in relazione alla nomina di Renato Marra a capo della direzione Turismo. Più che la sentenza di assoluzione di Virginia Raggi sono da registrare le reazioni violente e scomposte dei leader del Movimento 5Stelle: da Luigi Di Maio ad Alessandro Di Battista. Un attacco a testa bassa contro i giornalisti che lascia molto perplessi sull’idea di democrazia e di libertà di stampa. Se il vicepremier ha parlato di “infimi sciacalli”, l’ex deputato grillino su Facebook se l’è presa con i “pennivendoli”: “Sono loro le vere puttane”. Dalle note ufficiali ai post sui social, sono molti i giornalisti che hanno replicato alle accuse. “Caro @luigidimaio prima di insultare i giornalisti impara a leggere le sentenze: il giudice ha stabilito che il fatto c’è, dunque abbiamo scritto solo la verità – scrive su Twitter Sebastiano Messina de la Repubblica – Noi raccontiamo i fatti e continueremo a farlo: fattene una ragione”. “Sono dieci anni che Di Maio tenta con ogni mezzo di abolire l’Ordine dei giornalisti, che dice di disprezzare – scrive in un altro post – Qualche giorno fa ha annunciato che l’abolizione è già sul tavolo del governo”. Mentre il direttore del quotidiano romano, Mario Calabresi, con un editoriale ha sottolineato come “nessuno dei fatti descritti da Repubblica è stato smentito. La procura e il giudice per le indagini preliminari li hanno ritenuti rilevanti. Il Tribunale ha ritenuto che non costituiscano reato e Virginia Raggi è stata assolta”. “Ma basta con ‘infimi sciacalli’ ai giornalisti. Un sindaco è stato assolto, dovrebbe essere il minimo. La città resta quella che è, si metta al lavoro per fare meglio. Punto”, scrive Andrea Salerno, direttore La7. “Il livore dei 5 stelle verso l’informazione è comprensibile solo per la frustrazione di non poter, da giustizialisti integrali, attaccare chi ha portato a giudizio la Raggi, non i giornalisti ma i magistrati – è il post di Enrico Mentana, direttore del Tg La7 su Facebook – Hanno avuto anni per dare ai giornalisti delle puttane, ma hanno aspettato la fine del processo di primo grado, non si sa mai”. “Nessuna categoria è fatta solo di gente pura, neanche i giornalisti, neanche i 5 stelle, neanche le puttane. Ma né i giornalisti né le donne che scelgono, o sono costrette, alla prostituzione sono così poco coraggiosi da dare la colpa di un’azione giudiziaria a chi l’ha raccontata e non a chi l’ha aperta e svolta”, sottolinea. Eppure Virginia Raggi è stata assolta nell’ambito del processo che la vedeva imputata di falso in relazione alla nomina di Renato Marra a capo della direzione Turismo. La Procura di Roma aveva chiesto una condanna a 10 mesi, con le attenuanti generiche e dalla lievità della richiesta si era già capito che forse le cose non sarebbero finite male. La Raggi era pronta a dimettersi nel caso di condanna, aveva già girato un video che sarebbe stato diffuso dopo la sentenza. “Sono pronta ad andarmene in due ore”, aveva detto. Alla lettura della sentenza la sindaca è scoppiata in lacrime ed è corsa ad abbracciare gli avvocati ed il marito, mentre i suoi sostenitori (in aula era presente una buona parte dei consiglieri comunali grillini) applaudiva.   «Questa sentenza spazza via due anni di fango. Andiamo avanti a testa alta per Roma, la mia amata città, e per tutti i cittadini», ha commentato.

Giorgio Gaber. Testo Mi Fa Male Il Mondo [prima parte] - 1995/1996

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Mi fa male più che altro credere

che sia un destino oppure una condanna

che non esista il segno di un rimedio 

in un solo individuo che sia uomo o donna.

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Mi fa male più che altro ammettere

che siamo tutti uomini normali

con l'illusione di partecipare 

senza mai capire quanto siamo soli.

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

È un malessere che abbiamo dentro

è l'origine dei nostri disagi

un dolore di cui non si muore

che piano piano ci rende più tristi e malvagi.

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male il mondo

coro/G: mi fa male il mondo

mi fa male mi fa male mi fa male

Mi fa bene comunque credere

che la fiducia non sia mai scomparsa

e che d'un tratto ci svegli un bel sogno 

e rinasca il bisogno di una vita diversa

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Mi fa bene comunque illudermi

che la risposta sia un rifiuto vero

e che lo sfogo dell'intolleranza 

prenda consistenza e diventi un coro.

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Ma la rabbia che portiamo addosso 

è la prova che non siamo annientati 

da un destino così disumano 

che non possiamo lasciare ai figli e ai nipoti.

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male il mondo

coro/G: mi fa male il mondo

mi fa male mi fa male mi fa male.

Giorgio Gaber. Testo Mi Fa Male Il Mondo [seconda parte] (canzone-prosa) - 1995/1996

Coro: mi fa male il mondo mi fa male il mondo 

mi fa male il mondo mi fa male il mondo

E non riesco a trovar le parole

per chiarire a me stesso e anche al mondo

cos’è che fa male…

Mi fa male, mi fa male essere lasciato da una donna... non sempre. Mi fa male l’amico, che mi spiega perché mi ha lasciato. Mi fanno male quelli che si credono di essere il centro del mondo, e non sanno che il centro del mondo sono io. Mi fa male quando mi guardo allo specchio.

Mi fa male anche quando mi dicono che mia figlia mi assomiglia molto fisicamente. Mi fa male per lei. Mi fanno male, quelli che sanno tutto... e prima o poi te lo dicono. Mi fanno male gli uomini esageratamente educati, distaccati formali. Ma mi fanno più male quelli che per essere autentici ti ruttano in faccia. Mi fa male essere così delicato, e non solo di salute. Mi fa male più che altro il fatto, che basta che mi faccia male un dente, che non mi fa più male il mondo. Mi fanno male, quelli troppo ricchi, quelli troppo poveri.

Mi fanno male anche quelli troppo così e così. Mi fa male l’IVA, le trattenute il 740, i commercialisti... mamma mia come mi fanno male i commercialisti! Mi fanno male le marche da bollo, gli sportelli, gli uffici, le code. Mi fa male quando perdo la patente e gli amici mi dicono: "Condoglianze". E gli impiegati quando vai lì, non alzano neanche la testa. E poi quando la alzano s’incazzano, perché gli fai perdere tempo. Ti trattano male, giustamente, siamo noi che sbagliamo, l’ufficio é sempre un altro, e poi un altro ancora, e poi le segretarie, i capiuffici, i funzionari i direttori, i direttori generali... Mi fa male la burocrazia, mi fa male l’apparato la sua mentalità, la sua arroganza. Mi fa male lo Stato! Come sono delicato!

Mi fa male il futuro dell’Italia, dell’Europa, del mondo. Mi fa male l’immanente destino del pianeta terra minacciato dal grande buco nell’ozono, dall’effetto serra e da tutte quelle tragedie planetarie, che al momento poi, a dir la verità, non mi fanno mica tanto male. Sarà perché mi fanno male le facce verdi, dei verdi. Mi fanno male i fax, i telefonini, i computer e la realtà virtuale, anche se non so cos’é. Mi fa male l’ignoranza, sia quella di andata che quella di ritorno. 

Mi fa male la scuola privata, ma anche quella pubblica non scherza, nonostante che il Ministero della Pubblica Istruzione abbia 1.200.000 dipendenti. Numericamente nel mondo, l’ente é secondo soltanto all’esercito americano. Però!

Mi fa male la carta stampata, gli editori... tutti. Mi fanno male le edicole, i giornali, le riviste con i loro inserti: un regalino, un opuscolo, una cassetta, un gioco di società, un cappuccino e una brioche grazie.

Mi fanno male quelli che comprano tutti i giornali perché la realtà é pluralista. Nooo, non mi fa male la libertà di stampa. Mi fa male la stampa. Mi fa male che qualcuno creda ancora che i giornalisti, si occupino di informare la gente. I giornalisti, che vergogna! Cosa mettiamo oggi in prima pagina? Ma sì, un po’ di bambini stuprati. E’ un periodo che funzionano. Mi fanno male le loro facce presuntuose e spudorate, facce libere e indipendenti ma estremamente ma rispettose dei loro padroni, padroncini, facce da grandi missionari dell’informazione, che il giorno dopo guardano l’indice d’ascolto. Sì alla televisione, facce completamente a loro agio che si infilano le dita nelle orecchie e si grattano i coglioni. Sì, questi geniali opinionisti che gridano litigano, si insultano, sempre più trasgressivi. Questi coraggiosi leccaculo travestiti da ribelli. E’ questa libertà di informazione che mi fa vomitare.  Come sono delicato!

Mi fa male, quando mi suonano il campanello di casa e mi chiedono di firmare per la pace nel mondo per le foreste dell’Amazzonia per le balene del Pacifico. E poi mi chiedono un piccolo contributo, offerta libera, soldi, tanti soldi per le varie ricerche, per la vivisezione per il terremoto nelle Filippine, per le suore del Nicaragua, per la difesa del canguro australiano. Devo fare tutto io! Mi fa male quando mi sento male.

Mi fa male che in un ospedale pubblico per fare una TAC ci vogliano in media sette mesi. Mi fa male che uno magari dopo sette mesi... (fischia)

Mi fa male la faccia assolutamente normale del professore che ti dice: “Certo che privatamente, con un milione e due, si fa domani”. Mi fa male, anzi mi fa schifo chi specula sulla vita della gente. Mi fanno male quelli che dicono che gli uomini sono tutti uguali. Mi fanno male anche quelli che dicono che, il pesce più grosso, mangia il pesce più piccolo. Mi farebbe bene metterli nella vaschetta delle balene.

Mi fa male la grande industria, la media mi fa malino, la piccola non mi fa praticamente niente.

Mi fanno male i grandi evasori, i medi mi fanno malino, i piccoli fanno quello che possono.

Mi fa male che a parità di industriali stramiliardari, un operaio tedesco guadagna 2.800.000 lire al mese, e uno italiano 1.400.000. Ma, l’altro 1.400.000 dov’è che va a finire? Allo Stato, che ne ha così bisogno. Mi fa male che tra imposte dirette e indirette un italiano medio paghi, giustamente per carità, un carico di tributi tale, che se nel Medioevo, le guardie del re l’avessero chiesto ai contadini, sarebbero state accolte a secchiate di merda. Mi fa male che l’Italia, cioè voi, cioè io, siamo riusciti ad avere, non si sa bene come, due milioni di miliardi di debito. Eh si sa, un vestitino oggi, un orologino domani, basta distrarsi un attimo... e si va sotto di due milioni di miliardi. Questo lo sappiamo tutti eh. Ce lo sentiamo ripetere continuamente. Sta cambiando la nostra vita per questo debito che abbiamo. Ma con chi ce l’abbiamo? A chi li dobbiamo questi soldi? Questo non si sa. Questo non ce lo vogliono dire. No, no perché se li dobbiamo a qualcuno che non conta... va bè, gli abbiamo tirato un pacco e finita lì. Ma se li dobbiamo a qualcuno che conta... due milioni di miliardi... prepariamoci a pagare in natura. Mi fa male la violenza. Mi fa male la sopraffazione, la prepotenza, l’ingiustizia. 

A dir la verità mi fa male anche la giustizia. Un paese che ha una giustizia come la nostra, non sarà mai un paese civile. Io personalmente, piuttosto di avere a che fare con la giustizia preferisco essere truffato, imbrogliato, insultato, e al limite anche un po’ sodomizzato. Che magari mi piace anche.

Mi fanno male le facce dei, dei collaboratori di giustizia, dei pentiti... degli infami, insomma, che dopo aver ammazzato uomini donne e bambini, fanno l’atto di dolore... tre Pater, Ave e Gloria e chi s’é visto s’é visto. Mi fa male che tutto sia mafia.

Mi fa male non capire, perché animali della stessa specie si ammazzino tra di loro.

Mi fa male che in Bosnia, non ci sia il petrolio. Mi fa male chi crede che le guerre si facciano per ragioni umanitarie. Mi fa male anche chi muore in Somalia, in Ruanda, in Palestina, in Cecenia. Mi fa male chi muore.

Mi fa male chi dice, che gli fa male chi muore, e fa finta di niente sul traffico delle armi, che é uno dei pilastri su cui si basa il nostro amato benessere.

Mi fanno male le lobbies di potere, le logge massoniche, la P2. E la P1? No perché se c’é la P2, ci sarà anche la P1. Se no la P2 la chiamavano P1. No, quelli della P1 sono buoni, mansueti, come agnelli, in genere stanno a cuccia.

Mi fa male qualsiasi tipo di potere, quello conosciuto ma anche quello sconosciuto, sotterraneo, che poi é il vero potere. Mi fanno male le oscillazioni e i rovesci dell’alta finanza. Più che male mi fanno paura, perché mi sento nel buio, non vedo le facce. Nessuno ne parla, nessuno sa niente, sccc. Sono gli intoccabili. Facce misteriose che tirano le fila di un meccanismo invisibile, talmente al di sopra di noi, da farci sentire legittimamente esclusi. E lì, in chissà quali magici e ovattati saloni, che a voce bassa e con modi raffinati, si decidono le sorti del nostro mondo. Dalle guerre di liberazione, ai grandi monopoli, dalle crisi economiche, alle cadute dei muri, ai massacri più efferati. Mi fa male quando mi portano il certificato elettorale. Mi fa male la democrazia, questa democrazia che é l’unica che io conosca. Mi fa male la prima Repubblica, la seconda, la terza, la quarta.

Mi fanno male i partiti. Più che altro tutti. Mi fanno male i politici sempre più viscidi, sempre più brutti. Mi fanno male i loro modi accomodanti imbecilli ruffiani. E come sono vicini a noi elettori, come ci ringraziano, come ci amano. Ma sì, io vorrei anche dei bacini, dei morsi sul collo, certo, per capire bene che lo sto prendendo nel culo. Tutti, tutti l’abbiamo sempre preso nel culo... da quelli di prima, da quelli di ora, da tutti quelli che fanno il mestiere della politica, che ogni giorno sono lì a farsi vedere. Ma certo, hanno bisogno di noi, che li dobbiamo appoggiare, preferire, li dobbiamo votare, in questo ignobile carosello, in questo grande libero mercato delle facce. Facce facce... facce che lasciano intendere di sapere tutto e non dicono niente. Facce che non sanno niente e dicono di tutto. Facce suadenti e cordiali con il sorriso di plastica. Facce esperte e competenti che crollano al primo congiuntivo.

Facce compiaciute e vanitose che si auto incensano come vecchie baldracche. Facce da galera che non sopportano la galera e si danno malati. Facce che dietro le belle frasi hanno un passato vergognoso da nascondere. Facce da bar che ti aggrediscono con un delirio di sputi e di idiozie. Facce megalomani da ducetti dilettanti. Facce ciniche da scuola di partito allenate ai sotterfugi e ai colpi bassi. Facce che hanno sempre la risposta pronta e non trovi mai il tempo di mandarle a fare in culo. Facce che straboccano solidarietà. Facce da mafiosi che combattono la mafia. Facce da servi intellettuali, da servi gallonati, facce da servi e basta. Facce scolpite nella pietra, che con grande autorevolezza sparano cazzate. Non c’é neanche una faccia, neanche una, che abbia dentro con il segno di un qualsiasi ideale; una faccia che ricordi, il coraggio il rigore, l’esilio, la galera. No. C’é solo l’egoismo incontrollato, la smania di affermarsi, il denaro, l’avidità più schifosa, dentro a queste facce impotenti e assetate di potere, facce che ogni giorno assaltano la mia faccia in balia di tutti questi nessuno. E voi credete ancora che contino le idee. Ma quali idee?

La cosa che mi fa più male, é vedere le nostre facce, con dentro le ferite, di tutte le battaglie che non abbiamo fatto.

E mi fa ancora più male vedere le facce dei nostri figli, con la stanchezza anticipata di ciò che non troveranno. Sì, abbiamo lasciato in eredità forse un normale benessere, ma non abbiamo potuto lasciare, quello che abbiamo dimenticato di combattere, e quello che abbiamo dimenticato di sognare. Bisogna assolutamente trovare il coraggio di abbandonare i nostri miseri egoismi, e cercare, un nuovo slancio collettivo, magari scaturito proprio dalle cose che ci fanno male, dai disagi quotidiani, dalle insofferenze comuni, dal nostro rifiuto. Perché un uomo solo, che grida il suo no, é un pazzo, milioni di uomini che gridano lo stesso no, avrebbero la possibilità di cambiare veramente il mondo.

Mi fa male il mondo 

Mi fa male il mondo

Mi fa bene comunque credere 

che la fiducia non sia mai scomparsa

e che d'un tratto ci svegli un bel sogno 

e rinasca il bisogno di una vita diversa

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Mi fa bene comunque illudermi 

che la risposta sia un rifiuto vero 

che lo sfogo dell'intolleranza 

prenda consistenza e diventi un coro.

Mi fa male il mondo mi fa male il mondo

Ma la rabbia che portiamo addosso 

è la prova che non siamo annientati 

da un destino così disumano 

che non possiamo lasciare ai figli e ai nipoti.

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male

coro: mi fa male il mondo G: mi fa male il mondo

Mi fa bene soltanto l'idea 

che si trovi una nuova utopia 

litigando col mondo.

Scanzi sui giornalisti citando Gaber: "Coraggiosi leccaculo travestiti da ribelli, speriamo siano molti i coraggiosi". Si parla di libertà di Stampa e della proposta del M5S di fare una legge ad hoc a favore degli Editori puri quando Andrea Scanzi cita le parole di Giorgio Gaber tratte da uno dei suoi ultimi monologhi.

Caso Raggi tra giornalisti sciacalli e puttane, Scanzi: faccio fatica a dar torto a Di Battista il 12 novembre 2018 su Otto e mezzo di La7. Il giornalista del Fatto, interviene a 8 e mezzo, sulle parole durissime usate contro i giornalisti dal vice presidente del consiglio Luigi Di Maio ed in particolare, da Alessandro Di Battista, dopo l'assoluzione della sindaca di Roma Virginia Raggi, oggetto, ad onor del vero, di un attacco inusitato da parte della stampa, imputata per falso in atto pubblico, dopo appena un anno dal suo insediamento, dopo che i pm chiedono il processo per aver mentito di fronte all’Anticorruzione del Comune di Roma. Il tutto per difendere Raffaele Marra dall’accusa di aver agevolato la promozione del fratello - Scanzi dopo aver stigmatizzato le parole di Di Maio, ricorda l'editto bulgaro di Berlusconi ed i vari giornalisti epurati da Renzi durante il suo governo, ma precisa anche che, Alessandro Di Battista ha usate gli epiteti di giornalisti sciacalli e puttane, in riferimento di quelli che, un giorno sì ed un giorno no, attribuivano alla Raggi, "qualsivoglia forma di flirt. Forse la prostituta, non era la Raggi ma coloro che dicevano queste cose. Nello specifico, mi duole dire che, faccio fatica a dar torto a Di Battista" - e conclude - "Se noi diciamo oggi che l'informazione, si sia comportata con la Raggi esattamente come con casi analoghi sui sindaci di centrodx e centrosx, pecchiamo di una totale disonestà intellettuale".

Andrea Scanzi: la showgirl più presente sugli schermi italiani (che si prende in giro da sola), scrive "L'Inkiesta" il 26 marzo 2018. È il personaggio più piacione dell’informazione italiana. Capace di salutarti con un «Ciao come sto?», Scanzi è una showgirl meravigliosa. Unico problema, non ha ancora conquistato una trasmissione tv come si deve. Ultimamente tra addetti ai lavori circola la voce che Lady V sia una antifemminista armata di veleno verso le donne, che faccia pelo e contropelo sempre e solo delle signore della televisione e delle giornaliste mentre sugli uomini nemmeno una riga. Tutto vero, infatti oggi dedico questo spazio alla showgirl più onnipresente sugli schermi italiani: Andrea Scanzi. Opinionista, polemista, critico musicale, tuttologo del niente e nientologo del tutto, groupie del Movimento 5 Stelle: al Brad Pitt del giornalismo italiano mancano solo le tette per completare la sua vanità. Il suo ego è talmente vasto che basterebbe per sfamare tutti i poveri del mondo; pur non riuscendo mai a sfondare davvero, si inserisce ovunque con più scientifica destrezza di Alba Parietti, per esempio è riuscito a farsi mettere nella giuria di qualità di Sanremo non si sa per merito di quali competenze musicali. Classe 1974, nato ad Arezzo, la firma del Fatto Quotidiano, è il commentatore politico più presenzialista, addirittura più del suo direttore Marco Travaglio o Marco Damilano, non che non ne abbia i titoli: intelligente, brillante, una dialettica indiscutibile, spocchia direttamente proporzionale alla battuta pronta. “Look da vecchio discotecaro morto di figa” era la definizione che flirta con la perfezione scritta da Costantino Della Gherardesca nel libro “Punto”.

Se lo incontri per strada è capace di salutarti con un “Ciao, come sto?”. È più piacione di Massimo Giletti e Bobo Vieri messi insieme. Litiga con tutti via social o in tv: Facci, Cruciani, Brunetta, Sgarbi. "Vittorio Sgarbi è la prostituta della politica", ha detto in faccia al critico tv scatenando una delle reazioni più rabbiose degli ultimi anni, non che ci voglia molto a far infuriare Vittorio. Scanzi l’ha querelato. “Sgarbi è molto sopravvalutato da un punto di vista dialettico”, ha poi detto il giornalista, “Mi sono divertito molto, l’ho fatto parlare il più possibile, anzi, lo ringrazio così mi compro anche la macchina nuova e già che ci sono due-tre Harley nuove”.

L'unico in grado di sfottere davvero Scanzi è Scanzi stesso, perché è quando parla di sé (cioè sempre, forse con qualche meritata pausa quando dorme, ma non mi sento di garantirlo) che il nostro eroe tocca vette sublimi. In un’intervista recentissima a Rolling Stone ha compiuto il suo capolavoro, la summa per la quale vogliamo ringraziarlo in eterno. Si è fatto intervistare dal sito diretto dall’amica Selvaggia Lucarelli per presentare il suo programma The Match, ma in realtà era solo una scusa per dire quanto è bello e bravo. Leggete questi passaggi di autentica poesia. Perché sei tanto odiato? Odiato io? “Credo di essere uno dei giornalisti con più fan d’Italia: non ci sono tanti giornalisti in classifica con dei romanzi, che riempiono i teatri tutti i giorni da sette anni, che hanno 420mila fan sui social pur usandoli molto poco. Io faccio ciò che ho sempre sognato di fare, sono famoso come giornalista, come conduttore televisivo, come scrittore, come uomo di teatro, mi sono pure tolto la soddisfazione di andare a Sanremo, sono stato l’unico in Italia ad aver intervistato Roger Waters nel 2017". E poi: "Quando hai raggiunto questi traguardi, quando hai questa fama, fai qualche soldo e non sei manco un cesso – per cui la gente dice “Scanzi deve essere uno pieno di donne”, ed è vero, sono uno che la vita se la gode – è ovvio che ci sono tanti che rosicano". Non aggiungo altro.

Se lo incontri per strada è capace di salutarti con un “Ciao, come sto?”. E’ più piacione di Massimo Giletti e Bobo Vieri messi insieme. E’ stato anche un grande esperto di tennis, fino a quando aveva predetto la fine dell’epoca di Federer, e Roger diventò il più grande campione di tutti i tempi. Ci sono decine di profili di Facebook dedicati (ironicamente) al nostro amato. “Socialisti gaudenti”, pagina di satira piddina, prende di mira il giornalista del Fatto Quotidiano quasi ogni giorno. “Reggio Emilia, writer narciso imbrattava i muri con scritte d’amore verso se stesso”. E la foto di Scanzi accompagnata da: “Andrea Scanzi è quel tipo di persona che alle medie si mandava gli sms hot dal telefonino del padre (rinominato Antonella) per farli leggere ai compagni di classe”. Però una cosa va detta. Nonostante si impegni molto a farsi notare, sgomitare e ammazzarsi di lampade, non ha ancora conquistato una trasmissione come si deve. Però una cosa va detta. Nonostante si impegni molto a farsi notare, sgomitare e ammazzarsi di lampade, non ha ancora conquistato una trasmissione come si deve, solo programmini e format di Serie B. Da Futbol su La7 che era carino ma aveva fatto ascolti penosi a Reputation su La3 che guardava solo suo cugino, e adesso The Match su Nove. Non è ancora riuscito a farsi affidare, per esempio, In onda su La7, un programma che Urbano Cairo ha dato in mano a cani e porci, anche a Francesca Barra, rendiamoci conto. Però forse è inutile scrivere una demolizione di Andrea Scanzi perché vince sempre lui, quando parla di sé è più efficace di ogni detrattore. C’è un altro passaggio da non dimenticare, sempre da Rolling Stone: “Sono certo di essere una persona ‘sfaccettata’, sia nel privato che in televisione: racconto Ivan Graziani a teatro e allo stesso tempo litigo con Sgarbi o, ancora, intervisto Carlo Verdone. Amo molto reinterpretarmi continuamente. The Match per me ha rappresentato una sfida perché ha significato lavorare in ‘sottrazione’, fare qualche passo indietro soprattutto nei momenti in cui vorrei intervenire. Tuttavia, allo stesso tempo, non mi voglio snaturare: non sono Fabio Fazio, non sono Carlo Conti né lo voglio essere. Sono una persona con le sue idee, che se ne vanta pure, orgoglioso persino di ostentare ciò che penso quando mi viene chiesto”. Scanzi in sottrazione, praticamente una tortura. Gli siamo vicini.

Lite furibonda in diretta tv tra Andrea Scanzi e Vittorio Sgarbi. Vittorio Sgarbi e Andrea Scanzi si beccano a distanza durante la puntata di Cartabianca su Rai3: "Prostituta politica", "Puttana", scrive Claudio Cartaldo, Mercoledì 07/03/2018, su "Il Giornale". Dura lite a Cartabianca su Rai3 tra Andrea Scanzi e Vittorio Sgarbi. Ospiti su Rai 3 di Bianca Berlinguer, il neoeletto di Forza Italia e il giornalista del Fatto Quotidiano non se la mandano a dire. E inscenano un battibecco dai toni accesi per qualche minuto mentre la conduttrice cercava di riportarli alla calma.

Il battibecco. Sgarbi sta parlando di Lega e immigrazione. "Essere vicini a chi è fuori d'Italia e viene da noi è un atto cristiano molto nobile, ma io tra mio figlio e quello di un altro do a mio figlio la precedenza. Il padre si Scanzi, piuttosto che un ragazzo del Camerun probabilmente aiuterà suo figlio, mi sembra abbastanza logico". Poi parla del Movimento Cinque Stelle: "Sono senza padri, non hanno niente, non hanno idee. I cinque Stelle risulta che abbiano idee? Risulta che abbiano proposto qualcosa?"

L'intervento di Scanzi. Qui interviene il giornalista del Fatto. "Chiedere pareri politici a Sgarbi è curioso perché è uno che ha cambiato più partiti e idee che mutande. Ricordo che è stato eletto col proporzionale grazie ad un paracadute, uno che per due mesi ha insultato Di Maio, 11 milioni di elettori che hanno votato Movimento Cinque Stelle, convinto di andare ad Acerra e conquistare il mondo e non l'ha votato neanche il gatto". Quando Sgarbi prova a replicare, Scanzi insiste: "Non ti vota neppure il gatto, conti meno di Alfano".

La risposta di Sgarbi. Qui scatta la lite furibonda. Sbargi reagisce: "Sei un morto di sonno che non si candida e fa politica". E ancora: "Fai cagare". Scanzi allora, anche lui in collegamento da casa, risponde: "Sei una prostituta di basso livello politico". "E tu sei una puttana rotta in culo. Un finocchietto rotto in culo". I toni dello scontro si alzano, con Scanzi intento a ribadire il suo "tecnicamente una prostituta politica" e il critico d'arte a rispondere con "e tu sei una puttana reale". Chiude lo scontro il giornalista del Fatto: "Sgarbi, fatti curare".

I giornalisti prostituti e le prostitute a cinque stelle. Secondo Alessandro Di Battista i giornalisti sono delle «puttane» e il ministro della Giustizia Bonafede ha ieri annuito e confermato in diretta tv ospite di Lucia Annunziata, scrive Alessandro Sallusti, Lunedì 12/11/2018, su "Il Giornale". Secondo Alessandro Di Battista i giornalisti sono delle «puttane» e il ministro della Giustizia Bonafede ha ieri annuito e confermato in diretta tv ospite di Lucia Annunziata, che se non mi sbaglio è per l'appunto una giornalista. Bonafede ha annunciato anche una stretta sui bordelli, cioè alla libertà dei giornali, come se la Raggi l'avessero inutilmente indagata, stando almeno alla sentenza di primo grado, noi e non i suoi dipendenti magistrati ai quali ovviamente - essendo un codardo - si guarda bene di affibbiare qualsivoglia aggettivo. Non mi offendo, in fondo quello della prostituta è il mestiere più antico del mondo e il più delle volte è socialmente più utile di quello del politico. E soprattutto più leale e onesto perché la prostituta onora sempre la prestazione pattuita, a differenza del partito di Di Battista e Bonafede che, per esempio, in Puglia chiese i voti promettendo la chiusura dell'Ilva e del Tap e una volta al governo ha fatto l'esatto opposto. Meglio prostituta che grillino, quindi, anche se a questo punto il peggio immagino sia trovarsi nella imbarazzante condizione di sommare le due cariche, cioè quella di prostituta (leggi giornalista) e di grillino. Mi spiego meglio. Per «prostituzione» si intende - cito il dizionario - l'attività «fornita da persone di qualsiasi genere e orientamento sessuale, può avere carattere autonomo, sottoposto, professionale, abituale o saltuario». Ecco quindi che Alessandro Di Battista, giornalista freelance del Fatto Quotidiano, sarebbe una «prostituta saltuaria», mentre Luigi Di Maio, iscritto per non si sa quali meriti al registro pubblicisti dei giornalisti campani, non può che essere una «prostituta autonoma». Diverso il caso del neo onorevole Gianluigi Paragone, uno che è sicuramente «prostituta professionista» di lungo corso, rimasto in salute evidentemente solo grazie all'uso corretto dei preservativi: bossiano di ferro con Bossi regnante (diresse la Padania), berlusconiano doc con Berlusconi vincente (prima vice e poi direttore di Libero), cooptato in Rai dal centrodestra di governo, a La7 di Cairo e infine approdato alla corte di Grillo. Il collega senatore grillino Primo Di Nicola, potrebbe invece essere una «prostituta sottoposta» avendo percorso la sua brillante carriera al servizio del gruppo editoriale Espresso di Carlo De Benedetti. Mi fermo con l'elenco. E aggiungo che l'unico vergine di questa simpatica compagnia è come al solito Marco Travaglio. Ieri ha pubblicato una lunga serie di titoli di giornali, compreso il nostro, in cui nel tempo si dava conto dell'inchiesta sulla sindaca Raggi e dei suoi risvolti politici. Come dire: non so se voi tutti siete prostitute come dice Di Battista, ma certo non avevate capito nulla. Un po' come lui, solo per citare l'ultimo caso di una serie sterminata, sul padre di Renzi crocefisso dal Fatto e poi assolto con formula piena. Che dire. Senza alcun riferimento a persone realmente esistite, tantomeno a Travaglio, si sa che ogni bordello per ben funzionare ha bisogno di una maîtresse alla cassa a dirigere il traffico. E il variegato bordello grillino non fa eccezione alla regola. Non so se tutto questo ha a che fare con le preoccupazioni espresse ieri da Berlusconi sul dilagare di un «clima illiberale» e di un «rischio dittatura», ma certo è un indizio forte che il Cavaliere non sta esagerando.

Ps. Anche Matteo Salvini è iscritto all'Ordine dei giornalisti. Vorrà dire qualcosa?

“Sciacalli” e “puttane” a chi? Giornalisti in rivolta contro insulti di Di Maio e Di Battista ai “pennivendoli”, scrive il 12/11/2018 primaonline.it. La stampa non ci sta. E’ netta e dura la replica dei giornalisti agli attacchi di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista dopo l’assoluzione del sindaco di Roma, Virginia Raggi. Se il vicepremier ha parlato di “infimi sciacalli”, l’ex deputato grillino su Facebook se l’è presa con i “pennivendoli”:

“Sono loro le vere puttane”. Dalle note ufficiali ai post sui social, sono molti i giornalisti che hanno replicato alle accuse. A raccoglierle l’Adnkronos in un lungo lancio pubblicato anche online. “Di Maio dice che i giornalisti sono infimi sciacalli – twitta Vittorio Feltri, direttore editoriale di Libero -. Vero, ma non incassano il reddito di cittadinanza e a differenza di lui non sono analfabeti e lavorano, male ma lavorano”.

“Caro @luigidimaio prima di insultare i giornalisti impara a leggere le sentenze: il giudice ha stabilito che ‘il fatto c’è’, dunque abbiamo scritto solo la verità – scrive su Twitter Sebastiano Messina de la Repubblica – Noi raccontiamo i fatti e continueremo a farlo: fattene una ragione”. “Sono dieci anni che Di Maio tenta con ogni mezzo di abolire l’Ordine dei giornalisti, che dice di disprezzare – scrive in un altro post – Qualche giorno fa ha annunciato che l’abolizione ‘è già sul tavolo del governo’”. Caro @luigidimaio prima di insultare i giornalisti impara a leggere le sentenze: il giudice ha stabilito che “il fatto c’è”, dunque abbiamo scritto solo la verità. Noi raccontiamo i fatti e continueremo a farlo: fattene una ragione.

Mentre il direttore del quotidiano romano, Mario Calabresi, con un editoriale ha sottolineato come “nessuno dei fatti descritti da Repubblica è stato smentito. La procura e il giudice per le indagini preliminari li hanno ritenuti rilevanti. Il Tribunale ha ritenuto che non costituiscano reato e Virginia Raggi è stata assolta”.

“Ma basta con ‘infimi sciacalli’ ai giornalisti. Un sindaco è stato assolto, dovrebbe essere il minimo. La città resta quella che è, si metta al lavoro per fare meglio. Punto”, scrive Andrea Salerno, direttore La7.

“Il livore dei 5 stelle verso l’informazione è comprensibile solo per la frustrazione di non poter, da giustizialisti integrali, attaccare chi ha portato a giudizio la Raggi, non i giornalisti ma i magistrati – è il post di Enrico Mentana, direttore del Tg La7 su Facebook – Hanno avuto anni per dare ai giornalisti delle puttane, ma hanno aspettato la fine del processo di primo grado, non si sa mai”. “Nessuna categoria è fatta solo di gente pura, neanche i giornalisti, neanche i 5 stelle, neanche le puttane. Ma né i giornalisti né le donne che scelgono, o sono costrette, alla prostituzione sono così poco coraggiosi da dare la colpa di un’azione giudiziaria a chi l’ha raccontata e non a chi l’ha aperta e svolta”, sottolinea.

Per David Sassoli, vicepresidente del Parlamento europeo ed ex vice direttore del Tg1, “le parole di #DiMaio e #DiBattista contro i giornalisti ci ricordano l’allucinante odio e veleno con cui hanno infettato l’#Italia. Nessuno potrà mai perdonarvi. Per questo crimine nessuna assoluzione è possibile”.

“Niente. Riescono a essere rabbiosi, volgari e ignoranti anche in un giorno di festa. Povera Italia che fine stai facendo”, è il post di Federica Angeli, la cronista di Repubblica che vive sotto scorta dal 2013 per aver denunciato le infiltrazioni della criminalità organizzata a Ostia.

Lirio Abbate, vice direttore Espresso, ricorda su Twitter: “La sindaca #Raggi è stata assolta. Bene. Occorre però ricordare a lei a #DiMaio e #DiBattista che i giornalisti raccontano notizie documentate e riscontrate che non sempre coincidono con #notiziedireato Ed è ciò che ha fatto @emifittipaldi su @espressonline scrivendo notizie vere”.

Corrado Formigli (Piazza Pulita) ricorda “a chi detiene il potere politico: se i giornalisti vi diffamano querelate o chiedete rettifica. Facendo nomi e cognomi, su fatti specifici. Oppure rimanete in silenzio. Nei paesi decenti si fa così”.

In una nota Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Federazione nazionale della Stampa italiana, scrivono: “Nel giorno dell’assoluzione della sindaca di Roma, Virginia Raggi, il vicepremier Luigi Di Maio insulta i cronisti e annuncia una sua legge sull’editoria. Eppure molti di quei cronisti oggi insultati hanno denunciato in anticipo Mafia Capitale e non hanno risparmiato nulla neppure al precedente sindaco, Ignazio Marino. Ieri andavano bene e oggi no? Di Maio e chi, come lui fra i 5 Stelle, sogna un’informazione al guinzaglio deve farsene una ragione: non saranno le minacce e neppure gli insulti a impedire ai giornalisti di fare il loro lavoro”. “Le sue frasi – proseguono i vertici della Fnsi – sono la spia del malessere di chi vede vacillare un consenso elettorale costruito su annunci e promesse irrealizzabili. Quanto agli “infami” e agli “sciacalli” è sicuro, il vicepremier, di non parlare anche di se stesso, considerato che il suo nome continua a figurare fra quelli degli iscritti all’Ordine dei giornalisti?”.

La Fnsi ha anche lanciato una protesta di piazza: un flash mob il 13 novembre nei capoluoghi di regione. “Gli insulti del ministro Di Maio si commentano da soli come è stato già stigmatizzato dai colleghi della Fnsi – commenta Carlo Verna, presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti – Sono espressi nell’esercizio del suo mandato e per questo non prendo iniziativa di trasmetterli al consiglio di disciplina dell’Ordine dei giornalisti della Campania cui è iscritto”. “Ma, mentre da cittadino mi chiedo se sia questo il modo di esercitare un alto mandato, da presidente dei giornalisti – conclude Verna – gli chiedo di valutare seriamente la possibilità di lasciare spontaneamente la nostra comunità, nella quale ha diritto di stare, ma in cui chi si comporta così non è assolutamente gradito”.

Fin qui il post di Adnkronos. Ecco di seguito altre repliche di giornalisti via web e social. “Ti sei fatto pagare dal FattoQuotidiano per i tuoi ridicoli reportage tra gli indios e per le tue lunghe vacanze in America Latina come fossi uno studente in gap year.Cresci! Impara un vero lavoro”, ha twittato la giornalista del Tg1 Tiziana Ferrario, rivolgendosi ad Alessandro Di Battista. #DiBattista lascia perdere i giornalisti,ti sei fatto pagare da #ilFattoQuotidiano per i tuoi ridicoli reportage tra gli indios e per le tue lunghe vacanze in America Latina come fossi uno studente in gap year.Cresci! Impara un vero lavoro. Va a laurà diciamo a Milano!

Da Gianni Riotta è arrivato invece un invito ai due grilli a”fare i nomi dei giornalisti “sciacalli puttane”, a meno che non sia autocritica su alcuni loro fedeli seguaci dei media”. “Altrimenti è caduta di stile che squalifica, come leader e persone”. DiBattista&DiMaio dovrebbero fare i nomi dei giornalisti "sciacalli puttane", a meno che non sia autocritica su alcuni loro fedeli seguaci dei media. Altrimenti è caduta di stile che squalifica, come leader e persone. E silenzio "Grandi Firme," già così querule ne conferma viltà.

Lucia Annunziata ha invece chiamato in causa sulla questione il ministro della Giustizia Bonafede, esponente del M5S, ospite ieri nella sua trasmissione ‘Mezz’ora in più’ su Rai3. “Io come giornalista sarei definita da lei più una pennivendola o una puttana?”, ha chiesto la giornalista.”Non mi scandalizzano i termini usati in alcuni post, che non commento anche se non li avrei usati”, ha detto il grillino, “mi scandalizzano di più i due anni fango sulla Raggi”.

Vicari: "Puttane e sciacalli", gli insulti dei 5Stelle ai giornalisti ovvero la paura di perdere il potere. Il regista parla dell'offesa rivolta ai cronisti da Di Battista: "Vivendo ai margini della metropoli romana ho sviluppato rispetto per quelle che sono spesso schiave", scrive. E più in generale dell'atteggiamento dei 5Stelle nei confronti della stampa: "Più che una caduta di stile, una caduta di maschera", scrive Daniele Vicari il 12 novembre 2018 su "La Repubblica". Sono troppo paesanotto per avere una idea romantica delle "puttane". Ascoltando però De André, leggendo i libri di Bukowski e soprattutto vivendo ai margini della metropoli romana per decenni, ho sviluppato un rispetto per quelle che spesso sono "schiave" e non scelgono liberamente, anzi prendono le botte e anche peggio. La definirei una forma di comprensione, o qualcosa del genere, che contempla un atteggiamento di rispetto, una mia personale maturazione da maschio alfa a qualcosa di meno ancestrale. Così, pur provenendo dal mondo iperpuritano della montagna chiusa nelle sue antiche asprezze, ho capito fin da ragazzo che il termine è dispregiativo e orrendamente maschilista proprio conoscendo una dolcissima puttana che batteva su via dei Monti Tiburtini, prima che costruissero il Sandro Pertini. La feci piangere perché scherzando (secondo me) la definii "bella mignotta" dopo averle offerto una colazione. Avevo rivelato a lei e a me stesso un antico retaggio maschilista secondo il quale, con la definizione "puttana" o "mignotta" si sottintende il "vendersi a tutti" per avere qualcosa in cambio, tanto o poco che sia. Le puttane sono sante e traditrici, ma quasi sempre opportuniste e scafate. Le sue lacrime furono per me una punizione definitiva, disvelatrici dei miei stessi limiti umani e culturali. A volte lo uso ancora, questo termine, "mi scappa", anche perché non sarò mai politically correct, non c'è niente da fare, sarò un buzzurro rivestito fino alla tomba. Quindi non mi metto facilmente a giudicare il linguaggio "scurrile", il "turpiloquio", se così fosse non potrei vedere un solo film di Tarantino o di Spike Lee, dove froci, puttane, negri e piedipiatti la fanno da padrone tutto il tempo. Detto ciò, mi chiedo se questo ragazzo sul quale fino a ieri non mi è mai venuto in mente niente, cioè Alessandro Di Battista, sia consapevole del fatto che dando delle puttane ai giornalisti, indistintamente, non si sia smascherato da solo. Perché tutti noi, simpatizzanti o antipatizzanti del M5S sappiamo benissimo che lui e molti come lui sono dei privilegiati, e pur di avere e mantenere il Potere hanno fatto e fanno una serie interminabile di "concessioni" e ottenuto una serie di bonus anche madornali. Di Maio per non perdere il governo ha detto sì in un fiat alla Tap e all'Ilva, dopo aver vinto la campagna elettorale dicendo che MAI li avrebbe approvati, per esempio. Vogliamo parlare del fatto che per fare l'amministratore locale con quel partito si firma un contratto capestro che è uguale a quello tra Faust e Mefistofele? Sì, però ci sono anche i "puri", ok! Quindi parliamo di Alessandro Di Battista, sul quale, ripeto, non ho preconcetti, che si è invece furbescamente sfilato dal peso della gestione del potere per tenere "le mani pulite". Davvero Alessandro crede che noi non sappiamo che mai avrebbe potuto andarsene a zonzo per l'America Latina se non avesse ricevuto il "miracolo" di una elezione in parlamento che da "normale cittadino" l'ha trasformato in benestante? Questo privilegio glielo hanno concesso gli italiani, consapevolmente, hanno preferito "quelli come lui" privi di esperienza a "quelli di prima" con esperienza sì, ma invalidata da troppi limiti e compromessi. E lui dovrebbe saperlo o almeno intuirlo. Lucio Battisti e poi Rino Gaetano, per farsi un giro in Sud America come quello di Alessandro hanno dovuto riempire le classifiche di capolavori, giusto per fare esempi famosi di ragazzi provenienti "dal basso", uno dal mondo contadino di Poggio Bustone (Rieti), l'altro da un portierato del Nomentano (Roma). Ernesto Guevara detto il Che, giovane medico argentino asmatico, si fece un giro simile con la sua Poderosa senza avere un contratto di scrittura con nessun giornale per poi tuffarsi nella rivoluzione armata rischiando la pelle, non per farsi rieleggere a furor di popolo in un comodo parlamento ben riscaldato, magari a sparare stupidaggini sui social da mattina a sera. Lo dico, in maniera chiarificatoria, non faccio parte di quella nutrita schiera di persone di sinistra che ha votato M5S, né dei detrattori ad ogni costo, quindi non ho né da pentirmi, né da rammaricarmi. La mia sinistra non esiste più, è dispersa nella società, in alcune amministrazioni locali dove fanno piccoli miracoli, nei movimenti (la vedi nell'associazione Baobab che a Roma salva vite senza lagnarsi, nei movimenti delle donne che si vanno moltiplicando, nei maestri di strada, nei Lucano) che ricominciano a prendere fiato dopo essere stati assorbiti ed anestetizzati proprio dall'attivismo 5S. Ho riconosciuto spesso, anche pubblicamente, la capacità del M5S di rimettere in moto generazionalmente il desiderio di fare politica, merito non da poco, diciamolo, in una paese sclerotizzato e anelastico. E non mi convince per niente lo scherno quotidiano contro "i barbari" i "ripetenti" "i frustrati" che avrebbero preso il potere, queste sono battutine che vanno bene forse su twitter, ma non per capire la natura e la complessità di quel movimento che infatti è al governo con il 32% dei voti mentre i suoi detrattori spippolano sui social. Piuttosto ho sempre vissuto con fastidio il verticismo sostanziale di quel movimento che poi produce il quotidiano stillicidio di inadeguatezze, paura del giudizio, inanità, mancanza palese di libertà intellettuale, di cui danno prova ogni giorno i neo-politici del M5S. Mi ha interessato l'anelito ambientalista, abbandonato da quasi tutti gli altri partiti, che però è sempre più sfilacciato, non condivido nulla delle posizioni ambigue fino alla ferocia sulla immigrazione, sulle Ong, ancora meno sopporto la prosopopea giustizialista da ultima spiaggia che credo abbia stufato anche gli sconnessi sampietrini romani, al punto che mi sono augurato fino alla fine che la Raggi fosse assolta a prescindere dalle sue colpe, perché vorrei che gli italiani votassero per ciò che vedono e vivono, non per distruttive pulsioni di ambigua natura semi-democratica. E perché amo questa magnifica città che mi ospita e vorrei vederla più amata. E poi esistono le idee, le ideologie, le "tensioni etiche", che al confronto con la durezza del governare territori o il paese mostrano la corda, e se saltano fuori quotidianamente termini come "fascismo", "illiberali", "incoerenti", ormai anche da insigni osservatori della politica, tra l'altro nemmeno ipercritici con quel movimento, qualcosa significherà, ed è puerile se non stupido prendersela con chi queste cose le scrive, riportandole, analizzandole, come fanno i giornalisti, anche quando magari non sono all'altezza del compito o sono schierati, anche i giornalisti sono esseri umani, possono sbagliare, o no? Soprattutto chi governa mai dovrebbe dimenticare che questo è il paese in cui moltissimi giornalisti vivono sotto scorta proprio per aver fatto emergere le mafie capitali, ma anche le storie dei Regeni, dei Cucchi, i misteri di stato e d'azienda...e dar loro dei cani da riporto è più che abbietto, è una chiara emerita insulsa stupidaggine. Ma il tema vero, credo, sia un altro, purtroppo per loro, sono stati proprio i 5Stelle, i loro dirigenti, ad aver fatto credere che ai primi consigli dei ministri avrebbero risolto i problemi degli italiani, lo hanno per caso detto perché sono delle puttane? Per prendere i voti "a gratis"? Ora non possono lamentarsi se intorno a loro sentono scricchiolare il consenso, perché è questo ora il loro problema, la loro paura: perdere il Potere. E cosa fanno quando accade questa cosa? Attaccano l'informazione, la libertà di stampa e di pensiero, mostrando il baratro che sta cominciando a separare il loro potere (che è effimero per definizione) dalla dura realtà dei fatti. Mi chiedo cosa pensassero questi ragazzi quando per un avviso di garanzia, o soltanto una "chiacchiera" un articolo, un sospetto attaccavano i loro nemici politici? Di essere immuni dagli avvisi di garanzia vita natural durante? Immuni dalle chiacchiere e dai sospetti? Come potevano pensare che una volta andati al governo non avrebbero ricevuto almeno pari trattamento non solo da quella Informazione che non amano ma anche da quella Giustizia che amano, e che frequentano? Forse avrebbero qualcosa da imparare proprio dalle puttane, che fingono per mestiere di provare piacere dinanzi a uomini incapaci di trovare l'amore in altro modo, sanno infatti queste donne che se un uomo durante l'amplesso pattuito si lascia sfuggire "ti amo", non è detto che lo stia dicendo proprio a loro, certamente sanno che può essere vero in quel momento, ma non per sempre. E sanno che se si lasciano andare a quell'amore possono rischiare anche la vita. Quindi rispondono: "Sì, pure io bello!", e quell'uomo, in quel momento lì, fa finta di crederci. È una finzione, come intrattenersi con il Potere, per trarne conforto, vantaggio, e poi per ritornare nella solita frustrante quotidianità fatta di ipocrisie magari peggiori di quelle dette a pagamento. Se il cliente o la puttana piangono, si arrabbiano, soffrono, si picchiano allora finisce la finzione, cade la maschera. Questo mi pare sia accaduto a Di Battista e Di Maio in questi giorni, la loro non è una classica caduta di stile, è più una caduta "di maschera".

Chi ha paura di Di Battista? Mancano meno di due mesi dal ritorno del "Che" grillino in patria e l'alleanza giallo-verde trema, scrive Barbara Massaro il 9 novembre 2018 su "Panorama". Quarantacinque giorni. Tra meno di due mesi lo spauracchio politico del Governo dalle tinte carioca sarà di ritorno - caricato a pallettoni - dopo sei mesi di viaggio di formazione tra Stati Uniti e Sudamerica. "Sto tornando" ha fatto, infatti, sapere Alessandro Di Battista "Non avrei mai pensato che la battaglia mi mancasse così tanto" ha concluso a mo' di dichiarazione d'intenti per il 2019 pentastellato. La primula rossa del movimento, dunque, è pronta a togliersi stivali di gomma e magliette slavate per riprendere giacca, cravatta e 24 ore e ricominciare a far politica attiva. In un vecchio film il protagonista si chiedeva: "Mi si nota di più se a una festa vado o se non ci vado?" Di Battista non ha avuto dubbi e a quella festa non ci è andato scegliendo la distanza come miglior prospettiva da cui guardare i fatti della politica nostrana e questo, a chi non ha mai perso un giro in prima linea dal 4 marzo scorso, non può che fare paura. Perché Dibba (come viene chiamato) quando a giugno ha lasciato l'Italia per andare in America con moglie e figlio al seguito era del tutto consapevole di fare un passo indietro dalla prima linea e di girare le spalle alla neonata alleanza grillino leghista con tutte le sue imprevedibili declinazioni. E lo ha fatto per mettersi alla finestra e cercare di capire cosa sarebbe successo. Da allora, però, il quarantenne giornalista, da bravo predatore, non ha per un secondo tolto gli occhi dall'Italia riuscendo anche a distanza a seguire le faccende nostrane e a pungolare alleati, opposizione e soprattutto la base del movimento toccando i tasti giusti.

Perché di Battista fa paura. Per questo il ritorno di Di Battista fa paura un po' a tutti. Non si tratta del ritorno al figliol prodigo dato per perduto, ma bensì del ritorno di un leader carismatico reso ancora più forte dall'esperienza del lungo viaggio tra Stati Uniti e America Latina sulle tracce di Che Guevara, dei guerriglieri centroamericani e del sub-comandante Marcos. L'estremismo movimentista di colui che si ritiene un grillino duro e puro fa in primo luogo paura a Luigi Di Maio, l'anima democristiana del M5S. "Lo accolgo a braccia aperte" ha detto a proposito del ritorno "dell'amico Alessandro" chiedendo però anche, un po' preoccupato: "Quando avete detto che torna?" Perché Di Maio in questi mesi ha fatto di tutto per tenere saldo il timone del politicamente corretto, del colpo al cerchio e colpo alla botte, del "Caro amico Salvini troviamo l'intesa" e non ha certo voglia di farsi scompaginare il mazzo di carte dal Kompagno Di Battista. Eppure la capacità oratoria e il carisma naturale di Alessandro Di Battista piacciono alla pancia dei pentastellati, a coloro cui l'idea che gli incorruttibili grillini possano entrare a patti con i leghisti sembra ancora oggi un'eresia. Del resto governare un Paese e fare gli idealisti non è la stessa cosa e al movimento fa comodo avere il politico DI Maio e l'idealista Di Battista. Sì, ma come farli convivere? All'interno del movimento vige (fino a prova contraria) il limite di due mandati prima di essere allontanati dalla politica attiva e il vicepremier si sta già giocando il secondo giro elettorale.

Perché fa paura a Salvini. E poi? Di Battista sa che al turno successivo potrebbe toccare a lui, chissà quante volte ci avrà pensato mentre girava per il Guatemala in autobus o mentre portava il figlio nelle foreste a respirare la natura o in mezzo ai campesinos. Di Battista è uno "sgamato", uno che ha i tempi giusti, che parla al "popolo" e che per questo si sa fare amare. E, proprio per questo fa paura anche a Matteo Salvini. "Lo invidio - ha detto di recente Salvini a proposito di Di Battista - passare tutto questo tempo in vacanza a far nulla con moglie e figlio" una battuta al vetriolo che, però, nasconde del risentimento. Salvini sa benissimo, infatti, che a parlare alla pancia della gente è bravo tanto lui tanto il caro Alessandro. Il celodurismo duro e puro di stampo leghista è stato tradotto alla perfezione da Di Battista in salsa grillina. Mentre il Matteo padano faceva gavetta sui prati di Pontida e nel movimentismo giovanile Di Battista nei salotti della Roma bene imparava l'arte oratoria e con i viaggi in Sudamerica si avvicinava ai problemi reali della gente povera davvero. Sono entrambi due urlatori, ma intelligenti, due che quando arringano la folla gli si gonfia la vena sul collo, due che guardano negli occhi l'interlocutore e lo seducono con argomenti inappuntabili. L'errore che Salvini non dovrebbe commettere è quello di sottovalutare il presunto alleato di governo che in realtà potrebbe trasformarsi in un avversario.

Di Battista contro tutti. Perché la forza di Di Battista è il suo essere così ostinatamente contro: contro la casta, contro i compromessi, contro le mediazioni e contro la politica fatta in politichese. Di Battista è l'anima stessa del concetto di opposizione e, proprio per questo, fa paura anche all'opposizione. Impossibile per il cerchiobottismo piddino cercare di far salire sulla barca uno come Di Battista (che piuttosto s'immolerebbe sull'altare dell'alleanza col centro destra) e da nemico uno come lui preoccupa soprattutto per la presa che ha sul grande pubblico. Non che Di Battista abbia il peso politico o il carisma di un Che Guevara, Martin Luther King o Palmiro Togliatti, ma in questo momento politico con la fame che c'è di gente che abbia voglia andare "contro" anche uno come Di Battista che gira sì in autobus per il Guatemala, ma alloggia in resort tutto sommato potrebbe funzionare.

Di Maio deve essere cacciato dall' Ordine dei Giornalisti. L'unico vero “sciacallo” è lui! Per il presidente dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti Carlo Verna le gravi offese dei grillini “Sono espresse nell’esercizio del suo mandato e per questo non prendo iniziativa di trasmetterli al consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti della Campania cui è iscritto Luigi di Maio”. Insieme a Di maio dovrebbe dimettersi anche Verna !!! Scrive Antonello de Gennaro il 10 novembre 2018 su "Il Corriere del Giorno". Leggere le dichiarazioni di un ministro, come il vicepremier Di Maio che coglie l’occasione per sferrare un attacco violento alla stampa: “Il peggio in questa vicenda lo hanno dato la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, ma che sono solo degli infimi sciacalli, che ogni giorno per due anni, con le loro ridicole insinuazioni, hanno provato a convincere il Movimento a scaricare la Raggi” non può lasciarci silenti ed indifferenti, sopratutto quando per puro caso…quel politico è iscritto all’ Ordine dei Giornalisti della Campania, come risulta nel suo curriculum  come “giornalista pubblicista”  grazie alla sua collaborazione con un settimanale locale, Paese Futuro, che ha sede a Pomigliano d’Arco, dove il numero due di Palazzo Chigi vive con la sua famiglia. Secondo quanto pubblicava il 9 febbraio 2017 il quotidiano IL GIORNALE, Luigi Di Maio figurerebbe nell’elenco dei morosi: sarebbero almeno due le annualità che l’ex vicepresidente della Camera dei deputati che a quella data non avrebbe ancora saldato. Sulla presunta inadempienza, Ottavio Lucarelli, presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Campania, non si sbottonava: “Si tratta di dati sensibili”. Gli stessi “dati sensibili” (poco…) che invece l’Ordine dei Giornalisti del Lazio ha rivelato sul sottoscritto ai soliti “amichetti” del sindacato, salvandosi in tribunale da una folle provvedimento di un Gip poco amato e stimato a Milano, “spedito” a Roma, dove evidentemente vuole far parlare di se. Probabilmente nell’ Ordine dei Giornalisti qualcuno ha paura di Di Maio e del M5S se si permette ad un iscritto all’ Ordine di affermare impunemente” la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, sono solo degli infimi sciacalli, che ogni giorno per due anni, con le loro ridicole insinuazioni, hanno provato a convincere il Movimento a scaricare la Raggi”. Il delirio del vicepremier non si è limitato ai soli giornalisti mettendo sotto accusa l’intero sistema dei media in Italia: “La vera piaga di questo Paese è la stragrande maggioranza dei media corrotti intellettualmente e moralmente. Gli stessi che ci stanno facendo la guerra al Governo provando a farlo cadere con un metodo ben preciso: esaltare la Lega e massacrare il Movimento sempre e comunque. Presto faremo una legge sugli editori puri, per ora buon Malox a tutti!”. A dare manforte a Gigino da Pomigliano d’ Arco, come lo chiama il Governatore campano De Luca, è arrivato Alessandro Di Battista su Facebook che ha definito la categoria: “Giornalisti pennivendoli-puttane”, affermando dopo l’assoluzione della sindaca di Roma, Virginia Raggi: “Oggi la verità giudiziaria ha dimostrato solo una cosa: che le uniche puttane qui sono proprio loro, questi pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità, ma solo per viltà. Ma i colpevoli ci sono e vanno temuti. I colpevoli sono quei pennivendoli che da più di due anni le hanno lanciato addosso tonnellate di fango con una violenza inaudita. Sono pennivendoli, soltanto pennivendoli, i giornalisti sono altra cosa”.  Ma chi è questo Di Battista per giudicare chi è giornalista e chi no? Se lo fa spiegare forse da Casalino…?

Le liste di proscrizione dei giornalisti del M5S. Ma i “grillini” non sono nuovi a queste uscite. Infatti tempo fa, quando era ancora in carica il presidente nazionale dell’Ordine Enzo Iacopino il quale sarebbe andato negli uffici della Camera dei deputati, per farsi consegnare dal pubblicista Di Maio l’elenco dei giornalisti che il M5S voleva mettere al bando. Una visita cui fece seguito il silenzio totale dell’Ordine dei Giornalisti sulla vicenda, fino a quando lo stesso Di Maio non ha diffuso su Facebook i nomi dei giornalisti inseriti nella lista di proscrizione. “Faccio presente che la lista dei nomi dei giornalisti che secondo noi hanno danneggiato il Movimento Cinque Stelle mi era stata chiesta dal presidente dell’Ordine dei giornalisti attraverso un comunicato apposito” disse Di Maio. Iacopino gli aveva replicato: “Confermo, ho chiesto all’onorevole Luigi Di Maio di indicare specifiche responsabilità astenendosi da generalizzazioni che di fatto criminalizzano l’intera categoria giornalistica. Il problema non è la segnalazione all’Ordine di quanti il Movimento ritenga responsabili di un comportamento scorretto. Il problema deriva dalla diffusione dei nomi degli stessi che può, indirettamente, provocare azioni e reazioni che mi piace pensare siano estranee alla cultura del presidente Di Maio ma che i colleghi in troppe occasioni hanno potuto conoscere e hanno sofferto sulla loro pelle”. Il segretario del Sindacato unitario ( o meglio…unico) dei giornalisti della Campania, Claudio Silvestri, presentò  un esposto al Consiglio di Disciplina dell’Ordine regionale dei giornalisti della  Campania su quanto dichiarato dal  giornalista pubblicista  Luigi Di Maio . Intento dell’esposto era quello di verificare “se con il suo comportamento l’onorevole Di Maio abbia compromesso la dignità, il decoro e la credibilità della professione, considerato che le sue parole sono in chiaro contrasto con il dovere di tutti i giornalisti, sancito dalla legge professionale, di promuovere la fiducia fra la stampa e i lettori”. Silvestri evidenziava sulla vicenda che “la durezza, la veemenza e i toni con i quali l’onorevole Di Maio si è scagliato contro numerosi colleghi, arrivando a redigere una lista di giornalisti “sgraditi” che ricorda le liste di proscrizione, rappresentano non soltanto un tentativo di esporre alla pubblica gogna i giornalisti che si stanno occupando del “caso” Roma, ma anche un modo per compromettere la credibilità di un’intera categoria agli occhi dell’opinione pubblica”. Con un comunicato il Sindacato dei giornalisti della Campania annunciava che avrebbe verificato se vi fossero gli estremi per ricorrere anche in altre sedi. Come al solito solo tante parole inutili…. L’ Ordine della Campania dopo l’annuncio di una lista di proscrizione, si era attivato e ha convocato in audizione il “giornalista pubblicista” Di Maio per il quale stava valutando l’ipotesi di un deferimento al Consiglio di disciplina. “Le liste di proscrizioni sono inaccettabili”, spiega il presidente campano Lucarelli, che aggiunse “Quelle del nostro iscritto Di Maio sono parole inopportune perché rappresentano una pericolosa invasione del potere politico nella libertà di informazione ma soprattutto perché arrivano da un rappresentante della nostra categoria”. Ma guarda caso non venne preso alcun provvedimento!  

Legittimo chiedersi a questo punto cosa aspettano l’Ordine dei Giornalisti della Campania ed il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ad aprire una volta per tutte un procedimento contro Di Maio e cacciarlo dall’ Ordine dei Giornalisti (se esiste ancora…)? Di cosa hanno paura i nostri colleghi eletti all’ Ordine, per rappresentare e tutelare la nostra professione?

Leggo delle dichiarazioni rilasciate da Carlo Verna, presidente dell’ Ordine Nazionale dei Giornalisti, all’ Agenzia Italia,  a proposito di quanto detto da Luigi Di Maio dopo la sentenza Raggi, nei confronti di giornalisti (“infimi sciacalli“) e rimango allibito: “Mentre da cittadino mi chiedo se sia questo il modo di esercitare un alto mandato, da presidente dei Giornalisti gli chiedo di valutare seriamente la possibilità di lasciare spontaneamente la nostra comunità, nella quale ha diritto di stare, ma in cui chi si comporta così non è assolutamente gradito” . Che ha aggiunto “I giudizi del ministro si commentano da soli come è stato già stigmatizzato dai colleghi della Fnsi. Sono espressi nell’esercizio del suo mandato e per questo non prendo iniziativa di trasmetterli al consiglio di disciplina dell’Ordine dei Giornalisti della Campania cui è iscritto”, aggiunge Verna, per il quale evidentemente un parlamentare è legittimato dal chiamare “sciacallo”, “infame”, “puttana” un giornalista, chiunque esso sia! Ecco perchè ancora una volta mi vergogno di avere lo stesso tesserino di certi colleghi. Una volta tanto devo riconoscere di trovarmi assolutamente d’accordo con la FNSI, che ha così commentato “molti di quei cronisti oggi insultati hanno denunciato in anticipo Mafia Capitale e non hanno risparmiato nulla neppure al precedente sindaco, Ignazio Marino. Ieri andavano bene e oggi no?”  “Di Maio e chi, come lui fra i 5 Stelle, sogna un’informazione al guinzaglio – proseguono i vertici della Fnsi – deve farsene una ragione: non saranno le minacce e neppure gli insulti a impedire ai giornalisti di fare il loro lavoro. Le sue frasi sono la spia del malessere di chi vede vacillare un consenso elettorale costruito su annunci e promesse irrealizzabili”. Quanto agli ‘infami’ e agli ‘sciacalli’, concludono Giulietti e Lorusso della Federazione Nazionale della Stampa Italiana, “è sicuro, il vicepremier, di non parlare anche di se stesso, considerato che il suo nome continua a figurare fra quelli degli iscritti all’Ordine dei giornalisti?”. Assistendo ad un desolante ed imbarazzante comportamento del mio Ordine professionale ho deciso quindi di presentare una querela nei confronti di Di Maio e Di Battista per “diffamazione” e contemporaneamente ho deciso che questo giornale non pubblicherà mai più una sola parola sul M5S, dando la dovuta attenzione alle inchieste della magistratura su tutti i misfatti di questi “arroganti” incompetenti allo sbaraglio. A partire dall’inchiesta sullo stadio della Roma…. Sono molto curioso di vedere quanti e quali colleghi, “puttane”, “avvoltoi”, “sciacalli” continueranno a dare attenzione a questa parte della politica che definire “feccia” è sin troppo generoso ed elegante. Poi però per cortesia, cari colleghi (veri) non lamentatevi…

Le puttane e le testuggini. L’attacco ai giornalisti, gli inganni agli elettori e la mentalità da stato autoritario, scrive martedì 13 novembre 2018 su tarantobuonasera.it Enzo Ferrari, Direttore responsabile. Siamo «puttane», «pennivendoli», «corrotti», «infimi sciacalli»? Certo, ci saranno pure giornalisti che meritano tutti questi appellativi. Ce ne saranno senz’altro che rispondono alla caratteristiche tratteggiate da Di Maio e Dibattista; così come ci saranno pure politici, magistrati, medici, funzionari pubblici ai quali calzerebbero bene queste definizioni. Non è la divisa indossata che fa di un uomo o di una donna un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Così come non è l’appartenenza al Movimento Cinquestelle a rendere politici migliori di altri. Basterebbe citare i casi Ilva e Tap per mettere a nudo il colossale inganno perpetrato agli elettori dal partito di Di Maio e Dibattista; basterebbero questi due esempi a noi vicini per smascherare il crudele cinismo di chi ha approfittato del malessere sociale, di chi ha soffiato su ogni fuoco di protesta per rapinare voti e poi lasciare sotto choc i propri stessi elettori per le rocambolesche piroette una volta arrivati al governo. Ancora peggio le grottesche giustificazioni per legittimare le sconcertanti inversioni da voltagabbana. Non c’è alcuna difficoltà a immaginare quali vomitate di insulti sarebbero stati rivolti dal M5S a partiti e politici che si fossero macchiati degli stessi deprecabili inganni e della stessa disonestà intellettuale. Il punto, però, è un altro: l’attacco violento agli organi di stampa in quanto tali. A memoria si tratta di un assalto che non ha precedenti nella storia della Repubblica. È da anni, da molto prima che arrivasse al governo, che il partito di Grillo e Casaleggio è impegnato con una brutalità squadristica in questa sistematica opera di delegittimazione del ruolo della stampa, che comprende anche il tentativo di azzerare i fondi per il pluralismo. Un esercizio tipico di chi ha una mentalità autoritaria che non ammette dissenso, nemmeno quello interno. E che alla legittima manifestazione di opinioni dissonanti evoca il paranoico complotto che molto somiglia a quello pluto-giudaico-massonico in voga alcuni decenni orsono. In Italia ci sono giornali e televisioni di ogni orientamento politico, ce ne sono anche di vicini allo stesso partito di Di Maio e Dibattista. È questa la forza di una democrazia liberale: lasciare che tutti esprimano liberamente le proprie opinioni. E quando queste non ci piacciono significa solo che sono diverse dalle nostre e non che siano state partorite da «puttane» e «pennivendoli». Per inciso, Virginia Raggi è stata mandata sotto processo dai magistrati, non dai giornalisti. Dai magistrati che hanno condotto le inchieste e da quelli che hanno ritenuto che vi fossero gli elementi per accogliere la richiesta di giudizio. Altri magistrati l’hanno mandata assolta, a testimonianza della garanzia di quello Stato di diritto che il M5S vorrebbe demolire e sostituire con uno stato punitivo dove mandare alla gogna quanti sommariamente e senza alcun processo vengano indicati come “nemici del popolo”. In questo caso, i giornalisti. Già, giornalisti. Giornalisti come Emilio Carelli e Gianluigi Paragone, convertitisi al credo pentastellato dopo essere pasciuti nelle tv che il verbo del M5S considera di regime, e ora silenti davanti alla ributtante raffica di insulti scagliata dai loro capi contro la stampa. Giornalisti come la deputata tarantina Rosalba De Giorgi, che ad oggi nessun sussulto ha avuto nel rigettare queste palate di fango contro quella categoria fatta, come lei ben sa, di tanti, tantissimi colleghi onesti - la stragrandissima maggioranza - che ogni giorno lavorano con grande senso di sacrificio e responsabilità per informare e fare opinione. Ognuno la sua, certo. Ma è proprio questa la bellezza di una democrazia liberale. Il M5S ha fatto «testuggine», per usare una figura allegorica cara al capo politico e vice premier, intorno agli insulti pronunciati contro i giornalisti. Tutti compatti nella denigrazione, nessun distinguo e presa di distanza. Rocco Casalino, il padrone della comunicazione pentastellata, ha detto da Fazio che i toni forti servono a dare efficacia ai concetti e che in Italia c’è un problema dell’informazione. Diciamo a Casalino che il problema dell’informazione, in un paese civile, esiste quando i giornalisti non sono più nelle condizioni di parlare, non quando parlano per dire anche cose che spiacciono a chi governa o a chi è all’opposizione.

Confessioni di una puttana M5s, scrive il 12 novembre 2018 Domenico Ferrara su "Il Giornale". Mi sputtano: sono una puttana. Del Movimento 5 Stelle. Sì, avete capito bene. Sono un pennivendolo pentastellato. Una razza in via di estinzione. Non per il mestiere: quello è il più antico del mondo. Ma per il mio cliente a cui devo il mio lavoro. In pratica, scrivo quello che Di Maio e Di Battista mi dicono di scrivere. Naturalmente sono vietate le critiche al Movimento. L’unica scelta considerabile è l’esaltazione delle vittorie grilline e dei loro provvedimenti al governo. Un compito non facile in una marea di critiche e di attacchi da parte dei miei colleghi. Anche rivolti alla mia persona. “Tu sei un servo del potere”; “Ciao, filogrillino”; “Ma ci vai pure a cena con Gigino e Dibba?”. Ho sempre incassato senza tremare e senza darvi troppo peso. D’altronde, come portano a casa loro la pagnotta, devo portarla a casa pure io, no? Siamo semplicemente puttane con un padrone diverso. Ma io sono un po’ come i Panda. E ammetto che ultimamente i panni che vesto mi hanno provocato fastidio e prurito. Perché alla fine il mio sogno è sempre stato quello di fare il giornalista. Non è facile prendere dei “buchi” da altre testate. E ne ho presi tanti, fidatevi. Dalla fronda interna al M5s agli indagati, dai condoni della famiglia del “mio” vicepremier alle assunzioni “familistiche”, dalle gaffe alle sparate, dalle volgarità dette dai vertici pentastellati alle liste di proscrizione, dal processo alla Raggi (per fortuna assolta e ringrazio Dio per questo) alle promesse non mantenute e all’ipocrisia su Tap, Tav e altre grandi opere. Vedevo gli altri colleghi scrivere, portare notizie, far felici i loro direttori, mentre io dovevo tacere, negare, confutare, contrattaccare. Le uniche notizie che vergavo erano relative all’esaltazione del reddito di cittadinanza e dell’abolizione della povertà. E non so neanche se gli effetti per l’Italia saranno positivi. Anzi, se fossi la puttana dall’altro lato della barricata, a guardare le previsioni di istituti di ricerca e associazioni e imprese del mondo del lavoro ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Ogni tanto come fonte privilegiata utilizzavo il Fatto quotidiano e non solo per leggere i reportage di Di Battista dal Centro dell’America. Le altre notizie poi, dal condono fiscale alla Flat tax passando per la quota 100 e l’abolizione della Fornero fino alle assunzioni in polizia (solo per fare alcuni esempi), ho dovuto tingerle di giallo anche se in realtà il loro colore originale era il verde leghista. Adesso però mi trovo a un bivio: continuare a fare la puttana di minoranza o passare dalla parte del mercato più affollato. Sceglierò il cliente che mi offrirà di più. Tanto in un modo o nell’altro ormai sono una puttana sputtanata. Pseudo confessioni di un giornalista anonimo (che Casalino avrebbe sicuramente censurato).

Lettera ai giornalisti di destra, scrive l'11 novembre 2018 Augusto Bassi su "Il Giornale". Squisitissimi, con la presente intendo segnalare a voi nobili araldi della stampa reazionaria che la campagna anti-grillina in essere è controindicata, disutile; mi spingerei a scrivere cretina. Non vi sembra ancora sufficientemente chiaro, amici e colleghi? Non vedete il calco ancora caldo di un grottesco e sinistro grugno sul parabrezza dell’elicottero di Berlusconi? Non è lì, quel grugno, per rammentarcelo? Questa operazione bellica ricorda infatti da vicino quella, di rara inettitudine, della stampa antiberlusconiana: un cannoneggiare sordo, monomaniacale, morboso. E come lo valutavamo allora? E a quali successi militari portò lo stolido nemico? Oggi i gazzettini di De Benedetti sono indistinguibili da quelli di Cairo, ma anche, ahimè, dalle nostre testate, se non per la caratteristica prosa lubrica. C’è di che rallegrarsene? Di che menarne vanto? Ogni venerabilissimo giorno che Dio manda in terra, aprendo il Giornale, Libero, il Tempo – con la parziale eccezione de La Verità – ineluttabilmente si troveranno slavine di accuse, oltraggi, insulti, prese per il culo, a persone tutto sommato semplici, coraggiose e capaci almeno di levarci il riccio Pd dalle mutande; insolenze tali da rendere simpatico il trasversalismo persino al più retto fra gli uomini. Non credete? Quanto patito dalla Raggi in questi mesi avrebbe portato al collare di ferro i vili malfattori se solo il sindaco fosse stato, che ne so, donna. Con le femministe unite in un cordone rosé per proteggerlo dalla tracotanza virile. Ah no! Diciamo allora extracomunitario. Appena si pronuncia il cognome Casalino partono mute di famelici terrier pronti ad azzannare il culo depilato dell’eteroscettico comunicatore. Toninelli è stato ridicolizzato con tale pervicacia che vedo il suo volto sulla segnaletica quando imbocco una galleria. Giggino Di Maio ha sostituito i Carabinieri nelle barzellette e anche il luminoso Sgarbi ne manifesta mania, sino al punto di adombrarsi. Ma la derisione è a 370 gradi. Vogliamo davvero seguire in disdoro Matteo Renzi, capace di caricarsi in spalla una nipote down pur di nuocere all’avversario e che dovrebbe sotterrarsi al centro della terra per trovare la carogna della propria rispettabilità? E ci si sorprende che la comunità 5Stelle sia impermeabile al dissenso?! Che le riprensioni la rendano addirittura più forte!? Oh ragazzi! Questo insensato e inesausto fuoco di veleni compatterebbe in un impenetrabile abbraccio anche Montecchi e Capuleti, figuriamoci una confraternita movimentarista! «Non è questione di minima decenza verbale (ormai archiviata da un pezzo) ma di sostanza politica. L’ennesimo, scomposto attacco dei capi 5 Stelle contro la libera stampa palesa la fase di grave difficoltà in cui si trova il Movimento. Ed è paradossale che ciò avvenga in una circostanza che dovrebbe essere lieta per tutti, quale l’assoluzione di un’imputata: nello specifico, Virginia Raggi», scrive oggi Goffredo Buccini sul Corriere.it. «Scomposto attacco contro la libera stampa» palesa la grave difficoltà in cui si trova Buccini quando costretto a maneggiare l’idioma, già eloquente nelle sue apparizioni televisive, dove i periodi ipotetici sono autentici Camel Trophy. Ma al buon uomo, il cui nome trasuda patriottismo, dev’essere sfuggita non soltanto la sintassi, ma anche la poca decenza verbale con la quale vengono trattati i grillini e che per amor di patria andrebbe registrata. E a voi, è sfuggita? Enrico Mentana parla di livore dei 5Stelle contro i giornalisti, ma prevedibilmente sorvola sul livore dei giornalisti verso i 5Stelle. Massimo Giannini commenta con il suo tono repellente: «Non si capisce quale sia la colpa dell’informazione, se non di aver raccontato l’inchiesta e il processo. Si capisce benissimo invece quale sia la pulsione del Movimento 5 Stelle: mettere il silenziatore a chiunque racconti le loro difficoltà o mostri incongruenze, incapacità e grandi e piccoli scandali». Brr! Davvero vogliamo mescolarci a queste pulsioni?! A questi sgradevoli, pelosi, funesti contraffattori?! Vogliamo veramente impastarci con i Giannini, i Lerner, gli Zucconi, i Severgnini? Perché le nostre valutazioni, diciamolo, sono spesso efferatezze critiche. La cui violenza strumentale è seconda solo all’inefficacia. Non porto esempi per eleganza, ma temo basti sfogliare un corsivo, un blog, un trafiletto politico a caso. L’assoluzione della sindaca di Roma è stata naturalmente trascurata o sminuita, mentre sappiamo che cosa sarebbe accaduto in caso di condanna. L’unica nota festosa nelle congratulazioni è giunta da Lucia Annunziata, che ha tuttavia tosto rilanciato: «Personalmente sono curiosa di leggere – via legge, ovviamente – l’elenco dei buoni e dei cattivi editori. E di vedere elencati i conflitti di interessi. Da queste parti, da dove scrivo, sappiamo che il gruppo Gedi (ex Espresso) è nella lista dei cattivi, e poi? Non vedo l’ora di leggere l’elenco, appunto. La curiosità maggiore è quanto campo ha la definizione di conflitto di interessi: include banche, include tv private, intrecci societari, oltre al puro business? E, a proposito di business, come sarà considerata la guida di siti privati, via strumenti di informazione, su un movimento politico da cui si ricava sostegno economico? Chissà, magari alla fine anche in questo caso Luigi di Maio scoprirà che non può farci niente». E in conclusione un messaggio, velatamente intimidatorio, per Di Battista: «Torna a casa, Di Battista, mettici la faccia sull’Italia e vieni a darci delle puttane di persona. Magari qualcuno ti prenderà, per una volta, sul serio».

Questo impermalimento paratico, lobbistico, corporativo, non trovate evidenzi la collera di una consorteria che vorrebbe preservare il diritto di denigrare senza venire denigrata? Non ritenete riveli un animo filisteo? Ma come anticipato, questa posa, tipicamente sinistra, è soprattutto cretina. Non sarebbe meglio, dunque, mandare avanti gli altri? Quando, nei primi anni di carriera, raccontavo di essere giornalista, l’interlocutore reagiva con curiosità, finanche con ammirazione; oggi lo fa con un sorrisetto, se non con un moto di nausea. Riflettere un poco sulla cosa? La professione è ai minimi storici per credibilità e ai massimi per detestabilità: colpa dei 5Stelle, della Casaleggio Associati?! Internet ha manipolato le menti più fragili, gli intelletti meno attrezzati?! Ancora, vi segnalo come questo approccio ricordi da vicino la propaganda antiberlusconiana che puntava l’indice sul potere manipolatorio delle televisioni. Schernire i grillini perché dicono la verità sull’informazione rende l’informazione degna di scherno e i grillini di inopinato rispetto. Anche se sono, per lo più, degli abborracciati; anche se alcuni di loro, tipo Fico, sono autentici minchioni. La critica al populista di governo è la disciplina specialistica dei mediocri levogiri che vogliono darsi un tono da intellos, o difendere quello status professionale che loro stessi hanno sistematicamente smerdato. Facile bersaglio, i grillini meno preparati! Difficile invece affrontare le proprie deficienze, rese vieppiù comiche dalla patetica pretesa di autorevolezza culturale. Vogliamo davvero mimetizzarci con essi, umiliando la nostra assennatezza, la nostra integrità, il nostro buon gusto e dando alfine ragione, ironicamente, proprio a Beppe Grillo? In fede.

Puttane e sputtanati, scrive l'11 Novembre 2018, Gianluigi Paragone, giornalista e senatore su MoVimento 5 Stelle Il blog delle stelle. Evidentemente spiazzati dall’assoluzione di Virginia Raggi e dalla impossibilità di chiudere il film che avevano già preparato nelle riunioni di redazione, il problema ora sono le parole di Luigi e di Alessandro sui giornalisti. Su tutti, lancia in resta, spicca Mario Calabresi direttore di Repubblica, quel giornale che ci ha messo qualche giorno prima di dire ai suoi lettori che il ponte crollato a Genova era gestito dalla società della famiglia Benetton. Quel giornale che potrebbe raccontare per bene ai suoi lettori le vicende del sistema bancario italiano, MontePaschi in testa ma che forse non lo può fare perchè negli elenchi dei debitori ci sono i De Benedetti. Le grandi firme del giornalismo italiano hanno consumato il loro transito dall’estrema sinistra (ah, quanti di loro militavano nelle file dei gruppi extraparlamentari...) ai salotti buoni del capitalismo italiano. Ai salotti, se va bene. Non sarebbe giusto svelare ai propri lettori che il commentatore PincoPallino prende soldi come relatore o moderatore ai dibattiti curati dalla banca X o dal fondo Y? Guarda caso sempre gli stessi. Perché non facciamo una bella lista di giornalisti furbini che partecipano a pagamento alle convention di grandi gruppi finanziari? Sveliamolo allora il marchettificio che c’è nelle redazioni! E chiediamo anche quanto gli editori pagano alle firme d’oro per commentare argomenti di cui non sanno nulla, come ho dimostrato nel caso del Tav, o di cui non hanno capito nulla come dimostrano le figuracce memorabili da Trump a Brexit, dal referendum costituzionale al voto del 4 marzo scorso. Il vero giornalismo d’inchiesta lo fanno giornalisti spesso anonimi cui non viene riconosciuto il giusto valore. E nemmeno la manleva, cosicché i cronisti d’inchiesta si ritrovano soli nelle loro battaglie (con Primo Di Nicola ed Elio Lannutti abbiamo depositato un ddl proprio sulle querele temerarie). Il vero giornalismo lo fanno i colleghi costretti ad aprire una partita iva per lavorare, ed essere pagati a 60/90 giorni come i fornitori: i giornalisti che oggi si indignano e che fanno le anime belle perché non svelano questa miseria del giornalismo italiano? Allora sì, vi sfido, cari colleghi: nel giornalismo ci sono tante puttane e ancor più sputtanati.

“Puttane e sciacalli” non basta, è arrivato il momento di osare di più. La reazione dei Cinquestelle all’assoluzione della sindaca Raggi può offrire l’occasione per identificarsi definitivamente con la pancia e gli sfinteri del popolo, scrive Enrico De Girolamo lunedì 12 novembre 2018 su lacnews24.it. Questo articolo è pieno di parolacce. Chi non sopporta il turpiloquio, chi è legittimamente infastidito dalla trivialità, farebbe bene a non continuare a leggere. Ma non c’è altro modo che usare un linguaggio volgare per esporre un concetto che parte da quei «giornalisti puttane» di Alessandro Di Battista, leader di riserva del Movimento cinque stelle, che sta vivendo il suo anno sabbatico in Guatemala. Da qui, dal cuore del Centro America, continua a commentare ciò che accade in Patria, affidando ai social il suo pensiero. E il suo ultimo pensiero si è espresso chiamando appunto puttane i giornalisti italianicolpevoli a suo dire di aver fatto marchette raccontando le vicende giudiziarie della sindaca di Roma Virginia Raggi, accusata da una Procura italiana di falso e poi assolta. Buon per lei e per l’onore delle istituzioni, purtroppo non è stata l’unica a finire nel tritacarne dei media. È successo, ad esempio, anche al padre di Renzi, la cui posizione è stata recentemente archiviata senza che si alzasse un solo “ops, ci siamo sbagliati” da parte di chi l’ha usato come un grimaldello per delegittimare il figlio, che era comunque in grado di distruggersi da solo come ha ampiamente dimostrato. Eppure il proscioglimento della Raggi ha scatenato la reazione scomposta di Luigi Di Maio («I giornalisti? Infimi sciacalli») e soprattutto di Di Battista, che è ricorso al delicatissimo parallelismo con chi la dà per soldi. Potrebbero anche avere ragione, ma non è questo che interessa evidenziare qui e ora. Piuttosto, visto che nessuno tra i Cinquestelle ha criticato il ricorso a un linguaggio - diciamo così schietto - è forse arrivato il momento che i grillini, tutti i grillini, rompano definitivamente gli argini aprendo le cataratte della sincerità linguistica in ogni occasione istituzionale. Perché continuare ad assumere posticci atteggiamenti formali, inutili orpelli di buona educazione? Perché negare quest’ultimo, decisivo passo verso l’identificazione con la pancia e gli sfinteri del popolo? Basta ipocrisie, si adotti lo stesso approccio in ogni occasione e verso ogni interlocutore. Così, ad esempio, il confronto con l’Europa sarebbe molto più aderente alle loro intenzioni se i giornali potessero riportare dichiarazioni veraci e fare titoli del tipo: «Il Governo manda a fanculo la Ue». Oppure: «Junker è uno stronzo, si faccia i cazzi suoi». E ancora: «Torino vuole la Tav ma noi rispondiamo: Sticazzi!». Perché poi continuare a mantenere quell’insopportabile aplomb istituzionale quando si interviene in Parlamento o si va al Quirinale? Come sarebbe più coerente poter dire chiaro e tondo agli esponenti dell’opposizione che sono dei luridi merdosi o ridere in faccia al Presidente della Repubblica: «Ti sei messo paura per l’impeachment, eh?». Non è giusto che questo afflato di verità venga riservato solo ai giornalisti. Si abbia il coraggio di fare il grande salto, di elevare definitivamente il Bar dello sport a segreteria, la bettola a laboratorio politico. Si assecondi una volta per tutte l’invettiva becera, si porti a paradigma unico del movimento Paola Taverna, che su questo fronte ha già fatto scuola. D’altronde tutto è iniziato con un Vaffaday, ricordate? Quindi si tratta solo di rompere l’ultimo diaframma di conformismo. Su, e che cazzo!

Coraggio grillini, sono i giudici sciacalli e puttane? Scrive il 13 novembre 2018 Vincenzo Valenzi su Corriere Nazionale. Caro Macaluso, Se Sparta piange Atene non ride. Indubbiamente i modi e i toni usati contro la Stampa dire che sono impropri è poco, della serie famose male da soli, che contraddistingue i più puri dei puri pentastellati, partiti all’attacco dei Giornalisti e tu segnali, perchè no, dei Magistrati, che avevano messo sotto inchiesta il Sindaco di Roma per la triste gestione del Personale e per essersi affidata molto, troppo, ingenuamente, a lobbisti disinvolti che avevano preso il potere sul Campidoglio, come la super chat riservata di What’s Up ha documentato tragicomicamente. L’intervento del Presidente della Repubblica in difesa della libertà di critica e di stampa ha coronato il bacchettamento dei giovani leader, che dovrebbero pensare a quello che dicono e a come lo dicono, oltre a dire quello che pensano, non sempre a torto. Venendo dall’ultimo funerale del prestigio della grande stampa e delle grandi televisioni, che si sono lasciate andare per l’ennesima volta a campagne di disinformazione massive sul dramma drammatico del morbillo, che dopo il caso di Monza e del Veneto, in questi giorni ha toccato Bari e la Puglia al centro di un’epidemia da forse causata dai soliti folli Novax, ancora una volta tutta inventata dai famosi e segreti uffici di comunicazione di Guerra, come i 470 (quattrocentosettanta) morti per morbillo di Londra del 2013/14 confezionati da chissachì, tema che dovrebbe attrarre qualche Procura a caccia di Giustizia facile e di criminali attivi sulla Salute Pubblica, come quelli già oggetto di attenzionamenti della CUPOLA VACCINI, che ha visto il Segretario Generale del Ministero della Salute Marabissi, saggiamente autosospendersi per evitare guai maggiori. Ma, caro Macaluso, pare che ci siano ancora degli intoccabili che per misteriosi vie si coprono di qualche barriera magnetica che li rende invisibili come i nostri cugini galletti che fanno prediche di morale e poi tagliano le scarpe ai bambini africani che vorrebbero passare a Ventimiglia verso la terra promessa macronista insegtuita anche dai nostri araldi che vogliono andare oltre il Partito Democratico per abbracciare Emmanuel e combattere insieme a lui per liberare l’Europa dai Sovranisti Razzisti e perche no le 13 (14 con la Libia) neoColonie che ancora stanno sotto il tallone del Franco e della Legione che disorganizza le masse di migranti dalle Colonie via Libia presa rispettando tutte le regole con le bombe dei Mirage su Tripoli che oggi vorrebbe affrancarsi da tanto rispetto delle regole galliche e ritornare si auspica a essere un Paese ordinato e moderno che sceglie i partner senza Mirage e Legioni. Ma pare che l’Intelighenzia economica tricolore,  e tutta impegnata ancora a sostenere gli sforzi di Moscovici di affondare il Governo Giallo Verde razzista e sovranista che, invece di regalare soldi alle già allegre Banche amiche, invece di regalare i miliardi degli italiani ad Atlantia in cambio del Ponte Morandi e delle aree di sosta più servite del mondo, dove devi fare i bisogni per strada o se ti va bene nella foresta adiacente, o alle congregazioni di bravi autoveloxisti, che minacciano la sicurezza della strada e degli automobilisti, con il giusto obiettivo di far rispettare i limiti di velocità, di cui c’è poca traccia sulle strade, mentre sono pieni di autovelox per rimpinguare le casse pubbliche e in particolare private, dicevamo i nostri analisti economici, sono impegnati a gridare contro gli sprechi di qualche soldo dato a gente che non ha da mangiare caviale e champagne ma neanche pane e latte, che ha chiuso a centinaia di migliaia le aziende svendedole quando qualche bravo cinese o francese le ha comprate, o meglio lasciando questa valle di lacrime sotto la pressione dei bravi esattori di Equitalia che hanno finito l’opera e inseguono famiglie e aziende ridotte alla fame per portargli via tutto. Per poter pagare le voragini di Banche allegre, stipendi di oro di milioni al mese per i furbetti dell’INPS o di altre astute categorie che si sono date da fare bene, o le campagne di salute pubblica inventate di sana pianta, con miliardi di materiali buttati nei magazzini delle ASL, per l’Aviaria, l’influenza H1N1, il carbonchio, e adesso la tragedia del Morbillo, veramente drammatica, con tutti quei bambini morti a Londra e le epidemie italiche di cui ancora non ci si vergogna con il giapponese Roberto Burioni che non si era accorto che la battaglia di Bari era finita e persa. Come vedi sono sintetico, anche se c’è molto da dire, ma per oggi potrebbe bastare in attesa che si normalizzi la Libia e che la Battaglia di Bruxelles non faccia troppi danni con le regole europee usate come sempre ad ore, come la Missione ONU sui diritti umani in Italia, che si sarà dispersa ai confini di Ventimiglia magari catturata dei cugini della Legione locale. Vincenzo Valenzi

Puttane e sciacalli? Certo, ma senti chi parla, scrive Nicola Porro il 12 novembre 2018. Tutti i giornalisti se la sono presa con il Movimento 5 Stelle per essere stati definiti “puttane” e “infimi sciacalli”.  Sono giornalista da una ventina d’anni e in effetti devo dire che la critica dei grillini nei confronti della categoria è più che condivisibile. Direte: allora ti senti una puttana e uno sciacallo? Non lo so, ovviamente ognuno di noi non si sente né l’uno né l’altro. Soltanto oggi ci accorgiamo che i giornalisti da Mani pulite in poi non sono sempre stati il massimo della correttezza professionale? Soltanto oggi ci accorgiamo che i giornalisti hanno spesso pubblicato intercettazioni “private”, sputtanato persone e sbattuto il mostro in prima pagina senza dare lo stesso rilievo a smentite o ad archiviazioni della magistratura? Dunque, è giusto che parlino di “puttane e sciacalli” proprio quei politici che hanno beneficiato di questo clima creato dai giornalisti? È giusto che parlino coloro che hanno beneficiato dei racconti spesso esagerati e strumentalizzati su malaffare, evasioni e ruberie? È giusto che parli proprio quel movimento che ha detto “intercettateci tutti” e che ha parlato di trasparenza? Ecco, proprio loro si lamentano ora che sono al governo. I giornalisti sono sempre le stesse puttane e gli stessi sciacalli di prima. Gli stessi che hanno creato quel clima che ha reso possibile le loro vittorie elettorali, Roma compresa. Insomma, noi saremo puttane sciacalli, ma loro oggi sono gli ultimi a poter parlare.

LE SOLITE FAKE NEWS DEI MEDIA DI REGIME.

Cos’è la cultura? Solo un “libretto di istruzioni”…, scrive Corrado Ocone il 26 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Antonio Genovesi, allievo di Vico, teologo, maestro dell’illuminismo napoletano, filosofo eclettico. Usò la scienza anche per studiare il commercio. Sabato a Vatolla, in provincia di Salerno, nel castello De Vargas ove soggiornò per più anni Giambattista Vico, alle ore 19, si è svolto il convegno Opportunità, pace e ricchezza. Il libero commercio dalle lezioni di economia di Antonio Genovesi ad oggi.  Sono intervenuti Corrado Ocone e Lorenzo Infantino (moderati da Antonluca Cuoco). È stata l’occasione per ricordare Genovesi, allievo di Vico e padre dell’illuminismo napoletano, pensatore di calibro europeo del tutto dimenticato. Qui un suo profilo. Una decina di anni fa la casa editrice dell’Università di Cambridge pubblicò un documentato volume (mai tradotto in italiano) di un noto storico inglese, John Robertson, in cui si stabiliva un legame, intellettuale ma anche concreto e pratico (le idee e i libri circolavano con molta rapidità nella settecentesca “repubblica delle lettere”), fra l’illuminismo scozzese e quello napoletano. Gli esponenti di entrambi, al contrario degli illuministi francesi, temperavano infatti il culto della Ragione con un istintivo senso storico e (almeno negli scozzesi) con una profonda venatura scettica. Credo che, pur con i dovuti limiti, questa tipizzazione valga anche per Antonio Genovesi, il padre dell’illuminismo napoletano. Se non proprio scettico, egli, che aveva una formazione filosofica e teologica (era lui stesso un sacerdote), anzi propriamente metafisica, era sicuramente un eclettico: possedeva una solida cultura classica, e insieme una vasta conoscenza degli autori moderni e a lui contemporanei, ma riteneva che elementi di verità fossero nel pensiero di ogni filosofo e che era saggio prendere il meglio da più parti. Quanto al senso storico, Genovesi lo aveva sicuramente appreso anche alla scuola di Giambattista Vico, che, essendosi trasferito a Napoli venticinquenne nel 1738 (era nato a Castiglione, in provincia di Salerno, il primo novembre 1713), fece in tempo a frequentare (l’autore della “Scienza nuova” sarebbe poi morto nello stesso anno in cui fu pubblicata l’edizione definitiva del suo capolavoro: il 1744). È ai primi anni Cinquanta del secolo che è databile quella “svolta” negli interessi di Genovesi (nell’Autobiografia egli parlerà di “sbalzo”) che lo porterà rapidamente a tralasciare gli studi di metafisica e teologia e ad occuparsi quasi esclusivamente di economia. Certo, si trattava della scienza del momento, legata all’intensificarsi dei commerci e allo sviluppo economico degli Stati europei, ma l’affermarsi dell’economia era il portato anche, più radicalmente, dello spirito immanentistico connesso all’età moderna (Benedetto Croce avrebbe parlato della “scoperta” settecentesca delle due “scienza mondane”, cioè l’estetica e appunto l’economia). Napoli, città di porto e cosmopolita per quanto con un retroterra arretrato e semifeudale (la vasta provincia del Regno borbonico), partecipava in pieno al moto di idee che da Parigi alla Gran Bretagna percorreva l’Europa: l’abate Ferdinando Galiani, altro esponente di spicco dell’illuminismo partenopeo, nel 1751 aveva pubblicato il trattato Della moneta che gli avrebbe presto dato fama europea. Genovesi, da parte sua, da un lato, concludeva nel 1752, con la pubblicazione dell’ultimo tomo, il suo trattato di Metafisica, che non pochi problemi gli aveva dato con la censura regia e soprattutto ecclesiastica; dall’altro, maturava delle idee del tutto nuove sullo scopo della sua attività di studioso che ne avrebbero fatto in poco tempo, come lui stesso ebbe a dire, da filosofo e metafisico un “mercatante”. In questo processo lo agevolò certamente l’essere entrato a far parte del circolo, e anzi nelle grazie, di un illuminato mercante e mecenate toscano trapiantato a Napoli, Bartolomeo Intieri. Il quale, consapevole, nello spirito dei lumi, della necessità di formare una classe dirigente su idee nuove e praticamente utili, finanziò e affidò al nostro una cattedra di “meccanica e economia” all’Università di Napoli (probabilmente la prima cattedra di economia al mondo). Il 5 novembre 1754, con grande successo, parlando a braccio, Genovesi tenne la memorabile prolusione con cui inaugurava il suo corso, le cui idee sistemò poi nel Ragionamento sul commercio in generale (1757), Le sue Lezioni di commercio o sia d’economia civile, pubblicate per la prima volta nel 1765, diventeranno un classico e saranno tradotte e discusse in mezza Europa. E’ difficile, almeno per me, giudicare la validità e forza delle idee economiche di Genovesi, né tantomeno la loro possibile “attualità”: un tema, quest’ultimo, che il senso storico mi porterebbe a consigliare di affrontare con molta cautela. Non manca però chi (ad esempio Stefano Zamagni), mutuando da Genovesi e dagli altri illuministi napoletani l’espressione “economia civile”, vede oggi nelle sue idee un’alternativa al pensiero economico puro o classico, basato sull’idea di un homo aeconomicus inteso a perseguire razionalmente il proprio interesse. In effetti, è sicuramente vero che i temi etici nel pensiero di Genovesi si intrecciano a quelli più propriamente economici e finiscono per dare ad essi il tono e la sostanza. È pur vero, tuttavia, che, stando almeno a certi passi delle sue opere, la natura non meramente altruistica dell’uomo gli era, senza moralismi di sorta, molto chiara. Tanto che lo stesso concetto di “reciprocità” che, secondo lui, è alla base dello scambio mercantile, conserva a mio avviso un che di utilitaristico che non lo discosta troppo dall’impostazione che sarà data qualche decennio dopo di lui da Adam Smith. Anche l’autore della Ricchezza delle nazioni (1776) aveva, fra l’altro, parlato della “fiducia” (“pubblica”) che è alla base del rapporto economico, occupandosene nell’opera filosofica che è da considerarsi come la premessa teorica del suo capolavoro: la Teoria dei sentimenti morali (1759). Mi sembra che ci troviamo di fronte a motivi propri dell’epoca, di un periodo in cui l’economia non aveva del tutto sviluppato quell’autonomia dalle altre scienze che è stata poi, nei secoli a seguire, il motivo del suo successo ma anche della sua crisi attuale. Tipicamente illuministico è anche il tema della “felicità”, che, sulla scia di Genovesi, gli illuministi napoletani hanno sviluppato e diffuso nel mondo (di esso se ne trovano echi evidenti, per il tramite di Gaetano Filangieri e Benjamin Franklin, nella stessa Costituzione americana). Anche in questo caso, il pensiero di Genovesi, legato in senso stretto alle virtù morali e civili, non presenta quegli aspetti utilitaristici che ritroveremo in seguito fra gli economisti. Ad ogni modo, a me sembra particolarmente interessante considerare anche la concezione della cultura e dei fini o dello scopo del lavoro intellettuale che aveva il nostro e che, anche per questa parte, lo trova completamente aderente allo spirito del suo tempo, cioè all’illuminismo. Il riferimento in questo caso è soprattutto il Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, che egli compose nell’autunno del 1753 nella casa di villeggiatura di Intieri dalle parti di Vico Equense e pubblicò l’anno dopo poco prima che iniziassero i suoi corsi di economia. In esso egli prese di mira i filosofi, e i “cento e cento altri dialettici e metafisici” che, “per sette e più secoli… fecero a gara a chi potesse essere più ferace in inutili immaginazioni ed astrazioni”. Il loro compito sarebbe stato invece quello di dare “rischiaramento e aiuto” ai popoli e soprattutto ai governanti che avrebbero dovuto guidare gli Stati secondo i dettami della pura ragione. Come si vede, qui c’è una netta presa di distanza da quegli interessi metafisici che lo avevano impegnato, quasi come per liberarsene con cognizione, nella prima fase della sua attività. Il rapporto fra scienza e prassi è stabilito in maniera netta: le scienze da preferire e studiare saranno quelle utili a migliorare e a “incivilire” il popolo umano. In effetti, la scienza scopre, da una parte, certe “verità” nella realtà e, dall’altro, le propone ai saggi legislatori del “dispotismo illuminato” che le “applicano”, anche con l’ausilio della tecnica, all’azione. Questa concezione del mondo come un libro che noi dobbiamo solo leggere e interpretare (secondo l’espressione di Galileo Galilei), della verità come “rispecchiamento” e della prassi come “applicazione” è quella che successivamente il pensiero occidentale post- illuministico metterà per lo più in discussione. Essa, infatti, tendenzialmente, lascia poco spazio alla libertà, cioè all’inventiva e imprevedibile creatività umana. Da un lato, Marx tenderà a risolvere le contraddizioni teoriche immediatamente nell’agire pratico (“non si tratta di capire il mondo ma da trasformarlo”); dall’altra, i liberali tenderanno a scindere l’attività culturale, per sua natura disinteressata, da quella pratica volta a raggiungere un fine di utilità. L’enorme fiducia nella cultura, istillata nei napoletani da Genovesi e a seguire dagli altri esponenti della cultura illuministica cittadina (lo stesso Filangieri, Francesco Maria Pagano o il suo allievo prediletto Giuseppe Maria Galanti) avrà, anche simbolicamente, il suo esito finale nel fallimento della rivoluzione napoletana del 1799. Una classe politico- intellettuale che si affida alla cultura e alla morale senza fare i conti con la maturità del popolo e con la situazione in cui deve operare, constaterà amaramente Vincenzo Cuoco (allievo di Galanti) è destinata a fallire e a rimanere nella storia come mera per quanto nobile testimonianza. Ovviamente, Genovesi non fece in tempo a vedere i fumi della Rivoluzione (era morto a Napoli il 22 settembre 1769) ma nella sua personalità si rispecchiano in maniera così tipica i pregi e le virtù del suo tempo, molto più che in altri pensatori stranieri, che, per noi italiani, è veramente assurdo non conoscerne e aver dimenticato la sua lezione.

Emile Zola: Quei giornali che vivono di scandali! Scrive Émile Zola il su “Le Figaro” il 25 novembre 1897 ripubblicato il 9 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Che dramma straziante, e quali splendidi personaggi! Di fronte a documenti di una bellezza così tragica che la vita ci mette davanti, il mio cuore di romanziere freme di appassionata ammirazione. Non so intravedere una psicologia più nobile. Non è mia intenzione parlare del caso. Se talune circostanze mi hanno permesso di studiarlo e di farmene un’opinione formale, non dimentico che un’inchiesta è in corso, che la giustizia se ne sta occupando e che per onestà è giusto attendere, senza contribuire all’ammasso di pettegolezzi volti a ostruire un caso così chiaro e così semplice. Ma i personaggi, da questo momento, appartengono a me, che sono soltanto un passante con gli occhi aperti sulla vita. E se il condannato di tre anni or sono e l’accusato d’oggi per me rimangono sacri fino a che la giustizia non avrà completato la sua opera, il terzo grande personaggio del dramma, l’accusatore, non avrà certo a soffrire se parlerò di lui con onestà e con coraggio. Ecco che cosa ho visto di Scheurer- Kestner, ecco che cosa penso e che cosa affermo. Forse un giorno, se le circostanze lo permetteranno, parlerò degli altri due. Una vita cristallina, la più nitida, la più diritta. Non una tara, mai la più piccola debolezza. Una medesima opinione, costantemente seguita, senza ambizione militante, sfociata in un’altra posizione politica dovuta unicamente alla simpatia rispettosa dei suoi pari. E non un sognatore, né un utopista. Un industriale, che ha vissuto chiuso nel suo laboratorio, dedito a ricerche particolari, senza conta- re la preoccupazione quotidiana di una grande ditta commerciale da mandare avanti. Ed anche una situazione patrimoniale invidiabile. Tutte le ricchezze, tutti gli onori, tutte le gioie, il coronamento di una bella vita interamente dedicata al lavoro e alla lealtà. Più un solo desiderio da esprimere, ossia quello di finire in modo degno, in questa felicità e nella stima generale. Eccolo, l’uomo. Lo conoscono tutti, non vedo chi mi potrebbe smentire. Ed è proprio l’uomo attorno al quale si sta per svolgere uno dei drammi più tragici e più appassionati. Un giorno, un dubbio si affaccia nel suo spirito, poiché è un dubbio che è nell’aria e che ha già rubato varie coscienze. Un tribunale militare ha condannato, per alto tradimento, un capitano che, chissà, forse è innocente. Il castigo è stato tremendo, la degradazione pubblica, l’internamento in un luogo lontano, l’esecrazione di tutto un popolo che si accanisce, infierendo sull’infelice già a terra. E, qualora fosse innocente, gran Dio! Che brivido di pietà, che orrore agghiacciante! Al pensiero che non ci sarebbe riparazione possibile. Nello spirito del signor Scheurer-Kestner, è nato il dubbio. Da quel momento, come ha spiegato lui stesso, inizia il tormento, rinasce l’ossessione man mano che le cose gli giungono all’orecchio. È un’intelligenza solida e logica quella che, a poco a poco, finisce per essere conquistata dal bisogno insaziabile della verità. Non c’è nulla di più alto, di più nobile e il travaglio che quest’uomo ha vissuto è uno spettacolo straordinario ed entusiasmante, per me, portato come sono dal mio mestiere a scrutare nelle coscienze. Il dibattito sulla verità e in nome della giustizia, non esiste lotta più eroica. In breve, alla fine Scheurer- Kestner giunge alla certezza. La verità la conosce, ora deve fare giustizia. È un momento pauroso e posso immaginare cosa debba essere stato per lui quel momento d’angoscia. Non gli erano certo ignote le tempeste che stava per sollevare, ma la verità e la giustizia sono sovrane, poiché esse soltanto assicurano la grandezza delle nazioni. Può accadere che interessi politici le oscurino per qualche istante, ma un popolo che non basi su di esse la sua unica ragione d’essere sarebbe, oggi, un popolo condannato. Fare luce sulla verità, certo; ma potremmo avere l’ambizione di farcene un vanto. Alcuni la vendono, altri vogliono almeno trarre vantaggio dall’averla detta. Il progetto di Scheurer- Kestner era di restare nell’ombra, pur compiendo la sua opera. Aveva deciso di dire al governo: «Le cose stanno così. Intervenite, abbiate voi stessi il merito d’essere giusti, riparando a un errore. Chi fa giustizia, trionfa sempre». Circostanze delle quali non voglio parlare fecero sì che non venisse ascoltato. Da quel momento in poi, ebbe inizio la sua ascesa al calvario, un’ascesa che dura da settimane. Si era sparsa la voce che egli fosse in possesso della verità, e chi detiene la verità, senza gridarla ai quattro venti, che altro può essere se non un nemico pubblico? Stoicamente, per quindici giorni interminabili, rimase fedele alla parola data di tacere, sempre nella speranza di non doversi ridurre a prendere il posto di quelli che avrebbero dovuto agire. E sappiamo bene quale marea d’invettive e di minacce si sia abbattuta su di lui durante questi quindici giorni; un vero torrente di accuse immonde, di fronte al quale è rimasto impassibile, a testa alta. Perché taceva? Perché non mostrava il suo incartamento a chiunque lo volesse vedere? Perché non faceva come gli altri che riempivano i giornali delle loro confidenze? Quanto, ah, quanto è stato grande e saggio! Taceva, perfino al di là della promessa fatta, proprio perché si sentiva responsabile nei confronti della verità. Una povera verità, nuda e tremebonda, schernita da tutti e che tutti sembravano avere interesse a soffocare, lui pensava soltanto a proteggerla contro l’ira e le passioni altrui. Aveva giurato a se stesso che non l’avrebbero fatta sparire e intendeva scegliere il momento e i mezzi adatti per assicurarle il trionfo. Che può mai esserci di più naturale, di più lodevole? Per me non esiste niente di più sovranamente bello del silenzio di Scheurer- Kestner, dopo tre settimane di ingiurie e di sospetti da parte di un intero popolo fuori di sé. Ispiratevi a lui, romanzieri! In lui sì avreste un eroe! I più benevoli hanno avanzato dubbi sul suo stato di salute mentale. Non era per caso un vegliardo indebolito, caduto nell’infantilismo senile, uno di quegli spiriti che il rimbambimento incipiente rende inclini alla credulità? Gli altri, i pazzi e i delinquenti, l’hanno accusato senza tante cerimonie d’essersi lasciato “comprare”. Semplicissimo: gli ebrei hanno sborsato un milione per acquistare tanta incoscienza. E non si è levata una risata immensa, come risposta a tanta stupidità! Scheurer- Kestner, è là, con la sua vita cristallina. Fate un confronto tra lui e gli altri, quelli che lo accusano e lo insultano, e giudicate. Bisogna scegliere tra questo e quelli. Trovatela, la ragione che lo farebbe agire, al di fuori del suo bisogno così nobile di verità e di giustizia. Coperto d’ingiurie, l’animo lacerato, sentendo vacillare il suo prestigio sotto di sé, ma pronto a sacrificare tutto pur di portare a buon esito il suo eroico compito, egli tace, aspetta. Fino a che punto si può essere grandi! L’ho detto, del caso in sé non mi voglio occupare. Tuttavia, è bene che io lo ripeta: è il più semplice, il più trasparente del mondo, per chi voglia prenderlo per quello che è. Un errore giudiziario, eventualità deplorevole, sì, ma sempre possibile. Sbagliano i magistrati, possono sbagliare i militari. Cos’ha a che fare, questo, con l’onore dell’esercito? L’unico bel gesto, qualora sia stato commesso un errore, è di porvi riparo: e la colpa nascerebbe nel momento in cui qualcuno s’intestardisse a non voler ammettere di essersi sbagliato, nemmeno di fronte a prove decisive. Non ci sono altre difficoltà, in fondo. Andrà tutto bene, purché si sia decisi a riconoscere di aver potuto commettere un errore e di avere esitato, in seguito, a convenirne, perché era imbarazzante. Quelli che sanno, mi capiranno. Quanto al temere complicazioni diplomatiche, è uno spauracchio per gli allocchi. Nessuna delle potenze vicine ha niente a che spartire con il caso e converrà dirlo forte. Ci troviamo soltanto di fronte a un’opinione pubblica esasperata, sovraffaticata da una campagna che è tra le più odiose. La stampa è una forza necessaria; sono convinto che nel complesso faccia più bene che male. Ma certi giornali, quelli che gettano lo scompiglio, quelli che seminano il panico, che vivono di scandali per triplicare le vendite, non sono certo meno colpevoli. L’antisemitismo idiota ha gettato il seme di questa demenza. La delazione è dappertutto, nemmeno i più puri e più coraggiosi osano fare il loro dovere per il timore di venire infangati. E così, eccoci in questo orribile caos, nel quale tutti i sentimenti sono falsati, in cui non è possibile volere la giustizia senza venire trattati da rimbambiti o da venduti. Le menzogne mettono radici, le storie più assurde vengono riportate con sussiego dai giornali seri, l’intera nazione sembra in preda alla follia, quando un po di buon senso rimetterebbe subito a posto le cose. Oh, come sarà semplice, torno a dirlo, il giorno in cui quelli che sono alla guida oseranno, nonostante la folla aizzata, comportarsi da galantuomini! Immagino che nel silenzio altero di Scheurer- Kestner, ci sia anche il desiderio di aspettare che ciascuno faccia il suo esame di coscienza prima di agire. Quando ha parlato del suo dovere che, perfino sulle rovine del suo prestigio, della sua felicità e dei suoi beni, gli ordinava, dopo averla conosciuta, di servire la verità, quest’uomo ha detto una frase ammirevole: «Non avrei più potuto vivere». Ebbene, ecco che cosa devono dirsi tutte le persone oneste immischiate in questa storia: che non potranno più vivere, se non faranno giustizia. E, qualora ragioni politiche volessero che la giustizia venisse ritardata, si tratterebbe di una notizia falsa che servirebbe soltanto a rinviare l’epilogo inevitabile, aggravandolo ulteriormente. La verità è in cammino e niente la potrà fermare. Pubblicato su “Le Figaro” il 25 novembre 1897 

«Dreyfus è innocente!» Così Zola inventò l’intellettuale moderno. Scrive Vincenzo Vitale il 7 Agosto 2018 su "Il Dubbio".  Si dice affaire Dreyfus e dovrebbe dirsi affaire Zola. Infatti, se non ci fosse stato l’intervento determinante – nei modi che vedremo – del celebre scrittore francese Emile Zola, all’epoca già molto noto e apprezzato in tutta Europa, molto probabilmente il Capitano di artiglieria Albert Dreyfus sarebbe silenziosamente deceduto alla Caienna francese, seppellito dalla infamante accusa di spionaggio a favore dei tedeschi e ignoto ai più: archiviato lui stesso come un doloroso fatto di cronaca e null’altro. Invece, come è noto, fu Zola a fare, di Dreyfus, Dreyfus; vale a dire probabilmente il più clamoroso e discusso caso giudiziario della storia europea non solo della fine dell’ottocento francese, ma anche dei secoli precedenti e successivi. Tuttavia, non si tratta, come vedremo, soltanto di un caso giudiziario, per quanto importante e significativo; si tratta di qualcosa di più e di diverso: il caso Dreyfus si fa infatti cogliere come un autentico prisma di rifrazione che permette di scorgere ed interpretare le dinamiche profonde e perfino le scansioni antropologiche del tessuto sociale europeo della fine dell’ottocento, ma anche – ed è questo un aspetto di supremo interesse, in quanto non esclusivamente storiografico – di quello contemporaneo, in tutte le sue implicazioni politiche, giuridiche, umane e sociali. Insomma: conoscere e comprendere il passato per interpretare il presente. Nulla sollecita e propizia questa ben nota operazione culturale come il caso Dreyfus che qui si presenta. Innanzitutto, i fatti. Dopo la cocente sconfitta di Sedan del 2 settembre del 1870, ove lo stesso Napoleone III era stato fatto prigioniero, dopo che, a pochi giorni dalla caduta di Parigi del 18 gennaio 1871, era stato proclamato nella sala degli specchi di Versailles l’impero tedesco, la Francia, riedificata in Terza Repubblica, si era data nel 1875 una Costituzione. Ma il quadro politico e sociale, all’inizio dell’ultimo decennio del secolo, è quanto mai instabile e insicuro. L’eco del boulangismo ancora vivo ( movimento politico guidato dal generale Boulanger, che si prefiggeva di abbattere la Terza Repubblica con un colpo di stato militare), l’incapacità rivelata durante la guerra franco- prussiana, gli orrori della Comune di Parigi, la rapida successione di Ministeri deboli, la spiccata e violenta faziosità dei partiti, i ricorrenti e gravi scandali finanziari ( non ultimo quello di Panama) contribuiscono a fornire anche agli osservatori stranieri un’immagine della Francia come paese agonizzante. Forse la sola istituzione che sembri ancora salvarsi dallo sfacelo è l’esercito, da poco efficacemente riorganizzato ex novo da Charles de Freycinet, ministro della guerra fra il 1889 e il 1990. È ovvio perciò come in questa Francia le tensioni sociali, lievitando ormai in modo non controllabile, né potendosi più risolvere e conciliare in un conflitto verso l’esterno, esigano, per essere placate e per consentire il ritorno ai binari della normalità, delle vittime: la prima di queste ha nome Dreyfus. Lo esige la Ragion di Stato: per questo, la sorte di Alfred Dreyfus, capitano del 14° Reggimento di artiglieria, addetto allo Stato Maggiore generale del Ministero della Guerra, comandato al primo ufficio di artiglieria, quarantotto anni, coniugato, due figli, israelita, di origine alsaziana, era segnata. Fin dall’inizio. In questo quadro generale, non è difficile individuare i profili determinanti della vicenda di Dreyfus. Accusare Dreyfus di tradimento; condurlo sul banco degli imputati sulla sola base di un bordereau, contenente rivelazioni di segreti militari a favore dei tedeschi, ma in realtà di mano altrui; condannarlo alla degradazione e alla deportazione perpetua nell’Ile du Diable, sulla scorta di un documento che ne avrebbe provato la certa colpevolezza, ma che, essendo segretissimo, non viene mostrato neppure al difensore; assolvere, dopo soli tre minuti di camera di consiglio, il comandante Walsin- Esterhazy – il vero responsabile – solo allo scopo di non sconfessare l’operato del precedente collegio giudicante, che aveva già condannato Dreyfus; imprigionare il tenentecolonnello Picquart, che aveva scoperto l’imbroglio, accusandolo di falso; indurre al suicidio il Maggiore Henry, l’autore sciagurato del documento falso adoperato per condannare Dreyfus… sono questi in tratti tipici di ogni persecuzione sociale – come bene individuati da René Girard – e Dreyfus ne è il capro espiatorio. E si tratta, come spesso accade, di una persecuzione giudiziaria, vale a dire messa in opera attraverso le forme del diritto e l’operato dei giudici: quanto di meglio per dissimulare sotto le specie della legalità formale, la più perfida e sconcertante delle iniquità. Allo scopo di perfezionare lo schema della persecuzione, occorrono alcuni elementi che sono qui presenti in modo paradigmatico. Il primo è che deve trattarsi di un’accusa che abbia un contenuto universalmente repellente, non suscettibile, tendenzialmente, di suscitare eccezioni o ripensamenti: infatti, Dreyfus viene accusato di spionaggio, reato spregevole di per sé, e che, nella Francia di fine ottocento, mette a repentaglio la sola istituzione ancora meritevole di credibilità, vale a dire l’esercito. Nessuno potrebbe permettersi di revocare in dubbio la necessità di condannare in modo esemplare il colpevole di un illecito così pericoloso e antinazionalista. Il secondo elemento consiste nella circostanza che l’accusato non può mai essere uno qualunque, uno di cui sia indifferente la qualità sociale, ma, al contrario, deve essere portatore di uno stigma che lo consegni ad una classe minoritaria ma identificabile di individui: il negro, il deforme, lo straniero. Infatti, Dreyfus è ebreo e, per giunta, di origine alsaziana. Quanto di meglio per sollecitare lo spregio dell’antisemitismo e del nazionalismo militarista di coloro che vedono negli ebrei la causa di ogni male e negli alsaziani – sempre a metà fra Germania e Francia – il germe di ogni tradimento. Infine, la persecuzione va dissimulata, preferibilmente nascosta dietro le forme rassicuranti del diritto e del processo, allo scopo di non svelare il meccanismo vittimario e persecutorio. Infatti, Dreyfus viene processato ben due volte, così come Zola imputato di diffamazione, ed essi vengono sempre condannati. Ed Esterhazy, il vero colpevole, viene addirittura assolto, dopo appena tre minuti di camera di consiglio. Tanto per non smentirsi. Orbene, il solo modo di contrastare i nefandi effetti della persecuzione sta nello svelamento dei meccanismi che la fanno funzionare: una persecuzione messa a nudo come strumento di violenza, svelata come persecuzione, si sgonfia come un palloncino senza più ossigeno, depotenziandosi in modo irreversibile. Occorre tuttavia qualcuno che si incarichi di questo svelamento: Emile Zola si assume questo compito difficile, scomodo, impopolare. Egli è il rivelatore. Anche del rivelatore della persecuzione si richiedono comunque precise caratteristiche, tutte ampiamente possedute da Zola: coraggio per opporsi alla massa della opinione pubblica e dei mezzi di comunicazione; sufficiente notorietà per trovare una platea di ascolto quanto più diffusa possibile; capacità soggettive di comunicazione universale. E infine, quella più importante: la passione per la verità del diritto, vale a dire per la giustizia. Così, Zola, scrivendo infuocati editoriali sulla stampa parigina in difesa dell’innocente Dreyfus e accusando i suoi carnefici, inaugura la figura dell’intellettuale in senso moderno. Si badi. Il termine “intellettuale” fino al settecento era stato sempre usato in senso aggettivale, non quale sostantivo, come oggi viene normalmente adoperato. Furono gli illuministi francesi a propiziare questo nuovo uso del termine, a partire da Diderot, il quale, nella sua celebre Lettre sur la liberté de la presse, segna probabilmente il transito dal clericus tardo medievale all’intellettuale in senso moderno.

Si badi ancora a non confondere l’intellettuale con il filosofo o con il pensatore: costoro certamente pensano in modo originale, ma non sempre rivestono il ruolo del vero intellettuale. Questi è invece caratterizzato dal collocarsi sempre all’opposizione di ogni potere che, mettendo fra parentesi le ragioni del diritto – e perciò della giustizia – voglia manifestarsi quale pura sopraffazione: il potere economico, quello politico, quello ideologico, quello comunicativo, quello giudiziario, quello della mafia e anche (come insegna Sciascia) quello dell’antimafia. L’intellettuale, identificandosi non con uno status personale, ma con un ruolo sociale, si presenta perciò come il “demistificatore delle accuse”, colui che svela pubblicamente il meccanismo persecutorio, opponendosi al potere violento che di volta in volta sia capace di attivarne i percorsi. Ecco perché Zola si colloca agli antipodi sia dall’intellettuale organico caro a Gramsci o a Lenin (l’intellettuale al servizio del potere); sia da quello che – secondo la lezione, di matrice platonica, di Fichte – indichi al potere il traguardo da raggiungere (il potere al servizio dell’intellettuale); sia da quello sdegnosamente rinchiuso, secondo la lezione di Max Weber, nella turris eburnea del suo sapere (l’intellettuale al servizio di se stesso). Zola, infatti, è al servizio esclusivamente della verità e della giustizia. In tal modo, egli si colloca all’opposizione sia dell’esercito, minacciato dalle sue rivelazioni; sia dei Consigli dei giudici militari che avevano condannato l’innocente Dreyfus e assolto il colpevole Esterhazy; sia dei ministri che tali nefandezze avevano propiziato e coperto; sia dei nazionalisti e conservatori, che lo consideravano un pericolo pubblico; sia perfino dei socialisti, perché di origine borghese; nonché della borghesia, perché egli non esita a criticarla. Insomma, dicendo la verità sul caso Dreyfus, Zola attira su di sé le veementi reazioni di tutti, al punto da essere condannato per diffamazione e dover riparare a Londra. Si attua così il tipico “spostamento mimetico” – messo in luce dall’antropologia di Girard – in forza del quale, la violenza indirizzata verso il perseguitato viene spostata verso chi, demistificando l’accusa come persecutoria, diviene a sua volta un nuovo capro espiatorio. Impegnandosi in questo compito socialmente soteriologico, teso a demistificare l’accusa, Zola si colloca così in singolare continuità con il compito che dovrebbe essere proprio del giudice in uno Stato di diritto, anch’egli impegnato a demistificare le accuse non provate, cerebrine, fumose, non previste dal codice penale (si pensi al concorso esterno in associazione mafiosa): ma oggi purtroppo, in Italia, compito di rado condotto a buon fine. In ogni caso, Zola è stato ed ancora è il paradigma dell’intellettuale moderno, oggi forse in via di estinzione. Lo fu certamente Pasolini, del quale rimane indimenticabile la posizione assunta, dopo i fatti di Valle Giulia, attraverso i celebri versi dettati a difesa delle forze dell’ordine (i figli dei braccianti del Sud), aggrediti dai sessantottini rivoluzionari (i figli della opulenta borghesia del Nord); o, ancora, quella assunta contro l’aborto come pratica legalizzata: «Se tutti gli uomini sono stati embrioni, perché non tutti gli embrioni possono diventare uomini?», si chiedeva Pasolini. Lo fu certamente Sciascia che denunciò il potere, sottratto ad ogni critica, del quale certa antimafia può impunemente usare. Grandinarono su entrambi ovviamente reprimende, accuse, censure, da stolidi e saccenti alfieri del nulla, sedicenti custodi dell’etica pubblica. Altri in Italia, nell’Italia di oggi, potrebbero e dovrebbero assumere quel ruolo. Ma, come sopra rilevato, ci vorrebbe coraggio. E, come tutti sappiamo, il coraggio chi non l’ha non se lo può dare.

Scheurer-Kestner interviene e da quel momento si accese una fiammella di verità. Sul finire del 1897, Zola non può fare a meno di constatare che il vicepresidente del Senato Auguste Scheurer- Kestner, è roso dal dubbio che Dreyfus possa essere innocente, scrive Vincenzo Vitale il 9 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Nel 1894, quando ha inizio il caso Dreyfus, attraverso il casuale ritrovamento in un cestino dei rifiuti da parte di una addetta alle pulizie – che poi alcuni dissero essere membro del controspionaggio – di un bordereau contenente rivelazioni militari destinate agli odiati tedeschi, Emile Zola, scrittore già molto conosciuto e molto apprezzato in tutta Europa, si trova a Roma. Fa ritorno in Francia solo alla fine dell’anno ed è perciò naturale che non abbia avuto notizia sufficiente di quanto accaduto durante il suo soggiorno italiano. Ecco perché il primo intervento giornalistico di Zola, qui pubblicato, si colloca soltanto nel novembre del 1897, quando già le prime parti del dramma sono state abbondantemente consumate. Sulla scorta di quel documento strumentalmente attribuito a Dreyfus, questi viene arrestato nell’ottobre del 1894 e sommariamente giudicato, subendo una condanna che da tutti si esigeva esemplare: degradazione e deportazione perpetua all’Isola del diavolo, nella Caienna francese. Prove a carico: nessuna. Tuttavia, la durezza della condanna era equivalente ad una condanna a morte che lentamente avrebbe consumato l’innocente Dreyfus, con lo stesso scorrere delle ore e dei giorni e, per giunta, sostenuta dalla esecrazione generale per il colpevole di un crimine così nefando. Un vero orrore. Ecco dunque che sul finire del 1897, Zola non può fare a meno di constatare che il vicepresidente del Senato Auguste Scheurer- Kestner, uomo probo e di cui tesse le lodi, è roso dal dubbio che Dreyfus possa essere innocente e che, poi, avendo egli conosciuto meglio i profili giudiziari del caso, di questa innocenza abbia raggiunto la certezza. Ragion per cui, scrive Zola: «Conosce la verità e ora deve fare giustizia». Scheurer- Kestner è un chimico, un industriale di successo, fiero oppositore di Napoleone III, di origine alsaziana, politico di razza. Ciò basta a mettere in chiaro due aspetti rilevanti. Innanzitutto, che non occorre essere giuristi professionisti per capire quando si metta in opera una persecuzione giudiziaria, destinata a sacrificare una vittima – allo scopo di garantire la minacciata coesione sociale – invece che a realizzare la giustizia. Scheurer- Kestner lo capisce semplicemente ascoltando senza pregiudizi il racconto a lui fatto dal fratello di Dreyfus, Mathieu, e dalla moglie, Lucie Hadamard: basta un po’ di normale buon senso. Inoltre, va notato che è proprio lui, in prima battuta, a subire lo spostamento mimetico proprio di ogni persecuzione. Infatti, su di lui – alsaziano come Dreyfus – cadono, in questo momento, gli strali dei benpensanti, di quelli che sono certi, certissimi della colpevolezza di Dreyfus, ma che ovviamente si rifiutano ostinatamente di pensare, ritenendo il pensiero e il suo esercizio compiti che possono bene essere affidati ad altri, incaricati di pensare per tutti. Qualche anno dopo, un altro vero intellettuale, Karl Kraus, scrivendo dal cuore profondo dell’Europa, la regale Vienna, l’avrebbe icasticamente chiarito nei suoi Detti e contraddetti: «Tutta la vita dello Stato e della società è fondata sul tacito presupposto che l’uomo non pensi. Una testa che non si offra in qualsiasi situazione come un capace spazio vuoto non avrà vita facile nel mondo». E dunque, nel bel mezzo di milioni di individui dalla testa vuota che intendono custodire la facilità della propria vita, Scheurer- Kestner preferisce avere una vita difficile, pur di pensare; e, pensando, non può evitare di dire la verità e cioè che Dreyfus è stato condannato da perfetto innocente. Zola viene attratto proprio da questo aspetto e perciò, senza ancora voler trattare esplicitamente dell’affaire, assume le difese dell’uomo politico, in vario modo sospettato, accusato dagli anti- dreyfusard di demenza senile e perfino di essersi fatto comprare dagli ebrei che avrebbero sborsato una bella somma allo scopo. Follie, assurdità, veleni contro la ragione dettati da un becero antisemitismo e da un nazionalismo cieco, grida Zola. Questi, dal canto suo, non è certo nuovo ad assumere posizioni oppositive. Basti pensare a quando, nel 1866, appena ventiseienne, ancora squattrinato, ma incaricato da parte del quotidiano L’Evénement – di proprietà del celebre Le Figaro – di seguire le mostre pittoriche del Salon parigino, stronca letteralmente la paludata giuria dell’esposizione, prigioniera di vetusti schemi accademici. Egli assume le difese criticamente fondate di coloro che saranno chiamati poi “impressionisti”: Edouard Manet – la cui Colazione sull’erba giudica un capolavoro – Claude Monet, Pisarro e Cèzanne, di cui diviene grande amico. Si attira così le ire dei benpensanti, di coloro che preferivano la pittura manieristica e odiavano le opalescenze impressionistiche come traviamenti dell’anima e della mente. Ma Zola non cede. Risultato: l’editore, travolto dalle polemiche, è costretto a sospendere la rubrica tenuta da Zola e questi resta disoccupato e senza un soldo. È appena il caso di ricordare che la storia si assumerà il compito di consacrare definitivamente gli impressionisti, difesi da Zola, seppellendo nell’oblio i suoi critici. Ecco perchè lo scrittore sa bene – quando prende le difese di Scheurer- Kestner – che dire la verità esige sempre un prezzo, a volte molto alto. Ma sa anche che – come recita la chiusa di questo articolo – «la verità è in cammino e niente la potrà fermare».

«La caccia all’ebreo traditore». Scrive Émile Zola su “Le Figaro” il primo dicembre 1897 ripubblicato il 12 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Contavo di scrivere per Le Figaro tutta una serie di articoli sul caso Dreyfus, un’intera campagna, via via che gli avvenimenti si fossero svolti. Per caso, durante una passeggiata, ne avevo incontrato il direttore, Fernand de Rodays. Ci eravamo messi a discorrere, accalorandoci, proprio in mezzo ai passanti, e da lì era nata bruscamente la mia decisione di offrirgli degli articoli, avendolo sentito d’accordo con me. Mi trovavo così impegnato, quasi senza volerlo. Aggiungo, tuttavia, che prima o poi ne avrei parlato, poiché tacere mi era impossibile. Non dimentichiamo con quale vigore Le Figaro cominciò e soprattutto finì per sposare la causa. Il concetto è noto. Ed è di una bassezza e di una stupidità semplicistica, degne di quelli che l’hanno immaginato. Il capitano Dreyfus viene condannato da un tribunale militare per alto tradimento. Da quel momento, diventa il traditore, non più un uomo ma un’astrazione, colui che incarna l’idea della patria sgozzata, venduta al nemico vincitore. Non si tratta solo di tradimento presente e futuro, rappresenta pure il tradimento passato, poiché a lui si ascrive l’antica sconfitta, nell’ostinata convinzione che solo il tradimento abbia potuto far sì che fossimo battuti. Ecco quindi l’anima nera, il personaggio abominevole, la vergogna dell’esercito, il bandito che vende i fratelli, proprio come Giuda ha venduto il suo Dio. E, trattandosi di un ebreo, è semplicissimo: gli ebrei che sono ricchi e potenti e senza patria, del resto, lavoreranno sott’acqua, con i loro milioni, per toglierlo dai guai; compreranno le coscienze e tesseranno attorno alla Francia un complotto esecrabile pur di ottenere la riabilitazione del colpevole, pronti a sostituirgli un innocente. La famiglia del condannato, anch’essa ebrea, naturalmente, entra nell’affare. Affare sì, poiché è a peso d’oro che si tenterà di disonorare la giustizia, d’imporre la menzogna, di sporcare un popolo con la più impudente delle campagne. Il tutto per salvare un ebreo dall’infamia e sostituirlo con un cristiano. Insomma, si crea quasi un consorzio finanziario. Vale a dire che alcuni banchieri si riuniscono, mettono dei fondi in comune, sfruttano la credulità pubblica. Da qualche parte, c’è una cassa che paga per tutto il fango smosso. C’è una vasta impresa tenebrosa, uomini mascherati, forti somme consegnate di notte, sotto i ponti, a degli sconosciuti, ci sono grandi personaggi da corrompere, pagandone a prezzi folli l’antica onestà. E a poco a poco questo sindacato si allarga, finisce per essere un’organizzazione potente, nell’ombra, tutta una spudorata cospirazione per glorificare il traditore e per annegare la Francia sotto una marea d’ignominia. Esaminiamolo, questo sindacato. Gli ebrei si sono arricchiti, e sono loro a pagare l’onore dei complici, profumatamente. Mio Dio, chissà quanto avranno già speso! Ma, se sono arrivati appena a una decina di milioni, capisco benissimo che li abbiamo sacrificati. Siamo di fronte a cittadini francesi, nostri uguali e nostri fratelli, che l’antisemitismo imbecille trascina quotidianamente nel fango. Si è tentato di schiacciarli per mezzo del capitano Dreyfus; del crimine di uno di loro, si è cercato di fare il crimine di un’intera razza. Tutti traditori, tutti venduti, tutti da condannare. E volete che gli stessi non protestino furiosamente, non cerchino di discolparsi, di restituire colpo su colpo in questa guerra di sterminio della quale sono oggetto? Va da sé, naturalmente, che si augurino con tutto il cuore di vedere risplendere l’innocenza del loro correligionario; e se la riabilitazione appare loro possibile, chissà con quanto ardore si staranno impegnando per ottenerla. Ciò che mi lascia perplesso è che, se esiste uno sportello dove si va a riscuotere, non ci sia nel sindacato qualche autentico briccone. Vediamo un po, voi li conoscete bene: come si spiega che il tale, o il tal altro, o il tal altro ancora, non lo siano? E’ incredibile, ma tutta la gente che si dice gli ebrei abbiano comprato gode di una solida reputazione di probità. C’è forse un fondo di civetteria? Forse, gli ebrei vogliono soltanto merce rara, essendo disposti a pagarla? Io, però, dubito molto di questo sportello, anche se sarei prontissimo a giustificare gli ebrei qualora, portati all’esasperazione, si difendessero con i loro milioni. In un massacro, ognuno si serve di quello che ha. E parlo di loro con la massima tranquillità perché non li amo e non li odio. Non ho amici ebrei particolarmente vicini al mio cuore. Per me sono uomini, e tanto basta. Ma per la famiglia del capitano Dreyfus è ben diverso, e qui se qualcuno non comprendesse, non s’inchinasse, sarebbe un cuore davvero arido. Sia ben chiaro! tutto il suo oro, tutto il suo sangue, la famiglia ha il diritto e il dovere di offrirlo, se crede innocente il suo rampollo. Quella è una soglia sacra che nessuno ha il diritto di insozzare. In quella casa che piange, dove c’è una moglie, dei fratelli, dei genitori in lutto, è d’obbligo entrare con il cappello in mano; e soltanto gli zotici si permettono di parlare ad alta voce e mostrarsi insolenti. Il fratello del traditore! è l’insulto che si getta in faccia a quel fratello. Sotto quale morale, sotto quale Dio viviamo, mi chiedo, perché ciò sia possibile, perché la colpa di uno dei componenti venga rimproverata a tutta la famiglia? Non c’è niente di più vile, di più indegno della nostra cultura e della nostra generosità. I giornali che ingiuriano il fratello del capitano Dreyfus, solo perché ha fatto il suo dovere, sono un’onta per la stampa francese. E chi mai doveva parlare, se non lui? E’ compito suo. Quando la sua voce si è levata a chiedere giustizia, nessuno più aveva il diritto d’intervenire, si sono fatti tutti da parte. Lui solo aveva la veste per sollevare la spinosa questione di un possibile errore giudiziario, della verità su cui far luce, una verità lampante. Hanno un bell’accumulare ingiurie, nessuno potrà oscurare il concetto che la difesa dell’assente l’hanno in mano quelli del suo sangue, che hanno conservato la speranza e la fede. E la prova morale più forte in favore dell’innocenza del condannato è proprio la convinzione incrollabile di un’intera e onorata famiglia, di una probità e di un patriottismo senza macchia. Poi, dopo gli ebrei fondatori, dopo la famiglia che ne è a capo, vengono i semplici membri del sindacato, quelli che si sono fatti comprare. Due tra i più anziani sono Bernard Lazare e il comandante Forzinetti. In seguito, sono venuti Scheurer- Kestner e Monod. Ultimamente, si è scoperto il colonnello Picquart, senza contare Leblois. E spero bene, dopo il mio primo articolo, di far parte pure io della banda. Del resto, appartiene al sindacato, viene tacciato d’essere un malfattore e d’essere stato pagato, chiunque, ossessionato dall’agghiacciante brivido di un possibile errore giudiziario, si permetta di volere che sia fatta la verità, in nome della giustizia. Siete stati voi a volerlo, a crearlo, questo sindacato. Voi tutti che contribuite a questo spaventoso caos, voi falsi patrioti, antisemiti sbraitanti, semplici sfruttatori della pubblica sconfitta. La prova non è forse completa, di una luminosità solare? Se ci fosse stato un sindacato, ci sarebbe stata un’intesa; e dov’è l’intesa? E’ semplicemente nato in alcune coscienze, all’indomani della condanna, un senso di malessere, un dubbio, di fronte all’infelice che grida a tutti la sua innocenza. La crisi terribile, la pubblica follia alla quale assistiamo, è sicuramente partita da lì, dal lieve brivido rimasto negli animi. Ed è il comandante Forzinetti l’uomo di quel brivido che tanti altri hanno provato, quello che ce ne ha fatto un racconto così cocente. Poi, c’è Bernard Lazare. Preso dal dubbio, lavora a far luce. La sua inchiesta solitaria si svolge però in mezzo a tenebre che gli è impossibile diradare. Pubblica un opuscolo, ne fa uscire un secondo alla vigilia delle sue rivelazioni di oggi; e la prova che lavorava da solo, che non era in relazione con nessun altro membro del sindacato, è che non ha saputo, non ha potuto dire niente della verità vera. Un sindacato proprio strano, i cui membri si ignorano! C’è poi Scheurer- Kestner, a sua volta torturato dal bisogno di verità e di giustizia, e che cerca, tenta di arrivare a una certezza, senza sapere niente dell’inchiesta ufficiale ufficiale, dico – che contemporaneamente veniva svolta dal colonnello Picquart, messo sulla buona strada dalle sue stesse funzioni presso il ministero della Guerra. C’è voluto un caso, un incontro, come si saprà in seguito, perché i due uomini che non si conoscevano, che lavoravano ognuno per conto proprio alla stessa opera, finissero all’ultimo momento per raggiungersi e procedere fianco a fianco. La storia del sindacato è tutta qui: uomini di buona volontà, di verità e di equità, partiti dai quattro punti cardinali, senza conoscersi e lavorando a leghe di distanza, ma incamminati tutti verso uno stesso fine, procedendo in silenzio, esplorando il terreno e convergendo tutti un bel mattino verso lo stesso punto d’arrivo. Com’era inevitabile, si sono trovati tutti e presi per mano a quel crocevia della verità, a quel fatale appuntamento della giustizia. Come vedete siete voi che, ora, li riunite, li costringete a serrare i ranghi per dedicarsi a un medesimo sforzo sano e onesto, questi uomini che voi coprite d’insulti, che accusate del più nero complotto, quando miravano unicamente a un’opera di suprema riparazione. Dieci, venti giornali, ai quali si mescolano le passioni e gli interessi più diversi, una stampa ignobile che non posso leggere senza che mi si spezzi il cuore per lo sdegno, non ha cessato, come dicevo, di convincere il pubblico che un sindacato di ebrei fosse impegnato nel più esecrabile dei complotti, acquistando le coscienze a peso d’oro. Lo scopo era in un primo momento quello di salvare il traditore e sostituirlo con un innocente; poi, quello di disonorare l’esercito, di vendere la Francia come nel 1870. Sorvolo sui romanzeschi par- ticolari della tenebrosa macchinazione. E questa opinione, lo riconosco, è diventata quella della grande maggioranza del pubblico. Quante persone ingenue mi hanno avvicinato in questi otto giorni, per dirmi con aria stupefatta: «Come! Dite che Scheurer- Kestner non è un bandito? e anche voi vi mettete con quella gentaglia? Ma non lo sapete che hanno venduto la Francia?». Il cuore mi si stringe per l’angoscia, perché so bene che una simile perversione dell’opinione pubblica rende molto facile imbrogliare le carte. E il peggio è che i coraggiosi sono rari, quando c’è da andare controcorrente. Quanti ti mormorano all’orecchio di essere convinti dell’innocenza del capitano Dreyfus, ma che non se la sentono di assumere un atteggiamento pericoloso, nella mischia! Dietro l’opinione pubblica, sulla quale contano naturalmente di potersi appoggiare, ci sono gli uffici del ministero della Guerra. Non voglio parlarne, oggi, perché ancora spero che giustizia sarà fatta. Ma chi non si rende conto che siamo di fronte alla cattiva volontà più cocciuta? Non si vuole riconoscere di aver commesso degli errori e, vorrei dire, delle colpe. Ci si ostina a coprire i personaggi compromessi e si è pronti a tutto, pur di evitare il tremendo repulisti. E la cosa è talmente grave, che gli stessi che hanno in mano la verità, dai quali si esige furiosamente che la dicano, esitano, aspettano a gridarla pubblicamente, nella speranza che la stessa si imponga da sé e che venga loro risparmiato il dolore di doverla dire. Ma è pur sempre una verità quella che, da oggi, io vorrei diffondere in tutta la Francia. Ossia che si è sul punto di farle commettere, a lei che è la giusta, la generosa, un autentico crimine. Non è più la Francia, dunque, perché si possa ingannarla a tal punto, aizzarla contro un infelice che, da tre anni, espia, in condizioni atroci, un crimine che non ha commesso? Sì, esiste laggiù, in un’isola sperduta, sotto un sole spietato, un essere che è stato separato dai suoi simili. E non solo il mare lo isola, ma undici guardiani lo circondano notte e giorno come una muraglia vivente. Undici uomini sono stati immobilizzati per sorvegliarne uno solo. Mai assassino, mai pazzo furioso è stato murato in modo così totale. E l’eterno silenzio e la lenta agonia sotto l’esecrazione di una nazione intera! Osereste dire, ora, che quest’uomo non è colpevole? Ebbene, è proprio quello che affermiamo, noi, gli appartenenti al sindacato. E lo diciamo alla Francia e ci auguriamo che prima o poi ci ascolti poiché sempre essa si infervora per le cause giuste e belle. Le diciamo che noi vogliamo l’onore dell’esercito, la grandezza della nazione. E’ stato commesso un errore giudiziario e, finché non sarà riparato, la Francia soffrirà, malaticcia, come per un cancro segreto che corrode a poco a poco le armi. E se, per farla ritornare sana, è necessario ricorrere al bisturi, si faccia! Un sindacato per agire sull’opinione pubblica, per guarirla dalla demenza in cui l’ha gettata certa ignobile stampa, per riportarla alla sua fierezza, alla sua secolare generosità. Un sindacato per ripetere ogni mattina che le nostre relazioni diplomatiche non sono in gioco, che l’onore dell’esercito non è affatto in causa, che solo alcune individualità possono essere compromesse. Un sindacato per dimostrare che qualsiasi errore giudiziario è riparabile, e che perseverare in un errore del genere, con il pretesto che un consiglio di guerra non può sbagliarsi, è la più mostruosa delle ostinazioni, la più spaventosa delle infallibilità. Un sindacato per condurre una campagna fino a che verità sia detta, fino a che giustizia sia resa, al di là di tutti gli ostacoli, quand’anche occorressero ancora anni di lotta. Sì, di questo sindacato faccio parte anch’io e spero tanto che voglia farne parte tutta la brava gente di Francia! Articolo Pubblicato su “Le Figaro” il primo dicembre 1897 

Io accuso quel colonnello diabolico. Il celeberrimo articolo intitolato J’Accuse nel quale Emile Zola elenca i nomi dei responsabili della macchinazione giudiziaria contro Alfred Dreyfus. Scrive Émile Zola sul quotidiano «L’Aurore» il 13 gennaio 1898 e ripubblicato il 15 Agosto 2018 su "Il Dubbio". «Monsieur le Président, permettetemi, grato, per la benevola accoglienza che un giorno mi avete fatto, di preoccuparmi per la Vostra giusta gloria e dirvi che la Vostra stella, se felice fino ad ora, è minacciata dalla più offensiva ed inqualificabile delle macchie. Avete conquistato i cuori, Voi siete uscito sano e salvo da grosse calunnie. Apparite raggiante nell’apoteosi di questa festa patriottica che l’alleanza russa ha rappresentato per la Francia e Vi preparate a presiedere al trionfo solenne della nostra esposizione universale, che coronerà il nostro grande secolo di lavoro, di libertà e di verità. Ma quale macchia di fango sul Vostro nome, stavo per dire sul Vostro regno – soltanto quell’abominevole affare Dreyfus! Per ordine di un consiglio di guerra è stato scagionato Esterhazy, ignorando la verità e qualsiasi giustizia. È finita, la Francia ha sulla guancia questa macchia, la storia scriverà che sotto la Vostra presidenza è stato possibile commettere questo crimine sociale. E poiché è stato osato, oserò anche io. La verità, la dirò io, poiché ho promesso di dirla, se la giustizia, regolarmente osservata non la proclamasse interamente. Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice. Le mie notti sarebbero abitate dallo spirito dell’uomo innocente che espia laggiù nella più spaventosa delle torture un crimine che non ha commesso. Ed è a Voi signor presidente, che io griderò questa verità, con tutta la forza della mia rivolta di uomo onesto. In nome del Vostro onore, sono convinto che la ignoriate. E a chi dunque denuncerò se non a Voi, primo magistrato del paese? Per prima cosa, la verità sul processo e sulla condanna di Dreyfus. Un uomo cattivo, ha condotto e fatto tutto: è il luogotenente colonnello del Paty di Clam, allora semplice comandante. La verità sull’affare Dreyfus la saprà soltanto quando un’inchiesta legale avrà chiarito i suoi atti e le sue responsabilità. Appare come lo spirito più fumoso, più complicato, ricco di intrighi romantici compiacendosi al modo dei romanzi feuilletons, carte sparite, lettere anonime, appuntamenti in luoghi deserti, donne misteriose che accaparrano prove durante gli appuntamenti. È lui che immaginò di dettare l’elenco a Dreyfus, è lui che sognò di studiarlo in una parte rivestita di ghiaccio, è lui che il comandante Forzinetti ci rappresenta armato di una lanterna, volendo farsi introdurre vicino l’accusato addormentato, per proiettare sul suo viso un brusco raggio di luce e sorprendere così il suo crimine nel momento del risveglio. Ed io non ho da dire altro che se si cerca si troverà. Dichiaro semplicemente che il comandante del Paty di Clam incaricato di istruire la causa Dreyfus, come ufficiale giudiziario nel seguire l’ordine delle date e delle responsabilità, è il primo colpevole del terribile errore giudiziario che è stato commesso. L’elenco era già da tempo nelle mani del colonnello Sandherr direttore dell’ufficio delle informazioni, morto dopo di paralisi generale. Ebbero luogo delle fughe, carte sparivano come ne spariscono oggi e l’autore dell’elenco era ricercato quando a priori si decise poco a poco che l’autore non poteva essere che un ufficiale di stato maggiore e un ufficiale dell’artiglieria: doppio errore evidente che mostra con quale spirito superficiale si era studiato questo elenco, perché un esame ragionato dimostra che non poteva agire soltanto un ufficiale di truppa. Si cercava dunque nella casa, si esaminavano gli scritti come un affare di famiglia, un traditore da sorprendere dagli uffici stessi per espellerlo. E senza che voglia rifare qui una storia conosciuta solo in parte, entra in scena il comandante del Paty di Clam da quando il primo sospetto cade su Dreyfus. A partire da questo momento, è lui che ha inventato il caso Dreyfus, l’affare è diventato il suo affare, si fa forte nel confondere le tracce, di condurlo all’inevitabile completamento. C’è il ministro della guerra, il generale Mercier, la cui intelligenza sembra mediocre; c’è il capo dello stato maggiore, il generale de Boisdeffre che sembra aver ceduto alla sua passione clericale ed il sottocapo dello stato maggiore, il generale Gonse la cui coscienza si è adattata a molti. Ma in fondo non c’è che il comandante di Paty di Clam che li conduce tutti perché si occupa anche di spiritismo, di occultismo, conversa con gli spiriti. Non si potrebbero concepire le esperienze alle quali egli ha sottomesso l’infelice Dreyfus, le trappole nelle quali ha voluto farlo cadere, le indagini pazze, le enormi immaginazioni, tutta una torturante demenza. Ah! Questo primo affare è un incubo per chi lo conosce nei suoi veri dettagli! Il comandante del Paty di Clam, arresta Dreyfus e lo mette nella segreta. Corre dalla signora Dreyfus, la terrorizza dicendole che se parla il marito è perduto. Durante questo tempo, l’infelice si strappava la carne, gridava la sua innocenza. E la vicenda è stata progettata così come in una cronaca del XV secolo, in mezzo al mistero, con la complicazione di selvaggi espedienti, tutto ciò basato su una sola prova superficiale, questo elenco sciocco, che era soltanto una tresca volgare, che era anche più impudente delle frodi poiché i “famosi segreti” consegnati erano tutti senza valore. Se insisto è perché il nodo è qui da dove usciva più tardi il vero crimine, il rifiuto spaventoso di giustizia di cui la Francia è malata. […] Ma questa lettera è lunga signor presidente, ed è tempo di concludere. Accuso il luogotenente colonnello de Paty di Clam di essere stato l’operaio diabolico dell’errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da tre anni, con le macchinazioni più irragionevoli e più colpevoli. Accuso il generale Marcire di essersi reso complice, almeno per debolezza di spirito, di una delle più grandi iniquità del secolo. Accuso il generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell’inno- cenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole di questo crimine di lesa umanità e di lesa giustizia, per uno scopo politico e per salvare lo stato maggiore compromesso. Accuso il generale de Boisdeffre ed il generale Gonse di essersi resi complici dello stesso crimine, uno certamente per passione clericale, l’altro forse con questo spirito di corpo che fa degli uffici della guerra l’arcata santa, inattaccabile. Accuso il generale De Pellieux ed il comandante Ravary di avere fatto un’indagine scellerata, intendendo con ciò un’indagine della parzialità più enorme, di cui abbiamo nella relazione del secondo un imperituro monumento di ingenua audacia…accuso i tre esperti in scrittura i signori Belhomme, Varinard e Couard, di avere presentato relazioni menzognere e fraudolente, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da una malattia della vista e del giudizio. Accuso gli uffici della guerra di avere condotto nella stampa, particolarmente nell’Eclair e nell’Eco di Parigi, una campagna abominevole, per smarrire l’opinione pubblica e coprire il loro difetto. Accuso infine il primo consiglio di guerra di aver violato il diritto, condannando un accusato su una parte rimasta segreta, ed io accuso il secondo consiglio di guerra di aver coperto quest’illegalità per ordine, commettendo a sua volta il crimine giuridico di liberare consapevolmente un colpevole. Formulando queste accuse, non ignoro che mi metto sotto il tiro degli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce le offese di diffamazione. Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise e che l’indagine abbia luogo al più presto. Aspetto. Vogliate gradire, signor presidente, l’assicurazione del mio profondo rispetto». Articolo pubblicato sul quotidiano «L’Aurore» il 13 gennaio 1898.

Quel giorno Zola schiaffeggiò il potere. Il coraggio dello scrittore che diventa giurista per fare il suo dovere da intellettuale: denunciare, scrive Vincenzo Vitale il 15 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Siamo così giunti all’apice della vicenda, al punto culminante dopo il quale nulla sarà più come prima. In data 11 gennaio 1898, il Consiglio di Guerra, appositamente convocato per giudicare la condotta di Esterhazy, dopo la denuncia presentata a suo carico da Mathieu Dreyfus, clamorosamente, lo assolve, con ciò implicitamente ma definitivamente confermando la colpevolezza di Alfred Dreyfus.La cosa inaccettabile e che fa subito intendere come questo verdetto sia stato dolosamente preordinato, sta nella circostanza che la camera di consiglio è durata soltanto tre minuti – dico tre minuti di orologio – e che la prova documentale della colpevolezza di Esterhazy non è stata neppure presa in considerazione. Ciò significa che questo secondo Consiglio di guerra sapeva già come decidere – cioè come non decidere – ancor prima della udienza e della camera di consiglio: era etero- diretto da coloro che avevano ordinato di assolvere Esterhazy, allo scopo di mettere una pietra tombale su Dreyfus. Zola non può allora che alzare la voce per denunciare questo scandalo, confezionando quello che è stato definito l’atto forse più rivoluzionario del secolo: il J’accuse.Ovviamente, occorre prima denunciare con forza le gravissime nefandezze commesse durante il processo a Dreyfus, anche per cercare di sollevare le coscienze di una opinione pubblica spesso distratta o, peggio, condizionata dalle voci di corridoio e da quelle della stampa popolare che, come abbiamo visto, era tutta schierata contro Dreyfus.Si può condannare un essere umano alla deportazione perpetua sulla scorta di un biglietto di origine molto incerta, tanto che, per esser considerato prova a carico, va corredato da altro documento, il quale, però, essendo segretissimo per ragioni di sicurezza nazionale, non viene mostrato a nessuno, neppure al difensore?Non solo. Ogni cosa viene imputata a Dreyfus: se conosce le lingue; se non le conosce; si turba, allora è prova del delitto; non si turba, allora è prova del suo professionismo delinquenziale… Siamo alla pura follia! Eppure è quello che accaduto.Malgrado ciò – osserva stupito Zola – i protagonisti di queste nefandezze riescono a dormire… Ma non basta. Il colonnello Picquart aveva raggiunto la prova certa della colpevolezza di Esterhazy, attraverso il reperimento di un telegramma a lui indirizzato da un agente straniero, mentre a casa dello stesso era stato reperito materiale propagandistico contro la Francia.Ma Esterhazy “doveva” essere assolto: e lo fu. Non si vuole qui sottrarre la necessaria attenzione con cui si invita illettore a meditare sul celebre scritto di Zola.La seconda parte non è che una sorta di crescendo rossiniano, col quale Zola inchioda ogni soggetto che ebbe parte in questa terribile vicenda alle proprie responsabilità.Zola opera qui, come si accennava prima, una vera e propria demistificazione dell’accusa, smascherando – e per questo è il rivelatore – la persecuzione giudiziaria alla quale era stato sottoposto l’innocente Dreyfus.Egli mostra in tal modo come ogni intellettuale – parola che va usata con parsimonia ed oculatezza– altro non sia che un vero “eretico”, in quanto capace di operare scelte personali e spesso scomode, di contro ad una opinione dominante e tendenzialmente totalizzante.Singolare e degna di nota la consonanza di significato individuabile fra questa vocazione dell’intellettuale a svolgere una funzione oppositiva del potere e la definizione – assai pregnante – che del giurista forniva qualche decennio or sono Salvatore Satta nei suoi indimenticabili Quaderni del diritto e della procedura civile.Per Satta, il giurista è colui che dice di no, colui che sa e ha il coraggio di dire di no a tutti coloro – e sono tanti – vorrebbero che invece dicesse si, collaborando o prestando acquiescenza alle persecuzioni sociali contro inermi innocenti, mistificate dall’involucro giuridico e processuale.Come dire insomma che ogni giurista, per restare fedele al suo ruolo, non può che svolgere una funzione oppositiva del potere, dedicandosi alla demistificazione delle accuse false e persecutorie, così acquisendo la veste di intellettuale; mentre, di converso, ogni intellettuale, destinato ad opporsi ereticamente al potere persecutorio, allo scopo di smascherarlo, non può non prestare attenzione alle vicende giuridiche e processuali della propria epoca, alla loro valenza profondamente umana, morale, politica.E per far questo non occorre la laurea in giurisprudenza. Basta non tenere gli occhi chiusi e farsi guidare dal normale buon senso: Dostoevski, pur studiando da ingegnere, mostrava più sensibilità giuridica e comprensione dei connessi problemi di tanti altri che avessero seguito studi di giurisprudenza, Zola non era che uno scrittore. Non era perciò un esperto di diritto, ma, per non far la fine miseranda di molti esperti di qualcosa – i quali mostrano di saper tutto, ma non capiscono nulla – si rifiutava di chiudere gli occhi.E, peccato ancor più grave, intendeva farsi guidare dal buon senso. In quella società – ma anche nella nostra – come dire di volersi suicidare.

L’odio antiebraico è il vero colpevole, scrive Vincenzo Vitale il 16 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Questo articolo, pubblicato pochi giorni dopo che il fratello di Deyfus, Mathieu, ha formalmente denunciato Esterhazy per il delitto di spionaggio, per il quale era stato ingiustamente condannato Alfred, segna una sorta di messa a punto operata da Zola. Infatti, lo scrittore, nutrendo una qualche riposta fiducia che il nuovo processo a carico di Esterhazy possa condurre al riconoscimento della innocenza di Dreyfus, sente il bisogno qui di chiarire la situazione come si era delineata fino a quel punto. Per il resto, scrive Zola, «Un nuovo Consiglio di Guerra è al lavoro… non resta che tacere e aspettare». Questo prudente atteggiamento di attesa non esenta tuttavia dal cercare di capire cosa sia accaduto nei periodi precedenti e come possa essere che un innocente sia finito alla deportazione perpetua. Zola individua così alcuni elementi determinanti della situazione. Innanzitutto, la stampa. Da un lato lo scrittore denuncia il comportamento della maggioranza dei giornali, da subito ostili a Dreyfus, ma in modo pregiudiziale. Sono soprattutto i giornali popolari a stimolare «passioni nefaste», conducendo campagne settarie e spingendo il pubblico dei lettori non a farsi una idea propria e indipendente, ma a schierarsi necessariamente contro il capitano ebreo. Un vero inquinamento sociale organizzato a tutti i livelli e, quel che è peggio, in perfetta buona fede. Ma è noto che di buona fede son lastricate le vie dell’inferno. Invece, la grande stampa nazionale – quella delle classi colti e della grande borghesia – ha fatto forse di peggio, registrando in modo anonimo tutto e il contrario di tutto, la verità come l’errore, indifferentemente. E tutto ciò spacciato per imparzialità, men- tre si tratta in modo evidente di una condotta pericolosamente pilatesca di evitare di dire la verità, che invece andrebbe gridata forte dai tetti. In secondo luogo, un elemento determinante è senza alcun dubbio l’antisemitismo, come dice Zola, “il vero colpevole”. E qui bisogna intendersi. Tutti siamo un po’ abituati a considerare patria dell’antisemitismo la Germania e, in particolare, quella nazista, dove in effetti si toccarono vertici di efferatezza difficilmente eguagliabili. Invece, l’origine dell’antisemitismo risa a periodi precedenti e comunque trova in Francia una delle sue espressioni più compiute e strabilianti. Non per nulla Isacco Pinto, un ebreo portoghese, in un suo commento alle opere di Voltaire, ne muove a questi un cauto ma fermo rimprovero. E Voltaire, in una lettera di risposta, datata 21 luglio 1762, pur riconoscendo il torto di avere attribuito «a tutto un popolo i vizi di molti individui», fa carico agli ebrei di essere irrimediabilmente superstiziosi, «e la superstizione è il più abominevole flagello della terra». Si può discutere a lungo sulla natura dell’antisemitismo voltaireano nel considerarlo dovuto solo a una radicata avversione al misticismo ebraico, sepolcro della ragione, o piuttosto a fobie, paradossalmente irrazionali, come quando, al capitolo VIII dell’Essais sur les moeurs, definisce gli ebrei «specie d’uomini inferiori». Resta il fatto che l’odio antiebraico scorre come una linfa segreta lungo tutto il corso della storia culturale francese (ed europea, come nota Léon Poliakov). Forse, eccettuato sicuramente Rousseau, pochi altri pensatori francesi del XVIII e del XIX secolo vanno esenti dal germe maligno dell’antisemitismo: per esempio, esso vegeta il Lamartine e ( in tono velato) in Balzac; in Charles Fourier e in Proudhon. Ecco perché il processo che si sta celebrando a carico di Esterhazy viene visto da Zola come un processo all’antisemitismo, che, nella temperie culturale francese di fine secolo, si sposa con il patriottismo e con il militarismo, propiziando il nascere e l’affermarsi di una miscela esplosiva che, naturalmente, alligna più fra le classi medio- basse che nelle fasce più acculturate della popolazione. Il terzo elemento preso in esame da Zola è la presenza degli spettatori di questa grande tragedia nazionale ed europea, ciascuno depositario di una parte che svolge fino in fondo. Il risultato è un pantano di interessi, di passioni, di storie insulse e spesso inventate, di vergognosi pettegolezzi, ove il semplice buon senso «viene schiaffeggiato ogni mattina». Zola spera che il processo in quel momento in corso nei confronti di Esterhazy, davanti al secondo Consiglio di Guerra, riconoscendone la colpevolezza e scagionando perciò Dreyfus, torni a far prevalere il buon senso. Non sarà così. 

Povera Francia, sei tornata alle guerre di religione! Zola ringrazia il “coraggio” di “Le Figaro” per aver pubblicato i suoi articoli e attacca la stampa che “avvelena il popolo”. Scrive Émile Zola su “Le Figaro” il 5 dicembre 1897 e ripubblicato il 16 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Quello che leggerete è il terzo e ultimo articolo che mi fu permesso di dare a Le Figaro. Ho avuto persino qualche difficoltà a farlo passare e, come si vedrà, ritenni saggio congedarmi con lo stesso dal pubblico, intuendo che mi sarei trovato nell’impossibilità di continuare la mia campagna, che tanto turbava i lettori abituali del giornale. Riconosco perfettamente, a un giornale, la necessità di fare i conti con le abitudini e le passioni della sua clientela. Perciò, ogni volta che ho subito questo genere di battuta d’arresto, me la sono presa soltanto con me stesso, per essermi sbagliato sul terreno e sulle condizioni di lotta. Le Figaro si è dimostrato comunque coraggioso nell’accettare i miei tre articoli, e io lo ringrazio. Ah! quale spettacolo, dopo tre settimane, e quali tragici, indimenticabili giorni abbiamo attraversato! Non ne ricordo altri che abbiano suscitato in me tanta umanità, tanta angoscia e tanta generosa collera. Esasperato, ho vissuto nell’odio della stupidità e della malafede, a tal punto assetato di verità e di giustizia da riuscire a comprendere i grandi moti dell’anima che possono portare un placido borghese al martirio. In verità, si è trattato di uno spettacolo inaudito, che per brutalità, per sfrontatezza, per ammissioni ignobili andava al di là di tutto quello che di più istintivo e di più vile abbia mai confessato la belva umana. Un simile esempio di follia e di perversione da parte di una folla è raro ed è sicuramente per questo che, oltre a ribellarmi come uomo, mi sono tanto appassionato come romanziere, come drammaturgo, sconvolto dall’entusiasmo di fronte a un caso di così tremenda bellezza. Oggi, ecco, la storia entra nella fase regolare e logica, quella che abbiamo desiderato, che abbiamo incessantemente chiesto. Un tribunale militare è all’opera, il nuovo processo ha come scopo la verità, e noi ne siamo convinti. Non abbiamo mai voluto altro. Non resta, ora, che ta- cere e aspettare, perché non siamo noi a doverla dire, la verità, è il Consiglio di guerra che la deve accertare, renderla lampante. E non ci sarà un nostro nuovo intervento, a meno che essa non ne esca incompleta ed è un’ipotesi del tutto inammissibile. Ma, essendo terminata la prima fase, vero caos in piena tenebra, vero scandalo in cui tante coscienze sporche si sono messe a nudo, dev’esserne redatto il processo verbale, bisogna trarne le conclusioni. Perché, nella profonda tristezza delle constatazioni che si impongono, c’è l’ammaestramento virile, il ferro rovente con cui si cauterizzano le piaghe. Riflettiamoci: l’orrendo spettacolo che abbiamo appena dato a noi stessi deve guarirci. Per cominciare, la stampa. Abbiamo visto la stampa scadente in fregola, intenta a battere moneta con le curiosità malsane, a guastare la folla per vendere le denigrazioni dei suoi scribacchini, che non trovano più compratori da quando la nazione è calma, sana e forte. Sono soprattutto i facinorosi nella sera, i giornali di tolleranza che adescano i passanti con i loro titoli a caratteri cubitali, promettendo dissolutezza. Facevano il loro commercio abituale, ma con un’impudenza significativa. Abbiamo visto, un gradino più su, i giornali popolari, i giornali da un soldo, quelli che si rivolgono alla massa e che formano l’opinione dei più, rinfocolare passioni atroci, condurre furiosamente una campagna di settari, uccidendo nel nostro caro popolo di Francia ogni generosità, ogni desiderio di verità e di giustizia. Voglio credere alla loro buona fede. Ma quale tristezza, questi cervelli di polemisti invecchiati, di agitatori dementi, di patrioti meschini che, diventati conduttori di uomini, commettono il più nero dei crimini, quello di ottenebrarne la coscienza pubblica e di fuorviare un intero popolo! Quest’impresa è tanto più esecrabile quando è condotta, come in certi giornali, con una bassezza di mezzi, un’abitudine alla menzogna, alla diffamazione e alla delazione che rimarranno l’onta più grande della nostra epoca. Infine, abbiamo visto la grande stampa, la stampa detta seria e onesta, assistere a tutto questo con un’impassibilità, direi quasi una serenità stupefacente. Questi giornali onesti si sono accontentati di registrare tutto con cura scrupolosa, la verità come l’errore. Hanno lasciato che il fiume avvelenato scorresse, senza mettere un solo abominio. Sì, certo, questa è imparzialità. Però, a stento qua e là una timida valutazione, e non una sola voce alta e nobile, non una, capite? che si sia alzata da questa stampa onesta, per schierarsi dalla parte dell’umanità, dell’equità oltraggiata! E abbiamo visto soprattutto – poiché in mezzo a tanti orrori è sufficiente scegliere il più ripugnante – abbiamo visto la stampa, quella ignobile, continuare a difendere un ufficiale francese che aveva insultato l’esercito e sputato sulla nazione. Non basta! Abbiamo visto giornali che lo scusavano, altri che gli infliggevano il loro biasimo, sì, ma con qualche riserva. Ma come! Non c’è stato un grido unanime di rivolta e di esecrazione! Che cos’è mai accaduto perché un crimine che in un altro momento avrebbe sollevato la coscienza pubblica in un bisogno furente di immediata repressione, abbia potuto trovare delle circostanze attenuanti in quegli stessi giornali tanto suscettibili in tema di fellonia e di tradimento? L’abbiamo visto, ripeto. E ignoro cosa abbia prodotto un sintomo come questo sugli altri spettatori, visto che nessuno parla, nessuno s’indigna. So che, per quanto mi riguarda, mi ha fatto rabbrividire, poiché rivela con inaspettata violenza la malattia di cui soffriamo. La stampa ignobile ha divorato la nazione e un accesso di quella perversione, di quella corruzione in cui essa l’ha gettata, ha finito per mettere l’ulcera completamente a nudo. L’antisemitismo, ora. È il vero colpevole. Ho già detto come questa campagna barbara, che ci riporta indietro di secoli, offenda il mio bisogno di fraternità, la mia passione per la tolleranza e l’emancipazione umana. Ritornare alle guerre di religione, ricominciare le persecuzioni religiose, volere lo sterminio tra le razze, sono cose di un’assurdità tale, nel nostro secolo di affrancamento, che un simile tentativo mi sembra soprattutto imbecille. Non poteva nascere che da un cervello fumoso e squilibrato di credente, che da una grande vanità di scrittore rimasto a lungo sconosciuto e desideroso di recitare una parte a tutti i costi, sia pure odiosa. E non voglio ancora credere che un movimento del genere possa davvero prendere un’importanza decisiva in Francia, in questo paese di libero esame, di bontà fraterna e di limpida ragione. Eppure, assistiamo a misfatti terribili, devo confessare che il male è gravissimo. Il veleno è nel popolo, anche se il popolo non è tutto avvelenato. Dobbiamo all’antisemitismo la pericolosa virulenza che gli scandali di Panama hanno preso qui da noi. E questo penoso caso Dreyfus è tutta opera sua: soltanto l’antisemitismo ha reso possibile l’errore giudiziario e sconvolto oggi la folla, impedendo che quell’errore venga tranquillamente e nobilmente riconosciuto, per la nostra integrità eil nostro buon nome. Non c’era niente di più semplice e di più naturale del fare luce sulla verità, appena sorti i primi seri dubbi; come si può non capire che, perché si sia arrivati alla pazzia furiosa in cui ci troviamo, è giocoforza che ci sia un veleno nascosto che ci fa delirare tutti? Questo veleno è l’odio feroce contro gli ebrei che ogni mattina, da anni, viene versato al popolo. Sono una banda, quelli che fanno questo mestiere di avvelenatori, e il bello è che lo fanno in nome della morale, in nome di Cristo, atteggiandosi a vendicatori e a giustizieri. E chi ci dice che sul Consiglio di guerra non abbia agito l’ambiente stesso in cui esso deliberava? Un ebreo traditore che vende il suo paese, la cosa va da sé. E se anche non si trova alcuna ragione umana che spieghi il crimine, se anche l’imputato è ricco, savio, lavoratore, senza passioni e con una vita impeccabile, non basta forse il fatto che sia ebreo? Oggi, da quando cioè chiediamo che si faccia luce, l’atteggiamento dell’antisemitismo è ancora più violento, più tracotante. E’ il suo processo, quello che si sta per istruire, e che schiaffo sarebbe per gli antisemiti qualora l’innocenza di un ebreo trionfasse! Un ebreo innocente. Possibile? Crolla tutta un’impalcatura di bugie, subentra l’aria pura, la buona fede, l’equità, ed è la rovina per una setta che agisce sulla folla degli ingenui solamente in forza dei suoi eccessi ingiuriosi e dell’impudenza delle sue calunnie. Ed ecco cos’altro abbiamo visto: il furore di questi malfattori pubblici al solo pensiero che si possa fare un po di luce. E inoltre, ahimè, abbiamo visto lo smarrimento della folla che costoro hanno pervertito, e tutta questa opinione pubblica sconvolta, tutto questo caro popolo di umili e di semplici, che oggi si scaglia contro gli ebrei e che domani farebbe una rivoluzione per liberare il capitano Dreyfus, se qualche onest’uomo lo infiammasse del fuoco sacro della giustizia. Infine, gli spettatori, gli attori, voi e io, noi tutti. Quale confusione, quale pantano accresciuto di continuo! Abbiamo visto infervorarsi di giorno in giorno la mischia delle passioni e degli interessi, e poi storie insulse, pettegolezzi vergognosi, smentite di inaudita impudenza, il semplice buon senso venire preso a schiaffi ogni mattina, il vizio acclamato, la virtù zittita, insomma l’agonia di tutto quello che costituisce l’onore e la gioia di vivere. Si è finito per odiarlo, tutto questo, certo! Ma chi aveva voluto questo stato di cose, chi lo trascinava per le lunghe? I nostri capi, quelli che, avvertiti da più di un anno, non osavano far niente. Inutile supplicarli, inutile preconizzare loro, fase per fase, la tremenda tempesta che si stava addensando. L’inchiesta l’avevano già fatta; l’incartamento l’avevano tra le mani. Ma fino all’ultima ora, nonostante le suppliche, si sono intestarditi nella loro inerzia, piuttosto che prendere in mano la situazione, per limitarla, a rischio di sacrificare subito le individualità compromesse. Il fiume di fango è straripato, com’era stato loro predetto, ed è colpa loro. Abbiamo visto energumeni trionfare con l’esigere la verità da quelli che dicevano di saperla, quando questi non potevano dirla finché c’era in corso un’inchiesta. La verità è stata detta al generale incaricato dell’inchiesta, e a lui soltanto è affidata la missione di farla conoscere. La verità sarà inoltre detta al giudice istruttore, e lui soltanto ha la veste per ascoltarla e per basare sulla stessa il suo atto di giustizia. La verità! che concezione ne avete, in un’avventura come questa, che scuote tutta un’organizzazione decrepita, per credere che sia un oggetto semplice e maneggevole, da tenere nel cavo della mano e da mettere quando si vuole in mano ad altri, come se fosse un sasso o una mela? La prova, ah sì, la prova che si pretendeva, immediata, come i bambini pretendono che si mostri loro il vento che passa. Siate pazienti e la vedrete splendere, la verità; ma occorrerà in ogni caso un po d’intelligenza e di probità morale. Abbiamo visto sfruttare vilmente il patriottismo, agitare lo spettro dello straniero in una questione d’onore che riguarda unicamente la famiglia francese. I peggiori rivoluzionari hanno gridato che si insultavano l’esercito e i suoi capi, quando, com’è giusto, si chiede solo di non metterli troppo in alto, fuori della portata di chiunque. E, di fronte ai caporioni, di fronte a qualche giornale che aizzava l’opinione pubblica, ha regnato il terrore. Non un esponente delle nostre assemblee ha avuto un grido da onest’uomo, tutti sono rimasti muti, esitanti, prigionieri dei loro gruppi, tutti hanno avuto paura dell’opinione pubblica, sicuramente preoccupati, in previsione delle prossime elezioni. Né un moderato, né un radicale, né un socialista, nessuno di quelli che dovrebbero tutelare le pubbliche libertà, si è ancora alzato a parlare secondo coscienza. Come volete che il paese sappia orientarsi nella tormenta, se quegli stessi che si dicono sue guide tacciono per meschina tattica di politicanti oppure per il timore di compromettere la loro situazione personale? E lo spettacolo è stato così penoso, così crudele, così duro per la nostra fierezza, che intorno a me sento ripetere: «La Francia è proprio malata perché abbia potuto prodursi una simile crisi di aberrazione pubblica» No! è soltanto sviata, fuori di sé del suo cuore e della sua indole. Le si parli il linguaggio dell’umanità e della giustizia e si ritroverà intera, nella sua generosità leggendaria. Il primo atto è terminato, sull’orrendo caso è calato il sipario. Auguriamoci che lo spettacolo di domani ci consoli e ci ridia coraggio. Ho detto che la verità era in cammino e che niente l’avrebbe fermata. Un primo passo è fatto, un altro si farà, poi un altro, poi il passo decisivo. E’ matematico.

Per il momento, in attesa della decisione del Consiglio di guerra, la mia parte è terminata; ed è mio ardente desiderio che, fatta la verità, resa giustizia, io non debba più lottare né per l’una né per l’altra. Articolo pubblicato su “Le Figaro” il 5 dicembre 1897

La condanna di Dreyfus divenne scandalo mondiale. Dopo la pubblicazione del J’Accuse di Emile Zola l’intera opinione pubblica mondiale si divise tra dreyfusardi e antidreyfusardi, scrive Vincenzo Vitale il 21 Agosto 2018 su "Il Dubbio". La pubblicazione del J’accuse ha l’effetto di una bomba sociale. Finalmente le coscienze, assopite, sembrano risvegliarsi non solo in Francia, ma in tutta Europa. Ci si divide fra dreyfusardi e antidreyfusardi senza ritegno alcuno, ma con accanimento tanto maggiore quanto più la propria posizione fosse in vista. Si ruppero amicizie decennali, si separarono coniugi e famiglie, si litigò nei pubblici locali e nelle dimore private, ci si sfidò a duello, si minacciò da varie nazioni europee di non partecipare alla Esposizione Universale, prevista a Parigi, all’ombra della torre Eiffel, per l’anno 1900. Insomma, lo scandalo della condanna di Dreyfus divenne di portata europea e perfino mondiale, se è vero che perfino alla Casa Bianca e al Cremlino si dibatteva della sua innocenza o colpevolezza. Era inevitabile peraltro che, in forza dello spostamento mimetico tipico delle persecuzioni, una volta che il meccanismo persecutorio sia svelato, la violenza si converta a carico del rivelatore, cioè di Zola. Questi infatti viene processato per diffamazione dei vertici militari e governativi e dei giudici militari e, in seguito, dei periti calligrafi i quali, mentendo, attestarono che la grafia del bordereau spionistico che fu attribuito a Dreyfus, era effettivamente la sua. Quella che oggi si pubblica è l’autodifesa pronunciata da Zola davanti alla giuria che l’avrebbe comunque condannato a un anno di reclusione e a 3.000 franchi di multa. Lo scrittore denuncia subito una evidente forzatura, tanto inammissibile quanto antigiuridica, vale a dire che il Primo Ministro, Felix Jules Méline, ha dichiarato di aver fiducia in quei giudici popolari davanti ai quali Zola si difende e ai quali egli affida pubblicamente la difesa dell’esercito. Come dire che egli, il Primo Ministro, si attende una esemplare condanna di Zola, attraverso la quale soltanto l’esercito potrà essere ristorato del danno alla sua immagine prodotto dal J’accuse. Zola nota subito che se per un verso ciò costituisce una indebita pressione sull’organo giudicante, per altro verso è una colossale sciocchezza. Infatti, accusare alcuni componenti dell’esercito, sia pure di alto grado, ma nominativamente individuati, di aver consumato un infame delitto ai danni di Dreyfus – come appunto ha fatto Zola – non vuol dire certo denigrare l’esercito nel suo insieme; anzi, è un sicuro indice di voler operare all’interno dell’esercito un salutare repulisti, allo scopo non di diffamarlo, ma di valorizzarlo nelle sue componenti più vere e trasparenti. Come non rilevare qui una singolare coincidenza con alcuni casi italiani, soprattutto degli ultimi anni? Capita infatti che se un giornalista o un osservatore politico critichi pubblicamente – ed anche duramente – l’operato di un pubblico ministero, immediatamente salti su il Consiglio Superiore della Magistratura, lamentando che quelle critiche delegittimano l’intera Magistratura e aprendo perfino un fascicolo che vien definito “a tutela”. E non si sa davvero a tutela di cosa e di chi, se non di ruoli e posizioni che in tal modo vengono posti al di là di ogni possibile critica, collocati in una dimensione di immunità assoluta, al punto che criticare uno significa delegittimare tutti: assurdità evidente sia per la ragione giuridica che per quella comune, perché conferisce licenza di fare e disfare arbitrariamente proprio a colui che invece andrebbe controllato, in quanto se ne lamenta un qualche abuso o errore (a torto o a ragione). Come dire che se l’insegnante richiama uno scolaro che disturba in classe, allora necessariamente delegittima la classe intera: un corto circuito dell’intelletto che però alligna in Italia ormai da decenni e che alla fine delegittima soltanto l’insegnante, riducendolo al silenzio. Zola perciò sceglie di non difendersi per nulla: e coraggiosamente, perché sa bene che alte sono le probabilità di essere condannato, come poi in effetti sarà. Egli si limita a rilevare come ormai, giunte a quel punto le cose, dopo che il vero colpevole, Esterhazy è stato assolto, il caso non riguarda più soltanto Dreyfus e la sua innocenza, ma riguarda la Francia intera e l’immagine che la Francia potrà fornire di se al mondo: è ancora la Francia dei diritti dell’uomo, “quella che ha donato la libertà al mondo e che doveva donargli la giustizia”? Si noti che Zola risulta doppiamente sospetto alla opinione dei benpensanti. Da un lato, in quanto scrittore e perciò pericolosamente votato a pensare con la propria testa; dall’altro, in quanto di origine italiana, nato da padre veneziano. Ma lui se ne fa un vanto, osservando che da qualsiasi luogo provenga la sua famiglia – e proviene da Venezia, “la splendida città la cui antica gloria è cantata in tutte le memorie” – egli è un francese a tutti gli effetti, non foss’altro che per i quaranta volumi scritti in lingua francese e venduti in decine di milioni di copie in tutto il mondo. La chiusa è profeticamente vera: “Un giorno la Francia mi ringrazierà di aver contribuito a salvare il suo onore”. Non solo la Francia.

«La Francia è ancora quella dei diritti dell’uomo?» Ecco l’autodifesa dello scrittore Emile Zola, processato per diffamazione dei vertici militari e governativi e dei giudici militari. Scrive Émile Zola su «L’Aurore» il 22 febbraio 1898 e ripubblicato il 21 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Signori giurati, nella seduta del 22 gennaio alla Camera, il signor Méline, presidente del Consiglio dei Ministri, ha dichiarato, tra gli applausi entusiasti della sua compiacente maggioranza, di aver fiducia nei dodici cittadini nelle cui mani rimetteva la difesa dell’esercito. Signori, parlava di voi. Come già il generale Billot aveva suggerito la sentenza al Consiglio di Guerra incaricato di assolvere il comandante Esterhazy, impartendo dall’alto della sua tribuna agli ufficiali subordinati la consegna militare di rispettare senza discuterla la cosa giudicata, così Méline ha voluto darvi l’ordine di condannarmi in nome del rispetto dell’esercito, che egli mi accusa di avere oltraggiato. Denuncio alla coscienza degli onesti questa pressione dei pubblici poteri sulla giustizia del Paese. Ci troviamo di fronte a dei costumi politici abominevoli che disonorano una nazione libera. Vedremo se obbedirete. Ma non è affatto vero che io sia qui, davanti a voi, per volontà del presidente Méline. Malgrado il suo personale turbamento, egli ha ceduto alla necessità di perseguirmi perché terrorizzato di quanto la verità in cammino avrebbe compiuto. Questa è una verità a tutti nota: se sono davanti a voi è perché l’ho voluto. Io solo ho deciso che l’oscura, la mostruosa questione fosse affidata alla vostra giurisdizione, e sono stato io solo che di mia iniziativa ho scelto voi, l’emanazione più alta e diretta della giustizia francese, affinché la Francia sappia tutto e si pronunci. Il mio atto non ha avuto altro intento e la mia persona non conta, l’ho sacrificata volentieri, unicamente soddisfatto per aver messo nelle vostre mani non solo l’onore dell’esercito, ma l’onore vacillante della nazione intera. Mi perdonerete, dunque, se nelle vostre coscienze non è ancora stata fatta piena luce. Non dipende da me. Nel volervi portare tutte le prove, nello stimarvi i soli degni e competenti, è come se stessi sognando. Hanno cominciato a togliervi con la sinistra quello che fingevano di darvi con la destra. Ostentavano di accettare la vostra giurisdizione, ma se alcuni confidavano in voi per vendicare i membri di un tribunale militare, altri ufficiali restavano intoccabili, superiori alla vostra stessa giustizia. Comprenda chi vuole e chi può. Si tratta di una assurda ipocrisia e l’evidenza lampante che ne scaturisce è che hanno avuto paura del vostro buon senso, che non hanno osato correre il pericolo di lasciarmi dire tutto e di lasciarvi giudicare tutto. Asseriscono di aver voluto limitare l o scandalo; e cosa pensate di questo scandalo, del mio atto che consiste nel mettervi al corrente del caso nella volontà che fosse il popolo incarnato in voi a fungere da giudice? Sostengono inoltre che non potevano accettare una revisione mascherata, confessando in tal modo di non avere in fondo che un solo timore, quello del vostro controllo sovrano. La legge trova in voi la sua rappresentazione totale; ed è la legge del popolo eletto quella che ho desiderato, che da buon cittadino rispetto profondamente, non già la procedura ambigua grazie alla quale hanno sperato di poter ingannare persino voi. Eccomi scusato, signori, di avervi distolto dalle vostre occupazioni, senza avere avuto la possibilità di inondarvi di quella verità intera che sognavo. La luce, la luce completa, non ho avuto che questo appassionato desiderio. E questi dibattimenti ve lo hanno dimostrato: abbiamo dovuto lottare, passo dopo passo, contro una volontà occultatrice incredibilmente ostinata. Abbiamo dovuto lottare per afferrare qualche brandello di verità; hanno discusso su tutto, ci hanno rifiutato tutto, hanno terrorizzato i nostri testimoni nella speranza di impedirci di portare delle prove. Ed è solo per voi che ci siamo battuti, affinché questa prova vi viene se sottoposta nella sua interezza, affinché poteste pronunciarvi senza rimorsi della vostra coscienza. Sono convinto che terrete nella dovuta considerazione i nostri sforzi, visto che molta chiarezza è stata fatta. Avete ascoltato i testimoni, ora ascolterete il mio difensore che vi racconterà la vera storia, la storia che fa uscire tutti di senno ma che nessuno conosce. Ed eccomi qui tranquillo; la verità è ora nelle vostre mani e procederà. Il presidente Méline ha creduto suo dovere suggerirvi la sentenza affidandovi l’onore dell’esercito. Ed è in nome dell’onore dell’esercito che, a mia volta, faccio appello alla vostra giustizia. Smentisco nella maniera più assoluta il presidente Méline, io non ho mai oltraggiato l’esercito. Al contrario ho espresso il mio affetto, il mio rispetto per la nazione in armi, per i nostri soldati, pronti a insorgere alla prima minaccia per difendere il suolo francese. Ed è altrettanto falso che io abbia attaccato i generali che li condurrebbero alla vittoria. Affermare che alcuni individui degli uffici del Ministero della Guerra hanno compromesso con la loro azione persino l’esercito equivale forse a insultare l’esercito nel suo insieme? Non significa piuttosto comportarsi da buon cittadino il liberarlo da ogni compromesso, gettare un grido d’allarme affinché gli errori che ci hanno portato alla disfatta non si ripetano e non ci conducano a nuove sconfitte? Del resto io non mi difendo, lascio alla storia il compito di giudicare il mio atto che era assolutamente necessario. Ma affermo che l’esercito disonorato quando si permette ai gendarmi di solidarizzare con il comandante Esterhazy dopo le lettere abominevoli che egli ha scritto. Affermo che questo valoroso esercito viene insultato ogni giorno da quei banditi che, con il pretesto di difenderlo, lo insozzano della loro vile complicità, trascinando nel fango tutto quello che la Francia ha ancora di buono e di grande. Affermo che sono loro a disonorare il grande esercito nazionale quando al grido di «Viva l’esercito!» mescolano quello di «A morte gli ebrei!». E hanno gridato «Viva Esterhazy!». Gran Dio! II popolo di San Luigi, di Bayard, di Condé e di Hoche, il popolo delle cento splendide vittorie, delle grandi guerre della Repubblica e dell’Impero, il popolo la cui forza, grazia e generosità hanno abbagliato l’universo, quel popolo grida «Viva Esterhazy!». Questa è una infamia da cui può lavarci soltanto il nostro sforzo di verità e di giustizia. Voi conoscete molto bene la leggenda che si è creata. Dreyfus è stato condannato giustamente e legalmente da sette ufficiali infallibili, tanto che a nessuno è permesso di sospettare l’errore senza offendere l’intero esercito. Dreyfus espia il suo orribile mi- sfatto in una tortura vendicatrice. E, poiché è ebreo, si crea un sindacato ebreo, un sindacato internazionale di senza patria, che mette a disposizione centinaia di milioni con lo scopo di salvare il traditore anche al prezzo delle più infami trame. Da quel momento questo sindacato ha operato in modo criminale comprando le coscienze e gettando la Francia in un’agitazione omicida, deciso a venderla al nemico, a mettere a fuoco l’Europa con una guerra generale piuttosto che rinunciare al suo spaventoso disegno. Come potete vedere è estremamente semplice, perfino infantile e imbecille. Ma è di questo pane avvelenato che la stampa ignobile nutre il nostro povero popolo da diversi mesi. E non c’è da meravigliarsi se assistiamo a una crisi così disastrosa, perché quando si seminano l’idiozia e la menzogna non si può che raccogliere follia. Certamente Signori, non vi farò l’affronto di credere che vi siate finora attenuti a queste favole per bambini. Vi conosco e so chi siete. Siete il cuore e la ragione di Parigi, della mia grande Parigi, dove sono nato, che amo di un affetto infinito, che studio e descrivo da quasi quarant’anni. E nel contempo so anche quello che state pensando in questo momento, perché prima di sedere qui come accusato sono stato seduto là, sul banco che ora occupate voi. Voi rappresentate l’opinione media, impersonate, tutti insieme, la saggezza e la giustizia. Tra poco il mio pensiero vi seguirà nella sala delle vostre deliberazioni e sono convinto che il vostro sforzo sarà quello di salvaguardare i vostri interessi di cittadini, che sono naturalmente gli interessi della nazione intera. Potrete sbagliarvi, ma sarà nella convinzione che, assicurando il vostro bene, assicurate il bene di tutti. Vi vedo nelle vostre famiglie, la sera, alla luce di una lampada; vi sento conversare con i vostri amici, vi accompagnano nelle vostre officine, nei vostri negozi. Siete tutti lavoratori: commercianti, industriali, alcuni di voi esercitano libere professioni. E la vostra legittima preoccupazione è lo stato deplorevole in cui sono caduti gli affari. Ovunque la crisi attuale minaccia di trasformarsi in un disastro, gli incassi diminuiscono, le transazioni si fanno sempre più difficili. A causa di ciò, il pensiero che qu i domina, che leggo sui vostri volti, è che se ne ha abbastanza, che è ora di finirla. Non siete arrivati a dire come molti: «Che importa che un innocente sia all’isola del Diavolo! L’interesse di un singolo merita il turbamento di una grande nazione?». Vi dite tuttavia che la nostra agitazione, quella di noi affamati di verità e di giustizia, viene pagata troppo a caro prezzo con tutto il male che ci si accusa di fare. E se mi condannerete, signori, non saranno che questi i motivi alla base del vostro verdetto: il desiderio di rasserenare i vostri cari, il bisogno che gli affari riprendano il loro corso, la convinzione che colpendo me metterete un freno a una campagna di rivendicazione nociva agli interessi della Francia. Ebbene, signori, vi sbagliereste nel modo più assoluto! Vogliate farmi I’onore di credere che io qui non difendo la mia libertà. Colpendomi non farete che ingigantirmi. Chi soffre per la verità e la giustizia diventa augusto e sacro. Guardatemi, signori: ho l’aria di un venduto, di un mentitore e di un traditore? Per quale motivo agirei allora? Non celo né ambizione politica né fanatismo da settario. Sono un libero scrittore che ha dedicato la vita al lavoro, che domani rientrerà nei ranghi e riprenderà il lavoro interrotto. E sono delle bestie coloro che mi chiamano italiano, a me, nato da madre francese, allevato da nonni della Beauce, contadini di quella terra generosa, a me che ho perduto il padre a sette anni, che sono andato in Italia soltanto a cinquantaquattro anni per documentare un libro. Il che non m’impedisce d’essere fiero che mio padre fosse di Venezia, la splendida città la cui antica gloria è cantata in tutte le memorie. E quand’anche non fossi francese, i quaranta volumi in lingua francese che ho seminato in milioni di esemplari nel mondo intero basterebbero, credo, a fare di me un francese, utile alla gloria della Francia! Perciò non mi difendo. Ma quale errore sarebbe il vostro qualora foste convinti che colpendo me ristabilireste l’ordine nel nostro infelice Paese! Non lo capite che il male di cui la nazione muore è proprio l’oscurità in cui ci si ostina a lasciarla, è l’equivoco in cui agonizza? Le colpe dei governanti si aggiungono al le colpe, una menzogna ne rende necessaria un’altra, finché il cumulo diventa spaventoso. È stato commesso un errore giudiziario, e da quel momento per nasconderlo è stato necessario commettere ogni giorno un nuovo attentato al buon senso e all’equità. La condanna di un innocente ha portato con sé l’assoluzione di un colpevole; ed ecco che, oggi, vi si chiede di condannarmi per avere gridato la mia angoscia nel vedere la patria avere imboccato questa terrificante strada. Condannatemi, dunque! Ma sarà un errore che si aggiungerà agli altri, un errore di cui in seguito porterete il peso nella storia. E la mia condanna, lungi dal riportare la pace che desiderate, che tutti noi desideriamo, altro non sarà che un nuovo seme di passione e di disordine. Vi avverto, la misura è colma, non fatela straripare.Come fate a non rendervi conto della crisi tremenda che il Paese sta attraversando? Ci considerano gli autori dello scandalo, affermano che sono gli amanti della verità e della giustizia a fuorviare la nazione, a spingerla alla sommossa. In verità, ciò significa ingannare il mondo intero. Il generale Billot, tanto per fare un nome, non è stato forse avvertito da ben diciotto mesi? Il colonnello Picquart non ha forse insistito affinché prendesse nelle sue mani la revisione per evitare che la tempesta scoppiasse e sconvolgesse tutto? Il senatore Scheurer- Kestner non l’ha supplicato, con le lacrime agli occhi, di pensare alla Francia, di risparmiarle una simile catastrofe? No, no! Il nostro desiderio è stato di facilitare le cose, di attutirle e, se il Paese ora soffre, la colpa è del potere che, desideroso di copri re i colpevoli, spinto da interessi politici, ha rifiutato tutto, nella speranza di essere abbastanza forte per impedire che si facesse luce. Da quel giorno ha manovrato sempre nell’ombra, in favore delle tenebre, ed è lui, lui solo, il responsabile del disperato turbamento che affligge le coscienze. L’affaire Dreyfus, signori miei, oggi è di ventato marginale, è ormai un fatto remoto e lontano, rispetto ai terrificanti problemi che ha sollevato. Non si tratta più dell’affaire Dreyfus, si tratta ormai di sapere se la Francia è ancora la Francia dei diritti dell’uomo, quella che ha donato la libertà al mondo e che doveva donargli la giustizia. Siamo ancora il popolo più nobile, il più fraterno, il più generoso? In Europa, conserveremo ancora la nostra fama di equità e di umanità? Allora, non sono queste tutte le conquiste che avevamo fatto e che erano rimesse in discussione? Aprite gli occhi e capirete che se l’anima francese è in preda a una simile confusione ciò è dovuto al fatto che è profondamente sconvolta di fronte a un terribile pericolo. Un popolo non sarebbe sconvolto a tal punto se la sua stessa vita morale non fosse in pericolo. L’ora è di una gravità eccezionale, è in gioco la salvezza della nazione.Quando avrete compreso questo, signori, avrete coscienza che esiste un solo rimedio possibile: dire la verità e renderegiustizia. Tutto ciò che ritarderà la luce, tutto ciò che aggiungerà tenebre a tenebre non farà che prolungare eaggravare la crisi. Il compito dei buoni cittadini, di quelli che sentono il bisogno imperioso di farla finita, è di esigere piena chiarezza. Siamo già in molti a pensarlo. Gli uomini di lettere, di filosofia e di scienza si levano da ogni luogo in nome dell’intelligenza e della ragione. E non vi parlo dei paesi stranieri, del brivido che si è propagato in tutta l’Europa. Lo straniero non è necessariamente sinonimo di nemico. Non parliamo dei popoli che possono essere domani nostri avversari. Ma la grande Russia, nostra alleata, la piccola e generosa Olanda, tutti i popoli amici del Nord, le terre di lingua francese, come la Svizzera e il Belgio, perché mai avrebbero il cuore grosso, traboccante di sofferenza fraterna? Sognate forse una Francia isolala dal mondo? Volete che nessuno, quando passerete la frontiera, sorrida più alla vostra leggendaria buona fama di equità e di umanità? Ahimè, signori! Come tanti altri, forse anche voi aspettale l’avvenimento imprevisto, la prova dell’innocenza di Dreyfus, che dovrebbe scendere dal cielo come la folgore. Di norma la verità non procede affatto così; essa richiede ricerca e intelligenza. La prova! Sappiamo bene dove potremmo trovarla. Ma lo pensiamo soltanto nel segreto delle nostre anime, e la nostra angoscia di patrioti è che ci si sia esposti a ricevere un giorno lo schiaffo di questa prova, dopo avere impegnato l’onore dell’esercito i n un a menzogna. Voglio inoltre dichiarare con chiarezza che, se abbiamo notificato come testimoni alcuni membri delle ambasciate, la nostra volontà formale era all’inizio d i non citarli in questa sede. Si è sorriso della nostra audacia. Non credo che ne abbiano sorriso al ministero degli Affari Esteri, dove sicuramente hanno capito. Abbiamo semplicemente voluto dire a quelli che sanno tutta la verità che anche noi la sappiamo. Quella verità corre per le ambasciate e domani sarà conosciuta da tutti. E, per i l momento, ci è impossibile andarla a cercare là dove si trova, protetta da formalità invalicabili. Il governo, che non ignora niente, che è convinto come noi dell’innocenza di Dreyfus, potrà, quando lo vorrà e senza rischio, trovare i testimoni che finalmente facciano luce.Lo giuro! Dreyfus è innocente! Impegno la mia vita e il mio onore. In questo momento così solenne, davanti a questo tribunale che rappresenta la giustizia umana, davanti a voi, signori giurati, che siete l ‘ emanazione stessa della nazione, davanti a tutta la Francia, davanti al mondo intero, io giuro che Dreyfus è innocente. Per i miei quarant’ anni di lavoro, per l’autorità che questa fatica può avermi dato, giuro che Dreyfus è innocente. E per tutto quello che ho conquistato, per il nome che mi sono fatto, per le mie opere che hanno contribuito all’espansione delle lettere francesi, giuro che Dreyfus è innocente; che tutto questo crolli, che le mie opere periscano, se Dreyfus non è innocente! Dreyfus è innocente. Tutto sembra essere contro di me, le due Camere, il potere civile, il potere militare, i giornali a grande tiratura, l’opinione pubblica da questi avvelenata. E io posseggo solamente i miei ideali di verità e di giustizia. Eppure sono tranquillissimo, vincerò. Non ho voluto che il mio Paese restasse nella menzogna e nell’ingiustizia. Oggi, qui, mi si può colpire. Un giorno la Francia mi ringrazierà di aver contribuito a salvare il suo onore. Pubblicata su «L’Aurore» il 22 febbraio 1898

“Il monumento più ripugnante dell’infamia umana”. La Corte di Rennes ancora una volta e in modo totalmente antigiuridico, condanna di nuovo Dreyfus, ma soltanto a dieci anni, “compreso il sofferto”, scrive Vincenzo Vitale il 23 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Negli oltre diciotto mesi che separano la pubblicazione di questo articolo da quella del precedente, sono accadute molte cose determinanti per le sorti della vicenda di Dreyfus. Non solo la condanna di Zola per la presunta diffamazione a carico dei giudici militari, ma anche la radiazione dai ranghi dell’esercito del colonnello Picquart, colui che aveva scoperto la colpevolezza di Esterhazy e l’innocenza di Dreyfus, ma soprattutto il fatto decisivo: il maggiore Henry confessa al Ministro Cavaignac di aver personalmente confezionato e perciò materialmente falsificato il documento sulla base del quale era stato condannato Dreyfus. Subito dopo Henry si suicida, mentre Esterhazy, comprendendo che ormai la sua posizione è indifendibile, ripara precipitosamente in Inghilterra: e Proust sapidamente commenta: “Il caso era puro Balzac, ora diventa shakespeariano”. Queste novità conducono naturalmente a riaprire il procedimento nei confronti di Dreyfus, che viene riportato in Francia per un nuovo processo da celebrare a Rennes, mentre Paty de Clam, autore primo di tutto il complotto contro Dreyfus, viene arrestato. Tuttavia, assurdamente e contro ogni lecita aspettativa, la Corte di Rennes ancora una volta e in modo totalmente antigiuridico, condanna di nuovo Dreyfus, ma soltanto a dieci anni, “compreso il sofferto”. Prevedo il quesito di ciascuno: ma potevano farlo? No. E tuttavia lo fecero. E lo fecero per una ragione che agli occhi di quei sedicenti giudici appariva tanto cogente da indurli ad andare contro il buon senso: continuare, contrariamente ad ogni attesa, a difendere l’operato dei primi giudici, alla cui corporazione (l’esercito) loro stessi appartenevano. Come dire che fra la libertà di coscienza – che doveva di filato indurre alla assoluzione di Dreyfus con la formula più ampia – e la difesa corporativa della classe di appartenenza, la Corte di Rennes preferisce questa a quella. Nulla di nuovo, per carità. Capita anche nel nostro tempo che alcuni Tribunali si facciano un po’ troppo condizionare dall’opera di una Procura, troppo sensibilizzandosi alle sue richieste ed alla sue attese. E tuttavia, sempre e in ogni caso, determinazione assurda e antigiuridica, come assurda e antigiuridica fu la condanna di Rennes, che, non a caso, ci fu, ma fu straordinariamente mite, considerata la gravità del reato contestato (spionaggio e alto tradimento), e tenendo conto che Dreyfus aveva trascorso già cinque anni in deportazione: segno che i componenti della Corte di Rennes, pur decisi a difendere la corporazione, non volevano esagerare; così, tanto per poter dormire la notte. E dormirono. Ma Zola, per queste medesime ragioni, non dormiva. Anzi. In questo articolo, pubblicato due giorni dopo la condanna di Rennes, egli non manca di fustigare letteralmente coloro che si erano resi responsabili di questo ulteriore scempio perpetrato nei confronti delle più elementari ragioni della giustizia attraverso la nuova condanna inflitta a Dreyfus, sia pure irrogatrice di una pena assai modesta e in gran parte già scontata. Inflitta, insomma, per salvare – come si dice con efficace proverbio contadino – capra e cavoli: la capra della salvaguardia dell’operato dei precedenti giudici che avevano condannato il capitano ebreo e i cavoli della propria coscienza che avrebbe potuto loro impedire, appunto, di dormire. Così, Zola non esita a denunciare il processo di Rennes come “il monumento più ripugnante dell’infamia umana”. E aggiunge icasticamente che “L’ignoranza, l’idiozia, la follia, la crudeltà, la menzogna, il crimine vi sono ostentati con una tale spudoratezza che le generazioni future ne arrossiranno di vergogna”. E ciò è tanto più vero, in quanto Zola aveva raggiunto la assoluta ed incontestabile certezza della colpevolezza di Esterhazy, il quale, tempo prima, aveva fornito documenti segreti al Colonnello Schwartzkoppen, addetto militare presso l’Ambasciata tedesca a Parigi. Ecco perché, sulla scorta di ciò, l’avvocato Labori, difensore di Dreyfus, aveva chiesto di sentire come testimoni alcuni addetti militari stranieri informati della circostanza: richiesta tuttavia puntualmente rigettata dai giudici. Come dire, chiosa Zola, che la Corte abbia affermato, a scanso di equivoci, “non vogliamo che ci venga fornita la prova, perché vogliamo condannare”. E, d’altra parte, perché meravigliarsi se l’avvocato Labori, nel corso del processo, era stato addirittura ferito da una revolverata esplosa da un sicario rimasto ignoto? Se questo era il clima in cui questo nuovo processo veniva celebrato, cosa attendersi di diverso, se non una nuova condanna per l’innocente Dreyfus?

Processo Dreyfus. Francia, vergognati! Il nuovo procedimento nei confronti di Dreyfus si conclude con una nuova condanna, anche se più lieve, scrive Émile Zola riportato il 23 Agosto 2018 da "Il Dubbio". Sono terrorizzato. E non è più la collera, l’indignazione vendicatrice, il bisogno di gridare il crimine commesso, di pretenderne il castigo in nome della verità e della giustizia; è il terrore, il sacro spavento di un uomo che vede realizzarsi l’impossibile, i fiumi risalire verso le sorgenti, la terra capovolgersi sotto il sole. E ciò che io grido è lo sconforto della nostra generosa e nobile Francia, è la paura dell’abisso in cui sta scivolando. C’eravamo illusi che il processo di Rennes fosse il quinto atto della terribile tragedia che viviamo da quasi due anni. Le pericolose peripezie sembravano ormai dissolte, credevamo di andare verso una conclusione che portasse alla pacificazione e alla concordia. Dopo la dolorosa battaglia, la vittoria del diritto si rendeva inevitabile, il dramma doveva concludersi felicemente con il classico trionfo dell’innocente. E invece ci siamo sbagliati: si annuncia una nuova peripezia, la più inattesa, la più spaventosa di tutte, che rende nuovamente cupo il dramma, che lo prolunga e lo proietta verso un finale ignoto, davanti al quale la nostra ragione rimane turbata e vacilla. Il processo di Rennes è soltanto il quarto atto. Gran Dio. Come sarà il quinto? Quali dolori e quali nuove sofferenze potrà mai generare, verso quale espiazione suprema getterà la nazione? Perché è più che certo che l’innocente non può essere condannato due volte e che una conclusione del genere spegnerebbe iI sole e solleverebbe i popoli! Ah, quel quarto atto del processo di Rennes, con quale agonia morale l’ho vissuto dal fondo della più completa solitudine in cui mi ero rifugiato, con lo scopo di scomparire dalla scena da buon cittadino, desideroso di non dare altre occasioni al fanatismo e al disordine! Con quale angoscia nel cuore aspettavo notizie, lettere, giornali, e quali ribellioni, quali sofferenze nel leggerli! Le splendide giornate di quel mese d’agosto si rabbuiavano, e mai ho avvertito l’ombra e il freddo di una soglia così agghiacciante sotto cieli tanto smaglianti. Certamente in questi due anni le sofferenze non sono mancate. Ho sentito le folle inseguirmi gridando «Amore!», ho visto passare ai miei piedi un immondo torrente di oltraggi e di minacce, ho conosciuto per ben undici mesi la disperazione dell’esilio. Inoltre ho subito due processi, spettacoli lacrimevoli di viltà e d’iniquità. Ma cosa sono i miei due processi se confrontati a quello di Rennes? Idilli, scene rinfrescanti in cui fiorisce la speranza. Abbiamo assistito a tante mostruosità: i procedimenti giudiziari conto il colonnello Picquart, l’inchiesta della Sezione Penale, la legge d’incompetenza a procedere che ne è conseguita. Ma oggi che l’inevitabile progressione ha fatto il suo corso, tutto questo sembra puerile, e il processo di Rennes sboccia nella sua enormità all’apice come un orrendo fiore da un letamaio. In esso abbiamo visto uno straordinario concentrato di attentati contro la verità e la giustizia. Una banda di testimoni dirigeva il dibattimento, ogni sera metteva a punto loschi tranelli per il giorno successivo, avanzava richieste a colpi di menzogne al posto del pubblico ministero, terrorizzava e insultava chi osava contraddirla, s’imponeva con l’insolenza dei suoi galloni e pennacchi. Un tribunale, preda di questa invasione di ufficiali, soffriva visibilmente nel vederli in veste di criminali e obbediva a una mentalità tutta particolare, che bisognerebbe lungamente smontare per poter giudicare i giudici. Un pubblico ministero grottesco ai limiti dell’imbecillità, che lasciava agli storici di domani una requisitoria nata da un animale umano non ancora classificato, la cui inconsistenza stupida e omicida, di una crudeltà talmente senile e cocciuta da apparire incosciente, sarà causa di un eterno stupore. Una difesa che da principio si tenta di assassinare, poi si mette a tacere ogni volta che diventa imbarazzante, alla quale si rifiuta di produrre la prova decisiva nel momento in cui reclama i soli testimoni che veramente sanno. Questa vergogna è durata un mese intero al cospetto dell’innocente, quel povero Dreyfus ridotto a un brandello umano che farebbe piangere anche le pietre. I suoi vecchi commilitoni sono venuti a dargli l’ennesimo calcio e i suoi vecchi superiori a schiacciarlo con i loro gradi, pur di salvare se stessi dalla galera: non c’è stato nessun grido di pietà o un fremito di generosità in quelle anime vili. La nostra dolce Francia ha offerto questo spettacolo al mondo intero. Quando verrà pubblicato in extenso, il resoconto del processo di Rennes sarà il monumento più ripugnante dell’infamia umana. Esso supera ogni cosa e mai documento più criminale sarà stato fornito alla storia. L’ignoranza, l’idiozia, la follia, la crudeltà, la menzogna, il crimine vi sono ostentati con una tale spudoratezza che le generazioni future ne arrossiranno di vergogna. In esso vi sono le prove della nostra bassezza di cui arrossirà l’umanità intera. Ed è proprio da qui che nasce il mio sgomento, perché se un simile processo si è potuto svolgere, se una nazione può offrire al mondo civile una simile dimostrazione del suo stato morale e intellettuale, bisogna che essa attraversi una crisi spaventosa. Si tratta dunque della morte prossima? E quale bagno di bontà, di purezza, di equità ci salverà dal fango velenoso in cui agonizziamo? Come scrivevo nel mio J’accuse, in seguito alla scandalosa assoluzione di Esterhazy, è impossibile che un Consiglio di Guerra cancelli ciò che un altro Consiglio di Guerra ha fatto. Ciò è contrario alla disciplina. E la sentenza del Consiglio di Guerra di Rennes che, nel suo imbarazzante gesuitismo, non ha il coraggio di pronunciare un sì o un no, è la prova eclatante che la giustizia militare è impotente ad essere giusta, perché non è libera e rifiuta l’evidenza, al punto da condannare nuovamente un innocente piuttosto che mettere in dubbio la propria infallibilità. Si è ostentata come un’arma d’esecuzione in mano agli ufficiali. A questo punto essa non saprebbe essere altro che una giustizia sommaria, da tempo di guerra. Ma in tempo di pace deve scomparire, dal momento che è incapace di equità, di semplice logica e di buon senso. Si è condannata da sé. Ma ci rendiamo conto della situazione atroce che ci viene imposta tra le nazioni civili? Un primo Consiglio di Guerra, ingannato dalla sua ignoranza delle leggi e dalla sua inettitudine nel giudicare, condanna un innocente. Un secondo Consiglio di Guerra, che a sua volta è stato forse tratto in errore dal più spudorato complotto di menzogne e di inganni, assolve un colpevole. Un terzo Consiglio di Guerra, dopo che è stata fatta luce, dopo che la più alta magistratura del Paese ha deciso di lasciargli l’onore di riparare l’errore, osa negare la chiara evidenza e condanna di nuovo l’innocente. E l’irreparabile, è stato commesso il delitto supremo. Gesù è stato condannato una sola volta. Ma crolli pure tutto, che la Francia sia preda delle fazioni, che la patria in fiamme sprofondi tra le macerie, che l’esercito stesso ci rimetta il suo onore, piuttosto che confessare che dei colleghi si sono sbagliati e che alcuni ufficiali hanno mostrato di essere dei bugiardi e dei falsari! L’idea sarà crocifissa, la sciabola deve regnare. Ed eccoci in questa magnifica situazione davanti all’Europa e al mondo intero che è convinto dell’innocenza d Dreyfus. Qualora un dubbio fosse ancora rimasto presso qualche popolo lontano, lo scandalo lampante del processo di Rennes avrebbe ottenuto l’effetto di illuminarlo. Le corti delle grandi potenze vicine sono informate, conoscono documenti, hanno la prova dell’indecenza di tre o quattro nostri generali e della paralisi vergognosa della nostra giustizia militare. La nostra Sedan morale è perduta ed è cento volte più disastrosa dell’altra, dove si è versato soltanto del sangue. Lo ripeto. Ciò che mi sgomenta è che questa disfatta del nostro onore sembra insanabile. Come annullare infatti le sentenze di tre Consigli di Guerra, dove troveremo l’eroismo di confessare la colpa per poter camminare di nuovo a fronte alta? Dov’è il governo coraggioso e di salute pubblica, dove sono le Camere che comprenderanno e agiranno prima dell’inevitabile crollo? La cosa peggiore è che siamo arrivati ormai a una fondamentale scadenza. La Francia ha voluto festeggiare il suo secolo di lavoro, di scienza, di lotte per la libertà la verità e la giustizia. Come vedremo in seguito, non è mai esistito secolo più nobile. E la Francia ha dato appuntamento presso di sé a tutti i popoli per glorificare la sua vittoria, la Libertà conquistata, la verità e la giustizia promesse al mondo. Fra qualche mese i popoli arriveranno, ma troveranno che un innocente è stato condannato due volte, la verità soffocata, la giustizia assassinata. Siamo caduti nel loro disprezzo, ed essi verranno a fare bagordi, berranno il nostro vino, abbracceranno la nostra servitù, come si usa fare nell’infima stamberga dove è consentito comportarsi da canaglie. Possiamo mai accettare che la nostra Esposizione Universale sia il luogo malfamato e disprezzato dove il mondo intero vorrà darsi ai bagordi? No! Abbiamo immediatamente bisogno del quinto atto della mostruosa tragedia, quand’anche dovessimo lasciarci ancora un po’ della nostra carne. Abbiamo bisogno del nostro onore per accogliere i popoli in una Francia guarita e rigenerata. Quel quinto atto che cerco e immagino mi ossessiona, non faccio che pensarci. Nessuno si è accorto che l’affaire Dreyfus, questo gigantesco dramma che agita l’universo, sembra messo in scena da qualche sublime drammaturgo, desideroso di farne un incomparabile capolavoro? Ricordo le straordinarie peripezie che hanno sconvolto tante coscienze. Ad ogni nuovo atto la passione è aumentata e l’orrore è esploso più intenso. In questa opera vivente, il destino è il genio che anima i personaggi e determina i fatti, sotto la tempesta che egli stesso scatena. E poiché sicuramente desidera che il capolavoro sia completo, ci prepara chissà quale sovrumano quinto atto che ricollocherà la gloriosa Francia alla testa delle nazioni. Perché, siatene convinti, è il destino che ha voluto il crimine supremo di vedere l’innocente condannato una seconda volta. Occorreva che il crimine venisse commesso per la grandezza della tragedia, per la bellezza sovrana, per l’espiazione che forse permetterà l’apoteosi. Visto che è stato toccato il fondo dell’orrore, non mi resta che aspettare il quinto atto che metterà fine al dramma, liberandoci e ridonandoci una nuova integrità e giovinezza. Oggi parlerò con franchezza del mio timore, che è sempre stato, come ho lasciato più volte intendere, che la verità, la prova decisiva e schiacciante ci venga dalla Germania. Non è più tempo di tacere su questo pericolo mortale. Diversi segnali ci dicono che conviene considerare coraggiosamente il caso in cui fosse proprio la Germania a portarci il quinto atto, come un fulmine a ciel sereno. Ecco la mia confessione. Nel gennaio 1898, prima del mio processo, io venni a sapere con certezza che Esterhazy era «il traditore», che lui aveva fornito a Schwartzkoppen un considerevole numero di documenti, molti dei quali scritti personalmente, e che la lista completa si trovava a Berlino al Ministero della Guerra. Io non faccio il patriota di mestiere, ma confesso che le rivelazioni che mi furono fatte mi sconvolsero; da quel momento la mia angoscia di buon francese non è più cessata, ho vissuto nel terrore che la Germania, forse nostra futura nemica, ci schiaffeggiasse con le prove che sono in suo possesso. Ma come! Il Consiglio di Guerra del 1894 condanna Dreyfus innocente, il Consiglio di Guerra del 1898 proscioglie Esterhazy che è colpevole, la nostra nemica detiene le prove del duplice errore commesso dalla nostra giustizia militare e tranquillamente la Francia si ostina in quell’errore, accettando lo spaventoso pericolo dal quale è minacciata! Dicono che la Germania non può servirsi di documenti ottenuti per mezzo dello spionaggio. Cosa ne sappiamo? Se domani scoppiasse la guerra, non comincerebbe forse con la perdita dell’onore del nostro esercito di fronte all’Europa, con la pubblicazione dei documenti che mostrano l’infame ingiustizia in cui certi ufficiali si sono intestarditi? È tollerabile un pensiero del genere, potrà la Francia godere di un istante di riposo fin tanto che saprà in mano allo straniero le prove del suo disonore? Lo dico con semplicità: non riuscivo più a darmi pace. Così insieme a Labori decidemmo di citare come testimoni gli addetti militari stranieri, pur sapendo benissimo che non li avremmo condotti alla sbarra, ma volendo far capire al governo che sapevamo la verità nella speranza che agisse. Hanno fatto orecchie da mercante, hanno ironizzato e lasciato l’esercito in mano alla Germania. E le cose sono rimaste ferme fino al processo di Rennes. Appena rientrato in Francia sono corso da Labori, ho insistito disperatamente perché venissero fatti passi presso il ministero per segnalare la terrificante situazione, per domandargli se non intendesse intervenire affinché, grazie alla sua mediazione, ci venissero dati i documenti. Certamente la questione era molto delicata, inoltre c’era quel povero Dreyfus da salvare, ragion per cui bisognava essere pronti a tutte le concessioni per timore di irritare l’opinione pubblica già sconvolta. D’altronde, se il Consiglio di Guerra avesse assolto Dreyfus, i documenti avrebbero perso il loro valore e l’arma, di cui la Germania si sarebbe potuta servire, si sarebbe spezzata. Dreyfus prosciolto, ecco l’errore riconosciuto e riparato. L’onore sarebbe stato salvo. E il mio tormento patriottico è ricominciato ancora più forte, non appena ho saputo che un Consiglio di Guerra stava per aggravare il pericolo condannando di nuovo l’innocente, l’uomo del quale la pubblicazione dei documenti di Berlino griderà un giorno l’innocenza. Ecco perché non ho cessato d’agire, supplicando Labori di reclamare questi documenti e di citare come testimone Schwartzkoppen, il solo che possa fare piena luce. E il giorno che Labori, l’eroe ferito da una pallottola sul campo di battaglia, approfittando di un ‘ occasione offertagli dagli accusatori, ha chiamato alla sbarra Io straniero indegno, quel giorno che si è alzato per chiedere che venisse ascoltato l’uomo che con una sola parola poteva porre fine all’affaire, quel giorno egli ha adempiuto fino in fondo al suo dovere, è stato la voce eroica che nulla potrà far tacere, la cui richiesta sopravvive al processo, e al momento opportuno dovrà fatalmente farlo ricominciare per chiuderlo con la sola soluzione possibile: l’assoluzione dell’innocente. La richiesta dei documenti è stata inoltrata, sfido a che quei documenti non siano prodotti. Vedete in quale maggiore e intollerabile pericolo ci ha messo il presidente del Consiglio di Guerra di Rennes usando il suo potere discrezionale per impedire la pubblicazione dei documenti. Niente di più brutale, mai porta è stata chiusa più intenzionalmente alla verità. «Non vogliamo che ci venga fornita la prova, perché vogliamo condannare». E un terzo Consiglio di Guerra si è aggiunto agli altri due nel cieco errore, per cui una eventuale smentita dalla Germania colpirebbe ora tre sentenze inique. Non è demenza pura, non c’è da urlare di ribellione e d’inquietudine? Il governo che i suoi funzionari hanno tradito, che ha avuto la debolezza di lasciare che bambini cresciuti, dalla mentalità ottusa, giocassero con i fiammiferi e i coltelli; il governo che ha dimenticato che governare significa prevedere deve affrettarsi ad agire se non vuole abbandonare a capriccio della Germania il quinto atto, l’epilogo che tutta Ia Francia dovrebbe temere. È lui, il governo, che ha il compito di recitare al più presto questo quinto atto, per impedire che lo facciano dall’estero. Può procurarsi i documenti, la diplomazia ha risolto difficoltà ben più grandi. Il giorno in cui saprà chiedere i documenti del bordereau, li otterrà. E questo sarà il fatto nuovo che renderà necessaria una seconda revisione davanti alla Corte di Cassazione. Questa volta spero istruita e in grado di cessare senza alcun rinvio nella pienezza della sua magistratura sovrana. Ma se il governo dovesse di nuovo tirarsi indietro, i difensori della verità e della giustizia faranno quanto è necessario. Non uno di noi diserterà il suo posto. La prova inconfutabile prima o poi finiremo per averla. Il 23 novembre saremo a Versailles. Il mio processo ricomincerà, perché si vuole farlo ricominciare in tutta la sua ampiezza. Se finora giustizia non è stata ancora fatta, daremo un nuovo contributo per ottenerla. Il mio caro e valoroso Labori, il cui onore si è nel tempo accresciuto, pronuncerà perciò a Versailles l’arringa che non ha potuto pronunciare a Rennes; è semplicissimo, niente andrà perduto. Io non lo farò certo tacere. Dovrà soltanto dire la verità, senza temere di nuocermi, poiché sono pronto a pagarla con la mia libertà e col mio sangue. Davanti alla Corte d ‘ Assise della Senna ho giurato l’innocenza di Dreyfus. La giuro davanti al mondo intero che ora la grida con me. E torno a ripeterlo: la verità è in cammino e niente potrà fermarla. A Rennes ha appena compiuto un passo da gigante. Non mi resta che lo spavento di vederla piombare a saccheggiare la patria, come una folgore scagliata dalla Nemesi vendicatrice, se non ci affrettiamo a farla risplendere noi stessi sotto il nostro vivido sole di Francia.

“Che l’innocente Dreyfus sia riabilitato, soltanto allora la Francia sarà riabilitata con lui”. La bellissima lettera, pubblicata su l’Aurore il 29 settembre 1899, che Emile Zola scrisse alla moglie di Alfred Dreyfus riportata il il 26 Agosto 2018 da "Il Dubbio". Signora, Le rendono l’innocente, il martire. Rendono alla sua sposa, a suo figlio, a sua figlia, il marito e il padre, e il mio primo pensiero va alla famiglia finalmente riunita, consolata, felice. Quale che sia ancora il mio lutto di cittadino nonostante il dolore indignato e la ribellione in cui continuano ad angosciarsi le anime giuste, vivo con Lei questo momento meraviglioso, bagnato di lacrime benefiche, il momento in cui Lei ha stretto tra le braccia il morto risuscitato, uscito vivo e libero dalla tomba. E, malgrado tutto, questo è un grande giorno di vittoria e di festa. Immagino la prima sera alla luce della lampada, nell’intimità familiare, quando le porte sono chiuse e tutti le infamie della strada si spengono sulla soglia di casa. I due bambini sono là, accanto al padre tornato da un viaggio lungo e oscuro. Lo baciano in attesa del racconto che farà più tardi. Che pace fiduciosa e che speranza per un domani riparatore, mentre la madre si aggira con dolce premura, avendo ancora, dopo tanto eroismo, un compito grandioso da compiere, quello di rimettere in piedi con le sue cure e la sua tenerezza la salute del crocifisso, del povero essere che le hanno restituito. C’è tanta dolcezza nel chiuso della casa, una bontà infinita effonde da ogni parte nell’intimità della stanza in cui la famiglia sorride. E noi siamo là, nell’ombra, muti, ricompensati, tutti noi che abbiamo voluto ciò e che abbiamo lottato da tanti mesi per questo momento di felicità. Quanto a me, confesso che il mio impegno inizialmente non è stato altro che un’opera di solidarietà umana, di pietà e d’amore. Un innocente soffriva il più orrendo dei supplizi, non ho visto altro e ho dato inizio a una campagna unicamente per liberarlo dei suoi mali. Dal momento in cui mi venne provata la sua innocenza nacque in me una straziante ossessione: il pensiero di tutto quello che l’infelice aveva sofferto e di quello che ancora soffriva nel carcere dove agonizzava, murato da una fatalità mostruosa di cui non poteva nemmeno sciogliere l’enigma. Quale tempesta dentro di lui, e quale smaniosa attesa che si rinnovava ad ogni nuova aurora! E non ho più vissuto, il mio è stato il coraggio della pietà, e l’unico obiettivo è stato di mettere fine alla tortura, di sollevare la pietra affinché il giustiziato ritornasse alla luce del giorno e fosse restituito ai suoi che avrebbero curato le sue ferite. Una questione sentimentale, come dicono i politici con una leggera alzata di spalle. Buon Dio, sì! Ma il mio cuore era infiammato e io andavo in soccorso di un uomo in preda allo sconforto, fosse egli ebreo, cattolico o maomettano. Allora credevo che si trattasse di un semplice errore giudiziario, ignoravo I’enormità del crimine che teneva quell’uomo in catene, oppresso nel fondo di un’atroce fossa dove altri spiavano la sua agonia. Non provavo perciò nessuna collera contro i colpevoli, peraltro ancora sconosciuti. Semplice scrittore strappato al consueto lavoro dalla compassione non perseguivo alcun fine politico e non lavoravo per alcun partito. Il mio unico partito all’inizio della campagna non era altri che servire l’umanità. In seguito capii la terribile difficoltà del nostro compito. Nello svolgersi ed estendersi della battaglia, sentivo che la liberazione dell’innocente richiedeva sforzi sovrumani. Tutte le potenze sociali erano alleate contro di noi che non avevamo dalla nostra che la sola forza della verità. Dovevamo compiere un miracolo per risuscitare il sepolto. Quante volte durante quei due anni crudeli ho disperato di riaverlo, di restituirlo vivo alla sua famiglia! Era laggiù, nella sua tomba, e potevamo essere in cento, in mille o in ventimila, ma la pesante pietra di iniquità era tale che temevo di vedere le nostre braccia indebolirsi prima dell’ultimo sforzo supremo. Mai, mai più! Forse un giorno, tra molto tempo, avremmo imposto la verità e ottenuto giustizia. Ma l’infelice sarebbe morto e la sua sposa, i suoi figli, mai più avrebbero potuto dargli il bacio gioioso del ritorno. Signora, ecco che oggi abbiamo compiuto il miracolo. Due anni di lotte imponenti hanno realizzato l’impossibile; il nostro sogno si è avverato perché il giustiziato è sceso dalla croce, l’innocente è libero, suo marito Le è stato reso. Egli ha smesso di soffrire, conseguentemente è fìnita anche la sofferenza dei nostri cuori e l’intollerabile simulacro cessa di turbare i nostri sonni. Ed è per questo, lo ripeto, che oggi è un giorno di grande festa e di grande vittoria. Tutti i nostri cuori comunicano con discrezione col Suo, non c’è cuore di moglie e di madre che non si sia intenerito pensando a questa prima serata d’intimità, alla luce della lampada, nell’emozione affettuosa del mondo intero dalla cui simpatia Lei è circondata. Signora, indubbiamente questa grazia è amara. Come è possibile imporre dopo tante torture fisiche una simile tortura morale? E che senso di ribellione si prova nel dirsi che si è ottenuto per pietà quel che dovrebbe dipendere soltanto dalla giustizia! Il peggio è che tutto sembra essere stato concertato per approdare a quest’ultima iniquità. I giudici hanno voluto tornare a colpire l’innocente per salvare i colpevoli, pronti a rifugiarsi nell’ipocrisia rivoltante di un’apparente misericordia. «Tu vuoi l’onore, noi ti faremo l’elemosina della libertà, affinché il tuo disonore legale copra i crimini dei tuoi carnefici». E non c’è, nella lunga serie di infamie commesse, un attentato più abominevole contro la dignità umana. È veramente il colmo, far mentire la divina pietà, farne lo strumento della menzogna, umiliare l’innocente affinché il crimine passeggi al sole gallonato e impennacchiato! Inoltre, quale tristezza nel constatare che il governo di un grande Paese si rassegna ad essere misericordioso a causa della sua disastrosa debolezza, quando dovrebbe essere giusto! Tremare di fronte all’arroganza di una fazione, credere di poter conseguire la pacificazione con l’ingiustizia, sognare non si sa quale abbraccio menzognero e avvelenato è il colmo dell’accecamento volontario. Il governo, all’indomani stesso della scandalosa sentenza di Rennes, non avrebbe dovuto deferirla alla Corte di Cassazione, alla giurisdizione suprema di cui invece si beffa con tanta insolenza? La salvezza del Paese non era forse in quell’atto di necessaria energia che avrebbe salvato il nostro onore agli occhi del mondo e che avrebbe ristabilito il regno della legge? La pacificazione definitiva è possibile solo nella giustizia, qualsiasi viltà sarà soltanto causa di una nuova febbre, e ciò che finora ci è mancato è un governo coraggioso, che voglia compiere il suo dovere fino in fondo per riportare sul dritto cammino la nazione smarrita e disorientatadalle menzogne.Ma il nostro decadimento è tale che siamo ridotti a congratularci con il governo per essersi mostrato pietoso. Ha osato essere buono, gran Dio! Quale folle audacia, che coraggio eccezionale esporsi ai morsi delle belve, i cui branchi selvaggi sbucati dalla foresta ancestrale si aggirano tra di noi! Essere buoni quando non si può essere forti è di per sé meritorio. E del resto. Signora, la riabilitazione che doveva essere immediata per la giusta gloria del Paese stesso, suo marito può aspettarla a fronte alta, poiché non c’è innocente che sia più innocente di lui di fronte a tutti i popoli della terra. Signora, lasci che Le dica, l’ammirazione, la venerazione, il culto che proviamo per Suo marito. Ha talmente sofferto senza nessuna ragione, assalito dall’imbecillità dalla cattiveria umana, che vorremmo curare ognuna delle sue ferite con tenerezza. Sappiamo bene che la riparazione è impossibile, che mai la società potrà pagare il suo debito verso iI martire vessato con un’ostinazione così atroce, ed è per questo che nei nostri cuori gli eleviamo un altare, non potendo dargli niente di più puro, né di più prezioso di questo culto di commossa fraternità. Egli è diventato un eroe più grande degli altri perché ha più sofferto. L’ingiusto dolore lo ha reso sacro; è entrato, augusto e purificato, in quel tempio dell’avvenire in cui hanno sede gli dèi, le cui immagini toccano i cuori facendovi nascere un’eterna fioritura di bontà. Le indimenticabili lettere che Le ha scritto, Signora, resteranno come il più grande grido d’innocenza martirizzata che mai sia stato emesso da un’anima. E se finora nessun uomo è stato fulminato da un destino più tragico, non c’è neppure nessuno che sia salito più in alto di lui nel rispetto e nell’amore degli uomini.Poi, come se i suoi aguzzini avessero voluto innalzarlo ulteriormente, gli hanno imposto la tortura suprema del processo di Rennes. Davanti a quel martire schiodato dalla croce, sfinito, sostenuto soltanto dalla sua forza morale, essi hanno stilato selvaggiamente, vilmente, coprendolo di sputi, massacrandolo di coltellate, versando sulle sue piaghe fiele ed aceto. E lui, lo stoico, ha conservato un contegno ammirevole, senza un lamento, un coraggio fiero, la tranquilla certezza nella verità, che susciteranno lo stupore delle generazioni future. Lo spettacolo è stato così bello, così straziante, che l’iniqua sentenza ha sollevato i popoli da quel dibattimento mostruoso durato un mese, dove ogni udienza gridava più forte l’innocenza dell’accusato. Il destino si compiva, l’innocente diventava Dio, affinché un esempio indimenticabile venisse donato al mondo.A questo punto. Signora, arriviamo alla sommità. Non c’è gloria, non c’è lode più nobile. Verrebbe quasi da chiedersi: a che pro una riabilitazione legale attraverso la formulazione di un giudizio d’innocenza se nell’universo non troveremmo più un galantuomo che non sia già convinto di quell’innocenza? E questo innocente improvvisamente è diventato il simbolo della solidarietà umana da un capo all’altro della terra. Laddove la religione di Cristo aveva impiegato quattro secoli a formarsi e a conquistare alcune nazioni, la religione dell’innocente condannato due volte ha fatto immediatamente il giro del mondo, riunendo in una immensa umanità tutte le nazioni civili. Cerco, nel corso della storia un analogo movimento di fraternità universale, ma non lo trovo. L’innocente condannato due volte ha fatto più per la fraternità tra i popoli, per l’idea di solidarietà, di giustizia, che cento anni di discussioni filosofiche e teorie umanitarie. Per la prima volta nella storia, l’umanità intera ha emesso un grido di liberazione ribellandosi generosamente per la giustizia, come se ormai formasse un solo popolo, il popolo unico e fraterno sognato dai poeti.Egli può dormire tranquillo e fiducioso. Signora, nel dolce rifugio familiare, riscaldato dalle Sue mani pie. E Lei può contare su noi per la sua glorificazione. Siamo noi, i poeti, a concedere la gloria, e la parte che gli assegneremo sarà così bella che nessun altro uomo della nostra epoca lascerà un ricordo altrettanto commovente. Sono stati già scritti molti libri in suo onore, un’intera biblioteca si è moltiplicata per dimostrare la sua innocenza e per esaltare il suo martirio. Mentre da pane dei suoi carnefici sono rari i documenti volumi e gli opuscoli scritti, gli amanti della verità e della giustizia non hanno cessato né cesseranno di contribuire alla storia, di pubblicare gli innumerevoli documenti dell’immensa inchiesta che un giorno permetterà di stabilire definitivamente i fatti. È il verdetto di domani che si prepara e esso porterà all’assoluzione trionfale, alla clamorosa riparazione; alla memoria del glorioso torturato tutte le generazioni in ginocchio chiederanno perdono per il delitto commesso dai loro padri.E siamo sempre noi poeti, Signora, a inchiodare i colpevoli alla gogna eterna. Coloro che noi condanniamo le generazioni future li fischieranno e li disprezzeranno. Ci sono nomi di criminali che, marchiati d’infamia da noi, negli anni a venire non saranno che immondi relitti. La giustizia immanente si è riservata questo castigo, ha incaricato i poeti di legare all’esecrazione dei secoli coloro le cui malefatte sociali, i cui crimini enormi sfuggono ai tribunali ordinari. So bene che per questi animi meschini e gaudenti questo è solo un castigo lontano del quale sorridono.L’insolenza immediata li appaga. Trionfare a furia di pedate è iI successo brutale in grado di soddisfare la loro fame volgare. Quale importanza può avere l’indomani nella tomba o l’infamia, quando non si può più arrossirne! La spiegazione dello spettacolo vergognoso che ci è stato offerto è in questa bassezza d’animo: le menzogne sfrontate, le frodi provate, le spudoratezze lampanti, tutto ciò che non dovrebbe durare più di un’ora e costituire la rovina dei colpevoli. Ma questi non hanno una discendenza? Non temono che il rossore della vergogna salga un giorno sui volti dei loro figli e dei loro nipoti? Ah, poveri pazzi! Sembra che neppure Ii sfiori l’idea che questa gogna, dove noi inchioderemo i loro nomi, è stata erettaproprio da loro. Voglio credere che si trattidi cervelli ottusi, nei quali un particolare ambiente e uno spirito professionaleabbiano provocato una deformazione. Come nei giudici di Rennes checondannano nuovamenteun innocente per salvare l’onore dell’esercito: si può immaginare qualcosa di più stupido? L’esercito, già! Lo hanno servito bene, compromettendolo in questa avventura scellerata. Sempre lo scopo volgare, immediato, senza alcuna accortezza per il domani! Bisognava salvare i pochi ufficiali colpevoli, a costo di un autentico suicidio del Consiglio di Guerra, di un sospetto gettato sull’alto comando ormai solida- le. E del resto, fa sempre parte dei loro crimini l’avere disonorato l’esercito ed essere stati gli artefici di nuovi disordini e di un rinnovato risentimento, al punto che se il governo pur di pacificare un po’ gli animi ha graziato l’innocente, lo ha fatto senza dubbio cedendo all’urgente bisogno di riparare l’errore, essendovi costretto dal rifiuto di rendere giustizia.Ma bisogna dimenticare, Signora, e soprattutto disprezzare. Nella vita è un grande sostegno disprezzare le viltà e gli oltraggi. Per me è stato salutare. Sono ormai quarant’ anni che lavoro, quarant’anni che mi tengo in piedi grazie al disprezzo per le ingiurie che mi è valsa ciascuna delle mie opere. E, dopo due anni che ci battiamo per la verità e la giustizia, l’ignobile moltitudine si è talmente ingrossata attorno a noi che ne usciamo corazzati per sempre, invulnerabili alle ferite. Per quanto mi riguarda, ho radiato dalla mia vita, i giornali ignobili, questi fantocci di melma. Non esistono più, salto il loro nome quando me lo trovo sotto gli occhi, salto perfino le note che citano i loro scritti. È una semplice norma d’igiene. Ignoro quel che fanno, il disprezzo li ha cacciati dalla mia mente in attesa che la fogna li spazzi via interamente.Ciò che io consiglio all’innocente è l’oblio sprezzante di tante atroci ingiurie. Egli è un uomo a parte, posto così in alto che non deve più esserne colpito. Che possa rivivere al Suo fianco, sotto il sole limpido, lontano dalle folle sediziose, per ascoltare soltanto il concerto di simpatia universale che sale verso di lui! Pace al martirizzato che ha tanto bisogno di riposo, e che attorno a lui nel rifugio dove Lei lo amerà e lo guarirà ci sia soltanto la carezza commosa delle persone e delle cose. Quanto a noi, Signora, continueremo la lotta, ci batteremo per la giustizia con la stessa tenacia di ieri. Ci occorre la riabilitazione dell’innocente, non tanto per riabilitare la persona, che ha già tanta gloria, quanto per riabilitare la Francia, che sicuramente potrebbe morire di questi eccessi d’ingiustizia.Il nostro sforzo futuro sarà quello di riabilitare la Francia agli occhi delle nazioni il giorno in cui casserà la sentenza infame. Un grande Paese non può vivere senza giustizia, e il nostro resterà in lutto fintanto che non avrà cancellate l’onta, questo schiaffo alla sua più alta giurisdizione, questo rifiuto del diritto che colpisce ogni cittadino. Nel momento in cui viene meno la garanzia delle leggi, i l legame sociale è sciolto e tutto crolla. E in questo rifiuto del diritto c’è stato un tale castello d’insolenze, un insieme di bravate così tracotanti, che non abbiamo neppure la speranza di far scendere il silenzio sul disastro, di seppellire il cadavere in segreto per non arrossire di fronte ai nostri vicini. Il mondo intero ha visto e ha capito; è davanti al mondo intero che la riparazione deve avvenire, tonante quanto I’errore.Volere una Francia senza onore, isolata e disprezzata, un sogno criminale. Senza dubbio gli stranieri verranno alla nostra Esposizione, non ho mai dubitato che essi invaderanno Parigi la prossima estate, come si corre ai baracconi della fiera tra lo splendore dei lumi e il baccano delle musiche. Ma può bastare alla nostra fierezza? Non dobbiamo tenere tanto alla stima quanto al denaro di quei visitatori venuti da ogni parte del globo? Festeggiamo la nostra industria, le nostre scienze, le nostre arti esponiamo i nostri lavori del secolo. Oseremo esporre la nostra giustizia? E immagino la caricatura straniera, l’isola del Diavolo ricostruita e mostrata al Champ de Mars. Brucio di vergogna, non capisco come l’Esposizione possa venire inaugurata senza che la Francia abbia ripreso il suo rango di nazione giusta. Che l’innocente sia riabilitato, soltanto allora la Francia sarà riabilitata con lui. Concludendo, torno a ripeterlo, Signora, Lei può affidarsi ai buoni cittadini che hanno fatto restituire la libertà a Suo marito e che gli faranno restituire l’onore. Nessuno abbandonerà il combattimento perché sono coscienti che lottando per la giustizia lottano per il Paese. L’ammirevole fratello dell’innocente darà loro ancora una volta esempio di coraggio e di saggezza. E poiché non abbiamo potuto, in un colpo solo, renderLe l’amato libero e puro dall’accusa menzognera, Le chiediamo soltanto ancora un po’ di pazienza, augurandoci che i Suoi figlioli non debbano crescere ancora moltoprima che il loro nome sia legalmente lavato da ogni macchia. Oggi il mio pensiero torna inevitabilmente verso quei cari bambini, e li vedo tra le braccia del padre. So con quale premura gelosa e con quale miracolo di delicatezza Lei li ha tenuti nella completa ignoranza. Credevano il loro padre in viaggio; poi la loro intelligenza ha finito per svegliarsi, diventavano esigenti, interrogavano, volevano una spiegazione per una così lunga assenza. Che dire loro, quando il martire era ancora laggiù nella tomba infame, quando la prova della sua innocenza risiedeva soltanto in qualche raro devoto? Il Suo cuore deve essersi spezzato orribilmente. Tuttavia, in queste ultime settimane, non appena l’innocenza ha brillato per tutti di una luminosità solare, avrei voluto che Lei prendesse per mano tutti e due i Suoi bambini e li conducesse nella prigione di Rennes, affinché avessero per sempre nella memoria il padre ritrovato là, cosparso d’eroismo. Avrei voluto che avesse detto loro che cosa aveva sofferto ingiustamente, quale grandezza morale era la sua, di quale appassionata tenerezza dovevano amarlo per fargli dimenticare l’ingiustizia degli uomini. Le loro piccole anime si sarebbero temprate in quel bagno di virtù.Del resto, non è tardi. Una sera, alla luce della lampada familiare, nella pace del focolare domestico, il padre li chiamerà a sé, li farà sedere sulle sue ginocchia, e racconterà loro tutta la tragica storia. Bisogna che sappiano affinché lo rispettino e adorino come merita. Quando avrà finito di raccontare, sapranno che non c’è al mondo un eroe più acclamato, un martire la cui sofferenza abbia sconvolto più profondamente i cuori. E saranno molto fieri di lui, porteranno il suo nome gloriandosene, come il nome di un coraggioso e di uno stoico che si è purificato fino al sublime, preda del più crudele dei destini che la scelleratezza e la viltà umane abbiano mai lasciato compiersi. Un giorno saranno i figli dei boia e non quelli dell’innocente che dovranno arrossire tra l’orrore universale.Voglia gradire, Signora, l’espressione del mio più profondo rispetto.

Dreyfus doveva essere assolto e non soltanto perdonato, scrive Vincenzo Vitale il 26 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Il 29 settembre del 1899, il Presidente della Repubblica Loubet, per mettere fine allo scandalo della condanna doppia di un innocente, e del quale ormai tutto il mondo sapeva, firma la Grazia per Dreyfus, rendendolo, dopo circa sei anni di vera e propria tortura, alla moglie e ai figli. Dieci giorni dopo, Zola pubblica questa appassionata e appassionante lettera alla moglie di Dreyfus, che costituisce una sorta di sintesi della sua posizione pubblica. Innanzitutto, egli mette in chiaro, con molta onestà intellettuale, di aver creduto, sulle prime, trattarsi soltanto di un errore giudiziario – grave e spiacevole – ma sempre un errore e nulla di più. Solo poco alla volta, si era invece reso conto che si trattava di una mostruosa macchinazione difficilissima da smontare e in forza della quale “tutte le potenze sociali erano alleate contro di noi”, cioè contro coloro che difendevano Dreyfus e che invece contavano solo sulla forza della verità. Da questo punto di vista, Zola rappresenta davvero la figura del moderno intellettuale, libero da condizionamenti ideologici, capace di coltivare una idea politica – in quanto essere pensante – ma altrettanto capace di contraddirla se ce ne fosse stato bisogno. Ecco perché, per lui, che Dreyfus fosse ebreo, cattolico o maomettano non poteva che essere indifferente: bastava fosse un uomo. Ma Zola non manca di mettere il dito sulla piaga, sulla vera piaga, evidenziando che la Grazia, pur mettendo fine alle terribili sofferenze di Dreyfus, è “amara”. E perché sarebbe amara? Lo è per il semplice motivo che mentre la Grazia concessa dal sovrano – in questo caso dal Presidente – non si basa sul riconoscimento della innocenza della persona graziata, ed anzi ne presuppone la colpevolezza, per ragioni di elementare giustizia, Dreyfus doveva essere assolto nel merito da ogni imputazione, e non soltanto perdonato. Zola denuncia senza mezzi termini la pochezza di una nazione che – come la Francia – nella incapacità di rendere giustizia, cioè a ciascuno il suo, debba ricorrere alla misericordia del perdono. Ciò è null’altro che voler essere “buoni”, quando non si è capaci di essere “forti”. Ma in questo modo – c’è da aggiungere – si mistifica allo stesso tempo sia la giustizia, sia la misericordia. Infatti, la vera misericordia suppone sempre che sia stata preliminarmente soddisfatta la giustizia. Solo se la giustizia non ha più nulla da pretendere, può legittimamente entrare sul palcoscenico del mondo la misericordia, la quale, secondo il tradizionale insegnamento della scolastica, non nega mai la prima, ma anzi la porta a compimento. Se per ragioni di stretta giustizia devo pagare una somma a un mio creditore che mi concesse un prestito, non posso certo restituirgliela a titolo di misericordia: quella somma gli è dovuta, punto e basta. Se invece farò dono di una somma a un indigente per consentirgli di sfamarsi, quella sarà vera misericordia. Ebbene, graziando Dreyfus, è come se la Francia abbia preteso di concedere per la misericordia del perdono quella “elemosina della libertà” – scrive efficacemente Zola – a chi invece aveva diritto di essere riconosciuto del tutto innocente del delitto per cui era stato condannato. Insomma, una meschinità della quale vergognarsi e indegna di una nazione che accampi il merito di aver fatto da apripista nel dissodare l’aspro terreno dei diritti e della libertà. Ecco dunque l’annuncio alla destinataria dello scritto e al mondo intero: Zola non si fermerà, fin quando l’innocente Dreyfus non avrà ottenuto la piena riabilitazione. Certo, lo scrittore comprendeva bene le motivazioni empiriche che avevano indotto il Presidente Loubet a concedere la Grazia. Loubet aveva ben compreso probabilmente l’innocenza di Dreyfus, ampiamente dimostrata dalla precipitosa fuga del vero colpevole – Esterhazy – in Inghilterra; dal suicidio di Henry, l’autore del falso documento che era servito per condannare Dreyfus; dall’arresto di Paty du Clam, il vero e terribile autore della spudorata macchinazione. E perciò sperava che la Corte di Rennes avrebbe rimediato al misfatto, avendo del resto in mano gli elementi processuali per farlo. Ma non aveva fatto i conti con lo spirito corporativo di quei sedicenti giudici, tanto intenso da sfociare nella stupidità, se stupido è – secondo una nota definizione di Carlo Cipolla (autore di un sapido libretto sulle leggi fondamentali della stupidità umana) – colui che per danneggiare un altro (Dreyfus), alla fine danneggia anche se stesso ( la Corte di Rennes e l’intero esercito). Di fronte a questa perdurante e in definitiva stupidissima ostinazione della Corte di Rennes, e probabilmente diffidando della stessa Cassazione alla quale si poteva pur inoltrare ricorso, al Presidente non restava che la Grazia, utile per finirla una buona volta con questa terribile storia che aveva infangato la reputazione della Francia in tutta Europa. Ma per la seconda volta, egli non aveva fatto i conti con un’altra ostinazione, ben più ragionata della prima: quella di Zola, nel richiedere a gran voce la piena riabilitazione di Dreyfus. “Che l’innocente sia riabilitato, soltanto allora la Francia sarà riabilitata con lui”. 

Amnistia a Dreyfus, sì, ma questa è un’amnistia sciagurata! Lettera riportata da "Il Dubbio il 29 agosto 2018 di Émile Zola a Émile Loubert, presidente della Repubblica dal 1899 al 1906 che concesse la grazia ad Alfred Dreyfus. Signor presidente, circa tre anni fa, il I 3 gennaio 1898, indirizzai al Suo predecessore Félix Faure una Lettera di cui egli non tenne sventuratamente conto per la sua buona reputazione. Ora che egli dorme il sonno eterno, la sua memoria rimane oscurata dalla mostruosa iniquità che io gli denunciavo, e della quale si è reso complice, usando tutto il potere che gli derivava dalla sua alta magistratura per coprire i colpevoli. Ed eccoLa ad occupare il suo posto, ecco che l’abominevole affaire, dopo avere macchiato tutti i governi complici o vili che si sono succeduti, si conclude sbrigativamente in un supremo diniego di giustizia, in un’amnistia che le Camere hanno appena votato con il coltello alla gola, e che porterà nella storia il nome di amnistia sciagurata. Il Suo governo precipita nell’errore insieme ai governi che l’hanno preceduto, assumendosi la più pesante delle responsabilità. Una pagina della sua vita sta per essere macchiata, la sua magistratura rischia di uniformarsi a quella precedente, a sua volta insozzata da una macchia indelebile. Mi permetta perciò, signor presidente, di esprimerle tutta la mia angoscia. Visto che la mia prima Lettera è stata una delle cause di questa amnistia, all’indomani della sua approvazione concluderò con questa nuova Lettera. Quanto meno non mi si potrà rimproverare d’essere un chiacchierone. Il 18 luglio 1898 partivo per l’Inghilterra e sono tornato soltanto il 5 giugno 1899: in quegli undici mesi ho taciuto. Ho di nuovo parlato nel settembre 1899, dopo il processo di Rennes. Poi sono ripiombato nel più completo silenzio, che ho spezzato una solta volta nel maggio scorso, per protestare davanti al Senato contro l’amnistia. Sono più di diciotto mesi che aspetto giustizia, fissata ogni tre mesi e regolarmente rinviata alla sessione successiva. Ho trovato tutto ciò tragico e comico. Oggi, al posto della giustizia, arriva quest’amnistia scellerata e oltraggiosa. Penso pertanto che il buon cittadino che sono stato, il silenzio che ho rispettato per non essere causa d’imbarazzo né di disordini, la grande pazienza che ho mostrato nel contare su una giustizia così lenta mi diano oggi il diritto e il dovere di parlare. Lo ripeto, devo concludere la mia opera. Una prima fase dell’affaire Dreyfus, che chiamerò il crimine assoluto, termina in questo momento. Prima di rientrare nuovamente nel silenzio, è necessario che spieghi il punto a cui siamo giunti, qual è stata la nostra opera e qual è la nostra certezza per domani. Non ho bisogno di risalire alle prime infamie dell’affaire, mi è sufficiente ritrarlo all’indomani della raccapricciante sentenza di Rennes, quella provocazione insolente ed iniqua che ha fatto fremere il mondo intero. È qui, signor presidente, che comincia la colpa del suo governo e conseguentemente la sua. Sono certo che un giorno ciò che è accaduto a Rennes verrà raccontato documenti alla mano: alludo al modo in cui il Suo governo si è lasciato ingannare e ha creduto quindi di doverci tradire. I ministri erano convinti dell’assoluzione di Dreyfus. Come avrebbero potuto dubitarne quando la Corte di Cassazione credeva di avere imbrigliato il Consiglio di Guerra nei termini di una sentenza così netta, in cui l’innocenza s’imponeva anche senza dibattimento? Come potevano minimamente preoccuparsi, quando i loro subordinati, intermediari, testimoni, attori perfino nel dramma, promettevano loro la maggioranza se non l’unanimità? E sorridevano dei nostri timori, lasciavano tranquillamente il tribunale in preda alla collusione, alle false testimonianze, alle manovre flagranti di pressione e d’intimidazione; spingevano la loro cieca fiducia fino a compromettere Lei, signor presidente, omettendo di avvisarla, perché voglio credere che il minimo dubbio Le avrebbe impedito di prendere, nel suo discorso di Rambouillet, l’impegno di inchinarsi di fronte alla sentenza, quale essa fosse. Governare significa forse non prevedere? Ecco un governo nominato per assicurare il buon funzionamento della giustizia e per vegliare sull’onesta esecuzione di una sentenza della Corte di Cassazione. Esso non ignora quale pericolo corra quella sentenza in mani fanatiche che ogni sorta di malvagità hanno reso poco scrupolose. E non fa niente, si compiace nel suo ottimismo, lascia che il crimine si compia alla luce del sole! Posso convenire che quei ministri volessero allora la giustizia: ma Le chiedo, che cosa avrebbero fatto qualora non l’avessero voluta? Poi esplode la condanna, una mostruosità fino ad allora inaudita di un innocente condannato due volte. A Rennes, in seguito all’inchiesta della Corte cli Cassazione, l’innocenza era evidente, non poteva lasciare adito a dubbi di sorta. Invece arriva il fulmine e l’orrore passa sulla Francia e su tutti i popoli. Come reagirà il governo, tradito, ingannato, provocato, il cui incomprensibile abbandono è sfociato in un simile disastro? Voglio ancora ammettere che il colpo che si è ripercosso così dolorosamente nell’animo di tutti i giusti abbia turbato anche i suoi ministri che avevano l’incarico di assicurare il trionfo del diritto. Ma cosa vorranno fare, quali saranno le loro decisioni all’indomani del crollo di tutte le loro certezze, una volta constatato che, lungi dall’essere stati artefici di verità e di giustizia, hanno causato con la loro inettitudine e la loro leggerezza uno sfacelo morale dal quale la Francia impiegherà molto tempo a riaversi? Ed è qui, signor presidente, che ha inizio l’errore del Suo governo e Suo personale, errore che ci ha separati da tutti voi, per una divergenza d’opinioni e di sentimenti che non ha mai cessato d’ingrandirsi. Esitare per noi era impossibile, non c’era che un mezzo per liberare la Francia dal male che la divorava, se la si voleva guarire per ridarle realmente la pace: infatti non c’è pacificazione se non nella tranquillità della coscienza, né ci sarà salvezza per noi finché sentiremo in noi il veleno dell’ingiustizia commessa. Bisognava trovare il modo di convocare nuovamente e immediatamente la Corte di Cassazione; e non mi si dica che era impossibile, il governo disponeva degli elementi necessari, anche al di fuori dell’abuso di potere. Bisognava liquidare tutti i processi in corso, lasciare che la giustizia compisse il suo corso senza che un solo colpevole le potesse sfuggire. Bisognava ripulire l’ulcera a fondo, dare al nostro popolo un’alta lezione di verità e di giustizia, restituire alla Francia il suo primato morale dinanzi al mondo. Soltanto allora si sarebbe potuto dire che la Francia era guarita e pacificata. È stato in quel momento che il suo governo ha preso l’altro partito, e cioè la risoluzione d’insabbiare una volta di più la verità, di sotterrarla, pensando che ciò fosse sufficiente perché non esistesse più. Nello sgomento in cui l’aveva gettato la seconda condanna dell’innocente, non ha saputo escogitare che il doppio provvedimento: prima la grazia dell’innocente e poi, per ottenere il silenzio, il bavaglio dell’amnistia. Le due misure sono collegate e si completano, sono la rabberciatura di un governo allo stremo che è venuto meno alla sua missione e che, per togliersi d’impaccio, non trova di meglio che rifugiarsi nella ragion di Stato. II Suo governo ha voluto coprirla, signor presidente, dal momento che aveva avuto il torto di lasciarla impegnare. Ha voluto salvarsi a sua volta, credendo forse di appigliarsi alla sola azione in grado di salvare la Repubblica minacciata. Il grande errore è stato perciò commesso quel giorno, nel momento in cui si presentava l’ultima occasione per agire e restituire alla patria la sua dignità e la sua forza. So bene che in seguito, nel corso dei mesi che si sono succeduti, la salvezza è diventata sempre più difficile. Il governo sì è lasciato schiacciare in una situazione senza uscita e quando davanti alle Camere ha affermato che non avrebbe potuto più governare qualora gli avessero rifiutato l’amnistia aveva senza dubbio ragione. Ma non è stato il governo che, disarmando la giustizia quando essa era ancora possibile, ha reso necessaria l’amnistia? Scelto per salvare tutto, ha lasciato che tutto crollasse nella peggiore delle catastrofi. E quando è intervenuto per trovare l’estrema riparazione, non ha saputo immaginare di meglio che terminare come i governi Méline e Dupuy avevano cominciato: l’insabbiamento della verità e l’assassinio della giustizia. Non è una vergogna della Francia che nessuno dei suoi uomini politici si sia sentito sufficientemente forte, intelligente e coraggioso per prendere in mano la situazione, per gridarle la verità e per essere da essa seguito? Per tre anni abbiamo visto gli uomini che si sono succeduti al potere prima vacillare e poi sprofondare nello stesso errore. E non parlo né di Méline, l’uomo nefasto che ha voluto il crimine, né di Dupuy, l’uomo ambiguo, asservito in partenza al partito dei più forti. Ma parlo di Brisson, che ha avuto il coraggio di chiedere la revisione; non è doloroso l’errore irrimediabile in cui è caduto permettendo l’arresto del colonnello Picquart all’indomani della scoperta del falso Henry? Parlo di Waldeck– Rousseau, i cui coraggiosi discorsi contro la legge di incompetenza a procedere avevano avuto così nobilitazioni le risonanza in tutte le coscienze. Non è disastroso che si sia sentito in obbligo di legare il suo nome a questa amnistia che, con brutalità anche maggiore, dichiara incompetente la giustizia? Ci chiediamo se un nemico al governo non ci sarebbe stato più utile, visto che gli amici della verità e della giustizia, quando sono al potere, non sanno trovare altri mezzi per salvare se stessi e il Paese che quello di ricorrere a loro volta alla menzogna e all’iniquità. Signor presidente, se la legge d’amnistia è stata votata dalle Camere con la morte nel cuore, è chiaro che lo scopo è di assicurare al Paese la salvezza. Nel vicolo cieco in cui si è cacciato, il suo governo ha dovuto scegliere il terreno della difesa repubblicana, di cui ha sentito la solidità. L’affaire Dreyfus ha per l’appunto indicato i pericoli che la Repubblica correva, a causa del doppio complotto del clericalismo e del militarismo che agivano in nome delle forze reazionarie del passato. E da quel momento il piano politico del governo è semplice: sbarazzarsi dell’affaire Dreyfus insabbiandolo, lasciar in tendere alla maggioranza che, se non obbedirà docilmente, non avrà le riforme promesse. Tutto ciò andrebbe bene se per salvare il Paese dal veleno clericale e militarista non lo si lasciasse immerso in un altro veleno, quello della menzogna e dell’iniquità in cui lo vediamo agonizzare da tre anni. Senza dubbio l’affaire Dreyfus è un terreno politico detestabile. O quanto meno lo è diventato a causa dell’abbandono nel quale è stato lasciato il popolo, in mano ai peggiori banditi e nel putridume della stampa ignobile. E concedo ancora una volta che nell’ attuale momento l’azione sia difficile, se non impossibile. Ma nondimeno l’idea che si possa salvare un popolo dal male che lo consuma, decretando che quel male non esiste più, è una concezione miope. L’amnistia è fatta, i processi non si faranno più e non sarà più possibile perseguire i colpevoli: ma ciò non toglie che Dreyfus, innocente, sia stato condannato due volte, e che questa orrenda ingiustizia finché non sarà riparata continuerà a far delirare la Francia in preda a incubi orribili. Voi avete ben sotterrato la verità, ma essa cammina sotto terra e un giorno riaffiorerà ovunque, esplodendo in ve- vendicatrici. E la cosa peggiore è che voi contribuite alla demoralizzazione degli umili, oscurando in loro il sentimento dì giustizia. Dal momento che non ci sono puniti, non ci sono neppure colpevoli. Come vuole che gli umili sappiano se sono in preda alle menzogne corruttrici di cui sono stati alimentati? Occorrerebbe una lezione per il popolo, mentre al contrario gli ottenebrate la coscienza e finite per il pervertirla del tutto. Il nodo è tutto qui: il governo afferma di tendere alla pacificazione con la legge d’amnistia, e noi al contrario sosteniamo che esso corre il rischio di preparare nuove catastrofi. Torno ancora una volta a ripetere che non c’è pace nell’ingiustizia. La politica vive alla giornata, crede all’eternità solo perché ha guadagnato sei mesi di silenzio. È possibile che il governo goda di un po’ di tregua, e ammetto perfino che la impiegherà utilmente. Ma la verità si risveglierà, griderà, scatenerà delle tempeste. Da dove verranno? Lo ignoro, ma verranno. E da quanta impotenza saranno colpiti gli uomini che non hanno voluto agire, con quale peso li schiaccerà questa amnistia scellerata in cui hanno gettato alla rinfusa persone oneste e delinquenti! Quando il Paese saprà, quando il Paese sollevatosi vorrà rendere giustizia, la sua collera non comincerà col cadere su coloro che non l’hanno illuminato quando potevano farlo? Il mio caro e grande amico Labori l’ha dello con la sua meravigliosa eloquenza: la legge d’amnistia è una legge dettata dalla debolezza e dalla impotenza. La viltà dei governi che si sono succeduti si è accumulata e questa legge nasce da tutti i cedimenti degli uomini che, messi di fronte a u n’ingiustizia insopportabile, non hanno avuto la forza di impedirla né di porvi rimedio. Di fronte alla necessità di dover colpire in alto, tutti si sono piegati e hanno indietreggiato. All’ultimo momento, dopo tanti crimini, non è né l’oblio né il perdono che ci viene porto, ma la paura, la debolezza, l’impotenza in cui si sono trovati i ministri a far semplicemente applicare le leggi esistenti. Dicono di volerci pacificare con concessioni reciproche: non è vero, la verità è che nessuno ha avuto il coraggio di usare la scure con la vecchia società corrotta, e per nascondere questa codardia parlano di clemenza, assolvendo Esterhazy il traditore, e Picquart, l’eroe al quale l’avvenire innalzerà monumenti. Questa è un’infamia che sarà sicuramente punita poiché non ferisce soltanto la coscienza ma corrompe la moralità nazionale. È questa una buona educazione per una Repubblica? Quali lezioni donate alla nostra democrazia quando le insegnate che ci sono ore in cui la verità e la giustizia non esistono più se l’interesse dello Stato lo esige? È la ragion di Stato rimessa sul piedistallo da uomini liberi che l’hanno condannata nella Monarchia e nella Chiesa. Bisogna veramente che la politica sia una grande pervertitrice d’anime. E dire che molti dei nostri amici che fin dal primo giorno hanno validamente combattuto, aderendo alla legge d’amnistia come a una misura politica necessaria, oggi hanno ceduto al sofisma! Mi si spezza il cuore nel vedere l’onesto e coraggioso Rane prendere le difese di Picquart contro lo stesso Picquart, mostrandosi felice del fatto che l’amnistia, che gli impedirà di difendere il suo onore, lo salverà dall’odio certo di un Consiglio di Guerra. E Jaurès, il nobile e generoso Jaurès che si è prodigato così magnificamente, sacrificando il suo seggio di deputato in questi tempi di appetiti elettorali, anche lui accetta di vederci amnistiati, Picquart ed Esterhazy, Reinach e du Paty de Clam, me e il generale Mercier, tutti nello stesso sacco! La giustizia assoluta finisce dunque là dove comincia l’interesse di un partito? Ah, quale serenità essere un solitario, non appartenere a nessuna setta, dipendere soltanto dalla propria coscienza, e che agiatezza nel procedere dritti per il proprio cammino, non amare che la verità, e volerla perfino quando potrebbe scuotere la terra e far cadere il cielo!

Signor presidente, nei giorni della speranza dell’affaire Dreyfus, avevamo fatto un bel sogno. Non avevamo tra le mani un caso unico, un crimine nel quale erano coinvolte le forze più reazionarie che sono di ostacolo al libero progresso dell’umanità? Mai si era presentata un’esperienza più decisiva e mai sarebbe stata data al popolo una lezione più nobile. In pochi mesi avremmo illuminato la sua coscienza, avremmo fatto molto di più per istruirlo e maturarlo di quanto un secolo di lotte politiche non avesse fatto. Sarebbe bastato mostrargli l’operato di tutti i poteri deleteri, complici del più esecrabile dei crimini: l’annientamento di un innocente le cui inqualificabili torture strappavano all’umanità un grido di rivolta. Confidando nella forza della verità attendevamo il trionfo. Sarebbe stata l’apoteosi della giustizia: il popolo cosciente che si levava in massa acclamando Dreyfus al suo rientro in Francia; il Paese che ritrovava la sua consapevolezza e innalzava un altare all’equità, celebrando la festa del diritto glorioso e sovrano riconquistato. E tutto sarebbe finito con un bacio universale, con i cittadini pacificati e uniti dalla comunione della solidarietà umana. Ahimè, signor presidente, sa bene ciò che è avvenuto: l’ambigua vittoria la confusione per ogni piccola parte di verità conquistata, l’idea della giustizia a lungo oscurata nella coscienza dello sventurato popolo. Sembra che la nostra idea di vittoria fosse troppo immediata e grossolana. La vita non contempla trionfi strepitosi che sollevino una nazione, che in un giorno la consacrino forte e potente. Simili evoluzioni non si realizzano in un istante ma soltanto nello sforzo e nel dolore. La lotta non finisce mai, ogni passo in avanti avviene al costo di una sofferenza e soltanto i figli potranno constatare i successi raggiunti dai padri. E se nel mio ardente amore per il popolo francese non mi consolerò mai di non aver potuto trarre per la sua educazione civica la nobile lezione che l’affaire Dreyfus comportava, sono altresì da molto tempo rassegnato nel vedere la verità penetrarlo lentamente, fino al giorno in cui sarà maturo per il suo destino di libertà e di fraternità. Non abbiamo mai pensato ad altro che al popolo, ad un tratto l’affaire Dreyfus si è dilatato diventando un caso sociale e umano. L’innocente che soffriva all’isola del Diavolo era soltanto l’accidente, tutto il popolo soffriva con lui sotto il peso schiacciante di potenze malefiche, nell’impudente disprezzo della verità e della giustizia. Salvandolo, salvavamo tutti gli oppressi e gli umiliati. Ma soprattutto, ora che Dreyfus è libero e restituito all’amore dei suoi, chi sono i furfanti e gli imbecilli che ci accusano di voler riaprire l’affaire Dreyfus? Sono coloro che, nei loro loschi maneggi politici, hanno forzato il governo ad esigere l’amnistia continuando a corrompere il Paese con le menzogne. Che Dreyfus cerchi con tutti i mezzi legali di ottenere la revisione del giudizio di Rennes è certamente giusto, e noi il giorno in cui si presenterà l’occasione lo aiuteremo con tutte le nostre forze. Immagino che perfino la Corte di Cassazione sarà felice di avere l’ultima parola per l’onore della sua suprema magistratura. Si tratta solamente di questo, di una questione giudiziaria, nessuno di noi ha mai avuto la stupida idea di ravvivare quello che è stato l’affaire Dreyfus: e oggi l’unico desiderio auspicabile e possibile è quello di trarre da questo caso le conseguenze politiche e sociali, la messe di riforme di cui esso ha mostrato l’urgenza. Sarà la nostra difesa in risposta alle accuse abominevoli che ci vengono rivolte, e soprattutto sarà la nostra vittoria definitiva. Signor presidente, un’espressione mi irrita ogni volta che la sento pronunciare, è il luogo comune secondo il quale l’affaire Dreyfus ha fatto tanto male alla Francia. L’ho sentita pronunciare e scrivere da tutti, miei amici la ripetono correntemente, e forse l’avrò usata io stesso questa espressione assolutamente falsa. E non mi riferisco all’ammirevole spettacolo che la Francia ha offerto al mondo, questa lotta gigantesca per una questione di giustizia, questo conflitto di tutte le forze attive in nome di un ideale. Così come non parlo dei risultati già ottenuti: gli uffici del Ministero della Guerra ripuliti, tutti gli attori equivoci del dramma spazzati via: poiché la giustizia, malgrado tutto, ha fatto un po’ del suo dovere. Ma il bene immenso che l’affaire Dreyfus ha fatto alla Francia non è, in realtà, l’essere stato l’accidente putrido, la piaga che appare in superficie e che rivela il marciume interiore? Bisogna ritornare all’epoca in cui il pericolo clericale faceva alzare le spalle, in cui era di moda prendere in giro Homais, volterriano ritardato e ridicolo. Le forze reazionarie avevano continuato a strisciare sotto il selciato della nostra grande Parigi inando la Repubblica, contando già d’impadronirsi della città e della Francia il giorno in cui le attuali istituzioni sarebbero crollate. Ed ecco che l’affaire Dreyfus smaschera tutto prima che l’insabbiamento sia pronto, ecco che i repubblicani finiscono per accorgersi che rischiano di vedersi confiscare la loro Repubblica se non vi riportano l’ordine. Tutto il movimento di difesa repubblicano è nato da lì, e se la Francia si salverà dal lungo complotto della reazione lo dovrà all’affaire Dreyfus. Auspico che il governo porti a buon fine il dovere di difesa repubblicana che ha appena invocato per ottenere dalle Camere il voto sulla sua legge d’amnistia. E’ il solo mezzo di cui dispone per essere finalmente coraggioso ed efficace. Ma non rinneghi l’affaire Dreyfus, lo riconosca come il bene più grande che potesse capitare alla Francia, e dichiari con noi che senza l’affaire Dreyfus oggi la Francia sarebbe di sicuro nelle mani dei reazionari. Quanto alla mia questione personale, signor presidente, io non recrimino. Sono quarant’anni che faccio il mio lavoro di scrittore, senza inquietarmi né delle condanne né delle assoluzioni pronunciate sui miei libri, lascio all’avvenire la cura di formulare il giudizio definitivo. Un processo restato a metà non può dunque turbarmi eccessivamente. È un affaire in più che la storia giudicherà. E se rimpiango la desiderabile esplosione di verità che un nuovo processo avrebbe potuto far scaturire, mi consolo pensando che la verità troverà ugualmente una via per affermarsi. Eppure Le confesso che sarei stato molto curioso di sapere cosa una nuova giuria avrebbe pensato della mia prima condanna, emessa sotto la minaccia di generali armati della clava del terribile falso Henry. E questo non vuol dire affatto che io abbia una grande fiducia nella giuria, così facile da sviare e da terrorizzare in un processo puramente politico. Ciò nonostante, sarebbe stata una interessante lezione il dibattimento che si riapriva dopo che l’inchiesta della Corte di Cassazione aveva ottenuto la prova di tutte le accuse da me mosse. Se lo immagina? Un uomo condannato sulla base di un falso che ritorna davanti ai suoi giudici dopo che il falso è stato riconosciuto e confessato! Un uomo che aveva accusato altri in base a fatti di cui un’inchiesta della Corre Suprema ha ormai accertato l’assoluta verità! In quell’aula avrei vissuto delle ore gradevoli, perché un’assoluzione mi avrebbe fatto piacere; e, nel caso ci fosse stata un’altra condanna, la vile stupidità o la passione cieca hanno per me una bellezza particolare che mi ha sempre appassionato. Ma devo essere chiaro, signor presidente. Le scrivo unicamente per mettere fine a tutta questa vicenda, ed è bene che io ripeta davanti a Lei le accuse che avevo esposto al presidente Félix Faure, per stabilire definitivamente che esse erano giuste, moderate, perfino carenti, e che la legge del suo governo ha amnistiato in me un innocente. Ho accusato il tenente colonnello du Paty de Clam «di essere stato il diabolico artefice dell’errore giudiziario, voglio sperare inconsapevolmente, e di avere in seguito difeso la sua opera nefasta per tre anni attraverso le più assurde e colpevoli macchinazioni». Per chi abbia letto il rapporto del terribile capitano Cuignet, che al contrario si spinge fino all’accusa di falso, mi sembra un’espressione discreta e cortese, non è vero? Ho accusato il generale Mercier «di essersi reso complice, quanto meno per debolezza di carattere, di una delle più grandi ingiustizie del secolo». Su questo punto faccio onorevole ammenda e ritiro la debolezza di carattere. Ma, se il generale Mercier non ha l’attenuante di una debole intelligenza, allora negli atti a lui ascritti che l’inchiesta della Corte di Cassazione ha appurato e che il Codice qualifica come criminali la sua responsabilità è totale. Ho accusato il generale Billot «di avere le prove certe dell’innocenza di Dreyfus e di averle nascoste, di essersi reso colpevole del crimine di lesa umanità e di lesa giustizia a scopo politico e per salvare lo Stato Maggiore compromesso». Tutti i documenti ad oggi conosciuti provano che il generale Billot era per forza di cose al corrente delle manovre criminali dei suoi subordinati; inoltre aggiungo che dietro suo ordine il dossier segreto su mio padre è stato consegnato ad un giornale immondo. Ho accusato i generali de Boisdeffre e Gonse «di essersi resi complici dello stesso crimine, l’uno senza dubbio per passione clericale, l’altro forse per quello spirito di corpo che fa degli uffici della Guerra l’arca santa inattaccabile». Il generale de Boisdeffre si è giudicato da sé all’indomani della scoperta del falso Henry, offrendo le sue dimissioni e uscendo dalla scena pubblica. Uscita tragica di un uomo che precipita nel nulla dopo essere stato elevato ai più alti gradi e alle più alte funzioni: quanto poi al generale Gonse, fa parte di coloro che l’amnistia salva dalle più pesanti e acclarate responsabilità. Ho accusato il generale de Pellieux e il comandante Ravary «di aver condotto un’inchiesta scellerata, intendo dire un ‘ inchiesta mostruosamente parziale, di cui abbiamo, nel rapporto del secondo, un imperituro monumento di ingenua audacia». Che si rilegga l’inchiesta della Corte di Cassazione e si vedrà che la collusione è accertata e provata dai documenti e dalle testimonianze più schiaccianti. L’istruzione dell’affaire Esterhazy non fu che un’arrogante commedia giudiziaria. Ho accusato i tre esperti calligrafi, Belhomme, Varinard e Couard, «di aver fatto dei rapporti falsi e fraudolenti, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da una malattia della vista e della mente». Dichiaravo ciò di fronte alla straordinaria affermazione dei tre esperti, i quali asserivano che il borderea non era stato scritto da Esterhazy; errore che, a mio parere, un bambino di dieci anni non avrebbe commesso. Oggi sappiamo che lo stesso Esterhazy riconosce di aver compilato il bordereau. E il presidente Ballot Beaupré nel suo rapporto ha dichiarato solennemente che a suo parere, non c’era nessuna possibilità di dubbio. Ho accusato gli uffici del Ministero della Guerra «di aver condotto una campagna stampa, in particolare su “L’Éclair” e “L’Echo d Paris”, una campagna sporca, per sviare l’opinione pubblica e coprire la loro colpa». Non insisto; penso che la prova stia in tutto ciò che è emerso in seguito e in quello che gli stessi colpevoli hanno dovuto confessare. Infine, ho accusato il primo Consiglio di Guerra «di avere violato la legge, condannando un presunto colpevole sulla base di un documento rimasto segreto», e il secondo «di avere coperto questa illegalità, per ordine dell’autorità, commettendo a sua volta il crimine giuridico di assolvere coscientemente il vero colpevole». Per il primo Consiglio di Guerra, il fatto d’avere prodotto un documento segreto è stato nettamente stabilito dall’inchiesta della Corte di Cassazione, peraltro confermata anche al processo di Rennes. Per il secondo è sempre l’inchiesta ad aver provato la collusione e il continuo intervento del generale de Pellieux, nonché l’evidente pressione con cui è stata ottenuta l’assoluzione in ossequio al desiderio dei superiori. Come vede, signor presidente, non c’è una delle mie accuse che le colpe e i crimini scoperti non abbiano confermato, e ripeto che queste accuse oggi appaiono assai tenui e modeste di fronte all’agghiacciante cumulo delle infamie commesse. Confesso che non avrei mai osato supporne una tale quantità. Allora, le chiedo, qual è il tribunale onesto, o semplicemente ragionevole, che si coprirebbe di vergogna condannandomi ancora, ora che la prova di tutte le mie accuse è così chiara ed evidente? E non sembra anche a Lei, che la legge del Suo governo che concede l’amnistia a me, innocente, insieme al branco di colpevoli che ho denunciato, sia veramente una legge scellerata?

È dunque finita, signor presidente, almeno per il momento, per questo primo periodo dell’affaire che l’amnistia ha chiuso forzatamente. Come risarcimento ci promettono la giustizia della Storia. È un po’ come il paradiso cattolico, che serve a far pazientare le vittime miserabili strangolate dalla fame su questa terra. Soffrite, amici miei, mangiate il vostro pane secco, dormite per terra, intanto che i felici di questo mondo dormono tra le piume e si cibano di prelibatezze. Allo stesso modo, lasciate che gli scellerati occupino le posizioni più alte, mentre voi, i giusti, venite spinti nel fango. E aggiungono che, quando saremo tutti morti, ci erigeranno delle statue. Da parte mia, voglio, e perfino spero, che la rivincita della Storia sia più seria delle delizie del paradiso. Comunque sia, un po’ di giustizia su questa terra mi avrebbe fatto piacere. Io non mi lamento del nostro destino perché sono convinto che siamo quasi in porto, come si suol dire. La menzogna non può durare all’infinito, mentre la verità, che è una sola, ha dalla sua parte l’eternità. Così, signor presidente, il suo governo dichiara che riporterà la pace con la legge d’amnistia, e noi dal canto nostro crediamo che prepari al contrario nuove catastrofi. Un po’ di pazienza e si vedrà chi ha ragione. Secondo me, non smetterò di ripeterlo, l’affaire Dreyfus non può finire finché la Francia non saprà e non riparerà l’ingiustizia commessa. Ho detto che il quarto atto era stato era stato recitato a Rennes, e che per forza di cose ci sarebbe stato un quinto atto. Me ne resta nel cuore l’angoscia, ci si dimentica sempre che l’Imperatore tedesco ha la verità tra le mani e che può sbattercela in faccia a suo piacimento quando lo vorrà. Sarà un quinto atto agghiacciante, che io ho sempre temuto e di cui un governo francese non dovrebbe accettarne la spaventosa eventualità neppure per un istante. Ci hanno promesso la Storia e anch’io rimando Lei al suo giudizio. Le riserverà una pagina dicendoci quello che Lei avrà fatto. Pensi a quel povero Félix Faure, a quel conciatore di pelli deificato così popolare al suo apparire, che aveva commosso perfino me con la sua bonomia democratica: per l’avvenire sarà soltanto l’uomo ingiusto e debole che ha permesso il martirio di un innocente. E veda se non le piacerebbe molto di più essere ricordato sul marmo come l’uomo della verità e della giustizia. Forse è ancora in tempo. Quanto a me, non sono che un poeta, un narratore solitario che scrive appartato la sua opera mettendoci tutto se stesso. Ritengo che un buon cittadino debba accontentarsi di offrire al suo Paese il lavoro che riesce ad assolvere nel modo meno maldestro; ed è per questo che mi chiuso nei miei libri. Ritorno dunque semplicemente ad essi, poiché la missione che mi ero assegnato è compiuta. Ho fatto la mia parte fino in fondo, quanto più onestamente mi è stato possibile, e rientro definitivamente nel silenzio. Devo però aggiungere che le mie orecchie e i miei occhi rimarranno bene aperti. Sono un po’ come suor Anna, mi preoccupo giorno e notte di quel che si profila all’orizzonte, confesso perfino di nutrire la tenace speranza di poter vedere presto tanta verità e giustizia avanzare verso di noi dai campi lontani dove l’avvenire. Voglia gradire, signor presidente, l’assicurazione del mio profondo rispetto.

Perché Zola condanna gli atti di clemenza. L'articolo summa dell'affaire Dreyfus di Vincenzo Vitale del 29 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Il 14 dicembre del 1900 il Parlamento approva una apposita legge di amnistia per tutti i reati comunque collegati o collegabili al caso Dreyfus. Il 22 dello stesso mese Zola tuona ancora una volta con questo articolo che, da un certo punto vista, rappresenta una sorta di summa della sua posizione pubblica. Da questo scritto, molto articolato, è possibile estrapolare alcuni punti che meritano adeguata riflessione. Innanzitutto, Zola bolla l’amnistia come semplice ma terribile manifestazione della volontà di insabbiare il caso Dreyfus. E dunque, proprio gli organi rappresentativi del popolo francese, il parlamento e il governo, proprio loro che avrebbero dovuto trarre un importante insegnamento, hanno invece preferito chiudere entrambi gli occhi, insabbiando tutto nel dimenticatoio. Insomma, quasi peggio della Grazia già elargita a Dreyfus. In questo modo, non solo si condanna ulteriormente Dreyfus – in quanto l’amnistia presuppone che il reato sia stato commesso e lo sia stato proprio da quegli imputati – ma si deturpa la giustizia, umiliandola ancora una volta e gravemente. Si persiste nello scempio del diritto e delle istituzioni repubblicane, come nulla fosse accaduto. Questa amnistia infatti serve soltanto a coprire, senza peraltro riuscirvi, ciò che Zola definisce il “crimine assoluto”, la condanna, reiterata, di un innocente. E dopo la seconda incomprensibile e grottesca condanna di Rennes, invece di ricorrere in Cassazione – come si poteva e doveva – si preferì elargire prima la Grazia a Dreyfus e poi l’amnistia a tutti coloro che sia pure indirettamente con il caso avevano avuto qualcosa a che fare. La polvere sotto il tappeto. In secondo luogo, Zola stigmatizza quanto sia illusorio ritenere che l’amnistia possa godere di una efficacia pacificatrice delle contese asperrime nate dal caso Dreyfus. Al contrario, essa non fa che perpetuare il disordine sociale nato da quella vicenda, senza in realtà pacificare nessuno. Anzi. Dal momento che l’amnistia è dettata dal senso di impotenza e di debolezza, mai potrà condurre alla pace. Solo la giustizia feconda la pace. Non basta. Zola polemizza intensamente con chi non perde occasione per denunciare che la vicenda Dreyfus ha fatto molto male alla Francia, mettendone in luce mancanze e contraddizioni. Ragion per cui sarebbe stato meglio che esso non fosse mai accaduto. Al contrario, Zola è fermamente convinto che la vicenda di Dreyfus, per quanto dolorosa e dotata di una grande capacità divisiva, rappresenti per la Francia una sorta di benefica crisi di crescita e di affermazione repubblicana. Zola sa bene insomma che prima che il caso deflagrasse con tutta la sua forza dirompente, sotterraneamente agivano in Francia, da decenni, le forze del militarismo, dell’antisemitismo, del nazionalismo; ma ciò accadeva in modo pressoché silente e perciò molto pericoloso per le istituzioni repubblicane, ancora giovani e fragili. L’esplosione del caso Dreyfus, invece, ha necessitato di portare alla luce la posizione di tutti coloro che intendevano fare di quelle ideologie una miscela venefica, capace di minare dall’interno la libertà e la forza del popolo francese. Ed è noto, grazie alle osservazioni già in precedenza fatte, che una volta che i meccanismi persecutori vengano portati alla luce, essi si depotenziano, lasciandosi valutare per quello che in effetti sono: persecuzione e non processo di diritto; ideologia e non verità; guerra sociale e non pace. Paradossalmente, nonostante il suo enorme carico di dolori e di sofferenze, il caso Dreyfus è allora servito – secondo Zola – a purificare la Francia, a rendere noto a tutti che militarismo, nazionalismo e antisemitismo non rappresentano che un ritorno al passato; un passato di cui la Francia non sente il bisogno. Questo passato non va rivissuto, neppure nel ricordo. Questo passato va seppellito definitivamente. Ne va delle sorti della Francia, per Zola. Della stessa Europa, per noi.

Affaire Dreyfus, un caso mai chiuso. Ma oggi esiste un nuovo Zola? Scrive Vincenzo Vitale l'1 Settembre 2018 su "Il Dubbio". Si pubblicano oggi le lettere che Dreyfus scrisse dal carcere, alcune subito dopo il suo arresto, quando ancora nessuno poteva lontanamente immaginare quali sviluppi avrebbe fatto registrare il caso, altre dopo la inaspettata condanna. Ne emerge un essere umano serio, consapevole della propria innocenza, composto e psicologicamente molto forte. E tuttavia sempre pieno di speranza che le proprie ragioni sarebbero state prima o poi riconosciute. Speranza riposta invano se soltanto fondata sui giudici e sui militari. La vera speranza andava riposta invece in alcune dimensioni irrinunciabili di ogni democrazia: la libera stampa, la libertà dell’intellettuale, la libertà del giudizio. Non sarà mai abbastanza sottolineata l’importanza capitale che una stampa libera da influenze e condizionamenti è in grado di evidenziare allo scopo di salvaguardare l’assetto di una democrazia. Non sono tanto idealista da non ammettere che ogni giornale e ogni giornalista possano o perfino debbano avere una propria idea di politica e di società e che, attraverso questa idea, vedranno necessariamente il mondo e ne forniranno una interpretazione. Il problema non è questo, posto che anche i giornalisti sono esseri umani pensanti, dotati di una precisa sensibilità, come tutti gli altri. Il punto è che essi devono essere lasciati liberi di formarsi una loro idea sui fatti che cadono sotto la loro osservazione e di scriverne come ritengono, interessando quella parte di opinione pubblica che ritenga sensate le loro prospettive. Questo fece l’Aurore di Parigi, dopo che Le Figaro si era attestato su più prudenti posizioni filogovernative e perciò antidreyfusarde. Ed ebbe la piena libertà di farlo. Oggi, in Italia, dopo oltre un secolo dall’Affaire, la stampa gode della medesima libertà? Non sarei così sicuro nel dare una risposta affermativa. Troppe volte accade che un ministro rimbrotti un giornalista, reo di aver pubblicato una informazione sgradita; che il potente di turno cerchi di emarginare una testata scomoda; che il Consiglio Superiore della Magistratura si metta a strillare sol perché si metta in dubbio, con adeguate motivazioni, la bontà di una qualche iniziativa di un pubblico ministero. In tutti questi casi, non mi risulta che la libertà di stampa sia stata efficacemente difesa da alcun ente o da alcuna istituzione. Semplicemente, si preferisce far finta di nulla, lasciando che le cose vadano come devono andare: ma chi ragiona in tal modo – un vero condensato di sciatteria del pensiero – non sa che gioca col fuoco. Da un secondo punto di vista, fondamentale è la libertà dell’intellettuale, cioè di colui che sia capace di svolgere una funzione di severa critica del potere, di qualunque potere: economico, politico, finanziario, criminale, mafioso e antimafioso, giudiziario, editoriale, comunicativo …. Qui, il ruolo è svolto da Zola, il quale sa bene di andare incontro allo spostamento mimetico – già segnalato – e che ne farà a sua volta un capro espiatorio. E tuttavia, egli va ugualmente avanti, perché ne va non solo del destino di Dreyfus e della Francia – come da lui più volte ricordato – ma perfino della sua propria identità. E se ne ebbe mali di ogni genere. Non solo fu condannato per diffamazione e dovette riparare a Londra; ma fu anche personalmente calunniato in quanto di origine italiana; e lo fu anche nella persona del padre, peraltro deceduto da tempo, in difesa della onorabilità del quale si impegnò a scrivere diversi articoli. E resta il giallo della sua morte. Una morte strana e su cui mai fu dissipata una qualche incertezza, per avvelenamento di una stufa accanto alla quale si era assopito. Ci sono oggi in Italia intellettuali come Zola? Non ne conosco. Latitano. E perciò non ci sono. Occorre infine che sia garantita ai giudici la necessaria libertà di giudizio, esente da pressioni di ogni genere e dall’insano desiderio di coprire gli errori altrui, commettendone di nuovi e perciò di più gravi. Oggi i giudici italiani sono garantiti nella loro libertà di giudizio? Non molto, a dire il vero. Anche perché militano in senso contrario la vicinanza politica di molte forze e soprattutto la divisione in correnti, il vero cancro della magistratura italiana. Sicché, sembra risuoni ancora il monito espresso da Salvatore Satta molti decenni fa, allorché notava (nei “Quaderni del diritto e della procedura civile”) che i giudici italiani devono guardarsi, per tutelare la loro indipendenza, proprio da quell’organo che dovrebbe tutelarla e che invece sottilmente la insidia: il Consiglio Superiore della Magistratura. Ogni popolo ha il suo Dreyfus, questa in fondo la lezione della storia. E non si creda che l’affaire sia alla fine stato pacificato nella coscienza pubblica dei francesi. Infatti, nel 1994 – appena oltre un ventennio fa – l’allora sindaco di Parigi Chirac aveva commissionato un busto bronzeo di Dreyfus – in occasione del centenario del caso – per collocarlo presso l’Ecoile Militaire. Ma i militari si opposero con fermezza, dirottando la statua ai giardini delle Tuileries. Il caso Dreyfus, per i francesi, non è ancora chiuso. E per noi?

Mia amata Lucie, urleremo la mia innocenza fino alla fine. Pubblichiamo le lettere che Alfred Dreyfus scrisse dal carcere alla moglie, scrive "Il Dubbio" l'1 Settembre 2018

DICEMBRE 1894. Mia amatissima, La tua lettera che attendevo con impazienza mi ha provocato un grande sollievo e al contempo il tuo pensiero mi ha fatto salire le lacrime agli occhi, mia amatissima. Non sono perfetto. Quale uomo può vantarsi di esserlo? Ma quello che posso garantire è che ho sempre seguito la via del dovere e dell’onore; non sono mai sceso a compromessi al riguardo con la mia coscienza. Per di più, nella mia grande sofferenza, nel più spaventoso martirio immaginabile, in questa lotta terribile sono sempre stato sostenuto dalla mia coscienza che vegliava retta e inflessibile. La mia riservatezza un po’ altezzosa, la libertà con cui dicevo la mia ed esprimevo il mio giudizio, il mio essere un po’ indulgente, tutto ciò gioca ora a mio sfavore. Non sono né flessibile, né abile, né adulatore. Noi non abbiamo mai voluto fare visite di cortesia; restavamo appartati a casa nostra, accontentandoci di essere felici. E oggi mi si accusa del crimine più mostruoso che un soldato possa commettere! Ah! Se potessi mettere le mani sul miserabile che non solamente ha tradito il suo paese, ma ha anche tentato di far ricadere la sua infamia su di me, non so quale supplizio inventerei per fargli espiare quello che mi ha fatto passare. Bisogna pertanto sperare che il colpevole venga trovato. Altrimenti, se ciò non avvenisse, bisognerebbe disperare della giustizia a questo mondo. Concentrate su questa ricerca tutti i vostri sforzi, tutto il vostro ingegno, tutta il mio patrimonio, se necessario. I soldi non sono niente, l’onore è tutto. Dì a M. che conto su di lui per questo compito. Non è al di sopra delle sue forze. Debba smuovere cielo e terra, bisogna ritrovare quel miserabile. Ti bacio mille volte quanto ti amo. Tuo devoto, ALFRED

Mathieu Dreyfus, son frère aîné. Mille baci ai bambini. Il mio affetto a tutti i nostri familiari e i miei ringraziamenti per la loro devozione alla causa di un innocente.

LUNEDÌ, 11 DICEMBRE 1894. Mia amatissima, Ho ricevuto la tua lettera di ieri, così come quella di tua sorella e di Henri. Speriamo che ben presto mi sia fatta giustizia e che possa ritrovarmi con voi. Con te e i nostri cari bambini, con voi tutti, ritroverò la calma di cui ho tanto bisogno. Il mio cuore è profondamente ferito e tu puoi facilmente comprenderlo. Aver consacrato tutta la propria vita, tutte le proprie forze, tutta la propria intelligenza al servizio del proprio paese, e vedersi accusato del crimine più mostruoso che un soldato possa commettere, è spaventoso. Al solo pensiero, tutto il mio essere si rivolta e freme d’indignazione. Mi domando ancora per quale miracolo non sia diventato folle, come la mia mente abbia potuto resistere ad uno choc così Te ne supplico, mia amata, non assistere ai dibattiti. È inutile che tu t’imponga ulteriori sofferenze, quelle che hai già sopportato, con una grandezza d’animo ed un eroismo di cui sono fiero, sono più che sufficienti. Serba la tua salute per i nostri bambini; avremo anche entrambi bisogno di prenderci cura l’un dell’altro per scordare questa terribile prova, la più terribile che le forze umane possano sopportare. Abbraccia forte i nostri amati bambini per me, fintanto che non possa farlo io stesso. Vi penso tutti affettuosamente. Ti bacio quanto ti amo. Tuo devoto, ALFRED

MARTEDÌ, 12 DICEMBRE 1894. Mia amata Lucie, Puoi farmi da portavoce presso tutti i membri delle nostre due famiglie, presso tutti quelli che si interessano di me, per dire loro quanto io sia stato toccato dalle loro lettere e dalle loro testimonianze di supporto. Io non posso rispondere loro perché cosa potrei mai raccontare? Le mie sofferenze? Possono comprenderle da soli, e io non amo lamentarmi. D’altronde la mia mente è a pezzi e le idee sono alle volte confuse. Solo il mio spirito resta vigoroso come il primo giorno, davanti all’accusa spaventosa e mostruosa che mi è stata gettata in faccia. Al pensiero tutto il mio essere si rivolta ancora. Ma la verità finisce sempre per venire alla luce, a dispetto di tutto. Non siamo più in un secolo dove la luce può essere offuscata. Bisognerà che la si renda totale ed assoluta, bisognerà che la mia voce sia sentita in tutta la nostra cara Francia, come è stato per la mia accusa. Non devo solamente difendere il mio onore ma anche l’onore di tutto il corpo degli ufficiali di cui faccio parte e di cui sono degno. Ho ricevuto i vestiti che mi hai inviato. Se ne hai l’occasione, potresti inviarmi la mantellina, la pelliccia è inutile. E’ nell’armadio nell’anticamera. Abbraccia i nostri cari per me. Ho pianto sulla bella lettera del nostro caro Pierrot; non vedo l’ora di poterlo abbracciare, così come tutti voi. Mille baci per te. Tuo devoto ALFRED

GIOVEDÌ, 14 DICEMBRE 1894. Mia amata Lucie, Ho ricevuto la tua bella lettera così come delle nuove lettere dalla famiglia. Ringrazia molto tutti da parte mia; tutte queste testimonianze di affetto e di stima mi toccano più di quanto non sappia dire. Aver dovuto ascoltare tutto quello che mi è stato detto, quando nella mia anima e nella mia coscienza so di non essere mai venuto meno al mio dovere, di non aver mai commesso nemmeno la più leggera imprudenza, è la più spaventosa delle torture morali. Dunque cercherò di vivere per te, ma ho bisogno del tuo aiuto. Qualunque cosa avvenga di me, bisogna assolutamente cercare la verità, smuovere cielo e terra per scoprirla, se necessario dilapidare nell’impresa tutti i nostri soldi, al fine di riabilitare il mio nome gettato nel fango. Bisogna lavare questa macchia immeritata a qualunque costo. Non ho il coraggio di scriverti più a lungo. Abbraccia da parte mia i tuoi cari genitori, i bambini, tutti quanti. Mille e mille baci, ALFRED

Cerca di ottenere il permesso di vedermi. Penso che non possano rifiutartelo oramai.

LUNEDÌ, 24 DICEMBRE 1894. Mia amata, Scrivo di nuovo a te, dato che sei il solo filo che mi lega alla vita. So bene che tutta la mia famiglia, che tutta la tua, mi amano e mi stimano; ma infine, qualora scomparissi, il loro dispiacere, per quanto grande, finirebbe per scomparire con gli anni. È solamente per te, mia povera cara, che ho la forza di lottare; è il tuo pensiero che mi blocca la mano. Quanto sento, in questo momento, il mio amore per te; non è mai stato così grande, così esclusivo. E poi, una fievole speranza mi sostiene ancora un po’: quella di poter un giorno riabilitare il mio nome. Ma soprattutto, credimi, se avrò davvero la forza di lottare fino alla fine contro questo calvario, sarà unicamente per te, mia povera cara, sarà per evitarti un ulteriore dispiacere da aggiungere a tutti quelli che hai sopportato fino adora. Fai tutto quello che è umanamente possibile per riuscire a vedermi. Ti bacio mille volte quanto ti amo, ALFRED

24 DICEMBRE 1894 (NOTTE TRA LUNEDÌ E MARTEDÌ). Mia cara adorata. Ho appena ricevuto la tua lettera; spero che tu abbia ricevuto le mie. Povera cara, come devi soffrire, come ti compiango! Ho pianto molte lacrime sulla tua lettera, non posso accettare il tuo sacrificio. Devi restare lì, devi vivere per i bambini. Pensa a loro prima di pensare a me; sono dei poveri piccoli che hanno assolutamente bisogno di te. I miei pensieri mi riconducono sempre verso di te. L’avvocato Demange, che è appena venuto, mi ha detto quanto tu sia stata ammirevole; mi ha fatto un tuo elogio al quale il mio cuore faceva eco. Sì, mia amata, sei impareggiabile in quanto a coraggio e devozione; vali più di me. Ti amavo già con tutto il mio cuore e tutta la mia anima; oggi faccio di più, ti ammiro. Tu sei certamente una delle donne più nobili su questa terra. La mia ammirazione per te è tale che, se riuscirò a bere l’amaro calice fino alla fine, sarà per essere degno del tuo eroismo. Ma sarà davvero terribile subire quest’umiliazione vergognosa; preferirei trovarmi di fronte ad un plotone d’esecuzione. Non temo la morte; non voglio il disprezzo. Qualunque cosa avvenga, ti prego di raccomandare a tutti di alzare la testa come io stesso faccio, di guardare il mondo in faccia senza vacillare. Non abbassate mai il viso e proclamate la mia innocenza ad alta voce. Ora, mia amata, lascerò di nuovo cadere la mia testa sul cuscino e penserò a te.Ti bacio e ti stringo al cuore. ALFRED

Abbraccia forte i piccoli per me. Potresti essere tanto buona da far depositare 200 franchi alla cancelleria della prigione?

25 DICEMBRE 1894. Mia amata, Non posso datare questa lettera perché non so neanche a quale giorno siamo. È Martedì? È mercoledì? Non lo so. Fa sempre notte. Appena il sonno abbandona le mie palpebre, mi alzo per scriverti. Alle volte mi sembra che tutto ciò non sia mai capitato, che non ti abbia mai lasciata. Durante le mie allucinazioni, tutto quello che ci è capitato mi sembra un brutto incubo; ma il risveglio è terribile. Non posso più credere a niente, se non che nel tuo amore, nell’affetto di tutti i nostri cari. Bisogna sempre cercare il vero colpevole; tutti i mezzi sono buoni. Il caso da solo non basta. Forse riuscirò a sormontare il terrore orribile che m’inspira la pena infamante che subirò. Essere un uomo d’onore e vedersi strappare, quando si è innocenti, il proprio onore, cosa c’è di più spaventoso? È il peggiore tra tutti i supplizi, peggiore anche della morte. Ah! Se arriverò fino alla fine, sarà per te, mia cara adorata, perché tu sei il solo filo che mi lega alla vita. Come ci amiamo! Oggi soprattutto mi rendo conto di tutto il posto che occupi nel mio cuore. Ma prima di tutto, prenditi cura di te, occupati della tua salute. È necessario, ad ogni costo, per i bambini, loro hanno bisogno di te. Infine, continuate le vostre ricerche a Parigi così come laggiù. Bisogna tentare di tutto, non tralasciare niente. Ci sono sicuramente delle persone che conoscono il nome del colpevole. Ti bacio, ALFREDO

17.00. Sono più calmo, la tua vista mi ha fatto bene. Il piacere di abbracciarti fisicamente e interamente mi ha fatto un bene immenso. Non potevo più attendere per questo momento. Grazie della gioia che mi hai donato. Quanto ti amo, mia amatissima! Infine speriamo che tutto ciò abbia termine. Bisogna che conservi tutte le mie energie. Ancora mille baci, mia amata, ALFRED

GIOVEDÌ, 11 DELLA SERA. Mia amata, Le notti sono lunghe; è verso di te che mi rivolgo, è dal tuo sguardo che attingo tutte le mie forze, è nel tuo amore profondo che trovo il coraggio di vivere. Non che la lotta mi faccia paura, ma la sorte è stata veramente troppo crudele con me. È possibile immaginare una situazione più spaventosa, più tragica per un innocente? È possibile immaginare un martirio più doloroso? Fortunatamente godo dell’affetto profondo di cui entrambe le nostre famiglie mi circondano e soprattutto del tuo amore, che mi ripaga di tutte le mie sofferenze. Perdonami se mi lamento delle volte; non credere affatto per questo motivo che la mia anima sia meno vigorosa, ma persino gridare mi fa del bene e a chi altro lo farei sentire se non che a te, moglie mia amata? Mille dolci baci per te e i piccoli, ALFRED

MERCOLEDÌ, ORE 5. Mia amata, Voglio ancora scriverti queste poche parole affinché tu possa trovarle domani mattina al tuo risveglio. La nostra conversazione, anche se attraverso le sbarre della prigione, mi ha fatto bene. Le mie gambe tremavano mentre scendevo, ma mi sono irrigidito per non cadere a terra dall’emozione. Persino ora la mia mano non è ancora ben ferma: il nostro incontro mi ha scosso violentemente. Se non ho insistito affinché tu restassi più a lungo, è perché ero al limite delle mie forze; avevo bisogno di andare a nascondermi per piangere un po’. Non credere per questo che la mia anima sia meno vigorosa o meno forte, ma il corpo è un po’indebolito da tre mesi di prigionia, senza aver respirato l’aria esterna. Per poter resistere a tutte queste torture è stato necessario che io avessi una robusta costituzione. Ciò che mi ha fatto maggiormente bene è stato di sentirti così coraggiosa e vigorosa, così piena d’amore per me. Continua in questo modo, moglie mia cara, imponiamo il rispetto al mondo con la nostra attitudine e il nostro coraggio. Quanto a me, avrai notato che ero deciso a tutto; voglio il mio onore e lo avrò, nessun ostacolo mi fermerà. Ringrazia molto tutti, ringrazia da parte mia l’avvocato Demange per tutto quello che ha fatto per un innocente. Riferiscigli tutta la gratitudine che provo per lui, io sono stato incapace di esprimergliela. Digli che conto su di lui in questa lotta per il mio onore. Abbraccia i piccoli per me. Mille baci, ALFRED

Il parlatorio è occupato domani Giovedì tra l’una e le quattro. Dovrai quindi venire o al mattino tra le dieci e le undici o la sera alle quattro. Ciò non avviene che di giovedì e di domenica.

Si può fare giornalismo sbeffeggiando la verità? Sempre più spesso i giornali offrono ai lettori non delle notizie, ma dei commenti fondati sul ribaltamento delle notizie, scrive Piero Sansonetti il 31 Marzo 2018 su "Il Dubbio".  È giusto chiedere che tra il giornalismo e i fatti realmente accaduti ci sia un qualche collegamento? O è una fisima da vecchi, legata a un’idea novecentesca e sorpassata di informazione? Ieri ho dato un’occhiata ai giornali – diciamo così – populisti, quelli più vicini, cioè, alla probabile nuova maggioranza di governo, e ho avuto l’impressione di una scelta fredda e consapevole: separiamo i fatti dalle opinioni – come dicevano gli inglesi – ma separiamoli in modo definitivo: cancellando i fatti, e permettendo alle opinioni di vivere in una propria piena e assoluta autonomia dalla realtà.

Trascrivo alcuni di questi titoli, pubblicati in prima pagina a caratteri cubitali.

Libero: «Scoprono solo ora che siamo pieni di terroristi bastardi». (Sopratitolo, piccolino: “Retata di musulmani violenti”). La Verità, titolo simile: «Così importiamo terroristi». Sopratitolo: “Presi i complici di Anis Amri». Fermiamoci un momento qui. Qual è il fatto al quale ci si riferisce? La cattura, da parte delle autorità italiane, di una serie di persone di origine nordafricana sospettate di essere legate al terrorismo. Noi non sappiamo se effettivamente queste persone siano colpevoli. Ogni tanto – sapete bene vengono arrestati, o inquisiti, anche degli innocenti. E’ successo appena una settimana fa a un tunisino, che è stato linciato (dai mass media) lui e la famiglia prima che si scoprisse che non c’entrava niente. Ma ora non è questo il punto. Proviamo a capire quali sono le cose certe in questa vicenda. Che i servizi segreti italiani, o la polizia, hanno trovato dei sospetti terroristi. Che è in corso una operazione volta a sventare attentati. Che finora l’Italia è l’unico grande paese europeo che non è stato colpito da attentati. Che l’Italia è l’unico paese che ha catturato diversi sospetti terroristi. Che, tra l’altro, l’Italia è il paese che ha preso quel famoso Anis Amri (del quale parla La Verità) e cioè l’uomo accusato di una strage in Germania. E’ sfuggito alla polizia e agli 007 tedeschi ma non ai nostri. Punto.

Traduzione in lingua giornalistica dell’arresto di Amri e di alcuni suoi probabili complici? “Importiamo terroristi”. Voi penserete: li importiamo dal mondo arabo. No, dalla Germania. In Germania loro sono liberi, qui vengono fermati.

Traduzione Invece dell’azione del governo, degli 007 e della polizia per fermare il terrorismo arabo (che ci fa invidiare da tutti gli altri europei): «Scoprono solo ora che siamo pieni di bastardi islamici». C’è una barzelletta famosa, che qualche anno fa fu polemicamente raccontata ai giornalisti da Mitterrand, il presidente francese, e qualche anno dopo da Clinton (cambiando il protagonista). In mare c’è un ragazzo che sta affogando. Mitterrand lo vede e inizia a camminare sul pelo dell’acqua, arriva fino a lui ormai allo stremo, con un braccio lo tira su, se lo carica sulle spalle e lo riporta a riva. Salvandogli la vita. Tutto ciò, come avete capito, lo fa camminando sull’acqua, e non nuotando. Il giorno dopo i giornali francesi titolano: «Mitterrand non sa nuotare».

Mi pare che la barzelletta calzi bene e possa essere riferita ai titoli di Libero e della Verità Il Fatto invece non si occupa dei terroristi ma del Pd (il grado di ossessione di Libero e Verità per i terroristi, che, come è noto, negli ultimi vent’anni hanno messo a ferro e fuoco l’Italia, è simile al grado di ossessione del Fatto per il Pd). Titola: «Rivolta anti- Renzi: “Basta Aventino vogliamo giocare”». La parola giocare è usata in senso positivo: partecipare, essere attivi. La rivolta in corso sarebbe stata avviata da Franceschini e Orlando. In cosa consisterebbe? Nel chiedere un atteggiamento amichevole del Pd verso i 5 Stelle, in contrasto con Renzi che invece vuole che il Pd resti all’opposizione. Dopodiché uno legge l’articolo del direttore, cioè di Travaglio, e scopre che Orlando e Franceschini se ne stanno in realtà zitti zitti e rintanati. E per questo Travaglio li rimprovera. Cioè li rimprovera proprio per non aver dato il via ad alcuna rivolta, che invece servirebbe. E servirebbe allo scopo di bloccare l’Aventino e di spingere il Pd ad una scelta simile a quella dei socialdemocratici tedeschi, i quali hanno chiamato i loro elettori ad un referendum interno per avere il permesso di collaborare con la Merkel. Travaglio dice che il Pd deve fare la stessa cosa. Però ci sono due imprecisioni, nel ragionamento. La prima è che il Pd non ha scelto l’Aventino, ma l’opposizione. Sono due cose molto, molto diverse. L’Aventino (cioè il ritiro dei propri deputati dal Parlamento) fu scelto dai socialisti e dai liberali, dopo l’assassinio di Matteotti (segretario del Psi). Socialisti e liberali, guidati da Giovanni Amendola, decisero di disertare il parlamento per delegittimarlo e dunque delegittimare il fascismo. I comunisti (guidati da Gramsci) fecero una scelta diversa. Dissero: restiamo dentro a combattere. Cioè rifiutarono l’Aventino e scelsero l’opposizione. In realtà andò male a tutti e due: il fascismo non fu delegittimato da Amendola e Turati né fermato da Gramsci, e finì per fare arrestare sia i socialisti sia i comunisti. Ma che c’entra tutto questo con l’attuale situazione? Niente. Qualcuno forse pensa – o ha detto che il Parlamento non è legittimo, e che le elezioni non valgono, e che i vincitori non sono legittimati a governare? Hanno detto tutti l’esatto contrario.

Quanto all’alleanza tra Merkel e Spd è una alleanza che è impossibile paragonare a una possibile alleanza tra 5 Stelle e Pd. La Spd ha accettato di sostenere la Merkel esattamente con l’idea opposta a quella di Travaglio: e cioè per sbarrare la strada ai populisti. La Merkel e i socialdemocratici hanno già governato insieme e dunque non solo affatto incompatibili. Ma lasciamo stare la polemica politica, nella quale, effettivamente, è ovvio che le opinioni prevalgano su tutto. Restiamo nel campo del giornalismo. La domanda che mi tormenta è sempre la stessa: il giornalismo moderno ha bisogno dei fatti, delle notizie vere, delle verifiche, della somiglianza con la realtà, o invece si è trasformato in una specie di nuovo genere letterario, basato sulla fantasia, e volto esclusivamente a costruire polemiche politiche o culturali e ad influenzare, indirizzare, spostare l’opinione pubblica?

Naturalmente nel giornalismo c’è stata sempre questa componente e questa aspirazione: di influenzare lo spirito pubblico. In tutte le attività culturali c’è questa aspirazione. Anche nella pittura, anche nel cinema. Però, fino a qualche anno fa, il giornalismo aveva – come la fotografia – la caratteristica di essere una attività intellettuale legata strettamente alla realtà, e il cui grado di autorevolezza si misurava esclusivamente valutando la sua vicinanza alla verità. Sempre meno è così. I giornali populisti vengono confezionati con un metodo che si fonda sul disprezzo per la realtà. La loro forza è direttamente proporzionale alla lontananza dalla realtà. Gli altri giornali oscillano, tentati dai vecchi valori e dai vecchi schemi del giornalismo europeo e americano, ma alla fine rassegnati a inseguire Vittorio Feltri. In dieci anni – cifra approssimativa – il giornalismo italiano ha completamente cambiato faccia. E le possibilità per i cittadini di essere informati si è enormemente ridotta. Dobbiamo prenderne atto e basta? Cioè considerare il divorzio tra giornalismo e verità e la sua trasformazione in genere letterario fantasioso, come un’inevitabile conseguenza della modernità? Se è così però bisognerà trovare qualche altro modo per informare e informarsi. La ricerca di questo nuovo modo dovrebbe essere la preoccupazione principale dei politici e degli intellettuali. E anche dei tantissimi giornalisti che sono stati tagliati fuori da questa nuova tendenza. La preoccupazione principale: perché nessuna democrazia può sopravvivere, senza una informazione decente.

«Ha vinto il M5S, dateci il reddito di cittadinanza». L'assalto ai Caf del barese. Succede nel piccolo comune di Giovinazzo. Cittadini in fila per ottenere i moduli, centralini tempestati dalle telefonate al servizio di Comune e Regione, scrive l'8 marzo 2018 “L’Espresso. "Ha vinto il M5S, ora dateci i moduli per Reddito di Cittadinanza": accade in alcuni Comuni della Puglia, anche a Bari, dove numerose persone fra ieri e oggi si sono presentate ai Caf locali e, nel capoluogo, anche a Porta Futuro, il centro servizi per l'occupazione. Gli episodi, già resi noti dal sindaco di Giovinazzo (Bari), Tommaso Depalma, che ha parlato di file davanti ai Caf della città, si stanno verificando anche in queste ore. A Porta futuro a Bari, racconta il responsabile, Franco Lacarra, "sono una cinquantina le persone che tra ieri e oggi hanno chiesto i moduli per ottenere il reddito di cittadinanza, si tratta soprattutto di giovani". "A noi sindaci - afferma Depalma - piacerebbe poter comunicare ai cittadini che il problema della disoccupazione è risolto e che per tutti quelli che non hanno lavoro c'è un Reddito di Cittadinanza, ma credo che i cittadini siano stati ammaliati da spot elettorali". «Ovviamente - aggiunge Franco Lacarra   - non si tratta di folle oceaniche, ma comunque è certo che molta gente è alla ricerca dei moduli per ottenere il reddito di cittadinanza e ci chiede informazioni». «Sono soprattutto i giovani - aggiunge - che ci chiedono informazioni, naturalmente anche i Caf potranno dare una descrizione su quello che sta accadendo».

"Ha vinto M5S, dateci i moduli per il reddito di cittadinanza". Numerose richieste ai Caf da Bari e Palermo. A Giovinazzo e nel capoluogo pugliese decine di richieste. A Palermo un Caf costretto a mettere un avviso all'esterno. Ma i Cinque Stelle della Puglia attaccano: "Una mistificazione", scrive l'8 marzo 2018 "La Repubblica". "Ha vinto il M5S, ora dateci i moduli per il reddito di cittadinanza": accade in alcuni Comuni della Puglia, anche a Bari, dove numerose persone dopo l'esito del voto si sono presentate ai Caf locali. A Bari e a Giovinazzo - ma anche a Palermo dove gira anche un falso formulario - decine di cittadini hanno chiesto informazioni sulla modulistica per accedere al reddito di cittadinanza promesso in campagna elettorale dal Movimento 5 Stelle. Nel job center di Porta Futuro a Bari, per esempio, in tre giorni sono pervenute da persone di età compresa tra i 30 e i 45 anni una cinquantina di richieste di accesso alla modulistica. "A chi si è affacciato chiedendo se fossero già disponibili i moduli per richiedere il reddito di cittadinanza, abbiamo dato una risposta tecnica, dicendo che non c'è al momento nessun provvedimento che codifica questo strumento", ha chiarito Giovanni Mezzina, responsabile dei servizi di orientamento di Porta Futuro Bari. Anche a Palermo le richieste iniziano ad arrivare. Una decina di persone si sono presentate al Caf Asia di Piazza Marina. E al patronato dell'Ente nazionale di assistenza sociale ai cittadini (Enasc), per frenare il via vai di chi chiedeva informazione hanno affisso un foglio con la scritta in italiano e in arabo: "In questo Caf non si fanno pratiche per il reddito di cittadinanza". In Puglia, dal Comune di Giovinazzo, l'assessore alle Politiche Sociali, Michele Sollecito, racconta che le domande su questo specifico provvedimento si aggiungono, ma in termini di curiosità, a quelle che da tempo i cittadini pongono per accedere al Reddito di dignità (Red) della Regione Puglia e al Reddito di Inclusione (Rei) del Governo. "Non c'è nessuna nuova frenesia per il reddito di cittadinanza proposto dai 5Stelle, ma curiosità sì. Ma nessun pugno sul tavolo o nessuna rivendicazione animata. Perché Giovinazzo non è una città di indolenti parassiti". Dal canto suo il sindaco di Giovinazzo, Tommaso Depalma (lista civica), ritiene "che i cittadini siano stati ammaliati da spot elettorali. La vittoria del M5S c'è stata, netta e inconfutabile, ma per il reddito di cittadinanza la vedo dura". Ma in Cinque Stella della Puglia parlano di mistificazione della realtà. E raccontano che anche il direttore di Porta Futuro, Franco Lacarra, "che per dovere di cronaca è il fratello del neoeletto deputato renziano Marco Lacarra del Pd ha confermato in maniera molto schietta che non vi era stato alcun assalto". Il comunicato di Porta Futuro, però, non smentisce: "Alcuni cittadini sono passati dal nostro sportello per chiederci informazioni e approfondimenti su questo tema. Vogliamo chiarire che tutto ciò è normale nel nostro Paese: succede ogni volta che vengono divulgate notizie rilevanti per le politiche del lavoro e per la vita dei cittadini, come è avvenuto per altre proposte legislative promosse negli ultimi mesi".

La Fake news contro il Movimento Cinque Stelle delle richieste di massa di reddito di cittadinanza, scrive il 9 marzo 2018 "Positano News". Da questa mattina in Puglia politici e giornali hanno lanciato una nuova bufala: FIUMI di persone avrebbero preso d’assalto alcuni CAF e centri per l’impiego per richiedere il reddito di cittadinanza. A lanciare l’allarme per primo il sindaco di Giovinazzo (BA) (che ha appoggiato il PD in campagna elettorale) che, commentando un articolo di una testata locale, ha parlato di “file davanti ai Caf della città”. La notizia è stata poi ripresa da “La Repubblica” che ha raccontato di “RAFFICHE DI RICHIESTE” anche per “Porta Futuro” il centro per l’impiego di Bari. UNA FOLLIA GENERALE CHE CI E’ APPARSA QUANTOMENO “SOSPETTA” ad appena 4 giorni dal voto, con un Governo nemmeno insediatosi in attesa che si sblocchi la situazione tra le varie forze politiche e dunque nessuna possibilità di legiferare. ABBIAMO DUNQUE DECISO DI ANDARE CONTROLLARE LA SITUAZIONE IN PRIMA PERSONA. Dopo aver girato alcuni CAF senza scorgere neanche lontani tentativi di “assalti”, abbiamo deciso di recarci direttamente a “Porta futuro”. Ingresso vuoto. Corridoi vuoti. (Dell’assalto e delle file interminabili mattutine, neanche un superstite). All’ingresso alcuni addetti ci hanno subito spiegato che “in realtà noi non abbiamo visto quasi nessuno, questa notizia ha lasciato di stucco anche noi”. Ci hanno dunque fatto parlare con il direttore Franco Lacarra (per dovere di cronaca sottolineiamo essere il fratello del neoeletto deputato renziano MARCO LACARRA (PD)) che in maniera molto schietta e onesta ci ha confermato che rispetto agli articoli letti non vi era stato alcun “assalto” ma che è solo capitato, come gli capita sempre per qualsiasi provvedimento compresi quelli regionali, che alcune persone NEGLI ULTIMI 3 GIORNI si siano recate a chiedere informazioni generiche sul reddito di cittadinanza. Abbiamo dunque chiesto al direttore di riportare la realtà dei fatti specificando di come si sia trattato di un fenomeno assolutamente normale e quotidiano per loro. Il direttore, d’accordo con noi, ha dunque richiesto al suo ufficio comunicazione di scrivere una smentita sul canale Facebook di Porta Futuro. Non sappiamo bene come sia potuto accadere ma solo pochi minuti dopo lo stesso direttore è stato contattato telefonicamente, davanti a noi, dallo staff del sindaco renziano ANTONIO DECARO (PD). Abbiamo ascoltato dunque il direttore costretto a “giustificarsi” spiegando che con questa smentita avrebbe voluto solo raccontare la verità dei fatti (a suo parere, testualmente, “una cazzata”). Nel frattempo, mentre eravamo ancora in loco, sono arrivati altri giornalisti del TG RAI, di Repubblica e pare che il direttore sia stato contattato anche dalla CNN. Tutto quanto vi abbiamo raccontato sopra è cronaca, ora traete voi le vostre conclusioni. Dal canto nostro, vorremmo solo dirvi una cosa: è evidente che la lezione di queste elezioni politiche a qualcuno non sia bastata. A questo punto vi preghiamo: se davvero avete così poca considerazione per l’intelligenza dei cittadini italiani continuate pure a diffondere falsi “scandali” e fake news, vorrà dire che alle prossime consultazioni elettorali il Movimento 5 Stelle volerà, da solo, oltre il 41%. A riveder le stelle…

Putin è davvero colpevole? Qualcosa proprio non torna nel caso Skripal, scrive il 27 marzo 2018 Marcello Foa su "Il Giornale". Siamo proprio sicuri che ad avvelenare l’ex spia Skripal e sua figlia siano stati i russi? Permettetemi di avanzare più di un dubbio esaminando con attenzione le notizie uscite finora. I punti che non tornano sono questi:

Primo. Qual è il movente? Quale l’interesse per Putin? Mi spiego: tutti riconoscono al presidente russo grande sagacia nel calibrare le sue mosse. Eccelle sia nella strategia che nella tattica. Da tempo sappiamo che gli Stati Uniti (i quali trainano l’Europa) sono impegnati in un’operazione di logoramento del Cremlino volto a ottenerne un rialliniamento su posizioni filoamericane, che potrà essere ottenuto con certezza solo attraverso un cambio di regime ovvero con l’uscita di scena di Putin. Siccome una rivolta colorata è inattuabile, lo scenario è quello di rendere insostenibile il peso delle sanzioni e dell’isolamento internazionale, inducendo le élite russe a ribellarsi al presidente appena rieletto. In questo contesto, ogni pretesto viene sfruttato per innervosire o indebolire Putin. Conoscendo l’obiettivo finale, bisogna chiedersi: ma che interesse aveva il presidente russo a tentare di eliminare un’ex spia, peraltro fuori dai giochi, ricorrendo al più spettacolare dei tentativi di omicidio, l’unico che – dopo la vicenda del pollonio – tutto il mondo avrebbe attribuito al Cremlino? Ne converrete: non ha senso. Diplomaticamente sarebbe stato un suicidio, perché avrebbe offerto all’Occidente lo spunto per un’ulteriore campagna antirussa, che infatti si è puntualmente verificata, fino all’ultimo atto, l’espulsione coordinata dei diplomatici, a cui l’Italia dell’uscente Gentiloni si è accodata, benchè avrebbe potuto – e proceduralmente dovuto – astenersi. No, Putin non è leader da commettere questi errori.

E veniamo al secondo punto, che riguarda il rumore mediatico e il furore delle accuse.  Non dimentichiamolo, la comunicazione è uno strumento fondamentale nell’ambito delle guerre asimmetriche (tra l’altro è il tema che tratto nel mio ultimo saggio “Gli stregoni della notizia. Atto secondo”). Quando il rumore mediatico è assordante, univoco, esasperato, le possibilità sono due: le prove sono incontrovertibili (ad esempio l’invasione irachena del Kuwait) o non lo sono ma chi accusa ha interesse a sfruttarle politicamente, il che può avvenire solo se le fonti supreme – ovvero i governi – affermano la stessa cosa e con toni talmente urlati e assoluti da inibire qualunque riflessione critica, pena il rischio di esporsi all’accusa di essere “amici del dittatore Putin”.

Se analizziamo attentamente le dichiarazioni del governo britannico, notiamo come la stessa premier May continui a dire che “è altamente probabile” che l’attentato sia stato sponsorizzato dal Cremlino. Altamente probabile non significa sicuro, perché per esserne certi bisognerebbe provare l’origine del gas, cosa che è impossibile in tempi brevi. E nel comunicato congiunto diffuso ieri da Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Germania si ribadisce che si tratta di «agente nervino di tipo militare sviluppato dalla Russia», che farebbe parte di un gruppo di gas noto come Novichok concepito dai sovietici negli anni Settanta. Ma sviluppato non significa prodotto in Russia. Se non è stato usato questo verbo – o un sinonimo, come fabbricato – significa che gli stessi esperti britannici non hanno prove concrete a sostegno della tesi della responsabilità russa, che pertanto andrebbe considerata come un’ipotesi investigativa. Non come un verdetto. Anche la semantica, in frammenti ad alta emotività come questi, è indicatrice e dovrebbe allertare la stampa, che invece non mostra esitazioni. Eppure di ragioni per mostrarsi più cauti ce ne sono molte. Vogliamo ricordare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein? Ma esempi in tempi recenti non mancano.  L’isteria accusatoria di queste ore ricorda quella delle “prove incontrovertibili” del 2013, secondo cui Assad aveva sterminato col gas 1300 civili, fa cui molti bambini. Scoprimmo in seguito che a usare il gas furono i ribelli per provocare un intervento nella Nato. O, sempre in Siria, nel 2107 quando Amnesty e il Dipartimento di Stato denunciarono l’esistenza di un formo crematorio in cui venivano bruciati i ribelli, rivelazione che indignò giustamente il mondo ma che venne smentita dopo un paio di settimane dallo stesso governo americano. Sia chiaro: nessuno sa chi abbia attentato alla vita di Skipal e di sua figlia e nessuna ipotesi può essere esclusa. Ma la propaganda è davvero assordante e i precedenti, nonché l’esperienza, suggeriscono maggior cautela. E un sano scetticismo: perché Putin sarà, per la grande stampa, “cattivo” ma di certo stupido non è.

Israele-Gaza: tutti i falsi miti da sfatare. Dall'onnipotenza del Mossad alla lobby ebraica e all'idea di "Due popoli due Stati". La complessità del conflitto israelo-palestinese negli anni ha generato una serie di convinzioni che non si basano sui fatti. Il dizionario del conflitto dalla A alla Z, scrivono Anna Mazzone e Paolo Papi su "Panorama". Israele ha avvertito i palestinesi della Striscia di Gaza di abbandonare le loro abitazioni. La pseudo-tregua è durata un batter di ciglia. I razzi di Hamas continuano a piovere in Israele e lo Stato ebraico ha ripreso i bombardamenti su Gaza e si prepara (forse) a un'operazione terrestre. Compresso tra i suoi falchi, Netanyahu sembra non avere chiara la rotta da seguire e intanto il numero dei morti aumenta di ora in ora. Si parla di più di 200 persone, tutti palestinesi e 1 israeliano. Il conflitto israelo-palestinese affonda la sua storia nella notte dei tempi. Difficile districarsi nelle fitte trame degli eventi, dei passi fatti in avanti e di quelli (tanti) fatti indietro. E, soprattutto, difficile non ascoltare le sirene dei "falsi miti". Idee preconcette, spesso frutto di propaganda da una parte e dall'altra, che a forza di essere ripetute sono diventate realtà. Abbiamo provato a smontarli uno per uno. 

Il mito dei Paesi arabi "fratelli". Non è vero, contrariamente a quanto sostiene la vulgata corrente, che i palestinesi siano vittime esclusivamente delle rappresaglie israeliane. I Paesi arabi che confinano con Israele, Gaza e Cisgiordania sono stati, nonostante la retorica antisionista dei governi arabi strumentalmente usata in chiave interna, tra i più feroci nemici degli oltre 5 milioni di profughi palestinesi della diaspora, considerati - ovunque siano stati ospitati - come dei paria senza diritti, degli inguaribili attaccabrighe da confinare in campi sovraffollati, senza servizi né diritti e controllati a vista dalle onnipotenti polizie locali. Dalla Giordania - dove durante il settembre nero del 1970 la polizia giordana lanciò una sanguinosa operazione contro i gruppi palestinesi nei campi - al Libano - dove i 500 mila profughi che vivono nei campi sono considerati tuttora senza diritti politici e sociali - fino al Kuwait - dove i lavoratori palestinesi furono espulsi durante la prima guerra del Golfo per il sostegno che l’Olp ricevette dal regime di Saddam - non c’è Paese arabo che - al di là delle magniloquenti dichiarazioni di solidarietà ai fratelli palestinesi  - abbia mai offerto un concreto aiuto ai palestinesi fuggiti dalle loro case. Sempre in Giordania (e anche in Libano) un palestinese non può studiare Legge o Medicina e non può essere proprietario di un immobile. Se questi sono "fratelli", allora forse è il caso di parlare di "parenti serpenti".

Il mito dei negoziati. Non è vero, o meglio: è estremamente improbabile, visto anche il disimpegno americano - che una soluzione al conflitto israelo-palestinese possa essere frutto di un negoziato tra i leader dei due campi, come dimostrano i fallimenti di tutti gli accordi di pace degli anni '90 e 2000. È assai più probabile che le tendenze demografiche di lungo periodo dei due gruppi etnici possano mutare, irrimediabilmente, nei prossimi decenni, la natura politica dello Stato di Israele. E questo per una ragione molto semplice: se guardiamo alle proiezioni statistiche scopriamo che al momento in Terra Santa vivono 6.1 milioni di ebrei e 5.8 milioni di arabi. La demografia dice che gli arabi fanno molti più figli degli ebrei. E' inevitabile pensare che nel giro dei prossimi dieci anni, qualora non si riuscisse a raggiungere una soluzione "Due popoli due Stati", Israele potrebbe perdere progressivamente il suo carattere di Stato ebraico. Insomma, quello che non si riesce a raggiungere da più di mezzo secolo al tavolo dei negoziati, potrebbe realizzarlo la Natura.

Il mito degli insediamenti congelati. Nonostante il governo israeliano abbia più volte dichiarato l'intenzione di congelare i nuovi piani di insediamento nella West Bank, questo non è accaduto. L'ultimo esempio è molto recente. Ai primi di giugno di quest'anno l'esecutivo israeliano ha annunciato uno stop nella costruzione di nuove abitazioni in Cisgiordania. In realtà, però, su un piano che prevedeva 1.800 nuovi insediamenti ne sono state costruite 381. Forte la pressione da parte di cinque Paesi dell'Unione europea affinché Israele congelasse i suoi piani sui nuovi insediamenti. Ma il governo Netanyahu ha fatto sapere che lo stop è arrivato per motivi "tecnici" e non in seguito alle pressioni europee. 

Il mito della lobby ebraica. E' sicuramente il mito più gettonato. Quello dell'esistenza di una lobby ebraica in grado di influenzare qualsiasi avvenimento socio-economico-politico nel mondo è il cavallo di battaglia dell'esercito dei complottisti. Il mito della lobby "giudaica" affonda le sue radici nell'antisemitismo e, come tutti i miti, si fonda su idee fantasiose ripetute a oltranza, nei secoli dei secoli, fino a diventare - almeno per alcuni - delle verità inviolabili. E' il mito che ha gettato le fondamenta dello sterminio nazista e che ha motivato nei secoli l'odio nei confronti degli ebrei, accusati - dopo la Seconda guerra mondiale - di fare "marketing dell'Olocausto" per poter mantenere una situazione di potere nel mondo. In realtà, basterebbe una sola domanda per smontare il mito della lobby ebraica: perché - se la lobby esiste sul serio - Israele non riesce a modificare l'immagine che passa sulla maggior parte dei media nel mondo e che assegna allo Stato ebraico la maglia nera del carnefice a fronte di una Palestina presentata largamente come vittima indiscussa?  Il vecchio adagio che la verità sta nel mezzo in realtà vale sia per Israele che per la Palestina, ed è troppo semplice e superficiale credere che esista una struttura monolitica e unica come la potente lobby ebraica, in grado di modificare i destini del mondo. 

Il mito di "Due popoli, due Stati". La soluzione "Due popoli due Stati" è l'idea di creare uno Stato palestinese indipendente, che possa esistere "assieme" a Israele. Negli anni è diventata una sorta di "mito", perché sarebbe sicuramente la soluzione migliore per risolvere un conflitto così complesso, ma è pur vero che al momento le parti in causa sono troppo distanti. La creazione di creare uno Stato binazionale non ottiene ugualmente supporto e i sondaggi dimostrano che sia gli israeliani che i palestinesi preferirebbero la "mitica" soluzione "Due popoli due Stati". E allora perché questa soluzione non viene raggiunta? La risposta affonda le sue radici in anni e anni di conflitto israelo-palestinese per la terra, la legittimazione, il potere. Un tema molto sentito dai palestinesi è il controllo delle frontiere e la libertà di movimento. Movimento che Israele restringe e controlla ai check-point e all'ingresso della città di Gerusalemme. E' molto difficile negoziare una soluzione "Due popoli due Stati" se non ci si riesce a mettere d'accordo sui confini come punto di partenza. Un ulteriore motivo di conflitto è la disputa sul controllo di Gerusalemme, casa di molti siti sacri per gli ebrei, ma anche per i palestinesi (e i cristiani). C'è poi la questione degli insediamenti israeliani nella West Bank, che fa parte dei territori palestinesi. L'espansione degli insediamenti israeliani nella West Bank è vista da molti come il principale ostacolo alla costruzione di una pace stabile e duratura. Infine c'è Hamas, l'organizzazione terroristica che controlla Gaza, che non vuole l'esistenza di Israele e si batte per cancellare lo Stato ebraico dalla mappa mediorientale. Di fronte a queste considerazioni, è evidente come la soluzione "Due popoli due Stati", pur essendo la migliore da praticare, è anche un falso mito da sfatare. Almeno finché le parti non muoveranno passi in una direzione diversa da quella presa finora.

Il mito dell'estremismo "solo" arabo. Per chi crede che nel conflitto israelo-palestinese il "terrorismo" si esprima solo sul fronte islamico, questo è un altro mito da sfatare. In Terra Santa gli estremisti sono anche ebrei e rappresentano un serio problema per il governo israeliano. Ultra ortodossi, gli estremisti ebraici si sono spesso distinti per attacchi di gruppo a donne. Come nel caso della ragazza presa a sassate a Beit Shemesh (nei pressi di Gerusalemme) perché stava attaccando dei poster della lotteria nazionale per le strade del villaggio. In occasione della recente visita di Papa Francesco in Terra Santa, le autorità israeliane hanno vietato a cinque noti estremisti di mettere piede nella città di Gerusalemme. Considerano lo Stato israeliano "un nemico" e attaccano con bombe e attentati, esattamente come gli omologhi della controparte palestinese. Un nome su tutti è quello di Yigal Amir, il terrorista ultranazionalista che nel 1995 ha ucciso Yitzhak Rabin, perché non accettava l'iniziativa di pace sposata dal premier israeliano e la sua firma sugli accordi di Oslo.

Il mito dell'onnipotenza del Mossad. I servizi segreti israeliani vengono spesso portati a esempio di infallibilità, ma non è così. Anche perché è umanamente impossibile. Tuttavia, il mito dell'onnipotenza del Mossad è uno delle fondamenta su cui si articola il mito della lobby ebraica, e pertanto resiste tenacemente nel tempo. Eppure, i flop del Mossad (e dello Shin Bet, l'intelligence israeliana per gli affari interni) sono sotto gli occhi di tutti. Cominciano nell'ottobre del 1973, quando Aman, i servizi militari israeliani, giudica "Poco probabile" lo scoppio di una guerra con i Paesi arabi, Qualche giorno dopo l'esercito sirio-egiziano attacca Israele, cogliendo il Paese del tutto impreparato. Il capo di Aman fu costretto a dimettersi. Poco prima, a luglio dello stesso anno, gli agenti del Mossad danno la caccia ai leader di Settembre Nero, l'organizzazione terroristica islamica responsabile dell'uccisione di 11 atleti israeliani ai Giochi olimpici di Monaco del '72. Gli 007 israeliani credono di avere individuato Hassan Salamé (uno dei leader) in Norvegia. Lo colpiscono, ma poi scoprono di avere ucciso per sbaglio un cameriere di origine marocchina. In tempi più recenti, a gennaio del 2010 in un hotel di Dubai viene ucciso Mahmoud al Mabhouh, uno dei comandanti di Hamas. Le foto dei killer (agenti del Mossad) fanno il giro del mondo con i loro passaporti, su operazione della polizia locale. Infine, a giugno 2011 i siti dell'IDF, di Shin Bet e del Mossad vengono violati da un gruppo di hackers di Anonymous, che minaccia un attacco cibernetico contro Israele. Per due ore i siti non sono accessibili.

Violenti scontri a Gaza: 16 palestinesi uccisi dall'esercito israeliano. Oltre mille feriti. L'Autorità nazionale palestinese (Anp) ha chiesto l'intervento della comunità internazionale dopo la violentissima battaglia al confine con la Striscia dove ha preso il via la 'Grande marcia del ritorno' che commemora gli scontri del marzo 1976. La mobilitazione durerà fino al 15 maggio, giorno della Nakba. Fonti diplomatiche: all'Onu riunione d'urgenza a porte chiuse del Consiglio di Sicurezza, scrive il 30 marzo 2018 "La Repubblica". Sedici morti e più di mille feriti nella Striscia, secondo il ministero della Sanità. Tra le vittime, la più giovane ha 16 anni. È il bilancio, ancora provvisorio secondo fonti mediche di Gaza, degli scontri tra palestinesi e forze della sicurezza israeliane scoppiati al confine tra il sud della Striscia e Israele, dove ha preso il via la “Grande marcia del ritorno” convocata da Hamas nell'anniversario dell'esproprio delle terre arabe per creare lo Stato di Israele nel 1948. Da fonti diplomatiche si apprende che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu, su richiesta del Kuwait, terrà una riunione d'urgenza sui tragici eventi di Gaza. La stessa fonte, coperta da anonimato, ha precisato che la riunione avverrà a porte chiuse a partire dalle 18.30 ora locale (le 00.30 in Italia). La Grande Marcia si è aperta nella Giornata della Terra che ricorda l'esproprio da parte del governo israeliano di terre di proprietà araba in Galilea, il 30 marzo 1976. Le proteste dureranno fino al 15 maggio, anniversario della fondazione di Israele, per i palestinesi "Nakba", la "catastrofe", come la chiamano, perché molti furono costretti ad abbandonare per sempre case e villaggi. 

L'esercito ha aperto il fuoco in più occasioni con colpi di artiglieria, munizioni vere e proiettili di gomma vicino alla barriera di sicurezza davanti a cui hanno manifestato 17 mila palestinesi. Dalla folla sono stati lanciati sassi e bottiglie molotov verso i militari. Di primo mattino il colpo di artiglieria di un carro armato aveva ucciso Omar Samour, un agricoltore palestinese di 27 anni che era entrato nella fascia di sicurezza istituita dalle forze armate israeliane. Testimoni hanno raccontato che si trovava su terreni vicini alla frontiera e un portavoce dell'esercito ha spiegato l'episodio parlando di "due sospetti che si sono avvicinati alla barriera di sicurezza nel sud della Striscia di Gaza e hanno cominciato a comportarsi in maniera strana", e i carri armati hanno sparato contro di loro". Successivamente è stato ucciso con un colpo allo stomaco un 25enne a est di Jabaliya, nel nord del territorio costiero e altri due (fra cui un 38enne) in punti diversi della frontiera. La maggior parte dei feriti sono stati colpiti da proiettili di gomma e gas lacrimogeni.

L'Autorità nazionale palestinese (Anp) ha chiesto l'intervento della comunità internazionale. Yusef al Mahmoud, portavoce dell'Anp a Ramallah, ha chiesto "un intervento internazionale immediato e urgente per fermare lo spargimento del sangue del nostro popolo palestinese da parte delle forze di occupazione israeliane". L'esercito israeliano ha precisato di aver preso di mira "i principali istigatori" delle proteste violente e ha ribadito che non verrà permesso a nessuno di violare la sovranità di Israele superando la barriera di sicurezza e per questo ha anche schierato un centinaio di tiratori scelti. Secondo il generale israeliano Eyal Zamir, l'esercito è intervenuto perché ha "identificato alcuni terroristi che cercano di condurre attacchi, camuffandosi da manifestanti". Zamir ha chiesto ai residenti palestinesi di stare lontano dal confine e ha accusato Hamas di essere responsabile degli scontri in corso. Le manifestazioni sono partite da sei punti dell'arido confine tra Gaza e Israele, lungo una cinquantina di chilometri: in particolare Rafah e Khan Younis nel sud, el-Bureij e Gaza City al centro, Jabalya nel nord. Il leader di Hamas,Ismail Haniyeh, ha arringato la folla assicurando che "è l'inizio del ritorno di tutti i palestinesi". Fonti dell'esercito di Tel Aviv hanno descritto gli scontri: "Fanno rotolare pneumatici incendiati e lanciano pietre verso la barriera di sicurezza, i soldati israeliani ricorrono a mezzi antisommossa e sparano in direzione dei principali responsabili e hanno imposto una zona militare chiusa attorno alla Striscia di Gaza, una zona dove ogni attività necessita di autorizzazione".

L'esercito israeliano ha detto che una ragazzina palestinese di 7 anni è stata "mandata verso Israele per superare la barriera difensiva". "Quando i soldati hanno realizzato che era una ragazzina - ha continuato l'esercito - l'hanno presa e si sono assicurati che tornasse in sicurezza dai genitori". Secondo l'esercito - citato dai media - la ragazzina è stata inviata da Hamas che "cinicamente usa le donne e i bambini, li manda verso la frontiera e mette in pericolo le loro vite". La protesta, che secondo gli organizzatori sarebbe dovuta essere pacifica, ha l'obiettivo di realizzare il "diritto al ritorno", la richiesta palestinese che i discendenti dei rifugiati privati delle case nel 1948 possano ritornare alle proprietà della loro famiglia nei territori che attualmente appartengono a Israele. Sono giorni che Israele fa intendere che avrebbe usato le maniere forti. Il ministro della Difesa, Avigdor Liberman, aveva avvertito che qualsiasi palestinese si fosse avvicinato a una barriera di sicurezza avrebbe messo a repentaglio la propria vita. Secondo i media israeliani, Liberman da stamane si trova presso il quartier generale dell'esercito per monitorare la situazione. L'esercito ha dichiarato la zona "area militare interdetta". Scontri sono in corso anche in Cisgiordania, nelle zone di Ramallah e di Hebron. Secondo il quotidiano israeliano Haaretz la mobilitazione chiamata da Hamas è anche un modo per sviare l'attenzione dal pantano politico all'interno della Striscia: dove dopo la guerra del 2014 le infrastrutture sono in rovina e la gestione delle necessità quotidiane è sempre più complicato. "Condanniamo in modo forte l'uso sproporzionato della forza da parte di Israele contro i palestinesi durante le proteste pacifiche di oggi a Gaza", ha detto il ministro degli Esteri della Turchia. "È necessario che Israele ponga fine rapidamente all'uso della forza, che innalzerebbe ulteriormente le tensioni nella regione", afferma Ankara, lanciando un invito "alla comunità internazionale a rispettare la sua responsabilità di convincere Israele ad abbandonare il suo atteggiamento ostile".

Israele spara sulla marcia palestinese: 15 morti a Gaza. Striscia di Gaza. Uomini, donne e bambini per il ritorno e il Giorno della terra: i cecchini israeliani aprono il fuoco su 20mila persone al confine. Oltre mille i feriti, scrive Michele Giorgio il 30.3.2018 su "Il Manifesto". Manifesto Il video che gira su twitter mostra un ragazzo mentre corre ad aiutare un amico con ‎in mano un vecchio pneumatico da dare alle fiamme. Ad certo punto il ragazzo, ‎avrà forse 14 anni, cade, colpito da un tiro di precisione partito dalle postazioni ‎israeliane. Poi ci diranno che è stato “solo” ferito. Una sorte ben peggiore è toccata ‎ad altri 15 palestinesi di Gaza rimasti uccisi ieri in quello che non si può che ‎definire il tiro al piccione praticato per ore dai cecchini dell’esercito israeliano. ‎Una strage. I feriti sono stati un migliaio (1.500 anche 1.800 secondo altre fonti): ‎centinaia intossicati dai gas lacrimogeni, gli altri sono stati colpiti da proiettili veri ‎o ricoperti di gomma. È stato il bilancio di vittime a Gaza più alto in una sola ‎giornata dall’offensiva israeliana “Margine Protettivo” del 2014. ‎Gli ospedali già ‎in ginocchio da mesi hanno dovuto affrontare questa nuova emergenza con pochi ‎mezzi a disposizione. Hanno dovuto lanciare un appello a donare il sangue perché ‎quello disponibile non bastava ad aiutare i tanti colpiti alle gambe, all’addome, al ‎torace. ‎«I nostri ospedali da mesi non hanno più alcuni farmaci importanti, ‎lavorano in condizioni molto precarie e oggi (ieri) stanno lavorando in una doppia ‎emergenza, quella ordinaria e quella causata dal fuoco israeliano sul confine», ci ‎diceva Aziz Kahlout, un giornalista.

Gli ordini dei comandi militari israeliani e del ministro della difesa Avigdor ‎Lieberman erano tassativi: aprire il fuoco con munizioni vere su chiunque si fosse ‎spinto fino a pochi metri dalle barriere di confine. E così è andata. Per giorni le ‎autorità di governo e i vertici delle forze armate hanno descritto la Grande Marcia ‎del Ritorno come un piano del movimento islamico Hamas per invadere le ‎comunità ebraiche e i kibbutz a ridosso della Striscia di Gaza e per occupare ‎porzioni del sud di Israele. Per questo erano stati fatti affluire intorno a Gaza ‎rinforzi di truppe, carri armati, blindati, pezzi di artiglieria e un centinaio di ‎tiratori scelti. ‎

Pur considerando il ruolo da protagonista svolto da Hamas, che sicuramente ‎ieri ha dimostrato la sua capacità di mobilitare la popolazione, la Grande Marcia ‎del Ritorno non è stata solo una idea del movimento islamista. Tutte le formazioni ‎politiche palestinesi vi hanno preso parte, laiche, di sinistra e religiose. Anche ‎Fatah, il partito del presidente dell’Anp Abu Mazen che ieri ha proclamato il lutto ‎nazionale. E in ogni caso lungo il confine sono andati 20mila di civili disarmati, ‎famiglie intere, giovani, anziani, bambini e non dei guerriglieri ben addestrati. ‎Senza dubbio alcune centinaia si sono spinti fin sotto i reticolati, vicino alle ‎torrette militari, ma erano dei civili, spesso solo dei ragazzi. Israele ha denunciato ‎lanci di pietre e di molotov, ha parlato di ‎«manifestazioni di massa volte a coprire ‎attacchi terroristici» ma l’unico attacco armato vero e proprio è stato quello – ‎ripreso anche in un video diffuso dall’esercito – di due militanti del Jihad giunti ‎sulle barriere di confine dove hanno sparato contro le postazioni israeliane prima ‎di essere uccisi da una cannonata.‎

La Grande Marcia del Ritorno sulla fascia orientale di Gaza e in Cisgiordania è ‎coincisa con il “Yom al-Ard”, il “Giorno della Terra”. Ogni 30 marzo i palestinesi ‎ricordano le sei vittime del fuoco della polizia contro i manifestanti che in Galilea ‎si opponevano all’esproprio di altre terre arabe per costruire comunità ebraiche nel ‎nord di Israele. I suoi promotori, che hanno preparato cinque campi di tende lungo ‎il confine tra Gaza e Israele – simili a quelle in cui vivono i profughi di guerra -, ‎intendono portarla avanti nelle prossime settimane, fino al 15 maggio quando ‎Israele celebrerà i suoi 70 anni e i palestinesi commemoreranno la Nakba, la ‎catastrofe della perdita della terra e dell’esilio per centinaia di migliaia di profughi. ‎Naturalmente l’obiettivo è anche quello di dire con forza che la gente di Gaza non ‎sopporta più il blocco attuato da Israele ed Egitto e vuole vivere libera. Asmaa al ‎Katari, una studentessa universitaria, ha spiegato ieri di aver partecipato alla ‎marcia e che si unirà alle prossime proteste ‎«perché la vita è difficile a Gaza e non ‎abbiamo nulla da perdere‎». Ghanem Abdelal, 50 anni, spera che la protesta ‎‎«porterà a una svolta, a un miglioramento della nostra vita a Gaza‎».‎

Per Israele invece la Marcia è solo un piano di Hamas per compiere atti di ‎terrorismo. La risposta perciò è stata durissima. Il primo a morire è stato, ieri ‎all’alba, un contadino che, andando nel suo campo, si era avvicinato troppo al ‎confine. Poi la mattanza: due-tre, poi sei-sette, 10-12 morti. A fine giornata 15. E ‎il bilancio purtroppo potrebbe salire. Alcuni dei feriti sono gravissimi.‎

Si rischia la Pasqua di rappresaglia. In Israele si rischia una Pasqua di rappresaglia, scrive Fiamma Nirenstein, Sabato 31/03/2018 su "Il Giornale". C'è confusione sui numeri ma non sul significato della «Marcia del ritorno», come l'ha chiamata Hamas. 15 morti, 1.400 feriti e 20mila dimostranti sul confine di Israele con Gaza, in una manifestazione organizzata per essere solo la prima in direzione di una mobilitazione di massa che dovrebbe avere il suo apice il 15 di maggio, giorno della Nakba palestinese, il «disastro», festa dell'indipendenza di Israele, che coinciderà anche con il passaggio dell'ambasciata americana a Gerusalemme. Un'escalation continua di eccitazione mentre cresceva l'incitamento ha visto per ben quattro volte unità di giovani armati di molotov, bombe a mano e coltelli, infiltrati dentro il confine. Un esempio limitato di quello che Hamas vorrebbe riprodurre su scala di massa, ovvero l'invasione di Israele, come nei loro discorsi ieri hanno ripetuto i leader massimi Ismail Hanyie e Yehyia Sinwar. Non a caso nei giorni della preparazione si sono svolte esercitazioni militari con lanci di razzi e incendi di finti carri armati, pretesi rapimenti e uccisioni che hanno persino fatto scattare i sistemi antimissile spedendo gli israeliani nei rifugi. Il messaggio di Hamas era chiaro: marciate, noi vi copriamo con le armi. Ma le intenzioni terroriste sono state incartate dentro lo scudo delle manifestazioni di massa e l'uso della popolazione civile, inclusi donne e bambini, è stato esaltato al massimo. Molti commentatori sottolineano che se Hamas decide di marciare, non ci sia molta scelta. E una marcia di civili risulta indiscutibile presso l'opinione pubblica occidentale, ma il messaggio sottinteso è stato spezzare il confine sovrano di Israele con la pressione della folla civile, utilizzare le strette regole di combattimento dell'esercito israeliano che mentre lo stato maggiore si arrovellava, si è trovato nel consueto dilemma delle guerre asimmetriche: tu usi soldati in divisa e il nemico soldati in abiti civili, donne, bambini, talora palesemente utilizzati come provocazione. L'esercito ha confermato che una piccola di sette anni per fortuna è stata individuata in tempo prima di venire travolta negli scontri. E in serata Israele ha bombardato con cannonate e raid aerei tre siti di Hamas a Gaza in risposta a un tentativo di attacco armato contro soldati. La protesta di Hamas - che arriva alla vigilia della festa di Pesach, la Pasqua ebraica - ha vari scopi: il primo è legato alla situazione interna di Gaza. L'uso militarista dei fondi internazionali e il blocco conseguente del progresso produttivo ha reso la vita della gente miserabile e i confini restano chiusi. È colpa della minaccia che l'ingresso da Gaza di uomini comandati da un'entità terrorista, comporta per chiunque, israeliani o egiziani. Hamas con la marcia incrementa la sua concorrenza mortale con l'Anp di Abu Mazen, cui ha cercato di uccidere pochi giorni fa il primo ministro Rami Hamdallah; minacciata di taglio di fondi urla più forte che può contro Israele, cosa su cui la folla araba, anche quella dei Paesi oggi vicini a Israele come l'Arabia Saudita e l'Egitto, la sostiene. Il titolo «Marcia del ritorno» significa che non può esserci nessun accordo sul fondamento di qualsiasi accordo di pace, ovvero sulla rinuncia all'ingresso distruttivo nello Stato ebraico dei milioni di nipoti dei profughi del '48, quando una parte dei palestinesi fu cacciata e una parte se ne andò volontariamente certa di tornare sulla punta della baionetta araba. Israele ha cercato invano di evitare che alle manifestazioni si facessero dei morti. Ma nessuno Stato sovrano accetterebbe da parte di migliaia di dimostranti guidati da un'organizzazione che si dedica solo alla sua morte una effrazione di confini. Hamas userà i nuovi shahid (povera gente) per propagandare la sua sete di morte in nome di Allah e contro Israele. Certo questo non crea in Israele maggiore fiducia verso una pace futura.

Il silenzio assordante sul massacro dei curdi, scrive Marco Rovelli il 29 marzo 2018 su Left. Fin dove arriva l’estensione dell’impunità? Fin dove ci si può spingere nel massacro e nel disprezzo del diritto? Fin dove si può farlo nella più totale indifferenza della comunità internazionale e dei media? Erdogan ci sta mostrando sul campo che questi confini sono assai estensibili. Quella porzione di Medio Oriente che dopo la dissoluzione dell’Impero ottomano prese il nome di Siria, e che adesso si è dissolta a sua volta, è il luogo ideale per riplasmare i confini di ciò che è lecito. Ed è lecito tutto ciò che si può fare, come nello stato di natura di Hobbes e Spinoza. In quello stato di natura non esiste alcuno Stato civile: l’assoluta libertà di massacro di Erdogan, allora, ci mostra che non è collassata solo la sovranità statale siriana, ma pure qualsiasi simulacro di comunità internazionale. Erdogan ha di fatto invaso la Siria, e tutto accade come nulla fosse: perché, dal punto di vista di una comunità internazionale, che non esiste in quanto comunità normata da un diritto, nulla è, in effetti. Erdogan massacra i curdi, tanto combattenti quanto civili, e, ancora, nulla è. I curdi del resto sono da cent’anni l’assoluto rimosso del Medio Oriente, vittima silenziosa delle strategie delle sovranità statali. Negli ultimi quindici anni i curdi hanno provato a mettere in discussione il principio della sovranità dello Stato-nazione, attraverso la teoria del confederalismo democratico: e così adesso, quel Leviatano si abbatte su di loro, in forma di vendetta, lacerando ancora le carni di quel popolo ribelle. Mentre il sacrificio si compie, il mondo resta ammutolito. Ma non perché sgomento dalla terribile entità di quel massacro. Piuttosto, perché nulla sa, e, se sa qualcosa, preferisce non farne parola. Così appaiono del tutto naturali le immagini di Erdogan in visita in Italia senza che nessuno dei nostri governanti abbia osato far cenno dei suoi crimini. Un’infamia inemendabile. E allora, sia gratitudine a chi è penetrato nei cancelli della fabbrica Agusta, il luogo primo della nostra complicità nel massacro in corso. È con i nostri elicotteri Agusta Westland che il massacro viene compiuto. Le pale degli elicotteri fanno un rumore tale, e le bombe sganciate, che il silenzio dei media e dei governanti si fa sempre più assordante. Fanno bene al cuore le immagini della partecipazione alle manifestazioni per Afrin, certo: ma è sempre troppo poco quel che possiamo fare, perché il silenzio del discorso pubblico ci sopravanza. Ciò, ovviamente, non ci esime dal continuare a fare. Bisogna ricordare, senza posa, a fronte dell’obsolescenza programmata del discorso pubblico, dove i morti scompaiono dalla scena più velocemente di una qualsiasi canzone pop, di qualsiasi tormentone estivo, come si getta un bene di consumo qualsiasi nell’immondizia. Ricordiamo, invece. Ricordiamoci di Alan Kurdi, quel bambino curdo finito morto riverso sulla spiaggia, che il mondo ha guardato in faccia per un istante, commuovendosi come sempre per interposta persona, per poi assistere il giorno dopo a un nuovo spettacolo che cancella quello del giorno precedente. Ricordiamolo, che migliaia di piccoli Alan Kurdi sono uccisi, o costretti a un esodo immane, dalle nostre bombe. E ricordiamo che Erdogan sta provando a uccidere la speranza più luminosa di un Medio Oriente da troppo tempo disperato, la speranza costruita giorno dopo giorno da un movimento curdo che tenta di ridare forma e contenuti e pratiche nuovi a una parola da noi usurata e consunta e abusata: democrazia. Ricordiamolo, che è perché i curdi del Rojava sperimentano una democrazia radicale, che sono massacrati.

Le prove non ci sono, ma Trump spara lo stesso: orrore! Scrive Marcello Foa il 14 aprile 2018 su "Il Giornale". L’attacco di questa notte rappresenta un grave errore e una svolta nella politica estera americana. E’ un gesto di intimidazione nei confronti del regime di Assad, ma anche – e forse soprattutto – nei confronti della Russia e dell’Iran. Non ci sono prove sull’uso di armi chimiche alla Douma. Giovedì Macron assicurava di avere riscontri sulle responsabilità di Assad, riscontri che però non ha esibito. Infatti nelle stesse ore il segretario alla Difesa degli Usa James Mattis, in audizione al Congresso, dichiarava che non ci sono vere prove ma solamente indizi forniti da media e social media.  Ciò nonostante l’attacco è stato lanciato lo stesso. Il messaggio, pertanto, è chiaro e grave: l’America torna ad essere il gendarme del mondo. E Trump rinnega se stesso. L’ho già scritto e lo ribadisco: Il Trump di queste ore non ha più nulla a che vedere con quello che è stato eletto 18 mesi fa. La nomina di un supefalco come John Bolton a Consigliere della sicurezza nazionale, segna la conversione del presidente americano sulle posizioni che egli stesso condannava con forza. Lo dimostrano i suoi tweet, lo dimostra il suo discorso di insediamento, in cui disegnava un’altra America, meno interventista, più equilibrata, mèiù saggia. Il Trump di oggi è irriconoscibile. E’ diventato un neoconservatore ovvero ha fatto proprio lo spirito aberrante che ha guidato la mano di Bush, in buona parte quella di Obama, e che ispirava quella di Hillary Clinton. Bolton è alla Casa Bianca da poche settimane e gli effetti si vedono. Fino a pochi giorni fa l’America sembrava sul punto di ritirarsi dalla Siria, ora, a suon di missili, dice: noi ci siamo e continueremo a farci sentire. Questo nuovo corso della politica estera americana non promette nulla di buono. Esaspera ancor di più i rapporti con la Russia di Putin, ma questo non è nel nostro interesse di europei ed espone il mondo a crisi ancor più gravi e dalle conseguenze imprevedibili. Che errore, che orrore, Trump.

Siria: l’attacco chimico, tragico pretesto, scrive il 9 aprile 2018 Piccole note su “Il Giornale". Un altro attacco chimico in Siria scatena la reazione internazionale. “Ora l’America di Trump dovrà colpire. Dovrà rispondere alle immagini spaventose che giungono dalla Siria”, scrive Franco Venturini sul Corriere della Sera di oggi. Si potrebbe concordare. Ma difficilmente Washington bombarderà Ryad, che sostiene i jihadisti di Jaysh al-Islam, l’organizzazione jihadista che ha lanciato l’attacco. Perché, con ritornello ripetitivo quanto stantio, i politici e i media dell’Occidente accusano Damasco e Putin. E si preparano a colpire la Siria.

Un attacco chimico annunciato. Solo che stavolta Mosca non starà a guardare. Ha allertato le difese schierate in Siria, e sono tante. Sarà la terza guerra mondiale? Washington dovrebbe riflettere prima di compiere passi fatali. L’escalation è una possibilità, anche se ad oggi remota. Sull’attacco chimico è inutile spiegare che Assad non ha alcun interesse a usare i gas contro i suoi nemici, anzi, sui quali sta avendo la meglio usando armi convenzionali. Per un beffardo incrocio di destini, proprio oggi sembra si sia chiuso l’accordo con gli assassini di Jaish al islam che controllano Douma, il quartiere nel quale sono stati sganciati i gas. Dovrebbero andarsene altrove, liberando l’area dalla loro nefasta occupazione. Ma al di là, degli sviluppi, resta che non interessa a nessuno accertare i fatti. La responsabilità di Assad è dogma inderogabile. Come furono le armi di distruzione di massa di Saddam. E anche se gli interventisti palesano qualche dubbio, restano fermi nell’asserire che Assad va colpito. Come fa Venturini con quel cenno col quale abbiamo iniziato questa nota. Nel proseguo dell’articolo, infatti, ammette che la responsabilità del governo siriano è dubbia…A fine marzo avevamo riportato che “i ribelli siriani che combattono nel Ghouta avrebbero simulato un attacco chimico contro i civili come pretesto per un attacco americano”. Una constatazione non nostra, ma del sito Debkafile, collegato ai più che informati servizi segreti israeliani, che pure non hanno in grande simpatia Assad, anzi. E da giorni media russi e iraniani avevano allertato su un attacco chimico imminente ad opera dei cosiddetti ribelli per incolpare i siriani. Sempre Debkafile, oggi riporta: “Alcune fonti a Washington sospettano che alcuni gruppi dell’opposizione siriana stiano innescando l’escalation nella speranza di provocare un’azione militare USA in Siria, ribaltando l’intenzione annunciata dal presidente Trump di riportare a casa le truppe statunitensi”.

Trump e il ritiro dalla Siria. Trump, obnubilato dai fumi dell’incendio che ieri è divampato alla Trump Tower, (funesto presagio), si è scagliato lancia in resta per un’azione militare. La sua idea di ritirare le truppe dalla Siria sembra dunque appartenere al passato. Oggi le difese siriane danno notizia di aver abbattuto alcuni missili Tomahawk lanciati contro una loro base aerea, un attacco che Mosca attribuisce a Israele. Gli autori della strage di Douma sembrano dunque aver conseguito i risultati sperati. Resta la perplessità per un complesso mediatico unidirezionale, come riscontrato durante la guerra in Iraq e quella in Libia. L’Unione sovietica aveva la Pravda, parola russa che significa verità. Ai media occidentali è consentita certa libertà su temi secondari, ma, quando il sistema si compatta su una decisione che riguarda il suo stesso destino, hanno anche loro una Pravda alla quale attenersi, pena l’esclusione dal sistema stesso. Una Pravda più sofisticata, certo, ma non meno perniciosa. Pericolosa deriva. Totalitaria.

Attacco chimico a Douma: se gli jihadisti scagionano Assad, scrive il 9 aprile 2018 Piccole note su “Il Giornale". Strano strano: l’Osservatorio siriano per i diritti umani, totalmente consegnato alla causa del regime-change in Siria, quindi non certo uno strumento in mano ad Assad, non dà alcuna notizie dell’asserito attacco chimico che sarebbe avvenuto a Douma, presso Ghouta orientale. Attacco che l’Occidente attribuisce ad Assad. L’Osservatorio è dedito alla propaganda contro il governo siriano. I suoi oppositori lo accusano di Inventarsi o distorcere notizie alla bisogna; un po’ come quando si narrava che i comunisti mangiavano i bambini. Allo scopo si avvale di fonti sul campo, fonti jihadiste, ovvio, e terroriste. Ha quindi un rapporto diretto con gli attori presenti nel teatro di guerra. Nel caso specifico, la banda Jaysh al-Islam, finanziata e armata dall’Arabia Saudita, che controllava Douma.

Il resoconto dell’Osservatorio siriano dei diritti umani. Bene, l’Osservatorio dedica alle interna corporis di Douma tantissimi articoli, di cui cinque solo oggi (almeno fino al momento in cui abbiamo realizzato questa piccola nota), dettagliando cosa è successo nel quartiere assediato di Damasco. Note in cui si narra che ci sono stati pesanti bombardamenti da parte delle forze russo-siriane, e che in seguito a queste la popolazione civile si è ribellata agli jihadisti e gli ha chiesto di accettare l’accordo proposto dai loro nemici e di abbandonare il quartiere. Hanno persino manifestato sotto la casa del capo della milizia, per fargli capire che doveva sloggiare. Magnanimamente, i jihadisti alla fine hanno accettato, spiegando in un comunicato che lo facevano per il bene della popolazione civile. E ora pare che stiano andando via, sotto la “pressione popolare”, imbarcati su 26 autobus messi a disposizione da Damasco. Saranno destinati ad un’altra zona della Siria controllata da altri jihadisti. Bene, in nessuno di questi articoli si parla di gas tossico, attacco chimico o quanto altro. Solo in un articolo del 7 aprile si accenna a “11 persone, tra cui almeno 5 bambini, soffocate, dopo il bombardamento di un aereo da guerra”. Al di là della veridicità o meno della notizia (l’Osservatorio non è molto attendibile, per usare un eufemismo), resta che non parla di gas, ma di generici sintomi di soffocamento di 11 persone. Va da sé che se si lancia un attacco chimico i sintomi sono ben più gravi e le persone colpite risulterebbero in numero ben maggiore. Inoltre, di solito, le notizie riguardanti gli asseriti attacchi chimici del passato erano corredate con foto raccapriccianti. In questo caso di foto ne sono circolate pochine e tutte molto più che generiche: potrebbero essere state scattate ovunque. Quella che circola di più l’abbiamo messa in esergo al nostro articolo e inquadra un bambino con un respiratore, mentre la sua compagnetta non ha nulla, se non legittima paura. Foto che non provano nulla insomma, se non l’innocenza violata dei bambini in questa sporca guerra. Una sporca guerra che si alimenta di menzogne. I siti russi rilanciano le dichiarazioni della Croce rossa siriana, che dice di non aver trovato tracce di gas a Douma. E in realtà, non si capisce perché i jihadisti incistati nel quartiere non hanno denunciato quell’attacco nel comunicato rivolto ai cittadini di Douma che l’Osservatorio siriano per i diritti umani riporta tutto nel dettaglio: non una riga sull’asserito attacco chimico. Perché tacere? Si poteva ben denunciare che a seguito dell’attacco chimico avevano deciso di andar via… Si noti che questo articolo, e soprattutto il comunicato degli jihadisti, è successivo all’attacco in cui L’Osservatorio denuncia i presunti sintomi di soffocamento. Non una riga su gas e attacchi chimici. Nemmeno una… Vuoi vedere che si sono inventati tutto?

Ps. Ovvio che da oggi tutto può cambiare e magari anche sul sito dell’Osservatorio scorreranno fiumi di inchiostro su gas e quanto altro. Ma il dato rilevato resta. E conferma quanto scritto stamane: la storia dell’attacco chimico è una messinscena costruita ad arte per attaccare Assad.

Armi chimiche ad orologeria, scrive Sebastiano Caputo il 9 aprile 2018 su “Il Giornale”. Presunte armi chimiche, ancora. Il governo siriano è sotto inchiesta dal potere mediatico internazionale per aver colpito la città di Duma, dove è in corso una battaglia contro Jaish al Islam, con gas tossici. In poche ore i video dal campo diffusi sono diventati virali e senza alcuna verifica tutti i mezzi d’informazione occidentale gli hanno rilanciati sui loro siti web e ritrattati in forma cartacea sulle prime pagine. E’ evidente però che siamo di fronte ad un’evidente operazione di “spin” giornalistico, vale a dire di una notizia che è stata fabbricata, confezionata o per lo meno riadattata, per poi essere gettata in mondovisione in un contesto geopolitico, militare e diplomatico molto preciso. In Siria c’è la guerra da oltre sette anni e quando vengono organizzate queste campagne mediatiche così corali non è mai per caso per cui occorre inserirle in un quadro molto più ampio altrimenti diventa solo becera e lacrimevole propaganda. Per capire quanto siano davvero autorevoli tali accuse è necessario analizzare le fonti della notizia, poi la campagna mediatica che ne è seguita, e infine tracciare le conseguenze dirette. Il presunto uso di armi chimiche è stato diffuso da due organi. Prima dai canali informativi legati a Jaish al Islam, poi dai White Helmets, un’organizzazione che è stata più volte denunciata per connivenza con i gruppi terroristici in Siria e di fornire un racconto parziale e mai obiettivo del conflitto. Eppure nonostante questa mancanza di obiettività i media occidentali hanno riportato ciecamente la notizia facendosi portavoce di una fazione creata coi soldi sauditi nel settembre 2013 per intercessione della famiglia Allouche – che oggi vive comodamente a Londra facendo fare il lavoro sporco allo sceicco Isaam Buwaydani, detto “Abu Hamam”, succeduto a Zahrane Allouche ucciso da un raid siriano – e che per anni ha comandato Duma con metodi mafiosi, imponendo la propria legge ai commercianti della Ghouta e giustiziando pubblicamente, senza esitare, chi ne ha contestato il potere (per credere è sufficiente ascoltare le testimonianze dei civili fuggiti dai corridoi umanitari aperti dalla Mezzaluna Rossa in collaborazione con l’Esercito Arabo Siriano). La campagna mediatica che ha seguito questi fatti è stata perfettamente sincronizzata in un lasso di tempo cortissimo. Tutti i giornali e i telegiornali hanno aperto con le stesse fotografie, gli stessi titoli, gli stessi slogan, e così anche gli intellettuali, uno fra tutti Roberto Saviano, che sulla scia di quel monologo fazioso di qualche settimana fa su Rai 1 che avevo commentato con un video, si è accodato a questa narrativa a senso unico inventandosi persino un gesto virale – la mano che tappa bocca e naso – per denunciare, senza prove, il governo siriano. Questa traiettoria informativa con l’intento di trascinare emotivamente l’opinione pubblica, si iscrive come detto sopra in un contesto geopolitico molto preciso. Siamo di fronte ad una vittoria militare di Bashar Al Assad e dei suoi alleati russi, iraniani, e libanesi, allora a rigor di logica è quanto mai legittimo domandarsi che interessi avrebbe il presidente siriano, sapendo di avere gli occhi puntati della comunità internazionale e dei media, per lo più in una posizione di forza, di utilizzare le armi chimiche nella battaglia di Duma? Sarebbe un errore da principiante e Assad un principiante non lo è affatto per come ha condotto la guerra mediatica e militare. La verità è che questa campagna arriva una settimana dopo le dichiarazioni di Donald Trump sul ritiro delle truppe dal nord della Siria (circa 2mila soldati), mentre all’interno della sua amministrazione c’è una componente legata al complesso militare-industriale che vuole continuare a seguire un’agenda alternativa a quella della Casa Bianca, con degli obiettivi molto chiari: difendere i pozzi petroliferi, coordinare i curdi sempre più propensi ad un riavvicinamento con il governo di Damasco e controllare zone altamente strategiche nella parte settentrionale del Paese. Per ultimo e non meno importante, è da ricordare che pochi giorni fa Erdogan, Rohani e Putin si sono riuniti per dare seguito ai colloqui di pace, perseguendo il processo di Astana, dove gli americani non sono invitati a prendere parte, ed è evidente che tutto questo servirà a spostare l’attenzione diplomatica sulle Nazioni Unite dove gli Stati Uniti, insieme a Francia e Inghilterra, la fanno da padroni.

Cosa c'è da sapere sulla guerra in Siria. Assad punta a riconquistare i pozzi petroliferi dell'Est, la Turchia a controllare il Nord. Mentre la Russia gestisce la situazione e gli Stati Uniti vogliono rafforzare il ruolo regionale di Israele. Ecco cosa sta succedendo, scrive Alberto Negri il 16 aprile 2018 su "L'Espresso". Nel pieno di una nuova guerra fredda ci avviciniamo a grandi passi alla balcanizzazione della Siria. A Nord la Turchia punta a cacciare dai suoi confini i curdi siriani e gli Stati Uniti non sembrano impegnati a difendere coloro che hanno utilizzato per sconfiggere l’Isis nell’assedio di Raqqa, ex capitale del latitante “califfo” Al Baghdadi. L’eroismo dei curdi di Kobane contro i jihadisti dell’Isis, così esaltato in Occidente, è stato presto dimenticato di fronte alla realpolitik. Nei villaggi curdi che non cadranno in mano ai turchi e alle loro milizie arabe resteranno i ritratti dei martiri. Chi scrive ha visto morire i curdi iracheni nel 1988 ad Halabja, asfissiati dai gas di Saddam Hussein nella più completa indifferenza internazionale; li ha visti fuggire dall’Iraq nel 1991, quando Bush padre fece appello a loro e agli sciiti per insorgere contro Baghdad - e anche allora furono abbandonati al loro destino - poi li ha visti tornare nel 2003 dopo la caduta del raìs, quindi combattere a Kobane quando occupavano soltanto il 20 per cento della città e i jihadisti li attaccavano alle spalle con la complicità di Erdogan: pagano oggi l’ennesimo tradimento delle loro speranze, forse illusorie, di irredentismo. Al centro, lungo l’asse vitale della Siria “utile” Aleppo-Hama-Homs-Damasco, il regime sta consolidando le sue posizioni con il sostegno della Russia e dell’Iran. Bashar Al Assad sta espellendo le ultime sacche di resistenza intorno a Damasco, poi, con l’aiuto dei russi e dei pasdaran iraniani, punterà decisamente a Est verso i campi petroliferi di Deir ez Zhor, essenziali per ricostruire un paese i cui danni di guerra sono stimati almeno 400 miliardi di dollari. Per Assad - come per Erdogan al Nord - l’obiettivo è sostituire la popolazione ostile, in questo caso i sunniti e coloro che hanno appoggiato la rivolta, con quote di minoranze più fedeli al regime come i cristiani, gli sciiti e gli alauiti. In poche parole andiamo verso la pulizia etnica e settaria che ha caratterizzato molte epoche della storia del Medio Oriente. Anche il ritorno dei profughi siriani - tre milioni in Turchia dove rappresentano l’arma di ricatto di Erdogan nei confronti dell’Europa - verrà gestito in questa direzione: distribuire la popolazione non secondo le esigenze di un ritorno a casa ma in accordo con le nuove linee di separazione etnica e religiosa. Dal 2011 a oggi quasi otto milioni di siriani hanno dovuto cambiare indirizzo e molti di loro non lo ritroveranno. Idlib, al Nord, non lontano da Aleppo e dal confine con la Turchia, intanto sta diventando la “discarica” dei jihadisti sconfitti. Qui le donne sole, rimaste single o vedove, vengono radunate dagli islamisti in appositi campi di concentramento. Qui si spengono, in un’atmosfera cupa e carica di presagi inquietanti, le ultime speranze della rivoluzione siriana cominciata con la rivolta di Daraa nel 2011. Quale sarà il loro destino? È un interrogativo di non poco conto, tenendo presente che tra loro ci sono molti dei settemila combattenti con passaporto europeo che imboccarono anni fa l’“autostrada del Jihad” aperta da Erdogan con l’appoggio degli Stati Unti e delle monarchie del Golfo. Nella sedicente pax syriana è il Cremlino che taglia le fette di torta, bisogna quindi sapersi accontentare e inghiottire qualche boccone amaro. Con il vertice di Ankara tra Erdogan, Putin e Hassan Rohani si è definito il nuovo triangolo mediorientale, una sorta di Sikes-Picot dei nostri giorni: si tratta dell’evoluzione più paradossale della guerra di Siria. Un membro della Nato dagli anni Cinquanta, bastione dell’Alleanza contro Mosca, si è messo d’accordo con la Russia e con l’Iran, bestia nera degli Stati Uniti e di Israele. In sintesi un Paese dello schieramento atlantico è sceso a patti contro gli avversari, veri o presunti, dell’Occidente per spartire la Siria in zone di influenza. Non è neppure secondario che Erdogan, incline a presentarsi come paladino dei sunniti, abbia stretto intese con gli ayatollah sciiti, nemici dei jihadisti e del mondo islamico salafita. Se il progetto troverà riscontri nel prossimo futuro, significa che Russia e Iran hanno vinto la guerra di Siria due volte: la prima tenendo in piedi Assad, la seconda portando nel loro campo un pilastro della Nato. La Turchia ospita, oltre alle basi, anche i missili americani puntati contro Mosca e Teheran. Quale è il piano americano da contrapporre al triangolo Russia-Turchia-Iran? Pur mantenendo le basi in Turchia e nel Golfo, lasciare che se la sbrighino sul campo potenze esterne e regionali: in realtà gli Usa contano sulla disponibilità di Israele - che dal Golan siriano occupato nel 1967 scatta con i suoi raid aerei - a fare il poliziotto della regione. Ma la partita non è finita. L’Arabia Saudita, con le dichiarazioni del principe ereditario Mohammed bin Salman sul diritto di Israele ad avere un suo Stato, segnala che vuole trascinare le monarchie del Golfo dal lato di Tel Aviv pur di contenere la Mezzaluna sciita. Le prossime mosse ci daranno le sfaccettature di quello che sarà nei mesi a venire il prisma del conflitto mediorientale. Trump, sulla spinta dei neo-con della Casa Bianca, Mike Pompeo e Bolton, rispettivamente segretario di Stato e consigliere della sicurezza nazionale, intende cancellare l’accordo di Obama con Teheran sul nucleare. Si aspettano nuove sanzioni e ulteriori difficoltà per Paesi europei in affari con gli iraniani, tra cui anche l’Italia. Nonostante le indicazioni di un disimpegno americano, in realtà il Medio Oriente “allargato” resterà nel mirino Usa: la partita è strategica ma anche economica, dalle rotte del gas nel Mediterraneo orientale alle nuove “vie della Seta”, ferroviarie, autostradali, marittime e portuali, in mano agli investimenti cinesi. Da queste parti forse non sarà più America First, ma Israel First, che per altro tiene sempre aperta la linea rossa con il Cremlino. La guerra per procura contro l’Iran ha balcanizzato in un massacro infinito la Siria ma non è ancora finita.

Cara Botteri, sulla Siria sbagli e ti spiego perché, scrive il 17 aprile Marcello Foa su "Il Giornale". Il mio intervento di giovedì scorso a TG 3 Linea notte è diventato virale sui social media. Decine di migliaia di condivisioni per aver detto – in un estratto di due minuti – che, come dimostra la Siria e come già avvenuto in Iraq, i giornalisti abboccano troppo facilmente alla propaganda e non imparano dai propri errori. In collegamento, purtroppo solo nei minuti finali, c’era da New York Giovanna Botteri, corrispondente dalla Rai, che naturalmente, dalla mimica facciale, pareva non essere molto d’accordo con me. Diversi lettori mi hanno chiesto: ma com’è andata a finire? Cos’ha detto la Botteri? Potete giudicare voi stessi, seguendo la sequenza completa (sono appena cinque minuti). Io mi auguro di avere presto l’occasione di confrontarmi nuovamente con lei, però non posso rimanere indifferente riascoltando l’ultima affermazione della mia nota collega, secondo cui la differenza è che “nell’Iraq del 2003 i giornalisti erano sul campo e potevano testimoniare, mentre oggi in Siria non ci sono giornalisti sul posto”. Avrei voluto replicare subito ma purtroppo eravamo alla fine della trasmissione. Rimedio adesso. No, cara Giovanna, non ci siamo. Io non ho mai citato l’Iraq come esempio positivo per la stampa ma – e lo dimostro nel mio saggio, uscito da poco, Gli stregoni della notizia. Atto secondo – ma, al contrario, come precedente molto negativo, in cui proprio la grande stampa internazionale, a cominciare dal New York Times e dalla Cnn, fecero da volano a tutte le bufale istituzionali, appiattendosi totalmente sulla posizione del presidente Bush. Allora le poche voci critiche venivano intimidite ed emarginate, fino alla criminalizzazione morale. Avevano ragione ma dovevano sentirsi soli, dovevano discolparsi, fino a dubitare delle proprie isolate convinzioni. In Siria la grande stampa mainstream sta commettendo lo stesso errore, come spiego nel mio intervento a Tg3 Linea Notte, ma la Botteri non può sostenere che in Siria mancano i giornalisti sul campo. Ci sono stati eccome, pensiamo al giovane Sebastiano Caputo, a Gian Micalessin, a Fausto Biloslavo. Talvolta basterebbe ascoltare le testimonianze dei preti che vivono in Siria, anziché quelle, tuitt’altro che neutrali, di molte Ong. Le voci alternative non mancano, per chi vuole ascoltarle. Il problema, è che la maggior parte dei media le ignora, preferendo affidarsi ciecamente alla voce dei governi, senza mai dubitare, senza mai interrogarsi, senza mai cogliere le incongruenze e le contraddizioni, nemmeno quando sono palesi. Ovvero muovendosi come docili greggi al seguito del solito Pastore. Il giornalismo, cara Giovanna Botteri, è un’altra cosa: significa coraggio, significa indipendenza, significa capacità di critica e di sana autocritica. Significa riscoprire virtù che la stampa occidentale mainstream smarrisce di giorno in giorno.

Douma: non fu attacco chimico. Parola di Robert Fisk, scrive il 17 aprile 2018 Giampaolo Rossi su "Il Giornale".

IL PRIMO AD ENTRARE. “Questa è la storia di una città chiamata Douma, un luogo devastato e maleodorante di palazzi distrutti – e di una clinica sotterranea le cui immagini di sofferenza hanno permesso a tre delle nazioni più potenti del mondo occidentale di bombardare la Siria la scorsa settimana”. Inizia così, sul quotidiano britannico The Indipendent, il racconto di Robert Fisk, uno dei più famosi giornalisti al mondo, direttamente da Douma. Fisk, reporter di fama internazionale, è stato il primo ad entrare nei giorni scorsi nella città liberata dall’esercito siriano; ha visitato il famoso ospedale dove sono state girate le immagini dei bambini con le maschere di ossigeno, prova fondamentale che l’Occidente ha preteso per accusare Assad di aver usato armi chimiche e scatenare il bombardamento su Damasco e Homs. Fisk ha parlato con Assim Rahaibani, il medico che era presente quel giorno quando i feriti giunsero nell’ospedale. E ciò che viene raccontato è sconvolgente: il video è vero ma la verità è un’altra: “quei civili erano sopraffatti non dal gas ma dalla carenza di ossigeno dentro i tunnel e negli scantinati in cui vivevano, in una notte di vento e bombardamenti pesanti che hanno scatenato una tempesta di polvere”. Quella notte, continua il testimone, “ci furono molti bombardamenti [da parte delle forze governative]” ma c’era anche “molto vento e le nuvole di polvere cominciarono a invadere gli scantinati e le cantine dove vivevano le persone”. Il video di dei bambini di Douma con le maschere d’ossigeno è vero… ma la verità è un’altra. Quelle persone furono colpite da ipossia (cioè da mancanza di ossigeno) non da gas nervini. Ecco il perché delle immagini di quei bambini con le maschere sul volto; sarin e agenti nervini non c’entravano nulla. Poi, continua l’anziano medico siriano, “qualcuno alla porta, un «Casco bianco», gridò “Gas!”, ed è cominciato il panico. La gente ha iniziato a gettare acqua l’una sull’altra. Sì, il video che è stato girato qui, è autentico, ma quelle che vedi sono persone che soffrono di ipossia – non di intossicazione da gas“. Robert Fisk afferma anche che quella del dott. Rahaibani non è l’unica testimonianza. A Douma: “ci sono molte persone con cui ho parlato tra le rovine della città che hanno detto di non aver mai creduto a storie di gas, che di solito venivano messe in giro dai gruppi armati islamici”; quelli che l’Occidente chiama Ribelli e che gli abitanti di Douma chiamano jihadisti o “terroristi”, perché “il termine che usa il Regime è un termine usato da molte persone in tutta la Siria”. Fisk afferma nel suo reportage di aver “attraversato la città abbastanza liberamente ieri senza soldati, poliziotti o agenti di sicurezza a seguire i miei passi, solo due amici siriani, una macchina fotografica e un taccuino”. Eppure nessuna traccia di gas e nessuna testimonianza che ne comprovasse l’esistenza.

SMENTITI GOVERNI OCCIDENTALI. Il reportage di Fisk smentisce categoricamente la versione di Usa, Gran Bretagna e Francia, secondo i cui governi vi era “un alto grado di fiducia” (non la certezza) che il regime siriano avesse bombardato con armi chimiche. Secondo l’intelligence occidentale la fiducia proveniva da rapporti di “Organizzazioni mediche non governative attive nella regione come la Syrian American Medical Society” composta da medici americani di origine siriana che operano in Turchia e nei territori sotto il controllo dei ribelli, e poi da “testimonianze, foto e video apparsi spontaneamente su siti Web specializzati, sulla stampa e sui social media”. In altre parole i governi occidentali hanno deciso di sferrare un attacco contro la Siria sulla base di un’accusa provata da video su You Tube e dai “sentito dire” di profughi fuggiti da Douma con i ribelli e che lo avrebbero raccontato ad organizzazioni anti-Assad. Nessun prova confermata da esperti internazionali, dall’OPCW o da organismi preposti. Fisk si chiede: “com’è possibile che i profughi di Douma che avevano raggiunto campi in Turchia abbiano descritto un attacco di gas che nessuno oggi a Douma ricorda?” Bella domanda. Forse perché l’attacco chimico non c’è mai stato.

VERITÀ NASCOSTE. D’altronde lo stesso bombardamento occidentale presenta strane verità nascoste. Come abbiamo raccontato in questo articolo, il laboratorio di Barzah a Damasco, distrutto da ben 70 missili americani, non era un Centro di produzione di armi chimiche, e lo confermò un mese fa l’OPCW dopo aver effettuato due ispezioni senza riscontrare la benché minima attività illegale, né presenza di sostanza vietate. Fisk è stato il primo giornalista arrivato a Douma a testimoniare una possibile manipolazione della verità su ciò che è accaduto; ma non il solo. Il reporter Pearson Sherp ha documentato per il canale OAN (One American News Network, emittente conservatrice filo-Trump) che secondo le testimonianze raccolte nella città, sono stati i ribelli ad inscenare l’attacco chimico allo scopo di generare il caos necessario ad fuggire dalla città. Insomma, il caso Douma è l’ennesima messa in crisi della verità su cui si è costruita tutta la guerra in Siria. Rimane l’assurdità di un bombardamento occidentale al di fuori del Diritto internazionale, voluto per ragioni che non hanno nulla a che fare con i motivi umanitari e, se il reportage di Fisk fosse confermato, anche fondato su una colossale bugia. Se il reportage di Fisk fosse confermato ci troveremmo davanti ad una colossale fake news della quale i governi occidentali, i media e gli “intellettuali umanitari” potrebbero dover rispondere al mondo.

Siria 1957: False Flag e la storia che si ripete, scrive il 13 aprile 2018 Giampaolo Rossi su “Il Giornale”.

SIRIA: IL PRECEDENTE. È il 1957; il Presidente americano Eisenhower e il Primo Ministro britannico Mcmillan decidono che è arrivato il momento di un “regime change” in Siria. Shukri al-Quwatli il presidente siriano che aveva vinto le prime elezioni democratiche, l’eroe dell’indipendenza non era più affidabile; si stava avvicinando troppo all’Unione Sovietica e Washington e Londra non potevano correre il rischio di perdere il controllo del petrolio siriano, né che la Siria diventasse un caposaldo comunista in Medio Oriente. E così furono messi in campo Cia e Sis per studiare la soluzione migliore. E fu trovata: scatenare una serie di attentati terroristici a Damasco facendo finta che ci fosse una rivolta in corso; compiere alcuni omicidi mirati sulle figure più influenti del governo e una serie di provocazioni alle frontiere turca, irachena e giordana che spingesse quelle nazioni ad intervenire. CIA e SIS avrebbero dovuto usare “le loro capacità sia nel campo psicologico che in quello dell’azione”. Tra gli uomini del governo siriano da uccidere, il primo era Afif al-Bizri il capo di Stato Maggiore accusato di essere un uomo di Mosca.

Il piano per il “regime change” prevedeva il finanziamento ad un “Comitato Siriano Libero” e armi a “fazioni politiche paramilitari”; gli antesignani degli attuali “Ribelli moderati”. L’operazione, ormai approvata ed esecutiva, si arenò per la rinuncia di Iraq e Giordania a scatenare una guerra disastrosa in Medio Oriente. La storia del tentato golpe in Siria emerse qualche anno fa dai documenti privati di Duncan Sandys, Segretario alla Difesa del Premier britannico e pubblicati dal Guardian. È impressionante la similitudine con ciò che sta accadendo oggi; ma in fondo non c’è nulla di nuovo né in Siria né altrove.

FALSE FLAG: MANIPOLARE E DESTABILIZZARE. Quello che allora non si realizzò, si è realizzato molte altre volte. Si chiama False Flag ed è una delle tecniche con cui scatenare guerre, regime change o perseguire disegni geopolitici senza incorrere in apparenti violazioni del Diritto internazionale o in pressioni contrarie dell’opinione pubblica. I False Flag sono operazioni segrete attraverso le quali un Governo o un’Agenzia d’Intelligence commettono atti di terrorismo, assassinii mirati, destabilizzazioni per far ricadere la colpa sui nemici o avversari e così legittimare una propria azione aggressiva. Nel secolo scorso l’adottarono un po’ tutti: i giapponesi per annettere la Manciuria cinese, i sovietici per invadere la Finlandia), i nazisti per preparare l’invasione in Polonia. Ma da dopo la Seconda Guerra Mondiale sono state le potenze occidentali quelle che hanno fatto il maggior uso di False Flag. Britannici, israeliani e americani ne sono diventati i maestri. Dagli attentati nel 1946 del M16 contro le navi che trasportavano gli ebrei in Palestina, attribuendoli ad una fantomatica organizzazione palestinese; all’Operazione Susannah, con cui nel 1954 Israele compì una serie di attentati in Egitto per far ricadere la colpa sui Fratelli Mussulmani e bloccare l’avvicinamento americano a Nasser. Il colpo di Stato della Cia in Iran del 1953, per sostituire il Primo Ministro nazionalista Mossadeq con lo Scià, fu preceduto da una serie di attentati contro leader religiosi organizzati dagli americani e attribuiti a fazioni comuniste per destabilizzare il Paese. Molti piani approvati dai governi rimasero poi sulla carta, come il Piano Northwoods con cui nel 1962 gli Usa cercarono il casus belli per invadere Cuba progettando attentati contro esuli cubani da parte di finti terroristi castristi. Con la «Guerra preventiva» di Bush e Obama, i false flag sono diventati narrazione, storytelling, pura fiction ad uso del mainstream globale.

FALSE FLAG DI BUSH E OBAMA. Nel nuovo secolo, i False Flag sono diventati lo strumento preferito di Washington per manipolare l’opinione pubblica e legittimare false guerre umanitarie. Anzi di più. Con la teoria della “Guerra Preventiva” di Bush continuata da Obama, i False Flag si sono trasformati in narrazione, storytelling, pura fiction ad uso del mainstream globale. E così è bastato andare all’Onu a mostrare in mondovisione una fialetta di antrace preparata dalla Cia dicendo che era stata trovata in Iraq, per legittimare l’invasione di quel Paese. Oppure consegnare ai media finti report su presunti crimini di Gheddafi commessi (o addirittura da commettere) contro innocenti “ribelli moderati” finanziati dall’Occidente per creare lo sdegno internazionale affinché la Nato potesse radere al suolo la Libia ed eliminare lo scomodo dittatore che faceva affari con tutto l’Occidente. La Siria è oggi il teatro della grande manipolazione con cui l’Occidente e i suoi alleati sunniti cercano di abbattere un governo non allineato. E i leggendari “bombardamenti chimici” di Assad sono i più straordinari False Flag degli ultimi anni.

IL PRECEDENTE DI KHAN SHAYKHUN. Già a Khan Shaykhun un anno fa, la storia della armi chimiche di Assad fu utilizzata in un’operazione mediatica senza precedenti; un’operazione a cui l’Onu, alla fine, ha dato legittimità producendo un rapporto incredibile per incongruenze e inaffidabilità; un rapporto redatto dal JIM (il Joint Investigative Mechanism) nel quale si ammette per esempio che gli esperti “non hanno mai visitato il luogo dell’incidente avendo deciso di soppesare i rischi per la sicurezza contro i possibili vantaggi per l’inchiesta”. In cui si dichiara che l’intero documento è stato costruito sulla base di relazioni, immagini redatte da “fonti aperte” in un’area che ricordiamolo, era sotto il controllo dei ribelli di Al Nusra e dei miliziani di Al Qaeda. Un rapporto che riconosce (ma decide di non indagare) incongruenze come quella delle molte vittime ricoverate negli ospedali in orari precedenti a quello del presunto bombardamento (p. 28-29). Un rapporto che decide di non tenere conto di una serie di studi di esperti indipendenti che sono giunti a conclusioni completamente diverse come quello clamoroso di uno scienziato del Mit di Boston che abbiamo pubblicato qui. Un rapporto che si dice “sicuro” che la Siria sia responsabile di un attacco chimico ma che per esempio alla pagina 22, ammette che ad oggi il JIM “non ha trovato informazioni specifiche che confermino che un SAA Su-22 operante dalla base aerea di Al Shayrat (quella che poi bombardò Trump per rappresaglia) abbia lanciato un attacco aereo contro Khan Shaykhun il 4 aprile 2017″. Il bombardamento di Douma sembra far parte della stessa identica narrazione: ci sono alcuni video che girano in rete e sul mainstream terribili di bambini morti ma senza alcuna reale elemento di identificazione e per chi volesse approfondire la questione lasciamo l’articolo di Sebastiano Caputo che da quella regione è tornato pochi giorni fa. È curioso che in entrambi i casi, l’attacco chimico di Assad avvenga quando l’esercito siriano sta per vincere la battaglia contro i ribelli e quindi non avrebbe alcun motivo di utilizzare armi che in termini tattici sono del tutto inutili (un retaggio della Prima Guerra Mondiale) ed in termini mediatici disastrose per chi le usa (mentre al contrario utilissime per chi le subisce). Ed è curioso anche che ogni volta, l’attacco si materializzi subito dopo che Trump ha annunciato cambi di politica in Siria: un anno fa, 4 giorni dopo dopo aver dichiarato che Washington non era più interessato all’allontanamento di Assad e ora 6 giorni dopo aver annunciato il ritiro delle truppe dalla Siria. Ed ogni volta, puntualmente, un oscuro e inspiegabile attacco chimico del regime impone a Washington e all’Occidente di riaprire la crisi con Assad.

GIÙ LE MANI DALLA SIRIA. Assad sta vincendo la guerra, Putin sta scombussolando i piani del nuovo Medio Oriente progettato da Occidente, Arabia Saudita e Turchia. L’America rischia di uscire a pezzi dai 20 anni di errori, guerre criminali e arroganti tentativi di ridisegnare la regione compiuti da Bush e Obama su ordine dell’élite neo-con che ha dominato Washington in questi anni. Trump, nonostante i toni bellicosi da cowboy di frontiera, sta forse provando ad arginare la pressione dell’élite globalista e del Partito della guerra che imperversa nei media e dentro il Deep State. Ma non è detto che ce la faccia. Ed è proprio nella lotta interna alla democrazia Usa che si gioca la partita della Siria e il futuro equilibrio del mondo.

ALL’1% GLI UTILI IDIOTI DELL’UCCIDENTE. La Siria di Ghouta e la Ghouta di Amnesty, Palmira e Babilonia, i nazifascisti in agguato, il gender e i migranti: quando i “sinistri” condividono distruzioni e distrazioni di massa, scrive Fulvio Grimaldi sul suo blogspot, riportato da Davide il 10 marzo 2018 su ComeDonChisciotte.  

Quelli “del popolo”. Quelli che risultano più nauseabondi sono sempre gli ipocriti. A partire dal “manifesto” e da tutta la combriccola pseudosinistra dell’imperialismo di complemento, che volteggia nel vuoto dell’interesse e del consenso di un elettorato italiano che, per quanto disinformato o male informato sulle cose del mondo, ha dimostrato di badare più alla sostanza che alle formulette di palingenesi sociale incise sulle lapidi della sinistra che fu. E la sostanza ci dice che mettere tutti sullo stesso piano, 5Stelle e ologrammi nazifascisti, Putin e Trump, opposti imperialismi, migranti in fuga da bombe Nato e migranti attivati dalle Ong di Soros, jihadisti a Ghouta Est e truppe governative, a dispetto dell’immane e unanimistica potenza di fuoco mediatica, poi produce al massimo l’1 virgola qualcosina per cento. Brave persone, certo (esclusi i paraculi fessi dei GuE), ma fuori dal mondo, da chi è il nemico e da come si muove l’1% finanzcapitalista e tecno-bio-fascista nell’era del mondialismo e dell’high-tech. E, permettetemi una risatina, neanche bravi, ma di un narcisismo solipsista che rivela tratti patologici per quanto è dissociato dal reale, quelli della Lista del Popolo (Chiesa, Ingroia, bislacchi e farlocconi vari), trionfalmente giunti allo 0,02%. Ma si può!

Di Maio tra omaggi a San Gennaro e Mattarella e rifiuto degli F35. Sebbene questo unanimismo di fondo in fatto di geopolitica tra gli ambiguoni o catafratti della sinistra ausiliaria del sistema e del sistema i militanti in divisa, possa aver confuso le idee a molti sulla partita che si gioca in Medioriente, o nei trasferimenti via Ong di popolazioni, o a proposito dello “Zar Putin” e dei suoi maneggi per non far vincere Hillary, basta a volte una piccola crepa e la luce passa e illumina quanto si voleva restasse al buio. Possiamo dire tutto e il contrario di tutto su Di Maio, ma credo che siano davvero pochini gli italiani che condividono l’idea che spendere 80 milioni al giorno per muovere guerre a chi non si sogna di disturbarci e che quindi non abbiano apprezzato il voto 5 Stelle contro ogni missione militare e contro l’acquisto degli F35. Questo al netto delle promesse di “normalizzazione” profferite ora a tutto spiano dal leader 5Stelle e che lo fanno apparire come il pifferaio di Hamelin le cui liete marcette si trascinano dietro tutti i ratti della prima e seconda repubblica. Pensano di salire sul carro del vincitore, ma nella storia il pifferaio i ratti li porta a precipitare nell’abisso. Di Maio se lo ricorda?   Non vorremmo che si finisse come la fiaba: che poi quelli trascinati via sono i bambini.

La Siria si riprende anche Ghouta: pacifisti e diritto umanisti a stracciarsi le vesti. Prendiamo la Siria, insieme a tutte le altre guerre, una dopo l’altra, che con ripetitività parossistica ci vendono come difesa dei diritti umani di un popolo massacrato dal proprio governante. Ci hanno seppellito in un bunker di menzogne: i tondini li forniscono le Ong tipo Amnesty International, HRW, MSF, la malta che li tiene insieme sono i media. Date un’occhiata a questo osceno appello di Amnesty perché si costringa Damasco a levare l’assedio alla Ghouta. Ancora una volta questo sempre più lurido arnese del bellicismo imperiale si fa riconoscere. Non una parola sul golem terrorista che da 7 anni sbrana la Siria e tiene ostaggi, ogni tanto massacrandoli, gli abitanti delle zone occupate. Mille parole perfide e lacrimose su Aleppo in corso di liberazione, non una parola su Raqqa polverizzata dai bombardamenti Usa, con tutti i suoi abitanti, mentre elicotteri prelevavano quelli dell’Isis per reimpiegarli, insieme agli ascari curdi, in altri crimini contro il popolo siriano.

Bimbi a Damasco. Ma poi nel calcestruzzo si apre una crepa. Ed è la pigrizia degli stereotipi. C’è sempre un dittatore che bombarda il proprio popolo, una massa sterminata di bambini uccisi, come se, per esempio, Ghouta, fosse tutta una scuola materna, ci sono sempre gli Elmetti Bianchi e i Medici senza Frontiere, grazie ai soldi di Soros, che stanno inevitabilmente dalla parte dei “ribelli” e che poi vengono esaltati e premiati dagli strumenti di comunicazione di coloro che le guerre le promuovono. Non mancano mai le “armi chimiche di Assad”, linea rossa che poi regolarmente sfuma, cancellata da prove e testimonianze (grazie russi!), come sono insostituibili i sanguinari jihadisti di Al Qaida e Isis contro cui gli imperiali dicono di combattere, ma dopo averli addestrati, armati e poi salvati dalle offensive dell’esercito siriano e suoi alleati. Qualcuno rovistando nel web si accorge, a dispetto della furia anti-fake news della Boldrini, che l’attacco siriano alla provincia di Ghouta avviene dopo sei anni che da lì i terroristi hanno ininterrottamente bombardato con razzi e mortai i 7 milioni di civili della capitale Damasco; che le centinaia di vittime dell’offensiva governativa su Ghouta, “soprattutto bambini”, sono il dato inventato dall’Osservatorio che i servizi britannici e i jihadisti gestiscono a Londra; che, se il governo spedisce colonne di autobus a evacuare la gente di Ghouta, o la Croce Rossa siriana prova a creare corridoi umanitari per rifornire di cibo e medicinali, a bombardare queste colonne e questi corridoi, voluti dal governo, saranno difficilmente gli stessi governativi. Nel documentario “Armageddon sulla via di Damasco” ho illustrato alcuni effetti del martellamento su Damasco, fino a 90 missili in una settimana. Dal mercato Al Hamidiyya, il più antico e bello del Medioriente, colpito nel momento di maggiore affollamento, alla stazione di autobus disintegrata nell’ora di punta, con schizzi di sangue e parti di corpo spiaccicati fin sul cavalcavia alto 20 metri. Immagini mie e di canali siriani che nessuno in Occidente ha mai ripreso. E’ successo mille volte, come centinaia sono state le incursioni aeree dei pirati israeliani. Avete sentito qualche sussurro di disapprovazione da Amnesty e compari?

Il “manifesto”: tutti uguali ma uno più uguale. Così, un po’ per volta, si aprono crepe, delle quali la più grossa è il dubbio che il “manifesto” e affini, quelli che si precipitano a fornire palchi e ghirlande ad Amnesty, non te la raccontino giusta quando mettono sullo stesso piano chi spara da Ghouta e chi avanza da Damasco e, anzi, trovano che i più cattivi siano coloro che “assediano” il sobborgo della capitale per eliminare uno degli ultimi bubboni tumorali incistati nel proprio territorio dai gangster imperialsionisti e mica quelli, sicari e mandanti, che vogliono mantenere, ai costi più inenarrabili, un presidio che tenga sotto tiro Damasco e impedisca la pacificazione e la vittoria dei giusti. Che sono poi anche le forze popolari siriane precipitatesi in soccorso ai curdi sotto attacco turco ad Afrin, a dispetto delle pugnalate alle spalle che questo mercenariato di Usa, Israele e sauditi, ha inflitto a chi ne aveva accolto, con tanto di cittadinanza, le centinaia di migliaia di fuggitivi dalle persecuzioni di Ankara.

Quando parla il popolo, non gli gnomi da giardino, il re buonista resta nudo. Le ambiguità e distorsioni dei media, a qualsiasi obbedienza politica pretendano di rifarsi, hanno iniziato a frantumarsi contro il muro della realtà. Elezioni politiche che mozzano gli arti alla principale forza di dominio e relegano nell’irrilevanza chi gli opponeva formule di rito anni ‘50, del tutto avulse da quanto una chiara percezione dello stato di cose reale richiederebbe, dimostrano che il re è nudo e nudi sono anche principi, duchi, baroni, paggi, nani e ballerine. La menzogna ha esaurito la sua capacità mistificatrice. Da fuffa e nebbia, demagogia presidenziale e pontificale, sono scaturiti irresistibili gli abusi inflitti dai dominanti ai dominati sul piano sociale, economico, ambientale, di lavoro, scuola, salute. Ma forse anche i crimini dei quali ci hanno voluto partecipi, anche a spese nostre, compiuti contro altri popoli. Non sarà un caso che gli unici vincitori di questa contesa elettorale siano coloro che a spese e avventure guerresche, come alle sanzioni che a queste si accompagnano, si sono sempre opposti. E se questa barra la manterranno dritta, sarà già molto.

Al potere via decostruzione e migrazione. Che sono poi anche quelli che, in un modo o nell’altro, quale corretto ed equo, quale rozzo e falsamente motivato, hanno messo in dubbio la sacralità dei facilitatori delle migrazioni “per fame, guerra, persecuzioni”. Il che ci porta a un’altra considerazione. Invasori e terrorismo jihadista ha posto particolare accanimento nella distruzione delle vestigia storiche delle nazioni che sono stati mandati ad assaltare. Ong, umanitaristi, sinistre, Don Ciotti e missionari nelle colonie, Soros, briciole sinistre, sostengono l’accoglienza dei rifugiati senza se e senza ma. Ci sono punti di contatto, affinità di obiettivi, tra queste forze e le campagne che condividono? Non penso al semplicistico discorso che individua causa ed effetto nelle bombe e nelle conseguenti fughe. Lo stereotipo del “fuggono da guerre, fame e persecuzioni”. Penso a una manovra a tenaglia che cancella corpi e spirito di comunità formatesi nel sangue, nei progetti, nelle sconfitte e nelle rinascite, nella lingua e nei costumi, su una comune terra, in rapporto con lo stesso ambiente ed è così che ha acquisito conoscenza e coscienza di sé, identità, autostima, volontà di perpetuarsi e crescere. Un fiore nell’infinita ricchezza della varietà dei fiori. Prima di manipolazioni e ibridazioni. Se, io élite di infima minoranza, perseguo un progetto di dominio mondiale assoluto che solo a me e ai miei subalterni obbedienti convenga, delle forze così formatesi e così composte, altrettante negazioni al mio disegno, devo liberarmi. E’ conditio sine qua non per l’affermazione del progetto mondialista. La mia operazione a tenaglia consiste, primo, nel cancellarne i segni della storia, delle opere compiute, le fondamenta dell’edificio che una comunità, un popolo, una nazione, devono avere sempre in corso d’opera se intendono avere un futuro. Del resto, senza queste tessere del mosaico, l’umanità si estingue. L’élite regnerà sul deserto o su un altro pianeta. E, secondo, nello sradicarli, spostare quelli che non ho decimato con guerre militari o economiche, tagliare radici, staccare il fogliame dal tronco, disperderlo, alienarlo da se stesso, confondendolo in quello che chiamano “meticciato”. Erano le mie ultime ore nella Baghdad che ho illustrato in “IRAQ: un deserto chiamato pace”, aprile 2003. I carri Usa, penetrati in città avevano sparato i primi colpi contro l’Hotel Palestine, dove stavamo noi giornalisti che non avevamo seguito l’ordine di Bush di far parlare solo gli embedded al seguito degli invasori. Morirono un mio amico di Al Jazeera e un reporter spagnolo. Uscendo dalla città in taxi passai accanto al Museo Nazionale: Protetta da reparti angloamericani, manovalanza importata dal Kuweit stava già saccheggiando la più ricca testimonianza della storia araba e irachena, dai sumeri agli Abbassidi, anche a beneficio dei predatori dei caveau occidentali. Subito dopo avrebbero disperso e bruciato i testi, resi sacri dal tempo e dall’amore dei loro lettori, della Biblioteca Nazionale, dalle tavolette cuneiformi della prima scrittura, alla magnificenza letteraria delle Mille e una notte e ai traduttori arabi di Aristotele. Intanto i carri americani si preparavano a travolgere sotto i propri cingoli Babilonia, Ur, Niniveh, Samarra, Nimrud, Ctesifonte, Hatra. Quattromila anni di creatività umana, di civiltà, di culla della civiltà. Meticolosamente, sistematicamente polverizzati o predati. E poi stessa procedura in Siria, Aleppo, Palmira, Libia, Gaza, ovunque la pianta umana fosse più antica, robusta, rigogliosa, degli stenti arbusti, delle misere gramigne di chi a una cultura annegata nel sangue ha sostituito centri commerciali, tecnologie decerebranti e arsenali atomici.

Mosul. In parallelo i migranti, pezzi interi di popoli, 6 milioni di siriani spodestati, un milione a disposizione dei minijob di Angela Merkel. E, logicamente, afghani, iracheni, libici, pachistani e, soprattutto africani: basta seccare con una megadiga Impregilo un fiume come l’Omo in Etiopia e 60mila perdono l’acqua, i coltivi, la sussistenza, diventano foglie secche al vento che qualche Ong seduce a farsi schiavi “meticciati” in un bengodi di sfruttati europei. Come si vede in ogni sequenza che ci induce a impietosirci e a condividere “l’accoglienza”, sono in stragrande maggioranza giovani con i tempi e le forze capaci di futuro. Un futuro abbandonato alle multinazionali a casa propria, ma per il quale fornire braccia e saperi In Occidente. Sono giovani, in grado di affrontare i pericoli della filiera del traffico di carne umana, ma non procreeranno più per la continuità di una comunità arrivata fin ad oggi a dispetto di prove di ogni genere, procreeranno per il “meticciato”. A compensare ciò che da noi, nell’esaltazione dei generi e transgeneri della sterilità, non nasce più. E se crediamo che da tutto ciò noi siamo esenti, proviamo a gettare uno sguardo fuori dalla finestra, tra un asilo nido che non c’è e una famiglia che il precariato di sistema rinserra in sogni frustrati. Diamo un’occhiata ai territori terremotati, banco di prova e cartina di tornasole di un altro fronte della stessa guerra. Credete che, a quasi due anni dal sisma con migliaia ancora nei campeggi al mare, in alloggi di fortuna lontani, con attività produttive sparite per sempre, con la ricostruzione neanche di una stalla, si tratti solo di inefficienza, ritardi, risse per appalti? Ho girato per quelle terre palmo a palmo (“O la Troika o la vita – Non si uccidono così anche le nazioni”). Paesi con le radici nell’impero romano e le chiese del Medioevo, dove hanno lasciato segni Arnolfo da Cambio, Mantegna, Leopardi, Piero della Francesca: tesori inenarrabili. I terremotati li vogliono scoraggiati, esportati, migranti anche loro, i territori privati di una economia nativa, sorta dal genius loci, anacronisticamente non sovranazionale, ma legata ai bisogni locali, ai biotopi naturali e umani. Spopolare per nuove destinazioni d’uso. Sovranazionali. Come quando sradicano con gli ulivi l’anima della Puglia, per far posto a gasdotti e resort di Briatore. Rifugiati nostrani di cui nessuno tiene conto e né Soros, né alcuna Ong dei diritti umani reclamano un’accoglienza senza se e senza ma. Tutto questo Pippo non lo sa. Tutto questo quelli dell’1% “rosso”, PaP (Potere al Popolo), i PC (le scissioni dell’atomo), o LuE (i neoliberisti, NATOisti, Bruxellisti, insofferenti di Renzi), non lo sanno. Sepolti nell’altroieri, del progetto capitalista e della relativa strategia non studiano e non vedono neanche la più abbagliante evidenza. Nanetti da giardino occupati a strappare erbacce, mentre fuori cresce una giungla di piante carnivore. E non si accorgono che, ignorando quella strategia, ogni lotta contro il precariato di vite e lavoro è già persa, mentre sono del tutto compatibili quelle contro le molestie, per i matrimoni e le adozioni gay, per ogni più fantasiosa invenzione di genere come fieramente esibite in quelle manifestazioni d buongusto e di cultura popolare che sono i Gay Pride, contro la minaccia dell’Onda Nera nazifascista. Minaccia eroicamente combattuta, da Macerata a Milano a Roma a Palermo, con l’illusione di ricavarne dividendi boldriniani e poi spassosamente risultata pulviscolo littorio allo 0,9%, Casa Pound, e allo 0,37% Forza Nuova. Tocca scioglierli per salvarci dall’orrore di nuovi Farinacci e Himmler, era l’invocazione tonitruante della Boldrini, grande specialista di armi di distrazione di massa. Intanto, però, il mondo reale scioglieva lei e i suoi scioglitori. E senza neanche un sorso di olio di ricino. Ma più compatibile, anzi, più gradita di tutte, è la campagna per l’accoglienza dei migranti. Roba di sinistra, ca va sans dire.

I non detti di Ghouta, scrive Sebastiano Caputo il 22 febbraio 2018 su "Il Giornale". Tutto ciò che accade in queste ore nella periferia di Damasco, di preciso a Ghouta, è filtrato da una sconcertante quanto irresponsabile narrativa. In Siria c’è la guerra da oltre sette anni eppure i grandi e autorevoli mezzi d’informazione sembrano accorgersene solo ora perché gli ingredienti per la mistificazione della realtà non mancano affatto. La meccanica comunicativa è più o meno sempre la stessa: una produzione di notizie scollegate fra loro e confezionate dentro un frame, cioè la cornice giornalistica da cui è impossibile sfuggire, in questo caso “la mattanza di Ghouta perpetuata dall’aviazione del governo siriano”. Seguono immagini scioccanti – in larga parte riportate dai “White Helmets”, il braccio umanitario e mediatico dei gruppi terroristici- che mostrano le tragiche conseguenze “dell’offensiva”, intere abitazioni rase al suolo, cadaveri sulla strada, donne in lacrime, ambulanze, soccorritori in cerca di cadaveri tra le macerie. Le riprese sono di qualità, il logo con l’elmetto bianco appare di continuo, le fotografie vengono scattate con cura. Nell’album emerge un’istantanea che diventa il simbolo di un assedio: una bambina col pigiama rosa – la scelta del pigiama non è casuale e richiama di riflesso i campi di concentramento nazista – che viene tratta in salva da casa sua. Esattamente come ad Aleppo, quando il piccolo Omran Daqneesh fu immortalato coperto di sangue e polvere nell’ambulanza, peccato che poco tempo dopo il padre svelò la tecnica dei White Helmets i quali presero il bambino ancora sporco e scosso dai bombardamenti e lo gettarono in mondovisione sul loro profilo Twitter certi che le agenzie occidentali lo avrebbero alzato come trofeo. Alla sequenza di immagini trasmesse a ripetizione – peraltro sempre le stesse – seguono i dati. A contare i morti ci pensa il generatore di notizie diretto da un solo uomo che vive in Inghilterra: l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani. Ad accodarsi a questo macabro spettacolo del dolore sono le organizzazioni non governative occidentali – Unicef, Save The Children, Médecins Sans Frontières – che mentre mettono in primo piano i cadaveri putrefatti di donne e bambini raccolgono donazioni – tramite squallidi banner pubblicitari – dai lettori distratti e travolti da un flusso ininterrotto di lacrime.  Nessuno vuole negare le conseguenze immonde della guerra, il problema, ancora una volta, sono i non detti dell’offensiva di Ghouta.  Chi vive nel sobborgo di Damasco? Chi sono questi ribelli (che se ci fate caso non vengono più nemmeno definiti “moderati”)? Come agiscono? E come fa un’enclave, senza sbocchi autostradali, a fornirsi di armi e munizioni? Questo spazio geografico si è ritagliato nella contorta mappa militare nel lontano 2012 e si colloca sul lato nord-orientale, alle porte della capitale. Quasi 400mila civili sono tenuti praticamente in ostaggio da tre fazioni jihadiste legate a doppio filo con Al Qaeda - Faylaq al Rahman, Tahrir al Sham e Jaysh al Islam – che da anni attaccano i quartieri centrali di Damasco – non lontani dal Suk – a colpi di mortai. L’offensiva dell’esercito siriano è stata rafforzata per rispondere agli attacchi contro i damasceni che si sono intensificati proprio in questi giorni. Molti di loro hanno perso la vita ma se ne parla poco perché la narrativa occidentale è monodirezionale e classifica i civili siriani in due categorie: alcuni sono più vittime di altri. Ghouta è anche quel luogo in cui vengono fabbricate e utilizzate armi chimiche come dimostrò l’attacco del 21 giugno del 2013 in cui inizialmente furono lanciate accuse contro il governo di Bashar al Assad, poi smentite dal premio Pulitzer Seymour Hersh e rispedite al mittente fornendo le prove che invece incolparono proprio quei ribelli “angelizzati” dalla stampa occidentale, i quali le utilizzarono per trascinare l’amministrazione Obama in guerra. Ecco, fin quando i grandi esperti con i loro look confortevoli o i commentatori isterici non vi risponderanno a queste domande precise vorrà dire che sono alimentatori inconsapevoli di questa grande macchina della disinformazione, o furbetti che coprono per chissà quali interessi veri e propri gruppi terroristici complici dei peggior crimini che loro stessi denunciano. 

Erdogan tuona sui civili di Ghouta, ma quelli di Afrin sono “terroristi”, scrive il 27 febbraio 2018 Lorenzo Vita su "Gli Occhi della Guerra" su "Il Giornale". In questa guerra di Siria tutto assume connotati incredibili, anche Erdogan che si erge a paladino del diritto internazionale e umanitario. Parlando della tragedia umanitaria della Ghouta orientale, il portavoce del presidente turco ha scritto che “il regime sta commettendo massacri” e che “il mondo dovrebbe dire stop a questo massacro insieme”. Il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, venerdì scorso ha invitato la Russia e l’Iran, alleati della Siria di Assad, a “fermare” le bombe su Ghouta Est, parlando del bombardamento del sobborgo damasceno come qualcosa che passerà alla storia come la “Srebrenica siriana”. Il presidente turco ha deciso di sposare, in questi giorni, una linea fortemente negativa nei confronti dell’avanzata di Damasco nel sobborgo della Ghouta orientale. Rompendo quasi definitivamente il patto di Astana con Putin e Rohani, Erdogan ha deciso di intraprendere una campagna assolutamente contraria al governo facendo tornare indietro le lancette dell’orologio ai tempi delle prime rivolte contro Assad, quando Ankara sosteneva il rovesciamento del leader siriano e le milizie che si ergevano in tutta la Siria. E ovviamente sfrutta la questione della Ghouta orientale per colpire il governo siriano e imporre la propria linea nello scacchiere settentrionale siriano. Erdogan è così: chi lo tutela ha la sua collaborazione e chi non lo tutela diventa nemico. E sono sempre i curdi dell’Ypg l’ago della bilancia. Quando gli Stati Uniti hanno deciso di sostenere le milizie del Rojava e del nord dell Siria, il presidente turco ha abbandonato nella sostanza l’alleanza con Washington schierandosi con Mosca e sostenendo il piano delle de-escalation zones con l’Iran e la Russia. Adesso che ha intrapreso l’operazione “Ramoscello d’ulivo” e ha scatenato le forze armate contro i curdi di Siria, ottenendo il confronto diretto con la Siria, eccolo di nuovo andare contro il governo di Damasco e provare a riallacciare i rapporti con gli Usa. Nel frattempo, ha intrapreso contro i curdi una campagna militare cruenta, che sta tenendo sotto scacco intere città e dove ci sono già le prime accuse di uso di gas contro i villaggi. Soltanto che, secondo Ankara, c’è una differenza. Mentre per Erdogan la risoluzione Onu sulla tregua è giusta per fermare il massacro della Ghouta orientale, la stessa cosa non vale per Afrin, Manbij. La Turchia ha accolto positivamente l’approvazione della tregua umanitaria in Siria, ma ha subito messo le mani avanti, dicendo che questo non avrà alcuna conseguenza su Afrin e l’offensiva di terra nel nord della Siria perché “resterà risoluta nella battaglia contro le organizzazioni terroristiche che minacciano l’integrità territoriale e l’unità politica della Siria”. Non c’è discussione sul fatto che questa decisione” del Consiglio di Sicurezza dell’Onu “non abbia alcun effetto sulla operazione che la Turchia sta portando avanti”, ha confermato il vice premier turco, Bekir Bozdag, mentre Erdogan ha sottolineato che l’offensiva “continuerà fino a che l’ultimo terrorista sarà distrutto”. “Sembra che sarà una estate dura e calda per i terroristi e per i loro sostenitori. Prima ripuliremo Manbij, poi tutta l’area a ovest dell’Eufrate”, così si è espresso Erdogan. Parole non troppo dissimili da quelle rivolte dal blocco a sostegno di Assad nei riguardi dell’offensiva contro Ghouta Est e altre sacche. Eppure, se per Erdogan questi sono massacri sui civili, quella che ha intrapreso la Turchia è solo un’offensiva contro il terrorismo. Un interessante punto di vista che fa riflettere su quanto sia importante l’uso del linguaggio in un conflitto che si svolge anche con le definizioni.

Ghouta Est: quando i ribelli mettevano i civili in gabbie, scrive "Piccole note" il 27 febbraio 2018 su "Il Giornale". La Russia ha stabilito che da oggi, ogni giorno, ci sarà una tregua umanitaria per Ghouta Est, dalle 9 alle 14 e chiesto l’apertura di vie di fuga per i civili che vi abitano. La pressione internazionale per fermare l’attacco dell’esercito siriano diretto all’enclave di Damasco controllata dai cosiddetti ribelli ha sortito un primo effetto. Vedremo gli sviluppi: anche la campagna per la riconquista di Aleppo Est fu uno stillicidio di stop and go, a causa da una pressione internazionale diretta a contrastare le operazioni dell’esercito siriano.

La Caritas siriana denuncia lo squilibrio dell’informazione. Esattamente quanto accade adesso, grazie una fortissima campagna mediatica che dipinge l’operazione contro Ghouta Est come brutale e i ribelli come eroi in lotta contro il sanguinario regime di Assad. La guerra è brutta, anche quelle giuste (quella di liberazione dal nazifascismo, ad esempio, conobbe ombre terribili: Dresda, Cassino, Hiroshima e Nagasaki…). Ma questa sembra più brutta di altre. E i ribelli che la combattono più umanitari di altri: ecco che foto e video li immortalano mentre, premurosi, soccorrono i feriti e altro e più stucchevole. Nessuna notizia di quanto da essi perpetrato a Damasco in questi giorni. Tanto che anche la Charitas siriana, in un raro comunicato, ha sbottato: «La maggior parte dei reportage giornalistici si concentra sui bombardamenti effettuati dalla Siria e dalla Russia su Ghouta Est». Nulla si dice invece di quanto avviene a Damasco, martellata ogni giorno «dall’inizio del 2018» da «colpi di mortaio» sparati da quel quartiere (vedi anche Piccolenote). Come anche nessuna notizia sul raid degli Stati Uniti a Deir Ezzor compiuto in questi stessi giorni: 25 i civili uccisi (Xinhua). D’altronde tale silenzio è in linea con quanto accaduto a Raqqa, città coventrizzata dagli Stati Uniti per scacciarne l’Isis (questa la narrazione ufficiale).

Le gabbie umanitarie degli eroi di Ghouta Est. Resta che se il quartiere di Ghouta Est non viene liberato, gli altri quartieri di Damasco resteranno preda dei bombardamenti dei ribelli cari ai circoli che stanno perpetrando il regime-change siriano. A meno che i loro sponsor internazionali non li fermino, cosa che non hanno alcuna intenzione di fare. Gli servono perché sono fonte di destabilizzazione permanente della capitale siriana. Così anche le campagne umanitarie servono a uno scopo prettamente bellico: a evitare che Ghouta Est cada ed essi perdano un tassello prezioso nella prospettiva di portare al collasso il governo di Damasco, logorandone la resistenza.

Ma chi sono gli eroi di Ghouta Est? Si tratta di alcune milizie jihadiste, subordinate ad al Nusra (al Qaeda), la più forte e organizzata. Istruttivo un report di Human Rights Watch, organizzazione non certo filo-Assad, del 2015: «I gruppi armati siriani mettono in pericolo i civili, incluse le donne» che espongono «in gabbie di metallo in tutta Ghouta orientale». Un crimine di guerra, spiega HRW, che i miliziani hanno usato per evitare gli attacchi del governo siriano. Importante quel cenno a «tutta Ghouta orientale» contenuto nel testo: indica che le gabbie dell’orrore sono state usate da tutte le milizie presenti a Ghouta, non dalla sola al Nusra. Nel report di HRW un cenno a un altro video che immortala «camion che trasportano gabbie, ciascuna contenente da quattro a otto uomini o donne». I «ribelli di Ghouta hanno distribuito 100 gabbie, ogni gabbia contiene circa sette persone e il piano è quello di produrre 1.000 gabbie da distribuire nella Ghouta orientale». Il bello è che lo sanno anche loro: anche la Cnn, infatti, aveva ripreso quel video (cliccare qui). Allora, quelle terribili immagini servivano per denunciare la brutalità dell’estremismo islamico. E così giustificare un intervento americano in loco. Oggi non servono più, anzi. Così sono semplicemente obliate. La guerra siriana, come anche altre (Yemen ad esempio), è «disumana», come ha detto papa Francesco all’Angelus di domenica. Quelle immagini lo documentano nella maniera più agghiacciante. Come disumana è la cortina fumogena che intossica le informazioni su quanto realmente sta avvenendo in quel martoriato Paese.

Stati Uniti, ecco la verità sulla foto del bimbo in gabbia, scrive il 20 giugno 2018 Roberto Vivaldelli su Gli Occhi della Guerra su "Il Giornale". È uno scatto che in poche ore è diventato virale, condiviso sui social network di tutto il mondo. È la foto di un bimbo intrappolato in una gabbia che molti negli Stati Uniti hanno condiviso per rappresentare la crudeltà della strategia dell’amministrazione Trump contro l’immigrazione illegale proveniente dal Messico e di come questa politica stia separando i bambini dalle loro famiglie. La “tolleranza zero” di Trump nei confronti degli irregolari che raggiungono la frontiera sud nel tentativo di entrare in territorio americano infiamma il dibattito politico in tutto l’Occidente e la fotografia del bimbo in gabbia ne è diventata simbolo. Ma dietro quella straziante fotografia c’è ben altro.

Cosa si nasconde dietro la foto del bimbo in gabbia. Come racconta Breitbart, la foto è stata diffusa su Twitter la scorsa settimana dopo che il giornalista e regista Jose Antonio Vargas l’ha twittata con tanto di didascalia: “Questo è quello che succede quando un governo crede che le persone siano “illegali”. I bambini in gabbia”. In poche ora, migliaia di persone hanno diffuso il post contro le politiche sull’immigrazione dell’amministrazione Trump e incoraggiato altri a condividerlo per sensibilizzare l’opinione pubblica. Il bimbo però non era stato intrappolato in una gabbia dalle autorità americane, né si trovava al confine con il Messico: la foto in realtà proviene da una protesta del 10 giugno organizzata fuori dal municipio di Dallas, secondo il sito web Snopes. Gli attivisti hanno organizzato quest’iniziativa proprio per protestare contro la pratica dell’amministrazione Trump di prendere in custodia le famiglie di immigrati irregolari e separare i bambini dagli adulti. Il Texas chapter of the Brown Berets de Cemanahuac – il gruppo che ha organizzato la manifestazione – ha postato diverse fotografie dell’evento sui social network, alla quale era presente lo stesso bimbo ritratto nella foto. “È stato lì dentro soltanto 30 secondi” ha ammesso Leroy Pena, leader dei manifestanti.

Cosa succede al confine tra Messico e Stati Uniti. Nonostante la fotografia, il problema è certamente serio, anche se non dipende tutto dal presidente Donald Trump. Come spiega Panorama, dal 19 al 31 maggio circa 2.000 minori sono stati allontanati dai genitori. Mentre questi ultimi sono accusati di un reato (immigrazione clandestina) nei confronti dei bambini non vi è alcuna accusa, per questo non possono essere arrestati. Vengono dunque collocati in strutture governative in attesa che i tribunali si pronuncino sui singoli casi dei genitori. Il problema, però, risale a prima. Come riporta Fox News, benché l’amministrazione Trump venga criticata per separare i bambini dagli adulti che entrano illegalmente nel paese, la questione non è affatto nuova. L’amministrazione Obama ha in realtà inasprito il sistema di detenzione delle famiglie a seguito dell’imponente ondata migratoria del 2014. La politica ha portato molti minori a essere detenuti in varie località, in condizioni spesso critiche, sia con le loro famiglie che da soli.  Le condizioni di queste persone e dei bambini sono state documentate in molti resoconti e relazioni di organizzazioni per i diritti umani. All’epoca, i funzionari dell’amministrazione Obama sostenevano di non avere altra scelta che attuare politiche intese a dissuadere le famiglie dall’entrare illegalmente negli Stati Uniti.

Cos’è cambiato con Trump. La differenza è che l’amministrazione Trump sta ora separando i bambini dai genitori che vengono perseguiti penalmente per il reato di immigrazione clandestina. I bambini non vengono accusati di crimini e vengono messi sotto la custodia delle autorità. Come sottolineato dal procuratore generale Jeff Session, prima che Trump diventasse presidente si era sparsa la voce che chiunque avesse tentato di attraversare il confine con un minorenne avrebbe quasi certamente avrebbe ricevuto “l’immunità da ogni accusa”. I risultati sono drammatici. “Il numero degli immigrati irregolari con bambini al seguito è passato da 14.000 a 75.000 negli ultimi quattro anni” ha osservato Sessions, che ha aggiunto: “Non possiamo e non vogliamo incoraggiare le persone a portare i figli dando loro l’immunità”. Verso la fine di maggio, l’American Civil Liberties Union ha annunciato di aver ottenuto migliaia di documenti governativi che hanno dimostrato “l’abuso e l’abbandono dei minori immigrati non accompagnati detenuti dall’autorità doganale degli Stati Uniti” durante la presidenza di Obama, dal 2009 al 2014. Amministrazione Obama che, come ricorda Abc, citando fonti governative, ha deportato più persone di qualsiasi altra amministrazione nella storia. Da parte dei liberal e dei dem americani c’è evidentemente molta ipocrisia, visti i recenti trascorsi.  

LA SOLITA FAZIOSITA'.

Forcaioli e garantisti come i marinai di Franceschiello: fanno ammuina. Travaglio prudente sulla corruzione, Sallusti sfotte, Ferrara urla “in galera!”, scrive Errico Novi il 19 giugno 2018 su "Il Dubbio". Ci sono due immagini trash che ci assillano. Una è il fantomatico vademecum della marina borbonica, “Tutt’ chill’ che stanno a prora vann’ a poppa e chill’ che stann’ a poppa vann’ a prora”. Un falso storico condensato nel motto di per sé immortale “Facit’ ammuina”. L’altra immagine è ancora più trash, anche perché più di nicchia: il mitico Lino Banfi alias Oronzo Canà che ne “L’allenatore nel pallone” spiega il 5– 5– 5 alla squadra: “I 5 che stanno avanti vanno dietro, i 5 dietro avanti e gli avversari non ci capiscono più niente”, e il capitano ribatte “neanche noi, mister”. Si può sceglie- re, fa lo stesso: il delirio di queste ore su garantismo e giustizialismo non si spiega in altro modo se non con il trash. È bastato che la solita sputtanopoli schizzasse di fango i cinquestelle per mandare tutto all’aria. Tutti gli schemi. Vecchi e nuovi. Basta leggere gli editoriali e viene il mal di mare. Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, sincero garantista e forse incline a una legittima simpatia per il Movimento, se la prende addirittura con i radicali, anzi sfiora l’improperio e li derubrica a “ciò che resta di loro”, che – accusa – “si è tristemente adeguato al clima di ipocrisia, ai princìpi della doppia morale: indulgente per noi, severa e inquisitoria con gli altri”. Mistero. Forse c’è di mezzo un generico risentimento per altre diserzioni garantiste in atto, rancore che nella foga viene scaricato su chi non c’entra nulla. Ma com’era già successo all’epoca del caso Marra, in questi tornanti della storia il top sono gli editoriali di Marco Travaglio. Che se la prende con la «società civile» . Se Lanzalone, campione di «curriculum e competenza», si è rivelato non impermeabile «alla corruzione, ai conflitti d’interessi o ad altre tentazioni», è perché le tentazioni sono ineluttabile incrostazione della società. Ma come, ma non si era sempre detto che politici e affaristi brutti sporchi e cattivi erano un’armata aliena piovuta dalle tenebre a infettare la purezza dei cittadini? Travaglio è impeccabile nel modo garbato in cui presume la non colpevolezza come da art. 27: non esclude che le condotte di Lanzalone siano «corruzione», come dice Ielo, chiosa solo che «già fin d’ora si può parlare di conflitto d’interessi». E chi l’ha vista, tanta prudenza, quando c’era di mezzo quel poveretto di Tiziano Renzi? Vabbè. D’altra parte il direttore del Fatto quotidiano deve incassare gli sfottò del collega alla guida del Giornale, Alessandro Sallusti, che in fondo dice pure cose sensate ma alla fine non si trattiene: «Da “onestà, onestà” a “omertà, omertà”», è lo sghignazzo con cui sistema i grillini travolti da stadiopoli. Infine Giuliano Ferrara. Uno lo legge e capisce che la confusione è massima, come sulle fantomatiche navi di re Franceschiello. Dopo lustri in cui è stato un faro per gli sparuti cultori dello Stato di diritto, il fondatore del Foglio non solo fa la giravolta ma ne rivendica pure il tasso acrobatico. Anzi, chiama a raccolta gli ex compagni garantisti: «Denunciare la “fuffa” del caso Parnasi– Lanzalone– Giorgetti– Raggi– Di Maio? Ma manco morto! Viva la lotta dura, se serve a restringere questi fascistelli!». Quando è troppo è troppo. Davvero non ci si capisce nulla. Viene nostalgia degli anni bui della Procura di Mi- lano, delle decine di milioni di euro spese per scovare inesistenti malefatte berlusconiane, viene la nostalgia persino del massacro di Consip contro il surrogato del Cavaliere, cioè Renzi. Era tutto più semplice: quelli che dovevano stare a prua là restavano e viceversa, berlusconiani e renziani da una parte a fare i garantisti, cinquestelle dall’altra a brandire le manette. Così non va bene. Veramente ci si può aggrappare solo al trash. E Ferrara, maestro anche tra i marosi, ce ne regala a sua volta una perla: «Io con Bracardi, maestro di virtù e fondatore del Fatto quotidiano, non posso non gridare: in galeeeeeera! Non possiamo non dirci bracardiani». Meraviglioso. Folle ma meraviglioso.

L’attacco ipocrita di Travaglio alla società civile. Troppo facile prendersela, deve aver pensato Travaglio, con quello sprovveduto o sfortunato di Nogarin, scrive Francesco Damato il 19 giugno 2018 su "Il Dubbio". Di fronte ai danni d’immagine, a dir poco, procurati ai grillini dalle disavventure giudiziarie di quel fiore all’occhiello che consideravano l’avvocato genovese Luca Lanzarone, premiato – parola di Luigi Di Maio – con la presidenza dell’Acea per le prove di competenza e di affidabilità date con la gestione del progetto di uno stadio romanista a Tor di Valle, Marco Travaglio si è irrigidito nel suo vantato giustizialismo. Eppure sembrava, lì per lì, che fosse stato tentato dal ricorso a modiche quantità di garantismo all’ombra della cosiddetta presunzione di non colpevolezza, assicurata dalla Costituzione a indagati e imputati sino a condanna definitiva. Credo che sia costato al direttore del Fatto Quotidiano trattenersi dall’abitudine di storpiare il nome al malcapitato di turno, chiamando per esempio Lazzarone l’uomo finito agli arresti domiciliari per i suoi rapporti col costruttore romano Luca Parnasi, tradotto invece in carcere con l’accusa di associazione a delinquere e altro. Ma non è detto che prima o dopo non tocchi anche all’ex presidente dell’Acea il sarcasmo della manipolazione anagrafica, che è un po’ un supplemento di pena per chi incorre nella penna, o nel computer, del più severo fustigatore, credo, impegnato in Italia fra la sua redazione e i salotti televisivi che se lo contendono. Non ha rasserenato Travaglio neppure il soccorso fornito ai vertici grillini, ora anche di governo, dal sindaco pentastellato di Livorno Filippo Nogarin. Che in una intervista proprio al Fatto Quotidiano si è assunta da solo la responsabilità di avere “scoperto”, in una selezione accuratissima al capezzale dell’azienda comunale della nettezza urbana, l’avvocato genovese presentandolo poi a Beppe Grillo, a Casaleggio figlio e forse anche padre, a Luigi Di Maio, ad Alfonso Bonafede e a Riccardo Fraccaro, in quei tempi alle prese con le disavventure amministrative della loro collega di partito Virginia Raggi fra le pareti e sotto gli stucchi del Campidoglio. Essi ne erano diventati i consiglieri e persino i “commissari”, secondo titoli di giornale che non rimediavano uno straccio di smentita e indusse ingenui e sprovveduti come noi, al Dubbio, a simpatizzare o quasi per una donna che sembrava sotto assedio. Troppo facile prendersela, deve aver pensato Travaglio, con quello sprovveduto o sfortunato di Nogarin. O con «la mancanza – ha scritto lo stesso direttore del Fatto Quotidiano di una classe dirigente affidabile» fra i grillini e con la loro «disinvoltura nella scelta dei collaboratori». Se anche uno come Luca Lanzarone arriva a Roma con l’aureola del mago, dell’incorruttibile e di non so che altro e finisce “in affari” come ha detto in televisione Travaglio – con palazzinari e faccendieri, attratti forse più dalla sua influenza nel partito emergente di Grillo che dalle sue qualità professionali di avvocato e poi anche di amministratore, vuol dire che c’è ormai, nella Capitale ma forse anche altrove, «l’inquinamento endemico e sistemico della società civile». Così ha scritto, testualmente, Travaglio nell’editoriale di domenica scorsa a commento dell’intervista di Nogarin e, più in generale, della vicenda giudiziaria esplosa tra i piedi e le mani del partito in festa per essere andato al governo, sia pure nella scomoda compagnia dei leghisti. Ai quali notoriamente quelli del Fatto Quotidiano avrebbero preferito il Pd, possibilmente derenzizzato ma all’occorrenza anche con Matteo Renzi ancora nella cabina di regia, se l’ex segretario ne avesse avuta la voglia. L’apocalittico annuncio della morte della “società civile”, o della sua irrimediabile crisi, lascia francamente senza fiato. Che ne sarà mai, a questo punto, della povera Italia? Il giustizialismo al minuto, applicato a questo o a quel caso, secondo le convenienze, non basta più. Il giustizialismo va venduto e praticato all’ingrosso. Per la società civile non ci potranno mai essere posti a sufficienza nelle carceri e nelle aule dei tribunali. Non per niente già da tempo i processi mediatici hanno preso il posto di quelli odiosamente normali e troppo lunghi anche per i cultori della gogna, oltre che per gli imputati. Anche la società civile è diventata una parolaccia, o qualcosa di simile. Ma un po’, diciamo la verità, essa se l’è cercata, sin da quando, negli anni di Tangentopoli e delle indagini enfaticamente chiamate Mani pulite, si lasciò e si sentì rappresentata dai cortei che sfilavano in magliette sotto le finestre delle Procure incitando i magistrati che vi lavoravano a farli “sognare” col gioco sinistro delle manette.

Grillini e "Fatto" da boia a ghigliottinati. Nei Cinquestelle è gara a scaricare Lanzalone. E Marco Travaglio, megafono grillino, parla di sfiga e si arrampica sugli specchi, scrive Alessandro Sallusti, Lunedì 18/06/2018, su "Il Giornale". Adesso si va da «Luca Lanzalone chi?» a «l'ho incontrato una volta al ristorante ma per caso» fino al paradossale «Grillo e Casaleggio non sapevano neppure chi fosse». Nei Cinquestelle è gara a scaricare quello che fino a ieri era l'uomo più potente del Movimento e che ora si trova agli arresti per corruzione e associazione a delinquere. Marco Travaglio, megafono grillino, non si dà pace e firma senza vergognarsi uno dei suoi capolavori. La cui sintesi è: il caso Lanzalone è solo sfiga, era un grande con un curriculum da premio Nobel e nessuno poteva immaginare che fosse un furbacchione probabilmente corrotto. Avete presente quando un genitore si ritrova con un figlio delinquente o drogato e invece che a se stesso dà la colpa alla società: era un bravo ragazzo, me l'hanno rovinato. Già, meglio arrampicarsi sugli specchi che guardarsi allo specchio e ammettere i propri limiti e fallimenti. Soprattutto se l'immagine che vedi riflessa è la negazione di tutto ciò che pensavi di essere e che invece non sei, se scopri sul volto i segni dei mali da cui pensavi di esser immune. Luca Lanzalone non è un caso di sfiga, è un caso dei Cinquestelle probabilmente più diffuso di quanto possiamo immaginare. Tempo al tempo: fino a che non guadagni non puoi evadere le tasse, fino a che non sei sposato tradire la moglie. Ora i grillini tengono lavoro e famiglia: fine del moralismo e della virtù facile perché obbligata dalle condizioni. Il loro mondo è inquinato come tutti gli altri e da inquisitori i Travaglio d'Italia si ritrovano a fare gli agnellini che al confronto Emilio Fede con Berlusconi appare oggi come uno con le palle. Si stanno rimangiando tutti gli escrementi che per anni ci hanno tirato addosso, hanno paura di fare la fine di Robespierre, da boia a ghigliottinati. Essere giustizialisti con i nemici e garantisti con gli amici è cosa da gente senza nerbo e valori. Quel principio «non poteva non sapere» con cui è stato massacrato (e condannato) Silvio Berlusconi ora improvvisamente non vale più. Grillo, Casaleggio, Di Maio e tutta la combriccola potevano non sapere. Anzi, a leggere Travaglio «dovevano» non sapere. Altrimenti casca l'asino. Da «onestà, onestà» a «omertà, omertà».

Manettari con tutti gli altri, garantisti coi Cinque Stelle: che brutta fine, Travaglio & co. Con l'ascesa al governo di Di Maio, i censori del Fatto quotidiano sono d'improvviso diventati cauti e garantisti. Salvini, poi, diventa “per distacco il politico più bravo”. La verità? I giornalisti - com'è normale che sia - hanno valori e convinzioni: ammetterlo sarebbe una bella prova d'onestà, scrive Giulio Cavalli il 16 Giugno 2018 su "L'Inkiesta". Ci vuole fisico per recitare la parte del giornalista censore, sempre concentrato a contare i brufoli del potere, intento a cogliere ogni piccola bava, ogni sfumatura sbagliata, ogni frammento di inopportunità di chi governa e poi, improvvisamente, ritrovarsi ad avere al governo il partito indicato da sempre come unica soluzione possibile di tutti i mali. Ci vogliono le spalle larghe per non mostrare cedimento, per continuare a rimanere affilati e cattivi e riuscire a separare la speranza dall’analisi con onestà intellettuale e invece il Movimento 5 Stelle al governo (o meglio, a fare il cane da passeggio di Salvini mentre Salvini governa e Conte viene usato come controfigura nelle scene più pericolosamente buone e istituzionali) tra le sue conseguenze registra la caduta degli dei del giornalismo giustizialista mai disposto a perdonare che ora diventa iper garantista e insolitamente cauto. Chiudete gli occhi e immaginate: cosa potrebbe scrivere un Travaglio (che giornalisticamente parlando è diventato un tipo) di una qualsiasi operazione giudiziaria che veda coinvolto un capogruppo in consiglio comunale del partito di maggioranza e un plenipotenziario mai eletto da nessuno molto vicino al proprietario di un partito che nelle segrete cene decide nomine e strategie? Immaginatelo. Se vi serve provate a ricordare anche tutti gli scoop sui cugini di Renzi e Berlusconi, sul loro panettiere, sulla fedina penale dei parrucchieri. Bene. Oggi Il Fatto Quotidiano, in riferimento all’inchiesta sul nuovo stadio di Roma che ha visto coinvolto tra gli altri anche Luca Lanzalone (che no, non è solo presidente dell’Acea ma è soprattutto uno degli uomini più vicini a Casaleggio nonché una delle penne dello statuto del Movimento 5 Stelle) scrive: “Diversamente da altri partiti, M5S e Lega non gridano al complotto togato, all’accanimento giudiziario o alla giustizia a orologeria. Salvini però difende Parnasi, dicendo che è una persona perbene, anche se dalle carte risulta tutt’altro. Di Maio ripete che nei 5Stelle chi sbaglia paga e attiva probiviri. Ma se i due azionisti del governo Conte vogliono dimostrarsi diversi dagli altri, non possono accontentarsi di così poco. Salvini, ora che Parnasi è in carcere per corruzione, deve restituirgli i 250 mila euro versati alla onlus leghista. E pubblicare nomi e importi degli altri donatori. I 5Stelle devono cacciare Lanzalone da Acea, dopo aver preteso l’elenco di tutti gli incarichi professionali ricevuti da quando lavora per loro, per verificare e stroncare altri eventuali conflitti d’interessi. E guardarsi da figure ibride come la sua, destinatarie di ogni genere di attenzione e tentazione.”

Chiudete gli occhi e immaginate: cosa potrebbe scrivere un Travaglio (che giornalisticamente parlando è diventato un tipo) di una qualsiasi operazione giudiziaria che veda coinvolto un capogruppo in consiglio comunale del partito di maggioranza e un plenipotenziario mai eletto da nessuno molto vicino al proprietario di un partito che nelle segrete cene decide nomine e strategie? Immaginatelo

In pratica il direttore censore de Il Fatto Quotidiano dice che devono bastarci i probiviri del Movimento (quelli che per anni dalle pagine de Il Fatto hanno perculato ritenendoli inutili in politica) e ci informa delle attenuanti di cui gode Lanzalone poiché “figure ibride come la sua” sono “destinatarie di ogni genere di attenzione e tentazione”: insomma, dice Travaglio che poveretto Lanzalone è pieno di cattivi lì fuori. In compenso dalle pagine degli organi di stampa vicini al M5S è tutto uno strillare che il costruttore Parnasi “ha dato soldi a tutti i partiti”. Curioso anche questo: sono anni che si ripete che i corruttori corrompono chi governa (e non quelli comodi all’opposizione) e qualcuno se n’è accorto oggi. Meglio tardi che mai. Ma non è il caso specifico che ci interessa: il nuovo governo giallo-verde ha sdoganato una volta per tutte la figura dei funambolici equilibristi anche tra quelli che rivendicavano la propria nettezza di posizioni e di contenuti. Andrea Scanzi (sempre per Il Fatto Quotidiano) ci informa che il razzismo di Salvini non esiste, che l’Italia “pone un problema reale” e che “Salvini è il politico più bravo, per distacco, del lotto. Continua a essere sottovalutato in maniera puerile e miope. Oppure si confonde la bravura con la simpatia”. Chi abbia parlato della simpatia di Salvini in questi giorni di melmosa politica che tiene in ostaggio delle persone perché incapace di trattare con l’Europa non è dato saperlo. E siccome Scanzi ci dice che Salvini “è bravo” (in cosa non è dato saperlo, visto che anch’io vincerei i 100 metri puntando una pistola in testa al giudice di gara ma non mi aspetterei certo gli applausi dello stadio) nel polpettone dei suoi editoriali ci ricorda che ci "sono gli Zucconi a vivere sull’Iperuranio di Stocazzo” e infila un paio di righe per prendere per il culo Nardella e “le Ascani” (che sono dei tipi, evidentemente, alla Travaglio). Così oltre alla bruma di un tempo in cui Giulio Regeni conta meno dei rapporti con l’Egitto, in cui i migranti si dilettano in pacchie e crociere, in cui gli onesti finiscono agli arresti, in cui i giornalisti che cercano i soldi di Salvini vengono trattenuti in caserma senza avvocati, in cui la difesa d’ufficio viene bollata come “business degli avvocati” e in cui il presidente del consiglio vale meno del segretario di un partito al 17% ci tocca sorbirci anche la caduta degli dei del giornalismo senza sconti che lamentano la troppa attenzione dei colleghi. Il punto forse è che il giornalismo che deve essere asettico è una cagata pazzesca che ognuno usa pro bono sua: i giornalisti hanno dei valori e delle convinzioni (che vi piaccia o meno) che non sono negoziabili nemmeno di fronte al potere di turno e quindi inevitabilmente hanno delle posizioni. Con una differenza sostanziale: ammetterle sarebbe una bella prova di maturità e di onestà intellettuale.

Matteo Salvini e la doppia morale. Si fa immortale nella villa del boss confiscata, poi protesta per la sentenza della Cassazione che blocca i conti della Lega: da giustiziere a vittima, scrive Sara Dellabella il 5 luglio 2018 su "Panorama". Voleva chiudere i porti e invece gli hanno chiuso il conto corrente. Per paradosso, il segretario della Lega Nord si trova senza un euro a disposizione dopo che la Cassazione ha disposto il sequestro dei conti fino al ristoro di 49 milioni di euro. Così non si sa bene in quale veste delle sue molteplici, Matteo Salvini ha chiesto un colloquio a Mattarella, come un cittadino qualunque vessato dalla giustizia.

La vicenda. La vicenda parte dalla sentenza, pronunciata dal tribunale di Genova un anno fa, nei confronti di Umberto Bossi e di Francesco Belsito - il primo fondatore, il secondo ex tesoriere, della Lega - accusati di truffa allo Stato sui rimborsi elettorali e condannati rispettivamente a 2 anni e mezzo e a 4 anni e 10 mesi. Allora, i giudici di Genova disposero la confisca diretta di quasi 49 milioni di euro a carico della Lega quale "somma corrispondente al profitto, da tale ente percepito, dai reati per i quali vi era stata condanna" ovvero una maxi truffa sui rimborsi elettorali ottenuti gonfiando i bilanci leghisti. Dall'analisi dei fascicoli ritrovati negli uffici dell'allora tesoriere Belsito durante le indagini, gli inquirenti porteranno alla luce quella famosa cartellina The Family dove erano annotate tutte le spese della famiglia Bossi, compresa la laurea comprata in Albania per il delfino Renzo, detto il "trota". Un altro filone dell'indagine ha poi svelato che i soldi dei rimborsi sono stati spesi per l'acquisto di diamanti e lingotti d'oro. Una bufera che travolse il partito arrivato in Parlamento al grido di "Roma ladrona" e come contrappasso portò alle dimissioni di Bossi dalla carica di segretario. Nel 2001, l'indagine prende il via a Milano acquisendo i documenti delle procure di Napoli e Reggio Calabria, ma poi viene spezzato in due avendo sede a Genova la banca sulla quale venivano accreditati i rimborsi. La procura, dunque, aveva chiesto e ottenuto, il 4 settembre 2017, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di tale somma, ma le cifre finora sequestrate ammontano a poco più di 2 milioni. La richiesta del pm di estendere l'esecuzione del sequestro era poi stata respinta dal Riesame, ma la Cassazione, con la sua decisione, ha rinviato per un nuovo esame gli atti ai giudici di Genova. I giudici di piazza Cavour, infatti, mettono in rilievo "l'irrilevanza della fonte del sequestro" perché, si legge nella sentenza depositata oggi, "l'oggetto della misura cautelare è sempre quella del decreto originario, che tra l'altro non è stata oggetto di contestazione", e cioè "l'esistenza di disponibilità monetarie della percipiente Lega Nord che si sono accresciute del profitto di reato, legittimando così la confisca diretta del relativo imposto, ovunque e presso chiunque custodito e quindi anche di quello pervenuto sui conti e/o depositi in data successiva all'esecuzione del provvedimento genetico". Con il sequestro dei conti ogni cifra che dovesse arrivarvi sarebbe bloccata e per questo Salvini parla di attacco giudiziario, perché senza soldi non si può far politica. Nel frattempo i pm genovesi hanno aperto un nuovo fascicolo per riciclaggio per l'utilizzo occulto dei rimborsi illeciti anche dopo la gestione Bossi-Belsito. 

49 milioni che non ci sono. Anche perchè di questi 49 milioni nelle casse del partito non c'è traccia e qualcuno sospetta che siano stati dirottati su fondi esteri per metterli al sicuro. Una macchia che pesa sull'immagine della Lega legalitaria e manettara nata all'indomani di Tangentopoli che oggi vede in primo piano il segretario e ministro dell'Interno Matteo Salvini che ha chiesto un incontro al Quirinale per lamentarsi di una presunta ingerenza di un altro potere dello Stato sull'esecutivo. Proprio da chi ha fatto della legalità una bandiera oggi si trova a bruciarla come in tempi "d'oro" fece con il tricolore, tant'è che quest'ultima sortita non ha trovato neppure la sponda del Movimento 5 Stelle che ha preso le distanze da questa vicenda. Se l’altro giorno Salvini si faceva il bagno nella villa confiscata, dopo poche ore si ritrova a protestare contro una sentenza della magistratura. Bella la legalità, quando riguarda gli altri.

Craxi, Berlusconi e la Lega: se il problema è la democrazia, scrive Cristiano Puglisi il 5 luglio 2018 su "Il Giornale". Accendendo la televisione su qualsiasi canale Rai e a qualsiasi ora si sente parlare, soprattutto male, del Governo. Qualsiasi trasmissione o talk show sembra essere uno spot elettorale fuori tempo massimo: salotti autoreferenziali dove i conduttori cambiano ma gli opinionisti sono sempre gli stessi. E pendono tutti dalla stessa parte. Uno potrebbe essere tentato di rifugiarsi nella carta stampata, nell’approfondimento. Macché. I primi due quotidiani più diffusi nel Paese stanno, abbastanza evidentemente, dalla stessa identica parte. Sempre la medesima, ovviamente. Per non parlare degli attori, dei cantanti, dei conduttori, degli scrittori (Saviano docet). Una faccia, una razza. Sempre e comunque la stessa. Egemonia culturale? Un eufemismo. Assurdo vero? Eppure è così. Però, si potrebbe pensare, gli uomini di Stato, quelli che finalmente non devono più rispondere a un esecutivo orientato in un certo senso si sentiranno liberi di dire la verità. E invece no. Capita anzi di trovarsi un manager pubblico di vecchia data come il presidente dell’INPS, che uno si aspetterebbe essere persona pragmatica e realista, impegnato ad avallare fantasie assurde, a tentare di convincere gli italiani che i migranti gli pagheranno le pensioni. I migranti, sbarcati e mantenuti dallo Stato con 35 euro al giorno, che non lavorano e non pagano contributi, non i cittadini, con il loro lavoro. Quando hanno la fortuna di avercelo, s’intende. Sempre più assurdo? Eppure è così. Si potrebbe allora ritenere che l’ultimo rifugio, l’ultima fetta di Italia non ideologizzata, non faziosa, non schierata, sia quella dei tutori della legge. I magistrati magari. E invece, anche qui, la storia insegna il contrario. E l’attualità, purtroppo, lo conferma. Sono bastati poco più di trenta giorni di Governo leghista e pentastellato, con annesso tentativo di fare ordine, per far muovere, puntuale come un orologio svizzero, la macchina del fango mediatico-giudiziaria. Quella macchina che, per anni, guarda caso gli anni in cui al Governo c’erano altri, era rimasta sostanzialmente silente, a parte qualche insignificante bagatella. E anche questo è assurdo. Eppure è così. È sempre così, da sempre, da anni. Le peripezie del ventennio berlusconiano, le persecuzioni giudiziarie, le battutine velenose nei salotti tv contro il Cavaliere, la stomachevole satira di parte avrebbero dovuto insegnare qualcosa. E invece non hanno insegnato nulla. Addirittura c’è chi, pur sentendosi culturalmente lontano da certi salotti, a furia di essere bombardato, ha magari finito con il pensare che, in fondo, un po’ di ragione ce l’avessero. Che, in fondo, quella cerchia di potere dominante, così antipatica e così insopportabile nella sua supposta supremazia morale, non avesse tutti i torti. Bene. Eccoli serviti. Benvenuti nell’Italia reale, verrebbe da dire. Perché, se qualcuno ancora non l’avesse capito, il problema, per certa classe dirigente, non era Berlusconi. Come non lo era Craxi prima di lui e non lo è Salvini oggi. Perché, in realtà, e bisogna affermarlo senza alcuna paura, il problema per questa gente è sempre stato uno solo. La democrazia. Assurdo? Già. Eppure è così.

La sinistra in crisi inventa per Hitler un nuovo lavoro. La Serracchiani assimila Pontida ai raduni nazisti. Ogni critica all'immigrazione è tacciata di xenofobia. Adolf Hitler non è mai stato così influente, scrive Alessandro Gnocchi, Venerdì 06/07/2018, su "Il Giornale". Debora Serracchiani, deputata del Partito democratico, ha commentato il raduno leghista di Pontida con parole che evocano i grandi raduni nazisti: «Pontida non è ancora Norimberga ma può diventarlo, se la Lega prosegue sul crinale del nazionalismo». Del resto, Matteo Salvini, secondo Furio Colombo, è «l'Eichmann italiano». Tornando un po' indietro, Silvio Berlusconi è stato paragonato ad Adolf Hitler da Umberto Eco: «Berlusconi come Mubarak e Gheddafi? No, intellettualmente parlando il paragone potrebbe essere fatto con Hitler: anche lui giunse al potere con libere elezioni». Il cuoco Gianfranco Vissani ha accusato Matteo Renzi di «essere peggio di Hitler» per avere raso al suolo la sinistra. Berlusconi, parlando a Porzus, ha riferito questo giudizio sui 5 stelle: «Mi hanno risposto (i cittadini, ndr) che si sentono come gli ebrei al primo apparire di Hitler». Anche il quotidiano Financial Times ha voluto dare il suo contributo. Ieri ammoniva l'Europa: per colpa di Salvini e degli altri populisti si rischia una bancarotta morale, istituzionale ed economica simile a quella della Repubblica di Weimar degli anni Trenta. Bancarotta che spianò la strada al nazismo. Tutti nazisti. Donald Trump? Nazista. Vladimir Putin? Nazista. E poi Saddam Hussein e Muammar Gheddafi sono stati piccoli Hitler, quindi inutile sollevare obiezioni, è stato giusto eliminarli. Il fenomeno è noto agli studiosi come reductio ad Hitlerum, riduzione a Hitler, espressione coniata dal grande filosofo (ebreo) Leo Strauss. Erano gli anni 1951-1953. Da allora la reductio ad Hitlerum ha continuato a prosperare come clava da utilizzare per zittire e delegittimare gli avversari politici senza entrare nel merito delle questioni. A cosa serve argomentare davanti al Male assoluto? Basta condannare i nazisti anche se sono del tutto immaginari. In Francia, i neo-reazionari sono stati accostati, direttamente o meno, alle Camicie brune. Le conseguenze non sfuggono al ridicolo: nel mirino sono finiti ebrei come il filosofo Alain Finkielkraut e la giornalista Élisabeth Lévy. E con loro Éric Zemmour, Richard Millet, Renaud Camus e tanti altri. Proprio Renaud Camus ha scritto La seconde carrière d'Adolf Hitler (La seconda carriera di Adolf Hitler) nel 2007. La tesi è scioccante. Il fantasma di Hitler influenza stabilmente la politica del Vecchio continente. L'Unione europea è stata concepita come antitesi dell'Europa che ha partorito la catastrofe della seconda guerra mondiale. Per emendare il suo tragico passato, l'Europa non solo ha ammesso le sue colpe ma si è spinta fino a rinunciare a essere se stessa: «Se l'Europa deve denazionalizzarsi e rinunciare di slancio a ogni predicato identitario, è perché possano svilupparsi liberamente le identità che la sua storia ha maltrattato». Un principio che va a nozze con la politica delle porte aperte: «Perché faccia finalmente giorno, bisogna quindi smettere di considerare l'immigrazione di popolamento come una minaccia, una sfida o un problema, per vedervi invece una possibilità di redenzione, e sopprimere tutte le leggi che la reprimono» (Alain Finkielkraut, L'identità infelice, Guanda). Per questo ogni critica al multiculturalismo o all'immigrazione senza regole è tacciata di xenofobia e razzismo. Per questo ogni rivendicazione identitaria è bollata come nazionalismo, visto come l'anticamera del nazionalsocialismo e della Shoah. Insomma, Adolf Hitler non è mai stato così influente.

Sinistrash. Come dare il colpo di grazia alla sinistra trash e moralista, scrive Emanuele Ricucci il 4 luglio 2018 su "Il Giornale". Prendete Pontida. Oltre al resto. I nazisti, l’invasione degli alieni, lo sterminio! Pontida, vista da sinistra. Tra qualche vichingo inverdito e lo stand della Calabria (un’immagine che parla più di mille sondaggi), al raduno della Lega c’erano 75mila persone di fronte a un uomo, Matteo Salvini, che ha preso un partito in decomposizione, e lo ha portato dal 3% al 30%, che piaccia o meno. E questo già è notizia. Probabilmente è storia. Dall’altro lato vi è la peggior disperazione di quella sinistra depensante, detto alla Sgarbi, che ha elevato la “rosicata” ad arma di lotta politica. Ormai è tifo tra fazioni, in cui l’aggressività è il fattore portante. Per i populisti è rabbia popolare, per i progressisti odio e violenza fascista. Dalla ponderazione, all’approssimazione. Vogliamo rendere tutto un gioco infantile? A Pontida, secondo alcuni, era la festa ridicola della nuova destra nazionale senza tricolori (…), tanto quanto lo è il movimentismo di sinistra odierno. Sinistrash, la regina dell’esempio. Dimenticati Gramsci, Pasolini e gli operai (dal villone “negato” di Renzi da 1,3 milioni, alle attuali vacanze “proletarie” della Boschi all’Hotel Palace di Merano, 270 euro a notte minimo, posto di lusso per vip frequentato anche da Berlusconi e Andreotti. Questione di simboli), dal gay pride, con i suoi altissimi momenti culturali, tra frasi come, “Meno Salvini, più pom…ini”, un’impiumata rosa e una nudità giocherellona, che ben non si capisce come concilino la normalità ai diritti, ai Mussolini a testa in giù delle ricorrenze di piazza, su tutte il 25 aprile. Dai buffone, cretino, crudele, inumano, coglione, tanto per citarne alcuni, dei vari Saviano, Toscani & co., riferiti al ministro Salvini, alla battaglia dei sinistri per le atlete azzurre di colore che vincono ai Giochi del Mediterraneo, contro Pontida, il razzismo, il fascismo, la fine dello stipendio a fine mese, il caldo e il giradito. Loro fanno notizia, gli altri atleti bianchi vincenti della nazionale, no. Troppo bianchi, troppo banali, troppo poco strumentalizzabili. Intanto, una tempesta contro il raduno leghista. Per Repubblica, le quattro atlete sono “la risposta italiana a Pontida”. Ma su tutte c’è lei, Debora Serracchiani: «Pontida non è ancora Norimberga, ma può diventarlo». Ci mancavano i nazisti. Qualcuno muore pazzo e invece di rinnovarsi idealmente, fa capricci in un angolo, scagliando sempre la prima pietra. Ma il fenomeno è maggiore. È nella visione culturale di un Paese che si fonda la storia del suo futuro. Un lungo processo di conoscenza di se stessi, come una candida e sanguinosa pubertà. Ed è la politica al servizio di essa. Non il contrario. Ma attenzione: le sinistre non sono del tutto sconfitte, forti di una pericolosa eredità generata, quella del politicamente corretto. Nell’inquisizione di stampo mondialista e multiculturale, nell’internazionalizzazione della coscienza nazionale, nella generazione di replicanti in sostituzione di uomini formati da riferimenti spirituali, culturali, educativi, da eliminare come fardello (l’ideale di nazione da servire che antepone l’interesse dei tuoi simili alla priorità esterofila, l’identità di popolo come valore aggiunto e distinzione, il confine sacro entro cui far nascere la propria storia presente e difendere quella passata, i legami familiari e tradizionali come continuazione e base solida su cui fondare la propria vita, l’adorazione di un Dio come precetto assoluto contro la dissoluzione, capace di morigerare le scelte materiali), come pericolo poiché capaci di innescare la ribellione alle logiche della collettivizzazione forzata, al farsi rendere un numero, un eterno precario. In questo s’accende la sfida del futuro: ribaltare l’assetto culturale secondo cui la sinistra è l’unica entità metapolitica capace di generare cultura di massa, una cultura condivisa, quasi “di Stato”, lasciando di sé, ogni volta, un residuo, un cavillo nella vita degli italiani, tramite cui rigenerarsi in opposizione politica e ritrovarsi nella maggioranza culturale del Paese. Per una reale svolta purificatrice, occorrerà vincere la battaglia semantica, tornando, quindi, a dare un nome agli attori, alle funzioni, agli accadimenti di questo tempo, ristabilendo, urgentemente, i confini con la realtà, ripensando a un tessuto connettivo di valori poggiati sull’identità storica e nazionale di questo Paese, sottraendo la quotidianità a un’ideologizzazione ossessiva.  Clandestino, sia clandestino. Un padre e una madre, siano tali. Matrimonio, sia matrimonio, famiglia, famiglia. E così via.

Auspici. Fermare l’inquisizione per ergersi sia oltre il populismo clitorideo, che alla minima stimolazione genera rabbia come salvezza, sia oltre il progressismo puro, plasmando una visione contro-culturale che riabitui nuovamente all’italianità, di coesione e funzione di questo popolo, che discolpi gli italiani di esser tali, per la “precedenza nazionale” di un Paese che, maturamente, non escluda nessuno, ma che non sia così ingenuo da escludere se stesso. Né progressismo, né populismo, ma precedenza nazionale. Il modo nuovo di ripensare senso, significato e spazio degli italiani, verso la sovranazionalità, verso se stessi, verso il futuro. E ora sta a voi scegliere da che parte volete stare. Quella degli sconfitti, quella degli spettatori, quella dei creatori della storia.

Da Fazio a Bignardi la sinistra da salotto firma un manifesto per fermare Salvini. «Chi tace è complice» Il solito giro di artisti e intellettuali aderisce all'appello della rivista Rolling Stone Il direttore che l'ha promosso era consulente della Rai renziana, scrive Paolo Bracalini, Venerdì 06/07/2018, su "Il Giornale". Matteo Salvini al governo continua a produrre gravi reazioni isteriche a sinistra. Di solito la patologia si manifesta con vari sintomi riconoscibili, uno dei più frequenti è la raccolta di firme tramite appello alla coscienza civile, perché «chi tace è complice» (scrivono così, seriamente). Lo aveva già fatto nei giorni scorsi Repubblica, quotidiano con una lunga tradizione nel settore, lo ripropone adesso un periodico di nicchia che si chiama Rolling Stone. Probabilmente un'iniziativa del marketing per far guadagnare qualche centimetro di visibilità alla sconosciuta testata diretta da Massimo Coppola. Chi è costui? È un tuttologo musicofilo salernitano, con look sgualcito da esistenzialista de sinistra, noto per numerosi insuccessi editoriali, che l'ex direttore generale della Rai renziana, l'altrettanto disastroso Antonio Campo Dall'Orto, chiamò in Rai a suon di 200mila euro l'anno come «consulente editoriale per l'elaborazione di strategie e prodotti e per il supporto al posizionamento di brand e reti». Un incarico supercazzola che non è chiaro quali strategie abbia prodotto, a parte il saldo sul conto corrente del consulente della Rai renziana. Ebbene il medesimo Coppola, tornato al suddetto periodico musicale da cui proveniva, si è spremuto le meningi creative e ha elaborato questa strategia di posizionamento a sinistra chic, con il contributo dell'ufficio grafico che ha suggerito la colorazione pacifista-terzomondista arcobaleno come ambientazione per l'appello, che nei toni da vigilia della marcia su Roma non teme di sfidare il ridicolo. Riproduciamo parte dell'accorato testo indirizzato a «musicisti, attori, scrittori e figure legate allo showbiz e alla tv, per una società aperta, moderna, libera e solidale». L'ora è solenne, l'impegno per liberare l'Italia dai nazileghisti improcrastinabile, e i fighetti di Rolling stone sono pronti a tutto per difendere la solidarietà, persino a rimandare di qualche giorno le ferie nel dammuso a Pantelleria: «Fa male vedere, giorno dopo giorno, un'Italia sempre più cattiva, lacerata, incapace di sperare e di avere fiducia negli altri e nel futuro. Un'Italia rabbiosa e infelice. Fa ancora più male prendere atto che questa rabbia si è fatta potere. Non vogliamo che il nostro Paese debba trovare un nemico per sentirsi forte e unito. Per questo non possiamo tacere». Loro invece vogliono prendere «una posizione chiara», perché «volgere lo sguardo dall'altra parte e aspettare che passi la bufera equivalga a essere complici, crediamo, una volta di più, nel soft power della cultura pop, nella sua capacità di unire, condividere, accogliere». Segue invito a combattere «chi ci porta indietro, chi ci costringe a diventare conservatori». Con questa trovata hanno stalkerizzato i loro contatti nella combriccola gauche caviar, e alcuni non tutti hanno risposto. Un elenco di nomi che, solo a farlo, si fa aumentare i voti della Lega di cinque o sei punti in un colpo solo. Ne citiamo alcuni: Fabio Fazio, Daria Bignardi, Erri De Luca, Fiorella Mannoia, Gabriele Muccino, Sandro Veronesi, Michele Serra, Linus, Costantino della Gherardesca e altra gente (poca per la verità) col cuore a sinistra e il cachet a destra. Alcuni di loro sono sottoscrittori seriali di appelli democratici. Lo scrittore pro-sabotaggio della Tv De Luca, firmatore professionista, o la Mannoia, pure lei sempre in calce alle raccolte firme progressiste. C'è anche lo chef Rubio, reduce dalla serata a favore dell'integrazione a antirazzismo con il «Cous cous Clan (destino)» a Milano, e poi una serie di rapper e cantanti che non vogliono dire di no alla rivista del loro settore. Alla fine, vista la rosa di nomi in campo, un favoloso assist sulla testa di Salvini per segnare a porta vuota: «Gli appelli non vengono dagli operai, dagli studenti, dai pensionati e da chi vive nelle case popolari risponde al volo il ministro -. Qualcuno di questi multimilionari, firmatari di appelli radical chic, spalancasse le porte della propria megavilla e accogliesse a sue spese chi ritiene. Io tiro dritto nel nome della sicurezza, dell'ordine, del controllo dei confini, della chiusura dei porti e all'apertura degli aeroporti per chi scappa davvero dalla guerra».

APPELLO FARSA. Il grande bluff di Rolling Stone. E Selvaggia Lucarelli fa a pezzi la rivista. Da Mentana a Robecchi, tutti smentiscono di aver aderito alla campagna contro il ministro Salvini, scrive Giada Oricchio su Il Tempo il 6 Luglio 2018. Rolling Stone rotola e finisce gambe all’aria per colpa della sua stessa idea. In mattinata apre con una copertina in difesa degli emarginati e in serata ha rimediato una figuraccia nazionale. Enrico Mentana, in un post su Facebook, smentisce di aver aderito alla campagna e li accusa di scorrettezza, poi si dissociano anche lo scrittore Alessandro Robecchi, il fumettista Gianni Gipi Pacinotti e la scrittrice Valentina Petrini. Ma il colpo di grazia lo dà Selvaggia Lucarelli, ex direttore di Rollingstone.it, che tira fuori gli scheletri di Rolling Stone e del suo editore denunciando la doppia morale del giornale. Facile difendere gli ultimi per propaganda, difficile quando la notizia non fa rumore, ma è semplicemente la cosa giusta da fare. Ricostruiamo la vicenda: la rivista ha lanciato la campagna “Noi non stiamo con Salvini” e all’interno del numero in edicola si legge: “Fa male vedere, giorno dopo giorno, un’Italia sempre più cattiva, lacerata, incapace di sperare e di avere fiducia negli altri e nel futuro. Un’Italia rabbiosa e infelice. Fa ancora più male prendere atto che questa rabbia si è fatta potere. (…) Per questo non possiamo tacere. (…) Rolling Stone si oppone (…). Crediamo che oggi in Italia sia fondamentale prendere una posizione chiara, crediamo che volgere lo sguardo dall’altra parte e aspettare che passi la bufera equivalga a essere complici (…). Perciò abbiamo coinvolto artisti e protagonisti della vita culturale italiana, che tante volte in questi anni abbiamo incrociato e raccontato" e l’hashtag #chitaceècomplice. Un’iniziativa bella come l’arcobaleno della cover e altrettanto effimera. Buona per una bella pubblicità sulla pelle dei deboli. A supporto dell’idea, la rivista ha pubblicato una lista di nomi che avrebbero aderito all’iniziativa. Avrebbero, appunto. Perché il direttore del Tg La7 Mentana su Facebook ha specificato di non aver voluto aderire alla campagna. Il direttore di Rolling Stone, Massimo Coppola, ha risposto facendo il rattoppo più grande del buso: “Caro Enrico, non essendo un appello non ci sono firmatari. Abbiamo deciso di includere i post pubblici sul tema dopo che molti ci hanno detto “ci sto, ma ho già detto quel che penso, non potete pubblicare il mio post? (e già questo basterebbe a indicare la serietà dell’iniziativa, nda)”. Ma Mentana insiste e definisce l’operazione mediocre: “Non puoi decentemente sostenere che siccome altri ti hanno detto che ne avevano già scritto e non avevano modo di ripetere o cambiare, allora questo ti permetteva di prendere oltre ai loro anche brani di altri che erano ignari della tua iniziativa o peggio, come nel mio caso, si erano dichiarati esplicitamente indisponibili, per di più usandone il nome come elemento di richiamo pubblicitario”. Rolling Stone ha poi specificato: “Il nostro non è un appello, non ci sono firmatari. Solo pensieri” però sono piovute smentite. Pacinotti si è dissociato con un lungo post su FB, Robecchi si chiede “come ci sono finito dentro… sono contro Salvini ma anche contro i furbetti che si fanno pubblicità con il mio nome”, Petrini in un Tweet: “Le mie opinioni su immigrazione e lavoro sono note. Il punto è che non sono mai stata contattata dai colleghi di Rolling Stone…”.  Insomma, se vai in battaglia almeno assicurati che i legionari siano stati precettati altrimenti colpisci il nemico con pistole ad acqua. Anzi peggio, rischi di beccarti un boomerang dritto, dritto negli occhi. Come quello che ha tirato Selvaggia Lucarelli, direttore del sito di Rolling Stone Italia per tre mesi. Fino al giorno in cui ha rassegnato le dimissioni. La scrittrice aveva svelato il minimo stretto indispensabile sulla rottura lampo, ma quelli di Rolling Stone le hanno servito su un piatto d’argento l’occasione per aprire l’armadio, non trovarci dentro Cecilia Rodriguez, ma tanti scheletri, tanto malcostume italiano sul posto di lavoro, tante scorrettezze e tante umiliazioni verso i dipendenti trattati come carne da macelleria sociale. In un post su Facebook, la firma de “Il Fatto Quotidiano”, ha scritto: “Volevo trattenermi dal commentare ma chi tace è complice, quindi non taccio. (…). Sono stata tre mesi a Rolling Stone e francamente un appello per una società aperta, libera e moderna me lo sarei aspettato più da Erdogan che dal mondo Rolling Stone Italia. Amici di Rolling, se fate una copertina di sinistra, parlando di libertà, accertatevi di praticare tutto ciò che vi rende così diversi da Salvini. Nei tre mesi in cui ho provato a lavorare con voi, mi è stato impedito di realizzare un servizio su ticket one e la truffa del secondary ticketing per ragioni di convenienza, mi è stato proibito di far esprimere libere opinioni a giornalisti per ragioni di denaro o convenienza. E' venuto l'Inpgi per controllare le posizioni lavorative dei giornalisti e diverse persone sono state fatte scappare giù in strada (…). L'editore urla e umilia continuamente i suoi dipendenti (…). Ergo, DA VOI la copertina di sinistra proprio no…”. E ancora in un tweet: “Quello che intendevo dire è che se vuoi fare la copertina in difesa dei deboli parti dai diritti del ragazzino e della mamma vicini di scrivania. Facile lo spot col ministro antipatico”. In poche parole: chi è senza peccato scagli la prima pietra. In caso contrario torna indietro una sassaiola.

Selvaggia Lucarelli. 18 5 luglio 2018. "Volevo trattenermi dal commentare ma chi tace è complice, quindi non taccio. Grande rumore per la coraggiosissima, poppissima, impavidissima copertina di Rolling Stone "Noi non stiamo con Salvini" in cui viene fatto passare per appello un collage di pensieri contro Salvini di vari personaggi tra cui un Mentana che ha già smentito di aver aderito. Anzi, ha detto: vi avevo risposto NO e mi ci avete messo dentro. (e così anche altri firmatari a loro insaputa) Ma vabbè. Sono stata tre mesi a Rolling Stone e francamente un appello per una società aperta, libera e moderna me lo sarei aspettato più da Erdogan che dal mondo Rolling Stone Italia. Il motivo per cui dopo tre mesi ho rassegnato le dimissioni è proprio che di moderno, libero, solidale, lì dentro forse al massimo c'è la macchinetta del caffè che distribuisce caffè a tutti. Non avevo mai visto un ambiente di lavoro così tossico, illiberale, ostile, scorretto. Amici di Rolling. Se fate una copertina di sinistra, parlando di libertà, accertatevi di praticare tutto ciò che vi rende così diversi da Salvini. Nei tre mesi in cui ho provato a lavorare con voi, mi è stato impedito di realizzare un servizio su ticket one e la truffa del secondary ticketing per ragioni di convenienza, mi è stato proibito di far esprimere libere opinioni a giornalisti su dischi, attori e altro per ragioni di denaro o convenienza. E' venuto l'inpgi per controllare le posizioni lavorative dei giornalisti e diverse persone sono state fatte scappare giù in strada perchè avevano contratti da lavoratori esterni e erano gentilmente invitate a lavorare IN UFFICIO e da casa anche nel weekend. Alla mia più diretta collaboratrice, che aveva un contratto da esterna ed era tutti i giorni in ufficio, a un certo punto è stato chiesto di non accompagnare più i figli a scuola e di presentarsi 30 minuti prima degli altri in redazione. L'editore urla e umilia continuamente i suoi dipendenti, al punto che, per rimanere in tema umanità, c'è più gente che negli ultimi anni è scappata da Rolling Stone che dalla Siria. E così via. Io, di fronte a tutta questa mancanza di rispetto della libertà e del LAVORATORE, dopo tre mesi ho rassegnato le dimissioni. E all'editore ho detto e scritto tutto quello che avete letto fin qui. Gli altri sono rimasti lì (alcuni ben sollevati dalla mia fuga), qualcuno che da lì era scappato è pure tornato, ben sapendo chi sia l'editore e le condizioni di lavoro lì dentro. Ergo, DA VOI la copertina di sinistra proprio no. Detesto Salvini, ma almeno lui è quello che è, senza doppia morale. E se ne ha una doppia, nel suo caso, quella nascosta non può che essere migliore di quella che mostra".

Quei progressisti malati di "appellite" per colpire i nemici o aiutare i compagni. Dalla revoca dei servizi sociali a Berlusconi al ripristino della scorta a Ingroia, scrive Sabrina Cottone, Venerdì 06/07/2018, su "Il Giornale".

La chiamano «appellite», c'è chi la definisce malattia, riflesso pavloviano che costringe a firmare una dichiarazione di sani e robusti principi e impedisce di dire no a chi ti attrae a una buona causa. Che poi, in tempi di relativismo imperante, non è sempre facile distinguere il bene dal male e le battaglie giuste dai harakiri. Allora proliferano firme sotto manifesti con obiettivi umanitari belli e immensi come strappare alle acque i migranti che annegano ogni giorno o, con la stessa facilità di clic, per la droga libera. In mezzo la difesa dei cinghiali in Toscana, campagna 2016 di Dacia Maraini e Franco Battiato. Più difficile dire perché sia così diffusa a sinistra, forse perché parente del buonismo, a volte ultimo omaggio che il vizio rende alla virtù. Se i radicali ne hanno fatto un mantra, con libretti di istruzioni pronte per chi voglia organizzare raccolte di firme, alcuni ipotizzano che sia nata nel Sessantotto, quando ci si lanciava in pubblici proclami pro o contro tutti. Negli anni prof, scrittori, attori e intellettuali più o meno eredi di quel clima hanno firmato per le unioni civili e l'Europa, a favore dello ius soli, per far tacere le armi in Medio oriente (Gad Lerner e Roberto Saviano nel maggio scorso). Qualcuno per lo zucchero, altri per le foche. Via Change.org, sito di petizioni (perché l'appellite è malattia contagiosa ormai nazionale), è arrivata una richiesta dolce ma puntuale: «Coniare monete da un euro con l'effigie di Rita Levi-Montalcini». Così non c'è da stupirsi troppo neppure della trovata di Rolling Stone, che ha raccolto stelle, stelline, scrittori e volti noti degli appelli per dire «Noi non stiamo con Salvini». Nell'elenco molti che firmano con regolarità in favore di cause politiche e filantropiche, come Erri De Luca, Michele Serra, Zerocalcare e c'è poco da stupirsi che sia così per uomini la cui arma più potente è la parola. Niente di nuovo sotto il sole. Nel 2014, Micromega di Paolo Flores d'Arcais raccolse 25mila firme per chiedere la revoca dei servizi sociali a Berlusconi. Solo un esempio degli assalti post-girotondini al Cavaliere. Non si è salvato Matteo Renzi, perché le petizioni a Mattarella contro il referendum e la «buona scuola» hanno convinto teste come Massimo Cacciari, Umberto Galimberti, Nadia Urbinati, Salvatore Settis. Gli appelli continuano. Il 27 giugno scorso, rispondendo alla lettera di una studentessa a Concita De Gregorio che chiedeva agli intellettuali di pronunciarsi contro il governo Di Maio- Salvini «incostituzionale e razzista», Repubblica ha messo in fila decine e decine di prof, docenti universitari, scrittori, artisti, attori, registi, economisti. Dopo lo scivolone di Salvini sulla scorta da togliere a Saviano, sono fioriti appelli per mantenere la protezione all'ex pm Antonio Ingroia. E le «Agende rosse» si sono mobilitate per rafforzare la scorta di Di Matteo, pm della trattativa Stato-mafia. «Le sentenze di morte della mafia non vanno in prescrizione» la frase per convincere i recalcitranti.

Pseudo-intellettuali di sinistra: giù le mani da Matteo Salvini, scrive il 2 luglio 2018 Andrea Pasini su "Il Giornale". Lo urlo, lo gridò, lo canto non sono un intellettuale di sinistra e me ne vanto. Fortunatamente ne sono orgoglioso, la mia persona non rientra, e mai lo farà, nella categoria degli pseudo-intellettuali dei giorni nostri. Il mio semplice ed elementare, ma onesto intelletto non si masturba, non ama il gioco teorico e teorizzante dell’ideologia preconcetta e non ritiene l’emozione e la sensibilità come parametri di conoscenza. Perché essere intellettuali oggi significa appartenere ad una classe elitaria, nella maggior parte dei casi di sinistra, che si inerpica costantemente su pregiudizi senza senso accettati e valorizzati come i migliori, secondo la loro limitata e surreale visone della realtà. Tutto il resto rimane fuffa da mandare al macero. La gente comune, per fortuna, parla di sentimenti, di paure, di realtà difficili, di amicizia, di rispetto e di tutto ciò che è reale, cioè quotidiano. Mi stupisco di come ci si continui a chiedere perché la sinistra abbia fallito in ogni dove. La risposta è palesemente scontata: perché ha continuato a ragionare in modo autoreferenziale, arrogante e costantemente aggrappato ad un’idea di realtà che semplicemente non esiste. E ancora oggi si inorgoglisce assecondando principi che potrebbero essere validi in un mondo perfetto, in un’isola felice di persone appagate, in poche parole immaginano ancora oggi di vivere nel paese delle meraviglie. Non si rendendo conto che l’Italia non è assolutamente un Paese dove si vive bene e questo grazie a loro. L’Italia ad oggi non è una landa felice anche se avremmo tutte le qualità per poter tornare ad essere un luogo incantato. Ci auspichiamo e tifiamo perché possa questa nostra Patria tornare ad essere al più presto in cima al mondo. E gli umori, le sensazioni, le emozioni della gente comune che vive realmente il territorio e che vede un quotidiano sempre più contraddittorio. La mancanza di lavoro, l’insicurezza, le istituzioni sempre più distanti dai problemi reali devono costringere ad ascoltare il popolo e soprattutto a rispettarlo. Va data alla gente l’opportunità di essere protagonista a casa propria e non si deve demonizzare la riconoscenza che viene espressa a Matteo Salvini tramite il grande consenso che gli è stato dimostro dalle elezioni e che continuamente viene esibito. Anche perché tutto questo gradimento verso Salvini non è solo dettato da un sentimento di protesta, come vogliono provare a farci credere da sinistra. Ma è la chiara e semplice volontà di riporre fiducia in una persona che parla come mangia, in un giovane che dice quello che agli italiani interessa, che tocca i problemi reali che attanagliano il Paese. E si perché c’è da dire che lui continua ininterrottamente, senza mai fermarsi, ad incontrare ed ascoltare le persone in tutte le piazze, in tutti i comuni, in tutte le città, nelle sagre di paese, nei negozi, nei porti, negli agrumeti, su di una ruspa, nelle aziende, sulle montagne, al mare da nord a sud ascoltando i problemi reali dei cittadini. Problemi da risolvere e che poi una volta al Governo ha iniziato, concretamente, a sbaragliare. Che dire? Penso proprio che a questo punto solo un malato di mente da ricercarsi ancora in quello che rimane nella sinistra potrebbe ancora pensare che la continua crescita di consenso da parte degli italiani nei confronti di Matteo Salvini sia dettata dalla mera protesta verso il sistema. Giunti a questo punto posso serenamente e con grande convinzione dire che: a tutti gli intellettuali di sinistra, alle comunità Rom, alle associazioni pro-immigrati, alle cooperative rosse, alla stampa più faziosa, a qualche preside degli altri Stati europei e chi più ne ha più ne metta non vi è rimasto che cercare di univi in un unico coro per cercare di screditare in tutti i modi possibili Matteo Salvini. Ma la percezione della realtà sul grande e lodevole lavoro che sta portando avanti con sacrificio, dedizione, amore e grinta, ormai da anni, questo giovane padre, nonché leader della Lega, nessuno potrà mai sovvertirlo. Il che comunque, e mi sto riferendo al lavoro del Ministro dell’Interno, dovrebbe rappresentare in un Paese serio la normalità, ma in Italia fino ad oggi non è mai capitata una cosa del genere. Per questo motivo dico e urlo mettendoci la faccia con grande orgoglio onore a Matteo Salvini. A questo ragazzo non gli si può rimproverare proprio nulla. Anzi bisognerebbe dimostragli sempre di più l’affetto e la riconoscenza che merita per il coraggio e la tenacia che tutti i giorni mette in quello che fa. Forse potrà sembrare a qualcuno un po’ esagerato nella sua sana e onesta follia di restituire centralità agli italiani? Forse sì. A volte. Ma la sua verità è la sofferenza di un popolo per anni inascoltato e messo a tacere dai tanti intellettuali che non sanno leggere la realtà anzi precisiamo, che la sanno leggere, ma che per motivi di interessi personali fanno finta di vederla come gli conviene. Gli stessi intellettuali di sinistra che hanno scritto una lettera aperta denunciando l’immorale mancanza di umanità di Salvini. Lo hanno definito il razzista, lo xenofobo, il fascista in pratica la reincarnazione di Satana. Si avete capito bene proprio loro i semicolti di questo tempo. Intellettuali così si auto-definiscono i firmatari della denuncia. Sono docenti universitari, artisti, scrittori capeggiati da Concita de Gregorio, già direttrice dell’Unità. Provate ad andare a leggere la lettera integrale, pubblicata da La Repubblica, di questi lor-signori, di questi intellettuali sinistroidi e vi renderete conto del perché poi questa gente e la sinistra in generale stanno diventando dei fuoriclasse dell’autolesionismo. Vi renderete conto anche della tristezza e di quanto questa gente abbia toccato veramente il fondo. Noi comunque, noi inteso come milioni di italiani, che all’opposto del pensiero falso e becero degli intellettuali sinistroidi stimiamo e apprezziamo il grande sforzo del giovane Ministro Matteo Salvini. Sforzo che va nella direzione di ridare la dignità e la sovranità che spetta e che soprattutto merita l’Italia e il popolo italiano. Lo difendiamo con coraggio e ci mettiamo la faccia senza avere paura di farci criticare da questi ipocriti seriali. Noi vogliamo rimanere al suo fianco, dandogli ancora più forza e tifando per lui tutti i giorni, in modo che possa riuscire in questa impresa titanica. Forza Matteo Salvini gli italiani con la schiena dritta ti vogliono BENE non mollare e vai avanti. 

Zecche per Salvini, scrive Augusto Bassi il 5 luglio 2018 su "Il Giornale". Come ormai saprete, il magazine Rolling Stone ha pubblicato un manifesto-collage di esternazioni anti-Salvini rese pubbliche da personalità più o meno note. Nel pedestre editoriale del direttore Coppola galleggiano “i pensierini per questi mentecatti” che vanno ad abborracciare una presa di posizione incitante alla militanza buonoide contro un’Italia sempre più “cattiva”. Militanza che schiuma rancore mentre predica benevolenza, facendo sì che anche il più incarognito fra i leghisti rastrellatori di zingari trasudi meno bavosa intolleranza dei tolleranti mentre apostrofano Salvini. Molti dei chiamati in causa (fra i quali Enrico Mentana) si sono smarcati per ragioni di merito (non intendono delegittimare chi è stato democraticamente eletto) e di metodo (si lamentano di essere stati usati contro la propria volontà o a loro insaputa). Ma al di là del mentecatto scaracchione spurgato in aria e tornato immantinente fra gli occhi del direttore – autore di un’iniziativa che qualifica la più vile imbecillità di una certa propaganda – ciò che colpisce è il distillato di maître à penser selezionati da Coppola (perché pubblicamente anti-Salvini o Salvini-scettici). Non sono abituato a giudicare le idee dalle facce che le rappresentano, perché talvolta non mi piacciono neppure le facce che rappresentano le mie. Eppure, come abbiamo già più volte segnalato in passato, le ghigne sono spesso rivelatrici. E nel dazebao anti-leghista di Rolling Stone c’è una tale icastica, variopinta, dirompente concentrazione di facce lubriche e/o patibolari… da divenire quasi un manifesto pro-Salvini, un reazionario endorsement di bellezza e verità a favore del governo e del suo ministro dell’Interno: Fazio, Bignardi, Caparezza, Ernia, Tedua, Pacinotti, Saviano, Rubio, Serra, Paci, Muccino, della Gherardesca… brrr. Salvini li ha chiamati “radical chic” senza tanta vigilanza semantica, sapendo che la locuzione ha l’immediato potere di far prudere le mani anche a una suora di carità. In realtà, nomi del genere farebbero sembrare chic e radicale anche Mario Borghezio. Paolo Mieli – che al contrario incarna autenticamente il profilo del pensatore al caviale – questa sera ha dato una magistrale lezione di saggezza paracula, affondando il suo stiletto al miele nel cuore della questione: io apro le braccia a tutti gli immigrati del mondo perché trovo sia un imperativo morale; ma non abbiamo ancora capito l’effetto che procura sulla plebe il papavero ben vestito e l’artista eccentrico che vanno in televisione a fare i longanimi quando poi del clandestino non sentono neppure il puzzo?

Comici e politici a ruoli invertiti. Jerry Calà si schiera col governo giallo-verde, il vicepremier lo rilancia: "Doppia libidine", scrive Gabriele Barberis, Venerdì 06/07/2018, su "Il Giornale". In principio fu Renzi il vero innovatore «social» della politica italiana. Ma ora va riconosciuto alla strana troika Conte-Salvini-Di Maio di avere perfezionato la saldatura tra la vita reale (poche riunioni ufficiali, ministeri aperti solo per le conferenze stampa) e il vorticoso rincorrersi di tweet, post e dirette Facebook. Con esiti sempre più inediti, come il grottesco scambio di ruoli tra il comico che fa il politologo e un vicepresidente del Consiglio che si produce in una gag da cinepanettore anni '80. Sono le 22.38 del 4 luglio quando uno degli attori italiani più amati, Jerry Calà, si lancia sul profilo Fb in una considerazione politica: «Tutti in tv si chiedono dove troverà questo governo i soldi per mantenere le promesse elettorali. Basterebbe che il precedente governo gentilmente svelasse dove ha preso tutti quei miliardi per salvare le banche...». Un endorsement all'esecutivo giallo-verde e una pedata finale al renzismo: opinione largamente condivisa, non certo una battuta da sganasciarsi. Tocca invece a Luigi Di Maio, a sorpresa, indossare i panni dell'intrattenitore e rilanciare il post di Calà rubandogli uno dei suoi più riusciti tormentoni: «Libidine, doppia libidine, libidine coi fiocchi!», accompagnato da un'emoticon sorridente. Commenti, risate social irrefrenabili, agenzie e giornali pronti a segnalare il siparietto. Con i quarantenni al potere si sono frantumati i riti istituzionali del passato. Il premier Conte è più grandicello, ma comincia anche lui a sfarfallare in quell'ampia terra di nessuno tra la politica e lo spettacolo. Sembrava uscire dalla satira di «Cuore» il comunicato stampa di mercoledì pomeriggio consegnato alle agenzie dal Circolo Canottieri Roma, uno dei templi del mai disciolto «generone» romano. In pieno orario di lavoro, nel pomeriggio, il presidente del Consiglio ha compiuto una visita a sorpresa nello storico club per incontrare di persona uno dei suoi idoli, Antonello Venditti. Il premier vestito per bene con quell'eleganza un po' affettata da manichino di Harrods, il cantautore con i capelli sulle spalle e una camicia blu senza colletto. Ignoto il dettaglio della conversazione. Si può solo pensare che Conte abbia chiesto di improvvisare un duetto canoro sulle note di «Bomba o non bomba». A giudicare dall'ampio sorriso di Venditti, è più difficile credere che l'artista gli abbia chiesto conto dell'alleanza con Salvini, che lui minacciò in tv con un «Matteo nun t'allargà» in uno scontro infuocato a Ballarò. E poi i tweet sibillini della bella Elisa Isoardi, cui ogni frase di circostanza viene esaminata al microscopio per ricavarne segnali politici sul suo fidanzato Salvini, manco fossero le centurie di Nostradamus. C'è il rischio che per questo governo l'opinione pubblica venga sostituita dagli umori del vip di turno. Soprattutto per Di Maio. Che, appena varate le misure anti ludopatia, non ha resistito a lanciare una frecciata contro i «testimonial famosi che sponsorizzano i siti di scommesse». Voleva aiutare le vecchiette spennate dalle slot machine o solo fare un dispetto a Claudio Amendola?

Propaganda La7, scrive il 16 giugno 2018 Augusto Bassi su "Il Giornale". In Italia l’unica opposizione tangibile, l’unica coalizione che ha fatto immantinente quadrato contro il governo… è l’informazione. Da che ho l’età per recarmi alle urne non ricordo un fuoco di fila così fitto nei confronti di un esecutivo appena nato. Ma se ci sono gli audaci che cercano sempre lo scontro risolutivo con manovre di sfondamento – fra i quali anche qualche illustre rappresentante della stampa di destra – in questa miserabile guerra di trincea si segnala chi, come il canale televisivo La7, ha scelto la strategia del logoramento. A poco più di cinque anni dall’arrivo di Urbano Cairo a capo della rete e dall’articolo de L’Espresso a firme Di Feo-Gilioli in cui lo stesso imprenditore veniva affrescato come un rampante parvenu, un buffo Berlusconi wanna be, oggi La7 sembra essere la fanteria da prima linea e prima serata della Weltanschauung Gedi, tanto sono manifeste l’interconnessione giornalistica e la profonda affinità ideologica; superando in zelo militante i pusillanimi soldatini di Rai Tre – che vedono la sola Lucia Annunziata ancora bellicosa – e gli scatenati, benché ancora abborracciati, incursori multimediali de il Post. I programmi del canale Cairo Communication (Otto e mezzo, Piazza Pulita, Di Martedì, L’Aria che tira, Tagadà, financo Atlantide…) rispecchiano un pluralismo di ghigne che si dannano quotidianamente per riaffermare il monismo di fondo del pensiero. Abbiamo analizzato tante volte i monotoni comportamenti dei moderatori-insinuatori/istigatori (a seconda della cifra stilistica: Floris insinua, Formigli istiga etc.) come degli ospiti fintamente super partes e grossolanamente partigiani. L’umore stantio che ne fuoriesce è quello della conventicola di affiliati, connotata da un forte accento di provincialismo capitolino, che si raduna una sera a casa di un ospite, una sera a casa dell’altro, manipolandosi reciprocamente le convinzioni fino all’orgasmo di gruppo, senza la reale volontà di un contradditorio. Anche le tiepide voci iconoclaste sono sempre messe in chiara posizione di minoranza, e invitate a comportarsi con i dovuti riguardi. Difficile vedere una coppia Bagnai-Blondet affrontare l’impositivo argomentare di Cerasa; o anche solo Foa-Rossi dialogare con l’integrità intellettuale di Calabresi. L’unico a non essersi fatto ammaestrare, se non nell’orrida abitudine della button-down con giacchetta délavé, è Marco Travaglio, di cui mi occuperò monograficamente in futuro. Lo stesso telegiornale di Enrico Mentana e le relative edizioni straordinarie sulla distanza sono poli magnetici per questa temperie. Mentana è un conduttore straordinario, la cui abilità è persino sottovalutata, malgrado goda di una status da Comizi Curiati fra gli addetti ai lavori e da Osho Rajneesh fra le schiere dei webeti. Ha la presenza di spirito del killer e una naturalezza nell’estrarre la parola assassina anche nel guazzabuglio della pugna davvero rimarchevole. Quando dialoga, poi, mostra i tempi giusti: sa aspettare, ha senso drammaturgico, tiene in mano il proscenio senza dare la sensazione di protagonismo. Persino il suo gigioneggiare, perfettamente ricreato da Crozza, è potabile e non degenera mai in macchietta come in Giletti, forse per un fisico del ruolo più da impiegato pubblico che da play-boy di Viale Ceccarini. Ciò riconosciuto, è palesemente allineato. E poco incline a ribaltamenti di immaginario, poiché intellettualmente permaloso, come sa chiunque sia transitato anche solo una volta sulla sua pagina Facebook. Un’inclinazione evidente anche nell’incedere ancillare dei suoi inviati, Sardone e Celata. Ma la trasmissione che forse più di ogni altra definisce tale ostinata propaganda è appunto Propaganda Live. La pasquinata alla romana di Bianchi e Dambrosio – da sempre molto più divertita che divertente – si compiace nel grufolare in quella disinvoltura da birrazza con gli amici, baloccandosi in un’estetica che definirei “abbrutta” o “da pezze ar culo” per pertinenza regionale. Il programma si sforza di persuadere avvalendosi dell’argumentum ad verecundiam, ovvero di essere eloquente buttandola in caciara… perché loro sono gente schietta, genuina, che dichiara le proprie intenzioni con sincerità, e nel frattempo caca una satira sciolta e ruffianamente popolana. Si direbbe populismo anti-populista, ma definirò meglio più avanti la schiatta di riferimento. Emblematico di questo modo di essere ossimorico un intervento di “Zoro” durante la puntata di Otto e mezzo dell’altrieri, che ha sottolineato come Matteo Salvini, nel suo agire così affermativo e sprezzante, insulti tutta quella parte d’Italia che non la pensa come lui. Risibile rampogna se fatta da chi dipinge esplicitamente – non si capisce bene da quale atelier di Calle de La Plata – la maggioranza degli italiani come cretinoidi-fascisti nei feriali grillini… e cretinisti-fascistoidi durante i festivi leghisti. Proprio ieri sera si è chiusa la stagione 2018 di Propaganda Live con un coraggioso monito: “Non siate razzisti!”. E il razzismo è la vera ossessione di questa gente, come reduplicato dalla patetica copertina de L’Espresso oggi in edicola: “Uomini e no”, con un ragazzo di colore affiancato a Salvini. Titolo che si dà un tono citando Vittorini, ma che è tetro manifesto di vile divulgazione. Epperò tale fissazione deve avere una causa, un’origine i cui significati superino l’interesse tattico del momento. Mi sono sempre interrogato, soffermato sulla questione… e alfine ho maturato un’opinione. Il razzismo di cui loro blaterano (“sporco negro!”) è talmente fuori dai tempi – in cui piuttosto le nuove generazioni vivono idolatrando-scimmiottando sub-culture afroamericane, fra hip hop, cinema gangsta, basket Nba e ossequiando l’esotismo terzomondista tarato sul mito del buon selvaggio – da meritare solo pernacchie. Eppure c’è un timore sublimato in filigrana: la paura della discriminazione. Come abbiamo scritto in passato la discriminazione è elemento costitutivo dell’esistenza umana, prerequisito di ogni scelta, dalle mele al supermercato alla compagna/o con cui vivere. Loro tuttavia la temono, forse perché furono atavicamente discriminati, e ancora ne hanno panico; magari non erano i più simpatici della classe… erano un po’ catenacci e nella squadra di pallone finivano in panchina… plausibilmente da ragazzi interpretavano l’ingrato ruolo degli scaldafighe o, nel caso delle donne, parti ancor più ingrate. Così oggi, pur cresciuti e affermati, in un remoto stanzino di tremarella dell’inconscio ancora paventano una discriminazione verso la loro razza. Perché epidermicamente si riconoscono intimamente della stessa natura, per cui si cercano, si difendono l’un l’altra e tutti insieme corrono a nascondersi dietro la sottana del Potere. Per il quale, in genere, combattono le guerre, difendendone gli interessi con spirito mercenario, senza eroismo alcuno, sul sempre più sterminato campo di battaglia dell’opinione. Sono tipi umani opposti, ma strategicamente complementari alle anime molto ben acconciate con cestino di vimini e pomate bio alla calendula fra cui vivo in Mario Pagano, perché cooptati dalla stessa consorteria: i primi dolosi, i secondi colposi, entrambi arnesi. Arnesi di quel Potere, neppure più tanto occulto e soverchiante, che ha ritenuto necessario mettere in scena una declamatoria mimesi di carità laicista servendosi di suggestioni proletarie e umanitarie, al fine di proseguire il saccheggio senza venir disturbato da un’eventuale presa di coscienza dei più, che sempre di più sono. A questo punto vorrei sottoporre alle vostre teste post-convenzionali una speculazione, forse un po’ oziosa, ma ai miei occhi accertabile. Come avevo già scritto in passato, se in fisiognomica già da Aristotele si rifletteva sulla possibilità di leggere in un volto alcune peculiarità caratteriali, io mi sono sempre ritenuto in grado di inferire dall’aspetto le simpatie politiche. Anche se il soggetto fosse impegnato a dibattere sulle code alla vaccinara. «Poiché il sopracciglio spesso dice il vero, poiché occhi e nasi hanno la lingua, e l’aspetto proclama il cuore e le inclinazioni, basta l’osservazione ad istruirti sui fondamenti della fisiognomica; spesso osserviamo che persone con tratti simili compiono azioni simili e hanno simili pensieri». Ovviamente non vengo ad affermare che ci siano parametri antropometrici per intercettare un elettore PD, ma una “faccia sinistra” (tradotto dal dialetto piacentino) indubitabilmente c’è e l’uomo coltivato può intercettarla, anche quando è un poco meno manifesta di quelle che portano in giro Orfini, Saviano o Bertazzoni. La7 è un distillato di facce sinistre e la disinformazione che ne segue rappresenta la bio-logica conseguenza di tali fisionomie. Naturalmente ci sono eccezioni al tratto comune: Lilli Gruber somiglia più a una senatrice di Forza Italia, eppure non credo lo sia mai stata. Cionondimeno, guardando i programmi a volume spento, sarebbe sufficiente osservare le smorfie e gli abiti, per immaginare il tenore delle idee. Ma come hanno inoppugnabilmente certificato gli ultimi rivolgimenti domestici e internazionali – ben più indicativi delle valutazioni di una trascurabile figura come la mia – questa strategia di logoramento sta logorando chi se ne serve: perché il “razzista-populista” sente, nasa questa “razza” di propaganda e inizia a schifarla.

Rom e “razza ebraica”, scrive il 19 giugno 2018 Augusto Bassi su "Il Giornale". Molto di ciò che avevo scritto pochi giorni fa a proposito di La7 e del suo telegiornale è stato confermato ieri sera con eloquente tempestività. L’esternazione di Enrico Mentana durante il notiziario delle 20 sul censimento rom ha addirittura rilanciato in bluff sul tavolo da gioco della manipolazione. Se nel pezzo precedente ero stato analitico, qui sarò sintetico. Il parallelismo fra la proposta di anagrafe avanzata da Matteo Salvini e la schedatura della razza ebraica paventato da Mentana è un volgare accozzo di fallacie logiche. Si parte con un argumentum ad populum (ma populista non era proprio il leader leghista?), che fa subdolamente leva sui sentimenti di orrore suscitati dal ricordo delle leggi razziali e sulla universale commozione che ispira la vicenda della famiglia Segre e dell’allora piccola Liliana. Si prosegue con una grossolana fallacia di pertinenza, postulando un’affinità fra la registrazione di individui che vivono entro i confini di uno Stato, ma al di fuori delle sue leggi (le comunità rom) e la schedatura degli ebrei italiani. E si finisce con un doppio errore di ragionamento, formale e di rilevanza, noti in logica come falsa argomentazione a catena e non sequitur: «Si inizia sempre con una schedatura e non si sa mai dove si va a finire», ha affermato Mentana. Il Direttore insinua cioè che da un censimento dei rom, a successivi arresti, alle conseguenti deportazioni, ai campi di sterminio… il passo non sia poi così impervio, anche perché è già successo in passato per gli ebrei. Fregnacce che possono essere persuasive solo per quegli stessi analfawebeti funzionali della cui dabbenaggine si affligge quotidianamente. In questo maldestro tentativo di avvelenamento del pozzo – che vogliamo generosamente giustificare per il forte trasporto emotivo suscitato da una tragedia assoluta ancora viva nel ricordo – vi è infine un effetto collaterale, che folgora come nemesi la propaganda farisaica: suscitare in chi ascolta un’associazione mnemonica fra le abitudini sociali dei rom contemporanei e quelle degli ebrei italiani di allora, vittime delle leggi fasciste. Associazione che trovo disturbante. Perché la famiglia Segre ha il diritto di essere discriminata, separata, distinta, anche solo nell’immaginario, da una famiglia zingara. E non per razza, ma per civiltà.

Così il "monoideismo" ha intossicato anche la democrazia. Un estratto, tratto da Democrazie Mafiose di Panfilo Gentile, scrive Panfilo Gentile, Martedì 19/06/2018, su "Il Giornale". Accanto agli elettori irreggimentati esiste poi quella che gli inglesi chiamano «the floating opinion», la quale non può essere indrappellata e portata a votare a plotoni. Questa opinione deve essere persuasa e può essere raggiunta solo dalla propaganda. In questo campo nell'ultimo ventennio le democrazie hanno mostrato di avere bene imparato dalle dittature l'arte del-l'«imbottimento dei crani o del lavaggio dei cervello». La propaganda diretta, o esaltazione retorica dei meriti del partito, la demagogia delle promesse, l'appello ai temi presuntivamente più popolari, tutte queste che potremmo chiamare le vecchie «armi convenzionali» della lotta politica, sono ancora in uso ma non sono considerate più sufficienti. Gli uffici specializzati dei grandi partiti hanno segnalato concordemente che i comizi, i manifesti, la stampa di partito, gli altoparlanti motorizzati non rendono più come vent'anni or sono, quando la rinata democrazia affrontava i primi cimenti elettorali. Adesso si aggiungono i metodi meno diretti e più perfidi, che sono stati elaborati dai regimi totalitari. Il monoideismo paranoico, che è proprio di codesti regimi è che tutto sempre e dovunque deve essere propaganda. Nessuna attività umana deve essere sottratta alla regola: servire la causa in ogni circostanza e con ogni mezzo, al di sopra anche di ogni norma morale. Soprattutto i sovietici si sono fatti maestri di questo odioso machiavellismo, che ha cancellato secoli di civiltà politica ed ha contagiato non solo i partiti comunisti d'obbedienza al califfato di Mosca, ma anche almeno parzialmente partiti non comunisti. Il monoideismo ha asservito arte, scienza, filosofia, spettacolo, attività ricreativa. Tutto ciò che era ricerca disinteressata, autonoma, politicamente neutrale è stato asservito alla finalità politica ed è diventato mezzo di propaganda. La propaganda poi preferita dal monoideismo non è quella aperta della polemica orale e scritta, ma è la propaganda subdolamente mascherata e clandestinamente somministrata. In questa materia la televisione supera tutti: ad opera delle cellule clericocomuniste che vi sono annidate intossica con veleni nascosti le informazioni, le inchieste, i documentari, le trasmissioni didattiche e scientifiche. Se si occupa dei poliomielitici, dei subnormali, degli illegittimi o dei sordomuti con l'aria di un interessamento caritatevole, non trascura di insinuare che la responsabilità di tutte queste sventure risale alla società capitalistica. Se si occupa del duro lavoro dei minatori o dei pescatori con l'apparente intenzione di segnalare i disagi di queste categorie, non manca di arrangiare le cose in modo che se ne attribuisca la colpa agli intraprenditori. Una buona metà delle trasmissioni televisive è una astiosa istigazione all'dio di classe. Se viene un'alluvione, un terremoto, un'epidemia, si trova sempre la maniera di seminare il sospetto che ciò sia avvenuto per l'ingordigia dei capitalisti, che avrebbero costruito le dighe con la ricotta, le case con la sabbia e le condutture d'acqua col fango. Finanche il maestro elementare clericocomunista, che dovrebbe insegnare il sillabario e la grammatica, riesce ad infilare nelle sue lezioni sobillazioni sociali, magari falsificando la storia con tendenziose mutilazioni dei testi di Mazzini o con la celebrazione del 20 settembre come una data memorabile per il miglioramento della classe operaia, tacendo del tutto il particolare insignificante della caduta del potere temporale dei papi. Questa propaganda non ordina espressamente di votare per un partito anzi che per un altro, ma tende a creare nell'elettore i presupposti psicologici che indirizzeranno l'elettore a votare per il partito desiderato. Ed è chiaro che la captazione dell'elettore attraverso la persuasione occulta non si esercita solo nei periodi elettorali ma è permanente, perché solo la insistenza monotona di un motivo lo fa entrare nell'orecchio del pubblico e inavvertitamente lo conquista come una certezza indubitabile. Ed è chiaro altresì che essa esige l'accesso ai grandi mezzi di propaganda: televisione, editori, giornali, preferibilmente rotocalchi, teatri, cinema, festival, premi letterari, discografici (canzoni di protesta). Ed allora si arriva alla conclusione che una propaganda di questo genere non è possibile senza grandissime disponibilità finanziarie, non è alla portata di tutti ma solo di quei gruppi privilegiati che possono attingere a fonti di finanziamento eccezionali, non essendo sufficienti le risorse normali e lecite dei partiti, nemmeno di quelli più numerosi. Ed a questo punto le democrazie moderne non assicurano più la libera circolazione delle «élites», non garantiscono ai concorrenti che partecipano alla gara eguali punti di partenza ed eguali condizioni di corsa. Nelle «élites» si verifica una distinzione e una graduatoria; «élites» povere ed «élites» ricche. Superfluo dire che la distinzione non si identifica con quella tra classi povere e classi ricche, avvenendo spesso che i partiti che hanno le simpatie dei ricchi sono i più poveri mentre quelli che hanno le simpatie dei poveri sono i più ricchi. Così le moderne democrazie sono tanto poco democratiche che assicurano i suffragi e danno la vittoria solo ai partiti ricchi, trasformando le democrazie in timocrazie.

Ecco la carica dei faziosi L'armata rossa è in tv. Garimberti bacchetta il Tg3, ma è tutta Raitre a tirare colpi bassi al Cav. Per non parlare di La7. A Sky le inviate giocano alla rivoluzione, scrive il 29 Ottobre 2011 Giampaolo Pansa su "Liberoquotidiano.it". Mi ha molto stupito che Paolo Garimberti, il presidente della Rai, abbia preso cappello per la faziosità del Tg3 diretto da Bianca Berlinguer. “Garimba” è un mio vecchio amico, abbiamo lavorato insieme alla Stampa e poi a Repubblica. L’ho sempre considerato un tipo sveglio, tanto che mi ha sorpreso vederlo accettare di presiedere la Rai: un dinosauro senza speranze e un ambiente nel quale non vorrei vivere neppure da deportato. Tuttavia, il “Garimba” dovrebbe sapere come è fatta la Rai. Da anni è un rudere lottizzato, ossia diviso in lotti di partito. Nella Prima Repubblica, un pezzo apparteneva alla Dc, un secondo ai socialisti del Psi, un terzo ai comunisti del Pci. Nel proprio orto ciascun partito era sovrano, poteva disporne come gli pareva e piaceva, senza che nessuno dicesse né hai né bai. Nella Seconda Repubblica la spartizione per lotti è rimasta. Sono cambiati soltanto i partiti proprietari. La prima Rete con il relativo telegiornale è roba del Pdl e dunque del cavalier Berlusconi. La seconda in teoria spetterebbe alla Lega, ma un provinciale come il sottoscritto non ha ancora capito se sia o no così. La terza con il Tg3 è sotto l’imperio del Partito democratico e dei suoi presunti alleati. Con il passare degli anni, i direttori del Tg3 sono sempre stati rossi, a cominciare dal mitico Kojak, ossia Sandro Curzi, oggi scomparso. Kojak era un comunista collaudato, tanto d’aver persino lavorato a Radio Praga. Contava più di molte eminenze delle Botteghe oscure. Da vero paraculo (uso il termine con ammirazione) faceva quel voleva, in barba a tutto.  

ARRIVA LA DIRETTORA. I direttori venuti dopo di lui si sono comportati all’incirca nello stesso modo. Gli unici sfortunati sono stati due signore. La prima, Daniela Brancati, durata appena un anno, dal 1994 al 1995, fu segata dalle liti interne al tigì e dagli scioperi. La seconda, Lucia Annunziata, venne messa al Tg3 da Massimo D’Alema dopo la prima vittoria elettorale del centro-sinistra, quella del 1996. Ma anche lei ci rimase poco. A suo giudizio, i tre quarti della redazione del tigì rosso non lavoravano abbastanza. E questo giudizio, diventato pubblico, la obbligò ad andarsene. Chi sta da anni al Tg3 è l’attuale direttora, Bianca Berlinguer, arrivata nel 1991. Ad assumerla era stato Curzi che la stimava come giornalista: brava, bella e lavoratrice. L’unico difetto di Bianca era di essere figlia di Enrico, il segretario del Pci. Il leader comunista chiamò Curzi e osservò che l’assunzione della figlia non gli sembrava elegante né opportuna. Mezzo mondo avrebbe pensato che la ragazza era stata raccomandata dal padre, pur non essendo così… Sembra che l’episodio sia vero, roba impensabile ai giorni nostri. Bianca Berlinguer dirige il Tg3 dall’ottobre 2009. E da quel momento ha fatto un tigì che più rosso non si può. Sempre molto accanito contro Berlusconi. Prima del “Garimba”, qualcuno se ne era adontato. Il sottoscritto no. Ho smesso da un pezzo di guardare il suo telegiornale delle sette di sera, perché è noioso come tutti i mezzi di propaganda. La canzone che canta è sempre la stessa. Il taglio dei servizi idem. I commenti, spesso affidati alla mimica facciale di Bianca, non sono mai sorprendenti. Perché dovrei buttare il mio tempo? Tuttavia so bene che la direttora Berlinguer non viola nessuna legge. È la lottizzazione, bellezza! Qualche ingenuo seguiterà a pensare che la spartizione politica della Rai, un bene pubblico, sia un’anomalia italiana. Ma è un difetto congenito. Per questo, la rossa Bianca stravincerà sempre. Ha il diritto di farlo e lo farà. Aspettate la campagna elettorale e vedrete. Del resto, essere contro il Caimano di Arcore non è uno sport soltanto del Tg3. La maggioranza dei talk show pubblici e privati sta allineata e coperta sulla linea anti-Cav. La 7 si è buttata tutta a sinistra. Il tigì di Enrico Mentana, detto “Mitraglia”, un ultracinquantenne ingrigito, ormai è pronto per trasferirsi nella squadra di Repubblica. Agli ordini di Ezio Mauro, un dittatore freddo che l’ha sempre saputa più lunga di lui. Corrado Formigli, con la sua Piazza pulita, mette in mostra un fanatismo da Santoro dei poveri, privo della geniale cattiveria del vero Michele. Lilli Gruber spasima di fare su Otto e mezzo la diretta del funerale di Berlusconi. Il panciuto Luca Telese vuol dimostrare di essere l’unico comunista rimasto in Europa. E tratta la sua foglia di fico, Nicola Porro, come un fastidioso destrone, erede della Luisella Costamagna, epurata con stile neo-sovietico. Dell’Infedele di Gad Lerner meglio non parlare. I lettori di Libero sanno che non sono mai stato un tifoso di Silvio. Ho predetto per tempo la sua crisi. E l’ho invitato a ritirarsi dalla politica. Ma questo non mi impedisce di staccare la mia spina personale ai programmi troppo faziosi e dunque noiosi. Decidendo che per me sono inguardabili.  L’ho fatto da un pezzo con il Ballarò del compagno Floris. La sera dell’incidente di Fini che straparla sulla signora Bossi mi sono goduto la partita Juventus-Fiorentina. E solo da Libero ho appreso il trattamento di super favore riservato da Floris a Fini: venticinque minuti di concione, il doppio del tempo complessivo concesso al ministro Gelmini e al sinistro Vendola.  Ma la faccenda non mi scandalizza. Anche Floris coltiva come meglio crede il proprio orto lottizzato. Pagando il canone Rai con la puntualità dei fessi, pago anche il diritto del compagno Giovanni a condursi come un militante. Il vero scandalo è Fini: un presidente della Camera, terza carica istituzionale della Repubblica, che va in diretta tivù a fare propaganda politica. Ma questa è una questione che riguarda la Casta. Un verminaio dal quale non mi aspetto più nulla. Mi aspetterei, invece, qualcosa da un’emittente televisiva che si regge sugli abbonamenti dei privati. Sto parlando di Sky e del suo telegiornale, SkyTg24. Un po’ di giorni fa, il ramo italiano dell’impero di Rupert Murdoch ha festeggiato un evento importante per la sua cassa: l’aver conquistato cinque milioni di clienti. Uno di questi sono io, e da molto tempo: un abbonato storico che versa il costoso gettone allo Squalo soprattutto per le partite di calcio e il telegiornale continuo.  Quali diritti hanno gli abbonati di Sky? Soltanto due: pagare o disdire il contratto. Anche il criticare è possibile, ma come succede in molte grandi aziende i clienti contano come il due di picche. Nessuno risponde mai ai rilievi, il vertice e i piani sottostanti se ne fottono. Del resto, che cosa pesa il singolo rispetto a cinque milioni di baionette? Nulla. Tuttavia, poiché fin da piccolo ho imparato a non starmene mai zitto, voglio fare una domanda alla redazione del tigì di Sky. E in particolare alla nuova direttora, Sarah Varetto. Guardo questo telegiornale almeno cinque o sei volte al giorno. Notando un mutamento rispetto al tono di un anno fa. Quello che avevo descritto in un libro dedicato ai media italiani e ai giornalisti che ci lavorano. Sotto la direzione di Emilio Carelli, SkyTg24 era già diventato uno strumento di battaglia politica contro il centro-destra. Un po’ mi stupiva, sapendo che Carelli era un cattolico cresciuto dai salesiani e addestrato come televisionista nelle reti del Berlusca. Ma la brava e bella Varetto ha fatto un passo in più. La mia impressione è che l’equilibrio e l’imparzialità del suo tigì siano diventati un foglio di cartavelina, dietro il quale si nasconde un gioco allo sfascio che non mi piace per niente. 

PIANETA SKY. Anche la signora Varetto ha un’attenuante. Mi dicono che il tigì di Sky lo vedano quattro gatti. Ovvero, oltre a me, poche migliaia di spettatori. Un ascolto persino più basso di quello raccolto da Rai News, il telegiornale rosso di Corradino Mineo, figlio malvisto dagli alti comandi di viale Mazzini. Ma si può essere piccoli e, al tempo stesso, brutti. Vale a dire, troppo enfatici nel dipingere con gioia il disastro italiano, la nostra ridicola debolezza in Europa, gli scioperi proclamati dal sindacato, le piazze ribelli con le molotov. Ci sono giornaliste di Sky tragicamente buffe nella loro convinzione di fare le inviate di guerra sul fronte di una rivoluzione proletaria: unica luce nella notte nera del berlusconismo. Questo ammazza la credibilità di un telegiornale che, per di più, appartiene a un capitalista con la dentatura da squalo. Forse la direttora Varetto dovrebbe proporsi una domanda. Se l’Italia sparisse nella voragine della crisi economica, quanti dei suoi cinque milioni di abbonati rimarrebbero in grado di pagare il costoso gettone che tiene in piedi Sky? Toccando ferro, le rispondo così: pochi, davvero molto pochi. Giampaolo Pansa 

Talk show: così il populismo ha vinto grazie alla tv, scrive Angela Azzaro l'11 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Anni di tv fondata sulle urla e sull’emotività hanno favorito il passaggio dal popolo al populismo. Aldo Grasso, il critico televisivo e di costume del Corriere della sera, ha scritto sul ruolo che i talk show hanno avuto in questa ultima tornata elettorale. Secondo il professore della Cattolica di Milano i programmi di politica, che in questi anni hanno perso molti consensi, avrebbero favorito principalmente il Pd e Forza Italia, mentre l’assenza dalla tv avrebbe avvantaggiato i Cinque stelle. Il Pd, in realtà, ha avuto contro quasi tutte le tramissioni a cominciare da quelle che in teoria, ma appunto solo in teoria, dovrebbero essere amiche come Carta Bianca su Rai3. Pochissimi partiti al governo sono stati così osteggiati. I Cinque stelle invece hanno potuto contare su quasi tutto il palinsesto di La7: anche quando non erano presenti per- sonalmente in studio, erano rappresentati dai giornalisti ospiti, schierati molto spesso con il loro movimento. La Lega, pur con una strategia comunicativa in parte differente, ha potuto contare sulle trasmissioni di Del Debbio e Belpietro su Rete4. Ma la questione è molto più strutturale di un appoggio che potremmo definire “esterno” alle forze populiste che poi hanno vinto le elezioni. I talk show sono parte del “populismo”, per alcuni versi lo hanno creato, condizionando la percezione della realtà e gli schieramenti, ancora prima che partitici, ideologici e identitari. In questi anni siamo stati abitutati a una tv urlata, che ha dram- matizzato qualsiasi problema, dall’arrivo dei migranti alla sicurezza nelle città. Sono state davvero poche le trasmissioni che non abbiano alimentato la paura, creato l’odio per il diverso, fatto credere che i diritti degli uni ( chi arriva in Italia in fuga da fame e povertà) siano opposti ai diritti degli altri ( gli italiani). È una tv basata non sulla ragione e sui dati, ma sulle emozioni non mediate, sulla cosiddetta pancia, sull’irrazionalità. È una tv che ha creato un suo pubblico, lo stesso pubblico che ha poi votato Cinque Stelle e Lega che usano da questo punto di vista la stessa cifra comunicativa. Pier Paolo Pasolini, parlando prima di tutti in Italia di quel fenomeno che poi avremmo chiamato globalizzazione, teorizzava un mutamento antropologico degli italiani. Era il rimpianto delle lucciole, che aveva un certo sapore reazionario, ma che coglieva un cambiamento profondo della società. Oggi quel mutamento è diventato ancora più radicale e ha avuto come campo di battaglia proprio un modo di intendere la televisione e l’informazione. Il passaggio da popolo a populismo, dal conflitto all’odio, avviene dentro un format televisivo che vive tutto come una guerra, un processo mediatico, uno scontro. Le forze politiche che non hanno questo approccio alla politica hanno pagato un prezzo molto alto, non solo perché la loro voce risalta di meno, ma perché meno rispondono alla trasformazione antropologica e sociale avvenuta in questi anni. Il presidente del Censis De Rita, che ha fotografato la società del rancore, vede nuovi segni di cambiamento. Comunque sia questo cambiamento non può non passare anche attraverso una riflessione sui mezzi di comunicazione di massa, dalla tv a internet.

Sembrava il talk di Kim, ma era la Tv italiana, scrive Piero Sansonetti il 16 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". Ho visto in Tv, l’altra sera, un talk show dedicato al pasticcio- rimborsi dei 5 Stelle, e sono rimasto senza parole. Per come era organizzato, per le cose che si dicevano, per i protagonisti. Lo conduceva Enrico Mentana. Mentana, ma come fai un talk? Solo 5stelle a processare i 5stelle? Mentana è sicuramente è uno dei giornalisti italiani più bravi. Ed è un professionista di grandissima esperienza, ha lavorato ai massimi livelli in Rai a Mediaset e ora alla Sette. Eppure la sensazione netta era quella non di assistere a un dibattito ma ad una rappresentazione di regime. Scusate se uso questa parola così aspra, ma è quella giusta. Sia chiaro, non sono mai stato un fanatico della par condicio, anzi penso che sia una pessima cosa. Penso che l’informazione non la si possa fare col bilancino: deve godere di spazi di libertà, e professionali, che le norme della par condicio mortificano. Però una cosa è la discrezionalità della rete, o del conduttore, un’altra cosa è condurre una trasmissione sui 5 Stelle in difficoltà per i rimborsi spariti, con la partecipazione (nella prima parte) del capo dei 5 stelle, di un conduttore simpatizzante dei 5 stelle, del fondatore del giornale dei 5 stelle e basta. E nella seconda parte con l’intervento di altri due giornalisti decisamente simpatizzanti dei 5 stelle (o comunque molto ostili al Pd e a Forza Italia) e di un terzo bravo e giovane giornalista, indipendente, al quale però non si concede, o quasi, di esprimere il suo punto di vista.

I protagonisti della trasmissione ai quali mi riferisco sono, nell’ordine, lo stesso Enrico Mentana, Antonio Padellaro (che, paradossalmente, è stato sicuramente il più serio e anche il più critico verso il movimento di Grillo), Mario Sechi ( tifoso oltre ogni immaginazione dei 5 stelle, a sorpresa per me che lo avevo lasciato tempo fa berlusconiano e poi sapevo che era diventato montiano), Alessandro De Angelis, dell’Huffington Post (il quale ha il merito di avere rivolto a Di Maio l’unica domanda ragionevole, e però il demerito di non avere preteso una risposta) e infine, isolatissimo e, giustamente, un po’ intimidito, Ilario Lombardo, della Stampa. Il risultato di tutto questo è stato paradossale. Diciamo che tutti si aspettavano una specie di processo ai 5 stelle (come sarebbe capitato a qualunque altro partito nelle stesse condizioni), beccati dalle jene con le mani nel sacco e messi di fronte all’evidenza che il loro grado di trasparenza e di onestà non è superiore a quello degli altri partiti. Invece è successo esattamente il contrario. A parte Padellaro (che ha provato a illustrare alcune critiche anche abbastanza graffianti ai ragazzi di Di Maio e a Di Maio), per il resto la trasmissione ha affermato le seguenti verità indiscutibili.

Prima, che i 5 stelle sono e restano il primo partito e che tocca a loro lo scettro del principe e palazzo Chigi.

Seconda, che gli altri partiti sono molto peggio dei 5 stelle e devono solo starsene zitti ed eventualmente garantire in parlamento ai 5 stelle i voti per governare.

Terza, che i parlamentari a 5 Stelle sono gli unici che restituiscono parte dei loro stipendi anche se non proprio tutti lo fanno. (In realtà verso la fine della trasmissione è stato mandato in onda un servizio che dimostrava il contrario, ma nessuno si è sentito in dovere di dire: “ohibò, ma allora stavamo sbagliando tutto…”).

Quarta, che le liste elettorali di tutti i partiti che non siano i 5 Stelle sono piene di inquisiti, cioè di impresentabili.

Quinto, che di conseguenza i 5 Stelle restano il partito dell’onestà, anche se fanno sparire un po’ di quattrini, e che questa caratteristica non viene per niente intaccata dal fatto che un bel gruppetto di parlamentari ha falsificato i bonifici e un altro bel gruppetto di dirigenti del movimento (ma di questo neanche se ne è parlato) ha falsificato le firme. Personalmente penso che nessuna di queste cinque verità sia vera. Si tratta delle classiche verità non vere.

1) Che i 5 Stelle siano e restino il primo partito è un ottimo slogan elettorale, ma è circostanza tutta da verificare. Chi ha vinto si stabilisce dopo le elezioni, non prima. Oltretutto si tratterà di vedere come si calcola la consistenza delle forze politiche: per coalizione o per liste? Per percentuali o per seggi? Per risultati all’uninominale o al proporzionale? Mi chiedo: è compito di un talk show sostituire le analisi politiche con uno slogan a favore di un partito? Può darsi di sì, però è una novità nell’etica giornalistica.

2) Perché mai gli altri partiti sono peggio dei 5 Stelle? E’ una verità rivelata, un teorema che non ha bisogno di dimostrazione? E poi, a nessuno viene il sospetto che se gli altri partiti non hanno linciato i 5 Stelle dopo il pasticcio rimborsi è perché sono più civili e hanno un rispetto maggiore dello Stato di diritto? Certo, è facile immaginare cosa sarebbe successo se le parti fossero state invertite, e se a finire sotto accusa fossero stati il Pd o Forza Italia. Ci sarebbe stata l’ordalia. E’ una colpa – e non un merito – evitare l’ordalia?

3) Non è assolutamente vero che i 5 Stelle sono gli unici a donare. Lo fanno quasi tutti i partiti. Alcuni, come Sinistra Italiana, in misura molto maggiore ai 5 Stelle. Loro però dicono: ma noi li doniamo alle imprese, voi ai partiti. Non ho capito dove sia scritto che donare i soldi a una impresa (senza nessun controllo) sia moralmente più nobile che donarli al proprio partito (nelle cui idee, si suppone, uno crede; e del quale si fida ed è in grado di controllare democraticamente l’amministrazione). Ci siamo tutti convinti che Dio ha stabilito che un imprenditore è un sant’uomo, un missionario, e un partito politico (tranne il proprio) è letame?

4) Inquisiti e colpevoli non sono parole intercambiabili. Possibile che Mentana e Sechi e De Angelis non lo sappiano? Possibile che non conoscano la Costituzione italiana? Un inquisito non è impresentabile. Ognuno poi stabilirà nell’urna se lo considera meritevole o no e se considera meritevole o no un candidato che ammette di avere contraffatto un bonifico e di essersi gloriato di avere donato soldi che ha intascato. Cioè: lo stabiliranno gli elettori, perché tocca a loro questo compito.

5) Può un partito con una percentuale abbastanza alta di disonestà accertata nel suo gruppo dirigente presentarsi con la parola d’ordine (unica): onestà? Devo dire che questa domanda – l’unica vera domanda politica – l’ha posta con una certa insistenza Padellaro, ma non molto ascoltato. Ha chiesto: sicuri che un elettore possa fidarsi del rigore di un partito che non è capace neppure di controllare il suo gruppo parlamentare? Infine vorrei raccontarvi della domanda (a cui accennavo all’inizio) di De Angelis a Di Maio. Gli ha chiesto se accetterà il duello con Renzi in Tv. Di Maio ha preso tempo e ha iniziato a dire che a lui non è chiaro chi sarà il candidato premier del Pd e neanche quello della destra, e dunque finché non saprà questi nomi non può fare nessun duello. Qualunque giornalista un po’ scafato, e in particolare un giornalista “drastico” e bravo come Mentana, avrebbe commentato: «Ho capito, lei non vuole partecipare a nessun duello». Un giornalista un po’ più cattivo avrebbe detto: «Ho capito, lei ha paura di Renzi». Mentana ha detto: «Ho capito, tutto dipende dalla soluzione dei problemi negli altri schieramenti». Beh.

Dire che Grillo è un evasore per i giudici non è reato. Assolto Barbareschi che chiese controlli fiscali sui compensi del comico. Le toghe: "Notizie mai smentite dall'interessato", scrive Luca Fazzo, Domenica 18/02/2018, su "Il Giornale". Finora erano voci insistenti, chiacchiere dell'ambiente, interviste giornalistiche: che ronzavano tutte intorno allo stesso tema, ovvero l'insofferenza di Beppe Grillo verso i suoi doveri di contribuente. Ma ora si scopre che nel febbraio 2015 del singolare rapporto tra Grillo e le tasse si sono dovuti occupare anche i carabinieri. In una caserma di Santa Margherita Ligure, i militari interrogano un signore che con il leader dei 5 Stelle ha avuto a lungo rapporti d'affari. Il testimone mette nero su bianco: Beppe Grillo prendeva i soldi in nero. Un'evasione fiscale in piena regola, da parte del comico trasformatosi nell'alfiere dell'onestà-onestà-onestà. Grazie a quel verbale, d'ora in avanti chiunque potrà dare a Grillo dell'evasore senza venire condannato per diffamazione. Lo ha stabilito, con una sentenza riportata ieri dal Foglio, il giudice per le indagini preliminari di Genova, Massimo Cusatti, assolvendo con formula piena l'attore Luca Barbareschi, che da Grillo era stato querelato. Legittimo diritto di critica, scrive il gip, basato su fatti reali come la testimonianza raccolta dai carabinieri. A sollevare le ire di Grillo era stata una dichiarazione a Radiodue, in cui Barbareschi diceva: «Faremo la verifica fiscale a Grillo dove ci racconterà tutte le volte che è stato pagato in nero, per vent'anni della sua vita». Querela immediata, con l'avvocato di Grillo (ovvero suo nipote Enrico) che accusa l'attore di avere usato un «tono gratuitamente offensivo». Per difendersi, Barbareschi aveva depositato le interviste pubblicate nel 2011 dal Secolo XIX e nel 2014 dal Giornale al re della Milano by night degli anni Ottanta, l'impresario Lello Liguori, creatore anche del Covo di Nord Est a Santa Margherita. «Detesto Beppe Grillo perché va in giro a fare il politico, a sputtanare tutti quanti, ma quando veniva da me, carte alla mano, si faceva dare 70 milioni: dieci in assegno e 60 in nero». Episodi di questo tipo, spiegava Liguori, si erano ripetuti varie volte, sia in Liguria che a Milano. Quasi una prassi costante. Forse sarebbero bastati quei ritagli a fare assolvere Barbareschi. Ma il pm sul cui tavolo è approdata la querela di Grillo, il sostituto procuratore Francesco Cardona Albini, decide di vederci ancora più chiaro. I giornali potrebbero avere forzato le dichiarazioni di Liguori. E così il pm incarica i carabinieri di Santa Margherita di convocare l'uomo: e quello non si tira indietro. È un personaggione, il vecchio Liguori. Per anni nei suoi locali notturni si incrociava di tutto, dai politici ai boss della criminalità organizzata. Lui stesso è stato arrestato per le dichiarazioni del pentito Angelo Epaminonda, processato e infine assolto. Un'autorità nel suo campo: astuto, navigato, e abituato a non parlare a vanvera. Il 21 febbraio 2015, davanti ai carabinieri, mette a verbale: «Beppe Grillo in quegli anni non era molto famoso e io avevo organizzato circa 4/5 serate nei miei locali, sia al Covo di Nord Est che allo Studio 54 di Milano. Per le serate gli accordi erano che io personalmente pagavo nelle mani del comico Beppe Grillo un assegno di dieci milioni delle vecchie lire e i 60 milioni in nero e in cotanti. Ribadisco che tutto ciò avveniva tra me e il comico». Nelle interviste, Liguori era stato ancora più dettagliato e colorito: «Una sera al 54 c'era molto più afflusso del previsto, c'era gente fuori. A un certo momento Grillo mi ha preso da una parte e mi ha detto: guarda che voglio 10 milioni in più altrimenti non lavoro. Naturalmente io non sono l'ultimo arrivato, l'ho preso per le orecchie, l'ho portato in camerino e ha fatto la serata». Ma basta la dichiarazione messa a verbale perché il pm Cardona Albini chieda il proscioglimento di Barbareschi. Grillo viene avvisato, e presenta atto formale di opposizione all'archiviazione. Si tiene l'udienza preliminare. Ma il giudice dà ragione al pm, torto al leader pentastellato e assolve Barbareschi: vista «la circostanza già riferita dal Liguori, confermata direttamente dalla fonte della notizia», e considerati «la dimensione pubblica del personaggio e l'obiettivo interesse che può riconoscersi a tali fatti», va riconosciuto all'indagato il diritto di critica, «essendosi questi limitato al riferimento di circostanze che erano già state rese pubbliche, di obiettiva rilevanza sociale e mai smentite direttamente dall'interessato».

I SOLITI NIMBINI ESTREMISTI PARTIGIANI.

NO TAV, NO dal Molin, NO al nucleare, NO all’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua: negli ultimi tempi l’Italia è diventata una Repubblica fondata sul NO? A quanto pare la paura del cambiamento attanaglia una certa parte dell’opinione pubblica, che costituisce al contempo bacino elettorale nonché cassa di risonanza mediatica per politici o aspiranti tali (ogni riferimento è puramente casuale). Il fenomeno, ben noto, si chiama “Nimby”, iniziali dell’inglese Not In My Backyard (non nel mio cortile), ossia la protesta contro opere di interesse pubblico che si teme possano avere effetti negativi sul territorio in cui vengono costruite. I veti locali e l’immobilismo decisionale ostacolano progetti strategici e sono il primo nemico per lo sviluppo dell’Italia. Le contestazioni promosse dai cittadini sono “cavalcate” (con perfetta par condicio) dalle opposizioni e dagli stessi amministratori locali, impegnati a contenere ogni eventuale perdita di consenso e ad allontanare nel tempo qualsiasi decisione degna di tale nome. Dimenticandosi che prendere le decisioni è il motivo per il quale, in definitiva, sono stati eletti.

Il sindaco estremista sfratta i volontari: "Siete per la Tap, via". La crociata contro il gasdotto a Melendugno colpisce pure gli addetti della Protezione civile, scrive Luca Fazzo, Venerdì 09/02/2018, su "Il Giornale".  Uno sfratto con effetto immediato che bloccherà l'attività di un gruppo di volontari della Protezione civile, quelli che nelle emergenze forniscono i ponti radio indispensabili alle comunicazioni e ai soccorsi. Dalla loro sede di Melendugno, vicino Lecce, i volontari dovranno andarsene su ordine del sindaco, notificato su carta intestata nei giorni scorsi ai responsabili del circolo. Motivo: non sono dei «no Tap». Ovvero si rifiutano di fare parte della galassia eterogenea che si batte contro il gasdotto Italia-Azerbaigian, non si mischiano al fronte di anarchici e di sindaci, di grillini e di Pd pentiti che da settimane cerca in ogni modo di fermare i lavori per il tubo sotto l'Adriatico. Nella sua lettera, il sindaco di Melendugno non accampa scuse, non si trincera dietro affitti non pagati o necessità di recuperare i locali. Con una certa brutalità, mette nero su bianco che solo chi condivide la battaglia contro il gasdotto ha diritto a utilizzare uno spazio pubblico. Fosse anche per la più nobile delle cause. È l'ultima, surreale puntata della crociata no Tap in corso in Puglia. Una crociata dove il fronte «pacifico» viene ormai messo in seconda fila dai violenti: come nei giorni scorsi, quando cinquanta incappucciati hanno bloccato gli accessi al cantiere, dopo avere cosparso di chiodi a tre punte le strade di accesso. Sono anarchici e antagonisti in buona parte venuti da fuori, globe trotters della protesta che si spostano dall'alta velocità, all'Expo, ai vertici internazionali. Ma dietro di loro ci sono sindaci, parlamentari, politici locali di primo e secondo piano. E d'altronde alla causa no Tap ha dato di recente la sua benedizione anche Massimo D'Alema, candidato Leu nel collegio del Salento, che in passato si era invece speso esplicitamente a favore dell'opera. Il sindaco che ha sfrattato i volontari della Protezione civile è uno dei più attivi nella protesta: si chiama Marco Potì, figlio del senatore socialista Damiano Potì. Il giovane Potì è sindaco a Melendugno, eletto come Pd poi scivolato - in nome della guerra alla Tap - fuori dal partito. Ai volontari, il sindaco rinfaccia di avere ricevuto persino sostegni economici per la loro attività dall'aborrito consorzio del gasdotto: «Tali contributi rappresentano per me personalmente e per l'Amministrazione che ho l'onore di guidare un fatto moralmente gravissimo, se si considera l'impegno, l'abnegazione e la passione civile con cui la nostra comunità si oppone al progetto». Il sindaco benignamente concede che «ciascuno possa avere la propria opinione» ma poi va giù con la clava: «la permanenza in un immobile comunale della sua Associazione non può più essere mantenuta, per una ragione di coerenza, correttezza ed eticità». Gli stessi locali, dice il sindaco, potranno andare a gruppi che non siano macchiati di appoggiare un'opera «assolutamente incompatibile con la nostra terra ed il nostro futuro». Mi auguravo che ve ne andaste spontaneamente, aggiunge Potì, «ma evidentemente lei non ha sentito la spinta etica a farlo». Morale: venti giorni per sloggiare. Si tratta dello stesso sindaco, d'altronde, che ha limitato a sette ore al giorno i permessi per il lavoro sul cantiere. Una fascia oraria che di fatto blocca qualunque avanzamento dell'opera: soprattutto se in quelle sette ore a bloccare i lavori ci pensano i chiodi, le pietre e le molotov degli «antagonisti».

GRANDI OPERE. CHI LE VUOLE E CHI NO.

Grandi opere: quali sono, chi le vuole e chi no. Dalla Tap alla Tav passando per il Terzo Valico e il Ponte sullo Stretto il tutto tra favorevoli e contrari, scrive Barbara Massaro il 12 novembre 2018 su "Panorama". Le Grandi Opere sono uno dei temi centrali dell'agenda politica ma anche dell'opinione pubblica come dimostra il successo della manifestazione "Si-Tav" capace di radunare a Torino più di 30 mila persone. Un tema che però divide le forze di Governo.

Le due anime del Governo sul tema Grandi Opere. Più, però, i mesi passano più queste proposizioni perdono di contenuto e diventano contenitore vuoto di un accordo sulle infrastrutture che nei fatti non c'è. Se infatti Movimento 5 stelle e Lega Nord sono storicamente due rette destinate a non incontrarsi, lo sono sul tema delle cosiddette Grandi Opere, ovvero quelle infrastrutture dal grande impatto economico, urbanistico ma anche politico e diplomatico delle quali si parla da anni tra passi avanti e balzi indietro.

Il nodo della Tav. La Tav, per esempio. Sabato 10 novembre in piazza a Torino oltre 25.000 persone hanno manifestato per dire sì alla costruzione delle linea ad alta velocità destinata a unire Torino a Lione. L'intero Piemonte produttivo ha preso soprabito e cappello per spiegare che da un punto di vista economico e imprenditoriale l'alta velocità sarà una manna dal cielo. "La borghesia ha rialzato la testa" ha tuonato Beppe Grillo dalle pagine del Fatto Quotidiano ribadendo il NO del Movimento alla Tav così come alla stragrande maggioranza dei Titani delle Grandi Opere che minacciano impetuosi l'apparente calma che c'è sul monte Olimpo del Governo. Matteo Salvini - che deve fare i conti con la sua di base fatta per lo più di lavoratori e imprenditori del Nord - ha sottolineato di voler rispettare gli accordi di Governo ma ha anche ribadito "La Tav va fatta, non ha senso lasciare le cose a metà". Del resto nel documento di programmazione firmato dell'esecutivo giallo-verde, a proposito di Tav, si diceva che si sarebbero ridiscussi gli accordi con la Francia che vuol dire tutto e niente perché l'esito di quel confronto non era implicito nel patto.

Una Tav per una Tap. Con la stessa fermezza di Salvini, Di Maio ha ribadito l'intenzione di "sospendere i lavori" dell'Alta Velocità che sembra un bel modo per tenere calma la base (l'elettorato pentastellato è quello del No, a prescindere) e far digerire il boccone amaro del sì alla Tap. Perché lì, sul gasdotto Trans-Adriatico, il Movimento può far poco e gli abitanti di Melendugno, in provincia di Lecce, se ne dovranno fare una ragione. Quel gasdotto, infatti, permetterà all'Italia di diventare uno dei principali hub energetici del Vecchio Continente nonché la porta di ingresso del gas azerbaigiano nel mercato europeo. Sdoganarsi dalla dipendenza energetica dalla Russia è la priorità per l'intero Occidente del mondo. Lo voleva Obama, lo sta cercando Trump e l'Italia (con il rispetto per Melendugno e per l'impatto ambientale) è solo una tessera di un mosaico molto più grande di lei. Di Maio e i suoi con il no alla Tap avevano guadagnato una bella fetta di consensi in Puglia e nonostante abbiano ammesso che "Dopo aver letto i fascicoli abbiamo capito che il gasdotto va fatto" in tanti ricordano che i fascicoli vanno letti anche prima di diventare maggioranza perché una vera opposizione va fatta con consapevolezza politica, non a colpi di slogan. Quindi, accantonata l'ipotesi di fermare la Tap, con la Tav i grillini ci si giocano la credibilità. A questo punto pare che anche una sospensione dei lavori in attesa di non meglio indentificati risultati dello studio tra costi e benefici potrebbe essere un modo per calmare gli animi della base che bramano il ritorno di Di Battista per riprendere le storiche battaglie del movimento come quella sul Ponte sullo Stretto.

Ponte sullo stretto. Secondo il "Che" a cinque stelle l'unico motivo per cui i Governi che si sono succeduti a Roma hanno voluto approvare il progetto di costruzione del Ponte che unisce la Sicilia al resto della penisola è per favorire le mafie del Meridione.  La posizione ufficiale della Lega, invece, è quella che ritiene l'opera "strategica", ma da inserire in una più ampia revisione delle infrastrutture dell'isola mantenendo la trasparenza dei conti. Il braccio di ferro tra Lega e Movimento 5 Stelle sul tema infrastrutture, rischia, quindi, di bloccare una serie di cantieri che, seppure a rilento, procedevano in Italia. 

Le grandi Opere al Nord. Partendo da Nord si parla dell'autostrada Pedemontana tra Veneto e Lombardia fiore all'occhiello dei Governatori leghisti Zaia e Fontana che ne fanno un vanto, una missione e soprattutto un grande investimento sia in termini di indotto sia in termini di lavoro dato a chi quei tratti li deve completare. Molti soldi sono stati spesi e molti altri vanno trovati. Per il Movimento 5 stelle si tratta di denaro buttato via e nell'accordo di Governo la parola "Pedemontana" non compare nemmeno nel capitolo 27, quello, appunto, dedicato alle infrastrutture. Anche sul Mose (la grande diga galleggiante che dovrebbe salvare Venezia dalle inondazioni) le posizioni sono divergenti. I costi sono superiori ai benefici, secondo i grillini che si scontrano con lo spirito leghista di chi dice: le cose a metà non si lasciano.

Il nodo Genova. Spostandosi verso Nord Ovest il niet del M5S è anche per il cosiddetto Terzo Valico ferroviario tra Milano e Genova opera d'importanza strategica per uomini e merci. Degli 8,2 miliardi necessari al completamento dei lavori quasi tutti sono stati stanziati ma, nel cosiddetto decreto Genova del post Morandi i fondi per il Terzo Valico sono stati ridotti così come le assunzioni di operai per i cantieri. E anche in questo caso mentre la Lega cerca di spingere per l'accelerazione, il Movimento 5 stellere ma nella direzione opposta e la stessa dinamica si ripete anche per la cosiddetta Gronda di Genova, la rete autostradale che, da Genova, dovrebbe rivoluzionare la viabilità nel nord Italia.

Le Grandi Opere del Sud. E poi andando verso Sud messe in discussione sono anche l'Alta velocità tra Napoli e Bari (costo previsto 5,8 miliardi) e la linea Palermo-Messina-Catania (6 miliardi), ma anche la dorsale adriatica tra Bari e Pescara (1,3 miliardi). La carenza infrastrutturale del meridione d'Italia potrebbe far sì che, tra un colpo al cerchio e uno alla botte, il Governo decida di procedere al compimento di queste opere a scapito di altre che potrebbero rimanere solo sulla carta come la linea ad alta velocità tra Verona e Brescia, il collegamento autostradale Tirreno-Brennero, il rafforzamento della rete intorno a Firenze o l'autostrada del basso Lazio. La partita è sempre più complessa e gli equilibri in gioco sono tanti così come i soldi e i posti di lavoro in ballo. A guardare le carte sul tavolo della partita delle Grandi Opere si capisce che è qui che si gioca davvero la tenuta di un Governo che, a fronte dei tanti slogan lanciati un po' da tutti nelle più disparate direzioni, si ritrova ora a fare i conti con una realtà dei fatti che è molto più articolata di quella urlata dai microfoni dei palchi elettorali.

Michele Emiliano, il Gladiatore che dice sempre no. Dall'Ilva di Taranto alla Cittadella della giustizia di Bari fino all’emergenza xylella. Il governatore della Regione Puglia ha fama di guastatore. Tranne quando si tratta dei soldi del Nord, scrive Giancarlo Perna il 12 novembre 2018 su "Panorama". A furia di mettersi di traverso, Michele Emiliano si è fatto un nome. Non quello di uno statista cui affidare la casa comune ma di un guastatore col quale fare i conti. Proseguendo la tradizione Nimby («non nel mio cortile») cui le autorità pugliesi ci hanno abituato, l’attuale governatore della Regione è dietro a tutti i «no» degli ultimi anni. Dall’Ilva di Taranto all’emergenza del parassita xylella, fino all’approdo del gasdotto Tap nel bell’oliveto di San Foca (Lecce). Emiliano, detto il Gladiatore per il suo 1,90 e la combattività da circo, rifiuta pure di autorizzare la Cittadella della giustizia a Bari. La conseguenza è che nel capoluogo, dove da tempo è inagibile il Tribunale, i processi si svolgono in una tendopoli. Giudici e avvocati fanno i bisogni in vespasiani posti sulla strada. A chi lo accusa d’insensibilità, Emiliano, per di più ex magistrato, replica che l’edilizia giudiziaria non spetta alla Regione ma allo Stato. Sono certo abbia ragione: è specialista nel mantenersi ai bordi della legalità, calpestando però il buonsenso. C’è molto da dissentire su una Regione che, con i suoi due ultimi governatori di sinistra, Emiliano e il predecessore Nichi Vendola (10 anni fa, abortì sotto costui il rigassificatore di Brindisi), rifiuta di accollarsi opere di interesse nazionale, accampando ulivi da proteggere, mare blu da tutelare. Emiliano sa che i conti della Puglia non tornano. Il territorio, infatti, riceve dallo Stato un supplemento di 12,5 miliardi l’anno, 3.085 euro ogni abitante, per mantenere l’attuale tenore di vita. Soldi del ricco Nord che, per produrli, accetta senza fisime fabbriche, fumi, smog e si priva dei propri guadagni per darli a San Foca e dintorni. Perciò il solo «no» che si può accettare da Emiliano è il rifiuto degli aiuti di Stato. Libero di recalcitrare, ma paghi pegno. Michele è un uomo di impulsi. Un giorno è questo, un altro quello. Viene da destra ma è passato a sinistra. Questa la sua storia. La stirpe degli Emiliano, nel cui seno il Nostro vide la luce 59 anni fa, è di baresi in vista. Papà Giovanni, scomparso nel 2013, era un imprenditore di apparecchi di refrigerazione e fan di Pinuccio Tatarella, mito del Msi-An. Michelino crebbe in questo clima di destra e ci si crogiolò a lungo. Laureato in legge, doveva entrare in azienda. Invece, fu convinto a partecipare al concorso in magistratura da un compagno di università, Gianrico Carofiglio, poi pure lui magistrato, senatore Pd e oggi scrittore di successo. Indossata la toga di sostituto procuratore, Michele fu per 14 anni inghiottito dal tran tran. Divenne improvvisamente noto nel 1999 indagando sulla Missione arcobaleno. Un’operazione umanitaria dell’allora premier diessino, Massimo D’Alema, in favore dei profughi kosovari che aveva lui stesso messo nei guai con i bombardamenti Nato in Serbia, cui l’Italia partecipò. La faraonica macchina - medicinali, cibo, sussistenze varie - era terrena di ruberie. Fu proprio Panorama a denunciarle con un bel servizio giornalistico. Emiliano lo lesse con avidità e cominciò l’indagine. In breve, snidò gli uomini di D’Alema nella Protezione civile e si avvicinò allo stesso Max che prese a odiarlo. L’imperativo divenne, ammansire il Gladiatore. I Ds escogitarono un classico di sinistra: allontanare Emiliano dall’inchiesta con l’offa dell’elezione a sindaco di Bari. Michele, fatti due conti, accettò lo scambio. Mollò l’istruttoria e si candidò col Pd. Così, nato a destra, finì a sinistra. D’altronde, Pinuccio Tatarella, l’amico di papà, era morto cinque anni prima. La tresca raggiunse lo scopo e l’inchiesta su D’Alema finì a tarallucci e vino. Dal 2004 al 2014, Emiliano fu sindaco. Tra i più amati all’inizio, tra i meno alla fine. Dal 2016, è alla Regione. La cosa curiosa è che i baresi, in maggioranza piuttosto di destra, continuano a considerare Michelino dei loro. La locale An ha sperato in un suo ravvedimento e Salvatore Tatarella, fratello di Pinuccio, ha continuato fino alla morte nel 2017 a corteggiarlo. Da primo cittadino, Emiliano ha commesso varie imprudenze dettate dall’irruenza. La principale fu l’abbattimento dell’ecomostro di Punta Perotti. L’orribile costruzione aveva infatti tutti i crismi della legalità. I proprietari sono ricorsi alla Corte di giustizia Ue che ha condannato l’Italia a 49 milioni di risarcimento, nel giugno scorso. Bari e il suo sindaco, nel solito stile, hanno rifiutato di onorare e a sborsare il conquibus siamo stati noi. L’errore è loro, il danno nostro. Chiudiamo con le «cozze pelose». A Bari circolavano due noti imprenditori, i fratelli De Gennaro, coinvolti in qualche grana. Il sindaco fu accusato di eccessiva vicinanza per avere accettato da costoro prelibatezze di pesce, cozze e crostacei. Quando la bufera divenne uragano, Emiliano fece mea culpa: «Ho sbagliato ma non mi ritirerò per quattro cozze pelose». «Chiamatemi fesso, non corrotto» aggiunse. Identico a Gianfranco Fini, un altro allievo di Tatarella, finito nei guai per la casa di Montecarlo. Segno che l’impronta non si perde. (Articolo pubblicato nel n° 47 di Panorama in edicola dall'8 novembre 2018 con il titolo "Il Gladiatore che dice sempre no") 

I SOLITI DUBBI DI BROGLI ELETTORALI.

Elezioni 4 marzo, Striscia la Notizia denuncia i brogli: "Hanno votato anche i morti", scrive il 9 Marzo 2018 "Libero Quotidiano". Nella serata di venerdì 9 marzo, a Striscia la notizia (Canale 5, ore 20.35) va in onda una nuova inchiesta su presunti brogli nelle votazioni degli italiani all’estero, in particolare in Australia. L’inviato Pinuccio è andato a Bari per ascoltare la testimonianza di Nicola Brienza (candidato al Senato per Asia, Africa, Oceania e Antartide), che ha detto: "In Australia è possibile accedere alle cassette postali dei privati cittadini e prendere i plichi elettorali. Avviene. Ho chiesto ad associazioni che mi hanno aiutato in queste elezioni di constatare di persona questa situazione. Loro hanno sottratto i plichi dalle cassette della posta e hanno dimostrato davanti a me che era possibile inserire un voto su schede elettorali che non appartenevano a loro". Inoltre, sempre secondo Brienza, in Australia continuerebbero ad arrivare plichi elettorali anche a persone decedute, con la conseguenza che qualcun altro potrebbe votare al posto di un defunto. Ma non finisce qui. Brienza aggiunge: "Quando le schede arrivano in Italia restano incustodite per tanto tempo e nel frattempo alcuni plichi vengono aperti e diventano nulli. Ci sono persone poco per bene che approfittano di questo sistema farlocco e traggono vantaggi personali". Il candidato al Senato conclude: "Con un semplice controllo calligrafico delle schede potremmo scoprire che molte sono state compilate dalla stessa persona. Mi auguro che qualche Procura della Repubblica italiana apra un caso".

Benvenuti nel dopo voto: schede stipate e incustodite nell’ex Fiera di Roma, scrive il 7 marzo 2018 Aldo Fontanarossa su "La Repubblica". Schede e i verbali sono a portata dei malintenzionati, dei professionisti del broglio. L'assenza di controlli mette a rischio i diritti dei candidati che chiederanno un nuovo conteggio o la verifica dei voti contestati perché sono tra i primi dei non eletti. Le schede elettorali, tutte le schede votate a Roma per le Politiche e le Regionali del Lazio, ora sono ammassate lì. Negli hangar c'è un discreto caos. Soprattutto le schede e i verbali sono a portata dei malintenzionati, dei professionisti del broglio. Chiunque può avvicinarsi agli scatoloni o rovistare nelle buste che contengono le schede. Basterebbe un attimo per infilare un intero bustone in uno zaino e portarselo a casa. Elezioni, nell'hangar delle schede incustodite. Nei padiglioni arrugginiti della ex Fiera di Roma, al quartiere Eur, sono confluite tutte le schede elettorali votate nella Capitale sia per le politiche sia per le regionali del Lazio. Qui il "seggio centrale" svolge un delicato lavoro di verifica. Controlla ad esempio le schede contestate, e custodisce schede e verbali in vista dei ricorsi dei candidati non eletti. Ma chiunque può entrare in quest'area che dovrebbe essere inviolabile. I Vigili non controllano chi entra e chi esce. Le schede in teoria sono manipolabili ed è possibile finanche portarle via.

La Farnesina ci accusa di "fake news" e Filippo Roma risponde con nuove irregolarità, scrive il 7 marzo 2017 "Le Iene". Un nuovo filmato a Castelnuovo di Porto documenta la procedura irregolare dello spoglio. Filippo Roma risponde punto su punto alle accuse della Farnesina di "fake news" in merito al servizio sui presunti brogli sul voto all'estero. E lo fa denunciando anche nuove irregolarità direttamente nello spoglio dei voti che si è tenuto a Castelnuovo di porto per le elezioni del 4 marzo. Ricordate il servizio della Iena andato in onda domenica scorsa? Avevamo mostrato un filmato esclusivo che mostra la compravendita di 3000 voti di italiani all'estero a Colonia, in Germania. La Procura di Roma ha aperto un'inchiesta su presunti brogli sul voto all'estero, e Filippo Roma è stato sentito a lungo dal vice questore di Roma Catello Somma. Il 6 marzo il ministero degli Esteri ha diramato una nota dal titolo "Precisazioni della Farnesina sul video delle Iene". Ed ecco le "incongruenze" di cui ci accusa:

1. Secondo la Farnesina "la tipografia nel video non è quella incaricata dal Consolato Generale di Colonia per la stampa del materiale elettorale". Filippo Roma risponde: "Non abbiamo mai detto che la tipografia dove siamo andati è quella incaricata dal Consolato. E che fosse o no la tipografia incaricata dal Consolato cosa cambia? Non sposta mica il problema! Le schede elettorali erano lì! E la trattativa l'abbiamo documentata con un video molto chiaro".

2. Per il ministero degli Esteri "le schede che appaiono non sono abbinate a certificati elettorali (che contengono i codici elettori) e pertanto risultano inutilizzabili". Filippo Roma ribatte: "Ma chi gliel'ha detto alla Farnesina che in tipografia non c'erano i certificati elettorali? Ci sono stati? Hanno verificato?"

3. La Farnesina scrive che "nel video non appaiono le buste preaffrancate obbligatorie per legge per la restituzione all’ufficio mittente". Alla Iena "viene da ridere": "Chi gliel'ha detto al ministero che la tipografia non aveva le buste preaffrancate obbligatorie? Non capiamo dove trovi tutte queste certezze il ministero degli Esteri. Ma soprattutto ci lascia basiti l'ultima precisazione". Che è questa: 

4. "Già il 16 febbraio scorso, il Consolato a Colonia aveva denunciato alla Procura della Repubblica i tentativi di inquinare e delegittimare il voto in quella circoscrizione consolare". Filippo Roma risponde: "Ma allora è tutto vero! Pure al Consolato si erano accorti dei tentativi di inquinare il voto? E di che tentativi si tratta? Perché la Farnesina anziché cercare di infangare il nostro lavoro, non ci spiega esattamente di che inquinamento del voto sta parlando? Le schede elettorali e le buste dei consolati perché erano nelle mani del cacciatore di plichi invece di essere al sicuro nei rispettivi consolati? E soprattutto visto che sono mesi che denunciamo possibili brogli del voto all'estero, visto che anche il Consolato a Colonia aveva lanciato l'allarme alla Procura, a Castelnuovo di Porto avranno messo in pratica tutte le azioni contro i brogli?" 

E così la Iena è andata a verificare proprio a Castelnuovo di Porto, mentre si faceva lo spoglio dei voti, se la procedura seguita era corretta. E cioè se rispettava le modalità previste dal ministero dell'Interno, che prevedono che si apra il plico, in cui dentro ci devono essere una busta sigillata con il voto e un tagliandino con un codice che identifica l'elettore che ha votato. Si controlla se il codice corrisponde a un nome sul registro degli italiani residenti all'estero che hanno diritto di voto. E solo se la verifica è positiva si infila il voto nell'urna e si passa al prossimo plico. Questa procedura di controllo va ovviamente fatta prima di inserire il voto nell'urna, perché solo così si possono verificare con certezza due cose: che i voti che saranno conteggiati all'apertura dell'urna saranno i voti di chi ha veramente diritto e che non si possa votare più volte con lo stesso codice. Filippo Roma, però, ha potuto documentare che non tutti hanno seguito la procedura corretta. E proprio al seggio di Colonia un filmato documenta che la presidente apre la busta, non controlla se al tagliandino con il codice corrisponde un italiano che ha diritto al voto e imbuca la scheda con il voto nell'urna. La Farnesina annuncia che "si riserva ogni possibile azione legale a tutela della propria immagine, anche interessando la Unità specializzata della Polizia postale competente per il contrasto alle c.d. “fake news”. Non sarebbe meglio controllare invece quanto detto da Le Iene?

POLITICHE 2018: VINCE LA RIBELLIONE, L’ASSISTENZIALISMO O IL POPULISMO?

La risposta la danno i vari partigiani prezzolati dallo Stato e dalla Finanza.

Tra paura, invidia e rancore. Ecco il Paese che vota 5Stelle. Ricerca Censis-Conad: il 39% teme il futuro, per 7 su 10 era meglio prima. Posto fisso e casa in cima ai valori, scrive Gian Maria De Francesco, Giovedì 27/09/2018, su "Il Giornale". Italiani nostalgici del passato, paurosi, invidiosi, rancorosi e meno ricchi. È questa l'immagine dell'Italia di oggi, che spera sempre nello stellone, ma che non fa più affidamento sulle proprie capacità, vota M5s e spera nel reddito di cittadinanza come livellatore di disuguaglianze prodotte, secondo questo circolo vizioso paranoide che distorce la coscienza collettiva di una nazione dal malaffare, dall'intrallazzo, dalla corruzione. Il profilo di un'Italia che dall'inizio della crisi nel 2008 è rassegnata al declino, è stato tracciato da una ricerca del Censis in collaborazione con Conad intitolata Miti del rancore, miti per la crescita. Le principali risultanze indicano che sette italiani su 10 (51% la media Ue, 31% in Germania) sostengono che «si stava meglio prima». Il 60% del campione intervistato nella ricerca sostiene, infatti, che le cose andranno sempre peggio e il 39% non ha nessuna fiducia nel futuro. È un Paese che ha perso i punti di riferimento. Ad esempio, la fortuna è considerata il principale fattore di progresso individuale (34%), seguita dalle conoscenze (28%), dai contatti politici (22%) e dalla provenienza da una famiglia agiata (18%). Il merito è un concetto sconosciuto. Come detto, prevale, l'invidia: Il 28% degli italiani a inizio anno ha dichiarato che la propria situazione sarebbe migliorata nel corso del 2018 a fronte del 35% che pronosticava un miglioramento per gli altri. D'altronde, meno della metà dei cittadini (45%) è convinta che tutti abbiano le stesse opportunità, un valore che in Europa colloca l'Italia al penultimo posto dopo la Grecia (18%). Non è un caso che il Censis metta in evidenza come tale interpretazione della realtà nasca all'interno di un profondo deficit socio-culturale. Se la tv resta il principale mezzo di informazione (28,7%), oltre la metà degli intervistati collocano al top della classifica dei media Internet (26,7%) e i social network (26,6%). Viviamo, quindi, nella Repubblica delle fake news nella quale il posto fisso (39,8%) e casa di proprietà (26,7%) sono considerati prioritari ma che vede emergere nuovi valori fondanti come i social network (27,7%), lo smartphone (25,7%) e il selfie (18,4%) che vengono anteposti nella pubblica opinione a un buon titolo di studio (14,5%). Non è il caso di studiare se con la Rete si possono avere delle buone opportunità, in fondo il ministro del Lavoro e dello sviluppo economico, Luigi di Maio, è lì a dimostrarlo. Quest'Italia che i sociologi sinistrorsi chiamerebbero «barbarica» ha riscoperto tuttavia alcuni punti fermi come l'identità (che per gli antropologi odierni fa rima con pregiudizio): sette italiani su 10 non farebbero sposare i propri figli con persone dello stesso sesso o più anziane di 20 anni, mentre sei italiani su 10 sono contrari a che la prole si coniughi con persone di religione diversa, in particolar modo islamica. Secondo il Censis, le cause di questa decadenza sono da ricercare nella bassa natalità (dal 1951 a oggi si sono persi 5,7 milioni di giovani) e nella progressiva diminuzione del reddito. Le famiglie giovani (meno di 35 anni) hanno un reddito più basso del 15% della media italiana e una ricchezza inferiore del 41 per cento. Alla crisi sociale contribuisce pure lo smarrimento della cultura del rischio personale. «Gli italiani di oggi percepiscono ogni sfida come una minaccia, mai come una opportunità», ha commentato il direttore generale del Censis, Massimiliano Valerii sottolineando come questo sia «l'opposto dei miti, dei sogni e dei desideri dell'Italia dello sviluppo e del miracolo economico». Basta guardare a Palazzo Chigi per averne conferma.

L'Italia del Quinto Stato. Dopo anni di assenza di rappresentanza, le elezioni del 4 marzo le hanno vinte gli intrusi, i non invitati al ballo di corte. E ora si preparano a entrare nel Palazzo: un ingresso ambiguo, scrive Marco Damilano il 13 marzo 2018 su "L'Espresso". Attesa, temuta, forse sperata, come l’arrivo dei barbari di Costantino Kavafis, «almeno sono una soluzione», l’Onda elettorale è alla fine arrivata, più potente del previsto. Ha spazzato via, nel breve periodo, i due partiti protagonisti della Seconda Repubblica: il centrodestra raccolto attorno alla leadership carismatica di Silvio Berlusconi e il PdR, il Pd di Matteo Renzi, ultima trasformazione della formazione egemone del centrosinistra, dopo la Cosa di Achille Occhetto, l’Ulivo (che non è mai stato l’erede del Pci, ma creatura nuova, più complessa e purtroppo mai davvero nata), il Pd. Dieci anni fa, alle elezioni del 2008, i due partiti insieme avevano raccolto oltre il 70 per cento dei voti, 25 milioni di elettori su 36 milioni di votanti. Il Pd appena nato e guidato da Walter Veltroni aveva conquistato dodici milioni di voti, risultato mai più superato in termini assoluti, neppure dal Pd di Renzi del 40 per cento alle elezioni europee del 2014. «Vi accorgerete presto di quanto sia stato importante», disse Veltroni amareggiato al momento di lasciare la segreteria un anno dopo, sfiancato dalle polemiche e dalle divisioni interne. Fu sbeffeggiato e invece aveva ragione lui. La nascita del Pd nel 2008 aveva messo in sicurezza la sinistra italiana, nel mezzo di una tempesta che stava per travolgere gli altri partiti socialisti europei, in tutte le versioni possibili: il Ps francese, il Psoe spagnolo, la Spd tedesca, il Labour inglese, il Pasok greco. E invece, in tre anni, si è dilapidato il patrimonio. Oggi il Pd si allinea alla catastrofe della sinistra continentale: sei milioni di voti, la metà esatta di dieci anni fa, e 18,8 per cento. Si lotta per la sopravvivenza, per salvarsi dall’estinzione. L’ultimo rovescio ha il volto del leader indiscusso di questi anni, Matteo Renzi. Il rottamatore doveva allargare il perimetro della sinistra e l’ha ridotto a un’area archeologica abbandonata, un panorama di rovine, doveva fondare il partito della Nazione ed è sparito dal Nord e dal Sud e perfino in larga parte del Centro del Paese, nelle cartine elettorali i puntini rossi sembrano il villaggio di Asterix assediato e senza pozione magica per difendersi dagli assalti avversari, per di più. Ma non c’è un solo responsabile, quando un partito perde mezzo elettorato per strada e finisce al minimo storico da settant’anni, peggio del 18 aprile 1948, peggio dell’esordio del Pds di Achille Occhetto nel 1992 in termini assoluti, peggio di sempre. Così giù nessuno mai. Senza voler infierire sul risultato imbarazzante dei transfughi di Liberi e Uguali: con milioni di voti in uscita dal Pd non ne hanno raccolto mezzo, sono risultati respingenti perfino per l’elettorato che la pensava come loro, ma non ha voluto votare per loro. C’è da rovesciare l’angolo visuale, come sarebbe obbligatorio fare sempre per politici, studiosi, analisti, giornalisti. Voltare lo sguardo dal palco dei capi, capetti, capicorrente, con le loro liti, beghe, manovre, e seguire l’esempio di Gianni Cipriano, il giovane maestro che per L’Espresso ha raccontato in queste settimane con le sue foto la campagna elettorale. Puntare l’obiettivo sugli elettori. I volti, le bocche, le mani, le espressioni. E, più in profondità ancora, le rabbie, le paure, le speranze.

Da molti anni in Italia la parola rappresentanza è caduta in disuso, è stata sostituita dalla rappresentazione. La politica come spettacolo mediatico, la teoria della fine dei corpi intermedi e la ricerca di un consenso senza più territorio che è stata il vero punto di contatto tra Renzi e Berlusconi. Entrambi hanno pensato che le campagne elettorali si vincono e si perdono con la comunicazione, gli spot del 1994 di Forza Italia e i social del 2018, la personalizzazione del comando, il messaggio affidato al leader carismatico. Tutti aspetti fondamentali, sia chiaro. Ma è curioso che entrambi abbiano dimenticato la lezione delle origini. Berlusconi negli anni Ottanta non era soltanto un imprenditore televisivo, ma il portatore di una visione del Paese: un’ideologia. Renzi, quando è entrato sul palcoscenico della politica nazionale, era un sindaco che si confrontava ogni giorno con i problemi quotidiani della sua città. Era un capo politico con i piedi ben piantati per terra, non un giocoliere virtuale senza contatto con la realtà. Con il voto del 4 marzo la realtà si è presa la rivincita sul reality, si potrebbe dire, cogliendo una parte di verità, ma non tutta. Perché c’è molto reality nella costruzione del Movimento 5 Stelle, e non solo perché l’uomo comunicazione di M5S è quel Rocco Casalino che fu protagonista della prima serie del “Grande fratello” su Canale 5 nel 2000 (mentre il direttore di allora, Giorgio Gori, è stato il candidato sconfitto del Pd in Lombardia).

Ci sono i meccanismi del reality nella formazione del cast delle candidature, nell’esclusione dei candidati, nella compilazione dei buoni e dei cattivi, nell’indicazione del nome di ministri senza ministero. C’è il reality anche nella nuova Lega di Matteo Salvini, che vanta le sue radici sul territorio ma che si allontana sempre di più dalle sue origini padane. Ma il reality per la televisione italiana è stato anche il momento di capovolgimento degli attori protagonisti: dai vip, dalle star dell’intrattenimento al protagonismo della gente comune. Ragazzi qualsiasi, destinati a diventare eccezionali perché sottoposti all’occhio delle telecamere. Dall’anonimato alla celebrità alla popolarità, senza aver dimostrato prima di saper fare qualcosa di particolare, senza competenze e senza conoscenze, intese anche come portafoglio di rapporti familiari o amicali, ereditati, ricevuti per censo o per grazia. Berlusconi ha accusato Luigi Di Maio di non aver mai lavorato e di poter aspirare al massimo a fare lo steward al San Paolo «per vedersi gratis le partite del Napoli», ed è incredibile che a farlo sia stato proprio lui, che Silvio B. abbia dimenticato che di ragazzi così sono stati popolati per decenni i suoi studi televisivi, è stato composto il suo pubblico, il suo elettorato. La novità degli ultimi anni, non solo in Italia, è che i Di Maio d’Italia non si limitano più ad applaudire la rappresentazione degli altri, le rockstar, i competenti. Vogliono rappresentarsi da soli. I parlamentari del Sud di M5S sono questo: un piccolo notabilato emarginato che non delega più, prende la parola da solo. Il Nord ha votato Lega per la flat tax, il Sud ha votato Movimento 5 Stelle per il reddito di cittadinanza, il discorso potrebbe concludersi qui. Di più, c’è questa voglia di auto-rappresentazione. Gli steward, gli occasionali, i lavoratori di Amazon, i disoccupati del Meridione, i forgotten men del Sud, sono già abituati a muoversi in un deserto di rappresentanze politiche e sociali. Rifiutano le mediazioni, i sacerdoti del sapere, della cultura, della competenza, considerano gli intellettuali come gli alti prelati della Chiesa cattolica prima dell’invenzione della stampa e della Riforma protestante: le scritture si leggono da soli, senza più un clero che si arroghi il diritto di interpretarle per conto degli altri, e la scoperta di Gutenberg, ieri, e la Rete e i social network oggi, offrono una straordinaria possibilità di intervento e di visibilità, in prima persona, senza deleghe. Come fece il Terzo Stato rivoluzionario (Che cos’è il Terzo Stato? Tutto. Che cos’è stato finora? Nulla...) e il Quarto Stato di inizio Novecento, il Quinto Stato avanza per conquistare spazi, con il suo carico di ambiguità e di pericolo (per gli abitanti del Palazzo). Non si supera questa distanza se non si torna a occupare il vuoto tra rappresentati e rappresentanti. Per questo, oggi, è più difficile di prima fare maggioranza. Maggioranza sarà la parola chiave delle prossime settimane: come raggiungere il numero magico che consente di governare alla Camera e al Senato in una situazione senza precedenti, con due schieramenti su tre costretti a stare insieme e il terzo pronto a sparare addosso agli altri due. È il dilemma della politica, del presidente della Repubblica, del Pd. Un pezzo di sistema ha già fatto la sua scelta. Costituzionalizzare il Movimento 5 Stelle, includere i suoi principali esponenti ai vertici almeno delle istituzioni, alla presidenza della Camera, era la strada ipotizzata dal Quirinale, ma ora non basta più.

Si ritorna al punto di partenza: la pagina bianca indicata da Sergio Mattarella nel suo messaggio agli italiani del 31 dicembre 2017. I primi a scriverci sopra sono stati gli elettori del 4 marzo: più che una nuova pagina hanno cambiato libro. Ora, come prevede la Costituzione e come ha ricordato il Capo dello Stato, tocca ai partiti e al Parlamento. Gli sconfitti devono consumare la resa dei conti, i vincitori devono esaurire i festeggiamenti. Poi arriverà il momento della politica, che è trattativa, compromesso. E si vedrà se regge lo scambio di ruoli di questi primi giorni: Di Maio con l’aplomb britannico che cita Alcide De Gasperi e Renzi che minaccia l’opposizione a oltranza e si blinda nell’integralismo di sigla, lui che in nome della governabilità si era portato in casa nella passata legislatura gli amici di Denis Verdini. O se i due mondi si incroceranno in qualche modo. E allora toccherà al Movimento 5 Stelle, nemico del costituzionale divieto di vincolo di mandato, fare affidamento sul tradimento degli altri parlamentari rispetto al patto stipulato con gli elettori: mai alleanze spurie con gli estremisti. Il capo politico dei 5 Stelle appare agli occhi delle cancellerie europee meno preoccupante e più rassicurante di Salvini. In fondo, in ogni paese (Germania, Francia, Olanda, Austria, Polonia, Ungheria) c’è un omologo del leader leghista che troverebbe nuovi motivi di forza dalla conquista del governo da parte del Carroccio. Mentre Di Maio è un’incognita, un’equazione che ognuno può pensare di riscrivere a suo piacimento. Si può immaginare la tsiprasizzazione del giovane capo di M5S, la sua trasformazione in Tsipras, il premier greco che ha cominciato sfidando Bruxelles con il referendum e ha finito per omaggiare le misure della Troika. Su questa metamorfosi potrebbe scommettere anche la Bce, con il suo presidente Mario Draghi, come hanno già cominciato a fare la Confindustria in Italia e Sergio Marchionne. Qualcuno va ancora più in là e vede in Di Maio un paradossale Macron italiano, né destra né sinistra, nonostante le differenze abissali che dividono il presidente che viene da Ena e Rothschild dal Giggino di Pomigliano d’Arco. La Repubblica dei cittadini vagheggiata da Di Maio (ha per caso letto Pietro Scoppola?) non assomiglia in nulla alla Repubblica dei citoyens francese, ma ne copia l’ambizione e forse il ruolo storico: superare il bipolarismo del Novecento e far nascere una nuova dialettica. In cui M5S, però, come in un ritorno al punto di partenza, finirebbe per occupare lo spazio lasciato disabitato da chi l’ha occupato storicamente: la sinistra. Se tutto dovesse fallire, infatti, non resterebbero che nuove, immediate elezioni anticipate, magari con legge elettorale ritoccata. E allora sì che Pd e Forza Italia non ci sarebbero più. Superate, egemonizzate e alla fine conquistate dai new comers, gli intrusi, gli esclusi, i non invitati al ballo di corte: la Lega di Matteo Salvini a destra, il Movimento 5 Stelle a sinistra. Perché, alla fine, le ideologie, le differenze, le identità sono destinate a ritornare. E, a quel punto, bisognerà tornare a volgere lo sguardo. E capire come usciranno da questa trasformazione gli elettori del 4 marzo.

Il Mezzogiorno si crede Luigi Di Maio. Il voto del Sud per il M5S (e la Lega) non è di rabbia ma di identificazione. Con i leader sentiti più vicini, “più uguali a noi”, scrive Roberto Saviano, L'antitaliano, l'8 marzo 2018 su "L'Espresso". Esiste una parte d’Italia dove spesso quello che accade all’intero Paese si riesce a leggere con maggiore chiarezza. È quella parte di Italia dove tutte le forze politiche amano dragare voti, ma che in campagna elettorale, nel dibattito pubblico, è evitata come la peste, come questione irrisolta e irrisolvibile. È il sud Italia, che un tempo consideravamo feudo di Berlusconi e, allo stesso tempo, luogo di un forte consenso al Pd retto da ras locali capaci, per decenni, di portare valanghe di voti, creando gruppi di potere anche oltre i confini del proprio partito. Francesco Piccinini, direttore di Fanpage.it, a commento del primo video pubblicato dal suo quotidiano online sui legami tra politica, faccendieri, camorra e gestione del ciclo dei rifiuti, si chiedeva come fosse possibile che la Sma Campania, società in house di una regione a guida Pd, che si occupa di questioni cruciali come lo smaltimento rifiuti, potesse avere ai vertici esponenti di Fratelli d’Italia, partito di colore opposto a quello del presidente della Regione. Ma era una domanda retorica, perché sul territorio si va avanti per consorterie che significano mutuo sostegno. Dall’inchiesta di Fanpage.it è emerso un quadro sconfortante (ma chi conosce le dinamiche al Sud non fatica a ritenerlo veritiero) di corruzione, malcostume, familismo e conflitto di interessi: è stata la conferma per molti italiani che i partiti sono solo centri di potere marci e da loro nulla di buono ci si può aspettare. Naturalmente non concordo con questa generalizzazione; i partiti sono composti da persone e ciascuno risponde della propria onestà, del proprio lavoro e del proprio impegno. Ma qui non si tratta di ciò che penso io, quanto piuttosto del sentimento che hanno provato gli italiani di fronte a questa ennesima conferma sull’inadeguatezza dei partiti “tradizionali”. È evidente che la fase della rottamazione di Matteo Renzi è stata sepolta dall’unico modo che Renzi ha trovato per occuparsi di Sud: la promessa della ripresa del progetto del ponte sullo Stretto di Messina (cavallo di battaglia del più becero berlusconismo) e spacciando la Apple Developer Academy di Napoli come il primo segnale di una ripresa economica sul territorio. Un corso per sviluppatori Apple, un unico corso e per giunta calato in un contesto economicamente depresso avrebbe dovuto fruttare a Renzi, secondo la sua squadra di comunicazione, il bollino di “amico del Sud”. Forse il Pd ha comunicato molto peggio di come ha lavorato, ma non si discute su un punto: ha abbandonato il Sud Italia che rappresenta una porzione di Paese molto ampia, una porzione di Paese che per anni ha voluto credere alle boutade di Berlusconi e che quindi oggi non crede più a niente, e pretende un cambiamento. Ma analizziamolo questo cambiamento, per capire in che direzione si è mosso l’elettorato. L’elettorato è alla ricerca di riscatto? Forse. Ma credo che più di ogni altra cosa abbia bisogno di attenzione, un’attenzione concreta. Gli italiani a digiuno di prassi politiche vogliono sapere come il loro voto cambierà la loro quotidianità, in modo semplice e senza retorica; e se le aziende continueranno a delocalizzare il lavoro, se il lavoro resterà una speranza frustrata, vogliono la certezza che chi vince le elezioni si occuperà di loro (o forse dovrei dire noi? Sono francamente confuso). Molti diranno: ecco che nasce il partito della rabbia. Ma di che rabbia stiamo parlando? Ancora di una rabbia cieca? Ancora di un voto di ribellione? No, non lo credo. Il voto al M5S e alla Lega non solo di ribellione, ma è un voto ormai ragionato che, tra le altre cose, avrebbe il merito di aver asciugato (e molto) il voto di scambio. Ora non c’è più la volontà di ribaltare il tavolo senza ben sapere a cosa si vada incontro. Questa volta l’elettorato è stato coeso nel dare consenso a due partiti che sono specchio fedele dei loro elettori. Il voto non è stato di protesta o di opinione, ma di identità: sono ciò che voto, mi identifico in ciò che voto, o almeno in quello che conosco e vedo. Mancano gli strumenti per andare più a fondo: come i leader politici che ho scelto (Di Maio e Salvini) si identificano in me, io mi identifico in loro. Tra me e loro nessuna differenza. Questa adesione, oggi, è pressoché totale e non avviene per nessun’altra forza politica.

Non solo reddito di cittadinanza: ecco perché il Sud abbandonato dai partiti ha votato M5S. Il Pd ha abbandonato le periferie e lasciato in mano solo a potentati locali che hanno trasformato il Mezzogiorno in un deserto. Che oggi occupano però i pentastellati, scrive Bruno Manfellotto il 12 marzo 2018 su "L'Espresso". Il 13 febbraio, anniversario numero 157 della capitolazione della fortezza di Gaeta, estremo rifugio di Franceschiello, ultimo re delle due Sicilie, il Movimento neoborbonico, il Sacro militare Ordine di San Giorgio, i Cavalieri costantiniani, i Comitati Due Sicilie e la Real Casa di Borbone hanno celebrato con musiche, discorsi, grande commozione e molta nostalgia la Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia. Istituita l’anno prima con tanto di decreto da tutte le Regioni del Sud. Su proposta, poi largamente condivisa, del Movimento Cinque Stelle.

Allora la campagna elettorale era lontana, ma in quella battaglia apparentemente minore c’era già, tutto sommato, il nucleo della strategia politica del Movimento, il passo decisivo verso la conquista del Mezzogiorno clamorosamente sancita dalle elezioni del 4 marzo. Prima ancora, tra il 2011 e il 2012, nelle strade e nelle piazze del sud era nato il Movimento dei forconi: stavolta blocchi stradali e ferroviari, presìdi, cortei, ancora rotear di forconi, storico simbolo delle sommosse contadine e di popolo. E parole d’ordine che paro paro, guarda un po’, hanno scandito quest’ultima campagna elettorale: no alla globalizzazione che cancella posti di lavoro, all’Europa “matrigna”, alla casta dei nominati in Parlamento; e no all’austerità, alla moneta unica, a Equitalia, strumento di oppressione fiscale. Vi ricorda qualcosa? Evidentemente il borbonismo di ritorno - che corre sotterraneo da sempre, ma non si era mai manifestato con tanta baldanza - è fenomeno assai sentito. Una sorta di leghismo sudista che cozza con quello del nord. Tocca corde profonde dell’animo meridionale, come la convinzione di un Sud sfruttato ieri a favore dell’Unità d’Italia, oggi del ricco Nord. E però non basta a spiegare la travolgente affermazione dei grillini che il 4 marzo si sono impadroniti di mezza Italia, da Roma in giù, isole comprese. Con cifre da capogiro. Nelle sfide uninominali, gli scontri diretti tra candidati, i ragazzi di 5S hanno fatto l’en plein in Puglia, Molise, Basilicata, Sardegna, Sicilia (dove Berlusconi nel 2001 aveva vinto 61 a 0) e ci sono andati vicini pure in Calabria e in Campania abbattendo potentati politici e umiliando cacicchi che si credevano eterni. Come accompagnare alla porta un’intera classe politica.

Certe percentuali sono illuminanti: a Scampia, quartiere ghetto di Napoli, teatro di Gomorra in tv, Di Maio ha portato a casa il 65 per cento; a San Giovanni a Teduccio popolare ed ex operaia, dove nel 1976 Berlinguer prese il 63 per cento dei voti, i 5S hanno superato quota 60; a Bagnoli, dove sorgeva la cattedrale dell’Italsider, oggi dismessa e sul cui futuro si sono spesi invano governi e amministrazioni, per i grillini ha votato il 57 per cento degli elettori, oltre il 50 che premiava il vecchio Pci. Non si sorprende Domenico De Masi, napoletano, sociologo, che nel Movimento, al cui programma ha contribuito, vede assonanze proprio con il Pci di Berlinguer popolare e operaio. Ad altri, però, sembra proprio che la nuova geografia politica ricalchi altri imperi, come quello democristiano, che proprio dal Sud traeva grande linfa, e per alcuni estremismi peronisti perfino quello laurino che per qualche anno impazzò a Napoli. A conferma di una trasversalità che sembra il dato caratteristico del postgrillismo, specie di quello meridionale. Se questi sono i nuovi attori, la scena che calcano è spesso quella di campagne avvelenate da discariche abusive, di violenza, di periferie segnate da scheletri di cemento come nelle fiction di camorra. Dopo secoli in cui lo Stato è apparso estraneo, i governi sono visti lontani e indifferenti. Alle rituali litanìe sul Sud della Prima Repubblica, è via via subentrata la rimozione. Eppure qui vive un terzo degli italiani, si produce un quarto della ricchezza nazionale, ma si registra anche la metà della disoccupazione totale, quattro giovani su cinque non lavorano, addirittura due terzi degli abitanti versano in condizioni di povertà o di miseria. Nonostante decenni di “questione meridionale”, il divario nord-sud si è allargato: dalle parti di Salvini si compete con la Germania (sognando la flat tax), quaggiù si intravede una prima, lenta inversione di tendenza. E ci meravigliamo se esplode la rabbia, o se promesse assistenzialiste (reddito di cittadinanza) sono benedette come manna dal cielo?

In quanto al Pd, ha da tempo rinunciato a una presenza capillare in quella periferia delle periferie che è il Sud delegando l’incombenza a uno sparuto gruppo di cacicchi locali (come Emiliano, De Luca and Sons, Crocetta) spesso più attenti alle loro sorti che a quelle generali e in guerra con lo stesso Pd. Sabino Cassese, giurista e intellettuale, è convinto che il divario nord-sud sia figlio anche di un diverso “rendimento” delle istituzioni, e degli uomini che le dirigono: la macchina pubblica, costruita allo stesso modo in tutto il Paese, è stata consegnata qui a classi dirigenti locali senza pretendere che esse rispondessero non alle camarille, ma allo Stato. È successo anche con le Regioni che prima hanno avocato a sé l’intervento straordinario, poi lo hanno vanificato con spietate logiche di potere. Scrivevamo due anni fa: si sono presi il Sud e ne hanno fatto un deserto. Oggi lo hanno occupato altri.

5 stelle al Sud: la ribellione e le radici della protesta. Un’ondata di rancore attesa e temuta. E destinata ad abbattersi sulla nave ammiraglia e sul timoniere della flotta che a novembre governava ancora non solo a Roma ma in tutte le Regioni del Sud: dalla Puglia alla Sardegna, dalla Calabria al Molise, dalla Basilicata alla Sicilia, scrive Gian Antonio Stella il 5 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". «Avimmo ‘a sfucà tutt’ ‘o tuosseco ca tenimmo ncuorpo»: ecco l’aria che annusavi al Sud. Una collera tossica per l’impoverimento, la disoccupazione, i bambini (uno su sei) afflitti dalla miseria assoluta, il degrado delle periferie, stava lì lì per sfogarsi. Unico dubbio: chi avrebbe premiato? La risposta, salvo sorprese, si è profilata nella notte. Successo dei grillini. Trascinati dal Masaniello in giacchetta e cravattina. E più cresceva l’impressione di uno sfondamento della destra al Nord, più aumentava la probabilità parallela, se non proprio la certezza, di un analogo sfondamento del M5S nel Sud. Segno appunto di quello «sfogo» atteso nella scia di un malessere economico, sociale, sanitario sempre più diffuso. Lo aveva spiegato a novembre il rapporto Svimez: «L’occupazione è ripartita, con ritmi anche superiori al resto del Paese, ma mentre il Centro-Nord ha già superato i livelli pre crisi, il Mezzogiorno che pure torna sopra la soglia “simbolica” dei 6 milioni di occupati, resta di circa 380 mila sotto il livello del 2008, con un tasso di occupazione che è il peggiore d’Europa (di quasi 35 punti percentuali inferiore alla media UE a 28)». Lo aveva ribadito poco dopo il Censis ricordando che sì, l’Italia va meglio ma dopo il «vero tracollo» delle aree metropolitane meridionali «non si è distribuito il dividendo sociale della ripresa economica e il blocco della mobilità sociale crea rancore». Un’ondata di rancore attesa e temuta. E destinata ad abbattersi sulla nave ammiraglia e sul timoniere della flotta che a novembre governava ancora non solo a Roma ma in tutte le Regioni del Sud: dalla Puglia alla Sardegna, dalla Calabria al Molise, dalla Basilicata alla Sicilia. Perduta male, ma proprio male, da un Matteo Renzi che alle Europee aveva preso il 35% e in tutta la campagna per le regionali si è fatto vedere solo di sfuggita, «’na’ffacciata, currennu currennu»…Dice tutto un sondaggio del dossier Eurispes 2018. Alla domanda «quali di questi elementi rappresentano un vero pericolo per la vita quotidiana sua personale e della sua famiglia?» le risposte degli italiani erano centrate (più che sull’immigrazione!) su tre temi legati (soprattutto) al Mezzogiorno: la mafia, la corruzione e «i politici incompetenti». Colpevoli di aver buttato via per decenni decine e decine di miliardi di fondi europei. Pochi dati: usando meglio quei soldi sprecati in regalie clientelari a pioggia (alla macelleria Ileana di Tortorici, alla trattoria «Don Ciccio» a Bagheria…) tutte le regioni della Repubblica Ceca hanno oggi un Pil pro capite superiore a tutto il nostro Sud e così l’intera Slovenia e l’intera Slovacchia. La regione bulgara Yugozapaden, poi, ci umilia: nel 2000 aveva un Pil al 37% della media europea e in tre lustri di rincorsa ha sorpassato tutto il Mezzogiorno, arretrato fino a un disperato 60% della Calabria, mangiando 50 punti alla Campania, 56 alla Sicilia, 64 alla Sardegna. Insomma, han fatto di tutto le classi dirigenti del Sud, per guadagnarsi (salvo eccezioni, ovvio) la disistima se non il disprezzo dei cittadini. Aggravando la crisi. Destra e sinistra, sia chiaro: dal 2008 al 2014 il Mezzogiorno, accusa un’inchiesta del Mattino, ha perso 47,7 miliardi di Pil, 32 mila imprese e 600 mila posti lavoro. E tra il 2010 e il 2013 la classifica del European Regional Competitiveness Index ha visto ruzzolare di 26 posti la Campania, 29 la Puglia, 30 la Sicilia. Al punto che il divario Nord-Sud si è ancor più allargato. Sinceramente: cosa ha fatto la politica per scrollarsi di dosso la mala-reputazione? Manco il tempo d’insediarsi all’Ars e Gianfranco Micciché si tira addosso le ire dei vescovi siciliani dicendosi «assolutamente contrario al taglio degli stipendi alti» che quando passano i 350.000 euro valgono 24 volte quello di un agrigentino. Manco il tempo di aprire la campagna elettorale e nelle liste, da Marsala al Volturno, spuntano impresentabili, figli di papà e (sintesi) figli di papà impresentabili. Per non dire della scelta di candidare qua e là notabili dal passato fallimentare legato alla clientela. C’era poi da stupirsi se nella pancia del Mezzogiorno, quella da cui erano già uscita tra le altre la sommossa dei forconi, covava un sentimento di rivolta? Quanti errori hanno fatto, i partiti tradizionali dell’una e dell’altra parte, per accendere un simile falò?

Hanno vinto gli antisistema. I dem spogliati dal M5s. L'emorragia di voti in fuga da Renzi ha premiato i grillini. L'assistenzialismo a 5 stelle piace al Sud, scrive Renato Mannheimer, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale". L' Italia è rimasta in buona misura sconvolta dai risultati delle elezioni che si sono appena effettuate, specie perché le percentuali che sono emerse dalle urne hanno, da molti punti vista, modificato fortemente il quadro politico, con esiti spesso inaspettati (anche se molti dei risultati erano stati correttamente previsti dai sondaggi riservati effettuati da Eumetra Mr nei giorni precedenti al voto). I veri vincitori delle elezioni sono in realtà i partiti che più di altri si sono distinti per una comunicazione antisistema: il Movimento 5 Stelle e la Lega. L'exploit maggiore è stato certo quello dei grillini, che hanno superato nettamente la soglia «psicologica» del 30%. E costituiscono, in assoluto, la prima forza politica del Paese, specialmente nel Sud. È utile, al riguardo, ricordare la composizione sociale dei votanti per il partito di Di Maio. Come si sa, l'elettorato grillino era costituito sino a poco tempo fa prevalentemente da giovani, spesso in condizioni di disagio sociale o di non occupazione. Quest'ultimo risultato elettorale mostra che a costoro si sono aggiunti elettori di tutte le età, frequentemente animati da un rancore più o meno esplicito verso le istituzioni, ma anche, in particolare nelle aree meridionali del Paese, attratti dall'ipotesi delle politiche proposte dal Movimento 5 Stelle, che rafforzano più o meno esplicitamente il ruolo dello Stato e dell'assistenzialismo. Temi che sono sempre piaciuti a fasce consistenti di elettori meridionali. L'analisi dei flussi elettorali dalle precedenti elezioni del 2013 ad oggi, condotta anch'essa da Eumetra Mr, ci mostra come i voti del M5S provengano in buona misura da chi aveva già votato per Grillo in passato. E anche da chi si era astenuto (non a caso al Sud si è registrato un aumento della partecipazione). Ma che l'incremento sostanziale ottenuto in queste elezioni è frutto soprattutto di un apporto consistente di chi aveva votato Pd nel 2013. Il partito di Renzi è il principale «fornitore» di nuovi voti al M5s. Anche se quest'ultimo riceve, sia pur in misura minore, consensi da tutto l'arco politico. È indicativo al riguardo che verso i 5 Stelle si rilevi anche un flusso, di dimensioni assai più modeste di quello proveniente dal Pd, di ex elettori del Pdl. Uno dei motivi del successo del Movimento 5 Stelle è anche l'atteggiamento di ostilità verso la politica e le sue istituzioni. Una recente ricerca di Eumetra Mr evidenzia come solo il 3% della popolazione nel suo insieme manifesti fiducia verso i partiti politici e come tra l'elettorato del M5s questa percentuale si riduca all'1%. Il vero sconfitto di queste elezioni è, come si sa, il Partito Democratico. L'analisi dei flussi mostra un volume assai modesto di nuovi voti «in entrata». In altre parole, il Pd è stato rivotato quasi solo da una parte di coloro che l'avevano votato nel 2013. Viceversa, sono molti i flussi in uscita. Il principale, come si è detto, è verso il Movimento 5 Stelle, che raccoglie quindi tutto lo scontento della gestione Renzi del partito. Con una capacità attrattiva molto maggiore di quanto riesca a fare Liberi e Uguali, che riceve dal Pd una porzione molto minore di voti di quanto non accada per l'M5s. Ma, sia pure in proporzioni inferiori, il Pd cede voti un po' a tutti, dalla Bonino ai partiti del centrodestra, specie Forza Italia. È l'espressione dello sfilacciamento in tante direzioni della forza politica condotta da Renzi. Nel centrodestra la grande vincitrice è la Lega. È il partito che ha il maggior tasso di riconferma del voto già ottenuto nel 2013. Oltre a questo, il flusso in entrata maggiore per il partito di Salvini è costituito da molti che nel 2013 avevano votato Pdl. Ma, come si è detto, il leader leghista riceve anche una parte di consensi ex PD. Tuttavia, anche la Lega deve sopportare dei flussi in uscita. Una parte, seppure non ampia, dei voti che il partito aveva ricevuto nel 2013, è finita infatti anch'essa nel bottino del M5S. Il risultato di Forza Italia è dunque condizionato dal flusso in uscita verso la Lega di chi aveva votato Pdl nel 2013, ma anche verso il Movimento 5 Stelle. Tutto ciò ha contratto la dose di consensi di Berlusconi che può tuttavia registrare, oltre alla conferma di molti voti che erano del Pdl, anche un flusso in entrata proveniente dal disfacimento del PD. Tra le forze di minor peso, si può rilevare l'esito modesto di +Europa (che stanti i dati attuali non raggiunge la quota del 3%) e che riceve tutti i suoi voti da elettori che nel 2013 avevano votato PD e, anche, da qualcuno che aveva votato Sel. Gli stessi flussi in entrata si confermano anche per Liberi e Uguali, la cui performance, considerando le aspettative, (i leader avevano previsto «un risultato a due cifre») è forse ancora più deludente. Infine, si può sottolineare il buon successo relativo di Fratelli d'Italia che raddoppia comunque la percentuale di voti che aveva ottenuto nel 2013, con flussi provenienti in larga misura dal Pdl. Nell'insieme, si tratta di uno scenario confuso e, da un certo punto di vista, pericoloso. A causa principalmente di due motivi. Primo: la possibile scarsa stabilità dei governi, legata specialmente alla eterogeneità delle coalizioni di maggioranza che si potrebbero formare. Che sono, almeno in questo momento, le più varie, talvolta formate da partiti che, in linea di principio, sarebbero distanti tra di loro. E che, di conseguenza, darebbero luogo inevitabilmente ad aspri conflitti interni all'esecutivo. Secondo: le relazioni con l'Europa, che sono rese difficili da alcuni contenuti programmatici dei partiti vincitori che sono più o meno esplicitamente anti-Ue. E che potrebbero dare luogo a forti tensioni con le istituzioni comunitarie. Speriamo che i prossimi giorni ci aiutino a chiarire questo quadro nebuloso.

La faida Renzi-D'Alema è l'omicidio-suicidio che ha ucciso gli ex Pci. La sinistra italiana è la più debole d'Europa dopo quella francese: è la vendetta di Baffino, scrive Roberto Scafuri, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale". Parlandone da vivi, i due s'assomigliavano come gocce d'acqua. Correva la primavera 2009 e in un'accaldata sala di militanti il presidente della Provincia fiorentina, Matteo Renzi, ancora si rivolgeva al «caro Massimo, punto di riferimento del passato, del presente e del futuro». Il caro Massimo, lì da presso, mani giunte a mo' di preghiera, era assorto come inseguendo sfuggenti presagi. Renzi è uno di quei giovani - ebbe a dire benedicendone l'approdo a Palazzo Vecchio - «dei quali ci si può chiedere solo se batterà il record della pista oppure no». Sorrisi, applausi. Ma anche cordialità pelosa: diffidenza a pelle, senza motivo, tra animali che fiutano il pericolo. Il partito (ancora) c'era, la sinistra italiana non era, come oggi, la seconda più debole d'Europa dopo quella francese (studio Cise-Luiss). Che cosa inquietava D'Alema? Gli avevano già parlato di Matteo, il fiorentino. In particolare Lapo Pistelli, che l'aveva portato a Roma come portaborse nel '99, fatto promuovere segretario provinciale e, tre anni dopo, accompagnato nella scalata alla presidenza della Provincia. Qui il capo della segreteria di Matteo sarà Marco Carrai; i suoi cugini Paolo e Leonardo pezzi grossi della ciellina Compagnia delle opere. Ce n'è quanto basta e avanza per alimentare la diffidenza di chiunque, figurarsi D'Alema. Alle primarie per sindaco, nel febbraio '09, il giovanotto ha surclassato Pistelli (40% contro 26), poi ha infierito con un foglio di sfottò lasciatogli sulla porta di casa. L'ambizione sbandierata di Matteo è ciò che stuzzica il vecchio, la mancanza di buon gusto ciò che lo repelle. L'omicidio perfetto di Renzi giungerà a maturazione qualche anno dopo; dopo gli anni buoni da sindaco, quando l'ambizione incontrollabile (più sponsor influenti) suggeriscono che il partito erede della tradizione catto-com può essere scalato. Occorre un «simbolo», il gesto eclatante e dimostrativo, il parricidio che renda dirompente il cambio di stagione. È la nascita della «rottamazione»: D'Alema si vede tirato in ballo a ogni pie' sospinto, sempre più attonito di fronte a quella rottura imprevista delle vigenti regole di bon ton. L'attacco alla classe dirigente berlingueriana è scientifico, ma si concentra molto sul togliattiano D'Alema per salvare il prodiano Veltroni («il più comunista di tutti noi», ha detto di recente Bettini). D'Alema reagisce come elefante ferito. Quando Renzi gli farà lo sgarbo definitivo, facendogli credere prima di poterlo sostenere come commissario alla politica estera Ue per poi umiliarlo nominando l'inesperta Mogherini, l'ex leader è pugnalato al cuore. La vendetta è pietanza fredda, però. Di fronte alle pulsioni suicide di Renzi, plateali durante la roulette russa del referendum, D'Alema torna ad annusare il buon sapore della vendetta. La minoranza bersaniana, dopo anni di derisioni e umiliazioni, è ormai cotta a puntino. Gianni Cuperlo, che ben conosce l'insidiosa persuasività di quel Grillo parlante che li convince uno a uno, non riesce a trattenere la diga. Ultimo dei sedotti Bersani, per il quale l'uscita dalla ditta di una vita è un evento tragico. La sgangherata parabola di Mdp e Leu è sotto i nostri occhi, quella del Pd storia che finalmente s'azzera. Ma Berlusconi dovrebbe ripartirne i meriti dando a Cesare ciò che è di Cesare. Se Renzi ha fatto fuori i comunisti, l'ultimo martire dell'orgoglio comunista non ha esitato a sacrificarsi nel vecchio bunker di Nardò pur di vedere l'usurpatore schiacciato dal macigno del 18% dei voti. Per poi cadere a sua volta trafitto da 10.552 schede pietose: il 3,9 per cento. Più che una percentuale, un epitaffio.

La sinistra cadavere, scrive il 5 marzo 2018 Augusto Bassi su "Il Giornale". Seguire la maratona Elezioni 2018 di Enrico Mentana a volume alzato è stato superfluo. Si sarebbe rivelato sufficiente osservare i volti del ricco parterre per comprendere con vividezza l’andamento degli exit poll. Già torvi e un po’ scrofolosi per natura, si facevano tesi, poi allarmati, quindi sconsolati, infine sepolcrali. Il pensiero levogiro, antiorario al senno, testimone in diretta della propria morte. Che macabra pagina di televisione verità! E via via che i dati si facevano indiscutibili, i malcapitati sono stati chiamati a riconoscerne il cadavere. Gente che ha sempre capito nulla, per lustri e fino a pochi minuti prima dei risultati elettorali, come Annunziata, Giannini, Sorgi, Cerasa, in diretta a commentare il trapasso delle proprie stesse sentenze. Ma se il piglio di Mentana – in grandissima forma per tutta la nottata, fino a dragare la venustà della Dragotto con aria da stracciamutande emerito – si è mantenuto friccicarello malgrado il cordoglio in studio, il volume è servito per intercettare i flebili aliti dei traumatizzati ospiti. La chiacchiera tremolante di Giannini, fino a ieri sprezzante verso i populismi, intraprende l’operazione di riabilitazione dell’insulto, affrancandolo in «popolarismi»; Marco Damilano, aggrappato a una conversione pro-sistema dei 5Stelle, si dichiara sorpreso dall’avanzare della Lega nelle periferie metropolitane; Sorgi scompare inghiottito dal suo tablet, per poi riemergere con il titolo «Vince Di Maio, Italia ingovernabile». Cazzullo, dall’inflessione sua, ci ricorda dell’esistenza dei mercati, della grande Europa, mentre gli elettori italiani hanno appena risposto con meno Europa e un eloquente sticazzi! dei mercati. Per il bene della stabilità, gli scambisti non vorrebbero si votasse; malauguratamente per loro, una volta ogni tanto anche da noi si va alle urne… e può succedere che un pernacchione elettorale li destabilizzi. Irriverente Benedetto Della Vedova, intervenuto a commentare la sciagura della Bonino, che si vende come coraggioso ambasciatore anti-mainstream. Irresistibile osservare l’Annunziata che prende appunti con il lapis sull’agendina di una disfatta scolpita nella pietra con una verga di boro, e imperterrita commenta con il tono di chi la spiega. Lucia bacchetta addirittura Marine Le Pen, festante su Twitter per una consultazione italiana aculeo nel culo flaccido di Bruxelles, suggerendole di star buona perché trombata a casa propria e aggiungendo: «Ci vorrebbe un po’ di sale in zucca sulle previsioni e chi le fa». Se l’inclemente conduttrice applicasse a se stessa i parametri che riserva agli altri, oggi venderebbe carciofi e zucchine a Osci e Sanniti. Per fortuna arriva Alessandra Sardoni, in diretta dalla sede del Partito Democratico, che sembra balbettare in un regime di quarantena, coraggiosa inviata sulla scena di una terrificante pandemia. «Siamo un grande partito», «A Renzi e alla classe dirigente del PD non c’è alternativa credibile per gli italiani», erano soliti tuonare da quelle stanze e dalle testate assoldatine. Mecojoni! Il Bomba, futuro senatore del Senato che voleva abolire, dopo aver accusato gli avversari di scappare dal confronto, assorbe con il medesimo ardimento il tracollo, arrivando per commentare a caldo la sconfitta con la baldanza di un coniglio palomino. L’indispensabile, la necessaria classe dirigente – dei Gentiloni, dei Minniti, dei Gori, dei Franceschini, dei Rosato, dei Martina, dei Poletti, delle Fedeli – è stata trattata dai votanti come pattume pronto per l’inceneritore. L’eredità culturale dell’assemblea costituente ha uno scatto d’orgoglio solo nel padre nobile del partito, nell’immarcescibile campione della sinistra di governo, Pier Ferdinando Casini, che trionfa disdegnoso nella sua Bologna. Nel frattempo, la marea nera che doveva investire l’Italia, gli inquietanti rigurgiti neofascisti pronti a deflagrare, i temibilissimi blitz di Forza Nuova e Casa Pound raccontati sulla stampa dai GEDI, via radio da Vittorio Zucconi e in tv da Corrado Formigli, stanno sotto l’1%: perché “la realtà è la loro passione”. Di Stefano si vede per la prima volta in un salotto di Mentana, benché in collegamento, e si lamenta di essere stato trascurato dai media durante tutta la campagna elettorale. Risposte piccate in studio, specie da una Lucia molto indispettita. I sobillatori di mestiere che hanno tirato la volata ai propri campioncini di triciclo fino a un traguardo di paracarri, oracoleggiano ora sui futuri scenari, sugli equilibri di domani, sulla temperie a venire, smarcandosi dalla putrefazione con guizzi alla Margheritoni. E sempre indietro come la coda del maiale. In chiusura, un minuto di silenzio per Morti e uguali, come anticipato l’11 febbraio in questi quaderni. Boldrini, Bersani, D’Alema, Grasso… dal regno della pace e della serenità veglieranno sui propri cari.

Salvini e Di Maio, che trionfo! L’ondata “populista” non è affatto finita, a dispetto delle élite e dei media, scrive Marcello Foa il 5 marzo 2018 su "Il Giornale". Quella del 4 marzo è stata un’elezione storica per tre ragioni.

La prima: l’establishment si era illuso che con la vittoria di Macron, la cosiddetta onda “populista”, alzatasi in occasione della Brexit e della vittoria di Trump, avesse esaurito la sua forza propulsiva. Il simultaneo successo del Movimento 5 Stelle e della Lega dimostra che non è così per una ragione molto semplice: quando il malcontento sociale è profondo e duraturo non basta un po’ di cosmesi per controllare l’elettorato. I calcoli sono presto fatti: M5S 32%, Lega 18%, Fratelli d’Italia quasi 5%. Totale: 55% ovvero la maggioranza degli italiani ha votato contro le forze che hanno governato fino ad oggi l’Italia, contro i Monti, i Letta, i Renzi, i Gentiloni ma anche contro Berlusconi, che, a quasi 82 anni, si è illuso di poter sedurre l’elettorato. Non è un voto di protesta; è, sulla carta, una maggioranza schiacciante.

La seconda ragione riguarda il ruolo dei media, che hanno abdicato ancora una volta al proprio ruolo di cani da guardia della democrazia, prestandosi invece a manovre strumentali a sostegno dell’establishment. Durante tutta la campagna elettorale, le grandi testate si sono prodigate da un lato ad alimentare lo spettro di un inesistente rigurgito fascista, dall’altro a screditare il Movimento 5 Stelle, soffiando sul fuoco dello scandalo dei rimborsi e a oscurare l’incredibile seguito popolare di Matteo Salvini, che per due mesi ha riempito le piazze senza che i media lo dicessero; media che invece si sono scoperti improvvisamente e incredibilmente filoberlusconiani, perché il Cavaliere era indispensabile per realizzare il progetto di una “Grosse Koalition” tra Pd e Forza Italia. Il disegno era: fuoco sui 5 stelle, oscurare Salvini, esaltare Berlusconi; poi, quando il declino di Renzi, è parso evidente, hanno giocato la carta Bonino, sostenuta da ingenti quanto oscuri finanziamenti, peraltro tardivamente. Tutto inutile: i media mainstream sono i grandi sconfitti, al pari di Forza Italia e del Pd. Non c’è propaganda che tenga quando il malessere è davvero profondo.

La terza: Salvini ha vinto perché ha saputo moderare i toni, dimostrando di non essere un pericoloso estremista, ma un vero leader politico anche per la precisione e la concretezza con cui ha saputo interpretare le preoccupazioni reali di un’Italia moderata, che fino a ieri si identificava solo in Berlusconi e che oggi si riconosce in lui. Anche Di Maio ha cambiato la percezione del Movimento, che non spaventa più l’italiano medio, cementando il percorso iniziato cinque anni fa, sebbene la sua dimensione politica sia profondamente cambiata.

Tutto questo ha conseguenze strategiche sui nuovi assetti politici italiani. Si realizza lo scenario che avevo delineato in un post di una decina di giorni fa (vedi screenshot qui a fianco) ovvero quello di un’Italia polarizzata tra un nuovo centrodestra moderato guidato da Salvini e una nuova sinistra guidata dal Movimento 5 Stelle che, lo ribadisco, ha cambiato pelle e sebbene oggi vinca sotto la spinta della protesta populista, in realtà non è più davvero rivoluzionaria e da mesi fa di tutto per accreditarsi presso l’establishment. Questo complica gli scenari per le coalizioni di governo. A mio giudizio è improbabile un’alleanza Salvini-Di Maio, che, se non sostenuta da un programma di governo davvero innovativo, nuocerebbe a entrambi e verrebbe osteggiata dal Quirinale e da Bruxelles ovvero dalle istituzioni a cui guarda il leader del Movimento. Molto più verosimile mi sembra un’alleanza fra 5 Stelle, Bonino, Leu e un Pd guidato da un nuovo segretario. Vedremo. Di certo una pagina politica straordinaria è stata girata ieri: l’era dei Berlusconi e dei Renzi è finita per sempre.

D'Alema eletto leader (degli esclusi), scrive Andrea Cuomo, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale". I sommersi e i salvati. Le elezioni che hanno messo a soqquadro l'Italia hanno anche costituito la personale caporetto di un bel po' di politici appartenenti soprattutto all'establishment governativo. Molti di loro hanno perso la sfida diretta nel proprio collegio uninominale, spesso in modo netto e senza l'uso della Var. In qualche caso il paracadute dei collegi plurinominali, quelli soggetti al meccanismo proporzionale, ha consentito un atterraggio morbido nell'emiciclo di Montecitorio o di Palazzo Madama. Ma altre volte questo salvagente si è rivelato sgonfio e il candidato è affogato con tutta la sua prosopopea. Il principe di tutti i trombati è Massimo D'Alema, il regista occulto del maggiore flop di questa tornata elettorale. L'ex Baffino è arrivato addirittura quarto nel suo collegio uninominale del Senato a Nardò, nella sua Puglia. D'Alema ha ottenuto appena 10.552 voti, ovvero il 3,90 per cento, distanziatissimo dal candidato eletto, la pentastellata Barbara Lezzui (39,87 per cento) ma anche dall'uomo del centrodestra Luciano Cariddi (35,19) e perfino dall'attapiratissima candidata del Pd, Teresa Bellanova (17,35). Difficile immaginare uno smacco maggiore per l'ex premier, che non potrà contare nemmeno sul repêchage con il plurinominale, perché il seggio in quel collegio non scatta. Quindi facciamocene una ragione: D'Alema non farà ritorno a Palazzo Madama dopo un quinquennio di assenza. Quello che sembrava un periodo di riflessione inizia ad assomigliare a un prepensionamento. Liberi, uguali e trombati. La scheggia della sinistra gruppettara, piena di volti noti e povera di voti, è la compagine nella quale si conta il maggior numero di desaparecidos. Se qualcuno si salverà per il rotto della cuffia, qualcuno è già con la testa dentro il cappio: Pippo Civati, ad esempio, ha fatto male i suoi conti e nel suo collegio, quello plurinominale di Lombardia 2 a Bergamo, il seggio per i liberisti-ugualisti non è scattato. Arrivederci duenque al leader di Possibile. Possibile, mica certo. Ancora in Leu potrebbero restare a casa Arturo Scotto in Campania e Nico Stumpo, quest'ultimo capolista di entrambi i collegi del proporzionale alla Camera in Calabria. Nel Pd quasi tutti i big usciti con le ossa rotte dal derby uninominale si sono rifatti con la poltrona quasi sicura del plurionominale. Una delle poche vittime illustri è Stefano Esposito, vicepresidente della commissione trasporti, terzo per un soffio, con il 29,41 per cento dei voti, nel suo collegio uninominale al Senato a Collegno, vicino a Torino, dietro alla candidata eletta del centrodestra Roberta Ferrero (32,41 per cento) e alla grillina Elisa Pirro (29,79). Esposito non l'ha presa benissimo: «Con queste elezioni - ha detto - si chiude il mio impegno politico a tempo pieno. Tornerò al mio lavoro in prefettura. Gli elettori hanno dato il loro responso. Ho perso». Châpeau. Nel Pd fuori anche Lucia Annibali, la donna fatta sfregiare con l'acido dall'ex fidanzato: la sua prova è stata più che onorevole nel collegio uninominale di Parma alla Camera: il suo 30,37 è stato superato dal 35,13 della candidata del centrodestra Francesca Cavandoli. Si tolgono il grembiule pure Francesca Barra, Gianni Pittella e Riccardo Illy. La bella giornalista nel collegio uninominale di Matera, in Basilicata ha preso solo il 17,55 per cento dei voti, asfaltata dal pentastellato Gianluca Rospi (46,29) e superata anche da Nicola Giovanni Pagliuca del centrodestra (26,14). Fuori. Sempre in Lucania Pittella, parte di quel sistema familistico della «Basilicata rossa», è stato eliminato con il 21,37 per cento, che gli sono valsi il terzo posto nel collegio uninominale al Senato che ha visto il successo del pentastellato Saverio De Bonis. Fuori anche lui. Come l'ex sindaco di Trieste e vicepresidente del colosso del caffè Riccardo Illy. Candidatosi come indipendente sotto le insegne dem nel collegio uninominale del capoluogo giuliano al Senato, ha preso il 26,48 per cento finendo dietro Laura Stabile di Forza Italia (39,40). Qualche escluso eccellente c'è anche nel centrodestra. Il più noto è Roberto Formigoni, ex presidente della Regione Lombardia, capolista nel plurinominale a Milano, Monza-Brianza e Bergamo-Brescia per Noi con l'Italia, che non ha raggiunto la soglia del 3 per cento. E sorprendentemente anche nel Movimento 5 Stelle ci sono trombati eccellenti. Uno è la «iena» Dino Giarrusso, battuto nel collegio romano del gianicolense da Riccardo Magi (centrosinistra). L'altro è Gregorio De Falco, il capo della sala operativa della Capitaneria di Porto di Livorno celebre per il cazziatone telefonico a Salvatore Schettino, comandante della Costa Concordia naufragata: con il 27,05 per cento è stato superato, superato da Roberto Berardi (centrodestra, 33,21 per cento) e da Silvia Velo (centrosinistra, 30,52). Scenda da quello scranno, comandante, cazzo.

E Minniti guida l'accozzaglia dei ripescati (e miracolati), scrive Matteo Basile, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale". Guai a buttarsi nel vuoto senza paracadute. No, non c'entrano gli sport estremi a meno di non considerare anche la candidatura un'impresa ad alto rischio. Non lo è quando in ogni caso si può cadere in piedi. Ti candidi all'uninominale e perdi? Non c'è problema, c'è un collegio plurinominale pronto a salvarti e a portarti comodamente in Parlamento. Ma ci sono anche casi contrari. L'importante, alla fine, è garantirsi la poltrona. Sono tanti i big caduti ma in piedi. A partire dal presidente del Senato Piero Grasso, leader di Liberi e Uguali. L'ex magistrato è andato malissimo nel collegio uninominale del Senato di Palermo, dove ha preso solo il 5,8 per cento, superato abbondantemente dai candidati di M5s, Centrodestra e Centrosinistra. Stessa débâcle anche per la «presidenta» Laura Boldrini, ultima con il 4,6 per cento nel collegio Milano centro dove vince il candidato di centrosinistra Bruno Tabacci. Entrambi però sperano nel paracadute proporzionale, dipenderà dalla ripartizione dei seggi con Leu che ha di poco superato la soglia del 3 per cento che dovrebbe garantire loro la poltrona. In casa Leu, nonostante i pessimi risultati dovrebbe salvarsi anche Nicola Fratoianni, uno dei fautori della nascita di Liberi e Uguali. Non mancano le batoste morbide anche in casa Pd a partire dallo «sceriffo» Marco Minniti. Il ministro dell'Interno ha perso al collegio di Pesaro, dove è arrivato soltanto terzo, battuto clamorosamente dal già espulso grillino Andrea Cecconi, al centro dello scandalo rimborsi elettorali farlocchi. Ma anche per lui le porte del Parlamento dovrebbero aprirsi comunque grazie al plurinominale in cui era candidato come capolista. Stessa sorte per un altro big del governo uscente, il titolare dei Beni Culturali Dario Franceschini è stato sconfitto nel collegio uninominale di Ferrara per la Camera dalla candidata di centrodestra Maura Tomasi. Franceschini non tornerà a casa, grazie alla candidatura anche nel listino proporzionale e farà parte del prossimo Parlamento. Così come un'altra trombata di lusso, la responsabile della Difesa Roberta Pinotti, che nella sua Genova è arrivata soltanto terza dietro M5s e centrodestra nel collegio uninominale in cui correva. Ma anche lei si salverà quasi certamente grazie al proporzionale. Altro giro, altro ministro reduce da un fallimento ma miracolato. Valeria Fedeli, contestatissima titolare del dicastero dell'Istruzione, è finita seconda a Pisa, battuta dal candidato del centrodestra ma in attesa della certezza di un elezione grazie al caro, vecchio e sicuro plurinominale. Finita qui? No perché il filotto di ministri caduti in piedi annovera anche il Guardasigilli Andrea Orlando che dopo la sconfitta all'uninominale, si salverà grazie al proporzionale dove era capolista nel comodo collegio Parma-Piacenza-Reggio. Tra i silurati che sperano c'è anche Claudio De Vincenti, ministro per la Coesione territoriale e Mezzogiorno, sconfitto nell'uninominale di Sassuolo. In casa Pd sono tanti i big che contano di tornare in Parlamento nonostante una sconfitta. Dalla governatrice del Friuli Debora Serracchiani, al presidente del partito Matteo Orfini fino al figlio del governatore campano Piero De Luca, tutti quanti bocciati all'uninominale ma in piena corsa per un seggio grazie al plurinominale. In Campania asfaltato ma ripescato anche Paolo Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra e uomo simbolo del Pd renziano. Ci sono dei salvati dal plurinominale anche in casa centrodestra, primo tra tutti Vittorio Sgarbi che ha perso il collegio uninominale contro Di Maio in Campania ma quasi certamente sarà eletto grazie al plurinominale, così come Sandra Lonardo Mastella, e Renata Polverini, bocciate nel testa a testa ma ripescate dal plurinominale. Un nome noto anche nel Movimento Cinque Stelle può esultare grazie alla doppia candidatura. È l'ex presentatore Gianluigi Paragone che ha perso nel collegio uninominale di Varese, dove era candidato al Senato. Battuto da Candiani del centrodestra ma graziato dal proporzionale che gli permetterà di passare dallo sgabello de La7 a uno scranno in Parlamento. La sua elezione in Parlamento è praticamente certa. Ci sono poi casi contrari, ovvero di chi ha avuto un risultato di partito pessimo, non sfiorando nemmeno la soglia minima del 3 per cento che al proporzionale vuol dire niente elezione ma si è salvato grazie all'uninominale. Qui si deve registrare l'exploit di due big, entrambe donne. In primis Emma Bonino che nonostante il flop di +Europa è riuscita a vincere il collegio uninominale al Senato nel quartiere di Roma Gianicolense con quasi il 39 per cento dei consensi. Stesso successo che può vantare il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, leader della fallimentare lista Civica Popolare. Eppure alla Camera, dov'era candidata all'uninominale di Modena, ha vinto a mani basse conquistandosi il ritorno in parlamento. Ah, questo Rosatellum. Tanto criticato quanto apprezzato da chi, alla fine, avrà una bella e comoda poltrona.

7 motivi per cui in Italia ha vinto il populismo. Dalle ragioni economiche a quelle politiche alla tendenza delle classi dirigenti ad assecondare le forze anti sistema per addomesticarle, scrive Stefano Cingolani il 6 marzo 2018 su "Panorama". Perché qui, perché in Italia i populisti hanno riportato quel successo elettorale che è mancato in Francia, in Germania, in altri paesi europei? Perché altrove le forze politiche contrarie si sono difese e talvolta hanno rilanciato, spiazzando tutti e mettendo con le spalle al muro gli anti-sistema come ha fatto Emmanuel Macron, e in Italia invece non hanno trovato un comune terreno d’incontro? Perché le istituzioni e le classi dirigenti nel resto d’Europa (persino in Grecia dove sono più deboli, per non parlare della Spagna) hanno immesso anticorpi che in Italia mancano? Proviamo solo a mettere insieme alcune motivazioni di fondo.

1- Ci sono innanzitutto ragioni economiche. L’Italia ha pagato un prezzo più caro degli altri paesi. Nessuno ha attraversato un intero decennio in recessione. Oggi il prodotto lordo è ancora inferiore a quello del 2007, i redditi pro capite sono più bassi. Tutti gli altri paesi europei hanno recuperato quel che avevano perso in termini di crescita e benessere, l’Italia ancora no.

 2- Ciò ha provocato un terremoto in una società già scossa da mutazioni strutturali. L’apertura dei mercati, la rivoluzione tecnologica permanente, oltre ai due terribili shock (2008 e 2011) hanno inciso nella carne viva del paese, rimescolando se non proprio ridisegnando categorie, ceti, classi. Ha fatto irruzione il nuovo proletariato digitale, mentre i gruppi un tempo garantiti hanno perso le vecchie protezioni e oggi vogliono recuperarle, non a caso hanno vinto i partiti neo-protezionisti. Lo stesso modello italiano, quello della piccola impresa sostenuta dalla famiglia e dalla rete locale che faceva perno sul comune e sulle banche popolari, viene rimesso in discussione, forse per sempre.

3- Così, una gran parte della popolazione si sente minacciata, mentre l’Italia sta realizzando solo adesso quella trasformazione tecnologica che è avvenuta molto prima negli Stati Uniti e nel resto dell’Europa occidentale. I piccoli imprenditori nella manifattura e soprattutto nei servizi, chiusi finora nelle nicchie protette dei mercati nazionali, capiscono che il mondo sta erodendo le loro posizioni di rendita, ma, per reagire, dovrebbero attuare profonde riorganizzazioni che mettono in pericolo il loro controllo. I manager delle grandi imprese pubbliche sanno che le loro posizioni si stanno esaurendo; tuttavia la libera concorrenza riduce gran parte del loro potere. I banchieri grandi e, soprattutto, piccoli e medi, vedono che le nuove tecnologie erodono il loro quasi-monopolio nella gestione della ricchezza finanziaria delle famiglie e nel finanziamento alle imprese; però non comprendono quale modello realizzare senza perdere la centralità che hanno avuto nel modello italiano. Il costo di una burocrazia inamovibile e radicata nei suoi privilegi è troppo elevato, se ne rendono conto gli stessi dipendenti pubblici, eppure resistono duramente al cambiamento. 

4 - Anche sul mercato del lavoro privato, emerge chiaramente che una parte degli occupati non sa fare quello di cui avrebbe bisogno una economia moderna e competitiva, e ciò vale in modo particolare per chi esce dalle scuole secondarie e dalle stesse università (buona parte della disoccupazione giovanile dipende da questo), tuttavia pochi hanno il coraggio di accettare il cambiamento; del resto manca una vera politica di aggiornamento, riqualificazione, riconversione della forza lavoro. E proprio questo è l’aspetto più debole del Jobs act. In un tale scenario, i migranti e non solo quelli irregolari diventano l’incarnazione di una guerra tra poveri, per strapparsi il lavoro che c’è e spesso anche quello che non c’è. Tutto ciò spiega in gran parte perché sono stati premiati i partiti che hanno promesso di resistere, proteggere, assistere, in sostanza di chiudere le porte alla globalizzazione e riesumare vecchie debolezze. Promesse da marinaio perché non ci vuole uno scienziato spaziale per capire che non saranno mantenute, ma tant’è.

5 - Le ragioni socio-economiche sono importanti, ma non chiariscono tutto. Nel voto e ancor prima nell’intera campagna elettorale si è manifestata di nuovo la debolezza delle istituzioni. Gli anticorpi in grado di difendere l’impalcatura costituzionale in Italia sono troppo flebili. In Francia contro i movimenti neofascisti o populisti è sempre scattato il patto repubblicano che induce i singoli partiti, di volta in volta i socialisti o i gaullisti, a rinunciare alle proprie posizioni particolari in nome di un interesse generale. In Italia non succede. Ed è impensabile che possa accadere come in Spagna dove lo stato centrale è sceso in difesa dell’unità nazionale contro la secessione della Catalogna con l’appoggio di tutti i partiti, compreso Podemos, pur non rinunciando a criticare gli errori commessi dal governo Rajoy. Una tale solidarietà e fermezza in Italia sarebbe impensabile.

6- A tutto ciò si aggiungono motivi squisitamente politici. Tra gli errori commessi dalle forze anti populiste c’è il rifiuto di riformare l’architettura istituzionale per favorire la governabilità, così come una legge elettorale fatta apposta per impedire la formazione di una maggioranza. Aggiungiamo poi la voglia di rivincita di Matteo Renzi dopo la sonora sconfitta al referendum sulla costituzione, che gli ha impedito di avere uno sguardo di lungo periodo e lo ha fatto chiudere nel suo fortino assediato, o le incertezze di Forza Italia e i cedimenti a Salvini sia nei programmi sia, ancor più, nella composizione delle liste, come ha sottolineato Gianni Letta. 

7 - Detto questo, bisogna considerare una caratteristica, anzi una vera e propria tara, che non si ritrova in nessun altro paese democratico: la tendenza delle classi dirigenti, in particolare quelle economiche, ad assecondare, spesso coccolare se non proprio alimentare, le forze anti sistema allo scopo di addomesticarle. Una speranza che, dal fascismo in poi, si trasforma sempre in una grande illusione. Questo sovversivismo dall’alto è impensabile nei paesi più forti e nelle democrazie mature, là dove il sistema si difende, anche riformando se stesso, senza chiudersi nel proprio passato. Magari perde, come è successo più volte nella storia, ma combatte. In Italia troppo spesso si arrende senza nemmeno metter mano alla fondina.

Da Tangentopoli alla Casta, da Grillo alle fake news, il gentismo ci ha seguiti come un’ombra». Intervista su "Il Dubbio" il 3 marzo 2018 a Leonardo Bianchi news editor di Vice Italia, autore di “La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento”. «Il gentismo non rappresenta una sottomarca scadente del populismo, e nemmeno una malattia letale della democrazia o il suo definitivo scadimento. Si tratta invece di un fenomeno complesso e sfaccettato, dotato di una sua specificità, che ha accompagnato la seconda Repubblica come un’ombra». L’analisi di questo fenomeno socio-politico, condotta con rigore e obiettività e cadenzata da svariati reportage e dovizia di dettagli, costituisce il nucleo fondante di La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento (Edizioni minimum fax) del giornalista, blogger e news editor di VICE Italia.

Leonardo Bianchi. Bianchi, quando iniziò a diffondersi il termine ‘gentismo’, quali caratteristiche lo contraddistinguono e cosa lo divide dal populismo?

«Il periodo storico in cui compare per la prima volta il termine gentismo corrisponde agli inizi degli anni Novanta – precisamente nel ’94-’95 –, sullo sfondo di quel cambiamento epocale rappresentato da Tangentopoli e Mani Pulite. Le prime occorrenze al riguardo sono giornalistiche, mentre la sua prima teorizzazione si deve al libro chiamato La sinistra populista. Equivoci e contraddizioni del caso italiano (Castelvecchi, 1995), una raccolta di saggi a cura di Sergio Bianchi che risulta, per certi versi, valida ancora oggi: definisce il gentismo un’evoluzione del populismo, anche se il populismo ha come base fondante il popolo ed è quindi maggiormente legato a grandi ideologie e grandi partiti politici mentre il gentismo è correlato alla cosiddetta gente, intesa come soggetto politico contrassegnato dal consumo di informazioni, merce e offerta politica. Se, inoltre, fra le caratteristiche principali del populismo si annovera la presenza di un leader o comunque di un partito politico che fa appello al popolo, delineando con ciò un fenomeno verticale, il gentismo costituisce invece un fenomeno orizzontale in quanto promana dal basso e rifiuta qualunque forma di mediazione politica. Il termine ‘gente’ comincia a sostituire il termine ‘popolo’ nella grande politica e nei dibattiti anche in seguito alla discesa in campo di Silvio Berlusconi che, fin dall’inizio, considerava la gente, piuttosto che il popolo, categoria di riferimento e fonte di legittimazione primaria. Il termine evolve – compare nei primi anni Duemila in associazione al berlusconismo – per imporsi definitivamente negli ultimi anni, presentando connotazioni politologiche – Nadia Urbinati, ad esempio, lo associa in particolar modo ai Cinquestelle – e contraddistinguendo un certo modo di vivere la Rete, attraverso post con immagini artigianali, commenti sgrammaticati, ecc… L’enciclopedia Treccani definisce il gentismo “atteggiamento politico di calcolata condiscendenza verso interessi, desideri, richieste presuntivamente espressi dalla gente, considerata come un insieme vasto e, sotto il profilo sociologico, indistinto”».

Secondo lei, è giusto considerare in termini negativi il fenomeno del gentismo?

«Per me è principalmente un fenomeno da conoscere e investigare, quindi di per sé non necessariamente connotato in maniera negativa, nonostante certe sue declinazioni siano indubbiamente discutibili. Mi concentro in particolar modo sulle interazioni fra gentismo e politica e su come la politica cerchi di recuperare istanze gentiste».

A suo avviso, quali sono le formazioni politiche più vicine al gentismo e come si comportano i partiti tradizionale in relazione a esso?

«Il partito che più di ogni altro da un lato incarna e dall’altro rincorre il gentismo è senza dubbio il MoVimento 5 Stelle. Vi sono poi tentativi – a volte goffi – di recupero di uno stile gentista da parte del Partito Democratico, che negli ultimi mesi ha cercato di utilizzare, seppure in chiave opposta – quindi calata dall’alto – la potenza comunicativa del gentismo per inserirsi in ambiti che i messaggi governativi difficilmente riescono a intercettare».

La pubblicazione de La casta di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo ha influito non poco…

«La pubblicazione de La casta di Stella e Rizzo rappresenta il big bang di questo fenomeno: giornalisticamente inappuntabile, il libro ha messo in fila in modo chirurgico e impietoso una serie di privilegi e sprechi inaccettabili e ormai anacronistici. Ciò che risulta problematico è a mio avviso il discorso sorto non tanto intorno al libro quanto al concetto di «casta», diventato un refrain che permette una totale deresponsabilizzazione e divide la società in due categorie ben distinte: un ipotetico Noi – la Gente – e il Loro, ovvero la Casta, categoria che può attagliarsi a chiunque possieda privilegi o si percepisca come privilegiato. Tale suddivisione comporta che una classe o un soggetto politico si riconosca come del tutto incorrotto mentre all’altro vengano attribuiti tutti i vizi e i difetti. Questo tipo di pensiero ha ormai esaurito qualsiasi funzione costruttiva – che poteva coincidere con una riforma seria della politica – mentre ne è sopravvissuta solo la carica distruttiva: gli stessi partiti politici hanno assunto una postura anti-casta proprio per evitare di essere travolti. Da qui la creazione e l’attecchimento dei 5 Stelle: non dimentichiamo che il primo V-Day ricorse qualche mese dopo l’uscita de La casta e sul blog di Grillo comparve una delle prime interviste a Stella e Rizzo. È un fenomeno da maneggiare con molta cura, perché da un lato permette di attingere a una forma di legittimazione continua – malversazione e corruzione sono purtroppo delle costanti nella politica italiana – mentre dall’altro può travolgere in pochissimo tempo chi lo cavalca, come è successo all’Italia dei Valori, che più di tutti ha investito in politiche anti-casta per poi essere spazzato via quando sono cominciate a filtrare notizie circa una gestione non proprio trasparente dei conti del partito».

Nel suo libro esamina manifestazioni che si vorrebbero spontanee, apartitiche e apolitiche, mentre in realtà vi si registrano cospicue infiltrazioni politiche, principalmente di estrema destra…

«Prendo in considerazione la nuova categoria del cittadino indignato ed esasperato, che si vuole per forza slegato da qualunque partito: in certi casi è realmente così mentre in molti altri è una maschera dietro cui si trincerano partiti politici di destra e spesso di estrema destra. Faccio esempi molto concreti – come Tor Sapienza a Roma – per desumere modelli di protesta contro i migranti in cui è sempre presente una qualche forma di tutela politica che oscilla tra la strumentalizzazione e la direzione. Le rivolte delle periferie romane, caratterizzate da scoppi di risentimento anti-migranti, sono espressione di una strategia nella quale rivestono un ruolo fondamentale i comitati di quartiere, manovrati, quando non proprio creati ad hoc, da partiti di estrema destra: vi è in ciò un preciso riferimento a un modus operandi adottato in Grecia dal partito neo-nazista Alba Dorata, che consiste nell’impostare una certa relazione intorno a un quartiere che si vuole assediato dagli immigrati, in preda al degrado più totale, veicolando messaggi, istanze e pratiche politiche che si concludono tendenzialmente in aggressioni o scontri».

Lo sgombero del centro per migranti di viale Morandi, nel quartiere di Tor Sapienza a Roma, e altri episodi consimili, potrebbero venire considerati come una vittoria della gentocrazia sulla democrazia?

«Di vittoria in realtà non si può parlare perché, dopo lo svuotamento del centro migranti, la situazione del quartiere non è cambiata e i problemi sono rimasti gli stessi, in quanto non avevano nulla a che fare con quel centro di accoglienza specifico. Si tratta di cause strutturali che, specialmente per quanto concerne Tor Sapienza, si trascinano da trent’anni a questa parte e sottolineano un’assenza totale della politica. In questo vuoto si sono infilate le strumentalizzazioni di certi partiti. Le indagini giudiziarie non hanno mai trovato riscontro riguardo una eterodirezione della protesta e, a mio avviso, si potrebbe piuttosto parlare di una sorta di cappello politico e strumentale: è innegabile come una parte del quartiere abbia pensato che colpire l’ultimo anello della catena fosse una strategia funzionale a risolvere problemi di lungo corso. Dopo lo svuotamento non è cambiato nulla, quindi non la si può considerare una vittoria, se non per quei partiti che hanno segnato un precedente, un modello esportabile».

Permane una percezione sbagliata secondo cui destiniamo un numero maggiore di abitazioni agli immigrati piuttosto che agli italiani in difficoltà…

«Rappresenta, questo, un nuovo fronte di strumentalizzazione: formazioni come Roma ai Romani, costole di Forza Nuova, hanno iniziato a fare picchetti al Trullo o altrove e a impedire che i legittimi assegnatari, che avevano l’unica colpa di non essere nati in Italia, usufruissero della casa a loro regolarmente assegnata, a favore di italiani che invece occupavano abusivamente».

Cosa pensa riguardo al tema delle ronde?

«Le ronde sono state un cavallo di battaglia della Lega Nord, istituzionalizzate da un decreto Maroni del 2009: fu un flop clamoroso. Assistiamo oggi a diverse forme di ronde, che non consistono nel mandare cittadini armati a farsi giustizia da soli ma in qualcosa di più sfumato: i partiti di estrema destra – e non solo – le chiamano ‘passeggiate per la legalità’. Un vero paradosso, in quanto svolgono una funzione che non compete a dei normali cittadini. È chiaramente un tema da prendere molto sul serio, perché interroga un grande cambiamento avvenuto nelle società occidentali durante gli ultimi 50-60 anni, con il venire meno della promessa dello Stato di riuscire a garantire sicurezza a tutti. Uno Stato democratico, tuttavia, non può delegare la sicurezza ai privati, perché eromperebbe dagli argini dello stesso tracciato democratico. Bisogna capire come uscirne, non certo adottando la soluzione avanzata da alcuni sindaci del Pd in Emilia Romagna, che hanno lanciato una sorta di ronda di sinistra. Bisogna ripensare nella sua interezza il sistema di sicurezza di uno Stato democratico».

Cosa ne pensa del contributo dato dalla televisione e dal web alla diffusione di fake news e messaggi strumentali?

«Il dibattito sulle cosiddette fake news è stato impostato male fin dall’inizio già negli Stati Uniti. Nello shock generalizzato successivo alla vittoria di Trump si sono cercate spiegazioni immediate, di facile comprensione; una di queste è stata: “Trump ha vinto perché su facebook giravano delle falsità”. Non è stato così, come ha confermato anche una ricerca dell’Università di Stanford e ciò adesso ha permesso a Trump di invertire il senso del dibattito e usare il termine fake news come una clava da agitare contro i media e i suoi avversari politici. In Italia si sono ventilate al riguardo proposte di legge dal sapore liberticida: ancora oggi, si tende a considerare Internet un mondo a parte rispetto al generale ecosistema mediatico e a spingere verso l’adozione di specifici strumenti normativi. È invece alla politica e ai media che dobbiamo le notizie false di maggiore consistenza e portata. La strategia editoriale, se così possiamo chiamarla, dei siti di fake news è molto semplice: prendono articoli o notizie già uscite su agenzie, giornali e media, vi aggiungono un titolo di forte impatto, una foto shock e poi li pubblicano sui loro canali. Esiste un grande problema di fondo: la fonte deve essere legittimata come avviene per i media tradizionale. Sarebbe auspicabile maggiore giornalismo, più cultura, più etica e soprattutto più verifica delle fonti, in primis da parte dei giornalisti».

Si può considerare il gentismo come un fenomeno solo italiano o è presente anche a livello internazionale?

«Lo definisco un fenomeno specificatamente italiano, perché possiede dei caratteri presenti solo in Italia, e lo considero una sorta di evoluzione di altre forme politiche: l’Italia è infatti sempre stata un’avanguardia nella creazione di nuovi fenomeni politici che poi prendono piede nel resto del mondo. Allargando tuttavia il discorso a un livello globale, documentandomi ho trovato delle occorrenze anche in Spagna, in Sudamerica o comunque nei Paesi latini, tuttavia di segno opposto: alcuni oppositori di Podemos, ad esempio, parlano di gentismo. Si possono rinvenire forme di gentismo anche all’estero, però si tratta di un fenomeno tipicamente italiano: il trend è globale, le declinazioni sono locali e molto diverse tra loro».

Il Nord vota per il lavoro e il sud per l'assistenzialismo...

Vittorio Feltri il 3 Febbraio 2018 su "Libero Quotidiano": "Luigi Di Maio vincerà al sud. Vi spiego perchè". La politica si è intorcinata. Destra, sinistra e grillini si sono già spartiti il territorio elettorale e nessuno dei tre gruppi avrà la maggioranza, cosicché difficilmente avremo un governo che non sia frutto di alleanze improbabili. Ma non è questo il punto. Tutti sappiamo che nel nostro futuro si profila una cronica instabilità, come del resto accade in vari Paesi europei dove mancano partiti egemonici. Il Nord e il Centro voteranno secondo tradizione. Il primo sarà orientato a dare la preferenza alla Lega e in parte cospicua a Berlusconi, il secondo penderà a sinistra nelle sue varie declinazioni. Mentre il Sud, cronicamente in bolletta, affiderà le proprie speranze al Movimento 5 Stelle, per un motivo banale: il reddito di cittadinanza che i grillini si sono inventati, a prescindere dalle risorse per garantirlo (i soldi pubblici non ci sono). La promessa di Di Maio e dei suoi scherani di stipendiare mensilmente gli sfigati privi di una occupazione ha sedotto i meridionali. I quali, dal loro punto di vista, giustamente sono contenti di poter ricevere del denaro senza lavorare. Sarebbero cretini a non esserlo. Non sono sicuri che i pentastellati saranno di parola e riusciranno a retribuire i nullafacenti, però essi si illudono lo stesso di intascare in massa l'obolo. Pertanto è naturale che preferiscano dare il loro suffragio a chi dice loro: tranquilli, ragazzi, se comanderemo noi vi riempiremo di bigliettoni, piuttosto che ad altre forze politiche abituate ad aumentare le tasse a tutti senza preoccuparsi di mantenere i terroni esclusi dalla paga. Ecco perché il Movimento fondato, e abbandonato, dal comico genovese non faticherà ad avvicinarsi o addirittura a superare il 30 per cento delle schede contenute nelle urne. Il Mezzogiorno è costituito da regioni perennemente povere nelle quali, all' infuori dell'impiego statale, non esistono molte opportunità di lavoro. Le industrie sono poche né hanno lo spazio per moltiplicarsi a causa della mancanza di infrastrutture. La depressione è endemica. Quindi partenopei, pugliesi, calabresi eccetera hanno bisogno di essere soccorsi dallo Stato per campare. Se arriva un Di Maio da Napoli, affamato pure lui, e giura di elargire, una volta al potere, quattrini a poveracci e lazzaroni di ogni specie da qui all' eternità, è fatale sia accolto quale salvatore della Patria e della pancia, e portato in trionfo. Il Movimento 5 Stelle ha fallito ovunque abbia comandato, ma questo non incide nel giudizio popolare del Sud, che aspetta soltanto di essere finanziato e se ne fotte della buona amministrazione. Ai tempi di Lauro, sotto il Vesuvio accaddero cose turche: l'armatore dava una scarpa a ciascun elettore, al quale consegnava la seconda a spoglio delle schede avvenuto, se i conti quadravano. Non è cambiato molto da Roma in giù. Sono però cresciute le aspettative: non bastano più le calzature, si pretende il reddito di cittadinanza, cioè una sorta di pensione a vita per chiunque si gratti il ventre, come tutti i grillini finiti già in Parlamento. In effetti, lavorare stanca e rompe i coglioni.

Feltri: anche gli “dei” prendono cantonate, scrive giovedì 8 febbraio 2018 Cristofaro Sola su "L’Opinione". Lo scorso 3 febbraio il quotidiano “Libero” ha pubblicato on-line un editoriale di Vittorio Feltri dal titolo: “Soldi che non ci sono a tutti i lazzaroni: M5S al Sud vincerà”. A proposito del voto del 4 marzo, il “Maestro” lancia un pronostico alquanto bizzarro: la vittoria dei Cinque Stelle nelle regioni del Sud grazie al voto a valanga degli sfigati che popolano le remote lande del Mezzogiorno d’Italia. La ricetta magica che spingerebbe alle urne masse di nullafacenti sarebbe: reddito di cittadinanza. Per dei perdigiorno intenti a grattarsi il ventre come unico sforzo quotidiano, cosa desiderare di meglio che sostenere un politico, Luigi Di Maio, fatto della loro medesima pasta? “...partenopei, pugliesi, calabresi eccetera hanno bisogno di essere soccorsi dallo Stato per campare. Se arriva un Di Maio da Napoli, affamato pure lui, e giura di elargire, una volta al potere, quattrini a poveracci e lazzaroni di ogni specie da qui all’eternità, è fatale sia accolto quale salvatore della Patria e della pancia, e portato in trionfo”. Vittorio Feltri, indiscusso pilastro del giornalismo, ha preso una colossale svista imboccando, nel suo argomentare, la strada scivolosa del più frusto “luogocomunismo” su ipotetiche, ancestrali idiosincrasie dei meridionali per il lavoro. Il ritratto del Sud che viene fuori dal pennello di Feltri non esiste, è solo una caricatura di moda tra la gente di spettacolo. Non c’è un popolo di “fancazzisti” dedito all’ozio. I tempi di lavoro al Sud, nella media, sono come quelli del Nord. Il guaio è che una parte significativa della massa occupata è costituita da invisibili. Cioè da lavoratori irregolari che alimentano una coriacea economia del sommerso. Non è questa la sede per indagare le ragioni del fenomeno che interroga molteplici aspetti: economico, sociale, storico. Finanche filosofico. Resta il fatto che i numeri del lavoro “nero” sono da brividi. L’Istat ritiene che il “sommerso” rappresenti un asset strategico dell’economia nazionale. Sul dato del 2015 l’Istituto di statistica ha stimato un valore del sommerso pari al 12,6 per cento del Pil, la maggior parte del quale si produce nelle regioni meridionali. Un recentissimo focus del Censis, redatto in collaborazione con Confcooperative, dal titolo: “Negato, Irregolare, Sommerso: il lato oscuro del lavoro”, rileva che il fenomeno del “sommerso”, articolato nelle due principali componenti della sotto-dichiarazione del valore aggiunto e dell’impiego di lavoro irregolare, assuma nelle regioni meridionali un carattere strutturale andando a incidere sul valore aggiunto territoriale con percentuali molto significative. Sempre in riferimento al 2015, Calabria, Campania, Puglia, Molise, Sicilia hanno superato la soglia d’allarme del 15 per cento. Per chiarire la comparazione: la più alta in graduatoria è la Calabria al 17,5 per cento; la più bassa la provincia autonoma di Bolzano all’8,3 per cento. È del tutto evidente che questi dati spieghino del perché i numeri sul tasso effettivo di disoccupazione in Italia siano inattendibili. Il livello massimo di disoccupazione registrato nel Mezzogiorno (54,1%), nel 2015, si rapporta al solo lavoro regolare. D’altro canto, sarebbe mai immaginabile una tenuta della coesione sociale in un territorio nel quale metà dei potenziali attivi censiti stiano a bighellonare tutto il giorno senza produrre reddito di qualsiasi natura? Se non per il nobile ideale dell’emancipazione dalla miseria le ribellioni sarebbero scoppiate da un pezzo anche soltanto per tedio. La verità è che esiste un esercito d’invisibili, sfruttati ogni oltre decenza. Gente che lavora per 10/12 ore al giorno nelle “fabbrichette”, occultate nei sottoscala dei palazzi, per una paga da fame. Senza diritti e senza protezioni. I nuovi schiavi fanno di tutto e lo sanno fare molto bene. Dall’abbigliamento, all’agroalimentare, alle manifatture artigianali, non ci sono soltanto africani e cinesi, ma anche meridionali trattati da africani e cinesi. E poi c’è la piaga della criminalità organizzata, l’antistato che dà lavoro e protezione. Ciò non vuol dire che tutti i reclutati finiscano nei circuiti della droga e del racket. Nel Meridione le organizzazioni malavitose assicurano anche l’ingresso nel mercato dei lavori legali, dal momento che esse, da tempo, hanno esteso la sfera d’influenza sulla cosiddetta economia regolare. E se qualcuno pensa che un povero cristo possa avere la forza di fare valere i propri diritti in imprese inserite in quel circuito s’illude. Su di una cosa però il Maestro ha ragione: nel Sud non si è persa la vocazione al posto fisso nel “pubblico”.  Tuttavia, non si tratta, come sospetta Feltri, di velleitaria aspirazione al dolce-far-niente, ma della naturale ambizione a percepire retribuzioni dignitose e regolarmente pagate, a godere di diritti previdenziali e ad avere un futuro assicurato. Il Maestro, a questo riguardo, resterà sorpreso dagli esiti elettorali. I campioni che promettono assistenzialismo à gogo più dei Cinque Stelle sono i vertici locali del Partito Democratico. E quelli non scherzano. Il 12 novembre 2016, all’Assemblea nazionale del Pd sul Mezzogiorno, il governatore campano Vincenzo De Luca ha annunciato un piano straordinario di assunzioni nella Pubblica amministrazione per 200mila giovani, caratterizzato da un meccanismo scalare delle retribuzioni per i nuovi assunti nell’arco di un triennio. Perciò, nelle regioni meridionali più disastrate non saranno i grillini a fare il pieno di scanni parlamentari ma i sodali di Matteo Renzi. E anche quel centrodestra del Sud che non sempre ha avuto idee chiarissime sulla lotta al clientelismo.

I giornalisti in ogni dove, ormai, esprimono opinioni partigiane del cazzo. In relazione alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 alcuni di loro dicono che il movimento 5 stelle ha sfondato al sud con i voti dei nullafacenti per il reddito di cittadinanza: ossia la perpetuazione dell’assistenzialismo. Allora dovrebbe essere vero, anche, che al nord ha stravinto il razzismo della Lega di Salvini, il cui motto era: "Neghèr föra da i ball", ossia immigrati (che hanno preso il posto dei meridionali) tornino a casa loro. La verità è che l’opinione dei giornalisti vale quella degli avventori al bar; con la differenza che i primi sono pagati per dire stronzate, i secondi pagano loro la consumazione durante le loro discussioni ignoranti.

Elezioni, al Sud il reddito di cittadinanza ha battuto la «flat tax». Nei due modi diversi di concepire politica economica e welfare, nel Mezzogiorno prevale l’idea dei Cinquestelle dove povertà e disoccupazione sono più alte, scrive Paolo Grassi il 6 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". Il risultato delle urne fotografa un’Italia praticamente divisa in due. Con un centrodestra, a trazione leghista, predominante al Nord e i pentastellati guidati da Luigi Di Maio padroni (quasi) assoluti nel Mezzogiorno e nelle Isole. Una spaccatura che, peraltro, a ben vedere, significa anche due modi diversi di concepire la politica economica e il welfare. Da una parte, infatti, c’è la coalizione ora condotta da Matteo Salvini che ha puntato tutto, facendone il vero cavallo di battaglia della campagna elettorale, sull’introduzione della flat tax, strumento in grado «rimettere in moto il Paese, perché più denaro in tasca a famiglie e imprese genera più consumi»; dall’altra c’è M5S, che ha promesso un reddito di cittadinanza per oltre 9 milioni di connazionali. In buona parte, stando agli indicatori sulla povertà e sulla disoccupazione (soprattutto giovanile), residenti proprio nelle regioni meridionali.

Il calo della pressione fiscale. Ma cosa prevedono, nello specifico, le proposte in questione? Partiamo da quella del centrodestra, che è peraltro diversificata all’interno della medesima coalizione. Se Forza Italia ha lanciato l’idea di una sola aliquota del 23%, «compatibile con la tenuta dei conti pubblici», la Lega vorrebbe scendere addirittura al 15. In linea generale, comunque, il calo della pressione fiscale sarebbe introdotto «man mano che le condizioni dell’economia lo consentiranno». L’iniziativa, su cui si è speso a più riprese personalmente Silvio Berlusconi, non prevede, passando ai meno abbienti, «il pagamento di tasse sui primi 12.000 euro di reddito: chi guadagna poco, in pratica, non verserebbe nulla, mentre i redditi medi pagherebbero solo su una quota limitata dei loro introiti». Inoltre la flat tax, sempre secondo i suoi estimatori, «semplificherebbe il sistema, tagliando la selva di detrazioni, deduzioni e adempimenti». Come dire: un’idea programmatica che inciderebbe su diverse fasce sociali, dalle più basse alla media borghesia, per finire ai più ricchi e alle aziende. Con la possibilità dichiarata che «maggiori disponibilità economiche per le famiglie, ossia consumi in crescita, potranno generare la necessità di più produzione e nuove assunzioni. Insomma, (anche) più entrate nelle casse dello Stato».

Famiglie in condizioni disagiate. Di contro la proposta di Di Maio & Co. andrebbe a intervenire principalmente su chi un reddito non ce l’ha per niente. L’obiettivo è allineare tutti (quantomeno) sopra la soglia di povertà. Come? «Una famiglia di quattro persone, per esempio, in particolari condizioni disagiate, può arrivare a percepire anche 1950 euro al mese. Naturalmente esenti da tasse e da pignoramenti». Un nucleo di tre, con genitori disoccupati e figlio maggiorenne a carico potrà invece contare su 1.560 euro. Nel caso di «due pensionati con assegno minimo da 400 euro ciascuno», ancora, l’aiuto «sarà pari ad altri 370 euro per la coppia, come integrazione». Se invece siamo di fronte a un lavoratore part-time, «il salario sarà adeguato fino ad arrivare a 780 euro». Che equivale, appunto, alla fatidica soglia di povertà. «Se potrai percepire il reddito — annunciano i pentastellati — per conservarlo ti verrà richiesto di adempiere ad alcune regole: dall’iscrizione ai centri per l’impiego (e bisognerà accettare una delle prime tre occupazioni che saranno eventualmente offerte) alla disponibilità per progetti comunali utili alla collettività (8 ore settimanali)».

Sgravi alle imprese. Posto che sarebbero previsti sgravi pure per le imprese disposte ad assumere chi percepisce l’indennità, dove si trovano le coperture? I 16 miliardi annui necessari «non verrebbero da sanità, scuola o nuove tasse: abbiamo — spiega M5S — preferito cercare risorse da gioco d’azzardo, banche, compagnie petrolifere, etc.». Flat tax o reddito di cittadinanza? Il voto ci dice che al Sud ha vinto la proposta grillina. Ora, però, tutto dipende da chi andrà al governo.

Il Sud più povero ha votato per il reddito garantito. La promessa dell’assegno di cittadinanza ha favorito la vittoria pentastellata nel Meridione. Minore è il benessere economico, maggiore il consenso per il movimento, che segna il minimo in Trentino, scrive Roberto Petrini su La Repubblica il 6 marzo 2018. L'Italia "gialla" della politica si sovrappone esattamente a quella "nera" dell'economia. Lo sfondamento grillino nel Meridione è evidente, ma la corrispondenza dei dati elettorali a quelli del basso reddito pro capite e dell'alta disoccupazione aggiunge una chiave di lettura inequivocabile: M5S vince dove il disagio e la rabbia sono più forti. Presumibilmente perché lo Stato lì non risponde su temi come occupazione e criminalità...

La vittoria dei grillini nel Sud: non solo reddito di cittadinanza, ma tante battaglie sociali, a cominciare dal grano duro, scrive "I Nuovi Vespri" il 6 marzo 2018. Come può un quotidiano come il Corriere della Sera semplificare la straordinaria vittoria alle elezioni politiche del Movimento 5 Stelle nel Sud, etichettandola come una sorta di attesa generalizzata per il reddito di cittadinanza (che peraltro è una cosa importante)? E il civismo? E la grande battaglia per la difesa del grano duro del Mezzogiorno e per la pasta priva di contaminanti? Perché il Movimento 5 Stelle ha stravinto le elezioni politiche nel Sud? Il Corriere della Sera ha già trovato la risposta: il reddito di cittadinanza. Lo ha affermato lunedì sera, durante la trasmissione di RAI 1 di Bruno Vespa, Porta a Porta, il vice direttore di questa testata, Antonio Polito. E lo ribadisce in un editoriale il direttore di questo giornale, Luciano Fontana: “I Cinque Stelle sfondano nel Mezzogiorno cavalcando la rivolta contro le vecchie classi dirigenti e offrendo il reddito di cittadinanza come soluzione alla disoccupazione di massa, soprattutto giovanile”. Certo che il Corriere della Sera ne ha fatto di passi in avanti: passi da gigante! Altro che il Corriere di Piero Ottone che, per capire le trasformazioni dell’Italia degli anni ’70 del secolo passato, apriva le pagine a firme che, con dal giornale della borghesia milanese, sembrano lontani anni luce: per esempio, Pier Paolo Pasolini. Oggi il Corriere, per capire che cosa succede al Sud, non ha bisogno di aprire ad alcunché: basta il grande acume del direttore e del vice direttore! Insomma, qui nel Mezzogiorno la maggioranza, a tratti quasi assoluta, di elettori che si è recata a votare, secondo direttore e vice direttore del Corriere della Sera, avrebbe tributato il successo al Movimento 5 Stelle per avere, in cambio, il reddito di cittadinanza! Ora, a parte il fatto che il reddito di cittadinanza è uno strumento importante che non va certo etichettato – peraltro con atteggiamento snobistico – come assistenzialismo, va detto che non può certo essere questa la sola unità di misura per spiegare una vittoria elettorale di ampia portata. A meno che nella Lombardia un po’ leghista, un po’ berlusconiana, quasi sempre snob non abbiano deciso che qui al Sud siamo tutti degli accattoni! Ma è proprio così? E il civismo portato avanti da migliaia di cittadini in tanti piccoli e grandi centri del Sud grazie al Movimento 5 Stelle? L’amore per i luoghi in cui si vive? Le mille battaglie di questi anni contro l’abbandono del mare, delle spiagge, delle periferie? E ancora: le battaglie per la valorizzazione delle energie alternative? Le battaglie contro le discariche e gli inceneritori, in favore della raccolta differenziata dei rifiuti? Le battaglie per la tutela del verde pubblico? Queste cose non contano, vero? E che dire dell’inquinamento provocato dalle industrie che lavorano gli idrocarburi presenti nel Sud, dalla Basilicata alla Sicilia? Ne vogliamo parlare? E che dire delle trivelle che ‘infestano’ il Canale di Sicilia? Siccome non ne parla spesso la RAI – che al massimo va a fare le ‘bucce’ alla sindaca di Roma, Virginia Raggi, per scovare le pecche, comprese quelle che poi svaniscono nel nulla – e siccome non ne scrive il Corriere, questi fatti non esistono? Non ci sembra. Insomma, secondo questi signori, qui al Sud, dopo la vittoria di Di Maio e del Movimento 5 Stelle, siamo tutti in fila ad aspettare il reddito di cittadinanza? Poi magari scopriamo che il Movimento 5 Stelle, o meglio, che i parlamentari nazionali del Movimento 5 Stelle sono stati gli unici a seguire e ad appoggiare la battaglia portata avanti, nelle Regioni del Sud, da GranoSalus: battaglia sposata da questo blog per la difesa del grano duro, eccellenza dell’agricoltura del Mezzogiorno d’Italia. Battaglia durissima, contro le navi che continuano a scaricare in tanti porti italiani grano estero che arriva da chissà dove, anche dal Canada: e, in questo caso, grano duro maturato, magari, a colpi di glifosato, magari impreziosito dalla presenza di Micotossine DON. Sapete, direttore e vice direttore del Corriere della Sera? I parlamentari nazionali grillini si sono anche impegnati a far approvare dal Parlamento la legge sulla CUN, la Commissione Unica Nazionale che dovrebbe porre fine alla vergognosa speculazione al ribasso che danneggia il grano duro del Sud Italia. Certo, poi il Governo nazionale del PD – quello di Renzi, di Gentiloni e del Ministro delle Risorse agricole, Maurizio Martina – si è guardato bene dall’applicare questa legge: e infatti il Partito Democratico, nelle Regioni del Mezzogiorno dove si produce il grano duro, dalla Puglia alla Basilicata alla Sicilia – ha preso tanti voti… Questi signori che da Milano pontificano sul voto nel Sud hanno mai sentito parlare della Capitanata, del pane di Matera, della Valle del Dittaino in Sicilia? Lo sanno che i protagonisti di GranoSalus – con in testa Saverio De Bonis, ma non solo lui – e l’editore di questo blog, Franco Busalacchi, sono stati citati in Tribunale, a Roma, dalle grandi multinazionali che producono pasta in Italia? Cioè da quelle multinazionali che non riescono proprio a ‘digerire’ – è il caso di dirlo – la battaglia in favore del grano duro del Sud, per una pasta senza contaminanti? Lo sanno che, per ben due volta, il Tribunale ha dato ragione a GranoSalus e a I Nuovi Vespri? E’ un caso che Saverio De Bonis sia stato candidato nel collegio del Senato della Basilicata, nel Movimento 5 Stelle, e sia stato eletto? Dietro la vittoria dei grillini al Sud – in tutto il Sud Italia – c’è solo il reddito di cittadinanza o ci sono tante altre cose che, magari, stando seduti dietro una scrivania a Milano, o dagli studi della RAI, non si vedono?

Basta sminuire il voto del Sud. Il successo 5stelle non c’entra col reddito di cittadinanza, scrive il 7 marzo 2018 Alessandro Cannavale, Ingegnere e blogger, su "Il Fatto Quotidiano". Per l’ennesima volta, il voto dei cittadini italiani del Sud viene marchiato da certi analisti che puntano a sminuire la gravità del senso politico che esso sottende. Si tende a delegittimarlo, privandolo di senso, con una spiegazione artefatta e semplicistica e, contemporaneamente, offensiva e razzista. Vado al sodo: alcuni commentatori hanno sostenuto, ancora in piena maratona elettorale, che il successo abnorme del Movimento 5 Stelle al Sud si spieghi, prioritariamente, con il sostegno belluino e incondizionato di milioni di nullafacenti, disoccupati, sottoccupati ed evasori incalliti, che avrebbero così votato soltanto per garantirsi il lauto bonifico del reddito di cittadinanza. Consentitemelo: è la solita narrazione becera e distorta del Sud, costruita in fretta e furia per nascondere tonnellate di polvere (anni di errori e fallimenti) sotto il tappeto dell’ipocrisia. Che offende, senza neanche cogliere l’enormità di certe affermazioni. Non intendo sostenere il Movimento Cinque Stelle, al quale neanche appartengo, ma solo manifestare la personale insofferenza verso questo modo stereotipato di rapportarsi al Sud del paese. Una lettura banalizzante, dal fondamento tanto discriminatorio quanto banale. Che dimostra, ancora una volta, quanto gli “esperti della politica” siano tronfi e lontani anni luce dal paese che vive e lavora nell’Italia del 2018, ridotti a illustrare una miope percezione dalla comoda poltrona di un salotto televisivo. Simili considerazioni potrebbero forse trovare spazio in una conversazione da bar, o tra amici, in una stanza. Ma sarebbero assolutamente indegne di trovare albergo sulle reti televisive generaliste. Davanti a milioni di spettatori. Senza un bel bollino rosso. Per la vergogna. Analoghi tentativi di mistificazione, se ricordate, furono fatti dopo il tracollo della riforma costituzionale, che ebbe al Sud lo stesso indiscutibile responso dalle urne. Eppure, in quel caso, il colpo alla nuca della riforma fu dato senza neanche un ritorno economico. Come mai? Cosa spinse questi loschi meridionali a difendere la Costituzione senza neanche un bonifico, che so, o almeno 80 euro in busta paga? E allora, perché sottrarre a un voto liberamente espresso la dignità di una piena espressione della volontà degli elettori? Peraltro, val la pena di ricordarlo, i Cinquestelle parlano da anni di reddito di cittadinanza, ma solo quest’anno il risultato politico è così eclatante. In verità, gli analisti, i commentatori e tutti coloro che col proprio mandato politico hanno tradito la rappresentanza di istanze sociali di milioni di persone, oggi cercano un’impudica foglia di fico per giustificare una debacle che ha ben altre spiegazioni: i meridionali si devono quotidianamente confrontare con i disagi di servizi sanitari sempre più scadenti, servizi ferroviari in dismissione, università sempre più sottofinanziate, reddito pro capite da post-conflitto mondiale (in termini di rapporto col centro nord). Chi si parla addosso nei salotti dimentica colpevolmente che la metà dei poveri (in crescita anche nell’ultimo biennio) si trova al Sud. Se a questi signori si avvicinasse un povero vero, forse reagirebbero vaporizzando una nuvoletta di profumo francese. L’elettorato, tutto questo, lo vive e lo sente sulla propria pelle, con buona pace di certi personaggi. Torno a ribadirlo, anche stavolta: il Sud ha un ruolo importante nel futuro di questo paese. E i propugnatori del ritardo antropologico studino bene i dati del paese reale prima di propalare idiozie d’ispirazione tardo-lombrosiana.

Elezioni e reddito di cittadinanza, Prestigiacomo: “I siciliani etichettati come un popolo di un fannulloni”. Elezioni, Prestigiacomo: “Sbagliato a dire che al nord ha vinto il centrodestra per la flat tax e al sud i grillini per il reddito di cittadinanza”, scrive il 6 marzo 2018 Serena Guzzone su "Stretto Web". “Sta passando su molti media e nelle analisi di alcuni politici una lettura “sociologica” del voto di domenica che trovo sbagliata nella sostanza, ingiusta e anti meridionalista nei toni. Mi riferisco a chi dice che al nord ha vinto il centrodestra per la flat tax e al sud i grillini per il reddito di cittadinanza. Chi racconta così l’esito delle elezioni di fatto omologa tutto il sud in un popolo di fannulloni che vogliono essere pagati per non lavorare. Se si vive nell’Italia meridionale, se si è fatta, come me, la campagna elettorale nei collegi della Sicilia si è consapevoli invece di una realtà molto diversa. I cinque-stelle hanno vinto, con le percentuali bulgare che conosciamo, non per una adesione diffusa al loro programma, non per la chimera del reddito di cittadinanza. Il voto grillino al sud, massacrato dagli ultimi cinque anni di governi nazionali e regionali di sinistra, è stato un voto di protesta secco, senza se e senza ma. E senza nemmeno conoscere candidati e contenuti della politica dei pentastellati. E’ stato il voto di chi ha messo nello stesso calderone tutta la politica e tutti i politici ed ha espresso il “vaffa” generico nel suo contenitore naturale: il movimento di Grillo. Ignorare questo dato di fatto, questa condizione di disperazione e di rigetto della politica, che chi vive al sud conosce perfettamente, significa non capire cosa è successo da Roma in giù. Significa cercare attenuanti, scuse, motivazioni di comodo e sbrigative per un risultato elettorale che invece deve spingerci tutti ad una riflessione profonda- è quanto dichiara in una nota la neo eletta con Forza Italia, Stefania Prestigiacomo.

Pino Aprile: «Il Sud ha votato in blocco i Cinque Stelle perché si è rotto i coglioni». «Il confine geografico del successo Cinque Stelle è esattamente lo stesso dell’ex Regno delle due Sicilie». Lo scrittore Pino Aprile, esperto della questione meridionale, non pare stupito dal voto. «È il risultato di 150 anni di saccheggi. Voteremmo anche belzebù pur di mandare via questi politici», scrive Marco Sarti su "L’Inkiesta" il 6 Marzo 2018. «Credo che il Sud non poteva mandare un messaggio più chiaro di così. Che dice, stavolta l’avranno capito?». Giornalista e scrittore, Pino Aprile commenta il risultato elettorale senza stupirsi troppo. L’ondata grillina che ha travolto il Mezzogiorno se l’aspettava. E dire che l’argomento lo conosce bene: sul Meridione ha pubblicato una lunga serie di successi editoriali. Da Terroni a Il Sud puzza. Storia di vergogna e di orgoglio. Fino agli ultimi Terroni ’ndernescional e Carnefici.

Stavolta il Sud ha votato in blocco per i Cinque Stelle. Un risultato incredibile: in alcune regioni si sfiora il 50 per cento, in qualche città si va persino oltre. In Puglia, Sicilia e Sardegna i grillini fanno cappotto, conquistando tutti i collegi disponibili. Davvero si aspettava un’affermazione simile?

«Sì, me l’aspettavo. È la stessa risposta che il Sud ha dato al referendum costituzionale, già allora invitai ad analizzare quel dato. C’è un Mezzogiorno all’opposizione. E questo perché negli ultimi anni ha subito un saccheggio sfrenato. Alcuni numeri fanno spavento. In dieci anni, solo sulla spesa ordinaria, lo Stato italiano ha sottratto al Meridione 850 miliardi di euro. Sono circa 130-140 ponti sullo Stretto. Ogni anno i governi centrali assegnano al Sud, rispetto al Nord, 6 miliardi e mezzo in meno per gli investimenti. È in corso un saccheggio epocale, anche di risorse umane. Ogni anno vanno via almeno 50mila giovani meridionali che qui sono nati, cresciuti, hanno studiato e si sono formati: un impoverimento di uomini e valori. E queste sono le risposte».

In queste ore c’è un’immagine che colpisce. La rappresentazione cromatica dei risultati elettorali, regione per regione, dipinge un’Italia spaccata in due. A Nord il blu del centrodestra, da Roma in giù il giallo dei Cinque Stelle. Il nostro è davvero un Paese diviso?

«Ma l’Italia non è mai stata unita, oggi è solo più chiaro. Questa è la rappresentazione del Paese fin dal giorno successivo alla dichiarazione dell’unità. Basta vedere quello che scriveva Francesco Saverio Nitti, grandissimo economista, docente universitario e presidente del Consiglio: il saccheggio delle risorse meridionali è avvenuto dal 17 marzo 1861. Da allora non è cambiato nulla. Sono cambiati solo i trucchi con cui i governi ci nascondono questi furti. Sapete come vengono calcolati i finanziamenti per la manutenzione stradale nelle città? Non in base ai chilometri o al numero delle auto che le percorrono. Ma in base al numero dei dipendenti di aziende private sul territorio. E così Napoli, che ha il doppio delle strade rispetto a Milano, riceve la metà dei fondi. E i finanziamenti per gli asili nido? Vengono garantiti in base al numero degli asili già presenti. Così si aiuta chi ha già le strutture, ma non chi ha più bambini».

Si parla di elezioni ed ecco riemergere la vecchia questione meridionale.

«Il confine geografico del successo Cinque Stelle è esattamente quello dell’ex regno delle Due Sicilie. Non è mica un caso. Quando nel 1720 il Piemonte acquisì la Sardegna grazie ad alcuni trattati internazionali, venne stilato un piano per la colonizzazione dell’isola. La Sardegna è stata spogliata di tutto. I sardi non avevano neppure il diritto di occupare posti nella pubblica amministrazione. Quando nel 1860 i piemontesi sono arrivati al Sud, hanno applicato lo stesso piano. Da quel momento le nostre terre sono state private di porti, strade, infrastrutture. È un disegno politico che ha un secolo e mezzo di storia, il voto di domenica lo rende solo più visibile. Ma noi nel Mezzogiorno lo conosciamo da tempo. E adesso ci siamo rotti i coglioni. E adesso lei si stupisce perché il Mezzogiorno vota Cinque Stelle? Voterebbe anche belzebù pur di non votare quelli che già ci sono. E si dovrebbe ringraziare che questo è un Paese civile, altrove sarebbero già andati prenderli con i forconi».

Ma perché avete votato proprio i Cinque Stelle, cosa lega i grillini al Meridione? O si tratta solo di un voto antisistema?

«Tutte le persone a cui lo chiedo mi dicono: “Peggio di quelli che ci sono adesso, non possono essere”. In questi anni abbiamo visto fondi europei rastrellati dai governi di centrodestra e portati al Nord. Un miliardo destinato alla ricerca finito a finanziare le compagnie di navigazione del lago di Garda, l’illuminazione del Veneto e le industrie d’armi del bresciano. Le multe per i truffatori delle quote latte, nel Nord, sono state pagate con i soldi destinati al Sud. Si parla di almeno 4 miliardi. Poi è arrivato il centrosinistra e sono riusciti a fare anche peggio. I famosi ottanta euro di Matteo Renzi sono una follia. Li hanno stanziati per aiutare le famiglie in difficoltà, ma li prende solo chi ha già uno stipendio medio basso. Chi non ce l’ha muore di fame. Così i sottopagati e i disoccupati del Meridione sono stati esclusi e gli ottanta euro sono finiti tutti al Nord. Adesso lei si stupisce perché nel Mezzogiorno si vota Cinque Stelle? Voterebbero anche belzebù pur di non votare quelli che già ci sono. E si dovrebbe ringraziare che questo è un Paese civile, altrove sarebbero già andati prenderli con i forconi».

Non si arrabbi. Però qualcuno dice che al Sud la gente ha votato M5S perché invogliata dal reddito di cittadinanza.

«Ma questa è solo una carognata da disonesti. Fino ad oggi il reddito di cittadinanza lo hanno preso solo le ricche industrie del Nord, che sono assistite da sempre con i soldi pubblici. Le faccio un esempio: nel 2015 solo l’Expo di Milano è stato finanziato con una quindicina di miliardi, ed è stato uno dei più grandi flop di sempre. Ci sono voluti nove anni per la realizzazione, e quando è stato inaugurato non erano ancora ultimati il 40 per cento dei padiglioni. Bene, esattamente un secolo prima veniva progettato dall’ingegner Camillo Rosalba l’acquedotto pugliese, il più lungo del mondo. Anche allora ci vollero nove anni per la costruzione. Ma nel 1915 l’acqua del fiume Sele già zampillava nella fontana di piazza Umberto a Bari. Ecco, queste sono le differenze. E non parliamo del Mose di Venezia, uno dei principali scandali italiani. Oppure del Tav in Piemonte: nella tratta italiana la realizzazione di ogni chilometro ci costa 10-13 volte in più di quanto avviene in Francia. Chi sa il perché? Un governo tra Cinque Stelle e Lega non sarebbe un tradimento delle istanze meridionaliste. Sarebbe semplicemente un suicidio. Conosco bene qualche bravo psichiatra: se i grillini vogliono stringere un’intesa con Salvini posso aiutarli».

Torniamo al reddito di cittadinanza dei grillini…

«Il reddito di cittadinanza proposto dai Cinque stelle non significa regalare soldi. Il denaro è vincolato alla formazione professionale, l’assegno viene sospeso se si rifiutano tre offerte di impiego. E non prevede aiuti specifici al Sud, ma ovunque ci sia una persona senza lavoro. È un modo per rimettere l’economia in moto. In Francia è stata introdotta una misura simile per sostenere le famiglie numerose, e in pochi anni l’investimento è tornato con gli interessi. Se tantissimi usufruiranno di questa misura al Sud, non è certo per scelta loro. Ma perché, per tutto quello che abbiamo già detto, dopo anni di saccheggio oggi si trovano in quella condizione. Forse con il reddito di cittadinanza i giovani potranno rimanere qui, senza essere costretti a trasferirsi al Nord».

Nel Mezzogiorno non ci sono solo i Cinque Stelle, però. Stavolta è arrivata anche la Lega di Matteo Salvini. Le percentuali sono interessanti: in alcune regioni del Meridione il Carroccio arriva al sette per cento. Che ne pensa?

«È un dato normalissimo. Intorno al progetto politico di Salvini ci sono biechi opportunisti, che cercano solo un partito per ricandidarsi. E poi ci sono gli elettori affascinati dal messaggio di destra della Lega, considerata il partito lepenista d’Italia. Ma c’è anche un altro gruppo di persone. La dinamica è stata bene analizzata dallo psicanalista Luigi Zoja, che ha studiato le società latinoamericane dopo la colonizzazione. Bene, si è scoperto che le popolazioni sottomesse maturano uno stato di dipendenza dal proprio carnefice quasi istantaneo. Quando si è investiti da una violenza troppo grande, la mente umana si difende negando se stessa. Si diventa oggetto nelle mani dell’oppressore. Vede, nella specie umana c’è una pulsione, tra le più forti, definita “ipotesi del mondo giusto”. Ognuno si convince di avere quello che merita: il povero, la povertà. La donna maltrattata, le botte del marito. Nel Mezzogiorno la nostra condizione è stata indotta da un’aggressione e un genocidio di un secolo e mezzo fa. E non uso parole a caso. Il genocidio consiste proprio nella cancellazione dell’identità di un popolo».

Adesso però c’è il rischio di un governo tra Cinque Stelle e Lega. Sarebbe l’unico ad avere una maggioranza in Parlamento. Quello dei grillini sarebbe un tradimento delle istanze meridionali?

«No, sarebbe semplicemente un suicidio. Conosco bene qualche bravo psichiatra. Se i Cinque Stelle hanno in mente di dare vita a un governo con la Lega posso metterli in contatto con questi medici».

L'AGIT-PROP, OSSIA, "L'AGITAZIONE E LA PROPAGANDA".

Le parole degli agit- prop, scrive Piero Sansonetti il 2 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Molti di voi non sapranno neanche che vuol dire quella parolina che ho scritto nel titolo: «agitprop». Era il modo nel quale, nel partito comunista, si chiamavano gli attivisti che si occupavano delle campagne elettorali e in genere dell’attività di propaganda del partito. Agit- prop era l’abbreviazione di “agitazione e propaganda”, e “agitazione e propaganda” era la denominazione di un dipartimento, molto importante, che aveva una sua struttura nazionale e poi nelle singole regioni, nei Comuni, e in tutte le sezioni di partito. Il dirigente che aveva il compito di coordinare questo dipartimento era uno dei personaggi che più contavano nel partito. I capi nazionali degli agit- prop sono stati nomi molto famosi nel Pci, a partire da Amendola e Pajetta e in tempi più recenti il giovanissimo Veltroni. Mi è venuto in mente questo termine perché mi sembra che torni attuale. Questa campagna elettorale ricorda un po’ le origini, gli anni 40 e 50. Molta agitazione e molta propaganda. E non nel senso migliore di questi due termini. Tutta la campagna elettorale si è sviluppata su due direttrici: la prima è stata quella del fango sugli avversari, azione condotta con la partecipazione attiva, o addirittura sotto la guida di alcuni giornali. La seconda, quella della presentazione di programmi, o addirittura di risultati, del tutto improbabili o forse anche impossibili. Proviamo a dare un’occhiata alle parole chiave di questa campagna elettorale.

Cinque Stelle. Il partito nuovo, o se volete il movimento, non ha dato grande importanza al suo programma elettorale. Che in buona parte, peraltro, ha copiato un po’ dal Pd, un po’ da Wikipedia, un po’ dai giornali. L’unica proposta comprensibile è stata il reddito minimo garantito, ma i 5 Stelle non hanno spiegato come renderlo possibile, anche perché il reddito minimo è immaginabile solo aumentando la pressione fiscale, e questa è una cosa che – salvo la Bonino – nessuno osa prospettare. I Cinque Stelle hanno puntato tutto sulla squadra di governo. Che hanno presentato ieri, cioè quasi alla fine della battaglia, ed è composta interamente da nomi assolutamente sconosciuti all’elettorato (e non solo) tranne un nuotatore un po’ più famoso degli altri. Il problema però non è la qualità della squadra (che nessuno, nemmeno Di Maio, è in grado di valutare) ma la assoluta certezza che nessuno, o quasi nessuno, di quei nomi farà parte del futuro governo. Per la semplice ragione che il futuro governo sarà di coalizione e dunque andrà negoziato da vari partiti e i nomi dei ministri dovranno rappresentare diversi partiti. Compresi, eventualmente, i 5 Stelle. Diciamo pure che anche questa trovata della squadra di governo è un po’ una presa in giro. La squadra di governo la si può presentare in un sistema politico presidenziale, come quello americano. Non certo in un paese dove Costituzione e legge elettorale prevedono che sia il Presidente della Repubblica a scegliere il premier e a concordare con lui una coalizione in grado di sostenerlo.

Inciucio. La seconda grande bugia. Che accomuna tutti. Tutti dicono: l’inciucio mai. Inciucio – lo abbiamo scritto qualche settimana fa – è un modo dispregiativo per indicare un’intesa politica tra forze distinte. Cioè è la base della democrazia parlamentare italiana. L’inciucio fu inaugurato nel 1943, dopo l’armistizio, da democristiani, socialisti, comunisti e liberali, e poi è proseguito senza soluzione di continuità, escluso il breve periodo del bipolarismo, nel quale un sistema elettorale maggioritario, o a premio di maggioranza, permise il governo di uno solo dei due schieramenti. La fine del sistema a premio di maggioranza, la sconfitta di Renzi al referendum, e la nascita del tripolarismo, hanno reso di nuovo indispensabile una intesa tra forze diverse, cioè l’inciucio. Tutti i partiti ne sono consapevoli, e tutti fingono di essere fieramente contrari.

Immigrazione. È stato il tema chiave della battaglia politica. I partiti del fronte populista (in particolare la Lega e Fdi, un po’ meno i 5Stelle), ne hanno fatto il loro cavallo di battaglia. Il centrodestra moderato è stato costretto, almeno in parte, a inseguire o ad adattarsi. Il centrosinistra ha trattato il tema con più prudenza, ma comunque senza denunciare la falsità del problema. Tanto che, alla vigilia delle elezioni, si è rifiutato di approvare lo Ius Soli, e ancora in questi giorni (per le stesse ragioni, e cioè il timore della propaganda populista) ha rinviato la riforma dell’ordinamento carcerario. Il ritornello dei populisti è stato: «È in corso un’invasione, la quantità di immigrati sta aumentando in modo esponenziale, l’immigrazione porta delinquenza e questo è il motivo dell’aumento continuo della criminalità. Fermiamo l’immigrazione, cacciamo i clandestini, riprendiamoci l’Italia, impediamo la “sostituzione etnica”». Non è vero che è in corso un’invasione, visto che gli immigrati sono ancora largamente al di sotto del 10 per cento della popolazione. L’immigrazione è in aumento ma è assolutamente sotto controllo. Non è vero che la delinquenza è in aumento, anzi da quindici anni è in continua e progressiva diminuzione. Tanto che gli omicidi sono scesi, dalla fine degli anni novanta, dalla cifra di quasi 2000 a meno di 400 all’anno. E non è vero neanche che l’aumento dell’immigrazione aumenta la criminalità. I detenuti stranieri nel 2007 erano il 32 per cento della popolazione carceraria. Oggi sono ancora il 32 per cento, sebbene il numero degli immigrati sia quasi raddoppiato. L’uso della paura dell’immigrato come strumento di campagna elettorale ha prodotto una gigantesca disinformazione di massa. Giornali e Tv si sono sottomessi. Sarà difficilissimo correggere questa disinformazione.

Economia. Di economia si è parlato pochissimo. I partiti di opposizione non ne hanno voluto parlare soprattutto perché i dati ultimi sono positivi per l’economia italiana. Il partito di governo ne ha parlato di sfuggita, forse perché non ha molte proposte concrete per intervenire. Forza Italia è l’unica che si è occupata della questione, ma con la proposta della Flat Tax e cioè di una soluzione che nessun grande paese occidentale ha mai adottato, e che anzi, tutti, hanno considerato irrealizzabile.

La Giustizia. È stata la grande assente. Nessuno osa parlare di giustizia. Lega e 5Stelle hanno in serbo un programma di stretta e di riduzione drastica dello Stato di diritto. Non hanno mai nascosto di considerare lo Stato di diritto un orpello ottocentesco. Però in campagna elettorale hanno evitato di parlarne troppo. Persino Il Fatto ha messo la sordina. Forza Italia e Pd, partiti più garantisti, non hanno trovato il coraggio di porre seriamente la questione sul tappeto, perché temono di perdere voti. Mi fermo qui. Credo di avere spiegato perché questa campagna elettorale mi porta al tempo degli agit-prop. Con una differenza: allora i partiti avevano anche dei programmi politici, ed erano programmi politici alternativi e chiari. Oggi no.

D’Alema è la causa della crisi Pd. Il Dio della politica lo ha punito, scrive Sergio Carli il 5 marzo 2018 su "Blitz Quotidiano”. D’Alema è la causa principale della crisi del Pd. Il Dio della Politica, o il Dio che atterra e suscita di Manzoni, insomma proprio quel Dio là, l’ha severamente e giustamente punito. La punizione divina si è manifestata con la clamorosa sconfitta nel suo collegio di casa, in Puglia, dove non ha raccolto nemmeno il 4 per cento dei voti e è arrivato ultimo in graduatoria. Così cade chi peccò di superbia. E dire che motivò la sua candidatura come la risposta a un imperativo categorico, una richiesta che saliva dalla piazza italiana che lo voleva ancora in politica, impegnato a salvare l’Italia. Quella bella Italia di pseudo sinistra che pensa ai poveri invece che alla crescita, a ridistribuire quello che non è stato accumulato, a proteggere i privilegi della casta, di cui lui e i suoi compagni di partito sono colonna. Come nella Unione Sovietica, che lui frequentò da ragazzo come pioniere. Giusto che questa sinistra, un po’ salottiera e un po’ saccente, sia finita come è finita, sotto il 4 per cento, altro che il 10. Come l’Unione Sovietica, appunto. Fu Massimo D’Alema a fermare Matteo Renzi sulla strada delle riforme. Fu lui il grande vecchio che orchestrò la campana contro il referendum costituzionale, scatenando i suoi agit prop. È stato lui la mente della scissione a sinistra del Pd che è finita come è finita ma che, nel processo, ha trascinato quasi nel baratro il Pd stesso. Il Pd è una forma di miracolo italiana. L’unico caso al mondo di un partito comunista che, attraverso successive mutazioni nonché lo sterminio di avversari a catena (Psi, Dc, Forza Italia e Craxi e Berlusconi), è riuscito a sopravvivere alla caduto del muro di Berlino e ottenere, quasi 30 anni dopo, un bel quasi 20 per cento dei voti. Ma quel vizietto tutto comunista che consentì la vittoria di Franco grazie alla strage operata nella sinistra non comunista, alla fine ha prevalso. Così D’Alema e il suo gregario Pierluigi Bersani non hanno resistito e hanno portato al disastro. C’è una forma di perversità crudele nel Destino dell’ex Pci, manifestazione tangibile della volontà divina. Nella sua prima mutazione, il Pds guidato prima da Achille Occhetto e poi soprattutto da Massimo D’Alema, guidò la lotta a Bettino Craxi e al Psi e alla Dc. Il risultato fu che all’Italia fu riservato il regalo di essere guidata da Silvio Berlusconi. Poi il Pd, nuova mutazione, guidò la guerra senza quartiere a Berlusconi. Il risultato fu Beppe Grillo. In questi 20 anni che tanti hanno definito età Berlusconiana, in realtà l’Italia è diventata sempre più un paese di Socialismo reale. Metà di noi non pagano tasse, non perché evasori ma perché esonerati dalla legge. La propaganda pauperistica del Pd, accompagnata dai disastrosi errori di Mario Monti e l’inefficacia delle sue poche iniziative positive (pensate al ritardo biblico dei pagamenti della PA) hanno fornito argomenti e brodo di cultura alla protesta grillina. Se non sarà ripescato per qualche miracolosa procedura. D’Alema finalmente uscirà di scena. Finalmente, ma forse troppo tardi.

Agit-Prop. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Agitprop è l'acronimo di отдел агитации и пропаганды (otdel agitatsii i propagandy), ossia Dipartimento per l'agitazione e la propaganda, organo del comitato centrale e regionale del Partito comunista dell'Unione sovietica il quale fu in seguito rinominato «Dipartimento ideologico». Nella lingua russa il termine «propaganda » non presentava nessuna connotazione negativa, come in francese o inglese, significava « diffusione, disseminazione, d'idee ». Attività e obbiettivi dell'Agitprop erano diffondere idee del marxismo-leninismo, e spiegazioni della politica attuata dal partito unico, oltre che in differenti contesti diffondere tutti i tipi di saperi utili, come per esempio le metodologie agronome. L'«agitazione» consisteva invece nello spingere le persone ad agire conformemente alle progettualità d'azione dei dirigenti sovietici.

Forme. Durante la Guerra civile russa l'Agitprop ha assunto diverse forme:

La censura della stampa: la strategia bolscevica fin dall'inizio è stata quella di introdurre la censura nel primo mezzo di comunicazione per importanza, ovvero il giornale. Il governo provvisorio, nato dalla rivoluzione di marzo contro il regime zarista, abolì la pratica secolare della censura della stampa. Questo creò dei giornali gratuiti, che sono sopravvissuti con il loro proprio reddito.

La rete di agitazione orale: la leadership bolscevica capì che per costruire un regime che sarebbe durato, avrebbero avuto bisogno di ottenere il sostegno della popolazione russa contadina. Per farlo, Lenin organizzò una festa comunista che attirò i soldati smobilitati (tra gli altri) ad assumere un'ideologia e un comportamento bolscevico. Questa forma si sviluppò soprattutto nelle zone rurali e isolate della Russia.

L'agitazione di treni e navi: per espandere la portata della rete di agitazione orale, i bolscevichi usarono i mezzi moderni per raggiungere più in profondità la Russia. I treni e le navi effettuarono agitazioni armate di volantini, manifesti e altre varie forme di agitprop. I treni ampliarono la portata di agitazione in Europa orientale, e permisero la creazione di stazioni di agitprop, composte da librerie di materiale di propaganda. I treni furono inoltre dotati di radio e di una propria macchina da stampa, in modo da poter riferire a Mosca il clima politico di una determinata regione, e di ricevere istruzioni su come sfruttare al meglio ogni giorno la propaganda.

Campagna di alfabetizzazione: Lenin capì che, al fine di aumentare l'efficacia della sua propaganda, avrebbe dovuto aumentare il livello culturale del popolo russo, facendo scendere il tasso di analfabetismo.

L'AGIT-PROP. Questa pagina è tratta da: La Turbopolitica, sessant'anni di comunicazione politica e di scena pubblica in Italia: 1945/2005 (riassunto) di Anna Carla Russo. L’agit-prop (Agitazione e Propaganda). I militanti costituiscono l’esercito dei partiti di massa e le caratteristiche del militante sono la spinta ideologica, dedizione alla causa, rispetto della disciplina interna, ampia disponibilità e proprio su questo si fonda l’organizzazione e la sua presenza sul territorio, vivacità e visibilità. L’attività del militante è molto preziosa, ma non ha un prezzo il militante infatti dedica la sua esistenza alla causa politica ed è sempre attivo in qualsiasi luogo, è l’anima dell’organizzazione e delle associazioni, circoli, polisportive, dopolavori, insomma tutto ciò che coinvolge la vita dell’iscritto. La campagna elettorale per le elezioni del 1948 trasforma i partiti in giganti macchine propagandistiche che coinvolgono migliaia di militanti; la Dc mobilita tutte le province giungendo a 90.  Attivisti; più estesa è la macchina propagandista dei Comitati civici che coinvolgono anche i fedeli arrivando a 300.000 volontari, anche Pci e Psi uniti nel Fronte democratico popolare nel 1948 hanno oltre due milioni di iscritti al partito di Togliatti organizzati in 10.000 sezioni che sovrintendono oltre 52.000 cellule; anche i numeri del Psi sono notevoli, il partito infatti si afferma nel 1946 con oltre quattro milioni e mezzo di voti come secondo partito italiano e primo nel Nord-Italia. Secondo il Pci la crescita politica deve procedere di pari passo con la crescita dell’individuo e con il raggiungimento di un suo maggior livello di istruzione e quindi lo sforzo educativo- organizzativo del partito richiede modalità diverse, tra il 1945 e il 1950 coinvolgono 52.713 partecipanti. Anche per i socialisti e le organizzazioni cattoliche i militanti devono crescere sia nel numero che nella preparazione; nel 1948 i Comitati civici improvvisano un corso per migliaia di volontari e dieci anni dopo nasce l’Unione Nazionale degli Attivisti Civici ossia una rete ben organizzata che nel 1958 raduna a Roma 1500 responsabili di una capillare attività di formazione svolta mediante corsi zonali e rurali. I corsi sono tenuti da Dirigenti della URA Campania che sviluppano argomenti quali: l’antimarxismo; al dottrina sociale della Chiesa: gli enti di Previdenza e Assistenza in Italia e la struttura e l’inserimento nella vita italiana del Comitato Civico. La stessa Azione cattolica intensifica l’opera di apostolato e formazione dando vita in tutta Italia a missioni religioso-sociali i cui responsabili vengono preparati in tre corsi nazionale di aggiornamento. Anche la Dc si occupa di formare i militanti organizzando 31 corsi provinciali; secondo Fanfani i contatti instaurati tramite le sezioni non erano efficaci quanto il colloquio personale, la riunione familiare o il dibattito amichevole al circolo e quindi il contatto personale e l’azione assidua dei militanti ricopriva un ruolo centrale. Alla metà degli anni ’60 i militanti dei due fronti sono coloro che dedicano tempo ed energie all’animazione del partito e aderiscono a un ideale politico applicandosi per la sua realizzazione. Le basi militanti cattolica e comunista differiscono per il significato che attribuiscono alla militanza e nel loro gradi di politicizzazione. Per gli attivisti del Pci la partecipazione militante coinvolge l’intera sfera degli interessi e delle attività individuali; per gli attivisti democristiani l’integrazione con il partito coinvolge solo in parte la vita privata del singolo; il militante comunista basa la sua azione sulla fedeltà al partito e non esistono al di fuori del partito altre autorità se non sovranazionali, mentre l’azione del militante democristiano è sostenuta dalla convinzione di essere l’unico depositario di una verità a cui gli altri si devono convertire e oltre al partito esistono altre sorgenti autoritarie a cui fare riferimento. Ci sono differenze profonde che vedono un Pci più attivo. Anna Carla Russo

Agit-Prop. Scrive Massimo Lizzi il 24 ottobre 2015. Agit-prop: Dipartimento per l’agitazione e la propaganda, organo del comitato centrale del partito comunista dell’Urss. In russo, dice Wikipedia, propaganda, significa diffusione di idee e di saperi utili, senza la connotazione negativa che ha in francese, inglese e in italiano; una connotazione che credo influenzi molto la percezione di sé dei nostri propagandisti. Agit-prop definisce bene un certo modo di fare opinione e informazione al servizio di un leader, un partito, uno stato, una chiesa, una causa. Fabrizio Rondolino, nel confronto con Marco Travaglio, da Lilli Gruber, ha definito agit-prop il Fatto Quotidiano, giornale allarmista per una democrazia sempre messa in pericolo e per una politica sempre corrotta e impunita. Ha ragione. I toni del Fatto erano, secondo me, adeguati contro Silvio Berlusconi, non solo capo, ma padrone del centrodestra, non solo leader e premier, ma padrone della TV commerciale, disposto a commettere reati, ad usare la politica per tutelarsi da inchieste e processi, a delegittimare la magistratura e la stampa. Oltre e dopo Berlusconi, il Fatto si è rivelato monocorde. Stessi toni nei confronti dei leader del centrosinistra e dei successori al governo del cavaliere. Toni che consistono nel rappresentare i politici avversari come dei disonesti o degli imbecilli, o entrambi. Più la simpatia per Beppe Grillo. Agit-prop definisce bene anche il giornalismo di Fabrizio Rondolino. Poco importa che abbia cambiato riferimenti nel corso della sua carriera professionale, da D’Alema, a Mediaset, al Giornale, ad Europa e ora all’Unità a sostegno di Renzi, perché si può cambiare idea o mantenere la stessa idea e vederla di volta in volta incarnata in soggetti diversi. Conta lo stile che si mantiene uguale: l’enfasi con cui sostiene il suo leader, la violenza con cui contrasta gli avversari del suo leader. Tweet oltre il limite della provocazione contro i meridionali, perché il rapporto Svimez mette in difficoltà il governo, o contro le insegnanti, per le proteste contro la riforma della scuola; un blogper bastonare la minoranza PD; una rubrica sull’Unità per dileggiare il Fatto tutti i giorni. Anche Rondolino in fondo dice dei suoi avversari che sono dei disonesti o degli imbecilli. A me piace il conflitto, lo scontro, la polemica, però resto perplesso di fronte ad un modo di confliggere che nega alla controparte rispetto, autorevolezza, valore, e conduce una dissacrazione totale e permanente nei confronti di chiunque sia fuori linea: politici, giornalisti, magistrati, costituzionalisti, intellettuali. Lilli Gruber ha chiesto conto a Marco Travaglio di una didascalia molto evidente a lato di una foto di Maria Elena Boschi, pubblicata sul Fatto. “La scollatura di Maria Elena Boschi è sempre tollerata. Magari non il giorno della legge che porta il suo nome e stravolge la Costituzione”. Travaglio non ha saputo darne una giustificazione sensata e ha riproposto il solito ritornello, per cui non si può criticare una donna senza essere accusati di misoginia, per poi aggiungere che se una donna si veste in un certo modo, non deve lamentarsi dei commenti che riceve. Come se la critica ad una scollatura sia pertinente con la critica all’attività di una donna in politica e come se l’abbigliamento di una donna sia di certo concepito per compiacere lo sguardo maschile, sempre autorizzato a commentare, anche a sproposito. Rondolino ha paragonato Travaglio ai personaggi di Lino Banfi, che guardano nelle scollature, come a dargli dello sfigato, ma quella didascalia per la quale Lillì Gruber ha manifestato il suo fastidio, non è solo sfigata, è anche molesta e viene pubblicata su un giornale che ha nel sessismo il suo più importante punto debole.

ItaliaOggi. Numero 231 pag. 6 del 29/09/2009. Diego Gabutti: Non è il pluralismo che riesce a garantire l'obiettività. L'opinione pubblica, cara a tutti, è stata liquidata col colpo alla nuca della propaganda. Non è libertà di stampa e d'opinione, e non è neppure disinformazione (ci mancherebbe) ma pura e semplice indifferenza per la realtà, quella che ha corso da noi, nell'Italia delle risse da pollaio tra direttori di giornale, del conflitto d'interesse e di Michele Santoro che, credendosi un santo, si porta in processione da solo (i ceri li paga Pantalone). È una libertà di stampa in stile agit-prop: votata, in via esclusiva, all'agitazione e alla propaganda. Apposta è stata coniata l'espressione «pluralismo»: voce da dizionario neolinguistico se ce n'è mai stata una. Con «pluralismo», parola rotonda, non s'intende l'obiettività famosa (sempre che esista e c'è da dubitarne). Il «pluralismo dell'informazione» non garantisce l'informazione ma soltanto il «pluralismo». Vale a dire unicamente il diritto, assicurato a tutte le parti politiche, d'esprimersi liberamente e senza rete attraverso stampa e tivù. Non è in questione, col «pluralismo», la qualità dell'informazione, se cioè l'informazione sia attendibile e non manipolata, ovvero falsa o vera, ma soltanto la sua spartizione, affinché a tutte i racket politici sia riconosciuto il privilegio di lanciare messaggi a proprio vantaggio. Come in una satira illuminista, la libertà di stampa s'identifica con la libertà di dedicarsi anima e corpo alla propaganda: una specie d'otto per mille da pagare a tutte le chiese, sia a Bruno Vespa che a Marco Travaglio. È un concetto stravagante, ma più ancora grottesco e deforme: il «pluralismo» complicato e trapezistico sta alla libertà di stampa propriamente detta come la donna barbuta e l'uomo con due teste del luna park stanno a Naomi Campbell e a Brad Pitt. Non allarga il raggio delle opinioni ma è un guinzaglio corto che lascia campo libero soltanto alle idee fisse. Attraverso il «pluralismo» si stabilisce inoltre il principio dadaista che la sola informazione che conta è quella politica. Tutto il resto è pattume e tempo sprecato: l'occhio del giornalista, sempre più addomesticato e deferente, s'illumina soltanto quando il discorso finalmente cade sulle dichiarazioni del capopartito o sulle paturnie dell'opinion maker, cioè sul niente. È in onore del niente che da noi si esaltano le virtù del «pluralismo». Se ne vantano i meriti, lo si loda, e presto forse lo si canterà negli stadi sulle note dell'Inno di Mameli, o di Va' pensiero, come se davvero l'opinione pubblica fosse la somma di due o più opinioni private, utili a questo o quel potentato economico, a questa o quella segreteria di partito. Ascoltate con pazienza tutte le campane, ci dicono i maestri di «pluralismo», quindi fatevi un'opinione vostra, scegliendo l'una o l'altra tra quelle che vi abbiamo suonato tra capo e collo, nella presunzione che non ci sia altra opinione oltre a quelle scampanate per lungo e per largo dai signori della politica e dell'economia. Suprema virtù dell'informazione è diventata così l'equidistanza: l'idea, cioè, che il buon giornalismo illustri senza prendere partito tutte le opinioni lecite, e che non ne abbia mai una propria, diversa da quelle angelicate. In ciò consisterebbe, secondo chi se ne vanta interprete e campione, l'opinione pubblica famosa, il cui fantasma viene evocato ogni giorno (esclusivamente per amore della frase a effetto) proprio da chi l'ha liquidata col colpo alla nuca della propaganda e dell'agitazione di parte e di partito: gl'intellettuali snob che celebrano messa nelle diverse parrocchie ideologiche, le star miliardarie dei talk show, i fogli di destra e di sinistra che hanno preso a modello la «Pravda» (e, per non farsi mancare niente, anche la stampa scandalistica inglese).

Il falso allarme antifascismo: l'onda nera è una pozzanghera, scrive Francesco Maria Del Vigo, Martedì 06/03/2018, su "Il Giornale". Più che un'onda alla fine si è capito che era una pozzanghera. Quella nera. Vi ricordate la campagna ossessiva che per quasi un anno ci ha tambureggiato nelle orecchie? «All'armi tornano i fascisti!». Giornali e media di sinistra avevano scoperto un filone sempreverde, garanzia di perenne polemica: cioè terrorizzare l'opinione pubblica convincendola del ritorno delle squadracce di Benito Mussolini. Ora, per smontare questa fake news, sarebbe bastato un po' di buon senso. Non sembra che negli ultimi anni si siano impennate le vendite di orbace, fez, manganelli e olio di ricino. Certo, come coraggiosamente svelato da Repubblica, in Veneto c'era un bagnino che aveva tappezzato il suo stabilimento di cimeli (di pessimo gusto) del Ventennio. Ma anche in questo caso il buonsenso non è stato reperito. Fino a quando un giudice ha derubricato l'episodio all'innocua categoria del folclore. E poi, decine e decine di accorati articoli sull'irresistibile ascesa delle tartarughe di Casapound e sui camerati di Forza Nuova. Sociologi e psicologi in campo per spiegare questo ritorno al passato: disagio sociale, periferie, mancata scolarizzazione, emarginazione. Persino la stampa estera - abbindolata da quella nostrana - si era interessata allo strano morbo passatista che sembrava aver infettato lo Stivale, nella memoria del celeberrimo portatore di stivali rigorosamente neri. Ecco, ora possiamo dire che dove non è arrivato il buonsenso sono arrivate le urne. Perché se ci fosse stata una proporzione tra lo spazio mediatico concesso al «pericolo fascista» e il successo elettorale dello stesso, Casapound sarebbe dovuta essere almeno il terzo partito in Parlamento e Simone Di Stefano avrebbe dovuto stappare bottiglie di autarchico prosecco. E invece, la maiuscola deriva mussoliniana si è scoperta soffrire di nanismo. Con il suo 0,9 per cento di preferenze raccolte, Casa Pound smonta la più grande balla della campagna elettorale. Una manciata di mani tese si sono abbassate per infilare la loro scheda nell'urna. Si sgonfia e precipita l'aerostato, pompato ad arte, della marea nera. Il ritorno del fascismo era solo un maldestro tentativo di tenere insieme una sinistra fratturata e scomposta. Il babau non esiste. O, quanto meno, esiste ma non è certo una marea. Si è trattato solo di un procurato allarme. Il paradosso è che a questo giro non solo non sono entrati in Parlamento i nipotini del Duce, ma non è entrato nemmeno un partito che porti la parola sinistra nel nome e nella ragione sociale. Uno scherzo della storia. Un bello scherzo.

Elezioni, il boom di Matteo Salvini sporcato dai sospetti. Successo del leader leghista che ha trasformato il Carroccio in forza nazionale. Per riuscirci ha dovuto sfondare al Sud imbarcando riciclati di ogni tipo e candidati con parentele scomode. Pronti a entrare in Parlamento. Intanto dal quartiere di Scampia a Napoli giungono le prime segnalazioni di clan interessati al voto padano, scrive Giovanni Tizian il 5 marzo 2018 su "L'Espresso". È il giorno di Matteo Salvini. “Il Capitano” che ha conquistato il centrodestra. E poco importa in questa giornata di giubilo leghista se incombe già un'ombra decisamente inquietante. Ombre che si allungano dal Sud, proprio il territorio dove Salvini ha scommesso di più in questa campagna elettorale. Si tratta della denuncia di un rappresentante di lista di Potere al Popolo presente al seggio della scuola Levi-Alpi del quartiere Scampia di Napoli. Rione che non ha bisogno di molte presentazioni, roccaforte di clan spietati e potenti. Ebbene proprio qui, durante la giornata elettorale alcuni sgherri della camorra avrebbero fatto mercanzia di voti. L'esponente del partito di sinistra ha segnalato la vicenda alla digos di Napoli. Nella sua denuncia ha spiegato nei dettagli quanto accaduto e la leader Viola Carofalo lo conferma all'Espresso: «Il nostro rappresentante ha assistito a una vera e propria compravendita fin alla mattina, ma è continuata anche dopo. Lui ha segnalato il fatto alle autorità competenti presenti al seggio ed è stato minacciato da questi personaggi con atteggiamento camorristico. Purtroppo non ci stupiamo, sono dinamiche che si ripetono ad ogni elezione». Stupore no. Ma i fatti riportati dal rappresentante della lista sono gravi. E meritano di essere approfonditi. Anche perché proprio nelle zone da cui proviene la segnalazione la Lega sfiora il 3 per cento al Senato. Un successo se confrontato allo 0,15 del 2013 nel comune di Napoli. Intanto Matteo Salvini si gode il successo. L'exploit elettorale è certamente frutto di voto nordico, ma le percentuali al Sud che queste prime ore di scrutini ci restituiscono sono decisamente notevoli per un partito che fino all'altro ieri era d'origine padana al 100 per cento. Con la Lega primo partito, la coalizione con Silvio Berlusconi vira decisamente a destra. Anche perché se si aggiungono i voti raccolti da Giorgia Meloni, Lega e Fratelli d'Italia insieme sfondano quota 20 per cento. Tra sovranismo, toni razzisti, antieuropeismo, la coppia Salvini-Meloni è una forza paragonabile al Front National di Marine Le Pen. Tanto che proprio Le Pen è stata una delle prime a congratularsi con l'amico Matteo, l'ex padano doc. La ricetta di Matteo Salvini ha funzionato. Togliere dal simbolo il “Nord” e trasformare il Carroccio in un partito nazionale sta dando i primi frutti. Non solo. Si rafforza anche in territori in cui il Pd era abituato a raccogliere consensi bulgari, vedi Emilia Romagna. Salvini ha costruito una Lega nazionale. Ha archiviato il periodo degli scandali e dei processi creando nuove alleanze strategiche sotto Roma. Lo ha fatto imbarcando nel partito politici navigati del Sud. Ha pescato al centro, tra gli autonomisti siciliani, e a destra in Calabria e Campania. Elezione quasi certa, per esempio, per Angelo Attaguile, candidato al Senato con la Lega, Attaguile è stato esponente di punta della Dc, poi del Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo, presidente dell’istituto case popolari e del Catania calcio, assolto dalla corte d’appello di Messina per una tentata concussione. Con l'ex governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, sono compaesani, entrambi del paesone di Grammichele, feudo elettorale del primo e ancor prima del padre di Angelo Attaguile, Gioacchino, che dell’ex governatore è stato padrino politico. L’esponente della Lega di Sicilia si porta dietro una gloriosa eredità politica: il babbo è stato tre volte senatore Dc, sottosegretario alle Finanze nei governi Rumor e Colombo, infine ministro della Marina Mercantile. Angelo ha dato il massimo per non tradire la storia politica di famiglia. Da ragazzo è stato presidente dei giovani democristiani, nel 2005 Giuseppe Pizza lo nomina suo vice nella nuova Dc. Poi milita con gli autonomisti e nel 2013 viene eletto alla Camera grazie a un posto sicuro in quota Lombardo nelle fila del Pdl, due settimane dopo migra nel gruppo Lega Nord-Autonomie. Alcuni giorni fa, quasi alla vigilia del voto, Attaguile si è lasciato andare a una battuta: «Se vince il centrodestra potrei fare il ministro». Di padre in figlio. Insomma, un leghista scudocrociato. Altro seggio quasi sicuro per Alessandro Pagano, da San Cataldo, provincia di Caltanissetta. Berlusconiano della prima ora, assiduo pellegrino a Medjugori, fedele ultratradizionalista della congrega Alleanza cattolica. Il primo incarico di rilievo è del ‘96, assessore alla Sanità nel governo regionale del chiacchierato Giuseppe Provenzano. Quattro anni più tardi si alternerà tra Finanza e Beni Culturali nella prima giunta Cuffaro. Nel 2013 da deputato Pdl transita con Angelino Alfano nel Nuovo centro destra, da cui divorzia per giurare amore eterno alla Lega-Noi con Salvini. E da quel momento per i nisseni Pagano diventa “Il Padano”. Più dura l'elezione per Filippo Drago, anche se non impossibile. Il sindaco di Aci Castello l’ha seguito. Udc, Noi Sud, Pdl, Mpa, e infine candidato numero due per la Lega in uno dei collegi plurinominale del Catanese. Suo padre, Nino Drago è stato otto volte sottosegretario oltreché sindaco di Catania. Un fuoriclasse del consenso, andreottiano, all’epoca di Salvo Lima. Uscito indenne da un’inchiesta. Come il suo erede, Filippo, assolto per la voragine di bilancio lasciata nelle casse del comune di Catania dalla giunta Scapagnini. «Nun semu tutti i stissi». Non siamo tutti gli stessi, slogan che nel 2008 ha reso celebre il rampollo di Nino. Pure in Calabria, la Lega, rischia di elegere parlamentari. Per esempio Domenico Furgiuele, candidato al primo posto al proporzionale. Su di lui, uomo della destra sociale, pesa una parentela ingombrante: il suocero è sotto i riflettori dell'Antimafia, che gli ha sequestrato i beni. Non solo. Lo stesso Furgiuele è finito, non da indagato, in un'informativa della polizia relativa a un caso di omicidio del 2012: i killer hanno dormito gratis nell'hotel del suocero di Furgiuele, a pagare le stanze sarebbe stato proprio il leghista calabrese. In Campania tra chi probabilmente verrà eletta con la Lega c'è Pina Castiello di Afragola. Inizia in Alleanza nazionale, poi passa al Pdl, casa politica in cui ha stretto un solido rapporto sia con Nicola Cosentino che con la famiglia Cesaro, due saghe politiche inquinate dai clan. A Napoli seggio quasi certo per Gianluca Cantalamessa. Napoletano e candidato alla Camera nel collegio uninominale Campania 11. Le simulazioni danno la sua elezione pressoché certa. La Lega è stata per lui un approdo, ma casa sua resta la destra sociale. E finchè suo padre era ancora in vita guai a parlare di autonomia e secessione. Antonio, il papà, era un nostalgico del Duce, della patria indivisibile. Antonio Cantalamessa, infatti, è stato tra i più importanti esponenti dell’Msi. E forse oggi si troverebbe anche lui a sposare il sovranismo padano di Matteo Salvini, detto “il Capitano”. Tuttavia anche su Cantalamessa junior incombe un'ombra del passato: da imprenditore è stato socio, fino al 2004 in un'azienda in cui tra i consiglieri compariva Valerio Scoppa. Il fratello di Scoppa ha sposato la figlia del boss Angelo Nuvoletta, morto nel 2013, mentre stava scontando l’ergastolo per l’omicidio del cronista del Mattino Giancarlo Siani.

Trasformisti, fascisti, impresentabili e ras delle clientele: ecco le liste al Sud di Matteo Salvini. La rete del consenso nel meridione si fonda su figure spesso note e di lungo corso. Con non poche ombre. Ecco regione per regione i casi più interessanti, scrivono Giovanni Tizian e Stefano Vergine il 13 febbraio 2018 su "L'Espresso". «Se hanno preferito gli uomini di Lombardo e Cuffaro lasciando fuori noi mi hanno fatto un favore...». Così parlò Matteo Salvini, detto il Capitano, all’indomani della presentazione del governo siciliano di Nello Musumeci. Il neo governatore ha lasciato ai margini della giunta il deputato di Salvini. Il leader della Lega si aspettava quantomeno un assessorato per celebrare il risultato storico ottenuto in Sicilia che ha consacrato la vocazione nazionale del partito di Salvini. Tuttavia, il capo del Carroccio - nella sua stizzita analisi - omette di rivelare il profilo del primo leghista della storia a palazzo dei Normanni: è un riciclato e per di più indagato per appropriazione indebita. Si chiama Tony Rizzotto, 65 anni, chioma folta e improbabile, fan di Mimmo Cavallo autore della hit anni ‘80 “Siamo meridionali” e dipendente pubblico del comune. Si è fatto le ossa con l’ex governatore Totò Cuffaro condannato per favoreggiamento alla mafia. Il salto di qualità, però, avviene da deputato all’Ars col Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo, il successore di Cuffaro anch’egli finito nei guai ma per voto di scambio. Il Carroccio nazional-popolare è una salsa fatta in casa, come nelle migliori tradizioni meridionali, mistura di democristiani, estrema destra e figure equivoche. Fascioleghismocrociato, una truppa organizzata da Matteo Salvini per conquistare un pezzo d’Italia che fino a ieri era a lui pressocché sconosciuto. Da Andreotti ad Almirante, ipotetico pantheon ideale. Il regista del casting della classe dirigente della Lega del Sud è Raffaele Volpi, scelto da Salvini. La selezioni sembra aver seguito tre rigide regole: godere di uno spiccato carisma clientelare, possedere uno spirito politico camaleontico, essere il referente di un blocco elettorale tramandato di padre in figlio, a prescindere dalla sigla del partito.

Quel palazzo nel centro di Roma. Un palazzo signorile al centro di Roma. In uno dei quartieri dell’upper class della Capitale. In via Federico Cesi, a due passi dal Lungotevere, c’è l’incarnazione dello sposalizio tra democristiani e leghisti. Qui al secondo piano si trova la sede ufficiale di “Noi con Salvini”. Almeno questo dicono gli atti ufficiali. «In realtà da quattro mesi, si sono traferiti per le regionali siciliane», precisa il portiere dello stabile. Una sede fantasma, quindi? Un documento svela l’arcano. Gli appartamenti al secondo piano sono divisi tra la famiglia Attaguile. E la sezione si trova proprio in quello di proprietà di Angelo Attaguile. Segretario nazionale di Noi con Salvini, coordinatore del movimento in Sicilia, e candidato al Senato con la Lega, Attaguile è stato esponente di punta della Dc, poi del Movimento per l’autonomia di Raffele Lombardo, presidente dell’istituto case popolari e del Catania calcio, assolto dalla corte d’appello di Messina per una tentata concussione. Con Lombardo sono compaesani, entrambi del paesone di Grammichele, feudo elettorale del primo e ancor prima del padre di Angelo Attaguile, Gioacchino, che dell’ex governatore è stato padrino politico. Eh sì, l’esponente della Lega di Sicilia si porta dietro una gloriosa eredità politica: il babbo è stato tre volte senatore Dc, sottosegretario alle Finanze nei governi Rumor e Colombo, infine ministro della Marina Mercantile. Angelo ha dato il massimo per non tradire la storia politica di famiglia. Da ragazzo è stato presidente dei giovani democristiani, nel 2005 Giuseppe Pizza lo nomina suo vice nella nuova Dc. Poi milita con gli autonomisti e nel 2013 viene eletto alla Camera grazie a un posto sicuro in quota Lombardo nelle fila del Pdl, due settimane dopo migra nel gruppo Lega Nord-Autonomie. Un sostegno indispensabile che ha permesso all’aggregazione parlamentare di avere il numero necessario per sopravvivere. Lunga vita ad Attaguile, dunque, che due anni dopo verrà incoronato segretario nazionale di Noi con Salvini, embrione del Carroccio nazionale. Il movimento entra così all’interno di Montecitorio e alla sigla Lega Nord-Autonomie si aggiunge Noi con Salvini, che da allora ha iniziato a usufruire della quota dei rimborsi ai gruppi: quasi 1,8 milioni negli ultimi due anni, a cui si è aggiunto un contributo liberale di 500mila euro dal gruppo Lega Nord Padania, in auge nella legislatura precedente dei governi Berlusconi e Monti. Che sia questione anche di affari la liason con gli autonomisti siciliani è evidente dal sostegno economico ricevuto da questi ultimi negli anni passati: circa un 1,4 milioni fino al 2010. Sebbene Attaguile sia un recente acquisto di Salvini, con i leghisti c’è sempre stata un’intesa. Lo scopriamo tornando in via Cesi. Tra il ‘93 e il ‘99 la proprietà dello stesso appartamento era suddivisa tra Attaguile e Michele Baldassi di Udine, leghista, manager in aziende pubbliche in quota Carroccio e sposato con Federica Seganti, pezzo grosso del partito friulano, ex assessora regionale, alla cui campagna elettorale è cresciuto un giovanissimo Massimiliano Fedriga, astro nascente della Lega versione Salvini. Un leghista e un democristiano a Roma. Negli anni in cui si raccoglievano le macerie della prima Repubblica, con il partito di Bossi che si scagliava contro le clientele della Dc e i tangentari di Mani pulite, per non parlare dei meridionali. Tuttavia Baldassi per pochi mesi nel periodo di comproprietà ha ottenuto anche un incarico nell’Ast, la società del trasporto pubblico della Regione Sicilia. Uscito Baldassi dalla proprietà, mai Attaguile avrebbe immaginato che 16 anni più tardi in quel di via Cesi avrebbe riabbracciato altri leghisti.

Il Drago e Il Padano. Attaguile non è il solo, con un papà potente Dc, a salire sul Carroccio di Salvini. Filippo Drago sindaco di Aci Castello l’ha seguito. Udc, Noi Sud, Pdl, Mpa, e infine candidato numero due per la Lega in uno dei collegi plurinominale del Catanese. Suo padre, Nino Drago è stato otto volte sottosegretario oltreché sindaco di Catania. Un fuoriclasse del consenso, andreottiano, all’epoca di Salvo Lima. Uscito indenne da un’inchiesta. Come il suo erede, Filippo, assolto per la voragine di bilancio lasciata nelle casse del comune di Catania dalla giunta Scapagnini. «Nun semu tutti i stissi». Non siamo tutti gli stessi, slogan che nel 2008 ha reso celebre il rampollo di Nino. Nel club dei Salvini boys della Trinacria si è iscritto anche Alessandro Pagano da San Cataldo, provincia di Caltanissetta. Berlusconiano della prima ora, assiduo pellegrino a Medjugori, fedele ultratradizionalista della congrega Alleanza cattolica. Il primo incarico di rilievo è del ‘96, assessore alla Sanità nel governo regionale del chiacchierato Giuseppe Provenzano. Quattro anni più tardi si alternerà tra Finanza e Beni Culturali nella prima giunta Cuffaro. Nel 2013 da deputato Pdl transita con Angelino Alfano nel Nuovo centro destra, da cui divorzia per giurare amore eterno alla Lega-Noi con Salvini. E da quel momento per i nisseni Pagano diventa “Il Padano”. Lo ha seguito il cugino, dipendente del centro di accoglienza per migranti. Chi è rimasto fuori, ma lo sosterrà, sono il cognato, Raimondo Torregrossa, in passato sindaco di San Cataldo, e la cognata Angela Maria Torregrossa, amministratrice della rinomata clinica Regina Pacis, convenzionata con la Regione. Torregrossa fa il suo ingresso nella struttura sanitaria di San Cataldo nel periodo in cui Pagano guidava la Sanità. Il cognato, invece, è stato primo cittadino di San Cataldo quando lui era deputato all’assemblea regionale. Poi, quando Pagano va Montecitorio, Torregrossa va a palazzo dei Normanni. I maligni hanno definito questa alternanza sancataldese “Operazione Montante”, perché voluta da Antonello Montante, l’imprenditore, cavaliere del lavoro, fino a un anno fa capo degli industriali sicialiani e sotto indagine per concorso esterno in associazione mafiosa. Montante come Pagano è di San Cataldo, fino al 2009 i rapporti erano ottimi. Poi tra i due è sceso il gelo.

Ombre nere sullo Stretto. Superato lo Stretto, da Reggio Calabria in su, i Salvini boys non hanno nulla a che spartire con la tradizione democristiana. Qui prevale il nero degli eredi politici del Movimento sociale. Giuseppe Scopelliti, per esempio, sosterrà Salvini con il suo nuovo Movimento nazionale per la sovranità fondato insieme a Gianni Alemanno, sotto processo per finanziamento illecito in un filone scaturito da Mafia Capitale. Scopelliti non si candiderà, per non creare imbarazzo al Capitano. Ha una condanna in appello a cinque anni per abuso e falso per la vicenda del dissesto milionario del municipio che governava. E poi è in attesa di capire l’evoluzione di un’inchiesta dell’antimafia sul livelo occulto della ‘ndrangheta, in cui è indagato. Ma l’ex governatore e già sindaco di Reggio lavorerà dietro le quinte, metterà, cioè, a disposizione il suo blocco elettorale mobile che fa gola a molti. A Salvini quei voti sicuri fanno comodo. Dal canto suo Scopelliti non rinuncia certo a piazzare sue pedine nelle liste. Una su tutte: Tilde Minasi, fedelissima fin dalla prima giunta comunale. Dalla destra sociale proviene anche il segretario sezione calabrese della Lega-Noi con Salvini. Si chiama Domenico Furgiuele, un passato nella Destra di Storace, e, ora, candidato alla Camera. Di mestiere fa il geometra, a tempo perso lavora nella tv locale di famiglia. Le sue passioni, il calcio e la storia. Quando era un ultras del Sambiase ha collezionato un Daspo, che la Questura affibbia solo ai tifosi più agitati. Sulla storia recente ha le sue idee. Ritiene, per esempio, il neofascista Stefano Delle Chiaie, fondatore della fuorilegge Avanguardia nazionale, «più una vittima che un carnefice». E su questo sarà in sintonia con Scopelliti, visto che Delle Chiaie - un legame fraterno con la frangia più torbida della Calabria - è stato protagonista del fronte nero nei moti di Reggio negli anni Settanta. Una delle prime apparizioni di Matteo Salvini in Calabria è del 2015, quando insieme a Furgiuele hanno organizzato una conferenza stampa all’Aerhotel Phelipe, di proprietà della famiglia dell’imprenditore Salvatore Mazzei, suocero di Furgiuele. Il parente del candidato di Salvini a Lamezia ha i beni sotto sequestro dall’antimafia. Lui rigetta ogni accusa, sostiene di essere una vittima, forte anche di un assoluzione da un processo per concorso esterno. Di certo, però, Mazzei è sfortunato nella scelta dei partner: un suo vecchio socio, imprenditore delle sale bingo, è stato pizzicato di recente dalla guardia di finanza di Lamezia per una presunta bancarotta fraudolenta. Dettagli per Furgiuele, fiero di aver portato la Calabria a Pontida, incluso il gazebo con l’insegna della regione. Così tra un “Va, pensiero”, vichinghi in delirio e mutande verdi, ha ormai quasi cancellato dalla memoria quel passaggio di un informativa della polizia in cui viene tirato in ballo per aver offerto alle persone sbagliate due stanze dell’hotel di famiglia, lo stesso in cui Salvini è stato ospite tre anni fa. I detective che indagavano su un caso di omicidio del 2012, infatti, scoprono che i sicari dopo la spedizione hanno alloggiato nel quattro stelle senza pagare alcunché. «Erano ospiti del signor Domenico Furgiuele, genero del signor Mazzei, proprietario dell’Hotel», si legge nel documento. L’episodio non ha avuto alcun rilievo penale, Furgiuele non poteva immaginare che quelli fossero gli autori del grave delitto. Si era fidato di un amico, a sua insaputa coinvolto con quella gentaglia. Una storiaccia, insomma, da dimenticare. Furgiuele, ora, è concentrato sulla campagna elettorale. Nella sede leghista di Lamezia campeggia un celebre motto di Codreanu: «Per noi non esiste sconfitta o capitolazione...». Il fascista rumeno, per i camerati d’Europa semplicemente “Il Capitano”.

Lo chiamavano ‘o Criminale. Tra Napoli e Caserta nessuna nostalgia del passato. Si vive alla giornata, elezione dopo elezione. E qui il Capitano Salvini ha ben altri pensieri. Primo fra tutti l’ingombrante presenza di Vincenzo Nespoli nella composizione delle liste della Lega in Campania. Nespoli è stato tre volte deputato, sindaco della sua città, Afragola, e condannato in secondo grado a cinque anni per bancarotta fraudolenta. Seppur nell’ombra, come Scopelliti in Calabria, anche lui offre la merce migliore che ha disposizione, i voti. Sporchi, volendo dar credito a un pentito di camorra nuovo di zecca: «È amico intimo della famiglia Moccia... quando è stato al potere al Comune, là erano tutti schiavi... è un SS, lo chiamano o’ Criminale». Nespoli, quindi, meglio che resti dietro le quinte, in attesa. Palco libero per la front woman di Salvini in Campania, Pina Castiello, anche lei di Afragola e legata a Nespoli da militanza comune e da solida amicizia. Inizia in Alleanza nazionale, poi passa al Pdl, casa politica in cui ha stretto un solido rapporto sia con Nicola Cosentino che con la famiglia Cesaro, due saghe politiche inquinate dai clan. La copertina dell'Espresso in edicola dal 11/2Ma di Afragola è anche un altro candidato pro Salvini. Ciro Salzano, imprenditore, patron dell’Aias, l’associazione per la cura dei disabili. Non c’è che dire, tornata elettorale fortunata per Afragola. Con l’Aias del neoleghista Salzano ha collaborato il medico no vax radicale Massimo Montinari, sospeso per sei mesi dall’Ordine dei Medici. Non è nota la posizione di Salzano sui vaccini, mentre quella di Salvini sì: «Con noi al governo via l’obbligo». Chissà, magari è stata questa la molla che ha spinto Salzano a correre con il Capitano.

Salvini alle pendici del Vesuvio. Alla fine, quindi, quel “Napoli colera”, urlato a squarciagola, era solo una goliardata da tifoso. Il presente è un selfie con il fuoriclasse azzurro Lorenzo Insigne. Insomma, i tempi sono ormai maturi per issare lo stemma di Alberto da Giussano nella capitale del Regno delle due Sicilie. Il segretario regionale campano è Gianluca Cantalamessa. Napoletano e candidato alla Camera nel collegio uninominale Campania 11. Le simulazioni danno la sua elezione pressoché certa. La Lega è stata per lui un approdo, ma casa sua resta la destra sociale. E finchè suo padre era ancora in vita guai a parlare di autonomia e secessione. Antonio, il papà, era un nostalgico del Duce, della patria indivisibile. Antonio Cantalamessa, infatti, è stato tra i più importanti esponenti dell’Msi. Il figlio l’ha seguito come meglio ha potuto, per esempio organizzando incontri nel ricordo di Almirante. Il giorno del funerale del papà dichiarò: «Grazie a mio padre ho capito cosa significa essere un uomo, che cos’è la destra, che cosa sono i valori». Su questo nessun dubbio. Il 28 aprile 2003 Cantalamessa senior aveva partecipato a una messa in onore di Mussolini e dei caduti della repubblica sociale italiana. Cinque anni più tardi viene nominato presidente di Equitalia Polis, l’agenzia di riscossione che il capo del Carroccio promette di abolire. Il figlio si è limitato a fare l’imprenditore, in ambito assicurativo e immobiliare. In passato anche nel settore farmaceutico. Socio, per esempio, fino al 2004 della New.Fa.Dem di Giugliano. Ai tempi in cui Cantalamessa era azionista, tra i consiglieri c’era Valerio Scoppa. Famiglia importante la sua, papà radiologo di fama, zio generale dei carabinieri in pensione legato alla curia, il fratello sposato con la figlia del boss Angelo Nuvoletta, morto nel 2013, mentre stava scontando l’ergasotlo per l’omicidio del cronista del Mattino Giancarlo Siani. Storie passate. Oggi Cantalamessa è un Salvini Boy, impegnato a contrastare l’invasione straniera.

Fuori dal cazzo! di unità nazionale, scrive il 9 marzo 2018 Augusto Bassi su "Il Giornale". Chiedo scusa a chi ama un giornalismo in punta di penna per il titolo volgare, populista, estremista, financo sessista. Ritengo tuttavia necessaria un’eloquenza pane e mortazza poiché l’incertezza sul nuovo governo sta oscurando l’esisto elettorale. Il mostro contro cui si è ribellata la cittadinanza sta fagocitando il voto, per poi digerirlo e cacarlo. La vita dopo la consultazione per il popolo italiano somiglia alla vita dopo la morte dei personaggi della Commedia di Samuel Beckett: «Credevamo che sarebbe stata una liberazione, che ci avrebbe portato la pace… perché allora le cose continuano, perché tutto continua?». Per ben valutare il reale ci sono due strade: la prima è quella di allenare la facoltà di giudizio, osservare, riflettere… e quindi deliberare; la seconda porta ad ascoltare la posizione ufficiale dei filistei fasulli, con la consapevolezza che il contrario di ciò che dicono si avvicina al vero e al giusto. Prendiamo a modello il reddito di cittadinanza. Indipendentemente dalle riserve che suscita, legittime se non doverose, è ributtante ascoltare gli stessi che ci hanno insegnato moralità sul bisogno di accogliere, sfamare, mantenere, integrare i più sfortunati del mondo… ora ridicolizzare chi vorrebbe garantire un sussidio a 4.7 milioni di italiani disintegrati sotto la soglia della povertà assoluta, accusandolo di populismo, di demagogia e di assistenzialismo. Il Caffè di Gramellini dà una svegliata costituzionale – velata da una punta di razzismo – a quegli zotici italiani del Sud che ingenuamente speravano in un aiuto economico, parlando di bignamini, di sue tasse, ma dimenticando che sono mie tasse quelle che vengono caritatevolmente offerte ai sempre più numerosi ed esigenti migranti economici, che di bignamini avrebbero forse ancor più bisogno degli anziani siciliani. Malgrado questi cortocircuiti procedurali, in queste ore è tutto un florilegio di ammiccamenti alla possibile alleanza di governo fra 5Stelle e PD. Da Scalfari a Confindustria, dal Foglio a Bernard Guetta, si tifa per una convergenza a sinistra. Ad accompagnare questa possibile transizione che escluda il Centrodestra, l’esercito impiegatizio dell’atlantismo, che con i soldatini della subcultura econometria insiste nel puntare le cerbottane contro i populismi e gli estremismi. Populismi ed estremismi che, usciti vittoriosi dalle elezioni, prendono ora il nome di volontà popolare e possono urinare ambrosia sulla testa degli automi a molla.

Stefano Feltri pubblica l’indispensabile “Populismo Sovrano” e da Corrado Formigli ci addottora sui severi vincoli che ci impone l’Europa; La Sibilla Cumana di Algebris, Davide Serra, non può che divinare la preoccupazione dei Mercati, spaventati dall’instabilità e dai massimalismi (i voti all’estero hanno premiato il PD, quindi mi auguro che la fuga di cervelli continui); Maurizio Molinari ci segnala come la Commissione Europea “punti il dito” sul debito italiano e parla di spillover, di rischio contagio su altri Paesi; Mario Monti, che è un contagio reificato, torna a farsi piuttosto ciarliero, sottolineando che «sarebbe auspicabile un governo 5Stelle-Pd se servisse a spartire le responsabilità di eventuali scelte impopolari che dovessero rendersi necessarie». Il sottotitolo a tutte queste odiose prese di posizione… che si rifanno ad una autorità ontologicamente superiore credibile quanto il dio del tuono azteco, è il mero auspicio di poter continuare a rapinare le moltitudini, oltraggiando il decoro e il messaggio lanciato dalle urne. Questa gente è stata azzittata dal voto del 4 marzo, annullata, eppure ancora blatera in cerca di consenso. Ancora alita zolfo e spread. Ma il suffragio è arrivato con una potenza reboante e comanda: Andate in culo! Andate fuori dai coglioni! Per questo serve un governo di unità nazionale che concretizzi la potestà degli elettori. Che consacri la democrazia rappresentativa.

Il rigurgito di orgoglio ha preso due direzioni, ha assunto due forme, due colori; ma è cementato da un disgusto comune verso questo apparato. La complicità fra i due vincitori delle elezioni – il Centrodestra a trazione salviniana e i 5Stelle – fiacca sul piano dei programmi e sull’idea di buona vita, è del tutto naturale su quello della priorità: estirpare il tumore che affligge il Paese. Populisti d’Italia unitevi!, questo il grido dell’arme che si è levato dai seggi. Il vile nemico usa tutte le risorse a sua disposizione anche in regime di cessate il fuoco. Usa lo spaventacchio del debito pubblico raffigurato in perenne agguato sul futuro delle nuove generazioni per suscitare inquietudine negli intelletti indifesi. Solletica le corde delle anime melliflue per far entrare il cavallo di Troia della manodopera a basso costo sotto la bandiera umanitaria. Mette le mimose alle sbarre della prigione globalista con il femminismo, l’europeismo, il cosmopolitismo di maniera. E la banalità del male si nota proprio dalla prevedibilità e dalla monotonia delle scemenze dinamitarde che vengono esplose – sempre uguali nel pre-Brexit, nel pre-Referendum, alla vigilia delle Politiche – che vaticinavano cataclismi economici e inondazioni nazifasciste. Scemenze a tal punto ricandidate da fare ormai sull’opinione pubblica l’effetto di fialette puzzolenti. E questa è la galvanizzante presa di coscienza degli ultimi mesi. Le democrazie occidentali, e quella italiana su tutte, hanno avuto lo scatto di scetticismo necessario alla loro sopravvivenza. Un’epoché salvifica, una ribellione gloriosa. Ora la politica trionfante deve utilizzare il voto per diradicare ciò che rimane di una metastasi che ha infettato la stampa, la televisione, i teatri, la giustizia, le scuole, le università. La sinistra liberista, atlantista, massonica, cripto-fascista e finto-corretta, va sbriciolata. Nelle azioni di tutti gli uomini, e massime de’ Principi … si guarda al fine … I mezzi saranno sempre iudicati onorevoli e da ciascuno lodati. I grillini pasticcioni, che hanno il merito di averne nasato il fetore, saranno i mezzi onorevoli per il fine ineludibile. Non è più il momento di essere attendisti, di fare i puristi, i fighetti. Lo squalo che sente l’odore del sangue… attacca. Altrimenti è un pesce gatto.

Il politicamente corretto odia l’Immigrazione sana, la dimostrazione è Toni Iwobi, scrive il 9 marzo 2018 Andrea Pasini su "Il Giornale". Mario Balotelli e Cécile Kyenge che cosa hanno in comune? Sono il volto dell’integrazione, mal riuscita, all’ombra del tricolore. Esempio di uomini e donne arroganti e spacconi che vogliono spiegarci, a tutti i costi, che l’immigrazione ha un colore, possibilmente arcobaleno, avvolto nella bandiera dei diritti, senza doveri, sventolata dalla sinistra. Quella sinistra politicamente corretta che si è indignata per l’elezione del primo senatore con la melanina scura della storia della Repubblica italiana: Toni Iwobi. Qual è il problema? Il problema è che Toni Iwobi rappresenta la Lega. Il senatur rappresenta, per il movimento capitanato da Matteo Salvini, il responsabile federale del Dipartimento Immigrazione e Sicurezza. Un verde, come lo ha definito Vittorio Feltri un “negro bergamasco”. Nel suo editoriale la penna della città dei Mille, sulle colonne di Libero, scrive: “Il suo motto è ‘REALISMO, NON RAZZISMO’. Per questo egli dice: migrazione solo se c’è lavoro, e siccome oggi c’è ‘soprassaturazione dell’occupazione’ (usa questa parola accademica, ma va bene lo stesso), vanno bloccati i flussi. Come? Svelando l’inganno a quelli che sono invogliati a partire dai buonisti bugiardi. (…) Vanno ‘aiutati a casa loro’, con investimenti governati da aziende nostre, che possano prosperare loro e far prosperare i locali. Fornisce qui altre ricette, a cui mi inchino, e che so costituiscono il programma di Matteo Salvini su questo tema che non è un’emergenza ma ci assedierà per decenni (se riusciremo a sopravvivere)”. Realista proprio come piace a noi. Realista quel tanto che basta per sorpassare, senza voltarsi, i cattocomunisti da strapazzo che voglio farci invadere senza possibilità di difesa. Forse sono cieco io o forse non gliel’hanno detto ancora che è nero. Ma vergogna!”. Le polemiche ai tempi dei social network. Le parole arrivano dal profilo Instagram di Mario Balotelli. Il viziato centravanti del Nizza. Il bizzoso talento sprecato ai tempi dell’Inter, appassito in quel di Manchester, sfiorito a Milano sponda Milan e timidamente riapparso in Costa Azzurra. Dall’alto della sua sapienza apostrofa, con un tackle impreciso e rozzo, il leghista con toni poco lusinghieri. Eccolo il nodo cruciale. L’ideologia politica ha un colore, soprattutto quello della pelle. Una follia, figlia di questo tempo malato, dove il senno è un diritto arrogato, unicamente, dalle sinistre. Adriano Scianca, direttore de Il Primato Nazionale scrive: “Secondo il nuovo Sartre, ovvero Mario Balotelli, se un nero si candida con la Lega è perché è cieco di fronte al colore della propria pelle. Applausi a scena aperta dalle sinistre. Ora, senza entrare nel merito della questione Iwobi, mi interessa molto questo ragionamento di Balotelli. Quindi esistono posizioni politiche che discendono direttamente dal colore della pelle? Ma questo vale solo per un certo tipo di pigmentazione oppure è valido anche per me? È possibile pensare, votare e schierarsi in quanto nero ma non è possibile farlo in quanto bianco? Eppure avevo capito che le razze non esistessero. Sono curioso, spiegatemi”. Spiegatelo al nuovo governatore lombardo, Attilio Fontana, che per una frase sulla “razza bianca” è stato crocifisso sull’altare di Giorgio Gori. Con i risultati delle urne che stridono rispetto alla realtà, patinata, del mondo irreale dei media. Mai un giorno nell’illegalità per il neo senatore Toni Iwobi. Quarant'anni nel nostro che è diventato, anche, il suo Paese. Una condotta esemplare, un esempio vincente di integrazione, di lavoro al servizio della comunità. La dimostrazione che non tutti gli extracomunitari appartengono alla cerchia del PD e della politica fatta sulle pelle, è il caso di dirlo, delle minoranze etniche. Il rapper Tommy Kuti, anche lui originario della Nigeria, in un suo brano dal titolo #Afroitaliano canta: “Quando tutta sta gente non mi conosceva/ Fanculo i razzisti, quelli della Lega/ Ogni 2 Giugno su quella bandiera/ Mando una foto ai parenti in Nigeria / Mangiando una fetta di pizza per cena”, chi glielo racconta ora che ha sbagliato bersaglio nelle sue liriche? Senza citare chi paragona Iwobi ad un maggiordomo, ad un novello zio Tom, allo Stephen, interpretato da Samuel L. Jackson, capo della servitù, negriero tra i negri, del film Django Unchained. Come sostiene Scianca una contraddizione in termini, fortissima, laddove la RAZZA esiste solo a comando. Anzi di razza ne esiste solo una quella bianca, con cui diventa impossibile scendere a patti, scendere a compromessi, anche solo semplicemente confrontarsi per ottenere risultati concreti. Figuriamoci per un nigeriano che ha deciso di investire le proprie competenze con la Lega, follia. Nicola Porro definisce Roberto Saviano un minus habens, perché suggerisce a Matteo Salvini di bere la propria urina. Quando Gomorra diventa realtà. Quando l’astio verso Iwobi, verso la trionfante Lega, i dati elettorali parlano chiaro, diventa motivo di acredine incontrollata. Serve, a questo punto, citare il Vate Gabriele D’Annunzio per apostrofare gli amici politicamente corretti. Il poeta abruzzese definì, al culmine di una lite, Filippo Tommaso Marinetti un “cretino fosforescente”. Ecco cosa sono codesti minus habens: cretini fosforescenti. Perché esaltano il proprio livore rendendosi visibili, anche dalla Luna, in tutta la loro cafonaggine. Si legge sulle pagine del Giornale: «“Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno condiviso le manifestazioni di sostegno per Mustafa”, ha scritto ieri pomeriggio Mohamed Ali Arafat, sindacalista a Piacenza, per annunciare l’avvenuta scarcerazione del compagno di lotta. “La liberazione di Moustafa è solo il primo di una serie di passaggi necessari a liberare tutti i protagonisti di quella grande giornata di lotta antirazzista – si legge nella pagina Facebook di Si Cobas Piacenza – Chiediamo con forza la liberazione di tutti i compagni arrestati per i fatti di Piacenza e una piena assoluzione per loro e per i compagni piacentini colpiti da denunce e perquisizioni. La necessità di lottare contro il razzismo e le sue sedi è sotto gli occhi di tutti: quotidianamente si succedono gli atti di terrorismo a matrice fascista e leghista contro immigrati o le intimidazioni contro esponenti delle lotte sociali e sindacali. Per noi la dimostrazione empirica della debolezza propria delle argomentazioni razziste continua a risiedere nei risultati che giornalmente otteniamo nei luoghi di lavoro, dove solo lottando uniti, italiani e immigrati fianco a fianco, si può ottenere ciò che padronato governo provano a sottrarci”». C’è una classe dirigente, meglio… una conventicola, meglio… una cosca nazionale avida di avidità sovranazionali… che ha permesso tutto questo. Che tutto questo difende e promuove. Una cosca che dopo il 4 marzo barcolla tragicamente, che si attacca alle corde, che prova a legare. Adesso va messa al tappeto. Dopo le consultazioni Mattarella dovrà contarla e decretarne il k.o. tecnico alzando il braccio a un governo Centrodestra-5Stelle. I nodi da sciogliere saranno tanti. Il parlamento dovrà parlamentare. Il destino del Paese resterà incerto e le scie di condensazione aleggeranno su di noi. Ma avremo scongiurato, forse per sempre, le magnifiche sorti e progressive. Questa è la mia immodesta opinione sul da farsi; ora ditemi la vostra!

Balotelli insorge contro il leghista nero, scrive Lanfranco Caminiti l'8 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Il calciatore contro il senatore di origini africane: “Forse ancora non gliel’hanno detto che è nero!” Hiram Rhodes Revels entrò al Senato degli Stati Uniti nel 1870. All’epoca i senatori venivano eletti dal parlamento dello Stato, e siccome uno dei due rappresentanti del Mississippi si era dimesso restava un posto vacante. Revels era il rappresentante della contea di Adams, e quindi ne aveva i titoli. Per la verità, non tutti ne erano convinti: ci fu un’opposizione insistente. Perché il punto era che Revels era nero. Non proprio nero nero. Era di sangue misto, nato da un uomo a sua volta di sangue misto e da una donna bianca di origini scozzesi: solo che lui era venuto nero. Efu questa la tesi che vinse: Revels sembrava un nero ma non era un nero nero, e perciò era americano di nascita. Così, Hiram Rhodes Revels fu il primo nero a entrare nel Senato degli Stati Uniti. Da repubblicano. Perché Revels era un repubblicano convinto – e democratici invece, quelli che si erano opposti alla sua elezione. Revels era del “partito di Lincoln”. Quello che pur di eliminare la schiavitù aveva fatto la guerra civile. Non so se questa storia la conosca, il signor Toni Iwobi, 62 anni, diventato primo senatore nero con la Lega di Salvini. Non è il primo italiano di origini africane a entrare in parlamento: alla Camera, da deputati, ci sono stati, in schieramenti diversi, Dacia Valent, Khaled Fouad Allam, Souad Sbai, Magdi Allam, Khalid Chaouki, Cécile Kyenge e Jean- Léonard Touadi. Ma certo, è il primo senatore e, soprattutto, ci entra con la Lega. Proprio l’ex deputato Jean- Léonard Touadi ha commentato: «Mi ha sempre colpito la sindrome di Stoccolma del senatore Iwobi che ha fatto da cassa di risonanza ai proclami antiafricani dei suoi carcerieri». A chi non è andata proprio giù l’elezione di Iwobi è Mario Balotelli che su Instagram scrive: «Forse sono cieco io o forse non gliel’hanno detto ancora che è nero. Ma vergogna!!!». L’attaccante del Nizza, da sempre in prima linea nella lotta contro il razzismo, contro i buuu e le banane gettate in campo dagli spalti, e che pochi giorni fa nella partita contro il Digione è stato ammonito per avere zittito i cori razzisti, si è anche congratulato con la sua terra madre, il Ghana, nel giorno del 61esimo anniversario dell’Indipendenza del Paese: «Prometto sul mio onore di essere fedele e leale alla mia terra madre. Mi dono al servizio del Ghana con tutta la mia forza e tutto il mio cuore… Felice 61esimo compleanno dell’Indipendenza!». Chissà se Balotelli ha pensato a George Weah, grandissimo calciatore, anche lui ex campione del Milan e unico pallone d’oro africano, che è stato da poco eletto presidente della Liberia. Ma per il signor Iwobi, la terra madre è la Lombardia. Dopo l’elezione ha dichiarato: «Io appartengo alla patria, ma anche ai territori che mi hanno eletto. Non bisogna dimenticare da dove si viene». E non c’è dubbio che non intendesse la Nigeria, dove è nato il 26 aprile del 1955, ma la Lombardia, dove risiede a Spirano in provincia di Bergamo, responsabile immigrazione della Lega e nel Carroccio da 25 anni. Giunto in Italia con un visto da studente nel 1976, Iwobi, di madrelingua inglese, si è diplomato a Manchester in economia aziendale con specializzazione in marketing, sales & business management e ha poi ottenuto un diploma di analista contabile a Treviglio, Bergamo. Ottenuta una prima laurea in Computer information science, in Italia si è laureato in Scienze dell’informazione. Dal 2001 è amministratore delegato della Data Communication labs Srl con sede proprio a Spirano e che si occupa di servizi informatici, tra cui la progettazione di software gestionali, la gestione di reti locali e sistemi di sicurezza, la realizzazione di siti Internet, oltre a un servizio di provider per la Carta regionale dei servizi. In precedenza, Iwobi aveva lavorato come direttore tecnico e commerciale in una ditta che opera nel settore informatico. Nel 1995 è diventato consigliere comunale a Spirano, e da lì la sua carriera politica nella Lega. Nei suoi ringraziamenti sui social, Iwobi ha scritto: «Dopo oltre 25 anni di battaglie nella grande famiglia della Lega, sta per iniziare un’altra grande avventura. I miei ringraziamenti vanno a Matteo Salvini, un grande leader che ha portato la Lega a diventare la prima forza di centrodestra del paese!» D’altronde, nei santini elettorali aveva inserito lo slogan leghista “stop invasione” (e nei comizi indossava la maglietta con questa scritta). A chi gli ha fatto notare che dall’ultimo rapporto di Amnesty International risulta che il 95 percento delle frasi xenofobe proviene dal centrodestra e che tra i leader politici Salvini guida la classifica, lui risponde: «Lo spauracchio infondato di un ritorno del fascismo e del razzismo è quello che ha penalizzato la sinistra a queste elezioni. Vuole dirmi che Salvini è razzista? Io non vedo niente di tutto questo, come non vedo che sia contro gli immigrati. Un immigrato regolare è suo fratello ed è stato lui a mettermi a capo del Dipartimento immigrazione della Lega. Sono tutte cose inventate che non esistono. Il problema reale non è il fascismo o il razzismo, ma il lavoro che non c’è». A Balotelli, questo politico argomentare forse interessa poco. A lui interessa il colore della pelle. E solo un nero poteva dire a un nero guardati allo specchio, un po’ come nei film americani solo un nero può dare del “nigger” a un altro nero. A meno che l’abuso del politically correct non abbia sbiancato i vecchi dialoghi, come quello di Samuel Jackson in Pulp fiction che alla notizia che arriverà il signor Wolfe che risolve i problemi dice a Marcellus, il nero più cattivo che c’è: «Shit, negro, thats all you had to say – Merda, negro, dovevi dirmi solo questo». Politically correct si mostra anche il neosenatore Iwobi, che a proposito di Balotelli dice: «Non mi interessa rispondergli, ci sono problemi molto più importanti in questo Paese». Più sciocco – va da sé – il Gran Capo Salvini che dichiara: «Balotelli non mi piaceva in campo, mi piace ancor meno fuori dal campo». Peccato, perché invece di questo dovremo discutere e tanto – dopo l’assassinio “per caso” di un nero innocente a Firenze e “la rivolta delle fioriere” dei senegalesi. I neri stanno qui, sono fra noi, sono parte della nostra vita ormai. Anche politica. In fondo, l’elezione del signor Iwobi ci dice anche questo.

Mafiosi, massoni, maiali, Pdioti, ebeti, “lo stato delle cosce”: così il mondo M5S ha costruito le premesse per chiedere oggi l’alleanza al Pd. Dagli insulti alle possibili diffamazioni alla violenza verbale antisemita: un crescendo di odio che adesso sfocia, paradossalmente, nella richiesta di alleanza, scrive il 7 marzo 2018 di Jacopo Iacoboni su "La Stampa". Alla fine di due anni nei quali una delle ragioni costitutive del Movimento Cinque stelle – l’esperimento politico di Roberto Casaleggio – è sempre più manifestamente stata abbattere il Pd, il candidato premier Luigi Di Maio, in una polemica con Matteo Renzi, arrivò a dire: “Renzi ci dice che noi abbiamo candidato nelle nostre liste un amico degli Spada. Rispondo io: ma lo dici proprio tu che hai preso i soldi da Buzzi e da Mafia capitale per le elezioni?”. La frase è testuale. Renzi rispose che l’avrebbe querelato, e non sappiamo se ciò sia avvenuto. Forse la frase “prendi i soldi da Mafia capitale” non era esattamente la frase di due potenziali alleati. Magari era una dichiarazione d’amore non capita. Ora che il Movimento cinque stelle cerca i voti (anche, se non soprattutto) del Pd e del centrosinistra, e Renzi è rimasto uno di quelli (pochi?) avversi a questa bizzarra offerta, è forse utile passare in rassegna alcune delle cose che la propaganda M5S ha detto del Pd in questi anni. Alessandro Di Battista si fece fotografare davanti a un grafico a forma di piovra (simbolo neanche tanto velato della Piovra, la mafia) nel quale venivano elencati tutti i democratici che – a detta del Movimento – avevano problemi di vario genere con la giustizia. Sorvoliamo sul fatto che quel grafico contenesse anche degli errori nelle attribuzioni di presunti reati, fatto sta che i tre hashtag erano #mafiacapitale, #gomorraPd e #trivellopoli. Non esattamente un viatico all’amicizia, o alla non belligeranza post voto. Il Pd “è morto”, disse Di Maio quando cancellò all’improvviso un confronto con Renzi; ora il Movimento cerca i voti dei morti. E sarebbe il meno. Persino le scelte lessicali dell’aspirante premier cinque stelle non sono apparse precisamente predisposte al dialogo, in questi mesi. “Noi – disse sempre Di Maio – abbiamo restituito oltre 23 milioni di euro, quelli del Pd hanno intascato oltre 40 milioni di finanziamenti pubblici in questa legislatura, hanno ricevuto 9 milioni di euro non si sa da chi e si sono tenuti pure i soldi sporchi di Buzzi. Il mariuolo Mario Chiesa in confronto era un dilettante. A questa gente, che in queste ore starnazza, dico semplicemente: non c’è nulla di cui possiate vantarvi, dovete solo vergognarvi e tacere”. Dovete “vergognarvi”, “starnazzate“, “tacete“, siete “peggio dei mariuoli“. Grandi complimenti politici, sicuro segno della volontà di avviare un confronto programmatico dopo le elezioni. E questo è Di Maio in persona, l’uomo più moderato del Movimento. Perché se poi foste andati per sbaglio nei luoghi più potenti della propaganda non ufficiale pro M5S – ma col nome del candidato premier – per esempio il “Club Luigi Di Maio”, su Facebook, avreste trovato cose come la foto di un maiale accostato al deputato democratico Emanuele Fiano, di religione ebraica. Sul Fatto Quotidiano apparve – tra le varie – una vignetta contro la Boschi intitolata “lo stato delle cosce”: parve un disegno di chiara natura civil-progressista, ispirato alla volontà di confronto aperto, e al rispetto delle corpo delle donne: insomma, le sicure premesse per alleanze col centrosinistra. La Boschi stessa (tuttora eletta col Pd) fu definita “incostituzionale”, ma ora il problema parrebbe di minore gravità, per il Movimento, che ci si alleerebbe senza particolari tormenti. Durante le dichiarazioni di voto sulla riforma costituzionale al Senato, l’allora capogruppo del Movimento 5 Stelle disse, rivolgendosi sempre a “Maria Etruria”: “Avete demolito la carta costituzionale con la vostra superficialità e con una prepotenza autoritaria sulla base di indicibili accordi massonici” (e Boschi, di cui qualcuno azzardò la lettura del labiale, avrebbe risposto sussurrando: “massone lo dici a tua sorella”). In definitiva un grande leit motiv della propaganda grillina sui social è stato appunto “Pd massoni”, “deviati”, complici dei crac bancari. Ora nel Movimento si vogliono alleare con i massoni, forse per via delle candidature di massoni scoperte, a sorpresa, nel M5S, e non nel Pd. I democratici, in questi anni, non sono stati democratici, per i cinque stelle, ma “Pdioti”, “ebeti”, o – nei casi di maggior gentilezza – “ladri”. Appare dunque un po’ curioso che “la meglio gioventù grillina” ora sia così disposta a intrupparsi con siffatta gentaglia. Forse è solo opportunismo, normalissimo da che mondo è mondo; come le sparate euroscettiche, il referendum per uscire dall’euro, i flirt anti-immigrati contro le ong definite “taxi del Mediterraneo”. Forse, anche qui, volevano dire che sono per l’Europa, e a favore di una società aperta agli immigrati. Insomma, che “i loro temi in fondo sono più vicini al centrosinistra”.

SPOT, PRIVILEGI E POPULISMO.

Il presidente della Camera Fico sul bus, ma nel 2017 lo aveva preso solo 15 volte, scrive "Il Corriere del Giorno" il 27 marzo 2018. Roberto Fico nel 2017, di autobus ne aveva presi in tutto 15, per un totale di 22,50 euro rendicontati come “spese di trasporto bus/metro”. Ben più alta era stata la cifra spesa dal nuovo presidente della Camera per i taxi: 2.486,24 euro in dodici mesi. In media, quindi, Fico ha chiesto 207,2 euro di rimborso mensile per i taxi utilizzati.  ROMA – Roberto Fico, neo presidente della Camera dei Deputati, ieri mattina è arrivato a Montecitorio a bordo dell’autobus 85 dell’Atac partito dalla stazione Termini, chiaramente con fotografo al seguito…. La notizia – per molti – è stata questa: vedere la terza carica dello Stato sul bus e non a bordo delle auto blu. Ma a controllare i dati ospitati nel sito tirendiconto.it attraverso il quale il Movimento 5 Stelle dichiara di rendere trasparenti (ma non sempre ci riesce…) tutte le spese dei suoi eletti si verifica qualcosa di divertente, che diventa notizia. Roberto Fico lo scorso anno, cioè nel 2017, di autobus ne aveva presi in tutto 15, un pò pochini in 365 giorni, per un totale di 22,50 euro rendicontati come “spese di trasporto bus/metro”. Ben più alta era stata la cifra spesa dal nuovo presidente della Camera per i taxi: 2.486,24 euro in dodici mesi. In media, quindi, Fico ha chiesto 207,2 euro di rimborso mensile per i taxi utilizzati. La “trasparenza” del Movimento 5 Stelle promette, attraverso il loro stesso sito, di conoscere per ognuno dei parlamentari la cifra restituita, con tanto di ricevuta del bonifico effettuato, ma come scoperto da Le Iene, non sempre veritieri… ma anche la cifra spesa. E così si scopre che Roberto Fico a Roma paga un affitto di 1.400 euro al mese e che per le utenze, le pulizie e la manutenzione relative a quella casa spende circa 450 euro al mese per un totale di 1.850 euro, a spese del contribuente. Ma non solo! Si scopre, anche, che ad agosto 2017 Roberto Fico ha preferito mangiare a casa spendendo in generi alimentari 167,06 euro, e non in bar o ristoranti, dichiarando rimborsi per cene e pranzi di lavoro (ad agosto?): 100 euro, e per rimborsi per pranzo, cena o bar: 207,18 euro!  A febbraio, invece, la spesa di alimentari era stata molto più bassa (77,96 euro), mentre erano aumentate le sue cene al ristorante (35 euro per pranzi e cene di lavoro e 396,54 euro per pranzi, cene e bar). Quindi legittimo dedurre che gli italiani hanno pagato le vacanze a Roberto Fico e compagna. I rendiconti pubblicati dei “grillini” sono così precisi al punto che si riesce ad apprendere che da settembre 2017 Roberto Fico non utilizza più (o non ne chiede il rimborso) alcuna chiavetta Wi-Fi o abbonamento a internet, spesa che nei mesi precedenti oscillava tra i 9,99 euro e i 19,99 euro. Con un po’ di pazienza, aprendo i file relativi ai singoli mesi del 2017, è possibile anche scoprire quando il presidente della Camera ha cambiato l’ultima volta il cellulare in quanto tra le voci del rendiconto è inserita anche: “Acquisto Cellulari/Smartphones”. Dopo le spese “romane” ci sono poi quelle relative all’attività nel collegio elettorale, a cui è dedicata una voce specifica nel rendiconto. Queste includono le spese logistiche per partecipazione a eventi che includono vitto, alloggio, trasporti e altre spese. Anche in questo caso avendo un po’ di tempo libero si potrebbe spulciare tra le attività di Fico (e degli altri deputati del M5S) per verificare gli importi chiesti (e dedotti) a rimborso.  Nei rendiconti sono presenti anche le spese per i collaboratori, la gestione dell’ufficio e le consulenze: saltano fuori spese di consulenza legale bimestrali (fanno eccezione maggio, luglio, agosto, settembre, novembre e dicembre) per importi che vanno dal 125 ai 3172 euro. Roberto Fico ha anche avuto bisogno di assistenza informatica un paio di volte all’anno (182,50 euro e 512,40 euro) e del commercialista al quale si è rivolto quattro volte in un anno. Un pò strano, considerando che la dichiarazione dei redditi si fa una sola volta ogni anno! L’aggiornamento del portale della presunta trasparenza grillina è fermo a dicembre 2017: chissà se adesso verrà ripristinato. E chissà se magari il presidente Fico farà inserire l’abbonamento dell’Atac, o se quella di ieri mattina era solo una trovata di pubblicità politica alla “grillina” ad uso mediatico. Non contento Fico si è fatto immortalare anche in treno con la sua compagna, dimenticando però di essere arrivato un pò in ritardo. Infatti sia Romano Prodi che Mario Monti quando erano stati rispettivamente presidente del Consiglio dei Ministri utilizzavano regolarmente entrambi il treno per gli spostamenti da Roma verso le rispettive città di residenza (Bologna e Milano n.d.r.)

"Fico" ma inutile. Il grillino in bus è solo uno spot. Questa storia dell'austerity esibita è insopportabile quanto tenere nascosti i privilegi, che in alcuni casi sono decoro nazionale e sicurezza personale, scrive Alessandro Sallusti, Martedì 27/03/2018, su "Il Giornale". Roberto Fico, neo presidente grillino della Camera, ieri è andato in ufficio con l'autobus dell'Atac come un cittadino qualsiasi. È un bel vedere. Lo stesso Fico, nel suo discorso di insediamento, ha annunciato che il suo primo obiettivo sarà tagliare stipendi e privilegi dei deputati. È un bel sentire. Ma detto questo, né la prima né la seconda cosa spostano di un centimetro i problemi dei cittadini e delle imprese. E scommetto non voglio fare il pessimista che ben presto vedremo il presidente della Camera su auto blu con scorta al seguito e usare aerei di Stato per i suoi spostamenti. Questa storia dell'austerity esibita è insopportabile quanto tenere nascosti i privilegi, che in alcuni casi sono decoro nazionale e sicurezza personale. Ricordate Renzi? Partì, da premier, andando al Quirinale con la Fiat Panda dell'amico Lotti, consumando frugali pizze a Palazzo Chigi. Ma già dopo poco andava in vacanza in elicottero e ai party di Obama con un aereo di Stato nuovo di zecca. Può essere che Fico non segua le orme dell'ex premier. Ma anche se così fosse, ammirazione a parte, dal presidente della Camera ci aspettiamo qualche cosa di più e di diverso. L'agenda del nuovo Parlamento dovrebbe, secondo noi, partire dalle emergenze nazionali. Trovo più urgente tagliare le tasse ai cittadini che i vitalizi (peraltro di fatto già aboliti) ai parlamentari; più utile trovare risorse per migliorare il trasporto dei pendolari che limitarsi a usare i medesimi scalcagnati mezzi perché così «siamo tutti uguali»; meglio eliminare prima le storture della burocrazia pubblica di quelle della casta, odiose ma marginali per la crescita del Paese; controllare l'immigrazione prima degli scontrini (cosa che neppure i Cinquestelle sanno fare tra di loro) deve essere una scelta chiara. Riportare moralità in politica è la pre-condizione di qualsiasi programma di governo. Se diventa «il» programma mi preoccupo. La legislatura - lo dice il nome - serve a fare leggi, non campagna elettorale permanente. La lotta alla casta porta voti ma non benessere né occupazione. Sosterremo chiunque la faccia, a patto che sia il contorno e non il primo piatto. Perché il Paese ha fame e non può più aspettare.

Fico che va alla Camera in bus ci è costato 15mila euro di taxi. Roberto Fico, neo presidente della Camera, ha rendicontato spese per 15mila euro in taxi in cinque anni di legislatura, scrive Giuseppe De Lorenzo, Lunedì 26/03/2018, su "Il Giornale".

Capitolo primo. Roberto Fico scende sorridente dall'autobus a Roma diretto alla Camera dei Deputati di cui è diventato la guida. Immancabile la foto (prontamente pubblicata su Instagram) che fa il giro dei social network e aizza i sostenitori del sobrio presidente.

Capitolo secondo. Sempre Roberto Fico su un mezzo, questa volta Trenitalia, direzione Napoli insieme alla compagna di vita: qualche passeggero lo ritrae col suo cellulare in seconda classe. “Non deve cambiare nulla da questo punto di vista – dice lui – per me molto è importante. Oggi in treno, seconda classe, taxi. Tutto deve rimanere semplice e umile”. Lodevole, per carità. Sebbene qualcuno storca il naso per la terza carica dello Stato che viaggia assieme ai comuni mortali senza la sicurezza che si confà al ruolo istituzionale (non alla persona), la scelta di Fico è sostenuta da motivazioni politiche. "È la storia del Movimento", ha detto di lui Luigi Di Maio. E la storia dei 5 Stelle è anche la lotta ai privilegi. È ovvio, tuttavia, che quella di Fico è soprattutto di una mossa di marketing. Il primo presidente dei Cinque stelle non può mica arrivare con la scorta e l'odiata auto blu. Almeno non subito. E così si è adeguato alla propaganda già usata da Renzi e Ignazio Marino con le loro biciclette. Il fatto è che i movimenti da deputato dell'onorevole Fico nell'ultima legislatura, quella passata, non sono stati del tutto gratuiti per i cittadini.

Ecco allora il capitolo terzo, di cui non si hanno fotografie pubblicate sui social. Mezzo protagonista: il taxi. Nei cinque anni di legislatura (2013 - dicembre 2017), il buon Fico ha speso oltre 15mila euro in auto bianca per spostamenti vari. Impossibile ricostruire in quali occasioni abbia chiesto il rimborso agli italiani (consultabili sul sito: tirendiconto.it), di certo lo ha fatto per una media di 281 euro a mese. Spicciolo più, spicciolo meno. Non una cifra sconsiderata, ma simbolicamente significativa. A questi vanno aggiunti anche altri curiosi pagamenti per i biglietti per il bus (e la metro) con cui oggi si fregia di essere arrivato alla Camera. A marzo 2017, per dire, si è preso la briga di rendicontare 1,50 euro di ticket dell'autobus. A maggio sono stati 4,50 euro e ad aprile 7,50. In totale fanno 677 euro e trenta centesimi. Un po' pochi per chi - scrivevano oggi i cronisti - "non ha cambiato le abitudini" di viaggiare con Atac. Le ipotesi sono due: o si è fatto rimborsare solo alcuni dei biglietti acquistati (e il resto l'ha messo di tasca propria), oppure non è salito così spesso su un pullman.

A dire il vero su Fico già nel 2016 si abbattè una piccola polemica per il suo "telefono d'oro" e le bollette da 12mila euro. In fondo anche per l'alloggio le spese non sono state indifferenti nel suo mandato da "portavoce" grillino a Palazzo. A dicembre 2017 dei 7.582,50 euro dichiarati dal neo Presidente 1.400,00 euro se ne sono andati per il canone di affitto e altri 1.182,59 euro per "utenze, pulizie, manutenzione e altro".

Ma quanto guadagnano i parlamentari? Scrive Il Corriere del Giorno il 25 marzo 2018. In molti sono tornati a chiedersi quanto guadagna chi siede in Parlamento. La cifra esatta non è facile da stabilire, eppure ispezionando con attenzione ai siti di Camera e Senato è possibile fare un calcolo approssimativo sugli stipendi dei parlamentari. E noi lo abbiamo fatto per i nostri lettori! Nelle voci che costituiscono le retribuzioni di senatori e deputati non c’è solo l’indennità parlamentare. Infatti i parlamentari di Palazzo Madama e Montecitorio per svolgere il loro mandato elettorale, ricevono anche vari rimborsi spesa e una diaria. Adesso che si è completato il primo tassello del puzzle istituzionale con l’elezione dei presidenti di Senato e Camera, in molti sono tornati a chiedersi quanto guadagna chi siede in Parlamento. La cifra esatta non è facile da stabilire, eppure ispezionando con attenzione ai siti di Camera e Senato è possibile fare un calcolo approssimativo sugli stipendi dei parlamentari.

SENATO – La componente principale da prendere in considerazione è l‘indennità del parlamentare, prevista dalla Costituzione. L’indennità parlamentare viene calcolata prendendo come riferimento lo stipendio dei magistrati presidenti di Sezione della Corte di Cassazione pari a 10.385,31 euro (che si riducono a 10.064,77 euro per i Senatori che svolgano un’attività lavorativa). Il sito del Senato, al netto delle ritenute fiscali e dei contributi obbligatori per il trattamento previdenziale, per l’assegno di fine mandato e per l’assistenza sanitaria, calcola che l’indennità mensile risulta pari a 5.304,89 euro (che scende a 5.122,19 per chi svolge attività lavorative). Da tali importi vanno poi sottratte le addizionali all’Irpef: l’indennità netta mensile corrisposta ai Senatori può dunque essere leggermente inferiore o superiore ai 5.000 euro, a seconda della regione e del comune di residenza.

RIMBORSI SPESA – All’indennità però va poi aggiunta la diaria, prevista dalla legge n.1261/1965 di spettanza per tutti i parlamentari, quale titolo di rimborso delle spese di soggiorno. Dal primo gennaio 2011 la diaria ammonta a 3.500 euro. Cifra ridotta in caso di assenza dai lavori parlamentari, soprattutto nelle sedute di commissioni e giunte in cui si svolgono le votazioni. Oltre alla diaria, a decorrere i senatori ricevono anche un rimborso forfetario mensile di 1.650 euro, che sostituisce e assorbe i preesistenti rimborsi per le spese accessorie di viaggio e per le spese telefoniche.

Al Senato, c’è poi il rimborso delle spese per l’esercizio del mandato. L’importo complessivo è diviso in una quota mensile di 2.090 euro – sottoposta a rendicontazione quadrimestrale – e in un’ulteriore quota di 2.090 euro mensili erogata a forfait. Poi ci sono le facilitazioni di trasporto: durante l’esercizio del mandato, i senatori usufruiscono di tessere strettamente personali per i trasferimenti gratuiti sul territorio nazionale, mediante viaggi aerei, ferroviari e marittimi e la circolazione sulla rete autostradale.

CAMERA – Anche alla Camera dei Deputati l’indennità parlamentare risulta pari a circa 5.000 euro. Ai deputati viene riconosciuta una diaria pari a 3.503,11 euro. Tale somma, si legge sul sito della Camera, viene decurtata di 206,58 euro per ogni giorno di assenza del deputato dalle sedute dell’Assemblea in cui si svolgono votazioni con il procedimento elettronico. Un’ulteriore decurtazione fino a 500 euro mensili viene inoltre applicata in relazione alla percentuale di assenze dalle sedute delle Giunte, delle Commissioni permanenti e speciali, del Comitato per la legislazione, delle Commissioni bicamerali e d’inchiesta, nonché delle delegazioni parlamentari presso le Assemblee internazionali.

Alla Camera c’è anche il “rimborso delle spese per l’esercizio del mandato”, che comprende anche le spese come quella per il collaboratore, le consulenze e le ricerche ed è pari a 3.690 euro. Le spese per l’esercizio del mandato devono essere per metà giustificate e per metà vengono corrisposte a forfait. Come i senatori, anche i deputati usufruiscono di tessere per la libera circolazione autostradale, ferroviaria, marittima ed aerea per i trasferimenti sul territorio nazionale. Per i trasferimenti dal luogo di residenza all’aeroporto più vicino e tra l’aeroporto di Roma-Fiumicino e Montecitorio, è previsto un rimborso spese trimestrale pari a 3.323,70 euro, per il deputato che deve percorrere fino a 100 km per raggiungere l’aeroporto più vicino al luogo di residenza, e a 3.995,10 euro se la distanza da percorrere è superiore a 100 km.

SPESE TELEFONICHE – Per le spese telefoniche alla Camera è previsto un importo di 1.200 euro annui. Il deputato versa mensilmente, in un apposito fondo, una quota della propria indennità lorda, pari a 784,14 euro.

ASSEGNO DI FINE MANDATO – Oltre al trattamento previdenziale dei parlamentari, basato sul sistema di calcolo contributivo, al termine del mandato parlamentare, senatori e deputati ricevono l’assegno di fine mandato, che è pari all’80 per cento dell’importo mensile lordo dell’indennità, moltiplicato per il numero degli anni di mandato effettivo.

Il francescano Fico nel mirino degli sfottò sul web. Le ironie sulle "rinunce" del presidente della Camera, scrive Paolo Bracalini, Venerdì 30/03/2018, su "Il Giornale". La messinscena del grillino Fico sull'autobus, orchestrata dall'ex concorrente del Grande Fratello Rocco Casalino, responsabile comunicazione del M5s, ha colpito molto la Rete. Nel senso che da giorni Fico viene bersagliato online dalla satira e dalle parodie per la sua stoica rinuncia a utilizzare mezzi meno popolari per il suo primo giorno da presidente della Camera (tipo il taxi, usato in abbondanza da Fico nei mesi precedenti, 15mila euro di ricevute in cinque anni). Su Twitter è persino nato un account dedicato alle gesta francescane del neopresidente grillino, «Io Sono Fico», con già più di 3.600 seguaci. Il finto Fico rende note tutte le sue rinunce, invitando gli italiani a fare altrettanto: «A pranzo avevo l'abitudine di cucinare le penne alla vesuviana. Ma da oggi comprerò solo mezze penne» annuncia Io sono Fico. A colazione, rinuncia a metà cornetto, restituendo la metà al barista, come da regola grillina per l'indennità parlamentare (sempre che poi non annullino i bonifici di restituzione), mentre il caffè è sempre «ristretto», per non sprecare. I seguaci lo imitano: «Ho fatto benzina e ho lasciato 3 litri al distributore. È un mondo migliore». Ma gli sfottò si moltiplicano con il «meme» (il tormentone social) del grillino che rinuncia a tutto. Un fotomontaggio descrive la sua prima visita ufficiale negli Stati Uniti, con Fico che attraversa l'oceano non in aereo ma a remi su una barchetta. In un'altra viene ritratto mentre raggiunge Montecitorio con una modalità ancora più low cost: in skateboard attaccato al retro del bus Atac. Altre immagini ritraggono la regina Elisabetta e il dittatore nordocoreano Kim Jong-un sui mezzi pubblici, per significare che non solo Fico, tra i grandi della Terra, mette piede su un bus. È nato anche un Generatore automatico di rinunce di Fico, per cui basta cliccare e si ottiene un nuovo nobile gesto del presidente della Camera, su carta intestata indirizzata all'amministrazione di Montecitorio. Qualche esempio: «Gentile Dott. Peppiniello, desidero comunicarle la mia intenzione di rinunciare, con effetto immediato, al cognome Fico, che verrà sostituito con carino, ma c'è di meglio». Oppure comunica «l'intenzione di rinunciare, con effetto immediato, a tutti i miei dati personali, per donarli di mia spontanea volontà a Cambridge Analytica». Su Twitter si è affermato anche l'hashtag #RobertoFicoSantoSubito, con cose tipo Fico che «non preleva soldi al bancomat. Ce li inserisce», oppure che cambia il nome della Camera in Cameretta, per risparmiare. Una serie di sfottò da leggere per farsi quattro risate, «anzi due, perché metà le dovrete restituire a fine mese».

SUSSIDI. QUANDO ESSER POVERO CONVIENE.

Sussidi: Reddito di cittadinanza, minimo, di inclusione: la giungla delle forme di contrasto alla povertà. In Italia esistono, a livello nazionale e locale, numerosi programmi per aiutare chi ha redditi bassi o nulli. A questi si aggiunge la proposta del Movimento 5 Stelle. Ecco una rassegna di tutte le sigle esistenti (che creano non poca confusione), scrive Gloria Riva su "L'Espresso" il 29 marzo 2018. Cinque anni fa l’Europa ha chiesto all’Italia di studiare un sistema per garantire un’esistenza dignitosa a tutti. Perché il nostro Paese, insieme alla Grecia, è l’unico nella Ue sprovvisto di una misura strutturale anti povertà.

Un passo in questa direzione è costituito dal Rei, il Reddito di inclusione, approvato in autunno dal governo. Il Rei è un contributo già oggi versato a 500 famiglie e che dall’estate sarà destinato a un povero su due. Vale 1,7 miliardi e crescerà fino a tre miliardi nel 2020. È riservato per ora alle famiglie, con alcune specifiche condizioni (quelle numerose, con reddito inferiore a seimila euro, con minori a carico, con disabili, con donne in gravidanza etc).

L’alternativa al Rei è la proposta dei Cinque Stelle: i 17 miliardi per quello che viene impropriamente chiamato reddito di cittadinanza ed è in realtà un reddito minimo condizionato, riservato ai disoccupati e revocabile se si rifiuta per tre volte un lavoro. Secondo Massimo Baldini, professore di Economia Pubblica all’Università di Modena, la proposta pentastellata è però sbagliata: «Oggi l’Italia destina 187 euro a ciascun povero, troppo poco se paragonati ai 500 euro della Francia. Ma i 780 euro del M5S sono troppi. E finirebbero per scoraggiare la ricerca di un posto di lavoro. L’assistenza economica dev’essere un incentivo all’attivazione, non una trappola», sostiene il professore.

Il Rei tuttavia è considerato da molti una misura debole e per questo - in alcune Regioni e qualche Comune - è accompagnato da finanziamenti locali. Sono misure a macchia di leopardo, gestite in modo autonomo, che danno vita a un sistema complesso e farraginoso. L’economista Giovanni Gallo ha messo a confronto le sei misure regionali di reddito minimo: «Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Puglia, Sardegna, Valle d’Aosta e Molise, anche se quest’ultimo tentativo non è mai venuto alla luce».

In Emilia Romagna è stato istituto il Res, reddito di solidarietà, destinato anche ai single esclusi dal Rei nazionale. Le domande di accredito in Emilia sono state circa diecimila e sono stati stanziati fino a 400 euro a famiglia.

Il Friuli-Venezia Giulia nel 2015 ha avviato la Mia, Misura attiva di sostegno al reddito, dedicata a 14 mila famiglie che possono ricevere fino a 550 euro. Sia in Emilia sia in Friuli sono gli uffici comunali, insieme all’Inps a valutare i requisiti e decidere se intervenire con il Rei o con le misure locali, evitando doppioni e sprechi.

In Puglia dallo scorso anno c’è il Red, Reddito di dignità: 35 milioni per 20 mila famiglie, a cui spettano 400 euro mensili. Chi riceve il Red deve svolgere un tirocinio: «Tutti i sussidi regionali prevedono l’obbligo di attivazione sociale», spiega Gallo, che continua: «A chi non partecipa viene revocato il contributo». Nella pratica però poi è complicato togliere il sussidio.

A Livorno, ad esempio, unica città pentastellata in cui il sindaco Filippo Nogarin ha avviato una forma di reddito minimo, non tutti si sono dati da fare: «Qualcuno, grazie al contributo economico, è uscito dalla povertà perché, non dovendo pensare all’urgenza di sopravvivere, ha avuto modo di fare corsi di formazione, colloqui di lavoro, pensare a un’exit strategy. Altri, invece, non sono stati altrettanto dinamici, e sono quelli che continuano a chiedere aiuto», spiega il portavoce del Comune di Livorno, che ha stanziato 400 mila euro per 250 beneficiari e prevede nuove misure per quest’anno.

Si chiama Reis, Reddito di inclusione sociale, la misura introdotta in Sardegna che lo scorso anno è stata richiesta da 20.800 persone. Possono ottenerlo anche gli ex residenti sardi che tornano sull’isola e potrebbe quindi prestarsi al cosiddetto “turismo del welfare”. Il sussidio valdostano è invece destinato solo agli over 25enni e a chi ha lavorato per 365 giorni negli ultimi cinque anni.

Un altro caso è quello della Lombardia e del suo Reddito di autonomia: un insieme di bonus e sgravi per chi ha reddito inferiore ai 20 mila euro. Infine ci sono le città di Bari, Piacenza e Ragusa: anche loro hanno attivato un sistema simile al Rei.

Alla fine la mappa del welfare anti povertà appare oggi complicata. E per capirci qualcosa, i cittadini spiazzati di fronte alla babele dei sussidi finiscono per bussare alla porta dei Caf, i centri di consulenza dei sindacati.

Perché il Reddito di Inclusione può diventare il nuovo Reddito di Cittadinanza. Per il presidente dell'Inps i sussidi proposti dall'M5S costano troppo. Meglio potenziare quelli che già esistono, scrive Andrea Telara il 29 marzo 2018 su "Panorama". “Abbiamo fatto le stime e pensiamo che il costo del Reddito di Cittadinanza sarebbe più alto del previsto, tra i 35 e i 38 miliardi di euro”. E’ quanto ha affermato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, durante la presentazione del primo bilancio del Reddito di Inclusione (Rei), un altro sussidio contro la povertà che, a differenza di quello proposto dal Movimento 5 Stelle, in Italia esiste già da diversi mesi. Con le sue esternazioni, Boeri ha riportato all’attualità un dibattito che ha caratterizzato tutta la campagna elettorale e che tornerà probabilmente ad animare la scena politica anche nei prossimi mesi. Stiamo parlando del dibattito sul Reddito di Cittadinanza, una proposta che ha consentito probabilmente al Movimento 5 Stelle di raccogliere una valanga di voti, soprattutto nelle regioni italiane economicamente più disagiate. 

Estendere Il Rei. Il presidente dell’Inps ha però ricordato una cosa: se il Reddito di Cittadinanza costa più del previsto, nel nostro Paese c’è già un sussidio alla povertà che, pur essendo oggi sottofinanziato, può diventare invece universale. Secondo le stime di Boeri, infatti, basterebbe stanziare 7 miliardi di euro all’anno (contro i 2 miliardi di oggi), cioè una cifra non proibitiva, per concedere un Reddito di Inclusione a tutti gli italiani che si trovano sotto la soglia di povertà assoluta. Come dire: meglio mettere un po’ più di soldi nel Rei per far scendere il tasso di indigenza nel nostro Paese, senza avventurarsi in soluzioni costose come il Reddito di Cittadinanza grillino. E’ un po’ la stessa soluzione che ha proposto tempo fa la sociologa Chiara Saraceno che ha avanzato l’idea di una sorta di compromesso tra il sussidio dei 5Stelle e il Reddito di Inclusione, istituito dai governi del Pd.  Per Saraceno occorrerebbe rendere il Rei a tempo indeterminato come il Reddito di Cittadinanza dei 5 Stelle, abbandonando il sistema attuale che prevede invece una sospensione dopo 18 mesi. 

Differenze tra sussidi. Non va dimenticato, però che tra i due sussidi esistono delle differenze notevoli per quel che riguarda la platea dei beneficiari e il meccanismo con cui vengono erogati, oltre che nell’importo dell’indennità. Il Rei spetta infatti alle famiglie che hanno un reddito annuo (calcolato secondo i criteri Isee) inferiore a 6mila euro e l’indennità può arrivare fino a un massimo ci circa 490 euro al mese anche se l’importo medio è 240 euro. I soldi del Rei vengono accreditati su una carta elettronica (la Carta Rei), che può essere utilizzata esclusivamente per determinati tipi di spese (per esempio per i generi alimentari o le bollette) e non per comprare beni superflui. Il Reddito di Cittadinanza è invece un sussidio che spetta a chiunque si trovi al di sotto della soglia di povertà relativa e guadagni (con qualsiasi tipo di reddito) meno di 780 euro al mese. I nuclei familiari che possono beneficiarne sono circa 4,9 milioni per un totale di oltre 9 milioni di persone. C’è dunque una notevole differenza di struttura tra questi due tipi di ammortizzatori sociali anche se, a ben guardare, trovare una soluzione ibrida non sembra affatto difficile. 

Redditi, ecco quanto hanno dichiarato gli italiani nel 2017. Secondo i dati dell’Agenzia delle entrate, quasi la metà dei contribuenti ha guadagnato meno di 15mila euro all’anno, scrive Giuseppe Cordasco il 29 marzo 2018 su "Panorama". L’Agenzia delle entrate ha reso noti i dati più significativi riguardanti le dichiarazioni dei redditi del 2017 presentate dai contribuenti solo pochi mesi fa. Il quadro che ne emerge non è privo di sorprese, soprattutto in chiave fiscale visto che proprio da queste dichiarazioni discende poi il gettito tributario che dovrebbe garantire l’essenzialità di tanti servizi pubblici. Si scopre infatti che quasi la metà dei contribuenti italiani dichiara un reddito sotto i 15.000 euro, e ce se sono addirittura più di 10 milioni che beneficiano di un Irpef a zero euro. A fronte di queste fasce decisamente più povere, in cima alla classifica spicca invece un numero esiguo di ricchi: solo 35mila soggetti, pari allo 0,1% del totale dei contribuenti italiani, che dichiara un reddito complessivo superiore ai 300mila euro. Ma vediamo nel dettaglio quali sono i numeri più significativi emersi da quest’ultima tornata di dichiarazioni al fisco.

Contribuenti e redditi complessivi. Secondo i dati dell’Agenzia delle entrate, nel 2017 il numero complessivo di contribuenti “dichiaranti” è stato pari a 40,9 milioni, in aumento di 100mila soggetti, ovvero un +0,25% rispetto all'anno precedente. L'imposta netta totale dichiarata è stata invece pari a 156 miliardi. Se si considera poi questo dato depurato dagli effetti del bonus 80 euro, l’Irpef netta è stata pari in media a 5.070 euro. Il tutto a fronte di un reddito complessivo dichiarato pari a circa 843 miliardi di euro. Un dato di 10 miliardi superiore a quello dell’anno precedente che fissa in 20.940 euro, cioè l’1,2% in più del 2016, il reddito medio nazionale. Se si spalma questa dato a livello regionale, si scopre poi che il reddito medio più elevato si trova in Lombardia (24.750 euro), seguita dalla provincia autonoma di Bolzano (23.450), mentre la Calabria ha il reddito medio più basso (14.950 euro).

Dipendenti, autonomi e imprenditori. Se si passa ad analizzare le tipologie di reddito dichiarate, dai dati del fisco emerge che quelli da lavoro dipendente e da pensione sono circa l'82% del reddito complessivo dichiarato, con il solo reddito da pensione che vale circa il 30% del totale. I lavoratori autonomi invece mostrano il reddito medio più elevato (41.740 euro), mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori (titolari di ditte individuali) è pari a 21.080 euro e, non poco sorprendentemente, per la prima volta superano, anche se di poco, quello dei lavoratori dipendenti che si ferma a 20.680 euro. La media dei pensionati invece dichiara 17.170 euro.

Fasce di reddito. Altra categorizzazione decisamente interessante quando si confrontano le dichiarazioni dei redditi è quella riguardante la loro fascia di appartenenza. A questo proposito, come già accennato, si rileva che nel 2017 il 45% dei contribuenti, che dichiara solo il 4,2% dell'Irpef totale, si colloca nella fascia di reddito complessivo fino a 15.000 euro. In quella tra i 15.000 e i 50.000 euro rientra invece il 50% dei contribuenti, che dichiara il 57% dell'Irpef totale, mentre solo il 5,3% dei contribuenti dichiara più di 50.000 euro, versando il 39% dell'Irpef totale. Rispetto all'anno precedente, aumenta poi il numero dei soggetti che dichiara più di 50.000 euro (+38mila unità). Ci sono infine i già citati 'paperoni', ovvero circa 35mila contribuenti con un reddito complessivo oltre 300 mila euro (0,1% del totale contribuenti), per un ammontare complessivo di 321 milioni di euro.

Reddito di cittadinanza, Renzi: “Pagati per stare a casa a far nulla”. La Voce: “È falso, nella proposta del M5s diversi obblighi”. Nel suo intervento a Quinta Colonna, il segretario del Pd aveva spiegato che il disegno di legge dei Cinque Stelle "vuol dire dare i soldi alla gente perché non lavori", a differenza del Reddito di inclusione che è uno "strumento per dire io ti do una mano, ma te ti metti a seguire corsi di formazione". Il fact-checking degli economisti: "Dichiarazione in evidente contrasto con il contenuto" della proposta dei pentastellati, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 21 febbraio 2018. Lo aveva detto con convinzione, Matteo Renzi: “Il lavoro è l’argomento fondamentale italiano e invece purtroppo si continua a discutere del Reddito di cittadinanza, che vuol dire dare i soldi alla gente perché non lavori”. E poi aveva insistito, spiegando che c’è già il Reddito di inclusione, “quello strumento che serve a chi in un determinato momento è senza lavoro, per dire io ti do una mano, ma te ti metti a seguire tutti i corsi di formazione, ti metti in gioco”. E quindi, insomma, c’è differenza tra reddito di cittadinanza e di inclusione: “Dare uno stipendio per stare a casa e non far nulla è il reddito di cittadinanza”, sentenziava il segretario del Pd a Quinta Colonna parlando della proposta del Movimento Cinque Stelle, depositata da anni in Parlamento. Ma il fact-checking de Lavoce.info definisce la sua dichiarazione “chiaramente falsa”: “Il reddito di cittadinanza, proprio come il Rei, prevede diversi obblighi e adempimenti da rispettare per poter ricevere l’assegno – scrivono gli economisti del blog – Le differenze riguardano invece i costi, il numero di beneficiari e la gestione del reinserimento. Nel complesso, la sua dichiarazione è in evidente contrasto con il contenuto del disegno di legge M5s”. La differenza tra il reddito di cittadinanza e il Rei, spiega Lavoce.info, “non sembra riguardare gli obblighi previsti per il beneficiario, quanto i criteri per usufruire dei trasferimenti e le modalità di gestione del reinserimento”. La differenza sostanziale è che il reddito di inclusione “si pone l’obiettivo di aiutare una buona parte dei poveri assoluti”, mentre il disegno di legge dei pentastellati “ha come platea tutte le famiglie che vivono nella povertà relativa, un numero ovviamente maggiore”. Ma non è vero, come sostiene Renzi, che il reddito di cittadinanza sia “uno stipendio per stare a casa a fare nulla”. Come già spiegato in passato da Lavoce.info, per poter usufruire dell’assegno che il M5s stima in 450 euro per beneficiario, quest’ultimo deve rispettare diversi obblighi come “fornire immediata disponibilità al lavoro presso i centri per l’impiego”, oltre a intraprendere un “percorso di accompagnamento all’inserimento lavorativo”. In sostanza, chi riceve l’assegno “è obbligato a partecipare a corsi di formazione e a colloqui individuali, oltre che ad altre iniziative finalizzate al miglioramento delle sue competenze lavorative”.

Deve inoltre “offrire la propria disponibilità a lavorare per progetti comunali utili alla collettività” e “mettere a disposizione otto ore settimanali per lavorare, in coerenza con il proprio profilo professionale, a progetti di pubblica utilità”. Nel caso in cui anche solo uno di questi obblighi non fosse rispettato, scrive sempre Lavoce.info, “il beneficiario perderebbe il diritto al reddito”.

I poveri evasori del pifferaio Di Maio. Il reddito di cittadinanza ce l’ha chi fugge dal fisco. Meglio lavorare, scrive il 29 Giugno 2016 “Il Foglio”. Intervistato dal quotidiano spagnolo El Paìs, Luigi Di Maio, aspirante presidente del Consiglio per il Movimento 5 stelle, dice che l’Italia “ha 10 milioni di persone sotto la soglia di povertà, 11 che hanno rinunciato a curarsi per difficoltà economiche, pensionati a meno di 400 euro”. Così il capo grillino in formato esportazione ripropone il progetto di destinare “il 2 per cento del pil per dare a chi ha poco o nulla 780 euro al mese”. La propaganda elettorale ha questo di bello, che è gratis. La realtà invece costa. Così Di Maio fa a meno di spiegare, agli italiani non agli spagnoli, come intanto troverebbe 32 miliardi l’anno. Gli italiani però devono cominciare a porre ai grillini le domande vere che i grillini stessi generano con le loro proposte elettorali. Davvero un “cittadino” su sei è sotto la soglia di povertà? Partiamo dai dati dell’Istat: “Un milione 470 mila famiglie residenti in Italia (il 5,7 per cento del totale) sono stimate attraverso l’indagine in condizione di povertà assoluta, si tratta di 4 milioni e 102 mila individui (il 6,8 per cento dell’intera popolazione)”. Non sono pochi, ma sono meno della metà di quelli conteggiati da Di Maio. Non solo: nel 2014 – ultimi dati Istat – erano in calo le persone “in grave deprivazione”. Poi ci sono i dati dell’Agenzia delle entrate sui redditi 2014: l’imponibile medio dichiarato è di 25.900 euro, in lieve aumento. Ma, come risulta da un’elaborazione degli esperti di previdenza e assistenza Alberto Brambilla e Paolo Novati, solo 30,7 dei 60,8 milioni di abitanti presentano una dichiarazione dei redditi positiva. La metà si dice a reddito zero o a carico di altri: inclusi i bambini, certo; ma non è troppo? Quanti sono dunque i poveri del pifferaio Di Maio e quanti gli evasori assistiti? Poi ci sono 10,1 milioni con imponibili fino a 7.500 euro che pagano una media annua di 54 euro di tasse. Altri 8,6 milioni pagano 601 euro. In definitiva 18,7 milioni di contribuenti, il 46 per cento, pagano in media 305 euro l’anno: a essi corrispondono nuclei famigliari di 28 milioni di cittadini, che beneficiano di assistenza sanitaria e sociale pagata da altri. Da chi? Dai redditi oltre i 35 mila euro: l’11,2 per cento della popolazione che paga il 53 per cento dell’Irpef. Quanto ai pensionati, è stranota la differenza tra redditi e importo delle pensioni, poiché molti ne percepiscono più d’una (tipicamente di reversibilità) mentre gli assegni davvero bassi si riferiscono a commercianti, artigiani, baby pensionati. C’è evidentemente qualcosa che non va sia nelle dichiarazioni sia nel meccanismo di esenzioni fiscali. Il che incentiva il vero problema italiano: il basso tasso di occupazione, che l’Istat colloca al 56,3 per cento, terzultimo nell’Unione europea. Il (cosiddetto) reddito di cittadinanza non rischia di peggiorare tutto? O i grillini preferiscono la propaganda?

Poveri o evasori? La mappa dell’Italia che guadagna meno di 10mila euro l’anno. Secondo l’Agenzia delle Entrate in alcuni comuni sette persone su dieci dichiarano al fisco meno di 850 euro al mese. Ecco dove sono, scrive Davide Mancino il 20 ottobre 2014 su Wired. Esistono diversi modi per capire come vanno le cose in un’economia in declino come quella italiana, per vedere chi sta meglio e chi sta peggio. Uno di questi, guardare quante tasse vengono pagate e da chi, è necessario ma non troppo piacevole; almeno per chi versa fino all’ultimo centesimo del dovuto. I dati resi pubblici dal ministero delle finanze sulle dichiarazioni fiscali degli italiani consentono proprio questo, almeno per quanto riguarda l’imposta sul reddito delle persone fisiche. L’immagine che emerge, guardando al 2012, da un certo punto di vista non sorprende: è un paese fortemente diviso fra nord e sud, e quest’ultima è l’area in cui si concentrano più spesso i redditi più bassi. Proprio qui troviamo comuni dove anche il 70% delle persone dichiara di guadagnare meno di 10mila euro l’anno. È invece Basiglio, 7mila anime in provincia di Milano, il luogo dove è più alta la percentuale di chi supera i 120mila euro: il 7,5% dei contribuenti Irpef. Anche se guardiamo a città più grandi non ci allontaniamo troppo; molte sono in Lombardia fra cui proprio Milano, Bergamo o Monza, ma qui si scende sotto il 3%. Ci sono però anche diverse sorprese, con macchie di reddito inferiore che spuntano in Trentino Alto Adige, nella parte orientale dell’Emilia Romagna o, al contrario, la grande area bianca intorno ai Roma e ai suoi palazzi e ministeri.

Cosa fanno le persone per guadagnarsi da vivere? Prevale il lavoro dipendente, anche se l’invecchiamento della popolazione ormai si vede – e infatti quasi sempre seguono le pensioni. Non manca neppure un altro grande classico dell’economia italiana, il reddito da fabbricato, che nonostante i prezzi degli immobili in calo continua a costituire una parte importante dei redditi dichiarati. Ci sono però due cose da tenere a mente: la prima è che il sud Italia è più povero, molto più povero del nord. Questo significa che, almeno in una certa misura, c’è da aspettarsi che lì le persone dichiarino all’erario redditi più bassi. La seconda riguarda l’evasione. I dati del ministero dell’economia si basano sulle dichiarazioni fiscali dei cittadini, il che non può che farci domandare quanto in effetti siano affidabili. Un conto però è sapere – come sappiamo tutti – che la fedeltà fiscale non è esattamente la prima caratteristica degli italiani, un altro è capire quanto. Eppure qui la questione si fa più complicata: intanto perché, nonostante i tentativi, calcolare il valore dell’evasione fiscale è molto difficile; al limite esistono delle stime. Stime che però non possono essere ignorate perché comunque l’evasione incide: e su questo non ci sono dubbi.

L’ex presidente dell’Istat Enrico Giovannini, in un’audizione parlamentare, ha affermato che nel 2008 l’economia sommersa era fra “il 16,3 e il 17,5% del Pil”. Di questa, l’evasione fiscale come sotto-dichiarazione del fatturato o in nella forma di costi gonfiati era la parte principale. Valeva, da sola, circa 160 miliardi di euro. E oggi? Un’analisi più recente della corte dei conti – anno 2013 – ha prodotto risultati simili: “fino al 18% del Pil” è sommerso, e questo ci colloca al secondo posto nel mondo dopo la Grecia. Un dato così generale però non aiuta: l’importante è capire dove e come si evade di più. Se parliamo solo dell’imposta sul reddito, uno studio di Bankitalia ha stimato che la base imponibile evasa nel 2004 è stata il 13,5% di quella teorica. Qui non sono state trovate differenze significative fra nord e sud, anche se gli autori spiegano che questo potrebbe essere dovuto al fatto che nel meridione sono più diffusi pensionati e lavoratori pubblici – per i quali questo tipo di evasione è praticamente impossibile. C’è invece differenza a seconda dell’età: tende a evadere di più chi ha meno di 44 anni, anche se non quanto i lavoratori autonomi e chi percepisce una rendita. Gli stessi tecnici di Bankitalia, in un’audizione al Senato del marzo scorso, ricordano invece che per quanto riguarda Iva e Irap la propensione a evadere è “più elevata nel mezzogiorno”. L’imposta che colpisce le imprese, secondo queste stime, viene evasa per il 29,4% al sud, il 21,4 al centro e il 14,7 al nord. Differenze che ancora una volta pesano, e ancora di più su un’economia moribonda come quella italiana.

L’autore ringrazia Giulio Zanella e Alberto Lusiani per l’aiuto fornito durante la ricerca dei dati per l’articolo.

Reddito minimo ai bisognosi, 10 mld. Ma tutti gli evasori sono finti poveri, scrive il 30 aprile 2013 Blitz Quotidiano. Reddito minimo di Letta: costa 10 mld. Ma tutti gli evasori sono finti poveri. “Si potranno studiare forme di reddito minimo per le famiglie bisognose con figli piccoli e proposte di incentivi con part time misti e con la staffetta per la parallela assunzione di giovani”: a partire da questa frase di Enrico Letta in Parlamento, il reddito minimo è tornato al centro del dibattito sul welfare. Non è il reddito di cittadinanza immaginato da Beppe Grillo (costa 18 miliardi l’anno, esteso a tutti i disoccupati non solo ai giovani), ma certo gli fa concorrenza, anche in termini di applicabilità, oltre che di sostenibilità. Dall’entourage di Letta, come nota Roberto Bagnoli del Corriere della Sera, si affrettano a stemperare eccessi di enfasi e di ottimismo, sembrano mettere le mani avanti. Perché la proposta lanciata in Parlamento dal premier è tutta da costruire, è un’ipotesi da approfondire. La fonte giuslavorista cui attinge Letta è riconducibile all’ambiente bolognese della casa editrice Il Mulino e agli esperti Carlo Dell’Aringa (eletto Pd) e Tiziano Treu (veterano di welfare e Lavoro sotto vari governi) che sul tema hanno prodotti significativi contributi scientifici. Il professore e deputato Carlo Dell’Aringa può solo accennare a grandi linee a una cifra: 10 miliardi di euro l’anno ((“ma è un calcolo del tutto ipotetico che va integrato con le attuali norme di sussidio” è costretto ad ammettere). Il nostro welfare, però, deve seguire il modello europeo, dicono gli esperti di Letta (confortati anche dalle conclusioni dei “saggi” di Napolitano). Spendiamo meno e peggio dei nostri partner europei. Sottolinea ancora Roberto Bagnoli: “In effetti il nostro Paese, al netto delle pensioni che sono più generose, spende per l’assistenza, la disoccupazione e le case popolari solo l’8% del Pil rispetto al 18% della Francia e il 20% della Germania. I margini di manovra dunque esistono”. La zavorra che grava sulla nostra stessa capacità di immaginare un welfare diverso, che davvero tuteli i più deboli e i meritevoli di assistenza e sostegno, è, ancora una volta, la grande evasione fiscale del nostro Paese. In questo caso non è il mancato gettito il problema: in assenza di dati fiscali certi, senza sapere chi ha di fronte, come può lo Stato decidere chi è povero e non un semplice evasore? I quali, con l’introduzione di forme di reddito minimo, realizzerebbero un doppio furto con destrezza in un colpo solo: non pagare le tasse dovute e ricevere un sussidio.

Godono soltanto loro. Immigrati, reddito d'inclusione: paga di Stato a 600mila stranieri, un conto salatissimo, scrive Fausto Carioti il 15 Dicembre 2017 su "Libero Quotidiano". Lo hanno chiamato Reddito d’inclusione, ma avrebbero fatto meglio a chiamarlo Reddito d’accoglienza. Perché i primi a poter approfittare del Rei - questo il nome in codice della prebenda che sarà erogata da gennaio - saranno proprio gli immigrati, i quali accederanno alla paghetta di Stato in proporzione molto più alta rispetto agli italiani. Da oggi lo si può dire, perché esiste una stima precisa: a regime e con la platea allargata, su 700mila famiglie che riceveranno il bonifico, ben 168mila - pari a circa 600mila individui - avranno il capofamiglia non italiano. Essendo gli stranieri regolarmente residenti in Italia 5 milioni, significa che uno su otto, tra loro, sarà stipendiato dal contribuente. Sono numeri che si ricavano dalla lettura del Rapporto sulla Politica di Bilancio 2018 appena pubblicato dall’Ufficio parlamentare di Bilancio, l’authority indipendente chiamata a vigilare sui conti pubblici presieduta dall’economista Giuseppe Pisauro. Il Rei sarà concesso mediante carta elettronica prepagata e nella prima metà del 2018 ne beneficeranno poco meno di 500.000 famiglie, ovvero circa 1,8 milioni di persone. Un gruppo familiare in difficoltà economiche, con almeno cinque componenti, avrà sino a 535 euro al mese, e via a scendere. Potranno accedervi i cittadini comunitari e gli extracomunitari con permesso di lungo soggiorno, purché risiedano nel nostro Paese in modo continuativo da almeno due anni, mentre i titolari di diritto d’asilo e altre forme di tutela internazionale sono equiparati da subito ai cittadini italiani. Quanto ai requisiti economici, bisognerà avere un reddito Isee non superiore ai 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, inferiore ai 20.000. Il costo per le casse dello Stato, nel primo anno, sarà pari a 2 miliardi di euro. Sino a giugno il beneficio sarà dato solo alle famiglie che hanno almeno un minore, o una donna in stato di gravidanza, o un disabile, o un disoccupato con più di 55 anni. Dal mese successivo, però, questi paletti saranno tolti e la concessione dell’assegno si baserà solo su criteri economici. A questo punto, come ha spiegato il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, la platea dovrebbe arrivare a circa 700mila famiglie, per un numero superiore ai 2,5 milioni di persone. Solo l’inizio, nelle intenzioni del governo e del Pd: per Poletti il provvedimento è una «svolta epocale», ma deve essere finanziato con maggiori risorse. Una delle grandi incognite riguardava proprio la nazionalità dei premiati dal provvedimento. Giorgia Meloni, leader dei Fratelli d’Italia, ha detto che, tramite esso, «dopo l’accoglienza, lo Stato italiano si fa carico anche del mantenimento degli immigrati, che da richiedenti asilo diventano richiedenti di reddito». Mancavano però stime oggettive e ufficiali, che il rapporto dell’Ufficio parlamentare di bilancio adesso ha fornito. Non sono valutazioni di merito, quelle dell’Upb, che peraltro dà un giudizio in sostanza positivo sulla capacità del Rei di contrastare la povertà, ma calcoli fatti applicando i requisiti previsti dalla legge alla popolazione residente nel nostro Paese. A fare la differenza, come prevedibile, è il dato per cui “la povertà assoluta è molto più diffusa tra i cittadini non italiani (il 27,4 per cento dei nuclei con capofamiglia non italiano è povero, contro il 4,5 di quelli con capofamiglia italiano)”. E anche se, per una serie di motivi, “il Rei garantisce un sostegno a quasi la metà dei nuclei poveri con capofamiglia di cittadinanza italiana, contro circa un terzo di quelli con capofamiglia straniero”, alla fine l’indigenza degli immigrati residenti in Italia ha un peso decisivo. “Nel complesso”, scrivono i tecnici di Pisauro, “i nuclei beneficiari del Rei saranno per più di tre quarti italiani, pur non tenendo conto dei requisiti in termini di cittadinanza e residenza previsti dalla normativa, che dovrebbero restringere ulteriormente la platea di cittadini stranieri”. A conti fatti, dunque, l’Upb stima che le famiglie beneficiate dal Reddito di inclusione saranno per il 76% italiane e per il 24% straniere: un immigrato ogni tre italiani, e questo nonostante il rapporto tra gli stranieri e chi ha il passaporto tricolore, sul territorio nazionale, sia di uno a undici. Significa che a luglio, quando la platea dei percettori della mancetta di Stato sarà arrivata ai 2,5 milioni previsti, 1,9 milioni di costoro saranno nostri connazionali e 600 mila stranieri. Detta in modo diverso, quel provvedimento raggiungerà il 3% degli italiani e il 12% degli stranieri residenti in Italia. Resta da fare una considerazione che ovviamente l’Ufficio parlamentare di Bilancio non fa: il governo che promette di far cessare gli sbarchi e migliorare la qualità della nostra immigrazione è lo stesso che garantisce un assegno mensile agli stranieri che, senza un euro in tasca, restano in Italia per almeno due anni. Un incentivo ai disperati di tutto il mondo a venire nel nostro Paese per rimanervi il più a lungo possibile.

Il Mezzogiorno lo salveranno i giovani, non il reddito di cittadinanza. Verità che sono scritte ovunque, ma che nessuno racconta: il Sud ha “regalato” al Nord 200mila laureati in quindici anni. Nel frattempo, tutto quel poco che nasce e si sviluppa nel Mezzogiorno è figlio di imprenditoria giovanile. Non è che stiamo sbagliando tutto? Scrive Francesco Cancellato il 30 Marzo 2018 su "L'Inkiesta". C’è una statistica che dovrebbe far incazzare chiunque viva o provenga dal Mezzogiorno d’Italia: è quella illustrata qualche mese fa dallo Svimez, secondo la quale nel corso dell’ultimo quindicennio il sud Italia ha regalato al nord Italia 200mila laureati. Solo calcolando quanto è costato formare ciascuno di loro, dice ancora Svimez, si può stimare in 30 miliardi di euro - 2 all’anno - il regalo che il Sud ha fatto al Nord del Paese, donandogli il meglio del suo capitale umano. È una cifra indicativa, più simbolica che altro, ma rende l’idea del rapporto che intercorre tra Sud e Nord Italia. Il Nord si porta a casa un bel po’ tra le teste migliori formate Sud, e sussidia la sopravvivenza - in taluni casi pure la nullafacenza - di quel che rimane. Ora: proviamo a ragionare per assurdo: quanto potrebbe crescere il Sud dell’Italia se riuscisse a trattenere il capitale umano che forma, se riuscisse a metterlo a valore nel contesto di un ecosistema economico in grado di valorizzarlo? Se vi sembra qualcosa di fuori dal mondo, se credete che il Sud sia senza speranza e che meriti soltanto di essere attaccato al polmone artificiale dei trasferimenti di denaro pubblico, in coda alle urne e agli sportelli, per incassare denaro senza lavorare, abbiamo qualche dato per voi. I dati sul Pil del 2016 che raccontano una crescita dell’1%, superiore allo 0,8% del Nord (nel 2017 le parti si sono invertite: 1,3% contro 1,6%). O ancora i dati sulla forte crescita degli investimenti privati, dell’export e dell'afflusso di turisti stranieri nel 2017. Secondo il rapporto sui distretti di Intesa San Paolo, presentato ieri, l’impatto degli imprenditori giovani nei distretti del Mezzogiorno è pari al 38,1%, il doppio rispetto alla media nazionale, quasi il triplo rispetto al centro Italia. Quel che più ci deve interessare, tuttavia, è il fatto che molta di questa crescita sia trainata dai giovani, molto più che al nord. Secondo il rapporto sui distretti di Intesa San Paolo, presentato ieri, l’impatto degli imprenditori giovani nei distretti del Mezzogiorno è pari al 38,1%, il doppio rispetto alla media nazionale, quasi il triplo rispetto al centro Italia. E non è un caso nemmeno che non ci sia area del Paese in cui le startup innovative aumentano come al Sud, che nel secondo trimestre dello scorso anno sono cresciute di ben 31,3 punti percentuali, dieci in più rispetto al Nord.

Qualcosa vuol dire: al Sud, in assenza di capitali finanziari, il capitale umano, soprattutto quello giovane, può essere un vero e proprio motore di sviluppo. Tanto più se, come conferma ancora il rapporto sui distretti di Intesa, i settori chiave dello sviluppo dei distretti sono il turismo e l’agroalimentare, due comparti ad alta intensità di imprenditoria giovanile, nei quali il Sud può dire molto. Allo stesso modo, però, non esiste parte d’Italia in cui il capitale umano giovanile sia brutalmente lasciato scappare o lasciato avvizzire, dentro le logiche di uno Stato burocratico, assistenziale e clientelare. Arrendersi a questo tipo di logica non vuol dire semplicemente perpetrarla, bensì aggravarla. Ancora più sussidi e trasferimenti assistenziali probabilmente qualche problema lo risolvono, così come li ha risolti il reddito di inclusione, nel contesto di un 2017 in cui, nonostante la crescita, la povertà assoluta ha raggiunto i suoi massimi storici. Proprio per questo, però, castrare ogni possibilità a quel giacimento di saperi e idee che appena emerge brilla, e traina, nel nome del piagnisteo, è un errore gravissimo. E farlo per salvare i parassiti dello status quo, un vero e proprio crimine contro il futuro. Chiunque vada al governo ci pensi su.

IL DIRITTISMO.

Piero Angela: "L'Italia è come il gigante Gulliver, imbrigliata da mille lacci. E gli italiani sono stanchi di un paese fermo". "L'Italia è un Paese morto. Non ci sono punizioni per chi sbaglia. E non ci sono premi per chi merita", scrive il 19/02/2017 Nicola Mirenzi su "L'Huffingtonpost". Era appena nato e l'ostetrica che lo prese in braccio previde: "Sarà un ingegnere". Negli ottantotto anni che sono passati da allora, invece, Piero Angela ha aperto nel salotto di casa degli italiani una finestra che si affaccia sull'universo della scienza, conducendo gli spettatori di un paese abituato a navigare dentro le colonne d'Ercole della cultura umanistica in territori attraversati da voragini spazio-temporali e galassie a forma di spirale, dinosauri e particelle elementari, un po' maestro Manzi, un po' romanzo d'avventura di Emilio Salgari. Fino a dieci anni fa, lo si ascoltava con lo stupore che suscita il custode di una competenza riconosciuta e intoccabile. Poi, si è diffusa la superstizione che basti una ricerca su Google per contestare verità accertate con scrupolo: "Una volta, nei bar di provincia, certi personaggi che avevano teorie bizzarre sul cosmo venivano subito zittiti. Oggi su internet si confrontano a tu per tu con i Premi Nobel. Quando mi processarono per non aver dato spazio al punto di vista dei medici omeopati in una trasmissione in cui mettevo in discussione l'efficacia della medicina alternativa, mi difesi dicendo che la velocità della luce non si determina per alzata di mano, che non si possono mettere sullo stesso piano verità certificate e verità supposte, che in questo campo non vale la regola della par condicio: non è come per la politica, la scienza non è democratica".

Da piccolo sognava di fare ciò che ha fatto?

"Quando ero bambino, la televisione non esisteva ancora. Non avevo idea di cosa sarei potuto diventare. Ricordo, però, che i miei genitori mi avevano regalato un'enciclopedia scientifica. Consultavo continuamente la sezione dei perché. Sentivo una gran voglia di conoscere la ragione delle cose".

Che insegnanti ha avuto?

"A scuola, mi sono annoiato molto. C'è stato solo un prete, in quarta e quinta elementare, che mi ha veramente affascinato. Si chiamava Don Ughetti. Arrivava in classe con i suoi alambicchi e conduceva esperimenti che ci facevano rimanere a bocca aperta. È l'unico che mi è rimasto."

L'adolescenza?

"Vivevo a Torino. Fuori c'era la seconda guerra mondiale. Ogni giorno verso mezzanotte suonava la sirena che dava l'allarme antiaereo. Quando la sentivamo, ci precipitavamo nei rifugi che avevamo scavato sotto casa. Tremavamo dal terrore. Però c'era una strana atmosfera familiare: le signore recitavano il rosario, noi avevamo plaid e termos. Fino a quando i bombardamenti non diventarono troppo intensi, rimanemmo lì. Poi, nel novembre del '42, ci trasferimmo a San Maurizio Canavese, dove mio padre dirigeva una clinica psichiatrica."

Andò meglio?

"Mio padre ricoverava come pazzi ebrei e ricercati politici. Riuscì a metterne in salvo molti. Un giorno, di ritorno dal liceo, vidi davanti alla clinica i cadaveri di tre uomini. Li avevano appena fucilati i fascisti. Il quarto, che era mio padre, si salvò solo perché un gerarca che era da lui in cura riuscì a convincere il capo della squadra di polizia a risparmiarlo."

Come scopre il giornalismo?

"Dopo due anni di ingegneria – contrariamente a quello che aveva profetizzato l'ostetrica che mi fece nascere – mi misi a studiare il pianoforte: prima la musica classica, poi il jazz: lo amavo moltissimo. Componevo colonne sonore per documentari quando un amico mi chiese di collaborare a un programma sulla storia del jazz in Rai. Cominciai così."

Che Rai era?

"A Torino, lavoravano Umberto Eco, Furio Colombo, Gianni Vattimo. Io, però, ero alla radio. Mi chiesero di provare a prendere un microfono in mano. Non credevo facesse per me. Però ci provai ed andò bene. Per otto anni collaborai come esterno. Poi mi offrirono di fare una sostituzione nell'ufficio di Parigi. Ci rimasi nove anni."

Cosa ricorda?

"La Francia litigiosa in cui fu chiamato a mettere ordine il generale De Gaulle. I governi continuavano a cadere. Il sistema politico era frantumato. Il generale, nonostante l'ostilità di quella parte del Paese che temeva una torsione autoritaria, impose una riforma istituzionale che razionalizzò il sistema e diede stabilità alla Francia."

Sembra la descrizione dell'Italia di oggi... anche noi avremmo bisogno di un uomo forte?

"Servirebbe un uomo di prestigio, capace di trovare il consenso per fare le cose che non sono mai state fatte. L'uomo forte da noi evoca una brutta esperienza. Sarebbe meglio un sistema che assicuri un governo stabile."

L'Italia ha l'energia per risollevarsi?

"L'Italia è come il gigante Gulliver, imbrigliata da mille lacci che ne immobilizzano la forza. Nel dopoguerra, ogni giorno vedevi un miglioramento: si tiravano di nuovo su le case, costruivamo le strade, organizzavamo un salone internazionale, nascevano cose nuove. La vita proseguiva. Oggi, invece, ogni giorno scompare qualcosa. Ci impoveriamo. E gli italiani sono assuefatti al degrado. Non vedono via d'uscita. Sono arrabbiati. Nutrono rancore. Sono stanchi di un paese fermo."

Cosa può fare la politica?

"In tutta la storia dell'umanità, la politica non ha mai creato ricchezza. La rivoluzione industriale è un prodotto della tecnologia. E il miracolo economico italiano degli anni sessanta non è merito della Democrazia cristiana. Sono l'innovazione, la ricerca, la competenza, il talento, la creatività, l'istruzione, che creano il valore aggiunto. L'Italia non lo fa da quindici anni. Il nostro sistema è congegnato per bloccare le energie produttive."

Abbiamo delle responsabilità anche noi italiani?

"Quando ero bambino, non mi hanno mai detto che ero titolare di diritti. Avevo molti doveri. Se li rispettavo, venivo premiato. Altrimenti, venivo punito. In Italia oggi – nella famiglia, nella scuola, nella società – tutti vogliono tutto. Nessuno è più educato a pensare che per avere qualcosa prima deve essere disposto a offrire qualcos'altro in cambio."

E allora il problema è più serio.

"Il problema dell'Italia è un problema morale, che non si può risolvere in cinque minuti. Ogni giorno leggiamo di casi di corruzione. Non sono solo politici, palazzinari, delinquenti: sono anche avvocati, giudici, uomini della guardia di finanza, dipendenti pubblici che truffano lo stato per cui lavorano. Non ci sono punizioni per chi sbaglia. E non ci sono premi per chi merita. Un paese così non può funzionare. È un paese morto."

Anche lei è stato accusato di aver raccomandato suo figlio Alberto.

"Alberto si è laureato con 110 e lode. Ha studiato ad Harvard, alla Columbia, a Berkley, in Francia. Ha fatto ricerca sul campo. Ha condotto un programma sulla televisione svizzera. Quando mi chiesero di prenderlo, mi opposi: sapevo che avrebbero parlato di favoritismo. Ma insistettero, e mi convinsi che non potevo fare una discriminazione al contrario. Alberto è veramente bravo. Lo dimostra il successo dei programmi che conduce e dei libri che scrive. E, comunque, né io né lui siamo assunti dalla Rai. Abbiamo dei contratti stagionali. E siamo giudicati in base ai risultati che otteniamo. Dovrebbe essere così anche altrove."

Troppi diritti. L'Italia tradita dalla libertà. Libro di Alessandro Barbano. Descrizione: Una malattia dei diritti spiega il declino italiano. E’ un virus che ha infiltrato il discorso pubblico e bloccato ogni tentativo della politica e della società di riscattarsi. Questo libro è un viaggio nel pensiero di un Paese tradito dalla libertà, in cui nessuna élite ha più il coraggio di investire in un lessico della verità e di fare i conti con minoranze organizzate sotto la bandiera dei diritti acquisiti. La preoccupazione di essere scavalcati, a sinistra come a destra, è un fattore di radicalizzazione dell’offerta politica, che coincide ormai con un carattere del Paese. Dal palazzo alla piazza, dai giornali alla rete, dalla scuola alla giustizia, il discorso pubblico è diventato una merce avariata della democrazia. Il titolo racconta come ciò sia accaduto e che cosa fare per uscirne.

Descrizione del libro da libreriauniversitaria.it. È un'ipertrofia dei diritti ciò che spiegai, il declino italiano: questa la diagnosi di Alessandro Barbano, direttore del «Mattino». Si tratta di un virus che ha infiltrato il discorso pubblico e da decenni blocca ogni tentativo della politica e della società di riscattarsi. Certo, in passato i diritti individuali sono stati il carburante che ha alimentato la nascita, la crescita e l'affermarsi delle democrazie a scapito di assolutismi e di totalitarismi. Ma quando quei diritti sono diventati princìpi guida delle società, è emerso anche il loro lato oscuro, favorito oggi dallo sviluppo di innovazioni tecniche che aprono inedite prospettive. Proprio la visione di queste nuove possibilità amplia lo spazio delle aspirazioni del singolo e dei gruppi, facendo perdere di vista il limite etico insito nel concetto stesso di libertà. È ciò che si definisce «dirittismo», malattia che esibisce un sintomo ormai sotto gli occhi di tutti: la crisi della delega, ossia la rinuncia a qualsiasi mediazione tra gli interessi di uno o di pochi e quelli di tutto il corpo sociale. È accaduto nel campo politico, dove il dirittismo si è tradotto in aperta diffidenza nella classe dirigente e nel diffuso astensionismo; nel campo del sapere, dove manca il criterio della meritocrazia; e nella sanità, dove vale per tutti l'esempio del movimento contro i vaccini. E, altrettanto grave, è accaduto nel campo dei media, dove strumenti come Internet, Facebook, Twitter hanno scalzato la mediazione della carta stampata, stravolgendo spesso il messaggio veicolato. La combinazione di diritti e tecnica si è così tramutata in un fattore di indebolimento e disgregazione della stessa democrazia. Quello di Barbano è un viaggio nel pensiero di un Paese tradito dalla libertà, in cui nessuna élite ha più il coraggio di dire il vero e di fare i conti con minoranze organizzate sotto la bandiera dei diritti acquisiti. Dal palazzo alla piazza, dai giornali alla Rete, dalla scuola alla giustizia, il discorso pubblico non è più al servizio della democrazia. "Troppi diritti" intende raccontare come ciò sia accaduto e che cosa fare per uscire da una simile crisi epocale.

Tutto dovuto, zero doveri: è il virus del "dirittismo", scrive Stefano Zurlo, Domenica 01/04/2018, su "Il Giornale". Lo chiama, come fosse una malattia grave, il dirittismo. Che poi è la proliferazione dei diritti. Diritti sempre più soggettivi, impalpabili, inafferrabili. Il problema dell'Italia sembra oggi quello di spostare sempre più in là l'asticella. Pensiamo all'etica: alle nuove frontiere e alle nuove conquiste civili. Fragili, fragilissime ma rivestite dallo scudo luccicante e prometeico della tecnologia, della scienza, di un ottimismo candido e sciagurato, imbevuto com'è in un bagno di neopositivismo prêt à porter. Siamo nei guai. Perché questa progressione inarrestabile ha scompaginato la società, ha svuotato con il cucchiaio della presunzione il sapere, cosi come lo conoscevamo da sempre, ha depauperato le élite, ha slabbrato i rapporti, nella perversa illusione che l'altra faccia dei diritti, e se vogliamo delle pretese, non siano i doveri, ma altri diritti, altre aspettative, altre bandiere da piantare. Siamo un Paese senza responsabilità e, va da sé, senza autorità perché le gerarchie sono saltate. A tutti i livelli: nell'accademia, nella scuola, nelle università, nella cabina di comando della politica, perfino nelle redazioni dei giornali. È un saggio acuto e quasi un requiem per il Paese «Troppi diritti», Mondadori, di Alessandro Barbano, direttore di uno storico quotidiano come il Mattino di Napoli, dunque affacciato sul Meridione e su quelle terre ancora più esposte alla crisi economica, ma pure sociale e antropologica, di questi anni. Attenzione: Barbano scrive un libro disincantato, a tratti disperato come una preghiera o una dichiarazione d'amore non corrisposta, ma non si imbozzola dentro una di quelle geremiadi care ai vecchi conservatori, chiusi nelle loro torri d'avorio. Anzi. Nel testo ci sono spunti molteplici pescati dalla realtà quotidiana, o quasi, solo uniti con il filo di ferro di un pensiero profondo, dalle radici ben salde nell'humus di interminabili letture. E così, se si ha la pazienza di seguire l'autore, si osservano, come in un tour, scorci inediti e trasversali sul Paese. Sul suo motore immobile. Sulla sua classe dirigente. Sulle ideologie politicamente corrette che l'hanno anestetizzato. Senza dimenticare la rete, trasformata in un colossale vivaio impazzito, dove si alimenta l'arrogante ignoranza di oggi. È il miraggio della democrazia diretta: uno uguale uno. Preludio perfetto, come si sa, per l'uomo solo al comando.

Alessandro Barbano presenta il libro “Troppi diritti", scrive Mondadori Store. È un’ipertrofia dei diritti ciò che spiega il declino italiano: questa la lucida diagnosi di Alessandro Barbano, direttore del «Mattino». Si tratta di un virus che ha infiltrato il discorso pubblico e da decenni blocca ogni tentativo della politica e della società di riscattarsi. Certo, in passato i diritti individuali sono stati il carburante che ha alimentato la nascita, la crescita e l’affermarsi delle democrazie a scapito di assolutismi e di totalitarismi. Ma quando quei diritti sono diventati i princìpi guida delle società, è emerso anche il loro lato oscuro, favorito oggi dallo sviluppo di innovazioni tecniche che aprono inedite prospettive. Proprio la visione di queste nuove possibilità amplia lo spazio delle aspirazioni del singolo e dei gruppi, facendo perdere di vista il limite etico insito nel concetto stesso di libertà. È ciò che si definisce «dirittismo», malattia che esibisce un sintomo ormai sotto gli occhi di tutti: la crisi della delega, ossia la rinuncia a qualsiasi mediazione tra gli interessi di uno o di pochi e quelli di tutto il corpo sociale. È accaduto nel campo politico, dove il dirittismo si è tradotto in aperta diffidenza nella classe dirigente e nel diffuso astensionismo; nel campo del sapere, dove manca il criterio della meritocrazia; e nella sanità, dove vale per tutti l’esempio del movimento contro i vaccini. E, altrettanto grave, è accaduto nel campo dei media, dove strumenti come Internet, Facebook, Twitter hanno scalzato la mediazione della carta stampata, stravolgendo spesso il messaggio veicolato. La combinazione di diritti e tecnica si è così tramutata in un fattore di indebolimento e disgregazione della stessa democrazia. Quello di Barbano è un viaggio nel pensiero di un Paese tradito dalla libertà, in cui nessuna élite ha più il coraggio di dire il vero e di fare i conti con minoranze organizzate sotto la bandiera dei diritti acquisiti. Dal palazzo alla piazza, dai giornali alla Rete, dalla scuola alla giustizia, il discorso pubblico non è più al servizio della democrazia. Troppi diritti racconta con chiarezza come ciò sia accaduto e che cosa fare per uscire da una simile, pericolosissima, crisi epocale. Alessandro Barbano, giornalista e saggista, dal 2012 è direttore del «Mattino» di Napoli. Laureato in giurisprudenza all’università di Bologna, ha alle spalle quasi quarant’anni di professione. Ha insegnato all’università La Sapienza di Roma, all’università del Molise, alla Link Campus University e all’istituto di studi superiori Suor Orsola Benincasa di Napoli. È autore di saggi dedicati al giornalismo e libri su temi di carattere politico e sociale: Professionisti del dubbio (1997), L’Italia dei giornali fotocopia (2003), Degenerazioni. Droga, padri e figli nell’Italia di oggi (2007), Dove andremo a finire (2011). Nel 2012 ha pubblicato il Manuale di giornalismo, scritto in collaborazione con Vincenzo Sassu, adottato come libro di testo in molte università italiane.

L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA FONDATA SUL TRASFORMISMO E SULLA CONFUSIONE.

Di Maio e Salvini spiegati da Platone. Nei dialoghi del filosofo si trovano lezioni di politica che rimangono sempre utili. Anche nel caos italiano di questi giorni, scrive Eugenio Scalfari il 29 marzo 2018 su "la Repubblica". Questa settimana avevo deciso di riflettere sull’intensa confusione che sta avvenendo nella politica italiana rileggendomi in proposito un grande esperto in materia: Platone. Mi direte che questo esperto viene alquanto da lontano: Platone visse nella Grecia ellenica poco meno di duemilacinquecento anni fa e tuttavia è molto moderno. Del resto adesso appare molto opportuno avere qualche insegnamento da chi ha scritto testi che a tanta distanza sembrano concepiti da un saggio del tempo nostro, i celebri “Dialoghi”, fra cui anche “La Repubblica”. Platone ha un’idea che è il centro del suo modo d’essere: raccontare il pensiero di quelli che erano maestri e lui allievo, i “Dialoghi” dove quasi sempre il protagonista è Socrate, che quando Platone scrive è già morto da un pezzo; ma lui lo interpreta a suo modo. Naturalmente non è il solo, Socrate aveva una legione di amici e si vedevano spesso, quasi sempre erano gli stessi ma di tanto in tanto c’erano nuovi innesti o improvvise scomparse. Comunque, come sappiamo, Socrate fu incolpato di gravi reati e condannato a morte a un giorno prefissato. Radunò gli amici e si avvelenò con la cicuta. Gli amici in gran parte si dispersero e tornarono ai loro tradizionali mestieri salvo pochi tra i quali Platone è il numero uno. Vi domanderete per quale diavolo di motivo mi vado a rileggere i “Dialoghi” per capire che cosa faranno Salvini, Di Maio, Berlusconi, Renzi, Franceschini, e soprattutto che farà il nostro presidente della Repubblica, e che cosa c’entrano i “Dialoghi” di Platone per spiegare quello che sta avvenendo. Mi rendo conto ma a me piace vedere qual è il pensiero dei grandi; quello di Platone lo studiai al liceo e poi l’ho riletto varie volte e lo trovo molto adatto a capire la politica italiana, europea, occidentale. Insomma la politica: e mettiamoci insieme nei nostri interessi anche quelli della Cina e soprattutto della Russia dopo che lo Zar attuale ha preso il 75 per cento dei voti ma con un afflusso alle urne del 65 per cento o giù di lì. Comunque lo Zar è lui, e ha parecchio interesse a farsi valere non solo nel suo Paese che arriva nientemeno fino allo stretto di Bering ma anche nel Medio Oriente e nel Mediterraneo per non parlare del Baltico. Platone è applicabile alla politica di questi Paesi di mezzo mondo? Quando Platone scrisse, Omero (o chi per lui) aveva già scritto i suoi poemi (Iliade e Odissea) e in tutti e due emerge Ulisse, un personaggio che è stato giustamente battezzato come il primo Eroe moderno, sia nelle azioni sia nel pensiero così come poi fu interpretato, soprattutto da Dante che lo incontra nell’Inferno, nel girone dei fraudolenti. Dante è certamente moderno perché moderni si nasce e non si diventa. Platone è alquanto più vecchio di Dante nella storia della cultura, ma moderno quanto lui se non addirittura di più ed ecco perché rivisitarlo può essere utile alla realtà odierna. I Dialoghi sono parecchi e Platone non figura mai come personaggio ma li incarna così come incarna Socrate e poi Critone, Fedro, Alcibiade, Fedone. Mi rendo ben conto che una premessa platonica intesa a capire ciò che sta avvenendo in questi giorni ha ben poco a che vedere con l’alleanza provvisoria tra Salvini e Di Maio ma ognuno si diverte come può, e cerca divertendosi, di trarre qualche insegnamento. In uno dei “Dialoghi” il protagonista è Alcibiade il quale si stupisce (nel dialogo) che dopo aver attraversato vari guai politici e militari ha perso molti degli ammiratori che aveva e la loro amicizia, salvo quella di Socrate che anzi, proprio perché lo vede penalizzato da un’inconsueta solitudine, lo frequenta più di prima. Alcibiade fa politica ed è stato anche (e di nuovo lo sarà) un militare molto capace di dirigere i propri uomini verso la vittoria. L’epoca in cui visse era molto agitata, c’era la guerra del Peloponneso tra Atene e Sparta. Alcibiade oscillò per varie ragioni tra Atene e Sparta, ebbe un incarico militare in Sicilia ma durò poco, fu richiamato e poi tentò perfino di accordarsi con i Persiani. Oggi diremmo che era un trasformista, sì lo era e non sempre ci guadagnò. Ma veniamo a quel dialogo. Il discorso tra lui e Socrate riguarda il modo di farsi valere nella politica di Atene in particolare e della Grecia più in generale. Socrate (o meglio Platone che è l’autore delle sue parole) fa una distinzione tra la mente e il corpo. Se si coltiva troppo il corpo nei vari modi nei quali è coltivabile, la mente si deteriora, passa in seconda o terza linea, cosa che è un errore molto grave perché il corpo non dirige la mente ma è la mente semmai che dirige il corpo moderandone le passioni, cancellandone gli errori e coltivando nei limiti del possibile le capacità che possono anche contribuire alla sovranità della mente. Queste riflessioni sono estremamente attuali, purtroppo i moderni nostri contemporanei non tengono conto di tutto questo. Dopo aver dato i suoi consigli generici Socrate affronta il problema concreto che Alcibiade gli sottopone: bisogna fare il bene del popolo e chi è in grado di convincere i componenti di quel popolo deve soddisfare al tempo stesso i bisogni di ciascuno e quelli generali di tutti. Ma chi è che giudica qual è il bene del popolo? Un capo? Una classe dirigente? «Qualcuno», risponde Socrate a queste domande, «deve convincere il popolo a distinguere il bene comune e quello individuale». «Ma chi interpreta il bene comune?», domanda Alcibiade. «Il popolo», risponde Socrate. «Ma il popolo è fatto di molti individui i quali per mettersi d’accordo hanno bisogno di qualcuno che li guidi», obietta Alcibiade. «Ci sono dei saggi la cui mente lavora affinché il popolo si renda conto che deve agire compatto, individuare qual è il bene comune sapendo che per attuare questo ideale bisogna avere ben chiaro quale è il bene proprio. Il bene proprio lo si raggiunge attraverso una visione chiara e utile del bene comune». «Tu hai usato adesso la parola utile, ma l’utilità è un valore? Utile per chi? Per l’individuo o per tutto il popolo?» «Sono due concetti anzi realtà che sembrano contrapposte ma non lo sono: il bene comune è utile a tutti sempreché ciascuno non lavori solo per sé ma faccia coincidere l’utilità propria con quella comune. Ecco perché è l’anima che guida, è la mente che guida. Ci sono anche istinti malefici ma quelli vanno dominati; questo è il valore della saggezza che significa farla coincidere con l’utilità». Questo è l’insegnamento che ci viene da oltre duemila anni fa ma è aderente alla realtà di oggi. Purtroppo sarebbe opportuno che i nostri politici avessero qualche sia pur vago sentore del pensiero platonico ma non mi pare che Salvini e Di Maio si pongano questo problema intellettualmente educativo. Le loro idee che stanno attualmente negoziando sono queste: dividersi le presidenze delle Camere. Allearsi per modificare la legge elettorale probabilmente con un premio che potrebbe scattare al 40 per cento dei voti o addirittura al 35. Sempreché Berlusconi ci stia e sempreché il Partito democratico anche lui almeno in parte ci stia. Insomma un’alleanza molto vasta che contiene peraltro insidie di vario tipo, la principale delle quali è proprio Berlusconi. La sua entità di partito è modesta, oscilla intorno al 14 per cento, ma può fare proposte che facciano gola o che blocchino l’idea di un premio troppo basso. In nome della democrazia Berlusconi potrebbe mantenere il premio al 40 o addirittura farlo crescere, tanto non sarà mai lui a prenderlo. Ma la somma Salvini-Di Maio è comunque autosufficiente, anche se la loro consistenza elettorale varia nelle due Camere le quali dovrebbero approvare queste modifiche, salvo che esiste anche, ovviamente, un potere del presidente della Repubblica connesso con i poteri della Corte costituzionale. Fino a che punto sono d’accordo nell’istituire un premio che non sia abbastanza elevato? Il fatto che l’alleanza Salvini-Di Maio si limiti al prossimo ottobre quando, a legge elettorale riformata si dovrà tornare alle elezioni, riguarda direttamente i poteri del Capo dello Stato perché è lui che scioglie le Camere e se scioglie le Camere a ottobre rischia di riprecipitare in una situazione come quella attuale. E che farà il Pd che non ha più un segretario ma una direzione e un governo soprattutto quello tenuto in piedi al momento da Gentiloni e naturalmente dal Capo dello Stato. Personalmente continuo a ritenere che la vera soluzione sarà la proroga di molti mesi del governo Gentiloni per poi tornare alle elezioni alla fine del 2019. Solo allora si potrà vedere quello che accadrà. Mi auguro che accada il meglio e Gentiloni con Mattarella alle spalle può garantirlo. Il Partito democratico ha tutto da guadagnare se le cose andranno così e quindi è bene che le appoggi anche se il suo appoggio attuale è numericamente poco rilevabile. Ma così come ha perso molto alle elezioni del 4 marzo, può molto riguadagnare se agirà con la testa sulle spalle. Un’occhiata agli insegnamenti di Socrate e alla preminenza della mente sarà comunque utile.

L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA FONDATA SUL TRADIMENTO.

State sereni. L'Italia è una Repubblica fondata sul tradimento. Libro di Carlantonio Solimene. Editore: Iuppiter. Collana: Agorà. Anno edizione: 2018 Pagine: 160 p., Brossura. Descrizione: La portavoce di Bersani che si fece renziana. Gli autori della riforma costituzionale che votarono no al referendum. I grillini che volevano tenersi la diaria da parlamentare. Gli ex missini che sgambettarono la Meloni. E tanto altro. Dieci piccole storie di tradimenti per raccontare la legislatura che, tra scissioni e 566 cambi di gruppo, ha visto estendersi a macchia d'olio il fenomeno dei voltagabbana. Per interrogarsi sulle colpe dei traditori ma anche, talvolta, su quelle dei traditi. E cercare di scoprire, con l'aiuto di esperti e giuristi, se in futuro sarà possibile creare un sistema per arginare uno dei mali più radicati della democrazia italiana: il trasformismo.

L’Italia è una Repubblica fondata sul tradimento, scrive il 29/03/2018 Manuel Fondato su Il Giornale. Il tradimento è un’inclinazione che esiste da sempre, se è vero che anche Pietro rinnegò Gesù appena arrestato. E nel quel il fenomeno alligna. Senza scomodare il 25 luglio o l’8 settembre 1943, date assurte a simbolo stesso dei voltagabbana, esistono tante altre circostanze che declinano il tradimento. Carlantonio Solimene, acuto cronista politico de Il Tempo, ha analizzato il fenomeno nell’appena conclusa XVII Legislatura, caratterizzata da scissioni e da ben 566 cambi di gruppo. La portavoce di Bersani che si fece renziana, gli autori della riforma costituzionale che votarono no al referendum. I grillini che volevano tenersi la diaria da parlamentare e tanto altro. Nel libro State sereni, l’Italia è una Repubblica fondata sul tradimento (Iupiter, 2018, 160 pp., 14 euro) vengono raccontare dieci piccole storie di tradimenti per interrogarsi sulle colpe dei traditori ma anche su quelle dei traditi. Solimene applica un accurato stile documentaristico: preciso come un articolo di cronaca e utile come un manuale di sociologia, scomporre le categorie che popolano il folto sottobosco della politica chiedendosi, con l’aiuto di esperti e giuristi, se in futuro sarà possibile arginare -almeno in Parlamento- il fenomeno del trasformismo.

"State sereni", antologia di un lustro di tradimenti politici, anche simbolici, scrive lunedì 19 febbraio 2018 Gabriele Maestri su "isimbolidelladiscordia.it". A scorrere la lista infinita dei candidati alle prossime elezioni, non troverete il suo nome da nessuna parte: non in una listina bloccata di qualche partito (men che meno del suo, che non si vedrà proprio a queste elezioni), nemmeno nel più sperduto e perdente collegio uninominale di tutto il paese. Nessuna traccia, ai blocchi di partenza della XVIII legislatura, di Mario Mauro, che pure per il suo sito - oltre che presidente dei suoi Popolari per l'Italia - risulta ancora ministro della difesa: quella poltrona ministeriale, se di certo fu l'apice della carriera del politico di San Giovanni Rotondo, di fatto ne rappresentò anche l'inconsapevole inizio della fine. La mancata ricandidatura di Mauro ne è il suggello, ma da sola non dà conto del percorso del senatore uscente e non rientrante, partito dalla corte berlusconiana e concluso quasi al punto di partenza (che nel frattempo non era più il Pdl, ma la ridestata Forza Italia) e passato attraverso l'adesione convinta all'agenda di Mario Monti e la successiva fondazione di un partito mai davvero decollato e che aveva iniziato presto a perdere pezzi per strada: a voler essere tecnici (in omaggio all'ex commissario europeo) si è trattato di scissioni, ma chi vive visceralmente la politica parlerebbe di un doppio tradimento, prima di Berlusconi (solo in parte compensato dal "ritorno a casa", peraltro senza prospettiva di seggi) e poi di Monti. 

Il caso dell'ex ministro della difesa, tuttavia, è stato tutto meno che isolato. Per avere una buona guida alla "Repubblica fondata sul tradimento", la cui forma politica privilegiata è il trasformismo, si può sfogliare State sereni (Iuppiter edizioni, 157 pagine, 14 euro), il libro appena pubblicato da Carlantonio Solimene, redattore politico del Tempo e appassionato osservatore anche di personaggi ed episodi che solo sbrigativamente - e da chi non appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica - possono essere definiti "minori". Se il titolo infatti allude all'ormai memorabile hashtag renziano #Enricostaisereno (che precedette di pochi giorni la mozione dello stesso Renzi, approvata in direzione Pd, che chiedeva un nuovo governo per il paese accompagnando alla porta Enrico Letta: ma guai a parlare di fregatura al segretario dem, per lui non ci fu nulla di tutto questo), la frase è volta al plurale perché nel libro si preferisce puntare lo sguardo su altre storie di voltafaccia di cui la XVII legislatura della Repubblica italiana è stata ricca - 566 cambi di casacca operati da 347 parlamentari, alcuni dei quali dunque hanno migrato più di una volta - quasi a involontaria consacrazione dell'immortale massima "questi so’ tutti malviventi, questi pensano solo ai cazzi loro" pronunciata a dicembre del 2011, nel mandato parlamentare precedente, da Antonio Razzi (che, dopo aver lasciato l'Italia dei valori, non ha mai-proprio-mai tradito Silvio Berlusconi) e significativamente citata da Solimene all'inizio della sua premessa.

Si diceva di Mario Mauro, che apre il libro e per l'autore, alle trattative propedeutiche al governo Letta, "entrò da mediatore e ne uscì ministro": Mauro era stato tre volte eurodeputato nell'orbita berlusconiana (due per Forza Italia, una per il Pdl), forte anche dell'appoggio di Comunione e liberazione, utile pure per diventare senatore nel 2013 con la lista Con Monti per l'Italia. Mauro aveva iniziato ad appoggiare Monti alla fine del 2011; un anno dopo era ufficialmente passato con lui, fu tra i pochi eletti della nuova compagine e ottenne il ruolo di "saggio" per le riforme e il dicastero della difesa del governo Letta, cui fu fedele molto più che al progetto montiano. Al punto da uscire da Scelta civica e fondare i suoi Popolari per l'Italia, sfoderando un concerto tricolore di frecce, senza preoccuparsi del precedente grafico poco felice di Fare per Fermare il declino.

Quel simbolo, presentato l'8 febbraio 2014, nelle consultazioni successive si vide ben poco sulle schede elettorali e, soprattutto, non apparve proprio nelle bacheche del Viminale preparatorie alle elezioni europee. La soglia del 4% era un ostacolo arduo per tutti, Mauro compreso, così lui aveva cercato un accordo con l'Udc di Lorenzo Cesa e il 19 marzo era stato persino presentato un simbolo composito, in cui le frecce dei Popolari per l'Italia erano un po' sacrificate ma c'erano; evidentemente, però, l'asticella del 4% restava troppo lontana sia per quel cartello, sia per gli alfaniani del Nuovo centrodestra: il 5 aprile, il giorno prima del deposito dei simboli al Viminale, fu presentato il nuovo emblema composito di Ncd e Udc, graficamente orribile, ma soprattutto senza la minima traccia visiva del partito guidato da Mauro, la cui presenza parlamentare si sarebbe rarefatta sempre di più, fino al passaggio all'opposizione a giugno del 2015, preludio a un lento e silenzioso ritorno verso Forza Italia, senza riflettori e, soprattutto, senza proposte di seggi.

Quella di Mauro non è l'unica storia di tradimenti politici ad avere anche un lato simbolico. Inevitabile pensare al capitolo "Una mamma per nemica", dedicato alla tragicommedia delle candidature di centrodestra per il comune di Roma nel 2016, dominato - qui emerge l'esperienza maturata da Solimene nei vari anni in cui ha seguito per Il Tempo ogni movimento o fibrillazione della destra, romana e nazionale - dalla dialettica conflittuale tra Andrea Augello e Fabio Rampelli, cresciuti tra Msi e An ma attestatisi su posizioni ben distinte. Quando, dalla centrifuga dei nomi, è spuntato quello di Francesco Storace, questi ha dovuto scontare i no di Rampelli e della presidente di Fratelli d'Italia, Giorgia Meloni: gli stessi, guarda caso, che all'assemblea dei soci della Fondazione Alleanza nazionale della fine del 2013 erano riusciti a far assegnare a Fdi l'uso temporaneo del simbolo di An, anche solo per evitare che ne fruissero Storace e alcuni altri; sempre Rampelli e Meloni, a ottobre del 2015, sono riusciti a rendere quasi indefinita la durata della concessione dell'emblema di An, respingendo il tentativo di Gianni Alemanno (da sempre vicino a Storace) di far finanziare dalla fondazione la nascita di un nuovo grande partito di destra. Fallito questo disegno, anche gli spazi per Storace si erano ristretti molto: delle due liste immaginate in un primo tempo, il fondatore della Destra ne presenterà una sola, ma in appoggio ad Alfio Marchini, non di Meloni che intanto aveva accettato la "corsa al Campidoglio" a dispetto della gravidanza (e per scoraggiare pure la candidatura a sindaco dello stesso Storace). 

Volendo, passa attraverso un simbolo - il faro della fondazione Ricostruiamo il paese - anche la storia di Flavio Tosi, che nel 2012 aveva creato un "modello Verona" (un po' politico, molto civico, assai personale) e in quello stesso anno - da segretario della Liga Veneta - aveva fatto eleggere segretario federale della Lega Nord Roberto Maroni, lavorando col segretario della Lega Lombarda Matteo Salvini: con lui, anzi, aveva stretto un accordo (sotto gli auspici dello stesso Maroni), in base al quale Salvini avrebbe corso per la segreteria federale, mentre il sindaco di Verona avrebbe avuto - così scrive Solimene - "la ribalta nazionale", magari la corsa per Palazzo Chigi. Dopo che però alle europee 2014 Salvini aveva preso più voti di Tosi e la Lega si era dimostrata assai più in salute di prima, il sindaco scaligero ha forzato la mano sulle regionali venete del 2015: prima ha provato a decidere per intero i candidati a sostegno della riconferma di Luca Zaia, poi - dopo l'ultimatum con cui Salvini intimava gli iscritti alla fondazione tosiana di scegliere tra quella "casa" e il Carroccio - si è candidato anche alla guida del Veneto, finendo però quarto e obbligato ad abbandonare la casa leghista. A quel punto, il faro di Ricostruiamo il paese è diventato il simbolo di Fare!, inutilmente schierato a favore del "sì" alla riforma costituzionale (su posizioni opposte rispetto alla Lega); la sua luce, poi, è uscita offuscata dalle nuove elezioni amministrative veronesi, segnate dalla sconfitta della compagna di Tosi (impossibilitato al terzo mandato), Patrizia Bisinella. Alle politiche del 2018, il simbolo di Fare non è nemmeno stato presentato, stemperato nel blu del cartello Noi con l'Italia - Udc.

Simboli a parte, tra chi ha lasciato la corte di Berlusconi Solimene pesca le storie di Sandro Bondi e Paolo Bonaiuti, due alter ego del Capo finiti in disgrazia. Il primo, dalla "materia così versatile" da "restare al fianco del Cavaliere sopportandone e supportandone i continui cambi d’umore e di linea", è decaduto dopo il 23 aprile 2014 (dopo aver scritto sulla Stampa che Berlusconi, per il bene del centrodestra, avrebbe dovuto sostenere il rinnovamento di Renzi) per poi finire nell'anonimato (un po' per scelta sua, molto per scelta degli ex compagni di Forza Italia, lasciata a marzo del 2015) con la compagna Manuela Repetti, titolari di un nome - Insieme per l'Italia - privo di partito e di simbolo (al punto che questo sito ha voluto dargliene uno, a loro insaputa); il secondo, dopo diciott'anni passati a fianco dell'ex Cavaliere (soprattutto come consigliere e portavoce), ha abbandonato Forza Italia - direzione Alfano - nell'aprile del 2014 dopo un anno di progressivo isolamento, iniziato dopo il disaccordo sulla linea aggressiva contro il capo dello Stato "nella speranza di allentare la tenaglia giudiziaria che si stava stringendo intorno al Cavaliere". Ma quando a luglio del 2017 Bonaiuti ha compiuto 77 anni, la telefonata di Silvio è arrivata: per qualcuno era l'anticamera del ritorno in Forza Italia, ma di più non si sa. 

Non è però necessario cambiare casacca per finire sul taccuino degli #statesereni: il libro estrae dal buio recente le vicende della dem Alessandra Moretti. Lei, miracolata bersaniana della prim'ora (fino al suo "no" pubblico a Marini al Quirinale, che pure era stato proposto da Bersani, e al suo sostegno fallimentare a Cuperlo nella lotta per la segreteria Pd vinta da Renzi), atterrò su un seggio a Strasburgo nel 2014 grazie a una valanga di preferenze, ma uscì con le ossa rotte dalle elezioni regionali in Veneto l'anno dopo (con la campagna elettorale iniziata nel peggiore dei modi per l'immagine, con il manifesto dello "stile Ladylike" che aveva fatto infuriare pure varie donne dem, non solo l'austera Rosy Bindi) per poi finire sempre più in ombra, anche per essere stata a un matrimonio in India quando avrebbe dovuto essere in consiglio regionale. 

Altri invece "tradiscono" proprio perché mantengono la stessa bandiera, invece che seguire una persona molto vicina che fonda un nuovo partito: rientra tra questi Francesco Paolo Sisto, eletto deputato per il Pdl grazie a Raffaele Fitto, ma rimasto in Forza Italia anche dopo la nascita dei Conservatori e riformisti (poi Direzione Italia), interrompendo un rapporto consolidato con l'ex presidente della Puglia e mancando per soli 60 voti l'elezione a giudice costituzionale in quota Fi.

Non manca un riferimento ai fuoriusciti dal MoVimento 5 Stelle, non pochi ma nemmeno troppi (40 su 162), rispetto alle quote dei cambiacasacca di altre forze politiche e rispetta a quanto si prospettava in un primo tempo. Si va così dal primo parlamentare espulso per presenzialismo televisivo (Marino Mastrangeli, "al 313° posto su 315 senatori" quanto a produttività per Openpolis e mai primo firmatario di un disegno di legge) alla deputata uscita da un gruppo diventato per lei troppo violento verbalmente (Gessica Rostellato, che nei suoi primi giorni da deputata non aveva stretto la mano a Rosy Bindi e nel 2015, dopo aver fondato il gruppo dissidente di Alternativa libera, era finita proprio nel gruppo dem), passando per chi ha contestato la restituzione di parte dello stipendio parlamentare e per chi, come Walter Rizzetto, finisce nel gruppo di Fratelli d'Italia dopo aver auspicato a lungo - e in dissenso rispetto ai vertici e alla base stellata - un dialogo M5S-Pd. Per non parlare dell'affaire informatico, mai del tutto chiarito (si rinvia al libro per capirne di più), che sarebbe stato alla base dell'espulsione del deputato toscano Massimo Artini.

Un capitolo, poi, è dedicato al destino della riforma costituzionale, caduta sotto i colpi del referendum del 4 dicembre 2016, ma prima ancora per "la metamorfosi di decine di sinceri riformisti in accaniti difensori della Costituzione più bella del mondo". La riforma, infatti, è stata abbandonata prima da Forza Italia (l'aveva votata al primo passaggio parlamentare, ma ha cambiato idea dopo l'elezione di Mattarella al Quirinale senza che fosse concordata), poi dalla minoranza bersaniana dem (che fece campagna per il "no", pur avendo votato quasi per intero a favore). 

Ce n'è soprattutto per due persone: Renato Schifani, ex Pdl migrato tra gli alfaniani, tra le cui file ha votato la riforma ("per disciplina di partito", assicura), poi divenuto coordinatore del "no" dopo il suo ritorno a Forza Italia; e per Gaetano Quagliariello (già radicale, in seguito molto più simile a un teo-con), che per Solimene rappresentava "lo zenit e il nadir della riforma costituzionale, il principio e la fine, l’autore e l’oppositore", essendo stato prima demiurgo del nuovo testo come "saggio" e ministro ad hoc del governo Letta, poi - complice anche il suo mancato ritorno nella compagine di governo con Renzi? - strenuo contestatore delle modifiche proposte, dal nuovo "palco" di Idea.

Ce n'è anche per Michele Emiliano, per mesi tra i più strenui oppositori di Matteo Renzi all'interno del Pd e poi improvvisamente - alla vigilia della scissione dei futuri componenti di Articolo 1 - Mdp - sfilatosi dal progetto di "Cosa rossa": per Solimene è fortissimo il sospetto che non volesse trovarsi a disagio in una compagine molto a sinistra (lui che di sinistra non era mai stato), per di più come una sorta di "prestanome" di Massimo D'Alema, dopo aver stipulato con lui un "matrimonio di convenienza" che lo avrebbe aiutato a diventare sindaco di Bari, salvo poi entrare in rotta di collisione con lui già dalle regionali 2005 vinte da Nichi Vendola. Era stato decisamente migliore il rapporto con Renzi, incrinato però nel 2014 dalla mancata nomina a ministro e dal non inserimento come capolista alle europee; dopo la vittoria facile alle regionali del 2015 in Puglia, il rapporto sembrava definitivamente guastato a causa del gasdotto Tap, che Emiliano non voleva far arrivare nel leccese (ma il governo sì), e soprattutto dei referendum sulle trivelle (che ha visto una sorta di corpo a corpo Renzi-Emiliano) e sulla riforma costituzionale, che ha riunito il presidente della Puglia e D'Alema sullo stesso fronte. Tutti si aspettavano che guidasse la scissione assieme a Roberto Speranza e al collega presidente toscano Enrico Rossi, ma il passo indietro in extremis ha spiazzato molti; la battaglia (fallimentare) del congresso Pd, stravinto da Renzi e con Emiliano al 10%, avrebbe ridimensionato di molto le ambizioni dell'ex magistrato.

Nel volume c'è persino un cammeo di chi è stato considerato "traditore" probabilmente senza essere davvero nato politicamente: è il caso dei fratelli Andrea e Luca Zappacosta, i "falchetti" sostenuti e benedetti da Daniela Garnero, nota Santanchè dalla fine del 2013, quando il Pdl stava per essere archiviato definitivamente e Berlusconi si doleva di avere troppo delegato ad altri la gestione del partito. La loro creatura, l'associazione Azzurra libertà varata nella primavera del 2014, è arrivata però presto allo scontro con l'organizzazione giovanile "ufficiale" (prima del Pdl e poi di Forza Italia) guidata da Annagrazia Calabria, che invitava alla gavetta i "falchetti", senza che questi volessero saperne; tutto sarebbe naufragato un anno dopo, con parole al veleno nei confronti dello stesso Berlusconi e della sua compagna, Francesca Pascale.

Se, alla fine del libro (ben scritto, mai pedante e con attenzione), lo stomaco non si è ancora guastato per l'atmosfera da "fratelli coltelli" ed è rimasta la voglia di approfondire, si può affrontare l'ultimo capitolo di "Istruzioni per il futuro", con cui si cerca di capire come dare una regolata ai fenomeni trasformistici che rischiano di prodursi anche nella prossima legislatura (soprattutto se una maggioranza chiara non uscirà dalle urne). Attraverso l'opinione autorevole di tre costituzionalisti (Stefano Ceccanti, Alfonso Celotto e Salvatore Curreri) si analizza soprattutto il nuovo regolamento del Senato, che non impedisce ovviamente agli eletti di abbandonare il proprio gruppo - sarebbe contrario all'articolo 67 della Costituzione, che vieta il vincolo di mandato imperativo - ma non consente la creazione di gruppi diversi da quelli formatisi in seguito alle elezioni, dunque con specifico riferimento a un simbolo nella consultazione: chi lascerà la propria casa di elezione, insomma, potrà andare solo in un gruppo già esistente o (alla peggio) nel gruppo misto e, in ogni caso, perderà le eventuali cariche interne già detenute in base all'appartenenza al gruppo precedente (vicepresidente dell'aula, segretario, questore...). E' ancora presto per dire se le nuove regole - non valide per la Camera - funzioneranno e, soprattutto, se saranno applicate in modo rigido o qualcuno ne suggerirà un ammorbidimento "costituzionalmente orientato"; di sicuro, del problema dei cambi di casacca (e della tutela dei dissidenti, che non è giusto ritrarre automaticamente come novelli Giuda) si parlerà ampiamente nella legislatura in preparazione, #statesereni.

«In politica tutti tradiscono e tutti hanno tradito. Destra, sinistra, centro e grillini sono uguali»: "State Sereni", ve lo dice Carlo Solimene.  L’intervista Di Vaio - Salvati del 12 febbraio 2018 su "Orticalab.it". «In politica tutti tradiscono e tutti hanno tradito. Destra, sinistra, centro e grillini sono uguali»: "State Sereni", ve lo dice Carlo Solimene. Domani, al Circolo della Stampa, il collega de "Il Tempo" presenterà la sua prima fatica letteraria "State Sereni. L’Italia è una repubblica fondata sul tradimento". Dieci storie di trasformismi e cambi di rotta improvvisi che hanno segnato l’ultima Legislatura: «Si va verso il governo del "grande inciucio". Dopo il 4 marzo ne vedremo delle belle». L’Italia è una Repubblica fondata sul tradimento. Ce lo dice Carlantonio Solimene, irpino, giornalista de "Il Tempo", nella sua prima fatica letteraria, "State Sereni", edita da Iuppiter Edizioni. Per tutti Carlo, con un passato da cronista calcistico, Solimene è da qualche anno approdato alle cronache parlamentari: ha seguito l’ultima, sanguinosa, legislatura conclusasi lo scorso dicembre e, nel suo saggio, ne ha tracciato le incoerenze. Dieci storie di trasformismi e tradimenti dal senatore Antonio Razzi ad Alessandra Moretti, passando per gli ex berluscones. Domani, al Circolo della Stampa, Solimene presenterà il suo libro insieme al direttore di Orticalab, Marco Staglianò, e all’onorevole Gianfranco Rotondi che ne ha curato la prefazione.

Solimene, lo spunto per cominciare la nostra chiacchierata ce lo serve su un piatto d’argento il candidato premier Luigi Di Maio che ieri, proprio ad Avellino, ha detto che il Movimento 5 Stelle lavorerà ad una legge che vieterà il cambio di casacca in aula. In pratica chi tradisce il mandato degli elettori è fuori. In questa Italia che lei dice essere “fondata sul tradimento” come coniuga le parole dell’aspirante presidente del Consiglio?

«Il Movimento 5 Stelle, e quindi Di Maio, come Forza Italia, Lega o Fratelli d’Italia ha fatto del vincolo di mandato un punto di forza della propria campagna elettorale. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo il mare e prima di riuscire a raggiungere questo risultato ce ne vuole. Il Movimento 5 Stelle, al momento, sembra essere il partito più credibile visto che gli altri che denunciano i voltagabbana sono gli stessi che si sono serviti dei voltagabbana quando è stato necessario».

Nella campagna social per la promozione del suo libro abbiamo avuto modo di conoscere alcuni protagonisti. Da Walter Rizzetto, a Sandro Bondi, passando per Antonio Razzi e Alessandra Moretti. I “traditori” a quanto pare sono davvero parecchi…

«Quella da poco terminata è stata senza ombra di dubbio la Legislatura dei tradimenti. Nel libro ho raccolto dieci piccole storie che aiutano a ripercorrere quello che è successo in questi cinque anni abbastanza ingarbugliati. Io lo definisco un manuale per l’elettore, uno modo per dirgli: “leggi e attento a chi voti”. Penso sia giusto avere bene in mente quelle persone che hanno offerto esempi di poca coerenza. E’ un libro che parla della politica che non ci piace, di tradimenti, di caccia alla poltrona, di opportunismo».

Un quinquennio davvero amaro…

«Sì, anche se nel finale si accende un barlume di speranza. Mi interrogo sulle colpe dei traditori ma anche, talvolta, su quelle dei traditi. E cerco di scoprire se in futuro sarà possibile creare un sistema per arginare uno dei mali più radicati della democrazia italiana: il trasformismo. Faccio proprio riferimento alla legge sui partiti di cui ha parlato Di Maio ad Avellino. Se avessimo partiti più democratici che dessero voce anche ai dissidenti, probabilmente avremmo meno voltagabbana tra i banchi di Camera e Senato».

Intanto, in una campagna elettorale appena partita, latitano i candidati premier: centrodestra e centrosinistra giocano a carte coperte. Come legge questo dato?

«Venti anni di bipolarismo ci hanno tratto in inganno. Noi votiamo per una repubblica parlamentare, ovvero non scegliamo direttamente il primo ministro. E’ chiaro che, di fronte ad una situazione del genere dobbiamo interrogarci se quello della repubblica parlamentare sia ancora un sistema adatto e al passo con i tempi. Tutto il mondo va verso un tipo di scelta, basti guardare alla Francia o agli Stati Uniti. Qui eleggiamo il Parlamento in un sistema politico oggettivamente frastagliato. Avremo sempre dei premier di "compromesso", credo che accadrà anche dopo il 4 marzo».

A firmare la prefazione del suo libro ci ha pensato l’onorevole Gianfranco Rotondi che sarà al suo fianco alla presentazione di martedì. Viene spontaneo chiederle, come mai proprio Rotondi?

«L’origine comune e l’amicizia che lega la mia famiglia alla sua mi ha spinto a chiedergli questo piacere. In più l’onorevole Rotondi, oltre ad essere un politico di spicco è anche un ottimo giornalista. Una penna divertente. Nel suo libro “Meglio la casta” emergono tutte le sue doti scrittorie e la bravura nella spiegazione dei concetti. Mi piaceva affidare a lui, con il suo puntale e ironico modo di scrivere, le conoscenze del Parlamento e della Legislatura».

Come e quando nasce “State sereni”?

«In una notte di settembre. Ero lì che pensavo a tutte le vicende che mi avevano sorpreso nel corso di questa mia prima legislatura da giornalista de “Il Tempo”. Mi hanno sempre interessato le storie con i colpi di scena che non ti aspetti e mi sono sempre chiesto come fosse possibile essere così sfacciati di fronte al Paese e al proprio elettorato. Mi sono appuntato immediatamente le quattro storie che mi sono venute subito alla mente e così, di getto, sono nati i primi quattro capitoli. L’idea poi ha preso piede e a metà dicembre il libro era pronto».

A chi consiglia la lettura e, soprattutto, è un libro da cui si evince il suo credo politico?

«Di sicuro la lettura è consigliata agli appassionati di politica. Dieci storie, realmente accadute, alcune di queste molto paradossali, scritte in chiave leggera. E’ un libro che picchia a destra, a sinistra, al centro e picchia anche i 5 Stelle ma che non si schiera nemmeno di fronte a certi comportamenti. Racconta. In ogni capitolo tutti sono stati traditi e tutti hanno tradito. Da Alessandra Moretti che nasce portavoce di Bersani e poi diventa renziana, a Walter Rizzetto che insultava La Russa, voleva lo Ius Soli e un governo con Bersani e poi passò al partito della Meloni, ai berlusconiani di ferro Bondi e Bonaiuti che hanno abbandonato il Cavaliere, a Gessica Rostellato che ha lasciato il Movimento 5 Stelle per passare al Pd. Insomma c’è da divertirsi».

E di quello che pensa ai “cazzi sua”, Antonio Razzi ne parla?

«In realtà Razzi è citato nella prefazione. Lui è l’esempio principe di quello che accade nel nostro Paese. Qualcosa che all’estero sarebbe incomprensibile. Il fuori onda che purtroppo per noi lo ha reso celebre in qualsiasi paese del mondo avrebbe portato alle sue immediate dimissioni. Razzi, invece, non solo fu ricandidato, fu anche rieletto e finì addirittura per vantarsi per il suo modo di fare politica. Lui è un po’ il simbolo».

Contento di presentare il suo libro anche ad Avellino?

«Molto contento, fa piacere giocare in casa tra parenti e amici. Vivo a Roma da anni ma sono molto legato alla mia città e poter presentare il mio primo lavoro al Circolo della Stampa mi riempie di gioia».

Come vede le Politiche 2018?

«Il centro-nord sembra orientato verso il Centrodestra che, stando ai sondaggi, dovrebbe dominare nei collegi uninominali. Il Pd dovrebbe tenere nelle regioni "rosse". Ma, mai come in questo caso, il voto del Mezzogiorno sarà determinante. Se il Movimento 5 Stelle farà il boom nel Meridione, il Centrodestra non avrà la maggioranza. Viceversa si ragionerà diversamente. Quel che pare certo è che si prospetta un Governo di "inciucio nazionale", che vedrà insieme Centrodestra e Centrosinistra. La massima aspirazione di Silvio Berlusconi, quindi, potrebbe materializzarsi. Staremo a vedere».

Da cronista sportivo ha seguito per anni la Lazio. Saprà certamente che Forza Italia, nel listino camerale che interessa anche la provincia di Avellino, ha schierato Claudio Lotito...

«Parliamo di un personaggio molto particolare: o lo si ama, o lo si odia. La scelta di schierarlo nel collegio irpino potrebbe non essere felice e questo dimostra che il Rosatellum, una legge che avrebbe dovuto avvicinare l’elettore ai candidati, è stata interpretata in maniera del tutto opposta».

Rifacendoci al titolo del libro, c’è da “stare sereni”?

«Queste sono elezioni in cui lo "stare sereni", la presa in giro, è la parola d’ordine. Tutti promettono ben sapendo che non ci sarà mai un governo monocolore chiamato a mantenere gli impegni. Una sorta di grande imbroglio collettivo. Ma ci credono sempre più in pochi, basta guardare le percentuali dell’astensione».

Grazie Solimene, in bocca al lupo…

«Prego, viva il lupo».

LA REPUBBLICA DEGLI INSULTI.

Non solo quando chiamarono Fico al femminile (Fica nda): le freddure in Parlamento (e l'atroce scivolone su Renzi), scrive Giuseppe Basini il 25 Dicembre 2018 su "Libero Quotidiano". Benjamin Disraeli, primo ministro conservatore e massimo esponente dell'imperialismo britannico, in un acceso dibattito parlamentare di metà Ottocento, così apostrofò un oppositore: «Onorevole collega ella può vantarsi di aver commesso praticamente tutti i reati contemplati dal nostro codice penale, tranne quelli che richiedono coraggio». Molto efficace. Winston Churchill, che non amava Attlee, laburista e suo successore, così sibilava: «Giunse a Westminster un taxi vuoto e ne scese Clement Attlee». Elegante. Da noi il vecchio Giolitti, desideroso di voti cattolici, a Zanardelli che gli rimproverava di non far mettere mai in votazione la sua legge sul divorzio, rispose con un piccolo passaggio in un corposo discorso: «Ci sarebbe ancora la questione del divorzio, che mi viene di nuovo sollecitata, ma questo in Italia interessa solo all' on. Zanardelli e al Papa e tutti e due non hanno moglie». Ineffabile. Sia Mussolini sia D' Annunzio furono deputati, ma non fu in Parlamento che incrociarono i ferri, ma a Fiume, durante l'avventura legionaria. Mussolini che voleva strumentalizzare l'evento per i suoi fini si recò in visita a D' Annunzio e volle imitare il suo linguaggio immaginifico, così, ricordando che era stato leggendario aviatore, lo salutò con un «salve aereofante». Il Vate, polemico perché Mussolini si guardava bene dal partecipare personalmente alla rischiosa avventura, rispose, dato che il futuro Duce era stato bersagliere, «salve a te lestofante». Mussolini, irritato per le risate dei presenti, ebbe la presenza di rispondere, indicandoli, «ed essi? Furfanti anch' essi». Non male. Ancora nel secondo dopoguerra, qualche invettiva graffiante c'era sempre, come nel caso di una deputata governativa, chiamiamola "Puntini", particolarmente prosperosa, che fu involontariamente chiamata in causa da De Gasperi, quando, nello scontro sul Patto Atlantico, ebbe a dire: «Quanto ai comunisti, sappiano che se cercheranno di sovvertire il risultato delle libere elezioni con la violenza, troveranno a sbarrare loro la strada i nostri petti», provocando il motteggio di Pajetta: «Scelgo quello dell' onorevole Puntini». Sarcastico. Mentre Almirante, ad Oronzo Reale che aveva fatto una tirata antifascista, rispose: «Oronzo quanto sei (pausa) strano». Nazional popolare. Ancora Churchill, ad una oppositrice che gli aveva detto che se fosse stata sua moglie gli avrebbe dato il caffè avvelenato, rispose: «Signora se io fossi suo marito lo berrei». Esilarante. Quando i Parlamenti erano ancora veri centri di potere e di dibattito e i governi e i partiti dipendevano da quel che succedeva nelle aule, c' erano uomini di spessore che, anche nell' insulto, sapevano mettere ironia e fantasia e utilizzavano pure il fioretto, non solo la clava.

L'ARTE PERDUTA DELL' INSULTO. Ma oggi? Buffone, pagliaccio, servo di questo, servo di quello, venduto, animale e poi coretti da scuola primaria «onestà, onestà» a cui si risponde «serietà, serietà». Ma va là. L'arte del grande insulto si è persa e vi sono ormai anche pochi a saperlo notare con ironia come Andreotti, che, dopo un infuocato scontro parlamentare in cui metà della camera gridava «ladri, ladri» e l'altra rispondeva con «assassini, assassini», commentò: «Era bello a vedersi». Molto levigato. Intendiamoci, non tutto nei Parlamenti colti e brillanti che furono era perfetto, anzi da noi, finita la fase marcata da uomini che avevano traversato gli eventi della guerra e della guerra civile, formatisi perciò nel dramma più che nella commedia (e che infatti governarono abbastanza bene, riportando, almeno economicamente, l' Italia ai primi posti) si produsse purtroppo negli anni un certo autocompiacimento delle forme, sterile e bizantino, menefreghista e un po' cinico, in cui, invece della soluzione dei problemi si cercava il modo di evitarli, affascinati dal puro tecnicismo del potere, dai suoi riti e dai suoi linguaggi criptici e sapienziali. Tipico esponente di questo mondo fu Ciriaco De Mita, definito da Agnelli «un intellettuale della Magna Grecia», ma il rappresentante massimo fu Aldo Moro, non a caso chiamato «mi spezzo, ma non mi spiego». La prima Repubblica in Italia morì anche di questo, di un linguaggio fumoso che serviva solo a coprire i problemi e a tenere lontana la gente. Era inevitabile una reazione e vi fu, quando, venuto meno l'equilibrio obbligato della Guerra Fredda e della (necessaria) resistenza anticomunista, la gente, arcistufa della perenne esclusione, cominciò a cercare qualcuno di parola franca e mano ruvida, magari non esperto dei problemi, ma che desse l'impressione di voler almeno provare a risolverli. Dei barbari insomma, magari rozzi e talvolta superficiali, ma ancora sani, non rovinati dai narghilé del potere e dalla convinzione che la linea più breve tra due punti fosse l'arabesco, barbari un po' pratici imprenditori e un po' sognanti.

SECONDA REPUBBLICA. La seconda Repubblica sembrò (e fu) un miglioramento, ma il vecchio, soprattutto sotto forma delle antiche incrostazioni comuniste e giustizialiste, tese a perpetuare uno scontro ormai artificiale, riuscì a guastare anche il nuovo, fino a quando, con la controriforma (consociativa, malgrado le apparenze) che abolì il principale progresso e cioè la legge elettorale uninominale, non si tornò ad una simil prima Repubblica, perfino peggiorata in senso partitocratico. La rigenerazione, che resta comunque una necessità, sta così provando di nuovo a riaffacciarsi, sperando però che ai barbari non si sostituiscano gli scemi, perché non perderemmo più solo l'aplomb, ma anche benessere e Libertà. Cossiga, cultore professionista del paradosso veritiero, si divertì anch' esso a citare Churchill, parlando però di noi: «Quando dissero a Churchill che c' erano dei cretini in Parlamento, lui rispose meno male, è la prova che siamo una democrazia rappresentativa». Ma avrebbe potuto ricordare anche De Gaulle, sia sui concittadini: «Abolire la stupidità? Troppo vasto programma», che sugli americani: «Potete star certi che gli americani faranno tutte le stupidaggini che vengono loro in mente, oltre ad alcune che sono oltre ogni immaginazione». In realtà non si possono pretendere Parlamenti diversi dalle società che li esprimono e l'epoca della grande borghesia come classe di governo, con la sua cultura, la sua preparazione (e le sue ingiustizie) è finita, da noi e all' estero, e con essa è finito anche il suo spirito pungente e dissacratore. Segno dei tempi. Qualche rara eccezione c' è ancora, come quel deputato che definì Renzi «l'unico esempio storico di bambino che mangi i comunisti», però sono sempre più sporadiche e l'unico guizzo di questa legislatura è dovuto al deputato Giacomoni, che, vistosi chiamato Giacomini dal presidente Roberto Fico, reagì storpiando a sua volta il suo cognome al femminile, con una peraltro calma e spiritosa risposta del presidente, che disse: «Questa resterà negli annali». In effetti... 

Ritratti: Marco Travaglio, scrive il 23 dicembre 2018 Augusto Bassi su "Il Giornale". «La tentazione comune a tutte le intelligenze: il cinismo…», scriveva Albert Camus. Grazie a Dio non sono molto intelligente e questo mi ha permesso di non cadere in tentazione, ma credo ci sia verità in questo epigramma. Come dev’essere difficile vivere da teste pensanti! Quanto deve rivelarsi arduo non cedere al cinismo in un mondo dove gli scaffali Feltrinelli affiancano le opere di Camus a quelle di Gianrico Carofiglio! Marco Travaglio è caduto in tentazione molto tempo fa e oggi, a quasi 55 anni, trasuda sabaudo disprezzo per ciò che lo circonda. In questo spazio mi occupo precipuamente di sberleffi, talvolta disincantati – ma mai cinici! – talvolta moraleggianti. Oggi è venuto il momento di un omaggio, senza eccessi di battimani o salamelecchi, perché anche lui si infila le button-down grigie e le giacchette in cotone délavé come Carofiglio. Di Battista l’ha definito “libero”, aduggiando il formicolare degli sguatteri. Ma non è esatto. Travaglio ha le sue catene: è infatuato della propria probità, mentre la rettitudine deve costare qualche sacrificio per essere autentica. In lui è invece un propellente sospetto, perché ne incendia la vanità. Purtuttavia, Marco è l’unico campione del giornalismo italiano. Non ha la penna del fuoriclasse, si è per anni accompagnato a colleghi disturbanti, ma quel suo eloquio fricativo, quel procedere paratattico, quel desueto piacere di sapere ciò che si dice, lo rendono speciale e oggi indispensabile. Negli ultimi mesi, costretto a dialogare con scoreggine anti-governative e microbi del pensiero, è sembrato gigantesco: un’eminenza grigia, un titano. Anche la sua facondia saputella, schiettamente molesta e antipatica, talvolta nevrastenica, è ormai un contravveleno, un unguento da spalmare sulle piaghe di una verità flagellata. E se in privato si mostra capace di cedevolezza – almeno a giudicare dalle acconciature del figlio – in pubblico si manifesta come impenetrabile frangiflutti di fronte all’inondazione cortigiana. Vi porto allora una recente pagina di televisione che ne rimarca la necessità in un mondo deforme e paradossale, nel quale sono le Gruber, i Giannini e le Marianne Aprile che danno patenti di legittimità ai giudizi intellettuali; una straordinaria performance di autogoverno giocata sempre sul filo del vaffanculo che mi ha fatto salire sul divano alzando il cane per le orecchie come la Coppa delle Coppe. Ma so che Travaglio ci dividerà, quindi sentitevi liberi di esprimere le vostre riserve. Ne approfitto per augurare buon Natale a voi tutti, carissimi. Ci risentiamo dopo la Bonino.

Se la Rete è il trionfo dell'idiozia e degli insulti, scrive Francesco Alberoni, Domenica 16/12/2018, su "Il Giornale". Mio figlio Giulio ha fatto un esperimento su Instagram con un suo amico. L'amico ha mandato messaggi seri, pieni di informazioni esatte e appelli al buonsenso. Lui invece ha costruito un sito totalmente demenziale, con notizie incredibili, animali mostruosi, posti immaginari, disegnini, foto scopiazzate un po' dappertutto, frasi prive di senso. Risultato: in un mese il suo account fasullo ha raccolto migliaia di followers, quello dell'amico poche centinaia. L'esperimento conferma che oggi sul web ha successo tutto ciò che è stupido, irrazionale e inatteso. Non c'è spazio per la riflessione, lo studio, l'approfondimento. E viene il sospetto che il successo improvviso di leader popolari come Grillo, Trump, Erdogan, Chavez, Maduro, Macron in Francia e Bolsonaro in Brasile sia dovuto alla manipolazione emotiva di masse ignoranti. Di certo il web ha immesso nella sfera della comunicazione politica masse che fino ad ora ne erano escluse come gli adolescenti, gli indifferenti, alcune donne, coloro che ignoravano del tutto la complessità dell'economia, del governo, della politica. Dominato da questo pubblico ignorante ed instabile emotivamente, il web ha quasi ucciso il pensiero concettuale, l'argomentazione, la riflessione e messo fuori mercato i giornali, la grande letteratura, il grande cinema per lasciare posto a siti in cui si scambiano emozioni, battute, insulti. Questa situazione mi ricorda cioè che accadde per la Riforma Protestante dopo che Gutenberg aveva inventato la stampa. Durante la Riforma la stampa fu usata per tradurre la Bibbia, ma cento volte di più per attaccarsi ferocemente fra cattolici e protestanti con fogli di satira disgustosa e orrendamente oscena. Sono queste pagine, questi libelli deliranti che spinsero le masse popolari a scatenare la guerra dei contadini e portarono alle degenerazioni ed ai massacri di Munster. Già oggi la libertà di questi mezzi è illusoria. Facebook, Google, Instagram sono manipolati a distanza da pochi che orientano come vogliono i nostri consumi e le nostre scelte politiche. E io mi auguro che, dopo un periodo dominato dalla ignoranza, dalle chiacchiere e dall'impulso, ci sia una reazione intellettuale e torni ad affermarsi la lettura e la riflessione ponderata, razionale, il sapere.

Movimento 5 Stelle, ecco come funziona la propaganda su Facebook. Una rete di pagine ufficiali, e poi un sottobosco di gruppi e blog amici da usare alla bisogna. Una struttura costruita negli anni che permette di aggirare i media tradizionali e fare arrivare il messaggio pentastellato senza intermediazione, scrive Mauro Munafò il 20 novembre 2018 su "L'Espresso". Collegatevi: la parola d’ordine della propaganda 5 Stelle è diventata questa. Se agli albori del Movimento l’invito agli attivisti era quello di visitare il blog di Beppe Grillo, da qualche anno a questa parte tutto è cambiato nella galassia pentastellata, e il partito nato intorno al blog è diventato il partito che vive su Facebook. “Collegatevi” è il termine con cui Luigi Di Maio e altri big stellati lanciano sul social network le loro dirette video, uno dei format preferiti per diffondere il proprio messaggio a milioni di elettori e simpatizzanti. Soprattutto quando c’è da comunicare qualcosa di importante che deve diventare il centro del dibattito del momento. Sono le 20 e 14 minuti del 27 maggio, già troppo tardi per l’apertura dei Tg delle 20, ma sul profilo Facebook di due milioni di italiani suoi fan arriva questa notifica: Luigi Di Maio è in diretta. Cliccando si finisce sulla pagina del capo politico 5 Stelle, che riporta: «Quello che è successo è incredibile. Collegatevi perché ho qualcosa da dirvi». Nei circa 8 minuti di video, Di Maio parla della bocciatura da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella del nome di Paolo Savona come ministro dell’Economia, e annuncia la sua intenzione di avviare la procedura di alto tradimento contro il Quirinale. Poco importa se l’impeachment verrà messo nel dimenticatoio nel giro di poche ore: in quel momento la comunicazione di Di Maio fa il giro d’Italia. In pochi minuti il video viene condiviso da oltre 250 mila persone, da un gran numero degli altri big pentastellati e da una rete capillare di pagine e gruppi ufficiali, semiufficiali e amatoriali del Movimento. Il risultato è che quella diretta, come ha potuto verificare L’Espresso consultando le statistiche riservate, nelle prime 12 ore dalla sua pubblicazione appare sui Facebook di 12 milioni di utenti, totalizzando oltre 7 milioni di visualizzazioni. Nessuna intermediazione, nessun giornalista, nessun commentatore, nessun contraddittorio: solo Di Maio con la sua versione dei fatti e la telecamera. Questi dati, va chiarito, non posso essere confrontati in maniera semplice con quelli delle trasmissioni televisive: le statistiche di Facebook tendono a essere piuttosto generose e a considerare ascoltatore anche chi ha visto appena 3 secondi di video o non ha attivato l’audio (e sono la maggioranza, specie tra chi scorre la app sullo smartphone). Tuttavia sono cifre che danno un’idea dell’enorme pubblico raggiunto direttamente dal Movimento sul social network: una forza costruita negli anni con l’allestimento di una rete tentacolare di pagine e gruppi e che al momento nessun partito può eguagliare. L’alleato Matteo Salvini ad esempio è il politico italiano ed europeo con più seguito su Facebook con oltre 3 milioni di fan (un milione più di Di Maio), ma ha puntato su una strategia incentrata unicamente sulla sua persona e dietro di lui c’è il vuoto o quasi.

La Lega può contare infatti su solo quattro politici con oltre 100 mila fan su Facebook ed è dietro persino al Pd che ha otto esponenti con almeno questo seguito. Numeri che però appaiono marginali se confrontati con quelli dei grillini, che hanno venticinque loro uomini con più di 100 mila fan e possono contare su pagine da centinaia di migliaia di follower come quella di Alessandro Di Battista o di Virginia Raggi, la sindaca con più fan al mondo (circa 900 mila: erano 6mila due anni e mezzo fa). Il numero di fan accumulati da un politico è però solo la punta dell’iceberg ed è ormai un dato più utile per fare le classifiche che per capire la reale capacità di raggiungere il pubblico. Nel corso degli anni Facebook ha infatti cambiato spesso l’algoritmo che “decide” cosa ogni utente si può trovare davanti. Può sembrare solo un dettaglio tecnico, ma in realtà ha dei risvolti profondamente politici perché, di fatto, è l’algoritmo di Facebook che influenza come e cosa il politico oggi comunica. Secondo diversi studi e analisi di marketing, i video su Facebook sono il contenuto che genera più interazioni con i propri fan e quelli in diretta raggiungono mediamente il triplo delle persone (anche perché vengono annunciati con una notifica). Non stupisce quindi che negli ultimi 28 giorni Luigi Di Maio abbia condiviso o prodotto sulla sua pagina oltre 100 video e solo 45 link: l’era del “clicca qui” di Beppe Grillo è finita, non funziona più. Ma la rete nella Rete costruita nel tempo dal Movimento 5 Stelle, oggi indispensabile per rilanciare e raggiungere direttamente il pubblico con i propri messaggi, si compone di più livelli. Oltre alla propaganda ufficiale, che deve rispettare comunque una certa istituzionalità, c’è un sottobosco di pagine, siti e gruppi amatoriali, spesso con centinaia di migliaia di fan, sulla carta non gestite o collegate direttamente al Movimento ma in realtà animate da figure vicine agli staff della comunicazione 5 Stelle o che nel tempo da questi staff vengono assunti. È in questo sottobosco che si aizzano gli istinti peggiori degli elettori e si alimentano gli attacchi più forti ai nemici di volta in volta indicati dai vertici, che fanno finta di non vedere salvo poi approfittare in maniera più o meno diretta della cassa di risonanza che queste pagine offrono alla loro comunicazione. Questa galassia di pagine non ufficiali può diventare anche un'utile arma di controllo sugli eletti: la comparsa di un dissidente sulla scena M5S viene infatti matematicamente accompagnata dalla comparsa di meme, immagini e persino articoli contro di lui (ma sempre fedeli alla linea del partito). Solo per citare un caso recente, il senatore Gregorio De Falco che ha votato contro il governo in Commissione sul caso del condono di Ischia è finito al centro delle attenzioni di siti come “Silenzi e falsità della stampa italiana”, gestito dal fratello del capo della comunicazione di Luigi Di Maio, che su di lui ha realizzato un articolo dal titolo: «La mala fede del senatore De Falco dissenziente ‘de sinistra’ incensato da Repubblica». E poi c’è, per l’appunto, il capitolo giornali. L’ossessivo attacco ai giornalisti e agli editori “non puri” non è solo una strategia per raccogliere consenso approfittando della scarsa considerazione che i cronisti hanno in una larga fetta di italiani. Si tratta anche di una lotta per il controllo di un mercato, quello dell’informazione in rete. Una volta stabilito, come abbiamo visto, che nessuna opposizione ha oggi i numeri per contrastare la comunicazione online dei 5 Stelle, l’unico contraltare lo forniscono i gruppi editoriali con una forte presenza digitale, tra cui quello di cui fa parte anche L’Espresso. Secondo una ricerca dell’istituto americano Pew, gli italiani sono il popolo europeo che più di tutti si informa sui social: la metà degli adulti dice di leggere le notizie su Facebook, mentre in Germania è solo un adulto su quattro. Ma tra tutte queste persone che si informano sui social, circa un terzo non presta alcuna attenzione alla fonte che riporta la notizia: che arrivi da un amico, da un giornale o dalla pagina di un politico per loro è del tutto uguale. Conta solo arrivare. Conta solo “collegarsi”.

Borghesucci, radical-chic, rosiconi: il dizionario di ingiurie e derisioni di Lega e M5S. Il vocabolario dei politici al comando: una neolingua creata per scatenare la rabbia e viaggiare sui social. Gli insulti, usati come pietre per prendersi il Palazzo, ora vengono scagliati dal Palazzo stesso. Per poterci rimanere a lungo, scrive Susanna Turco il 21 novembre 2018 su "L'Espresso". Analfabeti, ipocriti, facinorosi, pseudo intellettuali, verginelle. Ogni stagione ha le sue parole, i suoi bersagli, i suoi insulti. Prima del ritorno di fiamma di oggi, ad esempio, «puttane» era epiteto tipico del tardo-berlusconismo, nei mesi delle olgettine e del Rubygate. Nel 1990 a punzecchiarsi su «puttane e impiccati» erano Indro Montanelli e Ghino di Tacco, alias Bettino Craxi. Nel 2014 la parola «puttane» ballava sui palchi a Cinque stelle, riferita però «a tutti i parlamentari italiani e alle loro puttane» (così la dedica dal palco di Fabrizio Moro, ospite di Beppe Grillo nel comizio romano a piazza San Giovanni per le elezioni europee). Se chi parla male, pensa male (adagio morettiano, a sua volta manifesto di una passata stagione), come parla la maggioranza gialloverde? Come si insulta? E, di conseguenza, che idea ha del mondo? Ecco una rassegna che parte da una affermazione di Beppe Grillo: la convinzione che metà delle persone non capisca quel che ascolta.

Analfabeti. «C’è un analfabetismo di ritorno pazzesco. Il 45 per cento degli italiani capisce sommariamente quel che gli dici. Abbozza, farfuglia dei concetti, crede in cose incredibili» (Beppe Grillo, al comizio Cinque stelle del Circo Massimo, 21 ottobre 2018).

Avanti. «Molti, per strada, mi dicono di andare avanti» (Danilo Toninelli, ministro alle Infrastrutture).

Assassini. «Voglio farvi vedere il volto degli assassini politici della mia gente» (Luigi Di Maio, indicando Piero De Luca, figlio del governatore Pd Vincenzo, in campagna elettorale, 17 febbraio 2018).

Borghesucci (Voi). «Perché il Paese potesse cambiare era necessario che la borghesia si ricomponesse: non importa se il Tav Torino-Lione in Italia non esiste proprio, nemmeno un chilometro, quello che importa è che siete tornati voi borghesucci: manca solo Gaber a prendervi in giro e l’Italia sta tornando (forse) se stessa» (Beppe Grillo, una lettera al Fatto contro la Tav Torino-Lione, titolo Ode alla Borghesia).

Bugiardi. «Al governo in Francia e al governo a Malta abbiamo dei bugiardi in malafede, e alla commissione Ue abbiamo dei distratti, a Bruxelles gente che dorme» (il ministro dell’Interno e vicepremier Matteo Salvini, a proposito di rimpalli sui migranti).

Colpa. «Il Pil è colpa del Pd» (Luigi Di Maio).

Colpevoli. «Non ve la prendete con i pubblici ministeri, hanno solo fatto il loro lavoro. Si sono sbagliati, tutto qui, ma non sono mica colpevoli. Come non è colpevole il Movimento che ha fatto benissimo a difendere Virginia. E chiaramente non è colpevole Virginia la quale ha affrontato questo processo a testa alta e oggi è stata assolta. Ma i colpevoli ci sono e non vanno temuti, vanno indicati affinché l’opinione pubblica venga messa in guardia. I colpevoli sono coloro che l’hanno insultata, calunniata. I colpevoli sono quei pennivendoli che da più di due anni le hanno lanciato addosso tonnellate di fango con una violenza inaudita» (Alessandro Di Battista su Facebook, dopo l’assoluzione della sindaca di Roma Virginia Raggi).

Conformisti. «Quanto conformismo, quanta viltà, si nasconde nella facile solidarietà» (Alessandro Di Battista, solidarizzando con Salvini e il suo stop agli sbarchi dei migranti, 7 luglio 2018).

Cretini. «È che non si sono messi d’accordo su chi doveva fare il cretino. #LaCenadeiCretini #CenePd» (Paola Taverna su Facebook, 18 settembre 2018).

Delinquenti. «Parliamo di un governo che è completamente collegato alla criminalità organizzata. I ministri o i parlamentari che si sono sottratti al proprio dovere sono dei delinquenti» (Carlo Sibilia sul governo Renzi, 8 aprile 2016).

Diabetici. «Se i piddini riuscissero ad organizzarsi (...) suggerirei loro di rimanere compatti ma suddividersi in gruppi in base alle patologie che colpiscono gli anziani: in testa i diabetici, afflitti da prostatite sulla sinistra del corteo, vittime Alzheimer e demenza senile sulla destra, problemi di osteoporosi in fondo al corteo: potrebbero rallentare» (post di Cosimo Ettorre, M5S consigliere comunale di Moncalieri, poi dimessosi, 1 ottobre 2018).

Esecutori. «Non ci sono meri esecutori. Giuseppe Conte dovrà essere indipendente» (Matteo Salvini, una settimana prima dell’incarico a Conte, 23 maggio 2018).

Facinorosi. Il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, a proposito di un gruppo di naufraghi appena salvati dall’annegamento: «Orgoglioso della @GuardiaCostiera italiana che con nave Diciotti ha preso a bordo 60 migranti che stavano mettendo in pericolo di vita l’equipaggio dell’incrociatore italiano Vos Thalassa. Ora avanti con indagini per punire facinorosi» (tweet, 10 luglio 2018).

Fanculo. «La sinistra, falsi e ipocriti, hanno abolito l’articolo 18 e poi stanno lì a ricordare Berlinguer e fare le feste dell’Unità in cui tagliano la salamella. Ma andate a fanculo!» (Alessandro Di Battista al comizio finale per il municipio di Ostia, 17 novembre 2017).

Fesso. «Se Salvini dice che non vuole passare per fesso, io non posso essere scambiato per bugiardo» (Di Maio, litigando con Salvini).

Giornalisti. «Nel giornalismo ci sono tante puttane e ancor più sputtanati». (Gianluigi Paragone, ex direttore della Padania, oggi senatore grillino, sul Blog delle stelle).

Guinzaglio. «Anche stavolta li abbiamo scoperti. Quelli del Pd erano riconoscibilissimi: signore con borse firmate da mille euro indossate come fossero magliette di Che Guevara e - accessorio immancabile - i barboncini a guinzaglio (ovviamente con pedigree)» (la sindaca di Roma Virginia Raggi su Facebook, dopo la manifestazione contro la sua amministrazione).

Halloween. «Raviolo di burrata, pomodorino piennolo del Vesuvio, pesto con basilico e pistacchi di Bronte. Alla faccia di Halloween! Dolcetto o scherzetto?? Cestino di meringa, crema alla vaniglia, marroni e panna fresca!» (Uno dei tweet sovranisti e alimentari del ministro dell’Interno Matteo Salvini).

Hitler. «Siamo abituati alla banalità, alla semplificazione di ogni cosa, quindi anche un periodo come la Seconda Guerra Mondiale con la sua complessità, noi siamo abituati a semplificarla con Hitler “male”, ebrei “poveretti” e basta, senza comprendere la complessità storica che ha portato i tedeschi a odiare gli ebrei e poi a incenerirli, per quanto ingiusto, però c’è sempre una complessità, dobbiamo sempre capire che la storia è fatta di uomini identici a noi». (Rocco Casalino, portavoce del Presidente del consiglio, in un vecchio filmato dove, precisa, faceva provocazioni).

Infangare. «E le false femministe nostrane, quelle a targhe alterne per intenderci, quelle che senza nemmeno rendersene conto sono le migliori amiche del più becero maschilismo, non hanno aperto bocca. Perché infangare un grillino per costoro in fondo non è mai reato!  (Alessandro Di Battista, sempre a proposito di Raggi).

Infimi sciacalli. «Il peggio di questa vicenda lo hanno dato la stragrande maggioranza di quelli che si autodefiniscono ancora giornalisti, ma che sono solo degli infimi sciacalli, corrotti intellettualmente e moralmente» (il vicepremier Luigi Di Maio, su Facebook).

Me ne frego. «Se a Bruxelles mi dicono che non posso fare questa manovra economica, me ne frego!» (Matteo Salvini, nel corso della Giornata mondiale del sordo a Roma).

Manina. «È accaduto un fatto gravissimo! Il testo sulla pace fiscale che è arrivato al Quirinale è stato manipolato. (...) Non so se una manina politica o una manina tecnica, in ogni caso domattina si deposita subito una denuncia alla Procura della Repubblica perché non è possibile che vada al Quirinale un testo manipolato! (Luigi Di Maio, via social).

Manina 2. «Che ne so io della manina. Quando firmo un contratto, o approvo un decreto, lo mantengo. Non ci sono regie occulte, invasioni degli alieni, scie chimiche (Salvini, litigando con Di Maio, 18 ottobre 2018).

Merde. «Mafiosi, schifosi, siete delle merde, ve ne dovete andare, dovete morire» (Paola Taverna nel 2015, quando era senatrice e non ancora vicepresidente di Palazzo Madama).

Nevrotiche (malattie). «Siamo pieni di malattie nevrotiche siamo pieni di autismi. L’autismo è la malattia del secolo. L’autismo non lo riconosci, per esempio è la sindrome di Asperger. È pieno di questi filosofi in televisione che hanno la sindrome di Asperger» (Grillo nel comizio al Circo Massimo).

Oscurati (e contenti). Intervista sulla Verità al premier Giuseppe Conte. Domanda: «Le danno fastidio i due vicepremier così attivi e presenti, anche sul piano mediatico?». Risposta del premier: «Non mi sento per nulla oscurato. Al contrario: l’ho voluto, l’ho posto io come condizione. Penso che sia un meccanismo che funzioni bene, al di là di come viene narrato». Lo sente comunque come governo Conte? «Non è che lo sento: è il governo Conte».

Orfani (e pseudo-intellettuali). «Non mi lascio incantare dalle sirene degli orfani di “mafia Capitale”, da chi vuole il ritorno di Buzzi e Carminati; da chi vuole privatizzare le nostre aziende pubbliche come l’Atac; dai radical chic; dagli pseudo intellettuali che non hanno mai preso un autobus in vita loro o fatto la spesa al mercato» (Virginia Raggi su Facebook).

Pillola. «Salvini percepiva questa potenza che emanava il mio fisico, come razza superiore alla sua... Allora si è avvicinato, timido, e mi ha detto “signor Grillo, c’è mia mamma al telefono la potrebbe salutare?”. Io a lei ho detto: “Signora, perché non ha preso la pillola quel giorno?”» (Grillo su Salvini, al Circo Massimo).

Puttane. «Oggi la verità giudiziaria ha dimostrato solo una cosa: che le uniche puttane qui sono proprio loro, questi pennivendoli che non si prostituiscono neppure per necessità, ma solo per viltà» (Alessandro Di Battista).

Presunte simmetrie (Ci sta). «Questo governo, e non solo io personalmente, è per la libertà di stampa. Non dovete assolutamente temere. Ma come spesso voi attaccate violentemente noi, può capitare anche che voi veniate attaccati violentemente: ci sta» (Giuseppe Conte, presidente del Consiglio, 13 novembre 2018).

Presunti profughi. «Il nostro obiettivo è ridurre gli sbarchi e aumentare le espulsioni, tagliare i costi per il mantenimento dei presunti profughi e il tempo della loro permanenza in Italia» (Matteo Salvini,9 giugno 2018).

Radical-chic. «Io non ho nulla di cui scusarsi, se non si dovrebbero scusare quei radical chic che stamattina mi attaccano» (Luigi Di Maio, 13 aprile 2017).

Ragno. «È come a te che fa schifo il ragno, a me è così. Mi danno proprio fastidio. Mi dà imbarazzo. Non mi va di stare dietro ai vecchietti, ai bambini, ai down». (Rocco Casalino, portavoce del presidente del Consiglio, nel vecchio video, rispuntato ora, di una lezione di giornalismo - «volutamente provocatoria», ha precisato lui).

Rolex. «Chissà se un giorno verremo a sapere quanti Rolex ha ricevuto il ministro per scrivere questo decreto irricevibile?» (Carlo Sibilia, post della scorsa legislatura, 8 giugno 2017).

Rosiconi. «Mi auguro che presto tutte le nostre leggi vadano a regime, così da poter portare vantaggi a tutta l’Italia e naturalmente all’Irpinia. Questo il nostro compito. Dare tutto e fare il massimo. Un abbraccio a tutti, in particolare ai rosiconi» (Carlo Sibilia su Facebook).

Santo. «Ragazzi però chiamate una volta dopodiché semmai io vi richiamo, (...) perché io pure c’ho diritto a farmi magari due giorni… già mi è saltato Ferragosto, Santo Stefano, Santo Rocco, Santo Cristo… mi chiamate come i pazzi… cioè datevi una calmata, (...) non mi stressate la vita!»(audiomessaggio di Casalino, 17 agosto, pubblicato da il Giornale a ottobre).

Scemo. «Per scemo non passo» (Salvini, in mezzo a un litigo con Di Maio).

Statista. «Io ero un cretino fino all’altroieri, adesso sono diventato uno statista» (Salvini alla scuola di formazione politica del Carroccio, 11 novembre 2018).

Verginelle. «Leggo che i soliti “sepolcri imbiancati”, recitando - tra l’altro male - la parte delle verginelle, si sono scandalizzati per le mie parole e per quelle di Luigi. “Di Battista e Di Maio attaccano la libertà d stampa...”» (Alessandro Di Battista, post su Facebook).

Zero. «La parola di Renzi vale zero» (Di Maio, dopo che l’ex premier l’aveva definito “bugiardo” e “sciacallo”, 16 agosto 2018).

Anni di insulti e minacce. L'alleanza impossibile tra grillini e democratici. Dalle offese tra i leader alle risse alla Camera e in Senato. Ma in politica nulla è scontato, scrive Paolo Bracalini, Mercoledì 07/03/2018, su "Il Giornale". Un'alleanza tra «pidioti» e «squadristi grillini»? Perché no, in politica l'impossibile non esiste, persino una maggioranza di governo tra chi si è insultato violentemente fino a ieri mattina. Il partito ancora guidato dall'«ebetino di Firenze», «il pollo che si crede un'aquila», «il buffoncello», «il «ritardato morale», insomma Renzi secondo i vari insulti che gli ha cucito addosso Beppe Grillo, sta ragionando su un appoggio esterno a un esecutivo M5s, ovvero «l'Arca di Noè che sta imbarcando truffatori, scrocconi, riciclati e massoni», il movimento di «un pregiudicato che dà ordini da un villaggio turistico alla moda sul mare africano», secondo la definizione del segretario Pd. Vero, è soprattutto la minoranza dem a tramare l'inciucio, l'area del partito che riporta a capataz titolari di corrente interna, da Franceschini (che in cambio sogna la presidenza della Camera, ma lui smentisce tutto) a Orlando (il «ministro dell'illegalità» secondo il M5s) fino al governatore pugliese Emiliano tramite il suo fidato parlamentare Boccia, che in passato definì Grillo «un milionario in pantofole che istiga all'odio». Eppure il primo incontro ravvicinato di Franceschini con il popolo grillino, nella «marcia su Roma» convocata da Grillo per protestare contro la bocciatura di Rodotà al Quirinale nel 2013, non fu esattamente dei migliori. Sorpreso dal corteo nella veranda di un ristorante romano, Franceschini venne salutato affettuosamente dal popolo M5s a colpi di «Ah Franceschini, li mortacci tua!», «Venduto», «Buffone», «Vergogna», «Ridacci i soldi», «Che te vada per traverso». Più di recente il M5s ha accusato Franceschini di «piazzare amici al ministero della Cultura trasformato nella sua corte», e di altre nefandezze. A proposito di minoranza Pd, è quella che «fa ridere» Alessandro Di Battista, perché «hanno leccato il culo per cinque anni al capo approvando ogni porcheria solo per avere una poltrona e ora gridano allo scandalo perché sono stati fatti fuori», ha detto il Che Guevara grillino. Ma in generale è proprio il Pd che, per i grillini, è un partito di «impresentabili che hanno preso soldi da Buzzi e da Mafia capitale per le elezioni» (Di Maio), un partito sciolto come «in una diarrea nauseante» nella bella immagine di Grillo. Un'altra arbiter elegantiae come la senatrice Paola Taverna, da un palco smentì le ricostruzioni giornalistiche che le attribuivano uno «zozzoni» rivolto ai banchi del Pd a Palazzo Madama. «Ve immaginate io che me giro e je dico zozzoni? No, gli ho detto mafiosi, schifosi, siete delle merde, ve ne dovete andare, dovete morire» (in compenso un candidato campano del Pd, Gerardo Giannone, le diede della «zoccola»). Ma nel Pd il vero campione di insulti al M5s è Vincenzo De Luca, presidente della Campania. Di Maio? «È un noto sfaccendato, chiedeva al papà i soldi per pizza e birra». Di Battista? «Il gallo cedrone». Fico? «Il moscio». Tutti e tre? «Tre mezze pippe». La Raggi? «Una bambolina imbambolata». La Lombardi? «Ma va a morì ammazzata». Più ancora di Berlusconi e Salvini, è proprio il Pd il target principale degli attacchi grillini, da «Maria Etruria Boschi» a, ma anche alla vecchia guardia è stata spernacchiata senza riguardo, dalla «salma» Fassino allo «zombie politico Bersani, un fallito», mentre l'ex segratario Pd ora Leu ha definito «fascista» il movimento. Un'accusa che torna spesso. Quando uscì la notizia delle multe di 150mila euro previste dal M5s per i dissidenti, la senatrice Francesca Puglisi della segreteria nazionale Pd ritrovò «linguaggi e strumenti che denotano una cultura fascista». L'ipotetica alleanza avrebbe anche l'appoggio di Leu, dunque la Boldrini, di cui si ricorda il sondaggio lanciato da Grillo sul suo blog: «Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina». E giù una raffica di insulti irripetibili. Le condizioni ottimali per un'alleanza di governo.

Accordo con M5s? Ecco la lista degli insulti che abbiamo ricevuto, scrive Michele Anzaldi, Deputato Pd, su huffingtonpost.it l'8/03/2018. Alleanza del Pd con il Movimento 5 Stelle sì o no? Nel dibattito, abbastanza lunare e strampalato, che si è aperto in questi giorni sul futuro governo può essere utile tornare indietro al passato. In questo caso, a una rapida sintesi delle dichiarazioni che in questi anni gli esponenti cinque stelle hanno riservato al Partito democratico. Chi la legge deve considerare che è molto parziale, perché le offese, sempre infamanti e violentissime, rivolte dal 2007 a oggi al Pd dai grillini di ogni ordine e grado, sono molte di più. Arrivati in fondo a questo orrore linguistico e politico, a questa valanga di odio sparso con tv, social e comizi, viene da farsi una domanda: com'è possibile passare, nell'arco di poche ore, dalle offese mortali alle mani tese, dal disprezzo antropologico alla pretesa di sintonie? Tutti quelli che dal 4 marzo fanno pressioni, decisamente indebite, sul Pd perché offra i propri voti a Di Maio, hanno letto questa lista? E per quale ragione il Pd – parole di Di Maio pre-voto – "impresentabile", "assassino", il Pd "con cui qualsiasi alleanza è categoricamente esclusa", il Pd che Di Maio si augurava di ignorare, ora dovrebbe offrire il proprio sostegno per un governo 5 Stelle? Perché l'unico partito cui verrebbe chiesto un presunto atto di responsabilità, mentre gli altri lanciano diktat e insulti, sarebbe proprio il Pd?

Tutti hanno ancora in mente l'insopportabile scena con Roberta Lombardi che, davanti alle telecamere dello streaming grillino, umilia Pierluigi Bersani. I ruoli, allora, erano perfettamente invertiti. Con due differenze fondamentali. Il Pd non aveva mai offeso il Movimento 5 stelle, non aveva mai rovesciato contro di loro la campagna d'odio che noi subiamo da cinque anni ovunque, a partire dalle aule parlamentari dove ci è stato detto quotidianamente di tutto. Ecco una selezione molto sintetica e sommaria di quello che i leader del Movimento 5 stelle pensano del Pd:

Di Maio "Il Pd è impresentabile per sua stessa natura" (19 febbraio 2018); "Più farete crescere il Movimento e più l'inciucio non si potrà fare" (10 febbraio 2018); "Renzi è il capo degli impresentabilI" (24 febbraio 2018); "Il Pd è un ex partito" (16 febbraio 2018); "Impresentabili che hanno preso soldi da Buzzi e da Mafia capitale per le elezioni" (4 febbraio 2018); "De Luca jr è uno degli assassini politici della mia gente. L'inquinamento nella terra dei fuochi esiste per colpa dei politici del Pd e di FI che fanno affari con la criminalità organizzata" (17 febbraio 2018); "Il Pd? Escludo categoricamente qualsiasi alleanza. Spero di avere i voti per ignorarli" (2 febbraio 2018); "Il Pd è al centro di uno scandalo che coinvolge la gestione dei rifiuti e presunte tangenti prese dal figlio di De Luca, Roberto" (17 febbraio 2018);

Di Battista "Il Pd è un punto di riferimento del crimine" (5 febbraio 2018); "Il Pd è una banca, e come alcune banche gestisce in modo torbido i nostri soldi e piazza prodotti tossici come il Jobs Act e queste riforme costituzionali" (28 ottobre 2016); "Il Pd ha massacrato i lavoratori forse peggio di come lo abbia fatto la destra" (20 febbraio 2018); "L'Alto-Adige non è una discarica di rifiuti politici" (10 febbraio 2018); "O il M5S avrà tantissimi voti e riceverà l'incarico dal presidente della Repubblica o ci sarà un mega inciucio peggiore del 2013 che vedrà insieme D'Alema, il Pd derenzizzato, Forza Italia e la Lega con Maroni" (21 febbraio 2018); "Il Pd? Lo detestano tutti" (24 febbraio 2018); "Renzi è credibile come un mafioso" (10 maggio 2016); "Il bugiardello toscano ormai è politicamente morto, ucciso dalle sue stesse menzogne" (28 febbraio 2018);

Grillo e altri "Il Pd è il partito preferito dalla camorra" (14 gennaio 2016); "Il Pd ha gestito Roma per anni con Mafia Capitale" (9 maggio 2017); "Il Pd? Tutti collusi. Tutti complici. Con le mani sporche di petrolio e denaro" (31 marzo 2016); "Gli elettori tipo del Pd sono o ex broker o ex banda della Magliana" (20 gennaio 2015); "Il Pd? Gente sporca dentro" (22 aprile 2016); "Veltroni è come Topo Gigio. Poi va in Africa e scopre i malati di Aids. Torna qui e dice: la soluzione è mettere a tutti il preservativo. E lo dice lui, uno che il preservativo ce l'ha in testa da dieci anni" (6 settembre 2007); "Renzi è l'ebetino" (22 maggio 2012); "Renzi è un minorato morale" (18 maggio 2016); "Renzi è il nulla che parla" (15 gennaio 2015); "Renzi è un pollo che si crede un'aquila" (22 maggio 2012); "Renzi è una scrofa ferita" (22 dicembre 2016); "Il Governo ed il Pd politicamente complici delle responsabilità, civili e penali, dei dirigenti e degli amministratori truffatori di povera gente" (24 luglio 2017); "Il Pd di governo si è occupato solo di salvare le banche demolendo i risparmiatori, di fare favori alle lobby del gioco d'azzardo e del petrolio, di fare tagli alla sanità e alla scuola" (15 dicembre 2017); "Gentiloni è telecomandato dalle banche e dalla Merkel" (9 febbraio 2017);"Quelli del Pd sono dei semplici rappresentanti di banche e multinazionali" (23 marzo 2017); Taverna ai colleghi senatori del Pd: "Mafiosi, schifosi, siete delle merde, ve ne dovete andare, dovete morire" (31 luglio 2015); Lombardi: "Il Pd prendeva soldi da Mafia Capitale" (5 febbraio 2018); Corteo di grillini diretti al Quirinale a Franceschini (sorpreso in un ristorante): "Ah li mortacci tua!", "Che te vada per traverso", "Traditore!", "Ridacci i soldi!", "Venduto", "Buffone", "Vergogna" (21 aprile 2013)

Pd, Gentiloni: “Usiamo i social come i populisti, solo per insultare. Bipolarismo Di Maio-Salvini? Una balla”, scrive Gisella Ruccia il 20 novembre 2018 su "Il Fatto Quotidiano". “Di Maio e Salvini? Li vedo molto insieme. Ci saranno tra di loro molte differenze, litigheranno su tantissime cose, ma alla finestanno insieme e, se entreranno in crisi, lo faranno insieme. Non ci inventiamo il bipolarismo Salvini-Di Maio perché è una balla”. Sono le parole dell’ex presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, intervistato da Myrta Merlino a L’Aria che Tira(La7). Il deputato Pd si pronuncia sugli errori commessi dal suo partito: “Quello clamoroso è stato il non capire i livelli di disagio che maturavano nel nostro Paese. Abbiamo raccontato le cose positive relative ai grandi numeri, che comunque c’erano, ma non puoi raccontare i miglioramenti dei grandi numeri nell’economia a persone che hanno disagi e paure o che soffrono diseguaglianze. Un altro difetto del Pd è derivato dall’uso sbagliato dei social network, che sono una cosa meravigliosa perché consentono di avere informazioni e rapporti con tante persone. Ma se tu li usi continuamente tutti i giorni per prendere a pesci in faccia e insultare i tuoi avversari non vai da nessuna parte”. E aggiunge: “Come ci si contrappone ai populisti? Usando i loro metodi o continuando a coltivare la competenza, la serietà, la credibilità? Io credo la seconda ipotesi. Può apparire impopolare e fuori moda, perché è un momento in cui vince chi la spara più grossa. Quelli del governo dicono che hanno abolito la povertà e che la Terra dei Fuochi si chiamerà Terra dei Cuori. Ogni giorno c’è una cosa meravigliosa”. Gentiloni, infine, ribadisce la sua preferenza per Nicola Zingaretti alla guida del Pd: “Credo che lui abbia il tasso di novità maggiore. Minniti è stato un ottimo ministro del mio governo, così come lo è stato Martina, se si candiderà. Di certo non farò il tifo contro i ministri del mio esecutivo. Farò il tifoso del Pd”.

M5S e Pd, “c’eravamo tanto odiati”: tutti gli insulti, da «merda» a «larve», scrive Guglielmo Federici mercoledì 7 marzo 2018 su Secolo d’Italia. M5S e Pd, l’alleanza degli insulti. Una marea di offese. I grillini, “padroni” del web, hanno inondato il Pd sui social per anni di sfottò e di “processi”. Vignette anche contro gli elettori, come la famosa ghigliottina che tagliava le mani a chi votava democratico. Elenchi di tutti i piddini inquisiti, elenchi degli “impresentabili” e delle “persone con le quali mai allearsi”. E dall’altra parte lo stesso, insulti contro i Cinquestelle. Una storia d’odio che si trasforma improvvisamente in una storia d’amore. O meglio, di amore per il potere. Lunghissima è la lista delle offese.

M5S e Pd, quello che hanno detto i grillini sul Pd e sui democratici. Grillo ha apostrofato Renzi in tutti i modi: «minorato morale», «il nulla che parla», «pollo che si crede un’aquila», «scrofa ferita», «ebetino». Di Maio ha dato a Renzi dello «schizofrenico», Di Battista gli ha detto che è «credibile come un mafioso», Renata Lombardi ha dichiarato che «Peppa Pig è più credibile». Ma Grillo ha sparato contro tutto e contro tutti: «Gente sporca dentro» riferito ai ricorsisti romani; «vecchia puttana» a Rita Levi Montalcini; «zombie» a Pierluigi Bersani; «psiconano» a Silvio Berlusconi; «salma» a Piero Fassino; «container di merda liquida» a Giuliano Ferrara; «travestito» a Vladimir Luxuria; «larve ben pagate» ai parlamentari; «buson» a Nichi Vendola; «assassino» e «cancronesi» a Umberto Veronesi.

Quello che hanno detto i dem dei pentastellati. M5S e Pd, le risposte dei democratici sono state altrettanto numerose. Ne prendiamo solo alcune, come esempio. Uno dei più veementi è stato Vincenzo De Luca, presidente della Campania. Di Maio? «È un noto sfaccendato, chiedeva al papà i soldi per pizza e birra». Di Battista? «Il gallo cedrone». Fico? «Il moscio». Tutti e tre? «Tre mezze pippe». La Raggi? «Una bambolina imbambolata». La Lombardi? «Ma va a morì ammazzata».

Un bignamino del “dagli al grillino”: dalle innumerevoli accuse di fascismo e nazismo a quelle di contiguità con Le Pen e Alba Dorata - Poi a seconda dell’accusatore, i grillini sono stati definiti paraberlusconiani, montiani, lettiani, leghisti e poi terroristi, pedofili, massoni, matti, fannulloni, maiali, impotenti, eversivi, sfigati e rottinculo…Marco Travaglio per Il Fatto quotidiano il 4 febbraio 2014. Gli insulti e le volgarità targati 5Stelle sono noti e arcinoti, anche perché giornali e tv non perdono l'occasione per amplificarli e, talvolta, ingigantirli. O, quando non ci sono, inventarli. Molto meno noti sono gli insulti, le volgarità, le falsità e le calunnie subiti dai 5Stelle, che passano quasi sempre sotto silenzio. Eccone una succinta antologia, a campione. 

Fascisti. "Grillo mi ricorda Mussolini" (Giampaolo Pansa, l'Espresso, 16-9-2007). "Berlusconi e Grillo uniti sotto spoglie diverse in un unico disegno... In un impeto suicida la festa dell'Unità ha aperto le porte all'appello squadristico di Grillo" (Mario Pirani, Repubblica, 20-9-07). "Anche i fasci di combattimento fascisti, nel 1919, si proponevano di mandare a casa tutta la vecchia classe politica democratica e poi fondare nuovi partiti: ne fondarono uno solo e proibirono gli altri" (Eugenio Scalfari, Tv7, 22-9-07). "Un movimento potenzialmente eversivo... Si può paragonare Grillo a Mussolini? Con molte cautele, sì. Mussolini ha usato il manganello e l'olio di ricino, Grillo la volgarità" (Giuseppe Tamburrano, Unità, 21-9-07). "Benito Grillo" (Tony Damascelli, il Giornale, 26-4-08). "Il Grillo che aizza le piazze è uno squadrista che fa paura" (Giuliano Ferrara, il Giornale, 24-2-12). "Il camerata Grillo" (Repubblica, 29-8-12). "Grillo è un fascista del web" (Pier Luigi Bersani, 25-8-12). "Nel discorso di Grillo si trovano tracce di ‘linguaggio fascista'" (Luigi Manconi, Unità, 7-9-12). "Il Duce Beppe" (Libero, 12-12-12). "Antifascismo, Grillo attacca la Costituzione. In questo Paese spesso si tenta di negare il fascismo come esperienza terribile. Purtroppo il comico è in buona compagnia" (Carlo Smuraglia, presidente Anpi, l'Unità, 15-1-13). "Quelle tracce destrorse, dalle nozze gay a Casa Pound" (Toni Jop, l'Unità, 8-2-13). "L'elettorato di Grillo è di destra populista" (Giuseppe Fioroni, 20-2-13). "Il popolo italiano - nella sua parte migliore - si è dato un governo al di fuori, al di sopra e contro ogni designazione del Parlamento. Molto probabilmente Beppe Grillo non ha mai letto queste parole. Si tratta di Benito Mussolini in un famoso discorso del 1922" (Claudio Tito, Repubblica, 8-6-13). "Il no al voto segreto sul Cav? Pd e Grillo copiano il Duce" (il Giornale, 17-10-13). "Grillo squadrista contro l'Unità" (Unità, 7-12-13). "Quale differenza passa tra Beppe Grillo e Benito Mussolini? In apparenza nessuna" (Giampaolo Pansa, Libero, 2-2-14). 

Nazisti. "Grillo mi ricorda i fascisti, anzi i nazisti: ha la violenza verbale di Göbbels. Un fascio-comunista" (Guido Crosetto, Fratelli d'Italia, 27-4-12). "Grillo ha una logica vicina al nazismo" (Antonio Pennacchi, Corriere, 28-8-12). l dottor Gribbels" (Giuliano Ferrara, il Foglio, 2013-14). "Grillo parla come Hitler, con lui scappiamo all'estero" (Riccardo Pacifici, comunità ebraica di Roma, il Giornale, 23-3-13). "Grillo si metta il cuore in pace: non sarà lui a riuscire dove fallirono fascisti e nazisti, Mussolini e Hitler, Starace e Göbbels" (Oreste Pivetta, Unità, 29-3-13). "Adele Gambaro si è svegliata di colpo, bruscamente: ‘Questo è una specie di nazismo informatico'" (Tommaso Ciriaco, Repubblica, 20-6-13. Lo stesso giorno la Gambaro avverte sulla sua pagina facebook: "L'intervista apparsa oggi su Repubblica che mi riguarda non è mai stata rilasciata. È totalmente inventata"). "La politica di Beppe Grillo usa le forme, i modi e i contenuti che questo Paese ha conosciuto nel ventennio più buio, che non è quello di Berlusconi come ci siamo abituati a ripetere con colpevole leggerezza, ma quello di Mussolini e delle camicie nere, delle squadracce coi manganelli e l'olio di ricino... Non ci sono solo i picchiatori, gli uomini forti dal pugno facile: ci sono anche i suggeritori, le spie, i delatori, quelli che il 16 ottobre ‘43 indicavano ai nazisti chi erano e dove abitavano gli ebrei del ghetto di Roma" (Luca Landò, Unità, 7-12-13). Alba dorata. "Grillo vuol costruire un ‘movimento 12 stelle' con Alba dorata e simili. Pronto il tour europeo" (Michele Di Salvo, Unità, 24-7-13. La notizia è destituita di ogni fondamento). "Grillo e Casa-leggio non sono stati ancora circoscritti e ben identificati. È vero che non sono Alba Dorata ma, in un certo senso, sono peggio perché lì almeno funziona la profilassi ideale e culturale, come è sinora accaduto in Francia con Le Pen. Mentre qui c'è una complicità diffusa e una sottovalutazione, come fossero solo troll del web e non teppisti pericolosi, goliardi ingenui e non eversori malati, comici e non drammatici... I capi sono miei coetanei inaciditi che innescano, danno fuoco alle polveri e nella black list dove oggi stanno i giornalisti domani metteranno i manager, gli artisti, le figure pubbliche... sino a quando non arriveranno al vicino di casa" (Francesco Merlo, Repubblica, 10-12-13). 

Lepenisti. "Le Pen: ‘Beppe, incontriamoci'. La destra xenofoba tifa 5Stelle" (Toni Jop, Unità, 3-4-13). "Il telefono di Le Pen e il Duce in cucina" (Toni Jop, Unità, 9-4-13). "Grillo va a lezione di destra. I 5Stelle incontrano la Le Pen. Prove d'intesa Grillo-Le Pen: asse a destra per le Europee. La testimonianza: ‘Un deputato del Front national in visita segreta a Casaleggio'. Contatti tra parlamentari" (Giornale, 2-12-13). "Populisti di tutta Europa uniti. E Lady Le Pen corteggia Grillo. ‘Contatti' sarebbero intercorsi tra Marine Le Pen e Beppe Grillo" (Unità, 13-11-13. Nessun incontro né contatto è mai avvenuto fra il partito di Le Pen e il movimento 5Stelle. Marine Le Pen, anzi, ha spregiativamente definito Grillo "tribuno sfiatato" e i 5Stelle "un'eruzione cutanea"). 

Berlusconiani. "Incarnazione post-berlusconiana spacciata per novità" (Ezio Mauro, Repubblica, 23-5-12). "Grillo come Silvio" (Toni Jop, l'Unità, 21-12-12). "Grillo, con tutto il suo populismo, trasversalismo ideologico, “casapoundismo”, antisindacalismo e antiparlamentarismo, il culto della persona, le nuotate nello Stretto fiume giallo, con tutto il suo ciarpame di rete e i suoi stracci da pataccaro internauta, i suoi argomenti da bar, la sua ‘cacolalia'... è l'erede di Berlusconi... È il Berlusconi dopo Berlusconi" (Francesco Merlo, Repubblica, 27-1-13). "Patto Grillo-Berlusconi per fermare il cambiamento" (Unità, 28-3-13). "Grillo fa la lista nera dei giornalisti: obiettivo la sinistra" (Toni Jop, l'Unità, 5-6-13. Infatti i telegiornalisti più faziosi per i commentatori sono Giovanni Toti del Tg4 e Bruno Vespa). "Nasce lo strano asse Forza Italia-Grillo" (Libero, 6-12-13). "Asse tra il Cav e Grillo" (Unità, 8-12-13). "Berlusconi e Grillo col forcone" (Unità, 11-12-13). "La marcia degli eversori. Berlusconi minaccia, asse con Grillo contro il Quirinale" (Unità, 13-12-13. Finora gli unici patti con B. li hanno siglati il Pd per rieleggere Napolitano, Enrico Letta per il governo e Renzi per la legge elettorale. 

Leghisti. "Grillo e la Lega alleati: via l'euro" (Unità, 10-9-12). "Lo strano corteggiamento tra Lega e Cinque Stelle" (Unità, 28-8-13). 

Montiani. "Grillo sbraita, ma aiuta solo Monti" (Magdi Cristiano Allam, Giornale, 11-2-13). 

Lettiani. "Aria di soccorso grillino per il governo (Letta, ndr)" (Libero, 8-1-14) 

Disabili. "Buuu... dategli il foglio giusto... buuu!" (cori di insulti dai banchi della maggioranza Pd-Sc-Pdl mentre parla alla Camera il M5S Matteo Dall'Osso, che ogni tanto si interrompe in quanto affetto da sclerosi multipla, 25-7-13). 

Pedofili. "Grillo raschia il fondo e va a caccia di minorenni" (Libero, 30-5-13) 

Terroristi. "Che accadrebbe se un mattino qualcuno, ascoltati gli insulti di Grillo, premesse il grilletto?" (Mauro Mazza, direttore Tg2, 9-9-2007). "Grillo dalle 5 stelle alle 5 punte" (Libero, 3-1-12). "Grillo avvocato dei terroristi anti tasse" (Giornale, 3-1-12). "La sinistra eversiva ha scelto: ‘Votate 5Stelle'. Il Carc esce allo scoperto: ‘È l'unico modo per sviluppare la ribellione'" (Giornale, 23-2-12). "Grillo ammazzerà i partiti. E poi l'Italia" (Giampaolo Pansa, Libero, 20-5-12). "Populismo eversivo" (Eugenio Scalfari, Repubblica, 4-11-12). "Omicidio, Bin Laden e Islam: quello che non si dice di Grillo" (Annamaria Bernardini de Pace, Giornale, 8-11-12). "Grill Laden sgancia missili su Israele" (Francesco Borgonovo, Libero, 26-6-12). "La linea politica è fissata con i comunicati che il famous comedian mette in rete con la numerazione progressiva, come le Br" (Francesco Merlo, Repubblica, 12-11-12) "Volevano il morto e Grillo sta con loro" (Giornale, 15-11-12). "No global, anti Tav, violenti: così Grillo prepara il ‘golpe'" (Giornale, 16-11-12). "Grillo porta in Parlamento i black bloc" (Silvio Berlusconi, 22-2-13). "La sinistra eversiva ha scelto: ‘Votate 5 Stelle'. Amici dei brigatisti" (Giornale, 23-2-13). "Golpe grillino: Parlamento occupato" (Giornale, 10-4-13). "Cinque stelle rosse. Echi, slogan, sogni di rivoluzione. C'è un filo che porta da Grillo agli anni Settanta. Da Toni Negri a Rossanda. Dai Cobas ai no global" (Espresso, 25-4-13). "Il paragone che mi sento di fare è ad esperienze della nostra storia recente, quando cioè Nar e Br realizzavano precisi volantini con foto, nomi e indirizzi, e semmai professione, dei ‘bersagli da abbattere', generando così un diffuso senso di terrore e avvertimento mafioso a chiunque avesse idea di schierarsi apertamente contro. E spesso bastava, e non serviva nemmeno poi gambizzare... Oggi Grillo fa la stessa cosa" (Michele Di Salvo, Unità, 11-12-13). Comunisti. "Grillo sta con i comunisti" (Alessandro Sallusti, Giornale, 2-11-12). "Democrazia dal basso da Corea del Nord" (Giuliano Ferrara, Foglio, 12-12-12). "Sembra il Pcus di Stalin. Quelli scelti dall'ex comico sono i metodi in voga nell'Unione sovietica degli anni 30. Il grillusconismo è veterobolscevico" (Luca Telese, Pubblico, 13-12-12). "Chi vota Grillo si ritrova falce e martello" (Alessandro Sallusti, Giornale, 9-2-13). "Il segreto di Grillo. Sotto le cinque stelle la falce e il martello. Ex Psiup, No Tav, Cobas e nostalgici del Pci" (Giornale, 9-2-13). "Tra i grillini monta la rabbia: 'Come nel Kgb'" (Stampa, 15-5-13). "Quando Beppe urlava: votate falce e martello" (Giornale, 24-2-12). "Il M5S è demagogicamente di sinistra" (Piero Ostellino, Corriere, 27-2-13). "Beppe come Ceausescu" (Libero, 20-6-13). "Pericolo: governo demogrillino. Pronto il ribaltone rosso per scaricare il Pdl e dare vita all'esecutivo più a sinistra della storia" (Maurizio Belpietro, Libero, 16-6-13). "Asse Pd-Grillo sulle nozze gay" (Franco Bechis, Libero, 19-12-13). 

Massoni. "Grazie a Casaleggio i massoni votano M5S" (Libero, 28-3-13). Yankees. "Beppe l'amerikano. ‘Dietro il fenomeno M5S ci sono Cia e Goldman Sachs'. Bisignani rivela i dispacci del 2008 dell'ambasciatore Spogli a Casa Bianca e 007: ‘Per noi è credibile'. Sull'agenzia di rating: ‘Si tradì con gli elogi'. I soldi di Soros" (Libero, 29-5-13).

Castali. "I grillini ci costano come la Casta. Privilegi a 5 stelle: dicono di non volere soldi, ma da onorevoli incasseranno per legge 30 milioni l'anno" (Giornale, 1-11-12). "Grillo candida portaborse e trombati" (Giornale, 9-12-12). "Grillo epuratore è peggio dei partiti" (Maria Giovanna Maglie, Libero, 13-12-12). "Portaborse e No Tav. Ecco i candidati di Grillo" (Libero, 15-2-13). "I grillini acchiappa poltrone: ‘Posti pronti per i trombati'" (Libero, 20-3-13). "I grillini duri e puri sedotti (come tutti) da soldi, tv e poltrone" (Giornale, 8-5-13). "Grillo controlla la Rai" (Giornale, 6-6-13). "Bossi, Berlusconi, Grillo: i nemici della casta sono i suoi migliori amici" (Curzio Maltese, Venerdì di Repubblica, 27-12-13). "Voi 5Stelle siete la Parentopoli e venite a darci lezioni: ma vaffanculo" (Pina Picierno, Pd, 25-9-13). "L'opinione pubblica prova ormai disgusto nei confronti dei partiti ‘arraffoni' (compresi, come si è visto in Emilia Romagna, i nuovi arrivati, anch'essi famelici, del M5S)" (Pierluigi Battista, Corriere, 13-12-13. Falso: il consigliere dell'Emilia Romagna coinvolto nello scandalo dei rimborsi è un "ex ", fuoriuscito dal gruppo M5S, mentre i parlamentari M5S han rinunciato ai rimborsi elettorali; ma questo Battista non lo dice). 

Matti. "Grillo è fuori di senno o è un demagogo" (Eugenio Scalfari, Espresso, 7-6-12). "Disturbati" (Scalfari, Repubblica, 4-11-12). "Luci spente e benzina vietata. Ecco cosa accadrà a chi sceglie Grillo" (Giornale, 10-2-13). "Una setta di mezzi matti" (Giuliano Ferrara, Repubblica, 26-2-13). "Grillo e Casaleggio intendono abolire le auto, ridurre lavoro e stipendi, chiudere le banche e le carceri, rivalutare Karl Marx. Le case? In bambù. E quanto al sesso..." (Maurizio Belpietro, Libero, 21-3-13). "Masnada di dementi" (Giuliano Ferrara, Foglio, 23-3-13). "Un mio amico di cui non farò il nome ha avuto occasione di pranzare con Casaleggio... Gli poneva domande politiche... Il suo commensale rispondeva con poche parole, ma tra una portata e l'altra guardava il suo modernissimo telefonino seguendo un programma di videogiochi... Il suo interlocutore per uscire da un crescente disagio... gli chiese che cosa fosse quel videogioco... La risposta fu finalmente cordiale: ‘Il tema è quello della distruzione dell'Universo. Venga a vedere'. Infatti. È un gioco americano che insegna ai giocatori come si può ottenere la distruzione delle singole stelle, dei loro pianeti, delle costellazioni e delle galassie usando alcuni gas, alcune particelle elementari e alcuni campi magnetici... Vince chi realizza la distruzione totale nel minor tempo possibile... Dio ce la mandi buona, ma temo il peggio se avremo nella stanza dei bottoni un governo che avrà come ideologia un videogioco di quel genere" (Eugenio Scalfari, Espresso, 19-3-13. Replica Casaleggio: "Scalfari colleziona una serie di panzane degne dell'avanspettacolo. Devo precisare che non amo i videogiochi, non ho un modernissimo telefonino, ma un antiquato apparecchio iPhone 3G di qualche anno fa e rispetto i miei interlocutori"). 

Nemici di Martin Mistère. "Martin Mistère contro Grillo. Provocazioni: il creatore del celebre fumetto e il pantheon esoterico dei Cinque Stelle. Andate oggi a (ri)vedervi il video di Casaleggio. La democrazia si distrugge con la democrazia" (Alfredo Castelli, creatore di Martin Mistère, Corriere-Letture, 28-4-13). 

Brutti. "Sono mediamente brutti, malvestiti secondo le regole basilari degli abbinamenti cromatici, con pettinature da carcerati o da sfigati di provincia, parlano un italiano da balera misto a burocratese, leggono solo il blog di Grillo e avallano dietrologie complottistiche da tara psichica, si muovono in branco, non hanno un pensiero" (Filippo Facci, Libero, 31-1-14). 

Lombrosiani. "Un telefilm Usa: quel serial killer che somiglia al leader 5Stelle" (Libero, 12-5-13).

Fannulloni. "Incapaci e lavativi. Crolla il mito del M5S" (Libero, 22-3-13). "Beppe santifica i fannulloni a 5 Stelle. I suoi deputati e senatori sono tra i più improduttivi" (Panorama, 22-1-14). Vigliacchi. "Calabraghe a 5 stelle" (Vittorio Feltri, Giornale, 20-3-13). "Il vigliacco qualunquismo di Beppe" (Luigi Cancrini, Unità, 15-12-13). Coglioni. "Mezzo coglione, mo' se non te ne vai t'appizzo un pugno che t'ammazzo" (Angelo Cera, Scelta Civica, al deputato M5S Angelo Tofalo, 19-6-13). "Coglione intero" (Cera ad Alessandro Di Battista, 19-6-13). In tournée. "Il leader torna showman: tournée in Australia" (Corriere, 13-6-13. Della tournée in Australia non si troverà mai alcuna traccia). "La missione di Grillo Oltreoceano: pronta una tournée in America" (Repubblica, 1-7-13. Anche della tournée americana non si avrà più notizia).

Cancronesi. "Si continua con il Cancronesi con cui Grillo, paladino della cosiddetta ‘cura Di Bella', bollò con disprezzo Umberto Veronesi, accusato di boicottare non meglio precisate cure alternative nella guerra contro i tumori" (Pierluigi Battista, Corriere, 4-3-13. Falso: Grillo disse Cancronesi in polemica con la difesa a spada tratta fatta dell'illustre oncologo degli inceneritori, che emettono nanoparticelle cancerogene). Ladri. "Grillo è un personaggio di brutale avidità" (Ernesto Galli della Loggia, Corriere, 25-9-2007). "A Grillo 10 milioni in nero per la festa dell'Unità" (Giovanni Guerisoli, ex Cisl, Radio24 e Giornale, 30-8-12. Segue smentita del segretario Raffaele Bonanni, con tanto di ricevuta e scuse). "Lady Grillo prende casa a Malindi. I lussi della signora anti-Casta imbarazzano il comico" (Libero, 18-11-12). "Considerato ciò che si legge sulla stampa su società off shore, investimenti e strane operazioni finanziarie in paradisi fiscali, inseriti nella black list, sarebbe opportuno che Grillo chiarisca cosa sa e come lo riguardino certe iniziative e in che modo siano compatibili con la trasparenza che tanto predica e con i principi sulla base di quali si presenta al paese e al Parlamento" (Davide Zoggia, Pd, 8-3-13. Il riferimento è alla copertina dell'Espresso "L'autista, la cognata e il Costarica" su 13 società aperte in Costarica dall'autista di Grillo, Walter Vezzoli, e dalla sua compagna, cognata di Grillo. Ma l'investimento totale è risibile: 20.220 dollari. E Vezzoli ha abitato e lavorato in Costarica per una decina d'anni, gestendo una discoteca, aprendo un negozio di prodotti biologici e tentando invano di costruire un resort. Grillo non c'entra nulla, avendo visto il Costarica solo in cartolina). "Voti Grillo, incassa Beppe. Beppegrillo.it   visitato da 5 milioni di utenti ogni mese. Il comico genovese guadagna a ogni clic" (Panorama, 20-3-13). "Gli affari di Casaleggio & C.: tu vai sul blog, loro incassano. L'esperto: ricavi milionari" (Giornale, 25-3-13). "Così guadagna il partito-azienda di Grillo" (Michele Di Salvo, Unità, 4-4-13. In realtà il blog di Grillo è stato in perdita, come la Casa-leggio Associati, fino al 2012, quando - grazie a piccole pubblicità - la società di Casaleggio ha registrato un utile di 69.500 euro). "Grillo: Restituiti i finanziamenti, ma non so dove sono finiti" (Repubblica, 21-6-13. Falso: i surplus non spesi di diarie e indennità dei parlamentari M5S - circa 2,5 milioni a trimestre - vengono depositati su un conto per il microcredito alle imprese in difficoltà). "Vacanze a scrocco. I viaggi regalo della Valtur sono uno spaccato dell'Italia che vive di favori. E, tra politici e vip, negli elenchi dei ‘favoriti' spunta a sorpresa Beppe Grillo" (copertina Panorama, 3-7-13). "Cinque stelle al prezzo di una. Beppe scroccone. E poi fa il moralista" (Libero, 27-6-13. In realtà, diversamente dai politici, le vacanze in questione si riferiscono ad anni precedenti il 2007, quando Grillo era solo un comico e soggiornava con lo sconto in cambio di spettacoli nei villaggi Valtur). "Nasce la tv di Grillo: il decoder costa 60 euro" (Michele Di Salvo, Unità, 10-9-13. Mai nata una tv di Grillo col decoder da 60 euro). 

Affamatori del popolo. "Pagamenti alle imprese: per il M5S è una ‘porcata'" (Unità, 27-3-13. Falso: anzi, proprio grazie a una mozione M5S vengono sospese le cartelle esattoriali per le imprese in credito con lo Stato). "Grillo contro i terremotati" (Unità, 22-6-13). "Perde Grillo, l'Emilia respira" (Unità, 23-6-13). "Il cinismo del guru... il vergognoso ostruzionismo del gruppo Cinque stelle ha rischiato di far cadere importanti norme e finanziamento a favore delle popolazioni colpite dai terremoti di Emilia e Abruzzo" (Claudio Sardo, Unità, 23-6-13. Falso, anzi i 5Stelle devolvono ai terremotati dell'Emilia i 420 mila euro avanzati dai contributi raccolti in campagna elettorale). "Ostruzionismo M5S, può tornare la seconda rata Imu" (Repubblica, 29-1-14). "5Stelle, ostruzionismo sul decreto Imu", "Barricate grilline: torna il rischio Imu" (Unità, 29-1-14. Falso: l'ostruzionismo dei 5Stelle riguarda il regalo di 4,5 miliardi alle banche, non la seconda rata dell'Imu, infilata in maniera incostituzionale dal governo nello stesso decreto). 

Plebei. "Il V-Day? Un carnevale plebeo e volgare... sentimenti beceri e forcaioli" (Sergio Romano, Corriere, 13-9-07). 

Vespisti. "La parabola del buffon prodigo... Rasputin Casaleggio sta trattando con Vespa" (Francesco Merlo, Repubblica, 27-1-13. Poi Grillo non va né da Vespa né in nessun'altra tv). 

Razzisti. "Grillo anche razzista: schiaffi ai marocchini. In Rete un video del 2006 in cui dà consigli ai carabinieri su come sistemare i migranti. Niente di nuovo: ce l'ha con gli zingari" (Toni Jop, l'Unità, 4-9-12). "Grillo esorta a trattare con ‘due schiaffetti' in caserma, lontano da occhi indiscreti, ‘i marocchini che rompono i coglioni'" (Pierluigi Battista, Corriere, 4-3-13. Falso: Grillo denunciava alcuni poliziotti che avevano preso a botte un immigrato). "Omofobi e razzisti, i ‘5Stelle ad honorem' di Londra" (l'Unità, 6-6-13). 

Antidemocratici. "Chi inneggia al ‘Vaffanculo' partecipa consapevolmente a quelle invasioni barbariche... Mi viene la pelle d'oca: dietro al grillismo vedo la dittatura" (Eugenio Scalfari, Repubblica, 10-9-07). "Il brutto ghigno antidemocratico dietro la farsa dei ‘soliti ignoti' di Grillo" (Paolo Cirino Pomicino, Foglio, 5-3-13). "Casaleggio & Grillo neoscuola dei dittatori" (Bruno Gravagnuolo, Unità, 26-6-13). "Con Grillo usciamo dalla democrazia" (Pier Luigi Bersani, 21-2-13). "È l'Hugo Chávez di casa nostra" (Pierluigi Battista, Corriere, 5-11-12).

Epuratori. "Grillo si traveste da Robespierre: taglia le teste e grida al complotto" (Giornale, 13-12-12). "Grillo-epurator. Chi vi ricorda?" (Toni Jop, Unità, 4-1-13). "Scatta la ghigliottina" (il Giornale, 1-5-13). "Scatta la purga" (il Giornale, 12-6-13). "La purga" (Libero, 13-6-13). "Minculpop 5Stelle" (Giornale, 13-6-13). "Epurazioni. Quando la politica non tollera il dissenso. Una vecchia pratica di partito che si aggiorna con la lapidazione a colpi di ‘post'" (Francesco Merlo, Repubblica, 20-6-13). "Da Silla a Stalin la sindrome del ‘purificatore'" (Repubblica, 20-6-13). "Inquisizione" (Repubblica, 18-6-13). "Grillo ordina il repulisti" (Repubblica, 19-6-13). "Fobie, paranoie e gogne online: la sfida politica diventa mobbing" (Repubblica, 19-6-13). "La fatwa di Grillo" (Repubblica, 13-12-12). "Grillo vara la purga" (il Giornale, 20-6-13). 

Impostori. "Grillo non è un comico: è un grosso impostore... Fa la guerra... annuncia il bagno di sangue" (Adriano Sofri, Repubblica, 22-2-13) 

Menagramo. "Se Casaleggio fosse più iettatore che guru?" (M. N. Oppo, Unità, 23-7-13). 

Stercorari. "Scarabei stercorari" (Filippo Facci, Giornale, 11-11-2008). 

Impotenti. "Grillo fa dichiarazioni da puttaniere, dimostra di avere un pisello piccolo" (Giuliano Ferrara, Twitter, 16-7-12) 

Sfigati. "I suoi veri elettori sono pochi sfigati" (Filippo Facci, Libero, 17-5-12) 

Maiali. "Grillo urla, emette grugniti al posto di pensieri" (Nichi Vendola, 2-5-12). 

Menateli pure. "(Il questore Stefano Dambruoso che ha picchiato la M5S Loredana Lupo, ndr) ha esercitato una forza legittima. Bravo Dambruoso... Se blocchi una che sta facendo una cosa violenta puoi non controllare il gomito" (Pierluigi Battista, Twitter, 30-1-14). 

Rottinculo. "Ciao rottinculo" (saluto dei deputati Pdl ai colleghi M5S, testimonianza della deputata Patrizia Terzon, 2013). "Vi faccio un culo così" (Mario Ferrara di Gal a Vincenzo Santangelo e Paola Taverna di M5S, Montecitorio, 22-11-13). 

Merde & C. "Stronzo, coglione, venite fuori, quattro pezzi di merda, moralisti del cazzo" (deputati Pd e Pdl ai 5Stelle, Montecitorio, 10-9-13) 

Finti morti. "Se trovassimo Grillo steso per terra, penseremmo: guarda cosa deve fare per tirare a campare un povero professionista del ridicolo" (Francesco Merlo, Repubblica, 4-9-12). 

In galera. "Grillo è un fuorilegge della democrazia, parassita malato delle polemiche... Dovrebbe essere bandito dalla scena pubblica con metodi rigorosi ed estremi... È un mostro antidemocratico di volgarità e di menzogna... un'infusione di bestialità... Deve essere eliminato dal finto gioco delle regole e delle parti" (Giuliano Ferrara, Foglio, 3-2-14). 

Bagasce. "Ciao bagascia" (due deputati del Pdl alla collega Paola Pinna del M5S, 30-6-13).

Insultario della Terza Repubblica. Gli scambi proibiti tra alleati e politici, scrive Alessandro Gnocchi, Venerdì 29/06/2018, su "Il Giornale".  L'economia sarà un po' ferma, ai Mondiali non partecipiamo, però tutto sommato c'è un settore che non smette mai di produrre perle: quello degli insulti politici. Ecco quindi un piccolo «insultario», dalle baruffe della Terza Repubblica. Senza pretese di completezza, con qualche licenza cronologica e ricordando l'insuperabile Insultario pubblico di Claudio Quarantotto.

EICHMANN «Salvini è l'Eichmann italiano» (Furio Colombo).

HITLER «Berlusconi come Mubarak e Gheddafi? No, intellettualmente parlando il paragone potrebbe essere fatto con Hitler: anche lui giunse al potere con libere elezioni» (Umberto Eco).

IGNORANZA «Di Maio è di una pochezza e d'una ignoranza difficilmente eguagliabili» (Matteo Salvini).

CURRICULUM «Gli insulti di Salvini? Li metto nel curriculum» (Luigi Di Maio).

XENOFOBO «Salvini è xenofobo» (Luigi De Magistris).

RAZZISTA «Salvini è razzista, voglio andarmene dall'Italia» (Gino Strada).

SOVRANISTA «I sovranisti Trump e Salvini fanno a gara per vincere il primato della disumanità allo scopo di sviare l'opinione pubblica dalle inchieste scottanti che li riguardano» (Laura Boldrini).

PIDIOTI I seguaci del Pd secondo i Grullini.

GRULLINI I seguaci dei 5 stelle, secondo i Pidioti.

VOMITO «Vi mangio e poi vi vomito» (Beppe Grillo sui giornalisti).

VOMITEVOLE «Italia vomitevole sui migranti» (Emmanuel Macron).

POPULISTA «I populisti sono come la lebbra» (Macron). Infatti l'insulto, di moda da qualche tempo, ha infettato l'intero arco costituzionale. Matteo Salvini è un populista di destra. Matteo Renzi è un populista di sinistra. Giorgia Meloni è populista per tradizione. Silvio Berlusconi è spesso ritratto come il padre nobile del populismo italiano ma ha denunciato i rischi di una deriva populista. Beppe Grillo ha scritto sul blog di essere «fieramente populista». Poi ci ha ripensato: populisti sono tutti gli altri. E la Chiesa? Il segretario della Cei, Nunzio Galantino, ha sintetizzato così il rischio che corre l'Italia: «Combattere il populismo col populismo».

IPOCRITA «La vera lebbra è l'ipocrisia di chi respinge gli immigrati a Ventimiglia e vuole farci la morale» (Luigi Di Maio).

PIPPE «Abbiamo visto emergere un trio, il Di Battista, il Luigino Di Maio e il Fico oggi si rivelano nelle vesti proprie tre mezze pippe, dei miracolati» (Vincenzo De Luca).

VAFFA Beppe Grillo ha sdoganato l'insulto politico. Il Vaffa è stato a lungo l'unico punto del programma 5 stelle. Interminabile l'elenco degli insulti di Grillo. Bersani: «Un morto che parla», Berlusconi: «Psiconano», Brunetta: «Brunettolo», Lupi: «La figlia di Fantozzi», Monti: «Un mendicante», Prodi: «Alzheimer», Veltroni: «Topo Gigio», Napolitano: «salma», Matteo Renzi: «schiocchino», «pupazzo», «falso bambinone», «bamboccio», «l'ebetino di Firenze», «scrofa ferita», «serial killer»; il Pd in crisi: «diarrea nauseante».

CULO La minoranza Pd «fa ridere» perché «hanno leccato il culo per cinque anni al capo approvando ogni porcheria solo per avere una poltrona e ora gridano allo scandalo perché sono stati fatti fuori» (Alessandro di Battista)

CALCI «Se mai la Fornero passerà da Pontida mi auguro che la prendiate a calci nel culo per 10 chilometri» (Matteo Salvini a Pontida)

CACCA «Mafiosi, schifosi, siete delle merde, ve ne dovete andare, dovete morire» (Paola Taverna ai deputati Pd)

CESSO «I Cinque Stelle sono gente buona a nulla: a Mediaset li prenderei per pulire i cessi» (Silvio Berlusconi).

FOGNE «La destra torni nelle fogne invece di dare lezioni di democrazia» (Ignazio Marino).

SPAZZATURA «L'Alto-Adige non è una discarica di rifiuti politici» (Alessandro di Battista «allude» a Maria Elena Boschi, candidata a Bolzano)

PARANOICO «Salvini è solo un paranoico, la mia riforma non si può cambiare» (Elsa Fornero)

PREGIUDICATO Grillo è «un pregiudicato che dà ordini da un villaggio turistico alla moda sul mare africano» (Matteo Renzi).

MILIONARIO Grillo è «un milionario in pantofole che istiga all'odio» (Francesco Boccia).

CROCE ROSSA «Non vorrei più parlare di Renzi, sembro uno che spara sulla Croce Rossa» (Michele Emiliano).

POVERINA «È una poverina, mi fa pena e tenerezza. Spero sia presidente della Camera ancora per poco, verrà sommersa da 100 mila persone che protesteranno a Milano per fermare Mare Nostrum». (Matteo Salvini su Laura Boldrini)

FASCISTA «Frasi del tipo: siete dei cadaveri ambulanti, vi seppelliremo vivi e così via, sono le frasi di un linguaggio fascista, così come lo abbiamo conosciuto in Italia». (Pier Luigi Bersani sul Movimento 5 stelle)

BELLEZZA «Signora Bindi, devo dirle che mi fa piacere parlare con lei. È più bella che intelligente» (Silvio Berlusconi).

LUMACHE Gli eredi della Democrazia Cristiana sono «lumaconi bavosi e schifosi» (Umberto Bossi).

VERME «Un presidente del consiglio che usa un bambino per la sua campagna elettorale è un verme» (Matteo Salvini su Matteo Renzi)

SCIACALLO «Santoro e Vauro sono due volgari sciacalli che vomitano insulti con le tasche piene di soldi dei cittadini. Gente così alimenta odio e merita solo disprezzo» (Maurizio Gasparri).

CAPRA «Capra! Capra! Capra!» (Vittorio Sgarbi contro tutti)

CAPRETTA «Domani sarò a Laterina (il paese di Boschi, ndr) ma non la troverò lì, l'hanno spedita a Bolzano vestita da Heidi per fare ciao alle caprette» (Alessandro di Battista)

MAIALE «Maiale, vattene» (Francesco Storace a Gianfranco Fini)

QUOTE DE ROSA «Voi donne del Pd siete qui perché siete brave solo a fare i p....ni» (il grillino Felice De Rosa alle deputate del Pd).

ASOR ROSA «Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale stato d'emergenza, si avvale, più che di manifestanti generosi, dei carabinieri e della polizia di stato congela le camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'italia alla sua più profonda vocazione democratica». (Alberto Asor Rosa invoca il golpe)

MARIA ETRURIA BOSCHI «Il Pd è una banca, e come alcune banche gestisce in modo torbido i nostri soldi e piazza prodotti tossici come il Jobs Act e queste riforme costituzionali» (Alessandro di Battista)

COMPARSE «Il Pd è morto. Ad ucciderlo non sono stati i Franceschini, le Boschi, i Renzi o i Gentiloni. Costoro sono comparse già finite nell'oblio» (Alessandro di Battista).

BUFFONE «Buffone ... Sono felice di essere sommato tra gli ultimi che odia e su cui fa propaganda politica. Teatro, senza dare alcuna vera risposta. Salvini oggi è definibile ministro della malavita» (Roberto Saviano su Matteo Salvini).

ATTICO «Sentire le omelie di Saviano dal suo patrizio attico di New York fa un effetto spaesante da un certo di punto di vista, perché rivela la distanza abissale che si è prodotta fra gli intellettuali della sinistra e le masse popolari dei lavoratori» (Diego Fusaro su Roberto Saviano).

VALORI «Non sto accusando Napolitano di essere un uomo senza princìpi purtroppo li ha» (Renato Brunetta su Giorgio Napolitano)

PUPAZZO «Conte non faccia il pupazzo nelle mani dei partiti» (Graziano Delrio)

L'Italia è un Paese fondato sull'insulto: da noi il dibattito online più violento d'Europa. I risultati di una ricerca esclusiva che ha coinvolto 4 paesi sui commenti nei profili dei politici. Da cui emerge quanto siano tossiche le conversazioni in Rete. Soprattutto grazie a leader come Salvini che aizzano i follower, scrivono Mauro Munafò e Francesca Sironi il 29 maggio 2018 su "L'Espresso".

Matteo Salvini è il politico europeo che riceve più commenti online. La nuova democrazia degli sciami ha preso casa. Le due forze politiche che hanno provato a formare in questi giorni un governo comune hanno già molto in comune, e da tempo, sul web. Nella realtà ormai concreta della Polis digitale e dei suoi sciami d’opinione, d’odio e d’amore via internet, Lega e 5 Stelle non rappresentano un’avanguardia solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa. Matteo Salvini e Luigi Di Maio sono infatti i politici più attivi sui social network, quelli che pubblicano con maggiore frequenza, che ricevono più risposte e condivisioni, i candidati che avevano già sancito per successo di clic il loro exploit alle urne. Nel nostro paese, certo. Ma hanno un primato anche rispetto ai loro omologhi tedeschi, francesi e svizzeri, in quanto ad attivismo digital. Il “Ruspa” può vantare poi un altro record nel continente. La coalizione di centrodestra con cui è stato eletto batte infatti tutti gli avversari in quanto a tossicità delle conversazioni: il 9,2 per cento dei commenti condivisi sui profili dell’ormai ex asse elettorale è un insulto o un’offesa nei confronti di altri, degli «invasori mercenari di Soros» dei «clandestini che distruggono Firenze» di «quella mucca con i capelli viola» (una signora che contestava il sindacato di polizia), dello «strozzinaggio e potere bancario». I messaggi sulle loro pagine sfrigolano disprezzo, avversioni e fantasmi in misura maggiore di quanto accada, per dire, sui social del gruppo parlamentare del Front National, in Francia. Se in tutta Europa la voce dell’estrema destra sembra così più propensa ad aggregare e sparpagliare veleno web rispetto alle altre formazioni, in Italia questo accade con particolare intensità. Sono alcuni dei risultati di una ricerca esclusiva condotta dall’Espresso insieme a un team di giornalisti internazionali. Partendo da un campione randomizzato, statisticamente significativo, di 320 politici, uomini e donne, in Italia, Francia, Germania e Svizzera, sono stati raccolti in maniera casuale i commenti che hanno ricevuto i deputati sui propri profili pubblici Twitter e Facebook per quattro settimane, dal 21 febbraio al 21 marzo 2018. A questo nucleo sono state aggiunte le conversazioni di 10 leader di partito in ogni paese. Sono stati così esaminati oltre 40 mila messaggi per valutarne l’aggressività, sulla base di una scala elaborata da “Articolo 19”, un’organizzazione che lavora sulla libertà d’espressione in Rete. Ogni insulto è stato quindi indicizzato sulla base di alcune categorie, dall’antisemitismo all’omofobia al sessismo. Fra le prime conclusioni di questo lavoro di analisi c’è una sorpresa positiva: i commenti tossici sono meno del sei per cento del totale. In Italia e Francia la conversazione digitale è più inquinata che negli altri due paesi. Ma resta comunque sotto controllo. Mediamente la conversazione online, sulle pagine dei politici, è insomma abbastanza serena o moderata. Scorre quieta fra il sostegno e la chiacchiera, fra l’indifferenza e il «vergogna» di passaggio. L’aggressività non è trasversale, non è un dato comune e costante del rapporto fra il “popolo del web” e i propri eletti. Piuttosto: si concentra. Si coagula su target o argomenti ben precisi, contro cui lo sciame si rafforza e si amplifica.

No Vax, no casta, no donne. Un esempio è quanto accaduto a Beatrice Lorenzin. Il 22,7 per cento delle parole che le sono state rivolte sui social nel mese del monitoraggio svolto dall’Espresso insieme ai colleghi europei suonavano al tono di «Bastarda bastarda bastarda» o del più grave «Ti maledirò finché avrò un alito di respiro» per la legge sui vaccini. Decine e decine di frecce. Sulla scia della stessa avversione, spesso pronta a virare in vere e proprie minacce di morte, è finito anche un suo compagno di partito: Paolo Alli. Contro di lui le frange anti-vaccini sono arrivate a scrivere post quali: «Lorenzin e Alli. Per avere tradito l’Italia e gli italiani una sola soluzione: fucilazione». Ci sono spigoli del dibattito che più di altri forgiano parole ostili. In Germania il risentimento è dominato dallo spettro anti-immigrati. In Francia le offese aumentano con il sessismo. In Italia sono vere entrambe. Nei confronti di Maria Elena Boschi ad esempio abbondano le reazioni pubbliche che vanno dal «sei bellissima!» al «Sei solo gnocca», a «Perizoma please!!» fino al «La aspetto sempre tra sei mesi sulla statale...». Nel campione della ricerca non sono state trovate differenze sostanziali per quanto riguarda il numero di offese personali rivolte alle donne rispetto a quelle inviate agli uomini. Ma quando si guarda alle deputate con maggiore visibilità l’aumento è rilevante sia in Italia che in Francia. Le donne politiche più in vista ricevono cioè molti più insulti dei loro pari maschi. È molto più facile trovare così attacchi come «Vergognosa PARASSITA radical chic!» o: «Vada a fare la casalinga che è più consono alla sua natura» sotto una riflessione di Anna Finocchiaro, di quanto accada per un suo collega di partito.

Le voci dei capi. Se il sessismo è una sponda facile da cui salire all’attacco, ancora più semplice è attorcigliare la lingua quando il tema batte sulla consueta divisione noi-e-loro. «Pure l’immigrante climatico vogliono portare!», lamenta un seguace di Salvini su Twitter; «Ha la pistola… doveva sparargli», si augura un altro rispondendo al leader che commentava: «Prima in galera, poi espulso nel suo Paese. Basta!!!» in calce a un episodio di molestie di cui era stata vittima una carabiniera di Milano. Il catalogo è scadente e arcinoto. E si inzeppa di «piani Kalergi», «bombe nucleari sulla Libia», «No niente galera solo tante legnate» sempre in risposta a un commento del capo che recitava: «Prima galera, poi castrazione chimica, poi espulsione!». È un cupo gioco al rialzo: «La tossicità arriva spesso dall’alto, dagli stessi leader e partiti politici», ricorda Leonardo Bianchi, autore del saggio “La Gente” pubblicato da minimum fax: «Sui social le persone si sentono legittimate a esprimersi in un certo modo», seguendo le orme dell’intolleranza. «Purtroppo bisogna riconoscere che quel linguaggio ha pagato», riflette Edmondo Cirielli, deputato di Fratelli d’Italia, autore di uno dei post più divisivi tracciati dalla ricerca: un semplice manifesto elettorale accompagnato da un incoraggiamento. «Era la prima volta che pubblicizzavo un post su Facebook, e sono rimasto sconvolto dagli insulti che ho letto», racconta, contro Giorgia Meloni - «Vai a fare la mamma», «fotoshopp... leccaculo di Berlusconi...» - e contro di lui. «Sono persone frustrate», dice. Il cui linguaggio è però avallato spesso dall’alto. Ma quando la guida del suo partito parla di “feccia umana” rispetto a due stranieri, per Cirielli, «si tratta solo di una valutazione politica». Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università di Milano, parlando del suo libro “L’odio online” in un intervento su DoppioZero, ricordava chiaramente: «Il politico che parla, per la sua posizione, dovrebbe avere una maggiore responsabilità: il suo potere diffusivo di pregiudizi nei confronti, ad esempio, di un gruppo preso di mira è assai ampio grazie alla camera di risonanza fornita dai mass media di cui può, in ogni momento, usufruire». Ma l’esercizio di quella responsabilità sconta il successo del suo esatto contrario.

Social Fascismo. Gli “immigrati”, i vaccini, le donne. E poi gli sciami si scagliano di volta in volta contro banche, complotti, finanziamenti occulti, o genericamente contro i politici. In un ricco intervento su Nuova Rivista Letteraria ripreso da “Giap”, Alberto Prunetti definiva il linguaggio di questi sciami un «trogolo, dove sono miscelati pastoni e retoriche un tempo considerate altamente tossiche, oggi sdoganate», da un «fascismo del senso comune» che alimenta raid virtuali contro i nemici del momento. Sandra è una 49enne di Milano che a Emanuele Fiano ha scritto frasi come «Sputatevi in faccia speriamo che i vs fratelli africani vengano cercarvi (sic) presto per farvi stessa festa subita dalla povera Pamela Mastropietro allora sì che gli italiani perbene festeggeranno davvero», tutto in stampatello. Oggi risponde cortese alle nostre domande. «Sono una persona tranquilla», dice: «Ma dal 2011 la mia vita professionale è andata peggiorando». È da lì, sostiene, che le è salito l’odio per «questi politicanti di sinistra che tutto facevano tranne tutelare i cittadini italiani. Quando lei sente un politico che inventa problemi come il fascismo che non esistono per distogliere la gente da quelli veri, una qualunque persona di buon senso non può che arrabbiarsi». Che il fascismo sia però tutt’altro che una malattia immaginaria lo racconta la filigrana molto più esplicita politicamente di un altro degli sciami intercettati dalla ricerca. Davide Mattiello a febbraio è un parlamentare uscente e candidato Pd a Torino. «Questa mattina ho presentato un esposto in Procura nei confronti delle organizzazioni politiche Forza Nuova e Casa Pound», scrive il 22 sui social network: «Perché credo che le suddette organizzazioni integrino la fattispecie di reato contenuta nella legge Scelba». Basta a spalancare lo Stige. «Fanculo w il DUCE» è una delle reazioni più caute, le altre scadono nell’omofobia più greve o nei «comunista di merda» fino ai «Perché non ti impicchi?». «Non mi sono mai preoccupato per questi commenti», racconta ora lui: «Fa parte del mio dovere politico, credo, manifestare il mio pensiero nelle piazze dove si trova la gente. E oggi queste sono i social network. Io ci sto con la consapevolezza della loro conflittualità». Ma sono piazze dove le voci che si fanno sentire alla gran cassa sono però monocordi. Dove l’intolleranza, gli “a Noi!” e le paranoie securitarie vanno per la maggiore. «È una tendenza che riguarda tutte le democrazie liberali in Occidente», ragiona Leonardo Bianchi: «Nessuno sa come proporre contronarrazioni all’egemonia di discorsi che trattano l’immigrazione ad esempio attraverso le stesse immagini di “barconi” o “invasioni” da trent’anni. E con il crollo dei partiti social democratici il vuoto viene riempito da chi ha le idee più chiare o dice di averle». Così le conversazioni in rete si fanno prima terra di conquista. Praterie intere di propaganda dove sciamare.

Oasi grillina. Al riparo da questi stormi ostili sta il movimento che al web è legato dalla culla. Solo lo 0,5 per cento dei commenti scritti sulle pagine dei politici del Movimento 5 Stelle è offensivo personalmente nei loro confronti, il 3,3 nei confronti d’altri. È direttamente sulle pagine dei politici avversari che si va magari a pubblicare una fila di stelle come segno di riconoscimento, allora, oppure a indicare, condannare, offendere. Sotto i flussi dei “propri” rappresentanti eletti prevale invece l’appartenenza, l’entusiasmo, la comunità. E pochi si insinuano in quelle oasi per svuotare reciproci sacchi di fiele. Con chi si interfacciano allora, i politici in rete? Solo con chi li blandisce o li vitupera? Le eccezioni esistono. Nel campione analizzato dalla ricerca un esempio è quello di Stefano Quintarelli. Un esperto informatico, imprenditore, ex deputato, che alimenta lunghe conversazioni anche su temi ostici come l’identità digitale. Dove non si registrano risse. Ma sono una rarità. Per il resto i thread sembrano un fiorire di cuori e entusiasmo, di conferme quindi, in gran parte. Oppure di insulti, in quel sei per cento di sciami all’attacco dai pulpiti rumorosi delle nuove piazze digitali dove, come diceva Danny Wallace in un’intervista a “D di Repubblica”: «O attacchi, o sei attaccato, o taci».

La ricerca è stata realizzata dall’Espresso insieme a Rania Wazir; Vincent Coquaz; Alexander Fanta, Marie Bröckling, Julian Pütz e Leo Thüer per netzpolitik.org; Alison Langley per Deutsche Welle. 

Nota: Sono stati analizzati oltre 40mila messaggi randomizzati ricevuti da 360 politici di Italia, Germania, Francia e Svizzera. I post sono stati valutati su una scala che va dai commenti neutrali (0), a quelli molto scortesi (1), alle offese esplicite (2) fino al discorso d'odio (3).

Il Diffamatore e l'Assassino. La gang degli anti-Berlusconi pensa che l'Italia debba essere il Paese dei (loro) balocchi. Sono solo degli illusi, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 29/04/2018, su "Il Giornale". Avete presente quelli che fanno una battuta e la ripetono all'infinito sperando faccia sempre più ridere e non si accorgono che dopo un po' la gente ride sì, ma di loro? Ecco, il Fatto Quotidiano e Marco Travaglio sono su questa china dell'informazione-barzelletta che fa ridere solo loro. Hanno scoperto che in una sentenza un giudice esprime, al riparo dell'immunità professionale, un proprio parere su Silvio Berlusconi, definendo il Cavaliere un «delinquente». Bene, da allora ogni due per tre piazzano la parola «Delinquente», con la «D» maiuscola perché la classe non è acqua, al posto di «Berlusconi» nel titolo di prima pagina. Lo hanno fatto anche ieri, con «Il Pd preferisce il Delinquente», immaginiamo rispetto a quell'«assassino» di Beppe Grillo nella trattativa per formare il nuovo governo. Con la differenza che mentre «delinquente» è l'opinione non richiesta di un magistrato, «assassino» è un fatto accaduto, confermato con sentenza definitiva dalla Corte di cassazione. Ma andiamo oltre. Se una persona può essere denigrata in base al contenuto di una sentenza, allora posso sostenere che Marco Travaglio non è un giornalista ma un «diffamatore», avendo lui perso tante cause per diffamazione, soprattutto una in cui aveva dato del mafioso a Cesare Previti e di conseguenza a Berlusconi. Il Diffamatore (D maiuscola per par condicio) secondo una sentenza della Corte europea (a cui fece ricorso sperando di sfangarla), aveva manomesso degli atti giudiziari pubblicando solo la parte che a lui faceva comodo, un po' come il suo amico carabiniere di Napoli che voleva incastrare il papà di Renzi con intercettazioni taroccate. Il Diffamatore T. dice anche che bene fa Di Maio a voler mettere le mani su Mediaset, perché è assurdo che un leader politico possegga mezzi di informazione. Nella sua foga accusatrice, il Diffamatore T. scorda che il suo amico Assassino G. (Beppe Grillo, per chi si fosse perso, ndr) e il di lui socio Casaleggio jr sono contemporaneamente proprietari di un partito (i Cinquestelle) e di due siti di informazione (mascherati da blog) tra i più seguiti in Italia. Ovviamente non penso che il Diffamatore T. ritenga questo un pericoloso conflitto di interessi su cui «mettere mano». Perché il Diffamatore T. e l'Assassino G. pensano di essere i più furbi di tutti, tipo il Gatto e la Volpe di Pinocchio. E che l'Italia debba essere il Paese dei (loro) balocchi. Illusi.

La repubblica degli insulti. I due politici alla fine di una dura campagna elettorale si strinsero la mano. Era il ‘76: Dc e Pci se le dettero di santa ragione. Poi Moro e Berlinguer sedettero allo stesso tavolo, scrive Aldo Varano il 28 Aprile 2018 su "Il Dubbio". È un argomento inedito quel che furoreggia sui social, ma anche nelle dichiarazioni di stimati esponenti e vecchi marpioni della politica italiana. Si sostiene: non si può fare alcun accordo con chi in passato ti ha insultato dicendo di te peste e corna. E ancora: quale credibilità ci sarebbe tra alleati di governo dopo valanghe di accuse e insulti che ci si è rovesciati addosso? Lo gridano pezzi del Pd e del M5s (e anche della Lega e del centro destra) con una furia senza precedenti. Eppure è quasi impossibile trovare tra gli accordi politici dei decenni scorsi qualche accordo che non sia stato preceduto da segni di disistima, polemiche roventi, insulti feroci. Nella politica italiana, fin qui, il “Non possumus” è scattato solo per radicali divergenze ideali e culturali (fascismo-antifascismo; comunismo- anticomunismo), diversità nette sulla collocazione internazionale del paese (Nato- Fuori dalla Nato) o insuperabili diversità programmatiche. Su tutto il resto, insulti compresi, è stata sufficiente sempre un’alzata di spalle. Io me la ricordo la campagna elettorale del 1976, e anche la sua conclusione fissata dalla foto in bianco e nero di un Enrico Berlinguer, fisicamente sempre più striminzito, e un Aldo Moro, con la penna bianca in testa sempre più larga, che si stringono la mano separati dal tavolo. Erano i leader dei principali schieramenti, entrambi convinti da tempo che sarebbe stata necessaria una mediazione e una qualche forma d’accordo tra Pci e Dc per impedire l’implosione del paese. Berlinguer, dopo che Pinochet ha affogato nel sangue la democrazia cilena, è convinto che il Pci non riuscirebbe a governare neanche col 51%. Moro è leader di un partito considerato in declino dopo il disastro delle elezioni comunali dell’anno prima quando i comunisti hanno registrato un picco vertiginoso che sembra annunciare il realizzarsi dell’incubo dell’intera politica italiana: il “sorpasso” dei comunisti sui democristiani. Moro deve poi fare i conti con un’agguerrita opposizione contraria a rapporti col Pci che comprende anche Andreotti, già capo del governo che ha tentato il rilancio del Centrismo. In un clima di crescenti tensioni scandite dal sangue dei terrorismi rosso e nero, dal dilagare di omicidi, scandali e stragi di Stato (vere o presunte), Moro e Berlinguer misurano gesti e parole. Ma i rispettivi eserciti, nel 1976, non ne vogliono sapere. Lo scontro con l’avvicinarsi delle elezioni diventerà cattivo e feroce. L’ultimo governo del paese, diretto da Moro, è durato solo 70 giorni per lo sgambetto degli avversari Dc di Moro di ripristinare l’aborto come reato. Il 30 aprile il governo cade. Il 2 maggio, tre giorni dopo, Giovanni Leone, presidente della repubblica, scioglie le Camere e fissa le elezioni per il 20 e 21 giugno. La data viene vissuta dagli eserciti della Dc e del Pci come la battaglia finale per vincere la guerra che dura da trent’anni. Truppe e soldati mirano al cuore del nemico con una radicalità nuova e mai tanto intensa dal 1948. I democristiani sono i ladri e si stanno mangiando il paese. Lo scandalo della Lockeed, una fabbrica americana che vende aerei accusata di aver distribuito mazzette ai più potenti esponenti della Dc, non lascia dubbi. I giornali sono pieni di dettagli. La Dc è vecchia e corrotta. Il Pci lo ripete in tutti gli angoli delle strade. Nel giorno delle elezioni Scalfari, che proprio nel ’ 76 ha lanciato Repubblica, cavalca il (presunto) sentire del paese: la Dc «è quella che è e come tale va giudicata. Non è più la Dc il pilastro della democrazia italiana; anzi rischia di esserne il becchino». Il caso Lockeed coinvolge il ministro della difesa il Dc Luigi Gui, ma anche altri potentissimi Dc. Paolo Guzzanti tuona: «Si fanno i nomi di Moro Leone e Rumor». Aggiunge: «Nessuno crede all’ipotesi di Moro…» ma si capisce che gli altri sono “Antilope” lo pseudonimo dei corrotti secondo le voci che arrivano dall’America. Se i Dc vengono accusati nei comizi, nei caseggiati (l’andare di casa in casa per chiedere il voto agli elettori) di essere ladri e corrotti, dal dc vicino di casa al Presidente della Repubblica (che sull’onda dello scandalo poi si dimetterà), la Dc non è da meno ad insulti. Il Pci mette a rischio la libertà e la democrazia del paese. Montanelli riconosce che certo la Dc è quella che è, ma bisogna turarsi il naso e votarla ugualmente. Quelle del 20 giugno infatti non sono normali elezioni, si tratta di decidere – rispetto all’assalto comunista che vuole affossare la democrazia – se continuare a garantire la libertà in Italia o accettare un regime. Si deve scegliere tra i corrotti e i nemici della libertà. E’ questo il groviglio di accuse che avvolge il paese. Nessuno rinuncia a far male agli altri: più e peggio degli insulti. Poi il voto. Il Pci volò altissimo: 34,4% il miglior risultato della sua storia alle politiche. La Dc, smentendo le previsioni schizzò al 38,7. Furono le elezioni dei “due vincitori” che si scontravano nel paese dalla fondazione della Repubblica. Il 31 luglio, 40 giorni dopo, Giulio Andreotti forma il governo. I ministri sono tutti Dc e il governo ha l’appoggio del Pci di Berlinguer. Tra le due date la stretta di mano tra i due leader dei partiti che non si erano mai tanto insultati.

LE SETTE IDEOLOGICHE FIGLIE DEL SOCIALISMO: FASCISMO, COMUNISMO, LEGHISMO E GRILLISMO.

Cosa sostiene Ernst Nolte? Scrive Martino Mora il 16/11/2009 su Arianna Editrice. Sono passati pochi giorni dalla contestazione organizzata a Trieste contro Ernst Nolte, invitato dal Comune a tenere una conferenza per il ventennale della caduta del Muro. Non è certo la prima volta che Nolte viene contestato, ma è la prima volta, a memoria mia, che viene accusato da politici locali e da siti internet di “negazionismo”, perlomeno in Italia. Si tratta di un'etichetta che gli viene affibbiata per diffamarlo da individui ignoranti e in malafede. Nolte non ha mai negato o ridimensionato numericamente lo sterminio degli ebrei. Al massimo ha affrontato l'opera di alcuni “negazionisti” in un suo libro, “Controversie” (1993-'94), analizzando criticamente le loro tesi, senza peraltro sposarle. Tanto bastò perché l'uscita di quel libro, come ha detto l'autore in un'intervista, lo facesse diventare “un cane morto” in Germania. In realtà, Nolte è uno storico discusso, diffamato e persino minacciato fisicamente (gli fu incendiata un'automobile e gli fu spruzzato del gas lacrimogeno in faccia) da più di vent'anni. Almeno da quando uscì, il 3 giugno 1986, sulla “Frankfurter allgemeine zeitung”, diretta da Jioachim Fest, importante biografo di Hitler, un suo articolo intitolato “Il passato che non passa”. Nolte, che dal 1963, anno della pubblicazione de “Il fascismo nella sua epoca” (in italiano tradotto con “I tre volti del fascismo”), era considerato uno dei maggiori storici tedeschi, proponeva ora apertamente un nesso causale tra le due grandi ideologie totalitarie del Novecento: il comunismo e il nazionalsocialismo. Inaugurava così quell'interpretazione storico-genetica del totalitarismo, che si differenziava dalla classica interpretazione politologico-strutturale inaugurata dal libro di Hannah Arendt “Le origini del totalitarismo” (1951) e poi dagli studi di Carl Friedrich e Zbigniew Brzezinski. Se i libri della Arendt, di Friedrich e Brzezinski non avevano avuto timore di accomunare sin dagli anni Cinquanta lo stalinismo e il nazionalsocialismo, secondo Nolte non avevano però spiegato storicamente la genealogia del fenomeno totalitario. E soprattutto non avevano individuato il nesso tra l'affermazione del bolscevismo nel 1917 e la successiva affermazione dei fascismo italiano e del nazionalsocialismo (che altro non è, per lo storico tedesco, che “fascismo radicale”). Nella spiegazione del fenomeno totalitario che Nolte anticipa nel giugno 1986 sul giornale francofortese e che poi presenta l'anno successivo nell'imponente volume “Bolscevismo e nazionalsocialismo. La guerra civile europea 1917-1945”, il comunismo sovietico precede il fascismo, sia nella sua versione italiana, sia in quella “radicale” di Adolf Hitler. Lo precede non solo dal punto di vista storico, ma ne è anche la premessa, la condizione necessaria. Il fascismo può affermarsi perché si oppone come controrivoluzione militante alla rivoluzione bolscevica, che dall'ex impero russo minaccia di diffondersi ovunque, a cominciare da quella che fu la patria di Marx: la Germania. Il nazionalsocialismo è per Nolte una forma di fascismo particolarmente radicale, perché adotta i metodi violenti dell'avversario e persino la sua pratica sterminazionista. Il gulag precede il lager e ne è anche, in un certo senso, la premessa indispensabile. L'articolo di Nolte fu all'origine della “controversia degli storici”, il cui principale protagonista, oltre al Nolte, fu in realtà un filosofo, il più celebre filosofo tedesco: Jurgen Habermas.  L'esponente della scuola di Francoforte accusò lo storico dell'università di Berlino di praticare una sorta di “giustificazionismo”, di chiara impronta conservatrice, della recente e tragica storia tedesca. Altri storici, come Hans Ulrich Wehler (che ricostruì poi l'intero dibattito in un suo libro) e Jurgen Kocka, insieme alla maggior parte dei giornalisti tedeschi, si schierarono con Habermas. Storici altrettanto illustri, come Andreas Hillgruber, Klaus Hildebrand e lo stesso Joachim Fest (autore della seconda biografia davvero essenziale su Hitler, dopo quella di Alan Bullock e prima di quella di Ian Kershaw), si schierarono con Nolte. Da allora Ernst Nolte è considerato lo storico “revisionista” per eccellenza, demonizzato non solo dai politici, dai giornalisti o dagli ideologi progressisti, ma anche da molti suoi colleghi storici, come l'italiano Enzo Traverso, che è arrivato a paragonarlo a Joseph Arthur de Gobineau, il teorico del razzismo ottocentesco. Traverso forse non sa che certi paragoni squalificano molto più chi li propone di chi li subisce. Quando, nel 1995, Francois Furet pubblicò “Il passato di un'illusione. L'idea comunista nel XX secolo”, fu aspramente rimproverato dai colleghi Tony Judt ed Eric Hobsbawm per aver citato, in una lunga e approfondita nota del libro, l'interpretazione noltiana della “guerra civile europea”. Lo racconta lo stesso Furet nell'interessantissimo scambio epistolare con Nolte, pubblicato in Italia col titolo “XX secolo”. A me sembra che il nodo del pensiero di Nolte stia nella contrapposizione tra universalismo e particolarismo. Il bolscevismo ha rappresentato, secondo lo storico tedesco, l'universalismo politico più brutale e irrispettoso delle realtà nazionali e culturali, oltre che una pratica sterminazionista di classe. Ancora più dell'opera politica del presidente americano Wilson, il leninismo ha incarnato lo spettro della civilizzazione universale livellatrice di ogni particolarità, in nome di un modello unico di uomo e di società. I fascismi, al contrario, sono stati, secondo lo storico dell'università di Berlino, la forma estrema di particolarismo patriottico e nazionale, che nella loro forma più radicale (quella del nazionalsocialismo) sono giunti ad identificare nell'ebreo la quintessenza dello sradicamento e dell'universalismo, e quindi il nemico mortale. Il biologismo di Hitler si sovrappone dunque a questo aspetto, identificando la soluzione definitiva del “problema bolscevico” con quella del “problema ebraico”. E' questo, quindi, semplificando, il noltiano “nocciolo razionale della Soluzione finale”, che lo storico tedesco certo non nega né minimizza (quindi non può essere definito in alcun modo un “negazionista”), ma che rifiuta di considerare unico nella storia. Nolte riconosce al cosiddetto Olocausto la particolarità e la singolarità storica che ne fa, al pari di altri avvenimenti storici, qualcosa di unico e irripetibile, ma che non deve impedire il paragone tra lo sterminio degli ebrei e, per esempio, quello dei milioni di kulaki eliminati da Stalin. Così Nolte rifiuta di definire “male assoluto” il nazismo, perché ciò renderebbe incomprensibile il Novecento europeo e non permetterebbe alcun paragone tra il male assoluto nazista e il bolscevismo, divenuto così un male minore. Se infatti nella storia vi è un male assoluto, tutti gli altri fenomeni sterminazionisti diventano necessariamente “mali relativi”. Il nazismo uscirebbe così dalla storia, per diventare un fenomeno metafisico che non sarebbe più possibile indagare con l'oggettività dello storico, ma soltanto con l'occhio del teologo o del moralista. Lo storico, invece, deve comprendere e far comprendere, non sacralizzare o demonizzare, perché questo non è il suo compito. Conseguenza essenziale della interpretazione che Nolte dà della guerra civile europea che ha coinvolto l'Europa fino al 1945, è la centralità dell'Ottobre Rosso, dell'Ottobre 1917, nella storia del Novecento. In questa prospettiva, all'origine del totalitarismo non sta tanto la deflagrazione mondiale della Grande Guerra, e nemmeno l'incubazione ideologica del nazionalismo e del pensiero antidemocratico (come nell'interpretazione di Zeev Sternhell), ma la rivoluzione bolscevica. L'inizio della guerra civile tra ideologie totalitarie e sterminazioniste non avrebbe avuto inizio senza l'impresa di Lenin. Certo, il 1917 è anche per Nolte la conseguenza del 1914, cioè della guerra mondiale, ma è solo a partire dal 1917 che la faccenda diventa maledettamente seria. Senza l'avvento del bolscevismo, quindi, non vi sarebbe stata la “guerra civile europea”. Può sembrare strano, ma  “Il fascismo nella sua epoca”(1963) era stato ben accolto dagli storici e dall'opinione pubblica progressista, forse perché riabilitando la categoria di “fascismo” come concetto storiografico portante (nelle tre versioni del “pre-fascismo” dell'Action francaise di Charles Maurras, del fascismo di Mussolini e del “fascismo radicale” di Hitler) era sembrato uscire dal coro della Arendt, di Friedrich e Brzezinski, di Jacob Talmon, accusati da sinistra di insistere sul concetto di “totalitarismo” in omaggio al clima da guerra fredda degli anni Cinquanta e in funzione anticomunista. Anche allora, però, la sua la sua interpretazione del fascismo si distaccava parecchio da quelle che negli stessi anni davano storici come Eugene Weber e George Mosse. A parte il gergo filosofico spesso impiegato (Nolte ha studiato con Heidegger), la differenza sostanziale con Weber, Mosse, Payne, Paxton, De Felice sta nel fatto che il fascismo, per lo storico tedesco, è l'erede della controrivoluzione ottocentesca, tanto che egli identifica l'essenza dell'Action francaise di Charles Maurras con il “pre-fascismo”. Perché il pre-fascismo di Maurras diventi fascismo mussoliniano e hitleriano occorre la presa del potere, nella Russia degli zar, del partito di Lenin. Questa interpretazione del fascismo come contro-rivoluzione non è forse assai simile a quella che ne hanno sempre dato la Terza internazionale e i partiti comunisti e socialisti? Quello che cambia - soprattutto per il Nolte più maturo- è il giudizio di valore. Il fascismo e il nazismo non sono più l'espressione della più brutale reazione anti-proletaria, ma la reazione eccessiva, fanatica e totalitaria al fanatismo ideologico e allo sterminazionismo bolscevico. Nel loro scambio epistolare, Francois Furet rimprovera a Nolte di non aver compreso che la guerra del 14-18, l'interventismo e la nascita del fascismo italiano hanno significato una rottura epocale all'interno della destra europea, che esce così dalle secche della controrivoluzione in cui si trovava immersa dalla Rivoluzione francese, dalle quali il monarchico Maurras non può uscire. Furet tiene assai più di Nolte all'autonomia del fascismo come ideologia e movimento politico rispetto al bolscevismo o, più in generale, al marxismo. Quindi valorizza maggiormente il ruolo della Prima guerra mondiale e il retroterra ideologico già formatosi nella cultura politica europea, rispetto alla Rivoluzione d'ottobre.  Inoltre, Furet sottolinea la comune avversione del nazionalismo e del socialismo, poi del fascismo e del bolscevismo, per il liberalismo, l'economia di mercato e l'utilitarismo individualistico della borghesia. E' il deficit politico che sta alla base della cultura politica liberale che rende detestabili le democrazie moderne alle estreme di destra e sinistra. Il liberale Furet ammette che l'individuo moderno, post-rivoluzionario, che nasce libero e uguale a tutti gli altri, che non è più sottomesso a vincoli gerarchici, è incapace di costruire un legame sociale che vada oltre il calcolo razionale degli interessi. Davanti a questo dramma dell'individualismo moderno, i rivoluzionari di destra e sinistra danno delle risposte che offrono l'illusione - soltanto l'illusione - di ricreare una comunità reale, un legame sociale su basi nuove, rifiutando il gretto egoismo della borghesia, l'ideologia dei diritti e la democrazia liberale. Come gli ha rimproverato Hans Ulrich Wehler, Nolte è meno attento al ruolo delle democrazie occidentali nella prima metà del Novecento. Per lui lo scontro reale è tra i sostenitori della  “trascendenza pratica”, cioè dell'universalismo livellatore (e qui vi include anche il wilsonismo, riecheggiando Heidegger, che negli anni Trenta parlava del popolo tedesco, “popolo metafisico”, preso nella morsa del bolscevismo ad Est e dell'americanismo ad Ovest) e i sostenitori dell'identità nazionale tedesca, che sposando il nazismo si sarebbero spinti troppo oltre, rifiutando il buono (il “sistema liberale europeo”) insieme al meno buono, e che attraverso l'idea della purezza razziale avrebbero tradito le loro premesse, giungendo al crimine dello sterminio di massa degli ebrei, che Nolte si guarda bene di giustificare ( pur considerandolo speculare allo sterminio di classe messo in pratica prima da Lenin, poi da Stalin). E' certo che l'uso di alcuni termini utilizzati da Nolte in un'accezione diversa dall'usuale significato del termine (“sistema liberale”, “liberismo”, “trascendenza teoretica”, “trascendenza pratica”), hanno nuociuto alla corretta interpretazione del suo pensiero da parte di chi non ha familiarità con la sua opera. Inoltre, non mi convince il suo rifiuto di fare i conti con la modernità del nazionalismo e dello Stato-nazione, della statolatria e dei miti biologisti e social-darxinisti. Ossimori come “rivoluzione conservatrice (Armin Mohler) o “modernismo reazionario” (Jeffrey Herf), non mi hanno mai convinto, se riferiti alla cultura fascista o pre-fascista. Perché non esiste, storicamente parlando, mito della Nazione senza la Rivoluzione francese. Tanto meno esiste mito della Razza prima dello scientismo e del biologismo ottocenteschi. Dietro gli attacchi di facciata alla modernità e alla Rivoluzione francese, il fascismo nelle sue varie versioni è un fenomeno “moderno”, anzi “ultramoderno”. Per Nolte si tratta di un fenomeno antiuniversalista, di conseguenza antimarxista, antibolscevico, antiliberale, antisemita (perché il fascista identifica nell'ebreo finanziere-cosmopolita, o nell'ebreo militante socialista, un corpo estraneo, antinazionale). Ma il nazionalismo è davvero un particolarismo, come sostiene lo storico tedesco? Addirittura un particolarismo estremo, nel caso dei fascismi?  Possiamo dubitarne, se teniamo conto che gli Stati-nazione si sono affermati contro   ogni particolarismo naturale, locale, regionale e alle spese dei corpi intermedi di Antico regime. Hanno fatto macerie dei particolarismi tradizionali. Possiamo nutrire quindi delle riserve sull'interpretazione noltiana del fascismo e del nazismo, ma guardiamoci bene dal ritenerla “pericolosa”. Non esistono interpretazioni storiografiche pericolose. E' tipico dei sostenitori del “politicamente corretto”, o di certi militanti della sinistra, ritenere pericolose e magari punibili per legge le opinioni, non solo quelle storiografiche. Al contrario, dovremmo finalmente capire che le interpretazioni storiografiche sono soltanto condivisibili o meno. E profonde o superficiali. Al di là di ogni dubbio, l'interpretazione noltiana del Novecento e della “guerra civile europea” è straordinariamente suggestiva e profonda.

Vittorio Feltri scrive il 9 Settembre 2018 su "Libero Quotidiano" al figlio Mattia: "Ricordi chi ha pagato quando rubava la sinistra?". Capita a molti di avere figli. È capitato anche a me. Uno di essi fa il mio stesso mestiere, si chiama Mattia ed è bravissimo, lo leggo sempre volentieri sulla Stampa di Torino, quotidiano prestigioso, di cui egli è editorialista. E ieri ha vergato un articolo di fondo interessante intitolato: «Il populismo va all' assalto dei giudici». Io non correggo nessuno eccetto me stesso, quindi non intendo fare il maestrino neanche col mio illustre erede. Mi limito a ricordargli qualcosa. Per esempio che il populismo fu un movimento russo nato alla fine dell'Ottocento, considerato il padre del comunismo. Quindi non capisco che grado di parentela ci possa essere tra Salvini e l'ideologia di due secoli fa. Inoltre rammento al mio discendente che ha scritto un libro importante per denunciare le malefatte della magistratura ai tempi di Tangentopoli, durante i quali i partiti rubavano a mani basse. Giusto rimproverare le toghe dell'epoca, ma fino a un certo punto, dato che i furti erano all'ordine del giorno. Oggi chissà perché Salvini se si incavola con i pm che lo perseguono è giudicato uno che vuole abbattere le istituzioni e passeggiare sulle ceneri della Costituzione, che peraltro fa schifo. Il mio figliolo è colto e intelligente, però talvolta sbadato. Si è scordato che la responsabilità penale è personale. Il blocco della Diciotti (un refuso) è stato deciso dal governo, le cui responsabilità sono collegiali, mentre i geni della giustizia hanno incriminato solo il padrone del Viminale. Perché? Un eccesso di antipatia? Credo sia lecito avere dei sospetti in questo senso. Gli immigrati arrivano qui in massa e noi li dobbiamo ospitare pagandone le spese. Se Salvini tenta di arginare l'invasione viene condannato anziché applaudito. Gli oneri del mantenimento dei profughi sono a carico dei cittadini, sempre più irritati non coi presunti populisti. E veniamo alle ruberie nella Lega. Roba vecchia. Bossi ebbe un ictus e le redini della baracca furono affidate a un tesoriere, tale Belsito. Il quale pare ne abbia combinate di ogni colore, dissipando una ricchezza. Che colpa ne ha il prode Matteo? Nessuna. Ma la pubblica accusa se la prende con lui perché, ridendo e scherzando, il suo movimento ha il record dei consensi. Siamo tutti autorizzati a pensare che il desiderio che muove i giudici sia di natura politica: uccidere l'uomo che miete voti e si è impadronito del pallino romano. Il dubbio è rafforzato da una constatazione. Alcuni anni orsono la Margherita di Francesco Rutelli fu saccheggiata dal proprio tesoriere, Lusi, che si intascò uno svariato numero di milioni. Inchiesta. Il furbacchione, in base al principio che la responsabilità penale è personale, come abbiamo citato sopra, venne condannato. Ma a Rutelli non fu torto un capello, giustamente. Si colpisce il ladro e non il derubato. Con Salvini questo elementare concetto è stato ribaltato. Belsito ha grattato? Prendiamocela con Il ministro dell'Interno e diciamo pure che egli è una minaccia per la democrazia. Mattia, come la maggioranza degli scribi di lusso, ha le sue idee e io gliele lascio. Però alle mie banali osservazioni farebbe meglio a dare un'occhiata. Se i magistrati picchiano con Mani pulite sono stronzi e se menano sul groppone dei leghisti sono pugili rispettabili. Qualcosa non quadra. Vittorio Feltri 

Il Pd è Lobby Continua? Loro Giurano Innocenza. Ma Sul Tax Free Shopping Sembra Di Sì. Botta E Risposta di Franco Bechis del 6 settembre 2018 su "Libero Quotidiano". Una volta la sinistra italiana si contraddistingueva per la sua capacità di fare “lotta continua”. I tempi sono cambiati, e non è detto che sia un male. Oggi però il principale partito di quell’area, il Partito democratico, è diventato “lobby continua”. Coccolato per troppo tempo in salotti e accarezzato dai poteri forti, è sempre in prima fila nel difendere gli interessi di gruppi nazionali e internazionali. Dopo le polemiche sul caso Autostrade e i favori dispensati al gruppo Benetton fin dal governo di Romano Prodi del 2007, ancora una volta il Pd decide di travestirsi da lobbista di lusso in questo caso per difendere il duopolio in Italia di multinazionali. Il settore è forse meno noto di quello autostradale, ma con percentuali di redditività non meno interessanti: il tax free shopping. Che cosa è? Semplice: un sistema inventato anni fa un italiano- Arturo Aletti, grazie a cui i turisti extraeuropei che fanno shopping in Italia pagano al momento dell’acquisto l’Iva che poi viene loro parzialmente restituita a fine viaggio- di solito in aeroporto- grazie a un intermediario accreditato. Una rete di esercizi commerciali si è messa d’accordo con gli intermediari, espone un simbolo sulla vetrina del negozio con la scritta “Tax free” che indica la convenzione con l’intermediario accreditato, che poi si adopera a fare avere alla dogana l’Iva trattenuta al turista americano, cinese, giapponese, russo, australiano e così via. Trattenendo però la propria percentuale di intermediazione. Il giro di affari è di circa 10 miliardi all’anno in Italia, e l’Iva da restituire quindi ammonterebbe a più di 2 miliardi di euro. Ma il condizionale qui è d’obbligo, perché dipende dalla commissione presa dall’intermediario, che spesso è molto alta e arriva a seconda dei casi fra il 30 e il 50%. Il sistema di fatto non è regolamentato, e capita che gli intermediari si mettano d’accordo con gli esercizi commerciali per fare un accordo a vantaggio di entrambi: commissioni alte, e una parte di queste retrocessa ai negozi che ci stanno. Il mercato italiano è di fatto dominato da due multinazionali: la Global Blue e Tax premier. Ed è chiuso ad altri soggetti, che pure provano a inserirsi come alcune interessanti e giovani start up (l’ultima è la Stamp fondata da Stefano e Michele Fontolan insieme a Federico Degrandis e Wagner Eleuteri). Ed è qui che entra in scena il Pd. Per aprire il mercato a soggetti terzi e spazzare via quel grigiore che avvolge il settore doveva entrare in vigore dal primo gennaio scorso l’obbligo di fatturazione elettronica per tutte le transazioni del tax free shopping, cosa che avrebbe fatto emergere tutte le cifre un po’ oscure che oggi ci sono sulle commissioni. E che avrebbe consentito di fare giocare su quel mercato tutti ad armi pari. Ma in vigore la norma non è entrata a quella data, perché nella scorsa legislatura ci ha pensato il Pd Sergio Boccadutri a far passare un emendamento che faceva comodo a Global Blue e Tax premier, rinviando la fatturazione elettronica al primo settembre 2018. La data finalmente è arrivata, nonostante le lamentele dei due monopolisti che fino all’ultimo hanno brontolato perché il primo rinvio non bastava, i software non erano abbastanza testati e le griffes del lusso non erano ancora pronte. Ma in Parlamento è di nuovo pronto il Pd della lobby continua a servire le due multinazionali del tax free shopping. Così nel fascicolo del milleproroghe ecco il nuovo emendamento Pd per spostare la fatturazione elettronica un altro po’, almeno al 15 novembre 2018. Boccadutri non è più stato eletto in Parlamento, così ci hanno pensato i renziani Mauro Del Barba e Silvia Fregolent che hanno firmato la loro proposta.

A differenza della scorsa legislatura il partito della lobby continua non ha più una maggioranza che veniva da un’alleanza truffa con Sel. Conta poco, ed è all’opposizione. Ma questi sono bravissimi a fare lobby, e pure capaci di convincere qualche collega leghista o pentastellato che in fondo lo chiedono i commercianti, e che il rinvio è così breve e non fa male a nessuno. In alto le antenne quindi, altrimenti gli unici a vincere sempre sono i soliti noti…

Boccadutri: io lobbysta? Macchè. Caro Franco sono Sergio Boccadutri, ti ho risposto su twitter ma mi sa che non hai visto. Dato che la norma che secondo quanto scrivi serve ad “aprire il mercato a soggetti terzi e spazzare via quel grigiore che avvolge il settore” porta la mia firma, ti chiederei di riportarlo almeno nella notizia, come tra l’altro fu scritto anche sul tuo giornale qui. Sergio Boccadutri

Del Barba: siamo noi ad avere inventato la fattura elettronica. Segnalo che l’articolo omette alcuni aspetti fondamentali per chiarire il nostro intervento. Fummo noi (PD) a istituire l’obbligatorietà della fatturazione elettronica e a prevedere il sistema Otello 2.0. Fu proprio l’alto tasso di innovazione da noi introdotto a prendere in contropiede agenzia entrate e dogane che non furono pronte a inizio anno e a farci ipotizzare il primo settembre come data congrua per portare a regime l’intero processo. Solo a giugno sono terminate le ultime procedure ed è parso congruo anche alla stessa agenzia delle dogane sostenere la richiesta di un brevissimo allungamento dei tempi di chiusura progetto. Questi i fatti che testimoniano la nostra volontà di introdurre e rendere obbligatoria la fatturazione elettronica in questi casi. È nostra abitudine fare in modo che le norme cogenti siano adeguatamente supportate dalla pubblica amministrazione proprio per togliere ogni alibi agli esercenti e rendere applicabile ció che noi stessi abbiamo voluto e che stiamo dimostrando di volere con ostinazione e con giudizio. Ti ringrazio per l’integrazione che vorrai apportare all’articolo e per lo spazio che vorrai dare a queste precisazioni che, mi pare, ne cambiano completamente il segno. Cordialmente, On. Mauro Del Barba.

Avreste potuto dire altro? Fatto sta che i rinvii pro monopolisti portano quelle firme…Come è giusto fare, accolgo e pubblico qui le due note che mi hanno fatto arrivare gli esponenti Pd citati nell’articolo. Boccadutri in effetti si occupa di queste cose da lungo tempo, di Del Barba ho notizia solo ora. In realtà la dogana digitale è nata non dalla politica, ma dall’Agenzia delle Dogane stessa che nel 2015 firmò il primo accordo con Ikea Italia. Per altro lanciare l’obbligo di fatturazione elettronica per poi presentare uno dopo l’altro emendamenti che ne fanno slittare l’entrata in vigore non mi sembra che sia gran merito da intestarsi, e rende lecito il sospetto che poi siano più forti le lobbies delle buone intenzioni dei parlamentari o della stessa Agenzia delle Dogane. Quando si decide una cosa, si fa. E non la si rinvia continuamente con mille scuse. E siccome un po’ di trasparenza e chiarezza sui margini del mercato del tax free shopping è necessaria, la si finisca con i continui rinvii (poi ne arriva un altro) fra mille scuse. L’emendamento in commissione è stato appena bocciato, ed è un bene sia avvenuto così. Franco Bechis.

Luigi Di Maio: "Entro l'anno negozi chiusi la domenica". Un suicidio: 50mila lavoratori a rischio, scrive il 10 Settembre 2018 "Libero Quotidiano". Qualcuno fermi Luigi Di Maio, i grillini e il loro ultimo disastroso atto nel piano di "decrescita felice". L'annuncio il vicepremier lo ha dato da Bari: "Entro l'anno approveremo la legge che impone lo stop nei fine settimana e nei festivi ai centri commerciali. L'orario liberalizzato dal governo Monti sta distruggendo le famiglie italiane. Bisogna ricominciare a disciplinare aperture e chiusure". Di Maio lo aveva annunciato all'inizio dell'estate, ora è tornato alla carica: vietato lavorare, insomma. Un provvedimento suicida, perché come avverte l'ad di Conad, Francesco Pugliese, "a rischio ci sarebbero 40-50mila lavoratori". Al fianco del grillino, al contrario, sindacati e Chiesa, che apprezzano la proposta.

I rischi illiberali dietro il caudillismo dei social. Tutti i giorni i capi politici guardano Facebook, Twitter, i sondaggi e sono pronti a cambiare: oggi puoi proibire i vaccini, poi ammetterli, poi proibirli di nuovo; prima chiudi i negozi la domenica, poi li apri e lo stesso con la Tav. Quel che conta è il livello di consenso raggiunto, visto come tappa per il potere totale, scrive Francesco Alberoni, Domenica 09/09/2018, su "Il Giornale". È stato Roberto Casaleggio con i 5 stelle a introdurre in Italia il mito della democrazia diretta in cui non c'è una classe dirigente, non esiste la rappresentanza parlamentare, ma le leggi e le decisioni le prendono tutti i cittadini. Nelle antiche democrazie riunendosi in piazza. Oggi, in cui non si possono riunire decine di milioni di persone, basta usare il web. I parlamentari perciò sono inutili. Casaleggio sostiene che li potremmo sorteggiare a caso. Questo modo di pensare ha influenzato profondamente l'attuale sistema politico in cui ha finito per stabilirsi un rapporto diretto fra i capi politici e il popolo. I capi politici non comunicano attraverso l'organizzazione capillare del partito o attraverso il parlamento ma parlano direttamente al popolo, attraverso Facebook e tweet, guardano cosa risponde la massa popolare e ogni volta fanno quello che fa salire le loro quotazioni e danneggia quelle dei loro avversari. È come in borsa, dove le quotazioni cambiano continuamente e gli annunci contano più dei risultati reali. Tutti i giorni i capi politici guardano Facebook, Twitter, i sondaggi e sono pronti a cambiare: oggi puoi proibire i vaccini, poi ammetterli, poi proibirli di nuovo; prima chiudi i negozi la domenica, poi li apri e lo stesso con la Tav. Quel che conta è il livello di consenso raggiunto, visto come tappa per il potere totale. Se questo sistema politico dovesse diventare dominante sparirebbe la democrazia parlamentare liberale, ma al suo posto non verrebbe la democrazia diretta col voto consapevole di tutti, come voleva Casaleggio, ma il caudillismo di stampo sudamericano in cui il capo ogni giorno fa e strombazza con tutti i mezzi quello che aumenta il suo consenso e danneggia gli avversari che vuol distruggere. È quanto hanno fatto molti caudillos sudamericani anche senza il web, come Castro a Cuba, Chávez e Maduro in Venezuela. È una politica dove contano i capipopolo, le emozioni, gli insulti, le accuse. Mentre conta meno il sapere, la riflessione, il progetto. Io penso che per i paesi europei sia ancora preferibile il regime parlamentare dove i cittadini scelgono con cura i loro rappresentanti e poi dicono quello che pensano e vogliono sul web.

State attenti il Pd è finito la sinistra no. Il mondo della scuola, della magistratura, della finanza, della cultura e dei centri nevralgici dello Stato sono saldamente in mano a una classe dirigente storicamente profondamente di sinistra, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 09/09/2018, su "Il Giornale". Si fa in gran parlare nei giornali e nei dibattiti estivi del tentativo in corso di ricostruire se non il Pd almeno una sinistra credibile e competitiva sul piano elettorale. La prima considerazione è che c'è una sproporzione abissale tra il tanto spazio dedicato al tema sui mezzi di informazione e la scarsa affluenza di pubblico alle varie feste dell'Unità sui cui palchi si alternano vecchi residuati bellici, tipo Veltroni, e aspiranti neocapi, da Martina a Zingaretti. È questo il segno che il futuro della sinistra non interessa più a nessuno, neppure ai militanti storici, probabilmente nauseati dalla continua e inconcludente guerra tra le varie bande interne. Che ne sarà del Pd è un quesito che ormai si pongono solo opinionisti nostalgici, intellettuali allo sbando e politici frustrati. Un paese apparentemente desinistrizzato è un sogno che si avvera, e se così fosse sarebbe una sorta di «missione compiuta» da parte di chi ha combattuto decenni, in politica e sui posti di lavoro, per raggiungere questo obiettivo. Se fosse vero, ma non lo è. Stiamo commettendo l'errore di fare coincidere la fine di un partito con la fine di un'ideologia, il momentaneo successo di Salvini con il definitivo riscatto di tutto ciò che non è di sinistra. Stiamo attenti. Già questo governo è nel suo dna di sinistra perché i Cinquestelle sono un movimento di neo-estrema sinistra, come hanno dimostrato tutte le analisi dei flussi elettorali. Ma cosa assai più importante è che il mondo della scuola, della magistratura, della finanza, della cultura e dei centri nevralgici dello Stato sono saldamente in mano a una classe dirigente storicamente profondamente di sinistra. La quale non ci pensa neppure a farsi da parte solo perché, per la prima volta dal Dopoguerra, è rimasta orfana di un solido, organizzato e agguerrito partito di riferimento. Macché, questo sistema, sopravvissuto e anzi cresciuto nonostante elettoralmente minoritario negli anni del berlusconismo imperante, certo non disarmerà per le urla di Salvini o l'arroganza del finto democristiano Di Maio. Anzi, i buoni comunisti danno il meglio di sé proprio quando sentono squilli di battaglia e annusano l'odore del sangue. Il loro scopo oggi non è certo quello di resuscitare l'ormai inutile Pd, semmai è di sabotare la Lega (operazione già in corso) e infiltrarsi ancora di più nei Cinquestelle. Quindi per un liberale c'è poco da festeggiare e disarmare, perché il Pd sarà pure in rotta ma la sinistra è viva e vegeta.

La sinistra è un generatore d’odio “democratico”. Se ti chiami Casa Pound neanche la festa puoi fare, scrive il 7 settembre 2018 Emanuele Ricucci su "Il Giornale". Ora che la sinistra è regredita allo stato di Ivano “il terribile”, l’ eroe antifascista di Rocca di Papa, da cui ripartire secondo Gramellini, per la sua meravigliosa natura di essere mitologico, metà Masaniello con la Panda, metà Fabrizio Bracconeri ne I ragazzi della Terza C, e ripercorre la strada che fu di Carlo Verdone, tra Ametrano, il ribelle popolano, e l’hippy di “Love love love”, immaginavamo che la sua dimensione neo-popolare, genuina, trionfasse su quella snob e progressista, densa d’odio. E invece no, quel residuo di nevrotica malignità è compatto. I “compagni” aspettano Godot e un dibattito per salvarsi, anziché cercare una decisione, col senso di auctoritas non veritas facit legem, passano da Gramsci, Pasolini, Marcuse e Habermas (che di recente ha affermato che il populismo trionfa perché la sinistra non lotta), e preferiscono “retrocedere” negli Ivano, negli chef Rubio (uno che a due rapinatori tirerebbe endecasillabi sciolti e non utilizzerebbe il taser, perché la violenza si neutralizza con la cultura), e nei Christian Raimo, che pare confermare la vulgata, ovvero che la sinistra dell’odio cieco dovrebbe ripartire non dai padri ma dalla ribellione urbana ed erotica della carne e non dello spirito: da Genova 2001, acida violenza politica. Ai compagni feriti e intolleranti non resta che volere la democrazia vietandola, anche oltre la legge. E se ti chiami Casa Pound, neanche la festa puoi fare. Perché in piazza, per il precario grossetano che prende 400 euro al mese, senza contratto, per tredici ore di lavoro al giorno, le sinistre unite non le vedremo, ma per impedire una legittima ricorrenza politica altrui, sì. Venti sigle separate, con in testa l’Anpi, contro la festa di Casa Pound Italia a Grosseto, a cui parteciperanno tra gli altri Diego Fusaro e Alessandro Giuli; tre giorni di musica, cultura e dibattiti sull’Italia e l’Europa di oggi. Da oggi, le sinistre tutte scenderanno in piazza per una contromanifestazione dal titolo “Restiamo umani”, con la partecipazione persino della Regione Toscana, per «difendere la democrazia», dicono gli organizzatori. Si farà di tutto per impedire la festa di Cpi, insomma, non con la forza del pensiero critico ma della imborghesita superiorità. Ma forse, questo, è solo un gesto in memoria delle piadine morte di solitudine alle Feste dell’Unità deserte, vuote, in tutta Italia.

Un imprenditore del Quattrocento contro la decrescita dei pentastellati. "Arricchirsi con onore" di Benedetto Cotrugli è un manuale del perfetto business man, scrive Massimiliano Parente, Venerdì 01/06/2018, su "Il Giornale". «Ma il mondo è corrotto e manca tanto di senno che non solo gli uomini non si preoccupano di sapere, ma non vogliono nemmeno, anzi, cosa che è peggiore e detestabile, quelli che hanno una certa istruzione vengono infamati e derisi». Sembra un pensiero di Roberto Burioni quando discute con arroganti e ignoranti No-Vax, sembra Di Maio, studente fuoricorso che non azzecca un congiuntivo, che spiega la Costituzione a Mattarella, sembra la situazione dell'Italia di oggi, dove si preferisce mandare in Parlamento un uomo comune al posto di uno che abbia studiato e abbia competenze e magari abbia anche realizzato qualcosa di importante in qualche campo. Invece siamo nel 1458, e l'autore è rimasto pressoché sconosciuto per secoli: si chiama Benedetto Cotrugli e il libro si intitola Arricchirsi con onore (Mondadori), un elogio del business e dell'imprenditoria in pieno Quattrocento, quando ancora ai tempi nostri assistiamo a un dibattito tra Luigi De Magistris e Flavio Briatore con il primo che accusa il secondo di non aver mai lavorato perché ricco. Ecco, Cotrugli aveva capito che l'imprenditoria è il motore del mondo, e in un tempo in cui essere mercanti non era visto di buon occhio neppure dalla religione (in realtà neppure oggi, il denaro è rimasto «lo sterco del demonio»). Lui, non solo mercante ma anche console della Repubblica marinara dalmata, giudice, maestro di zecca a Napoli e a L'Aquila e ministro di stato della corte aragonese, puntava «al riscatto morale della figura del mercante, il quale in tempi antichi era visto dalla religione come colui che non può perseguire la ricchezza senza compiere atti non sempre onesti». Immagine che è rimasta ancora oggi, e che vince perfino le elezioni: gli imprenditori, le banche, i business man sono visti come la causa di tutti i mali, per non parlare della parola «consumismo», da noi disprezzata tanto dai vecchi democristiani, fascisti e comunisti, quanto oggi dai grillini che vogliono la decrescita felice. Cotrugli non voleva decrescere, era un imprenditore moderno prima ancora che fosse scoperta l'America, un illuminista ante litteram del business. E le sue riflessioni sono attualissime. Era arrivato perfino a comprendere la necessità della flessibilità: «Un mercante abile deve anche sapere cambiare o modificare al momento opportuno la propria attività, quando l'utile diminuisce perché vi si sono dedicati in molti. Sappi tu venirne fuori con destrezza». E aveva un'idea precisa anche della pubblicità, l'anima del commercio, per cui si doveva tenere alto il proprio nome, «come è d'uso a Venezia: Saponi dei Vendramini e zuccheri di maestro Bon, e questi due sono straricchi soltanto per il buon nome, come è noto a ogni sorta di gente. E chiunque eserciti un'attività mercantile deve curarla con ogni attenzione». Senza parlare del profitto, qui non si può nominare, l'anticapitalismo ce lo ha reso una brutta parola, grazie a marxisti, comunisti e democristiani, ma Cotrugli sa che «la mercatura è un'arte, ovvero una disciplina praticata da persone legittimate a farlo, ordinata secondo giustizia e relativa alle cose commerciali, per la conservazione del genere umano, ma pure con speranza di guadagno». Applicate questo pensiero a tutti i moderni oppositori complottisti di Big Pharma, che pretenderebbero che una casa farmaceutica investisse anni di ricerca per poi non guadagnarci niente, mentre preferiscono comprare un prodotto omeopatico di una multinazionale che non investe niente ma vendendo acqua e zucchero ci guadagna molto di più (per Cotrugli non sarebbero «persone legittimate a farlo»). Oppure pensate alla burocrazia delle leggi italiane, che scoraggiano gli investitori stranieri e alle quali nessuno mette mano. Cotrugli c'era già arrivato e scrive: «Le attività andrebbero avviate in luoghi in cui vi è certezza delle leggi e in cui l'amministrazione della giustizia è rapida e efficiente, perché per il mercante sono una difficoltà non da poco le dispute dei giuristi, nemici della borsa». Incredibile, ha detto proprio così, nemici della borsa. In pratica coloro che si accingono a governare l'Italia nel 2018.

Galli della Loggia, nel nuovo libro speranze e ideologie d’Italia. Ernesto Galli della Loggia, «Speranze d’Italia. Illusioni e realtà nella storia dell’Italia unita» (il Mulino, pagine 325, euro 24). Progetti falliti e illusioni tramontate sotto la lente dell’editorialista del «Corriere» che mette a fuoco problemi irrisolti della vita nazionale in una raccolta di saggi (il Mulino), scrive Michele Salvati il 7 marzo 2018 su "Il Corriere delle Sera". L’ultimo libro di Ernesto Galli della Loggia si intitola Speranze d’Italia, come quello scritto nel 1844 da Cesare Balbo, torinese, patriota e politico liberale che morì prima di vedere le sue speranze in parte realizzate. L’identità del titolo è intenzionale, ci dice Galli della Loggia, «è una scelta che allude alla necessità, oggi come un tempo, di ridisegnare un domani per il Paese». Peccato che i saggi raccolti in questo libro di speranze ne lascino assai poche. Sono sedici scritti già pubblicati tra il 1980 e il 2010 (il grosso negli anni Novanta) e gli unici due inediti riguardano vecchie vicende. E così anche i due scritti dopo il 2000: l’esperienza della cosiddetta «Seconda Repubblica» è largamente fuori dal raggio di interesse della raccolta. Perché questa scelta? La «speranza» non deve forse agganciarsi alla situazione attuale del nostro Paese? Un Paese senza un progetto condiviso, che le recenti elezioni consegnano alla confusione e all’incertezza. Galli della Loggia poteva forse aggiungere altri saggi — e molti editoriali che ha scritto per il «Corriere della Sera» — i quali testimoniano il suo interesse per le vicende politiche e ideologiche a noi più vicine: quelli che di recente ha ripubblicato con Marsilio, nel volume Il tramonto di una nazione, non mi sembra lascino aperte grandi speranze per il futuro. Non l’ha fatto in questo libro — sottopongo all’autore la mia interpretazione — perché probabilmente egli considera conclusa la fase di ricerca storica di cui i saggi ripresentati in Speranze d’Italia disegnano il decorso. Traggo questo giudizio dalla stessa introduzione al volume. Una introduzione relativamente breve, in cui Galli della Loggia non aggiunge altri materiali interpretativi, ma si limita a una sintesi delle principali conclusioni a cui i diversi saggi pervengono. E però, con molte cautele, avanza una pretesa di originalità — specie per il passaggio dalla ricerca a una diffusione ideologica più ampia — piuttosto chiara. Afferma infatti: «Gli scritti presenti nel libro rappresentano una prima messa a fuoco dei temi indicati» (sono quelli di cui i singoli saggi trattano: «Il Risorgimento e dopo: il ruolo negativo dello scontro tra liberalismo e cattolicesimo»; «Una Resistenza tradita?»; «Patologie italiane: il fascismo sempre in agguato e l’antifascismo perenne»; «Perché fu sconfitta la cultura liberal-democratica in Italia»; «L’azionismo immaginario, ovvero il partito democratico mancato»…). E aggiunge: «Ma pur con tale riserva mi sembra che nel loro insieme essi disegnino in modo abbastanza compiuto un primo abbozzo di quella visione del nostro Paese di cui abbiamo bisogno». Se questa pretesa sia sostenibile lo diranno gli storici. Come economista — da molto tempo convinto che lo sviluppo economico non si possa spiegare senza un’analisi comparata delle istituzioni e delle idee politiche dominanti — posso solo ricordare con piacere la ventata di novità che colpì il «Corriere della Sera», ancora immerso nella visione storica di Giovanni Spadolini, con l’arrivo alla direzione di Paolo Mieli, allievo di Renzo De Felice, e con lui di Galli della Loggia, anch’egli influenzato dalla grande opera sul fascismo. E più tardi si unirà a loro Pierluigi Battista. Colpivano la sicurezza e il coraggio delle loro analisi, la mancanza di esitazione nell’attaccare mostri sacri per la vulgata di sinistra come Piero Gobetti, Antonio Gramsci e Norberto Bobbio. Tutti caratteri che il lettore ritrova nei saggi raccolti in questo libro, in modo più disteso e argomentato. Se però sono credibili le dissacrazioni delle principali ideologie del Novecento (di tutte, e in particolare di quella che Galli della Loggia chiama «l’ideologia italiana»: il saggio su Alfredo Oriani, un autore oggi dimenticato di cui sia Gramsci che Gobetti avevano stima, è a mio giudizio il più bello di tutto il libro), si pone un problema: dove appoggiarsi per nutrire qualche speranza per il futuro? Quale visione, attraente per i comuni cittadini, ma sostenuta anche dai ceti dirigenti e compatibile con i caratteri attuali del capitalismo, ha in mente Galli della Loggia per giustificare il titolo del suo libro? Non erano solo le parrocchie e la Chiesa, salvo per i primi anni del dopoguerra, a sostenere il grande consenso alla Democrazia cristiana, ma il travolgente sviluppo economico che ne seguì e l’avversione degli italiani per cambiamenti radicali. Poi la storia del nostro Paese, con tutte le sue peculiarità ideologiche, entra nel solco della grande storia europea e internazionale, che ne scandisce i ritmi e ne determina i possibili sviluppi: le peculiarità ideologiche italiane — quelle di cui tratta Galli della Loggia — sono soprattutto importanti per comprendere occasioni di sviluppo e modernizzazione che l’Italia non colse e stanno alla radice dell’attuale ristagno. Di esse ho fatto di recente un breve riassunto in un commento incluso nell’ultimo «Annale» della Fondazione Feltrinelli (L’approdo mancato, a cura di Franco Amatori) e a questo devo rinviare, sottolineando che una vera storia è fatta certamente da idee e ideologie, ma mischiate sapientemente con i fatti — economici, sociali, politici e istituzionali — che vi devono aggiungere una dose sufficiente di credibilità ed efficacia mobilitante. Oggi, in parte anche per effetto dell’attacco dissacratore di Galli della Loggia, le mistificazioni sulle quali quelle ideologie si reggevano sono state svelate ed esse sono morte. Che cosa le ha sostituite? L’abbiamo visto nella campagna elettorale che si è appena conclusa: il grido qualunquista di «onestà, onestà» dei Cinque Stelle? Il rozzo appello xenofobo della Lega? Il semplice richiamo alla competenza e a un’Unione Europea sempre in crisi? Insomma, verrebbe quasi da rimpiangere le vecchie ideologie e le false interpretazioni della storia italiana che Galli della Loggia critica in questo libro. Criticarle è stato però un passo importante e meritorio, preliminare a quello di fondare la speranza su basi nuove.

SETTARI E TOTALITARI. PERCHÉ AIUTARLI A PRENDERE IL POTERE? Scrive l'8 Marzo 2018 Stefano Maturin su "Stradeonline". Il successo del Movimento 5 stelle pone un bel problema alle forze politiche tradizionali, o a quel che ne rimane, e a tutto l'establishment che forma la classe dirigente italiana, che forse è utile evidenziare. Sostenere un esecutivo grillino significa appoggiare un'organizzazione settaria portatrice di un'ideologia eversiva e totalitaria, incompatibile con le istituzioni della democrazia rappresentativa, con lo stato di diritto e con i valori della libertà e della responsabilità personale. Il Movimento 5 Stelle non si presenta infatti come una forza politica che propone ricette concrete e politiche pubbliche, in base alle quali contendere ad altri partiti i voti degli elettori, e quindi la gestione del potere. Si pone invece come una setta portatrice di un messaggio salvifico astratto di purificazione della società dal male, dai vizi, dalle illegalità. L'obiettivo di purificazione sociale è il tratto distintivo di tutte le ideologie totalitarie: a cambiare sono solo le narrazioni - i nazisti volevano creare una società fondata sulla purezza razziale, il comunismo voleva la "società senza classi" perfetta, l'islamismo vuole istituire la società islamica regolata nei minimi comportamenti dalla Sharia, il grillismo vuole realizzare la società integerrima degli onesti - ma in tutte queste esperienze ideologiche le proposte effettive tendono a essere irrilevanti, rispetto all'obiettivo salvifico collettivo. Nella logica settaria, inoltre, non vi può essere spazio per il pluralismo democratico: altri partiti, altre proposte, diventano necessariamente i "fattori inquinanti" che il progetto purificatore deve contrastare e possibilmente eliminare del tutto. Sul piano organizzativo, queste "sette ideologiche" sono obbligate a sopprimere qualsiasi dibattito e democrazia interna, e a strutturarsi secondo gerarchie e discipline rigidissime, in cui i capi della setta - nel caso del M5S sorprendentemente un imprenditore milanese, Davide Casaleggio, e la sua società di comunicazione - stabiliscono obiettivi e direttive, a cui tutti gli aderenti sono tenuti tassativamente ad attenersi. La legittimazione di dissensi e critiche interne, l'accettazione di un dibattito trasparente e l'adozione di un metodo "a maggioranza" nel formulare gli obiettivi politici dell'organizzazione significherebbero, infatti, rinunciare alla vocazione salvifica di purificazione sociale collettiva di tutta l'esperienza, e riconoscere che gli obiettivi politici sono il prodotto delle idee di alcuni individui, che sono riusciti a farle prevalere su quelle di altri. Per questa ragione, nel Movimento 5 stelle, non è possibile una "democrazia interna", e i dissidenti non possono che subire il destino dell'espulsione, dopo il rito farlocco del voto sulla piattaforma web della Casaleggio Associati.

Il vantaggio delle ideologie settarie, tuttavia, è che sono impermeabili al fallimento, e, se il disagio economico e lo smarrimento psicologico degli individui raggiungono livelli tali da creare un terreno fertile, il loro messaggio salvifico attecchisce in modo virulento. Gli esponenti del Movimento 5 Stelle - così come tutti gli altri capi di altre esperienze totalitarie - possono essere protagonisti di qualsiasi scandalo, dimostrarsi del tutto incapaci di governare, trascinare le comunità nel tracollo economico e fomentare odio e violenza sociale, eppure potranno sempre negare le proprie responsabilità, attribuendole a ipotetici nemici del progetto salvifico ed evocando oscuri complotti di poteri forti contro i "cittadini". Dopo la vittoria del 4 marzo si fanno sempre più forti, nel mondo tramortito dell'establishment tradizionale - dai vecchi notabili del Partito Democratico a quelli dei "corpi intermedi" come Confindustria, agli esponenti del giornalismo, delle accademie e dei think tank di palazzo - le voci che addirittura spingono per appoggiare un esecutivo 5 stelle, che cercano di esorcizzarne la vocazione totalitaria descrivendolo con toni concilianti come un partito di giovani ingenui e con qualche bizzarria populista. Forse è il tentativo di una classe dirigente storicamente garante dello status quo di un Paese paralizzato e tenuto ostaggio da un debito schiacciante, da inefficienze patologiche, e da una miriade di sistemi di potere clientelari pubblici e privati, di comprarsi ancora un po' di tranquillità nei prossimi mesi o anni. È facile intuire come un Casaleggio titolare di un successo travolgente ma non sufficiente ad ottenere i numeri parlamentari per governare abbia tutto l'interesse ad adescare queste classi, incaricando Luigi Di Maio di lanciare messaggi di apertura al dialogo, ma sembra improbabile che questi gesti rappresentino una mutazione in senso democratico della natura settaria del M5s. È fin troppo facile e scontato, per contro (e forse un po' troppo catastrofista, dopotutto siamo nel 2018, e saldamente imbrigliati nei trattati e nell'economia interconnessa dell'Unione Europea) far paragoni con eventi verificatisi qualche decennio fa, in circostanze molto simili, in Italia, e in Germania.

Vademecum del populista, scrive Piero Sansonetti l'8 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Cos’è il populismo? Non sono uno studioso di politologia per dare una spiegazione teorica. Posso provare a “nominare” alcune caratteristiche che tornano sempre e che sono elementi fissi nella fisionomia populista. A me ne vengono in mente quattro.

Il giustizialismo. Tutti i movimenti populisti hanno questa impronta. Non esistono movimenti populisti garantisti, e neppure libertari. L’idea di fondo che sorregge il populismo è quella dell’uso della macchina della giustizia per creare equità sociale. Vademecum del perfetto populista. Di conseguenza la giustizia non coincide più con lo Stato di diritto. La giustizia assume una struttura e una finalità diversa: è una mescolanza tra la sua natura giuridica e la sua natura sociale. Non c’è più distinzione tra diritto e giustizia sociale. E la macchina della giustizia è chiamata al compito di fondere queste due categorie. Così la giustizia non deve occuparsi più di perseguire il reato, e di accertarlo, ma ha il compito di appianare l’ingiustizia. Dal punto di vista lessicale questa idea è anche sensata. E’ logico che giustizia e ingiustizia si contrappongono. E’ chiaro però che per arrivare a questa contrapposizione, e alla fusione tra giustizia giuridica e giustizia sociale, occorre mettere tra parentesi lo Stato di diritto. Il giustizialismo prevede che sia perseguita l’ingiustizia al di là del codice penale. E prevede che la ricerca della prova sia utile ma non essenziale. Il giustizialismo considera la rinuncia allo stato di diritto, e dunque anche alla presunzione di innocenza e al pieno diritto alla difesa, come rinuncia dolorosa ma indispensabile per dare una scossa alla società e per ricostruire una forma di Stato che abbia al suo centro l’etica, e tenga solo in secondo piano il diritto. Il giustizialismo ha come obiettivo lo Stato etico. Non necessariamente violento e dittatoriale, come in genere si configura lo Stato etico, o, almeno, come sempre si è presentato in passato. Il sogno del giustizialismo è uno stato etico dal volto umano, che conservi in gran parte la forma democratica, ma senza considerare la democrazia una conditio sine qua non.

La guerra dei penultimi. Il populismo è fondato su un’idea molto precisa di popolo. Il popolo non è tutto, mai, in nessuna dottrina politica. Nel marxismo il popolo viene fatto spesso coincidere con la classe operaia, oppure con i lavoratori. Con l’esclusione della plebe, del sottoproletariato, e talvolta anche della piccola borghesia. “Piccolo borghese”, nel gergo marxista, è sempre stato qualcosa di molto vicino a un insulto. Nella dottrina populista invece il piccolo borghese è il dna del popolo. E l’operazione sociale populista è quella di unificare la piccola borghesia e il proletariato, e di creare un popolo dei penultimi che lotti contro gli ultimi e contro i primi, cioè l’establishment, l’alta borghesia e le classi dirigenti. Chi sono gli ultimi? Tutti gli emarginati, e in particolare, naturalmente, gli illegali e soprattutto gli illegali stranieri. La xenofobia non è un risvolto ideologico e astratto del populismo, ma è il suo risvolto sociale. Lo straniero visto come ultimo, e dunque come nemico del popolo al pari degli illegali poveri, e del vertice della società. Ho scritto “illegali poveri”, per distinguerli da quelli meno poveri. Il populismo condanna rigorosissimamente i piccoli reati del sottoproletariato, o dei giovani, e i reati economici dei ricchi; è disposto invece a tollerare le piccole evasioni o i reati economici “difensivi” del ceto medio.

L’odio al posto della lotta. Il populismo, come tutti i movimenti che suscitano un ampio consenso, si basa su una ideologia. L’ideologia populista però non è costruita su un progetto politico ma su un sentimento: l’odio. L’odio di classe era un sentimento previsto e diffuso nell’immaginario marxista. Ma era concepito come supporto alla lotta. Il marxismo puntava tutte le sue carte sulla lotta di massa: gli scioperi, i cortei, l’occupazione delle fabbriche o delle università, talvolta addirittura il luddismo, la battaglia parlamentare condotta anche con mezzi estremi, come l’ostruzionismo. L’odio era solo uno strumento. In che senso? La “bibbia” era la lotta di classe, l’odio di classe era il carburante per spingere la lotta di classe. Nel populismo invece l’odio diventa qualcosa più di uno strumento. Diventa, appunto, ideologia. Tu sei tanto più coerente con le finalità del movimento quanto più riesci a odiare e ad esprimere il tuo odio pubblicamente. L’odio ti è richiesto e viene usato come strumento di proselitismo, di propaganda. E anche di unificazione del popolo. L’odio è l’identità. L’odio è un valore, anzi: il valore. La lotta politica è una categoria che quasi sparisce, interamente surrogata dall’odio.

Il rifiuto della politica. La conseguenza dell’ideologia dell’odio è il disprezzo per la politica. Quando si dice che il movimento populista è l’espressione della antipolitica, non si sostiene che il movimento non ha un peso sulla politica. Semplicemente che rifiuta e denuncia gli strumenti tradizionali della politica: la strategia, il programma, la ricerca dell’intesa, la delega. E – appunto – la lotta di massa. Il movimento populista condanna queste pratiche. Propone la democrazia diretta ma spesso indica un modello di democrazia diretta del tutto platonico, e in questo modo, mentre combatte la politica e i suoi metodi, avvia un percorso di abolizione della democrazia delegata e cioè – in ultima istanza – della democrazia. Mi fermo qui. E pongo una domanda. Su quali di questi punti si differenziano Movimento Cinque Stelle e Lega? A me sembra che la Lega sia più moderata, i 5 Stelle più radicali, ma non vedo differenze sostanziali (forse ci sono differenze solo sull’ultimo punto, perché la Lega è favorevole alla democrazia politica). Per questo non capisco perché non dovrebbero trovare il modo per governare insieme.

Spotify nel paese degli onesti, scrive Mauro Munafò l'8 marzo 2018 su "L'Espresso". La popolare app musicale Spotify, che permette di ascoltare musica in streaming, è finita negli ultimi giorni protagonista della cronaca per un fatto piuttosto curioso. In prossimità della sua quotazione in borsa (e con qualche guaio nei conti), i gestori dell'applicazione hanno deciso di "bannare", cioè impedire l'uso del servizio, tutti gli utenti che stavano utilizzando applicazioni non ufficiali per evitare di pagare ma ottenendo lo stesso alcune funzionalità riservate agli abbonati paganti. Non mi dilungo nelle tecnicalità della questione, anzi cerco di riassumere il tutto nel modo più semplice possibile: chi usa Spotify gratis deve sorbirsi delle pubblicità e delle grosse limitazioni nell'ascolto della musica (tipo non poter saltare canzoni, non poter scegliere un brano specifico ecc). Chi paga l'abbonamento di 10 euro al mese invece ha delle funzioni in più. È il modello di business "freemium": alcune cose sono gratis perché almeno in parte finanziate dalla pubblicità, altre se le vuoi le paghi perché la pubblicità da sola non basterebbe a coprirne i costi (Spotify deve pagare alle major discografiche un tot per ogni ascolto). L'esistenza di app non ufficiali permetteva agli utenti di avere molte opzioni della parte a pagamento senza tirar fuori un euro e l'obiettivo di Spotify è chiaramente quello di portare almeno una parte di questi utenti verso la versione a pagamento della sua applicazione. Ma la parte divertente della storia non è questa. Come scoperto dalla pagina Social media epic fail, i tanti utenti che sono stati cacciati dal servizio non l'hanno presa bene e hanno deciso di vendicarsi. Negli ultimi giorni gli store digitali di Apple e Android sono pieni di recensioni con una stellina e pesanti critiche (una selezione la trovate in testa a questo post). "Come vi permettete voi di impedirmi di rubare un vostro servizio e addirittura di chiedermi dei soldi?". Ora, è difficile trovare qualcuno che non abbia mai scaricato una canzone o un film pirata o masterizzato un cd illegalmente: inutile fare i moralisti. Il fenomeno che trovo interessante è invece la pretesa da parte di chi è chiaramente nel torto di avere ragione: io pretendo di rubarti il tuo servizio e guai a te se mi chiedi pure un compenso. Anzi, visto che lo hai fatto, ti punisco mettendoti una stellina e criticando il tuo lavoro per cui non ti ho mai pagato. In un paese in cui tutti, ma proprio tutti, si lamentano della poca onestà dei politici o dell'arroganza dei potenti, questi piccoli esempi ci ricordano quanto la classe dirigente rappresenti il suo popolo.

Il Comunista Benito Mussolini ucciso dai comunisti. Quello che la sub cultura post bellica impedisce di far sapere ai retrogradi ed ignoranti italioti. Non fu lotta di liberazione, ma solo lotta di potere a sinistra. La sola differenza politica tra Mussolini e Togliatti era che il Benito Leninista espropriò le terre ai ricchi donandola ai poveri, affinchè lavorassero la terra per sé ed i propri cari in una Italia autonoma ed indipendente nel panorama internazionale; il Palmiro Stalinista voleva espropriare le proprietà ai ricchi per far lavorare i poveri a vantaggio della nomenclatura di Stato assoggettata all’Unione Sovietica. Mussolini è stato più comunista di Fidel Castro. Quel Castro che mai si era dichiarato comunista. Se non che, con l'appellativo di Líder Máximo ("Condottiero Supremo"), a quanto pare attribuitogli quando, il 2 dicembre 1961, dichiarò che Cuba avrebbe adottato il comunismo in seguito allo sbarco della baia dei Porci a sud di L'Avana, un fallito tentativo da parte del governo statunitense di rovesciare con le armi il regime cubano. Nel corso degli anni Castro ha rafforzato la popolarità di quest'appellativo. Castro doveva scegliere: o di qua o di là. L'hanno costretto a scegliere l'Unione Sovietica. Ecco chi era “Il Compagno Mussolini”. Il 18 marzo 1904, a Ginevra, Benito Mussolini tenne una conferenza per commemorare la Comune di Parigi. Secondo Renzo De Felice, il più noto biografo di Mussolini, è stata, questa, l’unica occasione in cui il Duce vide Vladimir Ilic Uljanov Lenin, anche lui presente al convegno. Ma Mussolini potrebbe avere incontrato l’esiliato russo anche a Berna, l’anno prima: era solito, infatti, pranzare alla mensa Spysi, dove anche Lenin e Trotsky mangiavano con regolarità. Dopo la Marcia su Roma, il Capo del Cremlino aveva rimproverato una delegazione di comunisti italiani (c’era anche il romagnolo Nicola Bombacci): «Mussolini era l’unico tra voi con la mente e il temperamento adatti a fare una rivoluzione. Perché avete permesso che se ne andasse?».

Viva le bandiere rosse della rivoluzione. Io saluto con ammirazione devota e commossa le bandiere vermiglie, scrive Benito Mussolini il 5 luglio 1917, (pubblicato da "Il Giornale" il 14/08/2016).  Io saluto con ammirazione devota e commossa le bandiere vermiglie che dopo aver sventolato una prima volta nelle strade e nelle piazze di Pietrogrado in un pallido nevoso mattino di primavera, sono diventate oggi l'insegna dei reggimenti che il 1° luglio sono andati all'assalto delle linee austro-tedesche in Galizia e le hanno espugnate. Io m'inchino davanti a questa duplice consacrazione vittoriosa, contro lo zar prima, contro il Kaiser oggi.

«Le conquiste sociali del Fascismo? Non si trattava solo dei treni in orario. Assegni familiari per i figli a carico, borse di studio per dare opportunità anche ai meno abbienti, bonifiche dei territori, edilizia sociale. Questo perché solo dieci anni prima Mussolini era in realtà un Socialista marxista e massimalista che si portò con sé il senso del sociale, del popolo. Le dirò in un certo senso il fascismo modernizzò il paese. Nei confronti del Nazismo fu dittatura all’acqua di rose: se Mussolini non avesse firmato le infamanti leggi razziali, sarebbe morto di morte naturale come Franco. Resta una dittatura, ma anche espressione d’italianità. Bisognerebbe fare un’analisi meno ideologica su questo. Quello che ha ottenuto il fascismo in campo sociale oggi ce lo sogniamo». – Margherita Hack. La celebre astrofisica Margherita Hack candidata nel movimento politico "Democrazia Atea" come capolista alla Circoscrizione Veneto 2, ha rilasciato il 23 marzo 2013 un'intervista alla rivista Barricate che sicuramente farà molto discutere. Margherita Hack nell'intervista però ammette anche di essere comunista nonostante "il Comunismo ha soppresso le libertà. Io sono per la tutela della proprietà privata, il rispetto dell'individuo che non è solo gruppo. Questo è socialismo puro. Poi guardi basterebbe rispettare la Costituzione per avere una società più giusta".

Le due Sinistre: contro il popolo e senza il popolo, scrive Paolo Ercolani l'8 marzo 2018 su "L'Espresso". Una poltrona per due...Sarebbe riduttivo affermare che Matteo Renzi è lo sconfitto di queste elezioni. È riduttivo. Significa non voler vedere che a uscire sconfitta è la Sinistra nel suo insieme. Infatti se anche fosse vero, come pur molti hanno detto, che la colpa del segretario del Pd è stata quella di aver abbandonato il popolo della Sinistra, allora non si capirebbe perché questo popolo non ha fatto convogliare il proprio voto sulle tante altre formazioni che, a diverso titolo e con differenti estremismi verbali e simbolici, si sono richiamati ai valori e alle bandiere tradizionali del socialismo e della socialdemocrazia. Quello che emerge da queste elezioni, piuttosto, sono ben due sinistre. E non sembri ironica, la cosa, visto che ci si è trovati di fronte a una disfatta tale da far piuttosto immaginare una sparizione della Sinistra in quanto tale.

La prima Sinistra, quella del Pd, ha mostrato con le sue politiche di essere contro il popolo, contro la difesa dei più deboli e delle tante persone duramente colpite dalla crisi economica e da una disuguaglianza sociale che ormai si è fatta intollerabile. In compenso a favore delle banche e delle classi sociali più ricche e tutelate. È la sinistra del Pd ma anche quella di Liberi e Uguali, i cui dirigenti, oltre ad essersi accaparrati i (pochi) posti in Parlamento, con logiche non dissimili da quelle utilizzate da Renzi e dalla sua cricca, non sono risultati convincenti e neppure credibili. Visto che avevano precedentemente appoggiato tutte le misure più impopolari del governo Monti, per esempio, come anche quelle dello stesso governo Renzi, ma considerato anche che hanno costruito una compagine politica attraverso logiche elitarie, irrispettose dei territori, e nella totale assenza di un programma politico pensato e credibile.

Alla Sinistra contro il popolo messa in atto dal Pd, si è aggiunta la Sinistra senza popolo di tutti coloro che, a sinistra dei democratici, non hanno saputo catalizzare la fiducia della gente, ricorrendo a simboli superati, a slogan buoni per il secolo scorso, a proposte ritenute scarsamente efficaci e credibili per una popolazione che non ne può più di una lunga serie di cose. Si è fatto presto, troppo presto a prendersela con gli “altri”, a tirare fuori l’epiteto fastidioso e borioso di “populismo”. Troppo semplicisti e arroganti quelli del Pd, a ironizzare sui limiti culturali del Movimento Cinque Stelle e a bagatellare la Lega di Salvini come razzista (non che le due cose non siano in parte vere…) , poco credibili e sterili quelli a sinistra del Partito Democratico a scaricare tutte le colpe su Matteo Renzi, che fra le tante cose è stato il prodotto finale proprio di quella Sinistra, che a partire dal 1989 non ha saputo far altro che dividersi fra coloro che si sono genuflessi davanti all’ideologia neoliberale, e coloro che hanno ben visto di tornare indietro di almeno un secolo, senza riguardo per la Storia né per il ridicolo. Ma è bene essere intellettualmente onesti e chiari: sarebbe troppo facile anche sparare contro la Sinistra limitandosi alle sue evidenti inadeguatezze da un trentennio a questa parte. Sì, perché qui il discorso è più complesso, e proverò a semplificarlo con una domanda: si può veramente, in questo contesto storico e geopolitico in cui l’ideologia neoliberista ha preso il sopravvento, pensare e soprattutto attuare delle politiche veramente di sinistra, cioè a tutela della giustizia sociale, del riequilibrio dei diritti e della difesa dei lavoratori? Chi ci ha provato, pensiamo a Tsipras in Grecia, ha fatto una fine a tutti nota. E questo malgrado l’ampissimo consenso popolare ottenuto. Lo strapotere della teologia finanziaria, e delle istituzioni sovranazionali (e non democratiche) ad essa collegate, è tale da rendere estremamente ardua l’esecuzione di politiche di Sinistra anche a chi ha le idee (e le intenzioni) decisamente più strutturate. Figuriamoci a una classe politica confusa, mediocre e concentrata su logiche di potere quale è la nostra sempre a partire dal fatidico post-ottantanove. Il capitalismo è in una fase molto simile a quella di cento anni fa, quando i suoi danni sfociarono in un disastro politico, con l’emergere di regimi totalitari e la tragedia di guerre sanguinose e distruttive al seguito. Quando le cose si mettono così, abbiamo visto storicamente che la Sinistra può ben poco, mentre le popolazioni esasperate si rifugiano comprensibilmente in chi promette loro vie di uscita fin troppo semplici e salvifiche. E naturalmente illusorie, perché i cosiddetti poteri forti non consentiranno neppure ai demagoghi vincenti di casa nostra di mettere in atto quasi nessuna delle promesse con cui sono arrivati al successo. La situazione è grave ed anche seria. E priva di soluzioni facilmente individuabili. Per quello che vedo, al momento, una Sinistra responsabile (anzitutto verso il Paese) e che voglia continuare a giocare un ruolo (e ad evitare il ripetersi di certe sciagure) può fare solo due cose. Nel breve termine aiutare dall’esterno (quindi senza posti di potere in cambio, né “inciuci) la parte meno negativa di coloro che hanno ottenuto il consenso popolare. Quindi quelli che non sono dichiaratamente di Destra né rischiano di portare il Paese verso quella china pericolosissima. Nel medio-lungo termine, e qui si tratta di un compito che richiederà teste pensanti nuove e molto competenti, elaborare una nuova carta dei valori, una totalmente rinnovata classe dirigente nonché un programma serio e alternativo al monoteismo finanziario, con cui ritrovare la fiducia popolare e prospettare una visione diversa del Paese e del benessere dei cittadini che lo abitano. Consapevoli che he ne va non tanto e non solo della sopravvivenza della Sinistra stessa. Ma prima di tutto, cronologicamente e per importanza, ne va del futuro dell’Italia e di milioni di italiani.

La Sinistra in crisi nelle due nuove Italie, scrive il 7 Marzo 2018 Giovanni Valentini su "La Gazzetta del Mezzogiorno". Fra il Nord che s’affida all’efficienza della Lega e il Sud che si rimette alla catarsi del Movimento 5 Stelle, nelle due nuove Italie scaturite dallo “tsunami” del 4 marzo la sinistra in crisi annaspa e va alla deriva. Una parte consistente del suo elettorato tradizionale si rivolge ormai alle forze politiche percepite come fattori di alternativa e di speranza, al di là del loro radicalismo o forse proprio per questo. E non solo alla “new entry” rappresentata dai grillini di Luigi Di Maio, pur con tutti i loro limiti e difetti; ma anche a una componente storica del centrodestra come quella di Matteo Salvini che non è più il “partito territoriale” di Umberto Bossi e ha dismesso il suo radicamento settentrionale perfino nel nome e nel simbolo. La sinistra dei lavoratori, dei poveri e degli emarginati, in pratica non c’è più; è sparita dal nostro panorama politico; o quantomeno è stata messa da parte, accantonata, rimossa, come un vecchio arnese da relegare nella soffitta della storia. Quella sinistra che dovrebbe coltivare l’equità sociale, la solidarietà, l’uguaglianza o la riduzione delle disuguaglianze, ha abdicato al suo ruolo e alla sua funzione. Ma il peggio è che, nelle due nuove Italie, sono in crisi entrambe le sinistre: quella riformatrice e quella ideologica, quella del Pd e quella di “Liberi e Uguali”, quella di Matteo Renzi e quella di Grasso, Bersani, D’Alema & compagni. È una débâcle generale che colpisce un patrimonio intellettuale e politico del nostro Paese, senza fare troppe distinzioni tra riformisti e massimalisti, ex comunisti e post-comunisti, ex e neo-socialisti. Al fondo, c’è innanzitutto l’incapacità di elaborare una moderna cultura di governo, all’interno di un progetto e di una visione della società contemporanea, in sintonia con una tradizione storica ricca di valori, di ideali e anche di utopie. Ma, ancor più che nei contenuti, il renzismo ha fallito nel suo stile di gestione, fondato sul personalismo, sull’egocentrismo e sull’arroganza del potere, mancando l’obiettivo fondamentale delle riforme: da quella costituzionale a quella del sistema bancario e fiscale a quella della Rai. Per finire con la scelta di candidature imposte o paracadutate dall’alto, senza un effettivo rapporto di appartenenza e di condivisione. È stata, l’esperienza del giovane segretario del Partito democratico, una delusione o meglio una disillusione. Un disinganno progressivo che, dopo la sconfitta nel referendum del 4 dicembre 2016, gli ha alienato le simpatie di molti che pure avevano investito sulla sua leadership e soprattutto sulla sua capacità di rinnovare il metodo di governo. L’ex rottamatore ha commesso errori di tattica e di strategia, ma anche di comunicazione e d’immagine. E purtroppo i danni che ne derivano non riguardano soltanto lui e la sua quadra di fedelissimi, bensì tutti noi, semplici cittadini di questo Paese. Ora l’annuncio delle dimissioni “a data da destinarsi” non fa che esasperare gli animi in un partito scosso dal crollo elettorale, alimentando malumori e sospetti di basse manovre in vista del futuro governo. Se Renzi avesse sbagliato soltanto sul programma, considerato da più parti troppo liberale e moderato, verosimilmente ne avrebbero tratto giovamento i “Liberi e Uguali”, quella pattuglia di combattenti e reduci o di nostalgici, guidati dagli ex presidenti delle Camere. Due simboli, loro stessi, di quell’establishment politico e istituzionale contro cui s’è pronunciato inequivocabilmente il popolo grillino e leghista. L’immagine di Pierluigi Bersani che va al seggio e depone la scheda direttamente nell’urna, violando così le regole della nuova legge elettorale, documenta da sola il distacco fra questo ceto politico e la realtà. Il fatto è che troppo spesso e troppo a lungo la sinistra ha confuso il popolo con il populismo, la difesa dei più svantaggiati con la strumentalizzazione dei loro interessi e delle loro aspettative. A cominciare dai cittadini meridionali, dai giovani e dalle giovani donne del Mezzogiorno, che non trovano lavoro o lo trovano saltuario e precario, o addirittura non lo cercano neppure più. E così ha tradito le attese di tanti elettori sfiduciati, smarriti, depressi. È un malcontento che viene da lontano, un malessere profondo, quello che alimenta la rabbia sociale dei “terroni”, dalla Puglia alla Sicilia. E fortunatamente, il Movimento 5 Stelle ha fatto in qualche modo da valvola di sfogo per un ribellismo che cova sotto le ceneri, evitando per ora l’assalto ai forni. Ma anche questa non sarà una cambiale in bianco: i meridionali reclamano parità di condizioni rispetto al resto del Paese; sollecitano programmi di rilancio e di crescita; esigono interventi concreti e immediati per ridurre il “gap” rispetto al Centro-Nord. Altrimenti, a farne le spese la prossima volta saranno proprio le forze nuove a cui hanno affidato oggi la speranza di un’alternativa.

«Terremoto storico, i delusi dalla sinistra verso Lega e grillini». La riflessione sul voto emiliano di Valbruzzi del Cattaneo: «Questo voto segna la fine della rendita di posizione della sinistra», scrive Daniela Corneo il 6 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera”.  «Un terremoto storico. Il 4 marzo 2018 ha segnato la fine definitiva di una rendita di posizione che la sinistra si porta dietro dal ‘48». Non lascia molto spazio ai dubbi l’analisi del voto in Emilia-Romagna e a Bologna di Marco Valbruzzi, ricercatore dell’Istituto Cattaneo e della facoltà di Scienze politiche di Unibo.

Valbruzzi, quindi si può dire senza timore di smentite che queste elezioni politiche hanno sancito la fine dell’Emilia «rossa»?

«Con il voto del 4 marzo l’Emilia-Romagna è cambiata storicamente. La nostra regione si sta normalizzando: una volta era una regione monopolistica, adesso è una regione normale ad alta contendibilità. Il mercato elettorale adesso è aperto, mentre dal 1948 al 2018 la sinistra ha vissuto di una rendita di posizione che con questo voto si è interrotta».

E a contendersi il mercato elettorale emiliano-romagnolo adesso ci sono il Movimento 5 stelle e la Lega. Che panorama intravede all’orizzonte?

«Ci sarà sicuramente una fibrillazione all’interno del centrosinistra: molte frizioni si ripercuoteranno nelle amministrazioni di centrosinistra. Ma ci aspetta anche una riorganizzazione del centrodestra che tornerà competitivo. Ci sarà un panorama nuovo per l’Emilia-Romagna che prevede una competizione a tre. O il centrosinistra si riorganizza o è destinato a entrare in un mercato politico che si pone alla stregua di altri mercati elettorali».

Eppure, per quanto il centrosinistra sia stato sconfitto a livello regionale — dove ha vinto il centrodestra e si è verificato il sorpasso storico da parte dell’M5S —, la coalizione di sinistra ha tenuto a Bologna, dove anche il Pd si è salvato. Un dato simile si nota anche nel confronto tra Bologna città e la provincia: i dem perdono punti man mano che si esce dalla Cerchia del Mille.

«La chiave interpretativa di tutto il voto nazionale, non solo di quello emiliano, sta in questa frattura tra centro e periferia, dove il Pd ha enormi difficoltà, pagate in termini elettorali con la crescita di M5S e Lega in particolare. Il Pd è rimasto il partito dei diversi centri geografici: Bologna centro città rispetto alle periferie, Bologna capoluogo rispetto all’hinterland, l’Emilia rispetto al Paese. Al di fuori dei centri il centrosinistra fa fatica e non a caso le aree di competizione vera sono diventate quelle periferiche».

Si può ancora parlare di voto di protesta?

«Questo è stato un voto di cambiamento radicale che va oltre la protesta. Questo spiega l’andamento dei flussi elettorali: non ci sono stati spostamenti verso le componenti minoritarie nelle coalizioni. Il vero flusso significativo in Emilia-Romagna è quello che dal Partito democratico esce verso il Movimento 5 stelle: sta qui l’elemento interessante di queste elezioni».

I delusi di sinistra cos’hanno votato? I partiti di coalizione, i grillini o la Lega Nord di Salvini?

«Solo in piccola parte i delusi del Pd hanno sfumato la loro delusione votando un partito coalizzato a sinistra. L’alternativa più netta per loro era il Movimento 5 stelle. La Lega Nord e la sua espansione, invece, non sono certo una novità, da tempo la segnalavamo noi dell’Istituto Cattaneo. Oggi ci accorgiamo che ormai la Lega è diventata un partito rilevante in Emilia-Romagna, ha fatto un balzo enorme».

Quanto hanno inciso le tematiche sulla sicurezza in queste elezioni?

«Moltissimo, è stata questa la tematica che Salvini è riuscito a veicolare nell’opinione pubblica. Ma un altro dato interessante è che una componente dell’M5s ha deciso di uscire dal movimento e di dare il proprio voto alla Lega, perché i grillini non avevano una posizione definita sul tema dell’immigrazione».

Gli elettori tradizionalmente di centrosinistra invece perché sono passati al Movimento 5 stelle?

«C’è una questione economica: la ripresa in Emilia-Romagna è stata asimmetrica e una parte della società non l’ha sentita sulla propria pelle. E poi c’è stato, forte, l’elemento della critica alla classe politica del centrosinistra: c’è stata una sorta di “punizione” per l’establishment. Alcuni voti potrebbero anche tornare al Pd, anche se è difficile una volta che si è passati all’M5s».

Chi hanno votato gli astensionisti del 2013?

«Chi si è astenuto dal voto nel 2013, a Bologna è andato verso il Movimento 5 stelle».

Gigi Conte: “voterò Movimento 5 stelle”, scrive mercoledì 14 febbraio 2018 "La Voce di Manduria". In piena campagna elettorale per le politiche, l’ex sindaco di Avetrana e storico personaggio della sinistra di questo versante jonico, lancia un preziosissimo assist ai pentastellati annunciando una sua adesione al movimento di Beppe Grillo. «Mai visto un accanimento così violento e feroce da parte dei vecchi partiti e di un sistema mediatico ad essi asservito contro un movimento politico! Bene, credo proprio che voterò Movimento 5 stelle», scrive Conte sul suo profilo Facebook, forse provocatoriamente, dove si è aperto un lungo dibattito tra chi condivide e chi è invece contrario alla sua scelta. Nel suo post Conte si riferisce alle recenti polemiche nate dalla diffusione del servizio delle Iene in cui emergerebbe un sistema truffaldino da parte di alcuni deputati grillini per non decurtarsi lo stipendio come promesso.

Mauro Corona: "Sono di sinistra ma ora voto M5s". Lo scrittore collegato da Erto commenta il successo del Movimento Cinque Stelle alle Elezioni 2018 e incolpa l'antipatia personale di Renzi.

Marescotti vota 5 stelle: "Però si alleino con altri. Io? Resto comunista". Ha fatto molto discutere l'endorsement fatto tramite un post su Facebook da Ivano Marescotti, che lunedì ha annunciato pubblicamente che alle elezioni del 4 marzo voterà per il Movimento 5 stelle, scrive Chiara Tadini il 9 gennaio 2018 su "RavennaToday". L'"outing elettorale" di Ivano Marescotti: "Voterò Movimento 5 stelle, ecco perchè". Ha fatto molto discutere l'endorsement fatto tramite un post su Facebook da Ivano Marescotti, che lunedì ha annunciato pubblicamente che alle elezioni del 4 marzo voterà per il Movimento 5 stelle. L'attore di Villanova di Bagnacavallo, da sempre icona della sinistra - nel 2007 fu fondatore del Pd e nel 2014 si candidò alle europee con la lista Tsipras - ha ricevuto critiche ma anche complimenti da parte di amici, fan e conoscenti. Marescotti, dice che la sinistra non la rappresenta più, ma è da molto tempo che i sostenitori della sinistra italiana si trovano in difficoltà al momento del voto.

Come mai proprio ora questa scelta?

«Perché le ho provate tutte, ma la sinistra in Italia non esiste più. Ha fallito sul piano politico, sociale, addirittura su quello sindacale grazie al Pd e anche alla destra, che ha contribuito alla distruzione della sinistra e delle sue conquiste. E sia chiaro, i problemi non sono iniziati con Renzi: io sono stato tra i fondatori nel Pd ma me ne sono andato già nel 2009, a poco più di un anno dalla sua nascita, molto prima che arrivasse Renzi».

Liberi e Uguali non la convince?

«I componenti di Liberi e Uguali sono usciti dal Pd avendo votato prima tutte le leggi fatte votare dallo stesso Partito democratico, arrivando perfino a distruggere la Costituzione, senza un minimo di autocritica e mettendo a capo del partito addirittura il Presidente del Senato. È un'operazione verticistica per mettere a posto le sedie per i loro culi. Liberi e Uguali è semplicemente un Pd senza Renzi, e alla prima occasione farà come Sel e si alleerà con il Partito democratico, come sta già facendo nelle province e nelle regioni. Se guardiamo al programma è certamente bellissimo, così come quello di Potere al popolo o di tutti gli altri partitini di sinistra: allora cosa fa uno di sinistra, la conta per decidere quale votare? Ma chi è che rappresenta davvero la sinistra in Italia oggi? Ve lo dico io: nessuno».

Quindi diciamo che il Movimento 5 stelle rappresenta un po' il "meno peggio"?

«Esatto, di alternative migliori non ce ne sono. Se non vinceranno loro, vincerà la destra fascistoide e razzista di Lega Nord, Forza Italia e Fratelli d'Italia, e tra i due preferisco affrontare i problemi di un governo a 5 stelle rispetto a quelli della destra pura. Sia chiaro: io sono e resto comunista, ma abbiamo sbagliato tutto, dobbiamo ripartire da capo. Quello del Movimento è un terreno malleabile in cui ci sono delle incognite: c'è una componente destrorsa e una di sinistra al suo interno, e pare che quest'ultima rappresenti la maggioranza».

E non votare o lasciare la scheda in bianco invece?

«Non votare non è una lezione, pensi che gliene freghi qualcosa ai politici? Non gliene frega nulla. Io voto il Movimento 5 stelle e spero che vinca».

Ha pensato all'eventualità di candidarsi per il Movimento 5 stelle?

«Ma per carità! Ci mancherebbe altro. Io non aderisco ai 5 stelle: molti pensano che io sia diventato grillino, mentre resto critico nei loro confronti; voglio solo rovesciare il tavolo politico e usare il mio voto per mandare tutti a casa. I 5 stelle sono un po' un mistero: sono sconosciuti, inesperti, ma gli altri? Gli altri sono molto esperti, purtroppo, lo sappiamo bene. E' una vergogna che Berlusconi si proponga di nuovo come dirigente politico. Sì, non conosciamo bene i 5 stelle, ma al contrario i delinquenti che hanno governato per anni li conosciamo benissimo».

Cosa si aspetta come prima cosa da un governo a 5 stelle?

«Intanto che si possano guardare attorno per vedere chi c'è e facciano qualcosa di politico. Sono molto contrario alla loro forma di politica patronale, ma non sono fascisti come certi dicono. Stanno maturando e non diffidano più come una volta di fare alleanze, cosa assolutamente necessaria: la politica senza alleanze non è politica, ma dittatura».

E con chi potrebbero allearsi secondo lei?

«A mio avviso è più probabile - e auspicabile - un'alleanza con la sinistra: certamente non con il Pd, se non per determinate battaglie, ma proprio con Liberi e Uguali ad esempio, sempre che quest'ultimo si liberi della fissazione di allearsi sempre e comunque con il Pd, che ormai è diventato un partito di destra».

Su Facebook ha ricevuto dissensi e critiche, ma anche complimenti: le ha ricevute anche in privato da colleghi, amici o politici?

«La componente maggiore è formata da quelli che approvano e si ritrovano nel mio pensiero. Molti critici non hanno capito, pensano che io sia diventato grillino».

Crede che il suo annuncio elettorale sposterà dei voti o almeno farà riflettere qualche suo fan o qualche indeciso?

«Chissà, magari sì. Io sono politico da quando sono nato, per questo ho fatto questo annuncio: cerco di usare la mia posizione per dare una scossa».

I delusi del Pd votano M5S, così il Movimento 5 Stelle si colora di sinistra. Il Partito di Renzi segna la fine delle Regioni Rosse. Per i dem tracollo senza precedenti: persi 2,5 milioni di voti. Valbruzzi (Cattaneo): "Pd è riferimento privilegiato nei centri urbani. Al Sud exploit dei grillini non solo per la disoccupazione", scrive il 05/03/2018 Claudio Paudice, Giornalista politico, su L'HuffPost. I delusi Pd votano Cinque Stelle, e il Movimento si colora di sinistra. La maggior parte degli elettori che ha votato il Partito Democratico alle politiche del 2013 e che all'ultima tornata elettorale non ha confermato il suo voto ai democratici ha scelto i grillini: in numeri, parliamo di una forchetta che oscilla tra il 15 e 20% di elettori dem. Una prima analisi dei flussi fatta dall'Istituto Cattaneo fornisce un dato chiave, se visto alla luce delle scelte che i partiti faranno all'indomani del voto del 4 marzo per tentare di costruire una maggioranza in Parlamento, al netto delle strategie politiche. A chi si rivolgerà Luigi Di Maio? E chi farebbe bene a prestare orecchio alle richieste dei 5 Stelle? Domande che troveranno una risposta nei prossimi giorni nelle scelte dei leader politici, risposte che possono beneficiare dei suggerimenti nascosti nelle urne. Marco Valbruzzi dell'Istituto Cattaneo di Bologna, contattato dall'HuffPost, ragiona sul significato politico dei flussi elettorali: "Il dato varia naturalmente da città a città ma è evidente che la quota più consistente, tra il 15 e il 20%, delle perdite del Pd rispetto al voto espresso nel 2013 è confluita nel Movimento. È sicuramente il dato più rilevante di queste elezioni perché connota ideologicamente il partito di Luigi Di Maio pur trattandosi appunto di un partito post-ideologico". In altre parole, i flussi non solo fotografano il comportamento dell'elettore Pd disaffezionato a vantaggio dei 5S ma al tempo stesso forniscono anche un'indicazione ai leader quando sta per aprirsi la fase delle consultazioni.Un report dell'istituto bolognese va nel dettaglio di alcune città: a Brescia il 20% degli elettori Pd del 2013 ha scelto il M5S; a Parma poco meno del 7%; a Livorno il 26%; a Firenze circa il 13%; a Napoli circa il 30%. D'altronde, in valore assoluto, il Pd di Matteo Renzi registra su base nazionale un tracollo senza precedenti: persi in cinque anni due milioni e seicentomila voti, in percentuale il 30% in meno rispetto ai consensi raccolti da Pier Luigi Bersani. Ma come ogni voto, anche quello del 4 marzo racchiude in sé diversi significati. Uno su tutti: le ultime elezioni certificano la fine dell'esistenza delle Regioni Rosse. Se in Umbria (da tempo in orbita centrodestra anche se a livello amministrativo aveva visto arrivare l'onda grillina in alcuni centri) e nelle Marche (contese tra centrodestra e M5S) il processo di "decolorazione" era già in stato avanzato, come dimostrato dalle tornate amministrative, è il crollo dell'Emilia Romagna che attesta un dato incontrovertibile ottenuto dal Pd renziano: quelle che un tempo erano roccaforti della sinistra oggi sono territori di contesa politica. Nella Regione rossa per eccellenza il centrosinistra non è più la prima coalizione (a beneficio del centrodestra con la Lega che arriva a raccogliere fino al 20%) e il Pd non è più il primo partito (a beneficio del M5S). Il centrosinistra a guida Pd vince solo in 7 collegi uninominali su 17. Debacle totale. "La categoria delle Regioni Rosse non esiste più, si conclude così un processo esistenziale già iniziato con le elezioni amministrative. Ora sono aree aperte alla competizione politica come tutte le altre", dice Valbruzzi. Anche la Toscana, infatti, crolla sotto i colpi del centrodestra: più che rossa è ora l'ultima regione rosè, con il Pd che vince solo nel 33% dei collegi uninominali contro il 32% del centrodestra. Ma si tratta di un risultato legato non tanto alla matrice ideologica di sinistra quanto alla classe dirigente renziana. Com'è noto, è la Toscana la culla dei più alti in grado del Giglio magico, da Renzi a Maria Elena Boschi fino a Luca Lotti. Per converso, il Partito democratico assume un altro tipo di connotazione: nei collegi della Lombardia e del Lazio - ma la tendenza è riscontrabile in maniera diffusa - i dem riescono a strappare collegi solo nei centri urbani. "È la fisionomia attuale del principale partito di sinistra ed è la cifra connotativa tra le più importanti di questa tornata", afferma il ricercatore del Cattaneo: "Il Pd è diventato un riferimento nei centri urbani, regionali o nazionali. È quindi il partito di quegli elettori che si considerano "centrali" in una qualsivoglia connotazione sociale o sociologica, ma non riesce più a raccogliere consensi nei diversi centri fuori dalle zone urbane". Un dato che sconfessa quindi tutta la campagna politica adottata dai dem nei mesi scorsi sul rammendo delle periferie, che oggi guardano un po' ovunque meno che al Pd. Quanto al M5S, è ormai consolidata la sua netta affermazione nelle regioni del sud-Italia, in questo derby con il Settentrione a trazione centrodestra: in Puglia, Sicilia e Sardegna i Cinque Stelle fanno man bassa di collegi, in Calabria e in Campania sfiorano l'en plein. "Ci sono almeno tre significati da leggere nell'exploit grillino al sud: c'è sicuramente una interpretazione corretta delle tematiche socio-economiche, che è mancata agli altri partiti, in una terra dove la disoccupazione è ancora una piaga e il disagio sociale è largamente diffuso. Ma c'è molto altro. I Cinque Stelle hanno incanalato anche le istanze dell'elettorato nella crisi legata all'accoglienza e all'immigrazione e, con la loro proposta, sono riusciti a convincere proprio sul fronte della percezione della (in)sicurezza. E infine, il voto del sud va letto anche come un puro voto anti-establishment contro la classe politica meridionale, incapace oggi come non mai di interpretare la questione meridionale".

Tornando infine ai flussi elettorali, un'altra tendenza rilevante è lo scambio di voti tutto interno al centrodestra, da Forza Italia verso la Lega che si è affermata per la prima volta come primo partito della coalizione. Non solo, dice Valbruzzi: "C'è anche un altro dato, seppur meno consistente ma comunque indicativo, da riportare: una parte dei voti guadagnati dal Carroccio arriva da Cinque Stelle delusi. Emerge una componente ex M5S che ha scelto l'ala più radicale della coalizione di centrodestra, privilegiando la proposta leghista sui temi della sicurezza e immigrazione". Quanto ai flussi elettorali a sinistra, Liberi e Uguali raccoglie consensi solo da democratici delusi senza riuscire nell'intento di allargare il proprio bacino ad aree ideologicamente o politicamente esterne al "bosco" di sinistra. Un dato che spiega bene il flop del partito guidato da Pietro Grasso. È quindi un quadro molto variegato quello che le urne consegnano alla classe politica, ora chiamata a interpretarlo all'indomani di un voto che ha nei fatti sentenziato, anche in Italia, il crollo definitivo dell'establishment. La campanella è suonata.

Sotto le 5 stelle il rosso: sono uguali ai comunisti. Traditi dal programma di sinistra, dall'odio per i capitalisti al pauperismo, scrive Francesco Maria Del Vigo, Sabato 11/11/2017, su "Il Giornale". Cinque stelle rosse si agitano nel cielo della politica italiana. E non serviva un meteorologo di grande esperienza per prevederlo. Era naturale. Perché la congiunzione astrale tra i grillini e i compagni erranti (nel senso che vagano senza meta, ma pure che sbagliano) che hanno imboccato la strada alla sinistra del Pd era logica e naturale. Non tanto per una questione umana - Bersani e soci nell'immaginario pentastellato sono pur sempre parte della casta - quanto per una questione ideologica e programmatica. Chiunque si sia avventurato nella soporifera lettura del programma dei grillini non ha dubbi: sono di sinistra. E hanno tutti i tic politici e intellettuali di quei cespugli della sinistra radicale che ora non sanno dove attecchire. Volete qualche esempio? La loro storia politica è chiarissima, il loro programma ancor di più. Il movimento muove i primi passi, e raccoglie i primi consensi, a cavallo tra gli orfani dell'antiberlusconismo più violento, del popolo viola e del movimentismo da centro sociale: no global, no tav, no tap, no vax e chi più ne ha più ne metta. Sono quelli che ancora oggi si divertono a decapitare i fantocci di Renzi e lanciare sassate alla polizia, con lo scudo dei politici grillini che ne chiedono subito la scarcerazione (vedi G7 di Venaria). Dietro il completo blu di Di Maio si nascondono eskimo e kefiah. Il programma gestato e partorito in rete è ancora più chiaro e sembra la versione 2.0 di un vecchio manifesto marxista. Le multinazionali? Delle macchine di morte da imbrigliare e sconfiggere a ogni costo, poco importa che diano lavoro a migliaia di persone. Gli Stati Uniti? Il burattinaio cattivo che gestisce di nascosto i destini universali. Il liberismo? Beh, l'ossessione dei Cinque Stelle per il liberismo è quasi patologica. Ogni stortura, ogni giustizia, ogni cosa che non va al mondo - fosse la lampadina bruciata di una periferia di Roma o la crisi idrica in Burkina - è sempre colpa del neoliberismo, madre e padre di tutti i mali. Ne consegue che la ricchezza è una colpa, un difetto di fabbrica, un peccato originale. Emendabile solo con un bel bagno (di sangue) nel lavacro fiscale. Magari con una patrimoniale. Ma i destini di grillini e sinistra radicale si incontrano più di una volta: dal giustizialismo estremo all'ecologismo più spinto, dal mito del pauperismo e della decrescita felice all'odio per il mondo della finanza, senza alcuna distinzione. Esattamente come gli ex Pci preferiscono lo Stato al singolo cittadino, il pubblico al privato. E poi il pacifismo «onirico», quello che, senza fare i conti con la geopolitica, immagina un mondo nel quale le relazioni diplomatiche si possano fare solo con pacche sulle spalle e buffetti. E forse il punto di saldatura più evidente tra grillismo e comunismo è proprio questo: il fondamentalismo ideologico, l'idea che si possa far aderire la realtà ai propri ideali; il desiderio di cambiare e non la società in cui vive. Un delirio messianico che ha seminato solo danni. D'altronde Gianroberto Casaleggio, nel suo ultimo visionario libro Veni Vidi Web, profetizzava un mondo di downshifter (persone che decidono volontariamente di guadagnare di meno per vivere meglio), senza Tv che distrae e costa troppo, senza centri commerciali, con una proprietà privata limitata e le grandi aziende smantellate. Questo è il mondo che sognava il fondatore dei Cinque Stelle. A lui sembrava un paradiso, ma ha più i tratti un inferno sovietico. A lui pareva una nuova ricetta per cambiare il mondo, a noi sembra la solita brodaglia rancida in salsa marxista. È il comunismo digitale.

"Nessuna ambiguità M5S mai di destra, siamo antifascisti", scrive Giovanna Vitale l'8 dicembre 2017 "La Repubblica". «C'è una recrudescenza del neofascismo che dobbiamo stroncare. Alcuni argini democratici sono caduti e ora tocca a noi ripristinarli, affinché quanto successo a Repubblica non si ripeta più». All'indomani del blitz squadrista di Forza Nuova, la sindaca Virginia Raggi ha fatto visita al nostro giornale per testimoniare la sua «solidarietà» e offrirsi di «promuovere una grande iniziativa comune che abbia per protagonisti i giovani e dia la dimensione di quel che sta accadendo».

Sindaca Raggi, che idea si è fatta di questa escalation di violenza?

«Penso che sia molto grave e che occorra fare qualcosa. Subito. Mi ha molto colpito che nel gruppo d'assalto a Repubblica ci siano dei ragazzini: mi rafforza nella convinzione che è necessario concentrarsi di più sulla scuola. Il miglior modo per combattere gli estremismi è prevenirli».

Il M5S è a volte accusato di avere una doppia natura: una che guarda alla sinistra delusa, l'altra che occhieggia alla destra arrabbiata. E davanti a fatti come quelli accaduti qui a Repubblica, viene il sospetto che i due ingredienti si separino. Lei percepisce questo dualismo?

«Assolutamente no. Noi, come credo la maggioranza degli italiani, abbiamo una forte natura antifascista. Punto. Poi noi abbiamo delle idee, che sono molto concrete, per cui quando parliamo di scuola o di sanità pubblica veniamo additati come quelli di sinistra; quando diciamo che però c'è bisogno di sicurezza siamo additati come quelli di destra. Non è così. Perché non è che una persona di sinistra non voglia una città più sicura. E non è quello che può farci definire di destra, no?».

E quindi, cosa siete?

«Ci sono dei valori comuni nei quali tutti ci dobbiamo riconoscere. Quei famosi argini entro i quali si deve sempre svolgere il dibattito democratico, più o meno aspro, ma quelli non si superano. Poi abbiamo idee concrete: a volte sono definite di sinistra, a volte di destra, ma la verità è che in quelle idee ci riconosciamo tutti. Sia chi ha un passato di destra, sia chi ha un passato di sinistra».

Avverte la sensazione che, 72 anni dopo, in Italia sia caduta la pregiudiziale antifascista? C'è il rischio della perdita di memoria?

«Eccome se c'è. Per questo noi, con le scuole romane, abbiamo ampliato i viaggi nei lager avviati dalle precedenti amministrazioni con il progetto "testimone dei testimoni": i ragazzi che fanno visita ad Auschwitz lavorano su ciò che hanno vissuto per poi trasmettere ai loro coetanei, che non sono andati, la memoria di quella tragedia. Che hanno visto coi loro occhi, insieme ai sopravvissuti».

Ma basta una gita a tramandare la memoria?

«Non è una gita, è un pugno nello stomaco che ti arriva, fa cadere le barriere, ti apre gli occhi e ti spinge a raccontarlo. Non basta insegnare ai ragazzi la Storia così come si legge sui libri, dobbiamo farli scontrare con l'orrore, dal punto di vista emotivo devono capire cos'è stato. Tra l'altro ormai la distanza temporale da quei fatti è così ampia che noi non abbiamo più neanche i nostri nonni a raccontarci cos'era la guerra, come si stava sotto il fascismo. Perciò ci dobbiamo inventare qualcosa, altrimenti la memoria rimane sulla carta e si perde, non è più qualcosa percepita come viva».

È stato difficile coniugare la nettezza di alcune idee presenti nei programmi dei 5stelle con la difficoltà pratica di governare, che significa trovare le risorse, gestire meccanismi complessi? Riuscite a tradurre quelle idealità nella concretezza del fare?

«Se cominciassimo da zero potremmo fare molto. Ma siccome spesso lavoriamo su programmi già innestati, spesso decenni prima, ci troviamo a dover riprendere ogni situazione per i capelli, studiare le soluzioni per migliorarle e portare a termine quanto iniziato da altri. Per cui la difficoltà sta nel coniugare le nostre idee sulla base di progetti che hanno, alcuni, addirittura l'età mia, specie in ambito urbanistico. Con una città che, nel frattempo, è andata altrove».

E il comunista padano riuscì dove fallirono statisti e pm…, scrive Paolo Delgado il 6 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Salvini ha avuto successo dove avevano fallito Prodi e D’Alema, ma anche Ilda Boccassini. Nell’arco di quasi 25 anni ci avevano provato in moltissimi, nemici e ancor più spesso amici, e poi magistrati, editorialisti, potenti capi di Stato. Silvio Berlusconi alla fine era sempre riuscito a spuntarla, a risorgere lasciando interdetti e indispettiti quelli che, per l’ennesima volta, l’aveva già dato per spacciato. Chi avrebbe mai immaginato che la missione impossibile nella quale avevano fallito Prodi e D’Alema, Bossi e Fini, Ilda Bocassini ed Eugenio Scalfari, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, per citare solo un drappello ridotto del plotone che ha provato di volta in volta a eliminare il Cavaliere, sareb- be riuscita a un ragazzone di 45 anni ruspante e rumoroso, a prima vista privo delle doti di grande imbonitore nelle quali l’ex sovrano della destra italiana è stato insuperabile? Eppure a seppellire la lunga era di re Silvio, ad affidare alla storia gli anni del berlusconismo, potrebbe essere stato proprio Matteo Salvini, con i suoi modi volutamente sguaiati e le sue felpe che al Cavaliere, così maniacalmente attento al decoro, devono fare ancor più orrore delle canotte che sfoggiava nel 1994 Umberto Bossi. Salvini, col suo impasto di xenofobia e populismo per una volta nel senso proprio del termine, quello di un interesse probabilmente sincero e comunque radicato nell’adolescenza per le fasce sociali più basse. Salvini il leghista-antileghista che ha salvato il Carroccio da un’estinzione che pareva inevitabile smantellando il dogma principale su cui Bossi aveva fondato il movimento, la sua nordicità, a volte declinata in termini di federalismo estremo, altre volte di aperto secessionismo, modulata a seconda delle circostanze però mai fino al punto di riconoscere l’Italia intera e non solo il suo settentrione come area da eleggere a vessillo, autonominandosi difensore dei suoi legittimi e traditi interessi. Studente un po’ svogliato, arrivato a cinque esami dalla laurea in Storia prima di mollare, giornalista professionista con all’attivo esperienze reali, a differenza di tanti altri politici- giornalisti, sia nel quotidiano La Padania che a Radio Padania Libera, il leghista uscito trionfatore dalla guerra fratricida tra Bossi e Maroni, ha capovolto e insieme confermato la politica di Bossi, dalla Padania alla Penisola. “Dal nord a “Prima gli italiani”. Di suo Salvini ha aggiunto alla tavolozza verde un tocco di rosso. A dirlo sembra assurdo, ma proprio il segreta- rio che ha portato compiutamente nella destra radicale europea la Lega, e si prepara ora a farlo con l’intera coalizione, una radice non essiccata di sinistra ce l’ha. Simile a Bossi, prima vicino alla sinistra extraparlamentare e poi, a metà anni ‘ 70, con la tessera del Pci in tasca anche in questo, del resto. Da ragazzo, prima di essere folgorato dal messaggio bossiano nel 1990, ad appena 17 anni, Salvini faceva le sue brave capatine al Leoncavallo, ma ancora nel ‘ 97, ormai leghista navigato, si presentava come capolista della corrente interna “comunisti padani”. Qualcosa di quella passione giovanile è rimasto. E’ più facile trovare allo stesso tavolo con il fiore dell’azienda il leader di un Movimento che conta moltissimi elettori di sinistra come quella a cinque stelle che non quello di una destra per la prima volta compiutamente radicale. In fondo il sorpasso di Salvini è l’elemento che più di ogni altro, persino più dell’impennata di Di Maio e del tracollo del Pd, segna il trapasso della seconda Repubblica. Quel sistema che, pur traballando è durato 25 anni, si basava in buona parte proprio sul miracolo di san Silvio: tenere insieme, caso unico in Europa, la destra moderata e quella più radicale con i timone saldamente nelle mani della prima, o meglio di Berlusconi stesso. Quella formula miracolosa da ieri non esiste. Sconfitto Berlusconi, il partito azzurro non ha nessuno con cui sostituirlo, non per ignavia ma perché Berlusconi, come leader e proprietario del suo partito, non è sostituibile. Nel processo di trasformazione da centrodestra a destra qualcosa andrà perso, qualche area si sottrarrà all’egemonia leghista, ma nel complesso una destra profondamente diversa da quella che siamo abituati a conoscere contenderà a M5S il governo dell’Italia. E’ il nuovo bipolarismo, e chi non lo apprezza farà meglio ad attrezzarsi il prima possibile.

Provenienza dei politici appartenenti alla Lega Nord. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. La Lega Nord si è sempre presentata come una forza politica nuova, diversa dai "partiti romani" e costituito da persone fino a prima estranee alla politica. Questo è in parte vero, ma molti ex-Leghisti della prima (anni ottanta) e della seconda generazione (primi anni novanta) hanno un passato in partiti storici. Discorso a parte va fatto per coloro che, pur non avendo mai fatto parte di un partito, hanno dichiarato cosa votavano prima di conoscere la Lega Nord.

Il fondatore della Lega Umberto Bossi fra il 1974 e 1975 fu tesserato nella sezione del Partito Comunista Italiano di Verghera, frazione di Samarate, quando per pochi mesi vendette dei quadri per raccogliere fondi a sostegno delle vittime cilene di Augusto Pinochet. In un rapporto della CIA del 12 giugno 2001 si spiega anche che «Bossi è stato attratto dalla politica fin da giovanissimo, partecipando al movimento studentesco di sinistra del 1968. In seguito ha militato in rapida successione: nel gruppo comunista de Il manifesto, nel partito di estrema sinistra PdUP, nell'associazione dei lavoratori cattolici di sinistra ACLI e nei Verdi».

Il più volte ministro Roberto Maroni fu invece prima giovanissimo marxista-leninista e poi comunista di Democrazia Proletaria fino al 1979.

Dopo il boom elettorale dal 1992 al 1996, alcuni esponenti leghisti sono tornati ai partiti di provenienza o, meglio, ai loro successori: Marco Formentini e Pierluigi Petrini, entrambi ex-PSI, hanno trovato posto in Democrazia è Libertà.

E GLI EX COMPAGNI SI RISCOPRONO LEGHISTI - COMUNISTI. Scrive Fabrizio Ravelli il 14 settembre 1997 su "La Repubblica". Qui alla festa leghista lungo il Po, mentre si aspetta il catamarano che porterà Bossi, la tenda di Ivano il cartomante padano ("Prestigioso druido celtico della Padania, per l'occasione solo lire 10 mila") è deserta. Più facile trovare gente che cerca, nel proprio futuro, un singolare abbraccio col passato di sempre. Si parla, in giro sotto i pioppi, del nascente e non ancora ufficializzato movimento dei comunisti padani. Tempo qualche giorno, e fra le liste per le prossime elezioni del 26 ottobre, ci saranno anche loro. Si sta mettendo a punto il simbolo: qualcosa che sposi secessione con falce e martello. "Perché qui ce n' è tanti, di ex compagni come me nella Lega", dice Loris Cristoni. D' altra parte, dove poteva spuntare una cosa simile se non qui, fra Giovanni Guareschi e i fratelli Cervi? Lui, Cristoni, è un po' il prototipo di questa inedita figura socio-politica. Quarantasette anni, artigiano a Spilamberto (Modena), "e venti bollini consecutivi sulla tessera del Pci, per non parlare di quella della Fgci prima ancora". Fino al '90, quando la Lega si presentò alle regionali: "Avevo deciso di dare due voti al Pci, comune e provincia, e uno alla Lega. Ma quando sono arrivato lì, nella cabina, la mano è andata dov' era abituata". Ultimo voto falce e martello, per Cristoni: "Dopo non ho più avuto pietà". Al suo paese, in pochi anni, il Pci-Pds passa dal 70 al 40 per cento. Un dieci ce l'ha Rifondazione, altrettanto la Lega. "Se ci sarà una lista dei comunisti padani io ne farò parte", promette. Perché, quello è difficile da spiegare: "L' idea che ci sia è giusta. E anche il comunismo è una cosa perfetta. Purtroppo è una cosa che va bene per i poveri. Per la Somalia, e non per la Svizzera". E qui siamo piuttosto dalle parti della Svizzera. E allora? Forse per trovare una risposta basta il naso: profumo di tortelli, di gnocco fritto, di pesce gatto e culatello. "Vada a leggere le lettere ai giornali locali - suggerisce Angelo Alessandri, segretario provinciale leghista di Reggio - Ce n' è un sacco di ex militanti comunisti, di ex dirigenti Pds: riconoscono lo stesso spirito di una volta, gli stessi valori, nelle nostre feste". Ecco di dove viene questa organizzazione ferrea e festante: non si riconoscono più nella linea del loro ex partito (anche se faticano a spiegare perché), ma li unisce la continuità dello gnocco. Non è un insulto, intendiamoci. "Lo stand" è sempre stato una bella forma di militanza. "Eh, quanti ce n' è che conosco - racconta Genesio Ferrari, segretario organizzativo della Lega in Emilia - Operai che hanno sempre lavorato agli stand, che hanno fatto le lotte. Gente come Marino Serri, che era un mio amico". Sì, proprio uno dei 'morti di Reggio Emilia' , comunisti ammazzati dalla polizia negli anni Sessanta, quelli della canzone: "Marino Serri è morto, è morto Afro Tondelli...". Da Genesio Ferrari (titolare della Akron Cosmetici, 104 donne operaie a Modena) si sono presentati in quattro, una decina di giorni fa. "Mi hanno detto: vogliamo fare il partito comunista padano. Abbiamo sempre lavorato nel Pci, a friggere nelle feste dell'Unità, a lavorare per il benessere di tutti. Pensavamo che i nostri capi fossero diversi, e abbiamo scoperto che sono come gli altri". Gente, dice Ferrari, "di una certa età: uno che è stato assessore in un'amministrazione comunista, un altro ex dirigente nelle coop, uno imprenditore con quindici operai". Loris Cristoni, lui vede solo tre poli nell' Italia politica: "Rifondazione, la Lega, e gli altri". Previsione generale, "i comunisti padani un po' di voti li prenderanno da queste parti". Roberto Maroni, presidente padano, si prepara a mettere ordine fra tutte le proposte di simboli e liste per le elezioni del 26 ottobre. Quando la Lega non ci sarà, e i leghisti dovranno scegliere fra liberali-leghisti, laburisti-leghisti, cattolici-leghisti, anarcoliberisti-leghisti, immigrati-leghisti, e appunto comunisti-leghisti. Alessandro Giunchi, studente ventunenne, forse si candida coi liberali di Gnutti. Alessandro Pradelli, studente ventisettenne, forsa vota i 'laburisti' di Formentini, ex sindaco di Milano: "Alla luce di quanto è successo in Inghilterra, dove Tony Blair ha dimostrato di essere aperto con scozzesi e gallesi". "Alla riunione del federale - racconta Ferrari - abbiamo dovuto decidere: imporre noi dei partiti o sollecitare gli impulsi della base? La Lega si è ritirata". Insomma, quasi. Ma sono arrivate "valanghe di simboli, compreso un arcobaleno copiato dal detersivo". Alla fine, "si tengono solo quelli seri". Vanno forte, oltre a gnuttiani e formentiniani, i cattolici di Giuseppe Leoni. Si segnalano gli anarcoliberisti di Guglielmo Piombini (personaggi di riferimento: Ronald Reagan e Margareth Thatcher), e gli immigrati di Faruk Ramadan, medico, nato a Damasco. E perché no, allora, i comunisti-leghisti? "Gente semplice - conclude Ferrari - Mica come quelli di Parma, con la moglie in pelliccia a maggio".

1918. L’INIZIO DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE. 

9 Novembre 1918: quel giorno iniziò la seconda guerra mondiale…La pace mise fine a una carneficina durata oltre quattro anni ma preparò il terreno al nazismo, scrive Paolo Delgado il 17 Novembre 2018 su "Il Dubbio". Quattro anni fa, nel 2014, una nutrita raffica di articoli, programmi tv e pubblicazioni nuove o rieditate ricordava i cento anni dall’inizio della prima guerra mondiale. È sintomatico che un silenzio inversamente proporzionale abbia salutato invece, pochi giorni fa, l’anniversario della fine di quella guerra, il 9 novembre 1918, nonostante le celebrazioni politiche in pompa magna a Parigi. Quella data, in effetti, suona oggi come fine di un atroce massacro ma anche come prologo necessario di una guerra ancora più devastante, destinata a scoppiare dopo un ventennio esatto ma con le radici affondate nella fine della mattanza precedente e dopo vent’anni di crisi interminabile. Ancora più dell’antisemitismo e del Lebensraum, lo spazio vitale che la Germania doveva conquistare a est, a spese dei popoli slavi, la campagna contro ‘ i criminali di novembre’, colpevoli di aver accoltellato alle spalle la Germania imponendo la resa, era onnipresente nella demagogia di Hitler. Nell’aprile 1945, con i carri armati russi a pochi metri dal bunker in cui era rinchiuso, pochi giorni prima di suicidarsi, Hitler ripeteva ancora ‘ non ci sarà un altro 1918’ e giustificava la decisione di insistere anche a costo di portare il suo Paese alla distruzione totale con la necessità di salvare l’onore, e dunque l’esempio per le generazioni future, a differenza di quanto si era verificato nel novembre di 27 anni prima. Ma soprattutto, nel catalogo delle argomentazioni e delle ossessioni naziste, nessuna fece presa sul popolo tedesco quanto la necessità di lavare l’onta di novembre affossando la repubblica nata allora, quella di Weimar. Lo shock della sconfitta e la conseguente diffusione della leggenda della ‘ pugnalata alle spalle’, sulla quale si basò poi buona parte della propaganda nazista, non sono incomprensibili. Mentre l’inevitabilità della sconfitta del Terzo Reich era già evidente da almeno due anni prima della conquista di Berlino, nel 1918 i tedeschi erano stati sino all’ultimo certi della vitto- ria. Sul fronte orientale la rivoluzione bolscevica aveva portato alla resa della Russia e alla pace di Brest- Litovsk del 3 marzo 1918. Le Germania aveva imposto condizioni impietose, conquistando territori immensi, popolati da un terzo della popolazione dell’impero russo e imponendo un protettorato tedesco in Ucraina. La resa della Russia permetteva di spostare sul fronte occidentale l’intero esercito tedesco, e l’ottimismo della popolazione rifletteva quello dei vertici militari, i generali Hindenburg e Ludendorff. L’offensiva di primavera tedesca, iniziata il 21 marzo, aveva portato l’esercito di Ludendorff a 90 km dalla capitale francese e permesso lo sfondamento del fronte in più punti. Ma quella di Ludendorff, anche se la popolazione tedesca non ne era consapevole, era una sfida contro il tempo. Lo stato maggiore del kaiser doveva mettere fine alla guerra con una vittoria schiacciante prima che affluissero nel vecchio continente le forze americane e gli immensi mezzi dell’esercito a stelle e strisce. Quando in luglio Ludendorff mancò la conquista di Parigi e dovette poi, nei primi giorni di agosto, arretrare di una cinquantina di km, incalzato dalle truppe anglo- francesi e da quelle americane, la guerra era già persa. Il 29 settembre, dopo aver perso 230mila uomini solo nell’ultimo mese, Ludendorff si recò dal Kaiser per avvertirlo che era inevitabile avviare colloqui di pace. Il mito della vittoria mancata per colpa dei traditori rossi prese le mosse proprio quel giorno. Il generale sconfitto giustificò l’impossibilità di arrivare alla vittoria che pochi mesi prima era data per certa con il diffondersi “delle idee socialiste e spartachiste che avvelenano l’esercito”. Era una bugia e un alibi, la sconfitta essendo dovuta a tutt’altre ragioni. Ma è vero che l’eco della rivoluzione russa era stato avvertito con grande potenza in Germania. La pace sociale siglata in nome dell’unità nazionale fino alla fine della guerra era stata infranta già nella primavera del 1917, dopo la rivoluzione russa di febbraio, con una serie di scioperi che avevano coinvolto centinaia di migliaia di operai e che il kaiser era riuscito a placare solo promettendo un vero suffragio universale, al posto del sistema elettorale per classi, anche in Prussia dopo la fine della guerra. Dopo l’insurrezione bolscevica d’ottobre gli scioperi ripresero, nel gennaio 1918, coinvolgendo un milione di operai e spa- ventando soprattutto la Spd, il partito socialdemocratico, che temeva il ripetersi degli eventi di Pietrogrado anche in Germania. In quel 29 settembre Ludendorff suggerì anche al Kaiser di varare seduta stante una riforma costituzionale in modo da formare un governo parlamentare. Era uno dei punti centrali della dottrina del presidente americano Wilson: quindi la Germania avrebbe così ottenuto migliori condizioni di pace. Il governo parlamentare nacque, presieduto dal principe Max von Baden, il 4 ottobre, per la prima volta con all’interno i social- democratici. La mossa di Ludendorff fu centrale nella costruzione della leggenda del tradimento. Dopo aver gestito la guerra senza alcun controllo, i militari decidevano il passo indietro un attimo prima della resa, la cui responsabilità sarebbe così inevitabilmente ricaduta sul nuovo governo parlamentare. Un mese più tardi, quando Wilson pose come condizioni per l’avvio dei colloqui di pace il ritiro da tutti i territori occupati, la fine della guerra sottomarina e l’abdicazione del kaiser, Ludendorff ci ripensò e chiese di riprendere la guerra, fu di conseguenza destituito e fuggì in Svizzera. Un altro tassello si aggiungeva così al mito della guerra e dell’esercito traditi. Ludendorff non era il solo a preferire la morte del combattente a una resa considerata a quel punto disonorevole. Il comando della marina, senza consultare il governo, decise il 24 ottobre di ingaggiare una battaglia navale contro la flotta inglese, partendo da Kiel, senza alcuna speranza di vittoria e sabotando di fatto le iniziative diplomatiche del governo. La flotta si rifiutò di andare al macello senza alcuna ragione. Il comando rinunciò all’impresa suicida ma fece arrestare i capi dell’ammutinamento, imprigionandoli a Kiel. La decisione innescò la rivolta che da Kiel dilagò in tutta la Germania. Il 9 novembre il Kaiser abdicò e nello stesso giorno fu nominato cancelliere il leader socialista Friedrich Ebert, la cui principale preoccupazione era evitare che la rivoluzione portasse a esiti simili a quelli della Russia. "Se il kaiser non abdica – aveva detto pochi giorni prima a von Baden – la rivoluzione sociale è inevitabile. Ma io non la voglio. Io la odio come il peccato".

L’ 11 novembre a Compiègne, fu firmato l’armistizio. Già dai primi di ottobre la popolazione aveva smesso di illudersi sulla vittoria imminente: era però convinta che le condizioni di pace sarebbero state relativamente lievi e che le responsabilità del conflitto non sarebbero state addossate alla sola Germania. Invece, su pressione della Francia, il Trattato di Versailles, firmato il 28 giugno 1919, fu draconiano. Prevedeva l’eliminazione di fatto dell’esercito, pilastro della Germania sino a quel momento, i cui effettivi non potevano superare le 100mila unità, la creazione di una zona smilitarizzata in Renania, ai confini con la Francia, la restituzione di tutti i territori occupati, l’assunzione di responsabilità per lo scoppio della guerra, la perdita delle colonie e il pagamento di un risarcimento abnorme: 132 miliardi di marchi oro, ridotti a 3 mld nel 1932. Il saldo finale è arrivato, con il pagamento dell’ultima rata pari a 70 mln di euro, nell’ottobre 2010. Un anno prima la Germania aveva imposto alla Russia sconfitta condizioni altrettanto draconiane. Ciò nonostante la pace di Versailles fu subìta dai tedeschi come una vergogna e una clamorosa ingiustizia. La sconfitta inattesa e improvvisa, la durezza delle condizioni di pace resero subito buona parte della popolazione tedesca ostile all’assetto istituzionale nato il 9 novembre. Odiata dalla destra e dai nostalgici dell’impero, la Repubblica di Weimar era detestata anche dalla sinistra comunista. Per stroncare la spinta rivoluzionaria il governo socialista non esitò ad affidarsi ai Freikorps, le milizie irregolari formatesi subito dopo la sconfitta. Gustav Noske, ministro della Difesa e "uomo forte" del governo socialdemocratico assunse la guida dei Corpi franchi il 6 gennaio 1919. Il 15 gennaio i dirigenti spartachisti Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht furono sequestrati e uccisi dai Freikorps intervenuti a Berlino per sedare la rivolta. Tra i comunisti e i social- democratici la ferita non si sarebbe più rimarginata. La notizia della resa raggiunse Adolf Hitler in ospedale, dove si trovava perché momentaneamente accecato da un attacco con i gas. Nessuno dei suoi biografi ha mai messo in dubbio la sincerità della reazione violentissima, disperata e furibonda narrata dal futuro fuhrer nel suo Mein Kampf. Per qaunto a un livello di intensità minore quelle emozioni erano condivise da molti tedeschi. Nel fallito putsch di Monaco, nel 1923, il capo del partito nazista avrebbe guidato i golpisti fianco a fianco con Ludendorff. Molti elementi di punta delle truppe d’assalto nazional- socialiste, a partire dal loro capo Ernst Rohm avevano in precedenza militato nei Freikorps dei quali si erano avvalsi Ebert e Noske per stroncare la rivolta spartachista. La ‘ rivoluzione di novembre’ mise fine a una carneficina durata oltre quattro anni. Preparò il terreno per il nazismo e la seconda guerra mondiale.

MAI NULLA CAMBIA: 1958.

Quell’estate di 60 anni fa con Modugno e Pelé. Era il 1958, “Volare” trionfava a Sanremo e partiva alla conquista del mondo, la stella di Pelè illuminava i mondiali in Svezia, scrive Lanfranco Caminiti il 16 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Prima di Bernard Madoff, «il più grande truffatore del secolo», arrestato nel 2008, che si faceva affidare i risparmi della ricca comunità ebraica americana – da Steven Spelberg a Kevin Bacon a Eli Wiesel – e attirava gli investimenti di grandi istituti finanziari e a cui riuscì a fregare qualcosa come 65 miliardi di dollari, ci fu Giovanni Battista Giuffrè. Ex impiegato in una banca di Imola, negli anni del dopoguerra si era messo a curare i patrimoni di parrocchie e istituti religiosi, promettendo interessi stratosferici, dal 70 al 100 percento. E si sa, il denaro è lo sterco del diavolo, epperò. Epperò, se i soldi all’inizio arrivano come per miracolo, succede che la voce gira e gli affari si moltiplicano, anche fuori della Romagna. Così che frati cappuccini e suore clarisse non vedevano l’ora di affidare al «banchiere di Dio» le loro raccolte di denaro, sempre per la grandezza del Signore, va da sé. Lo schema – continuare a farsi dare soldi nuovi con cui pagare gli interessi vecchi: l’aveva inventato, peraltro, un altro romagnolo emigrato in America, Carlo Pietro Giovanni Guglielmo Tebaldo Ponzi – funzionò per un po’ d’anni e poi si esaurì. Si esaurì e esplose lo scandalo proprio quest’estate quando il ministro delle Finanze, il socialdemocratico Luigi Preti, accusò il ministro del Tesoro, il democristiano Giulio Andreotti, di non aver vigilato su queste operazioni di Giuffrè come avrebbe dovuto, forse per ragioni di parte o di fede. Apriti cielo. Perché questo governo qui – con Preti e Andreotti – nato a luglio è il Fanfani II, il primo, con i socialdemocratici dentro e la benevola astensione dei repubblicani, che è stato battezzato con la dicitura: centro- sinistra. Che ce ne vuole di fantasia eh. A maggio si erano svolte le elezioni politiche per rinnovare il Parlamento. Un’affluenza straordinaria: la più alta in percentuale dell’intera storia repubblicana. Per la Camera si presentano ai seggi 30.437.770 aventi diritto, cioè il 93,8 percento. Addirittura il 93,9 percento (27.391.239 elettori) per il Senato. Non c’è nessun vinto, benché ci sia un netto vincitore. La Dc passa dal 40,1 al 42,4%; aumento del Psi; il Pci perde 3 seggi, le destre 20. Ma dopo le vicende d’Ungheria la conservazione del consenso è il massimo che lo schieramento comunista si potesse aspettare. A qualche settimana dalle elezioni, Amintore Fanfani forma il suo secondo governo (il primo, varato nel gennaio ’54, era durato meno di due settimane): la sarabanda di governi e incarichi tra i cavalli di razza democristiani inizia. Quasi subito dopo essersi insediato, il presidente del consiglio Amintore Fanfani vola a Washington dove tiene un discorso al Congresso americano nel quale propone l’Italia come possibile mediatrice nelle relazioni tra gli Stati Uniti e i paesi arabi. Nel testo del comunicato emanato dalla Casa Bianca, sull’incontro tra Eisenhower e Fanfani si legge: «Il Presidente, il Segretario di Stato ed il Primo Ministro si sono scambiati punti di vista sul recenti sviluppi nel Medio Oriente e si sono trovati in soddisfacente accordo. Essi hanno anche convenuto sull’importanza della posizione dell’Italia rispetto ai suoi interessi nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, e sulla conseguente importanza di assicurare i mezzi con i quali le opinioni dell’Italia possano essere tenute in conto su una base continuata». Il Medio Oriente è in fiamme. Nasser ha unito l’Egitto alla Siria, in una Repubblica araba unita, sotto lo sguardo compiacente dei russi e, di risposta, Giordania e Iraq si sono unificati, in una nuova Federazione araba, sotto la protezione degli americani. Ma Nasser ha adesso alimentato un colpo di stato in Iraq. La linea di politica estera dell’Italia nel Mediterraneo è ora tracciata e sarà seguita a lungo. Il campionato di calcio l’ha vinto la Juventus, dove ci sono due nuovi arrivi, l’argentino rissoso e talentuoso Omar Sivori e il gigantesco gallese John Charles – quest’anno capocannoniere con 28 reti – che vi resteranno a lungo e che con Boniperti formeranno un Trio magico tra i più prolifici. Ma questo è l’anno del campionato del mondo di calcio, in Svezia, e il primo che viene trasmesso in mondovisione. E d’altronde, noi italiani possiamo solo guardare. E masticare amaro per quell’esclusione della nazionale azzurra per mano dell’Irlanda del Nord. E sì che in squadra c’erano due campioni mondiali, Schiaffino e Ghiggia, uruguagi di quella formazione che aveva espugnato il Maracanà brasiliano nel 1950, provocando una tragedia nazionale. E non erano i soli oriundi. C’erano anche Montuori, un argentino che veniva dal Cile e giocava nella Fiorentina, e Da Costa, un brasiliano che giocava nella Roma. Ma in una partita in cui sarebbe bastato un pareggio, il commissario tecnico Foni decise di impiegarli tutti e di aggiungerci Pivatelli che era il bomber del Bologna. Cinque attaccanti puri. Un disastro. L’Italia non partecipava per la prima volta alla fase finale del campionato del mondo di calcio. Però, ci lustriamo gli occhi: Gilmar, Djalma Santos, Nilton Santos, Zito, Bellini, Orlando, Garrincha, Didì, Vavà, Pelè, Zagalo. Chiunque avesse i calzoni corti in quell’anno saprà ripetervi a memoria questa formazione, la Seleçao più amata della storia, il calcio come non si è mai più visto, quella che vinse i mondiali in giugno. Pelè, o Rei; Garrincha l’allegria del popolo; Didì, per l’eleganza, il Principe; Nilton Santos, per l’immensa conoscenza calcistica, è l’Enciclopedia; e Djalma, da sempre e per sempre, è «o lateral eterno», il terzino eterno. Il commissario tecnico Feola, un panzone che mangiava durante gli allenamenti, decide alla seconda partita, di sostituire Altafini (Altafini!) con Pelè, che ha appena 17 anni. Un fenomeno. Uno che in finale riceve un assist nell’area svedese, stoppa di petto la palla, pallonetto per saltare l’accorrente difensore Gustavsson e riprende la sfera al volo battendo il portiere Svensson. Da allora, lo chiamano “sombrero”. È così che noi che avevamo i calzoni corti all’epoca abbiamo visto tutto. Sulle spiagge si canta Modugno, che ha trionfato al Festival di Sanremo. In gara c’erano Claudio Villa, Natalino Otto, il duo Fasano, Gino Latilla, insomma la crema della voce italiana. E c’era Nilla Pizzi, conL’edera. Faceva così: «Son qui tra le tue braccia ancor / avvinta come l’edera / son qui respiro il tuo respiro / son l’edera legata al tuo cuor». Nilla Pizzi era la Regina della canzone italiana. L’edera, Nilla Pizzi la cantava con Tonina Torrielli, la caramellaia di Novi, per via che veniva da una fabbrica di dolciumi, dov’era operaia – c’erano gli operai in Italia. Una coppia di voci e di presenza impeccabili: la “tradizione”. Non c’era partita. Poi arrivò lui, di Polignano a Mare: Domenico Modugno. A Sanremo aveva portato un brano estroso. Modugno non sapeva scrivere la musica, suonava a orecchio. Quando Gorni Kramer, direttore dell’orchestra di Sanremo, un mito amatissimo e seguitissimo, la sentì la prima volta, sbottò: «Ma che pazzia è questa canzone? Non ha stile, non esiste!». L’assistente di studio per le riprese televisive si accorge durante le prove che le braccia di Modugno, spalancate nel ritornello, davano problemi con le inquadrature. A differenza degli altri interpreti, che se ne stavano sempre composti, lui era tutto uno slancio. Nel ritornello, poi, muoveva di continuo le braccia verso l’alto. Il regista non era mai pronto a seguire con l’inquadratura il movimento delle braccia. Così, l’assistente si avvicina a Modugno: «Guardi che il regista vorrebbe che lei stesse un po’ più fermo». Modugno lo guarda senza capire. Dalla platea si levarono delle risate. Nella prima serata, al termine dell’esecuzione, si levarono applausi a non finire. Faceva così: «Penso che un sogno così / non ritorni mai più / mi dipingevo le mani e la faccia di blu / poi d’improvviso venivo dal vento rapito / e incominciavo a volare nel cielo infinito / Volare oh oh / Cantare oh oh oh oh». Dipingersi le mani e la faccia di blu. Essere rapiti dal vento, volare liberi nel cielo, a braccia aperte. Un gesto straordinariamente folle e poetico, un’idea dadaista, surrealista, cubista, senza necessariamente essere tutta sta roba qua. Con un signore elegante in smoking bianco che gorgheggiava e allargava le braccia come volesse abbracciare il mondo tutto. Una rivoluzione da fermi. Ma quale edere avvinghiate: possiamo volare volare volare. E la cosa più straordinaria non fu questa, che vinse. Fu che l’Italia tutta se ne innamorò. Si innamorò di se stessa, di quel sogno assurdo e meraviglioso, di quel mondo bellissimo che aveva dentro e che aspettava di essere raccontato, per esplodere. Che Italia, che anni. Voleva lo spazio infinito l’Italia, voleva il cielo. Quello che sentiva crescere nei suoi desideri. Quell’Italia desiderava volare. Voleva il blu. E blu, di mare e cielo, in quell’estate ce n’era tanto. In bici fa sfracelli Ercole Baldini, il Treno di Forlì, il Direttissimo della Romagna. È forte sia in pista – ha anche detenuto il record dell’ora – che su strada, dove si mostra un buon passista, un buon scalatore e ottimo nella crono: l’anno scorso ha vinto anche il Trofeo Baracchi con Coppi, che sarà l’ultimo prestigioso trofeo del Campionissimo. Vince il Giro d’Italia a giugno e salta il Tour, che va al lussemburghese Charly Gaul, arrivato terzo da noi, per concentrarsi sul Campionato del mondo, dove dominano i belgi. Ed è proprio del conflitto tra Rik Van Steenbergen e Rik Van Looy in fuga che il Direttissimo della Romagna approfitta: li va a riprendere e li stacca, giungendo solo al traguardo. Un anno d’oro per Baldini, campione un po’ in ombra, che non si ripeterà più a questi livelli. Al cinema spopola Steve Reeves, nelle Fatiche di Ercole, il film che darà inizio al ciclo peplum che sbancherà ai botteghini prima che arrivino gli spaghetti- western e i poliziotteschi. L’idea era dello sceneggiatore Ennio de Concini che però faticava a trovare un produttore. In realtà, c’era un illustre precedente, quello che era considerato il primo capolavoro del cinema, il Cabiria di Pastrone del 1914, dove recitava un uomo i cui muscoli erano più importanti del talento di attore e il cui nome, Maciste, era stato inventato da Gabriele D’Annunzio: per la parte di Maciste era stato scelto uno scaricatore del porto di Genova. Il regista Francisci l’anno prima, selezionando facce per il casting, aveva incrociato le foto di Reeves, un giovanottone del Montana che nel 1947 aveva vinto il titolo di Mr. America e l’anno dopo quello di Mr. World e poi di Mr. Universo. Così, Reeves arrivò in Italia e le Fatiche di Ercolefurono un successo straordinario a cui seguirono negli anni Ercole e la regina di Lidia, Romolo e Remo, La leggenda di Enea, Gli ultimi giorni di Pompei, La guerra di Troia, facendo di Reeves l’attore più pagato d’Europa. Ma sugli schermi arriva anche I soliti ignoti di Monicelli – un cast strepitoso, con Gassman, Mastroianni, Totò, Renato Salvatori, una giovanissima Claudia Cardinale, supportato da caratteristi straordinari come Memmo Carotenuto, Tiberio Murgia e Carlo Pisacane, in arte Capannelle – da un soggetto di Age e Scarpelli che avevano tratto ispirazione da un racconto di Italo Calvino: Furto in una pasticceria e girato in una Roma che non esiste più da tempo. La storia di un tentativo di furto al Monte di pietà, passando per un appartamento ritenuto vuoto, che mette assieme una banda di sciamannati e che si risolverà nel passaggio da un salotto a una cucina dove ci si ritroverà tutti seduti a mangiare un piatto di pasta e ceci. È la commedia all’italiana. L’Italia ride e fa sorridere, dei propri caratteri, delle proprie fantasie, della propria umanità – che poi è la cosa che ci riesce meglio.

MAI NULLA CAMBIA. 1968: TRAGICA ILLUSIONE.

Il senso dei francesi per la rivolta. Dalla “Grande jaquerie” del 1358 al movimento dei gilets gialli passando per la rivoluzione del 1789: quando la violenza politica è nel Dna della nazione, scrive Daniele Zaccaria il 6 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". Jean le Bel scrittore e storico del XIV Secolo descriveva con queste parole la Grande jacquerie del 1358: «Si portavano avanti senza consigli e senza armature, agitando bastoni chiodati e coltellacci, più selvaggi e spietati dei Saraceni, entrarono in una casa e uccisero un cavaliere, il suo scudiero, sua moglie e i bambini, poi gli diedero fuoco e continuarono così nelle case e i castelli di tanta brava gente. Nessuno li guidava ma loro continuavano a uccidere e a bruciare tutto senza misericordia alcuna». Il punto di vista di le Bel, intellettuale aristocratico e vicino alla Corona è senz’altro fazioso e il suo racconto ricco di enfasi, ma la rivolta contadina contro i privilegi dei signori feudali e della grande nobiltà fu davvero un’orda ferocissima e priva di controllo; nelle campagne dell’Ille de France, della Picardia, dell’Artois e della Normandia la violenza dilaga sfrenata, nessuno si mette a capo del movimento nessuno guida le migliaia di “Jacques Bonhommes” ( il nome collettivo affibbiato ai paysans) inferociti e vessati dalle gabelle che la nobiltà pretendeva avidamente dalle loro tasche. La rivolta fu poi repressa nel sangue con i mercenari assoldati dai conti e i marchesi del nord, in particolare gli scagnozzi di Charles II di Navarra, che restituirono con gli interessi le violenze ai contadini in una dialettica rivoluzione/ repressione che caratterizzerà la storia della Francia, dal medioevo ai nostri giorni. Molti politologi paragonano con un certo disprezzo la protesta dei gilets gialli contro le “gabelle” del presidente Macron alla Grande Jacquerie del 1358 giocando con suggestivi punti di contatto: la provenienza rurale, la ribellione fiscale, l’odio verso le élites, la mancanza di strategia e di leader politici. La similitudine però non tiene, i gilets che da tre settimane paralizzano la Francia sono classi medie impoverite di una società industriale avanzata, compararli ai contadini del 1300 quando l’Europa era flagellata dalla peste nera e dalla Guerra dei cent’anni è un modo alquanto pittoresco di leggere il conflitto sociale. C’è però un filo rosso che lega i tumulti delle jacqueries alla guerriglia urbana che nell’ultimo week end ha incendiato i quartieri chic di Parigi: il senso dei francesi per la rivolta, una disposizione permanente, quasi iscritta nel Dna della nazione, trasversale agli schieramenti politici. La Rivoluzione del 1789 guidata dalle élites cittadine del Terzo Stato ha una profonda radice contadina; tutti gli storici concordano che la Guerra delle farine del 1773 et 1774, con gli agricoltori che si ribellano al potere assoluto per l’aumento del prezzo del grano annuncia con 15 anni di anticipo la caduta della monarchia. Quel grumo di violenza rappresa esplode poi nelle giornate rivoluzionarie dove il fanatismo dei giacobini (per dirla con Engels) si impone in una spirale di rappresaglie infinite. Nel cerchio di sangue del Terrore nasce un’altra rivolta contadina, stavolta di segno opposto: è l’insurrezione della Vandea monarchica e clericale che reagisce prendendo le armi agli espropri e alla leva obbligatoria istituita dal governo rivoluzionario. «Distruggete la Vandea!», tuonò il deputato della Montagna Bertrand Barère alla Convenzione il 1 agosto e la Vandea effettivamente fu messa a ferro e fuoco dall’esercito repubblicano: oltre 170mila morti in una repressione che per alcuni studiosi assomiglia a un vero e proprio genocidio. Nell’incedere dei conflitti a ogni ribellione della società segue una reazione ancor più brutale da parte dei poteri. E’ accaduto nel 1848 dopo i moti che portarono alla nascita della Seconda Repubblica e alla caduta di Luigi Filippo; il governo conservatore uscito dalle elezioni soffocò nel sangue le proteste operaie con i reggimenti del generale Cavaignac che spararono contro la folla in piazza uccidendo migliaia di persone. Stesso climax per la Comune di Parigi (1871), un’altra rivolta popolare repressa con una spietatezza senza pari (30mila vittime) dalle forze controrivoluzionarie. Attraversando guerre e rivoluzioni i francesi, di destra, di centro e di sinistra, hanno continuato ciclicamente a ribellarsi, dai “qualunquisti” di Poujade negli anni 50 alle contestazioni studentesche e operaie del ’ 68, al movimento dei ferrovieri del ’ 95 e dei “berretti rossi” in Bretagna nel 2013, fino agli odierni gilets gialli, l’ultima incarnazione di quel demone che da otto secoli segna i passaggi cruciali della storia francese.

Il 1968: la rivoluzione e gli errori della politica. Dalla battaglia di Valle Giulia alle Brigate Rosse e di Autonomia operaia. Fuoco e furia ma anche riforme e cambiamenti per un modello oggi in piena crisi, scrive Stefano Cingolani il 28 febbraio 2018 su "Panorama". Il primo marzo di cinquant’anni fa, la battaglia di valle Giulia, tra villa Borghese e la collina dove sorge ancor oggi la facoltà di Architettura, segnò il vero inizio del Sessantotto romano. E io non c’ero. Così, non ho potuto vedere Giuliano Ferrara precipitarsi lungo il clivo per sfuggire alle cariche di polizia (rimase anche ferito) né Ernesto Galli della Loggia, Paolo Liguori, Oreste Scalzone, Massimiliano Fuksas che venne anche arrestato. È lunghissimo l’elenco di tutti quelli che erano là e nel corso del tempo hanno imboccato i sentieri più diversi, professori, parlamentari, archistar, terroristi o eterni agitatori come Piero Bernocchi il quale, a mezzo secolo di distanza, organizza ancora antagonisti e comitati di base. Non ho visto nemmeno Michele Placido che allora faceva il celerino e picchiava gli studenti, quelli di sinistra e quelli di estrema destra in lotta contro i rossi, ma anche contro i poliziotti. E anche qui non mancano i nomi che hanno segnato gli anni di piombo, Stefano Delle Chiaie, Mario Merlino, Adriano Tilgher. Non erano figli di papà (non tutti) che si battevano contro poliziotti-proletari, non era la borghesia che si ribellava a se stessa, come scrisse Pier Paolo Pasolini nella poesia rimasta famosa con la quale si schierava dalla parte della celere. Perché non si trattò di una rivolta di classe nonostante venisse rappresentata così dalle frange più ideologiche, fu piuttosto una rivolta generazionale, in Italia come negli altri paesi occidentali, e senza dubbio è stata la più grande scossa violenta imposta da una generazione nel secolo scorso. In piazza nel 1968 c’erano i baby boomers, quelli nati dopo la seconda guerra mondiale, erano di sinistra e di destra e volevano scuotere il vecchio ordine. Lo hanno fatto, sono anche andati al potere, hanno diretto giornali, girato film, formato governi, sono persino entrati nei templi del capitale, banche e grandi industrie, si sono arricchiti, ma non hanno costruito nessun nuovo ordine. Dovrei dire, in realtà, "non abbiamo" perché il giorno dopo c’ero anch’io a piazza del Popolo alla manifestazione di reduci di sinistra, incerottati ma non domi, anzi. Da allora tutto precipitò per almeno un decennio lungo un piano inclinato che finì in parte nelle Brigate Rosse in parte in Autonomia operaia nel 1977, finché non arrivò il grande riflusso che a partire dagli anni Ottanta spense gli ultimi fuochi, non senza drammatici e luttuosi colpi di coda. I baby boomers avevano mostrato dove portava la loro volontà di potenza, e l’era dell’Acquario si trasformava nella società narcisistica che avrebbe dominato per il resto del secolo, lasciando molte macerie e ancor più delusioni.

Non solo fuoco e furia. Rivalutare il 68 è impossibile per la unicità del fenomeno, ma è difficile anche valutarlo. Non fu tutto fuoco e furia; in Italia, come in Francia o in Germania, arrivarono riforme e cambiamenti: le pensioni, la sanità pubblica, lo statuto dei lavoratori, salari e stipendi allineati a quelli dei paesi più ricchi. L’intero welfare state che abbiamo conosciuto, è frutto di quegli anni, del combinarsi di rivolte giovanili e lotte operaie. Oggi che quel modello è profondamente in crisi val la pena esaminarne a fondo pregi e virtù.

Un bilancio. La variante italiana dentro un movimento di così vasta portata, è caratterizzata da quella che l’economista Michele Salvati ha chiamato la monetizzazione delle riforme. In altri termini, le classi dirigenti, politiche ed economiche, hanno realizzato vasti cambiamenti con l’illusione di non farli pagare a nessuno. L’ampia franchigia/evasione fiscale a favore dei ceti medio-alti e dei lavoratori autonomi (agricoltori, commercianti, professionisti) s’è accompagnata ad un aumento secco della spesa pubblica, così che nel corso di un decennio o poco più il debito dello stato è raddoppiato rispetto al prodotto lordo, passando dal 60 al 120 per cento. Dunque, potremmo dire che il debito pubblico è colpa del Sessantotto? In realtà, è colpa di come il sistema economico e politico ha reagito alla spinta che veniva dal basso, senza tener conto delle compatibilità interne e internazionali e comprando con il debito il consenso elettorale. Sarebbe ora che gli ex sessantottini, soprattutto quelli che, giunti ormai alla pensione, hanno penetrato il sistema che volevano abbattere, facessero una seria autocritica, una riflessione di fondo, e non un omaggio retorico al tempo passato. Il dibattito sul debito pubblico, tanto per fare un esempio concreto, non ne tiene conto. Men che meno il dibattito politico. In questa campagna elettorale tutti hanno promesso miracolistiche riduzioni del fardello che schiaccia il paese, gettando sempre la colpa sugli altri; mai nessuno che dica l’amara verità: non ci sono pasti gratis, ogni cambiamento comporta un pagamento, se vogliamo le pensioni più vaste d’Europa o la sanità per tutti, bisogna produrre abbastanza ricchezza da destinare a questo scopo. In fondo è buon senso, non teoria economica. Già, ma al Sessantotto il buon senso faceva ribrezzo. 

Il 1968: perché è un anno da dimenticare. Ha rappresentato il crollo del principio di autorità, lo sfilacciamento della responsabilità, la cancellazione del merito, scrive Marco Ventura l'1 marzo 2018 su "Panorama". Il ’68? Un anno da dimenticare. Ha introdotto in Italia l’irresponsabilità, la creatività individualista fine a se stessa ma unita al collettivismo, il ripudio del merito, lo strapotere delle ideologie. Si parla poco del ’68, eppure il 1° marzo ricorre l’inizio canonico delle celebrazioni del cinquantenario con il ricordo della “battaglia di Valle Giulia”, quando gli studenti attaccarono la polizia per il controllo della Facoltà di Architettura a Roma. Fu un pomeriggio rovente, che si concluse con centinaia di feriti (146 tra le forze dell’ordine, 478 fra gli universitari “rossi” e “neri”) più 10 arresti e 228 fermi. Due mesi dopo partì il maggio francese con la fusione della protesta di universitari e operai, mentre negli Stati Uniti la rivolta nelle Università assunse caratteri da Nuovo Mondo: pacifismo contro la guerra in Vietnam, e rivendicazioni razziali. Anche nell’Est Europa arrivò l’onda lunga della rivoluzione che coincise con gli otto mesi di esperimento riformatore di Dubcek, soffocato dai carri armati sovietici. La primavera di Praga significò però ben altro che il nostro ’68, che nelle sue componenti “rosse” era comunista (a dispetto dei distinguo interessati e, diciamo così, postumi). Ho un piccolo ricordo personale. Avevo 7 anni, nel ’68, ma qualche anno dopo mio padre si ritrovò nella Commissione per gli esami di abilitazione alla professione di architetto. Il ’68 aveva portato fra l’altro due novità: la contestazione del principio di autorità e l’esaltazione della creatività contro regole e rigidità del sistema…Poi un’aspirazione militante al livellamento, sotto forma di lotta contro i “privilegi di classe” per cui il buon andamento a scuola era considerato un ingiusto vantaggio dei figli della borghesia che avevano la possibilità di studiare nelle ricche biblioteche di famiglia. Poco importa che i sessantottini fossero figli loro stessi di quella borghesia, non di rado medio-alta. Ricordo che mio padre decise con gli altri componenti della Commissione (dopo anni in cui si dava il 18 politico, si promuoveva e abilitava chiunque e si ammettevano alla fine degli studi progetti di città sottomarine di vetro o palazzine simili a sculture invece che case abitabili) di porre domande semplici che nessun professore poneva più, per non apparire reazionario: che cos’è un sifone, di cosa è composto il cemento, come si progetta un bagno perché la porta non sbatta contro il water. In quella sessione, fu bocciata la maggioranza degli aspiranti architetti, che a quelle domande basiche non seppero rispondere. Ricordo le telefonate di minaccia che ci arrivarono a casa per quella piccola controrivoluzione. Per me il ’68 significa quello: il crollo del principio di autorità col pretesto di abbattere l’autoritarismo (che è cosa diversa), lo sfilacciamento della responsabilità per cui vale più un’idea fantasiosa ma sconclusionata, che non la serietà di un progetto capace di far nascere un palazzo, un ospedale, una sala concerti, utile per chi ci vive. Per me, il ’68 significa quel movimento che in nome dell’eguaglianza e della lotta alla borghesia e ai suoi privilegi, ha cancellato il merito e le pari opportunità. Per la prima volta, forse, è invalso il principio per cui uno è uguale a uno. È rimasto, della celebre provocazione di voler portare la fantasia al potere, l’amore del potere. Come dimostra la capacità politica degli ex capipopolo sessantottini di riciclarsi nella società in posizioni di potere, per esempio nel mondo finanziario e nei media, che all’epoca erano i principali bersagli dei loro slogan demolitori. Il ’68 significa anche la vittoria di una classe di intellettuali che per tanti, troppi anni, ha monopolizzato l’editoria, la magistratura, l’accademia, e ha introdotto nella cultura un elemento, quello del discrimine ideologico, che ha escluso fior di scrittori, artisti, accademici. C’è stato un eroismo del ’68 che non è quello dei sessantottini, ma di quanti dai sessantottini furono ostracizzati. Dopo il ’68, in Italia ha agito una dittatura culturale per la quale chiunque non aderisse a quelle matrici ideologiche (il cattolicesimo “socialista”, il pacifismo anti-imperialista che di fatto faceva il gioco del blocco sovietico e delle dittature comuniste, la critica del capitalismo che per successive metamorfosi avrebbe prodotto i progetti terroristici degli anni ’70) era inevitabilmente tacciato di fascismo o, peggio, di cultura “borghese”. C’è chi sostiene che anche il valore della famiglia si è svalutato con il ’68. Non è escluso. Certo, sessantottina era l’idea che i figli della classe operaia non potessero emanciparsi e, quindi, si dovesse immaginare per loro una grammatica che accettasse la perdita dei congiuntivi. Certo, sessantottina era l’idea del 18 politico. Con la conseguenza di avere ancora architetti incapaci di progettare un bagno, ingegneri che non saprebbero calcolare un’autostrada, magistrati che forse intendono il loro incarico come una missione politica, non come l’esercizio di una funzione di garanzia super partes. C’è anche stata molta violenza, nel ’68. E i sessantottini che non si sono riciclati conquistando il potere, si sono persi nella violenza politica degli anni ’70. Ma intanto sono riusciti a introdurre nella società un sistema di contro-valori che abolisce il merito, rinnega la tradizione, denigra la competenza. Il ’68? un anno da dimenticare.

50 anni fa l'alluvione del Biellese. Tra il 2 ed il 5 novembre 1968 il Piemonte fu colpito da un'eccezionale ondata di maltempo: 100 morti. La Valle Strona spazzata via con le storiche industrie tessili, scrive Edoardo Frittoli il 6 novembre 2018 su "Panorama". A mezzo secolo esatto dall'ondata di maltempo che ha colpito l'Italia, ricordiamo la tragica alluvione che colpì il Piemonte ed in particolare il Biellese. A Campore di Vallemosso (Valle Strona) la prima vittima del maltempo fu sepolta da tonnellate di detriti già nel primo pomeriggio del 2 novembre 1968. Si trattava di una operaia di una ditta tessile che rientrava dal turno di lavoro e fu travolta dalla piena del torrente che tagliava in due la stretta valle. Il Biellese (e tutto il Piemonte) erano stati investiti già dal giorno precedente da una violentissima perturbazione atlantica con venti umidi di scirocco provenienti dal basso Piemonte, già colpito da forti piogge e allagamenti. Mentre la valle scivolava nel buio a causa dell'improvviso e prolungato black-out, l'impeto del torrente Elvo trascinava con sè due anziane signore che avevano cercato invano di rifugiarsi all'interno della loro merceria. Cominciava così una delle più gravi tragedie del maltempo del dopoguerra, che cancellerà circa un centinaio di vite in poche ore, provocando miliardi di danni all'industria e all'agricoltura della zona. Tra questi cento morti, la maggior parte erano concentrati nel biellese, in particolare lungo la Valle Strona sommersa dalle devastanti frane scaricate dai fianchi delle montagne.

La valle della morte. Nell'occhio del ciclone si venne a trovare il paese di Vallemosso, allora in provincia di Vercelli, situato in fondo alla Valle Strona. Fu talmente evidente l'entità del disastro da essere ribattezzata "la valle della morte". Lungo il corso del torrente Strona la furia dell'alluvione metteva in ginocchio Crosa, Strona, Mosso Santa Maria, Camandona, Bioglio. Erano crollate le case, inghiottite le strade, devastate le fabbriche. E come se non bastasse, per un soffio non cedette la diga di Camandona, alimentata dal torrente che dà il nome alla valle. I primi morti furono accatastati alla meglio nei pochi capannoni rimasti in piedi dopo il passaggio della valanga di fango e detriti dai superstiti dei paesi rimasti completamente isolati. Il giorno successivo ne avevano contati già 70. Sulla strada tra Quaregna e Cossato si aggiunsero altre vittime per il crollo di un ponte sul quale stavano transitando alcune auto. Molte furono le persone sepolte dal crollo delle loro case oppure colti dall'onda di piena nelle strade e nelle fabbriche. Altre furono trascinate in basso dall'impeto delle acque, molti furono gli abitanti colti dalla morte nel sonno, poiché l'ondata di piena più grave si era abbattuta sui paesi piombati nel buio.

I torrenti e l'effetto diga. La principale causa della piena dello Strona fu dovuta al carico eccezionale subito dalle piene degli affluenti che in quota avevano subito il cosiddetto "effetto diga" per l'ostruzione degli alvei dovuta alle numerose frane. La situazione, mentre imperversava il maltempo sulle teste chine dei soccorritori, era apocalittica. Oltre alle vittime, ingentissimi i danni non soltanto alle infrastrutture ma anche alla maggior parte delle aziende dello storico distretto tessile biellese.

Addio al tessile della prima rivoluzione industriale. Su 40mila addetti al settore, ben 10mila erano rimasti senza lavoro per gli effetti dell'alluvione. 120 stabilimenti su 400 della zona Valle Strona-Valsessera-Valsesia non esistevano più. Tra le punte di diamante del distretto costrette ad interrompere la produzione c'erano Loro Piana, Zegna, Barbero, Pietro e Serafino Bertotto, Tessil-Union, Verlanda, Sella, Reda, Giuseppe e Gregorio Botto. Circa il 50% della fornitura laniera nazionale (la maggior parte della quale destinata all'export) era stata spazzata via dalla furia delle acque, mentre sopra ai pochi tetti rimasti intatti volteggiavano gli elicotteri del Soccorso Aereo di Milano Linate, dell'Aviazione Leggera dell'Esercito, di Carabinieri e Vigili del Fuoco decollati dall'aeroporto di Cameri dove era stata allestita la base del Soccorso aereo. I segni della terribile alluvione di 50 anni fa furono evidenti fino alla pianura attorno al capoluogo Vercelli, dove il fiume Sesia raccolse la piena dello Strona e degli altri affluenti, riversandosi e danneggiando le campagne circostanti e danneggiando la fitta rete di canali delle risaie, sopra tutti lo storico canale Cavour. Quando il 7 novembre i primi cingolati dell'esercito giungevano faticosamente in ciò che rimaneva dell'abitato di Vallemosso, il bilancio delle vittime nel solo comune era di 58 morti. Le famiglie senza tetto della zona ben 300. Le ultime vittime della tragedia di mezzo secolo fa si registrarono a Piedimulera in Val d'Ossola, dove si era spostata l'ondata di maltempo. Per il crollo di della loro casa, fu cancellata un'intera famiglia di 8 persone.

Belice, 50 anni dal terremoto. La notte del 15 gennaio 1968 un violento sisma sconvolgeva la Sicilia occidentale. Centinaia di morti, migliaia di feriti, scrive Edoardo Frittoli il 14 gennaio 2018 su "Panorama". Esattamente mezzo secolo fa un violentissimo sisma sconvolgeva la Sicilia occidentale tra le province di Trapani, Palermo ed Agrigento. La scossa più forte, alle 3 del mattino del 15 gennaio 1968, raggiunse una magnitudo di 6,4. I centri più colpiti furono i paesi di Gibellina, Poggioreale e Montevago nella zona della valle del fiume Belice nell'entroterra trapanese. Le vittime del terremoto saranno circa 400, più di 1.000 i feriti e circa 90.000 gli sfollati dall'area più vicina all'epicentro.

Valle del Belice, Sicilia occidentale. Notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968. Le scosse più violente erano state anticipate da altre di minore intensità poco dopo le 13,30 del giorno precedente, il 14 gennaio, alle quali le autorità e la popolazione non avevano dato eccessivo peso. Infatti le prime voci di cronaca avevano parlato soltanto di alcuni edifici lesionati e di nessuna vittima. Poche ore più tardi però, appena dopo le 16, una scossa più violenta aveva creato danni estesi in diversi comuni del Belice, tanto che buona parte degli abitanti aveva deciso di trascorrere la notte fuori dalle case o di rifugiarsi in casolari isolati di campagna. Il sisma fu avvertito in maniera allarmante anche a Palermo, dove i cittadini avevano intasato le strade cercando la fuga fuori dal centro abitato. Ma le scosse del pomeriggio furono soltanto il preludio al devastante sisma che avrebbe colpito durante le prime ore del 15 gennaio con una serie di violente scosse a partire dalle ore 2:34. La devastazione giunse mezz'ora più tardi con la scossa più forte dell'intero sciame sismico. Alle 3:01 i centri abitati di Montevago, Gibellina e Poggioreale furono letteralmente cancellati dalle carte geografiche. Le vecchie case e gli edifici religiosi completamente costruiti in tufo non opposero alcuna resistenza alla violenza delle scosse, disintegrandosi in pochi secondi e trasformandosi in cumuli di macerie, che divennero la tomba di centinaia di cittadini. I crolli furono ulteriormente aggravati dai numerosi incendi che divamparono a causa del contatto tra le travi dei tetti in legno e le molte stufe accese nel freddo del mese di gennaio.

L'alba del giorno dopo. Ai primi e poco organizzati soccorritori che già nelle immediate circostanze del sisma tentarono con i pochi mezzi a disposizione di portare soccorso ai centri maggiormente colpiti, si presentò uno scenario apocalittico, oltre al fatto che le strade di accesso ed i ponti erano stati inghiottiti dalla terra sconvolta dal terremoto. Sotto le macerie, migliaia di persone erano ancora in vita nella lunghissima attesa di essere riportate alla luce dai Vigili del Fuoco. Alle prime luci dell'alba a Montevago la conta dei morti aveva già superato le 200 vittime accertate. La macchina dei soccorsi evidenziò sin da subito i gravi limiti dovuti ad un'organizzazione approssimativa, tanto che negli interventi svolti senza pensare a misure di sicurezza perirono 10 soccorritori sepolti da crolli successivi durante le 16 scosse più lievi che colpirono la zona il 15 gennaio. Anche gli ospedali più prossimi al Belice furono lesionati dagli effetti del terremoto, rendendo ancora più difficile lo smistamento dei feriti e l'afflusso degli aiuti che iniziavano ad arrivare da tutta Italia per mezzo della Croce Rossa. Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e il ministro dell'Interno Emilio Taviani si recarono sui luoghi della tragedia atterrando all'aeroporto militare di Trapani-Birgi dove toccarono il suolo anche gli aerei da trasporto C-119 dell'Aeronautica Militare con a bordo uomini e strumenti di soccorso. Le difficilissime operazioni continuarono nei giorni successivi rese ancora più difficili dal fango cresciuto per la pioggia e dall'impraticabilità di molte strade cancellate dal terremoto oltre che rallentate dalle oltre 345 scosse dello sciame sismico che si sviluppò tra il gennaio ed il settembre del 1968.

La ricostruzione: arte ed appalti. Il calvario dei terremotati del Belice non finì con il placarsi dell'attività sismica. I tre paesi rasi al suolo nella notte del 15 gennaio non saranno mai riedificati nei loro antichi siti originari e la ricostruzione sarà un'ulteriore piaga nel fianco della Sicilia occidentale ferita dal sisma. Alla metà degli anni '70 infatti, decine di migliaia di sinistrati vivevano ancora in baracche provvisorie prive di servizi essenziali. Le baracche furono inoltre costruite con materiali cancerogeni come l'Eternit, facendo crescere sensibilmente l'incidenza dei tumori tra i sopravvissuti. Nonostante gli stanziamenti a favore della ricostruzione nei 30 anni successivi al sisma sarà solo nel 2006 che le ultime baracche saranno smantellate, mentre la ricostruzione dei centri cancellati dal terremoto sarà oggetto di dure polemiche. Gibellina Nuova, sarà ricostruita a circa 20 km a valle dei ruderi dell'antico abitato quale città-modello, alla cui progettazione furono coinvolti artisti come Alberto Burri e Pietro Consagra. Successivamente aderirono alla città-museo anche Arnaldo Pomodoro, Mario Schifano, Mimmo Paladino, Andrea Cascella, Leonardo Sciascia. L'intento sperimentale sarà tuttavia offuscato dalle questioni legate alla ricostruzione avvenuta su terreni di proprietà di famiglie mafiose e dalla mancata attenzione alla situazione infrastrutturale e dei servizi. Si preferì infatti dare la precedenza alla costruzione dell'autostrada Palermo-Mazara del Vallo piuttosto che implementare la rete stradale locale o ricostruire linee ferroviarie un tempo molto frequentate come la Castelvetrano-San Carlo Burgio, dismesse già alla fine degli anni '50. Le grandi opere la fecero da padrone, prendendo la precedenza sull'emergenza abitativa che dieci anni dopo il sisma era ancora una triste realtà. Le inchieste giudiziarie relative alla ricostruzione, si sono tutte concluse con le assoluzioni del 1990.

Oggi, a 50 anni dal terremoto, le rovine dei paesi rasi al suolo rimangono a testimoniare il dolore di una ferita al cuore della Sicilia, solo parzialmente cicatrizzata dal tempo.

1968: L'Italia vince gli Europei di calcio. Graziati dal sorteggio della monetina con L'Urss in semifinale, gli Azzurri ripeteranno la finale contro la Jugoslavia vincendola per 2-0. Era il 10 giugno 1968, scrive Edoardo Frittoli il 8 giugno 2018 su "Panorama". Il Campionato Europeo del 1968 (ospitato a partire dai quarti negli stadi italiani) fu per gli Azzurri di Ferruccio Valcareggi la vittoria del rischio e del coraggio, misto ad una buona dose di azzardo. La Nazionale italiana era infatti arrivata in finale dopo la vittoria decisa dalla sorte quando Giacinto Facchetti lanciò in aria la famosa monetina che cadde dal verso giusto. Nel 1968 il regolamento non prevedeva infatti i calci di rigore al termine dei tempi supplementari finiti in parità e questo fu il caso della semifinale del 5 giugno contro l'Urss, terminata al San Paolo di Napoli sullo 0-0. Dopo che la fortuna ebbe guidato la mano del capitano azzurro che centrò il giusto 50% delle probabilità, all'Italia non restava che sfidare la Jugoslavia davanti ai tifosi dell'Olimpico la sera dell'8 giugno 1968.

L'Italia fatica ai quarti. Il percorso della Nazionale di Ferruccio Valcareggi non fu privo di ostacoli e difficoltà. Per la prima volta nella storia della competizione, le qualificazioni alle semifinali non avvennero per eliminazione diretta ma furono decise da 8 gironi che si affrontarono nei due anni precedenti decidendo l'accesso ai quarti, oltre che all'Italia, ad Inghilterra, Ungheria, Spagna, Francia, Urss, Bulgaria e Jugoslavia. Nelle due partite (andata e ritorno) contro la Bulgaria l'Italia rischiò molto: perse il primo incontro per 3-2 riuscendo a recuperare nella seconda sfida vincendo 2-0. La futura sfidante degli azzurri invece, la Jugoslavia, ebbe ragione di una Francia irriconoscibile vincendo le due gare con una goleada: 6-1 e 3-0. Nelle semifinali l'Italia trovò di fronte a sé i Sovietici, mentre gli Jugoslavi mandarono a casa l'Inghilterra di Bobby Charlton con lo scarto di una sola rete.

Italia-Urss: la partita della sorte. Nella partita contro l'Urss, Valcareggi portò in campo Zoff, Burgnich, Facchetti, Ferrini, Bercellino, Castano, Domenghini, Juliano, Mazzola, Rivera, Prati. La partita comincia in salita per gli Azzurri. Al quarto minuto in un contrasto con Bishovets Rivera si infortuna, continuando a giocare zoppicando vistosamente. I Russi sono fisicamente superiori. Mazzola è schiacciato dagli avversari mentre Valcareggi deve arretrare una punta e affidarsi a Gigi Riva. Dopo i tempi regolamentari a reti inviolate, durante i supplementari una cannonata dalla distanza di Domenghini dà l'illusione del gol ma il botto metallico del palo raggela gli 80.000 tifosi. Tutto rimandato, ed il fantasma della Corea appare nel cielo di Napoli. Alla fine le invocazioni alla sorte daranno ragione agli Azzurri dopo una serata di patimento in cui anche Bercellino deve cedere per una distorsione alla caviglia.

Le due finali: 8 e 10 giugno 1968. L'appuntamento per la finale contro gli Jugoslavi, che per fortuna degli Azzurri sono rimasti decimati dagli infortuni dopo la vittoria contro l'Inghilterra. La sera dell'8 giugno 1968 all'Olimpico finirà 1-1ancora dopo i supplementari. La Jugoslavia è superiore nel gioco e gli azzurri patiscono la manovra che porta alla rete avversaria al 38' siglata da Dzajic dopo un'esitazione di Zoff su un cross teso e un pasticcio di Burgnich in difesa. La stanchezza azzurra è evidente e gli unici a spingere sono Facchetti e Guarneri. Gli Jugoslavi sbagliano tre reti facili, mentre Anastasi sciupa di fronte al portiere. Il miracolo del pareggio arriverà dal piede magico di Domenghini che insacca una punizione perfetta all'80'. Poi le reti inviolate dei supplementari costringono alla ripetizione della finalissima, non essendo previsto il sorteggio in finale. Due giorni dopo il Ct Valcareggi gioca il tutto per tutto rivoluzionando la squadra. Il modello è quello dell'Inter dei lanci lunghi a saltare il centrocampo. La Jugoslavia è ancora provata dalla finale pareggiata dopo l'illusione della vittoria. Gli Azzurri della seconda finale del 10 giugno 1968 sono: Zoff, Burgnich, Facchetti, Rosato, Guarneri, Salvadore, Domenghini, Mazzola, Anastasi, De Sisti, Riva. Tutti avanti, quindi, anche se l'Italia non può schierare il nerazzurro Luisito Suarez o Jair ad interpretare lo schema che il ct azzurro, giocando d'azzardo, vuole replicare. Con 5 uomini freschi senza la prima finale di 240' nelle gambe la formula funziona. Al 12' Gigi Riva segna in fuorigioco non ravvisato dall'arbitro spagnolo Ortiz de Mendebil. La strada è spianata e le sgroppate di Mazzola supportate dai tocchi di "Picchio" De Sisti portano al raddoppio di Anastasi al 32'. Il sogno è mantenuto e gestito nel secondo tempo con gli avversari fisicamente esausti che permettono agli uomini di Valcareggi di abbassare il ritmo. Poi il triplice fischio della vittoria arriva questa volta dopo i 90' regolamentari, permettendo di tingere per una volta di azzurro il cielo del "rosso" 1968.

Roma-Fiorentina in Europa: ecco come andò nel 1968. L'unico precedente tra le due squadre italiane risale agli anni Sessanta nella Coppa delle Alpi. Vinsero i giallorossi, ma non festeggiò nessuno, scrive Dario Pelizzari il 27 febbraio 2015 su "panorama". Prima delle sfide da lustrini e pailettes della Champions League e delle avventure meno gratificanti eppure ricche di risvolti da prima pagina dell'Europa League, il terreno di scontro e di incontro continentale delle squadre italiane si chiamava Coppa dei Campioni, Coppa Uefa, Coppa delle Coppe, ma pure Coppa Mitropa, Coppa Anglo-Italiana e Coppa delle Alpi. Ed è proprio nell'edizione del torneo che nel 1995 ha dato vita, insieme alla Coppa Mitropa e alla Coppa Piano Karl Rappan, alla Coppa Intertoto Uefa che il 15 giugno del 1968 si incrociarono Roma e Fiorentina in quello che rimane il loro unico bisticcio internazionale. Dodici squadre in tutto, divise in due gironi da sei. Roma e Fiorentina rappresentavano il tricolore nel girone A, mentre Cagliari e Juventus difendevano il calcio made in Italy nel girone B. Nel mezzo, quattro squadre svizzere (Basilea, Servette, Lucerna e Young Boys) e quattro squadre tedesche (Eintracht Francoforte, Schalke 04, Colonia e Kaiserlautern). Gare di sola andata, chi vince il girone vola in finale. Eccola qui la Coppa delle Alpi 1968, un concentrato d'Europa a dodici spicchi. Non l'evento dell'anno, ma nemmeno l'amichevole della domenica. Pronti e via e tira aria di derby. Roma e Fiorentina si stringono la mano ad Augusta, in Germania, per la prima giornata del trofeo. Si gioca in campo neutro, vince chi la sa più lunga. La Viola faceva la voce grossa ormai da anni nella Serie A e l'anno successivo avrebbe vinto lo scudetto. Altra storia per i giallorossi, che tiravano invece a campare nella parte destra della classifica. La Fiorentina poteva contare su giocatori da copertina come De Sisti, Maraschi, Amarildo, Rogora, Pirovano, Albertosi. Dirigeva l'orchestra la coppia Bassi-Ferrero. La Roma produceva sogni conJair, Taccola, Cordova, Ferrari, Losi e Pizzaballa. Allenava e insegnava mister Oronzo Pugliese. Ad Augusta, va in scena l'Italia del pallone che sgomita per farsi bella nella piccola Europa. Le cronache dell'epoca raccontano di una gara a senso unico nel primo tempo, con i gigliati padroni del campo e vicini al gol prima con Maraschi (a lato di poco), quindi con Ferrante (traversa). Al ritorno dagli spogliatoi, cambia la musica. Al 63' la Roma passa in vantaggio grazie a una deviazione sotto porta di Taccola (scomparso pochi mesi dopo per un attacco cardiaco), lesto a ribadire in rete un tiro di Jair non trattenuto da Superchi. Uno a zero e palla al centro. La Fiorentina prova a riportare in equilibrio la gara, ma non ci riesce e così i primi 2 punti del torneo finiscono nelle tasche dei giallorossi. Che al termine del girone saranno però costretti a dire addio alla finale per colpa di un mattoncino nella differenza reti, che premia il Basilea, poi sconfitto nella partita decisiva dallo Schalke 04. Roma 1 Fiorentina 0. Se n'era andato Taccola, non festeggia nessuno.

Il festival di Sanremo del 1968. L'edizione di 50 anni fa, vinta da Sergio Endrigo con al debutto Baudo. Presenti Albano, Ranieri, Leali e Don Backy contro Celentano, scrive Edoardo Frittoli il 7 febbraio 2018 su "Panorama". L'appuntamento davanti a milioni di Italiani era per giovedì 1 febbraio 1968, sul palco del Casinò di Sanremo. La giornata si era aperta con l'assedio dei fotografi davanti all'ingresso dell'Hotel des Anglais che si accalcavano per immortalare per primi la bellezza sexy di Eartha Kitt, la cantante soul afro-americana chiamata ad esibirsi tra gli stranieri che avrebbero cantato in coppia con gli italiani nella 18a edizione del Festival di Sanremo. Fin dai primi scatti fu chiaro l'intento degli organizzatori capeggiati da Gianni Ravera di dare scandalo davanti ad un paese ancora bigotto e conformista. Bastava guardare il vestito succinto della Kitt. Seguì l'uscita dall'albergo dell'imponente sagoma di un colosso della musica nera d'oltreoceano: Louis Armstrong, accompagnato dal grande xilofonista jazz Lionel Hampton. Il "Satchmo" sgrana gli occhi, forse ancora incredulo per il cachet stratosferico offerto per la sua partecipazione. Dichiara alla stampa di essere felice e di amare gli spaghetti, sorridendo a mille denti nelle foto insieme a Claudio Villa e Lara Saint Paul. Gli altri stranieri che si esibiranno al Casinò saranno Wilson Pickett, Dionne Warwick, Paul Anka, Roberto Carlos, Timi Yuro, Shirley Bassey

Arrivano i "nostri". Tra i "nostri", si parte con un'esclusione: la canzone scritta da Domenico Modugno per il festival viene scartata dalla giuria (della quale fa parte anche Renzo Arbore). Il testo di "Meraviglioso" fu scartato per gli espliciti riferimenti al suicidio quando su Sanremo ancora aleggiava l'ombra di Luigi Tenco, che proprio nei giorni del festival di un anno prima si era tolto la vita sparandosi in testa. Il Domenico nazionale dovrà accontentarsi di cantare una canzone scritta da altri in coppia con Tony Renis.

Celentano contro Don Backy, la faida nel "Clan". Al sorriso raggiante della Kitt e di Armstrong fecero da contraltare alcuni malesseri: quelli fisici dell'esordiente Albano Carrisi, afflitto dall'influenza, e quelli personali di Celentano, scuro in volto per lo scontro con il suo storico braccio destro nel Clan, Don Backy. Quest'ultimo aveva denunciato il molleggiato per una presunta "doppia contabilità", truffa a svantaggio dei cantanti della sua etichetta. Si ritroveranno in gara l'uno contro l'altro, con Adriano "costretto" ad interpretare proprio un brano dell'ex-amico, "Canzone", in coppia con Milva. Alle prove del pomeriggio Celentano è irriconoscibile: si tiene la pancia e accusa malessere. Se la prende con i tecnici per la qualità del suono sul palco e poco dopo sparisce senza lasciare traccia.

Esordienti promettenti. Si attendono esordienti che avranno un grande peso negli anni a venire: in primis il presentatore Pippo Baudo, allora trentaduenne. Con lui l'attrice e giornalista lombarda Luisa Rivelli. Sul palco saliranno per la prima volta Massimo Ranieri ("Da bambino" in coppia con I Giganti), Fausto Leali ("Deborah" di Paolo Conte e Pallavicini, in coppia con Wilson Pickett). E ancora Nino Ferrer ("Il Re d'Inghilterra", in coppia con Pilade). Tra i big si attendono le esibizioni di Celentano, Gigliola Cinquetti, Iva Zanicchi, Ornella Vanoni, Little Tony, Tony Renis, Domenico Modugno, Johnny Dorelli, Antoine, Gianni Pettenati.

Il Festival: le canzoni, i vincitori, i sogni proibiti. È il ciuffo di Little Tony ad aprire la kermesse, con "Un uomo piange solo per amore", in coppia con Mario Guarnera. Canta anche Gigliola Cinquetti che presenta "Sera" in coppia con Giuliana Valci. La canzone è di Roberto Vecchioni, e sarà ripresa nel 1971 dal cantautore milanese nel suo album "Parabola" (quello di Luci a San Siro) con il titolo "Lui se n'è andato". Alla fine della serata è in testa la Vanoni con la giovane Marisa Sannia, che avevano presentato "Casa bianca". Il clou fu però l'esibizione di Eartha Kitt, anche se sarà eliminata alla prima esibizione. Canta "Che vale per me" (Terzi, Rossi) e toglie il sonno agli Italiani, con le seppur vaghe trasparenze del lungo abito bianco in contrasto con la pelle scura. Ancheggia vagamente, cantando in un italiano veramente poco comprensibile per lo scarso preavviso e la breve preparazione del pezzo. Il giorno dopo si aprirà un dibattito: come si porranno le nostre Orietta Berti, Iva Zanicchi, Ornella Vanoni di fronte alle movenze "sexy" delle star americane? Sono ormai lontane le braccia generose di Nilla Pizzi? Se l'Italia ha voglia di cambiamento, un aiuto arriva anche dal cantante francese Antoine. Durante la seconda serata presenta il futuro tormentone, "La Tramontana", assieme a Gianni Pettenati. Tre modelle venute da Milano spieganoin carne ed ossa (e gambe) al pubblico qual'è il motivo per cui il cantante è disorientato nel testo della canzone. Un ingenuo feticismo sottende al significato del ritornello: è il pizzo delle sottane delle tre ragazze che ballano agitandosi assieme ad Antoine, la ragione del turbamento. Nasce un putiferio, interviene la censura RAI. Al francese sarà vietato di ripetere l'esibizione con le tre bellezze ballanti. A meno che queste non stiano immobili a fare da sfondo. Ma ormai l'immagine è sdoganata da milioni di telespettatori che sognano un'Italia meno puritana, che vada almeno di pari passo con le conquiste economiche del boom.

Il verdetto. La sera del verdetto arriva preceduta dal precipitare degli eventi tra Celentano e Don Backy. Si vocifera addirittura che Adriano potrebbe essere arrestato per ordine del Procuratore di Milano Vaccari durante gli interrogatori ai dipendenti del Clan. Il molleggiato replica annunciando che, dopo l'ultima interpretazione della canzone scritta da Don Backy per Sanremo 1968, avrebbe bloccato tutti i dischi dell'ex socio chiedendo 200 milioni di danni. Le canzoni di Don Backy passano entrambe in finale. Vincerà il festival Sergio Endrigo, con oltre 30 voti di scarto sulla seconda classificata, proprio una canzone di Don Backy. "Casa Bianca" porta alla ribalta la navigata Vanoni assieme alla giovane cantante sarda Marisa Sannia, la futura "gazzella di Cagliari" . La canzone sarà utilizzata nella colonna sonora del film "Alfredo Alfredo" di Pietro Germi. Al terzo posto ancora una canzone firmata Don Backy e cantata dall'ormai nemico Celentano in coppia con Milva, "Canzone". Al momento della premiazione, Adriano si nega lasciando a Don Backy spazio per criticarne l'esecuzione. Il primo degli esordienti nella classifica finale sarà Fausto Leali con la canzone scritta da Conte e Pallavicini.

"Perdere la tramontana". Sergio Endrigo vince il festival con "Canzone per te", scritta dallo stesso in coppia con Sergio Bardotti ed eseguita assieme al cantante brasiliano Roberto Carlos. La colonna sonora dell'anno della contestazione cominciava con il trionfo di una canzone profonda e malinconica su un amore finito, il cui ricordo è coltivato come un fiore da vedere sbocciare. Quando i riflettori si spensero sul palco del Casinò si accenderà la rivolta degli studenti che chiederanno di rompere con il "sistema", anche nelle canzonette. Si aprirà la strada all'impegno politico ed all'affermazione della lunga stagione del cantautorato, mentre le star degli anni a venire si erano affacciate nella tre giorni ligure, Pippo Baudo in primis. Le braccia materne di Nilla Pizzi, simbolo della società cristallizzata del decennio precedente, non erano mai state così lontane. Meglio "perdere la tramontana" alla fine, e sognare le tre modelle di Antoine.

I dieci album fondamentali usciti nel 1968, scrive Gianni Poglio il 24 settembre 2018 su "Panorama". Ad inaugurare un anno speciale per la musica fu (il 21 gennaio) la colonna sonora del film Il Laureato (con Dustin Hoffman). Nella tracklist alcuni brani di Simon & Garfunkel (inclusi The sound of silence e Mrs Robinson) e pezzi strumentali firmati da Dave Grusin.  Tra gli album indimenticabili del 1968 ne abbiamo scelti 10, iconici e fondamentali al tempo stesso: 

1) Otis Redding - The Dock of the Bay. Il primo di una lunga serie di album postumi. Il disco contiene (Sittin' On) The dock of the Bay, brano leggendario che Redding incise pochi giorni prima di morire in un incidente aereo nel dicembre del 1967. Uno dei singoli tratti dal 33 giri, The Glory of love, fu composto da Billy Hill e inciso da Benny Goodman nel 1936. 

2) The Mothers Of Invention - We're only in it for the money. Il terzo album in studio della band di Frank Zappa. Un disco geniale e "politico", infarcito di satira e riferimenti ilari nei confronti della cultura hippie e dei movimenti americani ultraconservatori. In origine, la cover del disco era stata pensata come una parodia della celebre copertina di Sgt. Pepper's dei Beatles. Ma, alla fine, la foto che riproduceva in chiave ironica lo storico scatto del Fab Four venne utilizzata per l'artwork interno del disco. Zappa non gradì la decisione della casa discografica. Tra i brani essenziali, Absolutely Freee Flower Punk. 

3) At Folsom Prison - Johnny Cash. Storica live performance in un carcere californiano. Lo show tra i detenuti andò in scena il 13 gennaio del 1968. Nel corso della sua carriera Cash ha registrato altre tre dischi all'interno di un penitenziario: At San Quentin, Pa Osteraker e A Concert behind prison walls. At Folsom Prison ha venduto ad oggi oltre tre milioni di copie. Tra i classici, una versione live della canzone Folsom Prison Blues che ha avuto molto successo negli Stati Uniti. 

4) A saucerful of secrets - Pink Floyd. Il secondo album della band inglese, oltre che il canto del cigno di Syd Barrett. In questo disco compare per la prima volta David Gilmour che poi sostituirà definitivamente Barrett, ormai in condizioni critiche per gli abusi di Lsd. La visionaria Set the controls for the heart of the sun è l'unico brano del gruppo suonato da tutti e cinque i componenti della band (Gilmour, Barrett, Mason, Waters e Wright). Psichedelia, space rock e intuizioni geniali fanno di A saucerful of secrets un album seminale. Tra le perle, Let there be more light, Remember a day, oltre a Jugband blues composta interamente da Barrett. 

5) Os Mutantes - Os Mutantes. L'album di debutto di una delle band più geniali ed influenti di sempre. Appartenenti al movimento artistico brasiliano noto come Tropicalia, gli Os Mutantes realizzarono una contaminazione in chiave psichedelica tra la tradizione brasiliana e il pop rock anglosassone. Tra i brani indimenticabili, Bat Macumba, scritta da Gilberto Gil e Caetano Veloso, Panis et Circensis e A Minha Meninacomposta da Jorge Ben. Capolavoro!

6) Music from Big Pink - The Band. Il titolo dell'album viene dal colore delle pareti esterne della leggendaria abitazione di West Saugerties, nello stato di New York, dove vennero composti molti dei brani. In tre canzoni dell'album, tra folk, rock e country, compare come autore Bob Dylan (che realizzò anche il disegno per la copertina del disco): Tears of rage, This wheel's on fire e il capolavoro I shall be released. Il brano più popolare dell'album è The weight, composto da Robbie Roberston e presente in una scena di Easy Rider. Nella classifica delle 500 migliori canzoni di sempre, stilata da Rolling Stone, The weight compare al numero 41. 

7) The White Album - The Beatles. Non solo il capolavoro dei Fab Four, ma uno degli album più importanti e influenti di sempre. Molte delle canzoni del doppio 33 giri sono state composte tra il marzo e l'aprile del 1968 durante un corso di meditazione trascendentale in India. I brani vennero poi registrati agli Abbey Road Studios di Londra tra il 30 maggio e il 14 ottobre di quell'anno. Per la prima volta i Beatles incisero su un registratore a 8 piste. Le recording session furono tumultuose anche a causa della presenza in studio di Yoko Ono, la nuova compagna di John Lennon. Il risultato, in ogni caso, fu un disco straordinario con classici senza tempo come Helter Skelter, Dear Prudence, Blackbird, While my guitar gently weeps, Back in the U.S.S.R. e Happiness is a warm gun. 

8) Astral Weeks - Van Morrison. Il secondo album in studio del vocalist e compositore irlandese. Il disco venne inciso ai Century Sound Studios di New York tra il 25 settembre, e il 15 ottobre del 1968. Perfetto esempio della commistione tra jazz e folk, Astral Weeks venne registrato da musicisti di grande talento come Richard Davis al basso, Jay Berliner alla chitarra, John Payne al flauto e al sax, Warren Smith alle percussioni e al vibrafono e Connie Kay alla batteria. Tra i classici, la title track, Cyprus Avenue, Sweet Thing e The way young lovers do.  

9) Beggars Banquet - The Rolling Stones. Pubblicato il 6 dicembre del 1968, Beggars Banquet è uno dei classic album della band. Chiusa la fase pisichedelica con il disco precedente, Their Satanic Majesties Request, gli Stones tornano prepotentemente al rock blues. Il titolo del disco nacque da un'idea dell'artista Christopher Gibbs che stava decorando la casa di Mick Jagger a Chelsea. Gibbs propose di intitolare l'album Beggars Banquet(il banchetto dei mendicanti) ispirandosi forse alla cena dei mendicanti presente nel film Viridiana di Luis Bunuel. Tra gli evergreen, Street fighting Man e Symphaty for the Devil. 

10) Cheap Thrills - Big Brother and The Holding Company. La band di cui Janis Joplin era la lead singer. Pubblicato nell'estate del 1968, vendette un milione di copie in pochi mesi raggiungendo la prima posizione nella classifica di Billboard. Un disco di puro rock and roll a tinte blues, per molti il capolavoro della Joplin. Tra le canzoni indimenticabili, oltre all'hit Piece of My heart, il remake di Summertime (George Gershwin), Turtle blues e Ball and chain registrata live al Fillmore di San Francisco.

1968: i dieci film più belli (che compiono cinquant'anni). Il cinema di un anno fatidico nell’evoluzione di forma e contenuti. Per una "classifica" fatta di capolavori e opere che hanno rivoluzionato i generi, scrive Claudio Trionfera il 30 gennaio 2018 su "Panorama". Cinquant’anni fa. Il 1968. Quello del cinema, del Festival di Cannes interrotto con le dimissioni di Monica Vitti e degli altri componenti della giuria, della Mostra di Venezia che incomincia a traballare sotto il peso della contestazione ma riesce a premiare col Leone d’oro Artisti sotto la tenda del circo: perplessi di Alexander Kluge – e con questo, forse, tutto quel fantastico movimento del Giovane Cinema Tedesco - prima di andare in apnea per una decina d’anni. Poi i film, soprattutto quelli. Nell’autonomia delle loro consistenze, dei loro argomenti, della loro ispirazione creativa; e con le realtà del tempo che li attraversano senza forzarne il contenuto ma orientandone, in qualche caso, l’altro polo costitutivo, cioè la forma. Sicché non è difficile individuare i film più belli del 1968 guardandoli oggi a distanza e, insieme, contestualizzandoli nel loro presente: proprio per quelle caratteristiche speciali che li offrono al confronto col pubblico e con la critica in una fase di complessità storica e culturale. Qualche capolavoro, qualche film-simbolo. Curioso. Tutti a celebrare il loro cinquantenario. E che autori, poi. Messi insieme, il gruppo che si costituisce è imbarazzante per solennità e imponenza, ricordando quelli che (troppi, oramai) non ci sono più. In fondo, poi, anche quel cinema – nel senso del farlo e del fruirlo – non c’è più o s’è comunque ritratto lasciando il posto a differenti misure di schermi e modalità di consumo. Eccoli, allora, i magnifici dieci scovati nell’insieme di valore: mai troppo facile formulare una top ten ma ci si prova, se pur da personalissima prospettiva. Con l’obbligo, tuttavia, di segnalare, subito, due “fuori-quota” eccezionali come passaggi cruciali e documentali sulla musica planetaria dell’epoca e i suoi riflessi sociali.

ONE PLUS ONE di Jean-Luc Godard. L’ascesa dei Rolling Stones e i movimenti estremi giovanili. Collateralmente alle sedute di registrazione della band britannica il film-documentario realizza sequenze provocatorie dando la parola ai Black Panters e ad altri gruppi di contestazione. È l’ultimo film di Godard (sottotitolo Sympathy For the Devil) col gruppo Dziga Vertov e il suo impegno nella ricerca collettiva su un nuovo cinema politico.

MONTEREY POP di Donn Alan Pennebaker. Considerato il capolavoro nel genere dei film-concerto, è il reportage di straordinario valore sociologico sul Festival pop d Monterey del 1967 con il concorso, fra gli altri, di Jimi Hendrix, Janis Joplin, Otis Redding, Simon & Garfunkel, The Animals, The Who, Ravi Shankar. Rilevante il contributo, alla fotografia, di Albert Maysles, pioniere col fratello David del cinema documentario all’interno della corrente Direct Cinema.

10) L’ORA DEI FORNI di Octavio Getino e Fernando Solanas. Girato in tre anni e in totale clandestinità, questo film di montaggio e lunga durata rimane l’opera più importante della nuova cinematografia argentina degli anni Sessanta, manifesto di un cinema rivoluzionario che ripercorre la storia del Paese dalla sua liberazione passando per il neocolonialismo, le crisi, le speranze sollevate dal peronismo, l’avvento dei militari golpisti e l’affacciarsi del “Che” nell’America Latina.

9) C’ERA UNA VOLTA IL WEST di Sergio Leone. Il prototipo di un genere, chiamato western spaghetti, un po’ schifato all’inizio dalla critica che finisce in verità per conquistare e affascinare tutti. Tra romanzo picaresco, opera buffa e commedia dell’arte riscrive il western classico con dosi di violenza e di erotismo e la musica lancinante di Ennio Morricone, orientandosi sul ritratto acido di un mondo mutante che assiste al tramonto dell’eroismo pionieristico.

8) BACI RUBATI di François Truffaut. Da portiere di notte in un albergo a apprendista detective, Antoine Doinel prosegue le sue avventure incominciate con I 400 colpi. Uno dei migliori film di Truffaut girato in piena mobilitazione pro Henri Langlois: con lo charme lunare di Jean-Pierre Léaud, la leggerezza e la commozione, l’originalità dei dialoghi, l’immagine nostalgica di “quella” Parigi, la canzone di Charles Trenet Que reste-t-il de nos amours?

7) FACES di John Cassavetes. Una crisi matrimoniale risolta ai limiti del paradosso in doppio tradimento e rara concertazione di commedia drammatica: che Cassavetes costruisce in un magistrale happening d’una potenza brutale diviso tra riso e dolore. Corpi e linguaggi s’incrociano sul set trascrivendo ciò che realmente vi accade, con gli attori a raccontarsi e a raccontare “come dal vero” paure e disfacimenti d’un calvario coniugale.

6) HOLLYWOOD PARTY di Blake Edwards. Cinema nel cinema e gaffe su gaffe dell’attore indiano di second’ordine invitato per sbaglio al party d’un produttore hollywoodiano. Peter Sellers è irresistibile come la comicità emanata da questa perla della commedia americana, nata come pastiche de La Notte di Antonioni - della quale Edwards riprende l’estetica fredda e geometrica – sviluppata con lo spirito di Jacques Tati nella diffusione corale dei gag.

5) JE T’AIME,  JE T’AIME di Alain Resnais. La vita e la morte, la sospensione nel tempo, il passato e il presente del protagonista Claude, la scienza confusa e impotente. Nel puzzle affascinante del maestro francese si compone un’atmosfera angosciosa per un film indimenticabile e misteriosissimo all’interno di un profondo dramma psicologico. Dal quale scaturisce una sorta di poesia grave e smorzata nell’enigma temporale in conflitto fra conscio e inconscio.

4) ROSEMARY’S BABY di Roman Polanski. La giovane coppia felice che viaggia verso l’incubo satanico incarna una stupefacente allegoria del Male. In un autentico must del cinema fantastico – una delle migliori opere di Polanski -  elaborato sul trionfo della suggestione e dell’invisibile, dunque dell’occulto, senza effetti speciali, solo con la distillazione progressiva della tensione e della paura. Destino beffardo e oscuro del cineasta: nel ’69 ci sarà la strage di Bel Air.

3) IL PIANETA DELLE SCIMMIE di Franklin J. Schaffner. Il capostipite della serie, probabilmente inarrivato per capacità di attrazione e allarmati turbamenti. La vicenda degli astronauti, calati nella civiltà spaziale sconosciuta con le tre razze di scimmie, genera un impatto filosofico di rara profondità, esaltato dalla mise en scène dinamica e dei formidabili trucchi. Fantascienza sì, ma anche avventura e favola capace di leggere il nostro presente e il nostro futuro.

2) LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI di George A. Romero. L’apoteosi   della metafora, la parabola antirazzista e pacifista - nell’America angosciata del post-Vietnam - presa a modello narrativo in questo simbolo d’intelligenza e di efficacia cinematografica. 16 millimetri, basso costo, bianco e nero, stile documentario, sci-fi e horror mescolati in cifra sociologica per un “risveglio dei morti” che riscrive i canoni del cinema di genere, diventando anzi genere a parte. Una meraviglia.

1) 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO di Stanley Kubrick. Ancora oggi, a 50 anni di distanza, questo capolavoro sorprende, rapisce e sconcerta, lasciando aperti gli interrogativi sul monolito nero del quale neppure Kubrick stesso volle spiegare la natura. Che si considera aliena se si segue la traccia indicata da Arthur Clarke, artefice letterario della storia. Fascinazione perenne per un film incapace d’invecchiare nel suo enigmatico messaggio sul ruolo dell’essere umano nell’universo.

Vietnam: 50 anni fa l'offensiva del Tet. Alla fine di gennaio del 1968 un vasto attacco nordvietnamita si spinse fino a Saigon. Fu un punto di svolta nella guerra in Vietnam, scrive Edoardo Frittoli il 30 gennaio 2018 su "Panorama". Alla fine del gennaio 1968, per ordine del generale nordvietnamita Vo Nguyen Giap, si scatenò una azione coordinata contro più di 100 città e paesi del Vietnam del Sud. L'intenzione del comandante militare dell'esercito di Ho Chi Minh era quello di fomentare la ribellione di militari e civili nel Sud del Paese e di convincere gli Americani a considerare il disimpegno dal Vietnam dopo l'escalation degli anni precedenti. 

UNA FESTA DI SANGUE. L'offensiva dell'esercito nordvietnamita e dei Vietcong del Sud fu fissata in coincidenza con la celebrazione del nuovo anno lunare, chiamata in Vietnam la festa del Tet. Era il 31 gennaio 1968 quando oltre 70.000 uomini ai comandi del generale Giap sferrarono l'attacco lungo un estesissimo fronte che comprendeva importanti centri abitati e postazioni militari presidiate dagli Americani e dall'esercito sudvietnamita (ARVN). L'attacco di fine gennaio seguì di pochi giorni quello diversivo contro la base dei Marines di Khe Sanh, al confine con il Laos. 

UNA TREGUA TRADITA. Gli Americani furono colti di sorpresa quando vennero attaccati nei giorni di festa considerati informalmente un periodo di tregua tra i combattenti. Molte postazioni e città caddero nelle mani del Nord comunista. Non fu risparmiata neppure la capitale Saigon, sede del governo e dei comandi militari. Fece particolarmente impressione l'assalto compiuto da un manipolo di Vietcong all'Ambasciata degli Stati Uniti, che riuscirono a penetrare all'interno dell'edificio prima di essere neutralizzati dai militari americani. 

IL MASSACRO DI HUE. L'occupazione nordvietnamita delle postazioni strappate agli Americani non durò che pochi giorni, prima di essere respinte dal fuoco superiore degli avversari subendo perdite consistenti. In particolare nella città antica di Hue si tennero combattimenti particolarmente cruenti, dal momento in cui le forze comuniste occuparono la città vecchia procedendo al rastrellamento e all'esecuzione dei collaborazionisti. Quasi 3.000 corpi saranno trovati dagli Americani in fosse comuni, mentre altrettanti saranno i cittadini di Hue scomparsi. La battaglia costerà ai Marines 150 morti, 400 all'ARVN e oltre 5.000 alle forze del Nord Vietnam.

LA VITTORIA NON È PIU' CERTA. L'impatto dell'offensiva del Tet sull'opinione pubblica americana e mondiale fu grandissimo. Dal gennaio 1968 fu chiaro che la guerra in Vietnam non era nè vinta nè tantomeno vicina al termine. Al prezzo di molte perdite, il generale Giap centrò l'obiettivo: indebolire il morale americano, spaventare i Sudvietnamiti, convincere il mondo che gli Usa non erano più i vincitori per antonomasia. L'esito dell'offensiva del Tet spinse il generale William Westmoreland a richiedere altri 200.000 soldati, incrinando ancora di più il fronte interno. Pochi mesi dopo il Presidente Lyndon Johnson dichiarò la sospensione dei bombardamenti su gran parte del Vietnam del Nord, aprendo la strada ai futuri negoziati di pace. Poco dopo gli attacchi del gennaio-febbraio 1968 il Presidente Usa dichiarerà alla stampa di rinunciare alla propria candidatura per le future elezioni. 

Martin Luther King a 50 anni dall'assassinio. Il 4 aprile 1968 il leader dei diritti civili degli afroamericani veniva ucciso da un colpo di fucile a Memphis, scrive Edoardo Frittoli il 3 aprile 2018 su "Panorama". Queste furono le parole dell'ultimo sermone pronunciato dal reverendo Martin Luther King Jr. il 3 aprile 1968. Il giorno seguente verrà assassinato a Memphis, Tennessee, con un unico fatale colpo di fucile. “I’ve seen the promised land. I may not get there with you. But I want you to know tonight, that we, as a people, will get to the promised land. And I’m happy tonight. I’m not worried about anything. I’m not fearing any man. Mine eyes have seen the glory of the coming of the Lord.” "Ho visto la Terra Promessa. Potrei non arrivarci con voi. Ma voglio che stasera voi sappiate che noi, come Popolo, arriveremo alla Terra Promessa. E per questo stasera sono felice. Non ho paura di nulla. Non temo nessun uomo. I miei occhi hanno visto la gloria della venuta del Signore". L'ultimo sermone nella Memphis dell'odio razziale (febbraio-aprile 1968)

Dal febbraio 1968 il clima a Memphis, Tennessee si era molto surriscaldato. La città era governata dal sindaco razzista Henry Loeb, che si era sempre dichiarato a favore della segregazione razziale ed aveva mantenuto le leggi "Jim Crow" contro l'integrazione della comunità nera. La rabbia si era scatenata in città dopo la morte avvenuta il 1 febbraio di due dipendenti di colore della nettezza urbana cittadina, stritolati da un compattatore. L'incidente fu la causa dello sciopero ad oltranza dei netturbini, quasi tutti afro-americani, per protestare contro le condizioni di lavoro disagiate e le discriminazioni razziali subite dai superiori bianchi. Durante i giorni dello sciopero la polizia di Memphis si produsse in continue provocazioni contro i cortei degli scioperanti arrivando a scortare crumiri bianchi assoldati dal sindaco.

Il lungo cammino pacifico dei diritti civili. Martin Luther King arrivò in città il 3 aprile 1968, all'apice della sua fama di promotore dei diritti civili degli afro-americani. Negli anni '50 il reverendo era stato già protagonista della protesta nella forma della disobbedienza civile pacifica. Nel 1956 era riuscito assieme ad altri attivisti ad avere ragione sulla segregazione razziale nei luoghi pubblici del sud degli Stati Uniti promuovendo assieme ad altri attivisti il lunghissimo boicottaggio dei mezzi pubblici dopo l'arresto dell'attivista Rosa Parks che si era rifiutata di cedere il suo posto a un bianco. La protesta durerà per ben 381 giorni fino alla concessione della sospensione della separazione dei posti sui mezzi pubblici in base alla razza. Martin Luther King fonda subito dopo la SCLC (Southern Christians Leadership Conference) della quale diviene leader. Viaggia negli Usa ed in Europa per promuovere la sua battaglia pacifica per i diritti civili della popolazione di colore, culminata con la grandiosa marcia di Washington del 28 agosto 1963 dove il reverendo dell'Alabama terrà il suo memorabile discorso "I Have a Dream" di fronte ad una folla di circa 300.000 partecipanti. Nel 1964 è Nobel per la Pace. Vicino a John Fitzgerald Kennedy, che più volte intervenne in favore delle lotte promosse dall'SCLC, fu spesso duramente contestato dalla Nation of Islam di Malcolm X che riteneva l'atteggiamento pacifico di King un "regalo per i bianchi", con i quali bisognava rispondere con violenza in risposta alla violenza.

I poveri neri, i poveri bianchi e il Vietnam. Quando arrivò a Memphis per appoggiare la protesta dei netturbini, Martin Luther King aveva fatto un ulteriore passo, toccando i temi caldi della povertà (sia bianca che nera) e della guerra in Vietnam. Alcuni detrattori lo avevano più volte bollato come un "nero comunista", mentre i seguaci di Malcolm X continuavano a ritenerlo un traditore colluso con i bianchi.

Il discorso della montagna. Le ultime parole di Martin Luther King. La sera del 3 aprile 1968 Martin Luther King tenne il suo ultimo discorso al Mason Temple di Memphis, dove gli scioperanti si erano riuniti già dall'inizio della protesta dei netturbini. In alcuni passi l'ultimo sermone suonò come un presagio, quando King asserì di non avere paura della morte, sentendosi nelle mani di Dio dopo essere stato "sulla vetta della montagna" (il discorso è infatti ricordato con il titolo "I've been on the mountaintop"). Il giorno seguente il reverendo King alloggiava al Lorraine Motel assieme ad altri attivisti storici come Ralph Abernathy. Poco prima delle 18:00 il leader dell'SCLC uscì sul balcone della camera 306 al secondo piano. Alcuni istanti più tardi un rumore secco tagliò l'aria: era un colpo di fucile dal quale fu esploso il proiettile calibro 7,62 che, perforando la guancia destra del reverendo, spezzò le vertebre cervicali e tranciò la carotide. L'ispiratore e il promotore di tante battaglie e altrettante vittorie dei neri americani cadeva privo di sensi, dissanguandosi rapidamente nonostante fosse stato prontamente soccorso dagli amici e compagni di lotta. Il suo cuore cessava di battere un'ora più tardi al St. Joseph Hospital.

La rivolta delle città, l'omaggio all'uomo della pace. Alla notizia dell'assassinio, in più di 100 città degli Stati Uniti scoppiarono gravi tumulti, per cui fu necessario un appello alla calma da parte dello stesso Presidente Lyndon Johnson. Poco dopo fu trovata l'arma del delitto, un fucile Remington abbandonato poco lontano dalla scena del crimine. Quattro giorni dopo, guidati dalla vedova Coretta Scott King, una folla di oltre 40.000 persone rendeva omaggio alla salma di Martin Luther King ancora esposta a Memphis. Il giorno successivo si tennero i funerali solenni ad Atlanta, dove Martin Luther King Jr. era nato il 15 gennaio 1929. Per l'occasione si riunirono oltre 100.000 persone, compresa Jacqueline Kennedy e il Vicepresidente degli Stati Uniti Hubert Humphrey. Il sermone fu tenuto dall'amico di sempre Ralph Abernathy, mentre risuonavano le note di "Take My Hand My Precious Lord". Il feretro fu trasportato al cimitero cittadino su un carretto trainato da due muli della Georgia.

La caccia all'assassino. Sulle tracce dell'assassino si misero 3.500 agenti dell'Fbi e appena due mesi mesi dopo fu fermato all'aeroporto Heatrow di Londra il delinquente comune James Earl Ray mentre cercava la fuga nella Rhodesia dell'apartheid. Criminale recidivo, era noto per le sue idee razziste e si trovava a Memphis dopo essere evaso dal carcere nel 1967. Per l'omicidio di Martin Luther King fu condannato a 99 anni di carcere, dal quale riuscirà a fuggire per alcuni giorni nel 1977 dopo aver ritrattato nel frattempo la propria confessione, iniziando a ventilare l'ipotesi di una congiura per uccidere il leader della protesta pacifica degli afroamericani. Da queste dichiarazioni si faranno largo disparate teorie del complotto, che spaziano dalla Mafia ai Federali alla Polizia di Memphis. Nel 1997 Dexter King, uno dei figli del reverendo, incontrò James Earl Ray in carcere, convinto che la responsabilità non fosse unica. Ray confermò la teoria del complotto appoggiato anche dalla vedova Coretta che chiese la riapertura del processo che coinvolse Loyd Jowers il proprietario del Jim's Grill, il locale da cui partì il colpo fatale.Fu lui per primo a rilasciare dichiarazioni sul complotto di cui Ray sarebbe stato solamente il capro espiatorio. La morte dello stesso Ray il 23 aprile 1998 e la ritrattazione di molti testimoni del nuovo processo fecero decadere la teoria della cospirazione, archiviata dal Procuratore Generale Janet Reno nello stesso anno.  

1968: la Citroen Méhari, l'auto di plastica del "maggio francese". La bicilindrica aveva la carrozzeria in materiale plastico (ABS) ed era completamente decappottabile. Fu prodotta fino al 1987. Oggi un icona di nicchia, scrive Panorama". Una macchina semplice, ma al contempo all'avanguardia. Una "spiaggina" nata per il tempo libero con la carrozzeria modulabile interamente realizzata in ABS (acronimo del materiale plastico Acrilonitrile Butiadene Stirene).

Nata nei giorni della "Révolution". Queste le caratteristiche originali della Citroen Méhari, un'auto pensata per i giovani che fu presentata ufficialmente durante il picco della contestazione studentesca del "maggio francese" dalla casa automobilistica del double chevron. La Méhari, telonata e completamente decappottabile poteva trasformarsi persino in un pick up a due posti grazie ai sedili posteriori ripiegabili a scomparsa nel pianale posteriore. Meccanicamente la piccola Citroen ereditava il propulsore e la meccanica delle sorelle 2CV e Dyane, equipaggiate con il sempiterno bicilindrico da 602cc. capace di spingere la "macchina di plastica" fino al limite dei 100 km/h. Anche le sospensioni a ruote indipendenti, ricordate per il famoso rollio in curva e per la lunga escursione degli ammortizzatori eranole stesse delle altre utilitarie Citroen. Caratterizzata da poche ma vivissime tonalità cromatiche della carrozzeria in stile con il gusto "hippy" del periodo (verde acido, arancio, rosso e giallo vivo), la Citroen Mehari viene presentata alla stampa nella Parigi delle barricate studentesche del "maggio francese", situazione che fu alla base un lancio stampa in sordina di una vettura essenzialmente di nicchia, che saprà tuttavia imporre la propria personalità nei vent'anni a venire.

Figlia di un nobile padre. Un'altra peculiarità della bicilindrica di plastica fu la propria nascita e il seguente sviluppo fuori dalle porte della Citroen. L'idea di una macchina in ABS fu infatti frutto dell'inventiva di un personaggio molto particolare: il blasonato conte Ronald Paulze D'Ivoy de la Poype. Il nobile Alverniate era stato un asso dell'Aviazione della Francia libera durante la guerra nei cieli di Russia. Dopo il congedo si dedicò allo studio e all'industria delle materie plastiche specializzandosi proprio nei componenti auto in ABS, di cui Citroen era tra i principali acquirenti. La sua idea "bizzarra" fu sviluppata a partire dallo chassis di una Fourgonnette 2CV, sul quale fu montato un semplice telaio sul quale venivano imbullonati i moduli della carrozzeria in ABS ondulato.

La Citroen apprezza l'idea dell' "auto in plastica". Per una volta, la dirigenza della casa francese volle fare propria la proposta del suo fornitore, che nel frattempo si stava organizzando per produrre un numero limitato di spiaggine in plastica con il nome commerciale di "Donkey". La Citroen pensò infatti di destinare allo stabilimento ENAC (che già produceva la 2CV  Fourgonnette alla produzione della Méhari, mentre il padre della nuova vettura si sarebbe lanciato a breve in nuove avventure industriali, come ad esempio la produzione della microcar "Flipper". In seguito la produzione della Méhari passerà allo stabilimento Citroen di Levallois. La produzione della piccola Citroen non raggiungerà cifre esorbitanti nei suoi venti anni di carriera dal 1968 al 1987. Dagli stabilimenti usciranno in tutto circa 150.000 Méhari, che passeranno soltanto da un lieve restyling nel 1977. Nel 1979 fu presentata la versione 4x4, che rimarrà in listino soltanto 4 anni, oggi molto ricercata dai collezionisti. Durante gli anni di produzione la Méhari sarà limitatamente impiegata anche dall'Armée Française e dalla Gendarmerie Nationale. La simpatia e l'originalità della Méhari spinse la rivale Renault a sviluppare una spiaggina che potesse contrastare il successo della bicilindrica Citroen, dando vita alla sfortunatissima serie "Rodeo" basata sulle vetture di serie R4, R5 ed R6 che fallirono tuttavia l'obiettivo di strappare clienti alla concorrente in ABS. In Italia alcuni carrozzieri (Moretti, Fissore) si ispirarono negli anni 70 e 80 alla piccola francese decappottabile elaborando modelli su base Fiat 126 e 127. Nel 2016 Citroen ha presentato la nuova Méhari, la E-Méhari spinta da un propulsore elettrico caratterizzata dai colori vivaci della carrozzeria proprio come l'antenata venuta alla luce all'ombra della contestazione nella primavera del 1968.

1968: l'anno del Piaggio "Ciao". Il ciclomotore, semplice e robusto, entrò subito nel cuore dei giovani. Venderà 3,5 milioni di pezzi in ben 38 anni di produzione, scrive Edoardo Frittoli il 27 aprile 2018 su "Panorama". Un anno rivoluzionario, il 1968, ed un ciclomotore che lo fu altrettanto. Il Piaggio "Ciao" fu presentato a Genova l'11 ottobre 1967. La sua originalità sarà suggellata dalla longevità, tanto che il piccolo di casa Piaggio sarà prodotto ininterrottamente per quasi un quarantennio fino al 2006.

Semplice come dire "ciao"! Era un mezzo semplice robusto e leggero, ma l'apparente essenzialità celava in realtà un impegno tecnologico non indifferente per il periodo. Il "Ciao" era un ciclomotore a tutti gli effetti nonostante l'aspetto che ricordava le forme delle bici da donna, una scelta stilistica che garantiva alla Piaggio una clientela universale. Tuttavia il "Ciao" differiva moltissimo da quegli ibridi tra biciclette e motorini che avevano caratterizzato il panorama degli anni '50 (Mosquito, Velosolex e altri motori ausiliari). Il nuovo cinquantino della Piaggio vantava un design innovativo, lineare ma allo stesso tempo accattivante. Non vi erano ingombri "posticci" (come il serbatoio o altri accessori che caratterizzavano i ciclomotori degli anni '60). Nel "Ciao" tutti gli elementi si combinavano armonicamente. Il serbatoio da 2,8 litri era parte del telaio stampato, come nei "tuboni" che spopoleranno negli anni '80. Non vi erano organi meccanici a vista e le carenature laterali in plastica proteggevano il conducente dalle macchie spesso causate dall'olio motore. In poco meno di 40 kg. di peso a secco c'era tutto l'indispensabile, anche un pratico gancio portaborse ed un piccolo portapacchi sopra il parafango posteriore.

Un capolavoro di razionalità tecnologica. Ma il vero gioiello che caratterizzava il "Ciao" era il propulsore, un due tempi a cilindro orizzontale di 49,77cc. di cilindrata. Smontate agilmente le protezioni laterali in plastica, la vista si apriva su un motore estremamente compatto, che si incastonava perfettamente nello stretto spazio del telaio. Il motore del Ciao ereditava dalla sorella maggiore "Vespa" il volano alettato per il raffreddamento ad aria forzata. La distribuzione era regolata direttamente dall'albero motore, la frizione era automatica centrifuga ed era previsto il variatore di velocità (a seconda della versione) sulla trasmissione a cinghia trapezoidale come nei moderni scooter. Il cambio era monomarcia e l'accensione e lo spegnimento regolati da una piccola leva sul manubrio che azionava il decompressore al cilindro. Al momento del lancio, i prezzi del piccolo di casa Piaggio erano assolutamente competitivi e andavano dalla 55.000 alle 66.000 lire a seconda dell'allestimento e del propulsore con o senza variatore. Nei primissimi esemplari presentati, la versione base presentava la forcella anteriore rigida e il freno anteriore a pattini, come sulle biciclette. Questa configurazione fu presto scartata dalla Piaggio, che scelse di vendere il "Ciao" esclusivamente con forcella telescopica e freno a tamburo. La sospensione posteriore invece non fu mai applicata: l'ammortizzazione posteriore era garantita semplicemente da una coppia di molloni sotto la sella monoposto. Il "Ciao" rispettava le regole del Codice della strada per quanto riguardava la potenza e la velocità massima di 40 km/h. Il primo restyling del 1971 vedrà la sostituzione del faro anteriore con un proiettore rettangolare che rimarrà per buona parte della successiva produzione. Nel 1969 alle versioni base si era aggiunta quella "Special" con marmitta e finiture cromate oltre agli pneumatici con la fascia bianca, seguita l'anno successivo dal "Ciao Lusso" che aveva anche i parafanghi cromati e i copricarter neri come il faro. La struttura del ciclomotore Piaggio rimarrà pressoché invariata fino al restyling del 1979, che vide l'introduzione di un nuovo proiettore, di manopole in plastica e fanalino integrato nel portapacchi posteriore. Il piccolo di casa Piaggio sarà munito, nell'ultima fase di produzione, di miscelatore automatico e di omologazione Euro 3. Il "Ciao" ha fatto compagnia agli Italiani per quasi 40 anni, per la cifra record di oltre 3,5 milioni di unità prodotte.

1968: la Lambretta "Lui", lo scooter futuribile. Nato dalla matita di Nuccio Bertone per la Innocenti, lo sgargiante due ruote colpì per l'originalità e il design. Non fece seguito il successo per i limiti tecnici e la crisi della casa di Lambrate, scrive Edoardo Frittoli il 15 aprile 2018 su "Panorama". Nella primavera del 1968 la Innocenti di Lambrate mise sul mercato un piccolo scooter dalle linee totalmente rivoluzionarie, in linea con il clima di quell'anno. Ripercorriamone la storia con l'aiuto delle immagini e delle informazioni del libro dedicato alla Lambretta "Lui" scritto da Vittorio Tessera, punto di riferimento mondiale della storia e della memoria della casa milanese, titolare del più importante museo dello scooter a livello internazionale.

La corsa della Innocenti allo spazio (di mercato). Nel 1968 le due ruote stavano vivendo una nuova primavera. Dopo aver motorizzato l'Italia degli anni '50, le moto erano infatti entrate nel cono d'ombra dovuto alla sempre più ampia diffusione delle automobili. A risollevare il settore alla fine degli anni '60 era stata soprattutto la clientela dei giovani e giovanissimi, che verso la fine del decennio rappresentava una nuova ed allettante fascia di mercato soprattutto per le cilindrate da 50 a 125cc. La Innocenti di Lambrate aveva conteso alla Piaggio il mercato degli scooter già nell'immediato dopoguerra con le varie versioni della immortale Lambretta, iconica alternativa alla Vespa. Poi era rimasta indietro in modo particolare sull'offerta ai quattordicenni, che le altre case costruttrici avevano già pensato di soddisfare con una gamma molto differenziata di ciclomotori e motoleggere: da corsa, da cross, da turismo oppure semplici e robusti ciclomotori con pedali e senza le marce. Giusto nel 1968 la rivale Piaggio era uscita con il "Ciao", un motorino essenziale, economico e accattivante. A Lambrate i vertici della Innocenti iniziarono una corsa frenetica per colmare il gap e recuperare il terreno perso negli ultimi anni. Gli obiettivi della casa milanese erano alquanto ambiziosi: il nuovo scooter doveva essere il più economico della gamma ma allo stesso tempo avrebbe dovuto distinguersi da tutti gli altri motorini in circolazione. Fu tentato un primo prototipo disegnato negli uffici di Lambrate, ma non piacque alla Direzione della Innocenti. Divenne dunque necessario rivolgersi all'esterno per realizzare quanto sperato, così la scelta cadde su uno dei più grandi designer a livello mondiale del settore automotive: Nuccio Bertone.

Nuccio Bertone inventa una forma "spaziale". Il designer torinese, che era stato il padre di auto di prestigio assoluto come la Lamborghini "Miura", si mise al lavoro alla fine del 1967cercando di soddisfare i committenti e di stupire il pubblico. Quello che fu possibile intuire fino dai primi mockup in legno del piccolo scooter fu che Bertone si era lasciato liberamente ispirare dal fascino dello "spazio" e della corsa alla conquista della Luna, che stava diventando anche una moda ricorrente in molti campi. Alla fine di settembre il "Lui" era quasi completato, con il supporto economico della Innocenti che garantì a Bertone la possibilità di creare forme nuove che avrebbero richiesto importanti investimenti per la futura produzione di serie. Lo sforzo creativo fu ripagato appieno, quando il prototipo definitivo della versione "CL" montò quel memorabile manubrio futuribile di forma trapezoidale a traliccio, inserito in una linea essenziale che lasciava a nudo gli organi meccanici senza disturbare l'armonia avveniristica delle forme. Per quanto riguarda la colorazione la Innocenti osò proprio come aveva fatto con il disegno della carrozzeria a scocca portante del "Lui". Il piccolo di Lambrate fu vestito di colori accesissimi, che andavano dall'arancio carico al verde mela all'azzurro intenso. Per la campagna pubblicitaria si scelse una location che ricordava la superficie rocciosa della Luna, le scogliere erose della Costa Smeralda.

Tutti per Lui, Lui per tutti. La casa di Lambrate, dopo aver investito ulteriori risorse in un battage pubblicitario di tutto rispetto in Italia e all'estero, fece partire la linea di montaggio del "Lui". Era il marzo del 1968. Quando il "Lui" fu lanciato sul mercato, la Innocenti aveva pensato ad uno scooter destinato anche alla clientela estera. Perciò alla versione di 50cc fu affiancata un più performante e aggressivo "Lui" da 75cc.che in Italia ebbe naturalmente meno successo a causa dell'obbligo di patente, della targa ed età minima di 16 anni per poterlo guidare. All'estero i modelli "Lui" saranno chiamati con nomi che ricordavano direttamente l'ispirazione "cosmica" del progetto: "Luna", "Vega" e "Cometa". Gli allestimenti erano due: il più spartano "L", privo dell'innovativo manubrio di Bertone sostituito da uno classico a struttura tubolare e del fanalino posteriore speciale con cromatura. La versione "CL", con il gruppo manubrio/fanale di Bertone fu quello più venduto in assoluto. I prezzi erano assolutamente competitivi: la versione base, venduta a 89.500 Lire, costava circa la metà di una Vespa "50 Special". Per la "CL" il prezzo, comunque contenuto, arrivava a 95.000 Lire.

L'uomo conquista la Luna, ma il "Lui" non conquista il mercato. Nonostante l'impiego del genio di Bertone e l'effettiva originalità del "Lui", il successo non arriverà per motivi difficilmente superabili una volta uscito dalla catena di montaggio. Il piccolo scooter era infatti lento e instabile. I freni erano approssimativi ed il cambio (a 3 velocità sul 50cc e a 4 sul 75cc ) risentiva del design particolare per cui gli innesti a manopola sulla sinistra risultavano parecchio duri. Il propulsore era lo stesso della Lambretta J50, ma non superava i 40km/h imposti dal Codice della Strada nonostante fosse piccolo e più leggero della sorella di pari cilindrata. Non aiutavano la scarsa abitabilità, la sella corta, la mancanza della ruota di scorta e i cerchi di piccolo diametro che incrementavano l'instabilità su strada. Non c'era nemmeno la possibilità di avere un gancio portaborse come quelli montati sulla "Vespa". Infine lo scooter di Lambrate era anche difficile da "elaborare" senza ricorrere alla sostituzione del gruppo termico, rimanendo così fatalmente legato alla nomea di "lumaca", un aspetto che determinò l'allontanamento di quello che era stato il principale obiettivo di mercato della Innocenti: i giovanissimi. La vita breve della Lambretta "Lui" si chiuderà nel giugno del 1969con l'uscita di produzione del ciclomotore dal design in anticipo di 30 anni, che oggi è più apprezzato di allora. Alla fine del mese di luglio gli astronauti dell'Apollo 11 conquistavano la Luna, mentre su Lambrate iniziava un'eclissi che avrebbe portato alla fine della storia della "Lambretta" poco più tardi, nel corso del 1971.

La Fiera Campionaria di Milano del 1968. Viaggio fotografico nella fiera commerciale che dal 14 al 25 aprile ospitò più di 4 milioni di visitatori e quasi 14.000 espositori, scrive Edoardo Frittoli il 17 aprile 2018 su "Panorama". Riviviamo assieme ai documenti conservati nell'Archivio Storico di Fondazione Fiera Milano (che conserva i documenti originali sin dalla prima edizione del 1920) il grande appuntamento mondiale del commercio e dell'industria di 50 anni fa. La Fiera Campionaria di Milano, una tra le più importanti esposizioni del mondo aprì i battenti il 14 aprile 1968, la domenica di Pasqua. Fu una partenza in sordina, poiché nessuna della autorità era presente per l'avvio della 10 giorni milanese punto d'incontro del commercio e dell'industria mondiali. Tutt'altro che sottodimensionate furono invece le cifre di quella edizione di 50 anni fa: la 46a edizione della Campionaria contava ben 13.687 espositori distribuiti su 471.000 Mq. di spazio con la rappresentanza di 67 paesi del mondo. Forte fu la rappresentanza, per la prima volta, dei paesi africani e dell'Europa dell'Est. Il cuore pulsante della kermesse fu rappresentato dalla novità del moderno "Centro Internazionale degli scambi" dotato della più avanzata tecnologia dell'epoca nel campo delle telecomunicazioni: postazioni telescriventi, circuiti televisivi, centralini teleselettivi e apparecchi per le telefoto che permettevano di trasmettere in tempo reale immagini e documenti delle novità esposte in fiera. Vetrina principale della grande industria italiana, la Fiera Campionaria ospitava nei più grandi e raffinati padiglioni le grandi aziende del Paese sia pubbliche che private. Ognuno di questi padiglioni era allestito secondo un tema: La Montecatini-Edison (poi Montedison) scelse di mostrare i progressi nel campo delle fibre sintetiche con il tema "La chimica ci veste", messe in mostra attraverso i giochi architettonici delle grandi rampe colorate di bianco ed illuminate di colori cangianti. Poco distante, rispondeva l'altro colosso del'industria privata: la Fiat, che proponeva il tema dello sviluppo tecnologico del motore a scoppio, dai primi prototipi ai reattori costruiti dalla fabbrica torinese per i caccia moderni. Tra gli altri il motore che equipaggiò l'idrovolante Macchi del record di velocità, l'M.C. 72 di Agello. L'ENI proponeva una gigantesca mappa interattiva delle trivellazioni nel mondo, introdotte da giovani hostess di colore vestite con vistose tute spaziali color argento. Non poteva mancare certo il grande padiglione dell'Enel, nazionalizzato solamente 6 anni prima: anche il mondo dell'elettricità si preparava ad affrontare le sfide del futuro. La riproduzione di una centrale idroelettrica e di una parte del "Centro di Dispaccio", un proto-computer atto a regolare la produzione di energia su vasta scala. Quindi lo sguardo si rivolge ai plastici e alle immagini dell'energia termonucleare delle centrali di Latina, delle foci del Garigliano e di Trino Vercellese. Le autorità visiteranno la Campionaria a partire da martedì 16 aprile. Arriverà il Ministro dell'Industria e del Commercio Giulio Andreotti, costretto a riparare al malcontento degli industriali del Nord presenti in forze in Fiera per i timori di questi ultimi riguardo a possibili ondate di austerità generate dallo sforzo del Governo teso allo sviluppo industriale del Mezzogiorno. Sarà poi la volta di Aldo Moro, Presidente del Consiglio in quell'aprile di mezzo secolo fa. E di oltre 4 milioni di visitatori fino al 25 aprile, quando la Fiera Campionaria di Milano chiuderà i battenti mentre il mondo fuori dai suoi cancelli cambiava rapidamente in quell'anno cruciale.

Maggio 1968: il processo al Talidomide. Calmante usato in gravidanza senza sperimentazione adeguata, fu causa di decessi e gravissime malformazioni (focomelia). Tra i responsabili, ex medici nazisti, scrive Edoardo Frittoli il 3 maggio 2018 su "Panorama". Doveva servire per alleviare le nausee della gravidanza ed accompagnare le donne verso la gioia più grande, quella di diventare madri. Per molte puerpere che avevano assunto il Talidomide il parto si trasformerà in un terrificante incubo che condizionerà la vita di intere famiglie e soprattutto dei loro figli nati gravemente menomati. Il farmaco causava infatti gravissime malformazioni fetali a carico degli arti superiori ed inferiori, note comunemente come "focomelia" per la somiglianza degli arti malformati con le zampe palmate delle foche. Non esistendo all'epoca l'ecografia, le malformazioni fetali non potevano in ogni caso essere diagnosticate. Nel cinquantesimo anniversario del processo alla casa farmaceutica Grunenthal, detentrice del brevetto del Talidomide, ripercorriamo la storia del più grave scandalo del XX secolo nel campo del mercato farmaceutico.

Gli inizi. La storia del Talidomide comincia alla metà degli anni '50 in Germania Ovest, quando l'azienda farmaceutica Grunenthal registrò il brevetto ventennale del Talidomide. La società era nata nel 1946 durante l'occupazione alleata della Germania Occidentale e fece la propria fortuna quando cadde il veto degli occupanti alla produzione locale di penicillina, che la fabbrica di Stolberg (vicino al confine belga) aveva iniziato a commercializzare con grandi ricavi. La Grunenthal era uno spin-off di una piccola azienda di saponi la cui proprietà era pesantemente implicata con il nazismo e che negli anni trenta si era impossessata di stabilimenti di proprietà di imprenditori ebrei. Nel 1945 la famiglia Wirtz assunse un gran numero di ex nazisti, tra i quali il Dottor Heinrich Muckter, già implicato negli esperimenti sugli ebrei polacchi del ghetto di Cracovia, il quale fu messo a capo della sperimentazione e della ricerca della Grunenthal. Con lui figuravano nell'organico aziendale altri due medici delle SS: Heinz Baumkotter e Ernst-Gunther Shenck. Dal 1960 al 1974 tra i vertici aziendali figurava Martin Stemmler, uno dei più accesi sostenitori della teoria dell'igiene razziale durante il nazismo.

1954-1957: la nascita del Contergan. Il Talidomide era un calmante ipnotico i cui studi iniziarono nel 1954 e proseguirono fino alla immissione sul mercato con il nome commerciale di Contergan avvenuta nel corso del 1957. Durante i tre anni di sviluppo del farmaco la Grunenthal condusse una sperimentazione clinica colpevolmente lacunosa, non testando mai il Talidomide su soggetti gravidi (sia animali che umani) e limitandosi solo in alcuni casi alla somministrazione a donne in allattamento. Nonostante ciò il farmaco ebbe via libera, alla quale seguì un grande battage pubblicitario del calmante "non-tossico". Al momento dell'immissione sul mercato internazionale, l'azienda sottolineò con insistenza l'azione benefica del farmaco proprio come rimedio alle nausee in gravidanza. Il Contergan, venduto sotto diversi nomi commerciali, sarà diffuso in 47 paesi del mondo e diventerà in breve il best seller della casa farmaceutica tedesca. Nessuno poteva all'epoca immaginare che la Grunenthal non fosse in possesso dell'evidenza clinica sulle donne in gravidanza riguardo ai possibili danni collaterali del Talidomide, così il farmaco fu largamente utilizzato essendo per di più un medicinale da bancovenduto senza obbligo di ricetta medica. I primi sospetti sulla presunta tossicità del Contergan giunsero alla Grunenthal dai medici tedeschi, che avevano notato un effetto tossico a livello neurologico negli anziani che lo utilizzavano come sonnifero. Da lì a pochi mesi fu notata una crescita dell'incidenza di gravi malformazioni e di mortalità nei bambini nati dopo la commercializzazione del medicinale. I report furono per lo più ignorati dai vertici della casa farmaceutica, che al contrario iniziò una capillare campagna per rassicurare medici, farmacisti e popolazione sull'assoluta sicurezza del calmante.

1961-1968 dal ritiro, al processo, allo scandalo. Solamente nel 1960 durante un convegno di pediatria, il medico tedesco Widikund Lenz mise in relazione l'incremento dell'incidenza delle malformazioni con il farmaco, tema ripreso l'anno successivo dall'autorevole giornale di medicina britannico "Lancet" con un articolo molto dettagliato a firma del medico australiano William McBride. Il 26 novembre 1961 la Grunenthal annunciò il ritiro del Talidomide dal mercato internazionale. Pochi giorni dopo il distributore britannico del farmaco tedesco annunciava l'azione legale nei confronti dell'azienda farmaceutica tedesca in nome delle famiglie del Regno Unito colpite dai danni causati dal Talidomide organizzando la prima class action. In Germania il processo fu fissato per il maggio del 1968 and Alsdorf, poco lontano dalla fabbrica del Talidomide, dopo oltre 6 anni e mezzo di raccolta di prove e documentazione da parte degli inquirenti. I capi d'accusa erano omicidio plurimo colposo nei casi di decesso per le gravissime malformazioni fetali; negligenza nei test clinici; lesioni e danni fisici plurimi e aggravati. Tra i principali imputati l'ex medico nazista Heinrich Muckter e il titolare della Grunenthal Hermann Wirtz. Quest'ultimo usò la scusa dell'età avanzata e della salute precaria per non presentarsi in aula, generando profondo sdegno nell'opinione pubblica mondiale che seguiva il caso dalle tv e dai giornali. Ancora più scandalosi saranno gli esiti dell'iter processuale, terminato già nel 1970 con un compromesso tra la Corte tedesca e l'azienda: la Grunenthal avrebbe pagato risarcimenti per 100 milioni di Marchi (meno di 30 milioni di dollari) mentre ai responsabili non fu inflitto neppure un giorno di reclusione. Inoltre la sentenza conteneva un'ulteriore beffa per le famiglie colpite dagli effetti del Talidomide: una clausola che impediva a queste ultime di intentare nuovamente causa dopo il risarcimento. La Grunenthal della famiglia Wirtz non ci mise molto a riaversi dal pagamento e dal danno d'immagine, ritornando ad essere una delle principali aziende farmaceutiche europee.

I danni del Talidomide. Si è calcolato che negli anni della sua commercializzazione, il Talidomide abbia causato decine di migliaia di aborti e di decessi post-partum. Su 10.000 bambini nati con gravi malformazioni, ne sono sopravvissuti circa 5,000 menomati negli arti superiori e inferiori, ad oggi raggruppati nelle varie associazioni nazionali delle vittime del farmaco (In Italia è attiva la V.I.T.A. - Associazione Vittime Italiane Talidomide). Nel 1973 vengono liquidati 429 bambini britannici con ulteriori 20 milioni di sterline, poi il silenzio fino al terzo millennio. Nonostante la gravità delle conseguenze, per decenni la famiglia Wirtz (tuttora nel consiglio di amministrazione della Grunenthal) è stata inserita nelle 50 famiglie più ricche della Germania.

Le scuse tardive (2012). Terminati i risarcimenti stabiliti dalla giustizia tedesca, il peso dell'assistenza passò interamente ai rispettivi Stati di residenza delle vittime del farmaco. Soltanto per l'iniziativa di una di loro, l'australiana Lynette Rowe, la Diageo (erede del distributore locale del Talidomide negli anni '60) fu costretta ad accordare un risarcimento milionario. E'il 2012 quando l'amministratore delegato di Grunenthal Harald Stock porge le scuse ufficiali all'audience costituita dalle vittime del farmaco inaugurando una statua commemorativa. Il Talidomide oggi. Nonostante gli incalcolabili danni causati, il Talidomide è stato impiegato efficacemente nella cura della lebbra, ed oggi è utilizzato in campo oncologico per le proprietà di contrasto del mielomamultiplo.

In vetta al 1968: l'impresa di Ettore Pagani. L'architetto, falegname e alpinista partecipa nel 1967 all'occupazione del Politecnico. L'anno successivo apre con Tiziano Nardella una via che battezza "Milano 1968" ancora oggi molto apprezzata, scrive Edoardo Frittoli il 7 giugno 2018 su "Panorama". L'occupazione della Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano era durata due mesi: dal gennaio al marzo del 1967. Ettore Pagani, ventiquattrenne milanese di origini bergamasche è uno dei tanti studenti in lotta. Una occupazione pionieristica che, come quella dell'Università Cattolica, renderà Milano l'apripista dell'anno della contestazione, il 1968.

Il Sessantotto visto dalla ciminiera del Politecnico di Milano. Ettore ha un talento in più da mettere a disposizione per supportare la lotta degli studenti, per far sì che i Milanesi possano coglierne la portata ed il significato. Pagani è un alpinista abile nell'arrampicata, passione che coltiva dalla prima adolescenza. E così si arma di corde, imbracatura e moschettoni per salire fino in cima al comignolo che svetta dal vecchio edificio in stile liberty del Politecnico e lassù issa una bandiera rossa ben visibile a tutti dalle vie attorno a Città Studi.

Il Sessantotto visto dalla cima del Medale (Lecco). Questo è il prologo all'impresa alpinistica dell'anno successivo, che compirà in compagnia di Tiziano Nardella. La cornice è quella delle alte e ripide pareti rocciose che dominano Lecco, il Corno di Medale. Qui Ettore prepara la sua avventura, l'apertura di un percorso sul versante Sud-Est. Con Tiziano decide di attaccare la parete rocciosa vergine, in buona parte ricoperta da vegetazione, e di dedicare la nuova via alla città che a sua volta aveva aperto un'altra via, quella della lotta per il rinnovamento sociale e per un'Università svecchiata e più accessibile. Per questo Ettore Pagani e Tiziano decidono di lasciare una traccia evocativa di quei mesi unici battezzando la via aperta nel mese di aprile con il nome di "Milano '68". Simbolo di quell'impresa, l'immagine di Ettore durante l'ascesa, che scherza facendo la linguaccia all'obiettivo appeso lungo la parete rocciosa del Medale che raggiunge gradi di tutto rispetto, fino al 7a+. Sceso dalle alture lecchesi, per Ettore Pagani lo spirito del '68 non finirà con il tramonto della stagione delle lotte studentesche. Dopo la laurea in Urbanistica la sua voglia di sperimentare e creare lo indirizza verso l'arte della falegnameria. E quindi verso altre sue passioni: la navigazione sopra tutte, con le vele spiegate ad inseguire la libertà per cui lottò assieme agli altri studenti di architettura mezzo secolo fa. Coerente con le sue idee, non seguirà il riflusso ideologico alla fine della lotta, né trarrà vantaggi personali dal suo passato attraverso gli effimeri anni '80. Ettore Pagani non smetterà di voler conoscere il mondo e le sue genti viaggiando appena possibile. Sulla sua "Milano 68" tornerà nel 2001 assieme alla guida alpina ed amico Nicolò Berzi quando ormai la via era diventata un classico dell'arrampicata. I due alpinisti erano tornati per mettere in sicurezza la via e sostituire i 125 chiodi piantati allora -ormai arrugginiti e malsicuri - con i moderni "spit" i tasselli a bussola autoperforante. Per l'occasione viene realizzato da Alessio Viola il docufilm "Senza chiodi fissi", dove Ettore Pagani ripercorre la storia della sua via inquadrandola e discutendone le origini nel particolare periodo storico in cui fu aperta.

L'ultimo viaggio di Ettore (2003). Due anni dopo il riattamento della via del Medale, Ettore Pagani è in Niger con la moglie Simona Manfredini Pagani (come lui alpinista e appassionata di viaggi) ed altri compagni di avventura. Durante un trasferimento in fuoristrada nel deserto del Ténerè, la tragica fatalità. La macchina sulla quale sta viaggiando Pagani è investita in pieno dall'esplosione di una mina nascosta nella sabbia, che spezza la vita di Ettore e di altri due compagni di viaggio. Era il 3 gennaio 2003. Oggi Ettore Pagani continua a viaggiare, ricordato nelle attività dell'Associazione Altrispazi a lui dedicata, che tra le tante attività annovera dal 2017 l'organizzazione del Milano Mountain Film Festival. I chiodi originali della "Milano 1968" sono stati donati da Simona Manfredini Pagani all'associazione alpinistica Edelweiss di Milano.

La sciagura del volo Air France 1611: storia della "Ustica francese". L'11/9/1968 il volo Ajaccio-Nizza si inabissava. I parenti delle vittime sostengono da sempre la tesi del depistaggio per un missile partito per errore. E chiedono di togliere il segreto militare, scrive Edoardo Frittoli il 12 settembre 2018 su "Panorama". Esattamente cinquant'anni fa, al largo di Nizza, si consumava una sciagura aerea in cui persero la vita 95 persone. Mentre le indagini ufficiali parlarono di una fatalità, i parenti delle vittime sostennero per decenni la tesi del depistaggio da parte delle Autorità militari francesi, che avrebbero occultato le prove di un errore durante una sessione di tiro dal poligono dell'Ile du Lévant. Una vicenda che per molti versi può ricordare la strage di Ustica del 27 giugno 1980.

Aeroporto di Ajaccio-Campo dell'Oro. Ore 9:02 dell'11 settembre 1968. Il Sud-Aviation Se-210 Caravelle III dell'Air France marche F-BOHB(Hotel-Bravo) attende il via libera della torre di controllo per iniziare il volo verso l'Aeroporto di Nizza-Cote D'Azur. Il volo AF1611 ha imbarcato 89 passeggeri e 6 membri dell'equipaggio per il viaggio di routine stimato in circa 45 minuti. Il volo procede senza intoppi fino alle ore 9:31 quando il Comandante comunica alla torre di controllo di Nizza di avere un incendio a bordo. Il Caravelle è già in vista della costa e della città quando la torre fa scattare la procedura di emergenza. Un minuto più tardi dalla cabina di pilotaggio il drammatico audio: "On va crasher si ça continue…". L'ultima eco radar alle 9:33. Poi, nonostante i tentativi di ricontattare il volo AF1611 per altri 4 minuti, il segnale scompare per sempre dai monitor della torre di Nizza. Hotel-Bravo si era inabissato a circa 22-25 miglia nautiche a Sud della pista 05 dell'Aeroporto Nice-Cote D'Azur. Le ricerche partirono subito, ostacolate però dalle condizioni del mare e per la visibilità ridotta, sino a quando alcuni frammenti galleggianti sono individuati da un Constellation SAR poco dopo le 11 del mattino. Le ricerche dei frammenti del volo AF1611 saranno lunghe e difficoltose, a causa della difficoltà di individuazione dell'esatto punto d'impatto dell'aereo e per l'effetto delle forti correnti marine nel tratto di mare interessato. Dopo il recupero di frammenti dei propulsori inviati a Parigi e Londra per le analisi radiografiche, le Autorità inquirenti si affrettarono ad escludere categoricamente gli effetti di qualsiasi agente esplosivo all'origine dell'incidente. L'affermazione rimarrà invariata fino alla relazione finale nel 1972e all'archiviazione nel 1976.

La tesi degli inquirenti. Sulla base degli esami effettuati sui resti del Caravelle, che sarebbe precipitato integro ad una velocità eccessiva di circa 500-600 nodi (oltre 1.000 km/h) ed in base alle registrazioni effettuate durante la fase finale del volo, le cause dell'incidente sarebbero state individuate nei danni causati da un incendio provocato dalla combustione di un cestino dei rifiuti nella toilette di coda, dovuto verosimilmente dalla combustione di una sigaretta. Il 21 settembre 1968, appena 10 giorni dopo la sciagura, il settimanale francese "Paris Match" ipotizza per la prima volta la tesi dell'abbattimento a causa di un missile, svelando che nella zona dove l'aereo si inabissò fossero in corso esercitazioni di tiro. Fu allora che i parenti delle vittime cominciarono a fare pressioni per avere chiarezza, a seguito anche delle dichiarazioni di alcuni testimoni presenti quel giorno su imbarcazioni, che avrebbero visto un "lampo" colpire la sagoma del Caravelle prima dello schianto in mare. La chiusura delle indagini alla metà degli anni '70 non impedirà all'Associazione dei parenti delle vittime di proseguire nella contro-inchiesta, che nel 2009 (a 40 anni dal disastro) arriverà ad una svolta grazie alla dichiarazione spontanea di un testimone-chiave.

Il superteste Michel Laty. L'Esercito ha depistato le indagini. Michel Laty, malato terminale di cancro, segue da vicino il calvario dell'Associazione dei parenti che lottano contro il muro di gomma delle Autorità d'oltralpe. Conscio del poco tempo che gli resta da vivere, decide di parlare. L'11 settembre 1968 Laty era Segretario militare presso lo Stato Maggiore dell'Aeronautica Militare francese di Tolone. Quella mattina ricevette un telegramma riservatissimo che annunciava il dramma del Caravelle. Fatto strano, poiché solitamente quel tipo di comunicazioni avvenivano tra enti civili. Poco dopo, il testimone avrebbe ricevuto l'ordine di trasmettere la risposta al mittente. Quello che Laty scrisse quel giorno non pareva lasciare dubbi: si spiegava che il volo AF 1611 "si era trovato a transitare nella zona di esercitazioni di tiro terra-aria al posto di un'aereo-esca". Si raccomandava pertanto il mantenimento del più stretto riserbo, ossia il "segreto militare". Il fatto che il Caravelle non fosse esploso in volo fu dovuto al fatto che il presunto missile non sarebbe stato armato di carica esplosiva. Tuttavia, l'impatto con uno dei motori e il danno conseguente avrebbero fatto precipitare il velivolo già in fase di discesa verso l'aeroporto che non raggiungerà mai.

A cinquant'anni dalla tragedia. La verità è (forse) vicina. A nulla valsero, fino alle dichiarazioni di Laty (morto poi alla fine del 2011) le richieste di riapertura delle indagini del 2006 e 2008. A seguito di una denuncia dell'Associazione parenti nei confronti del Ministero della Difesa per "occultamento aggravato di prove e depistaggio", il 20 marzo 2012 la Procura di Nizza disponeva la riapertura del caso. Nel 2018, dopo un altro interminabile iter, il Giudice Istruttore Alain Chenana dispone la richiesta di desecretazione. I ministeri sono guidati da Edouard Philippe ed quello dell'Interno di Gérard Collomb, il quale ha risposto confermando l'attivazione della Commissione sui segreti della Difesa, che avrà due mesi di tempo per dare una risposta. E, si spera, anche la pace per le vittime ed i loro parenti nel limbo da mezzo secolo.

50 anni fa l'Apollo 8 in orbita attorno alla Luna. Nel novembre 1968 i preparativi prima del lancio. Portò gli astronauti in una rotta translunare fino ad orbitare per 20 ore attorno al satellite della Terra, scrive Edoardo Frittoli il 26 novembre 2018 su "Panorama". "I'll see you on the dark side of the Moon" (ci vedremo sulla faccia oscura della Luna". Così cantavano i Pink Floyd nel 1973. La promessa contenuta nei versi del brano fu esattamente quello che 50 anni fa portò a compimento l'equipaggio della missione Nasa "Apollo 8". Per la prima volta nella storia l'uomo ebbe la possibilità di vedere la parte nascosta del satellite terrestre e di orbitare intorno ad esso in una missione piena di rischi e di incognite, che avrebbe tranquillamente potuto trasformarsi in una tragedia. Con i tre astronauti condannati alla terribile morte "spaziale" nel caso non fossero riusciti ad uscire correttamente dall'orbita lunare per rientrare sulla terra. La missione Apollo 8, iniziata nell'estate del 1968 seguì quella dell'ottobre di quell'anno, l'Apollo 7, che portò a termine con successo l'obiettivo dell'ingresso nell'orbita terrestre del modulo di comando (CSM) e il successivo rientro attraverso l'atmosfera della Terra. La missione Apollo 8 aveva una serie di target molto più ambiziosi e comprendevano, dopo il lancio in orbita grazie alla spinta del razzo vettore Saturno V, l'ingresso nell'orbita terrestre per poi abbandonarla mediante la spinta dei reattori del modulo verso l'orbita lunare. Una volta stabilita la rotta, il modulo avrebbe dovuto entrare nell'orbita lunare nascosto dietro il lato oscuro del satellite, senza possibilità di comunicare con il Centro Spaziale in Florida. Alla fine delle rivoluzioni stabilite i tre astronauti avrebbero dovuto riaccendere i propulsori per uscire correttamente dall'orbita lunare e riguadagnare quella terrestre. L'ultima e non meno rischiosa manovra sarebbe stato il rientro nell'atmosfera terrestre con l'ultima spinta dei razzi, resistendo alle altissime temperature d'attrito. Il tutto affidandosi alla tecnologia di mezzo secolo fa. Il programma Apollo 8 fu completato nell'autunno del 1968, in un clima mondiale di altissima tensione, nel pieno dello space race con i Sovietici e con la rivolta dei ghetti neri americani giunta all'apice della violenza. La buona riuscita della missione aveva dunque un importantissimo valore politico-strategico. i tre membri dell'equipaggio erano il comandante Frank Borman, il pilota del modulo lunare William A. Anders e il pilota del modulo di comando James A. Lovell. Due su tre erano veterani dello spazio. Borman e Lovell avevano infatti preso parte nel 1965 alla missione Gemini 7, stabilendo il record di permanenza in orbita attorno alla Terra. L'equipaggio di riserva dell'Apollo 8 era inoltre formato da due dei futuri conquistatori della Luna nel luglio del 1969, Armstrong e Aldrin.  Il centro di controllo della missione si trovava presso la sede del Kennedy Space Center in Florida, a poca distanza da Cape Canaveral.

L'addestramento. Gli uomini della missione Apollo 8 arrivarono al Kennedy Space Center lo stesso giorno del rientro degli astronauti della missione precedente, l'Apollo 7. L'addestramento cominciò dall'evacuazione di emergenza dal modulo. Due giorni dopo i tre furono trasferiti a Galveston, Texas (nel golfo del Messico) dove si esercitarono all'uscita dalla navicella dalle acque dell'oceano. Gli astronauti dovevano in questo caso essere pronti a raddrizzare il modulo gonfiando una serie di palloni che avrebbero riportato il CSM (Command Service Module) dalla posizione ribaltata dell'ammaraggio a quella corretta. Durante tutto il periodo di addestramento, i tecnici Nasa furono impegnati a testare parallelamente i sistemi di navigazione computerizzati nonché la struttura del modulo di servizio fornito dalla North American-Rockwell, uno dei principali produttori del settore aerospaziale americano. La preparazione della missione Apollo 8 fu febbrile poiché era assolutamente necessario che il lancio avvenisse entro un mese, al fine di garantire i passaggi del modulo attorno alla Luna in condizioni ideali di luminosità tali da poter fotografare la superficie del satellite individuata come possibile zona di allunaggio per le missioni successive. La data del lancio fu stabilita per il 21 dicembre 1968, sfruttando la luce diurna. Il 19 dicembre, con il modulo montato sulla rampa e agganciato al razzo vettore Saturno V, iniziò il conto alla rovescia (T-28 ore). Durante questa fase si verificò un problema che per poco non vanificò la missione: nella riserva di ossigeno liquido della navicella fu trovata una contaminazione di azoto, guasto che fu riparato in extremis e risolto a sole 10 ore dal lancio. Tutti i serbatoi del Saturno V e del modulo furono riempiti e a due ore dal lancio Borman, Anders e Lovell presero posto ai comandi del modulo.

Kennedy Space Center, Florida, Launch Complex 39, Pad A: ore 07:51EST del 21 dicembre 1968. I motori del razzo vettore si accesero nel fragore del primo giorno del mite inverno della Florida. Dopo 2 minuti e 30 il primo stadio del Saturno V si staccava precipitando pochi istanti dopo nell'Oceano Atlantico. Dopo altri 3 minuti l'Apollo 8 entrava nell'orbita terrestre alla velocità di circa 28.000 km/h con un apogeo di 99,99 miglia nautiche (185,19 km)

A 42 minuti dal lancio furono espulse le protezioni degli obiettivi fotografici e gli astronauti cominciarono a testare le apparecchiature di trasmissione dati e di comunicazione con la stazione di Carnavon, Australia. Perfettamente inserito nell'orbita terrestre, l'Apollo 8 compì 1,5 rivoluzioni attorno alla Terra dopo aver fotografato e trasmesso al Kennedy Space Center le prime immagini nitide del nostro pianeta.

T Hour + 2:27: verso la Luna. Dopo 2 ore 27 minuti e 22 secondi dal lancio iniziò una delle fasi più delicate di tutta la missione, chiamata in codice TLI o Trans Lunar Injection. Si trattava di una spinta della stadio propulsore S-IVB che avrebbe proiettato il modulo fuori dall'orbita terrestre in direzione della Luna. Al Kennedy Space Center e sulla navicella dell'Apollo 8 salì la tensione in quanto durante il precedente test senza astronauti a bordo i razzi di spinta non si accesero. Fortunatamente, quella mattina del 21 dicembre di 50 anni fa tutto funzionò a dovere e l'Apollo 8 con i suoi tre uomini a bordo puntò dritto al satellite della terra. Al termine della spinta propulsiva, fu necessario staccare il vettore S-IVB dal modulo di comando. Nonostante l'esito perfetto dell'operazione, nei minuti successivi Frank Borman si accorse che il vettore appena espulso viaggiava troppo vicino al modulo CSM. Grazie ad un'operazione comandata dalla base in Florida e concordata con il comandante del modulo Apollo 8, si optò per un'ulteriore breve spinta propulsiva che separò i due moduli. Il vettore S-IVB si incamminò verso la sua futura sorte da relitto spaziale: passerà la Luna per entrare in un orbita solare di 340 giorni di rivoluzione per l'eternità. A 24.000 km dalla Terra, Borman Lovell e Anders furono i primi uomini ad attraversare la zona delle fasce radioattive di Van Allen (una cintura radioattiva ai limiti della sfera gravitazionale della Terra che si rivelarono alla fine innocue, come indicarono gli strumenti di rilevazione a bordo. Durante la fase translunare, l'equipaggio diede al modulo un lento assetto rotatorio attorno all'asse longitudinale in modo da proteggere l'involucro esterno dagli sbalzi estremi di temperatura durante la rotta, che variava dai 200°Cdell'esposizione alla luce solare ai -100°C della zona in ombra. Quando il modulo si avviò verso l'orbita lunare erano passate 11 ore dal momento del lancio. Gli uomini erano stati svegli per 16 ore in condizioni di estremo stress psicofisico. Frank Borman, comandante del CSM, fu il primo ad osservare il turno di riposo dopo aver ingerito un sonnifero. Disturbato dalle comunicazioni radio e dal rumore degli strumenti di bordo, l'astronauta si sveglio dopo un ora di sonno tormentato ed in preda ad un malore. Senza potersi appartare, Borman vomitò e fu colpito da un attacco di diarrea improvvisa, che riempì il modulo di deiezioni in forma di capsule a causa della ridotta gravità. Mentre in Florida si riuniva la commissione medica della Nasa, che diagnosticava una forma di enterite virale, gli astronauti pulivano gli angusti ambienti come potevano. Gli studi e le esperienze successive indicarono che Frank Borman soffrì del "mal di spazio", dal nome scientifico di SAS-Space Adaptation Syndrome. Durante la rotta verso la Luna, l'Apollo 8 trasmise le prime riprese televisive del suo viaggio alla Terra. Il primo video durò circa 27 minuti ed illustrò soprattutto gli interni del modulo di comando e il suo equipaggio. A causa della mancanza di filtri adatti, il tentativo di inquadrare la terra vista dallo spazio fallì, fornirono solo immagini di un globo luminoso e biancastro. Il video terminava con Lovell che augurava buon compleanno a sua madre.

T Hour +71:40: The dark side of the moon. Dopo 55 ore di volo, l'Apollo 8 si trovava a 326.415 Km dalla Terra e a soli 62.597 km dalla Luna. Mano a mano che il modulo si avvicinava al satellite terrestre, la velocità aumentava. Per la prima volta nella storia dell'umanità, l'uomo entrava nella sfera gravitazionale di un altro corpo celeste alla velocità relativa di 1220 metri/secondo (4392 Km/h). Quattordici ore più tardi Borman accendeva nuovamente i razzi propulsori per 4 minuti e, alla velocità di 5.988 km/h l'Apollo 8 entrava nell'orbita lunare sopra il lato oscuro, dove tutte le comunicazioni con la Terra furono interrotte. Furono i minuti più lunghi ed angoscianti per l'equipaggio. Se i calcoli relativi all'accensione dei propulsori fossero stati errati, l'Apollo 8 con i suoi occupanti si sarebbe persi nello spazio. Oppure, prospettiva altrettanto drammatica, si sarebbero potuti schiantare sulla superficie lunare. Quando i tre riaprirono gli occhi, il modulo si era inserito perfettamente nell'orbita del satellite. Il primo giro attorno alla circonferenza dell'astro celeste sarebbe durato circa due ore. Al termine del viaggio sopra la faccia oscura, James Lovell vide per primo il taglio di luce solare che illuminava il primo spicchio di Luna illuminato dal sole, mentre sulla Terra il personale della Control Room attendeva con il fiato sospeso la ripresa delle comunicazioni radio con l'Apollo 8. Esattamente all'ora calcolata, il modulo comparve di fronte alla faccia visibile della Luna, mentre l'antenna parabolica dell'Apollo gracchiò la voce degli uomini dell'equipaggio. L'operazione Lunar Orbit Insertion era perfettamente riuscita. La superficie rocciosa della Luna si svelò alla vista di Borman, Lovell e Anders ad appena 112 km di altezza dalla superficie grigia del satellite. Durante tutto il tragitto translunare gli astronauti non erano stati in grado di osservare la Luna, perché gli oblò del modulo rimasero appannati a causa delle condizioni estreme dell'atmosfera circostante. Entrati in orbita, i tre astronauti videro per la prima volta nella storia le gole ed i crateri, che Lovell descrisse come "spogli ed incolori, come il gesso di Parigi". La superficie lunare appariva nel dettaglio, con il Mare della Fertilità che appariva molto meno marcato di quanto si vedesse dai telescopi sulla Terra. I crateri erano arrotondati, ed apparivano come fossero stati creati dall'impatto con tanti meteoriti. L'equipaggio preparò le apparecchiature fotografiche, che immortalarono anche la futura zona di sbarco dell'Apollo 11 nel luglio 1969, il Mare della Tranquillità. Furono effettuate fotografie stereoscopiche per permettere l'analisi orografica dei rilievi, dei crateri e delle gole. Al termine delle 20 ore di orbitazione dell'Apollo 8 attorno alla Luna l'equipaggio riuscì a scattare 800 fotografie, perfettamente riuscite. Era la vigilia di Natale del 1968.

T Hour + 89:29: back to the Earth. Al quarto passaggio davanti alla faccia visibile della Luna, gli astronauti videro uno spettacolo unico: il sorgere della Terra dall'orizzonte lunare, che Lovell immortalò a colori nello scatto passato alla storia grazie anche alla copertina del settimanale Life. Dopo l'emozione della visione della Terra, Borman decise di concedere a sé ed ai compagni un periodo di riposo durante le ultime ore di rivoluzione attorno al satellite. Il primo ad addormentarsi fu proprio il comandante del modulo, che dovette tuttavia risvegliarsi poche ore dopo in quanto si accorse che i compagni stavano commettendo errori di interpretazione nelle comunicazioni con la base Nasa in Florida a causa della stanchezza eccessiva. Ripresi i comandi, Borman si ricordò dell'appuntamento natalizio in occasione del secondo collegamento televisivo con la Terra, durante la nona rivoluzione attorno alla Luna. Durante il collegamento il comandante descrisse nuovamente il satellite come una "vasta e solitaria distesa di nulla". Nel frattempo Anders, svegliatosi dal difficile riposo, lesse un passo della Genesi agli ascoltatori sulla terra, la storia della Creazione (Cap 1 versi 1-10). Dopo aver augurato buon Natale all'umanità l'equipaggio si preparò ad una delle manovre più delicate di tutta la missione, il rientro nell'orbita terrestre, pianificata due ore dopo il messaggio televisivo. La fase TEI (Trans-Earth Injection) era speculare rispetto a quella dell'ingresso nell'orbita lunare. Come la fase precedente, doveva avvenire in assenza di contatto radio con la Terra, con l'Apollo 8 nascosto dietro la Luna. L'iniezione dei propulsori cominciò in preciso orario, dopo 20 ore e 10 minuti di orbita lunare. I propulsori spinsero per circa 6 minuti, portando la velocità del modulo alla velocità di 9702 km/h dopo aver raggiunto durante le rivoluzioni la distanza massima dalla Terra di 377.748 km. L'ultimo brivido per l'equipaggio si consumò durante l'uscita dall'orbita lunare, a causa di un lieve errore di sincronizzazionedegli strumenti di comunicazione con la Terra, che generò una leggera deviazione dalla rotta prestabilita. Il contatto radio fu ristabilito con la Florida, con Lovell che informava via radio dell' "arrivo di Babbo Natale". Ripreso il moto rotatorio attorno all'asse longitudinale per proteggere la struttura esterna dagli sbalzi estremi di temperatura, un altro inconveniente fece tenere il mondo con il fiato sospeso. A causa della stanchezza, Lovell cancellò parte dei dati di navigazione contenuti nella memoria del computer di bordo, che dovettero essere nuovamente immessi manualmente mentre l'equipaggio procedeva la rotta a sestante basandosi sull'allineamento delle stelle Rigel e Sirio. Durante la fase di rientro, l'Apollo 8 si collegò ancora due volte con la Terra trasmettendo immagini degli interni del modulo e del pianeta in avvicinamento. Dopo 146 ore e 28 minuti fu espulso il modulo di servizio, che lasciò sola la piccola capsula di comandoall'appuntamento con l'atmosfera terrestre. L'impatto fu spettacolare: la capsula con i tre astronauti subì una spinta inversa così forte da farle prendere quota ascensionale (passò da un'altitudine di 58.800 metri a 64.000 in pochi secondi) per poi ridiscendere ricoperta da un alone di luce bluastra dovuta alla ionizzazione. Aperto il paracadute, l'Apollo 8 ammarò nell'Oceano Pacifico alle 10:51 locali del 27 dicembre 1968 dopo 147 ore di missione. Si trovava a 1,4 miglia nautiche dal punto di rientro prestabilito e a 2,6 miglia nautiche dalla nave di recupero USS "Yorktown". Il modulo di comando galleggiava a testa in giù nelle gelide acque dell'oceano, e fu raddrizzato con l'ultima manovra dell'equipaggio che gonfiò i palloni di stabilizzazione dopo 6 minuti dall'ammaraggio. In quel punto dell'oceano la luce del sole non era ancora arrivata. Fu necessario attendere 43 minuti prima di procedere con il recupero del modulo, la cui superficie appariva brunita per l'attrito con l'atmosfera durante la fase di rientro.

Ford Island, Hawaii. 29 dicembre 1968: mission accomplished. Borman Lovell e Anders sbarcarono dalla USS "Yorktown" e si separarono dal modulo che li aveva portati attorno alla Luna. La capsula dell'Apollo 8, l'unico componente del sistema ritornato sulla terra, fu trasportato presso i laboratori della North American Rockwell per le analisi post-missione. Provati ma in buona salute, i tre astronauti erano stati i primi uomini ad entrare nell'orbita di un corpo celeste che non fosse la Terra. Il modulo di comando si dimostrò affidabile per futuri viaggi verso la Luna, sia dal punto di vista della trasmissione dati di navigazione che da quello strutturale, dove la tecnica di rotazione durante il tratto translunare e quello di ritorno verso la terra funzionò alla perfezione, preservando la cabina di comando e i sistemi del modulo. Il 90% delle immagini scattate durante la fase di rotazione attorno alla Luna erano risultate perfettamente leggibili e molto più dettagliate di quelle riprese dalla Terra o dai satelliti artificiali dell'epoca. Anche gli errori, come quello commesso da Lovell a causa dell'eccessiva stanchezza durante la fase di rientro fu utile alle missioni a venire. Le successive missioni Apollo furono infatti preparate in tempi più rapidi, grazie anche all'esperienza maturata dalla missione di Borman, Lovell e Anders che oggi ricordiamo a 50 anni dalla loro incredibile impresa, oscurata poco più di un anno dopo dallo sbarco dell'Apollo 11. Messa in ombra da quella parte nascosta della Luna che per primi avevano visto di persona.

E Venezia tornò nella ribalta politica. Subito dopo il festival di Cannes, dove la protesta è capeggiata da Godar e Truffaut, la ribellione scoppia anche a Venezia. In testa c’è Pier Paolo Pasolini, scrive Angela Azzaro il 2 Settembre 2018 su "Il Dubbio". Sembra passata un’eternità da quando a Venezia studenti, registi e intellettuali occupano la sala Volpi al grido di “mostra libera” e “il cinema al popolo”. Oggi la discussione è se ci sia troppo o poco mercato, oppure se il cinema tradizionale sia obsoleto rispetto alla serie tv. E se un attore come Michele Riondino – padrino del festival – osa dire qualcosa contro Matteo Salvini viene subito bollato come “out”. Cinquant’anni fa il Sessantotto arriva anche al Lido chiedendo un cambiamento radicale dello statuto e della direzione verticistica. Alla guida c’è un vecchio regista come Luigi Chiarini incapace di capire lo spirito che anima i giovani e gli autori anche già affermati. Qualche mese prima c’era stato il festival di Cannes. Lì le contestazioni sono ancora più dure. Dopo qualche giorno dall’inizio della manifestazione, gli studenti occupano le sale dove si proiettano i film bloccandone la visione. Ma non sono soli. Con loro si schiera il meglio del cinema francese. A dire no allo status quo anche a Cannes, in sintonia con quanto avviene a Parigi, ci sono Jean Luc Godard, Francois Truffaut, Roman Polanski, Luis Malle. C’è il cuore del movimento della Nouvelle Vague che all’inizio degli anni Sessanta rivolta come un calzino stile, contenuti, modalità della settima arte. Il prestigioso festival francese finisce senza che molti film vengano proiettati, senza che venga attribuito il “palmares” e con un nuova sezione, ancora oggi la più prestigiosa, quella della Quinzaine des réalisateurs. Quando la direzione decide comunque di continuare, tre membri della giuria si dimettono, tra di loro c’è anche la nostra Monica Vitti. Dopo qualche mese il palcoscenico è quello di Venezia. Il festival, nato durante il fascismo, conserva ancora la struttura impressa dalle politiche culturali del Ventennio. E i registi italiani non possono essere a meno dei cugini francesi. Prima di arrivare al Lido c’è una discussione anche aspra sui giornali tra le diverse anime del cinema italiano. Non tutti sono d’accordo che si debba mettere in scena una protesta. Quell’anno i film selezionati sono di per sé “rivoluzionari” e questo sarebbe dovuto bastare a far soffiare il vento della ribellione anche alla Biennale. Tra i contrari alle proteste, c’è Pier Paolo Pasolini che deve partecipare alla Mostra con il film scandalo Teorema. Pasolini vuole a tutti i costi essere in gara, anche perché spera di vincere. A luglio su Paese sera scrive un duro articolo in cui critica la scelta di manifestare già annunciata dall’Anac, l’associazione che tutt’ora rappresenta i registi italiani. Pasolini non è d’accordo che si fermino le proiezioni, ma è favorevole a un mutamento della struttura verticistica della cabina di comando. Quando inizia il festival, davanti alle prime proteste, il grande regista e poeta cambia idea e fino all’ultimo resta tra i più forti contestatori. Il film Teorema viene proiettato contro la sua volontà e prima di andare nelle sale passa al vaglio di un processo perché considerato osceno. Ma questa è (quasi) un’altra storia. Pasolini in quel ’ 68 è in prima linea, convinto che la Mostra così come è sia da abolire. Non sta dalla parte della polizia, ma di chi manifesta. Il 25 agosto giorno fissato per l’inizio della kermesse arriva un rinvio del direttore Chiarini che appare come una sua sconfitta. Non è così. Il giorno dopo studenti e registi occupano la Sala Volpi al Palazzo del cinema, ma vengono sgomberati e il fronte della protesta si sgretola. I registi però organizzano un contro festival. Sono tanti gli autori che in quei giorni ci mettono la faccia: vogliono che l’industria del cinema cambi al pari della società, della scuola, della famiglia. Pasolini chiede che si crei una canale di distribuzione non controllato dal mercato, in tanti vogliono che le proiezioni del Festival non siano aperte ai giornalisti. Esattamente il contrario di quello che accade oggi: che pur di avere i giornalisti in sala si è disposti a tutto. In prima linea, quell’estate al Lido, ci sono Citto Maselli, Bernardo Bertolucci, Gillo Pontecorvo, Marco Ferreri, Ugo Gregoretti, Liliana Cavani. Il critico Steve Della Casa ha intervistato i protagonisti di quelle giornate all’interno di un documentario che è stato proiettato alla mostra di Venezia dieci anni fa, in occasione del quarantennale. Non sono mancate le critiche. Secondo Maselli l’opera non restituisce il clima di cambiamento, di entusiasmo, di lotta. Della Casa si è difeso dicendo che lui ha solo dato voce a chi aveva vissuto quell’esperienza, sarebbe toccato a loro trasmettere quell’entusiasmo. Qualsiasi cosa si pensi, quella è stata una pagina importante per il cinema e più in generale per la cultura del nostro Paese. Ma anche questo è un giudizio di parte. Ciò che forse bisogna ricordare per capire cosa fu il ’ 68 a Venezia è che il cinema, più di altre arti, è fortemente connesso con la società. Lo è stato 50 anni fa sulla spinta del movimento degli studenti e degli operai, ma lo è fin dall’esordio, quando il cinema nasce come fenomeno legato alle macchine e all’industria. Ogni film va giudicato in quanto film, ma è impossibile isolarne il valore, mettendolo su un piedistallo. Il cinema si è sempre sporcato le mani non solo per passione, ma per “natura”, perché nato con l’ambizione di catturare il reale impresso sulla pellicola. Non è tempo di un nuovo Sessantotto, ma inutile auspicarne purezza o distanza dalla realtà: il cinema sulle barricate c’è sempre stato.

L'eccidio di Padre Calleri e dei suoi missionari: storia di un "cold case". Il 1 dicembre 1968 nel cuore dell'Amazzonia venivano ritrovati gli scheletri di 8 religiosi. Il regime brasiliano e gli avventurieri diedero la colpa ai nativi. Dopo decenni, la verità, scrive Edoardo Frittoli il 30 novembre 2018 su "Panorama. Quella del Padre missionario Giovanni Calleri è una storia che avrebbe potuto tranquillamente diventare un film con una trama simile a quella di "Blood Diamond", la pellicola del 2006 con Leonardo Di Caprio. Purtroppo ciò che che successe nel cuore della foresta amazzonica esattamente mezzo secolo fa, fu tragica realtà. Il 1 dicembre 1968 venivano trovati dai parà brasiliani i resti martoriati di Padre Calleri e di otto dei suoi missionari. La notizia, che ebbe vasta eco, aprì un vero e proprio "cold case" risolto soltanto dopo decenni, senza che alcun responsabile venisse tuttavia condannato. Le lunghe ricerche condotte soprattutto da uno dei missionari compagni della vittima, fecero emergere il complotto operato da avventurieri occidentali decisi a tutto pur di arricchirsi con le ingenti risorse minerarie della foresta amazzonica abitate dalle tribù indio. Ripercorriamo gli avvenimenti di quella strage che si consumò nel tardo autunno del 1968.

Aeroporto di Milano Linate, 15 febbraio 1965. Sulla pista di asfalto dell'aeroporto internazionale lombardo cominciava l'avventura missionaria in Amazzonia di Don Giovanni Calleri da Carrù (Cuneo). La scena si svolge ai piedi della scaletta di imbarco tra i singhiozzi coperti dal fischio dei reattori di sua madre Lucia, che non rivedrà più il figlio con il suo viso disegnato da un folto pizzo che ricordava un po' il profilo dei cappellani degli Alpini come Don Gnocchi. Pochi minuti dopo il jet si staccava dalla pista, destinazione Brasile. Don Calleri coronava il sogno della sua vita da religioso: missionario in Amazzonia nella foresta della regione di Manaus, abitata dalle tribù indio.

Chi era Padre Giovanni Calleri. Il percorso di Don Giovanni fino alla vita missionaria non fu lineare, ma travagliato e spesso ostacolato dalla chiusura mentale della Chiesa degli anni '50. Nato a Carrù nel cuore della Langa, Calleri fu allevato dalla madre rimasta vedova prematuramente. Figlio di una famiglia benestante ebbe il suo contatto con gli ambienti del seminario fin dalla quinta elementare, per poi proseguire con gli studi superiori ed essere ordinato sacerdote nel giugno del 1957. Dotato di un carattere irrequieto ed anticonformista, venne diverse volte in contrasto con l'autorità ecclesiastica per le attività all'avanguardia nelle parrocchie prima di Niella Tanaro e quindi a Calizzano in Val Bormida. Animato dal vento riformista del Concilio Vaticano II, Don Giovanni tirò dritto puntando ad ottenere l'accesso alle missioni che rappresentavano l'obiettivo irrinunciabile della sua vocazione. Dopo un primo tentativo presso il PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) fallito a causa di pregiudizi e diffamazioni contro il giovane prete giudicato troppo intraprendente e indisciplinato, Don Giovanni bussava così alla porta delle Missioni Consolata di Torino, città dove viveva anche la sorella monaca di clausura che aveva sempre sostenuto il suo slancio in favore dei poveri del mondo. Finalmente, il 12 gennaio 1965 il prete di Carrù è ammesso alla professione religiosa e missionaria.

Foresta amazzonica della regione di Manaus, Brasile. Febbraio 1965. Padre Calleri, giunto in Brasile alla sede missionaria di Roraima, familiarizzò con il portoghese e con i costumi delle popolazioni native in compagnia di Padre Bindo Meldolesi assieme al quale aveva fondato la missione Catrimani nel cuore della giungla amazzonica, nella zona del rio Alalau. La regione era abitata dalla tribù indio dei Waimiri-Atroarì, un popolo primitivo e ostile nei confronti dei colonizzatori bianchi interessati allo sfruttamento delle immense risorse minerarie della zona. Il metodo di Calleri nell'avvicinare gli indio alla missione evangelica era delicato, mai invasivo. Ben presto il religioso piemontese riuscì a guadagnarsi la fiducia dei nativi sulle sincere intenzioni di pace e carità della missione italiana.

Cantiere della strada BR-174 al km 200, ottobre 1967: il contesto storico prima del massacro. Siamo negli anni della dittatura militare brasiliana, che considera le popolazioni indio un grave ostacolo allo sfruttamento economico delle risorse dell'Amazzonia, tanto da attuare una sistematica azione di violenta deportazione delle popolazioni native. Accanto alla repressione operata dai militari, si erano aggiunti interessi nello sfruttamento minerario di avventurieri Inglesi ed americani (alcuni di loro ritenuti vicini alla CIA), che si erano stabiliti in Guyana per poter mettere in atto i piani di sterminio delle tribù che si opponevano alla colonizzazione bianca. Contemporaneamente, la giunta militare di Brasilia iniziava la costruzione della strada BR-174 tra Manaus e Boa Vista, un'arteria di alto valore strategico per gli interessi del governo, che tagliava in due le zone abitate dalla tribù dei Waimiri-Atroarì, quelli con cui Padre Calleri fraternizzava da circa due anni. In quei giorni i nativi, sentendosi minacciati di violenze e deportazioni, decisero di opporsi con la forza alla costruzione della strada, bloccando il cantiere all'altezza del km.200. A poca distanza da dove si svolsero le proteste, quella di Calleri non era la sola missione evangelica. Con l'obiettivo di "aprire la strada" agli interessi dei connazionali, erano giunti nella zona gli uomini del Pastore americano Robert Hawkins, che aveva rapporti frequenti con un colonnello dell'esercito britannico agli ordini di un misterioso affarista statunitense, chiamato "Mister John". A questi si era unito un altro spregiudicato avventuriero americano che conosceva a fondo le tribù indio dell'Amazzonica, Claude Leawitt. Tutti i componenti del gruppo rispondevano a forti interessi nel campo dello sfruttamento minerario. Per forzare la mano e procedere all'eliminazione definitiva dei Waimiri Atroarì che ostacolavano gli interessi dei "bianchi", nacque il complotto che vide coinvolto Giovanni Calleri assieme ai componenti della sua missione. Nell'ottobre 1967 il prete italiano fu chiamato dal Dipartimento Nazionale delle Strade brasiliano (DNER) in qualità di mediatore con la tribù dei Waimiri al fine di tentare di convincere i membri del popolo nativo a spostarsi di circa 120 chilometri dal sito di costruzione della strada nella giungla. La figura di Calleri calzava a pennello per i piani dei cospiratori: gli indigeni si fidavano di lui ed avrebbero quindi ascoltato le sue richieste. Lo stesso missionario aveva più volte espresso la sua preoccupazione di un massacro imminente degli indio da parte delle forze armate brasiliane, ed accettò così l'incarico con la speranza di poterli salvare e di garantire la pace nella foresta amazzonica. "Mister John" e gli altri avventurieri maturarono così l'intenzione di inscenare una tragedia causata dagli stessi Waimiri per poi procedere alla loro eliminazione in qualità di colpevoli.

Aviosuperficie della missione americana di Kanaxen, Amazzonia. Marzo 1968. Dalla polvere alzata da un elicottero appena atterrato emergono le figure dei cospiratori. Sono arrivati alla missione del pastore Hawkins da dove partiva la nuova pista preparata per iniziare gli scavi minerari nel territorio degli indio ed eliminare una volta per tutte il problema dell'ostilità degli indigeni. Con l'aiuto di uomini della tribù rivale dei Wai-Wai danno fuoco ad un villaggio attribuendo la colpa a Calleri ed ai suoi missionari. Poco dopo l'azione si levano nuovamente in volo per tornare nel territorio della Guyana, al confine con la regione amazzonica di Boa Vista. Nella zona rimane solamente l'avventuriero Claude Leawitt in compagnia di quattro indigeni Wai-Wai.

Territorio della tribù dei Waimiri-Atroarì. Fine ottobre 1968. Pronto all'azione mediatrice, Padre Calleri si spostava con alcuni dei missionari in un "campo di contatto", ossia un accampamento avanzato all'interno dei territori abitati dagli indigeni in lotta contro l'avanzamento della strada BR-174. Al campo base era invece rimasto il missionario brasiliano Alvaro Paulo da Silva, che fu visto incontrarsi con Leawitt e con alcuni uomini armati e vestiti in mimetica e che sarà in seguito sospettato di essere il traditore che facilitò agli gli assassini il compito dello sterminio di Calleri e dei suoi. Era il 31 ottobre del 1968 quando il missionario italiano si venne a trovare a cospetto degli indio che, nonostante le calunnie sulla responsabilità del villaggio incendiato, si rifiutarono di attaccare Padre Giovanni. Fu necessario allora, per i cospiratori, intervenire direttamente: sotto la minaccia delle armi, Leawitt e i suoi costrinsero i Waimiri ad attaccare. Nonostante le intimidazioni dei cospiratori stranieri, ancora gli indio si dimostravano riluttanti. Fu così che uno degli "uomini bianchi" colpì a tradimento Giovanni Calleri che si trovava su un amaca. Colpito all'addome, il missionario cercò di mettersi in salvo ma fu raggiunto pochi secondi dopo da un nugolo di frecce scagliate dagli indigeni passati a Leawitt. Con lui cadevano anche 8 missionari che avevano accompagnato padre Giovanni. Dopo il massacro, i corpi dei religiosi venivano trasportati nel cuore della giungla nel tentativo di non farli mai più ritrovare. Poco dopo la notizia della scomparsa di Giovanni Calleri e dei suoi uomini, i cospiratori passavano alla seconda e più importante fase del piano: il massacro dei Waimiri-Atroarì, iniziato poco dopo l'eccidio di Calleri e dei suoi.  Negli anni successivi, la popolazione indio sarà decimata e ridotta a poche centinaia di individui. Il corpo di Calleri sarà recuperato un mese più tardi quando un plotone di parà brasiliani ritrovò i resti dei missionari ridotti pressochè a scheletri spolpati dai predatori. Era il 1 dicembre 1968. Il giorno dopo i giornali e la televisione italiana riempirono le prime pagine ed i tg con la tragica notizia del ritrovamento del missionario piemontese e dei suoi nel cuore della giungla. La costruzione della strada BR-174 riprese speditamente nel 1972, 4 anni dopo i fatti, quando ormai l'ostilità degli indio era stata debellata con lo sterminio. Le autorità del regime brasiliano insabbiarono le responsabilità. Fu l'opera di uno dei compagni di missione di Calleri, Padre Silvano Sabatini, a cercare di fare luce sulle responsabilità giungendo dopo decenni di ricerche ai nomi dei responsabili, che non saranno mai condannati. Attraverso i contatti con i testimoni dell'epoca, il missionario giunse faticosamente alla ricostruzione verosimile della strage ed ai suoi moventi, raccolta nel libro "Massacre" pubblicato in Brasile. Nel 2009 la pronipote di Calleri, Margherita Allena, ha ripercorso la BR-174 sulle tracce della storia del prozio in compagnia della cugina. Incontrando le persone che lo avevano conosciuto mezzo secolo fa, si è potuta rendere conto della stima e dell'affetto indelebile lasciato dal missionario venuto dalla Langa nel cuore dell'Amazzonia ad incontrare il tragico destino. Padre Giovanni Calleri riposa in una chiesa di Boa Vista.

Alla Scala volano le uova. Addio ’68 inizia la rivolta…L’anno della rivolta inizia a Milano, col movimento studentesco che inzacchera le signore in pelliccia e Mario Capanna che arringa i poliziotti: «Siete figli di Avola», scrive Paolo Delgado il 9 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". Cinquant’anni fa, nel dicembre 1968, si scoprì che l’anno della rivolta, in Italia, non sarebbe finito. A siglare quella scoperta, destinato a restare poi inciso nella memoria, fu un episodio in realtà minore ma ad altissimo impatto mediatico: la contestazione di fronte alla Scala, in occasione della prima, la sera del 7 dicembre. A Milano e forse in Italia occasione più mondana di quella non ce n’era. Era la serata giusta per tirare fuori gli smoking, i vestiti di lusso fatti fare apposta, per sfoggiare gioielli e acconciature da strillo. Non fu una manifestazione preparata con cura, quasi una decisione estemporanea, presa come reazione agli omicidi di Avola di cinque giorni prima, quando due braccianti erano stati uccisi nel corso di una manifestazione contro una ‘ gabbia salariale’ che divideva in due la provincia. Lo shock era stato immenso. L’uccisione di manifestanti era stata merce comune negli anni di Scelba e per tutti i ‘ 50, ma dopo la strage di Reggio Emilia nel 1960 il clima era cambiato, sembrava si fosse voltata pagina una volta per tutte. A organizzare quasi su due piedi la manifestazione era stato il Movimento studentesco della Statale di Milano, che si andava già delineando come un gruppo a sé all’interno del movimento, con un servizio d’ordine, i "katanga", particolarmente efferato anche, e forse soprattutto, nei confronti delle altre aree di movimento. Nel dicembre ‘68 quella divisione, che avrebbe poi segnato i ‘70 a Milano, non era però ancora evidentissima. Il passaparola non ebbe particolare successo. La sera, di fronte alla Scala, c’erano solo alcune centinaia di studenti. Per un po’ fu solo faccenda di fischi e cartelli, poi una coppia, lui in smoking, lei ingioiellata, ebbe la pessima idea di passare troppo vicino ai manifestanti, tenuti a distanza ma non troppo da una truppa esagerata di celere e carabinieri. Volò un uovo, inzaccherò di brutto lo smoking, schizzò sull’abito della signora. Seguirono parecchi altri lanci, di uova e di cachi. In un altro momento la carica sarebbe stata inevitabile. Dopo Avola, invece, l’ordine era di non intervenire se non strettamente necessario. La polizia lasciò che la pioggia di uova rovinasse i vestiti della festa senza intervenire. Quando la tensione sembrava vicina a esplodere, Mario Capanna, leader del Movimento studentesco ebbe l’idea di improvvisare un comizio rivolgendosi direttamente ai poliziotti. Un pistolotto tipo: «Siete lavoratori, fratelli dei braccianti uccisi ad Avola, venire da famiglie di contadini del sud. Non ce l’abbiamo con voi. Lottiamo tutti insieme». Fu sufficiente a stemperare la tensione, tanto più che l’evento mondano meritava una diretta Rai, così la notizia della contestazione aveva avuto ampia circolazione e i manifestanti si erano moltiplicati. A paragone di quello che era successo nei mesi precedenti e soprattutto di quello che si sarebbe verificato nell’anno successivo la contestazione del 7 dicembre era un fattarello. Ma la Scala è la Scala e la notizia fece il giro del mondo, dimostrando che in Italia il ‘ 68 non era affatto finito. Nel resto del mondo le cose stavano diversamente. In Francia la grande rivolta del maggio era già un ricordo. Il primo ministro del presidente De Gaulle, Georges Pompidou, si era mosso con intelligenza e accortezza. Sconfitta la rivolta con il referendum di giugno, aveva tuttavia varato in tempo record una quantità di riforme che miravano a intervenire sulle ragioni strutturali della protesta. A ogni buon conto, subito dopo l’estate, le strade di Parigi e in particolare del Quartiere Latino erano state cementate per togliere a eventuali ribelli l’arma più usata a maggio, il pavè. In Germania l’ondata di proteste seguite all’attentato contro Rudi Dutschke in aprile si era quietata. Ovunque la parola più adoperata era ‘ riflusso’ e in Italia le cose non sembravano diverse: l’ondata di occupazioni si era esaurita con la primavera. Il movimento, come in tutta Europa, segnava il passo. C’era stato, nei primi mesi dell’autunno, un elemento in controtendenza: la mobilitazione degli studenti medi. Assenti o quasi dalle manifestazioni della primavera, avevano dato vita a una quantità di occupazioni un po’ ovunque, rivendicando il diritto d’assemblea, una richiesta che all’epoca sembrava il colmo della sovversione. A Roma, nel liceo Mamiani, l’unico occupato già in primavera, la reazione era stata durissima: tre studenti erano stati sospesi per un anno dopo una protesta già in ottobre. La misura disciplinare, che in seguito sarebbe stata usata di frequente, non era mai stata adoperata prima. Sembrava, e all’epoca effettivamente era, il massimo del rigore. Le proteste avevano limitato a soli 15 giorni due delle tre sospensioni, ma per uno degli studenti, Stefano Poscia, appena quindicenne, era stata invece confermata la cacciata per l’intero anno e per il movimento era stata una sconfitta sonora. Era inoltre opinione comune che i medi, a differenza dei fratelli maggiori, sarebbero stati costretti a mettere la testa a posto con l’avvicinarsi della fine del qadrimestre. Nulla di troppo preoccupante. A sorpresa, il 3 e il 4 dicembre, due manifestazioni immense erano invece sfilate per le vie di Roma. Era il primo sciopero di tutte gli istituti superiori della capitale e l’adesione era andata oltre ogni aspettativa. Il 5 dicembre era già convocato uno sciopero generale e i fatti di Avola e le manifestazioni di Roma resero quel corteo imponente. Nei giorni successivi ci furono scioperi e occupazioni un po’ ovunque in Italia ma il vero braccio di ferro si ripropose al ‘ Mamiani’ dove dopo un’assemblea non autorizzata furono sospesi 200 studenti. Lo scontro si concluse però in maniera opposta di quello di ottobre. Dopo alcuni giorni di occupazione le sospensioni furono ritirate e il ministro della Pubblica istruzione Fiorentino Sullo, uno dei principali leader della sinistra Dc negli anni ‘ 60, decise di concedere ovunque il diritto di assemblea. Ma quel dicembre non riguardò solo gli studenti. A Torino le manifestazioni per Avola arrivarono alla Fiat e si conclusero con le prime assemblee comuni operai- studenti. A Milano le manifestazioni degli studenti correvano in parallelo con un conflitto operaio particolarmente lungo e teso alla Pirelli. Non era la fine del ‘ 68 ma l’inizio e l’anticipazione del 1969, il vero anno della rivolta in Italia, quello che avrebbe trasformato da noi ‘ l’anno degli studenti’, nel ‘ decennio rosso’. L’assemblea operai- studenti di Torino sarebbe riapparsa, in forme non più episodiche, nel maggio ‘ 69, quando un’improvvisa esplosione di conflittualità operaia alla Fiat sfuggì completamente di mano alla gestione dei sindacati e proseguì per due mesi, ignorando gli accordi firmati dalla confederazioni e facendo appunto dell’assemblea operai- studenti che si riuniva in un bar di fronte Mirafiori il solo vero coordinamento delle lotte. I sindacati colsero il segnale e reagirono con celerità. Al momento del rinnovo dei contratti, dopo l’estate, misero in campo un modello totalmente nuovo, quello dei ‘ consigli di fabbrica’, che assumeva molte delle rivendicazioni e delle istanze operaie di base. Il dicembre ‘ 68 anticipò la lunga fase successiva anche nella tragedia. Il 31 dicembre il gruppo pisano del Potere operaio, il cui leader più noto era Adriano Sofri, organizzò una contestazione chiaramente ispirata a quella della Scala alla Bussola, in Versilia. Gli studenti si erano riforniti di frutta e ortaggi ma stavolta, a differenza che a Milano, la reazione delle forze dell’ordine fu violentissima. I manifestanti alzarono barricate con i pattini presi dalla spiaggia. Partirono colpi di pistola e non è mai stato accertato se a sparare furono i carabinieri o uno degli ospiti della Bussola. Un ragazzo di 16 anni, Soriano Ceccanti, raggiunto da un proiettile rimase paralizzato. Diventerà poi, sulla sedia a rotelle, campione di scherma. Il ‘ 68 era stato anche una grande festa. Gli anni che si preparavano sarebbero stati sempre meno festosi e poco meno di un anno dopo la Bussola la bomba di piazza Fontana avrebbe cambiato tutto. La contestazione alla Scala, peraltro, si è poi ripetuta, e in forme meno delicate di quelle del ‘ 68. Nel 1976 i circoli del proletariato giovanile di Milano decisero di replicare la protesta di otto anni prima. La polizia schierò 5000 carabinieri. Gli scontri durarono ore, al posto delle uova volarono grappoli di bottiglie molotov. Si conclusero con 25 arresti. I tempi erano cambiati. Nel 1984, al tramonto della stagione delle grandi lotte operaie, furono gli ultimi gruppi della sinistra, in particolare Democrazia proletaria, a tornare di fronte alla Scala. Il presidente Pertini e il premier Craxi dovettero entrare alla chetichella, da una porta laterale. Ma erano gli ultimi fuochi e anche i contestatori, quella volta, in fondo lo sapevano.

 Cariche, molotov e proiettili. La leggerezza del ’68 finì davanti al portone della Bussola, scrive Paolo Delgado il 30 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". La notte del 31 dicembre il movimento studentesco voleva fare la “festa ai padroni”. Tra i contestatori c’erano D’Alema e i futuri dirigenti di Potere Operaio. L’ immagine felice del ‘ 68, solo in parte abbellita e indorata dal mito e dalla nostalgia, degenerò in tragedia la notte dell’ultimo dell’anno. In quelle stesse ore convulse e tragiche, con le barricate erette sul lungomare esclusivo della Versilia e la polizia che sparava ad altezza d’umo, con i manifestanti che sfuggivano alle cariche sulla spiaggia, e con loro il futuro segretario dei Ds Massimo D’Alema, iniziò a nascere il principale gruppo della sinistra extraparlamentare, Lotta continua, anche se per la gestazione ci sarebbero voluti mesi e a fare da levatrice ci si sarebbe messa l’imprevista rivolta operaia autonoma alla Fiat, nella primavera successiva. Quella notte camminò anche per l’ultima volta Soriano Ceccanti, di appena 16 anni. Una pallottola lo raggiunse alla colonna vertebrale. La paralisi, nei decenni successivi, non gli ha impedito di diventare campione di fioretto e spada, oro mondiale in Olanda nel 1990, medagliere folto di argenti e bronzi in quattro tornate olimpiche. Senza mai dimenticare l’impegno: Ceccanti è stato consigliere comunale eletto con Rifondazione, attivo per decenni nella cooperazione in Africa. Con la ferocia tipica della burocrazia, nel 2013 l’Inps, nel quadro del rigorismo europeo, gli revocò la pensione d’invalidità. Un passo involontariamente ad alto tasso di significato simbolico. La protesta di fronte alla Bussola era stata forse ispirata da quella della Scala del 7 dicembre. L’aveva organizzata “Il Potere Operaio di Pisa”, un gruppetto attivo in Toscana già dal 1965, con un periodico omonimo che nel ‘ 68 aveva visto moltiplicarsi sia le vendita che le adesioni non solo fra gli studenti ma anche di alcuni giovani operai. Il manifesto che convocava la protesta era stato diffuso in tutta la Toscana, preparato da due futuri dirigenti del gruppo che dal “Potere Operaio” sarebbe nato, Lotta Continua. I due, Giorgio Pietrostefani e Paolo Brogi, avevano scelto uno stile truculento: “Il 31 dicembre faremo la festa ai padroni”. Al principale esponente del gruppo, Adriano Sofri, quella frase granguignolesca non era piaciuta affatto: «La trovava una caduta di stile», avrebbe raccontato molti decenni dopo Pietrostefani. Alla Bussola, locale di lusso della Versilia ma certo distante anni luce dall’esclusività della Scala, il veglione di fine anno prevedeva due star in concerto: Fred Bongusto e Shirley Bassey. Gli organizzatori sapevano che non sarebbe stata una protesta pacifica. Prevedevano gli scontri con la polizia, erano preparati e pronti, ma nessuno poteva immaginare una sparatoria ad altezza d’uomo. Anche se meno di un mese prima c’erano state due vittime ad Avola, in Sicilia, le uccisioni durante le manifestazioni sembravano solo un ricordo del passato, dei sanguinosi anni ‘50, e tanto più dato che a protestare erano soprattutto giovani e studenti. All’appello avevano risposto alcune migliaia di persone. Erano fornite di sacchi di vernice rossa e qualcuno anche di da buste piene di escrementi. La polizia intervenne. I ragazzi costruirono barricate. Ma di fronte alla Bussola, quella notte, c’era di tutto. Alcuni gruppetti di fascisti. Qualche cliente dal grilletto facile. Ma sugli spari dalle file della forze dell’ordine le testimonianze furono unanimi. Quando videro le esplosioni, i manifestanti pensarono addirittura che fossero colpi a salve, sparati solo per spaventare. Poi Ceccanti si accasciò sulla barricata. Seguirono le cariche, le fughe sulla spiaggia e a volte anche nelle ville vicine, saltando i muri, i fermi e, per la seconda volta nel giro di pochi mesi, la latitanza dei leader del gruppo pisano, a partire da Sofri. Tra gli organizzatori della tragica protesta in Versilia figuravano molti dei futuri dirigenti di Lc. «Tutto cominciò lì», ricordava anni fa Pietrostefani e davvero, per alcuni versi, Lc nacque quella notte, di fronte alla Bussola. Sino alla fine dell’estate 1968, quando la protesta dilagò al festival di Venezia e Pasolini si trovò a manifestare con quello stesso movimento che aveva poeticamente disprezzato pochi mesi prima, dopo Valle Giulia, il Movimento studentesco era rimasto unitario, sia pur traversato dalle centomila sfumature ideologiche che da sempre lacerano e affliggono la sinistra, quella rivoluzionaria anche più di quella riformista. In autunno si cominciarono a formare le organizzazioni extraparlamentari, che nel loro lato peggiore sarebbero state spesso caricature di partitini ma in quello migliore andrebbero invece ricordate come “strutture di movimento” che gestirono la fase migliore del decennio, i primi anni ‘70. Il primo gruppo a presentarsi sulla piazza fu l’Unione dei comunisti italiani marxisti- leninisti. Filocinesi, dogmatici e integralisti, “debuttarono” nello sciopero generale del 5 dicembre a Roma, egemonizzando la manifestazione degli studenti con una coreografia ricavata da quella delle guardie rosse cinesi. Due giorni dopo, a Milano, la protesta alla Scala fu organizzata dal Movimento studentesco della Statale, di Mario Capanna: a onta del nome un gruppo a tutti gli effetti, sia pur concentrato a Milano dove però sarebbe rimasto a lungo egemone, anche in virtù dell’abitudine di sedare i dissensi a bastonate. In Toscana era attivo già da un paio d’anni il gruppo che stampava Il potere operaio, da non confondersi con la futura e più nota organizzazione nazionale dal nome quasi identico, quella di Negri, Piperno e Scalzone. L’anima del gruppo era un docente di 26 anni, Adriano Sofri, che nel 1964, aveva affrontato il segretario del Pci Palmiro Togliatti, evento ai tempi quasi inimmaginabile, alla Normale di Pisa, contraddicendolo in pubblico e accusandolo di aver abbandonato l’obiettivo rivoluzionario. Tra gli altri leader del “Potere operaio di Pisa” c’erano Luciano Della Mea, di vent’anni più anziano, fratello del cantautore Ivan e Gian Mario Cazzaniga, coetaneo di Sofri, con alle spalle l’esperienza fondamentale nella cultura della sinistra marxista italiana dei Quaderni Rossi di Raniero Panzieri. “Il Potere Operaio” era attivo in moltissime fabbriche della Toscana già dal 1965 e il 15 marzo 1968 aveva partecipato all’occupazione della stazione di Pisa, conclusa con scontri molto violenti tra studenti e polizia. Proprio in seguito a quegli scontri Sofri e Della Mea erano stati per mesi latitanti. Nell’autunno ‘68 i leader del Potere Operaio si ponevano il problema di come dar vita a un’organizzazione capace di dare una prospettiva alle mobilitazioni dell’anno precedente ed emergevano contrasti profondi tra la visione più tradizionale di Cazzaniga e quella più “spontaneista” di Sofri. Era stato, come usava allora, un dibattito serrato e colto, che ruotava intorno all’attualità del leninismo e di quel modello di partito di militanti, al quale Sofri si opponeva. La tragedia della notte di San Silvestro spostò quella discussione dalle pagine delle riviste teoriche alla realtà cruda e sanguinosa. Cazzaniga accusò Sofri di “avventurismo”. Il grosso del gruppo difese la scelta della protesta finita in tragedia. Il Potere Operaio si divise: Della Mea costituì la Lega dei comunisti, Cazzaniga il Centro Karl Marx. Sofri si spostò a Torino, dove dall’esplosione di Mirafiori sarebbero nate sia Lotta Continua che Potere Operaio. I leader pisani furono indagati per il “tentato omicidio” di Soriano Ceccanti e il caso si chiuse solo molti anni più tardi: dopo lo scioglimento di quella Lc di cui Ceccanti era stato militante.

Petruccioli: “Così mezzo secolo fa, a Praga fu sepolto il sogno del ‘68”. L’allora leader della Fgci racconta quella notte tra il 20 e il 21 agosto di cinquant’anni fa, scrive Carlo Fusi il 20 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Quella notte tra il 20 e il 21 agosto 1968, quando i carri armati russi entrarono a Praga e in generazioni di uomini e ragazzi di sinistra, uccisero per sempre la speranza che il comunismo sovietico potesse diventare “dal volto umano”, Claudio Petruccioli se la ricorda molto bene. All’epoca era segretario della FGCI, la federazione giovanile comunista, che subito contestò in modo netto il gesto del Cremlino. Riandare con i ricordi a quel momento non può essere un’operazione solo rievocativa. Per avere senso, comporta invece due cose: collocare l’invasione russa nel contesto del generale sommovimento che percorreva tutto l’Occidente e cercare di trarre un qualche insegnamento per l’oggi, apparentemente così diverso eppure, per fili sotterranei, ancora legato a quelle vicende. Spiega Petruccioli: “Ci sono due livelli di analisi. Cominciamo dal piano storico complessivo. Il ‘68 certo fu l’invasione della Cecoslovacchia fatta dai sovietici con la copertura di alcuni – non tutti – i Paesi del Patto di Varsavia. Ma fu anche un evento a ben vedere in contrasto col ‘68; come lo furono l’uccisione di Martin Luther King o quella di Bob Kennedy o la strage di ragazzi nella Piazza delle tre culture a Città del Messico, in occasione delle Olimpiadi: una reazione alla spinta che agitava tutto il mondo. A noi giovani comunisti la vicenda cecoslovacca appassionava perché vi leggevamo il tentativo di riformare il socialismo restando dentro al socialismo. Una cosa che rispondeva ad un desiderio profondo, che però era anche un’illusione. La Primavera di Praga fa parte a pieno titolo del passaggio storico che fu il ‘68: un moto senza confini, che riguardava Paesi e Stati diversissimi tra loro e che tuttavia andava nel senso della crescita della libertà per tutti, con quel tanto di utopia che dà spessore alle battaglie ideali. In Italia ci furono le occupazioni studentesche e Valle Giulia ma anche le lotte operaie che avevano contenuti nuovi. Il ‘68 si era aperto con l’offensiva del Têt in Vietnam, ossia squadernando la possibilità che i vietnamiti potessero vincere: un fatto straordinario. In Francia il maggio e in Germania Rudi Dutschke, Rudi il Rosso e la Freie Universität: anche lì un grande moto che faceva proprie pulsioni e spinte presenti già da qualche anno negli Usa. Fermenti che peraltro non si fermarono neppure ai confini dell’Est. Anche i Paesi comunisti, infatti, ne furono coinvolti: ricordo Belgrado, Varsavia e così via. Utopie insieme a follie ideologiche, visto che in quel respiro mondiale veniva inserita anche la Rivoluzione Culturale cinese, che invece aveva tutt’altro indirizzo. Ciò nonostante, tutto veniva vissuto alla stessa maniera. C’era insomma una dimensione planetaria del ‘68 che molte rievocazioni hanno trascurato e che invece ne costituiva il tratto caratteristico, che lo ha reso un discrimine del secolo scorso. Per tutti, non solo per la sinistra”. Un momento per prender fiato. Ma anche per la stoccata importante. “Quello che voglio dire è che i fatti che avvenivano nel mondo, per noi, per i giovani comunisti e di sinistra ma non solo – penso ai sussulti del mondo cattolico, per esempio – erano dalla nostra parte, ci davano ragione. Io come tanti coetanei vivevamo la conferma di una cosa che appariva fuori discussione: gli aneliti di libertà e di avanzamento, la politica che cambiava ma anche il costume, la minigonna e i Beatles, ci confermavano che il mondo, tutto, stava dalla parte nostra. Che dovevano solo allungare la mano per prenderlo. Che gli accadimenti che si snodavano sotto i nostri occhi altro non fossero che tessere di uno stesso mosaico. Che il disegno finale fosse il medesimo sotto tutte le latitudini, che avesse lo stesso senso e significato. Il ‘68 rappresenta il culmine di questa sensazione di padronanza del futuro, di sintonia tra l’andamento della storia con la S maiuscola e la nostra singola vita. La convinzione a pelle era che ciò che nella nostra testa desideravamo si sarebbe realizzato, sarebbe inevitabilmente successo. Senza un tale afflato complessivo, senza la consapevolezza della dimensione così totalizzante che vivevano milioni di persone non si capisce cosa poteva significare la Primavera di Praga e come si inseriva nelle nostre menti e nelle nostre coscienze: e non parlo solo di quelle dei giovani comunisti. Il ‘68 si concluse con due fatti che spiegano bene come non si trattasse solo di generica protesta generazionale bensì di una lotta durissima. Uno fu l’uccisione di due braccianti ad Avola da parte della polizia: Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona; poi il 31 dicembre ci fu il ferimento alla Bussola di Soriano Ceccanti: aveva 16 anni, restò paralizzato ma ciò non gli impedì di diventare campione di scherma. Ecco, il piano storico e contestuale del ‘68 lo chiudo qui. Con il vento del cambiamento che aleggiava intorno a noi e noi che lo interpretavamo sentendoci parte di un processo che era il nostro processo. Che insomma avevamo ragione, e stavamo dalla parte giusta”. Adesso arriva la politica. E la parte diventa quella sbagliata: il comunismo che mostra il suo volto più feroce, repressivo, irriformabile appunto".

Chissà come deve essere sentirsi dalla parte del torto dopo aver gustato il dolce e inebriante sapore di stare da quella della ragione…

“Ci arriviamo, anche se le cose non sono così semplici. Ero in vacanza con la mia compagna di allora, c’eravamo sistemati a Leuca. All’epoca era un posto quasi caraibico: non c’era nulla tranne il mare. E l’amore. Alcuni amici ci dissero di raggiungerli nel Conero e così facemmo. Quando arrivò la notizia dell’invasione, partii subito per Roma. Lo stesso aveva fatto Occhetto. Ci demmo appuntamento a piazza Farnese e quasi non ci riconoscemmo; io mi ero fatto crescere la barba, lui i baffi: anche questo era un segno dell’epoca… Discutemmo sul comunicato diramato dalla Direzione del Pci che parlava di “grave dissenso”. Si trattava di una presa di posizione quasi ovvia: a maggio c’erano state le elezioni politiche che avevano determinato la sconfitta dell’odiata “bicicletta”, cioè la lista con i due simboli di Psdi e Psi appena unificati. I socialisti uniti potevano diventare a sinistra un competitor per il Pci: ma gli elettori avevano bocciato quella prospettiva. Anche per rispondere agli attacchi, insidiosi, che dominavano la campagna elettorale, il Pci assunse una posizione di forte sostegno a Dubcek con un neanche troppo sottinteso avviso ai sovietici: state attenti a non ripetere l’Ungheria. È in questa fase che emerge la figura dell’allora segretario, Luigi Longo. Fu molto coraggioso. Durante la campagna elettorale andò a Praga per incontrarsi con Dubcek; stilarono un documento congiunto che esaltava l’esperienza praghese non solo per i destini della Cecoslovacchia ma come orientamento più generale per superare i limiti del comunismo in favore della democrazia. Longo nel comunicato della Direzione oltre al netto dissenso fece inserire anche la riprovazione: lo fece, per intenderci, mentre era in vacanza in URSS…Il segretario si rendeva conto dell’importanza e delicatezza della vicenda. I miei ricordi e – quel che più conta – i verbali della Direzione raccontano che tornando dall’incontro con Dubcek espresse molte preoccupazioni sulla capacità dei cechi di restare dentro i limiti dettati dai sovietici. Era una posizione saggia ma che scontava il rischio di sfociare nella “sovranità limitata”. Tutto il gruppo dirigente di Botteghe Oscure era dello stesso avviso e la speranza comune era che il Patto di Varsavia alla fine non intervenisse. Insomma – ecco il punto politico più importante – esisteva una generale consapevolezza che l’intervento dei carri armati avrebbe distrutto non solo il sogno cecoslovacco ma anche quello di vedere attuato il socialismo dal volto umano, la riforma del comunismo restando dentro al comunismo. Longo si espresse in maniera sintetica ma chiarissima, quando dalla tribuna del Comitato Centrale – fu il suo ultimo intervento prima dell’ictus – disse che i confini del socialismo non coincidevano con quelli dei Paesi dove i comunisti erano al potere. Di questa questione, ossia del complessivo significato negativo dell’intervento sovietico, che atteneva alla concezione stessa del socialismo, noi della Federazione giovanile facemmo una bandiera: pubblicammo “14 punti sulla Cecoslovacchia” dove, frammista ad approcci ideologici che oggi suonano perfino ridicoli, questo giudizio politico (e storico) è molto netto”.

Dunque nessuna ipocrisia: il sogno veniva schiacciato dai cingolati dell’Armata rossa. E con esso naufragavano anche decenni di impostazioni politiche e ideologiche…

“Adesso è obbligatorio dire così. Ma allora la nostra presunzione di giovani che erano sicuri che il mondo andasse nella direzione che loro volevano, ci faceva pensare che i sovietici, con l’invasione, non facevano altro che darsi la zappa sui piedi”.

Gli eventi successivi hanno lo hanno confermato.

“Infatti. A cinquant’anni di distanza possiamo fare il confronto sui due fronti caldi dell’epoca: il Vietnam per gli americani e la Cecoslovacchia per l’Urss. Due sfide diverse ma che mettevano entrambe alla prova il ruolo, la visione del mondo, le prospettive future delle due superpotenze. Ebbene è proprio il ‘68 a fare da spartiacque. L’anno che sembrava segnare il punto di massima crisi degli Usa, diventa il momento in cui gli Stati Uniti dimostrano la superiorità di un sistema democratico. A Washington si rendono conto che non possono andare avanti in quel modo e dopo l’offensiva del Têt il presidente Lyndon Johnson – che, ricordiamo, fece cose importanti sulla questione razziale e con le riforme sociali della Great Society – annuncia che non si ricandida. E a novembre, per pochissimi voti su Humprhey, vince Nixon il quale con Henry Kissinger cambia, non solo sul piano militare, l’intera strategia americana stabilendo lo sganciamento dal Vietnam, avviando l’avvicinamento alla Cina, decretando la fine della convertibilità oro-dollaro e l’addio a Bretton Woods. Insomma l’America capisce che i parametri fissati vent’anni prima alla fine della guerra dovevano essere quanto meno riveduti. I sovietici, con l’invasione di Praga, dimostrano esattamente il contrario: pensano di poter continuare con lo stesso modello di potenza e di espansione. Incapacità di cambiamento che poi alla fine ne ha decretato l’affondamento. Ebbene in quel ‘68 noi inseguivamo il sogno di una evoluzione culturale, vorrei dire razionale, del modello sovietico e confidavamo che Mosca potesse considerare l’esperimento praghese una chance, un atout per fare un passo avanti. La delusione fu enorme, soprattutto per noi della FGCI. A quel tempo la Federazione contava circa 120 mila iscritti: dieci anni prima erano mezzo milione. Il dramma ungherese aveva mietuto vittime. Quelli come me che furono reclutati dopo, lo furono sulla base di un misto di fiducia e di ipocrisia. La fiducia era che il rinnovamento del 1956 (la via democratica e nazionale al socialismo, il policentrismo, cioè il rifiuto del monolitismo sovietico e simili) non poteva essere revocato o contraddetto, la ipocrisia era nel credere che tutto questo potesse conciliarsi con un rapporto di ferro con l’URSS o – peggio – nel raccontarsi che il problema era ormai, di fatto, risolto”.

Bene. Il tempo dei ricordi, delle rievocazioni, delle esperienze ora deve cedere il passo alle riflessioni che possono incidere sulle vicende successive della sinistra, e non solo, con onde lunghe che arrivano fino ad oggi. Petruccioli ne ha una, in particolare.

“Longo si era spinto fino all’estremo della differenziazione con Mosca, ma senza mai mettere in discussione i rapporti tra Pci e Pcus. Il suo punto fermo era: se ci chiedono da che parte siamo, rispondiamo che siamo dalla parte del socialismo. Ma proprio perché siamo da questa parte abbiamo il dovere di esprimere le nostre posizioni e le critiche. Tuttavia il limite invalicabile della non messa in discussione dei legami con l’Urss, rimase. E qui arriva il tema sul quale vorrei concentrare la riflessione. Enrico Berlinguer prende in mano il Pci ritrovandosi davanti il dossier delicatissimo di come gestire il dopo invasione. Una vicenda internazionale che ha avuto evidenti riflessi sulle scelte dei comunisti. Nelle mie riflessioni da “archivista” alle quali mi dedico da qualche anno, mi sono concentrato su questo passaggio: durante la segreteria Longo, due erano i temi esaminati con più frequenza in Direzione, due per così dire le priorità. La prima, se partecipare o no alla conferenza internazionale dei partiti comunisti: Amendola voleva che la nostra ritrosia venisse accantonata; Ingrao e Berlinguer no, volevano tenere ferma la posizione critica. Io (si parva licet) idem. Ovviamente il punto erano i rapporti con l’Urss. L’altra, il dialogo con il Psi, che stava al governo. In particolare questa seconda acquisiva sempre più centralità. Con Berlinguer l’impostazione cambia radicalmente: dei rapporti con il Psi quasi non si parla più, come se fosse diventata una cosa secondaria. E questo nonostante i socialisti, dopo il fallimento dell’unificazione e l’esaurimento della prospettiva di centrosinistra, si trovassero privi di linea politica. Niente da fare: al centro dell’attenzione di Berlinguer non c’è il Psi bensì la Democrazia Cristiana. Una posizione sempre più rigida che, per intenderci, portò alla rottura con i laici e La Malfa e spianò la strada del Quirinale a Leone invece che a Moro che era il candidato di Berlinguer. Dunque una sconfitta. Riflettendo sulla vicenda cecoslovacca mi viene in mente una spiegazione di quello che altrimenti politicamente è – per me – un mistero. Può essere che Berlinguer, sulla base della aspra esperienza fatta da Longo, si sia detto: se le cose stanno così, l’autonomia del Pci, tanto ricercata ma così difficile da ottenere, può essere meglio sostenuta sulla scorta di un rapporto politico, di governo, con la Dc. Che cioè quel suo “mi sento più sicuro di qua con la NATO che di là con il Patto di Varsavia” sia frutto della convinzione che la migliore garanzia stesse nello stringere i rapporti, anche di governo, con la Dc. E’ solo una intuizione da verificare; fosse così l’ombra di quel 21 agosto di cinquant’anni fa si allungherebbe su tutta la storia politica nazionale, non solo sui rapporti fra comunisti italiani e comunisti sovietici”.

"Il '68 fu soltanto una finzione da bambini viziati, altro che rivolta". L'ideatore del Fronte Nazionale racconta gli anni della contestazione visti da destra, scrive Antonio Lodetti, Martedì 10/07/2018, su "Il Giornale". Per alcuni è un terrorista, per altri un filosofo e per altri ancora un impenitente rivoluzionario. Per tutti è «L'editore», dato che nel 1963 ha fondato le edizioni Ar che continuano ancora oggi le pubblicazioni. Franco (o Giorgio, com'è il suo primo nome) è uno dei personaggi più controversi e significativi nella storia italiana del terrorismo anni Settanta. Ideologo del cosiddetto «nazi-maoismo», è stato accusato della strage di Piazza Fontana a Milano essendo poi assolto per mancanza di prove. A suo carico alcuni attentati esplosivi sui treni nell'estate del 1969. Freda, duro e puro, nel 1990 ha fondato il Fronte Nazionale, sciolto dal Consiglio dei Ministri nel 2000, di cui era «reggente» e per il quale ha subito sei anni di carcere per istigazione all'odio razziale. Tra le sue ultime pubblicazioni Da inviato di guerra. Lo squadrismo rumeno, ovvero i reportage di Indro Montanelli inviato in Romania, e l'ultimo romanzo di Anna K Valerio.

Freda, cos'è stato il '68?

«Una finta di ragazzi-bambini viziati».

E il '68 di Freda? Quali le sue idee e la sua estetica?

«Io non ho mai finto. Se avessi finto, probabilmente sarei riuscito perfino a fare la rivoluzione... Una brutta cosa che ho imparato dalle mie esperienze più o meno underground è che la gente dei tempi stanchi - e questo nostro dopoguerra è stanchissimo! - la compri o la lusinghi, non la persuadi né la infiammi. Le mie idee del '68 erano da ragazzotto ingenuo; non tenevano conto di questa regola. Erano idee estatiche, fuori dal tempo. L'idea-volontà essenziale era una; creare le condizioni politiche perché l'uomo ritrovasse la grande passione del bello, del buono, del giusto. Ero disposto a rischiare la vita - e l'ho rischiata - per questo. Un cretino, come quel Laurana di Sciascia».

Chi è un rivoluzionario e cos'è la rivoluzione?

«Un rivoluzionario è una persona più energica delle altre, che ha la forza di volare tirandosi per i capelli verso l'alto. Rivoluzione... Beh... È il sesso che non sappiamo più fare, è invenzione, fantasia, libertà, giustizia, ossigeno, calore, vita. Amore. Onore».

C'è mai stato qualcuno del dopoguerra in grado di poterla fare?

«Sì, qualcuno anche c'era. Ma occorre forse cercare tra quelli di cui i giornali non hanno parlato o hanno parlato poco e male».

Quali sono oggi le linee guida del suo pensiero?

«Le stesse di ieri. Per me la vita non ha senso se non si libra in volo verso l'ideale. Il bello, il buono, il giusto: che in ogni epoca si declinano in modo diverso».

Cos'è il fascismo e cosa vuol dire essere di destra?

«Il fascismo ha espresso una volontà energica in grado di piegare il tempo e plasmare la storia. In questo è stato un miracolo. Immense pietre squadrate nelle più varie città d'Italia stanno ancora a ricordarcelo. Essere di destra, oggi, significa pensare che la storia dell'uomo non vada scolpita nella gelatina. E, dato che siamo in tema, che l'Uomo con la u maiuscola non sia lo chef di turno».

C'è stato il rischio di dittatura comunista in Italia?

«Nooo. Dittatura quelli??? Provate a leggere le Lettere a nessuno di Antonio Moresco e ditemi un po' se il comunismo in Italia è stato una cosa seria».

Quali sono i pensatori che l'hanno più influenzata?

«I primi: Platone e Nietzsche. Un cortocircuito quindi?...».

Secondo lei è chiusa o si chiuderà mai la vicenda di piazza Fontana? C'è qualcuno che sa qualcosa di non ancora noto?

«Ho l'impressione che dureranno ancora le mistificazioni e le strumentalizzazioni e che chi non sa continui a voler dire la sua».

Come svolge la sua attività di editore. Cos'è per lei questo lavoro?

«Visto che questo per me non è un lavoro ma una, potrei dire, passione impersonale, cerco di non cedere alle lusinghe della stampa - e dei pensieri - made in China. O made in Usa».

Cosa pensa dello ius soli e dell'immigrazione. Lei pose il problema ai tempi del Fronte nazionale.

«Il problema lo posi nel 1990, quando fondai il Fronte Nazionale ed era di facile soluzione. Oggi il problema è diventato incubo. È solo un altro sogno che può risolverlo e allora conviene continuare ad addestrarsi a sognare. Se ieri, nel '68, il cretino ero io ingenuo idealista, adesso finisce che i cretini sono gli altri, i mondani».

Ecco che fine hanno fatto tutti i leader di quella stagione. Da Mario Capanna a Lanfranco Pace passando per Cacciari. Breve elenco dei leader degli anni Sessanta e Settanta che ancora oggi contano, scrive Massimo M. Veronese, Martedì 10/07/2018, su "Il Giornale". I protagonisti del Sessantotto? Ecco che fine anno fatto alcuni dei nomi più ragguardevoli dei movimenti studenteschi, e non, di quegli anni.

Franco Berardi. 69 anni, detto «Bifo». Ex Potere Operaio, ex Lotta continua, caposcuola degli Indiani Metropolitani, si è candidato alle ultime elezioni con Potere al popolo. Lo slogan: «Mi presento, sono un imbecille che cinque anni fa ha votato Cinquestelle». Trombato.

Marco Boato. 74 anni, cattolico del dissenso, dirigente del Movimento Studentesco a Trento, poi fondatore di Lotta Continua. È stato radicale e parlamentare dell'Ulivo: è rimasto Verde. Ha appena scritto un libro Il lungo 68.

Luigi Bobbio. Figlio di Norberto, ex Lotta Continua, protagonista dell'occupazione di Palazzo Campania a Torino, una delle scintille che accesero il '68: è scomparso l'anno scorso a 73 anni. Era professore ordinario di Scienze politiche all'università di Torino.

Massimo Cacciari. 74 anni, guida i volantinaggi davanti alle fabbriche di Porto Marghera, poi entra nel Pci. È professore di Estetica presso l'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Lo si vede spesso in tv.

Mario Capanna. 73 anni, leader del Movimento Studentesco, guida l'occupazione dell'Università Cattolica e i primi scontri con la Polizia. Si è ritirato nella sua città d'origine, Città di Castello, a fare contadino sui colli umbri, si dedica alle colture e all'apicoltura.

Michelangelo Caponnetto. Leader del Movimento studentesco fiorentino, poi passa a Potere Operaio. Insegnava Sociologia alla facoltà di Architettura di Firenze. È morto nel 2008.

Renato Curcio. 76 anni, fondatore e capo storico delle Brigate Rosse. Condannato a 28 anni è tornato libero nel 1990. Sposato in seconde nozze con Maria Rita Prette, detta Marita, un'ex terrorista di venti anni più giovane, dalla quale ha avuto una figlia. Dirige la cooperativa editoriale Sensibili alle foglie.

Paolo Flores D'Arcais. 74 anni, guida la marcia dei giovani trotzkisti su Valle Giulia, fonda nel '68 un gruppuscolo libertario intorno alla rivista Soviet. Oggi dirige la rivista Micromega.

Guelfo Guelfi. 73 anni, leader studentesco pisano è uno dei primi arrestati del Movimento, poi passa a Lotta Continua. Ha sempre lavorato nella pubblicità e nel marketing. Dal 4 agosto 2015 è nel Cda della Rai.

Paolo Liguori. 69 anni, Forma il gruppo degli Uccelli, antesignano degli Indiani metropolitani, poi si avvicina a Lotta continua. Oggi è direttore di Tgcom 24.

Franco Piperno. 75 anni, leader del Movimento romano, poi dirigente di Potere Operaio, rifugiato in Francia e poi estradato, condannato per associazione sovversiva, una volta libero è diventato professore di fisica della materia all'Università della Calabria.

Franco Piro. Grande trascinatore di folle nonostante una poliomielite lo costringesse alle stampelle, ha fatto parte di Potere operaio prima di diventare parlamentare socialista. Professore di Economia a Scienze politiche a Bologna, è morto l'anno scorso a 68 anni.

Oreste Scalzone. 71 anni, oratore torrenziale, fondatore di Potere operaio, poi nell'area dell'Autonomia. Arrestato per associazione sovversiva e scarcerato per malattia si rifugia a Parigi dove resta fino al 2007. Tornato in Italia, oggi è vicino alle lotte No Tav.

Adriano Sofri. 76 anni, leader di grande carisma, sostiene la necessità si allargare le lotte studentesche alle fabbriche. Comincia da Potere Operaio poi fonda Lotta continua. Condannato per l'omicidio del commissario Calabresi. Oggi, libero, è giornalista e saggista.

Vincenzo Sparagna. 72 anni, uno dei rari leader studenteschi del Sud, ha guidato le occupazioni dell'università di Napoli. Fonda Avanguardia operaia e il giornale Il Male. Oggi dirige Frigidaire.

Emilio Vesce. È capo delle occupazioni universitarie e delle mobilitazioni operaie a Padova. Entra in Potere operaio e dirige Radio Sherwood. Deputato radicale. Muore per infarto nel 2001 a 62 anni.

Guido Viale. 74 anni, leader del Sessantotto torinese, guida volantinaggi e manifestazioni davanti a cancelli della Fiat. È uno dei fondatori di Lotta continua. Si occupa di ricerche economiche, e politiche del lavoro in campo ambientale. Nel 2014 promuove alle elezioni europee, L'Altra Europa con Tsipras.

Mario Savio. Ha 22 anni, figlio di siciliani emigrati nel Queens, dove il padre lavora in fonderia. È lui, nel 1964 a Berkley a far partire la Contestazione che dilaga in tutto il mondo. Diventa preside alla Sonoma State University. Muore per infarto nel 1996 a 54 anni.

Alexander Langer. Smilzo, occhi azzurri, parla cinque lingue e non si ferma mai. Direttore di Lotta continua diventa europarlamentare con i Verdi. Si uccide a Firenze nel 1995, a 49 anni.

Luigi Manconi. 70 anni, leader del Movimento alla Statale di Milano, poi dirigente di Lotta continua, sociologo, deputato e portavoce dei Verdi, infine senatore del Pd. È sposato con Bianca Berlinguer. Da anni convive con un grave handicap alla vista.

Lanfranco Pace. 71 anni, milita in Potere operaio, si batte per la militarizzazione del Movimento, finisce in carcere per il caso Moro, va a vivere da latitante a Parigi. Oggi scrive per Il Foglio.

Sandro Sarti. Figlio di un pastore valdese è una delle anime del Movimento anche se è più vicino ai 40 anni che ai 30. Diventa tramite con i movimenti americani. Muore a metà degli anni Novanta.

Salvatore Toscano. Leader del Movimento insieme a Mario Capanna, fonda il Movimento Lavoratori per il Socialismo. Non ha un carattere facile ma è molto amato dai compagni. Muore in un incidente stradale nel 1976 a 38 anni.

Le troppe ambiguità di quel lungo anno di finta rivoluzione. Nel libro di Marcello Veneziani i cortocircuiti culturali che da allora ci perseguitano: eccone un estratto, scrive Marcello Veneziani, Martedì 05/06/2018, su "Il Giornale".

NON-EVENTO. Nel 68 cambiò tutto ma non successe nulla. Non c'è un evento cruciale, storico, simbolico che abbia caratterizzato il 1968. Nessuna presa della Bastiglia, nessun assalto al Palazzo d'Inverno, nessuna decapitazione di sovrani e nessun avvento al potere. Non accadde nessuna rivoluzione e nemmeno un'insurrezione con vincitori e vinti, vittime e prigionieri. Non ci fu una guerra e nemmeno vere battaglie. Un anno povero di grandi eventi legati alla Contestazione ma pieno di parole, traboccante di slogan, di gesti simbolici, di sfilate, di proteste, di scontri, ma senza bilanci storici. Verboso, parolaio; interminabili e scontrose assemblee. Pochi fatti, tanta Chiacchiera. Il 68 non è un avvenimento storico ma un clima, un humus, forse un virus, una nube tossica o un gas esilarante, insomma un'ineffabile atmosfera che permeò un'epoca tutt'ora vigente e ne dettò le tendenze. Fuochi fatui per un incendio virtuale ma globale.

GLOBALE. Comincia col 68 il nostro infinito presente globale. Il passato si volatilizza, la storia si dimentica, il futuro si dilegua e diventa solo un interminabile presente. Tutto sembra aver inizio ora, e tutto deve arrivare subito, con impazienza e insofferenza. Si volatilizzano pure i confini, si perde il senso del limite e delle storie locali e nazionali, tutto diventa globale. Fu chiamata infatti contestazione globale, ma in principio globale stava per totale, oggi sta per sconfinato. Mondiale. L'unica linea di frontiera è disegnata dalla tv, tra le zone in luce e quelle in ombra nel pianeta. Il presente rompe i suoi argini, cancella il passato e fagocita l'avvenire, la trascendenza viene riportata al presente, il futuro viene convocato nell'imminente, la passione per l'illimitato esplode e si libera di ogni confine. Totale, infinito, globale. Col 68 l'infinito prende il posto dell'eterno, l'illimitato sostituisce l'immortale.

IMMEDIATO. Il sessantotto segna l'avvento dell'Immediato in tutta la sua ambiguità: immediato come privo di deleghe e mediazioni, ma anche immediato come istantaneo, da ottenere subito, senza attese e sacrifici. L'immediatezza come improvvisazione, riduzione del desiderio alla sua realizzazione, futuro che si contrae, confluisce nel presente. Il tempo del 68 come l'Ulisse di Joyce si svolge tutto in un giorno solo, una lunga, interminabile giornata che si protrae nella notte. Sorse allora, con grida libertarie, la dittatura del presente. Eliot prefigura la condizione sessantottina: «... cercando di disfare, brogliare, districare e rattoppare insieme il passato e il futuro, tra mezzanotte e l'alba, quando il passato è tutto inganno, il futuro assenza di futuro». Col tempo, la rivoluzione di piazza si ricacciò nella sfera intima e personale; l'orologio della piazza fu sostituito dall'orologio da polso. Il tempo assoluto dal 68 in poi è tempo soggettivo, prima a misura di collettivo, poi di singolo. La generazione del 68 fu la prima a crescere avendo in casa frigorifero e termosifone, tv e telefono e l'auto in famiglia. I sessantottini furono i primi a vedere l'uomo nello spazio, il villaggio globale, la messa non più in latino. I primi a vedere le guerre e le rivoluzioni direttamente in casa, tramite la tv. Fu la prima generazione a sentirsi figlia di un tempo prima che di un luogo, di un'epoca prima che dei propri genitori.

POSTVERITÀ. Nel 68 si persero i confini tra il vero e il falso, tra il fatto e la diceria, tra il ragionamento e l'emozione, tra i diritti e i desideri. Il 68 scoprì che dietro ogni verità, dietro ogni fatto, dietro ogni ordine, ogni storia e ogni legge, anche di natura, c'è un abuso di potere, un sopruso e un falso ideologico. Il regno delle fake news sorge lì o quantomeno trova la sua giustificazione ideologica più potente. Niente è come appare, tutto è come mi sembra. Non c'è la realtà vera, e non c'è fedeltà, autorità, natura, merito; ma tutto è soggettivo e soggetto ai modi di vedere, di pensare, di sentire. Tutto è figlio del clima sociale, è frutto d'interpretazione e stato d'animo. Nel 68 si persero i confini tra lecito e illecito, tra naturale e volontario, tra realtà e sogno, tra alto e basso, tra virtuale e fattuale. E tra sessi, tra Stati, tra popoli. Saltano gli argini, tutto è spettacolo. Nasce la post-verità, cioè la verità a modo mio o la verità secondo il potere dominante. Le fake news di oggi maturano in quel clima di allora.

NEOBIGOTTO. Conseguenza diretta del conformismo sessantottino fu la nascita e lo sviluppo del Politically correct, il bigottismo radical e progressista che nasce per tutelare le minoranze ritenute svantaggiate e le categorie ritenute deboli e oppresse, ma finisce col diventare un nuovo catechismo al servizio dei nuovi totem e dei nuovi tabù. Antifascismo, antirazzismo, antisessismo, tutela di gay, neri, svantaggiati. Il 68 era nato come rivolta contro l'ipocrisia parruccona dei benpensanti per un linguaggio franco e sboccato; ma col lessico politicamente corretto trionfò la nuova ipocrisia. Fallita la rivoluzione sociale, il 68 ripiegò sulla rivoluzione lessicale: non potendo cambiare la realtà e la natura ne cambiò i nomi, occultò la realtà o la vide sotto altre lenti. Il codice della falsità si applicò alla sfera sessuale e lavorativa, alle malattie e agli handicap, alle diversità, stravolgendo parole, ruoli, mansioni, definizioni, significati. Fallita l'etica si rivalsero sull'etichetta. Il politically correct è il rococò del 68, ancora in uso, imposto dalle classi dominanti. Con tutto lo sciame di eufemismi e falsità pur di nascondere la realtà sotto il tappeto del nuovo bigottismo. Una rivoluzione contro l'ipocrisia borghese che impone una nuova, stucchevole ipocrisia radical sotto il chador del nuovo pudore umanitario, buonista.

50 anni fa l'assassinio di Robert Kennedy, scrive Edoardo Frittoli il 5 giugno 2018 su "Panorama". Esattamente 50 anni fa veniva assassinato a Los Angeles Robert Kennedy. Ripercorriamo gli ultimi drammatici momenti della vita del Senatore democratico e i fatti che seguirono le indagini dopo la sua morte.

Hotel Ambassador, Los Angeles. Ore 00:10 del 5 giugno 1968. Il Senatore democratico Robert Francis Kennedy (1925-1968) aveva appena vinto le primarie in California, avvicinando decisivamente il fratello di JFK alla corsa alla Casa Bianca. Le ultime settimane erano state particolarmente stressanti dopo la sconfitta in Oregon a vantaggio del rivale Eugene McCarthy, ma i dati provenienti dai sondaggi che il candidato Kennedy aveva ricevuto assieme ai 2.000 presenti all'Ambassador Hotel di Los Angeles facevano sperare per il meglio. Ma il sogno di Bobby di diventare presidente come suo fratello John Fitzgerald si infranse poco dopo la mezzanotte negli angusti corridoi di servizio dell'Ambassador, dove il candidato di passaggio stava salutando il personale di servizio dopo il verdetto favorevole. Atteso in un'altra ala dell'hotel per annunciare alla stampa la vittoria, il Senatore ed ex Ministro della Giustizia percorse gli stretti corridoi adiacenti alle cucine protetto soltanto da due bodyguard privati e dall'agente dell'FBI William Barry. Durante il percorso Bobby Kennedy si fermò più volte a stringere la mano ai dipendenti dell'Ambassador. Poi, d'improvviso, la tragedia. Piombato in mezzo al corridoio da una pila di carrelli di servizio, il cittadino giordano di origini palestinesi Sirhan Sirhan faceva fuoco con la sua calibro 22 a poca distanza dal Senatore. Kennedy è colpito in tre punti: un proiettile attraversa la spalla, uno penetra nel collo e l'altro, che si rivelerà fatale, si conficcava a frammenti nel cervello dopo essere entrato poco sotto l'orecchio destro. Mentre l'attentatore veniva bloccato dalla sicurezza ad un soffio dal linciaggio, i colpi esplosi da Sirhan avevano ferito altre 5 persone che si trovavano a breve distanza dalla vittima. La moglie di Robert, Ethel, in attesa dell'undicesimo figlio, era presente mentre Bobby agonizzava ancora cosciente, sincerandosi delle condizioni degli altri feriti. Kennedy fu trasportato all'ospedale più vicino per essere stabilizzato dopo un massaggio cardiaco e quindi trasferito al Good Samaritan Hospital dove è sottoposto ad un delicato quanto inutile intervento chirurgico. Robert Kennedy non riprenderà mai conoscenza e morirà all'1:44 del 6 giugno 1968.

L'assassino. Sirhan Sirhan era nato nel 1944 nel Mandato Britannico di Palestina da una famiglia di religione cristiana. Emigrò a New York assieme alla sua famiglia nel 1956, per spostarsi in seguito in California, a Pasadena. Figlio di un padre severo e violento il giovane giordano aderì al movimento mistico dell'Ordine dei Rosacroce. Quando maturò l'idea dell'assassinio del Senatore Robert Kennedy il mondo era turbato dal conflitto arabo-israeliano della Guerra dei Sei Giorni dell'anno precedente e gli Stati Uniti dalla morte del reverendo Martin Luther King, con cui Kennedy aveva intrattenuto ottimi rapporti fino all'assassinio di Memphis. Nei mesi precedenti l'omicidio le principali città statunitensi erano state teatro di gravi scontri razziali. Da alcuni appunti dell'assassino ritrovati in seguito al delitto apparve l'ossessione nei confronti del Senatore democratico, accusato di essere un amico dei sionisti e fornitore di armi ad Israele durante la guerra del 1967.

L'autopsia e le ipotesi di un secondo attentatore. Il coroner Thomas Noguchi eseguì l'esame autoptico sul corpo di Robert Kennedy la mattina del 6 giugno 1968. Nel rapporto stilato anche alla presenza di medici legali dell'Esercito emerse che i proiettili sparati da Sirhan verso Kennedy erano stati 4 e non 3. L'ultimo aveva colpito di striscio l'abito del Senatore senza creare danno. Contando che la pistola che sparò aveva 8 colpi e che i feriti erano stati 5 oltre a Kennedy, emerse l'ipotesi che qualcun altro potesse aver sparato quella notte. La perizia balistica inoltre evidenziò come il colpo fatale fosse penetrato sotto l'orecchio destro dopo essere stato esploso da distanza molto ravvicinata (nell'ordine di centimetri) mentre Sirhan aveva evidentemente esploso i suoi colpi frontalmente e alla distanza di oltre 1 metro dalla vittima. Inoltre, alcuni mesi dopo i fatti, il giornale Free Press venne in possesso di alcune fotografie scattate dalla Scientifica che ritraevano altri buchi di proiettili sullo stipite di una porta che si scoprì essere stato rimosso il 28 giugno e in seguito distrutto. Le testimonianze che fecero seguito all'assassinio contribuiranno ad alimentare i sospetti di complotto, con l'apparizione di una misteriosa donna "con l'abito a pois" che sarebbe stata vista in compagnia di Sirhan prima dell'assassinio. Questa sarebbe anche stata vista dalla collaboratrice della campagna di Kennedy Sara Serrano e sentita pronunciare le parole "l'abbiamo ucciso…abbiamo ucciso Kennedy" mentre scendeva le scale verso la hall dell'Ambassador. Anche un agente della Polizia di Los Angeles, il sergente Paul Sharaga, dichiarò inizialmente di aver incrociato la "donna dall'abito a pois" appena fuori dall'Ambassador mentre la sua pattuglia si stava precipitando sul luogo dell'attentato. Tutte le testimonianze saranno con il tempo ritrattate e comunque non considerate come prova dagli inquirenti. Sirhan Sirhan sarà condannato inizialmente alla pena capitale, poi commutata nell'ergastolo che l'assassino di origini palestinesi sta ancora scontando nella prigione di Corcoran, in California.

Colombo: «I suoi 1000 giorni cambiarono l’America». Cento anni fa, il 29 maggio 1917, nasceva JFK, il più giovane e rivoluzionario presidente della storia degli Stati Uniti. Intervista di Giulia Merlo del 29 Maggio 2017 su "Il Dubbio".  «Anche in famiglia lo chiamavano Mr President. Fu l’uomo della speranza per una nuova America». Furio Colombo, giornalista e scrittore e a lungo corrispondente dagli Stati Uniti per La Stampa e La Repubblica, ha conosciuto da vicino la famiglia Kennedy e a JFK ha dedicato un libro. Nel centenario della sua nascita, lo ricorda come il presidente che cambiò gli Stati Uniti proiettandoli nel futuro.

Cominciamo dagli ultimi istanti della vita di JFK. Lei ricorda dove si trovava quando seppe della sparatoria di Dallas?

«Tutti ricordano dov’erano il giorno dell’omicidio di Kennedy. Io ero in Park Avenue a New York, davanti all’edificio numero 1, fuori dal mio ufficio. Ricordo che avvenne come in una moviola: tutti si fermarono quasi istantaneamente, nello stesso momento. Allora non esistevano gli smartphone ma tutti avevano le radioline portatili a transistor, che ascoltavano mentre si spostavano da un lato all’altro della città. La notizia si sparse in un attimo, la folla rimase immobile, come in un esperimento cinematografico».

Che traccia ha lasciato il mistero ancora in parte irrisolto che è l’omicidio di Kennedy?

«Con il 22 novembre 1963, abbiamo cominciato a imparare che esistono domande alle quali non ci sono risposte. Di più, dopo Dallas abbiamo cominciato a convivere con l’esistenza politica e pubblica di fatti che non sono logici, non sono spiegabili nè spiegati e così sono destinati a rimanere».

A quale delle tante ricostruzioni dà più credito? 

«Io non ho mai avuto fiducia nelle tante e successive inchieste, pubbliche e private. Ho sempre ritenuto più utile attenermi al rapporto Warren. È chiaro che non contenesse la verità, ma rivelava una verità possibile e soprattutto mostrava l’impossibilità non tanto di sapere ma di dire di più, da parte di coloro che in quel momento avevano un certo grado di potere».

Nel suo libro “L’America di Kennedy” lei parla del presidente come di un uomo della speranza.

«Bisogna riportarsi al tempo in cui eravamo, il 1960, e incorniciare l’immagine di Kennedy in un’America governata da Eisenhower e da Nixon. Eisenhower se non altro era il buon ricordo di una guerra vinta contro il fascismo, ma Nixon era l’uomo di una destra misera, persecutrice, incapace di guardare al mondo del dopoguerra e alle enormi possibilità che si aprivano per gli Stati Uniti».

E John Kennedy cosa ha rappresentato per questa America?

«Kennedy è la persona giovane, colta, piena di grazia e di stile che vede, sa, interpreta e soprattutto rappresenta un mondo che pone il futuro dove deve stare: davanti. Come tale, diventa istantaneamente l’immagine della speranza, in accordo con l’istinto umano di pensare che il domani sarà migliore dell’oggi».

Lei l’ha frequentata: che famiglia era quella dei Kennedy?

«Io sono stato molto molto amico, sin dal mio arrivo a New York, di Jean Kennedy Smith, una delle sorelle di John, Bob e Ted. Lei fu l’unica donna della famiglia a fare politica, oltre ad essere stata una protagonista della vita sociale e ambasciatrice a Parigi nominata da Clinton. Tra i fratelli ho avuto rapporto più affettuoso con Ted, insieme al quale ho fatto campagna elettorale quando venne eletto senatore per la prima volta in Massachusetts. Mi chiamò perché era indispensabile avere qualcuno che parlasse italiano, poichè in quello stato c’erano molti italiani e non parlavano volentieri inglese. Successe così che, da allora e ad ogni sua successiva elezione, lui mi chiamava e io mi organizzavo per fare almeno un giorno della sua campagna elettorale nei circoli degli italiani. Poi, nel 1968, feci lo stesso anche con Bob, ogni giorno da quando si candidò fino al giorno del suo omicidio».

I fratelli come parlavano di Jack?

«Ciò che ho notato è che sempre, anche mentre lui era in vita, i fratelli parlando di lui lo chiamavano Mr President. Solo Jackie, la moglie, lo chiamava Jack. L’idea della presidenza era molto forte, molto sentita e molto vissuta nella famiglia Kennedy».

Quei mille giorni di presidenza Kennedy hanno davvero cambiato gli Stati Uniti?

«Assolutamente, in modo profondo e irreversibile. Il suo impatto è rimasto forte persino quando gli Stati Uniti sono stati governati da Reagan, dai due Bush e ora da Donald Trump».

Quale è stato il suo lascito?

«Penso subito al fatto che ora si parla di “resistence” nei confronti di Trump. New York, tutta la costa est e la costa ovest discutono di resistenza e questo deriva dalla consapevolezza dell’importanza dei diritti civili che vengono prima dei diritti privati e della ricchezza. Ecco, proprio questo elemento è stato fondante della presidenza di Kennedy».

In molti hanno parlato di Obama come del suo ideale successore. Quello tra Obama e JKF è un paragone calzante?

«È assolutamente calzante. Obama non sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti se non ci fosse stato Martin Luther King, e Luther King è stato un personaggio di immenso rilievo della politica americana perchè dalla Casa Bianca aveva un interlocutore come Robert Kennedy e un punto di riferimento come John Kennedy. Pensi a Obama in questi giorni a Berlino: sembrava una straordinaria replica di Kennedy quando pronunciò il famoso discorso “Ich bin ein Berliner”».

L’immagine di Kennedy davanti alla porta di Brandeburgo è forse una delle più iconiche. Quanto ha contato la sua capacità di apparire nella sua consacrazione politica?

«Ha contato, ma senza esagerare. Il punto non era la telegenia ma ciò che diceva, che era estremamente nuovo, intelligente. John Fitzgerald Kennedy vedeva un’America del futuro, in cui la potenza non serviva per dominare ma per co-governare il mondo».

Chi ha raccolto questa eredità politica?

«Personaggi molto diversi tra loro. Io penso a Jimmy Carter, che è stato un presidente di pace e l’unico che ha restituito qualcosa di americano al mondo, cioè il Canale di Panama. Poi Clinton e infine naturalmente Obama, che considero il più grande dopo Roosevelt e Kennedy».

Con RFK scomparse anche il ’68. Ma Johnson non era poi così male…, scrive Piero Sansonetti il 6 giugno 2018 su "Il Dubbio". Il 1968 fu l’anno della rivolta generale. In Occidente e nel mondo comunista. Durò pochissimo questa rivolta, e terminò, nel corso dell’estate, con la caduta dei due personaggi dell’establishment che avevano tentato di raccoglierne la spinta e di trovare una mediazione tra vecchio potere e rivoluzione. All’est il personaggio che interpretò questo ruolo fu Alexander Dubcek. In Occidente fu Bob Kennedy. L’uccisione di Bob Kennedy segnò la fine del ‘ 68 nel mondo capitalistico. Anche se quella rivolta era stata così potente, e fino a tal punto aveva coinvolto la parte più lucida della generazione del baby boom, che le conseguenze durarono ancora anni e anni. In parte sono ancora vive. Una settantina di giorni più tardi, il 20 agosto, i carrarmati sovietici entrarono a Praga e schiacciarono al suolo la rivoluzione dolce di Dubcek, la splendida primavera di Praga. I vecchi poteri tornarono più saldi di prima. Di qua e di là dalla cortina di ferro. Fu ristabilita la pace, la pace come la intendeva Tacito…L’uccisione di Bob Kennedy avviene esattamente una settimana dopo la fine del ‘ 68 francese. Il 30 maggio Charles de Gaulle aveva parlato alla radio e aveva chiamato i suoi a scendere in piazza e a dimostrare che esisteva una Francia forte e silenziosa in grado di opporsi ai ragazzi del maggio di Daniel Cohn Bendit e dei sindacati. Si radunarono quasi un milione di persone ai Champs Elysee a sostenere i conservatori. E 20 giorno dopo, alle elezioni legislative anticipate, convocate con mossa azzardatissima ma vincente da De Gaulle, i gollisti e i conservatori trionfarono e le sinistre furono rase al suolo (ci misero 12 anni per riprendersi). Così il ‘ 68 – dopo che anche in Germania era stato fermato a revolverate, in aprile, con il ferimento del leader più importante, il giovane Rudy Dutschke – restava vivo solo negli Stati Uniti, sostenuto dalla ribellione dei neri, soprattutto dopo l’uccisione di Martin Luther King (anche quella in aprile) e dall’opposizione di tutti i giovani alla guerra del Vietnam. E Bob Kennedy, figlio del più elitario establishment democratico, aveva trovato un ruolo decisivo di cerniera, per se. Si era proposto come uomo della mediazione. E cioè come leader in grado di portare l’establishment al tavolo dei negoziati con la rivolta e di portare la rivolta dentro l’establishment. La sua era una ipotesi politica ambiziosissima, di rivoluzione vera e propria, non contro la borghesia ma dentro la borghesia. Bob, in marzo, dopo la rinuncia del presidente uscente Lyndon Johnson (un texano che Bob odiava) aveva deciso di correre alle primarie democratiche. E di provare a succedere al fratello. Quelle del 1968 furono le primarie più importanti della storia degli Stati Uniti. Nel campo repubblicano non ci fu grande battaglia. Fu una corsa a tre ma con un vincitore designato. Il vincitore designato era Richard Nixon, ex vicepresidente di Eisenhower, ex sfidante sconfitto – di John Kennedy nel 1960. Il suoi antagonisti erano il miliardario Nelson Rockefeller, un liberal contrario alla guerra del Vietnam, e il governatore della California Ronald Reagan, leader dell’ala più di destra del partito. Nel campo democratico fu una bolgia. All’inizio era scontato che la nomination sarebbe toccata a Johnson. Ma alle primarie del New Hampshire (cioè le prime, che si tenevano in febbraio) Johnson vinse ma non di molto. Aveva un solo avversario, ed era il senatore Eugene McCarthy, un democratico di sinistra quasi socialista. McCarthy raccolse la protesta dei giovani e ottenne moltissimi voti. Johnson capì che le cose si mettevano male e annunciò il suo ritiro. A questo punto la corsa alla nomination si accese. Scese in campo Hubert Humphrey, che era il vice presidente in carica, poi scese in campo un reazionario razzista del sud, George Wallace, e infine Bob Kennedy, che decise di contendere a Mc Carthy la guida della corrente di sinistra. La differenza tra Kennedy e McCarthy era semplice: McCarthy voleva solo dare voce alla protesta, fare da punto di riferimento per il movimento. Kennedy aveva un progetto molto più grande, politico. Voleva usare il sessantotto come leva per modificare il volto dell’America e per cambiarne la politica e il “sogno”. Finì tutto in quella notte del 6 giugno, quando Kennedy vinse in California e si avvicinò moltissimo alla nomination. E poi fu messo fuori gioco da otto colpi di rivoltella nella cucina di un hotel di Los Angeles. Dal giorno della sua morte, in America il clima cambiò radicalmente. Le primarie le vinse Humphrey, e si svolsero a Chicago in un clima infernale. Migliaia di giovani, guidati da Abbie Hoffman, il capo degli hippy, e da Bobby Seale, il capo dei neri, misero a ferro e fuoco la città. Scontri, feriti, arresti. I sette capi della rivolta, celebrati in molti film e pezzi musicali, furono arrestati, processati e condannati a molti anni di galera. E fui così che il placido e onesto Hubert Humphrey andò al macello nello scontro con Nixon, a novembre. Sconfitto nettamente. In realtà nel voto popolare fu quasi un pareggio (appena mezzo milione di voti a favore del repubblicano) ma il meccanismo dei grandi elettori stritolò Humphrey. C’è una cosa curiosa in tutta questa vicenda. Humphrey e Johnson passarono alla storia come dei boia reazionari. Non era così. Humphrey era un esponente della sinistra democratica. Johnson, no, ma la sua politica sociale fu avanzatissima. Si impegnò fino allo stremo delle sue forze per battere il razzismo, e ottenne molti buoni risultati. E fece compiere un salto al welfare. Pensate che poco prima che la guerra del Vietnam lo travolgesse, Johnson aveva preparato un piano per battere la povertà, che si fondava – proprio così – sul reddito di cittadinanza. Eravamo nel 1964. Grillo andava al ginnasio e Di Maio sarebbe nato circa 30 anni più tardi…

Chicago 1968, la rivolta degli hippies che aprì le porte a Nixon. Nella città si svolgeva la convention democratica, sbarcarono i movimenti e fu guerriglia, scrive Paolo Delgado il 5 Agosto 2018 su "Il Dubbio". Cinquanta anni fa il Movimento di protesta negli Usa si preparava a quello che avrebbe dovuto essere il principale appuntamento dell’intero anno: le manifestazioni organizzate a Chicago contemporaneamente alla Convention democratica. L’idea era quella di una specie di festival con musica, cortei e assemblee pubbliche in tutta la città per tutta la durata della Convention. Finì in un’orgia di violenza poliziesca che turbò l’animo degli americani liberal ma spinse la maggioranza silenziosa verso Nixon. Negli States è ancora oggi un luogo comune diffuso quello secondo cui l’America scelse Nixon come presidente la notte del 28 agosto, la notte dei pestaggi indiscriminati, dei passanti bastonati di brutta a casaccio, delle strade e delle stesse sale dell’Hotel Hilton, dove si svolgeva la convention invase dai gas. A Chicago nel 1968 successe quello che si sarebbe ripetuto oltre trent’anni dopo in Italia, a Genova.

A lanciare l’appello per le giornate di Chicago erano stati gli hippies, definizione derivata dal nome del “partito” che avevano fondato, lo Youth Internationl Party, ma che in realtà rappresentava un gioco di parole: gli hippies erano e si presentavano come particolarmente politicizzati, militanti e rivoluzionari. I leader, Jerry Rubin e Abbie Hoffman, erano già famosi, star del movimento che era cresciuto soprattutto nel 1967, l’anno degli hippies e della Summer of Love. Aderì subito il Mobe, un cartello che riuniva circa cinquecento gruppi attivi contro la guerra in Vietnam. Si aggiunse l’SDS, Students for a Democratic Society, nei campus. Gli hippies iniziarono a preparare l’appuntamento mesi prima con due manifestazioni- happening alla Grand Central Station di New York e a Central Park e puntando soprattutto sul teatro di strada. Rubin e Hoffman decisero di amplificare l’evento minacciando sfracelli: dalla promessa di forzare i posti di blocco a quella di inondare di Lsd le condutture d’acqua. Più tradizionalista, il Mobe organizzò raduni e workshop in una decina di parchi concentrando le iniziative soprattutto intorno ai ghetti di Chicago, nei quali a rivolta dell’aprile 1968, dopo l’uccisione di Martin Luther King, era stata violentissima. Il sindaco democratico Richard J. Daley scelse la linea dura. Negò il permesso per raduni e manifestazioni, impose il coprifuoco intorno ai parchi dove erano accampati i dimostranti a partire dalle 11 della sera, prolungò i turni della polizia, schierò 23mila tra poliziotti per fronteggiare i circa 10mila manifestanti. L’affluenza fu in realtà inferiore alle attese. Sin dalla vigilia era evidente che sarebbe finita male. Tra le band che avrebbero dovuto suonare nel festival se ne presentò una sola, la più militante di tutta l’America, gli MC5 di Detroit. In realtà comincio malissimo: il 22 agosto all’alba un ragazzino di 17 anni, Dean Johnson, fu fermato con l’accusa di aver violato il coprifuoco. Tirò fuori una pistola, atndo alla versione della polizia, e finì ammazzato. Il giorno dopo gli hippies presentarono alla stampa il loro candidato alla presidenza, il maiale Pigasus. Rubin e il cantante folk Phil Ochs furono arrestati mentre illustravano le doti del grugnente candidato, che diventò di conseguenza subito famoso in tutta la nazione. Il 24 agosto i manifestanti forzarono per la prima volta il blocco intorno ai parchi, con un corteo guidato dal poeta Allen Ginsberg che uscì dal Lincoln park esattamente alle 23, l’ora in cui entrava in vigore il coprifuoco. Gli scontri però furono ancora contenuti. Andò peggio domenica 25, quando la polizia ammutolì gli altoparlanti durante il concerto degli MC5 al Lincoln. Tensione e scaramucce durarono tutto il pomeriggio, finché la polizia non decise di sgombrare il parco poco prima della mezzanotte. Gli scontri dilagarono così nelle strade e proseguirono tutta la notte e nei due giorni successivi. Gli episodi più gravi si verificarono mercoledì 28 agosto. Nel corso di una raduno a Grant Park un giovane ammainò la bandiera americana, provocando l’immediato e durissimo intervento della polizia. Il leader dell’SDS Tom Hayden guidò un corteo fuori dal parco, in modo che i gas si diffondessero ovunque. La manifestazione fu fermata di fronte all’Hilton, dove soggiornavano i candidati. La “battaglia di Michigan Avenue”, proseguita per ore, si svolse così in diretta tv. Con i gas che invadevano le sale dell’albergo, giornalisti famosissimi come Dan Rather maltrattati e o picchiati di fronte alle telecamere, medici fermati e bastonati, decine di feriti e di arresti. Quel giorno a Chicago la polizia perse completamente il controllo. Politici democratici e giornalisti denunciarono la violenza cieca, un delegato accusò di usare metodi da Gestapo il sindaco, che rispose a muso duro, inquadrato dalle telecamere: «Vaffanculo figlio di puttana ebreo». L’agosto di Chicago radicalizzò l’intera situazione, rese dilagante il movimento contro la guerra nel Vietnam, ma spinse anche a destra gli americani spaventati dal disordine.

Non finì lì. L’anno seguente sette degli organizzatori delle manifestazioni, tra cui Rubin Hoffman e Hayden, più il numero due del Black Panther Party Bobby Seale furono processati con le accuse di cospirazione e di aver traversato il confine dello Stato con l’intento di provocare disordini, crimine federale dal 1968. Seale di rinviare l’udienza per dare tempo al suo difensore di riprendersi dai postumi di un’operazione. Il giudice, che si chiamava anche lui Hoffman rifiutò. Specificò anche di non essere parente dell’imputato Abbie che reagì urlando «Daddy, dady, ma come non mi riconosci più?». Il siparietto comico durò poco. Seale chiese di potersi difendere da solo, rivendicando i propri diritti costituzionali. Il giudice rifiutò e dopo le rumorose proteste della Pantera ordinò che per giorni fosse portato in aula legato a una sedia, incatenato e imbavagliato. Quindi lo condannò a una pena esorbitante, quattro anni di carcere, per oltraggio alla corte. Ma tutte le accuse contro Seale caddero in seguito alle decisioni anticostituzionali del giudice. Il processo proseguì contro gli altri imputati, i “Chicago Seven”. Furono tutti assolti dall’accusa di cospirazione ma cinque di loro, tra cui i tre principali, furono condannati a cinque anni per l’accusa di essere entrati nello Stato per creare disordini. In appello, nel 1972, molte delle accuse caddero di nuovo in seguito al comportamento scorretto del giudice Hoffman ma anche per le accuse di cui gli imputati furono riconosciuti colpevoli il nuovo giudice decise di evitare il carcere. Una rockstar inglese trasferitasi negli states, Graham Nash, dedicò a quei fatti, gli scontri e il processo una canzone che fece epoca: Chicago. La memoria di quella settimana è sopravvissuta alla fine del Movimento negli Usa, alla morte della controcultura, alla scoperta delle meraviglie del reaganismo da parte dei leader hippies Rubin e Hoffman, e alla loro scomparsa in tempi più recenti. Due anni fa, il Washington Post ne parlava così: «La convenzione democratica del 1968 a Chicago fu un disastro ignobile, violento e senza precedenti». Proseguiva citando Haynes Johnson, uno dei grandi reporter americani che era a Chicago in quei giorni: «Per l’impatto psicologico e le conseguenze politiche di lunga durata eclissò ogni altra occasione simile nella storia americana, distruggendo la fiducia nei politici, nel sistema politico, nel Paese e nelle sue istituzioni. Nessuno di quelli che erano lì o che seguirono gli eventi in tv può dimenticare ciò che successe di fronte ai loro occhi».

Il 1968 visto da chi non è di sinistra. Fu comunque un'iniezione di freschezza in un corpo economico e politico vecchio, scrive Stenio Solinas il 19 aprile 2018 su "Panorama". Si può parlare bene del '68 senza essere e/o essere stato di sinistra? E se ne può parlare bene senza nascondersi dietro l'alibi di un ipotetico quanto tradito "Sessantotto di destra"?

Il 1968 come cortocircuito generazionale. Facciamo un passo indietro. Nel primo decennale della Contestazione stavo lavorando al pamphlet Macondo e P38 che uscì di lì a poco. Di quel libretto, queste righe mi sembrano ancora significative: "Pure qualche cosa significò, molte speranze sollevò, alcuni processi distruttivi innescò. Fra tanti cascami letterari e no, fra tanti moduli scontati e déjà-vu, prospettò realtà nuove, a livello di rapporti umani, e politici, e sociali. Non fu una rivoluzione; così come non fu un fuoco di paglia. Fu una via di mezzo, tipicamente italiana, e come tale destinata a non pagare chi seriamente la percorse, ma sempre pronta a essere presentata, dagli alti, come una specie di cambiale allo sconto". Proviamo a riassumere: il '68 è il primo cortocircuito di una modernizzazione fine a sé stessa, priva cioè di quei correttivi che dovrebbero regolarla: istituzioni, corpi intermedi, senso dello Stato, programmazione, selezione della classe dirigente. È un cortocircuito generazionale, di figli contro padri, la sua forza, ma anche la sua debolezza. Il secondo cortocircuito sarà la lunga stagione del terrorismo. Il terzo, l'implosione del sistema dei partiti e la successiva incapacità di riformarlo ovvero rifondarlo. Quel cortocircuito era nella logica delle cose, ma anche necessario quanto salutare. C'era un Paese ormai industriale con pratiche ancora rurali, ridottesi a pure forme senza contenuto.

L'Italia nel solco francese. Il '68 insomma svelò che il re era nudo. Nel campo sessuale e nel rapporto uomo-donna, dove aleggiava ancora il cattivo odore del "delitto d'onore"; in quello familiare, dove la famiglia numerosa e monoreddito non riusciva più a stare al passo con il tempo e con il consumo legato al tempo stesso; nell'istruzione, un Paese alfabetizzato e però con scuole ancora elitarie, e nelle professioni, mondo asfittico e uso a una gerarchia di pura e semplice anzianità, non più in grado di regolare l'accesso al mondo del lavoro. Se si guarda alla genesi dell'Italia come nazione, si vedrà che essa nasce nel solco della Rivoluzione francese: di sinistra, non di destra, progressista, non conservatrice. Schematizzando, per fare l'Italia era stato necessario fare tabula rasa di ciò che c'era prima. La nuova dicotomia, a unità raggiunta, non fu tra conservatori e rivoluzionari, ma nella divisione propria al secondo campo tra riformisti e progressisti. Il "conservatorismo impossibile" nasce dal non capire che da noi i moderati non si identificano con i conservatori, ma fanno anch'essi parte del mito della modernizzazione del Paese. In questa ottica, il '68 fu un'iniezione di freschezza in un corpo sociale, politico, economico vecchio e ipocrita, una salutare spallata generazionale, se si vuole, che merita l'onore delle armi. (Articolo pubblicato sul n° 17 di Panorama in edicola dal 12 aprile 2018 con il titolo "1968 come lo giudica chi non è di sinistra")

1968, come lo giudica chi non è di sinistra. Voleva essere una rivoluzione, invece fu un fallimento. Da lì nacquero le fake news, scrive Marcello Veneziani il 18 aprile 2018 su "Panorama". Nel diluvio di celebrazioni che si sono aperte sul '68 in occasione del cinquantenario, è possibile una lettura irriverente?

Il '68 regno del fake. Viviamo tra le rovine del '68. Tante e confuse furono le sue eredità, pesanti quanto ineffabili, ma tra tutte prevale una: si persero i confini tra il vero e il falso, tra il fatto e la diceria, tra il ragionamento e l'emozione, tra i diritti e i desideri. Il '68 scoprì che dietro ogni verità, dietro ogni fatto, dietro ogni ordine, ogni storia e ogni legge, anche di natura, c'è un abuso di potere, un sopruso e un falso ideologico. Il regno del fake. Niente è come appare, tutto è come mi sembra. Non c'è la Realtà vera, e non c'è fedeltà, autorità, natura, merito; ma tutto è soggettivo e soggetto ai modi di vedere, di pensare, di sentire. Tutto è figlio del clima sociale, è frutto d'interpretazione e stato d'animo.

In cosa fallì e in cosa trionfò il '68. Nel '68 si persero i confini anche tra lecito e illecito, tra naturale e volontario, tra realtà e sogno, tra alto e basso. E tra sessi, tra stati, tra popoli. Nacque il nostro mondo sconfinato, in tutti i sensi. E nacque la post-verità, cioè la verità a modo mio. Il '68 fallì come rivoluzione politica ed economica, gli assetti di potere restarono invariati e il capitalismo, anziché crollare, si fece globale. Ma trionfò come rivoluzione di costume, come mutazione culturale, intaccò i linguaggi, il sesso, il privato e attaccò la scuola e l'università, la famiglia e il rapporto tra le generazioni. In quei campi lasciò soprattutto macerie. Il '68 nacque collettivista e si fece single, individualista, egocentrico e narcisista. Nacque giovanilista e restò puerile. Avversò la tolleranza repressiva e produsse l'intolleranza permissiva, tutto è permesso, guai a chi dissente.

Una rivoluzione contro la tradizione. Il '68 non lasciò capolavori, eroi, eventi, imprese. Certo, fu una scossa, svecchiò, produsse pure qualche salutare cambiamento, si pensi alle donne. Sfociò in rivoli contrastanti, che finirono nell'estremismo politico o nel radicalismo civile, nell'ecopacifismo o nella violenza degli anni 70 e nella droga. Negli anni 80, sulle orme del '68 sorsero i filoni libertari, libertini e liberisti che spinsero verso la modernizzazione. Non a caso qualcuno ritiene persino il berlusconismo un frutto del '68. Ma l'orma prevalente che lasciò fu la rottura: il '68 ruppe il legame necessario tra diritti e doveri, tra libertà e responsabilità, tra meriti e risultati, tra giovani e anziani. E alla fine quella rivoluzione contro il potere diventò una rivoluzione contro la tradizione, al servizio di un potere più cinico e globale, che si voleva liberare dei confini religiosi, nazionalie famigliari per crescere più sfrenato e mutare i credenti in consumatori. E trovò nel '68 i suoi gendarmi, poii suoi agenti, infine i suoi creativi. La trasgressione si fece canone, il parricidio diventò conformismo e political correctness. In Rovesciare il '68 (il saggio che Marcello Veneziani scrisse per Mondadori dieci anni fa, ndr) sostenni che oggi la vera trasgressione è la tradizione. Urge una ribellione omeopatica al dominio del '68 parruccone. 

Cronaca del 1968 mese dopo mese.  Resoconto di Edoardo Frittoli su "Panorama".

Gennaio 1968

5-6 gennaio. Il 27 novembre 1967 Palazzo Campana, sede dell'Università degli Studi di Torino, era stato occupato da un gruppo di studenti in segno di "protesta contro l'autoritarismo accademico", come fu scritto nei comunicati del comitato di agitazione. Esattamente un mese dopo, il 27 dicembre, il Rettore Prof. Mario Allara fa sgomberare gli studenti ribelli per mano della Pubblica Sicurezza. Due giorni dopo un nucleo di studenti forza la porta di un ingresso secondario su Via Principe Amedeo e dichiara nuovamente lo stato di occupazione. Le denunce alla Procura sono 64 più 15 dirette a studenti del Politecnico venuti in aiuto ai compagni di Palazzo Campana. Nel comunicato diffuso all'inizio di gennaio del 1968 dagli studenti in lotta si denuncia l'autoritarismo dell'istituzione universitaria in quanto colpevole di "sfornare lavoratori succubi, impreparati e qualunquisti". L'ultima parte del testo preannuncia una lotta che durerà nel tempo, nonostante le denunce del Rettore: si annuncia il "rilancio dell'agitazione cercando collegamenti per estenderla a tutti gli studenti di Torino ed alle altre Università". Gli studenti definiscono lo strumento dell'occupazione "pieno diritto degli studenti ed individua nella disobbedienza civile, nel rifiuto di sottoporsi al controllo dell'autorità accademica, nell' approfondimento del dibattito gli strumenti ore consentire la formazione politica, il rafforzamento e la crescita del movimento studentesco". Tra i leader dell'occupazione dell'Università di Torino ci sono l'economista Guido Viale, Luigi Bobbio (figlio di Norberto) e Marco Revelli, figlio del partigiano Nuto Revelli. Le cronache dei quotidiani sono occupate dall'omicidio del conte Cesare d'Acquarone (42enne proprietario della società di trasporti aerei "Aeralpi", dedicata ai voli su Cortina per il jet set). Il figlio dell'ex Ministro della Real Casa è stato ucciso dalla suocera Sofia Bassi Celorio nella loro lussuosa residenza di Acapulco con cinque colpi di pistola calibro 32. A Praga viene eletto Alexander Dubçek. Succede al leader stalinista Antonin Novotny. La sua visione riformista si traduce nei primi mesi di governo in una serie di provvedimenti di rottura con il regime allineato a Mosca: libertà di stampa, amnistia per i prigionieri politici. Era cominciata la "primavera di Praga", l'effimera stagione di libertà celebrata in tutto il paese sino alla repressione sovietica dell'agosto successivo.

9 gennaio. Non si placa la tensione nel conflitto arabo-israeliano a pochi mesi dalla guerra dei Sei Giorni. L'artiglieria giordana colpisce alcuni territori della valle di Beit'Shean occupate dai coloni israeliani. Tel Aviv risponde impegnando l'aviazione.

10 gennaio. Una forte perturbazione porta la neve in tutta la penisola. Nevica anche a Roma. Il mondo riceve un'anticipazione di quanto vivrà nell'estate dell'anno seguente. La sonda americana Surveyor 7 tocca la superficie della Luna ed inizia ad inviare, appena 42 minuti dopo aver toccato il suolo, le prime immagini della superficie pietrosa del satellite. La sonda ha impiegato 65 ore per coprire la distanza dalla Terra alla Luna. In Parlamento si discute di riforma dell'Università. La commissione composta dai partiti di maggioranza mette all'ordine del giorno l'incompatibilità tra insegnamento e cariche parlamentari di fronte al Ministro dell'Istruzione, il democristiano Luigi Gui.

12 gennaio. Palazzo Campana, Università di Torino. Il rettore Mario Allata reagisce categoricamente alla nuova occupazione iniziata tre giorni prima, dichiarando agli organi di informazione che "tutti i disordini verranno denunciati alla Magistratura". Il Rettore preannuncia anche una denuncia per "vilipendio alla Religione" poiché nei cassonetti dei rifiuti sono stati trovati alcuni crocifissi rimossi dalle pareti delle aule universitarie. Durante la conferenza scoppiano disordini tra i rappresentanti del movimento e la Polizia.

15 gennaio. Un terrificante sisma di magnitudo 6,4 colpisce nella notte la Sicilia occidentale. Molti comuni della zona del Belice subiscono danni gravissimi. Gli abitati di Gibellina, Poggioreale e Montevago sono completamente rasi al suolo. I soccorsi saranno lenti e difficoltosi, le vittime circa 400, 10.000 i feriti e 90.000 gli sfollati.

18 gennaio. La cronaca rosa riempie le pagine con la prima udienza per una separazione eccellente: quella tra il torero Luis Miguel Dominguìne l'attrice italiana Lucia Bosè.

23 gennaio. All'Università di Torino sede delle occupazioni iniziate nel novembre dell'anno precedente il Rettore Allara incontra una delegazione di studenti che minacciano una nuova occupazione. Il giorno stesso anche l'Università di Pisa entra in stato di agitazione. Il Senato Accademico di Torino respinge le richieste del movimento, pur annunciando la sospensione dei provvedimenti disciplinari per i fatti dei giorni precedenti. Alle 21 un gruppo di studenti occupa nuovamente Palazzo Campana, che sarà sgomberato alle 23,30 dall'irruzione della Questura di Torino. E' la quarta occupazione in due mesi.

24 gennaio. Il giovane drammaturgo cecoslovacco Vaclav Havel visita l'Italia appena dopo l'elezione di Dubcek. Presenta agli intellettuali italiani un "memorandum" satirico sugli anni dello stalinismo nel suo paese, diffondendo le idee della "primavera di Praga".

27 gennaio. Nel Belice una nuova violenta scossa di terremoto provoca nuovi crolli, che causano la morte di 4 soccorritori. Gibellina, Montevago e Salaparuta sono dichiarate "zone proibite". Saranno ricostruite in luoghi diversi dai siti originari. Viene scarcerato ad Atene l'intellettuale e musicista Mikis Teodorakis. Era stato arrestato nell'agosto del 1967, quattro mesi dopo il golpe dei Colonnelli. Diventerà uno dei leader dell'opposizione al regime militare greco. Nel cantone svizzero dei Grigioni le abbondantissime precipitazioni nevose dei giorni precedenti causano il distacco di enormi valanghe che causano oltre 10 vittime.

29-31 gennaio. Guerra del Vietnam. Inizia la grande offensiva dei Vietcong e dell'esercito di Hanoi contro la capitale del Sud, Saigon. Il 31 gennaio 70.000 soldati nordvietnamiti guidati dal generale Giap lanciano l'offensiva del Tet (dal nome vietnamita del nuovo anno lunare) che interessa oltre 100 città e paesi del Vietnam del Sud. Presi di sorpresa, gli Americani e l'esercito sudvietnamita riusciranno a respingere le forze comuniste del Nord che tennero le posizioni per due giorni solamente, ma l'opinione pubblica americana e mondiale si rese conto della difficilissima situazione della guerra. La richiesta di Westmoreland di ulteriori 200.000 uomini fece crollare la fiducia degli americani nella vittoria imminente e il consenso al presidente Johnson, che ordinerà nei giorni successivi la sospensione dei bombardamenti sul Vietnam del Nord. Il 30 gennaio a Firenze 3.000 studenti sfilano in corteo contro la Polizia e i Carabinieri che erano intervenuti per lo sgombero dell'Ateneo nel quale si era svolta un'assemblea che avrebbe dovuto decidere l'occupazione. Alle 12,30 in piazza San Marco scoppiano tafferugli e il Reparto Celere interviene lanciando le camionette in caroselli. Uno studente viene investito e ferito in modo non grave, diversi agenti rimangono contusi.

Febbraio 1968

1 febbraio. È la serata inaugurale della 18ma edizione del Festival di Sanremo, che si svolge ancora al Casinò della cittadina del Ponente ligure. Gli ospiti stranieri più attesi sono gli americani Louis Armstrong ed Eartha Kitt. Tra gli esordienti italiani due futuri big: Albano Carrisi e Riccardo Fogli. Conduce il festival Pippo Baudo, anche lui sul palco per la prima volta affiancato da Luisa Rivelli, attrice e poi conduttrice e giornalista fino agli anni '90. Tre giorni dopo la vittoria andrà alla coppia Sergio Endrigo-Roberto Carlos con "Canzone per Te". E' passato un anno dalla tragica morte di Luigi Tenco. Anche per questo motivo la giuria, della quale fa parte anche Renzo Arbore, aveva scartato il brano del "big" Domenico Modugno per il tema del suicidio contenuto nei suoi versi. I cantautore parteciperà alla gara in coppia con Tony Renis con una canzone scritta da quest'ultimo. Il rettore dell'Università di Firenze, il glottologo Giacomo Devoto presenta le proprie dimissioni in quanto il Prefetto Manfredi de Bernart avrebbe rifiutato su sua proposta l'incontro con una rappresentanza degli studenti. La voce del Rettore sarà l'unica fuori dal coro, in quanto dichiarerà alla stampa che in occasione degli scontri di piazza dei giorni precedenti "La Polizia ha ecceduto in piazza Lamarmora. La repressione è stata ingiustificata, anche se le autorità possono invocare l'attenuante del blocco del traffico"(…) Le dimissioni verranno respinte nei giorni seguenti dal Ministro dell'Istruzione Luigi Gui.

7 febbraio. Iniziano le Olimpiadi invernali di Grenoble, inaugurati da Charles De Gaulle. Ricordate come i giochi di Jean Claude Killy, vedranno l'Italia protagonista nel bob con il "rosso volante" Eugenio Monti (due ori) e nel fondo con Franco Nones (oro nella 30 km).

In Spagna negli ambienti monarchici e conservatori si comincia a considerare concreta l'ipotesi di una restaurazione monarchica a favore di Juan Carlos, delfino di Francisco Franco.

13 febbraio. Il processo ai responsabili della strage di Baveno si trasferisce dalla Germania al Tribunale di Milano, riportando alla memoria degli italiani una delle più efferate stragi naziste. La strage fu compiuta all'indomani dell'8 settembre 1943 dalle SS della divisione "Adolf Hitler" ed ebbe come vittime 57 cittadini ebrei che si erano rifugiati sul Lago Maggiore in fuga da Milano a causa dei bombardamenti alleati. Le rogatorie di oltre 180 testimoni dell'eccidio porteranno a luglio alla condanna all'ergastolo di 5 ufficiali delle SS. Tuttavia la corte di Berlino, accolto il ricorso, dichiarerà la prescrizione nel 1970.

14 febbraio. A Roma vengono occupate ben 6 Facoltà: Lettere, Architettura, Fisica, Magistero, Statistica, Economia e Commercio. Il Rettore, il giurista Pietro Agostino D'Avack (1905-1982) minaccia l'intervento della forza pubblica. A Pisa le lezioni sono sospese per ordine del Preside dopo una colluttazione tra uno studente ed un docente durante le agitazioni dei giorni precedenti. Mentre gli studenti occupano i principali atenei d'Italia, la riforma universitaria si arena in Parlamento per il muro a muro tra la maggioranza del Governo di centro-sinistra guidata da Aldo Moro e l'opposizione di PCI e MSI agli estremi opposti. La mancata discussione della riforma è alla base dello sciopero di metà febbraio degli assistenti universitari. Gli effetti dell'offensiva nordvietnamita del Tet portano ad un'ulteriore "escalation" della presenza militare americana in Vietnam. Sono pronti a partire immediatamente altri 10.500 uomini. Ma Johnson dichiara davanti ad un gruppo di studenti di avere ferma intenzione di aprire negoziati ufficiali con Hanoi.

15 febbraio. Torino, Palazzo Campana. Durante la ripresa delle sessioni dopo il periodo di occupazione esplode una bomba carta in un'aula. Fortunatamente non vi sono vittime. All'Università La Sapienza di Roma, occupata dagli studenti dal 2 febbraio, il clima anticipa quello dei futuri scontri del marzo successivo: all'esterno degli edifici si sono radunati gruppi di studenti di destra armati di casse di mele marce, che vengono scagliate contro le finestre delle aule dove si tengono le assemblee. Il giornalista Alberto Ronchey è uno dei primi ad avere l'opportunità di incontrare gli occupanti, nonostante la diffidenza dei gruppi nei confronti della stampa e della televisione. Emerge un quadro sostanzialmente spontaneista, diviso in gruppi e gruppuscoli che tentano di darsi un'organizzazione più solida. I miti alle pareti sono Che Guevara, Ho Chi Minh, ma anche Don Lorenzo Milani. Sono esclusi i rimandi alla politica nazionale ed alle figure storiche del Partito Comunista Italiano, che proprio in quei giorni di agitazione è impegnato a formalizzare molte espulsioni dalle sezioni giovanili proprio per la tendenza indipendente e spontanea del nascente Movimento Studentesco. A Berlino Ovest viene fermato Peter Brandt, figlio del Cancelliere della Germania Federale Willi Brandt. Stava distribuendo volantini per l'adesione ad una manifestazione contro la guerra in Vietnam.

19 febbraio. A più di un mese dal sisma del Belice, tra le rovine di Gibellina vengono estratte altre 25 salme. Molti sono ancora i sinistrati che sono costretti a vivere in vagoni ferroviari. Anche in Grecia un violento terremoto si abbatte sulle isole dell'Egeo radendo al suolo l'intero abitato di Agiostrati.

22 febbraio. A La Sapienza di Roma gli studenti sfondano il portone servendosi di un tavolo come ariete. Vengono travolti i commessi e nove di loro rimangono contusi. Il Rettore D'Avack chiede l'intervento della Polizia che si presenta in forze (150 agenti) procedendo all'arresto di 79 occupanti. A Milano viene occupato l'Istituto di Anatomia della facoltà di Medicina, per protesta contro le eccessive bocciature agli ultimi appelli. Gli studenti milanesi accusavano la presunta illegalità degli esami svolti di fronte ad un solo docente, senza la necessaria presenza di un secondo testimone (docente o assistente). L'assemblea accusa i professori di voler sfoltire il sovraffollamento della Facoltà con bocciature indiscriminate. A Belluno dove sui svolge il processo per la catastrofe del Vajont vengono rinviati a giudizio per disastro colposo e omicidi colposi plurimi i due ingegneri della SADE Alberico Biadene e Dino Tonini, irreperibili il giorno della sentenza istruttoria. Fu proprio Biadene a richiedere il rialzo dell'invaso della diga. Nel 1971 la sentenza di Cassazione condannerà l'ingegnere ad una pena leggera: 5 anni di cui 3 condonati. Sarà rilasciato prima dei termini per buona condotta. Ospite della trasmissione televisiva "Su e Giù" condotta in prima serata da Corrado, Sandie Shaw (nota come la "cantante scalza") sfida la censura televisiva sfoggiando una minigonna cortissima durante la sua esibizione.

25 febbraio. La piemontese Sonia Maino sposa a New Delhi Rajiv Gandhi, figlio di Indira. Le nozze saranno celebrate con rito civile, data la differenza di culto tra gli sposi. 3000 invitati prendono parte al ricevimento presso il Ministero degli Esteri. In Parlamento emergono alcuni malumori tra i deputati più tradizionalisti. La protesta degli studenti universitari dilaga in tutti i principali atenei del Paese: A Roma vengono occupati gli istituti di Genetica e Matematica. Contemporaneamente gli studenti di estrema destra dell'organizzazione "La Caravella", l'organo del Fuan romano, organizzano per il giorno successivo una manifestazione contro gli occupanti. La tensione, alla vigilia dei fatti di Valle Giulia, cresce rapidamente. Anche la Facoltà di Lettere di Trieste è occupata da circa 200 studenti, mentre a Pisa la protesta si estende alla Facoltà di Lettere e Filosofia. A Torino nella notte esplode un'altra bomba carta nei pressi dell'abitazione del Rettore Allara.

28 febbraio. A Roma si dimette il Preside della Facoltà di Lettere Alberto Ghisalberti in polemica con il Rettore D'Avack per la chiusura totale di quest'ultimo nei confronti delle richieste degli studenti e delle possibili soluzioni proposte a livello di Facoltà. La manifestazione del Fuan non raggiungerà La Sapienza, ma si fermerà a Palazzo Chigi e sotto le finestre della casa del Rettore in Piazza di Spagna. Interviene la Polizia, 5 fermati.

29 febbraio. Il Ministro degli Esteri Amintore Fanfani in un discorso alla Camera insiste sull'urgenza di negoziati sulla risoluzione del conflitto in Vietnam. Lo stesso Ministro aveva incontrato i rappresentanti nordvietnamiti alla Farnesina nei giorni precedenti, indicando la propria soddisfazione per l'impegno italiano nella difficile mediazione. Il comunista Ingrao spinge sull'acceleratore, invitando Fanfani ad allinearsi ai Paesi scandinavi nella condanna incondizionata dell'azione di bombardamento americana sul Vietnam del Nord. Ancora scontri a Roma tra gli occupanti e gli studenti di estrema destra, che riescono ad entrare nelle aule occupate gettando dalla finestra i volantini e i materassi degli studenti barricati all'interno. Nascono tafferugli con feriti. Intervengono anche i docenti per cercare di calmare gli animi, ma la Facoltà di Giurisprudenza e quella di Scienze Politiche vengono rioccupate la sera stessa. All' Università Statale di Milano un'assemblea decide l'occupazione delle Facoltà di Lettere e Filosofia durante un'assemblea nell'Aula Magna concessa agli studenti dal rettore, il fisico Giovanni Polvani (ex Direttore del CNR classe 1892). Due giorni dopo il matrimonio, Sonia Gandhi tiene gli italiani con il fiato sospeso dopo il ricovero d'urgenza in ospedale. Si tratterà di un attacco di appendicite.

Marzo 1968

1 marzo. Roma: Battaglia di Valle Giulia. Una parte dei 3.000 studenti di un corteo proveniente da Piazza di Spagna si scontra con la Polizia a protezione della Facoltà di Architettura a Valle Giulia. Seguono due ore di battaglia, con bilancio finale di 197 feriti, di cui 150 membri delle Forze dell'Ordine. Accanto agli studenti di sinistra partecipano agli scontri i giovani di estrema destra di Avanguardia Nazionale e La Caravella.

2 marzo. Al Consolato degli Stati Uniti di Torino esplode un ordigno che fortunatamente non fa vittime. Torna uno stato di relativa calma negli atenei dopo gli scontri di Roma.

4 marzo. Al Madison Square Garden di New York il pugile italiano Nino Benvenuti batte alla terza sfida lo sfidante Emile Griffith, facendo suo il titolo mondiale dei pesi medi. A Milano viene nuovamente occupata l'Università Statale, questa volta senza incidenti.

6 marzo. Finisce ufficialmente la legislatura. Il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat inizia le consultazioni in vista dello scioglimento delle Camere. Rimangono da discutere due riforme-chiave: quella dell'Università e quella delle pensioni.

7 marzo. A Milano la protesta studentesca si estende alle scuole superiori. Sono occupati i licei classici Berchet e Parini. In quest'ultimo, dove due anni prima era stato fondato il periodico "La Zanzara" il preside Davide Mattalia solidarizza con gli studenti e viene sospeso dal Provveditore. Il consiglio dei docenti punta il dito contro la Professoressa di italiano Maria Teresa Torre Rossi, che a detta dei colleghi avrebbe "sobillato" gli studenti parlando della Cina di Mao durante le lezioni.

15 marzo. A Praga si suicida il generale Janko, che aveva cercato di rimettere alla guida del paese lo stalinista Novotny. In Russia iniziano i primi lavori che porteranno alla nascita dello stabilimento auto di Togliattigrad, dove la FIAT ha esportato oltrecortina il know-how e la tecnologia per produrre su licenza la "124" che diventerà una delle vetture più diffuse nell'Unione Sovietica. A Varsavia il regime stalinista di Gomulka si prepara a soffocare la protesta degli studenti universitari, diffusa dagli effetti della Cecoslovacchia di Dubcek.

16 marzo. Alla Facoltà di Legge dell'Università di Roma si verificano gravi scontri per intervento di squadre di militanti missini guidati da Giorgio Almirante, che tentano di sgomberare le aule occupate 4 giorni prima dal Movimento Studentesco. Lo scontro è durissimo. Rimane gravemente ferito Oreste Scalzone (frattura di una vertebra dorsale per il lancio di un armadio). Gli assalitori sono estranei al mondo universitario ed arrivano da tutta Italia armati di aste e bastoni. I missini, dopo una violentissima sassaiola si barricano all'interno della Facoltà. Lo stesso Almirante rimarrà contuso negli scontri. Alla fine interviene la Polizia che fa irruzione nelle aule. Viene denunciato il missino Giulio Caradonna. Molti i fermati.

17 marzo. Un articolo comparso sul quotidiano "La Stampa" indica che i consumi degli Italiani sono ancora abbondantemente sotto la media dei paesi industrializzati del mondo occidentale: l'apporto calorico pro capite è di sole 2.750 calorie al giorno, contro le 3.290 del Regno Unito, soprattutto per la povertà della dieta. Si mangiano appena 33 kg. di carne l'anno mentre negli Usa il consumo era di 85 Kg. Gli italiani bevono solo 63 litri di latte l'anno, gli Inglesi 148. Il pasto degli italiani è ancora dominato da farinacei e legumi.

18 marzo. Il Presidente del Consiglio Aldo Moro e il Segretario della Democrazia Cristiana Mariano Rumor parlano a Bologna di fronte ai giovani del partito. Il tema centrale è la protesta nelle Università. Nei confronti delle rivendicazioni dei giovani, Moro esprime apertura, ma solo nel rispetto delle Istituzioni. Rumor invita gli studenti a credere nelle intenzioni programmatiche del centro-sinistra riguardo il sostegno alla riforma universitaria.

19 marzo. Novità nella comunicazione elettorale dei partiti in vista delle politiche 1968. Per la prima volta la multimedialità a servizio della politica. I Repubblicani affidano al regista Ugo Gregoretti i loro spot elettorali, mentre i Socialisti riunificati realizzano un "video-cabaret" elettorale. La DC realizza tre distinti documentari programmatici. Uno di questi è dedicato alla protesta nelle Università italiane.

20 marzo. A Genova si leva la protesta per la candidatura nelle liste del PCI-PSIUP dell'ex partigiano Francesco Moranino "Gemisto", che era stato graziato nel 1965 per gli omicidi compiuti il 26 novembre 1944 a Portula (Biella). Il comandante partigiano aveva assassinato Emanuele Strasserra, genovese, giunto in missione per conto dei Servizi Segreti alleati ed eliminato assieme ad altri 4 compagni di missione.

21 marzo. Tragedia a Genova: sulle alture della città una gigantesca franainveste un palazzo di sei piani in Via Digione. Nonostante gli avvertimenti dei condomini sul pericolo di crolli, la tragedia annunciata avviene dopo 18 giorni di pioggia intensa. I morti saranno 19.

Dopo i fatti di Roma, a Milano riprende l'agitazione nelle Università. Si registrano scontri alla Cattolica, la prima Facoltà d'Italia ad essere occupata nel 1967, dove vengono alle mani i rappresentanti del Movimento Studentesco con gli studenti di "Alleanza Cattolica". Al liceo classico Berchet vengono rubati e bruciati i registri di classe.

22 marzo. Il Presidente Usa Lyndon Johnson annuncia una svolta nella strategia militare in Vietnam con la destituzione del Generale Westmoreland dopo l'offensiva del Tet e lo stallo delle operazioni americane.

26 marzo. Il bandito sardo Graziano Mesina viene arrestato ad un posto di blocco ad Orgosolo. Mesina era evaso nel 1966 dal carcere di Sassari e durante i due anni di latitanza fu autore di ben 7 sequestri di persona. Per un soffio era fuggito ad un'imboscata dove erano rimasti uccisi due agenti di Pubblica Sicurezza. Giuliano Mesina passerà 8 anni in carcere prima di fuggire nuovamente nel 1976.

28 marzo. Unione Sovietica: in un incidente aereo muore l'eroe nazionale Yuri Gagarin, il primo uomo nello spazio nel 1961.

All'Università di Madrid scoppiano violenti scontri tra le forze dell'ordine e gli studenti in lotta, mentre alla Cattolica di Milano gli studenti sperimentano il metodo di protesta non violento dello sciopero della fame. Dopo alcuni giorni di occupazione, la Facoltà di Lettere della Sorbona, a Parigi, viene chiusa per ordine del Rettore. Il Consiglio dei Ministri guidato da Aldo Moro rende noto che il Pil italiano è cresciuto del 5,9% nell'ultimo anno.

30 marzo. Ai cancelli della Fiat Mirafiori ed al Lingotto scoppiano duri scontri ai picchetti in occasione di uno sciopero indetto dai sindacati dei metalmeccanici. Ai cancelli ci sono questa volta anche gli studenti di Palazzo Campana, che al grido di "Viva Mao Tse-Tung" si scontrano violentemente con la Polizia ingaggiando una fitta sassaiola che proseguirà anche per i viali di Torino.

Aprile 1968.

1 aprile. Il Presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson dichiara la fine dei bombardamenti americani sul Vietnam del Nord. In un bosco della Cecoslovacchia viene trovato impiccato Joseph Brestansky, giudice che stava indagando sui crimini dello stalinismo a Praga prima dell'avvento di Dubcek.

3 aprile. Da Cape Canaveral decolla il razzo vettore Saturno VI, parte preliminare del programma Apollo 11 che porterà l'uomo sulla Luna un anno più tardi.

4 aprile. A Memphis, Tennessee, viene assassinato in un motel il leader dei diritti civili degli afroamericani Martin Luther King. Scoppiano tumulti nelle principali città degli Usa. Johnson blinda Washington e lancia appelli alla calma.

7 aprile. L'ex campione del mondo di F1 Jim Clark perde la vita durante una gara di Formula 2 a Hockenheim. Era stato iridato nel 1963 e nel 1965. Papa Paolo VI dedica l'omelia in San Pietro alla memoria di Martin Luther King.

9 aprile. Le Università italiane chiudono per le vacanze di Pasqua. Dubçek annuncia a Praga la volontà di distacco dall'Urss e di avvicinamento diplomatico alla Repubblica Federale Tedesca. Bonn si dichiara favorevole e annuncia a Mosca la decadenza dei trattati di Monaco del 1938. Escono interessanti dati sul mercato dell'automobile in Italia. Rispetto al 1960 le vendite di auto di cilindrata medio-alta (dai 1.100 ai 2.000 cc) risulterebbero triplicate. Anche se le utilitarie rappresentano ancora la maggior parte dei veicoli immatricolati, si comincia a parlare della Fiat "500" come possibile seconda auto di famiglia. Un’altra ricerca è quella presentata dall'Istituto Centrale di Statistica, che rivela i dati sulla mortalità in Italia. Nel 1967 i decessi sono stati 508.354, la cui principale causa è rappresentata dalle malattie cardiovascolari. Preoccupa la crescita sensibile delle malattie polmonari (+10%) e dei tumori (+1,4%). Anche il consumo di bevande alcoliche è in netta crescita tra gli Italiani. Si passa dagli 84 litri di vino pro capite del 1951 ai 117 del 1968. La birra triplica le vendite. Dalle statistiche risulta che gli Italiani bevono il doppio degli Americani.

10 aprile. A Wellington (Nuova Zelanda) la nave passeggeri "The Wahine" naufraga a poche centinaia di metri dal pontile a causa dell'uragano Giselle. I morti sono 53, molti dei quali affogati per il ribaltamento delle scialuppe di salvataggio a causa della forza delle onde.

11 aprile. Il fatturato del Gruppo Olivetti è stato di 341 miliardi di lire nel 1967. In Vietnam gli Americani lanciano l'offensiva nota come "Complete Victory" al fine di rendere sicura la zona della capitale Saigon dopo le incursioni nemiche dell'offensiva del Tet. A Berlino Ovest il leader degli studenti tedeschi Rudi Dutschke è vittima di un grave attentato. E' colpito dal fuoco di Joseph Bachmann, uno squilibrato. Ma l'accusa di essere il mandante morale è rivolta al tycoon dell'editoria Axel Springer (ex SS durante la guerra) per la dura campagna mediatica promossa contro la contestazione capeggiata da Rudi "Il rosso". Dutschke sopravviverà a stento, ma nei giorni successivi numerosi e violenti saranno gli scontri tra gli studenti e la Polizia della Rft. Alla Fiat Mirafiori è indetto uno sciopero per il salario. La presenza massiccia delle Forze dell'Ordine genera la protesta dei Sindacati presso il Ministro degli Interni Taviani. Nel pomeriggio un gruppo di studenti si unisce agli operai e innesca scontri con la Polizia. Vengono arrestati il leader del movimento studentesco di Torino Guido Viale e il milanese Sergio Restelli, che sarà negli anni '80 stretto collaboratore di Claudio Martelli. In totale vengono denunciati 21 studenti. All'indomani degli scontri a Palazzo Campana, sede universitaria torinese, nasce un nuovo comitato studenti-operai, dove è usata per la prima volta la denominazione "Potere Operaio".

15 aprile. Il bilancio del controesodo di Pasqua è catastrofico: sulle strade italiane si contano 57 morti e 1382 feriti. A Monaco di Baviera negli scontri seguiti all'attentato al leader Rudi Dutschke muore un fotoreporter, molti sono i feriti. Papa Paolo VI fa appello ai giovani affinché proseguano sulla via del pacifismo intrapresa da Martin Luther King.

16 aprile. Dagli arresti domicilari l'ex premier greco Georgios Papandreou si appella al mondo democratico per un intervento contro il regime dei Colonnelli. Pietro Nenni tiene un comizio a Praga, ospitato da Dubçek. Tra i presenti alcune celebrità italiane: Sophia Loren con il marito Carlo Ponti e Vittorio de Sica.

18 aprile. Il Segretario della Democrazia Cristiana Mariano Rumor presenta il programma elettorale del partito in vista delle elezioni. Si conferma la volontà di proseguire la politica del centro-sinistra, con la rigida esclusione del Pci. Si ribadisce la contrarietà al divorzio, aprendo sulla riforma dell'Università. Sull'istituzione delle Regioni la Dc rimarca i propri dubbi. A Roma è nuovamente occupata la Facoltà di Lettere e Filosofia dopo il rigetto delle ultime richieste degli studenti. A Giurisprudenza il Consiglio di Facoltà approva in via sperimentale l'introduzione dei "gruppi di studio" come strumento alternativo per la valutazione degli studenti.

20 aprile. In Sudafrica precipita un Boeing 707 della South African Airways. Il volo partito da Johannesburg e diretto a Londra impatta poco dopo il decollo a causa di un errore di pilotaggio. Le vittime sono 123. A Bonn vengono scoperti alcuni piani sovversivi da parte dei seguaci di Rudi Dutschke, comprendenti i primi attentati del primo nucleo del futuro gruppo terrorista Rote Armèe Fraktion (Raf)

21 aprile. A Roma anche la Facoltà di Fisica viene rioccupata. Per la prima volta dall'inizio della contestazione il Rettore concede il diritto di discussione del voto. Anche a Bari la facoltà di Lingue viene occupata dagli studenti.

23 aprile. A Torino gli studenti di Palazzo Campana interrompono le lezioni per protestare contro l'arresto del loro leader Guido Viale. In Italia e in Europa si registrano temperature da record: a Milano si toccano i 26°C, a Roma 27°C. La città europea più calda è Berlino con una massima di 31°C.

24 aprile. Dopo le proteste, l'università di Torino è nuovamente occupata, così come molti altri atenei in Italia. A Valdagno (Vicenza) entrano in sciopero gli operai del gruppo Marzotto.

25 aprile. In Algeria il capo di Stato Houari Boumedienne (golpista nel 1965 dopo essere stato leader nella guerra contro i Francesi) è vittima di un attentato, che per un caso lo lascia quasi illeso. Alla base militare di San Giusto (Pisa) atterra un Dc-6 della Croce Rossa: a bordo ci sono alcuni mercenari italiani liberati dopo la cattura in Congo, in seguito al loro intervento atto a rovesciare il dittatore socialista Mobutu guidati dal mercenario belga Jean Schramme.

26 aprile. Al porto di Napoli rientrano le salme di 385 militari italiani caduti in Africa Orientale durante la guerra. Saranno tumulati nel sacrario dei "Caduti d'Oltremare" a Bari.

27 aprile. A Roma si sfiora una seconda Valle Giulia. Gli studenti si erano radunati di fronte al Palazzo di Giustizia per chiedere la scarcerazione di alcuni compagni arrestati con l'accusa di furto durante l'ultima occupazione. Il bilancio degli scontri è grave: 36 agenti rimangono feriti, con loro anche 14 civili. Gli arresti a fine giornata saranno ben 165.

28 aprile. Il Presidente del Consiglio Aldo Moro inaugura l'inizio dei lavori dello stabilimento "Alfasud" di Pomigliano d'Arco, in Campania. La nuova fabbrica nella zona Flegrea dovrebbe garantire circa 40.000 nuovi posti di lavoro. Si trattava di un impianto industriale all'avanguardia progettato dall'ingegnere austriaco Rudolph Hruska. La storia dello stabilimento sarà segnata da subito dai numerosi scioperi delle maestranze, che causarono ritardi, tanto che la prima attività produttiva comincerà esattamente 4 anni dopo la posa della prima pietra nell'aprile 1972.

29 aprile. Un disastroso terremoto in Persia (oggi Iran) si abbatte ai confini con l'Azerbaijan. I morti sono 39, migliaia i feriti e i senzatetto. E' presentato all'assemblea degli azionisti il bilancio della RAI. Le entrate del canone radio e tv ammontano ad 81 miliardi di lire. Gli introiti pubblicitari arrivano a 29,4 miliardi. L'anno termina in sostanziale pareggio in quanto per i 9,547 dipendenti l'azienda spende 49,5 miliardi di lire, per la realizzazione dei programmi 43,9. L'utile finale è di 634 milioni. Gli abbonati radio e tv sono stati nel 1967 11 milioni.

Maggio 1968.

1 maggio. Nelson Rockefeller annuncia la propria candidatura per la corsa alla Casa Bianca. Il magnate americano si confronterà con l'ex vicepresidente Richard Nixon alle primarie dei Repubblicani. Rockefeller era già stato sconfitto due volte, nel 1960 e nel 1964. Palazzo Campana, sede delle facoltà umanistiche dell'Università di Torino, è stata chiusa per decisione del Senato accademico. Il Movimento Studentesco si trasferisce momentaneamente ad Architettura. Roma: alla manifestazione indetta per la festa dei lavoratori in Piazza san Giovanni, gli studenti si mescolano agli operai durante il comizio della CGIL e contestano duramente il segretario cittadino, il socialista Agostino Marianetti, brandendo cartelloni inneggianti a Stalin, Mao e Trotsky.

3 maggio. Aldo Moro durante la campagna elettorale a Milano ribadisce il suo appoggio incondizionato alla formula del centro-sinistra, affermando tra l'altro l'impossibilità di aprire ad ogni collaborazione con i comunisti. Il “compromesso storico” è ancora lontano. Vengono resi noti i prezzi medi degli ortaggi di primavera rispetto al tasso inflattivo. I più convenienti sono ancora i legumi (media di 100-150 lire al chilo). Gli asparagi a 300-500 lire. Ancora inaccessibili pomodori e fagiolini della Riviera ligure. Alla Fiat i sindacati discutono con l'azienda sulla possibile applicazione delle 45 ore settimanali e la regolamentazione dei cottimi.

4 maggio. Il Presidente degli Usa Lyndon Johnson accoglie la proposta di Hanoi sulle future trattative per la pace in Vietnam che si dovrebbero tenere a Parigi dalla metà di maggio. Una epidemia di tifo colpisce la cittadina di Battipaglia. I casi in quindici giorni sono ben 105, in prevalenza bambini. Parigi: gravissimi scontri alla Sorbona tra studenti e polizia. Oltre 250 arresti nella battaglia che si è estesa in tutto il Quartiere Latino. E' iniziato il "maggio francese".

5 maggio. I Vietcong attaccano nuovamente la capitale del Vietnam del Sud Saigon con colpi di mortaio. La direzione aziendale della Fiat accoglie la richiesta dei sindacati sull'orario di lavoro. Sono introdotti i sabati liberi per tutte le maestranze. Mosca è in allarme per una possibile alleanza tra i Paesi “ribelli” del Patto di Varsavia: Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia. Breznev chiama Tito per dissuaderlo da possibili iniziative di alleanza con Praga e Bucarest. Barricate a Parigi. Dopo gli incidenti alla Sorbona gli studenti ingaggiano una durissima battaglia con la polizia. Su Boulevard Saint-Germain gli studenti lanciano molotov e scagliano le automobili usate come sbarramento contro gli agenti. Ci sono molti feriti, alcuni gravi. Il Tribunale di Roma emette le sentenze per gli scontri a Palazzo di Giustizia. Le pene vanno dagli 8 ai 10 mesi, con il beneficio della condizionale.

7 maggio. A Parigi, dopo le violenze, scioperano congiuntamente studenti e professori. Charles De Gaulle condanna i disordini ma ammette la necessità di una riforma universitaria. Nella città in tensione, giungono i primi emissari vietnamiti per la fase preliminare dei trattati di pace.

8 maggio. A Milano riprendono gli scontri tra studenti e Polizia. Il Movimento Studentesco aveva indetto una manifestazione davanti al Palazzo di Giustizia in solidarietà ai compagni romani condannati. Il corteo si sposta poi in Piazza san Babila dove le Forze dell'Ordine caricano i manifestanti in seguito all'effrazione delle vetrine del concessionario Bepi Koelliker. 16 fermati e un a decina di feriti lievi. Si diffondono le prime voci di possibili movimenti delle truppe di Mosca verso il confine della Cecoslovacchia “ribelle” di Dubçek. Mentre si parla dei negoziati di Parigi, a Saigon infuria la battaglia. Gli Americani bombardano i quartieri occupati dai Vietcong, con molte vittime civili.

10 maggio. Per la prima volta i delegati americani e nordvietnamiti si stringono la mano a Parigi, mentre la Sorbona viene assediata nella notte da una impressionante folla di circa 30.000 studenti. In Germania gli universitari paralizzano Bonn con una marcia alla quale partecipano oltre 40.000 manifestanti da tutto il Paese.

13 maggio. Le truppe sovietiche sono ai confini con la Cecoslovacchia. La scusa per penetrare oltre i confini sarebbe la richiesta di svolgere le manovre militari del Patto di Varsavia in territorio cecoslovacco. Dubçek respinge la richiesta di Mosca. Gli studenti francesi bloccano il traffico sulla Croisette in occasione del Festival del Cinema di Cannes, che rinvia le proiezioni e annulla le premiazioni. Il Milan vince il campionato 1967/1968 con 9 punti di vantaggio sul Napoli. E' dei rossoneri anche la classifica dei cannonieri con i 13 gol di Pierino Prati.

15 maggio. Si chiude la campagna elettorale in vista del voto delle Politiche del 19 maggio. I tre protagonisti dei governi di centro-sinistra Dc, Psu e Pri si dicono favorevoli a continuare l'esperienza politica portata avanti dai governi di Fanfani e Moro. Alla Sapienza di Roma gli studenti obbligano il latinista filomissino Ettore Paratore ad abbandonare l'aula. Il professore aveva provocatoriamente proposto in una prova d'esame la traduzione dall'italiano al latino di un brano tratto dal libretto rosso di Mao.

16 maggio. A Parigi il "maggio francese" divampa. Gli studenti occupano anche le fabbriche e i teatri. All'Odèon vengono interrotte le rappresentazioni e gli studenti recitano sul palco testi d'avanguardia. Vengono occupati gli stabilimenti Renault e a Nantes la sede dell'industria aeronautica “Sud Aviation” (che produceva i Mirage e gli elicotteri Alouette) dove gli occupanti sequestrano il direttore dello stabilimento. A Firenze gli studenti universitari cercano di assalire la sede cittadina della Democrazia Cristiana. Hanno usato auto come barricate sull'esempio di Parigi.

17 maggio. Alle elezioni politiche italiane del 1968 voteranno 3,5 milioni di giovani in più in virtù dell'abbassamento della maggiore età a diciotto anni. Il ministro degli esteri sovietico Kossighin giunge all'improvviso a Praga dopo i timori di Mosca di una possibile alleanza tra la Cecoslovacchia e la Germania Ovest in seguito ai recenti dialoghi tra i due paesi divisi dalla Cortina di ferro.

19 maggio. L'Italia è alle urne: l'affluenza sarà da record, con oltre il 90% degli aventi diritto. Si voterà anche il giorno successivo. I risultati vedranno il fallimento della compagine del centro sinistra. Nonostante l'avanzamento della Dc al 39,1% i Socialisti riunificati (Psu) subiranno una pesante sconfitta. Sarà premiato il Pci, che arriverà al 29,1%. L'Italia usciva dalle urne un po' più a sinistra ed i risultati delle politiche dal 1968 in poi faranno maturare in Aldo Moro i primi tentativi di avvicinamento al Pci, noti anche come “strategia dell'attenzione”.

20 maggio. Parigi è paralizzata: ai disordini dei giorni precedenti si aggiungono gli effetti dello sciopero generale delle fabbriche e dei trasporti. Incrociano le braccia le grandi industrie automobilistiche Citroen, Peugeot, Renault. Lunghe file per gli approvvigionamenti e strade piene di parigini a piedi per lo sciopero dei mezzi pubblici. Si ipotizza una possibile reazione di De Gaulle che potrebbe assumere i pieni poteri. Il giorno successivo viene presentata alla stampa uno dei modelli memorabili della Citroen: la “Mehari”, con la carrozzeria in materiale plastico coloratissimo.

24 maggio. Charles de Gaulle lancia un appello alla televisione in cui dichiara che la Francia è “sull'orlo della paralisi” minacciata da una “guerra civile” mentre prosegue lo sciopero generale. Nella notte precedente si registrano nella capitale francese altri durissimi scontri tra studenti e Polizia con oltre 20.000 partecipanti ai tumulti. Il leader del movimento studentesco parigino Cohn-Bendit (di nazionalità tedesca e precedentemente espulso in quanto “persona non gradita”) è respinto alla frontiera alsaziana mentre cerca di rientrare in Francia. A Lione, durante gli scontri con gli studenti, muore un commissario di Polizia. Anche a Parigi ci sarà una vittima tra le file delle Forze dell'Ordine. Prosegue intanto ad oltranza lo sciopero generale dopo la bocciatura da parte dei lavoratori degli accordi tra aziende e sindacati. Il cibo a Parigi scarseggia. La benzina, quasi introvabile, è salita alle stelle.

27 maggio. All'Università Cattolica di Milano, dove si verificò la prima occupazione nel 1967, si registrano gravi scontri tra gli occupanti e un gruppo di studenti contrari alle agitazioni. Viene colpito il Professor Franceschini con un estintore. Le schermaglie proseguono fino a notte fonda quando un gruppo di dissidenti riesce momentaneamente ad entrare nell'Ateneo dove viene respinto con gli idranti e gli estintori. Il Rettore annuncia provvedimenti legali.

28 maggio. Mentre prosegue la crisi del gollismo nel pieno delle lotte studentesche e dello sciopero generale, il socialista François Mitterrand annuncia la sua prossima candidatura per la corsa all'Eliseo. Si apre in Germania il processo al Talidomide, il farmaco prodotto dalla tedesca Grunenthal che fu causa di migliaia di casi di focomelia, gravissima malformazione fetale che causava grave difetto o totale assenza degli arti superiori ed inferiori. A Praga si consuma l'ultimo scontro tra i riformisti di Dubçek e gli stalinisti di Novotny: la primavera di Praga si avvia verso il drammatico epilogo dell'occupazione sovietica dell'agosto 1968. Il sottomarino nucleare americano USS Scorpion (SSN-589) scompare durante una missione nel mare delle Azzorre. A bordo vi erano 99 membri dell'equipaggio. Le ricerche saranno condotte utilizzando il batiscafo di costruzione italiana “Trieste II”.

29 maggio. Mentre Charles de Gaulle lascia l'Eliseo all'improvviso (si incontrerà segretamente con Jacques Massu, il generale dei parà reduce di Algeria che nel 1968 era a capo delle forze francesi in Germania), fa ritorno alla Sorbona l'agitatore del maggio francese Cohn-Bendit. Il giorno successivo però, per i boulevards di Parigi sfilerà quasi un milione dei sostenitori del generale. Tornato nella capitale, De Gaulle scioglierà l'Assemblea nazionale chiamando i francesi alle urne nel giugno successivo, che si riveleranno vittoriose per il generale francese. Pietro Nenni dichiara pubblicamente l'impossibilità del Psu, visto l'insuccesso elettorale delle prime elezioni dopo la riunificazione socialista, di poter formare nuovamente un governo assieme alla Democrazia Cristiana. I principali oppositori dell'alleanza con la Dc sono Tanassi e De Martino. Inizia il declino dell'esperienza di centro-sinistra che aveva caratterizzato gli anni '60 italiani.

30 maggio. Al Palazzo dell'Arte di Milano tutto era pronto per l'inaugurazione della XIV edizione della Triennale, quando di fronte alle autorità e al sindaco Aldo Aniasi un nutrito gruppo di studenti dell'Accademia di Brera, del Politecnico e della Statale (con in testa artisti affermati come Giò e Arnaldo Pomodoro, Treccani e Dova) improvvisavano un sit-in di protesta. Poco dopo i manifestanti facevano irruzione nel palazzo del Parco Sempione portando a termine la prima occupazione di un edificio non scolastico. Gli studenti, dopo un breve scontro con la Polizia e grazie alla mediazione pacifica del direttore Dino Gentili, entrano alla Triennale dove passeranno in assemblea la prima sera. Rimarranno nell'edificio allestito per l'edizione 1968 fino al mese successivo, quando la mostra aprirà al pubblico dopo i lavori necessari a riparare i danni causati dagli studenti. L'esposizione con il tema portante "Il Grande Numero" conterrà un'aggiunta: una installazione dedicata alla protesta dei giovani.

31 maggio. Si riunisce il Comitato Centrale dei Socialisti, per decidere se aderire oppure no ad un nuovo esecutivo di centro sinistra. Mancini critica le posizioni intransigenti di Tanassi e De Martino. Giolitti e il repubblicano La Malfa propongono un esecutivo Dc-Psi-Pri di "scopo", con programma condiviso e durata limitata. Il governo Leone II che nascerà il 25 giugno successivo sarà tuttavia un monocolore Dc.

Giugno 2018

1 giugno. Dopo i risultati delle elezioni politiche i Socialisti penalizzati dalle urne si spaccano: Tanassi e De Martino non vorrebbero ripetere l'esperienza di governo nel centro-sinistra. Iniziano le prime proposte di una formula nuova, una "maggioranza a tre" che includa anche i Repubblicani accanto alla Dc e ai Socialisti. Ritorna la paura nel Belice, la regione della Sicilia devastata dal terremoto nel gennaio precedente. La scossa è del 6° grado della scala Mercalli. A Parigi 20.000 studenti sfilano con in testa il leader della rivolta Cohn-Bendit chiedendo le dimissioni di Charles de Gaulle che si era allontanato dall'Eliseo per incontrare in Germania il Generale Massu lasciando a Parigi Georges Pompidou. A Torino dopo gli accordi tra la Fiat e le rappresentanze sindacali sulla riduzione dell'orario di lavoro gli studenti di Potere Operaio scendono in piazza e danno vita a tafferugli in occasione del comizio di Luigi Longo del Pci. Molte le vetrine infrante, i feriti e i contusi sono decine. 10 giovani sono arrestati alla fine della giornata.

3 giugno. A Milano si apre il processo alla banda Cavallero. Davanti al giudice compaiono Piero Cavallero, Adriano Rovoletto, Sante Notarnicola e Donato Lopez. Sono accusati di 5 omicidi, 21 tentati omicidi, 17 rapine, 5 sequestri più un'altra serie di reati. A New York l'attrice Valerie Solanas, una giovane affetta da manie ossessive, attenta alla vita di Andy Warhol a del suo staff alla Factory dell'artista al Greenwich Village dopo mesi di stalking. Warhol sopravviverà dopo diverse rianimazioni cardiache, e porterà i segni dell'agguato per il resto della vita.

5 giugno. All'uscita dall'hotel Ambassador al termine di un meeting per le primarie dei Democratici, Robert Kennedy (fratello di JFK) viene colpito dai colpi di pistola esplosi dallo studente di origini giordano-palestinesi Sirhan Sirhan. Kennedy morirà dopo un giorno di agonia. Lascia la moglie Ethel e 11 figli, uno dei quali nascerà dopo la morte del padre. Sandro Pertini viene eletto Presidente della Camera dei Deputati. Amintore Fanfani viene eletto al Senato.

7 giugno. A Milano gli studenti in lotta assediano la sede del Corriere della Serain via Solferino. Vogliono impedire la diffusione del quotidiano diretto da Giovanni Spadolini. La notte di fuoco era cominciata dopo un assembramento in piazza Duomo dove gli studenti avevano contestato il Governo sulla riforma universitaria. Poco dopo il corteo si sposta verso il quartiere di Brera, dove le prime auto in sosta vengono rovesciate e utilizzate come barricate sull'esempio del maggio francese. La Polizia carica più volte ma di fronte alla sede del Corriere rimane bloccata tra le barricate mentre gli studenti bloccano i mezzi che avrebbero dovuto consegnare i giornali. Gli scontri proseguono per tutta la notte e al mattino dell'8 giugno il bilancio è di 12 arresti e 250 fermi. Molti i contusi. Si aprono le consultazioni per la formazione del nuovo Governo con il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Il primo incaricato sarà il democristiano Mariano Rumor, che tuttavia dovrà rinunciare all'incarico per la ferma opposizione dei Socialisti, sopra tutti De Martino e Tanassi.

10 giugno. La Nazionale italiana di Calcio vince gli Europei 1968. Nella finale all'Olimpico batte la Jugoslavia per 2 a 0. Le reti sono di Riva e Anastasi. L'Italia del ct Ferruccio Valcareggi era scesa in campo con: Zoff, Burgnich, Facchetti, Rosato, Guarneri, Salvadore, Domenghini, Mazzola, Anastasi, De Sisti, Riva. Alle semifinali gli Azzurri erano passati dopo il pareggio con la Russia con il sorteggio della monetina.

11 giugno. A Parigi si consuma una vera e propria battaglia tra la Polizia e i manifestanti dopo l'occupazione degli gli stabilimenti Peugeot e della Sorbona. Durante l'intervento delle forze dell'ordine alla Peugeot un manifestante rimane ucciso, mentre uno studente annega nella Senna in circostanze poco chiare. Il bilancio finale è di oltre 1.500 arresti.

14 giugno. Muore a Napoli Salvatore Quasimodo.

16 giugno. Termina l'occupazione della XIV Triennale di Milano. La Direzione della mostra decide di riaprire dopo qualche giorno per sistemare gli ingenti danni derivati da oltre due settimane di occupazione degli spazi.

18 giugno. A Venezia si apre la Biennale in un clima di tensione. Il precedente della Triennale di Milano aveva suggerito alle autorità la presenza massiccia della Polizia, che generò i primi malumori e la minaccia di ritiro di 4 nazioni partecipanti: tra queste Francia, Norvegia e Olanda. Si presentano i primi drappelli di dimostranti che in seguito presidieranno la sede della mostra. Al processo di Milano il bandito Pietro Cavallero sfida i giudici mentre gli inquirenti ricostruiscono i drammatici fatti del 25 settembre 1967, quando dopo una rapina a Milano i banditi fuggono sparando dalla 1100 Fiat. Rimangono uccisi tre passanti, di cui un ragazzo di 17 anni. Durante il processo il membro della banda Sante Notarnicola insulta il pubblico. Al festival della canzone di Saint Vincent Riccardo Del Turco vince con "Luglio". Il cantante è cognato di Sergio Endrigo, che aveva vinto il Festival di Sanremo nel febbraio precedente. Nonostante il brano sia diventato il tormentone di quell'estate di 50 anni fa, l'industria della canzonetta segna una flessione del 10%. Sta per iniziare la lunga stagione della canzone d'autore politicamente impegnata.

20 giugno. Dopo la difficile fase delle consultazioni, Giuseppe Saragat affida l'incarico a Giovanni Leone. Il socialista De Martino, contrario sin da subito al rinnovo dell'esperienza politica del centro-sinistra, paventa le proprie dimissioni dal partito.

23 giugno. Nella Buenos Aires della dittatura militare di Juan Carlos Onganìa il derby tra il River Plate e il Boca Juniors si trasforma in una delle più gravi tragedie sportive della storia. Dopo 90 minuti in cui le tifoserie si erano affrontate provocandosi, presso la Puerta 12 la folla viene schiacciata nell'imbuto dell'angusta uscita, forse per una carica di polizia. I morti sono 71, i feriti anche gravi centinaia. L'esito delle elezioni francesi segna una nettissima vittoria di Charles De Gaulle.

24 giugno. A Roma Giovanni Leone presenta la squadra di Governo, un "monocolore d'attesa" democristiano. Tra i ministri figurano Oscar Luigi Scalfaro, Giulio Andreotti, Guido Gonella, Emilio Colombo, Attilio Piccioni.

26 giugno. Guerra del Vietnam: i Marines lasciano la base di Khe Sanh al confine con il Laos. La roccaforte americana era stata messa sotto assedio dai Nordvietnamiti per 77 giorni.

27 giugno. Roma: viene ritrovato il cadavere dell'ex ufficiale del Sifar Renzo Rocca. Avrebbe dovuto deporre entro pochi giorni al processo sul "Piano Solo" del Generale De Lorenzo. Sono attualmente vive diverse congetture sulla sua morte, immediatamente riconosciuta dagli inquirenti come suicidio. Secondo diversi opinionisti, Renzo Rocca sarebbe stato uno dei principali architetti della futura "strategia della tensione". Nel 1968 fu allontanato dal Servizio Segreto e poco dopo consegnerà ai vertici del SID alcuni documenti molto compromettenti circa la sua attività durante la presidenza di Antonio Segni (traffico di armi, spionaggio, elaborazione di piani eversivi anticomunisti). Pochi giorni dopo, muore nel suo studio romano.

Luglio 1968

1 luglio. A Mosca si incontrano l'Ambasciatore Usa Thompson, il primo ministro sovietico Kossighin, il ministro sovietico della difesa Grechko, quello degli esteri Gromyiko e l'Ambasciatore britannico Harrison. Hanno appena firmato il "Trattato di Non Proliferazione" sugli armamenti nucleari. Tra le potenze atomiche firmatarie mancava la Cina, che aderirà soltanto nel 1992. Lyndon Johnson annuncia ai media del mondo il primissimo passo verso la distensione. All'Università di Berkeley, in California, gli studenti in corteo per solidarietà con i compagni di lotta francesi si scontrano duramente con la polizia, che necessita dell'intervento di ben 700 uomini per sedare la rivolta. Una ricerca condotta dal Touring Club Italiano rivela il boom del turismo dei giovanissimi (in età scolare). Nel 1967 gli oltre 5 milioni di visitatori hanno lasciato nelle casse del Paese oltre 170 miliardi di lire. Il turismo dei giovanissimi è una fetta consistente pari a circa il 20% del totale. 290 mila ragazzi sono iscritti al ramo giovanile del Touring, il Turismo Studentesco che si basa sull'opera volontaria di ben 3.800 insegnanti come braccio turistico del Ministero della Pubblica Istruzione. Il mercato sembra avere buone prospettive di espansione anche perché nel 1968 gli Italiani che possono permettersi vacanze sono soltanto il 21% della popolazione.

2 luglio. Sulla linea ferroviaria del Brennero all'altezza della stazione di Bronzolo/Branzoll viene rinvenuto un ordigno che fortunatamente non esplode evitando una sicura strage. Nel 1972 sarà condannato per l'attentato il terrorista altoatesino Georg Klotz, padre di Eva, ex deputata separatista al Consiglio Provinciale di Bolzano. John Lennon dichiara pubblicamente il proprio fidanzamento con l'artista giapponese Yoko-Ono ad una mostra a lei dedicata a Mayfair (Londra). All'indomani della firma del trattato di non-proliferazione nucleare la Francia annuncia l'imminenza di un test nucleare allargo di Mururoa (Polinesia).

3 luglio. Una notizia curiosa: la Polizia Stradale effettua controlli sull'efficienza dei fari delle auto in viaggio per le ferie. La maggior parte delle irregolarità è dovuta al sovraccarico delle tante utilitarie (Fiat 500 e 600) che provoca lo scorretto puntamento dei proiettori verso l'alto.

7 luglio. Il "Corriere della Sera" pubblica una mappa dei gruppi della contestazione giovanile, la cosiddetta "nuova sinistra". Caratterizzati dal denominatore comune dell'eversione del sistema e collocati al di fuori dei partiti dell'arco costituzionale, i gruppi vengono divisi a seconda delle quattro distinte tendenze: "filocinesi", raggruppati nel Partito Comunista d'Italia che avrebbe ricevuto secondo il quotidiano milanese consistenti aiuti dal Cina e dall'Albania. Quindi la ripresa degli anarchici, individuati in un movimento che negli anni a venire avrà un ruolo primario nella costellazione della sinistra extraparlamentare: Potere Operaio, attivo particolarmente a Padova e Pisa. Terzo nucleo della nuova sinistra è rappresentato dai trotzkisti, raggruppati soprattutto a Milano e i "castristi", caratterizzati dall'assoluto spontaneismo di gruppi di giovani intellettuali privi di ogni struttura burocratica. Presenti in gran parte degli atenei del Nord, comprendono anche i cosiddetti "cattolici del dissenso". Fortissimo è il carisma esercitato dalla figura eroica di Ernesto Guevara, che i dirigenti del PCI temono possa offuscare il mito dei padri del comunismo italiano e della Resistenza. Il riferimento dei "castristi" del movimento studentesco nel dialogo con la dirigenza comunista era Pietro Ingrao, in contrapposizione con la condotta giudicata "filoborghese" dei dirigenti Longo e Amendola. I gruppi extraparlamentari, assolutamente minoritari prima del 1968, hanno sfruttato l'onda lunga della protesta per erodere spazio alle organizzazioni giovanili tradizionali, burocratizzate e ingessate, ponendosi come un'alternativa a strutture che, pur essendo operaiste ed egualitarie, non erano mosse da una spinta spontaneista alla rivoluzione non solo politica ma anche (e soprattutto) dei costumi propugnata dai gruppi del 1968. Rivolta nel carcere di San Vittore a Milano. I detenuti non rientrano dall'ora d'aria dando il via alla protesta per la riforma carceraria, preparata da almeno un mese. Poco dopo le 20.30 irrompono le Forze dell'Ordine. Esplodono tafferugli lungo i corridoi del carcere, che risultano nel ferimento di diversi funzionari di P.S.

8 luglio. E' il giorno della sentenza per la banda Cavallero. La Corte infligge tre ergastoli a Cavallero, Notarnicola e Rovoletto. 12 anni al più giovane Lopez che è l'unico a dichiararsi pentito e piange in aula. Gli altri tre, alla lettura della sentenza, intonano l'inno partigiano "Avanti, avanti! Siamo Ribelli". Un caldo eccezionale soffoca l'Italia: nel Polesine si raggiungono i 40°C mentre in tutta la Sardegna scoppiano gravi incendi. Vietnam: i Vietcong attaccano le postazioni americane e sudvietnamite facendo uso di gas chimici a 80 chilometri a sud-ovest della capitale Saigon. Nelle ultime operazioni di sgombero della base di Khe Sanh perdono la vita 13 Marines e altri 80 rimangono feriti.

13 luglio. Il "Corriere della Sera" continua il suo viaggio tra i gruppi della sinistra extraparlamentare protagonisti del 1968. E' la volta di "Potere Operaio" nelle due roccaforti di Padova e Pisa. Fondato dai due ex insegnanti Luciano della Mea (che sarà negli anni '80 tra i fondatori di Jaca Book, editrice di riferimento di Comunione e Liberazione) e Francesco Tolin, il movimento è espressione della volontà di unione nella lotta studenti-operai. L'ispirazione del gruppo guarda anche alle lotte degli afroamericani in pieno svolgimento nel 1968. Da queste premesse la volontà di PotOp di infiltrazione nelle fabbriche e nelle manifestazioni operaie (in massima parte alla Fiat). Nel ramo toscano forti sono le influenze del radicato anarchismo di Pisa e Livorno. Il quotidiano critica la violenza teorizzata nelle pubblicazioni del movimento (istruzioni su come fabbricare bottiglie incendiarie) e quindi messa in pratica nelle piazze d'Italia durante i cortei dei lavoratori. Italo Calvino vince il Premio Viareggio ma decide di rifiutarlo in aperta contestazione contro le istituzioni "ormai svuotate di significato" secondo lo scrittore e intellettuale. L'opera premiata era il romanzo "Ti con Zero" pubblicato da Einaudi.

14 luglio. Precipita la crisi cecoslovacca. Mosca chiama a rapporto solo 4 stati satellite, escludendo i "ribelli" romeni e cecoslovacchi. Il governo riformista di Dubçek è circondato prima che dai carri armati, dalle pressioni del governo sovietico che guarda con aperta ostilità la primavera di Praga e i cordiali rapporti con la Germania Ovest. Giacomo Agostini su MV Agusta si aggiudica il titolo di campione del mondo della classe 500 vincendo 6 delle 10 gare previste nella categoria. E'il terzo traguardo consecutivo per il pilota bresciano.

20 luglio. In controtendenza con l'esclusione di alcuni giorni prima, il Cremlino invita i membri del governo di Dubçek a Mosca per intavolare trattative sulla questione cecoslovacca. La popolazione fa appello al leader affinché rifiuti l'invito per timore che questo possa essere di pretesto per l'arresto del governo della Primavera.

21 luglio. La rottura tra Mosca e Praga prende una piega drammatica, con le forze sovietiche nei pressi del confine cecoslovacco. Vengono respinte tutte le motivazioni alla base delle riforme di Dubçek e si accusa il governo riformista di aver deviato nettamente dalla "via del socialismo". La Cecoslovacchia è ormai circondata dai corazzati dell'Armata Rossa.

22 luglio. A causa di un infarto muore all'età di 60 anni lo scrittore Giovanni Guareschi, autore della fortunatissima saga di Don Camillo e Peppone apparsi a puntate sul settimanale di destra "Candido". La sua opera fu tradotta in 22 lingue. Si trovava in vacanza a Cervia dove stava curando i sintomi della depressione. A Montecitorio c'è attesa per il dibattito in occasione della presentazione del rapporto parlamentare sullo scandalo del Sifarriguardo al tentato golpe preparato dal "piano Solo" del Generale dei Carabinieri De Lorenzo. Il fascicolo, curato dal Generale Lombardi, riguardava il ruolo della divisione corazzata dei Carabinieri che avrebbe dovuto entrare in azione nel 1964 e soprattutto le liste dei cosiddetti "enucleandi", i 731 cittadini considerati dal Sifar pericolosi nemici delle istituzioni democratiche. Lombardi in occasione dell'interrogazione parlamentare che seguì la vicenda giudiziaria contro il settimanale "L'Espresso" che aveva svelato l'esistenza del piano, smentì categoricamente l'esistenza nelle liste di politici e parlamentari. Molti anni dopo emergeranno nomi di primissimo piano come Luigi Longo, Giancarlo Pajetta e Mauro Scoccimarro. Gran parte della lista sparirà nel 1974.

24 luglio. A Cleveland esplode la battaglia nel ghetto nero. Il bilancio delle violenze tra gli afroamericani e la polizia è drammatico: 10 morti e 20 feriti. Cinque manifestanti dopo aver ucciso in uno scontro a fuoco tre agenti ed un addetto alla rimozione di un'auto usata come barriera, si barricano in una abitazione e iniziano a sparare. Due di loro verranno in seguito uccisi dalla Polizia di Cleveland, che chiede ed ottiene il sostegno di centinaia di militari della National Guard.

26 luglio. Dopo un drammatico vertice tra il governo di Praga e quello di Mosca, Dubçek ribadisce la fedeltà alla strada delle riforme. Tutto il paese gli è solidale e 1782 scrittori ed intellettuali cecoslovacchi lanciano un appello al mondo perché segua da vicino la difficilissima via delle democratizzazione.

28 luglio. Papa Paolo VI (Giovanni Battista Montini) fissa in un enciclica dal titolo "Humanae Vitae" la sua ferma condanna all'uso della pillola anticoncezionale.

29 luglio. La rottura tra Breznev e Dubçek è ormai insanabile dopo l'ennesimo colloquio. Mancano ormai pochi giorni all'invasione sovietica, con le truppe in movimento anche dalla Germania Est verso il confine cecoslovacco.

Agosto 1968

1 agosto. Proseguono serrate ed in un clima di estrema tensione le trattative tra Breznev e Dubçek a Praga, mentre prosegue l'ingresso di truppe sovietiche oltre il confine ed i voli dei Mig russi nello spazio aereo cecoslovacco. Durante i lavori per la costruzione della Linea 2 della Metropolitana di Milano si sfiora la tragedia quando un mezzo d'opera squarcia in due una bomba inglese dal 4.000 libbre (cookie) sotto corso Como. Fortunatamente il tritolo fuoriuscito dall'ordigno non esplode e la bomba viene fatta brillare.

2 agosto. A Vergiate (Varese) si consuma una grave sciagura aerea. Durante un forte temporale un Dc-8 dell'Alitalia che avrebbe dovuto fare scalo a Malpensa durante la tratta Roma-Montreal, si schianta contro il fianco del monte San Giacomo. Il comandante era decollato lo stesso da Fiumicino nonostante l'allerta meteo. Ingannato dalla scarsa visibilità e dall'errata interpretazione degli strumenti di bordo scambiò la pista del piccolo aeroporto civile di Vergiate per quello di Malpensa. Accortosi dell'errore il pilota cercò di riprendere quota inutilmente, quindi l'impatto con il terreno boscoso. 12 le vittime sui 95 occupanti, equipaggio compreso. Dubçek respinge gli attacchi di Mosca nell'incontro di Bratislava con il ministro degli esteri sovietico Kossighin, che aveva spinto anche il primo ministro della Germania Est Ulbricht ad attaccare le riforme di Praga durante i colloqui. L'invasione è alle porte.

4 agosto. La star Brigitte Bardot annuncia la separazione dal terzo marito Gunther Sachs dopo avere iniziato una relazione con il playboy italiano Gigi Rizzi.

6 agosto. Richard Nixon viene nominato ufficialmente candidato dei Repubblicani alla Casa Bianca. Alle primarie presidenziali avevano corso anche Nelson Rockefeller e Ronald Reagan.

Il posto più trendy delle vacanze estive 1968 è Santa Margherita Ligure, regno delle serate vip. Ci sono Rex Harrison e la moglie, Brigitte Bardot con Gigi Rizzi. I locali sono il "Covo" e il "Barracuda" dove è attesa Dalida. Il cocktail dell'estate di Santa è il Tom and Jerry (Rhum, succo d'arancio e di pompelmo), servito direttamente sugli yacht ormeggiati. Tra i giovani rampolli impazzano le feste in costume da pirata, clochard, marinaio.

9 agosto. Entusiasmo dei cittadini di Praga per la visita ufficiale del maresciallo Tito, visto come un esempio di non allineamento al giogo sovietico. A pochi giorni dalla tragedia aerea di Vergiate, lungo l'autostrada Monaco-Norimberga un Vickers Viscount della britannica BEA precipita dopo una picchiata senza ritorno. Le cause sono state individuate in un improvviso guasto all'impianto elettrico. 44 le vittime.

10 agosto. Sulla situazione cecoslovacca il Pci esprime il proprio totale appoggio a Mosca, riportato nei commenti sulle pagine degli organi di partito "L'Unità" e "Rinascita".

Il presidente jugoslavo Tito, nella conferenza stampa finale in occasione della visita a Praga lascia i sostenitori di Dubçek senza speranze. Non condanna la posizione del governo cecoslovacco ma neppure accetta l'idea di un’alleanza Praga-Belgrado. Nel frattempo ai confini cecoslovacchi si registrano sempre maggiori movimenti di truppe, il "Piper 2000", succursale del locale-cult romano, è il locale del momento in Versilia. Era stato aperto nel sulle ceneri del vecchio night "Caprice" portando a Viareggio le notti di Patty Pravo. In Versilia c'è anche Van Wood, ex componente del trio di Carosone e che ha aperto il ristorante "Il Leone d'Olanda", sempre a Viareggio.

12 agosto. Sulle strade dell'esodo si consuma una strage da record: nel solo weekend i morti sono 30. Il Governo mobilita 11.000 agenti e 15 elicotteri, un dispiegamento senza precedenti nel controllo del traffico.

18 agosto. Continuano gli attacchi dei Vietcong attorno alla capitale Saigon. Centinaia i morti in pochi giorni.

L'ex presidente Usa Dwight Eisenhower viene ricoverato al Walter Reed Medical Center di Washington per una grave crisi cardiaca. Viene istallato un defibrillatore.

19 agosto. La ripresa della contestazione si manifesta alla vigilia della Mostra del Cinema di Venezia. Un ordigno esplode alle 5.30 del mattino davanti al cinema Rossini. Due giorni prima un altro ordigno rudimentale era deflagrato proprio davanti al Palazzo del Cinema al Lido.

20 agosto. I carri armati sovietici entrano a Praga dopo essere penetrati nel territorio nazionale da più direzioni. I patrioti cecoslovacchi tentano di resistere anche se Dubçek ha chiesto di non reagire. Già si contano alcuni morti e decine di feriti. Con l'Armata Rossa ci sono truppe della DDR, polacche e ungheresi. Il palazzo del Praesidium (sede del Governo), è circondato. Nei giorni successivi il mondo si interroga sulla sorte di Dubçek e dei suoi ministri.

22 agosto. Ferma condanna del Governo italiano e del Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat per l'invasione sovietica della Cecoslovacchia. Si attende il dibattito parlamentare, mentre i Comunisti condannano l'intervento sovietico per voce di Luigi Longo (che è appena rientrato da Mosca). Per giustificare la posizione disallineata dall'Urss i dirigenti del Pci rispolverano il memoriale di Yalta di Palmiro Togliatti, anche perché la base del partito è in agitazione per le modalità brutali dell'invasione.

23 agosto. Mentre il presidente cecoslovacco Svoboda vola a Mosca per cercare un'ultima mediazione e richiedere il ritiro delle truppe sovietiche, si erano diffuse voci su una possibile esecuzione di Alexander Dubçek, captate dalle onde dei radioamatori. La tragica ipotesi sarà smentita da Mosca, che annuncia la liberazione del leader cecoslovacco dopo colloqui segreti al Cremlino. I due paesi non allineati che avevano inizialmente difeso la politica di Dubçek, Romania e Jugoslavia, intendono chiedere la protezione di Pechino per i timori di un futuro intervento sovietico.

26 agosto. Svoboda e Dubçek rientrano a Praga che nel frattempo è stata sgomberata dalle truppe sovietiche (non il territorio nazionale, dove l'occupazione permane). Dubçek annuncia la necessità dell'accettazione del diktat di Mosca. La lotta per la libertà nata dalla "Primavera di Praga è finita per sempre. Poco dopo i carri armati sovietici faranno rientro nella capitale cecoslovacca. Rabbia e delusione invadono il Paese.

29 agosto. A Chicago durissimi scontri fra i sostenitori del candidato democratico alla Casa Bianca Hubert Humphrey che erano scesi in piazza per sostenerlo e protestare contro la guerra in Vietnam. Il pugno di ferro del sindaco sceriffo Richard Daley si abbatte per mezzo di oltre 7,500 militari e 6,000 riservisti che si uniscono ai 12.000 poliziotti già mobilitati. Al termine della giornata lo stesso Humphrey rimane intossicato dai lacrimogeni.

Settembre 2018

1 settembre. A Praga, dopo l'intervento armato sovietico di fine agosto, il leader Dubçek è costretto a fare autocritica. Il giorno stesso. Il giorno stesso si suicidano il viceministro degli Esteri Jan Zaruba e un alto ufficiale dell'esercito di Praga. E' reintrodotta la censura sulla stampa. Il leader del maggio francese Daniel Cohn-Bendit è a Carrara dove si svolge il congresso degli Anarchici, di cui la cittadina toscana è da sempre roccaforte. Il leader studentesco parigino provoca la platea dichiarando che gli anarchici cubani in esilio sarebbero al soldo della CIA. Dura la reazione degli eredi delle lotte operaie del XIX e XX secolo contro il "borghese rivoluzionario" che a loro giudizio starebbe "giocando con le barricate". Il parmense Vittorio Adorni vince i Mondiali di ciclismo battendo Merkcx. Il trofeo, che fu di Binda, Guerra e Coppi, mancava in Italia da 10 anni dopo l'ultimo successo di Baldini del 1958. Catastrofico sisma in Iran tra il 31 agosto e il 1 settembre nelle regioni orientali del Paese. Le scosse, dell'intensità fino a 7,4 gradi Richter causano la morte di 15.000 persone. Centinaia di migliaia i senzatetto.

2 settembre. Riprende in Parlamento il dibattito sulla riforma universitaria. Durante le prime discussioni emerge il dato relativo ai danni materiali causati dalle agitazioni studentesche dall'inizio dell'anno, che ammonterebbe a 5 miliardi di lire. Gli atenei più colpiti sono Roma, Pisa, Milano e Trento. Si propone l'installazione di sbarre di ferro alle finestre e agli ingressi per evitare ulteriori occupazioni.

3 settembre. Ignazio Silone vince il Premio Campiello con "Avventura di un povero cristiano", romanzo storico sulla storia di Papa Celestino V. Daniel Cohn-Bendit continua la permanenza in Italia spostandosi dal congresso anarchico di Carrara alla borghesissima Sardegna in compagnia dell'amica Marie France Pisier, "attrice della contestazione" ma anche cugina di Brigitte Bardot.

4 settembre. Giunge a sentenza il processo contro i giornalisti del settimanale L'Espresso sullo scandalo Sifar del Generale dei Carabinieri De Lorenzo. Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, autori dell'inchiesta sul "Piano Solo", sono condannati a 15 e 14 mesi di reclusione. Il Pm Occorsio si era opposto alla condanna prima che fascicoli venissero coperti dal segreto di Stato. Scalfari e Jannuzzi riescono ad evitare il carcere poiché alle politiche del 1968 erano stati eletti nelle liste del Psi e quindi poterono beneficiare dell'immunità parlamentare.

6 settembre. A Varese muore l'artista Lucio Fontana. Aveva 69 anni.

11 settembre. Gravissimo incidente aereo a circa 45 km dall'aeroporto di Nizza-Cote d'Azur. Un Caravelle dell'Air France decollato da Ajaccio si inabissa in seguito alla comunicazione di un incendio a bordo. I morti sono 95. Le indagini ufficiali parlarono dell'imprudenza di un passeggero che avrebbe generato l'incendio gettando un mozzicone di sigaretta nel cestino della carta a bordo. I parenti delle vittime sostennero invece l'ipotesi di un missile come nel caso di Ustica. Nella zona si svolgevano in quei giorni esercitazioni di tiro da parte dell'Esercito francese, che coprirà la documentazione relativa con il segreto militare. Ancora oggi proseguono gli appelli per la verità presso il ministero della Difesa a Parigi.

12 settembre. Il Consiglio dei Ministri approva la cosiddetta "piccola riforma universitaria", da sottoporre al Parlamento. I punti principali riguardano l'introduzione della rappresentanza studentesca all'interno degli organi accademici, in particolare modo all'interno del Consiglio di Facoltà. Tra i punti anche la nuova calendarizzazione degli esami, con un maggior numero di sessioni per anno accademico, accanto alla possibilità di rifiutare il voto. Si elabora anche una proposta di incompatibilità tra insegnamento e cariche istituzionali a livello nazionale, regionale e negli enti e aziende di Stato. I Comunisti criticano violentemente la proposta del Governo Leone incitando apertamente gli studenti a riprendere le lotte "contro l'autoritarismo".

14 settembre. L'Anonima sarda riprende i sequestri dopo la pausa seguita all'arresto di Graziano Mesina. Viene rapito a Siniscola (Nuoro) Ferdinando Tondi, proprietario della Sardocalce. L'imprenditore modenese sarà rilasciato 13 giorni dopo il pagamento di 28 milioni di lire di riscatto. La contestazione riprende anche per i "Cattolici del dissenso". Una trentina di attivisti occupano con tanto di striscioni il Duomo di Parma. L'occasione era giunta dopo il trasferimento dalla città all'Appennino di un prete progressista, Don Pino Setti, che si era posto in aperta polemica con le posizioni conservatrici della Curia modenese. Prima di essere sgomberati attorno alle 19,30 il gruppo dei cattolici distribuiva volantini programmatici in un linguaggio molto simile a quello dei ciclostili del Movimento studentesco: uno dei volantini declamava la "volontà di creare una certa discriminante storica a favore di poveri contro il disordine costituito". Una indagine statistica del Comune di Milano indica che il flusso di immigrazione ha decisamente rallentato dalla recessione del 1964. I milanesi purosangue sono meno di 300.000 su un totale di circa 1,5 milioni di residenti.

23 Settembre. A San Giovanni Rotondo si spegne Padre Pio da Pietrelcina. Il Santo era malato da tempo ed aveva 81 anni. Cinquant'anni prima della morte, nel settembre 1918, la comparsa delle stigmate. Migliaia di fedeli si riuniscono in preghiera sul sagrato antistante il tempio della cittadina pugliese. Sarà canonizzato nel 2002 da Papa Giovanni Paolo II. In Messico, paese pronto ad ospitare le Olimpiadi dell'ottobre 1968, scoppiano gravissimi tumulti tra studenti e esercito del Presidente Gustavo Dìaz Ordaz. Numerosi i morti e i feriti che anticipano il massacro del mese successivo.

27 settembre. Un sondaggio dipinge la spesa degli italiani per i divertimenti: 10 lire ogni 100 sono destinate a ristoranti, cinema, teatri, concerti.

Ottobre 1968

2 ottobre. Strage a Città del Messico: nella battaglia tra studenti e polizia. I morti sono 20, centinaia i feriti. Tra questi la giornalista italiana Oriana Fallaci, inviata de "L'Europeo", raggiunta da tre colpi di arma da fuoco.

7 ottobre. I dipendenti statali nell'ottobre 1968 sono complessivamente 1 milione e 380 mila. Gli ultimi assunti (oltre 23 mila) sono insegnanti. Il centro-sinistra si spacca sulla concessione dell'amnistia agli studenti coinvolti in reati legati alla "contestazione". La Dc è contraria, mentre i Socialisti alleati con le altre forze di sinistra si pronunciano a favore.

8 ottobre. A Zurigo 10 morti nel rogo di un albergo. Il Metzger Brau è uno degli hotel storici della città svizzera. Ad appiccare il fuoco è un giovane dipendente in seguito ad una lite con un collega. Tra le vittime anche un italiano.

11 ottobre. Viene lanciato l'Apollo 7, con a bordo i tre astronauti americani Walter Schirra (di origini italiane) Donn Eisele e Walter Cunningham. La missione fu importante per testare il comportamento del modulo lunare e le manovre di rendez-vous con il vettore per la fase di rientro in vista dello sbarco sulla Luna del luglio del 1969.

13 ottobre. Il terrorista altoatesino Georg Klotz è condannato a Vienna. Dovrà scontare 15 mesi di carcere per "violazione della legge austriaca sugli esplosivi". Fu uno dei principali organizzatori della "notte dei fuochi" del 1961.

16 ottobre. Alle olimpiadi di Città del Messico l'atleta italiano Giuseppe Gentile stabilisce il nuovo record mondiale nel salto triplo, con 17,10 metri il giorno successivo, 17 ottobre, durante la premiazione dei 200 metri gli atleti afro-americani Tommie Smith e John Carlos alzano il pugno nel nome dei diritti dei neri d'America con il tipico gesto delle "Black Panthers". Il gesto fu condannato dal CIO e i due atleti furono espulsi dai giochi del 1968. Tornati in patria dovettero rinunciare alla carriera sportiva e subirono ritorsioni e minacce.

18 ottobre. John Lennon è arrestato a Londra per possesso di hashish.

20 ottobre. Jacqueline Kennedy sposa l'armatore greco Aristotele Onassis sull'isola ionica di Skorpios, di sua proprietà.

23 ottobre. Il prete del dissenso don Enzo Mazzi, parroco del quartiere Isolotto di Firenze si rifiuta di farsi giudicare dall'autorità ecclesiastica per le attività svolte a favore degli studenti in lotta e per la decisa polemica con la politica democristiana. A Roma si apre il 38° Congresso socialista. Sarà l'ultimo del PSU. Il Partito, tornato di nuovo PSI dopo l'uscita dei Socialdemocratici, rieleggerà Pietro Nenni alla guida del partito dopo un sofferto accordo con le correnti al tramonto dell'esperienza dei governi di centro-sinistra.

30 ottobre. Daniel Cohn-Bendit, il leader franco-tedesco del maggio francese è nuovamente arrestato a Francoforte. Questa volta l'accusa riguarda una serie di atti violenti contro un supermercato e durante la manifestazione di contestazione contro il presidente senegalese Senghor insignito in Germania del Premi per la Pace.

Novembre 1968.

1 novembre. Nei giorni immediatamente precedenti alle elezioni americane, in Vietnam si intravede una tregua per effetto dei negoziati di Parigi in cui il Presidente Usa Johnson aveva annunciato la cessazione totale dei bombardamenti sul Nord Vietnam. Per la prima volta sono invitati al tavolo delle trattative anche i rappresentanti del governo di Saigon, che per il momento declinano. Grave nubifragio nel savonese: la zona più colpita tra Varazze ed Albisola, dove si registrano due morti. Sono due panettieri padre e figlio folgorati da un cavo elettrico al quale avevano tentato disperatamente di aggrapparsi per sfuggire alla furia delle acque. Sale la tensione all'Isolotto (Firenze), dove i cattolici del dissenso proteggono la linea di Don Enzo Mazzi richiamato più volte dall'Arcivescovo Florit per avere difeso l'occupazione del Duomo di Parma. I fedeli difendono l'opera sociale del parroco ribelle.

2 novembre. All'indomani delle dichiarazioni di apertura ai negoziati di Parigi, arriva la doccia fredda del presidente sudvietnamita Van Thieu, che dichiara di non volere trattare con i Vietcong. Poco dopo l'intervento, a Saigon esplode un ordigno in una chiesa cattolica. 19 morti. La pace sembra essere ancora lontana.

3 novembre. Disastroso alluvione nel Piemonte: il primo giorno si contano già 80 morti, concentrati soprattutto in Val Sessera nel biellese. A causa delle frane e degli straripamenti a Valle Mosso muoiono ben 20 persone. Il Lago Maggiore straripa in più punti. Gravissimi anche i danni nell'astigiano e nel cuneese. Diverse località isolate in provincia di Alessandria. Ingentissimi i danni sia al settore agricolo che a quello industriale. Particolarmente colpiti gli stabilimenti tessili. Distrutti gli storici lanifici Albino Botto e quello di Modesto Bertotto. Il lanificio Cerruti è completamente allagato. Danni anche alle industrie del lusso Zegna, Loro Piana, Barbero. Il giorno successivo, all'arrivo del Presidente del Consiglio Leone, i morti sono già saliti a circa 100. Gli effetti dell'alluvione raggiungono anche Milano, dove esondano Olona, Seveso e torrente Lura. Le fabbriche e i laboratori danneggiati dalla furia del fango e delle frane saranno quasi 400: la secolare storia industriale del biellese è pressoché cancellata. A Piedimulera, nell'Ossolano, viene trovata sepolta un'intera famiglia di 7 persone che risultava dispersa da giorni.

5 novembre. Il repubblicano Richard Nixon è il 37° Presidente degli Stati Uniti. Ha battuto il rivale democratico Hubert Humphrey, già vice-presidente di Johnson. E' una vittoria al photo-finish, con i voti determinanti dello stato dell'Illinois. L'ex vice di Eisenhower, anticomunista della prima ora, aveva già corso per la casa bianca nel 1960, perdendo contro John Fitzgerald Kennedy. Nel 1968 giocò a favore di Nixon l'assassinio del candidato democratico Robert Kennedy, sostituito dalla debole figura di Humphrey. La presidenza Nixon fu dominata per i primi anni dalla guerra in Vietnam e dagli sviluppi della Guerra Fredda. Fu la rottura tra la Cina e L'Urss del 1969 ad offrire l'opportunità al neo-presidente di spostare l'asse degli equilibri mondiali verso l'occidente attraverso l'avvicinamento diplomatico con Pechino, culminato con il viaggio di Nixon del 1972.

8 novembre. Gesto clamoroso di due giovani fiorentini sul volo Olympic New York-Parigi-Atene. Al decollo da Orly i due italiani impugnano le armi e costringono l'equipaggio a tornare allo scalo parigino: protestano contro la dittatura dei Colonnelli, ed il loro gesto è volto al boicottaggio del turismo ellenico. I due dirottatori, che si firmavano "Commando Internazionale per la Democrazia in Grecia", vengono arrestati dalla Polizia aeroportuale francese. I due commandos di Firenze erano Maurizio Panichi (24 anni, impiegato) e Umberto Giovine (27 anni, insegnante).

9 novembre. Agitazioni e scontri a Bologna, Alessandria, Venezia, Prato A protestare e a scendere in piazza sono questa volta gli studenti delle medie superiori. Richiedono il diritto di assemblea e la facoltà di assistere agli scrutini. A Roma fallisce l'assemblea degli studenti de "La Sapienza"indetta dal Movimento Studentesco. All'assemblea per protestare contro la riforma Lombardi dell'Università presenziano meno di 200 studenti. Il corteo che segue cerca di interrompere, senza riuscirvi, l'assemblea dei Presidi di Facoltà che stavano discutendo sui contenuti della riforma.

14 novembre. In Italia è sciopero generale. Si fermano industrie, banche e mondo dello spettacolo. Il motivo della protesta è la riforma delle pensioni. Sono escluse le zone alluvionate del Piemonte. Allo sciopero, a cui partecipano 13 milioni di lavoratori,  si uniscono gli studenti che a Roma, Milano e Torino danno vita a tafferugli con le Forze dell'Ordine. Si apre la crisi dell'esecutivo di Giovanni Leone, pesantemente indebolito dagli sviluppi dello scandalo Sifar e dall'opposizione del Paese alla riforma delle pensioni. La fine dell'esecutivo è anche determinata dalle opposizioni interne alla Democrazia Cristiana e con il Psdi di Tanassi. A Firenze gli studenti universitari e medi reagiscono agli sgomberi degli istituti occupati nei giorni precedenti per opera della Magistratura. In corteo si recano presso le carceri delle Murate per chiedere la liberazione dello studente Attilio Faillace, arrestato nei giorni precedenti. Negli scontri seguiti e terminati nel centro cittadino si contano 9 feriti tra i Carabinieri, 4 tra la Polizia tra cui il Vice-questore. I fermati al termine della giornata sono 43. Cortei anche a Torino, Genova e Napoli. Nella città ligure si consumano scontri tra gli studenti del movimento e i missini del FUAN. La neve cade copiosa sul Nord Italia. Era dal 1920 che il fenomeno non accadeva così in anticipo. A Milano viene chiuso l'aeroporto di Linate.

17 novembre. Il tribunale speciale di Atene emette la sentenza di morte per Alexandros Panagulis per il fallito attentato del 13 agosto precedente contro il Primo Ministro della giunta militare, Georgios Papadopoulos. Per l'indignazione e le proteste dell'opinione pubblica mondiale la caldana sarà commutata in ergastolo. sarà liberato nell'estate del 1973 dopo l'amnistia concessa dal regime morente. Perderà la vita in un controverso incidente stradale nel 1976.

18 novembre. Alle dimissioni di Leone la Democrazia Cristiana riunita decide per il proseguimento del centro-sinistra. Nascerà a breve  il primo governo guidato da Mariano Rumor con il PSU (PSi e Psdi) e i Repubblicani.

20 novembre. Tragedia nella miniera di Farmington in West Virginia. Alle 5:30 del mattino una terribile esplosione sotterranea viene udita a oltre 20 km di distanza. Si sviluppò una fiammata che salì per 45 metri oltre la superficie. 78 minatori persero la vita nel rogo, e furono recuperati solamente un anno più tardi dopo essere stati sigillati da una colata di cemento per prevenire nuove esplosioni. La tragedia porterà a nuove leggi sulla sicurezza nel settore minerario votate nel 1969 dal Congresso. Di fronte al Congresso della Dc Aldo Moro esce a sorpresa dalla maggioranza dorotea. Inizia l'attività indipendente all'interno del partito, che lo porterà all'elaborazione dell'intesa con il Pci (il "compromesso storico") nel decennio successivo.

24 novembre. Viene sospesa l'esecuzione di Panagulis, che viene trasferito nel carcere di Boiati, dal quale cercherà di evadere senza successo nel giugno del 1969. Il Tribunale di Venezia ordina la distruzione della pellicola di "Teorema", il film di Pier Paolo Pasolini. Il Pubblico Ministero ha ritenuto inutili ai fini artistici le sequenze oscene ed ha condannato il regista alla pena di sei mesi di reclusione. Escalation dei dirottamenti aerei su Cuba: nella sola giornata del 24 novembre due jet di linea sono sequestrati e costretti ad atterrare sull'isola. Il primo è un Boeing 727 della Eastern Airlines con a bordo 80 passeggeri in volo da Chicago a Miami. Il secondo un Boeing 707 della Pan Am in volo da New York a Porto Rico dirottato con i 96 passeggeri. Dall'inizio dell'anno 1968 sono ben 15 gli aerei di linea americani costretti ad atterrare a l'Avana. Si apre a L'Aquila il processo per la strage del Vajont, in cui persero la vita 2.000 persone. Centinaia di superstiti si costituiscono parte civile. Gli imputati sono Pietro Frosini, Curzio Badini, Roberto Marin, Francesco Sensidoni, Augusto Ghetti, Dino Tonini, Alberico Viadene, Almo Violin. L'udienza si apre all'indomani del suicidio di uno degli imputati minori, l'ingegner Mario Pancini.

Dicembre 1968

1 dicembre. La Commissione Europea dei diritti dell'uomo mette sotto accusa il regime greco dei colonnelli. A Strasburgo viene accolta una delegazione di 49 dissidenti e 4 ex prigionieri politici controllati dal regime di Papadopoulos che avrebbero dovuto negare le torture in carcere, in contrasto con quanto dichiarato alla Commissione dagli esponenti del Movimento Panellenico di Liberazione (PAK) di Andrea Papandreou nei giorni precedenti. Due delegati riescono a eludere la sorveglianza della polizia greca fuggendo dall'albergo nel centro della città rifugiandosi in alberghi sorvegliati dalla polizia francese. Dalla relazione dei greci emerse la verità sulle torture (digiuno, percosse, applicazione di elettrodi). Un’altra importante testimonianza fu fornita dall'attrice greca Kitty Arseni, vicina a Papandreu. La donna raccontò di aver assistito alla finta fucilazione del fratello incarcerato. Nel Mato Grosso in Amazzonia, vengono trovati dai paracadutisti brasiliani i resti dei membri della spedizione di pace del prete italiano Don Giovanni Calleri. Sono stati massacrati dalla tribù indio dei Waimiri Atroari, sobillati dagli interessi dei costruttori bianchi impegnati nella realizzazione di una importante impresa stradale. I colpevoli della strage sono tuttora ignoti mentre l'ex presidente brasiliana Dilma Rousseff ha istituito nel 1988 una commissione per i delitti commessi sul territorio nazionale dal 1946 al 1988, in cui è incluso il massacro della spedizione Calleri.

2 dicembre. Scontri di Avola: nella cittadina del siracusano si era prolungato per giorni lo sciopero dei braccianti per un lieve aumento salariale e per l'equiparazione delle paghe nelle diverse aree agricole. Organizzato dalle tre sigle sindacali, lo sciopero coinvolge oltre 30 mila lavoratori. Il rifiuto dei proprietari terrieri ad ogni tipo di concessione e dialogo fa degenerare la situazione, con i partecipanti che bloccano le strade ed erigono barricate. Al km. 20 della statale 115 arrivano nove camionette della Polizia. Gli agenti armati ed in assetto antisommossa. Parte la prima sassaiola e gli agenti vengono investiti dal gas lacrimogeno da essi stessi lanciato. Nella confusione i poliziotti si sentono accerchiati e sparano. Restano sul terreno due braccianti. Moltissimi i feriti.

3 dicembre. Il neo eletto Presidente Nixon dichiara di voler rivitalizzare e implementare il rapporto con l'Europa per mezzo dello strumento della NATO, anche in chiave di dialogo con l'Urss. Henry Kissinger è nominato consigliere da Nixon ed è in prima linea durante la visita a Bonn nell'opera diplomatica di rafforzamento dell'Alleanza Atlantica.

7 dicembre. All'Isolotto, la "parrocchia ribelle" di Don Enzo Mazzi alle porte di Firenze, si riunisce l'assemblea dei parrocchiani che si ribellano alle minacce del Cardinale Florit, del quale chiedono le dimissioni. Altre parrocchie esprimono solidarietà alla "Chiesa dei poveri" di Don Mazzi. A Milano gli studenti contestano la prima della Scala. Alle 20,20 circa un corteo di 300 dimostranti si raduna tra la piazza del teatro e via Santa Margherita, presidiata dalle Forze dell'Ordine. Poco dopo parte il lancio di uova all'indirizzo dei partecipanti e delle signore in visone. Tra gli slogan "Ho-Chi Minh", "ricchi, godete: sarà l'ultima volta" e "falce e martello, borghesi al macello" parte anche qualche sasso che ferisce lievemente un agente. Mario Capanna imbraccia un megafono e si rivolge agli agenti chiedendogli di "ribellarsi ai superiori". Nell'attesa della fine del Don Carlo di Giuseppe Verdi diretto da Claudio Abbado, gli studenti si producono in azioni di vandalismo (rottura del grande salvadanaio per le offerte alla Croce Rossa). Dopo un sit-in improvvisato in Galleria Vittorio Emanuele, alcuni gruppuscoli sparsi seguono i loro bersagli che si dirigono verso i ristoranti con un lancio di monetine. Poi si disperdono.

8 dicembre. Proseguono serrate le trattative per la formazione del nuovo Governo presieduto dal democristiano Mariano Rumor sia all'interno dei partiti tra le correnti che tra i due componenti principali del centro-sinistra, la Dc e il Psi. Houston ha un problema: durante la fase di sperimentazione del MLT (Moon Landing Trainer) destinato al futuro allunaggio si verifica un incidente. Il piccolo modulo esplode in volo. Fortunatamente il collaudatore della Nasa Joseph Algranti riuscirà a salvarsi con il paracadute. L'Apollo 8 sarà lanciato 15 giorni dopo senza l'MLT a bordo. Orbiterà attorno alla Luna per 20 ore.

9 dicembre. Grave conflitto a fuoco in Sardegna: durante la caccia al bandito Giuseppe Campana, su cui pende una taglia di 10 milioni, i Carabinieri intervengono in forze ad Orune (Nuoro) dove vengono attaccati da un complice di Campana, il pastore diciannovenne Sebastiano Pala. Armato di un vecchio fucile 91 a cui era stata mozzata la canna, nel tentativo di fuggire esplode 4 colpi in direzione dei militari che riescono a fermarlo poco dopo con l'intervento di un elicottero. Il Corriere della Sera pubblica un'analisi della lotta studentesca e del pensiero politico e sociale dei giovanissimi. Emerge l'orizzonte che preluderà all'inasprimento della lotta nel decennio successivo, con il progressivo allargamento della protesta dal mondo dell'istruzione a quello dei lavoratori. Un cambio di prospettiva dall'utopia della rivolta studentesca del 1968 alla conflittualità dei lavoratori che caratterizzerà lo scontro nelle piazze degli anni '70.

12 dicembre. Dopo giorni di aspre trattative tra i partiti nasce il Governo Rumor: lo compongono 17 democristiani, nove socialisti e un repubblicano. Nenni è Ministro degli Esteri, De Martino vicepresidente. Alla Pubblica Istruzione Sullo e per la prima volta è incluso il socialista Tanassi, neo ministro dell'Industria. Il Pci del dopo-Praga risulta diviso in due: da una parte la "destra" con una tensione ad una futura partecipazione al governo del Paese sempre più inconciliabile con il lealismo verso Mosca e una "sinistra" che contesta sia la via italiana che quella sovietica.

14 dicembre. Il pugile italiano Nino Benvenuti batte ai punti l'americano Don Fullmer, ex campione dei pesi medi tra il 1959 e il 1962. Il match è durissimo e Benvenuti va al tappeto alla settima ripresa per un destro micidiale dell'americano. Tuttavia il campione di origine istriana si riprende e tiene con il fiato sospeso il pubblico dell'Ariston di Sanremo, mantenendo alla fine dell'incontro il titolo di campione dei medi conquistato nel marzo del 1968 con la vittoria ai punti.

20 dicembre. A New York muore John Steinbeck, lo scrittore statunitense autore di capolavori come "Furore" e "La Valle dell'Eden". Premio Pulitzer nel 1940 e Nobel nel 1962, fu il padre letterario della "beat generation".

21 dicembre. Dalla base Nasa di Cape Kennedy viene lanciato il razzo Saturno V, al quale è agganciato il modulo Apollo 8. I tre astronauti americani Borman, Lovell e Anders orbiteranno per 20 ore attorno alla Luna, fotografando da vicino il futuro sito dell'allunaggio del 1969. Videro per primi il lato oscuro del satellite terrestre.

22 dicembre. A Milano gli studenti contestano il Natale del consumismo davanti alle vetrine de "La Rinascente" in Duomo. L'intervento dei neofascisti della "Giovine Italia" fa degenerare la protesta in tafferugli. Inseguiti fino alla sede di Corso Monforte i giovani missini vengono assediati dagli avversari filocinesi. Sfondato il portone, i contestatori di sinistra sono fatti bersaglio di lancio di oggetti. Parte una bottiglia molotov. Il bilancio finale è di diversi feriti e venti fermati.

23 dicembre. Il film più atteso di Natale in tutte le sale cinematografiche d'Italia è "2001 Odissea nello spazio" di Stanley Kubrick. Il film era costato 6 miliardi delle lire dell'epoca e ben quattro anni di lavorazione. Nei cinema del paese si proietta anche "Dove osano le aquile" con Richard Burton e Clint Eastwood. Il cinema italiano è rappresentato da "Amanti" di Vittorio de Sica con Faye Dunaway e Marcello Mastroianni.

27 dicembre. La missione "Apollo 8" è perfettamente riuscita. Alle 16:51 ora italiana il modulo di comando rientra ammarando nel Pacifico. I tre astronauti sono in buone condizioni psicofisiche e portano con sé centinaia di preziosissime immagini della superficie lunare.

29 dicembre. Il 1968 si chiude con l'Italia nella morsa del gelo: nelle Dolomiti le volpi scendono a valle affamate, la neve cade copiosa a Sanremo. Una violenta mareggiata si abbatte sul messinese. Il Corriere della Sera pubblica la classifica degli sportivi più pagati al mondo, secondo le diverse specialità: i più pagati sono i piloti di Formula 1 tra i quali il più ricco è Graham Hill con 200 milioni di lire annui. Segue il pugilato, con i 135 milioni di Nino Benvenuti. Il ciclista Eddie Merckx ha guadagnato 100 milioni, mentre i calciatori si pongono soltanto all'ottavo posto con Omar Sivori in virtù dell'ingaggio con il Napoli da 60 milioni. Fa eccezione Pelè che ne guadagna circa 200. Chiude al 10° posto il campione delle due ruote Giacomo Agostini con 20 milioni l'anno.

16 giugno 1968. La poesia dell'autore da "Le ceneri di Gramsci.

Il Pci ai giovani. Di Pier Paolo Pasolini.

I versi sugli scontri di Valle Giulia che hanno scatenato dure repliche fra gli studenti.

Mi dispiace. La polemica contro il Pci andava fatta nella prima metà del decennio passato. Siete in ritardo, cari. 

Non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati: peggio per voi.

Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni) vi leccano (come ancora si dice nel linguaggio goliardico) il culo. Io no, cari.

Avete facce di figli di papà. 

Vi odio come odio i vostri papà. 

Buona razza non mente. 

Avete lo stesso occhio cattivo. 

Siete pavidi, incerti, disperati (benissimo!) ma sapete anche come essere prepotenti, ricattatori, sicuri e sfacciati: prerogative piccolo-borghesi, cari.

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti. 

Perché i poliziotti sono figli di poveri. 

Vengono da subtopie, contadine o urbane che siano. 

Quanto a me, conosco assai bene il loro modo di esser stati bambini e ragazzi, le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui, a causa della miseria, che non dà autorità.

La madre incallita come un facchino, o tenera per qualche malattia, come un uccellino; 

i tanti fratelli;

la casupola tra gli orti con la salvia rossa (in terreni altrui, lottizzati);

i bassi sulle cloache;

o gli appartamenti nei grandi caseggiati popolari, ecc. ecc.

E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci, con quella stoffa ruvida, che puzza di rancio furerie e popolo. Peggio di tutto, naturalmente, è lo stato psicologico cui sono ridotti (per una quarantina di mille lire al mese): senza più sorriso, senza più amicizia col mondo, separati, esclusi (in un tipo d’esclusione che non ha uguali);

umiliati dalla perdita della qualità di uomini per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).

Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care. 

Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia. 

Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete! 

I ragazzi poliziotti che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione risorgimentale) di figli di papà, avete bastonato, appartengono all’altra classe sociale. 

A Valle Giulia, ieri, si è così avuto un frammento di lotta di classe: e voi, cari (benché dalla parte della ragione) eravate i ricchi, mentre i poliziotti (che erano dalla parte del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque, la vostra! In questi casi, ai poliziotti si danno i fiori, cari. Stampa e Corriere della Sera, News- week e Monde vi leccano il culo.

Siete i loro figli, la loro speranza, il loro futuro: se vi rimproverano non si preparano certo a una lotta di classe contro di voi!

Se mai, si tratta di una lotta intestina.

Per chi, intellettuale o operaio, è fuori da questa vostra lotta, è molto divertente la idea che un giovane borghese riempia di botte un vecchio borghese, e che un vecchio borghese mandi in galera un giovane borghese.

Blandamente i tempi di Hitler ritornano: la borghesia ama punirsi con le sue proprie mani. 

Chiedo perdono a quei mille o duemila giovani miei fratelli che operano a Trento o a Torino, a Pavia o a Pisa, /a Firenze e un po’ anche a Roma, ma devo dire: il movimento studentesco (?) non frequenta i vangeli la cui lettura i suoi adulatori di mezza età gli attribuiscono per sentirsi giovani e crearsi verginità ricattatrici; 

una sola cosa gli studenti realmente conoscono: il moralismo del padre magistrato o professionista, il teppismo conformista del fratello maggiore (naturalmente avviato per la strada del padre), l’odio per la cultura che ha la loro madre, di origini contadine anche se già lontane.

Questo, cari figli, sapete. 

E lo applicate attraverso due inderogabili sentimenti: la coscienza dei vostri diritti (si sa, la democrazia prende in considerazione solo voi) e l’aspirazione al potere.

Sì, i vostri orribili slogan vertono sempre sulla presa di potere. 

Leggo nelle vostre barbe ambizioni impotenti, nei vostri pallori snobismi disperati, nei vostri occhi sfuggenti dissociazioni sessuali, nella troppa salute prepotenza, nella poca salute disprezzo (solo per quei pochi di voi che vengono dalla borghesia infima, o da qualche famiglia operaia questi difetti hanno qualche nobiltà: conosci te stesso e la scuola di Barbiana!) 

Riformisti! Reificatori! 

Occupate le università ma dite che la stessa idea venga a dei giovani operai.

E allora: Corriere della Sera e Stampa, Newsweek e Monde avranno tanta sollecitudine nel cercar di comprendere i loro problemi? 

La polizia si limiterà a prendere un po’ di botte dentro una fabbrica occupata? 

Ma, soprattutto, come potrebbe concedersi un giovane operaio di occupare una fabbrica senza morire di fame dopo tre giorni? 

e andate a occupare le università, cari figli, ma date metà dei vostri emolumenti paterni sia pur scarsi a dei giovani operai perché possano occupare, insieme a voi, le loro fabbriche. Mi dispiace.

È un suggerimento banale; 

e ricattatorio. Ma soprattutto inutile: perché voi siete borghesi e quindi anticomunisti.

Gli operai, loro, sono rimasti al 1950 e più indietro. 

Un’idea archeologica come quella della Resistenza (che andava contestata venti anni fa, e peggio per voi se non eravate ancora nati) alligna ancora nei petti popolari, in periferia. 

Sarà che gli operai non parlano né il francese né l’inglese, e solo qualcuno, poveretto, la sera, in cellula, si è dato da fare per imparare un po’ di russo. 

Smettetela di pensare ai vostri diritti, smettetela di chiedere il potere.

Un borghese redento deve rinunciare a tutti i suoi diritti, a bandire dalla sua anima, una volta per sempre, l’idea del potere. 

Se il Gran Lama sa di essere il Gran Lama vuol dire che non è il Gran Lama (Artaud): quindi, i Maestri - che sapranno sempre di essere Maestri - non saranno mai Maestri: né Gui né voi riuscirete mai a fare dei Maestri.

I Maestri si fanno occupando le Fabbriche non le università: i vostri adulatori (anche Comunisti) non vi dicono la banale verità: che siete una nuova specie idealista di qualunquisti: come i vostri padri, come i vostri padri, ancora, cari! Ecco, gli Americani, vostri odorabili coetanei, coi loro sciocchi fiori, si stanno inventando, loro, un nuovo linguaggio rivoluzionario! 

Se lo inventano giorno per giorno! 

Ma voi non potete farlo perché in Europa ce n’è già uno: potreste ignorarlo? 

Sì, voi volete ignorarlo (con grande soddisfazione del Times e del Tempo). 

Lo ignorate andando, con moralismo provinciale, “più a sinistra”.

Strano, abbandonando il linguaggio rivoluzionario del povero, vecchio, togliattiano, ufficiale Partito Comunista, ne avete adottato una variante ereticale ma sulla base del più basso idioma referenziale dei sociologi senza ideologia.

Così parlando, chiedete tutto a parole, mentre, coi fatti, chiedete solo ciò a cui avete diritto (da bravi figli borghesi): una serie di improrogabili riforme l’applicazione di nuovi metodi pedagogici e il rinnovamento di un organismo statale.

I Bravi! Santi sentimenti! 

Che la buona stella della borghesia vi assista! 

Inebriati dalla vittoria contro i giovanotti della polizia costretti dalla povertà a essere servi, e ubriacati dell’interesse dell’opinione pubblica borghese (con cui voi vi comportate come donne non innamorate, che ignorano e maltrattano lo spasimante ricco) mettete da parte l’unico strumento davvero pericoloso per combattere contro i vostri padri: ossia il comunismo.

Spero che l’abbiate capito che fare del puritanesimo è un modo per impedirsi la noia di un’azione rivoluzionaria vera. 

Ma andate, piuttosto, pazzi, ad assalire Federazioni! 

Andate a invadere Cellule! 

andate ad occupare gli usci del Comitato Centrale: Andate, andate ad accamparvi in Via delle Botteghe Oscure! 

Se volete il potere, impadronitevi, almeno, del potere di un Partito che è tuttavia all’opposizione (anche se malconcio, per la presenza di signori in modesto doppiopetto, bocciofili, amanti della litote, borghesi coetanei dei vostri schifosi papà) ed ha come obiettivo teorico la distruzione del Potere. 

Che esso si decide a distruggere, intanto, ciò che un borghese ha in sé, dubito molto, anche col vostro apporto, se, come dicevo, buona razza non mente...

Ad ogni modo: il Pci ai giovani, ostia!

Ma, ahi, cosa vi sto suggerendo? Cosa vi sto consigliando? A cosa vi sto sospingendo? 

Mi pento, mi pento! 

Ho perso la strada che porta al minor male, che Dio mi maledica. Non ascoltatemi. 

Ahi, ahi, ahi, ricattato ricattatore, davo fiato alle trombe del buon senso. 

Ma, mi son fermato in tempo, salvando insieme, il dualismo fanatico e l’ambiguità... 

Ma son giunto sull’orlo della vergogna.

Oh Dio! che debba prendere in considerazione l’eventualità di fare al vostro fianco la Guerra Civile accantonando la mia vecchia idea di Rivoluzione?

Paolo Pietrangeli ricorda la battaglia di 50 anni fa: «Valle Giulia, i sogni, le mattonate». Cantautore-regista, il 1° marzo del ‘68 era lì a fare a botte. I suoi ricordi, il suo bilancio amaro. Giuliano Ferrara era nel Pci e nel Movimento. Scalzone in Svezia per rimorchiare, scrive Fabrizio Paladini l'1 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera".

«Il primo marzo/ sì me lo rammento/ saremo stati/ mille e cinquecento». 

Chi se lo rammenta è Paolo Pietrangeli, 73 anni, storico regista televisivo del Maurizio Costanzo Show, di Amici, di C’è posta per te. Oggi è anche candidato alle elezioni con Potere al popolo. Suo papà Antonio fu acclamato sceneggiatore e regista di film come Lo scapolo, Io la conoscevo bene. Ma soprattutto Paolo Pietrangeli è conosciuto per le sue canzoni di lotta e di protesta. Contessa, Il vestito di Rossini, Valle Giulia sono pezzi che tra il 1968 e il 1977 hanno cantato tutti quelli che volevano cambiare il mondo. Valle Giulia prende spunto proprio dalla battaglia tra studenti e polizia che esattamente 50 anni fa si scatenò a Villa Borghese, sotto la facoltà di Architettura. «Noi studenti dei licei ci radunammo a piazza di Spagna. L’idea era quella di raggiungere gli universitari per poi occupare Architettura. Feci tutto quel pezzo del corteo con Luciana, che allora era la moglie di Bruno Trentin. Arrivati a Valle Giulia lei sentenziò: Ma cosa vuoi che succeda, sarà tutto tranquillo, ci sono i socialisti al governo. Appena pronunciata quella frase, iniziarono i disordini. C’erano poliziotti e carabinieri dappertutto. Ma all’inizio le cariche erano abbastanza blande».

E poi? 

«È accaduto che per la prima volta gli studenti, i figli di papà, non hanno avuto paura e non sono fuggiti. Anzi, hanno reagito». 

Eravate armati? 

«Sassi presi nelle aiuole e rami spezzati per fare bastoni. Questa fu una cosa nuova che alla Polizia non piacque per nulla. Ci diedero insomma un sacco di botte e moltissimi dei fermati vennero portati nella caserma di via Guido Reni e in Questura dove arrivò la seconda razione». 

Lei venne picchiato? 

«Io no ma, adesso lo posso confessare tanto dopo 50 anni sarà prescritto: tirai un mattone dall’alto e colpii in testa un agente, uno dei pochi che non aveva l’elmetto. Si sparse la voce che alcuni poliziotti erano gravemente feriti e io mi sentivo un po’ in colpa, mi chiedevo: vuoi vedere che ho fatto male a qualcuno? Pensa un po’ che rivoluzionario irriducibile ero». 

E dopo la mattonata che ha fatto? 

«Ero lì con la mia fidanzata Grazia, che poi sarebbe diventata la mia prima moglie e madre di mio figlio, che si slogò la caviglia alla prima carica. Non poteva camminare e quindi la misi sulle spalle come un sacco di patate e giù a scappare verso Villa Borghese. Arrivai a casa mezzo morto. Aprii l’acqua bollente e mi feci un bagno caldo». 

Al calduccio come i figli di papà che Pier Paolo Pasolini attaccò difendendo i poliziotti figli del popolo? 

«Quella poesia mi fece incazzare. Conoscevo Pasolini perché veniva spesso a casa nostra, al quartiere Trieste, per parlare con mio padre di progetti comuni. Ma a differenza di tanti attori e registi che mi salutavano per educazione, affetto o convenienza, lui niente, non diceva nemmeno Ciao. Io aprivo la porta e lui: Dov’è tuo padre? Allora andai da mia madre e le dissi: Mamma, ma chi è quel frocio? Lei mi assestò un salutare sganassone e io imparai la lezione». 

Lei già cantava? 

«La prima chitarra me la regalò mio padre, alla fine degli anni Cinquanta. Fu Dario Fo che veniva sempre ospite da noi a dire a papà: Paolo ha una bella voce, compragli una chitarra. Iniziai con le filastrocche. In verità non ho mai scritto canzoni, ma solo raccontato fatti con un po’ di musica». 

I leader del movimento studentesco li conosceva? 

«Con Giuliano Ferrara stavamo tutti e due nel Pci e, un po’ di nascosto, nel Movimento che il partito non vedeva di buon occhio. Oreste Scalzone era da poco tornato dalla Svezia dove - secondo me - era andato per rimorchiare. Franco Piperno era più grande e faceva il capetto. Poi c’erano gli Uccelli e io li detestavo. Una volta andarono a casa dello sceneggiatore Franco Solinas e gli riempirono la casa di escrementi perché lui era ricco e comunista». 

Fantasia al potere? 

«Durante le occupazioni si organizzavano corsi alternativi. Io proponevo cose tipo Studiare meglio il latino o I nuovi percorsi di filologia romanza e non partecipava nessuno, mentre c’erano quelli sul sesso libero che erano sempre pieni. Del resto, questo è il mio destino: ogni volta che mi piace qualcosa state sicuri che sarà un clamoroso insuccesso». 

Di questo ‘68 che è rimasto? 

«Eravamo sicuri, che fosse l’alba, che poi sarebbe tutto cambiato. Invece non era l’alba ma il tramonto. Lo spiraglio che avevamo visto non si stava aprendo ma chiudendo. L’industria culturale, per prima, sigillò tutto. Il peso fu opprimente, poi arrivò la violenza degli anni 70». 

Il sogno ha lasciato qualche segno? 

«Qualche segno e molte sconfitte. Non si è realizzato nessun sogno né personalmente né collettivamente. Ma ha lasciato molte amicizie e un modo di sentire comune. Ma se ancora oggi, 50 anni dopo, stiamo a discutere di colore della pelle, mi viene da piangere». 

 1968, Valle Giulia non è che il debutto, scrive Paolo Delgado l'1 Marzo 2018 su "Il Dubbio".  Ogni movimento ha bisogno di una sua mitologia. Nel movimento che spazzò l’Italia per dieci anni il capitolo eroico di quella ricostruzione non priva di verità ma neppure di agiografia fu il primo marzo 1968: “la battaglia di valle Giulia”. Ogni movimento ha bisogno di una sua mitologia, deve attrezzare il suo proprio calendario, celebrare ricorrenze, allestire liturgie. Nel movimento che spazzò l’Italia per dieci anni e passa mezzo secolo fa il capitolo eroico di quella ricostruzione non priva di verità ma neppure di agiografia fu il primo marzo 1968, il battesimo del fuoco fu “la battaglia di valle Giulia”. La chiamarono così i giornali del Pci, L’Unità, uscito in edizione straordinaria quando per le strade di Roma ancora risuonavano le sirene della polizia e le celle di San Vitale erano ancora piene di studenti fermato negli scontro della mattinata, di fronte alla facoltà di Architettura, e Paese Sera, che usciva di norma tre volte al giorno e non ebbe quindi bisogno di forzare le rotative con un’edizione speciale. Anni dopo, ripercorrendo i fatti, Oreste Scalzone, all’epoca uno dei principali leader del movimento studentesco nella capitale, avrebbe adoperati toni dissacranti, segnalando che in fondo la battaglia era stata poca cosa, soprattutto se paragonata a quel che sarebbe poi esploso nelle strade di tutta Italia: «Un’ora scarsa di lanci di sassi e qualche carica contro la polizia. Cosa anche questa modesta ma che ebbe grande impatto». La narrazione epica in voga negli anni ‘ 70, costruita sulle note della celebre canzone dedicata alla “battaglia” da Paolo Pietrangeli era probabilmente esagerata. La minimizzazione di Scalzone lo è altrettanto. In quella assolata mattina di tardo inverno romano si produsse davvero una lacerazione, quegli scontri durati un paio d’ore nei prati intorno a Valle Giulia segnarono davvero uno scarto, un passaggio d fase, un salto di qualità. In un certo senso non è esagerato dire che il ‘ 68 cominciò quel giorno. Nell’università di Roma, la più grande d’Italia, la mobilitazione studentesca iniziata nel novembre 1967 a Torino, nella sede delle facoltà umanistiche di Palazzo Campana, e poi dilagata quasi ovunque era arrivata tardi. Mentre le cronache degli sgombri delle facoltà occupate da parte della polizia e delle nuove occupazioni diventavano quotidiane alla Sapienza e nelle facoltà aldi fuori della città universitaria, tra le quali Architettura, non si muoveva una foglia. L’onda d’urto arrivò solo il 2 febbraio ‘ 68, con l’occupazione di Lettere e poi, una via l’altra di tutte le altre facoltà. L’occupazione si prolungò per un mese esatto, poi il rettore D’Avack si decise a chiedere l’intervento della polizia, o meglio a consentirlo perché una circolare ministeriale diramata dopo le prime occupazioni aveva chiarito che a decidere sarebbe stata la forza pubblica salvo esplicito parere contrario dei rettori. Anno bisestile: l’università fu sgombrata il 29 febbraio. Una manifestazione di protesta organizzata dagli ormai ex occupanti fu caricata nel pomeriggio. Gli studenti si riunirono in serata nella sede della Federazione del Pci, in via dei Frentani, e convocarono una nuova manifestazione per la mattina seguente, con partenza da piazza di Spagna. Non era la prima volta che i manganelli della celere si abbattevano sulla testa degli studenti. Ai tempi erano corti e tozzi e gli agenti non disponevano dell’armamentario che gli sarebbe stato assegnato in dotazione l’anno seguente, insieme ai nuovi manganelli lunghi: gli scudi in plexiglas, le visiere, l’incentivo ad adoperare senza parsimonia i candelotti lacrimogeni. Pur peggio armati, si erano dati da fare più volte. A Palazzo Campana lo sgombro seguito da immediata rioccupazione e nuova irruzione degli agenti, in una catena infinita, era diventato quasi un rituale. La carica sui cortei di protesta degli sloggiati era altrettanto puntuale, prevedibile, prevista. A Valle Giulia successe però l’imprevedibile. Gli studenti reagirono, contrattaccarono, scoprirono che strade e parati erano pieni di “armi improprie” e le usarono. Aveva cominciato Massimiliano Fuksas, un passato da giovane neofascista spostatosi a sinistra alle spalle, un futuro da archistar di fronte, ancora avvolto nelle Nuvole. Ben piazzato, provò a forzare il blocco della polizia sulla porta della facoltà da solo poco prima che il corteo in arrivo da piazza di Spagna, qualche migliaio di studenti tra cui molti medi, raggiungesse la scalinata della facoltà. A riguardare oggi le istantanee di quella non oceanica manifestazione sembra di assistere a un inedito reality: il corteo dei famosi. Immortalato Giuliano Ferrara, che si prese la sua dose di botte, poi sparsi qua e là per il grande piazzale di Valle Giulia, Enrica Bonaccorti, Paolo Liguori, o come si chiamava ai tempi “Straccio”, con i capelli lunghissimi, un paolo Mieli appena meno compassato, Ernesto Galli della Loggia, sì sì proprio il futuro editorialista del Corrierone, un Antonello Venditti in anticipo sui primi accordi, Renato Nicolini, già leader di un’associazione goliardica vicina al Pci, Paolo Flores d’Arcais. Già innervositi gli agenti ordinarono la carica quasi subito, al primo lancio di sassi e uova. Per quanto negato in seguito per anni, a reggere il primo l’urto furono i fascisti. Caravella, l’associazione studentesca di estrema destra a stretta egemonia Avanguardia nazionale c’era tutta: Stefano Delle Chiaie, Guido Paglia, Adriano Tilgher, Mario Merlino. Quanto a scontri frontali erano più addestrati dei rossi: tennero la linea. La loro presenza fu cancellata peggio che nelle fotografie sovietiche dei funerali di Lenin per decenni. Riconoscere che a valle Giulia i fascisti non solo c’erano, ma erano pure in prima fila nella battaglia sarebbe stato poco conciliabile con la liturgia del caso. Ma anche il Movimento, la sera prima, aveva deciso di non limitarsi alla fuga e alla resistenza passiva. Arretrati in un primo momento rispetto ai fascisti, si lanciarono poi in una carica contro i caricanti che lasciò davvero tutti sbigottiti. Quando mai si erano visti gli studenti, mica portuali come quelli del ‘ 60 a Genova, oppure operaiacci come quelli di piazza Statuto a Torino nel ‘ 62, caricare gli agenti, usare rami e bastoni contro i gipponi, tenere botta di fronte alle cariche? Ancora quella mattina gli striscioni del corteo in marcia verso valle Giulia esaltavano il “Potere studentesco”. Il Movimento bersagliava l’università, le baronie, l’autoritarismo accademico e poi, di conseguenza, la struttura complessiva del sistema. Da Valle Giulia in poi dall’altra parte della barricata ci fu direttamente lo Stato.

Il 68 ci ha rubato il futuro, scrive il 27 febbraio 2018 Francesco Giubilei su "Il Giornale". Il 1 marzo ricorrono i cinquant’anni dagli scontri di Valle Giulia a Roma, un evento che ha segnato simbolicamente l’avvento del Sessantotto nel nostro paese. Le proteste sessantottine demoliscono i valori su cui si è fondata l’Italia fino a quel momento compiendo un attacco ai due elementi cardine della società: la famiglia e la scuola. Come scrive Marcello Veneziani su “Il Giornale” di domenica: “la rivolta del ’68 ebbe un Nemico Assoluto, il Padre […] ogni autorità perse autorevolezza e credibilità”. La delegittimazione del ruolo del padre si accompagna a un attacco tout court alla famiglia attraverso temi considerati un tabù (l’aborto, il divorzio, la liberazione sessuale). Le conseguenze più funeste del Sessantotto avvengono nel mondo della scuola e dell’università dove il concetto del sei politico diventa una prassi che si è tramandata fino ai nostri giorni con l’abbassamento complessivo sia della preparazione del corpo docenti che degli studenti. Il Sessantotto si fonda infatti sul grande equivoco dell’egualitarismo: tutti dobbiamo avere le stesse opportunità di partenza ma se una persona è più meritevole di un’altra va premiata. Più in generale è stata tutta la società ad essere sovvertita: il Sessantotto ci ha fatto scoprire i diritti ma dimenticare i doveri. Le regole vengono concepite come un qualcosa di cui si può fare a meno, una mentalità sintetizzata dallo slogan “vietato vietare”. Anche sul piano culturale le conseguenze del Sessantotto sono nefaste perché si crea un clima di conformismo dilagante: chi non la pensa come la maggioranza e non si omologa al pensiero dominante viene emarginato, escluso e ghettizzato suscitando un odio che sfocerà nei terribili anni di piombo. Un pensiero caratterizzato dal predominio del politicamente corretto di cui, non a caso, la nostra società è figlia ed è proprio negli anni successivi al Sessantotto che il concetto gramsciano di egemonia culturale si realizza a pieno titolo nel mondo della scuola, dell’università e della cultura portando l’ideologia nei libri di testo e orientando i programmi scolastici in senso progressista, in particolare nella filosofia, nella storia e letteratura. Ma soprattutto, e mi rivolgo in particolare ai miei coetanei, ai giovani nati e cresciuti nell’Italia postsessantottina, il Sessantotto ci ha rubato il futuro. La società in cui viviamo è figlia delle proteste studentesche, la classe dirigente che ci ha governato negli ultimi anni con risultati fallimentari si è formata nella scuola sessantottina. Nell’illusione di volere sempre più diritti ci siamo ritrovati a non averne più. Così, nell’Italia del 2018, il vero rivoluzionario è chi si oppone ai principi sessantottini e lotta per una società fondata sul merito, il rispetto delle regole e dell’autorità.

La battaglia di Valle Giulia 50 anni dopo, scrive Edoardo Frittoli il 28 febbraio 2018 su "Panorama". Tutto cominciò a causa dell'altissima tensione seguita allo sgombero della Facoltà di Architettura dell'Università di Roma, a Valle Giulia. Il palazzo era rimasto occupato per quasi un mese dagli studenti in lotta e il 29 febbraio 1968 il Rettore Pietro Agostino D'Avack aveva deciso di richiedere l'intervento della forza pubblica per procedere allo sgombero. La decisione era giunta mentre le occupazioni degli Atenei italiani si erano moltiplicate, così come era cresciuta l'ostilità tra gli studenti in agitazione e quelli contrari all'occupazione. Durante quei giorni di massima tensione, il quadro della protesta universitaria aveva raggiunto l'apice di ben 25 Università occupate, da Trento a Palermo. Iniziamo dalle ore immediatamente precedenti la battaglia più famosa della storia della contestazione studentesca.

Università degli Studi di Milano, mattina del 29 febbraio 1968. Botte, sassi, vetri infranti, idranti antincendio in azione in Via Festa del Perdono di fronte ai portoni d'ingresso delle Facoltà di Lettere e Giurisprudenza. Niente polizia questa volta: lo scontro si consuma tra occupanti di Lettere e Filosofia e rappresentanti di destra giunti dalla Facoltà di Giurisprudenza contrari all'occupazione decisa il giorno prima nell'Aula Magna della Statale. Gli studenti di legge si presentano di fronte ai picchetti d'ingresso e comincia lo scontro fisico, dilagato anche nelle vie adiacenti l'Università tanto da indurre i negozianti ad abbassare le saracinesche. La guerriglia prosegue con gli occupanti che usano gli idranti antincendio per respingere i "fascisti", che inizialmente arretrano ma alla fine riescono a sfondare con blocchi di cemento un ingresso secondario. Si teme il peggio, ma in realtà il contatto non avviene e gli studenti di destra si rinchiudono in un'aula separati dai loro avversari.

Città Universitaria di Roma, 29 febbraio 1968. Molto diversa e sicuramente più drammatica la situazione a Roma: lo sgombero si era consumato come richiesto dal Rettore, ed aveva coinvolto un ingentissimo numero di agenti tra Polizia e Carabinieri in assetto da guerriglia. Guidati da ben 30 funzionari si presentarono 1.500 uomini alle porte delle Facoltà occupate, procedendo allo sgombero forzato delle Facoltà di Scienze Politiche, Lettere e Giurisprudenza, con il Vicequestore Prudenza che, a bordo di una camionetta, intimava con il megafono la resa agli occupanti. Assieme alle forze dell'ordine, quella mattina di 50 anni fa, erano presenti anche gli studenti di destra di "Primula Goliardica" e "La Caravella", armati di bastoni e catene. Verso la fine della giornata sono sgomberate anche le Facoltà di Lettere e Architettura, dove vengono posti in stato di fermo oltre 80 studenti. Con i portoni chiusi dai catenacci messi dalle forze dell'ordine, un corteo di studenti si dirige verso il centro della Capitale. Imboccata via Nazionale vengono a contatto con gli agenti che caricano e lanciano le jeep della Celere nei consueti caroselli. Uno studente rimane ferito dopo essere stato investito e alla fine della giornata si conteranno 10 persone in ospedale tra studenti, passanti e forze dell'ordine.

La battaglia di Valle Giulia: Facoltà di Architettura dell'Università degli Studi di Roma: 1 marzo 1968. Il giorno dopo gli sgomberi voluti dal Rettore D'Avack, sulle scalinate di Architettura a Valle Giulia stazionano 150 agenti a protezione del portone d'ingresso. Come ricordato sopra, gli studenti (circa 3.000) arrivarono in corteo provenienti da Piazza di Spagna, dividendosi in due. Una parte dei manifestanti piegò verso la Città universitaria mentre il grosso del corteo si diresse dritto verso Architettura a Valle Giulia, la Facoltà più isolata. Con gli studenti di sinistra sfilarono quel giorno anche i rappresentanti dei movimenti di estrema destra Avanguardia Nazionale e La Caravella, in virtù di un accordo di non-provocazione tra le due fazioni studentesche. Tra i neofascisti decisi a combattere per cambiare l'Università "dei borghesi" nomi di primissimo piano della galassia nera come Stefano Delle Chiaie, Adriano Tilgher, Mario Merlino, Giulio Caradonna. Tra i rappresentanti del movimento studentesco che diventeranno personaggi preminenti nella storia futura d'Italia Giuliano Ferrara, Ernesto Galli della Loggia, Paolo Liguori, Aldo Brandirali, Oreste Scalzone. Davanti alle gradinate di Architettura la scintilla dello scontro alimentata dal lancio di uova, dagli slogan e dalle provocazione tra le due parti, scocca quasi subito. Partono le prime cariche della Polizia, ma gli studenti questa volta fanno sul serio. Inizia la fitta sassaiola sul piazzale antistante la Facoltà; due auto e un pullman della Celere vengono dati alle fiamme per impedire lo sfondamento da parte delle forze dell'ordine. Cadono i primi feriti e la superiorità numerica dagli studenti provoca l'arretramento dei cordoni di Polizia. Alcuni manifestanti riescono ad impadronirsi di 5 pistole sottratte ai funzionari, la situazione degenera. La Polizia carica anche con i cavalli cercando di rispondere alla forza degli studenti che dopo oltre 2 ore di violenti scontri riescono a penetrare all'interno di Architettura, proprio mentre arrivano i rinforzi di Polizia con gli idranti a schiuma e i lacrimogeni. Gli studenti di estrema destra riusciranno ad entrare nelle aule di Giurisprudenza. Sono rimasti sul campo 197 feriti, un bilancio da guerriglia urbana. Di questi ben 150 fanno parte delle forze dell'ordine, tra i quali figura anche il Vicequestore Provenza, colpito da una pietra scagliata dagli studenti.

Dalle fratture traumatiche alla frattura politica. Pasolini, Il PCI e il MSI dopo la battaglia. La Polizia riuscirà a riprendere il controllo della piazza solo con l'intervento degli idranti e con un fitto lancio di lacrimogeni, procedendo al fermo ed all'arresto dei manifestanti fino a tarda notte. La scarpata erbosa di fronte al palazzo rossiccio della Facoltà di Giurisprudenza mostrava i segni della lunga battaglia tra gli universitari e i poliziotti, che Pasolini difenderà all'indomani degli scontri identificando i figli di quei "contadini del mezzogiorno" come veri rappresentanti del proletariato, assaliti con violenza dai figli privilegiati dei borghesi. Valle Giulia rappresenterà una cesura definitiva tra gli studenti e i partiti politici di riferimento, sia a destra che a sinistra. Il Partito Comunista non intendeva assecondare lo spontaneismo e i miti stranieri (Mao e Che Guevara) fuori dai canoni interni e ai diktat della dirigenza, procedendo nei mesi seguenti a numerose espulsioni dalle proprie organizzazioni giovanili. Dall'altra parte la frattura è netta anche tra il Movimento Sociale Italiano e l'azione rivoluzionaria di giovani neofascisti dei primi movimenti extraparlamentari che caratterizzeranno il decennio successivo. Arturo Michelini, allora segretario missino, prese immediatamente le distanze di chi aveva combattuto a fianco dei "rossi", anche per il pericolo che queste azioni "di squadra" potessero influenzare negativamente il tentativo da parte della dirigenza del partito di rientrare gradualmente nell'arco costituzionale. Questa frattura sarà così profonda da spingere Michelini all'organizzazione di una "forza a difesa dell'ordine" che due settimane dopo gli scontri di Valle Giulia intervenne con la forza contro gli studenti che avevano di nuovo occupato, guidata da Giorgio Almirante.

L'impatto di Valle Giulia in Parlamento. Poco dopo la fine degli scontri parlò il Ministro dell'Interno, il democristiano Paolo Emilio Taviani. Rivolgendosi alla Camera dei Deputati il ministro difende a spada tratta l'operato della Polizia in difesa delle istituzioni dell'Italia democratica in senso ampio. Nel suo discorso rievoca la debolezza della forza pubblica ricordando la debolezza mostrata in occasione della Marcia su Roma e dall'opportunità lasciata al fascismo in quell'occasione. Fu interrotto dal deputato comunista Bronzuto, che apostrofò i membri del Governo come una "manica di fascisti" per la brutalità dell'intervento della forza pubblica. I missini si univano alle proteste in aula ed a riportare la calma toccherà ad uno dei protagonisti storici dell'antifascismo italiano, l'allora Vicepresidente della Camera Sandro Pertini. Chiamato in causa, il Ministro dell'Istruzione Luigi Gui metteva le mani avanti affermando che la riforma dell'Università (ancora da discutere e approvare) avrebbe certamente incluso una rappresentanza dei collettivi degli studenti. Mentre le urla e le accuse dei rappresentanti in Parlamento si spegnevano a fatica, i comitati studenteschi si davano appuntamento per una nuova manifestazione a Piazza del Popolo, che si svolgerà il giorno seguente gli scontri di Valle Giulia senza registrare particolari incidenti. Anche a Milano, al di là di qualche tafferuglio alla Statale tra studenti di destra e sinistra, sembrò tornare la calma alimentata dalla pausa del Carnevale ambrosiano. Tregua che naturalmente non durerà a lungo.

I dieci danni che ci lasciò il '68. Mezzo secolo fa l'arroganza del (presunto) contropotere generò la dittatura chiamata "politicamente corretto", scrive Marcello Veneziani, Domenica 25/02/2018, su "Il Giornale".  Sono passati cinquant'anni dal '68 ma gli effetti di quella nube tossica così mitizzata si vedono ancora. Li riassumo in dieci eredità che sono poi il referto del nostro oggi.

SFASCISTA. Per cominciare, il '68 lasciò una formidabile carica distruttiva: l'ebbrezza di demolire o cupio dissolvi, il pensiero negativo, il desiderio di decostruire, il Gran Rifiuto. Basta, No, fuori, via, anti, rabbia, contro, furono le parole chiave, esclamative dell'epoca. Il potere destituente. Non a caso si chiamò Contestazione globale perché fu la globalizzazione destruens, l'affermazione di sé tramite la negazione del contesto, del sistema, delle istituzioni, dell'arte e della storia. Lo sfascismo diventò poi il nuovo collante sociale in forma di protesta, imprecazione, invettiva, e infine di antipolitica. Viviamo tra le macerie dello sfascismo.

PARRICIDA. La rivolta del '68 ebbe un Nemico Assoluto, il Padre. Inteso come pater familias, come patriarcato, come patria, come Santo Padre, come Padrone, come docente, come autorità. Il '68 fu il movimento del parricidio gioioso, la festa per l'uccisione simbolica del padre e di chi ne fa le veci. Ogni autorità perse autorevolezza e credibilità, l'educazione fu rigettata come costrizione, la tradizione fu respinta come mistificazione, la vecchiaia fu ridicolizzata come rancida e retrò, il vecchio perse aura e rispetto e si fece ingombro, intralcio, ramo secco. Grottesca eredità se si considera che oggi viviamo in una società di vecchi. Il giovanilismo di allora era comprensibile, il giovanilismo in una società anziana è ridicolo e penoso nel suo autolesionismo e nei suoi camuffamenti.

INFANTILE. Di contro, il '68 scatenò la sindrome del Bambino Perenne, giocoso e irresponsabile. Che nel nome della sua creatività e del suo genio, decretato per autoacclamazione, rifiuta le responsabilità del futuro, oltre che quelle del passato. La società senza padre diventò società senza figli; ecco la generazione dei figli permanenti, autocreati e autogestiti che non abdicano alla loro adolescenza per far spazio ai bambini veri. Peter Pan si fa egocentrico e narcisista. Il collettivismo originario del '68 diventò soggettivismo puerile, emozionale con relativo culto dell'Io. La denatalità, l'aborto e l'oltraggio alla vecchiaia trovano qui il loro alibi.

ARROGANTE. Che fa rima con ignorante. Ognuno in virtù della sua età e del suo ruolo di Contestatore si sentiva in diritto di giudicare il mondo e il sapere, nel nome di un'ignoranza costituente, rivoluzionaria. Il '68 sciolse il nesso tra diritti e doveri, tra desideri e sacrifici, tra libertà e limiti, tra meriti e risultati, tra responsabilità e potere, oltre che tra giovani e vecchi, tra sesso e procreazione, tra storia e natura, tra l'ebbrezza effimera della rottura e la gioia delle cose durevoli.

ESTREMISTA. Dopo il '68 vennero gli anni di piombo, le violenze, il terrorismo. Non fu uno sbocco automatico e globale del '68 ma uno dei suoi esiti più significativi. L'arroganza di quel clima si cristallizzò in prevaricazione e aggressione verso chi non si conformava al nuovo conformismo radicale. Dal '68 derivò l'onda estremista che si abbeverò di modelli esotici: la Cina di Mao, il Vietnam di Ho-Chi-Minh, la Cuba di Castro e Che Guevara, l'Africa e il Black power. Il '68 fu la scuola dell'obbligo della rivolta; poi i più decisi scelsero i licei della violenza, fino al master in terrorismo. Il '68 non lasciò eventi memorabili ma avvelenò il clima, non produsse rivoluzioni politiche o economiche ma mutazioni di costume e di mentalità.

TOSSICO. Un altro versante del '68 preferì alle canne fumanti delle P38 le canne fumate e anche peggio. Ai carnivori della violenza politica si affiancarono così gli erbivori della droga. Il filone hippy e la cultura radical, preesistenti al '68, si incontrarono con l'onda permissiva e trasgressiva del Movimento e prese fuoco con l'hashish, l'lsd e altri allucinogeni. Lasciò una lunga scia di disadattati, dipendenti, disperati. L'ideologia notturna del '68 fu dionisiaca, fondata sulla libertà sfrenata, sulla trasgressione illimitata, sul bere, fumare, bucarsi, far notte e sesso libero. Anche questo non fu l'esito principale del '68 ma una diramazione minore o uscita laterale.

CONFORMISTA. L'esito principale del '68, la sua eredità maggiore, fu l'affermazione dello spirito radical, cinico e neoborghese. Il '68 si era presentato come rivoluzione antiborghese e anticapitalista ma alla fine lavorò al servizio della nuova borghesia, non più familista, cristiana e patriottica, e del nuovo capitale globale, finanziario. Attaccarono la tradizione che non era alleata del potere capitalistico ma era l'ultimo argine al suo dilagare. Così i credenti, i connazionali, i cittadini furono ridotti a consumatori, gaudenti e single. Il '68 spostò la rivoluzione sul privato, nella sfera sessuale e famigliare, nei rapporti tra le generazioni, nel lessico e nei costumi.

RIDUTTIVO. Il '68 trascinò ogni storia, religione, scienza e pensiero nel tribunale del presente. Tutto venne ridotto all'attualità, perfino i classici venivano rigettati o accettati se attualizzabili, se parlavano al presente in modo adeguato. Era l'unico criterio di valore. Questa gigantesca riduzione all'attualità, alterata dalle lenti ideologiche, ha generato il presentismo, la rimozione della storia, la dimenticanza del passato; e poi la perdita del futuro, nel culto immediato dell'odierno, tribunale supremo per giudicare ogni tempo, ogni evento e ogni storia.

NEOBIGOTTO. Conseguenza diretta fu la nascita e lo sviluppo del Politically correct, il bigottismo radical e progressista a tutela dei nuovi totem e dei nuovi tabù. Antifascismo, antirazzismo, antisessismo, tutela di gay, neri, svantaggiati. Il '68 era nato come rivolta contro l'ipocrisia parruccona dei benpensanti per un linguaggio franco e sboccato; ma col lessico politicamente corretto trionfò la nuova ipocrisia. Fallita la rivoluzione sociale, il '68 ripiegò sulla rivoluzione lessicale: non potendo cambiare la realtà e la natura ne cambiò i nomi, occultò la realtà o la vide sotto un altro punto di vista. Fallita l'etica si rivalsero sull'etichetta. Il p.c. è il rococò del '68.

SMISURATO. Cosa lascia infine il '68? L'apologia dello sconfinamento in ogni campo. Sconfinano i popoli, i sessi, i luoghi. Si rompono gli argini, si perdono i limiti e le frontiere, il senso della misura e della norma, unica garanzia che la libertà non sconfini nel caos, la mia sfera invade la tua. Lo sconfinamento, che i greci temevano come hybris, la passione per l'illimitato, per la mutazione incessante; la natura soggiace ai desideri, la realtà stuprata dall'utopia, il sogno e la fantasia che pretendono di cancellare la vita vera e le sue imperfezioni... Questi sono i danni (e altri ce ne sarebbero), ma non ci sono pregi, eredità positive del '68? Certo, le conquiste femminili, i diritti civili e del lavoro, la sensibilità ambientale, l'effervescenza del clima e altro... Ma i pregi ve li diranno in tanti. Io vi ho raccontato l'altra faccia in ombra del '68. Noi, per dirla con un autore che piaceva ai sessantottini, Bertolt Brecht, ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati. Alla fine, i trasgressivi siamo noi.

Marcello Veneziani Editorialista del Tempo, sul '68 ha scritto Rovesciare il '68 (Mondadori, anche in Oscar, 2008)

«Così noi Uccelli occupammo la cupola del Borromini e iniziò il sessantotto», scrive Simona Musco il 20 Febbraio 2018 su "Il Dubbio". Paolo Ramundo era il leader degli “Uccelli”, che organizzarono il blitz a Sant’Ivo alla Sapienza. Diciannove febbraio 1968: tre studenti di architettura occupano il campanile di Sant’Ivo alla Sapienza a Roma. Sono gli “Uccelli” Paolo Ramundo, Gianfranco Moltedo e Martino Branca, all’epoca 26enni, coloro che portano gli studenti fuori dalle aule, liberandoli dalle discussioni fini a se stesse e dando di fatto via al ‘ 68. «Volevamo prenderci i luoghi guardando al presente. La nostra fu una rivoluzione culturale», racconta al Dubbio Ramundo.

Come nascono gli “Uccelli”?

«C’eravamo incontrati a capodanno, a una festa sulla Flaminia. Abbiamo continuato a frequentarci, vedendoci spesso in facoltà. Allora c’erano già delle presenze assembleari e la cosa ci coinvolgeva, ma avevamo una notevole autonomia rispetto a come venivano presentati nelle assemblee il movimento e la lotta degli studenti. Sentivamo che era un tema importante, però non ci piaceva che gli studenti stessero lì seduti ad ascoltare sempre le stesse persone, che facevano le loro riflessioni e rimandavano alla prossima assemblea. Era una cosa legata a un futuro ideologico e lontano. A noi interessava che questa agitazione spingesse gli studenti a prendersi i luoghi che in quel momento avevano vissuto in modo convenzionale e a saperli usare. Per noi si doveva fare già subito. Così, quando si parlava troppo, noi protestavamo fischiando e salendo sugli alberi. Così ci hanno dato questo soprannome. Ci chiamavano hippie: avevamo i capelli lunghissimi, mentre gli altri erano tutti più convenzionali, legati al ceto medio-alto».

Come nasce l’occupazione del campanile?

«Avevo seguito molto Paolo Portoghesi, grande studioso del Barocco, di Borromini e dell’architettura innovativa del 600. Conoscevamo quindi bene Sant’Ivo, prima sede universitaria della città. Quando ci fu un dissenso con alcuni leader del movimento, che ci fecero cacciare dalla facoltà, pensammo: siamo cacciati fuori, facciamo uscire anche gli altri studenti. Così andammo da Portoghesi, che in quel periodo faceva dei sopralluoghi con gli studenti a Sant’Ivo e accettò di portarci a visitare il luogo».

Senza sapere quale fosse la vostra intenzione.

«Esatto. Volevamo essere rilevanti, non semplicemente vederlo. Volevamo suscitasse attenzione da parte degli studenti e dei cittadini. Portoghesi ci fece salire fino alla guglia: il posto era straordinario. Appena arrivati disse: “allora, scendiamo?”. Ma noi dicemmo no, vogliamo che questo luogo, che era stato archiviato, venga completamente valorizzato, conosciuto e vissuto. Lui rimase sbalordito»

Come passaste quella notte?

«Faceva freddissimo. Rimanemmo fino al pomeriggio del 20. Gli studenti di tutte le facoltà vennero lì, in piazza Sant’Eustachio e corso Rinascimento, e si misero a cantare e ballare con le fiaccole. Era un momento di grande soddisfazione: per la prima volta giovani studenti fecero un’iniziativa nella città».

Quindi si può dire che avete dato inizio al ‘ 68?

«Sì. Iniziò così, con questa tensione verso l’importanza di essere presenti all’interno della società e conoscere le nostre aspettative, le condizioni che criticavamo e volevamo cambiare. Che poi sono tutte cambiate, perché il ‘ 68 ha generato un grande movimento di cambiamento. Noi dicevamo: non dobbiamo parlare di un futuro lontano, dobbiamo parlare subito di tutte le situazioni di cui ci vogliamo occupare, per far sì che ci sia subito un processo di cambiamento democratico dal basso».

Quali erano le questioni che vi stavano più a cuore?

«I processi relativi all’urbanistica, l’architettura, l’arte: dovevano essere super partecipati e democraticamente collegati alla società in cui ci trovavamo. Bisogna- va smettere di pensare alla divisione del lavoro e alle tendenze autoritarie. Tutto doveva diventare fortemente democratico. C’erano tanti temi sulle procedure con cui fare delle scelte, l’importanza della relazione tra le persone. L’architetto, ad esempio, non poteva stare da solo in dipendenza di un costruttore, ma doveva essere prima di tutto in relazione con le finalità di quello che veniva programmato. Se si doveva fare una scuola si doveva coinvolgere direttamente i cittadini su come farla, dove collocarla. Prima tutto veniva imposto dall’alto, quindi i processi democratici erano assolutamente da sviluppare. Le donne, ad esempio, che in università avevano un ruolo subalterno ai maschi, dovevano rivendicare la loro autonomia, tant’è vero che da quelle tensioni nacque il movimento femminista per affrontare i diritti che erano scritti sulle nostre normative costituzionali, ma non erano messi in pratica».

Qualche giorno dopo ci fu Valle Giulia. Quale fu il vostro contributo?

«Sicuramente abbiamo generato quella iniziativa. Siccome la facoltà di architettura era stata chiusa dal governo autoritario accademico, con la polizia a controllare l’accesso, gli studenti ti avevano organizzato un corteo da piazza di Spagna fino a via Gramsci, dove c’era la sede della facoltà. Non avevano programmato di fare guerriglia, si erano semplicemente dati appuntamento per marciare e reclamarne l’apertura. Ma all’interno del movimento c’erano dei provocatori. Qualcuno andò a bruciare una macchina della polizia e si creò uno stato di tensione che portò a corse lungo le discese di villa Valle Giulia, inseguimenti, spinte, botte, calci. Ma fu una cosa generata dall’autoritarismo del rettore».

E gli “Uccelli” cosa fecero?

«Stavamo in facoltà, avevamo delle pecore con noi, comprate con il contributo di alcuni intellettuali con lo scopo di sottolineare l’importanza del verde, degli spazi non costruiti, la cosiddetta agropoli. Quando cominciarono queste corse ci allontanammo e i carabinieri ci fecero passare. Il giorno dopo sacrificammo una pecora sull’altare della pace, un gesto simbolico per purificare da quella violenza, che era nata dall’autoritarismo. La strada, però, non era quella della violenza, ma era legata alla partecipazione, al coinvolgimento, alla relazione con le forze politiche, per fare sì che ci fossero dei cambiamenti, non per limitarci a fare qualche scazzottata».

Cosa accadde dopo?

«Abbiamo continuato ad essere presenti: facemmo un disegno sulla facoltà con Guttuso perché volevamo appropriarci dei luoghi in cui studiavamo. Non potevamo essere marginali e passivi, dovevamo metterci in relazione col mondo culturale e interessarlo al movimento dei giovani. Era la prima volta che a fare qualcosa non erano le categorie sociali ma i giovani. E questa è stata la nostra grande conquista».

Quando il Sessantotto finì nelle ideologie, risponde Aldo Cazzullo il 7 febbraio 2018 su "Il Corriere della Sera". Caro Aldo, già cominciano le rievocazioni. Ma ha ancora senso processare il ‘68? Filiberto Piccini, Pisa.

Caro Filiberto, La discussione sul ‘68 l’hanno sempre fatta i sessantottini: spesso celebrandosi, talora abiurando. Avrebbero diritto di parola anche le generazioni precedenti e successive. In Italia com’è noto il ‘68 è durato dieci anni, sino al caso Moro. I miei ricordi di bambino sono scanditi dagli scontri di piazza e dagli omicidi di terroristi rossi e neri. Certo la rivolta non è stata solo questo; ma negare che ci sia un nesso tra il ‘68 e gli anni di piombo mi pare arduo. Più tardi ho cercato, intervistando centinaia di protagonisti, in fabbrica e in questura, ai vertici Fininvest e in galera, di trovare un senso a quel che era accaduto. Mi sono fatto questa idea. A un’esplosione libertaria, che ha portato a un sano cambiamento dei costumi, dei rapporti tra le persone, del ruolo della donna, è seguito un irrigidimento dogmatico in una parte non trascurabile del movimento. Lo slancio dei giovani finì ingabbiato nelle due ideologie del Novecento, il comunismo e il fascismo, destinate a estinguersi da lì a pochi anni. I giovani di sinistra consideravano il Pci compromesso con la democrazia borghese, e si proponevano di proseguire il compito cui Togliatti e Berlinguer avevano rinunciato: la rivoluzione, come in Cina più che come in Russia. Qualche ex di Lotta continua ha il vezzo di dire di non essere mai stato comunista. Farebbe meglio a dire di essere sempre stato contro il Pci; ma i militanti di Lotta continua erano convinti di essere loro i veri comunisti. Qualcosa del genere, su scala più ridotta, accadde a destra nei confronti del Msi di Almirante, considerato filoatlantico, filoisraeliano, mercatista. Il risultato fu una mimesi della guerra civile, che lasciò sul terreno troppo odio e troppi morti. Di quella generazione salvo una cosa: l’idea, coltivata da molti, che si potesse essere felici soltanto tutti assieme, affidando la vita alla politica. La sconfitta è stata dura: qualcuno è finito nel terrorismo, qualcuno nella droga, qualcuno è rimasto in fabbrica negli anni della restaurazione. La generazione successiva, quella del riflusso (che è poi la mia), ha creduto che si potesse essere felici soltanto ognuno per proprio conto; e anche noi siamo andati incontro alla disillusione, con questo senso di solitudine esistenziale che ci portiamo dentro.

Il Sessantotto non è ancora finito. È stato un processo, non una serie circoscritta di eventi. Solo con la riflessione storica si esce dalla morsa tra nostalgia e rimozione, scrive Umberto Gentiloni il 7 febbraio 2018 su "L'Espresso". Il Sessantotto tra i tanti anniversari a cifra tonda del 2018 sembra mantenere il suo carattere divisivo a partire dalle declinazioni semantiche che lo qualificano: fedeltà o rimozione, modernità o conservazione, soggettività o distanza. Difficile uscire da una morsa che ha accompagnato il corso del mezzo secolo che abbiamo alle spalle, riconducibile al paradigma opprimente del «passato che non passa» ripresentandosi sotto mentite spoglie di memorie contrapposte o in forme apertamente conflittuali. Da un lato la nostalgia del come eravamo, la cifra di una generazione che segnata dagli appuntamenti con la storia in un anno così ricco di novità cerca di mantenere saldi legami con un tempo che le appartiene. Un’ancora di certezze e rimpianti che mostra lo straordinario fascino di poter riavvolgere il nastro di un itinerario fatto di storie, biografie, luoghi e situazioni. Dall’altro la critica che punta a ridimensionare, rimuovere, demolire un patrimonio di memorie e riferimenti comuni che ha attraversato un tratto di storia dell’Occidente. In mezzo lo spazio stretto e difficile della storicizzazione: giudizi, interpretazioni, confronti a partire dalla complessità di un passaggio del dopoguerra che più che un evento isolabile o circoscrivibile prende le sembianze di un processo dal passo lungo che si manifesta con modalità e tempi diversi in tanti angoli del pianeta. Uno spazio di analisi e riflessioni ricco di fonti plurali qualificato da interrogativi che vanno ben al di là del perimetro degli eventi del 1968. Decisivo non smarrire i punti di partenza nella società di allora. Ne ha scritto Guido Crainz  nell’ultima puntata di questo confronto a più voci: cosa erano la scuola e l’università italiana? Da dove prende corpo l’anno delle rivolte? Quali contraddizioni si scaricano sul sistema formativo incapace di reggere l’urto della scolarizzazione di massa? Il ’68 degli studenti si lega all’autunno caldo dell’anno successivo, all’emergere di una conflittualità operaia che ha un’identità politica (salari e contratti) e generazionale (una nuova classe operaia entrata in fabbrica). Una specificità italiana il nesso e l’incontro tra studenti e operai, tra l’università e la fabbrica, tra il 1968 e il 1969.

La discontinuità più incisiva e duratura chiama in causa l’aspetto qualitativo dell’innovazione: consumi diffusi, benessere individuale, ricerca di nuove aperture verso mondi emergenti, scoperta di un tempo libero dal lavoro, cura di sé e del proprio corpo. Il conflitto da latente diventa manifesto, esplicito. Un crinale tra due mondi, al tramonto del vecchio non corrisponde una coerente e sinergica opera di rinnovamento. Molto rimane in vita, resiste e si conserva, altro muta parzialmente per poi trovare nuovi spazi, altro ancora viene travolto dal protagonismo di soggettività inedite. La frattura è trasversale, tra opportunità e chiusure, tra generazioni diverse, tra chi riesce a beneficiare delle trasformazioni e chi invece rimane emarginato, escluso e mortificato. Speranze e illusioni muovono uomini e donne verso la ricerca di nuove possibilità in grado di rompere gabbie e condizionamenti della stratificazione sociale di partenza. La disperata ricerca di una mobilità possibile. Una tensione costante che non si riassorbe trovando con il tempo nuovi interpreti non riconducibili alla indiscussa (fino ad allora) centralità del binomio amico - nemico imposta dal riflesso condizionato dell’ordine della guerra fredda. Il rapporto tra individuo e collettività entra in fibrillazione, le strutture tradizionali non soddisfano le aspirazioni di tanti: ha inizio una parabola discendente per partiti, organizzazioni collettive, sindacati o associazioni. Difficile trovare un punto di equilibrio tra la sfera della soggettività individuale che chiede sempre di più e meglio e le forme di espressione e organizzazione della collettività. Più si afferma la prima e più sembra irragionevole e irrealistico proporre l’articolazione di una società per gruppi o identità omogenee, figlie di un tempo che volge alla conclusione.

Per almeno due decenni sono mancate ricostruzioni storiche basate su documentazione non episodica o limitata. Uno studioso attento come Peppino Ortoleva si domandava - nel 1988 in occasione del ventennale - quali fossero i motivi dell’assenza di un quadro di riferimento in grado di rompere la morsa tra condanna senza appelli e revival nostalgici di chi voleva tornare alla meglio gioventù di allora (“I movimenti del ’68 in Europa e in America”, Editori Riuniti). Il Sessantotto nella sua lunga durata non può che coinvolgere direttamente una riflessione più generale sul dopoguerra italiano, sul ruolo dei movimenti, sul peso di una stagione segnata dal protagonismo di soggettività e culture inedite. Una riflessione pienamente inserita nelle dinamiche del sistema internazionale. Se sfumano i ricordi, se si affievolisce il rimpianto per un tempo lontano allora prendono corpo gli interrogativi e le ipotesi interpretative sulle grandi questioni che il Sessantotto solleva e proietta sull’Italia e, in un’ottica più ampia, sulle trasformazioni di un mondo inquieto. Il terremoto nel mondo comunista, la repressione violenta del riformismo cecoslovacco segna la fine di Mosca come guida indiscussa del movimento comunista internazionale. E sull’altro versante la sporca guerra in Vietnam indebolisce i presupposti del mito americano rendendolo vulnerabile e incerto. I modelli di riferimento perdono terreno, mostrano il volto contraddittorio del confronto bipolare. L’inizio della fine dei partiti si sovrappone e si accompagna ai primi i sintomi diffusi sulla inadeguatezza del confronto Est-Ovest.

La controversa questione dei lasciti di una stagione non è riconducibile alle dinamiche di un singolo contesto nazionale. Prevalgono i caratteri distintivi di un fenomeno globale quali «l’ampiezza geografica e la simultaneità temporale» (Marcello Flores, Alberto De Bernardi, “Il Sessantotto”, Mulino 1998.) In Italia il Sessantotto si lega a una crisi più generale del sistema politico, all’indebolimento inesorabile della capacità dei partiti di essere tramite e filtro tra cittadini e istituzioni. La fine della centralità di formazioni politiche che avevano percorso i decenni del dopoguerra con la consapevolezza di essere i soggetti principali di una dialettica capace di includere e coinvolgere settori diversi della società italiana. Gli stessi partiti di massa non sono in grado di comprendere la portata del fenomeno: alcuni ne raccoglieranno l’eredità altri, soprattutto nella sinistra storica, avranno i benefici dell’ingresso di nuovi quadri dirigenti, ma il movimento rimane ostile alla cultura e all’organizzazione dei partiti.

Aldo Moro aveva colto il segno di un tempo nuovo, scrive del Sessantotto più volte fino ai suoi ultimi giorni. Verso la fine dell’anno in un Consiglio nazionale della Dc (21 Novembre 1968) aveva pronunciato parole impegnative e per molti versi inascoltate: «Siamo davvero ad una svolta della storia e sappiamo che le cose sono irreversibilmente cambiate, non saranno ormai più le stesse».

Non date la colpa al ’68. Nella contestazione si confusero differenti umori e pulsioni. Ma non c’è alcun rapporto con gli anni Ottanta e con i disastri dell’oggi, scrive Guido Crainz l'1 febbraio 2018 su "L'Espresso". Dimensione nazionale e internazionale si intrecciano ma forse è bene prendere avvio da realtà concrete, evitando il rischio (sessantottino?) dell’ideologia. E per discutere realmente del nostro ’68, per comprenderne coralità e impatto, non dovremmo dimenticare mai come era la scuola italiana alla sua vigilia, nel vivo di una scolarizzazione di massa tumultuosa: gli studenti delle superiori erano il 10 per cento di quella fascia di età nel 1951, quasi il 40 per cento nel 1967; gli universitari erano 230 mila nel 1958, 550 mila dieci anni dopo. Una scolarizzazione di massa che avveniva in una fase di intensa circolazione internazionale di idee e suggestioni, in contrasto stridente con una arretrata “cultura docente” molto diffusa: si vedano le testimonianze di insegnanti raccolte allora da Marzio Barbagli e Marcello Dei (“Le vestali della classe media”, da leggere assieme alla “Lettera” di don Milani). «Lo studente è un sacco vuoto da riempire, dall’alto di una cattedra, di nozioni già confezionate»: lo scriveva nel 1966 il giornale dei giovani di Azione cattolica, mentre provocava bufere e processi il giornalino del liceo Parini di Milano per un’inchiesta su «quel che pensano le ragazze d’oggi». E il giudice inquirente chiedeva di sottoporre i suoi autori a una umiliante visita medica in base ad una disposizione fascista sui reati dei minori. In quello stesso periodo iniziavano ad estendersi le occupazioni delle Facoltà, a partire da Architettura, e Camilla Cederna ne dava conto proprio su “L’Espresso”. «Sono stanchi di copiare il Partenone», titolava nel febbraio del 1965, e non era solo una coloritura giornalistica: gli studenti chiedevano l’introduzione di materie ancora ignorate dai piani di studio come Storia dell’architettura moderna e Urbanistica (in un’Italia ormai invasa dalla speculazione edilizia). In un manifesto-simbolo del ’68, quello degli studenti torinesi, vi è l’elenco dei “controcorsi” avviati nell’Università occupata, dedicati a temi ancora esclusi dall’insegnamento: Filosofia delle scienze, Scuola e società, Pedagogia del dissenso, Psicoanalisi e repressione sociale, Imperialismo e sviluppo sociale in America latina...La critica del ’68 all’Università fu certo impietosa ma non era molto diversa l’analisi di un commentatore come Alberto Ronchey, che pur chiedeva di «Offrire un’alternativa agli errori degli studenti». Ed enumerava le ragioni di una crisi partendo da Roma: «60.000 studenti, 300 professori» (si riferisce ai professori ordinari, detentori esclusivi di ogni potere: non era improprio definirli “baroni”). E poi: «La seconda crisi riguarda gli uomini. Prima il professore era il re, adesso il re è nudo. La terza crisi discende dall’insegnamento dispotico, elusivo o muto sui temi che interessano gli studenti»; e poi ancora «le comunicazioni di massa, che rendono vicino ogni evento del mondo», «la rottura di linguaggio tra le generazioni», la crisi dei «partiti, i rapporti fra Stato e società e civile (...). L’ultima generazione non vede un disegno del tipo di società verso cui vogliamo andare» (“La Stampa”, 18 febbraio 1968). Poco dopo Giorgio Bocca annotava: in pochi mesi «si è scoperto in modo clamoroso che la didattica di quasi tutte le facoltà umanistiche e di molte facoltà scientifiche è inadeguata», e che dall’Università «escono dei giovani incapaci di esercitare una professione». Nel rapido dilagare del movimento studentesco differenti umori e pulsioni convissero e parvero quasi fondersi (ha ragione Roberto Esposito): anticonformismo e impegno politico, laicizzazione e solidarismo sociale, insofferenza per arretratezze anacronistiche e aspirazioni a profondi rivolgimenti, mentre la realtà del Paese dava molti argomenti a chi vedeva in ogni ingiustizia una “ingiustizia di classe”. E bisognerebbe ricordare la realtà delle fabbriche di allora, nell’intrecciarsi di forme di sfruttamento talora brutali, discriminazioni inique, illibertà (solo nel 1970 lo Statuto dei lavoratori vi introdurrà la Costituzione, come si disse): vedere “imborghesimento” in quegli operai è una licenza filosofica che non condivido. Certo, la coralità dei primi mesi iniziò progressivamente ad incrinarsi e la radicalizzazione ideologica rapidamente prevalse. Ad essa contribuirono anche la balbettante ottusità del potere accademico, il succedersi di interventi repressivi sproporzionati e l’assenza di un’azione riformatrice (fu la politica a mancare in Italia, non il ’68 a distruggerla: in Francia fu varata in pochi mesi la riforma Faure, che avviò la modernizzazione degli atenei e pose rapidamente fine alle proteste studentesche). E vi contribuì poi una radicalizzazione più generale: il 1969 sarà segnato dall’ “autunno caldo” sindacale e dalla strage di Piazza Fontana, con l’avvio di una drammatica “strategia della tensione”. In quel clima declinò - colpevolmente - l’impegno del movimento a rinnovare l’Università, considerata sempre più area di reclutamento per i gruppi extraparlamentari in formazione. Con l’infittirsi degli interventi in fabbriche e quartieri, e con il dilagare di una vecchissima (e disastrosa) ideologia: abbandonata la fase innovativa degli inizi, ha scritto Vittorio Foa, «straordinarie energie giovanili furono disperse nel riscoprire e ripetere la Dottrina; nel ricostruire, spesso come caricatura, quello che si era pensato di mandare al macero». Fu lasciata così cadere la suggestiva idea, pur avanzata, di dar corpo a una “Università critica”: base d’avvio di una «lunga marcia attraverso le istituzioni» volta a innovare saperi e professioni; e a «ridefinire la politica», per usare l’espressione di Carlo Donolo. Non mancarono neppure disincanti e ripiegamenti ma non è riducibile a questi estremi la spallata data allora ad un’Italia arcaica: da quei fermenti venne un più generale impulso alla modernizzazione civile, ad una più ampia concezione dei diritti, ad una maggiore sensibilità sociale. Si incrinò anche così il tradizionale profilo del ceto medio italiano, profondamente segnato sin lì da apatie e conservatorismi. Naturalmente il passaggio dalla prima fase a quella successiva non può essere rimosso (e costringe a interrogare criticamente anche i mesi “aurorali”) ma non mi sembra fondato schiacciare gli anni Sessanta sugli anni Ottanta, e neppure sugli anni Settanta (la contrapposizione del “movimento del ’77” agli operai, sprezzati come “garantiti”, è l’esatto opposto del sessantottesco “operai e studenti uniti nella lotta”). Né mi sembra fondato il «rapporto stretto» che Orsina intravede fra il ’68 e tutti i disastri dell’oggi, in uno scenario nazionale e internazionale squassato da allora in ogni sua parte. E nella nostra lettura complessiva è possibile continuare a ignorare gli studenti della Cecoslovacchia e della Polonia (o della Jugoslavia, con le divaricanti tensioni che vi comparvero), giustamente ed efficacemente evocati su queste pagine da Wlodek Goldkorn e da Gigi Riva? Nel ’68 di Praga e di Varsavia si ebbe la conferma definitiva che il “socialismo realizzato” non era riformabile e presero avvio anche da lì alcuni degli esili ma straordinari fili che porteranno all’89. Continueremo a considerarla “un’altra storia”?

1968: tragica illusione o vera rivoluzione? E' stato l'anno della catastrofe o quello che ha fatto saltare per sempre tutti gli equilibri? Mezzo secolo dopo, le posizioni restano inconciliabili. Da Hoellebeq al Papa, tra critica e nostalgia, scrive Federico Marconi il 18 gennaio 2018 su "L'Espresso". Che cos’è stato il Sessantotto? Mezzo secolo dopo non si contano i giudizi su uno degli anni che più hanno influito sulla nostra storia. Libertà e creatività, immaginazione e fantasia, contestazione e ribellione sono gli elementi di una “rivoluzione” che ha trasformato la politica, la società e il costume. Ma quali risultati hanno raggiunto quei ragazzi coi capelli lunghi che occupavano le università e volevano farla finita con l’autorità, i valori tradizionali, il sapere borghese?

In molti si sono chiesti se il ’68 abbia avuto successo. E c’è chi è convinto di sì. Mario Perniola, il filosofo appena scomparso, ha visto gli ideali del ’68 realizzati da uno che sessantottino non è mai stato: Silvio Berlusconi. L’idea l’ha espressa nel 2011 in un pamphlet paradossale e provocatorio: “Berlusconi o il ’68 realizzato”: il berlusconismo avrebbe fatto propri gli ideali della cultura libertaria esplosa con il maggio francese, e il suo sfacciato neoliberismo non sarebbe altro che l’esito della rottura rappresentata da quell’anno. Una realizzazione del ’68 postuma che dà tutto il potere non all’immaginazione, ma all’intrattenimento. Rivincita di quell’allegria e di quella spinta creativa che, per Edmondo Berselli in “Adulti con riserva”, sono state sacrificate sull’altare della seriosità sessantottina. Ma c’è anche chi considera la contestazione studentesca non una svolta progressista ma reazionaria, con la riproposizione di modelli autoritari.

Lo storico tedesco Götz Aly in “Unser Kampf” ha scritto che la generazione del ’68 condivide moltissimi elementi con quella che nel 1933 ha portò al potere Hitler. La contestazione di fine anni ’60, secondo Aly, è stata solo un epifenomeno del totalitarismo, che non avrebbe nemmeno portato alla tanto decantata liberazione della morale e dei costumi, visto che quel processo era già cominciato negli anni ’50.

Sulla stessa linea Alessandro Bertante, che in “Contro il ’68” definisce quella ribellione come «una clamorosa e tragica illusione», spezzata dalla repressione poliziesca e dalle bombe fasciste. Alcuni ragazzi hanno preso poi la strada dell’eversione armata. Altri sono tornati nell’ambito sociale di provenienza, la tanto odiata borghesia, dando ragione a Eugène Ionesco, che gridava agli studenti del maggio francese: «Tornate a casa! Tanto diventerete tutti notai!».

“Notai” ignoranti, secondo Indro Montanelli: «Vidi nascere dal Sessantotto una bella torma di analfabeti che poi invasero la vita italiana portando ovunque i segni della propria ignoranza». Ma, come tutti i “notai”, ricchi: i sessantottini hanno un reddito più alto delle altre generazioni, confermano gli studi della Banca d’Italia sul bilancio delle famiglie. L’economista Riccardo Puglisi lo ha evidenziato in un articolo nel 2013, che si chiudeva con la proposta di «rottamarli tutti». E tra coloro che gli hanno dato ragione c’è stato anche uno che nel 1968 era un maoista che finanziava il movimento smerciando libri rubati, e che oggi invece è conosciuto come il sondaggista di Porta a Porta. «Sì, rottamateci tutti» ha risposto Renato Mannheimer, pur difendendo le «innovazioni che il Sessantotto ha portato in Italia».

Uno che si sente ancora un sessantottino è Toni Negri, intellettuale, militante e ideologo della sinistra extra-parlamentare tra gli anni ’60 e ’80. In una recente intervista ha detto che «il Sessantotto ha fatto saltare tutti gli equilibri», e per questo gli si è risposto con una cultura reazionaria che ancora oggi lo odia e rifiuta. Ma non ci sono solo i nostalgici.

Critici e detrattori si rincorrono non solo in Italia, ma anche Oltralpe. Come Michel Houellebecq che, nel romanzo “Le particelle elementari”, descrive il ’68 come l’anno della catastrofe, che ha lasciato solo miseria, individualismo e violenza: un’uscita che non gli è ancora stata perdonata. E assai critica è stata anche la recente rilettura dell’anno da parte di Papa Francesco: parlando agli ambasciatori i cui Paesi hanno rappresentanza presso la Santa Sede, il pontefice ha detto che «in seguito ai sommovimenti sociali del Sessantotto, l’interpretazione di alcuni diritti è andata progressivamente modificandosi, così da includere una molteplicità di nuovi diritti, non di rado in contrapposizione tra loro». Col rischio di una «colonizzazione ideologica dei più forti e dei più ricchi a danno dei più poveri e dei più deboli».

La provocazione: il 1968 è stato l'anno in cui è nato il rancore. La contestazione chiedeva più politica. Invece ha prodotto la crisi, più egoismo, la rabbia di oggi. Uno storico apre il dibattito, scrive Giovanni Orsina il 18 gennaio 2018 su "L'Espresso". Il Sessantotto compie mezzo secolo in un periodo nel quale la politica è in grande difficoltà. I segnali sono numerosi, e si presentano in quasi tutte le democrazie avanzate: dalla presidenza Trump alla Brexit, dalla scarsa partecipazione alle elezioni francesi al successo elettorale di Alternative für Deutschland e allo stallo politico in Germania, per arrivare all’infelice condizione della vita pubblica nostrana. Questi sono – appunto – segnali: non cause, ma sintomi d’una crisi storica. Il cinquantenario del Sessantotto ci dà l’occasione per chiederci quale sia il rapporto fra gli eventi di mezzo secolo fa e il travaglio politico dei nostri tempi. La risposta è che un rapporto non soltanto c’è, ma è stretto: il Sessantotto è uno snodo cruciale d’una vicenda pluridecennale che pare esser arrivata oggi alla sua piena maturazione. Ma come - si obietterà -, un anno stracolmo di politica come il 1968 diviene parte d’una storia che si conclude, sia pure cinque decenni dopo, con una crisi della politica? In effetti, nelle democrazie occidentali la contestazione sessantottina nasce anche dal desiderio di ribellarsi contro i limiti ch’erano stati imposti alla politica dopo il 1945. Il desiderio di ribellarsi contro il principio secondo cui alcuni àmbiti - a partire dalla vita famigliare - dovevano esser tenuti il più possibile separati dai conflitti pubblici. Al contrario: «il privato è politico!». Il desiderio di ribellarsi contro i limiti che le tecnocrazie e l’“oggettività” scientifica imponevano al pieno dispiegarsi della volontà umana di cambiamento. Al contrario: «vogliamo tutto!»; «siate realisti, chiedete l’impossibile!». Il Sessantotto, insomma, vuole più politica: la produzione d’uno sforzo di trasformazione collettiva profondo, radicale, impaziente d’ogni limite in estensione o intensità. Questo desiderio di azione collettiva, tuttavia, monta in un momento nel quale le grandi ideologie che avrebbero potuto orientare quell’azione sono ormai o del tutto defunte, o in profonda crisi. A cominciare dalla più rilevante fra di esse. Il marxismo, in una forma o nell’altra, è l’ideologia portante della contestazione sessantottina. Ma in quegli anni è già irrimediabilmente colpito dalla degenerazione del socialismo reale, e forse ancor di più dal successo delle economie capitalistiche occidentali, che ne falsifica una delle profezie cruciali: la proletarizzazione universale. Alla crisi dei grandi progetti di emancipazione collettiva fa da controcanto l’affermazione crescente del desiderio di emancipazione individuale: se non possiamo essere liberi insieme, almeno che lo sia io! Non per caso, uno dei pensatori più influenti del Sessantotto è Herbert Marcuse, intento a superare lo stallo del marxismo immaginando che il desiderio individuale possa fungere da leva rivoluzionaria. Se non che, il desiderio di liberazione individuale è destinato a entrare in conflitto col desiderio di liberazione collettiva - ossia con la politica. L’azione collettiva richiede organizzazione e disciplina: subordinazione delle aspirazioni personali agli scopi comuni. E tanto più ne richiede, quanto più ambiziosi sono i suoi obiettivi. Lo mette in evidenza già all’epoca uno dei critici più acuti del Sessantotto, Augusto Del Noce, parlando proprio di Marcuse: «una rivoluzione antipuritana è quel che egli sa proporre: un vero ferro di legno, per una ragione storica intrinseca … che il motivo puritano è essenziale a ogni posizione rivoluzionaria seria … Marcuse può perciò essere definito come il filosofo della decomposizione della rivoluzione». Là dove per “puritanesimo” bisogna intendere appunto la negazione di se stessi, dei propri desideri individuali, in vista d’un obiettivo rivoluzionario da raggiungere tutti insieme. Questa contraddizione è una delle ragioni, e non la minore, per le quali la contestazione sessantottina non riesce a dar vita a un movimento politico ampio e robusto, ma si disperde in mille rivoli ideologici l’un contro l’altro armati; o si riduce a perseguire l’azione per l’azione, magari violenta; oppure finisce riassorbita nei partiti della sinistra tradizionale. La contraddizione del resto era ben presente già ai protagonisti dell’epoca – a Rudi Dutschke, ad esempio, a Daniel Cohn-Bendit. Una delle organizzazioni più importanti del Sessantotto tedesco, la Lega degli studenti socialisti, si scioglie nel 1970 perché «se la liberazione della società non è possibile qui e ora», la Lega «dovrebbe almeno garantire democrazia ed emancipazione nel proprio ambito». Deve insomma emanciparsi da se stessa. Fra le due anime del movimento studentesco, quella marcusiana e quella stalinista, nel breve giro di qualche anno finisce così per prevalere largamente la prima, notava nel 1980 Nello Ajello in un libro dal titolo assai indicativo: “Il trionfo del privato”. È un Marcuse depoliticizzato, però: non la soddisfazione del desiderio individuale come strumento di rivoluzione politica - ma la soddisfazione del desiderio individuale punto e basta. La vicenda di «Lotta Continua», che Ajello analizza nelle pagine citate, mostra bene questo passaggio: intorno alla metà degli anni Settanta il giornale diventa «l’organo più rappresentativo di una mentalità giovanile di sinistra nella quale il conflitto fra “privato” e “politico” si sta concludendo con una larga vittoria del primo». Così scrive in quegli anni un lettore al giornale: «Siate realisti, domandate l’impossibile, dicevano i compagni del maggio francese. Bene, noi vogliamo essere felici». Nello stesso torno di tempo, secondo la studiosa americana Kristin Ross, si modifica la memoria del Sessantotto francese: del suo contenuto politico si perde il ricordo, mentre le sue componenti esistenziali e culturali si dilatano fino a occupare tutta la scena. La politicità del Sessantotto si scioglie quindi nel giro di pochi anni nell’affermarsi dell’individualismo? Piano: magari fosse così semplice. La spinta alla liberazione personale che cresce a partire dai tardi anni Sessanta - in forma come s’è detto prima politica e poi impolitica - ha comunque degli effetti politici di rilievo. Vediamo quali.

La politica “ufficiale” affronta quella spinta con «moderazione ragionevole» (l’espressione è dello storico britannico Arthur Marwick): ossia, dove possibile, cede alla pressione. Sia sul piano retorico: il socialdemocratico Willy Brandt, Cancelliere tedesco dal 1969, promette un «nuovo inizio», e di «osare più democrazia»; il liberale Valéry Giscard d’Estaing, Presidente francese dal 1974, dichiara di volere una «democrazia liberale avanzata». Sia - e soprattutto - sul piano pratico: gli anni Settanta, com’è ben noto, sono caratterizzati da un processo imponente di ampliamento dei diritti individuali, sia civili sia sociali, in tutte le democrazie avanzate.

Il desiderio diffuso di liberazione individuale e la scelta della politica “ufficiale” di soddisfarlo generano però dei contraccolpi. Tanto più che i diritti sociali costano, e che negli anni Settanta giunge al termine la straordinaria crescita economica postbellica. Politologi come Michel Crozier, Daniel Bell, Samuel Huntington cominciano a chiedersi quanto a lungo possa sostenersi una democrazia se l’elettorato chiede troppo. Al di là e al di qua dell’Atlantico studiosi e intellettuali come Christopher Lasch, Richard Sennett, Gilles Lipovetsky denunciano l’involuzione dell’“individuo desiderante” in un “narcisista” incapace di distinguere fra se stesso e la realtà; disconnesso da un passato e incapace d’immaginare un futuro; sovreccitato, autoreferenziale, e in definitiva profondamente infelice. Da grande scrittore e giornalista, nel 1976 Tom Wolfe fornisce un ritratto straordinario di questo narcisista in “The “Me” Decade”, Il decennio dell’Io. In Italia Augusto Del Noce, Nicola Matteucci, Gianni Baget Bozzo, fra gli altri, evidenziano i limiti e le contraddizioni della società «permissiva» o «radicale».

Di fronte al montare della “democrazia del narcisismo”, quella stessa politica “ufficiale” che ha ceduto alla pressione individualistica deve cominciare a tirare il freno. Non può però, o non vuole, affrontare direttamente gli elettori, prendendosi la responsabilità di dir loro con chiarezza che la festa è finita, e correndo magari il rischio di dover pagare il prezzo della propria sincerità. Fa allora in modo che i cittadini si trovino di fronte dei muri di altra natura, tecnica e non politica: le banche centrali, le autorità indipendenti, le istituzioni economiche internazionali, il sistema monetario europeo. E naturalmente - soprattutto a partire dal 1979-80, con l’ascesa al potere di Margaret Thatcher e Ronald Reagan - il mercato. Che è un Giano bifronte straordinario: da un lato, col moltiplicarsi dei consumi, soddisfa il narcisismo; dall’altro gli impone la dura disciplina della concorrenza. Reagan guarderà soprattutto alla faccia della gratificazione; Thatcher a quella del rigore: «l’economia è il metodo», dirà, «l’obiettivo è cambiare l’anima della nazione».

Sia quando cede alla richiesta di maggiore emancipazione individuale, sia quando demanda alle tecnocrazie o al mercato il compito di arginarla, tuttavia, la politica sega il ramo sul quale sta seduta. La politica infatti è azione collettiva: ma come potrà mai ricomporre la società individualistica che essa stessa contribuisce continuamente a frammentare? E la politica è esercizio del potere: ma quale potere potrà mai esercitare, se ha contribuito a trasferirne una buona parte a organismi non politici, nazionali e internazionali? A partire dai tardi anni Ottanta, poi, nelle democrazie avanzate la destra e la sinistra convergono in una sorta di “grande centro” ideologico fatto di diritti (il contributo della sinistra) e di mercato (il contributo della destra) - ma incardinato in tutti i casi sull’individuo. Anche il conflitto politico, così, deperisce. E gli elettori cominciano a chiedersi quali siano le loro reali possibilità di scelta.

Alcuni studiosi - Ronald Inglehart, Ulrich Beck, Anthony Giddens - già dalla metà degli anni Settanta hanno cominciato a immaginare la ricomposizione politica del caleidoscopio individualistico: individui “riflessivi”, ossia capaci di generare da se stessi la propria identità, avrebbero costruito liberamente e creativamente delle nuove aggregazioni collettive. Ora, è vero che da ultimo, nella nostra epoca, la politica si sta ricomponendo. Solo, lo sta facendo in una maniera ben diversa da come immaginavano quegli autori. Altro che individui riflessivi: cittadini convinti che la politica della liberazione individuale non li protegga più da un mondo sempre più complesso e incontrollabile si rifugiano nell’ultima ridotta identitaria possibile - l’identità del luogo di nascita -, aderendo a partiti sovranisti o localisti. Oppure costruiscono un’identità collettiva nuova, ma negativa, mescolando finalità e provenienze assai diverse in un calderone comune: il rancore contro quelli che a loro avviso dovrebbero proteggerli, e non lo fanno.

Il conflitto politico rinasce così fra Clinton - figlia del Sessantotto, per tanti versi - e Trump. Fra l’establishment politico che ha gradualmente preso forma negli ultimi cinquant’anni, il “grande centro” individualistico dei diritti e del mercato, e che non riesce a mantenere la promessa universale di emancipazione individuale dalla quale trae la propria legittimità. E quelli che, per ragioni economiche o culturali, denunciano il fallimento di quel grande centro e lo combattono.

Per parte loro, questi ultimi non sanno davvero quali alternative proporre - e quando ne propongono, sono o assai poco desiderabili o del tutto irrealistiche. Siamo sicuri però che questa mancanza di realismo sia un ostacolo sulla via del successo politico? Uno che delle contraddizioni della modernità qualcosa aveva pur capito, Fëdor Dostoevskij, già un secolo e mezzo fa scriveva: «“Abbiate pazienza, - vi grideranno, - rivoltarsi è impossibile; è come due per due fa quattro! La natura non vi consulta; non gliene importa nulla dei vostri desideri e se vi piacciano o non vi piacciano le sue leggi …”. Signore Iddio, ma che me ne importa delle leggi naturali e dell’aritmetica, quando per qualche ragione queste leggi e il due per due non mi piacciono? S’intende che questa muraglia non la sfonderò col capo, se davvero non avrò la forza di sfondarla, ma nemmeno l’accetterò, solamente perché ho una muraglia davanti e le forze non mi sono bastate». In fondo, è un altro modo per chiedere l’impossibile.

Sorpresa: il ’68 è stato liberale. Al di là degli slogan marxisti, le proteste giovanili hanno cambiato la società soprattutto nella cultura e nei costumi, scrive il 19 novembre 2017 Bernardo Valli su "L'Espresso”. Il 1968 è stato ricco di avvenimenti e nel 2018, ormai alle porte, le rievocazioni per il cinquantenario non mancheranno. Comincio in anticipo. L’occasione mi è offerta dalla discussione aperta a Parigi sull’opportunità di celebrare, come movimento liberale (non libertario) l’esecrato o mitico Maggio ’68 e dal trovarmi in questi giorni a Praga, dove mezzo secolo fa fui testimone dell’effimera “Primavera”. L’anno debuttò con la grande speranza emersa sulle rive della Moldava. Era il 5 gennaio, giorno della nomina a segretario del partito di Alexander Dubcek. In agosto arrivarono i carri armati sovietici. Il tentativo di introdurre la democrazia nel comunismo reale fallì, finì in tragedia, ma annunciò il funerale del repressore - vincitore del momento. Il funerale ufficiale avvenne soltanto una ventina d’anni dopo, con l’implosione dell’Urss, ma l’agonia senza ritorno iniziò nella meravigliosa cornice di questa città che riscopro invasa dai turisti e dalle pizzerie. Come nel ’38 la Cecoslovacchia era stata lasciata ai tedeschi di Hitler, trent’anni dopo fu lasciata ai sovietici. Un piccolo prezioso paese è una facile preda. L’America era impegnata altrove, in Estremo Oriente, dove subiva l’offensiva del Têt. I suoi soldati, mezzo milione di uomini del più potente esercito della Storia, scoprirono di avere i viet cong sotto il letto. Fu la sorpresa di fine gennaio ’68, in occasione del capodanno vietnamita. Gli americani riuscirono a neutralizzare l’attacco dei guerriglieri infiltratisi negli alti comandi e nelle caserme, ma capirono che dovevano andarsene. È quello che fecero quattro anni dopo. Il tempo per fare i bagagli. La grande armata, vittoriosa nella Seconda guerra mondiale, non sarebbe stata sconfitta militarmente, ma avrebbe dovuto presidiare per un tempo indeterminato il Sud Viet Nam con cinquecentomila uomini. Oltre ai guerriglieri sotto il letto a Saigon e a Hué, c’erano migliaia di manifestanti contro la guerra ogni giorno a Washington e a New York. Tutto questo equivaleva a una sconfitta. Nel marzo dello stesso anno, all’altra estremità del pianeta, nella Cuba di Fidel Castro, veniva promossa un’“offensiva rivoluzionaria”, vale a dire una più ampia collettivizzazione, tesa a colpire le attività della piccola borghesia urbana. Il comunismo caraibico accentuava l’impronta sovietica. Sempre nel ’68 erano ancora in piena attività le “guardie rosse” di Mao. La rivoluzione culturale, cominciata due anni prima, fu una lotta interna per il potere, ma allora appariva a molti giovani europei un fermento sociale che avrebbe condotto alla nascita di un “uomo nuovo”. Tutti questi avvenimenti suscitavano entusiasmi, illusioni, distorte visioni della realtà, e comunque alimentavano gli slogan scanditi sui boulevard parigini. Le sponde della Senna erano il teatro di una rivolta giovanile, poi seguita da scioperi operai, contro il potere, e in favore di tutti i movimenti, dai maoisti ai viet cong, ai cubani, visti come esempi di contropotere. Erano immagini lontane, quindi potevano essere idealizzate, in contraddizione con il carattere libertario del maggio ’68. Libertario e al tempo stesso liberale. Facevo allora la spola tra il Ponte Carlo sulla Moldava e il Quartiere Latino in riva alla Senna. Erano le due facce dell’Europa. I giovani cecoslovacchi non capivano l’opposizione a un regime democratico che era il loro obiettivo; i giovani francesi non capivano l’opposizione a un regime che si era liberato del capitalismo. Eppure gli uni e gli altri avevano in sostanza obiettivi liberali. Ed è proprio questo aspetto che potrebbe essere ricordato cinquant’ anni dopo. Lo slogan dominante sui boulevard era “proibito proibire”. Lo stesso poteva essere scandito sulla piazza Venceslav. Ma là arrivarono i carri armati. In vista del cinquantenario, a Parigi si discute appunto sull’opportunità di celebrare il Maggio ’68, visto, al di là della rivolta con tinte marxiste, come un movimento che ha favorito una nuova società più liberale, una trasformazione culturale e politica. Insomma allora il vecchio mondo fu ripulito da molte tradizioni e restrizioni. Rinnovò i costumi. Il carattere libertario è svanito mentre quello liberale, nel senso autentico della parola, ha lasciato le sue tracce.

La contestazione? Quella vera fu anticomunista e dimenticata. Il cuore della rivolta contro il potere e l'oppressione fu nei Paesi dell'Est Ma sin da subito le sinistre d'Occidente fecero finta di niente, scrive Matteo Sacchi, Martedì 12/06/2018, su "Il Giornale". La contestazione libertaria degli anni '60 è stata solo una posa? Si può ridurre tutto a una grande, inutile gazzarra? No c'è stata davvero una rivolta che aveva alle spalle un grande sogno. Un sacco di giovani e di intellettuali hanno rischiato grosso, e pagato in prima persona, per provare a porre fine all'autoritarismo di Stato e affrancarsi da un potere imperialista e spietato. Un potere che voleva asservire tutto all'economia oligarchica di un solo Paese. Peccato che questi studenti e intellettuali non fossero a Parigi, Londra, Washington o Roma. Peccato che nelle immancabili celebrazioni per il Sessantotto questi martiri - veri - rischino come al solito di finire nel dimenticatoio, almeno qui da noi in Occidente. Del resto già proprio durante il '68 e gli anni a seguire chi contestava, con più agio, da questo lato della Cortina di ferro, nella maggior parte dei casi si guardò bene dal solidarizzare troppo apertamente con la rivolta, molto più motivata, che divampava, in contemporanea, nei Paesi dell'Est. Era più facile far finta di niente, oppure derubricare le proteste a tentativo di «restaurazione reazionaria». Del resto erano scomode: rischiavano di mettere in crisi quei miti a cui le sinistre contestatrici volevano aggrapparsi. Volete un esempio? Il guru della contestazione europea alla guerra del Vietnam, il drammaturgo tedesco Peter Weiss, svilì così il grido di dolore che, già nel 1967, arrivava da Praga: «Gli intellettuali cecoslovacchi sono caduti vittime di fatali fraintendimenti e di una sopravvalutazione della libertà in Occidente». Loro forse fraintendevano ma lui si dimostrò completamente miope di fronte all'orrore di un incipiente (agosto 1968) occupazione russa. Ma Weiss non fu un caso isolato. E dire che ignorare quanto stava accadendo in Cecoslovacchia era davvero difficile. La protesta studentesca era già iniziata nel 1964. Gli studenti ormai mal digerivano il fatto che molti dei colpevoli dei crimini dell'epoca staliniana fossero ancora al loro posto. Avevano creduto che la denuncia dei crimini del Piccolo padre da parte di Nikita Krusciov fosse l'inizio di qualcosa di diverso anche nei rapporti tra Mosca e gli Stati satellite. Insomma avevano creduto alla destalinizzazione ma non vedevano cambiare nulla, né all'esterno né all'interno del partito comunista nazionale. Risposero con l'unica arma possibile: ironia. Nel maggio 1966 approfittarono delle sfilate dei carri allegorici che si tenevano a maggio negli atenei per colpire il regime e la sua retorica. Ecco alcuni degli slogan: «Beati i poveri di spirito. Il loro regno è la Cecoslovacchia»; «Viva l'Urss, ma che si mantenga da sola!»; «Basta con la letteratura rosa, Il Rudé Právo la sostituisce benissimo». A quel punto ci pensò la polizia, ma intanto anche molti intellettuali stavano prendendo posizione contro il regime. Apparve del tutto evidente durante il congresso degli scrittori (giugno 1967). Milan Kundera (nel tondo) disse chiaramente che tra nazismo e stalinismo il passo era breve. Ma non era forse quella la sua affermazione più sgradita al partito. Suonava più pericoloso sostenere che la cultura ceca doveva «rientrare nel contesto europeo». Vaclav Havel, Milos Forman e Jiri Menzel denunciarono, invece, lo «spirito da pogrom nei confronti dell'opera creativa degli intellettuali». Di solidarietà in Occidente ne raccolsero? Poca, con l'eccezione di Günter Grass. Un esempio clamoroso? Il reportage da Praga scritto da Umberto Eco per l'Espresso fu un capolavoro di disinformazione. Non si può non citare almeno qualche passaggio di quella che dovrebbe essere la descrizione di una violenta invasione: «Ai negozi di alimentari grandi code... La gente parla in russo coi soldati, gli chiede perché sono lì. I soldati rispondono che a Praga c'è il colpo di stato fascista, la gente ride... La tensione è spasmodica ma la città brulica di folla come a una festa patronale, e ogni carro armato è un comizio... E così succede qui coi russi, sono degli amici, dal governo antipatico, ma buoni se presi uno a uno... Sono le due e mangiamo al ristorante dell'Hotel Paris, tutto una fioritura di liberty dal di fuori... La polemica non è con il comunismo è con l'alleato troppo forte che li sta colonizzando». Della Polonia si parla addirittura meno che della Cecoslovacchia, oggi come allora. Il '68 polacco iniziò quando venne vietato il dramma teatrale Gli avi di Adam Mickiewicz. Il testo, ottocentesco, era blandamente anti-russo e la gente a teatro applaudiva troppo, un po' come gli italiani applaudivano Verdi. Il divieto fece scoppiare le proteste degli studenti. Di nuovo i giornali italiani e europei, in generale, ignorarono quei fermenti persino mentre venivano allontanati dall'insegnamento Zygmunt Bauman e Stefan Morawski. Non bastarono a cambiare le cose nemmeno gesti clamorosi. In Polonia l'8 settembre si tennero le celebrazioni di regime della festa nazionale. Davanti al pubblico (compresi giornalisti e diplomatici stranieri), Ryszard Siwiec, un dissidente, si diede fuoco in segno di protesta per l'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia avvenuta venti giorni prima. Qui in occidente quasi non se ne parlò. In un assordante silenzio, la Polonia cadde sotto una cappa che sarà sollevata solo negli anni '90. Persino i fermenti della (per noi molto più vicina) Jugoslavia vennero completamente ignorati. O fraintesi. Poco peso fu dato a Kongres, l'opera teatrale di Primoz Kozak che denunciava come l'università in Jugoslavia fosse solo appannaggio dei figli dei funzionari di partito. Praticamente nessuno fece caso che «sotto» si stava sviluppando anche un Sessantotto delle nazioni, a partire dal Kosovo. Anche qui vincerà la repressione (con poche ridicole concessioni). Ma dallo scontento alla nascita di un nazionalismo violento il passo non è stato poi così lungo.

E a Praga si preferisce dimenticare l'orrore dell'occupazione che ricordare i martiri. Ripensare i tempi del regime per molti è troppo doloroso. Resta solo molta rabbia verso i russi, scrive Paolo Bracalini, Martedì 12/06/2018, su "Il Giornale". Nel cimitero di Olany, poco fuori dalla città vecchia, la lapide commemorativa dei soldati sovietici impegnati nell'invasione («l'aiuto dei fratelli russi» secondo la propaganda cecoslovacca) dell'agosto 68, è ricoperta da uno spesso strato di plastica protettiva. È lì per evitare che qualcuno la imbratti, come è già successo. L'ultima volta un attivista anticomunista ha scritto con lo spray fosforescente «Jan Palach», il nome del più famoso ma non l'unico martire del regime comunista cecoslovacco. I pochi cimeli rimasti a Praga della fratellanza con l'Urss vivono lo stesso destino. La statua del maresciallo Ivan Konev, il liberatore del 9 maggio '45 (in realtà il Paese era stato liberato un giorno prima dagli americani, entrati a Pilsen, ma per decenni si è fatto finta di niente e nelle scuole era vietato anche solo ricordarlo), sotto il cui monumento i praghesi una volta depositavano i fiori, è oggetto di atti di vandalismo. L'8 maggio scorso, anniversario della rimossa liberazione americana, la statua è stata verniciata di rosa, in segno di sberleffo. Un colore non casuale, visto che fu proprio quella la tonalità scelta dall'artista David Cerný per verniciare e irridere nel 1991 il carro armato sovietico numero 23 (il primo a entrare a Praga) esposto nel quartiere Smíchov, poi rimosso. Rimuovere, più che ricordare, è in effetti l'impulso che domina i cechi rispetto al loro passato da satelliti di Mosca. Anche il museo del comunismo (creato non a caso da un americano, Glenn Spicker, trasferitosi a Praga dopo l'89), conta visitatori quasi tutti stranieri, perché i cechi non hanno voglia di rivivere il passato («non mi serve andarci, ci sono cresciuto dentro!», è la risposta che davano a Spicker quando esponeva il suo progetto). Per i cinquant'anni dalla Primavera di Praga, che cadono il 20-21 agosto, non c'è in programma nessuna celebrazione particolare. Anche la mostra fotografica da poco aperta sui cento anni della repubblica, nei giardini dello splendido Palazzo Wallenstein sede del Senato, contempla alcuni pannelli sul '68, ma senza alcuna speciale enfasi nonostante la ricorrenza. Si vedono i carri armati tra le fiamme e le bandiere cecoslovacche davanti alla sede della radio di Stato. Poi le vittorie sportive della Cecoslovacchia, contro la Russia, come quella di Miloslava Rezková nel salto in alto alle Olimpiadi in Messico nell'ottobre 68, battendo due atlete russe. O la finale storica ad hockey nel 1969 sentita come una rivincita contro gli invasori sovietici, al punto che quel giorno la gente scese nelle strade e la polizia fu costretta a sedare chi aveva colpito le vetrine della Aeroflot, la compagnia area russa. Una resistenza passiva che caratterizzerà tutto il ventennio dopo il '68, fino alla Rivoluzione di velluto dopo la caduta del comunismo, nel 1989. E contrastata con ogni mezzo dal KS, il partito comunista al potere. Una delle domande per ottenere un posto di lavoro fu da lì in avanti: «È d'accordo con la politica del partito sull'aiuto dei Paesi del patto di Varsavia nel '68, cioè con l'invasione sovietica?». Rispondendo «no» era impossibile trovare un lavoro dignitoso. Tante le storie custodite dalle strade di Praga. La statua di Lenin che i praghesi irridevano, attaccando alla mano un cestino da funghi o infilandogli una sigaretta in bocca. Quella enorme, 30 metri di granito, la più grande tra i Paesi del patto di Varsavia, di Stalin (ora al suo posto c'è un grande metronomo), che costò l'infamia popolare al suo autore, lo scultore Otakar Svec morto suicida il giorno prima dell'inaugurazione della statua. Persino l'uomo che posò per lo scultore - un elettricista degli studi cinematografici di Barrandov - non riuscendo a scrollarsi di dosso il soprannome di «Stalin», morì alcolizzato tre anni dopo. La Primavera di Praga non mutò il regime, ma la rivolta proseguì silenziosamente, nelle coscienze, in piccoli gesti di ribellione. Si strappava la venticinquesima pagina del passaporto, perché il 25 era il giorno del congresso del partito comunista. Gli studenti, costretti a sorbirsi le celebrazioni di partito, appena potevano si dileguavano. Le guide turistiche offrono vari tour tematici di Praga - la Praga magica, la Praga ebraica, la Praga barocca, la Praga di Kafka, persino quella atroce della città sotto il nazista Reinhard Heydrich (il «macellaio») - ma non sulla Praga comunista, che pure è durata quasi cinquant'anni. Gli strumenti della polizia segreta usati per spiare le ambasciate straniere, dal campanile, non ci sono più. Sulla sede della Radio dove nel '68 arrivarono i carri dell'Armata rossa, c'è una targa che ricorda l'evento, ma chi non conosce la lingua ceca farà fatica a capirlo. Succede anche che sul memoriale alle vittime del Comunismo, opera di Olbram Zoubek, una scalinata dove le persone vengono via via annullate, i turisti si facciano i selfie non capendone il significato. Anche il monumento a Jan Palach, lo studente che si diede fuoco, è difficile da vedere se non ci si inciampa dentro. Una croce a terra, davanti al Museo Nazionale in piazza San Venceslao, ondeggiante su due dossi, perché i martiri di Praga furono due (e altri in altre città): Palach e Jan Zajíc, un altro ragazzo suicida per la libertà (si dà fuoco nel febbraio '69, a 19 anni). L'odio strisciante per i russi, che oggi si ripresentano come ricchi investitori, acquirenti di case di lusso e studenti facoltosi, è un sentimento ancora presente soprattutto nelle generazioni più anziane, a cui il suono della lingua captato sui mezzi pubblici rievoca tempi cupi. Spiega lo scrittore ceco (naturalizzato francese) Milan Kundera, che dopo l'appoggio alla Primavera di Praga si autoesiliò a Parigi: «I cechi erano da sempre russofili. Quando nel 1945 i russi hanno liberato la Cecoslovacchia, sono stati accolti con amore. È stato soltanto dopo l'invasione del '68 che i cechi, come gli altri popoli dell'Europa centrale, hanno cominciato a odiare i russi». Ma tutto, l'antico risentimento anticomunista come il ricordo dei martiri della libertà, resta in uno spazio più discreto dell'anima nazionale, sotto il mantello luccicante della nuova Praga meta del turismo di massa.

SESSANTOTTO: quando invece del populismo dilagò la rivolta, scrive Piero Sansonetti il 7 gennaio 2018 su "Il Dubbio". È l’anno cruciale del secondo 900. Una forma di populismo ma che niente ha a che vedere con quello di oggi. Il 1968 è stato l’anno di svolta nella storia del dopoguerra, in tutto l’Occidente, ma anche ad Est. In questi giorni sono usciti diversi articoli su vari giornali (soprattutto sui giornali di destra) nei quali si chiede di rinunciare alle commemorazioni. Benissimo, rinunciamo alle commemorazioni, ma non vedo proprio perché non dovremmo cogliere l’occasione del cinquantesimo anniversario per tornare a ragionare su quell’anno cruciale, che con la sua intensità sociale e politica ha modificato il percorso della storia. È un anno che non ha eguali nella seconda metà del novecento. Non ho mai capito perché, almeno da un po’ di tempo, l’idea di parlare di storia, e soprattutto del nostro recente passato, viene vista come una noiosa strampalatezza di un pugno di nostalgici. Penso che sia esattamente il contrario: la voglia di dimenticare i fatti che hanno influito sulle nostre vite – che hanno cambiato cultura, abitudini, modo di pensare e di agire – è un desiderio un po’ da cretini. Ed è forse una delle ragioni di un certo decadimento della nostra intellettualità, che chiunque avverte. Il 1968 è stato un anno specialissimo per tre ragioni.

La prima è l’ampiezza della rivolta che si è sviluppata in quell’anno contro le classi dirigenti e il sistema. Il ‘ 68 travolse gli Stati Uniti d’America, squassò l’Europa occidentale democratica, ma ebbe delle ripercussioni eccezionali anche nel mondo comunista e persino nei paesi autoritari di destra, come la Spagna, il Portogallo e alcuni paesi dell’America Latina.

La seconda ragione è il carattere generazionale della rivolta, che non solo non fu un limite ma, al contrario, moltiplicò la potenza del fenomeno, proiettandolo nel futuro.

La terza ragione è lo “spirito” originario del ’68, che poi negli anni seguenti si frantumò, in parte si ribaltò, comunque si spezzettò in mille rivoli, che portarono su sponde anche molto lontane. Lo “spirito” originario del ’68 è stato la contestazione delle gerarchie, e dunque del meccanismo essenziale che aveva governato il mondo fino a quel momento, e che regolava il potere, la distribuzione della ricchezza, i rapporti tra uomini e donne, la religione, la famiglia, la scuola, il sapere. La forza del ‘68 non risiedeva tanto nella improvvisa violenza della sua azione, e della sua contestazione, ma nella potenza rivoluzionaria di quel messaggio, che era qualcosa di molto più complesso delle vecchie rivendicazioni anarchiche. Ci sono migliaia di slogan del ’68. Molto diversi tra loro. Alcuni truculenti. (Ne ricordo uno che gridavamo spesso ai cortei: “È ora di giocare col sangue dei borghesi…”). Ma il vero slogan che riassume l’anima di quella rivolta è lo slogan più famoso del maggio francese: «E vietato vietare». Il ‘68 inizia come grandioso fenomeno libertario. Poi si piega su se stesso, si aggroviglia, e in moltissime sue espressioni ha un rinculo stalinista e autoritario. Se però immaginiamo il ‘68 solo come fenomeno di violenza politica e come anticamera della lotta armata, capiamo pochissimo di quello che è successo e di perché il ‘68 ha dilagato in territori molto lontani dal gruppetto di studenti e di intellettuali che lo innescò. Fino a coinvolgere, ad appassionare, e talvolta a travolgere pezzi molto vasti di classe operaia ma anche di borghesia moderata. Gli effetti più clamorosi del ’68 furono lo spostamento molto sensibile del senso comune conservatore, che ruppe gli argini, perse i punti di riferimento e le paure.

Fu un fenomeno populista? Certamente lo fu, ma quello sessantottino è un tipo di populismo di segno opposto a quello che conosciamo oggi. Oggi il populismo è una declinazione del qualunquismo, dell’antipolitica, della paura, anche dell’ignoranza. Non possiede nessuno spessore ideale, è chiuso in se stesso è rancoroso. Allora fu un fenomeno opposto: impegnato, molto politico, colto, con una componente fortissima – qui in Italia – di tipo cattolico, influenzata dalle grandi novità del Concilio. In comune con il populismo di oggi ha solo la domanda di rottura. Le risposte a questa domanda, però, sono opposte. Così come, in politica, sono opposte le spinte rivoluzionarie e quelle reazionarie. Il 1968 nasce sicuramente in America. Dove la rivolta dei neri e degli hippy era iniziata diversi anni prima. Aveva incendiato le città, i ghetti, i campus universi- tari. Aveva spinto possentemente a sinistra il kennedismo, che era nato come proposta di leggero e moderatissimo cambiamento e invece, con Bob Kennedy, aveva finito per avvicinarsi moltissimo al punto della rivolta. E però, curiosamente, se andiamo a controllare le cronologie, ci accorgiamo che il primo atto storico del sessantotto avviene all’Est. Precisamente il 5 gennaio (giusto ieri era il cinquantenario) con l’elezione di Alexander Dubcek alla segreteria del partito comunista cecoslovacco. Dubcek, 46 anni, intellettuale raffinato ma con un lungo passato di funzionario di partito, aveva riunito intorno a sé un gruppo di giovani intellettuali quarantenni ed era riuscito a scalzare dal potere il vecchio Antonio Novotny, uomo legatissimo a Mosca. Iniziò così, in pieno inverno, la Primavera di Praga, e cioè un periodo di riforme e di grande mobilitazione politica, con un vastissimo sostegno popolare, che fu il più robusto e organico tentativo di ristrutturazione del socialismo. Dubcek, spinto dal vento libertario del sessantotto, introdusse il concetto di libertà come valore fondante del progetto socialista. E questa non era una modifica, o un aggiustamento: era il ribaltamento del castello ideologico costruito da Lenin in poi. Dubcek si convinse che i valori di libertà ed eguaglianza non sono valori in competizione ma possono integrarsi perfettamente. E’ impossibile immaginare oggi cosa sarebbe successo se il tentativo di Dubcek non fosse stato represso in modo brutale, e in parte inaspettato, dalle forze armate sovietiche. Cosa avrebbe portato, all’umanità, una competizione equilibrata tra capitalismo rooseveltiano e socialismo democratico. Non lo sapremo mai.

Il tentativo durò meno di otto mesi. La notte tra il 20 e il 21 agosto le truppe del patto di Varsavia entrarono a Praga. Dubcek, insieme a Ludvick Svoboda, che era il presidente della Repubblica, fu portato a Mosca per chiarimenti, e poi deposto. Lo mandarono a fare l’impiegato in un ufficio, e riemerse solo dopo la caduta del Muro di Berlino. Ho avuto la fortuna di conoscerlo, nel 1990. Era in visita in Italia e volle venire a cena con noi giornalisti dell’Unità, che lo avevamo intervistato un paio d’anni prima, quando era ancora in semi- clandestinità. Serio, timido, ma anche molto spiritoso e persino autoironico. Mi ricordo che ci raccontò una barzelletta forse non spiritosissima in assoluto, ma devastante perché raccontata da lui. La sintetizzo molto, perché era lunghissima: C’è una coppia che dorme a Praga la notte del 20 agosto. A un certo punto lei si sveglia e chiama il marito. Gli dice: “Ehi, cos’è questo sferragliare di camionette qui sotto casa?”. “Niente”, risponde lui, “sarà il mercato, ora dormi!”. Dopo mezz’ora lei lo sveglia ancora: “Ehi, sento dei colpi di cannone…”. Lui di nuovo la tranquillizza: “Sono tuoni, amore, dormi…”. Alle quattro del mattino la signora si affaccia alla finestra e grida: “Ci sono i carrarmati qui sotto, ci hanno invaso! ”. Lui resta tranquillo: “non aver paura, poi verranno i sovietici e ci libererano…”. E già, l’invasione fu una sorpresa. Non solo Dubceck era convinto che nel nuovo clima del ’68 i sovietici non avrebbero osato. Anche perché, nonostante tutto, Dubceck considerava i sovietici degli amici. Invece l’invasione ci fu e gelò il mondo. E’ vero che il ’68 fu un fenomeno essenzialmente occidentale. Ma se dovessimo mettere due date al suo inizio e alla sua fine, e cioè alla parabola del sogno sessantottino, prima che il ’68 si trasformasse, si incattivisse e in parte degenerasse, le date sono quelle lì di Dubcek: 5 gennaio e 20 agosto. E’ lì, quella notte, che finisce il sogno. Non solo dei cecoslovacchi, ma di tutti. Cioè di tutti quelli – americani, russi, polacchi, europei…- che avevano sperato nella riformabilità del potere. L’impermeabilità del socialismo alle riforme era lì a dimostrare questo: il potere non accetta di essere messo in discussione, tantomeno di mettersi in discussione da solo.

In Italia il ’68 inizia invece con un fatto tragico e che non ha molto a vedere, almeno all’inizio, con la politica: il terremoto del Belice. Avvenne nella notte tra il 14 e il 15 gennaio, provocò circa 300 morti e rase al suolo decine di paesi della provincia di Trapani e di Agrigento. Gibellina scomparve. Ma adesso procediamo con la cadenza della cronologia. In ordine sparso 31 gennaio. In Vietnam inizia l’offensiva del Tet. Il Tet è il capodanno vietnamita. I vietcong e l’esercito del Nord, guidato dal mitico generale Nguyen Giap (che 15 anni prima aveva sbaragliato i francesi a Dien Bien Phu) attaccano tutte le principali città del Sud Vietnam. Muovono 800 mila uomini armati. E’ un successo militare clamoroso. Americani e Sudvietnamiti, sgomenti, reagiscono con ferocia. Il primo marzo, a Saigon, un generale sudvietnamita giustizia per strada, davanti al fotografo, un guerrigliero vietcong. La foto diventa famosissima.

1 marzo. E’ la vera e propria data d’inizio del 68 italiano. La battaglia di valle Giulia. Gli studenti attaccano la polizia che presidia la facoltà di Architettura, a Roma. Inizia un pomeriggio di fuoco. La polizia non si aspetta l’iniziativa spregiudicata e per molte ore non riesce a contenere la furia degli studenti. Guidati da Oreste Scalzone, da Sergio Petruccioli, da Massimiliano Fuksas, da Franco Russo. E con tanti ragazzini che non hanno nemmeno 18 anni, tra i quali i fotografi immortalano Giuliano Ferrara, figlio di Maurizio, direttore dell’Unità.

16 marzo. Una pattuglia di militanti del Msi, guidati da Giorgio Almirante, tentano di attaccare la facoltà di lettere, occupata dai “rossi”. Vengono messi in fuga, si rifugiano a Giurisprudenza, si barricano e tirano dal quarto piano un banco sui ragazzi che assediano la facoltà. Il banco prende in pieno il leader degli studenti, Oreste Scalzone, che è ridotto in fin di vita (si salverà ma porterà i postumi della botta per tutta la vita). Lo stesso giorno gli americani compiono in Vietnam l’azione più orrenda di tutta la guerra. Un gruppetto di marines, guidati da un certo tenente Calley, rade al suolo un piccolo paese (My Lai) e inizia a torturare e ad uccidere, uno ad uno, tutti gli abitanti. Ne manda al creatore 450, poi, all’improvviso, irrompe sulla scena un elicottero guidato da un giovane sottufficiale americano molto coraggioso. Si chiama Hugh Thompson. Atterra, imbraccia un bazooka e si frappone tra i marines e i vietnamiti. Punta il tenente Calley e gli dice: o vi ritirate o ti ammazzo. La spunta. Salva un centinaio di superstiti. La strage però viene nascosta per due anni, poi la scopre un giornalista dell’Associated Press. C’è un processo. Calley si prende l’ergastolo ma Nixon lo grazia.

4 aprile. A Memphis, in Tennessee, dove era andato per tenere un comizio, viene abbattuto con una fucilata Martin Luther King, il capo della rivolta pacifica nera. Tre anni prima era stato ucciso, a New York, Malcolm X, il capo della rivolta nera violenta. La morte di King scatena un’ondata di violenza nei ghetti. Molte decine di morti.

11 aprile. Dopo King è un altro leader del ‘ 68 a prendersi una revolverata: Rudy Ducke. E’ il capo degli studenti tedeschi. E’ un agitatore, un combattente, ma anche un intellettuale molto sofisticato. Gli sparano alla testa. Si salva, ma resta molte settimane tra la vita e la morte. Non si riprenderà mai del tutto, e morirà dopo dieci anni, per i postumi delle ferite.

Il 10 maggio parte la Francia. E il sessantotto raggiunge l’apice. Occupata la Sorbona. Scontri fino a notte nel quartiere latino.

13 maggio: un corteo immenso di studenti invade Parigi. Ci sono pure gli operai. Il movimento è guidato da un ragazzetto franco- tedesco, di appena 20 anni, che si chiama Daniel Cohn Bendit. Il ragazzo, Dany il rosso, fa tremare De Gaulle, il gigantesco De Gaulle, e fa temere che la rivoluzione sia davvero alle porte.

Il 5 giugno a Los Angeles viene ucciso Bob Kennedy. Stava per festeggiare il successo alle primarie della California. Era difficile che ottenesse la nomination, perché era partito troppo tardi, ma qualche speranza c’era. Kennedy ormai era diventato uno dei leader mondiali del 68, se avesse vinto, e avesse poi battuto Nixon, chissà come sarebbe andata la storia del mondo. Invece fu ucciso da un ragazzetto arabo di 24 anni. Che sta ancora in galera. Si chiama Shiran Shiran.

Del 20 agosto abbiamo già parlato, con la mazzata di Breznev e la fine della primavera di Praga.

Il 2 ottobre a città del Messico ancora gli studenti in piazza. La polizia spara in piazza delle Tre Culture, ne uccide cento. Un massacro che scuote il mondo, che ha gli occhi puntati sul Messico perché lì stanno per iniziare le Olimpiadi. Negli scontri resta ferita gravemente la giornalista italiana Oriana Fallaci.

13 ottobre. A Città del Messico iniziano le Olimpiadi. In un clima cupo e di conflitto.

17 ottobre. Tommie Smith, atleta nero americano, vince la medaglia d’oro sui 200 metri piani. Terzo arriva John Carlos, anche lui afroamericano. I due salgono sul podio della premiazione e alzano al cielo il pugno con un guanto nero. E’ il saluto dei Black Panther. Tutte le televisioni del mondo trasmettono questa scena. Nei quartieri neri americani è il delirio di entusiasmo.

Il 5 Novembre Richard Nixon viene eletto presidente degli Stati Uniti. Ha sconfitto Hubert Humphrey, vicepresidente uscente e rappresentate molto moderato del partito democratico. La Casa Bianca, dopo 8 anni, torna ai repubblicani. Simbolicamente è una vittoria della restaurazione. In realtà negli Usa non cambia molto. Nixon è un falco in politica estera e una colomba in politica interna. Come Lyndon Johnson, il suo predecessore che ha lasciato le penne in Vietnam. La vera svolta conservatrice, in America, avverrà solo 12 anni dopo, con Ronald Reagan.

2 dicembre. Ancora sangue in Italia, Stavolta ad Avola, Sicilia. La polizia spara sui contadini che occupano le campagne. Due morti, molti feriti, molta rabbia, molti arresti. Manifestazioni di protesta in tutt’Italia.

31 dicembre. Il ‘68 se ne va con un’altra sparatoria. Alla Bussola, night club di Viareggio, gli studenti attaccano lanciando uova e pomodori sulle pellicce di quelli che festeggiano (come era successo tre settimane prima alla Scala di Milano). La polizia interviene. Si scatena la guerriglia. Tra gli studenti c’è il leader di Lotta Continua, Adriano Sofri, e c’è anche uno studentello diciottenne della Normale di Pisa, che si chiama Massimo D’Alema. La polizia spara di nuovo. Un ragazzo di 17 anni, Soriano Ceccanti, è colpito alla schiena. Ancora oggi, Soriano sta in carrozzella, è rimasto paralizzato.

Che c’entra il ‘68 con i prof che chattano con gli studenti? Scrive Luciano Lanna il 20 gennaio 2018 su "Il Dubbio". Delle due l’una: o ci si rapporta criticamente con gli insegnanti e i genitori oppure si fanno saltare i confini generazionali. Nel 1968 s’era diffusa una massima che venne spontaneamente assunta a slogan dello spirito di quell’anno di trasformazioni: «Non fidarti di nessuno che abbia più di trent’anni». Era un monito ironicamente offerto come consiglio da Charlton Heston ai giovani e ribelli scimpanzé nel grande successo hollywoodiano di quell’anno, Il pianeta delle scimmie. Uno slogan che si trasformò via via in una modalità esistenziale e in un rapporto nuovo rapporto, dialettico e critico, nelle relazioni tra generazioni. Anche per questo non capiamo come si possa sostenere – l’abbiamo letto sul Messaggero a firma Marina Valensise, una giornalista e studiosa peraltro documentata e sofisticata – l’esistenza di un nesso tra alcune recenti denunce di molestie e abusi a scuola, in particolare relativi a casi riguardanti sconfinamenti in questa direzione tra professori e allievi, e la cultura del ’ 68. La quale, filologicamente, si muoveva semmai verso un altro orizzonte: quello della diffidenza o della messa in discussione critica rispetto alla presunta autorevolezza delle generazioni precedenti. Cosa c’entra, insomma, il non fidarsi più a scatola chiusa e il cominciare a verificare criticamente i rapporti con gli adulti, fossero essi genitori, professori, politici, che è uno dei portati storicamente più importanti del ’ 68, con quella «deriva erotico- sentimentale che abolisce ogni barriera tra docenti e discenti, confonde i confini tra un professore e l’allievo, travolge ogni limite di sicurezza, scardinando gli argini del rispetto umano e professionale»? Delle due l’una: o ci si rapporta criticamente con gli insegnanti e i genitori oppure, è il caso opposto, si fanno saltare i confini generazionali e si ipotizza come normale che con un docente si possa chattare come se si trattasse di un coetaneo.

Come tanti altri, sia ben chiaro, Marina Valensise mostra di non avere dubbi: «Abolire – scrive – la cortina del rispetto, squarciare il velo un tempo invalicabile che dovrebbe separare maestri e allievi è l’ennesimo frutto marcio prodotto dal ’ 68 e dalla cultura del ’ 68». Mostrando così di seguire la vulgata ormai egemone, e diffusa da anni a destra, a sinistra e al centro, secondo cui il Sessantotto – anno che viene trasformato in un feticcio, in una entità ideologica – da anno cronologico si trasforma nell’origine di tutti i mali, sociali, antropologiche, culturali. Nient’altro che in un’utopia, «inservibile e obsoleta – leggiamo ancora sul Messaggero – che in nome dell’uguaglianza, del ripudio delle forme, della guerra alla gerarchia e alle differenze ha finito per logorare la vita pubblica, privando il corpo sociale dei suoi anticorpi e delle valvole di sicurezza necessarie al suo funzionamento».

Niente di nuovo, in realtà. È la solita e trita litania sulla rovina della scuola, sul tramonto del principio di autorità, sulla fine della famiglia borghese, sull’eclisse della meritocrazia. Quando invece, e la storia stessa lo attesa, il ’ 68 fu più che altro la messa in discussione e lo scoperchiamento di tutta l’ipocrisia che aleggiava nella percezione vissuta di queste dimensioni sociali.

Non ci stupiamo comunque del fatto che la pubblicistica sia ricaduta nella ripetizione di questa lettura. Sin dal primo decennale, nel 1978, e a proseguire nei tre seguenti anniversari tondi, non è mancato il profluvio di lamentazioni postume all’insegna della massima “da allora tutto non fu più come prima”. Con il sospetto che davanti alle solite esortazioni del tipo “finiamola col sessantottismo”, “è tempo di archiviare la cultura del ’ 68”, sia più che legittimo il dubbio che in realtà si voglia parlar d’altro senza averne il coraggio e senza lo sforza dell’elaborazione di nuove categorie adeguate a interpretare la complessità dei fenomeni a noi contemporanei. È la scorciatoia del pensiero pigro: è facile trovare una causa generale per tutto ciò che non comprendiamo e di fronte a cui ci troviamo spiazzati. È come il personaggio di Alberto Sordi che di fronte ai suoi fallimenti diceva “io c’ho avuto la malattia” o “io ho passato la guerra”. Sarebbe invece il caso, ora che siamo al cinquantenario, di “storicizzare” finalmente il ’ 68, di raccontare cioè quell’anno, con tutte le sue “rotture”, per quel che è stato veramente. E di smetterla di presentarlo come un feticcio ideologico da utilizzare come causa di tutti i nostri mali.

Oltretutto, da allora è passato mezzo secolo, un periodo così lungo e complesso, attraversato da altre faglie e altri sommovimenti globali, che è davvero impossibile quando non fuorviante individuare – come nel caso da cui siamo partiti – nei fatti del ’ 68 l’origine di fenomeni del tutto inediti e spiegabili solo con processi davvero molto lontani da quell’anno. Cosa avrebbe a che fare, insomma, il chattare in rete in una dimensione orizzonte e privata tra docenti e studenti e le eventuali conseguenze con le intuizioni dell’anno vissuto all’insegna dell’immaginazione al potere? Un anno denso di eventi rivoluzionari come il Vietnam e le proteste contro la guerra, gli studenti contro la polizia a Valle Giulia, il Maggio francese, la Primavera di Praga, gli assassini di Martin Luther King e Robert Kennedy, le convenzioni per le elezioni americane che videro la vittoria di Nixon, la nascita del femminismo… «Con stupore ed entusiasmo – annota Mark Kurlansky nel fondamentale ’ 68. L’anno che ha fatto saltare il mondo (Mondadori) – si scoprì che a Praga, a Parigi, a Roma, in Messico, a New York, si stavano facendo le stesse cose. Grazie a nuovi strumenti quali i satelliti per le telecomunicazioni e i videotape, la televisione stava rendendo ognuno consapevole di quanto stavano gli altri. E questo era elettrizzante perché, per la prima volta nell’esperienza umana, eventi importanti e remoti erano vissuti in diretta». Questo, non altro, fu il ’ 68. Il professore che non solo dà ai suoi allievi del tu, ma pretende che glielo diano anche a lui, insieme con l’e-mail, al numero di cellulare e all’amicizia su Facebook per poterli chiamare a tutte le ore del giorno e della notte non capiamo cosa avrebbe dello “spirito del ’ 68”. Uno spirito che, semmai, muovendoci sul piano dell’immaginario andrebbe storicamente visto nella presenza e nel ruolo di un premio Nobel come Bob Dylan e di un intellettuale come Francesco Guccini nello scenario odierno. Queste sì, due vere “lezioni” viventi del Sessantotto.

Mughini: «A Parigi nel ‘68 tiravo pavé sulla polizia, poi mi innamorai di Craxi». Il 76enne ex direttore di Lotta Continua, poi personaggio televisivo: «Gli intellettuali e la politica? Pagliacci, compreso Pasolini. Anch’io ho vissuto la depressione». Intervista di Aldo Cazzullo del 24 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera".

Mughini, cosa ci faceva a Parigi nel Maggio ‘68?

«Avevo vinto una borsa di studio per specializzarmi in francese, lingua da me venerata. Facevo il lettore di italiano al liceo Hoche di Versailles: per me che venivo dalla provincia, era come passare dal Viterbo al Real Madrid».

Era nell’aria la grande rivolta?

«Non sarebbe venuto in mente a nessuno che stava per scatenarsi un tale pandemonio. “La Francia si annoia” titolò un giornale. Altrove il casino era già cominciato; anche se le cose italiane facevano ridere al confronto».

Perché?

«Ricordo una foto della mitica battaglia di Valle Giulia: un poliziotto panciuto non riusciva ad afferrare un giovane Giuliano Ferrara, che pesava già almeno 120 chili. Noi a Parigi avevamo di fronte i reduci della guerra d’Algeria».

Truppe addestrate alla guerra coloniale.

«Addestrate talmente bene che non hanno ammazzato nessuno».

Lei partecipò alla prima notte di battaglia.

«E ho tirato i pavé contro i poliziotti; ma non dall’alto delle case, come altri».

Nel libro «Era di maggio. Cronache di uno psicodramma» racconta di essersi nascosto al sesto piano, mentre dal quinto salivano i colpi dei flic e le urla degli studenti.

«I poliziotti avevano avuto 271 feriti gravi in una sola notte. Avevano visto i compagni con il cranio sfondato: cento di loro non tornarono mai in servizio, uno morì. È un miracolo che si siano limitati alle manganellate».

Fu una guerra?

«No; uno psicodramma. Fosse stata una vera guerra, loro avrebbero spazzato via tutte le barricate del Quartiere Latino in dieci minuti. Ma noi non eravamo insorti algerini; eravamo la più fortunata generazione del dopoguerra, quella che stava godendo della ripresa economica. Per una volta non eravamo al cinema o a teatro; il film, la rappresentazione teatrale eravamo noi. Uomini e donne pari erano».

Lei racconta la vera storia della Marianne fotografata con la bandiera nordvietnamita.

«Era una modella di famiglia aristocratica. Stanca di marciare, salì sulle spalle di un compagno. Quando vide un reporter, fece il suo mestiere: si mise in posa. Il nonno la riconobbe e la diseredò».

Anche sua nonna materna era un’aristocratica.

«Sì, ma decaduta. Conosco la situazione degli ultimi, perché da lì vengo. I miei genitori erano separati. L’unico lusso del nonno era un fiasco di vino la domenica. A casa non c’era nulla, né libri né quadri; avevamo una radio, si guastò, non avevamo i soldi per farla aggiustare. Andavo dagli amici a vedere in tv i Mondiali del 1958 e Mike Bongiorno. Non avevamo di che comprare un frigorifero, uno zio ci portava il ghiaccio. Avevo un unico paio di scarpe, per giocare a pallone e per passeggiare. Non sapevo cosa fossero le vacanze».

Quando comincia la politica?

«Ricordo il luglio 1960: uccisero un operaio edile vicino a casa, Salvatore Novembre. Tenni un comizio per il 25 aprile, in cui devo aver detto delle fesserie da vergognarmi. Ebbi un applauso come mai in vita mia».

Suo padre era fascista.

«Sì, a Catania era il numero 2 dopo il podestà. Ma non aveva nulla della retorica del regime, non diceva una parola più del necessario. Teneva una bellissima foto di Mussolini giovane dietro la scrivania. Combatté in Albania, poi raggiunse la famiglia a Firenze. Quando i partigiani entrarono in città si nascose. Tornammo a Catania, il viaggio in autobus durò un mese».

E la politica di oggi?

«Non mi appassiona».

I 5 Stelle?

«Li considero il nulla, sotto forma di declamazione populistica. In Sicilia il reddito di cittadinanza c’è già: i forestali, le pensioni di invalidità, l’Assemblea regionale…».

Lei è siciliano.

«Non mi sento siciliano; mi sento italiano. Lo accetto perché erano siciliani Verga, Pirandello, Sciascia. Inutile fingere che esista l’Italia unica del sogno risorgimentale. C’è l’Italia del talento, della creatività, dei conti a posto; e poi c’è il Comune di Roma».

Salvini?

«Non ci meritavamo un risultato elettorale che premiasse un personaggio di questa fatta. È triste stilisticamente e antropologicamente che sia lui a rappresentare la Lombardia, il cuore produttivo del Paese».

Berlusconi?

«Mi sta immensamente simpatico. È uno che ha creato un impero. Sono anni che lavoro a Mediaset e con la Rai non c’è confronto: vedi ragazzi assunti non dai partiti, ma perché hanno voglia di lavorare».

È andata così male il 4 marzo?

«Abbiamo vissuto due catastrofi nello stesso tempo: la sconfitta di Berlusconi e quella di Renzi. Io speravo al contrario che avrebbero governato insieme: centrosinistra, l’unica formula che in Italia abbia mai funzionato».

Renzi è finito?

«Niente affatto. La storia della politica è piena di resurrezioni: de Gaulle, Churchill, Fanfani…».

Sono accostamenti molto generosi.

«Perché, il Pd chi ha? Martina? Franceschini? Renzi non è finito, anche se è difficile immaginare una sequela di passi falsi come quella in cui è incappato».

Lei perché ha diretto il giornale di Lotta continua?

«Per un motivo liberale. Lo avevano fatto Pannella, Pasolini, Piergiorgio Bellocchio. Venne Sofri a casa mia, mi chiese di fare il direttore responsabile. Pensavo che quel giornale dovesse uscire. Di più, pensavo che quelli di Lotta continua fossero i migliori della nostra generazione. Mi sono costati 28 processi e tre condanne».

Lo pensa ancora?

«Sofri per caratura personale e intellettuale lo è senza alcun dubbio. Vuol mettere con quel che scrivono Gad Lerner o Mario Capanna?».

Sofri è condannato come mandante dell’omicidio Calabresi.

«Non ne sono convinto. La mia personale idea è che il delitto sia stato organizzato dai servizi d’ordine di Milano e Massa; Sofri allora stava a Napoli. Sapeva quel che stavano combinando, ma non credo sia il mandante. La prova non c’è. E comunque quando ha ricevuto l’ordine di carcerazione si è presentato la mattina presto e si è fatto sei anni. Non ha mai voluto dire che lo sparatore fosse Bompressi, anzi ha detto che quelli che uccisero Calabresi sono i migliori della nostra generazione».

Frase che lei non condivide, vero?

«Certo che no. È una frase però che lui ha pagato. Come non mi è piaciuto il libro patetico di Sofri su Pinelli: ci ha messo trent’anni a realizzare che Calabresi non era in stanza quando l’anarchico cadde».

Come sono andate le cose secondo lei?

«Come stabilì D’Ambrosio, che in quattro anni di indagini non trovò nulla contro Calabresi; a cui 800 intellettuali avevano dato del torturatore. Una vergogna nazionale».

Non stima gli intellettuali italiani?

«Quando parlano di politica sono dei pagliacci, tranne rarissimi casi; tra cui purtroppo non c’è Pasolini. “Io so tutti i nomi ma non ho le prove…”: sciocchezze micidiali. Ricordo un documentario in cui si confrontavano Guareschi e Pasolini: Guareschi lo dominava, se lo mangiava a colazione. Ucciso per il libro Petrolio? Pazzesco».

Com’è morto Pasolini, secondo lei?

«I ragazzi di vita che lui aveva celebrato gli tesero un agguato. In tre o quattro l’hanno ridotto in quel modo; e Pelosi non ha mai fatto i nomi».

Però lei stimava Craxi.

«Moltissimo. Nel 1974 lo invitai a presentare il mio primo libro con Cicchitto e due comunisti, Reichlin e Chiaromonte. Loro arrivarono in anticipo, con un pacco così di appunti. Craxi ci raggiunse con tre quarti d’ora di ritardo. Il libro non l’aveva neanche aperto. Disse solo: “Di cosa stiamo parlando, finché è in piedi il Muro di Berlino? Finché i comunisti opprimono mezza Europa?”. Me ne innamorai perdutamente».

Non è finito bene.

«Mani Pulite fu un regolamento di conti mafioso. Uccise il Psi, la Dc e gli altri partiti che avevano costruito la democrazia italiana; così vennero fuori l’Msi, la Lega e un partito costruito dagli impiegati di Publitalia. Il crollo culturale è evidente».

Lei fu anche tra i fondatori del Manifesto.

«Sì. Volevano uno diverso da loro, che non fosse un fuoriuscito dal Pci. Dopo tre mesi me ne andai».

Non li stimava?

«Tutt’altro. Erano un gruppo di fuoriclasse, Pintor su tutti; ma facevano un giornaletto a sinistra del Partito comunista. Non si poteva sentire Luciana Castellina dire stupidaggini tipo che la scelta di Ingrao di restare nel Pci era segno di decadimento morale. Raccolsi una serie di pareri critici sul Manifesto e li pubblicai. Lucio Magri mi disse che avevo sbagliato. Presi la mia borsa e uscii. Solo la sua morte ha cancellato la mia ira; adesso lo considero un fratello».

Perché?

«Perché anch’io l’anno scorso ho vissuto la depressione. Quattro mesi in cui la vita non mi parlava più. In cui non riuscivo a leggere un libro: come restare senz’aria. Lucio Magri è andato in Svizzera una prima volta, ed è tornato indietro. È andato una seconda volta, e di nuovo è ritornato. La terza volta è stata l’ultima».

Le manca non aver avuto figli?

«Non sarei stato all’altezza di fare il padre. E non ho mai pensato di sposarmi. La storia con Michela è una scelta che si rinnova ogni giorno. Sono sensibile a tutto ciò che negli uomini è tenebra, solitudine, dolore. Montanelli mi raccontò di aver vissuto sette depressioni. Momenti in cui il cielo gli appariva nero».

Come conobbe Montanelli?

«Gli scrissi una lettera aperta su Pagina, la rivista che facevo con Galli della Loggia, Mieli e Massimo Fini. Mi chiamò e mi propose una rubrica sul Giornale, L’Invitato. Offrì 250 mila lire. Risposi: meglio 300. Discutere sul prezzo è sempre stato un punto della mia religione laica».

Cosa c’è nell’aldilà?

«Nulla. Rispetto chi ci crede; ma la sopravvivenza dell’anima è una favoletta consolatoria. Com’è l’anima di Brigitte Bardot?».

Giampiero Mughini, il mio '68. "Diritti, sesso e libertà. Poi venne il terrore". Intervista al giornalista e intellettuale. Il Sessantotto cominciò all'inizio degli anni '60 con gli scioperi alla Fiat e finì con l'omicidio di Moro nel1978. Divenne una guerra civile tra giovani. Intervista di Davide Nitrosi del 21 gennaio 2018 su Quotidiano.net. Il maggio francese, Valle Giulia, Praga, Ian Palach. Lotta continua, Potop, il movimento. E le ragazze con le minigonne e il sesso libero, il corpo è mio. Poi vent’anni fra terrore rosso, antilopi e giaguari, la democrazia. 

Il Sessantotto compie 50 anni. Giampiero Mughini, è giusto celebrarlo?

«Celebrare non è la parola pertinente. Diciamo comprenderlo».

Non l’abbiamo ancora compreso?

«Comprenderlo significa innanzitutto sapere che il Sessantotto è durato 20 anni. È cominciato all’alba degli anni Sessanta con gli scioperi furibondi alla Fiat di Torino, quando la Fiat dettava tempi e umori della sinistra, ed è morto con Aldo Moro, il 9 maggio 1978, quando il corpo di Moro assassinato a freddo fu ritrovato in un’auto lasciata dai terroristi, sedicenti rivoluzionari, a metà strada tra la sede del Pci e quella della Dc». 

Genesi operaia, epilogo tragico?

«Inizia con gli scioperi, ma non è solo la fabbrica. È anche cambio culturale. Nel 1961 nasce la rivista madre del gauchismo, Quaderni Rossi, e dopo di lei tante altre riviste, come quella che creai io a Catania, Giovane critica. Si prepara il terreno, il linguaggio, la poetica del Sessantotto vero e proprio».

Al centro una generazione nata sulle macerie della guerra: è un caso?

«No, perché era tutto elettrizzante, perché c’era stato il boom demografico, ed eravamo tanti ad avere 20 anni negli anni Sessanta e a condividere la crescita esaltante dell’Italia. Venivamo dalla povertà, ma stavano vivendo un momento in cui il mondo mandava messaggi eccitanti. La nuova moda, la nuova musica, la nuova cultura».

Non era un fenomeno elitario?

«L’élite ha fatto scattare il Sessantotto, ma poi i cortei erano ampi e popolari. A dare il via furono gli universitari del 30 e lode, molto diversi dai grillini di oggi. Ma poi vennero subito le manifestazioni, fu un grande casino perché il cambiamento toccava la vita quotidiana, le relazioni. Per la prima volta ragazzi e ragazze condividevano esperienze assieme».

La vita privata diventò vita collettiva.

«E fu la grande novità. Non il socialismo realizzato sulla terra, non il comunismo: la grande novità fu la trasformazione molecolare della vita».

Caddero i tabù. Oggi certe libertà verrebbero scambiate per molestie?

«Oggi è cambiato tutto, non è paragonabile. La società italiana di quegli anni è lontana dall’oggi come gli etruschi».

Che cosa fu la rivoluzione sessuale per i giovani del tempo?

«Fu un percorso e una bellissima scoperta. Uno choc rispetto alla mia educazione. Io arrivavo da una scuola di preti dove unica cosa che insegnavano era la sessuofobia».

E voi ribaltaste tutto?

«Quell’Italia fu ribaltata dalla nostra esperienza concreta. Sperimentavamo che avere accanto le ragazze, soprattutto le ragazze in minigonna, era una gioia. Quando vidi per la prima volta il mio amore dei vent’anni in minigonna, beh, capii che dio esiste!»

In quelle assemblee e occupazioni in fondo comandavano gli uomini. Restava il maschilismo?

«Assolutamente no. Ricordo solo che c’erano alcune ragazze che nelle occupazioni stavano in cucina mentre noi sproloquiavamo. Ma non tutte. La polemica sul maschilismo è stata inventata a posteriori quando al congresso di scioglimento di Lotta Continua alcune compagne salirono sul palco a dire che i loro uomini erano dei cazzoni che non valevano niente a letto».

Ma dopo il ’68 vennero gli anni Settanta e la violenza.

«Gli anni della guerra civile fra giovani. A differenza della guerra civile combattuta fra il 1943 e 1945, quella degli anni Settanta fu una guerra psicotica, anche se con molti morti. Ciascuno dei due gruppi considerava la parte avversa come una parte da distruggere».

Gli anni di piombo nascono dal Sessantotto?

«Vi nascono filologicamente. Già nel ’70 c’erano Curcio e Franceschini, c’era il gruppo di Sociologia a Trento. È un ecosistema che nasce a partire dal 1969 e dura fino alla morte di Moro. Se le Br avessero liberato Moro e si fossero presentate alle elezioni avrebbero preso un milione e mezzo di voti, perché avevano un seguito».

Un ecosistema, appunto.

«Quando rapirono Moro, ero sull’autobus e il passeggero vicino a me commentò la notizia dicendo: se lo merita. I grillini non sono nati adesso, mi ricordano quelli che vedevano la Dc, il più grande partito democratico dell’Occidente, come un nemico a prescindere. Questo è stato il cotè tragico e fallimentare del Sessantotto».

Un fallimento quindi alla fine?

«Non tutto. Il non fallimento è stata la rivoluzione della vita quotidiana, che allora è cambiata per tutti noi e che è l’aspetto più importante della nostra dimensione. Il divorzio, i diritti...».

Giampiero Mughini: "All'islam servirebbe un 1968", Intervista di Gianluca Veneziani del 24 Ottobre 2017 su "Libero Quotidiano". Di quella stagione lui è stato figlio ma, in un certo senso, anche padre, visto che con la rivista Giovane critica - da lui fondata e diretta a Catania nel 1963 - anticipò lo spirito e i temi del Sessantotto. Ora che si approssima il 50mo anniversario di quell’anno cruciale nella storia del Novecento, Giampiero Mughini prova a tracciare un bilancio in chiaroscuro dell’eredità di quell’epoca, ma anche ad analizzare come sia cambiato rispetto a mezzo secolo fa il ruolo dell’intellettuale nell’influenzare le evoluzioni della politica e della società.

Mughini, il ’68 fu una rivoluzione di studenti e operai, ma anche di intellettuali. Si pensi, per esempio, al ruolo dei Marcuse e dei Sartre. Oggi un intellettuale potrebbe avere la stessa capacità di favorire un cambiamento così radicale?

«No, oggi gli intellettuali umanisti sono dei ruderi, parlano con gli amici e basta, i loro principali vettori di espressione, i giornali, hanno un’influenza minima, pesano sull’opinione pubblica al 5% o forse meno, laddove Instagram vale il 20% o forse più. La tecnologia ha squassato le precedenti gerarchie e forme di comunicazione: gli unici intellettuali che contano sono quelli che attrezzano robot e computer, che permettono il lancio in cielo di missili ultrapotenti, i medici che combattono malattie micidiali. Ma non me ne rammarico. L’intellettuale così come è stato concepito in passato non è un’icona indistruttibile, è una figura storica che ha avuto un grande peso tra Otto e Novecento, tra Émile Zola e Benedetto Croce. Oggi a noi non resta che fare bene il nostro mestiere».

E nei confronti della politica un intellettuale umanista cosa può fare? Coltivare ancora il mito di essere engagé o costringersi all’isolamento?

«Se vuoi essere libero, non puoi che essere inorganico. L’alternativa è restare isolati o essere asserviti a qualche famigliola politica. Ma in quest’ultimo caso devi lustrare le scarpe al potente di turno e spiegare quanto la tua famigliola o la tua gang abbia ragione. Allora io preferisco rimanere isolato, isolatissimo. Non ho più un giornale su cui scrivere, ma almeno quando mi guardo allo specchio non ho nulla di cui vergognarmi, come quelli adusati a fare l’elogio di Berlusconi, Renzi, Grillo o della Boldrini».

Vale lo stesso anche per chi prova a portare qualche idea in tv?

«Per andare in televisione a esprimere ciò che pensi devi essere gradito a chi la tv la possiede, a Cairo, alla sinistra vicina a Repubblica, alla maggioranza renziana. Quando mi invitano in tv, vado volentieri a fare due chiacchiere. Ma è un segno dei tempi che io debba parlare di calcio. Il calcio ha una platea immensa. Se io andassi a parlare di libri, la platea sarebbe miserrima. La tv, si sa, ha bisogno di grandi numeri. E l’unico modo per portare i libri in tv, come ha provato a fare Baricco, è far parte del giro…».

Quanto la stagione del berlusconismo ha inciso nel depotenziare il ruolo dell’intellettuale anche in televisione?

«A dispetto di quanto si pensi, Berlusconi non disprezzava e non disprezza gli intellettuali. Alla sua prima discesa in campo arruolò in squadra menti come Lucio Colletti, Saverio Vertone, Piero Melograni, figure provenienti dalla sinistra e da quella allontanatesi. Ma Berlusconi è stato anche molto generoso nei confronti degli intellettuali, ha pagato bene direttori di quotidiani e tv, giornalisti, opinionisti. Ricordo quanto fosse munifico quando lavoravo a Panorama… Da uomo intelligente qual è non può avercela con gli intellettuali. Certo, gratifica gli intellettuali che non ce l’hanno con lui».

Esattamente 30 anni fa tu pubblicavi il libro Compagni, addio, tuo atto definitivo di distacco dall’intellighenzia sinistrorsa. Oggi che effetto ti fa vedere una sinistra completamente depensante, asservita soltanto al vangelo del Politicamente Corretto?

«Il termine sinistra non vuol dire più nulla da tempo, si è ridotto a una parola passepartout che riguarda temi astratti come il bene pubblico, la lotta alle ineguaglianze ecc. Sinceramente, se oggi Togliatti assistesse allo spettacolo di questa sinistra, divisa in tante famigliole, e alle beghe tra Pisapia e D’Alema, scoppierebbe a piangere. Ma anche il Pd in realtà non esiste, è solo una somma di ambizioni e arroganze personali. La sua obbedienza al Politicamente Corretto sulla questione dei migranti, del femminismo militante è la ricerca di una risposta già pronta che tuttavia non risolve un bel niente».

A livello culturale, invece, la destra pare contorcersi nel dibattito tra sovranisti e indipendentisti. Tu da che parte stai?

«Quello che sta accadendo in Catalogna è una robaccia orripilante: esistono dei Paesi, delle nazioni con le loro diverse anime ed etnie, ma anche con una storia in comune. L’idea che la Catalogna diventi uno Stato è semplicemente ridicola, non credo che la stessa gente di Catalogna lo voglia. Allo stesso modo, il referendum per l’autonomia fiscale di Lombardia e Veneto non andava fatto, e i risultati possono appenderseli in bagno. È assurdo pensare che la più grande regione d’Italia voglia rendersi autonoma dall’Italia, sarebbe uno schiaffo ai Silvio Pellico, ai Carlo Cattaneo, a chi l’Italia l'ha costruita davvero».

A breve si voterà anche in Sicilia, isola dove tu sei nato e cresciuto e che più volte hai detto di “odiare”. Chiunque vinca le Regionali, pensi che l'isola resterebbe irriformabile?

«Tanto per cominciare, io concederei un’autonomia totale alla Sicilia solo per vedere l’effetto che fa. In 15 giorni l’isola andrebbe in fallimento perché non è in grado di autogestirsi: lì c’è un’evasione fiscale inverosimile e sprechi indecenti, a partire dalle commende che ricevono i deputati dell’assemblea regionale. In Sicilia hanno vinto un po' tutti nel tempo, Berlusconi, Leoluca Orlando e ora rischiano di vincere i grillini, ma la politica comunque non potrà mai farci nulla, perché i politici siciliani sono figli di quella cultura».

A proposito di grillini, un loro eventuale trionfo alle prossime Politiche come potrebbe essere riassunto in uno slogan para-sessantottino?

«Sarebbe la vittoria dei politici di professione che tuttavia non avevano una professione prima di entrare in politica. I grillini non avevano un lavoro, non avevano competenze, non avevano un curriculum e ciascuno di loro ha avuto qualche decina di preferenze. Di quanto siano sprovveduti, te ne accorgi da quello che dicono Di Battista e Di Maio: Napoleone che vince la battaglia di Auschwitz, Pinochet dittatore del Venezuela… Pensare che il più grande partito politico italiano oggi è segnato dal colossale confronto tra Fico e Di Maio mi fa semplicemente rabbrividire».

Tornando all’inizio. Il prossimo anno si celebrano i 50 anni dal '68. È tempo di dire addio anche a quella stagione o di conservarne qualche traccia positiva?

«Io sono cresciuto in quegli anni, i suoi marchi mi sono rimasti addosso, e ho passato il tempo a smacchiare buona parte di essi. Di quella stagione salvo tutta la parte di libertà, di creatività, di rottura degli schemi tradizionali e naturalmente condanno la seminagione della violenza e del fanatismo ideologico. Si tratta di un’analisi complessa da fare però, perché il Sessantotto in Italia non fu un anno ma un periodo cominciato ai primi degli anni ’60 e terminato col ritrovamento del cadavere di Moro. Indubbiamente le ricadute nel costume, nel modo di vivere, nella cultura, nei libri, nei film e nei valori di riferimento sono state enormi. Anche in politica il '68 ha inciso nel senso che molti dei politici che oggi siedono in Parlamento sono figli di quegli anni. Ma è stata la rivoluzione nella società quella decisiva. Pertanto auspico che ci sia un '68 anche nell’islam: una società più secolarizzata contribuirebbe a limitare i radicalismi e gli estremismi. Anche se, a essere onesto, non la vedo una prospettiva probabile».

«Quando nascono i tribunali muoiono le rivoluzioni». A cinquant’anni dal Sessantotto un viaggio nella memoria con il leader del movimento studentesco. Intervista di Daniele Zaccaria del 26 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Conversare con Oreste Scalzone è un’esperienza proustiana e futurista allo stesso tempo. Il flusso della memoria scorre come un torrente, ma non è sempre un corso tranquillo, dalle acque affiorano improvvisi i vortici, e il gorgo dei ricordi procede agitato da un demone errante, con lo sguardo che punta fisso l’orizzonte in una specie di eterno presente. «Sono un ipermnesiaco (lo sviluppo eccessivo della memoria n. d. r.), anche se ogni tanto, come diceva Freud e come accadeva nel Rashomon di Kurosawa, posso vivere qualche illusione di memoria». Cinquant’anni fa, quando la società occidentale venne travolta dalla rivoluzione del ‘ 68, Scalzone era un giovane leader del movimento studentesco. In questi giorni di celebrazioni museali che fanno di quell’annata formidabile una specie di Risorgimento scamiciato, Scalzone accetta di tornare sul “luogo del delitto” per abbozzare quella che lui chiama con modestia una “anti- celebrazione”, una “anti- cerimonia”. Ma prima di tornare a quei giorni di marzo ‘ 68 vuole togliersi un sassolino dalla scarpa: «Questa vicenda dei fascisti che avrebbero avuto contatti con il movimento studentesco per organizzare gli scontri di Valle Giulia è una totale fake- memory che si basa unicamente sulle dichiarazioni di Delle Chiaie Stefano, detto “caccola”. Delle Chiaie era odiato in primis dai fascisti per così dire “puri”, che lo vedevano come un uomo dei servizi segreti. Il movimento non aveva alcuna contezza di quelle dinamiche, è probabile che ci furono tentativi di infiltrazione che però non riuscirono. I fascisti erano arroccati nella facoltà di giurisprudenza e il comitato di agitazione dell’Ateneo aveva deciso semplicemente di ignorarli, come fossero un tumore morto, non li vedevamo e intorno a loro c’era una specie di cordone sanitario. Le cose cambiarono la notte tra 15 e il 16 marzo, quando delle squadre di picchiatori del Msi entrarono alla Sapienza attaccarono i loro extraparlamentari sgomberandoli manu militari i e attaccarono il picchetto del movimento a Lettere ferendo alcuni compagni».

Cosa ricordi di quella mattina?

«Arrivai all’università di buon ora, quelli del Msi si erano già asserragliati dentro giurisprudenza con gli onorevoli Almirante e Caradonna. A quel punto noi lanciammo un attacco improvvido, generoso ma improvvido, tanto che avanzando potevamo contare i feriti, dall’alto ci lanciavano di tutto, biglie di ferro, vetri, oggetti di ogni tipo, poi sento uno schianto, la panca lanciata dall’alto colpisce di sbieco una sedia con cui malamente mi coprivo…, il contraccolpo mi schiaccerà due vertebre, vengo trascinato via, mi portano in ospedale, intanto la battaglia continua. Alcuni compagni scovano una porta secondaria e riescono a entrare, sono una dozzina e si trovano soli davanti Almirante, avrebbero potuto linciarlo, ma comprensibilmente esitarono, e l’attimo passò, fortunatamente non si aveva la stoffa di linciatori… A quel punto entrò in forze la polizia. Ora, per chi sostiene che ci fosse ambiguità tra il movimento e l’estrema destra, cito il dottor Paolo Mieli e il professor Agostino Giovagnoli, cosa avremmo dovuto fare? Linciare Almirante per dimostrare il contrario? Peraltro su quei giorni continuano a essere scritte e dette enormi sciocchezze. Molte ispirate da un misero “pasolinismo” di ritorno».

Cosa intendi?

«Parlo di questa divisione artificiosa tra i poliziotti figli del proletariato mandati nelle città a prendersi le botte dagli studenti figli della borghesia. Di sicuro Paolo Mieli era un figlio della borghesia, io ero un semplice pendolare di Terni, ma di cosa parliamo? Alla Sapienza c’erano più di 70mila iscritti, l’università era già un luogo di massa e nel movimento c’era di tutto, compresi i figli dei “cafoni” del sud, i figli degli operai mandati a studiare nella grande città per diventare ingegneri. Certo, la maggioranza dei leader proveniva da famiglie istruite ma solo perché, come diceva Don Milani, possedevano le parole sufficienti per diventare i capi, nelle facoltà e nelle piazze però il protagonista era altro, no?»

Pasolini si sbagliava dunque?

«Di sicuro si sbagliava sulla composizione sociale del movimento studentesco, e dire che sarebbe bastato aver ascoltato un mezzo discorso di Franco Piperno, non dico di aver letto Marx. Si sbagliava anche nella sua mitologia poetica della classe operaia che per lui era incarnata solamente dagli operai con la tuta e le mani callose e “professionali” quando già allora la figura centrale erano gli operai di catena, in gran parte immigrati dal Sud, quelli che si raccontano in Vogliamo tutto! di Balestrini; inoltre già allora avanzava il precariato tra le giovani generazioni. Si è sbagliato anche sulla natura del Pci, in questo sono d’accordo con lo storico Giovanni De Luna, Pasolini dice ai giovani di andare verso il Pci, pensare che quel movimento potesse andare verso il Partito comunista era una sciocchezza. Neanche il segretario Luigi Longo aveva il coraggio di affermare una cosa simile. Infine si sbagliava sui poliziotti, per lui erano «dei bruti innocenti» in quanto li riteneva delle bestioline irresponsabili, «li hanno ridotti così». Anche in questo caso è una lettura semplicistica, basterebbe un po’ di piscoanalisi, penso a Willelm Reich: esiste un margine di responsabilità in chi commette atti brutali e sadici, è la psicopatologia dell’ultimo dei crociati che s’intruppa dietro Pietro l’Eremita a fare la “teppa eterna” mentre a Gerusalemme, scrivono gli storici, «il sangue arrivava alle ginocchia». La stessa teppa descritta da Varlam Salamov nei Racconti di Kolyma che in quel caso erano i cechisti, ma potremmo parlare anche delle Guardie rosse, di chi andava a evangelizzare di chi andava islamizzare, di chi andava a colonizzare».

Un rapporto mortale e mimetico quello della sinistra rivoluzionaria e libertaria con il potere e la violenza costituita.

«Prendendo spunto dal Foucault di Microfisica del potere, quando si costituisce un tribunale del popolo o del proletariato, una giustizia istituita, la mutazione è già avvenuta, la rivoluzione è già diventata controrivoluzione. Il passaggio da «potere costituente» a «costituito», come dice Agamben, è stato la tragedia di tutte le «Rivoluzioni» che hanno «preso il potere». Questo, microfisicamente, è sempre in agguato anche per noi. Nei giorni del rapimento Moro, ero convinto che il movimento dovesse “interferire” con le Brigate Rosse per scongiurare il rischio che si lasciassero sospingere ad un epilogo annunciato, atteso e come prescritto della sentenza di morte».

Più volte hai criticato la sinistra e il suo antifascismo razziale, cosa intendi?

«Mi vengono in mente (oltre a Sergio Ramelli) i fatti di Acca Larentia: se un commando di estrema sinistra apre il fuoco su un gruppetto di ragazzotti fascisti uccidendone due e poi quelli escono con il sangue agli occhi e le forze dell’ordine ne uccidono un altro, io mi sento molto a disagio come dissi all’epoca a Giorgio Bocca che mi intervistò per Repubblica. Non si possono trattare i fascisti come fossero dei “diversi”, questo è un approccio etnico, razziale al conflitto politico e l’antifascismo rischia di diventare un ulteriore strumento di regime. All’epoca fui molto criticato per questa mia posizione, in questo caso come che Guevara, che per inciso è stato anche un uomo feroce: «Dobbiamo essere implacabili nel combattimento e misericordiosi nella vittoria»».

Il “fascismo” viene continuamente evocato come fosse il sinonimo, l’equivalente generale, del male assoluto.

«Potrei rispondere che le parole sono importanti, e che l’equivalenza fascismo- male assoluto è contraddittoria perché due totalità non possono convivere. Partirei invece dal fascismo storico, il cui demiurgo è stato Benito Mussolini, una figura di un’ambiguità degna del post- moderno. Mussolini aveva certamente letto il Manifesto del partito comunista, ma ignorava il primo libro del Capitale. Di padre anarchico e di madre maestrina dalla penna rossa, diventa già da molto giovane la figura di punta della sinistra massimalista italiana come scrisse lo stesso Lenin. Un personaggio social- confuso, ma pure questa non è necessariamente una colpa, anche il mio amico Pannella poteva sembrare un Cagliostro liberal- liberista che mischiava tutto. Soreliano, socialista, prima pacifista che gridava «guerra alla guerra», poi il transito per l’interventismo democratico di Salvemini un’area in cui peraltro passarono anche Gramsci e Togliatti. Poi si riconverte ancora, approda all’irredentismo, da avventuriero sfrutta il reducismo dei “terroni di trincea” messi in conflitto con gli operai delle fabbriche del nord, visti come un’aristocrazia operaia dei Consigli che partecipava alla produzione di guerra. Da talentuoso avventuriero Mussolini riesce a mischiare tanti elementi, ruba il nome dei Fasci siciliani, si prende il nero della camicia degli anarchici, si porta dietro sindacalisti rivoluzionari come De Ambris e Corridoni, si prende il futurismo suprematista italiano ma anche russo e crea uno strano melange, quasi un kitsch post- moderno».

L’antisemitismo era connaturato al regime?

«No, Mussolini non era un antisemita. Nel ‘ 32, rispondendo a una domanda sulla questione ebraica che gli pose il biografo tedesco Emil Ludwig afferma secco: «Quella è roba vostra. Cose da biondi, da tedeschi». Le svolte successive del regime vennero prese per opportunismo e non per convinzione ideologica. Però in tutto questo kitsch infinito rimane un elemento essenziale e coerente che può definire il fascismo: la guerra alle organizzazioni operaie, non alla classe operaia in quanto tale che può essere cooptata dalle corporazioni, ma alle sue organizzazioni, dalle più riformiste alle più sovversive. Quello è il nemico, la sua ossessione persistente, come l’antisemitismo fu l’ossessione psicotica dei nazisti. Qui c’è un filo conduttore che porta dritto al complottismo, un paradigma sinistro, che può guidare anche quelli che sventolano le bandiere rosse e di qualsiasi colore. Detto tutto questo vorrei però chiarire un punto».

Prego.

«I termini contano anche in quanto autodefinizioni, “terrore” nasce come autodefinizione di Saint Just e Roberspierre, “totalitarismo” non è una parola inventata da Hannah Arendt ma da Mussolini Benito proprio per definire il suo regime».

Oggi in Europa esiste un rischio concreto che movimenti o regimi di estrema destra, razzisti e autoritari prendano il sopravvento?

«Prendiamo il caso Traini, lo psicopatico neonazista e ultras leghista di Macerata che voleva compiere una strage di migranti, su questo punto la penso come Felix Guattari: Traini è senz’altro uno psicopatico ma se dieci psicopatici si mettono una divisa delle Sa non possono essere liquidati come dei malati di mente, diventano dei ne-mi-ci. E qui nasce un grandissimo problema. In questo sono d’accordo con l’analisi Bifo che parla di “inconscio disturbato della nazione”».

Qual è il più grande nemico della sinistra?

«È un nemico interno e si chiama complottismo, una vera e propria tragedia culturale, un pensiero demoniaco e cospirazionista che diventa responsabile di quella mutazione di cui parlavo, il passaggio dal potere costituente al potere costituito, mi piace citare Agamben e la sua riuscita formula (di risonanza spinoziana) “potenza destituente”. Per il complottismo qualsiasi gesto di rivolta, dal Camus dell’- Homme revolté al suicidio di Jan Palach è sempre un gesto manipolato, eterodiretto, ma il complottismo vive di falsità, di contro- revisionismi e generalizzazioni, non tocca mai un dente a quelli che chiama manipolatori, è inoffensivo per il potere ma letale per chi combatte il potere».

Il destino degli esseri umani è la ribellione?

«Non esercitare l’inferenza per la specie umana la pone al di sotto delle altre specie, la nostra specie si sporge fuori dall’essere per inseguire la conoscenza, l’arte, la politica. A differenza dei girini e dei puledri noi nasciamo prematuri, iniziamo a camminare a un anno e mezzo mentre il puledro cammina già poche ore dopo la nascita. Il leone è un predatore e caccia la gazzella che in quanto preda tenta di fuggire, nessuno di loro è felice o infelice. Noi invece, per realizzarci, abbiamo bisogno della protesi della conoscenza. L’albero del peccato in tal senso è proprio una bellissima metafora del nostro destino.

E il futuro?

«Il futuro non esiste, il futuro è la narrazione dei dominanti».

Buttiglione: “Il ’68? Aveva bisogno di Gesù invece ha scelto Marx…”. Rocco Buttiglione, filosofo allora ventenne, parla del Sessantotto. Intervista di Giulia Merlo del 25 Marzo 2018 su "Il Dubbio".  Lo racconta col sorriso di chi parla di una stagione felice e ingenua, com’è quella parte della giovinezza che forma il carattere e la visione del mondo. Per Rocco Buttiglione, nato a Gallipoli nel 1948, il Sessantotto è stato l’anno di una rivoluzione fatta di fede più che di lotta di classe e sfociato poi in un’organizzazione – Comunione e Liberazione – che rispondeva alle domande di una generazione con le parole del Vangelo di Giovanni. Eppure, da cattolico, si è sentito parte di quel grande movimento studentesco, ricorda le stesse piazze e, in fin dei conti, ne ha condiviso la stessa esigenza di cambiamento.

Lei a vent’anni che ragazzo era?

«Dov’ero, prima di tutto. Nel 1967 mi ero appena immatricolato alla facoltà di giurisprudenza a Torino e nel novembre di quell’anno iniziò l’occupazione studentesca di Palazzo Campana, che era la sede delle facoltà umanistiche. A Torino, però, arrivai prima, durante l’adolescenza. La mia famiglia si spostava molto e, seguendo il lavoro di mio padre, a Torino arrivai da Catania e mi volli iscrivere al liceo Massimo D’Azeglio, tempio della cultura torinese e dell’anticlericalismo. Mi consigliarono subito di ripensarci ma io mi intestardii: mi presentai in classe molto fiero del mio perfetto accento siciliano e scoprii che lì essere meridionale e cattolico non era un vanto. I torinesi erano imbevuti di cultura azionista e dunque fortemente anticattolica, mentre antimeridionali lo erano senza saperlo, gli veniva naturale».

Come stava un meridionale cattolico a Torino?

«Innanzitutto persi l’accento catanese, poi scoprii che anche i torinesi avevano i loro complessi di inferiorità. Verso l’estero, però, e in particolare nei confronti degli Stati Uniti e della scienza tedesca. Ironicamente, il fatto che parlassi correntemente inglese e tedesco riscattò il fatto che fossi meridionale e cattolico. Poi all’università trovai un porto franco: l’istituto di scienze politiche era presieduto da Alessandro Passerin d’Entrèves, professore cattolico, ma anche ex capo della resistenza e insegnante ad Oxford. Per questo suo profilo esterofilo e partigiano godeva di una sorta di immunità e aveva creato uno spazio in ateneo in cui i cattolici erano tollerati. Nel Sessantotto l’idea era che l’Università fosse nostra, un luogo in cui non eravamo ospiti e dove si imparava non un mestiere, ma un sapere critico che indagava la verità dell’uomo».

Come si spiegava questo antagonismo nei confronti dei cattolici?

«A Torino interagivano tradizioni diverse: io venivo da una famiglia che aveva combattuto la guerra contro i tedeschi e per i miei genitori la resistenza era stata la lotta per la liberazione dell’Italia. A Torino, invece, per molti la resistenza era una cosa diversa: era stata una lotta per il comunismo, interrotta dall’intervento degli americani, che sconfissero i tedeschi e occuparono il Nord, e del Vaticano, che mobilitò il popolo per votare contro un governo comunista. Ecco, per chi era cresciuto in quella prospettiva, il Sessantotto era la grande occasione per portare a termine la rivoluzione incompiuta che era stata la resistenza».

Si avvicinò allora alla politica?

«Nel 1967 fondai con un gruppo di amici Gioventù Studentesca, un movimento cattolico da cui poi nacque Comunione e Liberazione e che fu parte del movimento studentesco».

Partecipavate alle manifestazioni di piazza coi vostri colleghi dei gruppi di sinistra?

«Sì certo. Uno dei punti caratteristici del movimento era la scelta della non violenza e l’idea del sit-in. Ci siedevamo tutti, poi arrivava la polizia che ci prendeva di peso e ci portava via. Ricordo che i poliziotti ci alzavano quasi con garbo e anche con una certa simpatia nei nostri confronti. Era il novembre del 1967. Poi, l’anno dopo, mi trasferii a Roma e anche qui fondai Gioventù studentesca».

Voi cattolici vi sentivate parte del movimento giovanile?

«Nel ‘ 67 moltissimo. Non eravamo discriminati, organizzavamo i nostri controseminari ed eravamo parte di quel grande movimento generazionale. Perchè questo è stato: un enorme movimento di massa, centrato sul bruciante desiderio di rompere con l’ipocrisia della società che ci circondava e di creare rapporti nuovi, fondati sulle relazioni interpersonali. In una parola, volevamo liberarci dall’egoismo individualistico per creare una nuova comunità. La nostra era una domanda di autenticità».

E avete trovato una risposta?

«Noi pensavamo che la fede cristiana fosse la risposta. Ancora oggi, sono convinto che la grande domanda generazionale del Sessantotto fosse prima di tutto una domanda religiosa, non una domanda politica. Il terrorismo successivo, che cominciò nel 1969, nasce proprio da questo errore: l’idea di dare una risposta tutta politica a una domanda religiosa».

Quanto ha litigato coi militanti della sinistra?

«Moltissimo. Ricordo una discussione con Mario Capanna, qualche anno dopo il 1968, a Milano. Comunione e Liberazione cresceva e noi ci consideravamo parte del movimento studentesco, ma Capanna voleva spiegarci che non era vero. Io obiettai che anche noi eravamo pronti a condividere la lotta di classe come lotta per la giustizia, ma lui mi rispose che non era sufficiente. Mi disse: «Anche se dite co- sì, per voi al primo posto non ci sarà mai la lotta di classe ma Gesù Cristo. Quindi siete dei reazionari, in questa università non avete diritto di parola e non ci metterete mai piede». Sei mesi dopo, Cl vinse le elezioni alla Statale».

Il Sessantotto è stato anche il momento della rottura con un certo modello di famiglia. Lo fu anche per i cattolici?

«Anche noi, solidarmente con la nostra generazione, eravamo in rivolta contro le nostre famiglie. La differenza, però, stava nel fatto che a questa rivolta offrivamo un’altra prospettiva educativa, in chiave critica ma non di rottura. Noi pensavamo che il conflitto è un elemento necessario ma positivo, poi si deve riconciliare: contestare significa non prendere alla lettera gli insegnamenti ma verificarne la veridicità nella propria vita, mettendo alla prova i valori proposti. Contestavamo piuttosto un certo modo di essere famiglia e ci siamo riconciliati con essa cambiando profondamente i modelli di interazione familiare».

E’ stata la declinazione cattolica di quello che fu la cosiddetta “liberazione sessuale”?

«Noi l’abbiamo vissuta come l’acquisizione di libertà rispetto alla coazione familiare, ma anche l’acquisizione di una responsabilità. Una delle cose di cui sono più grato a Cl e a Don Giussani è che ci ha insegnato a innamorarci, ad avere fiducia nel nostro innamoramento, a sposarci, avere figli, fare famiglie e a vivere il sesso come forza che salda due destini individuali creando una comunità. Ecco, questo pensiero non è stato molto diffuso ed è stata una grave perdita, sia per gli uomini che per le donne».

A proposito di donne, il Sessantotto ha visto fiorire i movimenti femministi.

«Io considero il Sessantotto come un movimento largamente maschile e anche con tratti maschilisti: la liberazione sessuale è stata vissuta in modo prevaricante nei confronti delle donne. Il femminismo è emerso dopo, ma nel Sessantotto l’immagine della donna era ancora quella della segretaria, con in più la libertà di usarla sessualmente».

Quanto c’è, allora, di mitico in quella stagione vista a cinquant’anni di distanza?

«Il Sessantotto è stato una grande occasione perduta. E’ stato una speranza: per un attimo c’è stata la sensazione che un’altra vita fosse possibile, ma le mani in cui questa sensazione è stata posta erano fragili. Subito si è perduta ed è poi degenerata. In un’immagine, penso al Giudizio universale: Dio tende la mano verso l’uomo, ma questa volta l’uomo non l’ha afferrata».

In questa degenerazione c’è il lato oscuro di un movimento che oggi viene celebrato?

«Io credo che si sia vissuta una riedizione in commedia del grande dramma del Novecento, con le sue religioni secolari. In termini teologici si potrebbe dire: si mette qualcosa al posto di Dio. Quando anche l’ideale più alto viene messo al posto di Dio, questo diventa demoniaco: la giustizia sociale diventa comunismo, la nazione diventa fascismo. La politica si presentò come risposta a una domanda religiosa e si trattò di una risposta inadeguata e di per sè, dunque, rovinosa».

Perchè dice che fu l’eccesso di politica a generare il terrorismo?

«La prima esigenza dell’uomo non è la politica, ma la religione. Dal modo in cui io definisco il mio rapporto con Dio deriva anche il modo in cui definisco il mio rapporto con gli uomini e dunque la mia capacità di avere misericordia per le loro imperfezioni. I terroristi travisarono l’intuizione di portare il regno di Dio su questa terra, identificandolo con il comunismo. In quegli anni veniva citato spesso Engels, in un passo di un libretto su Ludwig Feuerbach: «L’essenza della dialettica è che tutto ciò che è merita di morire». Per loro, davanti al bene assoluto che coincideva con la rivoluzione, tutto ciò che c’era perdeva valore e meritava disprezzo».

E dunque legittimava sparare?

«Alcuni anni dopo, nel 1977, le Brigate Rosse uccisero Carlo Casalegno, vicedirettore della Stampa. Il figlio Andrea era militante di Lotta Continua e ricordo che scrisse un bellissimo articolo: «Anche io ho sempre detto che la lotta di classe è al primo posto, ma non immaginavo che potesse venire anche prima della dignità e del rispetto dell’uomo»».

Quando avvertì la rottura con lo spirito del Sessantotto e l’inizio della stagione successiva?

«Per me fu nel marzo del 1969. A Roma c’era una grande manifestazione di studenti delle medie, che venivano in corteo alla città universitaria. I fascisti erano asserragliati dentro a Giurisprudenza, i gruppuscoli dell’ultrasinistra stavano dentro Lettere e la grande maggioranza del movimento era fuori, perchè era una bella giornata di sole. D’un tratto, capimmo che i fascisti volevano uscire per aggredire i ragazzi, così organizzammo un cordone non violento per impedirglielo. Loro ci vennero incontro agitando le bandiere e, quando arrivarono vicini, smontarono le bandiere e tirarono fuori le mazze ferrate. Ci diedero un sacco di botte e ci sbaragliarono, fino a quando i gruppi della sinistra uscirono da Lettere e li ricacciarono dentro Giurisprudenza. Io rimediai una lesione al ginocchio, quel giorno per me è finito il Sessantotto ed è iniziata un’altra storia».

Con il 1969 cominciò un’altra storia.

«Anche nel movimento del Sessantotto c’erano i gruppi dell’ultrasinistra, ma erano fondati su un’idea di comunismo comunitario, che i marxisti definirebbero di socialismo utopistico. I gruppi armati di scienza marxista- leninista e mazze ferrate vennero dopo, e occuparono il campo. Da allora il movimento di massa finì, chi parlava a nome degli studenti non era più uno studente, la partecipazione crollò drammaticamente. Iconograficamente, il passaggio si compì quando, in manifestazione, smettemmo di chiedere “Vietnam libero” e si iniziò a urlare “Vietnam rosso”».

Cosa ha spinto quegli stessi giovani a prendere le armi?

«Le cito un capitolo della Fenomenologia dello spirito di Hegel, che si intitola “La libertà assoluta e il terrore”. Ecco, il tentativo di realizzare la libertà assoluta in chiave politica induce a rivolgersi con spietata violenza contro tutto ciò che c’è, perchè nulla è adeguato all’ideale. L’uomo di ieri va spazzato via perchè totalmente corrotto e i riformisti, quelli che identificano il cambiamento come un percorso a tappe, sono dei traditori. I gruppi che imbracciarono le armi si consideravano gli unici depositari della giusta visione, mentre tutti gli altri erano massa dannata. Nel loro calvinismo rivoluzionario furono indotti a svalutare ogni limite, soprattutto quello della legge, pur di mettere la lotta di classe al primo posto».

In che modo, invece, Cl ha guidato quella stessa generazione?

«Cl era un fenomeno di massa e col tempo divenne largamente maggioritario tra gli studenti attivi, vincendo tutte le elezioni universitarie. Il legante che ci cementava come gruppo sta nel nome stesso: la risposta alla domanda di liberazione dei giovani è la comunione cristiana. Questo ha significato amicizie che duravano una vita, sostegno nelle necessità materiali, creazione di una comunità che nasceva dall’incontro con Cristo come rottura dell’individualismo edonistico. Leggevamo spesso il Vangelo di Giovanni, capitolo XV e seguenti, in cui è contenuta la metafora della vite e dei tralci: chi riconosce Cristo come sua identità vera diventa più che un fratello e nasce un legame che è più forte di quella della carne. Io sono convinto che la fede fosse la risposta alla crisi di quella generazione».

Eppure verrebbe da obiettarle che, per soddisfare la richiesta di cambiamento di cui lei diceva all’inizio, la politica fosse la strada obbligata.

«Io amo la politica e l’ho fatta per 24 anni, ma per fare una politica realistica bisogna fare i conti con gli uomini per come sono e avere la capacità di perdonare al finito il fatto di non essere infinito. Questo si può fare solo capendo che la società è imperfetta: si può provare a renderla meno imperfetta, ma essa non sarà mai il regno di Dio. In altre parole, la domanda di regno di Dio deve trovare una risposta in qualcosa di diverso dalla società stessa, perchè altrimenti si tenta di imporre al terreno una perfezione che non è in grado di raggiungere. Ecco, solo sapendo che il regno di Dio non è di questo mondo ma che è il modello dal quale partire per migliorarlo, si può fare bene politica».

Dunque è stato sbagliato mitizzare quella stagione, che tanto ha inciso su quella successiva, caratterizzata dal terrorismo?

«Quando tenti di spiccare il volo ma non ce la fai, cadi e ti fai male. Non per questo, però, era sbagliato provare a volare».

Banda Baader-Meinhof. Le idee, le bombe, i suicidi, “sospetti”. Nel 1968 in Germania si forma il gruppo terroristico Raf. E scoppia l’autunno caldo, scrive Paolo Delgado l'8 Aprile 2018 su "Il Dubbio". Li chiamavano “Banda Baader- Meinhof” e i media tedeschi li definivano comunemente “anarchici”, oltre che naturalmente “terroristi”. In realtà il nome che si erano dati era Raf, Rote Armee Fraktion, Frazione dell’armata rossa, ed erano comunisti con forte venatura terzomondista. Per sconfiggerli, lo Stato varò leggi eccezionali infinitamente più dure di quelle adoperate in Italia contro le Br. Calpestò ogni diritto, umano e civile. Fu il momento più tragico della storia della Germania ovest nel dopoguerra: “l’autunno tedesco”. Bettina Rohl, figlia di Ulrike Meinhof, una delle più famose esponenti del gruppo, ha segnalato in una recente intervista quanto, secondo lei, la separazione dei genitori sia stata determinante nella scelta estrema di sua madre. Materiale sufficiente per consentire qualche titolo a effetto sul terrorismo tedesco derivato dalle sofferenze private di Ulrike, giornalista molto nota negli anni anni 60. In realtà neppure Bettina Rohl accenna una tesi così balzana. Si limita ad affermare che il “tradimento” di suo padre Klaus Rohl, direttore della rivista radicale tedesca Konkret, la stessa dove aveva a lungo lavorato Ulrike, avesse fatto vacillare l’equilibrio mentale della madre, spingendola nelle braccia dell’Armata rossa. È anche questa una forzatura. Iscritta al Partito comunista illegale sin dal 1959, poi redattrice di punta dell’infiammata Konkret, Ulrike Menhoif era sempre stata schierata su posizioni molto estreme. E’ possibile che l’abbandono da parte di Rohl abbia pesato sulla sua decisione, ma certamente fu più determinate la situazione che si era creata in Germania ovest alla fine degli anni 60. Lo stesso clima incandescente che aveva portato alla nascita della Raf, gruppo armato longevo il cui scioglimento fu annunciato solo nel 1998, con numerosi attentati spettacolari all’attivo e un bilancio di sangue pesante: 33 vittime, oltre 200 feriti. Più una sfilza impressionante di suicidi, su molti dei quali non hanno mai smesso di aleggiare sospetti di omicidio camuffato, tra cui quello della stessa Ulrike Meinhof. Il ‘ 68 tedesco inizia in realtà il 2 giugno 1967. Quel giorno, nel corso delle manifestazioni contro la visita dello Scià di Persia, uno studente di 27 anni, Benno Ohnesorg fu ucciso da un poliziotto a Berlino. La situazione era già tesa di per sé. Per la prima volta era al governo una Grosse Koalition e i già esigui spazi d’opposizione, con il partito comunista fuori legge, si erano definitiva- mente chiusi. Il capo del governo, Kurt Georg Kiesinger, aveva avuto in tasca la tessera nazista fino al 1945. Ex nazisti di spicco erano disseminati un po’ ovunque nella pubblica amministrazione. L’assassinio di Ohnesorg suscitò tra i giovani una reazione fortissima, che si tradusse nella nascita di un diffuso movimento rivoluzionario che coniugava spesso confusamente marxismo, terzomondismo e suggestioni controculturali. Dal quel terreno sarebbero presto nati i gruppi armati, come la stessa Raf, le Cellule rivoluzionarie, il Movimento 2 Giugno di Bommi Bauman, che prendeva il nome proprio dalla data dell’uccisione di Ohnesorg. Il 2 aprile 1968 quattro studenti, tra cui Andreas Baader e Gudrun Ensslin, diedero fuoco alla sede di due grandi magazzini a Francoforte per protesta contro la guerra in Vietnam. Meno di dieci giorni dopo il leader della Sds, guida del movimento studentesco, Rudi Dutschke fu ferito gravemente da un neofascista dopo una campagna martellante contro il movimento e contro Dutschke personalmente dei giornali del gruppo Springer. La Germania prese fuoco. Le manifestazioni furono violentissime, costellate da attacchi ai giornali di Springer. Gli attentatori di Francoforte furono condannati a tre anni, con pena temporaneamente sospesa nel giugno 1969. Cinque mesi dopo, in novembre, fu spiccato un nuovo ordine di arresto ma a quel punto tre di loro, tra cui Baader e Ensslin erano già riparati in Francia, ospiti del giornalista amico di Castro e di Guevara Regis Debray. Baader fu catturato nell’aprile 1970: meno di un mese dopo fu fatto evadere grazie all’aiuto di Ulrike Meinhof. Il ruolo della giornalista, che aveva chiesto un’intervista per far sì che il leader della Raf venisse spostato dal carcere permettendo l’evasione, avrebbe dovuto restare ignoto. Ma nell’imprevisto scontro a fuoco ci scappò un ferito grave e la giornalista decise di seguire Baader e la Ensslin in clandestinità. La Raf propriamente detta nacque allora. Il gruppo si trasferì in Libano, fu addestrato all’uso delle armi nei campi del Fronte popolare della Palestina. Strinse legami fortissimi con i palestinesi e probabilmente anche con qualche servizio segreto dell’est. Scelse il nome e il simbolo, pare commissionato da Baader a un grafico pubblicitario debitamente pagato: la stella rossa col mitra sovraimpresso e il nome del gruppo. Iniziarono le rapine e gli attentati, molti segnati dall’antimperialismo ma molti anche contro le propietà di Springer. La Raf diventò il pericolo pubblico numero 1 in Germania, oggetto di una caccia all’uomo di proporzioni inaudite che si concluse con l’arresto di tutti i dirigenti nel giugno 1972. Una nuova generazione di militanti riempì però i vuoti lasciati dagli arresti e iniziò allora la fase più tragica della storia tedesca nel dopoguerra. I detenuti furono rinchusi nel carcere di massima sicurezza di Stammheim, un inferno lastricato di isolamento assoluto, luci sempre accese, controlli permanenti. Nel 1974 Holger Meins proclamò uno sciopero della fame per protesta e ne morì. Nel 1976 morì anche la Meinhof: un altro suicidio. In occasione dell’inizio del processo ai capi della Raf, nell’aprile 1977, il gruppo uccise il pubblico ministero, Siegfried Buback, con l’autista e la guardia del corpo. In luglio fu colpito a morte il banchiere Hans Jurgen Ponto. Il 5 settembre fu sequestrato a Colonia il presidente della Confindustria tedesca, in un attacco che fece da modello al sequestro Moro. I quattro uomini della scorta furono uccisi. La Raf chiese il rilascio dei detenuti, lo Stato prese tempo pur avendo già deciso di non trattare. In ottobre l’Fplp si unì all’operazione con uno spettacolare dirottamento aereo. Per il rilascio degli ostaggi avanzò le stesse richieste dei rapitori di Schleyer, aggiungendo alla lista due detenuti palestinesi. Le teste di cuoio tedesche attaccarono l’aereo in sosta a Mogadiscio uccidendo quasi tutti i sequestratori. La stessa notte Baader, la Ensslin a Jan- Carl Raspe si suicidarono a Stammheim. Sulla loro morte, come su quella di Ulrike Meinhof non è mai stata fatta davvero chiarezza. Schleyer fu ucciso il giorno dopo. L’autunno tedesco durò ancora a lungo.

1978. L’ANNO DEI TRE PAPI.

1978, l'anno dei tre papi. Quarant'anni fa, in 53 giorni, si succedono tre pontefici alla guida della Chiesa cambiandone il volto e aprendola al mondo sulle spinte innovatrici del Concilio Vaticano II e avviandola verso il terzo Millennio, scrive Orazio La Rocca il 10 agosto 2018 su Panorama. Tre papi in un solo anno, precisamente in 71 giorni. È quanto la Chiesa cattolica vive nel 1978, quando al suo vertice la Navicella di Pietro colpita al cuore per ben due volte nel breve giro di 53 giorni—con le morti di Paolo VI (Giovanni Battista Montini) del 6 agosto e di Giovanni Paolo I (Albino Luciani) la notte del 28 settembre—, sembra traballare paurosamente sotto i colpi di un destino avverso che, per di più, vede ascendere al Soglio un papa non italiano, il polacco Giovanni Paolo II, dopo oltre 4 secoli e mezzo, con tutte le incognite legate ad una “novità” a cui onestamente nessuno era preparato. Vicende storiche di cui ricorre il quarantennale iniziato con la celebrazione della scomparsa di Montini definito da papa Francesco nell’omelia alla Messa di suffragio “il Papa della modernità”. Il 1978, dunque, passa alla storia come l’anno in cui tre pontefici tra gioie e dolori, sorprese e interrogativi cambiano il volto della Chiesa aprendola al mondo sulle spinte innovatrici del Concilio Vaticano II ed avviandola verso il terzo Millennio. Succede quando dopo la morte di Paolo VI vengono eletti il 26 agosto Giovanni Paolo I (Albino Luciani) che muore dopo 33 giorni, e il 16 ottobre Giovanni Paolo II (Karol Wojtyla), il primo papa di un Paese dell’Est a regime comunista. Un anno — il 1978 — in cui la Chiesa, pur colpita da uno shock tremendo trova la forza di rialzarsi e riprendere il cammino attraverso giorni contrassegnati anche da momenti altrettanto drammatici e dolorosi come l’esplosione del terrorismo culminato col sequestro di Aldo Moro e l’assassinio della sua scorta del 16 marzo e l’uccisione dello stesso Moro il 9 maggio, lo stesso giorno in cui la mafia ammazza a Palermo il giornalista Peppino Impastato, uno dei tanti martiri di Cosa Nostra caduti solo per aver fatto il proprio dovere di denunziare il male con la scrittura.

I TRE PAPI DEL 1978, UN ANNO DI TRAGEDIE. Dodici mesi archiviati col prezzo più alto pagato al terrorismo rosso e nero, iniziato il 7 gennaio con la strage di Acca Larentia a Roma con l’uccisione di tre giovani missini da parte di militanti armati comunisti, ma che anche a livello internazionale vengono macchiati di sangue con l’invasione del Libano dell’esercito israeliano il 14 marzo, una delle tante guerre nella martoriata Terra Santa che ancora oggi non riesce a trovare pace e felice convivenza tra le popolazioni dell’intera area. Un anno che in Italia anche a livello politico si vivono momenti di altissima tensione con le dimissioni del presidente della Repubblica Giovanni Leone, travolto dallo scandalo Lockheed da cui poi uscirà assolto, e sostituito per la prima volta da un partigiano, il socialista Sandro Pertini, che da non credente allaccerà una fraterna amicizia con papa Wojtyla, contribuendo entrambi, ciascuno secondo le proprie competenze, alla ricostruzione (morale, sociale e politica) del Paese.

SHOCK SALUTARE PER LA CHIESA. Appare del tutto naturale, quindi, parlare del 1978 come l’anno in cui la Chiesa, malgrado la non felice cornice in cui il Paese è costretto a vivere, viene colpita da un salutare choc che anche 40 anni dopo continua a suscitare interesse, domande, curiosità, voglia di capire come ho tentato di mettere a fuoco nel libro “L’Anno dei Tre papi” (Edizioni S.Paolo). Un momento epocale per la cattolicità e per il mondo intero su cui ancora c’è tanto da scoprire e da capire, anche se è indiscutibile che l’opera riformatrice di Montini, Luciani e Wojtyla—benché diversi per carattere, cultura, stili, origini familiari, sensibilità pastorali—, parte dalla stessa base ispiratrice nel Concilio Vaticano II. Tre papi-padri che, con i loro sguardi, con i loro sentimenti, con la loro passione pastorale in momenti difficili per la Chiesa e per la società intera, ci hanno trasmesso l’importanza di “essere sempre in cammino…” e la consapevolezza “di aver bisogno di incontrare sempre nuovamente il Signore sulla nostra strada…”, ricorda il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin. Sentimenti che non a caso nel anni successivi animeranno l’opera pastorale di Benedetto XVI e di papa Francesco, pur di fronte ad attacchi, critiche e resistenze che, dentro e fuori le Sacre Mura, hanno tentato (con Ratzinger) e stanno tentando (con Bergoglio) di frenare la ventata riformatrice conciliare per aprire la Chiesa al mondo contemporaneo nel rispetto della Tradizione evangelica.

40 anni fa moriva Giovanni Paolo I, il "Papa dei 33 giorni". Albino Luciani morì improvvisamente il 28 settembre 1978 lasciando il mondo sgomento per la forza innovatrice mostrata in pochi giorni. La sua storia e teorie del complotto, scrive Edoardo Frittoli il 28 settembre 2018 su "Panorama". Papa Giovanni Paolo I, al secolo Albino Luciani, morì improvvisamente la notte tra il 28 ed il 29 settembre 1978. Sedette sul Soglio di Pietro per soli 33 giorni dopo essere stato eletto quasi all'unanimità dal Conclave. La sua effimera storia da Pontefice non ha impedito tuttavia di conservarne il ricordo, ancora oggi vivo a 40 anni di distanza dai fatti. Papa Luciani fu un lampo "rivoluzionario" nella storia della Chiesa cattolica per i numerosi elementi di discontinuità che il nuovo Papa mostrò nei confronti del predecessore, il freddo e distaccato Paolo VI. Per alcuni versi le sue idee ecumeniche anticiparono quelle che oggi Papa Francesco ha portato di fronte al mondo dei fedeli. Ripercorriamo la vita e le ultime ore di Giovanni Paolo I, con il supporto del libro di Stefania Falasca "Papa Luciani, cronaca di una morte" (Piemme) analizzandone le caratteristiche personali ed il contesto storico in cui si collocarono i pochi giorni di pontificato, fondamentali anche per comprendere alcune delle teorie complottiste che fecero seguito alla sua repentina e prematura scomparsa.

L'Italia e il mondo nell'autunno del 1978. Quando morì Paolo VI (Giovanni Battista Montini) l'Italia viveva un momento drammatico per la tenuta delle istituzioni democratiche. Erano passati appena tre mesi dal drammatico epilogo del sequestro Moro ed il terrore brigatista continuava a colpire il cuore dello Stato, generando una profonda crisi politica che significò la fine dell'idea di "compromesso storico" e di avvicinamento tra la Dc e i Comunisti. La Chiesa si trovava inoltre a dover fronteggiare le grandi questioni legate all'esito del referendum sul divorzio del 1974 e all'introduzione proprio nel maggio 1978 della legge 194 in materia di aborto. Il mondo cattolico, influenzato dalle spinte progressiste del decennio, si divise. Diviso era anche il resto del mondo, ancora inserito nel contesto della Guerra Fredda e del conflitto senza tregua tra Israele e mondo arabo sulla questione palestinese. Quando il Conclave si aprì il 25 agosto 1978, Albino Luciani era Patriarca di Venezia. Ed in Veneto il futuro pontefice era nato e vissuto, senza mai allontanarsi dalla sua terra. Prima di essere nominato Patriarca nel 1969, era stato Vescovo di Belluno dal 1958 e quindi nel 1973 nominato Cardinale da Paolo VI.

Chi era Albino Luciani, il "Papa del sorriso". Albino Luciani era nato il 17 ottobre 1912 in una famiglia umile di Canale d'Agordo, un paesino montano del bellunese caratterizzato da un elevatissimo tasso di emigrazione. Lo stesso Giambattista, padre di Albino, lavorò come manovale in Austria, Argentina e Francia e durante gli anni passati all'estero aderì alle idee del socialismo. Albino fu ordinato sacerdote nel 1935. La semplicità e la frugalità della persona di Albino Luciani si manterrà inalterata durante tutta la carriera ecclesiastica, passando dal patriarcato sino alla nomina a Cardinale nel 1973. Non a caso "Humilitas" sarà il motto scelto dopo la nomina a Pontefice. Più di una volta il futuro Papa decise di vendere oggetti preziosi presenti nei suoi appartamenti per preservare la sobrietà e praticare la carità con i proventi. In questo e per carattere differiva molto dall'austero Paolo VI che lo fece porporato. Durante la sua attività come Vescovo di Belluno, Luciani operò una piccola "rivoluzione" nelle Chiese della provincia, nominando giovani preti alla guida di parrocchie di dimensioni rilevanti, fino ad allora riservate ai parroci più anziani.

Il Conclave del 1978. I meccanismi che portarono il Conclave al voto quasi unanime per il Cardinale Luciani gravitano attorno alla figura del Cardinale Giovanni Benelli, Arcivescovo di Firenze. Fu lui a notare per primo le potenzialità del futuro papa, quando era ancora a Belluno. Nei giorni che precedettero l'elezione Benelli fece importanti pressioni sui cardinali "progressisti" perché convergessero i loro voti sul Patriarca di Venezia paventando in caso contrario il possibile successo del Cardinale Giuseppe Siri, Arcivescovo di Genova ed ex delfino ultraconservatore di Papa Pacelli (Pio XII). Una scelta ritenuta da Benelli e dai suoi azzardata in un momento di estrema tensione in Italia e all'estero. Un meccanismo simile si era verificato pochi giorni prima al Quirinale, quando fu eletto il "Presidente di garanzia" Sandro Pertini dopo la morte di Aldo Moro.

26 agosto 1978. "Habemus Papam". E' il 26 agosto 1978 quando arriva la fumata bianca (dopo un piccolo "giallo" di una fumata grigia a causa di un errore nella composizione chimica nella stufa). Albino Luciani, per la prima volta nella storia dei Papi della Chiesa Cattolica, sceglie un doppio nome come segno di continuità con i due predecessori Giovanni XXIII e Paolo VI. Il 263° Pontefice rompe invece sin da subito con i canoni di chi lo precedette nei secoli: Nel primo discorso ai fedeli abolisce il plurale maiestatis, facendo riferimento a sè stesso in prima persona. Rifiutò inoltre la tiara e la sedia gestatoria. Ciò che colpì maggiormente, oltre alla semplicità informale del "Papa del sorriso", fu il contenuto dei primi discorsi da Pontefice di Giovanni Paolo I, talmente spiazzante da far partire la macchina della censura sugli organi di informazione Radio Vaticana e L'Osservatore Romano.

Le parole di Papa Giovanni Paolo I. Le parole uscite dal viso sorridente e pacato di Papa Luciani lasciano i fedeli e la Chiesa a bocca aperta. Il 6 settembre il Pontefice paragona l'anima ad "un'automobile, che funziona bene con olio e benzina ma non a champagne e marmellata"; il giorno seguente dichiarava che "Dio è papà. E più ancora è madre". Il 13 settembre recita alcuni versi di Trilussa, uno dei suoi autori preferiti, spingendosi poco dopo molto più in là: in latino, pronunciò una frase totalmente fuori dai canoni: "Ubi Lenin, ibi Ierusalem". I primi discorsi di Papa Luciani suscitarono clamore ed interesse in tutto il pianeta, cosa che anche i suoi avversari in Vaticano dovettero ammettere pubblicamente.

Un Papa di rottura. L'argomento non fu toccato pubblicamente, ma nel 1985 fu riesumato l'audio di un intervista del 1968 in cui Albino Luciani si mostrava aperto al tema della contraccezione. Tra le questioni interne al governo del Vaticano, quella della diplomazia fu la prima ad essere affrontata dal nuovo Papa. E anche questa volta, le intenzioni erano di discontinuità con la politica di Paolo VI. Mise al centro dell'attenzione la questione mediorientale, ponendo i diritti degli arabi sullo stesso piano di quelli di Israele, ponendo l'accento sulla necessità di una risoluzione a breve termine della questione dei profughi palestinesi. Sin da subito ebbe l'intenzione di appoggiare il dialogo nato all'incontro di Camp David tra Carter, Begin e Sadat. Aveva inoltre un rapporto privilegiato con il terzo mondo, in particolare con l'Africa. Questo grazie al legame profondo con il Cardinale Bernardin Gantin, un africano che Luciani mise in un posto chiave. Fu posto a capo del Cor Unum, l'organo vaticano che si occupa della gestione delle elemosine provenienti da tutto il mondo. La nomina di un porporato di colore e nativo del Benin generò non poco malessere all'interno della Santa Sede, che crebbe ulteriormente quando il nuovo Papa fece intendere di voler mettere le mani anche suoi vertici dello Ior, la banca vaticana allora governata dal cardinale americano Paul Marcinkus.

28 settembre 1978: l'ultimo giorni di Papa Luciani. Albino Luciani non poté naturalmente portare avanti i suoi progetti rivoluzionari, che avrebbero voluto una Chiesa umile proprio come il suo linguaggio da parroco di montagna. Tuttavia ebbe modo di vivere l'unico scontro interno nato intorno ad una sua scelta, quella della nomina del suo successore a Patriarca di Venezia, rimasto vacante per la sua elezione. La prima scelta cadde sul gesuita Bartolomeo Sorge, esponente di primo piano del cosiddetto Cattolicesimo democratico e direttore del periodico "Civiltà Cattolica". La proposta scatenò la reazione dei conservatori capeggiati dall'Arcivescovo di Bologna Antonio Poma, che avversava lo storico appoggio di Sorge al dialogo con i comunisti. A quello di Poma fece seguito il parere negativo dell'Arcivescovo di Milano Giovanni Colombo. Albino Luciani cercò allora la soluzione alternativa nel salesiano Don Angelo Viganò, fratello di Don Egidio. Il prelato lombardo si mostrò indeciso ed esternò il proprio disagio di fronte alla proposta del Pontefice. Ma era ormai tardi: la lettera del salesiano arrivò durante l'ultimo giorno di vita del Papa dei 33 giorni. Il 28 settembre 1978 fu un giorno come un altro nella nuova vita di Giovanni Paolo I, che nell'appartamento pontificio aveva cercato di portare la semplicità ed un pezzo della sua terra, avendo come assistenti le suore venete di Maria Bambina che ben conosceva e che spesso con lui parlavano in dialetto. Aiutante di camera era Angelo Gugel, veneto anche lui. L'unico esterno all'entourage familiare era il Segretario particolare John Magee, (irlandese che aveva servito anche Paolo VI) Quest'ultimo era affiancato da Don Diego Lorenzi, che il Papa aveva conosciuto a Marghera, anch'egli veneto. Nei giorni che precedettero la morte, Giovanni Paolo I ricevette diverse visite di familiari, i quali dichiararono in seguito al decesso che il Papa godeva di buona salute ed appariva sereno. Così fu confermato dal medico di fiducia Dottor Antonio Da Ros, che visitò Luciani durante i primi giorni di pontificato.

Albino Luciani: la storia clinica. La storia clinica del Papa non era tuttavia priva di elementi patologici di lungo corso. In particolare Albino Luciani era stato colpito in età puerile da una grave forma di tubercolosi, che generò nel tempo altre complicanze polmonari. Negli ultimi anni di vita fu riscontrata una sclerosi aortica proprio durante l'esame radiologico seguito a un episodio di broncopolmonite acuta. Ma ancora più preoccupante fu la trombosi retinica che colpì Luciani all'occhio destro di ritorno da un viaggio in aereo. Tutte sintomatologie che facevano pensare ad una precaria salute a carico del sistema cardiovascolare.

Il malore nel pomeriggio del 28 settembre. L'ultimo giorno di vita di Giovanni Paolo I fu un giorno di routine, con una serie di incontri tra cui proprio il responsabile del Cor Unum Bernardin Gantin. Il giallo sulla morte repentina di Luciani si apre nel pomeriggio, quando a detta di John Magee e Diego Lorenzi il Papa avrebbe accusato dolore toracico simile ai sintomi dell'angina pectoris. I due confermeranno dopo la morte del Pontefice che in quell'occasione intervenne l'infermiera suor Vincenza che avrebbe somministrato a Luciani un "rimedio speciale" da lui già sperimentato in passato e che avrebbe avuto beneficio immediato, tanto che il Papa riprese la normale attività senza l'intervento di un medico. Su quest'episodio si concentrano i dubbi di chi negli anni ha ritenuto dubbia la dichiarazione di decesso per cause naturale di Papa Giovanni Paolo I. Ed in particolare fu la risposta data dall'infermiera Vincenza alle telefonate di parenti e del Dottor Da Ros che nella serata del 28 settembre telefonarono per informarsi sullo stato di salute del Papa, ricevendo in quell'occasione risposte rassicuranti che omettevano il malore del pomeriggio. Albino Luciani si ritirò nella camera da letto attorno alle 22,30 dopo aver salutato i presenti. Poco dopo le 5 del mattino successivo le suore prepararono il consueto caffè di fianco alla cappelletta privata del Papa. Non vedendolo uscire bussarono ripetutamente alla sua porta, senza ottenere risposta. Suor Vincenza e la giovane religiosa Margherita Marin aprirono la porta e trovarono Papa Luciani privo di vita. Portava ancora gli occhiali da lettura e tra le mani aveva una serie di fogli dattiloscritti. La plafoniera era accesa dalla sera precedente. In seguito fecero ingresso nella stanza John Magee seguito da uno dei cardinali più scettici nei confronti di Papa Luciani, il Segretario di Stato Jean Villot. A constatare la morte sarà un medico giunto dall'esterno della Santa Sede, il Dottor Buzzonetti, che nel certificato di decesso determinò come causa di morte un "infarto miocardico acuto" occorso intorno alle ore 23 del giorno precedente. L'autopsia non verrà mai effettuata in quanto non contemplata dalla Costituzione Apostolica sul corpo dei Pontefici. Fu eseguito sulla salma soltanto un rapido esame esterno prima del trattamento conservativo della salma. Il primo laico a vedere il corpo di Giovanni Paolo I sarà il Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Le teorie complottiste. Ufficialmente dunque la morte di Albino Luciani all'età di 66 anni fu archiviata come decesso per cause naturali. Tuttavia già nelle ore successive iniziarono a circolare diverse voci che ipotizzavano un complotto contro il "Papa del Sorriso". Uno dei primi a esprimere dubbi sull'accaduto fu un importante membro della Santa Sede, Il Cardinale Ugo Poletti. Le ipotesi di un assassinio, alimentate da alcune discrepanze nelle deposizioni testimoniali di Magee e Lorenzi sulle ultime ore di vita di Luciani e di suor Vincenza riguardo il malore del pomeriggio, proseguirono ininterrotte. Le teorie complottiste più diffuse sono quelle legate alla presunta attività della Massoneria vaticana capeggiata da Villot e legata agli affari dello Ior e del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, affiancata all'ipotetica azione di altri cardinali risolutamente contrari alle intenzioni riformatrici di Luciani e alle sue aperture nei confronti del mondo comunista. Questa è la tesi portata avanti dal giornalista britannico David Yallop, tuttavia mai supportata da evidenze probatorie. 

NUOVE E VECCHIE ICONE. DA PADRE PIO AL GRANDE FRATELLO.

Nuove e vecchie icone pop, da Padre Pio al Grande Fratello, scrive Fulvio Abbate il 25 Settembre 2018 su "Il Dubbio". Padre Pio & Rocco Casalino. Del governo giallo– verde, se solo volessimo semplificare in termini pop, prossimi a un ideale mazzo di carte del Mercante in Fiera nazionale riferito al presente, potremmo dire che questo attualmente vive ispirandosi a due precisi punti cardinali, di più, santi. Il primo è, lo si è accennato, l’amatissimo frate di Pietrelcina, Padre Pio, canonizzato in memoria di una perenne e sconfinata storia contadina, orco buono di Dio, saio che sembra profumare appunto di santità, ma anche di antico tanfo di noci e crudeli arcaiche naturali scoregge, zolfo del demonio tentatore, va da sé. D’altronde, ben sappiamo, il Padre non andava per il sottile, accoglieva tutti e per chiunque custodiva una carezza, una parola, uno sguardo, un gesto del sopracciglio, ora mite ora adirato. Accoglieva sia Carlo Campanini, spalla di Walter Chiari nella riproposizione televisiva dei Fratelli De Regge, devoto al quale, fra l’altro, è dedicata una via proprio a San Giovanni Rotondo, all’ombra della Casa Sollievo della Sofferenza, l’ospedale che Francesco Forgione, detto appunto Padre Pio, volle edificare. Ma accoglieva anche mille e ancora mille anonimi penitenti che giungevano in torpedone fin lì da lui, gente che talvolta veniva accolta con urla e strepiti, quasi che il santo, non ancora tale, lo stigmatizzato, ne intuisse crimini, sotterfugi, misfatti e tradimenti, non per nulla sovente sembra che gli urlasse contro suoi anantemi: “… disgraziato, torna a casa da tua moglie, povera donna, puttaniere che non sei altri!”, e giù perfino schiaffi. E ancora, ma questo lo narriamo per gli amanti della metafisica, ossia la scienza delle soluzioni possibili, rimane meraviglioso il racconto della barba e degli occhi di bragia del frate che d’improvviso appaiono, nell’alto dei cieli di Puglia, a un pilota di bombardiere americano, siamo nel 1943 e questi, il soldato Alleato, con la sua fortezza volante, sta sorvolando il Gargano, l’intenzione è di scaricare giù un carico di bombe: Padre Pio gli appare con le sue pupille che sembrano fargli cenno imperioso di tornare indietro, e il pilota vira e torna a casa, alla base. Pensate, addirittura a Cuba, tra i ritratti del “Che” e di Camilo Cienfuegos, idoli rivoluzionari, è capitato di scorgere un ritratto di Padre Pio. Simbolo di una devozione portatile popolare e perfino pop, un culto che abbraccia dall’ex Miss Italia Anna Kanakis all’attuale presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, lo stesso statista che nei giorni scorsi ha ritenuto opportuno, in occasione dell’anniversario tondo delle stimmate, cento anni, di giungere a San Giovanni Rotondo. Ne consegue l’immagine di Conte in corsia, e ancora il tweet di Conte che mostra la medaglietta di San Pio, posto che nessuno, nonostante la canonizzazione, riesca ancora adesso a rinunciare a quel titolo benevolo e rionale di “Padre”. Come sia riuscito Pio a diventare così importante, fino a issarsi sulla vetta, se non sull’hitparade dei santi, è detto presto: dalla sua parte arde la memoria contadina che sopravvive al tempo, e forse perfino quell’irruenza umana che lo segna, come padre supplente e cazziatore divino; insomma, schiaffi per procura assegnati dall’Altissimo e da un suo preposto meridionale dispensati, “… disgraziato, torna da tua moglieee, deligguente…”, sia detto con pronuncia pugliese. Quanto ai miracoli, ci rimettiamo alle leggi del Dubbio; vada invece per un benevolo sguardo di tipo socio– antropologico sulle intere sue gesta e dimore, compresa quella finale disegnata dall’archistar Renzo Piano, dove il frate riposa come fosse un faraone, se non il sosia di Sun Ra, il grande jazzista che si reputava figlio, appunto, degli antichi egizi. Assai meno significativo è ritenere che le stimmate fossero davvero un dono divino. D’altronde, anche all’interno della Chiesa Cattolica, da Papa Giovanni ad Agostino Gemelli, Padre Pio ebbe non pochi problemi per farsi accettare, ottenere la benedizione.

Sull’altra carta del Mercante in Fiera politico odierno, simmetrico al santo, troviamo invece il pizzuto portavoce del presidente Giuseppe Conte, Rocco Casalino. Dunque, in questo caso, alla benemerita Casa Sollievo della Sofferenza si contrappone la non meno esemplare casa del “Grande Fratello”, posta nell’area di Cinecittà, Roma, assodato che Rocco nostro, anzi, loro, assurge alla fama proprio grazie alla prima edizione di quel format popolare.

Marina La Rosa, nostra amica, nonchè vedette femminile di quell’avventura ormai ventennale, ci racconta che Rocco Casalino, fin dai quei giorni vissuti in comune, tra i divani e il “confessionale”, manifestava come proprio sogno la Politica. In breve, Marina assicura che il coinquilino Rocco era intenzionato a fare ciò che il coraggioso Movimento 5 Stelle gli ha infine consentito. In mezzo, negli atti degli apostoli del grillismo, ci stanno alcune perle custodite in rete, cominciando da un’intervista dove Casalino commenta i poveri e la puzza che questi ultimi offrirebbero al mondo al momento delle delizie erotiche: “Il povero ha un odore molto più forte del ricco, più vicino a quello del nero, hai mai provato a portarti a letto un rumeno o uno dell’Est? Anche se si lava o si fa dieci docce continua ad avere un odore agrodolce, non so che cavolo di odore è, però lo senti”. E ancora, segnatamente, la sensazione di un’intelligenza non particolarmente acuminata. Intendiamoci, essere brillanti non è un obbligo morale, ma forse lo diventa nel momento in cui ti ritrovi a smistare il traffico delle opinioni altrui, il lavoro cui è stato assegnato Casalino all’interno del MoVimento fondato da Beppe Grillo e inquadrato dalla Casaleggio Associati.

Pare ancora che Casalino abbia uno stipendio stratosferico, addirittura superiore a figure ben più apicali di lui negli organigrammi istituzionali, ciò nonostante, allo stesso modo di quel che accade con i miracoli (veri o presunti) di Padre Pio, si ha la sensazione che, nonostante siano tempi di indignazione di massa in nome dell’onestà, anzi, dell’honestà, pochi reputano che si tratti di soldi immeritati, denaro eccessivo, quattrini non meritati, braccia strappate al trucco e parrucco. E questo perché, appunto, Rocco si è fatto da solo, esatto, con le sue mani, cominciando dalla “tartaruga” ben scolpita sugli addominali, issandosi fuori dall’anonimato grazie al mondo delle opportunità televisive targate Mediaset, raggiungendo così l’invidiabile sua posizione attuale: muovere i fili dei parlamentari del Movimento 5 Stelle, sorta di puparo quasi invisibile, un po’ come avviene in quel piccolo film di Pasolini, “Che cosa sono le nuvole”, dove il ruolo è invece affidato allo scrittore Francesco Leonetti e i pupi sono Totò, Ninetto Davoli, Laura Betti e ancora Franchi e Ingrassia, peccato che nel nostro copione sfilino invece volti “similabili” come quelli di Paola Taverna e del ministro Toninelli e altri ancora non meno commendevoli. Con questi nostri occhi, al pari di un capogita, di un Mangiafuoco, già qualche anno fa, abbiamo visto Casalino condurre in uno studio televisivo i “suoi” parlamentari, e questi ultimi seguirlo mansueti, pecore di un gregge giudizioso e imbeccato, perfetti nel recepire quando tacere in nome dell’interesse superiore. Così fino a quest’ultima sua azione davvero scriteriata ( a meno che non si voglia credere che si tratti di un sonoro concepito a tavolino e diffuso artatamente per smarcarsi rispetto al magro risultato di un reddito di cittadinanza che probabilmente resterà chimera, posto che non c’è copertura finanziaria), ossia le parole, meglio, l’ira funesta che Casalino, anzi il Movimento 5 Stelle sarebbe pronto ad applicare rispetto ai rematori contro della Ragioneria generale dello Stato: “… ci sono una serie di persone che stanno lì da anni, da decenni, e che hanno in mano tutto il meccanismo e proteggono il solito sistema. Se per caso, ma noi pensiamo che tutto andrà liscio, ma se per caso dovesse venir fuori che all’ultimo ci dicono ‘ i soldi non li abbiamo trovati’, dopodiché nel 2019 ci dedicheremo soltanto, ci concentreremo a fare fuori questi pezzi di merda dal ministero dell’Economia” (sic). Così parlò Casalino, così non si dimise Casalino. In verità, a questo mazzo da gioco sembra mancare ancora una carta, seppure ventilata, ed è quella del ripristino possibile della leva obbligatoria, in tal caso, in nome del principio del piacere, c’è da sperare che insieme alla bustina e al fucile “Garrand” faccia ritorno a tutti noi anche il leggendario giornaletto che illustrava le avventure di “Il Tromba”. Quando si dice “prima gli italiani” non bisogna infatti privare l’amato connazionale davvero di nulla, non c’è davvero casa che debba essere dimenticata. 

50 anni fa moriva Padre Pio, il frate con le stigmate. La notte del 23 settembre 1968 si spegneva a san Giovanni Rotondo uno dei religiosi più venerati al mondo. Fu osteggiato da parte della Chiesa. È Santo dal 2002, scrive Edoardo Frittoli il 21 settembre 2018 su "Panorama". Quella di Padre Pio da Pietrelcina (oggi San Pio) è una delle più importanti storie di devozione collettiva della storia della Chiesa cattolica. Il suo carisma e la sua presenza nella vita dei fedeli italiani e nel mondo è tuttora fortissimo a 50 anni dalla morte, avvenuta alle prime ore del mattino del 23 settembre 1968. Ripercorriamo le tappe principali della sua vita, dalla vocazione alle stigmate, dalle alterne fortune nei confronti della Chiesa e delle istituzioni ai fenomeni miracolosi che ne hanno costituito l'immensa fama.

La fame e la Fede: dall'infanzia a Pietrelcina al convento. E' uno scenario di fame e povertà quello del piccolo paese di Pietrelcina nel cuore della campagna beneventana quando Padre Pio, al secolo Francesco Forgione, nasce il 25 maggio 1887. La famiglia del futuro Santo è umilissima e religiosissima, dedita ad una devozione fervente e molto orientata ai riti collettivi delle società rurali arcaiche. Sarà l'incontro ed il dialogo con un frate cappuccino del convento di Pietrelcina, oltre all'influenza della madre Maria Giuseppa (devota a San Francesco), ad indirizzare la scelta incondizionata del figlio verso la vita monastica. Per poter pagare gli studi al figlio, il padre Grazio emigrò negli Stati Uniti, permettendo al giovane Francesco di entrare in seminario a Morcone nel Matese all'inizio del 1903. Il periodo al convento dei frati cappuccini fu caratterizzato dalla ricorrenza di sogni premonitori e visioni che avrebbero anticipato la perenne lotta contro il male, i cui segni si sarebbero presto palesati nel fisico di Frà Pio, che sin dalla tenera età fu tormentato da una grave forma di tubercolosi, patologia dovuta alle privazioni e alle cattive condizioni sanitarie del mondo contadino campano all'inizio del secolo XX. Ordinato sacerdote sette anni più tardi, nel 1910, iniziò per il frate un periodo di malattia che più volte lo mise a rischio della vita. Costretto a rientrare a Pietrelcina, ebbe spesso visioni durante gli accessi di febbre altissima e i primi segni dolorosi delle stigmate a mani e piedi, per quanto ancora invisibili. Nel 1915 sarà chiamato alle armi nel Corpo di sanità a Napoli, ma congedato dopo numerose visite per la grave patologia polmonare in corso. Nel 1916 è assegnato al convento di San Giovanni Rotondo nel Gargano, da dove non si muoverà più sino alla morte.

Le stimmate, i dubbi della Chiesa, l'ascesa del fascismo. Il dolore sofferto negli anni precedenti e l'immedesimazione nella Passione e nel Crocifisso si manifestarono nel fisico di Padre Pio la mattina del 20 settembre 1918, durante uno dei periodi di maggiore sofferenza per l'Italia decimata dalla guerra e dalla furia dell'influenza spagnola. Il francescano fu trovato esanime nella sua cella dai frati cappuccini, le mani i piedi ed il costato grondanti sangue. La seconda vita di Padre Pio, segnata dall'apparizione delle stigmate e dal continuo manifestarsi di visioni e prodigi. Presto il frate di Pietrelcina divenne famoso, e cominciò a ricevere la visita di migliaia di fedeli che attendevano presso il convento di San Giovanni Rotondo la confessione del "frate con le stigmate". Il fenomeno non tardò ad attirare l'attenzione delle gerarchie ecclesiastiche sotto il pontificato di Papa Pio XI negli anni che precedettero il Concordato. In particolare modo fu quella élite in seno alla Chiesa più vicina all'approccio razionalista e scientifico ad esercitare il dubbio sull'autenticità dei prodigi dell'umile e ruvido frate del Gargano. Il più illustre rappresentante di questa corrente fu Padre Agostino Gemelli (il fondatore dell'Università Cattolica di Milano). Con lui si mossero anche il Vescovo di Manfredonia Andrea Cesarano, una delle figure più ostili al frate campano. Prima ancora dell'azione del Sant' Uffizio lo stesso Gemelli si recò a san Giovanni Rotondo per incontrare Padre Pio nell'aprile 1920, ma gli fu impedito di esaminare le stigmate ricevute due anni prima. Sarà nominata anche una commissione mista composta da un medico, uno psichiatra e un teologo al fine di investigare su un fenomeno di venerazione che, negli anni del primo dopoguerra, stava diventando un evento di massa. Alla fine del processo istruttorio, il Sant'Uffizio ritenne la relazione di Padre Gemelli la più attendibile. Un giudizio, quello del medico e teologo, tra i più spietati nei confronti di Padre Pio: il fenomeno delle stigmate veniva ricondotto ad una forma di isterismo psicosomatico. Recentemente, sulla base di studi effettuati su materiali d'archivio conservati in Vaticano, parte della storiografia ha ridimensionato il ruolo di Padre Gemelli come persecutore di Padre Pio, relegandolo ad una posizione marginale nella vicenda. Contemporaneamente all'azione investigativa degli organi ecclesiastici, approvata da un Pio XI da sempre scettico, si verificò nel paese di san Giovanni Rotondo un grave fatto di sangue che sarà all'origine dei sospetti di clericofascismo a carico di Padre Pio. La vittoria dei Socialisti alle elezioni comunali fu all'origine di scontri tra manifestanti e Carabinieri, i quali volevano impedire ai vincitori di issare la bandiera rossa sul pennacchio del Municipio. La situazione degenerò in uno scontro a fuoco nel quale persero la vita 13 civili ed un Carabiniere. Secondo gli accusatori del frate di Pietrelcina (tra i quali lo storico torinese Sergio Luzzatto) i disordini sarebbero nati a causa dell'azione provocatoria di un gruppo di ex combattenti locali, i cosiddetti "Arditi di Cristo", con i quali il frate dei miracoli avrebbe intrattenuto rapporti per tramite del segretario della locale Associazione Mutilati ed Ex Combattenti. L'ascesa del fascismo non fermò, almeno nei primi anni del regime, l'azione coercitiva dell'autorità ecclesiastica nei confronti di Padre Pio, in quegli anni già meta di incessanti pellegrinaggi alimentati dal perdurare delle manifestazioni miracolose del frate come estasi, transverberazioni, preveggenza. L'ombra gettata dal Vaticano sl convento di San Giovanni Rotondo si spingerà fino al divieto per Padre Pio di officiare la Messa in pubblico, limitando al massimo i contatti con i devoti. Durante la lunga fase investigativa emergeranno quelle che saranno forse le più gravi accuse nei confronti della veridicità delle stigmate. In particolare la confidenza raccolta dal farmacista di San Giovanni Rotondo, che avrebbe rivelato di avere venduto dietro promessa di segretezza numerosi flaconi contenenti acido fenico, dalle note caratteristiche anticoagulanti. Una relazione medica svolta nel periodo indicò anche la possibile presenza attorno alle ferite di Padre Pio di tracce di tintura di iodio che, in caso di applicazione prolungata nel tempo, risulterebbe fortemente caustica. Riguardo al fenomeno dei segni del Crocifisso, la scienza medica si dividerà sulla questione, poichè i difensori della veridicità del fenomeno sostengono la ragione che 50 anni di ferite auto-inferte avrebbero portato ad una grave insufficienza funzionale degli arti, cosa non evidente nell'anamnesi su Padre Pio. La sempre crescente popolarità di Padre Pio al di fuori delle mura del convento del Gargano fece progressivamente allentare la morsa alle autorità fasciste, che vedevano nella accanita difesa del frate da parte della massa dei fedeli un grave turbamento dell'ordine pubblico negli anni della cosiddetta "normalizzazione" del regime. Nel 1933 tutte le restrizioni saranno abolite, e Padre Pio riabilitato nella sua piena funzione. Sei anni più tardi veniva eletto Pontefice Eugenio Pacelli (Papa Pio XII) e l'atteggiamento del Vaticano ebbe un totale cambio di rotta essendo il nuovo Papa un estimatore del frate di Pietrelcina.

Storia del "frate che vola". Gli anni della guerra. Quando l'Italia entrò in guerra Padre Pio era ormai venerato e visitato anche da personalità di primissimo piano come Maria José di Savoia o la famiglia reale del Belgio, mentre le terribili privazioni e sofferenze si abbattevano sull'Italia e sul Gargano così come le bombe alleate. Proprio i bombardamenti aerei saranno protagonisti di uno dei più incredibili prodigi attribuiti a Padre Pio. Durante la prima fase dell'occupazione alleata gli Americani del 464th Bomb Group avevano occupato l'aeroporto di Pantanella (Foggia). Al ritorno da diverse missioni nei cieli del Sud Italia, gli aviatori raccontarono di un fenomeno ricorrente vissuto collettivamente nel cielo sopra San Giovanni Rotondo. Gli avieri dissero che, giunti sopra la cittadina pugliese, videro apparire in cielo la figura di un frate barbuto con le braccia aperte e le mani segnate dalle stigmate. Poco dopo la visione, gli aerei avrebbero invertito la rotta da soli e sganciato le bombe in aperta campagna. In quei mesi era presente uno dei più alti ufficiali della 15th Air Force, il Generale Nathan Twining. Venuto a conoscenza dell'incredibile fenomeno il Generale volle investigare di persona prendendo parte ad una missione che aveva per obiettivo un deposito di munizioni proprio nei pressi di San Giovanni Rotondo. Giunti in formazione a poca distanza dal bersaglio, Twining raccontò di aver visto con i suoi occhi il frate con le stigmate fluttuare nel cielo. Dopo la fine della guerra il Generale si recò in visita al monastero di San Giovanni Rotondo e riconobbe in Padre Pio il frate volante. Accolto con sarcasmo dal francescano, che lo accolse sogghignando con la frase "tu sei dunque quello che voleva eliminarci tutti!" il Generale Twining rimase da allora amico del futuro Santo.

Gli anni '50 e gli anni '60. L'apoteosi di Padre Pio e le nuove accuse. La fama di Padre Pio ebbe un'impennata decisiva negli anni del dopoguerra e del "boom" economico. Amplificata dalla larga diffusione dei mass media negli anni '50, la figura del frate di Pietrelcina fu celebrata oltre che per i miracoli ed i prodigi, anche per la realizzazione di un grande centro di assistenza fortemente desiderato dal frate che provò malattia, dolore e miseria negli anni della sua gioventù. Il 5 maggio 1956 fu inaugurata a San Giovanni Rotondo la "Casa Sollievo della Sofferenza", un centro ospedaliero polispecialistico ad oggi fiore all'occhiello della Sanità italiana ed europea. Durante la prima metà degli anni '50 l'attività spirituale del Frate di Pietrelcina raggiunse l'apice, con l'organizzazione dei cosiddetti "Gruppi di Preghiera" a lui dedicati, che a partire dall'Anno Santo 1950 si diffusero capillarmente. Quando la gloria di Padre Pio fu universale, la morte di Papa Pio XII segnò un nuovo periodo di ostilità da parte delle gerarchie ecclesiastiche e del nuovo pontefice Giovanni XXIII, che non esiterà a definire Padre Pio un "Idolo di Stoppa". Nel 1960 il Sant'Uffizio richiese nuovamente una relazione su quanto accadeva a San Giovanni Rotondo, dopo che nel dossier erano state aggiunte prove giudicate "compromettenti" come alcune registrazioni di presunti rapporti fisici tra il frate e le "pie donne" a lui più vicine nelle funzioni quotidiane. Monsignor Carlo Maccari interrogò Padre Pio nell'estate 1960 e con lui quanti ebbero stretti rapporti personali con il frate dei miracoli. La relazione presentata al Sant'Uffizio fu assolutamente negativa e al rapporto seguiranno dure misure restrittive soprattutto riguardo alle apparizioni pubbliche di Padre Pio, alla mancata osservazione regole monastiche, alla riduzione dell'orario delle Messe officiate dal frate di Pietrelcina fino alla revoca delle azioni della "Casa Sollievo della Sofferenza" che verranno passate allo Ior, la banca vaticana. La decisione del Vaticano provocò dure forme di protesta nella massa dei fedeli e l'organizzazione di manifestazioni di piazza. L'isolamento di Padre Pio terminò con la repentina morte di Papa Roncalli, sostituito dall'ex Arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini (Paolo VI), che ebbe occasione di incontrare Padre Pio e dimostrare stima e riguardo nei confronti della sua figura. Nel 1964 le restrizioni furono tolte e Padre Pio poté ritornare in mezzo alla massa di fedeli che ogni giorno si recava a San Giovanni Rotondo per confessarsi.

Morte di Padre Pio. Nonostante la relativa tranquillità degli ultimi anni della vita di Padre Pio, la sua figura non sarà mai abbandonata dai sospetti di impostura che lo accompagnarono per gran parte della prodigiosa vita. Parallelamente peggiorò il suo quadro clinico, da sempre caratterizzato da una salute decisamente precaria. Non presenziò neppure alla Messa solenne in onore del cinquantesimo anniversario dell'apparizione delle stigmate e il 22 settembre 1968 fu colto da grave insufficienza respiratoria causata da una forma di asma bronchiale acuto. L'ultima apparizione in pubblico avvenne quella stessa domenica, quando stravolto nel fisico e con un filo di voce, intonò la Praefatio prima di collassare sull'altare. Confortato dalla presenza al capezzale di Padre Pellegrino da Sant'Elia, Padre Pio esalò l'ultimo respiro seduto sulla poltrona nella sua cella alle 2:30 del mattino del 23 settembre 1968.

I miracoli prima e dopo la morte. Alle esequie a San Giovanni Rotondo parteciparono più di 100.000 fedeli, mentre nei giorni dell'ostensione del corpo le stimmate erano sparite dalle mani e dai piedi del frate. La fine della vita terrena di Francesco Forgione non sarà tuttavia motivo di obliò nel culto del francescano dei prodigi. Molti saranno infatti i fedeli a ritenersi miracolati dopo la preghiera rivolta al futuro San Pio. Impossibile elencare tutti i casi, dalle guarigioni alla salvezza da pericoli mortali (come nel caso di numerosi soldati durante la guerra) fino alla preveggenza, alla capacità di "leggere nel cuore" e ad una straordinaria ipertermia corporea nelle fasi di estasi. Molti di questi fenomeni sono rimasti nella storia, in particolare nei frangenti in cui la scienza medica ha evitato di pronunciarsi. E' questo il caso di una bambina siciliana nata senza pupille nel 1940 alla quale fu ridonata la vista dopo la guerra in occasione dell'incontro con Padre Pio. Tra le testimonianze sull'attività soprannaturale del frate, molte si concentrano sulla facoltà di bilocazione, ossia di apparire in luoghi molto lontani da San Giovanni Rotondo. Uno dei casi più famosi è certamente quello vissuto e raccontato dal Beato Don Orione, il quale sostenne di aver incontrato Padre Pio in San Pietro in occasione della cerimonia di beatificazione di Santa Teresa di Lisieux mentre il frate si trovava fisicamente nel convento di san Giovanni Rotondo. Non mancheranno nella lunga lista dei fenomeni legati all'ubiquità di Padre Pio testimonianze illustri come quella del Generale Luigi Cadorna, che avrebbe tentato il suicidio in seguito alla disfatta di Caporetto. Quando il comandante supremo fu sul punto di premere il grilletto gli sarebbe apparso un frate che con parole suadenti lo avrebbe convinto a desistere. Anni dopo Cadorna sarebbe andato in visita a Padre Pio, che lo accolse con la consueta semplice ironia che lo contraddistingueva, esclamando "L'abbiamo scampata bella quella notte, Generale!".

Da frate a Santo. Giovanni Paolo II e la canonizzazione di Padre Pio. Karol Wojtyla incontrò personalmente Padre Pio nel 1948, anno del trentennale dell'apparizione delle stigmate. Il futuro Papa (che si racconta ebbe la preveggenza del frate di Pietrelcina sulla sua elezione e sull'attentato) fu uno dei massimi estimatori del frate dei miracoli. Nel 1974 visitò la sua tomba quando era Arcivescovo di Cracovia, subito dopo aver introdotto la causa di beatificazione. La visita si ripeterà nel 1987 per il disappunto di buona parte delle gerarchie ecclesiastiche, nella anno in cui da San Giovanni Rotondo erano passati più di un milione di fedeli a quasi 20 anni dalla morte di Padre Pio. I gruppi di preghiera durante gli anni '90 supereranno i 2.500 in tutto il mondo. Un fenomeno di devozione collettiva incrollabile, che porterà prima alla cerimonia di beatificazione il 2 maggio 1999 e infine alla canonizzazione del 16 giugno 2002, per la quale fu decisivo il riconoscimento del miracolo della guarigione di un bambino di San Giovanni Rotondo, Matteo Pio Colella, i cui sintomi di una fatale forma di meningite batterica fulminante. Il piccolo miracolato avrebbe riconosciuto in Padre Pio la figura del frate barbuto che venne a visitarlo e rassicurarlo durante il coma.

LA FINE DELLA DIVERSITA' MORALE. I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN...LA REPUBBLICA.

Repubblica contro Travaglio a colpi d’editoriale, scrive Giulia Merlo il 12 Agosto 2018 su Il Dubbio. Negli ultimi giorni è andato in scena, dalle pagine di Repubblica e del Fatto Quotidiano, uno scontro a tutto campo sul modo di fare giornalismo. Non è la prima e, ad azzardare dai toni, non sarà l’ultima. Rissa forse è il termine sbagliato, ma i decibel d’inchiostro sono quelli di uno scontro che vede contrapposte non solo due testate – il Fatto Quotidiano e Repubblica – e due giornalisti Marco Travaglio e Carlo Bonini ma due modi di fare giornalismo. Il caso scatenante, in questo agosto tutto sommato ancora tranquillo, sono una serie di notizie di cui mancano i tasselli necessari a metterle in relazione, ma che avrebbero potuto gonfiarsi fino a diventare uno scandalo: la fabbrica di fake news di San Pietroburgo; il fatto che dei 3 milioni di tweet “troll” prodotti in Russia circa 18mila fossero in lingua italiana; il tweetstorm della notte del 27 maggio contro il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dopo il veto sul nome di Savona al ministero dell’Economia, su cui la procura di Roma apre un’indagine. Travaglio, nel suo editoriale di giovedì, contesta a Repubblica e ai «giornaloni» di fabbricare «complotti un tanto al chilo», perchè avrebbero messo in relazione il tweetbombing contro Mattarella (attaccato dai sostenitori del governo gialloverde) con i troll russi, senza poi «chiedere scusa per tutte le balle raccontate» quando la Polizia Postale ha stabilito che non c’erano prove di un collegamento. La sintesi è la seguente: i giornali dell’establishment e l’establishment scalzato da Lega e 5 Stelle non sono in grado di giustificare la loro perdita di presa sull’elettorato e sui lettori, se non inventando «un complotto dei russi a suon di fake news». E poi ancora, Travaglio ironizza sul fatto che Repubblica, non paga del «boomerang» russo, scelga di pubblicare una serie di inchieste sul modo di utilizzare la rete da parte del Movimento 5 Stelle e dei suoi sostenitori. Anche in questo caso, le notizie non sarebbero di alcun interesse ma solo frutto di una teoria della cospirazione che è parte della campagna liberticida contro il web, condotta da Repubblica per ossequiare i poteri forti. All’attacco, duro e limato con la retorica irridente che è il marchio di fabbrica di Travaglio, risponde altrettanto duramente Carlo Bonini, editorialista di Repubblica. Il pezzo, a scanso di equivoci, si intitola “Il metodo Travaglio” e già rimanda ad un altro scontro tra giornalisti diventato celebre. La locuzione, infatti, è stata coniata da Giuseppe D’Avanzo – il giornalista di Repubblica scomparso nel 2011 e autore di inchieste a quattro mani con Bonini – che con questa intendeva «una pratica giornalistica che, con “fatti” ambigui e dubbi, manipola cinicamente il lettore/ spettatore. Ne alimenta la collera. Ne distorce la giustificatissima rabbia per la malapolitica. È un paradigma professionale che, sulla spinta di motivazioni esclusivamente commerciali (non civiche, non professionali, non politiche), può distruggere chiunque abbia la sventura di essere scelto come target ( gli obiettivi vengono scelti con cura tra i più esposti, a destra come a sinistra)». Ecco, secondo Bonini, Travaglio «folgorato dai 5 Stelle della Casaleggio Associati» utilizza il solito metodo per attaccare Repubblica, mistificando i fatti e «mescolando titoli e ritagli di giornali diversi» in una «manipolazione necessaria al sabba di pernacchie» che trascura il merito di fatti (le campagne condotte dai produttori di fake news) di stanno discutendo «l’intero Occidente e gli stessi giganti della rete». Una querelle che nel merito risulta anche quasi scontata, nel suo essere figlia delle due diverse e opposte idee culturali (e politiche) che animano le testate. Più interessante, invece, è ricordare l’origine di quel “metodo Travaglio” stigmatizzato da D’Avanzo, in quello che, dieci anni fa, fu a tutti gli effetti il più aspro scontro tra i due mostri sacri dell’inchiesta giudiziaria italiana e la dimostrazione in chiaroscuro di come esistano due grandi fazioni anche tra le fonti che a loro si riferiscono nei palazzi di Giustizia della Penisola. In quel caso, l’origine dello scontro fu l’invettiva di Travaglio contro l’allora presidente del Senato, Renato Schifani, cui contestava «amicizie mafiose» per stigmatizzare la decadenza dell’attuale classe politica. È allora che D’Avanzo teorizza il “metodo Travaglio” e si esercita ad usarlo contro il suo inventore: cita, infatti, un’indagine della procura di Palermo farcita di intercettazioni, da cui risulta che Travaglio sia stato in vacanza in Sicilia con Giuseppe Ciuro, sottufficiale di Polizia Giudiziaria. A pagare l’albergo al giornalista sarebbe stato Michele Aiello, impresario della sanità siciliana, ed entrambi – sia Aiello che Ciuro – sono stati condannati per reati di mafia. Morale: «Anche Travaglio può essere travolto dal metodo Travaglio». Seguirono settimane di botte e risposta: Travaglio smentì non le vacanze con Ciuro ma il fatto che gli fossero state regalate, pubblicando assegni ed estratti conto di carta di credito del 2002; D’Avanzo rispose che Travaglio ammetteva dunque di aver trascorso le ferie con il «“criminale” Giuseppe Ciuro» anche nel 2003 e che di quel soggiorno avrebbe dovuto trovare i cedolini.

Dopo un decennio i toni non sono cambiati e non sono cambiate nemmeno le fazioni, ognuna col suo “metodo”. Scalfari nel mirino di Travaglio che punta ai lettori di sinistra di Repubblica, scrive Francesco Damato il 25 Novembre 2017 su Il Dubbio. Da un po’ di tempo non gliene va bene una al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Accade sempre più di frequente che le buste gialle delle Procure, come le chiama Piero Sansonetti, raggiungano la concorrenza, costringendo Travaglio ad elogiare gli scoppisti di turno. L’ultimo buco giudiziario l’ha rimediato dal Corriere della Serasulla vicenda di una collaboratrice del ministro dell’Economia accusata di passare notizie riservate ad una società della quale era stata dipendente continuando a percepire un compenso anche dopo essere passata alla pubblica amministrazione. Poi è arrivato il corteggiamento degli scissionisti del Pd come leader dello schieramento elettorale antirenziano di sinistra al presidente del Senato Pietro Grasso. Al quale Travaglio non ha mai perdonato di avere vinto il concorso, a suo tempo, al vertice della Procura nazionale antimafia grazie ad una legge dell’allora governo Berlusconi che aveva escluso dalla corsa lo sgradito Giancarlo Caselli. Piuttosto che vincere in quel modo, Grasso avrebbe dovuto rinunciare alla nomina, secondo il direttore del Fatto Quotidiano. Ed evitare poi di apprezzare il contributo dato da alcune iniziative dello stesso governo Berlusconi alla lotta alla mafia, mentre c’erano pubblici ministeri che sospettavano ancora, come anche oggi, lo zampino degli uomini di Arcore e dintorni addirittura nelle stragi mafiose che accompagnarono la fine giudiziaria e politica della cosiddetta e odiata prima Repubblica. Poi ancora sono arrivate le cronache dalla Corte europea dei diritti umani sulle crescenti possibilità di Berlusconi – sempre lui – di vincere il ricorso contro la sua decadenza da senatore, quattro anni fa, e la relativa ineleggibilità con l’applicazione retroattiva di una legge quasi fresca di approvazione. E già tanto controversa da indurre anche l’ex presidente della Camera Luciano Violante a consigliarne il rinvio alla Corte Costituzionale. Per giunta, la decadenza fu deliberata al Senato con votazione innovativamente palese, voluta e annunciata nell’aula di Palazzo Madama dal presidente Grasso col conforto di un improvvisato e stentatissimo parere della commissione competente. Come se non bastasse tutto questo, è arrivata sul Fatto la tegola di Eugenio Scalfari che in televisione annuncia di preferire nelle urne e dintorni il vecchio nemico Berlusconi – sì, proprio lui – al candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi Di Maio. Be’, a questo il povero Travaglio non ha retto. E si è a suo modo vendicato improvvisando in prima pagina un invasivo montaggio fotografico titolato Berluscalfari. E liquidando come un tradimento delle origini la nuova veste grafica, oltre che politica, della Repubblica di carta fondata da Scalfari nel 1976 e da lui stesso diretta per i primi vent’anni. Poiché non bastava evidentemente il fotomontaggio, Travaglio si è speso in un lungo editoriale contro Barpapi, variante berlusconiana dell’affettuoso soprannome di Scalfari nelle redazioni da lui dirette: Barpapà. Una variante perfida perché ispirata al soprannome papy assegnato all’allora presidente del Consiglio da una diciottenne al cui compleanno lui era corso procurandosi un’infinità di sospetti, pettegolezzi e quant’altro su cui il compianto Giuseppe D’Avanzo aveva imbastito per la Repubblicadi vecchia maniera un processo mediatico contro Berlusconi ruotante attorno a dieci domande. E dieci sono state volutamente le volte in cui Travaglio ha commentato con la parolaccia ‘stracazzi’ la svolta filoberlusconiana attribuita a Scalfari. Mentre Travaglio già si godeva lo spettacolo di una sostanziale retromarcia del fondatore di Repubblica, anticipata dal condirettore Tommaso Cerno a Corrado Formigli, di Piazza pulita, gli è caduto addosso come un’altra tegola il testo dell’intervento correttivo di Scalfari. Che per i gusti del Fatto Quotidiano è stato persino peggiore, perché si è tradotto in un endorsement del Pd, che Scalfari ha annunciato di voler votare anche la prossima volta, sperando però che poi Renzi e Berlusconi si mettano d’accordo in funzione anti grillina, vista ormai la impraticabilità di una ricomposizione del centrosinistra comprensivo degli scissionisti Bersani, D’Alema e compagnia varia. D’altronde il fondatore di Repubblica era già finito nella gabbia metaforica degli imputati custodita dal Fatto per i suoi confessati rapporti di amicizia e quasi di scuola, fatti di incontri, telefonate, consigli e quasi compiti a casa con l’odiato Matteo Renzi, prima e dopo il referendum dell’anno scorso sulla riforma costituzionale. Che Scalfari votò e difese, per quanto inutilmente, dalle critiche anche di un vecchio amico e prestigioso collaboratore di Repubblica come Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Corte Costituzionale. Ora la sorveglianza, diciamo così, del Fatto Quotidiano su Repubblica sarà prevedibilmente più stretta e fastidiosa. L’ambizione neppure tanto nascosta di Travaglio, e del suo predecessore Antonio Padellaro, entrambi provenienti da un’esperienza difficile all’Unità, è di poter sottrarre alla ‘ nuova’ Repubblica i lettori della sinistra al cubo, da altri definita radicale senza rispetto per il compianto Marco Pannella, insoddisfatti del berlusconrenzismo attribuitole da Travaglio col piglio di un pubblico ministero. Sarebbe una parabola al rovescio della vecchia o primaRepubblica, che irruppe nelle edicole più di 41 anni fa danneggiando due giornali orgogliosamente di sinistra come l’Unità e Paese sera, dalle cui redazioni Scalfari aveva prelevato eccellenti professionisti. Ma erano altri tempi. E ben altri erano i protagonisti mediatici e politici.

Odifreddi smonta le bufale di Scalfari. E Repubblica lo silura. Il matematico che ha smontato le bufale di Scalfari sull'incontro con Papa Francesco: "Calabresi doveva scegliere tra me e lui. Era ovvio che scegliesse il fondatore", scrive Chiara Sarra, Martedì 03/04/2018, su "Il Giornale". Alla fine Piergiorgio Odifreddi ha pagato caro l'articolo sul suo blog in cui smontava una ad una le "fake news" di Eugenio Scalfari sull'incontro con Papa Francesco. Il matematico che da 18 anni collabora con Repubblica è infatti stato silurato dal quotidiano fondato proprio da Scalfari. "Dopo il post su Scalfari di ieri il direttore Calabresi, com'era non solo suo diritto, ma forse anche suo dovere, mi ha comunicato che la mia collaborazione a Repubblica termina qui", scrive oggi Odifreddi nel suo commiato. In cui ricorda i precedenti "problemi di coabitazione" con il gruppo e si richiama alla "funzione sociale dell'intellettuale" che secondo Moravia "è di essere antisociale": "È forse dunque una mia colpa sociale, l'aver sempre cercato di dire ciò che pensavo, anche quando sarebbe stato più comodo o più utile (e a volte, forse, anche più corretto o più giusto) tacere", scrive ancora, "Ma ciascuno di noi è fatto a modo suo, e io sono fatto così. Dunque, un grazie a tutti, e a risentirci magari altrove". Poi, a Un giorno da Pecora su Rai Radio 1, Odifreddi ha spiegato che l'articolo in questione è stato pubblicato nel giorno dedicato al "fact checking", il controllo delle notizie. "In tal senso, Scalfari è recidivo", attacca ancora, "Lo dice il portavoce del Vaticano, che per tre volte lo ha censurato dicendo che aveva messo in bocca al Papa cose che non aveva detto. Che dica di esser andato dal Papa senza averlo fatto mi parrebbe eccessivo. Lui però fa sempre così: va a fare interviste senza prendere appunti e senza registratori, e poi dice quello che crede il suo interlocutore voglia dire. Una volta lo ha anche ammesso: io ho detto cose che il Papa non ha detto. Che affidamento si può fare in interviste di questo tipo?". E su Calabresi ha aggiunto: "È ovvio che dovendo scegliere tra me e Scalfari ha scelto il fondatore di Repubblica. Ma è il suo ruolo, io non ci sono rimasto male ed in parte me lo aspettavo". "Ciò non accade per le critiche a Scalfari, che sono lecite e fanno parte di un libero dibattito, ma per quello che hai scritto del giornale con cui collabori da anni", replica però Mario Calabresi, "Il problema è che non si può collaborare con un giornale e contemporaneamente sostenere che della verità ai giornalisti non importa nulla. Che oggi serva di più pubblicare il falso del vero. Questo è inaccettabile e intollerabile, non solo per me ma per tutti quelli che lavorano qui. Facciamo il nostro lavoro con passione e con professionalità e la gratuità delle tue parole di ieri ci ha fatto male. Tu sai di aver sempre goduto della massima libertà, ma l’unica libertà che non ci si può prendere è quella di insultare o deridere la comunità con cui si lavora. Mi aspettavo tu fossi conseguente con questa presa di posizione e ora non posso che dirti buona fortuna".

Odifreddi su Repubblica ora smonta le bufale di Scalfari su Francesco. Il matematico Giorgio Odifreddi attacca il quotidiano su Repubblica la stessa Repubblica e il suo fondatore, scrive Luca Romano, Lunedì 02/04/2018, su "Il Giornale". "Oggi è la Giornata Mondiale del Fact Checking, e vale la pena soffermarsi su una straordinaria serie di fake news diffuse da Eugenio Scalfari negli anni scorsi a proposito di Papa Francesco, l’ultima delle quali risale a pochi giorni fa". A scriverlo, sul blog che tiene su Repubblica, è il matematico Giorgio Odifreddi. Che sostanzialmente attacca il quotidiano su cui scrive. Tema del contendere è l'intervista inventata a Papa Francesco e scritta da Scalfari. "Il fatto è che Scalfari - continua Odifreddi - non si è limitato alle proprie abiure personali, ma ha incominciato a inventare notizie su papa Francesco, facendole passare per fatti: a produrre, cioè, appunto delle fake news. In particolare, l’ha fatto in tre "interviste" pubblicate su Repubblica il 1 ottobre 2013, il 13 luglio 2014 e il 27 marzo 2018, costringendo altrettante volte il portavoce del Papa a smentire ufficialmente che i virgolettati del giornalista corrispondessero a cose dette da Bergoglio. Addirittura, la prima intervista è stata rimossa dal sito del Vaticano, dove inizialmente era stata apposta quando si pensava fosse autentica". E le bordate poi continuano: "Le interviste iniziano pretendendo che gli incontri con Scalfari siano sempre scaturiti da improbabili inviti di Bergoglio. E continuano attribuendo al papa impossibili affermazioni, dalla descrizione della meditazione del neo-eletto Francesco nell’inesistente “stanza accanto a quella con il balcone che dà su Piazza San Pietro” (una scena probabilmente mutuata da Habemus Papam di Moretti), all’ultima novità che secondo il papa l’Inferno non esiste. Quando, travolto dallo scandalo internazionale seguìto alla prima intervista, Scalfari ha dovuto fare ammenda il 21 novembre 2013 in un incontro con la stampa estera, ha soltanto peggiorato le cose. Ha infatti sostenuto che in tutte le sue interviste lui si presenta senza taccuini o registratori, e in seguito riporta la conversazione non letteralmente, ma con parole sue. In particolare, ha confessato, “alcune delle cose che il papa ha detto non le ho riferite, e alcune di quelle che ho riferite non le ha dette”. Ma se le fake news sono appunto opinioni riportate come fatti, o falsità riportate come verità, Scalfari le diffonde dunque sistematicamente. Il che solleva due problemi al riguardo, riguardanti il primo Bergoglio, e il secondo Repubblica". Odifreddi poi prende di mira anche il giornale: "Rimane il secondo problema, che è perché mai Repubblica non metta un freno alle fake news di Scalfari, e finga anzi addirittura di non accorgersene, quando tutto il resto del mondo ne parla e se ne scandalizza. In fondo, si tratta di un giornale che recentemente, e inusitatamente, ha preso per ben due volte in prima pagina le distanze dalle opinioni soggettive del proprio ex editore-proprietario ma che non dice una parola sulle ben più gravi e ripetute scivolate oggettive del proprio fondatore. Io capisco di giornalismo meno ancora che di religione, ma la mia impressione è che in fondo ai giornali della verità non importi nulla. La maggior parte delle notizie che si stampano, o che si leggono sui siti, sono ovviamente delle fake news: non solo quelle sulla religione e sulla politica, che sono ambiti nei quali impera il detto di Nietzsche “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, ma anche quelle sulla scienza, dove ad attrarre l’attenzione sono quasi sempre e quasi solo le bufale".

E "Repubblica" denuncia le fake news di Scalfari. Odifreddi smaschera il fondatore sul suo stesso quotidiano: "Scrive bufale su Papa Francesco", scrive Stefano Zurlo, Martedì 03/04/2018, su "Il Giornale".  Repubblica contro Repubblica. Piergiorgio Odifreddi versus Eugenio Scalfari. Parole durissime in un cortocircuito mediatico stupefacente che chiama in causa, nientemeno, papa Francesco. Come si sa, il fondatore di Repubblica ha il privilegio di un rapporto a tu per tu con Bergoglio. E viene invitato con una certa regolarità a Santa Marta, la residenza di Francesco. Il problema è che ogni volta il giornalista trasforma questi colloqui privati in interviste pubbliche. Confezionate senza prendere un appunto, senza registrare, senza rimandare il testo, non concordato, all'autore. Cosi Scalfari in versione pasquale è arrivato ad attribuire a Bergoglio una fake news, come la chiama, impietoso, Odifreddi, senza capo né coda: l'inferno non esiste, le anime dei dannati svaniscono. Odifreddi, matematico, divulgatore scientifico e firma di Repubblica, colpisce con asprezza il creatore del quotidiano, innescando un duello surreale, tutto interno al giornale. «Vale la pena soffermarsi - nota dunque Odifreddi - su una straordinaria serie di fake news diffuse da Eugenio Scalfari negli anni scorsi a proposito di papa Francesco, l'ultima solo pochi giorni fa». Di che si tratta? C'è solo l'imbarazzo della scelta, a quanto si può vedere. Il punto è che il canovaccio si ripete: «Le interviste iniziano pretendendo che gli incontri con Scalfari siano scaturiti da improbabili inviti di Bergoglio. E continuano attribuendo al papa impossibili affermazioni, dalla descrizione della meditazione del neoeletto Francesco nell'inesistente stanza accanto a quella con il balcone che da su piazza San Pietro (una scena probabilmente mutuata da Habemus Papam di Moretti) all'ultima novità che secondo il papa l'inferno non esiste». Affermazione che obiettivamente farebbe a pezzi duemila anni di cristianesimo, anche se un teologo grandissimo come Hans Urs Von Balthasar ha sempre ripetuto: l'inferno c'è ma spero sia vuoto. Dispute teologiche. La questione che resta insoluta è un'altra: perché al di là delle puntuali smentite del Vaticano, Francesco non sia intervenuto per bloccare questa catena di incidenti. Odifreddi, ateo con una mentalità da cinico positivista dell'Ottocento, butta pure un po' di fango addosso a Francesco, azzardando ipotesi maliziose di strategia mediatica: Bergoglio accetterebbe lo sconquasso per ingraziarsi il secondo giornale italiano, passato da una linea laica a una posizione filovaticana. Odifreddi non viene nemmeno sfiorato dal dubbio che Bergoglio ragioni da prete, da pastore e si preoccupi della persona che ha davanti, della sua anima si sarebbe detto a catechismo, del percorso problematico e accidentato cominciato da Scalfari. È quel che risulta al Giornale: i colloqui fra i due sono in realtà, monologhi, o quasi, di Scalfari. Più interessante l'altra puntura di spillo di Odifreddi: perché non sia Repubblica a bloccare le fake news del suo illustre ex direttore. «Alla maggior parte dei giornalisti e dei giornali - è la risposta ustionante che il commentatore si dà da solo - non interessano le verità, ma gli scoop». Se fanno il giro del mondo, anche le bufale vanno bene. E cosi il collaboratore di Repubblica toglie ogni credibilità a Repubblica.

Le “fake news” di Scalfari su papa Francesco, scrive il 2 aprile 2018 Piergiorgio Odifreddi su "La Repubblica".  Oggi è la Giornata Mondiale del Fact Checking, e vale la pena soffermarsi su una straordinaria serie di fake news diffuse da Eugenio Scalfari negli anni scorsi a proposito di papa Francesco, l’ultima delle quali risale a pochi giorni fa. Com’è ormai noto urbi et orbi, Scalfari ha ricevuto nel settembre 2013 una lettera dal nuovo papa. Fino a quel momento, per chi avesse seguito anche solo di lontano la cronaca argentina, Bergoglio era un conservatore medievale, che nel 2010 aveva scandalizzato il proprio paese con le proprie anacronistiche prese di posizione contro la proposta di legge sui matrimoni omosessuali, riuscendo nell’ardua (e meritoria) impresa di coalizzare contro di sé un fronte moderato che fece approvare in Argentina quella legge, ben più avanzata delle timidi disposizioni sulle unioni civili approvate nel 2016 in Italia. Dopo la sua lettera a Scalfari papa Francesco si è trasformato per lui, e di riflesso anche per Repubblica, in un progressista rivoluzionario, che costituirebbe l’unico punto di riferimento non solo religioso, ma anche politico, degli uomini di buona volontà del mondo intero, oltre che il papa più avanzato che si sia mai seduto sul trono di Pietro dopo il fondatore stesso. Fin qui tutto bene, o quasi: in fondo, chiunque ha diritto di abiurare il proprio passato di “uomo che non credeva in Dio” e diventare “l’uomo che adorava il papa”, andando a ingrossare le nutrite fila degli atei devoti, o in ginocchio, del nostro paese. Il fatto è che Scalfari non si è limitato alle proprie abiure personali, ma ha incominciato a inventare notizie su papa Francesco, facendole passare per fatti: a produrre, cioè, appunto delle fake news. In particolare, l’ha fatto in tre “interviste” pubblicate su Repubblica il 1 ottobre 2013, il 13 luglio 2014 e il 27 marzo 2018, costringendo altrettante volte il portavoce del papa a smentire ufficialmente che i virgolettati del giornalista corrispondessero a cose dette da Bergoglio. Addirittura, la prima intervista è stata rimossa dal sito del Vaticano, dove inizialmente era stata apposta quando si pensava fosse autentica. Le interviste iniziano pretendendo che gli incontri con Scalfari siano sempre scaturiti da improbabili inviti di Bergoglio. E continuano attribuendo al papa impossibili affermazioni, dalla descrizione della meditazione del neo-eletto Francesco nell’inesistente “stanza accanto a quella con il balcone che dà su Piazza San Pietro” (una scena probabilmente mutuata da Habemus Papam di Moretti), all’ultima novità che secondo il papa l’Inferno non esiste. Quando, travolto dallo scandalo internazionale seguìto alla prima intervista, Scalfari ha dovuto fare ammenda il 21 novembre 2013 in un incontro con la stampa estera, ha soltanto peggiorato le cose. Ha infatti sostenuto che in tutte le sue interviste lui si presenta senza taccuini o registratori, e in seguito riporta la conversazione non letteralmente, ma con parole sue. In particolare, ha confessato, “alcune delle cose che il papa ha detto non le ho riferite, e alcune di quelle che ho riferite non le ha dette”. Ma se le fake news sono appunto opinioni riportate come fatti, o falsità riportate come verità, Scalfari le diffonde dunque sistematicamente. Il che solleva due problemi al riguardo, riguardanti il primo Bergoglio, e il secondo Repubblica. Il primo problema è perché mai il papa continui a incontrare Scalfari, che non solo diffonde pubblicamente i loro colloqui privati, ma li travisa sistematicamente attribuendogli affermazioni che, facendo scandalo, devono poi essere ufficialmente ritrattate. Sicuramente Bergoglio non è un intellettuale raffinato: l’operazione (fallita) di pochi giorni fa, di cercare di farlo passare ufficialmente per un gran pensatore, suona appunto come un’excusatio non petita al proposito, e non avrebbe avuto senso per il ben più attrezzato Ratzinger (il quale tra l’altro se n’è dissociato, con le note conseguenze). L’avventatezza di papa Francesco l’ha portato a circondarsi autolesionisticamente di una variopinta corte dei miracoli, dal cardinal Pell alla signora Chaouqui, e Scalfari è forse soltanto l’ennesimo errore di valutazione caratteriale da parte di un papa che non si è rivelato più adeguato del suo predecessore ai compiti amministrativi. Non bisogna però dimenticare che Bergoglio è comunque un gesuita, che potrebbe nascondere parecchia furbizia dietro la propria apparente banalità. In fondo, un minimo di blandizia esercitato nei confronti di un ego ipertrofico gli ha procurato e gli mantiene l’aperto supporto di uno dei due maggiori quotidiani italiani, che è passato da una posizione sostanzialmente laica a una palesemente filovaticana. Se da un lato Bergoglio può ridersela sotto i baffi dell’ingenuità di uno Scalfari, che gli propone di beatificare uno sbeffeggiatore dei gesuiti come Pascal, dall’altro lato può incassare le omelie di un Alberto Melloni, che dal 2016 ha trovato in Repubblica un pulpito dal quale appoggiare le politiche papali con ben maggior raffinatezza, anche se non con minore eccesso di entusiasmo. A little goes a long way, si direbbe nel latino moderno. Rimane il secondo problema, che è perché mai Repubblica non metta un freno alle fake news di Scalfari, e finga anzi addirittura di non accorgersene, quando tutto il resto del mondo ne parla e se ne scandalizza. In fondo, si tratta di un giornale che recentemente, e inusitatamente, ha preso per ben due volte in prima pagina le distanze dalle opinioni soggettive del proprio ex editore-proprietario ma che non dice una parola sulle ben più gravi e ripetute scivolate oggettive del proprio fondatore. Io capisco di giornalismo meno ancora che di religione, ma la mia impressione è che in fondo ai giornali della verità non importi nulla. La maggior parte delle notizie che si stampano, o che si leggono sui siti, sono ovviamente delle fake news: non solo quelle sulla religione e sulla politica, che sono ambiti nei quali impera il detto di Nietzsche “non ci sono fatti, solo interpretazioni”, ma anche quelle sulla scienza, dove ad attrarre l’attenzione sono quasi sempre e quasi solo le bufale. Alla maggior parte dei giornalisti e dei giornali non interessano le verità, ma gli scoop: cioè, le notizie che facciano parlare la maggior parte degli altri giornalisti e degli altri giornali. E se una notizia falsa fa parlare più di una vera, allora serve più quella di questa. Dire che il papa crede all’esistenza dell’Inferno è ovviamente una notizia vera, ma sbattuta in prima pagina lascerebbe indifferenti la maggior parte dei giornalisti e dei giornali. Per questo Scalfari scrive, e Repubblica pubblica, che il papa non crede all’Inferno: perché altri giornalisti e altri giornali lo rimbalzino per l’intero mondo. Il vero problema è perché mai certe cose dovrebbero leggerle i lettori. Che infatti spesso non leggono le fake news, e a volte alla fine smettono di leggere anche il giornale intero. Forse la meditazione sul perché i giornali perdono copie potrebbe anche partite da qui, nella Giornata Mondiale del Fact Checking.

La censura viene da lontano. Censura a Repubblica: “cancellato” Odifreddi. La censura colpisce ancora: sul sito del quotidiano sparisce un post di Odifreddi. E lui ritira il suo blog, scrive Roberto Scafuri, Mercoledì 21/11/2012, su "Il Giornale". La censura colpisce ancora. Capita, sul sito di Repubblica, al professor Piergiorgio Odifreddi, colpevole di aver postato un commento abbastanza aspro sulla situazione in Medioriente, dove paragona il comportamento attuale del governo israeliano a quello dei nazisti. Il suo articolo, inserito nel blog “Il non senso della vita”, è stato inopinatamente e unilateralmente eliminato dal quotidiano on-line. Odifreddi ha deciso di ritirare il blog, argomentando che nella vita “ci sono momenti in cui, candidamente, bisogna ritirarsi a coltivare il proprio giardino”. Se finora la direzione del giornale e i curatori del sito avevano difeso il diritto di opinione senza preoccuparsi troppo delle inevitabili lagnanze – ha scritto Odifreddi – anche loro “hanno dovuto soccombere di fronte ad altre lagnanze, questa volta sicuramente in ebraico”.

Così De Benedetti rottama Scalfari e demolisce Repubblica, scrive Paolo Delgado il 19 gennaio 2018 su "Il Dubbio".  Lo scontro dentro il quotidiano diretto da Mario Calabresi. Anche con le migliori intenzioni è difficile evitare la sensazione di una rotta un po’ sgangherata. Ieri il cdr di Repubblica ha risposto con un comunicato durissimo alle critiche del suo stesso editore, Carlo De Benedetti, che «si unisce al coro di chi con cadenza quasi quotidiana attacca questo giornale e ciò che rappresenta». Poi i redattori si sono riuniti in assemblea per fronteggiare l’assalto del «nemico interno». Immancabilmente nei prossimi giorni arriverà la replica, prevedibilmente rigida, del padre fondatore strapazzato dall’Ingegnere dal salottino tv di Lilli Gruber: Scalfari «l’ingrato» a cui De Benedetti ha «dato un pacco di miliardi», il «vanitoso» che tra Berlusconi e Di Maio ha scelto il primo invece di rispondere come da copione «né l’uno né l’altro», il «signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte». Il rimbambito, insomma. Non è stata solo la violenza davvero inusuale degli attacchi dell’editore a Repubblica e all’ex amico Scalfari a suscitare quell’impressione di caduta degli dei che si ricavava inevitabilmente dall’intervista di Carlo De Benedetti. L’Ingegnere voterà Pd, però, come si diceva ai bei tempi, turandosi il naso, avendolo Renzi deluso. Sul caso increscioso di insider training sulla riforma delle Popolari, poi, l’editore di Repubblica si è arrampicato palesemente sugli specchi, essendo a disposizione del colto e dell’inclita l’intercettazione che lo sbugiarda. Il segreto della sbandata mediatica sta probabilmente in quella telefonata ricevuta dal nemico di sempre, Silvio Berlusconi, «dopo la stupidaggine che ha detto Scalfari». Il Cavaliere offriva la pace in nome dell’asse contro il nemico comune, quell’M5S che De Benedetti, Scalfari, Berlusconi, Renzi e Moscovici, divisi su tutto il resto, considerano il pericolo pubblico numero uno nella Penisola. L’offerta è stata respinta al mittente con il dovuto gelo: «Ho risposto che non faccio politica». Ma il senso di quella stupefacente telefonata resta tutto: a comporre il numero è stato chi dalla guerra iniziata trent’anni fa a Segrate esce oggi vincitore, vicino a trionfare sul fronte decisivo che col tempo è diventato quello della politica e non più quello della competizione aziendale a colpi di sgambetto. Quando è cominciata la guerra il Cavalier Berlusconi e l’Ingegner de Benedetti erano due industriali rampanti, molto diversi ma con in comune qualcosa che avrebbe potuto persino spingerli verso un’alleanza. Erano gli intrusi, i nuovi arrivati che tentavano di incrinare e infrangere il potere assoluto delle grandi famiglie del capitalismo italiano: erano parvenu. Seguivano strategie distinte: l’Ingegnere manteneva un piede fuori e uno dentro il mondo dei salotti comme il faut, il Cavaliere tentava l’arrembaggio solo dall’esterno. Politicamente appoggiavano e si appoggiavano a partiti diversi ma alleati nel pentapartito. De Benedetti, intimo di Bruno Visentini, era vicino al Pri, il partito di La Malfa, Spadolini e della borghesia illuminata. Berlusconi si beveva Milano e non solo quella con il socialista grintoso, Bettino Craxi. Si diedero battaglia, per questioni d’interesse ma anche per incompatibilità di carattere. Lo sbotto di Berlusconi alla notizia di quella soffiata di Renzi che permise all’ingegnere di guadagnare 600mila euro di plusvalenze in un batter d’occhio, «L’hanno preso con le mani nella marmellata», era di cuore. I duellanti hanno incrociato le lame davvero su tutti i fronti: in quello torbido delle scalate aziendali, nelle aule di tribunale, con un risarcimento di quasi mezzo miliardo versato dal proprietario Fininvest a quello Cir come risarcimento per l’acquisizione con mezzi indebiti di Mondadori, ma anche nelle battaglie navali tra fregate mediatiche e poi, sempre di più, direttamente nell’agone politico. Il sire di Arcore in prima persona, costretto dalla repentina uscita di scena del suo protettore Craxi, a impegnarsi direttamente per difendere il suo biscione. De Benedetti invece ha sempre preferito tenersi dietro le quinte, ma se c’è stato un vero capo del centrosinistra, diretto antagonista del Cavaliere nel ventennio e passa che gli storici definiranno sbrigativamente ‘ il berlusconismo’, è proprio lui. Quando De Benedetti vantò «la tessera numero uno» del Pd Veltroni di fatto confermò fingendo di smentire: «Quella fu una boutade! Certo però i suoi giornali hanno avuto un ruolo molto importante nell’evoluzione della sinistra italiana. La sua è una cultura non ideologica ma molto seria, rispettosa della produttività dell’impresa e delle regole del gioco e attenta alla giustizia sociale». Una fotocopia del dna che, secondo il suo primo segretario, il Pd avrebbe dovuto poter vantare. Oggi quel partito moderato di sinistra che doveva veicolare la rappresentanza del nuovo capitalismo rampante italiano, diverso da quello all’arrembaggio di Berlusconi ma anche da quello eterno delle grandi famiglie è alle corde. Se il deludente di Rignano tornerà al governo, e di certo non in prima persona ma per interposto Gentiloni, sarà grazie all’alleanza col nemico di Arcore, il cui prezzo sarà certamente esoso. Se si dovrà tornare alle urne in breve tempo, a giocarsi la partita saranno la plebe stracciona di Di Maio e quella ripulita di Berlusconi, che è anche il solo attore politico a poter sperare in una vittoria secca il 4 marzo. Il partito modellato dall’esterno da De Benedetti, dopo la guerra dei trent’anni è un comprimario guidato da un leader di cui lo stesso ingegnere ha detto chiaramente, di fronte alla commissione parlamentare sulle banche che «di economia, onestamente, ci capisce veramente poco» e che in privato pare definisca più sinteticamente: «Un cazzone». Se del caso, Carlo De Benedetti, il riformista illuminato ha sempre giocato durissimo. Non a caso nel breve periodo trascorso in Fiat prima di essere messo alla porta dall’Avvocato lo chiamavano la tigre perché, come scriverà decenni più tardi Stefano Merlo, era «implacabile, aggressivo, sprezzante e dal licenziamento facile a tutti i livelli». Ma stavolta non si tratta solo di mano pesante. Se davvero ci fosse la mano dell’Ingegnere dietro il falso scoop della Stampa, titolone con notizia di un’indagine sulla vendita del Milan adoperata a scopo di maxi- riciclaggio da Berlusconi seguito da drastica smentita del procuratore Greco, sarebbe un preciso segnale di disperazione e sbandamento. A peggiorare la situazione ci si mette del resto anche l’appello del processo per i morti d’amianto alla Olivetti di Ivrea. Il primo grado si è concluso con una condanna a cinque anni per l’Ingegnere. Se la sentenza fosse confermata il rischio di dover seguire la strada di Berlusconi, tra carcere e affidamento ai servizi sociali, diventerebbe molto concreto. Ma in questa italianissima Guerra dei trent’anni (per ora) colpi di scena e ribaltamenti imprevisti non sono mai mancati. Non è detto che sia finita qui.

De Benedetti, le cene eleganti e "la Repubblica". Al giornale fondato da Scalfari non hanno gradito le esternazioni dell'editore: ha violato la regola del "si fa ma non si dice", scrive il 19 gennaio 2018 su Panorama Giorgio Mulè. Dalle parti di Repubblica hanno un'idea di sé molto prossima a una chiesa. Pontificano su tutto e su tutti: distribuiscono patenti di moralità a destra e manca, segnano a dito i reprobi, si elevano a castigatori dell'umanità politica e giornalistica. Si prendono sul serio: hanno i loro riti, rivendicano di essere una comunità pregna di valori (ah, i valori...), hanno un gran sacerdote in Eugenio Scalfari che santifica ogni domenica con un sermone spesso autocelebrativo e un editore che non è transeunte ma al contrario è eterno e assoluto. Il nome di quest'ultimo è Carlo De Benedetti. Quella di Repubblica è in realtà una chiesa sconsacrata perché è popolata di peccatori e finti moralisti. Tanto per capirci: a quella chiesa è capitato di azzannare gli "infedeli" sulle furberie salvo poi scoprire che il suo direttore aveva acquistato un attico ai Parioli dichiarando nell'atto un prezzo inferiore di 850 milioni di lire versati in nero con assegni da 20 milioni ciascuno; a quella chiesa è successo di imbastire una campagna feroce contro i giornalisti puzzoni di destra (per loro essere di destra è già un'offesa grave) sulla "macchina del fango" attivata con gli articoli sulla casa di Montecarlo della premiata ditta Fini-Tulliani salvo poi scoprire che era tutto vero e non avvertendo se non il pudore almeno la necessità di chiedere scusa. Mi fermo qui per non rubare spazio al protagonista di questo articolo e dunque torno a De Benedetti. Nella chiesa sconsacrata lui è il Deus ex machina, l'elemento che nel teatro greco risolveva le tragedie. L'Ingegnere è persona astutissima incappato spesso nelle maglie della giustizia. Tanto per dire, tra qualche giorno dovrà affrontare un processo d'Appello al quale arriva con una condanna a cinque anni e due mesi di carcere per omicidio colposo plurimo per le morti causate dall'amianto alla Olivetti. Pochi giorni fa, poi, sono stati rivelati un'intercettazione telefonica e un verbale del medesimo sulla vicenda delle banche popolari. Lettura interessantissima negata in massima parte ai lettori di Repubblica, abituati a ingurgitare in questi anni paginate e paginate di intercettazioni telefoniche di ogni genere farcite da immancabili pistolotti moralisteggianti destinati a rimanere invenduti persino ai saldi delle indulgenze. Ma tant'è. De Benedetti, al telefono con la persona che ne cura gli investimenti, sa per certo che arriverà un decreto sulle banche popolari e assicura: "Passa, ho parlato con Renzi, passa...". De Benedetti fa investire 5 milioni di euro acquistando titoli delle popolari e quattro giorni dopo il Consiglio dei ministri approva il decreto che impone alle banche di trasformarsi in società per azioni. I titoli salgono e l'Ingegnere porta a casa, cotto e mangiato, un guadagno di 600 mila euro. Chiamato dalla Consob a spiegare il tutto (la Procura di Roma poi archivierà), De Benedetti ricostruisce il suo rapporto con Renzi e rivela i rapporti con altri ministri. Dalla lettura ricaviamo che "normalmente" De Benedetti e Renzi "fanno breakfast" (sarebbe la prima colazione della plebe) insieme a palazzo Chigi. Succede perché Renzi è stato folgorato quando era ancora sindaco di Firenze dalla levatura di Don Carlo e gli disse quando si davano del lei: "Senta, io avrei il piacere di poter ricorrere a lei per chiederle pareri, consigli quando sento il bisogno". Accolta la richiesta del discepolo, l'Ing. diventò "l'advisor gratuito, saltuario e senza impegni" del segretario Pd ma puntualizzò: "Guardi, va benissimo. Non faccio... non stacco parcelle però sia chiara una roba: che se lei fa una cazzata io le dico: caro amico è una cazzata". In sintesi si riservò "il diritto di dirgli che era un cazzone quando mi sembrava fosse il caso". A giudicare dai risultati ottenuti da Renzi, il "cazzometro" non deve aver mai registrato importanti oscillazioni. Di sicuro bisogna dare credito all'Ingegnere quando racconta di aver cercato di trasferire più o meno inutilmente a Renzi, tra un caffè e un cornetto, elementi di economia in quanto l'ex premier, come milioni di italiani sanno, "di economia capisce onestamente poco". Il discepolo un po' somarello in economia si fidò del Maestro sul Jobs act con i risultati che conosciamo (la creazione di una valanga di precari). E infatti l'Ingegnere ricorda: "Io gli dicevo che lui doveva toccare, per primo, il problema lavoro e il Jobs act è stato - qui lo dico senza, senza vanto, anche perché non mi date una medaglia - ma il il Jobs act gliel'ho... gliel'ho suggerito io all'epoca come una cosa che poteva secondo me essere utile e che, di fatto, lui poi è stato sempre molto grato perché è l'unica cosa che gli è stata poi riconosciuta". Colui che si definisce "l'ultimo grande vecchio che è rimasto in Italia... non per merito ma per decorrenza dei termini" entra ed esce dalle stanze del potere. In realtà preferisce ricevere in casa. Siccome il breakfast è riservato a Renzi c'è spazio per i dinner. Insomma, dà vita e vere e proprie cene eleganti con esponenti del governo che si abbeverano alla sua saggezza: "Sono molto amico di Elena Boschi, ma non la incontro mai a Palazzo Chigi. Lei viene sovente a cena a casa nostra ma non…diciamo io, del Governo vedo sovente la Boschi, Padoan. Anche lui viene a cena a casa mia e basta. Perché poi sa, quello lì si chiama Governo, ma non è un Governo, sono quattro persone, ecco". Dopo questo inno alla collegialità e lette queste confessioni, a Repubblica si sono resi conto che l'Ingegnere l'ha fatta fuori dal vaso. Perché ha contravvenuto alla prima regola della casa, pardon! della chiesa sconsacrata: si fa ma non si dice.

(L'editoriale del direttore di Panorama è stato pubblicato sul numero del 18 gennaio 2018 del settimanale con il titolo: "Le cene eleganti di quell'elegantone dell'ingegnere")

De Benedetti, quando l’ingegnere vestiva alla marinara, scrive Paolo Delgado il 5 Dicembre 2017 su "Il Dubbio". Il ritratto di Carlo De Benedetti. Galeotto fu Silvio, e non per a prima volta. Tra Eugenio Scalfari, decano dei direttori italiani, capo del partito dei moralizzatori in pianta stabile, e Carlo De Benedetti, finanziere spericolato in apparenza e freddo come il ghiaccio nella sostanza, editore democratico e di sinistra per antonomasia, volano scintille per quell’incauta apertura del barbuto direttore sulla possibilità di votare addirittura per il Cavaliere del Male pur di sbarrare la strada ai barbari con la bandiera a cinque stelle. Non è la prima volta che capita. Però nella precedente occasione le parti erano invertire: a flirtare con l’infrequentabile, provocando la levata di scudi del giornalista intrepido, era stato nel 2005 l’Ingegnere, sino a quel momento nemico giurato del reprobo di Arcore. Un fondo comune per le aziende in crisi e un’offerta a sorpresa di Berlusconi: «Tu ci metti 50 milioni? Niente in contrario se faccio lo stesso anche io?». «Ma figuriamoci». Ad avere qualcosa in contrario fu però Scalfari e non risparmiò la rampogna neppure quando De Benedetti, preso di mira, ingranò la retromarcia. Al contrario Scalfari pontificò alla grande invocando «il legittimo disagio in quanti condividono la linea morale, culturale e politica del nostro gruppo editoriale e del nostro giornale». Poi, giusto per chiarire: «Forse Carlo De Benedetti non aveva valutato a fondo l’ampiezza di questo disagio». Prima di quel disagiatissimo momento solo una volta l’ombra del divorzio aveva aleggiato sul felice sodalizio: quando nel 1993, nel pieno vortice di tangentopoli, l’Ingegnere era finito in manette. Scalfari vide incrinarsi «i profondi e comuni convincimenti romani», ammise di considerare il divorzio, poi scelse di soprassedere. L’imputato è poi uscito dal guaio legato agli appalti per le Poste pulitissimo. Un po’ per assoluzione, un po’ per prescrizione. Il duello eterno tra l’Ingegnere e il Cavaliere è stato combattuto negli ultimi decenni su tutti i fronti: in Borsa, nelle manovre losche ai margini delle grandi scalate, nelle aule processuali, sulle colonne delle grandi testate giornalistiche, nell’arena di una politica legata a filo triplo agli scontri tra potentati economici e finanziari. Non è un caso che quando Berlusconi aprì il sipario sulla sua avventura politica con il famoso endorsement a favore di Fini nella sfida per la guida di Roma, nel 1993, il primo a rimbeccarlo notificando che lui invece avrebbe votato per Rutelli fu proprio De Benedetti. C’è il rischio però che quella lunghissima disfida nasconda il braccio di ferro precedente e quasi altrettanto lungo tra De Benedetti e l’industriale che nel panorama economico- finanziario italiano rappresentava in tutto e per tutto l’opposto esatto di Silvio Berlusconi: l’Avvocato Gianni Agnelli, signore incontrastato dei salotti buoni dell’altissima borghesia italiana. Il rapporto tra il futuro Ingegnere e la famiglia Agnelli nasce sui banchi di scuola dove studiavano fianco a fianco il figlio dell’industria-le ebreo torinese di media taglia Rodolfo De Benedetti e Umberto Agnelli. I pargoli sono entrambi del 1934 frequentano lo stesso ambiente – quello descritto da Susanna Agnelli nel suo “Vestivamo alla marinara” – si trovano nella stessa classe. La famiglia De Benedetti aveva lasciato l’Italia per la Svizzera con l’avvento delle leggi razziali e decenni dopo l’esule diventato nel frattempo uno dei principali industriali italiani avrebbe reso omaggio all’ospitale Elvezia prendendo la cittadinanza svizzera pur se continuando a pagare le tasse nella natìa penisola. Umberto non aveva avuto di questi problemi ma quando i due diventano amiconi quei tempi bui sono alle spalle. Il neo Ingegnere acquista in tandem col fratello Franco, futuro senatore, una società di affari immobiliari, la Gilardini e la trasforma anno dopo anno in holding di rilievo specializzata nel settore metalmeccanico. Nel ‘ 76, grazie all’amicizia con Umberto Agnelli, diventa amministratore delegato Fiat: vende la Gilardini e investe i proventi in azioni Fiat. Se ne va sbattendo la porta quattro mesi dopo: «E’ uno a cui piace comandare in casa propria», commenta ironico l’Avvocato. Vendute le azioni Fiat l’Ingegnere compra quelle della Cir e si ritrova così editore di Repubblica e dell’Espresso. Rivale degli Agnelli su tutti i fronti, incrina il fronte degli industriali compattamente anti Pci, intrecciando relazioni con il partito che i salotti buoni ancora considerano nemico irriducibile. Incontenibile passa alla Olivetti, dove sfodera un piglio autocratico opposto a quello sbandierato in politica, del resto è proprio lui a spiegare che gli industriali e la politica attiva sono poco compatibili: un buon politico deve essere democratico, un imprenditore capace deve invece essere dittatoriale. La guerra con Berlusconi inizia quasi per caso. De Benedetti ha messo gli occhi sulla Sme, gigante del settore alimentare. Romano Prodi, dagli spalti dell’Iri, vende a prezzi di sconto nel 1985. Craxi cerca qualcuno da opporre all’editore che dalle colonne di Repubblica lo cannoneggia quotidianamente e punta sull’emergente Silvio Berlusconi per organizzare una cordata alternativa. L’affare Sme va a monte la faccenda si concluderà solo nel 1992 con lo spezzettamento della Sme e la vendita in diverse tranches per complessivi 2000 miliardi contro i meno di 400 pattuiti nell’intesa Prodi- De Benedetti. Finita una battaglia ne inizia subito un’altra, quella per la conquista di Mondadori, che si porta dietro un codazzo di processi e condanne lungo chilometri. Berlusconi pianta la bandiera col biscione sulla pregiata casa editrice: il prezzo sarà un decennio più tardi la condanna di Cesare Previti, avvocato e corruttore, e un risarcimento di 493 milioni da parte del vincitore scorretto. Agnelli, Berlusconi e De Benedetti sono i tre volti del capitalismo italiano: il sovrano dell’establishment, l’ambizioso scalatore che ha provato a sovvertire le regole dall’interno dell’establishment stesso, l’avventuriero parvenu. Si sono dati battaglia per decenni e senza esclusione di colpi, adoperando stampa e politica come pedine nel loro gioco. Si sono riempiti spesso la bocca con la parola democrazia, qualche volta credendoci davvero, molto più spesso adoperando anche quella paroletta augusta come viatico per qualcosa di molto più importante: gli affari.

Carlo De Benedetti contro Scalfari e Repubblica, scrive giovedì 18 gennaio 2018 Il Post. L'ex editore di Repubblica ha detto che Scalfari è un ingrato e che il giornale ormai ha perso coraggio e rilevanza. Intervistato da Lilli Gruber durante la puntata di Otto e mezzo di mercoledì 17 gennaio, il fondatore e storico editore di Repubblica Carlo De Benedetti ha detto cose sorprendentemente dure nei confronti di Eugenio Scalfari, che di Repubblica è stato direttore dal 1976 al 1996, e dell’attuale linea editoriale del giornale. Dopo aver parlato della recente questione delle presunte informazioni riservate che De Benedetti avrebbe ricevuto da Renzi sul salvataggio delle banche popolari e dopo aver parlato del Movimento 5 Stelle, Gruber ha chiesto a De Benedetti se condividesse l’opinione di Eugenio Scalfari – primo storico direttore di Repubblica – secondo cui tra Di Maio e Berlusconi sarebbe meglio Berlusconi. De Benedetti ha detto che «la risposta ovvia da dare se uno non ha problemi di vanità» è che tra Di Maio e Berlusconi è meglio nessuno dei due, ma a quel punto è stato incalzato da Gruber sulla “vanità” di cui aveva accusato Scalfari e il discorso ha cambiato direzione. De Benedetti allora ha ricordato i molti favori economici che ha fatto a Scalfari e a Repubblica nel corso degli ultimi 40 anni e ha seccamente preso le distanze da Scalfari: Ho contribuito a fondarla, li ho salvati dal fallimento e ho dato un pacco di miliardi pazzesco – miliardi di lire – ma un pacco pazzesco a Eugenio quando ha voluto essere liquidato dalla sua partecipazione. Quindi Eugenio deve solo stare zitto tutta la vita, con me. Poi può parlare del Papa, di Draghi, di queste cose di cui lui si diletta parlare, ma non può parlare dei rapporti con me. Quindi pensa che sia un ingrato? Assolutamente sì. Pochi secondi dopo, De Benedetti ha interrotto Gruber per continuare a parlare di Repubblica, dicendo di aver «solo pagato dei prezzi» per esserne stato l’editore e di essere particolarmente triste «quando vedo che perde la sua identità». De Benedetti si è lamentato del fatto che su Repubblica non si faccia più politica – «Repubblica è un giornale politico nato per essere un giornale politico» – e del fatto che in un recente editoriale non firmato in cui il giornale prendeva le distanza da lui, lui stesso non fosse stato ringraziato per «l’indipendenza che sono io che ho dato a loro, non loro che hanno preteso da me».

Chiudendo l’intervista, Gruber ha chiesto: Come definirebbe i suoi rapporti con Repubblica, oggi? Assenti. [..] Mi dica un consiglio che darebbe oggi al direttore di Repubblica. Mah, sa, Don Abbondio diceva che il coraggio uno non se lo può dare. Se non ce l’ha non se lo può dare.

Oggi il Comitato di redazione di Repubblica – ovvero l’assemblea di tutti i suoi giornalisti – ha risposto a De Benedetti con un comunicato in cui si dice: Il Comitato di Redazione respinge le accuse lanciate ieri sera a Otto e mezzo dall’Ingegner De Benedetti nei confronti di Repubblica e di Eugenio Scalfari. Non è la prima volta che Carlo De Benedetti, da quando ha lasciato gli incarichi operativi all’interno del Gruppo Espresso, si unisce al coro di chi con cadenza quasi quotidiana attacca questo giornale e ciò che rappresenta. Ma vogliamo tranquillizzare Carlo De Benedetti: l’identità e il coraggio che Repubblica dimostra nell’informare i propri lettori e nel portare avanti le proprie battaglie sono vivi e sono testimoniati innanzitutto dal lavoro dei giornalisti che ogni giorno difendono e dimostrano la propria indipendenza senza bisogno che qualcuno gliela conceda. L’assemblea dei redattori di Repubblica si riunirà oggi per ribadire la propria determinazione a rispondere a ogni attacco che voglia mettere in dubbio la loro professionalità e il patrimonio di valori che il giornale in quarant’anni si è costruito.

La risposta di Repubblica a Carlo De Benedetti, scrive venerdì 19 gennaio 2018 Il Post. Mario Calabresi e Eugenio Scalfari hanno ribattuto alle accuse dell'ex proprietario: proprio con i toni di un litigio tra ex. Il direttore di Repubblica Mario Calabresi ha scritto un editoriale in cui risponde alle critiche che l’imprenditore Carlo De Benedetti aveva mosso al giornale, di cui è stato finanziatore e proprietario e di cui ora è presidente onorario. Intervistato da Lilli Gruber a Otto e mezzo lo scorso mercoledì, De Benedetti aveva detto cose sorprendentemente dure nei confronti di Eugenio Scalfari e dell’attuale linea editoriale di Repubblica: aveva parlato di perdita di identità e di un’assenza di riconoscenza nei suoi confronti, ricordando di aver sempre investito molto nel giornale, senza ottenere molto in cambio. Nell’editoriale pubblicato oggi, Mario Calabresi ha riconosciuto il ruolo fondamentale che De Benedetti ha ricoperto nella storia di Repubblica, ma ha anche stigmatizzato la sua scelta di criticare il giornale durante la trasmissione di un editore concorrente. Calabresi ha ribadito l’indipendenza della redazione e della direzione del giornale. Carlo De Benedetti è stato per oltre un quarto di secolo l’editore di questo giornale, finché cinque anni fa decise di dare la società ai suoi figli per tenerne solo la presidenza. Alla fine di giugno dello scorso anno ha lasciato anche quella mantenendo solo la carica di presidente onorario, senza alcun ruolo decisionale. Purtroppo questa transizione — è ormai sotto gli occhi di tutti — invece di essere risolta in modo sereno, ha lasciato strascichi polemici contro il giornale ma che danneggiano innanzitutto il lascito e la storia di De Benedetti come editore. La rottura con Eugenio Scalfari e le critiche ingenerose al fondatore di Repubblica non erano immaginabili, così come quelle mosse al giornale, alla sua identità e a questa direzione. In queste settimane anche al New York Times un padre ha lasciato la guida della società al figlio. Non accadrà mai di vedere quel padre attaccare il giornale sugli schermi televisivi di un gruppo concorrente. Inconcepibile farlo mentre si dice di amare profondamente questa testata e la sua storia.

Sempre nel numero di Repubblica di oggi c’è anche un’intervista a Eugenio Scalfari, che oltre ad aver fondato il giornale lo ha diretto fino al 1996. Anche Scalfari ha risposto alle cose che aveva raccontato De Benedetti, contestualizzando alcune sue affermazioni sul ruolo che ebbe nel fondare e poi finanziare il giornale e ribattendo all’accusa di essersi un po’ rimbambito, come ha lasciato intendere De Benedetti nella sua intervista su La7.

Davvero non c’è De Benedetti tra i fondatori di Repubblica?

“No. I soldi che diede non legittimano la parola fondatore. E aggiungo che è la prima volta che glielo sento dire. Repubblica è figlia dell’Espresso che fu fondato da Adriano Olivetti, Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari. Non ce ne solo altri”.

Quanti soldi mise?

“Per far nascere Repubblica io e Caracciolo avevamo bisogno di cinque miliardi di lire. La Mondadori ne mise la metà. L’altra metà toccava a noi, ma non ce l’avevamo. Nella ricerca di danaro io mi rivolsi anche a Carlo De Benedetti che era allora il presidente degli industriali di Torino. Fu il primo che cercai perché a Torino tra l’altro mio suocero aveva diretto La Stampa, e dunque credetti così di sfruttarne il grande prestigio. De Benedetti mi diede cinquanta milioni, ma non voleva che si sapesse. Mi spiegò che lo faceva perché gli piaceva il progetto. Ma aggiunse: “Non lo racconti mai a nessuno” (allora ci davamo del lei). E infine: “Non lo racconti, ma non lo dimentichi”. E io non l’ho dimenticato”.

Vuoi dire che gli sei stato grato?

“Ha contribuito con cinquanta milioni ad un capitale di 5 miliardi. Non sono abituato a fissare i prezzi della gratitudine. Sicuramente ce ne siamo ricordati quando poi gli abbiamo venduto Repubblica”.

Dice che il gruppo senza di lui sarebbe tecnicamente fallito.

“C’è stato un momento in cui avevamo fatto supplementi belli e costosi, tra cui “Mercurio” diretto da Nello Ajello. Ci eravamo indebitati e avevamo l’acqua alla gola. Ci salvò il presidente del Banco di Napoli, Ventriglia, che ci concesse un fido senza garanzie. Poi quando De Benedetti divenne proprietario della Mondadori gli vendemmo le azioni di Repubblica con il patto che alla fine della famosa guerra di Segrate, quella con Berlusconi, gli avremmo venduto tutte le azioni allo stesso prezzo. E così fu”.

È questo il pacco di miliardi che dice di averti dato?

“Fu un affare per lui che divenne il proprietario di Repubblica”.

Ne divenne l’editore.

“Quello dell’editore è un mestiere che non ha mai fatto. È stato l’amministratore dei suoi beni. Oltre a Repubblica aveva un patrimonio personale molto ragguardevole”.

I giornalisti di «Repubblica» condannano De Benedetti. Duro comunicato contro l'ex editore: "Non è la prima volta che ci attacca". Oggi attesa la replica di Scalfari, scrive Massimo Malpica, Venerdì 19/01/2018, su "Il Giornale". Guerra civile in Largo Fochetti. Il ciclone di critiche firmate Carlo De Benedetti e sganciate a Otto e Mezzo, dove l'Ingegnere, ospite dell'amica Lilli Gruber, ha attaccato sia il fondatore Eugenio Scalfari («Ingrato? Assolutamente sì») che la linea editoriale della «sua» Repubblica - e dunque la direzione di Mario Calabresi («Don Abbondio diceva che il coraggio uno non se lo può dare», il sarcastico «consiglio» riservatogli da De Benedetti su assist della Gruber) - ha innescato l'inevitabile reazione del quotidiano romano. La prima replica è quella del cdr, che in un comunicato ha respinto «le accuse lanciate ieri sera a Otto e mezzo dall'Ingegner De Benedetti nei confronti di Repubblica e di Eugenio Scalfari», ricordando anche che la storia non è nuova: «Non è la prima volta - prosegue la nota del comitato di redazione - che Carlo De Benedetti, da quando ha lasciato gli incarichi operativi all'interno del Gruppo, si unisce al coro di chi con cadenza quasi quotidiana attacca questo giornale». Pure sull'accusa di aver «concesso» lui ai giornalisti l'indipendenza il cdr ringhia contro l'ex editore, ricordando che i colleghi «ogni giorno difendono e dimostrano la propria indipendenza senza bisogno che qualcuno gliela conceda». Lo sfogo a caldo precede, nel pomeriggio, l'assemblea dei redattori del quotidiano, convocata «per ribadire la propria determinazione a rispondere a ogni attacco che voglia mettere in dubbio la loro professionalità e il patrimonio di valori che il giornale in quarant'anni si è costruito». Ma al termine dell'assemblea non arrivano nuovi comunicati né una nuova presa di posizione del comitato di redazione. Mario Calabresi resta in silenzio. Viene però annunciata, per oggi, un'intervista a Scalfari, a firma di Francesco Merlo. Già di suo una replica del fondatore all'affondo dell'Ingegnere, visto che quest'ultimo l'aveva definito «un signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte». Ma al di là del volo di stracci, le conseguenze del braccio di ferro tra De Benedetti e il quotidiano che l'ex editore sostiene di avere ancora «nel cuore» non sono chiare. Di certo la cura Calabresi seguita alla nascita del polo Repubblica-Stampa e al battesimo della Gedi non ha dato i frutti sperati in edicola dove, certo complice anche la crisi generale dell'editoria, il quotidiano continua a perdere copie, e ha già visto svaporare quasi del tutto il momentaneo picco di vendite coinciso con il lancio della nuova grafica. E l'attacco alla linea «poco politica» di Repubblica lanciato da De Benedetti andava proprio in questa direzione, rimarcando il distacco del quotidiano dalla propria storica identità. L'affiancamento a Calabresi del condirettore Tommaso Cerno, chiamato a «coadiuvare» il successore di Ezio Mauro, era stato letto come un segno di riavvicinamento proprio alla linea editoriale della precedente direzione. Ma evidentemente non ha soddisfatto i gusti da lettore «Pazzo per Repubblica» dell'Ingegnere. Sprezzante con Calabresi, attaccato senza nemmeno citarlo all'indomani del suo secondo compleanno sulla tolda di comando di Largo Fochetti. Di certo la frattura tra lo storico editore e il «suo» giornale è di quelle che fanno male. E tradisce come gli equilibri nel nuovo polo un po' scricchiolino. Non è da escludere, tra l'altro, che le bastonate televisive di De Benedetti avessero un destinatario preciso, fuori dalla redazione. Il suo secondogenito, Marco, che da sei mesi ha preso il suo posto alla guida di Gedi come presidente. Al «vecchio padrone», forse, non piace troppo il nuovo corso.

Scalfari replica a De Benedetti: "Non ha fondato Repubblica​". Il fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari duro contro De Benedetti: "Ama questo giornale come ami una donna di cui vuoi liberarti", scrive Chiara Sarra, Venerdì 19/01/2018, su "Il Giornale". Un editoriale del direttore Mario Calabresi e un'intervista al fondatore Eugenio Scalfari. È la risposta - durissima - di Repubblica a Carlo De Benedetti. L'ennesimo capitolo di uno scontro che va avanti da mesi. Da quando, il giornalista aveva spiegato di preferire Berlusconi a Di Maio in caso di sfida tra i due. "Scalfari è un ingrato che con me dovrebbe star zitto perché gli ho dato un pacco di miliardi", ha detto l'Ingegnere a Otto e Mezzo qualche giorno fa, "Parla per vanità, è un signore molto anziano non più in grado di sostenere domande e risposte". Di parere opposto lo stesso Scalfari che non crede di essere "rimbambito", ma di appartenere alla categoria "dei vegliardi": "Spesso sono rimbambiti, ma talvolta sono ancora più lucidi degli altri perché vedono di più e meglio. A volte sono bambini altre volte sono saggi e tra le cose che vedono meglio ci sono i rancori e le acidità. I vegliardi sanno riconoscerli e, se è il caso, anche aggirarli", dice il giornalista a Francesco Merlo, "Il vanitoso è chi si gloria di qualcosa che ha fatto o peggio non ha fatto; chi si attribuisce meriti che non ha. Che cosa c' entra la vanità con la scelta tra Berlusconi e Di Maio? Mi spiace dirlo, ma è invece da vanitoso definirsi fondatore di un giornale che non hai né fondato né cofondato". Secondo Scalfari, infatti, "i soldi che diede non legittimano la parola fondatore": "Repubblica è figlia dell'Espresso che fu fondato da Adriano Olivetti, Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari. Non ce ne solo altri", taglia corto il giornalista. Ricordando che per far nascere il suo giornale servivano cinque miliardi di lire: "La Mondadori ne mise la metà", spiega, "L'altra metà toccava a noi, ma non ce l'avevamo. Nella ricerca di danaro io mi rivolsi anche a Carlo De Benedetti che era allora il presidente degli industriali di Torino. Fu il primo che cercai perché a Torino tra l'altro mio suocero aveva diretto La Stampa, e dunque credetti così di sfruttarne il grande prestigio. De Benedetti mi diede cinquanta milioni, ma non voleva che si sapesse. Mi spiegò che lo faceva perché gli piaceva il progetto. Ma aggiunse: Non lo racconti mai a nessuno (allora ci davamo del lei). E infine: Non lo racconti, ma non lo dimentichi. E io non l'ho dimenticato. Ha contribuito con cinquanta milioni ad un capitale di 5 miliardi. Non sono abituato a fissare i prezzi della gratitudine. Sicuramente ce ne siamo ricordati quando poi gli abbiamo venduto Repubblica".

E anche sul presunto "salvataggio" del gruppo da parte di De Benedetti, Scalfari racconta una storia diversa: "Ci salvò il presidente del Banco di Napoli, Ventriglia, che ci concesse un fido senza garanzie", assicura, "Poi quando De Benedetti divenne proprietario della Mondadori gli vendemmo le azioni di Repubblica con il patto che alla fine della famosa guerra di Segrate, quella con Berlusconi, gli avremmo venduto tutte le azioni allo stesso prezzo. E così fu". Altro che "pacco di miliardi", quindi. "Fu un affare per lui che divenne il proprietario di Repubblica", taglia corto il giornalista, "Quello dell'editore è un mestiere che non ha mai fatto. È stato l'amministratore dei suoi beni. Oltre a Repubblica aveva un patrimonio personale molto ragguardevole... E non prese certamente un baraccone che perdeva soldi. Repubblica ha fatto attivi economici molto significativi. Ed è sicuro che De Benedetti non ci rimise. La sua abilità di finanziere gli ha consentito di vivere da ricchissimo. E bastino a dimostrarlo la strepitosa villa che ha in Andalusia e il grande yacht con cui fa le crociere in giro per il mondo. Il suo fiuto in Borsa è noto a tutti. E infatti, adesso che ha regalato le sue azioni ai figli, gli sono rimaste tutte le grandi ricchezze personali". Ancge sulla carica di presidente onorario del gruppo Scalfari inizia ad avere qualche dubbio. Pur essendosela meritata rispettando sempre la libertà del giornale, "non so se quel che adesso va dicendo in tv e sui giornali sia compatibile con la carica di presidente onorario, non so se la onori", spiega. E aggiunge: "Credo che quell' accusa di avere speculato grazie alle informazioni riservate ottenute da Renzi abbia avuto un ruolo importante nel suo cattivo umore". Infine la stilettata: "Repubblica la ama come quegli ex che provano a sfregiare la donna che hanno amato male e che non amano più".

Lo "sparatutto" tra De Benedetti e Repubblica. Cronistoria della battaglia dell'Ingegnere contro Eugenio Scalfari (e viceversa), scrive Enrico Cicchetti il 18 Gennaio 2018 su "Il Foglio". Quando Lilly Gruber chiede a Carlo De Benedetti, ospite di Otto e mezzo, se sia interessato a fondare un nuovo giornale, la risposta è perentoria: "Mai. Nella vita io sono un monogamo, in questo senso, la mia unica moglie é Repubblica". Oggi tuttavia i suoi rapporti con il quotidiano, ha spiegato l'Ingegnere, sono "assenti" ed "è per questo che soffro", ha aggiunto. Ma come si è arrivati a questo punto? Un veloce ripasso dello scontro tra il presidente onorario del Gruppo Gedi e Eugenio Scalfari e il direttore di Repubblica Mario Calabresi.

23 GIUGNO 2017. Carlo De Benedetti si dimette da presidente e consigliere del cda di Gedi Gruppo Editoriale Spa. Al suo posto diventa presidente il figlio Marco.

24 NOVEMBRE 2017. Ospite a diMartedì Eugenio Scalfari dichiara: “Tra Di Maio e Berlusconi sceglierei Berlusconi”.

3 DICEMBRE 2017. In un’intervista al Corriere della Sera, Carlo De Benedetti critica Scalfari: “Tra Di Maio e Berlusconi mi asterrei. Scalfari farebbe meglio a preservare il suo passato. Penso l’abbia fatto per vanità, per riconquistare la scena. Ma è stato un pugno nello stomaco per gran parte dei lettori di Repubblica, me compreso”.

10 GENNAIO 2018. Ospite di Bianca Berlinguer a Cartabianca, Eugenio Scalfari replica alle critiche di De Benedetti: “È stato molto critico con me. Da allora io non più rapporti con lui. Se mi dispiace di come siano andate le cose? Chi supera il decennio della morte e arriva al decennio dei 90, se ne fotte”.

13 GENNAIO 2018. Esplode il caso della telefonata tra l’allora premier Matteo Renzi e Carlo De Benedetti sulla riforma delle banche popolari. In prima pagina di Repubblica viene pubblicato un editoriale, non firmato, dal titolo “Indipendenza e libertà al servizio dei lettori”. “Nessun interesse improprio - si legge - ha mai guidato le scelte giornalistiche di Repubblica e nessun conflitto di interessi ne ha mai influenzato le valutazioni. Le posizioni che il giornale ha preso in questi anni sono il frutto della libera scelta dei giornalisti, nella linea tracciata da Eugenio Scalfari e poi proseguita da Ezio Mauro. I rapporti, i giudizi, le iniziative di Carlo De Benedetti sono fatti personali dell’Ingegnere”.

17 GENNAIO 2018. Ospite di Otto e mezzo, Carlo De Benedetti torna ad attaccare Scalfari: “Non voglio più commentare un signore molto anziano che non è più in grado di sostenere domande e risposte. Con me deve stare zitto, gli ho dato un pacco di miliardi, è un ingrato”. E quando Lilly Gruber gli chiede di dare un consiglio al direttore di Repubblica Mario Calabresi aggiunge: “Don Abbondio diceva che il coraggio uno non se lo può dare. Se non ce l’ha non se lo può dare”.

17 GENNAIO 2018. Il Cdr di Repubblica risponde con un comunicato: “Non è la prima volta che Carlo De Benedetti, da quando ha lasciato gli incarichi operativi all’interno dl Gruppo Espresso, si unisce al coro di chi con cadenza quasi quotidiana attacca questo giornale e ciò che rappresenta. Vogliamo tranquillizzarlo: l’identità e il coraggio che Repubblica dimostra nell’informare i propri lettori e nel portare avanti le proprie battaglie sono vivi e sono testimoniati innanzitutto dal lavoro dei giornalisti che ogni giorno difendono e dimostrano la propria indipendenza senza bisogno che qualcuno”.

La risposta di Scalfari e Calabresi ai veleni di De Benedetti su Repubblica. Il direttore e il fondatore del quotidiano rispondono punto per punto a quello che l'ex editore ha raccontato al Corriere e in tv, scrive il 19 gennaio 2018 "Agi". Lo scontro tra Repubblica e il suo ex editore non sembra destinato a sanarsi. Dopo il duro affondo di Carlo De Benedetti, intervistato dal Corriere il 17 dicembre e poi in tv da Lilli Gruber rispondono sia il direttore del quotidiano, Mario Calabresi, che il suo padre fondatore, Eugenio Scalfari che con l'ingegnere aveva avuto un primo scambio di battute quando il giornalista, rispondendo a una domanda in tv, aveva spiegato di preferire Berlusconi a Di Maio.

Cosa scrive Calabresi. La transizione da Carlo De Benedetti ai suoi figli "invece di essere risolta in modo sereno, ha lasciato strascichi polemici contro il giornale ma che danneggiano innanzitutto il lascito e la storia di De Benedetti come editore".  "La rottura con Eugenio Scalfari e le critiche ingenerose al fondatore di Repubblica non erano immaginabili, così come quelle mosse al giornale, alla sua identità e a questa direzione". De Benedetti "non ha gradito di non essere stato ringraziato per aver concesso l'indipendenza ai giornalisti di Repubblica, ma crediamo che questa libertà sia alla base come è oggi e come è sempre stato di un corretto rapporto tra editori e giornalisti". "Voglio rassicurare i lettori che l'impegno e l'orgoglio dei giornalisti di Repubblica, della sua intera redazione, sono intatti e che godiamo del sostegno dei nostri azionisti e del nostro vertice aziendale. Un gruppo focalizzato sul futuro". "Questo giornale deve molto a Carlo De Benedetti e alla sua passione, ma anche l'Ingegnere dovrebbe sentire un debito di gratitudine nei confronti di una testata che ha occupato una parte importante della sua vita. Le donne e gli uomini che lavorano a Repubblica lo meritano. Il presidente onorario deve difendere e tutelare l'immagine e l'onorabilità del giornale: il contrario di quanto è accaduto".

Cosa dice Scalfari. ​"La mia non è vanità e De Benedetti non ha fondato questo giornale. Mi spiace dirlo, ma è invece da vanitoso definirsi fondatore di un giornale che non hai né fondato né cofondato. I soldi che diede non legittimano la parola fondatore. Repubblica è figlia dell'Espresso che fu fondato da Adriano Olivetti, Carlo Caracciolo ed Eugenio Scalfari. Non ce ne solo altri»". "Sono arrivato a un'età, tra i novanta e i cento, che non è più quella dei vecchi né dei molto vecchi, ma quella dei vegliardi. Spesso sono rimbambiti, ma talvolta sono ancora più lucidi degli altri perché vedono di più e meglio. A volte sono bambini altre volte sono saggi e tra le cose che vedono meglio ci sono i rancori e le acidità. I vegliardi sanno riconoscerli e, se è il caso, anche aggirarli". "Repubblica era il meglio della stampa italiana. E quando dunque De Benedetti ne divenne il proprietario esclusivo non prese certamente un baraccone che perdeva soldi. Repubblica ha fatto attivi economici molto significativi. Ed è sicuro che De Benedetti non ci rimise". "La sua abilità di finanziere ha consentito a De Benedetti di vivere da ricchissimo. E bastino a dimostrarlo la strepitosa villa che ha in Andalusia e il grande yacht con cui fa le crociere in giro per il mondo. Il suo fiuto in Borsa è noto a tutti. E infatti, adesso che ha regalato le sue azioni ai figli, gli sono rimaste tutte le grandi ricchezze personali". "L'indipendenza di Repubblica è stata sempre garantita dalla forza della direzione, dalla libertà e dal prestigio delle sue firme e di tutti i suoi giornalisti, e dal successo in edicola. De Benedetti è stato rispettoso di questa libertà. Diciamo ché l'ha onorata. E però non so se quel che adesso va dicendo in tv e sui giornali sia compatibile con la carica di presidente onorario, non so se la onori". "Oggi Repubblica vive la crisi dei giornali di carta, e cerca con coraggio nuove strade, sperimenta, si rinnova, scommette sul futuro ma non è vero che ha perduto l'identità e che non aggredisce la politica. Non solo io ne sono la prova e la garanzia. Ci sono i suoi giornalisti e c'è il direttore che, lo ricordo con un sorriso, è stato scelto da Carlo De Benedetti. Lui sì, sta aggredendo l'identità del giornale di cui, come ho già detto, era stato a lungo il rispettoso proprietario. Credo che quell'accusa di avere speculato grazie alle informazioni riservate ottenute da Renzi abbia avuto un ruolo importante nel suo cattivo umore".

Ma quanti soldi ha dato De Benedetti a Repubblica? Eugenio Scalfari ha anche ricostruito la storia della partecipazione economica di Carlo De Benedetti a Repubblica. "Per far nascere Repubblica io e Caracciolo avevamo bisogno di cinque miliardi di lire. La Mondadori ne mise la metà. L'altra metà toccava a noi, ma non ce l'avevamo. Nella ricerca di danaro io mi rivolsi anche a Carlo De Benedetti che era allora il presidente degli industriali di Torino. Fu il primo che cercai perché a Torino tra l'altro mio suocero aveva diretto La Stampa, e dunque credetti così di sfruttarne il grande prestigio. De Benedetti mi diede cinquanta milioni, ma non voleva che si sapesse. Mi spiegò che lo faceva perché gli piaceva il progetto. Ma aggiunse: 'Non lo racconti mai a nessuno'. Ha contribuito con cinquanta milioni ad un capitale di 5 miliardi. Non sono abituato a fissare i prezzi della gratitudine. Sicuramente ce ne siamo ricordati quando poi gli abbiamo venduto Repubblica" Quando "ci eravamo indebitati e avevamo l'acqua alla gola ci salvò il presidente del Banco di Napoli, Ventriglia, che ci concesse un fido senza garanzie. Poi quando De Benedetti divenne proprietario della Mondadori gli vendemmo le azioni di Repubblica con il patto che alla fine della famosa guerra di Segrate, quella con Berlusconi, gli avremmo venduto tutte le azioni allo stesso prezzo. E così fu".

Quando Giulio De Benedetti disse a Valletta: “La Stampa deve piacere agli operai”. La lettera del fondatore di Repubblica ricorda il suocero a quarant’anni dalla scomparsa: “Fu tra i più grandi direttori”, scrive Eugenio Scalfari il 14 gennaio 2018 su "La Repubblica". Sono 40 anni dalla morte di quello che fu mio suocero, sepolto nel cimitero di Rosta il 15 gennaio del 1978. È stato uno dei più grandi direttori di quotidiani di quel secolo. Era molto giovane quando cominciò a fare il correttore di bozze alla Stampa, allora di proprietà di Alfredo Frassati. Le sue capacità di giornalista lo portarono da correttore di bozze al ruolo di inviato. In quella veste fu corrispondente di guerra e poi corrispondente da Berlino dove il nazismo era ancora nell’incubatrice storica ma già impressionava soprattutto i giovani. In quella sede riuscì anche ad intervistare Hitler che già meditava il proprio futuro e ne parlò in quell’incontro con De Benedetti. Rientrato in Italia, diresse la Gazzetta del Popolo ma dopo poco tempo dovette lasciarla e partire per l’estero perché non piaceva a Mussolini l’antifascismo che De Benedetti stava in qualche modo dimostrando. Passò in Svizzera il periodo bellico e rientrò in Italia a guerra finita e a democrazia finalmente ritornata. Fu nominato dalla Fiat e da Frassati vice direttore e poi, dopo un anno, direttore de La Stampa ed è da lì che comincia il suo periodo di giornalismo eccezionale, probabilmente il più eccezionale di tutti e, a mio avviso, anche di Albertini che aveva diretto il Corriere della Sera agli inizi del Novecento. Giulio De Benedetti mise insieme una serie di iniziative giornalistiche che non trova riscontro nella storia del nostro mestiere: la cronaca locale e contemporaneamente quella nazionale e internazionale assurse a un livello mai raggiunto prima, ma a un livello ancora maggiore assurse la cultura, la politica italiana, quella europea e quella americana. Altrettanto avvenne con lo sport, calcio e ciclismo in particolare, ed infine con la rubrica da lui non solo inventata ma messa in pagina e chiamata “Specchio dei Tempi”. Si raccoglievano in quella rubrica opinioni di cittadini dei quartieri torinesi e dei comuni del circondario su questioni di grande attualità locale alle quali De Benedetti rispondeva soltanto con il titolo che poneva sopra ciascuna delle risposte ottenute; sceglieva i testi più importanti e li titolava. A quell’epoca quella rubrica stava nella seconda pagina della Stampa ed era probabilmente la parte più letta del giornale. Desidero infine ricordare la linea politica: l’azionista di maggioranza del giornale era la Fiat ma la linea imposta da De Benedetti era socialdemocratica, avendo Saragat come punto di riferimento ed anche come amico. Ricordo ancora che Valletta, allora consigliere delegato della Fiat, gli chiese all’inizio della sua direzione come mai un giornale della Fiat fosse di ispirazione socialista. La risposta fu molto netta: Torino occupa il popolo operaio più importante e numeroso d’Italia. Se vogliamo vendere dobbiamo fare un giornale gradito agli operai e da loro comprato. Questo non danneggerà la Fiat ma anzi darà alla sua proprietà un colore liberale e socialista insieme. Questa originalità ampiamente positiva a quell’epoca, in quella città, con quella proprietà, fu il requisito più prezioso di Giulio De Benedetti. Invio questo saluto anche a nome delle mie figlie Enrica e Donata di cui lui fu il nonno più amato.

Una guerra che dura dagli anni Settanta, scrive Paolo Guzzanti, Venerdì 19/01/2018, su "Il Giornale". Che fra i due corresse pessimo sangue me ne ero già reso conto durante la lunga intervista con Carlo De Benedetti che pubblicai fa con l'editore Aliberti. Carlo De Benedetti aveva già licenziato in tronco Eugenio Scalfari nel corso di una cena a casa di Carlo Caracciolo, strappando da un momento all'altro era il 1996 Ezio Mauro dalla direzione della Stampa. Tanta furia inspiegabile e priva di garbo mandò in bestia il presidente della Fiat Gianni Agnelli che si trovò senza direttore dalla mattina alla sera, perché l'editore di Repubblica voleva assolutamente liberarsi del fondatore Eugenio Scalfari. Quel che adesso salta fuori con l'intervista di De Benedetti alla Gruber è soltanto la sferzata finale di una tensione che risale al tempo in cui la Repubblica (fine anni Settanta) andava a rotta di collo. In quei tempi Scalfari si presentò con l'editore Carlo Caracciolo da De Benedetti per chiedere aiuto. L'Ingegnere mise mano al portafoglio ma volle anche avere voce in capitolo sull'azienda. Seguirono anni tempestosi, gloriosi e nebulosi allo stesso tempo, durante i quali il quotidiano di piazza Indipendenza annaspò prima di decollare con la crisi del Corriere della Sera alimentata dallo scandalo della P2 di Licio Gelli, uno scandalo simmetrico a quello del tutto prefabbricato con cui fu costretto alle dimissioni il presidente della Repubblica Giovanni Leone. Il giornale fiammeggiava ma restava fragile. Eugenio Scalfari commise il suo più grave atto di ostilità nei confronti Di De Benedetti come lui stesso mi raccontò - andando da Silvio Berlusconi ad per far balenare al Cavaliere la possibilità di acquistare il quotidiano. De Benedetti se la legò al dito. Sborsò un bel malloppo di miliardi al fondatore facendogli credere di volerlo ancora tenere, ma cercando la sua sostituzione che trovò in Ezio Mauro. Eugenio incassò così il valore di cui aveva dotato la testata, vendendo però l'anima al diavolo, o almeno vendendo il proprio futuro all'Ingegnere. De Benedetti mi disse che quando prese la decisione di licenziare Scalfari fu costretto a recitare una stucchevole commedia di inchini e di riverenze, ma non voleva compromessi: era ora di guidare la sua proprietà pagata a caro prezzo, senza riconoscere il diritto alla perpetuità mitizzata di Eugenio. De Benedetti gli disse: non sei tu che tieni in piedi Repubblica, ma sono io. E posso farla anche migliore senza te. E dunque, compiuti i riti previsti, De Benedetti volle che Eugenio si levasse dai piedi. Ma il vecchio direttore ottenne sia la certificazione di fondatore sotto la testata che il diritto feudale al fondo della domenica. De Benedetti ha sempre mal digerito quella specie di pontificato perpetuo: «Qualche volta quel che scrive mi piace - disse - ma in genere gli sproloqui di Eugenio sono di una noia mortale». La tensione è diventata poi conflitto aperto dopo la dichiarazione televisiva di Scalfari pro Berlusconi. Quel che è accaduto dalla Gruber ha avuto l'effetto di una bomba nucleare sui resti dell'antico «partito di Repubblica».

[Il ritratto] Il tramonto di De Benedetti, la tigre che ha sconfitto il capitalismo familista e cassandra della sinistra. Che piaccia o no, che siano simpatici o antipatici, Berlusconi e De Benedetti sono stati due grandi capitalisti che sono riusciti a trovarsi un posto al sole nel Paese più familista del mondo, quasi schiacciato sotto la Storia e il Potere delle Grandi Famiglie. Rispetto al capitalismo conservatore, De Benedetti è un innovatore, scrive Pierangelo Sapegno, giornalista e scrittore, il 15 gennaio 2018 su Tiscali notizie. Se c’è una cosa che ha sempre saputo fare, è quella di trasformare in oro quasi tutto quello che tocca. L’ultima volta, diciamo che ha esagerato: appena ha saputo da Renzi che la riforma delle banche popolari sarebbe andata in porto, ha chiamato il suo broker di fiducia, Gianluca Bolengo, e ha investito 5 milioni, realizzando plusvalenze di 600mila euro. La Consob ha ipotizzato il reato di Insider trading. L’ex commissario Salvatore Bragantini, editorialista del Corriere dall’aplomb parecchio borghese e abbastanza raffinato, ha commentato che è stato perlomeno «sconveniente». Molto english.

La guerra di Segrate. I suoi nemici, invece, si sono scatenati, Berlusconi in testa: «E’ stato preso con le mani nella marmellata, e se fosse capitato a me sarei già in croce». Poi La Stampa tira fuori una inchiesta sulla cessione del Milan, e Il Giornale risponde che quel falso scoop è un agguato al Cavaliere per vendetta e per distogliere l’attenzione dai peccati dell’Ingegnere. La solita guerra. Sui giornali va avanti dal ‘91, la famosa «guerra di Segrate», rimbalzata da allora fra imboscate e puntate sanguinanti.

Due grandi capitalisti. E’ il volto del capitalismo italiano, che ogni tanto sembra quello da una baruffa di cortile fra comari inacidite. Ma non date retta alle apparenze. Che piaccia o no, che siano simpatici o antipatici, Berlusconi e De Benedetti sono stati due grandi capitalisti che sono riusciti a trovarsi un posto al sole nella Terra più familista del mondo, quasi schiacciata sotto la Storia e il Potere delle Grandi Famiglie. Per farlo, hanno anche finito per identificarsi nel bipolarismo all’italiana, seduti sugli scranni opposti della singolar tenzone, uno contro l’altro armato.

Gli esordi Carlo De Benedetti. In realtà, Carlo De Benedetti, torinese, classe 1934, figlio di Rodolfo, ebreo sefardita convertito al cattolicesimo ma costretto a scappare in Svizzera per le leggi razziali, negli Anni 80, quando lui e Silvio cominciavano a farsi largo nella piazza ribollente dell’economia nostrana, affermava candidamente di sentirsi il paladino del capitalismo italiano, asserendo cose molto poco di sinistra e molto più liberali: «Ho 49 anni, mi piace fare il capitalista e sono fiero di esserlo». Che lo sapeva fare se ne erano già accorti tutti. Dopo la laurea in ingegneria e il servizio militare negli alpini da soldato semplice nel ‘72 aveva acquisito la Gilardini con il fratello Franco, trasformandola in una holding di successo: da 50 a 1500 dipendenti. Con la famiglia erano andati a vivere nella palazzina Agnelli di corso Matteotti, che Truman Capote nel 1969 su Vogue aveva descritto come «splendore italiano» con i tasti da premere per convocare all’istante forbiti maggiordomi in livrea. Carlo era andato a scuola con Umberto, dalla terza media alla quinta ginnasio, e fu lui a portarlo alla Fiat dopo i primi successi imprenditoriali.

La tigre. Nei famosi 100 giorni della sua governance, in azienda lo chiamavano «la tigre», perché era «implacabile, aggressivo, sprezzante e dal licenziamento facile a tutti i livelli», come ha scritto Salvatore Merlo sul Foglio. Alla faccia della sinistra. Gianni Agnelli aveva accettato il consiglio del fratello perché era affascinato dalla sua intraprendenza e dal suo dinamismo oltre che dalla sua immagine di successo. Solo che dopo neanche 4 mesi, lui (e Romiti) lo fecero fuori. La famiglia Agnelli non voleva ridurre in modo drastico il numero degli addetti alla manodopera. Queste difficili scelte, raccontò poi lo stesso De Benedetti, furono prese 4 anni più tardi, ma dopo aver perso «una barcata di soldi».

Il giovane capitalista. Come si vede, il giovane Carlo è prima di tutto un capitalista, niente affatto diverso da tutti gli altri. Dà lavoro anche a costo di toglierlo. Ma i capitalisti non sono dei benefattori. Sono dei costruttori della società. Nel 1976, l’Ingegnere ha rilevato le Concerie Industriali Riunite cambiando la denominazione della società in Cir, e trasformandole in una grande holding industriale. Nel ‘78 entra in Olivetti, azienda ormai decotta e dal futuro nero. Bruno Visentini, gentiluomo del partito d’azione, presidente del Pri e dell’Olivetti, gli dice: «Non guardi i bilanci, se non accetterà mai. Ma sono convinto che solo uno come lei può riuscirci». E difatti ce la fa. Trasforma l’azienda, producendo personal computer e ampliando la gamma dei prodotti con stampanti, telefax, fotocopiatrici e registratori di cassa. In 24 mesi, l’Olivetti passa da una perdita di 70 miliardi all’anno, a un profitto di 50 che raggiungono i 350 nel 1983, quando apre il capitale sociale a un colosso americano, l’At&t, in cambio del 25 per cento del capitale. L’anno dopo ingloba l’inglese Acorn Computer.

Imprenditore illuminato. La sua immagine di imprenditore illuminato, che dichiara di votare repubblicano, conquista l’opinione pubblica. Rispetto al mondo conservatore del capitalismo italiano, De Benedetti è un innovatore, un visionario. E Corrado Passera dice che «rappresentava il simbolo della nuova imprenditoria di mercato», in contrapposizione ai grandi gruppi e alle famiglie potenti del nostro Paese. Lui in quei tempi dichiara che non si può ghettizzare il pci e comincia a instaurare un dialogo con Berlinguer. Intanto, nell’85 acquista la Buitoni Perugina, venduta 3 anni dopo alla Nestlé. Nell’81 è entrato nell’azionariato del Banco Ambrosiano, lasciando però subito l’istituto dopo appena due mesi, sulla soglia del fallimento. Fu accusato di aver fatto plusvalenza da 40 miliardi, processato per bancarotta fraudolenta, condannato con sentenze poi annullate dalla Cassazione perché non esistevano i presupposti per i quali era stato processato.

La finanza e la Borsa. Carlo De Benedetti, imprenditore e scalatore, è diventato anche e soprattutto finanziere e sta per diventare pure editore. Attirato dal boom della Borsa, che gli ha permesso di raccogliere 3 miliardi di mezzi freschi, ha cominciato ad acquisire una miriade di partecipazioni finanziarie e assicurative. Gianni Agnelli lo definisce «un centometrista». Compra di tutto e parte alla conquista dell’estero. Dopo aver tentato di acquisire, assieme a Bruno Visentini, il Corriere della Sera travolto dallo scandalo P2 e aver tentato di mettere le mani sul Tempo di Roma, nel 1987, attraverso le partecipazioni della Arnoldo Mondadori entra nel gruppo Espresso e Repubblica, il giornale che lui aveva già finanziato. Nel 90 comincia la guerra di Segrate con Berlusconi, temporaneamente chiusa nel 2011 con un risarcimento danni di 500 milioni di euro che la Fininvest ha dovuto versare alla Cir, perché la precedente sentenza del 1991 sarebbe stata in realtà comprata corrompendo un giudice. Nel 96, a causa di una grave crisi dell’Olivetti, De Benedetti decise di lasciare l’azienda, dopo aver fondato la Omnitel, venduta a Colaninno (forse, col senno di poi, l’unico errore commesso).

Il rapporto con la sinistra. In tutto questo tempo, ha assunto anche un ruolo molto importante nella sinistra italiana, diventandone persino, nella sua ultima incarnazione, un profeta abbastanza pessimista. Dal suo pulpito giudica storia e personaggi. Su D’Alema: «Credo che abbia fatto tantissimi errori e non capisca più la sua gente». Bersani: «Lo stimo moltissimo, ma come leader è assolutamente inadeguato. Lui e D’Alema stanno ammazzando il pd». Matteo Renzi, invece, prima «è un fuoriclasse». Poi si dichiara deluso da lui. Fino a definirlo «un cazzone». Ma anche gli altri sono delusi da De Benedetti. Corrado Passera racconta che quando aveva cominciato a lavorare con lui, «era una vera speranza per l’industria e il capitalismo italiano. Poi ha deluso tutti».

Vince da solo. Se gli parli assieme, dicono però che sembra sempre quello di prima, un uomo molto lucido e molto veloce, capace di leggere con grande rapidità quello che sta accadendo e di coglierne gli sviluppi, in economia come in politica. Poi, è ovvio, puoi scegliere di stare con chi vince o con chi perde. L’impressione è che lui abbia sempre vinto da solo. Ancora adesso non ha perso il suo istinto degli affari, a 83 anni, nel suo esilio dorato di Marbella, dove è riuscito a mettere su un proficuo business immobiliare, acquistando immobili per almeno venti milioni, secondo Franco Bechis. Ma ora è un uomo libero, probabilmente felice, dopo aver passato il suo impero ai tre figli, il cento per cento della scatola di controllo.

L’avvicendamento a La Repubblica. A Repubblica non è più lui quello che conta. E si vede. Rodolfo è molto diverso, formazione liberal, uomo di potere, ma non di establishment. E Marco, sposato con la giornalista Paola Ferrari che si sarebbe candidata nel centrodestra, lo ha già criticato per la sua presa di posizione contro Scalfari, che aveva detto di preferire Berlusconi a Di Maio. La risposta di Scalfari, in pratica «me ne fotto», è già abbastanza indicativa. E’ cambiato tutto, il Gruppo Espresso si è fuso con l’Itedi, la società editoriale degli Agnelli, Carlo De Benedetti ha lasciato la presidenza, l’Espresso è diventato un allegato di Repubblica, il fondatore Eugenio Scalfari tiferebbe Berlusconi, dimenticando 20 anni di battaglie e nel crepuscolo della galassia Espresso Repubblica c’è un po’ la nostra storia. Il tempo che è passato, è già andato via. Anche le vecchie guerre sono già finite. Adesso ce ne sono altre. Prima o poi ce ne accorgeremo. 

Renzi, De Benedetti e Repubblica: la fine della diversità morale, scrive il 12 gennaio 2018 Stefano Feltri, Vicedirettore de Il Fatto Quotidiano. Molti lettori possono aver l’impressione che tutto questo interesse alle vicende che riguardano Carlo De Benedetti, Repubblica e ilGruppo Espresso (che ora si chiama Gedi) siano questioni interne alla piccola casta dei giornalisti, regolamenti di antichi conti o sfogo di ambizioni professionali frustrate. Magari c’è pure questo, ma quanto sta succedendo intorno a Repubblica riguarda tutto il Paese o almeno quella parte, in senso lato di centrosinistra, che in quel giornale e in quel gruppo editoriale ha sempre cercato una bussola etica e culturale, ben prima che politica. Ne scrivo, pur stando in un giornale concorrente, perché di quel pezzo del Paese ho fatto (e forse faccio) parte anche io, cresciuto leggendo e talvolta ritagliando Repubblica, l’Espresso, Micromega, Limes. Se mettiamo in fila gli eventi di questi ultimi due anni capiamo che è davvero finita un’epoca. Il Gruppo Espresso si è fuso con l’Itedi, la società editoriale degli Agnelli che pubblica la Stampa, Carlo De Benedetti ha lasciato la presidenza, l’Espresso è diventato un allegato di Repubblica, molti editorialisti hanno lasciato il giornale (alcuni proprio per il Fatto), in una delle più accese battaglie politiche di questi anni, il referendum 2016 sulla riforma costituzionale, Repubblica non ha preso posizione. Il suo direttore Mario Calabresi ha dedicato più editoriali critici al sindaco di Roma Virginia Raggi che all’ex premier Matteo Renzio a Silvio Berlusconi. Il fondatore, Eugenio Scalfari, ha detto che, dovendo scegliere tra Silvio Berlusconi e Luigi Di Maio, preferisce Berlusconi, ridimensionando vent’anni di leggi ad personam e di politiche economiche contrarie a tutto quello che Repubblica e Scalfari hanno sempre professato. De Benedetti ha attaccato Scalfari in una intervista sul Corriere della Sera, ha definito le sue posizioni “un pugno nello stomaco per gran parte dei lettori di Repubblica, me compreso”. Scalfari, che ha troncato ogni rapporto, gli ha risposto martedì da Rai3, a Cartabianca, dicendo che uno arrivato a 94 anni “se ne fotte” di quello che pensa De Benedetti. Ultima, ma solo in ordine di tempo, la vicenda della speculazione di Carlo De Benedetti grazie alle informazioni avute da Matteo Renzi e dalla Banca d’Italia. Questa, come ha detto l’ex commissario Consob, Salvatore Bragantini, è come minimo “sconveniente”, a prescindere dal fatto che sia reato. Per mille ragioni che provo a riassumere.

Primo: Carlo De Benedetti ha accesso a Renzi e alla Banca d’Italia non tanto perché è (stato) un finanziere di successo – l’impero economico l’ha passato da tempo ai figli – ma in quanto editore di giornali rilevanti. Il non detto di questi rapporti è che il politico o l’uomo delle istituzioni coltiva le simpatie dell’editore convinto di ottenere, per questa via, un trattamento di favore dai giornalisti. E quando poi il giornale dovesse invece dimostrarsi completamente autonomo, si genera la spiacevole telefonata del tipo “Ma come, pensavo fossimo in buoni rapporti…”. In questo si vede che Renzi non è diverso dagli altri politici che voleva rottamare, corteggia gli editori nella speranza di avere trattamenti di favore dai giornali. E De Benedetti non ritiene che invitare a cena ministri e presidenti del Consiglio possa complicare la vita ai suoi direttori ed editorialisti.

Secondo: Carlo De Benedetti, che ha consolidato la sua carriera da finanziere in un’Italia in cui l’uso di informazioni privilegiate per fare operazioni di Borsa non era neppure reato, rivendica la correttezza del proprio operato con questa argomentazione: se avessi saputo davvero qualcosa di specifico, non avrei investito solo 5 milioni ma almeno 20. Autodifesa che diventa ammissione dell’assenza di ogni vincolo etico. Renzi, da parte sua, ha dimostrato di non avere alcun filtro, alcuna prudenza nel gestire provvedimenti e informazioni con un impatto sui mercati. Negli anni 2014-2015 a palazzo Chigi c’era un vorticoso ricambio di consulenti, amici del premier, collaboratori più o meno ufficiali che discutevano di Telecom, Eni, banca Etruria, riforma delle popolari e delle banche di credito cooperativo. Ora abbiamo chiaro con quale prudenza e quale riservatezza. Chissà quanti “casi De Benedetti” ci sono stati di cui non sappiamo.

Terzo profilo sconveniente, nella vicenda Renzi-De Benedetti, quello più rilevante: la reazione del sistema a tutela del potere costituito. Renzi e De Benedetti fanno qualcosa, a gennaio 2015, che può essere reato o non esserlo, che può portare a sanzioni o meno. Dipende dalla valutazione che ne viene fatta. La Consob indaga e decide, nel collegio dei commissari, di non sanzionare. La Procura di Roma, a quanto emerge, praticamente non indaga affatto ma chiede subito l’archiviazione dell’unico indagato, il povero broker che esegue l’ordine d’acquisto di azioni di banche popolari arrivato da De Benedetti. La vicenda esce una prima volta sui giornali dopo gli attacchi di Renzi alla Consob di Giuseppe Vegas, riesplode ora che, con grande fatica, i parlamentari della commissione di inchiesta sulle banche sono riusciti ad avere una parte dei documenti dell’inchiesta da una molto riottosa Procura di Roma.

I punti critici sono vari: per quasi tre anni in tanti, troppi, hanno saputo che incombeva questa bomba su Renzi (incombe ancora, visto che l’inchiesta non è stata archiviata). Non è mai una cosa sana quando un politico sa di essere potenzialmente ricattabile. Poi la Procura di Roma, che tanto zelo ha dimostrato in varie occasioni, non ha davvero niente da rimproverarsi nella gestione del caso? Perché è così importante secretare tutto? Perché il procuratore Pignatone considera grave che il contenuto delle carte sia filtrato dalla commissione banche? Non lo ha mai spiegato. E quante richieste di archiviazione vengono trattate come se fossero un segreto di Stato?

E quando Vegas è andato allo scontro con il governo, dopo la sua mancata riconferma al vertice della Consob, rivelando gli interessamenti di Maria Elena Boschi su Etruria, sapeva di avere nel cassetto l’arma segreta: tutte le carte di quello che i suoi uffici avevano classificato come insider trading, prima che la Commissione lo archiviasse. Sicuramente non ha avuto bisogno neppure di evocare la vicenda. Lui sapeva, Renzi sapeva, chi doveva sapere sapeva. E tutti si sono comportati di conseguenza.  

E poi ci sono i giornali, parte non irrilevante di questa storia. Il giorno in cui esce la trascrizione della telefonata di De Benedetti con il suo broker, Repubblica non ha la notizia. Succede. Diciamo che è stato uno scoop della concorrenza, anche se di questa fanno parte praticamente tutti i giornali italiani incluso La Stampa, testata dello stesso gruppo editoriale. Il giorno dopo viene dato conto solo del “caso politico” intorno alla telefonata. Poi il Sole 24 Ore pubblica sul proprio sito web in modo quasi integrale il verbale di De Benedetti in Consob dove l’editore di Repubblica si difende e rivela i suoi rapporti con Renzi, Boschi, Padoan, Visco, rivendica perfino di essere stato il primo ispiratore del Jobs Act. Non una riga esce oggi su Repubblica di tutto questo. E, cosa ancora più singolare, solo un francobollo sul Sole 24 Ore cartaceo, che invece spesso ha ospitato gli editoriali di De Benedetti. Scelta bizzarra questa di regalare lo scoop on line ma di non valorizzarlo nell’edizione a pagamento. Gli imprenditori della Confindustria che ricevono ogni mattina la copia del giornale che hanno portato vicino al disastro così non hanno dovuto leggere il verbale del loro collega De Benedetti. Il Corriere della Sera dedica al caso un colonnino. Non è sempre stato così. Negli archivi si trovano ampi e completi articoli, per esempio, su quando alcuni familiari di De Benedetti sono stati sanzionati dalla Consob per 3,5 milioni per un insider trading su Cdb Web Tech, all’epoca uno dei veicoli finanziari dell’Ingegnere.

Durante le feste ho letto un libro di qualche anno fa di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti (Einaudi), appena ripubblicato proprio in una collana di allegati a Repubblica. E’ la storia di una maturazione politica e di una scelta individuale di Piccolo, quella di preferire una sinistra del compromesso, pragmatica e disposta a sporcarsi nella pratica quotidiana del potere rispetto a quella che invece rivendica la superiorità morale, una diversità antropologica, che considera chi vota Berlusconi moralmente disprezzabile. E’ la storia di come Francesco Piccolo ha scelto l’Enrico Berlinguer del compromesso storico al posto di quello della “questione morale” e della diversità comunista. E di come ha accettato di essere italiano, nel bene e nel male, invece che considerarsi sempre diverso, una persona un po’ migliore degli italiani raccontati dalla tv, quelli che votavano prima Democrazia cristiana e poi Forza Italia.

Scalfari, De Benedetti e Repubblica sono stati per quarant’anni gli alfieri e la voce di un’Italia che si riteneva migliore della media, che rivendicava il diritto a fare una gerarchia di valori, a inseguire qualche ideale invece che rassegnarsi al “così fan tutti”, che guardava Silvio Berlusconi e il suo stile di vita e poteva permettersi di criticarlo. Abbiamo sempre saputo che, sotto sotto, era un po’ un’illusione, che non esiste una Italia migliore e una peggiore, che gli uomini, visti da molto vicino, sono tutti uguali o che, almeno, nessuno ha titolo di giudicare il suo prossimo. Però quell’illusione è servita, al centrosinistra e a tutta l’Italia, ha dato alla politica (soprattutto alla sinistra), agli elettori e soprattutto ai lettori una tensione etica, ha trasmesso il messaggio che poteva esistere un Paese migliore. Magari un po’ tromboneggiante e moralista, talvolta noioso, spesso più conformista di quello che era disposto ad ammettere, ma migliore. E invece, per citare Francesco Piccolo, Scalfari, De Benedetti e Repubblica hanno realizzato il loro inconfessato e inconfessabile “desiderio di essere come tutti”, perché chi è come tutti non può essere criticato da nessuno. Ma neppure può criticare. Hanno dissipato ogni illusione di alterità. E se sono tutti uguali, allora non c’è differenza tra De Benedetti e Berlusconi, tra Renzi e D’Alema, tra Salvini e Di Maio. Senza illusioni e senza questione morale restano soltanto il cinismo e l’antipolitica. Quando, dopo le elezioni di marzo, commentatori e politologi vorranno spiegare il tracollo del Pd e l’inspiegabile tenuta del Movimento Cinque Stelle nonostante le mille prove di dilettantismo, sarà bene considerare tra le variabili rilevanti il crepuscolo della galassia Espresso-Repubblica.

L’EMERGENTE POLITICA.

Luciana Littizzetto e quello che le donne non possono dire. Piovono accuse di volgarità sulla comica di "Che tempo che fa". Eppure le stesse battute dette da un uomo non scatenano alcuna indignazione, scrive Beatrice Dondi il 10 dicembre 2018 su "L'Espresso". «Carletto di qua, Carletto di là, questo non si dice, questo non si fa», canticchiava Corrado e quel vecchio monito risuona ancora in testa, colonna sonora di una tv che traccia, come su una lavagna ideale, la riga di chi possa dire cosa. O meglio. Di come lo stesso concetto provochi indignazioni divergenti quando cambia il sesso di chi lo pronuncia. Soprattutto se vuol far ridere. Un argomento vecchio quanto la costola d’Adamo che torna di curiosa attualità ogni qualvolta una signora viene attaccata per aver detto semplicemente la stessa battuta di un corrispettivo maschile. Un esempio? Le tette. Da Balalaika a Tale e Quale show, da Pucci al Mago Forrest abbiamo sentito con candore pronunciare «Canti bene, ma ho apprezzato in particolare i tuoi do di petto» o «Solo due cose entusiasmano l’uomo: due poppe!» e tutto è filato liscio. Accade però che Luciana Littizzetto una bella sera si metta a scherzare sulle tette di Antonella Clerici e all’improvviso si decide che è uno scandalo fare battute su un argomento tanto delicato. Perché è vero che abbiamo fatto passi avanti e tutti esibiscono il segno rosa sotto l’occhio una volta all’anno in difesa delle donne, ma quel salto, quello in cui si giudica la battuta in quanto tale e non, per restare in tema, se chi l’ha detta abbia o meno le tette, proprio non si riesce a fare. Una signora deve far ridere sempre con eleganza. Senza sesso, rutti, peli e membri in senso non parlamentare. E pazienza se passano in prima serata accuse sacrosante contro gli scempi di questo momento politico che sta rendendo i diritti incivili. L’importante è che Luciana non tocchi l’anatomia. Va bene il “celodurismo” ai microfoni dei tg ma non “Je sui Salvén, quel che ce l’aveva dur”. Passi pure l’ex Cav, che preferisce “La donna che me la dà” ma guai se a “Che Tempo che fa” gli si dà del guardone. Insomma, sfugge il senso dell’indignazione che lascia libero Massimo Boldi di invocare “voglio una escort”, trascinando verso l’abisso la citazione felliniana e relega l’intervento della Littizzetto nell’angolino della volgarità. Come disse Ennio Flaiano, fra trent’anni l’Italia sarà non come l’avranno fatta i governi, ma come l’avrà fatta la televisione. E saremo ancora lì, a quello che le donne non possono dire.

SEMAFORO VERDE. L’Amica geniale, la serie di Saverio Costanzo tratta dal romanzo di Elena Ferrante (Rai Uno), fa entrare e uscire dalle quinte del quartiere emozioni e dolore, empatia e distacco in un flusso continuo color seppia. Esalta con naturalezza relazioni e abbandoni. E riesce, con un tocco magistrale, a rendere vero persino uno pseudonimo.

SEMAFORO ROSSO. «È da sei mesi che c’è un atteggiamento ostile e pregiudiziale da parte dei grandi mezzi di informazione, pubblici e privati, giornaloni e tv», tuona il vicepremier Salvini. Ovviamente dai salotti televisivi che lo ospitano da mane a sera, lasciandolo parlare da padre come se non ci fosse un domani. E per fortuna che c’è il pregiudizio.

Riccardo Marchetti, l'enfant prodige della Lega che non riconosce neanche i fake su Facebook. Responsabile dei giovani del Centro-Sud del Carroccio, è molto vicino a Matteo Salvini. Ma fino a oggi è riuscito a farsi conoscere soprattutto per la gaffe sui social network, scrive Elena Testi il 05 dicembre 2018 su "L'Espresso". Capelli rasati, barba incolta alla Matteo Salvini in un gesto di piena emulazione venerante. Una carriera politica fulminea. Viene descritto, da chi lo ha incontrato all’inizio del suo cammino, come un giovane un po' arrogante, senza tanti scrupoli, e con un infantilismo latente. Riccardo Augusto Marchetti, classe 1987, è uno degli enfant prodige della Lega, nonostante i suoi 31 anni. Nominato da pochissimi giorni responsabile dei giovani del Centro-Sud del partito. Tra una scivolata e un post sui social network, questo liquidatore assicurativo, entrato in Parlamento dopo aver vinto nella circoscrizione Umbria 2 (Foligno - Alto Tevere), si sta facendo notare. Ha promesso dall’Umbria “oltre 300 persone (e il numero é destinato a salire ancora)” per la manifestazione della Lega fissata il prossimo 8 dicembre in Piazza del Popolo. Stessa cifra, neanche a farlo apposta, degli umbri partiti nel lontano 2013, quando Silvio Berlusconi fece il suo ultimo grande show, proprio in piazza del Popolo. Viene da chiedersi se non siano sempre gli stessi 300. Riccardo Augusto Marchetti, eletto consigliere comunale a Città di Castello nel 2016, è stato scelto da Matteo Salvini in persona per la scalata verso Montecitorio. Il giovane rampante, consapevole del ruolo istituzionale che andava a ricoprire, per un po' di tempo ha scelto come immagine di copertina Facebook: "L'Italia è una Repubblica fondata sul calcetto". Rispettoso anche dei basilari principi democratici, tanto che, quando, nelle zone colpite dal terremoto, ha prevalso il Pd alle amministrative, Riccardo Augusto Marchetti, in una spinta di senso auto-critico, ha scritto: "Il Pd vince nelle zone terremotate, si vede che amano il campeggio". Gentile e pronto sempre al dialogo, soprattutto con gli avversari politici: “I compagni non meritano un cazzo – scrive su Facebook -, neanche le buone maniere. Con loro botte da orbi, sempre e comunque”. Un giovane dal curriculum vitae rassicurante, dove alla voce competenze si legge: “Ottimo utilizzo della pistola con tiro al bersaglio anche mobili” e “conoscenza avanzata di armi d’assalto con corsi specifici svolti presso poligoni da tiro”. E infine “tiro a volo con arma liscia, tiro al bersaglio con armi a corda”. Un cv che lo ha sicuramente aiutato a depositare una proposta di legge, insieme ad altri colleghi di partito, “finalizzata a restituire il giusto e corretto equilibrio in materia di rilascio delle licenze di portare armi. Si registra, difatti, negli ultimi anni, un’applicazione delle norme che prescrivono i criteri per il rilascio delle licenze di portare armi che sta, irrazionalmente, rendendo questo diritto sempre meno accessibile”. C’è chi negli ultimi giorni lo ha visto aggirarsi per i corridoi di Montecitorio con un lieve rossore sul viso, tutta colpa di quel post condiviso sulla sua bacheca. L’onorevole Marchetti, laureato in Scienze dell’Investigazione a Narni, ha pubblicato con entusiasmo un post del falso account di Paolo Savona: "Raramente ho visto riassumere la situazione politica internazionale – ha scritto - in maniera tanto chiara e sincera in così pochi caratteri!!! Come sempre, immenso ministro Savona!!". Insulti e sberleffi. Quando la parlamentare del Pd Anna Ascani, oltretutto concittadina (sono entrambi di Città di Castello), si è permessa di fargli notare che quello non era il vero ministro per gli affari europei, è subito scoppiata una guerra sui social network. Il giovane leghista ha infine rimosso il post, ma ha sferrato l’attacco contro la nemica giurata: “Anna Ascani è la parlamentare più brava di tutti”. Accompagnato da un “ohhh scusate!!! Non mi ero accorto che fosse un fake”. Non è nuovo però a frasi a effetto criticate dall’opposizione, come quando scoppiò la polemica in consiglio comunale, sempre a Città di Castello. La lite si innescò dopo che Marchetti chiese per il “cittadino europeo islamico”, un’“espulsione di massa” e la “messa al bando della religione islamica”. Quando gli fecero notare che il suo ruolo istituzionale non gli permetteva l’uso di toni tanto accesi, rispose che “si trattava della sua bacheca personale” e che proprio per questo di un giudizio da “libero cittadino”. Insomma il nuovo enfant prodige della Lega emula perfettamente le orme del leader e non solo in fatto di barba. A quanto pare.

Per il M5S, basta la laurea online e un curriculum “discutibile”, scrive Gaia Mellone l'1/12/2018 su Giornalettismo. Salvatore Barca è stato nominato segretario generale del ministero dello Sviluppo economico. Aveva intrapreso la carriera politica nel 2008 proprio nello stesso ministero. Alle spalle, una coop fallita e una laurea online. A tutti è concessa una seconda possibilità. Soprattutto se si è amici di Luigi Di Maio. Il vicepremier ha inserito una new entry nel suo ministero: si chiama Salvatore Barca, anche lui di Pomigliano d’Arco, grande amico e collaboratore del leader 5 stelle. E adesso, è diventato segretario generale del ministero dello Sviluppo economico. Nonostante un curriculum non proprio da primo della classe. La vicenda viene ricostruita dal settimanale L’Espresso, in edicola il 2 dicembre, dove il curriculum della New Entry al dicastero viene vagliato al dettaglio. Ne emerge che Barca, 45 anni e amico di lunga data di Luigi Di Maio, si è laureato, in ritardo, presso un ateneo telematico: è diventato dottore dopo i trent’anni in Scienze dell’Economia, alla Niccolò Cusano, ovvero l’università online con sede a Roma. Al di là degli studi, ciò che insospettisce i giornalisti del settimanale è il curriculum lavorativo. Barca, si legge nell’articolo, «è stato amministratore, nonchè uno dei 12 soci, della coop Noi con voi, con sede a Napoli, specializzata nell’attività di custodia, pulizia, giardinaggio e anche nella formazione professionale». Peccato che la coop non abbia fatto una bella fine. Secondo il curriculum reso disponibile online, Salvatore Barca avrebbe lavorato presso la coop partenopea fino al 2007, precisamente a giugno. Peccato però che l’ultimo bilancio depositato dalla coop stessa risalga al 2004, e alcuni dei suoi immobili erano già stati pignorati da Banca Intesa e Il Monte dei Paschi di Siena nel 2008. Carta canta, e le carte catastali sono inconfutabili. La procedura fallimentare, aperta dal 2014, si è però chiusa definitivamente nel settembre dello scorso anno. Non proprio il massimo per chi sarà segretario allo sviluppo. Chiusa la parentesi, fallimentare, come imprenditore, Salvatore Barca si è dato alla politica. Subito dopo la fine del suo rapporto con la coop, nel 2008 arriva al ministero dello Sviluppo che, come riporta l’Espresso, «ha lasciato cinque anni dopo per approdare alla Camera dei deputati come capo della segreteria di Di Maio». Amici e colleghi, un binomio che viene riconfermato nel 2018, quando Barca ritorna al ministero dopo la vittoria dei Cinque stelle alle elezioni e l’assegnazione di Luigi Di Maio allo Sviluppo economico. L’Espresso nel suo articolo spiega anche che Salvatore Barca era stato assunto più di dieci anni fa come dirigente di seconda fascia: non era infatti ancora laureato, e quindi da diplomato non avrebbe avuto i titoli per accedere alla posizione di segretario generale. Invece, un cavillo della legge lo permette: gli uffici stampa spiegano che «quell’incarico di vertice, a particolari condizioni, può essere attribuito anche a persone esterne all’amministrazione o con qualifiche inferiori a quella di dirigente di prima fascia», e Barca ci rientrava alla grande. Ora, la laurea ce l’ha, e il ruolo importante pure. E finché la Barca va…

Cooperatore fallito e laureato online: Di Maio lo piazza al vertice del ministero. Salvatore Barca, nuovo segretario generale al dicastero dello Sviluppo economico, ha gestito per dieci anni una coop napoletana che ha fatto crack. Poi è diventato uno stretto collaboratore del capo dei Cinque stelle. Nel suo curriculum una laurea in un ateneo telematico, scrive Vittorio Malaguti il 30 novembre 2018 su "L'Espresso". Luigi Di Maio ha nominato segretario generale del ministero dello Sviluppo economico un ex cooperatore fallito che si è laureato in un'università telematica a più di trent'anni d'età. Salvatore Barca, questo il nome dell'alto dirigente, a capo dell'intera struttura burocratica del dicastero, è un militante Cinque stelle e collabora da tempo con il ministro, di cui è amico personale. Barca, 45 anni, è nato a Volla, nel napoletano, a pochi chilometri da Pomigliano d'Arco, il paese di Di Maio. Per dieci anni, dal 1995 alla fine del 2004, il futuro segretario generale del ministero dello Sviluppo è stato amministratore, nonchè uno dei 12 soci, della coop Noi con voi, con sede a Napoli, specializzata nell'attività di custodia, pulizia, giardinaggio e anche nella formazione professionale. Nel suo curriculum disponibile in rete, l'amico di Di Maio scrive di aver lavorato nella coop partenopea fino al giugno 2007. In quel periodo la società era già scomparsa dai radar della camera di commercio. L'ultimo bilancio depositato risale infatti al 2004, mentre nel 2008, come risulta da documenti catastali, Banca Intesa e il Monte dei Paschi avevano già ottenuto il pignoramento dei due immobili di proprietà della cooperativa. La procedura fallimentare, aperta nel 2014, si è chiusa nel settembre dell'anno scorso. Nel 2008, chiusa questa prima travagliata esperienza, Barca è approdato al ministero dello Sviluppo, che però ha lasciato cinque anni dopo per approdare alla Camera dei deputati come capo della segreteria di Di Maio. Il ritorno al ministero risale al 2018, dopo la vittoria elettorale che ha portato i Cinque stelle al governo e Di Maio allo Sviluppo economico. Più d'uno, negli uffici del ministero, ha fatto notare che Barca, assunto dieci anni fa come dirigente di seconda fascia, in quanto diplomato, non avrebbe avuto titoli per accedere alla posizione di segretario generale, riservata ai dirigenti di prima fascia. Tutto regolare, ribattono all'ufficio stampa dello Sviluppo economico, e spiegano che quell'incarico di vertice, a particolari condizioni, può essere attribuito anche a persone esterne all'amministrazione o con qualifiche inferiori a quella di dirigente di prima fascia. Barca, a quanto si capisce, rientrerebbe nelle eccezioni previste dalla legge. Tra l'altro, strada facendo, l'amico del ministro è riuscito anche a laurearsi in Scienze dell'Economia, come si legge sul suo curriculum. In quale università? Alla Niccolò Cusano, un ateneo privato con sede a Roma che permette di seguire le lezioni anche online, dal computer di casa. 

LAUREATO ONLINE, SINONIMO DI INCAPACE. Nel Paese del click baiting e delle fake news urlate ai social, oggi appare questo simpatico nuovo insulto ‘laureato online’ per denigrare un collaboratore di Di Maio, sembrerebbe assunto fuori dalle regole e incompetente, scrive Arianna Orazi su Il Blog dei Bonzi l’1 dicembre 2018. Il titolo dell’articolo dell’Espresso è: Cooperatore fallito e laureato online: Di Maio lo piazza al vertice del ministero. La parola “fallito” precede la laurea telematica e ancora peggio, la frase si apre con Cooperatore. Do you remember? Buzzi e Carminati…e le ONG? La parola Coop-erante, coop-eratore ormai nel percepito collettivo è denigratoria. Mesi di campagne assassine contro le coop e contro le ONG lasciano tracce indelebili nelle menti delle persone. Un titolone davvero ben concepito secondo gli standard dell’oggi social. Luca Morisi, il social media manager di Salvini, approverebbe. Anzi lo firmerebbe. Forse aggiungendoci un cuore e un abbraccio finale. Che l’elemento “tenerezza” fa tanto vicino di casa. Lungi dal voler difendere il nostro Ministro del Lavoro, tra i primi responsabili della discesa nella melma dei nostri media, mi indigna però l’associare la laurea telematica all’incompetenza. Perchè non è vero. In assoluto nessuna laurea certifica competenza e capacità della persona. Diciamocelo. La professionalità è altro dal pezzo di carta. Banale ma vero. L’ateneo fisico o telematico, il posizionamento dell’Ateneo come buono o cattivo lo fa la comunicazione e lo standard dei suoi docenti. Sono poi gli studenti a dover studiare e dopo a dover sviluppare l’appreso in qualcosa di concreto. Però il punto è un altro. L’ateneo telematico non è quel laureificio che la percezione comune racconta. Ci tengo a raccontarlo, ci tengo a entrare nel mio personale, perchè lo vivo ogni giorno. Il mio compagno di vita è un professore ordinario di una nota Università Telematica, che guarda caso ha anche una sede fisica dove si tengono lezioni in aula. E’ assunto, è docente, è ricercatore sul campo, è vicepreside di una facoltà scientifica. Ogni mese prepara la valigia e va in giro per gli esami degli studenti fuori sede, controlla e annulla esami, premia il merito e mette 3 a chi lo merita. Si preoccupa di ogni singolo studente, anche il meno capace. Lo accoglie e cerca di indirizzarlo al meglio per il suo futuro. Il Professore e i suoi colleghi sono professionisti in gamba. La loro università telematica ha molti professori ordinari e associati. Certo è un’eccezione rispetto ai competitors, però è un buon esempio di gestione privata del sapere. Nulla è perfetto, tutto è perfettibile. Però torniamo alla realtà, a considerare le persone come tali. A non insinuare sul generale. Pensiamo a tutti i lavoratori che hanno potuto prendere una laurea lavorando per migliorare il loro ruolo o solo per curiosità della conoscenza. Che poi… rispetto alla realtà raccontata noi siamo veramente messi male: Un professore online e una bancaria. Che famiglia degenere… per i 3 bonzetti. La crasi del negativo oggi.

I gilet gialli che qui sono potere. Salvini chiama l’adunata, disprezza il dissenso, offende i giudici e gioca con il fuoco delle reazioni. Mentre la destra riempie la piazza, il Pd è nel caos in vista del congresso. Nel retropalco si muove da protagonista Renzi, sempre più fuori dal partito, scrive Marco Damilano il 10 dicembre 2018 su "L'Espresso". A Parigi da settimane il sabato del villaggio si celebra con le manifestazioni dei gilet jaunes, i gilet gialli, in rivolta contro il presidente Emmanuel Macron, il nuovo capitolo di una vicenda nazionale in cui la tendenza monarchica (anche il presidente lo è) e la tendenza rivoluzionaria convivono da secoli, non pacificamente. A Roma, invece, i gilet sono al governo, il loro leader siede al vertice delle istituzioni, dove si sorveglia sull’ordine pubblico, e lo indossa verde (o blu), con la felpa, la maglietta con le stellette, la divisa dei pompieri e della polizia, il caschetto da operaio. La mattina salta su una ruspa, il pomeriggio offende, insulta, stabilisce l’elenco dei buoni e soprattutto dei cattivi: in questi ultimi giorni nella lista sono entrati il direttore di “Avvenire” Marco Tarquinio («non rappresenta i cattolici»), gli industriali e imprenditori riuniti a Torino («vadano a lavorare») e un servitore dello Stato come il procuratore capo di Torino Armando Spataro («vada in pensione»). Terminato il giro, la sera va in televisione e continua a dispensare propaganda. Interrogato da Massimo Giletti, è riuscito addirittura a cambiare il testo del Vangelo, spiegando che «è vero, c’è scritto che bisogna accogliere tutti, ma nei limiti del possibile». Prendano nota esegeti, teologi, parroci e semplici fedeli: il vangelo di Matteo, quello in cui si legge al capitolo 25 «ero straniero e mi avete accolto», è archiviato, sostituito da quello di Matteo Salvini in cui si dirà, più correttamente: mi avete accolto nei limiti del possibile. Sabato 8 dicembre il Gilet al governo ha convocato una piazza a Roma, approvando una campagna di comunicazione giocata tutta “contro”: contro chi non sta con lui. La manifestazione di piazza del Popolo arriva a quasi quattro anni dalla svolta sovranista operata sullo stesso palco, il 27 febbraio 2015: da prima i padani a prima gli italiani. Restano nella memoria gli scontri di piazza il giorno precedente con i centri sociali che volevano impedire a Salvini di parlare a Roma, la piazza recintata e deserta la sera prima del comizio, i leghisti sbarcati dalla Padania disorientati nei bar del centro della Capitale ladrona, i falangisti di Casa Pound che calavano giù dal Pincio verso la piazza con le bandiere di una formazione messa su per l’occasione, Sovranità, con il simbolo delle spighe, il grano rigoglioso al vento che faceva tanto ventennio. Oggi il passaggio è compiuto, non c’è più bisogno di reclutare un partitino fascista per riempire la piazza di Roma, il popolo è con Salvini, lo confermano tutti i sondaggi, gli applausi degli studi, la tracotanza del leader. Il capo della Lega, il ministro dell’Interno, avrebbe il dovere di rappresentare tutti nell’alta sede istituzionale in cui si trova. Invece da sei mesi spacca l’Italia, ha trasformato la questione della sicurezza in una guerra contro un pezzo di Paese. Come nell’Ungheria di Orbán sui migranti c’è una escalation, un cambio di bersagli: prima gli sbarchi, poi le Ong che organizzano il soccorso in mare, poi la gestione dell’accoglienza, via i 35 euro a migrante, sinonimo di spreco e di malaffare, e pazienza se invece andavano a finanziare i corsi di formazione e di lingua, gli strumenti più utili per l’integrazione, via anche la protezione umanitaria, smantellato lo Sprar, il sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati, che sarà limitato ai minori. Con i sindaci e l’associazione dei Comuni italiani che denunciano il pericolo di migranti all’improvviso rigettati per strada. Il Gilet di governo si comporta come se fosse sempre all’opposizione. Di chi non lo fa governare. Di chi esercita il diritto di critica e di dissenso. Gioca con il fuoco delle reazioni, quasi si augura che ci siano. A dirlo, all’inizio della settimana che si è conclusa con la manifestazione di piazza del Popolo, è stato un personaggio straordinariamente prudente, non abituato a lanciare allarmi a caso per finire sotto i riflettori, l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: «Si mette addosso a decine di migliaia di persone una lettera scarlatta, una C come clandestino. Queste persone saranno in qualche modo sospinte a comportamenti illegali. Per questo dico che è quasi una strategia della tensione. Si alimenta un’illegalità che è carburante per il proprio consenso», ha detto a Annalisa Cuzzocrea (Repubblica, 3 dicembre). La strategia della tensione, quella vera, cominciò il 12 dicembre di quasi cinquant’anni fa, come ricorda Giuseppe Genna a pagina 70, andava inquadrata negli anni della guerra a bassa intensità che è stata la guerra fredda tra Usa e Unione sovietica, nel periodo della contestazione e dell’autunno caldo, era una tragedia politica, con il suo carico di morti e di vite spezzate per sempre. Ho conosciuto Paolo Silva, vice-presidente dell’associazione vittime della strage di piazza Fontana, suo papà Carlo nel 1969 aveva 71 anni, si occupava di macchine agricole, era alla banca alle spalle del Duomo a Milano per incontrare alcuni clienti quando esplose la bomba che lo uccise assieme ad altre sedici persone: tutti uomini. La nuova strategia della tensione è invece una sensazione di insicurezza privata, di paura personale, che richiede di essere sempre foraggiata. Prima i migranti, poi i ladri, gli spacciatori. Il mito della legittima difesa, il commerciante aggredito trasformato in eroe, l’illusione di poter privatizzare la difesa e la sicurezza che invece dovrebbero essere tutelate dallo Stato, dalle istituzioni. Si parla di armi e di video-sorveglianza, su tutto prevale l’approccio securitario alle questioni, dall’educazione a scuola alla solitudine nelle grandi città e nei piccoli centri, per mascherare i fallimenti del passato e quelli del futuro. «Il decreto sicurezza è l’emblema di una incapacità politica», scrive Aboubakar Soumahoro. È anche la bandiera di una destra che copre con la propaganda e con la ricerca di un nemico la difficoltà a mantenere le promesse elettorali. Sono tardive le reazioni delle associazioni di industriali e imprenditori, Confindustria, Confcommercio, Confesercenti, Confagricoltura, Legacoop, Confartigianato, Confcooperative, Cna e altre, riunite a Torino per dire di sì alla Tav e alle grandi opere e per suggerire la costituzioni di un fronte dei produttori contro l’immobilismo del governo gialloverde. Da quelle parti, dalle parti delle leadership delle associazioni, non si è brillato particolarmente negli ultimi anni per senso civico e per la cura dell’interesse generale: i Boccia, i Sangalli e gli altri hanno trasformato le assemblee dei loro aderenti in platee omaggianti per il premier di turno, da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, ancora alla fine di settembre il presidente di Confindustria a Vicenza aveva dichiarato il suo entusiasmo per il capo della Lega e la sua fede nelle capacità di Salvini, oggi provano a mettere in scena la preoccupazione di una classe imprenditoriale spaventata da annunci, smentite, proclami di guerre, riappacificazioni. Lo stesso discorso va fatto per l’altro pezzo di società italiana che in questi giorni si è schierato in polemica con il ministro leghista, quella parte di mondo cattolico che si ritrova nell’associazionismo storico (Azione cattolica, Acli, Comunità di Sant’Egidio, Fuci) e nell’attuale presidenza della Conferenza episcopale italiana vicina a papa Bergoglio. Il capo dei vescovi, il cardinale Gualtiero Bassetti, invoca «un impegno dei cattolici in politica per un’Europa solidale e non xenofoba», come ha titolato “Avvenire” dopo il convegno del 30 novembre in una sala affollata con Filippo Andreatta e Mauro Magatti tra gli intervenuti. Segni di risveglio, anche in questo caso dopo un lungo letargo delle gerarchie ecclesiastiche e delle associazioni che per decenni hanno lasciato incustodita la politica, ritenendo che fosse una cosa da grandi, uno scambio tra vertici, e che ora si ritrovano con un Salvini che sventola il rosario in piazza e insegna ai preti cosa c’è scritto nel Vangelo e con i fedeli della domenica sedotti dal verbo sovranista, abbandonati, come si dice ora nella nuova versione della preghiera del Padre nostro, alla tentazione di votare Lega. Salvini non è un incidente della storia, non viene dal nulla, così come non lo è il Movimento 5 Stelle. È il risultato di anni di incultura politica, di organizzazioni comunitarie che via via abdicavano al loro ruolo, di partiti che svanivano e che lasciavano il posto alla radicalizzazione della rabbia o alla disperazione che prepara brutte avventure. Vale per il centro moderato e vale ancora di più per la sinistra. La sinistra europea in crisi ovunque, oggi a guidare la Commissione per conto dei socialisti europei si candida l’olandese Frans Timmermans: lo intervistiamo con Federica Bianchi   e dà conto con sincerità di tutte le difficoltà in cui versa il Pse. In Spagna avanza l’ultradestra del partito Vox, guidato da un Salvini iberico del tutto identico all’originale, anche fisicamente. In Italia, proprio mentre ci si attendeva una riscossa dal congresso del Pd, è arrivata la resa dei conti tra i sostenitori della candidatura di Marco Minniti. E lo psicodramma Pd ha un solo attore, con un piede dentro e uno fuori, quel Matteo Renzi che si muove da protagonista sulla scena e nel retropalco, consegnandoci un altro paradosso: chi è al governo come Salvini si comporta come se fosse all’opposizione e chi è all’opposizione come Renzi non ha mai fatto i conti con la sconfitta elettorale di quasi un anno fa. A proposito di opposizione: il sindacato è sparito dalla discussione sulla legge di bilancio, non si è vista la Cgil in particolare, alle prese con il suo congresso. Un altro vistoso vuoto a sinistra e nel mondo del lavoro. In molti chiedono, in questa situazione, da dove si ripartirà per ricostruire.  Dal mondo dell’accoglienza di cui parla Fabrizio Gatti o da un fenomeno antico, eppure nuovo. Nelle scuole italiane si occupa, come sempre. Ma la novità è che si parla di politica, non soltanto scolastica. Appena un anno fa avevamo raccontato la generazione dei quasi maggiorenni al primo voto come sfiduciata nella politica, disillusa, vicina ai sentimenti di ripulsa degli adulti, e per di più tentata dal voto per le formazioni di estrema destra. Da questo autunno arrivano segnali di controtendenza: nelle scuole si parla di migrazioni, di decreto sicurezza, di costruire una politica diversa da quella che domina nei sondaggi, in Parlamento, nei talk e in una fetta (per ora) maggioritaria del Paese, mentre nel ministero di viale Trastevere arrivano i sovranisti. Ancora presto per dire se sarà un movimento nuovo. Di certo è un seme gettato. Chissà se in un deserto.

Viva viva la nuova Resistenza. Non bastavano Gattuso e Nanni Moretti. Ora pure gli studenti che scioperano sono "eroi dell'opposizione". Manca solo Topo Gigio, scrive Mario Giordano il 10 dicembre 2018 su "Panorama". Prima l’Europa. Moscovici, Juncker, Dombrovskis. Poi i tecnici del ministero. Poi le madamine di Torino, beatificate con tè e biscottini. Naturalmente Mimmo Lucano, il sindaco di Riace fuorilegge. I vari rapper. La scrittrice Michela Murgia, autrice del fascistometro. Roberto Saviano. L’immancabile Gustavo Zagrebelsky con la sua resistenza civile. I giornalisti, che improvvisamente sono diventati tutti bravi e tutti buoni, da cialtroni che erano. Chi dimenticavo? Ah sì, Topo Gigio perché è capace di dire «Ma cosa mi dici mai» (suggerimento Zagrebelsky). Nanni Moretti redivivo. E naturalmente l’allenatore del Milano Rino Gattuso, capace di rispondere a tono a Salvini. L’elenco dei leader dell’opposizione potrebbe continuare ancora. E non escludo che nel tempo necessario a stampare quest’articolo (poche ore, ovviamente) saltino fuori anche nuovi candidati. Osiamo azzardare: il mago Zurlì? Il canarino Titti con il gatto Silvestro? I tre porcellini? Lupo Ezechiele? Rintintin? Torna a casa Lassie? Il maggiordomo di Tre nipoti e un maggiordomo? Tutto è possibile, dopo aver visto come l’ex centrocampista noto come Ringhio sia stato trasformato, nel giro di poche ore, in Ernesto Che Gattuso Guevara, eroico lottatore contro la sopraffazione del fascismo calcistico salviniano. Eia Eia, Passalà. Anche la discesa in campo di Nanni Moretti, d’altra parte, non poteva cadere più a fagiolo. Nello smarrimento totale dell’opposizione, con il Partito Democratico in mezzo alla traversata del congresso, e Forza Italia alla ricerca dello smalto perduto, c’era proprio bisogno di una nuova figura di riferimento per battersi contro l’orrore governativo. E il regista dei girotondi s’è subito candidato con un titolo sobrio del Venerdì di Repubblica («Ecce Nanni») e un paragone altrettanto moderato fra l’Italia di oggi e il Cile di Augusto Pinochet, oggetto casualmente del suo prossimo film. Dal che risulta evidente come l’ex Palombello rosso si senta a metà tra Gesù Cristo («Ecce Nanni») e Allende. In ogni caso un Salvador. C’è qualcun altro pronto a scendere in campo? Attenzione, il momento come sempre in Italia è grave ma non serio: potrebbe toccare anche a voi. A vostra insaputa. Se vi capitasse di trovarvi in piazza con una bandiera qualsiasi, infatti, rischiereste di essere arruolati d’ufficio nelle Brigate civiltà, organizzazioni di resistenza contro il neo fascismo galoppante. E non importa se voi siete in piazza per tutt’altro. Che ne so? Magari state chiedendo che asfaltino le buche della vostra città. Oppure state protestando contro i ritardi dei treni locali. O per la tassa sui rifiuti, che è cresciuta troppo. Niente, in un amen vi danno il tesserino: Combattente ad honorem, martire della libertà. Una figurina Panini di Ringhio Gattuso alla memoria non ve la toglie nessuno. Ho letto, di recente, articoli così estasiati di questa crescita dell’opposizione civile, in tutti i settori del Paese (spogliatoi di San Siro compresi), che persino l’occupazione delle scuole quest’anno è stata eletta a «chiaro segnale» della nuova Resistenza civile. Il che ci fa piacere: sono anni e anni che ormai gli studenti in novembre occupano le scuole soltanto perché le vacanze di Natale sono ancora troppo lontane e loro non hanno voglia di fare una mazza, vuoi dire che finalmente si sia trovato un senso a cotanto radicato fancazzismo? Sarebbe un meraviglioso risultato del governo gialloverde. Ma, soprattutto, sarebbe un meraviglioso risultato dei nuovi eroi della nuova Resistenza. I quali ormai inglobano tutto, ma proprio tutto, nelle loro fila: cade una foglia dall’albero? È la natura che si ribella contro l’antiscientificità dei populisti. Un gatto fa la pipì in strada? È il regno animale che segna il territorio per quelle bestie di sottosegretari. Una sonda atterra su Marte? È una chiara indicazione per capire dove devono finire i ministri temporaneamente al governo. Il reclutamento di nuovi soggetti non si ferma mai, tutto va bene per entrare sul carrozzone anti-Salvini. E del resto come non capirli? Voi pensate a un militante del Pd che oggi deve affidare le sue speranze di riscossa a Nicola Zingaretti, Marco Minniti o Maurizio Martina. Poveretto, che cosa deve fare? Se un giorno gli dicono: guarda che l’opposizione ha un leader diverso, lui si butta a pesce. Gli va bene chiunque. Anche Gattuso. Anche la Fascistometra. Anche Topo Gigio ed Ecce Moretti, figuriamoci (ma con una leggera preferenza per il primo).

Nani, sirene e orchi: ecco i mostri che nutrono la politica. Cossiga definì Occhetto “Zombie con i baffi”, Andreotti vantava soprannomi come “il gobbo” o “Belzebù”. 

L’ANALISI DI LORENZO MONTEMAGNO CISERI NEL SUO “MOSTRI, LA STORIE E LE STORIE”. 13 dicembre 2018 su "Il Dubbio". “La balena! La balena! Barra a sopravvento, barra a sopravvento! Oh voi tutte, potenze buone dell’aria, tenetemi stretto…”. Nelle pagine finali del suo capolavoro, Moby Dick, Herman Melville descrive così l’avvicinarsi del mostro e la reazione di Achab. La balena, il mostro che incombe su di noi, le nostre ossessioni, la caccia inevitabile, la “grande guerra santa” che ciascuno è chiamato a combattere con la parte mostruosa di sé. E quando il “mostro” lo portiamo fuori di noi, lo sbattiamo su una pagina bianca per farne letteratura, allo stesso tempo lo esorcizziamo e lo dominiamo. Nella saga di Harry Potter l’autrice, Joanne K. Rowling, immagina che il maghetto, per sconfiggere i dissennatori, ombre grigie che portano i peggiori incubi, esegua incantesimi ridicolizzanti. La risata ci libera del mostruoso, lo ridimensiona, lo soggioga. Non si racconta forse che Martin Lutero scacciasse coi peti le apparizioni diaboliche? E tuttavia con i mostri ci si convive volentieri, fanno parte del nostro immaginario, sono oggetto di studio nella teratologia, camminano al nostro fianco dalla notte dei tempi. Se ne occupa un libro pieno di fascino scritto da Lorenzo Montemagno Ciseri, Mostri, la storie e le storie (Carocci editore), che opportunamente comincia con una bella frase di Gilbert Keith Chesterton: “ Non sono le fiabe a dare al bambino la sua prima idea di orco. Ciò che le fiabe gli danno è la prima idea chiara della possibile sconfitta dell’orco”. Quando la politica sconfina nell’escatologia e si appropria dei toni apocalittici, ecco che l’etichetta di mostruoso – nella sua accezione morale e non più in quella che rimanda al prodigioso, al lontano, allo sconosciuto – fa la sua comparsa e diventa fastidioso marchio infamante. Oppure diviene pretesto per schernire l’avversario: precedente illustre quello di Francesco Cossiga che definì Achille Occhetto “zombie con i baffi” mentre Giulio Andreotti vantava per tutti i soprannomi “il gobbo” o “Belzebù”. Non meno nota, del resto, l’espressione di Rino Formica sui “nani e le ballerine” nel suo partito – il Psi – una battuta destinata a diventare metafora di una politica ridotta a spettacolo circense. Proprio nei circhi infatti, o nelle “camere delle meraviglie” o “gabinetti delle curiosità”, si esibivano gli esseri reputati “anomali” perché malformati, dando spettacolo al pari di mostri contraffatti o artificiali, come la famosa “sirena delle Fiji” – che anche Charles Dickens volle ammirare a Londra – e che non era altro che l’abilissima congiunzione del corpo di una femmina di orangutan con la coda di un salmone. Il mostruoso manufatto fu non a caso venduto nel 1842 a Phileas T. Barnum, re indiscusso degli imprenditori di spettacolo e degli show itineranti statunitensi. Il parallelismo fisico e fisiognomico tra mostro e politico fondato sulla battuta è l’aspetto più immediato e popolare di una derisione dell’avversario che è entrata a far parte del linguaggio politico resistendo a ogni tentativo di normalizzazione linguistica ad opera del “politicamente corretto”. Si pensi a Grillo che appella Berlusconi come “psiconano” o al vignettista Vauro che raffigura Matteo Salvini come un maiale. Associare a una vita animalesca l’avversario da colpire è del resto una tradizione giacobina che diede i suoi frutti nei libelli polemici che circolavano a Parigi contro la regina Maria Antonietta, dipinta come una dissoluta capace di ogni perversione. Ma al di là del gergo politico ad uso mediatico le caratteristiche del “mostruoso” diventano anche categoria politologica. Il potere, lo Stato, l’entità cui è delegata la custodia del vivere associato assumono le fattezze mostruose del Leviatano di Thomas Hobbes, il filosofo che inaugura un percorso di riflessione che sarà sviluppato in altre famose opere contro i regimi totalitari, dalla Fattoria degli animali di Orwell ( dove i politici trasfigurati in bestie perdono ogni caratteristica di umanità) all’opera di Bertrand de Jouvenel, Del potere: storia naturale della sua crescita, nella quale lo Stato moderno è ben raffigurato dal Minotauro, il feroce mostro della mitologia greca contrapposto ai fragili cittadini la cui libertà viene sempre più circoscritta. Prima ancora di Hobbes era stato proprio un italiano, Machiavelli, a paragonare il principe al centauro Chirone, il precettore di Achille, per spiegare che il sovrano deve avere in sé anche la natura ferina della bestia. E se dal piano della filosofia politica ci spostiamo a quello della fantasy anche qui il potere assume forme mostruose, come il Sauron del Signore degli Anelli che ha al suo servizio schiere di orchi deformi. Orchi che diventeranno zombie nei visionari film di George A. Romero. “I suoi zombie – scrive Ciseri – rappresentano una massa, priva di quella che un tempo si sarebbe definita coscienza di classe, ma che smaschera a livello interpretativo una società che si definisce civile e che di fronte alla loro comparsa, alla loro diffusione, scopre di non esserlo affatto”. Il mostro va a braccetto con la paura, dunque, con la psicosi, con l’istintualità e può fare capolino in ogni momento, non fuori di noi, non nell’oceano sconfinato dove dimora Moby Dick, ma nelle coscienze che si annullano, che regrediscono, come i ragazzini del romanzo di Williamo Golding, Il Signore delle mosche, che linciano un loro coetaneo perdendo per sempre la loro innocenza.

In futuro il Parlamento non sarà necessario. Mario Giordano per La Verità il 23 luglio 2018.

Tutti la descrivono come l'uomo che muove i fili nell' ombra. Il New York Times l'ha definito «potenzialmente l' uomo più potente d' Italia». Dica la verità, Davide Casaleggio: almeno un po' le fa piacere?

«Credo più nel potere delle idee che in quello degli uomini. Le idee restano, crescono, si moltiplicano e cambiano la storia. Gli uomini sono solo interpreti del momento. Queste definizioni mi fanno sorridere, perché capisco che non è ancora chiara la portata del cambiamento che la nostra società sta vivendo».

Altri giornali parlano di «enigma Casaleggio». Non crede che i suoi silenzi contribuiscano a crearle attorno un alone di mistero?

«Sono una persona riservata per natura e alle parole, generalmente, preferisco i fatti».

Lei non vuole entrare nel merito delle decisioni spicciole della politica. Ma, in generale, possiamo dire qual è il cambiamento che lei immagina? E quello intrapreso dall' Italia va nella direzione giusta?

«La nostra società sta vivendo un profondo cambiamento, grazie alla diffusione capillare di Internet che deve essere inteso come un diritto, un bene essenziale al quale tutti i cittadini devono avere accesso. La Rete sta modificando tutti gli ambiti sociali, dai sistemi produttivi ai servizi, alle relazioni tra le persone, a quelle tra Stato e cittadino. Il nostro Paese non può sottrarsi a questo processo, può subirlo oppure guidarlo. Penso che sia meglio la seconda ipotesi e mi impegno per questo».

Si aspettava più o meno resistenze?

«Tutti i processi di cambiamento comportano resistenze da parte di coloro che non li comprendono e quindi ne hanno paura».

Lei punta molto sull' innovazione. Ma i robot non rischiano di distruggere posti di lavoro? Di sostituirsi agli uomini? Non lo stanno già facendo? Non si rischia spingendo questo processo all' estremo?

«Chi non innova distrugge posti di lavoro. Nell' illusione di difendere un posto di lavoro si perde l'opportunità di creare quello che verrà. Penso, ad esempio, a chi con l'avvento delle macchine voleva continuare a costruire carrozze senza comprendere quello che sarebbe successo nei cento anni successivi. La scelta più miope che si possa fare è rallentare l'innovazione in Italia aspettando di vederla arrivare importata da multinazionali estere. A quel punto potremo solo chiudere le nostre aziende e sperare in un posto di lavoro alle loro dipendenze. L' innovazione genera opportunità e sviluppo, genera crescita, nascita di nuove aziende e quindi di nuovi posti di lavoro».

Ci si potrà fidare di una società completamente robotizzata? E se i robot si ribelleranno agli uomini?

«Credo che questa sia una visione più che altro cinematografica, che ha bisogno di raffigurare la robotizzazione come robot dalle sembianze umane. Oggi stiamo assistendo a un'evoluzione incredibile sul fronte della computazione dei processori e dello studio del funzionamento del cervello umano. Credo di più in un'evoluzione dell'estensione delle capacità umane, come quella in sviluppo da Neuralink di Elon Musk, che nella creazione di robot umanoidi come quelli che vediamo nei film».

Non è il caso di «fermare le macchine»?

«È una domanda che si sono posti in molti nei secoli passati, ma sono sempre state persone rimaste dalla parte sbagliata della storia. I luddisti, che all' inizio dell'Ottocento distruggevano i telai meccanici, lo facevano con l'illusione che sarebbe stato sufficiente distruggerne alcuni per arrestarne l'avvento e con la miopia di non rendersi conto che presto si sarebbe aperto un enorme nuovo mercato del tessile che avrebbe generato molte nuove opportunità».

Chi pagherà l'«ozio creativo» degli uomini? E in che modo? Non teme l'accusa di immaginare una società in qualche modo «comunista»?

«L' ozio creativo è un concetto antico che non ha mai avuto un'accezione negativa, anzi era il momento in cui nascevano le idee e si sviluppavano il pensiero, la cultura, le arti, le scienze. Era considerato un momento necessario e insostituibile per il benessere del singolo e per il progresso della comunità. La nostra società ha bisogno di tornare a pensare, a immaginare nuove soluzioni per creare nuove opportunità. L' innovazione tecnologica, in realtà, consentirà la nascita di un nuovo umanesimo.

Per il resto, continuiamo a riferirci a etichette del passato che oggi non hanno più senso. "Comunista" è una di queste».

A questo proposito: molte accuse alla cultura che sta dietro al Movimento 5 stelle di essere nemica delle imprese e di chi produce ricchezza.

«Credo che questa sia un'accusa senza alcun fondamento. Basti pensare che i parlamentari del Movimento 5 stelle per tutta la scorsa legislatura si sono dimezzati lo stipendio per finanziare il fondo del microcredito per le piccole e medie imprese con milioni di euro che hanno sostenuto migliaia di aziende. I fatti parlano più delle parole. Senza contare tutte le iniziative e le proposte di legge presentate in Parlamento e nel programma di governo proprio per sostenere le aziende che operano in Italia».

C' è stato un pregiudizio positivo nei confronti dei giganti della new economy? Non le sembra che siano diventati i padroni del mondo? È necessario limitare la loro azione? O almeno evitare che eludano il pagamento delle tasse?

«I giganti della new economy sono diventati tali perché hanno colto prima degli altri le straordinarie opportunità della Rete e hanno generato profitti e lavoro diretto e indotto per milioni di persone.

Dialogare con loro è fondamentale, ma resta il fatto che le multinazionali devono pagare le tasse dove generano i profitti. Questo anche tramite un'armonizzazione dei sistemi fiscali europei. Trovo molto scorretto ad esempio il dumping fiscale da parte di un Paese all' interno dell'Unione europea come l'Irlanda, che ovviamente attrae aziende che vogliono mettere piede in Europa a basso costo, danneggiando gli altri Paesi dell'Unione».

I social network ci rendono più stupidi?

«Sono un mezzo di comunicazione come lo sono i giornali, le tv, i manifesti e così via. C' è un'enorme offerta di contenuti diversi per qualità e tipologia. Sta a noi scegliere».

Più aggressivi?

«Questo dovrebbe chiederlo a uno psicologo piuttosto che a me.

Certamente manca l'educazione all' uso dei social e della Rete in generale. Nelle scuole andrebbe insegnata ai bambini fin da piccoli».

Favoriscono il populismo? Che cos' è il populismo?

«Danno voce a tutti indistintamente, sono molto democratici.

Poi c' è chi queste voci le ascolta e chi le ignora. Se populismo significa ascoltare le persone invece che stare rinchiusi in una turris eburnea senza alcun contatto con la realtà quotidiana, allora si potrebbe dire di sì. Ma anche "populismo" è una vecchia categoria».

Lei crede che gli italiani siano animati da invidia sociale?

«Non credo che gli italiani siano socialmente invidiosi per natura. Piuttosto bisogna riflettere sul fatto che l'ascensore sociale è ormai bloccato da molto tempo per ragioni che non hanno nulla a che vedere con le origini famigliari o il diritto di nascita, ma piuttosto con le politiche statali del passato che si sono progressivamente disinteressate delle fasce più deboli del Paese, delle periferie e del loro malessere. La cristallizzazione della ricchezza nelle mani di un gruppo sempre più ristretto di persone, l'impoverimento della classe media e l'innalzamento della fascia di povertà sono dinamiche dalle quali il nostro Paese non è immune e sono sempre più evidenti».

Le nuove tecnologie ci rendono tutti più controllabili?

«Sono trent' anni che si parla di Grande Fratello, ben prima delle nuove tecnologie. Direi che il tema risieda altrove, non nel progresso tecnologico».

Ci rendono tutti più pigri?

«Dal mio punto di vista ci rendono più liberi».

Non ha paura di un mondo in cui anche i geni dell'uomo si possono cambiare con un clic?

«Credo fermamente nell' uomo e nella sua intelligenza. Il metodo Crispr di editing del Dna è sicuramente rivoluzionario e le sue applicazioni dovranno essere valutate dal punto di vista bioetico come molte altre innovazioni mediche che abbiamo avuto nel passato».

Nel futuro che lei immagina varrà sempre il principio dell'«uno vale uno»? Non si rischia il trionfo dell'incompetenza?

«"Uno vale uno" non significa "uno vale l'altro". "Uno vale uno" è il fondamento della democrazia diretta e partecipativa. I grandi cambiamenti sociali possono avvenire solo coinvolgendo tutti attraverso la partecipazione in prima persona e non per delega. Non servono baroni dell'intellighenzia che ci dicono cosa fare, ma persone competenti nei vari ambiti che ci chiedano verso quali obiettivi vogliamo andare e che propongano un percorso per raggiungerli. L' incompetenza è spesso la scusa che si adotta per non far partecipare le persone alle scelte importanti che le riguardano».

È soddisfatto di come è stata selezionata la classe dirigente del Movimento 5 stelle?

«Molti di loro sono alla prima esperienza nelle istituzioni e, da questo punto di vista, possiamo considerarli inesperti. Ma sono esperti del Paese reale, perché lo hanno vissuto fino a poche settimane fa e credo che a Roma ci sia necessità di un po' concretezza e realismo. Per il resto, il Movimento ha portato in Parlamento il maggior numero di laureati o addirittura con titoli accademici superiori alla laurea».

Pensa che siano in grado di scalfire la resistenza della burocrazia?

«Vede, a questo tipo di domande non posso che rispondere nello stesso modo: c' è un cambiamento in atto che è ineluttabile e investirà tutti gli ambiti sociali, istituzioni pubbliche incluse. Innovazioni come la blockchain rivoluzioneranno anche questi settori che necessariamente dovranno modificarsi ed evolversi. Non c' è alternativa».

Come definirebbe la burocrazia italiana?

«In uno Stato affetto da iperproduzione normativa, la burocrazia inevitabilmente assume un ruolo centrale e diventa spesso depositaria di un sapere quasi esoterico».

Nel futuro che lei immagina esiste la democrazia diretta? E si esprime tramite Internet?

«La democrazia partecipativa è già una realtà grazie a Rousseau che per il momento è stato adottato dal Movimento 5 stelle, ma potrebbe essere adottato in molti altri ambiti. I modelli novecenteschi stanno morendo, dobbiamo immaginare nuove strade e senza dubbio la Rete è uno strumento di partecipazione straordinario. Per questo la cittadinanza digitale deve essere garantita a tutti».

Per cui la democrazia rappresentativa è superata?

«La sfiducia dei cittadini nella classe politica ha radici lontane e lo scollamento tra i palazzi e la vita reale non è una novità. Nonostante questo, per lungo tempo il metodo della rappresentanza è stato il migliore metodo possibile. Oggi però, grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività del volere popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è quindi inevitabile».

Se lei dovesse immaginare una riforma dello Stato, il Parlamento a) ci sarebbe, b) ci sarebbe con meno poteri, c) non ci sarebbe?

«Il Parlamento ci sarebbe e ci sarebbe con il suo primitivo e più alto compito: garantire che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti. Tra qualche lustro è possibile che non sarà più necessario nemmeno in questa forma».

E l'Europa? Dovrebbe avere più o meno poteri?

«All' Europa è stato dato moltissimo potere negli ultimi anni e questo si è tradotto in uno squilibrio rispetto alla legittima sovranità nazionale dei singoli Paesi aderenti. Sono stati adottati strumenti come il Fiscal compact e il pareggio di bilancio in Costituzione che hanno certamente soddisfatto l'Europa o meglio alcuni altri Paesi europei, ma che sono stati percepiti come calati dall' alto dai cittadini, sebbene, in ultima analisi, siano loro a subirne le conseguenze sulla propria pelle. L' Unione europea è certamente una risorsa preziosa ma servono maggiori strumenti di partecipazione.

Un esempio potrebbe essere l'introduzione del referendum popolare obbligatorio per la ratifica di qualunque trattato».

Si sente minacciato dai mercati finanziari internazionali?

«Ai mercati finanziari internazionali interessano stabilità e politiche di governo rivolte alla crescita e allo sviluppo economico. Mi sembra che per il momento l'Italia stia dando prova di entrambe».

Che cosa pensa quando in Italia scatta l'allarme spread?

«L' allarme spread è stato usato come uno spauracchio per orientare l'opinione pubblica e far accettare misure che altrimenti non avrebbero trovato spazio nel nostro Paese. Certamente è un parametro di cui tenere conto, ma non è l'unico».

I parametri europei su deficit e debito vanno rispettati?

«Il tetto del 3% è anacronistico e soprattutto non tiene conto di quanto avvenuto sul piano economico negli ultimi dieci anni. L'Italia ha resistito alla crisi grazie a una straordinaria solidità che le ha consentito di superare il momento critico. Ora ha bisogno di supporto per rilanciare l'economia interna e tornare a crescere. In questo senso serve flessibilità. I finanziamenti per sviluppare l'economia non devono essere conteggiati in questo limite. Il rilancio italiano sarebbe un traino importantissimo per tutta Europa».

La globalizzazione va fermata? Anche attraverso dazi? O va assecondata?

«Oggi il principale veicolo della globalizzazione è la Rete che è ormai un grande mercato globale. Ogni giorno entra direttamente nelle nostre case attraverso l'ecommerce, che sta registrando una crescita esponenziale. Come si può pensare di fermare questo fenomeno con i dazi? Piuttosto il sistema Paese dovrebbe essere in grado di operare in modo sinergico su più fronti e sfruttare questa opportunità per la promozione del Made in Italy nel mondo con lo scopo di generare ricchezza nel Paese. In questo quadro, è necessario intervenire anche sulle aziende disincentivando la delocalizzazione».

Non si rischia attraverso la globalizzazione di importare condizioni di lavoro da Terzo mondo anche in Italia?

«In Italia esistono tutele dei lavoratori tra le più alte in Europa. Un adeguamento su questo fronte sarà necessario, ma in relazione alle nuove modalità di lavoro che si stanno imponendo come conseguenza del cambiamento in atto, non certo per via dell'immigrazione».

L' immigrazione è una vera emergenza o una paura creata ad arte?

«Quello che conta è la percezione che ne hanno i cittadini che quotidianamente si confrontano con l'immigrazione nelle città, nei paesi e sul territorio».

La questione sicurezza: esiste davvero o è solo percepita?

«Gli ultimi dati sono confortanti, l'Italia è un Paese sicuro. Credo che come in ogni cosa della vita, si debbano evitare gli estremismi».

I puri devono stare attenti perché c' è sempre qualcuno più puro che li epura: lo diceva Pietro Nenni. Secondo lei è vero?

«Dal momento che la purezza è un valore positivo, ben vengano i più puri che epurano i meno puri».

Bisogna moralizzare l'Italia?

Come?

«Più che di moralizzazione, a mio parere l'Italia avrebbe bisogno di recuperare la dimensione civica. Per questo scopo il ruolo delle scuole è fondamentale».

Non teme che si possa scivolare nel giustizialismo?

«Il giustizialismo è un'aberrazione che trova spazio dove mancano cultura ed educazione civica».

Ci sono molte polemiche sull' associazione Rousseau di cui è presidente. Quali sono i rapporti tra Associazione Rousseau e Casaleggio Associati?

«L' unico rapporto oggi riguarda la mia persona, dal momento che sono presidente di entrambe».

Anche la sede è la stessa. «Le persone che collaborano a Rousseau sono distribuite in tutta Italia e qualcuna anche all' estero. Per legge un'associazione deve avere una sede fisica, un indirizzo e un numero di telefono.

Quindi formalmente la sede è dove ho l'ufficio, essendone il presidente. Questo è un tipico esempio di quello che dicevo poco fa: la Rete consente a persone che si trovano in luoghi molto distanti tra loro di collaborare a un unico progetto. La legge, però, ci impone di indicare luoghi fisici. Vecchi schemi applicati a nuovi modelli».

I parlamentari 5 stelle devono versare ogni mese 300 euro all' Associazione Rousseau. I parlamentari 5 stelle sono 331. Ciò significa che ogni mese nelle casse della Associazione Rousseau entrano 99.300 euro. Cioè 1.191.600 euro l'anno. Quasi 6 milioni nella legislatura. Ho sbagliato i calcoli?

«Questo è un altro punto che ci differenzia. Sinceramente non comprendo come sia possibile che i partiti in Italia chiedano contributi ai loro eletti in Parlamento fino a 10 volte tanto dopo aver tra l'altro incassato decine di milioni di euro di finanziamenti pubblici. È di venerdì scorso la notizia che Pietro Grasso è stato condannato a versare al Pd oltre 83.000 euro di contributi non pagati al partito. Nel Movimento dichiariamo sempre in modo trasparente gli impegni dei nostri eletti e le finalità delle raccolte fondi».

Come vengono utilizzati quei soldi? Lei, in passato, ha parlato di «costi di mantenimento della piattaforma», di «sviluppo», di «sicurezza»: può spiegarci esattamente di cosa si tratta?

«Il contributo all' associazione serve al mantenimento della piattaforma Rousseau che oggi conta undici funzioni al servizio degli iscritti al Movimento, a migliorare questi servizi, a crearne di nuovi, ma anche a supportare la realizzazione degli eventi sul territorio come il Rousseau city lab e altri progetti come la Rousseau open academy. Si tratta di un'associazione senza fini di lucro, questo significa che non può fare utili».

Si tratta di una forma di finanziamento pubblico della politica (seppur sotto forma di versamento volontario)?

«Mi sembra un'interpretazione maliziosa. I parlamentari versano una quota che sottraggono al proprio stipendio come farebbe chiunque altro con qualunque altra associazione culturale».

Come garantirà la trasparenza di queste spese?

«Il conto economico dei primi due anni di vita dell'associazione è già stato reso pubblico sulla pagina trasparenza del sito e, nonostante non fossimo tenuti a farlo, lo abbiamo anche inviato alla commissione di controllo parlamentare».

Il Garante della privacy ha accusato il sistema Rousseau di essere «obsoleto». Come risponde?

«Abbiamo risolto i problemi riscontrati dal Garante e ci siamo adeguati alle ultime normative entrate in vigore ultimamente, come tutti coloro che hanno a che fare con la raccolta di dati degli utenti».

Dopo Cambridge analytica molti si sono interrogati sulla sicurezza dei dati in Rete e sulla possibilità di influenzare in modo subdolo le elezioni. Lei non teme che la democrazia stia correndo un qualche rischio? Non teme che, al di là delle buone intenzioni di chi organizza un sistema di questo tipo, qualcuno ne possa approfittare?

«La sovranità dei dati personali deve essere del singolo. Il caso che cita si basa sul commercio di dati personali in possesso di Facebook e venduti indirettamente alla società di analisi che li ha utilizzati per indicare dove fare pubblicità sui social media e con quali messaggi a varie formazioni politiche in giro per il mondo. Il Movimento 5 stelle ha scelto un percorso completamente opposto: nell' ultima campagna elettorale è stata l'unica formazione politica dove dal comitato elettorale non è uscito un euro da investire in pubblicità online. Il programma di governo è stato l'esito di un percorso di oltre un anno e mezzo di formazione sui temi, condivisione delle possibili soluzioni e scelta tramite votazioni online da parte degli iscritti».

Che cos' è la Rousseau open academy?

«L' obiettivo di Rousseau open academy (rousseauopenacademy.com) è costruire una comunità internazionale che, attraverso strumenti di intelligenza collettiva e di democrazia diretta, sia in grado di definire e condividere il concetto di cittadinanza digitale e consentire così a tutti i cittadini di esercitare a pieno i propri diritti.

Sono, infatti, nati nuovi tipi di diritti che possiamo esercitare grazie alla Rete. Questi diritti hanno la particolarità di accrescere il loro valore in funzione del numero di persone che li esercitano. È quindi importante spiegare quali sono, come si richiedono e attraverso quali strumenti sono oggi esercitabili».

Suo padre cosa direbbe oggi?

«Una volta disse che uno vale uno, ma un'umanità interconnessa tende all' infinito. Sarebbe contento dei risultati raggiunti e dei progetti futuri».

C' è una cosa che le direbbe di non fare?

«Credere a chi dice che è impossibile e non si può fare».

Beppe Grillo: "Democrazia superata, facciamo parlamento a sorte", scrive il 27 luglio 2018 TGcom 24. Il comico genovese, garante del M5s, torna anche sullʼuscita dallʼEuro: "Ci vuole un referendum". "La democrazia è superata: quando meno del 50% va a votare, se prendi il 30% del 50%, hai preso il 15%. Oggi sono le minoranze che gestiscono i Paesi". Lo ha detto Beppe Grillo intervistato dalla trasmissione americana Gzeroworld. "Probabilmente deve essere sostituita con qualcos'altro, magari con un'estrazione casuale. Potremmo scegliere una delle due camere del Parlamento così, casualmente, in maniera proporzionata sulla popolazione". Decida popolo italiano se lasciare l'euro - "Non dico di lasciare l'Euro così, ma di lasciar decidere al popolo italiano con un referendum", ha detto ancora Beppe Grillo. "Il movimento - osserva Grillo - ha diverse anime. Anche io e Casaleggio avevamo idee diverse. Abbiamo proposto un referendum sull'euro. Far decidere al popolo italiano se rimanere dentro l'euro, non l'Europa, nell'Euro o no. Il referendum è un modo per iniziare una conversazione su un ipotetico piano B. Cioè noi non abbiamo un piano B, in caso succedesse qualcosa. Oggi da un momento all'altro cambia tutto, lo abbiamo detto prima, basta un tweet dall'altra parte del mondo per trasformare la politica economica di una nazione. Devi avere un piano B. Sono sicuro che la Germania e la Francia ne hanno uno". "Il referendum - conclude Grillo - è uno strumento. Il metodo più democratico che conosco è avere un referendum online, su tutti gli argomenti. Direttamente sul mio pc, sul mio smartphone, per ogni persona. Abbiamo bisogno che questa tecnologia sia disponibile. Questa è la vera anima del Movimento 5 Stelle. Dare degli strumenti, per tutti e poi essere biodegradabili. È un movimento biodegradabile. Quando i cittadini saranno più consapevoli e avranno la conoscenza e la volontà di come poter decidere e prendersi cura della loro vita, il movimento non avrà più senso di esistere. Scomparirà".

Parlamento casual o società consapevole? Scrive il 2 agosto 2018 Domenico Rosati su "Settimananews.it". È fin troppo facile polemizzare con le posizioni sulla democrazia e sul Parlamento ultimamente rilanciate dal giovane Casaleggio e dall’attempato Grillo. Il primo impulso è dettato dalla difficoltà di prendere sul serio l’idea di un progressivo superamento delle assemblee rappresentative per effetto del prevalere, oggi teoricamente possibile, di una “democrazia digitale” che fa coincidere il potere di legiferare con il diritto di cittadinanza. Se la tecnologia consente ad ogni cittadino di interloquire istantaneamente sulla redazione e sull’approvazione/rigetto di una legge, non c’è più bisogno di un apparato di regole e procedure come quelle oggi esistenti e, a maggior ragione, di un ceto di specialisti politici dedicati all’esercizio del potere legislativo.

E la “centralità” del Parlamento? Fin qui Casaleggio. Quanto a Grillo, il suo consueto modo di sfidare il paradosso lo porta alla soglia delle estreme conseguenze: se quello descritto è il quadro giusto, se cioè tra i cittadini vige il principio dell’“uno vale uno”, perché mai si dovrebbe continuare a spendere per eleggere i componenti delle camere: non sarebbe sufficiente affidarsi al caso, cioè al sorteggio, visto che la funzione da esercitare per il “nuovo” Parlamento sarebbe solo quella di dire sì a proposte espresse dall’iniziativa popolare? Il discorso, viceversa, non va banalizzato. A portarlo avanti, infatti, non sono i personaggi stravaganti di una fauna politica in formazione ma soggetti qualificati di un’entità – il Movimento 5Stelle – che il 4 marzo scorso ha preso il potere in Italia (in compagnia del populismo destrorso della Lega) e ha inserito nel “programma-contratto” di governo un paragrafo sulla democrazia diretta che fa capo ad un apposito ministero con relativo ministro. Il quale, per il momento, parla soltanto di ampliamento dell’area del referendum e delle leggi di iniziativa popolare, ma non si sottrae all’idea di collocare tali istituti nella prospettiva di evoluzione dell’intero sistema politico. Più prudente sembra, per completare il quadro, la posizione dell’onnipotente Di Maio il quale, bontà sua, sembra offrire al Parlamento una chance di sopravvivenza a condizione che sappia guadagnarsela, nel senso di raggiungere da solo gli obiettivi di efficienza, rapidità e concretezza insiti nella visione dinamica della “Terza repubblica”. Più sfocato – e, in definitiva, ritardato – l’atteggiamento del presidente della Camera, Fico, che nel suo discorso di insediamento ha decantato la «centralità del Parlamento» senza che, nei passaggi successivi, se ne vedessero le conseguenze. Ché, anzi, il tran-tran parlamentare è proseguito senza che si percepisse un segnale di novità sul fronte del “vecchio” come su quello dell’ipotetico nuovo.

Democrazia in congedo? Bene hanno fatto dunque coloro che hanno dato fondo alle riserve dell’ironia politica per segnalare il carattere improprio e dannoso nel new deal democratico delineato dal duo Casaleggio-Grillo, dimostrando che, al fondo di esso, vi sarebbe un vero e proprio congedo della democrazia. Così, Sabino Cassese ha domandato a Grillo se, nel panorama uniforme della cittadinanza diffusa, fosse implicito che anche la scelta dell’… idraulico fosse affidata alla sorte. Più in profondità, Ezio Mauro ha osservato che «quanto più dovesse crescere il meccanismo della democrazia diretta attraverso le piattaforme digitali del modello Rousseau, nascerebbe il problema del controllo di quei dati, del loro utilizzo, della garanzia della privacy politica degli utenti, del potenziale politico e commerciale»… che quel sistema acquisirebbe. E così, infine, Pierluigi Battista ha denunciato che la predicazione di Casaleggio «si fonda, malgrado la sua patina di novità tecnologica, su una concezione mistica del popolo visto come un’entità indivisa e con una sola voce», mentre «la democrazia rappresentativa vuole appunto rappresentare un popolo che non è un mostro omogeneo ma è diviso per interesse, opinioni, idee, classi, orientamenti religiosi»; differenze che si rispecchiano nelle rappresentanze parlamentari. Un’osservazione – quest’ultima – che sembra presente al ragionamento di Grillo quando avverte che il sorteggio degli eligendi avverrebbe su una platea “campionata” nel senso statistico del termine, sicché il sorteggio elettorale avrebbe la figura di un gigantesco sondaggio a sfondo corporativo. Il dibattito giustamente continuerà ed è bene che i concetti vengano approfonditi anche nelle loro conseguenze. Ma forse gli spunti offerti dal pensiero grillino su temi così impegnativi possono attivare un itinerario diverso e più legato alla realtà delle cose per ricentrare – come è necessario – la funzione delle assemblee elettive.

Al Governo la funzione legislativa. Per chi scrive, l’approccio che sto per evocare non è nuovo. Ricordo di averne parlato tanti anni or sono già sul finire della mia esperienza parlamentare. A me sembrava che il Parlamento – Camera e Senato – stesse già allora (1987-1992) perdendo la sua funzione essenziale di luogo di elaborazione delle leggi. Formalmente queste venivano presentate e votate da Camera e Senato ma, nella sostanza, il loro riferimento genetico era il Governo, al quale facevano capo tutti i terminali degli interessi e delle culture del paese.

La riprova di ciò era nel fatto che solo le leggi proposte dal governo avevano la garanzia di essere esaminate e votate. Osservavo anche che le fonti normative in concreto si erano fortemente diversificate per effetto della creazione delle Regioni e della presenza sempre più penetrante dell’Unione Europea. Di qui una proposta alquanto radicale: prendere atto dello stato delle cose riconoscendo al Governo la funzione legislativa che esso già svolge, in particolare con i decreti-legge, e trovare per il Parlamento (una o due camere a scelta) un altro mestiere pur esso utile e necessario. Si trattava – e si tratterebbe – di una dilatazione del potere di controllo politico dell’operato dell’esecutivo a partire dall’atto più semplice di sindacato ispettivo (l’interrogazione parlamentare) alle procedure più complesse delle inchieste parlamentari, alle quali conferire anche con atti formali (il giuramento di chi depone, ad esempio) un conveniente connotato di solennità. Debbo aggiungere che il disegno era più ambizioso di una semplice riallocazione di competenze. Il recupero della funzione del controllo politico voleva estendersi ben oltre il Parlamento, per acquisire una dimensione estesa quanto gli ambiti della partecipazione popolare. Immaginavo un sistema di controllo e di verifica capillare in cui la delega dell’eletto venisse continuamente messa alla prova da una realtà popolare in grado di farsi un’idea dei problemi e di esprimere su di essi un’opinione ponderata. Nel presupposto che tutto avrebbe funzionato meglio se gli eletti del popolo avessero dovuto misurarsi, giorno dopo giorno, con un’opinione pubblica in grado di pronunciarsi non solo sugli obiettivi immediati (le buche sulle strade del quartiere o lo smaltimento dei rifiuti locali) ma anche sugli aspetti generali delle scelte da compiere e sui ragionamenti politici sottostanti alle sintesi dell’esecutivo. Non, dunque, un popolo passivo chiamato saltuariamente a cantare un sì o un no su uno spartito predisposto da terzi, ma una capacità di crescita politica del corpo sociale nella quale un ruolo fondamentale era riservato all’educazione civile alla responsabilità. Erano, per me, i riflessi di un’esperienza compiuta nelle Acli nel tentativo di dar vita a quello che chiamavo «un movimento della società civile per la riforma della politica» che ebbe solo parziali riscontri nell’ambito dei partiti e fu presto sommerso dal prevalere delle scelte di riforma dall’alto, figlie della visione per cui nuove istituzioni creano nuova società. Con gli esiti ben noti sui quali il compianto non serve se non è accompagnato da idee e propositi di superamento. La via della dilatazione della funzione parlamentare del controllo politico non è certo l’unica praticabile. Ma può servire ad un duplice fine: non lasciare ad un solo soggetto politico il monopolio delle idee di riforme e, di conseguenza, costringere tutti ad una riflessione dal vivo e dal vero sulle condizioni presenti della democrazia in Italia (e in Europa) per mettere in campo quelle «nuove idee ricostruttive» (uso non a caso una formula cara a De Gasperi) di cui hanno bisogno le istituzioni parlamentari e con esse il paese di cui vogliono essere espressione.

Il potere viene sempre dal popolo ma ad esercitarlo sono le istituzioni. Il parlamento è vecchio, le classi dirigenti liberali sono delegittimate, ma le soluzioni di ricambio sono una mitologia senza coerenza e senza forza. La riflessione di Giuliano Ferrara il 3 agosto 2018 su "Panorama". L’alzata di spalle o il rigetto irato non bastano. I parlamenti sono in effetti invecchiati. L’appello alla democrazia diretta, che è un mostro a due teste, viene da un’insubordinazione isterica e priva di visione, dalle persone sbagliate con gli argomenti sbagliati, ma va liquidato con le armi della critica, non con un semplice gesto di interdizione e di richiamo alla tradizione liberale. L’assalto al potere dei moralisti e delegittimatori della democrazia rappresentativa, in nome di una ideologia del repulisti nutrita di miti e sciatti richiami a idee molto vecchie e inservibili, mascherate con il web e il clic risanatore, non è una scalata al cielo, vana e pericolosa come la Comune di Parigi ma eroica, è una razzia nel fienile. Tuttavia per un certo periodo dobbiamo abituarci a pensare insieme l’invecchiamento dei corpi intermedi rappresentativi e la evidente crisi di legittimità di classi dirigenti contrastate con tutti i mezzi e malamente, con i colpi bassi della demagogia, ma con discreti risultati in alcune situazioni-limite. Il potere al popolo esercitato direttamente non esiste e non è mai esistito. C’è stato il potere palaziale, del palazzo del re; quello dell’agorà figlio dello spirito greco, in cui decidevano gli ottimati e i retori e i sofisti di una democrazia socialmente chiusa, fondata sull’esclusione di schiavi, meteci e donne; quello repubblicano e senatorio, quello popolare e belligerante degli eserciti romani divenuto impero; il potere tribale dei barbari, quello feudale, il potere della cristianità in concorrenza con la sacralità discussa dei regnanti per diritto divino; e nella modernità forme varie di potere oligarchico, monarchico costituzionale, assolutista e cortigiano; infine un progressivo slittamento verso la divisione dei poteri, il primato del legislativo, la costruzione di un repubblicanesimo parlamentare e liberale in Europa, cioè la democrazia rappresentativa come la conosciamo. C’è chi come i britannici ha salvato l’involucro monarchico e tradizionalista, chi ha costruito il presidenzialismo e l’equilibrio delle forze tra Casa Bianca e Congresso, chi per un periodo ha ceduto al fascino della demagogia totalitaria e si è arreso ai fascismi storici o si arrende oggi alle dittature diffuse nel mondo. Oggi la forza di attrazione della democrazia diretta si fonde con il rispetto e la subalternità alle democrature, sistemi semplificati di comando che tendono a svuotare le istituzioni e la dinamica del conflitto a favore dell’unità personale di leadership e dell’uomo forte, circondato da un’oligarchia fuori controllo.

Ma pur essendo questo il quadro di riferimento delle discussioni povere oggi in voga, magari sotto le spoglie mentitrici di una Srl chiamata con il nome di Jean-Jacques Rousseau, la caduta di prestigio e di operatività e dunque di legittimazione delle classi dirigenti di un pezzo importante d’Europa, con rischi per chi ancora resiste, implica una riflessione sugli strumenti rappresentativi della politica. La V Repubblica gaullista fu un precoce tentativo di risposta ai guasti della democrazia dei partiti in caduta libera. Il sistema costituzionale spagnolo dopo Franco si è dato un orizzonte parlamentare classico, e una dimensione sostanzialmente ma imperfettamente maggioritaria attraverso le leggi elettorali, eppure come dimostra il caso secessionista catalano non è affatto al riparo da derive di ogni specie. La Germania ha seguito una via speciale, un Sonderweg, contando sul fatto che Europa e Riunificazione hanno per lunghi anni marciato assieme, e sono state le due idee forza sia dei socialdemocratici sia dei popolari cristiano-democratici. L’Italia, fino al 4 marzo di quest’anno, aveva tentato di salvare le cose con sforzi di riforma e di rinnovamento dell’efficacia della vita parlamentare sempre regolarmente frustrati da campagne d’opinione vincenti, da accozzaglie di volta in volta (referendum antiberlusconiano) caratterizzate dal richiamo all’unità nazionale compromessa oppure (referendum antirenziano) dall’adunata dei refrattari contro l’uomo solo al comando. Che la direttrice della democrazia diretta qui da noi non sia che una confusa nebulosa, alimentata dalla funzionalità sempre più dubbia dei social e della rete, è dimostrato dal fatto che i referendum, quelli veri, hanno sempre premiato posizioni conservatrici, al di là delle apparenze propagandistiche: così non abbiamo per scelta popolare un monocameralismo, che in parte risolverebbe i problemi più assillanti della disfunzionalità e della perdita di autorità delle assemblee elettive, una riduzione del numero dei parlamentari, più che matura, e un riordino di quanto poi alla gente, anche a quella sensibile ai richiami e alle scorciatoie populiste, non piace affatto. Nella confusione culturale e ideologica si inserisce anche il fraintendimento di Rousseau, un pensatore del Settecento che fece esplodere il mito dell’eguaglianza collegandolo a temi romantici e mistico-sentimentali, e tuttavia uno che quando parlava della «volontà generale» come strumento di quel contratto sociale che deve paradossalmente «obbligare l’uomo a essere libero», indicava una divinità appunto mitica, transtorica, trascendente, che non ha a che fare con il potere del popolo direttamente esercitato se non come idea astratta e impraticabile, in genere strumento politico finale del Terrore. Il parlamento è vecchio, le classi dirigenti liberali sono delegittimate, ma le soluzioni di ricambio sono una mitologia senza coerenza e senza forza.

Aveva ragione Umberto Eco: i politici in tv sono come Mike Bongiorno. Gioco dell'estate: rileggere la celebre Fenomenologia pensando agli ospiti dei talk show: "Ignoranti, non usano i congiuntivi e rappresentano l’uomo assolutamente medio. Per questo il pubblico li ama", scrive Beatrice Dondi il 30 luglio 2018 su "L'Espresso". Spuntano come i cucù dalle casette di legno, senza preavviso. Dicono, parlano, esternano continuamente, anche in questa coda di stagione che, da tradizione, dovrebbe lasciare a riposo lo spettatore stremato. Invece loro no, i politici in televisione non mollano e tra una reazione a catena e una canzone per l’estate presenziano senza sosta raccontando le loro visioni spicciole, le realtà tagliate con l’accetta e le opinioni di bassa lega (con la minuscola per carità). E il pubblico, a sorpresa, continua a guardarli. Torna utile dunque, vieppiù di questi tempi bigi, rispolverare quel capolavoro tratto dal “Diario Minimo” di Umberto Eco dal titolo “Fenomenologia di Mike Bongiorno”. Uscito nel lontano 1961, il saggio prendeva a sonori schiaffoni gli spettatori dell’Italietta che fu e che torna sempre uguale a se stessa, oggi come ieri. Quello specchio televisivo che affastella crisi e Isole, Uomini e Donne, false verità e comici senza storia, capaci nonostante tutto di attrarre grazie a un’implacabile normale ordinarietà: «La tv offre, come ideale in cui immedesimarsi, l’uomo assolutamente medio», scriveva Eco. Una lettura illuminante, che rende trasparente come una vetrina specchiata per i saldi, quel consenso formato talk altrimenti incomprensibile. Si provi dunque un giochino facile facile ma di sicuro effetto: sostituendo il nome di Mike Bongiorno con un qualsivoglia onorevole o senatore, portavoce, ministro, premier o vicepremier a piacere, seduto in studio, l’effetto fa effetto. «Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi». E ancora: «Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo». «Mike Bongiorno porta i clichés alle estreme conseguenze». E infine: «Mike Bongiorno non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo». Ogni riferimento a persone o cose è del tutto voluto. E ancora una volta, grazie professor Eco.  

Salvate il soldato Sgarbi, impiegato del litigio da copione. Il povero critico d'arte cerca la rissa su ogni canale a disposizione, praticamente tutti i giorni. Un turpiloquio colorito, una vita televisiva a dir poco faticosa, scrive Beatrice Dondi il 16 aprile 2018 su "L'Espresso". Come nell’antica barzelletta del polpo costretto a essere sbattuto davanti al cliente per dimostrare la sua freschezza e ogni volta poi ributtato nell’acquario del ristorante, così gli studi televisivi, per carenza e cronica pigrizia d’autore, utilizzano il povero Vittorio Sgarbi per tentare l’ardua impresa di riaccendere l’interesse sopito. Di volta in volta il professore viene estratto gocciolante dalle alghe, buttato in pasto alle telecamere e obbligato a esibirsi nel consueto siparietto di insulti, senza pietà, né considerazione per quelle corde vocali provate dal logorio della televisione moderna. Il critico d’arte, un curriculum degno di nota, un’intelligenza da molti comprovata e un’abilità da attore consumato, si scalda roteando un po’ gli occhi e sputando qua e là e poi va in scena, ogni santo giorno, come un impiegato diligente. Pescando a caso nel cassetto degli improperi, dà in escandescenze a comando e si espone ai rimbrotti bonari del padrone di casa di turno, da Formigli alla Berlinguer, dagli ultimi fuochi di Del Debbio a Giletti, da Porro a Barbara D’Urso, pronti a far scattare la trappoletta di risulta formato Auditel. Manca solo il meteo, ma è questione di attimi. Così tra vocine acute e finte facce seriose il nostro viene accudito come un panda marrone, fatto scattare come una molla alla bisogna e riposto nella scatolina a fine puntata. Vittorio Sgarbi ormai è esausto eppure a testa bassa e con l’auricolare ben inserito nell’orecchio è sempre disponibile, accondiscendente, accetta lo scontro imposto dalla scaletta di turno e spera solo che il teatrino telecomandato finisca il prima possibile. Il copione è sempre quello. A domanda non gradita, Sgarbi comincia a spruzzare improperi come una fontanella di paese, la reazione è male accetta, il conduttore giornalista si tinge di rossore pudico, Sgarbi alza il tono, spesso uno qualunque a caso lascia lo studio, il giorno successivo il video passa in Rete, Blob lo ripropone e le redazioni di un altro programma cominciano le telefonate per invitarlo su un altro tema. Così all’infinito. Sino a che, Fornero permettendo, non si deciderà di mandarlo in pensione, lasciargli asciugare la saliva e metterlo finalmente a riposo. Povero polpo, povero Sgarbi.

Applausi e dirette facebook: la triste deriva dell'informazione in tv. Trasmettere senza filtri il video di un politico che abbaia sulla sua pagina non racconta nessuna storia. Esattamente come battere le mani a prescindere. È solo rumore, scrive Beatrice Dondi 2018 su "L'Espresso". Nel 1917 Ettore Petrolini scrisse l’atto unico Nerone. Da buon genio del teatro comico universale, utilizzava la parodia dell’imperatore romano per sbeffeggiare l’Italietta fascista dell’epoca. Quando nel monologo conclusivo, con le guance rubizze e il naso a ciliegia, Petrolini-Nerone declamava «Domani Roma rinascerà più bella e più superba che pria», partiva con tempismo perfetto, il duetto con la voce fuori campo: «Bravo! Grazie». Bravo grazie e così via, fino all’arrivo delle risate alle lacrime. Un botta e risposta che Nerone spiegava, guardando in camera nella ripresa cinematografica di Blasetti, con acuto candore: «È piaciuta questa parola... pria... Il popolo quando sente delle parole difficili si affeziona... Ora gliela ridico...». Nel 2018, dopo un’estenuante campagna elettorale e oltre ottanta giorni alla ricerca di una quadra di governo, lo spettacolo televisivo si è svolto esattamente come la farsa petroliniana. Ogni ospite di ogni talk show esistente in natura è stato accolto da un boato di applausi, continui, scroscianti, affannati e gaudenti, brutalmente simili alle fastidiose risate che scandiscono una qualsiasi sit com. I battimani forsennati scaturivano a qualunque “pria” venisse pronunciato da qualunque parte su qualunque argomento. Insomma, un ritmo di approvazione unanime e incondizionato di fronte a un’opinione e al suo esatto contrario. Al punto da far sospettare l’esistenza di claque dedicate che dietro le telecamere entravano e uscivano dagli studi, ordinate, zitte zitte e in fila indiana, per osannare il Nerone del momento. Come dei “like” a caso, che si regalano sui social dove si spruzza bile qua e là e che da qualche tempo a questa parte, sono diventati oggetto di discussione televisiva. L’ha detto su Facebook, l’ha scritto su Twitter, l’ha appena postato, sentiamo il suo live, guardate cosa ha twittato, vediamo la foto su Instagram sono il nuovo tormentone che, come l’applauso, si convince di essere un argomento. Invece no, trasmettere senza filtri né contraddittorio il flussetto di coscienza di un politico che abbaia sulla sua pagina non racconta nessuna storia. Esattamente come applaudire a prescindere. È solo rumore, a volte più dannoso che pria.

Pelle D’Urso: la miniera di Barbara si chiama tv. Che vita faticosa: è andata in onda per 885 minuti alla settimana, per un'intera stagione. Tra mostri, bulli scatenati e neofascisti, scrive Beatrice Dondi il 4 giugno 2018 su "L'Espresso". Quattro ore e quarantacinque la domenica. Quattro ore il martedì sera. Un’ora e dieci, dal lunedì al venerdì. Per un totale di 885 minuti alla settimana, oltre quattordici ore passate sotto una pioggia di kilowatt, davanti alle telecamere, a parlare, continuamente, incessantemente, esclusivamente, con dei mostri. Giorno dopo giorno, per ore e ore senza palesare apparenti segni di cedimento emotivo, Barbara D’Urso si rimbocca le maniche, scopre le belle gambe e intervista, come se fosse seria, opinionisti che raramente hanno avuto un’opinione degna di chiamarsi tale, buffi soggetti con un grande futuro dietro le spalle, inediti mutanti e politici che utilizzano il suo studio come fossero dirette Facebook. Per un palinsesto intero, eccezion fatta per il sabato che è riservato alle ospitate negli altri programmi, l’aggiornamento social e probabilmente per una pipì veloce, la conduttrice si accomoda in punta di poltrona e come un ottimo soldato del re Auditel elargisce spazio a dietologi delle meraviglie capaci di dispensare senza remore intrugli miracolosi, alle vittime di operazioni estetiche devastanti che si fanno risucchiare adipe da ogni dove, e ai ragazzoni che come Pinocchi al contrario vorrebbero diventare burattini. Un continuo senza sosta di relazioni, per lo più in diretta, con personaggi innominabili. E per abbassare l’asticella, impresa non facile a onor del vero, ogni tanto introduce gustose varianti, come i fascisti del terzo millennio che possono vantare nel curriculum tatuaggi nazisti cancellati prontamente e partecipazione a gruppi il cui motto è «perché devi sedurla se puoi sedarla». Barbara li sceglie, li ospita, li cura, poi si stupisce del razzismo, dei bulli scatenati, del livello che precipita. Così li sgrida e li strapazza, infine li perdona, e li mescola come nulla fosse ai mostri ordinari, quelli che urlano, ma non tutti insieme, solo tre per volta altrimenti non si capisce. No, la vita di Maria Carmela detta Barbara non ha paragoni, giusto qualche tratto in comune con l’eroico minatore Etienne Lantier di Germinal, ma senza che ci sia uno straccio di Zola disposto a raccontarla.  Al massimo qualche copertina sul Chi di Signorini. Che con tutto il rispetto non regge il confronto.

Il giornalismo facile facile di Massimo Giletti. Si presenta come un martire del regime vittima della persecuzione. Ma il suo Non è l'Arena su La 7 assomiglia sin troppo al talk di Domenica In degli anni passati. Con lo stesso pubblico, temi rodati, domande retoriche e un pizzico di populismo, scrive Beatrice Dondi il 4 dicembre 2017 su "L'Espresso". Non è l’Arena. Ma ci assomiglia parecchio. O meglio, quello che davvero sembra essere immutato nel passaggio dalla Rai a La7 è il pubblico che fedele sta seguendo il nuovo talk di Massimo Giletti. Dalla domenica pomeriggio del primo canale alla domenica sera di Cairo il giornalista che non perde occasione per definirsi “scomodo” conduce i suoi affezionati per mano, manca poco che li prenda in braccio e persino gli ospiti entrano in studio su una sedia mobile, incapaci di camminare con le proprie gambe. I temi trattati sono rodati, anche troppo, dai Tulliani allo scandalo dei vitalizi, conditi da quel pizzico di populismo che appassiona il giusto. Argomenti capaci di catturare l’attenzione di chi solitamente guarda la tv dei giochi preserali. E che per sentirsi coinvolto deve metabolizzare notizie non proprio fresche di giornata. Come quando dal parrucchiere si sfogliano le riviste. Lungo lo svolgimento del compito Giletti guarda in camera con quella sua gran bella faccia e mentre ribadisce il concetto della sua schiena dritta snocciola una serie di istruzioni per l’uso, come se si stesse rivolgendo a un fan club comodamente sdraiato sul divano dopo il pranzo della domenica piuttosto che a un pubblico avvezzo al giornalismo d’inchiesta. «Guardate bene cosa vi stiamo per raccontare. Fate molta attenzione. Ora vi spieghiamo cosa è accaduto. Rimandatemi l’immagine, forse non avete visto bene. Io non voglio insistere ma voi per caso vi siete resi conto di quello che stiamo dicendo?». E così via, tra sottolineature e domande retoriche, una tensione esagerata su fondo nero e un refrain che torna e ritorna: «È solo tv ma noi la facciamo così». Anche quando per trattare la mafia a Ostia mette in scena solo un triste cabaret. Ora, Giletti durante la sua brillante ultra ventennale carriera in Rai, da Mixer a Una voce per Padre Pio, ha dato molto all’intrattenimento giornalistico. Anche con dei risultati. Perché allora insistere nel presentare Non è l’Arena come il frutto della fuga dalla persecuzione? Meglio sarebbe abbandonare quest’aria da martire di regime e portare a casa il risultato di aver messo in piedi un dignitoso spettacolo per famiglie in odor di informazione.

Poi arrivò “La casta” e l’antipolitica divenne un virus. Come il saggio di Stella e Rizzo ha anticipato il governo gialloverde, scrive Paolo Delgado il 31 luglio 2018 su "Il Dubbio". Almeno in buona parte a fare il miracolo fu il titolo: si si fosse chiamato Bramini, come da previsioni editoriali, avrebbe probabilmente sortito effetti infinitamente meno deflagranti. Invece un gagliardo editor, consapevole di quanto fondamentale siano i titoli per colpire la fantasia del pubblico leggente, ebbe la geniale idea di rubare il nuovo titolo a una battuta di Walter Veltroni: «Quando i partiti si fanno caste di professionisti la principale campagna antipartiti viene dai partiti stessi». Così i bramini furono derubricati a titolo del primo capitolo: «Una casta di insaziabili bramini». Il nuovo titolo, La casta, era destinato a fare storia. Gianantonio Stella e Sergio Rizzo, firme eccellenti del Corriere della Sera, martellavano già da un po’ con pezzi e inchieste su quelli che sarebbero poi stati universalmente definiti «Gli sprechi della politica». Il libro sommava, condensava e ampliava. Non era il primo libro- inchiesta in materia, due anni prima era uscito Il costo della democrazia, firmato da Cesare Salvi e Massimo Villone, ma se ne erano accolti in relativamente pochi. Dell’approdo nelle librerie del libro dei due giornalisti, il 2 maggio 2007, invece se ne accorsero tutti. Ha venduto un milione 200mila copie in un Paese dove con 20mila copie vendute si arriva di solito in cima alla classifica dei best seller e con 100mila si spopola. Contribuì al successone anche il momento politico. Al governo c’era, per la seconda volta Romano Prodi, sostenuto con una coalizione che al confronto il costume d’Arlecchino sembrava un monocolore e quasi senza maggioranza al Senato. Trattative estenuanti, acquisti indispensabili voto per voto e legge per legge, fibrillazioni all’ordine non del giorno ma dell’ora erano la norma. L’immagine della politica, già fortemente lesionata dai ribaltoni dai repentini passaggi di fronte dei decenni precedenti, veniva quotidianamente deturpata dagli spettacoli che andavano in scena soprattutto a palazzo Madama, dove la maggioranza era di fatto quasi inesistente. Ma se il caso Casta fosse limitato a un risultato per l’Italia straordinario in termini di vendite si tratterebbe di un particolare rilevante solo per la storia dell’editoria. Invece tracimò immediatamente. La formula divenne da un giorno all’altro adoperata da tutti e da ciascuno, inclusi i santoni della suddetta “casta” impegnati a rinfacciarsi l’uno l’altro l’immonda appartenenza sino a finirne tutti travolti. Berlusconi, nella scorsa legislatura, accusava Renzi di essere «un tipico esemplare della Casta». Il ragazzo di Rignano prometteva di «rottamare la Casta» e accusava i contrari alla sua riforma costituzionale di «aiutare la Casta a brindare» Il pregevole volume di Stella& Rizzo ha spento la decima candelina l’anno scorso, ma la conclusione della campagna è stata raggiunta in ritardo di un anno, con le elezioni del marzo scorso e poi con la nascita del governo per definizione, e ancor più per autodefinizione “anticasta”. È possibile che nei salotti buoni dove editoria e azienda s’incontrano qualcuno abbia pensato a un uso strategico della campagna, il che non implica necessariamente che gli autori ne fossero consapevoli o complici. «Quelle inchieste – sosteneva nel 2013 Massimo Mucchetti, ex vicedirettore del Corrierone – si accompagnavano a una campagna politica che, mettendo in luce le debolezze reali del governo Prodi, puntava sui tecnici che avrebbero dovuto avere alla loro testa Luca Cordero di Montezemolo». Il progetto fallì prima ancora di partire davvero. La delegittimazione rimase, mise radici, moltiplicò le forze con l’arrivo della Grande Recessione del 2008 e il conseguente impoverimento di moltissimi ma in particolare dei ceti medi scalzati dalla loro postazione mediana per precipitare, pieni di rancore, verso il basso. Cosa il libro dicesse davvero è importante solo relativamente: La Casta è uno di quei libri che diventano bandiera e campeggiano sullo scaffale di casa senza bisogno di leggerli. Il catalogo delle turpitudini è comunque interessante. C’era un paragone tra i frugali politici del dopoguerra e quelli gargarozzoni e sprocetati dei tempi nostri. Si enumeravano i palazzi romani, spesso affittati a peso d’oro, che, sommati, compongono “il Palazzo” di pasoliniana memoria. Poi le auto blu, i voli di Stato, le spese del Quirinale che neppure le teste coronate, le mense a prezzi stracciati di Camera e Senato, pensioni baby e vitalizi, esenzioni Irpef per le donazioni ai partiti, spese imperiali per i vicerè, al secolo i presidenti di regione. E naturalmente la denuncia del finanziamento pubblico ai partiti, sopravvissuto per vie traverse alla sua ufficiale abolizione nel 1993. Pioveva sul bagnato. La seconda Repubblica era figlia non di un’istanza di rinnovamento della politica, come da propaganda, ma di una pulsione antipolitica di cui proprio il referendum sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti era specchio. L’era Berlusconi, con l’inevitabile sospetto onnipresente di intrecci inconfessabili tra politica e affari aveva fatto il resto. Il best-seller diffuse l’antipolitica ovunque con la rapidità di un virus. Non che dicesse cose finte, sia chiaro, ma l’architettura complessiva, che gli autori se ne rendessero conto o meno, finiva per accorpare in unico paniere di funghi velenosi cose tra loro diversissime come il finanziamento dei costi della politica, problema essenziale in ogni Stato democratico, e il famoso ristorante del Senato a prezzi stracciati. Inoltre, in un Paese dove appunti simili andavano e andrebbero mossi a diverse “caste” inclusa quella dei giornalisti, veniva indicato un bersaglio preciso per l’indignazione popolare e uno sfogatoio impareggiabile per il rancore lievitato grazie alla crisi. Il primo a cogliere i frutti del clima di ostilità generale nei confronti della Casta fu Beppe Grillo. Il 7 settembre del 2007, mentre le ristampe del libro nero della politica italiana venivano sfornate a getto continuo, organizzò il primo V- Day, il “Vaffa- Day”, culla dell’M5S che sarebbe nato due anni più tardi. La vera testa pensante dell’operazione era però Gianroberto Casaleggio, che dal 2004 curava il blog di Grillo e che, all’iniziò, puntò soprattutto su Antonio Di Pietro, di cui pure curava il blog. L’Italia dei Valori, il partito fondato da Di Pietro, che nelle elezioni del 2008 superò il 4% e nelle europee dell’anno successivo raddoppiò, salvo poi essere travolto, dopo la rottura con Casaleggio, proprio dal sospetto di essere identico alla Casta, in versione ipocrita. La campagna continua contro “la Casta” è il vero motore che ha portato alla vittoria elettorale M5S ma che gonfia anche le vele della Lega. M5S, consapevole dell’importanza del tema, fa a tutt’oggi in modo, dagli spalti del governo, di giustificare molte delle sue campagne o delle sue scelte, come quella di annullare la riforma delle intercettazioni del governo Gentiloni, come mossa contraria agli interessi “della Casta”. È una campagna in un certo senso infinita. Quasi tutti i punti specifici trattati dal libro del 2007 sono stati da allora fortemente ridimensionati: il ristorante del Senato ha cambiato gestione e il rapporto qualità/ prezzi non è diverso da quelli di qualunque trattoria intorno a palazzo Madama, le pensioni sono passate al sistema contributivo già dal 2012 e anzi i politici sono la sola categoria per cui il riconteggio verrà applicato anche retroattivamente. Il parco di auto blu si è svuotato. Ogni mossa dei politici è esposta a pubblica critica, al punto che l’allora presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Anna Finocchiaro dovette giustificare, e ci riuscì a stento, l’essersi fatta aiutare dagli uomini della scorta nel portare un pesante cestello della spesa. L’anno scorso, però, un sondaggio dimostrava che secondo lettori ed elettori rispetto al 2008 nulla era cambiato. In un certo senso è davvero così. Sulla scia di La Casta sono uscite numerosissime inchieste che denunciavano situazioni simili a proposito di altre “caste”, senza destare neppure un centesimo dello scalpore provocato dai due giornalisti del Corriere. A rendere così insopportabili i privilegi dei politici è infatti la loro delegittimazione, la sensazione che siano a volte inadeguati e spesso superflui. Non è un problema che si possa risolvere con qualche auto blu in meno e neppure abolendo vitalizi.

E poi ci sono loro: i comunisti. Diceva Indro Montanelli, che alla sinistra i poveri piacciono talmente tanto da volerli aumentarli di numero.

Diritti negati: perché i giovani fuggono dal Sud. Il Rapporto Svimez fotografa l'esodo di quasi due milioni di persone dal meridione d'Italia negli ultimi 16 anni, metà delle quali fra i 15 e i 34 anni, scrive LABITALIA/ADNKRONOS l'1 agosto 2018 su "Panorama". Negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883 mila residenti: la metà giovani di età compresa tra i 15 e i 34 anni, quasi un quinto laureati, il 16% dei quali si è trasferito all’estero. Quasi 800 mila non sono tornati. È quanto emerge dalle anticipazioni del Rapporto Svimez 2018, presentato a Roma il 1 agosto 2018. La popolazione diminuisce malgrado aumentino gli stranieri (nel 2017 il calo è stato di 203 mila unità a fronte di un aumento di 97 mila stranieri residenti), il peso demografico del Sud cala ed è ora pari al 34,2%, anche per una minore incidenza degli stranieri (nel 2017 nel Centro-Nord risiedevano 4.272 mila stranieri rispetto agli 872 mila stranieri nel Mezzogiorno). Un calo dovuto, secondo Svimez, al fatto che ancora oggi al cittadino del Sud, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano (o sono carenti) diritti fondamentali: in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia. In particolare, nel comparto socio-assistenziale il ritardo delle regioni meridionali riguarda sia i servizi per l’infanzia che quelli per gli anziani e per i non autosufficienti. Più in generale, l’intero comparto sanitario presenta differenziali in termini di prestazioni che sono al di sotto dello standard minimo nazionale come dimostra la griglia dei Livelli essenziali di assistenza nelle regioni sottoposte a Piano di rientro: Molise, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania, sia pur con un recupero negli ultimi anni, risultano ancora inadempienti su alcuni obiettivi fissati. I dati sulla mobilità ospedaliera interregionale testimoniano le carenze del sistema sanitario meridionale, soprattutto in alcuni specifici campi di specializzazione, e la lunghezza dei tempi di attesa per i ricoveri. Le regioni che mostrano i maggiori flussi di emigrazione sono Calabria, Campania e Sicilia, mentre attraggono malati soprattutto la Lombardia e l’Emilia Romagna. I lunghi tempi di attesa per le prestazioni specialistiche e ambulatoriali sono anche alla base della crescita della spesa sostenuta dalle famiglie con il conseguente impatto sui redditi. Strettamente collegato è il fenomeno della 'povertà sanitaria',secondo il quale sempre più frequentemente l’insorgere di patologie gravi costituisce una delle cause più importanti di impoverimento delle famiglie italiane, soprattutto nel Sud: nelle regioni meridionali sono il 3,8% in Campania, il 2,8% in Calabria, il 2,7% in Sicilia; all’estremo opposto troviamo la Lombardia con lo 0,2% e lo 0,3% della Toscana. I divari si confermano anche per quel che riguarda l’efficienza degli uffici pubblici in termini di tempi di attesa all’anagrafe, alle Asl e agli uffici postali.

Il Sud è immobile e arrabbiato. E i meridionali non emigrano più a Nord. Mentre cresce la migrazione verso l'estero, diminuisce quella interna, in particolare sul sud verso il nord. Il meridione è sempre più statico e rassegnato, ma la voglia di riscatto è sostituita frustrazione e rancore, scrive Gianni Balduzzi il 7 Dicembre 2017 su “L’Inkiesta". Se da un lato sono sempre di più gli italiani che emigrano all’estero, dall’altro sembra che la stessa tendenza non sia in atto per le cosiddette migrazioni interne, ovvero gli spostamenti dentro il Paese. Dopo un picco nel 2008 vi è stato un calo del numero di coloro che trasferiscono la residenza all’interno dell’Italia, con un leggero recupero nel 2015 e nel 2016 rispetto ai minimi del 2014. In realtà, a osservare più in profondità i dati, la causa di questo calo sta tutto nella diminuzione di un solo tipo di migrazione, quella di italiani dal Sud al Centro Nord. E’ un trend piuttosto strutturale e di lungo periodo. Infatti a differenza di quanto accaduto a livello nazionale è da almeno 15 anni che con poche inversioni di tendenza sono sempre meno i meridionali che si spostano nelle regioni del Centro e del Nord. Anche qui, solo con un piccolo rimbalzo di poche migliaia di persone nel 2016. Si tratta di un andamento che risulta peculiare, perchè in controtendenza non solo con quanto sta avvenendo dal lato dell’emigrazione all’estero, ma anche da quello degli spostamenti interni. Mentre quelli tra Sud e Centro Nord hanno raggiunto cali anche superiori al 22% rispetto ai livelli del 2002, i trasferimenti all’interno delle regioni settentrionali e centrali (quelli che coinvolgono più italiani) sono rimaste stabili o in leggero aumento, dopo aver toccato dei picchi nel 2006-2008. Stesso andamento stabile o in crescita hanno avuto gli spostamenti all’interno del Sud. Solo le migrazioni dal Centro Nord al Sud sono calate come quelle di segno inverso, ma come è facile immaginare numericamente si tratta di un fenomeno minore, che in gran parte riguarda i ritorni di immigrati meridionali nella propria regione. Anche quest’ultimo dato conferma la situazione di maggiore cristallizzazione, ci si sposta meno tra destinazioni più lontane e di più a breve distanza. La tendenza a una minore mobilità interna caratterizza anche realtà in cui è sempre stata importante, per esempio gli USA, ed è giocoforza che accada con l’invecchiamento della popolazione, ma qui il dato rilevante è proprio questa discrepanza tra l’emigrare dalla Puglia o dalla Sicilia a Milano o Bologna e il trasferirsi fuori città di pochi chilometri, come avviene spesso in particolare al Nord. Quando lo spostamento si accompagna o è motivato da un cambiamento di vita rilevante, ed è a lunga distanza, sembra che ormai gli italiani preferiscano sempre più andare all’estero che muoversi di 500 km all’interno del Paese. Anche qui, tuttavia, emerge il minore dinamismo del Sud. Le province da cui si emigra all’estero maggiormente sono quelle del Nord. Con l’eccezione di alcune aree della Sicilia, dal Sud si tende spostarsi di meno anche verso destinazioni straniere. Province popolose come quelle di Napoli, Caserta, Bari, sono nel gruppo delle meno propense all’emigrazione di italiani oltre confine. Gli italiani, appunto. Non ci sono solo loro, tuttavia. La mobilità interna degli stranieri è sempre stata maggiore di quella degli autoctoni, e negli anni ha raggiunto un’importanza tale da risultare superiore a quella classica del meridionale che si sposta al Nord. Dal 2002 al 2013 il numero di stranieri che dal Centro Nord o in misura minore dal Sud si spostavano nelle regioni centro-settentrionali è più che raddoppiata, superando già nel 2004 il flusso Sud-Nord di italiani. Vi è stato dopo il 2013 un calo e poi un recupero, oggi siamo comunque su livelli doppi rispetto al dato dell’emigrazione meridionale. E’ oggi più facile che a trasferirsi in un Paese della Brianza o a Milano sia uno straniero magari proveniente da Brescia o dal Veneto che un napoletano o un pugliese. Sempre più immobile e uguale a se stesso, lontano dalle rotte del cambiamento, questo appare essere il ritratto del Sud. Il costante peggioramento della situazione occupazionale già prima della crisi, che ha visto il gap Nord-Sud allargarsi fin dal 1992 e divenire una voragine dal 2008, non ha sortito l’effetto di un’accelerazione dell’immigrazione interna, come ci si sarebbe potuto aspettare. Questa stagnazione quasi irredimibile non è però rassegnazione, la sensazione è che alla voglia di riscatto (spesso sotto forma di emigrazione, appunto) si sostituisca frustrazione e rancore, come registra il Censis. Una reazione molto utile a diverse fazioni politiche in vista delle prossime elezioni, ma poco a chi ancora cerca un’opportunità di rilancio personale sotto forma di posto di lavoro.

L’Italia e i “suoi” migranti: per i giovani del Sud l’unica speranza è la fuga. Emigrano nel Nord Italia, nel Nord Europa, nel Nord del mondo, per trovare un lavoro che al Sud non esiste o viene distrutto, scrive Aldo Penna il 5 Luglio 2018 su "Lavocedinewyork.com". Tanto si parla di immigrati, ma anche l'Italia ha tanti, troppi migranti: i giovani del Sud che emigrano nel Nord Italia, nel Nord Europa, nel Nord del mondo per trovare lavoro. Certo: loro non devono affrontare viaggi della speranza su carrette del mare, né li aspettano respingimenti; ma anche la loro migrazione è umiliante. In Sicilia, con i tassi di disoccupazione giovanile prossimi al 50% e la speranza di un’inversione di tendenza sempre più lontana, si sta assistendo a un silenzioso esodo di massa. Fuggono i giovani di tutte le classi sociali. Emigrano nel Nord Italia, nel Nord Europa, nel Nord del mondo, per trovare un lavoro che al Sud non esiste o viene distrutto. Si assiste all’emigrazione preventiva: fuggono i giovani diplomati in direzione di atenei che garantiscano migliori prospettive. E se per Marinetti la guerra era «l’igiene del mondo», per una Sicilia sempre più prossima alla disperazione la fuga è il rimedio maledetto e distruttivo a una società che non riesce a fornire orizzonti di speranza ai suoi ragazzi. Immersi in un medioevo delle professioni, spesso tramandate di padre in figlio, con la dissoluzione del tessuto connettivo delle piccole attività imprenditoriali, nell’assenza di grandi aziende, con il fallimento di ogni ruolo della mano pubblica, con i costi in ascesa del denaro alle imprese, (più quattro o cinque per cento rispetto al Nord) la Sicilia cammina sull’orlo di un burrone con gambe malferme e nessuna idea che possa restituire a una comunità stremata la fiducia smarrita. Le nostre università primeggiano negli strati bassi delle classifiche, la nostra sanità ha gli indici più alti per mortalità post operatoria, abbondiamo in uso e abuso di farmaci, abbiamo l’alta burocrazia pubblica e la classe politica più pagata, l’esercito di precari più numeroso di tutto il Continente europeo. I giapponesi nel 1870 uscirono dalla loro chiusura secolare prendendo il meglio delle istituzioni occidentali, i loro studenti furono spediti all’estero, a migliaia, per apprendere i segreti della superiorità europea. In Sicilia si giganteggia nell’imitare il meglio dei privilegi delle caste più voraci, invece di immaginare un rapido cammino per spezzare le catene che imprigionano un popolo ci si contende le chiavi di quelle catene. Immense risorse sono imprigionate in politiche parassitarie, mentre molte città siciliane affogano nell’immondizia, tra turisti disgustati e residenti furiosi. E mentre l’Est europeo ha compiuto in venti anni la sua rivoluzione e la Cina in tre decenni ha trasformato un’economia contadina in una grande potenza industriale, la Sicilia annuncia cambiamenti storici che non arrivano, invoca l’arrivo di guerrieri che mai giungono e il tempo inesorabile consuma e disperde anche i sogni migliori. I giovani siciliani e meridionali in genere somigliano ai migranti che si addensano sulle coste libiche, lì cattivi governi hanno ridotto paesi altrimenti ricchi in povertà e l’unica via pare la fuga. Le famiglie raccolgono tutti i loro averi per pagare i viaggi della speranza disperata. I nostri giovani del sud raccolgono i soldi per il viaggio e la prima permanenza e invece di imbarcarsi nelle carrette del mare si recano in aeroporto, viaggi low cost per tentare la fortuna. La non più accogliente Gran Bretagna, la sorprendente Irlanda, ma anche l’ostica Germania, tra le destinazioni. Migrazioni certo più sicure ma egualmente umilianti, le vie del cielo invece delle vie del mare, ma l’esodo è gigantesco. Non vi sono carovane nel deserto, ma le pance degli aerei sono piene di viaggiatori giovani e con il biglietto di sola andata. Per fortuna negli scali non li aspettano i respingimenti, ma solo tante piccole umiliazioni preferite però ai sorrisi di scherno dei governanti meridionali. Il Sud si sta spogliando del suo futuro in silenzio, una silenziosa epidemia di fuga che renderà impossibile, per assenza di protagonisti, il riscatto futuro. Se queste legioni in fuga tornassero tutte in un fine settimana, pretendendo il diritto a costruire il proprio avvenire nella terra degli affetti, conosceremmo un nuovo esercito di partigiani e una nuova Liberazione.

Tra le notizie di questi giorni: Premio Nobel per la Matematica ad italiano che insegna in Svizzera, scrive l'1 agosto 2018 Ettore Scagliarini su renonews.it. Di ritornare in Italia manco ci pensa, d’altronde fare il precario non penso sia la sua massima aspirazione, e, poi, nessuno gli ha chiesto di venire ad insegnare nel Bel Paese. Indagine in un congruo numero di Ospedali: sfascio a 360° con drammatica mancanza di medici. Ingessature di cartone, ricordarsi di metterle nel cassonetto giusto! D’altronde la Spending Review lo prevedeva: Tagliare qualsiasi finanziamento alla Sanità, escluso i fondi destinati al furto ed alla corruzione obbligando, nel contempo, oltre 2.500 laureati in medicina a scappare all’estero ogni anno. Sud Italia scappano tutti anche gli immigrati, oltre ad una buona percentuale di giovani. La gestione dello Stato è in buone mani e si vede da tempo. Con questi preamboli facciamo una scappatina…nella mente dei comunisti.

Repubblica, il professore spiega: la matematica ci dice come diventiamo razzisti, scrive l'1 Agosto 2018 "Libero Quotidiano". Ci mancava il professore. A dirci che la matematica spiega come si diventa razzisti. Ma insomma, l'allarme-razzismo è il trend del momento (come l'allarme-fascismo lo era stato all'inizio del 2018, prima delle elezioni). E quindi il gioco val bene una lunga intervista al prof. La fa Repubblica, che chiede a Lucio Biggiero, docente di organizzazione aziendale (?) all'università de L'Aquila ed esperto di modelli computazionali, come una società diventa razzista. "Esistono solidi studi matematici di simulazione sociale che dimostrano come una società anche appena intollerante corre un alto rischio di diventare fortemente razzista. Con i modelli sulla segregazione razziale si può dimostrare che per generare una società segregazionista non è necessario essere né intenzionalmente né totalmente razzisti, e neanche esserlo al 50 per cento. Thomas Schelling, un economista americano Premio Nobel nel 2005, dimostrò che è sufficiente un dosaggio di razzismo (inteso come intolleranza a vicini di casa diversi dal proprio tipo) superiore al 33 per cento. I suoi risultati furono sorprendenti". E ancora: "La possibilità di generare una società totalmente razzista a partire da comportamenti individuali debolmente razzisti ricorda molto i meccanismi che hanno portato all’organizzazione dello sterminio di massa degli ebrei e degli altri gruppi sociali ad essi equiparati. Tanta letteratura scientifica li ha analizzati in profondità ed è sempre emerso che, in fondo, i fanatici, i razzisti al cento per cento, erano relativamente pochi. La stragrande maggioranza assentiva e si assoggettava alle regole".

Lo sfogo segreto della verità. Il presidente della Repubblica, nel discorso che ha tenuto ai giornalisti parlamentari, ha citato un passo del capitolo trentaduesimo dei Promessi Sposi, scrive Piero Sansonetti il 27 luglio 2018 su "Il Dubbio". Il presidente della Repubblica, nel discorso che ha tenuto ieri ai giornalisti parlamentari, durante la cerimonia del “ventaglio”, ha citato un passo del capitolo trentaduesimo dei Promessi Sposi. Manzoni, occupandosi della peste a Milano (secolo diciassettesimo) e della caccia agli untori (uno dei più terribili fenomeni di tumulto sociale originato da fake news, da distanza tra realtà e percezione, e da esplosione forcaiola nel popolo), racconta di come anche tra gli intellettuali e i grandi sacerdoti (persino monsignor Federigo Borromeo) avesse finito con il prevalere l’idea che gli untori esistessero davvero, e racconta poi di come restassero, nascoste e intimorite, solo piccolissime minoranze ben convinte che fosse tutta una montatura. Ma queste minoranze non avevano il coraggio di esporsi, di parlare. Scrive Manzoni: «C’era gente che non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi. Si vede ch’era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica: il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune…» Il presidente della Repubblica ha citato Manzoni riferendosi ai tempi nostri. L’immagine è netta e a me sembra molto attuale: il buonsenso che si nasconde impaurito dal senso comune. Mattarella ha preso spunto da un episodio che abbiamo raccontato nei giorni scorsi: la revolverata contro una ragazzina, rom, alla periferia di Roma. Quello che ci aveva colpito – e ha colpito anche il Presidente – non è stata solo la follia del gesto di un cittadino italiano che si è affacciato al balcone per sparare e ha provocato un danno gravissimo a una bambina di un anno. Ci ha colpito la reazione raccolta, nel quartiere, dei giornalisti della terza rete Rai. Uno degli intervistati, addirittura, con grande calma, si è lamentato del fatto che il colpo fosse stato sparato con un’arma a piombini, mentre lui avrebbe preferito un proiettile vero. Mattarella ha parlato di Far West e di barbarie. Naturalmente si può passare sopra al suo discorso, considerandolo solo lo sfogo di un anziano signore d’altri tempi. Oppure lo si può prendere sul serio. Ma se lo si prende sul serio bisogna tener conto del fatto che il suo è stato un atto di accusa fortissimo contro la politica. Non è una presa di posizione a favore di un partito o di un altro. Ma il richiamo a riportare la realtà e il buonsenso, e una qualche forma di etica pubblica, al centro della battaglia politica. Poi ciascuno può sostenere, su qualunque tema, le posizioni che gli paiono più ragionevoli e più utili. Però partendo dal riconoscimento dei diritti di tutti, del rispetto delle istituzioni, e dall’ancoraggio alla realtà delle cose, senza far leva su paure, ossessioni, ricerca dell’aggressività ad ogni costo. Il governo e l’opposizione possono ignorare questo appello? Temo che lo faranno. E lo faranno per una ragione molto semplice: sono impauriti perché non vedono soluzioni ai problemi che hanno davanti. I partiti di governo si trovano nella necessità di far marciare un programma politico, che hanno illustrato in campagna elettorale, e che ora appare del tutto utopistico. I partiti dell’opposizione vivono drammaticamente la sconfitta di febbraio, e non trovano più la propria identità, il senso di comunità, una leadership. E così gli uni e gli altri si rifugiano in una battaglia che si fonda solo sulla demonizzazione e sulla demagogia pura.

Si chiama linciaggio, scrive Piero Sansonetti il 31 luglio 2018 su "Il Dubbio". Linciaggio. Voi conoscete il significato di questa parola? Probabilmente sì. E dunque siete in linea di massima più colti, o comunque migliori conoscitori del linguaggio, della quasi totalità dei giornalisti italiani, compresi i direttori. Linciaggio (legge di Lynch: sono incerte le generalità esatte di questo signor Lynch, pare fosse un giurista della Virginia, fine 700) è il processo popolare, o anche il non processo, seguito dall’esecuzione della pena capitale nei confronti di una persona sospettata di avere commesso un delitto piccolo o grande. Di solito, negli Stati del Sud degli Usa (dove il linciaggio imperversò per un paio di secoli e proseguì ancora fino a oltre la metà del novecento), veniva adoperato il linciaggio solo per gli autori di reati gravissimi. La violenza sessuale (ma solo se era di un nero contro una bianca) e l’omicidio (idem). L’altra notte ad Aprilia, a due passi da Roma, vicino ad Anzio, in una località dove in questo periodo passa le vacanze un pezzetto della media e piccola borghesia romana, è stato compiuto un linciaggio. Alcuni cittadini, sospettando che un signore di origine marocchina fosse un ladro, lo hanno inseguito e ucciso. In questo caso senza processo. E’ stato sufficiente scorgere uno zainetto nel quale, forse, erano nascosti degli strumenti adatti allo scasso (credo di automobili). Diciamo meglio: senza processo e senza reato, visto che questo signore del Marocco non aveva rubato niente, era disarmato, non era violento, non aveva minacciato nessuno, era in fuga, ma non in fuga dalla legge, in fuga dalla furia degli inseguitori. E’ un reato gravissimo quello commesso, sembra, da due cittadini di Aprilia. Per questo reato saranno processati e la magistratura deciderà se sono colpevoli o innocenti e quale pena meritano. Noi – come per tutti – speriamo che la pena non sia eccessiva e speriamo che – se sono colpevoli – gli sia data la possibilità di riabilitarsi e di capire cosa sia la giustizia vera e cosa, invece, la furia e il delitto. Però restiamo sgomenti di fronte all’atteggiamento della stampa. Tutta. La grande maggioranza dei giornali italiani ieri non aveva questa notizia in prima pagina. L’hanno messa in prima solo le grandi testate (ma non tutte) come il Corriere, la Repubblica, il Messaggero e il Fatto, però nessuna di loro gli ha dedicato il titolo più importante della prima pagina (quella che noi giornalisti, in gergo, chiamiamo “l‘apertura”). Eppure non c’è dubbio che il linciaggio ieri era la notizia nuova più importante del giorno. Il Corriere e la Repubblica hanno preferito parlare dei dissidi nel governo e tra governo e opposizione, sulla Rai e sull’Ilva (temi sicuramente importantissimi, per carità, ma che campeggiavano da diversi giorni, senza rilevanti novità), Il Fatto gli ha preferito anche altre notizie come una inchiesta nella quale ha accertato che il Pd è in crisi. In nessuno dei titoli dedicati al linciaggio – nessuno – si parla di linciaggio. (A occhio neppure in nessuno degli articoli). In molti titoli la parola “ucciso” è sostituita dalla parola “muore”. Bene. Io non credo, francamente, che la totalità dei giornalisti italiani che si sono occupati dell’omicidio di Aprilia – e dei direttori che hanno deciso se e come collocarlo in prima pagina, e usando quali parole – non conoscano il termine linciaggio e la differenza tra la forma verbale – attiva – “morire” e la forma – passiva – “essere ucciso”. E allora, perché questa prudenza? C’è una sola risposta: è la nuova political correctness. La correttezza politica, il galateo, vogliono che di fronte a un vicepremier che sostiene che il problema non sono questi delitti ma i piccoli furti commessi dagli immigrati, e che esclude che in italia ci sia il razzismo – e un altro vicepremier che difende il suo collega sostenendo che se il suo amico vicepremier dice così, evidentemente è così… – vadano attenuati i toni delle polemiche e anche dell’informazione. Si sta ai fatti e basta. Quali sono i fatti? Che quel ragazzo del Marocco è morto e che probabilmente aveva in auto un piede di porco. Bene: questo si riferisce. Punto. E’ morto un ragazzo del Marocco che aveva in macchina un piede di porco. Razzismo? Linciaggio? Clima d’odio? Caccia all’immigrato (anzi, al negro)? La risposta è secca: andiamoci piano con le ideologie…E così, mentre è del tutto chiaro, a chiunque voglia vedere, che in Italia sta montando una ondata razzista, non solo xenofoba (e il nuovo episodio di ieri contro la nostra campionessa di atletica lo conferma) le voci che restano a gridare l’allarme sono sempre di meno e sempre più flebili e isolate. Quella del Papa, quella del Presidente Mattarella, qualche rivista cattolica sbeffeggiata dall’intero schieramento di quelli che Travaglio (che ne fa parte) chiama “i giornaloni”. Questo che vuol dire? Che Salvini è un razzista e che è stato lui, spalleggiato dai 5 Stelle a creare questo clima? No, anche questa è una scemenza. Non so se Salvini sia un razzista (anche se sin qui ha fatto molto poco per smentirlo, e certo non lo aiutano a questo scopo le citazioni, consapevoli o no, di Mussolini…), so che il razzismo in Italia e in molti paesi d’Europa sta montando e si sta radicando in una parte molto grande dell’opinione pubblica. E non è certo una manovra politica di Salvini né di Grillo. Il problema è che i partiti politici a questo dovrebbero servire: ad affermare principi di buon senso. A dialogare con il popolo e ad influenzare il popolo. Se non muovono un dito per affermare questi principi, e se anzi immaginano di poter trarre vantaggi elettorali dalla crescita di un senso comune razzista, fanno un pessimo servizio al nostro paese. La citazione di Manzoni usata qualche giorno fa dal presidente della Repubblica è assolutamente calzante: «Il buonsenso c’era ma se ne stava nascosto per paura del senso comune…». Per quanto tempo ancora deve restare nascosto, clandestino?

Daisy Oskue, parla il figlio del consigliere Pd: "Il razzismo non c'entra. Non sapevamo che fare". Dopo l'aggressione alla discobola, a parlare è Federico, il ragazzo che quella sera era alla guida dell'auto: "Siamo stati dei cretini", scrive Giovanna Stella, Venerdì 03/08/2018, su "Il Giornale". Quella che è stata soprannominata la "banda dell'uovo" ha colpito Daisy Osakue domenica 29 agosto a Moncalieri, Torino. I tre ragazzi italiani sono stati individuati e uno di questi è pure il figlio di un consigliere del Partito democratico, Roberto De Pascali. E proprio su di lui è ricaduta una parte dell'attenzione pubblica. Il motivo? I giorni immediatamente successivi all'aggressione a Daisy, la Sinistra - come da copione - ha iniziato a parlare di "attacco razzista". E per questo motivo, se l'era presa con il ministro dell'Interno e con le sue politiche che - a loro dire - "incitano all'odio razziale". Ora, l'attenzione è ricaduta sul figlio del consigliere del Pd. Il giovane si chiama Federico De Pascali ed è stato intervistato da La Stampa. In quattro battute ha voluto esprimere tutto il suo dispiacere e ha ribadito che il movente "razzismo" non sussiste. "Perché abbiamo lanciato le uova? Perché non sapevamo cosa fare. L'abbiamo sentito dire in giro e l'abbiamo fatto anche noi. Comunque lo giuro, il razzismo non c'entra nulla. Adesso vorrei solo chiedere scusa a Daisy", dice il ragazzo. Scuse e giustificazioni non troppo forti. Eppure sono quelle che lui ha utilizzato con la stampa. Il ragazzo, poi, racconta che quella sera era a bordo dell'auto: era lui a guidare, "non ho visto chi ha tirato le uova tra i miei due amici". Federico - dice - che la "banda dell'uovo" ha capito la gravità del loro terribile gesto quando hanno iniziato a parlarne tutti. Stampa, Facebook, Twitter, televisione... "Abbiamo subito pensato di costituirci (cosa che non hanno fatto, ndr) - spiega -. Uno di noi è stato male e siamo tornati a Torino". Poi il resto lo hanno fatto i carabinieri, ovviamente, perché loro se ne sono andati al mare. L'adolescente, quindi, confessa che lui e i suoi amici avevano lanciato le uova già altre volte, "solo per divertirci, per sporcare i vestiti". Nell'intervista Federico si pente (a modo suo), dice di non aver parlato con suo padre "perché non ho avuto tempo, sono tornato dal mare mercoledì sera e quando mi sono svegliato c'erano i carabinieri in casa" (giustificazione piuttosto debole visto il putiferio che hanno scatenato e visto il forte desiderio di costituirsi. Ricordiamo che loro hanno agito domenica, ndr) e confessa che dopo aver lanciato il primo uovo sono passati al secondo. "Siamo stati dei cretini - conclude -. Non sono un razzista. L'abbiamo scelta a caso. In quella zona abita un mio amico, il razzismo non c'entra".

Daisy Osakue: quando l'Avvenire titolava "Vergogniamoci", scrive il 2 Agosto 2018 "Libero Quotidiano". "Vergogniamoci" titolava martedì scorso il quotidiano dei vescovi l'Avvenire, accogliendo in pieno la tesi del razzismo sull'aggressione alla discobola Daisy Okasue, e implicitamente dando dei razzisti a tutti gli italiani, che dovevano vergognarsi. Nell'occhiello, poi, scriveva che "per Salvini il razzismo non c'è". E infatti razzismo non c'è stato, almeno nei casi delle aggressioni a colpi di uova nel torinese. I responsabili sono tre deficienti di 19 anni, uno addirittura figlio di un esponente del Pd. Chissà che domani l'Avvenire non titoli la sua prima pagina. "Ci vergogniamo". O almeno "Scusate".

Salvini: "Chi lancia uova è un cretino". Ma nel '99 fu condannato per averle tirate contro D'Alema che ora dice: "Non mi colpì. Dopo aver ironizzato sulla vicenda di Daisy Osakue, il ministro dell'Interno è bersaglio sui social. Tra chi lo attacca, Matteo Renzi: "E allora lui come si autodefinisce?" Scrive Alberto Custodero il 3 agosto 2018 su "La Repubblica". "Ma non mi ha colpito, diciamo". Così Massimo D'Alema a proposito dell'episodio che costò a Matteo Salvini 19 anni fa una condanna a 30 giorni per avergli tirato contro le uova durante un comizio a Milano. Ma non vuole commentarlo oltre. "Mi occupo di politica estera, questi episodi li lascio ai commentatori professionali, ce ne sono tanti", dice D'Alema, che aggiunge: "Mi occupo quasi soltanto di questioni estere". Dei rapporti tra Salvini e la Russia? "No - risponde l'esponente di Leu - non mi occupo di Salvini. Ma della Russia, tema più rilevante". Dopo aver ironizzato sulla vicenda di Daisy Osakue dicendo che chi lancia uova è un cretino (sottolineando che tra i tre giovani denunciati c'è anche il figlio di un consigliere comunale Pd), le uova sono un vero tormentone per Matteo Salvini. È Matteo Renzi a ricordargli per primo di quando il lanciatore di uova era lui. Lui che addirittura è stato condannato per averlo fatto, chiede Renzi su Twitter, "Come si autodefinisce?". Nel 1999 - si legge sui siti dei giovani padani - è stato denunciato e condannato a 30 giorni per oltraggio a pubblico ufficiale (lancio di uova a D'Alema e qualche divisa sporcata): politicamente scorretto ma ne valeva la pena". Dopo Renzi, sui social in molti lo attaccano ricordandogli il passato e sulla vicenda si solleva un "polverone", come lo definisce la stessa Daisy alla festa Fidal che anticipa la spedizione azzurra agli Europei di atletica. "Sono felice sia uscito un problema che molte volte non viene considerato - dice -. Sono stati presi gli aggressori, la legge farà il suo corso e pagheranno per quanto fatto. Ora voglio tornare alla mia vita normale". Che sono, appunto, le gare, con addosso la maglia azzurra dell'Italia. Ma il vicepremier leghista tira dritto. "Meglio il figlio di Foa che un figlio che tira le uova", continua a ironizzare il segretario leghista. Dimenticandosi (o fingendo di farlo), però, di quando a tirare le uova (allora contro D'Alema e le forze dell'ordine) era lui in persona.

Renzi, le uova di Salvini, e una Waterloo culturale. L'ex leader Pd deride il ministro dell'Interno dandogli, indirettamente, del cretino. La battuta è efficace sui social, ma rivela una deriva dalla quale il Pd dovrebbe fuggire, piuttosto che alimentarla, scrive Luca Bottura il 3 agosto 2018 su "La Repubblica". Utilizzando con una certa contezza il sillogismo aristotelico, Matteo Renzi ha dato del cretino a Matteo Salvini. In particolare, con un tweet, ne ha ricordato dapprima un'affermazione apodittica ("Chi lancia uova è un cretino") collegandola poi a un atto salviniano del passato: il Capitano fu condannato per lancio del noto alimento contundente. In sé la battuta funziona, e molto. Gliela invidio. Ma incarna un problema. Anzi, più di uno: autore, linguaggio, mezzo. Che realizzano un combinato disposto dal quale emerge una Waterloo culturale. Spiego: affidare la propria comunicazione alle slide, ai tweet, alle boutade, alla denigrazione o messa in burletta dell'avversario, ha azzerato il divario espresso tra il partito democratico e i populisti. Il linguaggio pedestre, lungi dall'entusiasmare il proprio popolo in rotta, ormai disorientato e ridotto al lumicino, non raccoglie nemmeno un nuovo adepto sul fronte avversario. Infine: il segretario di un partito, o presunto senatore semplice, dovrebbe lasciare certo armamentario espressivo a noi guitti che della parola, più o meno brillante, facciamo professione. Altrimenti annulla il distacco tra satira, o presunta tale, e politica. Esattamente come ha fatto Grillo. E come continuano a fare i suoi adepti, utilizzando anche al governo la zappa lessicale con cui vergavano il proprio arsenale di aggressioni virtuali. Anticipo la controdeduzione: ma perché i guitti di cui sopra possono cianciare sui doveri dei politici e non viceversa? Per una questione di ruoli. Perché da una parte siamo nel campo del diritto/dovere di critica, dall'altro in quello delle responsabilità di governo. Vere, o inseguite. Se è concesso l'uso di un aggettivo desueto, tutto ciò è diseducativo. E per dedurlo basta dare un'occhiata ai troll del Pd che viaggiano in rete, si spera spontanei, spesso aggregati e ritwittati da dirigenti di prima e seconda fila: nomi d'arte, bastonatura degli avversari o presunti tali, meccaniche espressive identiche a quelle dei Cinque Stelle, solo con bersagli (non sempre) diversi. Dal "Sì ma il Pd" dei pentastellati siamo già al "Sì ma Leu" dei Nazareno Boys. Se gli altri scrivono "E allora tenetevi i pidioti", i cavalieri del #bastaunsì rispondono con "E allora tenetevi Salvini". Per tacere delle varie pagine Facebook piene di meme che non sfigurerebbero sul blog di Peppe. Succubi degli stilemi di chi dicono di voler combattere. Quando il Pd si renderà conto del principio di distruzione identitaria nella quale quale è pervicacemente impegnato, a mezzo social, e di quanto tutto ciò stia spargendo calce viva sulle macerie attuali, sarà sempre troppo tardi.

Il papà di Daisy minaccia: "Noi via dall'Italia". Ma ora spuntano due arresti e una condanna. Sentenza in primo grado di 5 anni e 4 mesi per appartenenza a un clan nigeriano, scrive Laura Tecce, venerdì 3/08/2018, su "Il Giornale". «Daisy è nata in Italia, come i suoi fratelli di 14 e 8 anni. Da adesso in poi farò attenzione che non tornino a casa dopo le 20. Siamo arrivati dalla Nigeria 24 anni fa, è capitato di essere vittime di episodi razzisti verbali, ma non ci faccio caso. Le persone parlano, non bisogna darci troppo peso». Così Iredia Osakue, il papà di Daisy, la giovane atleta della Nazionale italiana di atletica leggera colpita dal lancio di uova a Moncalieri. Addirittura ha dichiarato che vorrebbe «andarsene dall'Italia», nonostante le indagini che hanno portato all'identificazione degli aggressori, come è stato più volte sottolineato dagli inquirenti, hanno del tutto escluso l'aggravante razzista invocata dalla stessa ragazza e dal padre nelle interviste a stampa e tv in quanto dello stesso tipo di violenza sono state vittime anche tre signore non di colore all'uscita del ristorante e un pensionato che ha visto imbrattato il muro esterno della propria abitazione. Ciò che invece emerge da una sentenza di primo grado del 9 ottobre 2007, emessa dal gup Cristina Palmesino al termine di un processo con il rito abbreviato, è che Iredia Osakue è stato condannato a 5 anni e 4 mesi per associazione a delinquere di stampo mafioso, tentata rapina e spaccio di droga. L'uomo sarebbe stato a capo di un'organizzazione, chiamata «Eiye», che ha base in Nigeria ma molte ramificazioni in Europa. Al centro del processo la lotta con l'organizzazione rivale «Black Axe» con cui si contendeva il controllo del Torinese. Al gruppo venivano attribuiti diversi reati: truffa, intimidazioni, tentati omicidi, lesioni, estorsioni ed esercitava la violenza fisica «con armi bianche e da sparo», con «frustate attraverso lo strumento africano detto kobu-kobu al fine di costringere connazionali ad affiliarsi o di punire chi sgarrava». In un articolo di Repubblica datato 2002 si parla di una retata dei carabinieri di Moncalieri in cui furono arrestati per «sfruttamento della prostituzione Odion Obadeyi, 28, Lovely Albert, 30 anni, il convivente di quest'ultima, Iredia Osakue, 29 anni, tutti e tre clandestini, e Silvano Gallo, 50 anni, di Nichelino, che aveva formato una gang specializzata nello sfruttamento di decine di prostitute di colore il cui ingresso clandestino in Italia era favorito da un phone center di San Salvario». I carabinieri di Moncalieri confermano che l'uomo arrestato per sfruttamento della prostituzione nel 2002 è lo stesso Iredia Osakue, padre della discobola azzurra Daisy, e Lovely Albert, altro non sarebbe che la madre della giovane, che oggi avrebbe cambiato nome in Magdeline. Oggi l'uomo è il titolare di un centro pratiche per immigrati, la Daad Agency di Moncalieri, che gestisce dai permessi di soggiorno ai ricongiungimenti familiari, nonché mediatore culturale in una cooperativa che gestisce l'accoglienza, la cooperativa sociale Sanitalia service che gestisce 15 strutture in Piemonte. E i vigili urbani di Torino avrebbero riarrestato, nel 2006, un Iredia Osakue per una vicenda legata alla tratta delle ragazze nigeriane.

Violenza contro i migranti, non è solo razzismo: «Il vero problema è l'emulazione». Negli ultimi sei anni i crimini d’odio sono aumentati esponenzialmente. Trentatré solo negli ultimi due mesi. Insulti, botte e spari contro immigrati e italiani di origini straniere sono all’ordine del giorno. Luigi Manconi: «Non è una cospirazione bianca, né raptus. Ma l’intimidazione contro l’altro è ormai un’attività domestica», scrive Federico Marconi l'1 agosto 2018 su "L'Espresso". Trentatré aggressioni a sfondo razziale, più di una ogni due giorni. Dal 2 giugno, data di insediamento del governo Lega-5 Stelle, è stato un continuo succedersi di violenze e intimidazioni contro migranti e italiani di origine straniera. Un dato significativo nonostante le rassicurazioni dei due vicepresidenti del Consiglio: «Non c’è nessun allarme razzismo» hanno affermato, quasi in coro, Matteo Salvini e Luigi Di Maio commentando due drammatici casi di cronaca recente, molto diversi tra loro ma che hanno scosso l'opinione pubblica. Come quello di Aprilia, dove un migrante marocchino ha perso la vita dopo essere stato scambiato per un ladro. O di Moncalieri dove un uovo tirato da un auto in corsa ha ferito all’occhio la campionessa di atletica Daisy Osakue, mentre la Procura sta cercando i responsabili e ha aperto un fascicolo per lesioni senza aggravanti. Eppure le parole della giovane sportiva sono chiare: «Non voglio usare la carta del razzismo né del sessismo però a mio avviso stavano cercando una persona di colore». «In Italia il razzismo è un fenomeno minoritario, di una minoranza che negli ultimi tempi è purtroppo cresciuta costantemente» afferma Luigi Manconi, coordinatore dell’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali (UNAR). «E voglio aggiungere che parlare di Italia come di un Paese razzista è sbagliato: così si applica il meccanismo essenziale del razzismo, cioé omologare e attribuire a un tutto le caratteristiche di una parte». Manconi però punta il dito contro la xenofobia, «che è qualcosa di ben diverso», sempre più forte e diffusa. Una mentalità che sempre più spesso sfocia nella violenza: «Abbiamo calcolato che da gennaio 2018 a luglio 2018 ci sono state undici persone colpite da proiettili di fucile o pistola, ad aria compressa o meno. Non credo sia un’operazione clandestina, una macchinazione inquietante strisciante nel Paese». Ma la situazione è comunque grave: «Non è una cospirazione bianca, ma nemmeno l’effetto di un raptus. In tutti questi crimini è centrale l’effetto emulazione: questi “cecchini” sono comuni cittadini, la violenza e l’intimidazione diventano attività domestica». I protagonisti delle aggressioni degli ultimi mesi sono infatti padri di famiglia, pensionati, studenti. Uomini comuni che aggrediscono altri uomini comuni solo perché diversi da loro. Insulti, sputi, botte aumentano di giorno in giorno, così come gli spari: i primi sono stati quelli che nella notte tra il 2 e 3 giugno hanno ferito a morte Soumalia Sacko nella piana di San Ferdinando. Dalle lupare si passa alle mazze da baseball, come quella con cui cinque giorni dopo, l’8 giugno, un 27enne è stato aggredito a Sarno, in Campania. Il 12 giungo, a Napoli, un algerino protesta contro un auto che non si ferma sulle strisce pedonali e viene accoltellato da tre giovani. A metà giugno aggressioni contro cittadini indiani, dominicani e maliani hanno luogo a Palermo, Roma, Cagliari e Caserta. Nella cittadina campana, il 19 giugno, due ragazzi vengono aggrediti da un gruppo di giovani che gridava «Salvini, Salvini». Due giorni dopo, sempre nella città della reggia, un giovane chef migrante viene ferito dai colpi di un fucile a pallini. Violenze e aggressioni non mancano nemmeno al Nord. Il 30 giugno a Trento un ragazzo viene aggredito dal datore di lavoro dopo la richiesta di ferie: «Ti brucio vivo brutto islamico». Il giorno dopo a Torino un ragazzo del Gabon si vede aizzare contro un pitbull al grido di «negro di merda». Il 2 luglio invece, sulla costa ligure, un venditore ambulante è vittima della stessa sorte davanti a una folla plaudente, mentre chi provava a difenderlo veniva aggredito a sua volta. Poi tornano i fucili, ad aria compressa, come quelli che feriscono una ragazza nigeriana l’8 luglio a Forlì, due ragazzi, nigeriani anche loro, il 12 luglio a Latina, la bimba rom il 19 luglio a Roma, e ancora un migrante il 27 luglio sempre a Caserta. Le trentatré aggressioni degli ultimi due mesi gettano luce sulla crescita costante dei crimini di matrice discriminatoria. Stando ai dati dell’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (OSCAD) dal 2012 al 2016 questo tipo di violenze sono aumentati di undici volte: erano 73 sei anni fa, 803 nel 2016, anno dell’ultima rilevazione. Di questi 803 crimini, più di un terzo (338) sono dovuti a razzismo e xenofobia. Secondo Cronache di ordinario razzismo, lavoro prodotto con le segnalazioni raccolte dai volontari di Lunaria, sono state 557 le violenze razziste e gli atti discriminatori tra gennaio e dicembre 2017. Tra gennaio e marzo 2018, mesi della campagna elettorale, Lunaria ne ha ricevute 169. Numeri preoccupanti in un Paese dove costantemente si alimenta la paura e l’odio contro il diverso.

IDEOLOGIE. L'immigrato è sacro: come ti invento il razzismo, scrive Rino Cammilleri l'1-08-2018 su "La Nuova Bussola Quotidiana”. La sinistra culturale italiana sta inventando da decenni una narrazione sul razzismo italiano. L'immigrato è il nuovo proletario sfruttato, per questo è diventato sacro e intoccabile. Ogni fatto di cronaca è un pretesto buono per alimentare questa versione dei fatti. L’emigrato è sacro e guai a chi lo tocca. Sei poi è africano, è ancora più sacro. Il presidente Mattarella, per esempio, in visita di stato in Armenia, al deporre una corona di fiori sul sacrario del genocidio insieme al presidente armeno, non imita quest’ultimo, che si fa il segno della croce, dunque nemmeno il memoriale del genocidio è per lui sacro. Però alza la voce contro l’Italia-farwest se un cretino spara ad aria compressa su una bambina nomade. Una ragazza di origine nigeriana si becca un uovo in un occhio ed ecco tutti i giornali e i tiggì fare la conta, tutte le volte che danno la notizia, di quanti neri nell’ultimo mese si sono fatti la bua per colpa dei bianchi. Sicuramente il Tg2 metterà, se continua così, il numeretto in alto a destra dello schermo, così come per i «femminicidi». Cioè, ogni volta che ci sarà un caso, ci ricorderà tutti i precedenti, in modo che gli italiani non si scordino il sacro dovere di santificare il migrante. L’americanata del «razzismo» ha prodotto negli Usa discriminazioni al contrario, alle quali l’odiato (non a caso) Trump sta cercando di porre rimedio. Ora, la sinistra nostrana cerca di americanizzarci anche in questo, noi che non abbiamo avuto né capanne dello zio tom né guerre di secessione. Le sinistre, eredi del giacobinismo, sono maestre nella guerra degli slogan: i loro avi l’hanno inventata ed è il motivo per cui cercano indefesse di introdurre i loro temi ideologici nelle scuole. Le quali, dal Sessantotto in poi, sono diventate il luogo privilegiato del conformismo politicamente corretto, complice lo scarso livello critico della classe insegnante. Berlusconi, dal canto suo, fin dal 1994 commise lo stesso errore della Dc, trascurando la cultura, le arti e la scuola in un gramscismo al contrario. Perì di propaganda e demonizzazione, malgrado i voti che aveva. Due-tre anni fa, d’estate, ero a cena in un ristorante all’aperto, a Pisa, con una coppia di amici e il loro figlio di dieci anni. La città era da sempre un feudo rosso, perciò gli ambulanti africani erano intoccabili. Cenare fuori era un tormento, ti si avventavano addosso come le cavallette, uno dietro l’altro, senza fine. Ero impegnato in una animata discussione quando arrivò il primo, insistente nel voler vendermi le sue cianfrusaglie. Gli dissi che non mi interessava, dovetti ripeterlo cinque volte, alzando vieppiù la voce. Alla fine, spazientito, mi levai in piedi e lo mandai a quel paese a male parole. Ebbene, il bambino mi diede del «razzista», e a nulla servì spiegargli che avrei agito così anche con un ambulante italiano se fastidioso e importuno. Eh, i corsi di antirazzismo glieli avevano fatti a scuola, perciò il decenne si comportava come i cani di Pavlov. Così, la sinistra e i suoi utili idioti non devono fare altro che ribattere i loro slogan fino allo sfinimento, ansiosi come sono che un movimento razzista, dai e dai, prima o poi nasca davvero. Né si tratta di un fenomeno solo italiano: sui giornali esteri la Lega è qualificata di «partito xenofobo», e lo stesso fanno i giornalisti italiani con tutte le destre europee; basta solo che chiedano una qualche disciplina dell’«accoglienza» e l’etichetta è già pronta. Naturalmente, come tutti sanno, per far nascere un fenomeno basta evocarlo con sufficiente reiterazione. L’iperprotezione dell’immigrato creerà fatalmente un movimento di rigetto, e allora, se prenderà i voti delle maggioranze esasperate, gli si darà del «populista» (da qual pulpito viene poi, la predica: se c’era un partito populista in Italia era il loro papà, il Pci) e lo si demonizzerà in tutti i modi. Se prenderà altre vie, meglio: la sinistra ha un bisogno disperato di un «proletariato» da cavalcare, e se non c’è lo crea. Come da copione, quando la sinistra perde alle urne fa ricorso alla piazza: il segretario del Pd, Martina, ha appena annunciato una grande «mobilitazione» antirazzista per settembre. Pensate che dopo le ultime elezioni, le sinistre si stiano estinguendo? Errore: come si fa a comandare pur essendo una risicata minoranza glielo ha insegnato Marx, ed è una lezione che non hanno mai dimenticato. Anche perché non sanno fare altro.

Otto Bitjoka, un grande africano: "La sinistra usa i neri come carta igienica, ora basta". Intervista di Sergio Luciano dell'1 Agosto 2018 su "Libero Quotidiano". «Attenzione cari fratelli e figli miei, siete usati e sarete sistematicamente buttati via come la carta igienica, mi permetto di consigliarvi da vecchio leone disincantato. Non è più accettabile essere strumento di lotta politica nelle mani di una sinistra contro i sovranisti populisti». Otto Bitjoka ama sorprendere, e non le manda mai a dire. E interviene a modo suo - dall’alto della sua stazza di camerunense bantu con laurea alla Cattolica di Milano, imprenditore e banchiere naturalizzato italiano (ha fondato Extrabanca) - sulla diatriba in atto tra buonisti e cattivisti, sospinta dall’opposizione piddina e Leu contro la Lega di Salvini. Lo fa con un incandescente post su Facebook, che poi commenta e dettaglia con Libero: «Il nostro problema - scrive sul social network - si affronta con un approccio post-ideologico. Ai giovani leaderini sindacalisti dei braccianti (ogni allusione all’italo-ivoriano Aboubakar Soumahoro è molto probabilmente voluta, ndr) consiglio di guardare verso le nostre parti, l’Africa ha il 68% delle terre incolte del pianeta, il 65% della forza lavoro trova occupazione nell’agricoltura. Impegniamoci tutti per fare diventare il nostro amato Continente, il granaio del mondo. Il nostro sguardo deve andare oltre, la nostra capacità d’auto strutturarsi è messa alla prova in questo particolare momento storico in Italia. Questa è la nostra vera sfida!»

Scusi, Bitjoka, ma lei - con l’esperienza e la credibilità che ha - non si rende conto che denunciando le strumentalizzazioni che la sinistra farebbe del problema migratorio sta facendo un gran regalo a Salvini?

«La sinistra ha sempre considerato l’immigrazione come una questione di accoglienza dove manifestare la sua magnanimità. Lo sa anche lei, che dico il vero: la sinistra ha sempre strumentalizzato».

Lo vede che è di destra?

«Macché: anche la destra ci ha sempre criminalizzato, l’obiettivo è stato uguale, mettere nel tritacarne gli immigrati».

Allora questo o quello per lei pari sono!

«Sì, ma gli immigrati, negli anni, si sono fidati di più della sinistra che della destra, salvo poi renderci conto che ci usano sempre e ci gettano. Io non voglio dare l’idea di essere diventato di destra: non è così. Sono un non-allineato. Affermo però che la sinistra ha tradito e adesso gli immigrati sono un po’ come orfani. Mentre io personalmente sono sicuro che si può - e oggi si deve, visto che è al potere - negoziare con l’istituzione gestita dalla destra. Se vogliamo disintermediare il nostro destino dobbiamo imparare a parlare con tutti. Con Salvini sarà difficile ma si può parlare. Leggo che la sinistra preannuncia per settembre una grande manifestazione antirazzista: benissimo, facciano ciò che vogliono, ma non si arroghino l’esclusiva della rappresentanza degli immigrati».

Ma cosa dovrebbe fare la sinistra, secondo lei?

«Se fosse appena appena intelligente potrebbe mettersi accanto all’Unione delle comunità africane in Italia per sostenerla, ma perderebbe protagonismo e invece vuole essere al centro dell’attenzione. Siamo noi però a voler essere e poter essere protagonisti e non vogliamo essere a rimorchio delle agende altrui…»

Scusi, ci faccia capire: lei si era candidato col Pd…

«L’ultima volta, sì, alla Regione Lombardia, con la lista di Ambrosoli. In precedenza due volte con i verdi del Sole che ride. Oggi ho preso atto che sono un indipendente e quindi nessuno mi vuole perché non mi metto in riga».

Cos’è per lei l’integrazione?

«È il successo attraverso la meritocrazia. Io non penso che gli africani in Italia debbano portare un pezzo d’Africa qua, dico che sono italiani, ma devono vivere guardando l’Africa. La sinistra ha avuto spesso la tendenza di cooptare i mediocri, in cambio della sudditanza. Perché tutti vogliono parlare di integrazione, ma nessuno la vuole sul serio, nessuno vuole che in nome dell’integrazione un immigrato diventi dirigente, o docente…»

Ancora una cosa: lei ama definirsi provocatoriamente "negro", non dice mai "nero". Perché?

«Perché sono titolato a dirlo, so di cosa parlo, ho studiato per sette anni di letteratura africana. È una scelta che risale alla corrente letteraria della negritudine nata negli anni Cinquanta che aveva visto giusto. Oggi del resto si parla di afrocentrismo, di afrocrazia… c’è una semantica nuova, serve una nuova grammatica che richiede anche una nuova ortografia».

Ok, ma per dire cosa, al di là delle parole?

«Per dire che tra 15 anni sarà l’Africa a dare le carte dello sviluppo. Per gli africani emigrati, per quelli che saranno rimasti e per il mondo».

Da Boscola a Calendola: è il Pd dei sette nani, scrive il 31 luglio 2018 "L'Espresso".

Nicola Zingaretti (Mammolo): Re dell’understatement, bravissimo a sfilarsi arrossendo, placidamente assiso nel ruolo di “fratello minore” dell’attore Luca, è sopravvissuto allo sterminio dei possibili leader Pd teorizzando che bisognasse fare come Tarzan, pensare sempre alla liana successiva.

Carlo Calenda (Brontolo): Ogni mattina l’ex ministro dello Sviluppo economico si sveglia e twitta che il Pd si sta suicidando. Adesso pare abbia smesso (lo ha annunciato ufficialmente). Ma continua il retweet dei messaggi passati. Così l’effetto eco è assicurato. Nel Pd c’è chi lo chiama «Ricucci buono».

Marianna Madia (Pisola): Con l’eterna aria di una che passi di lì per caso, è riuscita a non perdere mai il contatto con i vincenti del momento. Ora, squisita ironia, è responsabile Comunicazione: proprio lei che, da ministra, rifiutò le domande che non erano «di rinnovamento».

Maurizio Martina (Cucciolo): L’arte di trasformare il difetto in chiave di successo: più piccolo dei nani non sapeva parlare, lui non sa come farsi ricordare. Quando era ministro, Alfano lo confondeva con Orlando. Ora che è segretario su Libero lo chiamano Fabrizio.

Graziano Delrio (Eolo): Già registrato come “Mosé” nella rubrica telefonica di Renzi, poi protagonista di un grande freddo con l’allora premier, adesso sognato come possibile candidato per le fondamentali elezioni regionali in Emilia. C’è un ma: appena si alza un refolo di vento, lui starnutisce e cambia idea.

Maria Elena Boschi (Dotta): Sconfitta, ma non doma, dopo una breve pausa di silenzio l’ex ministra e sottosegretaria ha ricominciato a twittare. Ricordando a Di Maio che lei è «stata al governo per oltre quattro anni» e ha «sempre letto prima di firmare un provvedimento». Di tutta evidenza, per certe cose quattro anni non sono bastati.

Matteo Renzi (Gongolo): Ha portato al 18 per cento un partito che aveva preso al 25 e innalzato fino a sfiorare il 41. In tutto questo tempo, e con questi risultati, non s’è mai tolto dalla faccia l’aria di qualcuno che, in fondo, fosse soddisfatto dell’andazzo. Il suo prossimo obiettivo, raccontare le bellezze di Firenze in tv.

BIANCANEVE CERCASI. Il Pd è il partito dei sette nani persi nel bosco. Leader inadeguati, idee latitanti, liti perenni, zero iniziative, base sconcertata. Racconto semiserio di un movimento sull’orlo del baratro. Da Calendolo a Renzolo, scrive Susanna Turco il 31 luglio 2018 su "L'Espresso". La vera sorpresa, alla fine, sarà la sopravvivenza. Perché, al momento, il sentimento prevalente è quello del «non gliela posso fa’» scandito al microfono in Assemblea nazionale da Pina Cocci, delegata romana di Tor Bella Monaca: «Se stamo messi così, come stamo messi oggi, per il congresso nun me chiamate». Non mi chiamate neanche, ha detto lei il 7 luglio ai vertici del Pd: così dieci giorni dopo, il 18, la nuova segreteria del partito - una mescolanza sgradita a trecentosessanta gradi - si è riunita direttamente a Tor Bella Monaca. In pratica le hanno citofonato a casa, tipo Testimoni di Geova. Trionfo del prefisso inversivo (irrilevante, impalpabile, inconsistente, inconcludente), dopo aver tradotto in trasparenza il bagaglio di almeno un paio di tradizioni partitiche e dissipato sei milioni di voti nell’ultimo biennio, in piena sindrome da Psdi di Nicolazzi il Pd sta svanendo tra un tweet e un aperitivo, un’assemblea e una barba (chissà se adesso che Martina se l’è fatta crescere, Forattini lo disegnerebbe senza volto, come fece con Giovanni Goria). Non si può descriverli come impegnati in una battaglia nelle quali resterà uno solo, stile Piccoli indiani. Si può solo immaginarli come smarriti in una favola, nani in attesa di una Biancaneve. Mentre il famoso «ma anche» del primo segretario slitta in «ma anche senza», e il più recente #senzadime rischia il #senzadilui (il Pd) di un partito la cui fase politica è persino difficile da collocare. Post congressuale? Pre congressuale? Piano con le scadenze, dicono al Nazareno pure gli uscieri. Si immagini con la fantasia, mentre tutto crolla e sbiadisce, sbiadisce e crolla, il tormento di un dirigente emiliano che veda avvicinarsi le mastodontiche elezioni regionali, per di più con la festa dell’Unità piazzata - prima volta nella storia - a Ravenna. E nel contempo si ritrovi tra le ipotesi di un prossimo governatore quella inesistente di Delrio, quella altalenante di Stefano Bonaccini (alternativa: la corsa alla segreteria nazionale), e quella «tentatrice» (la «tentazione», usa dire) di Federico Pizzarotti, cioè del primo sindaco stellato di una grande città, in rotta coi grillini da quasi subito, adesso al secondo mandato (dopo il quale, ricordiamolo, secondo le regole M5S sarebbe dovuto tornare alla vita civile). Chiamabile a fare da argine, difesa estrema dell’ultimo baluardo democratico (nel senso del partito): l’Emilia Romagna. «No, l’Emilia Romagna no!», griderebbe forse Nanni Moretti se fosse ancora nella «parentesi dei girotondi», e non di nuovo rimbozzolato nel «partito di Fellini» nel quale ha da ultimo rivendicato di militare.

Paura. Persa qualsiasi grandezza, l’ironia è ormai involontaria, mentre la dimensione del tragico è pressoché inattingibile (e dàgli con l’in- privativo): «La tragedia è che sta parlando chiunque, senza uno straccio di soluzione», dice l’ex ministro Marco Minniti, l’unico che ancora riesca ad evocarla, la tragedia (nel giorno delle dimissioni di Renzi aveva addirittura scomodato Majakovskij e la «passione», per poi subito pentirsene). Quanto al comico, esemplare è invece un titolo da scolpire negli annali del Nazareno come simbolo di questi mesi (Repubblica, 3 luglio, pagina 8): «Congresso Pd, aria di rinvio. Zingaretti: Hanno paura di me». «Hanno paura», ha sentenziato cioè il dirigente che ha costruito la propria pluridecennale e a questo punto fortunata carriera, esattamente attorno al tema del timore della propria ombra. «Vogliono frenarmi», ha soggiunto colui che ha fatto del frenarsi la sua arte più sottile: candidarsi quando si può vincere, con cautela, senza strafare. Curriculum da figlio prediletto del partito (il partito comunista, in principio), eterno predestinato, prima di aspirare come adesso alla segreteria, Zingaretti era già il futuro nel 2004, quattordici anni fa, all’inizio di una serie di mezze occasioni mancate: nel 2008 Veltroni ipotizzava di candidarlo sindaco di Roma, nel 2011 lo si vedeva pronto al salto nazionale, segretario per il 2013. All’epoca, Matteo Renzi da sindaco di Firenze gli aveva già dato del vile per via di un altro no (la corsa alla Regione Lazio, 2010) avendo in replica un velenoso: «Lui crede di essere il nuovo, ma riesce a produrre solo il rumore metallico del nulla», disse Zinga. Quanto a viltà e rumore di niente la storia ha distribuito nel frattempo le dovute risposte ma, vi è da dire, sul fronte del partito, tra la rottamazione dell’uno e la fuga degli altri, si è come bruciata la memoria storica: cosicché anche l’ironia tende a sfuggire. Cioè slitta, si fa cosa ridicolo: il prezzo che si paga, però, è che se ne accorgano in pochissimi.

Gazzelle. Ogni mattina, in Africa, un leone si sveglia e sa che deve correre più della gazzella, o morirà di fame. Ogni mattina, in Italia, Carlo Calenda si sveglia e scrive su twitter che il Pd si sta suicidando. Il dirigente del Pd emiliano lo sa, per questo ogni mattina si sveglia e corre a leggere. L’autolesionismo è del resto da sempre punto fermo di qualsiasi democratico. Comunque l’abitudine è ormai così inveterata – un Pizzarotti del resto è alle porte - da risultare persino perturbante l’ultima presa di posizione dell’ex ministro dello Sviluppo economico: «Da oggi serenamente e pacificamente non mi occupo più di Pd. Buona notte», ha annunciato il 14 luglio, rifiutando l’ennesimo battibecco con l’ex Guardasigilli Andrea Orlando, che l’aveva chiamato in causa. Auto-prescrizione per ora rispettata. Il problema è che sia fan che detrattori continuano a ritwittare ciò che Calenda ha scritto nei mesi scorsi, cosicché almeno nell’immediato l’effetto è vano. Continua a parlare dei democratici, per mera eco: scioccante, peraltro, l’attualità.

Non ora non qui. La sindrome Calenda, anche definito amabilmente nel Pd un «Ricucci buono» dal nome dell’autonominato “furbetto del quartierino” che a metà degli anni 2000 tentò la scalata a Rcs finendo malissimo, è correlata a uno dei massimi morbi del Pd contemporaneo. L’assenza di una linea del tempo che scandisca il prima e il poi: è una specie di eterno presente. Dal referendum costituzione (4 dicembre 2016), in effetti, il Partito democratico non sembra essere riuscito a cambiare nulla di sé. Nonostante direzioni, congressi, assemblee, elezioni, ripicche. La sindrome del presentismo - tra i mali più rilevanti dell’era renziana - ha esondato fino ad oggi. Cambierà? Appare da escludere. Dicono dal Nazareno: «Il post-renzismo non è ancora cominciato, siamo tutti fermi a ciò che c’era prima di Renzi. L’idea sarebbe quella di restare in questo asssetto fino alle europee. Il massimo che si potrà ottenere è una tregua estiva. Forse». Userà Renzi questo tempo per realizzare il suo sogno, che sarà prodotto da Lucio Presta, di raccontare la Firenze rinascimentale in otto puntate, magari per Mediaset? A quanto pare, l’ex segretario vuol parlare del passato per parlare del presente (e dàgli). Non è quindi da escludere.

Pupazzetti. Se l’ex premier si vuol provare nei panni di Alberto Angela (noto rottamatore), ormai anche l’ex portavoce e oggi deputato Filippo Sensi ha cambiato significativamente il suo hashtag di riferimento: da #cosedilavoro, usato per diffondere summit e incontri vari, al denso e pregnante #pupazzetti, col quale rende pubbliche le sue (prima inedite) vignette. Notazione: gli vengono meglio i disegni che le foto. Spunto freudiano: ne è protagonista Rocco Casalino, tecnicamente il suo successore a Palazzo Chigi.

Ultimi posti. Precipitato come partito all’ultimo posto, persino sotto a «Berlusconi», nella ricerca sulle parole del futuro di Ilvo Diamanti, il Pd vorrebbe puntare per le prossime eleznioni europee del 2019 ad appaiarsi ad Emmanuel Macron. Da un tweet dell’ex sottosegretario Sandro Gozi, suo principale sponsor: «Altro che nemico pubblico n.1, Con Emmanuel Macron dobbiamo costruire nuove alleanze progressiste, fare vincere i nostri valori, battere i neo-nazionalisti e costruire il nostro futuro comune europeo». Secondo l’ultima ricognizione sui leader del futuro (effettuata sempre da Diamanti) gli italiani mettono all’ultimo posto, quanto a gradimento, giusto il presidente francese. Quando si dice la coerenza.

Somos chi? Strepitosa l’ultima foto di Maurizio Martina accanto allo spagnolo Sanchez, sullo sfondo della enorme scritta «Somos la izquierda».

Risse. Spintoni si sono visti a marzo nelle riunioni del Pd campano, adesso in quelle del Pd sardo. L’europarlamentare Renato Soru, tra i fondatori del Pd, già governatore della Sardegna, protagonista della seconda rissa «sfiorata», ha definito a caldo un partito «disperato». Poi si è calmato e con Libero ha chiarito: «Il Pd è un partito mai nato».

Il dibattito no. Gli ultimi quattro mesi di dibattito interno, dalle dimissioni di Renzi del 5 marzo alla elezione di Martina del 7 luglio, sintetizzati dalla consigliera piacentina del Pd Katia Tarasconi durante l’ultima Assemblea del Pd: «La volta scorsa ci avete convocato e verso mezzogiorno ci avete detto che all’unanimità che avevate deciso di posticipare il voto. E oggi sono qui a votare qualcosa che è stato deciso da una altra parte. Mi chiedo cosa ci vengo a fare: ma se non lo capisco io, che faccio parte di questa assemblea da anni, figuriamoci là fuori».

Aridi. Renzi ai suoi: «Sono diventato arido, rido per finta, sto antipatico a tutti».

Barbe. In dieci anni di esistenza, il Pd ha avuto sei segretari, di cui tre reggenti. L’ultimo, Maurizio Martina, ha lottato a lungo perché il suo ruolo di facente funzioni fosse riconosciuto per intero. Tra suoi difetti, la tendenza a non rimanere impigliato nella memoria (quando era ministro dell’Agricoltura, Angelino Alfano lo confondeva con Andrea Orlando). Tra gli indubbi pregi, quello di non scomodare l’antipatia altrui. Adesso che si è fatto crescere la barba, persino Libero gli ha dedicato una intera pagina: in cui lo chiama «Fabrizio Martina».

Longevità. Arrivata in Parlamento nell'ormai lontano 2008 a portare la sua «straordinaria inesperienza», col suo neo-ingresso in segreteria Marianna Madia è forse l’unica ad essere rimasta sempre sulla cresta dell’onda, da Veltroni a Martina passando per tutti gli altri. Adesso è diventata responsabile della comunicazione: utilissimo. Così tutti si sono ricordati di quella Leopolda 2014 in cui, da ministra della Pubblica amministrazione, scappò dai giornalisti di Fan Page argomentando il perché non rispondesse alle loro domande: «sapete perché non voglio rispondere alle vostre domande? Perché il vostro non è un giornalismo di rinnovamento».

Spritz Pd. Pressochè assente su tutte le questioni che ne farebbero un partito di opposizione (così pensano tre italiani su quattro, secondo una indagine pubblicata dal Corriere della Sera), il Pd si tormenta assai rimpiangendo un’opzione inesistente - non aver provato ad andare al governo coi grillini (l’hashtag #senzadime è tutt’ora utilizzato centinaia di volte al giorno) – ed è per il resto attentissimo ai dettagli. Si polemizza ad esempio molto sugli «aperitivi», si discute del partito dello spritz (idee per il futuro: Luca Di Bartolomei ha coniato «sPritzD»), si discute del rapporto coi Parioli, quartiere simbolo della Roma bene, ci si leccano le ferite risistemando i fondamentali del passato recente. Esempio: pare che il famoso «ciaone» che fece la fortuna del parlamentare Ernesto Carbone non sia farina del suo sacco. Tutt’altro: la battuta arrivò a lui dopo essere stata schifata (quanto a opzione comunicativa) da vari altri, tra cui Francesco Nicodemo.

Teatrino di Carta. Litigando litigando tra feste dell’Unità, è passato quasi inosservato (non si sa come mai) il mancato appuntamento di Maria Elena Boschi a quella di Cesena. L’ex ministra, pur dolorosamente assente dal governo, doveva essere intervistata l’altra settimana, nel clou della festa. Ma ha preferito rinunciare: pare non abbia potuto avere la lista delle domande. Gli astanti si sono consolati, come da programma, con l’Orchestra Roberta Capelletti, lo spettacolo “Il Pataca: un eroe romagnolo” tratto dall’omonimo libro di Aristarco, in attesa del gran finale: lo spettacolo di burattini, con la compagnia “Teatrino di Carta”.

Maria Elena Boschi, il piano per il suicidio perfetto del Pd: "Ecco con chi dobbiamo rilanciarlo", scrive l'1 Agosto 2018 "Libero Quotidiano". Il sospetto che la situazione non sia chiarissima a Maria Elena Boschi nasce più che spontaneo dopo l'intervista al Corriere della sera dell'ex sottosegretaria dem così battagliera come non la si vedeva da tanto. Libera dagli impegni di governo che la costringevano a tenere toni pacati e istituzionali, la Boschi è tornata a girare per Feste dell'Unità, a grigliare salamelle e sorbirsi le lagne dei compagni in giro per l'Italia, tutti inferociti dopo lo scoppolone dello scorso 4 marzo che ha condannato i piddini a stare all'opposizione per chissà quanto tempo. I siluri della Boschi sono diretti naturalmente contro il governo, contro il cattivo Matteo Salvini che istiga all'odio e all'intolleranza, oltre che ai grillini che presto verranno smascherati sull'assenza di coperture alle loro promesse sui temi economici e del lavoro. Copione già sentito, ma che la Boschi recita come un ritornello che prima o poi dovrà entrare nella testa dei militanti scoraggiati, almeno per rincuorarli un po' durante la traversata nel deserto. L'ultimo siluro, ma non meno pesante, l'ex ministra lo riserva al segretario reggente del Pd Maurizio Martina. Un tempo compagno di cordata, amico renziano nel governo dei famigerati 1000 giorni, oggi Martina è diventato il nemico da abbattere, l'ultimo ostacolo rimasto perché alla guida del partito torni il capocorrente Matteo Renzi: "Martina guida il partito perché era il vicesegretario, l'assemblea ha fatto una scelta però abbiamo bisogno del congresso il prima possibile. Non perché sia la soluzione di tutti i nostri problemi, però è l'unico modo per rilanciare il Pd e soprattutto per chiarire qual è la visione del partito. È l'unico modo per essere credibili. Perché noi l'opposizione non la dobbiamo farae a Renzi e Gentiloni ma a Di Maio e Salvini". E per Meb un'altra batosta si staglia chiara all'orizzonte.

Razzismo, flop manifestazione Pd a Roma: in piazza non c'è nessuno. Fiasco dell'iniziativa del partito democratico contro il razzismo, pochissimi partecipanti in una Piazza San Silvestro deserta, scrive Mercoledì, 1 agosto 2018, Affari Italiani. Emergenza razzismo: il Pd organizza un presidio a Roma, nella centralissima Piazza San Silvestro, ma la partecipazione è un flop. Il solerte segretario Maurizio Martina ci prova, s'impegna, si arrabatta, ma è il 31 luglio, la Capitale è riscaldata dal solleone e da temperature proibitive anche alle 18,00, e quindi in piazza si ritrovano solo i big del Pd, da Marcucci alla Madia, da Delrio alla Morani e così via, ma a parte fotografi, cameramen e qualche dirigente romano dem, non c'è praticamente nessuno. Martina aveva indetto una manifestazione nazionale per settembre, al fine di protestare contro quella che il Pd ritiene la "deriva xenofoba" di questo Paese complici le "scellerate" politiche del Ministro dell'Interno Matteo Salvini, ma era stato subissato da critiche e improperi poiché "se c'è un'emergenza, non si può attendere il ritorno delle vacanze". Il segretario quindi, in fretta e furia, accusato da più parti (perfino da elettori piddini) di essere un radical chic che alla protesta contro il razzismo preferisce Capalbio, ha dunque organizzato il presidio, ma neanche in questo caso il suo sforzo è stato premiato. Peggio, è stato disertato anche dagli stessi simpatizzanti dem, in villeggiatura, al mare, o in città stremati dal caldo e semplicemente disinteressati all'iniziativa. Certo, non è mai un bello spettacolo vedere dei leader di partito e figure istituzionali - fino a qualche mese fa ministri della Repubblica - rivolgersi a una piazza deserta e a una platea inesistente. Un altro, l'ennesimo, esempio di come il Partito Democratico stenti ormai a intercettare il suo stesso elettorato e il suo stesso eventuale bacino di consensi, figuriamoci coinvolgere la società civile non necessariamente sua elettrice. Dimostrando così - come se ce ne fosse bisogno - la crisi nera che attraversa l'ex forza politica di governo, e l'opposizione in generale, crisi dalla quale sembra sempre più difficile risollevarsi. 

Ecco il flop antirazzista del Pd. Al corteo sono in quattro gatti. La manifestazione contro il razzismo del Pd di Viterbo. Sono in 13, la piazza è vuota. L'ironia di Salvini sui social network, scrive Claudio Cartaldo, Mercoledì 01/08/2018, su "Il Giornale". A volte è l'inquadratura a fare la differenza. Anzi: quando si tratta di manifestazioni, sit-in della politica e comizi improvvisati (o meno) del leader dei partiti spesso osservare la situazione da diverse angolature trasforma, e non poco, la realtà. Lo sanno, o lo hanno scoperto, i militanti del Pd di Viterbo. I "dem" locali si erano dati appuntamento nella piazza del Comune per protestare contro la presunta onda che razzista che, secondo i vertici del loro partito (leggi Renzi e Martina), starebbe travolgendo l'Italia. Ebbene, una fotografia li mostra tutti sorridenti e allineati dietro ad uno striscione con scritto "Basta razzismo" con l'immancabile hashtag. Il fotografo per l'occasione ha scelto un campo stretto e lo scatto si è limitato a ritrarre i (pochi) manifestanti presenti. Tutto sommato, poteva sembrare anche un sit-in riuscito. Peccato che Matteo Salvini abbia pubblicato sulla propria pagina Facebook anche l'altro punto di vista della manifestazione. Qualcuno, infatti, ha immortalato il momento dall'alto. E lo scatto mostra una pazza completamente vuota, arredata solo con 13 manifestanti. "Manifestazione del Pd a Viterbo – scrive il ministro dell'Interno su Facebook - Quando un’immagine vale più di mille parole (Emergenza “razzismo”, dove???)".

Salvini: "Ma quale allarme razzismo, è un'invenzione della sinistra". La sinistra usa i casi di violenze contro gli immigrati per attaccare Salvini. Ma il ministro: "Riporterò la sicurezza e la serenità nelle nostre città", scrive Andrea Indini, Sabato 28/07/2018, su "Il Giornale". Si tratta di casi isolati, eppure sono stati già strumentalizzati contro Matteo Salvini. La bimba rom e l'operaio di Capo Verde feriti con due colpi esplosi dalla finestra sono diventati l'occasione per attaccare il leader leghista e lanciare l'allarme razzismo. Non importa se i due episodi (di per sé comunque gravissimi) sono successi uno a Roma e uno a Vicenza. Per il Pd è colpa del "clima di odio" generato dal governo. Salvini, però, sembra determinato ad andare avanti per la propria strada e continuare il lavoro intrapreso 58 giorni fa, quando ha giurato da ministro: "L'allarme razzismo è una invenzione della sinistra, gli italiani sono persone perbene ma la loro pazienza è quasi finita". Da quando Salvini siede sullo scranno più alto del Viminale la parola che riecheggia maggiormente sulla bocca della sinistra è "razzismo". In campagna elettorale era stata l'emergenza fascismo a unire il variegato popolo rosso. Ora che l'uomo nero è arrivato al governo, ecco che è partita una nuova crociata per screditare l'operato al ministero dell'Interno. L'appello di Sergio Mattarella affinché "l'Italia non diventi un Far West" è di fatto diventato il manifesto delle falangi anti leghiste e ha di fatto armato i politici di sinistra che usano qualsiasi fatto di cronaca nera in cui la vittima è uno straniero per scatenarsi contro Salvini e accusarlo di fomentare il clima d'odio che porta a episodi di razzismo. "I giornali italiani hanno dovuto inaugurare la rubrica fissa del tiro a segno contro i migranti - tuonano i parlamentari di Liberi e Uguali - Salvini continua ad alimentare il clima di intolleranza xenofoba, anziché schierarsi dalla parte delle vittime". Non da meno si sono dimostrati i dem che hanno subito gridato all'emergenza nazionale: "(Salvini, ndr) intende fare il suo lavoro e occuparsene? O dà la colpa anche in questo caso agli immigrati?". Al Viminale, in realtà, Salvini non nasconde di essere "preoccupato da ogni episodio di violenza, chiunque colpisca", anche quelli ai danni delle forze dell'ordine. Persa la battaglia dell'accoglienza a oltranza per chiunque sbarchi sulle nostre coste, il piano del Pd e più in generale della sinistra è legare questi fatti di cronaca al dibattito sulla riforma della legittima difesa. Salvo poi essere i primi a coccolare i violenti dei centri sociali quando attaccano (impunemente) le forze dell'ordine durante le manifestazioni. "Sto già lavorando per restituire dignità protezione e sicurezza a chi indossa una divisa", ribatte Salvini che non intende far passi indietro sulle misure promesse in campagna elettorale. "Se uno entra in casa mia mentre sono con i miei figli - continua - lo metto in condizioni di non nuocere e poi ne parliamo". Per quanto riguarda gli episodi di violenza, non da ultimo quello di Partinico, dove i clienti di un ristorante hanno pestato un cameriere senegalese dopo avergli urlato contro "sporco negro", Salvini ha assicurato che, da quando è diventato ministro dell'Interno, si è messo a lavorare per "riportare sicurezza e serenità nelle nostre città". Per il resto, l'allarme "razzismo" altro non è che "un'invenzione della sinistra". "Gli italiani - assicura - sono persone perbene ma la loro pazienza è quasi finita".

"Anche io colpita dalle uova". Ma nessuno protesta per Brunella. Parla una delle tre donne bianche aggredite dalla "banda dell'uovo". Smontata così la tesi sulla presunta "onda" razzista, scrive Giovanna Stella, Martedì 31/07/2018, su "Il Giornale". Non solo Daisy Osakue è stata presa di mira da quella che ormai viene definita la "banda dell'uovo": anche altre donne (bianche) hanno ricevuto il suo stesso trattamento, ma nessuno è sceso in campo per loro. Non solo Daisy: la "banda dell'uovo" ha colpito altre persone. Per la discobola è stato sollevato un vero e proprio polverone che dal piano della mera cronaca è arrivato a quello della politica. La sinistra, infatti, non ci ha messo tanto ad accusare Matteo Salvini di essere il fautore "di una propaganda di stampo razzistico" oppure di nutrire "ogni giorno il razzismo con il tuo linguaggio di odio". Insomma (ancora una volta) per la sinistra la colpa di tutta questa violenza ingiustificata è da rintracciare nel ministro dell'Interno e nella sua politica. Dal canto suo, dopo il fatto di Daisy, Matteo Salvini ha prima condannato "ogni aggressione, sono e sarò sempre a fianco di chi subisce violenza", poi si è difeso dagli attacchi - campati per aria - con un tweet di poche ma chiarissime parole: "La sinistra, sconfitta dagli italiani, usa ogni mezzo pur di attaccarmi e non mollare il potere". Ma lasciate da parte le polemiche di circostanza, a dare un quadro ancora più chiaro di quello che è successo a Daisy nella notte fra domenica 29 e lunedì 30 luglio a Moncalieri (Torino) è una delle tre donne che, in passato, è stata aggredita dalla "banda dell'uovo". La vittima si chiama Brunella Gambino, ha 48 anni e abita nella stessa via della discobola italiana. Intervistata dal Corriere della Sera, la donna ha raccontato la sua disavventura e quella delle sue amiche che sono state prese di mira dalla maledetta banda il 25 luglio scorso. Tre donne, tutte bianche. Che con un semplice racconto fanno cadere tutte le polemiche della sinistra legate al "razzismo salviniano". La sera quando è stata aggredita, Brunella era andata a mangiare una pizza con due ex compagne di scuola al Nom Nom di strada Genova. "Una serata normalissima - dice al Corsera - e dopo cena ci siamo fermate a chiacchierare di fronte all'uscita". Erano le 23.30, quando improvvisamente hanno visto e sentito un'auto coi fari spenti che ha accelerato violentemente nella loro direzione. "Abbiamo sentito il rombo del motore e poi abbiamo visto questa macchina scura che si dirigeva a forte velocità verso il centro di Moncalieri. Una delle mie amiche è stata colpita al braccio e si lamentava per il dolore", ricorda la 48enne. Ma il ricordo della donna si fa confuso perché quei minuti sono stati piuttosto concitati. "Ovviamente ci siamo spaventate, non capivamo quello che fosse successo - cotinua al Corriere della Sera -. Da subito abbiamo pensato che ci avessero lanciato contro una bottiglia di vetro. Poi abbiamo capito che si trattava di un uovo, ma era stato tirato con una violenza inaudita. Il braccio della mia amica era completamente rosso e stavamo cercando di aiutarla, quando c'è stato il secondo episodio". Brunella, quindi, racconta che sempre quella sera la misteriosa auto, riconosciuta come un Fiat Doblò, è riuscita a fare il giro dell'isolato ed è ritornata al punto di partenza e ha sferrato un "attacco" come quello precedente. "Questa volta - aggiunge - ci siamo accorte dell'arrivo e abbiamo visto una persona che sporgeva il braccio fuori dal finestrino e lanciava un altro uovo contro il marciapiede. Indossava un cappellino ma era troppo buio per riconoscerlo. Queste persone devono essere fermate". Stessa scena, stesse dinamiche. Ma per Brunella e le sue amiche nessuno è mai sceso in campo. Nessuno si è mai scomposto. Perché?

L'Italia è diventato un Paese di razzisti? Le opinioni dei quotidiani italiani, scrive il 31/07/2018 Metro. Una volta ci ritenevamo un popolo di bonaccioni. Magari furbetti, ma in fondo dal cuore d’oro. Ora iniziamo a sospettare di non esserlo per niente. I giornali di oggi, dopo il caso di Daisy e gli 11 episodi di violenza a sfondo razziale registrati negli ultimi due mesi, si interrogano. Alcuni rispondono che in realtà sta venendo fuori la vera natura di un Paese spaventato e sempre più chiuso, altri insistono con l’idea che in fondo di razzismo in giro non ve ne sia molto, o comunque non più del solito. Ma al di là delle conclusioni, resta il fatto che la certezza che gli italiani siano “brava gente” oggi sia un po’ meno salda. "Salvini rinunci alle pagliacciate" “Crescono episodi di violenza a sfondo razzista, che incontrano terreno fertile in un clima di predicazione di odio”, denuncia Mario Calabresi su “La Repubblica”, “finalmente ieri si sono sentite le voci di condanna del premier e del ministro della Giustizia. Ma è chi siede al Viminale che ha il dovere di garantire la sicurezza dei cittadini, di tutti i cittadini, di lavorare perché il Paese funzioni e la violenza non sia tollerata”. Matteo Salvini, aggiunge, “se le regole sono rispettate ha il diritto di attuare il suo programma. Non ha il diritto invece di dividere il Paese, di flirtare con i violenti, di irridere i deboli, di stuzzicare e avallare razzisti, neofascisti e naziskin scandendo i loro slogan, indossando le loro magliette”. Insomma, “La campagna elettorale è finita da un pezzo, sarebbe ora di cambiare passo. Abbiamo bisogno di un ministro dell’Interno non di provocazioni e pagliacciate. Di un ministro che aspiri a essere autorevole, non autoritario”. "Vergogniamoci, e reagiamo con civiltà" Ma la denuncia più forte è quella di Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”. “Anni di pensieri cattivi e di parole e propagande dure, di crescenti povertà materiali e morali eccitate contro altre povertà stanno producendo bullismi assurdi, atti violenti, assalti folli”, attacca, “Dicono che non c’è razzismo in ciò che è accaduto e per di più il ministro dell’Interno Salvini ha ritenuto di liquidare come ‘sciocchezze’ gli allarmi di quanti denunciano il clima xenofobo e i rischi di escalation razzista”. Il ministro "pesi bene le parole. Guardi la realtà e ascolti anche altre voci della destra italiana. Negare l’evidenza di diversi episodi non fa altro che assolvere e ingigantire il mostro. Vergogniamoci, e reagiamo di civiltà”. "Il Truce che non sa distinguere la sua funzione da un linguaggio ribaldo" Anche per Il Foglio “il problema è Salvini al Quirinale”. Ma Giuliano Ferrara non è d’accordo con chi dice che il problema sia di tutta la società civile. “Usare un linguaggio razzista per diffondere poveri e indecenti concetti allo scopo di fomentare e usare le paure fa di Salvini un ministro pericoloso ma non fa dell’Italia un paese razzista”, è l’opinione di un commento dedicato a “Il Truce e le nuove parole del consenso”. Anche Ferrara dimostra scarsa comprensione verso il ministro degli interni: “Un furbo fesso. Il demagogo giovane, inesperto, e questo entro certi termini vale anche per il suo vice socio, non sa distinguere tra la funzione pubblica in materia di sicurezza e di governo e il putridume del linguaggio privato, occasionale, mefitico e ribaldo”. "Nessuna emergenza, i numeri sono sempre quelli" Per “Il Giornale”, invece, “non c'è emergenza xenofobia” quanto piuttosto “una costante senza impennate recenti”. I numeri, sostiene il quotidiano, “rivelano un'Italia dove il trend di aggressioni e di atti discriminatori nei confronti di extracomunitari si mantiene costante di anno in anno”. “I dieci episodi che si sono susseguiti in pochi giorni hanno sollevato il timore di un razzismo dilagante oltre che un'ondata di accuse al titolare del Viminale, ritenuto il responsabile morale di quel ‘linguaggio dell'odio’ che soffierebbe sul fuoco delle intolleranze”, aggiunge. Però “le indagini dovranno accertare se dietro a tutti gli episodi che si sono verificati ci sia lo stesso denominatore razziale”. "Tutta colpa del Pd" Ancora più tranciante “La Verità”. “Usa i neri per fare propaganda”, titola senza mezze misure, “è il Pd che istiga all’odio razziale”. Insomma, il problema è che nessuno è più “brava gente”. AGI

"La Petacci una maiala". La sinistra non s'indigna per le offese di Gnocchi. Il silenzio delle femministe dopo la battuta del comico da Floris. La Mussolini: «Verme», scrive Paolo Bracalini, Giovedì 18/01/2018, su "Il Giornale". Le donne vanno sempre rispettate, quasi, a volte, dipende, anche per quelle uccise. Un maiale, anzi una scrofa che grufola nella spazzatura romana, video postato da Giorgia Meloni per descrivere la Roma governata dai grillini, ispira al comico Gene Gnocchi la seguente battuta: «È una femmina, un maiale femmina, si chiama Claretta Petacci». Risate del conduttore Floris, applausi dello studio di La7. La battuta sulla Petacci, amante di Mussolini fucilata (e prima violentata) dai partigiani a Giulino il 28 aprile 1945, poi appesa a testa in giù (tra sputi e oltraggi vari al cadavere) a piazzale Loreto, non suscita alcuna replica nel fronte delle paladine delle donne, solitamente pronto a scattare come una molla al più lieve sospetto di infrazione maschilista. Quel che fu un «caso palese di femminicidio aggravato da un cieco desiderio di vendetta» come ha scritto Vittorio Sgarbi su questo Giornale («non ci fu pietà verso questa innocente barbaramente uccisa, la cui unica responsabilità era di essere stata fino all'ultimo vicina a Mussolini») e che diventa oggetto di una battuta inelegante in un talk show, invece, non provoca la minima reazione. Tranne sui social network che già pochi minuti dopo il paragone tra la Petacci e il maiale, si riversano sul profilo Twitter di Gene Gnocchi per insultarlo («Ma credi che il tuo sia umorismo? Hanno fatto bene alla Domenica sportiva a licenziarti anche se tardivamente», è uno dei messaggi meno duri all'indirizzo del comico). Anche nel mondo ex An l'uscita di Gnocchi disturba molto. Per il Secolo d'Italia, storica testata della destra post-missina, Gnocchi è «Genio più che Gene perché ha capito che nell'Italia dei Fiano e delle Boldrini non esiste rifugio più comodo dell'antifascismo. Soprattutto quando, come nel suo caso, l'antifascista è solo un comico fallito». L'ex deputata finiana Flavia Perina suggerisce a Gnocchi altri modi per dare del «maiale fascista» a qualcuno, al posto di prendersela con la Petacci che «è pur sempre una donna fucilata senza processo e appesa per i piedi, e non è che fa tanto ridere (noto solo ora la risatina di Floris: pure lui se la poteva risparmiare)». L'europarlamentare azzurra Alessandra Mussolini ritwitta il post del vignettista Krancic: «Gene Gnocchi, tu sei un verme! Paragonare il maiale che gira per Roma alla Petacci è una merdata che solo uno st.. come te poteva partorire». Mentre il presidente dell'associazione no profit «Campo della Memoria», che si è occupata del restauro della tomba della Petacci al Verano di Roma, fa sapere che stanno raccogliendo le firme «per chiedere l'allontanamento di Gnocchi dalla trasmissione». Una pagina buia della storia italiana, che ha indignato anche storici esponenti della sinistra e della Resistenza, come Ferruccio Parri vice comandante del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, che definì piazzale Loreto «macelleria messicana». Sulle ultime ore di Clarice Petacci, compagna segreta di Mussolini dai primi anni '30, fascista per amore di Mussolini ma priva di responsabilità politiche, si è scritto molto. La testimonianza del partigiano comunista Walter Audisio, esecutore materiale - secondo la storiografia ufficiale - dell'assassinio del Duce, racconta che la Petacci «gridò enfatica: Mussolini non deve morire», prima di essere fucilata anche lei, aggrappata alle gambe del morto. L'ex missino Giorgio Pisanò ha indagato e aggiunto ricostruzioni raccapriccianti sullo stupro («È stata più volte violentata da Martino Caserotti», un partigiano che conservò scarpe e foulard della Petacci) e sulla questione della biancheria intima mancante. Una storia tragica, una battuta da pessima osteria.

Com’è triste quell’uscita, caro Gene…, scrive il 18/01/2018 Emanuele Beluffi su "Il Giornale". Ma che cosa gli è passato per la testa? Lo difenderemo sempre perché è un grande attore comico, ma non possiamo proprio evitare di commentare la sua uscita dell’altra sera nel salotto compassato di Giovanni Floris come “voce dal sen fuggita”: niente niente Gene Gnocchi ti dice che Claretta Petacci è un maiale. Bon, un passo indietro: la foto del famoso suino romano mentre rovista nell’immondizia resa virale (ora si dice così) da Giorgia Meloni come “commento plastico” dell’incapacità (ma va?) del sindaco Virginia Raggi a gestire quel che ormai s’è fatto ingestibile non solo ha scatenato l’ovvio “alzamiento” indignato dei “grilletti” al potere nell’Urbe, ma ha dato la stura “ex post” a Gene Gnocchi per una battuta che non fa ridere perché non ha senso. In nessun senso: «E’ un maiale femmina. Si chiama Claretta Petacci». E ‘sti cazzi??! Cosa c’entra? Perché? Caro Gene, eri forse ospite di un collettivo politico indietro nel tempo al 1977? Dovevi far bella figura perché eri in una casa occupata e fuori c’erano i celerini? Volevi affascinare la ragazza col pugno chiuso dietro le barricate? O forse ti sentivi in un’area protetta (Floris) e quindi ti pensavi libero di sparare le meglio cazzate? Ma dai, questi arditismi da presidio democratico contro i rigurgiti fascisti (brrrr…..) te li perdoneremmo se fossimo nel pieno degli scontri fra sanbabilini (dal nome di Piazza San Babila a Milano) e autonomi negli anni Settanta, ma oggi? Dai Gene, perfino una deputata Dem ti ha castigato, non ricordo il suo nome ma ricordo benissimo che ti ha detto che le donne non si toccano: di qualunque colore politico, le donne non si toccano! E nemmeno i morti, di qualunque fede! E poi, scusa Gene, ma lo sai che la povera Petacci fu uccisa perché la sua unica colpa era stata quella di aver amato Mussolini? Che bisogno avevi? L’hai fatta fuori dal vasino, sei passato dalle stelle alle stalle anzi alle porcilaie che lasciano tutti, ma proprio tutti, AGGHIACCIATI: Perfino Floris è rimasto senza parole, non sapeva che dire. Ma chi sono io maschietto per darti il benservito? “Siamo tutte maiale !!! #GeneGnocchi“, leggo in un tweet sul profilo di Nina Moric, la quale in quanto donna ti ha risposto con una di quelle rasoiate che solo le donne sanno dare: “#GeneGnocchi è l’unico essere umano la cui voce nonostante la R moscia, invece di risultare eccitante è una delle principali cause di secchezza vaginale“. Tiè! Indignati caro Gene, ma mi sa che ora sei rimasto tu senza parole.

Petacci, Gnocchi non si pente: "Rivendico diritto di fare satira". Dopo la bufera il comico Gnocchi precisa: "Sulla Petacci solo un malinteso". Ma rivela: "Non mi sento in colpa", scrive Gabriele Bertocchi, Giovedì 18/01/2018 su "Il Giornale". La bufera che si è abbattuta su Gene Gnocchi dopo la "battuta" infelice e di poco gusto su Claretta Petacci - definita in tv come "un maiale" - durante un commento a un video postato da Giorgia Meloni pare non assopirsi. Gene Gnocchi in diretta su Circo Massimo, programma di Radio Capital è tornato sulla questione Petacci: "È un malinteso. Mai e poi mai infierirei su dei morti, lontanissima da me l'idea di dileggiare Claretta Petacci". Ma ci tiene a sottolineare che "mi dispiace se qualcuno si è sentito toccato, ma non mi sento in colpa e rivendico il diritto di fare satira". Eugenio Ghiozzi (nome di battessimo del comico) precisa che l'obiettivo della battuta "era Giorgia Meloni: pubblicava tante foto sui social e sembrava come quando si smarrisce un gatto o un cane, e pensando a lei ho dato quel nome al maiale. E lei, che è una donna intelligente, non ha reagito. È una cosa lieve, minima come idea di base". Il 62enne fa sapere però che ha ricevuto minacce da ambienti dell'estrema destra: "Stamattina ho trovato manifesti intimidatori di Forza Nuova sotto casa mia". Inoltre ha spiegato che "hanno minacciato di manganellarmi. Il loro sito dice che non ho la scorta e posso essere manganellato". Gnocchi poi ricorda che "bisogna vedere riconosciuta l'assoluta indipendenza da qualunque schieramento. A diMartedì prendiamo in giro tutto l'arco costituzionale. Posso avere delle simpatie, ma questo non mi esime dal fare il mio lavoro e dal prendere in giro tutti". "E' una brutta campagna elettorale, queste polemiche da Orietta Berti a questa non sono un buon abbrivio".

Gene Gnocchi, Claretta Petacci e il maiale, rivolta a destra. "Boldrini, perché non...?", il brutto sospetto, scrive il 17 Gennaio 2018 "Libero Quotidiano". "Signora Presidente Laura Boldrini: nulla da dire sulla performance di Gene Gnocchi e Floris?". Il tweet di Massimo Corsaro, deputato di Fratelli d'Italia, riassume al meglio il delirio scatenatosi dopo la discutibile copertina "satirica" del comico emiliano a DiMartedì, su La7. A far impazzire di rabbia il popolo della destra è stata la battuta su Claretta Petacci. L'amante di Benito Mussolini è stata paragonata al maiale che razzola tra i rifiuti a Roma, protagonista di una polemica politica innescata da Giorgia Meloni contro l'amministrazione Raggi. "Continuo ad apprezzare l'ironia brillante del comico e conduttore televisivo emiliano. Certo è che il periodo elettorale, il crollo del Pd nei sondaggi, debbono far perdere la testa e la giusta ironia", è la reazione (signorile) di Rachele Mussolini, nipote del Duce e consigliere comunale di Roma della Lista Civica Con Giorgia. "L'espressione greve, il riferimento inopportuno e sciatto di linguaggio, ancor più grave in quanto televisivo, dimostrano la rabbia e l'acredine che è in uso nel panorama politico in Italia. Situazioni del genere, deprecabili, servono esclusivamente a fomentare ed esacerbare gli animi. Questa non è satira e neppure ironia, quella di Gene Gnocchi su Claretta Petacci è basso turpiloquio televisivo. Dispiace per la sua caduta di stile e ancor di più per le offese ad una defunta". Meno composta la reazione di sua sorella, Alessandra Mussolini, che a proposito di Gene Gnocchi ha parlato di "verme, stronzo e merdata".

[La polemica] L'assurda battuta di Gene Gnocchi sulla "Petacci maiala" e il silenzio imbarazzante delle femministe. L'infelice uscita del comico parmigiano ci consegna un Paese ancora diviso a metà, con la destra sdegnata e inferocita e la sinistra e le femministe distratte e assenti, scrive Ugo Maria Tassinari, giornalista e studioso, il 18 gennaio 2018 su Tiscali notizie. La pessima battuta di Gene Gnocchi sul maiale che gira per Roma (“è femmina e si chiama Claretta Petacci”) ci consegna un Paese diviso a metà. Nello studio “Di martedì” hanno riso o sorriso tutti, a cominciare dal conduttore. Da ieri mattina, invece, a una unanime indignazione, con tratti di autentica rabbia e di insulti minacciosi nei confronti del comico parmigiano, della stampa e del “popolo di destra” ha fatto da contrappeso un silenzio abbastanza omogeneo a sinistra. 

L'ira della Mussolini. Decisamente sopra le righe la replica di Alessandra Mussolini, che parla di “verme, stronzo, merdata” mentre insolitamente pacato è l'intervento del deputato di centrodestra Massimo Corsaro, più volte stigmatizzato per tweet razzisti e antisemiti: "Signora Presidente Laura Boldrini: nulla da dire sulla performance di Gene Gnocchi e Floris?” Una domanda legittima visto che la presidente della Camera della lotta alle offese verso le donne e al linguaggio sessista ha fatto un cavallo di battaglia, a partire dalle campagne di autentico odio sociale e di fake news che ripetutamente le ha mosso contro la destra populista. Stavolta, invece, ha taciuto. 

Due voci controcorrente. Eppure, a prescindere dal giudizio storico sui fatti di piazzale Loreto, niente incarna meglio l'archetipo di questa violenza verbale del dare della “troia” a una donna, peraltro stuprata prima di essere “giustiziata”. Due soltanto i giornalisti che hanno rotto il fronte “antifascista”: il direttore del Dubbio, Pietro Sansonetti, un garantista che ama navigare controcorrente, e Mattia Feltri. L'editorialista della Stampa ricorda che anche un leader partigiano inossidabile come Sandro Pertini, uno dei capi della Resistenza che decisero la condanna a morte di Mussolini e l'esecuzione del suo seguito, si vergognava talmente dell'uccisione della donna da commentare, nel 1988: “La sua unica colpa è di aver amato un uomo”. E se ieri mattina l'hashtag #GeneGnocchi è entrato nella top ten di Twitter, oggi dilaga su Facebook la rubrica di Feltri jr: più di 13mila like, quasi tremila condivisioni. Tra queste c'è anche quella di Enrico Mentana, che chiosa: “Meglio di così non lo si poteva scrivere”.

Il silenzio delle donne. Inquietante il silenzio delle donne, anche delle femministe ancora fresche dell'aspro confronto sul “manifesto francese”, firmato dalle tre Caterine (Deneuve, Millet, Robe Gillet) e da cento protagoniste della cultura e dello spettacolo in difesa del diritto dei maschi al corteggiamento “pesante”. Eppure la questione la definisce molto chiaramente la giornalista Flavia Perina, L'ex parlamentare finiana, proveniente dai ranghi dell'estrema destra rautiana ma da tempo approdata a una posizione aperta, fuori da ogni steccato ideologico, dedica poche righe al caso: “Volendo dire 'maiale fascista' avrei da suggerire a Gene Gnocchi un sacco di modi al posto della citazione del nome di Claretta Petacci da lui proposta ieri sera in associazione con foto di maiale tra i rifiuti, che in fondo è pur sempre una donna fucilata senza processo e appesa per i piedi, e non è che fa tanto ridere. (Upgrade: noto solo ora la risatina di Floris: pure lui se la poteva risparmiare)”.

La toppa più imbarazzante della battuta. Imbarazzante, infine, la toppa messa da chi ha provato a circoscrivere il danno spiegando che no, Gnocchi non voleva offendere Claretta Petacci ma semplicemente punzecchiare, colpendola nel suo immaginario sentimentale, Giorgia Meloni. E' stata infatti la leader di Fratelli d'Italia ad aver diffuso sul suo network social le immagini del maiale che grufola. Decisamente una toppa peggiore del buco. 

TV SPAZZATURA, scrive il 17/01/2018 Cristina Di Giorgi su "Il Giornale d’Italia". Claretta Petacci e le battute (a sproposito) di Gene Gnocchi. Il comico ha dato il nome della donna che morì con Mussolini al maiale che grufola tra i rifiuti della Capitale. Nel Paese dei vari Fiano, Boldrini e compagnia starnazzante, dove tutto e il contrario di tutto è lecito in nome di un “antifascismo da operetta” che si tinge ogni giorno di più di ridicolo, è perfettamente normale che un comico o presunto tale si permetta di offendere una donna stuprata, massacrata e appesa, da morta, a testa in giù. Una donna il cui unico torto è stato quello di amare l'Uomo più odiato dalle cosiddette “anime belle” (che belle non lo sono nemmeno un po') di ieri e di oggi. E' accaduto infatti che tal Gene Gnocchi, in qualità di “comico”, intervenendo in diretta tv nella puntata del 16 gennaio del programma “Di Martedì”, commentando le immagini di un video che mostra una scrofa grufolante tra i rifiuti a Roma, abbia avuto l'idea di dire: “E' un maiale femmina. Si chiama Claretta Petacci”. Una battuta sottolineata dalle risate del conduttore della trasmissione Giovanni Floris e seguita, sui social, da una valanga di reazioni indignate e commenti (giustamente) tutt'altro che teneri indirizzati al suddetto “giullare del politicamente corretto”, che hanno in vario modo criticato l'offensivo e rivoltante riferimento alla donna che ha amato Benito Mussolini così tanto da decidere di morire insieme a lui. Nonostante da quel sangue versato siano passati più di settant'anni, è purtroppo evidente (e la battuta di Gene Gnocchi è solo uno dei tanti esempi che si potrebbero fare in tal senso) che le anime marce nelle quale hanno trovato radici l'odio cieco e violento, che non si ferma nemmeno davanti alla morte, hanno continuato a nutrirsi di astio e risentimento. All'offesa terribile rivolta a Claretta, in cui le risate del conduttore di “Di Martedì” appaiono gravi quanto le parole del “comico” ospite della trasmissione, è andato poi ad aggiungersi nelle ore successive, un ulteriore insulto. Il silenzio assordante di tutti i personaggi di solito pronti a dire la loro sull'importanza del rispetto dei diritti delle donne e a far piovere strali di indignazione su tutto quanto non risulta conforme al pensiero unico antifascista.

Il silenzio degli indecenti su una gag da porcile. Claretta Petacci paragonata a un maiale. Lei che volle stare a fianco del suo uomo anche nella cattiva sorte, scrive Marcello Veneziani il 18 Gennaio 2018 su "Il Tempo". Ma non provate vergogna, voi della Sette, Floris, Mentana e voi Autorità Vigilanti, Presidenti di Camere, Senato, Anpi, Femministe, davanti alla schifosa, incivile battuta di Gene Gnocchi – se questo è un comico – sulla scrofa che razzola tra i rifiuti romani e che lui ha battezzato con la genialità di un demente malvagio, Claretta Petacci? Non stiamo parlando della macabra e bestiale macelleria di Piazzale Loreto, che fa vergognare ogni paese civile; non parliamo nemmeno di feroce vendetta contro un dittatore, un regime, una guerra. Qui parliamo di una donna che per amore solo per amore volle stare a fianco del suo uomo anche nella cattiva sorte, fino a condividere la morte, e prima lo stupro e poi lo scempio del cadavere. Non ebbe responsabilità durante il fascismo, Claretta Petacci, non trasse profitto, non consigliò mai Mussolini su nessuna scelta né lo spinse a commettere errori, non fece cerchio magico intorno al Duce. Fu amante appassionata e devota, spesso tradita, sempre ferita dall'essere comunque l'altra rispetto alla moglie e alla madre dei suoi figli. E persino lei, la sanguigna, verace Rachele, non ebbe parole di odio per la donna che restò al fianco di suo marito fino a farsi trucidare con lui, ma si lasciò sfuggire un moto sommesso di affetto e perfino di dolcissima invidia, perché avrebbe voluto essere stata lei al suo posto. I versi di un grande poeta come Ezra Pound su Ben e Clara appesi per i calcagni resteranno nei secoli. Del resto ognuno ha il cantore che si merita: c'è chi ha Ezra Pound e c'è chi ha Gene Gnocchi. Ricordo anni fa che uno storico divulgatore, di cui per carità verso un defunto taccio il nome, scrisse un libro sugli amorazzi di Mussolini, sulle sue amanti e i suoi figli illegittimi e per promuovere il libro organizzò una cena in tema. Nel menù c'era “petto di tacchino farcito alla Claretta”. Mi parve allora bestiale quell'allusione spiritosa al petto della Petacci e soprattutto alla farcitura che poi nella realtà fu una sventagliata di proiettili. Ma quella spiritosaggine triviale sembra oggi una delicatezza da gentleman rispetto alla battuta da porcile di Gnocchi. Femminicidio, violenza alle donne, sessismo, che considera l'amante femminile sempre una troia, volgarità in tv, correttezza di linguaggio: vanno tutti a puttane nel silenzio generale, col sorrisino compiaciuto di Floris, davanti a quell'atroce, feroce porcata di Gnocchi. Mi auguro che sia solo un frutto di abissale ignoranza, anche se è difficile pensare che uno anziano come Gnocchi non sappia almeno per sommi capi la storia. Un’ignoranza becera, comunque aggravata dal fatto che insultare i fascisti, calpestare i cadaveri loro e dei loro congiunti, è facile, hai dalla parte tua le istituzioni, i media, il conformismo della cultura, i parrucconi e i maestri censori. Magari ti scappa un contratto, una menzione, un elogio per il tuo intrepido coraggio antifascista. Mi auguro che la gente lo cancelli definitivamente dal novero dei comici; che resti a fare le sue serate comiche nei centri sociali, ma di quelli antagonisti feroci, o all'Anpi che non ha mai un moto di umanità verso i morti, i vinti e i trucidati o nelle sette sataniche. Che racconti a loro le sue troiate. E che finisca lui tra i rifiuti della tv spazzatura, insieme alla scrofa di cui ha meritato la parentela.

L’odio è odio anche quello per la Petacci, scrive Piero Sansonetti il 18 gennaio 2018 su "Il Dubbio".  L’uscita di Gene Gnocchi, in tv, contro Claretta Petacci, ha poco di comico. Se dici maiala a una signora che è stata fucilata 72 anni, sei molto spiritoso? Io non credo. Sto parlando del comico Gene Gnocchi, che l’altra sera, in Tv, ha usato questo termine, scherzosamente, per definire Claretta Petacci, l’amante di Benito Mussolini. Dico subito che considero l’antifascismo un valore, nella cultura politica italiana. Ho sempre pensato che l’antifascismo sia fondato su alcuni principi essenziali: la tolleranza, l’amore per la libertà, il rispetto degli altri soprattutto delle minoranze e degli sconfitti – il diritto. Si chiama antifascismo proprio per questo: perché la tragedia del fascismo fu esattamente quella di avere negato quei grandi principi della civiltà che sono la tolleranza e la libertà. Che c’è da ridere se ti dico: «Maiala»? Al di fuori della tolleranza non esiste l’antifascismo, ma invece esiste qualcosa che assomiglia molto a quello che è stato il fascismo. Svolgo questo ragionamento sperando di non offendere nessuno. E perché credo che sia un ragionamento attuale. Molto attuale. Da un po’ di tempo siamo costretti a misurarci di nuovo con il tema della tolleranza, che è stata travolta dal linguaggio dell’odio, dal trionfo delle appartenenze, dal giustizialismo. Si è invertito, di fronte all’opinione pubblica, lo stesso valore delle parole e delle espressioni. La parola tolleranza, come idea positiva, è stata sostituita da suo contrario: tolleranza zero. E la stessa parola “bontà”, che un tempo aveva un valore edificante, è stata rovesciata in “buonismo”, sostantivo che indica cedimento, debolezza, forse persino tradimento. Su questo giornale ci siamo occupati molto, nei mesi scorsi, del linguaggio dell’odio e della cultura dell’odio. In particolare nei giorni nei quali su questo tema – a Roma, alla fine dell’estate – si è svolto un convegno internazionale organizzato dalle avvocature dei paesi del G7. A me preme dire che il linguaggio dell’odio è il linguaggio dell’odio. Punto. Non ha colore politico. Ed è lo strumento con il quale tutti i populisti cercano di resistere all’avanzata della civiltà, della modernità, del diritto. Le parole usate da Gene Gnocchi rientrano pienamente nel linguaggio dell’odio. Non vale niente l’osservazione che Gnocchi è un comico, e quindi fa satira, e la satira è satira e non ha limiti e non ha correttezza. La satira ha un formidabile valore e una grandissima potenza nella battaglia culturale. E può spingere la cultura e il senso comune in una direzione o nella direzione opposta. Proibirla è una follia, criticarla (e qualche volta anche indignarsi per la sua volgarità) è legittimissimo. Gene Gnocchi si è presentato l’altro ieri sera alla trasmissione “Di Martedì”, sulla Sette (quella condotta da Marco Travaglio e che ha ospite quasi fisso Giovanni Floris), ha mostrato la foto di un maiale che cerca cibo tra i cassonetti dei rifiuti a Roma ( è una foto più volte usata da Giorgia Meloni per polemizzare contro la sindaca Raggi) e ha detto che quel maiale è una maiala e ha un nome e un cognome: Claretta Petacci. Penso che tutti sappiate chi è la Petacci. È la figlia di una famiglia piuttosto potente della borghesia romana, che da giovanissima, e cioè quando aveva 20 anni, si innamorò di Benito Mussolini e intrecciò con lui una storia d’amore che durò 13 anni. Cioè durò fino a quel fatale 28 aprile del 1945 nel quale Mussolini, che era stato catturato il giorno prima a Dongo mascherato da soldato tedesco, mentre cercava di espatriare in Svizzera, fu fucilato. L’esecuzione avvenne in una località di campagna, Giulino di Mezzegra, in Lombardia. Insieme all’ex duce fu arrestata anche Claretta, che gli era restata al fianco, mentre i Petacci si erano messi al sicuro in Spagna, ma lei si era rifiutata di seguirli. Sul capo di Mussolini pendeva la condanna a morte pronunciata dal Clnai, l’organismo di governo della Resistenza. La sentenza fu eseguita da tre partigiani del Pci, Walter Audisio, Aldo Lampredi e Michele Moretti. Fucilarono Mussolini e fucilarono anche Claretta. Il giorno dopo, i cadaveri di Mussolini e della Petacci furono portati a Milano, in piazzale Loreto, insieme ai cadaveri di altri gerarchi (tra i quali quello di Alessandro Mussolini, segretario del partito fascista) che erano stati catturati insieme a Mussolini e poi fucilati a Dongo. A piazzale Loreto, qualche mese prima (in agosto) i fascisti avevano fucilato 15 partigiani e poi li avevano appesi ai lampioni. Quel giorno, il 29 aprile, ci fu il contrappasso: i corpi dell’ex duce, dei gerarchi, e anche quello di Claretta, furono appesi per i piedi alla pensilina del distributore della Esso. Certamente fu una delle pagine meno solari della Resistenza. Contro Claretta Petacci non c’era nessuna sentenza. Né del Clnai e tantomeno di un regolare tribunale. Fu fucilata lo stesso. Forse per eccesso di zelo, forse perché fu lei che si gettò sul corpo dell’uomo che amava, per proteggerlo. Claretta Petacci non fu mai una donna di potere, non fu una gerarca, non ebbe incarichi politici, non è responsabile in nulla e per nulla degli errori e dei delitti del fascismo. Leggendo le sue carte si possono anche trovare frasi che testimoniano un fanatismo che oggi fa paura. Così come fa paura il fanatismo di chi decise di impiccarla per i piedi, e il fanatismo della folla che urlava e sputava sui cadaveri. Ma io non credo che in nessun modo questa circostanza giustifichi, 72 anni dopo, l’oltraggio gratuito contro la sua memoria, peraltro del tutto immotivato. Non credo che la battuta di Gene Gnocchi abbia niente a che fare con la comicità. Se ti dico che sei un porco, ti sto insultando, non ti sto prendendo in giro. È preoccupante, secondo me, proprio questa situazione: l’ingiuria, l’odio, la rabbia, il disprezzo che diventano strumento di satira, e cioè sono proposti al pubblico della televisione con naturalezza come pacifico elemento di divertimento. L’incattivimento dell’opinione pubblica, il trionfo dell’odio come sentimento popolare – o addirittura come giusto sentimento di rivolta o di riscatto – nascono e si rafforzano proprio qui: nella loro normalizzazione. Gene Gnocchi alla volte è molto spiritoso. A volte meno. La sua abitudine a dissacrare è apprezzabile. Quella dell’altra sera, francamente, è stata una pessima performance.

Da Mussolini alla Dc, il sesso ai tempi del potere. Napoleone e Vittorio Emanuele II si facevano portare donne per rapporti brevissimi. Col Duce si mettevano in fila. La Democrazia cristiana faceva tutto con discrezione: gestiva l’amante di Scelba e l’omosessualità di alcuni suoi esponenti di punta col riserbo di un grande partito, scrive Alessandro Marzo Magno il 22 Maggio 2011 su "Il Tempo". Il sesso compulsivo dei potenti non è certo una novità: la storia rigurgita di personaggi che badano solo alla quantità, che praticano un sesso onanistico mirato all'autosoddisfazione e che non ha alcun riguardo per la donna in quel momento coinvolta. Una contessa veneziana racconta di esser stata un sera portata (consenziente) nella stanza occupata in quel momento da Napoleone Bonaparte, al tempo semplice generale, che aveva appena messo fine alla millenaria storia della Serenissima. Bonaparte è assiso alla sua scrivania, quando la donna entra nemmeno si volta, le dice di spogliarsi e sistemarsi nel letto, cosa che la tapina fa. A un certo punto il generale corso si alza, si congiunge per un tempo brevissimo (minuti? Più probabilmente secondi) con la contessa, si riassetta, si rimette alla scrivania e invita la nobildonna a rivestirsi e a levarsi dai piedi. La scena si ripeteva più o meno ogni sera. Un vero e proprio malato di sesso è Vittorio Emanuele II. Non passa giorno senza che il primo re d'Italia grugnisca in piemontese di portargli una donna, cosa che gli efficienti servizi di sicurezza di Casa Savoia fanno. Gli consegnano una donna purchessia con la quale re Vittorio ha un velocissimo rapporto e poi, saziato all'istante, la paga e la manda via. Ma chi fa giungere al parossismo questo tipo di bulimia sessuale è Benito Mussolini. Come andassero le cose lo spiega Mimmo Franzinelli, storico del fascismo, a Gorizia per è Storia, che ha curato l'edizione dei diari di Claretta Petacci 1939-40 appena uscita con Rizzoli. «La novità di Mussolini – spiega – è il culto della personalità. Non aveva bisogno che la polizia segreta gli procurasse le donne, perché gli si offrivano spontaneamente. L'Archivio centrale dello Stato, a Roma, conserva una quantità di lettere di femmine in delirio che gli chiedono un incontro». A gestire il traffico è il segretario del duce, Quinto Navarra, che conoscendo gusti e attitudini del capo sceglie tra le lettere le donne che più si avvicinino alle sue esigenze. Gli incontri avvenivano a Palazzo Venezia, spesso truccati da udienze. Le donne venivano introdotte nell'ufficio del capo del governo, dove veniva consumato un rapporto di natura conigliesca sulla scrivania, sul tappeto, sul divano. In questo modo Mussolini vedeva rassicurata la sua mascolinità con donne che non avrebbe mai più rivisto. E cambia anche il rapporto delle donne con lui: sono soddisfatte di esser state toccate, di averlo visto da vicino, di aver subito una sorta di imposizione taumaturgica da parte del maschio più maschio d'Italia. Erano donne di tutte le classi sociali, dalla popolana alla principessa, in deliquio per aver soddisfatto le voglie del simbolo della virilità. Tutto ciò accadeva mentre Mussolini aveva Claretta Petacci come amante e Rachele come moglie. «Nemmeno una donna giovane e desiderabile come la Petacci lo soddisfaceva», sottolinea Franzinelli. In compenso non disdegnava di prendersi ulteriori extra, come la giornalista francese (e spia tedesca) Magda de Fontanges che, ammaliata dal maschio latino, gli si concede durante un'intervista. La Petacci è gelosissima, nonostante questo (o forse proprio per questo) Mussolini la informa regolarmente delle altre, facendola infuriare. Claretta scrive nei suoi diari che Mussolini continua ad avere rapporti, seppur molto diradati, con Rachele. La moglie ogni tanto lo cerca, imponendogli di adempiere ai doveri coniugali e lui si concede purché lei si levi di torno e lo lasci in pace. «Avevano anche un gergo», osserva Franzinelli, «Mussolini diceva alla Petacci: “Oggi ho pagato il tributo”, lei capiva, lo insultava, piangeva, si disperava perché lo voleva tutto per lei». Nel dopoguerra, con i democristiani cambia tutto. Nelle zone più bianche, tipo Veneto, se un politico diccì si fa l'amante viene convocato in Curia e il vescovo in persona gli impone di tornare all'ovile. Questo testimonia due cose: che si stava ben attenti alla non ricattabilità dei politici e che i veri capi della Dc erano i vescovi. C'erano eccezioni, naturalmente: Mario Scelba ha per amante una signora romana dalla quale ha avuto anche una figlia segreta. Ma quando il “ministro di polizia” non è più in posizione tale da poter far saltare qualche testa e si oppone al neonato centrosinistra, si vede recapitare in busta chiusa una foto di lui con l'amante al tavolino di un bar. Sono i servizi segreti: gli vogliono far capire che sanno e che è meglio se ne stia buono. Ma gli amori etero non fanno storia nella Dc. Ben più importanti sono i rapporti gay. Emilio Colombo proprio per questo non sarà mai candidato alla presidenza della Repubblica, pur avendo le carte in regole per aspirare alla carica. Nessuno, mai, si incaricherà di opporsi alla sua candidatura, semplicemente nessuno, mai, lo candiderà (la Dc era così, per chi non se lo ricordasse). Emilio Colombo, Mariano Rumor e Fiorentino Sullo erano soprannominati le “Sorelle Bandiera” e neanche tanto riservatamente, se in un famoso congresso Dc i delegati hanno apertamente applaudito alle “Sorelle Bandiera”. Il vicentino Mariano Rumor arriva a fare il Presidente del consiglio e si narra che nel suo studio privato romano avesse un balcone con una splendida vista sulla città e che invitasse i giovani virgulti ad affacciarsi per poterne poi contemplare le forme. Fiorentino Sullo, originario della provincia di Avellino, diventa più volte ministro, ma l'ostracismo di Amintore Fanfani verso di lui si fa talmente forte che abbandona la Dc per passare al Psdi. Ormai da qualche anno non è più un segreto che Bettino Craxi abbia a lungo avuto per amante Ania Pieroni, un'attrice romana, e che abbia avuto una più breve relazione con la pornostar Moana Pozzi. Ben più misteriosa è invece la storia di un politico della Seconda repubblica che avrebbe avuto una crisi dovuta a un'overdose di Viagra durante un rapporto con una show girl.

Razza di ipocriti. Fontana: "Difendere la razza bianca". La sinistra lo azzanna, scrive Alessandro Sallusti, Martedì 16/01/2018, su "Il Giornale". Attilio Fontana, candidato per il centrodestra alle elezioni regionali della Lombardia, ieri è finito nella bufera per una frase detta durante una intervista radiofonica. Questa: «Basta immigrati, la razza bianca è a rischio». A fare indignare la sinistra e i politicamente corretti non è stato tanto il concetto ma la parola «razza», ritenuta di per sé razzista e quindi impronunciabile. Secondo questi signori che si dicono scioccati dall'uscita di Fontana - non esiste la «razza bianca», di più, non esistono le «razze», cioè le diversità tra gli abitanti delle varie aree della terra. Concetto che fa a pugni con la nostra Costituzione, che all'articolo 3 recita: «Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche». Tutte le «razze», quindi, pari sono anche per la legge, e questo è pacifico, ma esistono. Negarlo significherebbe dover mettere al rogo, oltre che la Carta, anche i dizionari e vocabolari che tutti riportano la voce «razza». Cito il Devoto-Oli, bibbia della cultura italiana: «Razza: gruppo di individui di una specie contraddistinti da comuni caratteri esteriori ed ereditari». Scioccante, quindi, non è la frase pronunciata da Attilio Fontana, sulla quale non è dovuta condivisione, ma la reazione basata su un falso (le razze non esistono) e impedire l'uso della lingua italiana, quella dei nostri avi, dei nostri vocabolari e della nostra Costituzione. Ci vogliono imporre il vocabolario di Laura Boldrini e soci: il boldrinese, lingua che vorrebbe, tra l'altro, declinare per legge al femminile parole come «sindaco» che in realtà esistono solo come sostantivi maschili. Davanti a Dio e alla legge tutti gli esseri umani sono uguali, e di questo ne sono profondamente convinto. Ma ciò non significa negare le diversità, che semmai sono una delle ricchezze del mondo, un patrimonio che il pensiero unico vorrebbe distruggere. Un uomo è diverso da una donna, un etero da un gay, un nero da un bianco, il nostro Dio da Allah. Ci sono i magri e gli obesi, i belli e i brutti, i sani e i matti. Per fortuna la pensiamo diversamente e per questo veniamo catalogati in categorie politiche e filosofiche. Razzismo non è «definire» ma «discriminare». Attilio Fontana ha usato la lingua italiana per esprimere un suo concetto in modo chiaro e comprensibile a tutti e fa ridere che politici dal congiuntivo incerto si mettano a fare i maestrini. Razza di ignoranti.

Ecco come i partiti «riciclano» i simboli L’escamotage per presentarsi alle elezioni. Come previsto dal Rosatellum, i partiti già rappresentati in Parlamento sono esentati dalla raccolta firme. Ecco con quali formazioni i simboli presenti oggi in Aula saranno in campo il 4 marzo, scrive il 5 gennaio 2018 "Il Corriere della Sera".

La mossa della sinistra, dopo la scissione dal Pd. Le sigle nate dagli scissionisti del Pd e dagli ex di Sel concorreranno con il simbolo di Liberi e Uguali.

I Socialisti salvano Insieme. I Socialisti sono guidati da Riccardo Nencini. Il partito è presente in Parlamento da inizio legislatura e per questo esonera dalla raccolta di migliaia di firme la lista Insieme.

Tabacci presta il simbolo e salva la Bonino. Centro Democratico, formazione guidata da Bruno Tabacci, con una mossa a sorpresa ha consentito a +Europa di presentarsi alle elezioni, salvando il progetto della leader radicale Emma Bonino.

Il simbolo di Monti salva i centristi (di centrodestra). Enrico Zanetti detiene il simbolo del partito creato da Mario Monti. E proprio grazie a questo consentirà ai centristi di Noi per l’Italia di presentarsi alle urne (a sostegno del centrodestra.

La ministra Lorenzin e gli altri centristi (con il centrosinistra). La sigla, nata dopo la scissione del Pdl e l’addio a Ncd, permetterà alla ministra Beatrice Lorenzin di presentare la lista Civica popolare (a sostegno del centrosinistra).

Il nuovo che avanza: il cattolico Tabacci salva la radicale Bonino. Cd offre il simbolo a +Europa. Rutelli contro Lorenzin: "Giù le mani dalla Margherita", scrive Roberto Scafuri, Venerdì 05/01/2018, su "Il Giornale". La «tabacciata» arriva all'improvviso: più che un coupe de theatre unapecionata d'avanspettacolo. Il cattolicissimo Bruno Tabacci è seduto in prima fila, alla conferenza stampa dell'iperlaica Emma Bonino. Storie parallele che non s'incontrano all'infinito, ma alla stampa estera. L'invitano a parlare, lui dice di «aver riunito in mattinata i vertici della sua formazione» (in una cabina telefonica?) e che all'unanimità s'è deciso di «mettere a disposizione il simbolo» per la lista di +Europa. Che meraviglia. Si finge sorpresa, come davanti a un'infantile platea, ma il circo Barnum è appena cominciato. Perché l'aiuto salvifico di Tabacci a Renzi e Bonino viene accolto manco fosse la mano della Provvidenza, eppure chiunque abbia avuto a che fare con l'istrionico veterano dei salti alla «tarzan» sa che quel vento promette procella e non dirada le nubi calate sul Nazareno. Il Pd è sempre più isolato, le sue liste di ascari non riescono a mascherare l'improvvisazione e il sottovuoto spinto. È un labirinto ormai indistricabile di angosce e desideri, liste e accordi falliti. Si finirà in liti rabbiose e cause temerarie. Non risolverà i guai di Bonino e Renzi, la «furbata» dell'aiutino parlamentare che scongiura la raccolta delle firme. Anche perché Tabacci vende la pelle di un orso che non è mai in suo possesso: i voti degli elettori, e non certo il misconosciuto simbolo del Centro democratico (apparterrebbe anche a Pino Pisicchio, che signorilmente fa sapere di «non avere alcun interesse» a reclamarlo). Già vicesegretario dc, quindi a terra come sanculotto di Pisapia, prima in qualità di capo dei «marxisti per Tabacci», poi nella precedente corsa verso una lista di sinistra, l'Uomo per tutte le stagioni rende vieppiù ridicola la messinscena della Bonino e Della Vedova, volta a ottenere la forzatura illegittima di una legge che invece ha una sua precisa ratio: complicare la vita alle listarelle che alimentano il mercato delle vacche cui assistiamo. E se gli slabbrati Regolamenti parlamentari consentono di aggirare qualsiasi norma, il capogruppo di Democrazia solidale - Centro democratico, Lorenzo Dellai, clamorosamente smentirà Tabacci sull'utilizzo della scappatoia: «Apprendo di questa cosa in diretta tv. Siccome i gruppi parlamentari sono cose serie, devo sentire i colleghi e poi decideremo». Tabacci replica di essere l'unico a decidere (ma allora quali vertici ha riunito?). E siccome poi forse la serietà non è di casa neppure dove dice Dellai, ecco Rutelli protestare contro la Lorenzin (e il medesimo Dellai) per l'utilizzo di nome e simbolo della Margherita. «Giù le mani dalla sua storia», scrive in una nota l'ex leader, che ha già inviato una diffida. «Una lista last-minute, presentata in modo avventato e autolesionistico», mediante «una furbizia di bassa lega», lamenta Rutelli rivendicando il copyright della Margherita fin dall'89. Risponde Dellai, che aveva lo stesso fiore nel simbolo della sua Unione per il Trentino: «Nessuno pensa di usarlo; abbiamo il nostro nome, il nostro logo e una storia diversa, non vedo conflitto». Lo vedrà in tribunale, dopo le urne. O, con maggiori probabilità, nel giardinetto dietro casa ad annaffiar margherite. E a maledire quell'arduo un per cento.

Elezioni, Bonino salva con una furbata: per evitare le firme usa il simbolo di Tabacci, scrive Valeria Gelsi giovedì 4 gennaio 2018 su "Il Secolo d'Italia". Tanto hanno fatto che ci sono riusciti: Emma Bonino e il suo partito +Europa hanno trovato il modo di aggirare la legge sulla raccolta delle firme. Grazie ai buoni uffici di Bruno Tabacci, che ha messo a disposizione il simbolo di Centro democratico, saranno esentati: Cd, in quanto forza già rappresentata in Parlamento, non ha l’obbligo di dimostrare preventivamente di essere rappresentativa di una parte dei cittadini. Finisce dunque così, con un escamotage, una battaglia legalitaria a vantaggio della democrazia e dell’indipendenza delle forze politiche non rappresentate alle Camere.

Bonino esulta: «Anche noi ai blocchi di partenza». «Stamattina ho riunito gli organismi dirigenti di Centro democratico: metto a disposizione il simbolo per la sfida di Emma Bonino, per recuperare una condizione di libertà, consideriamola una scelta di servizio alla democrazia», ha fatto sapere Bruno Tabacci, intervenendo alla conferenza stampa di +Europa convocata proprio sul tema della raccolta delle firme. «Il gesto generoso e autonomo di Bruno Tabacci ci consente di essere presenti alle elezioni del 4 marzo a parità degli altri ai blocchi di partenza», ha poi commentato Bonino, aggiungendo che «ora si apre un altro scenario rispetto all’obbligo di correre da soli, ma questo aumenterà la forza di adesione di personalità, cittadini e finanziatori al nostro progetto». La leader di +Europa ha poi spiegato di considerare quello di Tabacci «un servizio grande reso al Paese e a tutti gli elettori».

Una decisione a vantaggio della democrazia? La mossa di Tabacci libera Emma Bonino dalla schiavitù di dover sottostare ai diktat del Pd in fatto di liste e collegi. Una condizione di autonomia che +Europa ha difeso strenuamente mettendo a rischio la possibilità di correre alle elezioni, proprio per la difficoltà di dover raccogliere le firme. È altrettanto vero, però, che questo escamotage rappresenta uno schiaffo per tutte quelle forze politiche che, pur potendo vantare una certa rappresentatività in giro per il Paese, non sono ancora rappresentate in parlamento e non possono giovarsi di «gesti generosi» di amici leader di partito. In sintesi, si tratta di una trovata che determina uno squilibrio e non un rafforzamento della democrazia.

+Europa se la cava con una furbata. Ora che c’è l’accordo politico, al nuovo asse tra Emma Bonino e Bruno Tabacci serve lo sbocco tecnico, che – è stato spiegato – arriverà a breve: l’intesa dovrà essere formalizzata legalmente, di fronte a un notaio, per garantire la cessione da Centro democratico a +Europa del diritto a non raccogliere firme per presentare il simbolo alle prossime elezioni politiche. Su questo piano però potrebbe esserci qualche intoppo: il capogruppo di Cd, Lorenzo Dellai, ha spiegato di essere stato colto di sorpresa dall’annuncio di Tabacci e ha annunciato la volontà di sentire i colleghi parlamentari per decidere il da farsi. Quello di +Europa non è comunque un caso isolato: è lo stesso meccanismo utilizzato da Liberi e uguali, che con un simbolo nuovo ha goduto dell’esenzione sulle firme che spettava ai fondatori Mdp e Sinistra Italiana. Così sarà il simbolo +Europa (e non quello Centro democratico) a comparire sulle prossime schede elettorali. Nel caso di Liberi e Uguali, però, va registrato almeno il fatto che esiste una reale continuità con le formazioni precedenti, i cui esponenti sono confluiti nel nuovo partito di Grasso. Non lo stesso si può dire dell’accordo tra Bonino e Tabacci, che ha più che altro il sapore di una “furbata”. Magari per nobili motivi, ma pur sempre una furbata.

Sergio D’Elia: «Vicenda un po’ penosa». Durissime poi le parole di Sergio D’Elia, già parlamentare de La Rosa nel Pugno, attualmente segretario di Nessuno Tocchi Caino e coordinatore della presidenza del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito. «È francamente un po’ penoso – ha detto lo storico esponente radicale in una intervista a Il Tempo – che Emma Bonino sollevi la questione della difficoltà a raccogliere le firme e non quella delle condizioni generali in cui si va a votare». «Tutta l’analisi del regime italiano che da decenni noi abbiamo fatto come Partito Radicale è inesistente», ha aggiunto D’Elia, criticando e i Radicali Italiani per la scelta «di ridurre la storia del Partito Radicale alla mera presenza elettorale e ricerca di posti nelle istituzioni».

Tabacci, la parabola del buon democristiano, scrive Venerdì, 05 Gennaio 2018, "Agenzia Radicale". Bruno Tabacci è democristiano di vecchio conio che ne ha passate tante dai tempi della Prima repubblica fino ai giorni nostri, attraversando i marosi di Mani Pulite, oscillando da destra a sinistra nel ventennio berlusconiano, ma sostanzialmente tenendo la barra sempre al centro. Questa mattina sui giornali fioccavano lemini-biografie, giusto per rinfrescare la memoria a quanti avessero voluto conoscere il percorso del politico generoso e navigato che si è messo a disposizione per consentire alla lista di Emma Bonino di superare la trappola del Rosatellum. Si tratta di "un servizio alla democrazia", è stato detto con raggiante compiacimento, maturato a sorpresa e non del tutto conconcordato con i compagni di cordata – per esempio Dellai - sparsi un po' ovunque alla ricerca di una nuova casa elettorale. Il prezioso simbolo del Centro Democratico diventa così il passi per la sfida parlamentare di +Europa. Resta da capire in che termini prenderà forma l'anomalo apparentamento elettorale. Gli stessi protagonisti, in conferenza stampa, hanno ammesso di aver bisogno di un po' di tempo per elaborare la novità. L'unica cosa per ora certa è l'aver aggirato l'ostacolo della raccolta firme. Le modalità lasciano tuttavia perplessi, più della stessa scelta di correre alle elezioni perseguita con pervicacia dall'ex “madonna pellegrina dei radicali”. A questo va aggiunta la sgradevole sensazione che davvero un giorno moriremo tutti democristiani.

+Europa e -firme. Una scelta radicalmente democristiana, scrive Veronica Sansonetti il 4 gennaio 2018 su Formiche .net. Riflessione dopo la mossa di Tabacci a favore della Bonino. Fra tono ironico e ragionamento serio, il punto dell'auspicabile superamento della dicotomia fra laici e cattolici in Italia. Quando Formiche.net ha suggerito una intesa fra la Bonino e la Lorenzin nessuno immaginava che di lì a poco Bruno Tabacci uscisse dal cilindro una soluzione ancora più facile e meno impegnativa (per la leader radicale). La vicenda è ormai nota urbi et orbi. Per un meccanismo che solo in Italia può esserci, Tabacci concede il simbolo di Centro Democratica a +Europa che in realtà mantiene il suo ma acquisisce il diritto a non presentare la lista. D’altronde, cosa poteva risolvere un italico pasticcio? Semplice: solo un pasticcio più grande. Chiariamoci: sono tutti contenti della soluzione ed obiettivamente occorre riconoscere a Tabacci generosità ed abilità politica ed alla Bonino il merito di non arrendersi mai nelle sue battaglie. Restano due punti. Il primo solo apparentemente formale: nell’anno di grazia 2018 è possibile che il tema dell’accesso alle elezioni debba essere regolato in questo modo opaco e greve?

Secondo punto invece è politico. Sono sicure la Bonino e la Lorenzin che la loro unione civile non possa essere una opportunità comunque, anche senza il vincolo della necessità? Chissà che quello visto con Tabacci non sia solo il primo passo di un superamento del vecchio cleavage laico/cattolico. Il nostro sogno, lo confessiamo, sarebbe di poter avere una formazione “radicalmente democristiana”.

L’intesa contronatura Bonino-Tabacci (Pannella si rivolta nella tomba): arriva il soccorso per Matteo, che darà la sua benedizione a breve, scrive Pino Salerno il 4 gennaio 2018 su jobsnews.it. In altri periodi storici, qualcuno avrebbe potuto definirlo inciucio, qualcun altro tradimento, qualcun altro ancora “intesa contronatura”. Siamo tuttavia certi che quanto è accaduto sancisce definitivamente l’abbandono della pratica e della teoria radicali dettate dalla lezione di Marco Pannella, e più volte invocate su questo nostro quotidiano negli interventi di un radicale e discepolo storico di Pannella come Valter Vecellio. La vicenda della lista +Europa si chiude, forse, con un piccolo colpo di scena, la lista di Emma Bonino, Benedetto della Vedova e dei Radicali Italiani di Magi sarà presente alle elezioni grazie al Centro democratico di Bruno Tabacci. Il politico centrista è intervenuto alla conferenza stampa organizzata dai radicali per protestare contro le modalità di presentazione delle liste, che rischiavano di escludere la lista +Europa, mettendo a disposizione il simbolo di Centro democratico. La legge elettorale, infatti, prevede l’obbligo di raccolta delle firme solo per chi non abbia già un gruppo parlamentare nel Parlamento uscente e il raccordo tra +Europa e Cd permette quindi di presentare la lista senza dover trovare 25mila firme autenticate entro il 29 gennaio.

Bonino a Tabacci: “Hai reso un grande servizio al Paese”. Ha spiegato Tabacci: “Sono rimasto molto colpito dalla vicenda della lista +Europa. Ho deciso di mettere a disposizione il simbolo del Centro democratico per recuperare una dimensione di libertà che è fondamentale. Se non ci fosse stata la lista di Emma Bonino saremmo stati tutti più poveri”. Una disponibilità subito raccolta dalla Bonino: “Questo gesto generoso e autonomo è coerente con lo spirito europeista e consentirà a noi e a voi con noi – +Europa con Emma Bonino – di essere presente alle elezioni del 4 marzo, per offrire questa opzione agli italiani, a parità di condizioni ai blocchi di partenza. Penso sia un servizio grande che hai reso al paese”. Ha concluso la Bonino: “Noi siamo l’unica novità politica di questo passaggio elettorale”. Presto, però, per dire se ci sarà un’alleanza con il Pd: “Questa è una novità delle ultime ore, consentiteci il tempo di respirare, di vedere”. Tabacci ha aggiunto: “Ci collochiamo nel centrosinistra, per l’apparentamento vedremo”.

L’altalena di rapporti tra Bonino e il Pd di Renzi: prima giudica il Rosatellum un imbroglio, poi però aggiunge il suo nome a +Europa. Ancora stamani, il sottosegretario Benedetto Della Vedova, eletto nel 2013 con Monti, ma dopo aver attraversato diverse formazioni di destra, sinistra e centro, aveva annunciato che +Europa si sarebbe attivato per raccogliere le firme autonomamente, non chiedendo l’apparentamento ai Dem per la mancanza di sufficienti garanzie politiche. Contestualmente, Piero Fassino aveva chiesto di “tenere la porta aperta”, rassicurando +Europa sulla raccolta delle firme. Una questione che ora risulta bypassata dagli eventi, anche se restano ancora dei nodi da sciogliere, come ad esempio la fisionomia che il nuovo ibrido, o inciucio, o accordo contronatura politico dovrà avere, perché se è vero che per Tabacci “la collocazione è il centrosinistra”, ci sarà da valutare i modi dell’apparentamento col Pd di Renzi. A questo proposito, è stata annunciata un’assemblea per il 13 gennaio, nel corso della quale saranno definiti maggiormente i contorni di un’operazione politica che ha sorpreso tutti. Anche alcuni esponenti dello stesso Centro Democratico come il capogruppo Lorenzo Dellai, che ha fatto sapere di aver appreso della cosa “in tv”. Anzi, non solo ospite di Tgcom24 ha spiegato a tal proposito: “Apprendo di questa cosa in diretta tv. Siccome i gruppi parlamentari sono una cosa seria devo sentire i colleghi e poi decideremo. Sull’esenzione delle firme valuteremo”, ma ha anche annunciato che “l’intesa sulla lista Civica popolare” quella della ministra Lorenzin, “è fatta. Ci siamo e saremo in campo. La questione politica è risolta per un centro che guarda a sinistra”.

L’assalto entusiastico di esponenti dem alle agenzie di stampa e le parole di Fassino: “intesa con Bonino in nome dell’europeismo”. In ogni caso, dopo la conferenza stampa di Bonino, Della Vedova e Tabacci, le agenzie di stampa sono state assaltate da comunicati di esponenti del Partito democratico, che salutano (nonostante le difficoltà dichiarate dagli stessi protagonisti) con enorme favore questa soluzione, in attesa della benedizione definitiva di Matteo Renzi. In un comunicato, infatti, Piero Fassino, che per il Pd ha gestito tutta la fase delle trattative per la costituzione dell’alleanza, scrive: “l’intesa Tabacci-Bonino è un passo positivo che può consentire il superamento dell’impasse sulle firme per la lista +Europa. Adesso è tempo di scelte politiche, e il Partito Democratico ribadisce l’interesse a una intesa proprio in nome di quell’europeismo che ispira la lista Bonino ed è nel Dna del PD. Per questo siamo pronti al più ampio confronto sia sulle opzioni politico-programmatiche, sia sulle modalità con cui presentarci insieme nei collegi uninominali”.

L’intoppo regolamentare del gruppo alla Camera e l’indisponibilità del simbolo per Tabacci. Un gran caos. L’ultima parola però non può ancora essere pronunciata, secondo il regolamento della Camera. Il gruppo Democrazia solidale-Centro democratico, presente in parlamento nella XVII legislatura, non è nelle ‘disponibilità’ del solo Tabacci e sarà necessario che tutte le componenti che facevano parte del gruppo siano d’accordo. Come è stato fatto, ad esempio, nel caso della lista Insieme, composta da Psi, Verdi ed ex prodiani. I socialisti, essendo presenti in Parlamento al Senato con il gruppo ‘Autonomie-Psi-Maie’, hanno dovuto chiedere – spiegano esponenti della lista – una liberatoria da parte delle altre componenti del gruppo. Quanto al gruppo Centro democratico, il nome e il simbolo li ha, per così dire, portati in eredità proprio l’ex assessore della giunta Pisapia. Infatti, il gruppo ha subito diverse vicissitudini e trasformazioni nel corso della legislatura: nel sito della Camera, si legge infatti che il gruppo si è costituito il 10 dicembre del 2013 sotto la iniziale denominazione “Per l’Italia”. In quella data Tabacci non faceva parte del gruppo ma era iscritto a “Centro democratico” che risultava una componente del gruppo Misto. Da quella data in poi sono stati diversi i ‘cambi’ in corsa di deputati che hanno lasciato il gruppo per andare altrove (molti nelle file del centrodestra, altri nel Pd). In data 19 novembre 2014 arriva Tabacci. Nel sito della Camera si legge infatti: “hanno aderito al gruppo i deputati Roberto Capelli, Carmelo Lo Monte e Bruno Tabacci provenienti dalla componente politica del gruppo Misto ‘Centro Democratico’”. Alcune settimane dopo il gruppo modifica la precedente denominazione, passando da “Per l’Italia” a “Per l’Italia-Centro democratico”. L’11 gennaio del 2016 il gruppo cambia nuovamente nome, da “Per l’Italia-Centro democratico” in “Democrazia Solidale-Centro Democratico”. Tecnicamente, dunque, occorrerà una ulteriore verifica nel gruppo parlamentare.

L’ira dei socialisti di Nencini, che avrebbero voluto Bonino con loro. Anche per questa ragione, si registra la reazione irata dei socialisti di Nencini che in un duro articolo pubblicato su Avantionline scrivono: “Non è mancato il rammarico da parte socialista per la mancata adesione dei radicali, storici alleati del Psi, alla lista Insieme. L’ex ministro degli Esteri prima ha deciso di correre da sola nelle politiche del 4 marzo, poi non riuscendo a raccogliere le firme necessarie, ha prima protestato contro il Partito democratico, poi ha accettato infine di correre con Bruno Tabacci. La lista +Europa di Emma Bonino, Benedetto Della Vedova e dei Radicali sarà presente alle elezioni grazie al Centro democratico di Bruno Tabacci”. Insomma, anche i socialisti in qualche modo si sentono traditi per un’intesa strampalata, ma astuta, nella quale emerge l’unica certezza: il nome di Emma Bonino accanto al simbolo di Centro democratico.

Una brioche chiamata pane, scrive il 4-01-2018 Mauro del Bue su "L'Avanti. Avevo avvertito che alla fine la lista Più Europa con Emma Bonino avrebbe accettato le brioches chiamandole pane. Certo di tutte le ipotesi che immaginavo questa é la più esilarante. La Bonino ha sostenuto che la sua era una battaglia di diritto, che non avrebbe accettato un aiutino in termini di raccolta delle firme da parte del Pd, che la sua battaglia riguardava tutti e non solo la sua lista e per questo manifestava l’urgenza di un decreto governativo che mettesse tutti sullo stesso piano. Con sorpresa apprendiamo invece che oggi la Bonino ha accettato l’offerta di Bruno Tabacci di utilizzare la sua esenzione da firme dovuta all’esistenza alla Camera del gruppo del suo Centro democratico. Personalmente trasecolo. La lista Più Europa aveva rifiutato l’accordo con socialisti e verdi che avrebbe consentito di non raccogliere le firme per la presenza al Senato del Gruppo Psi e autonomie, e poi accetta invece l’accordo con Tabacci e il Centro democratico, che non è solo un fatto tecnico (anche su questo transfert di diritti ci sarebbe molto da dire), ma politico visto che il leader di Centro democratico parla ora a nome del nuovo raggruppamento che porterà anche le sue insegne. La cosa che lascia ulteriormente perplessi, ma in politica ormai succede di tutto, è l’appuntamento del 13 gennaio in cui la nuova lista, che definiremo Bonino-Tabacci, dovrà decidere la sua collocazione. Tabacci ha rivelato che la lista si colloca nel centro-sinistra, ma solo in quell’occasione deciderà se apparentarsi o meno col Pd. Ottimo prestigiatore il vecchio Bruno, aduso a molte alleanze, da Pisapia fino a Casini, deviando sulla Bonino. Vedremo. Non so se valga la pena ricordare che i socialisti, i verdi, i civici che abbiamo coinvolto nella lista Insieme sono ispirati a una cultura laica e riformista che forse (il forse è pleonastico) dovrebbe essere un poco più vicino alla storia radicale del Centro democratico tabacciano. Penso che il primo a saperlo dovrebbe essere Tabacci che da bravo ex democristiano non fatica a capire che è meglio un’unica lista più forte che due più deboli. Non dovrebbe essere difficile saperlo. Eppure…

Cosa è successo fra Bonino e Tabacci. L'ex deputato democristiano ha offerto il simbolo del suo partitino – Centro Democratico – alla lista +Europa, che quindi non dovrà più raccogliere 25mila firme in una settimana, scrive il 5 gennaio 2018 "Il Post". Ieri pomeriggio si è risolta, un po’ a sorpresa, una delle questioni politiche che più aveva attirato le attenzioni dei giornali in questi giorni: la necessità della nuova lista +Europa, guidata da Emma Bonino, di raccogliere 25mila firme in una settimana per potersi presentare alle elezioni, come previsto da una clausola della nuova legge elettorale. La soluzione trovata è questa: dato che l’obbligo di raccogliere le firme vale solo per i partiti che non hanno nessun legame con quelli eletti nella legislatura uscente, per evitare di farlo bisognava allearsi o essere politicamente collegati a un partito oggi in Parlamento. Il partito in questione è stato trovato e sarà Centro Democratico – che nel 2013 era in coalizione col PD – il cui leader Bruno Tabacci ha offerto un’alleanza a +Europa dopo aver saputo che rischiava di non potersi nemmeno candidare. Ora +Europa non dovrà più raccogliere le firme, e deciderà insieme a Centro Democratico se entrare in coalizione col PD in un’assemblea convocata per il 13 gennaio. L’alleanza sembra quasi scontata: se ne parla da mesi e converrebbe sia al PD, che al momento è distante di parecchi punti dalla coalizione di centrodestra e dal Movimento 5 Stelle, sia alla nuova lista +Europa-Centro Democratico, che quasi certamente non entrerebbe in Parlamento se si presentasse da sola. I giornalisti presenti alla conferenza stampa in cui è stata annunciata la nuova lista hanno raccontato che è stato tutto piuttosto teatrale. Quasi nessuno sapeva dell’offerta di Tabacci e qualcuno si era anche chiesto perché fosse seduto in prima fila. Bonino ha iniziato come ci si aspettava, attaccando il governo per non aver modificato la legge elettorale per semplificare le cose a +Europa, e poi ha improvvisamente chiamato Tabacci a parlare. Arrivato sul palco, Tabacci ha annunciato che avrebbe messo a disposizione di +Europa il simbolo di Centro Democratico; alla fine Tabacci e Bonino si sono dati delle pacche sulle spalle e hanno posato insieme per i fotografi. «Consideriamola una scelta di servizio alla democrazia», ha spiegato Tabacci durante la conferenza stampa. Lui e Bonino in effetti provengono da storie molto diverse, e in superficie l’alleanza può sembrare un po’ forzata: Bonino è stata una storica leader dei Radicali, il partito che ha combattuto decine di battaglie per la laicità dello Stato; Tabacci, prima di avvicinarsi al centrosinistra e a Giuliano Pisapia – che lo nominò assessore al bilancio del Comune di Milano – fu consigliere regionale e deputato con la Democrazia Cristiana. Ma Tabacci e Bonino ormai da tempo frequentano una variegata area di centro-centrosinistra che raccoglie chi non si riconosce completamente nel PD ma non è disposto a stare più a sinistra o ad allearsi col centrodestra. Il PD rimane comunque l’alleato naturale per la nuova lista, e per alcuni la formazione di una coalizione non è mai stata in discussione; dentro al PD molti hanno accusato Bonino e +Europa di avere esagerato il problema della raccolta firme per ottenere condizioni più favorevoli nei negoziati delle prossime settimane. «Stanno facendo il loro mestiere, anche domani avranno i titoli dei giornali», ha detto allo Huffington Post un alto dirigente del PD che ha voluto rimanere anonimo. Dopo l’assemblea del 13 gennaio, +Europa-Centro Democratico avrà tempo fino al 20 per chiedere al PD di presentarsi ufficialmente insieme, mentre la scadenza per presentare le candidature – fra cui quelle nei collegi uninominali, dove ciascuna coalizione presenterà un solo candidato – sarà il 29 gennaio.

Tabacci e Bonino, perché è un matrimonio d’interesse. Altro che "folgorazione in bicicletta". L'operazione di dare il simbolo di CD alla lista +Europa è l’ultima chance per Tabacci di rimandare la pensione, scrive il 5 gennaio 2018 Sara Dellabella su Panorama. Cos’hanno in comune un cattolico e un laico? Apparentemente nulla, ma nella politica italiana si è celebrato un matrimonio impossibile. Bruno Tabacci, democristiano doc, ha messo a disposizione il simbolo di Centro democratico alla lista +Europa di Emma Bonino per superare il problema della raccolta firme che stava mettendo in seria difficoltà i Radicali per le prossime elezioni politiche. Secondo una norma contenuta nel Rosatellum infatti sono esentati dalla raccolta firme per la presentazione delle liste tutti i partiti presenti in parlamento al momento delle elezioni. Poi poco importa che Centro Democratico sia un partito con percentuali da prefisso telefonico e conti su una sparuta truppa di 12 deputati. Bruno Tabacci in questa vicenda si è ritagliato il ruolo del "principe azzurro" che accorre a salvare Emma e i suoi con il suo simbolo. Ma la realtà è un po’ diversa, perché bene non si capisce chi salverà chi. Il Rosatellum prevede lo sbarramento del 3 per cento per l’ingresso in Parlamento e senza la leadership di Emma Bonino rimarrebbe una chimera impossibile per i centristi. Lo scambio tra i due sembra equo per un obiettivo che rimane comunque complicato senza apparentamenti con il Pd che in queste ore teme che il nuovo gruppo chieda più posti in lista.

I vantaggi per Tabacci. Il diavolo e l’acqua santa, quindi hanno stretto un accordo pur di entrare in Parlamento, dopodiché le strade potranno anche dividersi. Per Tabacci, già alla quarta legislatura, l’accordo con i Radicali rappresenta l’ultima chance per rimandare il tempo della pensione – tanto che, nei mesi scorsi, aveva già proposto la stessa operazione a Giuliano Pisapia, poi ritiratosi dalla corsa. Segno evidente, che aldilà delle parole di circostanza spese in favore della Bonino, i centristi erano già in cerca di un partner mediaticamente più in vista del loro anonimato, a cui poter rivendere il privilegio dell’esenzione delle firme.

L'esperienza politica... democristiana. D’altronde Tabacci è un uomo navigato ed è figlio della scuola Dc a cui è iscritto dal 1964 e sa bene che in politica tanto si prende quanto si dà. Ha vissuto la sua militanza sulla barricata opposta a quella delle battaglie radicali anche se oggi, a 70 anni, riconosce che Marco Pannella su alcuni temi aveva ragione. Prima di entrare in Parlamento, ha collaborato nelle segreterie dei pezzi da novanta del partito come Ciriaco De Mita e il primo ministro Giovanni Goria e ha raccontato alla stampa di aver preso questa decisione in Puglia mentre andava in bicicletta, forse a Polignano a Mare dove due anni fa ha acquistato una casa (come risulta dalla dichiarazione patrimoniale pubblicata sul sito della Camera), come una sorta di folgorazione sportiva. Per cui se oggi Tabacci spiega il salvataggio di Emma Bonino affermando che sarebbe stato “un peccato disperdere la sua esperienza, saremmo stati tutti più poveri” e sicuramente più lontani dal Parlamento verrebbe da aggiungere "visto che Centro Democratico nei sondaggi è unito a quella voce “Altri” che raccoglie mini partiti e che oggi conta complessivamente su un 5,8 per cento". Certo “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” avrebbe commentato con la sua lucida e tagliente ironia, Giulio Andreotti, un altro democristiano navigato.

L’amore tra Bonino e Tabacci fa nascere una nuova figura mitologica: l’accattocomunista, scrive Emanuele Ricucci su “Il Giornale” il 5 gennaio 2018. Eccovi la comunicazione veloce di una scoperta incredibile. Bonino, Tabacci e Venere. È amore improvviso tra la leader radicale e il cattolico progressista. Una storia strappalacrime, che assume, però, più i contorni di una pecionata francamente evitabile. Un’incredibile storia d’amore, Via col senno. Una pecionata solidale, anche se, a giudicare dalla crociata civile che toglie il sonno agli italiani, e li fa riscoprire tutti rivoluzionari, quella sui sacchetti biodegradabili per intenderci, un pochino ce la meritiamo. Bonino abbraccia Tabacci e succede la magia. Una di quelle antiche. Dal gusto vintage, che ti ricorda che di biodegradabile, in Italia, in realtà non ci sono i sacchetti a 0,01 centesimo al pezzo, ma gli italiani, che si sciolgono nella propria natura. Doppio, triplogiochista, svergognata, immatura, sempre in vendita, che sia un 8 settembre, un vitalizio, o una poltroncella in una delle legislature (future) più incasinate della storia, che rischierà di nascere morente. L’importante è farcela, l’importante è esserci. Ma non tutti i mali vengono per nuocere, in quanto da questo Tabaccificio, in cui qualcuno ha fumato, sì, decisamente, e possiamo facilmente immaginare chi abbia portato il fumo, nasce qualcosa. Oltre ad una nuova coalizione politica (l’una salva l’altra; poiché, come è ben noto, Tabacci e il suo movimento, vanno in soccorso della Bonino e della sua +Europa, che non aveva i presupposti necessarie per arrivare a candidatura, scongiurandole il rischio di non poter presentare la lista alle prossime elezioni. Per approfondire per bene), ecco una figura mitologica mai avvistata prima. L’unione satirica tra Tabacci, cattolico progressista (leggasi anche fariseo cacciato dal Tempio da Gesù), ed Emma Bonino, non esattamente allineata fervidamente ai crismi del Vangelo, e un po’ troppo vicina alla pratica dell’aborto, insomma due mondi distanti anni luce che neanche il Nazareno poteva concepire (non il Signore, il patto…), fa nascere una nuova figura mitologica, metà umana, metà poltrona: l’accattocomunista. Una liason irrinunciabile: Bonacci, che ricorda un po’ il Bombacci fascio-comunista del Duce, ma con molto meno stile. Evolve, quindi, il cattocomunista, nascente dalla Sacra immagine del sinistrato moderno che si fonde con quella del cattolico moderno, tutto progressismo e migranti; in cui Gesù ha, guardacaso, sempre una guancia sola, quella che volge alla tolleranza, all’accoglienza, al superamento di ogni istinto di conservazione, e dell’origine stessa del Credo e della Fede. Un cattocomunista innovativo, d’acchitto, forse d’accatto. Che piglia quello che serve, sempre in nome di altissimi valori civili. Ora manca solo il battesimo, laico e sacro, dell’accattocomunista. Laico, con l’ingresso tra le fila del Parlamento, e sacro, con il benestare di Papa Francesco, uno che di progressismo se ne intende. Bonino, Tabacci, Bergoglio. Quel nuovo che avanza. Che avanza così tanto, che rischia di andare a male. Ci serviva. Oh, sì. Serviva assistere ad un altro incredibile scempio figlio della peggior superificialità politica. Tanto, dimostrare un pizzico di dignità agli italiani, ormai, non interessa più a nessuno. Meglio aprirsi, in fretta, a qualche inciucio, che fra due mesi si vota. Meglio seguire la strada dei Santi laici che ora, guarda caso, si sono chiamati fuori: San Verdini e Sant’Alfano, per citarne solo un paio. Quel sottile filo dell’inutilità che riporta alla mente quella sera a Piazza pulita, su La7. Nel 2017. Con il Paese in ginocchio, si parla ancora di svastiche, celtiche, tatuaggi, leggi razziali. Di fascismo. E tutto ciò che non è sinistra fa storcere il naso. Si parla della gara tra chi è più fascista tra Casa Pound e Forza Nuova. E poi, ad un tratto, Formigli, il conduttore, apre l’angolo “bufale” (tutto vero): si sfata il mito che durante il fascismo, i treni partivano in orario. Che il fascismo non istituì un certo regime pensionistico e che il Diario di Anna Frank non fu scritto con una penna biro. Un pastone acchiappone, assurdo, adolescenziale, non costruttivo, stereotipato; un immaturo attacco elettorale per nutrire le masse, andando a pescare la feccia del peggior nostalgismo, senza un minimo accenno di dibattito intellettuale. Ecco, il mood pare quello. Un po’ casuale, un po’ ideologico, un po’ paraculo. Della nascita di questo team politico, immaginiamo quanto sia felici i giovani italiani, poi. Quelli di cui sette su dieci non andranno alle urne (La Stampa, ragionando su più dati statistici). Ah, che goduria. Una festa, quella della politica italiana, in cui i nostri ragazzi non sono mai invitati. Senza esempi tangibili, senza riferimenti costruttivi, che possano stimolare il corpo (sociale) morto dall’apatia, dal nichilismo, dall’esterofilia. Non è (sempre) tutta colpa loro. E chissà quanto si farà intrigrante questo Tabaccificio, per i milioni di italiani a rischio povertà, per le partite Iva che un figlio se lo possono solo sognare. E quanta garanzia darà ai disoccupati, alla rivalutazione dell’italianità, della cultura di questo Paese. C’è chi si caverebbe un occhio per non far candidare Casa Pound, nonostante abbia tutte le carte giuridico/istituzionali per farlo, – al di là di ogni eventuale risultato -, che si ingoierebbe una bottiglia di olio di palma per sciogliere quel movimento, nonostante abbia tutte le carte giuridico/istituzionali per farlo; ma se ti mancano le firme, perché il tuo movimento non desta interesse, come nel caso di +Europa di Emma Bonino, non c’è problema di rappresentanza: ti salva Tabacci. E sono baci e abbracci. Sempre in democrazia, s’intende…

Bonino è un déjà-vu. Il déjà-vu, o déjà vu (pron. francese /deavy/ "già visto"), è un fenomeno psichico rientrante nelle forme d'alterazione dei ricordi (paramnesie): esso consiste in fatti totalmente casuali di cose, animali o persone che entrano in contatto col soggetto, che provocano la sensazione di un'esperienza precedentemente vissuta, già vista appunto (déjà-vécu). Seppur impropriamente, viene anche chiamato «falso riconoscimento».

Una firma è per sempre! Scriveva già il 24 Febbraio 2010, su "beppegrillo.it" la Lista Cesena 5 Stelle.

Una firma è per sempre. Oggi voglio darvi due notizie. Una buona e l'altra ottima. Il MoVimento 5 Stelle ha raccolto le firme per presentarsi alle Regionali in Campania, Emilia Romagna, Lombardia, Piemonte e Veneto. Non era un risultato scontato. E' una prima piccola grande vittoria. L'ottima notizia è invece la decomposizione del sistema che sta accelerando. La Protezione Civile e Fastweb/Telecom sono solo l'inizio. E' una vecchia generazione di ladri e di personaggi senza valori che ci sta lasciando aggrappata alla zattera delle leggi ad castam, delle omissioni e dei silenzi dei media, degli inciuci. I partiti sono arrivati a destinazione e non lo sanno ancora. Avranno un brutto risveglio. Ogni appiglio è buono per ritardare gli elicotteri, anche copiare (ma solo a parole) il Programma del MoVimento 5 Stelle. Dall'UDC di Cuffaro che vuole "onestà e trasparenza", agli impuniti del PDL che parlano di "liste pulite", alle anime morte del PDmenoelle con il no al nucleare e alle rinnovabili (con Bersanertor sponsor dell'acqua privatizzata e degli inceneritori). Grazie ai ragazzi e ragazze di tutte le età che hanno preso freddo e spesso indifferenza per raccogliere decine di migliaia di firme autenticate. Anche per rispetto a loro, la Bonino dovrebbe prendere atto che un partito esiste solo in presenza del consenso dei cittadini. Dopo le leggi ad personam non sono necessarie leggi ad partitum. "E’ di stamane la notizia che Emma Bonino, a nome dei Radicali Italiani, ha iniziato uno sciopero della fame e della sete per protestare contro il governo che non interviene sulla raccolta firme per la presentazione di liste per le elezioni regionali. Cito testualmente quanto affermato dalla Bonino che chiede l’intervento del Governo “con strumenti per porre un argine a questa discriminazione, magari abolendo le firme quando un partito ha dei deputati in Parlamento, dimezzando il numero delle firme da raccogliere o allungando i tempi a disposizione come già fatto in passato”. Abolire la raccolta firme se un partito politico è rappresentato in Parlamento? e perchè mai? Non sono già sufficienti i privilegi che hanno? Probabilmente, dato che le firme vanno presentate questo fine settimana, i radicali non ne hanno raccolte a sufficienza e chiedono l’intervento del governo per potersi presentare senza il numero di sottoscrittori necessari. Il MoVimento 5 stelle la raccolta firme, iniziata ai primi di gennaio, l'ha conclusa lo scorso fine settimana. I nostri ragazzi si sono fatti giorni e giorni al freddo, sotto la pioggia e la neve per raccogliere le firme di cittadini che ci autorizzassero a presentarci alle Regionali di marzo 2010. Siamo stati ai banchetti per due mesi ed eravamo gli unici. Dov’erano gli altri partiti? Come hanno raccolto le firme necessarie? Adesso vengono a lamentarsi e chiedono l’intervento del governo? Vergogna! Ho una sola cosa da dire al riguardo: “Cari partiti, STIAMO ARRIVANDO!” Un grazie di cuore a tutti i cittadini che sono venuti a firmare."  Lista Cesena 5 Stelle

Dai Comunisti all'estrema destra: ecco chi deve trovare le firme per le elezioni, scrive Maurizio Ribechini, Esperto di Politica, su "it.blastingnews.com" il 5 gennaio 2018. Divisi ideologicamente su tutto e totalmente agli antipodi riguardo ai contenuti di programma, le ali estreme della politica italiana sono però accomunate da un identico destino: se vogliono presentarsi alle #Elezioni politiche del 4 marzo 2018 dovranno raccogliere fra i cittadini le migliaia di firme necessarie per comparire sulle schede elettorali in tutti i collegi italiani. Vediamo nel dettaglio quali sono quindi le liste che in queste settimane invernali sono impegnate nella raccolta delle sottoscrizioni da depositare ufficialmente entro i primi giorni di febbraio.

Ecco le liste che dovranno raccogliere le firme per le elezioni. Fino a ieri sui media si parlava molto della lista +Europa di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova come il principale soggetto che si trovava di fronte all'incombenza di raccogliere le firme per essere presenti sulle schede elettorali del 4 marzo, ma il "soccorso bianco" arrivato da parte del Centro Democratico di Bruno Tabacci, farà venir meno questa necessità per la lista europeista. Rimangono però diverse liste a dover raccogliere davvero le firme e, ironia della sorte, sono proprio quelle fra loro più distanti sul piano ideologico e culturale: stiamo parlando delle varie formazioni di estrema #sinistra e di estrema destra, che essendo prive di rappresentanza parlamentare uscente dovranno organizzare non pochi banchetti ai mercati in tutte le province della Penisola in queste fredde settimane di gennaio, se vorranno correre alle elezioni politiche. Fra chi dovrà lavorare in tal senso vi è sicuramente "Potere al Popolo", soggetto nato il 17 dicembre per iniziativa del centro sociale napoletano Ex-Opg Occupato, con la partecipazione di Rifondazione Comunista, PCI, Sinistra Anticapitalista e altri movimenti. Ma non sarà l'unica formazione di sinistra ad essere impegnata nella raccolta di firme: hanno lo stesso obiettivo infatti due distinte liste che presenteranno la storica "falce e martello" nel simbolo. Stiamo parlando del Partito Comunista guidato da Marco Rizzo e della lista "Per una sinistra rivoluzionaria" formata da PCL e SCR. Sul fronte diametralmente opposto dello scacchiere politico ci sono anche due formazioni di estrema destra che hanno bisogno delle firme per presentarsi: stiamo parlando di CasaPound Italia guidata da Simone Di Stefano e dall'altro lato della lista "Italia agli Italiani", nata dall'unione fra Forza Nuova e Movimento Sociale-Fiamma Tricolore. Dovrà inoltre raccogliere le firme anche la "Lista del Popolo - per la Costituzione" di Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa. Non è inoltre escluso che delle nuove liste possano spuntare in queste prossime settimane, anche se appunto la raccolta delle sottoscrizioni è un ostacolo non proprio semplice da superare per formazioni che ancora non si siano presentate pubblicamente e già debitamente organizzate sul territorio.

Quali sono le liste esonerate dalla raccolta delle firme? Sono dispensate dalla raccolta delle firme per la presentazione delle liste, tutte le formazioni che hanno una rappresentanza parlamentare uscente. Quindi nello specifico il Partito Democratico, i suoi alleati di "Insieme" (Verdi-PSI ed ex prodiani) e quelli centristi di "Civica Popolare", oltre appunto, dopo i recenti sviluppi, anche la lista che sarà formata da +Europa assieme a Centro Democratico. Non deve raccogliere le firme neanche il Movimento 5 Stelle, così come nel centrodestra sono esonerati Forza Italia, la Lega di Salvini, Fratelli d'Italia e la lista centrista "Noi con l'Italia - Udc". E' dispensata dalla raccolta firme anche la lista Liberi e uguali di Pietro Grasso.

Boldrini, Mogherini e Bonino: finte femministe sottomesse. L'Iran soffoca la rivolta delle ragazze che si tolgono il velo contro la dittatura e le nostre politiche si inchinano all'islam, scrive Alessandro Sallusti, Giovedì 04/01/2018, su "Il Giornale". Ci sono donne che in queste ore in Iran si tolgono il velo e si fanno arrestare, rischiando la condanna a morte, per liberare il proprio corpo dalle imposizioni di una legge crudele, la sharia, e da una religione arcaica e violenta, l'Islam, che nega loro anche i più elementari diritti. E ci sono donne europee che nonostante siano libere, messe alla prova hanno scelto di stare dalla parte di quegli uomini oppressori rendendo omaggio a quella legge e a quella religione. E dire che parliamo di donne, le nostre, che si riempiono la bocca, e ci riempiono le orecchie, con accuse sdegnate contro il presunto sessismo dilagante dell'Occidente marcio e corrotto, che non passa giorno senza che pontifichino in qualche convegno o dibattito. Le nostre femministe infatti non hanno esitato a sottomettersi alla legge del velo: Laura Boldrini durante la visita alla comunità islamica romana, la ministra degli Esteri della Comunità Europea Federica Mogherini ed Emma Bonino nel corso dei loro incontri in Iran con le autorità di Teheran. Italiane sottomesse, a differenza di Angela Merkel e della premier inglese Theresa May che in occasioni analoghe si sono rifiutate di coprire il capo. Stessa cosa che ha fatto nei giorni scorsi l'ucraina Anna Muzychuk, campionessa mondiale di scacchi: si è rifiutata di gareggiare in Arabia indossando il velo per non sentirsi una «sottospecie umana». Laura Boldrini invece corre ovunque la chiamino, perché lei è «libera e uguale», come il suo nuovo partito. Certo, libera di essere uguale a chi in queste ore arresta le donne velate e le accusa di «crimini contro Allah», il più sessista degli dei. Facile indignarsi contro produttori e registi mascalzoncelli e difendere attricette più o meno consenzienti e comunque beneficiate. Le eroine di Teheran tocca difenderle noi brutti maschilisti, perché alla Boldrini, alla Bonino e alla Mogherini mancano gli attributi, e soprattutto la credibilità. Sottomessi si nasce, dalle nostre parti non al velo ma alla stupidità di non vedere il dolore, la violenza e l'umiliazione sulle facce di quelle donne, facce che anche se nascoste parlano. Eccome se parlano, basterebbe ascoltarle e comportarsi di conseguenza.

"Quella donna in Iran è rivoluzionaria La Boldrini? Femminista di facciata". La patron di Miss Italia: «La ragazza del velo è già un'icona, la presidente della Camera fa demagogia: bocciò il mio concorso», scrive Nino Materi, Sabato 06/01/2018, su "Il Giornale". Patrizia Mirigliani - che sta a «Miss Italia» come Leo Messi sta al tiki taka del Barcellona - ha con Laura Boldrini un vecchio conto in sospeso. Il (pardon, «la») presidente della Camera dei deputati, all'indomani della sua elezione (marzo 2013), non trovò infatti nulla di meglio che sparare a zero sul concorso di bellezza più amato dagli italiani, reo - a parere della Boldrini - di proporre un modello di «donna nuda e muta». La Rai aveva appena disdetto il contratto con la società della Mirigliani, costringendola a traslocare il concorso su La7. La Boldrini fu prontissima a infierire pubblicamente, rilasciando dure dichiarazioni contro il concorso organizzato dal 1959 al 2002 dal «patriarca» Enzo Mirigliani che poi, dal 2003, cederà il posto alla figlia Patrizia nel 2003.

Signora Mirigliani, la Boldrini si ritiene una paladina dell'emancipazione femminile. Lei è d'accoro?

«No».

Motivo?

«Il suo è solo un femminismo di facciata. Che non va alla sostanza dei problemi, mantenendosi demagogicamente in superficie».

Ma non è che lei ce l'ha con la presidente della Camera solo perché si è schierata contro «Miss Italia»?

«La Boldrini, con la sua campagna anti-concorso di bellezza, non ha danneggiato solo me e tutte le persone che lavorano nell'indotto di Miss Italia, ma tutte le donne».

In che senso?

«La presidente della Camera non ha compreso infatti un elemento basilare del nostro concorso: e cioè che, attraverso una gara di bellezza, si possono veicolare messaggi sociali di enorme importanza».

A cosa si riferisce?

«Miss Italia, ad esempio, ha fatto per la lotta all'anoressia più dei bla bla di tanti politicanti come la Boldrini; idem per le campagne contro la violenza sulle donne e le discriminazioni sul luogo di lavoro».

A proposito di dignità femminile, la Boldrini nella sua visita ufficiale alla grande Moschea di Roma non si è ribellata al diktat del capo velato. Un suo «no», in tal senso, avrebbe davvero potuto rappresentare una rivoluzione.

«E invece la rivoluzione la sta facendo una semplice ragazza iraniana che, rinunciando al velo durante una manifestazione nella capitale, è diventata un'icona della protesta contro il governo di Teheran».

Una protesta di enorme valore simbolico, che la Boldrini non ha mai avuto il coraggio di fare.

«No, lei preferisce concentrarsi sulla battaglia lessicale delle desinenze al femminile e sulla condanna pregiudiziale dei concorsi di bellezza. Per me è stata una delusione enorme ...».

Si aspettava di più dalla Boldini?

«Quando fu eletta presidente della Camera, mi fece piacere. Pensavo che avrebbe fatto tanto per le donne, invece si è mostrata succube di pregiudizi e luoghi comuni».

A cosa si riferisce?

«Al fatto di credere che la bellezza sia un valore contrapposto all'intelligenza, alle capacità, al talento. Ma lo sa, la Boldrini, che Miss America è una scienziata? Ma lo sa che decine di nostre ragazze si sono affermate con successo in tantissimi ambiti lavorativi, e non mi riferisco solo al settore dello spettacolo».

Lei, dopo le polemiche del 2013, ha più volte invitato la Boldrini a «Miss Italia».

«L'ho fatto perché lei parla di una realtà che evidentemente non conosce. Venire a trovarci le aprirebbe gli occhi. Noi saremo sempre qui, ad aspettarla...».

Perfino l'ex presidente americano, Obama, ha, in passato, ha incontrato Miss Israele.

«Obama ha dimostrato di essere un grande statista. Capendo che un percorso di pace può passare anche da un concorso di bellezza. La nostra presidente della Camera impari da lui».

We are under a Mediaset. Generation Attack! Scrive Giuseppe Giusva Ricci venerdì 07 luglio 2017 su Next Quotidiano. La tragedia della situazione politica contemporanea (che travalica e fa apparire obsoleti i concetti di destra e sinistra) risiede nel fatto che individui appartenenti alla MediasetGeneration sono approdati a cariche istituzionali in modo naturale per scadenza biologica dei predecessori. Mezzi-adulti educati e cresciuti nel contesto culturale del berlusconismo carico di molteplici retaggi, di varie diramazioni, e di infiniti caratteri seduttivi, questi perenni adolescenti senza passato vivono secondo una coscienza deforme mossa da arrivismo, egoismo, edonismo, cialtronismo e disincanto nei confronti del Sociale, la dimensione imprescindibile del Bene Comune che una volta si poteva definire Società. In un paese culturalmente devastato dall’ognun-per-sé, dove la lotta di classe si è trasformata in invidia di classe – e che Pierpaolo Capovilla compendia così “Dai, vai, uno su mille ce la fa, stai a vedere, che sei proprio tu … sono accadute tante cose ma non è successo niente, che m’importa a me, che t’importa a te, che c’importa a noi … se tuo fratello resta al palo, mandalo affanculo, non aver pietà o rispetto per nessuno, parola d’ordine nutrire l’avvoltoio è dentro di te”** – data la loro formazione diretta o sublimata e la loro appartenenza a questa condizione ormai cristallizzata, gli attuali giovani leader non possono che essere intimamente e forse inconsapevolmente dediti a ways of life pop-nichilisti nei quali l’ambizione determina scelte e posizioni. È plausibile che siano la vanità e l’arrivismo a muoverli e a farli soccombere alle sirene del benessere privato, ossia quei valori che hanno vinto definitivamente con la resa di gran parte della precedente generazione politica contaminata dal berlusconismo perché già segnata irreparabilmente dalla caduta delle Idee e dal trionfo del privilegio e del profitto privato. Le dinamiche delle rottamazioni (in tutti gli apparati) evidentemente fallite, vista la riesumazione di figure quali Berlusconi e Prodi, furono prefigurate da Antonio Gramsci in Quaderni dal carcere [Vol. 4, 1929-1935] con queste parole: “Fare il deserto per emergere e distinguersi […] Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro, ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di più.”  Con l’impostura del giovanilismo usato come paradigma di rinnovamento e basato sul concetto mistificatorio che approssima il vecchio al superato e allo sbagliato, all’interno degli apparati si sono attuate pseudo-rivoluzioni che hanno instaurato un regime della mediocrità. Questo regime supera l’appartenenza alle tradizioni e ai pensieri forti che non solo hanno mosso il Novecento, ma che paiono imprescindibili visto l’andazzo delle disparità economiche che investono oggi, come già prima delle lotte per i diritti, tutti gli ambiti della società reale. Da quando la principale agenzia di educazione-formazione è diventata la TV con le sue divizzazioni di giovani individui qualunque (o con l’enfatizzazione del ruolo dei professionisti dell’intrattenimento), le gioventù hanno assimilato la mistificazione del nuovo secolo, quella che ripone e misura il significato dell’esistenza quasi esclusivamente sulla base del successo pubblico e del relativo denaro ottenibile, sull’arrivismo e sull’individualismo. Nell’introduzione al suo Atlante illustrato della TV (2011), Massimo Coppola, senza definirla, la spiega così: “La generazione formata in quegli anni – quelli dell’affermazione della tv commerciale – non può che essere formata da anime scisse, indecise, forse incapaci di provare davvero piacere […] gente priva di uno straccio di passato cui attaccarsi senza provare rimorso, rabbia, sottile vergogna”. Questa dinamica nel tempo ha formato la MediasetGeneration, che per forza di cose sarebbe approdata, in parte, anche ai gruppi sociali dirigenti composti dagli attuali trentenni/quarantenni:

–Alessandro Di Battista, classe 1978, a 35 anni deputato e leader di Movimento, a 20-22 anni partecipò a provini per Amici di Maria De Filippi spinto da vocazione attoriale.

–Rocco Casalino, classe 1972, a 42 anni responsabile della comunicazione del M5S, a 28 anni partecipò alla prima edizione del Grande Fratello (poi ospite e opinionista di altre trasmissioni Mediaset: Buona Domenica, ecc.).

– Luigi Di Maio, classe 1986, a 27 anni Vicepresidente della Camera e leader di Movimento, con l’avvento della triade Mediaset del 1984 potrebbe avere assistito all’operazione culturale berlusconiana già dalla culla.

– Matteo Salvini, classe 1973, già a 36 anni europarlamentare, oggi leader della Lega, ancora giovanissimo partecipò a telequiz trasmessi dalle reti berlusconiane – nel 1985 (a dodici anni) a Doppio Slalom; nel 1993 (a vent’anni) a Il pranzo è servito.

– Matteo Renzi, classe 1975, a 29 anni Presidente della Provincia di Firenze, a 34 Sindaco di Firenze, a 38 segretario del PD, a 39 Presidente del Consiglio, nel 1994, diciannovenne, partecipò al telequiz di Canale5 La ruota della fortuna.

[A proposito: Hitler: a 36 anni leader del Partito Nazionalsocialista, a 44 Cancelliere del Reich. Stalin: a 43 anni Segretario Generale del Comitato Centrale, a 47 Capo dell’Urss. Mussolini: a 36 Capo del Partito Fascista, a 39 anni Presidente del Consiglio].

Ancora, il 18 ottobre 1975, dalle colonne del Corriere della Sera, Pier Paolo Pasolini scriveva: “Se i modelli son quelli, come si può pretendere che la gioventù più esposta e indifesa non sia criminaloide o criminale? È stata la televisione che ha praticamente concluso l’era della Pietà, e iniziato quella dell’Edonè. Era in cui dei giovani presuntuosi e frustrati a causa della stupidità e insieme dell’irraggiungibilità dei modelli proposti loro, tendono inarrestabilmente a essere o aggressivi fino alla delinquenza o passivi fino all’infelicità”.

Gli esemplari umani recentemente consacrati mediaticamente come personaggi istituzionali e politici (Renzi, Boschi, Serracchiani, Salvini, Di Maio, Di Battista, Meloni, ecc.) sono, prima di tutto, leader mediatici abili nella spettacolarizzazione di se stessi, sono l’incarnazione dell’affermazione dell’Immagine sulla “Statura”, dello Spettacolo sulla Politica, del marketing sull’esperienza. Questi “giovani politici” sono stati graziati dalla logica da Grande Fratello della “nomination”, hanno partecipato al talent show della non-Politica moderna, e hanno vinto (forse). Se siano stati scelti e nominati da chissà quali alte sfere del Dominio, “cupole” anche diverse tra loro, non è dato sapere con certezza, ma i segnali che siano figure compiacenti e collaborative ci sono…

L’appartenenza alla MediasetGeneration in parte li scagiona, perché è mutazione genetica, poiché essi possono essere ritenuti innocenti delle strutture mentali alle quali obbediscono; ambizione e successo. Ma possono essere ritenuti inconsapevoli dell’arroganza generazionale, del modernismo scalpitante, e del superomismo che li descrive nel loro carrierismo data l’appartenenza alla società dell’opulenza?

Odio ad personam, scrive Francesco Maria Del Vigo, Giovedì 2/11/2017, su "Il Giornale". Caccia all'uomo. Il nemico che i grillini vogliono abbattere è prima di tutti uno: Silvio Berlusconi. L'antiberlusconismo ossessivo non è una meteora, nel firmamento dei Cinque Stelle. L'odio per il leader di Forza Italia è una delle prime ragioni sociali del Movimento. E ora, alla vigilia delle elezioni siciliane e all'antivigilia di quelle politiche, con un Cavaliere sempre più forte, tirano fuori le loro vecchie cartucce. Ma la polvere da sparo ormai è bagnata. Tutto è iniziato a metà degli anni Novanta, Berlusconi non aveva fatto in tempo a mettere un piede nell'arena politica che Grillo lo aveva già messo nel mirino. Prima lo faceva dai palchi dei propri show portando a casa una lauta ricompensa. Poi ha deciso di passare all'incasso elettorale. Lo ha dipinto come un imprenditore sull'orlo del crac finanziario (ma l'unica cosa che è fallita è stata la sua previsione), un capitalista senza scrupoli e un mafioso. Ma era solo l'inizio di una campagna contra personam che sarebbe proseguita per anni, passando dalle minacce agli insulti fisici, dagli auguri di sventure ai nomignoli dispregiativi. Un odio viscerale che dal copione del comico sarebbe poi entrato anche nei programmi del politico. Gli attacchi si fanno sempre più personali, morbosi e violenti. Grillo è sempre in prima linea contro il leader di Forza Italia: nel 2002 porta in giro uno spettacolo di 150 minuti monopolizzato dalla figura del Cavaliere, nel 2003 aderisce a un'azione di boicottaggio contro i prodotti che fanno pubblicità sulle reti Mediaset. Lo scopo? «Difendere la libertà di informazione». Danneggiando un'azienda che offre occupazione a migliaia di persone. Ma era l'Italia dell'antiberlusconismo con la bava alla bocca, del nemico da abbattere a tutti i costi. Quando può, Grillo si accoda a tutte le manifestazioni anti Cav da piazza Navona al Popolo viola, e se ha bisogno di una platea maggiore va in tv, dal suo amico Santoro. Il giorno in cui il Cavaliere viene condannato in via definitiva il leader dei Cinque Stelle brinda «a un evento storico come la caduta del muro di Berlino». Si sa, lui ama sconfiggere i nemici per via giudiziaria più che elettorale. È un'ossessione ai limiti dello stalking. Grillo odia Berlusconi e tutto quello che fa riferimento a lui. A partire da Fininvest: nel 2004 scrive su Internazionale che il colosso di Cologno Monzese ha accelerato il declino del Paese. Non si sa su quali basi. Ma non c'è da stupirsi: Grillo è anche quello che diceva che l'Aids non esiste e che i vaccini sono inutili. Nel 2012 viene condannato per diffamazione a risarcire 50mila euro al Biscione. Ma la persecuzione verso il patrimonio della famiglia Berlusconi (e non solo, nel sedicente francescanesimo grillino i ricchi sono tutti dei pericolosi nemici) arriva anche nella prima bozza del programma dei pentastellati sull'informazione, nel quale è scritto nero su bianco che con un loro ipotetico governo non potrà esistere nessun canale televisivo nazionale posseduto a maggioranza da alcun soggetto privato con più del 10 per cento. Vi viene in mente qualcuno in particolare? Ecco, appunto. Praticamente un esproprio di Stato. Una misura sartoriale fatta per spegnere Mediaset. E poi - insulto dopo minaccia - arriviamo fino agli ultimi mesi, con il tentativo di far fuori Berlusconi dalla vita politica con un emendamento ad hoc da infilare nel Rosatellum. Per chiudere con la ridicola indagine, aperta a Firenze, sulle stragi di mafia, che ricalca uno dei refrain grillini e porta in calce la firma di Nino Di Matteo, amico e grande ispiratore del Movimento 5 Stelle. E siamo solo all'inizio di una lunga campagna elettorale.

Beppe Grillo e il fascismo sessantottino, scrive di Fabio Cammalleri su "Lavocedinewyork.com" il 28 Febbraio 2014. Qualsiasi espressione di dispotismo evoca Mussolini, ma nel caso del Movimento Cinque Stelle bisogna guardare agli anni ’70. Il popolo grillino sa più di assemblearismo scolastico e di fabbrica. Ma la memoria a breve termine è troppo scomoda. È comprensibile che generalmente si tenti di spiegare il Movimento 5 Stelle senza il Movimento 5 Stelle. Perché l’Italia è un Paese antico e perciò i paralleli, le analogie, le suggestioni rampollano dal suo vastissimo passato con naturale facilità. E, nonostante non manchi mai il dubbio “sull’utilità e il danno della storia per la vita”, resta questa facilità di evocazione e di confronto. Meno comprensibile che l’indagine nel tempo susciti risonanze obbligate. Se Grillo si muove in modo dispotico e plebiscitario, a chi si pensa? Al fascismo, naturalmente, sia pure al fascismo in statu nascendi. È una suggestione. Ma se anche non fosse, è l’unico paragone possibile? Forse no. Forse se ne può svolgere un altro più stringente, più comprensibile. Per farlo, però, bisogna uscire da quelle risonanze obbligate. Proviamo. Secondo lo storico Arthur Schlesinger Jr., che fu anche consigliere di John Kennedy, per comprendere i caratteri e le aspirazioni di una realtà politica, sia essa una singola personalità o un gruppo, bisogna considerare gli anni della sua giovinezza, quelli in cui coloro che gli diedero anima e sangue si affacciarono al mondo: gli anni dell’università o del primo lavoro. Espose questa teoria in un saggio, significativamente intitolato: I cicli della storia americana. I giovani di Roosevelt sarebbero stati la società adulta di JFK, la Nuova Frontiera, figlia del New Deal; e il ritenuto conservatorismo degli anni di Reagan, sarebbe derivato da quello degli anni di Ike, della Guerra Fredda entrata a regime. E così via. S’intende che è uno schema molto generale, ed anche generico, ma rende l’idea. Seguendo questa traccia, per capire Grillo non ci serve Mussolini, ci serve l’Italia repubblicana, ci servono gli anni ’70. Si potrebbe obiettare che molti dei “cittadini” non hanno vissuto quel periodo, e non ne potrebbero avere ereditato i caratteri. Se è per questo, non hanno vissuto neanche il fascismo, come nessuno di noi. E poi, essendo il Movimento smaccatamente personalistico, è sulla persona del Capo che occorre soffermarsi, proprio e mentre più protesta la sua fungibilità, la sua non indispensabilità. Perciò, il criterio gioventù-maturità, stretto all’arco della “generazione”, appare quanto mai appropriato. Giacché costringe a soffermarsi sulle persone in carne ed ossa, senza cedere alle comode vie di fuga di un’astrazione che, di fronte ad un quadro, guarda solo alla figura e mai all’autore. Così, il popolo casaleggesco del web, sa più di assemblearismo scolastico e di fabbrica in sedicesimo che di “adunate oceaniche”; più di una compulsione petulante e narcisistica, solo preoccupata di sé e col solo problema di lasciare il segno della parola più forte, della frase più figa, che di uno stazionamento attonito e ammutolito sotto un balcone oracolante; emana un monadismo delle coscienze chiuso nella mera contiguità, sazia e galleggiante, di abitudini inerti e modaiole, più che la tragica comunione di un’autentica povertà che, sperando di superarsi, si inabissa. E non è un caso che il paradigma-Mussolini sia così ampiamente sponsorizzato. Ora che Occupy-Parlamento mima indimenticate occupazioni universitarie e di fabbrica; ora che le espulsioni on line tradiscono il lezzo settario dei “venduti” e “servi del sistema”; ora che la violenza verbale tende sempre più frequentemente a concretarsi, come accadde con l’affabulazione esaltata della “controinformazione”, fattasi poi “lotta continua”, quindi “salto di qualità nella lotta”, e infine “lotta armata” e tutto il resto; ora che i “Poteri Forti” sembrano assolvere alla stessa funzione già attribuita al “terrorismo di stato” e all’ “imperialismo capitalistico”, l’infame funzione di cui ogni deliquio massificato, facinoroso e irresponsabile ha sempre bisogno, la funzione di autogiustificarsi; ora che siamo a questo, che c’entra Mussolini? C’entra, secondo quelle risonanze obbligate. Infatti, per parlare di un secolo fa, per la memoria a lungo termine, c’è sempre spazio. Ma il rispecchiamento imbarazzante, quello che si potrebbe subire appena passando da una stanza all’altra, estraendo il cassetto del comodino e avendo il coraggio di sfogliare il diario del liceo, no; la memoria a breve termine, mai. Meglio la luna. Perché lì, così vicino, c’è tutta la violenza, tutta la viltà, tutta la rozzezza, tutta la miseria, tutto il trasformismo che si attribuiscono all’Orco fascista. Solo che l’Orco fascista, dopo il liturgico richiamo di giornata, sfuma inevitabilmente in una rarefazione fiabesca, in una comoda inattualità. Mentre quel sordo rancore, quella truce disposizione d’animo, possono riprendere a gonfiarsi, ad agire, ad offendere dicendosi offesi, a colpire dicendosi colpiti. E ad inseguire palingenesi e carriere.

Sotto le 5 stelle il rosso: sono uguali ai comunisti. Traditi dal programma di sinistra, dall'odio per i capitalisti al pauperismo, scrive Francesco Maria Del Vigo, Sabato 11/11/2017, su "Il Giornale". Cinque stelle rosse si agitano nel cielo della politica italiana. E non serviva un meteorologo di grande esperienza per prevederlo. Era naturale. Perché la congiunzione astrale tra i grillini e i compagni erranti (nel senso che vagano senza meta, ma pure che sbagliano) che hanno imboccato la strada alla sinistra del Pd era logica e naturale. Non tanto per una questione umana - Bersani e soci nell'immaginario pentastellato sono pur sempre parte della casta - quanto per una questione ideologica e programmatica. Chiunque si sia avventurato nella soporifera lettura del programma dei grillini non ha dubbi: sono di sinistra. E hanno tutti i tic politici e intellettuali di quei cespugli della sinistra radicale che ora non sanno dove attecchire. Volete qualche esempio? La loro storia politica è chiarissima, il loro programma ancor di più. Il movimento muove i primi passi, e raccoglie i primi consensi, a cavallo tra gli orfani dell'antiberlusconismo più violento, del popolo viola e del movimentismo da centro sociale: no global, no tav, no tap, no vax e chi più ne ha più ne metta. Sono quelli che ancora oggi si divertono a decapitare i fantocci di Renzi e lanciare sassate alla polizia, con lo scudo dei politici grillini che ne chiedono subito la scarcerazione (vedi G7 di Venaria). Dietro il completo blu di Di Maio si nascondono eskimo e kefiah. Il programma gestato e partorito in rete è ancora più chiaro e sembra la versione 2.0 di un vecchio manifesto marxista. Le multinazionali? Delle macchine di morte da imbrigliare e sconfiggere a ogni costo, poco importa che diano lavoro a migliaia di persone. Gli Stati Uniti? Il burattinaio cattivo che gestisce di nascosto i destini universali. Il liberismo? Beh, l'ossessione dei Cinque Stelle per il liberismo è quasi patologica. Ogni stortura, ogni giustizia, ogni cosa che non va al mondo - fosse la lampadina bruciata di una periferia di Roma o la crisi idrica in Burkina - è sempre colpa del neoliberismo, madre e padre di tutti i mali. Ne consegue che la ricchezza è una colpa, un difetto di fabbrica, un peccato originale. Emendabile solo con un bel bagno (di sangue) nel lavacro fiscale. Magari con una patrimoniale. Ma i destini di grillini e sinistra radicale si incontrano più di una volta: dal giustizialismo estremo all'ecologismo più spinto, dal mito del pauperismo e della decrescita felice all'odio per il mondo della finanza, senza alcuna distinzione. Esattamente come gli ex Pci preferiscono lo Stato al singolo cittadino, il pubblico al privato. E poi il pacifismo «onirico», quello che, senza fare i conti con la geopolitica, immagina un mondo nel quale le relazioni diplomatiche si possano fare solo con pacche sulle spalle e buffetti. E forse il punto di saldatura più evidente tra grillismo e comunismo è proprio questo: il fondamentalismo ideologico, l'idea che si possa far aderire la realtà ai propri ideali; il desiderio di cambiare e non la società in cui vive. Un delirio messianico che ha seminato solo danni. D'altronde Gianroberto Casaleggio, nel suo ultimo visionario libro Veni Vidi Web, profetizzava un mondo di downshifter (persone che decidono volontariamente di guadagnare di meno per vivere meglio), senza Tv che distrae e costa troppo, senza centri commerciali, con una proprietà privata limitata e le grandi aziende smantellate. Questo è il mondo che sognava il fondatore dei Cinque Stelle. A lui sembrava un paradiso, ma ha più i tratti un inferno sovietico. A lui pareva una nuova ricetta per cambiare il mondo, a noi sembra la solita brodaglia rancida in salsa marxista. È il comunismo digitale.

Viviamo nell’età dell’invidia. Viviamo tempi di sentimenti estremi, dice il pensatore Gunnar Hindrichs. Divisi su tutto. E uniti solo dalla paura e dalla rabbia verso gli altri. Così oggi sono livore e tristezza ad alimentare i populismi, scrive Stefano Vastano il 29 dicembre 2017 su "L'Espresso". Viviamo incollati a i telefonini e alla Rete. Pratichiamo sport estremi, siamo ossessionati da cibi e diete sempre più radicali. E non crediamo a nessun ideale, non investiamo in associazioni né in partiti, corrotti per definizione. Quello che ci unisce è, da una parte, la livida, schiumante rabbia e l’acido dell’invidia verso tutti i potenti del pianeta, politici, manager o artisti che siano. Dall’altra, il panico per il prossimo attacco terroristico, strage di kamikaze solitari o sedicenti fanatici religiosi. «Siamo nell’era degli estremismi diffusi, nel regno dell’assoluta immanenza», esordisce Gunnar Hindrichs, accogliendoci nel suo studio a Basilea. Nel suo ultimo saggio, “Philosophie der Revolution” (“Filosofia della rivoluzione”, edito da Suhrkamp Verlag Ag., e non ancora tradotto in italiano), il giovane filosofo tedesco ha analizzato i motivi che nell’era moderna, dal 1789 al 1917, hanno spinto l’Occidente alle rivoluzioni. Per concludere che «oggi non c’è più alcuna rivoluzione all’orizzonte e manca ogni senso per la trascendenza. Per questo siamo in preda a una confusa spirale di diversi estremismi».

Per lo storico Eric Hobsbawm il ventesimo secolo è stato il Secolo degli Estremi, cioè delle ideologie radicali. Il ventunesimo sarà dunque quello degli Estremismi?

«L’idea di “estremismo” è difficile da definire, ma il ventunesimo secolo si annuncia come un pullulare di tendenze estremistiche che non seguono più, come è accaduto nelle rivoluzioni della modernità, progetti utopici o trascendenti, ma restano legate al piano della realtà immanente. L’era dell’Estremismo è una inversione rispetto a quella delle Rivoluzioni. Sì, viviamo in un diffuso neo-romanticismo, immersi in una pluralità di trend estremi e soggettivi: non a caso Camus, nell’“Uomo in rivolta”, definì i terroristi “i cuori estremi”».

Per Hegel il terrore giacobino era la furia della sparizione: il terrore non segue opere politiche, dice, solo un fare negativo. Il terrorismo islamico si basa sullo stesso nichilistico cupio dissolvi?

«Nella furia della Rivoluzione i giacobini praticano una doppia “sparizione”, sia delle istituzioni e norme che dell’individuo, ghigliottinato senza pietà. Hegel criticava nel Terrore l’idea soltanto negativa della libertà, ma nel terrorismo islamico non vediamo nessuna idea di libertà, né negativa né universale».

Il Rivoluzionario, scrive nel suo libro, non è guidato, come il Conte di Montecristo, da vendette personali: da Robespierre a Lenin al Che, qual è allora l’idea di fondo della rivoluzione?

«Dopo gli attentati dell’11 settembre, il filosofo Sloterdijk ha visto nel terrorista “una malignità senza scopi”, cioè una strumentalità perversa e fine a se stessa. La forza della rivoluzione sta nel creare invece non solo discontinuità rispetto alle norme tradizionali della politica, ma nel rifondare regole nuove per un nuovo contesto sociale. Rivoluzione è la magia dell’inizio e di una nuova praxis dell’agire sociale, così come abbiamo visto all’inizio della rivoluzione russa con i Consigli dei Soviet».

Insieme all’incubo del terrorismo, altro fortissimo estremismo è il potere di Internet nella nostra vita. L’avvento del regno virtuale ha spento l’ardore per una politica rivoluzionaria?

«Non sopravvalutiamo il potere di Internet. Come la stampa nell’era di Gutenberg anche il web sta modificando le nostre vite, ma computer e tastiere non sono certo l’avvio di una vera rivoluzione. Ha ragione Hannah Arendt che nella rivoluzione vedeva all’opera appunto la creazione di nuove regole, come dicevo, per una nuova praxis sociale. E non mi pare che l’uso dei computer produca creatività e trascendenza».

In Rete circolano intanto, ed è un’altra forma di estremismo, moltissime astruse teorie, complotti e congiure, ondate di fake news da far pensare a un nuovo oscurantismo…

«La sociologia americana ha coniato al riguardo l’espressione “Lunatic fringe”, una follia che parte dai margini del sapere e si espande verso il senso comune. Oggi queste zone oscure sono entrate con Donald Trump nel cuore della Casa Bianca e nel centro della società digitale e dell’informazione, cambiando il senso dell’opinione pubblica. L’estremismo oscurantista delle fake news e congiure, travestendosi da “fatti alternativi”, stravolge il pubblico discorso. E di questo trend sono gli estremisti della politica, i populisti, ad approfittarne».

In che modo?

«I nuovi movimenti populisti non sono solo un concentrato di antipolitica, ma “maligni” nel loro attaccare senza posa e vergogna i più deboli, i profughi e le altre minoranze. Il sentimento-guida che spinge oggi i populismi in Europa non è tanto la paura dello straniero o dei profughi e nemmeno l’acido del risentimento di cui parlava Nietzsche, ma l’occhio velenoso dell’invidia».

Può spiegare meglio questo punto?

«Nella grande tradizione di Tommaso d’Aquino l’invidia è la tristezza per l’essere. Da una triste radice velenosa sprizza l’invidia per la vita e per le risorse altrui. I populisti soffiano sull’invidia quando dicono che quelli al potere - la casta - fanno ciò che vogliono o i migranti incassano i nostri soldi. Nell’era degli estremismi il linguaggio della politica e dell’opinione pubblica è pervaso da tristezza e rabbia viscerali, l’opposto del “gaudium entis”, cioè della felicità per l’essere e per la vita propria e altrui».

Siamo diventati dei mesti Paperino nell’era dell’Estremismo, schiumanti di rabbia per le gioie altrui?

«L’invidioso confronta di continuo il suo essere con quello altrui, per questo la propria vita gli appare misera. È da questo humus accidioso che i populismi oggi traggono la loro forza. I movimenti rivoluzionari e operai erano spinti da una forte carica utopica e da una lucida prospettiva nel futuro, mentre la cupa tristezza è il marchio d’identità nell’era degli Estremismi».

«La nostra è un’epoca di estremismi», scriveva anche Susan Sontag: «Viviamo sotto la minaccia di due prospettive spaventose: la banalità ininterrotta e un terrore inconcepibile»...

«Un’analisi perfetta questa della Sontag perché combina, nella loro immanenza, terrore e banalità, e ci consente di superare il luogo comune che nel terrorismo vede una forma, ancorché violenta, di trascendenza. No, l’estremismo terrorista è il gemello della più cruda banalità, l’apoteosi dell’arbitrarietà e della contingenza».

L’Estremismo è un ingrediente anche delle nostre abitudini alimentari: a tavola siamo tutti ossessionati da trend vegani o da diete sempre più spartane.

«Di recente sono stato invitato ad una conferenza per i 100 anni di “Stato e rivoluzione” di Lenin. A cena i più giovani sostenevano la tesi che con la rivoluzione non solo il menù, ma anche il nostro rapporto con gli animali, la carne e il cibo dovrebbe cambiare».

Hanno ragione questi ultra-rivoluzionari?

«No, credo che vi siano degli standard della società borghese dietro i quali non si possa regredire. Lo storico Karl Schlögel ci assicura che anche dopo la rivoluzione del 1917 nei ristoranti di San Pietroburgo menù e camerieri non erano affatto cambiati. Oggi persino tra giovani leninisti colpisce un certo estremismo dell’immanenza».

Una dose di estremismo fa parte della giovinezza: quando pensavano alla Rivoluzione francese i giovani Schelling, Hegel e Hölderlin osannavano una “Kunstreligion”, una Religione dell’arte in grado di spargere armonia nella società. Oggi l’industria della cultura ha riempito ogni città di musei, gallerie e biennali.

«Il mio maestro Rüdiger Bubner coniò la formula di “estetizzazione delle forme di vita” per caratterizzare la massima espansione di arte ed estetica nella nostra vita post-moderna. Anche le forme della protesta, sia nell’estrema destra che sinistra, hanno assunto ora la forma di pseudo feste rivoluzionarie o eventi estetici, come ad esempio al recente G-20 ad Amburgo. I giovani Hegel, Schelling ed Hölderlin sognavano una mitologia della Ragione, ma oggi del sogno rivoluzionario ci è rimasto solo un vago Estremismo estetico, come Negri e Hardt immaginavano nel loro “Impero”».

Ejzenstejn, invece, rivoluzionò il cinema e il montaggio. Majakowski e i poeti russi hanno ricostruito un linguaggio poetico…

«I futuristi russi si sentivano avanguardia di una nuova Bellezza che spingesse verso nuove forme di vita. Non è un caso se nel mio libro non parlo di Stalin: ho scritto un libro sulla filosofia della rivoluzione, non sul suo fallimento».

Anche Gramsci, nei “Quaderni del carcere”, sognava una politica oltre le paludi del senso comune, che spingesse verso il cosiddetto “Buon senso”.

«Il pensiero di Gramsci è essenziale per chiunque voglia articolare una filosofia della rivoluzione. Il “senso comune” a cui Gramsci si riferiva è il dominio dell’immanenza nelle forme estreme che abbiamo analizzato. Contro il quale si erge una prassi utopica, il “buon senso” di Gramsci appunto, che progetta nuove norme della prassi sociale. Oggi non vediamo da nessuna parte una esigenza rivoluzionaria di nuove forme di trascendenza».

A proposito di trascendenza, Robespierre inventò un culto dell’Essere Supremo. Ma il Dio del Rivoluzionario qual è?

«Il Dio della rivoluzione è quello che nella Bibbia (Esodo 3, 14) si presenta in latino come: “Ego sum qui sum”, e nella versione ebraica come “Ehye asher ehye”, e cioè “sarò colui che sarò”. È nella dimensione escatologica della Bibbia e del Dio d’Israele, come ha visto Michael Walzer, la matrice di ogni prassi rivoluzionaria».

L’era degli Estremismi segna il ritorno ad arcaici politeismi?

«I filosofi del postmoderno sentono il politeismo come più scettico, tollerante e pacifista del monoteismo. Ma più che scegliere tra politeismo o monoteismo, la questione è se l’era degli Estremismi abbia davvero un Dio o no».

E lei cosa dice?

«Che il Dio degli Estremismi è una variabile del tutto immanente e dai tratti antropomorfici: un Dio che non è un vero Dio, senza teologia né trascendenza, percepito come mera religione umana. Ma, come diceva Karl Barth, “la religione non è fede”».

Non per niente l’unico feticcio nell’era dell’Estremismo è il Nazionalismo, l’American First di Trump.

«La casa editrice della Nuova Destra tedesca si chiama “Antaios”, da Anteo, il gigante che come ogni nazionalismo trae la sua forza dalla madre Terra, dalle presunte radici o dai confini tellurici della società. Ma persino il cosiddetto “Movimento Identitario’”, la destra radicale, ha nelle sue bandiere una Lambda greca ispirata a un film sugli spartani di Hollywood, l’industria culturale più globale della storia. Un ennesimo segno dell’estremo mix di rabbia, invidia, tristezza e banalità quotidiana in cui siamo totalmente immersi».

L’analisi più suggestiva di Marx è “Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte”, la storia di una rivoluzione fallita, nel ’48, e della deriva autoritaria in Francia. Gli estremismi che circolano oggi in mezza Europa puntano verso nuovi Bonapartismi?

«Quel saggio di Marx è senza dubbio la chiave per capire gli Estremismi del presente. Bonapartismo è l’ambigua unione dei poteri forti con dubbiosi faccendieri e avventurieri, terroristi e criminali. Oggi persino la Faz, il quotidiano dei conservatori, scrive articoli a favore del movimento xenofobo di Pegida, e Afd fa proseliti tra i professori. Ai tempi di Marx la Repubblica francese implodeva nella forma totalitaria del bonapartismo, ed oggi populisti e l’estrema destra osannano Putin, il nuovo “Uomo forte”. A differenza dei tempi di Marx, però, non c’è più alcuna minaccia rivoluzionaria, ma i populisti rileggono il motto di Cicerone “res publica, res populi” in senso illiberale: nel loro estremismo, la Repubblica è proprietà del popolo e non delle sue libere norme ed istituzioni».

Contro la folle sinistra che sceglie Di Maio, scrive il 28 dicembre 2017 Adriano Sofri su "Il Foglio". Discutiamo pure su chi sia il meno peggio, ma sia chiaro che il peggio è il M5s. Ogni tanto sento qualcuno dire che è stanco di votare “il meno peggio”: “Questa volta non lo farò più”. Me ne stupisco e preoccupo, perché sono persuaso che il voto al “meno peggio” sia la traduzione elettorale della definizione della democrazia come il peggior sistema di governo a parte tutti gli altri. Cioè un’idea, se non volete dire pessimistica, almeno misurata nelle aspettative investite nella pubblica amministrazione. L’assolutismo politico è affare tragico della rivoluzione o della controrivoluzione, e in subordine degli imbecilli. In altri ambiti, sia della vita privata che della partecipazione sociale, ci si può proporre di perseguire il bene, quello che si crede il bene. La preferenza per il “meno peggio” mette al riparo dalle delusioni troppo dolorose e dal loro risvolto, il disgusto per il voto. Per questo stato d’animo, che non è demoralizzato se non alla lettera, perché non pretende una moralizzazione assoluta della scelta di voto, il “meno peggio” non è una opzione contingente ma una specie di filosofia relativa e durevole. La contraddizione però sorge e scuote l’assicurazione fornita dal ragionevole scetticismo elettorale quando ci si scopre incerti perfino nel riconoscimento di che cos’è il “meno peggio”. E’ il caso attuale. Vi rientra la domandina: “Per chi voteresti fra Berlusconi e Di Maio?”, che ha fatto tanto rumore. L’ipotesi del ballottaggio fra la padella e la brace è tuttavia autorizzata: la novità è che nello schieramento, chiamiamolo così, che va dal centrosinistra alla sinistra, chiamiamole così, qualcuno ha fatto intendere, scopertamente, come nel caso per me sconcertante di Bersani, o più ambiguamente, di preferire Di Maio non a Berlusconi (e Salvini) ma al Pd. Io (che non conto niente, e sono privo del diritto di voto) metto nel peggio da sventare il Movimento 5 stelle. Penso, molto sommariamente, che quel movimento abbia degradato una delle esperienze più nobili dei movimenti popolari e operai, l’autodidattismo, che era un amore per il sapere dal quale i più erano esclusi per una discriminazione sociale, e lo perseguivano al costo di enormi sacrifici attraverso società di educazione, studi serali, partiti, sindacati, “università popolari”. Che erano allo stesso tempo occasioni preziose per chi avendo avuto il privilegio degli studi volesse metterli alla prova del sapere del lavoro e dell’intelligenza suscitata dall’amalgama sociale. L’autodidattismo dei 5 stelle, in questo esemplari di una delle due possibili evoluzioni del tempo presente, è viceversa pieno dell’arroganza che deriva dalla sostituzione del sapere con la rete, serbatoio di tesori e di scempiaggini. Nel loro caso, di scempiaggini e superficialità. Era la prima impressione dei 5 stelle, è stata confermata a dismisura dagli anni trascorsi e dalla prevalenza del cretino, pur combattuta, al loro interno. Forse solo per abitudine, o per vecchiaia, perché le persone del Pd e della sinistra sono ancora largamente quelle che ho conosciuto e di cui non di rado sono stato amico, benché ne veda un immeschinimento pubblico pressoché irresistito, continuo a cercare là il mio meno peggio. Lo cerco nella disposizione del Pd a proporsi una collaborazione, se non un’amicizia, con il grosso (parola grossa, lo so) dello schieramento alla sua sinistra, e viceversa, nella disposizione della sinistra a cercare una collaborazione col Pd. E nella disposizione della lista europeista di Emma Bonino e Benedetto Della Vedova ad accordarsi col Pd, e viceversa. (Vorrei che facessero altrettanto i radicali dell’altra metà, convinti che non presentarsi alle elezioni sia un principio). Senza di che l’alternativa si riduce alla domanda truccata: “Chi sceglieresti fra Berlusconi e Di Maio?” Non credo di cedere a un pregiudizio o a un sentimento, un risentimento, senile: guardo ai governi degli ultimi anni con pieno disincanto, e tuttavia mi dico che i governi di altre maggioranze avrebbero fatto peggio, e probabilmente molto peggio. Ho una postilla all’argomento del meno peggio, e riguarda la professione politica. Non occorre che dichiari il mio rispetto per la professione politica, reso a sua volta rispettabile dal fatto che non le appartengo e non ho alcuna ambizione di appartenerle – la sola idea mi sembra buffa. Dunque mi sento privatamente disinteressato, benché personalmente interessatissimo. Quando Max Weberparlava del Beruf politico, che era insieme professione e vocazione, aveva a che fare con un mondo in cui i due concetti potevano tenersi. Le famigerate ideologie erano a loro volta capaci di richiedere (anche di esigere ferocemente) il disinteresse e l’abnegazione dei dirigenti e dei militanti politici. Oggi la professione politica ha visto ridursi fino a scomparire la parte della vocazione e crescere a dismisura quella riservata al mestiere: rango, lunario. Che si sia giovani e all’arrembaggio o provati e anche francamente vecchi, un interesse personale alla conservazione si aggiunge e molto spesso prevale sugli ideali politici, quando pure ci siano. (Nelle altre professioni, a partire dalle più ipocrite, il giornalismo o la magistratura, succede almeno altrettanto, ma quelle sono il retrobottega, e la politica è la bottega e la vetrina). Nei giorni scorsi ho letto titoli come: “Concorso per preside, verso le 35 mila domande per 2.425 posti: uno su 15 potrà coronare il sogno” (Repubblica), e “In 10 mila per il posto in Parlamento M5s, un iscritto su 13 tenta la corsa” (Corriere). Temo che, meccanismi di selezione a parte, qualcosa di simile si potrebbe leggere per tutto l’arco delle forze politiche, sinistra compresa. Il disinteresse è una virtù difficile da trovare, e in politica non è nemmeno detto che sia una virtù, quando diventi oltranzista: ma senza una dose di disinteresse la politica è fottuta e noi con lei. Il disinteresse è in realtà un interesse personale differito, nel tempo e nello spazio: sul nostro prossimo nel Niger e in Myanmar, sui nostri figli e nipoti. Infatti noi non facciamo più figli, direte, e ci vantiamo di non votare lo ius soli. Già. Infatti occorre una buona dose di idealismo per impegnarsi a votare, e votare il meno peggio.

Cinque anni, inutili, di Movimento 5 stelle. Qui si evidenzia tutto il disastro di questo gruppo politico sgangherato e impreparato politicamente e istituzionalmente. Esemplari di un’ipocrisia che si appresta nuovamente a candidarsi alle politiche. na forza antipolitica che dice tutto e il contrario di tutto pur di ottenere consenso, che è in mano a un privato e che dal punto di vista amministrativo è stata – per usare un eufemismo – fallimentare, scrive Tommaso Ederoclite. Editoriale tratto dal quotidiano online Huffington Post del 2 gennaio 2018. La legislatura è finita, il Presidente della Repubblica ha sciolto le Camere e inizierà di fatto la campagna elettorale. Una legislatura complessa, molto articolata politicamente e che ci ha offerto una delle distorsioni politiche più intense della nostra storia repubblicana: il Movimento 5 Stelle. Ecco una breve carrellata del loro contributo politico in questi 5 anni:

Il voto del 2013 regala al paese una frammentazione politica di non poco conto, arrivano i 5 stelle e c’è grande curiosità politica. Chiedono lo streaming, loro cavallo di battaglia in campagna elettorale. Bersani lo concede, ci vanno Crimi e la Lombardi, bastano 5 minuti per capire che in Parlamento sono arrivate persone non competenti in materia istituzionale, politica e relazionale. Dopo quelle figuracce, lo streaming viene messe nel cassetto e mai più citato, le riunioni del M5s diventano sempre più segrete e a porte chiuse, anzi, sbarrate.

La farsa del voto online. Altra perla portata in politica dal M5s. In un primo momento si vota su tutto. Dal Presidente della Repubblica al reato d’immigrazione clandestina. Bastano un paio di tornate elettorali per chiarire a tutti che di “democratico” non c’è praticamente nulla. Affluenza bassa, voto non certificato, risultati manipolabili rispetto al volere della Casaleggio Associati e via discorrendo. Morale: dopo 5 anni il M5s vota in Parlamento, vota di tutto senza consultare la base online, semmai ne esista realmente una.

Il direttorio. Dall’uno vale uno alla dittatura del direttorio, che decide su tutto, vita, morte e miracoli dei “portavoce”. Avremo solo un suo opaco ricordo: visti i limiti evidenti, questo organo ha avuto meno vita di Spelacchio

La prova dei Comuni. Qui si evidenzia tutto il disastro di questo gruppo politico sgangherato e impreparato politicamente e istituzionalmente. Vincono Parma, Pizzarotti se ne va dal M5s prima di finire il mandato. Vincono Quarto, la sindaca viene indagata e nell’imbarazzo delle 3 scimmiette che provano a nascondere la loro incompetenza, la sindaca se ne va dal M5s. Per chi volesse un breve elenco dei loro disastri sui Comuni, lo trova qui.

Vogliamo parlare di Roma? In un meno di due anni:

– preso come Capo Gabinetto una persona a 193 mila euro poi dichiarata “impropria” dall’ Anac di Cantone;

– nominata la Muraro, difesa dalla Raggi, poi indagata e quindi dimessa dopo un casino durato ben tre mesi;

– preso Minenna come assessore al Bilancio, poi dimessosi per “mancanza di trasparenza della Giunta capitolina”;

– nominati 4 – ripeto quattro – capi di Gabinetto in un mese;

– nominato Marra, braccio destro della Raggi, poi arrestato per corruzione;

– promosso il fratello di Marra;

– mentito sulla nomina del fratello di Marra;

– indagata per abuso d’ufficio e falso;

– nominati dirigenti Atac e Ama, tutti dimessi in una settimana;

E potrei andare avanti ancora per un bel po’. Il dato politico è che la capitale non ha mai vissuto un tale degrado.

Dalle Unioni civili allo Ius Soli, traditori politici. E come dimenticare il balletto indegno fatto sulle Unioni Civili? Una serie d’inspiegabili argomentazioni per non votare quella legge solo per nascondere il loro vero volto, quello di stare solo al consenso politico, da qualsiasi parte venga, piuttosto che alle esigenze di crescita politica e civile del paese. Sullo Ius Soli? Qui hanno svelato il loro vero volto. Mentre sulle Unioni Civili hanno giocato una partita che ha chiarito la loro ipocrisia, qui si sono nascosti per paura di perdere elettorato. Ecco cosa sono i diritti civili per il M5s, un argomento che è solo uno strumento politico per consenso.

Due pesi e due misure. Gli indagati fuori dal Movimento, ma anche no, anzi dipende. Dipende se stai simpatico a Casaleggio o a Grillo. I casi esemplari sono Pizzarotti e Nogarin, indagini “simili”, il primo messo alla porta con messaggi e email anonime, il secondo ancora in carica. Ma la più bella di tutte è Roma, dove addirittura si arriva a cambiare il non-statuto per tenerla ancora dentro. Ma il caso dei due pesi e due misure è molto più complesso, perché se si volesse applicare alla lettera quanto detto in campagna elettorale nel 2013 nel Movimento ci restano solo Grillo e Casaleggio, e forse nemmeno. Sono quasi tutti più o meno indagati.

Le primarie online? Decide Grillo chi vince. Qui fanno da modello il caso Genova e quello siciliano. A Genova Cassimatis vince, a Grillo non sta bene, si annullano le primarie, il M5s perde Genova. In Sicilia il tribunale annulla il voto che elegge Cancelleri candidato presidente, Grillo se ne frega, va avanti, perde lo stesso anche in Sicilia, e ci perde anche un bel po’ di faccia.

Di Maio, il candidato eterodiretto. Al di là della sua elezione farsa, Di Maio è attualmente il candidato alla Presidenza del Consiglio (formalmente tale candidatura non esiste) ed è già in giro a raccontare il suo programma. Di Maio incarna la trasformazione dei 5 stelle in questi 5 anni, dal “Vaffa” al “vogliamo parlare con tutti” pur di andare al governo. Un candidato che nei fatti non decide praticamente nulla, che campa di scelte che – a detta sua – vengono dai cittadini ma che nei fatti è tutto prodotto dalla Casaleggio Associati, un’azienda che fattura grazie anche al M5s. Un candidato che, nella pratica, è solo espressione di un piccolo gruppo di potere privato. Si potrebbe continuare per un bel po’, in questi 5 anni il M5s ne ha combinate davvero tante politicamente, e lo spazio di un blog non può contenere la mole di contraddizioni, bugie, passi falsi e tradimenti del loro elettorato. A me piace ricordare questi punti, che sono esemplari di un’ipocrisia che si appresta nuovamente a candidarsi alle politiche. Non so come andrà a finire, ma il punto politico è ormai chiaro rispetto a 5 anni fa, abbiamo covato una forza antipolitica che dice tutto e il contrario di tutto pur di ottenere consenso, che è in mano a un privato e che dal punto di vista amministrativo è stata – per usare un eufemismo – fallimentare.

In breve: 5 anni inutili, per la politica, per le istituzioni e per i cittadini. 

Dieci anni dal predellino. Ma l’Italia continua a parlare di Berlusconi. Il 18 novembre 2007 lo storico discorso di San Babila e la nascita del Pdl. Ennesima intuizione di un leader che non riesce a uscire di scena. Ora il Cav punta alle settime elezioni Politiche della carriera, nonostante la condanna. Lui sembra sempre uguale, ma il mondo che gli sta attorno è cambiato, scrivono Marco Sarti e Alessandro Franzi il 3 Novembre 2017 su “L’Inkiesta”. Milano, domenica 18 novembre 2007. Sono le sei di sera quando Silvio Berlusconi sale sul predellino della sua auto nella centralissima piazza San Babila. Il leader di Forza Italia guida ormai da un anno e mezzo l’opposizione al governo Prodi. Criticato da alleati e avversari, sta vivendo uno dei rari momenti di vera difficoltà della sua carriera. Eppure, nell’improvvisato discorso alla folla di sostenitori, attorniato da un muro di microfoni e telecamere, quella sera di ormai dieci anni fa Berlusconi prende tutti in contropiede. Annuncia lo scioglimento del partito fondato nel 1994 e la nascita di una nuova formazione di centrodestra per unire tutte le anime della coalizione (tranne la Lega). Un azzardo, di cui gli alleati sono all’oscuro. Con il Popolo della Libertà, acronimo Pdl, Berlusconi vincerà di nuovo le elezioni Politiche, nell’aprile successivo. Da quella serata milanese sembra trascorso un secolo. Ma Berlusconi, a suo modo, è ancora in scena. La prossima primavera affronterà le elezioni Politiche per la settima volta, a 81 anni, malgrado una condanna definitiva per frode fiscale che gli impedisce di candidarsi in prima persona. È innanzitutto il panorama attorno a lui, a essere cambiato. All’epoca del discorso del predellino, Walter Veltroni guidava il neonato Partito Democratico, mentre a Palazzo Chigi c’era ancora Romano Prodi, con un elenco di ministri che comprendeva personalità del calibro di Mastella, Amato, Di Pietro. Matteo Renzi faceva ancora il presidente della Provincia di Firenze, praticamente sconosciuto fuori da lì. E il Movimento Cinque Stelle neppure esisteva, sebbene qualche settimana prima si fosse levato il boato del primo Vaffa Day di Beppe Grillo. Tutto era diverso, tranne lui. Oggi, dieci anni dopo, Berlusconi fa ancora Berlusconi. O almeno ci prova. Si veste e si trucca come allora, promette la rivoluzione liberale, entra ed esce da una nota beauty farm di Merano per mettersi in forma in vista dell’ennesima campagna elettorale. Continua a considerarsi il garante del cosiddetto popolo dei moderati.

Dopo 14 anni da "La finestra di fronte”, Ozpetek torna a dirigere Giovanna Mezzogiorno in un thriller ricco di mistero, ragione, follia e sensualità. Milano, domenica 18 novembre 2007. Sono le sei di sera quando Silvio Berlusconi sale sul predellino della sua auto nella centralissima piazza San Babila. Il leader di Forza Italia sta vivendo uno dei rari momenti di vera difficoltà della sua carriera. Eppure, nell’improvvisato discorso alla folla di sostenitori, attorniato da un muro di microfoni e telecamere, prende tutti in contropiede. È il segno evidente di una longevità politica rara e, forse, di un Paese che non sa cambiare. «Non c’è solo il predellino, Berlusconi è protagonista della scena dal 1994» sottolinea Altero Matteoli, senatore berlusconiano e più volte ministro dei governi di centrodestra. «Anzitutto ha una capacità di lavoro impressionante, non ho mai visto nessuno lavorare tante ore come lui. E poi il Cavaliere ha una forte personalità. Ha attraversato una serie di vicissitudini personali che avrebbero ucciso un toro. Lui, invece, è rimasto sempre al suo posto». Ai tempi del predellino, Matteoli era un dirigente di primo piano di Alleanza nazionale, allora saldamente nelle mani di Gianfranco Fini. Che pur non condividendo da subito l’idea del Pdl, alla fine la accettò, confidando anni dopo di aver commesso il suo più grande errore politico. «Quello del partito unico - insiste Matteoli - fu un passaggio fondamentale. Non è un caso se ancora oggi molti rimpiangono il Pdl, e io sono tra loro. Era un partito che metteva insieme tante anime e diverse esperienze». Non durò moltissimo, per la verità. Il Pdl è finito durante la crisi dell’ultimo governo guidato dal Cav, mentre si consumava una drammatica scissione proprio con Fini. Nel 2013, un altro gruppo di ex An si sarebbe presentato alle elezioni con un nuovo soggetto politico: Fratelli d’Italia. E così qualche mese più tardi, dopo la condanna che lo ha estromesso dal Senato, Berlusconi è tornato al vecchio amore: Forza Italia. Sancendo la rottura con l’ex delfino Angelino Alfano, allora vicepremier del governo di larghe intese guidato da Enrico Letta. In quei mesi, Piero Ignazi, politologo dell’Università di Bologna, scriveva un libro dal titolo esplicito: Vent’anni dopo. Berlusconi, comunque la si veda, aveva profondamente segnato un ventennio della politica italiana, più di qualsiasi altro leader del dopoguerra: «Una presenza dominante e continua, un’impronta che non si limita al piano specificamente politico, ma investe gli atteggiamenti e i valori, la comunicazione e lo stile di leadership, la cultura politica in senso lato». Il politologo oggi vede in tutte queste caratteristiche anche il limite che non ha permesso a Berlusconi di trovare un erede: «Non lo ha voluto, tutti i leader con il suo profilo - risponde - non lo vogliono mai. E poi oggettivamente Berlusconi ha i soldi, le televisioni… Come si fa a trovare un vero successore con gli stessi strumenti?».

Per fare una sintesi: Il modello berlusconiano di uomo di successo con il sorriso in tasca ha incarnato nell’immaginario italiano tutto e il contrario di tutto. Il populismo di governo, che ha anticipato molti fenomeni internazionali, qualcuno dice anche Donald Trump. E ha stuzzicato la natura profonda del Paese: un’italianità che sfocia nella contrapposizione allo Stato e al politicamente corretto, ma senza eccessi. Amato e odiato nella stessa misura, anche per questo Berlusconi è sempre rimasto protagonista. Persino sul fronte delle grane giudiziarie: appena l’altro giorno si è saputo di una nuova indagine sulle stragi di mafia del 1993. «Ma le doti comunicative da sole non bastano - sostiene Matteoli -. Anche Matteo Renzi è un grande comunicatore, eppure la sua stagione politica è durata al massimo un paio di anni». Il paragone non è casuale. Sono stati in molti ad aver accostato il segretario del Pd al Cavaliere. Stesso approccio alla politica, uguale ingresso dirompente sulla scena. «Lasciamo stare - sbotta l’ex ministro - Quella è tutta un’altra storia, Berlusconi è di un altro spessore». Semmai Renzi potrebbe presto entrare nel lungo elenco degli avversari sconfitti. E in buona parte scomparsi dalla scena. Da Prodi a Rutelli allo stesso Veltroni, che comunque resta uno dei pochi padri nobili del centrosinistra a sognare un ritorno sulla ribalta. Berlusconi è sopravvissuto a Mario Monti, che nel 2011 prese il suo posto a Palazzo Chigi nel mezzo di una tempesta finanziaria che avrebbe dovuto seppellire definitivamente il ventennio. Pierluigi Bersani, che nella campagna elettorale del 2013 aveva promesso di “smacchiare il giaguaro”, ormai è fuori dal Pd. E poi c'è la lista degli eredi mai cresciuti e alla fine ripudiati: Fini, Fitto, Alfano. Persino nella Lega l’alleato di ferro Umberto Bossi - «lascerò la politica quando la lascerà Silvio» - non conta più nulla. ll modello berlusconiano di uomo di successo con il sorriso in tasca ha incarnato nell’immaginario comune tutto e il contrario di tutto. È stato il populismo di governo, ha stuzzicato la natura profonda del Paese. Amato e odiato nella stessa misura, anche per questo il Cavaliere è sempre rimasto protagonista. Ma Berlusconi, alla fine, è davvero sempre al centro della scena? È lui che può dare le carte, che può decidere gli equilibri del prossimo Parlamento? O è solo una suggestione giornalistica? Per il professor Ignazi il mito Berlusconi ormai sopravvive alle stesse fortune del Cavaliere. Una bulimia mediatica che sopravvaluta le reali forze in campo. «Oggi la Lega raccoglie più consensi di Forza Italia, c’è voluto un esterno come Salvini - sostiene il politologo - per emarginare Berlusconi. Nei confronti di quest’ultimo c’è una specie di coazione a ripetere che non rispecchia la realtà. Forza Italia non ha più l’egemonia, al massimo ci sarà un grosso equilibrio con la Lega che sarà gestito attraverso una contrattazione fra le parti». Nemmeno la leadership carismatica di Berlusconi è rimasta centrale? «No, fa parte di un passato lontano, la crisi - risponde Ignazi - ha travolto l’immagine di successo di Berlusconi. Che semmai cercherà di far dimenticare le malefatte del passato, e il suo successo dipenderà solo dalla capacità di mistificazione che metterà in campo». I suoi sostenitori la vedono ovviamente in modo diverso. Almeno in pubblico, dove i dubbi sulla stanchezza di un leader dalle mille vite vengono mantenuti nascosti. Per Matteoli, il Cavaliere è quello di sempre: «Fateci caso - confida - se Berlusconi parla, tutti i giornali ne scrivono. Se non parla, tutti i giornali cercano di interpretare i suoi silenzi. Lui è così: si può odiare o amare - è vero, c'è persino chi lo ama - gli si può essere amici o avversari, ma tutti concordano su un dato: il protagonista è sempre Berlusconi. La stampa e le tv non possono fare a meno di parlarne. In un mondo dove non ci sono più leader, è una verità indiscussa».

Quando il genio è un idiota per i più idioti. Donald Trump è un geniale imprevisto della storia americana così come Silvio Berlusconi lo fu di quella italiana, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 07/01/2018, su "Il Giornale". Quando Berlusconi vinse le sue prime elezioni, Massimo D'Alema, che si ritiene un genio, sentenziò: «È un idiota, tra poco lo troveremo sui sagrati delle chiese a chiedere l'elemosina». Venticinque anni dopo ditemi voi chi dei due era il genio e chi l'idiota. Mi viene in mente questo aneddoto leggendo le cronache che arrivano dagli Stati Uniti sullo stato mentale di Donald Trump. Michael Wolff, ex collaboratore del presidente durante la campagna elettorale, ha scritto un libro (Fire end Fury) che sta facendo molto discutere: sostiene di aver raccolto confidenze nel mondo che gravita attorno alla Casa Bianca che parlano di un «Trump idiota». Il presidente ha ribattuto: «Io non sono un idiota, io sono un genio», elencando i suoi numerosi successi professionali. Sembra un dibattito surreale, eppure non lo è. «Idiota» è parola che indica, cito i dizionari, «chi non ha capacità cognitive». Il che vale sia per chi davvero non le ha, sia per chi ne ha talmente tante, i geni appunto, da risultare invisibili alle persone normali. Se Trump fosse catalogabile nella prima categoria (privo di capacità) verrebbe da chiedersi quale sia il quoziente intellettivo delle persone (la Clinton e i democratici americani, per semplificare) che lo hanno sfidato e hanno perso. Come si potrebbe definire uno che si fa mettere nel sacco da un «idiota»? Mi viene in mente «demente», ma non sono un esperto. Stando in Italia, penserei alle facce di Bersani ed Alfano, quelli cioè che pensavano di essere dei «geni» e che Berlusconi fosse appunto un «idiota». Se invece Trump fosse davvero un «genio», allora si spiegherebbero tante cose. «Quando un genio appare in questo mondo lo si capisce dal fatto che tutti i mediocri si coalizzano contro di lui», diceva un filosofo. Ed è quello che sta succedendo a Donald Trump, un geniale imprevisto della storia americana così come Berlusconi lo fu di quella italiana. Io capisco che uno normale scambi un genio per un idiota. E quando dico «normale» mi riferisco anche a quelli bravi che sanno colpire un bersaglio che nessun altro sa colpire. È che i geni vedono un bersaglio che nessun altro sa vedere. Non è differenza da poco. Fidiamoci dell'intuizione di Cesare Lombroso: «La comparsa di un singolo grande genio vale più della nascita di centinaia di mediocri».

Grazie all’incompetenza della classe politica, l’Italia è il paese dove si spendono peggio i soldi pubblici, scrive Andrea Pasini il 2 gennaio 2018 su "Il Giornale". Sono Andrea Pasini un giovane imprenditore di Trezzano Sul Naviglio e non mi vergogno di dire che grazie all’incompetenza della classe politica che da decenni occupa la Camera e il Senato l’Italia è il paese dove si spendono peggio i soldi pubblici. E’ urgente una rivoluzione della classe politica nel nostro paese. Ci auspichiamo che il governo se mai riuscisse a nascere dopo le elezioni di marzo si impegni a parlare meno il politichese e inizi a fare i fatti. Mettendo in atto azioni concrete che vadano nella direzione di risolvere i problemi che da decenni ormai logorano gli italiani. Partiamo da un dato, ahinoi, conclamato, l’Italia è il Paese dove il danaro, versato in tasse da parte dei cittadini, viene speso nel peggiore dei modi possibili. La competitività italiana non sta migliorando, anzi a livello economico, supercazzole a parte, è in fase di stallo da troppo tempo. In termini di “agonismo” finanziario siamo classificati al quarantacinquesimo posto su scala mondiale. L’Italia come fanalino di coda, dietro alle potenze economiche, ma quel che è peggio dietro ad economie in via di sviluppo. Uno smacco, per quella che fu la quinta economia mondiale. Intollerabile. Gran parte di questo risultato dipende dalla cattiva gestione inerente alla spesa pubblica. L’apparato statale, burocrazia docet, è un dato di forte negatività che appesantisce, trascinando verso il basso, l’ossatura economica della nazione. Le prestazioni del settore pubblico restano scadenti, con una amministrazione statale pervasiva ed un sistema giudiziario altamente inefficiente. Tra i sotto-indicatori utilizzati per valutare la Pubblica Amministrazione, il dato più sorprendente ed avvilente lo fornisce quello sullo “spreco della spesa pubblica”, che misura quanto efficientemente vengano consumati i soldi dei contribuenti. In questa classifica l’Italia si posiziona al centotrentesimo posto su centotrentasei Paesi al mondo: è il peggiore tra i paesi dell’Unione Europea. Parliamo di percezione, ma il problema è che non riusciamo a misurare l’efficienza della spesa. Così facendo precipitiamo verso l’oblio. Lo scorso anno, sulle colonne de Il Foglio, Carlo Cottarelli, dirigente dell’Osservatorio sui Conti Pubblici dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ed ex commissario governativo alla spending review ha dichiarato: “Quello che manca sono indici oggettivi per misurare la qualità dei servizi e della trasparenza della spesa. Il Regno Unito dalla metà degli anni 90 ha introdotto indicatori per valutare i programmi di spesa e gli obiettivi raggiunti a distanza di tempo. Questi indici sono poi la base per fare, ogni 2-3 anni, le spending review”. Purtroppo non finisce qui. “Con la riforma della legge di Bilancio del 2009 sono stati individuati degli indicatori, ma è una cosa molto pro forma. Sul piano delle riforme per migliorare l’efficienza, i passi più avanzati sono stati fatti con l’accorpamento degli acquisti di beni e servizi in 34 soggetti aggregatori, mentre per quanto riguarda la riforma della PA bisognerà vedere l’implementazione effettiva”. Infine, inerente alla difesa strenua dei privilegi dei privilegiati: “Per rendere un sistema più efficiente occorre misurare ciò che funziona per responsabilizzare il personale e premiare chi se lo merita. E ciò deve valere sia per i dirigenti sia per i dipendenti”. In un articolo, apparso alcuni giorni fa sulle colonne de Il Giornale, leggiamo: “In un saggio pubblicato su Lavoce.info, Perotti riporta la risposta della Corte costituzionale a una sua richiesta di chiarimenti sugli apparenti risparmi sulle pensioni di giudici e dipendenti che compaiono nei bilanci. La Corte mette per iscritto che ‘fin dal 2014 è stata avviata un’opera di razionalizzazione e di riduzione della spesa, nell’ambito della quale ha influito in modo rilevante anche l’attuazione della legge Fornero’, allega i dati dal bilancio consuntivo, che fino a poche settimane fa non aveva mai pubblicato, secondo cui tra il 2013 e il 2016 ha risparmiato ben nove milioni su 62, un bel 15 per cento. In realtà, osserva Perotti, ‘c’è stata una piccola riduzione delle retribuzioni nette dei giudici, grazie alla riduzione dello stipendio da 465.000 euro a 360.000 euro entrata in vigore nel maggio 2014. C’è stata anche una leggera riduzione delle retribuzioni nette del personale di ruolo e di altro personale. Ma c’è stato un aumento, non una riduzione, delle pensioni nette pagate'”. Gira e rigira la spending review rimane al novero delle fake news che affossano il nostro Paese trascinandolo negli abissi dello spreco. Torniamo alla porta di Cottarelli, che riferendosi all’infinita diatriba tra privato ed intervento pubblico, afferma: “Non c’è dubbio che ci sia un problema di perimetro della spesa. Ci sono società partecipate locali che fanno cose che il privato potrebbe fare meglio. E’ chiaro che dove ci sono fallimenti di mercato deve intervenire il pubblico, ma spesso c’è un’opposizione ideologica a far entrare il privato in certi settori”. Più spendi, meno spendi diventa più spendi, più sperperi in un’ottica all’italiana che affossa l’economia nazionale. In gioco c’è la sopravvivenza fiscale di questo lembo di terra, ma i politici usa e getta di questi decenni pensano solamente ad ingrassare le proprie tasche, lasciando incerto il domani della nostra Nazione. Andrea Pasini Trezzano Sul Naviglio 

Gratta e vinci a 5 stelle, una corsa in massa che fa tenerezza. Altro che mestieri e competenze: tutti sono convinti di saper fare politica. E così il sito dei grillini va in tilt. Tra De Falco, Paragone e Carelli c'è una pletora di sconosciuti che verrano scelti come in un talent, scrive Paolo Madron su Lettera 43 il 4 gennaio 2018. Devono aver scambiato la politica per un’agenzia di collocamento, o una lotteria dove se becchi la poltrona, vista la pervicace tendenza a mantenerla, per cinque anni sei lautamente sistemato. Ma siamo all’apogeo della democrazia diretta, almeno così come la intendono i grillini alle cui Parlamentarie si sono presentati talmente in tanti da far andare in tilt il sito del Movimento 5 stelle.

C'ERA UNA VOLTA LA GAVETTA. Chissà perché, tra tanto predicare (a vanvera) di mestieri e competenze, la politica è qualcosa che oggi sono tutti convinti di saper fare. In barba a scuole di partito e principi di selezione che sottintendevano una durissima gavetta. Si partiva dai consigli di zona per arrivare dopo un tot ai banchi dei municipi, per poi entrare in Giunta e, se si faceva bene, sperare che il partito ti premiasse facendoti spiccare il volo per Roma. Quasi tutti sono convinti di essere portatori dell’idea vincente per salvare il mondo, quasi tutti si sentono orgogliosamente detentori di spiccate doti d’intelletto e carattere. Ma più spassosi dell’esercito di candidati sono i curricula e i programmi con cui si presentano. Quasi tutti sono convinti di essere portatori dell’idea vincente per salvare il mondo, quasi tutti si sentono orgogliosamente detentori di spiccate doti d’intelletto e carattere per cui non votarli sarebbe un’improvvida occasione perduta.

CAPITANO IN CERCA DI RICONOSCIMENTI. Per carità, la stragrande maggioranza saranno sicuramente persone per bene, brave e rispettabili, ma questa corsa in massa per accaparrarsi un posto al sole suscita tenerezza e perplessità. In mezzo ovviamente ci sono anche dei nomi noti. C’è il capitano di Marina Gregorio De Falco, quello del «salga a bordo, cazzo!» intimato al comandante Schettino che aveva pensato bene di lasciare la Concordia e i suoi passeggeri a naufragare, e che ora probabilmente cerca un riconoscimento postumo del suo allora misconosciuto senso del dovere. E poi, immancabili, ci sono i giornalisti. Scontato qualche nome, come quello di Gianluigi Paragone, ex domatore - non a caso la trasmissione si chiamava La Gabbia - della pubblica indignazione dagli schermi di La7. Sorprendente quello di Emilio Carelli, ex posatissimo direttore di Sky Tg24, la cui presenza tra i grillini fa lo stesso effetto di scoprire che la tua quotidiana tazza di tisana rilassante conteneva tracce di Prozac.

UNA POSSIBILITÀ DATA A TUTTI? Vista da fuori, la lotteria grillina potrebbe anche essere scambiata per una grande prova di democrazia che dà a tutti senza distinzioni di censo e lignaggio la possibilità di poter competere. Dall’altra parte, destra o sinistra che sia, nella selezione dei candidati dettano ancora legge gli umori del capo o i pacchetti di voti che l’aspirante parlamentare è in grado di mobilitare.

L'ULTIMA PAROLA L'AVRÀ DI MAIO. Poi si va un po’ più nel dettaglio, e si scopre - per fortuna, diciamo noi - che non è proprio così, ma che prevale il meccanismo dei talent. La giuria pentastellata farà una prima scrematura per vedere se i propositi del candidato sono fit o unfit con la filosofia del Movimento. Infine il suo presidente, il candidato premier Luigi Di Maio, avrà l’ultima parola. Sbirciando i nomi, a qualcuno deve sicuramente averla già data. Ma, in questo gigantesco Hellzapoppin di nomi e curricula, l’uno vale uno e la sbandierata democrazia diretta sono apparentemente salvi.

Elezioni politiche 2018. Candidati M5s Pd e Forza Italia. Nomi famosi vip. Elezioni 2018, la carica dei vip: con il M5s De Falco, Paragone e l'ex direttore di Sky. Tanti gli attivisti che si candidano alle Parlamentarie. Spuntano però i nomi del capitano che ordinò a Schettino di tornare a bordo della Costa Concordia, l'ex conduttore de "La gabbia" e non solo. Ma membri famosi della "società civile" fanno capolino tra i papabili di Pd e Forza Italia, scrive Today il 4 gennaio 2018. Volti e nomi sconosciuti o quasi. Ma anche "vip". Ecco la carica degli aspiranti parlamentari del M5s. In mezzo a migliaia di attivisti e membri della società civile, spuntano infatti personaggi decisamente famosi, come ad esempio Gregorio De Falco, il capitano di fregata che cerco di convincere Francesco Schettino a tornare a bordo della Costa Concordia durante il naufragio davanti all'isola del Giglio. Secondo il Corriere della Sera, De Falco potrebbe finire il lista a Livorno per il Senato.

Parlamentarie M5s, tutti i nomi vip. Ma il capitano del "Vada a bordo, ca...." non è l'unico volto noto: per le Parlamentarie infatti ci sarebbero in corsa anche giornalisti, attori e imprenditori. Tra i nomi che circolano in queste ore ci sono anche quello di Gianluigi Paragone, l'ex direttore di SkyTg24 Emilio Carelli, l'inviato de Le Iene Dino Giarrusso e l'attrice (e attivista M5s) Claudia Federica Petrella. Ma si parla anche di Marco Montanari, osservatore per l'Unione Europa, consulente della Farnesina e capo delegazione di missioni in Georgia e consigliere politico della missione Ue in Niger, e il professore Ugo Grassi, ordinario di Diritto civile all'Università Parthenope di Napoli. La presenza di Carelli è "quasi certa", scrive il Corriere. Paragone, "orfano" della sua trasmissione La Gabbia dopo la chiusura decisa da La7, pur non confermando scrive su Facebook: "Se son rose fioriranno, se son stelle brilleranno". Contattato da Giornalettismo, Giarruso smentisce ma non esclude categoricamente per il futuro una sua candidatura con il M5s: "Vediamo. Al momento smentisco. Se poi mi arriva una proposta la valuto volentieri. Non dico che è una cosa che non farei. Ma la dovrei valutare. Ma dire che sono candidato è gossip delirante. È una proposta che valuterei, quella dei 5 Stelle, ma non è una cosa reale ora". 

Candidati vip anche per il Pd e Forza Italia. Ma diversi vip fanno capolino anche negli altri partiti. Anche il segretario del Pd Matteo Renzi pensa a personalità della società civile a fianco di politici di mestiere. Il primo nome a circolare è stato quello di Lucia Annibali, l'avvocato sfregiato con l'acido dal suo ex, che potrebbe trovare un posto nelle Marche, mentre si parla anche del medico no-vax Roberto Burioni a Milano e del pediatra Paolo Siani, fratello del giornalista ucciso dalla camorra a Napoli nel 1985.  Volti noti dello spettacolo e non solo in campo anche per Forza Italia. Pare che Berlusconi avesse in mente di candidare Al Bano e Toto Cutugno per uno dei seggi degli italiani all'estero (il cantante di Cellino San Marco ha però smentito) e TgCom cita come candidati il manager Paolo Damilano, l'uomo di fiducia di Berlusconi ed ex amministratore delegato del Milan Adriano Galliani, il giornalista Alessandro Sallusti, il nutrizioista Giorgio Calabrese e l'imprenditore Francesco Ferri.

Elezioni 2018, ma sono candidati o è il casting del nuovo Grande Fratello Vip? Scrive Silvia Truzzi il 4 gennaio 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Già ai suoi primi vagiti, la campagna elettorale ci provoca moti di sconforto. Arrivare al 4 marzo sarà un’impresa titanica. Ieri tutti i maggiori quotidiani si occupavano dei presunti “assi nella manica” dei partiti in vista delle elezioni. Tutti hanno in comune una cosa, da destra a sinistra, passando per i 5Stelle: provengono dalla cosiddetta società civile (talvolta incivile). Il Corriere della Sera mette in fila i giornalisti Clemente Mimun, Alessandro Sallusti e Federica Angeli da Ostia, fino all’ex allenatore dell’Italvolley Mauro Berruti e all’ex amministratore delegato del Milan Adriano Galliani, passando per Beppe Vacca dell’Istituto Gramsci e il medico dei migranti di Lampedusa, Pietro Bartolo. I partiti li lasciamo indovinare a voi. Repubblica, che si occupa solo del Pd, cita invece Lucia Annibali, Paolo Siani (pediatra, fratello di Giancarlo, giornalista assassinato dalla camorra nel 1985) e il direttore della Reggia di Caserta Mauro Felicori. Con gioia, sempre ieri, abbiamo appreso che Al Bano Carrisi ha smentito un abboccamento con Forza Italia. Peraltro, ha spiegato in un’intervista al Corriere, lui è “putiniano” e quindi non c’è trippa per gatti, al massimo gli interessa la Duma. Come avrete notato, sembra un po’ il casting del Grande Fratello Vip (dove è noto, i vip scarseggiano mentre abbondano parenti e affini di vip fino al decimo grado). La cosa sconsolante è che qui si tratterà di fare leggi che incidono sulla nostra vita, non trasmissioni trash da cui ci si può salvare con il telecomando. Più seriamente, il problema non è circoscritto ai pochi nomi della società civile scelti dai partiti, “figure esterne” o figurine che siano. Da tempo ci lamentiamo della classe dirigente, sulla base di un semplice assunto: un Paese prospera o decade in base alla qualità della classe dirigente di cui dispone. È un tema fondamentale, eppure i politici sembrano non occuparsene o, se lo fanno, i risultati sono disastrosi. Il più recente esempio è la rivoluzione renziana passata alla storia con il nome di “rottamazione”: un clamoroso bluff. Non si trattava affatto di un ricambio generazionale – di cui peraltro, ci sarebbe stato bisogno – a cui sottendeva una nuova visione della società, era più banalmente la presa del Palazzo d’inverno. A chi avesse dubbi su quest’ultima affermazione, consigliamo di riflettere sulla mediocrità dei dirigenti di cui si è circondato Renzi, quasi tutti privi di cultura politica. Una qualità di cui la mera “gestione del potere per il potere” non ha bisogno. Anzi. Come ha notato Gustavo Zagrebelsky, così “la politica si riduce alla gestione dei problemi del giorno per giorno, a fini di autoconservazione del sistema di potere e dei suoi equilibri”. Per questo non serve grande cultura politica: anzi, meno ce n’è, meglio è. E dire che abbiamo avuto esempi fulgidi. Se chiedevi a Stefano Rodotà, quale era stato il suo impatto con la Camera, ti rispondeva: “Ci ho messo quasi un anno a capire dove stavo: c’era un’altissima professionalità parlamentare, non si improvvisava. Si studiava, non si andava a orecchio: bisognava stare al passo”. Forse dovrebbero tenerlo a mente i 5Stelle: i professionisti della politica si possono anche declinare come esperti, non solo come aficionados delle poltrone. Morale della favola: non sappiamo dire quale fondamentale apporto abbia conferito alla legislatura che si è appena conclusa Valentina Vezzali, sportiva fulminata sulla poco frequentata via di Scelta civica. Detto questo, non sapremmo dirlo nemmeno di Alessia Morani, che ha alle spalle una formazione più ortodossa. Forse dovremmo domandarci perché la politica non attrae più i migliori.

Impreparati, incompetenti, immaturi: il ceto politico non è mai stato così ignorante. Non si è mai visto un ceto politico così ignorante. Laureati compresi. Colpa della scuola? O di una selezione al contrario? La democrazia rischia di non funzionare se conferisce responsabilità di comando a persone palesemente impreparate, scrive Raffaele Simone il 27 settembre 2017 su "L'Espresso". Anche se la legge elettorale ancora non c’è, le elezioni si avvicinano e gli aspiranti riscaldano i muscoli. Tra i più tenaci candidati a capo del governo ce n’è uno giovanissimo (31 anni appena compiuti), facondo, con cipiglio, determinato e ubiquo, ma non ugualmente solido in quel che un tempo si chiamava “bagaglio culturale”. Dalla sua bocca escono senza freno riferimenti storici e geografici sballati, congiuntivi strampalati, marchiani errori di fatto, slogan e progetti cervellotici (recentissimi l’Italia come smart nation e la citazione dell’inefficiente governo Rajoy come suo modello), anche quando si muove in quella che dovrebb’essere la sua specialità, cioè quel mix indistinto di nozioni e fatterelli politico-storico-economici che forma la cultura del politico di fila. Inoltre, Luigi Di Maio (è di lui che parlo) non è laureato. Si è avvicinato al fatale diploma, ma per qualche motivo non lo ha raggiunto. Nulla di male, intendiamoci: pare che in quel mondo la laurea non sia più necessaria, neanche per le cariche importanti. Nel governo Gentiloni più di un ministero è presidiato da non laureati e non laureate: istruzione e salute, lavoro e giustizia. Se questa non è forse la “prevalenza del cretino” preconizzata da Fruttero e Lucentini, è di certo la prevalenza dell’ignorante. Infatti la legislatura attuale ha una percentuale di laureati tra le più basse della storia: di poco sopra il 68 per cento, un dato che mette tristezza a confronto col 91 per cento del primo Parlamento repubblicano… Qualche settimana fa la Repubblica ha offerto lo sfondo a questo spettacolo, mostrando con tanto di tabelle che la riforma universitaria detta “del 3+2”, testardamente voluta nel 2000 dai non rimpianti ministri Berlinguer e Zecchino al grido di “l’Europa ce lo chiede!”, è stata un fiasco. I laureati sono pochi, non solo nel ceto politico ma nel paese, in calo perfino rispetto a quelli del 2000, ultimo anno prima della riforma. L’età media del laureato italiano è superiore ai 27 anni e la laurea triennale non serve (salvo che per gli infermieri) a nulla. I giovani che concludono il ciclo di 5 anni (il “3 + 2”) sono addirittura meno del totale di quelli che vent’anni fa si laureavano coi vecchi ordinamenti (durata degli studi 4, 5 o 6 anni). Per giunta, per completare la laurea triennale ci vogliono 4,9 anni, per quella quinquennale più di 7,4! Quindi, l’obiettivo principale della riforma, che era quello di aumentare il tasso di laureati, è mancato. Le cause? Certamente non sono quelle che ha suggerito, nel suo intervento a Cernobbio agli inizi di settembre, la non laureata ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli: la colpa dei pochi laureati, ha suggerito (lei ex sindacalista!), è delle «famiglie a basso reddito», che non trovano più buoni motivi per spingere i figli a laurearsi. Non ha pensato, non avendolo frequentato, che invece è tutto il sistema universitario che andrebbe, come le case abusive, abbattuto e riprogettato. Quindi, se il paese è conciato così, come possiamo pretendere che il personale politico sia meglio? Ma non è finita. Un altro guaio, più serio, sta nel fatto che il ceto politico attuale, e ancor più (si suppone) quello che gli subentrerà al prossimo turno, ha un record unico nella storia d’Italia, di quelli che fanno venire i brividi: i suoi componenti, avendo un’età media di 45,8 anni (nati dunque attorno al 1970), sono il primo campione in grandezza naturale di una fase speciale della nostra scuola, che solo ora comincia a mostrare davvero di cosa è capace. Perché dico che la scuola che hanno frequentato è speciale? Perché è quella in cui, per la prima volta, hanno convissuto due generazioni di persone preparate male o per niente: da una parte, gli insegnanti nati attorno al 1950, formati nella scassatissima scuola post-1968; dall’altra, quella degli alunni a cui dagli anni Ottanta i device digitali prima e poi gli smartphone hanno cotto il cervello sin dall’infanzia. I primi sono cresciuti in una scuola costruita attorno al cadavere dell’autorità (culturale e di ogni altro tipo) e della disciplina e all’insofferenza verso gli studi seri e al fastidio verso il passato; i secondi sono nati in un mondo in cui lo studio e la cultura in genere (vocabolario italiano incluso) contano meno di un viaggio a Santorini o di una notte in discoteca. Prodotta da una scuola come questa, era forse inevitabile che la classe politica che governa oggi il paese fosse non solo una delle più ignoranti e incompetenti della storia della Repubblica, ma anche delle più sorde a temi come la preparazione specifica, la lungimiranza, la ricerca e il pensiero astratto, per non parlare della mentalità scientifica. La loro ignoranza è diventata ormai un tema da spot e da imitazioni alla Crozza. I due fattori (scarsità di studi, provenienza da una scuola deteriorata), mescolati tra loro, producono la seguente sintesi: non si è mai visto un ceto politico così incompetente, ignorante e immaturo. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, nelle parole, le opere e le omissioni. Si dirà, come al solito, che il grande Max Weber lo aveva profetizzato già nel famoso saggio sulla Politica come professione (1919): «lo Stato moderno, creato dalla Rivoluzione» spiega «mette il potere nelle mani di dilettanti assoluti […] e vorrebbe utilizzare i funzionari dotati di preparazione specialistica solo come braccia operative per compiti esecutivi». Ma il povero Max non poteva prevedere le novità cool dei nostri tempi: per dirne una, la rabbiosa spinta che il movimento di Beppe Grillo avrebbe dato alla prevalenza dell’incompetente. Il caso di Virginia Raggi, per esempio, è da trattato di sociologia politica. Pronuncia carinamente l’inglese, ma è un’icona fulgente dell’incompetenza e dell’improvvisazione. Lo mostra, tra le mille cose, il suo incessante fare e disfare alla ricerca di assessori, alti funzionari e dirigenti per le partecipate: li raccatta dalle più varie parti d’Italia, senza distinguere tra accademici e gestori di night, li licenzia di punto in bianco, non vede che la città affonda nella monnezza e nell’incuria e intanto, svagata e placida, esibisce al popolo sfinito la più granitica certezza del radioso futuro della Capitale. Max Weber non avrebbe mai immaginato neppure che i destini della Capitale potessero esser telegovernati da un paio di signori che nessuno ha eletto, o che una deputata, che nella vita faceva la ragioniera, sarebbe arrivata a spiegare col forte caldo la lieve ripresa estiva del Pil. Gli incompetenti si sono procurati ulteriore spazio sfruttando senza ritegno il tormentone del rinnovamento di generazione, che, partito dall’Italia, ha contagiato quasi tutt’Europa. Esser giovane in politica è ormai un titolo di merito di per sé, indipendentemente dal modo in cui la giovinezza è stata spesa, anche se i vecchi sanno bene che la giovinezza garantisce con sicurezza assoluta solo una cosa: l’inesperienza, una delle facce dell’incompetenza. La cosa è talmente ovvia che nel 2008 la ministra Marianna Madia, eletta in parlamento ventiseienne, non ancora laureata, dichiarò che la sola cosa che portava in dote era la sua “inesperienza” (sic). La lista che ho appena fatto non contiene solo piccoli fatti di cronaca. Se si guarda bene, è una lista di problemi, perché suscita due domande gravi e serie. La prima è: a cosa dobbiamo, specialmente in Italia, quest’avanzata di persone che, oltre che giovanissime, sono anche I-I-I (“incompetenti, ignoranti e immaturi”)? È la massa dei somari che prende il potere, per una sorta di tardivo sanculottismo culturale? Sono le “famiglie di basso reddito” della Fedeli, ormai convinte che i figli, invece che farli studiare e lavorare, è meglio spingerli in politica? Oppure è l’avanzata di un ceto del tutto nuovo, quello dell’uomo-massa, di cui José Ortega y Gasset (in La ribellione delle masse) descriveva preoccupato l’emergere? «L’uomo-massa si sente perfetto» diceva Ortega y Gasset, aggiungendo che «oggi è la volgarità intellettuale che esercita il suo imperio sulla vita pubblica». «La massa, quando agisce da sola, lo fa soltanto in una maniera, perché non ne conosce altre: lincia». È una battutaccia da conservatore? Oppure la dura metafora distillata da un’intelligenza preveggente? Comunque la pensiate, queste parole non sono state scritte oggi, ma nel 1930. Forse l’avanzata della «volgarità intellettuale» era in corso da tempo e, per qualche motivo, non ce ne siamo accorti. La seconda domanda seria è la seguente: la democrazia può funzionare ancora se conferisce responsabilità di comando a persone dichiaratamente I-I-I? Forse in astratto sì, se è vero che (come pensava Hans Kelsen) la democrazia è «il regime che non ha capi», nel senso che chiunque può diventare capo. In un regime del genere, quindi, chiunque, anche se del tutto I-I-I e appena pubere, può dare un contributo al paese. Napoleone salì al vertice della Francia a 29 anni e Emmanuel Macron (suo remoto emulo, dileggiato dagli oppositori col nomignolo di Giove o, appunto, di Napoleone) è presidente della Repubblica a 39. Nessuno di loro aveva mai comandato le armate francesi o governato la Repubblica. Ma ammetterete senza difficoltà che tra loro e Luigi Di Maio (e tanti suoi colleghi e colleghe con le stesse proprietà, del suo e di altri partiti) qualche differenza c’è.

LA TERZA REPUBBLICA?

Quando l’onorevole Giuseppe Verdi non volle andare in Parlamento, scrive il 31/05/2018 Mattia Rossi su “Il Giornale”. Giuseppe Verdi era lapidario. E pungente. Come quando l’amico librettista Francesco Maria Piave gli chiese notizie della sua vita parlamentare, Verdi fu tranchant: «La mia vita parlamentare non esiste». Glielo scrisse in una fantastica lettera del 4 febbraio 1865: Per due lunghi anni fui assente dalla Camera, e dopo non vi ho assistito che ben di rado. Più volte fui per dare la mia dimissione ma qualche intoppo è nato sempre ad impedirlo, e sono ancora deputato, contro ogni mio desiderio, contro ogni mio gusto, se avervi né inclinazione, né attitudine, né talento. Ecco tutto. Volendo, o dovendo fare la mia biografia come membro del Parlamento, non vi sarebbe che a stampare nel bel mezzo di un foglio bianco, a grandi caratteri: I 450 non sono realmente che 449 perché Verdi, come deputato non esiste. Se Verdi come parlamentare (fu deputato nel 1861 e senatore dal 1874) non esistette e brillò solamente per le sue assenze, fu invece ben presente nel dibattito politico del suo tempo. Lo testimoniano le oltre milleduecento pagine della corrispondenza che tenne con il collega senatore – almeno formalmente – Giuseppe Piroli (1859-1890), consigliere di Stato dal 1865 e senatore dal 1884, definito da Verdi stesso come «uno dei gran cucinieri che fanno bollire la gran pentola ove vi sono ben brutti intingoli». L’interessantissima pubblicazione del Carteggio Verdi-Piroli si deve all’Istituto di Studi Verdiani di Parma (pagg. 1214, euro 69,90). L’assai scarsa “vocazione” di Verdi a ricoprire la carica di parlamentare venne subito ribadita, il 5 febbraio 1861, in quella che è una delle primissime lettere che inviò al collega Piroli: «Voi siete Deputato al Parlamento per fortuna vostra, e dei vostri Elettori; io lo sono pure per disgrazia mia, e de miei Elettori» (riguardo, poi, il giuramento da senatore, al 12 dicembre del 1874, Verdi, svogliatissimo, non ne vuol sapere: «Non ho nissuna intenzione di venire per ora a Roma per dare il giuramento. Voi mi diceste che non v’era premura, ed io verrò quando voi mi scriverete che è indispensabile». Giurò l’anno dopo «attorniato da quei parrucconi», come commentò la moglie Giuseppina Strepponi). Ad uno sguardo d’insieme è possibile notare una caratteristica comune a tutta la produzione “politologica” verdiana. Come annota il curatore della monumentale impresa, Giuseppe Martini, Verdi fu «sempre lucidissimo nell’individuare le cause di una situazione, possiede una capacità spietata di leggere la realtà e sintetizzarne le prospettive, e anche quando sembra motivato da pregiudizi, i fatti finiscono spesso per dargli ragione». E lo sapeva pure lui, Verdi, quando a Piroli confidò: «Potete credermi: io parlo poco, ma quel che dico è sempre vero». In effetti, la realtà descritta da Verdi, nota sempre il curatore, pare «perfettamente sovrapponibile a quella odierna». Un esempio? La sete della politica per le tasche dei contribuenti e i politici dediti all’«assalto dei portafogli»: Io non ho mai potuto capire come i nostri Uomini di Stato cercano di annientare le poche ricchezze che naturalmente abbiamo. È certo che se voi togliete le forze alle braccia dei lavoranti e le scorte a quelli che devono far lavorare il terreno che produceva per esempio l’anno passato dieci, ora produrrà otto, domani sei, finché non produrrà più nulla. Appunto, i politici. Per Verdi erano una piaga: «Non v’è nulla da sperare per noi quando i nostri Uomini di Stato sono pettegoli e vani come la più meschina femminetta»; ancor peggio se di sinistra, come scrisse alla vigilia delle elezioni del maggio 1880: «Leggo poco, perché io tremo sull’avvenire d’Italia. Forse ci voleva un altro Ministero di Sinistra che facesse nascere qualche guajo serio…». Impietoso, con la classe dirigente “moderata”, a seguito della sconfitta di Custoza: «La situazione è così desolante che non ho nemmeno la forza d’imprecare contro quel branco di incapaci, stupidi, parolai, fanfaroni che ci hanno portati alla rovina. E l’avvenire? Quando i rossi domanderanno: Signori moderati cosa avete saputo fare nei 6 anni del vostro governo? Un’armata senza organizzazione; e le finanze rovinate!». I tagli alla cultura? C’erano già anche quelli, anche se, come annota desolato, «abbandonare le Arti in Italia è come oscurare il Sole». Non è per nulla assente la tematica musicale. Come, ad esempio, la querelle a seguito della morte di Rossini o il dibattito, nel 1870, sul «fare una buona legge sulla proprietà» per impedire contraffazioni (sulla Legge sul diritto d’autore è incentrata tutta l’Appendice numero 3 del II tomo), o a quello, tra 1870 e 1871, sulla didattica nei conservatori. Ecco, a tal proposito, la ricetta, molto tradizionale, del maestro di Busseto: tanto studio del passato e nulla del cattivo presente: «Vorrei dunque pel giovine Compositore esercizi lunghissimi e severi su tutti i rami del Contrappunto. Studj sulle composizioni antiche, sacre e profane. Bisogna però osservare che anche fra gli antichi, non tutto è bello; quindi bisogna scegliere. – Nissuno studio sui moderni! Ciò parrà a molti strano; ma quando sento e vedo in oggi tante opere fatte come i cattivi sarti fanno i vestiti, non posso cambiar d’opinione. Quando il giovane avrà fatto severi studii; quando si sarà fatto uno stile, e che avrà confidenza nelle proprie forze, potrà bene, se lo crederà utile, studiare più tardi queste opere, e sarà a Lui tolto il pericolo di diventare un’Imitatore». Riguardo i cantanti, invece, «estesa conoscenza della musica = esercizi pell’emissione della voce = studj lunghissimi di solfeggio come in passato = esercizi di voce e parola con pronunzia chiara e perfetta. È inutile dire che questi studj musicali devono essere uniti a molta coltura letteraria». Queste le linee guida secondo Verdi. Possibilità di mediazione? Nessuna: «Potranno queste venire approvate da una Commissione? – Si? Eccomi allora pronto agli ordini del Ministro! – No?… Val meglio che me ne ritorni a S. Agata». Innumerevoli (e quindi impossibili da riportare), infine, gli scambi sulla produzione operistica del compositore: Piroli, amante della musica e frequentatore di teatri, condivideva con Verdi opinioni, articoli, cronache, aggiornamenti sulle stesure, richieste soprattutto legate alla vita materiale dell’opera. Una menzione andrà fatta, però, sull’Appendice numero 2 dedicata allo stornello Il Brigidino: 25 battute in Sol maggiore per voce e pianoforte su testo di Francesco Dall’Ongaro. Nulla di strano se non fosse che furono composte dall’annoiato onorevole Verdi il 24 maggio 1861, sui banchi della Camera, per ingannare il tempo. In definitiva, come ben riassume Martini, «il carteggio è una sorta di periscopio. C’è, in queste lettere, il ghigno e la perplessità di Verdi, la rabbia e l’apprensione, molto teatro e molta idea d’arte, e sopra tutto la sua risata vitale, quella riservata a pochi». Leggere questo disincantato carteggio è come scoprire che il ghigno disilluso di Falstaff non fu, poi, così un fulmine a ciel sereno.

Dieci cose che ho capito dalla prima settimana della Terza Repubblica, scrive Boris Sollazzo il 12 Marzo 2018 su "Il Dubbio". Tutto bene e niente in ordine. Cronaca di una Nuova Era che sembra uguale alle altre. “Devono venire tutti a parlare con noi”. “Governo anch’io, no tu no”. “Lui è il leader, ma io sono il regista”, perché Silvio Berlusconi, come al Milan con il suo allenatore, la formazione vuole farla comunque lui. In quest’alba della Terza Repubblica, tutti hanno poche idee. Ma confuse. Noi, però, abbiamo capito 10 cose. O forse no. P.S.: il suddetto articolo è satirico. O forse no.

1. Il Movimento 5 stelle è la rivoluzione, il nuovo che avanza. Anzi no. Ricapitoliamo ciò che è successo in questi giorni: Di Maio scrive a Repubblica, da sempre definito da militanti pentastellati e dirigenti del movimento come uno dei centri d’informazione più corrotti e faziosi. In quella lettera fa intendere, come sta facendo nei corridoi del potere, che per governare servirebbe un inciucio, che un partito intero o parte di esso violasse il vincolo di mandato (che lui invocava, ma fortunatamente nella nostra democrazia non esiste). Nel frattempo su Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, il vate mediatico del verbo grillino, ci dice candidamente (un giorno dopo le elezioni, perché va bene essere a schiena dritta, ma non fessi) che il reddito di cittadinanza non si può fare, non ci sono le coperture (e il Nostro non mente mai giusto? Altrimenti forse dovremmo pensare che lo facesse anche su Renzi e soci). Sembra quasi il Bertinotti di Guzzanti: “Era uno scherrrrrzo!!!!”. E poi a Pesaro, ma non solo, vengono eletti dalla nuova ondata di rinnovamento e honestàh coloro che hanno violato, con rimborsopoli o altro, le stesse regole sacre del movimento. Infine a Roma negano le Olimpiadi, ma a Torino poi le vogliono. Quindi: eleggono disonesti, fanno promesse false, cercano inciuci vari (con la Lega pensano di dividersi le Camere), hanno giornalisti simpatizzanti che danno le notizie quando conviene a loro, fanno figli e figliastri. Insomma, che differenza c’è con quelli che insultano da anni? E con cui ora cercano convergenze più o meno parallele?

2. Inciucio sì, inciucio no, la terra dei cachi. Berlusconi, patto del Nazareno, Italicum, Rosatellum, Alfano, Verdini. Il Pd ha perso voti anche tra i suoi perché inciuciava come un matto per continuare a governare. E veniva insultato amaramente per questo. Ora rifiuta ogni inciucio. E viene insultato ancora più amaramente. Un po’ come quando dopo Mafia Capitale fu l’unico partito a fare un repulisti serio e capillare (salvo poi mettere, sic, la Campana in lista in queste Politiche: è quella degli sms a Buzzi, mai indagata però, va detto) tra le sue fila romane, ma venne etichettato comunque come mafioso. Il Pd è come il tipico maschio italiano: qualsiasi cosa faccia, la propria fidanzata, la moglie e pure l’amante diranno che è sbagliata. Cornuto e mazziato.

3. Le dimissioni a tempo determinato. Che ti aspetti da uno che ha fatto il Jobs Act se non una nuova forma di conclusione di rapporto lavorativo? Il Matteo Renzi più confuso che si ricordi riconosce la sconfitta, dà la colpa agli altri, prova un patetico ultimo tweet domenicale anti 5s e Lega, aspetta quasi un giorno per ammettere la disfatta. Poi se ne va. Anzi no. Dice che le consultazioni le fa lui. Anzi no. Le fa Orfini, il Granduca toscano dice che va a sciare. Fa intendere che Gentiloni è un inciucione – ottima mossa tirare un siluro contro l’unica faccia apprezzata del suo Pd – e si mette in casa Carlo Calenda che a livello social sembra ricalcare il suo mitico #staisereno. Infine dice a tutti (o meglio lo fa il fido Richetti a Piazza Pulita) che ora il Pd farà come la Lombardi con Bersani. Praticamente Matteo è il bambino cicciottello delle elementari che vuole giocare con quelli bravi perché ha portato il pallone. Pure se è bucato.

4. Secessione no, secessione sì, secessione Pd. No, non ci riferiamo alle spinte centrifughe che al Nazareno vedono Emiliano, Orlando e Martina (sono cognomi, fidatevi) su fronti opposti. Piuttosto parliamo di Maria Elena Boschi: perché la secessione è peccato se la vuole Bossi, ma diventa virtuosa se la vuole lei, l’Alto Adige, Bolzano e la Südtiroler Volkspartei. La Lady Macbeth del renzismo ci ha deliziato anche con un manifesto bilingue commovente, nella campagna elettorale in cui dopo aver affondato il Pd con il caso banche ha pensato pure di sparare un siluro sulla Svp costretta ad appoggiare la sua corsa al seggio blindato (da tempo la formazione autonomista dalle sue parti non andava così male): FÜR DIE AUTONOMIE. GEMEINSAM – PER L’AUTONOMIA. INSIEME. Inutile dire che da ministro sosteneva l’abolizione delle regioni a statuto speciale.

5. Anche la politica ha il suo Toto Cotugno. Diciamocelo, noi di Rolling Stone lo sappiamo bene: da anni il mondo della musica non ha saputo designare un degno erede del Maestro. Il rock non ha più trovato un simbolo altrettanto potente. Parliamo dell’eterno secondo, Toto Cotugno, recentemente celebrato dal Mussolini di Sono Tornato come merita. Ora c’è, e si è dato alla politica. Stefano Parisi, un italiano vero che forse dopo essere stato tradito da Milano e dalla Capitale vorrà andare a vivere in campagna, sembra la Roma di Spalletti e Ranieri: grandi rimonte e epiche vittorie morali, ma sconfitte materiali. Dopo aver recuperato punti a Sala e aver perso, ha non vinto con Zingaretti, pur avendogli dato filo da torcere. Forse a destra dovrebbero davvero affidarsi a Toto Cotugno, visti i rapporti privilegiati con Putin (calò su Sanremo con l’Armata Rossa il compagno Toto). L’autore di versi immortali come “Solo noi, solo noi, prati verdi se vuoi” merita la sua occasione.

6. Il doppio razzismo carpiato. Tony Iwobi, nome da lottatore del cartone animato L’Uomo tigre, è il primo senatore nero della nostra Repubblica. Da 25 anni è iscritto alla Lega ed è il più comune cavallo di Troia che la politica ci ha abituato anche altrove a strumentalizzare. Il suo unico merito è aver sdoganato il politicamente scorretto: i compagni di partito lo chiamano il leghista negher. Il tipo deve piacere anche a Berlusconi perché ha fatto ogni tipo di lavoro, stalliere compreso. Va detto che è simpatico quanto Calderoli e moderato come Borghezio, ma soprattutto non ha mai ravvisato negli insulti del primo a Cecile Kyenge nulla di censurabile. Anche qui, un merito ce l’ha: ci dice che essere nero non ti salva dall’avere gli stessi difetti dei bianchi. E’ riuscito, però, a suscitare un rigurgito di razzismo in altri neri, e qui siamo al top: Mario Balotelli e la stessa Kyenge (la prima deputata di colore) per stigmatizzarlo hanno usato il colore della sua pelle. Sì, sembra Django, lo sappiamo.

7. Le parole sono importanti. E pure le scuole e i precedenti. Coerenza pentastellata, capitolo II. Le tre ministre ombra (Trenta, Giannetakis e Del Re) del M5S, destinate ai dicasteri più importanti, vengono dalla Link Campus University, il cui presidente è Vincenzo Scotti, ex pluriministro Dc e sottosegretario per Berlusconi in tempi più recenti. Salvatore Giuliano, nome evocativo, è destinato all’Istruzione: ha contribuito a scrivere la riforma, insultatissima dai grillini, de “La buona scuola”. Perché la Kasta va bene, se è la tua.

Infine l’avv. Conte sarà, tra le altre cose, pure ministro della Meritocrazia. Affascinante per chi porta centinaia di persone con curriculum da operetta in Parlamento. E per chi ha designato come premier uno che come punta massima del curriculum lavorativo ha l’esser stato steward al San Paolo di Napoli. Motivo per cui probabilmente ha dato la lista dei ministri prima: anche nel tempio azzurro le formazioni le danno prima delle partite, mica dopo.

8. Il Pd si è fermato nei salotti, nelle terrazze, nei loft radical chic. E Eboli ci va la Lega (dove prende l’8,3%, solo 500 voti meno di Renzi e i suoi). Nelle feste di compleanno della gente che piace Potere al Popolo aveva la maggioranza assoluta, la Bonino era una forza di lotta e di governo, il Pd teneva. Nelle redazioni dei giornali non si sospettava l’esplosione della Lega e si giurava sul declino dei 5S. Alle anteprime teatrali e cinematografiche si guardava con timido realismo a una rivalutazione di Silvio Berlusconi perché gli artisti hanno il cuore a sinistra ma la testa rimane lucida e capiscono prima degli altri cosa succede (anche se spesso si rifiutano di accettarlo). Sulle montagne dei Parioli – ok, diciamo sui tornanti a senso unico del quartiere snob capitolino – sinistra e centrosinistra resistono, a Capalbio soccombono. Anche perché lì i rifugiati ci sono arrivati. Per essere cacciati dal prefetto. Nelle fabbriche a votarli sono rimasti solo i colletti bianchi, fuori al massimo i colletti alla coreana.

9. L’unica legge buona è quella incostituzionale Avete dato tutti la colpa al Rosatellum dell’ingovernabilità. Tutti: eletti, elettori, lettori, letterati. Bene, come dimostra questo pezzo illuminante, nessuna legge elettorale avrebbe dato una maggioranza vera, se non l’Italicum. Osteggiato dal M5S come incostituzionale (tale in effetti è stato giudicato nella parte del secondo turno-ballottaggio), poi divenuto l’obbrobrio Consultellum e infine morto. Il problema non è il sistema elettorale, ma gli elettori che hanno trasformato il nostro panorama politico in un mostro tripartitico. Insultare la legge è demenziale come dare la colpa delle buche di Roma a Virginia Raggi: il fatto che lei non le faccia riparare perché l’importante è fare i bandi mentre noi perdiamo vertebre, cerchioni e senno sulle strade, non vuol dire che l’asfalto impoverito capitolino non sia l’apice di un sistema corruttivo che nulla ha a che fare con questa amministrazione. E’ come divorziare dalla seconda moglie perché la prima ti tradiva e lei, che ancora non c’era, non ha fatto nulla per impedirlo.

10. Meno male che Silvio c’è. La maledizione di Berlusconi Matteo Salvini fa status arroganti in cui elenca, con un bel vino bianco in mano, i suoi nemici. La sua prima lista di proscrizione. Fa il duro, anzi ce l’ha duro. Però, poi, va ad Arcore da Berlusca e famiglia, a prendere ‘o perdono. O meglio, l’investitura. Perché Silvio regna, Silvio rules, sempre e comunque. Pure 81enne, color mogano, dall’oratoria incerta (scambia migliaia per milioni): alla fine il suo show da Fazio con Morandi l’ha fatto. Certo, capisci che è invecchiato dal fatto che una donna a seno nudo si mostra a lui e non ci prova, non racconta barzellette zozze, non cerca la complicità scurrile e machista dei fotografi, non la invita a una cena elegante e neanche le propone un posto da ministro. Però diamogli tempo e fiducia: presto ci proverà pure con la Isoardi. E nessuno provasse a fare senza di lui: da D’Alema a Renzi, a Veltroni che neanche lo nominava, chi ha provato a sotterrarlo si lecca ancora le ferite. Se lo tocchi, come alcuni faraoni nelle piramidi, la maledizione di Slivio si abbatte su di te. Praticamente Tutankhamon. Di cui peraltro ha il colorito, gli anni (anche per lui ormai serve il carbonio 14 per stabilirne l’età), l’immortalità, la passione per le giovani egiziane, l’ossessione per i mausolei monumentali (chiedere al maestro Pietro Cascella).

Bonus Track: Pippo Civati condivide su twitter l’articolo di Lercio su di lui con il commento “Giusto così”. La tenerezza che ci fa l’onestà intellettuale di quest’uomo è struggente.

Ghost Track: Avete presente Kennedy che diceva “non pensate a quello che il Paese può fare per voi, pensate a quello che voi potete fare per il Paese”? Ecco, in Italia è: non pensate a quanto fanno schifo i politici, pensate a quanto facciamo schifo noi. Noi, che diamo l’Italia a uno che ha candidato uno come Traini. Uno che va in giro a Macerata cercare di ammazzare immigrati (pochi giorni fa imitato da tal Roberto Pirrone che ha ucciso un senegalese) poche settimane dopo aver presenziato con entusiasmo a un evento leghista della Lega marchigiana. Risultato? Salvini sul tetto del mondo, Lega terzo partito nella regione, tra il 17 e il 18, in grande ascesa. D’altronde non siamo mica soli: il referendum britannico che sancì la Brexit avvenne dopo il barbaro assassinio dell’attivista europeista e ex parlamentare laburista Jo Cox. Quella violenza ci rappresenta. Loro sparano o accoltellano, noi votiamo. Non sono pazzi isolati, ma specchi estremi delle nostre paure e delle nostre ideologie. Ormai siamo dentro democrazie a responsabilità limitata.

Non basta il voto a salvare l'Italia dalla casta dei pm. Non c'è voto, dato a destra, sinistra, sopra o sotto, che possa metterci al riparo da un sistema infettato alle radici, anche quelle in apparenza sane, scrive Alessandro Sallusti, Giovedì 15/03/2018, su "Il Giornale". Dicono che gli italiani con il voto abbiano voluto provare a cambiare questo benedetto Paese. È possibile, anche se il cambiamento in sé non è bello né brutto, dipende se si migliora o peggiora la situazione esistente. Il rischio come dice l'antico proverbio di finire dalla padella nella brace è infatti sempre in agguato e per anni in Italia è valso il detto «si stava meglio quando si stava peggio» con qualche velato riferimento anche ai tempi del Duce. Non voglio essere pessimista e smorzare sul nascere le speranze di chi nell'urna ha deciso di esplorare nuove vie, ma temo che cambiare il quadro politico grillini o non grillini sia una piccola parte del problema. Due fatti di cronaca accaduti in questi giorni dicono dell'Italia molto più del risultato elettorale. Il primo è accaduto in Umbria, dove un solerte magistrato ha sequestrato il centro polifunzionale di Norcia, un gioiello di aggregazione sociale costruito a tempo di record per dare sollievo ai terremotati grazie alla generosità dei lettori del Corriere della Sera e degli ascoltatori della tv La7. Parliamo di una sottoscrizione da otto milioni affidata alle mani esperte e pulite di Stefano Boeri, architetto di fama internazionale. La magistratura non ha ravvisato ipotesi criminali, tipo tangenti o ruberie, bensì il non rispetto alla lettera delle norme (che messe insieme assommano a una risma di fogli alta 82 centimetri, evviva la burocrazia) e tanto è bastato a mettere i sigilli. Ma vi sembra possibile? Soldi di privati che non pesano sui bilanci pubblici, sollievo per i terremotati, tre eccellenze italiane (Corriere, La7 e Boeri) che ci mettono faccia e impegno e alla fine arriva un saputello a dire che così non si fa. Incredibile, inqualificabile, direi deprimente. Anche perché e siamo alla seconda notizia questo signore appartiene a quella casta (la magistratura) che ieri l'altro si è rifiutata di cacciare un suo alto esponente (giudice di Cassazione) che aveva messo un suo già assurdo privilegio, l'auto blu con autista, a disposizione della moglie per fare shopping e andare al mare dalle amiche. Non c'è voto, dato a destra, sinistra, sopra o sotto, che possa metterci al riparo da un sistema infettato alle radici, anche quelle in apparenza sane. Quasi quasi mi viene da rivalutare i politici, se non altro non tutti ma molti di loro in un modo o nell'altro, prima o poi, pagano i loro errori. Almeno andando a casa.

MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI. PRESIDENTE DEL SENATO.

Maria Elisabetta Casellati, la presidente del Senato spiegata in dieci dichiarazioni. Superberlusconiana, conservatrice sui diritti per gli omossessuali, aperta al sesso per i detenuti, a favore dell'autonomia del Veneto. Così si è raccontata la seconda carica dello Stato, a cui Mattarella ha affidato il mandato esplorativo, lungo gli anni del suo impegno politico, scrive Christian Dalenz il 17 aprile 2018 su "L'Espresso". “Difficile dire di no”. La presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, lo aveva già detto qualche giorno fa che sarebbe stata pronta ad accettare un mandato esplorativo da parte del Presidente della Repubblica qualora questi glielo avesse conferito. Nata a Rovigo il 12 agosto 1946, Casellati ha vissuto lungamente a Padova dove ha esercitato la professione di avvocato insieme al marito Giambattista Casellati. Si è specializzata in cause di divorzio, occupandosi anche della rottura tra Stefano Bettarini e Simona Ventura. Docente in diritto ecclesiastico, è entrata in politica nel 1994 accanto a Silvio Berlusconi quando l'ex Cavaliere decise di “scendere in campo”. È stata sottosegretaria alla Salute dal 2004 al 2006 (governi Berlusconi II e III) e alla Giustizia dal 2008 al 2011 (governo Berlusconi IV). Nel 2014 è eletta membro del Consiglio Superiore della Magistratura e vi rimane fino al 24 marzo 2018, quando diventa presidente del Senato. Dieci dichiarazioni rese nel tempo alla stampa aiutano a capire le posizioni della seconda carica dello Stato.

Da sottosegretario alla Salute: «Nel ’93 mi colpì un’'intervista di Berlusconi in cui diceva che, se avesse dovuto votare per il sindaco di Roma, avrebbe scelto Fini anziché Rutelli. Mi piacque il coraggio. “Questo ha i connotati”, mi sono detta. Ora la politica mi piace e spero di continuare». Intervista a Il Giornale, 23/5/2005 

Da sottosegretario alla Giustizia: «Si dovrebbe pensare anche alla vita sessuale dei detenuti. La riabilitazione è un percorso complesso che non può non comprendere, oltre agli aspetti del lavoro, della cultura, della formazione, anche la sfera dell'affettività. Interrompere il flusso dei rapporti significa separare l'individuo dalla sua stessa storia personale. Sono convinta che quando si comprime un istinto naturale quale appunto quello sessuale, il rischio di una polarizzazione non desiderata, e spesso imposta dall'ambiente, diventi concreto. Occorre permettere perciò ai carcerati di mantenere un'affettività normale e completa». Intervista ad Affari Italiani, 10/4/2010 

Rispondendo a Marco Travaglio che la attaccava sull'assunzione di sua figlia al Ministero della Salute: «Mia figlia si è licenziata da un lavoro a tempo indeterminato a Publitalia per lavorare un anno con me e darmi una mano per un rapporto fiduciario al ministero come capo segreteria. Ci ha anche rimesso economicamente». Otto e Mezzo, 11/4/2011.

Con riferimento a Silvio Berlusconi: “Mai sentite barzellette oscene da lui.”  Dopo che Giuseppe Cruciani gliele fa ascoltare, afferma: “Fermarsi a questioni del genere è poca cosa”. La Zanzara, Radio 24, 19/4/10201.

Da senatrice: Con riferimento alla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi in applicazione della legge Severino: “Le leggi penali non possono essere applicate retroattivamente. Berlusconi non c'entra niente, avremmo fatto questo ragionamento con qualunque altra persona. È un principio di civiltà giuridica. Berlusconi è stato condannato ma secondo noi questa legge su di lui non è applicabile.” Otto e Mezzo, La7, 9/11/13.

Da consigliere del Csm: «La famiglia non è un concetto estensibile. Lo Stato non può equiparare matrimonio e unioni civili, né far crescere un minore in una coppia che non sia famiglia. Le diversità vanno tutelate ma non possono diventare identità, se identità non sono». Al convegno “La famiglia è una. I diritti sono per tutti”, promosso a Roma dall’associazione "Italia più". 28/1/16.

Sul metodo di elezione dei membri del Csm scelti dalla magistratura: «Forse è il momento di prevedere un meccanismo nuovo che metta al riparo il Csm da logiche parapolitiche come quelle determinate dalle degenerazioni delle correnti della magistratura....il sorteggio serve ad allentare il vincolo tra eletti e correnti.....non mi illudo che possa eliminare ogni influenza sulle elezioni, ma certamente è l’unica soluzione per ridurne l’incidenza garantendo una maggiore imparzialità della composizione dell’organo di autogoverno». Colloquio con Il Fatto Quotidiano, 15/7/2016.

Da presidente del Senato: «La scelta che avete compiuto, eleggendo per la prima volta una donna alla presidenza di questa Assemblea, rappresenta per me una responsabilità che non posso celare dietro nessun preambolo di circostanza…Un onore, oltre che come detto una responsabilità, che sento doveroso condividere proprio con tutte quelle donne che con le loro storie, azioni, esempio, impegno e coraggio, hanno costruito l'Italia di oggi; un grande Paese democratico e liberale in cui nessun obiettivo, nessun traguardo è più precluso». Discorso di insediamento, 24/3/2018.

«Mi faccio chiamare "il presidente". Non c'è bisogno di un articolo femminile per richiamare la parità. La parità è sostanza, non forma. Richiami ad articoli femminili o sostantivi cacofonici evocano battaglie veterofemministe ormai superate dai tempi». Intervista a Matrix, Canale 5, 4/4/18.

Sull'autonomia del Veneto: «Mi auguro che il governo che verrà ponga il tema come una priorità dell'agenda politica perché c'è la necessità reale di un completamento di questo riassetto». Conferenza stampa dopo una visita istituzionale alla Regione Veneto, 6/4/2018.

ROBERTO FICO. PRESIDENTE DELLA CAMERA.

Biografia di Roberto Fico.

Napoli 10 ottobre 1974. Politico. Deputato del Movimento 5 stelle. Presidente della Commissione di vigilanza Rai (dal 6 giugno 2013). Eletto presidente della Camera all’inizio della XVIII legislatura, 24 marzo 2018.

• Laureato in Scienze della comunicazione, un master in «knowledge management» al Politecnico di Milano, nel 2005 ha aperto il meetup di Napoli “Amici di Beppe Grillo”. Nel 2001 candidato sindaco del M5s a Napoli. Prese l’1,5% dei voti. Nel marzo 2013 è stato il candidato alla Camera dei grillini («Se mi consegnano la campanella per guidare la seduta magari gliela tiro indietro»).

• «Il pupillo di Gianroberto Casaleggio. Forse il Grillo del futuro». [Paola Sacchi, Panorama 14/2/2013] «È uno di quelli che, quasi ogni giorno, finisce sui giornali o alla tivù con qualche dichiarazione». [Fabrizio Roncone, Corriere della Sera 23/5/2013]

• «Mio padre lavorava al Banco di Napoli. La mamma è casalinga. Ho una sorella di 34 anni. Disoccupata. Ho fatto molti lavori. Anche il manager in un hotel e il dirigente per un tour operator internazionale. Sempre contratti a tempo indeterminato. Ma dalla vita volevo altro. Proporre, altro che protestare».

• «Il primo passo in politica del cittadino Roberto Fico: Napoli, il sindaco è Rosa Russo Iervolino e si discute della discarica di Chiaiano. È il 2008. C’è tensione. In Comune la seduta è a porte chiuse. Fuori dall’aula, si scatena una specie di rissa, perché c’è un ragazzo con la telecamera che vuole riprendere il dibattito. Ha poco più di trent’anni. Trentatré per la precisione. E dal 2005 organizza il meetup cittadino. Uno dei primi dieci in Italia. Grillino da subito. Lui e il papa ligure si capiscono al volo. Si piacciono. Il ragazzo, che a 18 anni ha votato per Bassolino e in seguito per Rifondazione comunista, grida: “non siete un fortino”. Distribuisce volantini. I commessi gli rispondono: “vattene”. Lo considerano un atto eversivo. Perché ci vuole riprendere? Lui li guarda come si guardano i matti: “la gente in quella sala lavora per i napoletani”. Spinte. Lo devono portare via di peso. “Pratica risolta”, pensano quelli. Falso. Pratica iniziata».

• Favorevole al matrimonio gay, ha contraddetto Grillo sugli stranieri, sostenendo che i figli degli immigrati nati in Italia debbano essere cittadini italiani. È a favore dell’eutanasia per i malati terminali. [Alessandro Trocino, Corriere della Sera 15/3/2013]

• «Noto alle cronache politiche anche per aver scritto su Twitter Monte Citorio staccato e poi essere corso ai ripari cancellando le prove del delitto. Qualche giorno dopo ci ha riprovato: “Molti di noi andremo a Roma”, ha tuonato quasi con una minaccia, spaesato tra plurali e singolari». [Emiliano Liuzzi, il Fatto Quotidiano 13/5/2013]

• Fidanzato con la fotografa Yvonne De Rosa, anche lei candidata alle elezioni del 2013 con il M5s ma non eletta.

• Libro preferito Fantasmi. Dispacci dalla Cambogia di Tiziano Terzani. Appassionato di Stanley Kubrick, in particolare di Odissea nello spazio. 

GIORGIO DELL’ARTI, Corriere della Sera, scheda aggiornata al 24 marzo 2018

Mani in tasca durante l'Inno. Lo stile Fico ora fa inorridire. Il presidente della Camera allude al sindaco Orlando: «Meglio della mano sul cuore dei traditori dello Stato», scrive Felice Manti, Giovedì 24/05/2018, su "Il Giornale". Le mani in tasca, come uno sfaccendato, giacca sbottonata e sguardo assente. Alle sgrammaticature istituzionali dei grillini non ci si abitua mai. Ma stavolta il presidente della Camera Roberto Fico - già nel tritacarne per il caso della colf in nero scoperchiato dalle Iene - si è superato. Non bastava l'oltraggio al picchetto d'onore del Quirinale all'inizio del suo mandato, quando Fico è sfilato di fronte al presentat'arm con la giacca sbottonata e un giaccone sportivo. «Un errore di inesperienza», fu all'unisono il solito triste mantra grillino. Stesso identico copione dopo il colloquio con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante le prime consultazioni, quando Fico si presentò con la giacca aperta mentre i corazzieri in alta uniforme lo salutavano militarmente. Errare è umano, perseverare evidentemente è grillino. Eppure stavolta Fico l'ha fatta grossa: durante l'inno di Mameli in memoria del giudice Giovanni Falcone è rimasto fermo con le mani in tasca (e la solita giacca aperta...) mentre intorno a lui le autorità tributavano il giusto omaggio al magistrato ucciso dalla mafia 26 anni fa. Chi con la mano sul cuore come il sindaco di Palermo Leoluca Orlando - che pure di Falcone fu nemico dichiarato - chi con il saluto militare, chi con una rispettosa postura come il procuratore nazionale antimafia. L'ex ministro della Difesa Ignazio La Russa pretende le sue dimissioni: «Prendesse l'autobus e lasciasse la presidenza della Camera con le mani dove preferisce lui». Fico si difende e allude proprio a Orlando («Meglio le mani in tasca che la mano sul cuore dei traditori») ma nell'immagine il suo linguaggio del corpo era inequivocabilmente sprezzante. Con la faccia di uno che dice «che ci faccio qui?». Gli esperti spiegano che tenere entrambe le mani in tasca indica una persona poco limpida, che non vuole svelarsi. Ed è soprattutto un segnale di noia. Ma annoiarsi mentre si ricorda un uomo dello Stato che è morto per cercare la verità, prima ancora che un oltraggio, è un regalo alle mafie. Perché significa mancare di rispetto non solo alle istituzioni che forse si fa fatica a rappresentare ma soprattutto alla lotta alle mafie e alla criminalità organizzata, di cui i Cinque Stelle dovrebbero essere baluardo, a maggior ragione vista la messe di voti che hanno raccolto al Sud. Tenere le mani in tasca è anche sintomo di fannulloneria e di menefreghismo, atteggiamento tipico del Sud assistenzialista che sa solo lamentarsi e che preferisce tacere di fronte allo strapotere della criminalità. E dire che sulle mafie qualche sbandata il presidente Fico l'aveva già fatta. Quando il sindaco M5s di Quarto Rosa Capuozzo (protegé di Fico) finì nei guai per i sospetti di infiltrazione della camorra e che l'allora presidente di vigilanza Rai, fu persino ascoltato dai magistrati. Le cronache di allora ricordano che entrambi rimasero in silenzio fino all'esplosione mediatica della storia e che Fico fu «massacrato» dai suoi per aver «mentito» al Movimento. Stavolta è stato il linguaggio del corpo a parlare per lui.

Quel grillino "comunista" col titolo di studio gonfiato. Chi conosce Fico lo definisce un estremista: «Se non sei d'accordo ti punisce». Ma poi millanta master mai fatti, scrive Domenico Di Sanzo, Domenica 25/03/2018, su "Il Giornale". L'apparenza inganna. Anche se ci troviamo di fronte a un «custode dell'ortodossia». Così definiscono Roberto Fico, nuovo presidente della Camera, gli attivisti storici del Movimento Cinque Stelle di Napoli. Proprio quelli che lo hanno visto nascere, politicamente parlando, nel 2005. Quando Fico «insieme a un gruppetto di amici del Vomero» quartiere borghese della città, si mette in testa di fondare la prima cellula grillina napoletana. Il Meetup «Amici di Beppe Grillo» all'epoca sembrava una creatura visionaria prodotta dalla mente un po' annoiata di un trentunenne laureato in Scienze della Comunicazione nella lontana Trieste. I viaggi, l'Erasmus a Helsinki, i lavori saltuari nel campo della Comunicazione, ma anche un'esperienza nel «commercio di tappeti con il Marocco». Un bagaglio tutto messo al servizio del «sogno» di Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo. Nel mondo di oggi, tredici anni sono un'era geologica, ma «Roberto», in apparenza, è rimasto più o meno lo stesso di quando vaticinava di ambientalismo, terzomondismo e democrazia diretta, nelle zone del salotto buono di Napoli. Tra Posillipo, dove è nato da una famiglia della borghesia medio-alta, e il Vomero «ancora oggi il cuore dell'attività politica dei suoi fedelissimi». «Roberto è un estremista - racconta un grillino del centro storico - ma non soltanto nelle idee, anche nei metodi». Il Meetup che aveva contribuito a fondare era il suo regno incontrastato. «Non alza mai la voce - dicono da Napoli - ma se non sei d'accordo con lui ti punisce, come ha fatto con i primi 23 espulsi napoletani poi reintegrati dalle sentenze dei tribunali». E un'altra voce partenopea racconta, avvalorando la fama del Fico playboy incallito: «Si è fatto mezzo meetup di Napoli (ride)». Nel frattempo, il figlio del bancario di Posillipo, tra un'avventura e l'altra, tenta la scalata politica. Nel 2010 si candida alla presidenza della Regione Campania, l'anno dopo a sindaco di Napoli, e nel 2013 finalmente riesce a farsi eleggere alla Camera dei deputati. Poi «non si fa più vedere sul territorio». Ma il controllo della «base» napoletana è affidato ai suoi luogotenenti, tra cui Alessandro Amitrano, appena eletto alla Camera e Vincenzo Presutto sbarcato al Senato. E sulla presidenza della Commissione Vigilanza Rai c'è chi scherza: «Il suo unico risultato è stato quello di far eliminare la pubblicità da Rai Yoyo, canale di cartoni animati per bambini». Per quanto riguarda l'attività parlamentare, un ex staffista dei Cinque Stelle commenta: «L'assenza di iniziativa politica ora ha fruttato a Roberto il massimo del risultato personale». Ascesa politica a parte, di Fico, il grillino-maoista, si sa finora poco. Il rapporto con la compagna fotografa Yvonne De Rosa è fuori dai riflettori della stampa. A differenza delle mirabolanti imprese di Di Maio e Di Battista, raccontate sempre nel dettaglio da giornali e giornaloni. A conferma della tenuta del sentimento c'è il bacio tra Roberto e Yvonne, immortalato, ripreso e pubblicato dagli account social di Fico subito dopo l'elezione sullo scranno più alto di Montecitorio. La De Rosa, classe '75, un anno in meno del fidanzato, vive a Londra da anni, si occupa di fotografia ed è grillina. Nel 2013 era stata candidata nella lista estero, dopo aver ottenuto 70 voti alle parlamentarie online. Un altro dettaglio poco conosciuto nella biografia del neo-presidente della Camera è l'amicizia con il cantautore Lucio Dalla, morto nel 2012. Pare che i due si siano conosciuti «durante una vacanza alle Isole Eolie, quando Fico era un ragazzo». E poi c'è il master in knowledge management. Con l'apparenza che continua ad ingannare. Scrive Fico nel suo curriculum: «Ho successivamente conseguito un master in Knowledge management organizzato dai politecnici di Palermo, Napoli e Milano». Balza subito all'occhio un'imprecisione: a Napoli e Palermo non ci sono Politecnici. Rimane quello di Milano. L'ufficio stampa dell'ateneo milanese, al telefono con Il Giornale, spiega: «La nostra università non ha mai erogato master in knowledge management, nemmeno la Mip, che è la school of business del Politecnico». Ma gli stessi uffici suggeriscono un'altra pista. Il progetto multimedia skill organizzato da Poliedra, un consorzio del Politecnico, in collaborazione con le università di Napoli Federico II e di Palermo. Si trattava, specificano, «di un corso per giovani disoccupati laureati in materie umanistiche». E tra i «percorsi formativi» c'era anche il knowledge management. Il progetto per giovani disoccupati meridionali è stato attivato soltanto per l'anno 2002, e Fico si è laureato a Trieste l'anno prima. Ma, dicono dal Politecnico: «Non è assolutamente un titolo di master». Mai fidarsi delle apparenze.

Sì allo ius soli e adozioni gay. Fico, il grillino "comunista" presidente della Camera. Dal voto per Bassolino e Rifondazione Comunista agli attacchi alla Boldrini, Fazio e Vespa passando per la faida interna con Di Maio: ecco chi è Fico, rappresentante dell'ala ortodossa del M5s e neo presidente della Camera, scrive Domenico Ferrara, Sabato 24/03/2018, su "Il Giornale". Non ci sono foto che lo ritraggono intento a baciare la teca di San Gennaro, ma Roberto Fico Napoli ce l'ha nel sangue. Nato a Posillipo, classe 1974, il neo presidente della Camera è un grillino della primissima ora, componente dell'ala ortodossa del Movimento 5 Stelle. Ha fondato nel 2005 quello che è diventato uno dei più grandi Meetup pentastellati. Dopo il diploma al liceo classico Umberto I (lo stesso da cui proviene Giorgio Napolitano), si laurea a Trieste con 110/110 e lode in Scienze della Comunicazione, con tesi dal titolo "Identità sociale e linguistica della musica neomelodica napoletana". Un Gianni Celeste della politica insomma. Un Erasmus alla Facoltà di Scienze Sociali di Helsinki e un master in Knowledge management organizzato dai Politecnici di Palermo, Napoli e Milano su cui aleggia una sorta di mistero (c'è chi sostiene che questo master non esista). La carriera lavorativa annovera un'esperienza da tour operator a Genova; una da ufficio stampa a Roma; una da redattore nella sezione umanistica di una casa editrice napoletana, una da operatore di un call-center e una come manager di un grande albergo partenopeo. Poi, ha dichiarato il diretto interessato, "a un certo punto ho deciso di vivere di rendita con i risparmi che avevo messo da parte con i lavori del mio passato". E ha aperto, con poca fortuna, una ditta per importare tessuti dal Marocco. Poi il pallino della politica. A 18 anni Fico vota per Bassolino e poi per Rifondazione Comunista. Tanto è l'amore partenopeo che nel 2010 si candida a governatore della Campania e nel 2011 a sindaco di Napoli. Esperienze nefaste: prese l'1,34% prima e l'1,38% dopo. Nonostante ciò, il suo nome per la presidenza della Camera è in pole position già nel 2013. I grillini votano compatti, ma la sorte (e soprattutto gli altri partiti) non lo aiutano. Ma l'ingresso in Parlamento e l'esordio da deputato sono già un successo. In compenso non perde tempo a puntare il dito contro quella che gli ha soffiato lo scranno: "Laura Boldrini usa l'Aula come se fosse una semplice tv commerciale attraverso la quale migliorare la propria immagine". Poi arrivano la carica di capogruppo M5s alla Camera e quella di presidente della commissione di Vigilanza Rai. In quest'ultimo periodo, Fico fa parlare di sé per gli attacchi a Porta a Porta ("Io la chiuderei e farei un altro tipo di trasmissione") e a Bruno Vespa ("Ha un contratto milionario e non è nemmeno un dipendente Rai"), ma anche a Fabio Fazio ("Classico comunista col cuore a sinistra e portafogli a destra"). Promuove invece Crozza e difende a spada tratta la trasmissione Report (forse perché la Gabanelli è uno dei guru giornalistici pentastellati?). Se sospendono Report gli italiano sospendano il pagamento del canone", disse nell'aprile 2017 in merito a una puntata sui vaccini contro il papilloma virus. Poi arriva il momento della guerra interna per la leadership contro Luigi Di Maio, delle divergenze coi vertici del M5s e delle rivolte sedate dai vertici stessi. Barbetta, collanina, braccialetti, ostile alla cravatta, Fico si è sempre detto favorevole alle adozioni e ai matrimoni omosessuali, all'eutanasia per i malati terminali, allo ius soli (al contrario di quanto sostenuto da Grillo). Sull'immigrazione considera i Cie una vergogna tanto da opporsi alla linea Minniti e condividere invece il pensiero di Gino Strada fondatore di Emergency. Le battaglie ambientaliste chiudono poi il cerchio di quello che si può definire un comunista grillino. Adesso la partita più difficile: dimostrare di essere super partes.

Fico è peggio della Boldrini. La sua frase sui "poveri": più a sinistra dei comunisti, scrive il 10 Aprile 2018 Fausto Carioti su "Libero Quotidiano". Che Fico, abbiamo un Boldrino. Non che si sentisse la manca di un/una presidente/presidenta della Camera di sinistra con la fregola di dire al parlamento e al governo ciò che devono fare, ma è giusto dare ragione alle femministe quando ce l'hanno: i maschietti non sono migliori delle femminucce. Laura non c' è, sta tra i quattordici peones di Liberi e uguali rinchiusi nel Cie di Montecitorio chiamato Gruppo misto, però il compagno pentastellato che ha preso il suo posto si sta impegnando per non farla rimpiangere. Ieri Roberto Fico da Fuorigrotta, 44 anni e terza carica dello Stato, ha detto due cose. La prima è una banalità: «I gruppi parlamentari devono dialogare fino in fondo» per dare vita a una maggioranza che governi il Paese. E grazie, che altro poteva dire? Che i partiti devono pensare ai cavoli loro e fregarsene delle indicazioni di Sergio Mattarella, come già stanno facendo? La seconda cosa invece è interessante, perché riguarda gli obiettivi che dovrebbe avere il nuovo esecutivo secondo il suo molto istituzionale parere: «Dalla lotta alla povertà alla corruzione, fino all' obiettivo di annullare gli incidenti sul lavoro». Il coro degli agiografi di Palazzo, ovviamente, si è concentrato sulla prima parte dell'alto messaggio, quella col vuoto pneumatico dentro. Silenzio sul resto. Eppure, messi lì da soli senza null' altro attorno, quei tre obiettivi, tanto nobili quanto ovvi, hanno un loro senso politico: sono il minimo comune denominatore per un «governo del cambiamento» Cinque Stelle-Pd benedetto dalla Cgil. Cosa manca? Tutto il resto, caro presidente dell'aula di Montecitorio che domenica 8 aprile, due giorni fa, aveva detto «non sarò mai un presidente di parte», «ho il dovere di rappresentare tutte le forze politiche» e cose altrettanto mirabili. La prima? Non ha fatto alcun accenno alla sicurezza e al controllo dell'immigrazione, due questioni che magari per lui non sono legate, ma nei fatti e per la gran parte degli italiani lo sono eccome. È un caso che questa amnesia venga dall' uomo che lo scorso 15 gennaio, già Boldrino ante litteram, aveva detto «i migranti sono una risorsa»? Uhm, forse no. E perché il prossimo governo non dovrebbe avere in cima alle priorità la riduzione della pressione fiscale, visto che quella italiana è ai massimi livelli mondiali e riduce i «cittadini» al rango di servi dello Stato, fa scappare le imprese e distrugge posti di lavoro? Il taglio delle tasse non è un'emergenza su cui le forze politiche debbano trovare un accordo? E la denatalità, gli italiani che gareggiano con giapponesi e russi a chi fa meno figli preparando così il grande ospizio, anzi il grande «hospice» di domani, dove decine di milioni di anziani saranno puliti e imboccati da milioni di infermieri africani e sudamericani, non è un problemino per il quale ministri e deputati farebbero bene a scomodarsi adesso? A quanto pare no, per il cittadino-compagno-presidente della Camera. Argomenti come immigrazione, sicurezza, tasse e figli puzzano troppo di destra, per lui. Portato sullo scranno da un accordo del suo partito con Lega, Forza Italia e Fdi, Roberto il Fico già guarda alla sinistra da cui proviene e spera in un governo con la stella a cinque punte su sfondo rosso, icona che ha una lunga e fallimentare storia alle spalle ed è simbolo di restaurazione, altro che «cambiamento».

L'ITALIA COMMISSARIATA: EMERGENZA DEMOCRATICA.

E la chiamano democrazia. Abbiamo dei Parlamentari votati dal 51% degli Italiani. Abbiamo un Governo votato dal 51% dei Parlamentari. Ergo: siamo governati da una minoranza, ossia il 25% della volontà popolare.  E poi dire governati è una parola grossa.

L’Italia commissariata da Bruxelles vuole al governo PD con 5Stelle, scrive Ruggiero Capone il 14 Marzo 2018 su "ilpensieroforte.it". Il nemico si chiama Valdis Dombrovskis, è lui che parlottando con l’eurodeputata Barbara Spinelli avrebbe accennato all’ipotesi che l’Ue potrebbe mandare un paio di tedeschi (insieme ad un danese ed un olandese) “per gestire l’Italia”. Manovra che non escluderebbe l’entrata dei nuovi parlamentari nelle aule, ma solo per lavorare ad una nuova legge elettorale. “Riconosciamo che un eventuale governo ad interim potrebbe non avere la piena autorità di bilancio”, ha affermato il vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, durante la conferenza stampa di presentazione dei rapporti sulle raccomandazioni specifiche per Paese nell’ambito del semestre europeo. Intanto l'Europa, influenzata dai democratici tedeschi, dice anche all’Italia di non fidarsi d’un governo senza Pd. E chiede che a governare l’Italia sia il Partito democratico d’appoggio al “5 Stelle”. La notizia ha raggiunto lo Stivale nel giorno della direzione del Pd, mentre venivano annunciate le dimissioni di Matteo Renzi da segretario. Di fatto qualcuno o qualcosa si muove a Bruxelles per agevolare i “tecnici” nella scalata del Pd. Perché ai tecnocrati Ue piacerebbe che a governare l’Italia ci sia un Luigi Di Maio manovrato dai tecnici democratici.  Soprattutto l’Ue intende ostacolare qualsivoglia esecutivo a trazione Lega o ad egemonia berlusconiana. Dietro queste manovre, che mirano ad etero dirigere l’Italia da Bruxelles, c’è il vicepresidente del Verdi (il francese Pascal Durand) da sempre estimatore del “commissariamento totale dell’Italia”, e con la regia di Barbara Spinelli (gruppo Gue, Sinistra unitaria europea). Quello dell'europarlamentare italiana è un volto molto noto in Europa: Barbara Spinelli è la figlia di Altiero Spinelli, tra i padri fondatori dell'Unione europea. Stando ai rumors, appoggiano in Ue l’eventuale governo Pd-5 Stelle-LEU non solo esponenti dei Verdi e di Gue, ma anche i Socialisti e gli europarlamentari del gruppo Alde. Questi ultimi garantiscono che in un simile esecutivo entrerebbe dalla porta principale anche la Bonino col suo “Più Europa”. Questo gruppo di pressione europeo conta di raccogliere un numero elevato di adesioni, ed alla luce del voto che ha visto eleggere il grillino Fabio Massimo Castaldo alla vicepresidenza del Parlamento Europeo: e per poi  fare pressione su un Pd (derenzizzato e tecnocratizzato a sinistra) per indurlo a riflettere sulla possibilità di un governo a guida M5S. Nel caso in cui la strada risultasse percorribile, la Commissione europea aprirebbe all’ipotesi di concedere più tempo all’Italia sulle misure di correzione agli squilibri, sia macroeconomici che dei conti. Dall’Ue non escludono nemmeno l’ipotesi d’ un governo ad interim per l’Italia. Tutta questa storia torna a dimostrarci quanto poco conti il volere degli italiani rispetto alle manovre dell’Ue. Così l’elettorato ha bocciato il Partito democratico, ma a Bruxelles c’è chi lo ha gradito “derenzizzato”, più “tecnocratizzato” ed alleato di Leu e Bonino, soprattutto buono per ammansire Di Maio e compari. In parole povere, in Ue gradiscono solo un governo di sinistra che tenga a stecchetto l’Italia. Una sinistra che sappia arginare sia l’antieuropeismo marxista che quello di matrice nazionalista. Insomma un governo che pratichi povertà diffusa e sostenibile, millantando crescita ed integrazione.

Matteo Salvini: "Basta andare a Bruxelles col cappello in mano", scrive il 25 Maggio 2018 "Libero Quotidiano". A mettere il sigillo su una giornata di tensione altissima sulla formazione del governo, poco prima delle 21 il leader della Lega Matteo Salvini ha postato un messaggio su Facebook stringatissimo. Tre parole: "Sono molto arrabbiato". Lo sfogo riguarda le resistenze del Quirinale (istigato dall'Europa) circa la nomina di Paolo Savona al ministero dell'Economia. Mezz'ora dopo, Luigi Di Maio ha messo un "like" al post dell'alleato, confermando così che l'intesa tra i due rimane forte (e che lo sfogo salviniano non era rivolto contro i grillini). Il messaggio del leader del carroccio era stato preceduto da una nota del partito che faceva il punto in modo inequivocabile sulla sua posizione nella contesa per la lista dei ministri: "La Lega non prende in giro gli italiani. Durante la campagna elettorale il Carroccio ha preso impegni precisi su tasse, Europa, giustizia e pensioni e non andrà a Bruxelles col cappello in mano". L'atteggiamento della Lega resterebbe comunque "costruttivo e responsabile". 

Gunther Oettinger, il commissario Ue al Bilancio: "I mercati insegneranno agli italiani come si vota", scrive il 29 Maggio 2018 "Libero Quotidiano". Tedesco, iscritto al partito della Merkel e commissario Ue al Bilancio. Gunther Oettinger è come Babbo Natale per Lega e Movimento 5 Stelle. Il 55enne crucco oggi, nel corso di una intervista a una tv tedesca ha detto che "i mercati insegneranno all'Italia come si vota". Poi, non contento, ha anche retwittato la sua dichiarazione, che a quel punto ha varcato i confini della Germania ed è piovuta sul nostro Paese. Suscitando un'ondata di indignazione che ha riunito magicamente l'intero arco parlamentare Italiano, visto che il presidente del Pd Matteo Orfini ha dichiarato a caldo "dichiarazioni di Oettinger, stupide, ottuse e pericolose". E il reggente Maurizio Martina: " “Nessuno può dire agli italiani come votare. Meno che mai i mercati. Ci vuole rispetto per l'Italia”. Matteo Salvini su Twitter: "PAZZESCO, a Bruxelles sono senza vergogna. Il Commissario Europeo al Bilancio, il tedesco #Oettinger, dichiara “i mercati insegneranno agli italiani a votare per la cosa giusta”. Se non è una minaccia questa...Io non ho paura, #primagliitaliani!,". I 5 Stelle, da parte, loro, hanno chiesto l'intervento del presidente della Commissione Ue Jean Claude Junker: “Chiediamo al Presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker di smentire immediatamente il Commissario Oettinger. Le sue parole sono di una gravità inaudita e sono la prova delle evidenti manipolazioni che la democrazia italiana ha subito negli ultimi giorni. Oettinger ha gettato la maschera e deve dimettersi!” scrive in una nota la capodelegazione del Movimento 5 Stelle al Parlamento europeo Laura Agea. “Gli europarlamentari del Pd e Forza Italia, per caso, condividono le parole di Oettinger? Il loro silenzio è imbarazzante e dimostra quanto poco sia a cuore l’Italia a questi due partiti”, conclude Agea. “Le parole del Commissario europeo al Bilancio, Gunther Oettinger – i mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto – sono assurde e inaccettabili. I nostri cittadini sono in grado di decidere autonomamente come scegliere i propri rappresentanti, senza bisogno di suggerimenti. Le affermazioni del Commissario Ue rischiano di alimentare ulteriormente l’anti-europeismo. Non ne avevamo proprio bisogno”. Così in una nota Mariastella Gelmini di Forza Italia. Giusto qualche giorno fa, il quasi-ministro all'Economia Paolo Savona aveva paragonato la ricetta economico-politica della Germania al progetto del ministro dell'Economia del Terzo Reich. Parlando ad Agorà su La7, Savona aveva detto che "il modello di economia e di società dove l'economia determina la politica continua ad essere applicato. Il nazismo proponeva la Germania come paese d'ordine e proponeva che tutte le monete si dovessero comportare come il marco. Il resto dei paesi, Italia compresa, non doveva dedicarsi all'industria ma all'agricoltura, al turismo e al benessere anche dei tedeschi". Savona affermava che la differenza sta nel fatto che prima la Germania voleva imporsi "manu militari. Oggi hanno inventato un meccanismo che si chiama Europa unita e che porta gli stessi effetti. Un meccanismo nel quale i tedeschi hanno una posizione ideologica dominante".

"Dai mercati segnale agli italiani". È bufera sul commissario Ue. Tensioni in Borsa per l'incertezza politica. Lo spread sfonda i 320 punti. E il commissario tedesco minaccia gli italiani. Salvini: "Io non ho paura". E la Meloni: "Lo spazzeremo via chi vuole l'Italia in ginocchio", scrive Andrea Indini, Martedì 29/05/2018, su "Il Giornale". Ieri Piazza Affari ha bruciato tutti i guadagni accumulati nel 2018. Oggi, invece, abbiamo assistito all'irrefrenabile galoppare dello spread. Un'avanzata inesorabile che è arrivata a sfondare anche la soglia psicologica dei 300 punti base. A pesare è l'incertezza politica. In questo clima infuocato, a peggiorare la situazione ci ha pensato il commissario europeo al Bilancio, Gunther Oettinger. Che parlando col giornalista Bernd Thomas Riegert, che lo ha intervistato a Strasburgo per l'emittente DwNews, si è messo a bacchettare gli italiani dicendo che i mercati e lo spread gli avrebbe spinti a non votare più i populisti. L'incertezza politica comincia a pesare sulle aste di titoli di Stato, con il Tesoro costretto a pagare molto di più in un collocamento di Ctz e Btp indicizzati all'inflazione rispetto a un mese fa. Il differenziale sfiora livelli che non si vedevano dal novembre del 2013. E sale anche la febbre dei titoli biennali del Belpaese, che sul mercato secondario esplodono toccando picchi che si allineano a quando il presidente della Bce, Mario Draghi, si vide costretto a intervenire per dichiarare di essere pronto a fare tutto il necessario per difendere la moneta unica. Quei tempi sembrano ancora lontani, anche perché Francoforte contiene i danni con gli acquisti del quantitative easing, ma i mercati non escludono ipotesi di contagio europeo se la situazione dovesse peggiorare. "Nel caso in cui lo spread si posizionasse in modo convincente sopra quota 200 - si legge in un report di Goldman Sachs - allora i rischi sistemici sugli asset dell'Unione monetaria europea e anche al di là di essa, probabilmente, aumenterebbero". In questo clima difficile, è entrato a gamba tesa il tedesco Oettineger che ha bacchettato gli elettori italiani. Ad anticiparne i contenuti è stato il corrispondente di DwNews con un tweet: "I mercati e un outlook negativo insegneranno agli elettori italiani a non votare per i partiti populisti alle prossime elezioni. Questo avrà un ruolo nella campagna elettorale". Dopo qualche ora, però, Riegert si è "scusato" per aver "citato il commissario in modo errato". E nel farlo ha pubblicato le frasi integrali di Oettinger (leggile qui). Non c'è il verbo "insegnare", ma c'è "indurre". Cambia la forma, ma non la sostanza. Dichiarazioni comunque inaudite che hanno immediatamente scatenato una selva di polemiche da Bruxelles a Roma (guarda il video). Mentre il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha chiesto rispetto per gli elettori italiani, il presidente dell'Europarlamento Antonio Tajani ha ricordato che "l'Italia non è una democrazia a sovranità limitata. Non sono i mercati a decidere il destino della Repubblica - ha, poi, sottolineato - ma i cittadini con il loro libero voto e le istituzioni che li rappresentano". "Non ne avevamo proprio bisogno", ha commentato Mariastella Gelmini accusando Oettinger di "alimentare ulteriormente l'anti-europeismo". In Italia il fronte si è dimostrato compatto, da destra a sinistra. "Ci trattano come una colonia estiva dove fare le vacanze", ha tuonato Luigi Di Maio. Tra i grillini c'è chi, come Andrea Colletti, che ha promesso di "fare di tutto per cacciare a calci nel sedere qualche commissario europeo. Da queste cose si vede chi è italiano e chi è anti-italiano". "Pazzesco, a Bruxelles sono senza vergogna!", ha fatto eco Matteo Salvini su Twitter. "Se non è una minaccia questa... io non ho paura". Giorgia Meloni, poi, ha promesso "ai tecnocrati di Bruxelles e ai signori dello spread" che gli italiani "che cosa è la democrazia. L'Italia è una Nazione sovrana: spazzeremo via chi ci vorrebbe in ginocchio". Anche il presidente del Pd Matteo Orfini ha bollato l'intervista come "offensiva, irricevibile e stupida". E sono già in molti a chiederne le dimissioni (guarda il video).

Oettinger, il kaiser delle gaffe che attacca l'Italia. Nel 2003 definì l'Italia ingovernabile. Poi attaccò il governo Berlusconi. Fu accusato di filonazismo, omofobia e razzismo. E non solo, scrive Domenico Ferrara, Martedì 29/05/2018, su "Il Giornale". Guenther Oettinger è il kaiser delle gaffe, delle polemiche e delle uscite a gamba tesa. La dichiarazione sui "mercati che insegneranno agli italiani come votare" è solo l'ultima di una serie di boutade o di frasi che hanno scatenato la bufera. Nel 2003 definì Bulgaria, Romania e Italia "intrinsecamente ingovernabili".

Nel 2007, quando era presidente del governo regionale in Baden Wuerttemberg, Oettinger venne accusato di filonazismo perché durante l'orazione funebre per Hans Filbinger, che fu giudice militare durante il Reich, non ricordò in alcun modo la attività da questi avuta sotto il regime di Hitler. Si mosse persino la Merkel che biasimò il suo collega di partito costringendolo alle scuse. Nel 2010 Oettinger finì poi sotto accusa a Bruxelles per la sua partecipazione a un think tank noto per posizioni antisemite. Nel 2011 disse alla Bild che le bandiere dei paesi sotto procedura per deficit eccessivo, tra cui l'Italia, avrebbero dovuto essere esposte a mezz'asta davanti alle sedi delle istituzioni europee. "Questa sarebbe certamente una misura simbolica, ma avrebbe un effetto dissuasivo'', affermò il tedesco, proponendo inoltre che questi paesi rinunciassero temporaneamente alla loro sovranità in materia di bilancio per trasferirla all'Unione europea. "La misura sarebbe una vera provocazione per ciascuno di questi governi e frenerebbe tutti i paesi che si indebitano troppo'', motivò il commissario Ue. Una sorta di gogna insomma, che scatenò un putiferio generale e che terminò con una telefonata di fuoco di Jean Claude Juncker e con le scuse di Oettinger. Nello stesso anno, Oettinger criticò duramente il governo italiano per come aveva gestito la crisi del debito nazionale. ''L'Italia ha reagito miseramente alla crisi", aveva detto Oettinger. Che poi aveva aggiunto: "Approvando e poi modificando la manovra aggiuntiva, dopo le proteste, il governo Berlusconi ha agito in maniera irresponsabile". Le ingerenze nei confronti di altri paesi hanno preso di mira anche la Grecia e persino la Francia. "L'Euro adesso è ancora più a rischio. Il premier Giorgos Papandreou ha messo la moneta unica in una situazione di pericolo ancora più grande. Se i greci voteranno no le conseguenze saranno imprevedibili. I membri più deboli dell'Unione europea sono tenuti alla chiarezza e fiducia", disse nel 2011. Nel 2014 invece attaccò la Francia accusandola di essere "un paese recidivo" sul deficit, un paese che andrebbe trattato "con rigore". Due anni dopo scoppiò la bufera con Varsavia. L'allora commissario Ue al digitale Oettinger annunciò di voler proporre alla Commissione europea di mettere la Polonia "sotto sorveglianza" dopo la nuova legge approvata a fine 2015 dal parlamento che dava il controllo al governo delle stazioni radiotelevisive pubbliche. Un altro caos avvenne a causa delle dichiarazioni sulla Vallonia, definita "una minuscola regione governata da un pugno di comunisti che blocca l'Europa", sui membri della delegazione cinese in visita alle istituzioni Ue, apostrofati come "quelli con gli occhi a mandorla" e sulle nozze tra omosessuali. Nel novero delle polemiche poi va inserita anche quella per aver usato l'aereo privato dell'uomo d'affari tedesco Klaus Mangold per volare da Bruxelles a Budapest, dove era atteso per cena dal premier ungherese Viktor Orban; quella di essere finito tra le carte di una inchiesta contro la mafia perché conosceva uno degli arrestati nell'ambito dell'Operazione Stige e infine quella di aver avuto la patente di guida ritirata nel 1991, quando aveva 38 anni, dopo essere stato trovato al volante con più alcol nel sangue di quanto permettono le leggi tedesche.

Cosa è successo con la frase del commissario Ue Oettinger che sta scatenando le polemiche. «I mercati insegneranno agli italiani a votare» è un'affermazione che l'esponente europeo non ha mai pronunciato. Si tratta di una errata sintesi del giornalista tedesco che lo ha ascoltato. Ma nel frattempo la bagarre tra chi condanna è già partita, scrive Mauro Munafò il 29 maggio 2018 su "L'Espresso". Il commissario Ue Günther Oettinger non ha mai detto che "i mercati insegneranno all'Italia a votare". Questa frase, che sta scatenando le polemiche e le reazioni di tutti gli schieramenti politici italiani con tanto di richieste di dimissioni, è in realtà solo la sintesi del giornalista che lo ha intervistato e che ha riportato questa frase su Twitter. Il corrispondente dal Belgio Bernd Thomas Riegert, dell'emittente tedesca Dw, ha infatti in un primo tweet scritto in inglese che l'esponente europeo in un'intervista che sarebbe andata in onda qualche ora dopo, gli aveva detto, con tanto di virgolette, che "i mercati avrebbero insegnato a votare agli italiani". Un'affermazione pesantissima che ha subito scatenato le reazioni indignate di tutti gli schieramenti politici italiani e non solo. Qualche minuto dopo però il giornalista ha cancellato il tweet per riportarne uno quasi identico da cui erano però sparite le virgolette: nel gergo giornalistico significa che quella frase è in realtà una sintesi del giornalista stesso. Una volta esplosa la polemica, l'emittente ha messo online i dieci minuti di intervista, da cui si possono estrapolare le frasi corrette, poi twittate dallo stesso Riegert anche in inglese. La frase davvero pronunciata da Oettinger è infatti la seguente, di sicuro meno forte rispetto a quella riportata inizialmente: «La mia preoccupazione e aspettativa è che gli sviluppi dei mercati, delle obbligazioni e dell'economia italiana delle prossime settimane saranno così ampie che potrebbero diventare un segnale che indichi agli elettori, dopotutto, di non votare per i populisti a destra e sinistra» a cui ha poi aggiunto: «Posso solo sperare che questo elemento possa avere un ruolo nella campagna elettorale e inviare un segnale per non consegnare la responsabilità di governare ai populisti di destra e sinistra». Un'affermazione in ogni caso discutibile, che ha infatti portato nella sera ha portato il Commissario a scusarsi con gli elettori italiani.

«Se la persona sbagliata dice la cosa giusta»: lo Spiegel difende la frase di Oettinger. Il settimanale tedesco ammette il passato da gaffeur del commissario Ue al Bilancio, ma ne giustifica le affermazioni sull'Italia. Intanto su alcuni giornali internazionali si ragiona sui rischi di nuove elezioni nel nostro Paese, scrive Nicolò Canonico il 30 maggio 2018 su "L'Espresso". Critiche sempre più forti. Lo stato di incertezza che regna in questo momento nella politica italiana sta provocando malumori anche tra i principali giornali internazionali. In particolare il settimanale tedesco Der Spiegel, già durissimo nei giorni scorsi nei confronti del nostro Paese, rincara la dose: «Se la persona sbagliata dice la cosa giusta» è il titolo dell'editoriale del corrispondente da Bruxelles Markus Becker. L'uomo sbagliato è Günther Oettinger, il commissario europeo al Bilancio; la cosa giusta è la frase che ha pronunciato ieri durante un'intervista (riassunta in modo sbagliato dal giornalista della Deutsche Welle), che ha scatenato un putiferio in Italia. Salvini e Di Maio hanno risposto offesi: «Pazzesco, a Bruxelles non conoscono vergogna!» aveva twittato il segretario della Lega. «Questa gente tratta l'Italia come una colonia estiva dove venire in vacanza» gli aveva fatto eco il leader pentastellato. Ma allo Spiegel non ci stanno e rispondono per le rime: «Pazzesco? Vergogna? Colonia estiva? Questa è la tattica che i populisti amano usare: trasformare la verità nel suo opposto». E ancora, sulla frase incriminata: «Niente di quello che Oettinger ha detto è sbagliato. Né che i mercati potrebbero reagire infelicemente alla politica fiscale ed economica irresponsabile, né che si dovrebbe sperare in una certa comprensione degli elettori di quanto sta avvenendo». Per Becker c'è un solo problema: la frase l'ha pronunciata un noto gaffeur e questo non farà altro che «aiutare i nemici della verità». Voci perplesse iniziano a farsi sentire anche oltreoceano. In un'editoriale comparso sul sito del New York Times, la scelta di Mattarella di bloccare il governo Lega-5 Stelle è una «scommessa audace», che però non ha calmato gli investitori internazionali: «I rendimenti delle obbligazioni bancarie italiane sono saliti bruscamente per i timori di un'altra elezione, che potrebbe potenzialmente dare una maggiore forza ai partiti populisti e costituire una nuova minaccia di abbandono dell'euro da parte dell'Italia». A New York si augurano che un eventuale ritorno alle urne possa trasformarsi invece in un'occasione: «La scelta del presidente Mattarella, almeno, offre agli elettori italiani una seconda possibilità di valutare le loro opzioni dopo aver intravisto cosa potrebbero significare le loro precedenti scelte». Una posizione, quella del quotidiano newyorkese, che assomiglia vagamente alla frase di Oettinger. Il Guardian si chiede se l'Italia, il nuovo laboratorio politico d'Europa, sia «un Paese dove la democrazia liberale cambia tonalità e sprofonda sotto l'orizzonte». Questo perché «hanno vinto non uno, ma due populismi diversi» che sono stati in grado di «colpire duramente i poteri costituzionali del presidente Mattarella e questo mostra quanto siano determinati a rovesciare l'assetto istituzionale del Paese».

«Europea e anti populista» Le Monde fa lo spot a Milano. Il settimanale francese loda la «capitale economica» Gli assessori rilanciano la pagina ma il web si divide, scrive Chiara Campo, Giovedì 31/05/2018, su "Il Giornale". Vignette e affondi internazionali. L'Italia che dal 4 marzo viaggia sulle montagne russe per la formazione di un governo a lungo o brevissimo periodo è presa di mira dalla stampa estera. «Sprofonda nel caos politico» secondo il francese Le Monde, vive «i tempi più drammatici degli ultimi trent'anni» per la Sueddutsche Zeitung, fino al tedesco Der Spiegel che giorni fa ha definito gli italiani «scrocconi aggressivi» («i barboni almeno dicono grazie quando gli si dà qualcosa» ha scritto) sollevando una forte reazione polemica. In controtendenza ieri sempre il settimanale francese Le Monde ha dedicato un'intera pagina a quella che sembra ormai una «città-Stato» che poco c'entra col Belpaese. Titolo: «Milano città aperta». Sottotitolo: «La capitale economica italiana resiste all'ascesa del populismo». L'immagine plastica della «Milano europea» è il quartiere degli affari a Porta Nuova, con i grattacieli che la avvicinano alla Potsdamer Platz di Berlino con un mix di tecnologia, terrazze, locali. Le Monde dedica ampio spazio all'Università Bocconi, «simbolo dell'apertura milanese» dove si formano 14mila studenti in economia, finanza o scienze politiche e dove sta crescendo il grande campus «all'americana» che avrà anche un centro sportivo con piscina olimpionica. Sottolinea che la Bocconi è «presieduta da Mario Monti», che è stato «membro della Commissione Europea» e presidente del Consiglio tra 2011 e 2013 dopo le dimissioni di Silvio Berlusconi. E tra i bocconiani illustri cita «il sindaco Beppe Sala che è stato anche commissario Expo 2015». Cita i «corsi in inglese per attirare studenti stranieri, già il 20% degli iscritti» e i professori che «arrivano da ogni Paese». Se l'attuale crisi politica inquieta i suoi professori, «perchè temono un'ondata di speculazione sul debito, l'istituzione mostra ottimismo». Il Gianmario Verona ammette che «la situazione politica è confusa» ma «Milano è sempre stata un città un pò più dinamica, rivolta al futuro, e noi pure». Gli assessori comunali rilanciano su Facebook lo «spot» francese: «Martedì gli 8 sindaci di Milano in vita, da Tognoli a Sala, hanno firmato un appello sul ruolo di Milano a fianco delle istituzioni repubblicane e dell'Europa. Oggi questo ruolo di Milano città aperta, europea, che resiste ai populismi viene riconosciuto da una grande paginata de Le Monde» commenta il Pd Pierfrancesco Maran, rilanciato dal collega Pierfrancesco Majorino. Ma il popolo del web si divide: «Attenti perchè già 5 municipi su 9 sono passati al centrodestra e al prossimo giro non basterà più vincere all'interno della Cerchia per farsi riconfermare. E vedendo come vengono trattate certe questioni in periferia, cosa di cui Le Monde ovviamente non si occupa, non sarei così sicuro del fatto che un Sala-bis sia così scontato. Purtroppo (per gli amministratori) non esiste solo la città-vetrina, ma anche la città abitata» scrive Andrea. E per Lorenzo «se Milano non sta molto, ma molto più attenta ad essere aperta al prossimo giro di elezioni diventerà, come viene detto in modo dispregiativo, stra-populista».

Ora è chiaro: l’Europa vuole massacrare l’Italia per annientare Lega e 5 Stelle, scrive il 29 maggio 2018 Marcello Foa su "Il Giornale". A questo punto il disegno è chiaro: l’establishment europeo ha deciso di impedire ad ogni costo la nascita di un governo formato da Lega e 5 Stelle. E ha scelto la strada dell’oppressione. Riepiloghiamo: Mattarella nega al governo Conte il diritto di presentarsi alle Camere sebbene abbia la maggioranza, per le ragioni che ben conosciamo. Ufficialmente perché la persona di Savona non è gradita, in realtà, come spiega l’ex ministro delle Finanze Padoan, “il problema non è Savona, ma le idee di Lega e M5s sull’Europa”. Quella di Mattarella sembra una scelta azzardata, perché, come osservano in molti e come confermato dai sondaggi, alle prossime elezioni Salvini e Di Maio potrebbero ottenere ognuno il 30% dei consensi e dunque ripresentarsi al Quirinale molto più forti di oggi. Davvero strana è anche la nomina di Cottarelli: perché varare un governo tecnico che non ha una maggioranza? Non sarebbe stato più logico confermare Gentiloni per il disbrigo degli affari correnti? Ora, invece, appare tutto terribilmente chiaro e a svelare il gioco è il commissario europeo al Bilancio Oettinger, che, come capita a molti tedeschi di potere, non riesce a trattenere la propria arroganza, e dichiara pubblicamente: “I mercati insegneranno agli italiani a votare nel modo giusto”. E allora tutto diventa chiaro: l’establishment europeista ha deciso di spezzare le reni all’Italia, come ha già fatto con la Grecia. Lo scenario che si profila è il seguente: scatenare una crisi paurosa del debito pubblico italiano, spingendo lo spread a livelli mai visti, provocare il panico, fino al momento in cui l’Italia verrà commissariata e Mattarella invocherà per il bene supremo del Paese la fiducia a Cottarelli (già in carica) e/o l’introduzione di misure straordinarie, come il rinvio sine die delle elezioni e la conseguente distruzione della reputazione e della popolarità di Salvini e di Di Maio, che verranno indicati come i responsabili di questa crisi. Se il piano avrà successo, servirà da monito a tutti i Paesi europei dove i movimenti “populisti” sono in ascesa e comporterà la definitiva sottomissione dei popoli europei alle oligarchie europee. Come dire: colpirne uno per educarne cento. Perché queste sono le logiche, indegne e autoritarie. Opporsi è un dovere civico e morale. Il piano deve fallire.

Germania, lo schifo contro Matteo Salvini e Luigi Di Maio: come insultano loro e l'Italia, scrive il 25 Maggio 2018 "Libero Quotidiano". Tedeschi padroni d'Italia. Torna l'antipatica abitudine di Berlino di impartirci lezioni infarcite di insulti. Dopo Silvio Berlusconi, nel mirino ci finiscono Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Il settimanale Der Spiegel in un editoriale a firma di Jan Fleischhauer accusa il nostro Paese di voler "scroccare" dal resto dei partner dell'Unione europea. "Come si dovrebbe definire il comportamento di un Paese che prima chiede qualcosa per lasciarsi finanziare il suo proverbiale dolce far niente, e poi minaccia coloro che dovrebbero pagare se questi insistono sul regolamento dei debiti? Chiedere l'elemosina sarebbe un concetto sbagliato. I mendicanti almeno dicono grazie, quando gli si dà qualcosa". E la colpa sarebbe anche di Mario Draghi, presidente della Bce che "ridicolizzava i timori dei tedeschi mentre svalutava le loro assicurazioni sulla vita e i loro risparmi". Anche il settimanale della Frankfurter Allgemeine schiaffa in copertina la vignetta di un'Ape-car italiana (marchiata M5s-Lega) lanciata a rotta di collo giù da un burrone. Alla guida un uomo fa il gesto dell'ombrello. Titolo? "Mamma mia!". E Conte? Viene ritratto come Arlecchino, "servitore di due padroni". Di Maio e Salvini, ovviamente. E c'è anche un'altra emozionante vignetta: Di Maio e Salvini dottori. Nomi? Peste e colera.

Il New York Times all'attacco: "In Italia governo schifoso". Ancora un attacco dalla stampa estera a M5s e Lega: "Sono un branco di miserabili sollevati dalla marea antiliberale", scrive Luca Romano, Martedì 05/06/2018, su "Il Giornale". Il New York Times torna a mettere nel mirino il governo italiano. Questa volta uno degli editorialisti del quotidiano statunitense di fatto va oltre la normale critica e dialettica che può riguardare il dibattito politico. Si passa direttamente agli insulti. Si può pensare bene o male di questo governo gialloverde che ha preso il via qualche giorno fa, ma di certo gli elettori vanno rispettati e soprattutto va rispettato un Paese democratico qual è fino a prova contraria l'Italia. Ma Roger Cohen bolla il nostro esecutivo come "terribile, schifoso". Parole che pesano. Poi aggiunge: "Lega e Movimento Cinque Stelle mettono insieme bigottismo e incompetenza a un livello inusitato. Sono un branco di miserabili sollevati dalla marea antiliberale" (leggi qui l'articolo del New York Times). Insomma nel quadro internazionale non c'è ancora tregua. Dopo l'ondata di insulti arrivati dalla Germania adesso arrivano anche quelli dagli Stati Uniti. Infine Cohen esprime un giudizio forte anche sul modo di fare politica di M5s e Lega: l'uso dei social. "Non vedo niente nella Lega o nel Movimento 5 stelle diffuso via Internet che non mi disgusti". Opinione rispettabile. Ma di certo nessuno in Italia si sogna di definire "schifoso" un governo di un Paese sovrano.

Maledetti italiani! Scrive Giampaolo Rossi il 22 maggio 2018 su "Il Giornale".

I MAESTRINI. Niente da fare è più forte di loro. Non riescono proprio a togliersi quel misto di vanità e arroganza con cui sono soliti occuparsi degli affari degli altri. Quando si tratta dell’Italia poi, il narcisismo ed il senso di superiorità dei governanti francesi e tedeschi travalica le Alpi e dilaga nella nostra politica come un’orda di Galli e di Ostrogoti in preda a frenesia predatoria. È come se l’Italia fosse roba loro; o comunque una provincia, una terra politicamente da saccheggiare o peggio ancora da “educare”, perché il loro modo di rapportarsi a noi ha sempre qualcosa di pedagogico; come i maestrini che devono richiamare all’ordine i loro alunni somari. Simbolo iconico di questa arroganza fu lo scambio di sorrisetti tra Sarkozy e la Merkel contro Berlusconi nel 2011; un’ironia beffarda, oltraggiosa nei confronti non solo di un Primo Ministro che cercava di difendere gli interessi del suo Paese, ma nei confronti di un’intera nazione che quel Premier rappresentava. Quei sorrisetti furono una sorta di segnale convenuto con il quale aprire la campagna d’Italia per lo screditamento del legittimo governo italiano eletto democraticamente ma ostile alle politiche di austerity che Parigi e Berlino volevano imporre; e con la complicità della tecno-finanza europea, dei media e di una banda di sicari italiani guidati da Giorgio Napolitano riuscirono ad imporre Mario Monti, il tecnocrate perfetto, l’uomo che avrebbe ammansito le velleità sovrane dell’Italia. Ora che il nostro Paese torna ad esprimere un Governo almeno apparentemente non espressione dell’élite eurocratica, ecco che rispunta il vizietto franco-tedesco d’interferire nelle nostre scelte; addirittura prima ancora che questo Governo si formi e si insedi. La recente dichiarazione del Ministro dell’Economia francese Bruno Le Maire, non è solo un’analisi preoccupata sul futuro dell’eurozona a causa del nuovo governo Lega/M5S (cosa che dal suo punto di vista di europeista compulsivo è legittima); ma è un vero e proprio pizzino indirizzato alla nostra sovranità: “Tutti devono capire in Italia che il futuro dell’Italia è in Europa e da nessun’altra parte, e perché questo futuro sia in Europa ci sono regole da rispettare”. Praticamente un ministro francese ci viene a dire cosa dobbiamo capire noi. Dando per scontato che lui abbia capito tutto. Ora che in Italia torna un Governo apparentemente non espressione dell’élite eurocratica, rispunta il vizietto franco-tedesco d’interferire nelle nostre scelte. Il messaggio è chiaro: cari italiani scordatevi qualsiasi retorica sulla sovranità; non avete scampo, o vi sottomettete a queste regole che poi sono quelle imposte da noi e dalla Germania, oppure la pagherete. Al francese ha fatto eco il tedesco. In assenza del simpaticone di Schulz, il “Kapo” socialista che per anni ha dato lezioni non richieste all’Italia (salvo poi scomparire dalla scena politica), è arrivato tale Weber, il Kapetto popolare (cioè del PPE) ad ammonirci: “State giocando col fuoco”. E giù la solita retorica sulle regole che devono essere rispettate, che non possono essere cambiate perché altrimenti crolla l’eurozona e con essa l’Europa e con essa il mondo e persino il Sistema solare potrebbe uscirne danneggiato. Poco importa se queste regole spesso valgono per qualcuno e non per altri.

FURBETTI FRANCESI. Nel gennaio scorso il francese Pierre Moscovici, Commissario Ue agli Affari economici, è entrato a gamba tesa nella campagna elettorale italiana attaccando l’ipotesi di ridiscutere il tetto del 3% nel rapporto Deficit/Pil ipotizzata dai 5Stelle e dai partiti sovranisti (Lega e Fdi) orientati a rivedere il Trattato di Maastricht: “un controsenso assoluto” l’ha definito il custode dell’ortodossia europeista. In realtà un controsenso relativo, perché se gli italiani lo ipotizzano sono colpevoli di leso-europeismo, se i francesi lo applicano nessuno dice niente. Dal 2011 al 2016 la Francia ha sistematicamente violato il tetto del 3% nel rapporto Deficit/Pil; l’Italia, dal 2012 lo ha sempre rispettato. Ed anche se nel 2017 il governo di Parigi ha annunciato trionfalmente la discesa sotto il limite consentito (più per trovate contabili che per altro), secondo le stime quinquennali del FMI, il dato è destinato ad aumentare fino al 2022. Inoltre, come ha ricordato Alberto Bagnai, economista ed oggi parlamentare della Lega, al pari dell’Italia anche la Francia ha aumentato il debito pubblico infrangendo un’altra regola di Maastricht secondo cui lo sforamento del rapporto Debito/Pil poteva essere tollerato solo a fronte ad un abbassamento del debito pubblico. Se si guarda il Debito aggregato (Stato ma anche imprese e famiglie), l’Italia è tra le nazioni virtuose, meglio della Francia. D’altronde anche quella del Debito è una narrazione da cambiare. Come ha segnalato sul Sole 24Ore Vito Lops, uno dei più seri giornalisti economici italiani, se si guarda il Debito Pubblico l’Italia è il Paese più a rischio dell’eurozona dopo la Grecia. Ma se si amplia lo sguardo al debito aggregato, ovvero non solo quello dello Stato ma quello di tutti gli attori economici (anche imprese, banche e famiglie) l’Italia si rivela “un Paese nella media, senza grossi problemi di debito”. Ed indovinate un po’ quale diventa il Paese più esposto finanziariamente? La Francia appunto, che sommando esposizione di società, banche e famiglie “viaggia con una leva enorme, che supera il 400% del Pil, pari a 9mila miliardi di debiti cumulati” a fronte del 350% dell’Italia e del 270% della Germania.

DINAMITARDI TEDESCHI. D’altronde quanto sia necessario rivedere Maastricht e i criteri di valutazione delle economie lo dimostra un altro dato inquietante che riguarda la Germania e i paesi apparentemente più virtuosi: le cosiddette “contingent liabilities”, cioè le passività potenziali che i governi accumulano sotto forma di garanzie poste sui debiti contratti da organismi controllati, istituzioni pubbliche o finanziarie. Vere e proprie “bombe ad orologeria” di indebitamenti che però non vengono calcolati nei bilanci ufficiali degli Stati ma che, qualora le cose andassero male, si scaricherebbero sui cittadini. Cosa succederebbe se l’Italia, paese fondatore dell’Ue e terza economia dell’euro zona decidesse di non abbassare più la testa ai diktat di Berlino, Parigi e Bruxelles? Secondo gli ultimi dati Eurostat relativi al 2016, le garanzie prestate dalla Germania ammontano a quasi 450 miliardi di euro, oltre il 14% del Pil; la Francia ha garanzie per 116 miliardi (5,2% del Pil) e l’Italia solo per 41 miliardi (2,4% del Pil). In altre parole noi italiani mostriamo una maggiore oculatezza nella gestione del debito. La cosa incredibile è che se si sommasse il Debito ufficiale con questo Debito fuori bilancio (ma reale) si scoprirebbe che la tanto criticata Italia ha un debito complessivo di poco superiore a quello tedesco e l’obbligo di riduzione imposto alla nostra economia scenderebbe di oltre il 60%.

COSA SPAVENTA DELL’ITALIA? In realtà la paura che ora aleggia nei circoli europei non è legata all’azione di un Esecutivo italiano che ancora deve iniziare a governare (perché i governi si giudicano dal loro operato); ma dal timore che l’Italia inizi a non rispondere più agli ordini dei suoi padroni. In questi anni, l’operazione svuotamento della sovranità ha garantito all’Europa un’Italia docile e remissiva, con governi sottomessi ai placet dell’eurocrazia: Presidenti del Consiglio (da Monti a Renzi fino a Gentiloni) e leadership italiane composte da servizievoli esecutori di decisioni altrui; Presidenti della Repubblica (da Napolitano all’attuale Mattarella) sfacciatamente orientati a rifiutare quel principio di sovranità nazionale fondamento della nostra Costituzione che loro dovrebbero difendere. Che cosa potrebbe succedere se ad un certo punto l’Italia, paese fondatore dell’UE e terza economia dell’eurozona, dovesse decidere di non abbassare più la testa ai diktat di Berlino, Parigi, Francoforte o Bruxelles? Cosa accadrebbe se un nuovo governo a Roma dovesse iniziare a battere i pugni sul tavolo e a reclamare pezzi di sovranità; a chiedere di ridiscutere regole e trattati, a rivendicare ruolo internazionale e ad imporre il proprio interesse nazionale prioritario rispetto alle astratte leggi comunitarie che penalizzano i suoi cittadini e la sua economia? Ecco, è questo il vero pericolo di un governo sovranista e populista. Ed ecco perché siamo tornati ad essere i “Maledetti italiani!”

Italian connections, scrive Sebastiano Caputo il 22 maggio 2018 su "Il Giornale". E’ quasi fatta, Lega e Movimento 5 Stelle potrebbero finalmente raggiungere l’accordo di governo nei prossimi giorni. Non poteva andare meglio per il popolo italiano che il 4 marzo aveva espresso senza mezzi termini – e lo dimostrano il consenso ricevuto dai loro rispettivi elettori nelle votazioni del programma e i risultati in Valle d’Aosta – la volontà di affossare il sistema della continuità. Si è conclusa una prima fase – quella del riavvicinamento, impensabile per gli addetti ai lavori molto poco attenti alle meccaniche della metapolitica, tra i due partiti anti-establishment –  e ora inizia la seconda, molto più delicata, perché deve fare i conti con le geometrie internazionali. Siamo un Paese a sovranità limitata e come tale dobbiamo muoverci in funzione degli umori della power elite. Occorre innanzitutto ricordare che l’attuale contesto geopolitico e strategico globale vede l’amministrazione Usa dichiarare una guerra economica e commerciale all’Unione Europa (dazi su alluminio e acciaio, sanzioni alla Russia e rottura dell’accordo sul nucleare con l’Iran) per far girare l’economia americana e addomesticare la Germania, unica profittatrice del sistema eurocentrico, che più di tutti intrattiene rapporti decisivi e costruttivi con Mosca e Teheran tanto che Angela Merkel, accolta pochi giorni fa con un mazzo di fiori a Sochi dal presidente Vladimir Putin, ha detto che sulle questioni internazionali le loro posizioni coincidono e che il Nord Stream 2, il gasdotto che passa  sotto il baltico, si farà. E non è un caso infatti che proprio Donald Trump abbia lavorato negli ultimi mesi sul presidente francese Emmanuel Macron in chiave anti-tedesca dopo che Berlino aveva persino annunciato che non si sarebbe allineata ai bombardamenti in Siria. Chi infatti oggi si oppone al governo Lega-M5S sono tutti i mezzi di informazione occidentale che durante la campagna elettorale statunitense tifavano per Hillary Clinton – dal Financial Times al Washington Post, passando per il New York Times che ora attacca Giuseppe Conte – e ovviamente i mercati europei, terrorizzati dalle spinte sovraniste degli economisti italiani. Fino a qui tutto da copione, potremmo dire persino “di buon auspicio”, il problema però è che dietro le preoccupazioni dell’Unione Europea non ci sono Luigi di Maio e Matteo Salvini ma gli americani che ora vogliono addomesticare la coalizione giallo-verde favorendo personalità che gli forniscono tutta una serie di “garanzie atlantiche”  (vedi l’idea di Giampiero Massolo agli Esteri e di Giancarlo Giorgetti come Sottosegretario alla presidenza del Consiglio) fino a concedere un critico dell’Euro come Paolo Savona all’Economia proprio per mettere sotto pressione la Germania (se consideriamo che la moneta unica è sempre stata un marco tedesco travestito). La visita prevista la prossima settimana in Italia di Steve Bannon – dopo aver convinto Matteo Salvini ad abbandonare Silvio Berlusconi nel nome del popolo contro l’élite sembra esserci la volontà di testare per conto dei think tank statunitensi i movimenti populisti al governo – potrebbe ora invitare il leader della Lega a mettere l’anti-europeismo in cima alla lista delle priorità così da calmare il desiderio di riavvicinamento con la Russia. L’Italia si ritrova dunque stretta nella morsa di una Germania che pur ricollocandosi nel mappamondo euroasiatico e mediterraneo persegue la crescita economica sulla pelle degli altri Stati dell’Unione, e gli Stati Uniti che invece vogliono utilizzare la coalizione Lega-M5S in funzione anti-tedesca e pro-mercato americano. C’è solo un modo per uscirne: sfruttare il conflitto di interessi tra Usa e Ue, insieme alle concessioni che gli uni e gli altri lasciano in questo preciso momento storico, per sganciare progressivamente l’Italia dall’alleanza atlantica e ripensare allora stesso tempo la moneta unica. Facile a dirsi, direte voi, e avete ragione, intanto è bene iniziare a pensarlo.

Governo, nuovo attacco tedesco: "Ecco lo scenario dell'orrore". I timori dei quotidiani tedeschi sul governo Conte: "L'Italia può cambiare l'intera Ue". Poi l'affondo al "pericolo italiano": "Porterà a euro debole e minore crescita", scrive Giuseppe De Lorenzo, Domenica 27/05/2018, su "Il Giornale".  Non c'è due senza tre. In Germania media e opinionisti sono sinceramente preoccupati da Roma. E i timori sono tali da trascinarli in una sorta di gara a dire la propria al Belpaese. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi: si va dagli italiani "scrocconi", fino a Conte "burattino", passando per Salvini e Di Maio paragonati alla peste. L'ultimo affondo, in ordine di tempo, arriva (di nuovo) dal Frankfurter Algemeine Zeitung. Il più importante quotidiano tedesco, che due giorni fa aveva rappresentato con una copertina al vetriolo la situazione politica nostrana, oggi apre la sua edizione online con un'analisi altrettanto dura. Il titolo è eloquente: il pericolo italiano. I due autori, Ralph Bollmann e Dyrk Scherff, delineano due ipotesi nel caso in cui Mattarella dovesse capitolare a dare il via libera a Conte: parlano di un possibile "scenario dell'orrore" e di una più mite, ma comunque "pericolosa", prospettiva di instabilità europea provocata dall'Italia. Ad andare di traverso alla Faz sono le proposte scritte nel contratto firmato da Di Maio e Salvini: dal reddito di cittadinanza all'addio alla Fornero, passando dalla paventata "drastica" riduzione delle tasse. L'Italia, scrive il quotidiano, "pensa addirittura all'introduzione di una valuta parallela. Se tutto ciò fosse vero, il debito annuale del paese raddoppierà o triplicherà. L'Italia romperebbe tutti gli accordi europei e porterebbe l'unione monetaria in una nuova crisi". Per non parlare dell'idea di piazzare un ministro anti euro, Paolo Savona, all'Economia. "Lo scenario dell'orrore - si legge nell'articolo della Faz - è qualcosa di simile: il presidente Sergio Mattarella conferma la prossima settimana il governo, che poi ottiene il voto di fiducia in entrambe le camere del Parlamento" e inizia a lavorare. Così "le leggi sulla spesa eccessiva e sul deficit saranno superate rapidamente. Il deficit nel bilancio dello stato aumenterà, i criteri di stabilità europei e il limite di indebitamento verranno infranti. Gli investitori si spaventeranno e i tassi di interesse sui titoli di stato italiani torneranno ad aumentare. Alla fine - concludono i due autori - l'Italia non potrà più permettersi di finanziarsi e dopo anni di gestione della crisi l'euro potrà di nuovo spezzarsi". Dopo l'Economist ("un bizzarro governo"), lo Spiegel ("italiani scrocconi") e la Suddeutsche Zeitung, la Fez torna quindi ad attaccare Roma. Certo, gli autori riconoscono che la situazione è ben diversa rispetto alla crisi del 2012 e che i mercati per il momento non hanno reagito al contratto con eccessivo nervosismo perché "nessuno sa quanto tempo" Lega e M5S continueranno ad essere alleati. E soprattutto perché per ora si tratta solo di idee. Tra il dire è il fare - è il ragionamento - c'è di mezzo Sergio Mattarella. È proprio al Colle che i tedeschi guardano nella speranza presti "molta attenzione al rispetto delle regole". Senza contare che a garantire la tenuta dell'Italia "anche qualora realizzassero tutte le loro ambiziose proposte", ci sarebbero comunque due fattori: il quantitative easing di Mario Draghi e il fatto che gran parte del debito nostrano è detenuto da investitori privati o istituzionali italiani. Quindi creditori "leali" e poco propensi ad abbandonare la nave. "Nel breve periodo - scrivono dunque i due autori - l'Italia e l'eurozona sono probabilmente in grado di far fronte al crescente nervosismo sui mercati finanziari". I problemi arriveranno, dicono, nel lungo periodo. Tanto che "anche se la crisi del debito può essere prevenuta con l'aiuto della BCE, l'Italia potrebbe cambiare l'intera unione monetaria in modo permanente" (e negativo). Questo potrebbe avvenire "se la Commissione europea non sanzionerà le prevedibili violazioni del stabilità dell'UE", portando così altri Paesi a seguire l'esempio del Belpaese e producendo un calo del "desiderio di riforme economiche". Un incubo per i tedeschi. O meglio, per dirla con Bollmann e Scherff, "non è una buona prospettiva per l'Europa e per gli investitori".

«Spiegel disgustoso, Ecofin ridicolo» Per Fitoussi l’Italia deve «mostrare i muscoli». L’economista francese: «L’arrivo al potere dei populisti in Italia dovevamo aspettarcelo», scrive Gianluca Mercuri il 27 maggio 2018 su "Il Corriere della Sera". La nuova stretta sul capitale delle banche decisa dall’Ecofin «fa ridere». L’arrivo al potere dei populisti in Italia è «un incidente previsto da tempo, c’erano state molte avvisaglie, dovevamo aspettarcelo» a causa di «politiche europee sbagliate». Ma la situazione può peggiorare «con insulti politici fra l’Italia e i partner europei, penso all’articolo disgustoso dello Spiegel» e può farsi «pericolosa», con rischi di stagnazione per l’Italia e l’Europa. L’analisi di Jean-Paul Fitoussi, in questa intervista all’Ansa, non è consolante e non risparmia critiche alle istituzioni europee. I requisiti più severi richiesti alle banche, proprio mentre gli Stati Uniti fanno il contrario, secondo l’economista francese «affrontano il problema alla rovescia» e rischiano di strozzare il credito all’economia. Le raccomandazioni dell’Ecofin dovranno essere approvate dal Consiglio europeo di giugno, ma arrivando mentre tra Roma e Bruxelles pare iniziare un braccio di ferro danno l’idea di una persistente sordità delle istituzioni comunitarie a chi, come il docente di Luiss e Sciences Po, vede l’unico faro nella Bce: lo spread oltre i 200 punti per lui è «un po’ inferiore a quanto avrebbe potuto essere perché tutti sanno che c’è Draghi: gli speculatori sono più attenti». Fitoussi sembra suggerire all’Italia la linea dura: «Un negoziato con l’Europa ci vuole, e quando c’è un negoziato in vista bisogna mostrare i muscoli, non le debolezze».

Caos politico in Italia, mercati in fibrillazione. L'euro si rafforza, lo spread in netto calo. Milano positiva con le banche. Il differenziale di rendimento giù da 205 a 190 punti. Secondo gli analisti, nel brevissimo periodo lo stop (per ora) al governo euroscettico è un beneficio per i Btp. Ripercussioni positive sui titoli delle banche. Ma resta una fase improntata alla turbolenza, scrive Raffaele Ricciardi il 28 Maggio 2018 su "La Repubblica". Ore 9:40. Il "caos" politico (Bloomberg) italiano, la "confusione" (Wsj) e la "crisi istituzionale" (Ft) che si profila con lo scontro tra Quirinale e Lega-M5s dominano la scena anche sui mercati finanziari internazionali. Quelli richiamati dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, nel motivare la scelta di rifiutare il professor Savona al Ministero delle Finanze e - vista la posizione assunta dai partiti di maggioranza - decretando così la fine del tentativo di Giuseppe Conte di dar vita a un governo. Le reazioni degli investitori al momento inedito per la Repubblica sono improntate al nervosismo, ma nelle prime battute domina l'effetto distensivo dato dal fatto che - per ora - si smonta la concreta ipotesi di un governo Lega-M5s, col carico di incertezze sul programma economico-finanziario che si portava dietro. Infatti l'euro si rafforza e per alcuni osservatori ciò si deve allo sbarramento della strada nei confronti di un esecutivo scettico verso la costruzione della moneta unica. La divisa unica apre in rialzo - dopo aver chiuso ai minimi da novembre, venerdì scorso - e passa di mano a 1,1726 dollari e 128,36 yen. Discorso simile per lo spread tra Btp e Bund tedeschi, che secondo la piattaforma Bloomberg crolla in apertura di giornata a 190 punti base (dai quasi 205 di venerdì sera). Il decennale italiano rende il 2,36%. Il calo del differenziale spinge i titoli delle banche, che a loro volta trascinano Piazza Affari: Milano tratta in rialzo grazie alla spinta dei titoli del credito e dopo aver chiuso la scorsa settimana da peggiore in Europa con un calo superiore al 4%. Dopo aver sfiorato il +2% nei primi minuti, però, il Ftse Mib ritraccia al +0,65%. Gli analisti ritengono che questo momento possa esser positivo nell'immediato per il Btp italiano, dopo giorni di passione. Nelle ultime sedute si è infatti visto il processo di "appiattimento della curva" dei rendimenti dei titoli di Stato: i rendimenti sulle scadenze più brevi sono saliti più di quelli a lungo termine, con l'effetto di assottigliare le differenze tra gli uni e gli altri. Un procedimento che in genere accompagna aspettative di tensione nell'immediato. Sensazioni acuite dall'alert lanciato da Moody's sul Paese, con la minaccia di una bocciatura sul rating. Una evenienza che è per il momento rimandata, visto che si poggiava sui dubbi dell'agenzia circa il budget che avrebbero potuto firmare insieme Lega e M5s. Documento per il quale servirà un po' più di tempo. "Entriamo in un periodo di grande incertezza, andando verso le elezioni anticipate - posto che è lì che finiremo - ma non è quello su cui i mercati si concentrano oggi", ha commentato Ray Attrill, strategist della National Australia Bank di Sydney. "Prevale la rassicurazione che l'Italia non avrà, almeno per ora, un ministro delle Finanze dichiaratamente euroscettico". Con l'ipotesi di nuove elezioni alle porte e un esito ancora più incerto - condito da sondaggi che danno la Lega in forte crescita e possibile beneficiaria massima della confusione attuale - l'impressione raccolta dall'agenzia finanziaria Usa è che le turbolenze saranno il pane quotidiano per i prossimi tempi. La tensione sull'Italia si è percepita chiaramente dalla crescita del costo di una assicurazione per proteggersi dal rischio di default tricolore, che si misura guardando al mercato dei cds (credit default swap). Nel caso del contratto sui cinque anni, la scorsa settimana si è vista una crescita di 40 punti base che ha proiettato il costo di assicurarsi dal "rischio Italia" ai massimi dal 2012. Detto dell'Italia, sui mercati internazionali i fattori di riferimento sono le questioni geopolitiche, in primis l'evolversi della situazione tra Corea del Nord e Stati Uniti, e il calo del prezzo del petrolio. Le quotazioni del greggio subiscono le valutazioni fatte dai paesi Opec e dagli altri produttori di petrolio sul successo dei tagli alla produzione stabiliti per eliminare il surplus mondiale di petrolio. I contratti sul greggio Wti con scadenza a luglio cedono il 2,40% a 66,25 dollari al barile. Il Brent cede l'1,65% a 75,12 dollari. La debolezza dell'oro nero ha condizionato gli scambi in Asia, anche se alla fine della giornata la Borsa di Tokyo è riuscita a spuntare un rialzo dello 0,13%. I listini americani restano chiusi per celebrare il Memorial day: Wall Street è reduce da una seduta mista con il Dow che ha perso lo 0,2% e il Nasdaq positivo dello 0,13%. Anche Londra fa festa, e questo potrebbe incidere sul volume di scambi globale. In cauto rialzo gli altri listini Europei: Parigi sale dello 0,5%, Francoforte dello 0,6%. Quotazioni dell'oro in calo sui mercati asiatici: il lingotto con consegna immediata passa di mano a 1.297 dollari l'oncia (-0,29%).

Spread BTP-BUND: i numeri della morte, scrive il 29 maggio 2018 Emilio Tomasini su "Il Giornale". Spread BTP BUND: i giornalisti economici non ci capiscono una beata mazza e ne parlano come se fosse un totem. E ogni giorno leggiamo i giornali come bollettini di guerra con indicazioni di dove sia arrivato lo spread. Terrore dei terrori. In realtà quello che conta non è sapere che oggi lo spread ha chiuso a 230 quello che importa è sapere dove sono le resistenze che lo trasformano in una arma di distruzione di massa. Innanzi tutto lo spread è una differenza di tassi per cui si può ampliare o accorciare per movimento autonomo di uno di entrambi gli elementi, ripeto di uno di entrambi gli elementi. Non ci sono magie e non ci sono riti esoterici. Dire che si amplia lo spread senza specificare se sale il rendimento del BTP o se scende quello del BUND non ha senso perché vedi i sintomi della malattia e non ne vedi le cause e non necessariamente se sale il rendimento del BTP cala quello del BUND. In secundis quello che conta sono come in un qualsiasi grafico di Borsa i massimi e i minimi relativi: nella fattispecie odierna abbiamo un massimo a 212 circa segnato nell’aprile del 2017 e quindi se e solo se questo venerdì avremo uno spread ben ampiamente sopra quel livello potremo iniziare a preoccuparci di una possibile discesa nell’inferno. Il fatto che oggi per un attimo la resistenza sia stata rotta potrebbe essere un peccato veniale. Stiamo a vedere, sicuramente con il cuore in gola, ma non certamente con il panico addosso perché in Borsa non tutti i prezzi sono uguali, ci sono quelli che contano e ci sono altri prezzi che non contano nulla.

Il grande complotto dello spread, Italia rovinata. Gli indizi terrificanti: ecco chi ci comanda davvero, scrive il 30 Maggio 2018 Giuliano Zulin su “Libero Quotidiano”. Ogni giorno uno strazio. La Borsa cede il 2,65% e lo spread, ovvero la differenza di rendimento tra Btp italiani e Bund tedeschi, supera quota 303. Segno che gli investitori vendono a tutta velocità titoli italiani, come non succedeva dal 2013. Perché? Perché non si sa chi comanda in Italia. Come ha titolato in prima pagina Libero ieri siamo in presenza di un «casino mai visto». E allora i gestori dei fondi (gente che prova a far guadagnare i propri clienti) pensano: meglio non rischiare, portiamo via un po' di quattrini e vediamo se, dopo le elezioni, ci sarà una maggioranza certa e meno confusione istituzionale. Lo spread in realtà può salire dove vuole, è solo una speculazione, un termometro della fiducia nei confronti di un Paese. Per inficiare realmente i costi dello Stato nel rifinanziamento continuo del proprio debito (ogni anno vanno in asta circa 400 miliardi titoli pubblici) servono oltre 6 anni. Cioè per mandare in rovina l’Italia veramente bisogna aspettare 6 anni. Certo non è piacevole essere nel mirino dei mercati mondiali. Il problema è solo politico però, perché i fondamentali italiani sono ultra positivi. A parte il Pil che ormai cresce, poco, ma cresce, va considerato che pure le famiglie italiane sono pur sempre fra le più ricche del Vecchio Continente, la proprietà immobiliare è diffusa nell' 80% degli inquilini, l'export galoppa, la manifattura made in Italy è tornata a ruggire in tutto il mondo. Le banche... a fine anno dovrebbero chiudere i bilanci con oltre 10 miliardi di utili. Insomma, non c' è un motivo per speculare sul Belpaese. Se non perché chi dovrebbe amministrare la settima potenza mondiale sta inanellando una serie di errori. A cominciare dal presidente Mattarella.

Stallo al Quirinale - L' economista Mohamed El-Erian, un guru globale nel mercato dei titoli di Stato, parlando ai microfoni di Cnbc ha sostenuto che da parte del Quirinale c' è stata «una incomprensione del movimento anti establishment e dei mercati». Secondo El-Erian, attualmente capo consigliere economico di Allianz ed ex numero uno del fondo americano Pimco, il capo dello Stato «avrebbe dovuto rispettare l'esito delle elezioni e dare al nuovo governo una chance. Nel bloccare la nomina di Paolo Savona al ministero dell'Economia, per via delle sue posizioni anti-euro, Mattarella ha detto che voleva evitare una crisi sui mercati. Ma non ha capito che i mercati si sarebbero chiesti "Cosa succederà?". E quando i mercati si domandano "cosa succederà", si ha tensione nei mercati stessi». Errori sono stati commessi, sempre secondo El-Erian, da tutti i politici italiani nel «confondere la coincidenza di una ripresa della crescita nel mondo con qualcosa che ha le gambe» per correre. La ripartenza del Pil, per lui, è solo una pura «coincidenza fortunata». Ora «la gente sta capendo che la sola economia con le gambe era quella Usa... L' Europa era solo in un processo neutrale di guarigione». Ecco il punto: l'Italia ha tante rogne, ma la Ue di più. Le manovre espansive di Mario Draghi che hanno portato alla creazione di 2mila miliardi di euro dal nulla, alla fine hanno solamente drogato, anestetizzato l'Unione.

Depositi a rischio - Le incomprensioni e i buchi istituzionali restano. A causa dei tanti veti tedeschi. Per dire: non esiste ancora un meccanismo di protezione dei depositi bancari in caso di crac, men che meno si è accennato alla creazione di eurobond, ovvero titoli pubblici continentali, in modo da condividere onori e oneri. Anche a Berlino ammettono che i guai veri - che si trasferiscono subito nell' andamento dell'euro, ormai sceso a 1,15 sul dollaro - sono europei. L' analista di Commerzbank, Ulrich Leuchtmann, infatti ammette: «Il problema non è l'Italia ma lo stato di salute della zona euro, un esperimento politico che, privo di un'unione fiscale, potrebbe fallire se non si raggiungeranno livelli adeguati di crescita e ricchezza». Va bene tutto, ma se Cottarelli non fa il premier, si vota in estate e vince, per dire, il fronte anti-Ue... come sarà lo spread a Ferragosto? Intanto fra due settimane potrebbe chiudersi l'ombrello protettivo di Draghi. E poi dipende dalla stabilità politica dell'Italia: con un governo certo e forte, lo spread magari sarà alto, ma fuori di bolla. Ne risponderà insomma l'esecutivo con i suoi atti. E se diventasse insostenibile? La Bce, ha fatto sapere ieri, ha un programma salva-spread: si chiama Omt, acronimo di Outright Monetary Transactions. In pratica la Banca centrale compra Btp per abbassare la febbre, in cambio chiede riforme ferree. Di fatto un commissariamento.

Psicologia e comportamento di un Presidente, scrive il 29/05/2018 Susy De Martini su "Il Giornale”. Il Presidente della Repubblica, rigettando la proposta di Governo 5 Stelle e Lega, ha manifestato una palese dimenticanza, più o meno inconscia, della volontà degli elettori, così calpestata e tradita. Frotte di Costituzionalisti seri e di personaggi più o meno opportunisti, si sono precipitati a dire che è giusto e che va benissimo così. Da un punto di vista psicodinamico però la storia è un’altra. Il compito centrale della psicologia, si sa, è la comprensione del comportamento umano che, come ben sappiamo, è estremamente complesso. In genere, la psicologia moderna ha tentato di analizzarlo compiutamente, scomponendolo in campi di studio relativamente separati, fra i quali l’apprendimento, il linguaggio, le varie fasi della vita, la famiglia, il lavoro e così via. Ma della psicologia dell’elettore o del politico, è mai importato qualcosa a qualcuno, al di là della contingenza dell’elezione di turno? Erich Fromm, nel saggio Psicanalisi della società contemporanea, dedica un intero capitolo proprio al tema della politica e delle libere elezioni. E’ interessante la premessa, che riporto integralmente: “se per democrazia si intende la possibilità dell’individuo di esprimere la sua convinzione e di affermare la sua volontà, si presume che egli abbia una convinzione e abbia una volontà”. Ne consegue che se noi elettori fossimo più informati e responsabili nelle nostre scelte politiche e più determinati a farci rispettare, allora forse gli eletti e le cariche istituzionali, risponderebbero meglio alle nostre esigenze. Sembra invece che noi cittadini, influenzati dai mass media che agiscono come potenti persuasori, anche se di colori diversi, siamo in grado di sviluppare soltanto opinioni e pregiudizi ma non convinzioni. Sicuramente simpatie e antipatie ma non siamo in grado, se non raramente, di attuare la nostra precisa volontà, perché in realtà non siamo in grado di riconoscerla più. Viviamo quindi condizionati dalla pubblicità in ogni sua forma e questo ci separa, ovvero ci aliena, da ciò che veramente sarebbe la nostra libera scelta, che non sappiamo neanche più quale potrebbe essere! Votiamo quindi male informati, benché leggiamo regolarmente il giornale e guardiamo la TV, apprendendo di milioni di euro spesi, o persi, di milioni di persone uccise, di spread che salgono o scendono, cifre e astrazioni che non ci danno alcuna interpretazione concreta di quanto sta succedendo, in quanto tutto assume una dimensione irreale e impersonale. E così sta avvenendo anche adesso, dopo la decisone del Presidente di non rispettare la volontà popolare: vediamo solo elenchi o sigle che sono richiami per la memoria, come un gioco di indovinelli e non persone dalle quali dipenderanno la nostra vita e quella dei nostri figli. In realtà non dovremmo dimenticare che proprio l’idea del voto di maggioranza è soggetta al processo di alienazione, in altre parole di delega: in questo caso del proprio potere ad un altro. Ma se il votante esprime soltanto la preferenza fra due candidati che si contendono il suo voto, la responsabilità dell’eletto è molto più grande. E maggiore ancora è la responsabilità del Garante. Ho ascoltato le parole di Di Maio e Salvini, che non fanno una piega da questo punto, invece il Garante dal punto di vista psicologico non ha sicuramente ben interpretato la maggioranza dei votanti Italiani. Un vero tradimento, psicologico, non Costituzionale.

Un Re si sarebbe comportato diversamente, scrive il 28 maggio 2018 Paolo Gambi su "Il Giornale". Cosa sarebbe successo se invece del presidente Mattarella ci fosse stato il Re? Che è un po’ come chiedersi cosa sarebbe successo se la nuova Italia del Dopoguerra non fosse nata repubblicana grazie a strane macchinazioni e probabili brogli, ma fosse rimasta monarchica. Intanto il Re non avrebbe vissuto nessun complesso di inferiorità nei confronti dell’Unione Europea, considerando che ben 7 Paesi dell’attuale Unione Europea – tra i più importanti – hanno un Monarca: Gran Bretagna, Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, Svezia, Spagna. E non se la passano così male. A questi si devono aggiungere anche Norvegia, Principato di Monaco, Andorra, Liechtenstein. E pure il Vaticano. E tramite intrecci matrimoniali vari i Monarchi hanno sempre saputo tessere tele di straordinaria efficacia. Poi di certo il Re non avrebbe avuto nessuno a cui render conto. Un Re non è eletto, né ricandidabile, non ha partito politico d’origine né di riferimento. Un Re avrebbe sostenuto sempre e comunque gli interessi della Nazione ed avrebbe difeso e sostenuto la sua Democrazia. Un Re (magari non fosse stato un Savoia) avrebbe ascoltato quelli che parlano italiano, non quelli che gridano in tedesco. Ma in Italia ce ne freghiamo dei brogli, del vantaggio della Nazione e pure della Democrazia. Per cui ci teniamo al Quirinale un presidente che fa ciò che Mattarella ha appena fatto. E che per fare ciò ci costa circa 240 di milioni di euro all’anno. Quando la Regina d’Inghilterra pesa sulle casse dello Stato appena 80 milioni di sterline. E le restituisce ampiamente in pubblicità al primo Royal wedding. Chissà, magari Di Maio e Salvini se ne renderanno conto e invece di invocare l’impeachment abrogheranno l’articolo 139 della Costituzione.

Anche Mattarella ha dimostrato di essere schiavo delle lobby europee, ora tocca a noi cittadini difendere la nostra sovranità e il Tricolore, scrive il 29 maggio 2018 Andrea Pasini su "Il Giornale". Cari amici, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha messo in atto quello, che senza mezzi termini, possiamo definire un colpo di Stato. No a Paolo Savona, sì a Mario Draghi, sì al FMI, sì alla BCE, sì ad Angela Merkel. Le istituzioni hanno calpestato la Sovranità del popolo Italiano. Lo hanno fatto voltando la schiena alle urne, al volere degli elettori. Mattarella si è macchiato del reato di alto tradimento, deve essere messo in stato d’accusa e rassegnare le dimissioni. Per questo motivo lancio un appello alla mobilitazione di tutti quei cittadini che amano, più di ogni altra cosa, il tricolore, a prescindere dall’appartenenza politica. Dobbiamo difendere la legalità costituzionale. Di fronte a questo crimine epocale stare zitti o limitarsi ad un lamento si traduce nella nostra resa. Gli euroinomani, i banchieri ed i burocrati non ci avranno mai. Il fatto che Mattarella abbia bocciato il Governo proposto dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega, mettendo il veto alla nomina di Savona al Ministero dell’Economia, è una violenza perorata contro il popolo. La colpa? Una lettera scritta dall’economista tre anni fa. Missiva in cui redarguiva il Presidente della Repubblica per la sua, troppa, confidenza con i mercati internazionali. La NATO&co. hanno posto il veto, uscire dalla gabbia dell’Euro non si può. Tutti in castigo. L’articolo 87 della Costituzione però parla chiaro e l’articolo 92 segna il carico da novanta: “Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i Ministri”. In aggiunta il veto a Savona, motivato dalle conseguenze apocalittiche che si verificherebbero qualora l’Italia uscisse dall’Euro, costituisce una indebita interferenza nelle scelte politiche di un Governo che gode del consenso della maggioranza degli italiani. Quindi la nostra Nazione cola a picco. Un incerto futuro, con elezioni che devono arrivare imminenti, ma che imminenti non saranno. Con Cottarelli dietro l’angolo e l’alito dei mercati che spira sul nostro collo. Sembriamo piegati ad un destino nefasto, senza possibilità di rivalsa. All’orizzonte si stagliava un esecutivo gialloverde per certi versi rivoluzionario, espressione del malcontento popolare, capace di far schizzare verso il cielo il fantomatico Spread, specchietto per le allodole europeista. Ora tocca a noi, alzare la voce per denunciare questa situazione vergognosa. Non possiamo permettere che il tricolore venga insudiciato dalle logiche dell’UE. Siamo pronti a tutto, proprio come recita l’Inno di Mameli, per questo lembo di terra. Per questa Italia, patria dell’ingegno, patria del futuro dei nostri figli. Saremo senza tregua ad inseguire i traditori del popolo. Saremo in prima fila a chiedere le dimissioni del Presidente Mattarella. Eccoci, sguardo fiero pronto a dipingere nei nostri avversari un presagio di terrore.

The Mattarella Horror Picture Show, scrive il 28 maggio 2018 Giampaolo Rossi su "Il Giornale".

UN DISASTRO ISTITUZIONALE. Pensavamo che dopo Giorgio Napolitano la storia ci avrebbe risparmiato lo spettacolo di un altro Presidente della Repubblica opposto alla volontà popolare. Con Mattarella siamo arrivati ad uno stadio di evoluzione successivo della fine della nostra sovranità: Napolitano aveva abbattuto un governo legittimo; Mattarella ha impedito che nascesse. Nel 2011 il complotto di Napolitano, orchestrato con la collaborazione della tecno-finanza europea e la volontà di Berlino e Parigi di eliminare un Premier scomodo ed eletto dai cittadini (Silvio Berlusconi), consumò un oltraggio che ha segnato nel profondo la nostra democrazia; ciò che allora, uno dei maggiori analisti britannici di questioni europee, Ambrose Evans-Pritchard, definì “un colpo di Stato sicuramente nello spirito se non anche nel diritto costituzionale”. Oggi Mattarella liquida una maggioranza parlamentare ed un governo legittimo con un atto di prevaricazione costituzionale che trasforma le “prerogative del Quirinale” in un’autoritaria intromissione nelle scelte del governo e nelle sue linee politiche; cosa che un Presidente della Repubblica non può fare!!! Come ricorda uno dei nostri costituzionalisti più prestigiosi, Valerio Onida: “il Quirinale non ha potere di indirizzo politico che spetta al Governo sorretto da una maggioranza parlamentare (…) può svolgere funzione di persuasione e influenza ma non ha potere di decisione definitiva”. Lo ribadisce un altro costituzionalista, Mario Esposito: riguardo i ministri “il Presidente della Repubblica può svolgere uno scrutinio sul possesso di requisiti costituzionalmente richiesti, mentre sul piano dell’opportunità può soltanto esercitare moral suasion (…) Altrimenti si rischia di determinare un’ingerenza del Capo dello Stato nell’indirizzo politico di maggioranza, che esula dalle sue attribuzioni”. Una prevaricazione che trasforma le “prerogative del Quirinale” in un’autoritaria intromissione nella linea politica di un Governo.

L’IMBROGLIO SUI “PRECEDENTI”. Quando vi raccontano i precedenti di Pertini, Ciampi o Scalfaro, si dimenticano di spiegarvi le ragioni per cui quei Presidenti della Repubblica convinsero (non imposero) i rispettivi Premier a modificare la scelta su un ministro. In tutti casi vi erano ragioni che attenevano ad opportunità legittime ma che mai si basavano sulla linea politica o sulle loro convinzioni. È il caso di Cesare Previti durante il primo Governo Berlusconi nel 1994, che Scalfaro sconsigliò di inserire al Ministero della Giustizia perché avvocato personale del Premier, quindi per un chiaro problema di conflitto d’interessi; infatti Previti fu nominato alla Difesa. O il caso di Roberto Maroni che nel 2001 Ciampi non volle al Ministero della Giustizia, ma solo perché era stato condannato due anni prima per oltraggio a pubblico ufficiale dopo gli scontri con la polizia davanti alla sede della Lega di via Bellerio a Milano; ma non ci fu un veto su Maroni, tanto che il leghista (allora addirittura ancora secessionista) fu spostato al Ministero del Welfare. Quello che ha fatto Mattarella non ha precedenti! Mattarella ha trasformato una Repubblica parlamentare in una Repubblica presidenziale senza alcuna riforma della Costituzione.

I TRE “ERRORI” VOLUTI. In realtà tutto l’operato di Mattarella, durante questa crisi, è stato finalizzato ad impedire che un governo legittimo potesse operare con sovranità piena nel nostro Paese. Tre sono gli “errori” che il Presidente della Repubblica ha compiuto nell’atto delle sue funzioni; le firme lasciate in calce al certificato di morte della sovranità italiana:

1) LEGGE ELETTORALE. L’approvazione senza colpo ferire una legge elettorale voluta dal Pd (ormai minoritario nel Paese) per bloccare un futuro governo, e votata anche dal centrodestra (escluso Fratelli d’Italia) per poter tornare il prima possibile al voto; una legge elettorale studiata apposta affinché l’Italia non potesse avere un governo con maggioranza solida e sicura. In questo caso Mattarella è stato un perfetto “parlamentarista” di un Parlamento a maggioranza Pd. Una legge che lui ha firmato senza neanche sentire il bisogno d’inserire una lettera di raccomandazione sul suo uso, come spesso hanno fatto i Presidenti della Repubblica.

2) NO CENTRODESTRA. Il rifiuto ostinato di dare l’incarico di governo (anche solo di tipo esplorativo) a Matteo Salvini, leader della coalizione che aveva vinto le elezioni. Un atto di incomprensibile chiusura che ha mostrato la preclusione di tipo ideologico e politico verso la parte maggioritaria in Italia.

3) CASO SAVONA. Un arroccamento incomprensibile contro uno degli economisti più prestigiosi del nostro Paese; un uomo che già era stato ministro nel 1993 durante il governo Ciampi, ma che Mattarella ha respinto solo perché “sostenitore di una linea, più volte manifestata, che potrebbe provocare, probabilmente, o, addirittura, inevitabilmente, la fuoruscita dell’Italia dall’euro” come lo stesso Presidente ha dichiarato; affermazione gravissima perché non tiene conto che la linea politica di un governo è collegiale e non la decide un ministro. E sopratutto perché non è compito di un Presidente ma del Parlamento giudicare l’esecutività di un ministro. In altre parole Mattarella ha trasformato una Repubblica parlamentare in una Repubblica presidenziale senza alcuna riforma della Costituzione. Un atto che se non è un colpo di Stato, è sicuramente una violazione spaventosa.

BYE BYE SOVRANITÀ. Mattarella con il suo gesto ha reso esplicita anche un’altra cosa: che in questo Paese è possibile mettere in dubbio tutto, persino la Costituzione, ma non si può mettere in dubbio l’Euro, pena l’esclusione dal consesso democratico. Questa è una porta aperta alla fine della democrazia, un attacco al pluralismo delle idee, un affronto alla libertà di pensiero e al rispetto delle volontà popolari. La decisione di Mattarella è venuta dopo che per giorni le Cancellerie europee e i circoli finanziari hanno svolto una pressione costante contro la nascita di questo Esecutivo. Il modo in cui oggi i giornali tedeschi hanno trionfalmente accolto lo scampato pericolo di un Governo non allineato ai dettami dell’Ue, e l’elogio di Macron al “coraggio di Mattarella” confermano a chi ha fatto comodo questo disastro istituzionale dell’Italia. Oggi è più che mai chiaro che il nostro è un Paese a sovranità limitata. La democrazia rappresentativa e parlamentare si scontra con gli interessi dell’elite e con il tentativo di svuotare ogni diritto di un popolo di scegliersi da chi farsi governare. Lo spirito dei Padri fondatori dell’Europa oggi non è minacciato dai cattivi populisti ma da chi sta liquidando la democrazia.

Emergenza democratica, scrive il 28 maggio 2018 Augusto Bassi su "Il Giornale". Da molti anni vediamo aleggiare l’espressione “emergenza democratica”. Se ne parlò e se ne scrisse tanto sulla Rai, su Micromega e Repubblica nei 1.287 giorni del Berlusconi IV, e ancora, un po’ ovunque, con l’arrivo di Grillo e dei 5Stelle, quindi con l’avanzare del nuovo “Lepenismo” e del “Salvinismo”. Ora, che viviamo un’emergenza democratica autentica, diviene evidente la dissimulata ambivalenza sintattica che ne ha sempre definito la natura. Scendere i gradini dell’ordinamento grammaticale fino ai più elementari momenti di analisi logica non è pedanteria; piuttosto necessario esercizio di disinganno. In questo acquisito sintagma, “democratica” non è, come abbiamo sempre ritenuto, un complemento di specificazione attributiva o più correttamente un complemento di svantaggio. Non equivale a “emergenza della democrazia” / “emergenza per la democrazia”. Siamo invece sempre stati di fronte a un predicato nominale: la democrazia (soggetto) è (copula) un’emergenza (parte nominale). E per quali entità la democrazia sarebbe ormai un’emergenza, un accidente, una difficoltà, un imprevisto, un problema? Precisamente per i democratici soi-disant. In Italia, in Europa, negli Stati Uniti. L’Unione Europea, dai Principii di Barcellona in avanti, si è sempre affermata come promotrice della democrazia, sia nella propria politica economica, esercitata a favore della prosperità degli Stati membri, sia in quella estera. Ebbene, credo sia venuto il momento di tirare le somme. A tal proposito, pur non essendo un grande tifoso dell’autocitazione, trovo che uno dei pochi vantaggi dell’informazione digitale sia che gli articoli di ieri non vanno ad avvolgere i branzini di domani. Così, basta un click per ritrovare ciò che veniva scritto; e che può essere giovevolmente aggiornato a mesi di distanza. Il 6 febbraio scorso in Ignominia Eurocratica mettevo di colore su bianco: Siete voi, burocrati UE, un attacco premeditato ai nostri valori fondamentali! Voi… xenofobi delle idee. Livellatori delle specificità nazionali. Ignobili funzionari dallo sdegno premeditato; voi… che usate le utili tragedie per fare i gargarismi di propaganda e scaracchiate quelle che potrebbero otturarvi il gozzo. Voi… che condannate dal pulpito del vuoto democratico da voi edificato e che ora troneggia nell’abisso come ultima istituzione rimasta a unirci. Voi siete il campo di concentramento delle identità, l’olocausto della memoria collettiva, la negazione del gusto. Con quelle facce macilente, che trasudano povertà di letture, povertà di spirito; con quegli abiti dozzinali, volgari prodotti mass-market della vostra stessa politica. Voi avete annullato il libero dialogo fra singolarità culturali nel tetro monologo della moneta, del soldo, del danaro, che ha reso tutti più poveri. E ora spacciate per ideale comunitario l’avidità impiegatizia della vostra speculazione. Voi avete reciso le trame di senso che ci affratellavano come compatrioti, aperti ad altre patrie nella reciproca legittimazione. Siete voi l’ignobile prassi che vorrebbe mangiare viva l’umana differenza e sostituirla con l’inumano indifferenziato. Infami, laidi, vigliacchi, ma con l’ardire di pontificare su un’integrazione che comandate e non esercitate. Accoglienti nella nazione degli altri. Umanitari nella patria degli altri. Moralisti e schiavisti a distanza. Voi siete la violenza sterminatrice che disintegra le comunità con l’integrazione forzata, che depreda, imbastardisce la cittadinanza. Officianti di un sacerdozio pagano, ciarlatani di una stregoneria senza incanto, senza magia, larga di mezzi e miserrima di suggestioni. Negromanti che evocano gli spiritelli del razzismo, del fascismo, del populismo, dello spread, che difendono la “stabilità” agitando l’esalazione dei risparmi per far chiudere gli occhi dalla paura agli animi semplici e nascondere loro il dispotismo monetario e il permanente saccheggio di cui sono sinistri gerarchi. Dispotismo che rende vano anche il voto, quando non allineato al dogma mercantile. Parla di comunità, l’ignavo Mattarella: «Senza senso della comunità arriva la violenza». E così è. Perché voi ne avete strappato le viscere come un mostruoso selvaggio farebbe con quelle di una ragazzina appena assassinata. Voi nascondete i resti delle sovranità che avete fatto a pezzi in un trolley da Erasmus come un mostruoso selvaggio farebbe con le membra di una ragazzina appena macellata. Vittima vostra. E nostro dovere è condannare questa violenza e l’ignobile ideologia che ne è alla base. Oggi non ho molto altro da aggiungere.

Tutti contro Savona ma porte spalancate a parvenu e “no Tav”, scrive il 25 maggio 2018 Cristiano Puglisi su "Il Giornale". “Le infrastrutture sono da fare e non da smontare”. Le dichiarazioni di Matteo Salvini al termine dell’incontro di ieri con il premier incaricato, Giuseppe Conte, sono state, per fortuna, chiare e precise in merito a cosa il Governo “ircocervo” dovrà evitare. Ossia la cancellazione di opere strategiche per il Paese e per il nord Italia, che metterebbe in serie difficoltà il rapporto con gli alleati di centrodestra. Eppure il complesso mediatico-istituzionale italiano è sembrato ben più preoccupato, rispetto al pericolo di vedere insediati in dicasteri strategici dei parvenu senza pregresse esperienze lavorative o addirittura esagitati attivisti “no Tav”, dal professor Paolo Savona, il possibile ministro dell’Economia cui nelle ultime 48 ore sono state dedicate ore di allarmata discussione nei principali salotti politici televisivi. 82 anni, già ministro dell’Industria nella troppo vituperata (e infinitamente più seria della “Terza”) Prima Repubblica, accademico di lungo corso, consulente di fondi di investimento internazionali, Savona paga lo scotto della posizione euroscettica, che, secondo trasmissioni televisive e importanti quotidiani, lo renderebbe inviso addirittura al Quirinale. Ora, pur con tutte le cautele del caso verso il futuro esecutivo gialloverde, figurarsi un docente universitario che ben conosce le regole d’ingaggio dei tavoli dell’alta politica e dell’alta finanza come un pericoloso e sovversivo lepenista che potrebbe decretare motu proprio l’uscita dell’Italia dall’eurozona fa abbastanza sorridere. Meno comica e ben più tragica sarebbe invece la prospettiva di ritrovarsi la pasionaria pentastellata contraria all’alta velocità Torino-Lione Laura Castelli, 31 anni e una laurea triennale, quale titolare del Ministero delle Infrastrutture. O lo stesso leader del Movimento 5 Stelle, Luigi Di Maio, stessa età, non laureato ed ex webmaster e steward allo stadio San Paolo di Napoli, come titolare di deleghe fondamentali quali Sviluppo Economico e Lavoro. Eppure su di loro neanche una riga, nemmeno un allarme, così come nessuno avrebbe, a quanto si ha modo di capire, nulla da eccepire sulla sostituzione di Savona con altri esponenti leghisti, che pure non nascondono la loro piena contrarietà alla moneta unica. Una situazione strana, che, per quanto concerne i rapporti con l’UE, sembra dimostrare come, per un certo establishment tecnocratico, il pericolo non sia rappresentato tanto dalle posizioni del futuro Governo, o meglio dalle posizioni della Lega, ma dall’autorevolezza di chi potrebbe sostenere la causa dell’Italia sui tavoli che contano. Così come, tornando agli impresentabili aspiranti ministri pentastellati, è palese il disimpegno del medesimo establishment dalla tutela dell’interesse strategico nazionale, che fa da contraltare a una palpabile necessità di garantire lo status quo sul fronte del posizionamento internazionale, da cui le pressioni del Colle, oltre che per l’Economia anche per gli Esteri. Ciò che inoltre traspare con una certa limpidezza è ancora una volta la resistenza del “sistema” più verso la Lega che verso i grillini, cui tutto pare consentito. Una dimostrazione ulteriore dell’inaffidabilità dei nuovi alleati di Salvini che, privo della copertura degli alleati del centrodestra e del loro profilo istituzionale, dovrà essere bravo a gestire i rapporti con un esecutivo di cui è, suo malgrado, socio di minoranza.

Le pressioni dei banchieri Draghi e Visco dietro il veto del Colle sull'economista. La confidenza di Renzi: "Vedono Savona come il fumo negli occhi". Il leghista Borghi: "Mattarella come Napolitano contro Berlusconi", scrive Augusto Minzolini, Lunedì 28/05/2018, su "Il Giornale". Al mattino a un amico che partecipava a uno dei tanti convegni del week-end milanese, Giancarlo Giorgetti, il consigliere principe di Matteo Salvini, ha confidato al telefono tutta la nevrosi accumulata per una estenuante trattativa finita male. «Anche Matteo ha spiegato è altalenante: una volta dice che vuole usare la candidatura del prof. Savona come un piede di porco per far saltare tutto; un altro momento ci ripensa. Sono stressato, spero che al più presto si arrivi a una decisione. Qualunque essa sia». Passa qualche ora e si capisce che sul nome del professor Savona, il vecchio samurai diventato il pomo della discordia, sarebbe fallito il tentativo di Giuseppe Conte. «Anche l'incontro di questa sera tra Mattarella e Conte non servirà a niente-, predice Giorgetti a un amico alle 17 -. Tutti sono rimasti sulle loro posizioni». In realtà a quell'ora si era già capito che le missioni del pomeriggio al Quirinale del leader della Lega, Salvini, prima, e, poi, del capo dei 5stelle, Luigi Di Maio, terrorizzato dal rischio di andare nuovamente alle urne, si erano risolte in un fallimento. «Se su Savona ha tagliato corto Salvini c'è il no di Berlino e dei poteri forti, significa che è il ministro giusto. Se non lo vogliono si torna a votare». «Qui ha confidato Di Maio, di ritorno dal Colle, ai suoi finisce male. La posizione di Mattarella è incomprensibile». Mentre al Quirinale un Capo dello Stato, fuori di sé, non risparmiava nulla ai suoi interlocutori: «Dovranno spiegare agli italiani, quello che succederà da domani in poi sui mercati». La verità è che il «caso Savona» è diventato alla fine l'elemento catalizzatore del «non detto» di queste settimane: c'è stato un problema istituzionale che ha tirato in ballo le prerogative del Capo dello Stato; c'è stato un problema economico che ha riguardato i rapporti con l'Unione Europea; c'è stato un problema finanziario che ha investito anche le relazioni con Bankitalia e con la Bce; ed ancora, ci sono state tutte le contraddizioni, che, piano piano, sono venute in luce nel contratto di governo. E la montagna di parole con cui i mediatori hanno tentato di coprire tutto questo negli ultimi giorni, quello spesso manto di ipocrisia, non è bastata per raggiungere un compromesso. Sicuramente non è bastata la dichiarazione di Savona. Anzi, la sortita del professore ha spostato l'attenzione sul «contratto» di governo, su quelle domande che ieri Mattarella stesso ha rivolto nell'incontro al Quirinale al premier incaricato: esiste un piano «B» per uscire dall'euro o è solo una fantasia? Che tipo di rapporto questo governo vuole instaurare con la Germania? Insomma, con le parole si è tentato di individuare una mediazione impossibile: il lessico di mille dichiarazioni e un intero vocabolario di aggettivi rassicuranti, non avrebbero potuto, infatti, sminuire il significato e i modi della possibile nomina di un personaggio come Savona con il suo profilo, la sua personalità, la sua storia al ministero dell'Economia. Delle due l'una: la nomina di Savona al ministero dei via Venti Settembre avrebbe avuto il significato di un cedimento di Mattarella, per cui l'influenza che il Quirinale via via è venuto ad assumere nei settennati di Scalfaro, Ciampi e, soprattutto, Napolitano, sarebbe diventata un pallido ricordo; se, invece, Salvini avesse accettato l'esclusione del Professore, avremmo avuto il paradosso che il primo governo «sovranista» di questo Paese, sarebbe stato il primo a essere condizionato platealmente dalla Ue e dalla Germania, nella scelta del ministro dell'Economia. Da qui non si scappa. Ci sarebbe stato un vincitore e un perdente. E nessuno era nelle condizioni di poter accettare una sconfitta. Nessuno dei due veri duellanti, Mattarella e Salvini, ha voluto fare un passo indietro, consapevoli della posta in gioco. «Non mi arrendo», ha ripetuto per tutto il giorno Salvini. Un'espressione che il fido Claudio Borghi ha tradotto in questo modo lanciando segnali di nuovo a Berlusconi, dopo il «freddo» di queste settimane, per la prossima campagna elettorale: «Mattarella e compagni non sono lucidi. Stanno facendo a Salvini il favore che l'establishment americano ha fatto a Trump. Le hanno provate tutte. Anche di dividere il ministero dell'Economia in due, per impedire a Savona di partecipare ai vertici europei. La verità è che questa crisi pone non solo il problema del nostro rapporto con l'Europa, ma anche di quanto è avvenuto nel 2011: la domanda da porsi è se l'Italia è un Paese a sovranità limitata o no? È una questione che non nasce ora. Lo sa benissimo Berlusconi che ha l'occasione di vendicarsi per tutto quello che gli hanno fatto. Ieri c'è stato un Capo dello Stato che su ordine della Ue ha fatto fuori un premier. Oggi c'è un Capo dello Stato che ha posto un veto sulla nomina di un ministro, sempre su ordine di Bruxelles. Tutti i nodi sono venuti al pettine». E già, sul nome di Savona è andato in scena lo scontro tra due mondi. Uno scontro che non riguarda solo il tema europeo, ma anche questioni spinose come la politica del credito, delle banche che riaprono vecchie ferite e suscitano nuovi rancori nel nostro establishment. «Mi dicono ha confidato Matteo Renzi ai suoi, per spiegare l'avvitarsi della situazione che Mattarella in questi giorni ha ascoltato molto Draghi e Visco, che vedono Savona come fumo negli occhi. Tra l'altro quello che dice Savona sugli errori fatti da Bankitalia nel trattare i problemi delle piccole banche o il bail-in, io lo firmerei». Quindi, con Bruxelles, Berlino, Draghi, Visco che premevano, Mattarella non ha potuto non mettere quel «veto» su Savona. E ha dovuto accettare un grande rischio, quello su cui D'Alema giorni fa lo ha messo in guardia: «Se il Presidente dice no a Savona, rischia di ritrovarsi di nuovo di fronte lo stesso problema dopo le elezioni. Con Salvini che, però, gli metterà sul tavolo una maggioranza dell'80%». Già, con quel «no» ora Mattarella rischia di diventare l'obiettivo di una campagna elettorale, di essere sfiduciato dal Paese. Ecco perché forse farebbe bene a non tirarsi addosso nuove critiche e polemiche, varando un governo di «tecnici» per portare il Paese al voto (per questa mattina ha convocato al Quirinale il professor Cottarelli, l'uomo che mise in piedi un piano per la spending review). Sarebbe stato più prudente per lui rifugiarsi dietro a qualche precedente, mettere in piedi un governo istituzionale, guidato da uno dei due presidenti delle Camere, come fece Francesco Cossiga nell'87. Come dice il proverbio: «chi lascia la via vecchia per la nuova sa quello che lascia, ma non sa quello che trova».

Sergio Mattarella, la rabbia contro Luigi Di Maio e Matteo Salvini: "Fuori faccia feroce, ma con me...", scrive il 28 Maggio 2018 "Libero Quotidiano". "Nessun veto, capite?". Sergio Mattarella ha spiegato così a Luigi Di Maio e Matteo Salvini la decisione di opporsi a Paolo Savona ministro dell'Economia. Un paradosso, oggettivamente, a cui il Quirinale oppone la contro-offerta del leghista Giancarlo Giorgetti o un interim del premier Giuseppe Conte come alternative all'evidentemente "impresentabile" (per Bruxelles, Berlino e Francoforte) 82enne Savona. "Capiamo tutto, presidente, ma per come si è messa la cosa non possiamo togliere quel nome dalla casella dell'Economia", è stata la replica dei leader di M5s e Lega. Fin qui, uno scontro istituzionale mantenuto nei limiti. Ma pochi minuti dopo, quando la rottura diventa pubblica, si scatena l'inferno con Di Maio e Salvini che parlano davanti ai loro elettori di "democrazia a rischio" e addirittura, dalla piazza grillina, sale l'urlo "impeachment". Roba senza precedenti. E qui, secondo il Corriere della Sera, il presidente Mattarella ha avuto un sbotto rabbioso: "Sono stati degli agnellini davanti a lui, ma fuori hanno fatto la faccia feroce", scrive il quirinalista del Corsera Marzio Breda, che riporta fedelmente il Mattarella-pensiero. Anche da questi dettagli si capisce come la situazione sia tesa come forse mai è successo prima.

E Mattarella chiese a Salvini e Di Maio: «Perché non volete Giorgetti?». Il presidente e il tentativo di mediare sull’Economia, con il leghista di peso. Poi lo stop: il Colle non avrebbe potuto lasciare l’istituzione presidenza della Repubblica colpita e, anzi, lesionata, nelle prerogative fissate dalla Carta costituzionale, scrive Marzio Breda il 27 maggio 2018 su "Il Corriere della Sera". «Non l’ho fatto a cuor leggero», dice Mattarella, e quell’espressione semplice, pronunciata con voce appannata ma ferma, riassume l’assillo che lo ha tormentato queste settimane d’impazzimento generale, prima di giungere alla scelta più drastica. Cade l’ipotesi del governo Lega-5 Stelle e si materializza un incarico per Carlo Cottarelli, convocato per stamane al Quirinale. Non era lui il candidato «coperto» al quale il capo dello Stato qualche settimana fa pensava di affidare un esecutivo «di garanzia e servizio», se il patto gialloverde fosse fallito. Questo nome si è imposto adesso per tamponare in corsa i conti pubblici, dopo che l’Italia è stata messa sotto attacco dagli speculatori finanziari. Ora che tutto è andato in tilt potremo verificare, e lui per primo, quale grado di responsabilità saprà mostrare il Parlamento davanti a una crisi tanto grave quanto senza precedenti. Comunque non c’era altra opzione, per Mattarella. Che non avrebbe potuto lasciare l’istituzione presidenza della Repubblica colpita e, anzi, lesionata, nelle prerogative fissate dalla Carta costituzionale. Un’osservazione che fino all’ultimo ha girato, argomentandola, anche ai due partner dell’ormai disciolta maggioranza, che sono stati degli agnellini davanti a lui. Nessun veto, capite? Piuttosto perché irrigidirsi su Paolo Savona quando al suo posto vi ho proposto un interim a Conte o l’incarico pieno a un leghista di peso come Giorgetti? «Capiamo tutto, presidente, ma per come si è messa la cosa non possiamo togliere quel nome dalla casella dell’Economia», gli hanno risposto. Con garbo. Salvo fare, subito dopo esser usciti dal Palazzo, «la faccia feroce», come dicono a Napoli, mentre si esibivano in piazze e tv fino a vagheggiare l’impeachment. E qui sta il mistero della giornata. Del quale Salvini, e pure Di Maio (che si era difeso dando la colpa al «socio» di governo), dovranno rispondere al loro popolo. L’intera domenica si era consumata in estremi tentativi di mediazione tra i due partiti e il candidato premier, con il coinvolgimento dell’economista controverso, sondato a distanza per un’eventuale disponibilità ad accettare un altro ministero. Una corsa contro il tempo come raramente se ne vedono nella Roma dai tortuosi ritmi bizantini, specie nei negoziati politici. Una guerra di nervi. Con l’incubo dell’irremovibilità dei due leader, ancorati all’ultimatum «o Savona o il voto», che poteva far saltare tutto. Come poi è accaduto. La trattativa a un certo punto si era spostata al Quirinale, dove Salvini e Di Maio erano saliti. Incontri i cui contenuti avrebbero dovuto restare riservati e che sono invece stati subito pubblicamente raccontati (cosa mai vista), confermando che la campagna elettorale più lunga della nostra storia si era riaccesa. Un modo per mettere fin d’ora Mattarella nel mirino, con una speculazione ultrapopulista sui suoi poteri. Insomma: a nessuno dei due interessavano le controindicazioni costituzionali che inducevano l’inquilino del Colle a dire no alla candidatura di Savona all’Economia, quanto cercare il casus belli. Per cavalcarlo. Un momento spartiacque si era avuto all’ora di pranzo, quando il professore cagliaritano aveva fatto diffondere un chiarimento su quella che aveva definito «una scomposta polemica sulle mie idee». Documento ambiguo. Perché si riparava dietro il «contratto» di Lega e 5 Stelle, senza entrare nei nodi di un programma economico insostenibile sul piano della disciplina di bilancio, attraverso investimenti extradeficit. E soprattutto reticente sul «piano» per far uscire l’Italia dall’euro predicato con insistenza da Savona.

Matteo Salvini, il veto di Mattarella che ha fatto saltare tutto: "Io non chino la testa", scrive il 27 Maggio 2018 "Libero Quotidiano". Fino all'ultimo colloquio di questo pomeriggio con Matteo Salvini, Sergio Mattarella ha confermato il veto sul nome di Paolo Savona come ministro dell'Economia. Una posizione che ha fatto letteralmente saltare i nervi al leader leghista che, dal comizio a Terni per le amministrative, ha denunciato: "Mi sto convincendo che non siamo un paese libero. Siamo un paese a sovranità limitata. Per noi - ha aggiunto Salvini - un principio viene prima di tutto: per l’Italia decidono solo gli italiani. Per il governo decidono i cittadini italiani, se siamo in democrazia". Le possibilità che il governo M5s-Lega vada in porto sembrano ormai svanite, lo stesso Salvini ne parla con un tono vagamente nostalgico: "Se avessi dovuto seguire la convenienza mia e del partito avrei detto, non ci provo neanche. Ce l’abbiam messa tutta - aggiunge - se qualcuno si prenderà la responsabilità di non far nascere un governo, lo vada a spiegare a sessanta milioni di italiani. Il sospetto di Salvini è dietro la contrarietà del Quirinale sul nome di Savona ci siano le pressioni di Bruxelles e Francoforte, considerando le posizioni anti-euro dell'economista: "Se un ministro dà fastidio a certi poteri forti che ci hanno massacrato vuol dire che quello è il ministro giusto. Non chinerò mai la testa davanti alle richieste di chi non risponde al bene dei cittadini italiani". 

Paolo Savona, Paolo Becchi a valanga sul Quirinale: "Perché il colpo di mano di Sergio Mattarella non ha precedenti", scrivono Paolo Becchi e Giuseppe Palma il 27 Maggio 2018 su "Libero Quotidiano". Sono da poco trascorse le 21 che sulla pagina Facebook di Salvini appaiono poche parole che non lasciano presagire nulla di buono: «Sono davvero arrabbiato». Il messaggio in breve tempo diventa virale. Chiaro il riferimento al colloquio informale avvenuto tra Giuseppe Conte - presidente del Consiglio incaricato - e il Capo dello Stato. Mattarella sembrerebbe aver fatto capire a Conte di non volere Paolo Savona al ministero dell'Economia. Il sospetto viene presto confermato da YouTrend, che in un tweet scrive: «Mattarella avrebbe comunicato a Conte la contrarietà del Quirinale alla nomina di Savona all' Economia. Torna così in bilico la possibilità di chiudere un accordo di governo». Ormai la politica si fa (anche) coi social, così ieri sera un nostro pezzo - non apparso sul cartaceo di questo giornale ma solo nella edizione online - ha fatto letteralmente esplodere la rete, perché di fatto anticipava quelle che sarebbero state le mosse di Mattarella. Cosa sta succedendo? Siamo di fronte ad un vero e proprio colpo di mano da parte del presidente della Repubblica, che varca i limiti delineati dalla Costituzione e quelle che sono le sue prerogative nella nomina dei ministri, mutando di fatto la forma di governo da parlamentare a presidenziale. Vediamo perché. Colpo di mano - Il Capo dello Stato, che per l'articolo 92 della Costituzione nomina i ministri su «proposta» del presidente del Consiglio, non ha alcuna discrezionalità nella scelta dei titolari dei dicasteri. Il motivo è semplicissimo: è il presidente del Consiglio, e non il Capo dello Stato, ad assumersi la responsabilità politica del governo davanti alle Camere, alle quali chiede il voto di fiducia ai sensi dell'art. 94. La responsabilità assunta davanti al Parlamento da parte del presidente del Consiglio è dunque sull' intera politica generale del Governo (art. 95), compresa quella economica. Non può essere dunque il Capo dello Stato a scegliere il ministro dell'Economia (e nessun altro ministro), anche perché di quella scelta non si assumerebbe alcuna responsabilità politica, che ricadrebbe soltanto sul presidente del Consiglio. E allora per quale strano motivo Conte dovrebbe assumersi la responsabilità della politica economica del suo governo in base ad un ministro non scelto da lui, né dai partiti che gli votano la fiducia in Parlamento, ma dal Capo dello Stato che è estraneo al rapporto di fiducia Camere-governo? Il motivo non è sotto gli occhi di tutti. Aver perso la sovranità monetaria ci mette nelle condizioni di subordinare la democrazia ai voleri della Ue, che hanno preso il posto della sovranità del popolo. Se i partiti che hanno vinto le elezioni non hanno neppure la facoltà, insieme al presidente del Consiglio, di determinare la politica economica del governo, viene meno la forma di governo parlamentare. A cosa servono le elezioni, in un sistema parlamentare, se poi chi vince non può neppure scegliersi il ministro dell'Economia? Cos'ha che non va Savona? È "euroscettico" e quindi non è gradito all' establishment. Molti rievocano il caso-Previti per giustificare il veto su Savona. L' esempio non calza. Scalfaro si rifiutò di nominare Previti alla Giustizia solo perché era stato l'avvocato di fiducia del presidente del Consiglio - Berlusconi - che ne aveva avanzata la proposta. Ma Scalfaro fu comunque "costretto", per evitare lo strappo, a nominare Previti alla Difesa. La situazione attuale è molto più complessa. Vediamo cosa può succedere. Gli scenari - Primo scenario: Mattarella potrebbe cercare di dividere Salvini da Di Maio per far saltare il governo, oppure per far cedere Salvini su Savona, ma stavolta Matteo non mollerà di un centimetro. Di Maio lo sta appoggiando. L' intesa tra i due resta forte. Non solo, il braccio di ferro sta dando risultati opposti a quelli sperati e mentre Berlusconi pare eclissato, Meloni, pur restando all' opposizione, ha manifestato il suo sostegno a Salvini su Savona. Secondo scenario: il Colle potrebbe indurre Savona a fare un passo indietro, ma Savona è uomo di carattere non lo farà. È diventato per gli italiani il simbolo del cambiamento. Terzo scenario: Conte sale al Quirinale con la lista dei ministri e propone Savona all' Economia, facendo presente che esiste un'irrinunciabile linea politica da parte sua e della maggioranza. A quel punto, per evitare una crisi istituzionale, Mattarella dovrebbe firmare la nomina di Savona. È probabile che lo faccia. In caso contrario, Conte dovrebbe annunciare che Mattarella si è rifiutato di nominare Savona all' Economia, e che quindi lui ha sciolto la riserva rinunciando all' incarico. Ciò farebbe ricadere la responsabilità della crisi sul presidente della Repubblica. E si dovrebbe andare al voto nel più breve tempo possibile.

La condanna di Savona alla Germania: "Il piano tedesco è quello dei nazisti". Nel 2012 Savona pubblicava un libro sull'egemonia tedesca in Europa: "Se non volete che finisca ancora una volta male, non resta che ridiscutere i patti Ue", scrive Sergio Rame, Domenica 27/05/2018, su "Il Giornale". "Ci ritroviamo con l'irreversibilità dell'euro - ovviamente di questo euro e non di quello che avremmo desiderato che fosse - nelle forme che impediscono il realizzarsi delle speranze che ne avevano suggerito la nascita: uno strumento per la crescita e la diffusione della pace e del benessere per tutti". È il Tempo a tirare fuori un estratto del libro Lettera agli amici tedeschi e italiani pubblicato da Paolo Savona nel 2012. Già allora l'economista, che Matteo Salvini vorrebbe portare al ministero dell'Economia e che Sergio Mattarella vorrebbe fuori dalla squadra di governo, intravedeva "la competizione conflittuale" tra la Germania e l'Italia. Il muro contro muro tra Salvini e Mattarella rischia seriamente di travolgere gli accordi di maggioranza con il Movimento 5 Stelle, trascinando con sé non solo il famoso "contratto", ma tutto il governo. A pesare sulla decisione del Colle sono le posizioni euroscettiche di Savona. Posizioni che trapelano molto chiaramente negli ampi stralci pubblicati oggi dal Tempo. Già nel 2012 l'economista, che aveva seguito l'allora premier Carlo Azeglio Ciampi nell'ingresso dell'Italia nell'Unione europea, aveva già visto le influenze negative di Berlino e aveva denunciato "il riproporsi, per fortuna in forme non militari, ma più subdole, della competizione conflittuale che ha causato le drammatiche vicende della guerra e aveva imposto una forte volontà di pace e guidato, sia pure tra sussulti, il processo di unificazione europea". Parlando ai tedeschi, nel suo libro, Savona aveva sollevato il sospetto che stia "scivolando nuovamente sul piano economico nella direzione proposta dal Piano Funk (dal nome dell allora ministro delle Finanze tedesco, ndr) del 1936. La politica economica che voi suggerite getta le basi per una disgregazione del sogno europeo di pace e di un comune progresso civile". Con l'euro, secondo Savona, la Germania ha obbligato le monete nazionali a confluire "nell'area del marco". Non solo. Facendo leva sulla moneta unica e sul mercato comune è riuscita ad appropriarsi dello sviluppo industriale, lasciando spazio solo all'alleato "storico", la Francia. A tutti gli altri Paesi europei avrebbe, invece, lasciato l'agricoltura e i servizi turistici. "Sono dalla parte di chi è convinto che la leadership di qualcuno o di qualche paese sia indispensabile non solo per la stabilità geopolitica, ma anche per il sano principio meritocratico che, per il bene di tutti, deve vincere il migliore - chiosava, quindi, Savona - ma la leadership, soprattutto se praticata a livello sovranazionale comporta dei doveri in materia di sicurezza e di benessere, che (ad esempio) gli Stati Uniti hanno assolto egregiamente nel Dopoguerra". Secondo Savona, in Europa non avrebbe potuto fare quanto avviato in passato dagli Stati Uniti. "L'organismo biogiuridico dell'euro e quello delle politiche fiscali europee presentano un tipo di funzionamento che rivitalizza la sostanza del Piano Funk", scriveva l'economista che, pur ribadendo la necessità di un'Europa unita e accettando il ruolo della Germania come "il Paese che pone ordine in Europa", chiedeva "un contenuto diverso". A partire, appunto, dalla moneta unica. "In assenza di sufficienti politiche compensative degli shock asimmetrici e di una vera libera circolazione degli input e degli output - spiegava - il cambio dell'euro resterebbe per voi sottovalutato e per altri sopravvalutato e tenderebbe a inglobare nella vostra economia i flussi di capitali internazionali e la crescita industriale". Una deriva che verrebbe accelerata dalle politiche fiscali europee. "Se non volete - concludeva Savona - che finisca ancora una volta male nelle relazioni tra i nostri popoli, non resta che ridiscutere seriamente quali debbano essere le correzioni da apportare ai patti che reggono l'Unione europea".

“Ecco la mia Europa…”. Ora parla il professor Savona, scrive il 27 maggio 2018 "Il Dubbio". La replica dell’uomo al centro dello scontro tra Salvini e il presidente Mattarella: “Voglio un’Ue più forte ma più equa”. “Sintetizzo dicendo: voglio una Europa diversa, più forte, ma più equa”. Si chiude così il comunicato con cui il professor Paolo Savona, l’uomo al centro dello scontro tra Matteo Salvini e il presidente Mattarella, chiarisce la sua posizione rispetto alla Ue. Ecco cosa diceva Savona nel 2014: Nel documento pubblicato oggi sul sito scenarieconomici.it, Savona spiega: “Non sono mai intervenuto in questi giorni nella scomposta polemica che si è svolta sulle mie idee in materia di Unione Europea e, in particolare, sul tema dell’euro, perché chiaramente espresse nelle mie memorie consegnate all’Editore il 31 dicembre 2017, circolate a stampa in questi giorni, in particolare alle pagine 126-127. Per il rispetto che porto alle Istituzioni, sento il dovere di riassumerle brevemente:

Creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l’affermarsi di consenso alla nascita di un’unione politica;

assegnare alla BCE le funzioni svolte dalle principali banche centrali del mondo per perseguire il duplice obiettivo della stabilità monetaria e della crescita reale;

attribuire al Parlamento europeo poteri legislativi sulle materie che non possono essere governate con pari efficacia a livello nazionale;

conferire alla Commissione Europea il potere di iniziativa legislativa sulle materie di cui all’art. 3 del Trattato di Lisbona;

nella fase di attuazione, prima del suo scioglimento, assegnare al Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo compiti di vigilanza sulle istituzioni europee per garantire il rispetto degli obiettivi e l’uso dei poteri stabiliti dai nuovi accordi”.

E ancora: “Per quanto riguarda la trasposizione di questi miei convincimenti nel programma di Governo – prosegue Savona – non posso che riferirmi al contenuto del paragrafo 29, pagine 53-55, del Contratto stipulato tra la Lega e il M5S, nel quale vengono specificati gli intenti che verranno perseguiti dal Governo che si va costituendo” alla luce delle problematicità emerse negli ultimi anni”;

queste inducono a chiedere all’Unione Europea “la piena attuazione degli obiettivi stabiliti nel 1992 con il Trattato di Maastricht, confermati nel 2007 con il Trattato di Lisbona, individuando gli strumenti da attivare per ciascun obiettivo” che nel testo che segue vengono specificati”.

Secondo Savona “anche per le preoccupazioni espresse nel dibattito sul debito pubblico e il deficit il riferimento d’obbligo e il paragrafo 8 di pagina 17 del Contratto in cui è chiaramente detto che “l’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità – politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo – bensì per il tramite della crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio della domanda interna dal lato degli investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni”. “Spero di aver contribuito a chiarire – conclude Savona – quali sono le mie posizioni sul tema dibattuto e quelle del Governo che si va costituendo interpretando correttamente la volontà del Paese. Sintetizzo dicendo: Voglio una Europa diversa, più forte, ma più equa”. Insomma, il professor Savona non solo non fa alcun passo indietro – l’insistenza sul suo nome sta infatti portando a una situazione di stallo politico e istituzionale – ma rilancia il suo programma sull' “altra Europa”.

Ed alla fine il prof. Savona parlò…dimenticando un passato scomodo, scrive "Il Corriere del Giorno" il 27 maggio 2018. Il prof. Savona affida al sito Scenari Economici la sua prima dichiarazione che lo riguarda, in merito alle sue posizioni sulle politiche economiche europee e prova a difendersi dalle accuse di antieuropeismo. Dice di credere all’unione politica. Valorizza il ruolo dell’Europarlamento. Giro di telefonate in corso per evitare la rottura. Il premier incaricato potrebbe andare al Colle entro stasera per un colloquio informale. Comunicato Prof. Paolo Savona 27 maggio 2018 h. 13.20 “Non sono mai intervenuto in questi giorni nella scomposta polemica che si è svolta sulle mie idee in materia di Unione Europea ed, in particolare, sul tema dell’euro, perché chiaramente espresse nelle mie memorie consegnate all’Editore il 31 dicembre 2017, circolate a stampa in questi giorni, in particolare alle pagine 126-127. Per il rispetto che porto alle Istituzioni, sento il dovere di riassumerle brevemente”:

– Creare una scuola europea di ogni ordine e grado per pervenire a una cultura comune che consenta l’affermarsi di consenso alla nascita di un’unione politica…

– Assegnare alla BCE le funzioni svolte dalle principali banche centrali del mondo per perseguire il duplice obiettivo della stabilità monetaria e della crescita reale…

– Attribuire al Parlamento europeo poteri legislativi sulle materie che non possono essere governate con pari efficacia a livello nazionale…

– Conferire alla Commissione Europea il potere di iniziativa legislativa sulle materie di cui all’art. 3 del Trattato di Lisbona…

– Nella fase di attuazione, prima del suo scioglimento, assegnare al Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo compiti di vigilanza sulle istituzioni europee per garantire il rispetto degli obiettivi e l’uso dei poteri stabiliti dai nuovi accordi.

Per quanto riguarda la trasposizione di questi miei convincimenti nel programma di Governo non posso che riferirmi al contenuto del paragrafo 29, pagine 53-55, del Contratto stipulato tra la Lega e il M5S, nel quale vengono specificati gli intenti che verranno perseguiti dal Governo che si va costituendo “alla luce delle problematicità emerse negli ultimi anni“; queste inducono a chiedere all’Unione Europea “la piena attuazione degli obiettivi stabiliti nel 1992 con il Trattato di Maastricht, confermati nel 2007 con il Trattato di Lisbona, individuando gli strumenti da attivare per ciascun obiettivo” che nel testo che segue vengono specificati. Anche per le preoccupazioni espresse nel dibattito sul debito pubblico e il deficit il riferimento d’obbligo è il paragrafo 8 di pagina 17 del Contratto in cui è chiaramente detto che “L’azione del Governo sarà mirata a un programma di riduzione del debito pubblico non già per mezzo di interventi basati su tasse e austerità – politiche che si sono rivelate errate ad ottenere tale obiettivo – bensì per il tramite della crescita del PIL, da ottenersi con un rilancio della domanda interna dal lato degli investimenti ad alto moltiplicatore e politiche di sostegno del potere di acquisto delle famiglie, sia della domanda estera, creando condizioni favorevoli alle esportazioni.” Spero di aver contribuito a chiarire quali sono le mie posizioni sul tema dibattuto e quelle del Governo che si va costituendo interpretando correttamente la volontà del Paese. Sintetizzo dicendo: Voglio un’Europa diversa, più forte, ma più equa. Paolo Savona

Quello che non tutti raccontano…e qualcuno dimentica! Quello che il prof. Savona ha dimenticato di raccontare è una sua vecchia vicenda penale, quando il giudice per l’ udienza preliminare di Milano, Marco Maria Alma, emise ordinanza di rinvio a giudizio nei confronti di Piergiorgio Romiti, Paolo Savona  all’ epoca dei fatti rispettivamente amministratore delegato e presidente di Impregilo ed un revisore dei conti, Maurizio Serafini, indagati nel procedimento Imprepar-Impregilo relativo ai presunti reati di “aggiotaggio” e “falso in comunicazioni sociali” commessi da Impregilo. La procura di Milano aveva chiesto il rinvio a giudizio per falso in bilancio e aggiotaggio n in relazione ai bilanci 20022003. La richiesta di processo inoltrata dal pubblico ministero, Eugenio Fusco, arrivava dopo che il giudice per le indagini preliminari, Caterina Interlandi, aveva respinto la richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura. Il processo a Milano che vedeva imputato per aggiotaggio Paolo Savona venne dichiarato “chiuso per prescrizione” del reato, proprio quella prescrizione che Lega e M5S vorrebbero debellare! Secondo l’accusa, Savona e Romiti avrebbero comunicato false informazioni al mercato per alterare il valore delle azioni nelle sedute di borsa del 25 febbraio, del 10 marzo e del 30 dicembre 2003. In aula successivamente nel corso del dibattimento processuale il pm Eugenio Fusco venne costretto dalle norme di legge vigenti, a chiedere l’applicazione della prescrizione. Le difese chiaramente non si opposero ed il prof. Savona si guardò bene dal rinunciare alla prescrizione e quindi e il Tribunale di Milano dovette dichiarare l’intervenuta prescrizione in base alla legge Cirielli, che aveva ridotto i tempi. E tutti si salvarono felici e contenti…

Salvini non molla su Savona: "No a ministro per i tedeschi". Il leader della Lega difende il prof euroscettico: "Non sceglieremo un nome che piace alla Germania", scrive Luca Romano, Sabato 26/05/2018, su "Il Giornale". Matteo Salvini non chiude la partita con il Quirinale sul nome di Savona per l'Economia. Il leader del Carroccio ha le idee chiare e nella squadra di governo vuole il prof anti-euro che è già stato ministro con il governo Ciampi. Dopo lo scontro di ieri con Mattarella e quello sfogo su Facebook ("Sono molto arrabbiato"), oggi arrivano nuove parole dure e pesanti sempre sui social. Il leader del Carroccio commenta le ingerenze della stampa estera che di fatto ha messo nel mirino il nostro Paese dopo il preicarico affidato a Giuseppe Conte. Insulti e vignette che dipingono gli italiani come "scrocconi" e il Paese sull'orlo del baratro con M5s e Lega. Salvini commentando queste reazioni manda un altro messaggio chiaro al Colle e all'Europa: "Giornali e politici tedeschi insultano: italiani mendicanti, fannulloni, evasori fiscali, scrocconi e ingrati. E noi dovremmo scegliere un ministro dell'Economia che vada bene a loro? No, grazie! #primagliitaliani". Parole chiare che accendono ancora di più il braccio di ferro. Sul nome di Savona potrebbe cadere già il fragile governo che Conte sta cercando di mettere in piedi. La Lega potrebbe anche arrivare allo strappo definitivo. In quel caso lo scenario possibile è uno solo: voto anticipato. E questa ipotesi che negli ultimi giorni pareva abbastanza lontana, adesso torna prepotentemente di attualità.

Salvini e Di Maio all’attacco del Colle: non ci vuole al Governo, scrive V. Nuti il 27 maggio 2018 su "Il Sole 24 ore".  «Mi piacerebbe che l'Italia tornasse a essere un paese libero e non un paese a sovranità limitata». Reduce da un lungo (e segreto fino a cose fatte) colloquio pomeridiano al Quirinale, il leader della Lega in trasferta a Terni lancia un duro affondo politico proprio mentre sul Colle è in corso il faccia a faccia tra il capo dello Stato Sergio Mattarella e il premier incaricato Giuseppe Conte. Nelle sue parole molti riferimenti diretti al “caso Savona”, il ministro dell’Economia in pectore che ha portato al lo scontro con la presidenza della Repubblica. «Se il professor Savona non può fare il ministro perché ha il difetto di difendere i cittadini italiani mettendo in discussione le regole europee, allora io se vado al governo ci porto il professor Savona», ha spiegato ai simpatizzanti del Carroccio sottolineando «Mai servi di nessuno, mai».

«In Italia Se hai criticato l'Europa non puoi neanche fare il ministro». Si può parlare di strappo, almeno sotto il profilo del bon ton istituzionale, anche per la reazione a caldo del leader del M5S, Luigi Di Maio, che decide di lanciare una diretta Facebook per commentare il naufragio del governo giallo verde proprio mentre sul Colle i giornalisti assistono alle dichiarazioni del presidente Mattarella. Anche nel suo caso, parole di fuoco contro l’inquilino del Quirinale. «In questo Paese puoi essere un criminale condannato, un condannato per frode fiscale, puoi essere Alfano, puoi avere fatto reati contro la pubblica amministrazione, puoi essere una persona sotto indagine per corruzione e il ministro lo puoi fare ma se hai criticato l'Europa non puoi permetterti neanche di fare il ministro dell'Economia in Italia. Ma non finisce qui», ha minacciato parlando ai suoi follower. «Per noi l'Italia è sovrana: se si vuole impedire un governo del cambiamento allora ce lo devono dire chiaramente. Sono molto arrabbiato»., ha poi aggiunto ricordando gli sforzi recenti per uscire dallo stallo politico: «Stiamo lavorando da decine e decine di giorni, dalla mattina alla sera, per assicurare un governo a questo Paese: ma la verità è che stanno facendo di tutto per non mandare il M5s al governo di questo paese».

Di Maio: inutile votare, i governi li decidono sempre gli stessi. La scelta di Mattarella «è incomprensibile, allora inutile votare, governi li decidono sempre gli stessi», si è sfogato ancora Di Maio, poco prima di rivelare la composizione del quasi governo M5S-Lega che avrebbe visto lui e Salvini vicepresidenti del Consiglio dei ministri con rispettivamente l'incarico allo Sviluppo economico e agli Interni. Paolo Savona sarebbe andato all'economia. Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio sarebbe stato il leghista Giancarlo Giorgetti.

Salvini: «Se condizionato dall'Europa il governo con Lega non parte». A Terni, prima di concedersi un bagno di folla con una lunga passeggiata tra i militanti della Lega, Salvini ha poi insistito nella difesa della sua scelta del professor Savona per il dicastero di via XX settembre dalle ingerenze degli altri paesi Ue, la Germania in particolare. «Per il governo che ha in mano il futuro dell'Italia decidono gli italiani, se siamo in democrazia. Se siamo in un recinto dove possiamo muoverci ma abbiamo la catena perché non si può mettere un ministro che non sta simpatico a Berlino, vuol dire che quello è ministro giusto e vuol dire che se ci sono ministri che si impegnano ad andare ai tavoli europei» a difendere gli interessi italiani «parte il governo, se il governo deve partire condizionato dalle minacce dell'Europa il governo con la Lega non parte».

Salvini: Savona autorevole, sarebbe un vanto per governo e Paese. «Chi non vuole Governo lo spieghi a 60 milioni di italiani». «Se un ministro dà fastidio a certi poteri che ci hanno massacrato questo vuol dire che è il ministro giusto», ha proseguito rivolgendosi alla piazza che lo applaude: «Vuol dire che se ci sono ministri che si impegnano ad andare ai tavoli europei a difendere i diritti, il lavoro e la salute dei cittadini italiani parte il Governo, se invece deve partire dalle imposizioni e dalle minacce dell'Europa il Governo con la Lega non parte». Poi un monito esplicito indirizzato al Quirinale: «Noi ce l'abbiamo messa tutta, se qualcuno si prenderà la responsabilità di non far nascere un governo pronto domani mattina, lo vada a spiegare a 60 milioni di italiani».

Renzi: indegno minacciare Mattarella, sulle istituzioni non si scherza. In serata le parole di Salvini provocano la reazione indignata dell’ex premier Matteo Renzi, che affida il suo pensiero ad un tweet schierato apertamente a difesa del Quirinale: «Salvini non voleva governare: ha fatto promesse irrealizzabili, ha paura delle sue bugie, altro che Flat Tax e Fornero. E quindi ha usato l'alibi di un ministro per far saltare tutto: vecchio stile leghista. Ma minacciare #Mattarella è indegno. Sulle Istituzioni non si scherza».

Di Maio: "C'è un problema di democrazia", scrive il 27 maggio 2018 AdnKronos. "Abbiamo un grande problema in Italia che si chiama democrazia. Questa non è una democrazia libera se stiamo in queste condizioni". Così Luigi Di Maio, leader M5S, nel corso di una diretta Facebook. "Sono stato un profondo estimatore del Presidente della Repubblica Mattarella ma questa scelta per me è incomprensibile perché ce l'abbiamo messa tutta" e nel contratto di governo "non c'era l'uscita dall'euro" ma "la rivisitazione di alcune regole europee".

INUTILE ANDARE A VOTARE - "Diciamocelo chiaramente che è inutile andare a votare - attacca Di Maio -, tanto i governi li decidono le agenzie di rating e le lobby finanziarie e bancarie". Se si vuole impedire un governo del M5S e della Lega ce lo devono dire chiaramente perché oggi ce l'hanno dimostrato. Io sono molto arrabbiato... ci abbiamo messo oltre 80 giorni. La verità è che stanno facendo di tutto per non mandare il M5S al governo del Paese". "Non so nei prossimi mesi cosa succederà, noi ci siamo, il M5S ci sarà sempre ma con una consapevolezza differente".

DI MAIO, ECCO I NOMI CHE ABBIAMO FATTO - Di Maio ha letto la lista dei potenziali ministri, sottoposta oggi al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal premier incaricato Giuseppe Conte. Di Maio e Salvini sarebbero dovuti diventare entrambi vicepresidenti del Consiglio, il primo destinato a ricoprire l'incarico di ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro e il secondo dell'Interno. La lista prevedeva: Riccardo Fraccaro ai Rapporti col Parlamento e alla democrazia diretta; Giulia Bongiorno alla Pa; Enrica Stefani agli Affari Regionali e alle Autonomie; Barbara Lezzi al Ministero per il Sud; Lorenzo Fontana al Ministero per la Disabilità; Luca Giansanti agli Esteri; Alfonso Bonafede alla Giustizia; Elisabetta Trenta alla Difesa. E ancora: Paolo Savona all'Economia; Gian Marco Centinaio alle Politiche agricole; Mauro Coltorti alle Infrastrutture e ai Trasporti; Marco Bussetti all'Istruzione; Alberto Bonisoli al Mibact; Giulia Grillo alla Salute; Giancarlo Giorgetti sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. "Questa - ha detto il leader M5S - era la squadra di governo che lunedì mattina poteva giurare al Quirinale".

L'ATTACCO AD ALFANO E LA REPLICA - "In questo Paese puoi essere un criminale, condannato per frode fiscale, puoi essere Angelino Alfano - dice Di Maio -, puoi essere una persona sotto indagine per corruzione e il ministro lo puoi fare, ma se hai criticato l'euro e l'Europa non puoi permetterti neanche di fare ministro dell'Economia. Ma non finisce qui". Pochi minuti dopo la replica di Angelino Alfano. ''Di Maio: niente laurea nella vita universitaria, niente professione nella vita civile, niente governo nella vita politica. Di Maio sei uguale a niente. Sciacquati la bocca prima di parlare di me. In tribunale risponderai di ciò che hai detto''.

Di Maio e Di Battista chiedono l'impeachment per Mattarella. E a Salvini: "Non si tiri indietro". Il leader della Lega per ora glissa. Berlusconi: "5 stelle irresponsabili". Renzi: "Indegno minacciare Mattarella", scrive Gabriella Cerami su "L'huffingtonpost.it" il 27 maggio 2018. I vertici del M5s chiedono l'impeachment di Sergio Mattarella. Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista vogliono lo stato d'accusa per il presidente della Repubblica. "Bisogna parlamentarizzare tutto anche per evitare reazioni della popolazione", ha detto Di Maio telefonando a Che tempo che fa di Fabio Fazio. "Non lo facciamo a cuor leggero", ha ribadito Alessandro, insieme a Di Maio su un palco per un comizio a Fiumicino. Non solo. Sull'attacco al Colle i pentastellati chiedono l'unità dell'asse giallo-verde. "La Lega non può tirarsi indietro, sennò dimostra di non voler andare fino in fondo", ha continuato Di Maio. Ma Salvini - pur criticando fortemente l'operato del Colle - per ora non vuole sentirne parlare. "Mattarella non mi rappresenta ma all'impeachment e cavilli penserò domani. Ora devo sbollire la rabbia", ha detto il leader leghista su fb. Il ribaltamento della strategia grillina è plateale. In questi tre mesi Luigi Di Maio, molto più di Matteo Salvini, aveva curato i rapporti con il Quirinale abbandonando i vecchi toni M5s talvolta scomposti. Nel giro di poche ore il format è stato totalmente rovesciato. Di Maio viene convocato da Mattarella, davanti al quale il capo grillino alza un muro, tiene fede all'accordo con i leghisti: "O Savona al ministero dell'Economia o morte". I pentastellati tornano sulle barricate. Il big M5s va via dal Quirinale da un'uscita secondaria, è scuro in volto, parla a telefono. Come ai tempi di Giorgio Napolitano, M5s è tornato a scontrarsi con il Quirinale. I tempi dicono tutto. Di Maio non aspetta neanche di ascoltare cosa Mattarella ha da dire. Il presidente della Repubblica parlava in diretta su tutti i tg e il capo politico 5Stelle nello stesso tempo era in diretta Facebook per annunciare "un conflitto tra le istituzioni che non si era mai visto prima". Nel Movimento ora si invoca quindi l'impeachment facendo riferimento all'art. 90 della Costituzione secondo il quale "Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri". In sostanza, spiegano i 5Stelle, si accusa il Capo dello Stato di aver impedito la nascita del nuovo governo mettendo quello che viene definito "un veto" sul ministro dell'Economia Paolo Savona e violando la legge nell'esercizio delle sue funzioni. Nei fatti Di Maio inizia la campagna elettorale consapevole che non potrà farsi oscurare da Salvini, cosa successa negli ultimi giorni quando per esempio venerdì scorso ha solo messo un "like" al post al segretario leghista che si diceva "davvero arrabbiato". Ora il capo grillino, che deve stare attento anche a non rimanere schiacciato dal ritorno in campo di Di Battista che per primo ha invocato la piazza contro le decisioni del Colle, ha deciso di mettere nel mirino in Quirinale. Duro anche Carlo Sibilia, più da opposizione che da governo: "Non esiste mandare nel caos il paese per fini ideologici. Credo sia arrivato il momento per impeachment a Mattarella. È una strada obbligata e coerente". Ha invocato l'impeachment anche Giorgia Meloni che a nome di Fratelli d'Italia "chiederà al Parlamento italiano la messa in stato d'accusa del Presidente della Repubblica per alto tradimento a norma dell'articolo 90 della Costituzione perché di gente che fa gli interessi delle nazioni straniere e non degli italiani ne abbiamo vista fin troppa". Allineati in difesa del capo dello Stato ci sono invece Partito democratico e Forza Italia. "Il movimento Cinque stelle che parla di impeachment è come sempre irresponsabile", dichiara Silvio Berlusconi. E poi scrive Matteo Renzi su twitter: "Salvini non voleva governare. Ha fatto promesse irrealizzabili, ha paura delle sue bugie, altro che flat tax e Fornero. E quindi ha usato l'alibi di un ministro per far saltare tutto: vecchio stile leghista. Ma minacciare Mattarella è indegno. Sulle istituzioni non si scherza". Adesso si attende Salvini che per ora su questo argomento non si esprime: "Impeachment? Di questo non parlo. Sono profondamente incazzato che dopo settimane di lavoro, in mezz'ora ci hanno detto che questo governo non doveva nascere". Lo scontro tra istituzioni è solo all'inizio. Così come la campagna elettorale.

Di Maio e Salvini hanno già vinto (e chi li voleva fermare ha sbagliato tutto). Il veto su Paolo Savona squarcia il velo d’ipocrisia sulle condizioni dell'Italia e porta dritti alla battaglia finale tra europeisti e sovranisti. Una partita a cui Lega e Cinque Stelle arrivano nelle migliori condizioni possibili. Era davvero necessario, che finisse così, caro Presidente? Scrive Francesco Cancellato il 28 Maggio 2018 su "L'Inkiesta". Ieri hanno vinto loro, Di Maio e Salvini. Lo diciamo a malincuore, noi che mai abbiamo avallato la tesi di un Paese a sovranità limitata, di un’Europa fonte di tutti i mali dell’Italia, di una dialettica tra popolo e Palazzo, tra cambiamento e status quo. Hanno vinto loro, perché queste tesi, da oggi, sarà molto difficile negarle. Molto semplicemente, perché Sergio Mattarella, con una scelta e un discorso tanto onesti quanto pericolosi, ha di fatto dato a Lega e Cinque Stelle tutti gli argomenti possibili per giocare la prossima campagna elettorale secondo questo schema. Sarà molto difficile negare, ad esempio, che il nome di Paolo Savona come ministro dell'economia non abbia ricevuto un veto da soggetti che non dovrebbero intervenire nel gioco democratico di questo Paese, siano essi le cancellerie di Germania e Francia o la Banca Centrale Europea, il nostro primo creditore. Sarà difficile perché è stato lo stesso Mattarella a dirlo, affermando che il ministro dell’economia è «un messaggio immediato per gli operatori economici e finanziari» e che non ha accettato il nome di Savona proprio perché sarebbe stato visto come sostenitore di linee che avrebbero potuto «provocare la fuoriuscita dell'Italia dall’euro». Tradotto dalla lingua del Quirinale: se avessi avallato la scelta di Paolo Savona, domani sarebbe iniziata una tempesta perfetta sui titoli di Stato italiani. Vero? Falso? Non lo sapremo mai. Ma, ancora, da domani sarà difficile, se non impossibile, negare che l’Italia sia un Paese a sovranità limitata. Spiacenti, anime belle: siamo l’unico Paese d’Europa, l’unico insieme alla Grecia, che non può permettersi di scegliersi in santa pace i suoi ministri. E il motivo è piuttosto semplice: se hai un debito pubblico di 2.300 miliardi, pari al 131% del prodotto interno lordo, e se le agenzie di rating hanno valutato i tuoi titoli di Stato BBB, a due soli gradini dalla nomea di “junk bond”, titoli spazzatura, che vorrebbe dire fine degli acquisti da parte della banca centrale europea, il tuo creditore, chi ti presta i soldi per sopravvivere, ha voce in capitolo sulle tue scelte. Tanto quanto il popolo, forse più del popolo. E allora è vero pure questo: che il prossimo voto sarà una sfida al calor bianco tra chi vuole riaffermare qui e ora la piena sovranità dell’Italia, anche a costo di saltare per aria, e chi ritiene che questa sovranità la si riconquisti giorno dopo giorno, attraverso la progressiva riduzione della dipendenza dai soldi altrui, anche a costo di sacrifici e scelte dolorose. Tra chi ritiene che l’Euro sia parte del problema, giogo che ci condiziona a essere come gli altri vorrebbero che fossimo, o soluzione, in quanto veicolo di un processo di normalizzazione delle nostre anomalie. Tra chi vuole che l’Italia sia parte degli Stati Uniti d’Europa, prima o poi, e chi ritiene che l’Italia debba essere l’Italia, e basta. Un frame politico che combacia alla perfezione con la narrazione di Matteo Salvini e della Lega, il vero vincitore di questa serata, ben più di Di Maio, tanto da far venire il dubbio che in qualche modo questa crisi sia stata pilotata ad arte per arrivare allo showdown di queste ore. Il bivio a cui ci troviamo oggi è esattamente quello cui Lega e Cinque Stelle volevano arrivare. Perché i difensori della volontà del popolo, della sovranità piena e illimitata, della democrazia che prevale sulle relazioni internazionali, sempre e comunque sono loro. Laddove gli altri si ergono a difesa di un palazzo, il Quirinale, di una moneta, l’Euro, di un’istituzione, l’Unione Europea. Se queste sono le premesse, dicevamo, la sfida che attende il fronte che si erge a difesa del Quirinale e dell’Europa è più che improba. Perché il bivio a cui ci troviamo oggi è esattamente quello cui Lega e Cinque Stelle volevano arrivare. Perché i difensori della volontà del popolo, della sovranità piena e illimitata, della democrazia che prevale sulle relazioni internazionali, sempre e comunque sono loro, laddove gli altri si ergono a difesa di un palazzo, il Quirinale, di una moneta, l’Euro, di un’istituzione, l’Unione Europea. Perché sono riusciti ad arrivare allo scontro finale contro avversari, il Pd e Forza Italia, più che in crisi nera, dilaniati di lotte interne e in crisi verticale di consenso. E allora, forse, quello di Mattarella, seppur ineccepibile nei contenuti e nella forma, è stato un enorme azzardo, che rischiamo di pagare a caro prezzo, molto più della nomina di Paolo Savona. L’avesse avallata, oggi ci troveremmo con un ministro dell’economia scomodo, sotto i riflettori, ma sotto la tutela di un programma che di uscita dall’Euro non parlava, di un presidente del consiglio incaricato che aveva fatto professione di fede europeista e, pur con tutte le ambiguità e gli omissis, pure di un messaggio di Savona stesso, arrivato a poche ore dall’Apocalisse, che a quello stesso programma e a quella stessa professione di fede faceva riferimento, per disinnescare le perplessità sulla sua figura. E con un governo, finalmente, dopo quasi novanta giorni, nel pieno esercizio delle sue funzioni, compresa quella di disinnescare l’aumento dell’Iva e di contribuire al futuro dell’Unione, a partire dal prossimo Consiglio Europeo. Ci ritroviamo, invece, con un governo che aveva i numeri respinto sull’uscio, con un nuovo presidente incaricato, Carlo Cottarelli, cui con ogni probabilità, verrà negata la fiducia dal Parlamento, con la messa in stato d’accusa del presidente della repubblica per alto tradimento, richiesta che avrebbe i numeri per essere approvata dal Parlamento, e che solo Matteo Salvini, uno che fino a qualche mese fa indicava Ciampi e Napolitano come traditori della patria, avrebbe il potere di disinnescare e con una campagna elettorale durissima che è già iniziata e che minaccia di alzare il livello dello scontro sociale a livelli da 1948, se non peggio. Tutto, per Paolo Savona, che per assurdo tra qualche mese potrebbe addirittura essere indicato come presidente del consiglio da Lega e Cinque Stelle, dovessero stravincere come ha preconizzato Massimo D’Alema in fuori onda di qualche giorno fa. Fare peggio, francamente, era davvero difficile.

In principio fu Sandro Pertini. Così cambiò il ruolo del Quirinale. La svolta nello stile comunicativo e istituzionale. Due volumi sui presidenti della Repubblica curati da Sabino Cassese, Giuseppe Galasso e Alberto Melloni (il Mulino), scrive Giovanni Belardelli il 30 maggio 2018 su "Il Corriere della Sera". «I presidenti della Repubblica» (il Mulino, pagine 1269, euro 120, in libreria dal 21 giugno). Per una singolare coincidenza, il Mulino ha dato alle stampe due corposi volumi sui presidenti della Repubblica (in uscita il 21 giugno) proprio quando la crisi politica seguita alle elezioni del 4 marzo ha riportato all’attenzione l’importanza che la prima carica dello Stato riveste nel nostro ordinamento. Con una trentina di autori e oltre 1200 pagine, l’opera è destinata a rappresentare un riferimento imprescindibile. Concorrono a ciò l’autorevolezza dei curatori: Sabino Cassese, Alberto Melloni e Giuseppe Galasso (il cui saggio introduttivo si legge con una certa emozione, essendo l’ultima cosa da lui scritta prima della scomparsa nello scorso febbraio); ma soprattutto vi concorre l’ampiezza degli argomenti presi in esame: dalle biografie di ciascuno degli inquilini del Quirinale alla struttura della presidenza, dal linguaggio utilizzato dai vari capi dello Stato alla loro presenza sulla scena internazionale. Come più volte è stato ricordato, l’Assemblea costituente, volendo marcare una netta cesura rispetto a ogni idea di «uomo forte», aveva finito col fare del capo dello Stato una figura non ben definita, dalle attribuzioni vaghe ed elastiche. Di qui una presidenza della Repubblica dai poteri «a fisarmonica», secondo un’immagine spesso utilizzata, che si estendono o riducono in relazione alla forza o debolezza del governo e delle forze politiche. In una situazione di crisi — ha notato Leopoldo Elia — si ampliano quei poteri presidenziali «di indirizzo e di impulso che nei periodi normali rimarrebbero silenti». Proprio la storia degli ultimi decenni sembra indicare però che i poteri del presidente, soprattutto quelli meno evidenti e formali, possono crescere anche in relazione a un altro fattore: la personalità e le inclinazioni più o meno «interventiste» del capo dello Stato. Nella Repubblica federale tedesca sia Konrad Adenauer sia Ludwig Erhard rifiutarono la candidatura alla presidenza della Repubblica, nota Sabino Cassese. Nulla di simile è mai accaduto in Italia, dove anzi molti leader politici hanno aspirato al Quirinale, così da confermare come i poteri del nostro capo dello Stato siano superiori a quelli del suo omologo tedesco. Secondo il giudice costituzionale (ed ex azionista) Mario Bracci, che lo scriveva nel 1958 all’allora presidente Giovanni Gronchi, la lettera e lo spirito della Costituzione renderebbero addirittura possibile muoversi verso un «tipo originale di Repubblica presidenziale». Nessun presidente della Repubblica ha mai esplicitamente battuto questa via; ma proprio dai due corposi volumi appena usciti si ricava come, sia pure con eccezioni e battute d’arresto, è nella direzione di un semipresidenzialismo di fatto, come a volte lo si è definito, che si è mossa la Costituzione materiale del Paese. Si pensi allo stesso Luigi Einaudi, che nella prima parte del mandato era sembrato voler incarnare il modello del presidente-notaio e aveva poi assunto una fisionomia alquanto diversa: nel 1953, senza procedere a consultazioni, diede l’incarico a Giuseppe Pella, che formò il primo di quelli che sarebbero poi stati definiti «governi del presidente». Il suo successore Giovanni Gronchi fu un capo dello Stato decisamente interventista, sia in politica interna che estera. Fu lui il primo a cercare un dialogo diretto con i cittadini, che cozzava però — nota nel suo saggio Michele Cortelazzo — contro le barriere linguistiche ancora forti nel Paese. E cozzava pure con la tradizione di un’oratoria spesso involuta: il discorso di fine anno del 1961 conteneva una frase di ben 118 parole. Forme e sostanza della comunicazione presidenziale sarebbero cambiate definitivamente con Sandro Pertini, in particolare a partire dal discorso da lui pronunciato alla televisione il 26 novembre 1980, tre giorni dopo il terremoto dell’Irpinia, nel quale criticava severamente il governo per la lentezza dei soccorsi. Al presidente della Repubblica spettano poteri fondamentali come quello di sciogliere le Camere o assegnare l’incarico di formare un nuovo governo (potere, per inciso, particolarmente significativo in un Paese che in settant’anni ha avuto 64 governi). Anche questi poteri hanno avuto un’evoluzione nel tempo: Pertini, ad esempio, fu il primo a non seguire la prassi di assegnare l’incarico di formare il governo a un esponente del partito di maggioranza relativa. Ma ciò che è soprattutto significativo è l’espansione che ha interessato i poteri informali del presidente, analizzati nel volume da Marina Giannetto (oltre che dalle varie ricostruzioni biografiche dei singoli capi dello Stato); si tratta essenzialmente di poteri interdittivi, che gli consentono di «interporsi nella produzione legislativa». In concreto, è il presidente che, come stabilisce la Costituzione, autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge di iniziativa governativa, promulga le leggi, emana decreti legge. In questi casi al presidente spetta una facoltà di diniego della propria firma, ma dunque anche la possibilità di intervenire in anticipo persuadendo il governo a mutare una certa legge o un certo decreto per evitare che egli si trovi poi a esercitare il proprio potere interdittivo. Il capo dello Stato finisce così per condividere nei fatti una porzione del potere legislativo ed esecutivo. Direi che proprio l’aver illustrato questo con molta chiarezza, cioè il posto che il capo dello Stato occupa nella Costituzione scritta ma anche in quella materiale, rappresenta uno dei pregi maggiori di quest’opera. Sabino Cassese e Alberto Melloni si sono recati 30 maggio al Quirinale per presentare al capo dello Stato Sergio Mattarella l’opera in due volumi I presidenti della Repubblica, edita dal Mulino e curata da loro stessi insieme a Giuseppe Galasso, scomparso nello scorso febbraio. Si tratta di un lavoro a più voci nato da un progetto della Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII con il contributo di Intesa Sanpaolo. Il presidente Mattarella ha ricevuto i due studiosi insieme al segretario generale del Quirinale Ugo Zampetti e al consigliere per l’informazione Gianfranco Astori. Dopo aver manifestato il suo apprezzamento per l’opera, disponibile in libreria dal 21 giugno, il capo dello Stato ha assicurato la sua presenza a un prossimo incontro volto a esporne e discuterne i contenuti.

Da Scalfaro a Napolitano: quando l’uomo del Colle ha detto no…Le liste dei ministri sbianchettate all’ultimo secondo: così saltarono Cesare Previti e Nicola Gratteri, scrive Paolo Delgado il 27 Maggio 2018 su "Il Dubbio".  «Il Presidente della Repubblica nomina il presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri». E’ intorno a questo articoletto della Costituzione, il 92, che si svilupperà nei prossimi giorni il percorso della crisi. E’ dal braccio di ferro che si sta svolgendo intorno al medesimo articolo che dipenderà la nascita o meno del governo gialloverde. Il caso Conte, con i suoi un po’ grotteschi curricula gonfiati, maschera infatti il vero oggetto del contendere che è il ministero chiave dell’Economia. Il solenne art. 92, per la verità, è stato per lunghi decenni oggetto di ricerche nei “Chi l’ha visto?” dell’epoca. La Repubblica dei partiti semplicemente lo ignorava. A decidere tutto erano i capipartito, trattando tutt’al più con il presidente del consiglio incaricato, ammesso che questi avesse qualche forza di suo. Il notaio del Colle si limitava a eseguire. In un paio d’occasioni la poco commendevole abitudine varcò i confini della commediaccia all’italiana, più Pierino che Monicelli. Successe quando nel 1972, in occasione della nascita del secondo Governo Andreotti, con maggioranza Dc- Psdi-Pli, Carlo Donat- Cattin, insoddisfatto del ministero assegnatogli, non si presentò al giuramento sostituendo l’alto impegno con una visitina dal barbiere di Montecitorio. Rientrò giusto un anno dopo, con un nuovo governo e occupando il posto a cui teneva. Oppure quando, dopo la famigerata ‘ lite tra comari’ sull’Economia, quella tra il ministro del tesoro Andreatta e quello delle Finanze Formica, cadde nell’agosto 1982 il governo Spadolini, in carica da poco più di un anno. Gli equilibri tra i partiti erano così delicati che il primo premier non democristiano della Repubblica nel formare il suo secondo governo, dovette confermare tutta la squadra con una sola variazione. Fu necessario cambiare almeno il sottosegretario alla presidenza, essendo il predecessore, Francesco Compagna, trapassato. Il presidente Pertini non proferì verbo. Il ‘ governo- fotocopia’, come fu prontamente ribattezzato diventò bersaglio di pesantissime ironie, contribuì a squalificare la Repubblica dei partiti e durò pochissimo appena cento giorni. Ma il vento stava cambiando. Pochi anni più tardi, nel 1987, il presidente Cossiga entrò per la prima volta in campo d’impeto per sbloccare una crisi che pareva irresolubile, data l’opposizione del Psi all’incarico per il segretario della Dc De Mita. L’inquilino del Quirinale scelse un premier, il più giovane mai entrato a palazzo Chigi nella storia repubblica, Giovanni Goria, ex ministro del Tesoro, 44 anni, nessun potere reale nella Dc. La lista dei ministri che presentò al Quirinale fu riscritta dal presidente quasi per intero ed non era mai successo prima. La svolta arrivò con Oscar Scalfaro, l’apripista dei presidenti monarchi. Dipese dalle circostanze più che dalla volontà dell’uomo. Appena insediato, la tempesta di tangentopoli e del referendum travolse la prima Repubblica. In quella fase di travagliata transizione, la sovranità scivolò in larga misura nelle mani del capo dello Stato. Fu lui a scegliere il governatore di Bankitalia Ciampi, nel 1993, come premier del governo che avrebbe dovuto gestire il Paese mentre il parlamento cercava l’accordo su una nuova legge elettorale. Fu lui a scegliere, con Ciampi e con i leader del Pds Occhetto e dell’agonizzante Dc Martinazzoli i ministri di quel governo. Quando, dopo la vittoria alle elezioni del 1994, il Polo guidato da Berlusconi vinse le elezioni impedì la nomina a ministro della Giustizia di Cesare Previti, chiacchieratissimo avvocato del premier. Dopo la caduta di quel governo, nel giro di pochi mesi, Scalfaro compilò di nuovo la lista dei ministri con il premier, indicato e poi rinnegato dal disarcionato Berlusconi, Lamberto Dini. Il caso Scalfaro poteva essere una sorta di parentesi emergenziale e in effetti il successore, Carlo Azeglio Ciampi, tornò a un minor protagonismo. Ma nella formazione del secondo governo Berlusconi, nel 2001, mise bocca anche lui. Il Cavaliere era ancora circondato da sospetti in Europa. Serviva un garante e Ciampi indicò Renato Ruggiero, diplomatico di serie a, più volte ministro, direttore generale del WTO: l’uomo dei salotti buoni. Fu un disastro. Tra Berlusconi e Ruggiero non scattò alcun feeling, quando il ministro parlava, raccontò più tardi lui stesso, il premier lavorava sotto il tavolo di piedino per ammonirlo con eloquenti calcetti. Con i leghisti andò anche peggio. Pochi mesi e il garante indicato dal capo dello Stato era già fuori dal governo. Quanto a protagonismo, si sa, Napolitano non è stato secondo a nessuno. Il confine tra presidenza della Repubblica e sovranità piena lo ha varcato più volte e in piena consapevolezza. Sui ministri il suo semaforo rosso è scattato in alcuni casi di fondamentale importanza, al momento della formazione del governo Renzi, nel 2014. Renzi si era presentato con la casella del ministero della Giustizia occupata da un magistrato d’assalto, certamente tra i più efficienti ma anche tra i meno attenti alle garanzie, Nicola Gratteri. E’ probabile che quel nome per Napolitano, che ha sempre guardato con poca benevolenza il giustizialismo, non piacesse per una lista di ragioni lunga quanto un elenco del telefono. Ma per bloccarlo mise in campo un’argomentazione di carattere generale: l’inopportunità di affidare il ministero di via Arenula a un magistrato. Alla fine a essere nominato fu uno degli esponenti del Pd più vicini al presidente: Andrea Orlando. Pochi mesi dopo il problema si ripropose quando la ministra degli Esteri, Federica Mogherini, passò alla Commissione europea. Convinto che il Brand del suo governo fosse la linea generazionale, Renzi propose di sostituirla con Lia Quartapelle, 32 anni, esperienza sia politica che diplomatica pari a zero. Napolitano nemmeno prese in considerazione la surreale idea, cancellò il nome suggerito e al suo posto vergò quello del più scafato Gentiloni. Ma ciascuno di questi presidenti, persino Scalfaro e Ciampi alle prese con Berlusconi, erano alle prese con leader per cui i buoni rapporti con i vertici istituzionali, quelli romani quanto quelli allocati a Bruxelles, erano desiderati e ricercati al punto di sacrificare molto per conquistarli. Mattarella si trova in una situazione diversa e molto più scomoda. Vedremo nel giro di pochi giorni se riuscirà nonostante tutto a incidere o se, dopo il colpo a vuoto del governo del presidente, dovrà registrare sulla nomina dei ministri un nuovo scacco.

Meloni e M5S vogliono mettere in stato d’accusa Mattarella, scrive "Next quotidiano" il 27 maggio 2018. Giorgia Meloni in una nota annuncia di voler chiedere con Fratelli d’Italia la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica Sergio Mattarella per il veto su Savona che ha fatto fallire il governo di Giuseppe Conte: “Si dice che il Presidente della Repubblica abbia messo il veto sulla nomina di Paolo Savona a Ministro dell’Economia, se questa notizia fosse confermata avrebbe dell’incredibile. E se questo veto fosse confermato sarebbe drammaticamente evidente che il presidente Mattarella è troppo influenzato dagli interessi delle nazioni straniere e dunque Fdi nel caso in cui questo veto impedisca la formazione del nuovo Governo chiederà al Parlamento la messa in stato d’Accusa del Presidente per alto tradimento”.  Della stessa idea, dice l’ANSA, è il MoVimento 5 Stelle.

Come funziona la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica. È la complicata procedura annunciata da Di Maio contro Mattarella, ma non sembrano esserci le basi per parlarne seriamente, scrive il 28 maggio 2018 “Il Post”. Dopo la crisi istituzionale cominciata ieri sera con la rinuncia all’incarico di presidente del Consiglio di Giuseppe Conte, dovuta all’opposizione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla nomina di Paolo Savona come ministro dell’Economia, Luigi Di Maio ha detto che chiederà la “messa in stato d’accusa” di Mattarella. Il leader della Lega Matteo Salvini, che insieme al M5S aveva coordinato la formazione del governo Conte, fin qui non ha seguito Di Maio su questa strada: forse perché estrema e senza precedenti, e forse perché, per come stanno le cose, sarebbe molto improbabile avesse successo. L’accusa a Mattarella – che è anche un ex giudice della Corte Costituzionale – sarebbe, in breve, di aver abusato dei suoi poteri opponendosi al nome scelto per un ministero da due partiti che rappresentano la maggioranza del Parlamento, pur non essendosi presentati alle elezioni come alleati. In realtà l’opinione più condivisa dai costituzionalisti di ogni orientamento è che Mattarella abbia agito entro i limiti delle sue prerogative costituzionali, che prevedono che sia il presidente della Repubblica a nominare i ministri su proposta del presidente del Consiglio. Lo ha ribadito oggi al Corriere della Sera Massimo Luciani, costituzionalista e presidente dell’Associazione costituzionalisti italiani, che ha aggiunto che Mattarella «ha ritenuto che la scelta di un certo ministro per una posizione chiave del governo mettesse a rischio gli interessi del nostro paese. Questa è una valutazione istituzionale». Il comportamento di Mattarella può essere criticato per la sua opportunità politica ma non per la sua costituzionalità, anche perché ci sono stati almeno tre precedenti analoghi negli ultimi 25 anni, con protagonisti tre presidenti diversi: nel 1994 Oscar Luigi Scalfaro con Cesare Previti alla Giustizia; nel 2001 Carlo Azeglio Ciampi con Roberto Maroni alla Giustizia; e nel 2014 Giorgio Napolitano con Nicola Gratteri, sempre alla Giustizia. Ciononostante, Di Maio ha annunciato la volontà di mettere in stato d’accusa Mattarella, e lo stesso aveva fatto poco prima la leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni.

Cosa dice la Costituzione sulla nomina dei ministri. È interessante ricordare che già nel 2013 il M5S aveva a lungo parlato della stessa cosa, ma riguardo Napolitano: allora il leader del partito era ancora Beppe Grillo, e l’accusa era di aver abusato dei suoi poteri nominando il governo Letta (peraltro in circostanze simili a quelle del governo Conte: un’alleanza parlamentare tra partiti che erano avversari in campagna elettorale). Anche in quel caso non c’era nessuna base costituzionale all’accusa, di cui infatti non si fece niente. Nel 2013 si parlava di questa possibilità con il termine “impeachment”, la parola inglese che fa riferimento a un concetto giuridico esistente negli Stati Uniti (storicamente associato ai presidenti Richard Nixon e Bill Clinton). Nel linguaggio giornalistico italiano, però, è usata per definire una procedura prevista dalla Costituzione con la quale il Parlamento può mettere il presidente della Repubblica in stato d’accusa, ma solo in alcuni rarissimi casi. L’articolo 90 della Costituzione dice infatti che «Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». Sono quindi soltanto questi i reati imputabili al capo dello Stato che ne prevedono le dimissioni forzate. Di Maio, domenica sera, ha parlato del primo: un reato di cui è difficile dare interpretazioni precise, visto che non è mai stato applicato al presidente della Repubblica, ma che prevede un qualche tipo di comportamento doloso che pregiudichi gli interessi nazionali, che rappresenti una violazione del dovere di fedeltà ai cittadini, o che sovverta l’ordine dello Stato. Cesare Pinelli, ordinario di Diritto Costituzionale alla Sapienza, ha detto all’AGI che parlare di questi reati in riferimento alle decisioni di Mattarella «non sta né in cielo né in terra». Perché inizi quello che sarebbe un processo al presidente della Repubblica, la procedura è molto complessa e prevede diversi passaggi. Innanzitutto deve essere presentata formalmente una richiesta di messa in stato d’accusa al presidente della Camera, corredata da tutto il materiale probatorio che la sostenga. Il presidente della Camera trasmette poi il materiale a un apposito comitato, formato dai componenti della giunta del Senato e da quelli della giunta della Camera competenti per le autorizzazioni a procedere (i cui membri sono nominati dai presidenti delle Camere, e devono rappresentare tutte le forze politiche). Il comitato è presieduto dal presidente della giunta del Senato o da quello della Camera, una legislatura a testa, e può anche promuovere d’ufficio un’indagine sul presidente della Repubblica, di sua iniziativa. Il comitato valuta la legittimità dell’accusa e dopo aver raggiunto un verdetto – votato a maggioranza – presenta una relazione al Parlamento riunito in seduta comune. Oltre ai relatori scelti dal comitato, il regolamento concede ad altri membri del comitato di presentare relazioni di minoranza. Il rapporto esposto al Parlamento contiene le decisioni del comitato, che può scegliere di archiviare il caso se ritiene che le accuse siano infondate o non corrispondano a quelle stabilite dall’art. 90, oppure di avviare la votazione in aula della messa in stato d’accusa. In entrambi i casi il presidente della Camera riunisce nuovamente il Parlamento in seduta comune, che questa volta dovrà esprimersi sull’autorizzazione a procedere. Se il comitato ha deliberato di archiviare il caso, la decisione viene approvata senza il passaggio del voto. Se invece la relazione propone la messa in stato d’accusa, il Parlamento la vota a scrutinio segreto, e la approva se raggiunge la maggioranza assoluta a favore. Con l’autorizzazione a procedere del Parlamento, la questione passa alla Corte Costituzionale, alla quale per questa particolare circostanza vengono affiancati 16 membri aggregati, estratti a sorte da un elenco di persone aventi i requisiti per fare i senatori, e che viene compilato dal Parlamento ogni nove anni. Il Parlamento elegge anche dei rappresentanti dell’accusa, che in pratica faranno da pubblici ministeri durante le sedute della Corte. È quindi la Corte costituzionale così composta che infine decide se applicare la sentenza rendendola inappellabile. È una procedura lunga e complicata e perché arrivi alla conclusione è necessario che un’ampia maggioranza delle forze politiche la sostenga. Per questo in Italia non si è mai proceduto effettivamente con una messa sotto accusa del capo dello Stato. Spesso, però, i partiti hanno usato questa minaccia per obiettivi politici intermedi o per cercare di ottenere le dimissioni spontanee del presidente. Il PCI minacciò la messa in stato d’accusa del presidente Giovanni Leone, da tempo accusato di presunta complicità nello scandalo Lockheed, per cui poi dovette dimettersi. Nel 1991, invece, fu il PDS (assieme ad altri partiti di opposizione) a chiedere che il presidente Francesco Cossiga fosse messo sotto accusa. Le motivazioni erano molto simili a quelle che il M5S aveva mosso a suo tempo contro Napolitano: Cossiga, secondo i firmatari della richiesta, aveva superato i limiti del suo ruolo per «modificare la forma di governo», aveva avviato «l’esercizio di una propria funzione governante» e assunto comportamenti da «capo di un partito».

Breve storia triste dell'impeachment all'italiana. Mentre il M5s valuta la messa in stato di accusa di Mattarella (che è tecnicamente irrealizzabile, almeno per ora), ecco una carrellata dei precedenti italiani, da Segni a Napolitano, scrive Maurizio Stefanini il 28 Maggio 2018 su “Il Foglio”. Luigi Di Maio e Giorgia Meloni lo chiedono, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi lo escludono, Matteo Salvini dice che ci deve pensare. Ma in realtà in questo momento l'impeachment all'italiana nei confronti del presidente Sergio Mattarella sarebbe tecnicamente impossibile. Secondo l'articolo 90 della Costituzione, “il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell'esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri”. La decisione spetta poi alla Corte Costituzionale, e l'articolo 135 spiega che “nei giudizi d'accusa contro il Presidente della Repubblica intervengono, oltre ai giudici ordinari della Corte” – che sono quindici – anche “sedici membri tratti a sorte da un elenco di cittadini aventi i requisiti per l'eleggibilità a senatore, che il Parlamento compila ogni nove anni mediante elezione con le stesse modalità stabilite per la nomina dei giudici ordinari”. Solo che per far votare il Parlamento ci vorrebbe prima l'istruttoria disposta dal comitato parlamentare per i procedimenti di accusa. Un comitato che però non può essere costituito senza che ci sia un governo nel pieno delle sue funzioni, in grado di stabilire chi è maggioranza e chi è opposizione. E la lista dei 45 cittadini è scaduta da tempo. Questa procedura fu applicata una sola volta, ma non contro un presidente. In origine gli articoli 90 e 96 della Costituzione prevedevano la messa in stato di accusa rispettivamente per il presidente della Repubblica e per il presidente del Consiglio e i ministri per reati commessi nell'esercizio delle loro funzioni. L'impeachment scattò nel 1977 per il processo sullo scandalo Lockheed contro gli ex ministri della Difesa Luigi Gui, che fu assolto, e Mario Tanassi, che fu invece condannato. Ma nel 1987 un referendum abolì quella Commissione inquirente e, con la riforma costituzionale del 1989, l'equivalente nostrano dell'impeachment restò in vigore per il solo capo dello stato. Un vero impeachment presidenziale in Italia non c'è dunque mai stato. Eppure ben tre presidenti della Repubblica hanno concluso anticipatamente il loro mandato dietro minacce di ricorrere alla messa in stato d'accusa. Primo fra tutti fu Antonio Segni, che il 7 agosto 1964 ebbe un incontro con Giuseppe Saragat e con il presidente del Consiglio Aldo Moro, nel corso del quale il leader socialdemocratico accusò Segni di aver progettato un colpo di stato assieme al generale De Lorenzo, e minacciò di attivare l'articolo 90. Segni fu colto all'istante da un ictus che lo obbligò alle dimissioni. Dopo i sette anni di Saragat fu la volta di Giovanni Leone che, sul finire del suo mandato, fu coinvolto dallo scandalo Lockheed. Accusato di essere il destinatario di mazzette, Leone comparve sulle copertine dei giornali con le corna in testa, mentre Camilla Cederna lo attaccava in un pamphlet violentissimo. Così Dc e Pci lo costrinsero alle dimissioni con sei mesi di anticipo. Il terzo caso fu quello di Francesco Cossiga, il “picconatore”. Il 6 dicembre 1991 il Pci assieme ad altre forze d'opposizione presentò in Parlamento una richiesta di messa in stato d'accusa con ben 29 capi di imputazione. Il Comitato parlamentare si oppose e la procura di Roma, il 3 febbraio del 1992, dispose l'archiviazione. Ad ogni modo, il 28 aprile Cossiga annunciò le sue dimissioni, con due mesi di anticipo rispetto alla fine del suo mandato. Infine, in un paio di casi più recenti, la minaccia di ricorrere alla messa in stato di accusa non ha portato nemmeno alle dimissioni del capo dello stato. E' successo con Oscar Luigi Scalfaro, dopo che aveva obbligato Berlusconi a spostare Cesare Previti dal ministero della Giustizia a quello della Difesa avvallando il “ribaltone” di Lamberto Dini. Forza Italia alzò i toni, Scalfaro rispose in tv con la celebre frase “Io non ci sto”. Ma il presidente della Repubblica concluse comunque il suo mandato. La stessa cosa si è ripetuta nel 2010 con Giorgio Napolitano, quando il deputato del Pdl Maurizio Bianconi accusò il presidente della Repubblica di “tradire la Costituzione”. Napolitano lo sfidò a chiedere l'applicazione dell'articolo 90, senza esito. Fu invece il Movimento cinque stelle, il 30 gennaio del 2014, a depositare contro di lui una richiesta di messa in stato di accusa per attentato contro la Costituzione, in particolare sulla trattativa stato-mafia. Ma l'11 febbraio successivo il Comitato parlamentare archiviò l'istanza come “manifestamente infondata”.

L’aspetto formale e l’aspetto sostanziale. Perché il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sbagliato. E perché chi lo difende è ignorante o in mala fede. La lezione di chi, il dr Antonio Giangrande, non è titolato, se poi i titoli (accademici) si danno per cooptazione e conformità ed omologazione.

Le Disposizioni sulla Legge in generale, dette anche preleggi o disciplina preliminare al codice civile, sono un insieme di articoli (in origine erano 31, poi dopo l'abrogazione delle corporazioni sono diventati in tutto 16) emanati con Regio Decreto 16 marzo 1942, n. 262 con cui fu anche approvato il codice civile italiano nel 1942. Si tratta di legge ordinaria di livello paracostituzionale, quindi le disposizioni contenute in tali leggi si collocano subito al di sotto del livello costituzionale e poiché statuiscono disposizioni generali si pongono, come la Costituzione Italiana, al di sopra delle altre leggi, comprese le leggi speciali.

Il primo capo (art. 1-9) delinea le fonti del diritto. Il secondo riguarda l'applicazione della legge in generale.

La gerarchia delle fonti (art. 1) ha subìto nel tempo una modifica in senso testuale, a seguito della soppressione dell'ordinamento corporativo. Al contempo ha subito un'estensione interpretativa, in quanto, con l'entrata in vigore della Costituzione e a seguito dell'adesione dell'Italia all'Unione europea, vige il principio cosiddetto della preferenza comunitaria, per cui le leggi e i regolamenti come fonte del diritto devono essere applicati solo ove non contrastanti con le norme di diritto comunitario.

Art. 1 Indicazione delle fonti. Sono fonti del diritto:

1) le leggi;

2) i regolamenti;

3) (Le norme corporative, abrogato);

4) gli usi (consuetudini).

Art. 2 Leggi: La formazione delle leggi e l'emanazione degli atti del Governo aventi forza di legge sono disciplinate da leggi di carattere costituzionale.

La riserva di legge, inserita nella Costituzione in varie norme: relativa (23, 97 comma2), assoluta (13 comma2), rinforzata (16), formale (72 comma4, 76, 77, 81), ecc., prevede che la disciplina di una determinata materia sia regolata soltanto dalla legge primaria e non da fonti di tipo secondario. La riserva di legge ha una funzione di garanzia in quanto vuole assicurare che in materie particolarmente delicate, come nel caso dei diritti fondamentali del cittadino, le decisioni vengano prese dall'organo più rappresentativo del potere sovrano ovvero dal parlamento come previsto dall'articolo 70.

Fonti costituzionali. Al primo livello della gerarchia delle fonti, si pongono la Costituzione, le leggi costituzionali e gli statuti regionali (delle regioni a statuto speciale), i trattati europei. La Costituzione della Repubblica Italiana, entrata in vigore il 1º gennaio 1948, è composta da 139 articoli e 18 disposizioni transitorie e finali: essa detta i principi fondamentali dell'ordinamento (artt. 1-12); individua i diritti e i doveri fondamentali dei soggetti (artt. 13-54); detta la disciplina dell'organizzazione della Repubblica (artt. 55-139). La Costituzione italiana viene anche definita lunga e rigida: "lunga" perché non si limita "a disciplinare le regole generali dell'esercizio del potere pubblico e delle produzioni delle leggi", riguardando anche altre materie, "rigida" in quanto per modificare la Costituzione è richiesto un iter cosiddetto aggravato (vedi art. 138 Cost.). Esistono inoltre dei limiti alla revisione costituzionale.

All’interno Art. 139 si legge che “. La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.”

In questo caso, nella gerarchia delle fonti i Principi generali, quale è la democrazia, primeggiano sulle restanti disposizioni.

L’articolo 90 della Costituzione dice infatti che «Il presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione». Spieghiamo perché è responsabile. Partiamo proprio dalla base della Costituzione italiana.

PRINCIPI FONDAMENTALI. "Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro (non sulla libertà). La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".

Qui si enuncia il principio fondamentale che incarnano forma e sostanza. La sostanza ci dice che in Italia c’è la democrazia parlamentare (indiretta) come forma di governo e quindi ci dice che la maggioranza dei votanti (non dei cittadini che non votano più, sfiduciati dalla vecchia politica) elegge i suoi legislatori e, tramite loro, i suoi governanti (stranamente mancano i magistrati). L’esercizio del potere popolare prende forma, non sostanza, attraverso l’enunciazione di articoli costituzionali che mai possono violare il principio fondamentale. E non a caso proprio il primo articolo prende in considerazione l’aspetto democratico della vita dello Stato italiano.

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA "Art. 83. Il Presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune dei suoi membri. All’elezione partecipano tre delegati per ogni Regione eletti dal Consiglio regionale in modo che sia assicurata la rappresentanza delle minoranze. La Valle d’Aosta ha un solo delegato. L’elezione del Presidente della Repubblica ha luogo per scrutinio segreto a maggioranza di due terzi dell’assemblea. Dopo il terzo scrutinio è sufficiente la maggioranza assoluta".

Qui si richiama forma e sostanza dell’art. 1. La sovranità popolare esprime, attraverso i suoi rappresentanti, la scelta del Presidente della Repubblica.

"Art. 88. Il Presidente della Repubblica può, sentiti i loro Presidenti, sciogliere le Camere o anche una sola di esse". "Il Consiglio dei Ministri. Art. 92. Il Governo della Repubblica è composto del Presidente del Consiglio e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri. Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questo, i Ministri".

L’art. 88 e 92 sono articoli formali. Norme che delegano al Presidente della Repubblica, con il ruolo di notaio, la verifica di una maggioranza parlamentare democraticamente eletta per esercitare la sovranità popolare di cui all’articolo 1: Se c'è una maggioranza si forma un Governo sostenuto da essa; se non c'è una maggioranza, non c'è Governo e quindi si va a votare per trovarne una nuova.

Si va contro l’articolo 1 (non a caso primo articolo dei principi generali) e quindi contro la Costituzione se alla volontà popolare che esprime un Governo che mira alla tutela degli interessi nazionali si impone la volontà di un singolo (il Presidente della Repubblica) che antepone qualsiasi altra ragione tra cui i principi dell’art. 10. "L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute", e dell’art. art. 11. "L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo". O dell’Articolo 47. “La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l'esercizio del credito. Favorisce l'accesso del risparmio popolare alla proprietà dell'abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese".

In conclusione si chiude il parere, affermando che si è concordi con l’iniziativa della messa in stato d’accusa del Presidente della Repubblica, anche se il procedimento è complicato e farraginoso, pensato proprio a non dare esiti positivi, in ossequio ad uno Stato di impuniti. Si è concordi perché l’Italia è una Repubblica Democratica Parlamentare; non è una Repubblica Presidenziale.

Il Quirinale ingrato coi suoi grandi elettori. La storia dei presidenti della Repubblica è stata spesso caratterizzata da rapporti conflittuali con gli inquilini di Palazzo Chigi e i segretari dei partiti, scrive Francesco Damato l'8 Dicembre 2016 su "Il Dubbio". La storia dei Presidenti della Repubblica è stata spesso caratterizzata da rapporti conflittuali con gli inquilini di Palazzo Chigi e i segretari dei partiti che li avevano fatti eleggere. Il Colle quasi sempre ingrato con i suoi grandi elettori. Lo scontro, o la tensione, fra Sergio Mattarella e Matteo Renzi è probabilmente meno forte della rappresentazione fattane sui giornali dai retroscenisti, ma le resistenze opposte dal presidente della Repubblica alla fretta attribuita, a torto o a ragione, al presidente del Consiglio di andare alle elezioni anticipate dopo la dura sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale confermano una costante dei rapporti fra il capo dello Stato e chi ne ha maggiormente voluto l’elezione. Ogni inquilino del Quirinale, prima o dopo, ha procurato delusioni o problemi a chi più si è prodigato a mandarvelo. L’unica eccezione è stata quella di Carlo Azeglio Ciampi, mai, ma proprio mai entrato in collisione col suo grandissimo elettore, che fu l’allora segretario dei Ds Walter Veltroni. Mai, però, forse perché, una volta fattolo eleggere, il 13 maggio 1999, alla prima e unica votazione, Veltroni non ebbe materialmente occasione di avere problemi con lui nei sette anni del mandato. Al mio amico Walter non capitò di guidare alcun governo o di gestire in quel periodo passaggi politici particolarmente difficili. Già nel 2001 egli si ritirò, diciamo così, sul Campidoglio per fare semplicemente il sindaco di Roma e ne scese, per l’avventura del Pd, dopo sette anni, quando già era finita l’esperienza di Ciampi al Quirinale. Le altre storie presidenziali sono state tutte di segno diverso.

Di Enrico De Nicola, il primo della lista dei presidenti, neppure affacciatosi peraltro al Quirinale, vi ho già ricordato di recente le dimissioni che minacciava di continuo. E che misero a dura prova i nervi pur saldissimi di un ancora giovanissimo Giulio Andreotti, il braccio destro del presidente del Consiglio Alcide De Gasperi.

Di Luigi Einaudi, anche lui eletto capo dello Stato con la spinta democristiana, vi ho raccontato la sorpresa fatta alla Dc nominando nel 1953 il governo di Giuseppe Pella, così poco gradito al segretario scudocrociato Amintore Fanfani da essere definito freddamente amico e da durare poco più di quattro mesi.

Giovanni Gronchi fu eletto nel 1955 con un’operazione parlamentare a sorpresa su cui scommisero anche le sinistre per superare il centrismo, ma nel 1960 nominò un governo, quello di Fernando Tambroni, che anziché l’interesse dei socialisti si guadagnò i voti dei missini. Scoppiò il finimondo sulle piazze, con morti e feriti, come vi ha raccontato di recente con la sua solita precisione il buon Giuseppe Loteta, testimone di quei drammatici fatti.

Antonio Segni, succeduto nel 1962 a Gronchi per volontà dell’allora segretario della Dc Aldo Moro allo scopo di bilanciare politicamente sul versante moderato la svolta del centro- sinistra, per poco non troncò la collaborazione di governo con i socialisti nella crisi dell’estate del 1964. Allora, confortato dalle assicurazioni del generale Giovanni De Lorenzo di un saldo controllo delle piazze, egli tentò il ritorno al centrismo offrendo la presidenza del Consiglio a Mario Scelba. Che ha raccontato nella sua autobiografia di avere rifiutato, suggerendo di lasciare Moro al suo posto, quando sentì da Segni che c’era di mezzo proprio quel generale, già capo del servizio segreto. Che fu poi accusato di avere predisposto un colpo di Stato, o qualcosa che gli somigliasse.

Interrotto per un grave malore proprio quell’anno il mandato presidenziale di Segni, al Quirinale fu eletto Giuseppe Saragat per impulso sempre di Moro, interessato alla stabilizzazione del centro- sinistra. Ciò avvenne fra le proteste e i mugugni della maggiore corrente del partito dello stesso Moro: quella dei ‘ dorotei’, che lo accusavano di essere troppo indulgente con gli alleati, peraltro avviati verso un tentativo di rafforzamento con l’unificazione socialista. Dopo le elezioni politiche del 1968, quando fu defenestrato proprio dai dorotei, che lo scavalcarono a sinistra realizzando con i socialisti una edizione ‘ più coraggiosa e incisiva’ del centrosinistra, Moro si aspettò inutilmente un aiuto da Saragat. Che non ci pensò proprio di dargli una mano. Anzi, dopo qualche anno, in occasione di una crisi, egli gli tolse malamente un mandato di governo conferitogli su proposta della Dc formalmente perché tardava a chiudere le trattative, in realtà perché sospettava che Moro volesse privilegiare i rapporti con i socialisti a svantaggio dei socialdemocratici, tornati nel frattempo a separarsi dai fratelli o cugini di area.

A Saragat subentrò al Quirinale alla fine del 1971 Giovanni Leone. Che, pur eletto da una maggioranza di centrodestra dopo il fallimento delle candidature di Amintore Fanfani e di Moro, che non era riuscito neppure ad avere la designazione del suo partito, Leone fu un presidente davvero notarile. Egli si limitò a certificare le maggioranze via via prodotte dai risultati elettorali e dai rapporti fra i partiti, nominando il governo Andreotti della centralità con i liberali di Giovanni Malagodi, poi i governi di centro- sinistra di Mariano Rumor e, nuovamente, di Moro, infine i governi monocolori di Andreotti sostenuti in modo decisivo dai comunisti con la formula della cosiddetta solidarietà nazionale.

Subentrato però nel 1978 il tragico sequestro di Moro ad opera delle brigate rosse, Leone non condivise la linea della fermezza adottata dal governo. E, spiazzando i vertici della Dc e del Pci, assecondò la linea ‘ umanitaria’ dei socialisti, condivisa all’ultimo momento nello scudo crociato solo dall’allora presidente del Senato Fanfani.

In particolare, Leone predispose la grazia per Paola Besuschio, compresa nell’elenco dei tredici detenuti per reati di terrorismo con cui i brigatisti rossi pretendevano di scambiare l’ostaggio. Purtroppo i terroristi precedettero il presidente della Repubblica uccidendo Moro prima che la Besuschio fosse graziata. E Leone, sia pure contestato formalmente per altri motivi, bersagliato da una campagna scandalistica condotta sulle tracce di un libro scritto da Camilla Cederna, poi condannata per diffamazione, fu costretto a dimettersi sei mesi prima che scadesse il proprio mandato. Avrebbe ricevuto solo dopo una ventina d’anni le scuse di chi ne aveva voluto la rinuncia: radicali, comunisti e democristiani. Tardi, certo, ma fortunatamente in tempo perché lui si potesse togliere la soddisfazione di ringraziare di persona, essendo ancora vivo.

Dopo Leone arrivò al Quirinale Sandro Pertini, per il quale fu decisivo l’appoggio dei comunisti, che lo preferirono agli altri socialisti proposti dal segretario del partito Bettino Craxi. Ma bastò poco più di un anno al nuovo presidente per sorprendere i vertici sia del Pci sia della Dc conferendo nell’estate del 1979 l’incarico di presidente del Consiglio a Craxi. Che non riuscì a fare il governo per l’indisponibilità della Dc, ma vi riuscì dopo quattro anni rimanendo a Palazzo Chigi sino al 1987. Il danno politico per il Pci fu enorme, per quanto mitigato nel 1992 e nel 1993 dalle disgrazie giudiziarie e politiche dell’avversario, o concorrente. A Pertini nel 1985 subentrò Francesco Cossiga con un’operazione politica condotta personalmente dall’allora segretario della Dc Ciriaco De Mita. Che però nell’ultimo anno del mandato presidenziale dell’amico e collega di partito lo liquidò pubblicamente definendo il suo caso ‘ clinico’. Erano i tempi del Cossiga ‘ picconatore’, che ogni sera, o quasi, ci faceva rifare all’ultimo momento le prime pagine dei giornali per le sue veementi dichiarazioni contro tutti e tutto.

Il successore di Cossiga fu nel 1992, in un clima di emergenza creato dall’attentato mafioso di Capaci al magistrato Giovanni Falcone, il presidente della Camera appena eletto Oscar Luigi Scalfaro. Al quale, per quanto spinto alla fine dall’emozione per la strage mafiosa, aveva preparato il terreno come solo lui sapeva fare Marco Pannella. Che lo considerava come l’uomo più onesto della Dc. Ma, come era già accaduto a De Mita con Cossiga, il leader radicale ripudiò praticamente il suo idolo non perdonandogli la fretta di sciogliere anticipatamente le Camere elette meno di due anni prima, ma soprattutto il giustizialismo esploso in lui con la vicenda di Tangentopoli.

Con Scalfaro, proveniente d’altronde dalla loro professione, i magistrati conquistarono anche la condizione di autorevoli interlocutori del capo dello Stato nella pratica delle consultazioni al Quirinale per la soluzione delle crisi di governo. Toccò, in particolare, al capo della Procura di Milano Francesco Saverio Borrelli di essere chiamato al Quirinale per un’udienza che servì al presidente della Repubblica per decidere che Craxi, benché designato dalla Dc, non potesse ricevere l’incarico di presidente del Consigliere, per quanto non coinvolto ‘ al momento’ nelle indagini Mani pulite sul finanziamento illegale della politica e sulla corruzione che spesso ne conseguiva. ‘ Al momento’, fu evidentemente spiegato a Scalfaro, significava che potesse esserlo in seguito, come accadde dopo qualche mese. Ai sette anni di Scalfaro, che peraltro Craxi aveva contribuito a fare eleggere al Quirinale preferendolo all’allora presidente del Senato Giovanni Spadolini, in corsa dopo la strage di Capaci come una delle due soluzioni ‘ istituzionali’ della successione a Cossiga, seguirono i sette di Ciampi, di cui ho già scritto parlando del ruolo di regista svolto da Veltroni.

Dopo Ciampi fu la volta di Giorgio Napolitano, dal quale il partito d’origine non ebbe certamente sconti, da lui incalzato più volte sulla strada delle riforme e infine fermato nel 2011, esaurita l’esperienza dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi, al palo del Gabinetto tecnico di Mario Monti. Che il capo dello Stato preferì alle elezioni anticipate, pur sapendo che avrebbe potuto vincerle quasi come in una passeggiata il Pd guidato da Pier Luigi Bersani.

Adesso è la volta di Mattarella. Che, portato praticamente al Quirinale meno di due anni fa da Matteo Renzi, anche a costo di rompere il cosiddetto Patto del Nazareno con Berlusconi, con tutte le complicazioni che sono derivate sul percorso parlamentare e infine referendario della riforma costituzionale, si è messo di traverso sulla strada di un rapido ricorso alle elezioni anticipate preferita dal presidente uscente del Consiglio come alternativa a un improbabile governo di larghissime intese e di ‘ responsabilità nazionale’. Che sarebbe l’unico, secondo Renzi, a potersi realisticamente porre l’obbiettivo preferito da Mattarella di portare la legislatura alla sua conclusione ordinaria, cioè sino ai primi mesi del 2018. Renzi probabilmente non confesserà mai dubbi o pentimenti sulla scelta compiuta a favore di Mattarella quasi due anni fa, ma qualche amico sta già borbottando e condividendo l’opinione andreottiana che in politica la gratitudine sia il sentimento del giorno prima, non del giorno dopo.

Quando Napolitano esibiva i suoi scatoloni. I traslochi dei politici dal Quirinale e dal palazzo Chigi, scrive Francesco Damato il 13 Dicembre 2016 su "Il Dubbio". Nel 2013 fecero notizia gli scatoloni di Giorgio Napolitano, che li ostentava orgogliosamente, ma ancora di più la moglie, agli amici che andavano a trovarlo al Quirinale per esortarlo a lasciarsi ricandidare alla fine del suo mandato. Lui, già infastidito da quel "Re Giorgio" che gli davano più o meno affettuosamente i giornali italiani e stranieri, aveva diffuso note e lettere per spiegare come ritenesse anche troppi i sette anni del mandato prescritti dalla Costituzione. E la moglie aggiungeva, di suo, che anche dell’età e della salute del marito bisognasse avere rispetto. Quando qualcuno osava insistere, il presidente lo accompagnava in un ambiente vicino allo studio per mostrare altri scatoloni ancora e dimostrare così come ormai fosse materialmente impossibile ripensarci. Alcuni scatoloni peraltro erano già stati mandati a Palazzo Giustiniani, dove i suoi collaboratori, ma pare anche lui stesso, avevano già preso visione degli uffici destinatagli come senatore di diritto e a vita. Ad un certo punto non s’impantanò, dopo le elezioni politiche e l’avvio della diciassettesima legislatura – il cui numero già aveva messo in ansia l’inquilino del Quirinale da buon napoletano soltanto la crisi di governo. Che quel capoccione di Pier Luigi Bersani si ostinava a voler far chiudere con una soluzione minoritaria, appesa agli umori, cioè ai malumori, di Beppe Grillo. Cosa che toglieva letteralmente il sonno a Napolitano, costretto ad un certo punto a congelare la crisi per affidarne la prosecuzione al successore. Quel capoccione, sempre lui, di Bersani non riuscì come segretario del maggiore partito rappresentato in Parlamento neppure a fare eleggere i due candidati messi in campo per la successione a Napolitano: prima lo stesso presidente del Pd, ed ex presidente del Senato Franco Marini, e poi Romano Prodi, rimasto prudentemente all’estero per risparmiarsi un’arrabbiatura delle sue a casa. Per "Re Giorgio" non ci fu allora scampo. Dovette arrendersi alla processione dei segretari di partito, governatori regionali, sindaci, amici veri o presunti, ed accettare di farsi rieleggere. Egli dovette personalmente rimettere mano in almeno alcuni degli scatoloni del trasloco per disfarli. Altri addirittura dovettero essere riportati da casa al Quirinale. In questa crisi, per fortuna tutta politica e per niente istituzionale, essendo Sergio Mattarella solo al secondo dei suoi sette anni di mandato, gli scatoloni che hanno fatto notizia sono quelli di Matteo Renzi: una quindicina di varia grandezza, mormorano i commessi di Palazzo Chigi. Scatoloni che Renzi in persona ha in gran parte riempito quasi con voluttà, immaginando di deporre ogni cosa quasi avvolta in un manifesto di Beppe Grillo, come per fargli vedere di che pasta fosse davvero l’uomo che lui aveva mandato a quel posto, con disprezzo, in tante piazze d’Italia. Di quegli scatoloni, una volta svuotati nella sua villetta di Pontassieve, chissà cosa deciderà di fare l’immaginifico ‘ taverniere di Predappio’ come Renzi è stato addirittura sentito definire a Montecitorio prima e durante la campagna referendaria da un fedele, anzi da un devoto amico di Massimo D’Alema. Gli scatoloni di Renzi hanno resistito nei pochi giorni trascorsi fra l’annuncio delle dimissioni, quando ancora i risultati del referendum costituzionale e le dimensioni precise della sconfitta non erano ancora definitivi, e l’incarico a Paolo Gentiloni, ad ogni tipo di pressione. A cominciare da quella di Mattarella, spesosi sino all’ultimo perché il dimissionario accettasse un reincarico, rinunciando a inseguire Grillo sulla strada delle teste da far rotolare, anche quando questa diventa la propria. È un inseguimento, questo di Grillo, che anche Napolitano, a dire il vero, ha rimproverato a Renzi durante la campagna referendaria, quando si è pubblicamente doluto che la riforma costituzionale fosse sostenuta più per la riduzione dei senatori e i risparmi, piccoli o piccolissimi che fossero, che per la semplificazione che poteva introdurre nella produzione delle leggi e la maggiore efficienza che poteva garantire al sistema. Corre voce che, sconsolato per non essere riuscito a smuoverlo lui, Mattarella abbia chiesto una mano al comune e autorevole amico Eugenio Scalfari. Che il suo contributo, per quanto inutile, lo ha dato con l’articolo domenicale su Repubblica. In cui, non so se dopo avergli parlato, fra una telefonata e l’altra a Papa Francesco, Barpapà ha dissentito dagli scatoloni e dal trasloco e ha rimandato Renzi a scuola per studiare meglio Cavour e Garibaldi, imparando dall’uno l’arte del governo e dall’altro quella della rivoluzione. Ma temo che Renzi non troverà il tempo per tornare a studiare, avendo deciso di avventurarsi sulla strada non priva di coraggio, ma neppure di rischi, del congresso anticipato del partito, a ridosso delle elezioni anch’esse anticipate, cui egli spera di arrivare entro giugno con l’aiuto combinato di Gentiloni e di Mattarella, alla ricerca di una rapida ‘ armonizzazione’ delle regole, come l’ha chiamata lo stesso presidente della Repubblica. Vasto programma, avrebbe detto il generale De Gaulle.

Poi arrivò Pertini…La svolta al Quirinale in un torrido 8 luglio di 40 anni fa, scrive Francesco Damato l'8 luglio 2018 su "Il Dubbio". In occasione del quarantesimo anniversario dell’elezione dell’indimenticabile Sandro Pertini al Quirinale, che ricorrerà domenica 8 luglio, si sono naturalmente inseguite iniziative, commemorazioni e ricerche d’archivio. Delle quali ha fatto purtroppo le spese il suo diretto predecessore alla Presidenza della Repubblica, Giovanni Leone, già costretto alle dimissioni sei mesi prima della scadenza del mandato sotto l’onda di una campagna denigratoria demolita poi nei tribunali, ma sfruttata politicamente dai due maggiori partiti di allora, il Pci e la sua Dc. Che, dicendo di voler mandare un segnale all’opinione pubblica tanto delusa dai partiti da averne salvato a stento in un referendum il finanziamento pubblico, in realtà non gli vollero perdonare di essersi messo di traverso alla linea della fermezza adottata dal governo della cosiddetta solidarietà nazionale nella gestione del drammatico sequestro di Aldo Moro ad opera delle brigate rosse. Succedutogli dopo quasi un mese, al termine di una lunga serie di votazioni parlamentari da cui era uscito e rientrato grazie ad un’avveduta rinuncia che aveva spiazzato i settori democristiani originariamente ostili, Pertini lanciò il 9 luglio nel discorso di giuramento un segnale di indubbia amicizia a chi lo aveva preceduto. Dopo avere reso omaggio a tutti gli ex presidenti della Repubblica «per l’opera svolta nel supremo interesse del Paese», egli mandò un particolare «saluto al senatore Giovanni Leone, che oggi vive in amara solitudine». Fu proprio quel saluto amichevole che Pertini più di sei anni dopo, il 31 ottobre del 1984, rinfacciò a Leone in una dura lettera, rimasta inedita sino a lu- nedì scorso, quando l’ha pubblicata il Corriere della Sera. «Ti ho sempre difeso, sempre, da accuse infamanti, da maldicenze che toccavano anche i tuoi familiari. Nel mio discorso di insediamento con parole umane, fraterne, ti ho inviato la mia solidarietà. E tu invece, non fai che della maldicenza idiota nei miei confronti. Questa maldicenza gli scrisse Pertini – degrada te, non tocca me. Sputi su un’amicizia ch’era sincera. Non la meriti, come non meriti più da parte mia alcuna umana considerazione. Da oggi non ti difenderò più ma ti abbandonerò “ad bestias”. Questo e solo questo meriti». Nella lettera – di cui è stata trovata una minuta dattiloscritta, firmata da Pertini a mano col suo solo cognome, tra le carte della Fondazione Turati– Centro Studi Sandro Pertini di Firenze presieduta dal professor Maurizio Degli Innocenti e diretta dallo storico Stefano Carretti, come ha riferito Marzio Breda sul Corriere – seguono due P. S., cioè post scriptum, e una nota che aiutano a capire le circostanze in cui maturò l’arrabbiatura di Pertini. Un giornale aveva riferito di un “analfabeta” che Leone avrebbe dato a Pertini in una conversazione con Franco Evangelisti, uomo di fiducia di Giulio Andreotti. Le smentite opposte dagli stessi Leone ed Evangelisti non avevano evidentemente convinto Pertini. Che nel secondo P. S. scrisse a Leone: «Se tu avessi letto solo una parte di quello che ho letto io per vincere la solitudine del carcere e il peso del confino (14 anni!) ti sentiresti una biblioteca ambulante. Quattordici anni di detenzione, sopportati anche per la tua libertà di dire e fare sciocchezze degradanti. Allora tu marciavi fieramente in orbace e se i tuoi allievi non si presentavano in camicia nera, rifiutavi di esaminarli! Meschino opportunismo che ti dovrebbe rendere più umile e più rispettoso di chi ha sacrificato la sua giovinezza anche perché tu ti sentissi libero, ma non per diffamare e dire sciocchezze, bensì per sentirti più uomo, in piedi, e non in ginocchio». Leone doveva essersi lamentato con Evangelisti anche della mancata risposta di Pertini a un suo telegramma di auguri per il compleanno se il presidente nel primo P. S. gliene contestò il contenuto. Che era questo: «Auguri anche miei Leoni». «Come potevo pensare – gli scrisse Pertini – che fosse tuo un telegramma stilato da un quasi analfabeta? Ho pensato che fosse di un mio compagno romano, al quale ho risposto. Questo ti dico per chiarire un equivoco, di cui tu hai fatto un dramma. E adesso vai per la tua strada, che è opposta alla mia, con il tuo animo meschino, con i tuoi rancori stolti, con la tua pochezza. Io vado per la mia, su cui incontro spesso gente che mi ama, mi stima e mi ammira». L’aggiunta finale – quella peraltro sotto la quale c’è la firma a penna – contesta a Leone di avere lamentato le esternazioni pertiniane rispondendo ad una domanda sulla sua presidenza, peraltro elogiata dal settimanale britannico «e oggi anche dal Time». Eppure – lamenta sempre la minuta, ripeto, della lettera pubblicata anche in foto a pagina 31 del Corriere della Sera di lunedì scorso, 2 luglio – «al Congresso dei Giuristi svoltosi di recente a Taormina tutti gli oratori, tutti, hanno elogiato il comportamento da me tenuto nei quasi sette anni di mia presidenza. E i tuoi anni di “presidenza” sono stati elogiati o biasimati?» chiede retoricamente Pertini: retoricamente, perché erano stati forse ignorati, perdurando quell’anno la dannatio memoriae dell’ex presidente. Le scuse a Leone dai suoi critici, che ne vollero e ottennero le dimissioni, sarebbero arrivate solo nel 1998, vent’anni dopo lo scempio che si era fatto di lui. La famiglia di Leone, composta dalla moglie Vittoria e dai figli Mauro, Paolo e Giancarlo, ha scritto al Corriere per manifestare la sua incredulità, non avendo trovato quella lettera nell’archivio del congiunto depositato al Senato. Marzio Breda ha avuto facile gioco nella risposta citando un passo della biografia di Antonio Maccanico, segretario generale del Quirinale ai tempi di Pertini, in cui si racconta dell’intemerata privata e incontenibile del presidente contro il suo predecessore segnalatagli dalla segretaria, senza che lui potesse intervenire per impedirla, come invece avrebbe voluto. Egli era convinto che il capo dello Stato, pur essendo il più popolare fra tutti quelli avvicendatisi nella storia della Repubblica, dovesse essere «protetto dal suo carattere». Potrebbe pertanto essere accaduto che, ricevutala, Leone avesse cestinato quella lettera perché “indigeribile” anche al suo archivio, come ha scritto Breda. Indigeribile, appunto, fu anche per le mie carte una laconica sfuriata epistolare fattami da Pertini nel 1979, dopo una colazione offertami una domenica nella tenuta presidenziale di Castel Porziano. Si era appena consumata una faticosa crisi politica in cui Pertini aveva spiazzato democristiani e comunisti conferendo l’incarico di presidente del Consiglio al collega di partito Bettino Craxi, costretto poi a rinunciarvi e a passare la mano, dopo un passaggio inutile di Filippo Maria Pandolfi, a Francesco Cossiga. Che realizzò un governo di chiusura della stagione della “solidarietà nazionale”, col Pci tornato all’opposizione e il Psi nella maggioranza. Pertini, che aveva con i comunisti un buon rapporto, tanto da essere arrivato al Quirinale l’anno prima soprattutto grazie a loro, che lo preferirono agli altri socialisti proposti da Craxi, prima Antonio Giolitti e poi Giuliano Vassalli, mi disse di essere rimasto sorpreso della loro “ingenuità”. Che era consistita nella speranza di riprendere il rapporto con la Dc dopo le elezioni anticipate di quell’anno, peraltro provocate proprio dalla loro decisione di ritirare l’appoggio al governo Andreotti formato pochi giorni prima del sequestro di Moro. Tornato nella redazione romana del Giornale, riferii della chiacchierata al direttore Indro Montanelli. E concordammo di farne un pezzo che conciliasse il carattere amichevole dell’incontro, con la riservatezza che poteva derivarne, e il dovere d’informare i lettori delle ragioni per le quali il capo dello Stato aveva consentito l’epilogo della stagione della collaborazione parlamentare fra la Dc e il Pci cominciata dopo le elezioni, anch’esse anticipate, del 1976: quelle in cui – aveva detto Moro– c’erano stati “due vincitori”, la Dc e il Pci, obbligati proprio per questo ad accordarsi per garantire la governabilità del Paese, non disponendo né l’uno né l’altro in Parlamento dei numeri necessari per fare da soli, o l’una contro l’altro con alleati insufficienti. Pur nella sua prudenza, senza ricorso alle virgolette, e ribadendo tutto il rispetto politico e gli antichi rapporti fra Pertini e comunisti, con alcuni dei quali egli aveva condiviso il carcere e il confino durante il fascismo, il presidente non gradì l’articolo. Prima egli tentò un po’ maldestramente, in verità, di bloccare il pezzo in tipografia, anticipato alle agenzie, con una telefonata in cui il suo capo ufficio stampa, e mio amico Antonio Ghirelli, minacciò addirittura le sue dimissioni, sentendosi responsabile dell’invito a colazione. Poi fece diffondere una nota di smentita a un’intervista che non era stata pubblicata come tale. Dati i nostri consolidati rapporti di amicizia, cominciati nei corridoi della Camera quando egli era un vice del presidente Giovanni Leone, gli scrissi una lettera rispettosamente amareggiata, ricordandogli ch’egli stesso mi aveva sempre detto, rammaricandosi delle ricorrenti smentite dei politici, che quando si parla con un giornalista, quale peraltro anche lui era avendo diretto giornali, per quanto di partito, non bisogna mai dimenticarne la professione, e i conseguenti obblighi verso i lettori. Anziché chiarire il caso, lo aggravai con quella lettera. Che il giorno dopo Pertini mi rimandò indietro, tramite un Carabiniere motociclista del Quirinale con tanto di stivaloni e casco, scrivendo di suo pugno sulla busta: «Respinto al mittente con invito a non importunare più il destinatario». Nascosi il fatto a Montanelli per evitare che ne facesse il motivo di uno dei suoi pungenti corsivi di prima pagina, con i quali egli aveva già punzecchiato Pertini, che pure gli era simpatico, ma di cui non apprezzava le troppo frequenti dichiarazioni. Passarono quasi due anni e una mattina una telefonata dal centralino del Quirinale mi buttò giù dal letto. Mi passarono Pertini. Che, dimentico di tutto, voleva sfogarsi con me della «nostra colpa», al plurale, per la tragica fine di Alfedrino Rampi, il bambino caduto in un pozzo nelle campagne romane di Vermicino e morto praticamente in diretta televisiva, col presidente della Repubblica sul posto, avendo voluto seguire personalmente i disperati tentativi di soccorso. Mi assunsi, per ritrovata amicizia, tutte le corresponsabilità attribuite da Pertini all’informazione, che avrebbe finito per complicare gli interventi dei vigili del fuoco e di volontari offertisi a raggiungere il bambino rimasto prigioniero nella caduta. Due anni dopo, nel 1983, sempre lui, Pertini, mi ributtò giù dal letto per un’intemerata contro Montanelli, che mi aveva lasciato andar via dal Giornale per un editoriale non pubblicato in difesa di Craxi, di cui il presidente mi chiese perentoriamente una copia, stimando Bettino pure lui, tanto da dargli dopo qualche mese di nuovo l’incarico, questa volta riuscito, di presidente del Consiglio. Allora egli rimproverava al segretario socialista solo di avere cambiato il simbolo del suo Psi con qualcosa che, secondo lui, assomigliava «più a un pennello da barba che a un garofano». Le sfuriate di Pertini erano tanto incontenibili quanto reversibili. Non escludo pertanto che anche al povero Leone egli avesse poi fatto una telefonata amichevole dopo quella pesantissima lettera di rimprovero. Al povero Antonio Ghirelli capitò nel 1980 di essere licenziato in tronco durante una visita di Stato a Madrid per avere diffuso l’opinione critica di Pertini sulla vicenda esplosa a Roma di Cossiga, accusato in Parlamento, su atti trasmessi dalla magistratura piemontese, di avere rivelato da Palazzo Chigi al suo amico e collega di partito Carlo Donat–Cattin un ordine di arresto spiccato contro il figlio Marco per terrorismo. Il giudizio di Pertini sulla opportunità delle dimissioni di Cossiga, poi salvatosi in Parlamento, fu duramente contestato dall’allora segretario della Dc Flaminio Piccoli, al quale venne praticamente offerto come capro espiatorio il portavoce del Quirinale. Che tre anni dopo però sarebbe diventato con Craxi capo ufficio stampa a Palazzo Chigi. «Non potevo rifiutare a Sandro questo piacere», mi confidò Bettino, che per quell’incarico aveva altri per la testa. E avrebbe poi avuto il suo daffare per coordinare il vulcanico e laicissimo Ghirelli col curiale capo della sua segreteria, che era Gennaro Acquaviva. Amici, per carità, ma a modo loro.

CARLO COTTARELLI. IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GRADITO ALL'EUROPA.

Biografia di Carlo Cottarelli su "Cinquantamila.corriere.it".

• Cremona 1954. Economista. Dal novembre 2013 commissario straordinario per la spending review, nominato dal governo Letta. Detto «Mr. Forbici».

• «Laureato a Siena e poi alla London School of Economics, Cottarelli ha lavorato nel dipartimento ricerca della Banca d’Italia dal 1981 al 1987. Dopo un anno all’Eni, si è trasferito negli Stati Uniti, chiamato dal Fondo monetario internazionale. E lì dal 2008 guida il dipartimento degli affari fiscali. Per il Fmi ha curato specifici programmi di sostegno e assistenza a diversi paesi, tra cui Albania, Croazia, Russia, Turchia, Regno Unito e la stessa Italia. Ha pubblicato scritti sulle politiche fiscali e monetarie e un libro su inflazione, politiche monetarie e tassi di scambio. Collabora con l’edizione americana dell’Huffington Post. Nel gennaio 2012 ha fatto parlare di sé, quando nel corso di una conferenza stampa ha invocato “riforme strutturali” per il risanamento nel nostro Paese, precisando però che “questo va oltre quello che l’Italia può fare da sola”. Parole interpretate come una richiesta di intervento più forte dell’Europa, che ha fatto temere per una sorta di commissariamento da Bruxelles, in stile greco» (Europa Quotidiano 2/10/2013).

• «È stato l’anima, con una serie di discorsi ufficiali progressivamente sempre più decisi fin dall’inizio della crisi finanziaria nel 2008, e perfino di interventi mirati sul blog Imf Direct, di un mutamento sostanziale di “visione”, una linea alla quale ora ha finito con l’adeguarsi la stessa Christine Lagarde (direttore del Fmi, ndr). Il Fondo, da implacabile fustigatore delle “mollezze” delle politiche troppo inclini al debito pubblico, si è trasformato in un attento analista delle conseguenze drammatiche di una ricetta economica basata sulla sola austerity. Cottarelli, ovviamente tenendo ferma la necessità di politiche rigorose, si è impegnato nel demolire le tesi di recessione automatica quando il debito supera il 90% di Kenneth Rogoff e Carmen Reinhart, e addirittura, in un intervento di fine 2012, ha scritto che “in Paesi come Islanda, Gran Bretagna, Irlanda e Spagna, il fatto che il debito pubblico fosse sotto controllo fino al 2007-08, non ha impedito che la crisi esplodesse con risultati spesso devastanti”» (Rep 7/10/2013).

Cottarelli: chi è? L'Italia è commissariata e nessuno ne parla?? Sentite cosa dice Barnard..., scrive il 2 ottobre 2014 L'anticonformista. Carlo Cottarelli: commissario Spending review; il Governo ed il Parlamento ormai sono un teatrino di comici per far stare buoni gli italiani, mentre il Fondo Monetario Internazionale, attraverso uno stato spogliato dei suoi poteri dai trattati di Lisbona e Maastricht, detta le linee guida da seguire per spremere i cittadini ormai messi al muro da tasse senza senso!!! Decadenza Berlusconi???? No: ignoranza degli italiani governati da politici fifoni, senza palle e senza poteri!!!

Chi è Carlo Cottarelli? Biografia dell’economista corteggiato da tutti i partiti, scrive Alessandro Cipolla il  16 Maggio 2018 su "Money.it". Senza dubbio quello di Carlo Cottarelli è tra i nomi più chiacchierati in questo post voto: vediamo allora la sua biografia e perché è così corteggiato. Strano destino quello di Carlo Cottarelli: più lui bacchetta i vari partiti per i costi delle loro promesse, più questi continuano a tirarlo in ballo nell’immancabile toto-nomi in merito al prossimo governo Lega-Movimento 5 Stelle. Scopriamo allora chi è Carlo Cottarelli e per quale motivo la sua figura, in maniera trasversale, è stata più volte evocata in questo post voto sia per quanto riguarda Palazzo Chigi che come possibile ministro.

La biografia di Carlo Cottarelli.

Carlo Cottarelli è nato a Cremona nel 1954. Sposato con due figli, un maschio e una femmina, dopo essersi laureato in Scienze Economiche e Bancarie a Siena ha conseguito anche un master presso la London School of Economics.

La sua carriera lavorativa inizia nel 1981 nel Servizio Studi della Banca d’Italia, ma il grande passo avviene oltreoceano quando nel 1988, dopo un anno passato all’Eni, diventa il direttore degli Affari Fiscali del Fondo Monetario Internazionale.

A Washington Cottarelli lavora per venticinque anni, ricoprendo numerosi incarichi di livello come capo della delegazione del Fondo Monetario Internazionale in paesi come Ungheria, Turchia, Regno Unito e anche Italia.

Proprio nel nostro paese Carlo Cottarelli torna a pieno ritmo nel 2013, quando viene chiamato dall’allora governo presieduto da Enrico Letta a ricoprire il delicato incarico di Commissario straordinario della Revisione della Spesa Pubblica.

La famosa spending review di Cottarelli che gli farà guadagnare il soprannome di Mister Forbici. Un incarico questo che viene svolto fino al 2014, quando il subentrante premier Matteo Renzi lo designa come Direttore Esecutivo nel Board del Fondo Monetario Internazionale.

Pensionato all’età di 60 anni del FMI, una volta scaduto l’incarico nel Board dal 30 ottobre 2017 è il Direttore dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica di Milano, mentre nel secondo semestre dell’anno accademico 2017-18 sarà Visiting Professor presso l’Università Bocconi di Milano.

Il corteggiamento da parte della politica. In piena campagna elettorale, proprio con il suo Osservatorio sui Conti Pubblici l’economista ha duramente bacchettato le varie promesse presentate dai partiti all’interno dei loro programmi di governo. Stando al report di Cottarelli, le proposte elettorali del Centrodestra costerebbero 136 miliardi al fronte di coperture per 82 miliardi, quelle del Centrosinistra prevederebbero minori entrate per 38 miliardi mentre infine il “buco” del Movimento 5 Stelle sarebbe di 64 miliardi. Nonostante questa tirata d’orecchie alle forze politiche, invitate a essere più concrete nei loro programmi elettorali, Carlo Cottarelli è stato tirato in ballo da Silvio Berlusconi in persona come figura che avrebbe dato la propria disponibilità a far parte del prossimo governo. Molto chiara è stata la risposta di Mister forbice in merito a un suo possibile coinvolgimento governativo. Ringrazio i partiti e i movimenti che mi hanno contattato in proposito, tuttavia la partecipazione ad un’attività di governo richiede la condivisione dei programmi concreti sulle cose da fare. Tale condivisione non può avvenire che dopo le elezioni. Vorrei quindi chiarire di non aver dato la mia disponibilità a nessun schieramento a partecipare in qualunque forma a un futuro governo. Cottarelli quindi sarebbe stato cercato da più di un partito per sondare la sua disponibilità a far parte di un eventuale esecutivo. Non escludendo nessuna possibilità, l’ex Commissario però si è riservato di dover valutare il programma di governo prima di garantire la propria disponibilità. Passato il 4 marzo, con ogni probabilità la stessa valutazione verrà fatta anche in merito a una sua possibile partecipazione dell’imminente governo giallo-verde che vede assieme Lega e Movimento 5 Stelle. Con i due partiti alla ricerca di una figura terza a cui affidare la guida del governo, si è fatto il nome proprio di Carlo Cottarelli come possibile premier. Se poi a Palazzo Chigi dovesse arrivare un inquilino diverso, non è detto che il professore non possa trovare spazio ugualmente nel prossimo esecutivo.

Governo, Cottarelli: “Io premier? Mi stupirei, l’emergenza è la legge elettorale. Per evitare aumenti Iva tagliamo i bonus”. L'ex commissario alla spending review: "Non sono uno che si tira indietro", ma "non mi entusiasmano i governi tecnici". E assicura: "Dal punto di vista dei mercati potremmo tranquillamente permetterci di tornare alle urne a ottobre", complice il quantitative easing ancora in campo. Le clausole di salvaguardia? "Basta congelare la spesa pubblica", scrive "Il Fatto Quotidiano" il 7 maggio 2018. “La prima emergenza da affrontare sarebbe dotare il Paese di una legge elettorale che consenta di avere un vincitore dopo il voto, e allo scopo è più indicato un giurista, io sono un economista”. In ogni caso, lo scenario auspicabile è “un governo politico che duri. Non mi entusiasmano i governi tecnici”. Parola di Carlo Cottarelli, ex commissario alla spending review del governo Renzi, oggi direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’università Cattolica, che in un’intervista a Libero garantisce di non essere “uno che si tira indietro” ma di fatto allontana da sé l’amaro calice – potenziale – della presidenza del Consiglio di un esecutivo “del presidente”. Perché “dal punto di vista dei mercati potremmo tranquillamente permetterci di cambiare la legge elettorale e tornare alle urne a ottobre”: nel breve periodo, con “imercati narcotizzati da Draghi che continua a comprare titoli di Stato”, lo spread non rappresenta una minaccia e nemmeno le famigerate clausole di salvaguardia sull’Iva non sono un grosso problema. “Per evitarlo”, spiega l’ex direttore del dipartimento Affari fiscali del Fondo monetario internazionale, “servono 12,5 miliardi, esattamente l’aumento di spesa pubblica previsto per il prossimo anno dal documento di programmazione finanziaria”. Ergo “basta mantenere la spesa costante e si scongiura il problema”. Insomma, non solo non servirebbero nuove tasse ma nemmeno tagli: sarebbe sufficiente congelare la spesa. E facendolo “per tre-quattro anni, al netto dell’inflazione, in una situazione di crescita moderata come oggi” il pareggio di bilancio chiesto dalla Ue potrebbe essere raggiunto senza lacrime e sangue. Così facendo l’Italia sarebbe salva e non dovrebbe temere lo stop del quantitative easing della Bce. A meno che, si intende, “non capiti una recessione improvvisa” causata da choc esterni. In quel caso, qualsiasi inquilino di Palazzo Chigi potrebbe far poco. Da dove partire, comunque, per evitare che le uscite continuino ad aumentare e recuperare risorse per sterilizzare le clausole? “Iniziamo a togliere dei bonus elettorali, come quello ai diciottenni o alle neomamme, non è così che si aiutano giovani e famiglie. Abbiamo ancora un costo dei trasporti sussidiato: io guadagno bene e pago l’abbonamento del tram 300 euro all’anno, ma in sede di dichiarazione dei redditi ne potrei avere indietro 60: le pare giusto?”. La scure dovrebbe poi abbattersi sui “trasferimenti senza senso alle imprese” e “il groviglio di detrazioni e deduzioni”. Tagli sì, dunque, ma partendo da capitoli che rappresentano sprechi e non vanno a vantaggio di chi è davvero in difficoltà. Un piano che evidentemente non ha entusiasmato nessuna forza politica: “Da dopo il voto non ho sentito nessuno, prima invece qualcuno si era fatto vivo”.

Licenziare Cottarelli. Scrive Enrico Cisnetto il 28 Marzo 2014 su “Il Foglio”. Caro Renzi, visto che per tagliare i costi vuoi cominciare col risparmiare sugli stipendi di manager e commis di stato, fai una bella cosa: “rottama” il commissario alla spending review. Così risparmi ben 258 mila euro annui. No, non ce l’ho con Carlo Cottarelli, anzi. Ce l’ho con chi – e non è Renzi – ha avuto la cervellotica pensata di nominare un commissario che con un lanternino si mettesse a cercare eccessi di spesa e sprechi. Ma non per i 258 mila euro, che queste sono le miserie populiste cui si attaccano coloro che non hanno idee in zucca. Il vero problema sta nell’aver concepito l’idea che il governo potesse delegare il compito di ridurre e riqualificare la spesa pubblica – perché di entrambe le cose c’è bisogno, in Italia – a un soggetto privo di rappresentanza e responsabilità politica. E non solo perché ciò denuncia la tendenza della politica a sfuggire ai propri obblighi, cosa che contribuisce in modo devastante al processo di delegittimazione delle istituzioni già in atto, ma anche e soprattutto perché non è così che si ottengono i risultati che si dice di voler perseguire. Per dirla renzianamente, delegare a un commissario è tutto meno che “rivoluzionario”. La verità è che l’obiettivo primario sono le riforme di sistema, mentre la riduzione della spesa è un obiettivo secondario. Nel senso che è conseguenza delle riforme stesse. E queste non possono che essere concepite e realizzate da governo e Parlamento. Inoltre, le riforme sono la migliore garanzia che non si procede a tagli lineari, che sono quanto di più sbagliato e diseducativo si possa immaginare. O, viceversa, che interventi di natura legislativa – come, per esempio, i tagli alle pensioni indicati nello studio presentato da Cottarelli al governo – non siano concepiti al di fuori delle sedi istituzionali proprie. Facciamo un esempio. Il grosso della spesa è in capo agli enti locali e in particolare alla sanità regionalizzata. Ora il commissario può anche scoprire che la siringa e i cerotti in Calabria costano molto di più che in Lombardia, ma la questione va affrontata alla radice a monte. Ha senso che esistano venti sanità diverse? Ha funzionato il passaggio delle competenze alle regioni, visto che ben sei sono commissariate e almeno altrettante dovrebbero esserlo? E più in generale, c’è da domandarsi se abbia senso un decentramento amministrativo che per un paese di 60 milioni di abitanti e con un territorio sì difficile, ma grande quasi la metà della Francia e un sesto di meno della Germania, si permette il lusso di 20 regioni, 110 province, 8.100 comuni (di cui il 70 per cento sotto i 5 mila abitanti, raccogliendo solo il 17 per cento della popolazione), un’articolazione dei centri urbani fatta di comitati di zona, consigli di quartiere e di delegazione, municipi, cui si aggiungono migliaia di enti vari di secondo e terzo grado, dalle comunità montane ai consorzi di bacino. Il tutto per una spesa, sanità compresa, che è un terzo esatto di quella totale e maggiore di quella dello stato centrale, e che per di più cresce ad un ritmo decisamente superiore (dal 1990 al 2010 l’incremento dei costi del decentramento è stato mediamente del 130 per cento, con punte del 167 per cento degli enti sanitari locali e del 175 per cento delle province). Ora, il tema non è intervenire con tagli lineari su questi centri di costo, bensì riprogettare l’intero impianto del decentramento – cosa che è ben di più e ben altro rispetto al pur apprezzabile sforzo sulle province promosso dal ministro Delrio – per dare efficienza alla macchina amministrativa e ripensare il fallimentare sistema sanitario. Sapendo che questi interventi producono “anche” rilevanti risparmi di spesa. Ed è del tutto evidente che un lavoro del genere non può certo essere affidato ad alcun commissario, chiunque esso sia. Neppure fosse il miglior tagliatore di costi del mondo e per di più lavorasse gratis. Diversa è la questione della misurazione dell’efficienza ed efficacia della spesa. Di tutta la spesa pubblica, anche quella che non si intende tagliare. Sono spesi materialmente bene i soldi che sulla carta paiono essere spesi bene, cioè per un buon e giustificato motivo? Qui dovrebbe essere responsabilità di ciascun ministero cui è intestata la titolarità della spesa fare una valutazione. E se proprio si vuole che siano soggetti “terzi” a misurare la customer satisfaction, ce ne sono già due che possono, e per certi versi debbono, fare questo lavoro: la Ragioneria generale e la Corte dei Conti. Ecco le vere “rivoluzioni”, caro Renzi, che ti aspettano. Tutto il resto è fuffa. Che non è buona nemmeno a procurar voti, perché gli italiani mica sono scemi. E se proprio si fanno convincere da un imbonitore populista, preferiscono un professionista come Grillo.

Cottarelli, l’ultimo diktat del FMI all’Italia, scrive Valerio Spositi l'8 ottobre 2013 su "Qualcosadisinistra.it". Carlo Cottarelli. E’ lui l’uomo voluto da Letta e Saccomanni per gestire la “spending review“, cioè i drastici tagli alla spesa pubblica che produrranno ulteriore recessione, portando l’Italia ancora più a fondo di quanto già non sia.

Chi è Carlo Cottarelli? Laureato in Economia all’Università di Siena e poi alla London School of Economics, lavora al Fondo Monetario Internazionale dal 1988, anni durante i quali ha operato in diversi dipartimenti.

Dal 2008 è direttore del Dipartimento Affari Fiscali al FMI.

E di cosa si è occupato, al FMI, Cottarelli? Possiamo scoprirlo direttamente dalla sua pagina biografica sul sito del FMI: Cottarelli ha lavorato su diversi mercati emergenti ed avanzati e sui paesi a basso reddito, occupandosi della loro sorveglianza, dei programmi supportati dal FMI per tali paesi, nonchè di assistenza tecnica. Tra questi paesi troviamo l’Albania, la Croazia, l’Ungheria, il Libano, la Russia, la Serbia, il Tajikistan, la Turchia, l’Italia e il Regno Unito. Senza andare a scomodare i dati del disastro che le politiche economiche del FMI hanno portato ai paesi dell’Est Europa e alle ex Repubbliche Socialiste Sovietiche (il cui passaggio al “libero mondo” capitalistico è stato traumatico), in cui rientrano alcuni paesi su cui Cottarelli operava, nel 1988 al FMI arrivarono le dimissioni di un funzionario; il suo nome è Davison Budhoo e queste che seguono sono le parole scritte di suo pugno: Oggi ho rassegnato le mie dimissioni dallo staff del FMI dopo dodici anni, e dopo mille giorni di lavoro ufficiale sul campo per il FMI, durante i quali ho venduto la vostra medicina e i vostri trucchetti a governi e popoli dell’America Latina, dei Caraibi, e dell’Africa. Per me le dimissioni costituiscono una liberazione inestimabile, perché con esse compio il mio passo verso un luogo in cui spero di lavarmi le mani da quello che considero il sangue di milioni di persone povere e affamate. […] Il sangue è così tanto, sapete, che scorre a fiumi. Si secca anche: mi si rapprende addosso; a volte mi sembra che al mondo non ci sia abbastanza sapone per ripulirmi dalle cose che ho fatto a vostro nome.

Le fonti di questa testimonianza sono le seguenti: Budhoo D. – Enough is enough: Dear Mr. Camdessus… Open letter of resignation to the managing director of the IMF. New York, 1988. Klein N. – Shock Economy. The rise of disaster capitalism (2007).

Ed oggi un uomo di quell’organismo che ha permesso lo spargimento del “sangue di milioni di persone povere e affamate” siede a Roma, ad occuparsi dei tagli alla spesa pubblica. Magari promuovendo qualche processo di liberalizzazione e privatizzazione, così come gli accordi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio ci impongono. Ma d’altronde non è una novità. Il Parlamento di Roma è stato esautorato da ogni sovranità politica, economica e sociale. Roma non decide più nulla a seguito della firma e della ratifica di trattati europei i cui nomi per la maggior parte, a molti di voi, sono totalmente sconosciuti: Trattato di Maastricht, Trattato di Lisbona, European Semester, Preventing and Correction Macroeconomic Imbalances, Europact, Six Packs, Fiscal Compact, ecc…Con la ratifica dei suddetti accordi e trattati sovra-nazionali, i politici di Roma sono meri pupazzi che fanno finta di poter contare ancora qualcosa, quando ormai la Troika (BCE, FMI, Commissione Europea) ha già deciso tutto da tempo, compresa quindi la nomina di Cottarelli. A chi vuole capire l’impotenza del Parlamento di Roma, consiglio la visione di questo intervento del giornalista Paolo Barnard a “La Gabbia” di mercoledì 2 Ottobre. Così come ormai 2 anni fa dissi che il governo Monti ci avrebbe devastato la vita (pensate per un momento agli esodati e ai pensionati la cui esistenza è stata travolta dalla riforma di Elsa Fornero, attuata non per il “bene del paese” ma per compiacere i mercati internazionali) ora prepariamoci ad altri tagli lacrime e sangue che non porteranno a nessun beneficio a noi 99%.

Ma perché votare No, se poi comanda la mafia euro-Ue? Scritto il 28/11/16 da "Libreidee.org". «L’orrenda verità è che qui in Italia ci possono lasciare un Senato, due, otto, o toglierlo e farne uno di bambù, o possono farne uno coi Sette Nani, Totti e la Blasi, ma qui in Italia non cambia nulla». Per Paolo Barnard, l’unico No che avrebbe senso, il 4 dicembre, «sarebbe quello di un’Italia dove la cittadinanza poi si fa sentire, sia dalla Camera che dal Senato, per riprendersi i suoi diritti», che ci sono stati “scippati”, nell’ultimo quarto di secolo, da governi e Parlamenti sostanzialmente d’accordo sul grande piano: rottamare l’Italia, asservendola al super-potere del business imposto da Bruxelles con la revoca della sovranità nazionale. Se si capisce questo, perché mai votare? «Per mantenere un sistema bicamerale che dal 1992 a oggi ha solo firmato la distruzione d’Italia? E’ questo il sistema bicamerale che volete mantenere?», si domanda Barnard. Senza un vero No al regime Ue e all’Eurozona, ogni altro voto è perfettamente inutile, sostiene il giornalista, autore del saggio “Il più grande crimine”, nel quale mostra come l’Italia sia stata “terminata”, per volere dell’élite finanziaria, col pieno consenso dei politici al potere, di destra e di sinistra. La lista degli eventi catastrofici è sterminata: «Governi tecnici fino all’ultimo D’Alema, poi Monti e Letta», quindi «le 14, diventate poi più di 36, nuove flessibilità sul lavoro dal ‘Baffetto’ in poi», senza contare «gli interventi militari», cioè «crimini contro l’umanità» in Kosovo, Afghanistan, Iraq, poi «l’appoggio italiano al disastro libico». Ma anche «i salvataggi bancari da Tremonti in poi, per ben oltre 110 miliardi di euro». E soprattutto: «I Trattati di Maastricht, Lisbona, Europact, Six Pack, Fiscal Compact, Pareggio di Bilancio in Costituzione». E ancora: l’Efsf, il Mes, l’European Semester e tutto l’impianto dell’Eurozona, «che certificarono la più indicibile perdita di sovranità monetaria, parlamentare e costituzionale della storia d’Italia, e lo sprofondamento del paese nei Piigs», da cui «lo scannatoio-pensioni della riforma Fornero/Modigliani, l’attacco all’articolo 18 e la finanziarizzazione del diritto di pensionamento, il Jobs Act e il resto dell’abominio della nano-economia di Renzi», con in mezzo «le spending review di Cottarelli e Grilli, il massacro civile dei Patti di Stabilità dei Comuni». Barnard denuncia anche «la violazione di 17 articoli della Costituzione italiana per mano dei governi Monti e Letta col benestare di Napolitano», nonché «la continuata umiliazione di Roma che bela pietà a Bruxelles prima di poter passare una legge di bilancio, o per poter spendere 10 euro per i cataclismi naturali o per l’arrivo dei migranti, mentre Francia e Germania se ne sbattono il cazzo di Bruxelles dal primo giorno dell’entrata in Eurozona». Da segnalare anche «la mancata regolamentazione delle più fallite banche di tutta Europa con 360 miliardi di euro di buchi contabili», e poi «gli aumenti di Iva proiettati al 24% e una pressione fiscale oscillante dal 44 al 72% reali, la seconda più alta al mondo». E chi ha votato questo abominio? Chi non vi si è opposto? «Risposta: una Camera dei Deputati, e un Senato, italiani. E adesso mi si viene a dire che l’apocalisse della democrazia italiana è l’eliminazione di quel Senato? Ah, perché prima invece ci tutelava?». Per Barnard, mantenere un Senato in Italia, «dopo la sua vomitevole performance degli ultimi 24 anni», ha un senso «solo e la cittadinanza capisce che non è una questione di avere Camere, Senati, sgabuzzini e tinelli», ma sovranità vera. La questione, insiste Barnard, è «avere una cittadinanza che capisca cosa pretendere da Camere e Senati, e che pretenda subito: via dall’Eurozona dell’economicidio, via dall’Europa dei tecnocrati, dal mostro di Bruxelles». Bisogna «riprendersi tutte le sovranità: legislative, monetarie, costituzionali». Occorre «capire le operazioni monetarie per ottenere la piena occupazione, il dominio pubblico sul sistema finanziario e la supremazia dell’interesse pubblico sui profitti del settore privato», e cioè «espandere il deficit di Stato a moneta sovrana, fino alla rinascita del paese». Ma Barnard è ultra-pessimista: «Nulla mai cambierà, per noi, anche con una o due Camere, due o cinque Senati, perché quell’opinione pubblica che capisca cosa pretendere da un Parlamento non ce l’abbiamo». In Gran Bretagna c’è un bicameralismo ‘snello’ che ha una specie di Senato, i Lords, che costano la metà del nostro Senato e non possono bocciare le leggi della Camera. «Ma di chi è il merito della più grande rivoluzione europea dal 1848, quella esplosa il 23 giugno con Brexit?  Non certo del loro bicameralismo ‘snello’. E’ dei britannici, che si sono fatti sentire dalla politica sul tema vitale per il loro paese, ovvero la fuga dall’Unione Europea dell’economicidio». Da noi invece c’è solo Grillo, conclude Barnard: un «buffone stellato», che agli speculatori non fa nessuna paura. «L’orrenda verità è che qui in Italia ci possono lasciare un Senato, due, otto, o toglierlo e farne uno di bambù, o possono farne uno coi Sette Nani, Totti e la Blasi, ma qui in Italia non cambia nulla». Per Paolo Barnard, l’unico No che avrebbe senso, il 4 dicembre, «sarebbe quello di un’Italia dove la cittadinanza poi si fa sentire, sia dalla Camera che dal Senato, per riprendersi i suoi diritti», che ci sono stati “scippati”, nell’ultimo quarto di secolo, da governi e Parlamenti sostanzialmente d’accordo sul grande piano: rottamare l’Italia, asservendola al super-potere del business imposto da Bruxelles con la revoca della sovranità nazionale. Se si capisce questo, perché mai votare? «Per mantenere un sistema bicamerale che dal 1992 a oggi ha solo firmato la distruzione d’Italia? E’ questo il sistema bicamerale che volete mantenere?», si domanda Barnard. Senza un vero No al regime Ue e all’Eurozona, ogni altro voto è perfettamente inutile, sostiene il giornalista, autore del saggio “Il più grande crimine”, nel quale mostra come l’Italia sia stata “terminata”, per volere dell’élite finanziaria, col pieno consenso dei politici al potere, di destra e di sinistra. La lista degli eventi catastrofici è sterminata: «Governi tecnici fino all’ultimo D’Alema, poi Monti e Letta», quindi «le 14, diventate poi più di 36, nuove flessibilità sul lavoro dal ‘Baffetto’ in poi», senza contare «gli interventi militari», cioè «crimini contro l’umanità» in Kosovo, Afghanistan, Iraq, poi «l’appoggio italiano al disastro libico». Ma anche «i salvataggi bancari da Tremonti in poi, per ben oltre 110 miliardi di euro». E soprattutto: «I Trattati di Maastricht, Lisbona, Europact, Six Pack, Fiscal Compact, Pareggio di Bilancio in Costituzione». E ancora: l’Efsf, il Mes, l’European Semester e tutto l’impianto dell’Eurozona, «che certificarono la più indicibile perdita di sovranità monetaria, parlamentare e costituzionale della storia d’Italia, e lo sprofondamento del paese nei Piigs», da cui «lo scannatoio-pensioni della riforma Fornero/Modigliani, l’attacco all’articolo 18 e la finanziarizzazione del diritto di pensionamento, il Jobs Act e il resto dell’abominio della nano-economia di Renzi», con in mezzo «le spending review di Cottarelli e Grilli, il massacro civile dei Patti di Stabilità dei Comuni». Barnard denuncia anche «la violazione di 17 articoli della Costituzione italiana per mano dei governi Monti e Letta col benestare di Napolitano», nonché «la continuata umiliazione di Roma che bela pietà a Bruxelles prima di poter passare una legge di bilancio, o per poter spendere 10 euro per i cataclismi naturali o per l’arrivo dei migranti, mentre Francia e Germania se ne sbattono il cazzo di Bruxelles dal primo giorno dell’entrata in Eurozona». Da segnalare anche «la mancata regolamentazione delle più fallite banche di tutta Europacon 360 miliardi di euro di buchi contabili», e poi «gli aumenti di Iva proiettati al 24% e una pressione fiscale oscillante dal 44 al 72% reali, la seconda più alta al mondo». E chi ha votato questo abominio? Chi non vi si è opposto? «Risposta: una Camera dei Deputati, e un Senato, italiani. E adesso mi si viene a dire che l’apocalisse della democrazia italiana è l’eliminazione di quel Senato? Ah, perché prima invece ci tutelava?». Per Barnard, mantenere un Senato in Italia, «dopo la sua vomitevole performance degli ultimi 24 anni», ha un senso «solo e la cittadinanza capisce che non è una questione di avere Camere, Senati, sgabuzzini e tinelli», ma sovranità vera. La questione, insiste Barnard, è «avere una cittadinanza che capisca cosa pretendere da Camere e Senati, e che pretenda subito: via dall’Eurozona dell’economicidio, via dall’Europa dei tecnocrati, dal mostro di Bruxelles». Bisogna «riprendersi tutte le sovranità: legislative, monetarie, costituzionali». Occorre «capire le operazioni monetarie per ottenere la piena occupazione, il dominio pubblico sul sistema finanziario e la supremazia dell’interesse pubblico sui profitti del settore privato», e cioè «espandere il deficit di Stato a moneta sovrana, fino alla rinascita del paese». Ma Barnard è ultra-pessimista: «Nulla mai cambierà, per noi, anche con una o due Camere, due o cinque Senati, perché quell’opinione pubblica che capisca cosa pretendere da un Parlamento non ce l’abbiamo». In Gran Bretagna c’è un bicameralismo ‘snello’ che ha una specie di Senato, i Lords, che costano la metà del nostro Senato e non possono bocciare le leggi della Camera. «Ma di chi è il merito della più grande rivoluzione europea dal 1848, quella esplosa il 23 giugno con Brexit?  Non certo del loro bicameralismo ‘snello’. E’ dei britannici, che si sono fatti sentire dalla politica sul tema vitale per il loro paese, ovvero la fuga dall’Unione Europea dell’economicidio». Da noi invece c’è solo Grillo, conclude Barnard: un «buffone stellato», che agli speculatori non fa nessuna paura.

GIUSEPPE CONTE. PRESIDENTE DEL CONSIGLIO TROMBATO.

Ecco il governo Lega - Movimento 5 Stelle. Diciotto ministri, con Giovanni Tria all’Economia, Salvini all’Interno e Di Maio al Lavoro e allo Sviluppo economico. Conte sarà il premier, scrive il 31 maggio 2018 "Panorama". Alla fine ce l’hanno fatta. Dopo oltre 80 giorni di moine, cambi di direzione, prove e smentite, esagerazioni, esposizione di muscoli, passi falsi, Lega e Movimento 5 Stelle, i due “quasi vincitori” del 4 marzo hanno formato il governo, guidato da Giuseppe Conte. Sergio Mattarella è soddisfatto per aver portato al traguardo un governo politico e salvaguardato le prerogative della Presidenza della Repubblica. Adesso si parte con la retorica del “cambiamento”. La realtà ci dirà che cosa sarà davvero questo governo. "Lavoreremo intensamente per realizzare gli obbiettivi politici anticipati nel contratto, lavoreremo con determinazione per migliorare la qualità di vita di tutti gli italiani". Così il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha concluso il suo intervento al Quirinale dopo aver letto la lista dei ministri del suo governo. Sono 18 ministri, di cui 5 donne. Ecco la squadra del professor Giuseppe Conte, agli ordini di Luigi Di Maio e Matteo Salvini.

- Presidente del Consiglio: Giuseppe Conte

- Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: Giancarlo Giorgetti 

- Ministro dell'Economia: Giovanni Tria 

- Ministro degli Esteri: Enzo Moavero Milanesi 

- Ministro degli Interni: Matteo Salvini (vicepremier) 

- Ministro dello Sviluppo Economico e Lavoro: Luigi Di Maio (vicepremier) 

- Ministro ai Rapporti con il Parlamento: Riccardo Fraccaro - Ministro degli Affari Europei: Paolo Savona 

- Ministro della Difesa: Elisabetta Trenta 

- Ministro della Giustizia: Alfonso Bonafede 

- Ministro della Pubblica Amministrazione: Giulia Bongiorno 

- Ministro della Salute: Giulia Grillo 

- Ministro degli Affari Regionali: Erika Stefani 

- Ministro del Sud: Barbara Lezzi 

- Ministro dell'Ambiente: Sergio Costa 

- Ministro ai Disabili e alla Famiglia: Lorenzo Fontana 

- Ministro dell'Agricoltura e del Turismo: Gian Marco Centinaio - Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture: Danilo Toninelli 

- Ministro dell'Istruzione: Marco Bussetti 

- Ministro dei Beni Culturali: Alberto Bonisoli.

Governo Lega – 5 Stelle: le 48 ore più folli della storia repubblicana. Gay, Ong, immigrati. E poi richieste d'impeachment e selfie repubblicani, tweet e retroscena. Un viaggio spericolato nell'esordio della Terza Repubblica, scrive Wil Nonleggerlo il 4 giugno 2018 su "L'Espresso". È la Terza Repubblica, bellezza! Ora che le menti sono un po' più distese, è giunto il momento di ripercorrere quelle che potrebbero rivelarsi le 48 ore più folli della storia repubblicana: dalle richieste d'impeachment presidenziale ai cocktail quirinalizi, dalla furia giallo-verde a reti unificate ai selfie repubblicani del 2 giugno, tutti insieme appassionatamente, come se nulla fosse successo. Lo faremo attraverso i retroscena giornalistici più succosi, i tweet dei politici, le stoccate dell'opposizione. Ma soprattutto attraverso le dichiarazioni dei veri protagonisti, i nuovi inquilini di Palazzo Chigi. Gay, Ong, immigrati. Per conoscerli meglio, qualora ce ne fosse bisogno, e perché le parole – soprattutto se pronunciate da un ministro della Repubblica alle sue prime ore di mandato governativo – sono importanti, indicative. Allacciate le cinture.

IL GIURAMENTO.

Renato Brunetta, Fi, pacatamente "Un governo di merda. Tranne Moavero e Tria". (Corriere della Sera)

Paola Taverna, vice presidente del Senato: Avviso importante per gli spettatori: I #popcorn sono finiti, verranno sostituiti da maxi-confezioni di #Maalox 09:36 - 1 giu 2018

Le battute dalle retrovie “Manca l’aria condizionata in questa sala, forse in ossequio alla Lezzi (riccioluta e grillina ministra per il Sud) che disse che il caldo fa impennare il Pil”. (Il Messaggero) "Di Maio è al suo primo colloquio di lavoro". (La Stampa)

Il look di Salvini. L'HuffPost. Salvini giura fedeltà alla Repubblica col braccialetto del Milan al polso 16:55 - 1 giu 2018. Salvini giura e da sotto al polsino spunta fuori il braccialetto del Milan. Il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini ha giurato davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Al momento della firma da sotto al polsino della camicia del leader della Lega è...huffingtonpost.it

Lori Fimiani@loralda81. Quando la tua lei ti stira le camicie ma non sa consigliarti sui calzini#Giuramento #Salvini #GovernoLegaM5s 21:24 - 1 giu 2018

Slurp "Due divi, Salvini e Luigi Di Maio. Il rigido Di Maio impiega poco per passare dal divertimento all’emozione. Accade quando giurano i suoi fedelissimi. L’ultima è Giulia Grillo e il superministro dello Sviluppo e del Lavoro si porta la mano all’occhio, per asciugare una lacrima. (...) I ministri iniziano a uscire e la massa si anima. Il primo boato è per Salvini. “Ma-tteo, Ma-tteo”. Indi, esce Di Maio e s’alza un ruggito che mescola applausi e incitamenti. (...) Un'epoca tramonta come il sole che sembra quasi posarsi sui giardini del Quirinale. La festa è doppia. (...)". (Fatto Quotidiano)

Lino Banfi "Salvini si volta e si trova di fronte Lino Banfi. L’attore: “Sei il mio eroe”. Il divo Matteo: “Anche tu sei il mio eroe”. I due fanno una gag sulla bizona e sull’immortale 5-5-5 di Oronzo Canà. Ancora l’attore: “Di Maio sa tutte le battute dei miei film"". (Fatto Quotidiano)

Lino Banfi / 2 "Banfi si allontana e intercetta il novantenne De Mita: “Sei sempre un reghezzo, porche puttene!”. (La Stampa)

Ciriaco De Mita "Altra sosta, dietro ci sono Ciriaco De Mita e la figlia Antonia. Quest’ultima si presenta: “Lei Salvini è il nuovo che avanza, piacere Antonia De Mita”. (Fatto Quotidiano)

La ministra Bongiorno "Spunta Giulia Bongiorno, che sente il peso del governo: "Mi pare di avere il mondo sulle spalle, come Atlante. Ma ho cento vite e ricomincio. Ogni processo che ho fatto è stato come smontare il motore di un aereo, analizzare il fegato di una persona". (Corriere della Sera)

Fausto Bertinotti "Sbuca Bertinotti, indignato ma non con i nuovi: "La colpa non è della destra che va al governo, ma della sinistra che è scomparsa. Poi c’è stata anche una mutazione genetica spaventosa: sono stato in Veneto, sono tutti naturaliter di destra". (Corriere della Sera)

Monica Cirinnà, Pd "Una lista di ministri del #governoLegaM5S davvero di cambiamento: metà fascisti e metà incapaci". (Twitter)

Alessia Morani, Pd "Qualcuno mi dice qual è la differenza tra il governo tecnico che doveva formare Cottarelli e il governo Conte-Tria? Sempre tecnici sono, o sbaglio?". (Twitter)

L'oramai ex premier Gentiloni "E ora che farà? "Mi attesto sulla linea di Anzio". Nel senso dello sbarco o della casa al mare? "La seconda". Gamberoni, dunque? "Crudi di pesce". Lo segue Salvini, che preferisce deschi più adatti al popolo: "Con Luigi ci vedremo ogni settimana. In pizzeria"". (Corriere della Sera)

Laura Boldrini, LeU "Questi fino a poche ore fa chiedevano la messa in stato d’accusa del Presidente, e ora stanno qua con il bicchiere in mano". (La Stampa)

Andrea Orlando, Pd "Questo Bonafede mi ha massacrato per quattro anni, ma io non lo ricambierò con la stessa moneta. Anzi, nemmeno mi faccio mettere in commissione Giustizia: non voglio stare lì a fare la suocera". (La Stampa)

Elsa Fornero "Non perdonerò mai Salvini. Anche se diventerà presidente del Consiglio, non avrà mai il mio rispetto. Rispetterò solo l’istituzione. Se è un fascista? Il termine più adatto è squadrista". (Corriere della Sera) Il ministro leghista Fontana "Tranquilli eh, non mordiamo!". (Il Messaggero)

La sudorazione di Salvini "In ogni piazza mi rimpinzano, poi quando mi metto la giacca sudo come un orso". (Corriere della Sera)

La first lady o giù di lì "Tutti si chiedevano: ma dov’è la Isoardi? L’avete vista? E com’è vestita?"... "Eccola, laggiù, era lei: Elisa Isoardi!". (La Stampa)

Corriere della Sera. «Io e te come nelle favole» La romantica dedica social di Elisa Isoardi 15:59 - 31 mag 2018

Giulia Grillo, ministra della Salute "Catanese, 43 anni, specialista in Medicina legale, stesso cognome del fondatore del Movimento M5S e nessuna parentela, Giulia Grillo è figlia d’arte, come professionista e sportiva. Il papà Archimede, detto Dino, è anestesista e pioniere del surf. Fu lui a portare la prima tavola in Sicilia e ad insegnare alla figlia segreti e magie del vento". (Corriere della Sera)

La benedizione "Lo stratega di Trump, Steve Bannon, rivela al New York Times: "Lega-M5S? Li ho sposati io”". (Il Giornale)

Il primo, e unico commento del ministro Savona "Sono specialista in silenzi".  

IL PREMIER CONTE. 

Premier giallorosso "Prima Andreotti... poi D’Alema. Ma da allora sono passati 18 anni senza che a Palazzo Chigi si insediasse un premier romanista. Secondo il quotidiano Il Romanista, il prof. Conte è un ardente tifoso giallorosso. Almeno nel calcio l’Europa che conta l’ha già conquistata". (Libero)

La sindaca Raggi su Conte "Le dico una cosa, il nuovo premier, il professor Conte, ha detto una cosa bellissima: io sarò l’avvocato del popolo italiano. È bellissimo!... Le svelo un aneddoto: lui era assistente del mio professore di diritto privato, e io il mio primo esame lo feci proprio con lui! Un po’ severo, ma assolutamente giusto". (Piazzapulita, La7)

Il migliore amico del premier Conte, Antonio Placentino "Ho conosciuto Giuseppe Conte prima che iniziasse gli studi, eravamo ragazzi, e siamo diventati amici. Studiava moltissimo ed era di una riservatezza assoluta. È sempre stato elegantissimo, anche a scuola era impeccabile nell'abbigliamento. Andava spesso al santuario di Padre Pio, è molto religioso”. (Un Giorno da Pecora, su Rai Radio 1)

Vittorina, maestra, amica e collega della mamma "L'ho tenuto in braccio da bambino e se penso a dove è arrivato mi emoziono... Amava lo studio, era un bambino prodigio, intelligente, serio, riservato, sempre garbato, mai esuberante, controllato. Era il fiore all'occhiello di una famiglia veramente perbene: prendeva tutti 10". (Ansa)

Dal profilo WhatsApp del nuovo premier “Scrivetemi come se ogni messaggio costasse 10 euro: vi aiuterà a concentrare il pensiero”.

La studentessa "Ha risposto alla mia chiamata alle 20.27, mancava solo mezz'ora all'incontro con il presidente Mattarella. Si giocava il suo e il nostro futuro. Mi è sembrato una persona superdisponibile". (Repubblica.tv)

La studentessa / 2 "Caro professor Giuseppe Conte, lei potrà anche diventare il presidente del Consiglio grazie al suo curriculum falso e ridicolo ma io non dimenticherò mai il suo fare spocchioso e menefreghista quando si presentava in aula con almeno 40 minuti di ritardo oppure non si presentava per niente senza nemmeno avvertire e lasciava i suoi studenti per due ore ad aspettare, non dimenticherò mai le liste di attesa per il suo ricevimento al quale non si presentava, la sua negligenza nel fissare gli appelli di esame ai quali si presentava ovviamente in ritardo, il suo fare... il suo menefreghismo e la sua scarsa considerazione verso tutti. È proprio vero che la meritocrazia non esiste".

Massimiliano De Benetti, avvocato con studio legale a Padova e a Roma "Il professor Conte ha detto una bufala a proposito della ricerca scientifica che avrebbe svolto a Cambridge 17 anni fa. Io lo so perché c’ero. Al Girton di Cambridge non si fa ricerca, e l’unico corso in quel periodo era tenuto lì da un provider esterno, il Cambridge Law Studio, in Legal English. Che io ho frequentato. Conte no. C’era però la sua fidanzata dell’epoca, una ragazza bionda molto in gamba. Era venuto a trovarla per un weekend lungo". (La Repubblica)

L'autodifesa di Conte "Mi sembra di essere in un film surreale, non sanno a cosa attaccarsi. Una bufera basata sul nulla, andiamo avanti. Mi è sfuggita solo qualche parola di troppo sul curriculum". (Il Messaggero)

SFIDA ALL'ULTIMO MINISTERO.

Alle Infrastrutture l'ha sfangata Danilo Toninelli. Su Instagram, pubblicando una foto del suo sguardo, scrisse "Anche oggi abbiamo dato il massimo. Il tavolo attorno al quale stiamo scrivendo un contratto che possa dare vita ad un governo del cambiamento procede bene. Questa fotografia forse può dimostrare anche la MASSIMA CONCENTRAZIONE con cui stiamo affrontando questa importante missione...".

Ma la favorita era la collega di MoVimento Laura Castelli. Leggendo il suo curriculum, se ne deduce il perché "(...) A 14 anni comincio ad innamorarmi della palestra e lì conosco la danza HipHop che poi seguirò per oltre 10 anni. E poco dopo, durante una estate di colonia aziendale, scopro l’amore per la barca a vela e il vento; amore che mi accompagna ancora moltissimo. Alle scuole superiori scelgo di frequentare la scuola di Ragioneria più complessa è severa di tutta la provincia di Torino. (…)"

LE PRIME USCITE DELL'ESECUTIVO.

"Le famiglie gay non esistono. Ora più bambini e meno aborti", parla il ministro della Famiglia Lorenzo Fontana "Io contro i gay? Ma va. Ho tanti amici omosessuali, del resto ho vissuto a Bruxelles tanti anni dove ci sono ANCHE nelle istituzioni. E poi la questione non è nel contratto di governo, non me ne occuperò. La famiglia sia quella naturale, dove un bambino deve avere una mamma e un papà. Le famiglie arcobaleno? Perché, esistono? Per la legge non esistono in questo momento". (Corriere della Sera)

Il ministro dell'Interno Salvini, da Sondrio "Voglio far parte di un governo in cui la mamma si chiama mamma e il papà si chiama papà, non ci sono Genitori 1, 2, 3, 4, 5, fritti misti...".

E da Pozzallo "Per i clandestini la PACCHIA è finita. Le Ong? Quello che è certo è che gli Stati devono tornare a fare gli Stati e nessun vice SCAFISTA deve attraccare nei porti italiani".

E Grillo? Il fondatore del MoVimento chiede di ruotare gli "abbasso Mattarella" in "W Mattarella", per poi suonare la "campanella governativa" dal palco della manifestazione M5S del 2 giugno "Vi do questa notizia, io mi candiderò per diventare il prossimo presidente della Repubblica per togliermi la soddisfazione di vedermi Di Maio che mi dice 'facciamo un programma', dargli due schiaffi e mandarlo via".

Luigi Di Maio, dopo l'Inno di Mameli "Da oggi lo Stato siamo noi".

GLI ALTRI PROTAGONISTI.

Carlo Cottarelli e l'avventura (brevissima) da premier incaricato. Tutto era cominciato così... "Domenica 27 maggio, intorno alle 20, nella mia casa a Milano, avevo appena finito di correggere gli esami dei miei studenti. Mi preparavo a guardare la settima puntata della quarta serie di Breaking Bad su Netflix poi è arrivata questa telefonata". (La Stampa)

Renzi, "nuova vita da conferenziere" "Starò fuori dal giro per qualche mese". (Corriere della Sera)

In Padania si sbianchetta. L'HuffPost. Alla sede della Lega, in via Bellerio, scompare la scritta "Basta euro" 16:37 - 31 mag 2018. Alla sede della Lega di via Bellerio scompare la scritta "Basta euro". Imbiancato il fortino del Carroccio. "Semplice manutenzione" huffingtonpost.it

La classe del nuovo portavoce di Governo. Giuseppe Smorto @RepubblicaTv #Governo, #Casalino passa lo scoop a #Mentana e poi lo 'bacchetta': "Veloce, Enrico" 16:04 - 1 giu 2018 Governo, Casalino passa lo scoop a Mentana e poi lo 'bacchetta': 'Veloce, Enrico'. A poche ore dall'incarico a Conte, il premier designato da M5s e Lega, il responsabile della comunicazione pentastellata Rocco Casalino si fa...

Marina La Rosa "Sì, ho già capito, mi vuole chiedere di Rocco Casalino che era con me nella Casa nella prima edizione del Grande Fratello e ora è portavoce del Governo. Beh sa che le dico? Lui era laureato in ingegneria, era intelligente e già da allora aveva un sogno nella vita: fare politica. Pensava soprattutto al Sud. Si è impegnato. Ci è riuscito. Chapeau". (Corriere della Sera)

Chi esulta "Quasi tutti i cosiddetti peones, ovvero quei deputati e senatori di seconda fascia che non hanno voce in capitolo nelle cose che contano, e cantano soltanto in Aula al momento del voto quando schiacciano il pulsante, hanno brindato a champagne e a caviale. "L’abbiamo sfangata, niente elezioni anticipate. Daje". Lo stipendio è assicurato". (Libero)

LA CRONISTORIA.

7 marzo 2018. Il misuratore delle ipotesi per la costruzione della maggioranza che dovrebbe dare la fiducia a un uovo governo, non segna oggi nessuna grande novità. Si resta con le idee dei primi giorni dopo il voto. Nuova è arrivata soltanto la tesi del possibile "governo di tutti". La propongo prima delle altre, non perché sia la più probabile ma perché è una sorta di novità. La cita Marzio Breda, esperto di cose del Quirinale per il Corriere della Sera. Scrive Breda che chi pensa a un "rapidissimo ritorno alle urne" non fa i conti con quella che per Sergio Mattarella potrebbe essere l'extrema ratio: un esecutivo (poi si vedrà con che nome) "con tutti dentro, per evitare che un bis ravvicinato del voto sfoci in una crisi di sistema" (la situazione che abbiamo delineato nello scenario n. 5, qui sotto). Crisi difficilmente evitabile se si votasse di nuovo con l'attuale sistema elettorale. "Sarebbe", scrive Breda, una soluzione istituzionale alla turca". Essa è infatti prevista dalla Costituzione di Ankara per garantire "transizioni ordinate". Nota giustamente Breda: "Ma è possibile che ci si debba ridurre a questo?". Prima di vedere le ipotesi meno estreme ricordiamo che il regista di questa fase politica è il Presidente della Repubblica. Mattarella aspetterà la convocazione delle nuove Camere, prevista il 23 marzo. Poi ci saranno le elezione dei due nuovi presidenti, che, si spera, assicureranno, come vorrebbe la prassi costituzionale, guide non di parte alle assemblee. Poi il presidente comincerà le consultazioni per dare un incarico di formare un governo che abbia buone probabilità di ottenere la fiducia. 

PRIMO SCENARIO: GOVERNO CINQUESTELLE COL PD. Questo scenario, considerato possibile prima del voto, ma mai come il più probabile, diventa oggi il primo considerato. Comporterebbe, in una ipotesi, un governo a guida Movimento 5 Stelle con una partecipazione del Pd e di altre frange, per esempio la pattuglia di Liberi e Uguali. È l'ipotesi contro la quale si è schierato Matteo Renzi il 5 marzo, quando ha annunciato le dimissioni differite a dopo la formazione del nuovo governo. Vuole guidare il partito nella fase delle consultazioni, per evitare che alcuni degli altri leader, d'accordo con Mattarella, possano negoziare una partecipazione del Pd alla maggioranza guidata dai Cinquestelle. Una variante di questa ipotesi è il governo monocolore 5 Stelle, con solo un sostegno o un'astensione benevola del Pd.

SECONDO SCENARIO: GOVERNO M5S, LEGA, FRATELLI D'ITALIA. In questa versione del Parlamento senza maggioranza, si formerebbe una coalizione fra M5S, Lega e Fratelli d'Italia, a guida Luigi Di Maio ma con una presenza forte della Lega di Salvini. È lo scenario più temuto dai mercati, dall'Europa, da chi misura il polso e la salute della democrazia italiana. Appare piuttosto improbabile anche se avrebbe sicuramente una maggioranza numerica forte. Potrebbe lavorare su un programma mix di assistenzialismo e taglio delle tasse, ostilità strillata agli immigrati, retorica gratuita sulla volontà popolare e "prima gli italiani". Per ora Lega e Fdi dicono che con il M5S non se ne parla nemmeno.

TERZO SCENARIO: GOVERNO LEGA, FORZA ITALIA, PD. Fra gli inciuci contro i quali si batterà Renzi prima di lasciare la guida del Pd c'è probabilmente anche questo della maggioranza fatta da i protagonisti sbiaditi delle ex "larghe intese" (adesso piuttosto ristrette) con l'inclusione della Lega di Salvini. Molto improbabile. Lega e Pd sono incompatibili su quasi tutto. A Salvini non conviene un'alleanza con chi ha indicato come il principale responsabile di tutto ciò che - a suo dire - non va in Italia. A meno che non sia lui a dare le carte, a scegliere i ministri chiave a incassare un quasi silenzioso voto di fiducia dagli altri. Praticamente impossibile.

QUARTO SCENARIO: GOVERNO CENTRODESTRA. A questo punto, quello che pareva uno scenario probabile prima delle elezioni, sembra tramontato. La coalizione è assai lontana dalla maggioranza assoluta: di almeno 56 seggi alla Camera, una ventina al Senato. A questo punto, la possibilità di fare un governo per la coalizione è legata alla possibilità di reclutare fuoriusciti da altri gruppi (davvero tanti); oppure di ottenere una fiducia con l'astensione del Pd. Insomma, molto difficile, decisamente improbabile.

QUINTO SCENARIO: STALLO, VERSO NUOVE ELEZIONI. Questo sarebbe il caso di un hung parliament senza vie d'uscita, Mattarella confermerebbe Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi per mantenere il timone del paese nelle faccende essenziali (insieme con Pier Carlo Padoan) e fare nuove elezioni. Con quale legge elettorale? Con questa sciagurata che (in questo scenario) ha portato allo stallo; oppure con un'altra (ma come trovare l'accordo su un nuovo testo?). Gli scenari sono in via di definizione e possono anche cambiare in fretta. Vi terremo aggiornati.

9 marzo 2018. Come si arriverà dunque a formare una maggioranza capace di sostenere un governo? Dopo il parlamento senza maggioranza prodotto dalle elezioni, ampiamente previsto (dai sondaggi) ma al quale nessuno degli attori politici sembra avere veramente pensato, le ipotesi continuano a restare molto generiche, con i principali attori restii a fare mosse decise che si scostino dalle posizioni assunte subito dopo i risultati. I "vincitori" (senza maggioranza) M5S e la Lega continuano a rivendicare il diritto a formare il governo, pur sapendo di non avere i seggi per raggiungere la maggioranza assoluta. Si tratta dunque di convincere qualcuno fuori dal loro perimetro: vale a dire il Pd. Qui riassumo le ultime versioni di ipotesi e scenari; nelle puntate precedenti le versioni dei giorni scorsi, per avere un filo dell'evoluzione del discorso post-elettorale. Governo M5S con il Pd?  L'ipotesi sulla quale si sono esercitati più osservatori e politici fra lunedì e giovedì - un governo Movimento 5 Stelle a guida Di Maio con il sostegno del Pd - sembra ormai fuori gioco, perché, per quanto non nuovo a mosse autolesioniste, nel Pd sono quasi tutti d'accordo (renziani e antirenziani), che significherebbe la fine del partito. L'altra ipotesi, contigua alla precedente, sulla quale invece sembra esserci maggiore interesse è la seguente: rese effettive le dimissioni di Renzi, il Pd con una nuova guida ascolterebbe gli inviti di Sergio Mattarella alla "responsabilità", in cambio di assunzione di responsabilità da parte del Movimento 5 Stelle. Il che significherebbe, per quest'ultimo, abbandonare le posizioni intransigenti ("l'unico governo possibile è un governo Di Maio"), e dimostrarsi disponibile a indicare una figura esterna al Movimento e capace di dare garanzie europeiste. In questo quadro per il Pd si potrebbe pensare a un sostegno al governo su un programma blindato e condiviso. Nel caso questi passaggi non funzionassero, Mattarella potrebbe chiamare davvero tutti alla ragionevolezza per il paese, invitando centrodestra, M5S e Pd a convergere garantendo la maggioranza a un esecutivo di "responsabilità". In questo caso la guida sarebbe una personalità estranea ai partiti, per esempio Raffaele Cantone. Resta poi l'ipotesi centrodestra sostenuto in qualche modo dal Pd, in un esecutivo guidato da un esponente della coalizione, che non potrebbe però essere Salvini. Serve una personalità "moderata", magari anche un leghista come Maroni o Giancarlo Giorgetti. Giovedì un editoriale del Giornale diceva che questa ipotesi viene colpevolmente ignorata da molti commentatori, pur disegnando uno scenario del tutto legittimo, visto che la coalizione Berlusconi-Salvini ha la maggioranza relativa. A questo proposito, venerdì Il Foglio, ha scritto che Berlusconi sta considerando l'ipotesi seriamente. Così il quotidiano diretto da Cerasa riassume il punto di vista del leader di Forza Italia: «"Il pallino ce l'ha il Pd. Che ha perso le elezioni, ma in pratica dà le carte. Le correnti Pd tirano verso un rapporto privilegiato con i Cinquestelle, il gruppo parlamentare che forse risponde ancora a Renzi tira invece verso di noi". E "noi" in questo caso non significa Matteo Salvini, ma un nome alternativo, uno più moderato, anche un leghista.»

13 marzo 2018. La direzione del Pd di lunedì 12 marzo ha ribadito che il Partito democratico, sconfitto alle elezioni ma al centro dei giochi in Parlamento perché potenziale alleato del M5S o del centrodestra per fare un governo, il governo con gli avversari non lo farà. La reazione stizzita di Luigi Di Maio, su Twitter, conferma solo che ci sperava nell'alleanza col Pd e soprattutto che presuppone che la sua "vittoria" da 32% valga molto di più di quel che i numeri dicono (il 68% degli elettori non ha scelto il M5S, in fondo).  Ovviamente ora chi non vuole accompagnarlo in limousine a Palazzo Chigi è "irresponsabile" e fa "giochi di potere". Il punto però è che oggi secondo alcuni giornali sia il M5S sia la Lega sembrano orientati ad accordarsi per sostenere un governo - chiamiamolo per convenzione "di tutti" - che faccia la legge di bilancio e riscriva la legge elettorale in senso maggioritario, per poi andare alle elezioni in fretta, diciamo nella primavera 2019. Anche nel Pd tutti sanno che dopo che Mattarella avrà verificato l'impossibilità di fare un governo normale, con uno schieramento con la maggioranza assoluta, anche renziani e non renziani accetteranno la "responsabilità" di fare un governo di quel tipo. Saranno gli scopi e il tipo di legge elettorale che forse saranno in discussione. Anche se, una volta che M5 S e Lega si siano accordati sul modello legge elettorale, i voti del Pd non servirebbero. Martedì La Stampa ha inventato la formula del "governo della Consulta". È solo una variazione sul tema però. Sarebbe un governo come quello prima descritto, guidato però da qualcuno considerato da tutti sopra le parti, che sia visto senza sospetti da M5S, Lega, Forza Italia e Pd. Secondo Fabio Martini, che firma il Retroscena sul quotidiano torinese, sta prendendo forza l'idea che questo uomo possa essere "un giurista con competenza sul sistema costituzionale e dotato di un certo know-how politico". Ancora più precisi: un ex giudice della Corte costituzionale. I nomi: Gaetano Silvestri, ex presidente della Corte costituzionale; Giuseppe Tesauro, anche lui ex presidente della Consulta; Sabino Cassese, che invece della Consulta è stato autorevole giudice.

15 marzo 2018. Sono i giorni dell'avvicinamento fra i leader del Movimento 5 Stelle e della Lega. Un governo fra i due è possibile, secondo alcuni probabile. Se non ci si accorda su altro, lo si farà almeno su una nuova legge elettorale, per andare presto a nuove elezioni (presupponendo di stravincerle, uno dei due perlomeno). Salvini e Di Maio si sono sentiti al telefono per concordare la spartizione delle presidenze di Camera e Senato. Ma non solo. I giornali giovedì riportano un avvicinamento anche per valutare la possibile alleanza di governo dei due (quasi) vincitori delle elezioni del 4 marzo. Insomma, Salvini rassicura i suoi alleati - Berlusconi e Meloni - che si muoverà da capo coalizione, lealmente. Però di questo suo ruolo ritiene faccia parte anche capire le possibilità dell'alleanza con il M5S, se, come molto probabile, non dovesse trovare maggioranze in Parlamento per il centrodestra arrivato primo ma senza seggi sufficienti per governare da solo. La Stampa di giovedì dice che ormai l'alleanza sovranista è probabile. La base dell'intesa, oltre che la guida di Montecitorio e Palazzo Madama, è la prospettiva di scrivere insieme una nuova legge elettorale e andare al più presto a votare di nuovo, per finire il lavoro: per Salvini di conquista del centrodestra, per Di Maio di smantellamento del Pd. Se il governo partorito dall'accordo Lega-M5S dovesse trovare difficoltà, o i due partiti non si mettessero d'accordo sul programma, il tutto si risolverebbe con una nuova tornata elettorale che, grazie a un sistema maggioritario, produrrebbe, pensano loro, un vero vincitore. Prima però, si aboliscano i vitalizi, dicono. Pare inoltre che Salvini abbia chiesto a Di Maio, nel caso di accordo, di lasciare la guida del governo a qualcun'altro. Perché il centrodestra un esecutivo guidato dal leader M5S proprio faticherebbe a digerirlo. A Berlusconi, in effetti, tutto questo attivismo verso Di Maio del capo della Lega non piace. Si brucerà, se continua così, se pensa di fare un accordo coi 5 Stelle, avrebbe in sostanza detto ai suoi fedelissimi. Il Foglio riporta che il leader di Forza Italia avrebbe anche detto che è possibile un governo del centrodestra con l'appoggio del Pd sui singoli provvedimenti. Mentre sull'alleanza con il M5S ha significativamente affermato: "Ho aperto la porta per cacciarli via".

19 marzo. Movimento 5 Stelle e Lega costretti a allearsi per il governo. Sembra essere solo questo, per ora, il centro del dibattito sulle manovre dei partiti due settimane dopo le elezioni del 4 marzo. Afasico il Pd, preso da una necessaria attività di rigenerazione interna; in difficoltà Forza Italia, incalzata dalle iniziative da battitore libero di Matteo Salvini, lo scenario politico è incentrato attorno alle presunte o vere trattative fra Luigi Di Maio e il leader leghista per dar vita a una maggioranza e a un esecutivo più o meno stabile. Come ha scritto lunedì 19 marzo La Stampa, molte delle mosse, però, sono anche dissimulazione. L'unico vero accordo che si cerca di raggiungere nell'immediato è sui presidenti delle Camere. Quel che si potrà fare dopo è frutto di circostanze e interazioni complesse e per ora non prevedibili. Anche se tutti sono più o meno dell'idea che se non si accordano i due "vincitori a metà" del voto, l'esito naturale delle consultazioni sarà una qualche versione del "governo di tutti". Apprezzato dall'Europa, ma rischioso per M5S e Lega che sono stati premiati per la loro natura "antisistema". D'altra parte, si comincia a ragionare anche sul fatto che il chiacchierato accordo "limite" fra Lega e Movimento 5 Stelle: "Scriviamo e votiamo una nuova legge elettorale e andiamo alle elezioni di nuovo", sarà molto più difficile di quanto finora raccontato. Perché le esigenze delle due parti in fatto di maggioritario, uninominale, proporzionale, premio di maggioranza alla lista o alla coalizione, ecc, sono presumibilmente assai diverse. Intanto le basi di elettori del Movimento 5 Stelle e della Lega sembrano gradire l’avvicinamento fra le due compagini "anti-sistema". Secondo The World Post, azienda italiana che ha creato Delfy, una piattaforma per l'analisi in tempo reale dei big data, su Facebook negli ultimi giorni è emersa una chiara preferenza per l’accordo. Le analisi indicano che la questione alleanza con il M5S sta molto a cuore ai leghisti, con un “engagement” del post di Salvini dedicato al tema che è di 6 volte maggiore rispetto alla media e con un “sentiment” al 62% positivo. Più o meno la stessa situazione si è verificata con il post di Luigi Di Maio sullo stesso argomento: engagement di 6 volte superiore alla media, e “sentiment” positivo al 57%.

24 marzo 2018. E adesso, che governo si farà? Come si svolgerà la trattativa per il nuovo esecutivo e la nuova maggioranza che lo sosterrà? L’elezione dei presidenti della Camera e del Senato - rispettivamente Roberto Fico del Movimento 5 Stelle e Elisabetta Casellati di Forza Italia - potrebbe indicare che si è a pochi passi dalla ripetizione della formula per un governo formato dal centrodestra con il Movimento 5 Stelle, che sono poi i vincitori zoppi delle elezioni del 4 marzo. Poi se si considerano tutte le questioni, ci si rende conto che la faccenda è più complicata di quanto non sembri. In primo luogo per le ambizioni del Movimento 5 Stelle. Nelle ore precedenti la conclusione della trattativa per le Camere, è parso evidente che Di Maio puntasse a separare davvero la Lega da Forza Italia. Ciò gli avrebbe permesso di siglare un accordo di governo M5S-Salvini, nel quale il movimento di Beppe Grillo avrebbe avuto il peso preponderante, avrebbe condotto le danze, visto che in Parlamento ha numeri assai maggiori della Lega. Poi però, Salvini si è fermato, e Forza Italia ha cambiato tattica, entrambi consapevoli della necessità di non rompere l’alleanza, perché solo alleati potevano stare da protagonisti principali sulla scena. A questo punto, però, è Di Maio a essere in minoranza nella presunta grande alleanza Centrodestra-M5S. Con una maggioranza così composta, difficilmente potrà pensare di essere premier e di dettare la lista dei ministri. D’altra parte, il centrodestra per governare ha bisogno dei voti M5S. A meno che non si ribalti il tavolo e uno dei due freschi alleati si rivolga di nuovo al Pd. Riportandolo al centro della situazione. Pd che potrebbe servire anche a un M5S convinto a rinunciare all’alleanza con il centrodestra e capace di convincere almeno una parte dei parlamentari dem antirenziani. In questo senso, l'elezione di Fico viene vista da alcuni come un segnale a sinistra, più che a destra. Insomma, la situazione è tutt’altro che chiara. I giochi sono ancora tutti da fare.

27 marzo 2018. No, non c'è quasi nulla di interessante oggi a proposito di manovre, trattative, abboccamenti risolutivi per la formazione di una maggioranza e del governo. Sembrano confermate le convinzioni di chi raccomandava cautela: non pensate che gli accordi tutto sommato veloci per i presidenti delle Camere indichino che già centrodestra e Movimento 5 Stelle - vincitori delle elezioni - si siano accordati anche per il governo. Lunedì Salvini ha sgombrato il campo dal macigno di una propria irrinunciabile candidatura a Palazzo Chigi: sono pronto per fare il premier, ma non a tutti i costi voglio farlo. Doveva essere la premessa a una analoga disponibilità di Di Maio a mandare avanti un terzo, dal profilo più basso o meno schierato. L'analoga rinuncia del leader politico del M5S però non è arrivata. Anzi, a leggere La Stampa, per esempio, pare che Di Maio l'abbia detto proprio esplicitamente: sono disposto a lasciare alla lega dei ministeri importanti, per esempio quelli economici, ma a Palazzo Chigi ci devo andare io. Intanto è anche arrivato il comunicato dei capigruppo Giulia Grillo e Danilo Toninelli, che lamenta che alla Camera all'elezione di Fico siano mancati circa 60 voti. Il centrodestra, dicono, è stato tutt'altro che compatto. Da questo atteggiamento e da altri, alcuni osservatori ricavano che quel che proprio i vertici del M5S non se la sentono di proporre ai loro elettori un governo del quale faccia parte anche Forza Italia. Insomma, si ragiona, Di Maio starebbe ancora facendo tattica, non convinto dell'alleanza con il centrodestra. Alleanza nella quale il suo 32% non sarebbe poi così roboante, sarebbe, in sostanza, minoranza. Il che però è, ovviamente, un problema sulla strada dell'accordo con la Lega. Perché senza Forza Italia è Salvini a trovarsi in minoranza davanti a Di Maio e ai suoi parlamentari. Il ragionamento viene sostenuto da voci, riportate martedì dal Corriere della Sera, che dicono che fra i leghisti in Parlamento molti si dicono convinti che il M5S starebbe lavorando a un'intesa con il Pd. Con la parte del Pd che si libera dal guinzaglio di Renzi e sarebbe disponibile a entrare in maggioranza con il M5S. Vale a dire, tutto è ancora lontano dal compiersi.

29 marzo 2018. Maggioranze e governo? Ancora lontani. Anche oggi siamo alle mosse tattiche, per segnare i territori rispettivi e, soprattutto dalla parte del Movimento 5 Stelle, restare in linea con quel che si è detto dalla sera delle elezioni del 4 marzo: "abbiamo vinto, la presidenza del consiglio spetta a noi "(cioè a Luigi Di Maio). La risolutezza con la quale Di Maio e i suoi rivendicano una vittoria che non è stata abbastanza vittoria sembra portare il dialogo con la Lega e tutto il centrodestra in una strada senza uscita. Perché ancora martedì Di Maio ha confermato quanto sia convinto gli elettori lo abbiano portato a Palazzo Chigi. Lo pensa, ignorando o dimenticando che né la Costituzione né la legge elettorale né la prassi prevedono il "candidato presidente del consiglio". E dimenticando che il M5S ha preso il 32%, tanto ma non abbastanza per avere la maggioranza assoluta da solo in Parlamento. La Lega, d'altra parte, si tiene più al coperto. Disponibile alla trattativa con il M5S, sul programma, "su alcuni punti del programma, come le tasse, la legge Fornero da neutralizzare, la sicurezza, l'immigrazione, Salvini però si tiene dentro il perimetro del centrodestra che gli permette di parlare a nome del 37% dell'elettorato. Dice di non voler abbandonare Forza Italia, che Di Maio dice di non volere in maggioranza, e propone di trovare un nome "terzo", né il suo né quello di Di Maio, per fare davvero il "governo dei vincitori" (zoppi, n.d.r.). Che, come scritto nei giorni scorsi e come confermato da un sondaggio Piepoli pubblicato mercoledì da La Stampa, gli elettori di Lega e M5S continuano a giudicare l'opzione migliore. D'altra parte, il M5S, lancia qualche segnale al Pd: liberatevi di Renzi, almeno una parte di voi, e ci si mette d'accordo. Facciamo un bel governo Di Maio, con qualche ministro gradito a sinistra. Il Pd, in piena confusione, per ora non risponde, sta a guardare. Ancora per quanto non è prevedibile.

3 aprile 2018. Mercoledì 4 aprile iniziano (a un mese giusto dalle elezioni) le tanto attese “consultazioni” del Presidente della Repubblica con i partiti, per capire se si potrà formare un governo, chi potrà guidarlo e con quale maggioranza. Sergio Mattarella, uomo saggio e fine conoscitore di cose costituzionali, chiederà ai vari leader come pensano di schierare i parlamentari che fanno capo ai rispettivi gruppi e soprattutto chiederà - a chi si presenterà al Quirinale “pretendendo” di avere diritti a qualche precedenza nel fare il governo - come pensa di avere la maggioranza. Il punto è questo: sistema parlamentare significa che non esiste “vincitore” se non trova la maggioranza assoluta nelle due camere. In sostanza, i proclami dei vincitori (zoppi) delle elezioni del 4 marzo - secondo molti osservatori destinati a governare insieme -  finiranno sulla soglia del Palazzo del Presidente. Prendiamo il vincitore autoproclamato Luigi Di Maio. Dall’alto del suo 32% ha a disposizione: 112 seggi al Senato, mentre la maggioranza assoluta è 161; 227 seggi alla Camera, mentre la maggioranza assoluta è 316. Per l’altro autoproclamatosi “vincitore”, Matteo Salvini, la faccenda è più complicata: di suo, targato Lega, ha 58 seggi al Senato e 124 alla Camera. Il percorso per arrivare alle due maggioranze assolute è dunque ancora più difficile di quello di Di Maio. Salvini però potrebbe (vorrebbe) contare su tutti i seggi conquistati dalla coalizione di centrodestra, vale a dire: 131 al Senato; 256 alla Camera. In questo caso per arrivare alla maggioranza assoluta servono comunque 30 voti in più al Senato e 60 alla Camera. Quindi, come ha scritto Ugo Magri sulla Stampa il 3 aprile, Mattarella chiederà soprattutto come pensano, i vari presunti “candidati premier” (peraltro figura inesistente nell’attuale ordinamento), di racimolare i voti che mancano per ottenere la fiducia nelle due Camere. E per chi fa la voce grossa, minacciando “nuove elezioni”, Mattarella userà un altro argomento istituzionale e di buon senso: come riusciranno a convincerlo che nuove elezioni sarebbero una soluzione? che questa volta darebbero a qualcuno la maggioranza assoluta? Oppure che adesso si andrebbe al voto con una legge elettorale capace di produrre una maggioranza chiara? Quali sarebbero le regole sulle quali trovare un accordo? Le previsioni degli osservatori sono in due cornici differenti: La prima prevede un accordo fra il Movimento 5 Stelle e il centrodestra. In questo caso la difficoltà riguarda la coesistenza del M5S e di Forza Italia, in particolare del suo leader, Silvio Berlusconi. La seconda cornice prevede invece un fallimento della prima e una forma, per ora indefinita, di governo con una maggioranza assai più larga, il cosiddetto governo del Presidente, o il "governo di tutti" per intenderci. Si comincia. Ci divertiremo.

5 aprile 2018. Lo scenario del dopo elezioni senza vincitori era prevedibile. Tuttavia lo stallo del sistema politico sembra ancora più preoccupante di quanto ci si aspettasse. Il primo giro di consultazioni non ha prodotto nessun risultato che avvicini la formazione di un governo, per ora non si parla nemmeno più delle formule. Il presidente della Repubblica Mattarella giovedì pomeriggio ne ha preso atto, ricordando che visto che nessun schieramento ha i voti necessari per formare un esecutivo, si rende necessario - “secondo le regole della nostra democrazia” - che ci sia una coalizione”. Mattarella ha poi detto che lascerà ai partiti qualche giorno di riflessione. Anche perché in molti, fra quelli che son transitati dal Quirinale fra mercoledì 4 e giovedì 5 aprile, glielo hanno chiesto. Un nuovo giro dovrebbe cominciare non prima della metà della prossima settimana. In sintesi la situazione è la seguente: Silvio Berlusconi ha ribadito la sua chiusura nei confronti del Movimento 5 Stelle. Il leader di Forza Italia ha detto che il suo partito è disponibile a partecipare con una presenza di “alto profilo a soluzioni serie basate su accordi chiari, su cose concrete, credibili in sede europea". Berlusconi ha detto chiaramente di non essere disponibile a un governo “fatto di pauperismi, giustizialismi, populismi e odio”. Riferimento chiaro a Di Maio e ai suoi. Secondo Berlusconi serve un governo che abbia un programma coerente e, soprattutto, in grado di lavorare per un arco temporale adeguato". Questo governo "non potrà non partire dalla coalizione che ha vinto le elezioni, il centrodestra" e con alla guida "un premier della Lega”. Berlusconi si è detto disponibile al dialogo con il Pd. Matteo Salvini ha detto che non gli interessano i governi improvvisati: Voglio un governo che duri cinque anni. E un governo, sostiene il capo della Lega, si può fare solo coinvolgendo il M5S, mentre non si dice disposto a lavorare con il Pd. Salvini comunque ha detto, riferendosi ai grillini, che vanno smussati gli angoli. C’è qualcuno, ha aggiunto, che si dice pronto a collaborare ma sembra che non voglia dare davvero un governo al paese. Il Pd, guidato da Maurizio Martina, ha detto che la sconfitta elettorale non consente di “avanzare ipotesi di governo che ci riguardino”. Una potenziale maggioranza si è manifestata in questi giorni, con una intesa fra il centrodestra e il M5S, che dovrebbero farsi carico delle responsabilità, se sono in grado di andare fino in fondo in un accordo. Martina ha però detto che il Pd ha presentato al Presidente i temi essenziali per il futuro del paese dei quali si occuperà la delegazione parlamentare del partito: questione sociale; lotta alla diseguaglianza; risanamento finanza pubblica, impegno europeista. Infine Luigi Di Maio. Il capo politico del Movimento 5 Stelle ha detto che chi non è stato legittimato dalle urne non può andare al governo; ha detto anche che non intende sostenere qualsiasi tipo di governo del genere "governissimo" ma che vuole un esecutivo che cambi davvero; ovviamente ha citato i "giochi di palazzo" al quale non vuole partecipare. Propone invece un contratto come quello che hanno fatto in Germania "e non un'alleanza". Possiamo parlare con tutti ha aggiunto Di Maio, perché "non siamo né di destra né di sinistra". Prima di andare al Quirinale aveva anche anticipato che la prossima settimana inviterà a un incontro sia Salvini sia - separatamente si presume - Martina. Quanto è successo in questi giorni permette di fare il punto su una particolare concezione della democrazia rappresentativa che si sta esprimendo in queste ore. Oggi i giornali scrivono di minacce del M5S (e della Lega) di andare di nuovo a votare, pare in giugno. Se non fosse che il presidente della Repubblica (secondo Ugo Magri della Stampa) è “stupito” - e quindi preoccupato - nel leggere di queste intenzioni, verrebbe da dire che siamo al ridicolo. Il più ridicolo della situazione è sicuramente Luigi Di Maio che - più per tattica che per altro (dietro la sua tattica è noto che non è indovinabile una strategia) - continua a dire insensatezze sul mandato del popolo che lo avrebbe unto capo del governo (32% e primo partito lontano dalla maggioranza). Dice che sono gli altri che devono piegarsi ai suoi progetti e disegni. Gian Enrico Rusconi, sempre sulla Stampa del 5 aprile, ricorda come in questo modo si stia forzando la natura delle democrazia rappresentativa. La pretesa di imporre - nel nome del popolo - il proprio programma e il proprio leader senza negoziazioni è il "sottoprodotto improprio della convinzione che il raggiungimento del 50% più un voto, legittimi automaticamente l'investitura a governare, secondo le proprie direttive senza riguardi per nessun altro". Quindi, è un atteggiamento che non si giustifica nemmeno quando si ha la maggioranza assoluta. Figuriamoci quanto tale atteggiamento sia ingiustificabile quando si è lontani di parecchi punti percentuali e decine di seggi dalla maggioranza assoluta. Siamo al punto, precisa Rusconi, che il "popolo sovrano" della Costituzione sia diventato così "la somma degli elettori della formazione elettorale vincente". Il Parlamento così viene degradato alla "conta di posizioni prefabbricate. Non è la sede deputata allo scambio di ragioni e argomenti in nome del «bene comune». Non esprime neppure il popolo che è «sovrano» anche nelle sue differenze interne. Prevale una mentalità che nega l'essenza stessa della democrazia rappresentativa, quale finora è stata la nostra democrazia, pur con tutti i suoi difetti."

12 aprile. Una cosa è chiara. Il centrodestra andrà unito alle consultazioni, nel senso che ha trovato un minimo comun denominatore fra Berlusconi e Salvini: la coalizione conta più di un accordo con il Movimento 5 Stelle. Tanto è vero che Luigi Di Maio ha presto detto che, in fondo, il M5S starebbe meglio associato al Pd che a Salvini/Lega. Difficile dire se Di Maio lo pensi veramente. Per ora, per usare la metafora spiegata lunedì su La Stampa da Giovanni Orsina, sembra così prevalere *l’asse destra vs sinistra, su quello vecchio vs nuovo (che include sovranisti-populisti vs europeisti, giustizialismo vs garantismo ecc.) Vale a dire: la Lega si colloca a destra del centro e “costringe” il M5S a guardare a sinistra. Se questo è il quadro di questa settimana, è un quadro nel quale in centrodestra, che ha la maggioranza, ma solo relativa in Parlamento, è più a suo agio, anche se costringe Salvini ad annacquare le posizioni che gli hanno portato fortuna in campagna elettorale e alle elezioni. Ma il centrodestra ha necessità che uno degli altri due (o pezzi consistenti di uno degli altri due) lo sostengano (o si astengano). Sia per il Pd sia per il Movimento 5 Stelle i rischi di sostenere il centrodestra sono notevoli. Il Pd rischia perché l’alleanza con il centrodestra (tutto il centrodestra, non solo con Forza Italia che sarebbe decisamente digeribile) finirebbe per apparire ai suoi ex elettori e a molti elettori attuali come il partner di centro e debole in un’alleanza spostata a destra. In questo modo finirebbe, come dice Orsina, per lasciare al M5S “spazi immensi a sinistra”. Come altri hanno scritto più volte: rischierebbe di sparire definitivamente. Per il M5S invece allearsi con il centrodestra sarebbe, scrive Orsina, accettare la “logica della destra vs sinistra”, rinunciando all’ambigua collocazione centrista e ancora di più a quella che dice: destra e sinistra non ci sono più; affermazioni decisive nella propria narrazione politica. Significherebbe poi rimangiarsi tutto quanto detto e scritto contro Berlusconi—e una parte dell’elettorato non capirebbe—e lasciare al Pd la possibilità di ricostituirsi come forza di opposizione, magari richiamando una parte dell’elettorato fuggito (sempre che il Pd abbia la forza di farlo, e su questo sono leciti i dubbi di ogni tipo). Infine c’è la possibilità alla quale stanno pensando parte del Pd e parte del M5S. Allearsi. Si comporrebbe nel sistema politico italiano, ci ricorda Orsina, una tradizionale opposizione centrodestra vs centrosinistra, con quest’ultima maggioritaria, quindi al governo. L’impressione è che in questo caso il Pd abbia comunque molto da perdere—compresa la possibilità di vedere comunque il suo elettorato convergere verso il M5S—ma che debba come minimo, per renderla accettabile, convincere Di Maio a farsi da parte e candidare un nome più digeribile a sinistra. Condizione resa però difficile dal sostanziale disprezzo per la democrazia rappresentativa che ha dimostrato di avere il M5S, come abbiamo visto la scorsa settimana.

18 aprile 2018. Dopo il secondo giro di consultazioni per la formazione del Governo post elezioni il presidente della Repubblica Mattarella ha deciso per il mandato esplorativo alla seconda carica dello Stato, il Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati. Quarantotto ore di tempo per tentare di capire se è possibile un Governo M5S-Centrodestra su cui pesa l'incognita di Silvio Berlusconi e Forza Italia, con cui i pentastellati non hanno intenzione di firmare alcun patto di governo. Il mandato ha dunque tempi strettissimi: due giorni. Già venerdì infatti Casellati dovrà riferire al presidente della Repubblica l'esito della sua esplorazione lampo. Mattarella, si legge nel comunicato letto dal segretario generale del Quirinale Ugo Zampetti ha affidato a Casellati "il compito di verificare l'esistenza di una maggioranza parlamentare tra i partiti della coalizione di Centrodestra e il Movimento Cinque Stelle e di un'indicazione condivisa per il conferimento dell'incarico di Presidente del Consiglio per costituire il Governo". È stato dunque lineare nella sua scelta e ha accompagnato l'incarico con due precisazioni fondamentali affinché fosse chiaro che, ove la Casellati non riuscisse nell'obiettivo, saranno tentate altre strade. Tutto piuttosto che tornare al voto subito con questa legge elettorale ma senza perdere altro tempo. Il presidente ha voluto delineare con estrema precisione i limiti di questa prima esplorazione sottolineando anche il vero problema che c'è dietro, cioè la battaglia per la premiership tra Salvini e Di Maio. E sottotraccia si legge anche quanto il ruolo di Silvio Berlusconi sia oggetto di trattativa. Sergio Mattarella, si osserva al Quirinale, ha quindi voluto dare altro tempo al tentativo Lega-M5s e la scelta di Casellati rientra nelle indicazioni ottenute nei due giri di consultazioni durante le quali il centrodestra ha sempre chiaramente detto al presidente che per loro l'unico area di movimento rimaneva quella dei Cinque stelle.

19 aprile, ore 9:30 - Sembra già in difficoltà l’incarico esplorativo dato dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella a Elisabetta Alberti Casellati, presidente del Senato mercoledì 18 aprile. Il mandato, preciso e senza ambiguità - verificare se ci sono possibilità di comporre un governo e una maggioranza fra il Movimento5 Stelle e il centrodestra? - permetterà di arrivare alle conclusioni già oggi. E con molta probabilità la conclusione sarà un: “No. Non ci sono le condizioni per quel governo”. Lo stallo del post elezioni del 4 marzo continua. Il rifiuto di Luigi Di Maio di accettare un accordo che includa Forza Italia ha chiuso ogni spiraglio alla trattativa. La Lega ha detto che è disponibile a un governo M5S centrodestra (tutto il centrodestra). Forza Italia e Fratelli d’Italia si sono detti disponibili a un governo M5S-centrodestra, sottolineando che il premier dovrebbe però essere espresso dalla Lega. Ora gli osservatori guardano avanti; a quanto potrebbe succedere una volta che Casellati tornerà da Mattarella a comunicare il nulla di fatto. L’ipotesi più citata è un nuovo incarico simile, questa volta a Roberto Fico, presidente della Camera. Questa volta sarebbe per verificare che ci siano le possibilità di un accordo fra M5S e il Pd. Anche in questo caso, le prospettive non sembrano favorevoli. Il Pd è diviso, con i renziani, dominanti nelle Camere - specialmente al Senato - molto freddi davanti all’ipotesi.

19 aprile, ore 18:00 - Le consultazioni di Elisabetta Casellati per valutare gli spazi di accordo fra M5s e centrodestra per la formazione del nuovo governo hanno segnato questo pomeriggio una svolta positiva. Lega e M5S, secondo le agenzie e i notiziari del pomeriggio, hanno avuto contatti che sembrano aver trovato una soluzione all’impasse seguito alle elezioni del 4 marzo. Come? Partendo dal programma. Un programma condiviso, tutto da scrivere, certo, ma è già qualcosa. Partire dal programma implica ignorare - per ora - il problema che aveva creato lo stallo nella trattativa nelle scorse settimane: chi deve entrare in coalizione. Salvini e Di Maio avrebbero dunque deciso di accantonare l'ostacolo rappresentato dalla partecipazione o meno di Forza Italia al governo. Gli "ambienti parlamentari", come li definisce l'Ansa, sostengono che tutto ciò potrebbe tradursi in un appoggio al governo da parte di Forza Italia, che comporrebbe la maggioranza senza però entrare nell'esecutivo. Si partirebbe dunque da un programma "condiviso" e un governo con "figure tecniche di primo piano". Il presidente del Consiglio? Salvini si sarebbe già detto disponibile a rinunciare alla premiership. Lo stesso leader della Lega ha anche dimostrato un notevole ottimismo a proposito della disponibilità del M5S. Ora si tratta di vedere se effettivamente Di Maio sia disponibile a questa coalizione parziale con il centrodestra.

19 aprile, ore 19:30 - L’ottimismo di Matteo Salvini di metà pomeriggio la sera sfuma. Luigi Di Maio dopo l’incontro con Elisabetta Casellati, presidente del Senato, dice di essere disposto a discutere i termini di un accordo di governo - "un contratto alla tedesca" - ma solo con Salvini. Non se ne parla nemmeno - "non possiamo proprio" di una trattativa a un tavolo a quattro, al quale si siedano anche Forza Italia e Fratelli d'Italia. Così la situazione che per qualche ora è parsa sbloccarsi, torna ingarbugliata. Di Maio ha anche detto che ovviamente non avrebbe nulla in contrario se Forza Italia e Fdi votassero a favore del governo Lega-M5S, ma si tratterebbe di una scelta autonoma delle due forze politiche e certo non potrebbe essere frutto di una negoziazione. Dunque Di Maio ha ribadito: solo con Salvini.

20 aprile 2018. Il nuovo governo del paese, frutto atteso delle elezioni del 4 marzo, ancora non si intravede. Le consultazioni di Elisabetta Casellati hanno evidenziato ancora una volta solo le distanze fra il Movimento 5 Stelle e il centrodestra. Ora tocca di nuovo al presidente della Repubblica. Mattarella si è preso il il weekend del 21 e 22 aprile per decidere come muoversi. E con ogni probabilità lunedì 24 aprile darà un secondo mandato esplorativo al presidente della Camera Roberto Fico per sondare ancora una volta la volontà di condivisione di un programma di governo questa volta tra il M5S e il Pd. La giornata di venerdì, che è ruotata attorno alle dichiarazioni del “nulla di fatto” della presidente del Senato a mezzogiorno, è stata soprattutto riempita (se così si può dire) da dichiarazioni irritate o proclami dei vari leader. Salvini ha ribadito che lui con il Pd non vuole governare; che è disponibile a provare a fare il governo, ricevendo l’incarico da Mattarella. Ha aggiunto che sta provando a costruire mentre “altri passano il tempo a insultare e disfare quello che si costruisce”. Silvio Berlusconi invece ha detto, a proposito del Movimento 5 Stelle, che “È gente che non ha mai fatto nulla nella vita: nella mia azienda li prenderei per pulire i cessi”. E poco dopo: "un partito di disoccupati, di sfaccendati". "Sono i veri mantenuti della politica". A proposito del leader politico del M5S, ha invece detto: "Di Maio ha una buona parlantina, non posso negarlo, ma non ha mai combinato niente di buono per sé, per la sua famiglia, per il Paese. Non possiamo affidare l'Italia a gente come lui”. Infine il Pd. Il reggente Maurizio Martina su Facebook ha scritto: “Rivendico con forza la posizione chiara del Partito democratico, e dico a chi pensa di dividerci che questo scenario non esisterà mai". Che aggiunge: "Continueremo a seguire il lavoro delicato del presidente Mattarella con il massimo impegno verso l'Italia e gli italiani a partire dai temi che abbia già indicato e dalle nostre proposte concrete".

23 aprile 2018. Come previsto, lunedì pomeriggio il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha dato incarico a Roberto Fico, presidente della Camera (e dirigente del Movimento 5 Stelle) di cercare di capire se ci sono possibilità per un accordo di governo fra il movimento guidato da Luigi Di Maio e il Partito democratico. Fico ha tempo fino a giovedì, quando riferirà il risultato del lavoro al capo dello Stato. La mossa di Mattarella è quasi un atto dovuto, dopo l'incarico (senza esito) della scorsa settimana alla presidente del Senato Elisabetta Casellatiche doveva verificare le possibili intese fra il centrodestra e il Movimento 5 Stelle, i due vincitori "zoppi" delle elezioni del 4 marzo. Fico dopo il colloquio con Mattarella si è limitato a dire che partirà dai temi del possibile programma di governo per verificare la disponibilità degli interlocutori a un accordo.

24 aprile 2018. Pd e M5S sono stasera più vicini. Il lavoro di “esplorazione” Roberto Fico, presidente della Camera ha aperto una possibilità di accordo fra le due forze politiche che si erano presentate come nettamente alternative alle elezioni del 4 marzo. Il vincitore “zoppo”, Luigi Di Maio ha dato tre risposte oggi:

- la prima sembra perentoria e senza possibilità di tornare indietro (almeno all’apparenza, è il caso di ripetere): “non ci sono più possibilità di un governo con la Lega”. Salvini, ha aggiunto Di Maio, "si è condannato all'irrilevanza".

- La seconda risposta è alla moderata apertura che il Pd, attraverso il reggente Maurizio Martina, che ha avuto nel pomeriggio, dopo l’incontro con Fico, parole moderate e di disponibilità nei confronti del dialogo con i M5S (a patto chiudesse qualsiasi trattativa con la Lega), forse oltre le previsioni di tutti.

- La terza risposta, la meno ambigua di Di Maio è che se fallisce il contatto con il Pd “si deve tornare al voto”. Anche se, concede bontà sua, sarà Mattarella a decidere; questa "è la nostra posizione".

Nel Pd sono già cominciate le critiche al reggente. Il partito è a rischio esplosione. Ecco come lo riferisce l’Ansa: Viene raccontato come un confronto assai vivace, l'incontro della delegazione Pd al Nazareno che ha preceduto il colloquio con Roberto Fico su un possibile governo tra Dem e M5s. A quanto si apprende da fonti Dem, nel corso dell'incontro Andrea Marcucci e Matteo Orfini hanno sostenuto la necessità di tenere una linea più cauta e ferma, mentre il segretario reggente Maurizio Martina caldeggiava la necessità di un'apertura seria al dialogo con i Cinque stelle, a patto che Di Maio confermi la chiusura del forno con la Lega. Alla fine, nel confronto che vedeva Graziano Delrio e Lorenzo Guerini su una posizione di mediazione, si è giunti a una sintesi su tre punti: 

- stop chiaro al "forno" tra M5s e Lega; 

- far partire la discussione dai cento punti del programma elettorale del Pd (che vuol dire non 'abiurare' quanto fatto dai governi di Renzi e Gentiloni); 

- far decidere se sedersi al tavolo da un voto della direzione Dem. Se un segnale arriverà dall'incontro tra Fico e M5s, la direzione Pd potrebbe essere convocata: si ipotizza di tenerla mercoledì 2 maggio o, al più presto, il 30 aprile.

Di Maio ha anche detto: "Abbiamo apprezzato le parole del segretario del Pd Martina, sono parole che vanno in direzione dell'apertura. Abbiamo detto al presidente Fico che manteniamo la linea delle elezioni, di insistenza sui temi per il cambiamento del paese e abbiamo detto che non rinunciamo ai nostri valori e alle nostre battaglie politiche". Durissima la Lega e di tutto il centrodestra.

27 Aprile. Roberto Fico è contento. Il presidente della Camera giovedì pomeriggio, dopo aver visto Mattarella, ha detto che il suo mandato di esplorazione si è concluso in modo positivo. Il presidente della Repubblica gli aveva chiesto di provare a capire se ci fossero margini di trattativa fra il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico per fare un governo a oltre due mesi dalle elezioni del 4 marzo. Dunque, a sentire Fico, i margini ci sono: "il dialogo è avviato". Toccherà alle due forze politiche ragionare al proprio interno e decidere se costruire l’intesa attorno a un programma e su quali punti si dovrà comporre questo programma. L’ottimismo di Fico, al momento appare esagerato. Si attende la direzione del partito la prossima settimana. Domenica Renzi ha ribadito tutta la sua opposizione a qualsiasi patto con Di Maio. L'ex segretario ha una maggioranza schiacciante nella direzione del partito. In queste condizioni sembrano davvero poche le possibilità che i contatti con il M5S portino alla nascita del governo. Certo resta la possibilità di un rapido cambio di posizioni, di una fuga da Renzi di fedelissimi, fedeli e alleati: improbabile. In generale, una trattativa seria, su punti qualificanti del programma - come quella che ha chiesto giovedì Mario Calabresi su "La Repubblica" - sarebbe possibile solo con un partito democratico unito e guidato da una leadership forte. Per ora: impossibile. M5S preoccupato della reazione degli elettori. Quanto ai grillini: l’ala detta “movimentista” che si riconosce proprio in Fico, sembra fiduciosa; Di Maio, che vuole arrivare a Palazzo Chigi, sonda - aiutato dagli uomini di Casaleggio - l’umore degli elettori. Secondo i dati dell’Istituto Cattaneo, circa il 40% dei voti del M5S del 4 marzo arrivano dalla sinistra; il restante 60% arriva in parte da destra e in parte si colloca in una posizione che ignora la distinzione destra vs sinistra. Ma comune a parte di questi “strati” elettorali del M5S, c’è la “pregiudiziale negativa” del “mai con questo Pd”, che è stata alimentata dallo stesso Di Maio in campagna elettorale, e che adesso potrebbe essere uno degli ostacoli all’approdo al governo. Per Di Maio meno problematico è invece il comportamento del gruppo parlamentare, “obbligato” alla fedeltà dal nuovo regolamento quasi “totalitario”. Comunque, se si vuole azzardare una previsione si può dire che le probabilità di vedere un governo Di Maio sostenuto dal Pd o con la partecipazione del Pd sono ancora molto basse.

29 Aprile. Nulla di fatto per un possibile governo Pd-M5S come auspicato fino a ieri dal leader pentastellato Luigi Di Maio. In un botta e risposta iniziato sulle pagine del Corriere della Sera e finito in televisione nella trasmissione di Fabio Fazio Che tempo che fa, Luigi Di Maio e Matteo Renzi (ex segretario del Pd ma colui che ha ancora in mano lo zoccolo duro del partito) si sono detti addio prima di incontrarsi. Di Maio aveva individuato i punti di convergenze con il Pd elencandoli in un lungo articolo sul quotidiano milanese in cui ribadiva (a modo suo) la "coerenza" del M5S. Ma Renzi la sera stessa in tv non ha lasciato spazi: "Incontrarsi con Di Maio si può, votare la fiducia a un governo Di Maio no. Chi ha perso non può governare". Ma dov'è finito Maurizio Martina, il reggente segretario del Partito Democratico? Perché è ancora Renzi a dettare la linea del PD? E proprio su questo punto ha immediatamente reagito Di Maio. "Renzi nel Pd decide ancora tutto con il suo ego smisurato. Noi ce l'abbiamo messa tutta per fare un governo nell'interesse dei cittadini. Il Pd ha detto no e la pagheranno", ha scritto su Facebook chiudendo, definitivamente, l'ipotesi di un'alleanza con il Pd. E ora la partita si riapre. Cosa farà Mattarella? L'ipotesi più accredita sembra essere quella di un Governo del Presidente che porti a riformare la legge elettorale e poi di nuovo al voto.

30 Aprile. Lunedì 30 aprile la crisi politica successiva alle elezioni del 4 marzo si è dunque aggravata. L’uscita di Matteo Renzi domenica sera alla tv ha fatto saltare i nervi prima di tutto a Luigi Di Maio, che nella chiusura dell’ex segretario del Pd ha visto il tramonto dell’ultima possibilità di fare un governo guidato da lui. Tornare alle elezioni è l'unica possibilità, ha detto il leader politico del Movimento 5 Stelle in un video postato su Facebook (si può vedere qui sotto). "A questo punto non c'è altra soluzione - dice Di Maio nel messaggio-video su Facebook - bisogna tornare al voto il prima possibile, poi ovviamente deciderà il presidente Mattarella. Tutti parlano di inserire un ballottaggio nel sistema elettorale ma il ballottaggio sono le prossime elezioni quindi io dico a Salvini, andiamo insieme a chiedere di andare a votare e facciamo questo secondo turno a giugno. Facciamo scegliere i cittadini tra rivoluzione e restaurazione". Ma l’esternazione di Renzi da Fabio Fazio ha irritato parecchio anche Maurizio Martina, il segretario reggente del Pd che si è visto scavalcare completamente. "Non ci sono le condizioni per governare il partito", ha detto lunedì pomeriggio. I malumori nel partito vanno però oltre Martina: l’uscita di Renzi nei fatti rende inutile la Direzione del 3 maggio, che fino a domenica pomeriggio veniva data come “decisiva” per il via libera ad alla trattativa con il Movimento 5 Stelle per la formazione di un governo. A destra, Salvini gongola, sia per la vittoria schiacciante del suo candidato in Friuli, sia per la fine del timore e dell’irritazione per l’accordo M5S-Pd che lo avrebbe tenuto fuori dai giochi. E, giusto per ribadire che è meglio avere pochi slogan ma decisi, ha rilanciato su Twitter il suo hashtag preferito: #andiamoagovernare.

2 maggio 2018. Dopo l'aggravarsi della crisi politica successiva alle elezioni del 4 marzo, saltata la possibilità di un accordo M5S-Pd e in attesa dell'assemblea del 3 maggio del Partito Democratico ormai devastato internamente, Matteo Salvini tenta l'allungo. Non esclude infatti di chiedere un pre-incarico al presidente Mattarella che, dopo aver incaricato il Presidente della Camera Roberto Fico di verificare la possibilità di un'alleanza Pd-M5S ancora non si è pronunciato sul da farsi (attenderà l'assemblea PD). Di certo chiude a ogni ipotesi d'intesa col Pd o di governo istituzionale e ribadisce la sua posizione: o un Governo M5S-Centrodestra o un Governo di scopo "corto" con l'obiettivo di riformare la legge elettorale in fretta e tornare al voto presto. Il Quirinale invece vorrebbe almeno un esecutivo di tregua che faccia anche la Finanziaria per tornare a votare all'inizio del 2019. La preoccupazione del presidente traspare con evidenza da quanto detto il 1 maggio al Quirinale chiudendo un discorso in occasione della Festa del lavoro: "Non mancano difficoltà nel nostro cammino. Tuttavia, dove c'è il senso di un destino da condividere, dove si riesce ancora a distinguere il bene comune dai molteplici interessi di parte, il Paese può andare incontro, con fiducia, al proprio domani". Anche il leader del M5S Luigi Di Maio dopo i suoi sfoghi contro Matteo Renzi (paragonato a Massimo D'Alema che trama nell'ombra) e il PD chiede il voto subito e, pare di capire, con il Rosatellum.

3 maggio 2018. Le opzioni per il presidente Mattarella per risolvere la crisi di governo sono diventate poche. Si ricomincerà lunedì 7 maggio, con un nuovo giro di consultazioni di una sola giornata. Ma per fare cosa? Per verificare se esistono "altre prospettive di maggioranze di governo", dicono al Quirinale. Sarebbe dunque un passaggio obbligato, per avere la conferma che effettivamente i partiti non sono riusciti a determinare una maggioranza dopo le elezioni del 4 marzo. Poi, dicono gli osservatori, Mattarella passerà alla verifica della possibilità di formare un "suo" governo. Nel senso di un "governo di tregua" o "del presidente", secondo le denominazioni preferite dai giornalisti e altri addetti ai lavori.

FIGURA ISTITUZIONALE. Il governo di Mattarella sarebbe guidato da una figura istituzionale, probabilmente il presidente del Senato o della Camera. Avrebbe un'agenda precisa e limitata, ma dalla quale non si può prescindere. Le scadenze europee e la legge di bilancio, per evitare l'esercizio provvisorio. Per fare questo, il governo arriverebbe così a fine 2018. Alle nuove elezioni quindi nella primavera del 2019.

LEGGE ELETTORALE. Nell'agenda però Mattarella potrebbe anche scrivere: nuova legge elettorale. Un provvedimento su un sistema più efficace della legge Rosato per dare una maggioranza al paese. Così però la vita del governo del Presidente sarebbe più lunga. In misura imprevedibile, viste le difficoltà di trovare un accordo su un assetto così delicato come il sistema di elezione del Parlamento.

PRE-INCARICO A SALVINI. In alternativa a questa scelta del governo del presidente già dalla conclusione delle consultazioni di lunedì, ci sarebbe la possibilità di un tentativo con il pre-incarico a Matteo Salvini, capo della coalizione di maggioranza relativa. Come nel centrodestra qualcuno ha più volte chiesto, si tratterebbe di andare a cercare i voti per la fiducia (e poi per ogni provvedimento) in Parlamento: una cinquantina alla Camera, una ventina al Senato. Difficile però che Mattarella accetti questo azzardo. Anche perché una volta costituito, un governo resterebbe in carica anche se venisse sfiduciato. In carica fino allo scioglimento delle Camere per le nuove elezioni. Mattarella per questa fase delicata preferirebbe di gran lunga il suo governo di "tregua" invece che un governo senza maggioranza e, in più, considerato da una parte consistente del Parlamento: "di parte". La direzione del Pd di giovedì pomeriggio ha invece chiuso ogni spiraglio al dialogo con il M5S. Scelta dettata da Matteo Renzi, e sostanzialmente condivisa (o subìta) dal segretario reggente Martina. Insomma, tutto come previsto. Intanto aspettiamo lunedì.

4 maggio 2018. Non ci sono novità sostanziali sulle possibilità di formare un governo. Come abbiamo visto ieri, si attende lunedì e il nuovo giro di consultazioni di Mattarella. Dopo le consultazioni, il Presidente della Repubblica, constatata l’incapacità dei gruppi politici di formare una maggioranza, affiderà un incarico per un governo “di tregua”. Va registrato che Luigi Di Maio, giusto per mantenersi lontano dalla realtà, che non riesce proprio ad afferrare, ha dichiarato al “Fatto Quotidiano”, che il M5S voterà contro il governo voluto da Mattarella. Si deve votare subito, dice Di Maio, dall'alto della sua saggezza istituzionale. Insomma, il M5S, fallita la conquista di Palazzo Chigi - legittimata a loro dire da una "vittoria", che però non c’è stata - ritorna ai toni della campagna elettorale. Beppe Grillo in una intervista al francese "Putsch" ha detto che l’Italia è una post-democrazia. Che è avvenuto un “colpo di stato al contrario”. Perché? Perché è stata fatta una legge elettorale per impedire al Movimento 5 Stelle di governare. Invece, dice il comico-capo-popolo, la democrazia dovrebbe permettere a chi raccoglie più voti di governare. Alla faccia, ancora una volta, delle regole di una democrazia rappresentativa, che, per esempio, nel quadro istituzionale italiano considerano il 32% dei voti insufficienti per trasformarsi in una maggioranza assoluta e richiedono capacità di mediazione per formare alleanze, perché è solo nel Parlamento che si possono formare le maggioranze. E Salvini? Salvini scalpita. Dice che è pronto per l'incarico, e quando lo dice non si capisce se davvero è convinto di poter trovare fra i gruppi avversari i voti che gli mancano per arrivare alla maggioranza assoluta, o se gli basti entare a Palazzo Chigi, anche alla guida di un governo che, pur sfiduciato, sarebbe in carica fino alle elezioni. In ogni caso finge di dimenticare la posizione di Mattarella: un incarico solo a chi dimostra, numeri alla mano, e nomi e cognomi dei "responsabili" in questo caso, di avere la maggioranza in Parlamento. Poi il capo della Lega si espone anche contro il "governo di tregua" se di questo dovesse fare parte il Pd. Disponibile invece a un governo del centrodestra con il Movimento 5 Stelle. Proposta alla quale però Di Maio dice immediatamente di no. Insomma, entrambi "i vincitori", a due mesi dalle elezioni del 4 marzo, continuano a comportarsi come se avessero davvero vinto.

7 maggio 2018. Lunedì 7 maggio doveva essere il giorno decisivo per dare un governo al paese, oltre due mesi dopo le elezioni del 4 marzo. Le consultazioni della mattina hanno però confermato la situazione bloccata: nessuno ha la maggioranza assoluta, e per fare un governo politico servirebbe un accordo fra due delle tre aree politiche rappresentate in Parlamento. Accordi impossibili. Il presidente prova quindi a offrire l'idea di un governo di tregua. Niente da fare: sbarramento di Lega e M5S. Resta solo il voto bis. Probabilmente inutile. Qui sotto la giornata come l'abbiamo raccontata in diretta.

Ore 11:00 - L’ultimo giro delle consultazioni è cominciato con il Movimento 5 Stelle che ha ribadito cose note al presidente della Repubblica Mattarella: Vogliamo, siamo disposti a discutere, un governo “politico” insieme con la Lega. Siamo disposti a rinunciare a dare a Di Maio la presidenza del Consiglio. Si scelga un “premier terzo”, neutrale. Il nostro interlocutore unico è la Lega di Salvini, decida Salvini come comportarsi con i suoi alleati. Il M5S è contrario a ogni ipotesi di governo tecnico, del presidente, di tregua. Se non si fa il governo politico con la Lega, si torni al voto al più presto, con l’attuale legge elettorale. Sarà un “ballottggio” fra noi e la Lega.

8 Maggio. Come si è capito pochi minuti dopo che il presidente Mattarella ha annunciato lunedì sera l’intenzione di dare vita a un governo “neutrale”, anche nel caso vedesse davvero la luce, la sua creatura sarebbe destinata a breve vita. Solo il Pd fra i tre maggiori gruppi parlamentari ha detto che sosterrà l’iniziativa. Con l’opposizione netta del Movimento 5 Stelle, della Lega e di Fratelli d’Italia, e quella più sfumata di Forza Italia, il governo neutrale non ha i numeri in Parlamento:

- alla Camera il fronte del “no” ha 379 deputati, ne servono 316 per la maggioranza assoluta;

- al Senato invece ne ha 185, ne basterebbero 161.

Sarebbe dunque un governo a termine molto ravvicinato, senza fiducia e quindi impegnato solo per l’ordinaria amministrzione. Il governo Gentiloni dunque lascerebbe dunque il passo a un altro governo a bassa intensità di azione. Come ha detto ieri Mattarella, premier e ministri dovranno impegnarsi a non candidarsi alle elezioni. Ma cosa farebbe dunque questo governo?

- Dovrà occuparsi del Def, affrontando il voto parlamentare sul Documento tendenziale presentato dal governo Gentiloni.

- Dovrà gestire alcuni provvedimenti di attuazione ereditati da Gentiloni.

- Dovrà partecipare al Consiglio europeo il 28 e 29 giugno, che si occuperà di nuove regole di bilancio e di immigrazione. Nel centrodestra, tuttavia, la situazione è piuttosto instabile, almeno a giudicare dalle diverse indiscrezioni dei media.

- Giorgetti (Lega) ha chiesto a Berlusconi di appoggiare dall’esterno un governo M5S-Lega; è arrivato anche a minacciare la “fine dell’alleanza” se Forza Italia dovesse sostenere l’esecutivo “neutrale” di Mattarella.

- Mariastella Gelmini di Forza Italia gli ha risposto che Fi non sosterrà il governo “neutrale” ma neppure darà l’appoggio esterno a quello di Salvini con Di Maio.

Ore 12:00 - Il centrodestra unito al Quirinale ha chiesto l’incarico pieno per Salvini per formare il governo, nel nome della "maggioranza" (poco più del 37%) dell’elettorato. Dato che Salvini sa benissimo di non avere in Parlamento la maggioranza assoluta, quel che viene chiesto al Presidente della Repubblica è un mandato al buio. Possibilità che il Presidente in queste settimane ha sempre fatto sapere di non considerare possibile. Salvini potrebbe arrivare in Parlamento, non ottenere la fiducia, ma rimanere in carica fino alle elezioni. Situazione “di governo elettorale di parte” che Mattarella non gradisce. Salvini non ha nemmeno citata la proposta di Di Maio di questa mattina.

Ore 12:45 - Maurizio Martina, segretario reggente del Pd ha ribadito la posizione del partito: manterremo l’impegno responsabile a disposizione del Paese.

Seguiremo le indicazioni del presidente della Repubblica.

In sostanza il Pd è l’unica forza politica che dice di essere disposta sostenere il “governo di tregua” di Mattarella o un "governo elettorale neutrale".

Ore 18:55 - Mattarella ha preso dunque l’iniziativa inevitabile: visto che non si è raggiunto nessun accordo capace di assicurare una maggioranza in Parlamento, costituirà un governo “neutrale, di servizio”, con personalità di prestigio alle quali il presidente chiederà che non si candidino alle successive elezioni, in modo da garantirne l’imparzialità rispetto alle forze politiche impegnate nella competizione elettorale. Saranno i vari partiti presenti in Parlamento, aggiunge il Presidente della Repubblica, a decidere ovviamente come agire rispetto a questo governo:

- In primo luogo, se emergerà una maggioranza politica, frutto finalmente di un accordo che fino a oggi non si è verificato, allora il governo di garanzia si dimetterà per lasciar spazio al nuovo governo politico.

- Se non si determina una maggioranza politica ma al governo del Presidente viene accordata comunque la fiducia, tale esecutivo andrebbe avanti sicuramente fino a dicembre 2018 per adempiere agli obblighi della legge di Bilancio e ai vari impegni europei, per poi portare - da una posizione neutrale - il Paese alle elezioni.

- Se invece a questo governo mancasse la fiducia, resterebbe in carica per portare il Paese subito - entro luglio - alle elezioni, con i rischi associati (difficoltà per gli elettori di esercitare il diritto di voto in piena estate) o in autunno (difficoltà di approvare in tempo la legge di bilancio, i rischi di aumento dell’Iva, possibili speculazioni finanziarie). Di seguito, in sintesi, i risultati degli incontri in giornata delle tre principali delegazioni con il Capo dello Stato:

Ore 21:00 - Difficile pensare cosa si aspettasse Mattarella dai leader delle formazioni che hanno tenuto bloccato il sistema politico per due mesi. Non ha dovuto comunque attendere molto per capirlo: subito dopo l’annuncio della sua intenzione di costituire un governo di tregua (i dettagli nel nostro post delle 18:55, qui sotto) si sono levate le voci dei protagonisti della “vittoria che non c’è stata ma non ce ne siamo accorti”: Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno detto immediatamente che no, non se ne parla nemmeno, non daranno la fiducia a questo governo del Presidente. Come dire, alle elezioni al più presto. Forse in luglio, forse in autunno.

10 maggio ore 9:00 - Lo smottamento elettorale del 4 marzo sembra dunque avviato a dar vita a un governo fra il Movimento 5 Stelle e la Lega. Mercoledì il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concesso altre 24 ore per permettere lo svolgimento della trattativa tra i leader delle due formazioni, Luigi di Maio e Matteo Salvini, congelando il governo "neutrale" che sembrava ormai l'unica soluzione allo stallo. Di Maio e Salvini stanno trattando sul nome del premier, anche se il capo politico del M5S continua a ripetere che "si sta parlando di temi e solo dopo si parlerà di nomi". La cosa importante ha aggiunto Di Maio, "è il contratto di governo, ci sono soluzioni che gli italiani aspettano da 30 anni". Più brutale Salvini che invece ha detto che "o si chiude in fretta oppure si torna al voto". "Come promesso, ha aggiunto, stiamo lavorando fino all'ultima ora per far nascere un governo fedele al voto degli italiani". La situazione si è sbloccata ieri pomeriggio quando Silvio Berlusconi ha dato sostanzialmente il via libera al governo della Lega con il M5S, anche se Forza Italia non voterà la fiducia. Un governo della Lega con il M5s non è la fine dell'alleanza di centrodestra, ha aggiunto l'ex premier. È una scelta di responsabilità da parte di Forza Italia, commentano da Forza Italia. Nel Pd, Renzi si dice soddisfatto dell'esito della crisi. Il resto del gruppo dirigente è invece sconcertato.

10 maggio. Continuano le trattative fra il Movimento 5 Stelle e la Lega per la formazione di un governo, a oltre due mesi dal voto. I leader delle due formazioni, Di Maio e Salvini, dicono di aver fatto passi avanti e di sentirsi fiduciosi. Hanno però chiesto a Mattarella altri due o tre giorni, fino a lunedì in sostanza, per definire il programma comune. Se non si chiude allora l’alternativa è andare davvero alle elezioni, dice Salvini. Secondo il quale nel programma devono entrare, come punti fondamentali: l’immigrazione, la sicurezza e gli sbarchi. Per il M5S, invece, l’accordo va costruito attorno al reddito di cittadinanza e alla flat tax.

La nota congiunta comunque è roboante e ottimista: "Dal confronto di oggi sono emersi numerosi punti di convergenza programmatici sui quali continuare a lavorare: Superamento della Legge Fornero, sburocratizzazione e riduzione di leggi e regolamenti; Reddito di cittadinanza, con iniziale potenziamento dei centri per l'impiego; introduzione di misure per favorire il recupero dei debiti fiscali per i contribuenti in difficoltà; studio sui minibot, Flat tax, riduzione costi della politica, lotta alla corruzione, contrasto all'immigrazione clandestina, legittima difesa. C’è grande soddisfazione per la possibilità’ concreta di lavorare per il Paese e nell'interesse dei cittadini." Per il nome del primo ministro, non trapela granché, salvo il fatto che si punta su un nome “terzo”, vale a dire nessuno dei due leader vuole fare necessariamente il presidente del consiglio.

14 maggio. Doveva essere il giorno in cui tirare le somme per il Governo italiano, a 70 giorni dalle elezioni del 4 marzo. Le delegazioni di M5s e Lega si sono recate oggi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, separatamente, per un rapido giro di consultazioni che avrebbe dovuto portare alla decisione del nome del futuro premier. Quello che appare certo è che Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno scelto di puntare su un nome terzo, politico. Ma di nomi non ne sono usciti. Al termine delle consultazione con la delegazione del M5S Luigi Di Maio ha chiesto altro tempo al Presidente della Repubblica: "Abbiamo aggiornato il presidente Mattarella su come stiano avanzando le interlocuzioni tra M5S e Lega su quello che è il contratto di governo, cuore di questo governo di cambiamento che siamo intenzionati a far partire il prima possibile. Noi lo sottoporremo ai nostri iscritti con un voto online che sarà chiamato a decidere se far partire questo governo con questo contratto o no... Siamo ben consapevoli delle scadenze internazionali che il governo dovrà affrontare, scadenze europee e extraeuropee, si stanno discutendo il Bilancio comunitario e il regolamento di Dublino, scadenze che ci impongono di fare presto" ha aggiunto Di Maio. "Proprio per ultimare il programma per cinque anni serve qualche altro giorno". Sul timing e dunque su quanto tempo concedere "decide Mattarella" ha concluso Di Maio. La stessa cosa ha fatto Salvini pur sottolineando come ancora non ci sia una unità di vedute su alcuni punti del programma, in primis sulle politiche per l'immigrazione su cui "siamo ancora lontani" ha detto il leader della Lega. Ha poi sottolineato di aver chiesto "qualche ora in più" al Capo dello Stato. "Il Governo parte se siamo in grado di fare le cose, altrimenti non cominciamo neanche e ci salutiamo". Il nodo della premiership è stato affrontato dai 2 leader nella giornata di domenica 13 maggio. Il Carroccio avrebbe fatto tornare in campo il leghista Giancarlo Giorgetti senza però riuscire a convincere la controporte, che anzi avrebbe rilanciato ancora una volta con la candidatura di Luigi Di Maio. Da qui poi sarebbe maturata la scelta condivisa di proporre per Palazzo Chigi una figura terza, seppure appartenente sempre al mondo della politica. A complicare la partita anche la decisione del Tribunale di Milano che ha reso nuovamente Silvio Berlusconi candidabile e dunque in grado di alzare le sue richieste all'interno della coalizione. 

17 Maggio. Dopo due giorni di incontri (e 73 dalle elezioni del 4 marzo) per tentare di trovare i punti in comune per un programma di governo da condividere e da presentare al Presidente Mattarella, Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno comunicato di aver concluso il lavoro. Il "contratto di Governo" M5S-Lega è stato ultimato tentando (pare) di smussare in apparenza tutti i punti di frizione, eliminando quelli in disaccordo, tentando una mediazione sulle questioni di maggiore distacco. Dunque via la richiesta di procedure europee per l'uscita dall'euro "per evitare strumentalizzazioni", dentro la richiesta di scorporo dal computo del rapporto debito-Pil dei titoli di stato di tutti i Paesi europei ricomprati dalla Bce. E poi il taglio delle pensioni d'oro, ma solo quelle derivanti da retributivo, revisione della Fornero, rimpatri più facili, reddito di cittadinanza e flat tax ma anche nuovi temi come i vaccini o la Tav. Ora non resta che i due leader politici diano l'ok definitivo a tutto l'impianto sciogliendo le riserve su una manciata di argomenti delicati demandati al loro definitivo lasciapassare: dall'immigrazione alla sicurezza, fino alle grandi opere, al fiscal compact e, non ultimo, al nodo del conflitto di interessi. E a quello dei rapporti con l'Europa che ha già scatenato l'allarme. E non sarà facile. Se otterrà il via libera di Salvini e Di Maio il contratto per il governo di cambiamento, in tutto quaranta pagine, potrebbe quindi essere trasmesso al Colle per "cortesia istituzionale".

22 maggio 2018. Lunedì è stato dunque il giorno nel quale Luigi Di Maio e Matteo Salvini hanno “proposto” al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il nome del loro uomo per la Presidenza del Consiglio: è Giuseppe Conte. Tutto come previsto ormai da un paio di giorni. Mattarella si è preso qualche ora di riflessione, e martedì ha visto i presidenti del Senato Elisabetta Casellati e della Camera Roberto Fico. Poi deciderà. Martedì probabilmente. I leader del M5S e della Lega si sono nel frattempo esercitati a difendere la scelta, dicendo che è comunque un Presidente del Consiglio “politico”; e che il governo rispetterà i vincoli ma farà crescere il Paese e metterà al centro l’interesse dell’Italia. Siamo evidentemente ancora ai toni e ai linguaggi da campagna elettorale. Salvini e Di Maio sono per ora più preoccupati di rispondere alle reazioni critiche che a ragionare da capi di partiti di governo. Peraltro gli argomenti critici non mancano:

- Intanto la questione stessa della "proposta" a Mattarella del prescelto come Presidente del Consiglio visto che la Costituzione prevede che "Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri" (Articolo 92 della Costituzione).

- Poi il fatto che Conte rischia di essere un Premier senza autorità, visto che i due capi dei partiti della maggioranza saranno nel governo ed è difficile pensare che sarà, come previsto dalla Costituzione, Conte a dare l' "indirizzo politico" ai due uomini che lo hanno collocato a Palazzo Chigi perché i veti incrociati hanno impedito che ci andasse uno di loro due.

Senza contare che poi il "contratto" fra M5S e Lega prevede anche un fantomatico "Comitato di conciliazione", della cui natura non si capisce molto, ma che potrebbe configurare un esautoramento incostituzionale delle prerogative del Presidente del Consiglio.

- Sempre su Conte: Ugo Magri (La Stampa) scrive oggi che Mattarella ha letto sia Salvini che a Di Maio, l'Articolo 95 della Costituzione per sottolineare le enormi responsabilità del Presidente del Consiglio e la sua autorità: "dirige la politica generale del governo e ne è responsabile", "mantiene l'unità di indirizzo politico e amministrativo, promuovendo e coordinando l'attività del Consiglio dei ministri". Responsabilità da "far tremare i polsi" scrive Magri. E non era mai successo nella storia repubblicana che il Presidente della Repubblica leggesse queste disposizioni costituzionali a due leader politici. Come a ricordare loro tanto l'autonomia del Presidente del Consiglio quanto la necessità che sia una persona in grado di reggere il peso dell'incarico.

- Oppure le preoccupazioni per le numerose proposte che stridono con l’ordinamento costituzionale presenti nel “contratto” di programma.

- E, ancora, le notevoli inquietudini delle autorità europee per l’economia italiana sotto la guida di Di Maio e Salvini, sottolineate anche dallo spread tra Btp e Bund a 189 e dal rating dell’agenzia Fitch che vede in aumento il rischio-paese.

- La questione dell’economia è ovviamente fra i pensieri principali anche di Mattarella. Nella lista dei ministri che Salvini e Di Maio avrebbero già preparato, ma forse non ancora consegnato, Mattarella ha fermato l’attenzione soprattutto sui dicasteri economici. È il nome di Paolo Savona, fortemente voluto da Salvini, a suscitare gli interrogativi: sicuramente competente ma sicuramente e fieramente antieuro.

- Infine, c'è la definizione di “premier non eletto” che tanto piaceva a Lega e 5 Stelle in questi anni e che ora anche gli ex alleati di Salvini di Forza Italia ritorcono contro Conte.

Certo alla reputazione del nuovo governo non fanno bene le parole di entusiasmo di Marine Le Pen per gli alleati della Lega “al potere”.

23 maggio 2018. Il governo M5S - Lega è dunque quasi fatto. Le scivolate di Giuseppe Conte - forse non così gravi, se valutate senza pregiudizi - accolte con stupore e un certo sarcasmo, anche internazionale, non hanno impedito il suo incarico a formare l'esecutivo da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. I rumori di fondo di queste ore non hanno influito sulla scelta del Presidente. Mattarella non ha evidentemente voluto forzare le relazioni con l'unica maggioranza che si è formata in questi mesi successivi allo smottamento elettorale del 4 marzo, ed è andato oltre i dubbi che gli venivano attribuiti dai quirinalisti sulla personalità del "candidato". Probabilmente Mattarella sarà invece più esigente quando Conte arriverà con la lista dei ministri. Soprattutto il nome indicato per il ministero dell'Economia sarà decisivo. Se sarà l'uomo che vorrebbe Matteo Salvini per quel posto, l'economista antieuro Paolo Savona, avremo un bel confronto istituzionale, con Mattarella che chiederà un altro nome o fortissime garanzie di rispetto dei trattati internazionali del Paese. Come la Costituzione prevede del resto: "Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri" (Articolo 92). Insomma, se Mattarella ha digerito Conte e il metodo usato da Salvini e Di Maio, ora che ha un interlocutore istituzionale vorrà che il Presidente del Consiglio incaricato stia ben dentro la strada tracciata dalla Costituzione e dalla prassi istituzionale. Questo confronto sui ministri potrebbe essere dunque il vero ostacolo sulla strada verso Palazzo Chigi di Conte. In queste ore, Salvini ha fatto sapere che non accetterà veti sul "suo" uomo per l'economia, mettendo in evidenza il carattere più radicale e ideologico che la Lega vuole imprimere all'esecutivo. Mentre Di Maio e il M5S sembrano più disposti a tranquillizzare il Presidente Mattarella, l'Unione europea e i mercati. Nel breve discorso di Conte all'uscita dal colloquio con Mattarella con l'incarico - accettato "con riserva" - in tasca, ha provato a sottolineare che la sua azione nel formare il governo e poi nel guidarlo sarà improntata al rispetto della collocazione europea e internazionale dell'Italia. Conte ha anche detto che parlerà con tutte le forze politiche presenti in Parlamento. Dopo questa pennellata di correttezza e di "europeismo", Conte ha anche usato alcune espressioni care alla retorica di M5S e Lega di questi mesi: "governo del cambiamento", "difensore del popolo" ecc. Conte ha anche ricordato che il suo governo applicherà il "contratto" stipulato da Salvini e Di Maio. Contratto al quale il presidente del Consiglio incaricato ha rivendicato di aver dato il suo contributo. Infine, Giuseppe Conte ha tenuto a dire che è consapevole delle prerogative e responsabilità che spettano al Presidente del Consiglio dei ministri (intendendo dire: sarò autonomo e non teleguidato dai due leader dei partiti di maggioranza), affermazione dietro la quale si intravvede la richiesta di Mattarella, preoccupato di possibili forzature della Costituzione con un Premier senza autonomia.

Così riporta l'Ansa il discorso di Conte: Il presidente della Repubblica mi ha conferito l'incarico di formare il governo, incarico che ho accettato con riserva. Se riuscirò a portare a compimento l'incarico esporrò alle Camere un programma basato sulle intese intercorse tra le forze politiche di maggioranza. Con il presidente della Repubblica abbiamo parlato della fase impegnativa e delicata che stiamo vivendo e delle sfide che ci attendono e di cui sono consapevole. Così come sono consapevole della necessità di confermare la collocazione internazionale ed europea dell'Italia. Il governo dovrà cimentarsi da subito con i negoziati in corso sui temi del bilancio europeo, della riforma del diritto d'asilo e del completamento dell'unione bancaria: è mio intendimento impegnare a fondo l'esecutivo su questo terreno costruendo le alleanze opportune e operando affinché la direzione di marcia rifletta l'interesse nazionale. Fuori da qui c'è un Paese che giustamente attende la nascita di un esecutivo e attende delle risposte. Quello che si appresta a nascere sarà il governo del cambiamento, sottolinea. Il contratto su cui si fonda questa esperienza di governo, a cui anche io ho dato il mio contributo, rappresenta in pieno le aspettative di cambiamento dei cittadini italiani. Lo porrò a fondamento dell'azione di governo nel pieno rispetto delle prerogative che la Costituzione attribuisce al presidente del Consiglio dei ministri e nel rispetto delle altre previsioni e regole costituzionali. Il mio intento è dar vita a un governo dalla parte dei cittadini, che tuteli i loro interessi. Sono professore e avvocato, nel corso della mia vita ho perorato le cause di tante persone e mi accingo ora a difendere gli interessi di tutti gli italiani in tutte le sedi europee e internazionali, dialogando con le istituzioni europee e con i rappresentanti di altri Paesi. Mi propongo di essere l'avvocato difensore del popolo italiano. Sono disponibile a farlo senza risparmiarmi, con il massimo impegno e la massima responsabilità. Nei prossimi giorni tornerò dal presidente della Repubblica per sciogliere la riserva e in caso di esito positivo per sottoporgli le proposte relative alla nomina dei ministri. Non vedo l'ora di iniziare a lavorare sul serio. Grazie a tutti.

24 maggio 2018. Il secondo giorno da "Presidente del Consiglio incaricato" di Giuseppe Conte è pieno delle rapide consultazioni di prassi dei gruppi parlamentari. Poi dovrebbe arrivare la lista dei ministri con la quale salirà di nuovo da Mattarella. In buona misura in quella lista si potrà leggere quanto il governo Conte potrà rispettare le indicazioni istituzionali - sostenute dalla Costituzione - che il Presidente della Repubblica gli ha dato mercoledì.

- 1) Conte deve dimostrare di essere un premier autonomo e pienamente responsabile del governo nel rispetto dell'articolo 95 della Costituzione, non un uomo pilotato da Di Maio e Salvini.

- 2) Conte deve anche dimostrare a Mattarella che il suo governo rispetterà i trattati internazionali dell'Italia - soprattutto quelli della Ue e si manterrà nella cornice delle alleanze atlantiche.

- 3) Ovviamente il governo Conte non dovrà mettere in discussione l'Euro e rispettare i vincoli di bilancio.

Ecco che per dare queste garanzie i nomi scelti per i ministeri saranno fondamentali. Se all'economia ci sarà il nome di Paolo Savona - che ancora mercoledì sera Salvini dichiarava indispensabile - è probabile che Mattarella consideri superata la cornice indicata a Conte. Anche il leghista Giorgetti sottosegretario alla Presidenza sarebbe forse un peso quasi insopportabile: indicazione di una autonomia limitata del Presidnete del Consiglio. A proposito di Savona: secondo Marzio Breda del "Corriere della Sera" scrive che Mattarella si sia arrabbiato per l'annuncio che ha fatto alle agenzie di stampa di "essersi dimesso da un certo consiglio di amministrazione per prepararsi a «imminenti incarichi pubblici». Marco Galluzzo, sempre sul "Corriere", dice addirittura che Conte sarebbe disponibile a dare retta a Mattarella e scegliere una persona diversa da Savona. Scelta questa che però potrebbe addirittura mettere in forse il sostegno della Lega all'esecutivo, e quindi portare alle elezioni.

27 Maggio. Il tentativo di Giuseppe Conte per formare il governo è fallito. Il punto di rottura è stato il nome del ministro dell’economia, Paolo Savona, come prevedibile e come più volte scritto e detto. Conte ha ribadito che le due forze politiche che lo avevano indicato, Lega e Movimento 5 Stelle, gli hanno dato la piena collaborazione. Il Presidente della Repubblica Mattarella ha esercitato la sua prerogativa costituzionale - articolo 92 - opponendosi alla nomina di Savona al ministero fondamentale dell’economia. "Io devo firmare", ha detto Mattarella, i decreti per le nomine dei ministri "assumendone la responsabilità istituzionale, in questo caso il presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia che non ha subito né può subire imposizione". "Ho condiviso e accettato tutte le proposte tranne quella del ministro dell'Economia”, ha aggiunto Mattarella. "Ho chiesto un autorevole esponente politico della maggioranza", aggiunge, "ho registrato con rammarico indisponibilità a ogni altra soluzione". La situazione, ha poi aggiunto "ha messo in allarme risparmiatori e investitori italiani e stranieri”. Lo spread si è impennato creando "rischi concreti per i risparmi dei nostri cittadini e le famiglie italiane”. Il Presidente della Repubblica ha anche detto che “L’adesione all'euro è fondamentale per la prospettiva del nostro Paese. Se lo si vuole discutere lo si deve fare apertamente, visto che non è stato oggetto di campagna elettorale”. Irritate e al limite dell’eversione le reazioni di Salvini e Di Maio che hanno considerato Mattarella responsabile del fallimento di Conte, senza nemmeno provare ad argomentare perché non hanno provveduto a sostituire il nome di Savona nella lista. Fatto, questa della sostituzione di un ministro proposto al Capo dello Stato, che ha illustri precedenti: per esempio Scalfaro che rifiutò la nomina di Previti alla Giustizia nel 1994, o Napolitano che “sconsigliò” a Renzi di inserire Nicola Gratteri. In serata, le reazioni di Lega e Movimento 5 Stelle sono andate oltre i limiti del buon senso con alcuni esponenti del M5S - seguiti da Fratelli d’Italia - che parlano di impeachment per Mattarella. Siamo in piena crisi istituzionale. Intanto, Sergio Mattarella ha convocato per lunedì mattina Carlo Cottarelli per provare a formare il governo "neutrale".

28 maggio. Saltato il tentativo di formare un Governo proposto da Giuseppe Conte, Carlo Cottarelli (ex commissario alla spending review) è salito al Quirinale convocato dal Capo dello Stato Sergio Mattarella e ha accettato l'incarico di formare un Governo. Cottarelli ha dichiarato che si presenterà in Parlamento per la fiducia con la lista dei ministri con l'obiettivo di approvare la Legge di Bilancio e portare il paese a nuove elezioni a gennaio del 2019. Qualora la fiducia non dovesse arrivare, allora le elezioni verrebbero anticipate dopo "dopo il mese di agosto". Inoltre Cottarelli ha voluto rassicurare i mercati esteri e l'Europa dichiarando che nonostante il nuovo incremento dello spread oltre i 200 punti, i conti pubblici italiani sono sotto controllo e non c'è nessuna volontà politica di uscire dall'euro o indebolire i rapporti con l'Europa.

29 maggio. Il premier incaricato Carlo Cottarelli e il Capo dello Stato Sergio Mattarella non hanno concluso il lavoro sulla lista dei ministri del governo che lo stesso Cottarelli dovrà presentare in Parlamento per ottenere l'agognata (e quasi impossibile) fiducia. Si incontreranno nuovamente nella mattina di mercoledì per terminare il lavoro. Nel frattempo per tutta la giornata si sono susseguite le dichiarazioni di esponenti politici. Matteo Salvini ha detto: "Non vorrei rompere le scatole agli italiani almeno nel mese di agosto. La cosa certa è che non possiamo avere un governo fantasma che magari aumenta l'Iva e aumenta le tasse sulla benzina e che poi se ne va indisturbato dopo 3-4 mesi. Da questo punto di vista prima è meglio è, sperando che non si voti a Ferragosto". 

29 maggio. La giornata di mercoledì dovrebbe chiarire se Di Maio e Salvini siano in grado di riprendere un po’ di senso di responsabilità. Infatti, dopo la frenata del governo Cottarelli, della quale abbiamo parlato ieri sera, si sono diffuse ipotesi di un nuovo accordo fra la Lega e il M5S per tornare al Quirinale con un lista di ministri che Mattarella possa nominare. Ieri Di Maio, pilotato da Beppe Grillo, ha detto di essere pronto a rivedere la posizione del M5s e di voler chiudere le ostilità verso il Quirinale (“l’impeachment non è più sul tavolo”). Per quanto grottesca nel suo svolgimento, la giravolta del leaderino M5S potrebbe davvero costringere Salvini a dire se vuole o no provare a governare, o se, invece, quel che gli interessa veramente è andare alle elezioni per capitalizzare la sua leadership nel centrodestra. Anche Giorgia Meloni sembra aver cambiato idea sull'esecutivo M5s-Lega: “Siamo stati critici, ma arrivati a questo punto siamo disponibili a rafforzare quella maggioranza con Fdi per uscire dal caos”. Appelli che, per ora, Salvini sembra non raccogliere: “Ci hanno impedito di fare un governo che rappresenta 17 milioni di italiani”, dice nell'ultimo comizio della giornata a Siena.

Governo Conte, la lista di tutti i ministri: Salvini all’Interno e Di Maio al Welfare. Saranno vicepremier. La svolta dopo 88 giorni di crisi: Tria all’Economia e Giulia Bongiorno alla Pubblica Amministrazione. Per Paolo Savona c’è il «trasloco» alle Politiche Europee (con l’ok della Lega). No del M5S all’ingresso di Fratelli d’Italia nell’esecutivo, scrive Carlotta De Leo il 31 maggio 2018 su "Il Corriere della Sera". La svolta, a 88 giorni dal voto, dal vertice Salvini-Di Maio alla Camera a cui si è aggiunto Giuseppe Conte, il professore pugliese (premier in pectore, convocato da Mattarella alle 21) tornato a Roma di corsa da Firenze. «Accordo fatto», dicono alla fine i leader di M5S e Lega. Ecco la lista che giurerà venerdì alle 16: 

Presidente del Consiglio - Giuseppe Conte

Vicepresidente del Consiglio e Ministro del Lavoro Luigi Di Maio (M5S)

Vicepresidente del Consiglio e Ministro dell’Interno Matteo Salvini (Lega)

Rapporti con il Parlamento e democrazia diretta Riccardo Fraccaro (M5S)

Pubblica Amministrazione Giulia Bongiorno (Lega)

Affari Regionali e Autonomie Erika Stefani (Lega)

Ministro per il Sud Barbara Lezzi (M5S) 

Ministro per la disabilità Lorenzo Fontana (Lega)

Ministro affari esteri Enzo Moavero Milanesi

Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (M5S)

Ministro per l’Ambiente, Sergio Costa (M5S)

Ministro della Difesa Elisabetta Trenta (M5S)

Ministro dell’Economia Giovanni Tria

Ministro delle politiche agricole Gian Marco Centinaio (Lega)

Ministro Infrastrutture Danilo Toninelli (M5S)

Ministro dell’Istruzione Marco Bussetti (Lega)

Ministro dei Beni Culturali e Turismo Alberto Bonisoli (M5S)

Ministro della Salute Giulia Grillo (M5S)

Ministro delle Politiche comunitarie Paolo Savona

Sottosegretario Presidente del Consiglio Giancarlo Giorgetti (Lega) 

LA LISTA. CHI SONO I MINISTRI DEL GOVERNO CONTE. Nove ministri in quota M5S, sette della Lega. Tre i tecnici e proprio su questi si è puntato per uscire dalla cris: Giovanni Tria all’Economi, il «trasloco» di Paolo Savona alle Politiche Comunitarie (con l’ok della Lega) e Enzo Moavero-Milanesi alla Farnesina. Proprio il ministero degli Esteri era l’ultimo nodo sull’accordo di governo M5s-Lega; il «duello» era tra l’ex ministro del governo Monti e l’ambasciatore italiano in Russia, Pasquale Terracciano. Alla fine ha prevalso Moavero ma ci sarebbero stati dei dubbi soprattutto da parte M5s, riferisce un parlamentare della Lega. Restano saldi i ministeri affidati a Matteo Salvini (Interni), Luigi Di Maio (Sviluppo economico con dentro anche il ministero del Lavoro): i due leader politici ricopriranno anche il ruolo di vicepresidente del Consiglio. Giancarlo Giorgetti (Braccio destro di Salvini) sarà nominato sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Poi, Riccardo Fraccaro (M5s) responsabile dei Rapporti con il Parlamento (e democrazia diretta), mentre Giulia Bongiorno (Lega) sarà la ministra alla Pubblica amministrazione. Agli Affari regionali Erika Stefani (Lega), al nuovo dicastero per il Sud Barbara Lezzi (M5s). A capo del l’altra new entry (il ministero per i Disabili) il leghista Lorenzo Fontana, mentre alla Giustizia resta il nome di Alfonso Bonafede (M5s) e all’Ambiente il generale dei carabinieri Sergio Costa voluto da Di Maio per il suo impegno nella Terra dei Fuochi. In quota grillina anche i ministeri della Difesa con Elisabetta Trenta, dei Beni culturali affidato a Alberto Bonisoli, delle Infrastrutture con Danino Toninelli, e della Salute con Giulia Grillo. Alla Lega vanno invece le Politiche agricole Gian Marco Centinaio e l’Istruzione, Marco Bussetti. Il veto dei grillini all’allargamento della maggioranza avrebbe bloccato l’ingresso nell’esecutivo di esponenti di Fratelli d’Italia. Fuori Fdi, ma la Meloni annuncia una possibile astensione.

Giovanni Tria, Enzo Moavero Milanesi, Marco Bussetti, Alfonso Bonafede, Giulia Grillo: chi sono i ministri del Governo Conte. I nomi dell'esecutivo politico del Carroccio e dei Pentastellati, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera".

Presidente del Consiglio: Giuseppe Conte, 53 anni. Confermato il nome fatto da Matteo Salvini e Luigi Di Maio per la presidenza del Consiglio: Giuseppe Conte. Nato a Volturara Appula, in provincia di Foggia, laureato in Giurisprudenza nel 1988, docente di Diritto Privato all’università di Firenze, ha 53 anni.

Il professore a chiamata non tocca palla sui ministeri. Fallito il primo tentativo, viene riconvocato a giochi fatti. E dovrà applicare il programma scritto da altri, scrive Giuseppe Marino, Venerdì 01/06/2018, su "Il Giornale". «Avrò una squadra di ministri giovani e dinamici, appena mi mandano la lista vi dico i nomi». La battuta impietosa che girava nei giorni del primo incarico a Giuseppe Conte ieri si è improvvisamente tramutata in una impietosa realtà. Il prof avv trattato come una colf a ore, un premier interinale convocato, licenziato su due piedi e poi riconvocato in fretta e furia appena conclusa la trattativa più pazza del mondo, composizione della lista dei ministri inclusa. Fino a ieri mattina Conte era tranquillamente a Firenze a tenere la sua lezione. Nel pomeriggio è arrivato alla chetichella a Roma, quando già i cronisti iniziavano a chiedersi se alla fine il suo nome fosse saltato. Il professore, che si era congedato dal suo primo tentativo di arrivare a Palazzo Chigi con un mesto «Ho fatto tutto il possibile», in realtà si trova a capo di un governo cucito a sua insaputa, programma incluso. Ha sempre detto di aver partecipato alla stesura del famoso «contratto di governo» ed è pur possibile che nel documento sia transitato qualche suo contributo, ma al tavolo delle trattative tra Lega e M5s non c'era. E il suo nome era spuntato solo nel finale, per sedare la lite sulle poltrone. Il «non se so nulla» confidato da Conte a un cronista poche ore prima della partenza del suo governo è una presa d'atto realistica. Una certezza il professore però ce l'aveva: il suo compito sarà anche quello di resistere alle pulsioni anti europeiste, come gli ha chiesto il Quirinale. Non va dimenticato infatti che Conte viene dal mondo dell'avvocatura che frequenta il potere romano lo stesso cui appartiene Giulio Napolitano, l'amministrativista di grido, figlio dell'ex presidente della Repubblica. Un premier in quota 5 Stelle, dunque, ma con un background che sicuramente non dispiace al Quirinale, al netto dei peccatucci di vanità cui il prof indulgeva nel redigere il curriculum sbugiardato pubblicamente. Una garanzia, quella sull'Europa, cui Mattarella non ha mai voluto rinunciare. E infatti, al cronista che chiedeva della posizione sull'euro, Conte ha spiegato: «L'Europa deve essere sempre più forte, nessuno ha mai posto in discussione che siamo nel sistema europeo e ci vogliamo rimanere. In bocca al lupo all'Italia». E in bocca al lupo anche all'avvocato che dopo essersi occupato per anni di contratti di diritto privato, dovrà gestire il difficile equilibrio del patto giallo-verde basato su uno strano contratto di governo siglato dal notaio, una prima assoluta nella storia della Repubblica. Una garanzia nulla, una formalità usata per gettare fumo negli occhi del popolo a 5 Stelle cui Grillo e soci avevano giurato che mai avrebbero fatto alleanze. Il contratto infatti, proprio come quello della Grosse koalition tedesca, non è vincolante. Non potrà scongiurare infatti un «inadempimento prima del termine» che, guarda caso, è il titolo della tesi di laurea dell'ormai premier. E così, dopo la trattativa più lunga della Repubblica, Conte parte con l'incarico più breve di sempre: «Lavoreremo intensamente per raggiungere gli obiettivi», ha detto annunciando la lista dei ministri, con i deputati mai chiamati «onorevoli», in stretta osservanza della politicy grillina. Il giuramento oggi alle 16. E che lo spread ce la mandi buona.

Giuseppe Conte e gli altri cinque: quali sono i premier non eletti. Per la sesta volta nella storia repubblicana ad occupare Palazzo Chigi si ritroverebbe un tecnico o un professore che non è stato eletto in precedenza dai cittadini. L'ultimo è stato Matteo Renzi ma nella Seconda Repubblica è successo varie volte. Nella Prima mai (se non in chiusura), scrive Christian Dalenz il 24 maggio 2018 su "L'Espresso". Si è detto e scritto molto sul fatto che Giuseppe Conte stia per diventare presidente del Consiglio senza nemmeno essere passato per l'elezione popolare da parlamentare semplice. Ma non sarebbe però la prima volta che succede una cosa del genere. Nella Prima Repubblica non è mai avvenuto, e probabilmente in quel periodo pieno di forti personalità politiche non era nemmeno pensabile. Solo in chiusura di quella stagione ci si affidò all'allora “tecnico” Ciampi. Ma poi, nella Seconda, sono stati diversi i momenti in cui ci si è voluti affidare a qualcuno che provenisse al di fuori delle Camere.

GOVERNO CIAMPI (1993-1994). Era un periodo drammatico per la vita del Paese. La mafia colpiva duramente le istituzioni, le quali reagivano e le davano la caccia altrettanto duramente. La magistratura scoperchiava un'infinità di piccole e grandi corruttele nella politica. La partecipazione al sistema di cambio con le altre monete europee, lo Sme, entrava in crisi. Quella legislatura, la XI, aveva dunque la vita segnata. Dopo le dimissioni di Giuliano Amato, che con il suo governo dovette farsi carico di decisioni delicatissime per la vita economica del Paese, l'allora Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro diede l'incarico a Carlo Azeglio Ciampi, che da poco aveva lasciato la presidenza della Banca d'Italia. Ma che mai era entrato in maniera diretta nell'agone politico. Il suo governo si caratterizzò, dal punto di vista della politica economica, per l'inizio della privatizzazione delle imprese pubbliche (con Romano Prodi commissario speciale) e per la concertazione con i sindacati di misure volte a contenere l'inflazione; sul versante della Giustizia, per il famoso decreto Conso che revocò le misure di detenzione speciali a diversi mafiosi previste nell'art. 41 bis del codice penale. E quando nacque vide quasi subito le dimissioni dei propri ministri iscritti al Pds e ai Verdi (tra cui un giovane Francesco Rutelli) perché a Bettino Craxi era stata negata l'autorizzazione a procedere. Quando Ciampi si dimise furono convocate elezioni anticipate, che segnarono l'inizio dell'epoca di Silvio Berlusconi in politica.

GOVERNO DINI (1995-1996). Pur avendo ottenuto straordinari successi con le sue imprese, per Berlusconi l'attività politica non cominciò in maniera altrettanto entusiasmante. Dopo pochi mesi dalla vittoria alle elezioni, i contrasti politici con gli alleati della Lega Nord lo spinsero alle dimissioni. Scalfaro decise nuovamente di chiamare una personalità esterna al Parlamento per gestire la crisi e le nuove elezioni: Lamberto Dini. Già dirigente della Banca d'Italia, Berlusconi lo aveva scelto come ministro del Tesoro. Al Presidente Scalfaro sembrò opportuno selezionare il nuovo capo di governo direttamente da quello dimissionario. Si scelse di formare un nuovo esecutivo con sole personalità “tecniche”, non elette in Parlamento, fra cui Susanna Agnelli, sorella, tra gli altri, di Giovanni, che diventò ministro degli Esteri. Il governo Dini è passato alla storia soprattutto per aver riformato il sistema pensionistico con il metodo contributivo. Per Berlusconi è stato invece in primo luogo il governo del “ribaltone”, perché fu appoggiato proprio dagli ex-amici della Lega Nord. Dopo le sue dimissioni, di nuovo elezioni. E l'emergere di un'altra figura fondamentale per la cosiddetta Seconda Repubblica, ma già presente in vari modi nella Prima: Romano Prodi.

GOVERNO AMATO II (2000-2001). Prodi e D'Alema, protagonisti della nuova fase politica, formeranno dei governi ma saranno costretti a dimettersi dalla presidenza del Consiglio per instabilità delle rispettive maggioranze. Di nuovo, la necessità di formare un governo di emergenza per gestire la fase pre-elettorale. Il Presidente della Repubblica è ora proprio Carlo Azeglio Ciampi. Per il nuovo incarico sceglie Giuliano Amato, già ministro del Tesoro con D'Alema premier e già, come abbiamo visto, presidente del Consiglio. Ma non parlamentare, in quella fase politica, nonostante vantasse già 3 legislature da deputato nel suo curriculum. Dopo le sue dimissioni da premier, il trionfale ritorno di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, a seguito della nuova vittoria nelle urne.

GOVERNO MONTI (2011-2013). Stagione politica completamente diversa. Berlusconi era tornato premier per la terza volta e governava già da tre anni, ed il Paese era incappato in una delle sue più gravi crisi economiche di sempre. Lo spread, il differenziale tra i tassi di interesse dei nostri titoli di Stato con quelli tedeschi, era alle stelle. La sua maggioranza traballava, dopo anni di ripetute crisi politiche e personali. L'allora Cavaliere subì dunque molte pressioni per dimettersi e lasciare ad altri il compito di risanare le finanze pubbliche, che in quel momento appariva drammaticamente urgente. Il Presidente Napolitano nominò Mario Monti senatore a vita e poi presidente del Consiglio. Tecnicamente, dunque, diventò premier da parlamentare, ma comunque non era stato eletto per rappresentare il popolo italiano. Il resto della storia è recente e ben nota. Anni di politiche di austerità fortemente criticate per gli effetti recessivi sull'economia italiana. Al termine del mandato di Monti, le elezioni segnarono un cambiamento epocale nella politica italiana: l'insorgenza del Movimento 5 Stelle guidato dal comico Beppe Grillo.

GOVERNO RENZI (2014-2016). La XVII legislatura ebbe un inizio piuttosto rocambolesco, con la nascita del governo Letta appoggiato da Pd e Forza Italia e poi solo dai democratici e dai fuoriusciti dal partito di Berlusconi. Le primarie del Pd fecero emergere la nuova leadership di Matteo Renzi, che non si era candidato alle elezioni in quanto ancora sindaco di Firenze. Una volta segretario del partito, Renzi non resistette al richiamo di Palazzo Chigi e chiese ai suoi di lasciarlo diventare premier al posto di Enrico Letta, che non poté fare altro che rassegnare le dimissioni. Ne seguì una stagione piena di riforme, spesso contestate ed anche platealmente respinte, come nel caso della riforma costituzionale promossa dallo stesso Renzi e da Maria Elena Boschi.

Vicepresidente e Interno: Matteo Salvini (Lega), 45 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Matteo Salvini, milanese, classe ‘73, divorziato, due figli, è dal 2013 il segretario federale della Lega, partito cui aderisce nel 1990. Il neo ministro dell’Interno e vicepremier non è laureato: iscritto alla Statale di Milano, lascia gli studi a 5 esami dalla fine. Giornalista professionista, lavora al quotidiano leghista La Padania e a Radio Padania Libera. Fonda i Comunisti padani. Inizia da consigliere comunale a Milano con il leghista Marco Formentini. A Palazzo Marino rimarrà per 19 anni. È stato europarlamentare ed è alla terza legislatura, due da deputato, ora senatore. Per anni chiede l’indipendenza della Lombardia e del Nord dal resto dell’Italia, anche con pesanti slogan contro il Sud, salvo poi nel 2014 fondare nel Centro e Sud Italia Noi con Salvini. Feroce nemico dell’immigrazione clandestina invoca «regole contro la confusione» per «ripulire le città dagli immigrati», anche dando «mano libera a polizia e carabinieri». Critico sulla moneta unica, nel 2013 è l’anima del «No Euro Day» e crea un asse con gli altri movimenti no euro d’Europa. Ha ribadito più volte di volere l’Italia fuori dall’euro ma rifiuta la definizione di antieuropeista: «La Lega è per un’Europa dei popoli».

Chi è Salvini, dalle ruspe al Viminale, scrive il 01/06/2018 "Adnkronos". Da qualche settimana, durante le lunghe trattative per dar vita al governo, Matteo Salvini ha dovuto lasciare nel cassetto le adorate felpe. Un po' il suo marchio di fabbrica che, con disinvoltura, ha portato in campagna elettorale, da Nord a Sud del paese, fino ai salotti televisivi. Sappiamo tutti come è andata a finire: dalla prima maglia, dove si leggeva "Padania is not Italy", a quelle geolocalizzate, con "Veneto", e poi anche "Sicilia" e "Calabria" il leader della ex Lega Nord, si appresta a sbarcare al Viminale, alla guida del ministero dell'Interno, pronto ad attuare quella politica delle "mani libere" che ha sempre rivendicato in caso di suo arrivo alla poltrona del ministero guidato, fino a ieri, da Marco Minniti. Dal ministero chiave, da sempre nei sogni della Lega, dove già si è seduto il suo predecessore alla guida della Lega, quel Roberto Maroni, che fu titolare dell'Interno del primo governo Berlusconi, dal 10 maggio del '94 fino al gennaio dell'anno successivo Salvini dovrà dare soluzione ai problemi che sembrano stare più a cuore agli italiani. Quello della sicurezza, su cui Salvini è in prima fila, puntando a rafforzare le forze dell'ordine, arrivando a una legge sulla legittima difesa e, soprattutto quello dei migranti, su cui da ultimo, pochi gironi fa, ha detto che "va bene che gli sbarchi sono diminuti, ma ora bisogna puntare a più espulsioni, perché 7mila l'anno sono poche". Salvini, che ha appena festeggiato i 45 anni, lo scorso nove marzo, è un leghista della prima ora. Dopo il diploma al liceo Manzoni, a Milano, sua città natale, si divide tra l'impegno all'università, dove finisce però fuoricorso, fermandosi a quota 5 esami e la passione per la politica, dove si segnala tra i giovani comunisti padani, iscrivendosi a 17 anni al partito di Bossi. Nel frattempo lavora al quotidiano della Lega, 'La Padania', in cui si forma come giornalista e anche alla radio di partito. In quegli anni non trascura qualche passaggio televisivo sulle reti del Biscione, come quando partecipa, nel '93, appena ventenne, con una folta capigliatura stile beat, alla trasmissione di Davide Mengacci 'Il pranzo è servito', nello stesso anno è consigliere comunale nella giunta Formentini, a Milano.

A Milano diventa volto noto del Carroccio, prima responsabile del settore dei giovani, fino al '97, poi segretario cittadino, infine, da 1998 al 2004, segretario provinciale. Salvini si presenta alle elezioni europee del 2004: a dargli il voto, nella circoscrizione nord-ovest sono in 14 mila, voti che lo mandano a Bruxelles per la prima volta. Ci ritornerà nel 2009, quadruplicando i voti ottenuti, che sono quasi 70 mila, nel frattempo sbarca in Parlamento, a Roma. Ma Salvini, più che a Bruxelles e a Roma, punta a cambiare volto alla Lega. Lega che nell'aprile del 2012 vede l'addio di Bossi alla segreteria, coinvolto dallo scandalo dei fondi sottratti dal tesoriere Belsito, con accuse che vedono in ballo lo stesso Senatur e la sua famiglia. Alla segreteria arriva Maroni, ma il declino della Lega sembra inarrestabile. Alle politiche del 2013, il partito non va oltre il 4% su scala nazionale, perdendo la metà dei voti nelle roccaforti di Veneto e Lombardia. Dopo il voto ecco il congresso straordinario, a dicembre del 2013, Salvini sfida Bossi per la segreteria e alle primarie stacca il fondatore, raccogliendo l'82% dei voti dei militanti. Cambia tutto, lo si vede sin dalle elezioni europee dell'anno successivo, con il segretario che allarga i confini del partito e si allea con il Front National di Marine Le Pen, nel rifiuto di una Ue di cui critica la moneta unica, in nome di una ideologia sovranista e nel dire no all''invasione dei migranti' che arrivano in Europa. A dare misura della svolta di Salvini anche il superamento dei confini padani: la Lega si allarga al Sud, fino all Sicilia, con “il movimento Noi con Salvini”. E' ormai un partito nazionale che gioca a tutto campo, nonostante i mugugni dello stesso Bossi, spesso in conflitto con il segretario. Salvini vola nelle primarie del 2017 del partito, riconfermato alla segreteria con l'82% dei voti arriva al voto del 4 marzo con della Lega, privo di riferimenti al Nord, per la prima volta dopo 30 anni. Gli elettori premiano la “Lega per Salvini Premier”, che sorpassa l'alleato Berlusconi per la prima volta, divenendo l'azionista di maggioranza del centrodestra. Migliore risultato della storia della Lega: oltre quota 17% sia alla Camera sia al Senato, con l'elezione di 124 deputati e 58 senatori. Front man instancabile, negli ultimi mesi lo hanno visto tutti in azione. Dai talk show - capace di essere in video più volte al giorno - alle piazze di tutto il Belpaese. Ma la sua forza è soprattutto sui social: dove ha superato anche Beppe Grillo, fino a ieri star indiscussa del web, totalizzando oltre due milioni di fan su Facebook. Della sua vita privata, Salvini, attualmente legato alla presentatrice Elisa Isoardi, non ama parlare, anche se, soprattutto negli ultimi tempi, qualche foto dei due figli, Federico e Mirta, nati da relazioni precedenti sono spuntate sui suoi profili. Ora lo attende Mattarella per il giuramento, dove di certo si presenterà in cravatta, forse verde. Di certo ha di fronte la prova più difficile, dopo aver messo sottosopra la Lega e convinto milioni di italiani a votarlo, perché dovrà dare soluzione ai temi caldi e complessi della sicurezza e migranti. E questa sarà un'altra storia.

Vicepresidente e Lavoro: Luigi Di Maio (M5S), 31 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera".

Luigi Di Maio è stato il più giovane vicepresidente di Montecitorio, nominato nel 2013 ad appena 27 anni, alla sua prima legislatura. Adesso alle soglie dei 32 anni, arriva a Palazzo Chigi come vicepresidente del Consiglio e insieme alla guida di un dicastero creato su misura, il cosiddetto «Supermise», ovvero la somma del dicastero dello Sviluppo economico con quello del Lavoro, due temi particolarmente cari ai Pentastellati. 

Chissà se il giovane ragazzo di Pomigliano D’Arco poteva immaginare una simile brillante carriera quando a nemmeno ventun’anni decise di fondare nel suo paese natale il primo Meetup, quei gruppi di cittadini che hanno fatto la fortuna del Movimento di Beppe Grillo. A Di Maio sono bastati appena sei anni di battaglie per spiccare il volo. Giornalista senza laurea, è il maggiore di tre fratelli, figlio di Paola Esposito, insegnante di italiano e di latino, e di Antonio, imprenditore edile, che è stato dirigente prima del Movimento sociale italiano e poi di Alleanza nazionale. Celibe, Di Maio è fidanzato con Giovanna Melodia, siciliana di Alcamo di cinque anni più grande di lui.

La parabola di Giggino il ballista sbugiardato persino dalla mamma, scrive Francesco Maria Del Vigo, Giovedì 31/05/2018, su "Il Giornale". «Giggino 'o pallista». Potrebbe essere il titolo di questa storia che ha tutti i colori di una sceneggiata napoletana. Con rispetto parlando per i partenopei, s'intende. C'è un giovane signorino che, baciato dalla fortuna - come in un improbabile film di Totò -, scala la politica nazionale e vuole pure prendersi il governo. Ma il cursus honorum sfiora spesso il dishonorum. Perché il succitato signorino ha qualche problema con la geografia, la grammatica e pure con le balle. Ma a salvare lo scugnizzo accorre mammà che, dall'ombra del Vesuvio, lo difende a spada tratta. Partiamo dall'inizio di questa pièce teatrale che, ahinoi, combacia con la vita politica. Di Maio ha recentemente giurato e spergiurato di aver conosciuto il «famigerato» professor Savona solo due settimane fa. Perché ora c'è bisogno di lisciare il pelo al Quirinale (dopo aver tentato di metterlo sotto accusa 48 ore prima: roba da lettino dello psichiatra) ed è meglio prendere un po' le distanze da quel vecchio ex ministro che ha fatto deragliare il governo gialloverde. Ma chi di web ferisce di web perisce, così ieri in rete salta fuori un video del 2016 nel quale lo stesso professore, parlando in pubblico, dice: «Io e Di Maio abbiamo avuto una lunga conversazione. Mi ha detto che vuole che l'Italia esca dall'euro e io gli ho detto: Io lo dico da anni». In un colpo solo vengono svelate due bugie: 1) Di Maio conosceva Savona - quantomeno telefonicamente - da due anni; 2) Nonostante la recente ostensione di europeismo, il progetto di una Italexit da anni ronzava nella sua testa. Balle che arrivano a pochi giorni di distanza dall'altra bugia, detta in diretta tv alla corte di Barbara D'Urso: «Ho presentato a Mattarella il nome di altre due persone per il ministero dell'Economia: Borghi e Bagnai». Cavolo, sembra una notizia. Invece no. Manco per sbaglio. Non fanno nemmeno in tempo a scorrere due réclame che la D'Urso si trova costretta a leggere la smentita di nientepopodimenoche Mattarella. Niente, nemmeno quella storia era vera: non ha mai portato al Colle il nome dei due economisti in quota Lega. Ma il colpo di teatro arriva ora. Perché, proprio nel giorno in cui viene svelata l'ultima bugia di Giggino, sua madre, in un'intervista a Oggi, ci annuncia ufficialmente che «Luigi non sa dire bugie». Eh, siamo d'accordo anche noi, visto che viene puntualmente sgamato. Ogni scarrafone è bello a mamma soja, recita l'adagio. E qui non si viene meno al copione. Fa sorridere che la mamma, facendo giustamente la mamma (e che, ultima gemma del copione, è anche una stimata insegnante e preside) dica che il figlio è cresciuto in una famiglia dove la consecutio temporum è di casa». Riportiamo i famosi tre tentativi di tweet del capo politico grillino. Primo tentativo: «Se c'è rischio che soggetti spiano massime istituzioni». Mmm, no. Secondo tentativo: «Se c'è rischio che le massime istituzioni dello Stato venissero spiate». Ultimo disperato tentativo: «Se c'è il rischio che due soggetti spiassero». Senza dubbio il congiuntivo è di casa dai Di Maio, ma probabilmente è proprio lì che Giggino se lo è dimenticato.

Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio: Giancarlo Giorgetti (Lega), 51 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Nato a Cazzago Brabbia, in provincia di Varese, nel 1966, laureato alla milanese Bocconi, commercialista professionista. È parlamentare per la Lega fin dal 1996, mentre è stato presidente della Commissione Bilancio in due riprese, dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2013. Sposato, non ha figli.

Giancarlo Giorgetti sottosegretario del governo Conte: il Gianni Letta della Lega. La capacità di mediare, smussare, restare in sella l'ha sempre avuta. Accompagnata dall'abitudine a lavorare dietro le quinte, lontano dai riflettori, scrive Oriana Liso il 31 maggio 2018 su "La Repubblica". Nessuna traccia di lui sui social, niente profili Instagram né Twitter, e già questo basterebbe a farne la figura di compensazione del suo segretario, Matteo Salvini, che sui social ci vive o quasi. E anche la definizione che gli è stata affibbiata anni fa - "il Gianni Letta della Lega" - porta a pensare che Giancarlo Giorgetti sia uno che lavora dietro le quinte, pronto a farsi vedere quando serve e a tornare nella cabina di regia quando può. Di sé diceva qualche mese fa a un giornale locale: "Non mi piace apparire, sono convinto che quando la politica diventa schiava della comunicazione non si vada in profondità nelle cose. Oggi si preferisce un tweet a ragionamenti e riflessioni, e questo penalizza l'approfondimento. Tutto diventa uno slogan". Varesino di Cazzago Brabbia, 51 anni, laureato alla Bocconi con una tesi sugli stadi di Italia 90, Giorgetti è stabilmente in Parlamento dal 1996, quando sbarcò nella Roma ancora ladrona come deputato di belle speranze del Nord produttivo. Padre pescatore e madre operaia, raccontano le biografie, ma con parentele nel mondo della finanza e degli affari (è cugino di Massimo e Gianluca Ponzellini), sposato con Laura Ferrari, la sua carriera è partita proprio nel paese natale, come sindaco di una lista civica.  Giorgetti è passato dalla Lega di Umberto Bossi a quella di Roberto Maroni, arrivando al "Capitano" Salvini: la capacità di mediare, smussare, restare in sella, insomma, l'ha sempre avuta. L'esperto di economia e di finanza della Lega ha nel curriculum il cda di Credieuronord, la banca della Lega travolta dagli scandali e naufragata più di dieci anni fa: era il 2004 quando la Bpl di Gianpiero Fiorani (ricordate? I furbetti del quartierino e la scalata ad Antonveneta) salvò la banca della Lega e si presentò nell'ufficio di Giorgetti - allora presidente della commissione Bilancio - con 50mila euro in contanti nascosti in una copia di Repubblica, per conquistarsi il sostegno al governatore di Bankitalia Fazio. A verbale Fiorani raccontò poi che Giorgetti gli restituì la mazzetta: "Mi disse che non voleva assolutamente ricevere denaro perché lui era contrario, volendo moralizzare le prassi del partito. Aggiunse che, se volevo, potevo aiutare con una sponsorizzazione la polisportiva Varese", squadra di cui il numero due del Carroccio è tifoso da sempre. Una carriera nei posti che contano, raccogliendo una stima trasversale: nel 2013 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo chiama nel gruppo di dieci saggi incaricati di elaborare un piano di riforme istituzionali ed economiche. Uomo di relazioni, insomma, un tessitore, utilizzato da Salvini (e da Maroni prima) per trattare le presenze leghiste a ogni livello, in questi anni. Una dote che adesso gli è servita - gli sta servendo - con i nuovi alleati grillini del possibile governo gialloverde.

Affari Europei: Paolo Savona (tecnico), 81 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera".

Il nome su cui si era arenato il primo tentativo di un governo 5 Stelle-Lega viene dirottato agli Affari Europei. Nato a Cagliari, ha 81 anni, laureato cum laude ha una specializzazione al Mit di Boston in Economia e ha insegnato in diverse università. Inizia la sua carriera presso il Servizio Studi della Banca d’Italia, di cui diventa direttore. Nel 1976 diventa Direttore Generale di Confindustria che lascerà nel 1980, per dedicarsi esclusivamente alla carriera accademica. È cofondatore della Luiss e capo del dipartimento delle Politiche comunitarie.

Impregilo e le ombre su Savona. La sentenza: "Savona diffuse notizie false". Ma è tutto prescritto, scrive Luca Fazzo, Venerdì 01/06/2018, su "Il Giornale". «È certo che Savona e Romiti diffusero notizie false e concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione del valore delle azioni della società». È il 18 dicembre 2013, quando in Cassazione il procuratore generale Gioacchino Izzo prende la parola nel processo contro uno dei colossi dell'imprenditoria italiana, Impregilo. Sul banco degli imputati c'è solo la società. Ma nel mirino della requisitoria del pg ci sono anche i due uomini che stavano al vertice di Impregilo: l'ad Piergiorgio Romiti e il presidente Paolo Savona. Sì, proprio lo stesso Savona sulla cui candidatura a ministro dell'Economia nel governo Lega-M5s si è consumata una crisi istituzionale senza precedenti, ora destinato al ministero delle Politiche comunitarie. E sulla cui correttezza le carte dell'indagine Impregilo gettano pesanti ombre. Savona e Romiti erano usciti di scena grazie alla prescrizione, dopo essere stati accusati di aggiotaggio per avere falsificato i conti di Imprepar, una società controllata da Impregilo destinata alla liquidazione. Particolarmente singolari le tecniche di abbellimento: l'inserimento tra i crediti esigibili di 120 milioni di euro di crediti verso il regime irakeno di Saddam Hussein, che proprio in quell'anno (siamo nel febbraio 2003) sta per dissolversi sotto l'invasione occidentale. I crediti finiranno poi in pancia a Sace, l'ente pubblico che assicura i contratti esteri, e verranno valutati zero. L'inchiesta, aperta dalla Procura di Monza, approda a Milano, qui un giudice ordina l'imputazione coatta di Savona e Romiti, che però se la cavano con la prescrizione. Resta aperto il processo contro Impregilo. Nel 2009 il giudice Enrico Manzi assolve la società ma ha parole di fuoco verso l'operato dei due manager: si cita un promemoria inviato a Romiti in cui Savona per abbellire l'indice di bilancio chiede se è possibile «trovare un poco di utile da qualche parte»; si scrive che le previsioni rese note al mercato erano «veramente basate su ipotesi azzardate», di un «metodo disinvolto» di comunicazioni al mercato; si conclude che i «vertici diffondevano previsioni a braccio». E non è tutto. La assoluzione di Impregilo viene impugnata alla Procura, e così nel 2013 si arriva in Cassazione. Ed è qui che il ruolo di Savona viene di nuovo mazzolato sia nella requisitoria dell'accusa che nella sentenza: «Vi fu frode da parte del presidente (Savona, ndr)», dice il pg. Che aggiunge: «Savona e Romiti avevano dolosamente manipolato i dati elaborati dagli uffici competenti per poi inserirli nel comunicato stampa in modo da renderli soddisfacenti per il mercato». E la Cassazione, che accoglie il ricorso, dà atto che vi fu «modifica (o manipolazione che dir si voglia)» da parte di Savona del comunicato preparato dagli organi interni di Impregilo. Così l'assoluzione di Impregilo viene annullata, si ordina un nuovo processo a Milano. Altra assoluzione che, inspiegabilmente, non viene impugnata. E la faccenda muore lì.

Economia: Giovanni Tria (tecnico), 69 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Romano, 69 anni, laureato in Giurisprudenza, preside della prestigiosa facoltà di Economia dell’Università Tor Vergata di Roma, Giovanni Tria è stato anche, dal 2010 al 2016, presidente della Scuola nazionale della pubblica amministrazione, che seleziona e forma i dirigenti pubblici, e delegato del governo italiano nel board dei direttori dell’Ilo, l’agenzia delle Nazioni Unite sul lavoro. È stato consigliere dell’ex ministro di Forza Italia, Renato Brunetta, col quale ha scritto anche articoli e saggi. Fa parte del comitato scientifico di Magna Carta, fondazione presieduta da Gaetano Quagliariello, uno dei saggi chiamati in quota Forza Italia dall’ex presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel 2013 per studiare le riforme istituzionali. Sulla moneta unica ha detto: «Non ha ragione chi invoca l’uscita dall’euro senza se e senza ma come panacea di tutti i mali», ma non ha ragione neppure chi sostiene che l’euro è irreversibile. Bisogna cercare soluzioni condivise e cambiare insieme perché uscire dall’euro da soli «significa pagare solo costi senza benefici». Lo ha scritto in un intervento pubblicato lo scorso anno sul Sole24Ore.

Giustizia: Alfonso Bonafede (M5S), 41 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Nato a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani, nel 1976. Vive però a Firenze, dove si è laureato in Giurisprudenza e dove esercita la professione di avvocato civilista. Eletto alla camera dei Deputanti nel 2013 con i Cinque Stelle, nell’ultima tornata elettorale è stato rieletto alla Camera e presentato da Di Maio come Ministro della Giustizia dell’eventuale governo del M5S.

Alfonso Bonafede ministro della Giustizia: il "Mr Wolf" del M5s. Ritratto del ministro della Giustizia scelto da Lega e M5s per il governo Conte: una vocazione alla pazienza, a smussare le asperità, a mettere d'accordo gli opposti, scrive Giovanni Vitale il 31 maggio 2018 su "La Repubblica". Siciliano di Mazara del Vallo ma fiorentino d'adozione, classe 1976, Alfonso Bonafede è senza dubbio una delle persone più vicine a Luigi Di Maio. Deputato del M5S al secondo mandato, avvocato con studio legale nel capoluogo toscano, è unanimemente considerato il Mr Wolf del Movimento. Laddove c'è un problema, spunta una controversia, esplode una crisi (spesso di nervi) - sia dentro sia fuori il Parlamento, vedi alla voce il Campidoglio - è lui che il capo politico chiama, sicuro di poterla risolvere. Per via non solo di quel titolo di studio che al leader difetta, una laurea in giurisprudenza e dottorato di ricerca in Diritto Privato, ma di un'indole vocata alla pazienza, a smussare le asperità, a mettere d'accordo gli opposti. D'altra parte c'è scritto pure nel suo curriculum, sebbene riferito alla sua (vera) professione: tra gli incarichi svolti ha fatto anche il "conciliatore tra imprese e clienti finali dei servizi elettrico e gas". Uno capace di mettersi lì ad ascoltare, mediare, ricucire finché non si trova un compromesso. Quello che nella Seconda Repubblica fu Pinuccio Tatarella per Gianfranco Fini, è ora nella Terza Bonafede per Di Maio: il suo ministro dell'Armonia. Un salto vertiginoso da quel lontano 2006 quando l'allora legale alle prime armi si riuniva in qualche baretto popolare fiorentino con il gruppo degli "Amici di Beppe Grillo". Tre anni dopo, nel 2009, si ritrova candidato sindaco contro Matteo Renzi, che vince a mani basse inchiodando il M5s sotto il 2% (poco meno di 4mila voti) e fuori dal consiglio comunale. Bonafede però non si perde d'animo e insiste: nel 2013 viene eletto deputato della circoscrizione XII Toscana e diventa vicepresidente della Commissione Giustizia. Sbarcato a Roma stringe subito i rapporti con Di Maio, che a fine 2016 - dopo l'arresto dell'ex vice capo di gabinetto di Virginia Raggi per corruzione - lo spedisce insieme a Riccardo Fraccaro a far da tutor alla traballante giunta grillina. Nel frattempo si mette in vista per la sua attività parlamentare: appena eletto, scrive e deposita la proposta di legge che mira all'introduzione della class action in Italia, applicabile come strumento generale per tutti i cittadini e le imprese e non solo per i consumatori; poi firma quella sul divorzio breve, trasformata in legge nel 2015. Di pari passo scala il Movimento: cura i rapporti con gli enti locali 5S e a fine 2016 diviene responsabile della funzione "Scudo della Rete" nella piattaforma Rousseau. Un'arrampicata che sembra far molto bene pure alle sue tasche. Al primo anno di legislatura Bonafede dichiarava un imponibile di poco più di ventiseimila euro. L'anno scorso, grazie anche all'indennità parlamentare, il suo reddito imponibile era schizzato a 186.708 euro. Sei volte tanto. Il doppio persino del suo capo, Luigi Di Maio, che nel 2017 si è fermato a 98.471 euro. Lui però, a differenza di Bonafede, partiva da zero.

Politiche agricole: Gian Marco Centinaio (Lega), 47 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera".

È nato a Pavia nel 1971. La sua prima tessera con la Lega Nord risale a inizio degli anni Novanta, a soli 19 anni. Laureato in Scienze politiche, nella sua città ha fatto le sue prime esperienze politiche, come consigliere comunale, vicesindaco e assumendo ruoli di crescente responsabilità all’interno della Lega. In Parlamento entra per la prima volta nel 2013: senatore del Carroccio. Professione: direttore commerciale di un tour operator.

Gian Marco Centinaio ministro dell'Agricoltura: ritratto di un leghista "fin dal primo vagito". Ha cominciato come consigliere comunale nel Carroccio a 19 anni ma nel 2013 ha lasciato il partito per entrare nella meteora Gal. Solo per due mesi. Con Salvini condivide le battaglie per castrazione chimica, rimpatrio degli irregolari, legittima difesa, no allo Ius soli, scrive Oriana Liso il 31 maggio 2018 su "La Repubblica". Si definisce "leghista sin dal primo vagito", e in effetti la sua prima tessera alla Lega Nord risale all'inizio degli anni Novanta, quando Umberto Bossi scoprì la Padania: Gian Marco Centinaio aveva 19 anni e già passione per la politica. Così pochi anni dopo, mentre studiava per la laurea in Scienze politiche, Centinaio faceva palestra politica nella sua Pavia, come consigliere comunale prima, come vicesindaco poi, scalando di pari passo anche i ruoli all'interno della Lega. Ma è solo nel 2013 che entra per la prima volta in Parlamento: senatore del Carroccio nel periodo più buio della Lega degli scandali, l'anno dopo diventa capogruppo a Palazzo Madama. Ma in quel 2013 il leghista sin dal primo vagito "tradisce" il suo partito: per due mesi lascia la Lega ed entra nella meteora Gal, Grandi autonomie e libertà, "su mandato della Lega - dice - per garantire rappresentanza ai gruppi autonomisti locali". Un prestito, insomma, come nel campionato di calcio, per permettere la costituzione di un gruppo parlamentare di appoggio al centrodestra. Sposato, un bimbo di tre anni, motociclista (al grillino Di Battista diceva ironico: "Lui nella Lega non farebbe neanche il candidato al consiglio municipale, da noi non basta essere carini, simpatici e fare il giro dell'Italia in moto"), nel curriculum può mettere una professione, quella di dirigente d'azienda (il primo impiego, a 29 anni, come operatore telefonico in Banca Mediolanum, fino a diventare direttore commerciale di un tour operator), ma dall'esordio sui banchi del Senato la sua attività è stata tutta politica. Con una serie di parole chiave e di battaglie che condivide in pieno con il suo leader Matteo Salvini (e se quest'ultimo è il Capitano, lui a Pavia è soprannominato il Guerriero): castrazione chimica, rimpatri subito "per i clandestini", legittima difesa, no allo Ius soli (e durante la battaglia in aula su questa legge, lo smartphone di un grillino ha immortalato Centinaio gridare al presidente del Senato Piero Grasso "infame" e "terrone di m.". In queste settimane è stato uno dei tessitori dell'alleanza con i 5 Stelle. Anche se di loro, soltanto a gennaio, scriveva parole definitive: "Non accettiamo lezioni da questo branco di incapaci che non sa amministrare nulla".

Difesa: Elisabetta Trenta (M5S), 51 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Nata a Roma nel 1967, docente universitaria ed esperta di sicurezza e intelligence, capitano della riserva selezionata dell’esercito, compirà 51 anni il prossimo 4 giugno e milita nei Cinque Stelle del 2013.

Elisabetta Trenta ministro della Difesa: un'esperta di sicurezza con un'ombra di conflitto d'interessi. Docente universitaria, è stata in servizio in Iraq e in Libano. Ricercatrice in materia di sicurezza e difesa presso il Centro Militare di Studi Strategici, da anni si occupa di progetti di cooperazione in aree difficili con l'organizzazione non profit "SudgestAid", scrive Piera Matteucci il 31 maggio 2018 su "La Repubblica". Docente universitaria ed esperta di sicurezza e intelligence, Elisabetta Trenta, 51 anni il prossimo 4 giugno, grado di capitano della riserva selezionata dell'Esercito, è il nome scelto dal premier Conte per il ministero della Difesa. Già indicata da Luigi Di Maio nella rosa dei possibili ministri a marzo, Trenta milita nel Movimento 5 stelle dal 2013. Attualmente insegna all'Università Link Campus dove è responsabile dei progetti speciali, coordina il master in Intelligence e sicurezza di cui è vice direttore, ed è consigliere scientifico del master sui fondi strutturali. Tra le altre attività, è stata anche ricercatrice in materia di sicurezza e difesa presso il Centro Militare di Studi Strategici. Nel suo curriculum c'è anche la presidenza del consorzio Criss (Consortium for research on intelligence and security services), creato da Gianpiero Spinelli, quello che arruolò i quattro italiani rapiti in Iraq, vicenda segnata dall'uccisione di Fabrizio Quattrocchi. Candidata al Senato nel collegio plurinominale Lazio 2, ha dichiarato di sperare di portare nella scena politica "i valori della competenza, il senso del dovere, l'attenzione ai temi della sicurezza e del territorio, e della valorizzazione del ruolo internazionale dell'Italia". Ha anche dichiarato che, qualora diventasse ministra, punterebbe a "investire nel personale e nella tecnologia per assicurare al paese forze armate più moderne e più capaci di fronteggiare le nuove minacce". Un progetto che fa nascere in qualcuno il sospetto di un potenziale conflitto di interessi, dato che è sposata con un colonnello dell'Arma ai vertici di Segredifesa, ufficio che, accorpato alla direzione nazionale armamenti, si occupa di tutti i contratti delle forze armate. Nata a Velletri nel 1967, risiede a Roma ed è laureata in Scienze politiche. Vanta due master: in cooperazione internazionale e in intelligence e sicurezza. Si occupa da molti anni di progetti e interventi di cooperazione in aree difficili in Paesi post-conflict insieme all'organizzazione non profit "SudgestAid". Ha partecipato ad attività militari e civili in Italia e all'estero su incarico del ministero della Difesa. Tra il 2005 e 2006 è stata in servizio in Iraq come political advisor del ministero degli Esteri, poi in Libano nel 2009 come country advisor per il ministero della Difesa nella missione Unifil, ed è stata responsabile di un progetto in Libia per il reintegro degli ex-combattenti. Curiosità: suo fratello Paolo è candidato alla poltrona di sindaco nelle elezioni del 10 giugno 2018 al Comune di Velletri.

Salute: Giulia Grillo (M5S), 44 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Nata a Catania il 30 maggio del 1974, Giulia Grillo è una grillina della prima ora, si candidò senza successo alle regionali del 13-14 aprile 2008 in Sicilia con la lista «Amici di Beppe Grillo con Sonia Alfano Presidente». Eletta alle politiche del 2013, diventa successivamente capogruppo alla Camera del Movimento, rimanendo in carica fino al 30 dicembre 2016.

Giulia Grillo ministro della Salute: a favore dei vaccini, ma senza obbligo. Laureata in Medicina, è una grillina della prima ora essendo approdata nel Movimento già nel 2008, scrive Claudio Reale il 31 maggio 2018 su "La Repubblica". A favore dei vaccini, ma contro il decreto Lorenzin. Il neo-ministro della Salute Giulia Grillo, 43 anni mercoledì prossimo, è fra gli esponenti del Movimento 5 Stelle che più hanno preso parte al dibattito sugli obblighi vaccinali: una posizione presa anche sulla base di una laurea in Medicina conseguita nel 1999, cui nel 2003 è seguita una specializzazione in Medicina legale. "Noi - scandisce sul suo blog in un post dall'eloquente titolo 'Vaccini, fermeremo il decreto Lorenzin' - riteniamo i vaccini fondamentali nella prevenzione delle malattie e il nostro obiettivo è garantire la massima copertura vaccinale nel Paese. Come raggiungere questo obiettivo? Il decreto Lorenzin punta tutto sulla coercizione, esponendosi al rischio, pericolosissimo, di ottenere l'effetto contrario". Non è l'unica posizione netta del ministro in pectore, che potrebbe approdare nell'esecutivo anche grazie a un pedigree decennale nel movimento fondato dal suo omonimo (e non parente) Beppe Grillo. La sua prima candidatura - in una lista per le elezioni regionali siciliane che si chiamava "Amici di Beppe Grillo" e non ancora M5S - risale addirittura al 2008: da allora, fra gli altri punti, la militante catanese (attualmente capogruppo alla Camera per la seconda volta: lo fu già nel 2016) si è spesa contro le trivellazioni e per chiedere più controlli sull'attività intramoenia dei medici, ma anche a favore del biotestamento approvato nella scorsa legislatura.

Esteri: Enzo Moavero Milanesi (tecnico), 63 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Con il suo ingresso al ministero degli Affari esteri, Enzo Moavero Milanesi arriva alla sua terza esperienza di governo, dopo quella al dicastero degli Affari europei con Mario Monti prima ed Enrico Letta poi. Anche l’ultimo premier, Paolo Gentiloni, aveva voluto dargli un incarico, quello della gestione della gara per l’Agenzia del farmaco. Discendente della famiglia Bocconi — quella che ha fondato l’università di Milano — Moavero Milanesi è originario di Cavenago D’Adda in provincia di Lodi. Ha una moglie e tre figli. Professore di diritto comunitario e avvocato, Enzo Moavero Milanesi è stato funzionario in Europa ai massimi livelli. Ma in Europa, soprattutto, è stato anche giudice alla Corte di giustizia dell’Unione Europea. Si dice che conosca tutti in tutte le Cancellerie. La sua carriera comincia a Yale subito dopo la laurea in Giurisprudenza che ha preso alla Sapienza di Roma negli anni caldi del 1977, nonché un tirocinio in uno studio legale di diritto internazionale. Le sue specializzazioni sono tutte internazionali, al College de France di Bruges in diritto comunitario, la prima, e poi quella in diritto internazionale, alla University of Texas, a Dallas.

Enzo Moavero Milanesi ministro degli Esteri: il teorico dei negoziati a geometrie variabili. Già ministro con Monti e Letta, è stato anche giudice alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea, scrive Vincenzo Nigro il 31 maggio 2018 su "La Repubblica". Se il governo giallo-verde ha davvero intenzione di cambiare qualcosa nell'Unione europea senza distruggerla, Enzo Moavero Milanesi potrà essere l'uomo giusto. Professore in diritto comunitario, funzionario europeo fino ai massimi livelli (segretario aggiunto della Commissione, direttore dell'ufficio dei Consiglieri per le politiche europee), Moavero è stato anche giudice alla Corte di Giustizia dell'Unione europea. Ministro per gli Affari europei nei governi di Mario Monti ed Enrico Letta, conosce tutti i meccanismi europei. Ed è conosciuto in tutte le cancellerie. Teorico dei negoziati a "geometrie variabili", i dossier li tratta con partner giusti per ogni singola questione. Negoziatore molto garbato, non ha bisogno di battere pugni sul tavolo: il suo segreto è essere sempre presente ai lavori preparatori. Con Monti e Grilli mise il veto contro la Merkel che si opponeva allo scudo anti-spread nel Consiglio europeo del giugno 2012. Lo scudo anti-spread, assieme alla strategia della Banca centrale europea, ha salvato l'euro e l'Italia. Agli Esteri Moavero correrà un rischio, quello di rimanere con la testa rivolta a Bruxelles: i dossier più caldi della politica estera italiana sono tutti a Sud (Libia, Egitto, terrorismo nel Maghreb), a Est (Iran, Israele, rapporto con la Russia) e molto più a Ovest, nella gestione del rapporto politico con l'America di Donald Trump. Un enorme vantaggio: conosce perfettamente la Farnesina, ma non ne fa parte. Non susciterà gelosie, non consumerà vendette.

Ministro per la famiglia e la disabilità: Lorenzo Fontana (Lega), 38 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Nato a Verona nel 1980, è laureato in scienze politiche a Padova e in storia della civiltà cristiana a Roma: iscritto inizialmente alla Liga Veneta, diventa vicesegretario dei Giovani Padani nel 2002, diventando poi vicesegretario della Lega Nord. Dal 29 marzo è uno dei quattro vicepresidenti della Camera. Matteo Salvini lo ritiene il suo «stratega» politico.

Lorenzo Fontana ministro della Famiglia e disabilità: il leghista che combatte la "deriva nichilista" della società. Veronese, 38 anni, una figlia, è vicesegretario della Lega e vicepresidente della Camera dei Deputati. Ha detto: "Se non si rispetta la vita dal concepimento alla fine naturale si arriva ad aberrazioni", scrive il

31 maggio 2018 "la Repubblica". Si autodefinisce, nel profilo Twitter, "veronese, cattolico, attualmente Vicesegretario federale della Lega". Lorenzo Fontana, 38 anni, sarà il ministro per la Famiglia e le disabilità del governo Conte a trazione Lega e M5s. È anche - per ora - vicepresidente della Camera dei deputati ed eurodeputato, ma questo non lo scrive su Twitter. Fontana ha una figlia e una laurea in Scienze politica. E' un leghista di lungo corso, iscritto al Carroccio da quando ha la maggiore età. Il suo essere cattolico lo pone contrario nettamente all'aborto e schierato per politiche più incisive per la famiglia, quindi l'incarico di governo rispecchia fedelmente le sue battaglie. In un'intervista a Vita diceva: "La politica deve occuparsi della famiglia, non possiamo perdere altro tempo. I figli sono l’investimento del futuro. Ogni anno è come se perdessimo una città delle dimensioni di Padova, il calo demografico è paragonabile a quello provocato fra il 1918 e il 1920 dalla febbre Spagnola". La sua posizione sulla difesa della vita e della famiglia finirà direttamente nelle priorità del suo ministero: "Se non si rispetta la vita dal concepimento alla fine naturale si arriva ad aberrazioni come quelle di cui siamo stati e siamo testimoni. E’ tipico delle dittature: il nazismo omologava per razza, il comunismo per classe sociale e oggi si tenta di omologare per interessi economici o per concezioni di vita. L’anziano non autosufficiente? 'Un peso per la sanità, dunque un peso per lo Stato… che muoia' dicono". Sul tema disabilità, sempre il sito Vita riporta un'affermazione in campagna elettorale sull'abbattimento delle barriere architettoniche: "Sappiamo quanti anziani ci sono che hanno bisogno di aiuto, sappiamo quanti disabili hanno problemi con le barriere architettoniche, sappiamo quanti problemi ci sono all’interno delle famiglie causati ad esempio dalla ludopatia". E ancora "in Europa stiamo cercando di intercettare i fondi destinati all'abbattimento delle barriere architettoniche". È intervenuto anche sul caso Alfie, il bambino inglese malato terminale e morto in una clinica inglese: "Una vicenda allucinante e purtroppo anche un segno premonitore di quello che potrà accadere in tutta Europa se la deriva nichilista dovesse continuare. Fa venire i brividi il fatto che un tribunale decida di far morire una persona, in questo caso un bambino di 23 mesi, perdipiù contro la volontà ferrea, eroica dei suoi genitori. Quello che sta succedendo ci permette di capire ancora meglio in che tempi viviamo oggi in Europa".

Chi è Lorenzo Fontana, il ministro della "Vera" famiglia (e dei feretri). L'esponente della Lega nel nuovo governo è già finito al centro dei riflettori per le dichiarazioni su aborto e famiglie arcobaleno. Ecco cosa ha fatto fino ad oggi, scrive Gianfranco Turano il 4 giugno 2018 su "L'Espresso". Lorenzo Fontana, ministro della Famiglia, quella Vera, promette di offrire grandi soddisfazioni alla platea degli sportivi che, stanchi di un calcio prevedibile e scarso di contenuti tecnici, guardano alla politica come nuova frontiera dell'entertainment. In attesa che Maurizio Crozza proponga la sua versione satirica del ministro-ultrà dell'Hellas Verona, Fontana sta bruciando le tappe della notorietà dopo due oscuri mandati al parlamento Europeo di Strasburgo fianco a fianco con il suo leader, Matteo Salvini. Domenica scorsa ha dichiarato al Corriere della sera che lui non è affatto contro gli omosessuali. Al contrario, ha molti amici gay. Questa è una frase formulare che si presta a vari usi. Basta sostituire la parola gay, con meridionale, ebreo o africano. In curva sud del Bentegodi si usano altri termini ma era per capirsi. Tiziano Ferro, per esempio, non lo ha capito ma Tiziano Ferro è di Latina e non si sa se Fontana abbia molti amici di Latina.

Ma chi è davvero il nuovo ministro leghista?

La sua attività di parlamentare europeo si è interrotta prima del termine della legislatura, così come è accaduto a Salvini. Ciò ha suscitato la riprovazione dei colleghi di M5S che, per voce di Ignazio Corrao, hanno dichiarato: «Il fuggi fuggi da Bruxelles è uno scandalo tutto italiano che dimostra il fallimento di questa classe dirigente. Sono professionisti della politica che dovrebbero fare il lavoro per il quale sono stati eletti e per il quale sono pagati profumatamente». Corrao è ingiusto. È vero che di Salvini a Strasburgo, o a Bruxelles, non si era accorto nessuno. Fontana invece ha prodotto, secondo i dati dell'europarlamento, due relazioni in quanto relatore, quattordici relazioni in quanto relatore ombra, tre pareri in quanto relatore ombra, dodici proposte di risoluzione istituzionali, ventisei individuali, nove dichiarazioni scritte e ben 270 dichiarazioni di voto scritte. Le proposte di risoluzione individuali mostrano la passione totalizzante del giovane ministro veronese (38 anni) verso le persecuzioni in atto contro la religione cristiana in Europa e nel mondo. Fontana propone "sulla difesa dei cristiani nei paesi a maggioranza musulmana", "sulla cristianofobia e la protezione culturale dei beni culturali cristiani in Europa" e "sulla necessità di assistenza specifica per i rifugiati cristiani", in perfetta osservanza del messaggio di Gesù che disse: bussate e vi sarà aperto, se siete battezzati. La proposta più inquietante risale al gennaio del 2017. Il titolo parla di "compromissione delle istituzioni europee con l'Islam radicale". Secondo l'ex parlamentare leghista, la Commissione Europea di Jean-Claude Juncker intrattiene relazioni che, attraverso pochi gradi di separazione, portano a Yussuf al Qaradawi, noto agitatore islamista egiziano rifugiato in Qatar. Altra passione del ministro è la campagna per le nascite. La sua ultima proposta prima di candidarsi alle politiche del 4 marzo riguarda proprio "il rilancio della natalità in Europa" perché il dramma del nostro continente è che, immigrati a parte, si fanno pochi figli (Fontana è a quota uno ma c'è tempo) e spesso questi figli non si capisce dove vadano a finire, magari in casa di gente di Latina come Tiziano Ferro. Ecco quindi la proposta del marzo 2016 "sull'equiparazione giuridica della compravendita di bambini attraverso la pratica della maternità surrogata alla tratta di esseri umani e di organi". Ma la vita e la morte sono legate indissolubilmente. Tale è il destino degli umani. Fontana ha pensato anche a questo con la proposta di risoluzione "sulla riduzione dell'impatto ambientale scaturito dai processi di verniciatura dei feretri". Vedendo il suo amato Veneto assediato dai Pfas, le sostanze perfluoro alchiliche che hanno inquinato le falde acquifere, Fontana ha sviluppato sensibilità per le tematiche ambientali. La Lega un po' meno, visto che proprio sui Pfas l'opposizione grillina in Regione si sta scornando da tempo con la giunta del leghista Luca Zaia. Ma questo era ieri. Oggi è iniziata una stagione nuova, di cristianità, di natalità, di ecosostenibilità delle casse da morto. Un po' come accadeva fra il 1922 e il 1943.

Ministro per il Sud: Barbara Lezzi (M5S),46 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Nata a Lecce nel 1972, lavora come impiegata per un’azienda dalla sua città dal 1992, dopo essersi diplomata all’istituto tecnico per periti aziendali e corrispondenti in lingue estere. Nel 2013 viene eletta senatrice per i Cinque Stelle.

Barbara Lezzi, dal caso rimborsi a ministro per il Sud. Alle ultime elezioni ha messo al tappeto due big come l’ex premier Massimo D’Alema e la sottosegretaria uscente allo Sviluppo economico Teresa Bellanova, scrive il 31 Maggio 2018 La Gazzetta del Mezzogiorno. Ministra per il Sud in quota M5s in un dicastero che nel programma di governo iniziale del M5s non doveva neanche esistere: è della senatrice Barbara Lezzi. Pugliese, classe 1972, la senatrice si è diplomata nel 1991 all’istituto tecnico Deledda per periti aziendali di Lecce, la città in cui è nata. Assunta dal gennaio 1992 in un’azienda del settore commercio come impiegata di III livello, viene eletta senatrice già la scorsa legislatura dove diventa vicepresidente della Commissione bilancio e membro della Politiche europee. Battagliera si fa subito notare quando assieme ai suoi due colleghi salentini porta sullo scranno di palazzo Madama il famigerato «apriscatole» con cui Beppe Grillo intendeva «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno». Subito si ritaglia un ruolo di spicco tra la truppa pentastellata sbarcata in Parlamento: dopo la caduta del divieto di partecipare alle trasmissioni tv viene scelta dalla comunicazione tra i parlamentari prescelti a partecipare ai dibattiti in tv e poi inviata come prima pentastellata a partecipare al Forum Ambrosetti di Cernobbio. Conosciuta come la «pasionaria grillina» Lezzi, con un bottino di 107 mila voti, nelle ultime elezioni ha messo al tappeto due big come l’ex premier Massimo D’Alema e la sottosegretaria uscente allo Sviluppo economico Teresa Bellanova. Lezzi è stata sfiorata dal ciclone dei mancati rimborsi M5s per un bonifico di poche migliaia di euro che mancava all’appello.

Barbara Lezzi ministro per il Sud: "negligente" sui rimborsi poi perdonata dal M5s. Leccese, 46 anni, nel suo collegio ha battuto i big Bellanova e D'Alema. Prima di rimborsopoli fu colpita anche da una presunta parentopoli, reclutando e poi licenziando la figlia del compagno, scrive il 31 maggio 2018 "La Repubblica". Barbara Lezzi è alla sua seconda legislatura come parlamentare. Di Lecce, 46 anni, professione impiegata, arriva in Parlamento nel 2013. A Palazzo Madama è eletta anche nel 2018, questa volta battendo nel collegio uninominale di Nardò big come Teresa Bellanova del Pd, vice ministro dello Sviluppo economico, e Massimo D'Alema schierato da LeU. Un plebiscito per nulla scalfito dallo scandalo dei rimborsi non fatti da alcuni parlamentari del M5S. Finisce nella lista nera di coloro che non hanno rispettato le regole del movimento perché risulta che abbia restituito 132mila 557 euro ma c'è un bonifico contestato di circa 3500 euro "immediatamente sanato", dicono dai 5S. E in accordo col Movimento annuncia che verserà tre mensilità di restituzione in più al fondo per il microcredito come penale per l'errore fatto". Lei si giustifica. Parla di "negligenza", risulta "un unico bonifico non andato a buon fine" spiega. "L'unica cosa che mi riconosco - aggiunge - è la negligenza del non avere seguito l'esito delle operazioni. Esito che per un bonifico è negativo presumibilmente per carenza di fondi. Ma ho restituito 132.741,20 euro. La mia buonafede mi rende tranquilla". Nel 2013, scivola su una presunta parentopoli perché tra le sue collaboratrici al Senato, recluta la figlia del suo compagno. Quando si scopre, rescinde il contratto. "Non ho violato alcuna regola - dice - né quelle del regolamento del Senato che vieta di assumere collaboratori fino al quarto grado di parentela, né quelle del codice di comportamento del M5S che non prevede limiti sull'assunzione dei collaboratori personali".

Istruzione: Marco Bussetti (tecnico), 56 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Marco Bussetti, 56 anni, è l’attuale responsabile dell’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia ed è un dirigente scolastico: si è laureato in Scienze e tecniche delle attività motorie all’Università Cattolica di Milano.

Marco Bussetti ministro dell'Istruzione: un tecnico leghista che affronterà il dossier Buona Scuola. Su Facebook appare insieme a Salvini in svariate fotografie. Il nuovo ministro è una figura scolastica per lo più dirigenziale: uno dei suoi compiti sarà quello di smantellare la Buona Scuola, scrive il 31 maggio 2018 "La Repubblica". È stato studente, insegnante, dirigente scolastico e professore universitario per l’Università Cattolica di Milano e Pavia, quindi la scuola il nuovo ministro dell’Istruzione Marco Bussetti la conosce bene. Classe ’62, laureato in Scienze motorie, fino ad oggi è stato responsabile dell’ambito X (ossia Milano) dell’Ufficio Scolastico Regionale della Lombardia. È questa la nuova figura scelta a capo del ministero dell'Istruzione, dell'università e della ricerca (Miur) del nuovo governo Lega-M5S. Bussetti, in servizio presso l'IC di Corbetta fino al 2011, è un esperto di legislazione scolastica, come si può leggere sul suo curriculum vitae. Uno dei compiti che spetterà al nuovo ministro è quello di mettere le mani, come da programma giallo-verde, sulla Buona Scuola. Per farlo sarà necessario che Bussetti tenga a mente le difficoltà quotidiane di chi svolge la propria professione nell’ambito dell’istruzione, andando quindi oltre l'esperienza da dirigente scolastico, al tempo stesso tenendo in considerazione che i fautori dello smantellamento della Buona Scuola speravano in un ministro dell'Istruzione grillino. Nonostante ciò, il motivo per cui il suo nome è stato scelto per il governo Conte sarebbe la natura tecnica del suo profilo, e non il suo orientamento politico. Già vengono fugati possibili dubbi sulla preparazione scolastica del nuovo ministro, che si è laureato a suo tempo con il massimo dei voti in Scienze e tecniche delle attività motorie presso l’Università Cattolica di Milano. Lo standard peggiora quando si tratta di lingue: inglese e francese – ammette lui stesso – appena sufficienti. Sul suo profilo Facebook non ha mai nascosto la sua vocazione da uomo del Nord e la sua simpatia verso Matteo Salvini, con il quale viene ritratto in molte foto.

Pubblica amministrazione: Giulia Bongiorno (Lega), 52 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Per Giulia Bongiorno, 52 anni, penalista palermitana, divenuta nota alle cronache per aver affiancato appena 27enne l’avvocato Franco Coppi nella difesa di Giulio Andreotti dalle accuse per mafia, l’incarico di ministro della Pubblica amministrazione è un debutto. Non è mai stata al governo. Per due volte, invece, è stata eletta a Montecitorio: nel 2006 nelle liste di Alleanza nazionale, e nel 2008 in quelle del Pdl. Presidente della commissione Giustizia ai tempi del duro scontro tra Silvio Berlusconi (che di lei diceva: «Questa toglietemela di torno») e Gianfranco Fini, ha poi seguito l’ex leader di An in Futuro e Libertà. In questa legislatura è stata eletta invece con la Lega di Matteo Salvini. Tra i suoi clienti più noti c’è stato Raffaele Sollecito, l’ex compagno di Amanda Knox, difeso da lei, assolto per l’omicidio di Meredith Kercher. Ma anche Tiziano Ferro, Ezio Greggio, Gianna Nannini e, nell’ambito della giustizia sportiva, il calciatore Francesco Totti. Assieme a Michelle Hunziker ha fondato Doppia difesa: un’associazione a tutela delle donne maltrattate. E si è battuta per prima, fin dal 2007, per la legge contro lo stalking, approvata nel 2009.

Giulia Bongiorno ministro della Pubblica amministrazione: dai tribunali alle lotte anti-Berlusconi. Entrata in politica con Fini e Alleanza Nazionale, ha sposato la causa leghista. Amica fino alla morte di Andreotti - che ha difeso con successo - è impegnata anche per la difesa dei diritti delle donne, scrive Liana Milella il 31 maggio 2018 su "la Repubblica". Nel suo studio di avvocato, appesa alla parete, ormai da vent'anni c'è la prima pagina del Times, con una sua foto gigante. Giulia Bongiorno era il legale di Andreotti e aveva vinto il processo a Palermo. "Evvai!" gridò in aula al momento del verdetto. Di Andreotti è rimasta amica fino alla sua morte e ha trasformato lo studio del divo Giulio a piazza San Lorenzo in Lucina a Roma nel suo studio. Quando ha fatto il salto in politica - nel 2006 con Fini e An - gli ha chiesto consiglio. E lui le ha dato il suo benestare. Ha continuato ad andare dal sette volte premier tutte le volte che doveva prendere una decisione strategica. La sua morte fu per lei un grande dolore. Immancabile tailleur, Hogan da combattimento, niente borsa femminile ma una cartella, sempre la stessa catena d'oro al collo con l'Ariete, il suo segno zodiacale, Bongiorno è una macchina da lavoro. Ne sanno qualcosa i suoi collaboratori di studio, sia a Roma che a Milano, con i quali è severissima. Tanto lavora lei, tanto devono fare gli altri. Unica deroga, la gioia della sua vita, il figlio Ian, con cui la si può incontrare a passeggio per le strade del centro di Roma. Bongiorno è stata lo spauracchio di Berlusconi premier. "Quella toglietemela di torno" disse lui quando l'allora presidente della commissione Giustizia della Camera gli affondò la legge sulle intercettazioni. Aveva già stoppato la legge blocca-processi, tentato colpo di mano di Niccolò Ghedini per azzerare i processi del premier. Eppure, proprio con Ghedini, capitava di vederla di frequente sui divanetti della Camera in lunghi conversari. E quando lui, accusato di corruzione di testimone nel processo Ruby ebbe bisogno di un avvocato, si rivolse proprio a lei. Fu archiviato. "Giulia è un'amica" dice tutt'ora Ghedini quando ne parla. Di certo è un avvocato al top della classifica. L'ultimo successo aver ottenuto l'assoluzione di Raffaele Sollecito per il delitto di Meredith Kercher.  Ma il suo portafoglio assistiti è assai ampio, dalla Nannini a Greggio, da Pacini Battaglia alla Forleo, da Totti a Bettarini. Con Michele Hunziker ha fondato l'associazione Doppia difesa per aiutare le donne che hanno subito discriminazioni

Rapporti con il Parlamento e democrazia diretta: Riccardo Fraccaro (M5s), 37 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Nato a Montebelluna, in provincia di Treviso, nel 1981, si è laureato in diritto internazionale dell’ambiente nel 2011, lavorando poi come dipendente di una società elettrica. Nel 2010 ha iniziato a militare nei Cinque Stelle, venendovi eletto alle elezioni politiche nel 2013, alla Camera.

Riccardo Fraccaro ministro dei rapporti con il Parlamento e per la democrazia diretta. Dal meetup grillino di Trento fino alle gaffe su Hitler e sul giornalista tuttofare: 37 anni, sarà la testa d'ariete del Movimento nella battaglia taglia vitalizi, scrive il 31 maggio 2018 "La Repubblica". Tutto cominciò nel 2010 a Trento. E' lì che Riccardo Fraccaro ha fondato il primo meet up del capoluogo trentino, sua città di adozione, sposando soprattutto la battaglia contro l'inceneritore. Per l'attuale questore della Camera, 37 anni e nel 'curriculum' una gaffe per un post su Hitler, arriva il ministero dei Rapporti con il Parlamento e della Democrazia diretta, come ha annunciato il premier Conte leggendo la lista dei ministri al Quirinale. Arriva così, soprattutto, anche la battaglia più sentita dal Movimento, il taglio ai vitalizi dei parlamentari. Nato a Montebelluna, in provincia di Treviso, Fraccaro si sposta in Trentino dove si è laureato in giurisprudenza. Cinque anni fa l'avventura a Montecitorio, unico deputato M5s eletto in Trentino. Per il Movimento diventa anche portavoce del gruppo e segretario dell'ufficio di presidenza. E' in questo ruolo che fa sua la battaglia contro gli affitti d'oro degli organi costituzionali. Nel 2013 la gaffe anti Napolitano: nel giorno in cui il capo dello Stato di allora accetta di ricandidarsi, Fraccaro scrive sul suo blog: "Oggi è il 20 aprile, giorno in cui nacque Hitler. Sarà un caso, ma oggi muore la democrazia in Italia". Dopo alcune ore, il messaggio scompare. Altro scivolone con il 'cercasi giornalista tuttofare', offrendo di pagarlo meno di 3 euro l'ora. Dopo il voto del 4 marzo, finita la prima riunione dei questori di Camera e Senato, annuncia: "Il M5s abolirà i vitalizi nel giro di due settimane con una delibera. Sono un istituto anacronistico e inaccettabile".

Infrastrutture: Danilo Toninelli (M5S), 43 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Capogruppo dei Cinque Stelle al Senato, è nato a Soresina, in provincia di Cremona, nel 1974: prime esperienze alle regionali lombarde del 2010, dove non viene eletto, riesce ad approdare alla Camera dei Deputati nel 2013.

Danilo Toninelli ministro delle Infrastrutture: la sfida della Tav negli equilibri M5s-Lega. Fino ad oggi capogruppo al Senato, ha preso il posto che a lungo si riteneva sarebbe andato a Laura Castelli, scrive il 31 maggio 2018 "La Repubblica". Danilo Toninelli, classe 1974, nato a Soresina in provincia di Cremona, liceo scientifico a Manerbio e laurea in Giurisprudenza a Brescia, guiderà il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Un ministero delicato in casa 5 stelle, per il quale è stata in lizza anche la collega pentastellata Laura Castelli, affondata dal mail-gate in casa 5s. Proprio le grandi opere sono state al centro di una lunga trattativa tra Lega e pentastellati durante la stesura del Contratto di governo. È su questi temi, infatti, che si evidenzia anche l'anima “barricadera” dei 5 stelle, come la battaglia al fianco dei No Tav. Poi la sintesi è stata raggiunta e oggi Toninelli, meglio noto come l'uomo delle riforme dei 5 stelle, approda alla guida del dicastero. Al fianco del capo politico Luigi Di Maio, Toninelli ha assunto il ruolo di capogruppo al Senato, dove ha traslocato dalla Camera. Nella precedente legislatura, infatti, era deputato ed ha condotto in prima linea la battaglia contro le riforme costituzionali del governo Renzi, sia dentro il Palazzo che in piazza. Dal 1999 al 2001 ufficiale di complemento dell'Arma dei Carabinieri a Torino, poi ispettore tecnico assicurativo dal 2002 al 2013 a Bergamo e Brescia, passa alla carriera politica aderendo al Movimento 5 Stelle: attivista dal 2009 fonda il gruppo cremasco. Sposato, due figli.

Affari Regionali e Autonomie: Erika Stefani (Lega), 47 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Nata a Valdagno (Vicenza) nel 1971, è un avvocato. Iscritta alla Lega nel 2009 si presenta alle elezioni comunali del suo paese di residenza Trissino (Vicenza): viene eletta vicesindaca e assessora all’Urbanistica e all’edilizia privata. Nel 2013 viene eletta senatrice alle politiche, successo replicato il 4 marzo 2018.

Erika Stefani ministro degli Affari regionali: una 'leghista doc' per l'autonomia del Nord. Single, avvocato, 47 anni gestirà uno dei dossier a cui il Carroccio tiene di più: quello dell'autonomia di Lombardia, Veneto ed Emilia, scrive il 31 maggio 2018 "la Repubblica". Erika Stefani, senatrice 47enne alla seconda legislatura è stata indicata da M5s e Lega per il ministero degli Affari regionali. Single, avvocato e 'leghista doc', guiderà un dicastero su cui il suo partito conta molto, con Matteo Salvini che ha annunciato che il nuovo governo proseguirà la trattativa sull'autonomia avviata dalle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia con l'esecutivo Gentiloni. Stefani ha iniziato la carriera politica nel 1999 con una lista civica nel Consiglio comunale di Trissino, in provincia di Vicenza. Per lo stesso Comune è stata assessore all'Urbanistica e vice sindaco nel 2009. Eletta per la prima volta al Senato nel 2013, ai tempi di Flavio Tosi segretario della Liga veneta, è entrata a far parte della giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari. Si è sempre occupata di temi di giustizia.

Beni culturali e turismo: Alberto Bonisoli (tecnico), 57 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Nato nel 1961, mantovano, dal 2007 risiede a Castelletto sopra Ticino (Novara). È un esperto nel settore dell’alta formazione e del design, attualmente direttore della Naba, di Milano. Dal 2013 guida la Piattaforma Sistema Formativo Moda. Tra le varie collaborazioni accademiche c’è quella con la Bocconi, dove ha insegnato a lungo Innovation Management.

Chi è Alberto Bonisoli, il nuovo ministro dei Beni culturali. È il direttore della Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano. Promette più investimenti e un'attenzione particolare alla promozione all'estero, scrive Serena Riformato il 31 maggio 2018 su "La Repubblica". Bocconiano, 56 anni, un profilo manageriale fra moda, design e formazione. Il nuovo ministro della Cultura e del Turismo è Alberto Bonisoli, attualmente direttore della Nuova Accademia delle Belle Arti di Milano. Originario di Mantova ma residente a Castelletto Ticino, sposato, con due figlie, Bonisoli era già pronto ad accettare l'incarico ministeriale sui cui ha dichiarato: "È una sfida complessa che affronto mettendo a servizio le mie competenze e mettendo in gioco quello che sono". Il suo nome era già nella squadra di governo presentata da Luigi Di Maio in campagna elettorale, proprio per il Mibact di cui ora sarà effettivamente titolare. Alle elezioni Politiche del 4 marzo, però, è rimasto fuori. Candidato per la Camera nel collegio uninominale di Milano (vinto da Bruno Tabacci), si è fermato al 13,8% dei voti. Il neo-ministro ha insegnato a lungo Innovation management alla Bocconi di Milano, ma non sembra essersi mai occupato nello specifico di patrimonio culturale. Questo non gli impedisce di avere le idee chiare sulle ambizioni del dicastero: fra gli obiettivi prioritari c'è quello di "portare gli investimenti per il patrimonio culturale almeno all'1 per cento del Pil, se non oltre" e avviare iniziative per "la tutela, la digitalizzazione del patrimonio e cultura diffusa sul territorio, in particolare nelle periferie". Bonisoli è anche presidente dell'associazione "Coordinamento Istituzioni AFAM non Statali", che riunisce tutte le principali scuole private d'arte, moda e design, riconosciute dal Miur. Innovazione e uno sguardo verso il resto del mondo sembrano le parole chiave nella sua carriera. Per il turismo italiano, definito come "Cenerentola nei passati governi", pensa a una "promozione più forte all'estero", a un "coordinamento centrale", con l'obiettivo di puntare "su un turismo di qualità". Sostiene che cultura e turismo "saranno in futuro i principali datori di lavoro, per questo bisogna puntare sulla formazione e valorizzare in particolare l'alta formazione artistico musicale", come ci si aspetterebbe dal suo curriculum. Dal 2005 è stato per due anni senior consultant del Ministero dell'Istruzione e ha lavorato su progetti legati a una migliore integrazione dei progetti italiani nel contesto europeo.

Ministro dell’Ambiente: Sergio Costa (tecnico), 59 anni, scrive il 31 maggio 2018 "Il Corriere della Sera". Nato a Napoli nel 1959, laurea in Scienze Agrarie con un master in Diritto dell’Ambiente, Costa entra nel Corpo Forestale diventando Comandante Regionale della Campania. Attualmente è il generale di Brigata dei Carabinieri. Ha contribuito a scoprire in provincia di Caserta la più grande discarica di rifiuti pericolosi in Europa.

Complottisti, signoraggisti e nostalgici della Lira: ecco i sottosegretari del governo Conte. C'è Sibilia che non crede allo sbarco sulla luna, Bitonci che parla di "negritudine" e decine di altre assurdità. Abbiamo raccolto le più incredibili dichiarazioni dei 45 politici nominati nel "governo del Cambiamento", scrive Wil Nonleggerlo il 13 giugno 2018, su "L'Espresso". Nostalgici della Lira. Signoraggisti poco avvezzi alla lettura di qualsivoglia testo macroeconomico. Complottisti di vecchia data, della serie “mai stati sulla Luna” e “dietro alle stragi di Stato c'è il gruppo Bilderberg!”. Statisti capaci di giustificare una delle pagine più vergognose nella storia del Parlamento italiano, l'accostamento orango-Kyenge. Bene, la squadra di governo è completa: con la nomina di 45 tra sottosegretari e viceministri l'esecutivo Conte ha finalmente gli strumenti per mettersi all'opera. Noi nel frattempo possiamo farci un'idea di quello che ci aspetta attraverso le peggiori dichiarazioni dei membri che lo compongono.

PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

Senatore Vincenzo SANTANGELO, M5s.

Forza Etna "Con un po' di impegno l’Etna risolverebbe tanti problemi" (Tweet poi cancellato, 4 dicembre 2015).

Sta festa della Liberazione..."Oggi, 25 aprile, settantesimo anniversario della Liberazione, come ogni anno vedremo sfilare cortei di ex partigiani e bandiere tricolori in presenza di autorità istituzionali e di tanti bei discorsi! Mi chiedo, oggi, a settant'anni di distanza, questa ricorrenza ha ancora un significato che va oltre la vuota retorica e l'ostentazione di vessilli e bandiere?" (Facebook, 25 aprile 2015).

Postando l'immagine di un cielo pieno di scie (chimiche?).

"Sicilia, cosa vi fa pensare questo cielo?" (Facebook, 18 aprile 2015).

Prof. Luciano Barra CARACCIOLO (Affari Europei).

La nuova Norimberga. "'Bisogna fare le riforme' diverrà una frase come 'il lavoro rende liberi' quando sarà il momento della nuova Norimberga" (Twitter, 27 marzo 2014).

Onorevole Mattia FANTINATI, M5s (Pubblica Amministrazione).

Mica a caviale e champagne. “Dal sito Tirendiconto.it risulta che lei ha speso in vitto, ovvero in pranzi e cene, 46.391 euro. "Guardi, la voce vitto è una voce tecnica. All’interno della quale sono state inserite altre spese. Le ripeto, non ho pasteggiato a caviale e champagne. Ho solo inserito all’interno del vitto altre cose... Ma sono davvero questi i problemi degli italiani?"” (Corriere della Sera, 14 febbraio 2018).

Vito Crimi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'editoria. Senatore Vito Claudio CRIMI, M5s (Editoria).

I giornalisti gli stanno sul cazzo. "I giornalisti e le tv li sto rifiutando tutti perché mi stanno veramente sul cazzo, cercano solo il gossip", "Non facciamo un cazzo, passiamo un mese e mezzo a scegliere nomi" e poi "Zero rispetto a chi finora ha frequentato le istituzioni". È sempre Crimi che parla, intervistato da RadioLuiss per La Zanzara su Radio 24. "Noi finora non abbiamo fatto un cazzo, abbiamo solo votato per scegliere cariche. Passiamo un mese e mezzo senza fare un cazzo con uno stipendio che è quello che è" (Repubblica.it, 21 marzo 2013).

Il presidente Napolitano non si è addormentato. "Napolitano è stato attento, non si è addormentato. Beppe è stato capace di tenerlo abbastanza sveglio" (Sul colloquio tra il presidente della Repubblica e la delegazione del Movimento al Quirinale, 21 marzo 2013).

Siamo nuovi. "Crimi assente in Giunta: "È stata una giornata intensa, mi sono perso, è la prima volta che venivo qui... non trovavo il palazzo"" (Corriere.it, 6 giugno 2013).

Pasta vs. merda. "Italiani popolo strano. Dopo aver ingoiato merda per decenni sono capaci di dire no ad un buon piatto di pasta solo perché non è ben cotta" (Facebook, 6 settembre 2013).

Commentando il manifesto elettorale del Pdl “Silvio non mollare”. "Ma vista l'età, il progressivo prolasso delle pareti intestinali e l'ormai molto probabile ipertrofia prostatica, il cartello di cui sopra con "Non mollare" non è che intende "Non rilasciare peti e controlla l'incontinenza (cit. Paola Zanolli)" (Facebook, 4 ottobre 2013).

Il "complotto" dei piedi sporchi. "LEGGETE, PRIMA DI RIDERE. Un amico che risiede a Ghedi, in provincia di Brescia, ci ha inviato questa lettera. Vi invito a leggerla. 'Ciao a tutti, molti di voi rideranno guardando l'immagine allegata (i piedi sporchi del figlioletto, ndr). Penserete forse che il caldo di questi giorni mi abbia dato alla testa o che si tratti semplicemente di uno scherzo di cattivo gusto. Purtroppo la realtà supera spesso la fantasia e in questo caso la realtà potrebbe essere più grave di quello che si pensi. (...) Ma veniamo ai fatti. Dopo le vacanze al mare siamo ritornati a casa a Ghedi. Premetto che prima di andare via la casa era in perfetto ordine. Come è normale tutti gli scuri erano chiusi ma dietro qualcuno di essi qualche porta è rimasta socchiusa per favorire un minimo di ricambio dell'aria di casa. Ebbene dopo due settimane ecco quello che si è depositato sul pavimento di casa e raccolto dai piedini di mio figlio. Quello che mi spaventa è che non si tratta della normale polvere. È una polvere nera e sottile, più fine della fuliggine. Sembrano i piedi di uno spazzacamino. Peccato che questa volta le polveri sono contenute nell'aria che respiriamo e che finisce nei nostri polmoni. C'è da dire che non viviamo nei pressi di una fabbrica o di una fonderia per cui credo che sia effettivamente quello che circola nell'aria. E questo fa paura (…)'" (Facebook, 28 luglio 2015).

Oggi alleati di governo. "Umberto Bossi e il figlio Renzo condannati per aver abusato dei fondi della Lega Nord. Da "Roma ladrona" a #LegaLadrona. #VotateliAncora" (Twitter, 11 luglio 2017).

INTERNO

Carlo Sibilia. Onorevole Carlo SIBILIA, M5s. 

Sbarco sulla luna? Quando mai. "Oggi si festeggia l'anniversario dello sbarco sulla luna. Dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa...". E ancora: "Scusate. Rettifico. Siamo andati sulla luna, Berlusconi è onesto, la riforma del senato è cosa buona e giusta e Repubblica è un giornale" (Twitter, 20 luglio 2014).

Le stranezze sulla strage di Charlie Hebdo. "Incredibile che a Charlie Hebdo sia rimasto ucciso l'economista Maris che denunciava irregolarità su emissione moneta" (Twitter, 8 gennaio 2015).

La ragione ritrovata. Sibilia dopo la sparatoria avvenuta nel Parlamento canadese di Ottawa, in cui hanno perso la vita due persone. "(...) I politici spesso prendono a modello i governo del nord. Norvegia, USA e Canada. Eppure dov'è che hanno iniziato a sparare i politici... proprio in un paese come il Canada. Opera di un pazzo o di qualcuno che ha ritrovato la ragione?" (Facebook, 23 ottobre 2015).

L'onestà della dittatura. "Hai ragione @Beatrix_Bix, la dittatura è più onesta. Almeno lo sai, invece democrazia italiana è subdola" (Twitter, 14 dicembre 2013).

Dalle stragi di Falcone e Borsellino. "Cosa dire di una stampa che oscura il Restitution Day?, l'evento politico più rivoluzionario dagli omicidi di Falcone e Borsellino" (Facebook, 7 luglio 2013).

Ha stato il Signoraggio. "Ebbene, signor Letta, mi spiega oggi qual è il nesso tra banche e stati? Se la Banca centrale europea è di fatto di proprietà delle banche centrali nazionali – e diremmo benissimo!, se le banche centrali nazionali fossero di proprietà dei cittadini, dello stato. (...) E se la moneta è dei cittadini, degli stati, allora perché ce la prestano? Caro Letta, ha mai sentito parlare di Signoraggio Bancario? Ne avete mai parlato alle riunioni del Club Bilderberg?" (Intervento alla Camera, 22 maggio 2013).

Non fatevi fregare! "Esiste una crisi idrica, quando c'è scarsità d'acqua. Esiste una crisi geologica, quando c'è scarsità di suolo. Esiste una crisi d'aria, quando è troppo inquinata. Non può esistere una crisi monetaria perché manca la moneta. Infatti acqua, terra e aria sono risorse naturali e pertanto sono finite. La moneta è un'unità di misura e può essere creata in qualsiasi momento. Dire che esiste una crisi monetaria è come dire che non c'è la lunghezza perché mancano i metri. NON FACCIAMOCI FREGARE!" (Facebook, 19 settembre 2016).

Vuoi mettere l'aifon? "Oggi la Apple presenta l'#iPhone8 noi in parlamento siamo costretti dal #PD a discutere di #fascismo vs #comunismo... #fatevoi" (Twitter, 12 settembre 2017).

La proposta-simbolo di Carlo Sibilia, prima di diventare deputato. "Matrimonio omosessuale, di gruppo e tra specie diverse (Postato da Carlo Sibilia il 26/11/2012). Discutere una legge che dia la possibilità agli omosessuali di contrarre matrimonio (o unioni civili) , a sposarsi in più di due persone e la possibilità di contrarre matrimonio (o unioni civili) anche tra specie diverse purché consenzienti" (Proposta di legge postata nello spazio che il blog di Grillo dedicava alle "idee" per il programma delle liste civiche).

Il meglio del peggio del Carlo Sibilia pensiero. Confonde la partenza e l'arrivo dell'impresa dei Mille e ha “riscritto” a suo modo alcuni importanti fatti di cronaca, le basi della macroeconomia, e parti considerevoli della storia dell'umanità. Ecco una summa del pensiero del responsabile Scuola e università del M5S, scrive Wil Nonleggerlo il 16 giugno 2015, su "L'Espresso". Per lui lo sbarco sulla luna non è mai avvenuto, mentre lo sbarco dei Mille s'è compiuto in quel di Quarto, confondendo le reali coordinate dell'impresa risorgimentale: partenza da Quarto, sbarco a Marsala. Stiamo parlando del responsabile "Scuola e Università" del Movimento 5 Stelle (...), il mitologico Carlo Sibilia. Fresco dell'ennesimo assalto al Club Bilderberg ed eminenza massima dei complottisti pentastellati, in questi due anni di Parlamento ha “riscritto” a suo modo alcuni importanti fatti di cronaca, le basi della macroeconomia, e parti considerevoli della storia dell'umanità. È dunque giunto il momento di mettere mano all'archivio, e riportare alla luce il “meglio” del Sibilia pensiero, onorevole della Repubblica da marzo 2013.

Commentando la vittoria di Rosa Capuozzo, neo sindaco di Quarto (15 giugno 2015): "Vai Rosaaaaaaaa! Viva Quarto! Da quello in Liguria sbarcarono i mille. Sarà profetico?".

Pronto per il Bilderberg 2015 (11 giugno 2015): "Se Maometto non va alla montagna è la montagna che va da Maometto. Fioroni avvisato. Noi ci saremo".

Sibilia, Cominardi e Bernini sono finalmente in Austria, e si apprestano a rivelare le prime (ennesime) grandi verità sul più misterioso dei Club... (12 giugno 2015): Bernini: "Mentre stavamo cercando di andare al nostro B&B, che è situato nelle vicinanze del Bilderberg, siamo stati fermati da un posto di blocco, che ci ha costretto a deviare e ad allungare la strada di mezz’ora, durante il tragitto nel giro di 10 minuti abbiamo contato 29 camionette della polizia e due di queste ci hanno seguito per un po’, per poi accendere i lampeggianti e obbligarci a fermarci per un controllo che è culminato con questi 9 poliziotti che perquisivano in modo completo la nostra auto e le valigie, sottoponevano il guidatore all’alcol test e ci obbligavano a pagare una multa di 20 euro per l’assenza del “medical kit”; nel mentre noi gli ricordavamo che i criminali erano altrove". Sibilia: "Nell'unica strada che portava all'hotel del Bilderberg c'era un posto di blocco, quindi abbiamo dovuto fare un percorso trekking, siamo passati dal bosco". Cominardi: "Poco fa io e Sibilia abbiamo chiesto alle forze dell'ordine la possibilità di poter parlare con Henry Kissinger. Nulla di fatto".

Il maggiordomo di Vespa (22 aprile 2015): "Mentre uscivo dagli studi della RAI mi sento chiamare. 'Buonasera! Complimenti! Confido in voi eh!'. Mi giro e chi vedo? Il maggiordomo' di Bruno Vespa. Avete presente? Quello che porta le info a Vespa durante la trasmissione. Una bellissima sorpresa e una bella soddisfazione".

Strage di Charlie Hebdo: il signoraggista Sibilia ha notato qualcosa di strano (8 gennaio 2015): "Incredibile che a Charlie Hebdo sia rimasto ucciso l'economista Maris che denunciava irregolarità su emissione moneta".

Primi al mondo (27 gennaio 2015): "Stiamo facendo 1° esperimento mondiale. In nessun pianeta, posto del mondo o nazione c'è rapporto diretto con parlamentari...".

Idea: un campanellino al collo (15 dicembre 2014): "Se oggi nessuno del Pd si ribellerà a questo sistema allora noi lo considereremo un partito sul quale, per sempre, aleggerà l’ombra della mafia. Vi chiediamo pertanto di venire in parlamento con un campanellino attaccato al collo che emetta un suono chiaro udibile ad almeno 3 metri di distanza che ci permetta di riconoscere un esponente del Pd a distanza perché noi del Movimento 5 Stelle vi tratteremo come degli appestati".

Figli di (15 dicembre 2014): "Avevo ragione o no a chiamare Renzi e Padoan figli di Troika?".

Dopo la sparatoria avvenuta nel Parlamento canadese di Ottawa, in cui hanno perso la vita due persone (Facebook, 23 ottobre 2015): "(...) I politici spesso prendono a modello i governo del nord. Norvegia, USA e Canada. Eppure dov'è che hanno iniziato a sparare i politici... proprio in un paese come il Canada. Opera di un pazzo o di qualcuno che ha ritrovato la ragione?".

Sulla tre giorni del Movimento al Circo Massimo (14 ottobre 2014): "11 ottobre 1971 usciva il singolo 'Imagine' di John Lennon. Dopo 43 anni c'è #Italia5Stelle per immaginare il futuro del nostro paese".

Il processo sulla Trattativa ed il “boss” Napolitano (9 ottobre 2014): "Perché secondo voi impediscono agli scagnozzi Riina e Bagarella di 'vedere' il boss?".

Mai stati sulla luna (20 luglio 2014): "Oggi si festeggia l'anniversario dello sbarco sulla luna. Dopo 43 anni ancora nessuno se la sente di dire che era una farsa...". E ancora: "Scusate. Rettifico. Siamo andati sulla luna, Berlusconi è onesto, la riforma del senato è cosa buona e giusta e Repubblica è un giornale".

Leggi razziali 2.0 (14 luglio 2014): "In Germania pedaggio per gli stranieri dal 2016. #LeggiRazziali 2.0. Allora dal 2016 i tedeschi per vedere Colosseo e Torre di Pisa dovranno pagare una tassa pari ai pedaggi degli italiani che transitano in Germania...".

Vips (23 giugno 2014): "Se ho sentito Beppe Grillo? No, so che è andato al concerto dei Rolling Stones. In tribuna vip? Certo, lui È un vip".

Tutti a Copenaghen (Agenzia Ansa del 30 maggio 2014): Il deputato M5s Carlo Sibilia torna alla riunione del Bilderberg ma anche questa volta non riesce a 'sfondare' le barriere a protezione del meeting internazionale dove intendeva presentare la proposta del M5s. "Abbiamo provato con tutti i modi leciti e democratici a consegnare il nostro scritto".

Elezioni europee 2014: il Pd che sfonda il tetto del 40% ed il M5s fa flop. Ma prima e durante il voto, Sibilia... (25 maggio 2014): "L'Ukip in Inghilterra è oltre il 30%... il 25 maggio ci divertiamo. #vinciamonoi"... "Non credete agli exit poll... #vinciamonoi ;) keep calm".

Meglio la dittatura (14 dicembre 2013): "La dittatura è più onesta. Almeno lo sai, invece democrazia italiana è subdola".

L'imperdibile "decalogo" (di 20 punti...) pubblicato sul profilo Facebook di Sibilia (30 novembre 2013):

"Cosa devi accettare per andare oltre?

1. Berlusconi è politicamente finito grazie al Movimento 5 Stelle

2. Berlusconi è esistito perché nessuno gli si è mai opposto tranne il Movimento 5 Stelle

3. Il Pd è il miglior alleato di Berlusconi

4. Da 19 anni

4bis. Il Pd non ha mai proposto una collaborazione di governo con il Movimento 5 Stelle 4ter. Meno male

5. Il Pd è peggio del PdL

6. Il nuovo Pd è peggio del vecchio Pd che è peggio del PdL

7. In parlamento non c'è più nulla di ciò che hai votato a febbraio...tranne il Movimento 5 Stelle

8. Renzi non è di sinistra

8bis. Quello che hai visto ieri su Sky è uno spettacolo di burattini

9. la sinistra e la destra in Italia non esistono, fanno affari insieme

10. Alle spalle dei cittadini

11. I partiti continuano a prendere i tuoi soldi nonostante l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti

12. Il Movimento 5 Stelle ha rifiutato 42 milioni di euro

13. I deputati e i senatori del Movimento 5 Stelle sono gli unici che dimezzano il loro stipendio. Tutti gli altri no

14. Il Pd ha votato per mantenere l'attuale legge elettorale detta "porcellum"...come il PdL

15. Il Pd ha votato per continuare la guerra in Afghanistan...come il PdL

16. Il Pd ha votato per comprare gli aerei da guerra F-35...come il PdL

17. Perché nell'affare da 50 miliardi di € è coinvolto il figlio di Napolitano

18. Il Pd ha votato per proseguire con i lavori della Tav...come il PdL

19. Il Pd ha votato per condonare l'evasione fiscale delle slot machine...come il PdL 19bis. Se il PdL non esiste più allora neanche il Pd.

20. Il vero potere risiede solo nelle tue mani e nella tua mente".

Il controllore (11 ottobre 2013): "Succede solo ai 5 Stelle: viaggiare sul treno in seconda classe ed essere incoraggiato dal controllore".

Qui la sparò grossa grossa (7 luglio 2013): "Il Restitution Day è l'evento politico più rivoluzionario dagli omicidi di Falcone e Borsellino".

Sibilia e Bernini, a Londra per svelare le grandi verità del Bilderberg 2013 (7 giugno 2013): "Abbiamo fatto la fila, e ora ci sembra quasi di essere ad un concerto rock. Abbiamo provato a forzare le barriere. C'hanno detto, non permettetevi. Forse bisognerebbe occuparsi un po' più di Bilderberg, e un po' meno di scontrini".

Tutta colpa del Signoraggio (intervento alla Camera, 22 maggio 2013): "Ebbene, signor Letta, mi spiega oggi qual è il nesso tra banche e stati? Se la Banca centrale europea è di fatto di proprietà delle banche centrali nazionali – e diremmo benissimo!, se le banche centrali nazionali fossero di proprietà dei cittadini, dello stato. (...) E se la moneta è dei cittadini, degli stati, allora perché ce la prestano? Caro Letta, ha mai sentito parlare di Signoraggio Bancario? Ne avete mai parlato alle riunioni del Club Bilderberg?".

Il giorno della morte di Andreotti, su Facebook (6 maggio 2013): "Morto un ‪Andreotti se ne fa un ‪Letta".

Gran finale. Prima di diventare deputato, nello spazio che il blog di Grillo dedicava alle "idee" per il programma delle liste civiche, Sibilia propose il "matrimonio omosessuale tra specie diverse" (26 novembre 2012): "Matrimonio omosessuale, di gruppo e tra specie diverse.

Postato da Carlo Sibilia il 26/11/2012 Discutere una legge che dia la possibilità agli omosessuali di contrarre matrimonio (o unioni civili) , a sposarsi in più di due persone e la possibilità di contrarre matrimonio (o unioni civili) anche tra specie diverse purché consenzienti".

Senatore Stefano CANDIANI, Lega, continua Wil Nonleggerlo il 13 giugno 2018, su "L'Espresso".

La zingara. "Una zingara, FALSA, ladra, schifosa e bastarda, mi ha rubata il telefono" (Facebook, 13 febbraio 2015).

Rispondendo su Twitter al titolo dell'Unità "Roma città chiusa. Alle mafie". "Totò Riina è pseudonimo di Antonio De Curtis, detto Totò" (Twitter, 22 agosto 2015).

La7: Stefano Candiani (Lega Nord) commenta il video shock che ha suscitato polemiche di una bimba che piange di gioia dopo aver ricevuto in regalo un fucile. "Non bisogna banalizzare con questo video la legittima difesa. Il concetto deve essere chiaro, se una persona viene aggredita deve potersi difendere e l'aggressore paga il prezzo, se mi entra in casa e ho anche una famiglia da difendere non ci si deve stupire se quel qualcuno entra in un modo ed esce in un altro" (2 febbraio 2017).

AFFARI ESTERI E COOPERAZIONE INTERNAZIONALE

Onorevole Manlio DI STEFANO, M5s.

Incapaci al potere. "Se ci troveremo presto in guerra o se diverremo l'obbiettivo di attentati (senza esserlo mai stati prima) avrete due nomi da ringraziare, Renzi e Gentiloni, due pericolosi incapaci al potere" (Facebook, 15 febbraio 2015).

Chi appoggia l'Isis. "GUERRA ALL'ISIS? NO, IMPERIALISMO. Gli USA e l'Unione Europea appoggiano l'ISIS. Questo è un dato di fatto riscontrabile in centinaia di testimonianze influenti (senatori americani) nonché in video che mostrano droni sorvolare i convogli neri senza attaccarli. (...) Il M5S, quando governerà l'Italia, la trascinerà fuori dalla sudditanza atlantica per restituirla alla sua dignità e sovranità nell'azione internazionale. Ascoltate questa mia intervista ad una TV iraniana. È solo questione di tempo..." (Facebook, 16 settembre 2015).

L'intervista di Vespa a Riina Junior. "È SOLO DISTRAZIONE DI MASSA. Basta! Basta! Basta! Non fatevi fregare dal sistema! Vespa ne è parte da sempre, avete già dimenticato le mille occasioni in cui si è prestato a distrarre le masse dai veri problemi del paese? Per quanti mesi è andato in onda il plastico del Delitto di Cogne mentre in Parlamento ci toglievano il futuro? L'equazione è semplice: il Governo Renzi è in crisi perché pescato con le mani nel petrolio dalla magistratura e sotto mozione di sfiducia e, in 24h, mette su un teatrino a tutto campo..." (Facebook, 7 aprile 2016).

E allora Guantanamo? "Gli arresti a Mosca? E allora Guantanamo? Non tocca a me valutare la democrazia in un altro Paese" dice Manlio Di Stefano per levarsi dall’impaccio di una domanda che in tanti fanno ai 5 Stelle: cosa dite della retata di massa di Vladimir Putin? (La Stampa, 30 marzo 2017).

"M5S, Lista di ebrei sul profilo Facebook di Di Stefano". "Come riporta il Corriere della Sera, sul profilo Facebook di Manlio Di Stefano è apporso un post chiamato “Complici di Israele”, relativo al voto contrario dell’Italia alla risoluzione Unesco su Gerusalemme, che ha dato vita ad un dibattito acceso tra chi appoggiava il parlamentare 5 stelle e chi, invece, si dichiarava contrario. Tra i commenti, un’altra lista di Vip tra giornalisti, attori e personalità con il titolo “Influenza sionista nei media italiani”, con i nomi, tra gli altri, di Roberto Saviano, Paolo Mieli, Enrico Mentana, Gad Lerner" (Lineapress, 7 maggio 2017).

Onorevole Guglielmo PICCHI, Lega (ex Forza Italia).

Quando c'era Silvio. "Con Berlusconi quanto avvenuto in #Crimea non sarebbe semplicemente successo" (Twitter, 17 marzo 2014).

DIFESA

Onorevole Angelo TOFALO, M5s.

Boia chi molla! "Boia chi molla, presidente Boldrini, boia chi molla! E noi non molleremo!" (Intervento alla Camera, 29 gennaio 2014).

Si scherza. "Abbiamo kalashnikov, mitra, mine da posizionare su ogni scranno di questi politicanti della casta, e poi male che vada abbiamo una zizzona di Battipaglia come bomba per far saltare tutto in aria. Ovviamente sto scherzando..." (YouTube, 7 gennaio 2015).

Alto tradimento. "#GENTILONI ANDREBBE PROCESSATO PER ALTO TRADIMENTO! invece accade che gli viene addirittura affidato l'incarico" (Twitter, 11 dicembre 2016).

Traffico d'armi. "Traffico d’armi con la Libia, spionaggio, Isis. Un triangolo quanto mai insidioso, tanto più che sullo sfondo c’è un rappresentate dello Stato. Angelo Tofalo, deputato grillino e membro del Copasir - il comitato di controllo parlamentare sui servizi segreti - ha ammesso di aver pagato un viaggio in Turchia ad Annamaria Fontana, la donna napoletana arrestata nei giorni scorsi per traffico internazionale di armi insieme con il marito, Mario Di Leva, convertito all’Islam (...)" (La Stampa, 26 febbraio 2017).

ECONOMIA E FINANZE

Onorevole Laura CASTELLI, viceministra, M5s.

Le ricette della nonna. "Olio di ricino per i mafiosi!" (Dibattito in Aula, 4 giugno 2013).

Come ti permetti di non votare 5 Stelle?

"Da una parte questo è un Paese che fa fatica a comprendere, dall'altra c’è ancora una grande fetta legata a lobby e poteri forti. Non dico che chi non ha votato 5 Stelle sia da condannare, ma non lo giustifico" (26 maggio 2014).

Quanto ha ucciso il governo Renzi? "Secondo voi quanta gente hanno ucciso i cattivi governi? Quanti il governo #Renzi? Per me più di 150...." (Twitter, 27 marzo 2015).

Una buona parola per tutti. "#Marino ha appena ritirato le dimissioni... Pagliaccio criminale" (Twitter, 29 ottobre 2015).

Un curriculum che nemmeno il premier Conte. "(...) A 14 anni comincio ad innamorarmi della palestra e li conosco la danza HipHop che poi seguirò per oltre 10 anni. E poco dopo, durante una estate di colonia aziendale, scopro l’amore per la barca a vela e il vento; amore che mi accompagna ancora moltissimo. Alle scuole superiori scelgo di frequentare la scuola di Ragioneria più complessa è severa di tutta la provincia di Torino. (…)" (Dal curriculum pubblicato sul sito ufficiale di Laura Castelli).

"La favolosa figuraccia di Laura Castelli al convegno dell’Ordine dei Commercialisti". "Qualche giorno fa la Castelli era ospite degli Stati Generali della professione dei Dottori Commercialisti. Professione per esercitare la quale è necessario essere iscritti ad un apposito albo professionale al quale si accede dopo aver superato un esame di Stato. La Castelli si deve essere sentita davvero a casa perché si è presentata così: «Sono laureata in Economia, non sono un commercialista ma nella vita ho avuto un mio studio, ho lavorato nello studio di famiglia che si occupa di contabilità, paghe, e conosco…». L’onestà e la trasparenza dell’onorevole pentastellata però non sono state apprezzate dalla platea che ha iniziato a vociare e sogghignare. Ed in effetti è curioso che ad un convegno nel quale si è discusso anche di chi esercita abusivamente la professione arrivi una persona a dire che pur non essendo commercialista ha esercitato la professione e ha avuto pure uno studio..." (Next Quotidiano, 16 febbraio 2018).

Onorevole Massimo BITONCI, Lega.

La negritudine. "Signora Presidente, onorevoli colleghi, la gente ormai ha paura ad uscire la sera e lei vuole favorire la negritudine come in Francia" (Intervento in aula, 14 gennaio 2014).

Da sindaco leghista di Padova. "E ora in tutti gli edifici e scuole un bel crocifisso obbligatorio regalato dal Comune. E guai a chi lo tocca!" (Facebook, 24 giugno 2014).

Lotta dura ai kebabbari. "Abbiamo deciso di emettere un'ordinanza per la zona della stazione: è giunta l'ora di far chiudere entro le ore 20 tutta una serie di negozi etnici, tipo quelle dei kebabbari" (30 marzo 2016).

SVILUPPO ECONOMICO

Senatore dott Andrea CIOFFI, M5s.

Il tweet-shock subito dopo le prime scosse sismiche. "A Roma due forti scosse di #terremoto in due ore. Il Senato ha retto benissimo. Reggerà anche alla deforma di Renzi. #IoVotoNo" (25 ottobre 2016).

Onorevole Davide CRIPPA, M5s.

Priorità. "Oggi pomeriggio dovevo partecipare al torneo beach waterpolo ad Arona, ma qualche genio del Pd ha deciso che questa sera alle 19 si doveva votare in commissione attività produttive e finanze per il ddl concorrenza (…)" (Facebook, 2 agosto 2015).

INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

Michele DELL’ORCO, M5s.

Mafia-Pd. "Oggi Pd in piazza contro la mafia: come se i #Casamonica manifestassero contro se stessi" (Twitter, 3 settembre 2015).

Edoardo RIXI, Lega.

Dopo l'attentato di Nizza. "Edoardo Rixi punta il dito contro il governo italiano: "L'Italia deve chiudere le frontiere e smetterla di traghettare sul territorio nazionale migliaia di clandestini che con i loro viaggi finanziano l'Isis - scrive sulla propria pagina Facebook -. Il nostro Governo è moralmente responsabile di quanto sta accadendo in Europa"" (Huffington Post, 15 luglio 2016).

"Spese pazze, Rixi: 'Così facevan tutti, ci siamo adeguati'". "Così facevan tutti. Acquistavano le loro cose personali e le facevano pagare ai contribuenti liguri. "C'era una prassi consolidata, che abbiamo seguito e che mai aveva creato problemi - spiega Edoardo Rixi, assessore regionale allo Sviluppo Economico della Liguria e segretario della Lega Nord ligure" (Repubblica.it, 19 settembre 2017).

Senatore Armando SIRI, Lega. 

"Lega, L’Espresso: ' L’ideologo della Flat Tax Armando Siri patteggiò per bancarotta fraudolenta '". "Prima della campagna elettorale Matteo Salvini, segretario della Lega, pensava per lui a un ruolo di governo, magari un ministero economico. Eppure, stando a quanto riporta L’Espresso, Armando Siri, 46 anni, eletto al Senato, ideologo della flat tax, ha patteggiato una pena per bancarotta fraudolenta. Tre anni e mezzo fa un giudice ha accolto l’accordo tra accusa e difesa per il fallimento della MediaItalia, società che avrebbe lasciato debiti per oltre 1 milione di euro. Nelle motivazioni, riporta il settimanale, i magistrati che hanno firmato la sentenza scrivono che, prima del crack, Siri e soci hanno svuotato l’azienda trasferendo il patrimonio a un’altra impresa la cui sede legale è stata poco dopo spostata nel Delaware, paradiso fiscale Usa" (Fatto Quotidiano, 12 marzo 2018).

LAVORO E POLITICHE SOCIALI

Onorevole Claudio COMINARDI, M5s.

È Stato il Bilderberg. "Il mandante della bomba di Piazza della Loggia è lo Stato italiano. Una strage di Stato. C'era di tutto. I servizi segreti deviati, la politica, la Cia, e come dice Imposimato, anche il gruppo Bilderberg. Dietro alla strategia della tensione e alle stragi c'è anche il gruppo Bilderberg" (Intervento alla Camera, 28 maggio 2014).

Androidi. "Un androide dotato di intelligenza artificiale è in grado di vedere, sentire, conversare, camminare, svolgere attività manuali, interpretare immagini, elaborare calcoli estremamente complessi e molto altro ancora. (...) Ritengo fondamentale un dibattito politico su questi mutamenti (…)" (Facebook, 7 gennaio 2016).

BENI E ATTIVITÀ CULTURALI E IL TURISMO

Onorevole Gianluca VACCA, M5s.

Porcelli Pd. "I porcelli democratici hanno sempre hanno votato l'Italicum" (Twitter, 4 maggio 2016).

Assassini Pd. "#labuonascuola è legge. Gli assassini #PD della scuola pubblica italiana hanno vinto una battaglia, ma non vinceranno la guerra! #M5S" (Twitter, 9 luglio 2016).

Spazzatura Unità. "L’Unità è tornata a infangare le edicole. Le discariche sono sature, non c’era bisogno di nuova spazzatura" (Twitter, 12 luglio 2015).

SALUTE

Onorevole dott. Maurizio FUGATTI, Lega.

La cara vecchia lira. "Alla festa leghista di Avio si pagheranno cibo e bevande con le vecchie lire, sarà l'occasione per dimostrare a Monti i danni causati dall'euro" (13 agosto 2012).

Reich. "Grazie ad Angela Merkel ormai non siamo più in Europa, ma nel Quarto Reich" (18 ottobre 2012).

AMBIENTE, TUTELA DEL TERRITORIO E DEL MARE

Onorevole Vannia GAVA, Lega Nord.

“Quando vedo la Kyenge penso ad un orango”, disse Calderoli. E la Gava..."Calderoli? Ha detto quello che pensano quasi tutti gli italiani. "I tratti somatici di alcune popolazioni è innegabile evochino da sempre sembianze animali se non peggio (cosa dovrebbero dire i poveri abitanti della Mongolia?). Chi non riconosce questo è palesemente in malafede e usa strumentalmente un falso perbenismo degno delle più squallide ipocrisie. È ora di finirla di puntare il dito contro i pochi che hanno il coraggio di dire quello che pensano tutti" (Messaggero Veneto, 15 luglio 2013).

Di Maio e Salvini vicepremier: ecco i nomi dell'esecutivo mai nato. Il leader M5s fa l'elenco in diretta Facebook. Via la No Tav Castelli, scrive Lodovica Bulian, Lunedì 28/05/2018, su "Il Giornale". Era tutto pronto, prima dell'epilogo più drammatico. Prima che il premier incaricato, Giuseppe Conte, rimettesse il mandato nelle mani di Mattarella. Le stesse a cui poco prima il professore aveva consegnato la lista dei ministri dell'ormai defunto disegno di governo giallo verde. Comprensiva della casella che ha fatto saltare tutto: Savona al ministero dell'Economia. Gli altri nomi sono stati resi noti da Luigi Di Maio. A fianco di Conte, ci sarebbero stati gli stessi Di Maio e Salvini nel ruolo di vice premier, in una sorta di triumvirato a Palazzo Chigi. Per i due leader, erano pronti anche i ministeri. Quello super del Lavoro e del Mise, affidato al grillino, per portare avanti il reddito di cittadinanza e per avere il timone sulle crisi industriali, a partire dall'Ilva. Salvini, com'era scontato, si sarebbe accomodato al Viminale per avere da ministro dell'Interno mani libere sull'immigrazione. Nello schema saltato sarebbe toccato al leghista Giancarlo Giorgetti il ruolo di peso di sottosegretario alla presidenza del consiglio, per bilanciare la provenienza grillina del premier. Alla Giustizia confermato il parlamentare pentastellato Alfonso Bonafede, avvocato fiorentino, vicino allo stesso presidente Conte. Alla sua rivale per la poltrona di via Arenula, la leghista Giulia Bongiorno, sarebbe andata la Pubblica Amministrazione. Escluso invece dalla partita per gli esteri, Giampiero Massolo, un passato alla guida del Dis e oggi di Fincantieri. Al suo posto il diplomatico Luca Giansanti, ex ambasciatore pochi mesi fa dimessosi dalla stessa Farnesina. Confermate le previsioni di Giulia Grillo, capogruppo M5s alla Camera, alla Salute, vista anche la sua professione di medico legale. A un leghista uno dei ministeri chiave per la difesa del Made in Italy: Gian Marco Centinaio sarebbe stato il titolare delle Politiche Agricole. Il ministero per il Sud, ridotto a poche righe nel contratto di governo, ma da sempre di peso nel programma pentastellato, sarebbe stato della grillina pugliese Barbara Lezzi. Ai rapporti col Parlamento il fedelissimo di Di Maio, Riccardo Fraccaro, già questore alla Camera. Alla Difesa, come da pronostico, Elisabetta Trenta, analista su difesa e sicurezza, docente alla Link University e già nella squadra dei ministri M5s prima del voto. Fuori dalle Infrastrutture la No tav Laura Castelli: al suo posto Mauro Coltorti. L'Istruzione sarebbe andata alla Lega con Marco Bussetti, i Beni culturali ad Alberto Bonisoli in quota M5s. Infine agli Affari regionali la leghista veneta Enrica Stefani, al ministero per la Disabilità il fedelissimo di Salvini Lorenzo Fontana.

Giuseppe Conte, nel suo staff le quattro "spie" della Casaleggio: chi fa parte della Rete magica, scrive il 27 Maggio 2018 "Libero Quotidiano". A Palazzo Chigi sanno che è ormai questione di ore perché, finita l'epoca del Giglio magico renziano, cominci l'era della "Rete magica" targata Casaleggio & Associati. L'arrivo del premier Giuseppe Conte, già chiamato dai maligni "il prestanome" come riporta Repubblica, è il segnale di quel che può arrivare attorno ai vertici dell'esecutivo. Il progetto ambizioso della società che gestisce la regia del Movimento Cinque Stelle punta a piazzare nelle stanze che contano, meno evidenti ma potenti quanto un ministero, un poker di figure fidatissime e dal ruolo chirurgicamente studiato per incidere sulla direzione che il governo dovrà avere. A capo del quartetto di uomini della Casaleggio c'è ovviamente Rocco Casalino, oggi responsabile della comunicazione grillina, partito dal Grande Fratello per poi entrare nel Movimento dove ha scalato tutte le posizioni per meriti sul campo. Da tempo è lui a decidere chi deve andare in tv e cosa può e non può dire. Casalino lavorerà alle spalle del premier Conte, al quale ha già scritto il primo discorso da presidente del Consiglio incaricato, quello insomma dell'"avvocato del popolo". Il discorso di Conte era stato scritto nella sede romana della Casaleggio, dove ha il domicilio l'altro uomo speciale della società grillina: Pietro Dettori. Lui dovrà guidare l'Ufficio di Presidenza: dal suo computer passerà praticamente tutto, atti, decreti, email per il premier... Dettori finora è stato l'autore dei post più accesi sul blog di Grillo. Davide Casaleggio lo portò nell'associazione Rousseau, diventando poi socio della piattaforma all'uscita dell'europarlamentare David Borrelli e quindi consentendogli l'accesso diretto alla banca dati degli attivisti, un potere enorme. A Palazzo Chigi è prevista anche Chiara Ricciuti, destinata a fare il capo dell'ufficio stampa di Conte. Giornalista, ha lavorato a lungo per l'Italia dei valori, il primo partito che si servì della consulenza della Casaleggio. Con lei ci sarà Cristina Belotti, 29 anni, e già un curriculum arricchito da alcune polemiche sui rimborsi quando era responsabile della comunicazione del M5s in Europa.

Governo Lega-M5s, finalmente i comunisti al potere! Scrive il 25 maggio 2018 Jacopo Fo, Autore, attore e scrittore, su "Il Fatto Quotidiano". Schiere di commentatori si sono slogati le dita e il velopendulo avventurandosi in giudizi di tutti i tipi sul nuovo governo. Mi fa strano che nessuno si sia soffermato su una verità inoppugnabile: la maggioranza degli elettori della Lega e del Movimento 5 stelle è ex Pci. L’unione tra gialli e verdi è stata giudicata contro natura perché mette assieme entità così diverse; a nessuno è venuto in mente l’ovvio: si tratta di una convergenza in realtà assolutamente naturale proprio perché in entrambi i gruppi domina l’ideologia comunista. Dico solo sciocchezze? Ne riparliamo tra sei mesi. E quando sarà evidente che il governo Conte mena ai corrotti e agli evasori fiscali con la clava e aiuta le vecchiette ad attraversare la strada e a fare la spesa, allora sarà chiaro quel che io (voce isolata) sto sostenendo. E aggiungo che questo fatto dei comunisti che vanno al governo sotto mentite spoglie non è un accidente casuale della storia, ma un diabolico piano organico, comunista. E chi l’ha ordito? Dai che è facile… Ci arrivi? Napolitano, Occhetto e Fassino! Te lo ricordi Fassino quando disse “Caro Beppe Grillo perché non te lo fai un bel partito e ti presenti alle elezioni”? E cazzo, a quel punto cosa doveva fare Grillo se non obbedire? E io ci andai al congresso di fondazione del 5 Stelle, a Firenze, c’erano almeno tremila persone. Al 99% erano comunisti. Poi scoprii che fu quel genio di Napolitano ad avere l’idea: “Come partito comunista non ce la faremo mai ad andare al potere, dobbiamo fargli il pacco e il contro pacco”. Geniale! Poi Occhetto ebbe la trovata di cambiare nome al Pci per confondere le acque. Addirittura per un po’ il Pci si chiamò “La Cosa”. Delle menti eccelse. Quindi niente paura: sarà un esecutivo di lotta e di governo e rivolterà l’Italia come una scatoletta di tonno! L’aprirà come un calzino! Tremate! Uno spettro s’aggira per l’Europa. Ed è incazzato nero!

Giuseppe Conte, il volto privato del nuovo premier. Gioca a calcetto, ama il tennis e non esce mai senza gemelli al polso. Ecco chi è l'uomo scelto per guidare il Paese, scrive il 24 maggio 2018 Alessia Arcolaci su "vanityfair.it". Ha una ex moglie, una fidanzata e un figlio di dieci anni, Niccolò, con cui condivide la passione per il calcio. Fino al 23 maggio, Giuseppe Conte cercava di essere lui stesso ad accompagnarlo a scuola il più possibile. Adesso che ha accettato con riserva l’incarico ricevuto dal Presidente Sergio Mattarella di formare il nuovo governo, sarà più difficile trovare momenti liberi per farsi trovare all’uscita di scuola. Certo non capita tutti i giorni di avere un padre che dall’oggi al domani diventa il capo del Paese in cui si è nati. Avrà pensato questo Niccolò quando in meno di ventiquattr’ore ha visto il volto di suo padre su tutti i giornali e in televisione. E poi mamma Valentina, ex moglie, ancora al suo fianco. Non ha avuto dubbi sull’esporsi in sua difesa quando il curriculum del suo ex marito è stato analizzato in tutte le lingue del mondo. E il risultato ne è stata la messa in luce di alcune esperienze non verificate, per esempio alla New York University. «Sarà un buon premier, quelle sul curriculum e su Stamina (Conte è stato accusato anche di avere appoggiato il metodo di Davide Vannoni, ndr) sono tutte stupidaggini», ha dichiarato al telefono con l’Ansa, ribadendo che «Assolutamente sì», nel curriculum del neo premier della Terza Repubblica, per dirla alla Di Maio, è tutto in ordine. Il matrimonio è finito ma il legame tra il neo premier e la sua ex moglie è sereno. Pugliese di nascita (ma il neo premier tifa Roma, città in cui viveva da tempo) e devoto a padre Pio, secondo quanto raccontano gli abitanti di San Giovanni Rotondo, dove la famiglia Conte vive. Fatta eccezione per questi ultimi giorni in cui mamma Lillina (diminutivo di Maria Pasqualina, spiega il Corriere) e papà Nicola sono arrivati a Roma, per stare accanto al figlio in un momento fondamentale ma anche per sfuggire all’assedio di giornalisti, amici e curiosi. Così la famiglia (nuova fidanzata compresa) si è stretta accanto al neo premier che sembra arrivato dalla Marte, lui che di politica non ne ha mai fatta e dai più è stato definito il premier «marziano», «il perfetto sconosciuto» ma anche quello con «il cuore da sempre a sinistra». E ancora «un professionista sensibile». Nel suo primo discorso da presidente del consiglio in pectore Giuseppe Conte si è raccontato come «l’avvocato difensore degli italiani», «l’amico del popolo». Impossibile non notare la sua eleganza (che siamo certi non manchi nemmeno durante le partite di tennis o calcetto, sport che Conte predilige), fatta di gemelli sempre al polso, pochettes nel taschino ma anche gilet e cravatta. Uno stile che lo allontana un po’ dall’immagine del rivoluzionario d’azione ma si sa l’abito non fa il monaco. Adesso, concediamogli un po’ di tempo.

La rete di Giuseppe Conte: dall'incontro con Matteo Renzi alle amicizie in Forza Italia. Grand commis di Stato. Cardinali. Giuristi. Il "premier sconosciuto" in realtà ha molti legami trasversali, scrive Emiliano Fittipaldi il 18 giugno 2018 su "L'Espresso". Il presidente esecutore. Il premier fantasma. L’uomo invisibile. Un vaso di coccio. Pinocchio tra il Gatto Di Maio e la Volpe Salvini. Il primo presidente del Consiglio di cui non si conosce un’idea: Giuseppe Conte, il nuovo capo del governo italiano, è stato accolto come un oggetto misterioso da quasi tutti gli addetti ai lavori, che da qualche settimana stanno cercando di riempire i vestiti sartoriali del professore di contenuto politico e umano. Un compito difficile, perché è la prima volta nella storia della Repubblica che il Parlamento ha dato fiducia a un premier di cui non sapeva praticamente nulla. Issare l’inesperto Conte a Palazzo Chigi è certamente uno dei principali esperimenti del laboratorio politico grillo-leghista che sta forgiando gli inizi della Terza Repubblica. Per i più critici «l’avvocato del popolo» (claim inventato dalla macchina della comunicazione pentastellata guidata da Rocco Casalino) è solo un grigio notaio che dovrà attuare un contratto di governo stilato e firmato dai vicepresidenti del Consiglio che lo affiancavano come due badanti durante il discorso programmatico di martedì scorso, dall’opposta prospettiva il professor Conte viene invece descritto come la perfetta incarnazione del sogno americano in salsa grillina. Un premier che viene dalla Puglia, figlio di una famiglia semplice del Sud che grazie alla tenacia, alle capacità individuali e a una ferrea ambizione è riuscito a 54 anni a scalare tutta la piramide sociale, fino a sedersi sulla poltrona più importante della nazione. Come dicono alla Casaleggio, «un self made man che incarna tutti i valori del M5S», e che ha scritto da solo la sceneggiatura della sua vita. «Più che un film sembra un miracolo», ripetono oggi parenti e conoscenti, ancora attoniti nel vedere in televisione l’amico che ha passato le ultime vacanze di Natale nella casetta di mamma a San Giovanni Rotondo discutere i destini del mondo al G7, assiso insieme al presidente americano Trump, il francese Macron e la grande nemica dei populisti italiani, Angela Merkel. Il miracolo, in realtà, inizia quattro anni fa, quando Alfonso Bonafede, nuovo ministro della Giustizia e uomo ombra di Luigi Di Maio, s’innamora del cattedratico, che ha conosciuto come studente alla facoltà di giurisprudenza di Firenze. È lui a chiedere a Conte nel settembre del 2013 di entrare come componente laico nel Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa in quota M5S. «Non sono dei vostri, il mio cuore batte a sinistra», avrebbe chiarito il professore, che alla fine però accetta la corte e il posto da vicepresidente. Conte è così ambizioso («forse troppo», ha confessato il padre al Tg2) che, mentre flirta con i grillini, fa amicizia anche con pezzi del Pd. Mira in alto, come ha fatto fin da quand’era piccolo, e punta al Giglio magico di Renzi. Il primo link, spiega qualche buona fonte fiorentina, ha le sembianze di Francesca Degl’Innocenti, avvocato che ha insegnato Diritto civile con Conte alla Scuola di specializzazione per le professioni legali, e che risulta collaborare con lo studio Tombari: quello in cui lavorava Maria Elena Boschi. Il nuovo premier non solo allaccia rapporti con la ministra delle Riforme, ma riesce a conoscere anche Matteo Renzi in persona. L’incontro è avvenuto qualche tempo fa, in forma privata. Se qualcuno sorride affermando che Conte si offrì anche ai renziani, va però ricordato che lo stesso neopremier bocciò la candidatura della “vigilessa” Antonella Manzione, fedelissima di Matteo, a una poltrona al Consiglio di Stato per “mancanza di requisiti”. Le simpatie piddine, comunque, erano note in parte anche a Di Maio, tanto che nel M5S qualcuno racconta che il leader di Pomigliano d’Arco lo inserì nella lista dei possibili ministri grillini (Conte era stato designato alla Pubblica amministrazione) anche come eventuale pontiere di un’alleanza post voto con i dem. Sappiamo che quel ponte è crollato subito. Per provare a spiegare la genesi dell’incredibile scalata a Palazzo Chigi bisogna dunque percorrere altre strade. Quando a inizio maggio è ormai chiaro che Di Maio e Salvini, a causa dei veti incrociati, devono obbligatoriamente individuare un terzo nome per il premier, gradito ad entrambi ma appartenente all’entourage del partito più votato, Di Maio, Grillo e i maggiorenti della Casaleggio (su tutti Davide, Casalino e Pietro Dettori) individuano in lui il profilo migliore. Un avvocato ambizioso ma pacato, un tecnico con un viso pulito, sufficientemente incolore per non offuscare il leader politico. Dopo il sì di Salvini, propongono (ufficiosamente) il nome di Giuseppe Conte a Mattarella e al suo principale consigliere Ugo Zampetti. I due, che preferiscono un premier politico e di spessore, non l’hanno mai sentito in vita loro. Chiedono così informazioni ai loro fedelissimi. In primis al presidente del Consiglio di Stato Alessandro Pajno, legatissimo al presidente della Repubblica, che negli ultimi quattro anni ha visto Conte all’opera tra i corridoi di Palazzo Spada; poi al gruppo di professionisti e grand commis di Stato capeggiato da Giulio Napolitano, figlio del presidente emerito Giorgio, e dall’avvocato Andrea Zoppini, entrambi grandi amici del figlio di Mattarella, Bernardo Giorgio. I primi feedback sono positivi, così a Conte - seppur privo di qualsiasi esperienza amministrativa - viene dato l’ok. Il suo profilo viene preferito ad altri più prestigiosi (come quello dell’economista Giulio Sapelli) ipotizzati da Di Maio e Salvini: la speranza del Quirinale è che un premier alle prime armi e politicamente debole possa accettare qualche consiglio sugli alti burocrati da piazzare nei gabinetti, nelle segreterie di Palazzo Chigi e di altri ministeri. Non è detto che Conte colga i suggerimenti. Nessuno, in fondo, conosce davvero la sua indole, ne sa quale potrà essere il suo livello di autonomia rispetto ai diktat dei due firmatari del contratto di governo.

DALLA PUGLIA A VILLA NAZARETH. Analizzando la sua biografia, parlando con civilisti e amici, l’enigma Conte può essere almeno in parte sciolto. Perché il presidente ha un passato interessante, e una rete relazionale sotterranea e trasversale. Con contatti nel Pd e qualcuno persino dentro Forza Italia. Conte, soprattutto, ha un “maestro” a cui deve moltissimo e su cui fa ancora affidamento per suggerimenti di ogni tipo, il professor Guido Alpa, e cura una carriera accademica a cui tiene forse più di ogni cosa: L’Espresso ha scoperto che ha fatto da poco domanda per un concorso “ex articolo 18” per essere chiamato alla Sapienza, e che all’ateneo qualcuno dei suoi concorrenti parla già - nel caso dovesse vincere proprio lui - di lampante conflitto d’interessi. Conte è nato a Volturara Appula, un paese di 416 anime in provincia di Foggia. I genitori, fedeli di Padre Pio, appartengono alla piccola borghesia impiegatizia del Sud: il padre Nicola è stato impiegato del minuscolo Comune per anni, la madre Lillina faceva la maestra elementare. Dopo pochi anni passati a Volturara, la famigliola si sposta a San Giovanni Rotondo. Giuseppe, ragazzo riservato e sgobbone, finisce le medie e il liceo classico con il massimo dei voti. È il 1982. Conte vuole laurearsi in legge e si trasferisce a Roma, alla Sapienza. I soldi della famiglia non bastano a vivere nella Capitale, così nel 1983 il neopremier partecipa al concorso del Collegio universitario “Villa Nazareth”, un ente ecclesiastico che accoglie gratuitamente nelle camerate gli studenti che hanno curriculum scolastici eccellenti e provenienti, spiegano dalla Santa Sede «da famiglie che, per condizione socio-economica o culturale, non siano in grado di sostenerli negli studi: è dal 1946 che al Nazareth aiutano i talenti a sbocciare». Anche se Conte non viene ufficialmente ammesso, al Nazareth diventa di casa. Nei giorni scorsi i giornali avevano raccontato delle entrature vaticane del presidente del Consiglio: se l’appartenenza all’Opus Dei è una bufala, il rapporto con il cardinale Achille Silvestrini è invece forte e radicato. La porpora, 95 anni a ottobre, è infatti dal 1986 il capo della fondazione che controlla Villa Nazareth: i rapporti cordiali con il giovane Conte iniziano allora, e nel corso del tempo si intensificano, fino a diventare strettissimi. Anche dopo la laurea il futuro premier continua a collaborare come volontario con l’istituto ecclesiastico. Diventa una sorta di consigliere giuridico di Silvestrini, e dal 1992 aiuta l’ente agevolando gli interscambi culturali tra i nuovi ospiti del collegio e alcune facoltà straniere. È Silvestrini, dunque, a nominarlo nel cda del trust intitolato al Cardinal Domenico Tardini (il fondatore del Nazareth) con sede a Pittsburgh, ed è sempre al Nazareth che Conte conosce l’attuale segretario di Stato Pietro Parolin. «In effetti si sono incontrati quando Sua Eminenza è stato direttore della scuola, alla fine degli anni Novanta. Al tempo si sono incrociati qualche volta, ma non si vedono da vent’anni», dicono Oltretevere. Di altri rapporti con le sfere ecclesiastiche non esistono evidenze.

IN CORDATA CON IL MAESTRO ALPA. Con la laurea in tasca, Conte comincia a cercare lavoro. Sia nell’università sia negli studi legali della Capitale. Inizialmente i suoi referenti sono il relatore della sua tesi Giovan Battista Ferri, ordinario di diritto privato di cui diventa assistente, e l’avvocato Renato Scognamiglio, un pezzo da novanta che ha lavorato anche all’Iri, al ministero del Tesoro e all’Acquedotto pugliese. «Fino al 1998 Conte aveva questi due riferimenti. Nello studio di Scognamiglio gli avevano dato una stanza minuscola, strapiena di fascicoli: quando entravi a Giuseppe nemmeno riuscivi a vedergli il ciuffo. Lavorava dalla mattina alla sera, ogni tanto si concedeva una partita di calcetto in un circolo sul Tevere. Pensavamo tutti che sarebbe andato all’Università di Sassari, dove teneva lezioni, ma alla fine fece il concorso di ricercatore anche a Firenze, lo vinse e decise di andare in Toscana. Era il 1998. Da allora i rapporti con Ferri e Scognamiglio si sono via via diradati, e la sua guida è diventata Guido Alpa», ricorda chi lo conosce da sempre. Il professore ordinario, 70 anni, è la figura chiave della rete di relazioni del nuovo presidente del Consiglio. Genovese doc, “maestro” di una prestigiosa scuola giuridica, allievo di Stefano Rodotà, presidente per lustri del potente Consiglio nazionale forense, una lista di incarichi sterminati (l’ultimo è quello avuto nel 2014, quando è diventato membro del board di Leonardo-Finmeccanica anche grazie alla segnalazione, raccontano le cronache, dell’amico Denis Verdini), anche Alpa è uno che si è fatto da solo. È figlio di un ferroviere e nel giovane Conte il maestro, che non ha mai avuto figli, rivede se stesso. I due diventano inseparabili, e iniziano a lavorare insieme: prima al Cnr (nel 1999 il trentacinquenne Giuseppe cura parte di un progetto diretto da Alpa; in quell’anno il futuro premier riesce anche a comprare una bella casa a via Giulia da 450 milioni di lire, quella ipotecata da Equitalia nel 2009 per 52 mila euro di tasse non pagate), poi nell’avviatissimo studio del luminare, di cui Conte dal 2002 diventa il collaboratore preferito. A quarant’anni la sua carriera spicca il volo. Dinamico e intraprendente, stimato dalla categoria dei civilisti come un «buon giurista» (tra i tanti colleghi avvocati ed esperti di diritto intervistati da L’Espresso nemmeno i più sfavorevoli hanno usato parole negative su questo argomento), il neopremier diventa professore associato a Firenze nel 2001 (verrà chiamato come ordinario nel 2012) e comincia ad accumulare incarichi accademici importanti, spesso in progetti coordinati da Alpa in prima persona. Il mentore, che ancora oggi lo consiglia, è un appassionato lettore di Dostoevskij, non a caso citato da Conte nel suo primo discorso alle Camere. Dandy fissato con la moda inglese e le camicie su misura, appassionato di auto d’epoca (una Jaguar, pagata pochi soldi, è spesso in garage perché sempre rotta) e di vecchi orologi a corda di valore modesto, Conte viene chiamato nel Comitato scientifico della Scuola superiore dell’avvocatura del Consiglio nazionale forense (presieduto dal solito Alpa), poi alla Luiss e da Confindustria come membro della commissione Cultura. La partecipazione a conferenze e convegni è assidua, e la produzione di saggi e pubblicazioni a getto continuo. Proprio per aver voluto elencarli tutti Conte ha scritto il curriculum monstre da 12 pagine, che passerà alla storia, più che per i ritocchini e gli abbellimenti, come esempio plastico di chi venuto dalla provincia profonda vuole dimostrare al mondo - e, paradossalmente, all’establishment che i grillini aborrono - di avercela fatta davvero. Un curriculum che presto sarà letto con attenzione anche dai tre membri della commissione del dipartimento di scienze giuridiche della Sapienza, che presto dovrà sancire il vincitore della procedura selettiva voluta dall’ateneo romano per un posto da ordinario di diritto privato e civile. Il neopremier ha presentato domanda a fine 2017 (insieme a competitor di peso come il giovane ordinario Giovanni Perlingeri, figlio del giurista Pietro, e a Mauro Orlandi, considerato tra i migliori allievi di Natalino Irti, altro mammasantissima del diritto italiano) e risulta ancora tra i candidati. La cattedra è ambitissima, per un altro anno sarà ancora in mano al pensionando Alpa, ma per Conte metterci i gomiti sopra rappresenterebbe il coronamento della cavalcata accademica. Il rischio, ora, è che il sogno possa sfumare a causa della nuova avventura politica. Se la Sapienza scegliesse proprio lui, i rischi sono due: le polemiche sul possibile conflitto di interessi, definito dal professore «un tarlo che mina il nostro sistema economico-sociale fin nelle sue radici... noi rafforzeremo la normativa attuale in modo da estendere le ipotesi di conflitto fino a ricomprendervi qualsiasi utilità, anche indiretta»; e il fatto che Conte dovrebbe mettersi subito in aspettativa. I gravosi impegni didattici richiesti dalla procedura di chiamata non sarebbero certo compatibili con quelli istituzionali.

RAGNATELA BIPARTISAN. Compulsando amici e colleghi, incrociando vecchi arbitrati e incarichi pubblici, si scoprono altri dettagli della vita privata e della rete relazionale del premier misterioso. Se è noto che è stato sposato con Valentina Fico, avvocato di Stato con cui ha avuto un figlio che ha oggi dieci anni («è legatissimo a lui, una volta lo portò pure a una cena annuale dei civilisti, cosa rara a un evento tanto formale», racconta chi era presente), se è un fatto che non esce quasi mai dalla sua casa di 80 metri quadri al centro di Roma se non per andare nello studio Alpa in piazza Cairoli o nel pied-à-terre di Firenze, in pochi sanno che Giuseppe è stato padrino di battesimo del figlio di Stanislao Chimenti. Chimenti è un avvocato molto affermato, partner di Delfino e Associati, e grande collezionatore di incarichi pubblici: oltre ad essere stato ex commissario straordinario della Tirrenia e della Siremar, fu al timone anche del fallimento Ittierre, la grande azienda tessile molisana che ha guidato fino al 2015. Quest’ultimo mandato è stato foriero di molte amarezze: Chimenti è stato infatti rinviato a giudizio a gennaio del 2016 perché accusato di aver affidato all’avvocato Donato Bruno (onorevole di Forza Italia scomparso tre anni fa, vicinissimo a Cesare Previti e a Berlusconi) consulenze per ben 3,7 milioni di euro, talvolta secondo l’accusa «superiori ai massimi tariffari». Il problema principale, però, è la presunta presenza di un interesse privato tra i due: i pm scrivono infatti che «con Donato Bruno Chimenti coltivava da anni rapporti di collaborazione professionale, in forza dei quali usufruiva gratuitamente» degli uffici e dei servizi «dello studio Bruno», oltre a percepire «periodicamente compensi dallo stesso studio». Ora, risulta a L’Espresso che Conte e Chimenti avrebbero legato proprio tramite l’avvocato forzista morto nel 2015: il neopremier ha in effetti bazzicato lo studio di Bruno quando quest’ultimo collaborava con quello di Alpa. Ma c’è un altro esponente di Forza Italia che può vantare un’amicizia di lunga data con Conte: si tratta di Maurizio D’Ettore, un ex socialista originario di Locri diventato, come il premier, ordinario di diritto privato a Firenze, che da qualche anno si è buttato tra le fila dei berluscones diventando coordinatore provinciale di Arezzo del partito. Se il professore pentastellato non ha mai preso un voto, alle ultime elezioni il collega è stato invece eletto alla Camera in pompa magna. I bene informati dicono che sia stato proprio D’Ettore a rassicurare il suo capo Berlusconi sulle capacità (e sulla moderazione) di Conte. Non ci sono controprove, ma un fatto è certo: il grillino e il berlusconiano vantano un rapporto d’amicizia decennale, e forse non sarà facile per D’Ettore fare opposizione dura e pura a chi stima da sempre.

I FEDELISSIMI DI GIUSEPPE. Altra vecchia conoscenza di Conte è il consigliere di Cassazione Fabrizio Di Marzio, che con il presidente del Consiglio dirige la rivista online “Giustizia Civile” (dove Alpa ha firmato molti articoli) e che siede dal 2016 nella delicata Commissione di garanzia per il controllo dei rendiconti dei partiti politici del Parlamento. Qualche giorno fa in un editoriale sul sito della rivista Di Marzio ha omaggiato il presidente del Consiglio con parole definitive («sono davvero contento, Giuseppe è una persona seria e perbene, questa scelta merita la fiducia di tutti»), e forse ora Pd, Forza Italia e gli altri partiti di opposizione (i cui conti Di Marzio deve radiografare annualmente) potrebbero sollevare contro di lui il tema, così caro al M5S e allo stesso premier, del conflitto di interessi. La ragnatela di Conte comprende anche Ugo Grassi, professore all’Università Parthenope di Napoli e neosenatore grillino («Quello di Sergio Mattarella è un attentato alla Costituzione. Dirò di più, è anche una forma di alto tradimento... Io non sono un costituzionalista, sono un collega di Conte, ma sto studiando il merito della questione», annunciò Grassi qualche ora prima della giravolta del suo capo Di Maio), e Giovanni Bruno, altro docente di diritto privato con cui il premier si è conosciuto alla Fondazione Tardini del cardinale Silvestrini, e con cui ha codifeso Francesco Bellavista Caltagirone in un difficile contenzioso con il Comune di Imperia per la vicenda del porto. Se con Chimenti, Bruno, Di Marzio e D’Ettore i rapporti sono ottimi, il suo amico più intimo, oltre ad Alpa, è Luca Di Donna. Anche lui giovane allievo del maestro, è riuscito a entrare alla Sapienza come ricercatore a soli 29 anni (il presidente della procedura comparativa era Stefano Rodotà). Di Donna due settimane fa è stato tra gli animatori di un appello pubblico in difesa di Giuseppe, massacrato - si legge - come «una vittima sacrificale» per la vicenda del curriculum da «un giornalismo che per la propria sopravvivenza è alla spasmodica ricerca di scoop». Il primo firmatario della lettera era Alpa, e oltre a quelli di Di Donna in calce si trovano altri nomi della rete di Conte: come i professori Raffaele Di Raimo e Claudio Rossano, e come Francesco Capriglione, esperto di arbitrati bancari ed ex potente condirettore centrale addetto alle consulenze legali della Banca d’Italia. Anche il premier ha ottenuto più di una consulenza da Via Nazionale: nel 2012 è stato infatti nominato tra i componenti del Collegio di Napoli dell’Abf (Arbitro bancario finanziario), l’ente che deve risolvere le controversie tra istituti e correntisti italiani. «Per fare quei lodi bisogna eccellere nell’arte della mediazione, e Giuseppe è uno dei più bravi in assoluto. Capriglione è un grande amico di Alpa, ma stima Conte innanzitutto perché è uno capace di suo», chiosa chi al premier vuole bene. Vedremo solo nei prossimi mesi se il premier marziano è stato assunto da Di Maio e Salvini solo per conciliare possibili crisi politiche tra i due leader, o se al contrario riuscirà a imporsi dimostrando autonomia di azione e di pensiero. Valori che la Costituzione italiana pretende da chi siede sulla poltrona più importante della presidenza del Consiglio.

Giuseppe Conte, altro che "avvocato del popolo": ecco chi erano i suoi clienti. Una società il cui capo è finito in carcere, un gruppo energetico che sfrutta incentivi statali. E non solo: vi raccontiamo per chi ha lavorato il presidente del Consiglio, scrivono Vittorio Malagutti ed Andrea Palladino il 14 giugno 2018 su "L'Espresso". Lo aspetta un futuro da «avvocato del popolo italiano», come ha promesso in diretta tivù. Finora però il nuovo premier Giuseppe Conte si è distinto soprattutto per aver difeso gli interessi milionari di grandi aziende. E in almeno un caso Conte è diventato il professionista di fiducia di un uomo d’affari come Giuseppe Saggese, arrestato con l’accusa di essersi arricchito facendo la cresta sulle tasse, quelle pagate dai cittadini ai loro comuni di residenza. Nel 2009, il futuro presidente del Consiglio ha rappresentato Saggese in alcuni collegi arbitrali. Tempo pochi mesi e l’imprenditore viene travolto dalle perdite e nel 2012 finisce la sua carriera in carcere. Le accuse sono pesanti: decine di milioni di euro spariti, intascati da chi si è tenuto le tasse reclamate da centinaia di amministrazioni locali. Tributi Italia, la società di Saggese, offriva un servizio chiavi in mano per riscuotere le imposte comunali, dall’Imu alla tassa per i rifiuti, fino alle concessioni per l’occupazione dello spazio pubblico. Un successone, da principio. Per quasi un ventennio, come hanno ricostruito le indagini, Tributi Italia ha goduto di ottimi appoggi anche a Roma, al vertice dell’amministrazione fiscale. Il castello di carte cade miseramente nel 2012, quando l’imprenditore viene arrestato con l’accusa di peculato e appropriazione indebita. Prima del crack, tra il 2009 e il 2010, Saggese era già finito in rotta di collisione con alcuni comuni, a cui chiedeva un aumento dell’aggio cioè dei compensi per la riscossione. La controversia venne affidata a un collegio arbitrale e in almeno tre casi, ad Alghero, a Partinico (Palermo) e Acate (Ragusa) il professionista chiamato a rappresentare Tributi Italia fu proprio Conte. Nel 2009, quando il futuro presidente del Consiglio prese le parti di Saggese, il suo cliente aveva già alle spalle più di un incidente con la giustizia. Nel 2000 e poi ancora nel 2009, due diverse procure della Repubblica, prima Roma e poi a Velletri, avevano chiesto e ottenuto il suo arresto, in entrambi i casi poi revocato dal Gip. Con l’inchiesta penale del 2012, nata a in Liguria, a Chiavari, e in seguito trasferita a Roma, si chiude la parabola di Tributi Italia, che va in fallimento, mentre il presidente e fondatore dell’azienda, a oltre sei anni di distanza dal crack, risulta ancora in attesa di giudizio.

Navigano invece con il vento in poppa le società della famiglia pugliese Marseglia, con cui il presidente del Consiglio vanta stretti rapporti personali e professionali. Partito come produttore di olio, Leonardo Marseglia, 72 anni, salentino di Ostuni, adesso tira le fila di un gruppo con quasi un miliardo di euro di attivo che viaggia al ritmo di 50 milioni di euro l’anno di profitti. Non solo oleifici, quindi, ma alberghi, centri turistici, immobili di pregio in diverse città italiane, comprese Roma e Milano. Gran parte degli utili provengono dalla produzione di energia, grazie a numerose centrali elettriche, alcune delle quali alimentate a biomasse, soprattutto oli vegetali. La rincorsa dei Marseglia ha preso velocità nel 2010 quando la famiglia pugliese, grazie a una complessa operazione finanziaria, ha riportato in patria il controllo di attività per un valore di circa 190 milioni. Si parte ad aprile 2010: la Kirkwall Corporation, con base nel paradiso fiscale delle Antille olandesi, trasferisce la propria sede in Lussemburgo per poi scomparire dopo la fusione con la propria controllata Ludvika immobiliers di Amsterdam. Il cerchio si chiude a fine 2010 quando quest’ultima società olandese viene assorbita dalla holding dell’imprenditore di Ostuni. Più di recente, nel 2015, i Marseglia (insieme a Leonardo c’è il figlio Pietro) si sono conquistati un posto al sole a livello nazionale. Le cronache finanziarie si sono accorte di loro grazie all’acquisto del Molino Stucky di Venezia, il lussuoso hotel sull’isola della Giudecca rilevato tre anni fa dal fallimento del gruppo Acqua Marcia di Francesco Bellavista Caltagirone. A novembre del 2015 Marseglia ha nominato Conte, pure lui di origini pugliesi, nel consiglio di amministrazione della Ghms (Grand Hotel Molino Stucky), la società che gestisce l’albergo veneziano. È un consiglio extra small, solo tre membri: insieme al premier e allo stesso Marseglia troviamo l’amministratore delegato Antonio Giannotte, manager di fiducia dell’azionista. Intervistato nei giorni scorsi da “la Repubblica”, l’imprenditore ha minimizzato i suoi rapporti con Conte, descrivendo l’incarico in Ghms come il frutto di una conoscenza occasionale nata sulle spiagge di Rosa Marina, la località turistica non lontana da Ostuni dove tra l’altro Marseglia possiede un resort di lusso. «Una nomina proforma», ha spiegato il proprietario dell’hotel Molino Stucky. Conte, ha detto, «non è mai venuto nemmeno a una riunione». I documenti ufficiali contraddicono questa versione dei fatti. Il 25 settembre dell’anno scorso il futuro presidente del Consiglio ha partecipato in audioconferenza all’assemblea di Ghms che aveva all’ordine del giorno, tra l’altro, l’approvazione del bilancio 2016 della società. Carte alla mano, si può dire che l’assistenza di un legale con l’esperienza di Conte faceva molto comodo a Marseglia, per mesi impegnato nelle complesse trattative che hanno portato all’acquisto del lussuoso hotel veneziano. Alla fine è arrivato il via libera delle banche creditrici di Bellavista Caltagirone, a cominciare da Unicredit, esposte in totale per circa 250 milioni di euro. Il compratore si è fatto carico di parte dei debiti e come garanzia gli istituti di credito si sono presi in pegno le quote di Ghms, proprietaria dell’albergo.

Questo però è solo il primo tempo di una partita che vale in totale quasi mezzo miliardo. L’anno scorso, infatti, Unicredit aveva sponsorizzato anche un’altra importante acquisizione di Marseglia. Siamo sempre a Venezia e questa volta l’imprenditore puntava al Ca’ Sagredo, hotel di lusso ospitato da Palazzo Morosini sul Canal Grande. L’operazione si è però fermata per cause di forza maggiore, dopo che l’hotel veneziano è stato messo sotto sequestro su richiesta della procura di Monza che indaga su Giuseppe Malaspina, imprenditore di origini calabresi residente in Brianza e finito agli arresti il 21 maggio scorso. Il Ca’ Sagredo faceva capo proprio a Malaspina ed era stato messo in vendita dopo il fallimento delle sue società, indebitate con Unicredit. Niente da fare allora, almeno per il momento. Marseglia sarà costretto ad attendere che si sblocchi la partita giudiziaria. Non è solo questione di hotel, però. Come detto, i profitti del gruppo Marseglia derivano in buona parte dalla produzione di elettricità da fonti cosiddette pulite. Un’attività che gode di generosi incentivi statali, fissati per legge. Difficile immaginare, allora, che all’occorrenza non possa far comodo un amico a Roma, seduto addirittura sulla poltrona di presidente del Consiglio.

Chi è Giuseppe Conte, perché vogliono rifilarci un altro premier di sinistra, scrive il 22 Maggio 2018 Francesco Specchia su Libero Quotidiano. Molto «Frattini dei sovranisti» (copyright Fabio Martini) per morbidezza di modi, d' eloquio e di tessuti, dal di fuori. Assai «Calderoli pentastellato» a causa della sua ossessione romanzesca per il disboscamento della burocrazia, dal di dentro. Il suo nome è Conte. Non Antonio l'allenatore, né Paolo il cantastorie. Giuseppe Conte. Giuseppe Conte, il -finora sconosciuto- prof di diritto privato prossimo abitatore di Palazzo Chigi, rappresenta, oggi, l'anello mancante nella catena evolutiva del prossimo governo Lega-5 Stelle. Quando Di Maio ieri, uscito dal colloquio con Mattarella e violando orgogliosamente il protocollo ha annunciato: «Sono molto contento Giuseppe Conte sarà premier politico di un governo politico», il barbaro Salvini, più rispettoso delle procedure, s' è limitato ad assentire. E lì, da quell' istante, la figura elegante di Conte, 54enne, della provincia di Foggia ma fiorentino d' adozione, completo blu, ciuffo e pochette ribelli, s' è stagliata nel nostro orizzonte governativo. Conte è una figura semantica inedita.

EFFETTO BOSCHI. Trattasi di un ipertecnico mascherato da politico che si comporterà da tecnico, giusto per non insufflare il sospetto che si tratti di un nuovo Mario Monti politico. «Tanto pure se è tecnico, chissenefrega: nel momento in cui entri a palazzo Chigi diventi subito politico, per strano sortilegio...», ironizzano antichi leghisti sull' idea che il Presidente della Repubbica tende, per indole, a rifuggire gli ibridi istituzionali. Non ironizza, invece, l'autorevole - strano come sia sempre autorevole anche nelle boiate- Financial Times: «Political novice Giuseppe Conte proposed as Italy's Pm», un principiante della politica proposto premier italiano. Un cannoneggiamento preventivo dell'uomo che, onestamente, ce lo rende quasi subito simpatico. Quasi. Certo, fa nulla che -come lo stesso Conte affermò nel descrivere la sua prima chiamata da parte del M5S nel 2013- il suo cuore «batte a sinistra. Per onestà intellettuale dissi al Movimento: "non vi ho votato", e precisai "non posso neppure considerarmi un simpatizzante"». E fa niente che Conte sia intimo col professor Guido Alpa, uno dei massimi esperti in Italia di diritto commerciale e societario, suo professore ai tempi della Sapienza nonchè sodale di Giorgio Napolitano. E pazienza che molti lo ritengano vicino all' ambiente toscano di Maria Elena Boschi e di Matteo Renzi. Anche se, in fondo, «Firenze non è Manhattan, ci si conosce un po' tutti...»; e - amico amico sticavoli - Conte fu il solo membro del Consiglio di Presidenza della Giustizia amministrativa, a mitragliare sulla candidatura al Consiglio di Stato di Antonella Manzione, vigilessa di Firenze fedelissima di Renzi non brillantissima nella gestione dell'ufficio di Palazzo Chigi, e figuriamoci tra il gotha dei giudici amministrativi. Di buono c' è che Conte, in quanto a cursus honorum rispetto a Di Maio e a tutti i futuri ministri, sembra Adenauer. Vanta un curriculum di 24 pagine fittissime, che denotano, tra l'altro, un'ingombrante considerazione di sè («Non mandetemi Whatsapp, fate come fossero a pagamento, così mi scrivete solo quando serve...»). Tra le righe del curriculum spiccano la laurea in Giurisprudenza del 1988, il perfezionamento a Yale, in Austria, alla Sorbone e alla New York University; e le docenze di Diritto Privato all' Università di Firenze e alla Luiss di Roma («è molto bravo a spiegare», commentano gli studenti); e il brillante patrocinio da cassazionista. In più, nonostante l'aria azzimata da frequentatore dei salotti vaporosi di Carletto Scognamiglio negli anni '90, di lui Di Maio sottolinea serietà e e pragmatismo: «Tutti lo immaginano come una persona mite, ma è uno tosto. Dove è andato ha fatto danni all' establishment».

DISBOSCARE LA PA. Conte, dicevo, è ossessionato dalla missione di sfoltire il «farraginoso e ipertrofico» quadro normativo italiano. Nel suo mirino ci sono all' incirca 400 leggi inutili e una «riqualificazione del personale della pubblica amministrazione» considerato spesso -non a torto- un paniere di fancazzisti. Inoltre è maniacalmente convinto che la giustizia amministrativa possa essere riformata; ma, ciononostante, non vanta esperienze amministrative di alcun tipo. Ha una vita privata blindatissima -separato con un figlio di 10 anni- e salì agli onori delle cronache per aver guidato la commissione che fece fuori il giudice Bellomo, quello del «codice minigonna». Si aspettava di essere un Bassanini 4.0 al dicastero della PA, si ritrova -Mattarella permettendo- l'Italia in mano. «Vieni via con me. It' wonderful, good luck my baby...», cantava il Conte sbagliato...

Giuseppe Conte, l'identikit in 15 parole, scrive Mario Ajello Mercoledì 23 Maggio 2018 su “Il Messaggero". Quindici parole, un identikit, quello di Giuseppe Conte. Avvocato. Anzi, avvocatissimo. Studio molto avvisto, professionista remunerato con studio a Roma in piazza Cairoli 6, e in più professore di Diritto civile a Firenze. "Ho sempre studiato tanto, questa la chiave del successo", dice così ma non è un tipo borioso.

Curriculum. La vicenda del curriculum gonfiato è nota. Evidentemente non ha contato agli occhi del Colle.

Dimissioni. Quando è stato indicato da Di Maio come possibile ministro della Funzione Pubblica ha lasciato i vari incarichi. Anche se non era cosa dovuta. Gli viene riconosciuta questa iper-correttezza.

Esecutore. "Non sarò un mero esecutore" assicura.

Famiglia. Una ex moglie, un'attuale fidanzata, entrambe belle donne. Più un figlio di dieci anni. A scuola lo accompagna lui, quando non è a Firenze.

Garantista.  Così lo descrivono gli amici. Questo potrebbe creargli problemi con M5S e Lega.

Leader. Lo diventerà? Non ha mai avuto esperienze politiche, ma il tipo è sveglio e potrebbe riservare sorprese.

Mediatore. Nella professione ha dimostrato di esserlo. La fatica di mediare tra partiti, e tra i partiti e il Capo dello Stato, sarà faticosissima.

Notorietà. Fuori dall'ambito professionale, zero.

Opportunità. "Mi è stata data una grande opportunità".

Puglia. Pugliese di nascita, fiorentino d'adozione accademica, vive a Roma.

Riservatezza. È un tipo riservato anche nelle frequentazioni amicali. "Ma quando lo conosci meglio, si apre", assicurano gli amici. 

Tosto. Di Maio lo presenta così: "È un tipo tosto". Ma dice anche: "È un amico del popolo". Ma il suo look non somiglia a quello di Marat e il gilet, la cravatta, i gemelli al polso e il vestito impeccabile non gli danno un aspetto da rivoluzionario.

Vedute. Più da democrat che da grillino.

Zero. Il suo anti-europeismo è pari a zero. Riuscirà ad andare d'accordo con il (probabile) suo ministro più importante, il professor Savona sempre critico sull'Europa e sulla Germania?

Conte, le 7 persone decisive del premier incaricato, scrive Mario Ajello Venerdì 25 Maggio 2018 su “Il Messaggero". Una vita da Conte l'Incaricato. ln queste ore febbrili e decisive, sono 7 le persone decisive del mondo Conte.

Olivia Paladino. La fidanzata. Bella, appariscente, appassionata. Più giovane del premier incaricato di lui di quindicina d'anni, è figlia del proprietario dell'hotel Plaza.

Valentina. Ex moglie, avvocato dello Stato. Bella donna a sua volta. Con Conte sono in buoni rapporti. Hanno un figlio insieme.

Niccolò. Undici anni, il figlio. Conte spesso lo accompagna a scuola al mattino, e si ferma a prendere un caffè nel bar di via Giulia dove Niccoló abita con la madre.

Tommaso Donati. Giovane dell'ufficio legislativo M5S al Senato. È l'angelo custode di Conte nelle trattative di questi giorni.

Piero Dettori. E gli altri della Casaleggio Associati. Sono i coach comunicativi dell'Incaricato.

Fabrizio Di Marzio. È una sorta di suo altero ego. Giudice di Cassazione, cinquantenne, a lui Conte chiede pareri e consigli.

Il tassista. Non uno solo, in verità, ma tanti. Continua a girare in taxi l'Incaricato. Ed è appena andato e tornato dalla Banca d'Italia, in via Nazionale, a bordo di un'auto bianca. Seguita dalla scorta però. È stato soprannominato il premier 3570.

Giuseppe Conte, dall’ex moglie avvocato alla giovane fidanzata: gli amori del neo Presidente del Consiglio. Giuseppe Conte giurerà tra poche ore fedeltà alla Repubblica, ma cosa non sappiamo ancora di lui? La vita privata del neo Presidente del Consiglio rivela nel suo passato una moglie avvocato e nel suo presente una fidanzata facoltosa, scrive "Sportfair.it" il 24 maggio 2018. Giuseppe Conte è stato eletto con riserva Presidente del Consiglio. Il 53enne pugliese giurerà tra poco fedeltà alla Repubblica e poi sarà a tutti gli effetti il nostro Capo dello Stato. La personalità del giurista è stata reputata la più adatta per rappresentare l’Italia in questo delicato momento politico dalla Lega Nord e dal Movimento 5 Stelle, che hanno scelto Conte per l’importante incarico. Oltre al suo nutrito curriculum vitae, ci sono altre curiosità da svelare sul neo Presidente del Consiglio, che esulano dal suo ruolo di Premier, ma che incuriosiscono molti. La vita privata di Giuseppe Conte attira le attenzioni del popolo italico ora che quest’ultimo è impegnato a Montecitorio. “Con chi è sposato?”, “ha figli?”: queste sono alcune domande che potrete farvi sul suo conto. Il Messaggero, giornale capitolino, svela alcuni dettagli intimi del neo Premier. Giuseppe Conte ha un’ex moglie, Valentina Fico, con cui l’attuale Capo del Governo ha avuto un bambino 10 anni fa e con cui intrattiene ottimi rapporti. Secondo Dagospia, poi, Giuseppe Conte sarebbe impegnato sentimentalmente con Olivia Paladino, bella e giovane Editorial Manager del Plaza Hotel di Roma, nonché figlia del proprietario della struttura alberghiera, Cesare Paladino.

Conte, lo sconosciuto a Palazzo Chigi con il cuore a sinistra, scrivono Michelangelo Borrillo e Claudio Bozza il 23 maggio 2018 su “Il Corriere della Sera". Cosa sappiamo finora di lui? Che ha 54 anni, è un professore di diritto privato, ha scritto un curriculum «pompato» che ha rischiato di far saltare il suo incarico, che ha avuto simpatie renziane e un buon rapporto con Maria Elena Boschi. Inoltre sono affiorati i suoi legami con il Vaticano oltre che una querelle con il Fisco culminata con un pignoramento di Equitalia. Una vita trascorsa tra la Puglia, Roma e Firenze nel riserbo più totale. Quasi senza lasciare traccia. Tanto che dalla natìa Volturara Appula, oggi, hanno addirittura un dubbio sul nome dell’ex moglie: «Si dovrebbe chiamare Valentina». Un curriculum che, a seconda delle occasioni, può lievitare da 12 a 28 pagine, frutto di una maniacale passione per la giurisprudenza, ma anche di un’acuta vanità accademica. Una lunga serie di incarichi che, complici i galloni da cassazionista, hanno fatto lievitare il suo 730; ma anche, appunto, un’ipoteca sulla casa di Roma per tasse e multe non pagate. Un figlio di dieci anni e la sua mamma che, nonostante il matrimonio con papà Giuseppe sia finito, difende l’ex a spada tratta: «Il curriculum pompato? Tutte stupidaggini, sarà un bravo premier».

«Protetto» dai colleghi. È un’istantanea della vita del professor Giuseppe Conte, che da «perfetto sconosciuto», lontano dalla politica, ma europeista (ha spiegato ieri) e con «il cuore da sempre a sinistra» si è ritrovato catapultato sotto i riflettori come presidente del Consiglio incaricato, per di più sostenuto da M5S e Lega. Per la prima volta nella storia della Repubblica un profilo «da marziano» al timone di un governo: il passato e i particolari privati della vita di Conte sono protetti appunto dalla sua lontananza dalla politica, ma anche dal cordone dei colleghi giuristi che per rispetto istituzionale non parlano volentieri delle possibili malefatte del collega. Giuseppe Conte è assai schivo: «Scrivetemi come se ogni messaggio costasse 10 euro: vi aiuterà a concentrare il pensiero», c’è scritto sullo status WhatsApp del suo cellulare. Ma dell’«avvocato d’Italia» è di poche parole l’intera famiglia: i Conte, che vivono a San Giovanni Rotondo, il paese di Padre Pio. Originaria di Cerignola — la patria di Giuseppe Di Vittorio, fondatore della Cgil — poi approdata a San Giovanni Rotondo, ultimo spostamento al seguito della carriera di segretario comunale di Nicola Conte, il padre 80enne di Giuseppe. Il neo incaricato premier è nato nel 1964 a Volturara Appula, centro con meno di 500 abitanti sui monti Dauni, al confine con il Molise, a pochi chilometri di distanza dal colle di Castel Fiorentino dove morì l’imperatore Federico II, che tanto ebbe a cuore quella terra. Nato «come si faceva un tempo, in casa, grazie a un’ostetrica marchigiana», ricorda Vittoria Macchiarola, per gli amici Vittorina, la persona che a Volturara meglio conosce la famiglia Conte.

Lo studente. «Amava lo studio, era un bambino intelligente». Anche a Candela, altro Comune della provincia di Foggia, al confine con la Campania, dove Nicola è stato segretario comunale, parlano con orgoglio dei Conte: il sindaco Nicola Gatta ha ritrovato le foto di Giuseppe alle scuole elementari, con il grembiule blu: «Spero non abbia dimenticato gli anni passati qui da bambino, all’istituto Garibaldi». A San Giovanni Rotondo la famiglia è un po’ più conosciuta, non foss’altro perché ci vive ancora: i genitori Nicola e Lillina (diminuitivo di Maria Pasqualina) da pensionati (la madre era maestra), la sorella Maria Pia, un anno più grande di Giuseppe, da bancaria, alla Bcc locale. A San Giovanni Rotondo vive anche Fra Fedele, frate cappuccino e zio di Giuseppe, molto religioso e devotissimo di San Pio. In questi giorni, però, i genitori del neo incaricato premier sono a Roma: sia per stare vicini al figlio, sia per sfuggire alla marea di concittadini e all’assalto dei giornalisti. Per quel ragazzo che hanno visto crescere giocando al pallone (nel ruolo di «regista», ricordano i più anziani) e studiando sui libri.

I legami con il Vaticano. Una laurea cum laude a La Sapienza con correlatore l’ex presidente del Credito italiano Natalino Irti, Conte ha perfezionato i suoi studi anche a Villa Nazareth, «tempio» del cattolicesimo democratico, di cui il premier incaricato è oggi finanziatore attraverso due trust legati ad ambienti del Vaticano fedeli a Giovanni Paolo II. Conte, nel suo curriculum finito sotto accusa, dichiara anche una lunga serie di studi di perfezionamento all’estero: quelli alla New York University e alla Sorbona di Parigi sono però stati smentiti dai rispettivi atenei. Oggi, dopo un’esperienza nel quotato studio Gianni, Origoni & partners («Gop»), collabora con quello di Guido Alpa, ex presidente del Consiglio nazionale forense e suo maestro. Ma il grande salto verso la soglia di Palazzo Chigi è connesso ai legami accademici stretti nella facoltà di Giurisprudenza di Firenze, dove ha preso casa in centro e dove è ordinario di Diritto privato. «Vederlo esultare in tv con Di Maio dopo il voto del 4 marzo ci ha lasciati a bocca aperta», raccontano i suoi studenti. Conte ha costruito l’architrave del suo cursus honorum sulle relazioni accademiche, sempre lontano dalla politica. Poi, quando l’allora sindaco di Firenze era all’apice della popolarità, del prof-quasi-premier si raccontano appunto simpatie renziane, culminate anche in un pranzo con il «rottamatore» e l’avvocatessa Maria Elena Boschi. A presentare la giovanissima Boschi a Conte fu il professor Umberto Tombari, ordinario di Diritto commerciale a Firenze, titolare dello studio in cui la futura ministra si era fatta le ossa.

«Sliding doors». Ma a invertire il timone della vita di Conte è un caso alla Sliding doors, reso ancora più affascinante dal fatto che sarà l’allievo a caricare la molla per il trampolino del prof. Si tratta dell’avvocato Alfonso Bonafede, oggi deputato M5S e quasi ministro della Giustizia, che dopo la laurea si presentò a Conte per fargli da assistente gratuito. Anni di gavetta, durante i quali Bonafede acquisisce forte visibilità politica difendendo i cittadini contrari ai lavori per la Tav fiorentina. Poi l’addio alla carriera accademica, per deviare verso Montecitorio. Ricordandosi, alla prima occasione, dell’amato prof, indicato dal Movimento come membro del Consiglio della Giustizia amministrativa: un organismo che ha dato a Conte agibilità politica e gli ha consentito di stringere rapporti anche con Luigi Di Maio. Uno dei primi atti? Il ricorso contro la nomina al Consiglio di Stato di Antonella Manzione, fedelissima renziana già a capo della macchina legislativa di Palazzo Chigi.

Valentina, chi è l’ex moglie di Giuseppe Conte. Nessuna potenziale first lady accanto al premier incaricato: cosa sappiamo della vita privata del professore, scrive Donatella Polito il 24 maggio 2018 su "Today". Assumere il ruolo di Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana comporta anche questo: ritrovarsi all’improvviso al centro della curiosità della gente che del premier vuole sapere tutto. Ma proprio tutto. Da un giorno all’altro, dopo il tanto atteso accordo tra Di Maio e Salvini, il cognome "Conte" si è spogliato dei colori calcistici a cui i più associavano il nome di Antonio per vestirsi dell’importanza istituzionale di un compito che dovrebbe far tornare a sbandierare il tricolore al vento del cambiamento. Ora è di Giuseppe Conte che si parla, si discute, si chiede, s’indaga. Giuseppe Conte, ecco chi è il premier scelto da Salvini e Di Maio. E allora giù con gli interrogativi che dal "chi è?" al "che ha fatto nella vita?", dalla città di nascita a quella di adozione, circondano l’identità del professore ordinario di diritto privato indicato come premier, arrivato al Quirinale straordinariamente in taxi quale “avvocato difensore del popolo italiano”, con un ciuffo discolo sulla fronte che magari sarà già segnato sul taccuino di Crozza &co quale tratto distintivo da replicare. Scandagliato il suo curriculum professionale, ora ciò che suscita più interesse è la vita privata di Conte che passa inevitabilmente dalla domanda sull’eventuale presenza di una donna al suo fianco da considerare first lady. Stando alle ricerche, Giuseppe Conte ha una ex moglie, Valentina, di cui non è noto il cognome. L’unica fonte diretta che la riguarda è un breve audio realizzato dall’Ansa che ha contattato la donna in merito allo “scandalo curriculum”: "Sarà un buon premier, quelle sul curriculum e su Stamina sono tutte stupidaggini", ha concluso in fretta la voce che ha assicurato sulla personalità integerrima del professore. Ad azzardare un particolare in più sull’identità della ex moglie di Conte, padre di un figlio, Niccolò, di 10 anni, è Il Giornale che scrive: “Anche se il centro di potere di Conte resta Roma (dove vivono anche l'ex moglie Valentina, figlia del direttore del Santa Cecilia e il figlio Niccolò di 10 anni)”. E del giovane Giuseppe Conte, cosa si sa, a parte l’iter professionale? In queste ore a raccontare l’aneddoto di un viaggio risalente a 13 anni fa è tale Laura Mirabella che, ospite di Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1, di aver trascorso una vacanza insieme a lui con Avventure nel Mondo, associazione che organizza viaggi di gruppo. Nessuna fidanzata per l’allora quarantunenne Giuseppe Conte: “Era da solo”, ha raccontato la Mirabella che di lui ha commentato l’eleganza dell’abbigliamento: “Era elegantissimo e molto chic. E poi offriva molto, era generosissimo". Poche le notizie sul suo conto, dunque. Almeno fino ad ora. Il governo Conte è appena iniziato.

Giuseppe Conte, ecco come si costruisce da zero un premier che deve piacere a tutti. Gli account sui social, le parole chiave, le foto da far vedere (e quelle da celare), i discorsi, il piano dei Casaleggio boys: così la scelta di un illustre sconosciuto alla carica di presidente del Consiglio fornisce il materiale per una narrazione tutta da scrivere, scrive Mauro Munafò il 25 maggio 2018 su "L'Espresso". Le foto profilo dell'account Facebook di ConteCome creare un nuovo brand da zero, renderlo popolare, farlo piacere a un pubblico molto esigente. Sembrano i compiti di un corso di marketing, e invece si tratta dell'ultima sfida della politica italiana: “costruire” dal nulla il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. E farne un prodotto di successo. Fino a tre giorni fa del professore incaricato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella di formare il governo si conosceva sono il lungo curriculum accademico, diventato in poche ore il suo punto debole a causa di svariate gonfiature e imprecisioni. Ma nelle scorse ore intorno a Conte si è mosso un nutrito gruppo di professionisti della comunicazione made in Casaleggio associati, “prestati” dal Movimento 5 Stelle come si può leggere nelle cronache di questi giorni, che hanno preso questo professore un po' “sborone” per trasformarlo ne “l'avvocato degli italiani”. Diventa quindi interessante seguire l'evoluzione del personaggio e la sua progressiva costruzione attraverso i vari media. Prima di tutto i social, il cuore di ogni strategia pentastellata. Si parte quindi da Facebook, con la pagina ufficiale con tanto di spunta blu nata mentre Conte è ancora a colloquio da Mattarella. Il timing è perfetto: tutti parlano di lui e lui “compare” su Facebook. Ma non finisce qui: la prima foto usata come profilo arriva probabilmente dalla presentazione dei ministri 5 Stelle promossa in campagna elettorale da Luigi Di Maio. Ma qui Conte ha un volto severo, forse troppo austero. Tempo un giorno, la foto cambia e compare un sorriso sul suo volto, con dietro le bandiere istituzionali che lo elevano subito a figura di rilievo. Il “professore” severo diventa l'avvocato degli italiani anche nella foto di Facebook. Ma Conte, o meglio il suo staff, si muovono subito anche su un altro social ormai sempre più importante per raggiungere i più giovani: Instagram. Sulla app delle foto arriva il profilo ufficiale. Al momento in cui scriviamo ci sono 5 foto, tutte con Conte protagonista. Il motivo è ovvio: il brand da far conoscere è lui, bisogna insistere sulla sua persona. Ma insistere in maniera elegante: niente selfie, ma scatti perfino didascalici che lo mostrano mentre telefona, mentre stringe mani, mentre fa colloqui. Insomma, lui sta lavorando è il messaggio che deve passare.

Il profilo Instagram di Conte. Ma l'impronta 5 Stelle al profilo la si vede anche dalle foto scelte per la condivisione e da quelle evidentemente scartate. Nelle ultime ore Conte ha visto presidenti di Camera e Senato, rappresentanti di partito, governatori. Ma quali scatti appaiono e, soprattutto, quali non appaiono? C'è lui che stringe la mano al presidente della Camera 5 Stelle Roberto Fico, ma non c'è il suo incontro con la presidente del Senato Casellati. La colpa di quest'ultima è essere esponente di Forza Italia e quindi oggi non più spendibile. Niente foto, su Facebook e Instagram, degli incontri con le delegazioni dei partiti o con il governatore di Bankitalia Visco. Anzi, una foto c'è ed è nelle “storie”, gli scatti che su Instagram scompaiono dopo 24 ore. La delegazione immortalata a colloquio con Conte è chiaramente quella 5 Selle, con Luigi Di Maio, Danilo Toninelli e Giulia Grillo.

La storia di Instagram con l'incontro con i 5 Stelle. Tra le foto condivise sui social quella più interessante lo ritrae però al tavolo con la delegazione dei risparmiatori truffati dalle banche. Anche qui il frame da rafforzare è quello già detto: lui sta lavorando, lui è l'avvocato degli italiani. Del popolo, non della casta. Il personaggio costruito intorno a Conte è insomma definito nel dettaglio e con perizia di particolari. E, almeno a giudicare dai primi commenti, la strategia funziona alla perfezione. I messaggi lasciati sui social del presidente del Consiglio sono in gran parte positivi: “Buon lavoro Professore. Sarai attaccato in maniera invereconda. Non farci caso, la maggioranza degli Italiani è con Te e sarà la Tua forza”, “Non sarà facile ma lei è l'uomo giusto per iniziare a percorrere la strada del cambiamento. Non molli e cerchi sempre di stare in guardia in quella tana di lupi”. Non manca qualche commento sopra le righe: “Il suo viso fa trasparire doti di intelligenza, grande determinazione, autocontrollo, acume, saggezza, spirito di finezza e conoscenza del mondo”. È nata una star.

Quella sinistra affascinata dal governo Conte. Non sanno dove mettersi perché non hanno capito che cosa sta succedendo. E temono di essere tagliati fuori dall'onda M5s-Lega, quindi scelgono l'attendismo e il silenzio, scrive Peppino Caldarola su Lettera 43 il 25 maggio 2018. «È iniziata la terza Repubblica», nasce «il governo del Cambiamento», «sarò l’avvocato del popolo», «popolo contro establishment». La retorica grillo-leghista è in piena e rutilante azione con intellettuali, giornali e ammiccamenti a sinistra. Travaglio già parla di "rosiconi" in agguato, fra un po’ torneranno i “gufi”, c’è chi ha già detto: «Lasciamoli lavorare». La cosa più commovente è vedere uomini che vengono da lontano, avendo navigato in quasi tutte le acque della politica, che improvvisamente si entusiasmano del Cambiamento (come di altri nel passato), canuti rivoluzionari per passati rancori e per inesausta avidità di potere. Non faccio nomi, vi sono anche persone rispettabili, ma basta guardare e ascoltare alcuni attempati ospiti dei talk show politici per provare una sensazione di pena.

L'ATTENDISMO DELLA SINISTRA. Ci sono anche settori della sinistra che sono silenziosi. Non sanno dove mettersi perché non hanno capito che cosa sta succedendo. Sono quelli che «con Di Maio si doveva trattare», quelli che «i 5 Stelle li addomesticavamo noi», quelli che «l’Europa ci ha rotto il c...», quelli del reddito di cittadinanza che «sugli immigranti un po’ di ragione la lega ce l’ha». Sono quelli. Fra di loro molti sono pieni di domande su questo professor Conte, che si è detto di sinistra, parla come un testamento, segue padre Pio, è di Foggia. E allora lì tutti a guardare, a centellinare il giudizio: «È troppo presto», «vedremo che faranno», «non siamo pronti», «può cascare tutto all’improvviso», oppure «ragazzi, questi vanno avanti per 20 anni».

QUELLI CHE VOGLIONO DIALOGARE CON M5S E LEGA. Mai governo di destra, anzi, per non farci mancare niente, di due destre, aveva avuto una così estesa indulgenza in quell’establishment politico che dice di voler combattere. Se alla sinistra gli togli la polemica sull’immigrazione, compreso il nuovo voltafaccia di Matteo Orfini, questa volta contro Minniti, tutto il resto gli starebbe più o meno bene. I toni, però, cari ragazzi sovranisti, attenti ai toni! Ecco quello che non va alla sinistra che vorrebbe dialogare con i “rossobruni”: i toni, le sfide al capo dello Stato, l’eccesso di parole contro l’Europa. Noi siamo appena usciti dalla lunga egemonia culturale del berlusconismo per entrare in quella rosso-bruna. In quest’ultima vogliono infilarsi orientamenti di sinistra contrastanti: da quelli già da tempo giustizialisti a quelli che hanno provato a fare del Pd un partito riformista poi, travolti da Renzi, pensano che il professor Conte, con annessi Di Maio e Salvini, non potrà fare peggio di lui. Mai governo di destra, anzi, per non farci mancare niente, di due destre, aveva avuto una così estesa indulgenza in quell’establishment politico che dice di voler combattere. E siamo, quindi, alle solite. La sinistra non manca di un leader (chissenefrega, ci sarà un professore Conte pure per noi!), la sinistra non manca di chiacchiere (le possiamo prendere in prestito dalla inutile feconda retorica di Renzi e del renzismo), manca di cultura politica. Molti amici e compagni si sono irritati quando ho scritto, ossia che questa svolta politica è figlia della vittoria del No al referendum. Due cose sono inconfutabili: che la riforma di Renzi era un pasticcio incredibile, che l’esercito del No era composto da una rilevante ma non maggioritaria componente di sinistra ma era fatta dalle truppe cammellate del No di destra la cui unica motivazione non era la difesa della Costituzione ma il ribaltamento del quadro politico.

L'ASSENZA DI CULTURA POLITICA E PENSIERO CRITICO. Si doveva rinunciare a fare la battaglia del No? Penso fosse inevitabile, ma in quella battaglia non c’erano le parole d’ordine di sinistra sennò non ci stupiremmo oggi di fronte al silenzio di intellettuali e opinione pubblica che guardano il braccio di ferro tra i due gerarchi di 5 Stelle e Lega contro Mattarella per sottrargli prerogative costituzionali. L’assenza di cultura politica non è un dato scolastico. Cultura politica vuol dire avere una capacità di analisi sulla base di un pensiero critico. Critico in nome di cosa? In nome della difesa di due aspetti. Dell’interesse di chi sta sotto la scala sociale e deve salire, e dell’interesse del Paese che ha bisogno di sapere che Paese è, che Paese vuole diventare, che cosa deve produrre, come deve atteggiarsi rispetto a fenomeni di mondializzazione, regionalizzazione continentale, di sovranità nazionale. Tutto questo la destra lo dice: dice che il problema sono le pensioni ricche, 5 mila euro, e i vitalizi, già aboliti, dei parlamentari, che il fisco deve lasciare briglia sciolta ai redditi medio-alti, che gli emigrati vanno presi a calci in culo, che all’Europa «facciamo vedere i sorci verdi». Per fare questo basta un seguace di padre Pio, che pare avesse l’abitudine di mandare al diavolo chi gli fosse sgradito usando espressioni forti. È il primo santo grillino. Ora pro nobis.

LA PAURA DI CHI TEME DI ESSERE TAGLIATO FUORI. È ovvio che siamo all’inizio di un percorso, che l’aereo sovranista può incendiarsi sulla pista. Ma i suoi voti ci sono, sono tutti là, pronti a crescere. E se mi fa paura una sinistra irridente, che perde tempo a fare le pulci, mi angoscia la sinistra silenziosa, quella che, fiutando il rischio del grande cambiamento, non vorrebbe essere tagliata fuori. Fatevene una ragione, siete già fuori.

Il peggior nemico di Giuseppe Conte è il suo programma. Lettera aperta al presidente del consiglio incaricato di formare il “Governo del cambiamento” di Lega e Cinque Stelle: si ribelli all’infantilismo di chi addossa tutte le responsabilità ai nemici dell'Italia e ci metta di fronte alle nostre responsabilità: è questo quel che fanno gli amici, no? Scrive Francesco Cancellato il 24 Maggio 2018 su "Linkiesta.it". «Mi propongo di essere l'avvocato difensore del popolo italiano, sono disponibile a farlo senza risparmiarmi, con il massimo impegno e la massima responsabilità». Chissà se questa frase di Giuseppe Conte, nel giorno in cui Sergio Mattarella l’ha incaricato di formare un nuovo governo, rimarrà negli annali, se davvero questo governo segnerà la riscossa dell’Italia o il suo definitivo capitombolo, se sarà gloria o tragedia, o farsa. Di sicuro, al nostro avvocato e amico ci sentiamo di dare un piccolo consiglio: non abbia paura di dire la verità, anche se è scomoda. A un amico - e pure a un cliente - la verità fa sempre bene, anche se fa male. E le bugie, anche se a fin di bene, non fanno che peggiorare le cose. Non abbia paura di dirci che abbassare le tasse, aumentare la spesa pubblica e tenere in ordine i conti pubblici non si può, non tutto assieme. Che le bacchette magiche non esistono, che nessun pasto è gratis e che da qualche parte bisognerà tagliare qualcosa, se si vogliono aliquote più basse o se si vuole andare in pensione prima. Non abbia paura a dirci pure che se è questo che vogliamo, trasferire altro denaro alle pensioni e agli anziani - che sono di più e sono più ricchi - toccherà togliere qualcosa ai giovani e all’istruzione. Ci dica la verità chiamando il condono fiscale necessario a finanziare la flat tax col suo vero nome. Ci dica la verità, se e quando deciderà di sforare il tetto del 3% del rapporto deficit/Pil. Lo dica chiaramente, ai ragazzi e alle ragazze in ascolto, che il Paese sta contraendo nuovo debito pubblico - già oggi pari al 131% del prodotto interno lordo - per incassare oggi quel che loro pagheranno domani. Che ideone come questa non faranno altro che inabissare le nostra credibilità internazionale - molto più di un curriculum pompato, ci creda -, tanto più nei mesi immediatamente antecedenti la fine del Quantitative Easing, il piano d’acquisto dei titoli di Stato da parte della Banca Centrale Europea. Che sarà una scelta a cui andremo incontro consapevolmente, e che le conseguenze di tutto questo saranno pesantissime: del resto, se affermiamo impunemente che non ripagheremo il debito o che lo amplieremo a dismisura, ben oltre la ricchezza che produciamo, non lamentiamoci se ce lo faranno pagare caro. E non perché i mercati sono cattivi, ma perché il nostro debito è gigantesco, la produttività della nostra economia è al palo e non sarà un po’ di spesa pubblica in più, soprattutto se diretta verso chi non investe o non lavora, a far crescere il Pil a ritmi cinesi, o anche solo spagnoli. Non abbia paura di dirci che abbassare le tasse, aumentare la spesa pubblica e tenere in ordine i conti pubblici non si può, non tutto assieme. Che le bacchette magiche non esistono, che nessun pasto è gratis e che da qualche parte bisognerà tagliare qualcosa, se si vogliono aliquote più basse o se si vuole andare in pensione prima. Ci dica la verità su dove troveremo i soldi per finanziare una riforma fiscale che costa 50 miliardi di euro, una sterilizzazione delle clausole di salvaguardia di 12,5 miliardi, un eliminazione delle accise della benzina che ne costa 6, un reddito di cittadinanza che ne costa 19, una riforma delle pensioni che ne costa 8, politiche per le famiglie che ne costano 17, investimenti che ne costano 6, per un totale di circa 125 miliardi di euro, per i quali non è ancora stata indicata mezza copertura. O perlomeno, ci dica molto chiaramente che erano balle da campagna elettorale, e che ci siamo cascati. In fondo, basterebbe questo, per fare di questo governo, un governo del cambiamento: che qualcuno finalmente ci dicesse le cose come stanno. Che ci proteggesse non dalla globalizzazione, dall’Europa cattiva e dai mercati che non capiscono l’economia, ma da noi stessi, caro presidente avvocato e amico. Dalla nostra creduloneria, dalla cialtronaggine di chi ci rappresenta, dall’egoismo di chi pensa di sfangarla a discapito dei propri figli, da chi confonde l’assistenzialismo con il welfare, da chi crede che basti un po’ di buonsenso, un colpo di bacchetta magica e una pioggia di miliardi presi in prestito per far sparire in un quinquennio tutti i mali dell’Italia, da chi ha vinto le elezioni convincendo più di mezzo Paese che la situazione in cui siamo non dipende da noi, e che per risolverla bisogna fare esattamente tutto quello che ha concorso a generarla: debito, sprechi, clientele e nessuna lungimiranza. Ci provi, presidente Conte: probabilmente non durerà più di cinque minuti, a Palazzo Chigi, ma gliene saremmo infinitamente grati.

«Il prof più disorganizzato d’Italia», ma appassionato e competente: ecco il premier Conte secondo i suoi studenti. Disorganizzazione e professionalità. La parlantina e le chiacchiere da bar. Tecnico raffinato, europeista, autodichiarato «avvocato difensore del popolo italiano» dopo l’incontro con Mattarella. Gli studenti di giurisprudenza del professor Conte raccontano il nuovo premier, scrive Samuele Maccolini il 25 Maggio 2018 su "Linkiesta.it". Alla fine, è successo. Nel tardo pomeriggio di lunedì Mattarella ha affidato a Giuseppe Conte il compito di formare il nuovo governo che traghetterà il paese verso l’agognatissima quanto indefinita Terza Repubblica. Il culmine di tre mesi di parole, attese e contrattazioni si è materializzato dal nulla di fronte al Quirinale: surgelato freschissimo con la faccia tirata e il ciuffo di lato, azzimato nella nuova veste di uomo delle istituzioni. Non esattamente il volto revanscista del popolo insorto. Dell’avvocato civilista e insegnante ordinario di diritto privato che prenderà le redini di Palazzo Chigi non si sa molto. Per ora a parlare sono state soprattutto le querelle sul curriculum vitae, che hanno offerto ai giornali un ottimo assist per riempire pagine e pagine di congetture sterili, e in definitiva per ripiegare sul gossip più che sulla sostanza. Oltre a questo, poco altro: i rapporti col Vaticano, le velate simpatie renziane e l’intesa con Maria Elena Boschi, il lavoro da legale dei genitori della bambina simbolo del caso Stamina, il legame decisivo col m5s Bonafede, un divorzio alle spalle. Conte si presenta come uno stacanovista discreto, slegato dalla politica, o almeno da quella che conosciamo noi, con una vita riservata passata tra la terra madre Puglia, Roma e Firenze. Jeson Horowitz, il giornalista del NYT che ha messo in dubbio l’esperienza di perfezionamento degli studi del neopremier alla New York University, ne parla come di “un professore elegante di 54 anni con un gusto per i gemelli e i fazzoletti da taschino bianchi”, “la cui qualifica principale potrebbe essere la volontà di attuare un programma concordato dai leader dei partiti populisti”: un gentleman dall’animo popolare.

Conte come professore è impeccabile: un buon professore, lo si vede subito. È molto capace ma anche molto assente per via degli impegni, perciò demanda molto agli assistenti. Quando c’è però si fa sentire: non annoia ed è molto coinvolgente. A lezione fa molti esempi e ripercorre le sue esperienze personali. Sono lezioni molto partecipate che portano al confronto diretto.  (Uno studente di Conte parla del professore.)

Ma Conte, prima che futuro capo di governo, resta sempre un professore di diritto privato. “Il duro”, come lo chiamano alcuni ex studenti per via del suo temperamento algido e distaccato. Per conoscere meglio il nuovo Primo Ministro abbiamo parlato con qualche alunno, vecchio e attuale, della facoltà di giurisprudenza di Firenze. «L’anno scorso ho dato un esame col prof Conte, e ora devo dare la seconda parte quest’anno, a luglio, ma a questo punto non penso proprio che ci sarà ancora lui – scherza Mauro -. Conte come professore è impeccabile: un buon professore, lo si vede subito. È molto capace ma anche molto assente per via degli impegni, perciò demanda molto agli assistenti. Quando c’è però si fa sentire: non annoia ed è molto coinvolgente. A lezione fa molti esempi e ripercorre le sue esperienze personali. Sono lezioni molto partecipate che portano al confronto diretto». Gli studenti hanno molta stima del prof Conte, impossibile trovare qualcuno che metta in dubbio la sua preparazione. Riccardo, che con il neopremier ha dato ben due esami di diritto, ci tiene a sottolineare che «è una persona estremamente umile che viene molto incontro agli studenti. È il classico docente che cerca di alzarti il voto, e non vuole mandarti a casa a mani vuote. Dal punto di vista professionale lo reputo un grande tecnico, che sa quello che fa e ti fa appassionare alla materia. In due parole: pacato ma carismatico». E proprio a causa di questa aura da uomo impassibile che incarna le istituzioni non mancano le reazioni scomposte di alcuni alunni. «Gli facevamo il verso – ammette Mattia, che ha seguito le lezioni di Conte in tempi non sospetti, nel 2012 -. Dava una forte impronta alle parole per dargli pathos, sostanza, e questo ci faceva ridere. Comunque da quel che ho capito parlando con altre persone è anche simpatico: formale ma per le giuste sedi».

È disorganizzato perché è perennemente assente. Io non ho mai avuto la necessità di andare da lui a ricevimento, ma molti compagni hanno dovuto spesso fare riferimento al suo assistente. La sua disorganizzazione deriva dal fatto che insegna anche alla Luiss, perciò tra Roma e Firenze è sempre di fretta. (Uno studente di Conte parla del professore.)

A parte i toni sostenuti, a detta di tutti l’unica grande vera pecca del nuovo inquilino di Palazzo Chigi è il disordine. Il commento ad un post su facebook del 2013 scovato in un gruppo fiorentino di studenti di giurisprudenza è lapidario quanto ironico: Conte viene definito come “l’uomo più mal organizzato della storia dell’università italiana”. «È disorganizzato perché è perennemente assente – spiega Mauro -. Io non ho mai avuto la necessità di andare da lui a ricevimento, ma molti compagni hanno dovuto spesso fare riferimento al suo assistente. La sua disorganizzazione deriva dal fatto che insegna anche alla Luiss, perciò tra Roma e Firenze è sempre di fretta». Secondo Mattia, lui «è uno di quelli che dorme 4 ore e mezza a notte. Il problema è più relativo alle lezioni perché arrivava in ritardo. Così poi spesso non ti fa fare la pausa per recuperare il tempo perso». «È capitato che nell’organizzazione degli appelli ci fosse qualche intoppo, ma alla fine tutto rientrava nella regolarità: è sempre venuto incontro ai bisogni dello studente», conclude Riccardo. Tecnico raffinato, europeista, autodichiarato «avvocato difensore del popolo italiano» dopo l’incontro con Mattarella. Poi, a ritroso, le velate simpatie per l’ex inquilino toscano dalle parti di piazza Colonna. Insomma: Conte è di destra o di sinistra? Gli studenti ammettono che è sempre stato molto attento ad esporsi. «Non si è mai espresso per direttissima», dice Riccarido. Ma da Floris ha ammesso che il suo cuore “ha sempre battuto a sinistra”. Ci pensa Simona, che ha avuto il prof Conte come relatore per la tesi e se lo è ritrovato poi anche come insegnante alla scuola di specializzazione, a fare un po’ di chiarezza. «A livello politico non si è mai esposto, ma dal suo modo di pensare è sicuramente più progressista che conservatore. Come idee è più vicino al Pd che ai 5 stelle». Paradossi della Terza Repubblica. Gli aspetti personali della vita del professore però rimangono un mistero. È una statua d’argilla che si diverte a chiacchierare con gli studenti durante gli esami, tirando in ballo la loro vita, la terra natia e consigli su dove andare mangiare “bene” in vacanza. Voci di corridoio ce ne sono poche e smentite inequivocabilmente da tutti gli intervistati. Tra studenti si parla delle solite chiacchiere da bar: dal leggendario studente bocciato ben sei volte da Conte, alle ipotetiche relazioni con le assistenti. Lasciando il gossip al gossip, una cosa è certa e ci tiene a sottolinearla Riccardo: «se facciamo appello alla competenza e alla personalità del professore potremmo avere davvero il governo del cambiamento».

Se facciamo appello alla competenza e alla personalità del professore potremmo avere davvero il governo del cambiamento. (Uno studente di Conte parla del professore.)

I ragazzi quasi non ci credono che quello che prima era niente di più che uno stimato professore ora si stia preparando per guidare il paese in un momento chiave della storia repubblicana. Premier politico o tecnico? «Questo maleficio dell’essere tecnici è un problema», non ti fa mai capire da che parte si voglia andare. Comunque sia, Firenze ancora una volta detta la linea.

Cosa c’è di vero nelle accuse al professor Conte, scrivono Angelo Romano e Andrea Zitelli il 23 maggio 2018 su "Valigiablu.it". Il curriculum di Giuseppe Conte, indicato da Lega e Movimento 5 Stelle come possibile presidente del consiglio del loro governo, è stato al centro di discussioni e polemiche a partire da un articolo di Jason Horowitz corrispondente dall'Italia del New York Times. Conte nel suo curriculum indica di aver perfezionato i suoi studi soggiornando un mese ogni estate dal 2008 al 2012 alla New York University. Il giornalista ha contattato l'Università che però ha risposto dicendo di non avere il suo nome in qualità di studente o membro dello staff nei registri, cosa che Conte non ha mai sostenuto. Abbiamo contattato anche noi l'Università che in pratica ha confermato la versione di Conte, come spieghiamo più avanti. In questo post proviamo a ricostruire anche tutti gli altri elementi controversi emersi rispetto al suo curriculum e che non corrispondono a quanto dichiarato. Sempre ieri al centro delle polemiche il presunto appoggio del professore al "metodo" Stamina, un trattamento risultato poi una truffa. Abbiamo ricostruito sia la questione di Conte come legale della famiglia di Sofia, bambina "simbolo" della vicenda Stamina, sia qual è stato il suo ruolo all'interno della fondazione 'Voa Voa Onlus – Amici di Sofia'. Va inoltre sottolineato che a differenza di quanto molti giornali hanno pubblicato, a partire da NYT, Guardian e Washington Post, il prof. Conte non è mai stato avvocato personale di Luigi Di Maio. Questa la dichiarazione che abbiamo ricevuto dal suo ufficio stampa: “Luigi Di Maio non ha mai conferito alcun incarico al Prof. Giuseppe Conte. Pertanto l’affermazione secondo cui Giuseppe Conte sarebbe l'avvocato personale di Di Maio, non corrisponde al vero”.

Giuseppe Conte e i curricula gonfiati. In un lungo articolo sul New York Times, il corrispondente dall’Italia per il quotidiano americano Jason Horowitz ha ricostruito un profilo di Giuseppe Conte, l’avvocato, professore ordinario di Diritto Privato all’Università di Firenze e docente sempre di Diritto Privato alla Luiss di Roma, indicato lunedì scorso da Luigi Di Maio e Matteo Salvini come possibile futuro presidente del Consiglio di un governo formato da Movimento 5 Stelle e Lega. Va specificato che è prerogativa del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, individuare la figura alla quale affidare l’incarico della formazione del nuovo governo. Nel tracciare il profilo di Conte, definito da Horowitz “un elegante professore di giurisprudenza di 54 anni con un gusto per i gemelli e i fazzoletti da taschino bianchi”, con “una lunga carriera presso studi legali romani e frequentazioni con i cardinali del Vaticano” e la cui qualifica principale, senza alcuna base politica o esperienza governativa, “potrebbe essere la sua volontà di attuare un programma governativo concordato dai leader dei due partiti populisti”, il giornalista del New York Times ha verificato il curriculum piuttosto esteso dell’avvocato che vanta numerose pubblicazioni e diverse esperienze di perfezionamento degli studi all’estero. Già un paio di mesi fa, quando durante la campagna elettorale Luigi Di Maio lo aveva indicato come ministro alla “Pubblica amministrazione, deburocratizzazione e meritocrazia” in un eventuale governo Cinque Stelle, erano circolate alcune biografie di Conte che sottolineavano il suo curriculum internazionale e, in particolare, i periodi di perfezionamento a Yale, alla Sorbonne e alla New York University, dove, ricostruisce Horowitz, il professore di Diritto Privato “ha affermato di aver ‘perfezionato e aggiornato i suoi studi’ durante il soggiorno al college per almeno un mese ogni estate tra il 2008 e il 2012”. Ma, Michelle Tsai, una portavoce della New York University, contattata dal giornalista del New York Times, ha detto che non c’è traccia nei registri dell’università di uno studente o un membro della facoltà (ndr, degli studi di legge) con il cognome “Conte”, aggiungendo, però, l’eventualità che Giuseppe Conte potesse aver frequentato dei corsi di uno o due giorni, per i quali l’università non prevede una registrazione delle generalità. Nello specifico Horowitz ha fatto riferimento a due curricula di Conte disponibili in Rete: uno è quello presente sul sito dell’Associazione Civilisti Italiani, l’altro caricato nel 2013 sul sito della Camera dei Deputati, quando Giuseppe Conte fu uno dei candidati al Consiglio di Presidenza della Giustizia Amministrativa, l’organo di autogoverno della giustizia amministrativa. Nel primo curriculum, molto più schematico, Conte aveva scritto di aver perfezionato i suoi studi giuridici alla New York University negli anni 2008 e 2009, mentre in quello presentato alla Camera si legge che “dall'anno 2008 all'anno 2012 ha soggiornato, ogni estate e per periodi non inferiori a un mese, presso la New York University, per perfezionare e aggiornare i suoi studi”, come riportato fedelmente dal giornalista statunitense nel suo articolo per il New York Times. L’articolo di Horowitz è stato ripreso da diversi giornali italiani che hanno puntato l’attenzione sulla specializzazione senza riscontri. Repubblica ha pubblicato un articolo dal titolo “Conte specializzato alla New York University, il corrispondente del New York Times: ‘Non risulta negli archivi dell’università’ Anche il Corriere ha titolato sulla “specializzazione che non risulta” Su Twitter, alcuni utenti hanno iniziato a precisare che era errato parlare di specializzazione. In altre parole, Conte non aveva indicato nei diversi curricula presentati titoli mai conseguiti né ha mai parlato di "specializzazione", ma di “periodo di perfezionamento”, formula alla quale di solito si ricorre per attività non documentabili come, ad esempio, soggiorni, frequentazione di seminari o periodi di ricerca in biblioteca. Per questo motivo, il fatto che Giuseppe Conte non fosse presente nei registri dell’università di New York né come studente né come membro della Facoltà non significa automaticamente che avesse dichiarato il falso nei suoi curricula, come sottolineato anche dal professore di Oslo, Mads Andenas, studioso di diritto contrattuale europeo e direttore del British Institute of International and Comparative Law: “I professori studiano in biblioteca per tali soggiorni durante le vacanze estive, e non sono ‘staff’ o ‘students’”. Nei contesti indicati nel curriculum, spiega Andenas in un altro tweet, Conte non era un docente né teneva una cattedra, ma ha fatto quello che dovrebbero fare dottorandi e professori: “Trascorrere del tempo nelle biblioteche universitarie all'estero, prendendo sul serio la lingua inglese e il diritto comparato”. Nel corso della giornata l’Adnkronos ha pubblicato uno scambio di email risalente al 2014, di cui è venuto in possesso, tra Conte e Mark Geitstfeld, docente alla School of Law della New York University. Nelle email, Conte annunciava un suo soggiorno a New York e confermava a Geitstfeld l’inserimento del collega statunitense all’interno del comitato scientifico della rivista italiana “Giustizia civile”, pubblicata dalla casa editrice Giuffrè e diretta dallo stesso Conte. La corrispondenza tra i due professori, spiega Adnkronos, proverebbe che Conte aveva una certa frequentazione della New York University, come testimoniato da un altro scambio di email, sempre risalente al 2014, con Radu Popa, “all'epoca responsabile dei servizi di accesso e utilizzo dei sistemi informatici della biblioteca della NYU e all'assegnazione delle chiavi di accesso wi-fi e delle postazioni per la ricerca”. Da noi contattata, Michelle Tsai ha risposto confermando quanto già detto ad Horowitz e cioè che “Giuseppe Conte non è mai stato uno studente né è stato mai designato come docente della New York University), cosa che in ogni caso il prof. Conte non ha mai sostenuto nel suo Cv, e aggiungendo che “sebbene il professor Conte non avesse uno status ufficiale alla NYU, gli è stato concesso il permesso di condurre ricerche nella biblioteca della New York University tra il 2008 e il 2014, e ha invitato un professore di giurisprudenza della NYU a far parte del consiglio di una rivista di diritto italiana”. Confermando di fatto quanto sostenuto dal professore nel suo curriculum. In pratica da questa risposta emerge che il professore non ha mentito sulla tipologia di quel soggiorno.

"Come già indicato dalla NYU, dall'esame dei nostri registri non risulta che Giuseppe Conte abbia frequentato l'Università come studente o che sia stato nominato membro della facoltà. Nonostante il signor Conte non avesse uno status ufficiale alla NYU, gli è stato concesso il permesso di condurre ricerche alla biblioteca di Legge della New York University tra il 2008 e il 2014 e ha invitato un professore di giurisprudenza della NYU a far parte del consiglio di una rivista italiana di diritto". As NYU indicated previously, we reviewed our records, and they do not reflect Giuseppe Conte having been at the University as a student or having an appointment as a faculty member. While Mr. Conte had no official status at NYU, he was granted permission to conduct research in the NYU Law library between 2008 and 2014, and he invited an NYU Law professor to serve on the board of an Italian law journal. Thanks, Michelle Tsai Office of Public Affairs New York University In un comunicato diffuso in mattinata, il Movimento 5 Stelle ha precisato che, a proposito della New York University, Conte ha sempre parlato di perfezionamento dei suoi studi senza mai citare corsi o master specifici, e che “come ogni studioso, ha soggiornato all’estero per studiare, arricchire le sue conoscenze, perfezionare il suo inglese giuridico”.

Tuttavia, come segnalato sempre su Twitter dalla giornalista Jeanne Perego, c’erano anche altri punti ambigui nei curricula del docente di Diritto Privato. Nel curriculum caricato sul sito dell’Associazione Civilisti Italiani, Conte ha inserito tra le esperienze di perfezionamento degli studi giuridici un periodo all’International Kultur Institut (IKI) di Vienna nel 1993, mentre nel cv inserito sul sito della Camera, si fa riferimento nella sezione dedicata all’attività scientifica e didattica a un più generico soggiorno di studio a Vienna di tre mesi. Dal sito emerge che l’Istituto è una scuola di tedesco e non di diritto. Il Corriere della Sera ha provato a contattare l’IKI. Un suo portavoce ha spiegato di “di non potere dire sugli studenti attuali o del passato appellandosi alla Datenschutz, la difesa della privacy. La stessa persona ha però spiegato che non vengono tenuti corsi di tedesco giuridico ma solo corsi di tedesco generale”. Questi, però, non sono gli unici punti oscuri dei curricula di Giuseppe Conte. Il Post ha contattato tutte le università e gli enti presso i quali Giuseppe Conte ha dichiarato di aver svolto periodi di perfezionamento, insegnato o lavorato (Yale e la Duquesne University di Pittsburgh nel 1992, la Sorbona di Parigi nel 2000, il Girton College dell’Università di Cambridge nel settembre 2001) e, nel corso della giornata, ha via via aggiornato il suo articolo individuando quelle parti del curriculum del futuro presidente del Consiglio che sembravano non trovare riscontro nelle verifiche effettuate. L’Università di Cambridge, riporta il Guardian, ha fatto sapere che non può immediatamente confermare o negare se il professore di Diritto Privato abbia frequentato l’università, ma una fonte universitaria ha detto alla Reuters in via confidenziale di non aver trovato alcuna traccia di studi di Conte e che potrebbe aver frequentato un corso tenuto da terze parti. Anche per quanto riguarda la Sorbona, secondo prime verifiche fatte da Repubblica, “il nome di Conte non figura nella banca dati di studenti, ricercatori, dottorandi di nazionalità straniera che hanno frequentato il principale ateneo parigino”. Un dirigente dell’università ha spiegato che l’avvocato italiano potrebbe aver frequentato un laboratorio estivo. Il Messaggero non ha trovato riscontri di rapporti di Conte con la Duquesne University di Pittsburgh negli Stati Uniti e con l’Università di Malta. Il Post ha sentito la direttrice dell’ufficio marketing e comunicazione della Duquesne University, Bridget Fare: “nei primi anni Novanta Conte era coinvolto nella gestione di un programma che permetteva a studenti italiani di seguire dei corsi della Duquesne University e “si è occupato di ricerca in ambito giuridico e di migliorare la collaborazione con Villa Nazareth”, l’organizzazione italiana che finanziava il programma di studi all’estero”. Anche Horowitz aveva confermato i legami di Conte con l’università di Pittsburgh e Villa Nazareth. Il giornalista americano ha intervistato Carla Lucente, professoressa di lingua e letteratura moderna, e Nicholas P. Cafardi, rettore emerito e professore di diritto canonico, entrambi alla Duquesne University, che hanno detto di conoscere Giuseppe Conte e di apprezzarne il talento. A Malta, Conte ha dichiarato di aver tenuto un insegnamento nell'estate del 1997 nell'ambito del Corso internazionale di studi “European Contract and Banking Law”. Al Messaggero un portavoce dell’università maltese ha detto di poter confermare che “non c'è traccia che Giuseppe Conte abbia mai fatto parte del corpo docenti permanente dell'università. Questo non esclude che egli abbia potuto essere coinvolto in alcune letture organizzate nell'estate del 1997 dalla defunta Foundation for International Studies (FIS)”, una “entità separata” dalla University of Malta, con la quale era stata attivata una collaborazione. Va detto che Conte non ha mai dichiarato di far parte del corpo docenti permanente dell’università e, in base al rapporto annuale del 1997-98 del rettore dell’università, il corso di “European Contract and Banking Law” era una summer school tenuta nel mese di agosto e organizzata in collaborazione con la Sapienza di Roma. Il Post ha, inoltre, verificato che Conte non è stato designato a far parte del Social Justice Group presso l’Unione Europea, come affermato nel cv disponibile sul sito della Camera. Non esiste nessun organismo del genere all’interno dell’Ue, il “Social Justice in European Private Law” era un collettivo di professori di diverse università europee che nel 2004 aveva redatto un Manifesto al quale, in base a quanto riportato da un libro universitario pubblicato nel 2009, Conte ha aderito un anno dopo la sua diffusione. Martijn Hesselink, a capo dei docenti che hanno scritto il documento, ha detto a Il Post che Conte non è mai stato parte del gruppo che ha lavorato alla stesura del Manifesto e che il gruppo si era auto-costituito e vi si accedeva su base volontaria. Infine, sempre secondo quanto appurato da Il Post, nel cv presentato alla Camera, Conte ha dichiarato di essere consulente legale della Camera di Commercio, dell’Industria e dell’Artigianato di Roma, ma “dagli archivi online della Camera di Commercio risulta che negli ultimi dieci anni Conte ha svolto una sola consulenza, nel 2008, ricevendo un compenso di 1.920 euro per la sua partecipazione alla ‘commissione per la Regolazione del Mercato’”. Da un paio di giorni, come notato da Il Foglio, sul sito dello studio legale Alpa, di cui, secondo il curriculum, Conte sarebbe uno dei cofondatori, “le pagine web riguardanti Giuseppe Conte sono state rimosse o non sono più funzionanti”. Contattato dal quotidiano, lo studio Alpa ha specificato che lo Studio Legale non è uno studio di associati, che Alpa ha avuto come socio storico fino al 2012 Tommaso Galletto e che Conte non lavora per il professor Alpa (del quale, stando a quanto scrive l’Huffington Post, è allievo accademico e ha curato diversi volumi) e che il suo nome non è mai stato presente sul sito come avvocato dello studio. Ma, spiega Luciano Capone nell'articolo, sul sito del Consiglio nazionale forense il domicilio indicato dall’avvocato Giuseppe Conte coincide con l’indirizzo e il numero telefonico dello studio legale Alpa e, secondo quanto raccolto dal giornalista, Conte, "era un “of counsel”, un semplice collaboratore dello studio Alpa". Abbiamo provato a contattare Giuseppe Conte per chiedere chiarimenti sulle sue esperienze di perfezionamento all’estero, non ci siamo riusciti e abbiamo contattato l'ufficio stampa di Luigi Di Maio che ha semplicemente replicato inviandoci il comunicato stampa del Movimento 5 Stelle.

Che rapporto c’è tra Stamina e Conte? C’è anche un’altra questione del passato di Giuseppe Conte che fa discutere: il suo appoggio o meno al cosiddetto “metodo Stamina”, una trattamento riconosciuto dalla comunità scientifica privo di qualsiasi validità e la cui applicazione ha prodotto anche dei procedimenti penali nei confronti di diversi imputati, tra cui il suo stesso ideatore, Davide Vannoni, che ha patteggiato un anno e dieci mesi).

Conte e il lavoro da legale dei genitori di Sofia, la bimba “simbolo” del vicenda Stamina Nel 2013 Conte è stato per diversi mesi l’avvocato della famiglia di Sofia De Barros, una bambina che soffriva di una malattia neurodegenerativa incurabile (poi morta lo scorso 31 dicembre). I genitori di Sofia, Guido De Barros e Caterina Ceccuti, all’epoca si stavano battendo nelle aule giudiziarie per far continuare alla propria figlia il trattamento con il “metodo” Stamina (che prevedeva 5 infusioni di presunte cellule staminali) presso gli Spedali di Brescia, dopo che il tribunale di Firenze a gennaio dello stesso anno aveva bloccato quello specifico trattamento per la bambina. Dopo la decisione del tribunale fiorentino, un servizio della trasmissione televisiva “Le Iene” sulla vicenda aveva creato molto clamore intorno alla vicenda. La madre ai primi di marzo aveva anche scritto una lettera con una richiesta di aiuto all’allora ministro della Salute, Renato Balduzzi, il quale, pochi giorni dopo, aveva comunicato di aver incontrato i genitori di Sofia e di star cercando insieme a loro una soluzione concreta in tempi brevissimi. Balduzzi, che era stato attaccato duramente dopo il servizio de “Le Iene”, aveva precisato anche che “le ispezioni e le verifiche condotte da molti mesi e da più organi” sulle attività della Stamina Foundation presso gli Spedali di Brescia avevano trovato “gravi anomalie e problemi di sicurezza”, che mettevano “quelle procedure fuori dalle leggi europee e italiane”. Il ministro della Salute, tra le altre cose, si riferiva all’ordinanza dell’Aifa (cioè l’Agenzia italiana del farmaco) di maggio 2012, impugnata da Vannoni, che vietava la collaborazione dell’Ospedale bresciano con la onlus Stamina Foundation. Il “metodo” Stamina, era criticato per le sue procedure non a norma, per la sua non riscontrata valenza scientifica e il suo ideatore, inoltre, era finito sotto inchiesta, insieme a diversi dei suoi collaboratori, da parte della Procura di Torino. Il 12 marzo, poi, il legale della famiglia, Giuseppe Conte, comunica che la bambina potrà tornare a Brescia per essere ricoverata, dopo il via libera agli Spedali di Brescia della seconda infusione di “cellule staminali” prodotte con metodo Stamina da parte del ministro Balduzzi, del presidente dell'Istituto Superiore di Sanità e del direttore generale dell'Aifa, scriveva Repubblica. Per Balduzzi si trattava di una decisione che conciliava «il rispetto delle norme e delle sentenze della magistratura con la situazione eccezionale nella quale si trova la bambina. Si tratta di quella soluzione concreta che, incontrando i genitori di Sofia mi ero impegnato a favorire entro sette giorni». A commento della notizia, Conte aveva dichiarato da Il Tirreno: «La situazione della piccola Sofia è molto particolare, perché la sua è una cura che si inquadra nell’ambito delle cure compassionevoli, vale a dire quelle somministrate in mancanza di una valida alternativa terapeutica su pazienti in pericolo di vita o esposti a gravi danni alla salute». L’avvocato della famiglia proseguiva specificando che per il futuro «non invochiamo genericamente il diritto alla salute o a cure compassionevoli ma chiediamo che Sofia completi un protocollo di cure che è stato già concordato, approvato ed eseguito con una prima infusione di cellule staminali. Un principio di civiltà giuridica secondo cui, al di là di provvedimenti amministrativi ed indagini di rilievo penale, il paziente deve completare il trattamento concordato con i sanitari che hanno responsabilità della cura. Nessun ostacolo giuridico può frapporsi al diritto di Sofia di ottenere il completamento del trattamento iniziato». Due giorni dopo, però, la direzione degli Spedali fa sapere alla famiglia che Sofia non potrà completare l’intero trattamento “a meno di un'imposizione da parte delle autorità giuridiche o sanitarie nei confronti degli Spedali”. Una novità inaspettata a cui il legale della famiglia reagiva con queste parole, riportate da La Nazione: ''La situazione che ci viene attualmente prospettata ripropone una inaccettabile interruzione del trattamento terapeutico. È impensabile che a Sofia sia nuovamente sottratta la speranza, alimentata in seguito alla prima infusione, di una migliore qualità della vita. È impensabile offrire ai suoi genitori la prospettiva di rivivere l'angoscia già sperimentata in coincidenza con l'attesa della seconda infusione”. “I tempi della malattia di Sofia e l'accelerazione da questa impresa – prosegue Conte – non si confanno ai distinguo dei responsabili sanitari e ai tempi richiesti dalle verifiche giudiziarie in corso. Chiedo a tutte le Autorità e a tutti i Responsabili sanitari, come pure a tutti i nostri interlocutori in questa drammatica vicenda di assumersi la responsabilità – in scienza e coscienza, e ciascuno per quanto di sua competenza – di assicurare a Sofia il celere completamento del trattamento terapeutico già iniziato”.   Il 19 marzo 2013, però, la situazione per Sofia si sblocca. Il tribunale di Livorno – dove nel frattempo i genitori avevano preso la residenza, spostandola da Firenze, per poter così rivolgersi a un altro giudice – accoglie il ricorso d’urgenza presentato da Conte e concede il completamento del “trattamento” Stamina alla bambina negli Spedali di Brescia. Circa quattro mesi dopo, poi, lo stesso Tribunale di Livorno, confermava la propria decisione. Un sentenza che seguiva l’entrata in vigore del cosiddetto “decreto Balduzzi” di marzo, modificato in Parlamento e approvato definitivamente a fine maggio dal Senato (con 259 sì, 2 no e 6 astenuti. Pochi giorni prima alla Camera i voti favorevoli erano stati 504 e un solo voto contrario), che consentiva a chi aveva già iniziato le terapie con il metodo Stamina di continuarle e prevedeva l'avvio di una sperimentazione del metodo Stamina – promossa dal ministero della Salute, con l’Aifa, il Centro nazionale trapianti e coordinata dall'Istituto Superiore di Sanità con la sola condizione della sicurezza dei pazienti – della durata 18 mesi per cui venivano stanziati 3 milioni di euro in due anni. Successivamente, a inizi ottobre del 2014, il comitato di esperti bocciò il “metodo” Stamina, con il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin (subentrata a Balduzzi, dopo che il governo Letta ad aprile 2013 prese il posto dell’esecutivo Monti) suggerì come unica via “la soppressione del decreto Balduzzi”, aggiungendo che dal punto di vista “sanitario e scientifico la questione è chiusa, è conclusa”. Circa un anno dopo, il Parlamento definì un errore l'aver dato il via alla sperimentazione. Riguardo l’impegno di Conte nella causa dei De Barros per far continuare il “trattamento” Stamina alla propria figlia, la famiglia ai media ha negato che l’avvocato lo abbia fatto perché simpatizzante del ‘metodo’ ideato da Vannoni: «Il professore ci aiutò, ci seguì legalmente nel ricorso per proseguire con le cure a Sofia, ma non lo fece perché sostenitore di Stamina, non era il metodo in discussione ma l'aiuto a una bambina malata». I genitori continuano raccontando che «era il 2013 e Sofia aveva fatto una prima infusione di staminali agli Spedali Civili di Brescia, approvata dal comitato etico dell'ospedale. Poi il tribunale di Firenze bloccò la terapia, e a quel punto decidemmo di fare ricorso, e tramite un amico di famiglia contattammo il professor Conte». «Il professor Conte – spiega ancora Caterina Ceccuti al Corriere della Sera – dimostrò una grande sensibilità alla causa di Sofia perché non volle nulla in cambio, lo fece pro bono, perché penso si sentisse toccato dalla vicenda avendo anche lui un figlio più o meno della stessa età. Accettò anche per il fatto che la cura era regolarmente somministrata da un ospedale pubblico, e che c’erano le basi per la continuità terapeutica: la bambina aveva già iniziato la terapia». Lo stesso Davide Vannoni – su cui la Procura di Torino, lo scorso 15 maggio, ha chiesto un nuovo rinvio a giudizio per un’indagine sull’applicazione della sua “terapia” all’estero in Georgia, nonostante nel patteggiamento del 2015 si era impegnato a rinunciare a proseguire l’applicazione del “trattamento” –, sentito dalla trasmissione radiofonica ‘Un giorno da Pecora’ ha dichiarato di non aver mai conosciuto Giuseppe Conte: «Non ci ho nemmeno mai parlato direttamente. Conte è uno dei mille avvocati che hanno sostenuto altrettante richieste di pazienti che cercavano di ottenere le cure Stamina presso l'ospedale di Brescia».

Conte e l'associazione “Voa Voa Onlus – amici di Sofia”. Altra questione sollevata nel dibattito sul possibile sostegno di Conte a Stamina, è quella relativa al suo ruolo all’interno dell’associazione ‘Voa Voa Onlus – amici di Sofia’, il cui presidente e legale è sempre Guido De Barros, padre di Sofia. In un articolo di ieri, il Manifesto, raccontando i rapporti intercorsi tra l’avvocato Conte e la famiglia De Barros, scrive anche: “Non si è trattato solo di un impegno professionale, tanto è vero che Conte figura anche – con l’attrice Gina Lollobrigida (...) – tra i promotori di una fondazione che si batte proprio per la «libertà di cura»”. Come riportano Repubblica Firenze e Corriere Fiorentino (i due articoli sono identici, quindi hanno un’unica fonte, forse un’agenzia o un comunicato stampa) di cinque anni fa, il 26 giugno 2013, nasce a Firenze il Comitato Promotore della Fondazione 'Voa Voa', “dal titolo del libro che Caterina Ceccuti ha scritto e dedicato alla sua bimba, Sofia, 3 anni e mezzo, divenuta il simbolo della battaglia per l'accesso alle cure compassionevoli da parte di persone affette da malattie rare”. Gli articoli spiegano che Gina Lollobrigida era componente e fondatrice del Comitato: «Voa voa – ha ricordato Lollobrigida – era il modo in cui Sofia diceva “vola vola” prima di ammalarsi». Si legge inoltre che tra i componenti del comitato figurano, “oltre i genitori di Sofia” e “Lollobrigida”, l'avvocato Giuseppe Conte. In un altro articolo de La Nazione, del 27 giugno 2013, viene specificato che la firma dell’avvocato Conte, insieme a quelle dei genitori di Sofia e di Lollobrigida, compare nell’ “atto notarile” del comitato. I giornali riportano poi che prima beneficiaria sarebbe stata “la Fondazione Stamina che si occupa delle cure compassionevoli presso gli Spedali Civili di Brescia”. Qualche settimana dopo, media locali riportano la notizia che erano stati raccolti “ben 21.550 euro” tramite l’asta di beneficenza promossa dal Comitato «Voa Voa! onlus» per sostenere le cure di bambini gravemente malati e che la somma ottenuta sarebbe stata interamente utilizzata “per l’acquisto di materiale da laboratorio necessario ai biologi di Stamina Foundation così da portare avanti le cure compassionevoli sui bambini gravemente malati, come la piccola Sofia De Barros, negli Spedali Civili di Brescia”. La famiglia De Barros, però, nega anche che Conte aderì all’associazione: «Noi volevamo fare una fondazione, e avevamo istituito un comitato con dentro anche personaggi celebri come la Lollobrigida. Lui non era incluso, e non partecipò a nessuna riunione. Poi peraltro l'idea della fondazione naufragò, e facemmo un'associazione 'Voa Voa', con la quale Conte non ha nulla a che fare». Nell’atto costitutivo dell’associazione “Voa Voa! Onlus - Amici di Sofia”, che porta la data del 24 ottobre 2013, il nome di Conte non compare.   Per capire meglio la questione, abbiamo contattato sia l’associazione Voa Voa che Claudio De Barros. L’associazione e il suo presidente hanno confermato e ribadito a Valigia Blu quanto dichiarato ieri ai media. Alla domanda se i giornali si fossero sbagliati nel riportare il nome di Conte tra i firmatari dell’atto notarile della fondazione, De Barros ha risposto che non si trattava di un errore: “Volevamo includere Conte fra i fondatori in qualità di legale (utile alla causa), annunciandolo nel comunicato stampa, ma successivamente è stato Conte stesso a voler limitare il suo sostegno esclusivamente al ricorso in tribunale”. Riguardo infine i 21.550 euro raccolti dal comitato Voa Voa nel luglio 2013 e utilizzati “per l’acquisto di materiale da laboratorio necessario ai biologi di Stamina Foundation”, Vannoni ha dichiarato sempre a ‘Un Giorno da Pecora’ che la sua fondazione non ha mai ricevuto finanziamenti da nessuno, compreso “Voa Voa”.     È doveroso da parte del giornalismo verificare quanto dichiarato dai politici, e quindi è doveroso verificare la veridicità di quando dichiarato nel curriculum. Non si può vedere in questo un tentativo di screditare. Ma è altrettanto doveroso riportare in modo corretto le questioni (vedi i titoli sulla "specializzazione" a New York di cui Conte non ha mai parlato, il tentativo di verificare affermazioni mai fatte e l'accusa di sostegno a stamina – qualcuno ha anche titolato "il prof. Stamina" e questo di certo non fa onore al giornalismo). Siamo in un paese in cui l'asticella è molto bassa, in altri paesi quando un Ministro dice il falso sul suo titolo di studio, come è successo con la Ministra Fedeli, ci sono conseguenze e ci si ritira dalla vita politica. Tanto per fare un esempio (ce ne sarebbero altri: dalle accuse di plagio alle condanne per corruzione). Il curriculum del professor Conte, in un contesto in cui di fronte a situazioni ben più gravi non succede nulla, sembrerebbe poca cosa. C'è un "però" importante a nostro avviso: un movimento, che ha fatto della trasparenza, dell'onestà e dell'essere totalmente differenti rispetto al sistema che dice di combattere la propria identità e su questo ha vinto le elezioni, non può permettersi una simile "scivolata" (per scivolata, visto che alcuni lettori ci chiedono di chiarire, ci riferiamo alle parti del Cv non precise, o "gonfiate", o quella specifica sulla designazione al Social Justice Group che non è risultata tale).

Tutto quello che non torna su Giuseppe Conte e il suo curriculum. Dagli studi alla NYU alla designazione del Social Justice Group dell'Ue, sono molti i punti del curriculum del professore che lasciano aperti dei dubbi, scrive il 23 Maggio 2018 "Tpi.it". Il professore di diritto privato Giuseppe Conte, 54 anni, è stato indicato lunedì 21 maggio come candidato premier da Lega e Movimento Cinque Stelle. Il giorno stesso, un articolo pubblicato sul New York Times e firmato dal corrispondente in Italia Jason Horowitz, mette in dubbio gli studi che Conte dichiara di aver perfezionato negli Stati Uniti presso la New York University (NYU). Con il passare delle ore sono emersi altri dettagli che non tornano sul curriculum di Conte. Per questo abbiamo deciso di fare un po’ di ordine. Ecco tutte le questioni che sono emerse nelle ultime ore.

Gli studi di “perfezionamento e aggiornamento” presso la NYU. Nel curriculum ufficiale di Conte, pubblicato sul sito della Camera dei deputati, si legge che ha perfezionato i suoi studi in varie università straniere, tra cui Yale, negli Stati Uniti, la Sorbona di Parigi e l’Università di Cambridge, nel Regno Unito. Nel curriculum si legge anche che Conte “dall’anno 2008 all’anno 2012 ha soggiornato, ogni estate e per periodi non inferiori a un mese, presso la New York University, per perfezionare e aggiornare i suoi studi”. Tuttavia, nel suo articolo pubblicato sul New York Times, Jason Horowitz ha reso noto che la portavoce della NYU Michelle Tsai ha negato che Conte abbia mai frequentato l’Università come studente o ricercatore. “Non risulta nei nostri registri una persona con questo nome, né come studente né come ricercatore o professore”, ha detto Tsai, aggiungendo che è possibile che Conte abbia frequentato i programmi da uno o due giorni, perché su quelli l’università non tiene dei registri.

Contattata da TPI, la sera del 22 maggio la NYU ha fornito nuove informazioni. “Come la NYU ha indicato in precedenza, abbiamo visionato i nostri registri, e questi non mostrano che Giuseppe Conte sia stato all’Università come studente o membro della facoltà”, ha scritto Tsai a TPI. “Mentre Conte non ha uno status ufficiale alla NYU, gli è stato garantito il permesso di effettuare ricerche nella biblioteca giuridica della NYU tra il 2008 e il 2014, e lui ha invitato un docente di diritto a far parte del board di una rivista italiana di diritto”. La risposta sembra quindi confermare che Conte svolse degli studi presso la biblioteca dell’università, in forma autonoma, e che interagì con almeno un professore della NYU, invitandolo a far parte del board di una rivista italiana. Il nome del docente non è stato ancora specificato. TPI ha contattato anche la sede della NYU a Firenze, per capire se Conte abbia frequentato dei corsi presso questa sede distaccata dell’università. Bruce Edelstein, direttore dei programmi post laurea e ricerca presso la New York University di Firenze, ha escluso questa possibilità. “Avrà frequentato questo corso a Manhattan, alla sede principale, non qui”, ha risposto Edelstein. “Dunque non ho informazioni al riguardo”. “Escludo che abbia frequentato qui perché noi abbiamo corsi solo per laureandi, gli unici programmi per specializzandi sono quelli che coordino io, che sono il direttore dei programmi post laurea, e qui a Firenze ce li abbiamo solo in Italianistica, non in diritto”.

Ecco la replica ufficiale di M5s sulla questione dei presunti studi di Conte alla New York University: “Nel suo curriculum Giuseppe Conte ha scritto con chiarezza che alla New York University ha perfezionato e aggiornato i suoi studi”, si legge nella nota. “Non ha mai citato corsi o master frequentati presso quella Università. Quindi la stampa internazionale e quella italiana si stanno scatenando su presunti titoli che Conte non ha mai vantato!”. “Conte, come ogni studioso”, prosegue la nota M5s, “ha soggiornato all’estero per studiare, arricchire le sue conoscenze, perfezionare il suo inglese giuridico. Per un professore del suo livello sarebbe stato strano il contrario. Lo ha fatto e lo ha giustamente scritto nel curriculum, ma paradossalmente questo ora non va bene e diventa addirittura una colpa. È l’ennesima conferma che hanno davvero tanta paura di questo governo del cambiamento”. In difesa di Conte è arrivata anche una lettera aperta scritta dal professor Andrea Mora, ordinario di diritto civile dell’Università di Modena e Reggio Emilia. “Posso confermare che negli anni 2008 e 2009 ho trascorso insieme a mia moglie ed ai miei figli dalla metà di agosto in poi alcune settimane a New York”, scrive il professore. In varie occasioni, ricorda Mora, “abbiamo incontrato” il professore Giuseppe Conte, che “riferiva delle sue ricerche giornaliere alla Library della School of Law della New York University ove stava approfondendo tematiche di diritto nord americano”. “In quel periodo frequentavano New York anche illustri professori fra i quali il professore Giovanni Ludica, oggi emerito alla Bocconi ed altri privatisti che, a loro volta, possono tranquillamente confermare che i professori che frequentano le università straniere, come del resto accade per i professori stranieri che vengono a studiare in Italia, non si iscrivono certo a master, corsi di specializzazione, ma frequentano la biblioteca dell’Università studiando autonomamente temi di loro interesse”, ha sottolineato il docente, precisando di essere “politicamente indipendente e non schierato”.

L’International Kultur Institut di Vienna. Un’altra questione riguarda gli studi che il candidato premier avrebbe condotto a Vienna. Su un curriculum caricato sul sito dell’Associazione civilisti italiani, c’è scritto infatti che Conte ha perfezionato i suoi studi giuridici presso l’International Kultur Institut di Vienna. La giornalista Jeanne Perego fa però notare che si tratta di un istituto dove si studia la lingua tedesca, non diritto. Sul punto il curriculum ufficiale di Conte, pubblicato sul sito della Camera dei deputati, è molto più generico. Vi si legge che “nell’anno 1993 ha soggiornato a Vienna, studiando tre mesi presso l’International Kultur Institut”.

Il Social Justice Group dell’Ue. Nel curriculum disponibile sul sito della Camera, Conte scrive di essere stato “designato” a far parte del “Social Justice Group istituito presso l’Unione europea”. Tuttavia l’Ue non ha organi con questo nome. Esiste piuttosto un gruppo di professori di varie università europee chiamato “Social Justice in European Private Law”, che però si sarebbe autocostituito, quindi Conte non potrebbe essere stato “designato” a farne parte. Il capo del collettivo, Martijn Hesselink, ha detto a Il Post, che Conte non ne ha mai fatto parte.

Cambridge. Conte afferma di aver studiato al Girton College dell’università di Cambridge a settembre 2001, un mese in cui, come nota l’agenzia Reuters, l’università è normalmente chiusa per la pausa estiva. L’università di Cambridge non ha voluto commentare, ma una fonte interna contattata da Reuters ha detto di non aver trovato traccia di studi di Conte. Ha aggiunto però che potrebbe aver frequentato un corso organizzato da terzi.

La Sorbonne, infine, ha detto a Reuters che sta rivedendo i suoi registri per vedere quali ricerche Conte potrebbe aver condotto presso l’istituto.

Duquesne University di Pittsburgh. Dalla Duquesne University di Pittsburgh una fonte contattata dal Messaggero, ha fatto sapere che “Giuseppe Conte non è presente nell’archivio come studente dell’università, non ha quindi mai frequentato alcun corso ufficiale. Potrebbe avere condotto le sue ricerche in modo indipendente”. Conte aveva scritto nel suo curriculum di aver “svolto attività di ricerca presso la Duquesne University di Pittsburgh (PA – USA)” nel 1992. Anche l’University of Malta, contattata dalla stessa testata, ha confermato che “non c’è traccia che Giuseppe Conte abbia mai fatto parte del corpo docenti permanente dell’università”. L’Università ha aggiunto che questo non esclude che Conte abbia potuto essere coinvolto in alcune letture organizzate nell’estate del 1997 dalla Foundation for International Studies (FIS), che è però un ente separato dalla University of Malta. Conte ha scritto di avere insegnato a Malta “nell’estate 1997 nell’ambito del Corso internazionale di studi intitolato: European contract and banking law”.

La questione Stamina. Nella giornata del 22 maggio è emerso anche che Conte è stato il legale della famiglia della piccola Sofia, la bambina affetta da una grave malattia degenerativa divenuta simbolo di coloro che si battevano per la ammissibilità del metodo Stamina. Il probabile nuovo presidente del Consiglio avrebbe anche partecipato nel 2013 alla costituzione di una fondazione, Voa Voa, che ha avuto tra i suoi primi beneficiari la Stamina Foundation onlus, guidata dall’inventore del metodo Stamina, Davide Vannoni. Vannoni, l’inventore del controverso metodo Stamina, è intervenuto successivamente per chiarire i suoi rapporti con Giuseppe Conte, il premier indicato da Lega e M5s. “Non c’è nulla di vero, non ho mai conosciuto Giuseppe Conte e non ci ho nemmeno mai parlato direttamente. Conte è uno dei mille avvocati che hanno sostenuto altrettante richieste di pazienti che cercavano di ottenere le cure Stamina presso l’Ospedale di Brescia”. Vannoni, laureato in Scienze della comunicazione e privo di attestati in campo medico, ha patteggiato nel 2015 una pena a un anno e 10 mesi per associazione a delinquere finalizzata alla truffa ed esercizio abusivo della professione medica. Il metodo Stamina risulta privo di validazione scientifica: rivolto in particolare alla cura delle malattie neurodegenerative, si basa secondo Vannoni sulla conversione di cellule staminali in neuroni senza alcuna stimolazione. “Il professor Conte dimostrò una grande sensibilità alla causa di Sofia perché non volle nulla in cambio, lo fece pro bono, perché penso si sentisse toccato dalla vicenda avendo anche lui un figlio più o meno della stessa età”, ha dichiarato Caterina, madre della piccola Sofia.

Deejay, Fiorello è Giuseppe Conte: "Sarò il maestro di burraco degli italiani", scrive il 25 maggio 2018 Repubblica TV. La prima imitazione del neo premier Giuseppe Conte arriva da Fiorello che su radio Deejay, nel programma "Il Rosario della sera", lo presenta così: "Ma quale italiano non ha mai esagertao sul cucrriculum solo per fare bella figura?". E ancora: "Chi non ha mai detto 'Roma-Milano, casello-casello, 2 ore e 3'? Chi non ha mai detto 'sulle piste di Cortina Tomba non mi stava dietro'?, Chi non mai detto 'sulla panca faccio i pettorali con 130 chili'?"

Giuseppe Conte, cosa dicono di lui i suoi studenti. Non sempre presente a Firenze. Ma le lezioni che ha tenuto vengono giudicate «interessanti e avvincenti». Un ragazzo bocciato sei volte: «Lo avevamo soprannominato Pippo Inzaghi», scrive il 22 maggio 2018 Lettera 43. Felice il rettore e felici (ma non tutti) i suoi allievi: affidare a Giuseppe Conte, ordinario di Diritto privato all'Università di Firenze, l'incarico di formare il nuovo governo sarebbe una notizia accolta con sostanziale favore dalla comunità universitaria (leggi anche: Governo, Conte torna in bilico: tempi più lunghi per l'incarico).

IL RETTORE: «È UNA BELLA COSA, MA ASPETTIAMO». «È una bella cosa, però aspettiamo», ha detto il 22 maggio il rettore Luigi Dei, rispondendo con una certa prudenza alle domande dei giornalisti sul tema. «Non ho avuto modo di sentirlo», ha aggiunto, «penso che ci sentiremo, ma aspettiamo la decisione del presidente della Repubblica». E cosa ne pensano i suoi allievi? Chiacchierando con loro arrivano consensi e qualche appunto.

NON SEMPRE PRESENTE A FIRENZE. «Non era quasi mai a Firenze, ha fatto poche lezioni l'anno in cui ho frequentato il suo corso e il secondo anno ne ha fatte ancora meno, mandava spesso i suoi assistenti», racconta uno studente di Giurisprudenza che preferisce rimanere anonimo, perché «mi manca ancora qualche esame alla laurea». «Non è stato sempre presente», osserva Damiano Cerina, studente che ha frequentato il corso due anni fa, «però le lezioni che ha tenuto sono sempre state interessanti e avvincenti».

LA SOMIGLIANZA CON L'EX ATTACCANTE DEL MILAN. Pietro D'Urso ha ammesso ai microfoni di Un giorno da pecora su Rai Radio1 di essere stato bocciato sei volte da Conte: «Sapeva che ero molto preparato, ma non era sufficiente. Perché a questa preparazione andava aggiunto un linguaggio adeguato», ha spiegato, raccontando che il giurista «era molto elegante e galante» con le ragazze e si era guadagnato il soprannome di «Pippo Inzaghi» per la somiglianza con l'ex attaccante del Milan.

COMPETENZA GARANTITA. Ma se davvero lasciasse l'ateneo fiorentino per Palazzo Chigi? «Avrei sinceramente un po' di dispiacere, però è una grande opportunità e sarei felice per lui», sostiene Costanza Delfino, studentessa del primo anno di Giurisprudenza. Della stessa opinione è Adriano Capitanio, del terzo anno: «È bello sapere che in politica si avrà qualcuno che ha scritto in faccia 'competenza'». Per Niccolò Decorato, studente del terzo anno, Conte «è un bravo professore, cerca di coinvolgere gli studenti ma soprattutto cerca di motivarli, ha molta grinta. Non faccio parte di coloro che fanno riferimento a quella parte politica, ma sono sollevato perché quantomeno Conte è una persona di indiscutibile competenza».

CONTE, COM'ERA IL PROF ORA PREMIER? PARLANO GLI STUDENTI, scrive il 25 maggio 2018 "il24.it". Chi meglio dei propri studenti più giudicare un Professore e il suo operato? E' vero che talvolta per antipatia possono esserci giudizi negativi ma quando questi si accumulano (in tempi non sospetti) ci sarà un fondo di verità? E' la domanda che molti italiani si stanno facendo dopo la nomina a premier di Giuseppe Conte, professore di diritto privato all'Università di Firenze di cui gli studenti non parlano di certo in termini di elogio, anzi. Se sta facendo scalpore l'ultima lettera inviata al docente dopo la sua nomina, è pur vero che giudizi negativi erano riportati già dal 2013 sulla bacheca dell'Università dove il Prof veniva descritto come persona "disorganizzata" e "menefreghista". Ecco la lettera a lui rivolta da una sua studentessa: "Caro professor Giuseppe Conte, lei potrà anche diventare il presidente del consiglio grazie al suo curriculum falso e ridicolo ma io non dimenticherò mai il suo fare spocchioso e menefreghista quando si presentava in aula con almeno 40 minuti di ritardo oppure non si presentava per niente senza nemmeno avvertire e lasciava i suoi studenti per due ore ad aspettare, non dimenticherò mai le liste di attesa per il suo ricevimento al quale non si presentava, la sua negligenza nel fissare gli appelli di esame ai quali si presentava ovviamente in ritardo, il suo fare ..... il suo menefreghismo e la sua scarsa considerazione verso tutti. È proprio vero che la meritocrazia non esiste. Ecco il presidente b..... pieno di soldi e r..... che questo paese si merita! Italioti mediocri senza scrupoli che per interessi personali avete distrutto questo Paese! L'unica soluzione è EMIGRARE. ITALIA DI MERDA".

Iva, multe e previdenza: ecco le tasse che Giuseppe Conte "dimenticò" di pagare. Nel 2011 Equitalia aveva ipotecato la casa del premier incaricato, che poi ha saldato cancellando il debito. Il professore ha comprato l'appartamento a 34 anni per 450 milioni di lire dall'immobiliarista Statuto, scrivono Emiliano Fittipaldi e Nello Trocchia il 23 maggio 2018 su "L'Espresso". Circa 17 mila euro di Iva non pagata e omesse ritenute, 18 mila euro di mancati versamenti Irpef-Irap e Iva, oltre 6 mila euro dovuti e non versati alla Cassa nazionale di previdenza forense, più qualche multa stradale e sanzioni accessorie: ecco, nel dettaglio, i debiti che il professor Giuseppe Conte aveva con il fisco italiano, e che hanno costretto Equitalia, nel marzo del 2011, a chiedere l'ipoteca legale «per la complessiva somma di 24.600 euro, a garanzia del proprio credito di 49.200 euro», sulla casa romana di proprietà del candidato premier del nuovo governo tra M5S-Lega. La vicenda è stata raccontata ieri dall'Espresso, oggi aggiungiamo nuovi dettagli sul giallo. Nel documento deposto in conservatoria, si evidenzia come nel 2006 il presidente del Consiglio in pectore abbia dimenticato di pagare l'imposta sul valore aggiunto per 15.700 euro, a cui aggiungere gli interessi di mora, mentre i tributi non versati alla Cassa riguardano gli anni 2002, 2006 e 2007. In un'altra cartella esattoriale, del 2009, il debito arriva a 26 mila euro complessivi. Ieri il suo commercialista Gerardo Cimmino, contattato da chi vi scrive, aveva spiegato che si era arrivati all'ipoteca perché «l'Agenzia ha mandato le comunicazioni via posta, ma nello stabile romano del professore il portiere non c'è. La cartolina è stata probabilmente smarrita. Quando il contribuente non si presenta, e non porta i giustificativi della dichiarazione, iscrive al ruolo tutto l'Irpef sulla dichiarazione non presentata. Quando il professore se ne è accorto, ha saldato tutto. A oggi Conte non ha alcuna pendenza con il fisco. Bastano 4-5 ritenute mancanti sulle fatture che il professore emetteva per arrivare a quella cifra. Può succedere a tutti. Non si sono aperte procedure penali, solo una questione fiscale». Sarà vero, ma le carte raccontano quantomeno una distrazione "recidiva". La casa romana del professore (in tutto 130 metri quadri) ipotecata da Equitalia è in una delle più belle strade della Capitale, a Via Giulia: le visure catastali segnalano che è stata comprata nel 1999, quando Conte aveva solo 34 anni, per 450 milioni di vecchie lire. Il venditore era la società Giulia Immobiliare, controllata dalla “Michele Amari” srl, la capogruppo italiana dell'immobiliarista Giuseppe Statuto, che ha avuto il pagamento in due tranche: una subito, da 140 milioni, a cui si è aggiunto un versamento successivo da 310 milioni di lire. Gli altri inquilini del palazzo, che hanno comprato nello stesso periodo, hanno speso al metro quadro cifre molto simili. Il giovane avvocato ha probabilmente dovuto investire molto anche nella ristrutturazione: dagli atti risulta che la casa fosse infatti in «pessimo stato di manutenzione», necessitando di «messa a norma degli impianti». Oggi l'appartamento di cinque stanze più accessori vale molto di più di quanto pagato, e l'ipoteca Equitalia solo un brutto ricordo per il premier incaricato: una volta girato al fisco il dovuto che non era stato versato per anni, a novembre 2011 l'ente ha chiesto la cancellazione dell'ipoteca.

Giuseppe Conte, il giallo della casa ipotecata da Equitalia. Nel 2009 al professore è arrivata una sanzione esattoriale da 52 mila euro. Il suo commercialista: «Tasse non pagate? No, solo normali controlli sulla dichiarazione dei redditi. Non abbiamo presentato i documenti in tempo». Ma alla fine il candidato premier, invece di fare ricorso, ha pagato la multa per intero, scrivono Emiliano Fittipaldi e Nello Trocchia il 22 maggio 2018 su "L'Espresso". Nel database della Conservatoria di Roma consultato da L''Espresso c'è un'informazione sul professor Giuseppe Conte che ancora non si conosceva: il candidato premier in pectore del governo Di Maio-Salvini nel 2009 s'è visto arrivare un'ipoteca legale da parte di Equitalia per un importo di oltre 52 mila euro. Un'ipoteca che l'agenzia fa direttamente sulla casa romana di proprietà del docente dell'università di Firenze, per un «importo capitale» di 26 mila euro di cui ad ora non si conoscono precisamente le origini. Un'iscrizione ipotecaria può essere fatta per mille motivi: multe di vario tipo non pagate, bollette, fallimenti, detrazioni farlocche di cui l'Agenzia chiede la restituzione, o ancora tasse e imposte dovute e mai versate all'erario. Abbiamo chiesto direttamente allo staff del professor Conte le motivazioni dell'iscrizione ipotecaria, che ha spiegato che l'iscrizione è stata poi cancellata nel 2011. Il commercialista di Conte si chiama Gerardo Cimmino, e vive a San Giovanni Rotondo. Spiega così la vicenda: «Il professore nel 2009 ha avuto una richiesta di documentazione inerente le sue dichiarazioni dei redditi. L'agenzia ha mandato le comunicazioni via posta, ma il portiere non c'è. La cartolina è stata smarrita. Quando il contribuente non si presenta, e non porta i giustificativi della dichiarazione, iscrive al ruolo tutto l'Irpef sulla dichiarazione non presentata». Le deduzioni, insomma, non avrebbero avuto i giustificativi necessari: l'imposta e le sanzioni sarebbero dunque state iscritte a ruolo. Nemmeno questa cartella, però, sarebbe mai arrivata nella cassetta delle lettere. «Ecco perché è scattata l'ipoteca. Quando il professore se ne è accorto, ha saldato tutto. Ad oggi Conte non ha alcuna pendenza con il fisco. Bastano 4-5 ritenute mancanti sulle fatture che Conte emetteva per arrivare a quella cifra. Può succedere a tutti. Non si sono aperte procedure penali, solo una questione fiscale». La domanda, adesso, è però questa: come mai Conte, se aveva davvero tutte le carte in regola, invece di pagare 26 mila euro non ha poi presentato le certificazioni delle ritenute d'acconto richieste dall'Agenzia, in modo da fare ricorso contro la sanzione, vincere e non pagare quanto richiesto “ingiustamente” dall'erario? I tempi per fare un ricorso, infatti, c'erano tutti. «Diciamo che ha voluto subito levarsi il dente, e ha pagato tutto quello che c'era da pagare», chiosa Cimmino a L'Espresso. Dopo la vicenda del curriculum e la storia Stamina, il giallo Equitalia chiude una giornata che per il professore non è stata facile. Per Di Maio e Salvini rischia di concludersi ancora peggio.

Perché il caso Stamina è la macchia più grave per Giuseppe Conte. Il possibile presidente del Consiglio, indicato a Mattarella dai leader di M5S e Lega, è stato coinvolto in prima persona nella battaglia sulle cure proposte da Vannoni e rivelatesi una truffa. Ecco cosa è successo, scrive Mauro Munafò il 22 maggio 2018 su "L'Espresso". Non c'è solo il caso delcurriculum "gonfiato"a preoccupare il professor Giuseppe Conte, possibile prossimo presidente del Consiglio di un governo M5S e Lega. Nelle ultime ore sui giornali e sui social è tornato sotto i riflettori il suo ruolo nel cosiddetto "metodo Stamina", il protocollo di cure proposte da una fondazione guidata da Davide Vannoni per curare malattie neurodegenerative, rivelatesi poi una totale bufala. Bufala che ha però illuso centinaia di malati e le loro famiglie, innescando un lungo contenzioso legale e un potente battage mediatico (con la trasmissione televisiva Le Iene in prima fila a sostenere la bontà del metodo). E che è costata cara anche al suo ideatore Vannoni. Qual è stato in tutto questo caso il ruolo di Giuseppe Conte? Il professore era l'avvocato difensore della famiglia della piccola Sofia, affetta da leucodistrofia metacromatica (malattia degenerativa terminale che porta a progressiva paralisi e cecità) e diventata presto il simbolo di tutta la battaglia per far accettare il "metodo Stamina" anche nella sanità pubblica. Da legale, Conte era riuscito a far proseguire le cure compassionevoli con il metodo Stamina per Sofia presso gli Spedali civili di Brescia, dopo che questo sistema era stato bloccato dall'Aifa perché potenzialmente dannoso. Fino a qui, nulla di male. Un professionista che svolge il proprio lavoro e difende i diritti dei suoi clienti non può essere criticato per questo, anche se le tante interviste rilasciate, anche in tv, sulla bontà del sistema Vannoni di certo oggi non migliorano la credibilità di Conte. Le critiche maggiori nascono però da un'ulteriore azione promossa da Conte, ovvero la partecipazione in prima persona alla creazione della onlus Voa Voa in ricordo di Sofia e pensata proprio per sostenere le cure come il metodo Stamina: la Stamina Foundation è stata infatti la prima a beneficiare dei fondi raccolti da Voa Voa. In difesa di Conte arrivano in questo caso le dichiarazioni della famiglia di Sofia: «Il professor Conte – ha spiegato Caterina Ceccuti, la madre, al Corriere della Sera – dimostrò una grande sensibilità alla causa perché non volle nulla in cambio, lo fece pro bono, perché penso si sentisse toccato dalla vicenda avendo anche lui un figlio più o meno della stessa età. Accettò anche per il fatto che la cura era regolarmente somministrata da un ospedale pubblico, e che c’erano le basi per la continuità terapeutica: la bambina aveva già iniziato la terapia». Secondo quanto ricostruito da Valigia Blu inoltre, il professore non è stato coinvolto direttamente nella creazione dell'associazione (anche se in una pria fase così doveva essere), ma solo in veste di legale. In ogni caso, dal punto di vista politico, Giuseppe Conte può però stare tranquillo: d'altra parte i partiti che ne sostengono la candidatura a presidente del Consiglio sono stati i primi a difendere la bontà di Stamina. Sul blog di Beppe Grillo è stata data ampia pubblicità alle proteste pro Stamina, e in Parlamento il pentastellato Andrea Cecconi, capogruppo della Commissione Affari Sociali dichiarò: “Il MoVimento ritiene che il metodo sia efficace". Sul fronte Lega invece il deputato Rondini arrivò a dichiarare: «È inaudito quel che talvolta accade in questo Paese che, a quanto pare, riserva ai soli immigrati ogni forma di pietà umana. Peccato che non riesca a declinare anche ai cittadini italiani, specie quelli meno fortunati, qualche barlume di generosità. Pensiamo solo alla vergognosa decisione di interrompere la sperimentazione del metodo Stamina, una speranza per moltissime famiglie. È l’ennesima vergogna di questo governo: buono con i cattivi e cattivo con i buoni».

Da Scelba a Leone: gli avvocati a Palazzo Chigi. Conte sarebbe il quinto avvocato a ricoprire il ruolo del presidente del Consiglio, ma il primo a definirsi avvocato del popolo, scrive Francesco Damato il 26 Maggio 2018 su "Il Dubbio". Per quanto possa sembrare strano, considerando la diffusione della professione forense fra i politici passati come deputati e senatori nelle aule parlamentari durante le 18 legislature repubblicane, quello che sta per insediarsi a Palazzo Chigi è solo il quinto degli avvocati succedutisi alla guida dei governi del secondo dopoguerra. Ma è il primo ad essersi orgogliosamente dichiarato “avvocato difensore del popolo italiano”, immaginando un processo nel quale tanto polemicamente quanto rapidamente l’ex segretario del Pd Matteo Renzi dai banchi dell’opposizione si è proposto come “parte civile”, assumendo non so quale avvocato. A tanto non erano arrivati a sentirsi e a proclamarsi, nell’ordine in cui sono saliti al vertice governativo, gli avvocati Mario Scelba, Adone Zoli, Fernando Tambroni Armaroli e Giovanni Leone, quest’ultimo anche professore universitario di diritto processuale penale. Conte invece è professore di diritto privato.

Neppure Leone era arrivato a tanto, sarei tentato di precisare scrivendone come avvocato e paragonandolo agli altri, perché il suo studio legale, fra quelli dei colleghi saliti al vertice dei governo, è stato sicuramente il più frequentato e attrezzato in assoluto. E lui usava vantarsene, anche se alla fine proprio alla sua attività forense si aggrappò, fra l’altro, la denigratrice Camilla Cederna: denigratrice perché condannata per un libro scritto contro di lui quando era presidente della Repubblica. Di quel libro – “La carriera di un presidente”- in cui si parlava di un commercio di grazie concesse da Leone a vantaggio di clienti di suoi ex colleghi avvocati o familiari, furono vendute oltre 600 mila copie, prima che fosse ordinato, dopo la condanna definitiva dell’autrice, il macero di quelle ancora in vendita. Che sembra fossero ancora tante. Una ventina d’anni dopo, parlandone insieme nella sua bella casa, alle Rughe, Leone mi disse che di tutte “le nefandezze” scritte e dette su di lui lo avevano maggiormente ferito proprio quelle sulle grazie. D’altronde, fu proprio una grazia, neppure concessa peraltro, perché non ne ebbe il tempo di concederla davvero alla detenuta brigatista Paola Besuschio, che gli costò il Quirinale, come vedremo. Il libro della Cederna ebbe un peso importante nelle dimissioni imposte a Leone dai vertici della sua Dc e del Pci con la condivisione del partito più garantista del panorama politico italiano: quello di Marco Pannella. Che purtroppo se ne lasciò condizionare pure lui, salvo scusarsi pubblicamente, oltre che con l’interessato, e al pari degli altri, dopo molto, moltissimo, troppo tempo. La figura del presidente Leone era stata sporcata tanto dalla campagna aperta o alimentata dalla Cederna da prestarsi in qualche modo al sacrificio invocato per ragioni politiche da Enrico Berlinguer. Il quale dopo un referendum che, a suo avviso, salvando per poco la legge sul finanziamento pubblico dei partiti, aveva rivelato una preoccupante insofferenza popolare verso le istituzioni, reclamò un segno tangibile di cambiamento. Eppure dalle urne referendarie, il 12 giugno 1978, quella legge era uscita confermata col 56,4 per cento dei no all’abrogazione e il 43,5 per cento dei sì, e con una partecipazione al voto di oltre l’ 80 per cento degli elettori: un risultato, quindi, abbastanza consolante per i partiti, anche se letto con gli occhiali di oggi, abituati come ci siamo a dati di affluenza abbastanza modesti ad ogni tipo di consultazione elettorale. Tuttavia, al di là delle spiegazioni ufficiali, al di là dei sospetti allungati sulla famiglia Leone anche per lo scandalo delle tangenti sugli aerei militari della Lookeed, venduti all’Italia con la mediazione di un professore universitario – Antonio Lefebvre d’Ovidio – suo amico e conterraneo, l’allora presidente della Repubblica pagò nella tragica primavera del 1978 la colpa, il coraggio, il buon senso, l’imprudenza, secondo le varie opinioni, di essersi messo di traverso alla linea delle fermezza adottata dal governo e dalla maggioranza dell’epoca- un governo monocolore democristiano presieduto da Giulio Andreotti e una maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale, comprensiva del Pci- di fronte al tragico sequestro di Aldo Moro. Che era avvenuto il 16 marzo di quell’anno tra il sangue della scorta del presidente della Dc, decimata in via Fani, a Roma. Leone, di concerto col giurista e amico Giuliano Vassalli, e incoraggiato nel suo partito solo dall’allora presidente del Senato Amintore Fanfani, dopo avere esaminato la lista dei tredici detenuti – “prigionieri”, secondo i brigatisti rossi – con i quali i terroristi avevano chiesto di scambiare il presidente dello scudo crociato, scelse la Besuschio per un unico provvedimento di clemenza. Ma gli aguzzini, informati tempestivamente per chissà quali canali, piuttosto che spaccarsi valutando la congruità o meno di una sola grazia per rilasciare vivo Moro, ne accelerarono l’uccisione. Leone rimase, quel drammatico 9 maggio di 40 anni fa, con la penna in mano. E dopo poco più di un mese, il 15 giugno, fu costretto – guarda caso- a dimettersi, in un clima di discredito e di isolamento che gli avrebbe a lungo impedito di parlare proprio della tragedia di Moro, degli ostacoli incontrati sulla strada di una iniziativa a suo favore e di altro ancora. Qualsiasi cosa avesse voluto dire Leone per dissentire o recriminare, o reclamare la verità sugli aspetti oscuri e inquietanti del sequestro Moro e del suo epilogo, sarebbe stata sommersa dal ricordo delle dimissioni impostegli per motivi ritenuti generalmente, in quel periodo, più morali che politici. Per tornare a Leone avvocato e presidente del Consiglio, le sue esperienze al vertice del governo furono due, nel 1963 e nel 1968: entrambe stagionali, diciamo così, per consentire prima l’avvio e poi la ripresa dell’alleanza fra democristiani e socialisti, rispettivamente con Moro e Mariano Rumor a Palazzo Chigi. I suoi furono chiamati governi “balneari”. Ma Leone ne fu ugualmente fiero per le occasioni fornitegli di servire il Paese, come soleva dire. Nel 1963, peraltro, toccò proprio a lui l’onore e il piacere di accogliere in un clima di reciproca simpatia, e di festa popolare, il giovane presidente americano John Fitgerald Kennedy in Italia, e nella “sua” Napoli in particolare. Kennedy peraltro sarebbe stato assassinato a Dallas solo qualche mese dopo. Triste invece fu quell’anno il compito di Leone di accorrere come presidente del Consiglio nelle terre venete devastate dalla sciagura del Vajont. In cui persero la vita, travolte dall’acqua di una diga esondata per una frana, millenovecentodieci persone. Sarebbe poi toccato curiosamente, e forse infelicemente, al suo studio legale difendere la come lui.

Scelba, siciliano di Caltagirone, come lo storico fondatore del Partito Popolare don Luigi Sturzo, era stato presidente del Consiglio dal febbraio 1954 all’estate del 1955, con una coalizione centrista invisa politicamente al collega di partito Giovanni Gronchi. Che, eletto presidente della Repubblica, e smanioso di favorire l’evoluzione dal centrismo al centro sinistra, trasformò in effettive le abituali dimissioni di cortesia del presidente del Consiglio in carica. Ma il cammino verso l’alleanza con i socialisti era destinato a rivelarsi più lungo e faticoso del previsto.

Fu proprio durante il settennato di Gronchi al Quirinale che la Dc dovette ricorrere, fra il 1957 e il 1958, ad un governo monocolore presieduto dall’avvocato romagnolo Adone Zoli e sostenuto anche dai missini. I cui voti il presidente del Consiglio definì nell’aula della Camera, voltando le spalle ai banchi della destra, “né richiesti né graditi”. Ma li prese lo stesso per portare a casa la fiducia. E si guadagno poi il plauso di quella parte politica per avere autorizzato il trasferimento della salma di Benito Mussolini dal luogo segreto in cui era sepolta alla tomba di famiglia a Predappio.

Nel 1960 sarebbe toccato ad un altro avvocato, il marchigiano Tambroni, formare un governo monocolore democristiano che, concepito per guadagnarsi l’astensione dei socialisti di Pietro Nenni, si ritrovò i voti determinanti del Movimento Sociale. Del cui congresso convocato a Genova, città medaglia d’oro della Resistenza, il governo si rese garante con un eccezionale dispiegamento della forza pubblica. Seguirono nella stessa Genova e altrove tumulti di piazza, con morti e feriti, che non fecero durare quel governo più di quattro mesi. Ma Tambroni, un po’ da precursore dell’” avvocato del popolo”, come si è dichiarato forse con un po’ di imprudenza Giuseppe Conte nella loggia delle Vetrate, al Quirinale, dopo avere ricevuto l’incarico di presidente del Consiglio dal capo dello Stato, incerto sino all’ultimo se affidarglielo davvero, si era nel frattempo guadagnato con la riduzione del prezzo della benzina, mai vista in precedenza né poi imitata da alcuno, una certa popolarità. Che la sinistra, esterna ma anche interna al suo partito, considerò troppo pericolosa nel contesto degli equilibri politici e parlamentari che si erano realizzati attorno a lui, sia pure in modo imprevisto perché – ripeto- Tambroni era salito al vertice del governo nella previsione di un’astensione dei socialisti, venuta meno all’ultimo momento. Da sinistra la sua esperienza aveva quindi virato improvvisamente a destra. Anche per l’avvocato e presidente del Consiglio Giuseppe Conte, proveniente – a suo dire – da sinistra prima dell’incrocio col movimento delle 5 stelle, il contesto politico, chiamiamolo così, non so francamente se più populista o pasticciato, potrebbe rivelarsi galeotto. Se già non lo è.