Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2018

 

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

SECONDA PARTE

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2018, consequenziale a quello del 2017. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

INTRODUZIONE.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

L'ANNO CHE SARA'...

L'ANNO CHE E'...

...E L'ANNO CHE FU...

LE ELEZIONI IN ITALIA.

GENTISMO-POPULISMO-SOVRANISMO.

LA NUOVA IDEOLOGIA.

NUOVO ANNO: VECCHIA POLITICA. SOLITE PROMESSE ELETTORALI E SOLITI COGLIONI CHE CI CREDONO.

GLI SPIN DOCTOR. PERSUASORI DEI GOVERNI.

MARCELLO FOA E LE FACCE TOSTE.

GIORNALISTI: PENNIVENDOLI PUTTANE E SCIACALLI.

LE SOLITE FAKE NEWS DEI MEDIA DI REGIME.

LA SOLITA FAZIOSITA'.

I SOLITI NIMBINI ESTREMISTI PARTIGIANI.

GRANDI OPERE. CHI LE VUOLE E CHI NO.

I SOLITI DUBBI DI BROGLI ELETTORALI.

POLITICHE 2018: VINCE LA RIBELLIONE, L’ASSISTENZIALISMO O IL POPULISMO?

SPOT, PRIVILEGI E POPULISMO.

SUSSIDI. QUANDO ESSER POVERO CONVIENE.

IL DIRITTISMO.

L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA FONDATA SUL TRASFORMISMO E SULLA CONFUSIONE.

L'ITALIA E' UNA REPUBBLICA FONDATA SUL TRADIMENTO.

LA REPUBBLICA DEGLI INSULTI.

LE SETTE IDEOLOGICHE FIGLIE DEL SOCIALISMO: FASCISMO, COMUNISMO, LEGHISMO E GRILLISMO.

1918. L’INIZIO DELLA SECONDA GUERRA MONDIALE. 

MAI NULLA CAMBIA: 1958.

MAI NULLA CAMBIA. 1968: TRAGICA ILLUSIONE.

1978. L’ANNO DEI TRE PAPI.

NUOVE E VECCHIE ICONE. DA PADRE PIO AL GRANDE FRATELLO.

LA FINE DELLA DIVERSITA' MORALE. I PANNI SPORCHI SI LAVANO IN...LA REPUBBLICA.

L’EMERGENTE POLITICA.

LA TERZA REPUBBLICA?

MARIA ELISABETTA ALBERTI CASELLATI. PRESIDENTE DEL SENATO.

ROBERTO FICO. PRESIDENTE DELLA CAMERA.

L'ITALIA COMMISSARIATA: EMERGENZA DEMOCRATICA.

CARLO COTTARELLI. IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GRADITO ALL'EUROPA.

GIUSEPPE CONTE. PRESIDENTE DEL CONSIGLIO TROMBATO.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

GOVERNO E PRESCRIZIONE.

100 ANNI. LA CAMERA DEI FANTASMI.

EMMA BONINO, I 5 STELLE PRO CASTA E LA FINE DEL PARLAMENTO. 

QUELLI DELLA LEGITTIMA DIFESA...NEL PARADISO DEI RAPINATORI.

I MORALISTI DEL CAZZO. QUELLI CHE NON SAPEVANO.

MANOVRA ECONOMICA. TUTTI CONTRO UNA.

EI FU...LA MODA ITALIANA.

TRA CASTA ED ELITE CON CONCORSO TRUCCATO.

COSA NON C'ERA 10 ANNI FA.

I LIBERTINI.

LA MORTE DEGLI GLI ATEI, SENZA PATRIA E SENZA RE.

L’IGNORANZA SACCENTE. I MITI DA SFATARE.

QUEI PERSONAGGI DEGNI DI ESSERE RICORDATI: FERDINANDO IMPOSIMATO, MARINA E CARLO RIPA DI MEANA, PIERO OSTELLINO, STEPHEN HAWKING, FABRIZIO FRIZZI, EMILIANO MONDONICO, LUIGI DE FILIPPO, ARRIGO PETACCO, FABRIZIO QUATTROCCHI, CARLO VANZINA, SERGIO MARCHIONNE, RITA BORSELLINO, VINCINO, INGE FELTRINELLI, BERNARDO BERTOLUCCI, SANDRO MAYER, GEORGE HERBERT WALKER BUSH, ENNIO FANTASTICHINI, GIGI RADICE, FELICE PULICI, ANDREA G. PINKETTS, ENZO BOSCHI, STEFANO LIVIADOTTI, GRAZIA NIDASIO.

CHI CI HA LASCIATI…

IL GIORNO DEL RICORDO DEGLI SMEMORATI.

I SOLITI FATTI DI CRONACA.

IL SOLITO 25 APRILE.

LA SOLITA VIOLENZA POLITICA SINISTROIDE.

ED ANCORA IL SOLITO FASCISMO. I SOLITI RAZZISTI. I SOLITI SCIACALLI.

I SOLITI GIUSTIZIALISTI A SENSO UNICO.

LA SOLITA GOGNA ED INGIUSTIZIA.

IL DIRITTO DI CRITICA GIUDIZIARIA.

I SOLITI FORCAIOLI MANETTARI INFORCATI ED AMMANETTATI.

CIANCIOPOLI: EDITORIA E POTERE.

LA MAFIA OPINABILE.

IL SOLITO MERCIMONIO ISTITUZIONALE.

A 60 ANNI DALLA LEGGE MERLIN: SIAMO TUTTI PUTTANE.

ABORTO. 40 ANNI DOPO LA LEGGE 194.

MANICOMI. 40 ANNI DOPO LA LEGGE 180.

I SOLITI MISTERI IRRISOLTI.

IL SOLITO PERICOLO NUCLEARE.

I SOLITI TRATTATI INTERNAZIONALI (VERI O FALSI).

CLAUDIO BAGLIONI E LE SOLITE CANZONETTE.

I NUOVI SANTI.

LA NOVANTENNE BEFANA.

BUON COMPLEANNO AL CIAO.

SE TI TOCCA, TI TOCCA. LA RIVINCITA DEL DESTINO.

I MOSTRI SIAMO NOI...

I 25 ESERCITI PIU’ POTENTI AL MONDO.

GLI INCUBI DEI SOLDATI ITALIANI.

2018 SOLITO RAZZISMO

 

   

 SECONDA PARTE

 

GOVERNO E PRESCRIZIONE.

Grillini e leghisti come nel poema della “Secchia rapita”. Era il 1200, scrive Francesco Damato l'11 Novembre 2018 su "Il Dubbio".  Provate a paragonare i leghisti e i grillini di questi giorni, impegnati col problema della prescrizione, ai bolognesi e modenesi del 1200 raccontati quattro secoli dopo da Alessandro Tassoni nel poema eroicomico della “Secchia rapita” e troverete – con la dovuta fantasia naturalmente – assonanze divertenti.

Come i bolognesi dei tempi di Federico II, i leghisti hanno cominciato compiendo qualche fastidiosa scorribanda nel territorio dei grillini con i dubbi del potente sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti sulla fattibilità del cosiddetto reddito di cittadinanza. I grillini, convinti di avere risolto tutto facendo inserire nel bilancio del 2019, e in deficit, più di sei miliardi di euro fra le proteste e le minacce europee di una procedura d’infrazione, non hanno gradito. E hanno invaso a loro volta il territorio dei leghisti. Dove, anziché abbeverarvisi, come nel poema del Tassoni, hanno preso a calci una secchia di legno appesa al pozzo del codice penale e contenente la prescrizione, cara – secondo loro – al partito di Matteo Salvini per i benefici ricavati sinora da corrotti, stupratori, assassini e ogni altra sorta di delinquenti frequentati elettoralmente, e imprudentemente, dall’attuale ministro dell’Interno e dai forzisti di Silvio Berlusconi. Dei quali i leghisti sono rimasti alleati a livello locale, anche dopo avere stipulato con i grillini il contratto del governo gialloverde in carica, presieduto da Giuseppe Conte. Ma dei quali, soprattutto, potrebbero tornare ad essere alleati anche alle prossime elezioni politiche. Dopo avere preso a calci la secchia della prescrizione i grillini, come i modenesi del Medio Evo, se la sono portata come un trofeo nel loro territorio. Dove l’hanno caricata sulla diligenza di una legge contro la corruzione, chiamata enfaticamente “spazzacorrotti”, e ne hanno proposto lo sfondamento. Tale sarebbe infatti la prescrizione se fosse eliminata, come vogliono appunto i grillini, alla prima sentenza nei processi, lasciando senza alcuna scadenza i due successivi gradi di giudizio. I bolognesi, cioè i leghisti, hanno reagito duramente accusando i grillini di avere scoperto anzitempo la bomba atomica, come l’avvocato Giulia Bongiorno, da qualche mese anche ministro della Pubblica amministrazione con la spilla di Alberto da Giussano sul bavero della giacca, ha definito la soppressione della prescrizione proposta dal suo collega guardasigilli Alfonso Bonafede. E si sono perciò mossi minacciosamente sul territorio bolognese incontrando resistenze accanite. Alla fine la rottura del contratto di governo- richiamato da entrambe le parti, per la sua astuta genericità, a sostegno delle proprie tesi- e la conseguente crisi ministeriale, a sessione di bilancio, come si dice, appena aperta, sono state evitate con un caffellatte preso a Palazzo Chigi dai guerrieri. Che hanno trovato a sorpresa in meno di mezz’ora un accordo, o un compromesso, come preferite. La secchia della prescrizione è rimasta nelle mani dei grillini, che possono tenersela sulla diligenza della legge contro la corruzione mettendole dentro un ordigno a tempo. Che la sventrerebbe entro il 31 dicembre del 2019, o il 1° gennaio del 1920, come ha preferito annunciare il soddisfattissimo ministro della Giustizia, smanioso di vedere finalmente in braghe di tela tutti gli aspiranti prescritti. Ma la secchia è stata sua volta appesa, sempre nella diligenza della legge sulla corruzione in viaggio tra i corridoi e le aule di commissione della Camera, per poi passare al Senato, a un gancio con la manina dell’avvocato Bongiorno. Il gancio, un po’ simile a quello al quale è appesa a Modena nella Torre Ghirlandina la secchia immortalata dai versi del Tassoni, altro non è che la riforma del processo penale propostasi nell’occasione dal governo. Che pensa di riuscire nell’anno o poco più che manca al 31 dicembre del 2019, o al 1° gennaio del 2020, a rimanere naturalmente al suo posto, a proporre e a farsi approvare dalle Camere un’apposita legge delega e a varare infine i decreti delegati. Che dovrebbero fare il miracolo di abolire la prescrizione e al tempo stesso garantire non dico i processi rapidi invocati dai leghisti, ma quanto meno la loro “durata ragionevole” garantita dalla Costituzione. A interrompere, anzi a guastare le feste al solito improvvisate dai grillini, fra terraferma e barconi sul Tevere, quando ritengono di avere segnato un punto a loro favore nell’eterna partita contro avversari e anche alleati, sono arrivati i soliti giornalisti chiedendo al ministro Giulia Bongiorno sulla soglia del Senato, reduce proprio dal caffellatte a Palazzo Chigi, che cosa accadrà della prescrizione a 5 stelle se alla fine dell’anno prossimo la riforma del processo penale non avrà tagliato il traguardo. “Non se ne farà nulla”, ha risposto Bongiorno. Informati di ciò che evidentemente nel caffellatte a Palazzo Chigi non avevano afferrato, o la Bongorno e Salvini magari non avranno loro spiegato bene, Di Maio e Bonafede sono rimasti basiti. E son tornati alla guerra contro i leghisti, come in quella lunghissima della secchia rapita, e del conte di Culagna, raccontata nel 1614 da Alessandro Tassoni. Già insoddisfatto per conto suo della prescrizione di conio grillino, diversa da quella che lui vorrebbe troncare all’inizio delle indagini, ben prima del rinvio dell’imputato a giudizio, il buon Piercamillo Davigo ha dato un’ulteriore delusione ai suoi estimatori sotto le cinque stelle. In particolare, il neo- consigliere superiore della magistratura ha detto che gli effetti della riforma grillina della prescrizione si vedranno quando lui sarà già morto. E non è proprio un bell’augurio alla causa politica e giudiziaria di Di Maio, Bonafede e amici, considerando che Davigo ha solo 68 anni, compiuti da meno di un mese, e gode meritatamente – per carità di ottima salute.

100 ANNI. LA CAMERA DEI FANTASMI.

20 novembre 1918-2018. Cento anni della Camera dei deputati: ecco le tappe, scrive Angelo Picariello lunedì 19 novembre 2018 su Avvenire. Dal "bivacco" di Mussolini all'Aventino, fino agli anni di Mani Pulite, le tappe che hanno fatto la storia. Le celebrazioni si concluderanno martedì sera con l'inno europeo. Cento anni, il 20 novembre, dalla prima seduta della Camera dei deputati nella nuova Aula. Cento anni di votazioni, leggi, discussioni, polemiche e ferite delle istituzioni. Anche con gesti di protesta eclatanti, come l’Aventino delle opposizioni per dire no al fascismo. Cento anni che vedono le pagine nere del Ventennio (in realtà iniziate già prima), le gesta profetiche dei ricostruttori, gli anni di piombo, fino alla caduta progressiva del ruolo e del prestigio del Parlamento, da Mani Pulite in poi. Al punto che tutti i protagonisti successivi hanno costruito di sé un’immagine di rottura con il passato, dal Romano Prodi fondatore dell’Ulivo, al Silvio Berlusconi che si schierò contro i «professionisti della politica», dal “rottamatore” Matteo Renzi fino all’attuale «governo del cambiamento». Nell’albo d'onore anche una storica visita del Papa, un già anziano Giovanni Paolo II che il 14 novembre del 2002 lasciò un ricordo indimenticabile nell’aula di Montecitorio, con deputati e senatori riuniti in seduta comune.

LA NUOVA AULA. La prima Aula, progettata da Paolo Comotto e inaugurata nel 1871, si dimostrò presto inadeguata e i lavori dell'Assemblea furono trasferiti in un'Aula provvisoria in attesa di una sistemazione definitiva. La nuova aula, progettata da Ernesto Basile, fu solennemente inaugurata il 20 novembre 1918. Quella data coincideva con la vittoria nella Prima Guerra mondiale. Prima l'Aula, in ferro e legno, opera dell'ingegnere Comotto, era ospitata dall'attuale cortile, con i comprensibili inconvenienti logistici: licenza di cappello e cappotto per contrastare i rigori dell'inverno, mentre la cerimonia del Ventaglio - occasione di saluto della Stampa parlamentare, la cui Associazione celebra quest'anno il medesimo compleanno - nasceva dall'esigenza di fare fronte al caldo estivo.

LA CERIMONIA E LA MOSTRA. Martedì 20 alle 11, alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sarà il presidente della Camera, Roberto Fico, a introdurre una cerimonia commemorativa, mentre la Sala della Regina ospiterà la mostra “La nuova Aula della Camera dei deputati. Il progetto di Ernesto Basile per Montecitorio”: in cinque sezioni, allestite dalla Camera in collaborazione con l'Archivio Basile e l'Università di Palermo, verrà proposto un ricco materiale documentario, anche inedito. La mostra tocca la questione della nuova Aula anche dal punto di vista artistico: il Liberty degli arredi Basile per l'intero palazzo Montecitorio; l'opera architettonica di Ernesto Basile nel complesso della sua attività in varie città italiane. Nel corso della cerimonia sono previsti gli interventi degli storici Alessandro Barbero e Simona Colarizi e dello scrittore Paolo Di Paolo. Nel pomeriggio, alle 18, nell'Aula del Palazzo dei Gruppi parlamentari, alla presenza del Presidente Fico, verrà proiettato in anteprima il documentario "L'Aula di Montecitorio, un secolo tra Arte e Storia", prodotto da Sky.

MUSSOLINI E IL BIVACCO DELLE ISTITUZIONI. «Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli: potevo sprangare il Parlamento e costituire un Governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto». Così Benito Mussolini nel celebre discorso d’insediamento pronunciato il 16 novembre del 1922 poco dopo la “marcia su Roma” avvenuta il 28 ottobre 1922. Il governo Mussolini il 17 novembre ottenne la fiducia dalla Camera con 306 voti favorevoli e 116 contrari.

IL CASO MATTEOTTI E L’AVENTINO. La secessione dell'Aventino prende il nome del colle Aventino su cui si ritirarono i plebei ai tempi dell’antica Roma per protesta contro i patrizi. Si richiamò a questo precedente storico la protesta attuata dai deputati d'opposizione contro il governo fascista in seguito alla scomparsa di Giacomo Matteotti il 10 giugno 1924. Il deputato socialista aveva preso la parola in aula per denunciare i brogli nelle elezioni appena tenutesi ma fu rapito da squadracce fasciste e ucciso. Per lungo tempo il suo corpo non venne ritrovato restando così il mistero sulla sua effettiva sorte. Il 13 giugno Mussolini parlò alla Camera affermando di non essere coinvolto nella vicenda, ma anzi di esserne addolorato; al termine il Presidente della Camera Alfredo Rocco aggiornò i lavori, impedendo la risposta da parte dell'opposizione. Di qui la protesta: il 26 giugno 1924 i parlamentari dell'opposizione si riunirono nella sala della Lupa di Montecitorio, nota anche oggi come sala dell'Aventino. Ma dal governo non arrivò nessuna risposta, fino a che, il 16 agosto, il cadavere di Matteotti fu ritrovato nel bosco della Quartarella. Alla certezza della morte scoppiò una rovente polemica all'interno dello stesso Partito Nazionale Fascista (PNF). Alla Camera fu tenuto il discorso del 3 gennaio 1925, in cui il capo del fascismo si assunse la responsabilità politica, morale e storica dei fatti. Mussolini chiese formalmente al Parlamento un atto d'accusa nei suoi confronti in base all'articolo 47 dello Statuto della Camera, ma ciò non accadde, e il fascismo superò questa gravissima macchia della sua fase di insediamento.

L’ASSEMBLEA COSTITUENTE. Dopo la fine della II Guerra mondiale e la lotta di Resistenza seguita alla caduta del fascismo, una volta sancita la sconfitta della monarchia nel referendum, c’era da strutturare una nuova forma di Stato, su base repubblicana. L'Assemblea Costituente della Repubblica italiana, composta di 556 deputati, fu eletta il 2 giugno 1946 e si riunì in prima seduta il 25 giugno nel palazzo Montecitorio. Continuò i suoi lavori fino al 31 gennaio 1948 e portò all'approvazione della nuova Costituzione repubblicana.

GLI ANNI DI PIOMBO. L’onorevole Aldo Moro, presidente della Dc, fu rapito il 16 marzo del 1978 dopo un agguato delle Brigate Rosse che in via Fani annientarono la sua scorta. Proprio quel giorno alla Camera era in programma il voto di fiducia al governo di solidarietà nazionale guidato da Giulio Andreotti. Fu il picco più drammatico dei cosiddetti anni di piombo che insanguinarono l’Italia. Moro, dopo essere stato un assoluto protagonista dell’assemblea Costituente, lo era stato anche da deputato. Celebre il suo discorso in difesa dell’onorabilità della Dc, in occasione dello scandalo Loocked, l’azienda statunitense che ammise di aver pagato in mezza Europa tangenti per una fornitura di aerei militari. Lo scandalo aveva coinvolto il socialdemocratico Mario Tanassi e il democristiano Luigi Gui. Moro prese la parola in una seduta infuocata e si rivolse agli esponenti dell’opposizione: «Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo sulle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare!», tuonò. L’anno successivo il presidente della Repubblica Giovanni Leone travolto a sua volta dallo scandalo dovette dimettersi. Vent'anni dopo, verificata l'insussistenza delle accuse, i radicali Marco Pannella ed Emma Bonino gli scriveranno una lettera di scuse.

MANI PULITE. La crisi della politica, certamente frutto anche della caduta del Muro di Berlino (nel 1989) e della fine della logica dei blocchi portò allo scoppio dell’inchiesta milanese Mani pulite. Il simbolo di quell’era fu il celebre discorso di Bettino Craxi sul finanziamento illecito ai partiti. «Quel che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale. I partiti… hanno ricorso e ricorrono all'uso di risorse aggiuntive in forma irregolare o illegale. Se gran parte di questa materia dev'essere considerata materia puramente criminale allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest'aula, responsabile politico di organizzazioni importanti che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo, perché presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro». Una chiamata di correità quel 3 luglio del 1992, in aula, alla Camera, che anticipò - dopo l’uscita di scena del leader socialista e la “fuga” in Tunisia, alla sua casa ad Hammamet - la caduta di tutti i partiti della cosiddetta Prima Repubblica, compreso il Pci, che cavalcò la protesta popolare, ma che Craxi aveva accusato di aver ricevuto finanziamenti occulti dall’Unione sovietica.

«ARRENDETEVI, SIETE CIRCONDATI». Un episodio simbolicamente altrettanto rilevante dell’epoca di Tangentopoli avvenne il primo aprile del 1993, quando una manifestazione indetta dai giovani del Movimento sociale italiano cinse d’assedio Montecitorio al grido di «Arrendetevi, siete circondati!», slogan che campeggiava sulle magliette dei giovani. Giorgio Napolitano, presidente della Camera parlò di «irresponsabile gazzarra». Ma, la storia si ripete, lo stesso slogan pari pari verrà ripreso dal fondatore del M5s, Beppe Grillo, armato di megafono, a guidare la protesta davanti a Montecitorio, il 20 febbraio del 2013. Il resto è storia dei giorni nostri, in cui alla guida della Camera dei deputati c’è un esponente del M5s, Roberto Fico. Ma, forse non passerà inosservato, le celebrazioni dei 100 anni si chiuderanno martedì con l’inno europeo. Scelta non scontata, in questi tempi di sovranismo.

Tutti i presidenti di Camera e Senato. Tre sono state donne: Nilde Iotti, Irene Pivetti e Laura Bodrini. Cinque sono poi diventati presidenti della Repubblica: Giovanni Gronchi, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano. Irene Pivetti aveva solo 31 anni quando venne eletta. Oscar Luigi Scalfaro, invece, restò in carica appena un mese. C'è poi chi, come Amintore Fanfani ha il record di elezioni, ben cinque, ma anche quelle delle dimissioni, tre. Mentre non si conoscono ancora i nomi dei successori di Laura Boldrini e Pietro Grasso alla presidenza di Camera e Senato, sono molte le personalità salite sugli scranni più alti del Parlamento, prima dell'arrivo di Elisabetta Alberti Castellati e Roberto Fico, eletti rispettivamente al Senato e alla Camera. Ecco, di seguito, l'elenco completo dei presidenti di Camera e Senato dal 1948 al 2018:

CAMERA DEI DEPUTATI

1- Giovanni Gronchi (Democrazia Cristiana) in carica dall'8 maggio 1948 al 29 aprile 1955

2 - Giovanni Leone (Democrazia Cristiana) in carica dal 10 maggio 1955 al 21 giugno 1963

3 - Brunetto Bucciarelli-Ducci (Democrazia Cristiana) in carica dal 26 giugno 1963 al 14 maggio 1968

4 - Sandro Pertini (Partito Socialista Italiano) in carica dal 5 giugno 1968 al 24 luglio 1976

5 - Pietro Ingrao (Partito Comunista Italiano) in carica dal 5 luglio 1976 al 19 giugno 1979

6 - Nilde Iotti - Prima donna ad essere eletta presidente della Camera (Partito Comunista Italiano e Partito Democratico della Sinistra) in carica dal 20 giugno 1979 al 22 aprile 1992

7 - Oscar Luigi Scalfaro (Democrazia Cristiana) in carica per un solo mese, dal 24 aprile 1992 al 25 maggio 1992

8 - Giorgio Napolitano (Partito Democratico della Sinistra) in carica dal 3 giugno 1992 al 14 aprile 1994

9 - Irene Pivetti (Lega Nord) in carica dal 16 aprile 1994 all'8 maggio 1996

10 - Luciano Violante (Partito Democratico della Sinistra e Democratici di Sinistra) in carica dal 10 maggio 1996 al 29 maggio 2001

11 - Pier Ferdinando Casini (Centro Cristiano Democratico e Unione di Centro) dal 31 maggio 2001 al 27 aprile 2006

12 - Fausto Bertinotti (Rifondazione Comunista) dal 29 aprile 2006 al 28 aprile 2008

13 - Gianfranco Fini (Alleanza Nazionale, Il Popolo della Libertà e Futuro e Libertà per l'Italia) dal 30 aprile 2008 al 14 marzo 2013

14 - Laura Boldrini (Sel, Gruppo Mistro, SI) in carica dal 16 marzo 2013 al 22 marzo 2018

SENATO

1 - Ivanoe Bonomi (Partito Socialista Democratico Italiano) in carica dall'8 maggio 1948 al 20 aprile 1951

2 - Enrico De Nicola (Partito Liberale Italiano) in carica dal 28 aprile 1951 al 24 giugno 1952

3 - Giuseppe Paratore (Partito Liberale Italiano) in carica dal 26 giugno 1952 al 24 marzo 1953

4 - Meuccio Ruini (Indipendente) in carica dal 25 marzo 1953 al 25 giugno 1953

5 - Cesare Merzagora (Indipendente) in carica dal 25 giugno 1953 al 7 novembre 1967

6 - Ennio Zelioli Lanzini (Democrazia Cristiana) in carica dall'8 novembre 1967 al 4 giugno 1968

7 - Amintore Fanfani (Democrazia Cristiana) in carica dal 5 giugno 1968 al 23 giugno 1973

8 - Giovanni Spagnolli (Democrazia Cristiana) in carica dal 25 giugno 1973 al 4 luglio 1976

9 - Amintore Fanfani (Democrazia Cristiana) in carica dal 5 luglio 1976 all'1 dicembre 1982

10 - Tommaso Morlino (Democrazia Cristiana) in carica dal 9 dicembre 1982 al 6 maggio 1983

11 - Vittorino Colombo (Democrazia Cristiana) in carica dal 12 maggio 1983 all'11 luglio 1983

12 - Francesco Cossiga (Democrazia Cristiana) in carica dal 12 luglio 1983 al 24 giugno 1985

13 - Amintore Fanfani (Democrazia Cristiana) in carica dal 9 luglio 1985 al 17 aprile 1987

14 - Giovanni Malagodi (Partito Liberale Italiano) in carica dal 22 aprile 1987 all'1 luglio 1987

15 - Giovanni Spadolini (Partito Repubblicano Italiano) in carica dal 2 luglio 1987 al 14 aprile 1994

16 - Carlo Scognamiglio Pasini (Unione di Centro) in carica dal 16 aprile 1994 all'8 maggio 1996

17 - Nicola Mancino (Partito Popolare Italiano) in carica dal 9 maggio 1996 al 29 maggio 2001

18 - Marcello Pera (Forza Italia) in carica dal 30 maggio 2001 al 27 aprile 2006

19 - Franco Marini (La Margherita e Pd) in carica dal 29 aprile 2006 al 28 aprile 2008

20 - Renato Schifani (Forza Italia e Il Popolo della Libertà) in carica dal 29 aprile 2008 al 14 marzo 2013

21 - Pietro Grasso (Pd, Gruppo Misto, Leu) in carica dal 16 marzo 2013 al 22 marzo 2018

Presidenti delle Camere: svolte storiche, record e sorprese, scrive "La Repubblica". Ci sono elezioni dei presidenti delle Camere che hanno segnato la storia della Repubblica: dalla prima volta del comunista Ingrao, a Nilde Iotti, la prima donna a sedere sullo scranno più alto di Montecitorio. Da Giovanni Spadolini beffato al Senato per un voto da Carlo Scognamiglio nel 1994, passando per Oscar Luigi Scalfaro, che rimase presidente per pochi giorni prima di andare al Quirinale, a Fausto Bertinotti, che rubò la sedia a Massimo D’Alema nel 2006. Da Pier Ferdinando Casini, che aprì le porte del Parlamento al Papa, a Gianfranco Fini, che durante il mandato ruppe con Silvio Berlusconi. Senza contare gli outsider Laura Boldrini e Pietro Grasso e le sorprese come Irene Pivetti. E il drappello di presidenti di Camera e Senato che poi sono diventati capi dello Stato.

I primi della Storia repubblicana. GIOVANNI GRONCHI. Tra i fondatori della Democrazia cristiana e leader della corrente di sinistra, fu il primo presidente della Camera della neonata Repubblica italiana, eletto l’8 maggio 1948. Gronchi ebbe un atteggiamento critico verso il Patto Atlantico e fu tra i primi assertori, in ambito democristiano, del superamento della politica centrista di Alcide De Gasperi e di un avvicinamento al Partito socialista di Pietro Nenni. Nel 1955 divenne capo dello Stato. IVANOE BONOMI. Leader del Partito socialdemocratico (Psdi), fu eletto primo presidente del Senato l’8 maggio 1948, carica che detenne fino alla morte avvenuta nel 1951. Negli anni 1944-45 fu a capo di due governi, i terzultimi del Regno d’Italia, dopo la Liberazione di Roma dai nazisti.

Il primo comunista. PIETRO INGRAO. Partigiano, poeta e padre della Repubblica, morto nel 2015 a 100 anni, una delle figure più alte del Pci, fu eletto nel 1976 presidente della Camera.

La prima donna a capo di Montecitorio. NILDE IOTTI. Scomparsa nel 1999, l’esponente del Pci fu la prima donna nella storia dell’Italia repubblicana a ricoprire una delle tre massime cariche dello Stato, incarico che detenne per tre legislature tra il 1979 e il 1992. Un record che rappresenta anche il più lungo mandato istituzionale relativo a qualsiasi carica nazionale dall'istituzione della Repubblica.

Dalle Camere al Quirinale. SANDRO PERTINI. Socialista, partigiano e membro della Costituente, dal 1953 al 1978 è ininterrottamente membro della Camera della quale diviene presidente il 5 giugno 1968. Riconfermato al guida di Montecitorio il 25 maggio 1972 e il 4 luglio 1976, è eletto capo dello Stato l'8 luglio 1978. Muore nel 1990, a 93 anni. FRANCESCO COSSIGA. Scomparso nel 2010, Cossiga fu eletto a capo del Senato il 12 luglio 1983. Ma nel giugno del 1985 lasciò l’incarico perché fu eletto al Quirinale, come più giovane capo di Stato dell'età repubblicana (aveva 57 anni), dopo essere già stato fino ad allora il più giovane sottosegretario, ministro dell'Interno, presidente del Consiglio e presidente del Senato. OSCAR LUIGI SCALFARO. L’esponente democristiano, morto nel 2012, successe a Nilde Iotti ma fu il più breve presidente della Camera, restando in carica meno di un mese, dal 24 aprile al 25 maggio 1992, prima di essere eletto capo dello Stato (fu il nono presidente della Repubblica). GIORGIO NAPOLITANO. Il Presidente emerito e senatore a vita, capo dello Stato per due mandati, fu anche presidente della Camera subito dopo Scalfaro, dal 3 giugno 1992 al 14 aprile 1994.

Una leghista a sorpresa. IRENE PIVETTI. L’ex dirigente della Lega Nord fu eletta a capo di Montecitorio il 15 aprile 1994 a 31 anni, segnando il record della più giovane presidente della Camera della storia italiana. Nel 1996 fu espulsa dal suo partito per essersi opposta alla linea della secessione padana.

Quelli che beffarono Spadolini e D’Alema. CARLO SCOGNAMIGLIO. Liberale, rieletto senatore nel 1994 nelle file di Forza Italia, fu il candidato di Silvio Berlusconi alla presidenza del Senato. E riuscì a beffare la rielezione di Giovanni Spadolini, sostenuto dal centrosinistra, per un solo voto il 16 aprile 1994. L’esponente repubblicano si spense il 4 agosto di quello stesso anno. FAUSTO BERTINOTTI. “Dedico questa elezione alle operaie e agli operai”. Così Fausto Bertinotti, ex segretario di Rifondazione comunista, appena eletto presidente della Camera il 29 aprile 2006, all’indomani della vittoria dell’Unione, la coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi e appoggiata anche da Prc. I voti furono 337. Cento voti netti per Massimo D’Alema, 144 le schede bianche.

Colui che aprì le porte al Papa. PIER FERDINANDO CASINI. Di cultura democristiana ma rieletto alla Camera alle ultime politiche con il centrosinistra, Pier Ferdinando Casini fu presidente nella XIV legislatura, dal 31 maggio 2001 al 27 aprile 2006. Il 14 novembre 2002, nell'Aula di Montecitorio, Casini accolse Giovanni Paolo II - primo pontefice a pronunziare un'allocuzione solenne dinanzi ai deputati e ai senatori - in visita al Parlamento italiano (in foto).

L’ex missino. GIANFRANCO FINI. Presidente di Alleanza nazionale, ne promosse lo scioglimento nel 2008 nel Pdl, il nuovo partito di centrodestra fondato assieme a Silvio Berlusconi. In quello stesso anno fu eletto presidente della Camera. Nel 2010 alla direzione del Pdl fu protagonista di un duro scontro con Berlusconi che lo invitò ad allinearsi o a lasciare la presidenza della Camera. Fini rispose con la celebre frase: “Che fai, mi cacci?”.

La voce della società civile (società civile? nda). LAURA BOLDRINI. La presidente uscente Laura Boldrini, deputata eletta con Sel, per anni portavoce dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, ha assunto la guida di Montecitorio il 16 marzo 2013 con 327 voti. Tra i successi della sua presidenza un risparmio complessivo di 350 milioni di euro grazie anche alla riforma degli stipendi dei dipendenti. Boldrini è stata rieletta deputata alla Camera con Liberi e uguali.

Dall’Antimafia al Senato. PIETRO GRASSO. Ex magistrato, procuratore a Palermo e capo della Direzione nazionale antimafia, diventato senatore con il Pd nel 2013, è passato dopo la scissione dei bersaniani nelle file di Leu con il ruolo di candidato premier. Presidente del Senato uscente, è stato eletto il 16 marzo 2013 con 137 voti, al ballottaggio con il suo predecessore Renato Schifani del Pdl con 117 voti. Dal 14 gennaio 2015, con le dimissioni di Giorgio Napolitano, ha assunto anche il ruolo di presidente supplente della Repubblica fino al successivo 3 febbraio, giorno del giuramento del nuovo capo dello Stato Sergio Mattarella.

C'è una maledizione che incombe sui presidenti della Camera (per chi ci crede). "Occhio che non porta fortuna", ha detto Salvini a Fico durante il loro recente scontro. In effetti da quando è iniziata la Seconda Repubblica, chi ha occupato lo scranno più alto di Montecitorio ha spesso visto, a fine mandato, la propria carriera politica precipitare. Con una sola eccezione, scrive Serenella Ronda il 25 agosto 2018 su Agi. "Sei il presidente della Camera come era la Boldrini, a volte penso che questa carica non porti fortuna; Bertinotti, Fini, Boldrini... Occhio che non porta fortuna...". È la stoccata riservata due giorni fa dal ministro dell'Interno, Matteo Salvini, al presidente della Camera Roberto Fico, che lo aveva esortato a far sbarcare i migranti a bordo della Diciotti​. E una "maledizione dei presidenti della Camera" esiste davvero. Nessuna leggenda, nessuna credenza popolare. Più semplicemente si tratta di una semplice analisi della cronistoria politica degli ultimi presidenti della Camera. Unica eccezione alla regola della "maledizione" è rappresentata da Pier Ferdinando Casini. Dalla seconda Repubblica ad oggi, chi è stato eletto alla guida di Montecitorio ha, terminato l'incarico, visto tendere verso il basso, se non addirittura precipitare, le sue sorti politiche. Non è sfuggito alla 'maledizione' ad esempio Fausto Bertinotti, così come Irene Pivetti. Esattamente il contrario di quello che avveniva nella prima Repubblica, dove lo scranno più alto di Montecitorio è stato il trampolino di lancio per il Quirinale: così è stato per Giovanni Gronchi, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Oscar Luigi Scalfano e Giorgio Napolitano. Ma andiamo con ordine: il primo "scoglio" che il nuovo Parlamento e i nuovi equilibri politici usciti dalle urne dovranno affrontare e superare sarà come sempre l'elezione dei presidenti di Camera e Senato. Ma se a palazzo Madama, visto il regolamento che disciplina le votazioni, la partita è più rapida, e per così dire, agevole, anche in mancanza di una maggioranza blindata, altrettanto non si può dire per l'analoga partita che si gioca alla Camera. A Montecitorio, l'alto quorum richiesto (la maggioranza dei due terzi dei componenti, poi dal secondo scrutinio la maggioranza dei due terzi dei voti computando tra i voti anche le schede bianche, infine dal terzo scrutinio in poi la maggioranza assoluta dei voti) e l'assenza del ballottaggio tra i due nomi più votati, come avviene nell'altro ramo del Parlamento, può comportare votazioni ad oltranza con conseguenti bocciature a sorpresa. Dunque, il futuro presidente di Montecitorio dovrà vedersela innanzitutto con i voti e le maggioranze trasversali che si verranno a creare. Superato il primo banco di prova, il nuovo presidente della Camera dovrà tentare di invertire le sorti "negative" che finora sono spettate a chi ha guidato il palazzo. 

Irene Pivetti. Entra per la prima volta in Parlamento nel 1992 e ci torna nel 1994 sotto il simbolo della Lega. Vene eletta Presidente della Camera al quarto scrutinio con 347 voti favorevoli su 617. È il 15 aprile. Si aggiudica così il primato di presidente più giovane d'Italia, con soli 31 anni. È anche la seconda donna, dopo Nilde Iotti, a guidare Montecitorio. In quell'anno si registra una 'rottura' con la tradizione consolidata: in entrambi i rami del Parlamento le presidenze vengono affidate a due esponenti della maggioranza, il centrodestra, rompendo una convenzione quasi ventennale, che fino a quel momento aveva affidato la presidenza della Camera e del Senato (fu eletto Carlo Scognamiglio) al maggior partito di opposizione. Terminato il mandato, la carriera politica di Pivetti subisce una virata verso il basso: dallo scranno più alto di Montecitorio fino all'ultima sconfitta elettorale nel 2016: alle elezioni del 1996 è rieletta deputato della Lega Nord, ma il 12 settembre 1996 è espulsa dalla Lega per la sua opposizione alla linea della secessione padana. Un passaggio nell'Udeur di Mastella poi alle amministrative del 2016 si candida per il consiglio comunale di Roma nella lista Noi con Salvini, giungendo seconda, con 1364 preferenze, senza essere eletta.

Luciano Violante. Dopo la vittoria della coalizione di centrosinistra guidata da Romano Prodi alle elezioni politiche del 21 aprile 1996, l'Assemblea di Montecitorio elegge alla Presidenza della Camera Luciano Violante. L'elezione avviene al quarto scrutinio, con 316 voti su 609 votanti. Dopo la presidenza della Camera, il nome di Violante è tra i candidati alla Consulta, ma l'elezione non va in porto. Prima, Violante viene rieletto deputato alle elezioni del 13 maggio 2001, è nominato presidente del gruppo Democratici di Sinistra - L'Ulivo. Ancora eletto alla Camera dei deputati nel 2006, è stato nominato presidente della commissione Affari Costituzionali. Dopo la caduta del governo Prodi II, in vista delle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008, ha dichiarato di non volersi più ricandidare a parlamentare per rispettare il ricambio generazionale perseguito dal segretario del Pd Walter Veltroni. Nel 2014 è stato proposto dal Pd come giudice della Corte Costituzionale in sostituzione di Gaetano Silvestri, ma non ha raggiunto il quorum necessario all'elezione e alla fine ha ritirato la propria disponibilità. Nel 2013, pur di evitare l'elezione di Prodi al Quirinale, l'allora Pdl lanciò l'ipotesi di una rosa di nomi ritenuti "accettabili" da sottoporre al Pd per ottenere i voti del partito di Berlusconi. Tra i nomi figurava anche quello di Luciano Violante. Ma anche in quell'occasione non si raggiunse alcun accordo. 

Pier Ferdinando Casini. Come detto, rappresenta l'eccezione alla regola della 'maledizione'. Sebbene leader di partiti 'piccoli' o come in occasione delle ultime elezioni 'ospitato' nelle liste del Pd quale esponente della nuova formazione Centristi per l'Europa, Casini ha sempre continuato a ricoprire ruoli medio-alti o comunque strategici in momenti particolari delle diverse legislature. Inizia la sua storia politica nel 1980 nella Democrazia Cristiana, poi fonda nel '94 il Ccd. Con la vittoria nella successiva legislatura della sua coalizione, il centrodestra, il 31 maggio 2001 viene eletto presidente della Camera dei deputati. L'elezione avviene nella seduta inaugurale della XIV legislatura, il 31 maggio, al quarto scrutinio, con 343 voti su 597 votanti. Poi si susseguono varie vicende, nasce l'Udc, arriva la rottura con Berlusconi, ma Casini continua ad avere sempre un ruolo da coprotagonista e incarichi di rilievo nonostante le non strabilianti percentuali elettorali: presidente commissione Esteri del Senato, presidente della commissione di inchiesta sulle banche e nuovamente eletto nel collegio uninominale di Bologna per il Senato sconfiggendo Vasco Errani. 

Fausto Bertinotti. Dopo le elezioni del 9 e 10 aprile 2006, con la vittoria elettorale dell'Unione guidata da Romano Prodi, Fausto Bertinotti, segretario dell'allora Partito della Rifondazione comunista, è eletto presidente della Camera dei deputati il 29 aprile 2006, al quarto scrutinio, con 337 voti su 609 votanti. Bertinotti 'soffiò' il ruolo a cui ambiva Massimo D'Alema, che poi fu nominato ministro degli Esteri. Dopo l'esperienza alla guida di Montecitorio il ruolo politico di Bertinotti ha subito un appannamento. Iscritto dapprima al Partito socialista italiano, proveniente dal mondo del sindacato, aderisce poi al Partito socialista di unità proletaria (Psiup), con cui confluisce nel Partito comunista italiano (Pci) al momento del suo scioglimento nel 1972. Dopo la "svolta della Bolognina" nel 1989 da parte del segretario Achille Occhetto, Bertinotti è tra coloro che si oppongono allo scioglimento del partito. Diventa segretario nazionale del Prc nel gennaio 1994. Nel 1996 stipula il cosiddetto "patto di desistenza" con l'Ulivo, grazie al quale la coalizione di centrosinistra, guidata da Romano Prodi, vince le elezioni, ma nell'ottobre del 1998 si consuma la rottura tra il partito di Bertinotti e il resto della coalizione che porta alla caduta del Governo. Più volte parlamentare italiano ma anche europeo, nel 2004 è eletto presidente del Partito della sinistra europea (SE), incarico che gli viene confermato nell'ottobre del 2005. Nello stesso anno il Prc ed i partiti di centrosinistra stringono un nuovo patto elettorale e di governo. Con le elezioni del 2006, che vedono la vittoria del centrosinistra, è rieletto deputato e rassegna le dimissioni dal Parlamento di Strasburgo. Il 29 aprile 2006 è eletto Presidente della Camera dei deputati, dimettendosi dalla carica di segretario del Prc, nonché da quella di presidente della Se. A seguito della crisi del Governo Prodi e dello scioglimento anticipato delle Camere (6 febbraio 2008), Bertinotti è scelto, per le elezioni di aprile, come candidato premier della coalizione "La Sinistra l'Arcobaleno", che unisce il Prc, il Partito dei comunisti italiani, la Federazione dei Verdi e la Sinistra democratica. Coalizione che però non raggiunge la soglia di sbarramento e non entra in Parlamento. Da allora nessun ruolo politico di rilievo viene ricoperto da Bertinotti. 

Gianfranco Fini. A seguito delle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008, vinte dalla coalizione di centrodestra, Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale, è eletto presidente della Camera al quarto scrutinio, con 306 voti su 611 votanti. Ma come i suoi predecessori, dopo aver seduto sullo scranno più alto di Montecitorio la carriera politica di Fini subisce uno stop. La storia politica dell'ex presidente di Montecitorio è lunga e costellata di vittorie e di ruoli di prestigio: nel 1978 diviene segretario nazionale del Fronte della gioventù. Nel 1983 è eletto, per la prima volta, alla Camera dei deputati ed è successivamente sempre riconfermato, fino alla XVI legislatura, nella quale ricopre la carica di Presidente. È eletto parlamentare europeo nel 1989 e nel 1994. Nel settembre del 1987 è indicato da Giorgio Almirante come suo successore alla segreteria del partito, indicazione ratificata dal Congresso del dicembre 1987. È Segretario nazionale del Movimento sociale italiano-destra nazionale dal 1987 al 1990, fino al congresso di Rimini. Nuovamente segretario nel luglio 1991, rimane in carica fino allo scioglimento del partito avvenuto nel 1995. Nel 1993, il Movimento sociale italiano ottiene un rilevante successo alle elezioni amministrative di novembre. Fini, candidatosi a sindaco di Roma, viene sconfitto al ballottaggio. Il suo partito sostiene il I Governo Berlusconi (1994-1995). Dà vita alla "svolta di Fiuggi" che decreta la nascita di An e nel 1995 ne diventa presidente, carica che manterrà fino allo scioglimento del partito nel Popolo della libertà (2009). Dal 2001 al 2006 è Vicepresidente del Consiglio dei ministri nel II e nel III Governo Berlusconi. Nel gennaio del 2002 è nominato rappresentante dell'Italia alla Convenzione europea per la redazione del progetto di Trattato costituzionale e, dal novembre 2004 al maggio del 2006 ricopre, inoltre, l'incarico di ministro degli Esteri. Nel 2010 si consuma la rottura tra Fini e Berlusconi, che porterà Fini a dar vita alla nuova formazione Futuro e libertà. Terminato l'incarico a Montecitorio, Fini si presenterà alle elezioni con Fli ma sarà una dura sconfitta e da allora l'ex leader di An si è defilato dalla scena politica.

Laura Boldrini. È la presidente uscente della Camera e a differenza della maggior parte dei suoi predecessori non ha una lunga esperienza politica alle spalle, essendo approdata in Parlamento per la prima volta nella scorsa legislatura nelle file di Sel. Ma l'elezione alla guida di Montecitorio, al di là dei risultati ottenuti durante la presidenza, dal punto di vista prettamente politico non le ha spalancato molte porte. Eletta presidente alla quarta votazione con 327 voti su 618 votanti (i voti della coalizione di centrosinistra erano 340), la sua fu una candidatura a sorpresa fatta dal Pd. 'Esterna' alle varie vicissitudini subite da Sel, con scissioni e riaggregazioni varie, fino alla nascita di Leu, Boldrini si è tenuta fuori dai giochi politici durante il suo mandato, caratterizzato però da diverse battaglie, prime fra tutte quella contro il femminicidio e l'uguaglianza di genere, ma anche sui diritti di internet e contro le fake news. Con un occhio rivolto al Pd - ma con i democratici non è mai scoppiato l'amore - Boldrini ha quindi sposato il progetto di Leu, che tuttavia non ha dato i frutti sperati ottenendo alle elezioni un risultato ben al di sotto delle aspettative. La stessa Boldrini è stata eletta grazie al "paracadute" del proporzionale.

I cento anni di Montecitorio diventato bivacco di alieni. Oggi è un secolo di Transatlantico, dove a furia di "passi perduti" e sgambetti l'Italia non s'è desta, scrive Paolo Guzzanti, Martedì 20/11/2018, su "Il Giornale". Il Palazzo e l'aula compiono cento anni, ma la democrazia parlamentare è moribonda. Almeno, quella che conoscevamo. Lo chiamano Parlamento, ma non tu non devi parlare. Parlano i capicordata che oggi convocano le pecore al voto via sms. Meglio tornare agli anni della (gloriosa) prima Repubblica, quando occorreva un permesso per la sala stampa in rigorosa giacca e cravatta. Tutti hanno visto i filmati di Mussolini che definisce quest'aula sorda e grigia, giusto il luogo adatto per far fare bivacco ai manipoli. Poi, certo, l'Aventino, che non era il colle romano ma la sala in cui pregevoli arazzi celebrano l'unità della nazione con l'apologo di Menenio Agrippa. Lì, la democrazia parlamentare si suicidò in preda a una crisi di nervi consentendo all'onorevole Benito Mussolini di mettere i lucchetti ai portoni e passare al regime. Poi il discorso di Giacomo Matteotti, il duce fascista che si assume la responsabilità del delitto e poi finalmente la Montecitorio che ho potuto vedere e vivere. Li ho visti tutti, Palmiro Togliatti e Pietro Nenni, Aldo Moro e Giuseppe Saragat, da Pertini presidente della Camera a Giorgio Almirante a - ovviamente - Giulio Andreotti con cui ho sempre avuto un personale conflitto: compagno di giochi di mia madre e mio zio negli anni Venti, me lo ritrovai acerrimo e impeccabile nemico nella commissione Mitrokhin, ma al Senato. Alla Camera i vecchi dinosauri erano mostri sacri. Se ti azzardavi a denigrare l'istituzione, ti arrivavano i carabinieri a casa. Montecitorio era il sancta sanctorum della democrazia, ritrovata e subito angariata da una Costituzione che per espresse volontà internazionali vieta il primo ministro e impone il bicameralismo perfetto per garantire il freno a mano tirato. Vedo con i miei occhi di bambino il primo presidente della Repubblica Enrico De Nicola sbarcare a Montecitorio da Napoli con un macchinone impolverato. Ricordo Antonio Segni bianco, magro e nervoso e il durissimo ministro dell'Interno nemico del Pci Mario Scelba, che ho avuto la sorte di intervistare poi sul letto su cui sarebbe morto, perfettamente lucido. O Amintore Fanfani che poi scelse il Senato e la sua rovina e che era il più sferzante collezionista di sarcasmi. Ed Enrico Berlinguer, naturalmente. E l'arrivo di Silvio Berlusconi, quello che aveva sbarrato la strada al Pci trasformato in Pds da Achille Occhetto. Prima c'era stata la Montecitorio di Tangentopoli, tutti dissero che era finita la prima Repubblica, ed ecco Francesco Cossiga il Picconatore, quando a Montecitorio da sottosegretario di Aldo Moro era delegato alla sorveglianza sui servizi segreti i quali sorvegliavano lui. Berlusconi fu poi sgambettato dall'alleato Umberto Bossi per il coup d'état di un avviso di garanzia reso pubblico. Bossi tornò all'ovile e lo ricordo fra le dépendance di Montecitorio e cioè alla gelateria Giolitti, dove nei primi Sessanta facevano colazione Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. L'altra succursale di Montecitorio era il ristorante Da Fortunato al Pantheon dove i montecitoriani si scambiavano segnali attraverso i giornali e i giornalisti e le mozzarelle meravigliose di quel tempo che fu. Passa un millennio di pochi anni ed ecco la ragazza cattolica poi bossiana, Irene Pivetti, nuovo presidente donna della Camera che mi mandò un commesso in tribuna per strapparmi il binocolo. Si può guardare, ma non troppo. Ho visto amori nascere e morire anche fra giornalisti e parlamentari. L'aula di Montecitorio in sé non conta, ma quel che conta (contava) è il salone dei passi perduti, il Transatlantico dove sono nati e morti partiti, leader, cronisti senza voce slacciati e sudati e si sono fatti e disfatti i governi attraverso le interviste rubate. Ecco Bettino Craxi in mezzo al crocicchio che disegnava grandi cerchi all'altezza della vita come gesto retorico e che poi restava zitto anche per un minuto. E di colpo riattaccava e giù, tutti a scrivere. Diffamare il Parlamento allora sarebbe stato considerato impensabile più ancora che sacrilego. Erano tutti parlamentaristi. Era parlamentarista Giorgio Almirante e lo erano tutti gli altri, dai comunisti ai democristiani, ai socialisti. Gli «extraparlamentari», i riottosi nelle piazze rivoluzionarie, avevano visioni di altre democrazie. Ma il tempio era circondato da assoluto rispetto. Tant'è vero che in aula non si mangiava, in aula non si beveva ma al massimo potevi premere un pulsante e chiedere a un commesso un bicchiere d'acqua. Gli «onorevoli» erano già allora circondati da leggende metropolitane sui «privilegi»: la barberia che è sempre stata a pagamento, la buvette delle uova sode con un bicchiere di Fiuggi dove tutti ci siamo dati appuntamento, la famosa mensa della Camera dove pagavi poco ma non potevi portare nessuno dall'esterno. Nel popolaccio queste banalità di tutti i parlamenti, diventarono equivalenti alla corte di Versailles. In realtà i deputati erano lisi e stanchi, arrivati col treno con un trolley (ora c'è un percorso inclinato per le rotelle) e a nessuno - allora - sarebbe venuto in mente di considerare un eletto di Montecitorio come un impiegato a contratto, un lavoratore Inps che va controllato nelle votazioni (essere assenti al voto è uno dei più utili strumenti di filibustering). Il Pci spediva in Parlamento, fra Camera e Senato, tutti i suoi burocrati di Botteghe Oscure. Massa anonima e disciplinata, mollavano due terzi dell'indennità al partito che poi li avrebbe sfruttati al loro ritorno smettendo di pagarli visto che avevano il vitalizio. A Montecitorio arrivavano gli echi degli aumenti che i magistrati attraverso la loro autonomia si concedevano senza chiedere il parere di nessuno. E poiché chi fa le leggi non può guadagnare meno di chi le applica, scattava la corsa all'adeguamento. Capitoli grigi e albertosordiani, che riflettevano l'Italia del boom, poi del centrosinistra, dei pentapartito, dell'arco costituzionale, delle formule e dei veti incrociati, del nuovo italiano leguleio e democristiano in cui però ogni sillaba aveva un significato e se non parlavi la lingua era meglio che cambiavi mestiere. Montecitorio oggi sembra il museo di Montezuma, o un tempio egizio, qualcosa di alieno, da Guerre Stellari. Oggi è abitato per lo più da strani alieni, assediato all'esterno da vocianti che suonano i tamburi e le pentole, intimidito, ridotto molto peggio dell'aula sorda e grigia disprezzata da Mussolini. I nuovi disprezzatori preparano una Montecitorio on line, controllata per via telematica, non più programmi ma contratti, niente più segretari ma capoccia. Un secolo è passato, Montecitorio è un ricordo.

Cent’anni d’aula ma per la destra resta grigia. Fico: lottiamo per la democrazia. La celebrazione dei cent'anni dell'aula di Montecitorio, realizzata dall'architetto liberty Ernesto Basile, scrive Daniela Dalerci il 20.11.2018 su Il Manifesto. Un lungo applauso alla memoria di Giacomo Matteotti, il socialista che nel 1924 pronunciò l’ultimo discorso nell’aula di Montecitorio prima di essere trucidato dai fascisti. Altri poi ne arrivano, dagli spalti pieni zeppi anche di ragazzi e ragazze, alla memoria di Aldo Moro, Nilde Iotti, prima donna eletta presidente della Camera, ai martiri della strage di Capaci la cui notizia fu data nell’emiciclo praticamente in diretta. Parterre de roi ieri mattina per la celebrazione dei cent’anni della bellissima aula costruita dall’architetto liberty Ernesto Basile, in soli dieci anni – oggi sarebbe un record positivo. Ai banchi riservati ai rappresentanti delle commissioni stavolta siedono il presidente della Repubblica Mattarella, quello emerito Napolitano, il presidente del consiglio Conte. Per il Senato c’è la vice presidente Paola Taverna nella sua versione istituzionale (la presidente Casellati è assente giustificata, in missione a Londra). Presente anche mezzo governo coté cinquestelle – i leghisti sono indifferenti alle liturgie laiche e repubblicane e danno per lo più forfait. Schierati anche tutti gli ex presidenti, Luciano Violante, Pier Ferdinando Casini, Laura Boldrini, Gianfranco Fini e Piero Grasso. C’è una robusta componente di retorica in ogni celebrazione e il presidente Roberto Fico, padrone di casa, ne usa per richiamare tre giuste cause: l’antifascismo, la democrazia, la pace. E il tono istituzionale e bipartisan in bocca ad un grillino è già di per sé una buona notizia. L’aula è «la casa degli italiani», dunque per il presidente («casa della buona politica», aveva detto nel 2013 Laura Boldrini al momento del suoi insediamento, ma la buona intenzione si era persa giù per i rami della legislatura), «il luogo in cui trova espressione la sovranità popolare. Il luogo dove costruire il futuro», e la «centralità» del parlamento e la sua trasparenza sono «la chiave per ridurre il senso di distanza e la crisi di fiducia dei cittadini verso la politica». Poi aggiunge a braccio: «Celebrazioni così servono a non dare mai niente per scontato. La democrazia non è scontata. Tutti insieme ogni giorno dobbiamo lottare per cercare di mantenere forte e salda la democrazia». Parole sante. Ispirate da buoni sentimenti parlamentaristici. Non sempre in linea con i progetti della Casaleggio Associati. E peccato siano solo parole: in questa stagione le commissioni spesso e volentieri si bloccano o slittano causa disaccordi nella maggioranza. Parlano gli storici Alessandro Barbero e Simona Colarizi, lo scrittore Paolo Di Paolo. Il centenario dell’aula coincide con l’anniversario della prima guerra mondiale, l’«inutile strage» di Benedetto XV, ed è lì che spesso tornano gli interventi: la fine della guerra e quella vittoria che in realtà prepara pochi anni dopo la marcia su Roma. Alla destra radicale salta la mosca al naso. Un paio di manine solitarie avevano tentato un applauso alla citazione della camera dei fasci e delle corporazioni. La cosa muore lì, nell’imbarazzo generale. Ma alla fine i deputati di Fratelli d’Italia, già insofferenti al tributo a Matteotti, sciamano via. Fabio Rampelli, pugnace vicepresidente della camera, tuona alle agenzie. L’aula di oggi per lui non è «sordida e grigia», però è «disadorna e dimessa», ed «è stata costretta con la violenza a una vergognosa mortificazione della vittoria italiana», quella della prima Guerra Mondiale. Il racconto dei cento anni non gli è piaciuto affatto perché punteggiato di troppo antifascismo e cioè secondo lui composto da «mille stagioni che hanno diviso il popolo italiano invece di celebrarne il momento più bello, più alto, più unificante», la sanguinosa guerra che apre la strada al fascismo. Ce l’ha soprattutto con il filmato di Rai Storia che viene proiettato nel corso della cerimonia. Rampelli vede rosso. Nel testo, attacca, non c’è «nessun accenno alle foibe comuniste, all’autunno caldo comunista, al sessantotto comunista, al terrorismo comunista. Nel secolo trascorso pare il comunismo sia stata un creazione fantastica, scomparso per magia anche dalla strabica quanto inutile ricostruzione», «probabilmente sotto la regia di qualche brigatista pentito». Non è da meno Forza Italia: lamenta che Berlusconi è stato sbianchettato dai momenti clou della vita parlamentare, «grave omissione» addebitata a Fico. Che incassa invece i complimenti generali e minimizza: «Un bel giorno, una bella commemorazione, tutto tranquillo».

Fico riscrive la storia e la destra lascia l'aula: "Fazioso e anti italiano". Nel centenario dell'emiciclo di Montecitorio il presidente dimentica Berlusconi e le foibe, scrive Laura Cesaretti, Mercoledì 21/11/2018, su "Il Giornale". A Montecitorio si celebra il centenario dell'inaugurazione dell'aula della Camera dei deputati, capolavoro Art Nouveau firmato dal palermitano Ernesto Basile, e nell'emiciclo c'è il parterre delle ricorrenze solenni: il capo dello Stato Sergio Mattarella, il presidente emerito Giorgio Napolitano, molti ex presidenti della Camera (dalla Boldrini a Casini, da Fini a Violante) e naturalmente l'attuale padrone di casa, il grillino Roberto Fico. La cerimonia di ieri mattina era tanto solenne quanto evocativa, perché l'inaugurazione dell'aula coincise con la fine della Prima Guerra Mondiale, che vide l'Italia nel novero delle «potenze vincitrici». Ma cento anni (e due guerre mondiali, la seconda per fortuna persa dagli italiani) non sono evidentemente bastati a far smaltire gli spiriti bellici, così anche in questa circostanza scoppia la rissa. Con il drappello di parlamentari di Fratelli d'Italia che inscena una protesta, abbandonando l'aula sotto lo sguardo perplesso di Mattarella, e che accusa Fico di «anti-patriottismo» nonché di «pacifismo», e gli storici da lui invitati - il brillante Alessandro Barbero e la professoressa Simona Colarizi - di «nostalgie asburgiche» per la rilettura «critica» della vittoria del 1918 (Barbero ha ricordato come «l'illusione di essere diventata una grande potenza» e la rabbiosa «retorica della vittoria mutilata» aprirono la strada «verso nuove rovine»), nonché di eccessivo «sinistrismo». Mentre da Forza Italia si contesta il docufilm Rai proposto in aula che, ricostruendo la storia politica italiana, «rimuove la discesa in campo di Berlusconi». In verità più che il «pacifismo» (nel suo discorsetto, letto con diligenza ma con qualche incespicatura, Fico si è limitato a ricordare «l'altissimo tributo di vite umane e di dolore» della Grande Guerra, dato difficilmente contestabile), a sollevare qualche inquietudine per le parole del presidente della Camera è stato se mai un altro aspetto. Nella parte finale dell'intervento, infatti, l'esponente grillino ha parlato del futuro del Parlamento e, sia pur con fumosi giri di parole, si è fatto latore delle teorie un po' orwelliane della Casaleggio sul superamento della democrazia rappresentativa e l'avvento di un'età dell'oro della «democrazia diretta». Fico ha spiegato di «credere fermamente» nel fatto che «il Parlamento debba essere un'istituzione culturale» (affermazione piuttosto avventata, nella forma e nella sostanza) e a suo dire «capace di ascoltare direttamente le richieste dei cittadini e comprendere le loro aspettative». E ha proseguito sostenendo che «l'apertura di questa istituzione va realizzata anche valorizzando tutti gli strumenti di partecipazione dei cittadini al processo legislativo e alla definizione delle politiche pubbliche». Un riferimento neppure troppo velato alle modifiche della Costituzione che il suo partito ha depositato e vuol promuovere, a cominciare dall'introduzione del referendum propositivo senza quorum, una sorta di plebiscito che scavalcherebbe completamente il ruolo del Parlamento. Tutto questo, naturalmente, dopo aver reso omaggio alla «centralità del Parlamento». Il paradosso è che, proprio mentre Fico recita impettito il suo compitino su quanto sia importante che «il senso profondo della democrazia» si «sostanzi nella discussione e nel confronto», i deputati della sua corrente fanno marcia indietro e si allineano obbedienti alla linea del partito. In diciotto avevano annunciato fiera opposizione e battaglia di emendamenti contro il salviniano decreto Sicurezza, ma è durata meno di 24 ore: ieri, in nome della ragion di governo, hanno rinunciato a presentare le loro proposte di modifica e voteranno obbedienti il provvedimento. Sarà per la prossima volta.

Cambiare il passato: un vizio totalitario. La politica manipola la storia perché vede tutto "bianco o nero" e non coglie le sfumature, scrive Giordano Bruno Guerri, Mercoledì 21/11/2018, su "Il Giornale". Non è certo un male che in Parlamento si parli e si discuta di storia - maestra di vita, ahimè, in una classe di asini - se lo si facesse in modo non prevenuto e fazioso: com'è avvenuto ieri durante le celebrazioni per il centenario della nuova aula della Camera. In quell'aula che Mussolini definì «sorda e grigia» (oggi colorata e colorita da deputati variopinti nei modi e negli abiti) sembra che abbia prevalso la faziosità, sia da parte di chi ha organizzato, sia da parte di chi ha commentato. È dai tempi di Omero, ma anche prima, che la storia viene interpretata, celebrata, manipolata a seconda delle convenienze: in genere quelle dei vincitori. È accaduto in tutti i tempi e in tutti i paesi, e si continuerà così, perché il passato è la base del presente e annuncia il futuro. Interpretandolo in un certo modo - e più spesso manipolandolo - si cerca in realtà di sembrare diversi da quello che si è, e comunque di attribuire la colpa ad altri per ciò che non va. In Italia accade forse più spesso, perché siamo un popolo fazioso per motivi storici (la lunga divisione, i campanili) e perché la nostra storia recente è avanzata per scossoni. Nel giro di appena un secolo il Risorgimento e l'Unità sono stati realizzati dalla classe dirigente liberale, ma il fascismo - per esaltare se stesso - pur esaltando Risorgimento e Unità ha dovuto infangare la classe dirigente liberale. Caduto il regime gli sconfitti della democrazia a lungo non hanno voluto riconoscere che quel regime godeva di simpatie popolari, dimenticando pure le proprie responsabilità per essersi trovati divisi e deboli davanti alla sua affermazione. Se il mancato riconoscimento del «consenso» al fascismo è durato più del regime stesso - dal 1945 agli studi di Renzo De Felice, nella seconda metà degli anni Settanta - non stupisce che oggi ci si accapigli sulla prima guerra mondiale, la sua genesi, il suo svolgimento, la sua conclusione e le sue conseguenze. Il centenario favorisce sfoghi e singulti. È di questi giorni, per esempio, lo sdegno di un giornalista del Corriere della Sera verso Gabriele d'Annunzio, indicato fra i principali responsabili dell'ingresso in guerra dell'Italia: ma tacendo del tutto che, ben più di un poeta, influì sull'opinione pubblica e sul governo proprio la molto più autorevole voce del Corriere della Sera. E che, proprio dalle prime pagine di quel giornale, il Vate lanciava molti dei suoi appelli alla guerra. Non ne farei una colpa né a d'Annunzio né al Corriere, quelli erano i tempi, quella era un'onda della storia che veniva da molto lontano, si potrebbe dire addirittura da un secolo esatto prima, dal Congresso di Vienna. Ma vallo a spiegare a chi vuole avere ragione a tutti i costi, specialmente quando ha torto (o non sa). È il caso dei politici, che per deformazione professionale partono dal bianco o dal nero, e fanno una grande fatica a intuire le tante sfumature del grigio. Mancava di grigi, ovvero di «rossi», la cerimonia in Montecitorio per i cento anni della nuova aula, ma forse è stata peggiore la reazione di chi ha definito «lercia faziosità» una faziosità polverosa che si dovrebbe combattere più nelle università - in teoria fatte allo scopo - che in Parlamento. Il vicepresidente del Senato Ignazio La Russa è stato corretto e lodevole andando a stringere la mano alla storica Simona Colarizi: «Le devo dire che la sua lezione non mi è piaciuta e ritengo un errore averla tenuta in quest'aula»; meno lodevole il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, che se l'è presa con uno storico e scrittore eccellente definendolo «l'improbabile professore Alessandro Barbero, presunto storico». Eppure sono dello stesso partito, a dimostrare che - più della fazione - in mancanza di altri strumenti dovrebbe contare il buonsenso.

CENT'ANNI DI SMEMORATEZZA. (versione estesa dell'articolo di Marcelo Veneziani sul CorSera del 20/05/2015). Com'era prevedibile il Parlamento non ricorderà solennemente il prossimo 24 maggio, centenario della prima guerra mondiale. Lo dico ricordando la giornata speciale dedicata nell'aula di Montecitorio dalla Presidente della Camera Boldrini ai settant'anni della Liberazione, con la partecipazione delle massime autorità dello Stato, a partire dal presidente della Repubblica Mattarella. Se i settant'anni del 25 aprile sono una data rilevante, si può immaginare cosa siano i cent'anni di un evento che costò più vite umane, che ridisegnò l'Europa e gli assetti planetari e che mobilitò i popoli nel primo conflitto di portata planetaria. Tanto più che la prima data viene ricordata ampiamente e puntualmente ogni anno, è festa civile a tutti gli effetti e mobilita ogni anno in tutta Italia manifestazioni e cortei. Il 24 maggio, invece, non è più festività nel calendario civile del nostro Paese, come del resto il 4 novembre, e dobbiamo aspettare un anniversario straordinario come un centenario per riproporlo all'attenzione dei media e degli italiani. Eppure si tratta di un evento che sconvolse l'Italia, l'Europa e il mondo, lasciando segni enormi, ferite non rimarginabili, drastici mutamenti negli assetti internazionali, di cui tuttora viviamo le conseguenze. Ricordando l'entrata in guerra dell'Italia sulle ali dell'interventismo non si vuole certo celebrare l'amore per la guerra. Così come, ricordando la Liberazione sulle ali della Resistenza non si vuole certo celebrare l'amore per la guerra civile, ma il significato che quell'impresa ha avuto per la libertà e la democrazia in Italia e per la nascita della repubblica. Analogamente, col 24 maggio si vuole commemorare la nascita di una nazione con una mobilitazione popolare senza precedenti e un rito di sangue che fu un'ecatombe. Ricordare quel centenario significa ripensare l'Italia, riproporre il tema dell'identità nazionale nello scenario presente e proiettarsi a pensare il futuro senza cancellare o smantellare le storie e le culture nazionali. Soprattutto considerando che l'Italia è un paese dal fragile senso civico, dal controverso stato unitario ma dal tenace carattere nazionale, un marchio e un brand tra i più forti al mondo. Con tutti i suoi vistosi difetti l'Italia ha una spiccata personalità nazionale. Ricordare perciò una data grande e tremenda come l'entrata in Guerra, significa rifare i conti con la dignità nazionale e il suo racconto di formazione. L'intervento nella prima guerra mondiale portò a compimento, come allora si disse, il Risorgimento, non solo perché ricondusse all'Italia Trento e Trieste, quanto perché coinvolse per la prima volta il Paese intero, da nord a sud, popolo e borghesia, e lo indusse a sentirsi nazione e comunità di destino, fino a donare alla patria la propria vita. L'unificazione nazionale diventò allora unificazione popolare. Quella conquista unitaria, dovuta nel secolo precedente a una minoranza, diventò con la mobilitazione totale e la leva obbligatoria, patrimonio sofferto di un popolo intero. Non mancarono episodi di valore, pagine di eroismo, un'epica popolare che coinvolse le famiglie italiane, i nostri nonni. Non si tratta di celebrare euforicamente e retoricamente quell'anniversario, anzi si deve sottolineare, come è già in uso, la tragedia e la catastrofe della prima guerra mondiale, le sofferenze degli italiani al fronte, gli errori dei vertici militari, le persecuzioni, gli esiti totalitari che produsse in Europa e in Russia, i genocidi che ne scaturirono. Ma non è giusto ridurre la guerra italiana solo a questo versante, come fanno in tanti, tra autori, registi, media e rappresentanti delle istituzioni. Sarebbe anzi auspicabile che il doloroso revisionismo applicato sulla storia della prima guerra mondiale, che mette in luce i lati in ombra della Grande Guerra e del nostro intervento, sia applicato anche ad altri capitoli della storia, compresa la Resistenza, di cui si fa solo uso celebrativo e sono banditi i risvolti tragici, cruenti e critici. Sul piano storico bisogna perseguire la verità e il rispetto per chi visse e patì quegli eventi, senza mai sacrificarli all'intento celebrativo e apologetico. Veritas e pietas sono le ali per raccontare la storia. E l'amor patrio come passione civile per riannodare un senso e una ricavare lezione. Un equilibrio necessario. Si ripete sempre che dobbiamo coltivare la memoria storica e dobbiamo tornare ad amare il nostro paese, risvegliandone il senso comunitario e l'identità nazionale. Perché allora non dedicare una giornata solenne del Parlamento a quell'evento? Anche per ricordare che l'Italia non è nata nel 1945 e la sua memoria storica non si ferma a settant'anni fa, ma risale a molto, molto prima. Italia: nazione antica, civiltà più antica, stato unitario recente e repubblica più recente. Ma vera, cioè reale e spirituale al contempo. La Nazione, prima di essere un partito, è un sentimento condiviso.

È la legislatura più inoperosa della storia. Alla Camera ci sono rimasti i fantasmi. Allo scoccare dei suoi cento anni, l'Aula di Montecitorio si svela desolatamente vuota. Di persone, di leggi, di vita. Implacabili le statistiche: due provvedimenti nei primi cento giorni di governo, dieci sedute al mese. Ed è solo la punta dell'iceberg di una centralità perduta, scrive Susanna Turco il 13 novembre 2018 su "L'Espresso". Siamo arrivati, cent’anni dopo, al bivacco sui divanetti. Fuori dall’Aula - più o meno sorda e grigia - direttamente fuori. Ma che ci fosse un difetto originario di prospettiva, un pervicace torcersi delle cose nel loro opposto, poteva essere chiaro fin dall’inizio. Quando, inaugurando la nuova Aula della Camera, il 20 novembre 1918, Giuseppe Marcora, presidente della Camera dei deputati del Regno d’Italia, cominciò il suo discorso «Per la vittoria», conquistata due settimane prima nella Prima guerra mondiale, con queste parole: «Onorevoli colleghi, l’Italia è compiuta». Complimenti per la previsione. Quel giorno, raccontano le cronache dell’epoca, anche le tribune in cima all’Aula erano piene fino all’orlo. Rappresentanti dei mutilati di guerra, delle terre redente, gente comune in attesa per ore per assistere all’evento. Cent’anni dopo, Montecitorio, pur avendo in teoria nell’era giallo-verde forse più senso che mai, si ritrova di fatto svuotato: di persone, di leggi, si direbbe di vita. I deputati si aggirano come sperduti in corridoi rimbombanti. Le statistiche hanno detto che i più assidui sono 90. Il simbolo di questa epoca può essere il velista Andrea Mura: eletto con i Cinque Stelle, in piena estate ha chiarito essere più utile fuori del Parlamento che dentro. Una Camera zombie. Dove capitano settimane nelle quali non si sappia cosa scrivere sugli ordini del giorno (esempio: la terza di luglio. Altro esempio: la terza di settembre). Le statistiche dicono infatti che questo è il Parlamento più inoperoso della storia repubblicana: e lo è, per paradossale che possa sembrare, nel momento in cui a conquistare la maggioranza è proprio un movimento che predicava di aprire i Palazzi come «una scatoletta di tonno». I numeri sono implacabili: due leggi votate nei primi cento giorni del governo, il decreto dignità e il mille proroghe, sedute al ritmo di dieci al mese (67 tra metà marzo a metà ottobre, i dati più recenti), 15 leggi definitivamente approvate, di cui 9 conversioni di decreti legge. Ma forse, anche viste e considerate le circostanze eccezionali di quest’avvio di legislatura (quasi novanta giorni senza governo) vi è anche da dire come quest’esiguità sia forse solo la punta dell’iceberg - per un universo che più che mole di numeri sembra aver perso centralità. Nell’emiciclo costruito cent’anni fa sul progetto dell’architetto Ernesto Basile, quell’Aula che Benito Mussolini, appena nominato capo del governo, presentando la sua squadra il 16 novembre del 1922 chiamò «sorda e grigia» minacciando (come poi avrebbe fatto) di trasformarla in un «bivacco di manipoli», si aggirano infatti parlamentari che, dopo aver trionfato a cavallo del mito dell’anticasta, mangiano sì tutti insieme alla mensa dei dipendenti invece che al ristorante dei deputati per far vedere che non sono omologati (ma vi sono precedenti anche in questo senso: dai deputati di Rifondazione comunista agli ex missini), si stupiscono tuttavia che i funzionari del Palazzo - incarnazione del male assoluto da scardinare, secondo la logica grillina - oltre a dar loro tutti gli strumenti e il supporto necessari a lavorare, non gli scrivano anche materialmente i discorsi da pronunciare, in Aula e in Commissione: «Ma come, non ce li scrivete voi i discorsi?», è stata la domanda stupita e quasi delusa della scolaresca neodeputata a Cinque Stelle. Voci che il Palazzo fa rimbombare come un tam tam, di quelli invisibili e spietati. Ma, appunto, la torsione è come iscritta nella storia di un palazzo costruito là dove una volta, in epoca romana, si cremavano gli imperatori (Ustrinum), e ampliato secondo la visione novecentesca e laica di un architetto che aveva immaginato con un uso tutto diverso, a partire dall’ingresso. Anche il film della fin qui breve legislatura lo racconta. Pochi i giorni lavorati, pochissime le leggi discusse: d’altra parte, i primi cento giorni della legislatura passano con i deputati privi pure di uffici assegnati, assisi perciò principalmente sui divanetti del Transatlantico e al massimo intenti a presentare proposte di legge (dopo tre mesi se ne contano 1.259). Ma soprattutto un approccio generale davvero inedito. Lo si vede ad esempio nei question time (le interrogazioni a risposta immediata ai membri del governo): in questa legislatura sono i primi della storia con claque e applausi a scena aperta a sostegno della maggioranza. È fine giugno, Matteo Salvini viene interrogato sui beni confiscati ai Casamonica dal leghista Gianluca Vinci che, al termine, dopo ripetuti applausi da parte dei deputati della maggioranza, si dichiara «sinceramente soddisfatto» della risposta: «Finalmente, signor Ministro, dopo tanti anni, nel suo scranno è tornato a sedersi un uomo che, come lei, tiene al proprio Paese e che rende onore al suo Ministero. I cittadini aspettavano veramente da tanto tempo questo momento, e la ringrazio ancora». Più soddisfatto di così. È lo stesso Salvini a stupirsene: «È la prima volta che al question time c’è più maggioranza che opposizione». Ed ecco, da strumento di controllo sul governo l’interrogazione diventa strumento di elogio del governo. Lo stesso trattamento, manco a dirlo, tocca anche a Luigi Di Maio. Interrogazione a risposta immediata sulle pensioni, di Sebastiano Cubeddu e Davide Tripiedi dei Cinque Stelle. Alla fine Tripiedi dichiara solenne al microfono: «Siamo veramente soddisfatti della risposta e me lo faccia dire, Ministro, siamo veramente orgogliosi di lei. Perché glielo dico proprio da giovane, figlio di una gioventù distrutta da una politica che ha pensato solo ai propri tornaconti. Finalmente il Parlamento e il Ministro si occupano delle ingiustizie: stiamo ripristinando un po’ di giustizia sociale, Ministro». Applausi: ed è fine giugno. Non si è ancora cominciato a lavorare, i presidenti di commissione sono stati appena nominati: ma la «giustizia sociale» è già un pezzo avanti. Altro caso che spiega bene come lavorino oggi alla Camera è nella discussione del decreto sul Tribunale di Bari. Siamo a metà luglio: è il primo provvedimento che ha forza di legge, è la prima rissa della legislatura, con schiaffoni tra Fratelli d’Italia e leghisti. Ma se il parapiglia è un grande classico delle Aule parlamentari di prima, seconda e terza Repubblica, a essere nuove sono certe modalità di presenza. Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ripetutamente chiamato in causa durante la seduta per dare spiegazioni sulla scelta del nuovo palazzo in cui collocare il Tribunale, invece che presentarsi tra i deputati scrive un post su Facebook. Comodo, no? A leggerlo in Aula è, integralmente, il deputato di Leu Federico Fornario, dal telefonino. Mentre, dai banchi del governo, il sottosegretario Vittorio Ferraresi, forse dimentico dell’esistenza dell’articolo 68, cioè dell’insindacabilità delle opinioni espresse dai parlamentari nell’esercizio delle funzioni, dice di aver sentito «inesattezze gravi» di cui ciascuno «si prende la responsabilità». Come se dall’Aula di Montecitorio si dovesse finire in tribunale. «È un simulacro di ministro della giustizia», attacca l’azzurro Francesco Paolo Sisto, avvocato barese. «Un avatar», dicono da Fratelli d’Italia. Copie digitali. Del resto anche l’opposizione non è, di media, così vivace: sembra, anche lei, una copia sbiadita di se stessa. Una morta vivente. Obiezioni sbilenche, approssimazioni, pasticci. Dell’Aula di Montecitorio si fa volentieri a meno. E del resto, come si diceva, la direzione sta nell’incipit. Inaugurata con la prospettiva di celebrare il trionfo degli ideali risorgimentali, già un anno dopo nel 1919 l’Aula avrebbe visto approvare la riforma elettorale proporzionale, poi i nuovi regolamenti parlamentari con l’introduzione del sistema dei gruppi politici: insomma il rapido superamento di se stessa, fino allo schianto della marcia su Roma. Adesso, nel 2018, in piena estate, c’è chi - a proposito di utilizzo degli spazi - è arrivato a chiedere un’area di meditazione per fare yoga direttamente a Montecitorio e «consentire di superare il pensiero superficiale e inutilmente violento del dibattito politico». Mentre, sempre nell’estate 2018, uno dei provvedimenti più significativi per segnare la linea è quello portato avanti con strenua determinazione dallo stesso presidente della Camera, Roberto Fico: il taglio dei vitalizi agli ex parlamentari. Che si sostanzia però, ancora una volta, non in un provvedimento d’Aula: avviene tutto attraverso una delibera dell’Ufficio di Presidenza. E viene poi celebrato direttamente in piazza. In piazza Montecitorio, un po’ come la cremazione degli imperatori in epoca romana. Senza passare dall’Aula, appunto. Non è questa, in fondo, l’essenza del Casaleggio-pensiero? Recita parlando con un quotidiano l’imperatore del Movimento Cinque Stelle, il presidente dell’Associazione Rousseau, Davide Casaleggio: «Oggi grazie alla rete e alle tecnologie esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile». E prevede, nella stessa intervista, che «al Parlamento resta il suo primitivo e più alto compito: garantire che il volere dei cittadini venga tradotto in atti concreti e coerenti. Tra qualche lustro è possibile che non sia più necessario nemmeno in questa forma». Quali anticorpi l’istituzione propone? Ancora una volta, è il presidente della Camera Roberto Fico a rispondere: «Credo fortemente nella centralità del Parlamento e ritengo che il suo operato vada valorizzato nell’interesse collettivo», ribadisce di fronte alle parole di Casaleggio. E in pratica che fa? Riunisce i presidenti delle commissioni parlamentari, e fa sapere che intende proporre alla giunta del regolamento una rivoluzionaria novità. Questa: presentare gli emendamenti solo in formato digitale, con gran risparmio sulla spesa per la carta. Orgoglio Camera. Per chi resta, almeno. Secondo i dati di Openpolis, gli eroi quasi sempre presenti nei lavori d’Aula sono in Novanta. Tipo Termopili. Una istituzione semideserta, nella quale il deputato velista Andrea Mura, 96 per cento di assenze, ha buon gioco a rivendicare: «Sono più utile alla patria e ai destini degli oceani andando in barca a vela. E poi noi Cinque Stelle a Montecitorio siamo più di 200. Io a che cosa servo, visto che la maggioranza ce l’abbiamo già ampiamente?». Espulso dal M5S e dimesso da deputato con una rapidità degna di miglior causa - in una Camera dove il decreto per Genova arriva 40 giorni dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri. È vero che, nella seconda Repubblica, la consuetudine di bocciare le dimissioni dei parlamentari faceva sì che anche gli incompatibili conservassero la carica. Ma, come si vede, quanto ai drammi e ai dilemmi dello stare o non stare in Aula, da qualsiasi Aventino si è lontanissimi.

Senza quell’Aula non c’è democrazia. Un Parlamento sempre più svuotato e privato del suo ruolo costituzionale. Questo è sempre stato il sogno delle peggiori destre. Chi ha puntato tutto sulla delegittimazione della rappresentanza, poi ha attaccato i corpi intermedi.  Per comandare in solitudine, scrive Marco Damilano il 6 novembre 2018 su "L'Espresso". Qualche settimana fa mi è capitato di accompagnare un gruppo di ragazzi in visita alla Camera dei deputati. Giovani intelligenti, sensibili, già dotati della giusta dose di malizia e di disincanto di fronte alla retorica, li ho visti girare emozionati per i lunghi corridoi di Montecitorio, il Transatlantico, le sale della Lupa dove si riunirono i deputati dell’Aventino dopo il delitto di Giacomo Matteotti nel 1924 e dove fu proclamata la Repubblica nel 1946, la sala della Regina, fino ad arrivare alla tribuna che si affaccia sull’aula. «C’è un senso di religiosità», mi ha detto uno di loro, a ragione. Il Parlamento, ogni parlamento, è un tempio laico dove si celebra la religione della libertà, della democrazia e del pluralismo. Quello italiano ancora di più, perché ha subito nel corso della sua storia l’onta di essere stato trasformato dal regime fascista nella Camera dei fasci e delle corporazioni, con i gerarchi tutti in camicia nera. Sono passati cento anni dall’inaugurazione dell’aula della Camera, così come la conosciamo oggi. La prima seduta, il 20 novembre 1918, doveva celebrare la vittoria dell’Italia liberale e invece fu l’anticipo del ventennio mussoliniano. Oggi c’è un’Italia nuova, il governo del Cambiamento, eppure lo spettacolo offerto dai deputati (e dai senatori) è raggelante. Parlamento inattivo, ordine dei lavori prosciugato, attività parlamentare ridotta al lumicino. Decadenza del ruolo dei parlamentari. Chi sa indicare i nomi dei capigruppo di Camera e Senato dei due partiti di maggioranza, Movimento 5 Stelle e Lega? Coraggio, non vi preoccupate se non vi viene in mente nulla, la soluzione è in fondo a questo articolo. Eppure fino a non troppi anni fa era una carica autorevole e molto ambita, oggi non se ne conosce neppure il nome e il volto, in compagnia di gran parte degli inquilini del Palazzo. Non comincia certo da oggi, la delegittimazione delle assemblee parlamentari, e non è un fenomeno soltanto italiano. Crisi extraparlamentari, si chiamavano nella Prima Repubblica, tutte lo erano, al punto che il primo governo caduto nell’aula di Montecitorio in seguito a un voto di sfiducia è stato il governo dell’Ulivo di Romano Prodi, nell’ottobre 1998, venti anni fa. Il regno della Casta, il Palazzo lontano e distante, assediato dall’esterno, quante volte lo abbiamo raccontato così, denunciando i privilegi, i soprusi, le scandalose immunità, gli orpelli che hanno via via separato la nomenclatura degli onorevoli dai comuni cittadini. Oggi per molti il Parlamento è la House of Cards, la serie televisiva ambientata nella Casa Bianca prende spunto dai romanzi di Michael Dobbs, che fu il Chief Whip, ovvero il segretario d’aula, nel Partito conservatore inglese all’epica di Margaret Thatcher. «Un tempo Westminster era una palude sulla riva del fiume. Poi la trasformarono, costruendo un palazzo e una grande abbazia, innalzando un immenso miscuglio di nobile architettura e ambizione insaziabile. Nel profondo, però, è rimasta una palude», scrive Dobbs nel primo volume della serie, descrivendo quell’ambiente limaccioso, malsano, soffocante che è un’aula parlamentare, con le sue luci basse e innaturali, e poi i suoi trabocchetti, sporchi giochi, complotti, i deputati nel loro rapporto pericoloso con i giornalisti, spesso concentrati in un unico spazio dove ogni cosa si confonde. Eppure, se viene giù il Parlamento, cade anche la democrazia. È una di quelle banalità di cui ti rendi conto solo quando tutto è finito. In un sistema parlamentare come quello italiano giocare per trent’anni con le leggi elettorali, il numero dei deputati e dei senatori, il rapporto degli eletti con il territorio, i gruppi che nascono e muoiono in pochi mesi, in una parola la rappresentanza, ha finito per uccidere il Parlamento, per trasformarlo in un luogo abitato da zombies, come sognano sempre le destre di tutto il mondo, non solo quella italiana di un secolo fa che progettava di farlo diventare un bivacco di manipoli. Oggi il Parlamento è vuoto e fare politica significa soprattutto questo, come scrisse anni fa il politologo irlandese Peter Mair, governare il vuoto. E se il Parlamento è vuoto, nessuna illusione è possibile, anche l’opposizione che vorrà limitare la sua azione di contrasto della maggioranza alle sedi parlamentari combatterà nel vuoto e si svuoterà anch’essa. È il frutto avvelenato di questi anni, che non ha portato però a una maggiore partecipazione della società. Anzi, dopo lo svuotamento del Palazzo, anche la società ha preso a prosciugarsi, di idee, azioni, persone. In queste settimane, come ha scritto L’Espresso, c’è un grande fiorire di iniziative che nascono sui territori, spontanee, senza partiti o organizzazioni alle spalle. Ne è una prova la manifestazione in Campidoglio del 27 ottobre, un popolo di autoconvocati No-Raggi, cui la sindaca di Roma ha replicato lividamente. Per Virginia tutti i manifestanti sarebbero del Pd e dunque orfani di Mafia Capitale, esattamente come per Silvio Berlusconi le persone che scendevano in piazza contro il suo governo erano pagate dalla Cgil e per Renzi quelli che fischiavano ai suoi comizi erano tutti emissari di M5S. Fa male la sindaca di Roma a sottovalutare il segnale e a rispondere come la più ottusa dei capi-partito: la sua risposta è un altro segno dell’involuzione che sta portando il Movimento da strumento di nuova partecipazione in mano ai cittadini normali a partito militarizzato, blindato all’interno e all’esterno, chiuso come la testuggine romana invocata da Luigi Di Maio contro le divisioni e i malumori che cominciano a farsi largo tra gli eletti del 4 marzo. Più della manifestazione del Campidoglio, un sommovimento borghese, colpisce quanto sta accadendo intorno alla sfida della nave Mar Jonio, il vecchio incrociatore acquistato da un gruppo di attivisti (parlamentari e extraparlamentari di Sinistra italiana, associazioni, movimenti, centri sociali) e all’operazione Mediterranea, l’idea di mettere in mare un’imbarcazione battente bandiera italiana per il salvataggio di migranti e la denuncia di quanto succede al largo delle coste libiche. Un’azione concreta e virtuosa che ha il merito, anche, di aver mobilitato scrittori, artisti, intellettuali, come non succedeva da molti anni. Si unisce così qualcosa di molto europeo e anglosassone, la campagna e la ricerca dell’azione concreta, con un patrimonio tutto italiano, il reticolo di mondi vitali, una riserva di socialità e partecipazione che ha pochi paragoni in Europa. Questi mondi sono finiti sotto attacco negli ultimi anni. Chi ha puntato sulla delegittimazione del Palazzo della rappresentanza, curiosamente, ha puntato a condurre la stessa operazione sui corpi intermedi e su quanto si muove nella società. È una storia che in Italia si può collocare intorno agli anni Novanta-Duemila. Il Parlamento è stato spazzato via insieme ai partiti e la storia ha voltato pagina, lo racconta in modo ispirato e divertito Filippo Ceccarelli nel suo volumone appena uscito “Invano” (Feltrinelli), un manuale o un breviario sulla conquista, il mantenimento e il dissolvimento del potere in Italia nella storia repubblicana. La società è stata percossa, letteralmente, nei suoi punti più sensibili, i giovani e la voglia di un altro mondo possibile, è lo spartiacque che ha segnato la generazione di Michele Rech Zerocalcare, spezzata dai fatti di Genova del 2001, la repressione violenta del dissenso e della contestazione, sarà il cuore della mostra organizzata a Roma che non è solo un evento culturale ma politico, l’esempio di una ricucitura tra due ambienti, la piazza e le istituzioni, che si percepiscono come alternativi e che invece devono restare in un collegamento, anche conflittuale, se non vogliono essere entrambe perdenti. È la storia di questi anni: non se ne sono accorti, ma parlamentari e extraparlamentari hanno vissuto un comune destino. Ora il doppio attacco arriva alla stretta finale. È bastato qualche timido segnale di rivolta tra i parlamentari del Movimento 5 Stelle per scatenare i richiami alla disciplina e il fantasma delle espulsioni che però riguarderebbero non più un movimento ancora immaturo e appena arrivato in Parlamento, ma il partito più votato d’Italia che regge il governo e la maggioranza. E poi la minaccia del solito voto di fiducia per imbrigliare i dissidenti. E la prospettiva di rendere ancora più irrilevante la rappresentanza politica con il mito della democrazia diretta, come espresso da Davide Casaleggio sulle orme del padre visionario. Ma c’è anche il tentativo di tacitare e di silenziare quanto c’è fuori dal Palazzo: una strana parabola per un movimento che era interamente nato fuori dalle istituzioni e ora si ritrova a difendere il proprio spazio di potere, come facevano all’epoca i partiti più sordi e grigi alle domande della società. Ci si blinda contro i No Tap, dopo averli corteggiati e ingannati, e intanto si accumulano direzioni di tg, come hanno fatto tutti, nell’illusione che basti una poltrona a Saxa Rubra per mantenere le posizioni perdute. Non fa eccezione, in questo contesto, l’opposizione del centrosinistra, il Pd che continua a dividersi sui nomi e sulle date congressuali e finisce per essere assente, per la prima volta nella storia repubblicana, sia dal Palazzo che dalle piazze, sia nelle aule parlamentari, dove non si può fare opposizione perché non c’è il governo, né nei movimenti che nascono spontanei e non guidati da nessuno, nel vuoto. Il Vuoto che non prepara nulla di buono, nei prossimi mesi.

Per chi non si ricordasse i nomi dei capi-gruppo delle Camere dei partiti di maggioranza ecco la soluzione:

M5S capogruppo Camera Francesco D'Uva

M5S capogruppo Senato Stefano Patuanelli

Lega capogruppo Camera Riccardo Molinari

Lega capogruppo Senato Massimiliano Romeo

Michela Vittoria Brambilla, fannullona record. La berlusconiana in oltre sette mesi di legislatura ha fatto registrare una sola presenza nelle votazioni di Montecitorio. Forse è troppo impegnata dietro ai suoi 35 gatti? Scrive Adriano Botta il 14 novembre 2018 su "L'Espresso". Michela Vittoria Brambilla, 51 anni, ex giornalista Mediaset promossa deputata da Silvio Berlusconi nel 2008, si appresta a diventare il nuovo mito assoluto dell’assenteismo parlamentare: in oltre sette mesi di legislatura ha fatto registrare una sola presenza nelle votazioni di Montecitorio (quella in cui ha detto no alla fiducia al governo Conte). Per il resto, ha già dato buca più di mille volte, con un indice di assenteismo del 99,93 per cento, secondo i dati Openparlamento.it. Del resto Brambilla deve aver parecchio altro da fare, con tre figli (l’ultimo si chiama Leonardo Silvio, «in onore a un grande uomo del passato e uno del presente») e soprattutto i 12 cani, 35 gatti, 2 cavalli, 2 mini pony, 2 asinelli, 7 capre, 2 pecore, 2 daini, 3 papere e circa 200 piccioni con cui divide casa. In più si sente «sempre un’imprenditrice più che una politica» (così ha detto in un’intervista recente al quotidiano Libero), infine deve occuparsi anche delle sue aziende tra cui la Sotra Coast, che distribuisce gamberi surgelati e salmone affumicato (in questo caso, l’animalismo passa in secondo piano). Anche nella passata legislatura (2013-2018) l’onorevole Brambilla non aveva brillato per presenze in Aula: si era vista solo all’1,1 per cento delle votazioni, pur risultando spesso “in missione”. In quella prima ancora, quando debuttò (2008-2013), aveva fatto un po’ meglio - si fa per dire - con uno score di presenze del 5,6 per cento. In totale, da quando è parlamentare (cioè da oltre 10 anni) Brambilla è stata presente alle votazioni in Parlamento meno del 2,5 per cento delle volte. Curiosamente, nella sua pagina Facebook Brambilla mette una sua foto con lo sfondo di Montecitorio, scattata quindi in una delle rare occasioni in cui l’onorevole ci è passata.

EMMA BONINO, I 5 STELLE PRO CASTA E LA FINE DEL PARLAMENTO. 

Addio senatori e deputati? La provocazione di Carlo Fusi del 19 dicembre 2018 su "Il Dubbio". Di Maio ne vuole tagliare 345. Ma perché limitarsi: non sarebbe meglio eliminarli tutti? Tanto per quello che fanno… E’ una provocazione, d’accordo. Tuttavia la colossale figura di passacarte che deputati e senatori sono costretti a fare nell’esame della più importante legge dello Stato, quella di Bilancio, conferma il loro ruolo pleonastico. Idea: aboliamo tutti gli onorevoli. Che fare di un Parlamento diventato di passacarte. Luigi Di Maio ne vuole tagliare 345. Ma perché limitarsi: non sarebbe meglio eliminarli tutti? Tanto per quello che fanno – ma meglio si potrebbe dire: che li hanno ridotti a fare – sarebbero in pochi gli italiani a dolersene. E sicuramente tutti appartenenti alla Casta che ama privilegi e prebende. Mentre la narrazione grillino- populista ne trarrebbe vantaggio: invece che risparmiare 500 milioni l’anno verre fuori una maxi sforbiciata di un miliardo e mezzo (cfr. Ugo Magri su La Stampa): quanto fa in reddito di cittadinanza pro- capite? Quanto all’altro dioscuro, l’ultrà ministro dell’Interno Matteo Salvini, non serve neppure chiederlo: i suoi obbediscono anche quando devono ingoiare il “decreto “dignità inchinandosi «all’Italia che non ci piace» (Giancarlo Giorgetti dixit). Perciò che problema c’è? E’ una provocazione, d’accordo. Tuttavia la colossale figura di passacarte che i circa mille tra deputati e senatori ( compresi quelli a vita nominati dal capo dello Stato per «altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario» come è scritto in quel reperto archeologico che si chiama Costituzione) sono costretti a fare nell’esame – si fa per dire – della più importante legge dello Stato, quella di Bilancio, conferma il ruolo pleonastico, di tipo ornamentale, che hanno assunto deputati e senatori nell’era del “cambiamento” derivata dallo tsunami del 4 marzo scorso. Di fatto, il provvedimento non verrà discusso ma solo approvato – ma no, è riduttivo: ratificato – con una raffica di voti di fiducia utili ad avere il via libera prima del 31 dicembre. Sennò si finisce nell’esercizio provvisorio: e qualcuno comincia pure a pensare che non sarebbe la peggiore delle soluzioni. L’anti- parlamentarismo che dall’Unità effonde dalle pieghe della società italiana ora non ha più bisogno di essere alimentato. Il Parlamento si spegne per consunzione, per un prolasso di efficacia e legittimazione. Le decisioni che riguardano le leggi e la vita dei cittadini vengono prese altrove. Nei vertici senz’altro segreti ma che interessate voci provvedono a divulgare un attimo dopo la conclusione. O addirittura anticipare: altrimenti i video social che ci stanno a fare? Oppure nei colloqui direttamente a quattr’occhi tra Salvini e Di Maio. O ancora in una comparsata tv: la famigerata “manina” non fu denunciata del ministro dello Sviluppo nel salotto di Vespa? Intendiamoci. Sarebbe sommamente ingiusto addossare alla maggioranza gialloverde lo svilimento di quello che una volta veniva pomposamente (ma giustamente) definito il tempo della democrazia. Decenni di pratiche furbesche coniugate a genialate elettorali stravolgenti il rapporto eletti- elettori hanno contribuito ad uno svilimento che oggi diventa inutilità. Leader e capipartito di ogni colore si sono segnalati nella pervicace volontà di riservare ad un sinedrio il più ristretto possibile, capace di garantire un controllo stringente, il diritto di scegliere chi doveva rappresentare gli italiani. Dalla Repubblica delle Preferenze – cancellate perché ritenute sentina di malaffare, corruzione ed elezioni pilotate – si è passati a quella delle Liste Bloccate: avallo dei più spericolati giochi correntizi tra capibastone e Signori dei Like. Ci si è dannati per condannare l’uso e l’abuso delle risorse economiche ai fini di indirizzare il consenso dei cittadini: i pacchi di pasta o le scarpe spaiate consegnate prima del voto oggi fanno tenerezza. Mentre si sono chiusi gli occhi di fronte allo scippo perpetrato agli elettori sottraendo loro la possibilità di scegliersi chi premiare. Adesso tra le surreali soluzioni di Beppe Grillo che i parlamentari li vorrebbe estratti a sorte, le proposte del ministro per la Democrazia diretta Riccardo Fraccaro e altre immaginifiche nonché deprimenti risultanze, l’onorevole è diventato un sovrappiù. Una prece. Centocinquantasei anni fa il giornalista e scrittore Ferdinando Petruccelli della Gattina diede alle stampe un volumetto intitolato I moribondi di palazzo Carignano, sede del primo Parlamento unitario. Vi si possono leggere frasi come questa: «La missione del Parlamento non è tanto legislativa ed amministrativa. Al punto in cui si trova l’Italia, essa è politica, sovranamente nazionale. Il Parlamento è il simbolo visibile dell’unità d’Italia. Il resto è secondario». Ora quel secondario è diventato principale.

La manovra passa al Senato. Ma è caos. Rush finale per evitare l’esercizio provvisorio, scrive il 22 dicembre 2018 Il Dubbio. Finalmente il testo del maxiemendamento è passato al Senato con 167 voti a favore e 78 contrari, 3 astenuti. Il testo il 28 torna alla Camera. Insieme alle polemiche. Il Pd annuncia il ricorso alla Consulta. Mentre si confermano i tagli alla pubblica amministrazione e il blocco delle assunzioni. Tra i motivi del ritardo anche la norma sui Ncc cambiata ulteriormente dopo le proteste dei tassisti. Tra i voti contrari quello di De Falco del movimento Cinque stelle. Le opposizioni hanno continuato nelle loro proteste: dopo quella accorata di Emma Bonino (cui ieri si è unito anche il senatore a vita ed ex presidente, Giorgio Napolitano), Pd e Forza Italia sono tornati ad accusare il governo di aver esautorato il Parlamento, interrompendo con urla i lavori d’aula. Anche sul fronte interno della maggioranza tira aria pesante, in particolare tra i grillini. La prima a farsi avanti per manifestare la sua contrarietà alla tecnica usata dal governo è stata la pentastellata “eretica” di corrente fichiana, la senatrice Elena Fattori. In un post di facebook che ha ottenuto già moltissime condivisioni ha scritto: “LA MIA ULTIMA FIDUCIA. Oggi darò forse il mio ultimo voto di fiducia a questo governo. FORSE, perché anche se nessuno se lo augura ci saranno situazioni di urgenza (terremoti, alluvioni epidemie o altre emergenze nazionali) per le quali sarà necessario varare un decreto come Costituzione prevede, fare in fretta e chiedere la fiducia al parlamento. E allora non mancherà la mia fiducia responsabile. Ma dall’inizio di questa legislatura chi aveva occupato il parlamento e le piazze per chiedere onestà, trasparenza e, soprattutto partecipazione e democrazia, ha imbavagliato il parlamento impedendogli di contribuire, correggere e proporre. Così anche questa volta non abbiamo potuto proporre: per esempio di alzare il tetto delle pensioni che non vedranno l’adeguamento (1500 euro non sono pensioni d’oro) o allocare maggiori risorse alle terre alluvionate, o all’agricoltura in difficoltà. Non abbiamo potuto impedire che si alzasse la cifra per l’affidamento diretto da 40.000 a 200.000 euro, pericolosa mossa in un paese clientelare come il nostro. E molte altre cose in un lavoro collettivo che avrebbe sicuramente migliorato il provvedimento e le vita delle persone. Ma gli italiani aspettano il reddito di cittadinanza (per quanto la misura sarà diversa da quella che abbiamo raccontato negli anni ma meglio di niente) e pensioni quota 100. Per questo non tradirò le loro aspettative e avranno tutto ciò anche per il mio lavoro e il mio voto. Ma il mio voto ci sarà soprattutto perché i tempi non consentono di tergiversare sennò andiamo in esercizio provvisorio e sono dolori per tutti. Ma poi si deve cambiare perché stiamo costruendo un presente di umiliazione delle istituzioni democratiche che legittimerà chi verrà, CHIUNQUE ESSO SIA, a fare altrettanto. E io non sarò più complice di ciò”. E, per il governo, perdere tasselli al Senato potrebbe rivelarsi fatale.

L'irritazione del Colle per la manovra al buio e il Senato come un ring.

Troppe fiducie e poco dibattito. Mattarella vuole arginare la spinta anti-Parlamento, scrive Massimiliano Scafi, Lunedì 24/12/2018, su "Il Giornale". Stupore, sconcerto. E anche una certa dose di irritazione perché, dice, «il ruolo del Parlamento va rispettato» e non sfregiato. Sergio Mattarella è a Palermo, dove passerà il Natale in famiglia e dove spera di ricaricare le pile. Ma quelle scene dell'altra sera a Palazzo Madama non le ha ancora digerite. Quel Senato nel caos, umiliato, costretto a votare al buio la manovra, a premere il tasto elettronico a notte fonda senza aver nemmeno il tempo di leggere i provvedimenti. Quella maggioranza che esulta come se avesse preso la Bastiglia, quell'opposizione zittita. E quelle clausole di salvaguardia da oltre venti miliardi che zavorrano il futuro del Paese. No, dicono sul Colle, così non va. Uno schiaffo alle Camere? Forse anche al Quirinale. Infatti soltanto pochi giorni prima - mercoledì scorso, non due mesi fa - il capo dello Stato, ricevendo nel Salone dei Corazzieri le alte cariche della Repubblica per lo scambio di auguri natalizi, aveva invitato governo e maggioranza a «garantire il pluralismo», a non esagerare, a tenere nel giusto conto le prerogative delle Camere. «Al Parlamento - queste le parole di Mattarella espressione e interprete della sovranità popolare, è affidato il ruolo centrale nella democrazia disegnata dalla Costituzione. Ruolo che contrassegna ogni democrazia parlamentare e che va rispettato e preservato per non alterare l'essenza di ciò che la nostra Carta definisce e prescrive». Dunque, il discorso è chiaro: secondo il presidente, chi non rispetta le Camere non rispetta l'architrave portante della nostra democrazia. Frasi solenni, volutamente forti, ma Mattarella non ne può più dei maxi-emendamenti, delle troppe votazioni di fiducia, e vorrebbe mettere un freno alla riduzione degli spazi parlamentari. E certo non gli può piacere la riforma a cui sta lavorando il ministro Riccardo Fraccaro, M5s, che vorrebbe sviluppare la democrazia diretta e dei social network perché «molti deputati e senatori sono inutili». E sabato notte c'è stata una rappresentazione plastica, quasi un'anteprima profetica dell'«inutilità» dei parlamentari, costretti a discutere e a votare prima una scatola vuota e poi a scatola chiusa. Lo stesso accadrà con il capo dello Stato. Salvo nuovi rinvii, la Finanziaria arriverà infatti a Montecitorio il 28 in seconda lettura per poi essere rivotata il 29. A quel punto gli uffici del Quirinale avranno poco più di ventiquattro ore per esaminare il malloppo e presentarlo alla firma del presidente. Una firma obbligata, quasi al buio, appena in tempo prima dello scadere della fine dell'anno. Una corsa contro i minuti, per evitare l'esercizio provvisorio di bilancio, lo scatto delle vecchie clausole di salvaguardia, l'aumento dell'Iva per 16 miliardi e la caduta del governo. Una fretta di cui non ci sarebbe stato alcun bisogno, se il governo avesse ascoltato prima i suggerimenti del Colle e non avesse buttato due mesi nello scontro, poi perso, con l'Unione Europea. Mattarella, che ha mediato molto con Bruxelles, ha lodato «il dialogo costruttivo con la Commissione Ue». Una scelta saggia, obbligata dalle circostanze, però tardiva. Risultato, una manovra affannata e sul filo di lana, piena di errori. Sui contenuti il capo dello Stato non si esprime. Ma la baraonda al Senato, quella non gli è andata giù.

I social stanno con "la casta". E il M5S cancella il sondaggio. Su Facebook un post contro i vitalizi: "Voi da che parte state?". Ma i follower votano contro Fico e il sondaggio sparisce, scrive Clarissa Gigante, Venerdì 29/06/2018 su "Il Giornale".  "Voi da che parte state?". Evidentemente i follower della pagina Facebook del Movimento 5 Stelle stanno dalla parte "sbagliata" se il sondaggio lanciato questa mattina sul tema dei vitalizi è sparito dopo quattro ore, quando "la Casta" batteva Fico per 63 a 37. "Noi pensiamo che i vitalizi siano un privilegio indecente e Roberto Fico si sta impegnando per eliminarsi", si leggeva nel post, "La casa non è d'accordo e addirittura vorrebbe denunciarlo per questo". Sotto, da una parte "La Casta" rappresentata da Fausto Bertinotti, Massimo D'Alema, Paolo Cirino Pomicino e Ciriaco De Mita e dall'altra il presidente della Camera ed esponente storico del movimento. E alle 16,52 (quando abbiamo realizzato questo screenshot) il risultato era netto: il 63% dei votanti dichiarava di stare con "La Casta" e solo il 37% con Fico. Una piccola "rivolta", lo scherzo dei non elettori o un post poco chiaro che ha indotto i follower a schiacciare sul volto degli ex parlamentari pensando di "eliminarli" come nel più famoso dei reality? Di certo alle 16,53 è arrivata la decisione di far cancellare tutto. Ma internet non dimentica. È una regole non scritte - e che quelli della Casaleggio Associati dovrebbero conoscere bene - della rete. Dove far passare sottotraccia un tale scivolone è praticamente impossibile...

I 5 Stelle come la casta, la legge bilancio dimentica tutti gli ideali del Movimento, scrive Giuliano Balestreri su it.businessinsider.com il 24 dicembre 2018. All’Europarlamento si sono battuti strenuamente contro “il bavaglio alla rete”. Al Trade and Innovation Forum di Shanghai, il vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio aveva addirittura dichiarato: “Il nostro obiettivo principale è rendere l’Italia una Smart Nation”. Una presa di posizione chiaramente vincolata alla legge di Bilancio 2019. D’altra parte da governo che si regge su un movimento nato grazie alla rete e su un partito come la Lega che sta facendo scuola sulla comunicazione web, era lecito aspettarsi una forte spinta innovativa. Invece, gran parte delle misure contenute nel maxi emendamento vanno proprio in direzione opposta. Archiviate le delusioni della flat tax e del reddito di cittadinanza – approvate in forma poco più che embrionale -, gli elettori del governo gialloverde dovranno digerire la totale assenza della svolta innovatrice. L’ultimo in ordine di tempo a minacciare l’addio all’Italia è stato Davide D’Atri, fondatore e amministratore delegato di Soundreef: la società di gestione del diritto d’autore che ha avuto il merito di scardinare6+, obbligando la società guidata da Mogol ad aprirsi all’innovazione. “Siamo un’impresa consolidata nel mercato dell’intermediazione del diritto d’autore, grazie anche alla fiducia di fondi di investimento e venture capital tutti italiani. Non vorremmo – ha scritto D’Atri a Di Maio – lasciare il nostro Paese, come ci è stato richiesto (dagli stessi investitori ndr), qualora non si completi il processo di liberalizzazione che auspicavamo, soprattutto dopo la vittoria del Movimento Cinque Stelle che si è sempre presentato ai suoi elettori come Governo del Cambiamento”. Quando l’ex ministro Dario Franceschini recepì la direttiva Barnier, mantenendo di fatto lo status quo, fu travolto dalle critiche dei 5 Stelle. Basti pensare che il tesoriere del Movimento, Sergio Battelli, prima ancora di insediarsi in Parlamento aveva annunciato una proposta di legge “per migliorare e liberalizzare il settore dei diritti d’autore”. Proprio quello che Soundreef chiede da anni. Eppure nella legge di bilancio c’è traccia di alcun provvedimento che vada in questa direzione. D’altra parte il provvedimento prevede anche il depotenziamento del credito d’imposta per le spese in ricerca e sviluppo delle imprese. A risentirne sarà tutto il Paese comprese il comparto dei videogiochi che – da solo – vale 1,5 miliardi di euro. Proprio a Business Insider, Luca De Dominicis – fondatore dell’Accademia Italiana Videogiochi – aveva raccontato quanto il settore fosse in espansione, con sbocchi professionali enormi e con un tasso di occupazione impressionante. Per decollare il comparto avrebbe bisogno di investimenti in tecnologia, ma tutto tace. C’è poi l’irrisolto tema della mobilità. Dal bike sharing ai motorini che hanno invaso le città; dal car sharing ai colossi Uber e MyTaxi che stanno rivoluzionando il settore degli Ncc e dei taxi. Nonostante le dichiarazioni d’intenti, il governo non riesce a prendere una posizione netta a favore dell’innovazione. Non trova neppure il coraggio di regolamentare il comparto in modo tale da garantire la concorrenza. Sempre i 5 Stelle, nell’estate 2017 attaccarono il governo all’indomani del varo del Ddl Concorrenza che conteneva una delega all’esecutivo per rivedere l’intero settore e “adeguare l’offerta di servizi alle nuove forme di mobilità che si svolgono grazie ad applicazioni web che utilizzano piattaforme tecnologiche per l’interconnessione dei passeggeri e dei conducenti” e “promuovere la concorrenza e stimolare più elevati standard qualitativi”. Il Pd non fece nulla, ma il governo in carica ha lasciato scadere la delega senza colpo ferire. Con il risultato che oltre a non essere state mantenute le classiche promesse di matrice elettorale, non sono stati rispettati neppure gli ideali su cui il Movimento 5 Stelle ha costruito la sua intera storia.

Tutti più poveri: fatto. Qualche giorno fa Luigi Di Maio ha diffuso un foglietto con scritti a mano i presunti successi del suo governo, ognuno seguito dalla dicitura «fatto» rafforzata dall'evidenziatore, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 23/12/2018, su "Il Giornale".  Qualche giorno fa Luigi Di Maio ha diffuso un foglietto con scritti a mano i presunti successi del suo governo, ognuno seguito dalla dicitura «fatto» rafforzata dall'evidenziatore. Oggi che la sua manovra economica sta per ottenere il primo via libera del Senato, dopo una due giorni di rinvii, rivolte parlamentari e ritardi, proponiamo su questa prima pagina una nostra controlista per riassumere, purtroppo, non dei fantomatici successi ma i conclamati insuccessi di questo governo. Da oggi siamo tutti più poveri e meno liberi, e questo è un fatto che grida vendetta se pensiamo che porta la firma anche di Matteo Salvini, cioè anche la nostra che per scelta o per casualità (molti elettori del centrodestra si ritrovarono nel collegio un candidato dell'allora ancora Carroccio) il 4 marzo mettemmo una croce sul simbolo della Lega. Non è un caso che ieri il Corriere della Sera abbia pubblicato un sondaggio che dimostra come i consensi alla Lega stiano crescendo di molto al Sud e stiano calando di non poco - si parla dell'8 per cento - al Nord. La questione non è geografica, amo il nostro Sud e la sua gente, ma non è mettendo in ginocchio il Nord, bloccando le grandi opere e depauperando la sua ricchezza che si risolve il problema. Anzi, un livellamento verso il basso e un eccesso di assistenzialismo non potranno che inguaiare ancora di più gli amici meridionali, che avrebbero invece bisogno di stimoli e modelli di sviluppo da applicare. Il modo in cui si è arrivati a questa sciagurata legge finanziaria è lo specchio del suo contenuto. Il primo sì è arrivato nel caos e in spregio alle prerogative del Senato. In tanti anni non avevo mai visto una cosa del genere, in un mercato rionale o in un suk le cose procedono più ordinatamente e legalmente. Uno scempio sul quale, un po' vigliaccamente, il trio Conte-Salvini-Di Maio si è ben guardato dal metterci la faccia: niente post, nessun selfie o passerella televisiva. Semplicemente sono spariti nel nulla. C'è da vergognarsi per la forma e indignarsi per la sostanza. Ci stanno portando al fallimento esclusivamente per ambizione e interesse personale. Ci sono, nella legge, un codicillo che salva dalla bancarotta il padre di Di Maio e un altro la Raggi dall'incapacità di tappare le buche di Roma. Pagano i pensionati e i piccoli imprenditori che si sono fidati di Salvini. Complimenti, Capitano.

Luigi Di Maio, il suo giochetto ridicolo per rovinarci il Natale: ecco tutte le sue balle, scrive il 25 Dicembre 2018 Lorenzo Mottola su Libero Quotidiano. La tombolata con la zia zitella e il cugino logorroico non bastavano ad avvelenare il Natale: ora a mandarci di traverso il cappone ripieno arriva il giochino di Luigi Di Maio. Ecco di che si tratta: secondo un post pubblicato ieri su Facebook dal nostro vicepremier, nel Paese starebbero «girando un po' troppe balle di Natale sulla manovra del popolo». Così il politico campano ha deciso di inventarsi un test - vero o falso - da sottoporre a parenti e affini, ovviamente con le risposte precompilate da Giggino. Con le sue balle, insomma.

IVA E PREVIDENZA. Facciamo qualche esempio. Punto uno: «Aumento dell'Iva? Falso!». Sì, per quest' anno non ci sarà, salvo sorprese. Ma c' è un problema. Per far tornare i conti, la stessa finanziaria carica 51,9 miliardi di Iva aggiuntiva sul 2020 e 2021. Per evitare la mazzata questa volta servirà un vero miracolo economico. E di sicuro per mettere le ali alle nostre imprese non basterà distribuire denaro a pioggia ai nullafacenti. Punto due: «Taglio alle pensioni normali? Falso!». Per rispondere a questa affermazione toccherebbe mettersi d'accordo sulle cifre. La legge di stabilità prevede, infatti, una stretta sulla rivalutazione degli assegni di chi percepisce più di 1522 euro netti. E una cifra simile parrebbe normalissima per una persona che ha versato contributi per tutta la vita. Giggino, invece, sembra considerarli pericolosi capitalisti, accumulatori seriali, perfidi Scrooge ingrassati indebitamente alle spalle della gente perbene che resta a casa a riflettere sul divano. Il problema, forse, è che il leader pentastellato fatica a collegare i benefit garantiti dal sistema previdenziale al lavoro svolto, probabilmente perché si tratta di un concetto a lui totalmente estraneo.

I RICORSI. Punto tre: «Taglio alle pensioni d' oro? Vero!». M5S festeggia, ma la questione è tutt'altro che chiusa. La scure del governo è effettivamente calata, ma bisogna vedere se servirà a qualcosa o se invece i giudici non faranno a pezzi il traballante impianto della norma. I rischi che ciò accada sul piano costituzionale non sono pochi, perché la tagliola non fa differenze fra le somme calcolate con il metodo contributivo e quelle che arrivano dal sistema retributivo. E le associazioni di anziani interessati al provvedimento hanno già annunciato l'intenzione di presentare una selva di ricorsi. Passiamo ad altro: «Riduciamo la platea del reddito di cittadinanza? Falso!». Anche in questo caso c' è qualcosa che non torna. Le risorse stanziate inizialmente da Palazzo Chigi per questo provvedimento erano superiori di 1,9 miliardi rispetto a quanto previsto ora. Erano 9 miliardi, sono diventati 7,1. Quindi delle due una: o i soldi verranno distribuiti a meno famiglie, oppure quest' ultime percepiranno somme nettamente più basse. In ogni caso, il Movimento Cinque Stelle ha dovuto rivedere i suoi piani. Scriverlo non è follia. L'elenco di Di Maio è ancora lungo, ma a questo punto è probabile che anche il giochino abbia stufato. Meglio tornare a dedicarsi a una deprimente tombolata.

Anzichè far diventare ricchi i poveri con l'eliminazione di caste (burocrati parassiti) e lobbies (ordini professionali monopolizzanti), i cattocomunisti sotto mentite spoglie fanno diventare poveri i ricchi. Così è da decenni, sia con i governi di centrodestra, sia con quelli di centrosinistra.

Caro Salvini manovra da 7 (vizi capitali), scrive Alessandro Sallusti, Lunedì 24/12/2018 su "Il Giornale". Matteo Salvini dice di essere soddisfatto di questa manovra e si dà un bel sette in pagella. Si è sempre indulgenti con se stessi, sarebbe più saggio lasciare agli italiani il tempo di sperimentare sulla propria pelle questo presunto capolavoro di economia creativa e poi misurare il loro giudizio. A mio avviso siamo invece di fronte a una manovra viziata fin dal suo concepimento (il famigerato «contratto»), tanto che l’unico «sette» che viene in mente leggendola è un’analogia: quella con il numero dei vizi capitali, quell’insieme cioè di comportamenti che distruggono gli uomini contrapposti alle virtù che creano sviluppo. Il primo dei sette vizi è la superbia, quella con cui Salvini e Di Maio, convinti della propria superiorità, hanno ostentato disprezzo verso gli altri e con altezzoso distacco tradito buona parte degli impegni con i loro elettori. Il secondo vizio è l’avarizia nella sua antica accezione, cioè il bisogno sfrenato di ottenere sempre di più (più voti, più seguaci sui social, più fama) senza curarsi delle conseguenze. Ci sono pure la lussuria (tenere in piedi il governo solo per puro attaccamento ai piaceri del potere); l’invidia, cioè punire chi, dai pensionati benestanti agli imprenditori, nella vita a differenza loro ha conseguito successi e in alcuni casi ricchezza; l’ira, contro i loro critici che vorrebbero zittire e punire economicamente (i tagli all’editoria questo sono); la gola, nel senso di ingordigia e bulimia mediatica; infine l’accidia, cioè l’indolenza nell’affrontare e risolvere i problemi della maggior parte degli italiani. Questo è il mio «sette» a Salvini e Di Maio. E siccome anche io sono un peccatore, non so se per invidia o avarizia, vorrei fare una domanda a Salvini, ben sapendo che non arriverà risposta. È la seguente. Lei, caro ministro, ieri ha detto, per giustificare e minimizzare il taglio delle pensioni, che «chi guadagna dai sei ai quindicimila euro al mese può dare un contributo». Perfetto. Lei, i suoi 125 deputati e 58 senatori, guadagnate (non si preoccupi, paghiamo noi come lei ricordava a tutti prima del4 marzo) appunto sui quindicimila euro il mese. Mi sa dire che taglio lei e Di Maio avete previ- sto in manovra, come «contributo», per i suoi e vostri emolumenti pubblici? Anche perché, come lei ben sa, anche una pensione non totalmente coperta da contributi resta di gran lunga più sudata e meritata dello stipendio di uno di voi.

Continente vero. Il foglietto twittato da Luigi Di Maio per difendere la Manovra (ansa). Marziani. "In Finanziaria è presente una norma che consente di esercitare la professione infermieristica anche senza averne titolo. Servirà a semplificare l'allontanamento di Toninelli dal ministero evitando l'intervento di camici bianchi", scrive Luca Bottura il 24 dicembre 2018 su "La Repubblica". In un post vergato probabilmente da un collaboratore (po' era correttamente indicato con l'apostrofo) Luigi Di Maio ha sottoposto ai propri fan un test sulle "balle" che affliggerebbero la narrazione della cosiddetta manovra del cosiddetto popolo. Ha scritto proprio così, "balle", tra virgolette, probabilmente perché sapeva che mica stava dicendo "verità". Il testo era ospitato su un foglietto, col solito abuso di evidenziatore, e viene dopo analogo messaggio in cui si rivendicavano i successi del Governo giallobruno tra cui la sconfitta della povertà, la cura del cancro e il rinvenimento di un posteggio libero sotto le feste. Il fatto che Di Maio abbia sposato questa comunicazione da prima elementare conferma indirettamente le indiscrezioni su come fu approntato il famoso contratto: Luigi scrisse a Matteo su un foglietto la frase "Ti vuoi mettere con me?". E quello mise la croce sul sì. Che tra l'altro coincide con la sua firma.

Il primo post-con-foglietto di Di Maio ("Fatto!") era stato deriso da Mucciaccia di Art Attack. Giuro. Questo ("Vero/Falso") potrebbe invece finire nel mirino del cantante Paolo Meneguzzi, autore di analogo brano musicale dallo spessore politico comunque più pronunciato. Il prossimo passo è una citazione di Tiziano Ferro per omaggiare Di Maio senior e il papà di Di Battista: "Sere nere".

In Finanziaria è presente una norma che consente di esercitare la professione infermieristica anche senza averne titolo. Servirà a semplificare l'allontanamento di Toninelli dal ministero evitando l'intervento di camici bianchi.

Il grillino distributore di birre che ha postato sui social un post in cui si complimentava con sé stesso per aver inserito il codicillo che favorisce i distributori di birre non lo sa, ma rappresenta un paradigma: questa è tutta gente che ha combattuto Berlusconi per potersi finalmente godere un conflitto d'interessi tutto proprio.

Dopo Bibì (Bagnai) e Biborghi, i due alfieri della turboautarchia che la Lega ha piazzato a presiedere le Commissioni Economia, splende nel cielo di Twitter la stella di Luciano Barra Caracciolo, sottosegretario di Paolo "boom boom" Savona, che è a favore del doppio cognome e contro la moneta unica. Ieri B. C. ha diffuso ai suoi follower quanto segue: "I Criceti di Satana col loro globalismo irenico promuovono il tribalismo malthusiano omicida mirando a pulizie etniche su scala mondiale per assecondare i bisogni edonistici di elite sociopatiche". I criceti di Satana. Dev'essere il primo effetto degli sgravi sulle birre.

Manovra, Filippo Facci inchioda Gianluigi Paragone: "Il giornalista che ha fatto carriera coi fondi pubblici", scrive Filippo Facci il 24 Dicembre 2018 su "Libero Quotidiano". Il giornalista più apertamente lottizzato d' Italia (l'ha pure ammesso) tuona contro la casta dei giornalisti. Il giornalista notoriamente ingrassato coi contributi pubblici (dalla Padania alla Rai alla poltrona da parlamentare: tutto per sostanziale nomina, altro che «lettori» ed «elettori») tuona contro i fondi all' editoria, il cui taglio «lo chiedono i cittadini»: più una serie di spaventose e superficiali cazzate che tornano utili solo a chi, durante le feste, volesse tenersi leggero: gli basterebbe sbirciare, prima di ogni portata, che cos' ha detto e scritto Gianluigi Paragone il 17 dicembre scorso. Dopodiché, ora, dovremmo passare al merito tralasciando il pulpito: ma è veramente dura dimenticare il pulpito. «Lo dicevo prima e posso ribadirlo adesso: i giornalisti italiani sono una casta», parole sue. E quando lo diceva, Paragone? Forse la prima volta che sentimmo parlare di lui: quand' era direttore della Padania, da immaginarsi con quale indipendenza (e con quali meriti fosse stato insediato) in un periodo in cui i giornali di partito non vivevano «anche» grazie ai fondi per l'editoria, ma solo ed esclusivamente grazie a essi. Poi che ha fatto, l'uomo che «lo diceva prima»? Dopo il periodo probabilmente più libero della sua vita (a Libero, appunto, quotidiano che già percepiva gli orribili fondi) il lottizzato Paragone, coi piedi in due caste, approdava dal niente alla vicedirezione di Raiuno e alla conduzione di sbracatissimi programmi tipo «Malpensa, Italia» (poteva chiamarlo direttamente «Gemonio, Italia», a quel punto) e inaugurava quella che a parere dello scrivente è la serie di talkshow più brutti, squallidi, volgari e arruffapopolo che avevamo mai visto. Poi, passando d' un tratto alla direzione di Raidue per logiche sicuramente molto professionali, e soprattutto annusata l'aria che tirava, cercò di ri-verginarsi annunciando «mi dimetto da giornalista di centrodestra» e intensificando la caciara di puntate titolate, per esempio, «Politici, ora basta!». Si mise l'orecchino e cominciò a introdurre le puntate suonando la chitarra. Una sera, in diretta, meritò il commento del compianto Giorgio Straquadanio: «Paragone si sta già preparando il futuro». E tu prova a smentirlo. Paragone ci provò: «La Rai non è della politica», rispose. No, infatti: la Rai è dei partiti. Intervistato dal Corriere, disse: «La mia è una trasmissione di rottura disordinata, io non ho le idee chiare, non è populismo, forse è anarchia, è il disordine che viene dal fatto che non riesco più a trovare un senso o un ordine a quello che sto vivendo». E siamo perfettamente d'accordo con lui. Ma adesso andiamo veloci, sennò si fa noiosa: d' un tratto diventò amicissimo di Urbano Cairo e Diego Della Valle ed ecco «La gabbia» su La7, l'antisistema come estetica, l'antieuro come missione, le teorie del complotto come fondali. Diventò l'idolo dei deficienti no vax. Sinché venne cancellato dal nuovo direttore di rete. Rimasto a spasso, dopo aver usato la politica per fare il giornalista, usò il giornalismo per fare il politico: a fine settembre 2017 condusse la kermesse che incoronò Di Maio candidato premier e se lo portò dietro nella presentazione del suo sobrio libro «Gang Bank. Il perverso intreccio tra politica e finanza che ci frega il portafoglio e la vita». Candidato nel listino. Eletto. A quel punto mancava solo un suo blog sul Fatto Quotidiano. Fatto.

Il caso Rai -  E finalmente, ora, possiamo occuparci delle scemenze che ha scritto contro il mondo che ha partorito lui. Paragone dixit: «Noi del MoVimento 5 Stelle avremmo cominciato una sorta di regolamento di conti per seguire i desiderata sia del vicepremier Luigi Di Maio sia del sottosegretario Vito Crimi». Sì. Esattamente. «L' accusa che ci muovono è quella di soffocare il pluralismo dell'informazione e di colpire il diritto dei cittadini ad essere informati».

Esatto, sì. «Che il taglio dei fondi per l'editoria ci sia, è vero. Che sia richiesto dagli stessi cittadini è altrettanto vero. E che i cittadini e i lettori stiano abbandonando il sistema dell'editoria tradizionale è fuori dubbio». Paragone ci sta ricordando che i lettori dei giornali di carta calano in tutto il mondo, ma ecco che cosa sta facendo il governo secondo lui: «Nient' altro che un riordino di un comparto che parte da un dato di fatto se i lettori non ne vogliono più sapere di un giornale, non è concepibile che indirettamente tutti gli italiani debbano concorrere a tenere in vita dei giornali che in edicola non funzionano più». Fine. L' analisi di Paragone è tutta qui. Dopodiché possiamo spiegargli un paio di cose, oltre a quelle che ha già spiegato la direzione di questo giornale a proposito dei soldi statali che se ne andranno comunque in sussidi di disoccupazione (per i giornalisti licenziati, giocoforza) e soprattutto dei soldi che continuano ad andare al pozzo senza fondo chiamasi Rai, quella che serve a far suonare la chitarra a Paragone. Allora.

1) Il liberismo e il «mercato», da soli, non assicurano la sopravvivenza neppure a case editrici, cinema, teatri, opere liriche, musei, mostre e monumenti. Se dovessero campare solo di prodotti e biglietti, chiuderebbero domani. Che facciamo, tagliamo tutto anche lì, data la caratura culturale de «i cittadini» di cui parla Paragone? Gente che probabilmente della cultura ha sempre fatto a meno, e che i giornali non li comprava neanche prima? Senza contare che l'informazione rientra tra i diritti costituzionali garantiti dallo Stato, non è un'elemosina. Non a caso i contributi per l'editoria diretti o indiretti esistono anche all' estero, e segnatamente nella gran parte dei paesi europei.

2) Se anche fosse vero - come dice l'orecchiante Paragone - che «i cittadini e i lettori stanno abbandonando il sistema dell'editoria tradizionale», è sicuramente vero che i soldi per l'editoria digitale vengono proprio e ancora dalle copie cartacee. L' 85 per cento dei ricavi viene ancora dalle carta, per essere precisi: ogni giorno si vendono 2,8 milioni di giornali tradizionali che hanno 16,2 milioni di lettori. Si vede che è gente poco d' avanguardia. L'Agcom comunque informa che il 98 per cento dei giornali online, in Italia, fattura meno di 21mila euro all' anno.

3) La pretestuosità dei tagli all' editoria non si evince solo dai commenti all' intervento di Paragone («devono morire di fame», «i giornalisti mentecatti andranno a zappare la terra o a servire i loro padroni come camerieri») ma anche dalla recente falsità pronunciata da sottosegretario Vito Crimi, che ha definito l'editoria come «il settore più assistito da parte dello Stato». Crimi ha parlato vagamente di una spesa di 3,5 miliardi di euro in 15 anni, cifra che non si sa dove abbia preso. Bene: solamente i sussidi elargiti alle fonti energetiche ritenute dannose per l'ambiente (tipo gas, carbone, petrolio, ecoballe) ammontano a 11,5 miliardi all' anno: dati del Ministero per l'Ambiente. Nel programma dei grillini, tra l'altro, c' è l'abrogazione di questi sussidi, e invece non c' è quella dei fondi per l'editoria. Le innumerevoli interviste e interventi dei mesi scorsi da parte di esponenti leghisti, secondo i quali non ci sarebbe stato nessun taglio, fa capire, infine, come la questione sia stata oggetto di un mero mercato politico. In lingua italiana, quello di Matteo Salvini si chiama voltafaccia.

4) Ultimo ma non ultimo: nei fatti, a guardar bene, il taglio voluto dall' emendamento dei grillini non abolisce i fondi per l'editoria, ma ne vieta l'accesso a circa una ventina di testate diversissime tra loro (l'Avvenire, il manifesto, Libero tra queste) che non sono mai state tenere coi grillini medesimi. Un caso, certo. Così come non è un caso che i 180 milioni che resterebbero (intatti) saranno invece da destinare a un fondo a totale disposizione della presidenza del consiglio per progetti di «soggetti pubblici e privati» i quali promuovano genericamente la «cultura della libera informazione plurale, della comunicazione partecipata e dal basso, dell'innovazione digitale e sociale, dell'uso dei media». In lingua italiana: i grillini potranno dare quei soldi, cioè i fondi per l'editoria, ai loro amici. Filippo Facci

Manovra, via libera anche a chi esercita professioni sanitarie senza titolo. Le associazioni: "Assurdità totale". Un emendamento voluto dal M5S modifica la legge 42/99, stabilendo una deroga per l'iscrizione agli ordini anche da parte dei professionisti senza titoli che abbiano lavorato, nell'arco di 10 anni, almeno per 36 mesi. Il ministero: "Il provvedimento tutela numerosi lavoratori che oggi vedono la loro posizione a rischio", scrive Valeria Pini il 23 dicembre 2018 su "La Repubblica". Si allenta la stretta, voluta dall'ex ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, in materia di professioni sanitarie. Parliamo di fisioterapisti, tecnici di laboratorio, logopedisti, ostetriche. Nella manovra finanziaria il comma 283 bis, un emendamento voluto dal M5S, modifica la legge 42/99, stabilendo una deroga per l'iscrizione agli ordini anche da parte dei professionisti senza titoli che abbiano lavorato, nell'arco di 10 anni, almeno per 36 mesi. In pratica si tratta di una specie di condono. Una decisione, come era facile prevedere, che ha scatenato le critiche delle associazioni di professionisti che giudicano il provvedimento inadeguato fino a definirlo "una assurdità totale". Nell'emendamento appena approvato dal Senato viene in pratica allargata la possibilità di accedere a queste attività professionali. Basta aver svolto professioni sanitarie infermieristiche, ostetrica, riabilitative, tecnico-sanitarie e della prevenzione senza il possesso di un titolo abilitante per l'iscrizione all'albo professionale, per un periodo minimo di 36 mesi, anche non continuativi, negli ultimi 10 anni. Sarà sufficiente avere questo requisito per continuare a svolgere questi lavori previsti dal profilo della professione sanitaria di riferimento, purché ci si iscriva, entro "il 31 dicembre 2019, in appositi elenchi speciali ad esaurimento (da costituire entro 60 giorni con decreto del ministero della Salute) e istituiti presso gli Ordini dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione, fermo restando che tale iscrizione non si tradurrà in un’equiparazione". Il testo prevede inoltre che quest'iscrizione "non comporterà un automatico diritto a un diverso inquadramento contrattuale o retributivo, a una progressione verticale o al riconoscimento di mansioni superiori". Inoltre viene stabilito che "non potranno essere attivati corsi di formazione regionale per il rilascio di titoli". E' stato inoltre ampliato l'accesso alla professione di massaggiatore in quanto viene abrogato l’articolo 1 della legge 403/71 nel quale si sanciva che "la professione sanitaria ausiliaria di massaggiatore e massofisiotarapista è esercitabile soltanto dai massaggiatori e massofisioterapisti diplomati da una scuola di massaggio e massofisioterapia statale o autorizzata con decreto del ministro per la sanità, sia che lavorino alle dipendenze di enti ospedalieri e di istituti privati, sia che esercitino la professione autonomamente”.

• IL DECRETO LORENZIN. Il provvedimento amplia di fatto l'accesso a questi mestieri con una deroga alla legge 13 marzo del 2018 dell'ex ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, che impone a circa  250mila professionisti, dai fisioterapisti ai tecnici di laboratorio, dai logopedisti agli ortottisti, di iscriversi a 17 Albi e confluiti nel nuovo maxi-Ordine dei tecnici sanitari di radiologia medica e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione e della prevenzione (Federazione nazionale Ordini Tsr-Pstrp). Si tratta di una specie di condono per chi non si era adeguato alla normativa.

• ASSOCIAZIONI CRITICHE. Il provvedimento ha suscitato diverse polemiche fra le associazioni di categoria. Prima fra tutte la posizione della Federazione nazionale degli ordini della professione di ostetrica che rappresenta oltre 22.000 iscritti in Italia. "Leggiamo con seria preoccupazione la notizia della sanatoria - fa sapere il sindacato - . Si rischia di creare una pericolosa breccia in un sistema che tutela e garantisce innanzitutto la salute pubblica dei cittadini. Sistema che rappresenta anche una sicurezza per le altre professioni sanitarie. Appartenere a un albo non è una semplice iscrizione, ma significa dover dimostrare al nostro Sistema nazionale, e quindi alla collettività tutta, di possedere una serie di requisiti: un percorso formativo di base e di specializzazione nel settore sanitario, di aver acquisito competenze e abilità, di aver superato esami e prove". Sulla stessa linea anche l'Associazione italiana fisioterapisti, che già prima dell'approvazione da parte del Senato aveva attaccato l'emendamento.  "Assisteremmo al paradosso che chi ha lavorato come dipendente o autonomo svolgendo attività riconducibili a quelle di una professione sanitaria come il fisioterapista o altra professione, senza titoli di studio abilitanti all’esercizio, verrà iscritto in elenchi speciali, potendo così continuare ad esercitare abusivamente. Manca la previsione di quali titoli di studio permetterebbero tale iscrizione, mancano le modalità di verifica delle reali competenze degli iscritti agli elenchi speciali necessarie per potersi occupare della salute delle persone. Una assurdità totale. Nessuno, politica o sindacati, potrà cavarsela con la scusa di aver salvato posti di lavoro", si legge nella nota dell'Associazione italiana fisioterapisti.

• IL MINISTERO DELLA SALUTE. Il ministero della Salute difende il provvedimento ricordando che tutela numerosi lavoratori che prima del decreto Lorenzin hanno esercitato per anni e che oggi vedono la loro posizione a rischio. "Si tratta di decine di migliaia di persone che, a seguito dell’approvazione della legge 3 del 2018, pur operando nel settore sanitario da diversi anni, non sono nelle condizioni di iscriversi in un albo professionale come prescrive la nuova normativa - fa sapere il ministero della Salute -. Parliamo in grande prevalenza di massofisioterapisti ed educatori professionali, ma anche di altre categorie più circoscritte. Tra questi alcuni non hanno partecipato alle procedure indette, a suo tempo, dalle medesime Regioni per la equivalenza ai titoli universitari non essendone prevista la necessità dal quadro normativo di allora; altri si sono formati attraverso corsi organizzati dalle Regioni che non possono essere riconosciuti validi per l’iscrizione agli albi".

• "TUTELARE I LAVORATORI". In questo modo, precisa ancora il ministero, si permette "a chi possa provare con adeguata documentazione, che sarà demandata ad un decreto ministeriale, di aver effettuato un’attività di lavoro dipendente o autonomo per 36 mesi negli ultimi dieci anni di continuare a svolgere le attività previste dal profilo della professione sanitaria. In questo modo tuteleremo tutte quelle persone che lavorano da decenni con professionalità e che ora rischiano di perdere il lavoro e allo stesso tempo vogliamo impedire che in futuro situazioni analoghe, frutto di norme che l'hanno permesso, non si ripetano più". Nessuna equiparazione dunque con chi è iscritto agli albi, tiene a ricordare il ministero. Resta il fatto però che questa misura finisce per togliere ogni tipo di distinzione fra coloro che si sono iscritti agli albi, mettendosi in regola, e i colleghi che non si sono adeguati alla normativa.

Professioni sanitarie, nasce pure l’ordine dei fisici: costa 300 euro l’anno e pagano tutti, anche i prof, scrive il 20 dicembre 2018 Alessandro Ferretti, Ricercatore universitario, su "Il Fatto Quotidiano". In effetti ci avevano avvisato che questa era l’era del cambiamento, ma non immaginavo così tanto: di fronte a questa novità la mia prima reazione è stata il classico “mi stai prendendo in giro?”. Due settimane fa, un collega universitario mi racconta infatti di un progetto che obbligherà i laureati in Fisica e Chimica che già lavorano in settori attinenti ai loro studi (ovvero, praticamente tutti) a versare la bellezza di 300 (trecento!) euro ogni anno al nuovissimo ordine professionale federato dei fisici e dei chimici, altrimenti…ciao ciao lavoro! Mentre sto ancora ridacchiando per la credulità del collega, accendo il pc e scopro… che è tutto vero! Non solo: c’è addirittura una petizione online con quasi 5mila firme (lanciata da uno che oltretutto fisico non è ma è un ingegnere, il professor Ezio Puppin del Politecnico di Milano) che punta a scongiurare quest’incredibile eventualità. Ho provato a informarmi per comprendere la genesi di questo provvedimento e questo è ciò che ho scoperto. A gennaio di quest’anno viene approvata la legge 3/2018, che riordina le professioni sanitarie che si occupano di “prevenzione, diagnosi, cura e riabilitazione”. Questo riordino coinvolge i fisici che si occupano di medicina, come nel caso delle radioterapie per la cura dei tumori. La legge istituisce quindi l’ordine professionale dei fisici, mettendolo insieme a quello già esistente dei chimici (finora sotto la vigilanza del ministero dalla Giustizia) nella Federazione nazionale degli ordini dei chimici e dei fisici, e affidando la vigilanza al ministero della Salute. Siccome in questa federazione i fisici sono delle new entry, si pone il problema di capire per quali professioni di ambito fisico debba essere necessaria l’iscrizione all’ordine. E qui viene il bello: mentre gli ingenui come me e voi potrebbero pensare che tale obbligo valga solo per chi svolge appunto una professione in ambito sanitario, la neonata Federazione si ispira al principio “meglio abbondare”. Propone quindi un regolamento che obbligherebbe a iscriversi all’ordine praticamente tutti i laureati in Fisica, basta che il loro ambito lavorativo abbia anche lontanamente a che vedere con la fisica: compresi, ad esempio, i dipendenti delle università e degli enti di ricerca e i professori delle scuole, anche se studiano esclusivamente collisioni di buchi neri o il plasma di quark e gluoni. Oltre ai fisici la novità riguarderebbe anche i chimici, i biologi e i biotecnologi: una novità che peraltro, come avrete immaginato, è in totale conflitto con una sfilza di leggi che non finisce più. Di questi tempi, dove l’unica cosa che sembra contare è il denaro, la proposta di regolamento è perfettamente logica: chiedere a un ordine professionale chi, secondo loro, deve essere obbligato a versare allo stesso ordine 300 euro all’anno è un po’ come portare un bambino in un negozio di caramelle e chiedergli quante ne vuole avere in regalo. Molto meno logico, anzi del tutto sorprendente, è invece il comportamento del ministero della Salute: invece di ridere divertito per la sfrontatezza della richiesta, il Ministero sembrerebbe orientato ad adottare la proposta dell’ordine così com’è, senza neanche far notare che il riordino era in realtà limitato alle professioni sanitarie. L’unica traccia di uno scrupolo sta nel fatto che il ministero della Salute, prima di approvare in via definitiva il tutto, chiede un parere al ministero dell’Istruzione, da cui dipendono universitari, dipendenti degli enti di ricerca e professori di scuola. Quest’ultimo, forte del parere assolutamente negativo del Cun (il Consiglio universitario nazionale, l’organo elettivo e di rappresentanza del sistema universitario) ha appena risposto al ministero della Sanità: l’obbligo di iscrizione all’ordine deve riguardare solo, come dice la legge, i professionisti sanitari, che sono quelli che mettono le mani sui pazienti. Di sicuro non quelli che spiegano la teoria della relatività in aula. Ora la palla torna al ministero della Salute, che per ora non ha ancora emanato il regolamento in questione. Come andrà a finire questa appassionante telenovela? Ci toccherà fare ricorso in massa, perdendo del gran tempo e arricchendo uno stuolo di avvocati, oppure lo spirito del Natale scenderà sul ministero della Salute e lo indurrà a più miti consigli? Vi farò sapere, restate sintonizzati.

Bonino: "Pianto in Aula? E' una fake news", scrive il 21/12/2018 Adnkronos. Ma quali lacrime? Emma Bonino smentisce all'Adnkronos di essersi lasciata andare al pianto, al termine del monito lanciato ieri in aula al Senato sulla totale violazione delle regole parlamentari da parte di M5S e Lega sulla manovra economica. "Questa cosa che mi sarei messa a piangere è una vera e propria fake news. Non ho pianto proprio per niente - precisa -. Mi sono semplicemente un po' emozionata e mi sono seduta al mio posto, esausta, al termine di un intervento che è stato così difficile per le continue interruzioni che ho dovuto subire e per le contestazioni irrispettose che ho dovuto sopportare". Anche adesso la leader di +Europa è al suo posto a Palazzo Madama, ancora un po' provata per la giornata di ieri e per l'incertezza che grava su quella di oggi. "Quello che sta succedendo in queste ore è pure peggio delle cose che sono successe ieri. Il maxi emendamento non si vede, non si sa se ci sarà o non ci sarà e a che ora. Lo spettacolo di un parlamento totalmente esautorato si ripete anche oggi". "Ci dicono che ci sono problemi al Mef. Le voci che abbiamo raccolto al Senato ci dicono che forse arriva alle 7 o forse no, alle 9. Ieri sono stata una facile profeta e fin troppo moderata, quando ho detto che questa maggioranza tiene in scacco le istituzioni a proprio uso e consumo". "Non solo noi dell'opposizione ma anche i senatori della maggioranza - continua Bonino - sono in cerca di certezze e sono in balia di questa confusione. Comunque io non mi sono ritirata sull'Aventino. Seguo tutto quello che succede ma ho anche aggiunto che a questo scempio non voglio partecipare. Ieri nel corso del mio intervento in aula ho cercato di rendere più evidente la gravità di quello che sta succedendo".

"Sono qui al Senato e guardo con sgomento, seguo con tristezza quello che ci sta scorrendo davanti agli occhi ma allo stesso tempo dico e ribadisco che io a questa farsa non voglio partecipare, non voglio essere ritenuta complice di una sceneggiata".

Emma, che scoprì la politica per l’errore di un ginecologo…Le lacrime della leader radicale sono il frutto di una vita passata a dare battaglia sui diritti dentro e fuori le istituzioni, la prima fu per la legalizzazione dell’aborto, scrive Paolo Delgado il 22 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". Se le chiedono cosa facesse nella primavera del 1974, quando i radicali di Marco Pannella erano impegnati a tempo pieno per la elezioni che avrebbero siglato la loro più importante e incisiva vittoria, il referendum sull’aborto, Emma Bonino, la radicalissima, non saprebbe cosa rispondere. Di politica s’impicciava poco, pur essendosi da poco laureata con una tesi su Malcolm X. I cortei del ’68 li aveva visti dalla finestra. Lei stessa, ragazza borghese e per sua stessa definizione “perfettina”, nata a Bra, provincia di Cuneo, da una famiglia cattolica proprietaria di un’azienda agricola passata poi a un più redditizio commercio di legname, ammette che neppure ricorda bene come votò in quel referendum. La missione politica della sua vita la scoprì per caso. Più precisamente per l’errore di un ginecologo che la aveva diagnosticata sterile. Nessun bisogno di precauzioni, quindi, però il medico sbagliava e nel 1974, a 26 anni, Emma si ritrovò incinta. Lo stesso medico, pur sconsigliando la grave scelta, si offrì di assisterla nell’aborto: «Fa un milioncino tondo». Emma preferì ripiegare sull’Aied, a Firenze, e affidarsi alla rete composta in buona parte da militanti del Partito radicale, che praticavano la disobbedienza civile aiutando le donne che volevano abortire senza battere a cassa. Segnata dall’esperienza personale, iniziò a dare anche lei una mano all’Aied e quando lesse che Adele Faccio, dirigente radicale di prima grandezza, aveva aperto un centro per la sterilizzazione e l’aborto a Roma prese il treno per Roma decisa a conoscerla. Il centro era allocato in via di Torre Argentina, in quella che era allora ed è tuttora la sede del Partito radicale. Per Emma Bonino sarebbe diventata casa. Si lanciò nell’avventura come chi scopre una vocazione. Assunse con la Faccio la gestione del centro nel 1975, nello stesso anno si autodenunciò per l’aborto, l’anno seguente, ventiseienne, fu eletta per la prima volta in Parlamento. In via di Torre Argentina la ragazza di Cuneo aveva conosciuto Giacinto Pannella, detto Marco: l’incontro della vita. Difficile immaginare caratteri più diversi: Emma era schiva, Marco istrionico, Emma era inesperta, Marco navigato già negli anni giovanili della politica universitaria, Emma ordinata e metodica, Marco caotico, torrentizio, irrefrenabile. Eppure, e forse proprio per questo, la coppia funzionò alla perfezione per decenni. Col tempo, Marco continuò a incarnare l’anima movimentista, fragorosa dei radicali, insieme guitto e geniale, primadonna come nessun altro. Emma invece è entrata sempre più nelle parti della “donna delle istituzioni”. La differenza tra i due, negli ultimi anni si riassume in fondo in una formula semplice: Marco Pannella, padre padrone del Partito radicale, non è mai stato e non è mai voluto diventare un uomo di potere. Emma Bonino si è ritrovata, forse suo malgrado, a esserlo. Nel 1994 viene eletta deputata nelle liste del centrodestra, aderisce al gruppo parlamentare di Forza Italia, meno di un anno dopo Berlusconi la indica come commissaria europea per le politiche umanitarie e quelle dei consumatori. Instancabile gira per il mondo. E’ la prima commissaria a mettere piede nella Bosnia dilaniata dalla guerra e al ritorno assume una posizione deflagrante. I radicali sono sempre stati non-violenti. Sia lei che Pannella hanno fatto del Satyagraha del mahatma Gandhi la loro bandiera. Ma di ritorno da Sarajevo assediata Emma la commissaria invoca l’intervento militare contro la Serbia e resterà sulle stesse posizioni quando, quattro anni dopo, l’intervento ci sarà davvero, nella guerra del Kosovo. Dopo le dimissioni della commissione nel 1999, provocate dal rifiuto di dimettersi di una commissaria accusata di frode, Emma torna a ricoprire cariche istituzionali, stavolta in Italia, nel 2006. In mezzo c’era stato un clamoroso successo elettorale con la Lista Bonino nel 1999, quando raggiunse addirittura l’8,5%, dimostratosi però presto effimero ed evanescente. Alle elezioni del 2006 i radicali si trovano sul fronte opposto della barricata rispetto al decennio precedente “berlusconiano: con l’Unione di centrosinistra guidata da Romano Prodi. La Bonino diventa ministro per le Politiche comunitarie ma il governo dura poco, appena 20 mesi. Nella legislatura successiva, eletta con il partito democratico, è vicepresidente del Senato e con Letta è ministro degli Esteri.Il ruolo modella almeno in parte le priorità politiche. Nei radicali hanno sempre convissuto due anime, che per Marco Pannella erano in realtà facce della stessa medaglia: quella libertaria e quella liberista. Don Giacinto detto Marco anche negli ultimi anni della sua vita ha sempre incarnato soprattutto la prima, senza peraltro mai sdegnare la seconda, quella liberale e sempre più marcatamente neoliberista. Emma l’Europea, di casa a Bruxelles, si è imposta sempre più come campionessa di un europeismo centrato sulla piena condivisione delle politiche di bilancio europeo, sino a essere eletta nelle ultime elezioni con il gruppo più omogeneo alle politiche monetarie europee che fosse in campo: Più Europa. Forse anche per questo, oltre che per motivi di protagonismo personale e probabilmente anche per il peso della malattia, entrambi in lotta con il cancro, negli ultimi anni le posizioni di Marco Pannella e di Emma Bonino si erano allontanate molto più di quanto le cronache abbiano voluto registrare. L’assenza di Emma Bonino dalla affollatissima veglia funebre per il gigante del Partito radicale, la notte del 19 maggio 2016 a Roma è stata una delle pagine più tristi nella storia non solo del Partito con la Rosa nel Pugno ma anche della politica italiana in generale. Qualunque cosa si pensi di donna Emma, ognuno, anche i più agguerriti, dovrebbero riconoscerle la capacità di ammettere gli errori. Subito dopo l’elezione alla Camera del 1976 si lanciò, come d’uso tra i radicali, in una raffica di campagne, trasformate quasi tutte in referendum tra i quali quello, vinto e disatteso come nessun altro prima o dopo, sulla responsabilità civile dei giudici oltre che quello sull’aborto. Ma Emma si scagliò a spada sguainata anche contro l’allora presidente della Repubblica Giovanni Leone, vittima di una campagna mediatica e politica di linciaggio, perché sospetto di corruzione, tanto violenta quanto infondata. La Bonino fu tra le più battagliere ma si tirò indietro quando capì che la campagna era infondata e segnata dal peggior giustizialismo. Vent’anni più tardi scrisse e consegnò di persona all’ex presidente una lettera di scuse. Per carattere, personalità, convinzione e biografia politica, Emma Bonino vanta un senso delle istituzioni che non ha nulla della vuota retorica che di solito le esaltazioni delle istituzioni democratiche camuffano e neppure la si potrebbe mai accusare di adoperare l’allarmismo a scopo di propaganda spiccia. Le sue lacrime nell’aula del Senato, giovedì sera, a fronte dell’enormità di una legge di bilancio destinata per la prima volta nella storia repubblicana a essere approvata senza che il Parlamento possa neppure leggerla, figurarsi poi modificarla, erano del tutto sincere.

Lascia ch’io pianga: quando Emma Bonino abbandonò le figlie adottive, scrive Eugenio Palazzini il 23 dicembre 2018 su Primato Nazionale. “Voi non avete rispetto delle istituzioni, ci passate sopra come dei rulli compressori, ma un giorno di queste istituzioni avrete bisogno anche voi”. Con queste parole la senatrice Emma Bonino, eletta nelle liste di +Europa, è intervenuta due giorni fa in aula per commentare la manovra economica del governo. Secondo il leader radicale che “il Parlamento sia umiliato, esautorato, ridotto alla farsa non è un trofeo di cui andare orgogliosi”. Si tratta anzi di “una ferita grave a tutti, al paese e alla democrazia, un ulteriore grave attacco alla democrazia rappresentativa”. Un duro attacco culminato con un pianto, poi più o meno smentito dalla Bonino, che ha commosso i guardaspalle liberal del libero pensiero in libero stato di tutto il libero web. Uno sfogo libertario in libertà pur di rimarcare che la libertà finisce là dove governa chi non piace ai liberi pensatori illuminati. Lascia ch’io pianga mia cruda sorte, che sospiri la libertà e che l’istituzione della laica Repubblica possa evangelicamente liberarci dal male, rappresentato da chi è stato democraticamente eletto per rappresentarci. Ma fuor dai giochi di parole e da qualche lacrima sul viso, ci resta latente una sensazione di sfogo ipocrita. Ci scusi dunque la senatrice se noi commentatori distratti non abbiamo saputo cogliere il suo afflato istituzionale. Persi come siamo nelle maglie delle notizie circolanti nel libero web, ci è sfuggito il bandolo della matassa. Perché non sfugga anche alla senatrice, ci siamo allora presi la briga di riannodarlo. Emma Bonino, per sua stessa ammissione, non ha mai voluto diventare madre. Lei, che ha “aiutato” altre donne a non esserlo, non ha avuto figli “perché ci vuole coraggio: e io non l’ho avuto”, confessò a Io Donna l’ex ministro degli affari esteri. Eppure, un giorno all’improvviso, “a un certo punto non ha resistito e ha preso con sé due figlie non sue, due bambine abbandonate che ha cresciuto per qualche anno, riempiendole di affetto e attenzioni e scontando tutto ciò a cui le madri lavoratrici devono far fronte ogni giorno: il doppio lavoro, il tempo che non basta mai, la stanchezza da cancellare, le fiabe da raccontare. Emma che a un certo punto ha detto basta e s’ è separata dalle bambine che amava, perché s’ è ricordata di non aver mai voluto essere madre: le ha allontanate da sé sopportando uno strazio infinito, ha trovato per loro una nuova dimensione, un presente e un futuro, e ancora adesso, quando le sente, quando le vede, ogni tanto, non è mai sicura fino in fondo di aver fatto la cosa giusta”. A raccontarlo è la giornalista di La7 Myrta Merlino, nel suo libro “Madri” edito da Rizzoli, dedicato alle mamme italiane che si sono distinte per coraggio. Ecco, riannodando quel bandolo, capita di imbattersi in cose per cui la senatrice ha dato prova di profonda sensibilità. Ma come direbbe lei, “non sono trofei di cui andare orgogliosi”. 

QUELLI DELLA LEGITTIMA DIFESA...NEL PARADISO DEI RAPINATORI.

LE NORME. Troppe armi nelle case degli italiani. Avevano tutti un regolare porto d'armi agli autori degli ultimi fatti di sangue, dalla sparatoria al Tribunale di Milano a quella di Napoli, scrive Nadia Francalacci il 27 maggio 2015 su "Panorama". Lucida follia oppure pazzia. Resta il fatto che questi uomini che si trasformano in assassini, detengono regolarmente delle armi. E molto spesso per uso sportivo. È il caso di Claudio Giardiello, il killer del Tribunale di Milano che ha ucciso tre persone aveva il porto d'armi per il tiro al volo. E quella mattina usò una Beretta calibro 9 regolarmente detenuta e denunciata. Un amico ascoltato dagli inquirenti dopo la sparatoria, dichiarò di averlo aiutato a comprare l'arma pochi mesi fa. Ma gli investigatori hanno accertato che Giardiello possedeva diverse armi già dal 2011. Un regolare porto d’armi per uso sportivo anche per Andrea Zampi che due anni fa entrò al palazzo della Regione Umbria e al grido “Mi avete rovinato”, uccise due impiegate prima di togliersi la vita. Peccato, però, che Zampi avesse avuto disagi psichici per i quali era stato sottoposto a Tso negli anni precedenti alla strage e coincidenti con il rilascio del porto d’armi. Ma armi per uso sportivo con regolare licenza sono state utilizzate anche da Giulio Murolo pochi giorni fa nel cuore di Napoli dove in una mattina di lucida follia, quella del 18 maggio scorso, ha fatto fuoco e ha ucciso 4 persone e ne ha ferite 6. Un strage. E anche Murolo, secondo quanto ricostruito dai militari, avrebbe utilizzato tre diverse armi- una pistola, un fucile e un fucile a pompa - tutte regolarmente detenute per uso sportivo. È davvero così semplice regolarizzare il possesso di un fucile, un revolver o di una semiautomatica? Panorama.it ha chiesto alla dottoressa Maria Paravati, Primo Dirigente della Polizia di Stato, con quali criteri vengono autorizzati i cittadini italiani a detenere un’arma che sia questa per uso sportivo o per difesa personale e se e quali possono essere gli elementi che “vietano” il rilascio di questa tipologia di autorizzazione. Non solo. Abbiamo chiesto anche quante armi è possibile detenere nella propria abitazione in modo legale.

Dottoressa Paravati, c’è differenza tra il porto d’armi per difesa personale e per uso sportivo?

«“Portare” un’arma significa esercitare il diritto di circolare sul suolo pubblico avendo l’immediata disponibilità di un’arma da fuoco o di un’arma propria da punta e taglio (il cd. “bastone animato”, ovvero un bastone che cela al suo interno una lama di lunghezza non inferiore a cm. 65), con la possibilità quindi di farne uso in caso di bisogno. Non ci sono particolari vincoli alle modalità del porto; di conseguenza il titolare dell’apposita licenza può portare le armi cariche o scariche, con o senza colpo in canna, in qualsiasi tipo di fondina o senza, in una borsa, in un marsupio o nel cruscotto dell’autovettura. La vigente normativa prevede diverse tipologie di licenza di porto d’armi: per difesa personale, per uso di caccia, per il tiro a volo, comunemente detto porto d’armi “uso sportivo”. Con particolare riguardo alle differenze tra il porto d’armi per difesa personale (porto di pistola) e quello per il tiro a volo (porto d’arma lunga ad anima liscia), va considerato, preliminarmente, che la tutela del cittadino è un’attività esercitata dallo Stato per mezzo delle Forze dell’ordine e, pertanto, la concessione della licenza di porto d’armi per difesa personale - diversamente dal tiro a volo - è limitata ad una ristretta tipologia di casistiche, tra le quali, ad esempio, possono figurare: orefici, gioiellieri, ufficiali giudiziari o persone che sono ritenute dall’Autorità giudiziaria ad esempio a rischio sequestro. L’istanza di rilascio o di rinnovo di tale titolo, deve essere, conseguentemente, corredata, oltre che dalla documentazione prevista anche delle motivazioni “serie” che il Prefetto dovrà valutare. Più in generale, va evidenziato che la licenza di porto d’armi consente il porto delle armi oggetto dell’autorizzazione ovvero di pistola o rivoltella se trattasi di licenza di porto di pistola per difesa personale; di fucile ad anima liscia se trattasi di porto d’armi per il tiro a volo. Va sottolineato però che la licenza di porto d’armi per difesa personale ha validità annuale, mentre quella per il tiro a volo ha durata sessennale. La licenza di porto d’arma lunga per il tiro a volo è di competenza del Questore rispetto a quella di arma corta per difesa personale, che, come detto, costituisce licenza prefettizia. In definitiva, per il rilascio del porto d’armi uso tiro a volo, diversamente da quella per difesa personale, non sono richiesti particolari requisiti se non quelli genericamente previsti per le licenze in materia di porto d’armi».

Quanti armi per uso sportivo possono essere detenute legalmente? Sono previsti controlli psicologici per il rilascio dell’autorizzazione?

«In Italia è possibile detenere fino a sei armi sportive, fino a tre armi comuni da sparo (es. le ordinarie pistole) ed un numero illimitato di fucili da caccia. Per numeri superiori è richiesta la licenza di collezione. La detenzione di un’arma, ancorché classificata sportiva, è, comunque, subordinata al possesso di un pregresso titolo autorizzatorio di polizia (licenza di porto d’armi o nulla osta del Questore) che ne ha consentito l’acquisizione e per il cui rilascio è necessario che l’interessato abbia presentato anche la certificazione sanitaria ovvero la certificazione comprovante l'idoneità psico-fisica, rilasciata dall'A.S.L. di residenza oppure dagli Uffici medico-legali e dalle strutture sanitarie militari e della Polizia di Stato. Tale certificazione, inoltre, è preceduta dal certificato anamnestico (rilasciato dal medico di base), da cui deve risultare che il richiedente non è affetto da malattie mentali, del sistema nervoso, da turbe psichiche, che non assume sostanze psicoattive, che non abusa di alcol e non fa uso di sostanze stupefacenti o psicotrope».

In termini tecnici, vi sono vi sono differenze tra armi sportive e quelle classificate non sportive?

«Non esiste uno specifico criterio tecnico per l’individuazione di un’arma sportiva.

In base alla normativa nazionale, un’arma è oggi classificata “sportiva” quando viene riconosciuta tale dal Banco Nazionale di Prova delle armi».

Quali controlli vengono effettuati a posteriori dopo il rilascio del porto d’armi?

«Il titolare di una licenza di porto d’armi in corso di validità, se anche detentore di un’arma (es. di un fucile ad anima liscia nel caso di un tiravolista o di una pistola nel caso di un titolare di porto d’armi per difesa personale) o, comunque, anche il mero detentore di armi, può sempre essere soggetto al controllo dell’arma denunciata nel luogo ove l’arma stessa è detenuta, anche ai fini di consentire all’Autorità di P.S. di verificarne le adeguate modalità di custodia e di prescrivere misure cautelari ritenute indispensabili per l’ordine pubblico. Inoltre, all’atto del rinnovo del titolo autorizzatorio, è necessario che l’interessato presenti nuovamente tutta la documentazione, ivi compresa quella sanitaria, comprovante la permanenza dei requisiti psicofisici. Con particolare riguardo al mero detentore di armi è stata stabilita una verifica periodica (ogni sei anni) dei previsti requisiti psicofisici, pur se tale accertamento potrà effettuarsi solo a seguito dell’emanazione di un nuovo decreto del Ministro della Salute, secondo quanto previsto decreto legislativo n. 204/2010. Comunque, il Legislatore ha previsto – una tantum - per i detentori di armi, l’obbligo di presentazione del certificato medico qualora i medesimi non lo abbiano già prodotto nei sei anni antecedenti al 5 novembre 2013. La vigente normativa, però, consente all’Autorità di P.S. di revocare qualunque autorizzazione di polizia – compresa la licenza di porto d’armi - quando vengano a mancare le condizioni alle quali il rilascio è stato subordinato».

DALLA PARTE DEI CATTO/COMUNISTI.

«Sono stato rapinato ma la vita resta sacra». Legittima difesa, la testimonianza di Claudio Bises, scrive Simona Musco il 16 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". «Se si arriva a considerare il valore della vita umana pari a quello di uno, due, tre pneumatici vuol dire che abbiamo superato il limite che impedisce di cadere nell’abisso». Sono passate meno di 24 ore dalla morte di un ladro nell’azienda di Fredy Pacini, nell’aretino, quando Claudio Bises, agente di commercio di tessuti da generazioni, scrive questo post su Twitter. Pochi caratteri che gli valgono una marea di insulti online, come sempre in questi casi. Con l’augurio, tra gli altri, di poter subire un furto o una rapina, per capire cosa si prova. Ma Bises, 68 anni, un cognome finito nella triste storia delle persecuzioni razziali, quest’esperienza l’ha già provata. E la racconta al Dubbio, assieme alle cose capitate alla sua famiglia. Perché la storia, forse, si ripete, ma come diceva Karl Marx, «la prima volta come tragedia, la seconda come farsa».

Perché ha scritto quel Tweet?

«Sono fortemente contrario alle armi e a come si stanno evolvendo le cose in Italia. Ma sono democratico e se la maggior parte delle persone ha voluto una deriva di questo tipo allora mi tocca accettare e farmi coinvolgere. È un follia lasciare che la gente possa acquistare un’arma per legittima difesa, senza contare che bisogna anche saperla usare. Altrimenti, poi, accadono anche disgrazie irreparabili. Quando ammazzi una persona indietro non si torna. Liberalizzare le armi è un grosso segno di inciviltà, ma fa parte della follia di questo paese».

Come si sentirebbe nei panni di Pacini?

«Non mi metterei mai nei suoi panni. Sicuramente ha sulla coscienza ciò che è successo e con quanto accaduto ci hanno rimesso due persone, una in modo irrecuperabile, una costretta a fare i conti con se stesso per sempre. Qualunque cosa tu abbia messo da parte in anni di lavoro non vale la vita di una persona. Certo, non voglio entrare nel merito, ci saranno delle indagini, ma ho dei dubbi se dice di esser stato derubato 38 volte e di aver denunciato solo quattro. Poi bisogna anche capire come si spara: si punta in aria, per terra, non ad altezza d’uomo. È giusto difendersi, ma mai con le armi e mai sparando addosso. Anche chi è titolato a difenderci, le forze dell’ordine, non lo fanno».

Qualcuno ha risposto al suo Tweet?

«Ho ricevuto messaggi offensivi da chi si augurava che accadesse anche a me. Ma a me è capitato e se capitasse di nuovo non reagirei. Mi hanno dato del buonista, ma non è questione di buonismo, è questione di buon senso. Alla violenza non si risponde con violenza mai, ma con ragionamento e cultura. L’Italia, però, ha perso la memoria di ciò che era e un Paese che perde la memoria del proprio passato non sa che cosa sia il presente e non avrà un futuro».

Può raccontarci le sue esperienze?

«Il primo furto è stato quando avevo 25 anni. Stavo uscendo dal negozio di famiglia in via del Gesù, dove lavoravo a Roma, con la ventiquattrore in mano. Hanno tentato di strapparmela di mano da un motorino. Ma all’epoca ero giovane, avevo più di forza, rabbia e incoscienza. Ho tirato, il ladro è finito per terra e due schiaffi glieli ho pure dati. Poi ho chiamato la polizia ed è finito lì. Un’altra volta ero a Milano, avevo appena lasciato una persona in albergo e una volta rientrato in macchina una persona ben vestita, a modo, mi ha detto che avevo una gomma a terra. Ma appena uscito dall’auto mi sono trovato un coltellino in pancia. Gli ho dato la giacca e i documenti, poi ho chiamato mia moglie per bloccare le carte di credito e ho fatto 50 chilometri in macchina senza patente, che hanno ritrovato il giorno dopo in un cassonetto dell’immondizia a Milano. La terza volta è stato a Roma: controllavo dei tessuti in sala da pranzo con mia moglie per un cliente, quando ho sentito un rumore: i ladri erano saliti con una corda e un arpione al terzo piano, dove c’è il nostro appartamento, avevano svitato le lampadine del balcone e messo un rametto di thuja tra due serrande per vedere se c’era la luce accesa. Poi hanno tirato su la saracinesca, rotto un vetro e sono entrati. Quando ho sentito il rumore sono corso e li ho visti in corridoio. Loro sono scappati, ho provato a colpirli con un vaso, ma non ce l’ho fatta. Ho fatto la denuncia ed è finita qua. L’ultima volta è stata nella mia abitazione provvisoria sul lago di Como, dove ho vissuto per 25 anni. Era il periodo di Natale, non eravamo in casa. I ladri si sono arrampicati sulla grondaia, hanno divelto le saracinesche di metallo con un piede di porco, hanno rotto il vetro e sono entrati in casa, buttando i quadri per terra e svuotando cassetti. Si sono portati via pezzi d’oro e biancheria».

E non ha cambiato idea sulle armi dopo queste esperienze?

«Assolutamente. Anzi, io ho fatto le carte false quando ho fatto il servizio militare per non spa- rare al poligono. Tutte le scuse erano buone. Non che sia un’anima candida, quando ero al liceo ho fatto anche qualche manifestazione. Non ho mai tirato una bottiglia molotov o un sampietrino in faccia ad un poliziotto, ma se c’era da levar le mani lo facevo. Solo con quello che mi ha dato il padreterno, con un fucile mai».

Quali potrebbero essere le conseguenze nel caso in cui la legge sulla legittima difesa venisse approvata, secondo lei?

«Che dei debosciati decidano di armarsi per difendersi da soli, visto che c’è questo mantra che lo Stato non ti difende. Ma la cosa pericolosa è che si tratta di una legge che va a difendere qualcuno che uccide un’altra persona. Poi cerchiamo di ragionare sul fatto che lo Stato debba pagare le spese legali: se io vado a rubare, tendenzialmente, sono un poveraccio, un mezzo morto di fame. Poi c’è furto e furto, è chiaro, ma se ho una villa da tre milioni di euro o in un appartamento con tanto di allarme i soldi, teoricamente, ce li ho. Mi sembra una follia, poi non so se è un gesto dimostrativo che fa parte della politica di questo ministro dell’Interno che vuole essere ministro di tutto. Sono veramente preoccupato, anche perché dall’altra parte non c’è un’opposizione. Si grida, ma gridando non si fa niente. Ci vogliono dei discorsi costruttivi».

Come vede il paese?

«Si sta imbarbarendo e chi ne ha il dovere non ricorda alle persone come vivere. Tutto viene lasciato al caos, che poi porta situazioni alle quali non si può porre riparo. L’Italia è diventata un paese razzista, xenofobo, che non si ricorda cosa è stato 150 anni fa. Ha la memoria corta, anche con chi fino a tre anni fa parlava di Roma o del sud in un certo modo. Certo tutti possono cambiare e maturare, ma mi fa paura un ministro che va a cena con quelli di Casapound, che sono quelli che picchiano i giornalisti e hanno una casa occupata da 15 anni e che tutti i sindaci non sono mai andati a sgomberare».

Cosa ne pensa dell’atteggiamento che si ha nei confronti dei migranti?

«Non capisco perché ci si debba comportare così con gente che vuole solo vivere. Nella mia famiglia ci sono persone che sono finite nei forni, emigrati, gente che ha cominciato da zero e si è fatta una posizione economica. Quello che non sopporto è la mancanza di tolleranza. Non si può fermare la fame della gente. Se io ho fame e non ho soldi e non posso più chiedere l’elemosina, che pure era un valore di tutte le religione monoteiste, allora vado a rubare. E se vedo qualcuno che lo fa che faccio, gli sparo? Bene, allora cominciamo il Far West. Stiamo vivendo in un’epoca di democrazia limitata e questo non soltanto per l’Italia: anche l’Austria, l’Ungheria. L’immigrato è diventato il male assoluto, ma se si va a vedere chi fa certi lavori, anche nelle zone dominate dalla Lega, sono loro. Perché certi lavori un maschietto o una femminuccia italiani non vogliono proprio farli. E queste persone contribuiranno a pagare le nostre pensioni, checché se ne dica. Chi lavora qui per anni e poi va via lascia tutto quello che gli è stato versato e dove va a finire? Nelle nostre pensioni».

La senatrice Liliana Segre ha detto che vede gli stessi segnali d’odio che c’erano all’epoca in cui gli ebrei vennero perseguitati. Secondo lei si rischia di tornare indietro così tanto nella storia dell’umanità?

«Non voglio pensare e non credo che si possa arrivare di nuovo a quello e usare termini di quel genere. Viviamo una democrazia malata, questo mi sento però di dirlo. Oggi non c’è più una classe operaia che potrebbe scendere in piazza per difendere la democrazia e questo è pericoloso. Mi preoccupa questo odio per il diverso, che è molto forte ed è trasversale, purtroppo lo sto notando anche in persone con una certa educazione e cultura. Più che odiare, si prova fastidio nei confronti di qualcuno che viene a mettere i piedi nel nostro orticello. Ma la terra non è mia, quello che abbiamo ce l’abbiamo in prestito e per caso. È un caso che io sia nato in un paese fortunato, perché mio nonno è scappato dalla guerra, mio padre è scappato dalle persecuzioni razziali ed è andato a finire in Argentina e lì sono nato io. Fossi nato nel Sud Africa dell’apartheid e fossi stato un po’ abbronzato, come dice Salvini, avrei avuto dei problemi».

Cosa ha fatto la sua famiglia dopo le leggi razziali?

«Mio nonno paterno, mia nonna paterna e mio nonno materno andarono via. Il primo fu mio nonno materno, all’indomani della prima guerra mondiale. Era ungherese ed andò in Argentina già dopo l’attentato di Sarajevo, seguendo l’onda di tanti ungheresi. I miei nonni paterni e tutta la famiglia di mio nonno paterno, invece, andarono via dall’Italia all’indomani delle leggi razziali. Tutti tranne un fratello, Carlo, e le due sorelle. Mio nonno e un suo fratello andarono in Argentina, uno in Canada. Furono costretti a lasciare tutto: mio nonno dovette chiudere il suo studio di avviatissimo avvocato a Roma. Per farle capire quant’era importante le dico che con lui lavorava Antigono Donati, che poi divenne presidente della Banca nazionale del lavoro. Zio Carlo, in Italia, si nascose con la famiglia in un convento di suore e per ringraziare di averla scampata si convertì. Fu così che lo lasciarono in pace e lui poté aiutare i fratelli, che aprirono delle succursali del negozio di tessuti che avevano a Roma. Così mio nonno, che non aveva mai fatto nulla di tutto ciò, da zero prese a fare il venditore di tessuti».

Suo padre quanti anni aveva?

«Tredici, la stessa età che avevo io quando dall’Argentina la mia famiglia è tornata in Italia. Partirono nel 1939, ma mio nonno aveva lasciato i genitori in Italia, così tornò per cercare di aiutarli, visto che pur avendo i soldi non potevi fare nulla essendo ebreo. Organizzò questo viaggio in prima classe, ma la nave, che doveva partire da Civitavecchia, non partì mai. I genitori di mio nonno, dunque, si trasferirono al Grand’Hotel e morirono lì, prigionieri in un certo senso, perché non potevano fare nulla».

Suo nonno riuscì a tornare in Argentina?

«Sì, ma era dimagrito, malatissimo. Tornò con l’Augustus, ma in terza classe, buttato per terra. Arrivò malatissimo. La stessa “fortuna” è capitata al fratello di mia nonna, un validissimo economista alla facoltà di Bari. Perse la cattedra e andò negli Usa, dove ha lavorato a lungo con il premio nobel per l’economia Modigliani. Negli anni, conobbe un industriale italiano che viveva in Messico, sposato con un’attrice italiana e che poi lo presentò a Rossano Brazzi, il famoso attore dei film dei telefoni bianchi. E poi divenne il consulente economico di parecchie persone, tra cui Conrad Hilton, il fondatore della catena. E quello fu la svolta professionale per zio Bruno. Ricordo che lo vedevamo pochissimo, perché quando arrivava a Roma era sempre preso tra Andreotti, Ciampi, Guido Carli… lui arrivava in albergo e c’era sempre questa trafila di persone».

Suo nonno riuscì a tornare in Italia?

«Nonno Enrico è morto in Argentina, nel 1960. Il fratello più giovane, purtroppo, si tolse la vita, sempre in Argentina. Per i pochi fortunati che son tornati dai campi, non è una cosa rara. Una parente si buttò dalla finestra di casa per non essere presa durante i rastrellamenti: ha preferito il vuoto. Un altro parente è stato rastrellato e c’è una pietra d’inciampo in via Lima. In uno scritto di una mia Zia ho letto di circa 50 membri della famiglia Bises finiti ad Auschwitz…»

Lei ha mai avuto problemi?

«Personalmente no, a parte le battute del tipo: “certo che voi ebrei avete sempre fortuna, vi va sempre bene”. Ed io rispondevo: sei sicuro del sempre?»

LO STUDIO IMPARZIALE.

Più armi in Italia, chi e come si fa richiesta. Ecco chi fa domanda per pistole e fucili, e quanto c'entra la legittima difesa, scrive Eleonora Lorusso il 16 dicembre 2018 su "Panorama". “Tra il 2014 e il 2017 è aumentata la concessione di licenze, eppure gli omicidi legati ad armi legalmente detenute sono diminuiti su scala nazionale mediamente della stessa percentuale”. A dirlo è Paolo De Nardis, ordinario di Sociologia alla Sapienza di Roma, che ha coordinato la prima ricerca in Italia sul possesso legale di armi. Il quadro che emerge è variegato a seconda delle zone del Paese, ma alcuni dati indicano una tendenza: dal Dopoguerra è cambiato il rapporto degli italiani con pistole e fucili, e là dove ce ne sono di più è inferiore il numero di delitti. I dati della ricerca fotografano la situazione, alla vigilia dell’atteso dibattito sulla legittima difesa, che il Governo e in particolare il vicepremier Salvini vorrebbe far approvare a inizio 2019.

I numeri. Dal 2007 al 2017 solo il 5% circa degli omicidi avvenuti in Italia è commesso con armi legalmente detenute. Di questi circa il 12,28%è costituito da atti di eutanasia, con lo scopo di alleviare le sofferenze della vittima, spesso il coniuge o un parente stretto. I dati sono frutto della comparazione tra gli archivi del ministero dell’Interno e le statistiche Istat fino al 2017, anno delle ultime rilevazioni disponibili. Dallo studio Sicurezza e legalità: le armi nelle case degli italiani dell’università La Sapienza emerge anche un altro elemento: “Nonostante le accese polemiche solo il 2,45% degli omicidi oggetto della nostra analisi scientifica si è verificato per eccesso di difesa. Un dato che ridimensiona la discussione sulla difesa legittima e che riguarda in realtà pochissimi casi” spiega a Panorama.it il professore e curatore dello studio. “Questo non significa sminuire il numero delle vittime, perché anche solo un morto è un dato negativo, ma certo mostra come sulla legittima difesa si tende a galvanizzare le rispettive tifoserie. Io non do valutazioni nel merito del disegno di legge, ma da sociologo posso dire che l’incidenza dei fatti di sangue commessi con armi legalmente detenute è minima rispetto al totale” aggiunge il docente. Dalla comparazione dei dati è emerso anche che il 68% degli eventi delittuosi è un omicidio familiare e in quasi la metà dei casi l’uccisore si è suicidato. “Molti casi avvengono in ambito familiare e si tratta nel 6/7% di omicidi di genere, dunque femminicidi” spiega De Nardis.

Più armi, meno delitti? Lo studio, primo nel suo genere nel nostro Paese, mostra una forte differenziazione a livello regionale nella distribuzione delle armi. “Dall’analisi abbiamo notato come ad un certo numero di licenze venatorie o sportive corrisponde un numero di delitti molto basso, mentre in altre zone dove la percentuale di diffusione di licenze per armi è inferiore, si registrano maggiori vittime” spiega De Nardis, che aggiunge: “I nostri studi e grafici indicano che è il nordest la zona col maggior numero di armi legalmente detenute per motivi sportivi o venatori”. Cosa significa? “Le due regioni esemplificative sono Veneto e Calabria. Nella prima ci sono molte licenze, ma meno delitti; nella seconda, invece, il quantitativo di armi che risulta regolarmente in possesso è inferiore, ma il numero di omicidi è maggiore. Questo dicono i dati ufficiali, anche se non va dimenticata una cosiddetta ‘cifra oscura’, ossia quella che riguarda chi possiede un’arma senza denunciarla” dice il sociologo, che punta l’attenzione sul problema dei controlli.

Regione che vai, controlli che trovi. “Al numero di omicidi nel suo complesso vanno sottratti quelli relativi ai casi di eutanasia o suicidio. Su ciò che resta va fatta un’analisi che tenga in considerazione anche le situazioni legalitarie, ossia i controlli, che risultano molto differenti a seconda delle regioni” spiega il professore. “Il maggior monitoraggio avviene senz’altro nel lombardo-veneto, dove pure c’è una maggiore domanda e presenza di licenze per detenzione di armi, che tra l’altro è in aumento per motivi venatori e sportivi. Da questo punto di vista non va escluso che molti si avvicinino all’arma ad uso sportivo a scopo autopedagogico: come un tempo si imparavano le arti marziali per potersi difendere in caso di bisogno, anche oggi più di uno sembra voler imparare a usare le armi non tanto per offesa, quanto per difesa, in caso di necessità” dice De Nardis. Per questo sono importanti i controlli ed è necessario che le visite siano rigorosissime, prima del rilascio di una licenza. A mio avviso andrebbe fatta anche una valutazione psicanalitica, oltre a un controllo psicofisico” aggiunge il sociologo. Nel 45% dei casi di omicidi erano presenti delle criticità che avrebbero potuto far immaginare il rischio: nel 5,6% degli episodi chi ha ucciso era anche stato precedentemente denunciato o diffidato, e nell’1% era stato oggetto di trattamento sanitario obbligatorio. E’ ancora la ricerca a mostrare come 22% dei casi l’omicida ha tenuto dei comportamenti indicativi (maltrattamenti, atti di violenza fisica o verbale, etc.), mentre in oltre il 15% dei casi mostrava problemi psicologici rilevanti (depressione, paranoia, etc.). Un altro fattore spesso scatenante sono anche le difficoltà economiche (in oltre il 15% dei casi).

L’Italia non è l’America. “Il gioielliere che chiede il porto d’arma per una eventuale legittima difesa non è una novità, c’è sempre stato. In questi casi l’arma dovrebbe essere solo un deterrente e la legittima difesa non dovrebbe essere che l’estrema ratio, anche perché l’arma va saputa usare - dice De Nardis - L’idea di potersi difendersi da soli, però, può far venire in mente gli Stati Uniti, dove è sufficiente la maggiore età per poter comprare una pistola o un fucile. In realtà il contesto è molto differente”. La ricerca conferma come in Italia esista una storia venatoria importante, soprattutto in certe regioni dove la caccia rappresenta una tradizione consolidata e tramandata a livello familiare. “A ciò si aggiunga che il rapporto tra l’italianità, intesa come personalità di base dell’italiano, e le armi è molto differente rispetto a quella statunitense. Nel nostro Paese ormai da secondo Dopoguerra le armi non sono più identificate a strumenti di morte, mentre era così ancora fino agli anni ’40 e ‘50” spiega il professore di Sociologia. Ma chi si arma oggi? “E’ un aspetto che vorremmo indagare ulteriormente, ma possiamo dire che si tratta senz’altro soprattutto di giovani. A questi si aggiungono anche 50enni o 60enni che hanno una licenza da tempo” conclude De Nardis.

Difendersi con le armi è legittimo per tutti (tranne che per i dem). Per sei su 10 è giusto sparare ai ladri in casa. Il 33% di no dal Pd, scrive Renato Mannheimer, Lunedì 10/12/2018, su "Il Giornale".  Quello della legittima difesa e della possibilità di reagire efficacemente di fronte ad assalti o intrusioni di malintenzionati in casa propria o nel proprio luogo di lavoro è un tema che resta sempre all'ordine del giorno e trova largo spazio sui mezzi di comunicazione. Ancora nei giorni scorsi, l'episodio del commerciante di gomme e biciclette, costretto dopo una lunga serie di furti a dormire accampandosi nel proprio magazzino per difendersi dai ladri, che ha sorpreso degli uomini nell'ennesimo tentativo di penetrare nella sua proprietà e che, di conseguenza, ha sparato (con la propria arma regolarmente denunciata) uccidendone uno, ha suscitato largo scalpore e molte discussioni. C'è chi (come il ministro Salvini e molti concittadini dello sparatore) si è subito schierato in sua difesa, manifestandogli solidarietà e chi, invece, ha ritenuto che egli abbia esagerato nella reazione. Tanto che è stato denunciato per «eccesso colposo di difesa». Il punto, naturalmente, è stabilire il limite accettabile. Che ne pensano gli italiani? Al riguardo, è interessante esaminare i risultati di un recente sondaggio condotto dall'istituto EumetraMR, intervistando un campione rappresentativo dell'universo della popolazione adulta del nostro paese, per conto della trasmissione «Quarta Repubblica» condotta da Nicola Porro. Nell'ambito della ricerca è stato posto il seguente quesito: «È sempre giusto sparare al ladro che entra nella propria casa?» (Si noti che l'introduzione della parola «sempre» mirava ad escludere dai consensi chi ritenesse che fosse giusto solo in casi eccezionali). La larga maggioranza, quasi sei intervistati su dieci (59%), si è schierata per il sì, ribadendo cioè la liceità di sparare al ladro che si introduca nella propria abitazione. Ma i restanti non sono tutti contrari. Una quota relativamente cospicua (13%) ha espresso i propri dubbi (o il proprio diniego a rispondere alla domanda) scegliendo l'opzione «non so». E meno di tre intervistati su dieci (28%) hanno invece manifestato il proprio dissenso, scegliendo di rispondere «no» al quesito proposto. Non emergono grandi differenze analizzando la distribuzione delle risposte per classi di età, mentre si riscontra una maggiore (62%) propensione tra gli uomini (rispetto alle donne) a legittimare l'uso delle armi in caso di furto. Ancora, l'accordo con la reazione armata cresce al decrescere del titolo di studio. Giunge infatti al 79% tra chi possiede la licenza elementare, assumendo poi valori inferiori, sino a collocarsi al comunque ragguardevole 55% tra quanti detengono una laurea universitaria. Ma le variazioni più interessanti sono forse quelle che si rilevano in relazione all'orientamento politico (misurato chiedendo l'intenzione di voto a prossime eventuali elezioni). Se appare infatti scontato che i valori massimi di consenso all'uso delle armi in reazione ai ladri si manifestino tra gli elettori della Lega (dove raggiunge l'85%), che da anni propugna la liceità di comportamenti siffatti (sui quali, come si è accennato, la stesso leader Salvini ha preso di recente posizione), appare significativo il livello di approvazione relativamente alto che si riscontra tra i votanti per il M5s (58%) e che coinvolge la maggioranza di questi ultimi (alcuni si saranno espressi, forse, per solidarietà di Governo). Alto (68%) è anche il consenso tra gli elettori di Forza Italia. Viceversa, tra i votanti per il Pd, l'accordo all'uso delle armi per l'autodifesa è di gran lunga inferiore (33%): due terzi dell'elettorato lo respinge. Oltre che come presa di posizione politica e culturale, questo dato evidenzia anche una certa problematicità dei dem a gestire la tematica. Nell'insieme, questi dati si inquadrano nel clima di insicurezza e talvolta di paura che caratterizza l'elettorato. Il tema della sicurezza personale è una delle principali priorità (subito dopo il lavoro e l'occupazione) oggi richieste a chi ci governa o vuole assumere questo ruolo.

Fredy, da vittima ad accusato: "Ha detto un sacco di bugie". I carabinieri: «I furti denunciati sono solo 6, non 38» Salvini: «Assurdo colpevolizzare chi si è solo difeso», scrive Nino Materi, Sabato 01/12/2018, su "Il Giornale". E così, tanto per non farci mancare nulla, è partito il «toto-denunce». «Trentotto»? No, «sei»; anzi, «quattro». Sulla ruota della sfortuna si danno i numeri: ci sarebbe da giocarseli, se non fosse che qui siamo dinanzi a una storia drammatica: un uomo (il ladro) ammazzato e un altro uomo (la vittima del furto) ora sospettato di aver ecceduto nel difendersi, «percependo un tasso di pericolo superiore a quello reale»; come se, in quei momenti terribili, le vittime pesare emozioni e reazioni col bilancino del codice penale. In Italia il rischio di trasformare la tragedia in commedia è sempre alto, e questa vicenda del gommista «pistolero» Fredy Pacini di Monte San Savino (Arezzo) ne è l'ennesima riprova. I titoloni in prima pagina che qualche giorno fa accompagnarono la notizia li ricordiamo tutto: «Commerciante spara e uccide il ladro. Aveva già subito 38 furti». Ora si scopre che le denunce presentate negli ultimi quattro anni dal signor Pacini sono «appena» sei, di cui «solo» due a seguito di un furto consumato (nelle altre quattro si sarebbe trattato di «semplici» tentati furti). Attenti alle parole: «solo», «appena», «semplici»; termini dietro cui si cela chi guarda il dito e ignora la luna. Ne è convinto il ministro dell'Interno, Matteo Salvini: «Ma cosa cambia se le denunce sono 38 o 6? La verità è che un onesto lavoratore si è difeso perché si è sentito in pericolo di vita aggredito all'interno della sua proprietà». Ma le inchieste giudiziarie servono anche a questo: ad accertare verità che i titoli di giornali non possono decodificare in tempo reale. Ma la domanda resta? È un elemento decisivo o no che Pacini abbia «mentito» sul numero delle denunce presentate? Cosa cambia questa circostanza rispetto all'episodio specifico in cui un moldavo di 29 anni ha perso la vita? Il comandante del nucleo operativo dei carabinieri di Arezzo, Giovanni Rizzo, precisa all'Agi: «A noi risultano sei denunce da parte di Pacini dal 2014 a oggi, che diventano forse una decina andando più indietro negli anni. Certo, non 38», come invece dichiarato da Pacini che, per sentirsi più sicuro, aveva deciso di restare in azienda anche di notte. Ieri l'esito dell'autopsia sul corpo del moldavo ucciso: «È stato raggiunto da un proiettile alla gamba e da un altro all'altezza di un fianco». Il commerciante toscano, 57 anni, è indagato per eccesso colposo di legittima difesa, ma non ha ancora risposto alle domande del pm. Pacini più volte in passato aveva raccontato di essere «esasperato per i continui furti», e così quando ha visto il moldavo (un pregiudicato, latitante e dalla falsa identità sul passaporto) entrare nella sua ditta «impugnando un piccone», ha fatto fuoco con la sua Glock semiautomatica «mirando alle gambe». Uno dei cinque proiettile esplosi ha però reciso l'arteria femorale, e il moldavo è morto dissanguato mentre il complice è fuggito. L'avvocato del commerciante è sicuro: «È stata legittima difesa». Pacini dice: «Ho il cuore a pezzi, ma sono tranquillo con la coscienza. Ringrazio le migliaia di persone che su Facebook mi sostengono». Ma per lui l'incubo continua.

Legittima difesa: i casi più famosi (e come è andata a finire). Quello del gommista di Arezzo, Fredy Pacini, è solo l’ultimo di una serie di episodi. Come si sono conclusi (e a che prezzo), scrive Eleonora Lorusso il 30 novembre 2018 su Panorama. Il nome di Fredy Pacini è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di eccesso colposo di legittima difesa, per aver sparato ed ucciso un rapinatore moldavo 29enne, entrato nella sua azienda a Monte San Savino, in provincia di Arezzo. L'uomo da 4 anni dormiva all’interno della sua rivendita di gomme, per difendersi dalle rapine (ben 38) subite in precedenza. Il ministro dell’Interno, Salvini, si è schierato dalla parte del gommista, dicendo la legittima difesa non è mai eccessiva e spiegando: “L’eccesso di legittima difesa è esattamente il reato che vogliamo cancellare: gli ho detto (a Pacini, NdR) di stare tranquillo. Il disegno di legge a inizio gennaio deve arrivare in aula” ha aggiunto il titolare del Viminale. Ma quali sono i casi più famosi che hanno portato alla ribalta delle cronache negozianti, benzinai, ristoratori per aver reagito a tentativi di rapina e poi sono stati processati? Come è andata a finire? I precedenti: da Petrali a Cattaneo.

Giovanni Petrali. E’ il 17 maggio del 2003 quando il tabaccaio Giovanni Petrali, 75 anni, dopo essere stato malmenato e minacciato da alcuni rapinatori, estrae la pistola e spara quattro colpi, andati a vuoto, dentro il suo negozio di piazzale Baracca, a Milano. Ne seguono altri tre, esplosi all’esterno mentre i malviventi fuggono. Uno di loro, Alfredo Merlino, cade a terra e muore; un altro, Andrea Solaro, rimane ferito a un polmone. In primo grado Petrali è condannato per omicidio colposo a un anno e 8 mesi, mentre in secondo grado (nel 2011) il tabaccaio è assolto perché gli viene riconosciuta la “legittima difesa putativa”: all’uomo, in pratica, venne riconosciuto di aver agito perché “sconvolto” e commettendo un “errore di percezione”, ossia di valutazione della situazione.

Graziano Stacchio. Graziano Stacchio è un benzinaio di Ponte di Nanto (Vicenza): il 3 febbraio 2015 spara contro 5 rapinatori che prendono d’assalto una gioielleria vicino al suo distributore. Usa il suo fucile da caccia per difendere Genny, la commessa: dei tre colpi, uno recide l’arteria femorale di Albano Casso, giostraio 41enne, trovato morto dissanguato poco lontano dopo un tentativo di fuga. Uno dei malviventi rimane ucciso. Viene incriminato con l’accusa di eccesso colposo di legittima difesa, ma testimonia di aver aperto il fuoco solo in risposta ai colpi dei malviventi, che avevano un mitra. L’intero paese si mobilita in sua difesa, viene fatta una raccolta fondi per permettere al benzinaio di pagare le spese legali. Il pm chiede l’archiviazione, ottenuta il 16 giugno del 2017. «È stata durissima, anche psicologicamente - disse Stacchio in un’intervista - ci sono voluti 16 mesi e quasi 40mila euro di spese legali, nonostante io non sia mai nemmeno andato a processo». Lo scorso febbraio per l’unico rapinatore catturato, Oriano Derlesi, la Corte d’Appello di Venezia ha confermato 9 anni e 10 mesi di reclusione. Per Roberto Zancan, titolare della gioielleria, si è trattato di una “sentenza giusta, ma dieci anni sono troppo pochi”.

Mario Cattaneo. Più recente è il caso di Mario Cattaneo, il ristoratore di Casaletto lodigiano che col suo fucile la notte del 10 marzo 2017 ha ucciso un ladro romeno che si era introdotto nel locale per rubare, rimanendo a sua volta ferito a un braccio e a una gamba nella colluttazione con il ladro. Il titolare 68enne è stato rinviato a giudizio inizialmente per omicidio volontario, per la morte di Petre Ungureanu, romeno di 23 anni che agì con alcuni complici e che rimase colpito alla schiena da uno dei quattro colpi esplosi. A ottobre la procura ha derubricato l'accusa in eccesso di legittima difesa. Lo scorso ottobre all’osteria dei Amis, il ristorante di Cattaneo, si è riunito un gruppo di commercianti vittime di rapine. Si è trattato di un’iniziativa dell’Unavi, l’Unione Nazionale delle vittime.

Franco Birolo. E’ la notte del 26 aprile del 2012 quando Igor Ursu, moldavo di 23 anni, fa irruzione con alcuni nella tabaccheria di Franco Birolo, a Civé nel padovano. Il titolare, all’epoca 47enne, dorme al piano di sopra, sente i rumori e scende, lasciando moglie e figlia piccola in casa. Ha una pistola e spara, uccidendo il rapinatore. Il tabaccaio viene condannato in primo grado a 2 anni e 8 mesi per eccesso colposo di legittima difesa. La famiglia del bandito chiede un risarcimento di 325 mila euro da pagare alla sorella e alla madre del giovane ladro. Il 13 marzo del 2017 la Corte d’Appello ha assolto Birolo. Solo a luglio del 2018 è arrivata anche la decisione della Cassazione, che ha dichiarato inammissibile la richiesta di risarcimento.

Francesco Sicignano. Sicignano è un pensionato che vive nella sua villetta di Vaprio d’Adda, in provincia di Milano. Il 20 ottobre del 2015 si trova in casa Gjergi Gjonj, un rapinatore albanese di 22 anni. Spara e lo uccide. Anche in questo caso la famiglia del ladro chiede un risarcimento danni e ricorre contro l’archiviazione del fascicolo, aperto per legittima difesa. La vicenda giudiziaria si chiude a dicembre del 2017 con l’archiviazione del caso che ha visto coinvolto il pensionato, per il quale la famiglia dell’albanese chiede invece di procedere per omicidio: a far discutere all’epoca era stato il fatto che si era sospettato che l’uomo avesse sparato non all’interno dell’abitazione, ma sulle scale esterne di accesso. Sicignano, invece, aveva sempre ribadito di aver usato l’arma in casa e che solo dopo il rapinatore si fosse trascinato verso l’esterno. Sicignano ha poi raccontato che, dati i tempi relativamente brevi del suo caso, non ha dovuto versare altro che acconti. Ma il rischio della beffa, di dover ripagare la famiglia del ladro, non gli ha fatto dormire sonni tranquilli.

Unione nazionale vittime. “Siamo qui con le varie vittime di reato che hanno avuto ladri in casa e che hanno reagito avendo poi problematiche con la legge” ha spiegato la presidente dell’associazione, Paola Redaelli. L’Unavi, che ha come ambasciatore Alessandro Meluzzi e testimonial Luca Ward, sostiene il disegno di legge sulla legittima difesa. “Si tratta di un gruppo di persone che chiede giustizia, non cerca vendetta e collabora con tutte le istituzioni al fine di ottenere una Legge equa come esiste in molti altri Paesi europei” si legge sul sito.

Quanto costa difendersi?

Uno dei punti più delicati, oltre a quello delle pene, riguarda anche il costo che le vittime devono affrontare per sostenere le spese legali di difesa in tribunale. Se Stacchio ha ammesso di aver pagato 40 mila euro, a anche Franco Birolo ha dovuto sborsare una cifra simile, ma avrebbe potuto andargli peggio: gli erano stati chiesti 325mila euro di risarcimento dalla famiglia del rapinatore. A far lievitare i conti da affrontare sono spesso le perizie che vanno prodotte in aula e che possono costante anche 10mila euro l’una. A Giovanni Petrali è andata bene, perché - come dichiarato dal figlio Nicola - hanno potuto contare su un avvocato di famiglia, altrimenti le stime nel loro caso parlano di un conto finale di circa 100mila euro.

A che punto è la nuova legge e cosa prevede. La nuova legge sulla legittima difese è uno dei cavalli di battaglia del ministro dell’Interno, Salvini, che da tempo si batte per modificare le attuali norme. Il nuovo disegno di legge è stato approvato in prima lettura a ottobre in Senato: modifica quanto previsto dal Codice penale in tema di eccesso colposo. Si esclude la punibilità se chi ha commesso il fatto “per la salvaguardia della propria o altrui incolumità ha agito trovandosi in condizione di minorata difesa o in stato di grave turbamento derivante derivante dalla situazione di pericolo in atto”. Resta invariato il principio della proporzionalità tra la difesa e l’offesa nei casi di violazione di domicilio. Un’altra novità è però rappresentata dall’estensione del gratuito patrocinio, nei casi nei quali il giudice debba procedere penalmente per fatti commessi in condizioni di legittima difesa. Inasprite anche le pene per furto in casa e scippo, aumentate di un anno: il minimo sale a quattro anni e il massimo a sette. Più severe anche le pene per il reato di rapina, da cinque anni fino a un massimo di dieci.

Vittorio Feltri: Lega sveglia, ora dateci la legittima difesa, scrive il 29 Novembre 2018 Libero Quotidiano. Fuori dai denti: noi siamo dalla parte del gommista che ha sparato e ucciso il ladro entrato nel suo capannone, con un complice, per rubare pneumatici. Siamo solidali con lui, ne comprendiamo l'esasperazione e la reazione. Dito sul grilletto e pum pum. Il piccolo imprenditore ha subìto 38 razzie e ci ha rimesso di tasca propria. Ovvio che al trentanovesimo tentativo abbia messo mano all'arma e fatto fuoco. Quelli che lo accusano di aver commesso un reato non capiscono nulla, sono fuori dal mondo, incapaci di immedesimarsi in chi, sfinito dai soprusi sopportati, si è cautelato in modo adeguato. Adesso la magistratura lo processerà per eccesso di legittima difesa, appellandosi a una legge assurda, in base alla quale i furfanti meritano più considerazione delle loro vittime. Insisto: 38 rapine non bastano a indurre un onesto cittadino a dire stop, ora esplodo un paio di colpi per salvare il mio modesto patrimonio e la mia personale integrità? Nessun Paese al mondo, tranne il nostro tollera gli aggressori, che talvolta non si puniscono adeguatamente, mentre ci si accanisce su coloro che essi derubano e minacciano. Da anni si discute di legittima difesa senza costrutto. I banditi continuano nelle loro azioni illegittime, raramente finiscono in galera e, se ci finiscono, vengono immediatamente liberati. Viceversa si infierisce sulle persone che giustamente si sono ribellate ricorrendo a fucili e pistole per neutralizzare i pericoli cui andavano incontro. Le norme che dovrebbero regolare in forma equa la materia sono oggetto di interminabili dibattiti, si perde tempo a disquisire di particolari e non si giunge mai a una conclusione. Il Parlamento non è in grado di legiferare perché diviso in fazioni, alcune delle quali fanno il tifo per i delinquenti e denigrano chiunque si opponga ad essi mettendo mano alla fondina. La cosa ci scandalizza. Speravamo che la Lega, oltre a discettare vanamente sui decimali della manovra finanziaria, trovasse un momento per dedicarsi a chi non desidera piegarsi ai criminali. Niente. Non è successo niente. Silenzio assoluto. La difesa non è legittima, ma lo è l'offesa. Siamo di fronte ad un obbrobrio giuridico che grida vendetta. Supplichiamo Salvini di porre termine a questo paradosso. Le nostre case, le nostre attività commerciali, le nostre vite non devono essere in balìa di grassatori che poi la fanno franca. Dateci l'opportunità di proteggerci con qualsiasi mezzo, perfino letale. È da cretini vietare le rivoltelle. Basti pensare che l'80 per cento degli omicidi in Italia si compie con pugnali e coltelli usati da balordi in famiglia, quando i processi per la nostra necessità di non cedere ai malviventi si contano sulla punta delle dita. Pretendiamo una legge in grado di rispettare gli uomini e le donne che non ci stanno a soccombere alla altrui violenza. Vittorio Feltri

Due tragedie: quella di Fredy e quella del Moldavo, scrive Piero Sansonetti il 29 Novembre 2018. Salvini  ha applaudito il commerciante che ha ucciso un ladro. Ha fatto malissimo. Fredy Pacini è colpevole di omicidio? Assolutamente no. MatteoSalvini ha applaudito il commerciante toscano che ha sparato a un ladro e lo ha ucciso. Ha fatto malissimo. Il ministro dell’Interno non dovrebbe mai esultare per l’uccisione di una persona. Specialmente il ministro dell’Interno di un paese dove non esiste la pena di morte. Questo vuol dire che Fredy Pacini è colpevole di omicidio? Assolutamente no. Se ha sparato per difendersi sarà prosciolto, o assolto, per legittima difesa. Come è successo, in passato, in moltissimi casi simili. Sarà prosciolto o assolto sulla base della legge italiana, che esiste, prevede la legittima difesa, ed è abbastanza saggia. Non è una legge sovversiva, di sicuro. La scrisse un certo Alfredo Rocco, ministro della Giustizia del cavalier Benito Mussolini. Negli anni trenta. Poi la legge fu modificata da un ministro della Lega, e resa più favorevole a chi spara. Sicuramente può essere modificata, resa più rigorosa, ma forse non è il momento. Comunque non è una modifica urgente. Certamente non ha molto senso modificarla per renderla meno rigorosa, cioè più favorevole a chi spara. Né il regime fascista né i ministri leghisti sono stati mai molto lassisti verso i ladri e chi entra non invitato in casa altrui. Dobbiamo andare oltre la loro visione giustizialista? Spero di no. Spero anche – come mi capita molto spesso – che l’indagato sia prosciolto o assolto. Perché sia condannato occorrerebbero le prove che ha ucciso perché voleva uccidere, che ha inseguito il ladro quando poteva lasciarlo andare, che ha usato la pistola come un giustiziere. Non sembra il caso di Pacini. Mi pare di avere capito che ha sparato alle gambe, che ha ucciso il giovane moldavo per errore, e per una sfortunata circostanza. E cioè perché uno dei colpi, sparato alla coscia, ha reciso una grossa arteria e ha provocato il dissanguamento. Sarebbe una cosa molto civile se in questi casi si discutesse di legittima difesa o di eccesso di difesa in questi termini. Oggettivi, senza scalmanarsi. Cioè tenendo fermo il diritto, e non scatenando tifoserie che finiscono sempre per incitare alla violenza, alla reazione armata. L’obiettivo di tutti dovrebbe essere quello di ridurre al minimo i furti e le invasioni di domicilio, e contemporaneamente di annullare le uccisioni dei ladri. Diceva De André – musicista che piace anche ai leghisti e ai 5 Stelle “guardate la fine di quel nazareno, e un ladro non muore di meno…”. Già. Subire un furto, spesso, è un dramma. Ma un ragazzo che muore a 29 anni – ladro o Cristo che sia – è una tragedia per tutti, credo, non è una festa. Una persona normale, non accecata dai pregiudizi o dalle ideologie giustizialiste, in una situazione del genere può tranquillamente solidarizzare con il signor Pacini, che probabilmente in queste ora sta soffrendo per quello che è successo, si sta interrogando sulla proporzionalità della sua reazione, si sta chiedendo se poteva evitare quello sparo maledetto. Però una persona normale solidarizza con Pacini ma anche con chi voleva bene al ragazzo ucciso. Che avrà avuto un padre, una madre, forse dei fratelli, degli amici: stava rubando e ci ha lasciato la pelle. Pubblichiamo oggi un racconto scritto da un grandissimo intellettuale italiano negli anni 60. Carlo Levi, pittore, scrittore, militante antifascista finito al confino. Autore del celeberrimo “Cristo si è fermato ad Eboli”. È un pezzo bellissimo, pieno di poesia e di impegno civile. Racconta un episodio di cronaca nera di tanti anni fa, molto diverso da quello di oggi. Quella volta il derubato (anzi: un amico del derubato) non difese certo la sua incolumità ma solo una radio a transistor da 10 mila lire. Inseguì il ladruncolo, lo freddò con una revolverata in fronte, sparata da vicino. È curioso ricordare quell’episodio – io ero bambino, frequentavo Ciampini a piazza Navona, e ricordo benissimo, perché se ne discusse tanto, anche a casa mia, che era una casa di borghesi conservatori. È curioso perché una opinione pubblica che all’epoca era ancora molto arretrata, bigotta, un po ottocentesca, in parte influenzata dal senso comune del fascismo, eppure si schierò tutta con il ragazzo. Oggi non succederebbe mai una cosa del genere. E ora speriamo che le indagini siano rapide e che Pacini sia prosciolto. E speriamo che nessuno esulti, nessuno inciti a sparare. Nessuno racconti la balla di una legge che impedirà di indagare chi spara. Grazie a Dio questo è impossibile. Se un magistrato viene informato che hanno sparato a una persona e l’hanno uccisa non può fare altro che avviare le indagini e spedire gli avvisi di garanzia. Gli avvisi di garanzia una volta erano stati immaginati per proteggere l’indagato. Poi una politica e una informazione che ama molto le forche, li ha trasformati in pre-condanne. Magari invece di fare leggi assurde, che permettono di sparare liberamente, sarebbe meglio applicare le leggi che ci sono e spiegare alla gente che se uno viene indagato non è colpevole. La statistica dice che all’ 80 per cento è innocente.

La pistola che distrugge due vite. Possedere un'arma non è di per sé un diritto, essere protetti dalle forze dell'ordine, invece, lo è, scrive Roberto Saviano il 30 novembre 2018 su "La Repubblica". Ciò che è accaduto a Monte San Savino, in provincia di Arezzo, è drammatico: nel corso di una rapina muore un uomo, un ragazzo di ventinove anni, Vitalie Tonjoc, ucciso da un piccolo imprenditore che, per difendere la propria attività, che poi coincide con la propria vita, da quattro anni dormiva nell'officina dove si trovano biciclette in fibra di carbonio e treni di gomme, che a rubarli ci si ricavano migliaia di euro e che a perderli si rischia di fallire. La notte della rapina finita in tragedia, il giovane moldavo ha perso la vita e chi lo ha ucciso, nonostante abbia salvaguardato i propri beni, ha perso moltissimo. A Monte San Savino si è consumata una tragedia: la morte violenta non può essere archiviata come prassi di autodifesa e chiunque uccida un uomo muore insieme alla propria vittima. La vicenda di Pacini, dell'ultimo furto, dell'uccisione del ladro, dei post di Salvini è nota, e naturalmente ciascuno ha la sua opinione al riguardo. Salvini dopo conia l'hashtag #iostoconfredy: verrebbe da dirgli, facile ora stare con Fredy, ma prima che la sua vita drammaticamente cambiasse (in peggio) dove erano le istituzioni? La sensazione del pericolo, l'essere effettivamente in pericolo - perché di fronte a un uomo che sostiene di aver subito 38 tentativi di furti, le statistiche sul calo dei reati predatori non si possono tirare fuori - e il reagire al pericolo sono tre fasi distinte di cui dovremmo occuparci con molta cautela e sulle quali non si dovrebbero giocare vili partite politiche. La vita di Fredy Pacini ora è peggiorata e non, come qualcuno banalmente ritiene e riferisce, perché un tribunale dovrà accertare come i fatti si siano svolti durante la rapina e nel momento in cui la sua Glock ha esploso i cinque colpi, di cui due hanno colpito Vitalie Tonjoc. E nessuna modifica all'attuale legge sulla legittima difesa potrà eliminare questo passaggio: chiunque spari, sappia che ci sarà sempre un processo - non fidatevi degli imbonitori al governo - nell'ambito del quale sarà, come tutti, considerato innocente fino a prova contraria. La vita di Fredy Pacini è peggiorata perché ha ucciso, perché si è trovato nella condizione psicologica - il processo stabilirà i dettagli - che lo hanno portato a togliere la vita a un altro uomo. Quello che nessuno vi dice ora è che, anche se hai paura e ti vuoi difendere, anche se sei stato vittima di ripetute ingiustizie, uccidere ti cambia la vita, pensare che sei dovuto arrivare alle estreme conseguenze per difendere ciò che è tuo è un pensiero insopportabile per chiunque. Sono anni che studio e che racconto le storie di chi decide di usare le armi e che fa delle armi il centro della propria vita e di quella che, impropriamente, qui definisco "attività". Sono nato e cresciuto in una terra, in una provincia, in cui il possesso e l'uso di armi da fuoco era considerato normale. Sono cresciuto in una terra dove la prima cosa che ti dicono, quando sei bambino, se non sei uno di "loro", è di stare attento a come rispondi alle persone, ché non sai mai chi ti trovi davanti. La paura è sempre quella di subire un torto e di pensare di poter reagire, anche solo verbalmente, con una persona che a differenza di te è armata. Armata e abituata a sparare. Armata e che mette in conto di poter sparare, anche solo per scrollarsi di dosso l'onta di un "vaffanculo" preso magari per non aver rispettato uno stop. Sono anni che mi occupo di territori violenti e di chi rende violenti quei territori, utilizzando la sola prospettiva interna alle organizzazioni criminali e la prospettiva è quella di chi non teme lo Stato, di chi non teme le forze dell'ordine, di chi non teme le armi degli altri ma che anzi, sentendosi in guerra, non esita a utilizzare le proprie. Che c'entra tutto questo con Fredy Pacini? C'entra. C'entra perché nonostante dormisse da quattro anni nell'officina, nonostante avesse - questo lo dicono persone a lui vicine - già sparato in aria (solo in aria!) e messo in fuga ladri in altre occasioni, nonostante fosse esasperato, nonostante avesse perso fiducia nelle forze dell'ordine, non credo fosse pronto a uccidere. È un imprenditore, non un criminale. È una persona che ha investito in una attività, non uno che con la forza conta di prendersi ciò che vuole. E allora, la vicinanza a Fredy Pacini la capisco, ma le parole dovrebbero essere altre: "Ci dispiace che tu abbia dovuto sparare per difenderti. Ci dispiace che lo Stato non ti abbia dato supporto, ci dispiace che tu abbia dovuto subire trentotto furti, che tu sia stato costretto a dormire in officina per proteggere ciò che possiedi". Lo Stato, nella persona del ministro degli Interni, ovvero il ministro da cui dipendono le forze dell'ordine, dovrebbe usare queste parole, e non altre. Ma Salvini non ha chiesto scusa e con la sua comunicazione social ha offeso chi dipende dal suo Ministero. Chi invita i cittadini a difendersi da soli, dice implicitamente che le forze dell'ordine sono incapaci di svolgere il proprio lavoro. Una tale bestialità la si può tollerare come chiacchiera da bar, ma non se a dirla sono rappresentanti del governo. Oltretutto è una comunicazione criminale: invitare implicitamente o esplicitamente i cittadini ad armarsi e a difendersi da soli è pericolosissimo perché l'esito di un duello tra persone armate è sempre incerto, e tra un cittadino per bene e un malvivente con la pistola, secondo voi chi avrebbe la meglio? Possedere un'arma non è di per sé un diritto, essere protetti dalle forze dell'ordine, invece, lo è. In questo continuo capovolgimento, in questo continuo mescolare, fino a rendere indistinguibile, ciò che è vero con ciò che è verosimile, si sta cercando di convincere i cittadini che debbano fare tutto da sé, anche difendersi. Addirittura difendersi. Qui non si tratta di negare ai cittadini il diritto di possedere un'arma e quello, assai opinabile, di usarla; qui si mette in discussione la nostra sicurezza: più armi in circolazione, anche se legalmente detenute, sono un fattore di destabilizzazione, non rendono le città, le campagne, le attività commerciali, e dunque le persone, più sicure, ma le espongono a rischi maggiori. Tempo fa mi sono imbattuto in una sorta di opera omnia sull'uomo, si tratta di Human, documentario diretto da Yann Arthus-Bertrand e finanziato dalla Bettencourt Schueller Foundation e da GoodPlanet. Se vi capita di vederlo fate caso alle prime interviste: a parlare sono tutti uomini cui l'uso delle armi ha cambiato la vita, in peggio. "Prima non morivamo come oggi", dice un vecchio africano, "vivevamo in pace. Durante i nostri scontri non si moriva. C'era solo un fucile per villaggio. Quello che ci decima è il kalashnikov. \[...\] Quest'arma è cattiva, priva le nuove generazioni e il paese della pace."

La vignetta di Vauro sul gommista Pacini fa infuriare il web. La scenetta proposta dal vignettista toscano ha letteralmente infiammato il web: sulla sua pagina Facebook si moltiplicano gli insulti e le reazioni disgustate degli utenti, scrive Federico Garau, Domenica 02/12/2018, su "Il Giornale". Quando sembra che più in basso di così non possa andare, riecco spuntare Vauro con una delle sue “brillanti” satire monocorde, incurante del fatto di fare ironia spicciola sulle sofferenze altrui nascondendosi dietro il solito pensiero “politically correct”. Tuttavia il web non perdona, e le reazioni registrate nelle ultime ore danno la misura di come il vento che fino ad oggi ha spinto alle spalle delle sue vele stia cambiando. Oggetto delle sue attenzioni che dovrebbero suscitare risa anziché rabbia, come invece accade, Fredy Pacini, il gommista di Arezzo piombato nell’incubo dell’indagine per eccesso di legittima difesa. L’uomo, da troppo tempo vittima di ripetuti furti all’interno della sua rivendita, ben 38, si era trovato costretto a dormire all’interno del locale per tentare di proteggere la sua unica fonte di guadagno. Quando un moldavo pregiudicato, latitante ed armato di piccone ha fatto irruzione per l’ennesima volta, Pacini ha fatto fuoco e lo ha ucciso, ritrovandosi adesso a vivere il dramma dell’infangante incriminazione. Un dramma che non tocca certamente Vauro, il quale anzi propone in chiave “ironica” una vignetta a tema, intitolata “Legittima difesa – Avvertenze”. Un uomo a terra colpito da proiettili guarda verso il gommista in piedi che commenta con “Per le forature da proiettile non rivolgersi al gommista”. Ogni riferimento a Pacini non è puramente casuale, e sulla pagina Facebook di Vauro gli insulti si moltiplicano e si sprecano. “Questo sì che è sciacallaggio, lei è proprio un poveraccio. Posso capire che lei se la prenda con la politica ma una vignetta infame contro un uomo che sicuramente era esasperato e spaventato non la rende migliore ma dimostra semplicemente quanto lei sia un omuncolo che vale zero.”, commenta una donna. “Lei fa vignette anche quando i ladri uccidono i derubati? Oppure lei s'indigna solo e quando il ladro viene ucciso?”, domanda un altro utente. “Che schifo di vignetta...Come molte altre tue Vauro… La tua pochezza d'animo è fin troppo evidente”. Poi c’è anche chi non resta più di tanto sorpreso, visto l’imperante “politically correct” e in modo rassegnato commenta con un “Vabbè dai...la classica vignetta dell’ipocrita buonista di turno”. “Ancora una volta la sinistra conferma di difendere esclusivamente i delinquenti e poi vi domandate perché le persone per bene non vi votano più. Che vergogna.”

. Luca Abete di Striscia la Notizia intervista il titolare del locale in provincia di Napoli: “Rapine violente con i ladri armati fino ai denti”, scrive Tgcom24 il 30 novembre 2018. Un bar tabacchi che ha subito 12 rapine negli ultimi tre anni. La storia di Maurizio, gestore del locale di Afragola - città nel nord della provincia di Napoli - ha del surreale ed è lui stesso che racconta a ‘Striscia la Notizia’ la paura che prova ogni volta: “Sono rapine violente, in cui questi criminali si presentano armati fino ai denti e con le percosse ci obbligano a svuotare la cassa, a dargli i gratta e vinci, a riempire loro borsoni di sigarette”. Criminali del posto secondo Maurizio, intervistato da Luca Abete: “Sono di qui perché hanno il nostro stesso accento”. E la polizia? “Sono arrivati tutte le volte, ma con un’ora e passa di ritardo rispetto all’allarme, quindi i ladri sanno di avere tutto il tempo per derubarci”. E il motivo di questa lentezza? “Non ce lo sappiamo spiegare perché il Commissariato di Polizia è a 200 metri di distanza, come quello dei Carabinieri e quello della Polizia locale”.

Il bar tabacchi che ha subito 12 rapine: "Siamo il bancomat dei criminali". Il titolare a Striscia La Notizia: "Tra beni e denaro ci abbiamo rimesso 150mila euro", scrive il 29 novembre 2018 Today. Il caso di Fredy Pacini, il gommista che ha sparato e ucciso un ladro dopo aver subito 38 furti, ha riportato al centro dell’attenzione il tema della criminalità. Nonostante negli ultimi anni il numero di furti e rapine sia in netto calo, come emerge anche dai report dell’Istat, quello della sicurezza resta un tema molto caldo. E spesso gli italiani non si sentono adeguatamente protetti dallo Stato. Quello del gommista di Fredy Pacini peraltro non sembra un caso isolato. A documentare un altro caso simile è Striscia La Notizia. Nella puntata di questa sera Luca Abete intervista il titolare di un bar tabacchi di Afragola che racconta di aver subito 12 rapine negli ultimi 3 anni, l’ultima venerdì 23 novembre, in pieno giorno. Il proprietario del locale racconta di aver "potenziato il sistema di videosorveglianza (in 80 mq, abbiamo 20 telecamere)" e "diminuito le ore di apertura" mentre le "guardie giurate aprono e chiudono tutti i giorni l’attività". Inoltre, precisa: "Abbiamo tutte le immagini di tutte le rapine subite". E infatti - spiega Striscia - nei filmati si vedono i ladri armati di pistole, fucile a canne mozze e mazze entrare nel locale, prendere in ostaggio i clienti e derubare l’attività di contanti e merce. Abete domanda: "È possibile quantificare il danno subito dopo tutte queste rapine?". La cifra, spiega il proprietario "tra beni e denaro contante, è attorno ai 150mila euro". Anche durante l’ultima rapina, un dipendente è riuscito a chiamare le forze dell’ordine: la chiamata viene fatta alle 12.50, eppure - si legge nel comunicato stampa della trasmissione - l’arrivo delle volanti risulta essere alle 14.15. Il proprietario sottolinea: "Su 12 rapine, 12 volte in ritardo. Siamo diventati il bancomat dei criminali”. E ancora: "Ho pensato di chiudere ma chiudendo vanno via 15 dipendenti". Poi chiosa: "Se noi ci abbiamo rimesso i soldi, lo Stato ci ha rimesso la faccia".

La paradossale storia di Maurizio: 12 rapine in 3 anni e lo Stato è assente, scrive il 30 Novembre 2018 Vesuvio Live. Ha subito 12 rapine in tre anni, ma le Forze dell’Ordine sono state sempre assenti. Questa è la paradossale storia in cui si è ritrovato catapultato Maurizio, proprietario di un Bar Tabacchi ad Afragola. Un record incredibile che finisce al centro di un servizio di Luca Abete che raccoglie la testimonianza dello stesso proprietario dell’esercizio commerciale: “In queste rapine subiamo percosse, vengono armati fino ai denti. Abbiamo paura e non siamo tutelati”. Per Maurizio i rapinatori, anche se sempre a volto coperto, “sono sicuramente del posto perché quando parlano hanno il nostro accento”. Per un caso così eccezionale sono state messe in atto precauzioni eccezionali, anche se sembrano siano servite a poco: “Dalla prima rapina abbiamo potenziato il sistema di videosorveglianza: in 80 mq abbiamo 20 telecamere che registrano in HD. Ma fino ad ora non ci sono servite a niente”. Quindi, Maurizio ha tutte le immagini che vengono mostrate nel servizio di Striscia la Notizia. I ladri, che spesso sequestrano anche i clienti, arrivano quasi sempre in branco, armati (a volte anche di fucile a canne mozze), facendo razzia di tutto: non solo soldi, ma anche altre merci come sigarette, gratta e vinci e una cambia monete. Un danno ingente, in questi anni, che tra beni e soldi ammonta a circa 150mila euro. L’ultima rapina è avvenuta venerdì scorso, intorno alle 13, quando strada e locale erano affollati di persone. Una situazione insostenibile che diventa ancor più pesante per l’assenza dello Stato. Infatti, racconta Maurizio, ogni volta che le Forze dell’Ordine sono state allertate sono sempre arrivate in ritardo (anche un’ora e mezza dopo la rapina), eppure distano a soli 200 metri dall’esercizio commerciale. “Siamo diventati il bancomat di questi criminali – dice sconfortato Maurizio – Ho pensato anche di chiudere, ma così andrebbero in strada 15 dipendenti. Cercheremo di resistere fino a quando ne avremo la forza. Sono, però, sicura di una cosa: se noi ci abbiamo rimesso i soldi, lo Stato ci ha sicuramente rimesso la faccia”.

È l'Italia il paradiso dei rapinatori. Dopo la rapina nella villa di Zavoli: ecco perché, secondo il sindacato di polizia, il nostro Paese è diventato l'El Dorado dei ladri, scrive Nadia Francalacci il 5 dicembre 2012 su Panorama. “L’Italia è l’El Dorado dei rapinatori, il Paese-scuola in Europa per le bande organizzate che vogliono perfezionare le tecniche di rapina”. Franco Maccari, segretario del Coisp, sindacato della Polizia di Stato, commenta così l’ennesima rapina portata a segno nella villa del giornalista Sergio Zavoli alle porte della Capitale.

“Il fatto accaduto a Zavoli è di una violenza incredibile ma è vergognoso parlare delle rapine e delle violenze che sono costretti a subire gli italiani dalle bande specializzate, per la maggior parte di etnia romena, solamente quando si verifica un “colpo” ad un vip, ad un personaggio conosciuto oppure quando le rapine si concludono con un omicidio o una violenza sessuale:  i cittadini italiani sono costretti ogni giorno a subire violenze inaudite che sempre più spesso degenerano in fatti di sangue”.

Ma che cosa rende l’Italia, il “paese perfetto” per le bande di rapinatori?

"Un mix di elementi. Il primo riguarda la facilità con la quale si possono portare a segno i colpi non solo nelle ville isolate ma anche negli appartamenti. Questo è dovuto ad una carenza, per i tagli al personale, di poliziotti e carabinieri sul territorio, in mezzo alla gente. L’altro aspetto è il lunghissimo iter giudiziario e processuale, la poca certezza della pena ed infine le stesse pene molto meno pesanti che nel resto dei Paesi europei. Solamente nel 2011 le rapine portate a segno nelle abitazioni degli italiani sono state 2.858, quasi 800 rapine in più rispetto all’anno precedente". “E il dato di quest’anno sarà destinato a crescere ulteriormente a causa della crisi economica", continua raccontare a Panorama.it, Franco Maccari.

“La Francia che vive la crisi economica come il nostro Paese, ha scelto di non fare tagli sul settore scuola e sicurezza - continua il poliziotto – perché tagliare sulla sicurezza in un momento delicato come quello che stiamo attraversando è una vera follia: aumentano le proteste di piazza e i reati dovuti alla fame e alla necessità di sbarcare il lunario. Ma negli ultimi 6 anni i tre governi che si sono susseguiti hanno distrutto il comparto sicurezza consolidando ancora di più l’idea che l’Italia sia l’El Dorado delle rapine ma anche dei furti. Infatti, nelle strade delle nostre città circolano sempre meno auto della polizia e dei carabinieri”.

Quanto e come sono stati ridotti i turni delle volanti?

"Ad esempio a Roma fino a qualche anno fa un turno della sezione Volanti riusciva a riversare nelle strade della città 30 o 40 auto con a bordo ciascuna 2 poliziotti. Oggi invece che i reati sono in netto aumento, un turno è composto da 5 oppure 6 auto. Livorno, altro esempio, che è una città relativamente tranquilla, considerando anche gli ultimi fatti di cronaca, i poliziotti per ogni turno, compresa la notte, sono 4 su 2 auto".

Ma quando il cittadino chiama il 113 per denunciare un furto o una rapina, dopo quanto tempo, mediamente, arriva sul posto una volante?

"Circa 3 ore se non di più. Riuscite ad immaginare l’impotenza di un operatore di polizia che sente piangere e chiedere aiuto, dall’altra parte del telefono, una donna, un uomo o un bambino e non riesce a far niente per aiutarlo nell’immediato? Quattro uomini come nel caso di Livorno, o 10 o 12 poliziotti in tutta Roma come possono prestare aiuto in modo corretto? La carenza degli uomini delle forze dell’ordine tra i cittadini è una sconfitta dello Stato perché noi rappresentiamo lo Stato e non possiamo presentarci in ritardo quando un cittadino chiede aiuto".

Quanti sono i casi che riuscite a risolvere ovvero quante volte le Forze dell’ordine riescono ad arrestare gli autori delle rapine?

"Riusciamo a risolvere positivamente solamente il 3% dei furti. Non ci dimentichiamo che la rapina è un furto più violento portato a segno con un’arma. La percentuale, invece, è un po’ più alta quando si verifica l’omicidio o la violenza e quindi gli autori del colpo lasciano più tracce sul luogo della rapina che possono aiutarci. Poi dobbiamo dire che una banda colpisce non una sola volta ma più volte. Nel 2011 la polizia ha fatto 1.185 arresti per rapina in abitazione, 342 i malviventi di etnia straniera finiti in cella e 61 arresti hanno riguardato rapinatori con un’età inferiore ai 18 anni".    

I MORALISTI DEL CAZZO. QUELLI CHE NON SAPEVANO.

Il presidente Morra inventa un nuovo clan e confonde vittime e carnefici! Il presidente dell’antimafia commenta il blitz di Gratteri, scrive Davide Varì il 18 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". “Tra pochissimi minuti ci sarà una conferenza stampa di Nicola Gratteri che riferirà in merito all’indagine sul governatore della Calabria, Mario Oliverio, accusato d’abuso d’ufficio aggravato dal metodo mafioso». Sono passati pochi minuti dal primo lancio d’agenzia e le notizie che arrivano dalla Calabria sono poche e frammentarie. Insomma, la situazione è assai confusa, ma non per il presidente della commissione parlamentare antimafia, il grillino Nicola Morra, il quale attiva in fretta e furia una diretta facebook nella quale emette la sua personalissima sentenza corredata dalla pena: «Mario Oliverio deve dimettersi dalla carica di presidente della regione». Del resto per Morra non è necessario aspettare una sentenza. E la ragione è semplice: «C’è già un Gip che ha convalidato l’ipotesi accusatoria», spiega infatti presidente antimafia il quale sembra quasi tracciare la sua idea di riforma del processo penale che potrebbe consistere nell’affidare tutto al pm e al Gip eliminando le inutili lungaggini del dibattimento e dei tre gradi di giudizio. Ma non è tutto. Preso dall’eccitazione degli arresti, il presidente dell’antimafia traccia anche la nuova geografia del potere mafioso calabrese e battezza un nuovo clan, il clan Barbieri. «Oliverio – spiega infatti il presidente Morra nella sua diretta facebook ha favorito gli affari del clan Barbieri». Proprio così: clan Barbieri. Ora, il nome di Barbieri nell’indagine di ieri emerge ed è riferito all’imprenditore Giorgio Barbieri che neanche lo zelo del procuratore Nicola Gratteri ha indicato come boss mafioso. Ma evidentemente due mesi da presidente della Commissione antimafia devono aver convinto Morra di saperne più di Gratteri. Ma si dirà: non è la prima volta che il nome di Barbieri finisce in un’indagine di mafia. E’ vero, Giorgio Barbieri era finito in carcere nel 2017 ma pochi mesi dopo era stato scarcerato dalla Cassazione che aveva demolito le accuse contro di lui e “accusato” i magistrati che non erano stati in grado di distinguere un mafioso da una vittima di mafia. E si, secondo i giudici di piazza Cavour, l’imprenditore Barbieri è un «imprenditore vittima perché, soggiogato dall’intimidazione, non tenta di venire a patti con il sodalizio, ma cede all’imposizione e subisce il relativo danno ingiusto, limitandosi a perseguire un’intesa volta a limitare tale danno. Di conseguenza il criterio distintivo tra le due figure sta nel fatto che l’imprenditore colluso, a differenza di quello vittima, ha consapevolmente rivolto a proprio profitto l’essere venuto in relazione col sodalizio mafioso». Insomma, l’antimafia di Morra scambia carnefici e vittime. Ma qualcuno deve averlo avvertito, perché nel giro di poche ore il video del presidente è sparito da Facebook.

I dolori del senatore Morra: il moralizzatore moralizzato. Il ritratto del presidente dell’antimafia, scrive Davide Varì il 20 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". “Se Mario Oliverio è un uomo d’onore deve dimettersi. Solo così avrà il rispetto mio e dei calabresi». Non appena saputo dei guai giudiziari del governatore calabrese, il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra, con voce ferma e lo sguardo terso del grande inquisitore, ha affidato a Facebook tutto il suo sdegno. Del resto da quando frequenta palazzo san Macuto, la ieraticità fa parte del suo stile. Prima del monito contro Oliverio, il senatore Morra aveva infatti ammonito con la stessa pomposità i ragazzi dello spray al peperoncino della discoteca di Corinaldo: «Io dico loro: costituitevi». Ma forse si è trattato di un riflesso condizionato dalla sua vita precedente. Perché prima ancora che senatore e presidente della commissione antimafia, Morra è un insegnante, un pedagogo, un educatore. Nato a Genova ma calabrese d’adozione, il nostro ha passato la vita tra le aule del liceo Bernardino Telesio di Cosenza a insegnare storia e filosofia. Prima da supplente, poi da titolare. E il ricordo degli alunni è tutt’altro che spiacevole. Prima della conversione legalitaria, il professor Morra era persona alla mano e decisamente permissiva. «In gita girava qualche spinello, e lui era di quelli che chiudeva gli occhi», racconta un suo ex studente. Ma la sua vera passione era il basket, tanto che decise di aprire un negozietto di articoli sportivi in una traversa di corso Mazzini, il salotto buono della città calabrese. Pian piano, nell’animo di Morra, si è insinuata la passione per la politica a 5 Stelle e per la giustizia. La giustizia celebrata nelle aule dei tribunali, naturalmente. Dopo il basket, il professore ha infatti scoperto il fascino delle denunce, gran parte delle quali sono finite sulla scrivania dell’Aggiunta della procura: l’irreprensibile dottoressa Marisa Manzini. Compresa quella che a Cosenza è diventata la madre di tutte le querele: la denuncia sulle luminarie colorate installate dal detestatissimo sindaco Occhiuto. E qui nasce il fattaccio. Stanco delle continue accuse del professore, il sindaco Occhiuto lo scorso settembre ha deciso di pubblicare una sorta di pizzino virtuale: «C’è un politico locale che mi dicono sia un esperto spargitore di fango». Poi l’affondo: «Il paradosso è che, da quello che mi dicono (ma io non voglio crederci), un suo stretto congiunto esercita addirittura le sue attività imprenditoriali spesso in società con soggetti in odor di mafia». E il finale in crescendo: «Ognuno ama la giustizia a casa d’altri». Insomma, dicendo e non dicendo, Occhiuto ha lasciato intendere che Morra potrebbe avere un parente molto stretto coinvolto in vicende poco chiare. Ma la questione, almeno fino a oggi, sembra essere finita lì: Occhiuto ha lanciato il suo messaggio e Morra ha preferito soprassedere. Altro punto debole del nostro è la conoscenza della geografia ndranghetista. Il che non sarebbe un problema se non fosse che è stato appena nominato presidente della commissione Antimafia. Pochi minuti dopo la notizia dei guai di Oliverio, Morra si è infatti lanciato in un’incauta diretta facebook nella quale ha battezzato un nuovo e inesistente clan di mafia: il clan Barbieri. Non solo, Morra ha poi spiegato che le accuse a Oliverio erano pressoché “definitive” perché convalidate da un Gip. Insomma, in un solo colpo Morra ha liquidato il dibattimento e i tre gradi di giudizio. Il che restringerebbe le garanzie ma di certo risolverebbe l’annosa questione della lunga durata dei processi. Del resto Morra, come i suo colleghi grillini, è convinto che il ruolo di presidente della Commissione che fu di Chiaromonte sia quello di tifoso dei pm e dell’Anm. Basta leggere la dichiarazione d’amore nei confronti di Gratteri, postata qualche giorno fa, per farsi un’idea del Morra pensiero: «Nicola Gratteri, incubo della ‘ ndrangheta al Sud e non solo, è una fonte di ispirazione per tutti quelli che vogliono operare una forte azione di contrasto alle mafie. Gratteri dice, con amarezza, che fino ad oggi non c’è stato alcun Governo che abbia messo la lotta alla mafia come priorità della sua agenda politica. Ebbene dottor Gratteri, io ce la metterò tutta». A questo punto solo una domanda resta inevasa: Gratteri lo avrà letto il post di Occhiuto?

A MIA INSAPUTA. QUELLI CHE NON SANNO.

Senato, in 10 anni il governo ha risposto solo al 24% delle interrogazioni. Tempi lunghissimi e domande che restano senza risposta: così si indeboliscono gli "atti di sindacato ispettivo" attraverso i quali il Parlamento controlla l'operato dell'esecutivo. Un fenomeno studiato da uno speciale osservatorio di Palazzo Madama. I chiarimenti dovrebbero essere forniti in 3 settimane, invece la media è di quasi 120 giorni, scrive Lavinia Rivara l'8 agosto 2017 su "La Repubblica". Dovrebbero essere il principale strumento attraverso il quale il Parlamento, ogni singolo deputato e senatore, controlla l'operato del governo. Si tratta delle interrogazioni e delle interpellanze, i cosiddetti atti di sindacato ispettivo che consentono ai parlamentari di chiedere all'esecutivo informazioni su determinate questioni, di sollecitare interventi, di ottenere spiegazioni sull'operato dei ministeri. Eppure in dieci anni, cioè dall'inizio della XV legislatura (aprile 2006) fino a tutto il 2016 i soli senatori hanno presentato 28.360 interpellanze e interrogazioni, ma solo 6.913 (circa il 24%) hanno avuto risposta, con tempi progressivamente sempre più lunghi. Tutte le altre sono ancora in attesa. A mettere nero su bianco questi dati, che certo non gettano una buona luce sull'azione dei nostri governi, è l'Osservatorio sulle politiche pubbliche istituito recentemente a palazzo Madama. I tempi di risposta rappresentano un altro aspetto negativo: in base al regolamento del Senato il governo dovrebbe fornirla entro un termine che va dalle tre alle sei settimane, a seconda dell'urgenza, invece il tempo medio di svolgimento attualmente è di 117 giorni per le interrogazioni orali in Aula e in Commissione, di 118 per le interpellanze e di 220 per le interrogazioni scritte. Il record della rapidità per le interrogazioni scritte si tocca nella XV e nella XVI legislatura: il giorno stesso di presentazione. Ma la XVI ha anche il primato della risposta più lenta: ben 1.338 giorni, circa 4 anni. Il governo Letta ha avuto 2.439 tra interpellanze e interrogazioni e il numero maggiore di atti (277) ha riguardato il ministero dell'Interno che ha risposto in 117 casi con un tempo medio di 164 giorni. Al governo Renzi sono stati indirizzati invece 7.907 atti di sindacato ispettivo e il primato spetta sempre al ministero dell'Interno: 1213 richieste e solo 220 quelle che hanno avuto risposta. Alla presidenza del Consiglio sono toccate invece 796 richieste e le risposte sono state 123. Dal 2001, poi, viene introdotto il question time, cioè le interrogazioni a risposta immediata in aula. Si tratta in genere di questioni urgenti. Al Senato, dove il question time avviene una volta al mese, ci sono state in 16 anni 92 sedute, di cui 44 nella legislatura attuale. Solo una di queste sedute, il 25 luglio del 2013, ha visto l'intervento del presidente del Consiglio. E' chiaro dunque che se si vuole veramente consentire al Parlamento di esercitare la sua funzione di controllo sul governo il sistema degli atti ispettivi deve essere rivisto. Da un lato è necessario trovare gli strumenti per obbligare ministri e Palazzo Chigi a dare risposte più puntuali, come suggerisce lo stesso dossier dei funzionari di palazzo Madama. Dall'altro, gli stessi parlamentari dovrebbero probabilmente limitare il numero interrogazioni e interpellanze, oggi spesso usate come un surrogato dei comunicati stampa, utilizzandoli effettivamente come strumenti per monitorare da vicino l'azione dell'esecutivo.

A mia insaputa": tutti i politici che non sapevano. Da Raggi a Scajola, da Fini a Emiliano, sono tanti, e di ogni partito, i politici che (a torto o a ragione) hanno dichiarato di non sapere, scrive Claudia Daconto il 6 febbraio 2017. Ci sono cascati in molti. Pur di allontanare da sé il sospetto di essere complici di azioni moralmente, politicamente o anche legalmente poco o per nulla trasparenti, o in alcuni casi, come dimostrato dalla giustizia, avendo ragione, politici di ogni schieramento hanno dichiarato di non essersi mai accorti di ciò che avveniva a un palmo del loro naso. Anche quando di mezzo c'erano collaboratori stretti e addirittura amici e familiari. In alcuni casi la giustizia ha dato loro ragione, in altri... no. Ecco una carrellata dei più clamorosi "è successo a mia insaputa".

Virginia Raggi e le polizze vita. È giovedì 3 febbraio 2017. Virginia Raggi siede davanti al procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Francesco Dall'Olio. Assistita dal suo avvocato Alessandro Mancori, il sindaco di Roma sta rispondendo alle accuse di abuso d'ufficio e falso ideologico che la Procura di Roma le contesta in merito alla promozione a capo del dipartimento Turismo del Campidoglio di Renato Marra, fratello di Raffaele Marra, ex capo del Personale dei comunali capitolini arrestato a dicembre con l'accusa di corruzione. L'interrogatorio andrà avanti per diverse ore, ben otto. È durante quelle lunghe ore che il sindaco scopre di essere stata nominata beneficiaria di due polizze vita da 30 mila e 3 mila euro da parte del suo fedelissimo Salvatore Romeo, dipendente del Comune in aspettativa e promosso capo della sua segreteria al triplo dello stipendio. Virginia trasecola. Giura di non saperne nulla. A gennaio e marzo del 2016 Romeo le avrebbe dunque intestato tutti quei soldi a sua insaputa. Benché ciò risulti tecnicamente plausibile, il fatto ha destato comunque molti sospetti e illazioni. Il Movimento 5 Stelle vorrebbe che fosse presa per buona la causale “relazione sentimentale”, indicata dall'ormai ex capo segreteria del sindaco. L'alternativa, priva finora di qualsiasi riscontro sarebbe invece che Romeo, che negli anni scorsi ha sottoscritto numerose polizze per un totale di 130mila euro a beneficio di colleghi ed esponenti del M5S, abbia utilizzato il sistema delle polizze per mascherare finanziamenti al Movimento oppure per mettere a disposizione della Raggi del denaro in cambio di favori.

Claudio Scajola e la casa al Colosseo. Che il suo nome sia stato affiancato a quello di Virginia Raggi ha molto infastidito l'ex ministro Claudio Scajola. Alla notizia delle polizze “a sua insaputa”, in effetti a molti è venuto in mente il paragone con la vicenda della casa con vista Colosseo acquistata da Scajola per 600mila euro ma in realtà costata 1,7 milioni. “Forse mi hanno fatto un regalo a mia insaputa. Se trovo chi è stato...”, una frase pronunciata in conferenza stampa il 4 maggio 2010 per commentare il dono ricevuto dal faccendiere Diego Anemone, che ha segnato il destino politico di Scajola e dal quale l'allora ministro del governo Berlusconi non si è mai più liberato. In una nota trasmessa alle agenzie nei giorni scorsi, Scajola ha voluto ricordare che egli “si dimise senza aver avuto neppure un avviso di garanzia” dalla procura di Perugia che allora indagò sulla presunta corruzione. Nel processo apertosi in seguito a una nuova inchiesta della Procura di Roma, Scajola è stato assolto in primo grado e il reato prescritto in appello.

Umberto Bossi e la villa restaurata. Claudio Scajola non è stato certo l'unico politico a passare dei guai per una casa. Quando nel 2012 scoppia lo scandalo sull'uso dei fondi della Lega da parte dell'ex tesoriere Francesco Belsito, ad andarci di mezzo fu anche l'allora leader e fondatore Umberto Bossi. Secondo l'accusa, per coprire le spese personali dei suoi familiari, i soldi del partito erano stati utilizzati anche per ristrutturare la loro casa di Gemonio. “Io non so nulla di queste cose” tuonò allora un amareggiato Umberto Bossi minacciando di denunciare i responsabili di tali manovre. Belsito, che all'epoca fu arrestato per associazione a delinquere, truffa aggravata, appropriazione indebita e riciclaggio e che oggi è ancora sotto processo per appropriazione indebita e, insieme anche allo stesso Bossi e ad altre cinque persone, per truffa ai danni dello Stato, oggi si è riciclato nel Movimento Sociale Italiano. Per Umberto Bossi, invece, quella vicenda fu all'origine della fine della sua carriera politica e ai vertici della Lega.

Roberto Maroni e gli investimenti in Tanzania. Anche l'attuale governatore della Lombardia Roberto Maroni nel 2011 dichiarò di non aver mai saputo nulla di come Francesco Belsito gestisse i fondi della Lega. Soprattutto non sapeva che l'ex cassiere leghista avesse trasferito in vari paesi esteri, tra cui la Tanzania, quasi 60 milioni di finanziamento pubblico ottenuti tra il 2008 e il 2010. “Gli investimenti in Tanzania? - trasecolò l'allora ministro dell'Interno. Io non ne sapevo niente”. Un anno dopo, nel gennaio del 2012, Maroni dichiarerà durante un incontro a Somma Lombardo, in provincia di Varese, che gli investimenti della Lega Nord in Tanzania “sono stati un errore sul piano politico, un brutto danno d'immagine al quale dovremo rimediare”. Senza presumere che dietro quelle operazioni ci fosse qualcosa di irregolare, Maroni reclamò dei chiarimenti: “non penso che qualcuno nella Lega faccia delle cose non regolari – disse allora - ma un conto è il rispetto delle leggi e un conto è il rispetto dell'etica della Lega Nord”. Oggi il presidente lombardo è uno dei teste nel processo contro Francesco Belsito.

Francesco Rutelli e Luigi Lusi. Totalmente ignaro di essersi messo in casa un tesoriere infedele si dichiarò anche Francesco Rutelli. Ascoltato dagli inquirenti che indagavano sull'appropriazione di almeno 25 milioni di euro di fondi della Margherita da parte dell'ex cassiere Luigi Lusi, che allora affermava di essere stato spinto a effettuare alcune operazioni proprio dal presidente del partito, nell'aprile 2012 Rutelli ribadiva che le attività di Lusi erano state condotte “solo per il suo tornaconto personale, al di fuori di ogni mandato, e a totale insaputa mia e del gruppo dirigente della Margherita”. Il 31 marzo del 2016 l'ex senatore è stato condannato anche in appello a 7 anni. Una sentenza accolta con grande favore dall'ex sindaco di Roma, perché “riafferma – disse – l'onore della Margherita e mio”. Ma che tuttavia non ha potuto risarcirlo del tutto dell'enorme prezzo politico pagato per essersi fidato, a occhi chiusi, di ciò che faceva uno dei suoi principali collaboratori con il soldi del suo partito.

Gianfranco Fini e la casa di Montecarlo. Gianfranco Fini nel 2010, presidente della Camera, scoprì che una parte del patrimonio immobiliare del suo vecchio partito, Alleanza Nazionale, era finito nelle mani del fratello della sua fidanzata Elisabetta. E puntualmente dichiarò: “non sapevo che la casa di Montecarlo fosse stata ristrutturata e affittata a mio cognato”. La vicenda è nota: nel 2008 An “svende” per 300mila euro un appartamento donato al partito dalla contessa Anna Maria Colleoni. A comprarlo è una società offshore, la Printemps, che subito lo rivende per 330mila euro a un'altra società caraibica (pare intestata proprio a Elisabetta) che a sua volta lo affitta a Giancarlo Tulliani il quale risulterà proprietario di entrambe. Indagini recenti hanno tirato in ballo anche la figura del cosiddetto “re delle slot” Francesco Corallo, inquisito per vari reati tra cui il riciclaggio di denaro sottratto al fisco. Corallo infatti avrebbe acquistato l'immobile a prezzo pieno, 1 milione e 360 mila euro. Soldi finiti di nuovo a Tulliani che li avrebbe depositati su conti esteri intestati anche a suo padre Sergio. Intervistato nel dicembre scorso, Fini si dichiarò un uomo distrutto: “sono notizie delle quali non ero minimamente a conoscenza. Sono davanti a un bivio: o sono stato talmente fesso oppure ho mentito volutamente. In cuor mio so qual è la verità e non pretendo di essere creduto ma per me questo è un dramma familiare”.

Josefa Idem e l'Ici non pagata. Sempre per una casa ci ha rimesso il posto da ministro delle Pari Opportunità nel governo Letta anche l'ex olimpionica Josefa Idem dimessasi dalla carica il 24 giugno del 2013. “Non sapevo dell'Ici non pagata – dichiarò all'epoca a sua discolpa - Io non mi sono mai occupata personalmente della gestione di queste cose. Nella mia vita ho passato tre settimane al mese in canoa, dodici mesi l'anno. Ho sempre delegato ai tecnici chiedendo loro naturalmente di fare le cose a regola d'arte”. Una fiducia evidentemente mal riposta dal momento che per ben 4 anni la campionessa di canoa avrebbe omesso di versare la tassa sulla casa tentando di far passare una palestra come sua prima abitazione. Nello stesso periodo Idem finì nella bufera anche per un'assunzione sospetta da parte della società sportiva del marito avvenuta poco prima di essere riconfermata assessore a Ravenna. Accusati in concorso di truffa aggravata ai danni del Comune di Ravenna, per 8.642 euro di contributi previdenziali, il processo a carico della senatrice dem e del marito si è concluso con la prescrizione nel novembre del 2016.

Angelino Alfano e il caso Shalabayeva. Buio totale anche da parte dell'ex ministro dell'Interno Angelino Alfano sul cosiddetto “caso Shalabayeva”. Nessun esponente del governo, tantomeno lui, sarebbe stato infatti a conoscenza del fatto che il 28 maggio del 2013, in un blitz della polizia, era stata arrestata in una casa romana a Casal Palocco, la moglie del dissidente kazako, ricercato dal regime di Nazarbaev, Mukhtar Ablyazov, e rispedita il giorno dopo in Kazakistan insieme alla figlioletta di 6 anni. Uno scarico di responsabilità che ha gettato e continua a gettare molte ombre su Alfano, diventato nel frattempo ministro degli Esteri, e che una serie di circostanze hanno teso a smentire quando sosteneva che tutto fosse avvenuto “a sua insaputa”. Alma Shalabayeva e la figlia più piccola poterono tornare in Italia solo il 27 dicembre del 2013 in seguito all'intervento della Ue, all'appello dello stesso Ablyazov al premier Letta, all'apertura di un'inchiesta e all'iscrizione nel registro degli indagati dell'ambasciatore del Kazakistan in Italia e di altre due persone.

Michele Emiliano e le cozze pelose. E chi poteva immaginare che un compagno di partito come Gerardo Degennaro, ex consigliere regionale del Pd, titolare dell'impresa di costruzioni Dec, arrestato insieme ai fratelli e altre persone, nel marzo del 2013 per vari reati tra cui l'associazione a delinquere, che in cambio di soldi e altre utilità avrebbe ottenuto agevolazioni per ottenere appalti pubblici da parte del Comune di Bari guidato allora da Michele Emiliano, potesse essere un personaggio del genere? Non certo l'ex magistrato e attuale governatore della Puglia che alla vigilia di Natale 2012 ricevette, proprio dai Degennaro, un cesto natalizio contenente anche le celeberrime 50 cozze pelose, vanto della gastronomia locale. All'epoca Emiliano si pentì solo di non aver rimandato indietro l'omaggio natalizio ma non si dimise: “se qualcuno pensa di potermi mandare a casa solo per qualche chilo di pesce e cozze pelose, si sbaglia: rimarremo qui consapevoli degli errori commessi ma con la determinazione che solo le persone perbene riescono a mettere insieme”. 

Beppe Grillo, il blog è un caso: non rispondo dei contenuti. Questa la tesi difensiva nei confronti di una querela per diffamazione presentata dal Pd. E i dem attaccano: «Ha un blog a sua insaputa?», scrive Emanuele Buzzi il 15 marzo 2017 su “Il Corriere della Sera”. Beppe Grillo? «Non è responsabile, né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio, del blog, né degli account Twitter, né dei tweet e non ha alcun potere di direzione né di controllo sul blog, né sugli account Twitter, né sui tweet e tanto meno su ciò che ivi viene postato». Il Pd pubblica la memoria difensiva che il leader del Movimento ha fornito in una causa intentata dai dem nel 2016 e passa all’attacco. La nota d’accusa — scritta dal tesoriere del Pd Francesco Bonifazi — viene rilanciata da tutti i big del partito. «Ha un blog a sua insaputa?», commenta su Twitter Debora Serracchiani. Colui che ha registrato il dominio nel 2001 e che ne è tuttora detentore si chiama Emanuele Bottaro ed è finito in realtà già negli scorsi anni a processo per questioni relative al sito. Il gestore, ovviamente, si può ricondurre alla Casaleggio associati. Una rete a tutela del leader, già sommerso da diverse cause. Il post «incriminato» dal Pd riguarda il caso lucano che coinvolse il ministro Guidi. Un post non firmato. «La Guidi chiese l’avallo della Boschi che per blindarlo e assicurarsi che tutto andasse come doveva inserì l’emendamento incriminato nel testo del maxiemendamento su cui poi, con il consenso del Bomba, pose la questione di fiducia», si legge. E poi arriva il passaggio che ha scatenato la reazione dem: «Un meccanismo perfetto ai danni dei cittadini. Tutti collusi. Tutti complici. Con le mani sporche di petrolio e denaro. Ora si capisce perché il Pd ed il governo incitano illegalmente all’astensione sul referendum delle trivelle».

Il trucco di Grillo: querelato il suo blog, ma non pagherà lui, scrive di Enrico Paoli il 15 marzo 2017 su “Libero Quotidiano”. L' ultima, forse, le batte davvero tutte. Beppe Grillo, comico a tempo perso e leader a corrente alternata del Movimento 5 Stelle, non è responsabile di quanto esce sul suo Blog e dunque le cause pendenti contro di lui vanno discusse non a Genova, ma a Roma. Insomma Grillo, quel Grillo, non esiste. Esiste solo un blog, una rete, un Movimento con deputati e senatori, ma non lui. A dirlo non è uno dei tanti siti che animano il Web con notizie false, vere e verosimili, ma il tribunale di Genova, sulla scorta di una causa civile intentata dal Pd contro il leader dei pentastellati per alcune affermazioni contenute sul Blog relative all' inchiesta sui pozzi petroliferi in Basilicata. A far emergere la vicenda è il tesoriere del Pd, Francesco Bonifazi, che ha prontamente raccolto l'invito rivolto da Matteo Renzi in occasione dell'intervento di chiusura del Lingotto di Torino. «Ora vi racconto una storia simpatica, simpatica», scrive sulla sua pagina Facebook l'esponente dem, «un noto comico, che ha costruito la propria fama soprattutto con il suo Blog, i suoi profili Facebook e Twitter, un bel giorno decide di dire a 400mila iscritti e diversi milioni di elettori del Pd che sono "tutti collusi. Tutti complici. Con le mani sporche di petrolio e denaro". Trattandosi di un comico», sottolinea Bonifazi, «ho cercato di leggere tra le pieghe del messaggio la battuta ma, ahimè, ho trovato solo offese. Quindi ho cercato di tutelare la nostra immagine, non tanto per me quanto per la comunità che rappresento, attraverso un'azione legale. Dicono che loro sono per la legalità? Bene, lo dimostrino: si lascino processare». «Poi il comico ha anche una certa esperienza di tribunali...», chiosa sarcasticamente il tesoriere del Pd, riecheggiando le vicende giudiziarie di Grillo, dato che il comico è stato condannato in via definitiva per omicidio colposo. Ma il caso sollevato da Bonifazi, che va ben al di là delle schermaglie politiche, pone una questione seria: se Grillo non risponde di ciò che viene pubblicato sul Blog, chi è il responsabile? «Leggendo la memoria difensiva con cui il comico rispondeva alla denuncia, ho creduto di essere di fronte al copione del suo nuovo spettacolo ma il mio avvocato ha confermato: è la sua memoria difensiva», spiega il parlamentare. «Il comico», scrive ancora Bonifazi riportando la memoria di Grillo, «non è responsabile, né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio, del Blog, né degli account Twitter, né dei Tweet e non ha alcun potere di direzione né di controllo sul Blog, né sugli account Twitter, né sui tweet e tanto meno su ciò che ivi viene postato». Beppe Grillo non è. Il messaggio di Bonifazi viene ritwittato da numerosi dirigenti Dem, da Matteo Renzi, a Maria Elena Boschi, passando per Debora Serracchiani. «La tua difesa è ridicola, se vuoi parlare a milioni di persone abbine rispetto e assumiti la responsabilità delle cose che dici e scrivi di fronte a loro e di fronte alla legge. Noi andremo fino in fondo», annuncia alla fine Bonifazi. E siamo solo all'inizio. Enrico Paoli

Beppe Grillo non deve rispondere dei contenuti pubblicati sul suo blog come sostengono i suoi avvocati? Ecco verità e falsità scritte in proposito, scrive “Il Corriere del Giorno" il 20 marzo 2017. Di chi è il blog di Grillo? 3 cose vere e 5 false dette in questi giorni. Nel tardo pomeriggio del 14 marzo, il tesoriere del Partito Democratico Francesco Bonifazi ha pubblicato su Facebook una pagina della memoria difensiva presentata dagli avvocati di Beppe Grillo in una causa per diffamazione. Nel documento si legge che Grillo “non è responsabile, né gestore, né moderatore, né direttore, né provider, né titolare del dominio, del Blog, né degli account Twitter, né dei Tweet e non ha alcun potere di direzione né di controllo sul Blog, né sugli account Twitter, né sui tweet e tanto meno su ciò che ivi viene postato”. La questione ha avuto molto risalto ed è nato un dibattito su chi scrive i contenuti del blog di Beppe Grillo e su chi è chiamato a risponderne. Abbiamo verificato che cosa c’è di vero e di falso nella vicenda.

1. “Il blog di Grillo non è intestato a Grillo”. Vero. E neppure alla Casaleggio Associati. Una semplice ricerca sul registro italiano dei domini.it mostra che il dominio beppegrillo.it, creato il 15 marzo 2001, è intestato a Emanuele Bottaro,52enne residente a Modena che lavora per una società di comunicazione. Nel 2001 la Casaleggio Associati ancora non esisteva e Gianroberto Casaleggio non aveva ancora incontrato Beppe Grillo: i due si conosceranno nel 2004 e il sito andrà online nel gennaio 2005. Intervistato da Repubblica, Bottaro ha detto di conoscere personalmente Beppe Grillo «da vent’anni», di avere un rapporto di stima e di fiducia con lui e di avere registrato il dominio «per toglierlo dal mercato», prima che venisse creato il blog. Ha aggiunto che tra Grillo e lui non c’è alcun accordo scritto e di non aver mai guadagnato nulla dal suo possesso del dominio.

2. “Niente lega Grillo al blog a suo nome”. Falso. Come ha scritto Matteo G.P. Flora, esperto di reputazione online, esistono comunque diversi legami tra Grillo e il sito. Nell’atto costitutivo del M5S si legge che Beppe Grillo è il «titolare effettivo del blog raggiungibile all’indirizzo beppegrillo.it». In un post del marzo 2012, firmato “Beppe Grillo”, si legge inoltre che «la responsabilità editoriale del blog è esclusivamente mia». Inoltre, il titolare del trattamento dei dati personali ai fini della privacy è indicato in Beppe Grillo dallo stesso sito, mentre il responsabile è la Casaleggio Associati. La questione è ulteriormente complicata dal fatto che la stessa privacy policy indica che i dati vengono condivisi con l’Associazione Rousseau, che è titolare del trattamento per quanto riguarda l’attività del “Blog delle Stelle”. Aspetto più tecnico: il codice sorgente del sito rimanda, nel campo “autore”, all’account verificato di Grillo su Google+.

3. “Il post incriminato è firmato da Grillo”. No, si tratta di un post senza firma né indicazione dell’autore. Pubblicato il 31 marzo 2016, il giorno stesso dell’annuncio delle dimissioni del ministro per lo Sviluppo economico Federica Guidi per lo scandalo Tempa Rossa – dimissioni accettate alcuni giorni dopo – il post si intitolava “#RenzieBoschiACasa”. Il testo chiedeva le dimissioni anche dell’allora presidente del Consiglio e del governo, accusandoli di coinvolgimento nello scandalo e di fare «l’interesse esclusivo dei loro parenti, amici, delle lobby e mai dei cittadini». Conteneva le frasi: «Tutti collusi. Tutti complici. Tutti con le mani sporche di petrolio e denaro». Per i contenuti del post, Francesco Bonifazi ha denunciato Beppe Grillo per diffamazione.

4. Oggi nessun post del blog di Grillo è senza firma. Lo ha detto Luigi Di Maio in un’intervista il 15 marzo (al minuto 38’20’’): è vero nella forma, ma nella sostanza, in molti casi, l’autore non è esplicitato in modo chiaro e univoco. I post sul blog di Beppe Grillo, infatti, appaiono spesso sotto una firma collettiva come “MoVimento 5 Stelle”, “Gruppo di Coordinamento Comuni 5 Stelle” o “MoVimento 5 Stelle Europa”, altre ancora firmati da Beppe Grillo o da altre singole persone esterne al M5S. Beppe Grillo, almeno negli ultimi tempi, firma raramente i post che compaiono sul blog. Tra gli ultimi cento, soltanto sei portano la sua firma. Circa un terzo dei rimanenti compaiono sotto l’autore generico “MoVimento 5 Stelle”.

5. Grillo è l’autore dei suoi post. Ci sono ragioni per dubitare che Beppe Grillo scriva in concreto i post che compaiono con la sua firma, almeno in passato, anche se non è chiaro fin dove si spinga il suo controllo sul contenuto. In un’intervista con Marco Travaglio pubblicata nel 2014, Gianroberto Casaleggio – il cofondatore del Movimento 5 Stelle scomparso nell’aprile 2016 – disse che tutti i post del blog erano «loro», intendendo suoi e di Beppe Grillo: «Ci sentiamo sei-sette volte al giorno per concordarli, poi io o un mio collaboratore li scriviamo, lui li rilegge, e vanno in Rete». Alcune inchieste giornalistiche sul funzionamento della Casaleggio Associati hanno raccontato, nel corso degli anni, che i post sono stati scritti a volte da Pietro Dettori, oggi responsabile editoriale presso l’Associazione Rousseau e già dipendente della Casaleggio Associati.

6. “Non è chiaro di chi sia la responsabilità del post”. Questo è vero, almeno in parte. L’avvocato Caterina Malavenda, esperta di cause sulla stampa, ha spiegato che il responsabile dei contenuti pubblicati da un blog è il gestore, che però non è obbligato a un controllo preventivo su tutti i suoi contenuti. Grillo ha detto di non essere il gestore, lasciando quindi il dubbio su chi effettivamente lo sia, e così facendo ha inoltre «scaricato l’eventuale colpa su un altro», cioè l’autore materiale di quel post pubblicato anonimo. La Polizia Postale dovrà cercare di identificare chi ha scritto il post e lo ha messo online e su di lui (o lei) ricadrà l’eventuale responsabilità in caso di condanna nella causa intentata dal PD.

7. “Non ci sono leggi per i reati commessi attraverso Internet”. Falso. Lo ha dichiarato l’esponente del M5S Paola Taverna ospite di Otto e Mezzo (al minuto 18’35’’). In realtà, diverse sentenze hanno chiarito da anni che, ad esempio, il caso della diffamazione tramite Internet è compreso in quanto previsto dall’art. 595 del codice penale, che punisce in modo più grave la diffamazione se essa è commessa «col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità». Quello su cui discutono i giuristi è invece fin dove si possa spingere la comparazione tra i blog e la stampa, oltre ad alcune situazioni particolari come, ad esempio, se il gestore di un blog debba essere ritenuto responsabile anche per i commenti in fondo ai suoi post. Falso. Lo ha detto Di Maio nell’intervista citata sopra (al min. 37’40’’) e lo ha scritto, anche se in modo più ambiguo, lo stesso post firmato da Grillo a commento di questa vicenda. «I post di cui io sono direttamente responsabile sono quelli, come questo, che riportano la mia firma in calce», ha scritto, aggiungendo che il PD ha «per il momento perso la causa». Tuttavia, il procedimento è ancora in corso e quella pubblicata da Bonifazi è solo la memoria difensiva presentata dai legali di Grillo. La causa non si è conclusa e il PD non ha quindi ancora perso né vinto. 

I loro omessi controlli. Volevano condannarlo a sedici mesi per un articolo del 2012: però il direttore non era lui, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 15/03/2017, su "Il Giornale". Uno dei giudici che nel 2012 condannò al carcere Alessandro Sallusti fece poi causa al direttore per «omesso controllo» su un articolo che lo riguardava pubblicato nei giorni seguenti all'arresto. Ieri il processo, incardinato al tribunale di Cagliari, doveva arrivare a sentenza. La pubblica accusa aveva chiesto per il direttore una condanna a 16 mesi di carcere. In aula Sallusti, con la memoria che qui riproduciamo, ha dimostrato che in quei giorni non era il direttore del «Giornale», in quanto si era dimesso. Il pm, cioè lo Stato, chiedeva quindi il carcere per un manifesto innocente. L'udienza è stata sospesa, non senza imbarazzo, e la sentenza rinviata. Signor presidente, questo processo è, diciamo così, figlio di un precedente procedimento a mio carico, concluso nell'ottobre del 2012 con la mia condanna a 14 mesi di reclusione e il conseguente arresto, cosa che ovviamente è stata per me un'esperienza non facile da affrontare. Le analogie tra allora e oggi sono diverse. Anche in quel caso un magistrato, il giudice Cocilovo, ritenendosi diffamato da un articolo pubblicato sul quotidiano che allora dirigevo, Libero, mi denunciò per omesso controllo e suoi colleghi pm chiesero per me, con alterne vicende nei vari gradi di giudizio, una condanna alla pena detentiva che alla fine ottennero. Proprio uno di quei magistrati che giudicarono con severità il caso Cocilovo, il dottor Bevere, in quei giorni ormai lontani mi denunciò, sentendosi offeso per un articolo pubblicato dal Giornale all'indomani della mia condanna definitiva. E ora un suo collega pm chiede nuovamente una pesante condanna detentiva, sedici mesi, nei miei confronti. L'articolo di cui si dibatte oggi ricostruiva, attraverso testimonianze dirette e autorevoli (un'ex parlamentare da sempre in prima linea in battaglie in difesa dei diritti civili) una presunta amicizia tra il dottor Cocilovo e il dottor Bevere (cioè tra il denunciante e uno dei giudicanti della prima vicenda) durante la loro permanenza al tribunale di Milano. Nel merito non vedo dove sia l'offesa grave da meritare una così severa richiesta di condanna. Due magistrati sono, se non necessariamente amici come peraltro spesso capita, sicuramente colleghi e come tali si muovono all'interno di rapporti potenzialmente amicali come succede in qualunque categoria professionale. Ma al di là del merito - una lettera di precisazione sarebbe stata probabilmente sufficiente a rimediare un possibile fraintendimento - mi colpisce che a distanza di quasi cinque anni dal mio arresto nessuno ritenga di dovere tenere conto delle motivazioni con cui, dopo circa un mese che ero ai domiciliari, l'allora presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, commutò la mia pena da detentiva in pecuniaria. Come si evince chiaramente dal dispositivo del Quirinale che ha accompagnato la commutazione, quello del presidente non fu un gesto di clemenza né certo di simpatia nei miei confronti. Fu il rimedio - deciso anche nella veste di capo della magistratura - a una pena ritenuta oggettivamente sproporzionata per un reato d'opinione e di omesso controllo. L'appello di Napolitano, sia alla classe politica (per quello che compete alla parte normativa) sia a quella togata (per la parte tecnico-esecutiva), di evitare l'arresto di giornalisti per reati compiuti nell'esercizio della professione se non accompagnati da fatti di comprovata e grave malafede, è rimasto evidentemente inascoltato se è vero, com'è vero, che oggi la pubblica accusa, cioè lo Stato, chiede per me e per un mio bravo collega autore materiale dell'articolo in questione, Luca Fazzo, di nuovo il carcere per diffamazione e omesso controllo. L'omesso controllo, signor presidente, è un reato normato da una legge degli anni Trenta, solo leggermente rivista nel decennio successivo. Parliamo di anni in cui i giornali avevano poche pagine, a volte solo quattro, le redazioni erano composte da pochi giornalisti e la velocità delle notizie era, rispetto a oggi, quella di una lumaca rispetto a una gazzella. Oggi produciamo ogni giorno fino a cento pagine, tra le varie edizioni, e lavoriamo in tempo reale. Un altro mondo. Ma c'è ancora, come in questo caso, chi pretende dal direttore di accertare senza ombra di dubbio non solo la correttezza formale degli articoli, ma anche quella sostanziale, nonostante alcune sentenze della Cassazione sostengano che il direttore ha, sì, il dovere di vigilare sul rispetto dei principi etici generali e sui codici professionali, ma non ha potere investigativo sull'operato dei suoi collaboratori. Qui, in quest'aula, si chiede che io vada in carcere perché un'autorevole ex parlamentare - da noi interpellata all'epoca dei fatti - ha sostenuto una cosa assolutamente credibile e possibile (l'amicizia tra due magistrati). Che cosa avrei potuto controllare signor presidente? Quella parlamentare non solo non aveva mai dato segni di squilibrio né era nota per essere una millantatrice. Niente, signor presidente, anche se quel giorno fossi stato il direttore responsabile del Giornale non avrei potuto evitare, pur usando tutta l'attenzione, la pubblicazione di una notizia poi rivelatasi forse non esatta. Uso il condizionale perché in questa vicenda l'omesso controllo non l'ho compiuto io ma il querelante, il giudice Bevere, e il pm. Cioè due magistrati. Come si fa in un caso (Bevere) a denunciare, nell'altro (il pm) a chiedere il carcere per un omesso controllo quando si omette di controllare chi è il presunto colpevole? Il cui nome, per altro, era stampato in evidenza sul corpo del reato, cioè il giornale del giorno in cui è uscito l'articolo incriminato. E quel nome, signor presidente, non era il mio. Perché tre giorni prima di quella pubblicazione avevo rassegnato le dimissioni da direttore e lasciato l'azienda della quale, il giorno del presunto reato, non ero neppure dipendente. Mi ero dimesso, signor presidente, perché penso che un editore abbia diritto di decidere se tenere a capo del suo giornale un direttore privato della sua libertà. Noi, signor presidente, i nostri omessi controlli li paghiamo duramente e ne traiamo le conseguenze. Mi chiedo se anche i giudici che avviano una causa temeraria e i pm che «omettono controllo» subiscono lo stesso destino, diciamo 14 mesi di arresto e dimissioni, nel caso il loro operato danneggi per negligenza grave un cittadino non solo innocente ma che mai avrebbe potuto essere colpevole e quindi mai indagato, mai rinviato a giudizio, e mai processato con tutte le conseguenze e i costi economici per la comunità. La domanda è capziosa, perché è ovvio che non è così e non sarà così neppure questa volta. Come sostiene il loro capo Piercamillo Davigo, i magistrati non sbagliano mai, per definizione. A questo punto lei, signor presidente, potrà rimproverarmi: perché tutto questo non l'ha detto prima? Giusto. Se le dicessi: volevo vedere fino a dove potesse arrivare la sciatteria giudiziaria le mentirei, e quindi non lo faccio. Potrei dirle che sono frastornato dalle decine di atti giudiziari che invadono le redazioni. Ma la verità è che ho peccato di eccesso di fiducia nella serietà e nell'efficienza della magistratura, dando per scontato ciò che era contenuto nelle carte della procura invece di soffermarmi, cinque anni dopo i fatti - e questo già la dice lunga su tante cose - a riflettere sulla verità dei fatti. Una cambiale di fiducia evidentemente, ancora una volta, mal riposta. Spero che qualcuno, nel sistema giudiziario, mai come in questo caso autoreferenziale, avrà almeno la bontà di riconoscere l'errore, scusarsi e risarcire danni e spese - tanto paghiamo noi - che abbiamo dovuto sostenere per questa ingiusta imputazione. Ho già dato mandato ai miei legali di attivarsi in tal senso. La ringrazio per l'attenzione.

Ritratti: Marco Travaglio, scrive il 23 dicembre 2018 Augusto Bassi su "Il Giornale". «La tentazione comune a tutte le intelligenze: il cinismo…», scriveva Albert Camus. Grazie a Dio non sono molto intelligente e questo mi ha permesso di non cadere in tentazione, ma credo ci sia verità in questo epigramma. Come dev’essere difficile vivere da teste pensanti! Quanto deve rivelarsi arduo non cedere al cinismo in un mondo dove gli scaffali Feltrinelli affiancano le opere di Camus a quelle di Gianrico Carofiglio! Marco Travaglio è caduto in tentazione molto tempo fa e oggi, a quasi 55 anni, trasuda sabaudo disprezzo per ciò che lo circonda. In questo spazio mi occupo precipuamente di sberleffi, talvolta disincantati – ma mai cinici! – talvolta moraleggianti. Oggi è venuto il momento di un omaggio, senza eccessi di battimani o salamelecchi, perché anche lui si infila le button-down grigie e le giacchette in cotone délavé come Carofiglio. Di Battista l’ha definito “libero”, aduggiando il formicolare degli sguatteri. Ma non è esatto. Travaglio ha le sue catene: è infatuato della propria probità, mentre la rettitudine deve costare qualche sacrificio per essere autentica. In lui è invece un propellente sospetto, perché ne incendia la vanità. Purtuttavia, Marco è l’unico campione del giornalismo italiano. Non ha la penna del fuoriclasse, si è per anni accompagnato a colleghi disturbanti, ma quel suo eloquio fricativo, quel procedere paratattico, quel desueto piacere di sapere ciò che si dice, lo rendono speciale e oggi indispensabile. Negli ultimi mesi, costretto a dialogare con scoreggine anti-governative e microbi del pensiero, è sembrato gigantesco: un’eminenza grigia, un titano. Anche la sua facondia saputella, schiettamente molesta e antipatica, talvolta nevrastenica, è ormai un contravveleno, un unguento da spalmare sulle piaghe di una verità flagellata. E se in privato si mostra capace di cedevolezza – almeno a giudicare dalle acconciature del figlio – in pubblico si manifesta come impenetrabile frangiflutti di fronte all’inondazione cortigiana. Vi porto allora una recente pagina di televisione che ne rimarca la necessità in un mondo deforme e paradossale, nel quale sono le Gruber, i Giannini e le Marianne Aprile che danno patenti di legittimità ai giudizi intellettuali; una straordinaria performance di autogoverno giocata sempre sul filo del vaffanculo che mi ha fatto salire sul divano alzando il cane per le orecchie come la Coppa delle Coppe. Ma so che Travaglio ci dividerà, quindi sentitevi liberi di esprimere le vostre riserve. Ne approfitto per augurare buon Natale a voi tutti, carissimi. Ci risentiamo dopo la Bonino.

Travajola si difende: non sapevo…Replica del direttore Sansonetti, scrive Rocco Vazzana il 28 Novembre 2018 su "Il Dubbio". Sabato abbiamo pubblicato un articolo nel quale, un po’ divertiti, raccontavamo di come Marco Travaglio, il Lancillotto della lotta alla prescrizione – male dei mali della nostra giustizia – avesse chiesto anche lui la prescrizione per un suo reato. Figuraccia. Chiuso. Ieri però Travaglio ha risposto con poche righe sul suo giornale. Ha scritto (in terza persona com enel de bello gallico): «Travaglio non ha mai chiesto la prescrizione: l’ha chiesta, in subordine all’assoluzione, l’avvocato dell’Espresso.” In questo modo, Travaglio ci fa sapere due cose. Primo, che lui sarebbe stato anche disposto a rinunciare alla prescrizione se l’avessero assolto, ma i giudici, testoni, l’han-no condannato. Non è colpa sua. Secondo, che la prescrizione non l’ha chiesta lui: l’ha chiesta l’avvocato. Men-tre in genere, credo, gli imputati chiedono la prescrizione tramite l’idraulico di fiducia…Comunque adesso le cose sono chiare. Travaglio si è iscritto al club di quelli che fanno le cose a propria insaputa. Come Scajola. Niente di male, per carità. Noi pensiamo che Travaglio abbia fatto benissimo a chiedere la prescrizione, 12 anni dopo il reato. Magari, per favore, da qui in avanti, quando appare in Tv nella sua striscia quotidiana, parli d’altro. Sulla prescrizione lasci la paro-la a Scanzi…

Sorpresa, Marco Travaglio ha chiesto la prescrizione! Lo strano ricorso del direttore del Fatto Quotidiano che tante volte, insieme a Davigo, ci ha spiegato i “trucchetti” per allungare i processi e “farla franca”, scrive Piero Sansonetti il 24 Novembre 2018 su "Il Dubbio".  Ieri, nel suo editoriale sul “Fatto”, Marco Travaglio ha ripetuto che c’è una lobby di avvocati che si batte contro la riforma della prescrizione, perché gli avvocati, di solito, usano la prescrizione come tecnica difensiva. Travaglio scrive con molto disprezzo la parola lobby: la considera un sinonimo di gang, o banda, o cricca. Gli avvocati – dice – cercano di fare assolvere i propri clienti colpevoli, specie quelli legati a Berlusconi o a Renzi (che di conseguenza sono colpevoli quasi automaticamente…), non smontando le accuse, perché non potrebbero, ma tirandola per le lunghe e puntando a fare scattare la prescrizione. Dunque pensavo io – Travaglio considera una cosa pessima ricorrere alla prescrizione. E più pessima che pessima, considera l’abitudine di tirare per le lunghe i processi. Lui e Davigo ci hanno spiegato tante volte che ci sono degli avvocati che ricorrono in Appello e in Cassazione, sapendo benissimo che non potranno ottenere la cancellazione della condanna, ma con la speranza di ottenere in questo modo – date le “lungaggini” della giustizia – la prescrizione e dunque la non condanna. Beh, mi sbagliavo. Ieri mi è capitata per le mani una vecchia sentenza della Corte di Cassazione che fa un lisciabbusso a Travaglio e ai suoi avvocati per aver presentato un ricorso manifestamente infondato contro una sentenza d’appello per diffamazione. Perché Travaglio allora presentò quel ricorso? L’obiettivo era evidente: quello di ottenere la prescrizione. La sentenza della Cassazione alla quale mi riferisco – che potete trovare online sul sito della Cassazione – è stata emessa dalla quinta sezione penale ed è la numero 14701 del 2014. Presidente Gennaro Marasca, relatore Paolo Micheli. La sentenza si legge nelle primissime righe riguarda il ricorso “proposto nell’interesse di Travaglio Marco, nato a Torino il 13 ottobre del 1964 e di Daniela Hamaui eccetera eccetera…”. La Hamaui era stata condannata per omesso controllo sull’articolo di Travaglio, visto che all’epoca era direttrice dell’Espresso, giornale sul quale scriveva Travaglio ( i direttori, per legge, rispondono di qualunque cosa venga scritta sul giornale del quale sono responsabili).Poche righe dopo questa intestazione, si legge questa frase: “Uditi per gli imputati ricorrenti gli avvocati Enrico Grosso e Mario Geraci, i quali hanno concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso e l’annullamento della sentenza impugnata ( in subordine senza rinvio, per intervenuta prescrizione)”. Naturalmente quando ho letto quelle due paroline (“intervenuta prescrizione”) ho fatto un salto sulla sedia. Marco Travaglio chiede di essere assolto per intervenuta prescrizione? Lui che considera la prescrizione il male di mali e la bandiera sporca dei garantisti? Che devo dirvi? E’ così. Travaglio ha chiesto la prescrizione. Ci sono ancora un paio di aspetti di questa sentenza che sono interessanti. Il primo riguarda il merito della condanna. Il secondo il merito della sentenza. Il merito della condanna è presto detto. Pare che Travaglio avesse scritto un articolo corredato dal solito titolo sobrio e ammiccante, che diceva così: “Patto scellerato tra mafia e Forza Italia”. Nell’articolo, Travaglio, se ho capito bene, raccontava di un incontro avvenuto nello studio dell’avvocato Taormina nel marzo del 2001 fra lo stesso Taormina, il suo assistito Marcello Dell’Utri e il colonnello dei carabinieri Michele Riccio; l’incontro – si diceva nell’articolo – sarebbe avvenuto per concordare una testimonianza, e sempre nell’articolo si diceva che nello studio di Taormina, secondo la testimonianza del colonnello, c’era anche Cesare Previti. Però Travaglio – sostengono le varie corti che lo hanno condannato – non diceva che il colonnello aveva dichiarato che sì Previti era in quello studio, ma non si incontrò con Riccio e Dell’Utri e la sua presenza non aveva niente a che fare con quell’incontro, nel quale invece si parlava della accuse a Dell’Utri di concorso esterno in associazione mafiosa. Dunque il nome di Previti era stato messo lì a sproposito – hanno stabilito le Corti, e omettendo un particolare decisivo delle dichiarazioni del colonnello Riccio. Il merito della sentenza della Cassazione è ancora più interessante. La Cassazione considera il ricorso del tutto infondato. E dunque – questo lo aggiungiamo noi – pretestuoso. E per questa ragione rifiuta la prescrizione. Perché – dice la Cassazione – siccome il ricorso è inammissibile è come se non ci fosse stato. E dunque la sentenza di appello vale come sentenza ultima, e la sentenza d’appello fu emessa prima che scattasse la prescrizione. Dunque Travaglio non ne ha diritto. Sembra proprio che la Corte di Cassazione avesse letto, quando decise così, gli articoli che Travaglio avrebbe successivamente scritto. E cioè le sue severe requisitorie contro gli avvocati che ricorrono in Appello o in Cassazione solo per allungare i tempi. La Cassazione dice che in questa occasione fu Travaglio a ricorrere solo per allungare i tempi. Cosa c’è da aggiungere? Niente di speciale. Solo constatare il perfetto funzionamento della solita legge del pendolo. Secondo la quale uno è garantista quando l’accusato è lui o qualche suo amico, e non è garantista se l’accusato è un suo nemico. Travaglio se la prende con le lobby degli avvocati. Fa male. Le lobby degli avvocati, se vogliamo usare questo termine (lobby), hanno come interesse comune la difesa dello Stato di Diritto (le lobby sono organizzazioni che tendono a difendere un interesse comune: i petrolieri il prezzo del petrolio, i commercianti il non aumento dell’Iva, i tabaccai la riduzione delle tasse sulle sigarette, gli ecologisti la riduzione delle automobili che inquinano eccetera eccetera). La difesa dello Stato di Diritto è una battaglia che riguarda lo svolgimento del mestiere di avvocati, gli interessi dei propri clienti, ma anche la saldezza del sistema democratico. Poi esistono altre lobby con interessi opposti. Per esempio la lobby che si raggruppa attorno al “Fatto”, ma anche al movimento di riferimento (cioè i 5 Stelle) e ad alcuni settori della magistratura, la quale si oppone al pieno sviluppo dello Stato di Diritto e ne chiede limitazioni che ritiene necessarie per aumentare le condanne nei processi, visto che questa lobby considera il numero alto delle condanne una garanzia di “pulizia” della società. Io personalmente non riesco a mettere sullo stesso piano le due lobby. Penso che non sia la stessa cosa difendere lo Stato di Diritto o osteggiarlo. Riconosco però la piena legittimità di tutte le battaglie ideali e il diritto di tutti ad avere e difendere le proprie idee. Anche le più reazionarie. Anche il diritto di Davigo. Anche quello di Travaglio, che è l’esponente più in vista ed è il più abile di quella lobby. Mi lascia solo un po’ perplesso questo contrasto tra condanna della prescrizione e suo uso. Sarebbe un po’ come se scoprissimo che Salvini ha un gommone col quale, di nascosto, porta in Italia stranieri clandestini…

Stangata su Travaglio: dovrà versare altri 50mila euro al padre di Renzi. A fine ottobre fu condannato a pagare 95mila euro per aver diffamato Tiziano Renzi. Oggi un'altra sentenza a sfavore: dovrà versargli altri 50mila euro, scrive Sergio Rame, Venerdì 16/11/2018, su "Il Giornale". "Nella seconda causa Tiziano Renzi contro Marco Travaglio, il direttore del Fatto Quotidiano è stato nuovamente condannato, stavolta per un intervento televisivo". Ad annunciarlo sul proprio profilo Facebook è stato Matteo Renzi. È la seconda condanna che il giornalista riceve nel giro di un mese. Adesso dovrà pagare altri 50mila euro. "Sono ovviamente contento per mio padre - ha commentato l'ex presidente del Consiglio - bisogna sopportare le ingiustizie, le falsità, le diffamazioni. Perché la verità prima o poi arriva". "Il tempo è galantuomo". A guardare il passato Renzi è dispiaciuto. Ma adesso che Travaglio è stato nuovamente condannato non nasconde la propria soddisfazione. "Ci sono dei giudici in Italia - è il commento affidato a Facebook - bisogna solo saper aspettare". E per la seconda volta che un giudice ha dato ragione al padre dell'ex premier piddì. La prima volta era successo il 22 ottobre quando Travaglio, una sua collega e la società del Fatto Quotidiano erano stati condannati a sborsare 95mila euro a Tiziano Renzi. In quell'occasione Matteo aveva avvertito: "È solo l'inizio...". E così è stato. "Non si può diffamare una persona senza essere chiamati a risponderne - commentano ora dal quartier generale del Partito democratico - è una lezione che spero impari anche Marco Travaglio". Mentre Travaglio chiedeva aiuto ai propri lettori lamentando che il pagamento dei 95mila euro avrebbero mandato il giornale in rovina, i giudici hanno portato avanti nuove cause. E oggi è arrivata un'altra sentenza che obbliga il Fatto Quotidiano a pagare altri 50mila euro. "Verrà presto il tempo in cui la serietà tornerà di moda - ha scritto oggi Matteo Renzi - hanno rovesciato un mare di fango addosso. Nessun risarcimento ci ridarà ciò che abbiamo sofferto ma la verità è più forte delle menzogne". Quindi la stoccata: "Adesso sono solo curioso di vedere come i Tg daranno la notizia". Al Nazareno sono in molti ad applaudire alla sentenza. E non manca chi si mette a bacchettare il direttore del Fatto Quotidiano. "Diffamare e raccontare fake news non è giornalismo, non è cronaca e quindi è giusto che abbia un prezzo da pagare - ha detto il senatore dem Dario Stefano - Travaglio inizi a fare economie per onorare la Giustizia".

Abusi, inchiesta sui Di Maio Ma li salverà la prescrizione. La Procura di Nola apre il fascicolo sulle violazioni edilizie e ambientali, ma frena: passato troppo tempo, scrive Stefano Zurlo, Sabato, 01/12/2018, su "Il Giornale".  È il versante giudiziario di un'indagine nata fra il Giornale e le tv e che sui media conoscerà la sua sentenza. Due reati per una coppia di indagati: Antonio e Giovanna Di Maio, rispettivamente padre e zia del vicepremier. L'abuso edilizio e quello ambientale. Grandi titoli, miccia corta sul piano penale. Alla procura di Nola, creata nel '94 per contenere il crimine in una Campania sempre meno felix, hanno letto l'informativa della polizia giudiziaria di Mariglianella e si sono fatti una prima idea della situazione: l'abuso edilizio c'è ma è oltre la soglia molto breve della prescrizione che scatta dopo quattro anni. Un paradosso: il meccanismo demonizzato in ogni modo dal M5s scatterebbe anche nella versione riformata. Così i Di Maio: verranno indagati nei prossimi giorni, ma poi fatalmente la prua dell'inchiesta farà rotta verso il porto dell'archiviazione. E la pratica tornerà all'autorità giudiziaria che stabilirà la strategia e valuterà il da farsi. Sull'altro fronte, un inventario veloce degli inerti sequestrati la dice lunga sullo spessore del filone investigativo: vasche, frigoriferi, tubi, calcinacci. I terreni dove giovedì si è svolto il blitz della polizia municipale erano secondo diverse testimonianze la retrovia dell'azienda di famiglia, l'Ardima, attiva proprio nel settore delle costruzioni. Ma gli oggetti individuati sono piuttosto vecchiotti. Tutto può essere ma al momento il catalogo è molto modesto, anche se si seguirà l'iter del caso. Nelle prossime ore il pm chiederà al gip la convalida del sequestro, che invece non c'è stato per l'illecito edilizio. Contemporaneamente, Antonio e la sorella verranno iscritti nel registro degli indagati una seconda volta. Poi, conclusa questa fase preliminare, il pm, che era di turno quando è arrivata l'informativa dei vigili, passerà gli incartamenti a un collega che svilupperà la notizia di reato. Sbilanciarsi è sempre molto difficile quando si maneggia la cronaca in uscita dalle procure, ma anche su questo versante è immaginabile che si finisca su un binario morto. A meno che non emergano altri elementi che oggi, con tutta franchezza, non si vedono. In ogni caso, l'indagine ha i suoi passi e le sue procedure e sarà il secondo pm a delimitarne il perimetro e a valutare eventuali atti, interrogatori, approfondimenti da delegare alla polizia giudiziaria. La partita dei Di Maio si giocherà a Nola e in piccola parte a Napoli. Qui nel 2020, secondo i tempi biblici della giustizia tricolore, si svolgerà l'appello della causa intentata contro il papà del ministro del lavoro da Mimmo Sposito, uno dei quattro operai che finora hanno dichiarato di aver effettuato prestazioni in nero. Siamo fuori dal recinto del penale ma sempre fra le carte bollate. A Nola, Sposito aveva perso il primo round; tenterà dunque di far valere le proprie ragioni davanti ai giudici della corte d'appello. Gli altri lavoratori non hanno voluto ingaggiare il braccio di ferro, anche se le loro storie sono affiorate nel corso de Le Iene. Non risulta però che la procura abbia disposto accertamenti per episodi che, in ogni caso, risalgono a molti anni fa. Questa volta, a differenza di tanti capitoli della storia patria, la cronaca giudiziaria dovrebbe rimanere periferica. Non saranno, non qui, verbali e intercettazioni a segnare la parabola di Di Maio. Semmai sarà interessante misurare fra qualche settimana l'impatto di tutta questa complessa vicenda sull'opinione pubblica e sul gradimento dei 5 Stelle.

"I grillini e la stampa? Prima l'hanno sfruttata e adesso la attaccano". Il professor Razzante: «Dimenticano che sono al potere grazie a certe penne giustizialiste», scrive Paolo Bracalini, Sabato 01/12/2018, su "Il Giornale". Ruben Razzante, docente di Diritto dell'informazione alla Cattolica di Milano. Tanto per cambiare il M5s sul caso dell'azienda di famiglia Di Maio dà la colpa alla stampa che citiamo «non sta facendo libera informazione disinteressata ma un'opera di delegittimazione».

Quindi i giornali non ne dovrebbero parlare?

«L'inchiesta ha smascherato condotte discutibili e probabili reati, quindi si tratta di informazioni di indubbio interesse pubblico. L'interesse è ovviamente potenziato dal fatto che si tratti del papà del ministro del lavoro».

Ma perché ogni volta che il M5s è in difficoltà dà la colpa ai giornalisti?

«Credo sia un difetto della classe politica italiana in generale quello di non riuscire ad accettare le critiche della stampa. La pretesa degli altri poteri di condizionare le scelte editoriali è una regolarità della vita italiana almeno dagli anni sessanta».

Secondo lei c'è un accanimento dei media verso il M5s? Non hanno subito attacchi anche i governi precedenti, quello Berlusconi in particolare?

«L'accanimento contro Berlusconi ha pochi precedenti nella storia dell'informazione forse internazionale. Renzi ha beneficiato, nell'acme del suo potere, dell'appoggio di tutta la stampa più importante, eppure è crollato in breve tempo. I grillini hanno dimostrato, a Roma come in altre realtà territoriali, di non riuscire a gestire le complessità amministrative e quindi è stato giusto che i giornali ne denunciassero le inadempienze. Forse sulla vita privata della Raggi alcune testate hanno esagerato, ma sugli scandali del Campidoglio direi di no».

Il M5s in fondo è nato sull'onda del giornalismo filo procure, oltre che alle inchieste giornalistiche sulla casta politica?

«I grillini sono al potere anche per merito di certa stampa giustizialista che ha alimentato l'odio anti-casta e un nuovismo a tutti i costi, sganciato dalla verifica di competenze e capacità amministrative e governative».

A lei sembra normale avere un ministro e vicepremier che dà ai giornalisti degli «infimi sciacalli»? Coadiuvato da Di Battista che li chiama «puttane»?

«Li trovo attacchi volgari e di cattivo gusto, lanciati per distogliere l'attenzione dalle difficoltà che il Movimento incontra nel patto di governo con la Lega. Va riconosciuto ai pentastellati di aver messo al centro del dibattito politico temi come quello degli editori puri e dei finanziamenti a pioggia all'editoria, che peraltro sono cessati da tempo. Ma i rimedi proposti, se non condivisi con i giornalisti, gli editori, i colossi della Rete e gli altri attori della filiera di produzione e distribuzione delle notizie, rischiano di essere peggiori della situazione attuale».

Il presidente Mattarella è dovuto intervenire per ricordare il ruolo anche costituzionale della libera stampa. C'è secondo lei il rischio che il governo voglia mettere il bavaglio alla stampa?

«Non vedo questo rischio, anche perché la Lega non lo consentirebbe».

Fa parte della storia italiana l'insofferenza del potere politico verso la stampa o è un'anomalia quella che stiamo vivendo con il governo M5s?

«Non vedo grandi differenze con il passato. A parti invertite si ripetono gli stessi comportamenti di sempre. Questa volta, però, la cosa balza maggiormente all'occhio perché a pronunciare questi anatemi contro la stampa è una forza politica che ha fondato le sue battaglie su una diversità morale che spesso non trova riscontro nei comportamenti»

Di Maio e anche Crimi hanno promesso provvedimenti e tagli all'editoria. Non teme siano minacce ad un potere sgradito al governo? Sulla legge sugli «editori puri» annunciata da Di Maio che idea si è fatta?

«Condivido la necessità di una normativa sugli editori puri e sulla libertà della stampa dagli altri poteri. Lo strumento dei finanziamenti all'editoria va usato in modo intelligente e meritocratico. Ora come ora, però, abolire i contributi indiretti senza alimentare i circuiti mediatici in altro modo rischierebbe di impoverire il mondo dell'informazione, anche sul piano occupazionale. Credo che occorrerebbe convocare gli Stati generali dell'editoria per far sì che le misure sull'informazione vengano decise da tutti e non da un governo di parte. L'informazione è un bene neutrale, di tutti, non di chi temporaneamente guida il Paese».

Travaglio ed i Travaglini in sostegno di Di Maio. Pronti a giustificare la sua ipocrisia.

Travaglio: “Il video di Maria Elena Boschi sul padre di Di Maio? Forse lei confida nella smemoratezza generale”, scrive Il Fatto Quotidiano il 28 novembre 2018. “Analogie tra le vicende del padre di Luigi Di Maio e di quello di Maria Elena Boschi? Forse Boschi confida nella smemoratezza generale. In realtà, bisogna ricordare alcune cose, fermo restando che, se il padre di Di Maio ha fatto lavorare in nero uno o più operai nella sua ditta, è un fatto grave, di cui dovrà rispondere”. Così a Otto e Mezzo (La7) il direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, commenta il video diffuso dall’ex ministro Maria Elena Boschi sul caso del padre di Di Maio. Travaglio spiega le differenze tra quest’ultima vicenda e quella relativa a Pier Luigi Boschi: “Il caso Etruria riguarda una banca dove il padre della Boschi era un semplice consigliere d’amministrazione. Un mese dopo che la Boschi fu nominata ministro, il padre diventò vicepresidente della banca. Poi venne giù tutto. Il governo Renzi-Boschi legiferò in materia di banche popolari, e cioè anche in materia di Banca Etruria, e successivamente, nella commissione parlamentare di inchiesta dedicata ai crac bancari, si scoprì che la Boschi aveva fatto il giro delle sette chiese per cercare di salvare la banca vicepresieduta dal padre”. E aggiunge: “La Boschi incontrò l’ad di Unicredit Ghizzoni, il presidente di Consob Vegas, il vicedirettore di Bankitalia Panetta, l’ad di Veneto Banca Consoli. Non altrettanto aveva fatto per le altre banche che erano crollate. Riguardo al caso Consip, sappiamo benissimo che ha riguardato il padre di Renzie il suo fedelissimo Carlo Russo fino a quando, dai vertici dell’Arma dei carabinieri, è partita una fuga di notizie verso gli ambienti renziani e alcuni tra i principali collaboratori di Renzi sono indiziati dalla procura di Roma di avere avvertito Tiziano Renzi e l’ad di Consip, che Matteo Renzi aveva nominato, delle indagini e delle intercettazioni, mandando a monte le indagini stesse”. Il direttore del Fatto continua: “Nel caso del padre della Boschi e del padre di Renzi, si trattava di fatti piuttosto pesanti avvenuti mentre Renzi e la Boschi erano al governo, non diversi anni addietro. Nessuno ha mai attribuito ai figli le colpe dei padri. Sono stati tirati in ballo i figli, perché era risultato che la Boschi, da una parte, e i principali collaboratori di Renzi, dall’altra, erano accusati di essersi dati da fare in difesa, rispettivamente, del padre della Boschi e del padre di Renzi”. E chiosa: “Se, ad esempio, Di Maio facesse un condono sul lavoro nero o qualcosa per sanare gli illeciti commessi dal padre, ovviamente sarebbe coinvolto in pieno. Finché non lo fa, di cosa stiamo parlando?”

Luigi Di Maio lavorava in nero col papà? Allora scatenatevi anche su Renzi. In famiglia - La storia lavorativa dell’ex premier è simile a quella del capo M5S, ma non era interessante, scrive Marco Lillo il 30 novembre 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Il tabulato a fianco è l’estratto degli attivi dell’Inps. Il documento certifica “montanti contributivi” di Matteo Renzi anno per anno con accanto i giorni lavorati, il tipo di contratto e i contributi versati dalle aziende e dagli enti che hanno avuto rapporti con l’ex leader Pd. Il tabulato risale al marzo 2015 e a leggerlo si scopre che Renzi ha un’invidiabile anzianità contributiva. Il Fatto ha raccontato più volte come è riuscito a crearla: alla vigilia della candidatura da parte del Pds e della Margherita a presidente della Provincia fu assunto dalla società della mamma. La Chil Srl lo aveva tenuto fino ad allora come collaboratore coordinato e continuativo, come tanti. Non solo: Matteo era socio al 40 per cento (la sorella Benedetta aveva il 60) della Chil. Proprio quando sta impegnandosi in una campagna elettorale a rischio quasi zero, però la famiglia ha un guizzo: a ottobre 2003 Matteo cede le quote alla mamma e poi la Chil (non più di Matteo) assume Matteo, unico dirigente. Per 7 mesi lo stipendio lo paga la Chil ma quei 30mila euro sono un grande investimento per la famiglia. Dopo l’elezione ad aprile 2004 infatti non è più la famiglia a pagare i contributi ma l’ente Provincia. La stessa cosa si ripeterà nel 2009. Chil lo paga come dipendente solo per tre giorni. Poi, dopo l’elezione, da fine giugno a pagare i contributi è sempre l’ente pubblico, cioè stavolta il Comune. A noi queste sembravano le notizie presenti in questo tabulato e le abbiamo pubblicate allora. Se oggi lo ripubblichiamo è solo per aiutare i colleghi dei grandi quotidiani e delle televisioni. In questi giorni si sono scatenati alla ricerca dei contributi versati a Luigi Di Maio dieci anni fa quando il figlio dava una mano nei cantieri dell’impresa della mamma. Di Maio ha pubblicato i suoi documenti sul Blog M5S. Matteo Renzi non lo ha mai fatto e allora abbiamo deciso di farlo noi, sempre per aiutare i colleghi. A leggere il tabulato certamente i grandi quotidiani si avventeranno su una notizia che a noi sembra inesistente ma che a loro appare evidentemente uno scoop: Matteo ha dato una mano nella società a babbo e mamma Laura senza che all’Inps risultasse nulla nel 1998. Lo racconta al Fatto un ex co.co.co della Chil. Matteo Renzi – secondo la nostra fonte – andava con il furgone a portare i giornali agli strilloni che dovevano vendere le copie della Nazione agli eventi. Il 3 gennaio 1998, per esempio, Matteo è andato ad Assisi a portare i giornali nella giornata in cui Papa Giovanni Paolo II andò a portare solidarietà ai terremotati. Ebbene, secondo i canoni rigidi in voga oggi, dovremmo chiedere conto all’amministratrice, cioè a mamma Laura, perché i primi versamenti all’Inps risultino solo nel 1999. Quell’anno risulta infatti una retribuzione a Matteo di 6mila e 800 euro. Nel 2000 lo stipendio da co.co.co. sale a 10mila. Il Fatto da tre anni sa di questa discrasia ma non ne ha mai scritto. Semplicemente perché non ci sembra una grande notizia che Matteo lavorasse per Tiziano come un figlio che aiuta il babbo senza contratto. Ora però i grandi quotidiani potranno scatenarsi a fare domande simili a quelle poste a Di Maio. Certamente Matteo metterà on line i contributi versati all’Inps nel 1998 come ha fatto Di Maio. Noi non lo abbiamo mai chiesto. Mentre ci piacerebbe tanto che Matteo pubblicasse il bonifico con la cifra esatta del Tfr da lui incassato quando si è dimesso finalmente dalla Chil, nel 2014, dopo essere stato nominato premier. Il Tfr è per noi il frutto del giochino dell’assunzione da parte della Chil nel 2003. E questa ci sembra una notizia.

Tiziano Renzi: "No paragoni con Di Maio sr. Non ho lavoratori in nero". Ma la sua azienda fu condannata a risarcire un dipendente. Il padre dell'ex segretario del Pd, insieme alla Boschi e a tutto il partito, contro il genitore del leader M5s, accusato di aver tenuto in nero tre lavoratori nella sua azienda. Eppure nel 2011 una sua società è stata condannata a risarcire un nigeriano che aveva impiegato nel 2007 come co.co.co in una delle sue società, licenziato in tronco dopo aver preteso una retribuzione adeguata al posto di 750 euro al mese. In passato altre sue aziende erano state multate per non aver versato contributi Inps, scrive Thomas Mackinson il 27 novembre 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Dopo Maria Elena Boschi e tutto il Pd, tocca a Tiziano Renzi scagliarsi contro Luigi di Maio e il caso, sollevato dalle Iene, dell’ex lavoratore al nero nell’azienda del padre del ministro del Lavoro. Su facebook, marca così la distanza: “Non ho capannoni abusivi, non ho dipendenti in nero, non dichiaro 88€ di tasse. Aggiungo che sono agli antipodi dall’esperienza politica missina”.  Dal recente passato di Renzi senior, però, emergono storie di lavoro irregolare che rischiano di pareggiare il conto nella surreale disfida al padre peggiore ingaggiata dal Pd e dal M5s: uno sport che incendia la politica negli ultimi tempi. Nel caso di Di Maio senior, pare fossero i muratori a lavorare in nero. Per Renzi senior sono gli “strilloni”, i venditori ambulanti di giornali ai semafori che sono stati business storico della famiglia dell’ex presidente del consiglio. A parlare sono le sentenze. Nel 2011 un’azienda del padre del futuro premier è stata condannata a risarcire un nigeriano che aveva impiegato nel 2007 come co.co.co in della società della galassia Renzi (Arturo Srl, poi liquidata) e licenziato in tronco quando aveva preteso una retribuzione adeguata al posto di miseri 750 euro al mese.  La sentenza è stata emessa il 20 settembre 2011 dal Tribunale di Genova in favore di Evans Omoigui, oggi 45 anni, nigeriano di Benin City, che era in Italia dal 1996 e ora è tornato a vivere in Nigeria. Raggiunto dal Fatto, attacca la giustizia italiana e chiama ancora in causa “quel signore padre del premier” che gli deve ancora 90mila euro, in forza di una sentenza dello Stato. Perché? Perché proprio durante il dibattimento la società veniva portata a liquidazione restando già allora – si legge nella sentenza – “contumace”.  “Altrettanto, forse qualcosa di più, spettava alla moglie di Evans, perché lavoravano insieme ma anche qui nessuno ha pagato”, dice Simona Nicatore, che ha assistito il nigeriano nel tentativo di recuperare le somme dovute. Della storia di Evans si occupano le cronache di Genova il 9 febbraio 2013. L’edizione genovese di Repubblica scrive di “lavoro nero”. “Malato e truffato sale sulla gru” titola il quotidiano. L’occhiello spiega: “Vince la causa, ma il datore di lavoro non paga. E lui minaccia il suicidio”. L’imprenditore cui Repubblica fa riferimento, senza mai citarlo, è proprio Tiziano Renzi, padre del futuro premier che in quel momento è sindaco di Firenze. Nel 2015, in  pieno Jobs Act, è Panorama a rispolverare la storia di lavoro nero che lascia un sapore amarissimo e – scopre oggi ilfatto.it- ha epilogo anche peggiore. La Arturo nasce nel 2003 da Renzi senior, che ne detiene il 90 percento, il resto è nelle mani di sua sorella Tiziana. A Genova, all’inizio del 2007, la società organizza i venditori porta a porta del Secolo XIX. Il 7 febbraio 2007 Omoigui viene assunto come co.co.co. dalla Arturo a 750 euro al mese, per un anno. Nonostante gli accordi, viene mandato via due mesi dopo: il 13 aprile 2007 per aver chiesto la regolarizzazione del rapporto, un compenso adeguato e soldi per pagare la benzina. Nel dibattimento si chiarisce il motivo del benservito, legato alle richieste del collaboratore e di altri al seguito. Il giudice chiede a un teste quali fossero le condizioni di lavoro: “Da mezzanotte alle 6 del mattino, da lunedì a domenica. La paga era di 28 euro al giorno. E usavamo sempre la nostra macchina, senza alcun rimborso spese”. La società è condannata nel 2011 dal tribunale di Genova a pagare 85.862 euro per il licenziamento illegittimo di Omoigui: “Privo della forma scritta, intimato oralmente, comporta l’assoluta inefficacia dello stesso”, scrive il giudice. Al nigeriano sono riconosciuti altri 3.947 euro per differenze retributive e mancati riposi. La sentenza viene confermata nel 2012 ma all’inizio del 2013, quando ancora aspetta quei 90mila euro che potrebbero raddrizzare la sua vita, gli dicono che il tempo è scaduto: un decreto di espulsione pende sulla sua testa e deve rimpatriare malato, disoccupato, raggirato, senza casa. E Omoigui non regge: il 9 febbraio 2013 si arrampica su una gru di 30 metri del porto antico e minaccia di buttarsi nel vuoto mentre continua a farfugliare confuso: “Il padre del sindaco di Firenze mi deve 90mila euro. Non ce la faccio più. Voglio morire”. Solo dopo tre ore di panico e trattative Omoigui decide di scendere. La Questura prende a cuore il caso. Il nigeriano ottiene di rimanere in Italia per “motivi umanitari” ma ormai ha una vita in frantumi, vaga tra ospedali e cliniche mentre il risarcimento scompare del tutto grazie alla provvidenziale liquidazione della Arturo. Il vizietto del lavoro nero invece resta: nel 2013 la stessa Chil, la più nota delle aziende renziane, viene condannata dai giudici a risarcire 9mila euro ad altri ex distributori. Già nel 1998, del resto, Panorama scoprì che l’Inps dopo una serie di accertamenti multò la Chil per quasi 35 milioni (di vecchie lire) e la Speedy per quasi un milione per non aver pagato contributi, mentre i 500 e più “strilloni” impiegati – scrive il giudice Giovanni Bronzini – avevano un rapporto di palese continuità, a fronte di contratti che definivano la prestazione come autonoma. “La giustizia senza effetto non è giustizia”, ripete oggi Evans Omoigui dalla Nigeria, dove è tornato. Nel suo caso l’ingiustizia è doppia. Il 4 aprile 2017 è in un ospedale genovese per fare degli esami. Va in escandescenza per una questione di ticket e mentre i sanitari cercano di calmarlo qualcuno chiama la polizia. I medici vorrebbero intervenire secondo il loro protocollo, gli agenti agiscono come di fronte a un pericolo pubblico. Il risultato è una colluttazione che provoca l’arresto e la condanna per lesioni a pubblico ufficiale. Toccherà poi al giudice di secondo grado riconoscere, sentiti i testimoni, che non c’era alcuna necessità di misure contenitive di polizia e che perfino il medico ha litigato con gli agenti che intimavano l’arresto contribuendo all’alterazione del soggetto. E che in sostanza l’uomo aveva reagito in assenza di dolo. Viene quindi assolto con formula piena il 7 giugno 2018. Proprio come per quella sentenza che dispone il risarcimento in conto Renzi, ormai se ne fa ben poco. Senza i soldi cui aveva diritto resterà in Nigeria. E da seimila chilometri di distanza, lo raggiunge beffarda la eco della doppia morale.

Di Maio e lavoro nero, Di Battista: “Renzi e Boschi? Hanno la faccia come il culo. Luigi è un signore”, scrive Il Fatto Quotidiano" il 27 novembre 2018. Quella di Luigi Di Maio sulla vicenda di suo padre è stata “una reazione da signore, una reazione da Luigi Di Maio”. Lo afferma Alessandro Di Battista in una diretta facebook dal Guatemala. “Provano a indebolire Luigi perché il sistema teme Di Maio e perché c’è molta invidia nei suoi confronti. Il problema non sono i padri ma sono i figli”, sottolinea attaccando frontalmente Matteo Renzi e Maria Elena Boschi che, a suo dire, avrebbero avuto una reazione ipocrita di fronte all’episodio che ha interessato il padre del ministro dello Sviluppo economico.

Maria Elena Boschi, il videomessaggio per Antonio Di Maio: "Mio padre trascinato nel fango da suo figlio", scrive il 26 Novembre 2018 Libero Quotidiano". "Caro Antonio Di Maio, padre di Luigi Di Maio, ministro del Lavoro nero e della disoccupazione, le auguro di non vivere mai quello che suo figlio e gli amici di suo figlio hanno fatto provare a mio padre e alla mia famiglia". Maria Elena Boschi, in un videomessaggio destinato al padre del vicepremier grillino, attacca pesantemente tutta la loro famiglia e il "metodo" utilizzato sempre dal Movimento 5 stelle contro gli avversari: "Mio padre è stato trascinato nel fango da suo figlio e dagli amici di suo figlio", "le auguro di non sapere mai il fango dell'ingiustizia che ti può essere gettato contro. Perché il fango fa schifo".

Boschi al papà di Di Maio: non le auguro ciò che Luigi fece a me, scrive Lunedì 26 Novembre 2018 Il Messaggero. Grana per Luigi Di Maio dopo che un operaio ha raccontato alla trasmissione tv Le Iene di aver lavorato per anni in nero per il padre del vicepremier. «Da questo comportamento prendo le distanze, ma resta sempre mio padre», ha detto il leader di M5S. «Il lavoratore ha fatto bene a denunciare. Consegnerò alle Iene tutti i documenti sul caso», ha aggiunto. La vicenda ha però scatenato la reazione del Pd e in particolare di Maria Elena Boschi e Matteo Renzi, i cui padri sono stati entrambi coinvolti in vicende giudiziarie che in passato avevano scatenato gli attacchi grillini. I senatori del Pd chiedono poi al vice premier di andare in aula a riferire sul caso. «Vorrei poter guardare in faccia il signor Antonio Di Maio, padre di Luigi, e augurargli di non vivere mai quello che suo figlio e i suoi amici hanno fatto vivere a mio padre e alla mia famiglia», dice Maria Elena Boschi in un video pubblicato su Twitter. «Mio padre è stato tirato in mezzo ad una vicenda più grande di lui per il cognome che porta e trascinato nel fango da una campagna di odio: caro signor Di Maio, il fango fa schifo», dice ancora riferendosi a Banca Etruria. Boschi, che definisce Luigi Di Maio, «ministro del lavoro nero e della disoccupazione di questo Paese», si rivolge al padre del vicepremier e continua: «lei è sotto i riflettori per storie davvero brutte: lavoro nero, incidenti sul lavoro, sanatorie e condoni edilizi. Mio padre è stato tirato in mezzo ad una vicenda più grande di lui per il cognome che porta e trascinato nel fango dalla campagna creata da suo figlio e dagli amici di suo figlio. Caro signor Di Maio le auguro di dormire sonni tranquilli, di non sapere mai che cos'è il sentimento di odio che è stato scaricato addosso a me e ai miei, di non saper mai cos'è il fango dell'ingiustizia che ti può essere gettato contro perché, caro signor Di Maio, il fango fa schifo come fa schifo la campagna di fake news su cui il M5s ha fondato il proprio consenso». «Io - prosegue la deputata - continuo a fare politica solo per la mia nipotina, perché possa sapere che la sua è una famiglia di persone per bene. Le auguro, signor Di Maio, di poter dire lo stesso della sua; anche se mi rendo conto che ogni giorno che passa per voi diventa più difficile». «Sono convinto che la presunta onestà dei Cinque stelle sia una grande fakenews, una bufala come dimostrano tante vicende personali, dall'evasore Beppe Grillo in giù. Ma sono anche convinto che le colpe dei padri non debbano ricadere sui figli e questo lo dico da sempre, a differenza di Di Maio che se ne è accorto adesso», scrive su Facebook Matteo Renzi. «Rivedo il fango gettato addosso a mio padre. Rivedo la sua vita distrutta dalla campagna d'odio dei 5 Stelle e della Lega», continua il senatore del Pd spiegando: «La vita di mio padre è cambiata, per sempre. Non è un mio problema dunque sapere se il padre di Di Maio sia responsabile o no di lavori in nero, evasione fiscale, abusi edilizi. Non m'interessa davvero. Sono però certo che Di Maio figlio sia il capo del partito che è il principale responsabile dello sdoganamento dell'odio. Hanno educato, stimolato e spronato a detestare chi provava sinceramente a fare qualcosa di utile. Hanno ucciso la civiltà del confronto. Hanno insegnato a odiare». «Non dobbiamo ripagarli con la stessa moneta. Ma prima di fare post contriti su Facebook chiedano almeno perdono alla mia famiglia per tutta la violenza verbale di questi anni. Se Di Maio vuole essere credibile nelle sue spiegazioni prima di tutto si scusi con mio padre e con le persone che ha contribuito a rovinare. Troverà il coraggio di farlo?», conclude Renzi. «A proposito di truffe: i grillini hanno detto di essere quelli dell'onestà - insiste Renzi -. E hanno fatto tutta la campagna elettorale spargendo odio in quantità industriale e fango sugli avversari e sulla mia famiglia. Adesso non solo viene condannato due volte Marco Travaglio (senza che la notizia susciti particolare indignazione: i condannati si attaccano solo se sono del Pd, evidentemente) ma emerge una brutta storia sul padre di Luigi Di Maio. Una storia fatta di lavoro nero, incidenti sul lavoro, abusi edilizi e condoni (tanto per cambiare). Volevo evitare di parlarne ma il pensiero dei quintali di fango contro mio padre mi ha portato a scrivere una lunga riflessione su Facebook. Spiego perché se Di Maio è un uomo oggi deve chiedere scusa», aggiunge Renzi. «Il ministro Luigi Di Maio venga subito in Parlamento a dare la sua versione dei fatti su quanto trasmesso ieri dalla trasmissione televisiva le Iene. La prima cosa che l'esponente 5 Stelle deve chiarire è se la denuncia di Salvatore Pizzo è da ritenersi attendibile? In caso positivo Di Maio deve dire alle aule parlamentari se il ricorso al lavoro nero è stata una pratica costante ed è proseguita anche negli anni in cui il vicepremier risultava proprietario al 50% della Ardima srl ovvero l'impresa familiare? Di Maio è inoltre a conoscenza di altre pesanti irregolarità che riguardano l'impresa stessa? Serve che il ministro riferisca prontamente in Aula». Lo chiedono in un'interrogazione urgente al presidente del Consiglio e al ministro del lavoro, i senatori del Pd, con la prima firma del presidente del gruppo Andrea Marcucci. «L'esponente del M5S è stato nel recente passato - aggiungono i senatori - il principale animatore di campagne d'odio. Chissà cosa ne pensa ora che la sua famiglia è accusata di una condotta discutibile, come il ricorso ad un condono edilizio e l'utilizzo di manodopera a nero?».

Luigi Di Maio, Maria Elena Boschi asfalta Alessandro Di Battista: "Dimostra che fascista non è solo il padre", scrive il 27 Novembre 2018 Libero Quotidiano". Dopo essere intervenuta, ieri 26 novembre, nella vicenda sugli scandali che hanno toccato il padre di Luigi Di Maio, Maria Elena Boschi risponde a stretto giro anche al "sodale" 5 Stelle del vicepremier grillino, Alessandro Di Battista, che dal Messico ha fatto una diretta Facebook per difendere Giggino ("Non contano i padri, ma i figli...") e attaccare allo stesso tempo lei e Matteo Renzi: "Di Battista insulta con toni che dimostrano che il fascista in casa sua non è solo il padre. Contro mio padre hanno fatto una campagna lunga anni. E adesso che non è stato condannato? Dopo le #FakeNews, gli insulti #Vergogna" scrive in un tweet l'ex ministra e sottosegretaria alla presidenza del Consiglio.

Filippo Roma minacciato sui social dai militanti M5s. Svelate le "bufale" costruite dai grillini in rete per delegittimare l'inchiesta, scrive il 30 novembre 2018 Il Corriere del giorno. La denuncia dell’inviato de Le Iene, autore dell’inchiesta sulla famiglia di di Luigi Di Maio. C’è troppa gente che vuole zittire in ogni maniera l’informazione ed impedire a chi fa il onestamente e correttamente il proprio lavoro di poter raccontare notizie. Anche sulle nostre pagine Facebook abbiamo ricevuto offese, insulti e minacce dai soliti “odiatori” seriali che militano nel Movimento Cinque Stelle. L’inviato Filippo Roma, che con l’autore de ‘Le Iene’   Marco Occhipinti sta indagando sul caso dei lavoratori in nero impiegati nella ditta edile del padre del leader del Movimento Cinque Stelle, intervenendo al programma radiofonico “Un Giorno da Pecora” in onda su Rai-Radio1 ha raccontato gli ultimi sviluppi sulla delicata vicenda. Anche il nostro giornale vuole esprimere tutta la nostra solidarietà agli amici e colleghi de “Le Iene” invitando le forze dell’ordine a vigilare ed intervenire in quanto il clima è molto pesante e non solo per il rischio terribile che si passi dalle parole ai fatti. C’è troppa gente che vuole zittire in ogni maniera l’informazione ed impedire a chi fa il onestamente e correttamente il proprio lavoro di poter raccontare notizie. Anche sulle nostre pagine Facebook abbiamo ricevuto offese, insulti e minacce dai soliti “odiatori” seriali che militano nel Movimento Cinque Stelle che non ha gradito i nostri approfondimenti giornalisti che hanno evidenziato una serie di illegalità commesse dalla famiglia del vicepremier Di Maio.

Queste le domande a cui ha risposto Filippo Roma: Ci saranno novità sul caso? “Non lo sappiamo nemmeno noi, siamo in attesa di alcune risposte da parte di Di Maio”. Come le è parso il vicepremier quando lo ha intervistato? “Mi è parso deluso dal papà, nell’intervista è emersa questa cosa del padre e del figlio che non si parlavano, uno storia che affonda le radici in un passato molto lontano e profondo”. Nei prossimi servizi de Le Iene emergeranno anche altri lavoratori in nero? “Non si sa”. Lei che feedback ha avuto su questa inchiesta: più complimenti o più critiche? “Sui social i simpatizzanti del Movimento mi hanno sfondato, riempiendomi di insulti di ogni tipo: da servo di Berlusconi e Renzi a se ti incontro per strada ti ammazzo o ti riempio di botte”. Nessun complimento? “Per strada mi fanno i complimenti invece…”

La bufala sull’operaio in nero di Di Maio per infangare Le Iene. Chi ci conosce e legge sa molto bene che le minacce ed offese hanno un effetto diverso con noi, in quanto non ci fermiamo, anzi andiamo continuamente a caccia di notizie e documenti che possano comprovare che la millantata “onestà” e “legalità” dei grillini, come i fatti documentati hanno dimostrato di giorno in giorno, è la più grossa FAKE NEWS del secolo. Un autentica “bufala” per dirla con parole più semplici per i compaesani di Di Maio. “Salvatore Pizzo, il lavoratore in nero presso la ditta di Antonio Di Maio, è in realtà un candidato del Pd!”.  Ed ecco che nella fake news dei simpatizzanti Cinque stelle viene sostituita la sua foto con quella di un vero candidato! Il povero lavoratore sfruttato dalla famiglia Di Maio senza volerlo è finito in quel tritacarne della fabbrica delle fake news realizzate su misura, nello squallido tentativo di difendere il padre del vicepremier Luigi di Maio, che hanno invaso negli ultimi giorni i socialnetwork.

La falsa notizia è stata diffusa alle ore 19 del 26 novembre. Ed è ormai circolata sotto gli occhi e sulle tastiere avvelenate di tutti i sostenitori del Movimento Cinque Stelle: “Quel Salvatore Pizzo che ha denunciato a Le Iene di aver lavorato in nero per l’azienda del padre di Luigi Di Maio, in realtà, è stato candidato per il Pd nel 2014”. Uno notizia falsa, nello squallido tentativo di sostenere e voler dimostrerebbe che lo avrebbe fatto per motivi puramente politici. E, quindi secondo il “popolino a 5 Stelle”, probabilmente Pizzo starebbe mentendo. C’è qualcosa di falso, ed è grande quanto ma marea di indignazione “grillina” che si è subito scatenata sui social, utilizzando la “menzogna” come uno strumento per “assolvere” l’esponente del M5S sotto accusa di turno, e anticipano l’opera della magistratura mentendo e diffamando altri soggetti.  Ed ecco che Il Giunco, quotidiano locale, ci racconta una di queste storie: un indinniato speciale, evidentemente politicamente schierato, illudendosi nella sua mente di rendere servizio alla sua parte politica (che invece, ricordiamo, ne è stata danneggiata, e certamente possiamo ritenere non avrebbe voluto simili menzogne) ha composto questo “fake” con la foto di un soggetto a caso con dei loghi del PD, alle spalle ed una didascalia indinniata ed indinnante dove si dichiara “Le Iene questo non lo hanno detto!!! L’operaio che ha accusato il padre di Di Maio era candidato nel 2014 col PD!”. Chiaramente tutto falso! A svelarlo è il sito Bufale.net, (e per precisione Claudio Michelizza, detto #LoSbufalatore) che da alcuni anni si occupa di sbugiardare le troppe fake news, che sembrano aver invaso in molti casi anche i media italiani che non sono abituati a fare le necessarie dovute verifiche. Bufale.net ancora una volta mostra quella foto che ha fatto velocissimamente il giro del web (condiviso da quasi 7.000 utenti in poche ore), in cui si indica il presunto “delatore” Salvatore Pizzo (che in realtà non è lui) in compagnia di un uomo e di due donne, posare sorridente davanti a una parete interamente ricoperta dal logo del Partito democratico. “Le Iene questo non lo hanno detto!!! L’operaio che ha accusato il padre di Di Maio era candidato nel 2014 col Pd”, recita il “post” abilmente costruito e diffuso dalla già nota Fanpage M5S che ha pubblicato il messaggio intorno alle ore 19 del 26 Novembre scorso. Come racconta il quotidiano online Il Giunco (che si occupa della maremma toscana) si tratta di una evidente “fakenews” che è stata riconosciuta così da molti in provincia di Grosseto, ma non dal popolo del web. Per dovere di cronaca, va ricordato che l’uomo che ha dichiarato al programma televisivo “Le Iene” di essere stato assunto in nero nell’azienda del padre del vicepremier e ministro del lavoro è Salvatore Pizzo. A denunciare la bufala che ha generato una serie di attacchi molto violenti sui social e che ha generato una falsa verità che sta circolando da alcune ore su Facebook, è lo stesso consigliere regionale toscano Leonardo Marras (Pd) che scrive: “#fakenews Quanto ci vuole per finire nella macchina del fango dei moralisti da tastiera? Giusto il tempo di fare una grafica con informazioni false! Una delle tante pagine fake nate solo per aizzare il ‘popolo del web’ mi ha scambiato per l’operaio protagonista del servizio de Le Iene che dice di aver lavorato in nero per il padre del ministro Di Maio: hanno costruito un post prendendo un’immagine di febbraio 2018 e scrivendo falsità. In poche ore un numero impressionante di condivisioni e di commenti offensivi”. A seguire è arrivata la  pagina Facebook   “Noi con Boldrini“ che si autodefinisce di “svago”  carica di diffamazioni contro l’onorevole Laura Boldrini e a favore dell’attuale maggioranza M5S-Lega (sia pur in realtà  facendo alla stessa un pessimo servizio) che, come accade sempre con gli Indinniatori Seriali, pensa che abusando della funzione “Modifica” dei commenti su Facebook si possano nascondere le diffamazioni ed evitare le denunce e dichiarandosi “di satira” si ritengono legittimati (senza esserlo !)  a potersi inventare di tutto, coinvolgendo  una persona innocente ed estranea ai fatti scatenandole contro l’odio dei social. Ecco come hanno ritoccato il messaggio: La macchina dell’odio “grillino” intanto prosegue indisturbata, colpendo il programma e gli inviati de “Le Iene”, ritenendoli “responsabili” di aver diffuso una notizia contraria agli interessi del loro partito politico. Ecco come appaiono così i post in favore del M5S in cui gli inviati delle Iene vengono accusati in vari modi di aver creato una fake news ad arte su Luigi Di Maio dietro un’inesistente ordine di Silvio Berlusconi. Ma fake news che accusa un giornalista di fake news sostanzialmente, dimostrando come ai sostenitori ed adepti del M5S non piaccia la verità, ritenendo che solo che la loro narrazione è ben composta e confacente al loro pregiudizio. Nel pomeriggio del 27 Novembre scorsoall’improvviso le pagine Noi con Boldrini e M5S si sono auto-oscurate. Nel frattempo la pagina Facebook del Movimento 5 Stelle Notizie ha rilanciato la fake news in favore di Antonio Di Maio, contro il povero Leonardo Marras “spacciato” per Salvatore Pizzo. L’anomalia? Come si vede non trovando più la bufala “originale” hanno scaricato l’immagine dall’articolo del quotidiano toscano che denunciava la bufala stessa. E poi gli “sciacalli”, gli “infami” e le “puttane” dell’informazione sarebbero i giornalisti. Ma Luigi Di Maio con famiglia al seguito, ed Alessandro Di Battista allora cosa sono?

Così è spuntata la casa dei Di Maio, scrive il 30 Novembre 2018 Guglielmo Mastroianni su Il Dubbio.  Sigilli nei terreni di proprietà della famiglia del vicepremier, Luigi Di Maio che prova a difendersi dalle accuse di abuso edilizio. Ma le foto satellitari sembrano smentirlo. «Per quanto ne so, c’è stato un sopralluogo da parte della municipale di Mariglianella, in provincia di Napoli, nella campagna di mio padre. Sono stati posti sotto sequestro dei materiali come secchi, bidoni, una carriola, dei calcinacci e un telo in plexiglass. Si stanno facendo accertamenti sugli edifici, sono terreni di mio padre e di sua sorella che vive al nord. Tutto quello che si dovrà fare lo faranno. Io sono tranquillo». A raccontare quanto accaduto ieri mattina è lo stesso Luigi Di Maio, in trasferta a Bruxelles. Il vice premier ostenta sicurezza, di fronte ad una vicenda che sta coinvolgendo ogni giorno di più la sua famiglia. In particolare papà Antonio, che dopo l’accusa di aver utilizzato, nella sua impresa edile, lavoratori in nero, deve ora anche fare i conti col sequestro di parte del suo terreno, aree su cui erano stati depositati rifiuti inerti. Ma non solo. La polizia municipale del piccolo comune, non molto distante da Pomigliano D’Arco, si è infatti recata nella mattinata di ieri per verificare eventuali abusi edilizi sul terreno di proprietà della famiglia Di Maio, in corso Umberto. E sarebbero proprio i tre edifici che insistono sul lotto, a rischiare di creare più di qualche imbarazzo al vice premier e alla sua famiglia. Il terreno, secondo quanto si è appreso, sarebbe stato acquistato nel 2000, come risulta dalla visura catastale: una prima incongruenza con quanto sostiene Luigi Di Maio, secondo cui invece quell’appezzamento e gli edifici su di esso costruiti, sarebbero di proprietà della famiglia fin dalla seconda guerra mondiale e sarebbero stati abbandonati dopo il terremoto del 1980. Ed è proprio questo il punto focale della vicenda: quando sono state costruite, realmente, le tre strutture? Per capirlo, si può utilizzare Google Earth. Grazie a al programma, infatti, è possibile risalire alla cronologia delle foto della zona, scattate negli anni dal satellite. La meno recente, risale al 2002, vale a dire due anni dopo l’acquisto del terreno, secondo quanto risulterebbe dalle carte. L’immagine, per quanto non ad altissima definizione, come sono invece le più recenti, è sufficientemente nitida: si nota la presenza di una sola struttura in tutto il terreno, quella centrale. Proseguendo con la cronologia, si salta al 2008: è in questa foto che appaiono nitidamente e per la prima volta gli altri due edifici. Il colore del tetto del manufatto già esistente è invece cambiato, segno di un’avvenuta ristrutturazione. E’ pertanto ipotizzabile che, negli anni fra il 2002 e il 2008, siano state realizzate almeno una ristrutturazione e due nuove costruzioni. Ed è proprio qui che nasce il problema. Al Comune di Mariglianella, infatti, non risulterebbero licenze edilizie, concesse o richieste, relative al terreno in questione, né per nuove costruzioni, né per delle ristrutturazioni. E’ opportuno precisare un aspetto: anche nel momento in cui, nella foto del 2002, fossero presenti dei vecchi ruderi, magari poco visibili in una foto satellitare del tempo, il fatto che vi siano comunque tre edifici, già nel 2008 chiaramente visibili, testimonia la messa in opera dei lavori, per i quali era necessaria una concessione edilizia, quanto meno per curarne la ristrutturazione. Chiaramente l’assenza di un qualsivoglia permesso, certificherebbe l’abuso edilizio. A confermare questa tesi, peraltro, ci sono le mappe catastali, in cui nessuno dei tre edifici risulterebbe accatastato. Tre immobili fantasma, come risulta evidente dalla sovrapposizione della mappa fotografica a quella catastale. In un terreno che, scorrendo le foto degli anni seguenti, risulta chiaro come non fosse una semplice zona di campagna, usata prevalentemente come deposito degli attrezzi. Nelle foto del 2014 e del 2017, infatti, fa bella mostra di sé una piscina semovente, di sette metri per tre, evidentemente montata e smontata per essere utilizzata nei mesi estivi. A mettere un punto esclamativo su tutta la vicenda, le parole del sindaco di Mariglianella, Felice Di Maiolo, arrivate nel pomeriggio di ieri: «Nel sopralluogo di stamattina sono stati accertati dei manufatti abusivi. Inoltre è stato rilevato l’abbandono di rifiuti su tre piazzole e anche su questo è stato fatto un sequestro. Tutto sarà inviato alla Procura della Repubblica».

Inchiesta sui Di Maio. La vicenda del vicepremier evidenzia l'infondatezza della sbandierata superiorità morale dei Cinquestelle, della loro "diversità genetica" rispetto a tutti gli altri, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 30/11/2018, su Il Giornale. Per Luigi Di Maio ora la questione si complica. Il caso delle presunte irregolarità edilizie fatte dalla sua società e svelate dall'inchiesta de Il Giornale, così come il lavoro nero portato in chiaro dalle Iene, non sono esagerazioni giornalistiche o bazzecole come i Cinquestelle hanno tentato di liquidare. Ora sono ipotesi di reato in capo anche in quanto socio - al ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro che si era autoproclamato campione del mondo di onestà e trasparenza. E ancora non ci si è addentrati per capire se per caso ci sia qualche crepa anche nelle denunce dei redditi della famiglia Di Maio, apparentemente incompatibili con il ruolo di imprenditori proprietari di case, fabbricati e terreni. Né si è andati a spulciare il libro paghe e contributi della sua società per accertare se i casi di lavoro nero siano solo quelli emersi o se invece si trattasse di una consuetudine della ditta. Siccome il destino è beffardo, sotto la lente di chi sta accertando i fatti c'è anche una delle cinque stelle dei Cinque Stelle, quella che rappresenta l'ambiente, il cui rispetto è scritto nello statuto del movimento, «va tutelato in ogni sua forma come bene unico e fondamentale per la vita anche per le generazioni future». Precetto che i Di Maio non avrebbero rispettato accatastando, in un terreno di loro proprietà, rifiuti e scarti dell'attività edilizia che avrebbero dovuto essere invece smaltiti a norma di legge in quanto pericolosi per l'ambiente. Luigi Di Maio dice che al più presto uscirà dalla società di famiglia, come se questo potesse in qualche modo salvargli la faccia. A noi il suo destino poco importa, anzi gli auguriamo di uscire indenne da possibili grane giudiziarie. Quello che questa vicenda insegna è l'infondatezza della sbandierata superiorità morale dei Cinquestelle, della loro «diversità genetica» rispetto a tutti gli altri, come ha sostenuto il mitico ministro Toninelli in un memorabile Porta a Porta. La verità ovvia è che parliamo di uomini che difficilmente supererebbero come ognuno di noi un accurato test di verginità. Con una aggravante: oltre che peccatori comuni sono per di più arroganti e incapaci di amministrare e governare. Per questo, più che per gli abusi edilizi, sono davvero pericolosi.

Chi è davvero Luigi Di Maio, spiegato bene dal suo biografo, scrive Francesco Prisco l'1 aprile 2018 su Il Sole 24 ore. Domenica 24 maggio 2009. A Pomigliano d’Arco, città dell’hinterland napoletano a grande tradizione industriale, tra le alterne vicende degli stabilimenti Fiat e Alenia, arriva l’uscente assessore regionale alle Attività produttive Andrea Cozzolino, «colonnello» del Pd campano e delfino del governatore Antonio Bassolino. Il comizio sarebbe un plebiscito se non fosse per l’azione disturbatrice di due ragazzi poco più che ventenni che incalzano il politico di lungo corso con domande trabocchetto su temi quali onestà e questione morale. Domande cui Cozzolino, da politico di lungo corso, non risponde. Finisce che i ragazzi vengono allontanati con modi piuttosto spicci dai militanti democrat ma uno dei due appare piuttosto rigido nell’esercizio della sua resistenza passiva. Ha 22 anni, carnagione di colorito scuro, indossa un paio di jeans scambiati e una Polo Ralph Lauren azzurra che celebra la Nazionale italiana di calcio campione del mondo in carica, con sopra il numero 3 di Fabio Grosso. «Cozzolino non ci ha risposto», si ostina a dire a chi lo mette alla porta. «Cozzolino ci deve rispondere». Si chiama Luigi Di Maio e nel 2009 nessuno, in quella sala popolata da più di una vecchia volpe della politica vesuviana, si sarebbe aspettato che nove anni più tardi sarebbe diventato il candidato premier del primo partito italiano. «E la stessa ostinazione che Luigi mise in quella resistenza passiva al comizio Pd, la stessa caparbietà nel non scendere a compromessi con i “padroni di casa”, la stessa intransigenza ideologica dalla faccia pulita la stiamo vedendo e la vedremo in questi giorni di trattative per la formazione del nuovo governo». A parlare è Paolo Picone, 47 anni, pomiglianese doc come lo stesso Di Maio, giornalista e unico biografo del giovane leader pentastellato «ma biografo not embedded», ci tiene a sottolineare, «perché non sono un militante Cinque Stelle, conosco bene Luigi ma conservo gelosamente la mia indipendenza, non mi interessava fare una biografia autorizzata». Uscirà a metà aprile Di Maio il giovane - Vita, opere e missione del politico più votato d’Italia (Aliberti, euro 12, pp. 150), edizione riveduta e corretta (alla luce dei risultati elettorali del 4 marzo) del libro che Picone un anno fa ha dedicato al «Gigino Nazionale». Biografia not embedded, ok, ma parecchio «informata, informata dei fatti», se consideriamo che l’autore, concittadino di Di Maio, ha frequentato gli stessi posti e la stessa gente, a cominciare dal locale Liceo Classico Imbriani. Per dire: nel 2007, quando a Pomigliano il Grillo-pensiero era poco più che una suggestione, Picone organizzò il primo Meetup cittadino, assistendo all’esordio politico del candidato premier M5S.

La presa del potere da parte di Luigi primo da Pomigliano d’Arco. E veniamo al dunque: quando partiranno le consultazioni con il Quirinale per il nuovo esecutivo, come si è muoverà Di Maio secondo chi lo conosce bene? Picone non ha dubbi: «Salirà al Colle e chiederà a Mattarella il mandato esplorativo per la formazione del governo. Stavolta non assisteremo al film dell’elezione dei presidenti delle Camere, perché Luigi non arretrerà di un centimetro: i Cinque Stelle non appoggeranno un esecutivo con un presidente del Consiglio diverso da Di Maio. Si cercheranno convergenze con la Lega rispetto ai 20 punti proposti dal M5S in campagna elettorale, reddito di cittadinanza in primis, magari ci saranno Salvini vicepremier, qualche ministero importante affidato al Carroccio, significative aperture al programma leghista su temi quali l’immigrazione. Magari si potrebbe guardare anche altrove, a Leu per un appoggio esterno, ma scordiamoci il sostegno pentastellato a un governo guidato da Forza Italia. Parlerà con tutti, tranne che con Berlusconi». E se il tentativo dovesse naufragare? «A quel punto - continua Picone - i Cinque Stelle si chiamerebbero fuori dai giochi. Mattarella incentiva la formazione di un governo del presidente? Di Maio è pronto a una guerra di logoramento con tutto il peso che può avere all’opposizione il primo partito d’Italia». Della serie: volete governare senza di noi? Accomodatevi e tanti auguri.

Gigino e i quattro pregiudizi. Possibile che nel Paese della famigerata Casta, con tutti i politici navigati che ci sono a giro, nessuno riesca a «mettere la museruola» a Gigino? Nessuno lo seduce? Nessuno è capace di ricondurlo a più miti consigli? «Il caso Di Maio», secondo il giornalista campano, «è forse il più clamoroso caso di sottovalutazione politica della storia recente». Il politico, secondo il suo biografo, sarebbe vittima di quattro pregiudizi: «È giovane, non ha la laurea, vendeva bibite al San Paolo, ha fatto il webmaster. Il primo pregiudizio la dice lunga su come siamo messi in Italia: essere giovani qui è quasi una colpa, un peccato originale. Sul secondo punto si potrebbero scomodare numerosissimi protagonisti assoluti della prima e della seconda Repubblica che una laurea non hanno mai provato a prendersela. Di Maio ha interrotto gli studi di giurisprudenza con l’elezione in Parlamento ma, proprio perché è ancora giovane, ci sta benissimo che, archiviati i due mandati parlamentari, torni sui banchi». Gli altri due punti sarebbero riconducibili al tentativo costante di ridurre il politico alla caricatura di sé stesso. «Quando lo scorso autunno - ricorda Picone - si affermò nelle consultazioni online tra i militanti come candidato premier, lo sport nazionale era scherzarci su: Di Maio concorre contro sette nani, si disse, lo sfidano sette carneadi, è tutta una farsa. Si alludeva al fatto che nessuno dei big pentastellati gli si fosse controproposto. Tutti alle prese con la caricatura, nessuno con un serio tentativo di comprensione di un personaggio che viene da lontano. E che, contrariamente a quello che si può pensare, quando serve studia e impara in fretta».

Uno smanettone che «impara in fretta». Il giovane Di Maio, rimarca Picone, «è figlio della buona borghesia pomiglianese. Suo padre è geometra e titolare di un’impresa edile, con trascorsi nel Movimento Sociale e in Alleanza Nazionale». A Pomigliano la politica la masticano un po’ tutti: veniva da queste terre anche Giovanni Leone, il presidente della Repubblica dello scandalo Lockheed, quello che, quando fu eletto, pare abbia salutato così la moglie a telefono: «Vittoria, t’aggio fatto regina». Istantanee del secolo scorso, quando la politica si faceva offline. La madre di Di Maio è «professoressa di italiano e latino, preside all’Istituto comprensivo di Cercola. È vero», continua il giornalista, «la cosa può sorprendere, considerando che Luigi soffre di “congiuntivite”, ma il suo, per come la vedo io, è più un problema di consecutio temporum che di scarsa dimestichezza con l’italiano». Alla faccia dell’esperienza da steward allo stadio San Paolo, il politico grillino «non si interessa minimamente al calcio. Al contrario, è un grande appassionato di Formula 1, tifoso competente della scuderia Ferrari». Al liceo «non era certo un secchione ma, quando puntava un obiettivo, riusciva a raggiungerlo. I professori lo ricordano come uno che lavorava sodo». Proprio all’epoca nacque la sua grande passione per i computer. Un Di Maio «smanettone», insomma, «punto di riferimento di compagni e insegnanti che, quando hanno problemi con il pc, a lui si rivolgono perché li risolva». Soddisfazione garantita.

Ti stai sbagliando di certo perché... non è «Gigino». Inevitabile girare al biografo una domanda che un po’ tutti gli osservatori politici a un certo punto si sono posti: perché proprio Di Maio e non Alessandro Di Battista o magari Roberto Fico? «La persona giusta a cui fare questa domanda», secondo Picone, «sarebbe stato Gianroberto Casaleggio. Aveva una grande stima di Luigi, era consapevole che, più di tutte le altre prime linee pentastellate, era dotato di un profilo istituzionale, quello che serviva per il definitivo salto di qualità del Movimento». Acquisito dove? «Nell’esperienza da vicepresidente della Camera. È lì che Di Maio cambia, lì cresce, si fa talvolta apprezzare anche dai parlamentari di altro colore politico». Come? «Studiando quando serviva e imparando in fretta. È un caso che proprio lui sia stato mandato all’estero dal partito come testimonial dei Cinque Stelle? Non direi». Qualcuno ha detto che Di Maio, con quel bel doppiopetto grigio che sfoggia a Montecitorio, è intimamente democristiano, «se avere un profilo istituzionale significa essere democristiani, - secondo Picone - allora Luigi lo è». Ma si uscirà mai dai pregiudizi anti Gigino? L’autore di Di Maio il giovane ribalta il discorso: «Lo stesso nomignolo Gigino, talvolta addirittura scritto con due “g”, corrisponde sempre al tentativo di ridurre un politico vero a macchietta. Per carità: si tratta di un diminutivo molto popolare al Sud, Napoli compresa, ma nessuno, a casa Di Maio o in giro per Pomigliano, si sognerebbe mai di chiamare così Luigi». E mentre l’opinione pubblica giocava a chiamarlo Gigino, Luigi il giovane «ha messo in fila Renzi, Berlusconi e Salvini, come aveva fatto con i sette nani delle parlamentarie. È andata a finire che adesso è lui quello che dà le carte». Altro che Gigino: questo, semmai, è Luigi primo da Pomigliano d’Arco.

Vizietti grillini: i due Di Battista non pagano debiti e lavoratori. I guai aziendali del dirigente M5s, socio di maggioranza con papà Vittorio della ditta di famiglia Di.Bi.Tec srl. Spettano oltre 400mila euro a lavoratori, fornitori, Inps e banche, scrive Carmelo Caruso, Lunedì 17/12/2018, su "Il Giornale". Cinquantatremila e 370 euro di debiti verso i dipendenti; 151.578 euro di debiti verso le banche; 135.373 euro di debiti verso i fornitori; 60.177 euro di debiti tributari. È quanto emerge dalla visura camerale della Di.Bi Tec. S.r.l., società della famiglia di Alessandro Di Battista, che è uno dei due soci di maggioranza. I dati si riferiscono all'ultimo bilancio presentato e dunque consultabile attraverso un collegamento al registro delle imprese. Costituita il 20/09/2001 dal padre di Alessandro, Vittorio Di Battista (che è presidente del consiglio di amministrazione), la Di.Bi Tec ha sede a Roma, in via Latina numero 20, e ha come oggetto sociale «la produzione industriale, la lavorazione di manufatti in ceramica e affini, di apparecchi igienico sanitari». Tra i prodotti più commercializzati c'è «Sanisplit», una cassetta per la triturazione ed evacuazione delle acque reflue. La società ha un capitale sociale di 15mila euro e a lavorarci sono due dipendenti, almeno al 30/06/2018. I soci della Di.Bi Tec s.r.l sono cinque e si sono così suddivisi le quote: Alessandro Di Battista (30%), Maria Teresa Di Battista (30%), Vittorio Di Battista (20%), Leonardo Salvini (15%), Carmela Traversari (5%). Lo stesso Alessandro, in maniera trasparente, ha in passato dichiarato, durante il mandato parlamentare, di essere membro della società fondata dal sanguigno padre, che lo scorso maggio consigliava, e scriveva, di assaltare il Quirinale come fecero i parigini con la Bastiglia: «Il Quirinale è più di una Bastiglia, ha quadri, arazzi, tappeti e statue. Se il popolo incazzato dovesse assaltarlo, altro che mattoni». La società ha presentato l'ultimo bilancio nel 2016. A mancare è il bilancio del 2017. Disattendendo quanto disciplinato dal codice civile, una delle ragioni della mancata presentazione secondo gli analisti - potrebbe essere la sofferenza della società che in passato aveva raggiunto ottimi risultati in termini di fatturato, ma che oggi è scesa a 426.352 euro. Negli ultimi esercizi, i numeri dimostrano che la Di.Bi Tec è gravata da importanti debiti verso le banche oltre che verso i fornitori. La Di.Bi Tec s.r.l. deve alle banche 151.578 euro mentre i debiti verso i fornitori sono 135.373 euro. Potrebbero essere debiti di un'azienda che tenta coraggiosamente di sconfiggere la crisi proteggendo i dipendenti, ma dalla visura camerale sono proprio i dipendenti i soggetti che vantano dalla famiglia Di Battista importanti crediti. I debiti verso i dipendenti ammontano infatti, nell'ultimo esercizio, a 53.370 e sono cronici. Ad attestarlo è sempre la visura alla voce «Altri debiti». L'anno precedente (2015) il debito era di 38.238 euro. Insomma, in un anno la voce è aumentata nonostante si sia ridotto di quasi il 20% il costo del personale. La Di.Bi Tec S.r.l. è debitrice anche nei confronti dello Stato. A pesare ci sono infatti i mancati versamenti tributari. Si tratta di 60.177 euro (in cui la parte del leone lo fa il debito Iva) e anche questi si sono innalzati rispetto all'esercizio precedente, quando a bilancio erano iscritti 40.550 euro. Oltre ai debiti tributari, la società della famiglia Di Battista ha debiti anche verso «gli istituti di previdenza e sicurezza sociale». I debiti verso l'Inps sono di 7.715 euro e questi - a conferma della buonafede con cui si estrapolano i dati sono leggermente diminuiti: nell'esercizio precedente erano di 8.244 euro. I revisori dei conti, visionati i dati, registrano che la società ha ridotte dimensioni (non ha dirigenti). Un debito di 53.370 euro verso i dipendenti è spia di ritardi notevoli nei pagamenti. Nonostante numeri così compromessi, in realtà la Di.bi Tec srl possiede dei titoli bancari «Carivit» pari a 116.227 euro. In pratica, titoli che potrebbero dare sollievo e ripianare i debiti, ma che, a leggere i bilanci, si è preferito accantonare anziché utilizzare per estinguere e risanare. Lontano dall'Italia, dove intende rientrare prima di Natale, Alessandro Di Battista, solo poche settimane fa, difese il padre di Luigi Di Maio e si scagliò in maniera feroce contro i genitori di Matteo Renzi e Maria Elena Boschi. Oggi, più che mai, si devono riportare le sue frasi: «Renzi e la Boschi hanno la faccia come il culo».

Dagli yacht alle ceramiche quegli affari che non tornano. L'azienda dei Di Battista si presenta come leader nel settore sanitari. Ma gli operatori non la conoscono, scrive Carmelo Caruso, Martedì 18/12/2018, su "Il Giornale". Ci sono i debiti con i fornitori, ci sono i debiti con le banche ma ci sono soprattutto i debiti con l'Inps, con lo Stato. E non solo. La Di Bi Tec srl, società che fa riferimento alla famiglia di Alessandro Di Battista - di cui, va ricordato, Alessandro è socio di maggioranza nonché membro del Cda - è debitrice anche nei confronti dell'Inail, l'istituto che assicura i lavoratori dagli infortuni (1.753 euro). È quanto ha potuto documentare in un'inchiesta pubblicata ieri il Giornale e che prosegue oggi. Impegnata nella produzione dei sanitari, la Di Bi Tec si presenta sul proprio sito come una «delle prime aziende in Italia nella produzione e nella distribuzione di accessori per il bagno». La sede legale si trova a Roma in via Latina 20, mentre lo stabilimento è situato a Fabrica di Roma in provincia di Viterbo, in uno dei più antichi distretti della ceramica. Ma di cosa si occupa la Di Bi Tec? La risposta è sanitari «in porcellana di primissima qualità» anche se il prodotto di cui va più soddisfatta è «Sanisplit», una scatola intelligente che tritura i residui solidi. Per garantirne il funzionamento, la Di Bi Tec ha perfino predisposto un servizio telefonico nazionale. Ma è a livello territoriale che è sconosciuta del tutto. Chiamando i ceramisti e i rivenditori del viterbese, sono numerosi quelli che non si forniscono dalla Di Bi Tec e che neppure la conoscono. La Ceramica Flaminia, un noto rivenditore con sede a Civita Castellana, dichiara di scoprire solo adesso questa azienda: «Sinceramente non sapevo che i Di Battista operassero in questo settore». Neppure il magazziniere della I.L.C.A, con sede a Fabrica di Roma, conosce i prodotti della Di.Bi Tec. Eppure in quei luoghi, Alessandro Di Battista è di casa. Il 4 novembre del 2014, organizzò a Civita Castellana un comizio per difendere i ceramisti. Alcuni giornali scrissero che l'appuntamento fosse di fronte alla sua azienda. Di Battista andò invece a comiziare alla Ceramica Esedra srl di Civita Castellana. Neppure la Ceramica Civita Castellana si fornisce dai Di Battista ma ne conosce in maniera vaga il «Sanisplit»: «Credo risponde la proprietaria - serva a separare le acque reflue ma non so che mercato la Di.Bi Tec copra e se sia più attiva all'estero che in Italia». In realtà, in un articolo per il magazine Vox Fabbrica fu Vittorio Di Battista a restituire le cifre e raccontare la sua azienda. L'articolo non è datato ma dal contenuto sembra riferirsi al 2012. Ecco cosa si scriveva della Di.Bi Tec: «Siamo specializzati nella produzione e nella distribuzione di accessori tecnologici per il bagno, con un fatturato annuo di 3 milioni di euro». Al giornalista che lo intervistava, Di Battista spiegava che la crisi si era fatta sentire nel 2011: «Dallo scorso novembre registriamo un lieve calo nelle vendite e un parallelo aumento di insoluti. Poiché non siamo esposti con le banche ma operiamo in totale autofinanziamento». Oggi i Di Battista sono esposti con le banche per 151.578 euro. Ma cosa possedevano i Di Battista prima della Di.Bi Tec? Anche in questo caso il protagonista è Alessandro di Battista più del padre Vittorio, a prova che la sua è stata, costantemente, una presenza importante, se non di indirizzo, negli affari di famiglia. Nel 1998, insieme a Maria Teresa Di Battista, Alessandro ha infatti acquistato quote di una società attiva nel comparto dei sanitari per yacht. È la Tecma Srl e le quote appartenevano a Cristiano De Santis e Marco Giovannini. A distanza di pochi anni, nel 2001, le stesse quote di Tecma srl, acquistate da Alessandro Di Battista e da Maria Teresa Di Battista, vengono cedute nuovamente a De Santis e Giovannini. Nel 2004, De Santis e Giovannini cederanno le loro quote alla Thetford. Si tratta di una società olandese.

Alessandro Di Battista demolito da Alessandro Sallusti: "Ecco quanto ha guadagnato, paga e basta minacce", scrive il 18 Dicembre 2018 Libero Quotidiano". Alle difficoltà dell'azienda di famiglia, in ritardo col pagamento dei debiti e ai dipendenti, Alessandro Di Battista ha risposto con le minacce, affermando di essere pronto a tornare ad Arcore. E Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale che ha sollevato la vicenda, risponde al grillino dalle colonne del quotidiano: "Da bullo qual è - scrive -, Di Battista però va oltre e invece che scusarsi con i creditori insulta e minaccia noi e - siccome il senso del ridicolo non ha limiti - Silvio Berlusconi, che con questa storia non c'entra assolutamente nulla". Dunque, Sallusti ricorda all'arrogante Di Battista che "non siamo noi che uccidiamo imprese e lavoro, ma lui e le sue politiche economiche del cavolo, a meno che lo scopo ultimo del reddito di cittadinanza non fosse quello di pagare a noi i suoi dipendenti (e magari anche quelli di papà Di Maio), da mesi senza stipendio". Il direttore, nella conclusione dell'articolo, rimarca come "un leader politico non ha privacy né può - lo ha sostenuto lui - distinguere tra morale pubblica e privata. Per cui, invece di minacciare e ricattare i giornali, si rimbocchi le maniche e paghi, in quota parte, i suoi debiti a chi lavora, alle odiate banche e al fisco". Il punto, conclude Sallusti, è che "con quello che ha guadagnato in cinque anni da parlamentare (circa 700mila euro) i soldi non dovrebbero mancargli". La cifra, in effetti, è impressionante. Ora con quale nuova minaccia risponderà l'improponibile Di Battista, dal suo esilio dorato in Sudamerica?

Di Battista e la sua azienda, Sallusti: "Il bullo ci minaccia". E' scontro aperto tra Di Battista e Il Giornale di Sallusti dopo l'articolo sulle difficoltà finanziarie dell'azienda di famiglia del grillino, scrive Askanews il 18-12-2018. E’ scontro aperto tra Alessandro Di Battista e Il Giornale. Oggi il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti insiste sui guai dell’azienda di famiglia dell’esponente grillino aprendo con il titolo “Di Battista ammette i debiti ma non paga e ci minaccia”. E in un editoriale Sallusti scrive: “Alessandro Di Battista, leader grillino in esilio volontario, conferma le difficoltà – svelate ieri da questo Giornale – in cui si trova l’azienda di famiglia di cui è socio al trenta per cento, un’azienda in forte ritardo con i pagamenti ai dipendenti e piena di debiti con fornitori, banche e agenzie delle entrate. Da bullo qual è, Di Battista però va oltre e invece che scusarsi con i creditori insulta e minaccia noi e – siccome il senso del ridicolo non ha limiti – Silvio Berlusconi, che con questa storia non c’entra assolutamente nulla. ‘Fermatevi o vi faccio un mazzo tanto’, dice in sintesi Di Battista. Il quale, toccato sul vivo, dimentica le sue parole d’ordine sputate in faccia negli ultimi anni a chiunque gli passasse a tiro, politico e no: ‘Trasparenza e onestà, onestà e trasparenza’”.

Lo scoop del Giornale sull’azienda di famiglia di Di Battista. Nell’articolo del Giornale pubblicato ieri si parla di “53.370 euro di debiti verso i dipendenti; 151.578 euro di debiti verso le banche; 135.373 euro di debiti verso i fornitori; 60.177 euro di debiti tributari” secondo “quanto emerge dalla visura camerale della Di.Bi Tec. S.r.l., società della famiglia di Alessandro Di Battista, che è uno dei due soci di maggioranza”. La notizia è stata subito rilanciata dall’ex segretario del Pd Matteo Renzi, il quale non ha perso l’occasione per un commento sferzante: “Ricapitolando. Fico con la colf in nero in casa. Di Maio prestanome di un`azienda che scappa dal fisco. Di Battista che semina debiti come fossero post. Ma con quale faccia questi attaccano noi che su queste cose abbiamo sempre querelato per diffamazione (e spesso vinto)? Ma con quale faccia parlano di onestà? Ma con quale faccia ci fanno la morale?”.

La difesa di Di Battista su Facebook. Anche Di Battista non ha esitato a replicare al Giornale con un post su Facebook: “Ebbene sì, la nostra azienda va avanti, con enormi difficoltà” scrive il grillino. “Mio padre, ad oltre 70 anni, lavora come un matto. Il carico fiscale è enorme. L`azienda ha avuto difficoltà a pagare puntualmente i 3 dipendenti (tra cui mia sorella). Ciononostante l`azienda tira avanti, così come tante altre, sperando che i colpevoli, che oltretutto oggi provano, in modo scomposto, a fare i carnefici, vengano cacciati, una volta per tutte, dalle Istituzioni”.  “Vi dico una cosa: Grazie – prosegue Di Battista -. Pensate di indebolirmi ma ottenete il contrario. Oggi, grazie a voi, ogni piccolo imprenditore italiano sa che un ex-parlamentare, quando era in Parlamento, non si è occupato dell’azienda di famiglia”. Nel post Di Battista ribatte poi a Renzi, andandoci giù pesante: “Caro Matteo, so che ti brucia ancora che uno come me, senza guru della comunicazione, senza TV dalla sua parte, solo con un motorino, ti ha fatto il ‘culo’ al referendum costituzionale. Cerca però di essere più discreto, così si nota troppo”. Il pentastellato ne ha anche per Sallusti e Il Giornale: “Se provocate mi tocca tornare ad Arcore sotto la villa del vostro padrone. Stavolta però per leggere dei pezzi della sentenza sulla trattativa Stato-Mafia. L’avete voluto voi evidentemente”. E ancora: “Vi ricordate quando B. si burlò di me dicendo, per l’appunto, che non avevo studiato, che ero fuori corso etc etc. L’ho querelato e lui alla fine ha accettato di scrivere la letterina che vi allego qui sotto (e pubblica su fb la lettera firmata Silvio Berlusconi, ndr). Quando torno me la stampo, ci faccio una gigantografia e l’attacco al muro tra il diploma di laurea e quello del master. Ovviamente dopo averne mandata una copia a Sallusti chiedendogli, come sempre, di obbedire al suo padrone e di chiamarmi ‘Illustre Signor Dottor Di Battista'”.

La polemica continua. Intanto la polemica continua. Su Twitter i parlamentari Pd hanno lanciato l’hashtag #dibbafaccisapere. La senatrice Pd Laura Garavini ha scritto: “I Grillini chiedono onestà a tutti tranne che ai loro genitori. Dopo mamma Taverna e papà Di Maio, anche il padre di Di Battista sfrutta i lavoratori. Quelli del Cambiamento #dibbafaccisapere”.  Il senatore Francesco Bonifazi ha aggiunto: “Di Battista, invece di farci la morale dalle Americhe appollaiato su un’amaca, torna in Italia e paga i debiti della tua azienda. Dipendenti, fornitori e Fisco ti aspettano. I piccoli imprenditori italiani vanno avanti tirando la cinghia, non facendosi vacanze spesate ai Caraibi”.

Se la senatrice del Movimento 5 Stelle non paga il condominio: debiti per 45mila euro. Alla 5Stelle Felicia Gaudiano vengono attribuite condominiali non saldate per 45mila euro, scrive Franco Grilli, Lunedì 17/12/2018, su "Il Giornale". Quarantacinque mila euro di spese condominiali non saldate: Felicia Gaudiano, senatrice del Movimento 5 Stelle ha un contenzioso aperto con i vicini e una causa al tribunale di Bologna. La parlamentare grillina morosa, che è anche membro della Commissione di Vigilanza della Rai, è proprietaria infatti di un appartamento nel quartiere popolare della Cirenaica. Il motivo del debito? Un lascito contestato tra parenti per via di un testamento non troppo gradito dagli eredi. Insomma, per anni la Gaudiano ha avuto il possesso dell'immobile felsineo, che però non aveva un proprietario (o un inquilino) stabile in grado di coprire le spese condominiali. Che negli anni si sono accumulate fino ad arrivare, come riporta il Corriere, alla bellezza di 45mila euro. Non poco, ecco. Come si legge, i condòmini tramite l'avvocato hanno ottenuto un decreto ingiuntivo di 25mila euro, al quale però la pentastellata si è opposta in tribunale. La senatrice, dunque, ha offerto 25mila euro, poi 20 e infine 30, da pagare in comode rate mensili da 400 euro: i condòmini avrebbero recuperato il credito praticamente in dieci anni. Troppi. Il condominio, così, ha rifiuto l’offerta, attivandosi per il pignoramento dell'appartamento e dando l'aut-aut: 20mila euro entro il 31 dicembre 2018 e altri 40 entro il 2019. E Felicia Gaudiano ha finalmente accettato di saldare i debiti.

Abusi edilizi, debiti fiscali e case popolari: l'anno nero dei genitori dei leader grillini. Di Maio e Di Battista nei guai per i padri, la Taverna per l'alloggio della madre, scrive Pasquale Napolitano, Domenica 23/12/2018 su "Il Giornale". La maledizione dei padri travolge i figli nel M5s. Dopo Luigi Di Maio e Paola Taverna, tocca ad Alessandro Di Battista. Il leader del futuro (non troppo lontano) non è ancora sbarcato in Italia, dopo la lunga vacanza in Sudamerica, ma già è in preda a una crisi di nervi perché dovrà spiegare ai militanti i tanti silenzi sui guai finanziari della ditta di cui è socio al 30%: debiti con il Fisco e con i lavoratori. Una brutta storia, che il Giornale ha raccontato in un'inchiesta e che mette a nudo la fragilità dell'immagine del politico immacolato e trasparente che il Dibba si è costruita nei cinque anni in Parlamento. La prima risposta è stato il classifico fallo di reazione: Di Battista ha attaccato e insultato il Giornale, confessando però i debiti con i lavoratori e le pendenze con il Fisco della ditta di cui è azionista. Ora per suggellare il comune destino, Di Maio e Di Battista trascorreranno insieme le festività natalizie. Più che parlare di strategie e prospettive politiche, dovranno confrontarsi, magari, sulla difesa da dare in pasto ai militanti che invocano chiarezza. Anche perché, i due leader grillini non possono continuare a far finta di nulla. Sia il Dibba che il vicepremier sono stati (Di Battista lo è ancora) soci delle società di famiglia. Sarebbe un autogol, che confermerebbe di aver avuto semplicemente il ruolo di prestanome. Le ambizioni dei figli rischiano, dunque, di essere affossate dai pasticci dei genitori. Le due vicende sono molto analoghe. Quella del vicepremier si sviluppa in provincia di Napoli, tra Mariglianella e Pomigliano d'Arco: l'Ardima costruzione è una Srl di cui Di Maio è socio al 50 %. È nata dopo un passaggio di proprietà della vecchia ditta di famiglia dalla madre ai figli. Il Giornale in due inchieste ha fatto emergere circostanze sospette. La prima, i debiti di Antonio Di Maio: il papà imprenditore ha una pendenza con il Fisco. 176 mila euro di debiti con l'ex Equitalia. Contenzioso che nel 2010 ha fatto scattare un'ipoteca su due terreni nel Comune di Mariglianella, a un tiro di schioppo da Pomigliano D'Arco. Il sospetto, che per ora resta tale, è pesantissimo: Di Maio senior si è liberato della società, sommersa di debiti con lo Stato, per non pagare il conto con il Fisco? E in questo caso il ministro del Lavoro si è prestato all'operazione? C'è poi una seconda storia, sempre tirata fuori dal Giornale: sui terreni di Mariglianella, su cui Equitalia ha iscritto l'ipoteca, sono stati costruiti quattro immobili che risultano sconosciuti sia per il Comune che per l'ex catasto. Abusivi? Per il Comune sì. Ora Di Maio senior sta provando a impedire l'abbattimento. Nel frattempo, il genitore del vicepremier è stato indagato dalla Procura di Nola per deposito incontrollato di rifiuti: indagine scattata dopo il blitz della polizia municipale nei terreni di Mariglianella. Nel caso del Dibba non c'è alcuna inchiesta della Procura ma passaggi molto simili al fratello gemello: c'è l'ipoteca sui beni di proprietà di Vittorio di Battista nel comune di Civita Castellana, in provincia di Viterbo: il debito con il Fisco è pari a 195.448 euro. C'è una società di famiglia, la DiBi Tec, specializzata nella produzione di ceramiche e apparecchi igienico sanitari, di cui il Dibba è socio al 30 %: società che, come nel caso di Di Maio, ha debiti con Fisco. Ma non c'è due senza tre: ai più famosi Di Maio e Di Battista, si accorda la senatrice Paola Taverna e lo storia dello sfratto intimato dal Comune di Roma alla mamma. Maledette famiglie.

E anche Grillo non rinuncia alla (odiata) prescrizione. Dopo Travaglio, anche il fondatore del Movimento 5 Stelle, scrive Simona Musco il 6 Dicembre 2018 su "Il Dubbio". Dopo Travaglio, anche Beppe Grillo viene salvato dalla prescrizione. La corte di appello di Torino ha dichiarato infatti estinto il reato per il quale il comico genovese era stato condannato nel 2014 a quattro mesi di reclusione senza condizionale. Grillo era finito a processo per aver partecipato a dicembre 2010 a una manifestazione in Val di Susa contro la Tav, violando i sigilli apposti dalle autorità a una baita nell’area del cantiere della Torino- Lione. Una condanna che avrebbe dovuto scontare, dal momento che per precedenti condanne Grillo non avrebbe potuto usufruire della condizionale. Ma il reato si è estinto per intervenuta prescrizione, essendo il giudizio di appello arrivato solo quattro anni e mezzo dopo la condanna di primo grado e otto anni dopo la contestazione del reato. «Non sussistendo i presupposti per una pronuncia assolutoria per motivi di merito ai sensi dell’articolo 129 del codice di procedura penale – si legge nella sentenza – dovendosi sul punto richiamare le argomentazioni svolte nella sentenza appellata, si impone, dato atto del parere favorevole espresso dal procuratore generale, la pronuncia di estinzione per intervenuta prescrizione». Il processo si è chiuso con 13 assoluzioni, a vario titolo, «per non aver commesso il fatto» o «perché il fatto non costituisce reato», mentre sono state 11 le sentenze di condanna, tra le quali quella di Grillo, nulle in quanto è trascorso il termine massimo di sette anni e sei mesi dal fatto. Il fondatore del Movimento 5 Stelle, dunque, è stato “graziato” proprio grazie alla norma che il suo partito sta tentando di abolire, con l’inserimento, nel decreto anticorruzione, della sospensione dei termini al raggiungimento della sentenza di primo grado. Se, dunque, così fosse stato, il procedimento a carico di Grillo sarebbe arrivato fino in Cassazione, terminando dopo molti anni dalla commissione del reato. Un paradosso nel quale era incappato anche un altro grande sostenitore dell’abolizione della prescrizione, il direttore del Fatto Quotidiano Marco Travaglio, come svelato qualche giorno fa dal Dubbio. I legali del giornalista, infatti, avevano chiesto l’annullamento di una sentenza di condanna per diffamazione, per un articolo pubblicato su l’Espresso, proprio sfruttando l’ «intervenuta prescrizione». Ricorso che la Cassazione ha però ritenuto infondato. Il fatto ha suscitato l’ironia del deputato di Forza Italia, Francesco Paolo Sisto. «A Di Maio & soci, che tanto si sono spesi nelle scorse settimane per far passare l’equivalenza ideologica tra prescrizione e colpevolezza, chiediamo: ora che Beppe Grillo vede prescritto un reato che gli era stato contestato, entra di diritto nella lista dei “furbetti della prescrizione” che sfuggono alla giustizia? ha affermato – Pur trattandosi di un avversario politico, noi restiamo coerenti: Beppe Grillo è un cittadino che ha goduto dell’applicazione di un diritto costituzionalmente tutelato, quello alla ragionevole durata del processo. Ma questo caso è la prova provata di come il giustizialismo grillino, così carico di paradossi, finisca per rivelarsi un boomerang».

Grillo: “Siamo moralisti del cazzo e ne andiamo fieri. Via i ladri, votiamo subito”. Il leader del Movimento 5 Stelle interviene sul blog a sostegno dei suoi deputati dopo la bagarre alla Camera. Difende le scelte dei suoi e attacca gli altri parlamentari: "Sembrate tonni dentro una tonnara, sapete che il vostro tempo è finito. E' questione di mesi", scrive "Il Fatto Quotidiano" l'11 settembre 2013. “Siamo fieri di essere moralisti del cazzo e soprattutto di starvi sul cazzo”. Il leader del Movimento 5 Stelle interviene sul blog per sostenere i suoi deputati dopo la bagarre alla Camera. Poche ore prima, gli eletti a 5 Stelle avevano protestato con manifesti tricolori e mani in alto con la scritta “No deroga art.138”. A quel punto gli altri parlamentari avevano cominciato a gridare “buffoni, buffoni” e il deputato grillino Alessandro Di Battista era stato ripreso da Laura Boldrini per aver detto: “Il Pd è peggio del Pdl”. “Meraviglioso”, ha commentato Grillo su Twitter, “la presidente della Camera ha detto che quella frase è un’offesa”. Così il leader a 5 Stelle ha deciso di scrivere il post sul blog dove evoca tra le altre cose il ritorno alle urne al più presto: “Il vostro tempo è finito, è questione di mesi e voi lo sapete, per questo reagite come un qualunque ladruncolo sorpreso con le mani nel sacco. Ieri sembravate tonni dentro una tonnara“. E’ il messaggio di Beppe Grillo ai parlamentari degli altri partiti. “Ieri, alla Camera alla richiesta del M5S di espellere i delinquenti, si è levato alto il grido Moralisti del cazzo!. I nominati del pdl e del pdmenoelle si sono indignati. E’ un paradosso che invece di accompagnare alla porta Berlusconi, un delinquente condannato in via definitiva, i nominati dai capibastone del pdmenoelle e dal truffatore fiscale, volessero buttare fuori noi, i cosiddetti moralisti (del cazzo). Noi siamo i moralisti del cazzo, quelli che hanno rifiutato i rimborsi elettorali, che si sono tagliati gli stipendi, che hanno rinunciato alle auto blu – rivendica Grillo – Noi siamo i moralisti del cazzo che non vogliono condannati in Parlamento, che mantengono la parola data agli elettori, gli unici a votare alla Camera per la decadenza del Porcellum. Noi siamo i moralisti del cazzo che vogliono restituire al Parlamento il suo ruolo che è espropriato dal governo con i decreti legge. Noi siamo i moralisti del cazzo e ne siamo fieri – conclude Grillo – E’ vero, siamo moralisti del cazzo e vogliamo moralizzare la vita pubblica, il Parlamento, ogni Comune, ogni istituzione. Al voto subito. Fuori i delinquenti dal Parlamento!”.

La Annunziata contro Di Maio: "Violento con Boschi e Renzi, ma di tuo padre non sapevi?" La giornalista si scaglia contro Luigi Di Maio e lo accusa di doppiopesismo riguardo lo scandalo che ha colpito il padre, scrive Agostino Corneli, Mercoledì 28/11/2018, su "Il Giornale". Lucia Annunziata, ospite di Giovanni Florisi a DiMrtedì, in onda su La 7, colpisce duro Luigi Di Maio. "La questione dell'onestà non è una questione di volumi: si è disonesti solo a partire da una certa quota in poi?", chiede la conduttrice parlando dello scandalo sul padre del vice premier del Movimento 5 Stelle. "La campagna contro Maria Elena Boschi e Matteo Renzi è stata violenta e definitiva, ci avete fatto la campagna elettorale mentre lei si difende dicendo che non sapeva del lavoro a nero di suo padre. Come se questo quindi valesse meno. Ma lei che in questi anni ha corso per fare il premier non pensava di guardare dentro casa sua? Dentro i suoi affari di famiglia?", domanda la Annunziata a Di Maio. E l'idea è che adesso il capo politico dei pentastellati sia sotto assedio. E per Lucia Annunziata, che già a ottobre aveva scritto un editoriale al vetriolo su Di Maio sulle colonne dell'Huffington Post, non poteva esserci occasione migliore per affondare il colpo.

Sindaci, giudici e libertà, scrive l'11 novembre 2018 Lucia Annunziata direttore dell’Huffington Post. Articolo ripreso da Il Corriere del Giorno. Congratulazioni a Virginia, ai giudici e ai cittadini. La parola torna alla politica. Non vedo l’ora che Di Maio e Di Battista rispondano con libertà a quello che hanno promesso e non hanno fatto. E noi giornalisti “puttane” aspettiamo con impazienza la punizione. Congratulazioni alla sindaca Virginia Raggi per la sua assoluzione. È sempre una ottima notizia per i cittadini sapere di essere governati da un politico impeccabile. Congratulazioni anche ai giudici della Procura della Capitale perché la velocità e la equanimità del loro giudizio ha impedito di creare un nuovo percorso giudiziario di polemiche dentro questo paese che ne ha fin troppi. Una condanna avrebbe avviato una contesa politica inquinata dal più vecchio sospetto di ogni azione in Italia – l’uso della giustizia ad orologeria. A Roma, insomma, oggi si è affermato un principio di giustezza (oltre che di giustizia) in base al quale gli amministratori si giudicano per quello che fanno. Una buona notizia che libera un po’ tutti. Libera intanto Virginia Raggi. Senza il peso di questa inchiesta che ha certamente pesato sui suoi umori e sulle sue prospettive di vita politica, il sindaco oggi potrà dunque finalmente rispondere ai suoi cittadini, che, cocciuti loro, continuano a bestemmiare contro le buche, i disservizi, la pessima qualità di vita e la destabilizzazione strisciante della città. E per identico verso, la “liberazione” del Sindaco di Roma forse incoraggerà altri sindaci sotto assedio, come oggi nella città di Torino, o i tanti ministri che non hanno tenuto fede alle loro stesse promesse, a rispondere dei loro doveri e delle loro mancanze senza riversare su chi gliene chiede conto accuse di complotti, collusioni con le elite e il grande capitale. Borsette e cagnolini inclusi. Congratulazioni, dunque, anche a tutti i cittadini che a oggi, forse, possono tornare a mugugnare come è diritto e ruolo dei cittadini fare. Gli unici che perdono in questa partita, ahi noi, sono i soliti giornalisti. Corrotti pennivendoli, puttane, addirittura. Luigi Di Maio che ormai d’abitudine perde ogni freno sia quando ha un successo che quando ha un insuccesso – per dire, sia quando annuncia di aver sconfitto la povertà dal balconcino di Palazzo Chigi, sia quando qualcuno scopre che la Lega gli ha tolto il reddito di cittadinanza dalla finanziaria spostandone l’attuazione all’anno prossimo – ha avuto un’altra crisi ed ha minacciato di fare immediatamente la legge sugli editori impuri. Per punire insomma i padroni dell’editoria che evidentemente frenano il movimento. A parte che Di Maio dovrebbe piuttosto dirci se erano invenzioni le notizie sul caso Raggi. Non è stato considerato un reato, secondo i giudici, l’intervento a favore di Marra, ma non era una fake news, di sicuro. Ed era un fake anche la preoccupazione del quartiere generale pentastellato sulla condanna di Raggi? E le feroci critiche di incompetenza all’operato del sindaco romano non sono state formulate anche da esponenti dello stesso M5s? Ma va bene. Non vediamo l’ora di vedere la proposta di legge con cui M5s ristabilirà la verità (come quando ha sconfitto la povertà?) promuovendo una azione per rendere pura l’editoria. I giornalisti italiani si augurano da tanto tempo che l’editoria evolva in un sistema privo di conflitti di interessi. Questa legge dunque non e’ una minaccia. Ci auguriamo che Luigi ci lavori da subito. Sperando che stavolta almeno questo intervento se lo studi bene in maniera da non fare come con la nazionalizzazione delle Autostrade, con la Tap, forse con la Tav, e con l’Alitalia. Tutti casi in cui dopo tre mesi circa di studi ha denunciato l’impossibilità di fare quel che voleva fare. Personalmente sono curiosa di leggere – via legge, ovviamente – l’elenco dei buoni e dei cattivi editori. E di vedere elencati i conflitti di interessi. Da queste parti, da dove scrivo, sappiamo che il gruppo Gedi (ex Espresso) è nella lista dei cattivi, e poi? Non vedo l’ora di leggere l’elenco, appunto. La curiosità maggiore è quanto campo ha la definizione di conflitto di interessi: include banche, include tv private, intrecci societari, oltre al puro business? E, a proposito di business, come sarà considerata la guida di siti privati, via strumenti di informazione, su un movimento politico da cui si ricava sostegno economico? Chissà, magari alla fine anche in questo caso Luigi di Maio scoprirà che non può farci niente. Infine due righe per Di Battista. Chi scrive ha lavorato per otto anni, come free lance, senza giornali alle spalle, nelle stesse zone dove da alcune settimane gira il leader politico pentastellato. In quei paesi hanno lavorato decine di giornalisti, moltissimi italiani, quando la situazione era grave e difficile lavorare. E alcuni ci sono morti. Di Battista può insultare i giornalisti italiani ma dovrebbe evitare di usare quelle zone del mondo come sfondo fotografico esotico per la sua campagna elettorale. Quando ci lavoravo (dal 1980 al 1988, prego verificare) gente come lui veniva chiamata sandalisti, terzomondisti, neoimperialisti, voyeur del sottosviluppo. Sono sufficienti questi appellativi, Di Battista? Nessuno, di nessuna nazionalità, avrebbe osato fare di quei paesi ragione di autopromozione politica. Che è quello che il pentastellato sta facendo. Torna a casa, Di Battista, mettici la faccia sull’Italia e vieni a darci delle puttane di persona. Magari qualcuno ti prenderà, per una volta, sul serio.

Di Maio e la solita doppia morale dei 5 stelle.

Onestà? Legalità? Ma come fanno Di Maio ed il M5S ad avere il coraggio di invocarla? Scrive il 29 novembre 2018 Il Corriere del Giorno. All’epoca delle presunte irregolarità la ditta di famiglia era intestata alla mamma del vicepremier, Paolina Esposito che in quanto insegnante e dipendente pubblica, per legge non può ricoprire incarichi aziendali. Il padre del ministro al centro delle polemiche per le denunce di lavoro nero peraltro non era titolare di alcuna azienda. Antonio Di Maio padre di Luigi leader del M5S secondo le accuse delle IENE avrebbe fatto lavorare in nero degli operai. In realtà non è esattamente così. Infatti a voler essere precisi, è stata Paolina Esposito la madre del ministro Di Maio ad averlo fatto. Tutto ciò sarebbe ancora più grave in quanto la donna, è preside in una scuola pubblica napoletana e quindi incarna il ruolo di “pubblico ufficiale”, e facendo lavorare delle persone in “nero” oltre ad aver violato la legge, avrebbe anche omesso una delle regole fondamentali del dipendente pubblico, cioè l’ “esclusività”. Perché, salvo una deroga speciale, “i dipendenti della pubblica amministrazione non possono svolgere alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro” secondo quanto previsto e contenuto dall’articolo 58 del Decreto legislativo 29 del 1993. Cerchiamo quindi ricostruire la complicata storia degli “affari” della famiglia Di Maio. Come ben noto ai nostri lettori tutto è partito da un’inchiesta delle “Iene”, che hanno intervistato un operaio edile, Salvatore Pizzo, il quale ha dichiarato di aver lavorato in nero per l’azienda edile gestita dal padre del ministro, che si chiama Ardima Costruzioni. Circostanza questa che lo stesso Luigi Di Maio ha dovuto ammettere davanti al microfono e la telecamera dell’inviato Filippo Roma. Antonio Di Maio, classe 1950, padre dell’attuale ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, è nato e cresciuto a Pomigliano d’Arco, e non possiede alcuna azienda. Incredibile ma vero!  Dalla visura camerale effettuata da settimanale l’Espresso è venuto alla luce che il padre di Di Maio non ha intestate a suo nome azioni o quote di società. In passato è stato titolare e proprietario della Di Maio Antonio, una ditta individuale di Pomigliano, specializzata nella realizzazione di tetti, che è stata cancellata dal Registro delle imprese delle Camere di Commercio nel 1995.  Successivamente a partire dal 1997, è stato sindaco supplente del Consorzio Regionale di Edilizia Artigiana, che realizzava edifici residenziali, finito in liquidazione. Inoltre il padre del vicepremier a 5 stelle, ha anche qualche conto in sospeso con Equitalia, a cui dovrebbe versare la bellezza di 176 mila euro. La titolare dell’attività di famiglia e di alcuni terreni a Pomigliano d’Arco è infatti Paolina Esposito madre di Luigi Di Maio, la quale nel 2006 ha fondato la ditta individuale Ardima Costruzioni di cui era titolare firmataria, la quale nelle visure camerali viene qualificata come “piccola imprenditrice”. Alla fine del 2013 esattamente il 30 dicembre Paolina Esposito ha donato la proprietà della sua ditta individuale ai figli Luigi e Rosalba. L’Ardima costruzioni, risulta dichiarare soli 2 dipendenti, si occupa della demolizione di edifici e sistemazione del terreno, della posa in opera di coperture e costruzione di tetti, della tinteggiatura, posa in opera di vetri e in generale, di lavori edili di costruzione. Poichè la Ardima Costruzioni   non era una società di capitali, non aveva l’obbligo di depositare bilanci, quindi non è possibile sapere se godesse di buona salute o meno. A meno che Luigi Di Maio voglia esibire i bilanci e le dichiarazioni dei redditi che sinora sono misteriosi. Nello stesso tempo, la “Di Maio family” a marzo del 2012 ha costituito una seconda società, la ARDIMA Srl, di proprietà del ministro Luigi e della sorella Rosalba con quote paritetiche del 50 per cento ciascuno. La nuova società non ha soltanto lo stesso nome della ditta individuale della mamma, ma ha praticamente lo stesso oggetto sociale, cioè si occupa delle stesse identiche attività della ditta individuale Ardima Costruzioni intestata a mamma Esposito. A giugno del 2014 la ARDIMA Srl, cioè la nuova società costituita dal vicepremier e della sorella, acquisisce la ditta Ardima Costruzioni della madre, che così facendo cede ai figli Luigi e Rosalba un patrimonio di 80.200 euro, facendo aumentare il valore complessivo del capitale sociale della neo-costituita ARDIMA srl da 20.000 a 100.200 euro. In un primo momento amministratore unico della nuova società è Rosalba, la sorella di Luigi Di Maio, a cui a nel 2017 subentra, il fratello minore Giuseppe Di Maio (classe 1994). Ma il ruolo da amministratore unico dell’azienda di famiglia non sembra essere remunerativo: come già raccontato e documentato dal CORRIERE DEL GIORNO lo stesso Luigi Di Maio, nella sezione amministrazione trasparente di Palazzo Chigi, ha dichiarato che suo fratello Giuseppe Di Maio non ha percepito redditi nel 2017 ed aggiunto che “sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero”. Forse il 2017 è stato un anno complesso, visto che ad oggi l’azienda non ha ancora depositato il bilancio 2017. Ma come andava l’ARDIMA srl negli anni precedenti? Nel 2016 la società ha dichiarato poco più di 10.000 euro di utili, cioè il 5% su un giro d’affari di poco superiore ai 200 mila euro. Consultando online la documentazione depositata nel 2013 alla Camera dei Deputati, si evince che l’allora deputato Di Maio non aveva segnalato nell’apposita dichiarazione patrimoniale la sua partecipazione al 50 per cento nella Ardima. Omissione colmata però nel 2014. Occupiamoci di Paolina Esposito madre di Luigi di Di Maio. La signora è un dirigente scolastico statale, preside dell’Istituto Comprensivo “Giovanni Bosco” di Volla, provincia di Napoli,  dopo aver fatto dal 1980 la professoressa in Istituti scolastici di primo e secondo grado del circondario. Occorre seguire attentamente le date: dal 2001 al 2015 è stata docente di ruolo al Liceo “Imbriani” di Pomigliano d’Arco e, contestualmente titolare dell’azienda di famiglia. Tutto ciò in violazione della legge italiana che non lo permette. Infatti l’ articolo 60 del Decreto del Presidente della Repubblica del marzo 1957 e l’articolo 53 del Testo Unico del Pubblico Impiego (decreto legislativo n° 29 del 1993) stabilisce che i dipendenti pubblici non possono svolgere attività imprenditoriale, oppure assumere impieghi presso datori di lavoro privati, assumere cariche in società con scopo di lucro, esercitare attività di carattere commerciale o industriale e svolgere incarichi retribuiti non attribuiti dall’amministrazione di appartenenza. I dipendenti pubblici possono diventare imprenditori esclusivamente a patto di ottenere un’autorizzazione speciale dall’amministrazione di appartenenza. Ma si tratta di casi molto rari ed è assai difficile che la signora Paolina Esposito l’abbia ottenuto a suo tempo. Infatti per i lavoratori pubblici a tempo pieno   come la Esposito si presume che questi non abbiano il tempo necessario per svolgere un doppio lavoro senza compromettere l’efficienza dell’impiego pubblico: in questi casi si è in presenza di incompatibilità assoluta. Ricapitolando il tutto: la signora Paolina Esposito, è un’insegnante, è stata la titolare dell’azienda Ardima Costruzioni nel periodo in cui sarebbe stato denunciato l’abuso di lavoro nero. Se tutto questo trovasse conferma, la mamma del vicepremier Di Maio ha quindi violato le norme di legge in materia fiscale e contributiva, omettendo di versare imposte e contributi all’Erario, all’Inps e all’Inail, e tutto ciò a vantaggio del proprio patrimonio che, successivamente ha donato ai figli Luigi e Rosalba. Quindi Luigi Di Maio e la sorella Rosalba sarebbero di fatto, i reali “beneficiari” del lavoro in nero ed evasione fiscale svolto dall’ex azienda di mamma la quale, tecnicamente e legalmente, non avrebbe potuto ricoprire quell’incarico violando le norme sulla incompatibilità derivante dal suo ruolo di pubblico dipendente. E forse non è ancora finita...

Di Maio, sequestri dei vigili urbani nella proprietà del padre a Mariglianella, scrive il 29 novembre 2018 Il Corriere del Giorno. Un quadro di presunti abusi totalmente ignorato dal Comune di Mariglianella, fino all’accesso dei vigili urbani di questa mattina, suscitato dal clamore mediatico della vicenda guidata. L’amministrazione è guidata da Felice Di Maiolo, sindaco di centrodestra. Che, per inciso, è collega del papà di Di Maio, di cui conosceva anche i cantieri svolti nel suo comune. Questa mattina tre agenti della Polizia municipale accompagnati da responsabili dell’ufficio tecnico comunale e di un rappresentante della famiglia Di Maio, hanno effettuato delle verifiche nello stabile a corso Umberto 69 a Mariglianella (Napoli), dove si trova l’immobile di cui è comproprietario il padre del vicepremier Luigi Di Maio.   Al termine dei controlli i vigili hanno sequestrato le aree dove erano stati depositati illegalmente dei rifiuti abbandonati. Cinque tra immobili e capannoni, più un campetto di calcio. Tutto di proprietà di Antonio Di Maio, padre del leader politico del M5S, e di una sua sorella, Rosalba. Ma almeno su quattro di queste costruzioni gravano fondati sospetti di abusi edilizi. Su questi elementi saranno trasmessi in giornata gli atti e la relazione dalla polizia municipale di Mariglianella alla Procura di Nola, competente per territorio. Il comandante della Polizia municipale di Mariglianella ha riferito che sono ancora in corso gli accertamenti da parte dell’ufficio tecnico sugli immobili di proprietà dei Di Maio. Alla vista dei giornalisti, diverse persone hanno intimato ai cronisti di allontanarsi sostenendo che “Di Maio è l’orgoglio della nostra nazione”. “Fino a ieri nessuno conosceva Mariglianella, adesso siete tutti qua”, ha gridato un uomo all’ingresso della stradina che conduce al terreno, il cui accesso è in questo momento presidiato da una vettura della polizia municipale. Dal video realizzato dai colleghi Dario Del Porto e Conchita Sannino della redazione di Napoli del quotidiano La Repubblica si può notare, in alto a sinistra del cancello principale, l’edificio alto in grigio che dovrebbe essere “la casa dei nonni”, secondo le spiegazioni fornite dal vicepremier Luigi Di Maio in televisione. A destra dello stesso cancello, invece, ecco due costruzioni in muratura: una più piccola ancora molto grezza, l’altra in parte dipinta di rosa, che non risulterebbero censite e che risalgono ad un periodo successivo. In fondo, dietro attrezzi per l’edilizia ed altro materiale di risulta, ecco un altro immobile quasi tutto in lamiera ma non di quelli costruiti in modalità “temporanea”, e dunque anche per questo mancherebbe il titolo per la realizzazione. Ed anche il quinto manufatto, non visibile dalla strada, è stato censito solo oggi dai vigili. Alla destra dei vari immobili sorge poi un campetto di calcio, sempre di proprietà dei due Di Maio, sul quale si allenava la società dei piccoli calciatori del Mariglianella, pare senza corrispondere un canone di affitto. E neanche in quel caso, a qualcuno era venuto in mente di controllare la regolarità dei vari immobili. Un quadro di presunti abusi totalmente ignorato dal Comune di Mariglianella, fino all’accesso dei vigili urbani di questa mattina, suscitato dal clamore mediatico della vicenda guidata. L’amministrazione è guidata da Felice Di Maiolo, sindaco di centrodestra. Che, per inciso, è collega del papà di Di Maio, di cui conosceva anche i cantieri svolti nel suo comune. “Sì, certo è vero, facciamo lo stesso mestiere. In anni passati, ma molto addietro, so che lui ha lavorato qui da noi in zona. Per ristrutturazioni, case, progetti normali. Ma io onestamente non sapevo niente di questi terreni e queste costruzioni. Io ho appreso dai giornalisti che forse era del padre di Di Maio”, ha racconta il sindaco Di Maiolo a Repubblica. Circostanza a dir poco singolare considerato che Mariglianella è un piccolo comune di sole 8mila abitanti e che l’attuale Sindaco è stato a lungo in passato anche vicesindaco. Ora sono scattati i sigilli solo per alcune aree in cui erano stati depositati rifiuti da cantiere edilizio, da smaltire. La parola passa alla Procura. E Di Maio inizia a preoccuparsi.

Durante la causa per lavoro in nero Luigi Di Maio era già socio dell’azienda di famiglia, scrive il 28 novembre 2018 Il Corriere del Giorno. Il vicepresidente del Consiglio, Luigi Di Maio, nel 2014, quando era in corso la causa del dipendente dell’azienda di famiglia alla stessa società per regolarizzare la sua posizione a seguito del lavoro svolto in nero, era già socio dell’azienda di famiglia. Il procedimento in primo grado nel 2016 si è concluso. Ora si attende l’Appello. Il contenzioso tra un dipendente dell’azienda del padre di Luigi Di Maio, Antonio, e l’azienda stessa, era ancora presente nello stesso momento in cui il vicepresidente del Consiglio era diventato socio della stessa società. A renderlo noto questa volta è il Corriere della Sera, che ha messo in luce come un dipendente della Ardima Costruzioni di Antonio Di Maio e Paolina Esposito, genitori del leader politico del M5s, abbia fatto causa all’azienda per farsi riconoscere le ore lavorate in nero. In primo grado il lavoratore ha perso la causa, ma ha fatto ricorso in Appello. Il papà Di Maio a quel punto avrebbe proposto una mediazione per chiudere il contenzioso, ricevendo però il rifiuto da parte del dipendente che ha deciso di andare a giudizio in Appello. Ma per arrivare ad una sentenza si dovrà comunque attendere il 2020. Il contenzioso era ancora in corso nel 2014, quando la società è stata donata alla Ardima srl, i cui comproprietari sono Luigi Di Maio e la sorella Rosalba (entrambi soci al 50%), mentre il fratello Giuseppe ne è l’amministratore senza però stranamente ricevere alcun compendo. Di Maio ospite ieri sera   nel programma “Di Martedì” condotto da Giovanni Floris su La 7, ha spiegato che l’azienda è pronta a chiudere non avendo ormai più dipendenti. Il vicepresidente del Consiglio ha ribadito di non saper nulla dei lavoratori in nero nell’azienda gestita dal padre, ma solo oggi si è scoperto che in realtà era già diventato socio quando il contenzioso era ancora in corso. Resta quindi da verificare ed accertare se Luigi Di Maio sapesse o meno. A verificare la regolarità dei contratti lavorativi dei 4 lavoratori in nero scovati da “Le Iene” sarà l’Ispettorato del Lavoro, che dipende proprio dal ministero guidato da Di Maio. Il quale a questo punto dovrebbe avere il buon gusto di dimettersi e lasciare il Ministero del Lavoro.

Il processo per denuncia del dipendente. Il rapporto di lavoro di Domenico Sposito il dipendente che ha lavorato per la società della famiglia Di Maio è iniziato nel 2008 concludendosi nel 2011. La vicenda processuale dinnanzi al Giudice del lavoro ha avuto inizio, nel 2013 ed ha avuto un primo riscontro giudiziario nel 2016, cioè nello stesso momento in cui Luigi Di Maio era intestatario del 50% delle quote della Ardima srl mentre era anche il vicepresidente della Camera. Sposito ha chiesto di aver lavorato quotidianamente quattro ore con contratto regolare e quattro ore in nero, motivo per cui aveva chiesto la sua regolarizzazione contrattuale ed economica. Nel corso del processo il padre di Di Maio, interrogato dal giudice avrebbe detto, secondo quanto riporta il Corriere della Sera: “Preferiva ricevere un acconto a prodotto delle giornate effettivamente lavorate per 75 euro al giorno entro la prima decade, poi quando il consulente del lavoro ci portava la busta paga aveva il saldo. A lui veniva pagato tutto l’importo della busta paga più una somma in contanti pari alle giornate lavorate per 37 euro al giorno e ciò accadeva per esigenze personali e lavorative”. Affermazioni queste smentite da alcuni testimoni che non hanno confermato questa versione. Ma ciò nonostante questo, Sposito ha perso la causa in primo grado, preferendo ricorrere in secondo gradi in Appello piuttosto che accettare la transazione offertagli da Antonio Di Maio.

Luigi Di Maio ha fatto il pizzaiolo "in nero" per un anno a Pomigliano d'Arco, scrive il 29 novembre 2018 Il Corriere del Giorno. Lo ha scoperto casualmente il Fatto Quotidiano cenando nel nel ristorante dove Di Maio lavorò (in nero) tra il 2011 e il 2012. I gestori: “Tra di noi c’era un rapporto amichevole”. Dopo le polemiche conseguenti all’inchiesta delle Iene – che ha svelato che il padre di Luigi Di Maio avrebbe assunto dei dipendenti in nero – il Fatto Quotidiano ha portato alla luce anche un anno di lavoro da “non inquadrato” del futuro vicepremier alla pizzeria “La Dalila” di Pomigliano d’Arco, dove la scelta di pranzare in quella pizzeria per il giornalista si è rivela fortunata, ricca di sorprese e di notizie. Tra una margherita e una coca cola i colleghi del Fatto hanno scoperto dalla viva voce di chi serve ai tavoli, prepara le pietanze e tiene aperto il locale, che il vicepremier e ministro dello Sviluppo Economico ci ha lavorato per un anno, cioè fino a pochi mesi della sua elezione alla Camera, come cameriere “non inquadrato”, che da queste parti significa in nero. Ma non solo: ha regalato a questo piccolo ristorante la sua precedente attività di web master, aprendone e curandone il sito internet e la pagina Facebook “senza chiedere un euro: lo faceva a livello amichevole: era lui che faceva le foto delle pizze e le pubblicava”. Anche se fosse stato a livello amichevole, per legge, il lavoratore doveva essere regolarmente inquadrato e con una posizione aperta presso l‘INPS. La carriera di Di Maio in pizzeria sarebbe durata dall’estate del 2011 a quella del 2012.

Le Iene, orrore grillino contro Filippo Roma per l'inchiesta sul padre di Luigi Di Maio: "Ti ammazzo", scrive il 29 Novembre 2018 Libero Quotidiano. A Un Giorno da Pecora Rai Radio1 Filippo Roma, l'inviato de Le Iene, autore dell'inchiesta sul padre di Luigi Di Maio (che ha dato da lavorare in nero) ha raccontato gli ultimi sviluppi sulla delicata vicenda. Ci saranno novità sul caso? "Non lo sappiamo nemmeno noi, siamo in attesa di alcune risposte da parte di Di Maio". Come le è parso il vicepremier quando lo ha intervistato? "Mi è parso deluso dal papà, nell'intervista è emersa questa cosa del padre e del figlio che non si parlavano, uno storia che affonda le radici in un passato molto lontano e profondo". "Sui social i simpatizzanti del Movimento mi hanno sfondato", dice Roma, "riempiendomi di insulti di ogni tipo: da servo di Berlusconi e Renzi a se ti incontro per strada ti ammazzo o ti riempio di botte". Nessun complimento? "Per strada mi fanno i complimenti invece...". 

I seguaci grillini scatenati in Rete. Minacce all'operaio: "Pediniamolo". Sui social caccia a Salvatore Pizzo: "Quanto ti hanno dato le Iene?" Scrive Camilla Conti, Venerdì 30/11/2018, su Il Giornale. Mannaggia a Facebook. Dopo aver rilasciato l'intervista alle Iene per raccontare di aver lavorato a nero per papà Di Maio il povero Salvatore Pizzo da Pomigliano non ha avuto più pace. Il suo profilo social è stato preso d'assalto da concittadini inferociti, fan scatenati di Giggino che hanno messo l'elmetto da tastiera e sono scesi in trincea al grido «onestà, onestà». Chiesta, però, non a vicepremier che per loro è onesto a prescindere. Ma a Salvatore Pizzo (mannaggia pure ai cognomi) e alla di lui consorte, Antonella. Colpevole di fare biscotti e torte in casa per poi venderle su ordinazione con tanto di profilo Facebook, cancellato qualche giorno fa. «Emana fattura ogni volta che consegna dolci? Paga le tasse per il lavoro che svolge? o lavora a nero?», chiede la signora Silvana. «Bisogna andare al negozio a fare le poste!», risponde Rosanna che vuole addirittura pedinare i coniugi Pizzo. E comunque della pagina Facebook con le torte Rosanna ha «conservato tutto, anche il cellulare per le prenotazioni», perché lei una cosa sola vuole sapere: «ma la partita Iva ce l'ha?». Il sussulto di giustizialismo fiscale scuote il web: tale Silvana chiede il nome della pizzeria dove lavora Salvatore «per vedere se lavora ancora a nero». Ed ecco che torna Rosanna, che ha già trovato l'indirizzo: «Bisogna andare a controllare alla pizzeria La Coccinella di Pomigliano D'Arco per vedere se lavora lì e se è in regola, Non vorrei che facesse le pizze a nero... via Giuseppe Verdi, 51». Ancora più pratica la signora Donatella che esordisce con un «mandiamogli la Finanza!». Intanto il povero Pizzo posta foto di cani abbandonati in cerca di adozione e si ritrova con decine di commenti avvelenati, molti in dialetto campano. Attenzione, non si tratta di «troll» o di «bot» sguinzagliati dall'algoritmo di Casaleggio. L'esercito contro il Pizzo ha nomi e cognomi, sono persone vere. Molte donne. E aspiranti Jessica Fletcher. Le signore in Giallo partono da un indizio: perché Pizzo ha parlato dopo nove anni? «È così disgustato da questa ipocrisia 5 stelle che a maggio faceva campagna elettorale per il Movimento», scrive ancora Rosanna postando anche le prove (una foto di Pizzo con i figli e l'hashtag #ilmiovotoconta) e linkando Selvaggia Lucarelli sperando, forse, di finire citata sul Fatto Quotidiano. Ecco quindi il complotto: «Non è che ha chiesto qualche favore, che come si sa il Movimento non fa, abbia deciso di vendicarsi? E poi che colpa poteva avere Luigi in questa storia ed è palese che si vuole colpire lui. Questa è la bassezza della politica ed è evidente che c'è qualcuno dietro a questo atto», risponde Domenico. Ma c'è anche ci segue altre piste. Pizzo ha preso i soldi dalle Iene? Il signor Giuseppe evoca addirittura il Pacciani e scrive: «Caro operaio in nero pagherai insieme ai tuoi amici di merende, per un briciolo di notorietà del cazzo, per aver accettato di lavorare in nero perché ti faceva comodo anche a te non pagare l'Irpef vero? Quanto ti hanno pagato quelli delle Iene per raccontare le tue stronzate?». Su Facebook, nelle informazioni generali del profilo, Salvatore Pizzo scrive ora di vivere a Los Angeles. Ma l'esercito di Giggino e le Signore in Giallo lo troveranno anche lì. Perché, gli ricorda Luciana, «chi nasce mappina non diventerà mai foulard».

Ecco le buste paga di Di Maio: niente lavoro nero. Il vicepremier e ministro del Lavoro pubblica i documenti dopo lo scoop delle Iene sui lavoratori senza contratto nella ditta del padre. Ma restano dubbi, scrive Eleonora Lorusso il 29 novembre 2018 su Panorama. Il tentativo è quello di mettere a tacere la bufera scatenata dopo il programma Le Iene su presunti lavoratori “in nero” nella ditta del padre di Di Maio. Ora il vicepremier ha pubblicato le proprie buste paga sul Blog delle Stelle, con un link che rimanda ai “documenti che dimostrano” la sua regolare assunzione nella ditta del padre. “Trovate tutto in questo file” ha spiegato il ministro del Lavoro.

Le buste paga. Nel documento al link si trova la lettera di assunzione di Di Maio relativa a un contratto di lavoro a tempo determinato, dal 27/02/2008 al 27/05/2008. Tre mesi di lavoro per la matricola n. 1/00004 presso l’azienda di famiglia con sede in via Ugo Ricci a Napoli. Il vicepremier all’epoca era inquadrato inizialmente come “operaio”, poi come “manovale”, con un livello 1. Si tratta di un contratto di lavoro nel settore EDILIZIA, Piccole e Medie Imprese, con una retribuzione di 632,99 euro (minimo), 513,46 per contingenza, 10,33 (E.D.R), ai quali si sommavano 150, 51 euro per Indennizzo territoriale. Totale: 1.348,81 euro mensili lordi per 40 ore settimanali. Il documento prevede anche ferie e permessi retribuiti come da contratto nazionale di categoria. Compresi in busta paga anche indennità di mensa e di trasporto.

La lettera di Di Maio. Sul Blog delle Stelle, organo “ufficiale” del pentastellati, il vicepremier ha voluto spiegare le proprie ragioni così: “Oggi, come promesso, pubblico i documenti che dimostrano l’assunzione nell’azienda di mio padre e le relative buste paga per il periodo di lavoro. Trovate tutto in questo file. Pubblico nuovamente, viste le menzogne che circolano, le mie dichiarazioni patrimoniali e di reddito da quando sono parlamentare e da quando sono ministro. Per visionarle sarebbe sufficiente accedere al sito della Camera, ma per comodità le carico su un file a parte scaricabile qui. Potrete vedere come la mia quota di partecipazione senza funzioni di amministratore o sindaco nella società Ardima sia sempre stata regolarmente dichiarata a partire dal 2014. A dimostrazione ulteriore che i fatti denunciati non riguardano il periodo in cui sono socio dell’azienda". Di Maio, dunque, punta a fugare anche il dubbio di avere avuto una quota di partecipazione societaria, nella ditta di famiglia non dichiarata, nel curriculum ufficiale.

Caso chiuso? La mossa di Di Maio ha lo scopo di mettere a tacere le polemiche sollevate dal programma tv Le Iene, ai cui microfoni un lavoratore della ditta di Di Maio senior ha dichiarato di aver lavorato per anni senza contratto, aggiungendo che, in occasione di un infortunio, gli sarebbe stato chiesto il silenzio sostenendo di essersi fatto male a casa. Ma la bufera non è finita. Debora Serracchiani (Pd) ha presentato un’interrogazione parlamentare, sottoscritta da altri dem, nella quale chiede se il ministro del Lavoro intenda rendere pubblica l’intera documentazione inerente al suo rapporto di lavoro con la Ardima Costruzioni, "con particolare riguardo all’estratto conto contributivo, nonché chiarire se nel corso degli anni dal 2008 al 2013 sia stato percettore di trattamenti di indennità legati allo stato di disoccupazione”.

Il giallo dell’immobile “fantasma” e l’estratto contro contributivo. Tra le carte pubblicate dal vicepremier manca, infatti, l’estratto contro contributivo. Ma la decisione di pubblicare le buste paga da parte di Di Maio ha lasciato alcuni punti in sospeso, ad esempio la verifica su quanto dichiarato dal lavoratore intervistato dalle Iene, a cui sono seguite altre tre dichiarazioni da parte di altrettanti lavoratori che sarebbero stati impiegati “in nero” nell’azienda del padre di Di Maio. A chiedere chiarezza è stata anche la segretaria della Cgil, Susanna Camusso, secondo cui il ministro del Lavoro ha “il dovere istituzionale di mandare gli ispettori a verificare la situazione, perché solo su quella base potranno essere dati giudizi”. Resta poi il “giallo” del presunto immobile “fantasma”, ossia quello sorto su terreno a Pomigliano di proprietà della famiglia Di Maio. Ad accendere i riflettori è stata un’altra inchiesta della stampa, questa volta firmata da Il Giornale. Secondo il quotidiano l’edificio “non risulta censito nel database dell’Agenzia del Territorio (ex catasto)” e servirebbe come magazzino per la ditta del vicepremier, come dimostrerebbe la presenza di attrezzi in uso in campo edile.

La società di famiglia. Al centro dell’attenzione anche la composizione societaria della Ardima di Paolina Esposito, la ditta di famiglia con sede a Mariglianella (Na). È nata nel 2006, gestita dal padre e intestata alla madre di Di Maio. Il ministro del Lavoro è socio al 50% con la sorella Rosalba della Ardima Srl nata nel 2012 a Pomigliano d’Arco, dunque dopo le presunte irregolarità. Si tratterebbe, quindi, di due società differenti, seppure con un legame dato dai soggetti coinvolti e in particolare dal fatto che la prima azienda è stata donata dalla madre di Di Maio ai figli. Dal 2014 la ditta di Luigi e Rosalba aumenta il capitale fino a 100 mila euro. Avrebbe un parco mezzi che conterebbe su una betoniera, un autocarro, quattro perforatori, due elevatori, un banco sega, trapani, flex, ponteggi e altri attrezzi utili a effettuare lavori edilizi.

Pure mammà in conflitto d'interessi. Titolare dell'azienda, ma insegnava. Da dipendente pubblica non poteva fare anche l'imprenditrice, scrive Francesca Angeli, Venerdì 30/11/2018, su "Il Giornale".  Nell'intricato caso della famiglia Di Maio entra in scena da protagonista un nuovo personaggio ovvero la mamma del vicepremier Luigi, Paolina Esposito. Con un coup de théâtre si scopre che non sarebbe stato papà Antonio a far lavorare in nero alcuni operai perché la titolare dell'azienda edile Ardima in realtà era la mamma, Paolina Esposito. E dunque alla questione del nero se ne aggiungerebbe un'altra, altrettanto imbarazzante, per il ministro dello Sviluppo Economico. La signora Di Maio nello stesso periodo in cui era al timone della società era pure insegnante a tempo pieno presso il liceo Imbriani di Pomigliano d'Arco. E un dipendente pubblico assunto a tempo pieno, come appunto sicuramente è un insegnante di ruolo, è soggetto al vincolo dell'esclusività e dunque ad una serie di divieti relativi all'esercizio di altre attività lavorative. Certamente non può svolgere attività imprenditoriale; non può svolgere impieghi alle dipendenze di privati; non può cumulare impieghi pubblici; non può ricoprire la carica di presidente o amministratore in società di capitali. Si può ipotizzare che sia stata richiesta una deroga che però difficilmente potrebbe essere stata concessa a meno che il dipendente non lavorasse part-time. A sollevare la questione è Anna Ascani, deputata del Partito Democratico che dalla sua pagina Facebook fa notare che nella ricostruzione della vicenda dell'impresa dei Di Maio qualcosa non torna. «La ditta individuale, prima di diventare una Srl, confluendo in quella dei fratelli Luigi e Rosalba - scrive la Ascani sui social - era intestata alla madre Paolina, che infatti firmava i contratti di assunzione, compreso quello di Luigi che, diversamente dagli altri poveretti, era in regola». La Ascani che segue le tematiche del mondo della scuola evidenzia che «la signora Esposito in quegli anni era insegnante di ruolo di Italiano e Latino in una scuola statale come lei stessa scrive nel suo curriculum reperibile online». Nel frattempo la madre di Di Maio si è spostata e ricopre il ruolo di dirigente scolastica presso l'Istituto comprensivo San Giovanni Bosco in provincia di Napoli. Ma la legge è chiarissima sull'incompatibilità. Il decreto legislativo 297 del '94 (che recepisce il Dpr 3 del '57) stabilisce tra l'altro che docenti, direttori didattici e presidi non possono «esercitare attività commerciale, industriale e professionale» né «assumere e mantenere impieghi alle dipendenze dei privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro». Dunque la Ascani chiede al ministro Di Maio «di fare chiarezza anche su questo».

L'azienda Di Maio? È della madre. Che per legge non potrebbe ricoprire incarichi privati. Il padre del ministro al centro delle polemiche per le denunce di lavoro nero non era titolare di alcuna azienda. Lo confermano i documenti ufficiali consultati da L'Espresso. All'epoca delle presunte irregolarità la ditta di famiglia era intestata alla mamma del vicepremier, Paolina Esposito. Che in quanto insegnante e dipendente pubblica, per legge non può ricoprire incarichi aziendali, scrive Gloria Riva il 29 novembre 2018 su "L'Espresso". Il padre di Luigi Di Maio avrebbe fatto lavorare in nero degli operai. Non è vero. A voler essere precisi, è la madre di Di Maio ad averlo fatto. Il fatto sarebbe ancora più grave perché la donna, che è preside in una scuola pubblica napoletana e quindi incarna il ruolo di pubblico ufficiale, oltre ad aver violato la legge facendo lavorare in nero delle persone, avrebbe omesso una delle regole fondamentali del dipendente pubblico, cioè l'esclusività. Perché, salvo una deroga speciale, «i dipendenti della pubblica amministrazione non possono svolgere alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro», dice l'articolo 58 del Decreto legislativo 29 del 1993. Ma andiamo con ordine e ricostruiamo la complicata storia della Di Maio Industry. Tutto è partito da un'inchiesta delle Iene, che hanno intervistato un uomo, Salvatore Pizzo, che ha dichiarato di aver lavorato in nero per l'azienda edile del padre del ministro, che si chiama Ardima. Il padre dell'attuale ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, si chiama Antonio Di Maio, classe 1950, nato e cresciuto a Pomigliano d'Arco, che non possiede alcuna azienda. Proprio così. Dalla visura camerale effettuata da l'Espresso si scopre che Di Maio padre non ha azioni o quote di società. In passato è stato titolare firmatario della Di Maio Antonio, una ditta individuale di Pomigliano, specializzata nella realizzazione di tetti, che è stata cancellata nel 1995. Ed è stato, a partire dal 1997, sindaco supplente del Consorzio Regionale di Edilizia Artigiana, che realizzava edifici residenziali, finito in liquidazione. Inoltre ha un conto in sospeso con Equitalia, a cui dovrebbe versare 176 mila euro. La titolare dell'attività di famiglia e di alcuni terreni a Pomigliano d'Arco è invece Paolina Esposito. Ovvero la madre di Luigi Di Maio, che nel 2006 ha fondato l'impresa individuale Ardima Costruzioni diventandone titolare firmatario, tanto che nelle carte camerali viene qualificata come piccola imprenditrice, Il 30 dicembre 2013 dona la proprietà dell'azienda ai figli Luigi e Rosalba. L'Ardima costruzioni, che ha due soli dipendenti, si occupa della demolizione di edifici e sistemazione del terreno, della posa in opera di coperture e costruzione di tetti, della tinteggiatura, posa in opera di vetri e in generale, di lavori edili di costruzione. Poichè non è una società di capitali, la Ardima non ha l'obbligo di depositare bilanci, quindi non è dato sapere se goda di buona salute o meno. Parallelamente, la Di Maio family crea a marzo 2012 una seconda società, la Ardima Srl, di proprietà del ministro e della sorella Rosalba in egual misura (50 per cento ciascuno). L'azienda non solo ha lo stesso nome, ma ha praticamente lo stesso oggetto sociale, cioè si occupa delle stesse attività della Ardima costruzioni intestata a mamma Esposito. A giugno 2014 la Ardima Srl, quella del vicepremier e della sorella, acquisisce la ditta della madre, che cede un patrimonio di 80.200 euro ai figli, facendo quindi salire il valore complessivo del capitale sociale della nuova Ardima a 100.200 euro. Inizialmente Rosalba è amministratore delegato della nuova società, ma nel 2017 gli subentra Giuseppe, il fratello minore (classe 1994). Tuttavia quel ruolo da amministratore unico dell'azienda di famiglia non sembra essere particolarmente remunerativo: lo stesso Luigi Di Maio, nella sezione amministrazione trasparente, dichiara che il fratello Giuseppe Di Maio nel 2017 non ha percepito redditi e aggiunge che «sul mio onore affermo che la dichiarazione corrisponde al vero». Forse il 2017 è stato un anno complesso, visto che ad oggi l'azienda non ha ancora depositato il bilancio 2017. E negli anni precedenti? Nel 2016 l'azienda ha dichiarato poco più di dieci mila euro di utili, per un giro d'affari di poco superiore ai 200 mila euro. Tra l'altro, dalla documentazione depositata alla Camera, si scopre che nel 2013 l'allora deputato Di Maio non ha segnalato nell'apposita dichiarazione patrimoniale la sua partecipazione al 50 per cento nella Ardima. Lacuna colmata l'anno successivo. Ma torniamo alla madre di Di Maio. Paolina Esposito è un dirigente scolastico, preside dell'Istituto Comprensivo Giovanni Bosco di Volla, provincia di Napoli, e fin dal 1980 professoressa in Istituti scolastici di primo e secondo grado del circondario. In particolare dal 2001 al 2015 è stata docente di ruolo al Liceo Imbriani di Pomigliano d'Arco e, nello stesso periodo, è stata titolare dell'azienda di famiglia. Eppure la legge italiana non lo permette. L'articolo 60 del Decreto del Presidente della Repubblica del marzo 1957 e l'articolo 53 del testo unico del pubblico impiego (decreto legislativo 29 del 1993) stabilisce che i dipendenti pubblici non possono svolgere attività imprenditoriale, oppure assumere impieghi presso datori di lavoro privati, assumere cariche in società con scopo di lucro, esercitare attività di carattere commerciale o industriale e svolgere incarichi retribuiti non attribuiti dall'amministrazione di appartenenza. I dipendenti pubblici possono diventare imprenditori solo a patto di ottenere un'autorizzazione speciale dall'amministrazione di appartenenza. Ma si tratta di casi rari ed è molto difficile che Paolina Esposito l'abbia ottenuto. Infatti per i lavoratori pubblici a tempo pieno – come lo è Esposito - si presume che questi non abbiano il tempo necessario per svolgere un doppio lavoro senza compromettere l'efficienza dell'impiego pubblico: in questi casi si parla infatti di incompatibilità assoluta. Riassumiamo: Paolina Esposito, che è un'insegnante, è stata la titolare dell'azienda Ardima nel periodo in cui sarebbe stato denunciato l'abuso di lavoro nero. Se questo fosse confermato, avrebbe quindi violato le norme di legge in materia fiscale e contributiva, sottraendo imposte e contributi all'Erario, all'Inps e all'Inail a vantaggio del proprio patrimonio che, successivamente, è stato donato ai figli Luigi e Rosalba. Dunque, Luigi di Maio e sorella sarebbero i veri beneficiari del lavoro sporco fatto dall'ex azienda di mamma che, tecnicamente, non avrebbe potuto ricoprire quell'incarico. La docente e madre del ministro, infatti, avrebbe violato le norme sulla incompatibilità derivante dal suo ruolo di pubblico dipendente.

Papà Di Maio scagiona il figlio: "Luigi non sapeva nulla". In una intervista al Corriere della sera ammette i lavoratori in nero, ma aggiunge: "Abbiamo sempre detto ai nostri figli che era tutto in regola", scrive il 30/11/2018 Huffington Post. Il papà a difesa del figlio, conscio del cataclisma politico che lo sta colpendo. "Le mie responsabilità non possono ricadere sui miei figli". In una lunga intervista al Corriere della sera Antonio Di Maio spiega come, a suo dire, sono andate le cose su terreni, lavoratori in nero e altro. "Stanno cercando di colpirlo - dice papà di Maio - ma lui non ha la minima colpa". Sui lavoratori in nero, da lui ammessi dice: "Come papà ho sempre cercato di tutelare la mia famiglia. Sono pronto a rispondere dei miei errori. Ma dovete lasciar stare la mia famiglia, i miei figli che non c'entrano nulla con tutto questo. Quando si commettono degli errori li si nasconde ai propri figli perché si ha paura che possono perdere la stima nei tuoi confronti. Io volevo che i miei figli fossero orgogliosi del loro papà. E ora non so se è così ed è la cosa che mi fa più male. Abbiamo sempre detto ai nostri figli che era tutto in regola". Quanto al contratto di Luigi Di Maio nel 2008 il papà dice: "Ha lavorato per l'azienda di famiglia da febbraio a maggio 2008 regolarmente contrattualizzato: d'estate qualche volta mi accompagnava al cantiere". Ma la cosa principale a cui tiene papà di Maio è la pulizia morale del figlio: "Non si è sottratto alle domande, non ha fatto nulla per favorirmi o nascondere fatti e ha fatto bene. Lo conosco, è mio figlio, non avrebbe potuto avere altro comportamento perché è una persona onesta".

L’ipocrita Di Maio. La colpa dei padri non ricade sui figli, ma vale solo per lui.

Candidato sindaco col nipote di Provenzano, la foto imbarazza Di Maio: "Non andrò a Corleone". Candidato sindaco col nipote di Provenzano, la foto imbarazza Di Maio: "Va espulso". Il vicepremier: "Non vado a Corleone. Un ministro, lo Stato, non può partecipare a un comizio dopo un appello al dialogo con i mafiosi". Pascucci, aspirante primo cittadino del M5S: "Sto valutando il ritiro", scrive Daniele Ditta il 23 novembre 2018 su Palermo Today. Il vicepremier Luigi Di Maio stasera non parteciperà al comizio finale del candidato sindaco del M5S di Corleone Maurizio Pascucci, finito nell'occhio del ciclone dopo la foto pubblicata su Facebook col nipote di Provenzano. La rinuncia pochi minuti dopo l'atterraggio a Punta Raisi. Di Maio, con un video diffuso sulla sua fanpage di Facebook, ha comunicato la sua decisione. "Mi dispiace - ha detto rivolgendosi agli elettori del M5S di Corleone - ma stasera non ci sarò. Anche se mi avrebbe fatto piacere. Poco fa ho aperto lo smartphone e tra le news c'era la notizia del nostro candidato sindaco M5S che voleva aprire al dialogo con i parenti dei mafiosi. Questa dichiarazione fa il paio con la foto sua con il nipote del boss Provenzano, uno dei capi della mafia stragista degli anni '80 e '90. Sono sicuro che foto e dichiarazioni siano state fatte in buona fede, ma è il concetto ad essere pericolosissimo. Non posso correre il rischio che un ministro, lo Stato, partecipi ad un comizio elettorale dopo un appello al dialogo con i mafiosi". Pascucci si è lasciato immortalare con Salvatore Provenzano, nipote di Binnu 'u tratturi, nel bar che a Corleone gestisce con la moglie. "Un buon caffè con Salvatore. Delusione per i maldicenti..." questo il commento di accompagnamento. L'istantanea ha sollevato un vespaio di polemiche. Per il ministro Di Maio "se ti fai una foto col nipote di Provenzano stai comunicando qualcosa - anche involontariamente - a quelli lì. I voti di quelli non li vogliamo e ci fanno schifo". Un vero e proprio terremoto politico, tanto da mettere in discussione la candidatura di Pascuccia. "Il ritiro della mia candidatura? Sto valutando. Tra un po' mi incontrerò con il mio staff e decideremo tutti insieme", ha detto Pascucci all'AdnKronos. "Chiedo scusa a Di Maio, ma quella foto con il nipote di Provenzano è stata concordata con lo staff e il deputato di riferimento di Corleone (Giuseppe Chiazzese, ndr). E' stata frutto di una scelta precisa, perché volevamo dare un segnale e non per chiedere i voti dei mafiosi, anzi per evidenziare la presa di distanza del nipote di Provenzano dalla mafia". Pascucci, dopo aver visto il video del vicepremier Di Maio, ha parlato di "incomprensione". E ha ribadito: "Io non li voglio i voti dei mafiosi e lo dirò al comizio stasera. Sono a Corleone da 14 anni e combatto contro la mafia e i mafiosi, quindi mai e poi mai posso pensare di arrivare a un compromesso con loro. Il fatto è molto semplice - ha provato a spiegare Pascucci - ci sono dei parenti di mafiosi condannati che prendono le distanze dai loro congiunti e non è giusto che questi parenti siano esclusi per tutta la loro vita dalla comunità. Solo a questa condizione, se loro prendono le distanze dai loro congiunti che hanno commesso dei reati gravissimi penso che si possa aprire con loro un dialogo per farli uscire da una dinamica che li colpevolizza in quanto i parenti dei mafiosi non hanno commesso dei reati". Pascucci non ha ancora parlato con Di Maio, che stasera incontrerà alcune categorie di lavoratori in difficoltà, mentre domani visiterà lo stabilimento della Fincantieri e farà un meeting con un centinaio di imprenditori. "Spero - ha concluso - di incontrarlo domani a Palermo". Un addio al M5S? "No, nessuna rottura. Io mi scuso con Di Maio e con i cittadini che hanno pensato che io volessi i voti dei mafiosi". Visto che, malgrado le scuse, Pascucci ha organizzato il comizio, Di Maio ha annunciato sanzioni: "Lo denunceremo ai probiviri, va espulso dal M5S. Qualora qualcuno della lista fosse eletto, gli verrà subito ritirato il simbolo. Sulla mafia - ha concluso Di Maio - non è concesso neppure peccare d'ingenuità da parte di chi si candida a ricoprire cariche pubbliche. Non ci aspettavamo questa arroganza. Non è un comportamento da Movimento 5 Stelle e come tale deve essere sanzionato immediatamente". Preoccupazione è espressa dalla Camera del Lavoro di Corleone. "Fermo restando che la lotta alla mafia non si fa emarginando i parenti dei mafiosi ma condividendo con chiunque i valori di giustizia e legalità, la scelta di Pascucci appare preoccupante perché il tema dei rapporti con la mafia doveva essere affrontato sia da lui che dai suoi avversari in modo del tutto diverso e con modalità più serie - dice Cosimo Lo Sciuto, segretario della Camera del Lavoro - La città di Corleone ritorna al voto dopo due anni di commissariamento per mafia. Solo questo avrebbe dovuto spingere chi si è candidato alla guida della città a prendere delle posizioni nette e inequivocabili contro il sistema mafioso ancora presente nella nostra realtà. Purtroppo, si è parlato più di pacchetti di voti che di programmi o di ripudio della mafia. Riteniamo gravissima la scelta del vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio di non essere presente a Corleone, ricordandogli che prima di essere capo politico di un partito è uno dei massimi rappresentanti dello Stato. Parlando di mafia, Di Maio avrebbe dovuto dismettere i panni dell’uomo di partito e da uomo delle istituzioni assicurare vicinanza ai cittadini corleonesi, stanchi di essere etichettati come mafiosi, e garantire vigilanza, possibilmente incontrando tutti i candidati. L’antimafia non va fatta solo nelle stanze del governo, ma soprattutto nei territori che questa situazione la vivono. La nostra non può solo essere terra di consensi".  "Ricordiamo al vicepresidente del Consiglio Di Maio che la legalità e l'antimafia non si praticano lasciando spazio ai concetti e alle interpretazioni e riteniamo che con le sue dichiarazioni abbia offeso gente che quotidianamente lotta per scrollarsi di dosso etichette, figlie di una storia triste come quella che riguarda Corleone. Dispiace dover constatare che ancora una volta questo paese, in barba ai proclami elettorali che urlano al cambiamento, risulti essere anche vittima di abbandono di Stato".

Corleone, Di Maio e la morte del garantismo, scrive Domenico Ferrara il 24 novembre 2018 su "Il Giornale". I fatti ormai sono noti. Maurizio Pascucci, candidato sindaco M5s a Corleone, dichiara di voler “aprire un dialogo coi parenti dei mafiosi” perché “spesso un condannato per mafia coinvolge tutta la famiglia e i parenti vengono individuati anche loro come colpevoli”. Poi posta su Facebook una foto che lo ritrae con il nipote di Provenzano. Su di lui scoppia la bufera, Di Maio annulla il comizio nella città de Il Padrino e minaccia l’espulsione di Pascucci dal Movimento. Sul caso però a mio avviso sono stati commessi errori e c’è tanta ipocrisia. E sintetizzo il tutto con delle domande e delle considerazioni.

1) Pascucci ha motivato le sue dichiarazioni basandosi sul fatto che il nipote di Provenzano è incensurato e ha preso le distanze dai fatti sanguinosi commessi dalla mafia. Ma allora perché rimarcare pubblicamente la volontà di dialogare con lui? Se è un cittadino come gli altri, perché evidenziare in una intervista a un quotidiano di voler riaprire il dialogo coi parenti dei mafiosi e non, per esempio, di volerlo riaprire con gli agricoltori over 60? L’errore è stato proprio questo, l’aver riposto maggiore attenzione a una fetta di potenziali elettori, quasi a voler conferire loro una superiorità di considerazione rispetto agli altri, differenziandoli da tutto il resto della popolazione.

2) Di Maio, invece di attaccare la stampa cattiva, dovrebbe ringraziarla perché è stata proprio la stampa cattiva a dargli la possibilità di conoscere l’accaduto. E questa per lui potrebbe essere l’occasione per migliorare dai propri errori.

3) Di Maio, però, piuttosto che scatenare la sua rabbia sui social, avrebbe dovuto, almeno per coerenza, andare al comizio di Corleone e ribadire lì in pubblico la sua dura condanna verso il candidato e verso la mafia e tutto il mondo che le ruota attorno. Quello sì che sarebbe stato un segnale concreto. Invece, rimanendo nell’ambito dei social e non scendendo sul territorio, ha di fatto abbandonato il suo candidato bollandolo come colluso per una dichiarazione e per una foto con un incensurato.

4) Un altro errore è stato quello di criminalizzare ed esporre al pubblico ludibrio una persona, Salvatore Provenzano, che, almeno fino al momento, è un cittadino incensurato che gode degli stessi diritti civili e politici di cui gode il vicepremier. “Sono sicuro che la foto e la dichiarazione sono state fatte in buona fede ma il concetto è pericolosissimo. I voti di quelli non li vogliamo e ci fanno schifo. Faremo piazza pulita dei corrotti e dei mafiosi”, ha dichiarato Di Maio. Ma nella foto incriminata non c’è nessun corrotto e nessun mafioso. Altrimenti bisognerebbe ghettizzare i parenti dei mafiosi (fino al primo, secondo, terzo grado?), privarli di ogni diritto e condannarli a vita solo per il cognome che portano. E sarebbe la morte del garantismo.

5) Tempo fa Di Maio è finito nella bufera per una foto del 2016 scattata a Cesa, in provincia di Caserta, in cui compariva accanto a Salvatore Vassallo, inquisito per traffico illecito di rifiuti e fratello di Gaetano, pentito del clan dei Casalesi. Il grillino si è giustificato dicendo che erano stati gli attivisti a portarlo a cena in quel ristorante e che non sapeva chi fosse quell’uomo. Bene. Ma Di Maio è finito alla gogna lo stesso. Come ci è finito Salvatore Provenzano. Ma come non è colpevole il grillino non lo è nemmeno il parente del boss.

Ma se si seguissero i principi cari all’estremizzazione del giustizialismo pentastellato allora si dovrebbero chiedere le dimissioni anche di Di Maio.

Lavoro nero nella ditta del padre di Di Maio, la denuncia delle Iene. La replica: "E' vero, consegnerò i documenti". La trasmissione Mediaset ricostruisce la vicenda di Salvatore Pizzo, ex dipendente dell'azienda edile del padre del ministro del Lavoro. Il vicepremier: "Mio padre ha fatto degli errori", scrive Carmine Saviano il 25 novembre 2018 su "La Repubblica". Casi di lavoro nero nella ditta del padre del ministro del Lavoro. Emerge tutto in un servizio de Le Iene andato in onda durante la trasmissione di domenica. Parte tutto dalla denuncia di Salvatore Pizzo, di Pomigliano d'Arco, ex dipendente della ditta edile della famiglia di Luigi Di Maio. Che denuncia di aver lavorato in nero per due anni, tra il 2009 e il 2010 e che a pagarlo era Antonio Di Maio. Non solo. Pizzo racconta anche di un suo infortunio sul lavoro "coperto" dal padre del vicepremier. Che gli avrebbe consigliato di non denunciare l'accaduto per non incorrere in sanzioni. E la trasmissione di Mediaset ha anche richiesto un commento al capo politico del Movimento 5 Stelle. Di Maio nega ogni personale coinvolgimento, si dichiara all'oscuro dei fatti e promette di verificare immediatamente la veridicità delle affermazioni di Salvatore Pizzo. I fatti, precisa il programma di approfondimento di Italia 1 nella puntata in onda questa sera, risalgono a un periodo antecedente di due anni a quando Luigi Di Maio è diventato proprietario al 50% dell'azienda di famiglia, impresa in cui lo stesso attuale vicepremier ha lavorato per un periodo come operaio. Subito dopo la messa in onda del servizio arriva la replica del vicepremier. Affidata a un post su Facebook. Ammette l'errore. E prende le distanze dal padre: "Mio padre ha fatto degli errori nella vita e da questo comportamento prendo le distanze, ma resta sempre mio padre. Ancora: "A maggior ragione - aggiunge- se, come ho detto nel servizio, abbiamo anche avuto un rapporto difficile, che sono contento sia migliorato negli ultimi anni. Come sempre, manterrò gli impegni presi e domani consegnerò a Filippo Roma i documenti su questa vicenda in particolare, che intanto ho chiesto di procurare a mio padre, e faremo tutte le verifiche che servono su quanto raccontato da Salvatore nel servizio”.

Luigi Di Maio 25 novembre 2018. "Avrete visto il servizio delle Iene. E avrete visto anche la mia intervista. Come sapete, in tutti questi anni, alle Iene abbiamo sempre dato il massimo della disponibilità, non abbiamo chiesto di non mandare in onda servizi, a differenza di altri; non abbiamo mai chiesto alcun trattamento di favore e quando ci hanno rivelato qualcosa di importante li abbiamo ringraziati. Il caso di stasera riguarda un lavoratore che 8 anni fa ha lavorato in nero per mio padre. Sono contento che Salvatore - l’operaio - abbia trovato il coraggio di denunciare pubblicamente dopo 8 anni. Ho letto dei commenti che lo attaccano per averlo detto pubblicamente solo ora, personalmente non credo lo si debba aggredire, inoltre credo che Salvatore Pizzo abbia anche votato il Movimento alle ultime elezioni, visto che ha aderito alla nostra campagna di maggio #ilmiovotoconta. Salvatore Pizzo all’epoca dei fatti si è rivolto al Sindacato CGIL che gli consigliò di trovare un accordo con mio padre per farsi assumere, e infatti poi ha ottenuto un contratto regolare. Successivamente gli fu corrisposto anche un indennizzo. 8 anni fa, come avrete visto dal servizio io non ero né socio dell’azienda, né mai mi sono occupato delle questioni di mio padre. Mio padre ha fatto degli errori nella sua vita, e da questo comportamento prendo le distanze, ma resta sempre mio padre. E capirete anche che sia improbabile che un padre racconti al figlio 24enne un accaduto del genere. A maggior ragione se, come ho detto nel servizio, abbiamo anche avuto un rapporto difficile, che sono contento sia migliorato negli ultimi anni. Come sempre, manterrò gli impegni presi e domani consegnerò a Filippo Roma i documenti su questa vicenda in particolare, che intanto ho chiesto di procurare a mio padre, e faremo tutte le verifiche che servono su quanto raccontato da Salvatore nel servizio. Buona serata a tutti".

I dubbi sulla ditta di famiglia. Usava il magazzino fantasma? Da cinque anni l'azienda è intestata per metà al capo grillino. E nel cortile dell'edificio ci sono materiali edili, scrive Pasquale Napolitano, Lunedì 26/11/2018, su "Il Giornale". Nel 2015 il vicepresidente del Consiglio Luigi di Maio ha pubblicamente dichiarato che la sua famiglia ha alle spalle una lunga tradizione nel settore edilizio. Circostanza che pare confermata, visionando i terreni di proprietà (al 50 %) del padre Antonio Di Maio nel Comune di Mariglianella e su cui è spuntato un manufatto fantasma che ad oggi non risulta censito nel database dell'Agenzia del Territorio (ex catasto). Mettendo bene a fuoco le foto si notano infatti a pochi metri dal manufatto fantasma attrezzi in un uso a una ditta edile. Si vedono, tavole in legno che potrebbero servire per l'installazione di impalcature nei cantieri edili. Ma anche mattoni e residui di cemento. Tutto materiale che un'impresa edile utilizza sia per l'allestimento di un cantiere che per la realizzazione di case e altri interventi. La presenza di materiale edile non dimostrerebbe nulla ma ovviamente fa sorgere alcuni sospetti. Che si aggiungono alle domande già poste dal Giornale al ministro del Lavoro sul manufatto realizzato sui terreni di proprietà della famiglia Di Maio. Il primo dubbio che andrebbe chiarito riguarda le attività svolte nel manufatto fantasma. Potrebbe essere stato utilizzato come deposito per le attrezzatture della ditta edile della famiglia Di Maio? La presenza sui terreni e all'interno del manufatto di mattoni e tavole in legno farebbe ipotizzare un uso di quei vani per l'attività edile. Ma potrebbe essere solo una coincidenza. E magari i Di Maio potrebbero aiutare a risolvere l'enigma. C'è un secondo passaggio che andrebbe chiarito: il periodo. In questo caso, la data è importante perché potrebbe scagionare Di Maio da ogni legame (fatta eccezione per quello familiare) con la storia del manufatto fantasma. In caso contrario potrebbe chiamarlo direttamente in causa. Ma bisogna andare indietro nel tempo. Nel 2014, la società di famiglia Ardima Srl viene ceduta al capo politico dei Cinque stelle e alla sorella. Il vicepremier diventa socio al 50% della società di famiglia che ha come principale scopo sociale la costruzione di edifici residenziali. La società, in realtà, è stata costituita nel 2012 mentre nel 2014 passa a Di Maio e la sorella. Il ministro ha sempre chiarito di non essersi mai occupato delle attività della società e di non aver mai versato un euro. Mentre la società è stata sempre attiva. Ma c'è un passaggio da chiarire: se terreni e immobile (fantasma) che si trovano nel Comune di Mariglianella siano stati usati per le attività edilizie. E soprattutto in quali anni. Prima del 2014, il vicepremier non avrebbe alcun legame societario con Ardima Srl. Dopo il 2014 sì. E c'è il rischio che la società, di cui è azionista al 50%, abbia utilizzato come deposito per le attività edilizie un immobile che non risulta censito negli archivi dell'Agenzia del Territorio. I dubbi aumentano. E anche il silenzio. Restano senza risposte alcune domande: perché quell'immobile non risulta censito? C'è una autorizzazione edilizia? Una pratica di condono in corso? Da ieri non solo per il catasto il manufatto è sconosciuto. Ma anche per Equitalia che nel 2010 ha iscritto un'ipoteca solo sui due terreni. E non sull'immobile. Come si spiega?

Il silenzio di Di Maio sull'edificio fantasma intestato a suo papà. L'immobile non risulta al catasto, il Comune avvia accertamenti. Il leader non chiarisce, scrive Pasquale Napolitano, Sabato 24/11/2018, su "Il Giornale". Il vicepresidente del Consiglio Luigi di Maio imbocca la strada del silenzio. Tace dopo l'articolo de il Giornale nel quale vengono sollevati sospetti di irregolarità edilizie su immobile fantasma costruito su un terreno nel Comune di Mariglianella, in provincia di Napoli, intestato al padre Antonio Di Maio. Il capo politico dei Cinque stelle parla di Babbo Natale ma non preferisce parola sul proprio Babbo e la storia del manufatto non censito. Eppure, ieri, il ministro del Lavoro ha inondato le agenzie e i seguaci con una raffica di dichiarazioni. Dal summit «Wide opportunities world» di Samsung Italia, il ministro ha parlato di innovazione imprese, reddito di cittadinanza, Europa. Ha elogiato l'abbattimento delle case abusive dei Casamonica a Roma e annullato il comizio elettorale a Corleone. Ma nessun cenno alla storia dell'immobile fantasma beccato con una foto satellitare sul terreno di proprietà di Di Maio senior. Il numero uno dei grillini ha optato per il profilo basso. Per un silenzio sospetto, senza dare spiegazioni sia al Giornale, che aveva provato ad avere un commento attraverso l'ufficio stampa, che agli attivisti dei Cinque stelle. La platea pentastellata è molto sensibile su questi temi. Quando è saltata fuori la storia del condono edilizio, il ministro non ha perso tempo per chiarire la vicenda. Ieri invece nulla: bocche cucite. Il caso crea imbarazzo nel M5S. Sarebbe bastata una diretta Facebook di una cinquanta secondi per fugare i dubbi. Rispondere agli interrogativi posti da il Giornale. Nel 2000 il padre del vicepremier acquista due terreni e un fabbricato a Mariglianella. Ne rileva però solo il 50 per cento, sia dei terreni che del fabbricato. I due appezzamenti ricadono in un'area che il Prg del 1983 del Comune (ancora vigente) destina alla realizzazione di attrezzature sportive ed edifici scolastici. Al momento del passaggio di proprietà non risulterebbero immobili realizzati sui due terreni. Le domande che pone il Giornale sono semplici: nei documenti presenti nel database in dell'Agenzia del Territorio (ex catasto), Di Maio padre è titolare solamente delle due particelle di terreno: la n.1309 e n.811. Ma visionando gli estratti satellitari salterebbe fuori un immobile sulla particella 1309. La struttura in muratura non risulterebbe censita al catasto. E non figurerebbe nemmeno nell'elenco dei fabbricati intestati a Di Maio senior. Quell'immobile è stato costruito sulla base di un'autorizzazione edilizia? C'è una pratica di condono in corso? Ma quale? La Campania non ha aderito all'ultimo condono mentre le altre sanatorie risalgono agli anni antecedenti al passaggio di proprietà dei terreni. E quindi, la richiesta di condono pendente andava inserita nell'atto notarile. Domande semplici alle quali Di Maio non ha risposto. Le risposte potrebbero arrivare, presto, dagli uffici del Comune di Mariglianella. Il caso è finito all'attenzione del settore antiabusivismo che ora predisporrà i controlli per accertare eventuali irregolarità. In attesa dell'iter amministrativo, il Pd incalza il vicepremier, chiedendo di riferire in Aula: «Il vizietto di casa Di Maio. Dopo la casa abusiva, anche le tasse evase. Ma tanto ci pensa il figlio ministro a fargli un altro condono. Di Maio riferisca in Parlamento. Eccola l'onestà dei 5 Stelle», scrive su Twitter la senatrice Laura Garavini. Mentre la deputata Alessia Morani lo stuzzica: «Di Maio perché taci?».

Tutto quello che Di Maio non ci dice, scrive Alessandro Sallusti, Domenica 25/11/2018, su "Il Giornale". Da tre giorni stiamo raccontando la storia dell'immobile fantasma costruito su un terreno di proprietà della famiglia Di Maio nel Comune di Mariglianella, in provincia di Napoli. Il fabbricato esiste nella realtà, ma non risulta al catasto e non ve n'è traccia nelle modeste, anzi modestissime, dichiarazioni dei redditi della famiglia del vicepremier grillino. Questa vicenda non ha nulla a che fare, apparentemente, con i condoni edilizi dei Di Maio, recentemente saliti agli onori della cronaca e sbrigativamente liquidati dagli stessi come «vecchie storie». Qui stiamo parlando di una storia attuale, probabilmente legata all'attività della società di famiglia, la Ardima srl che opera nel campo dell'edilizia e di cui Luigi è proprietario al 50 per cento. La restante metà figura in capo alla sorella Rosalba, di professione architetto e di fatto la persona che si occupa dell'azienda insieme all'altro fratello Giuseppe che, secondo notizie mai smentite, sarebbe l'amministratore unico. Di che cosa si occupi la Ardima non è chiaro. Ammesso che si occupi di qualche cosa perché i Di Maio sono poco più che nullatenenti, almeno stando alle loro dichiarazioni dei redditi. Il padre dichiara un imponibile di 88 euro nonostante risulti proprietario di terreni e fabbricati, il fratello Giuseppe zero, la sorella Rosalba poco più di 11mila. A mandare avanti la famiglia pare essere la madre, con i suoi 52mila euro all'anno. Il fabbricato fantasma c'entra qualcosa con gli apparentemente non floridi affari della società di famiglia? Non lo sappiamo ancora, stiamo lavorando per capirlo anche perché attorno alla vicenda si è alzato un muro di omertà. Abbiamo chiesto spiegazioni a Luigi Di Maio stesso attraverso i canali istituzionali ma niente, nessuno al momento ha intenzione di chiarire. Può essere che la spiegazione dell'anomalia sia il classico uovo di Colombo, ma anche no. Nel dubbio noi insistiamo, non perché siamo «prostitute» come sostiene Di Maio, ma perché è il nostro mestiere. Le case dei politici e dei loro congiunti, come insegna la vicenda Fini-Montecarlo, non sono case come tutte le altre. Sono speciali, soprattutto se di proprietà di chi ha raccolto voti al motto di «onestà» e «trasparenza».

La figuraccia di Di Maio: condoni a gogò a casa. Nell'abitazione di famiglia a Pomigliano sanati 150 mq di abusi nel 2006. Lui s'infuria: «Era di mio nonno», scrive Lodovica Bulian, Giovedì 08/11/2018, su "Il Giornale". Centocinquanta metri quadri di abusi edilizi, su due livelli, condonati con 2mila euro grazie a una legge del governo Craxi del 1985. Dopo il caso Ischia, il Movimento Cinque Stelle scivola, ancora, sul condono. Dopo le polemiche sul caso Ischia Repubblica scova un'istanza di sanatoria della casa di famiglia del vicepremier Luigi Di Maio a Pomigliano D'Arco. Una pratica presentata nel 1986, intestata ad Antonio Di Maio, padre del leader grillino: la richiesta di condono viene esaminata, e accolta, ben vent'anni dopo, nel 2006. Il conto per mettersi in regola e sanare l'abuso è composto da due rate da 594 euro più altri 410 euro di oneri di concessione, per un totale di duemila euro. «Ampliamenti su secondo e terzo piano», recita la domanda presentata da Di Maio senior, che negli anni in quanto geometra avrebbe anche dato una mano agli esaminatori delle tante pratiche di condono confluite nei comuni dopo il terremoto. La ristrutturazione per ricavare camere e bagni genera una superficie fuorilegge pari a 74 metri quadri abitabili, più altri 3 qualificati come «non residente». Questi solo su un piano. Sull'altro piano i metri quadri da sanare con i lavori realizzati fuori norma sono 73. In totale fa 151 metri di abitazione da condonare. «Adesso si capisce perché il ministro abbia un problema anche solo a pronunciare la parola condono», lo attacca il quotidiano, ricordando come l'espulsione della prima sindaca pentastellata, quella di Quarto (Napoli), Rosa Capuozzo, nacque proprio da un abuso edilizio: la prima cittadina viveva in una casa con un'opera ancora da condonare. Il vicepremier, che da giorni respinge le accuse sulle norme per Ischia inserite nel decreto Genova, risponde all'attacco frontale con un lungo post su Facebook, in cui rivendica la legalità della pratica, mentre sui social scoppiano le polemiche con l'hashtag #condonodifamiglia. «Stamattina Repubblica si è inventata questo scoop sul condono sulla casa di famiglia di Di Maio - ribatte -. Andiamo a pagina 10 - scusate ma ho dovuto comprarla - dove è sbattuta la foto della mia famiglia, una famiglia che è sempre stata onesta. Allora io questa mattina ho chiamato mio padre e chiesto: ma cosa hai combinato? E lui mi ha detto che nel 2006 ci è arrivata una risposta di una domanda fatta nel 1985 su una casa costruita nel 1966. La casa era stata costruita da mio nonno in base al Regio decreto del 1942». La sua Pomigliano è uno dei tanti comuni dove in passato è dilagato il fenomeno dell'abusivismo: la Campania, secondo Legambiente, ha una quota record di 50,6 immobili fuorilegge ogni 100. Nel 1985, precisa Di Maio, «mio padre chiese la regolarizzazione della casa, presentò la domanda ad aprile 86 e nel 2006 è arrivata la risposta in cui il Comune dice: devi pagare 2000 euro e regolarizzi la casa costruita nel 1966. Così mio padre regolarizza un manufatto costruito da mio nonno quando lui aveva 16 anni, io chiaramente non ero ancora nato ma Repubblica non me la perdonerà, questo è il grande scoop di Repubblica. A queste persone che ogni giorno sputano veleno su di me, sul M5s e forse solo così riescono ad andare sui quotidiani dico: metteteci un po' più di amore e meno rabbia». Il quotidiano risponde a sua volta, e punta il dito sulle «omissioni» del vicepremier: «Due terzi della casa, ovvero secondo piano e terzo piano, sono connotati da abusi che, secondo quanto registrato negli atti, sono stati realizzati almeno dieci anni dopo. Ciò non toglie che si sia trattato di ampliamenti per complessivi 150 metri quadri».

La supercazzola di Di Maio sull’abuso edilizio del padre, scrive Giovanni Drogo il 7 novembre 2018 su Next Quotidiano. Oggi Repubblica ha raccontato la curiosa vicenda del signor Antonio Di Maio, padre del Capo Politico del MoVimento 5 Stelle Luigi Di Maio, che nel 1986 usufruì del condono edilizio varato dal governo Craxi. Per quell’abuso edilizio il signor Di Maio pagò nel 2006 appena 2mila euro, un affarone visto che in totale stiamo parlando di circa 150 metri quadri di superficie abitabile in più creati in maniera abusiva.

Di Maio ammette che suo padre ha usufruito del condono edilizio del 1985. Luigi Di Maio all’epoca del condono aveva vent’anni e non ha nulla a che fare con l’abuso edilizio, commesso prima che lui nascesse. Durante una diretta su Facebook dopo aver ripetuto per l’ennesima volta che a Ischia – dove guarda caso il governo ha deciso di consentire il ricorso a condono edilizio del 1985 per i proprietari di immobili abusivi danneggiati dal terremoto – non c’è nessun condono ci ha tenuto però a smentire le fake news di Repubblica sul condono di cui ha usufruito il padre. Il Capo Politico del M5S spiega che il quotidiano Repubblica «si è inventato questo scoop» relativo al condono dell’abuso edilizio richiesto dal padre.  Di Maio si lamenta che Repubblica ha “sbattuto la foto” della sua famiglia. Foto che però non è stata rubata visto che è stato proprio il vicepremier a pubblicarla il giorno di Pasqua sulla sua pagina Facebook. Il ministro del Lavoro racconta di aver chiamato il padre per chiedere «ma nel 2006 che cosa hai combinato?». Il signor Di Maio ha spiegato al figlio che «nel 2006 è arrivata una risposta del 1985 che riguarda la casa a una casa costruita nel 1966».  Questa risposta conferma quello che è scritto nell’articolo di Repubblica che dice appunto che nel 1986 il signor Di Maio ha presentato una richiesta di sanatoria che è stata concessa vent’anni dopo.

La storia della casa abusiva del papà di Di Maio. Il Capo Politico del M5S la prende alla lontana: «Nel 1966 mio nonno costruisce la casa in cui vivono oggi i miei genitori e vive mio fratello e mia sorella con suo marito. Nel 1966 aveva all’incirca sedici anni. Mio padre costruisce una casa in base ad una legge che era il regio decreto del 1942». Immaginiamo che qui il vicepremier stia facendo riferimento alla legge quadro urbanistica che imponeva l’obbligo di licenza edilizia per chiunque volesse costruire un immobile o fare ampliamenti ad edifici esistenti (legge poi integrata dalla Legge Ponte n. 765/1967 dell’agosto 1967). Non dice però se il nonno avesse ottenuto la licenza edilizia oppure se la licenza era per una metratura inferiore a quella sanata grazie al condono del 1985. Il fatto che il padre del vicepremier abbia chiesto di accedere al condono edilizio varato dai famigerati e cattivissimi governi precedenti però è un chiaro indizio. Scrive Repubblica che nella casa dove ha abitato il vicepremier: «il secondo piano e terzo piano sono connotati da abusi che, secondo quanto registrato negli atti, sono stati realizzati almeno dieci anni dopo». Quindi non nel 1966. Gli abusi in questione sono «nuove camere da letto, tinello e studiolo con lucernai ed altro», in pratica – vista l’entità della metratura condonata – una casa abusiva aggiunta successivamente al “nucleo originario” della dimora Di Maio. «Mio padre nel 1985 da geometra viene a conoscenza della legge che permette di regolarizzare qualsiasi manufatto costruito in precedenza». Quella legge non è una legge qualsiasi, è la legge 47 del 1985 nota anche come condono Craxi. Una legge che permetteva di sanare gli abusi edilizi e a cui ovviamente hanno fatto ricorso molti italiani che erano proprietari di una casa abusiva o di un immobile dove erano stati commessi abusi. Secondo Luigi Di Maio invece il padre ha fatto ricorso a quella legge – di cui parlavano tutti, non stiamo parlando di un codicillo “da geometra” – sostanzialmente “per scrupolo” perché «nell’85 è difficile che esistessero tutte le carte di quella casa» (costruita vent’anni prima, non duecento anni prima). Ora è chiaro anche ad un bambino che le carte possono “non esistere” perché sono andate perse (dove? nei cassetti di casa o al catasto?) ma anche perché quelle carte – essendo stato commesso un abuso – non sono mai esistite. Nel 2006 «diversi decine di anni dopo» (due, per l’esattezza) il padre riceve la risposta da parte del Comune. Di Maio non dice che si tratta – come riporta Repubblica – di un condono per opere di ampliamento fatte in anni diversi che tecnicamente si configurano come “ampliamento di un fabbricato esistente al secondo e terzo piano”. Dice invece che il Comune ha risposto: «devi pagare duemila euro e regolarizzi quella casa costruita nel 1966». Ma come è possibile? Se la casa era stata costruita dal nonno rispettando le prescrizioni della legge urbanistica del 1942 allora era già in regola. Viceversa se magari, nel corso degli anni, erano state fatte delle aggiunte – per un totale di 150 metri quadri – significa che dal 1966 al 1985 la casa ha subito qualche ampliamento non autorizzato. Modifiche che in italiano si chiamano abusi edilizi. Proprio come quelli di Ischia.

La stalla? Una casa con piscina Le foto ora incastrano Di Maio. A Le Iene gli scatti che ritraggono il vicepremier grillino a mollo nel cortile di quello che sosteneva fosse un ricovero per animali, scrive Chiara Sarra, Domenica 02/12/2018, su "Il Giornale". "Lì c'è sempre stata una stalla". Luigi Di Maio dice di ricordarselo fin da quando era bimbo. Eppure così non sembra a guardare le foto mostrate questa sera da Le Iene che hanno mandato in onda la terza puntata sul fabbricato abusivo al centro dell'inchiesta del Giornale. Scatti che risalgono al 2013 e che mostrano a Mariglianella (Napoli) esattamente nel punto in cui secondo il vicepremier ci sarebbe da sempre un ricovero per gli animali un villino con patio. Si vede una cucina, si vedono le immagini di una festa. E si vede il giovane Di Maio - allora da poco eletto alla Camera dei deputati e nominato vicepresidente a Montecitorio - a mollo in una piscina sopraelevata. Eppure quando il Giornale ha scoperto gli edifici abusivi - ora in parte sequestrati dalla procura che ha aperto le indagini - il capo politico del M5S ha prima "scaricato" il padre e poi ha negato che si trattasse di fabbricati irregolari. E agli inviati de Le Filippo Roma e Marco Occhipinti ha persino raccontato che il villino apparso "dal nulla" nelle foto satellitari del 2002 era in realtà una stalla sempre esistita fin da quando era piccolo. Ma ora le nuove prove portate dal programma Mediaset lo incastrano: possibile abbia dimenticato cosa ha fatto solo 5 anni fa?

Di Maio: “l'aiuto” nei magazzini abusivi, la stalla che diventa villetta e i prestanome, scrivono Le Iene il 02 dicembre 2018. Terza puntata dell’inchiesta di Filippo Roma e Marco Occhipinti sull’azienda di famiglia di Di Maio. Dopo la storia dei 4 lavoratori al nero, ecco i fabbricati abusivi, una stalla che si trasforma in villa con piscina (anche se il vicepremier non se lo ricorda) e un grande dubbio su chi realmente conduce l’impresa di famiglia senza comparire. Terza puntata dell’inchiesta di Filippo Roma e Marco Occhipinti sull’azienda di famiglia del ministro del Lavoro e vicepremier Luigi Di Maio, capo politico dei Cinque Stelle. Nel servizio che potete vedere qui sopra, vi mostriamo in esclusiva le immagini delle proprietà del padre di Luigi Di Maio, Antonio: terreni e costruzioni a Mariglianella (Napoli). Parte di queste proprietà sono state sequestrate due giorni fa e la Procura di Nola sta indagando per abusi edilizi e violazioni ambientali. Mostriamo a Di Maio quattro fabbricati abusivi. Non solo, lui stesso, Luigi Di Maio avrebbe dato una mano nella logistica nei terreni sequestrati. A raccontarcelo è Mimmo, che ha fatto causa all'azienda di famiglia per essere stato impiegato in nero e fatto ricorso in Appello nel 2016 quando Luigi Di Maio era già nell'assetto proprietario dell'azienda. Nel primo servizio di quest’inchiesta (clicca qui per vederlo, vi riproponiamo poi entrambi in fondo all'articolo), Salvatore Pizzo ci ha raccontato di aver lavorato in nero per l’impresa edile dei Di Maio. Il ministro del Lavoro, nel secondo servizio (clicca qui per vederlo), come promesso, ha verificato e ha confermato le prime rivelazioni di Pizzo. Sono spuntati però altri tre lavoratori in nero nell’azienda. Tutti gli episodi si riferiscono al periodo tra il 2008 e il 2010, prima comunque che nel 2014 lo stesso Luigi Di Maio entrasse nell’assetto proprietario dell’azienda. L’azienda edile che da trent’anni porta avanti il padre di Luigi, Antonio, infatti, prima era intestata alla madre Paolina Esposito, poi è confluita nel 2014 nell’Ardima srl, di proprietà al 50% del ministro e della sorella Rosalba. Ma torniamo a Mariglianella: abbiamo parlato dei quattro fabbricati che non risultano al catasto e che il sindaco del paese ci ha confermato abusivi e delle sue attività nei magazzini. Luigi Di Maio promette nuove verifiche con il padre. Ci colpisce in particolare una bella casetta con patio e piscina che mostriamo al ministro. Lì secondo i suoi ricordi ci sarebbe stata una stalla, ci dice. In una foto del 2013 si vede però Di Maio che si fa un bel bagno in quella stessa piscina con fabbricato abusivo alle sue spalle ben in evidenza. E, in altre, gran feste in quel patio. Non se ne ricorda più ministro? Tutto in una settimana molto difficile, per carità. Dopo una bufala contro Pizzo che è stata smascherata, Filippo Roma è stato minacciato di morte su Internet: ringraziamo Di Maio per essersi associato alla solidarietà alla Iena dichiarando: “Non attaccate lui né Le Iene”. C’è però un’altra domanda che dobbiamo fare per forza: perché papà Antonio Di Maio non compare mai dal 2006 nell’assetto proprietario dell’azienda, né come socio né come amministratore? Non è che mamma Paolina e poi Luigi Di Maio e la sorella Rosalba sono, ai sensi della legge, dei prestanome?

Dalla casa abusiva al lavoro nero, tutte le grane di Di Maio senior, scrive Andrea Carli su Il Sole 24 ore il 28 novembre 2018. C'è l'inchiesta de «Le Iene» che ha fatto emergere quattro casi di muratori impiegati in nero nell'azienda del padre di Luigi Di Maio, l'Ardima Srl. I casi si sarebbero verificati tra il 2008 e il 2010, quindi prima che suo figlio diventasse socio ed entrasse nell'assetto proprietario dell'azienda. E c'è un altro fronte che chiama in causa il padre del vicepremier dell'esecutivo giallo-verde, Luigi Di Maio: un abuso edilizio della casa dove il capo politico pentastellato risiede ancora, nonostante trascorra gran parte del tempo a Roma per impegni di governo. C’è l’inchiesta de «Le Iene» che ha fatto emergere quattro casi di muratori impiegati in nero nell’azienda edile di famiglia, l’Ardima Srl. I casi si sarebbero verificati tra il 2008 e il 2010, quindi prima che suo figlio diventasse socio ed entrasse nell’assetto proprietario dell’azienda. E c’è un altro fronte che chiama in causa Antonio, il padre del vicepremier dell’esecutivo giallo-verde, Luigi Di Maio. Un abuso edilizio della casa dove il capo politico dei Cinque Stelle tuttora risiede, nonostante trascorra gran parte del tempo a Roma per impegni di governo. La casa a tre piani di Pomigliano d’Arco, dove il vicepremier risiede nonostante trascorra gran parte del suo tempo a Roma, costruita 52 anni fa dal nonno di Luigi, è stata condonata nel 2006 dal padre Antonio. Di Maio senior lo ha ammesso a una troupe di “Stasera Italia”: «l’abuso edilizio c’è stato - ha affermato -, io non le dico che non ci sia stato, perché all’epoca questo era il metodo di costruire in questa zona».

Di Maio senior: «dove sta la notizia?» «Dove sta la notizia?», si è chiesto. «Io ho condonato una casa fatta nel 1966 da mio padre, dove mio figlio risiede ma che all’epoca non stava neppure nei conti di essere concepito», ha continuato Di Maio padre. «Qual è la stranezza? La legge consentiva di regolarizzare alcune case che fossero state fatte abusivamente o che non avessero certificazioni. Si potevano condonare. Visto che la spesa non era immane, ho pensato di sanare il tutto», ha concluso.

C’è poi un altro caso: un terreno di famiglia, un fabbricato che, secondo «Il Giornale», non sarebbe stato registrato al catasto. «C’è un rudere colpito dal terremoto dove mio padre viveva con gli zii, e altri edifici sgarrupati» - ha spiegato il leader politico pentastellato davanti alle telecamere di La7 -. Si vedrà se è accatastato». Dal modello Persone fisiche 2018 (redditi 2017) di Antonio Di Maio emerge che il padre del vicepremier è comproprietario di quattro fabbricati e nove terreni.

Di Maio assicura: ho lavorato per l’azienda di mio padre in maniera regolare. A tenere banco in queste ore è tuttavia il faro acceso dalla trasmissione televisiva sui casi di lavoratori in nero, soprattutto perché questi casi sono riconducibili al padre di Di Maio, nella doppia veste di leader politico di un Movimento che ha fatto del rispetto delle regole e della lotta al sommerso un cavallo di battaglia, e di ministro del Lavoro. Lui, Di Maio, ha garantito di aver lavorato per il padre nell’azienda di famiglia in maniera regolare. «Esibirò le buste paga e tutte le certificazioni», ha assicurato. Fino al 2013 titolare dell’azienda di famiglia è la madre di Di Maio, Paolina Esposito; il padre la gestisce. Dopodiché la società passa ai figlio. Ad oggi le quote sono divise a metà tra Luigi e sua sorella Rosalba, mentre l’altro fratello del vicepremier, Giuseppe Di Maio, è amministratore unico.

Nel 2017 il padre di Di Maio ha dichiarato un reddito imponibile di 88 euro, scrive Andrea Carli su Il Sole 24 ore il 27 novembre 2018. Dopo che la trasmissione Le Iene ha acceso i fari su Antonio Di Maio, padre del capo politico del Movimento 5 Stelle, mettendo in evidenza che, quando gestiva l’impresa edile di famiglia (la Srl Ardima) - tra il 2009 e il 2010 - c’erano persone che prestavano lavoro senza un contratto, l’attenzione si sposta sui redditi dei parenti stretti del vicepremier pentastellato: oltre al padre, la madre Paolina Esposito, il fratello Giuseppe e la sorella Rosalba. Le informazioni più aggiornate possono essere consultate sul sito di palazzo Chigi, nella sezione “amministrazione trasparente”. Il modello Persone fisiche 2018 (redditi 2017) di Antonio Di Maio segnala un imponibile di 88 euro appena. Un valore contenuto, specie se si considera che lo stesso Antonio è comproprietario di quattro fabbricati e nove terreni. La moglie dichiara invece intorno ai 52.403 euro; la sorella di Di Maio sta sui sette mila. Mentre il fratello Giuseppe non ha percepito redditi nel 2007. La situazione patrimoniale del vicepremier e la quota nell'azienda di famiglia. Il vicepremier socio al 50% di Srl Ardima, l’altra metà è della sorella. Quanto al vicepremier, la Certificazione Unica 2018 segnala un reddito di oltre 98mila e 400 euro. Il materiale online consente anche di capire qual è il rapporto tra il leader pentastellato e l’azienda di famiglia. Nell’ “Attestazione situazione patrimoniale 2018”, modello C, alla voce “Azioni e quote di partecipazioni in società”, emerge che Luigi Di Maio detiene, ad oggi, il 50% della Srl. L’altra metà della società è nelle mani della sorella del capo politico di M5s, Rosalba. Amministratore unico: l’altro fratello del vicepremier, Giuseppe. Oggi il padre di Di Maio non ha alcun legame con la srl, la cui attività è dunque seguita dai figli, soprattutto Rosalba e Giuseppe.

Fuga dal fisco in casa Di Maio. Il padre "cancellato" nel 2005. È da 13 anni che non risulta fare impresa in prima persona, eppure è lui che guida la ditta di famiglia, scrive Pasquale Napolitano, Domenica 02/12/2018, su "Il Giornale".  Le tracce dell'imprenditore-contribuente Antonio Di Maio, padre del vicepresidente del Consiglio Luigi di Maio, si perdono il 31 dicembre del 2005. Dal primo gennaio 2006, per lo Stato italiano Di Maio senior non ha più alcuna attività censita dal Fisco. Nel 2005, il padre del capo politico dei Cinque stelle cancella, infatti, la ditta individuale artigianale che aveva costituito nell'anno 1995. C'è il sospetto che dietro la decisione di rinunciare a fare impresa in prima persona, ci sia il tentativo di scappare dalle maglie del Fisco. Sospetto che potrebbe trovare un'ulteriore conferma in un altro passaggio: il 3 settembre 2010, quattro anni dopo la chiusura della ditta artigianale, Equitalia iscrive un'ipoteca legale su due beni di proprietà di Antonio Di Maio. L'ipoteca scatta su due terreni nel Comune di Mariglianella per un debito di 176mila euro. Un'iscrizione ipotecaria può essere fatta per mille motivi: multe di vario tipo non pagate, bollette, fallimenti, detrazioni fittizie di cui l'Agenzia chiede la restituzione, o ancora tasse e imposte dovute e mai versate all'erario. Il debito potrebbe essere collegato agli anni in cui il genitore del vicepremier svolgeva l'attività imprenditoriale. C'è un altro elemento, che potrebbe fornire la spiegazione sulla lotta contro il Fisco ingaggiata dal genitore del ministro del Lavoro e sviluppo economico: nel 2006, quindi, pochi mesi dopo la decisione di chiudere la ditta individuale, la moglie di Antonio Di Maio costituisce una nuova ditta individuale, Ardima Costruzione. L'attività è identica a quella appena sciolta dal marito: la costruzione di edifici residenziali. Dunque, se la missione imprenditoriale è stessa, perché la famiglia di Maio ha deciso di cambiare la scatola societaria? Sembra un sistema di scatole cinesi. Una delle spiegazioni potrebbe essere il contenzioso con Equitalia. Ma c'è un buco nero. Di quattro anni, che il padre del vicepremier potrebbe aiutare a chiarire: tra il 2006, l'anno di nascita di Ardima (dopo la chiusura della vecchia ditta individuale artigianale) e il 2010 quando Equitalia fa scattare l'ipoteca sui beni di Di Maio senior. Quattro anni in cui in cui sarebbe potuto nascere un contenzioso tra il Fisco e il padre del vicepremier. Fino ad arrivare, nel 2010, all'azione sui beni. Il terzo anello si chiude nel 2013. Quando la ditta individuale, intestata alla moglie insegnante Paolina Esposito, confluisce in Ardima Srl: le quote sono assegnate ai due figli, Luigi Di Maio, all'epoca vicepresidente della Camera, e Rosalba Di Maio, architetto. Mentre Giuseppe Di Maio, terzo figlio, assume l'incarico di amministratore. Le attività di famiglia, nell'arco di un trentennio, cambiano per tre volte società. Nel mezzo, l'inserimento di Equitalia che potrebbe essere la chiave di lettura. Sul filone dei lavoratori in nero, è utile analizzare i costi del personale di Ardima Srl: 103mila euro nel 2016; 48mila nel 2015; 1632 nel 2014; 13mila nel 2013. Prima dell'ingresso in società del ministro i costi per i dipendenti erano bassi. Poi sono schizzati. Quello del Fisco potrebbe essere il nuovo filone che riguarda la famiglia del vicepremier. Mentre si attendono gli esiti del lavoro dei magistrati di Nola: la municipale di Mariglianella venerdì ha consegnato l'informativa su abusi edilizi e reati ambientali. I pm dovranno decidere se confermare il sequestro dei terreni dove sono stati ritrovati rifiuti speciali e soprattutto procedere sul versante dell'abusivismo edilizio.

Di Maio, accuse alla ditta del padre. Quando gli affari di famiglia imbarazzano il leader, scrive Riccardo Ferrazza su Il Sole 24 ore il 26 novembre 2018. Genitori che imbarazzo i figli politici. Rientra nel filone la vicenda raccontata ieri dalla trasmissione Le Iene con protagonista Antonio Di Maio, padre del capo politico del Movimento 5 Stelle: nella sua ditta (Ardima) c’erano persone che prestavano lavoro senza un contratto secondo quanto denunciato dall’operaio Salvatore (detto Sasà) Pizzo di Pomigliano d’Arco (il paese della famiglia Di Maio). Non solo lavoro in nero: lo stesso Pizzo ha raccontato che, quando ebbe un incidente, il padre del vicepremier gli chiese «di non dire che mi ero fatto male nel suo cantiere. Mi consigliò di dire che mi ero fatto male in casa, altrimenti gli avrebbero fatto una multa di 20mila euro». Attualmente le quote societario della Ardima srl sono ripartite al 50% tra il ministro dello Sviluppo economico e sua sorella; i fatti risalgono però a un periodo antecedente di due anni a quando Luigi Di Maio è diventato socio. «Io - ha risposto Di Maio all’inviato della trasmissione Mediaset - non gestisco direttamente l’azienda. E tra il 2009 e il 2010 non ero socio. A me questa cosa non risulta ma il fatto è grave, verificherò». Di Maio ha anche descritto le difficoltà nei rapporti con il proprio genitore: «Io e mio padre per anni non ci siamo neanche parlati, non c'è stato un bel rapporto, adesso è migliorato un po’. A quell’epoca avevo 24-25 anni, io nell’azienda di famiglia ho aiutato mio padre come operaio ma non gestivo le cose di famiglia. Devo verificare questa cosa, verifichiamo tutto assolutamente». Maria Elena Boschi commenta il caso in un video su Twitter. «Vorrei poter guardare in faccia il signor Antonio Di Maio, padre di Luigi, e augurargli di non vivere mai quello che suo figlio e i suoi amici hanno fatto vivere a mio padre e alla mia famiglia» dice riferendosi a Banca Etruria. «Mio padre è stato tirato in mezzo ad una vicenda più grande di lui per il cognome che porta e trascinato nel fango da una campagna di odio: caro signor Di Maio, il fango fa schifo» dice ancora riferendosi al fallimento di Banca Etruria, istituto di cui il padre Pierluigi è stato prima consigliere d’amministrazione e poi vicepresidente. Per il filone del falso in prospetto la Procura di Arezzo ne ha chiesto l’archiviazione. «È giusto che Fico venga in Parlamento a chiarire» disse nei giorni del “caso colf” Matteo Renzi. L’ex presidente del Consiglio e segretario del Pd è un altro protagonista politico che dagli “affari di famiglia” ha avuto qualche intralcio. Il padre Tiziano è finito indagato in uno dei filoni dell’inchiesta su Consip portata avanti dalla Procura di Roma: per Renzi senior i magistrati hanno chiesto l’archiviazione per l’accusa di millantato credito pur sottolineando che nel suo interrogatorio fece «affermazioni non credibili» fornendo una «inverosimile ricostruzione dei fatti». Una vicenda sulla quale uno dei più duri fu proprio Di Maio: «Dobbiamo fare di tutto - disse - per liberare le istituzioni dalla malattia del “renzismo”». Oggi, parlando del caso svelato dalla Iene, è Renzi a dire che Di Maio «deve chiedere scusa» per «una storia fatta di lavoro nero, incidenti sul lavoro, abusi edilizi e condoni». Tiziano Renzi, invece, chiede «cortesemente di non essere accostato a personaggi come il signor Antonio Di Maio». «Io - dice il padre dell’ex presidente del Consiglio - non ho mai avuto incidenti sul lavoro in azienda e se si fossero verificati mi sarei preoccupato di curare il ferito nel miglior ospedale, non di nascondere il problema. Non ho capannoni abusivi, non ho dipendenti in nero, non dichiaro 88 euro di tasse. Sono agli antipodi dall’esperienza politica missina» scrive nel suo intervento sull pagina Facebook. E conclude: «Se avessi fatto io ciò che ha fatto il signor Di Maio, i Cinque Stelle avrebbero già chiesto sui social la reintroduzione della pena di morte». Le vicende casalinghe hanno creato imbarazzo anche a un altro esponente di primo piano del Movimento 5 Stelle, Roberto Fico.Proprio Le Iene, ad aprile, avevano raccontato di presunte irregolarità nella posizione contrattuale di una colf del presidente della Camera nella sua casa di Napoli. Fico smentì spiegando che in quell’abitazione «non ci sono né ci sono mai stati collaboratori domestici a qualunque titolo né con contratto né senza». Poi aggiunse che c’è «una carissima amica della mia compagna Yvonne» e che «si aiutano a vicenda». In casa Movimento 5 Stelle c’è anche il protagonismo di un altro padre: Vittorio Di Battista, genitore di Alessandro, finito sotto inchiesta con l’accusa di offesa al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. In un post del 23 maggio scorso pubblicato e poi rimosso su Facebook consigliava minacciosamente al capo dello Stato di andarsi a rileggersi le vicende della Bastiglia e poi scriveva: «Quando il Popolo di Parigi assaltò e distrusse quel gran palazzone, simbolo della perfidia del potere, rimasero gli enormi cumuli di macerie che, vendute successivamente, arricchirono un mastro di provincia. Ecco, il Quirinale è più di una Bastiglia, ha quadri, arazzi, tappeti e statue».

Fioccano denunce: «Dai Di Maio si lavorava in nero». Spuntano nuovi operai senza contratto nell’azienda di famiglia del vicepremier, scrive il 28 novembre 2018 Rocco Vazzana su "Il Dubbio". «I o sono a disposizione per dare tutte le informazioni che servono, ovviamente riguardano un periodo in cui non ero né socio né gestore di quella azienda, come non sono gestore dell’attuale». Luigi Di Maio è costretto a fornire ancora spiegazioni sulla società di famiglia, la Ardima, finita al centro dei riflettori grazie a un servizio delle Iene dedicato a Salvatore Pizzo, ex operaio dell’impresa edile, che sarebbe stato assunto in nero dal padre del vice premier. Ma quello di Pizzo non sarebbe un caso isolato. Il programma televisivo, infatti, ha trovato altri tre vecchi dipendenti dell’azienda di famiglia, chiamati a lavorare senza alcun contratto. E anche se si tratta di episodi avvenuti tra il 2008 e il 2010, dunque almeno due anni prima che l’attuale capo politico del Movimento 5 Stelle acquisisse il 50 per cento dell’impresa, le rivelazioni delle Iene non possono non imbarazzare il ministro del Lavoro. Grillino, per di più, purista dell’onestà a tutti i costi. Da quanto trapela (mentre scriviamo la trasmissione non è ancora andata in onda,ndr) le nuove testimonianze partono dal racconto di un uomo che avrebbe lavorato per almeno tre anni per il signor Antonio Di Maio senza alcun contratto. Ma a differenza di Salvatore Pizzo, questo ex dipendente dell’Ardima avrebbe denunciato il suo datore di lavoro e la causa sarebbe ancora in corso. Un dettaglio che potrebbe minare la solidità dell’autodifesa del ministro Di Maio, fin dal primo momento asserragliato dietro alla linea del «non sapevo». Le altre testimonianze raccolte dal giornalista Filippo Roma sono quelle di un operaio che avrebbe prestato servizio in nero per otto mesi e di un terzo uomo, assunto part-time senza alcun contratto, già impiegato su un altro cantiere per il resto della giornata. La notizia crea parecchio imbarazzo tra gli ortodossi pentastellati, già costretti a mandar giù la complessa convivenza con la Lega, e mette a dura prova la leadership del vice presidente del Consiglio. Per difenderlo deve intervenire persino Alessandro Di Battista dal Sud America. Per le opposizioni, invece, è l’occasione di togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Soprattutto per la vecchia dirigenza del Pd, a partire da Maria Elena Boschi e Matteo Renzi, in passato bersagliati dai banchi pentastellati proprio per vicende riguardanti i genitori. «Sull’azienda edile di Luigi Di Maio e sulle scelte di suo padre, ho già detto tutto nel post scritto l’altra notte. Per me basta e avanza: adesso toccherà al vice premier venire in Parlamento e spiegare all’Aula ciò che va chiarito», scrive su Facebook il senatore semplice Renzi. «Ma il ragionamento è un altro. Non mi interessa sbirciare dal buco della serratura che cosa ha fatto Di Maio padre», prosegue l’esponente dem. «Mi sconvolge pensare che Di Maio figlio ha voluto un decreto dignità prima e il reddito di cittadinanza poi che per definizione sono due misure che fanno aumentare la piaga del lavoro nero», affonda l’ex segretario del Pd. «Bisogna rendere più facili le assunzioni, non i licenziamenti come invece ha fatto il decreto dignità. Bisogna dare incentivi per assumere, come il JobsAct, non il reddito di cittadinanza. Bisogna combattere chi evade, non rinviare le fatturazioni elettroniche. Bisogna sanzionare chi fa gli abusi edilizi, non votare i condoni», insiste Renzi, prima di mettere definitivamente in dubbio la buona fede del leader grillino: «Noi siamo contro il lavoro nero, contro l’evasione, contro gli abusi edilizi. L’imprenditore Di Maio non può dire altrettanto. Ma il politico Di Maio da che parte sta?». E se il Pd chiede al ministro di riferire in Aula, Forza Italia non è da meno. «Non ci si può fidare di un ministro del Lavoro che risulterebbe socio di un’azienda accusata di aver fatto lavorare in nero uno o più operai», dice la vice presidente dei senatori azzurri, Licia Ronzulli. «Siamo sempre garantisti verso tutte le persone che subiscono un’accusa, ma riteniamo altresì che il ministro del Lavoro farebbe bene, se già non l’ha fatto, a risolvere il suo conflitto di interessi dimettendosi quantomeno da socio dell’azienda incriminata, lui che del conflitto di interessi degli altri ne fa la sua bandiera di vita», prosegue Ronzulli, stuzzicando Di Maio su un altro cavallo di battaglia del Movimento. «Non vorremmo, infatti, che il doppio incarico di ministro del Lavoro e di socio della società facesse desistere l’ispettorato del Lavoro, che opera sotto la vigilanza del ministro del Lavoro, dall’esercitare con serenità quelle funzioni di controllo e accertamento che gli sono proprie.

Dai terreni al lavoro in nero: il racconto di Luigi non torna. La replica del ministro è piena di contraddizioni: "Eredità dei nonni". Ma l'atto di acquisto è del 2000, scrive Pasquale Napolitano, Gioved' 29/11/2018, su "Il Giornale". Il giovane vicepremier Luigi Di Maio ha ricordi vaghi. Tanti non so. Mi sfugge. Ero giovane, non mi occupavo delle attività di famiglia. Eppure è già trascorsa una settimana dal giorno in cui il Giornale ha sollevato sospetti su alcuni manufatti costruiti sui terreni del padre, Antonio Di Maio, nel Comune di Mariglianella. Ad oggi non sono arrivate smentite. Né sono spuntati documenti che potrebbero chiarire il giallo. E, dunque, il mistero si infittisce. Martedì sera, nel salotto di Giovanni Floris, il capo politico dei Cinque stelle ha interrotto il silenzio sul caso degli immobili di Mariglianella, comune in provincia di Napoli a un tiro di schioppo da Pomigliano D'Arco, solo poche parole, insufficienti a dare risposta agli interrogativi posti con gli articoli del Giornale. «I terreni erano dei miei nonni. Che io ricordi ci sono un rudere, una baracca e un deposito per attrezzi. I manufatti risalgono ai tempi della Seconda guerra mondiale. I nonni, mio padre e mia zia hanno lasciato quelle proprietà in seguito al terremoto» - ha spiegato Di Maio, rispondendo alle domande di Floris. Parole su cui è opportuno fare alcune valutazioni. I terreni. Gli appezzamenti di terreno, almeno da quanto risulta sia all'Agenzia del Territorio che nel database del Conservatoria di Santa Maria Capua Vetere, sono stati acquistati con un atto redatto alla presenza di un notaio nel 2000: l'atto di vendita coincide perfettamente con la visura catastale. L'anno di costruzione. Di Maio sostiene che quei manufatti esistano già dal dopoguerra. Potrebbe essere vero. Però risulta strano che gli immobili non siano mai stati censiti né dall'Agenzia del Territorio (ex catasto) né dal Comune in 70 anni. E sembra un'anomalia che gli immobili, già presenti negli anni 50, non siano stati inseriti nell'atto di vendita nel 2000. Altri dubbi riguardano il materiale con cui sono stati costruiti i manufatti; sembrerebbe di recente costruzione. Il silenzio. Il ministro del Lavoro parla dei manufatti ma non fa alcun cenno al campetto di calcetto che ricade nella proprietà della famiglia Di Maio. È una struttura autorizzata o abusiva? Al netto della difesa del vicepremier, il mistero resta. Mentre ieri, nel tentativo di dar prova di non essere stato un lavoratore abusivo nella ditta del padre, Di Maio è caduto in un'altra contraddizione. Il vicepremier ha pubblicato sul Blog delle stelle il contratto di lavoro con la ditta di famiglia: un'assunzione trimestrale, da febbraio a maggio 2008. Peccato che lui stesso abbia, pubblicamente, dichiarato di aver passato l'estate a lavorare come muratore nell'azienda di papà. Oggi, invece, potrebbe esserci la prima svolta: i vigili urbani del Comune di Mariglianella, in provincia di Napoli, alle 9 hanno un appuntamento. Ai cancelli di via Umberto I si presenterà il padre del vicepremier e ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Di Maio. Dovrà aprire i cancelli perché la polizia locale, inviata dal sindaco Felice Di Maiolo, che è di Forza Italia ma in questa vicenda vuole mantenersi rigorosamente neutrale, da buon amministratore, vuole tecnicamente «conoscere lo stato dei luoghi», vedere cioé se i dati catastali sono conformi a quanto è riscontrabile nella proprietà. Quei terreni sono solo per il 50 per cento di Antonio Di Maio e per metà della sorella e all'interno ci sarebbero dei manufatti, almeno tre, sui quali occorre fare delle verifiche. Se questi risultassero abusivi, tutta l'informativa passerebbe alla Procura di Nola che dovrebbe indagare per abusi edilizi. I vigili erano stati al terreno di via Umberto a Mariglianella già lunedì mattina. Cercavano il proprietario: Antonio Di Maio. Ma c'erano i lucchetti al cancello e non avevano il mandato per entrare in una proprietà privata. Così hanno notificato a Di Maio senior l'invito per oggi.

C'è pure il campo di calcio "spontaneo". Tra abusivismo e generosità: c'è un impianto usato per giocare a pallone, scrive Stefano Zurlo, Giovedì 29/11/2018, su "Il Giornale". Mariglianella - I ragazzini disegnano slalom sull'erba. Il mister li incita a tenere il pallone incollato al piede. È pomeriggio di allenamenti nel campo del centro sportivo, anzi nell'attiguo campetto spuntato come un fungo fra le erbacce. A voler essere pignoli, chirurgici in un paese slabbrato ed elastico come una fisarmonica, in quel fazzoletto di terra non si potrebbe giocare a pallone, o almeno questo si ricava dalla lettura del rattoppatissimo piano regolatore che il sindaco Felice Di Maiolo mostra ai giornalisti. «In quest'area - spiega - non dovrebbero esserci impianti sportivi. In ogni caso stanno per partire gli accertamenti e chiariremo i dubbi». Franco Cucca, l'allenatore, la vede in un altro modo: «Questo non è un impianto sportivo, anzi non è nemmeno un campo da calcio». Anche se misura a spanne una trentina di metri e le zolle sono abbastanza curate. «Le porte - riprende il mister - possono essere smontate in un attimo. Anzi, devo ringraziare la signora Giovanna che ci permette di utilizzare gratuitamente, senza canone, questa striscia». La signora Giovanna, per la cronaca, è la zia del vicepremier, insomma la sorella del padre Antonio. Si apre dunque un nuovo capitolo nella saga sconcertante dei terreni di famiglia di Mariglianella su cui il Giornale ha posato la lente di ingrandimento. In quelle particelle di terra qualcosa non quadra: i dati catastali non combaciano con le foto satellitari e con una semplice occhiata oltre il cancello. Nel complesso si notano alcuni manufatti, casotti e piccoli edifici, che potrebbero essere irregolari. Ora, in un pozzo senza fondo, spunta pure il rettangolo verde da football. In bilico fra abusivismo e generosità. Una via di mezzo tutta italiana che non si sa come classificare. «Il campo comunale, gestito da privati, è insufficiente - riprende Cucca - i palloni finivano spesso al di là delle rete, nella proprietà dei Di Maio. Cosi quattro o cinque anni fa ci siamo rivolti alla signora Giovanna e lei è stata gentilissima: ci ha concesso quel terreno. Noi l'abbiamo pulito e sistemato, poi abbiamo messo le porte. Ma non è un vero campo, è un appoggio per l'allenamento dei pulcini che utilizzano i servizi e gli spogliatoi del campo principale, come pure i riflettori. Poi che le devo dire, se dovremo andarcene ce ne andremo». Proprio oggi i Di Maio sono attesi in Comune per chiarire la situazione ancora nebulosa. E per capire se ci siano stati abusi edilizi o no. Cucca, dipendente dell'Alenia con la passione per il calcio, si preoccupa: «Lo stato degli impianti a Mariglianella non è dei migliori. C'era un campo a undici, ma è stato chiuso anni fa. Dicevano che l'avrebbero ristrutturato ma non se n'è saputo più nulla. Facciamo come possiamo». Certo, le panchine a bordo campo potrebbero essere pericolose per i baby giocatori ed è difficile immaginare che tutte le norme sulla sicurezza siano rispettate. «Siamo sempre molto attenti - ribatte Cucca - e controlliamo i movimenti dei nostri campioncini. Qui non si svolgono competizioni agonistiche». È l'educazione dei piccoli talenti. Ma oltre la rete ci sono i Di Maio e tutto diventa più complicato.

Di Maio, ispettori e condono Doppio conflitto di interessi. I funzionari che dovrebbero indagare sul lavoro nero nell'azienda di papà dipendono dal suo ministero, scrive Stefano Zurlo, Giovedì 29/11/2018, su "Il Giornale". Lui continua a promettere spiegazioni che per ora non arrivano e a camminare ignaro sulla storia della propria famiglia. Ma Luigi Di Maio è anche vicepremier e soprattutto ministro del Lavoro e l'orizzonte si fa sempre più oscuro.

La falsa onestà dei sepolcri imbiancati. Ci sono quattro persone che in forma diversa raccontano di aver prestato servizio in nero nell'Ardima, la società di costruzioni di cui il leader dei Cinque stelle e'socio al 50 per cento. Uno dei quattro, Mimmo Sposito, aveva pure fatto causa a Di Maio senior, o meglio all'Ardima, e in quel procedimento un altro lavoratore, Giovanni La Marca, aveva messo a verbale: «Ho lavorato in nero per un anno, per questo me ne sono andato. Guadagnavo 60 euro il giorno, in contanti, non regolari ma non ci sarà un seguito in tribunale. La storia è finita così». Ma potrebbe non essere conclusa per gli ispettori del lavoro che, combinazione, dipendono dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio. Certo, in primo grado, nel 2016, l'Ardima aveva vinto e la richiesta di indennizzo per 40mila euro era stata respinta, ma il risultato potrebbe cambiare, davanti al giudice d'appello che si occuperà del caso, con una sconcertante calma tutta italiana, nel 2020. Ci sono elementi e suggestioni che potrebbero portare gli ispettori a dare un'occhiata dentro il perimetro dell'azienda dei Di Maio. Insomma, gira e rigira, c'è'un potenziale conflitto di interessi che potrebbe esplodere: gli ispettori di Di Maio a casa dei Di Maio per verificare le condizioni dei dipendenti di Di Maio. Sembra una filastrocca, è un cortocircuito perfetto. Torna alla memoria la vicenda di Maria Elena Boschi che, imbarazzatissima, usciva da Palazzo Chigi quando si discuteva di banche e dell'istituto di credito di papa, la tribolatissima Banca Etruria di cui Pier Luigi Boschi era il vicepresidente. Il disastro dell'istituto di credito ha pesato sulle fortune del governo Renzi e le contraddizioni di Maria Elena hanno riempito intere rassegne stampa. Ora la ruota è girata, le spine sono in casa Di Maio. L'altra sera, ospite del salotto televisivo di Floris, il ministro ha sottolineato che in questo momento l'azienda di famiglia non lavora e non ci sono cantieri aperti, anzi ha disegnato un percorso che va verso la chiusura. Può essere, ma gli ispettori, come San Tommaso, potrebbero mettere il dito nella piaga. E sulle loro teste aleggerebbe una presenza a dir poco ingombrante. Un altro ex operaio, Salvatore Pizzo, detto Sasà, ha svelato poi che non solo lavorava in modo irregolare, ma che ebbe un incidente: in quell'occasione andò in ospedale ma Di Maio senior lo convinse a non denunciare l'accaduto. Il silenzio - questa la sua versione - comprato con la miseria di 500 euro, per non buttare in un mare di guai il piccolo imprenditore di Pomigliano. Il figlio Luigi non sa o afferma di non sapere tutte queste cose, ma ci sarebbe più di una ragione, sulla carta, per mettere il naso in quell'azienda, per riaprire gli accertamenti e per risentire i lavoratori. E però sarebbe tutto più faticoso e complicato, per via di quell'incrocio di ruoli, le troppe parti in commedia su un palcoscenico troppo piccolo. E l'onnipresente Di Maio potrebbe trovarsi invischiato, in teoria, in un secondo conflitto: i terreni di famiglia di Mariglianella sono sotto ipoteca, ma il condono fiscale appena varato dal governo gialloverde offre una via d'uscita per evitare che quegli appezzamenti di terra finiscano all'asta, come ha indicato in tv lo stesso vicepremier. L'adesione alla sanatoria fermerebbe, come previsto dall'articolo 3, comma 10, lettera E, la procedura e il patrimonio, peraltro molto modesto, sarebbe salvo. Forse l'adesione non converrebbe nemmeno ai Di Maio, ma questa è un'altra storia. Che non scioglie i nodi sempre più intricati della sua azione politica.

Siamo garantisti ma non fessi. Essere garantisti non significa essere fessi, non al punto da farsi prendere in giro dai Di Maio e dai Di Battista, scrive Alessandro Sallusti, Mercoledì 28/11/2018, su "Il Giornale". Essere garantisti non significa essere fessi, non al punto da farsi prendere in giro dai Di Maio e dai Di Battista. E siccome siamo garantisti non chiediamo né manette né dimissioni, almeno non fino a sentenze passate in giudicato. Non le chiediamo per nessuno, neppure per il ministro Di Maio coinvolto con la sua famiglia in episodi più che sospetti di correttezza fiscale ed etica. Non lo facciamo perché siamo diversi da loro, che da anni insorgono, strepitano e infangano i rivali politici alla sola ipotesi che direttamente o per interposto parente siano coinvolti in qualche malaffare. Siamo convinti che le sentenze le debba emettere la Corte di Cassazione, non il Parlamento e neppure i giornali, e prendiamo atto con piacere che da oggi, grazie ai guai della famiglia Di Maio, anche i Cinquestelle la pensano così. Fa sorridere vedere Di Maio e Di Battista prima arrossire e poi strepitare contro chi racconta verità scomode che riguardano loro e i loro famigliari. Sempre rossa, ma di arroganza, era la loro faccia quando chiedevano la testa di Renzi, Boschi, Lupi e Guidi tanto per citare loro colleghi ministri all'apparire di presunti scandali che coinvolgevano loro congiunti, tutti peraltro poi assolti. I princìpi non si contano, si pesano. In questo senso l'ipotesi di aver truffato un lavoratore (caso babbo Di Maio) non è meno grave di quella di aver truffato un risparmiatore (caso babbo Boschi); e un possibile abuso di potere (caso babbo Renzi) non è più sconveniente di un probabile abuso edilizio (caso babbo Di Maio), tanto che i grillini nel 2013 guidarono dall'opposizione la rivolta per ottenere la testa dell'allora ministra Josefa Idem colpevole di un «banale» abuso edilizio nel garage di famiglia. Adesso i grillini scoprono di avere un passato e di tenere famiglia. Ma il loro passato e le loro famiglie non sono più sacre delle altrui per diritto divino. Il rispetto va conquistato, e senza le scuse per le infondate campagne forcaiole, la loro credibilità è pari a zero. Vuoi vedere che scavando si scoprirà che anche i grillini fanno parte di quella «classe dirigente corrotta» di cui parlava e sparlava Piercamillo Davigo, loro guru in fatto di giustizialismo? Chissà. Al momento la migliore l'ha detta l'ex ministro Gianfranco Rotondi, democristiano di lungo corso e uomo di spirito: «I familiari? Noi della Prima Repubblica avevamo il vantaggio che arrivando in età non più giovane alle prime file della politica eravamo quasi tutti orfani».

MANOVRA ECONOMICA. TUTTI CONTRO UNA.

Nemici esterni e traditori guastatori interni. Tutti contro l'Italia.

MANOVRA, ARRIVA LA BOCCIATURA DELL’UNIONE EUROPEA, scrive Mino Tebaldi il 21 novembre 2018 su L’Opinione”. La bocciatura ora è ufficiale. La manovra italiana non è stata accettata dall’Ue. Lo ha stabilito la Commissione europea, rigettando il documento programmatico di Bilancio del governo italiano per il 2019. Il documento prevede “un non rispetto particolarmente grave delle regole di bilancio, in particolare delle raccomandazioni dell’Ecofin dello scorso 13 luglio”. L’aspetto più importante della bocciatura, già stato avanzato a fine ottobre, riguarda il presunto peggioramento del saldo strutturale per il 2019 dello 0,8 per cento del Pil, mentre la Ue ha raccomandato di migliorarlo dello 0,6 per cento. Il governo europeo ha anche adottato il rapporto sul debito, quello che si riferisce all’articolo 126 del Trattato Ue, inaugurando, di fatto, una procedura per deficit eccessivo. Entro qualche settimana, comunque prima della fine dell’anno, prenderà il via l’iter. Secondo fonti vicine a Palazzo Chigi, il M5s non intende modificare la manovra. I pentastellati ritengono sufficiente fornire una puntuale spiegazione degli obiettivi e dei parametri contenuti nella legge di Bilancio. Dovrebbe essere il premier Giuseppe Conte in persona ad esporre i dettagli al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Conte ritiene di essere “convinto della manovra e della solidità del nostro impianto economico”. Sulla bocciatura della manovra da parte dell’Ue è intervenuto anche il vicepremier Matteo Salvini. “Ho sempre detto che – ha dichiarato – fatti salvi i principi guida su pensioni, reddito, lavoro, partite Iva, se si vuole mettere in manovra di più sugli investimenti io sono disponibile a ragionare con tutti”. Secondo il ministro dell’Interno, “il debito è aumentato di 300 miliardi di euro in cinque anni, in base a manovre a cui qualcuno batteva le mani. Se il Paese non cresce il debito sale, se il Paese cresce il debito scende. Sono assolutamente disponibile a confrontarmi con Juncker, Moscovici o chiunque”. La conclusione del leader leghista è ironica: “È arrivata la lettera Ue? Aspettavo anche quella di Babbo Natale”.

Sul ring Ue 18 addosso a uno, scrive il 16 novembre 2018 Andrea Indini su "Il Giornale". Diciotto contro uno. Il governo italiano è avvisato. Nei prossimi giorni l’Unione europea si armerà per fare a pezzi la manovra economica che, come ribadito nella lettera di risposta consegnata da Giuseppe Conte alla Commissione Ue, conferma il rapporto deficit/Pil al 2,4% e le previsioni di crescita all’1,5%. Si parte con l’apertura delle procedura di infrazione e si arriverà (più in là) alle sanzioni economiche. Una morsa a tenaglia che vede i Paesi del Nord Europa addosso al Belpaese per obbligarlo a rispettare le regole imposte da Bruxelles. E, mentre l’Italia si trova sempre più sola, si fa strada il sospetto che qualcuno voglia indebolirci per portarsi a casa i gioielli di Stato a prezzi di saldo. L’assalto al governo gialloverde sarà compatto. “Non sono solo, non sono il "cattivo contro Salvini", come alcuni amano pensare – annuncia il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici – sono il commissario europeo in carica, sostenuto dalla totalità dei ministri delle Finanze, dai diciotto Paesi della zona euro, eccezione fatta per l’Italia”. Diciotto contro uno, appunto. Il prossimo 21 novembre questi diciotto metteranno bene in chiaro che Conte e soci non potranno sforare nuovamente il debito come già fatto nel 2017 dal governo Gentiloni. Questa volta, però, non lo faranno solo a parole. Ma passeranno ai fatti aprendo, appunto, la procedura di infrazione. Che, se dovesse essere per deficit, ci costerà interventi correttivi da 9 ai 12 miliardi di euro; se, invece, dovesse essere per debito, richiederanno misure che peseranno sui nostri conti dai 40 ai 60 miliardi di euro. Una batosta pesantissima, insomma. Tra i diciotto, pronti a scendere in campo al fianco di Moscovici, ci sono sicuramente i Paesi del Nord Europa che, come hanno fatto sapere fonti governative al Messaggero, “hanno costituito un gruppo di ultrà del rispetto dei vincoli di bilancio”. Ovviamente, in prima linea ci sono anche Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Quest’ultimo, in modo particolare, è “il più intransigente” contro l’esecutivo italiano. Oltre a ritenere qualsiasi concessione all’Italia “un favore a Salvini e, di riflesso, alla Le Pen”, il capo dell’Eliseo avrebbe mire sui nostri gioielli di famiglia, come Eni, Enel e Fincantieri. “Gioielli che – assicurano le stesse fonti – se scattasse la procedura per debito, potremmo essere costretti a vendere. E i francesi sono lì, pronti, a fare shopping”. Proprio come hanno fatto i tedeschi con la Grecia quando ricevette gli aiuti di Stato dalla Troika. I commissari continuano ad assicurare che le sanzioni economiche saranno l’extrema ratio. Eppure chiunque salga sul ring europeo, sferra ganci pesantissimi contro l’Italia. Lo ha rifatto oggi l’Austria e lo rifaranno altri Paesi, sempre con più violenza, mano a mano che si avvicina il prossimo 21 novembre, quando la Commissione Ue darà la propria opinione sulle manovre di bilancio di tutti gli stati membri. Una bocciatura (ormai scontata) porterà a un’ingerenza sempre più massiccia fatta di deadline da rispettare, obiettivi di deficit da raggiungere e misure da mettere in cantiere. Bruxelles potrebbe anche arrivare a chiedere l’accantonamento di 3,6 miliardi di euro. “Sono dei pazzi se davvero aprono contro il nostro Paese la procedura d’infrazione – ha sbottato Matteo Salvini in un colloquio col Messaggero – insorgerebbero 60 milioni di italiani”. Secondo alcuni analisti, però, Bruxelles non arriverà mai allo scontro totale. Ma, in vista delle elezioni europee, è piuttosto probabile che l’Italia possa essere trasformata in una sorta di agnello sacrificale sull’altare dell’auterity per dimostrare cosa succede a chi osa sfidare le regole europee.

Dal sogno Ue di Patrie e Popoli, all’incubo Ue di banche e finanza, scrive Mimmo Della Corte il 10 novembre 2018 su "Il Sud siamo Noi". Se vivesse oggi, anziché, com’è stato nella seconda metà del settecento, Sebastien-Roche Nicholas, scrittore francese, meglio noto come Nicholas De Chamfort, certamente scriverebbe dei commissari europei, ciò che ai suoi tempi, scrisse degli economisti ovvero che “sono dei chirurghi che posseggono un ottimo scalpello e un bisturi sbrecciato, lavorano a meraviglia sui morti e martirizzano i vivi”, che non è certo un complimento, anzi. Corrisponde al vero. E l’asservimento ai loro diktat dei “politicanti” italioti, e non solo da quando è ufficialmente nata l’Ue nel 2000, ha indebolito così tanto il Belpaese, costringendolo – per poter far fronte alle continue richieste “unioniste” – a far crescere tasse, gabelle, accise, costo dei servizi – senza, per altro migliorarne, anzi peggiorandolo, il livello qualitativo – e del lavoro, e perchè no, facendo nascere sempre nuovi e più pesanti balzelli. Conseguenze: livello sempre più alto della pressione fiscale, diminuzione del potere d’acquisto dell’euro in Italia, gelata dei consumi, imprese sempre più ingestibili ed ingovernabili, “made in Italy” cannibalizzato dalla concorrenza estera; esplosione della disoccupazione e della povertà, sia relativa che assoluta. gelata dei consumi, aziende in fuga, posti di lavoro in fumo, esplosione della disoccupazione e della povertà, sia relativa che assoluta. E per averne contezza, basta riflettere su quanto si sta verificando, oggi, fra Bruxelles e Roma, a proposito della manovra finanziaria “gialloverde”. Sacrifici per tutti, vantaggi per pochi. Non era davvero questo l’obiettivo dell’Europa sognata dai suoi padri fondatori. Che, in verità, come sa benissimo chi mi legge, non piace neanche al sottoscritto. Ma che è stata bocciata da Moscovici e compagni ancor prima della definizione. E questo, per la fobia tedesca dell’inflazione, in nome dei molok: risanamento dei conti, pareggio in bilancio e riduzione del debito pubblico. Risultato: cancellazione di tutto quanto sapesse anche minimamente di stato sociale, assistenza e previdenza. Il che ha praticamente cancellato il ceto medio, mentre ha allungato le distanze fra i più ricchi ed i meno abbienti. Ma anche fra gli Stati più ricchi e quelli meno “dotati”, scatenando, così, una vera e propria guerra, fra gli uni e gli altri, che arricchisce ulteriormente i ricchi ed impoverisce sempre più i poveri. E certamente non era questo l’obiettivo dell’Europa delle Patrie e dei Popoli che disegnarono De Gaulle, De Gasperi, Schumann ed Adenauer. Decisamente no. Del resto, questa è l’Europa delle banche e della finanza, voluta da Soros, Lehman Brothers, Merkel e Junker. E purtroppo, le conseguenze peggiori continua a pagarle il Mezzogiorno che, anche a causa dei ritardi accumulati nel tempo, mostra sempre maggiori difficoltà a reggere l’impatto con i sacrifici imposti dall’Ue.

Bloomberg si schiera con il governo Conte e contro la Commissione Ue di Junker e Moscovici, scrive Clairemont Ferrand il 27 ottobre 2018 su Silenzi e Falsità. Suscita sorpresa che sul sito di Bloomberg, un gruppo che opera a livello globale nel settore dei mass media con sede a New York e filiali in tutto il mondo, che riflette il pensiero di una parte consistente della finanza globale, si possa leggere un articolo il cui contenuto, a firma di Ashoka Mody (Professore di politica economica internazionale alla Princeton University), è un attacco alle insensate politiche di Junker e Moscovici e un sostegno alla politica economica del Governo Conte. Già di per sé il titolo è di una chiarezza cristallina: “Il bilancio italiano non è così folle come sembra. I funzionari dell’UE devono riconoscere che il paese ha bisogno di stimoli”. Intanto è scritto da uno che prima di fare il professore alla Princeton era vicedirettore dei dipartimenti europei del Fondo monetario internazionale, che si presume debba avere una conoscenza approfondita della UE. E il fatto che la sua analisi e la sua presa di posizione compaia su Bloomberg ne rafforza ulteriormente la credibilità. Vediamo più in dettaglio il pensiero del Prof. Mody. L’incipit è il seguente: “I leader europei hanno messo a dura prova l’Italia per i suoi piani di aumento della spesa con l’obiettivo di stimolare la crescita e aiutare i poveri. Quello che non riescono a riconoscere è che un piccolo stimolo potrebbe essere proprio quello di cui l’economia italiana ha bisogno”. Facilmente saprete riconoscere in queste parole quanto vanno continuamente ripetendo Conte, Di Maio, Salvini e Savona. E in maniera sempre drastica continua sostenendo che la Manovra del Governo Conte “potrebbe essere l’unico modo per evitare una pericolosa recessione, che potrebbe portare l’Italia in una crisi ingestibile. Certamente, l’insistenza della UE affinché il governo italiano onori l’impegno del suo predecessore (Governo Gentiloni, ndr) a ridurre il deficit di bilancio è del tutto irragionevole. L’austerità aggraverà il crollo e, di conseguenza, aumenterà l’onere del debito pubblico (espresso in percentuale del PIL). Questo, a sua volta, aggraverà piuttosto che allentare le tensioni di mercato”. Il professore non manca di evidenziare anche i punti critici della Manovra messa a punto dal nostro Governo, in quanto “l’Italia si trova di fronte a un rapporto debito/PIL, pari a circa il 132%, che è già estremamente elevato. È quindi fondamentale che la spesa aggiuntiva non spinga il deficit di bilancio oltre l’obiettivo del 2,4%” previsto dal governo”. Dopo aver osservato che la posizione pubblica della Commissione UE ha innalzato lo spread, determinando virtualmente un incremento del costo del finanziamento del debito pubblico, mette in guardia chi utilizza “questo come un’utile fonte di pressione” sul Governo italiano, perché “sta giocando con il fuoco in una polveriera”. Spiega poi le conseguenze che potrebbero essere catastrofiche, non solo per l’Italia, di questo folle azzardo. Infine raccomanda un approccio collaborativo da parte della UE, cambiando l’attuale posizione di netta e pregiudiziale chiusura nei confronti del nostro Governo, acconsentendo invece al programmato modesto incremento del deficit, in quanto questo cambiamento “rassicurerà gli investitori e calmerà i mercati”. Conclude in maniera lapidaria: “I funzionari europei dovrebbero riconsiderare rapidamente la loro posizione”. Ma il Prof. Mody non sa che questo richiamo alla ragionevolezza va indirizzato prima di tutto ai guastatori italiani, i quali pur di impedire che il legittimo Governo possa operare nel pieno delle sue prerogative, sono disposti a dar fuoco all’Italia con l’azione terroristica che stanno follemente portando avanti.

MANOVRA BOCCIATA. Gli errori dell’Ue nel verdetto ammazza-Italia. Nel documento che definisce il nostro debito pubblico “allarmante” si imputa all’Italia come le riforme imposte proprio dall’Europa non abbiano favorito la crescita. Marco Biscella il 22.11.2018 intervista Luigi Campiglio su Affari italiani. Bruxelles ha bocciato il Documento programmatico di bilancio del governo italiano per il 2019. Scrive, infatti, la Commissione nel suo rapporto sul debito: “La nostra analisi di oggi – rapporto 126.3 – suggerisce che il criterio del debito deve essere considerato non rispettato. Concludiamo che l’apertura di una procedura per deficit eccessivo basata sul debito è quindi giustificata”, perché la manovra italiana vede un “non rispetto particolarmente grave” delle regole di bilancio, come ha ribadito lo stesso vicepresidente responsabile per l’euro, Valdis Dombrovskis, durante la conferenza stampa. Dombrovskis ha poi aggiunto: “Il debito italiano rimarrà attorno al 131% per i prossimi due anni. Non vedo come perpetrare questa vulnerabilità potrebbe aumentare la sovranità economica. Invece, credo che porterà nuova austerity. Con quello che il Governo italiano ha messo sul tavolo, vediamo un rischio che il Paese cammini come un sonnambulo verso l’instabilità”. E’ davvero così?

“È una motivazione della sentenza – risponde Luigi Campiglio, professore di politica economica all’Università Cattolica di Milano – dove, a differenza di ciò che accade normalmente nella giustizia, pare che l’ultima riga, quando si dice che non mostriamo compliance e che la procedura è giustificata basandosi su debito e deficit, viene posta in cima e non in fondo. Dai toni e dai giudizi espressi dalla Commissione appare una sentenza che contiene un groviglio di contraddizioni, probabilmente dettate molto da motivazioni politiche, visto che a maggio 2019 si voterà in tutti i Paesi Ue”. E commenta: “Con questi giudizi e dichiarazioni incaute la Commissione Ue sta facendo qualcosa che non è nell’interesse dell’Europa. E sì che la Commissione dovrebbe essere sensibile al nobilissimo progetto dell’Europa unita. Sembra invece di vedere lo stesso copione usato con la Grecia: anche se la partita non è ancora chiusa, la voglia di Bruxelles sembra quella di finirla in questo modo”.

Nel mirino della Commissione Ue è finito il nostro debito pubblico. E’ davvero “allarmante” da giustificare l’avvio di una procedura?

Dovendo commentare un documento di questo genere, mi sovviene quel che avviene spesso negli Stati Uniti.

In che senso?

Le persone interpellate, se sono critici verso il governo, esordiscono dicendo: guardate che sono un patriota, amo il mio paese, e intendo fare delle critiche costruttive in nome del mio Paese.

Quali sono le sue critiche costruttive alla Ue dopo questa bocciatura?

Noi siamo un grande Paese dell’Europa, fondatore della Ue. E di fronte a un Paese fondatore il commento della Commissione avrebbe dovuto essere più rispettoso, tenendo oltre tutto conto del fatto che noi abbiamo attraversato dieci anni veramente molto difficili, dei quali si dà scarsamente conto se non in una nota finale, in cui i commissari Ue sì accolgono le giuste considerazioni, che evidentemente il ministro Tria ha portato avanti, ma in modo notarile, tanto che di fatto vengono ignorate. Si parla, per esempio, per la prima volta della delegazione italiana nel gruppo di lavoro sull’output gap, cioè il prodotto potenziale, e si dice che sulla base di queste stime saremmo addirittura in regola con le grandezze di riferimento strutturali. Dopo di che, di queste valutazioni, nel documento finale, non si è tenuto conto nella maniera più assoluta. Vorrei lasciare comunque la porta aperta alla possibilità che possano essere riconsiderate più avanti.

Nel documento si fa riferimento anche al deficit?

Sì, ma in modo molto curioso.

Perché?

Il disavanzo in sé non è l’elemento decisivo, perché altrimenti ci sarebbe una lunga fila di Paesi con deficit fuori posto, a partire dalla Francia. A diventare centrale è, appunto, la questione del debito. Ma su questo punto è giusto dare a Cesare quel che è di Cesare, andando a vedere come il rapporto debito/Pil dell’Italia si è evoluto negli anni.

Che cosa emerge da questo sguardo retrospettivo?

Nel 2007 il rapporto debito/Pil in Italia era pari al 99,8%, mentre in Germania era il 63,7% e in Francia il 64,5%.

E come si arriva al 131% di oggi?

Arriva la prima crisi, che in Italia viene sentita prima che negli altri Paesi europei, poi nel 2009 un’altra recessione, durissima. A quel punto il rapporto debito/Pil, per la solita storia del numeratore, sale al 115,4%, crescendo di 15 punti, mentre in Germania aumenta di 17 punti e in Francia di 20 punti. Qui subentra una crisi mondiale e arrivano le manovre lacrime e sangue di austerità. E se guardo a quanto è variato il rapporto debito/Pil dal 2010 al 2014, noto che in Germania, Paese che ha continuato a crescere con l’export e tutto il resto, cala di 6 punti, passando dall’81% al 74,5%, mentre in Francia sale di 10 punti e da noi di 16 punti. E’ in quel momento, usciti dalla prima e dalla seconda crisi, che il debito/Pil balza al 131%.

Nel frattempo, l’Europa non resta con le mani in mano, o no?

È vero, vengono varate una quantità esorbitante di regole, di tutto e di più, ma una regola fondamentale, che avrebbe dovuto essere contemplata fin dall’inizio della nascita dell’area euro – e qui abbiamo anche noi le nostre colpe – viene completamente ignorata.

Quale regola?

Dalla notte dei tempi, cioè dalla fine degli anni Cinquanta, da quando Mundell, il padre nobile dell’unione monetaria, dichiarava che l’Europa non era un’area monetaria ottimale e che eventuali crisi, normali, potevano essere assorbite con la mobilità dei fattori, si sottolineava la parola chiave: il rischio che shock asimmetrici fossero un problema per la tenuta complessiva dell’Unione monetaria europea.

Dove sta l’asimmetria dell’Italia?

La nostra principale asimmetria nasce dal fatto di avere ereditato prima dell’ingresso nell’area euro un elevato debito, già nel 1998-99. Questo debito elevato, pari al 105% nel 2000, in condizioni normali dell’economia era sceso al 99,8% del 2007. Dunque, per quanto riguarda ciò che ci imputano, il nostro punto di partenza era particolarmente sfavorevole, e lo si sapeva benissimo. Quando arriva, una crisi senza precedenti dal secondo dopoguerra ha portato a due brevi periodi, il secondo soprattutto, che ha fatto saltare il rapporto debito/Pil dal 115% al 131%.

Questo che cosa dovrebbe farci capire?

Il punto è: esistono regole per tutto, ma una regola che consenta di trattare le conseguenze da shock asimmetrici, che tutti riconoscono, credo anche in documenti ufficiali della Ue, non c’è. È come dire: andiamo tutti in gruppo, stiamo compatti, ma a un certo punto accade un evento imprevisto e nel colpire tutti, come accade per le influenze, alcuni sono più esposti e ne risentono di più. Ecco, c’è qualcosa che possa aiutare chi è più “allergico”? Nelle regole minuziose, e per molti versi poco intelligenti dell’Europa monetaria, questo aspetto non è mai considerato.

Fuor di metafora, visto che noi siamo quelli più “allergici”, che cosa sarebbe necessario fare e non è stato fatto?

Innanzitutto, dare più tempo, a chi ha una crisi allergica, di recuperare e di superare lo shock. Sottolineo: dare più tempo. Se nella normalità si chiede a tutti di essere al massimo livello in ogni momento, è giusto dare quel lasso di tempo utile a far riprendere il respiro. L’Italia si trova nella posizione attuale anche per l’eredità del passato. E’ una situazione che diventa paradossale, se solo ricordiamo che nel 2007 il nostro rapporto debito/Pil era al 99,8%, un livello che oggi ha, per esempio, la Francia. Non bisogna far pesare gli errori del passato su chi c’è oggi.

Perché, secondo lei, diventa paradossale?

C’è un passaggio, a pagina 8 del documento della Commissione, che dice: “Nonostante i progressi passati, realizzati in importanti aree di riforma (mercato del lavoro, riforme dell’amministrazione pubblica, lotta all’evasione…) l’eredita della crisi continua a pesare sulla crescita potenziale dell’Italia. L’Italia è ancora molto sotto al suo livello pre-crisi e questo spiega anche i fattori strutturali che hanno impedito l’efficiente allocazione di risorse, che costituisce un freno alla produttività”. E si nota che ancora un’ampia quota di pensioni di vecchiaia e di servizio del debito frenano i fattori di crescita, come l’educazione e le infrastrutture. Ebbene, che noi si spenda poco per l’education e le infrastrutture è vero, ma questa è una conseguenza delle politiche di austerity del periodo 2011-2013. Con l’austerità noi abbiamo tagliato del 15% in termini reali le spese per l’educazione e abbiamo tagliato violentemente – e ce lo imputano pure! – gli investimenti.

Di quanto?

Gli investimenti pubblici lordi – il numero fa impressione – in Italia tra il 2010 e il 2016 sono caduti del 32%, mentre in Germania sono cresciuti solo del 2%. Come vuole che se ne esca quando tutto opera in direzione contraria? È proprio un passaggio paradossale di questo giudizio della Ue, un passaggio in cui si dice: avete fatto tutto quello che vi abbiamo detto, ma ancora non crescete? Ma come mai? Guardate che avete ancora troppe persone anziane… Ma si dà il caso che giovani e natalità sono crollate anche a causa, se non soprattutto, della crisi economica. Siamo in una situazione neo-malthusiana. E che la Ue ce lo venga a imputare, in questo momento di difficoltà, può essere sì parte del gioco, ma non è certo un atteggiamento particolarmente collaborativo per ridare fiato al Paese.

Sta dicendo che con questi rilievi la stessa Ue, in un certo senso, “riconosce” che la strada dell’austerity non funziona?

Esattamente. Ci accusano di non aver fatto investimenti, e questo è invece uno dei fattori importanti per ritrovare la via della crescita.

Professore, in conclusione, qual è il suo giudizio sulla bocciatura Ue?

È un giudizio non solo scritto con la penna avvelenata, ma anche molto contraddittorio, perché quello che ci viene addebitato è causato dalle politiche che abbiamo dovuto adottare, spinti proprio da valutazioni di questo genere.

Visto che all’inizio parlava di sentenza, il finale è già scritto? Siamo già condannati alla procedura d’infrazione?

Mi auguro che la partita non sia ancora chiusa. Ma ciò che veramente preoccupa è che dichiarazioni ufficiali di tal fatta sono come profezie che si autoavverano. È come gridare sempre “al lupo, al lupo!”: alla fine il lupo arriva davvero. Ora il rischio grosso diventa l’andamento dello spread, che agisce subito sulla sottoscrizione dei titoli pubblici, come abbiamo visto in questi giorni con la faticosa asta dei Btp.

Luigi Campiglio, nato a Milano nel 1947, è professore ordinario di Politica economica all’Università Cattolica di Milano dal 1990. Laureato in Università Cattolica nel 1972, ha completato i suoi studi in Inghilterra e in altre università estere: è stato visiting scholar per diversi anni all’Università di Stanford e fellow del Churchill College dell'Università di Cambridge. È stato direttore dell’Istituto di Politica economica dell’Università Cattolica di Milano e editor della Rivista Internazionale di Scienze Sociali. È stato ed è componente del comitato scientifico di numerosi istituti di ricerca, fra cui l’IReR e il Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale. Ha diretto progetti di ricerca a livello nazionale e locale ed ha partecipato a progetti di ricerca di interesse internazionale. È stato componente della Commissione Garanti del Ministero per l’Università per il finanziamento della ricerca in Italia. La sua attività di ricerca ha riguardato temi teorici e applicati dell’economia; in particolare la distribuzione del reddito, lo Stato sociale, l’economia della famiglia, l’inflazione e la misurazione dei prezzi, l’incertezza nelle decisioni economiche, il rapporto fra economia e sistema politico. Ha pubblicato numerosi articoli su riviste nazionali ed estere e libri, sia di testo sia di saggistica.

Borsa, bocciatura Ue già scontata. Piazza Affari rimbalza. Spread giù. Subito dopo l'Ue, lo spread tra Btp e Bund tedeschi si allarga a 320 punti, ma poi ripiega a 313, scrive Mercoledì 21 novembre 2018 Affari italiani. La "letterina" di Bruxelles viene completamente ignorata dai mercati. Dopo la bocciatura da parte della Commissione Ue del documento programmatico di bilancio del governo italiano per il 2019, i mercati hanno solo un momentaneo smarrimento. Lo spread Btp-Bund torna infatti a calare, così pure Piazza Affari che riduce i guadagni solo per un momento e poi torna ad essere il migliore listino del Vecchio Continente.

Bocciatura UE e spread? Armi delle élites. Bifarini: Creare occupazione. Ecco come. La bocciatura Ue è uno spauracchio. L'Italia non cresce e le élites al potere vogliono tenerla nell'austerity. Il perché lo spiega l'economista Ilaria Bifarini, scrive Antonio Amorosi, Mercoledì 21 novembre 2018, su Affari italiani. Dopo che la commissione Ue ha bocciato la manovra del governo italiano (M5S-Lega) abbiamo intervistato l'economista Ilaria Bifarini, fresca del suo nuovo lavoro editoriale “I coloni dell'austerity”: “Le élites europee ed italiane vogliono mantenere lo status quo. Lo fanno per propagandare con il controllo dei media questo modello economico che risulta perdente, sminuendo e ridicolizzando ogni piano alternativo e anche chi la pensa in modo differente. Lo fanno fin nel dettaglio con un macchina del fango sistematica”, spiega ad Affaritaliani.

Il Patto di stabilità, chi lo difende e chi lo vuole violare. Ma com'è nata la regola del 3%? Figlio di un'intuizione di una sera a Parigi, il limite del 3% è stato bollato come "stupido" da chi lo gestiva, Romano Prodi, e violentato per primo dai suoi "genitori", Francia e Germania. Che ora lo difende a spada tratta contro le richieste di flessibilità, scrive il 24 gennaio 2018 Europa Today. Di Maio vuole sforarlo, Berlusconi lo difende in Europa e lo attacca in Italia, Renzi lo difende e basta, pur chiedendo un po' di flessibilità. Tutti a parlare di lui, del limite del 3% tra deficit e Pil, inserito in calce nell'architettura europea tanto da diventare, nei tempi dell'ultima sanguinosa crisi, un vero e proprio dogma, rafforzato dalla necessità per i paesi dell'euro, di fare ancora meglio, ossia di raggiungere la parità di bilancio. Ma com'è nato questo limite del 3%, quella cifra che per i suoi detrattori è 'malefica', strozzando le economie europee, e per i suoi fautori è invece 'magica', assicurando stabilità di fronte alle mareggiate dei mercati?

L'intuizione di una sera a Parigi. Ebbene, chiariamolo subito, il tetto del 3% per il disavanzo dei conti pubblici è una regoletta che non ha nessun fondamento macroeconomico. Anzi, è la creazione di un giovane economista, non ancora trentenne, che una sera del 1981 dovette creare su due piedi uno 'slogan' per l'allora neo-presidente francese François Mitterrand. La storia di Guy Abeille, all'epoca funzionario delle Finanze, ha dell'incredibile: come ha spiegato più volte, una sera del 1981, l'economista, rimasto in ufficio assieme a un collega del ministero, Roland de Villepin, un cugino del futuro primo ministro Dominique de Villepin, ricevette una telefonata dal suo superiore, che riportava una richiesta urgente dell'Eliseo. Dalla presidenza si spiegava che "Mitterrand voleva una norma che fissasse un tetto alla spesa pubblica, una cifra da opporre ai ministri che si presentavano in processione nel suo ufficio a chiedere denaro. Qualcosa di semplice, di pratico, non una teoria economica. Ci è venuto in mente il deficit, abbiamo visto il disavanzo di quell'anno, abbiamo controllato quale fosse il Pil e abbiamo fatto una semplice operazione. Ed è venuto fuori il 3%". "La cosa interessante di questa storia - ha ammesso Abeille - è che a posteriori tutti hanno dovuto legittimare questo parametro e gli economisti hanno elaborato mille spiegazioni scientifiche". Che semplicemente non c'erano: il 3% è il frutto dell'intuizione di una sera.

Da Parigi a Bruxelles passando per Maastricht. Dall'Eliseo a Bruxelles il cammino passa per Maastricht. Nel 1991, ossia dieci anni dopo, quando si entrò nel vivo dei negoziati che avrebbero portato alla moneta unica, il “paletto” creato per caso in Francia entrò nei trattati dell'Euro grazie al capo negoziatore di Parigi, Jean-Claude Trichet, guarda caso il futuro presidente della Bce. Per convincere l'allora Ministro delle Finanze tedesco Theo Waigel - le resistenze tedesche erano fortissime anche nel 1991 - Trichet sottolineò come il tetto fissato dalla Francia "aveva funzionato benissimo" e in una situazione di crescita nominale in Europa di circa il 5%, e un'inflazione al 2% i debiti potevano crescere al massimo del 3 % all'anno, mantenendosi al di sotto del 60% del Pil. Quest'ultimo è l'altro paletto delle politiche fiscali dell'Eurozona, ma assai meno rispettato, basta vedere il caso cronico dell'Italia e quello più recente, ma più acuto, della Grecia, tutti ben oltre il 120%. Che poi la crescita del 5% non si sia quasi mai vista, è un altro discorso, ma se Trichet non avesse fissato quel numero, probabilmente la Germania avrebbe chiesto un Patto al 2% e sarebbero stati ancora più dolori.

Il 3% diventa architettura comunitaria. Il Patto entra così nell'architettura comunitaria, aumentando il suo ruolo mano a mano che si stringono le maglie della zona euro e si fanno più interconnesse le economie europee. L'entrata, nel 2002, dell'euro fisico nelle tasche e nei portafogli degli europei, chiude il primo cerchio, ma il tutto, come ha insegnato l'ultima crisi, quando la costruzione era ancora incompleta e mancavano una serie di norme per rendere più coesa - e quindi più resistente - la zona euro. 

Il Patto "è stupido, ma necessario", parole di Prodi. Il primo attacco lo lancia un ispirato e criticato Romano Prodi in un'intervista a Le Monde di metà ottobre 2001. Al diario parigino l'ex premier affermava che "il Patto di stabilità dell'Unione europea è stupido come tutte le decisioni rigide, ma necessario". Per intenderci all'epoca Prodi era Presidente della Commissione Ue, ossia l'incaricato ultimo di vegliare sull'applicazione del Patto. Un primo attacco che affrontava il tema centrale della governance: "il Patto - diceva ancora Prodi al diario parigino - è imperfetto, è vero, perché bisogna avere uno strumento più intelligente e con maggiore flessibilità, ma sapete bene che se vogliamo flessibilità e intelligenza, serve autorità e nessuno ce l'ha, questo è il problema. Bisogna avere l'unanimità e questo non funziona. Non possiamo - insisteva il guardiano del Patto - avere un'Europa florida, forte, in crescita, senza poter aggiustare le sue decisioni in ogni momento".

La prima imboscata: "il giorno della ribellione dei governi". Quelle di Prodi erano parole, che sollevarono non poche polemiche, ma niente in confronto alla prima imboscata in piena regola che attende il Patto, un agguato architettato da Giulio Tremonti, allora ministro dell'economia del governo Berlusconi, che esercitava la Presidenza di turno della Ue, e perpetrato a favore di chi è ora il guardiano più feroce delle sue regole, la Germania. E di chi l'ha creato, la Francia. Era il 25 novembre 2003, data che nella ricca ma breve storia comunitaria è nota come il 'giorno della ribellione dei governi', anche se in realtà, come ogni intriga degna di questo nome, la ribellione si consumò di notte. In sostanza, Tremonti, dopo ore e ore di riunioni infuocate, sottomise al voto a maggioranza qualificata la proposta della Commissione di sanzionare Germania e Francia, ree di saltare per il terzo anno consecutivo il limite del 3%. E vinse il partito delle non-sanzioni, della linea soft, del dare un altro anno di tempo a Berlino e Parigi per rimettere i conti a posto, in barba alle regole, ma anche per non strozzare l'economia dei due paesi. Votarono contro i falchi di sempre, Finlandia, Olanda ed Austria, più la Spagna. Un anno dopo la Corte di Giustizia della Ue dava ragione ai falchi ed alla Commissione, ma era ormai troppo tardi, lo strappo era stato consumato.  

Il tema della flessibilità è sempre lì. Passato nemmeno un lustro, e con i conti a posto e l'economia rilanciata, la Germania è rientrato a fare comunella con i falchi e ha imposto, dall'inizio della crisi ad oggi, regole ben più dure, inserendo l'obbligo di parità di bilancio nelle economie della zona euro. Al tempo stesso il dogma del 3%, soprattutto da che Jean-Claude Juncker è al timone della Commissione Ue, è applicato non senza un certo margine di discrezionalità, a volte anche politica, per favorire un governo di fronte ai rischi di una scalata considerata populista da Bruxelles.  Ma anche così il tema della flessibilità del Patto di stabilità, di un'intuizione di una notte, bollata come stupida da chi le gestiva e violata per la prima volta dai suoi più strenui difensori e dai suoi ideatori, è ancora lì, puntuale. E non solo a ogni campagna elettorale. 

Ma quale Grecia, fu Prodi a truccare i bilanci, scrive l'8 maggio 2015 Giampaolo Rossi su "Il Giornale".

AMNESIE. Due giorni fa, in un convegno pubblico, l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi ha “rivelato” che la Grecia truccò i conti per entrare nell’euro. In molti hanno sottolineato come sia stupefacente che Prodi sveli questa verità solo di fronte al fallimento dell’euro e ad una crisi generata dagli errori di allora. Eppure nessuno ha fatto notare una cosa ancora più stupefacente: e cioè che Prodi accusa la Grecia di ciò di cui, in Europa, accusano lui.

L’OPERAZIONE AUTOINGANNO. Nel 2011, il settimanale tedesco “Der Spiegel” pubblicò una lunga inchiesta giornalistica sulla cosiddetta “Operazione autoinganno”, quella con la quale il governo tedesco e l’Europa chiusero gli occhi di fronte ai trucchi contabili dell’Italia messi in atto per riuscire a rientrare nei parametri di Maastricht necessari ad aderire alla moneta comune. E chi fu a truccare i conti italiani per far entrare il nostro Paese nell’euro? Un nome a caso: Romano Prodi. L’inchiesta, basata sullo studio di numerosi documenti del governo di Berlino, relativi agli anni 1996-1998, dimostrava che l’allora Cancelliere tedesco Helmut Kohl era pienamente consapevole che l’Italia non aveva alcuna solidità economica per entrare nell’euro; e che solo ragioni politiche lo spinsero a non tenere conto degli avvertimenti dei suoi economisti. Già nel febbraio del 1997, i funzionari della Cancelleria tedesca rimasero sorpresi quando a seguito di un vertice italo-tedesco il governo Prodi presentò dati del deficit di bilancio fin troppo diminuiti rispetto alla stime previste anche da FMI e OCSE. La sensazione fu che si fosse attivato un italianissimo gioco delle tre carte sui conti pubblici italiani. Qualche mese dopo, Jürgen Stark, importante economista tedesco che diventerà capo della Bundesbank, denunciò le pressioni del governo italiano sulla Bce affinché non “prendesse una posizione critica” nei confronti dell’eccessivo debito dell’Italia. Nel marzo del 1998, l’allora capo dei negoziatori tedeschi a Maastricht, Horst Köhler (che poi diventerà direttore del FMI e in seguito Presidente della Germania) scrisse direttamente a Kohl che l’Italia rappresentava “un rischio particolare per l’euro” perché non aveva operato alcuna “riduzione permanente e sostenibile di deficit e debito”.

IL TECNOCRATE, IL BANCHIERE E I COMUNISTI. Nell’inchiesta, Der Spiegel spiegò che Romano Prodi ed il suo ministro del Tesoro, il banchiere Carlo Azeglio Ciampi (definito un “giocoliere finanziario creativo”), adottarono un mix di trucchi contabili (la” tassa per l’Europa” e la vendita delle nostre riserve auree), che si sommarono alla circostanza favorevole di “tassi storicamente bassi”. In questa maniera il tecnocrate a capo di un governo di neo-comunisti e banchieri ottenne il risultato di far apparire i conti italiani a posto, promettendo all’amico Kohl che poi li avrebbe consolidati in seguito. In Europa erano consapevoli di questo inganno ma il Cancelliere fu inamovibile; vi erano considerazioni politiche che imponevano che l’Italia entrasse nell’euro a tutti i costi: non si poteva tenere fuori un paese fondatore dell’Europa. La situazione era talmente pericolosa che il Primo Ministro olandese in un incontro riservato con Kohl spiegò che “l’ingresso dell’Italia era inaccettabile” in assenza di prove aggiuntive che facessero vedere un consolidamento di bilancio “credibile”. Der Spiegel concludeva in maniera netta che l’aver accettato che l’Italia entrasse nell’eurozona “ha creato il precedente per un errore ancora più grande: l’ingresso due anni dopo della Grecia”. Oggi noi paghiamo l’imbroglio di allora costruito sulla pelle degli italiani e della nostra economia. Forse Prodi dovrebbe regalarci un po’ di silenzio.

Tutti contro il governo pentaleghista, tra clown involontari e circo mediatico: siamo alla comica finale, scrive Roberto Ragone il 26 maggio 2018 su "Osservatoreitalia.eu". E il nuovo governo cerca di dispiegare le vele, con Giuseppe Conte al timone. Tranne M5S e Lega, tutti soffiano contro, tanti piccoli Eolo. La televisione ci porta la testimonianza di questo, nei Tiggì e nei Talk Show dedicati alla politica. Di contorno, anche qualche discutibile umorista – tipo Crozza, o involontario anche lui, come Fazio, otto milioni di euro all’anno dalla RAI “servizio pubblico” – in altre trasmissioni, che con la politica non hanno nulla a che fare. Ma tant’è, l’Italiano medio – vorremmo dire mediocre – si occupa di politica quando non dovrebbe, e viceversa, quando sarebbe necessario approfondire per dare un indirizzo al paese, almeno evitando le castronerie che ci ammanniscono senza par condicio – vedi il defunto Renzi – si rifugiano nella plebiscitaria presenza sui canali che trasmettono partite di calcio. Non importa quali, purchè sia calcio. Quelle sono le occasioni in cui si sentono talmente patriottici, da esporre al balcone una bandiera tricolore comprata al mercato. Insomma, siamo messi proprio male.

Dicevamo della TV. È diventata un circo. Qualcosa che ormai è fuori moda, e soltanto pochi tenaci nostalgici continuano in queste imprese, il più delle volte con le toppe al sedere. C’è però uno spettacolo che non passerà mai di moda, ed è quello dei clown, dei pagliacci, per dirla in italiano. Grandi scarpe sformate, viso dipinto con labbra assurde, ciuffi di capelli applicati con una cuffia di gomma, e di solito un simulacro di frack, papillon enorme tutto storto, e poi tanta fantasia in un abbigliamento che deve soltanto provocare ilarità. La TV è diventata un circo, a cui alternativamente s’affacciano vari modelli di clown, – involontari – e le risate che suscitano non sono nelle loro intenzioni. Il nuovo governo – e ancor più il nuovo presidente del Consiglio – hanno suscitato aspre critiche da tutte le parti politiche non coinvolte nel governo.

Ma proprio tutte. Cominciamo con il centrodestra, escluso dalla preclusione di Gigi Di Maio. Un Berlusconi sempre più appannato e malfermo ha tracciato la linea: a morte il governo, ma soprattutto il M5S. E se la prende anche con Mattarella, colpevole, a sentir lui, di non avergli consentito di provare a trovare i voti in parlamento. Come un sol uomo – ah, il dio danaro, cosa fa! – tutti gli azzurri, e purtroppo anche una frastornata Giorgia Meloni (4,2%) si sono accodati compatti a dire le stesse cose. Gasparri è un vero campione di logorrea, la retorica è la sua scienza. Riesce a dire tutto e il contrario di tutto quasi nello stesso momento. È stato perciò delegato a partecipare praticamente in modalità costante ad Agorà il "bel" programma del mattino "leggermente" orientato ancora verso il PD. Poi ci sono Rosato, Maggiore, Romano, Fiano – tutti ‘onorevoli’, – e le varie soubrette Piddine e non solo che si alternano davanti alla telecamera. Il tema è sempre quello. Gli argomenti sempre quelli. Governo delle destre (quante, non era una sola?), governo pericoloso (perché?), attacco ai risparmiatori e alle fatiche annose del loro lavoro (come se Renzi non lo avesse già fatto, con pretesti vari), programma irrealizzabile (a priori? Aspettate un attimo), governo populista (termine oggi assunto al rango di insulto), premier che ha mentito sul curriculum (già fatto anche quello, una regola per un ministro PD: e la Fedeli?), eccetera eccetera.

I clown di Bruxelles. Junker (ma quanto beve a pranzo? O bisogna intervistarlo solo al mattino?), Moscovici, Dombrowski, ora perfino Macron (da che pulpito) criticano un governo "populista", "antieuropeista", "delle destre" e via così. Il tutto sullo sfondo del solito spread (ormai il re è nudo) manovrato ad arte, ma che non va oltre un certo limite, perché c’è gente che ci rimette. È chiaro che preferivano – loro – quello di prima. Siamo arrivati all’assurdo. Ora quando il faccione di uno di questi personaggi appare sullo schermo, scoppiamo a ridere. Ormai la gente li ha relegati al pari dei comici, e neanche bravi. Senza parlare dei “nostri”, dei quali potremmo doppiare gli interventi, togliendo l’audio, tanto sono sempre uguali i loro disgraziati piccoli discorsi. Possiamo dirlo? Smettetela, fate ridere. Forse vorreste portare acqua al mulino di Renzi, Martina e PD – già avevamo dimenticato il buon Martina, il nemico degli uliveti pugliesi – ma sortite esattamente l’effetto contrario. Potremmo reclutarli in blocco e farne uno spettacolo itinerante, magari con un bel tendone variopinto, ma senza tigri e cammelli, e girare per l’Italia; e magari anche a Bruxelles, loro patria di adozione. Ci fermiamo qui.

Savona l’antieuropeista? Intanto il combattuto forse ministro dell’economia Paolo Savona ha rivelato che la nostra attuale condizione dell’Italia in ambito europeo è esattamente quella a cui tendeva il programma di un ministro del governo di Hitler, negli anni ’40. Nel quale si era prevista, come si è realizzata oggi, una ‘gabbia’ tedesca per l’Italia,- IV Reich? – delegata al rango di luogo ameno e di villeggiatura, al pari della Francia, mentre alla Germania sarebbe toccato di gestire industrie di vario genere. Esattamente ciò che si è ottenuto oggi con l’ingresso nell’area euro e nella UE. Pochi sanno che nel convegno di Yalta, a fine conflitto, si decise che all’Italia fossero posti dei paletti sine die, limitandone l’espansione economica e politica. Esattamente quello che invece Aldo Moro riuscì a realizzare. Purtroppo, al pari di Mattei – che voleva dare impulso alla nazione e ci era riuscito, rendendola autonoma sotto il profilo energetico, e surclassando gli Inglesi – fu ucciso. E la spinta propulsiva dell’Italia, in campo economico ed energetico, cessò improvvisamente. Savona, il quasi ministro dell’economia, fa paura, non solo per le sue idee anti-euro, ma anche perché, come ricordava qualcuno, a 82 anni non ha remore a dire fuor dai denti ciò che pensa.

6 Italiani su 10 vorrebbero uscire dall’Unione, e dall’euro. E se pensiamo a come queste condizioni sono state imposte e sfruttate – comprendendo anche inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio operato alla chetichella – possiamo capirli e dar loro tutte le ragioni. Finalmente, aggiungiamo noi, qualcuno ha incominciato ad aprire gli occhi. Se l’Italia dovesse attuare quella che si chiama Italexit, l’Unione Europea traballerebbe, forse senza speranza. E la Germania potrebbe andare a cogliere margherite. Insomma, lo sport nazionale è diventato, anche sui social, criticare la coalizione di governo, criticare il curriculum di Conte, criticare i programmi, e tutti si accodano – è molto ‘trendy’, vuoi vedere che rispuntano i ‘radical chic’? – dietro al pifferaio di Hamelin. Tutte queste reazioni ci dicono una cosa sola: l’Europa, ma soprattutto la Germania, temono l’Italia libera da pastoie europeistiche, fino a rendere concreta, all’opinione pubblica italiana, la possibilità di uscita dall’euro. Il che ci renderebbe tutti più liberi e felici, e finalmente la nostra nazione – ingiustamente sanzionata da Yalta in poi, quando addirittura s’era deciso di dividerla in quattro diverse zone d’influenza, – USA. UK, Francia e URSS – potrebbe rinascere, con una economia sana e veritiera, non pilotata dall’alto. E dettare noi le leggi all’UE, quelle che fanno meglio ai cittadini italiani e alla nazione. Discorso populista, sovranista? Certo. E’ ora di finirla di assimilare questi termini ad insulti. Semmai sono reati d’opinione, e la UE, grazie a Dio, non è ancora arrivata a sanzionare la libertà di pensiero – ma non ci manca molto, se continuiamo così. Il Professor Savona è in rampa di lancio, ma come al solito le banche, lo spread, l’UE, la Merkel e le agenzie di Rating pretendono di scegliere il nostro governo, condizionando pesantemente il parere di Mattarella, – quello di Napolitano era autoprodotto, essendo lui un feroce e interessato propugnatore della nostra sottomissione – e quindi rischiamo di dover tornare a votare. Cosa che noi ci auguriamo. In definitiva, la sorpresa più grossa l’avrebbero tutti gli europeisti e schiavisti che ci vogliono sotto il tallone dell’establishment europeo. Diciamo chiaro a queste gente che siamo stufi delle loro ingerenze in casa nostra. Che rispettino il voto di undici milioni di Italiani. In politica, come altrove, si vince e si perde: loro hanno perso, affidandosi a chi affidabile non era, e non è, tuttora, don Matteo Renzi. Non Tiziano, quello deciderà la magistratura se sia affidabile o meno. Se questo è sovranismo, ben venga. Abbiamo altre tradizioni noi, che quelle europeiste, specialmente di ‘questa’ Europa. Rimane la pena che certi parlamentari aggiogati a questo o a quel carretto, e per caso concordi, ma per ragioni opposte, suscitano in chi davanti al televisore vorrebbe sentirli finalmente pronunciare qualcosa di serio, e non solo buffonate vestite da dichiarazioni politiche. Se ne sono capaci.

Mattarella bacchetta il governo e difende l'Unione europea. Il presidente Mattarella avverte: "No a mercanteggiamenti sul bilancio e nazionalismi. Nessuno può mettere in discussione l'Ue", scrive Andrea Riva, Venerdì 14/09/2018, su "Il Giornale". Per il presidente della Repubblica Sergio Mattarella non ci sono dubbi. Il futuro dell'Unione europea sarà migliore senza nazionalismi e mercanteggiamenti. La prima carica dello Stato, parlando al vertice di Arraiolos, che riunisce 13 presidenti di Paesi europei per discutere del futuro dell'Unione, ricorda di essere "nato durante i bombardamenti" e di aver per questo "un'innata diffidenza, e un'innata idiosincrasia verso qualunque pericolo di nazionalismo e di guerre". Per questo motivo - prosegue Mattarella - non si può "riproporre dentro l'Unione un clima che non è soltanto concorrenziale ma è di contrapposizione, che poi diventa contrasto, poi diventa ostilità, diventa non sappiamo cosa". Il riferimento è, ovviamente, ai tragici fatti della Prima e della Seconda guerra mondiale, costati la vita a migliaia di cittadini sia europei che non. La spinta a unirsi nella Comunità europea prima e l'allargamento a est poi ha avuto lo scopo di "abbandonare il passato mettendo in comune il futuro degli europei", ha detto Mattarella. Ora "tutto questo è messo, oggi, in discussione e in crisi. Noi dobbiamo far comprendere, in maniera palese ed evidente, alle nostre pubbliche opinioni, ai nostri concittadini, che anche le realtà attuali, il mercato unico, lo spazio Schengen, l'unione monetaria, rispondono a questo stesso spirito, hanno lo stesso obiettivo: mettere in comune il futuro degli europei". E ancora: "L'Italia è un contributore attivo dell'Unione. Ma mi sono sempre rifiutato di considerare questi rapporti sul piano del dare e avere, anche perché i benefici dell'integrazione non sono quasi mai monetizzabili interamente. Non è attraverso il calcolo contabile che si definisce il vantaggio che l'Unione assicura a tutti i suoi componenti". E poi l'avvertimento: "Non c'è movimento che possa mettere in discussione questo valore storico, però va fatto comprendere con maggiore efficacia". Le parole del presidente colpiscono ancora una volta. Proprio pochi giorni fa, aveva detto, citando Scalfari e tirando una frecciatina al ministro dell'Interno Matteo Salvini: "Nessuno è al di sopra della legge".

Ecco tutti i magheggi di Macron contro l’Italia, scrive Pierluigi Magnaschi su un articolo pubblicato su Italia Oggi e ripreso il 25 giugno 2018 da Startmag. Il commento di Pierluigi Magnaschi, direttore del quotidiano Italia Oggi, sulle posizioni della Francia di Macron in relazione all’Italia. E da almeno due anni che il presidente francese Emmanuel Macron, proseguendo nel tracciato dei suoi predecessori all’Eliseo, dà i numeri nei confronti dell’Italia, con la connivenza, purtroppo, degli ultimi quattro governi italiani che non hanno mai fatto arrabbiare lui né i suoi predecessori (con l’eccezione solo di quello di Gentiloni, grazie al ruolo in esso svolto da Minniti e da Calenda).

GLI ATTEGGIAMENTI DEI PASSATI GOVERNI ITALIANI. L’atteggiamento dei governi italiani passati nei confronti della Francia è stato sempre di supina e incondizionata accettazione delle scelte transalpine. Ma non erano solo i governi italiani a essere supini nei confronti della Francia (in anatomia si parla, se si vuol essere esatti, di posizione genopettorale). Anche i grandi media italiani (di carta ed elettronici) hanno quasi sempre invitato il governo di Roma all’accettazione dei diktat di Parigi e, comunque, all’embrassons-nous, all’abbracciamoci, con i «cugini d’Oltralpe».

LE QUESTIONI LEGATE ALL’IMMIGRAZIONE. Anche ieri c’erano alcuni grandi media che, senza alcun pudore e sfidando il ridicolo, si domandavano, preoccupati, se le proposte lega-pentastellate a proposito di immigrazione ed Europa rischiano di incrinare i buoni rapporti fra l’Italia e la Francia. Pare di capire, in base ai ragionamenti della nostra intellighenzia, che, anche se l’Italia è un paese di 60 milioni di abitanti, con una struttura industriale che è seconda in Europa solo alla Germania, deve stare a cuccia e attendere, per potersi muovere, il cenno di Macron.

IL CONTRASTO FRA INTERESSI. Che questo modo di procedere non sia dignitoso per l’Italia (oltre che dannoso ad essa) se ne sono perfettamente accorti gli elettori italiani, quelli che non hanno frequentato le grandi scuole e che alle volte si impiantano anche nei condizionali, ma che sono in grado di intuire quali sono i loro interessi (individuali e dell’intero paese), mentre le grandi teste magari lo sanno, dove sta l’interesse nazionale, ma fanno finta di dimenticarselo per trarne utilità o per non avere grane.

IL DOSSIER SULLE LEGIONI D’ONORE…Un giorno o l’altro pubblicheremo l’elenco completo dei politici italiani ai quali la Repubblica di Francia ha conferito, in pompa magna, la Legion d’honneur nei sontuosi saloni dipinti da Carracci a Palazzo Farnese. La Legion d’honneur è la massima decorazione conferita dal presidente della Repubblica francese a coloro che si sono segnalati «per gli straordinari meriti resi alla Francia». Negli ultimi anni, il 70% di esse è stato conferito, in Italia, a leader del centro-sinistra perché l’Eliseo aveva capito che era da lì che potevano essere munti i maggiori favori per la Francia.

LE PAROLE DI SALVINI SU LIBIA E NON SOLO. Salvini, a proposito di immigrazione alluvionale e Francia, ha parlato con una lingua schietta, diretta e comprensibile. E con essa ha spiegato le cose come stanno. E cioè che è stata la Francia che, con l’abbattimento del regime di Gheddafi, fatto, ai tempi di Sarkozy, solo per conseguire interessi politici transalpini a danno dell’Italia e delle sue attività sul piano energetico e geostrategico (il controllo del Mediterraneo), ha destabilizzato tutta l’area del Nord Africa, togliendo così ogni limite e controllo ai negrieri delle carrette che trasportavano (e trasportano) i migranti verso l’Italia.

CHE COSA HANNO FATTO I GOVERNI MONTI, LETTA E RENZI. È vero che purtroppo i governi Monti, Letta e Renzi (giustamente e definitivamente puniti nei partiti a loro succeduti in occasione soprattutto delle elezioni del 4 marzo scorso) hanno più volte firmato il contratto capestro dell’Accordo di Dublino (in tutte le sue successive modificazioni) anche se potevano astenersi. Questo accordo prevede che ai migranti si debbono prendere le impronte digitali al momento del loro sbarco (che, per motivi geografici e di rassegnazione politica, avviene quasi sempre solo in Italia). Se poi questi immigrati sono beccati a vagare, o a lavorare, negli altri paesi Ue, essi vengono riconsegnati non ai paesi d’origine (che spesso sono difficili da individuare perché da essi vengono astutamente camuffati) ma al paese d’ingresso, cioè all’Italia.

LA QUESTIONE DEI CONFINI. Fino a che i confini a Nord dell’Italia (e cioè verso la Francia e l’Austria) non erano stati ancora rigidamente blindati, l’abnormità dell’accordo di Dublino era stata attenuata, nei fatti, dai parziali espatri degli sbarcati in Italia verso i paesi del centro Europa e il Regno Unito. La situazione, per quanto già allora inaccettabile, rimaneva sostenibile. Ma da quando la Francia ha blindato i suoi confini e, per disposizione di Macron, getta brutalmente giù dai treni a Mentone anche le donne incinte e respinge tutti subito con la forza a Ventimiglia, il deflusso verso il centro Europa ha cominciato a rigurgitare verso l’Italia.

CHE COSA COMBINANO I FRANCESI. Visto inoltre che in Svizzera (che non fa parte della Ue ma è la nazione più blindata di tutti) non riesce a entrare nemmeno una foglia senza l’autorizzazione del governo, e visto che l’Austria ha minacciato di schierare i carri armati sul confine contro chi, in un modo o nell’altro, volesse forzarli, tutta l’immigrazione dal Nord Africa è costretta a ristagnare in Italia, per cui un problema europeo è stato declassato ad italiano, soprattutto per iniziativa di Macron, dato che i tedeschi si vergognano di imitarlo su questo terreno.

COME RIVEDERE IL TRATTATO DI DUBLINO. In attesa di rivedere il Trattato di Dublino (ma non come vuole la Francia, che sarebbe una ulteriore presa in giro) si può intervenire per ridurre i flussi dei migranti dall’Africa, collaborando con i paesi del Centrafrica per bloccare quelli che arrivano da quest’area e realizzare in Libia e/o in altri paesi del Nord Africa gli hotspot (notiamo che quando c’è da proporre un’insostenibile puttanata, in Europa la si designa in inglese).

IL DOSSIER HOTSPOT. Gli hotspot infatti sono molto semplicemente dei «campi di concentramento», non di tipo nazista come alcuni esagitati vorrebbero designarli, ma come quelli degli Alleati durante la seconda guerra mondiale. Gli hotspot funzionerebbero da luoghi di identificazione dei profughi (che sono circa solo il 20% degli immigrati) mentre l’80% di migranti economici dovrebbe essere respinto, senza essersi mai allontanati dal continente africano.

CHE COSA PROPONE MACRON. Macron, ma non si capisce con che faccia (e poi ci sono dei grandi columnist italiani che non vogliono farlo arrabbiare!) Macron, dicevo, propone, per non disturbare l’Africa, dove infatti egli ha altri interessi, che gli hotspot vengano realizzati in Italia. È questo il risultato della politica di inossidabile deferenza che i governi italiani hanno riservato a Parigi e segnatamente a Macron.

IL PENSIERO DEGLI ITALIANI. Salvini, come la maggioranza degli elettori italiani, ha detto basta a questo sopruso, non solo senza fine ma anche destinato a crescere, se non viene contrastato da politici italiani che conoscono qual è, in questo caso, l’interesse nazionale e sono disposti a difenderlo anche perché, particolare non indifferente, hanno piena ragione a comportarsi così e a impedire a Macron (che, per fortuna, non è tutta la Francia) di fare il gradasso contro un paese che Parigi avrebbe interesse a considerare come amico.

PERCHE’ LE REAZIONI ITALIANE SONO GIUSTIFICATE. Un paese invece che Macron aizza. Giustificando le reazioni italiane. È sintomatico notare che la troppo lunga acquiescenza dei leader italiani nei confronti della Francia di Macron è venuta meno in occasione dell’ingresso violento a Bardonecchia, come se fosse casa loro e senza avvisare la polizia italiana, dei gendarmi francesi. In quell’occasione, persino un politico illustre e decorato della Legion d’honneur ha criticato pubblicamente il presidente francese. Macron, che insiste nella sua arroganza da primo della classe, peraltro già in corso di ridimensionamento in Francia anche da parte di alcuni dei suoi uomini, non si è accorto che Bardonecchia è stato il punto di non ritorno delle sue relazioni con l’Italia. Peggio per lui.

Corsi e ricorsi (storici nda) della manovra, quando l’Italia rischiava di essere bocciata dall’Europa, scrive Marco Zatterin il 24 Ottobre 2018 su La Stampa. Da Berlusconi a Renzi fino a Gentiloni, tutte le volte che i nostri governi hanno attaccato l’Ue per guadagnare tempo e trattare migliori condizioni. «Se l’Europa boccia la manovra la ripresenteremo uguale». Salvini? Di Maio? No. Matteo Renzi alle 8,25 del mattino di 16 ottobre di tre anni fa sotto l’incerto cielo belga. Furioso, forse anche per aver fatto controvoglia le quattro del mattino a Palazzo Justus Lipsius. «Bruxelles non è il maestro che fa l’esame, non ha i titoli per intervenire – tuonò l’allora presidente del Consiglio – in questi anni c’è stata una subalternità psicologica dell’Italia verso gli eurocrati».

Caro Moscovici, Renzi, Monti e Berlusconi hanno fatto più debito di Conte. Il Commissario UE ci bacchetta sul deficit al 2,4%. Come ministro delle Finanze, però, portò il deficit della Francia nel 2012 al 5%, scrive Andrea Del Monaco, Esperto Fondi Europei, su huffingtonpost.it il 14/11/2018. Nel 2012 l'allora Ministro socialista francese delle finanze Pierre Moscovici spinse il deficit della Francia al 5% del PIL francese, l'allora premier spagnolo popolare Mariano Rajoy portò il deficit della Spagna al 10,5% del PIL spagnolo mentre l'austero presidente italiano Mario Monti conteneva il deficit italiano al 2,9% del nostro PIL. Lo stesso socialista Pierre Moscovici, oggi Commissario Europeo agli Affari economici, boccerà la manovra italiana per disavanzo eccessivo. Quale indebitamento il presidente del Consiglio Giuseppe Conte chiede di poter fare a Bruxelles nel 2019? Il 2,4% del PIL. Nel 2015 quale indebitamento ha fatto Renzi? Il 2,6% del PIL. E il governo Gentiloni nel 2017? Il 2,4%. Quanto debito l'austero Monti ha chiesto di poter fare a Bruxelles sia nel 2012 sia nel 2013? Il suddetto 2,9% del nostro PIL. Addirittura nel 2009, il governo di Silvio Berlusconi, all'acme del suo consenso politico, spinse l'indebitamento al 5,3%. Solo nel 2017, l'allora governo Gentiloni, chiese a Bruxelles di potersi indebitare per l'anno corrente 2018 meno di quanto ha chiesto l'attuale governo Conte: 1,6% del nostro PIL che, nelle previsioni della Commissione Europea, dovrebbe arrivare all'1,8%. In tabella 1 potete vedere il deficit degli ultimi anni per Italia, Germania, Francia, Spagna, Gran Bretagna, USA e Giappone. I numeri sono dedotti dal file "Indicatori economici e finanziari" prodotto dal Servizio Studi-Dipartimento Bilancio della Camera dei Deputati. Si possono trarre quattro conclusioni:

1) ad eccezione del governo Gentiloni nell'ultimo anno, tutti i Governi precedenti si sono indebitati più di questo Governo;

2) ergo quando le opposizioni del Pd e di Forza Italia criticano il governo Conte perché sta lasciando debito sulle spalle dei nostri figli dovrebbero prima di tutto fare autocritica sul debito che hanno lasciato quando erano al governo: nel meraviglioso romanzo "La fattoria degli animali", metafora della rivoluzione bolscevica, George Orwell scrive che al principio "tutti gli animali sono uguali" presto seguì il principio "Ma alcuni sono più uguali degli altri". Usando la figura retorica, non della similitudine, ma dell'analogia, potremmo dire che per Pd e Forza Italia il debito emesso dai loro governi è più uguale del debito emesso da Lega e M5S;

3) il governo Conte, poiché ci indebita meno dei governi precedenti e nel contempo deve finanziare il reddito di cittadinanza e il superamento della riforma Fornero, dovrà tagliare la spesa pubblica in altri settori come sanità e scuola;

4) ultimo, ma non meno importante, Lega e M5S, quando sostengono di fare spesa pubblica per pensionati, disoccupati e imprese, dovrebbero ricordare che, poiché fanno meno spesa pubblica, sono più austeri dei governi Monti e Renzi. Ovviamente Forza Italia e Pd non ammetteranno che hanno fatto più debito del governo Conte. E Lega e M5S non riconosceranno che hanno fatto più austerità dei governi precedenti.

5) Per Bruxelles il deficit di Francia e Spagna è consentito mentre quello dell'Italia non è consentito: Francia e Spagna sono orwellianamente più "uguali" dell'Italia.

Perché il Commissario Europeo agli Affari economici Pierre Moscovici e il Vice presidente della Commissione Europea Valdis Dombrovskis in una lettera al Ministro dell'Economia Tria hanno chiesto di ridurre il deficit per il 2019 allo 0,9% del PIL accusando il governo Italiano di tradire gli impegni presi? Perché il governo Gentiloni, nel Documento Programmatico di Bilancio elaborato alla fine del 2017, aveva concordato con Moscovici e Dombrovskis il seguente percorso di raggiungimento del pareggio di bilancio rappresentato in tabella 2. Per il 2019 il governo Gentiloni aveva assicurato avremmo avuto un deficit pari allo 0,9% del PIL. Al contrario, nel Documento Programmatico di Bilancio inviato alla Commissione Europea, il governo Conte per il 2019 vuole fare un deficit pari al 2,4% del PIL, ovvero l'1,5% in più rispetto a quanto concordato da Gentiloni (2,4-0,9=+1,5). Per tale ragione il 18 ottobre 2018 Moscovici e Dombrovskis hanno scritto al ministro Tria una lettera nella quale lamentavano tale deviazione dell'1,5% rispetto agli impegni presi da Gentiloni sull'indebitamento. Addirittura per il 2020 Gentiloni aveva preso l'impegno di raggiungere quasi il pareggio di bilancio con solamente lo 0,2% di deficit; al contrario il governo Conte ha programmato per il 2020 un deficit pari al 2,1%. In questo caso lo scostamento tra l'impegno preso dal governo Gentiloni e la proposta del governo Conte arriva a quasi il 2%. Ma perché il governo Gentiloni ha preso tale impegno? Semplicemente perché l'Italia, più di tutti gli altri paesi europei a eccezione della Germania, ha deciso di perseguire il pareggio di bilancio a causa del suo alto rapporto Debito/Pil pari al 131% del Pil nel 2017.

Malgrado il governo Conte riduca il suo indebitamento annuale rispetto a governi precedenti, la Commissione Europea minaccia una procedura per disavanzi eccessivi perché la riduzione è insufficiente nel percorso di avvicinamento al pareggio di bilancio. Ma gli altri Stati cosa hanno fatto in questi anni? Nel 2012, mentre noi sotto Monti eravamo al 2,9%, la Gran Bretagna arrivava all'8,2%, gli USA al 7,9% e il Giappone all'8,6%. Nel 2011, quando l'Italia ha un deficit pari al 3,7%, la Francia sfora al 5,1%, la Spagna al 9,6%, il Regno Unito al 7,6%, gli USA hanno un deficit pari al 9,6% del loro PIL e il Giappone arriva al 9,1%. Nel 2013, mentre noi eravamo sempre al 2,9%, la Francia arrivava al 4,1%, la Spagna al 7%, il Regno Unito al 5,6%, gli USA al 4,4% e il Giappone al 7,9%. Nel 2016, mentre noi eravamo al 2,5%, la Francia arrivava al 3,4%, la Spagna al 4,5%, il Regno Unito al 3,3%, gli USA al 4,2%, il Giappone al 3,7%. Questi numeri ci dicono due cose: che fuori dall'Euro, USA e Giappone possono fare quanto deficit vogliono. All'interno dell'Euro Francia e Spagna sono più uguali dell'Italia ricordando la frase di Orwell.

Giampiero Gramaglia per il "Fatto quotidiano" del 9 agosto 2012. Non sono sempre stati i Paesi del Sud gli ultimi della classe dell'euro, gli "untori del contagio", come sono oggi bollate Grecia, Italia e Spagna. Ci fu un tempo, nei primi anni della moneta unica, che a non stare ai patti, anzi al Patto di Stabilità, erano proprio quelli del Nord che ora non tollerano le debolezze altrui: i tedeschi, con i francesi a tenere loro bordone. Quella è una delle pagine nere della storia dell'euro, un decennio e poco più; dal punto di vista delle istituzioni, forse la più nera. Perché per fare fronte alla crisi, oggi, si tratta di prendere decisioni; mentre, allora, si trattava solo di applicare decisioni già prese, cioè di fare rispettare la legge. E, invece, i forti dell'epoca, che sono poi gli stessi di oggi, la fecero franca con una deroga ad hoc. E' un episodio che Mario Monti ama ricordare, come premier, ma anche come professore d'economia ed ex commissario europeo. C'è spazio per rinvangare quel momento, in questi giorni che la crisi dà qualche respiro, nonostante le notizie dell'economia reale, specie quella italiana, ma anche la tedesca e la francese, continuino a non essere incoraggianti: le agenzie di rating, ridotte al ruolo di cassandre, lanciano avvertimenti cui pochi ormai badano. Tra Madrid e Bruxelles, si discute se staccare la prima fetta dell'aiuto europeo di cento miliardi di euro per le banche spagnole, mentre i mercati scommettono che la Spagna dovrà sollecitare, per salvarsi, un intervento di dimensioni maggiori. Le banche più in difficoltà sono, oltre a Bankia, NovaGalicia, CatalunyaCaixa e Banco de Valencia. Per ora, Madrid, non ha formalizzato la sua richiesta, che dovrebbe essere approvata dalla Commissione europea, dalla Banca centrale e dall'Eurogruppo. Si allungano, invece, i tempi di decisione per la Grecia (ieri S&P ha rivisto il giudizio sul debito al ribasso): gli esperti della troika resteranno ad Atene tutto settembre, per presentare a ottobre un piano che eviti al Paese il fallimento e ne consenta la permanenza nell'euro. La calma tesa di questi giorni sui mercati, con borse senza picchi e spread stabili, si contrappone, quasi, alle fibrillazioni politiche. Che evocano quelle del 2003, quando la Commissione europea, presieduta da Romano Prodi, con Monti alla concorrenza, denunciò Francia e Germania per avere sforato i limiti del deficit di bilancio imposti dal Patto di Stabilità. La procedura d'infrazione, però, non fece il suo corso, perché i ministri delle finanze la bloccarono; e l'Italia di Silvio Berlusconi e la Gran Bretagna di Tony Blair appoggiarono questa soluzione "buonista" e "pilatesca", per le serie infinite "la legge non è uguale per tutti" e "il più forte ha sempre ragione". Monti ha evocato quell'episodio nell'intervista a Der Spiegel da poco pubblicata, quella da cui sono scaturite un sacco di polemiche; e lo aveva già fatto al termine del Quadrangolare a Roma del 22 giugno (Italia, Francia, Germania e Spagna), quando rammentò, a chi oggi rimprovera le cicale d'Europa, appunto Grecia, Italia, Spagna, che furono Berlino e Parigi a violare per primi il Patto di Stabilità, senza subirne le conseguenze. In occasione del Quadrangolare, Monti aveva anche ricordato la "complicità" del governo italiano nella deroga a favore di Francia e Germania. Parigi e Berlino, pur avendo sforato per la terza volta il tetto del 3% nel rapporto tra deficit e Pil, non subirono la prevista procedura per deficit eccessivo. L'Eurogruppo, con i ministri delle Finanze degli allora 12 Paesi della zona euro, lo decise a maggioranza qualificata, al termine d'una riunione fiume burrascosa, con i voti contrari di Spagna -toh!, come cambia il mondo-, Austria, Finlandia e Olanda (Helsinki e l'Aja sono, pure oggi, vestali del rigore). La decisione venne poi ratificata dall'Ecofin, il Consiglio dei Ministri delle Finanze dei Paesi dell'Ue, che s'accontentò dell'impegno di Francia e Germania a mettere in ordine i conti entro il 2005. Su quella decisione, i Grandi d'Europa, allora divisi sulla scena internazionale, furono unanimi. Eppure, Francia e Germania erano la Vecchia Europa, schierati contro l'invasione dell'Iraq; mentre Gran Bretagna e Italia facevano da spalla agli Stati Uniti di George Bush, insieme a quella Spagna che José Maria Aznar tenne però fuori dal pastrocchio sul Patto di Stabilità. All'epoca, la palese forzatura del diritto comunitario non passò inosservata. Euronews, una tv non partigiana, titolava: "L'Europa si spacca sul Patto di Stabilità. Ed è crisi istituzionale: l'Esecutivo, da un lato, a difendere le regole e i parametri stabiliti; Eurogruppo ed Ecofin, dall'altro". Aznar minacciò ripercussioni sui lavori per la ratifica della Costituzione europea, poi abortita. "Il Consiglio - si legge nelle conclusioni dell'Ecofin - ha deciso di sospendere per ora le procedure", pronto, a riaprirle se Parigi e Berlino non avessero rispettato gli impegni assunti. Ovviamente, tutto morì lì: quella fu una sconfitta per la Commissione Prodi/Monti, ma soprattutto per l'Unione.

Quando Francia e Germania sforarono il 3% (senza conseguenze). Nel 2003 Parigi e Berlino furono "salvate" dai ministri delle Finanze dell'Ue, che si accontentarono dei buoni propositi dei governi. Da allora il Patto di stabilità è stato regolarmente violato, scrive il 3 settembre 2018 Lettera 43. Oggi è la pistola puntata contro l'Italia che chiede maggiori margini di spesa, ma il Patto di stabilità e crescita europeo fu violato per la prima volta dalle due maggiori economie europee: dalla Francia e anche dalla Germania, cioè lo Stato che fa oggi di quelle regole un dogma inviolabile. Il Patto fu stipulato dai membri dell'Ue nel 1997 e prevede che i Paesi che hanno deciso di adottare l'euro devono rispettare due parametri relativi al bilancio pubblico: un deficit pubblico non superiore al 3% del Pil e un debito pubblico al di sotto del 60% del Pil (leggi quanto può spendere l'Italia nella legge di bilancio 2019).

LA VIOLAZIONE DEL 2003 DI FRANCIA E GERMANIA. Nel 2003, la Commissione europea, presieduta da Romano Prodi contestò a Parigi e Berlino di avere sforato i limiti del deficit. Ma l'Italia di Silvio Berlusconi e il Regno Unito di Tony Blair appoggiarono i trasgressori e il 25 novembre una riunione dei ministri delle Finanze “salvò” con una votazione Francia e Germania dalla procedura d'infrazione. La decisione venne poi ratificata dall'Ecofin, che si accontentò dell'impegno a mettere in ordine i conti entro il 2005. Un episodio spesso ricordato da Mario Monti, all'epoca commissario europeo alla concorrenza, anche in alcune interviste da premier italiano: «Furono proprio Germania e Francia che minarono buona parte della credibilità del Patto, seppure con la complicità dell'Italia. Nessuno pagò, ma il Patto di Stabilità ne uscì molto indebolito».

PATTO REGOLARMENTE VIOLATO. Con l'avvento della crisi finanziaria ed economica, poi, le norme sul bilancio sono state infrante regolarmente. Secondo un'elaborazione effettuata dall'Ufficio studi della Cieg, tra i 28 Paesi che compongono l'Unione europea poco più di uno su due (per la precisione 16) nel 2016 non ha rispettato le disposizioni previste dai due principali criteri di convergenza. Per altro, tra i dodici Paesi virtuosi si tratta in massima parte di realtà di piccola dimensione: Malta, Slovacchia, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Bulgaria ed Estonia.

PER LA FRANCIA NOVE ANNI DI PROCEDURA. Tra il 2009 e il 2016, solo tre Paesi in Ue (Svezia, Estonia e Lussemburgo) non hanno mai 'sforato' la soglia del 3 per cento del rapporto deficit/Pil; mentre Spagna, Regno Unito e Francia lo hanno fatto ben otto volte (ovvero ogni anno); Grecia, Croazia e Portogallo sette. L'Italia, invece, lo ha fatto in tre occasioni e in questi anni ha mantenuto un'incidenza percentuale media del disavanzo pubblico al -3,3: contro il -7,9 della Spagna, il -6,6 del Regno Unito e il -4,8 della Francia. La procedura di per deficit eccessivo contro la Francia, aperta nel 2009, è stata chiusa dalla Commissione europea solo nel maggio 2018.

LA VERA STORIA DELL’AIUTO ITALIANO A GERMANIA (E FRANCIA) NEL 2003, scrive il 9 luglio 2016 Franco Mostacci. Al termine della riunione informale del Consiglio europeo del 29 giugno, il premier Renzi – dopo il no di Angela Merkel a una revisione del bail-in, ha dichiarato che “le regole sono state cambiate nel 2003 per fare un favore a Francia e Germania”, che superarono il tetto del 3% deficit/Pil, “e Berlusconi, uomo generoso, glielo consentì”. Le cose, però, andarono diversamente, a partire dal fatto che allora non ci fu alcuna modifica dei Trattati. Nei primi anni del secolo, il presidente della Commissione europea era Romano Prodi e il commissario agli affari economici Pedro Solbes, secondo quanto previsto dal Patto di stabilità e crescita, aveva aperto una procedura per deficit eccessivi nei confronti di Francia e Germania. Successivamente, ritenendo inadeguate le misure di rientro intraprese dai due paesi, inviò una raccomandazione al Consiglio per l’adozione di una decisione formale. Nella riunione dell’Ecofin del 25 novembre 2003, con Tremonti presidente, fu invece approvato (con il voto contrario di Olanda, Austria, Finlandia e Spagna) un documento che sospendeva la procedura di rientro dal deficit per Francia e Germania, violando di fatto i Trattati. La decisione causò un forte attrito con la Commissione, che presentò ricorso alla Corte di Giustizia europea. Secondo quanto riportato all’epoca dal quotidiano La Repubblica, il commissario agli affari economici Solbes dichiarò: “Siamo profondamente rammaricati perché la soluzione adottata dal Consiglio non segue le regole stabilite dal Patto, mentre solo l’applicazione delle regole può garantire un uguale trattamento degli Stati membri”. Secondo Tremonti, invece, “E’ una soluzione coerente con la cornice del Trattato e del Patto e ci sembra costituisca una soluzione tecnica politica positiva e coerente con i criteri di funzionamento del Patto”. La Corte di Giustizia europea, con sentenza del 13 luglio 2004, stabilì che “le conclusioni del Consiglio del 25 novembre 2003, adottate nei confronti, rispettivamente, della Repubblica francese e della Repubblica federale di Germania sono annullate in quanto contengono una decisione di sospendere la procedura per i disavanzi eccessivi e una decisione che modifica le raccomandazioni precedentemente adottate dal Consiglio ai sensi dell’art. 104, n. 7, CE”. Perché il governo Berlusconi si prodigò tanto a favore di Francia e Germania? Anche in Italia, tra il 2001 e il 2006, il tetto del 3% fu sistematicamente sforato: 2001 -3,4%; 2002 -3,1%; 2003 -3,4%; 2004 3,6%; 2005 -4,2%; 2006 -3,6% (figura 1). Solo che, allora, circolavano ben altre cifre ufficiali, come già raccontato dal Foglietto. Per il 2001, dopo una visita notturna in via Balbo dell’allora Ragioniere generale dello Stato Monorchio, l’Istat fissò inizialmente il rapporto deficit/Pil all’1,4%; nel 2002 il 2,3%, nel 2003 il 2,4% e nel 2004 il 3% (figura 2). Quando nel 2005 si ammise che superava il 4%, la Commissione aprì la procedura di infrazione, che si concluse con il rientro del deficit all’1,5% del Pil con il governo Prodi nel 2007. Questi i fatti, che non giustificano le recenti affermazioni di Renzi.

Pietro Senaldi, la verità sulla manovra: "L'Europa in realtà ha bocciato Paolo Gentiloni", scrive il 21 Novembre 2018 su Libero Quotidiano. "A leggere le motivazioni la manovra è stata bocciata per l'esercizio del 2016-2017 perché ha gonfiato mostruosamente il debito". Pietro Senaldi, direttore di Libero, spiega perché in realtà il vero "colpevole" è Paolo Gentiloni: "Durante la sua gestione presentò uno sforamento all'1,8 per cento e poi la portò al 2,4, esattamente come hanno fatto Matteo Salvini e Luigi Di Maio". 

Stangati per colpa di Renzi e Gentiloni. L'Ue avvia per l'Italia la procedura di infrazione per eccesso di debito pubblico. Ma contesta i risultati degli anni 2016 e 2017, quando governava il Pd. E accusa i nuovi di non fare meglio, scrive Franco Bechis il 22 Novembre 2018 su Il Tempo. L’Italia è ufficialmente nei guai, perché ieri la commissione europea ha dato il via alla procedura per debito eccessivo. Lo ha fatto scrivendo un report di 21 pagine, che contiene una sorpresa: la base formale della contestazione ha poco o nulla a che vedere con la manovra del governo guidato da Giuseppe Conte, perché è relativa al risultato del debito pubblico negli anni 2016 e 2017. A mettere l'Italia nei guai quindi sono stati Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. La procedura di infrazione è l'ultimo meraviglioso regalo del Pd agli italiani. Ecco il passaggio chiave di quel documento: «Sulla base dei dati notificati e delle previsioni dell'autunno 2018 della Commissione, l'Italia non ha rispettato il parametro di riduzione del debito nel 2016 (gap del 5,2% del PIL) o nel 2017 (gap del 6,6% del PIL)». E ancora: «Complessivamente, la mancanza di conformità dell'Italia con il parametro di riduzione del debito nel 2017 fornisce la prova dell'esistenza prima facie di un disavanzo eccessivo ai sensi del patto di stabilità e crescita, considerando tutti i fattori come di seguito esposti. Inoltre, in base ai piani governativi e alle previsioni dell'autunno 2018 della Commissione, l'Italia non dovrebbe rispettare il parametro di riduzione del debito nel 2018 o nel 2019». Le parole sono chiare, anche se quel che è accaduto ieri è piuttosto fumoso e difficile da spiegare se non ricorrendo ai gargarismi della euroburocrazia. Che l'Italia non vada tanto d'accordo con l'attuale gruppo di comando a Bruxelles è un dato di fatto, e che non sia stata usata molta diplomazia per evitare lo scontro è vero. Di fronte alla bocciatura già da giorni vaticinata negli ambienti della commissione però mi chiedevo: come fanno ad aprire per l'Italia una procedura per avere sfondato il rapporto deficit/pil oltre il 3% se la manovra di bilancio per il 2019 prevede un rapporto del 2,4% quindi ben inferiore a quella soglia? La risposta degli azzeccagarbugli era questa: vero che l'Italia non ha sfondato il 3% ma la procedura per deficit eccessivo nella normativa dell'area dell'euro si può contestare anche ai paesi che non rispettano la regola del debito, che non potrebbe superare il 60% del Pil. Ed è questa la scelta, ma è un po' come avere scoperto l'acqua calda: da quando esiste l'euro l'Italia non è mai stata in regola sul debito, sempre ampiamente sopra il 100% del Pil. Dopo avere chiuso un occhio per venti anni sembra curioso che la commissione Ue li apra tutti e due solo ora. Ed è anche un pizzico rischioso, perché secondo le previsioni per il 2019 il debito medio dei paesi dell'area dell'euro sarà pari all'85% del loro Pil. Sette paesi (oltre all'Italia anche Grecia, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio e Cipro) hanno e avranno il debito sopra il 100% del loro Pil, e altri 3 fra il 60 e il 90% del loro Pil: dieci paesi violerebbero quindi la regola, e solo l'Italia verrebbe punita. Per dare quello schiaffone però era necessario posarsi su fatti concreti e non solo su previsioni future. Per questo la contestazione Ue poggia sulla deviazione robusta e sicura dell'Italia dalla regola del debito per due anni consecutivi: il 2016 e il 2017, aggiungendo che secondo le previsioni il rientro dal debito sarà nullo o comunque molto inferiore a quel che era previsto sia nel 2018 che nel 2019, per cui però non ci sono ancora dati certi. Hanno quindi poco da stracciarsi le vesti e da fare appelli struggenti alla coscienza di Conte o di Matteo Salvini e Luigi Di Maio i vari Renzi, Gentiloni e Piercarlo Padoan: perché ad avere creato il danno che la Ue ci contesta sono stati proprio loro...

Adesso lo dice anche la Fedeli: "Negoziammo la flessibilità con i migranti". Dopo la conferma di Emma Bonino, arriva anche quella dell'ex ministra dell’Istruzione: il governo Renzi usò i migranti per negoziare con l'Europa sui conti pubblici, scrive Franco Grilli, Martedì 20/11/2018, su "Il Giornale". "Nel 2014-2016, durante il governo Renzi, si decise che gli sbarchi di migranti avvenissero tutti quanti in Italia. Lo abbiamo chiesto noi, l’accordo l’abbiamo fatto noi, violando di fatto Dublino". E ancora: "Renzi ha barattato i soccorsi in cambio della flessibilità sui conti". Così Emma Bonino diceva più di un anno fa – in un’intervista a Il Fatto Quotidiano – confermano lo scellerato accordo dell'allora governo con l'Unione Europea. Accordo che Matteo Renzi ha sempre negato, attaccando nei mesi scorsi Luigi Di Maio e Toninelli che gli rinfacciarono l'intesa. Già, perché su Facebook l'ex premier scrisse: "Due ministri del governo italiano, Luigi Di Maio e Danilo Toninelli, continuano a mentire anche oggi a proposito di flessibilità europea e immigrazione. Quei due o sono bugiardi o sono ignoranti, nel senso che ignorano i fatti". Per l'ex segretario del Partito Democratico la flessibilità sui conti italiani era parte integrante dell'accordo politico per eleggere Jean Claude Junker come presidente del Parlamento Europeo: "Non c' entra nulla con le politiche migratorie. Nulla. Era un accordo politico di risposta all' austerità del Fiscal compact". In pochi gli credettero e negli ultimi giorni lo ha smentito anche un altro ministro del suo governo, nonché membro del suo partito. Chi? Valeria Fedeli. L'ex ministro dell’Istruzione dell’Università e della Ricerca, in occasione di un suo intervento come ospite a Tagadà, su La7 – come scrive Francesco Borgonovo per La Verità – è tornata sulla spinosa vicenda. E lo ho fatto dicendo le seguenti parole: "Giustamente abbiamo negoziato la flessibilità, ma perché facevamo un'operazione sugli immigrati. Giusto o sbagliato, noi abbiamo negoziato lì, con un elemento di negoziazione della flessibilità. Ed è una delle cose che diciamo attualmente al governo: negoziate alcuni elementi".

Insomma, il governo Renzi si offrì di accogliere massivamente e indiscriminatamente i migranti in arrivo sulle coste italiche in cambio di flessibilità sui conti pubblici italiani.

Eccolo Junker con una scarpa nera e l’altra marrone. E poi dice che uno…, scrive Tano Canino venerdì 16 novembre 2018 su Secolo d’Italia. Ed eccolo lì il solito Junker! In piedi e con una scarpa marrone e una nera. Dopodichè, ci si può mai meravigliare se qualcuno si pone domande? Sappiamo bene che, Jean Claud Junker, presidente di questa ridicola Commissione europea per volontà della signora Merkel e dell’accordo spartitorio tra popolari e socialisti, non fa nulla, ma proprio nulla, per sembrare simpatico. Il problema è che nulla fa neppure per mostrarsi all’altezza dell’istituzione che presiede. O forse sì? Insomma, dopo averlo visto barcollare reiteratamente e in più occasioni ufficiali, sorretto dalla prontezza dei suoi guardaspalle e persino dalla bonomia di alcuni colleghi, il lussemburghese che non perde mai occasione di bofonchiare contro l’Italia è ancora protagonista assoluto di un’ennesima ridicolaggine. Si presenta infatti (come da foto) con due scarpe ai piedi di diverso colore. Facendo così impazzire il web dove questa carnevalata è già virale. Il problema ovviamente non è il colore diverso delle scarpe di Junker. Il problema è la credibilità di una Unione oramai ai minimi storici anche per colpa di certi atteggiamenti. Con una Commissione di burocrati e politici che, nel mentre si mostra con simili atteggiamenti da circo equestre, a noi italiani non smette di fare la predica e di dirci come e cosa è giusto fare e quanto e dove sbagliamo. La verità è che sono uno peggio dell’altro. E che se ne stanno accorgendo un pò tutti nel Vecchio continente. Anche se, tra uno Junker barcollante che usa un colore di scarpa per ogni piede e un Moscovici saccente che, dopo aver razzolato malissimo in casa sua, vuole imporsi in casa nostra, chi vinca la palma del peggiore francamente non è semplicissimo capirlo. Ma, è questa l’Europa. Almeno fino al prossimo maggio.

Juncker barcolla al vertice Nato. L'affondo di Meloni: "Ubriacone". Junker ripreso mentre cammina con difficoltà al vertice Nato sorretto dai colleghi. L'affondo della Meloni. Ma il portoghese Costa precisa: "È la sciatica", scrive Claudio Cartaldo, Venerdì 13/07/2018 su "Il Giornale". Il video pubblicato su twitter da Giorgia Meloni è un attacco diretto al presidente della Commissione, Jan Cloude Juncker. Le immagini pubblicate dal leader di Fratelli d'Italia arrivano dalla cerimonia del vertice Nato di ieri a Bruxelles. Si notano Angela Merkel, Donald e Melania Trump, Emmanuel Macron e Theresa May. Sullo sfondo la bandiera dell'Alleanza atlantica viene issata durante la cerimonia. A cogliere l'attenzione della Meloni, però, è l'uomo di spalle che viene aiutato da due persone a scendere le scale perché sembra avere difficoltà a camminare. Si tratta, appunto, di Jean Cloude Juncker che cammina zoppicando e in alcuni momenti, mentre parla con le persone che gli sono vicino, rischia anche di cadere all'indietro. Sorretto da alcuni dei colleghi, il presidente della Commissione riesce lentamente a procedere. Il giudizio della Meloni è durissimo: "L’ubriacone sorretto da due persone per evitare che stramazzi al suolo, è il presidente della Commissione europea #Juncker, dal quale dipendono le sorti delle nostre aziende, di milioni di lavoratori italiani e il futuro della nostra Nazione. Vi sentite tranquilli?".

Juncker, il gendarme Ue che crea i paradisi fiscali. Il presidente della Commissione si atteggia a custode dei conti dell'Unione ma da premier del Lussemburgo trasformò il suo Paese nella mecca degli evasori. E fu attaccato dai media, scrive Gian Micalessin, Giovedì 28/01/2016, su "Il Giornale". Alcool, soldi e bugie. Non è un film, ma la vita in tre parole del gendarme Jean-Claude Juncker, il 61enne, ex premier lussemburghese voluto da Angela Merkel come presidente della Commissione europea e trasformato oggi nel castigamatti di Matteo Renzi, dell'Italia e delle sue banche in sofferenza. «Lo sanno tutti il signor Juncker si scola cognac a colazione», titolava nel giugno 2014 il Mail on Sunday citando le indiscrezioni di un diplomatico europeo. In verità del tris di vizietti «junckeriani» quello alcolico, usato a suo tempo dai giornalisti inglesi per comprometterne la nomina ai vertici Ue, è sicuramente il più veniale. Anche perché l'avvocato Jean-Claude, giurano a Bruxelles, dà il meglio di se solo in compagnia d'una bottiglia. E comunque meglio lo Jean-Claude irosamente sbronzo, descritto dagli inglesi, di quello cinicamente lucido che in 18 anni da premier trasformò il Lussemburgo in una Tortuga dell'evasione fiscale. Una Tortuga silenziosa e discreta che inneggiando a Bruxelles è diventata l'unico e ultimo paradiso fiscale di una Ue paladina della trasparenza. Una frode consumata ai danni dei «fratelli» europei garantendo sedi legali esentasse alle multinazionali e conti sicuri agli evasori. Un lavoro oscuro, ma sopraffino grazie al quale un granducato grande meno della metà della provincia di Roma, ha attratto oltre 2.100 miliardi di euro di capitali esteri custoditi in oltre 140 istituti bancari. Tra questo mare di miliardi e fondi grigi fluttuavano anche quelli del defunto dittatore nord coreano Kim Jong Il Sun. Un dittatore sufficientemente scaltro da capire che il Lussemburgo era diventato, grazie a Juncker, una cassaforte ben più impenetrabile della chiacchierata Svizzera. Così mentre la Confederazione inaspriva i controlli 4 miliardi di dollari nord coreani lasciavano le banche elvetiche per quelle lussemburghesi. Una vera e propria «operazione di riciclaggio» - come la definì il direttore di Human Right Asia Ken Kato - che però non intaccò l'autorevolezza di uno Juncker impegnato a quei tempi a presiedere l'Eurogruppo e a mettere a punto il famigerato fiscal compact. Un fiscal compact che se applicato correttamente al Lussemburgo lo retrocederebbe, probabilmente, al rango della Grecia. Nel 2012 una ricerca della Stiftung Marktwirtschaft, fondazione berlinese specializzata nella stima del debito reale, attribuì al Granducato un debito «implicito», frutto di un dissennato sistema pensionistico, pari al 1.115,6 per cento del Pil. Bazzecole per una Bengodi d'Europa il cui mezzo milione di cittadini può contare oggi su un prodotto interno lordo pro capite di 78mila dollari, secondo solo ai 100mila dollari pro-capite vantati dagli abitanti del Qatar. Un benessere basato però non su gas o risorse reali, ma sulla legislazione studiata dai governi Juncker per garantire una sistematica frode fiscale ai danni dei «fratelli» europei.

Secondo Grabriele Zucman, autore di Richesse cachée des nations, best seller francese sulla fuga dei capitali, circa due terzi dei circa 800 miliardi d'euro depositati in Svizzera sono passati attraverso fondi lussemburghesi senza generare un solo euro di tasse. E infatti, oltre ad essere assieme all'Austria il solo Paese dell'Unione Europea dove non è automaticamente garantita la trasparenza fiscale, il Lussemburgo è anche la sede legale preferita da tutte le multinazionali impegnate ad evadere le imposte dei vari paesi europei. Prima fra tutti quell'Amazon che scegliendo come sede europea il Granducato, dove il livello di tassazione non supera il 6 per cento, ha risparmiato centinaia di milioni di imposte. Ma comunque non preoccupatevi: l'avvocato Juncker, nonostante gli undici anni in cui cumulò la carica di ministro delle Finanze a quella di premier lussemburghese, ha sempre negato tutto. Le bugie sono infatti una delle migliori specialità del suo repertorio da grande politico. Un politico definito dalla Suddeutsche Zeitung un autentico «signore della menzogna» quando negò che i ministri delle finanze europei, da lui convocati, stessero discutendo la possibile espulsione della Grecia dalla moneta unica. Juncker del resto non ha mai fatto un mistero della propria amabile propensione alle frottole. Una propensione che il presidente della Commissione ammette di usare al meglio per garantire la sacralità delle decisioni europee. Non a caso nel maggio del 2011, durante una conferenza davanti militanti ai federalisti del Movimento europeo, confidò di esser spesso «costretto a mentire» e aggiunse che le politiche monetarie europee dovrebbero, in verità, esser affrontate in «incontri segreti». O almeno più possibile lontani dagli occhi curiosi ed indiscreti di stampa ed opinione pubblica.

Nuovi leaks imbarazzano Juncker: come premier del Lussemburgo si oppose alla lotta Ue sull'evasione fiscale. Documenti rivelati dal Guardian insieme al Cij e alla Ndr. Ma non ci fu nessun atto illecito da parte del presidente della Commissione, scrive Enrico Franceschini l'1 gennaio 2017 su La Repubblica. Oggi si batte per chiudere le scappatoie fiscali che permettono alle aziende multinazionali di pagare meno o zero tasse, spostando la propria sede legale in qualche paese dell'Unione Europea. Ma Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, si è impegnato per anni in passato, nella posizione che allora occupava di primo ministro del Lussemburgo, per bloccare segretamente le riforme della Ue per combattere l'evasione fiscale legalizzata da parte delle grandi corporation. Lo rivela una gigantesca soffiata di documenti riservati di un poco conosciuto comitato di Bruxelles, pubblicati dal Guardian insieme al Consortium of Investigative Journalists e alla stazione radio tedesca Ndr. Pur non facendo emergere atti illeciti da parte sua, la rivelazione è "altamente imbarazzante" per Juncker, scrive il quotidiano londinese, notando che l'attuale presidente della Commissione in quel periodo ricopriva, oltre all'incarico di premier, anche quello di ministro delle finanze lussemburghese, occupandosi a fondo delle questione relative alle imposte societarie. I documenti, mai resi pubblici in precedenza, illustrano una serie di proposte prese in considerazione dal Comitato di Condotta sulla Tassazione delle Imprese, un organismo creato 19 anni fa dall'Unione Europea per impedire che i giganti del business possano usare uno Stato europeo contro l'altro al fine di trovare la sede più vantaggiosa dal punto di vista fiscale. Almeno tre proposte valutate positivamente dal comitato (per sottoporre le norme sulla tassazione a una revisione esterna; per indagare sulle strategie usate dalle multinazionali per pagare meno tasse; per migliorare la coordinazione e lo scambio di informazioni in materia tra i paesi della Ue) vennero bocciate ogni volta con l'opposizione del Lussemburgo, in virtù del principio che richiedeva un voto unanime, e non a maggioranza, per ogni decisione. Francia, Germania e Svezia proposero più volte di abolire tale principio, ma il Lussemburgo, con il sostegno della sola Olanda, ha sempre ottenuto che fosse confermato. Nei suoi 18 anni alla guida del piccolo stato, con una popolazione di poco più di mezzo milione di persone, Juncker è riuscito a trasformarlo, e ne ha fatto uno dei paesi più ricchi del mondo attirando alcune fra le maggiori aziende del pianeta a portare il proprio quartier generale europeo in Lussemburgo, spesso grazie a imposte dell'1 per cento o meno. Recentemente il nuovo governo lussemburghese sta dimostrando di voler collaborare con il resto della Ue per chiudere le scappatoie che permettono alle multinazionali di approfittare di una politica fiscale non uniforme all'interno della Ue. Nel 2014 una precedente soffiata, denominata Luxleaks, aveva rivelato gli accordi segreti tra il governo lussemburghese e alcune grandi corporation e Juncker ha in seguito ammesso che lo scandalo ha danneggiato la sua reputazione. Ma non al punto da impedirgli di diventare presidente della Commissione Europea. Ora un suo portavoce, interpellato dal Guardian, afferma che non è suo compito commentare questioni riguardanti le posizioni prese in passato dal Lussemburgo in materia fiscale.

Espresso del 29 ottobre 2018. Una voragine nei conti dei 28 Paesi dell’Unione europea: mille miliardi di euro all’anno, tra elusione ed evasione fiscale. Multinazionali che non pagano le imposte e smistano decine di miliardi di dollari dei loro profitti, accantonati grazie a operazioni finanziarie privilegiate in Lussemburgo, verso altri paradisi rigorosamente “tax free”. Stati membri dell’Unione che si fanno concorrenza sleale sulle tasse. È disastroso il bilancio che sta lasciando Jean-Claude Juncker, presidente della Commissione europea, nonché ex padre-padrone del Granducato, mentre imbocca l’ultimo anno del suo mandato, in scadenza dopo le elezioni del 2019: il suo viale del tramonto. Ormai ogni giorno il numero uno della Ue deve incrociare i ferri con populisti e sovranisti, pronti a sfidare regole, limiti e vincoli europei. In Italia ad attaccarlo è soprattutto Matteo Salvini, con un avvertimento: «Pensi al suo paradiso fiscale in Lussemburgo». Dove Juncker è stato presidente del Consiglio dal 1995 al 2013 e, già prima, più volte ministro delle Finanze, esordendo con il primo incarico politico nel 1982, ad appena 28 anni. Ed è proprio il Lussemburgo il vero nodo del caso Juncker, di cui ora approfittano i nemici dell’Europa. Il nodo di un paese fondatore della Ue che spinge i ricchissimi a eludere le tasse. L'Espresso, nel numero in edicola con La Repubblica da domenica 28 ottobre, pubblica un'inchiesta sul presidente della Commissione europea e sul problema strutturale dei sistemi fiscali nazionali che favoriscono le grandi aziende danneggiando i cittadini oberati di tasse. L'articolo documenta il ruolo centrale di Juncker nelle politiche che hanno reso il Lussemburgo il primo paradiso fiscale interno all'Unione europea. Uno scandalo svelato a partire dal novembre 2014, proprio mentre Juncker si insediava al vertice della Ue, dall'inchiesta “LuxLeaks”, firmata dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij), di cui fa parte l’Espresso in esclusiva per l'Italia. Analizzando oltre 28 mila documenti riservati, i giornalisti del consorzio hanno rivelato i contenuti degli accordi fiscali privilegiati (tax rulings) con cui il Lussemburgo di Juncker ha garantito a 340 multinazionali, da Amazon ad Abbott, da Deutsche Bank a Pepsi Cola, di pagare meno dell’uno per cento di tasse. Ora l'Espresso in edicola pubblica i documenti interni dei lavori delle due commissioni speciali d'indagine istituite dall'Unione europea dopo lo scandalo LuxLeaks. Oltre al Lussemburgo, i commissari hanno esaminato i sistemi fiscali di altri paesi che garantiscono fortissime riduzioni delle tasse per le multinazionali, dall'Olanda al Belgio, dall'Irlanda a Malta. Una concorrenza sleale tra Stati che, secondo le stesse autorità europee, provoca un danno complessivo, tra elusione ed evasione fiscale, quantificato nell'astronomica cifra di «mille miliardi di euro all'anno». L'inchiesta dell'Espresso documenta anche le manovre politiche e le pressioni di singoli governi, tra cui spicca il Lussemburgo, per bloccare tutti i progetti europei di riforma fiscale. E per tenere segreti ai cittadini gli accordi privilegiati che da anni garantiscono enormi vantaggi tributari ai colossi mondiali dell'economia. L'articolo svela anche gli interventi diretti di Juncker, come capo del governo lussemburghese, a favore di multinazionali, come Amazon, che ora sono al centro delle indagini europee sull'elusione fiscale.

Miliardi di debiti ed Europa a pezzi. Così Juncker ha affondato l’Europa, scrive il 31 ottobre 208 Lorenzo Vita su Gli Occhi della guerra. I debiti si ereditano. E quelli che Jean-Claude Juncker lascerà all’Unione europea una volta finito il suo mandato, sono enormi. Economici e politici. I primi, come rivelato da L’Espresso, ammontano a circa mille miliardi di euro all’anno. Perché con il suo Paese, il Lussemburgo, a essere la capitale dell’elusione (o dell’evasione) fiscale nel continente europeo, il bilancio dell’Ue e dei 28 Stati membri è disastroso. Una voragine di tasse non riscosse, multinazionali che fanno miliardi di profitti cercando di non pagare le imposte, con il contributo di Stati membri dell’Unione europea che fanno a gara per diventare il miglior luogo dove spostare i propri capitali. In questo gioco sanguinario per le casse degli Stati più ligi al dovere, Juncker, con il suo Granducato, ha avuto un ruolo fondamentale. Essendo stato per anni il padre-padrone del Lussemburgo, il suo potere ha trasformato il piccolo Paese del Benelux un vero e proprio paradiso fiscale all’interno dell’Unione europea. Tanto è vero che l’inchiesta LuxLeaks del 2014, proprio quando Juncker si insediava a Bruxelles come presidente della Commissione europea, ha svelato 28mila documenti riservati con accordi fiscali fra Lussemburgo e 340 multinazionali che avrebbero pagato meno dell’1% di tasse. Il Lussemburgo è solo la punta dell’iceberg di un sistema di elusione fiscale molto profondo. Un sistema ramificato che ha coinvolto non solo il Granducato di Juncker, ma anche Belgio, Olanda, Irlanda e Malta. Secondo l’Ue, questa concorrenza sleale costa mille miliardi di euro ogni anno di tasse non riscosse. Ma a quanto pare, il presidente della Commissione era più impegnato a dire agli altri come gestire i debiti pubblici piuttosto che a colpire questa vera e propria truffa ai danni di molti Stati membri e ai loro cittadini. Il quadro dipinto dalle inchieste è fatto di manovre politiche, pressioni sui singoli governi, accordi su come evitare riforme fiscali in seno all’Europa e vincoli di segretezza sui patti fra Stati e colossi dell’industria e del commercio. E quello che ne esce, è un vero e proprio incubo che dimostra, semmai ce ne fosse ancora bisogno, l’inadeguatezza (a dir poco) di Juncker come presidente della Commissione. Un vero e proprio impresentabile, soprattutto dopo lo scandalo dei servizi segreti che aveva mostrato come l’allora premier lussemburghese avesse creato un sistema di schedatura illegale di tutti i cittadini del Granducato. E ovviamente l’Europa l’ha premiato con la carica più alta: la presidenza della Commissione. A questi debiti economici, che sono poi la certificazione di una responsabilità, si aggiungono poi gli effetti politici, altrettanto disastrosi, sull’Europa. Come già scritto su questa testata, sembra un paradosso, ma Juncker in questi anni si è rivelato un vero e proprio alleato dei più ferventi euro-scettici. Incapace di comprendere l’Europa e i cittadini europei, impermeabile alle critiche, convinto sostenitore del fatto che l’Ue, così com’è, funziona benissimo, Juncker non ha mai voluto cambiare. Ed è stata proprio questa sua granitica certezza a fare sì che l’Unione europea diventasse intollerabile a molti cittadini dei Paesi membri. Una stanchezza che poi ha condotto all’ascesa di quel mondo sovranista e cosiddetto populista, che adesso minaccia l’establishment europeo. E che ha già dato una sonora lezione all’uomo forte di Bruxelles punendo il suo partito proprio in Lussemburgo. Il voto di alcuni giorni fa nel Granducato ha certificato il risultato peggiore della storia del partito di Juncker (il Csv), con il 28% di consensi. Incredibile a dirsi, oggi è ancora Juncker a decidere le sorti del nostro continente. Ma l’impressione è che le elezioni europee caleranno come una mannaia su questa struttura. E Juncker non sarà solo vittima, ma direttamente complice di questa o addirittura responsabile di questa futura disfatta dei moderati europei. Si è mosso come un vero e proprio sicario, ha ucciso ambizioni, speranze e anche economie dei singoli Stati membri. E ora aspetta, sul trono di Bruxelles, l’arrivo della fine.

Impresentabile Juncker, ecco perché non può guidare l'Europa. Spionaggio, conflitti d’interessi, gaffe. E lo scandalo delle tasse ridicole pagate dalle multinazionali nel Lussemburgo che ha guidato da premier per molti anni. Un caso che potrebbe costargli la poltrona di presidente della Commissione Ue, scrive Vittorio Malagutti il 17 novembre 2014 su "L'Espresso". A Bruxelles si racconta che un giorno Jean-Claude Juncker spiegò così i suoi imbarazzi linguistici. «A volte faccio fatica a farmi capire, perché quando parlo francese penso in tedesco. E viceversa». La battuta viene ricordata come una delle migliori dello sterminato repertorio dell’uomo politico lussemburghese, conosciuto come conversatore arguto, conferenziere brillante, un prestigiatore della parola che ama conquistare l’interlocutore più che convincerlo. Questa volta però Juncker dovrà superare se stesso. Il presidente, appena nominato, della Commissione europea, sarà chiamato a dirigere le indagini sui presunti aiuti di Stato illegali concessi dal Lussemburgo a centinaia di aziende sotto forma di generosi sconti sulle tasse. Insomma, Juncker indagherà su Juncker, perché quel sistema finito ora sotto accusa è stato sapientemente elaborato proprio negli anni in cui il futuro presidente della Commissione di Bruxelles era il dominus del Granducato, capo di governo ininterrottamente dal 1995 al 2013. E adesso che lo scoop dell’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), a cui “l’Espresso” ha collaborato, ha alzato il velo su quella efficientissima macchina da soldi, il veterano della politica europea, 60 anni il mese prossimo, sopravvissuto a innumerevoli battaglie, si trova sul banco degli imputati. È lui il bersaglio del fuoco incrociato della destra euroscettica, di una parte della sinistra e dei media, in prima fila gli anglosassoni “Financial Times” e “Bloomberg”, che ne chiedono le dimissioni. «Non sono l’architetto del sistema fiscale del mio Paese», ha tentato di giustificarsi Juncker mercoledì 12 novembre, dopo giorni di imbarazzato silenzio. Poche parole per negare ogni conflitto d’interessi e impegnarsi solennemente a promuovere l’armonizzazione fiscale. Promesse, ma per salvare l’onore e possibilmente anche la poltrona, servirà un doppio salto mortale dall’altissimo coefficiente di difficoltà. Qualcosa di molto impegnativo anche per l’inaffondabile tra gli inaffondabili, un mandarino della politica europea che sedeva al tavolo della trattativa per il suo Paese già più di vent’anni fa, quando si discutevano il Trattato di Maastricht e l’Unione monetaria, ai tempi di Helmut Kohl e François Mitterrand. E pensare che una manciata di mesi orsono, la parabola infinita di Juncker sembrava ormai arrivata alla fine. «Non sono interessato a incarichi europei», garantiva ai giornali un affranto Juncker nel luglio del 2013. Poche settimane prima era stato costretto a lasciare la guida del governo del suo Paese per un losco affare di spie e schedature di massa di potenziali sovversivi. Per anni i servizi segreti del Granducato, una sessantina di agenti in tutto, avevano tenuto sotto controllo in modo illegale migliaia di cittadini ritenuti sospetti. E quando la storia venne a galla, il premier prese le distanze sostenendo che tutto si era svolto a sua insaputa. Salvo finire di nuovo sulla graticola di lì a poco, quando Mario Mille, il capo degli 007 lussemburghesi, tirò fuori dal cassetto le registrazioni dei suoi colloqui con Juncker in cui, già nel 2008, informava il capo del governo di quei dossier segreti. Da qui la figuraccia e le dimissioni. Carriera finita? Macché, nel giro di un anno il mandarino era già pronto sulla linea di partenza in vista delle elezioni Europee del 2014, questa volta come candidato del fronte di centro destra, egemonizzato dai Popolari, per la carica di presidente della Commissione Ue. L’obbiettivo è stato raggiunto nel luglio scorso, grazie anche all’appoggio, al Parlamento di Strasburgo, dei liberali e di gran parte gruppo socialdemocratico, compreso il Pd italiano. Le istituzioni europee, assediate da una crisi di credibilità senza precedenti, non hanno saputo fare di meglio che affidarsi all’uomo di sempre, a uno dei protagonisti della stagione politica che tra infiniti compromessi ha consegnato il continente alla recessione e allo scontento di massa. Capitan Rieccolo è tornato in pista e poco importa se alcuni suoi comportamenti disinvolti avevano già attirato le critiche dei giornali nelle settimane precedenti la nomina alla guida della Commissione. In Germania e in Inghilterra la stampa si è occupata dell’attività di Juncker come conferenziere, a pagamento, in alcuni convegni sponsorizzati da lobby tedesche: uno dell’industria degli armamenti e un altro dei produttori di pneumatici. Il governo Renzi non infierisce sul presidente della commissione Ue, al centro dell’inchiesta sull'elusione fiscale nel Granducato di cui è stato premier. Il socialista spagnolo Sanchez chiede però di chiarire. Nicola Danti: "Il Parlamento Ue deve intervenire". Conflitto d’interessi? Chiamato in causa, Juncker non ha voluto fornire ragguagli sui suoi compensi. Si è parlato di 15 mila euro per ogni evento. La polemica si è spenta già prima del voto del Parlamento per la nuova Commissione Ue. Il più longevo, politicamente parlando, dei leader europei si è così preso la rivincita sulle molte delusioni del passato. Nel 2012, Juncker era stato costretto dopo sette anni alle dimissioni dall’incarico di presidente dell’Eurogruppo, l’organismo informale che riunisce i responsabili delle Finanze dei Paesi che aderiscono alla moneta unica. Logorato dalla crisi infinita dell’euro, il politico lussemburghese se la prese con le continue ingerenze di Francia e Germania. Attaccò il governo di Angela Merkel accusato di trattare «l’Eurozona come una sua filiale». Parole grosse. Del resto, già nel 2009, furono proprio Parigi e Berlino a portare il belga Herman Van Rompuy alla presidenza del Consiglio europeo, sbarrando la strada alle ambizioni di Juncker. A cinque anni di distanza da quella pesante sconfitta il politico lussemburghese è stato in qualche modo risarcito. Ed è arrivata l’elezione alla carica politicamente più esposta della complessa architettura istituzionale dell’Unione. Tocca al capo dell’esecutivo Ue, infatti, prendersi la responsabilità delle ricette a suon di tagli e rigore finanziario imposte da Bruxelles ai Paesi membri. E le parole pronunciate pochi giorni fa da Matteo Renzi sulla «banda di burocrati» della Commissione danno un’idea della posta in gioco e dei conflitti prossimi venturi. Il fatto è che il tappeto rosso che ha portato Juncker verso il nuovo incarico nascondeva la polvere dei discutibili affari del Granducato, paradiso fiscale nel cuore dell’Europa. Un paradiso sotto gli occhi di tutti, per la verità. Nel 2010 il rapporto sul Granducato elaborato dal “Financial action task force” (Fatf) l’organismo intergovernativo istituito per combattere il riciclaggio aveva disegnato un quadro a tinte fosche del Lussemburgo, considerato inadempiente (del tutto o parzialmente) a 39 dei 44 criteri elaborati per valutare il grado di trasparenza finanziaria del Paese. Nel 2014 quel giudizio è stato parzialmente rivisto dagli analisti del Fatf, sottolineando i progressi del Granducato per adeguarsi ai migliori standard internazionali. Ancora non basta, però. Centinaia di dossier finiti nei giorni scorsi sulle prime pagine di tutti i grandi giornali europei grazie allo scoop del consorzio ICIJ illustrano nei particolari l’eredità di un passato che non finisce. Il Paese più piccolo dell’Unione europea (dopo Malta) fin dagli anni Sessanta si è trasformato in una piattaforma finanziaria offshore nel cuore del continente. Un rifugio a prova di tasse che per molti investitori si fa preferire anche alla Svizzera. A differenza della Confederazione, infatti, il Lussemburgo fa parte della Ue, con tutti i vantaggi che ne conseguono in termini di libera circolazione dei capitali. I privilegi offerti dal Granducato sono da sempre ben conosciuti a tutti i professionisti del Fisco, gli specialisti del ramo “ottimizzazione tributaria” che muovono miliardi sulla mappa del mondo incrociando norme e regolamenti delle varie legislazioni. «In Lussemburgo ci si può accordare con le autorità fiscali nel tempo di una cena», si legge in un rapporto del centro di ricerche internazionale Tax Justice Network, che a sua volta cita le frasi di un blog che circolava in Rete nel 2010. I documenti portati alla luce nei giorni scorsi non fanno quindi che confermare ciò che da tempo fa parte del senso comune di banchieri, imprenditori e manager. Solo che adesso, di fronte ai dossier pubblicati dai giornali, Juncker difficilmente potrà cavarsela con un’alzata di spalle e poche parole di circostanza come ha sempre fatto in passato. «Non si può fare soldi a spese dei propri vicini», dichiarò nel 2008 l’allora premier lussemburghese nonché presidente dell’Eurogruppo. Si riferiva allo scandalo degli evasori tedeschi nelle banche del Liechtenstein, un altro micro-Stato a prova di tasse. «A violare la legge però non è il Liechtenstein, ma i cittadini tedeschi», si affrettò a precisare Juncker. Insomma, la colpa è sempre degli altri. Per anni il Lussemburgo ha fatto muro di fronte alle pressioni della comunità internazionale prendendo come alibi i privilegi fiscali concessi da altri Paesi: Austria, Olanda, Irlanda, le isole britanniche del Canale (Guernsey e Jersey) e, fuori dai confini della Ue, la Svizzera. «Siamo pronti ad adeguarci quando lo faranno tutti», non si stancavano di ripetere i politici del Granducato, Juncker in testa. E gli altri centri offshore rispondevano allo stesso modo. Il gioco delle parti serviva a coprire la convenienza di tutti a non cambiare nulla. Il primo autentico passo avanti nella direzione della trasparenza risale a poche settimane fa quando i Paesi Ue, e quindi anche Austria e Lussemburgo, hanno sottoscritto la convenzione internazionale sullo scambio automatico di informazioni fiscali. È previsto che l’intesa entri in vigore nel 2017. Si vedrà. In passato troppo spesso le dichiarazioni di principio sono state smentite dalla realtà dei fatti. Intanto il Lussemburgo sotto la guida di Juncker e di una efficientissima lobby finanziaria è riuscito a difendere i propri privilegi cavalcando anche l’innovazione. Così, quando pochi anni fa sono apparsi all’orizzonte i nuovi colossi del commercio online tipo iTunes, eBay, Amazon, il Granducato è stato rapidissimo a introdurre nuove norme studiate ad hoc per attirare le multinazionali fondate sul web a caccia, anche loro, di sconti sulle tasse. Strada facendo, il governo lussemburghese ha istituito anche un registro navale. Poco importa se il mare dista centinaia di chilometri. Nel paradiso di Juncker nulla si arrende all’evidenza, tantomeno il Fisco.

Juncker smentito dai suoi discorsi ufficiali. Davanti al Parlamento europeo ha negato di essersi occupato degli accordi fiscali. Ma come premier lussemburghese si era vantato di avere gestito le trattative con Amazon. Sulle quali ora indaga la Commissione Ue: la prova del suo conflitto di interesse, scrive Gianluca Di Feo il 13 novembre 2014 su "L'Espresso". Mercoledì davanti al parlamento europeo Jean-Claude Juncker ha cercato di difendersi dalle accuse per lo scandalo LuxLeaks. Il presidente della Commissione Ue e per 18 anni premier del Lussemburgo ha negato di essersi occupato degli accordi che concedevano tasse minime a centinaia di multinazionali: «Non ho mai dato istruzioni all'amministrazione tributaria». E ai giornalisti ha ribadito: «Non c'è nulla nel mio passato che dimostri che la mia ambizione era di organizzare un'evasione fiscale in Europa». Un'affermazione subito smentita dal “Wall Street Journal” che ha pubblicato un discorso in cui Juncker si vantava di avere preso gestito trattative di questo tipo. Nel maggio 2003 l'allora primo ministro davanti ai deputati del Granducato annunciò che le multinazionali Amazon e Aol avevano deciso di portare i loro quartier generali europei in Lussemburgo. «Abbiamo una nuova prospettiva per il futuro, il risultato di una corretta politica fiscale, di una corretta politica sulle infrastrutture ma anche il risultato di dure trattative con i manager dei due gruppi. Queste trattative sono avvenute in America, sono avvenute qui in patria e io non le ho condotte da solo». Ancora prima delle rivelazioni di LuxLeaks, pubblicate in esclusiva per l'Italia da “l'Espresso”, l'intesa sulle tasse tra il Granducato e Amazon è stata messa sotto inchiesta dalla Commissione europea, ipotizzando una violazione delle regole antitrust. La tassazione di favore concessa dal Lussemburgo sarebbe stato un aiuto di Stato, che si è tradotto in un danno per gli altri membri dell'Unione. Ora i file dell'Intenational Consortium of Investigative Journalists permettono anche di quantificare i vantaggi per Amazon: grazie alle deduzioni sulle royalties per centinaia di milioni di euro nel 2009 il colosso delle vendite online ha pagato per tutte le sue attività nel Continente soltanto 14,8 milioni di tasse. Nel 2003, l'allora premier spiegò: «Amazon incassa una commissione su ogni vendita, sulla quale si pagano tributi, e su tutte le transazioni che avvengono il governo lussemburghese intasca l'Iva lussemburghese qui in Lussemburgo. Voi capite cosa può significare». Infatti ogni acquisto online fatto in Europa su Amazon, anche in Italia, si trasforma in denaro contante per il Granducato. Sottraendo risorse all'erario delle altre nazioni. Davanti al parlamento europeo, Juncker ha dichiarato: «Non mi scuso per quello che ho fatto per il mio paese. Le autorità fiscali lussemburghesi hanno agito su base autonoma. Ma ovviamente sono responsabile dal punto di vista politico per quello che è successo». Invece undici anni fa era stato lui stesso, davanti ai deputati del Granducato, ad attribuirsi il merito dell'accordo con Amazon. Quello che ha determinato l'inchiesta della Commissione europea e che oggi dimostra il suo conflitto di interesse diretto.

Lussemburgo, il buco nero delle tasse. Per la prima volta svelati gli accordi riservati tra aziende e governo del Granducato per ottenere risparmi fiscali. Documenti su oltre 300 società, anche italiane, che trasferiscono lì risorse colossali. Un sistema che toglie denaro alla nostra economia. Proliferato nel Granducato sotto la guida di Juncker, ora presidente della Commissione Ue, scrivono Paolo Biondani, Vittorio Malagutti e Leo Sisti il 6 novembre 2014 su "L'Espresso". C'è un buco nero nel cuore dell’Europa, un piccolo Stato grande come la provincia di Bergamo, ma con la metà degli abitanti, appena 550 mila. È il Lussemburgo, membro fondatore dell’Unione europea, stretto tra Francia, Germania e Belgio. È un Paese ricco, ricchissimo. La sua fortuna sono le tasse. Quelle degli altri. Nel senso che da almeno mezzo secolo è diventato la meta preferita delle aziende alla ricerca di un trattamento fiscale di favore. Dalle multinazionali alle banche, dalle imprese famigliari ai grandi marchi della moda, migliaia di società hanno trovato rifugio all’ombra del fisco leggero dell’unico Granducato superstite sulla carta geografica del mondo. Un sistema cresciuto anche grazie al lungo governo di Jean-Claude Juncker, premier per diciotto anni e ora alla guida della Commissione europea. I documenti che “l’Espresso” pubblica in esclusiva per l’Italia raccontano nei particolari il funzionamento di una macchina che ha consentito al più piccolo Stato dell’Ue di accumulare una ricchezza straordinaria, con reddito pro capite di oltre 100 mila dollari, il più alto del mondo, quasi il triplo di quello italiano. Sono 28 mila pagine di dossier confidenziali che descrivono gli accordi siglati da oltre 300 società di tutto il mondo, tra cui molte italiane, con le autorità lussemburghesi. Grazie a queste intese, il peso delle tasse è stato ridotto in misura sostanziale, se non azzerato. Il materiale presentato nell’inchiesta de “l’Espresso” è stato raccolto da un network giornalistico americano, The International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ), e viene pubblicato in contemporanea da 26 testate di diversi Paesi. I contratti sono tutti siglati Pricewaterhouse (Pwc), la multinazionale della revisione di bilancio e della consulenza che ha assistito le aziende nel negoziato con il governo del Lussemburgo. Nei file troviamo alcuni dei marchi più conosciuti del business mondiale: da Amazon a Ikea, da Deutsche Bank a Procter & Gamble, da Pepsi a Gazprom, fino alle italiane Finmeccanica e Intesa e ai fondi di Deutsche Bank e di Hines che nel nostro Paese hanno realizzato affari miliardari transitando dal Lussemburgo per risparmiare sulle tasse. Il sistema funzionava, e ancora funziona, secondo un tacito, reciproco accordo. Le aziende spostano nel Granducato flussi finanziari per centinaia di miliardi di dollari e in cambio hanno la possibilità di un trattamento tributario d’eccezione. A farne le spese sono i Paesi d’origine delle società, costretti a rinunciare al gettito sugli affari dirottati nel paradiso fiscale. Secondo ICIJ, sui 95 miliardi di dollari di profitti che le grandi società americane hanno realizzato oltremare nel 2012, passando per il Granducato, hanno lasciato al Fisco del Lussemburgo poco più di un miliardo di dollari, appena l’1,1 per cento.

IL JOLLY VINCENTE. La carta jolly del Lussemburgo, il cuore del reticolo di norme che giocano a suo favore, sono i “tax ruling”, altrimenti definiti anche “advanced tax agreement” (ATA). I contratti che “l’Espresso” ha potuto consultare riguardano solo una parte delle migliaia e migliaia di ruling siglati. I testi ottenuti dal network giornalistico ICIJ sono relativi alle transazioni preliminari presentate, per l’approvazione, dalla Pricewaterhouse, a nome dei propri clienti, al “bureau d’imposition”, conosciuto in gergo come “sociétés 6”. In genere vanno da 20 a 100 pagine, a volte molte di più, specialmente quando vengono riportate, come promemoria, precedenti richieste. I protocolli descrivono architetture finanziarie molto complicate, con rimandi a testi di legge e intese internazionali. Molto spesso si fa ricorso a strumenti finanziari ibridi - è il caso dei prestiti infragruppo - che in sostanza permettono di schivare le tasse sia nel Paese di origine di chi li utilizza, sia, in pratica, in Lussemburgo.

RIFUGIO SOTTO ASSEDIO. I ricchi affari della piazza finanziaria del Lussemburgo, cresciuta anche negli ultimi anni nonostante la crisi internazionale, hanno finito per provocare la reazione dei suoi grandi vicini. E sono partiti gli attacchi, soprattutto dall’interno della Ue. Il Granducato è sotto assedio. Paesi europei come Francia, Germania, Italia e anche gli Stati Uniti, sembrano decisi a chiudere le falle dell’evasione e dell’elusione fiscale internazionale. D’altra parte le cifre parlano chiaro. Ogni anno dai conti dell’Unione spariscono 1.400 miliardi di euro. Pochi mesi fa la Commissione di Bruxelles si è scagliata contro il meccanismo dei “tax ruling” mettendo sotto inchiesta Amazon e Fiat Finance, accusate di aver spuntato un aiuto di Stato illegale. Il mese scorso, poco prima di lasciare l’incarico, il responsabile Ue della concorrenza, lo spagnolo Joaquin Almunia, ha voluto mettere in chiaro che «con bilanci pubblici così striminziti è importante che le grandi multinazionali versino la loro giusta quota di tasse». Sotto tiro sono entrati così anche i già citati strumenti finanziari ibridi. Entro il 2015 il trattamento fiscale di questi titoli dovrà essere uniforme in tutti i Paesi dell’Unione europea, Lussemburgo incluso. Del resto Algirdas Semeta, commissario uscente alla tassazione, è stato chiaro: «Quando si abusa di regole per evitare di pagare qualunque tassa, allora dobbiamo cambiarle». Fin qui le dichiarazioni d’intenti e i primi, ancora parziali, interventi concreti. Certo è che per un paradossale scherzo della storia, alla presidenza della Commissione europea, chiamata a serrare le fila nella lotta ai paradisi fiscali, è approdato all’inizio di novembre Jean Claude Juncker, primo ministro del Lussemburgo dal 1995 al 2013, dominus e in parte artefice di un sistema fiscale che ha consentito al Granducato di arricchirsi alle spalle del resto del mondo.

LA DIFESA DUCALE. Nel marzo scorso Juncker aveva rilasciato un’intervista dai toni accesi al settimanale tedesco “Der Spiegel”, in cui respingeva sospetti e attacchi. «L’affermazione dei socialisti francesi che io favorisco attivamente l’evasione fiscale è un insulto contro il mio Paese e la mia persona», ha scandito il politico più potente del Lussemburgo, designato al vertice della Commissione dai capi di Stato e di Governo dei Paesi dell’Unione e poi confermato dal Parlamento con i voti dei popolari e di gran parte dei socialisti. A luglio, però, mentre si avvicinava il voto per la nomina al vertice della Commissione, i toni di Juncker si sono addolciti e in un discorso tenuto a Bruxelles ha promesso di «combattere evasione ed elusione fiscale (…) per introdurre principi etici nello scenario fiscale europeo». Il pressing ai confini del Lussemburgo ha però già portato risultati fino a qualche tempo fa impensabili. A metà ottobre, i ministri delle Finanze dei 28 Paesi Ue hanno trovato un compromesso sullo scambio automatico di informazioni fiscali. E per la prima volta anche il Lussemburgo si è impegnato a collaborare con le autorità degli altri Stati membri impegnati in indagini sull’evasione tributaria. L’accordo non entrerà in vigore prima del 2017 e alcuni esperti nutrono dubbi sulle modalità con cui l’intesa di massima raggiunta a livello politico sarà poi tradotta in norme concrete. È la prima volta, però, che il segreto bancario viene messo in discussione dai Paesi, come anche l’Austria, che all’interno della Ue avevano fin qui trovato ogni scappatoia legale per non allinearsi alla posizione comune. I politici del Granducato si stanno preparando ai tempi nuovi. Si spiega anche così l’offensiva di pubbliche relazioni lanciata dal ministro delle Finanze lussemburghese Pierre Gramegna, che il prossimo 2 dicembre sarà in Italia, a Milano, per illustrare alla comunità finanziaria i numeri e le occasioni d’affari del suo Paese. Il mese scorso però lo stesso Gramegna ha ribadito: «Il Lussemburgo non è un paradiso fiscale. Lo dico forte e chiaro».

ITALIAN CONNECTION. Questione di punti di vista. L’Unione europea sembra decisa a metter fine alla disparità di trattamento che hanno fin qui consentito al Paese di Juncker di attirare enormi flussi capitali in fuga dalle tasse. Moltissime le società italiane, anche se di recente la pressione della nostra Agenzia delle Entrate ha convinto molti imprenditori, alcuni grandi nomi come Prada e Dolce & Gabbana, a fare marcia indietro verso l’Italia. Nei documenti riservati della Price compare una folta rappresentanza tricolore. Oltre alle società già indicate, l’elenco comprende altre banche, come Unicredit e Sella. Ma soprattutto la Hines, il grande gruppo Usa che a Milano ha realizzato investimenti miliardari per ridisegnare un intero quartiere del centro città. C’è anche la N&W Global Vending di Valbrembo, citata con il “Project Neptune”. È l’operazione che ha portato nel 2008 la numero uno nelle macchine di distribuzione di cibo e bevande ad essere acquistata da Barclays e Investcorp, una finanziaria del Bahrein, con interessi negli Stati del Golfo. Menzionato anche il gruppo Rinascente Upim finanziato nel 2009 dal braccio immobiliare della Deutsche Bank, la Deutsche Bank Real Estate Global Opportunities IB Fund. Incursioni in campo immobiliare sono state fatte in Italia anche dal gruppo inglese European Property Investors. Un altro business del 2010 in Lussemburgo riguarda Sportfive Group, leader mondiale delle agenzie di diritti per il calcio, legato a 250 club e a una decina di campionati nazionali. In Italia cura i diritti di marketing e commerciali di Sampdoria, Atalanta e Juventus. Nei file ottenuti da “l’Espresso” ci sono operazioni che riguardano il nostro Paese condotte da trentuno società di tutti i settori: una parte viene descritta nell’articolo a seguire, le altre saranno pubblicate nelle prossime settimane.

MULTINAZIONALE CHE PASSIONE. La crema dei più grandi gruppi mondiali è di casa in Lussemburgo, dove si mettono a punto piani per cospicui finanziamenti. La palma va a Procter & Gamble (Gillette, prodotti di bellezza, igiene orale, profumi): quasi 80 miliardi di dollari a suon di certificati che coinvolgono anche la filiale italiana di Roma. Segue l’americana Abbott Laboratories (prodotti farmaceutici): oltre 50 miliardi di dollari. E, ancora, tra i tanti protagonisti, Bayerische Landesbank (l’ottava banca tedesca): 500 milioni di euro; Carlyle Group (private equity): 240 milioni di sterline e 150 milioni di dollari; Eon Group (tedesco, energia, gas): 2,55 miliardi di euro; Gazprom (la più grande compagnia russa, gas): 4 miliardi di dollari; Glaxo Smith Kline (farmaceutica): 6,25 miliardi di sterline; Heinz (Usa, food company): 5,7 miliardi di dollari; il fondo Permira, che controlla Hugo Boss insieme ad alcuni membri della famiglia Marzotto: 284 milioni di sterline. Ma gli accordi sono relativi anche ad altri colossi, come il fondo Blackstone, Accenture e Burberry. Un esempio? Stando ai file esaminati dal network, nel 2009 Amazon grazie alla deduzione di royalties per molte centinaia di milioni ha dichiarato per le sue attività europee profitti per soli 14,8 milioni di euro, limitandosi a pagare 4,1 milioni di tasse nel Granducato.

PRICE WATERHOUSE. Il colosso della revisione scrive nel suo sito di essere il più grosso fornitore di servizi professionali del Lussemburgo. E giorno dopo giorno continua a crescere. Attualmente è forte di 2.455 dipendenti, ma l’anno scorso aveva previsto di assumere ancora entro la fine del 2014.  In risposta alla richiesta di commenti ricevuta da ICIJ, Pricewaterhouse ha ribattuto che la documentazione utilizzata è «datata», composta di informazioni «rubate»: inoltre, «il furto è all’esame delle competenti autorità». La multinazionale ha poi ribadito che le sue consulenze fiscali rispettano «le leggi internazionali, europee e locali». E che, nella sua attività si attiene al «codice di condotta della società».

“MONSIEUR RULING". “Sociétés 6” è, come s’è visto, l’ufficio delle imposte familiare ai manager della Pricewaterhouse. Che qui entrano per discutere delle loro proposte fiscali. Ed è qui che per più di vent’anni ha regnato Marius Kohl, 61 anni, arbitro e giudice unico, soprannominato “monsieur ruling”, in pensione dal 2013. Di recente l’ha intervistato il “Wall Street Journal”. Dipingendolo così: porta capelli raccolti con un codino, occupava una stanza modesta, ingentilita da un calendario Pirelli, dono dell’azienda di pneumatici che a lui si era rivolta per alcune questioni. Al giornale Usa ha dichiarato: «Il lavoro che ho fatto ha certamente portato benefici al Paese, per quanto forse non in termini d’immagine». È stato definito «il guardiano dell’unica porta attraverso cui le società possono entrare nel paradiso fiscale del Lussemburgo». Aveva la mano rapida, monsieur Kohl. In un solo giorno, è riuscito a firmare ben 39 pareri positivi, lui che sovrintendeva alla gestione di migliaia di “tax agreement”.  Una velocità costante, tradotta in 548 “comfort letters”, ovvero il timbro ufficiale dell’approvazione finale, in otto anni: una ogni cinque giorni. Per la gioia della finanza mondiale in cerca di risparmi fiscali.

Scanzi: “Moscovici? Prova godimento nell’attaccare sempre l’Italia ma in Francia ha fatto più danni della grandine”, scrive di Gisella Ruccia il 25 ottobre 2018 su "Il Fatto Quotidiano". “Manovra e bocciatura della Commissione Europea? Secondo me, il dialogo con la Ue, di fatto, non ci può essere anche perché dall’altra parte c’è una commissione che aveva bocciato questa manovra prima ancora che fosse partorita”. Sono le parole del giornalista de Il Fatto Quotidiano, Andrea Scanzi, ospite di Coffee Break, su La7. E aggiunge: “C’è questo Moscovici che evidentemente prova una sorta di perversione e di godimento nell’attaccare sistematicamente l’Italia. Poi bisognerebbe anche raccontare chi sia questo Moscovivi. E’ uno che quando era ministro delle Finanze in Francia ha fatto più danni della grandine, è uno che ha confuso fascismo con comunismo quando se l’è presa con l’europarlamentare leghista Ciocca. Non c’entra niente col fascismo, l’unico precedente della scarpa fu di Kruscev. La vera risposta al problema, in realtà, è data dalle agenzie di rating, dallo spread, dai mercati, perché il governo può anche dire di tirare dritto per rispettare le promesse della campagna elettorale. Ma se lo spread va a 320, poi a 350, poi a 400, ne devi prende atto”. Scanzi si sofferma poi sulle forze politiche di governo: ““Populista” non vuol dire niente, perché ha un’accezione negativa. Significa parlare alla pancia del Paese, ma vuol dire anche una cosa che deve caratterizzare un politico: avere il contatto con la realtà, sentire veramente cosa pensano le persone, mischiarsi a esse, parlare nelle piazze. E questo lo hanno sempre fatto Lega e M5s e guarda un po’ adesso sono al potere. Orfini e Gasparri attaccano il governo, ma loro sono due politici per cui, se facessero oggi un comizio, andrebbero a sentirli 7 persone. Forse loro stessi non si ascolterebbero da soli. Quindi, centrodestra e centrosinistra devono capire che ci sono due forze, come Lega e M5s, che sentono l’umore del Paese, ed esistono altre forze che, al massimo, parlano a se stesse”. E sui dem osserva: “E’ vero che parte del Pd ha cercato anche di ascoltare le periferie, però soprattutto da Renzi in poi il Pd è stato ipervotato al Parioli di Roma, ma le periferie le ha completamente schifate. Anche a Milano è votato nei quartieri bene, ma viene schifato nella periferia”. Nel finale, il giornalista rivolge una domanda a Marco Rizzo, segretario generale del Partito Comunista: “Rizzo ha ragione nell’insistere sulla necessità di una forza di sinistra, ma io domando: perché abbiamo Salvini al Viminale, un governo che sembra spostarsi a destra, nonostante il M5s abbia raccolto i voti di delusi dalla sinistra, e non c’è niente di niente della sinistra radicale? LeU è praticamente scomparso, Potere al Popolo non va oltre il 2% e riesce anche a litigare con Rifondazione Comunista. Cosa aspetta la sinistra per rinascere se ha pure Salvini al Viminale? O son morti del tutto, e allora stacchiamo la spina, oppure forse è un problema di persone”. E il politico risponde: “Non nasce nulla perché purtroppo mancano proprio i fondamentali della sinistra”.

Sforare il 3%? Moscovici se ne intende, scrive Carlo Clericetti il 17 gennaio 2018 su “La Repubblica”. Il commissario europeo agli Affari economici gliele ha cantate, a Di Maio, che vuole finanziare i progetti dei 5 Stelle anche superando il limite del 3% nel rapporto deficit/Pil. "Il tetto del 3% al deficit ha un senso, questo senso è evitare che il debito slitti ulteriormente e il debito italiano non può slittare ulteriormente; deve, anzi, ridursi nel corso del tempo: quindi è un controsenso assoluto per l'Italia ma anche per il resto dell'Unione europea". Il commissario si chiama Pierre Moscovici, pronuncia Moscovisì, quindi sembrerebbe un francese. Ma non può essere: è mai possibile che un francese richiami tutti all’ordine per il rispetto del limite al deficit pubblico e per la riduzione del debito? Però, se uno va a controllare, è proprio così: Moscovici è francese. Non solo: è stato pure ministro dell’Economia, dal 2012 al 2014. Allora uno pensa: chissà che deficit basso avrà la Francia, o magari sarà già arrivata al pareggio di bilancio come prescrive il Fiscal compact. Andiamo a vedere i dati Eurostat. Ma guarda: negli ultimi dieci anni la Francia sotto il 3% non c’è mai stata. E Moscovici, quando ha smesso di fare il ministro dell’Economia per andare alla Commissione, si è lasciato alle spalle un deficit del 3,9%. “Ma il deficit l’ho ridotto”, potrebbe replicare lui. Sì, ma restando circa il 25% al di sopra della soglia stabilita. E forse solo quest’anno (2018) si riuscirà a rientrarci. Forse. Ma il debito pubblico, sarà certo al 60% come prescritto, o magari, visto che c’è stata la crisi, forse era salito, ma starà calando a tappe forzate. Vediamo che ci dice Eurostat. Toh! Il debito non solo non è al 60%, ma è salito per tutti questi anni, e continua a crescere. Non è tanto lontano dal 100%: coraggio, ancora un po’ e pure la Francia entrerà nel club. Chissà come gliele canta, Moscovici, al suo capo del governo Macron. Sicuramente non in pubblico, altrimenti i media lo riporterebbero. Ma a quattrocchi, di certo lo rimprovera duramente. Mica se la prenderà solo con Di Maio. Però, caro commissario, se lei è tanto convinto che il suo compito sia far rispettare quelle regole, non dovrebbe limitarsi a censurare le intenzioni. Con ben altra costanza e vigore dovrebbe prendersela con chi da dieci anni quelle regole non le rispetta. Che poi siano regole stupide (copyright Prodi) è un altro discorso. Ma per essere credibili, il minimo è guardare prima in casa propria.

Francesco Russo per Agi il 27 ottobre 2018. "Bruxelles è una istituzione a cui diamo 20 miliardi di euro ogni anno e ne prendiamo indietro 11. Ogni anno, quindi, diamo 9 miliardi all'Ue. Non ci può dire quali tasse tagliare. Se Bruxelles ti boccia la legge di Stabilità tu gliela restituisci tale e quale e fa uno pari". E ancora: "Bruxelles non ha nessun titolo per intervenire nel merito delle misure, Bruxelles non è il nostro maestro, la subalternità italiana in questi anni è stata particolarmente sviluppata nei confronti dei burocrati di Bruxelles". Parola di Matteo. No, non Salvini che, anzi, negli ultimi tempi pare pure orientato a utilizzare toni più distensivi nei confronti della Commissione Europea. A pronunciare queste frasi, che oggi appaiono perfettamente in linea con la retorica del governo gialloblu, fu l'allora presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in un'intervista a Radio 24 del 16 ottobre 2015. Anche allora il motivo del contendere era la manovra, con Roma che cercava di guadagnare spazi di flessibilità rispetto agli odiati parametri di Maastricht. La storia, quindi, si ripete. Sulla Stampa di mercoledì, Marco Zatterin ricordava come quasi ogni legge di bilancio presentata dall'Italia negli ultimi anni abbia portato a un duro confronto con le istituzioni comunitarie, persino quando a Palazzo Chigi c'era il tecnico Mario Monti. Solo Renzi, forte di un mandato popolare allora robustissimo (il famoso 40% alle elezioni europee del 2014), utilizzava però parole, argomenti e accenti paragonabili, se non sovrapponibili, a quelli utilizzati oggi dai capi di Lega e Movimento 5 stelle. L'Europa come club di grigi tecnocrati che soffoca le legittime ambizioni di crescita dell'Italia, che ci volta le spalle di fronte all'emergenza migratoria, che ci danneggia con le sanzioni alla Russia, che fa figli e figliastri, adottando doppi standard dei quali beneficia l'eterna rivale: Parigi. Tutto già sentito, quindi. Sovranismo ante litteram, seppure con l'obiettivo di cambiare la Ue dall'interno. Non deve perciò stupire l'aplomb con il quale Jean-Claude Juncker e Pierre Moscovici stanno reagendo a certe intemperanze verbali dei due attuali vicepremier. A Bruxelles, oltre ad avere parecchie cose da rimproverarsi, ci sono abituati.

Volontà di potenza. La differenza, sottolinea Zatterin, era che "mentre Renzi attaccava la Commissione, Pier Carlo Padoan con lo staff del Tesoro trattava dietro le quinte con gli uomini della direzione Ecofin. Così, un mese più tardi, l'Italia guadagnava ancora ossigeno nonostante il debito mostruoso e i conti che tornavano a metà". Un'altra differenza, aggiungiamo, è che Padoan era inattaccabile, era il pilastro sul quale si reggeva la credibilità in Europa dei governi a guida Pd. Una posizione solida della quale il suo successore, Giovanni Tria, non gode affatto, considerando quante volte, da quando è a via XX settembre, è stato dato prossimo alle dimissioni. Tornando alle analogie, va però detto che gli scontri di Renzi con Bruxelles non furono limitati alla manovra, ma furono una costante del suo mandato, teso a far guadagnare all'Italia quel ruolo di potenza di primo piano che in Europa non era mai riuscita a conquistarsi. Emblematico fu quel vertice di Ventotene con Angela Merkel e Francois Hollande. Era il 22 agosto del 2016. La Gran Bretagna aveva appena votato a favore della Brexit, lasciando libero uno spazio che, per l'ex sindaco di Firenze, doveva essere riempito dall'Italia. Un progetto mai portato a termine a causa della debacle del referendum costituzionale di dicembre, che concluse due anni, nove mesi e venti giorni segnati da polemiche con Bruxelles che toccarono livelli di virulenza elevatissimi.

Lo scontro con Juncker (sul 2,4%). Uno degli scontri più clamorosi risale al 14 novembre 2016, poco prima delle dimissioni. Renzi si era visto negare la richiesta di maggiore spazio di manovra per finanziare la ricostruzione delle aree terremotate. Nello specifico l'Italia aveva portato il deficit previsto in manovra dall'1,7% al 2,4% (a proposito di corsi e ricorsi storici), incontrando una durissima opposizione da parte di Juncker, i cui rapporti con Renzi toccarono allora i minimi storici. Ricordando i 19 miliardi di flessibilità aggiuntiva che gli erano già stati concessi, il presidente della Commissione aveva accusato l'ex premier di essere "litigioso" e di cercare a tutti i costi la polemica con Bruxelles. "L'Italia deve obbedire", tuonò. Per tutta risposta, in conferenza stampa, l'allora inquilino di Palazzo Chigi compì un gesto senza precedenti: eliminò la bandiera della Ue. Alle sue spalle solo sei drappi tricolori. Romano Prodi, padre nobile del suo partito, parlò di un "colpo al cuore". In compenso, arrivarono dalla Francia i complimenti del Front National.

Lo schiaffo di Bratislava. Gli ultimi mesi del mandato di Renzi furono forse quelli caratterizzati dalle polemiche più violente con la Ue. Lo spirito di Ventotene si sarebbe infatti guastato in fretta. Renzi sperava che il vertice sull'isola dove Altiero Spinelli fu mandato al confino avrebbe inaugurato una nuova governance europea a tre. Nemmeno un mese dopo, al Consiglio Europeo di Bratislava, il 16 settembre, la conferenza stampa finale resterà invece nel tradizionale formato a due: la cancelliera tedesca e il presidente francese. Renzi non nascose affatto l'ira per l'esclusione. Bocciò le conclusioni del vertice (pur avendole firmate), che non accoglievano le richieste dell'Italia in materia di crescita e immigrazione, e arrivò a liquidare il summit come una "bella crociera sul Danubio". Merkel evocò comunque uno "spirito di Bratislava". "Altro che spirito di Bratislava, se si va avanti così, presto parleremo del fantasma dell'Europa", replicò, profetico, in un'intervista al Corriere nella quale attaccò in un colpo solo Francia, Germania e Spagna per la violazione sistematica delle regole europee su bilancio e surplus commerciale.

Con Berlino un rapporto difficile. Con Angela Merkel i rapporti erano particolarmente complicati, come lo sono ora, per motivi non troppo dissimili, quelli tra la cancelliera e Macron. Merkel non ama le personalità troppo esuberanti e, soprattutto, non ama che la sua leadership venga messa in discussione (Hollande, debole e remissivo, era invece uno sparring partner perfetto). Lo scontro più duro risale a un bilaterale di Bruxelles il 15 dicembre 2015. Nei circoli europei, Renzi si era già fatto la fama di interlocutore brusco ed egocentrico, scrisse Politico, e "spesso difficile" era stata definita la sua relazione con il presidente del Consiglio Europeo, Donald Tusk, che aveva accusato di "non aver rispettato il popolo italiano" quando aveva accostato Roma all'Ungheria di Orban in un appello perché tutti i Paesi Ue facessero la loro parte nel controllo dei flussi migratori. "Non puoi certo sostenere di star dando il tuo sangue per l'Europa" fu la frase di Renzi che gelò Merkel. Il casus belli era stato il rifiuto tedesco di una garanzia per i depositi comune. Renzi si tolse però parecchi sassolini dalle scarpe, accusando Merkel di aver lucrato sulla crisi della Grecia accaparrandosi gli aeroporti ellenici privatizzati. I motivi di frizione con Berlino erano del resto numerosi. Alla polemica contro la dottrina dell'austerità e a quel surplus commerciale tedesco fuori ogni regola si è già accennato. Una questione quasi personale riguardava però le sanzioni alla Russia, Paese che, nonostante lo scontro sull'annessione della Crimea, continua a vantare in Berlino e Roma i partner europei più stretti. Proprio sull'onda di quelle sanzioni (che Berlino spesso aggira), l'Italia era stata costretta a rinunciare al progetto di gasdotto South Stream, che l'avrebbe unita ai giacimenti russi senza passare per l'Ucraina. Un analogo progetto con approdo in Germania, il North Stream II, non ha invece avuto la stessa sorte. Proprio i rapporti con la Russia erano stati un altro importante punto di scontro con i partner. Renzi non aveva mai nascosto la sua opposizione alle sanzioni contro Mosca, per il loro impatto sull'economia italiana e sugli storici rapporti tra i due Paesi. Una delle sue ultime battaglie in Europa fu il tentativo di farle saltare o, quantomeno, non renderne più automatico il rinnovo. Una battaglia ora ereditata da Di Maio e Salvini. Chissà, data la virulenza con la quale lo ha smentito durante l'ultima Leopolda, forse è vero che il leader del Carroccio ogni tanto lo chiama per chiedergli consigli.

Estratto dell’intervista di Leonardo Martinelli per “la Stampa” del 22 novembre 2018. Marine Le Pen non ci sta. La bocciatura del budget italiano da parte di Bruxelles, un affronto al suo amico Matteo Salvini, non le va giù. «Non è una decisione di tipo economico ma solo politica: per questo mi fa ancora più rabbia».

[…] Perché politica? L' Italia non rispetta i parametri di Maastricht, tutto qui.

«La Francia per anni ha superato per il deficit pubblico il 3% del Pil, mentre l'Italia restava sotto. Il nostro debito è salito più velocemente del vostro e, anche se minore, è ormai pari al 100% del Prodotto interno lordo, senza contare l'enorme deficit nella bilancia commerciale mentre l'Italia assicura sempre un surplus. Nonostante questo la Commissione europea tratta Emmanuel Macron con i guanti di velluto e gli concede ampi margini di flessibilità, mentre fa prova di una severità spropositata con l'Italia».

Per quale motivo?

«Perché a Roma i sovranisti sono al potere. E se il governo italiano dimostrerà che, mettendo fine alla politica di austerità, si rilancia l'economia e si riduce la disoccupazione, alla Commissione crollerà un mondo. Vuol dire che loro, a Bruxelles, avranno perso».

[…] Viktor Orban e Sebastian Kurz sono favorevoli al rigore nei budget pubblici.

«Ungheria e Austria fanno parte dell'"area marco". L' euro è stato concepito dai tedeschi e per i loro interessi. E quei due Paesi dipendono economicamente dalla Germania […]». 

Manovra bocciata, missione compiuta: la guerra con l’Europa farà volare Lega e Cinque Stelle, scrive il 22 novembre 2018 L’Inkiesta. Se siete tra quelli che esultano per la bocciatura definitiva della legge di bilancio e per la procedura d’infrazione abbiamo una brutta notizia: non siamo più nel 2011. Lo scontro con la Commissione è un punto a favore dei sovranisti. Che volevano la guerra per usarla in campagna elettorale. Eccola qui, la bocciatura. Definitiva. Eccola qui: la bomba che rischia di far saltare l'Italia. In molti l'avevano prevista: i mercati, per esempio. Molti l'avevano temuta: Confindustria. Qualcuno, forse se l'era augurata: vediamo chi. Lo scontro con l'Europa torna ai livelli del 2011. Ma a sette anni da quella crisi, molte cose sono cambiate. All'epoca la tempesta finanziaria, gli allarmi lanciati dalle istituzioni comunitarie - ricordate la lettera di Trichet? -, il biasimo dei partner europei - ricordate il sorrisetto Merkel-Sarkozy? - prepararono il terreno per un cambio di governo e Mario Monti poté insediarsi in un clima di grande preoccupazione e con un larghissimo consenso, anche se oggi in tanti fingano di non ricordare. O di non aver condiviso. Le cose infatti ora sono molto diverse. Come insegna Eraclito, non si può fare il bagno due volte nello stesso fiume e messi di fronte a un nuovo scontro Italia-Europa, gli italiani reagiranno in un altro modo. Oggi paragonare la lettera della Commissione a quella di Babbo Natale scatena l'applauso. Oggi associare di continuo il nome di Juncker a quello di qualche super alcolico è diventato un tormentone gustoso come nemmeno più i cinepanettoni. Oggi a far vacillare un governo sarebbe l'approvazione della Merkel e non il suo biasimo. E anche il temuto spread, vessillo che impropriamente l'opposizione ha sempre issato per mettere in guardia dagli errori del governo, è una bandiera che sventola sfilacciata. Non perché effettivamente non sia preoccupante il balzo di 100 punti che ha fatto registrare negli ultimi nove mesi o perché non siano condivisibili gli allarmi di Confindustria e delle banche, ma per il semplice motivo che vista dalla prospettiva immediata dell'elettore pentastellato o leghista, la tanto temuta tempesta finanziaria è poco più che un bicchier d'acqua. Eccola qui infatti la bocciatura e che cosa è successo? Niente. Questa mattina la maggioranza degli italiani è andata a fare la spesa, ha pagato gli stessi prezzi, ha pagato in euro. La previsione di enormi difficoltà future non può competere con la promessa di un aiuto oggi. Eccola qui infatti la bocciatura e che cosa è successo? Niente. Questa mattina la maggioranza degli italiani è andata a fare la spesa, ha pagato gli stessi prezzi, ha pagato in euro. La previsione di enormi difficoltà future non può competere con la promessa di un aiuto oggi (vedi reddito di cittadinanza o pensione anticipata). E persino l'esempio dei mutui, grande classico della letteratura anti spread, non ha più l'appeal di un tempo. «Cambiano quelli che abbiamo o quelli che faremo?», ci hanno chiesto in molti. «No, solo quelli del futuro», gli abbiamo risposto. «Allora ciao. Viva Salvini, viva Di Maio, abbasso l'Europa.» La sintesi brutale forse non coglie tante sfumature ma intercetta la forza con la quale questa bocciatura spingerà tanti elettori tra le braccia dei sovranisti. Il fatto che arrivi da 18 partner su 18, il fatto che l'Italia non sia riuscita a convincere nessuno, che non abbia alleanze, che non possa contare neppure sui nuovi amici alla Orban non preoccupa. Anzi: la bocciatura totale è la controprova di quel “cambiamento” che si intitolano Salvini e Di Maio. Al punto che se fossimo consulenti cinici e spietati di quei due, avremmo consigliato mille volte di andarsela a cercare. Con questa bocciatura, alle prossime Europee il governo può puntare al trionfo. All'Europa, alle opposizioni e soprattutto alla sinistra, serve invece un vocabolario nuovo. Finché resteranno bloccate nel perimetro dello “spread”, delle “banche” e degli “investitori” non ci sarà partita.

Rovesciare Juncker e Moscovici. Il piano dei sovranisti in Europa, scrive il 10 ottobre 2018 Lorenzo Vita su Gli Occhi della Guerra. Creare un fronte compatto che rovesci l’attuale leadership dell’Unione europea. Prendersi la Commissione e riuscire a costruire un fronte da destra che cambi l’Europa, trasformandola in una realtà confederale. Sono questi gli obiettivi del blocco sovranista per le elezioni europee ma non solo, come dimostrato da Matteo Salvini e Marine Le Pen al convegno dell’Ugl a Roma. La strategia del fronte sovranista è molto più complessa e articolata di quanto possa apparire. Non c’è solo una campagna elettorale da portare a termine ma cambiare l’Europa. Per farlo il fronte sovranista parte da una certezza: non può fare tutto da solo. C’è bisogno anche del Ppe e di quel vento di destra che sta animando anche parte del movimento moderato dell’Unione europea. Il blocco nato dai movimenti più radicali” non vuole tagliare i ponti con il centro: vuole che il centro si riequilibri a destra. E per farlo, ha al suo interno alleati utilissimi alla causa: Viktor Orban ad esempio, il cui Fidesz rimane nel Ppe, ma anche la Csu di Horst Seehofer e i popolari dell’austriaco Sebastian Kurz. Nel mirino dei sovranisti non c’è solo quello di strappare consensi, ma c’è anche quello di diventare una presenza costante e necessaria all’interno dell’Europarlamento. Primo step sarà quello delle elezioni europee del 26 maggio 2019 e cercare di diventare la seconda forza politica superando il Partito socialista. Come riporta Il Tempo, il fronte sovranista è “un nucleo in grande espansione come conferma la rilevazione del sito specializzato ‘pollofpolls.eu’ che lo dà oggi a 160 seggi, nettamente avanti ai socialisti (crollati a 138) e a un passo dai 179 seggi dei popolari”. Nel caso in cui le elezioni rendessero concreto questo scenario, il blocco a destra otterrebbe quanto voluto: diventare indispensabile e rendere soprattutto difficile, se non impossibile, la riproposizione della Grande Coalizione in salsa europea. Niente più alleanza Ppe- Pse e Alde per spartirsi i posti di comando in Europa. Ma qualcosa di diverso, che potrebbe anche vedere di nuovo il Ppe fra i protagonisti, ma senza la sinistra e con i sovranisti a fare da ago della bilancia. E in questo modo, decidere insieme la nuova Commissione europea. L’obiettivo di Salvini & co. non è quello di rivoluzionare l’Europa con un voto. La strategia è più a lungo termine e bisogna partire da mosse pragmatiche. Intanto riuscendo a creare un’alleanza politica che rovesci la nomenklatura che ha dettato finora legge in tutto il continente. Nel mirino ci sono i vari Jean-Claude Juncker, Pierre Moscovici e tutti i rappresentanti della Commissione che ha scatenato la ribellione degli elettori europei. E che rappresentano il vero obiettivo del blocco sovranista di cui il ministro dell’Interno e la leader francese rappresentano gli alfieri. A questo punto, una volta ottenuto un blocco di voti di grande peso e che rappresentino la seconda forza del Parlamento europeo, c’è il secondo step: iniziare a proporre una propria idea di Europa. E in questo senso, l’idea del fronte sovranista è quella di ripensare l’Ue in termini confederali. Non un’unione politica, ma un’alleanza di Stati che abbia a cuore solo alcuni punti, come la protezione dei confini, e che lascia ai singoli governi libertà di movimento sulla società che vuole costruire nel proprio Paese. Un’Europa minimalista, soft, senza una potenza leader né un sistema di funzionari che controlli la vita dei singoli Stati membri. Un obiettivo arduo, ma non impossibile. E dalla loro parte, i sovranisti hanno alleati forti non solo in Europa, ma anche al di fuori: Russia e Stati Uniti.

EI FU...LA MODA ITALIANA.

Ombre sulla moda pugliese: inchiesta del New York Times, scrive il 21 21 settembre 2018 "Il Corriere del Giorno". Secondo il quotidiano americano, a causa di un mercato del lavoro in difficoltà, migliaia di lavoratori a domicilio a basso reddito creano abiti di lusso senza contratti o assicurazioni. Non è questa la prima volta che il The New York Times indaga sul Made in Italy. E l’inchiesta apparsa ieri, proprio durante la Milano Fashion Week organizzata dalla Camera Nazionale della Moda Italiana sull’autorevole e temuto quotidiano americano, non è certo passato inosservato. Anche perchè realizzata da Elizabeth Paton reporter per la sezione “Styles”, che segue i settori della moda e del lusso in Europa. La Pathon prima di entrare a lavorare nel 2015 al New York Times, lavorava come una giornalista al Financial Times a Londra ed a New York. Nell’ articolo si parla una donna di mezza età che passato la sua estate seduta su sedia imbottita di nero, al lavoro sul tavolo della sua cucina, in un appartamento al secondo piano nella città meridionale di Santeramo in Colle. La donna – secondo il New York Times    era intenta a cucire con cura un sofisticato cappotto di lana, un capo che quando arriverà nei negozi questo mese come parte della collezione autunno-inverno di MaxMara, il noto marchio di moda italiano di proprietà della famiglia Maramotti, verrebbe venduto da 800 a 2.000 euro ($ 935 a $ 2.340). La donna, si legge nell’articolo, ha chiesto di non essere nominata per paura di perdere il proprio compenso, ricevendo dal committente che la impiega, soltanto 1 €uro per ogni metro di tessuto che completa. “Mi ci vuole circa un’ora per cucire un metro, quindi circa quattro o cinque ore per completare un intero cappotto”, ha dichiarato al New York Times la donna, la quale lavora senza alcun contratto, o assicurazione, e viene pagata in contanti su base mensile. “Cerco di fare due mani al giorno” dice.  Il lavoro in nero che realizza nel suo appartamento le sarebbe stato affidato da una ditta locale che produce anche capispalla per alcuni dei nomi più noti nel settore del lusso, tra cui Louis Vuitton e Fendi. Il massimo che abbia mai guadagnato, ha raccontato, è stato di 24 €uro per un cappotto intero! Ma non è stata soltanto l’anonima sarta di Santeramo a parlare. Il fenomeno di sfruttamento dalla manodopera pugliese viene confermato al quotidiano americano anche da Maria Colamita, 53 anni, di Ginosa, un’altra cittadina in provincia di Taranto, la quale ha raccontato che dieci anni fa, quando i suoi due figli erano più giovani, aveva lavorato da casa con abiti da sposa prodotti da fabbriche locali, abiti da ricamo con paillettes di perle e appliques, percependo da 1,50 a 2,00 €uro per ora di lavoro.  Per completare ogni abito ci volevano dalle 10 alle 50 ore di lavoro e la signora Colamita ha riferito di aver lavorato dalle 16 alle 18 ore al giorno, venendo pagata soltanto quando un capo era completo. “Vorrei solo fare delle pause per prendermi cura dei miei figli e dei miei familiari” e così è stato ha raccontato, aggiungendo che attualmente lavora come addetta alle pulizie e guadagna 7 €uro l’ora. “Ora i miei figli sono cresciuti, posso accettare un lavoro dove posso ottenere un salario reale“. Entrambe le donne intervistate dal New York Times   hanno raccontato di aver conosciuto almeno altre 15 cucitrici che lavoravano nella loro zona producendo dalle loro case capi di abbigliamento di lusso su base forfettaria per le fabbriche locali. In poche persone erano disposte a rischiare il loro sostentamento per raccontare le loro storie al quotidiano newyorkese, perché per loro la flessibilità e l’opportunità di prendersi cura delle loro famiglie mentre lavoravano valeva la misera paga e la mancanza di protezioni. “So di non essere pagato quello che merito, ma qui in Puglia i salari sono molto bassi e alla fine mi piace quello che faccio”, avrebbe dichiarato un’altra cucitrice, che lavora dal laboratorio nel suo appartamento. “L’ho fatto per tutta la vita e non potevo fare nient’altro.” Anche se ha un lavoro in fabbrica che le ha pagato 5 euro all’ora, ha raccontato di aver lavorato tre ore al giorno in più sui libri da casa, in gran parte su capi campione di alta qualità per designer italiani a circa 50 €uro ciascuno. “Accettiamo tutti che è così,” ha riferito la donna circondata da rotoli di stoffa e misure a nastro sulla sua macchina da cucire-"Made in Italy", ma a quale costo? Il New York Times parla di un business sulla miriade di piccole e medie imprese manifatturiere orientate all’esportazione che costituiscono la spina dorsale della quarta economia europea, le fondamenta secolari della leggenda del “Made in Italy” si sono scosse negli ultimi anni sotto il peso della burocrazia, aumento dei costi e aumento della disoccupazione. Le imprese del nord, dove generalmente ci sono più opportunità di lavoro e salari più alti, hanno sofferto meno di quelle del sud, che sono state duramente colpite dal boom della manodopera straniera a basso costo che ha indotto molte aziende a spostare all’estero le attività produttive. Secondo i dati dell’Istat (Istituto Nazionale di Statistica), nel 2015 3,7 milioni di lavoratori in tutti i settori hanno lavorato senza contratto in Italia. Più recentemente, nel 2017, l’Istat ha censito 7.216 lavoratori a domicilio, 3.647 nel settore manifatturiero, che lavorano con contratti regolari. Non ci sono dati ufficiali su coloro che invece operano con contratti irregolari e nessuno ha tentato di scoprirlo per decenni. Nel 1973, l’economista Sebastiano Brusco stimava che l’Italia aveva un milione di lavoratori a domicilio a contratto nella produzione di abbigliamento, con una cifra approssimativamente uguale che lavora senza contratti. Successivamente, da allora, non sono stati fatti grandi sforzi per accertare e verificare i numeri. Pochi settori dipendono dal cachet di produzione del paese come il lusso, a lungo fulcro della crescita economica dell’Italia, che realizza il 5% del prodotto interno lordo italiano ed ha impiegato direttamente ed indirettamente circa 500.000 persone nel settore dei beni di lusso in Italia nel 2017, secondo i dati di una ricerca realizzata dell’Università Bocconi e da Altagamma, associazione che riunisce diverse società del lusso made in Italy. Numeri che sono stati rafforzati dalle rosee fortune del mercato globale del lusso, per i quali Bain & Company prevede una crescita oscillante fra il 6 e l’8%, per un valore da 276 a 281 miliardi di euro nel 2018, spinti prevalentemente dall’ attrattività dei brand “made in Italy” nei mercati consolidati ed emergenti. Ma i millantati sforzi compiuti da alcuni marchi di lusso e dai loro principali fornitori per abbassare i costi – racconta Il New York Times –senza compromettere la qualità hanno messo a dura prova coloro che operano nel profondo del settore. Solo quanti sono interessati è difficile da quantificare. Per realizzare questa inchiesta, il New York Times racconta di aver raccolto prove di circa 60 donne nella sola regione Puglia, che lavorano da casa senza un regolare contratto nel settore dell’abbigliamento. Tania Toffanin, l’autrice di “Fabbriche Invisibili”, un libro sulla storia del lavoro a domicilio in Italia, ha stimato che attualmente ci sono dai 2000 ai 4000 lavoratori domestici irregolari nella produzione di abbigliamento. “Più in basso andiamo nella supply chain, maggiore è l’abuso”, ha dichiarato Deborah Lucchetti, di Abiti Puliti, il braccio italiano della Clean Clothes Campaign, un gruppo di difesa anti-sweatshop. Secondo la Lucchetti, la struttura frammentata del settore manifatturiero globale, composta da migliaia di piccole e medie imprese, spesso a conduzione familiare, è una ragione chiave per cui le pratiche come il lavoro domestico non regolamentato possono rimanere prevalenti anche in un Paese come l’Italia. A suo parere il fatto che molti marchi di lusso italiani esternalizzino la maggior parte della produzione, piuttosto che utilizzare le proprie fabbriche, ha creato uno “status quo” in cui lo sfruttamento può facilmente infastidire, specialmente per coloro che non conoscono il sindacato. Una gran parte dei marchi assume un fornitore locale in una regione, che a sua volta negozierà i contratti con le fabbriche nell’area per loro conto. E le mani sono “pulite”. “I marchi commissionano i primi appaltatori a capo della catena di fornitura, che poi commissionano ai subfornitori, che a loro volta spostano parte della produzione in fabbriche più piccole sotto la pressione di tempi di consegna ridotti e prezzi ridotti”, ha dichiarato la Lucchetti. “Ciò rende molto difficile che ci sia sufficiente trasparenza o responsabilità. Sappiamo che il lavoro a casa esiste. Ma è così nascosto che ci saranno marchi che non hanno idea che gli ordini siano fatti da lavoratori irregolari al di fuori delle fabbriche contrattate “. Questi problemi sono di comune conoscenza, e “alcune aziende e griffe devono sapere che potrebbero essere complici”. Molti dirigenti delle fabbriche pugliesi sottolineavano che aderivano ai regolamenti sindacali, trattavano i lavoratori in modo equo e pagavano loro un salario di sussistenza. Molti proprietari di fabbriche locali hanno aggiunto che quasi tutti i nomi di lusso – come Gucci, di proprietà della holding francese Kering, per esempio, o Louis Vuitton, il brand di proprietà del Gruppo LVMH (Louis Vuitton-Moët Hennessy) inviavano regolarmente ispettori per verificare condizioni di lavoro e standard di qualità. Il Gruppo LVMH contattato dal New York Times ha rifiutato di commentare questa storia. Un portavoce di MaxMara ha inviato una e-mail contenente la seguente dichiarazione: “MaxMara considera una catena di approvvigionamento etica una componente chiave dei valori fondamentali della società che si riflette nelle nostre pratiche commerciali”, ed aggiunto che la società non era a conoscenza di comportamenti illegali dei suoi fornitori che usavano i lavoratori a domicilio, annunciando che avrebbero avviato un’indagine ispettiva proprio questa settimana.

Il “metodo salentino”. Nell’inchiesta appare e viene pubblicato il punto di vista di Eugenio Romano, un ex avvocato sindacalista che ha trascorso gli ultimi cinque anni in rappresentanza della Carla Ventura, una fabbrica finita in bancarotta, proprietaria della Keope Srl (già CRI), facendo causa al colosso di lusso della calzatura italiana Tod’sed alla Euroshoes, una società che la Tod’s ha utilizzato come fornitore leader per la produzione di calzature pugliesi. Inizialmente, nel 2011, la signora Ventura aveva iniziato un’azione legale soltanto nei confronti della Euroshoes, affermando che i consistenti pagamenti incassati in ritardo, le riduzioni delle tariffe per gli ordini e le fatture in sospeso dovute a tale società avevano di fatto conseguentemente reso impossibile mantenere redditizia la fabbrica e pagare ai suoi lavoratori un salario soddisfacente. Il Tribunale competente si è pronunciato in suo favore ed ha ordinato alla Euroshoes di pagare i suoi debiti, anche perchè il ricorso in appello della società salentina si è concluso senza successo, in linea alla sentenza di primo grado. Conseguentemente a causa dei procedimenti giudiziari intrapresi dalla Carla Ventura, gli ordini di lavorazione non sono più arrivati ed alla fine, nel 2014, la Keope Srl è finita in bancarotta. Adesso, in un secondo processo, che si è protratto per anni senza arrivare ad una sentenza significativa, la signora Ventura ha avviato un’altra azione contro Euroshoes e Tod’s, che ha avuto conoscenza diretta delle pratiche commerciali illecite di Euroshoes. La Tod’s di proprietà della famiglia Della Valle ha sempre evidenziato di non aver avuto alcun ruolo né ha avuto conoscenza dei contenziosi contrattuali della Keope con la Euroshoes, che correttamente contattata dal New York Times, ha rifiutato tramite il proprio avvocato di Euroshoes di rilasciare dichiarazioni sulla loro inchiesta giornalistica. “Parte del problema qui è che i dipendenti accettano di rinunciare ai loro diritti per lavorare”, ha spiegato Romano nel suo ufficio di Casarano (Lecce), prima della prossima udienza, che è prevista per il 26 settembre, parlando del “metodo Salento”, utilizzando un detto salentino popolare in Puglia che essenzialmente significa: “Sii flessibile, usa i tuoi metodi, sai come farlo qui.”. L’aera del Salento ha un alto tasso di disoccupazione, che rende quindi vulnerabile la sua forza lavoro produttiva. E anche se ufficialmente i grandi brand del “made in Italy” non suggerirebbero mai di sfruttare i loro dipendenti, alcuni proprietari di fabbriche hanno riferito al Romano che esiste un invito-accordo tacito per usare una serie di mezzi, tra cui sottopagare i dipendenti e pagarli per lavorare a casa. L’area del Salento nella provincia di Lecce è stata a lungo un centro di produttori di scarpedi terze parti per marchi di lusso come Gucci, Prada, Salvatore Ferragamo e Tod’s. Nel 2008, la Keope Srl società della signora Ventura aveva stipulato un accordo esclusivo con Euroshoes per diventare un sub-fornitore di tomaie per calzature destinate a Tod’s. Secondo quanto compare nei documenti di causa prodotti dalla signora Ventura, la Euroshoes è passata a pagamenti con ritardo consistenti, conclusasi a una riduzione inspiegabile dal 2009 al 2012 dei prezzi unitari per tomaia di scarpe scesi da €uro 13,48 a €uro 10,73. Mentre molte fabbriche locali hanno cercato di adattarsi, pur di non perdere le commesse di lavoro, utilizzando delle dipendenti che lavorano da casa, invece la signora Ventura ha dichiarato di aver sempre pagato gli stipendi in regola anche con i contributi previdenziali. Poiché il contratto richiedeva l’esclusività, altri potenziali accordi di produzione con marchi concorrenti come Armani e Gucci, che avrebbero potuto risanare i bilanci della Keope Srl, non potevano essere fatti. Conseguentemente i costi di produzione non erano più sostenibili, e le promesse di un aumento del numero di ordini da Tod’s attraverso la Euroshoes non sono mai arrivati, come compare dai documenti legali depositati nella causa intrapresa dalla signora Ventura. Nel 2012 un anno dopo che la signora Ventura aveva portato in tribunale la Euroshoes per non averle pagato le proprie fatture emesse, gli ordini della Tod’s via Euroshoes si sono interrotti completamente, una decisione che secondo i documenti legali, alla fine ha spinto la società Keopedella signora Ventura sulla via della bancarotta, venendo dichiarata insolvente nel 2014. Una portavoce di Tod’s ha dichiarato, quando le è stato chiesto un commento sulla vicenda dal New York Times: “Keope ha intentato una causa contro uno dei nostri fornitori, Euroshoes e Tod’s, per recuperare i danni relativi alle presunte azioni o omissioni di Euroshoes. Tod’s non ha nulla a che fare con i fatti addotti nel caso e non ha mai avuto un rapporto commerciale diretto con Keope. Keope è un subappaltatore di Euroshoes, e Tod’s è completamente estraneo alla loro relazione “. La dichiarazione aggiungeva anche che Tod’s aveva pagato Euroshoes per tutte le somme fatturate in modo tempestivo e regolare, e non era quindi responsabile se Euroshoes non avesse pagato un subappaltatore. Tod’s ha affermato che ha insistito affinché tutti i fornitori eseguissero i loro servizi in linea con la legge e che lo stesso standard fosse applicato ai subappaltatori. “Tod’s si riserva il diritto di difendere la sua reputazione dal tentativo diffamatorio di Keope di coinvolgerlo in questioni che non riguardano Tod’s”, ha detto la portavoce. Ma non ha detto però come si è protratto il proprio rapporto con la Euroshoes. Infatti, un rapporto di “Abiti Puliti” ha rilevato che altre aziende della Puglia cucivano a mano tomaie se le donne facevano il lavoro irregolarmente dalle loro case. Quella retribuzione sarebbe da 70 a 90 euro a coppia, il che significa che un lavoratore in 12 ore guadagnerebbe da 7 a 9 euro.  Molti osservatori del settore ritengono che la mancanza di un salario minimo nazionale stabilito dal Governo italiano abbia reso possibile e più semplice per molti lavoratori lavorare da casa ed essere pagati una miseria ed in “nero”. I salari sono generalmente negoziati per i lavoratori dai rappresentanti sindacali, che come noto, variano per settore e per unione. Secondo lo Studio Rota Porta, una società italiana di consulenza sul lavoro, il salario minimo nel settore tessile dovrebbe aggirarsi intorno ai 7,08 euro all’ora, inferiore a quello di altri settori tra cui quello alimentare (8,70 euro), la costruzione (8 euro) e la finanza (11,51 euro). Sono molti però i lavoratori che non sono iscritti e rappresentati dai sindacati, lavorando al di fuori del sistema occupazionale legale, e diventando quindi vulnerabili ed inclini allo sfruttamento, circostanza che crea rabbia e frustrazione per molti rappresentanti sindacali. “Sappiamo che le cucitrici lavorano senza contratto da casa in Puglia, specialmente quelle specializzate in cucito, ma nessuno di loro vuole avvicinarsi a noi per parlare delle loro condizioni, e il subappalto le mantiene in gran parte invisibili”, ha dichiarato Pietro Fiorella, un rappresentante del sindacato CGIL. “Molti di loro sono in pensione”, ha detto Fiorella, “o vogliono la flessibilità del lavoro a tempo parziale per occuparsi dei membri della famiglia o vogliono integrare le loro entrate, e hanno paura di perdere i soldi aggiuntivi”. Nonostante i tassi di disoccupazione in Puglia sono scesi recentemente al 19,5% nel primo trimestre del 2018 rispetto a quasi il 21,5% nello stesso periodo del 2017, i posti di lavoro “regolari” rimangono sempre più difficili da trovare. Un altro esponente sindacale, Giordano Fumarola, ha evidenziato un altro motivo per cui le retribuzioni per la produzione di abiti e lavorazione di tessuti in Puglia sono rimaste così basse per così tanto tempo: la delocalizzazione della produzione in Asia e nell’Europa dell’Est negli ultimi due decenni, che ha intensificato la concorrenza locale per un minor numero di ordini, costringendo i proprietari di fabbrica a ridurre i prezzi. “Negli ultimi anni, alcune società di lusso hanno iniziato a riportare la produzione in Puglia”, ha aggiunto Fumarola. Ma il potere ancora saldamente nelle mani dei marchi del lusso, ha consentito dei margini di guadagno bassissimo per i fornitori che già lavoravano con loro. Era quindi molto difficile per i proprietari delle “griffes” poter resistere alla tentazione di chiudere un occhio su chi utilizzava subfornitori o lavoratori a domicilio, risparmiando denaro frodando i loro lavoratori o il Fisco. Le ultime elezioni politiche dello scorso marzo hanno portato al potere in Italia “un nuovo governo populista” scrive il New York Times –, mettendo il potere nelle mani di due partiti   il Movimento a cinque stelle e la Lega, e un proposto “decreto di dignità” mira a limitare la prevalenza dei contratti di lavoro a breve termine e di aziende che spostano i posti di lavoro all’estero semplificando al contempo alcune regole fiscali. Per ora, tuttavia, la legislazione relativa a un salario minimo non sembra essere all’ordine del giorno”. Una riforma di qualsiasi tipo sembra molto lontana, per le donne come la sarta di Santeramo in Colle, che lavora dal tavolo della sua cucina, la quale sarebbe devastata per perdere questo “reddito aggiuntivo”, ha detto “ed il lavoro le ha permesso di trascorrere del tempo con i miei figli”. “Cosa vuoi che ti dica?” ha aggiunto la sarta con un sospiro, chiudendo gli occhi e sollevando i palmi delle mani al New York Times. “È quello che è. Questa è l’Italia”. Durissima e fuori luogo la reazione di Carlo Capasa, Presidente della Camera Nazionale della Moda Italia (controllata e finanziata da alcuni marchi italiani), che ha commentato l’inchiesta di Elizabeth Paton “un attacco vergognoso e strumentale. Hanno attaccato questi marchi in maniera indegna e per questo prepareremo una nota congiunta insieme agli avvocati” e continua “Se hanno trovato un reato c’è obbligo di denuncia, perché non l’hanno fatto?”. Capasa però dimentica più di qualcosa, e cioè che la libertà di stampa in America è sacra ed inviolabile tutelata dal Primo emendamento della Costituzione statunitense. Ed inoltre che un giornalista non è un ufficiale della Guardia di Finanza, e l’unico suo dovere è quello di raccontare e documentare. Non quello di andare a fare delle denunce. Questa non è la prima inchiesta giornalistica sulla moda italiana. Infatti anche in Italia il noto programma Report (RAI) , condotto all’epoca dalla bravissima collega Milena Gabbanelli, ha realizzato ben due inchieste: la prima nel gennaio 2007 dal titolo emblematico “Schiavi del lusso” che faceva emergere come la produzione di Prada spacciata per Made in Italy, veniva realizzata da maestranze cinesi sottopagate, mentre la seconda nel dicembre 2014  dal titolo “Va di lusso” (vedi QUI)   in cui Report tornò ad occuparsi dei grandi marchi del lusso, affrontando in particolare la questione che ha distrutto e sta distruggendo un patrimonio importante per il Made in Italy: l’artigiano in regola che viene sostituito con i più concorrenziali cinesi. Parte della responsabilità di questo patrimonio dilapidato tocca a chi gestisce i marchi del lusso, in modo sempre più famelico e cercando di aumentare i propri fatturati a scapito di valori (anche economici) importanti. Al centro dell’ultima inchiesta di “Report” era finito questa volta il marchio italiano Gucci, di proprietà del gruppo francese Kering che da dieci anni garantisce una filiera etica e controllata grazie alla certificazione SA8000 sulla responsabilità sociale. Report è riuscita ad entrare “dentro” il sistema e osservarlo per 5 mesi. Grazie alla denuncia di un artigiano e alle informazioni raccolte dal suo “socio” cinese, Sabrina Giannini giornalista di Report   svelava per la prima volta come funzionano realmente le ispezioni di Gucci. Gucci quest’anno non ha partecipato alla fashion week milanese, infatti: la sfilata P-E 2019 della maison, si svolgerà, infatti, a Parigi il prossimo 24 settembre “come parte di una serie di tre omaggi alla Francia”, si legge in un comunicato diffuso dalla maison, i cui natali sono italianissimi ( a Firenze, nel 1921), ma la cui proprietà è orami radicata oltralpe nella Ville Lumière. Evidentemente Carlo Capasa, non deve conoscere molto bene il lavoro del giornalismo d’inchiesta che è ben diverso da quello del giornalismo “modaiolo” notoriamente il più corrotto dell’informazione italiana, che viene fortemente condizionato dal potere della pubblicità che mantiene di fatto tutti i magazines di moda in Italia, che spesso sembrano più dei cataloghi che dei veri e propri giornali. “Quello del New York Times è un attacco strumentale che nasce senza aver fatto una vera indagine” – sostiene in maniera più imbarazzante il presidente della Camera Nazionale della Moda –” Io sono pugliese e la Puglia non è il Bangladesh. Citano fonti sconosciute e dicono anche che in Italia non abbiamo una legge sul salario minimo e questo è grave”. E continua: “Le nostre sono aziende serie, se i subcontratti hanno fatto delle stupidaggini questo va perseguito, ma condividiamo tutti lo stesso contratto per la tutela dei lavoratori. Se poi volevano demonizzare il lavoro domestico trovo che sia sbagliato, ha un senso purché sia ben pagato”. Lo scontro chiaramente non finisce qui: “Replicheremo al New York Times in modo pesante” annuncia Capasa. Il quale evidentemente non conosce molto bene il “peso” e l’autorevolezza del quotidiano americano, dove probabilmente davanti ad un annuncio del genere si faranno una gran risata! Il lettore per completezza d’informazione deve sapere che Carlo Capasa e suo fratello Ennio, avevano una casa di moda, Costume National finita nel marzo del 2016 nelle mani di Sequedge, il partner giapponese che era entrato con loro in società nel 2009 e che ha rilevato tutte le quote dell’azienda firmando un accordo con i due fratelli per la loro uscita definitiva. Suo fratello Ennio, rispettivamente ex direttore creativo del brand, dichiarò:  “Io e Carlo vogliamo metterci in discussione. E guardiamo alle prossime sfide con la passione di sempre”. Quali siano state queste sfide, aspettiamo ancora tutti di vederle…

Versace diventa americana, raggiunto accordo con Michael Kors, scrive il 25 settembre 2018 "Il Corriere del Giorno". La società americana che di recente ha acquistato anche Jimmy Choo avrà il controllo del gruppo. Donatella Versace resta con quota minoranza, Esce invece il fondo Blackstone che dal 2014 deteneva il 20% del capitale. Il valore della operazione sarebbe valutato in una cifra prossima ai 2 miliardi di dollari. Accordo raggiunto tra Michael Kors e Versace spa. Il gruppo americano di abbigliamento ha raggiunto un’intesa con la società fondata da Gianni Versace per rilevarne il controllo. Dopo la firma dei documenti è attesa l’ufficializzazione, stasera o domani al più tardi. Nel frattempo Versace “non può confermare nulla”. Dopo aver recentemente acquistato il marchio di scarpe di lusso Jimmy Choo per 1,2 miliardi di dollari, Michael Kors punta con decisione a diventare un polo internazionale del lusso attirando nella sua orbita uno dei marchi italiani che più hanno rappresentato la moda italiana nel mondo, anche dopo la morte tragica del suo fondatore, ucciso a colpi di pistola a Miami nel 1997. Stando all’accordo, la famiglia Versace, che attraverso la holding Givi ha l’80% della società, manterrà un ruolo di minoranza in azienda. Esce invece il fondo Blackstone che dal 2014 deteneva il 20% del capitale. Il valore della operazione sarebbe valutato in una cifra prossima ai 2 miliardi di dollari. La Casa della Medusa è nata ufficialmente nel 1978 dal sodalizio tra Gianni Versace e il fratello Santo. Ma forse era nata ancora prima, durante l’infanzia a Reggio Calabria di Gianni che il mestiere dello stilista l’aveva appreso usando ago e filo nella sartoria della madre. Poi, col trasferimento a Milano, erano arrivati anni di successi. L’apice negli anni ’90, immortalato dagli scatti dei più grandi fotografi del mondo: Richard Avedon, Helmut Newton e Herbie Ritts. Ma soprattutto portato in passerella dalle modelle, che con Gianni divennero top model: Cindy Crawford, Carla Bruni, Naomi Campbell, Claudia Schiffer o Helena Christensen. Nel luglio del 1997 il dramma: Gianni Versace venne ucciso nella sua villa sul lungomare di Miami Beach da Andrew Cunanan, un “serial killer” responsabile di altri quattro omicidi. Da quel momento la società Versace spa è passata nelle mani dei fratelli: Santo, presidente col 30% della holding di controllo, Donatella che di Versace è stato dopo la morte del fratello la anima creativa, al 20% della holding, e la figlia di Donatella, Allegra Versace Beck che ha eredito dallo zio il 50%. Negli anni successivi alla morte del fondatore la Versace è andata in sofferenza, ma grazie al piano di rilancio portato avanti dall’allora Ceo Gian Giacomo Ferraris il marchio si è risollevato, ed è arrivato il nuovo socio di minoranza Blackstone. I segni di miglioramento alla fine sono arrivati. Versace l’anno scorso ha registrato ricavi per 668 milioni di euro, ritornando in utile per quasi 15 milioni, dopo la precedente una perdita di 7,9 milioni nel 2016.

Da Gucci a Valentino, i big del Made in Italy volati all'estero. Mentre Versace si prepara alla cessione sono moltissimi i marchi finiti fuori dai confini italiani: da Bulgari a Loro Piana fino all'addio di Ynap(Yoox), scrive il 24 Settembre 2018 "La Repubblica". L'ultima in ordine di tempo potrebbe essere Versace, ma la lista dei big dell'alta moda italiana finiti in mani straniere da tempo è già molto lunga. Nel 2004 il gigante francese Kering ha ultimato la sua scalata a Gucci, che a sua volta alcuni anni dopo ha rilevato il marchio della ceramica fiorentino Richard Ginori. Il gruppo controllato dalla famiglia Pinault ha poi messo le mani anche su Brioni e sulla gioielleria di Pomellato. Hanno trovato casa Oltralpe, all'interno del colosso del lusso Lvmh, altri grandi marchi storici del lusso. Prima Fendi, nel 1999, poi il marchio Emilio Pucci, quindi i profumi di Acqua di Parma (2001), i gioielli di Bulgari (2011) e i filati di Loro Piana (2013). Nell'orbita del fondo della famiglia reale del Qatar Mayhoola for Investments sono invece finiti Valentino per 700 milioni di euro, e la vicentina Pal Zileri, la cui acquisizione è stata completata nel 2016. Parla cinese invece Krizia, ceduta nel 2014 alla la società di Shenzhen Marisfrolg Fashion co.

Versace: la storia del sogno di un sarto bambino. Donatella Versace annuncerà nelle prossime ore la vendita dell'azienda. Probabilmente al desginer Michael Kors, scrive Barbara Massaro il 24 settembre 2018 su Panorama. È stata la sua prima mini-modella Donatella Versace. Quando Gianni, appena adolescente, iniziava a giocare con fili e tessuti cercando di dare forma al suo universo creativo, era proprio la sorella minore, con i suoi lunghi capelli biondi e il corpo magrissimo, a indossare gonne e corpetti. Una simbiosi creativa, umana e artistica durata tutta la vita quella tra Gianni e Donatella Versace e proprio lei, la bambolina bionda che giocava a fare la modella, è stata chiamata a prendere le redini della maison di moda nel luglio 1997 quando Gianni venne ucciso a sangue freddo sui gradini della sua villa a Miami Beach dal pluriomicida Andrew Cunanan. Ora, 21 anni dopo, Donatella è pronta a mettere in vendita il sogno di quel sarto bambino che è diventato una delle più grandi case di moda che l'Italia abbia mai avuto.

Il sogno del sarto bambino. Del resto la casa di moda Versace è nata così. Erano gli anni '50 quando Gianni, classe 1946, passava i suoi pomeriggi nel laboratorio di sartoria di sua mamma, "La migliore sarta di Reggio Calabria" ricorderà poi. In quel contesto di donne del sud maestose, dalle scollature prominenti e dalle forme sensuali che si cambiavano nella bottega materna dietro il paravento Gianni getterà le basi per il suo universo femminile fatto di donne sexy e glamour, intelligenti e spudorate. A 25 anni Versace arriva a Milano e diventa direttore creativo di una serie di maison facendo gavetta ed esperienza e arrivando nel 1978 a fondare la Gianni Versace che debutta con la prima collezione femminile il 28 marzo.

L'universo creativo firmato Versace. Maestro di colore e sensualità Versace unisce le linee del gotico alle suggestioni classiche, sposa arte, storia e cultura dando luogo ad abiti manifesto di un modo di intendere la vita e l'amore estremo tra lacci, spille da balia e richiami al bondage. Da subito Versace dimostra di puntare in alto e apre boutique nel cuore di Milano e New York da via della Spiga alla Fifth Avenue. Punta al massimo e funziona. Per le sue collezioni sceglie di migliori fotografi al mondo da Richard Avedon a Helmut Newton (storica la frase pronunciata dal fotografo dopo essere entrato in contatto con la moda secondo Versace: "Le signore come puttane e le puttane come signore, finalmente!").

Il mito delle super top. Da allora l'ascesa è costante. Viene amato dal jet-set e i suoi front-row sono dei red carpet. E' lui che crea il mito delle super top-model trasformate in icone di se stesse. Porta in Italia Stephanie Seymour, poi Naomi Campbell, Cindy Crawford, Claudia Schiffer e Elle MacPherson. Sono loro l'iconica manifestazione della bellezza secondo Versace e le sfilate diventano eventi mondiali dove bellezza, lusso e glamour sono i fili che intessono la trama degli stessi abiti prodotti dalla mente geniale di Gianni. Con lui il made in Italy diventa mito e accanto al collega e rivale Giorgio Armani portano l'Italia nell'Olimpo dell'arte di vestirsi. Dopo i trionfi degli anni '80 arrivano i '90 dove la Gianni Versace diventa brand anche di oggetti per la casa che portano l'icona della Medusa ovunque tra prêt-à-porter, couture, accessori, profumi.

Il passaggio di testimone. Quando nel 1997 la vita del fondatore della maison viene spezzata tocca a Donatella prendere le redini del brand e dopo i primi anni incerti Versace ritrova la sua identità dove il glam diventa rock e le star fanno a gara per vestire gli abiti di Donatella. Chi pensava che Donatella non fosse in grado di sostenere il peso del genio del fratello è rimasto deluso e il sogno del bambino che voleva fare il sarto è andato oltre la sua morte. Quello che, però, ha sempre connotato la Versace, fino a oggi, è che si trattava di una "cosa di famiglia" dove la cifra stilistica del brand era garantita dall'artigianalità del pensiero della famiglia cresciuta in Calabria. Cosa succederà quando anche questo pezzo di storia del made in Italy lascerà la penisola?

5 cose che (forse) non sai sull'omicidio Versace. La serie tv di Fox ha riportato a galla i misteri legati alla morte del grande stilista. Ma la famiglia..., scrive Eugenio Spagnuolo il 27 febbraio 2018 su "Panorama". Il 15 luglio 1997 veniva brutalmente ucciso a Miami Gianni Versace, mito assoluto della moda e ambasciatore dello stile italiano nel mondo: a sparargli il serial killer Andrew Cunanan, che sarebbe morto dopo qualche giorno. Come tutti i crimini impregnati di celebrità anche l’omicidio Versace si sarebbe presto ammantato di mistero, col suo grosso carico di depistaggi, colpi di scena e speculazioni più o meno riuscite. L’ultima in ordine di tempo è la serie tv prodotta da Ryan Murphy, in onda in questi giorni su Fox, che prevedibilmente non è piaciuta alla famiglia Versace e ha riaperto quello che ha tutte le caratteristiche del “caso”. Ma polemiche a parte, a vent’anni di distanza da quei tragici fatti perché se ne continua a parlare?

Il libro. Nel 1999, a due anni dal delitto, la giornalista Maureen Orth diede alle stampe il libro Vulgar Favors (pubblicato in Italia con il titolo Il caso Versace, da Tre60), dove ricostruiva il mistero dell’omicidio Versace, l’incontro dello stilista con il suo killer e quelli che secondo lei erano gli errori macroscopici della polizia di Miami. Il libro non passò inosservato, perché la Orth era (ed è ancora) firma di punta di giornali come il New York Times e Vanity Fair Usa, e si era fatta le ossa su inchieste importanti come quella sul divorzio tra Woody Allen e Mia Farrow e il traffico di droga in Afghanistan. Non era una turista del giornalismo, insomma. La serie tv prende spunto dal suo libro ed è bastato questo a ottenere una sconfessione della famiglia Versace, che ha diramato una nota ufficiale: “Ci rattrista vedere che tra i tutti i possibili ritratti della vita e della storia di Gianni, i produttori abbiano scelto di rappresentare la versione distorta creata da Maureen Orth”. La terza parte del libro è infatti interamente dedicata al privato dello stilista e alla sua famiglia, con un bel po’ aneddoti più o meno scioccanti (smentiti categoricamente dai Versace, ndr). 

I sospetti. In realtà la Orth non è stata neppure la sola a mettere in discussione il modus operandi della polizia americana dopo l’omicidio. Basta rileggersi le cronache del tempo, per capirlo. A mettere in moto la fabbrica dei sospetti ha contribuito anche il fatto che l’assassino Cunanan di mestiere facesse l’escort, con clienti facoltosi e con molti contatti nei giri giusti: il mondo in cui si muoveva Versace non era poi così lontano dal suo. 

La versione di D’Amico. Pur non approvando il contenuto dell’inchiesta di Maureen Orth e della serie tv, Antonio D’Amico, all’epoca compagno di Gianni Versace, ha più volte ribadito di non credere alla versione ufficiale della morte dello stilista. Così in un’intervista concessa al Giornale nel 2009: «…(il caso) è stato chiuso troppo velocemente. Non credo a niente di quello che hanno detto i giornali, a partire dalla teoria della mafia. Sono convinto che ci sia dietro altro. Qualcosa che però io non posso dimostrare, e di cui non voglio parlare. Io continuo ad avere questo dubbio: finché avrò vita, aspetterò che la verità venga a galla».

Il mistero Cunanan. Cunanan venne ritrovato morto suicida 10 giorni dopo il delitto in una casa galleggiante, ad appena due isolati dalla casa di Versace. Tutta la dinamica del ritrovamento fu messa in discussione. Perché uno scaltro serial killer, che era riuscito a far perdere diverse volte le sue tracce all’FBI sceglieva di rintanarsi per alcuni giorni in un luogo senza via di fuga, dove non sarebbero stati trovati neppure avanzi di cibo né tracce sul pavimento del colpo di pistola deflagrato da una potente calibro 40? È solo una delle mille domande che si rincorrono tra il libro della Orth e un documentario…

Il documentario di Chico Forti. Proprio così: a complicare ancora di più la vicenda, c’è la storia dell’imprenditore italiano Chico Forti, in carcere negli Usa dal 1998, per un omicidio che dice di non aver commesso. Della vicenda si sono interessati molti giornali italiani e la tesi innocentista è stata sposata anche dalla criminologa Roberta Bruzzone. Che c’entra tutto questo col caso Versace? Poco prima dell’arresto, Forti aveva prodotto e girato un documentario che metteva in luce diverse incongruenze della versione ufficiale della polizia di Miami. Lo ha raccontato lui stesso in un’intervista al quotidiano Libero, nel 2015, «Quando, finito di girare il filmato, ho visto che le reazioni erano forse un po’ più forti di quello che immaginavo, ho subito pensato che avrei rischiato qualcosa. Quello che mi è successo non è stata una sorpresa: non è che da un momento all’altro hanno scelto me tra mille, così a caso. Il mio rompere le scatole, il mio andare a cercare la verità in un momento in cui tutti volevano metterla sotto il tappeto è stato determinante. È stata una vendetta».

Versace: da Gianni a Donatella fino alla probabile vendita. Dal 1978, anno di fondazione del marchio Gianni Versace, al passaggio di consegne alla sorella Donatella, dopo la tragica scomparsa dello stilista, fino all'ingresso del fondo americano Blackstone. Storia di una maison che fa gola ai fondi d'investimento: il suo potenziale, infatti, resta grandissimo, scrive Simone Marchetti il 24 Settembre 2018 su La Repubblica. Il potere della Medusa, il fascino di Versace: il marchio fondato da Gianni Versace, oggi nelle mani della sorella Donatella, torna a far parlare di sé a livello finanziario. La sua allure e il suo potenziale, infatti, sono uno dei piatti più ghiotti presenti sul tavolo dei fondi di investimento in cerca di maison del lusso da acquistare. Questo brand, infatti, ha un fatturato sotto la fatidica soglia del miliardo di euro (nel 2016, si attestava intorno ai 700 milioni): la sua fama, però, è di gran lunga superiore ai numeri ed è per questo che tutti vogliono da sempre sfruttare al meglio il suo potenziale. Nata nel 1978 con una sfilata alla Permanente di Milano, la linea Gianni Versace è negli anni Ottanta e Novanta un piccolo miracolo della storia della moda italiana: l’abilità del fondatore è creare un’estetica e un mondo di riferimento, non solo collezioni di abiti, capaci di contagiare un’epoca intera e di diventarne lo specchio. Il barocco, le stampe, i riferimenti alla Magna Grecia: l’universo estetico della Medusa, divinità scelta come simbolo del brand, spazia dall’abbigliamento agli accessori, dall’arredamento al lifestyle. L'invenzione poi del fenomeno delle top model, poi, dà un impulso globale all'immagine di Versace, diventando un caso internazionale del costume e della cultura pop. Con l'assassinio dello stilista, avvenuto a Miami nel 1997 per mano di Andrew Cunanan, tutto sembra finire: è proprio in questo momento che avviene la prima mutazione societaria, con la sorella Donatella passata da un ruolo secondario a numero uno dell'azienda. Da sempre al fianco di Gianni nei processi creativi e decisionali, Donatella Versace diventa il nuovo direttore creativo della maison. Muta la compagine societaria e alla figlia di Donatella, Allegra Versace, passa la maggioranza delle quote del marchio. Il momento è difficile e doloroso: la designer stessa ha spesso ribadito nelle interviste quanto fosse stato difficile prendere le redini del business e di come nei primi anni tutto sembrava non andare per il verso giusto. Nel tempo, le banche finanziano parte della ristrutturazione del debito accumulato mentre in circa dieci anni, occorre ammetterlo, Donatella prova a rimettere in pista il business. Tanti gli amministratori delegati che si sono succeduti al timone in tandem con la designer: prima Giangiacomo Ferrari; oggi, invece, Jonathan Akeroyd. Nel frattempo, il fondo americano Blackstone acquista il 20% delle quote della maison per una cifra che si aggirerebbe intorno al miliardo di euro, portando nuova linfa nell’attività e nello sviluppo del brand. E a metà 2018, Akeroyd fa sapere che il giro d’affari cresce del 18% e che il margine operativo lordo balza a un +50%. Una piccola ma significativa crescita, quindi, e il primo ritorno all’utile. Dati che ovviamente rendono il business ancora più appetibile da parte dei fondi d’investimento. Ma chi sarebbe il potenziale compratore? Al momento sembrano passare in secondo piano i grandi gruppi del lusso come LVMH e Kering. E si parla di Michael Kors come del più probabile acquirente.

Da Gianni a Donatella il grande stile di una dinastia. Fratelli, complici, amici hanno creato dal nulla un impero che ha conquistato tutto il mondo, scrive Daniela Fedi, Martedì 25/09/2018, su "Il Giornale".  In principio era Gianni e Gianni era presso Apollo, dio delle arti, della musica e della conoscenza. Gianni era e sempre rimarrà l'Apollo della moda italiana. La storia della famiglia Versace si può raccontare anche così, parafrasando senza alcun intento blasfemo il primo bellissimo verso del Vangelo di San Giovanni. Non esiste infatti libro, film e tantomeno l'orrenda serie televisiva di American Crime Story che abbia potuto spiegare l'impatto estetico travolgente di quest'uomo e del suo entourage. Gianni nasce nel dicembre 1946 a Reggio Calabria. E' il terzo dei quattro figli di Antonio e Francesca Versace. La prima figlia, Tina, muore per un tragico caso di malasanità ad appena 12 anni. Poi c'è Santo, il più solido e posato dei fratelli, quello che smette di studiare giusto il tempo per andare a tirare giù la saracinesca del negozio materno in via Tommaso Gulli 13. Poi torna sui libri e in men che non si dica prende una laurea in economia e commercio. Donatella nasce nel 1955 ed è la piccola di casa ma anche un gigante di coraggio fin dalla più tenera età. Si ribella alla madre che non le permette di andare a scuola con gli occhi truccati, la minigonna e le scarpe con la zeppa altissima. Gianni è il suo complice perfetto: distrae la mamma mentre la sorella sgattaiola fuori di casa. Nessuno lo può fare meglio di lui che sta prendendo un prudente diploma da geometra ma ha come un fuoco dentro e quel fuoco si chiama moda. Fin da bambino Gianni Versace disegna abiti bellissimi ma un po' troppo corti e scollati per i gusti della maestra che convoca la madre chiedendole di rimproverarlo a dovere. Francesca se ne guarda bene: quei disegni affascinano anche lei che di vestiti se ne intende. Gianni diventa il suo braccio destro, si occupa degli acquisti per la boutique e in questa veste comincia a frequentare Milano. Qui incontra Arnaldo Girombelli, un imprenditore illuminato che gli chiede una consulenza stilistica per due linee prodotte dalla sua azienda: Genny, Complice e Callaghan. Siamo nel 1975, i famigerati anni di Piombo. Al Pitti bisogna chiudere lo stand per l'eccessivo numero di visitatori: la gente letteralmente impazzisce per quelle strepitose creazioni. E' un momento bellissimo per la famiglia Verace. Donatella sta studiando lingue all'università di Firenze, Santo e Gianni sono a Milano a lavorare, Francesca continua la sua vita di sempre a Reggio Calabria. Per fare degli accertamenti medici si fa ricoverare in una clinica di Modena. L'accompagna Santo. Gianni arriva da Milano con un grande mazzo di fiori per lei e uno per Donatella che giusto quella mattina ha dato con successo un difficile esame. I tre fratelli si ritrovano a piangere quella madre formidabile ed è la seconda grande tragedia che superano insieme, uniti e diversi come le dita di una mano. Siamo agli inizi del 1978, l'anno del delitto Moro, un anno pesantissimo per tutti. Gianni decide comunque di fondare un brand che porta il suo nome e i due fratelli lo affiancano. Sceglie un logo che ad altri avrebbe fatto paura: il volto di Medusa, l'unica delle Gorgoni a non essere immortale. Secondo le leggende viene infatti decapitata da Perseo, ma è la più efficace delle tre nel trasformare in pietra chi la guarda. Ecco lo stile di Gianni Versace ha pietrificato il mondo della moda per anni. Certe sfilate sono indelebilmente incise nella memoria di chi lavora in questo settore, fanno parte come certe opere d'arte del nostro patrimonio culturale. Poi c'è il rapporto con Donatella che è molto più di una sorella: amica, musa, complice, braccio destro, pungolo continuo e inesorabile di un'inesauribile creatività. All'inizio tra di loro i fratelli usano qualche parola in calabrese. Mintace i tappinedde è una frase che gli abbiamo sentito dire in un backstage e per fortuna con noi c'era un ragazzo di Cosenza che ha tradotto alla vestiarista inginocchiata davanti alla modella Han detto di metterle le scarpe basse. Poi Donatella comincia a lavorare duramente su se stessa diventando quel che è oggi: un'icona internazionale. Conosce e frequenta le star di tutto il mondo, ha un successo pazzesco accanto al fratello e per conto suo. Si sposa con Paul Beck, un aitante modello americano. Hanno due figli, Allegra e Daniel. La primogenita, bionda e bellissima, è la cocca dello zio che arriva a farle fare una mini Kelly da Hermès per il primo giorno di scuola. La griffe della Medusa miete successi incredibili compreso quello di trasformare la goffa principessa del Galles in Lady Diana. Siamo nel 1997, manca solo un anno al ventennale del brand. Gianni ha lottato e superato una rara forma di tumore all'orecchio. Santo sta trattando cose grossissime: una fusione a caldo con la Gucci di Domenico De Sole e Tom Ford oltre alla quotazione in Borsa. Arriva l'estate e in quel luglio bollente succedono due cose che in seguito faranno parlare di premonizione. A Firenze nella scena finale di Barocco Belcanto spettacolo-sfilata con la regia di Maurice Bejart. Naomi Campbell si volta per errore verso il punto da cui sta uscendo Gianni per raccogliere gli applausi. Ha una pistola in mano perché deve fingere di sparare a un ballerino. In tutte le inquadrature televisive del mondo sembra stia sparando al grande stilista. Una settimana dopo a Parigi lui presenta la sua ultima fantasmagorica collezione di alta moda. Su ogni modello c'è una croce dipinta, ricamata, intarsiata: una meraviglia da rivedere proprio in questi giorni nella mostra Heavenly Bodies in corso al Metropolitan Museum di New York. Nella foto finale le modelle assiepate intorno a lui sembrano un bellissimo e scintillante cimitero. Una settimana dopo, la mattina del 15 luglio, Andrew Cunanan lo uccide. E' uno shock e un dolore senza precedenti tranne solo la morte di John Lennon davanti al Dakota Residence di New York. Da quel momento in poi succede di tutto. Donatella prende in mano le redini creative della maison. Lotta contro l'anoressia che ha colpito la sua bellissima bambina che ha saputo della morte dello zio adorato dalla televisione. Lotta contro la paura di sbagliare perchè il confronto con il fratello schiaccerebbe chiunque. Lotta contro la dipendenza dalla cocaina. Lotta con le banche e gli amministratori delegati che si susseguono perchè nel frattempo viene aperto il testamento e si scopre che l'erede universale di Gianni è Allegra. Santo ha il 30 per cento. E Donatella il 20. Da ieri lo scenario è totalmente cambiato. Pare che Donatella resti e noi lo speriamo con tutto il cuore. Ma prima durante e dopo tutta questa storia resta una grande e solida famiglia italiana.

Chi è Michael Kors, l’uomo che ha comprato Versace: ama la mamma, il pop e Ysl. Ex strartupper, non è un inventore di stile. È un businessman della moda: accessori portabili, tanti negozi, belle campagne, scrive Matteo Persivale il 25 settembre 2018 su "Il Corriere della Sera". Cinquantanove anni portati sportivamente, Michael Kors fa lo stilista da quando ne aveva cinque: la (da lui adorata: vanno da sempre a teatro e alle mostre insieme, in coppia) mamma Joan si stava risposando e lo portò con sé a scegliere l’abito. «Quello no, ha troppi fiocchi!», sentenziò serissimo lui indicando le abbondanti ruches e ignorando la nonna, gelida, che ribatteva «ma cosa vuoi che ne sappia, è solo un bambino». Mamma Joan Hamburger, bellissima ex modella, ascoltò lui, battezzandone la carriera nel mondo della moda. Michael Kors, nuovo proprietario di Versace con la sua Michael Kors Holdings Ltd, ha il talento per la moda ma soprattutto per il restyling. Anche qui, il primo restyling lo fece a stesso, sempre nell’anno delle seconde nozze di mamma Joan, prima ancora di arrivare alle scuole elementari. Quel bambino brillantissimo con una insolita sensibilità per il colore e i tessuti era nato, all’anagrafe, come Karl Anderson junior in onore di suo padre. Al momento delle seconde nozze, il nuovo marito di mamma Joan adottò il bambino dandogli il suo cognome, Kors. «Karl Kors» non gli piaceva, troppe kappa, troppo secco. E allora chiese a mamma Joan, con la massima tranquillità, di cambiare anche il nome oltre al cognome. Così venne archiviato Karl Anderson junior, come un abito fuori moda, ed ecco nascere Michael Kors. L’infanzia serena da «nice Jewish boy», bravo ragazzo di famiglia ebraica di Long Island, in una casa di donne: la mamma e la nonna, indipendenti e spiritose, che lo educano all’amore per l’arte, il teatro, i bei vestiti. Mamma Joan sua prima icona e sua prima modella, che lui crescendo vede passare da una moda all’altra, dama della suburbia abbiente e poi ragazza hippie in jeans a zampa d’elefante, una stagione dopo l’altra come se fossero i costumi del serial «Mad Men», ma nella vita vera. Agli studi regolari nelle aule del Fashion Institute of Technology preferisce la pratica di bottega, come si faceva una volta, vetrinista di immediato successo per il gusto così sintonizzato su quei tardi anni Settanta, quelli pazzi e sensuali dello Studio 54. Un’altra delle donne della sua vita, Dawn Mello, direttore moda dei grandi magazzini di lusso Bloomingdale’s che allora erano una potenza assoluta nel womenswear, lo scopre e lo lancia. Nel 1981, a soli 22 anni, apre la sua azienda, la stessa di oggi. La multinazionale che nel 2018 compra Versace per due miliardi (l’anno scorso è toccato a Jimmy Choo) nei primissimi anni Ottanta è una startup, ma diretta da un ragazzo con le idee chiarissime (allora aveva dei fluenti riccioloni dorati, la stempiatura con l’età l’ha portato a un tranquillo taglio corto di grande sobrietà). Il giovane Michael si affida alle supermodelle anni Ottanta, con un già sicurissimo talento per la comunicazione: i suoi idoli erano — e restano — Halston e Saint Laurent, la bellezza (notturna, nel caso di Halston) della loro moda ma soprattutto la loro straordinaria capacità di produrre uno stile memorabile e immediatamente riconoscibile. Kors non a caso è diventato ancora più famoso grazie alla tv, nove stagioni di Project Runway talent sulla moda al fianco di Heidi Klum: non è un caso perché l’elemento pop è un elemento centrale della sua strategia. Non è un inventore di stile. È un businessman della moda, di assoluto valore e efficienza ammirevole. Capi e accessori portabilissimi, negozi ovunque, ottime campagne. E amiche-testimonial di primissima qualità, da Michelle Obama a Catherine Zeta-Jones.

TRA CASTA ED ELITE CON CONCORSO TRUCCATO.

Il test di medicina e il picco di clic su Google: «Qualcuno ha barato». Almeno mille candidati avrebbero avuto libero accesso alle ricerche su internet durante il test: è la tesi di uno studio di avvocati di Palermo pronto a intentare una class action e presentare un esposto alla Procura per tutelare il diritto allo studio, scrive Valentina Santarpia il 20 settembre 2018 su "Il Corriere della Sera". Il 4 settembre, nelle ore clou del test di Medicina, Google ha ricevuto una mole incredibile di richieste su argomenti specifici, quelli delle domande del test: il 12,33% in più. Il che dimostrerebbe, secondo gli avvocati Francesco Leone e Simona Fell, che almeno mille candidati avrebbero avuto libero accesso a dispositivi connessi a internet per cercare le risposte al test. «Riteniamo – hanno sottolineato i due avvocati, sostenuti dal penalista Andrea Merlo – che sia a rischio la validità dell’intera procedura e il futuro di migliaia di studenti che resteranno fuori dalla selezione per errori non loro. Essendo una selezione nazionale, infatti, quello che succede in una singola sede si ripercuote inevitabilmente anche su tutte le altre, falsando risultati e graduatoria». Gli avvocati, in collaborazione con l’associazione studentesca Rete universitaria nazionale, hanno dato l’incarico di analizzare i dati ad Antony Russo, esperto di analisi della rete che lavora a Londra: Russo, insieme ai suoi collaboratori, ha scoperto che nel momento in cui si svolgeva il test, molto delle richieste poste ai motori di ricerca riguardavano proprio gli argomenti della selezione. E da qui hanno deciso di presentare un esposto alla Procura della Repubblica e si sono detti pronti ad una class action per tutelare il diritto allo studio. Qualche esempio? Nella nona domanda si chiedeva di inserire i due ultimi numeri nella sequenza 2-3-7-13-27. Il 4 settembre le ricerche su questa specifica sequenza sono cominciate alle 11 e 33 e secondo gli esperti di statistica la probabilità che venisse richiesta quella specifica serie di numeri è di una su 622 milioni. Più facile vincere al Superenalotto. La domanda numero 21, sul significato del termine «frattale», rappresenta un altro esempio significativo: rispetto alla media giornaliera degli ultimi anni il numero di ricerche registrato durante il test è stato esattamente del 12.423% in più. Secondo i dati diffusi dal Ministero, nelle prove del 4 settembre per i Test d’ingresso in Medicina, si è avuto un drastico calo degli idonei, con uno studente escluso ogni tre candidati. Ad affrontare il questionario 59.743 candidati sui 67.005 inizialmente iscritti alle prove. Tra loro, è risultato «idoneo» il 67,7% del totale (40.447 studenti), cioè chi ha totalizzato i venti punti minimi necessari per concorrere alla graduatoria nazionale e alla distribuzione dei posti disponibili. Un rendimento nettamente peggiore rispetto agli anni passati: nel 2017 risultò sufficiente l’87,26% dei candidati, nel 2016 addirittura il 93,7%. Altri dati significativi riguardano Catania, che è stata la città italiana con il maggior numero di candidati tra i primi cento, Verona, dove si è avuto il punteggio più alto, e Pavia dove è stato registrato il miglior rendimento percentuale.

Università: "licenza spagnola" per fare l'avvocato in Italia, 500 laureati sotto inchiesta. Il giudice istruttore di Madrid indaga sui titoli falsi che sarebbero stati concessi dall'università Rey Juan Carlos dietro pagamento di 11.000 euro, scrive Alessandro Ziniti il 20 settembre 2018 su "La Repubblica". Undicimila euro per ottenere la "validazione" della laurea in legge ottenuta in Italia, un esame per test, e l'iscrizione all'albo degli avvocati in Spagna. Quanto basta per evitare i diciotto mesi di pratica e soprattutto il difficile esame di abilitazione alla professione e potere esercitare in tutta Europa e dunque anche in Italia. Sarebbero cinquecento gli italiani che avrebbero fatto ricorso all'università pubblica spagnola Rey Juan Carlos per ottenere fraudolentemente il titolo che avrebbe aperto loro le porte della professione anche nel nostro Paese. Sulla "vendita" del titolo in diritto indaga il giudice istruttore del tribunale di Madrid che ha affidato l'inchiesta all'unità di criminalità economica e finanziaria della polizia. A sollevare il caso, nel 2016, la denuncia dell'osservatorio per la corruzione che ha raccolto diversi ricorsi contro i titoli ottenuti dai 500 italiani che avrebbero svolto tutti insieme la presunta prova nel maggio di due anni fa. L'ipotesi di reato è frode nella validazione del titolo di diritto. I 500 laureati in legge italiani avrebbero avuto indicato questo percorso "facile" da una società italiana che avrebbe proposto loro questo percorso di " convalida ed integrazione" per ottenere la cosiddetta "licenza spagnola" riconosciuta in tutta Europa. Già negli anni scorsi l'università Rey Juan carlos era stata al centro di alcuni scandali per titoli falsi concessi ad alcuni uomini politici spagnoli che erano poi stati costretti a dimettersi.

Io, che ho raccontato la casta, vi spiego la differenza dalle élite, scrive il 19 settembre 2018 Sergio Rizzo su "La Repubblica". Serve una classe dirigente onesta, capace e consapevole del proprio ruolo di tutela dell’interesse pubblico. Con meccanismi di selezione trasparenti e credibili. Non serve l’ondata di epurazioni e nomine eseguite dal nuovo Governo seguendo il medesimo metodo della cooptazione acritica che ha innescato la mediocrazia. Il manifesto della rivoluzione sovranista è la seguente frase attribuita a Matteo Salvini: “Non esistono destra e sinistra, esiste il popolo contro le élite”. Dice molto, al proposito, il curriculum del perito elettronico Simone Valente, sottosegretario grillino alla Presidenza incaricato di gestire il dossier Olimpiadi, che si definisce “dipendente pubblico” (in quanto parlamentare?). Eccolo: uno stage alla Virgin active, un secondo stage alla scuola calcio della Juve, tre mesi da venditore a Decathlon. Valente contro il sindaco milanese Giuseppe Sala, già dirigente della Pirelli, direttore generale di Telecom Italia, direttore generale del Comune di Milano, amministratore delegato dell’Expo 2015. L’immagine plastica del popolo (Valente) contro le élite (Sala). La tesi che i Paesi sviluppati non soltanto possano ormai fare a meno delle “élite intellettualoidi” (formula coniata da Luigi Di Maio), ma che le stesse élite vadano necessariamente spazzate via in quanto nemiche del popolo e amiche dello spread, ormai dilaga ovunque. Anche se qui la guerra si serve di un’arma ancor più micidiale. L’idea che si va affermando è che le élite si identifichino con ciò che viene ormai comunemente definita la casta. Ovvero, quella consorteria politica ingorda, autoreferenziale e incapace di risolvere i problemi della società, ripiegata sui propri interessi personali e di bottega e concentrata sulla difesa di inaccettabili privilegi. Che è cosa, però, ben diversa dalle vere élite, le quali dovrebbero coincidere con l’intera classe dirigente. Burocrati, imprenditori, professionisti, manager, medici, artisti, politici: indipendentemente dalle colorazioni, ciascun Paese democratico ha le proprie élite. E la storia dimostra che la crescita e lo sviluppo di ogni società civile è direttamente proporzionale alla loro qualità. Per questo ci sono nazioni, come la Francia, che hanno sempre dedicato risorse importantissime alla formazione delle classi dirigenti. Anche durante le rivoluzioni, quando una élite sostituiva quella precedente, rivelandosi spesso più efficiente. L’Europa ha dato il meglio di sé nei momenti in cui le oggi tanto vituperate élite erano formate da veri statisti, peggiorando poi in modo radicale quando il loro posto è stato occupato da personaggi via via sempre più modesti. Un processo lungo ma inesorabile, rivelato dai politologi Andrea Mattozzi e Antonio Merlo, che nel 2007 hanno sviluppato la teoria della mediocrazia: il meccanismo che ha determinato il degrado delle nostre classi dirigenti politiche, dove il processo di selezione meritocratica è stato sempre più rapidamente soppiantato dalla cooptazione. Al posto dei capaci, i fedeli. Nella politica, nella burocrazia, nelle aziende pubbliche e private, nelle banche, perfino nelle istituzioni in teoria più impermeabili, come le autorità indipendenti. Fermando l’ascensore del merito, si è fermato anche l’ascensore sociale e il ricambio di sangue. Il risultato è stato il calo verticale delle competenze in tutti i gangli cruciali, dall’amministrazione alle professioni. Gran parte dei problemi del nostro Paese sono strettamente legati al fallimento delle élite. Ma per tentare di risolverli in modo strutturale non c’è che una strada: ricostruire una classe dirigente, onesta, capace e consapevole del proprio ruolo nella tutela dell’interesse pubblico. Con meccanismi di selezione trasparenti e credibili. La missione spetta ora a chi occupa la stanza dei bottoni e fa parte, volente o nolente, proprio di una élite. Anche se questa è diversa da tutte le altre: una élite che ha l’obiettivo di distruggere il concetto stesso di élite. L’argomento dunque non è all’ordine del giorno della maggioranza gialloverde, né è previsto dal contratto di governo. Emerge invece una preoccupante avversione ideologica per la scienza, dimostrata in modo plateale dal caso vaccini. Con la verità della Rete che sovrasta quella della competenza, dello studio faticoso e della preparazione. Coerentemente, stiamo assistendo a un ulteriore impoverimento della qualità di chi è investito del compito di decidere. Abbiamo avuto un primo assaggio con la formazione del governo, dove accanto a residui della seconda Repubblica e figure improvvisate non manca un sottosegretario agli Esteri convinto che l’uomo non sia mai andato sulla Luna. Quindi un secondo assaggio con l’ondata di epurazioni e nomine eseguite seguendo il medesimo metodo della cooptazione acritica che ha innescato la mediocrazia. Esattamente come la politica italiana ha sempre fatto, con rare eccezioni. Senza verificare qualità e attitudini, ma solo appartenenza e fedeltà. E sorvoliamo, per carità di patria, sul curriculum.

Rocco Casalino, Luca Morisi e gli altri: ecco chi gestisce il "ministero della Propaganda". Una gigantesca macchina acchiappa consenso. Anzi, due: quella di Salvini e quella di Di Maio. Che lavorano divise per colpire unite. Vi raccontiamo chi c’è dietro e quali strategie mediatiche usa. «Oggi noi costruiamo la realtà più credibile», scrive Emiliano Fittipaldi il 3 settembre 2018 su "L'Espresso". Dopo la tragedia di Genova, anche coloro che hanno in antipatia Lega e M5S non possono più negare che nel governo c’è un ministero che funziona bene. L’unico che porta a casa risultati eccellenti e in tempi rapidi. Un dicastero modello che dà linfa quotidiana all’esecutivo. Ecco: il ministero della Propaganda, seppure non ha un vero e proprio titolare, è il fiore all’occhiello del gabinetto grilloleghista, con un obiettivo prioritario: quello di accrescere il più possibile i consensi da raccogliere poi nelle urne. In questo senso, l’ovazione riservata ai due vicepremier da parte della folla che assisteva ai funerali di Stato delle vittime del crollo del Ponte Morandi e le bordate di fischi contro il mite segretario del Pd Maurizio Martina segna uno spartiacque, anche politico, della Terza Repubblica appena cominciata. Piaccia o meno, la compagine governativa s’è mossa davanti alla catastrofe come mai nessun governo aveva fatto prima: promettendo di colpire duramente - prima ancora che magistratura o i tecnici imbastissero un’indagine sulle cause del crollo - Autostrade per l’Italia e i Benetton (assurti a simbolo di tutte le odiate élite che si sono ingrassate ai danni del popolo); indicando gli avversari politici (il Pd su tutti) come complici dei potenti, e dunque correi della sciagura. Una strategia comunicativa forte, un mix di prese di posizione sensate, di forzature ipocrite e anche dichiarazioni del tutto irrazionali, che ha però efficacemente trasformato il governo, agli occhi della maggioranza degli italiani, in un “giustiziere” senza macchia e senza paura. Un disegno mediatico collaudato durante la campagna elettorale, che stavolta s’è avvantaggiato delle mosse scriteriate dei Benetton (incredibili i comunicati in burocratese con cui la società ha ricordato che in caso di revoca della concessione lo Stato avrebbe dovuto risarcire gli azionisti con miliardi di euro, surreali le grigliate ferragostane della casata) e degli esponenti del Pd e di Forza Italia, che non possono negare di aver concesso a Ponzano Veneto la gestione della rete autostradale con contratti che hanno favorito enormemente la famiglia veneta a danno dei veri proprietari dell’infrastruttura. Cioè i cittadini. Il primo giorno al Viminale il ministro dell'Interno ha assunto come collaboratori tutti i membri dello staff di comunicazione, incluso il figlio di Marcello Foa. Aumentando a tutti lo stipendio (tanto non sono soldi suoi). E sull'Espresso in edicola da domenica, l'inchiesta su come funziona la propaganda grilloleghista. Ma, al netto degli eventi genovesi, come funzionano gli ingranaggi dell’organismo pentaleghista? Innanzitutto il Ministero della Propaganda, come tutti gli altri, ha capi, luogotenenti e sottoposti; ma è l’unico che non chiude mai i battenti. Quelli che contano davvero si contano su una mano, ma gli addetti e i collaboratori esterni sono centinaia e lavorano 24 ore su 24 senza concedersi pause. Sabati e domeniche compresi. Anche se diviso in due direzioni teoricamente concorrenti (quella affidata agli architetti della comunicazione leghista Luca Morisi, Andrea Paganella e Ida Garibaldi; l’altra capeggiata dai grillini Pietro Dettori e Rocco Casalino), al ministero fantasma M5S e Lega lavorano per ora di comune accordo, spalla a spalla, monitor a monitor. La strategia è basata su diversi campi d’azione. In primis sullo sfruttamento capillare di Facebook, di Twitter, di YouTube, piattaforme conquistate con software sofisticati che moltiplicano i messaggi promozionali e monitorano minuto per minuto il “sentiment” degli utenti, in modo da capire cosa vuole la gente e cosa darle per accontentarla. Il ministero, dunque, sforna a getto continuo campagne e video su Internet che muovano indignazione verso i nemici del “cambiamento”, oltre a tonnellate di news (vere, verosimili o fasulle poco importa) in grado di esaltare i leader. Le tecniche di Morisi e di Dettori, potenti social manager di Lega e M5S, sono diverse, ma sulla personalizzazione del messaggio propagandistico hanno idee simili: se Salvini s’è posto fin dall’inizio come capo indiscusso del partito, da un po’ anche la Casaleggio Associati ha abbandonato “l’uno vale uno”, e investe ogni sforzo strategico su pochissimi soggetti politici. Oltre al web, al ministero presidiano militarmente anche le televisioni: deputati e senatori della maggioranza vengono indottrinati in modo da usare, nei tg e nei talk, solo slogan semplici e comprensibili a tutti, studiati per smuovere emozioni basiche come rabbia, rivalsa, paura. Nessun sottoposto può rilasciare dichiarazioni senza il permesso dei due “sottosegretari” in pectore del ministero, in cui imperano Rocco Casalino - portavoce di Conte e gran visir di tutta la comunicazione del Movimento, e Iva Garibaldi, la zarina di Matteo. Loro compito è pure quello di convincere - con le buone o le cattive - conduttori e giornalisti a trattare gli ospiti spediti negli studi con il guanto di velluto, in modo da fare sempre bella figura. Chi non sta alle regole, rischia di andare in onda senza i politici che fanno share. I risultati del lavoro indefesso del ministero sono evidenti: lo strano governo ircocervo vive con il Paese una luna di miele senza precedenti, con sondaggi che oggi regalano ai due partiti percentuali di consenso bulgare (a metà agosto tutti gli istituti di ricerca davano a M5S e Lega circa il 65 per cento delle preferenze totali, equamente divise). Dati mostruosi, soprattutto se confrontati con l’immobilismo dell’esecutivo, che nei primi cento giorni ha fatto in verità poco o nulla di concreto. A parte il “decreto dignità” ed escludendo la guerra ai migranti e l’abolizione dei vitalizi (operazioni gestite sempre dal ministero della Propaganda), sfogliando il registro delle cose fatte dal gabinetto Conte ci si imbatte in pagine immacolate. «Non siamo affatto preoccupati dall’arrivo dell’autunno e dai lavori sulla Finanziaria. Sappiamo che difficilmente potremo realizzare subito le promesse su flat tax e reddito di cittadinanza», dice un alto dirigente del ministero, sponda Salvini. «Ma al tempo della post-verità e dei fatti alternativi (copyright Donald Trump, ndr) il principio di realtà è un paradigma sopravvalutato. La realtà è una “percezione”, un “racconto” ben fatto. Oggi noi e quelli della Casaleggio siamo quelli che costruiscono le realtà più credibili. Renzi e Berlusconi, che pure sono stati due maestri dello storytelling, sono rimasti indietro. Le loro tecniche sono antidiluviane. Non hanno nemmeno capito che ormai le campagne elettorali non finiscono mai. Se non stai sul pezzo 24 ore su 24, scompari». Andiamo con ordine, partendo da una delle stanze più segrete del ministero virtuale. È il regno di Luca Morisi, che se per molti è un perfetto sconosciuto, in realtà è oggi uno degli uomini più influenti d’Italia. Insieme a uno staff di una decina di persone, è lui ad aver condotto le operazioni mediatiche che hanno portato in tre mesi Salvini dal 17 per cento dei voti al 30 per cento delle preferenze segnalato in questi giorni dai sondaggi. Mantovano, laurea e dottorato in filosofia, 44 anni ma faccia da eterno ragazzino, Morisi è una via di mezzo tra Casaleggio e Steve Bannon, ed è la mente (o l’anima nera, secondo i critici) dietro le mosse comunicative (e dunque politiche) del capo del Carroccio. Ex consigliere provinciale della Lega nella sua città, ideatore nel lontano 2004 di un sito che solidarizzava con il ministro Giulio Tremonti appena cacciato dal secondo governo Berlusconi, Morisi ha conosciuto Salvini tra il 2012 e il 2013, e ne ha di fatto accompagnato tutta la scalata a via Bellerio. Morisi dal 2009 è titolare della srl Sistema Intranet, una srl che ha firmato un contratto da 170 mila euro l’anno con la Lega; in passato ha fatturato centinaia di migliaia di euro con le Asl di mezza Lombardia, secondo i malpensanti grazie alle entrature con i direttori sanitari in quota Lega. Inizialmente s’offre a Matteo solo come esperto del web. Ma ben presto Salvini ne intuisce il talento e lo promuove a suo principale consigliere mediatico. Oggi Luca analizza il flusso dei dati sulla rete, attraverso un sistema informatico personalizzato che lui stesso chiama «la Bestia», e imbecca il frontman del Carroccio sulla polemica o la dichiarazione che può diventare virale sui social. È lui ad inventare il nomignolo “Il Capitano”, con cui tutti i leghisti chiamano oggi il capo, ed è sempre lui a spingerlo a mettersi felpe e a posare a torso nudo per “Oggi”, vendendo poi le foto originali su eBay. È ancora lui a ordinare con una email, nel settembre del 2015, ai parlamentari leghisti di non fare auguri pubblici di compleanno a Bossi, grande rivale di Salvini. Il guru è il primo a spiegare al Capitano che deve concentrare tutte le sue energie non solo in tv e sul territorio, ma soprattutto girando video da diffondere sui social. Non solo su Twitter, il social per addetti ai lavori amato anche da Matteo Renzi, ma soprattutto su Facebook, dove gran parte degli italiani passa intere giornate guardando filmati e condividendo messaggi e informazioni. «In cassa non c’è un euro, come facciamo con le sponsorizzazioni?», gli chiede Matteo. «Nessun problema, con “La Bestia” moltiplicheremo i tuoi contatti a dismisura spendendo poco o nulla», gli risponde Morisi. Detto fatto: a dicembre 2014 i like di Salvini sono già 518 mila, ma in tre anni e mezzo Luca li porta a quasi 3 milioni, quintuplicandoli. Morisi “forza” l’algoritmo di Facebook per far apparire la faccia e le ruspe di Salvini anche sulle pagine di persone che mai avrebbero visitato la sua. Inventa concorsi come il “VinciSalvini” promettendo che con un like veloce a un post del Capitano si può vincere una foto, una telefonata o un incontro con il leader, e adesso qualcuno teme che Morisi sia riuscito a creare un enorme database di informazioni sensibili di tutti coloro che si sono iscritti al concorso. «Nulla di illegale», spiegano dalla Lega. È un fatto che oggi nessun politico in Europa abbia un seguito social paragonabile a quello del leader leghista, che può ostentare anche un impressionante “engagement”, ossia il tasso che misura l’interazione online dei seguaci. Su Facebook Salvini ha quasi tre milioni di fan, Di Maio è sui due milioni (ma negli ultimi sei mesi è cresciuto di ben 800 mila follower), mentre Renzi e Berlusconi sono bloccati a poco più di un milione, con tassi di crescita ridicoli: 13 mila fan in più per l’ex segretario del Pd, 23 mila per il Cavaliere di Arcore, che probabilmente avrebbe dovuto seguire prima i consigli che gli imbeccava il suo media manager, Antonio Palmieri. Morisi però non è solo uno smanettone. Anche se lo nega con vigore, il “digital philosopher” e “social megafono”, come si autodefinisce, suggerisce a Salvini anche qual è il contenuto politico migliore da veicolare: dai cartelloni sessisti contro Alessandra Moretti alle dirette Facebook sui tetti del Parlamento, fino al cambio di colore del partito (dal “verde” padano al più moderato “blu” fregato ai presunti alleati di Forza Italia), Luca tutti i santi giorni dice a Salvini quali sono i messaggi politici che funzionano meglio. Analizzando i video sulla pagina Fb di Salvini dal 4 marzo a oggi, con decine di milioni di visualizzazioni complessive, lo schema è ancora più chiaro. Morisi propaganda soprattutto filmati di reati commessi dagli immigrati (da quando è ministro dell’Interno abbiamo contato oltre una decina di “video choc” su neri e clandestini, contro appena due dedicati a criminali italiani), esalta il corpo del capo (il film di Salvini che fa il bagno nella piscina della villa sequestrata ad un boss è stato visto da quasi un milione di persone, i selfie a torso nudo a Milano Marittima da oltre 1,6 milioni), ridicolizza avversari politici, come Renzi, Boldrini, finanche il disegnatore Vauro o i «radical chic buonisti di Capalbio che non portano i migranti a casa loro». Milioni di like e visualizzazioni premiano anche fake news, come quella che due settimane fa raccontava come a Vicenza fosse scattata una protesta di alcuni richiedenti asilo arrabbiati perché «volevano vedere Sky». Una balla già smentita dalla prefettura, ma che la coppia Salvini-Morisi ha cavalcato ugualmente. Sperando forse di rinnovare il successo di un filmato dello scorso febbraio intitolato «Spero che questo video lo veda Renzi», in cui Salvini, tornato giornalista, affermava che alcuni immigrati avevano organizzato un picchetto davanti a un centro profughi perché pretendevano di vedere le partite di calcio sulla tv satellitare. Il video era finito per settimane sulla homepage di YouTube. Altri pezzi forti sono stati postati da Morisi nella giornata campale del 4 marzo, nelle ore in cui bisognava convincere gli ultimi indecisi. Ci sono le immagini di una donna a Siena sfrattata dalla sua casa («prima gli italiani!», dice il sottopancia del video da 12 milioni di visualizzazioni; la notizia era vecchia di quattro mesi), o quelle su presunti clandestini «che buttano il cibo e distruggono il centro». Cronache locali del lontano 2016, ma ottime per la propaganda anche due anni dopo: ad oggi contano la bellezza di 30 milioni di visualizzazioni. Al dipartimento leghista del ministero della Propaganda i dati della “Bestia” e i modi per usare al meglio l’algoritmo di Mark Zuckerberg vengono esaminati anche dalla Garibaldi (i due vivono di alti e bassi), dal socio di una vita Paganella, da big come Giorgetti e Siri, dai ragazzi dello staff di Morisi come Andrea Zanella, Daniele Bertana e Leonardo Foa. Quest’ultimo è il figlio di Marcello, il giornalista sovranista e putiniano che i leghisti vorrebbero senza se e senza ma come nuovo presidente Rai o, in second’ordine, come direttore di un tg. Ma alla fine della fiera è Salvini che decide la sintesi finale. Nel piano occupato dal Minculpop grillino, invece, non sempre è il capo politico ad avere l’ultima parola. I “sottosegretari” alla Propaganda Dettori e Casalino hanno infatti un rapporto strettissimo anche con Davide Casaleggio, presidente della società omonima e dell’associazione Rousseau, la piattaforma operativa del M5S. Figlio di Gianroberto, l’uomo che prima di tutti aveva compreso le enormi potenzialità della rete, è proprio Davide a dare l’ok definitivo alle strategie propagandistiche del “grillo magico” di Di Maio. Dettori, unico dipendente di Rousseau, è un ragazzo schivo e silenzioso, e meno esuberante dell’ex Grande Fratello Casalino, beccato a fare spin a favore del movimento persino durante i funerali delle vittime del crollo del ponte Morandi. Ma in realtà è Pietro l’artefice principale del successo mediatico del M5S: ha curato per anni il blog di Grillo, ha realizzato i siti moltiplicatori di notizie (e di bufale) come “La Fucina” e “Tze-Tze”, ha scritto lui stesso post non firmati che davano la linea su decisioni legate alle votazioni o alle espulsioni. Mentre Beppe Grillo faceva il “passo di lato” aprendo un nuovo blog sganciato dai Cinque Stelle, Dettori ha costruito quasi da solo il nuovo hub del partito sui social, lavorando sugli algoritmi per diffondere il verbo attraverso decine di siti ufficiali e ufficiosi, e realizzando, dal nulla, il successo delle pagine social delle star del movimento, come quelle di Di Maio, di Di Battista, di Virginia Raggie, più di recente, del premier Giuseppe Conte (già seguito da 800 mila persone). Se Morisi lavora verticalmente quasi solo per i profili di Salvini, Dettori e la Casaleggio preferiscono una rete con più siti e pagine che si rimandano l’un l’altra. Qualcuno racconta persino che sia stato proprio Dettori - dopo il gran rifiuto di Sergio Mattarella a nominare il no euro Paolo Savona come ministro dell’Economia - a suggerire ai vertici l’ipotesi da fine mondo, quella dell’avvio dell’iter di impeachment del presidente della Repubblica. Al ministero della Propaganda giurano invece sia stato Di Maio in persona, aiutato dal fido Casalino, a realizzare l’operazione finora più fruttuosa messa in piedi dal dipartimento grillino, quella che aveva al centro la cancellazione del contratto da 150 milioni di euro per il cosiddetto “Air Force Renzi”. Per annunciare la notizia urbi et orbi Di Maio ha deciso di girare lo spot direttamente dentro la carlinga dell’aereo da 300 posti (voluto dal vecchio esecutivo Pd per scarrozzare ministri e imprenditori nelle missioni istituzionali all’estero, il veicolo è stato sfruttato pochissimo, uno spreco evidente anche al piddino più sfegatato). Ebbene, il video ha ottenuto in pochi giorni oltre 5 milioni e mezzo di visualizzazioni sulla pagina di Di Maio, ma - come segnala Luca Ferlaino di SocialcomItalia - «prendendo in esame tutte le pagine grilline si superano ormai i 10 milioni di spettatori. Sono numeri da finale di coppa del Mondo». La risposta di Renzi, messa a punto insieme al social media manager del partito Alessio De Giorgi, evidenzia bene la differenza tra la capacità di fuoco dell’apparato propagandistico del governo e quello dell’opposizione: nel video, che conta su un flusso di visualizzazioni dieci volte minore rispetto a quello di Di Maio e Toninelli, il leader dem si difende assiso dietro a una scrivania, mostrando in bella vista proprio il modellino dell’Airbus: l’effetto finale è quello di un autogol, di una pilotina contro un incrociatore. Dettori e Casalino sono anche gli uomini che hanno spinto di più per far approvare subito l’abolizione dei vitalizi dei parlamentari, festeggiata dal vicepremier con un live-Facebook seguito e applaudito da milioni di italiani. «Noi attacchiamo i giornali per creare una contrapposizione funzionale, ma sappiamo che non contate più nulla nella formazione del consenso», concludono dalle stanze del ministero. «Di Maio e Salvini, Dettori e Morisi, hanno capito che la gente le notizie, vere o fasulle che siano, ormai non le vuole più “leggere”, ma le vuole solo “vedere”. In tv, certo, ma ancor di più sullo smartphone. Quanti pensano che leggeranno l’articolo che stai scrivendo? Se sei fortunato qualcuno si soffermerà sul titolo, al massimo sulle prime righe. E se metti questa mia dichiarazione alla fine del pezzo, puoi stare sicuro che non la leggerà quasi nessuno».

Il super stipendio di Rocco Casalino: guadagna più di Conte. I costi dello staff di Palazzo Chigi. In ritardo rispetto a quanto prescritto dalla legge sulla trasparenza (e dopo varie richieste dell'Espresso), il governo pubblica finalmente i nomi e gli emolumenti dei collaboratori della Presidenza del Consiglio. I più fortunati? Il capo della comunicazione 5 Stelle e tutti i Casaleggio boys, scrive Mauro Munafò il 20 settembre 2018 su "L'Espresso". Meglio fare il portavoce che fare il premier. Si potrebbero riassumere così i dati sugli stipendi dello staff della presidenza del Consiglio del governo Conte che l'Espresso è ora in grado di rivelare. Sì, perché il portavoce e capo ufficio stampa del presidente del Consiglio Rocco Casalino, già numero uno della comunicazione dei 5 Stelle e partecipante alla prima edizione del reality show “Grande Fratello”, con i suoi 169mila euro lordi annui è di gran lunga il dipendente più pagato tra quelli che lavorano negli “uffici di diretta collaborazione” di Palazzo Chigi. Lo stipendio di Rocco Casalino si compone di tre voci: 91mila euro di trattamento economico fondamentale a cui si aggiungono 59mila euro di emolumenti accessori e 18mila di indennità. Per un totale, appunto, di poco inferiore ai 170mila euro annui. Una cifra assai più alta di quella che spetta allo stesso Presidente del Consiglio Giuseppe Conte il quale, non essendo deputato, deve accontentarsi di 114mila euro lordi all'anno. Una gigantesca macchina acchiappa consenso. Anzi, due: quella di Salvini e quella di Di Maio. Che lavorano divise per colpire unite. Vi raccontiamo chi c’è dietro e quali strategie mediatiche usa. «Oggi noi costruiamo la realtà più credibile». Questa curiosa disparità di trattamento non è però un inedito. Anche nel caso del governo Renzi infatti l'allora presidente del Consiglio, non ancora parlamentare, si ritrovò a guadagnare meno del suo portavoce, e oggi deputato del Pd, Filippo Sensi. Anche in quella circostanza le cifre erano le stesse previste dal governo Conte: 114mila euro per Renzi e 169mila per Sensi. Il "governo del Cambiamento" spende però di più per il totale degli addetti alla comunicazione, come spiegheremo più avanti.

I Casaleggio boys all'incasso. Secondo solo a Casalino, ma comunque meglio remunerato di Conte, è Pietro Dettori, altro big della comunicazione 5 Stelle e fedelissimo di Davide Casaleggio. Per lui, assunto nella segreteria del vicepremier Luigi Di Maio come “responsabile della comunicazione social ed eventi” ci sono 130 mila euro annui. Vicecapo di quella stessa segreteria è Massimo Bugani, 80 mila euro all'anno, altro nome di rilievo della galassia pentastellata. I due sono infatti tra i quattro soci dell'associazione Rousseau che gestisce le piattaforme del Movimento 5 Stelle ed è diretta emanazione della Casaleggio associati (il fondatore è Gianroberto Casaleggio e l'attuale presidente è il figlio Davide). Il primo giorno al Viminale il ministro dell'Interno ha assunto come collaboratori tutti i membri dello staff di comunicazione, incluso il figlio di Marcello Foa. Aumentando a tutti lo stipendio (tanto non sono soldi suoi). E sull'Espresso in edicola da domenica, l'inchiesta su come funziona la propaganda grilloleghista. Non mancano nell'elenco altri nomi di ex dipendenti della Casaleggio che da anni compongono gli staff dei deputati e senatori 5 stelle: uno tra tutti Dario Adamo, responsabile editoriale del sito e dei social di Conte, pagato 115mila euro l'anno. Quanto conta la comunicazione. La pubblicazione degli stipendi permette di fare anche un primo confronto tra le spese di questo governo e quelli precedenti quando si parla di staff. Un confronto che tuttavia, è importate specificare, può essere solo parziale per due ragioni: non sono ancora noti tutti gli stipendi dei collaboratori (alcuni sono ancora in fase di definizione, come quelli della segreteria di Salvini) e va inoltre precisato che ogni governo tende sempre con il passare dei mesi e degli anni ad aggiungere ulteriore personale e relativi costi. Detto questo, le cifre più interessanti e significative sono quelle alla voce comunicazione, su cui questo governo sta spendendo più di tutti gli altri esecutivi di cui sono reperibili i dati. L'ufficio stampa e del portavoce di Giuseppe Conte ha in organico 7 persone per un costo complessivo di 662 mila annui, di cui 169 mila vanno come già detto al portavoce Rocco Casalino. Secondo in classifica il governo Letta, che contava 7 persone nello staff comunicazione per un costo totale di 629mila euro annui e con il portavoce pagato 140mila euro. L'esecutivo di Paolo Gentiloni poteva invece contare su una struttura di sette persone per un costo di 525 mila euro. Più complesso il calcolo per il governo di Matteo Renzi: appena insidiato il team dell'ufficio stampa si basava su 4 persone tra cui il già citato Filippo Sensi come portavoce e un costo complessivo di 335mila euro. Ma alla fine del mandato i costi erano saliti fino ai 605mila euro per un organico di sette persone. Trasparenza a passo di lumaca. La pubblicazione dei dati sui collaboratori della presidenza del Consiglio si è fatta attendere ben oltre i limiti previsti dalla normativa. La legge sulla trasparenza 33/2013 prevede infatti che le pubbliche amministrazioni aggiornino le informazioni sui titolari di incarichi dirigenziali o di collaborazione entro 3 mesi dal loro insediamento, termine rispettato da quasi tutti i ministeri dell'attuale esecutivo. A dare il cattivo esempio è stata proprio la presidenza del Consiglio, che ha invece impiegato 110 giorni e nell'ultima settimana è stata "pungolata" da due richieste di accesso civico avanzate dall'Espresso affinché venissero pubblicati i dati in questione.

In difesa di Rocco Casalino (ma il M5S e lui stesso si facciano un esame di coscienza), scrive il 21 settembre 2018 Mauro Muunafò su "L’Espresso". Sono l'autore dello scoop pubblicato dall'Espresso sui costi dello staff di Palazzo Chigi, che includono anche la retribuzione del portavoce del premier Conte e capo ufficio stampa Rocco Casalino. E oggi, il giorno dopo, mi ritrovo incredibile ma vero a dover difendere lo stesso Casalino. L'articolo in questione ha avuto infatti un'enorme eco mediatica ed è finito anche su altri siti, giornali e nelle trasmissioni tv. L'indignazione di molti lettori per le cifre percepite da Casalino è stato il sentimento principale emerso dai commenti sui social e dalle chiacchierate in giro. Casalino oggi, in un'intervista sul Corriere della Sera, difende il suo stipendio: «Ho una paga alta ma è una questione di merito dice». Se la prende ovviamente con i giornali che hanno riportato la notizia («stanno giocando sporco») e prova ad abbozzare una debole linea di difesa: «Sono ingegnere elettronico e giornalista professionista, parlo 4 lingue. Ho diretto per 4 anni l'ufficio comunicazione M5S del Senato e sono stato il capo comunicazione di una campagna elettorale al termine della quale il Movimento ha preso quasi il 33%. Se parliamo di merito e lo confrontiamo con lo stipendio dei miei predecessori non ho nulla di cui vergognarmi...anzi». Tra gli altri spunti interessanti dichiara anche: «Dopo 20 anni - aggiunge - ancora si parla di me come di quello che ha partecipato a un reality (il Grande Fratello ndr), come se nella mia vita non avessi fatto altro. E invece per arrivare dove sono ho sempre studiato e lavorato tanto e onestamente». Lo dico senza tanti giri di parole: Rocco Casalino ha ragione su tutta la linea. E, visto che sono quello che gli è andato a fare i conti in tasca, lo posso dire senza che a nessuno venga il sospetto che lo faccio per ingraziarmi le simpatie del potente di turno (se cercate sul blog o sull'Espresso troverete tanti miei articoli molto critici nei confronti dei 5 Stelle). Casalino si porta dietro chiaramente il pregiudizio legato alla sua partecipazione al Grande Fratello e certe sue uscite folli dette in quel periodo della sua vita (tipo che i poveri hanno un odore da poveri). Tuttavia si tratta di un'esperienza del passato: nel frattempo ha contribuito non poco al successo di quello che oggi è, piaccia o non piaccia, il primo o secondo partito italiano. Lo stipendio che oggi percepisce per il suo lavoro alla presidenza del Consiglio secondo me è davvero meritato e non mi scandalizza affatto che si tratti dello stesso emolumento percepito in passato da chi lavorava per altri esecutivi (cosa che ho scritto io stesso nell'articolo diventato virale, riportando cifre e facendo confronti che a oggi nessuno ha ancora smentito). Trovo inoltre surreale che a cavalcare la protesta e l'indignazione per il suo stipendio ci siano esponenti di quegli stessi partiti che retribuivano allo stesso modo i loro collaboratori. Ma... E arriviamo al sodo della questione...Davvero Rocco Casalino e il partito per cui lavora credono di essere innocenti di fronte alla gazzarra che si è scatenata alla notizia del suo stipendio? Fanno finta o non si rendono davvero conto che le folle urlanti e indignate a comando che oggi si lanciano sul suo portafoglio sono le stesse che negli ultimi anni hanno cavalcato e fatto crescere con le loro campagne ad alzo zero contro chiunque non la pensasse come loro? Urlare continuamente contro la Casta fino a far credere che tutto è Casta, additare sempre gli oppositori come "servi di qualcuno" prezzolati per esprimere il loro dissenso, svilire qualsiasi tipo di professionalità buttando sempre tutto sul piano economico (certo con la complicità del mondo dell'informazione di cui io stesso faccio parte). Scegliere come unica stella polare il pauperismo, parlare solo di scontrini, biglietti in economy, autobus e pizze al posto dei ristoranti. Ecco, alla fine si arriva qua, alla totale e generica incapacità di capire che le competenze si devono pagare perché sono frutto di lavoro e fatica. Benvenuto nella Casta, Rocco. 

Casalino minaccia i funzionari del Mef: “Trovino i soldi o li cacciamo…”. Il Pd insorge: “Conte lo cacci”, scrive il 22 Settembre 2018 "Il Dubbio". Bufera sull’audio del portavoce del premier: “Il problema non è Tria ma i pezzi di m… che lo circondano”. Il Movimento lo difende. “Se non tirano fuori i soldi, al ministero dell’economia salteranno molte teste”. Parole e musica di Rocco Casalino, il potente portavoce del Movimento 5Stelle che è stato registrato da un giornalista mentre si sfogava contro i burocrati del Mef. E si perché secondo Casalino il problema non è il ministro Tria: “Lui c’entra il giusto”, spiega al suo interlocutore. Il vero problema sarebbe il sottobosco di funzionari e burocrati che, sempre secondo Casalino, “bloccano il reddito di cittadinanza perché vogliono bloccare il cambiamento, vogliono proteggere il vecchio sistema”. Ma poi Casalino promette: “Se non si trovano 10 miliardi, che in una manovra da 30 miliardi non sono nulla, passeremo il 2019 a cacciare tutti questi pezzi di m…”. Inutile dire che l’audio di Casalino ha mandato in fibrillazione l’opposizione. A cominciare dal segretario del Pd, Maurizio: “Le parole del portavoce del premier Casalino sono inaudite. Se Conte ha un minimo di senso delle istituzioni lo allontani immediatamente. Decenza”. “Da Casalino l’arroganza del potere contro le persone, a difesa di un partito e non dei cittadini. Vergognatevi, chiedete scusa e andate a casa perché non vi permetteremo di uccidere l’Italia”, aggiunge il governatore del Lazio, Nicola Zingaretti. Ma i 5Stelle fanno quadrato. Alcuni esponenti M5S di peso contattati dall’Adnkronos difendono a spada tratta il portavoce del presidente del Consiglio, spiegando che l’obiettivo del suo sfogo erano i dirigenti del ministero “che si oppongono al cambiamento”. Casalino, è il commento che trapela dai parlamentari interpellati, “stava semplicemente facendo dello spin per difendere il ministro Tria”. Serafico il sottosegretario leghista Giorgetti: “Non credo che il portavoce abbia il potere di cacciare i tecnici. E poi basta non avere il portavoce, come non ce l’ho io”. Le dichiarazioni arrivano dopo giorni di scontri e polemiche proprio sul reddito di cittadinanza. Più volte il vicepremier Di Maio ha infatti chiesto al ministero del Tesoro di trovare i fondi necessari per far partire il reddito di cittadinanza, vero e proprio cavallo di battaglia del Movimento fondato da grillo, tema sul quale hanno impostato la scorsa campagna elettorale e sul quale, oggi, si giocano la credibilità davanti a chi li ha votati. Di qui il crescente nervosismo di Di Maio, che ha esplicitamente chiesto a Tria di lavorare in deficit, e oggi di Casalino che ha individuato “il vero nemico”: i funzionari del ministero dell’economia.

Casalino, audio contro i tecnici Mef. Tria: "Al ministero lavorano per il governo". Ma Di Maio: "C’è chi rema contro". Il messaggio vocale registrato il 18 settembre è stato pubblicato da Repubblica. All'interno si parla della posizione dei 5 stelle sul ministro Tria e i dipendenti del dicastero. "Megavendetta" se non trovano le risorse per il reddito di cittadinanza. Il portavoce del premier si difende: "Violata la mia privacy, nessun proposito concreto". Fonti vicine ai dirigenti del dicastero: "I tagli sono decisi dalla politica". Mistero sui destinatari del messaggio: accuse ai giornalisti dell'Huffington post che negano. Il vicepremier: "Strategia contro i nostri dipendenti della comunicazione". Conte: "Fiducia in Casalino", scrive il 22 settembre 2018 "Il Fatto Quotidiano". Meno di due minuti di audio diffuso via Whatsapp in cui il portavoce del premier Giuseppe Conte parla di “una mega vendetta” contro i tecnici del Mef se non si dovessero trovare i soldi per il reddito di cittadinanza. È polemica per le parole di Rocco Casalino contenute in una registrazione diffusa da Repubblica: nella nota vocale inviata ad alcuni giornalisti, l’ex capo della comunicazione grillina al Senato e ora nello staff del presidente del Consiglio parla dei rapporti con il ministro dell’Economia Giovanni Tria e con lo staff del dicastero. “Si tratta di una conversazione privata”, è la difesa di Casalino, “non c’era nessun proposito concreto. È stata violata la mia privacy”. In suo sostegno è intervenuto il presidente del Consiglio Conte: “La diffusione dell’audio è una violazione gravemente illegittima che tradisce fondamentali principi costituzionali e deontologici. Chiarito che trattasi di un messaggio privato, mi rifiuto finanche di entrare nel merito dei suoi contenuti. Ribadisco la piena fiducia nel mio portavoce”. Sul fronte opposto, fonti del ministero dell’Economia hanno confermato la fiducia di Giovanni Tria “ai dirigenti e alle strutture tecniche del Mef e apprezzamento per il lavoro che stanno svolgendo a sostegno dell’attuazione del programma di governo, come peraltro evidenziato dal presidente del Consiglio”. I tecnici avevano poco prima specificato che “stanno lavorando attivamente per valutare costi e effetti delle varie proposte politiche, comprese le possibili modalità di copertura degli interventi. Ma le decisioni sulla scelta delle soluzioni competono alla politica”.

In serata il vicepremier Luigi Di Maio ha pubblicato sul Blog delle stelle il contenuto di una lettera inviata a tutti i parlamentari M5s. Un testo in cui non solo difende Casalino, ma ascrive l’intera vicenda della pubblicazione di questo audio a una strategia per colpire gli uomini della comunicazione M5s più ancora degli eletti: “Ciò che ritengo inaccettabile – scrive Di Maio – è che adesso il bersaglio siano diventati i nostri dipendenti della comunicazione. Chiunque vive il Movimento conosce bene l’importanza delle nostre strutture di comunicazione. Sono i migliori perché, in tutti questi anni, si sono inventati ogni giorno metodi alternativi alle tecniche tradizionali per far arrivare i nostri contenuti a milioni di italiani. Qualcuno dice che diamo troppa importanza agli uffici comunicazione e ai loro dipendenti. Qualcuno ci critica dicendo che li paghiamo troppo, (poi quegli stessi sono pronti a massacrarci se li paghiamo poco)”. Di Maio poi è entrato nel merito dell’audio di Casalino, che risale proprio ai giorni della polemica tra il vicepremier e il ministro dell’Economia sulle risorse per la manovra economica. E anche in questo caso la linea non cambia: “C’è chi rema contro, ovvero una parte della burocrazia dei ministeri. Ogni volta che facciamo provvedimenti dobbiamo riguardarci sempre bene il testo, perché a volte tra un passaggio e un altro viene cambiato, si modifica, viene stravolto. Quando vi dico che c’è da preoccuparsi, credetemi. Abbiamo vinto le elezioni del 4 marzo, ma il sistema è vivo e vegeto e combatte contro di noi. Al Governo ci siamo noi e c’è la Lega. Ma se partiti, lobby e burocrati devono scegliere chi combattere, sono tutti d’accordo con il “dagli addosso al Movimento 5 Stelle sempre e comunque”. Chi ha chiesto che Casalino lasci l’incarico sono le opposizioni, dal Pd a Forza Italia. I 5 stelle compatti lo hanno invece difeso: “È la nostra linea”. Prudente la posizione del presidente della Camera Roberto Fico: “Assurdo che i giornalisti facciano uscire le proprie fonti”. E Alessandro Di Battista, su Facebook, è andato oltre: “Casalino ha sbagliato. Non si mandano audio del genere in privato ai giornalisti, certe cose vanno dette pubblicamente e con orgoglio. Se i tecnici nei ministeri ci mettono i bastoni tra le ruote prendendosi poteri che non gli competono vanno cacciati all’istante”. Del governo è intervenuto il sottosegretario leghista Giancarlo Giorgetti: “Non credo abbia il potere di cacciare nessuno”, ha detto.

I destinatari dell’audio messaggio. Rimane il mistero su chi fossero effettivamente i destinatari della conversazione: i 5 stelle sul blog per primi hanno messo sotto accusa due giornalisti dell’Huffington post, Pietro Salvatori e Alessandro De Angelis. Che però hanno replicato poco dopo: “Noi non lo abbiamo diffuso. Il problema non siamo noi, ma i metodi di lavoro di Casalino”, hanno scritto. E in serata la direttrice Lucia Annunziata ha ribadito la posizione e difeso i due cronisti, dicendo che la stessa versione era su tutti i giornali la scorsa settimana. Ad ogni modo, ha concluso: “Portiamo il tutto davanti a un giudice, o all’ordine dei giornalisti se volete, e vediamo. Basta acquisire i tabulati di un po’ di telefonini e avremo chiarito tutto”. Casalino era finito al centro delle polemiche il 20 settembre scorso, dopo la diffusione dei dettagli sullo stipendio dello staff del premier che è rimasto invariato rispetto a quello del governo Renzi.

Audio: “Se non dovessero uscire i soldi, il 2019 sarà dedicato a far fuori una marea di gente del Mef”. L’audio messo sotto accusa oggi risale a martedì 18 settembre, anche se Repubblica non specifica la data. “Nessuno mette in dubbio che il ministro Tria non sia serio”, si sente nella nota vocale probabilmente in riferimento alle parole di Luigi Di Maio che aveva detto “un ministro serio deve trovare le risorse”. “Domani se vuoi uscire su una cosa simpatica”, continua Casalino, “è che nel Movimento 5 stelle è pronta una megavendetta, lo metti come fonte parlamentare però. C’è chi giura che se poi non dovessero all’ultimo uscire i soldi per il reddito di cittadinanza tutto il 2019 sarà dedicato a far fuori una marea di gente del Mef. Non ce ne fregherà veramente niente, ci sarà veramente una cosa ai coltelli. Nel senso che… Ormai abbiamo capito che Tria c’entra il giusto, c’entra relativamente, ma il problema è che ci sono lì al ministero dell’Economia una serie di persone al ministero dell’Economia che stanno lì da anni, da decenni, hanno in mano tutto il meccanismo e proteggono il solito sistema e non ti fanno capire tutte le voci di bilancio nel dettaglio e in modo che si possa tagliare. Non è accettabile che non si trovano 10 miliardi del cazzo. Non è che stiamo parlando di 200 miliardi, stiamo parlando di 10 miliardi. Quindi. Una manovra di 10, 20 miliardi la fanno tutti i governi. Non è niente di straordinario. Il fatto che c’è questa resistenza fa capire che c’è qualcosa che non va. Se per caso. Noi crediamo che andrà tutto liscio, ma se dovesse venire fuori all’ultimo ‘ah i soldi non li abbiamo trovati’, nel 2019 ci concentreremo soltanto a far fuori tutti questi pezzi di merda del Mef”. Inoltre dà indicazioni sul clima politico specificando: “Metti però che sono fonti parlamentari”. Un dettaglio importante perché Casalino ora cura la comunicazione di Palazzo Chigi e non quella degli eletti.

La replica di Casalino: “Violata la mia privacy”. Il portavoce del premier, dopo che per tutta la mattina si sono susseguiti attacchi e tentativi di difesa da parte dei suoi, ha deciso di diffondere una nota ufficiale sul caso. “Sta circolando un messaggio-audio che riproduce la mia voce”, si legge. “Una mia conversazione assolutamente privata avuta con due giornalisti. La pubblicazione viola il principio costituzionale di tutela della riservatezza delle comunicazioni e, se fosse accertato che sia stata volontariamente diffusa ad opera dei destinatari del messaggio, viola le più elementari regole deontologiche che impongono riserbo in questa tipologia di scambi di opinioni”. Casalino quindi ha specificato che la minaccia contro i tecnici del Mef non nasce da nessun provvedimento concreto, ma sarebbe semplicemente l’interpretazione di un clima all’interno del Movimento 5 stelle: “Il delicato incarico che ricopro mi impone di chiarire che i contenuti della conversazione“, il cui audio è stato diffuso dai media, “sono da considerare alla stregua di una libera esternazione espressa in termini certamente coloriti, ma che pure si spiegano in ragione della natura riservata della conversazione, che non c’era nessun proposito da perseguire in concreto ma più una sensibilità presente all’interno dei 5 Stelle e che era mia premura rappresentare”.

La difesa dei 5 stelle: “C’è chi ci rema pesantemente contro”. Ma la senatrice Fattori: “Parole orribili, il problema è il suo strapotere”. Poche ore dopo la pubblicazione dell’audio su Repubblica, i 5 stelle sono intervenuti per difendere l’operato del portavoce del premier: “Quello che è stato ripetuto per l’ennesima volta ai giornalisti De Angelis e Salvatori da Rocco Casalino, e che oggi campeggia su tutti i giornali, era la linea del Movimento 5 stelle detta e ridetta in tutte le salse”, si legge. La nota fa riferimento a due giornalisti dell’Huffington post che sarebbero stati i destinatari del messaggio vocale. “Siamo assolutamente convinti (ed è sotto gli occhi di tutti)”, continua il post sul blog, “che nei ministeri c’è chi ci rema pesantemente contro: uomini del Pd e di Berlusconi messi nei vari ingranaggi per contrastare il cambiamento, in particolare il reddito di cittadinanza che disintegrerà una volta per tutte il voto di scambio. La spalla di questi uomini del sistema sono i giornali del sistema. Difendono tutti gli stessi interessi: i loro. Il Movimento 5 stelle difende quelli dei cittadini”. Ma non tutti dentro il Movimento condividono la posizione ufficiale esposta sul Blog delle Stelle. “Io personalmente da libera cittadina trovo orribili le sue parole, ma sono le sue”, ha scritto in un lungo blog pubblicato sull’Huffington post la senatrice Elena Fattori. “Il problema dello strapotere di chi si occupa di comunicazione nel Movimento 5 stelle non è di Rocco Casalino o chi per lui, è di chi questo grande potere glielo lascia. E su questo occorrerebbe interrogarsi come molti di noi stanno chiedendo da anni senza risultati apprezzabili”. Prudente è stata invece la posizione di Roberto Fico, presidente della Camera: “A me sembra assurdo che i giornalisti che ricevono un messaggio facciano uscire le proprie fonti. E’ decontestualizzato, io non conosco la questione, contesto soltanto il fatto. Voi chiamate sempre anche me e, se io vi mando un messaggio, credo che voi non dobbiate farlo uscire”.

Le opposizioni: “Se ne vada”. L’opposizione chiede ora che Casalino sia allontanato e non svolga più il ruolo di portavoce. Il segretario Pd Maurizio Martina su Twitter ha scritto: “Le parole del portavoce del premier, Rocco Casalino, sono inaudite. Se Conte ha un minimo di senso delle istituzioni lo allontani immediatamente”. Mentre l’ex premier Matteo Renzi, sempre in rete, ha attaccato la difesa di Fico: “Il problema per lui non è Casalino che minaccia vendette, il problema sono i giornalisti. E questo sarebbe quello bravo dei 5 stelle”. Per Forza Italia è intervenuto il presidente del Parlamento Ue Antonio Tajani: “I Cinque Stelle stanno facendo di tutto per avere il reddito di cittadinanza. Avete sentito cosa sono disposti a fare… avete sentito il portavoce del governo? Purghe per tutti i funzionari che osassero non trovare i dieci miliardi voluti da Di Maio. Le purghe mi fanno pensare a Stalin, mi ricordano il comunismo. Mi preoccupo se la Lega non riesce a fermare questa avanzata degli eredi di Renzi. Lui aveva gli 80 euro, loro il reddito di cittadinanza”. In replica alla rinnovata fiducia di Conte per Casalino, ha parlato invece il deputato Fi Giorgio Mulè: “Insultare l’intelligenza degli italiani è un crimine che un premier, per giunta non eletto, non può permettersi. L’avvocato – ahinoi presidente del Consiglio – Giuseppe Conte sprofonda nel ridicolo quando derubrica a messaggio privato le minacce del suo ‘portacroce’ Rocco Casalino. Quelle parole costituiscono un’indicazione precisa a due giornalisti, da pubblicare col metodo dell’indiscrezione non attribuita a una persona fisica. Non è affatto un messaggio ‘privato’, ma un’indicazione precisa fatta da Casalino per conto dei grillini. Il ‘portacroce’ dei 5 Stelle Casalino – pagato dagli italiani 169mila euro cioè con l’equivalente di oltre 200 redditi di cittadinanza – abbia dunque almeno il coraggio delle sue azioni perché Conte si è dimostrato ciò che è: un avvocaticchio che pensa di poter prendere giro il popolo”.

Rocco, dalla "puzza dei poveri" all'odore dei soldi. Quell'intervista choc alle «Iene» contro indigenti e immigrati: anche se si lavano sono diversi, scrive Patricia Tagliaferri, Domenica 23/09/2018, su "Il Giornale". Non è solo questione di soldi, ma anche di naso. Perché se sei povero, c'è poco da fare, hai un odore diverso da chi se la passa bene. Almeno così la pensa (o almeno la pensava) il grillino Rocco Casalino, portavoce del premier Conte, che prima ancora dell'audio choc con le minacce al ministro Tria e al suo staff, regalava ai suoi fan pillole di saggezza in un'intervista alle Iene che continua a rimbalzare sul web e adesso aiuta ad inquadrare il personaggio di uno che da allora ne ha fatta di strada, fino a diventare il boss della comunicazione di Palazzo Chigi con stipendio più alto del premier. Era uscito da poco dal Grande Fratello quando, in mutande e stravaccato su un divano con i piedi in mano, Casalino rispondeva alle domande della iena Marco Berry senza filtri, con toni più da militante di estrema destra che di uno in procinto di cominciare la sua ascesa nel Movimento Cinque Stelle. «Il povero ha un odore molto più forte del ricco, più vicino a quello del nero», diceva, chiedendo all'intervistatore se avesse mai provato a portarsi a letto un romeno o uno dell'Est: «Anche se si lava o si fa dieci docce continua ad avere un odore agrodolce, non so che cavolo di odore è, però lo senti». Toni decisamente lontani dal politicamente corretto. Parlando dei migranti, poi, il portavoce del premier diceva che il «loro vero problema è quello dei meno ambienti (testuale, ndr) che vivono in zone invase dagli extracomunitari». Per concludere con il Casalino-pensiero sull'immigrazione: «Investiamo tantissimi soldi per rendere gli italiani civili e invece poi abbiamo sta gente che non ha questo tipo di preparazione di base, sta gente è tutta gente senza istruzione. Noi li stiamo facendo entrare, è un pericolo». Dismessi gli abiti del concorrente di reality e cominciata la sua scalata al potere, Casalino ha sentito l'esigenza di spiegarlo il contenuto di quella vecchia intervista divenuto nel frattempo imbarazzante. E lo ha fatto pubblicando la sua versione dei fatti sul blog di Beppe Grillo. Una spiegazione decisamente creativa, la sua: in quell'intervista, in pratica, stava recitando. Interpretava un personaggio snob, classista, xenofobo e omofobo che gli era stato affidato dal corso di recitazione che stava frequentando. «Per sbeffeggiare l'ipocrisia di molti personaggi pubblici - spiegò - interpretai questo ruolo politicamente scorretto utilizzando lo studio fatto nel corso».

Era una finzione, dunque, o almeno così Casalino ha cercato di metterci una toppa adesso che certe affermazioni sarebbero decisamente inappropriate per il portavoce del presidente del Consiglio.

Mal di pancia grillino: "È un sopravvalutato e anche strapagato". I colleghi contro Casalino: non è il primo errore che commette. La paura di ritorsioni, scrive Domenico Di Sanzo, Domenica 23/09/2018 su "Il Giornale". Casalino contro tutti. Tutti contro Casalino. Nel giorno in cui salta fuori un audio del portavoce del Presidente del Consiglio che minaccia ritorsioni nei confronti dei tecnici del ministero dell'Economia, evocando scenari da notte dei lunghi coltelli, il M5s si riscopre meno monolitico del solito. In chiaro la posizione ufficiale dei pentastellati, espressa in un post sul Blog delle Stelle, è di rivendicazione della linea Rocco Casalino. «La linea del MoVimento non è mai cambiata - scrive lo Staff - siamo assolutamente convinti che nei ministeri c'è chi rema pesantemente contro: uomini del Pd e di Berlusconi messi nei vari ingranaggi per contrastare il cambiamento». Sottotraccia, l'ennesima «forzatura» dell'ex concorrente del Grande Fratello, ha scatenato mal di pancia sopiti da tempo. Soprattutto tra i colleghi di Casalino, dislocati nelle varie strutture che si occupano della comunicazione M5s. Sia nei gruppi parlamentari, sia nei ministeri. Il portavoce di Conte, nonostante l'incarico istituzionale, è ancora il dominus della comunicazione politica dei Cinque Stelle. E l'atteggiamento mostrato nella conversazione «rubata» e consegnata ai cronisti da una «manina» sconosciuta ne è la prova. Proprio quel «mettetela come fonte parlamentare» che si ascolta nell'audio, ha fatto saltare sulla sedia più di qualche collaboratore dei grillini. Il concetto espresso dagli spin doctor malpancisti suona più o meno così: «Casalino è un accentratore, guadagna una cifra spropositata, viene considerato più bravo di come è in realtà e non è la prima volta che commette degli errori gravissimi». Non tutti, nello stesso staff parlamentare grillino, condividono i metodi «muscolari» di Rocco. Chi, invece, sfugge alle domande, è imbarazzato e lascia trasparire la paura di ritorsioni da parte dei massimi vertici politici del Movimento, tutti compatti intorno a Casalino, a partire dal vicepremier Luigi Di Maio. Mentre nelle chat dei parlamentari, non mancano le voci critiche. L'unica a metterci la faccia è la senatrice Elena Fattori, con un articolo sul suo blog ospitato dall'Huffington Post. La Fattori parla di Casalino come di «un professionista della comunicazione eccezionalmente brillante», salvo poi dire che «personalmente da libera cittadina trovo orribili le sue parole». In conclusione una stilettata a Di Maio: «Il problema dello strapotere di chi si occupa di comunicazione nel M5s non è di Rocco Casalino o chi per lui, è di chi questo grande potere glielo lascia. E su questo occorrerebbe interrogarsi, come molti di noi stanno chiedendo da anni senza risultati apprezzabili». Ma, a quanto pare, tra i comunicatori non tutti hanno lo stesso strapotere di Casalino. Giudicato «sopravvalutato» e super pagato dai colleghi critici. Con le obiezioni che si concentrano su tre episodi specifici, avvenuti negli ultimi mesi. La pubblicazione del video in cui il portavoce di Conte invia un sms a Enrico Mentana, dandogli la notizia in diretta tv del raggiungimento dell'accordo di governo tra Lega e M5s. Con annesso sberleffo al direttore del Tg di La7, un po' lento nel leggere l'importante velina. A giugno, al G7 in Canada, c'è stato lo strattonamento del premier Conte, portato via quasi di forza da Casalino durante un punto stampa con i giornalisti. Un mese dopo, la frase al cronista del Foglio Salvatore Merlo: «Adesso che il tuo giornale chiude, che fai?». Così Rocco è finito in nomination.

Dall'ufficio piccolo alle minacce al "Foglio". Gaffe e incidenti del manipolatore Rocco. Già nel 2014 polemiche sul suo stipendio e sulla casa pagata dal gruppo M5s Quando regalò in anteprima lo scoop a Mentana e poi lo bacchettò: «Lento», scrive Domenico Ferrara, Domenica 23/09/2018, su "Il Giornale". La meritocrazia si paga cara. Soprattutto se riguarda Rocco Casalino. I tagli alla casta? Un mantra che vale per gli altri. E che smette di valere quando l'anticasta sale al potere. Perché, al netto delle giustificazioni che il portavoce del premier ha sciorinato in merito ai 169mila euro lordi all'anno che incassa, c'è poco da fare: se hai tuonato contro i privilegi, ci sarà sempre qualcuno che storcerà il naso quando passi dall'altra parte della barricata. Rocco Casalino, dall'alto della sua esperienza e del suo curriculum (laurea in Ingegneria elettronica, giornalista professionista, conoscenza di 4 lingue) dovrebbe saperlo. Anche perché ormai dovrebbe essere abituato alle critiche. E non solo per i trascorsi nella casa del Grande Fratello, sulla cui esperienza ha dichiarato: «Ho gestito tutte le nomination, infatti non sono mai stato nominato fino all'ultimo giorno. Spiegavo agli altri concorrenti come votare e loro eseguivano». Insomma, era già un «manipolatore». Già nell'ottobre del 2014, alcuni senatori chiesero maggiori lumi sullo stipendio del capo della Comunicazione pentastellata e l'allora capogruppo in Senato Vito Petrocelli provò a fare chiarezza: «Rocco Casalino come responsabile comunicazione percepiva 2100 euro netti. Quando è stato nominato Capo Comunicazione ha avuto un aumento di 800 euro sullo stipendio. La cifra di 8mila euro lordi, riportata da agenzie di stampa, include anche tutti i rimborsi spese su taxi, viaggio Roma-Milano-Roma, e le spese per il vitto su cui ovviamente si pagano le tasse. Ma lo stipendio reale che mette in tasca Rocco Casalino corrisponde a circa 2900 euro netti». Adesso ha praticamente raddoppiato il suo stipendio, non male per Rocco. A proposito di spese poi, un anno dopo, venne fuori la polemica sull'affitto della casa di Casalino pagato dal M5s. L'Espresso sollevò il caso scatenando l'ira di Beppe Grillo che scese in campo: «Il contributo erogato dal gruppo parlamentare del M5s per gli appartamenti dei dipendenti della Comunicazione è un beneficio accessorio previsto dal contratto di lavoro del singolo dipendente e con oneri fiscali a suo carico». Polemica che non cessò di esistere e che anche il Pd utilizzò tempo dopo per attaccare i grillini. Nel novembre 2016, il comitato Basta un Sì tuonava: «Grillo e il M5s usano i fondi di Palazzo Madama per pagare l'affitto dell'ex concorrente del Grande Fratello. Caro Beppe, che ne dici se anziché pagare la casa di Casalino, i soldi non li ridiamo agli italiani? Non è difficile, basta un Sì». C'è poi il capitolo che dovrebbe stargli più a cuore: quello della comunicazione. E anche qui, lui che è considerato il deus ex machina, il regista di tutte le esternazioni, le comparsate tv e persino l'abbigliamento, la dizione e le cure dentistiche degli esponenti del M5s spesso non ha brillato in efficacia, soprattutto nel rapporto con la stampa. Come non ricordare la frase intimidatoria che rivolse al giornalista del Foglio Salvatore Merlo: «Adesso che il Foglio chiude, che fai? Mi dici a che serve il Foglio? Non conta nulla...perché esiste?". Ne scaturì una bufera che lo portò a minimizzare e a chiedere scusa: «Era una semplice battuta». Stessa motivazione usata con Enrico Mentana dopo averlo prima bacchettato perché «colpevole» di aver dato con eccessiva lentezza la notizia dell'accordo raggiunto tra Salvini e Di Maio, notizia che lui aveva dato a Mentana in anteprima. Nel video si vedeva Casalino «costruire» uno scoop, scegliere il giornalista cui regalare la notizia e compiacersi della riuscita dell'operazione. «Era un video goliardico che doveva rimanere privato» e nel quale «non c'era nessun intento offensivo». Scuse accettate da Mentana e pace fatta. Nella lista degli "incidenti" di Rocco c'è poi il caso del finto master americano finito (per colpa di un hacker dirà Casalino) nel suo profilo Linkedin e le chat con i giornalisti su WhatsApp. Come quella volta in cui ai cronisti che gli chiedevano un parere del premier sulla proposta di hotspot avanzati fatta da Macron lui rispose con una emoticon abbastanza chiara: il dito medio (cancellato quando ormai era troppo tardi). In pieno stile Vaffa. D'altronde Rocco può permettersi tutto, anche lamentarsi perché la stanza del portavoce del premier è «un po' piccolina». Perché uno vale uno, a patto che l'uno non si chiami Rocco.

Professione portavoce. Che dolori…, scrive Francesco Damato il 25 Settembre 2018 su "Il Dubbio". IL RACCONTO. Non ditelo, per favore, a Rocco Casalino perché potrebbe montarsi la testa, e fare chissà quali altri bizzarrie o provocare chissà quali altre polemiche come portavoce del presidente del Consiglio. O potrebbe cadere in depressione sapendo di quanti lo hanno preceduto senza riuscire a cambiare il corso degli eventi politici, sviluppatisi nel bene e nel male a prescindere dal suo omologo di turno. Direttamente o indirettamente di portavoce di governo e oltre, e di segretari di partito, arrivati o non a Palazzo Chigi o al Quirinale, o passativi solo come interlocutori, ne ho conosciuti e sperimentati un centinaio. Il più influente di tutti è stato anche il più lontano dallo stile e dalle tentazioni di Casalino, non foss’altro per ragioni scientifiche, diciamo così. Mancavano ai tempi di Nino Valentino, il portavoce del presidente della Repubblica Giovanni Leone, i maledetti telefonini e varianti di oggi, a usare i quali la tua voce e i tuoi sfoghi, insulti, minacce e quant’altro finiscono in rete e ti fanno rischiare la destituzione, magari dopo una prima solidarietà o copertura, come quella non mancata a Casalino. Che Conte e il capo formale dei grillini, Luigi Di Maio, hanno difeso dagli attacchi procuratigli dal proposito imprudentemente confessato di farla pagare cara, quando verrà il momento, ai dirigenti del Ministero dell’Economia contrari, sino al sabotaggio, al programma di spese in deficit datosi dal governo gialloverde. Giovanni Leone si fidava a tal punto di Nino Valentino, un funzionario erudito e riservato di Montecitorio conosciuto quando il giurista napoletano era presidente della Camera, da delegargli compiti politici che sorpresero, a dir poco, la delegazione democristiana recatasi nella sua abitazione nel dicembre del 1971 per comunicargli la candidatura al Quirinale. Era ormai fallita la lunga corsa del presidente del Senato Amintore Fanfani ed era sopraggiunto anche il no opposto per pochi voti, a scrutinio segreto, dai parlamentari dello scudo crociato ad Aldo Moro, allora ministro degli Esteri e già segretario del partito e presidente del Consiglio. “Parlatene pure col buon Valentino”, disse Leone ai dirigenti della Dc che lo invitavano a prepararsi agli effetti politici della sua elezione, largamente prevedibili per la rottura intervenuta proprio sulla successione al Quirinale col partito socialista guidato da Giacomo Mancini. Bisognava mettere nel conto una crisi di governo e un turno di elezioni anticipate, utile anche a rinviare non di uno ma di due anni lo scomodissimo referendum contro la legge sul divorzio. Che la Dc avrebbe perduto nel 1974 compromettendo il ruolo centrale conquistato nelle elezioni storiche del 18 aprile 1948.I fatti furono più forti della buona volontà e delle relazioni di cui era capace Valentino. Che nel 1977 preferì farsi assegnare la segreteria generale del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro piuttosto che rimanere nell’ultimo anno del mandato del Quirinale, peraltro interrotto anticipatamente di sei mesi con le dimissioni imposte a Leone dai due partiti maggiori – la Dc e il Pci – e dal governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti che ne dipendeva in Parlamento. Il povero Valentino si era speso inutilmente dietro e davanti alle quinte per difendere il suo presidente dal fango di una campagna denigratoria conclusasi nei tribunali a suo vantaggio, ma dopo ch’egli era stato sfrattato dal Quirinale, una volta venutagli a mancare con la morte per mano delle brigate rosse la difesa di Moro. Per la cui liberazione dalla prigione dei terroristi, peraltro, Leone aveva deciso di sfidare la linea della cosiddetta fermezza predisponendosi alla grazia per una dei tredici detenuti con i quali i sequestratori del presidente della Dc avevano reclamato di scambiare l’ostaggio. Tutt’altro profilo, quello di un semplice passa parola, ebbe il portavoce del successore di Leone al Quirinale: il simpatico Antonio Ghirelli, scelto d’istinto, proprio per la sua simpatia e per la colleganza professionale di giornalista, da Sandro Pertini. Che però, molto più realista o meno sensibile di quanto non lasciasse trasparire pubblicamente, non esitò a sacrificarlo due anni dopo, destituendolo durante una visita ufficiale a Madrid. Ai giornalisti che si erano radunati davanti all’albergo per chiedergli clemenza per il collega, appena invitato a rientrare a Roma coi propri mezzi, Pertini rispose con il pollice verso, come se fosse al Colosseo nei panni di un imperatore romano. Il povero Ghirelli aveva fatto le spese di una intemerata romana dell’allora segretario della Dc Flaminio Piccoli. Che aveva protestato contro l’opinione di Pertini, espressa dalla Spagna e riferita da Ghirelli ai colleghi, che il presidente del Consiglio Francesco Cossiga dovesse dimettersi per il procedimento d’incolpazione in corso in Parlamento con l’accusa di avere favorito la latitanza di un figlio terrorista del collega di partito Carlo Donat– Cattin. Al quale invece Cossiga riteneva di avere solo consigliato di indurre il figlio Marco, se avesse avuto modo di contattarlo, a consegnarsi spontaneamente alla polizia per l’uccisione del magistrato Emilio Alessandrini, avvenuta a Milano l’anno prima. Consapevole di avere addebitato a torto a Ghirelli il suo giudizio su Cossiga, il presidente Pertini colse la prima occasione che gli capitò per ripararvi, ma solo dopo tre anni, nel 1983. Quando Bettino Craxi formò il suo primo governo, fallito il tentativo compiuto nel 1979 di approdare a Palazzo Chigi, fu proprio Pertini a raccomandargli come portavoce Ghirelli. Che si rivelò con Bettino tanto leale quanto efficace nel segnalargli tempestivamente agguati, come quello che stava compiendo silenziosamente la sinistra democristiana nel 1985 boicottando la campagna referendaria sui tagli alla scala mobile contestati dal Pci. Per rianimare un appuntamento con le urne che rischiava l’indifferenza Ghirelli improvvisò a pochi giorni dal voto a Palazzo Chigi una conferenza stampa in cui Craxi rialzò la posta in gioco avvertendo che avrebbe aperto la crisi di governo, con le dimissioni, “un minuto dopo” l’eventuale sconfitta. Che non arrivò anche per effetto di quel monito. Per tornare al Quirinale, dopo Pertini fu la volta di Francesco Cossiga. Che, anziché richiamare Luigi Zanda, suo portavoce negli anni tragici trascorsi al Viminale, e sfociati nel sequestro di Moro, scelse come portavoce il diplomatico Ludovico Ortona, rimasto afono per un bel po’ di tempo, al pari del presidente, sino alla svolta improvvisa e profonda delle picconate. Una svolta gestita interamente dal capo dello Stato, che telefonava di persona a giornalisti e a redazioni sconvolgendo le prime pagine già confezionate in tipografia. Fu una stagione pirotecnica che Ortona visse con una sofferenza, a dir poco, di cui fui testimone e anche partecipe, avendo più volte tentato, su sua richiesta, e sempre inutilmente, di fermare il presidente sulla strada di un attacco al presidente del Consiglio in carica Andreotti, o al capo dell’opposizione comunista Achille Occhetto o al troppo timido, secondo lui, segretario della Dc e mio amico personale Arnaldo Forlani. Quest’ultimo aveva allora come portavoce Enzo Carra, abbastanza allineato alla sua forte alleanza di governo con i socialisti, contrariamente alla precedente esperienza come segretario del partito di maggioranza, fra il 1969 e il 1973. Allora Forlani, costretto dagli eventi a sospendere il centrosinistra e a riesumare il centrismo con la formula della “centralità”, si era curiosamente tenuto come portavoce un giornalista per niente convinto di quella linea: Mimmo Scarano. Di cui molti sospettavano nella Dc che fosse addirittura iscritto al Pci. Il fatto è che Forlani sapeva fare benissimo, quando occorreva, il portavoce di se stesso smentendo la pigrizia attribuitagli dai fanfaniani di più stretta osservanza, che ripetevano la rappresentazione fatta di lui da Fanfani in persona: “una mammoletta che non vuole essere colta per non appassire”. Arnaldo invece a tempo debito gli si sarebbe rivoltato contro dimostrando di sapere camminare bene sulle proprie gambe. Anche Moro e Andreotti, pur così diversi fra loro, facevano uso molto parco dei loro portavoce. I quali non a caso scherzavano con chi li assillava di richieste e chiarimenti dicendo di essere piuttosto dei portasilenzio. Il portavoce storico di Moro fu Corrado Guerzoni. Andreotti ne avvicendò nei sette governi presieduti nella sua lunga carriera almeno tre: l’amico Giorgio Ceccherini, che aveva a lungo confezionato con lui la rivista quindicinale “Concretezza”, Stefano Andreani e Pio Mastrobuoni. Che, ancora convinto nella primavera del 1992 che Andreotti potesse essere eletto al Quirinale dopo la strage di Capaci, rientrando come presidente del Consiglio fra le soluzioni “istituzionali” imposte dall’urgenza dell’attacco terroristico– mafioso allo Stato, si sentì annunciare da lui con voce sommessa: “Guarda che domani eleggeranno Scalfaro”. Il quale si portò sul colle come portavoce Tanino Scelba, nipote dell’uomo alla cui scuola il capo dello Stato era cresciuto nella Dc, facendone da giovane il sottosegretario al Ministero dell’Interno: Mario Scelba. Ne avrebbe poi preso anche il posto, nel 1983. Tanino, pace all’anima sua, era di una tale disciplina e devozione come portavoce da interrompere anche vecchi rapporti di amicizia personale con giornalisti ed altri che entrassero in polemica con Scalfaro, peraltro in un momento in cui era facile che ciò accadesse per l’eccezionalità degli avvenimenti. Erano, in particolare, gli anni terribili di “Mani pulite”, quando il Quirinale tutelava come santuari le Procure di Milano e di Palermo, di punta nell’offensiva, rispettivamente, contro tutto ciò che sapeva, prima ancora di essere davvero, corruzione e mafia. In materia di disciplina e devozione Tanino Scelba riuscì a superare anche Giampaolo Cresci, che da portavoce di Fanfani una volta lo tolse d’impaccio in auto assumendosi la responsabilità di un soffietto d’aria che era sfuggito al capo, e scusandosene. Ma un ricordo particolare merita, da parte di un vecchio cronista politico, Antonio Tatò, Tonino per gli amici, portavoce del segretario del Pci Enrico Berlinguer. Lo chiamavamo ironicamente “fra Pasqualino”, versione maschile della storica suor Pasqualina di Papa Pacelli, Pio XII. Lui, Tonino, ne rideva, ammettendo di svolgere un ruolo ben più ampio e solido di quello ufficiale. Con quella stazza fisica che aveva, il doppio quasi di Berlinguer, che era timido quanto Tonino spavaldo, più che il portavoce Tatò sembrava il pretoriano del segretario comunista. Al quale non si accedeva se non si superava l’esame preventivo del portavoce, fosse pure in attesa di incontro o di intervista il più orgoglioso o prestigioso giornalista su piazza. Lo raccontò con dovizia felice di particolare Giampaolo Pansa, mandato dal “Corriere della Sera” alle Botteghe Oscure per una intervista che avrebbe terremotato la politica con la confessione di Berlinguer di sentirsi “più sicuro”, per l’autonomia del suo partito da Mosca, sotto l’ombrello dell’alleanza atlantica. Di tutt’altra pasta si sarebbe rivelato nell’ormai ex Pci Fabrizio Rondolino, che da portavoce di Massimo D’Alema ne divenne uno dei critici più acuminati, al pari di Claudio Velardi, anche lui dello staff dalemiano nella breve esperienza di “Max” a Palazzo Chigi. Una menzione a parte, infine, e forse allettante per Casalino, è dovuta ai portavoce destinati a diventare anch’essi politici: Francesco Storace per Gianfranco Fini e Paolo Bonaiuti, ormai ex anche come deputato, ma soprattutto Antonio Tajani per Silvio Berlusconi. Che lo ha appena promosso delfino anche per la posizione apicale assunta nel Parlamento europeo.

Chi è Pietro Dettori, l'uomo simbolo del governo Casaleggio. Non c'è solo Rocco Casalino nella squadra dell'esecutivo Conte. Sbarca a Palazzo Chigi anche il dipendente (e fedelissimo) di Davide che ha le chiavi dell'Associazione Rousseau. E che scriveva i post per conto di Grillo, scrive Susanna Turco l'11 giugno 2018 su "L'Espresso". Il suo mestiere è fare da tramite. La sua ascesa è avvenuta tutta nell’ombra. Lenta, costante. Nel segno della continuità assoluta, senza ripensamenti. Da un appartamentino sui Navigli fino alle porte di Palazzo Chigi. Sempre alle spalle del leader, mai davanti. Dai post di Beppe Grillo, comico e frontman di M5S, ai discorsi di Giuseppe Conte, premier-frontman dell’alleanza tra Cinque stelle e Lega. Dalla Casaleggio Associati al governo. Pietro Dettori è il talentuoso e spregiudicato simbolo della compenetrazione opaca tra azienda, partito e, adesso, governo. Occhi e orecchie di Davide Casaleggio a Roma, decisivo nel consolidamento del figlio del fondatore di M5S così come nell’ascesa di Luigi Di Maio al suo interno, pronto a lavorare accanto al presidente del Consiglio a 32 anni appena compiuti - classe 1986, come il capo M5S - è l’altra faccia dell’universo che adesso sbarca al governo sfoderando perenni sorrisi alle telecamere. L’anima riservata e spregiudicata che giocherà direttamente dalle stanze della presidenza del Consiglio. Quella più lontana dai riflettori, per istinto e per calcolo, amica della riservatezza, indifferente al lisergico dilagare dei conflitti di interessi e, anzi, persino irritata verso chi lo ricorda. Quella che la popolarità non interpreta come un attore, bensì costruisce come un suggeritore. Giorno dopo giorno, mossa dopo mossa, post dopo post. Limatura dopo limatura. Prima ancora che si spalancassero le porte di Palazzo Chigi è stato Pietro Dettori ad aver scelto le parole del neo premier, sin dalla dichiarazione dopo il primo incontro con il capo dello Stato Sergio Mattarella. All’inizio della girandola, Giuseppe Conte si era addirittura recato nel suo appartamento, stesso indirizzo della sede romana della Casaleggio associati, di fronte a Castel Sant’Angelo, per «buttare giù nero su bianco il discorsetto». Una circostanza che ha lasciato «molto perplesso» l’ex senatore di Forza Italia Augusto Minzolini che l’ha rivelata. E che, in realtà, è terribilmente fisiologica nel sistema pentastellato. Dove è consuetudine che ci sia qualcun altro a occuparsi delle cose che devi dire: anche per un incastro non casuale tra le attitudini degli eletti e il controllo della comunicazione, infatti, spesso e volentieri la parola pubblica - dai profili social alle dichiarazioni - è affidata a staff e ghostwriter. In blocco, strafalcioni compresi. Pressoché senza il controllo finale dell’interessato. Tanto che, a seconda degli errori, si è persino in grado di risalire al ghost di turno. La faccenda, nel caso di Dettori, è alla sua apoteosi. Al livello massimo: prima di diventare presenza fissa alle spalle di Di Maio, lui era il ghostwriter di Beppe Grillo ed era l’unico che avesse accesso diretto al Sacro Blog quando ancora Gianroberto Casaleggio trattava il sito come una sua esclusiva creatura, di cui era gelosissimo. Non è un caso che una parlamentare di peso come Laura Castelli, ai tempi in cui con Roberto Fico faceva ancora la guerra interna a Di Maio, lo avesse descritto come un «servo d’oro di Milano». Nato a Cagliari, laureato in comunicazione a Bologna, assunto dalla Casaleggio nel 2011 e social media manager dal 2012, Dettori è stato colui che faceva da filtro attorno a Grillo durante tutto lo Tsunami Tour, e (dopo Marco Canestrari) ha ricoperto il ruolo di cinghia di trasmissione tra i Meet up e Gianroberto Casaleggio. Significa che aveva potere di vita e di morte su tutti gli «uno vale uno» d’Italia: bastava pubblicare su www. beppegrillo.it lo status di Facebook di uno sconosciuto, per farne un eroe - o magari un eletto. È stato per anni, Dettori, colui che scriveva - tutt’altro che di rado - i post di Grillo. Quelli del blog, ma anche quelli dei profili social Facebook e Twitter. Profili dei quali aveva le chiavi d’accesso, un altro potere assoluto. Tanto da esibirsi, come ricorda chi ci ha avuto a che fare nella scorsa legislatura, in gelidi scherzi del tipo: guarda cosa ho scritto, se lo invio adesso diventiamo la prima notizia sui siti. Modalità piuttosto aggressive e abbastanza simili a quelle viste nel video diffuso da M5S nei giorni scorsi, in cui Rocco Casalino, responsabile della comunicazione, si atteggia a imperatore della notizia e sultano della sua diffusione: «L’accordo c’è, giro adesso il messaggio a Mentana, e poi anche alle agenzie, vediamo che succede», dice mostrando alla telecamera lo schermo del telefono (si intravede il dialogo, la prima riga è, per l’appunto: «PietroDettori»). Intendiamoci: Casalino resta il semidio della comunicazione stellata, con la conseguente promozione a portavoce del presidente del Consiglio, ora che si sta al governo. Però nel caso di Dettori il passo - meno visibile - è persino ulteriore. Casalino, con tutta la sua mole di potere, di arbitrio, di visibilità, il fidanzato cubano portato al ricevimento del Quirinale e la mamma portata all’ispezione nella nuova (per lui deludente) stanza a Chigi è - almeno questo - sempre stato un dipendente dei gruppi parlamentari dei Cinque stelle: il suo rapporto con i Casaleggio passa per relazioni personali, così come quello con Grillo, provenendo dal vasto mondo di Lele Mora. Dettori, al contrario, è una pura creatura di via Morone 6. Un dipendente di aziende private: la Casaleggio Associati prima, l’associazione Rousseau poi, entrambe allocate allo stesso indirizzo e guidate dallo stesso capo. Con lui sbarca quindi al governo direttamente una società privata. Una filiazione senza intermediari, di cui peraltro Dettori ha tutte le chiavi, avendo ricoperto l’intero cursus: quando tutti i dati di simpatizzanti ed eletti M5S erano custoditi dalla Casaleggio Associati, e adesso che sono nella Associazione Rousseau - associazione di cui Dettori è responsabile editoriale oltreché socio. Un sapere e una sapienza che con lui traslocano al governo. Con tutte le ambivalenze del caso. Il rafforzamento dell’osmosi, bisogna dire, era già nel programma. Ora fa un passo in più, e non da poco: dal Parlamento al Governo. Dettori, infatti all’indomani del voto del 4 marzo, aveva lasciato l’appartamento a Milano per sbarcare a Roma. Nel programma di riordino pensato da Davide Casaleggio, infatti, era già destinato a diventare in pianta stabile il suo uomo di riferimento per Camera e Senato. L’idea era quella di farlo assumere dai gruppi parlamentari, come responsabile del Blog delle stelle (che è il nome del Blog del movimento dopo il divorzio da Grillo) che a sua volta adesso è finanziato dai 331 parlamentari pentastellati a botte di 300 euro ciascuno da versare a Casaleggio ogni mese (fa circa 6 milioni di euro per l’intera legislatura). Non era ancora chiaro se lui sarebbe stato pagato attraverso l’Associazione Rousseau, o direttamente coi soldi dei contributi pubblici versati ogni anno ai gruppi di Camera e Senato (come appunto il caso di Casalino). Preoccupazioni a quanto pare ormai alle spalle. Resta invece intatta la domanda circa l’orizzonte entro cui ci si muove. Anche lasciando perdere lo straordinario pezzo di teatro dell’assurdo che avvenne quando Grillo spiegò ai giudici che non era lui l’autore del post sull’ex ministro Federica Guidi pubblicato sul sito beppegrillo.it (il post non era firmato, quindi non era «riconducibile al sottoscritto»: questo il geniale argomento del comico) a Dettori, infatti, fanno capo alcuni episodi che nel Movimento nessuno ha dimenticato. È ad esempio suo il tremendo titolo al video sull’allora presidente della Camera, che recitava «Cosa fareste in macchina con la Boldrini?» che nel 2014 scatenò i peggiori istinti della rete. Ancora prima, e sempre a proposito di alte cariche. Di suo pugno è il post in cui Beppe Grillo parlava di «golpe» a proposito della rielezione di Napolitano nel 2013: il frontman M5S in quel momento dormiva nel suo camper, si limitò a un assenso assonnato a quelle poche righe, in ore nelle quali la tensione era altissima - come è ben raccontato in “Supernova” da Nicola Biondo, che allora era il capo della comunicazione M5S, e Marco Canestrari che lavorava nella Casaleggio Associati. Adesso, sempre per la serie presidenti della Repubblica, nel lungo travaglio prima della nascita del governo c’è ancora Dettori, con Casalino che segue a ruota, dietro la scelta sconsiderata di agitare il fantasma dell’impeachment contro il capo dello Stato Sergio Mattarella dopo che le trattative tra i legastellati e il Quirinale, si erano bloccate sul nome di Paolo Savona per l’Economia. Di Maio, in quel momento, si ritrova sospinto nell’ombra, stretto tra la rinuncia di Conte e la rapidità killer di Matteo Salvini. Non sa come fare, gli arriva il suggerimento per rientrare nel dibattito, lui lo cavalca. Una operazione per lo meno spregiudicata, nella quale il capo M5S brucia i buoni rapporti coltivati con il Colle e rischia, per un momento, di finire stritolato per sempre. Ma è proprio questo in realtà uno dei tratti di Dettori: la spregiudicatezza. Che supera persino quella dell’ambizioso Di Maio, e porta il tutto a un indescrivibile livello in cui il rilancio è continuo, instancabile, implacabile. Descritto da chi lo conosce come intelligente, furbo, riservato, Dettori è il tipo che dice: che ti frega cosa sia, l’importante è che tiri sul web. Si tratti dei giornalisti da «masticare e vomitare» oppure dei pannelli fotovoltaici. Pare che abbia fatto lo stesso ragionamento su Vladimir Putin, discusso oggetto del desiderio della politica pentastellata. Comunque, è un tipo capace di stare giorni interi a studiare i trend di viralità dei post. Ed è, in questo, del tutto simile a Marcello Dettori, fratello con 4 anni in meno, anche lui specialista del web marketing, anche lui per un paio d’anni alla Casaleggio associati, una esperienza di lavoro persino a Praga - città per così dire all’avanguardia nel genere, dove peraltro vive il presidente di Publy, concessionaria di pubblicità per la Casaleggio. Marcello, comunque, da gennaio è amministratore unico di una società, la Moving fast Media srl con sede a Cagliari, diecimila euro il capitale sociale, che fra l’altro gestisce il sito Silenzi e falsità, già filoputiniano e adesso concentrato soprattutto sulla propaganda pro M5S e governo. Tutta questa sapienza - quasi un tratto familiare: si dice che il padre di Dettori fosse amico del padre di Casaleggio - la grande capacità di profilazione degli utenti della rete mescolata ad una accurata riservatezza, si riversa sul web nel suo esatto opposto: è Pietro Dettori che inventa ad esempio «ebetino», è lui a portare nel blog e quindi nel movimento il costante eccitamento verbale, come anche il dilagare del click-baiting, ossia la pubblicazione di notizie civetta, che fino al suo arrivo servivano soprattutto a fini commerciali, e invece poi diventano un genere a parte. Questo modo di fare, una volta, faceva anche imbestialire gli onorevoli a Cinque stelle, che si ritrovavano magari la mozione parlamentare faticosamente studiata e scritta, che finiva pubblicata sul blog accanto al telefonino che frigge l’uovo. Adesso, al contrario, nessuno ha più niente da ridire: in quanto maggioranza, M5S interpellanze e interrogazioni quasi nemmeno le farà più.

La propaganda social di Matteo Salvini ora la paghi tu: e ci costa mille euro al giorno. Il primo giorno al Viminale il ministro dell'Interno ha assunto come collaboratori tutti i membri dello staff di comunicazione, incluso il figlio di Marcello Foa. Aumentando a tutti lo stipendio (tanto non sono soldi suoi). E sull'Espresso in edicola da domenica, l'inchiesta su come funziona la propaganda grilloleghista, scrive Mauro Munafò il 23 agosto 2018 su "L'Espresso". I post contro i migranti e le ong, le dirette Facebook per attaccare a destra e a manca, gli sfottò nei confronti di chiunque lo critichi, le bufale razziste rilanciate a milioni di follower e fan: la comunicazione di Matteo Salvini non è diventata più istituzionale da quando è seduto nella poltrona di ministro dell'Interno. Ma qualcosa in realtà è cambiato: ora la propaganda sulle sue pagine Facebook personali non la paga più lui, ma direttamente il suo dicastero. E quindi tutti gli italiani. Nulla di illecito o illegale sia chiaro. Si tratta dei contratti di collaborazione che ogni ministro, una volta insediatosi, utilizza per formare la sua squadra. Dai documenti del ministero dell'Interno si scopre così che già il primo di giugno, primo giorno con il governo Conte insediato, Salvini ha firmato il decreto ministeriale per assumere i suoi fedelissimi strateghi social, con stipendi di tutto rispetto. Primi a passare a libro paga del Viminale sono stati Morisi e Paganella, i fondatori della “Sistema Intranet” che da anni gestisce le pagine social di Matteo Salvini e tra i principali artefici del successo digitale del leghista. Per Luca Morisi, assunto nel ruolo di “consigliere strategico della comunicazione”, lo stipendio è di 65mila euro lordi l'anno. Meglio ancora va al suo socio Andrea Paganella, capo della segreteria di Salvini, che percepirà invece 86mila euro l'anno fino alla durata del governo. Non finisce qui. Passano due settimane e la squadra di Salvini si allarga: il 13 giugno vengono assunti direttamente dal Viminale anche altri quattro membri del team social già al lavoro per la propaganda social salviniana. Passano a libro paga del governo anche Fabio Visconti, Andrea Zanelli e Daniele Bertana, tutti con lo stesso stipendio: 41mila euro lordi, circa 2mila euro netti al mese. Stessa cifra e carica, “collaborazione con l'ufficio stampa”, anche per Leonardo Foa, il figlio del candidato alla presidenza Rai del governo gialloverde Marcello Foa che già l'Espresso aveva raccontato essere al servizio del segretario della Lega. Il conto totale dello staff di Salvini passato a libro paga delle casse statali è presto fatto: 314mila euro l'anno per lo staff social, a cui vanno aggiunti i 90mila euro l'anno garantiti al capo ufficio stampa Matteo Pandini, ex giornalista di Libero e autore di una biografia di Salvini, assunto il primo luglio scorso. Insomma, più o meno mille euro al giorno pagati da tutti per ricevere tweet, dirette Facebook e selfie da campagna elettorale permanente. Un dettaglio interessante che emerge dagli stipendi del team social è quello della generosità di Matteo Salvini: generosità con i soldi pubblici però. In una dichiarazione del maggio scorso Luca Morisi, rispondendo agli articoli della stampa, aveva affermato che la Lega aveva stipulato con la sua “Sistemi Intranet” un contratto da 170mila euro annuali per i vari servizi di comunicazione che richiedevano il lavoro di 4 persone: fatta la divisione, significa 42mila euro a persona. A un solo anno di distanza, e una volta conquistata la poltrona di ministro, Salvini ha deciso di dare a tutti un aumento: il team social, come abbiamo scritto, si compone ora di sei persone per un totale di 314mila euro annui. In media sono 52mila euro a testa, 10mila in più rispetto a quando gli assegni li firmava via Bellerio. La pacchia è iniziata.

L'esperto dell'editoria? Un senatore trombato che riparava i televisori. Marton è stato ripescato al dipartimento dal sottosegretario Crimi per 73mila euro, scrive Domenico Di Sanzo, Venerdì 21/09/2018, su "Il Giornale". Uscito dalla porta principale delle elezioni del 4 marzo, rientrato dalla finestra con un incarico nella segreteria di Vito Crimi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all'Informazione e all'Editoria. La storia di Bruno Marton somiglia molto a quella dell'ex inviato de Le Iene Dino Giarrusso. Entrambi bocciati dagli elettori, ma ripescati nei posti di «sottogoverno» dell'esecutivo gialloverde. Se Giarrusso è diventato collaboratore di Lorenzo Fioramonti, sottosegretario all'Istruzione, Marton è stato nominato segretario particolare di Crimi nel dipartimento di Palazzo Chigi. Marton, 49 anni, ha molta più esperienza politica di Giarrusso. È stato eletto al Senato nel 2013 e, insieme al suo nuovo datore di lavoro, ha fatto parte del Copasir, occupandosi di vigilare sulla sicurezza della Repubblica e sull'operato dei servizi segreti. I due condividono anche la provenienza geografica. Crimi è nato a Palermo, ma vive a Brescia da diciotto anni, Marton viene da Varedo, un paese della provincia di Monza e Brianza. Grillini, lombardi, colleghi a Palazzo Madama nella scorsa legislatura. Poi, per poco, le strade si sono divise: Crimi è diventato sottosegretario a Palazzo Chigi, Marton non è riuscito a bissare il seggio al Senato, battuto dall'azzurro Paolo Romani nel collegio di Sesto San Giovanni-Limbiate. Ed ecco il premio di consolazione: segretario particolare di Vito Crimi negli uffici del Dipartimento per l'informazione e l'editoria. Con un compenso di 45.900 euro lordi all'anno più 27.540 euro di indennità di diretta collaborazione: totale oltre 73mila euro. Sul sito internet del Dipartimento ancora non si trova nulla, ma incarico e stipendio sono stati pubblicati nella sezione «Amministrazione trasparente» del portale della Presidenza del consiglio. Sulla stessa pagina web manca però qualsiasi informazione relativa al curriculum. C'è scritto soltanto di «ottime» capacità nell'uso delle tecnologie. La circostanza è confermata dallo stesso Marton nel cv pubblicato su Rousseau: «Da sempre artigiano nel campo degli elettrodomestici, appassionato di informatica e di libri - scrive l'ex senatore - Ho creato uno dei primi e-commerce in Italia nel 2003». Il segretario di Crimi è un tecnico e titolare di un negozio di assistenza e vendita di elettrodomestici a Desio, in Brianza. E il suo titolo di studio è quello di diploma da perito elettronico. L'ex senatore ha fatto tutto il cursus honorum pentastellato: animatore della prima cellula lombarda del M5s nel 2009, candidato non eletto alle Regionali nel 2010, in prima linea contro il progetto dell'ampliamento dell'inceneritore di Desio, banchetti e raccolte firme per il Forum nazionale acqua bene comune, l'elezione al Senato nel 2013. All'epoca si era discusso sulle liste in Lombardia, dove i candidati di Monza e provincia, tra cui Marton, avevano ottenuto posti migliori rispetto ai candidati milanesi.

Concorsi truccati, baroni tremate: il governo manda la “Iena”, scrive Ernesto Ciecaquaglia martedì 4 settembre 2018 su Secolo D’Italia. L’incredibile storia di Dino Giarrusso dalle “Iene” al governo. Il sottosegretario all’Istruzione Lorenzo Fioramonti lo ha infatti scelto come collaboratore per aiutarlo a scovare i concorsi truccati. Giarrusso è stato candidato con il M5S alle elezioni politiche, ma non ce l’ha fatta a diventare parlamentare. L’annuncio è arrivato direttamente dal profilo Facebook di Fioramonti e sta già suscitando varie polemiche. In un post il sottosegretario elenca comunque le competenze di Giarrusso: “Dino è laureato in Scienze della comunicazione e ha insegnato per vari anni all’Università di Catania, prima di diventare noto in tutto il Paese come giornalista investigativo per lo show televisivo Le Iene. Oltre che svolgere il ruolo di manager della comunicazione e mantenere i rapporti istituzionali tra il mio ufficio, il Parlamento e gli altri ministeri, Dino dirigerà il nostro osservatorio sui concorsi nell’università e negli enti di ricerca”. In sostanza dunque, Giarrusso dovrà dare la caccia ai concorsi truccati, come spiegato sempre dal sottosegretario all’Istruzione: “Da quando sono entrato in servizio, meno di due mesi fa, ho ricevuto oltre trenta segnalazioni di concorsi sospetti. Chi meglio di una ex Iena per farlo”.

Riuscirà la competenza da giornalista investigativo a contribuire alla fine di una delle peggiori forme di malcostume italiano? Noi ce lo auguriamo. Speriamo solo che il buon Giarrusso riesca ad aver ragione del peggiore del più duro dei poter: quello della burocrazia.

M5S, Giarrusso e il nuovo incarico a caccia di concorsi truccati: «Ma io con la tv guadagnavo di più», scrive Stefania Piras Mercoledì 5 Settembre 2018 si Il Messaggero.

Giarrusso porta fortuna non vincere le elezioni?

«Io ho rifiutato la candidatura, ho continuato a fare le Iene girando tre servizi mai andati in onda, poi c'è stato quell'ammiraglio che era incompatibile e quindi si è liberato un posto, mi sono candidato in un collegio tra l'altro impossibile dove abbiamo perso 39 a 18. Ho preso 37 mila voti ma non sono stato eletto. Tutto qui.»

E ora dopo non essere entrato in Parlamento, dopo aver fatto il capo comunicazione nella Regione Lazio per il M5S, ora un altro ruolo ancora. 

«Mi sono dimesso dalla Regione perché sono stato chiamato da Lorenzo Fioramonti a svolgere questo ruolo molto importante. Che è un ruolo previsto per legge. Ci ho pensato molto prima di decidere. Quello dell'Osservatorio sui concorsi e i baroni è uno dei ruoli che ho, sono segretario particolare, non è un ruolo per cui sono previsti concorsi ma fiduciario».

Ha letto i commenti che la chiamano "trombato riciclato"?

«Ci sono anche molti commenti positivi. Li legga

Buon lavoro, sono felicissima, buon lavoro, ecco guardi: pure Dino deve campare, ci voleva un magistrato...

«Pure questo è vero. Fa parte del gioco. Io sono stato docente a contratto a Catania, Wikipedia non lo dice. E poi da Iena mi sono occupato di concorsi truccati anche con minacce, ricercatori minacciati dai baroni. Vogliamo evitare la fuga di cervelli. Vogliamo che non ci sia il professore che dice ti faccio il concorso per te».

A lei però l'hanno chiamata dicendo che c'era un posto per lei.

«Per legge ogni sottosegretario si sceglie i suoi collaboratori, non serviva un concorso. Guardate che noi facciamo tutto in regola. Io ho lavorato tanto in televisione eppure non sono stato nominato nel cda Rai».

Le ha portato fortuna non vincere le elezioni però.

«Io non ero disoccupato, potevo continuare a fare tv, guadagnavo di più facendo Le Iene».

Nel Movimento una regola sacra è non abbandonare un ruolo per assumerne un altro.

«Questo vale per gli eletti, io non sono stato eletto».

Concorsi universitari, rettore La Sapienza: "Nomina Giarrusso? Serve gente competente", scrive il 5 settembre 2018 Tiscali. Fonte: Radio Capital. "Un'iniziativa fumosa. Per fare queste cose ci vuole gente competente", così il rettore dell’università La Sapienza Eugenio Gaudio, intervistato da radio Capital, sull'idea del sottosegretario all’Istruzione Lorenzo Fioramonti di ingaggiare l’ex iena Dino Giarrusso per scovare i concorsi truccati negli atenei. “Ci sono già il Tar e il consiglio di Stato”, ha detto Gaudio.

Il responsabile scuola della Lega ha la terza media. Ed è capo della Commissione Istruzione. Il senatore Mario Pittoni ha scritto per il Carroccio la riforma che dovrebbe archiviare la Buona scuola. Ma nel curriculum, scritto a penna, non ha mai chiarito quale fosse il suo titolo di studio. E ora spiega: "Quello che c'è da sapere non si impara sui polverosi libri", scrive Elena Testi il 10 settembre 2018 su "L'Espresso". Il presidente della commissione istruzione al Senato, l'uomo che dovrebbe vigilare su abbandono, formazione e precariato, ha la terza media. A confermarlo, dopo mesi di voci sul suo conto, è lui stesso, il senatore Mario Pittoni, "l’uomo istruzione" della Lega di Matteo Salvini. E proprio Pittoni, al telefono con l'Espresso, spiega di essere stato fino ad oggi reticente per "paura della guerra social". Si sente una risata dall’altro capo: "Sa, sono figlio della contestazione globale, erano tempi in cui ci si opponeva. Ho un padre insegnante e un fratello professore, quindi ho sempre respirato scuola e per questo sono preparatissimo. Non mi sono diplomato per ribellione". Pausa. "Ripeto, preparatissimo. Ma questo non lo scriva che lodarsi non è bello". Per il Carroccio ha scritto il programma che rivoluzionerà la scuola italiana. Ed è per questo che è stato nominato presidente della Commissione Istruzione Pubblica al Senato. Mario Pittoni, classe ‘50, leghista di ferro, ha un curriculum vitae facilmente consultabile sul portale web del Comune di Udine. Poche voci, scritte in uno stampatello stentato e una calligrafia incomprensibile (sì, è compilato a mano). Tra le voci degne di nota ci sono: addetto stampa di Edi Orioli, campione della Parigi-Dakar e direttore responsabile di una rivista di annunci. Sempre nel cv si trova "nel 1991 ha creato Lega Nord Flash, opuscolo d’informazione di carattere nazionale". Tra le capacità e le competenze personali annovera "Senatore della repubblica nella XVI legislazione. Capogruppo Lega Nord in commissione istruzione". Alla voce "patente o patenti" ha inserito "X auto e moto". La "X" in questo caso dovrebbe essere la traduzione di "per". Ma è a "tipo di istruzione o formazione" che il senatore ha scritto "iscrizione albo dei giornalisti pubblicisti dal 1981", come se il titolo di studi, quello per cui lavora in commissione Senato, non abbia alcuna importanza e possa essere sostituito con altre diciture. Ma eccole le grandi rivoluzione proposte da Mario Pittoni in campagna elettorale e rese note, il 14 marzo scorso, da Matteo Salvini in una conferenza a Strasburgo: unificazione del ciclo di studi di elementari e medie (in poche parole diventeranno una cosa sola). Ritorno al "professore prevalente" che insegnerà le materie principali, seguendo gli alunni per tutto il percorso. Riavvicinare i docenti al proprio territorio e concorsi su base regionale, via alla chiamata diretta e infine ripristino del "valore educativo delle bocciature". Nel contratto di Governo qualcosa è stato mantenuto: chiamata diretta e trasferimenti. Aggiunti: l’abolizione delle classi "pollaio" e l’intensificazione delle ore di ginnastica. Lo stesso senatore ammette: «Stiamo lavorando per mantenere le promesse fatte e abbiamo già depositato due disegni di legge importanti che riguardano gli insegnanti». Il primo per l’eliminazione della chiamata diretta e l’altro per i posti vacanti. L’unificazione di medie ed elementari «è un progetto che stiamo portando avanti, perché se ne parla da anni ma ci vuole tempo, è solo due mesi che siamo al Governo». L’obiettivo è semplice «smontare la Buona Scuola punto per punto». La Buona scuola figlia, difficile dimenticare, di una ministra anch’essa al centro delle polemiche per il titolo di studio dichiarato. Quando la verità venne a galla, Movimento 5 Stelle e Lega (all’epoca Nord) chiesero le dimissioni immediate di Valeria Fedeli. Ma alla fine come dice il presidente della commissione "Istruzione Pubblica" del Senato quello che «c'è da sapere non si impara su polverosi libri». Vuole aggiungere altro? «Dovevo dirle qualcosa di importante, ma l’ho dimenticato». Qualche minuto dopo, via messaggio, il senatore ci comunica cosa si era dimenticato di aggiungere. «Quando, come nel mio caso, a spingerti è un'infinita passione, sei portato a studiare e approfondire ben più di quanto normalmente chiesto agli studenti. Di conseguenza sei facilitato nel trovare soluzioni». Prima di chiudere la telefonata, l’ostinata raccomandazione: «Mi metto nelle sua mani, mi raccomando». Alla faccia del "valore educativo delle bocciature".

Pittoni furioso con l'Espresso: "Mamma e fratello insegnanti, cresciuto a pane e scuola". Il senatore leghista con la terza media e capo della Commissione Istruzione di Palazzo Madama non ha preso bene l'articolo in cui segnalavamo la sua storia. E su Facebook si sfoga (con l'aiuto del team social di Salvini), scrive L'Espresso" l'11 settembre 2018. A Mario Pittoni il nostro articolo proprio non è piaciuto. Nella giornata di ieri l'Espresso, con un'intervista a firma di Elena Testi, raccontava il curioso caso del senatore del Carroccio, a capo della Commissione Istruzione di Palazzo Madama e responsabile per la scuola per la Lega che alla voce titolo di studio può annoverare solo la licenza media. Con un post su Facebook, Pittoni attacca l'Espresso segnalando che, avendo madre e fratello insegnanti, è "praticamente cresciuto a pane e scuola" e va avanti con un'enigmatica confessione: "I miei cinque anni di medie superiori li ho fatti, anche se in due scuole diverse". Il senatore Mario Pittoni ha scritto per il Carroccio la riforma che dovrebbe archiviare la Buona scuola. Ma nel curriculum, scritto a penna, non ha mai chiarito quale fosse il suo titolo di studio. E ora spiega: "Quello che c'è da sapere non si impara sui polverosi libri". Pittoni chiude definendo il Curriculum vitae formato europeo, scritto a penna, che ha presentato al comune di Udine come una "noticina buttata lì in 3 minuti su richiesta dell'impiegata comunale". Con tanti saluti all'importanza della trasparenza per chi riveste ruoli di responsabilità pubblica. La replica di Pittoni all'Espresso ha ricevuto anche un aiutino da parte di Luca Morisi, capo del team social al lavoro per Matteo Salvini, che oltre a mettere like al post lo ha condiviso su uno dei gruppi ufficiali della propaganda salviniana. Purtroppo, per Pittoni, senza ottenere grande eco.

Il curriculum scritto a penna del senatore leghista. Il senatore Mario Pittoni, capo della commissione Istruzione, ha come titolo di studio la licenza di terza media. A L'Espresso spiega di essere stato fino ad oggi reticente per "paura della guerra social". E aggiunge: "Sono figlio della contestazione globale, erano tempi in cui ci si opponeva. Ho un padre insegnante e un fratello professore, quindi ho sempre respirato scuola e per questo sono preparatissimo. Non mi sono diplomato per ribellione".

E Giorgetti manda il broker all’Istruzione. Gli affari di Marco Lo Nero, segretario particolare del ministro Bussetti, ex promotore finanziario e amico del braccio destro di Salvini, scrive Vittorio Malagutti il 15 luglio 2018 su "L'Espresso". Si chiama Marco Lo Nero, viene da Varese, ed è un uomo d’affari molto noto in città. Il ministro dell’Istruzione, Marco Bussetti lo ha portato con sé a Roma come segretario particolare. La nomina, formalizzata a fine giugno, è stata accolta con una certa sorpresa anche negli ambienti della Lega, il partito che ha sponsorizzato la velocissima e inaspettata ascesa di Bussetti, ex direttore dell’ufficio scolastico regionale di Milano. La regia dell’operazione viene attribuita all’onnipresente Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio (nonché braccio destro di Matteo Salvini) che amministra il patrimonio di voti e potere leghista nella provincia di Varese, storica roccaforte del Carroccio da cui proviene anche Bussetti. È fuori discussione la preparazione del neoministro, 56 anni, che lavora da sempre nel mondo della scuola. Di Lo Nero invece non si conoscono competenze di sorta nel campo della formazione, così come in generale, nella pubblica amministrazione. Più noti, invece, sono i rapporti di Lo Nero con Giorgetti. Entrambi appassionati di sport, calcio e pallacanestro in particolare, condividono il tifo per la squadra di basket di Varese. Negli anni scorsi è capitato spesso di incontrare i due amici seduti fianco a fianco, nei posti di parterre, in occasione delle partite casalinghe del quintetto varesino. Pure Bussetti se ne intende di pallacanestro. Il ministro dell’Istruzione, che è un professore di educazione fisica, ha anche allenato alcune squadre giovanili della provincia di Varese. Sport a parte, Lo Nero, 47 anni, vanta esperienze da broker finanziario. Ha lavorato come promotore in forza a Fideuram del gruppo Intesa e nel recente passato, proprio a causa di questa sua attività, ha dovuto far fronte a qualche grana giudiziaria. Nel luglio del 2017 il segretario del ministro è stato assolto in un processo che lo vedeva imputato per truffa aggravata. Ad accusarlo erano due clienti che gli avevano affidato due milioni di euro. Un patrimonio in gran parte andato in fumo per via di una serie di investimenti sbagliati. A carico dell’allora promotore Fideuram gravava il sospetto di aver fornito documentazione falsa per nascondere le perdite. La vicenda penale si è chiusa con un’assoluzione, ma resta aperta una richiesta di risarcimento in sede civile. Carte alla mano, non sembra finita granché bene neppure l’esperienza di Lo Nero nel gruppo immobiliare della famiglia Monferini, molto attivo a Varese e dintorni negli anni scorsi. Dopo un’ascesa velocissima, sostenuta da generosi prestiti delle banche (in prima fila gruppo Intesa e Popolare Bari) la holding Fim dei Monferini ha dichiarato fallimento nel 2017. Un crack da oltre 60 milioni di euro, che ha coinvolto altre imprese minori del gruppo. Il nome di Lo Nero ricorre anche in società con base a Praga legate ai Monferini, come la Misenska sro. Un’altra sigla della repubblica Ceca, la M 5 management, è stata invece utilizzata dall’ex promotore finanziario per incassare i compensi di consulenze a favore di aziende italiane. Risale a qualche anno fa, invece, un’altra iniziativa dell’attivissimo uomo d’affari varesino. Una sua società, la Retail & co, gestiva un ristorante e un bar all’aeroporto bergamasco di Orio al serio. L’estate scorsa le azioni della Retail & co sono state cedute a Piero Galparoli, per dieci anni fino al 2015 consigliere comunale di Forza Italia a Varese. Lo stesso Galparoli che per alcuni mesi, prima della chiusura a dicembre 2017, rilevò il controllo del quotidiano varesino “La Provincia”. Acqua passata. Per Lo Nero, sponsorizzato dall’amico Giorgetti, era pronta una poltrona a Roma, a fianco del ministro Bussetti.

Più migliore e più peggiore.  Sarà un segno dei tempi, la diffusione crescente del «più deteriore»? A scuola ci si insegnava che è un comparativo, come «peggiore»; e dunque anche «più peggiore» è uno sbaglio di grammatica. Ma per dare un filo di speranza agli italiani, non si potrebbe tentare qualche «più migliore»? Scrive Alberto Arbasino il 18 dicembre 2010 su "La Repubblica”.

Fedeli, la ministra dell’Istruzione più migliore di sempre. Ecco la nuova perla grammaticale, scrive il 21 dicembre 2017 "Il Fatto Quotidiano". Stati Generali dell’Alternanza Scuola-Lavoro, a parlare è il capo del Miur, la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli. Che cade nuovamente sulla grammatica, regalando un “sempre più migliori” alla platea riunita a Roma per parlare della tanto contestata alternanza. Lo strafalcione non è passato inosservato, e ha contribuito a rilanciare le polemiche sul curriculum della ministra.

2017. Annus horribilis, tutti gli strafalcioni della ministra Valeria Fedeli, scrive il 21 dicembre 2017 "Corriere Universitario". Siamo agli sgoccioli di questa XVII legislatura e anche in questo quinquennio la politica nostrana non si è risparmiata nella consueta collezione di strafalcioni da manuale. Quest’ultimo anno, poi, il Ministero dell’Istruzione e della Ricerca ha collezionato una serie interminabile di gaffe: dalle clamorose “traccie” invece che tracce della maturità2017, al “battere” al posto di batterio. Dopo la storia dei titoli di studio mancanti alla Valeria Fedeli, la scorsa settimana abbiamo assistito all’ennesima caduta di stile del capo di Viale Trastevere: il congiuntivo errato nella lettera spedita al Corriere della Sera, fino all’ultimo “più migliori” durante un discorso agli insegnanti. Sul congiuntivo sbagliato nella lettera al Corriere due giorni fa era intervenuto il suo portavoce, spiegando che il tutto era sorto dalla fretta nel tagliare una parte della missiva. “La ‘gaffe’ da voi segnalata – aveva scritto il portavoce Simone Collini a questo giornale – è in verità frutto di un mio errore nel tagliare il testo scritto dalla Ministra per renderlo compatibile con gli spazi previsti ai fini della pubblicazione. Così, due proposizioni originariamente indipendenti sul piano grammaticale, sono diventate una principale («sarebbe opportuno») e due subordinate («che lo studio della Storia non si fermasse tra le pareti delle aule scolastiche ma prosegua anche lungo tutti i percorsi professionali»)”. Insomma una imprecisione del portavoce e non della Fedeli. Stavolta, però, non sembrano esserci scuse: nel video compare proprio la ministra. E la figura non è “più migliore”. “C’è il rafforzamento della formazione per i docenti – si vede in un video che sta facendo il giro della Rete – che svolgono le funzioni di tutor dedicati all’alternanza. Perché offrano percorsi di assistenza sempre più migliori a studenti e studentesse”. E quel “sempre più migliori” non è sfuggito alle orecchie degli internauti, che si sono catapultati a condividere il filmato con l’errore da penna rossa del ministro dell’Istruzione.

COSA NON C'ERA 10 ANNI FA.

10 cose incredibili che non esistevano dieci anni fa. Sembra che facciano parte delle nostra quotidianità da sempre, ma abbiamo vissuto senza, scrive Stefania Medetti il 29 agosto 2018 su "Panorama". Il nostro mondo è molto diverso da dieci anni fa. Lo ricorda Business Insider con una carrellata di prodotti e servizi che sono nati nell’ultima manciata di anni e di cui non potremmo più fare a meno. Ecco le dieci innovazioni più utili che ci hanno cambiato la vita.

1 - iPad. Quando Steve Jobs ha presentato il primo iPad nel gennaio del 2010, l’ha descritto come la “migliore esperienza di navigazione online, meglio di un laptop e di uno smarphone”. I primi prodotti costavano fra 499 e 829 dollari, oggi l’ultimo modello misura 9,7 pollici e si può portare a casa per 329 dollari.

2 - Google Chrome. Era 1° settembre del 2008, quando Google Chrome venne annunciato con un fumetto di Scott McCloud. A proposito del browser, Sundar Pichai, all’epoca vice president of product management, ha dichiarato: “Come la classica homepage di Google, Google Chrome è veloce e pulito, non si frappone fra quello che dovete fare e vi porta dove avete bisogno di andare”. Dall’aprile 2016, è il browser più popolare, usato dal 41,8% degli navigatori.

3 - Snapchat. Chiamato originariamente Pictaboo, Snapchat ha fatto la sua prima comparsa nell’estate del 2011 e ha iniziato la sua scalata al successo partendo dai teenager di Los Angeles. Sei anni più tardi, è una società quotata da 15,8 miliardi di dollari che ha siglato partnership con editori, tv show e realtà aumentata.

4 - Airbnb. Nato nel 2008 come servizio per affittare un posto dove dormire, Airbnb si sta trasformando in un servizio di viaggio a tutti gli effetti, con esperienze tematizzate e accomodation di alto livello. A nove anni dal lancio, l’azienda è in attivo e ha una capitalizzazione da 38 miliardi di dollari che ne fa una fra la start-up di maggior valore.

5 - Spotify. Ideata nel 2005, lanciata in beta nel 2007 e varata nel 2008 a Stoccolma, Spotify ha siglato una serie di accordi di licensing con le principali case discografiche come Sony, Universal e Bmg e oggi fornisce musica a 170 milioni di utenti attivi nel mondo.

6 - Instagram. Lanciata nell’ottobre del 2010, ha raccolto 25mila iscrizioni il primo giorno. Due anni più tardi, Facebook l’ha portata a casa per un miliardo di dollari. Attualmente, l’app conta un miliardo di utenti attivi e ha via via aggiunto nuovi servizi come video live, sticker e filtri. A giugno, infine, è arrivato un servizio video di lungo formato chiamato Igtv. 

7 - Kickstarter. La piattaforma che sostiene nuove idee imprenditoriali è nata nell’aprile del 2009, quando il co-fondatore Perry Chen cercava un modo di finanziare l’invito ad alcuni musicisti per partecipare a un festival jazz di New Orleans. Il primo prodotto pubblicizzato è stato una t-shirt di Grace Jones disegnata dallo stesso Chen che, però, non ha raggiunto il target di finanziamento. A oggi, oltre 15 milioni di persone hanno sostenuto progetti per un totale di 3,8 miliardi di dollari raccolti.

8 - Gps sul cellulare. Inventato nel 1978, entrato in commercio nel 1993, diventa un’applicazione disponibile sugli iPhone 3G nel 2008. Mentre TomTom propone un app da cento dollari per i cellulari per guidare nella navigazione, Google crea un software dedicato per i suoi cellulari Android.

9 - Uber. Fondata nel 2009 come servizio di auto con conducente con il nome UberCab, si è trasformata in  una formula di car pooling, ride sharing e servizi premium. Dopo aver attraversato una serie di scandali, con 62 miliardi di dollari di valore, continua a mantenere il record di start-up di maggior valore al mondo.

10 - Whatsapp. Nata nel 2009, la app ideata da Jan Koum ha conquistato consensi soprattutto nei paesi che usavano fortemente la messaggistica. Nel 2014, è passata a Facebook che ha staccato un assegno da 19 miliardi di dollari.

I LIBERTINI.

I libertini, amanti senza limiti. Da Ovidio a Don Giovanni, da lord Byron a George Best, da Saffo a Sexton: l’odissea di uomini e donne che “amano troppo”, scrive Corrado Ocone il 12 Agosto 2018 su "Il Dubbio". La figura del libertino attraversa la storia umana, sin dall’antichità classica, anche se essa viene a consapevolezza di sé solo con il movimento eretico tardo- medievale dei “Libertini spirituali” e poi con il “Libertinismo filosofico” o “erudito” dell’età moderna. Movimenti molto vari e soprattutto personalità spesso distanti tra loro sono state definite nel tempo libertini, per lo più in un senso dispregiativo che la parola ha conservato per secoli (anche se non credo che abbia più oggi). Proporre un’antologia dei loro scritti, una selezione dei loro nomi, non è facile, pur tenendo bene in conto l’arbitrarietà e non esaustività che ogni scelta, a maggior ragione questa, porta sempre con sé. Cesare Catà, giovane studioso marchigiano, ci ha provato, dandone poi una giustificazione nella lunga introduzione che ha premesso all’interessante e raffinato libretto che ha curato per le Liberilibri: Libertini libertine. Avventure e filosofie del libero amore da Lord Byron a George Best (pagine 221, euro 17). Il primo passo è stato quello di cercare, come egli dice, un “archetipo dell’immagine del libertino”. Ciò che è proprio del libertino, secondo l’immagine anche corrente, è «l’atteggiamento di chi, dimentico delle norme morali condivise o riottoso rispetto ad esse, indulge colpevolmente in modalità amorose- affettive ponendo in primo piano i propri desideri rispetto al decoro comunitario. Una sorta di sovversione valoriale, cioè, per la quale la libertà d’amare diventa preminente nei confronti della norma stabilita. Il libertino è colui che ama fuori dagli schemi. Uno che ama troppo». I contemporanei odiavano, ad esempio, infatti Lord Byron, sommo poeta romantico, «per come faceva l’amore. Per le sue innumerevoli relazioni con uomini e donne. Lo odiavano perché amava in modo intollerabile. Lo odiavano perché era un libertino». Anzi perché del libertinismo «incarnava, propriamente, un archetipo. L’archetipo, atavico, di colui che ama al di là dei confini morali condivisi perché travalica la comune paura in base a cui tali confini sono stati posti. Di qui l’odio. L’odio per colui che, vivendo la libertà d’amore in un modo che la comunità ha rimosso in quanto invisibile, infrange apertamente un tabù. E, così facendo, scuote il totem della morale». Le radici del libertinismo sono quindi, osserva Catà, culturali e filosofiche, tanto che il libertino è per lo più un fine intellettuale che vive la sua filosofia facendone abito di vita. Se però così stanno le cose, e se è giusta l’immagine archetipica delineata, bisogna ammettere che, lungi dall’essere esterno alla modernità, il libertinismo, almeno per come si è venuto delineando fra Cinque e Settecento, ne rappresenta e radicalizza la tendenza profonda e più propria, se così fosse lecito dire. Che è quella della critica dei valori tradizionali della morale e della civiltà umana (e direi occidentale). Il libertino è, rispetto all’uomo moderno, solo uno che ha più coraggio, o anche, se si crede, più visionario. Vede prima degli altri la fine del processo, dove esso porta: all’abbattimento di ogni totem o tabù in campo sessuale (e non solo) e di ogni identità di genere e persino individuale. Che nella nostra società non ci siano più libertini dipende dal fatto che oggi il libertinismo domina, almeno qui in Occidente, l’immaginario comune o comunque non genera più una condanna morale. La stessa etica, per lo più “buonista”, viene fatta coincidere con l’amore infinito e senza limiti a cui tendevano i libertini. Quante volte sentiamo ripetere, in modo irriflesso e perciò ancora più significativo, la frase: «basta che c’è l’amore»? Il quale amore però, rincorso nella sua purezza e assolutezza, diventa sempre più ideale e, di conseguenza, nella realtà, non è mai realizzato nella pratica. L’amore concreto e reale, e istituzionalizzato della civiltà giudaico- cristiano e “borghese”, diventa così il tranquillo “amore liquido” dell’oggi. Esso, per natura, è disindividualizzante: non ne è forse la “teoria del gender” la più compiuta realizzazione? Non occorre accettare la concezione etica del tradizionalismo cattolico e antimoderno (“reazionario”) di uno dei più profondi pensatori del secolo passato, Augusto Del Noce, per considerare il “libertinismo di massa” come la cifra della nostra società, della sua tendenza dominante. Il mio non è o non vuole essere un giudizio di valore, né di disvalore: è un fatto, indipendentemente dal giudizio di valore che ne diamo, e su di esso va posta l’attenzione per portare il discorso al livello di radicalità, cioè filosofico, che merita. Certo, anche la nostra società “emancipata” è piena di miti e tabù, come riconosce lo stesso Catà, ma essi non consistono nella persistenza del vecchio, ma soprattutto nel fatto che essa non riconosce come tali i propri pregiudizi. C’è a mio avviso una persistenza di mentalità illuministica, con connesso supporto nell’ideologia del Progresso, che inficiano molte letture “progressive” odierno del libertinismo, compresa questa pur colta e affascinante di Catà. Non si può non riconoscere, certo, l’importanza del libertinismo, ma nel considerarlo semplicemente come una “rivolta” a un mondo codificato, e non una sua intima espressione, si può finire per perdere, come accade quando esso diventa come oggi “di massa”, proprio quella sua “irregolarità” e quella capacità di guardare in modo laterale, e raffinato, alle convenzioni morali, ed ai mille, complessi e non riducibili giochi della seduzione amorosa, che come dimostra questa raccolta, i grandi libertini, ognuno dal suo punto di vista, hanno sempre avuto. Catà divide la sua antologia in sette parti. Nella prima e nella terza, egli, a mostrare la continuità dell’archetipo nella storia occidentale, accosta passi classici de l’Iliade su Zeus e dell’Ars amatoria di Ovidio a passi del Don Giovanni di Byron e delle Memorie di Casanova. È proprio la figura di Casanova che permette a Catà di introdurre una prima distinzione: quella fra la seduzione à la Casanova e quella à la Don Giovanni: da una parte, egli dice, solo il primo è un «vero libertino»; dall’altra, però, è costretto a tenere giustamente larga la sua antologia, spingendosi non solo ad includere Don Giovanni ma anche il porno- squatter marchese De Sade. «Il libertino non è un playboy, uno sciupafemmine, un latin- lover, un “rimorchiatore seriale” o, con una definizione più colta, un lothario». Don Giovanni ama e conquista tutte le donne che incontra, di qualsiasi età o condizione sociale, ma è narcisisticamente interessato solo al proprio picere, a incrementare il “catalogo” di quante sono cadute ai propri piedi. Per realizzare il suo scopo, per agguantare la “preda”, egli usa anche l’inganno e la prevaricazione, mentre l’arte della seduzione e della parola che mette in campo Casanova è altra cosa. Il vero libertino, anche quando “pettina” la realtà, lo fa con la raffinatezza, l’arguzia e l’innata cortesia del gentiluomo. Soprattutto, Casanova vuole essere amato dalle donne che ama, ama il loro piacere prima e forse più del proprio. Anche l’amore di Casanova è sconfinato: anch’egli ama tutte le donne, ma non esaurisce il suo amore perché le ama ognuna secondo la propria specificità, in modo diverso. La varietà del suo amore è la varietà e la pluralità dell’universo femminile: egli fa sentire unica ogni donna, perché veramente ogni donna è un cosmo a sé. E la ama in senso totale, fisico e spirituale insieme, in una fusione totale e paritaria di menti e corpi. La qualità qui soppianta la quantità matematica, il cui trionfo pure è, come sappiamo, la cifra fondante della modernità e della sua comprensione (scientifica) del mondo. Il passo da Casanova a Sade è inevitabile, anche se nel “divino marchese” la serialità superficiale, persino parodistica di un Don Giovanni sfocia in una serialità meccanica e standardizzata che mostra d’un tratto la tragicità e il nichilismo di fondo sottesi anche alle prassi e alle idee dell’emancipazione. Nella quarta parte dell’antologia troviamo così brani tratti da Justine, affiancati ad altri che, nella citata ottica nichilistica, ne sono solo apparentemente l’opposto: quelli dello Specchio in cui la religiosa e teologa francese Marguerite Porete, vissuta a cavallo fra Due e Trecento, registra le sue visioni mistiche. Ella, nella sua tensione verso Dio, non può che attingerlo conquistandolo e facendosene conquistare completamente, in un abbraccio estatico, orgiastico e panico, che mostra anch’esso il nulla di senso e l’infondatezza su cui è poggiato il nostro mondo finito, contraddistinto dalle distinzioni, e segnato dal “peccato originale”. L’originalità dell’antologia è anche, infatti, nel porre in primo piano, accanto ai libertini, le libertine, prestando grande attenzione a quello che è stato da sempre l’aspetto più scabroso per la morale sessuale tradizionale: il piacere femminile. La seconda parte propone così un percorso tutto al femminile che da Saffo giunge alla veneziana “cortigiana onesta” Veronica Franco, alla seicentesca poetessa inglese Aphra Behn, alla novecentesca scrittrice americana Anne Sexton. Il quinto capitolo dell’antologia è dedicato completamente a Oscar Wilde, mentre il sesto mette a oggetto il libertinismo storico sei- settecentesco di lord Rochestor, Julien Offray de la Mettrie e Giulio Cesare Vanini. Chiude il libro una “breve fanta – intervista a George Best”, l’eccentrico calciatore irlandese morto per alcolismo, che, secondo Catà, «in campo, come i libertini sulla pagina, declinava la propria ribellione in creatività; e così giocate mai concepite prima diventavano la forma del suo rifiuto luminoso del mondo, quell’adorazione ardente per la vita che la rende invivibile per alcuni spiriti di genio». È sempre Catà che, concludendo la sua densa introduzione, giudica la situazione del libertinismo al giorno d’oggi: «nel Novecento e negli anni Duemila – scrive – non mancano certo eccelsi casanova, sia nell’universo maschile che in quello femminile, noti alle cronache – ma ciò, in sé, non basta per farne dei libertini, se questa essenza non si manifesta entro una dimensione letteraria in cui vita e scrittura non divengono tutt’uno». Non sarà, più semplicemente, che l’ “irregolarità” e il vero anticonformismo vanno oggi cercati altrove, ad esempio in chi ha la capacità, pagandone spesso pegno come i vecchi libertini, di mettere in discussione le certezze e i pregiudizi del “pensiero unico” e di una libertà che, mai come oggi, si presenta ampia e aperta ma non tollera chi ne mette in discussione i nuovi totem e tabù?  

LA MORTE DEGLI GLI ATEI, SENZA PATRIA E SENZA RE.

“La nostra Patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro re. Ma la loro patria, che cos’è? Lo capite voi?”, scrive il 15 luglio 2018 Antonio Socci. Da “Libero”, 15 luglio 2018. “E’ il ritorno dei morti viventi”, mi dice un avvilito e impietoso militante del PD. L’uragano renziano – prima vincente, poi schiantato e vinto – se n’è andato e infine sulla spiaggia ha lasciato un deposito di detriti, relitti e rottami risucchiati dai fondali del tempo: è la “nuova vecchissima” segreteria del PD allestita dallo spaurito Maurizio Martin pescatore, appena eletto segretario. Naufraghi disperati, verbosi perdenti di tutte le guerre, luogocomunisti che – in attesa di riciclare pure D’Alema e Bersani – hanno come unica prospettiva quella di stare a mendicare sull’uscio del M5S e implorare, col cappello in mano, di scaricare la Lega ed essere riammessi nel palazzo del potere fuori del quale non sanno vivere. Il mondo infatti è cattivo, buio, populista e tempestoso per queste anime belle e le poltrone ministeriali sono l’unico rifugio sicuro alla loro innocenza. La “sinistra dei Parioli” rappresentata da Carlo Calenda – al momento – è concentrata a non far bruciare le aragoste e non far cadere l’oliva dall’aperitivo. Ieri – fra una tartina e l’altra – Calenda ha twittato contro Martina: “Oramai siamo alla farsa. Prima vanno dietro a Emiliano e nominano Boccia e poi si fanno dire di no da Emiliano. Che però promette eterna lealtà. L’unica cosa seria da fare è azzerare la segreteria e chiamare un congresso subito”. Forse anche chiamare il 118 sarebbe utile. La classe dirigente (per mancanza di prove) e la base residua del PD sono comprensibilmente frastornate come erano i passeggeri dell’aereo più pazzo del mondo all’ennesimo giro della morte dopo innumerevoli picchiate e folli risalite. Nel giro di dieci anni sono passati, a velocità supersonica, dal veltronismo al franceschinismo (qualunque cosa voglia dire), poi virando al bersanismo quindi tuffandosi nel lettismo, di colpo precipitando nel renzismo e infine sprofondando nel gentilonismo e ora nel martinismo, ma sempre dovendo sputare (o vomitare) sulle posizioni precedenti. Come una comitiva stralunata che viene sballottata ogni giorno su uno schieramento contrapposto a quello di ieri. Alla fine, in questa baraonda, tutto quello sputare (e vomitare) torna in faccia agli sputatori e si può capire che i poveretti, malridotti, siano alquanto confusi e si chiedano – come il pastore errante dell’Asia – “e io che sono?”. La risposta alla domanda esistenziale è semplice: loro sono il “partito straniero”. Il partito dell’Euro e di Maastricht, la rappresentanza in Italia della tecnocrazia di Bruxelles (cioè di Germania e Francia). Un partito anti italiano. Ma questo non possono dirselo e soprattutto non lo ammettono davanti agli italiani (che tuttavia lo hanno capito bene). Perciò menano il can per l’aia paventando il fascismo montante in Italia che minaccia la civiltà. Quanto la gente comune creda a queste baggianate lo si è visto il 4 marzo scorso (li ha licenziati), ma c’è un colossale problema: i perdenti delle elezioni, sprofondati sotto al 20 per cento, sono pressoché monopolisti della scena mediatica (e pure in tante istituzioni, come la scuola). Il discorso pubblico è pieno dei luoghi comuni della sinistra, delle sue demonizzazioni, del suo politically correct che tracima dappertutto…. E coloro che sono al governo, avendo la maggioranza dei voti, sembrano in realtà forze di opposizione. E’ un pensiero unico, una cappa di conformismo, che porta al divorzio fra gente comune e (cosiddette) élite. Lo stesso PD finirà per esserne danneggiato, perché la gente, stremata e insofferente, alla fine sarà sempre più incazzata. Del resto anche perché il PD così continuerà a credere alla propria propaganda e non farà mai una seria revisione autocritica. Eppure c’è vita oltre la Sinistra. C’è un’aria nuova nel Paese, in Europa e nel mondo. Sta avvenendo un sorprendente risveglio dei popoli (reso possibile soprattutto dalla presidenza Trump e dalla Brexit) ed è salutare per tutti confrontarsi con pensieri differenti smettendola di lanciare sciocche scomuniche contro populismi, sovranismi e altri ismi. C’è bisogno sulla scena pubblica di un bagno di pluralismo, di libero mercato delle idee, un irrompere di volti, intelligenze, libri e storie diverse dalla solita solfa e dai soliti parrucconi. C’è tutto un mondo da scoprire. La Lega di Matteo Salvini, in Italia (come anche il gruppo della Meloni), ha intercettato – nell’agone politico – questo sentimento nuovo dei popoli che sta dilagando in tutto il mondo. Alle astrazioni ideologiche delle élite, che hanno combinato disastri enormi in questi decenni, si contrappongono popoli che vogliono riprendersi la sovranità, l’identità e ritrovare lavoro, dignità e libertà. In fondo è l’eterno scontro fra gli ideologi e i popoli. Tra chi vuole spazzare via la storia e le identità in nome di nuove divinità pagane (“i mercati”, “i parametri di Maastricht”, la UE, il cosmopolitismo, il migrazionismo) e i popoli che amano la loro terra, il loro lavoro, la loro identità e non vogliono farsi sradicare ed espropriare. Ieri era il 14 luglio, anniversario della presa della Bastiglia. A opporsi alla follia ideologica giacobina fu il popolo contadino e cattolico della Vandea che pagò un duro prezzo di sangue. Un giovane e valoroso generale vandeano, François-Athanase de Charette de La Contrie, ebbe parole lucidissime contro gli ideologi giacobini e rileggerle oggi è molto suggestivo: “La nostra Patria sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra Patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro re. Ma la loro patria, che cos’è? Lo capite voi? Vogliono distruggere i costumi, l’ordine, la Tradizione. Allora, che cos’è questa patria che sfida il passato, senza fedeltà, senz’amore? Questa patria di disordine e irreligione? Per loro sembra che la patria non sia che un’idea; per noi è una terra. Loro ce l’hanno nel cervello; noi la sentiamo sotto i nostri piedi, è più solida. E’ vecchio come il diavolo il loro mondo che dicono nuovo e che vogliono fondare sull’assenza di Dio… Si dice che noi saremmo i fautori delle vecchie superstizioni… Fanno ridere! Ma di fronte a questi demoni che rinascono di secolo in secolo, noi siamo la gioventù, signori! Siamo la gioventù di Dio. La gioventù della fedeltà”. Il generale fu fucilato nel 1796, a 33 anni, e i vandeani furono sconfitti e massacrati. Ma dalla vittoria degli ideologi rivoluzionari venne prima il Terrore e poi l’Impero napoleonico che esportò devastazioni e morte in tutta Europa, saccheggiando i paesi conquistati (come l’Italia) e diventando il modello di tutti i totalitarismi del Novecento e di tutti i progetti imperialistici sull’Europa: dopo Napoleone ci provò Hitler a schiacciare e sottomettere i popoli europei. Oggi le ideologie astratte del Novecento stanno dando gli ultimi colpi di coda. Ma i popoli resistono e stanno rinascendo. Dimostrando la loro giovinezza, contro la vecchiaia dell’ideologia. Antonio Socci Da “Libero”, 15 luglio 2018.

L'egemonia rossa è morta, ma la nevrosi resta, scrive Paolo Guzzanti, Sabato 07/07/2018, su "Il Giornale". Ci fu un tempo in cui la sinistra comunista era veramente egemone nella cultura italiana. L'egemonia era nata col fascismo che, incredibile ma vero, conteneva quel che poi sarebbe stato il Pci di Palmiro Togliatti. Il partito egemone di sinistra stabilì per decenni quali fossero i film, i romanzi, i poeti, i pittori, gli attori degni del certificato di esistenza in vita. Tutti gli altri erano sdegnosamente confinati in un cono d'ombra e di disprezzo. Da questa supremazia, in parte giustificata dalla qualità, nacque e si sviluppò la grandissima spocchia, anzi il razzismo ariano degli intellettuali di sinistra. Poi, così come del gatto di Cheashire nelle avventure di Alice rimase soltanto una dentiera, dell'egemonia culturale di sinistra rimase soltanto la spocchia genetica. Non si deve mai dimenticare che Stalin cominciò la seconda guerra mondiale dalla parte di Hitler, sostenuto dallo spudorato consenso degli intellettuali comunisti di tutto il mondo, salvo quelli americani. L'egemonia è morta ma restano ridicole eruzioni di rabbia psicosomatica. Gli ex egemoni vivono come una nevrosi post traumatica la marcia trionfale di Salvini fingendo di non sapere che musica e arrangiamento di quella marcia è opera loro. È il frutto della paura che hanno inoculato negli italiani pur di saziare il proprio narcisismo di falsi buoni, mentre sono ormai solo scarti, cassonetto giallo della differenziata tossica.

Gaber si burlava delle star buoniste, scrive Alessandro Gnocchi, Sabato 07/07/2018, su "Il Giornale". Nei social network, dall'altroieri, impazza una canzone di Giorgio Gaber, Il potere dei più buoni, tratta da Un'idiozia conquistata a fatica, album frutto del Teatro Canzone portato in tour tra il 1997 e il 1999. È stato Antonio Socci a postare il brano, lamentando la perdita di un artista fuori da ogni schema come Gaber. Il potere dei più buoni non è saltata fuori per caso. Socci, e chi ha contribuito a rilanciare il suo messaggio, ha rispolverato questo Gaber in contrasto al manifesto contro Matteo Salvini, pubblicato dalla rivista Rolling Stone, e firmato da artisti (o sedicenti tali). Manifesto, per altro, ridicolizzato dalla scoperta che alcuni «aderenti» sono stati inclusi a loro insaputa: Enrico Mentana, Michele Serra, Fiorella Mannoia, Alessandro Robecchi, Gipi, Zerocalcare e Valentina Petrini. Che autogol. Riascoltare e rileggere Gaber ci fa apprezzare, una volta in più, il carattere iconoclasta, e quindi rivoluzionario, della sua musica, dove le false certezze degli intellettuali sono messe alla gogna. Mentre il manifesto esalta la logica del guitto intruppato, Gaber esalta la logica dell'artista libero. I sottoscrittori del manifesto rischiano nulla, essendo conformi alla cultura «ufficiale», sempre premiata dai media e dal mondo delle spettacolo. Gaber invece rischiò tutto e, infatti, perse il saluto di alcuni ex compagni di strada, Dario Fo a esempio. Ma si guadagnò l'amore infinito del suo pubblico, disposto a seguirlo in ogni evoluzione musicale. Il potere dei più buoni, al di là dell'occasione, ha valore profetico più che polemico. Non è solo una rampogna contro l'ipocrisia dei cantanti impegnati (a farsi pubblicità). È piuttosto la denuncia dell'appiattimento culturale dovuto al conformismo. Gaber sconfessa alcuni dei miti ai quali gli intellettuali di oggi si sottomettono volontariamente, convinti di avere ragione solo perché raccolgono facile approvazione tra i sodali. Gaber abbatte così il multiculturalismo: «Penso ad un popolo multirazziale / ad uno stato molto solidale / che stanzi fondi in abbondanza / perché il mio motto è l'accoglienza». Oggi questo passo sarebbe sufficiente per essere additato come xenofobo, razzista e in ultima analisi fascista. Ma Gaber va oltre: «Penso al problema degli albanesi / dei marocchini dei senegalesi / bisogna dare appartamenti / ai clandestini e anche ai parenti / e per gli zingari degli albergoni / coi frigobar e le televisioni / È il potere dei più buoni / è il potere dei più buoni / son già iscritto a più di mille associazioni / è il potere dei più buoni / e organizzo dovunque manifestazioni». Poi Gaber fa a pezzi la moda ambientalista-animalista: «Ho una passione travolgente / per gli animali e per l'ambiente / Penso alle vipere sempre più rare / e anche al rispetto per le zanzare / In questi tempi così immorali / io penso agli habitat naturali / penso alla cosa più importante / che è abbracciare le piante». Il colpo finale è riservato a chi sfrutta le tragedie per tornaconto personale: «Penso alle nuove povertà / che danno molta visibilità / penso che è bello sentirsi buoni / usando i soldi degli italiani / È il potere dei più buoni / è il potere dei più buoni / costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni / è il potere dei più buoni / che un domani può venir buono per le elezioni». Come ci manca Giorgio Gaber...

Retweet a Rolling Stone: anche alla Rai cavalcano la crociata contro Salvini. L'ultima follia della tv pubblica (ma politicizzata). Su Twitter Rai5 aderisce all'appello dei radical chic per cacciare il leader leghista, scrive Sergio Rame, Venerdì 06/07/2018, su "Il Giornale". "Noi non stiamo con Matteo Salvini". La copertina del nuovo numero della rivista Rolling Stone ha scatenato gran fermento tra i radical chic italiani in cerca di una crociata buonista da sostenere. "Da adesso chi tace è complice", è il messaggio del mensile, che ha chiesto di prendere posizione a musicisti, attori, scrittori, figure legate al mondo dello spettacolo. E tra i tanti progressisti malati di "appellite" ha strappato anche un retweet, con tanto di cuoricino, da Rai5. Ad accorgersene è stato Dagospia prima che la condivisione venisse cancellata. Resta il fatto che per l'ennesima volta la tivù pubblica (ma sempre più politicizzata) mette il cappello su una crociata contro un esponente di centrodestra. Il ministro dell'Interno risponde con un'alzata di spalle: "Appelli radical chic". Nel giro di pochi giorni, infatti, l'iniziativa di Rolling Stone finirà nel dimenticatoio e andrà a ingrossare la lista degli appelli lanciati dalla solita sinistra. Fa comunque discutere il retweet di Rai5, la rete "culturale" di viale Mazzini, in supporto alla crociata anti Salvini. "Chi è il social media manager che in nome del canale culturale del servizio pubblico ha messo quel like su Twitter? - si chiede Dagospia - ah, saperlo...". Il senso dell'appello lanciato ieri è stata spiegato in un lungo editoriale: "Fa male vedere, giorno dopo giorno, un'Italia sempre più cattiva, lacerata, incapace di sperare e di avere fiducia negli altri e nel futuro". E ancora: "Non vogliamo che il nostro Paese debba trovare un nemico per sentirsi forte e unito. Per questo non possiamo tacere", si legge. "I valori sui quali abbiamo costruito la civiltà, la convivenza, sono messi in discussione - è la preoccupazione di Rolling Stone - ci troviamo costretti a battaglie di retroguardia, su temi che consideravamo ormai patrimonio condiviso e indiscutibile. I sedicenti 'nuovi' sono in realtà antichi e pericolosi, cinicamente pronti a sfruttare paure ancestrali e spinte irrazionali". E, dunque, Rolling Stone invita tutti a opporsi "a chi ci porta indietro, a chi ci costringe a diventare conservatori. Not in my name, non nel mio nome, nel nostro nome". Adesso not in my name potrebbe dirlo qualche abbonato ai vertici di viale Mazzini. Perché, sebbene il retweet sia stato cancellato dopo che Dagospia lo aveva scoperto, resta lo screenshot del sostegno del canale culturale della Rai alla crociata di Rolling Stone sottoscritta dai vari Fabio Fazio e Daria Bignardi. E così la direzione di Rai5 si affretta a esprimere "la totale estraneità" al post. "Si è trattato di una iniziativa a titolo personale dalla quale Rai5 si dissocia completamente", fanno sapere da viale Mazzini al sito diretto da Roberto D'Agostino. "Sono strani questi attacchi ad personam, ma alcuni di questi cantanti e registi mi piacciono e continuerò a seguirli", taglia corto Salvini. Che, poi, attacca: "Gli appelli non vengono dagli operai, dagli studenti, dai pensionati e da chi vive nelle case popolari. Qualcuno di questi multimilionari, firmatari di appelli radical chic, spalancasse le porte della propria megavilla e accogliesse a sue spese chi ritiene. Io tiro dritto nel nome della sicurezza, dell'ordine, del controllo dei confini, della chiusura dei porti e all'apertura degli aeroporti per chi scappa davvero dalla guerra. Dopodiché - conclude - se c'è qualcuno che se la vuol cantare e suonare hashtag 'canta che ti passa' e divertiamoci, perché la musica è sempre bella".

Svincolata dai partiti, doveva decollare tre anni fa. Invece la più grande azienda culturale del Paese è rimasta nel parcheggio, invischiata nelle clientele e nelle inefficienze di sempre. «Mamma Rai» impiega 13.058 dipendenti, di cui 1760 giornalisti, suddivisi in 8 diverse testate: Tg1, Tg2, Tg3, TgR, Rainews24, Il Giornale Radio, Rai Parlamento e Rai Sport, scrive Milena Gabanelli il 15 luglio 2018 su "Il Corriere della Sera". Il contratto giornalistico Rai è il più «blindato» d’Italia: il costo azienda medio annuo è di 200.000 euro per ciascuno dei 210 capiredattori, 140.000 euro per i 300 capiservizio, 70.000 euro per i neoassunti.

Nessuna tv pubblica europea ha tanti tg. Nel mondo nessuna Tv pubblica ha tanti telegiornali nazionali. Un’anomalia che risale ai tempi della «lottizzazione»: ad ogni partito la sua area di influenza. Negli anni ha generato costi enormi poiché ogni testata ha un direttore, i vicedirettori, i tecnici, i giornalisti. E tutte le testate a coprire lo stesso evento. Che senso ha, visto che ogni rete ha già gli spazi dedicati agli approfondimenti e ai talk, proprio per rappresentare le diverse letture dei fatti? La BBC, una delle più grandi e influenti istituzioni giornalistiche al mondo, diffonde in Gran Bretagna un solo Tg: “BBC news”. La Rai, con le tre testate nazionali, realizza ogni giorno oltre 25 edizioni di TG; in Francia e in Germania le edizioni quotidiane sono 7, nel Regno Unito e in Spagna 6. All’offerta ipertrofica si aggiunge il canale Rainews 24, che trasmette notizie 24 ore al giorno. Abbiamo la più grande copertura informativa d’Europa e un esercito di giornalisti, eppure, nonostante i telespettatori siano inesorabilmente in calo, perché si informano sul mondo digitale, la Rai non ha un sito di news online. Chi si informa online va clicca sui siti dei quotidiani o TgCom. Anche questa è un’anomalia tutta italiana.

22 sedi regionali e interi piani vuoti. Poi c’è il tema delle sedi regionali: i 660 giornalisti fanno capo alla direzione Tgr, mentre le 22 sedi — con altrettanti direttori — che si occupano solo dei muri e dei tecnici, fanno capo a una fantomatica Direzione per il Coordinamento delle Sedi Regionali ed Estere. Gli edifici sono faraonici, con interi piani inutilizzati, ma la qualità della cronaca locale non è sempre brillante: potenzialità enormi, inefficienza cronica. Ma, essendo i tg regionali luoghi in cui sindaci e governatori esercitano la loro influenza, oltre che bacino di consenso per il potente sindacato Usigrai, si tira a campare.

Le inefficienze più vistose e quelle pittoresche. Qualche esempio. In Emilia Romagna non c’è una buona copertura del segnale e, in alcune zone, si vede il Tgr Veneto o il Tgr Marche; è presente una obsoleta «esterna 1» per le dirette, un mastodonte costoso usato solo per la messa della domenica, con una squadra di 5 persone che, per ragioni sindacali, non può fare altro quando il mezzo è fermo. Al Tgr Lazio regna il degrado: dalle luci al neon fulminate alle cuffie della radiofonia fuori uso; tutti i giornalisti stanno a Saxa Rubra, nessun corrispondente dalle province. A Torino, per poter usare un mezzo satellitare leggero adatto alle dirette, la Tgr deve chiedere l’assenso a 4 diversi responsabili: una procedura che non si adatta ai tempi delle news. In Puglia i due redattori territoriali hanno la telecamerina in dotazione, ma non la usano perché il sindacato non vuole. A Sassari, 4 specializzati di ripresa non escono con la troupe, non guidano la macchina e stanno in studio, per quei due movimenti di camera che potrebbero anche fare i tecnici. Il caporedattore non può decidere sul loro utilizzo perché dipendono dal direttore di sede. In Sicilia, gli impiegati di segreteria sarebbero disponibili e qualificati per archiviare e «metadatare» le immagini, ma non hanno accesso al sistema. La Tgr Lombardia (con 50 giornalisti) è quella che collabora di più con i Tg nazionali; però Tg1, Tg2, Tg3, Rainews e Rai Sport hanno comunque tutti i propri giornalisti a Milano. Il materiale grezzo viene buttato, perché nessuno lo cataloga. Poi c’è un aspetto che la dice lunga sulle competenze dei dirigenti: le testate nazionali e quelle regionali sono state digitalizzate con sistemi che non comunicano fra loro, per cui è difficile lo scambio di immagini.

Un esercito di giornalisti, ma non c’è un sito news online. Il consiglio d’amministrazione insediato nel 2015 è partito in quarta dando vita a Ray Play, ma la mission era proprio quella di rendere più efficiente la TgR, riorganizzare l’offerta informativa nazionale e colmare il gap digitale. In questi 3 anni il Cda è riuscito a far naufragare tutti i progetti. Incluso quello per la nascita del sito unico di news online, già sviluppato dalla Direzione Digital e con la formazione presso le redazioni regionali già avviata (oggi sei regioni hanno il loro sito). Il motivo? Prima di dar vita ad una nuova testata, bisognava ridurre il numero di quelle già esistenti. Sta di fatto che il sito nazionale esistente è dentro a Rainews 24 e produce un traffico irrilevante. Questa è la classifica Audiweb degli utenti unici giornalieri, nella prima settimana di luglio: RaiNews 180.000, TgCom 2.597.000, il Corriere della Sera 2.519.000, Repubblica 3.058.000. In sostanza tutti i cittadini sono obbligati a pagare il canone (1 miliardo e 700 milioni l’incasso del 2017), ma chi si informa soltanto online non ha un servizio pubblico degno di questo nome. In compenso, lo stesso Cda ha portato avanti uno studio di fattibilità di un nuovo canale tradizionale in lingua inglese. Ad occuparsene in prima persona la Presidente Monica Maggioni, a fine mandato e quindi in cerca di una futura direzione.

Nomine: Tria sceglierà un manager di esperienza? Questa è la Rai, che attende il prossimo giro di giostra. Il capitale umano che lavora ai piani bassi, dove si realizza il prodotto, ha bisogno di una forte spinta; speriamo che la giostra sia un «calcinculo». Con un management esperto e libero dai condizionamenti della politica, potrebbe uscirne un’azienda leader in Europa. Alitalia è stata sventrata da decisioni scellerate, poi è arrivato un Commissario capace che la sta rianimando. La responsabilità di indicare il nuovo Amministratore Delegato è nelle mani del Ministro Tria: potrà reclutarlo in base alla lunghezza del curriculum o in base ai risultati prodotti nella gestione di aziende complesse. Le due cose non coincidono quasi mai.

IL CROLLO E LA CRISI DEL PD E DELLA SINISTRA? TUTTO PREVISTO DA DEL NOCE E PASOLINI. ECCO PERCHE’, scrive Antonio Socci. Da “Libero”, 8 luglio 2018. Concordo con Vittorio Feltri: la Sinistra è morta. Quella che oggi si definisce “Sinistra” abita ai Parioli e bolla come populisti i poveri delle periferie che un tempo furono la base sociale del Pci. Per capire quando e perché si è prodotta la sostituzione (o il tradimento) bisogna risalire agli anni Settanta e rileggere due intellettuali eretici: Pier Paolo Pasolini e Augusto del Noce. Nei giorni scorsi Davide Rondoni, su “Avvenire”, riportava queste parole che attribuiva a Pier Paolo Pasolini, dal discorso (letto dopo la sua morte) per il Congresso del Partito Radicale del 1975: “Io profetizzo l’epoca in cui il nuovo potere utilizzerà le vostre parole libertarie per creare un nuovo potere omologato, per creare una nuova inquisizione, per creare un nuovo conformismo e i suoi chierici saranno chierici di sinistra”. E’ facile constatare che quella “profezia” si è totalmente realizzata oggi: basti ricordare il recente “linciaggio” mediatico del ministro Fontana e quello quotidiano di Salvini. La frase virgolettata da Rondoni in realtà dev’essere una parafrasi del discorso di Pasolini ai radicali che nel 1975 esprimeva proprio quei concetti. Qual è il suo contesto storico? Nel 1974 in Italia si era svolto il referendum sul divorzio che aveva visto prevalere la nuova ideologia radicale sulla mentalità cattolica. Il Pci – che era inizialmente diffidente e ostile verso quella battaglia radicale, che riteneva borghese – alla fine aveva deciso di cavalcarla in chiave anti-Dc e sull’onda della clamorosa vittoria divorzista conseguì, nel 1975, uno strepitoso successo elettorale, puntando ormai a strappare alla Dc il primato politico. Da quel momento il Pci – che era conservatore sui temi di costume – pur detestando i Radicali si tuffò nelle loro battaglie, come l’aborto. Così il filosofo cattolico Augusto del Noce preconizzò la trasformazione del Partito comunista italiano in un “partito radicale di massa”. Per portare a compimento tale trasformazione occorrerà però il crollo del comunismo nell’Est europeo. Il Pci si dissolse subito nel 1989, ma i comunisti italiani no e – per far dimenticare il loro passato – cambiarono nome nascondendosi dietro la foglia di fico della sinistra Dc tecnocratica di Romano Prodi. Così passarono dall’obbedienza moscovita a quella clintoniana e soprattutto, con l’invenzione dell’Ulivo, abbracciarono la nuova ideologia dell’Euro e di Maastricht, vera identità fondativa del futuro PD. Del Noce aveva scritto già nel 1978: “Il comunismo di Gramsci è divenuto l’ideologia del consenso comunista all’ordine tecnocratico neocapitalistico”. In effetti con Maastricht (che implicava la sudditanza a Germania e Francia) gli ex-Pci fecero propria la bandiera del grande capitale: il mercatismo. Perciò in questi anni è stato il PD a gestire in Italia la demolizione dello “stato sociale” (e dello stato nazionale) nascondendo questa operazione antipopolare, di vero massacro sociale, dietro la nuova bandiera dei “diritti civili”. Hanno fatto esplodere povertà e disoccupazione, hanno annichilito la sanità, affondato migliaia di partite Iva e i ceti medi, ma rivendicando con orgoglio di aver fatto le “unioni gay”. Ecco, Pasolini, in quel discorso del 1975, aveva intuito che proprio la bandiera dei “diritti civili” sarebbe stata usata per rottamare i “diritti sociali” (e quindi la stessa base popolare della Sinistra). E avvertiva che l’“ideologia edonistica” è un “contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo”. Ecco la sua profezia laica: “In questa massa di intellettuali (progressisti, ndr), attraverso i vostri successi (radicali, ndr), la vostra passione irregolare per la libertà si è codificata, ha acquistato la certezza del conformismo”, “io vi prospetto il peggiore pericolo… un nuovo regime… Tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera”. Oggi è il potere invisibile delle élite che si oppone al voto popolare. Antonio Socci. Da “Libero”, 8 luglio 2018

DA SIENA A NEW YORK (PASSANDO PER ROMA, LONDRA E BRUXELLES) IL CROLLO DELLA SINISTRA COME UNO CHOC STORICO, scrive Antonio Socci. Da “Libero”, 3 luglio 2018. Fra le allegre e colorate vie di Siena, in festa per il Palio della Madonna di Provenzano, a una settimana dallo tsunami elettorale, si aggirano come naufraghi certi notabili e intellettuali della Sinistra cittadina che, interpellati dai giornali nazionali, si dicono “sotto choc” e sbigottiti per il crollo di un dominio rosso durato 70 anni. Anche negli altri capoluoghi toscani il PD è diventato l’acronimo di Perde Dappertutto. E non può nemmeno dar la colpa ai fantomatici hacker russi per la sua sconfitta a Massa, Pisa e Siena (MPS), dopo aver perso le altre città toscane. Gli esponenti della Sinistra si aggirano come fantasmi sulle pagine dei giornali senza capacitarsi. Trovano inspiegabile che gli elettori licenzino loro che sono “il meglio”, i civili, gli illuminati e scelgano invece i cattivi, i barbari. Perciò, pur dilaniandosi nelle liti intestine, non fanno mai nessuna autocritica (anche il caso Monte dei Paschi – a sentir loro – è stato colpa “degli altri”). Era – quello toscano – l’ultimo impero rosso in Europa. E’ crollato per la ventata fresca di un popolo che si è stufato e ha mandato a quel paese una Sinistra che ha dimenticato i bisogni e le sofferenze della gente comune e ha fatto disastri. Il nostro era un Pci ormai trasformatosi in establishment “politically correct”, che in Toscana continuava a dominare il territorio con il suo soffocante blocco di potere, ma – nella sua patinata immagine pubblica – da anni aveva sostituito l’amore per l’Urss e per i “socialismi reali” con la sudditanza psicologica e politica verso l’America irreale: la Casa Bianca dei Clinton e di Obama, i mercati e la tecnocrazia europea. Oggi da Siena e Pisa a New York, passando per Roma, Londra, Parigi, Berlino e Bruxelles, nelle nomenklature “progressiste” domina lo stesso choc e lo stesso sbigottimento. Si chiedono tutti: com’è possibile che abbiano vinto i barbari? Perché il popolo ha scelto gli “incivili”, preferendoli a noi che siamo – per definizione – “la civiltà” e la luce del mondo? Nei ricchi attici di Manhattan – quelli immortalati da Tom Wolfe come “radical chic” – ancora si domandano perché gli americani abbiano votato il mostro Trump e – addirittura – come egli sia ancora in sella (rafforzato da un consenso crescente). Nelle sale da thè londinesi tutt’oggi si domandano come sia stato possibile permettere alla plebe britannica di far vincere la Brexit. Mentre sulle terrazze romane, sotto choc per la disfatta del 4 marzo, inorridiscono vedendo il barbaro Salvini che ha conquistato il governo e – sempre più – il consenso degli italiani. Lo sconcerto di queste élite riesce a malapena a nascondere il loro sprezzante malumore verso il popolo. Non a caso – dopo la Brexit e dopo Trump – qualcuno di questi illuminati arrivò a mettere in discussione il suffragio universale. Non potendo – almeno per ora – imporre un governo delle aristocrazie che abolisca la democrazia (anche se hanno imposto governi tecnici in Italia o governi telecomandati dalla troika altrove) provano almeno a imbavagliare la rete che non riescono a controllare e che ha permesso alla gente di scavalcare il muro di piombo dei media, schierati con le élite. Ormai l’establishment si sente assediato dai populisti: alla Casa Bianca c’è il capo mondiale del populismo barbarico, al Cremlino ha stravinto ancora l’altra faccia (quella orientale) del populismo. Poi vedono immerso nel populismo tutto l’est europeo, Austria compresa (citano “i paesi di Visegrad” con il disgusto che dovrebbero avere – e non hanno – verso certe dittature). In Gran Bretagna hanno vinto i populisti della Brexit.

E’ comico vedere la Sinistra italiana aggrapparsi disperatamente a Macron e Merkel che certo non sono di sinistra. Oltretutto perché in Francia Macron, che vinse con percentuali minoritarie, ha i suoi grossi problemi. E in Germania la Merkel – che già fu azzoppata dalle elezioni – è ora destabilizzata dai bavaresi del suo partito, anch’essi populisti. Nella UE – ultima ridotta delle élite – i cosiddetti “populisti” hanno il vento in poppa e alle elezioni europee della prossima primavera puntano alla vittoria. Per la narrazione oggi dominante dei media si diventa populisti quando si ascolta il popolo (con i suoi bisogni) anziché obbedire alle élite. In Italia alla sinistra è rimasta, perché ce l’ha nel Dna, l’abitudine di degradare e “marchiare” l’avversario: fascista, razzista, populista. Come osservava Luca Ricolfi quelli di sinistra sono convinti “di rappresentare la parte migliore del paese, di essere titolari di una superiorità etica, culturale e politica” e “guardando alla parte avversa come a dei barbari da educare o da tenere alle porte ne sottovalutano anche le buone ragioni”. Non riconosceranno mai i loro errori. In America come in Italia, non avendo più il popolo e avendo verificato l’inutilità del monopolio dei media, sperano in qualche rovesciamento di potere provocato dal Deep State Usa, dalla magistratura, dalla Bce, dai mercati o dall’Unione Europea. Per farsi assegnare la vittoria a tavolino dopo aver perso sul campo. Antonio Socci. Da “Libero”, 3 luglio 2018

L’IGNORANZA SACCENTE. I MITI DA SFATARE.

L'ignoranza? Grazie al web è diventata saccenza. Il web ha distrutto il concetto di autorità: liberi tutti…di sparare pericolose idiozie, scrive Massimiliano Parente, Mercoledì 20/06/2018, su "Il Giornale". Cosa significa essere ignoranti? In teoria l'ignorante è chi dice «non so», in realtà oggi l'ignorante è quello che non sa una cosa e la spiega a chi la sa. Insomma, chiunque sa qualcosa per sentito dire, e la tragedia è che anche colui dal quale l'ha sentita dire lo sa per sentito dire. D'altra parte basta andare cinque minuti su Google e si capisce cosa intendeva Doctor House quando disse a una paziente che contestava una sua diagnosi perché aveva letto un parere diverso su internet: «Già, perché prendere una laurea in Medicina quando c'è il wi-fi?». Attenzione, non si tratta dell'impossibilità di sapere tutto, ciascuno di noi è ignorante, e perfino gli scienziati. Un biologo è ignorante in astrofisica, un astrofisico è ignorante in chimica, la differenza è che ciascuno di loro sa cosa non sa. Non è tanto il discorso di opporre all'ignoranza l'enciclopedismo ingenuo, il vano tentativo di Bouvard e Pécuchet, o quello dell'autodidatta di Sartre. Tanto meno lo spaesamento di fronte al «mare dell'oggettività» di cui parlava Italo Calvino. Casomai il problema è il mare della soggettività. Ciascuno dice la sua, su tutto, e le opinioni si rispettano. Colpa di internet? Forse. A proposito, Il Saggiatore ha organizzato un incontro sull'ignoranza alla Triennale di Milano, domani. Il punto di partenza è il libro di Antonio Sgobba Il paradosso dell'ignoranza da Socrate a Google (Il Saggiatore), dove si arriva proprio alle aspettative disattese da internet. O meglio, più che da internet, da chi utilizza internet. Negli anni Novanta si vedeva internet come una formidabile risorsa di cultura globale, e al massimo si temeva solo che si creasse «una fascia di esclusi, troppo poveri o troppo pigri per accedere alle nuove tecnologie disponibili». Non è avvenuta nessuna delle due cose: oggi chiunque ha accesso a qualsiasi informazione, perfino un immigrato appena sbarcato ha già uno smartphone in mano, e non è cresciuta la qualità della conoscenza media. È aumentato vertiginosamente l'accesso alle fonti, certo, ma quali fonti? Questo è il punto. L'ignorante odierno ha sempre delle fonti da citare, fonti di ignoranza, ma le ha. E ecco quindi il moltiplicarsi di No-vax, di rimedi alternativi alla medicina ufficiale, di santoni e influencer che vendono sostanze bruciagrassi (come un tempo Wanna Marchi) «scientificamente provate», di bufale e fake news in ogni campo, e la scomparsa di qualsiasi autorevolezza. L'ignorante di oggi non sa di non sapere, sa tutto perché ha sempre un link disponibile dove ha letto qualcosa. Il Sessantotto voleva l'immaginazione al potere, grazie alla tecnologia c'è arrivata l'ignoranza, motivo per cui non si leggono più neppure i giornali. Perché mai devo spendere un euro e mezzo per leggere un pensiero di Angelo Panebianco sulla politica internazionale, quando ne ho già uno mio per conto mio, e già che ci sono lo metto su Facebook? È la democrazia dell'ignoranza, sarà per questo che la scienza per fortuna non è democratica, altrimenti il Sole girerebbe ancora intorno alla Terra (eppure, dopo millenni, grazie a internet sono tornati perfino i Terrapiattisti). Non per altro il chimico Dario Bressanini, che vuole smentire una serie di bufale su presunti cibi «cancerogeni» diffusi da uno youtuber che si chiama Infinito, ha centomila iscritti, mentre questo signor Infinito ne ha un milione. Se andassimo alle elezioni, Infinito sarebbe ministro. È ignoranza mista ad arroganza, come ha sintetizzato Roberto Burioni (tacciato a sua volta di arroganza da questi nuovi saccenti ignoranti): «In questo mondo incredibile chi studia trent'anni prima di parlare è un arrogante, chi consulta internet per 5 minuti è un cittadino informato». Che è poi quello che aveva detto Doctor House. Ma forse, la nuova ignoranza saccente non è solo disinformazione, o informazione sbagliata. Richard Dawkins, per esempio, era molto ottimista, ed era convinto che quella gran parte della popolazione che ancora non crede alla teoria dell'evoluzione (non c'è bisogno di crederci, è un fatto, e il più vasto programma di ricerca scientifico mai realizzato, da Darwin al Dna), fosse semplicemente ignorante. Dopo due anni di convegni e incontri con il pubblico cambiò radicalmente idea: «Non è solo ignoranza, è anche stupidità».

10 miti sull’orientamento sessuale sfatati dalla scienza. Un professore americano di sesso e psicologia, grazie a un blog di successo, demolisce pregiudizi e luoghi comuni sui diversi orientamenti sessuali, usando studi scientifici e ricerche universitarie, scrive Emma Desai il 29 giugno 2018 su "Il Corriere della Sera". A conclusione del mese dedicato all’apertura e al dialogo legato ai vari Gay Pride, in tutto il mondo, resta ancora una questione aperta, incompresa, e oggetto di fantasiose leggende e incredibili miti: la sessualità LGBT. Justin J. Lehmiller, professore americano di psicologia, specializzato in sessualità e docente al Kinsey Institute dell’Università dell’Indiana ha iniziato nel 2011 un blog di grande successo, chiamato semplicemente Sex & Psychology (sesso e psicologia) con queste esatte premesse: eliminare gli stereotipi legati alla sessualità, anche e soprattutto di genere. «Volevo creare uno spazio digitale dove le persone potessero imparare qualcosa sugli ultimi risultati scientifici riguardanti sesso, amore e relazioni», ci racconta il dottore Lehmiller, che in questi giorni sta per pubblicare il suo prossimo libro Tell me what you want: the science of sexual desire and how it can help you improve your sex life (Dimmi quello che vuoi: la scienza del desidero come migliorare la propria vita sessuale).

Il professore e il blog. «La ricerca in ambito sessuale è spesso mal rappresentata e oggetto di sensazionalismo sui media, per questo motivo volevo stabilire uno spazio nel quale il pubblico potesse accedere a informazioni scientifiche in modo responsabile, e mediate da un uomo di scienza» aggiunge. Le sue ricerche spaziano dalle fantasie da letto al sesso occasionale, fino al tema delle relazioni extraconiugali. «Ho capito nel tempo che i blog sono molto utili ed efficaci per tradurre la ricerca per il grande pubblico che può realmente usare per migliorare la propria vita sessuale e le proprie relazioni».

Sfatare i miti. Lo scienziato, fin dall’inizio della sua avventura digitale, ha scelto in particolare di lavorare su miti e leggende legate all’orientamento sessuale, sfatandoli a suon di ricerche scientifiche. «Basandomi sulle domande che mi sono state poste dagli studenti nel corso delle mie lezioni universitarie, ma anche sui quesiti che mi sono arrivati via email dai lettori, mi sono reso conto che quella dell’orientamento sessuale è un’area dove le persone hanno ancora in mente una serie di stereotipi straordinariamente approssimativi, oppure una serie di false credenze» ci racconta Lehmiller. «Per fortuna, d’altro canto, cresce il numero di studi scientifici legati proprio a quest’area, studi che possono essere usati per aiutare a correggere una serie di luoghi comuni e fraintendimenti che, oltretutto, possono essere pericolosi».

Ecco quindi nella nostra gallery, i 10 miti sull’orientamento sessuale sfatati dal dottor Lehmiller sul suo blog.

10 miti sull’orientamento sessuale (sfatati dalla scienza). Lo psicosessuologo americano Justin J. Lehmiller sul suo blog di successo demolisce pregiudizi e luoghi comuni sui diversi orientamenti sessuali, usando studi scientifici e ricerche universitarie di Justin J. Lehmiller

1. L’omosessualità è contagiosa. Justin J. Lehmiller, professore americano di sesso e psicologia, nel suo blog di successo Sex & Psychology cerca di demolire pregiudizi e luoghi comuni nei confronti dei diversi orientamenti sessuali usando studi scientifici e ricerche universitarie. Ecco il primo dei 10 miti che raccolto in occasione del mese del Gay Pride: Le ricerche non hanno mai avuto successo nel provare che l’attrazione per lo stesso sesso si trasmetta tramite contatto sociale. Al contrario, un recente studio condotto su larga scala ha provato che l’attrazione per lo stesso sesso non si “diffonde” all’interno di un gruppo di adolescenti coetanei. Allo stesso modo un’altra ricerca ha provato che una coppia di genitori gay non ha più probabilità di crescere figli gay di una coppia eterosessuale.

2. Si può “guarire” dall’omosessualità. Le ricerche su soggetti adulti che hanno tentato di cambiare il loro orientamento (tramite pratiche religiose o di altro tipo) hanno dimostrato che questo tipo di trattamenti non sono solo inefficaci ma, spesso, anche potenzialmente dannosi.

3. Se fai “crossdressing” sei gay. Uomini che si vestono con abiti da donna? Gli studi suggeriscono che la maggior parte di loro sono uomini eterosessuali sposati e, nonostante ci siano uomini gay che amino il cosiddetto “crossdressing”, non c’è nessuna relazione tra questa preferenza e l’essere gay.

4. Le lesbiche fanno poco sesso. Questo luogo comune gira da qualche tempo, è arrivato il momento di aggiustarne il tiro. È vero che gli studi condotti sulle coppie lesbiche dimostrano che c’è una tendenza ad avere meno rapporti sessuali rispetto ad altre tipologie di coppie, ma si tratta di un dato che può trarre in errore: è infatti provato che le coppie al femminile dedicano un lasso di tempo più lungo e il livello generale di soddisfazione sessuale, sempre secondo questi studi, non è inferiore a quello di altre coppie.

5. I bisessuali sono gay. Un altro mito da sfatare è quello che vuole i bisessuali come gay che non hanno ancora fatto il loro coming out. Non è così: in alcuni casi potrebbe trattarsi di una bisessualità di transizione, ma questo fatto non annulla l’identità sessuale della persona che si ritiene bisessuale. Inoltre un numero crescente di studi (qui e qui alcune ricerche sul tema) supporta il fatto che la bisessualità sia un orientamento sessuale distinto.

6. I bisessuali sono attratti da tutti. Essere bisessuale significa avere la capacità di sentirsi attratti da uomini e donne, ma non significa che questa attrazione sia ugualmente forte per ciascun sesso. Ad esempio una ricerca sugli uomini bisex ha scoperto che in genere dimostrano maggiore eccitazione nei confronti di un sesso, alcuni nei confronti delle donne, altri degli uomini. Allo stesso modi studi sulle donne bisessuali hanno dimostrato che non ci sono eguali livelli di eccitazione nei confronti di uomini o di donne.

7. Uno fa la moglie, l’altro il marito. Sulle coppie dello stesso sesso, vige lo stereotipo secondo il quale uno dei due partner è necessariamente il “marito”, l’altro la “moglie”. Nonostante questa sia una descrizione diffusa e riproposta dai media per descrivere le coppie dello stesso sesso, la realtà è che le coppie delle stesso sesso sono meno propense delle coppie eterosessuali ad adottare dei ruoli rigidi all’interno della coppia. Gli studi al contrario ci dicono che tendono a condividere potere e responsabilità in modo più equo.

8. I gay fanno soprattutto sesso anale. Un pregiudizio vuole che il sesso anale sia più comune tra gli uomini gay. Eppure questo non si avvicina alla realtà: una ricerca ha infatti evidenziato che sesso orale e masturbazione reciproca sono di gran lunga pratiche più comuni, viceversa gli ultimi dati ci mostrano come il sesso anale sia ormai abbastanza comune tra gli eterosessuali. 

9. Alle lesbiche piacciono le forbici. La posizione delle “forbici”, favorendo una frizione vulvare, è qualcosa che alcune coppie lesbiche praticano, ma gli studi sul tema ci dimostrano che, come in tutte le altre coppie, ci sono una varietà di comportamenti sessuali che appaiono altrettanto comuni tra lesbiche e donne bisessuali, compresi sesso orale e masturbazione reciproca.

10. I genitori gay non sono bravi come gli etero. Un’ampia produzione scientifica ha dimostrato che i bambini crescono bene indipendentemente dall’orientamento sessuale dei genitori, inoltre uno studio recente (oltre a provare che il coming out di un ragazzo adottato non abbia alcuna relazione con l’orientamento dei suoi genitori adottivi) ha evidenziato che le coppie dello stesso sesso sono più propense ad adottare anche bambini problematici e con disabilità, rispetto alle coppie etero.

Sesso, ecco le bufale più comuni. Smascherate le bufale più comuni sul sesso, che si diffondono facilmente anche grazie ai social: ecco quali sono le leggende a cui non credere, scrive Maria Rizzo, Martedì 19/06/2018, su "Il Giornale". Di bufale sul sesso, o meglio false credenze e miti da sfatare che non aiutano a vivere appieno la sessualità, ne sono nate parecchie sin dalle origini dell'uomo. Eppure negli ultimi tempi il Web, complici anche i social network, ha contribuito a diffonderle in maniera incontrollata. Il portale ISS Salute dell’Istituto Superiore di Sanità ha quindi smascherato le falsità più comuni, spiegando esattamente quali siano i fattori a cui credere e quali, invece, dimenticare. La luna, il calendario e la temperatura possono influire sul sesso del nascituro. Nulla di più sbagliato:

Non si può favorire la nascita di un maschio o di una femmina ricorrendo a tecniche non scientifiche;

La masturbazione fa diventare ciechi. Si tratta di un'informazione non veritiera, seppur molto popolare, che trae origine da un opuscolo anonimo del 1712;

L'uso degli assorbenti interni fa perdere la verginità. Il ricorso a normali tamponi igienici non equivale né a un rapporto sessuale, né a una penetrazione: non si corrono quindi rischi sul fronte della verginità;

La sterilità è un problema che interessa principalmente le donne. È una bufala fra le più diffuse, poiché può colpire tanto il genere femminile quanto quello maschile;

Le visite dall'andrologo da giovani sono inutili, se non ci sono sintomi. Dato che gran parte delle patologie che riducono la fertilità non hanno sintomi, la convinzione che non vi sia bisogno di una visita specialistica a qualsiasi età è errata;

Una pillola può porre rimedio all'impotenza in poco tempo. Non è così, occorre una visita specialistica per indagare l'origine e le cause dell'impotenza, così da avviare un trattamento mirato.

Non si può rimanere incinta durante il ciclo mestruale. Un mito fra i più diffusi, tuttavia gli spermatozoi possono sopravvivere nelle vie genitali femminili fino a una settimana dopo il rapporto, rendendo possibile la fecondazione;

Durante il primo rapporto sessuale non si può rimanere incinta. Falso: la perdita della verginità non influisce assolutamente sulla capacità di concepire;

Il coito interrotto previene la gravidanza. Anche in questo caso si tratta un falso mito, perché il liquido pre-eiaculatorio può ugualmente contenere spermatozoi capaci di fecondare l'ovulo;

Con i rapporti orali non si trasmettono le malattie sessuali. Il contatto tra sperma o liquidi vaginali e la mucosa della bocca, in realtà, può favorire il contagio;

L'HIV è un problema solo degli omosessuali e di chi si apparta con le prostitute. Il contagio da HIV può colpire tutti, senza adeguate protezioni come il condom. Secondo i dati dell'ISS, negli ultimi 25 anni i casi di infezione tra gli eterosessuali sono infatti notevolmente aumentati. Queste dunque le bufale più comuni sul sesso, a cui è bene non credere, come sottolineato dall'Istituto Superiore di Sanità.

La sterilità riguarda solo le donne: i 10 miti da sfatare sul sesso. «È vero che se ho rapporti sessuali durante il ciclo non posso restare incinta? E che il papilloma virus infetta solo le donne?». Il portale ISS Salute dell’Istituto Superiore di Sanità ha smascherato le bufale più diffuse sul web che riguardano la sessualità fornendo spiegazioni scientifiche per capire che cosa è vero e che cosa è falso, scrive Cristina Marrone il 19 giugno 2018 su "Il Corriere della Sera".

La sterilità interessa principalmente le donne. FALSO - La sterilità non è un problema solo femminile, ma può colpire tanto l’uomo quanto la donna e riguarda, complessivamente, circa il 15% delle coppie. La sterilità maschile è un importante problema medico e sociale ed è alla base di circa la metà delle cause di sterilità di coppia. Secondo i dati raccolti dalla Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità, in Italia circa 1 uomo su 3 è a rischio di sterilità. Il Registro Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita dell’Istituto Superiore di Sanità riporta che, tra le coppie che si rivolgono alla procreazione assistita, nel 29,3% dei casi si tratta di sterilità maschile, nel 37,1% di sterilità o infertilità femminile, nel 17,6% di sterilità di entrambi. Bisogna distinguere tra sterilità ed infertilità; la prima indica l’incapacità di concepire, la seconda l’impossibilità di portare a termine la gravidanza. Ma quand’è che si parla di sterilità? L’Organizzazione Mondiale della Sanità parla di sterilità in caso di mancato concepimento dopo un periodo di almeno 12 mesi di regolari rapporti sessuali non protetti. Le cause, sia maschili che femminili, possono essere molteplici. Tra i principali fattori di rischio comportamentali per entrambi si annoverano il fumo, l’obesità o l’eccessiva magrezza, la sedentarietà o l’eccessiva attività fisica e il doping. Tra le malattie che possono impedire la procreazione, in entrambi i generi, abbiamo in primis le malattie infettive sessualmente trasmissibili. Altre cause patologiche nella donna possono essere le alterazioni tubariche, le malattie infiammatorie pelviche, i fibromi uterini, l’endometriosi e le alterazioni ormonali e ovulatorie, mentre negli uomini abbiamo condizioni che alterano la produzione ormonale e/o la struttura e la funzione del testicolo e le patologie prostatiche.

Ho il flusso mestruale, non posso rimanere incinta. FALSO - È possibile rimanere incinta, anche se non è molto probabile, se si hanno rapporti sessuali durante le mestruazioni. Infatti, gli spermatozoi possono sopravvivere nelle vie genitali femminili fino ad 1 settimana dopo il rapporto, mantenendo per tutto questo tempo la capacità di fecondare l’ovulo al momento dell’ovulazione. Molte donne sono convinte che praticare sesso durante le mestruazioni le protegga da gravidanze indesiderate. Questa credenza va sfatata. Infatti è possibile concepire anche durante o subito dopo le mestruazioni se si hanno rapporti senza l’uso di metodi anticoncezionali. Ciò è dovuto alla sopravvivenza dello sperma maschile fino a 7 giorni dopo il rapporto sessuale nelle vie genitali femminili. Questo significa che è possibile rimanere incinta se si hanno rapporti sessuali durante il ciclo mestruale e anche poco dopo la fine delle mestruazioni, soprattutto quando il ciclo è breve e l’ovulazione avviene precocemente. È, quindi, essenziale utilizzare metodi anticoncezionali in ogni fase del ciclo mestruale, in modo da scongiurare gravidanze non volute. Inoltre, durante le mestruazioni è più che mai presente il rischio di contrarre infezioni trasmesse per via sessuale per cui è fondamentale avere rapporti protetti utilizzando il preservativo.

Nei giovani la visita dall’andrologo è inutile se non ci sono sintomi. FALSO - Gran parte delle patologie che riducono la fertilità sono asintomatiche; questa assenza di segnali da parte del proprio organismo porta molti giovani ragazzi alla convinzione che non sia importante verificare la propria fertilità prima che emerga qualche problema evidente. Questo ritardo nella diagnosi può far perdere tempo prezioso durante il quale si potrebbero curare, con successo, molte delle condizioni che causano sterilità. Le malattie del testicolo sono le più frequenti cause di sterilità. In particolare, il ben noto varicocele colpisce 1 uomo su 5 nel nostro Paese ed è diagnosticato in quasi la metà degli uomini infertili. Altre problematiche che si riscontrano con frequenza crescente sono il criptorchidismo, cioè la mancata discesa del testicolo nello scroto durante lo sviluppo fetale, i tumori testicolari e le infiammazioni delle vie genitali. Visti i crescenti problemi di fertilità in Italia (circa 1 coppia su 5 ha difficoltà a concepire un figlio), è importante che i giovani uomini superino il timore di sottoporsi alla visita andrologica che permette di identificare e risolvere molte delle problematiche citate. Durante la visita, il medico andrologo approfondisce la storia della persona focalizzandosi sulle abitudini di vita, la storia familiare e le eventuali malattie già presenti; se lo ritiene opportuno procede con alcuni esami di approfondimento come lo spermiogramma (che studia la quantità e il funzionamento degli spermatozoi) o l’ecografia ed, infine, imposta un percorso di cura. La fertilità va costruita fin da giovani!

Durante il primo rapporto sessuale non si può rimanere incinta. FALSO - Anche se è alla sua prima volta una donna può rimanere incinta; infatti, la condizione di “prima volta” non influisce assolutamente sulla capacità di concepire un figlio. Una volta che una donna ha iniziato ad ovulare (mese precedente alla prima mestruazione) ogni rapporto sessuale può finire in una gravidanza. Soprattutto tra gli adolescenti è diffusa la falsa credenza che una donna non possa rimanere incinta la prima volta che ha un rapporto sessuale. Lo conferma anche il National Health Service inglese che ribadisce la possibilità per una donna, che abbia già iniziato ad avere mestruazioni, di poter concepire un bambino anche se è la prima volta che fa sesso. Se si vogliono evitare gravidanze indesiderate è importante usare, fin dal primo rapporto, metodi anticoncezionali; è fondamentale parlarne con il proprio partner ed assicurarsi di utilizzarli correttamente. Inoltre, è essenziale, fin dalla prima volta, proteggersi contro le infezioni sessualmente trasmesse, avendo sempre rapporti protetti mediante l’uso del preservativo. È fondamentale, anche, che ogni donna, prima di iniziare ad avere rapporti sessuali, si rivolga ad un ginecologo che le comunicherà tutte le informazioni di cui ha bisogno.

Il papilloma virus infetta solo le donne. FALSO - Attualmente si stima che fino al 65-70% dei maschi contrae un’infezione da papilloma virus durante la vita. Nelle donne il picco di infezioni si ha verso i 20-25 anni, mentre negli uomini non c’è un’età maggiormente colpita. Molti ragazzi pensano che l’infezione da papilloma virus (HPV) non li riguardi e che sia un problema solo delle loro coetanee. Non è così! Questo falso mito è stato alimentato dal fatto che in molti paesi l’attenzione si è focalizzata sulla popolazione femminile in quanto l’HPV causa il tumore della cervice uterina; ma l’HPV causa anche i condilomi ano-genitali, i tumori ano-genitali e i tumori della testa-collo, sia negli uomini che nelle donne, trasmettendosi generalmente attraverso rapporti sessuali non protetti. In Italia, uno dei sistemi di sorveglianza sentinella dell’Istituto Superiore di Sanità per le infezioni sessualmente trasmesse mostra la grande diffusione di condilomi ano-genitali nei maschi, soprattutto tra i giovani con meno di 25 anni, con un aumento preoccupante negli ultimi anni (il numero di casi è duplicato tra il 2004 e il 2015) . Negli uomini i condilomi ano-genitali sono la manifestazione più frequente dell’infezione da HPV; tuttavia, anche se più rari, l’80-95% dei tumori anali, almeno il 50% dei tumori del pene e il 45-90% dei tumori della testa e del collo, nell’uomo sono associati all’HPV. Spesso le persone con un’infezione da HPV non mostrano sintomi particolari ma possono trasmettere il virus HPV al proprio partner. Per questo è indispensabile proteggersi attraverso l’uso del preservativo nei rapporti sessuali con un partner che non abbia fatto il test per HPV. Nel nostro paese l’offerta pubblica gratuita della vaccinazione contro l’HPV è rivolta sia alle femmine che ai maschi di 12 anni.

Il varicocele non serve trattarlo da piccoli. FALSO - Il varicocele ha una influenza negativa sia sulla crescita che sulla futura funzione del testicolo per cui, anche quando non ci sono le indicazioni al trattamento chirurgico, è opportuno effettuare controlli andrologici periodici. Con il termine varicocele si intende la dilatazione delle vene del testicolo. Essa è una delle più frequenti patologie dell’apparato genitale maschile e si osserva, quasi esclusivamente, nel periodo prepuberale e puberale (11-19 anni). Il trattamento di questa patologia è chirurgico e viene eseguito solo in particolari condizioni quali: presenza di dolore e/o senso di peso, ridotte dimensioni del testicolo colpito, varicocele palpabile o visibile (3° e 4° grado) o quando, terminato lo sviluppo puberale, si accerta un’alterazione della fertilità. L’incidenza del varicocele varia dal 2 al 15% nei bambini in età scolare e nel 93% dei casi interessa il testicolo sinistro, per struttura anatomica del sistema venoso. Le cause del varicocele sono molteplici: nelle forme primarie, probabilmente una debolezza congenita delle pareti venose associata ad incontinenza delle valvole, mentre, più raramente come accade nel varicocele secondario, una compressione della vena renale. Questa patologia è una causa importante, ma reversibile di ipofertilità o infertilità. Probabilmente il danno cellulare è dovuto alla lunga stasi venosa a cui conseguono accumulo di sostanze tossiche, riduzione dell’ossigeno disponibile e aumento della temperatura locale.

Sono impotente...ho bisogno della «pillolina»! Le cause dell’impotenza possono essere molto diverse: di tipo fisico (malattie endocrine, vascolari, neurologiche, diabete etc.) o psicologico (ansia, depressione, stress etc.) o di ambedue i tipi. È questa la motivazione per cui l’uso dei farmaci non è sempre la soluzione migliore; va, invece, identificata la terapia giusta eliminando anche eventuali fattori di rischio. Molti uomini pensano che, facendosi prescrivere un farmaco o addirittura prendendolo senza aver consultato un medico, possano porre rimedio alla propria impotenza in poco tempo, senza modificare il proprio stile di vita e senza sottoporsi ad accertamenti ulteriori: questo mito è falso. Nell’impotenza di origine psicologica è, infatti, indicata la psicoterapia, utile a identificare ansie personali o conflitti della coppia che possono aver causato questo deficit. In questo caso l’uso dei farmaci è richiesto solo se il disturbo è associato a specifiche condizioni, per esempio in presenza di depressione. Nei casi di impotenza di origine fisica o legata a problemi endocrini, invece, è indicato l’uso di farmaci. Oltre a questo, però, è importantissimo modificare anche alcuni fattori di rischio come il fumo, l’abuso di alcol, l’uso di droghe, lo scarso esercizio fisico, il sovrappeso e l’obesità. È fondamentale, quindi, che ogni uomo con impotenza si rivolga al proprio medico prima di iniziare a prendere qualsiasi tipo di «pillolina» che, come ogni farmaco, può presentare effetti collaterali e provocare disturbi di vario tipo, soprattutto cardiaci.

Ormai non ci si ammala più di Aids. FALSO - I dati del Centro Operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) mostrano come, nel 2016, si siano registrati circa 800 nuovi casi di AIDS e 4000 nuove infezioni da HIV che, aggiunti a quelli già presenti, portano a circa 130.000 il numero totale delle persone sieropositive in Italia. Da qualche anno, complici anche i media che ne parlano poco o in maniera sbagliata, si è diffusa la falsa credenza che nessuno si ammali più della Sindrome da Immunodeficienza Acquisita (AIDS). L’ultimo rapporto dell’ISS demolisce questo mito: l’HIV (virus che causa l’AIDS) è molto diffuso in Italia, principalmente attraverso rapporti sessuali (sia eterosessuali che omosessuali) non protetti. Infatti, i tempi in cui l’AIDS era dovuto allo scambio di siringhe tra tossicodipendenti è finito (erano gli anni ‘80 e ‘90): oggi il vero rischio si corre quando si ha un rapporto sessuale senza usare il preservativo. Oggi ci sono dei farmaci (antiretrovirali) che fortunatamente rallentano il progredire della malattia ma non la guariscono: l’AIDS rimane una malattia letale. Per evitare di ammalarsi di AIDS, malattia che indebolisce il sistema immunitario provocando gravi infezioni, polmoniti, meningiti e tumori, è importantissimo scongiurare di infettarsi con l’HIV avendo sempre rapporti sessuali protetti ed evitando comportamenti a rischio, come lo scambio di siringhe con altre persone. Prima di sviluppare i sintomi dell’AIDS, una persona sieropositiva rimane asintomatica per molti anni e quindi non è possibile capire se è infetta. Per questo molte persone che sono sieropositive non hanno ancora scoperto d esserlo perché non hanno fatto un test per l’HIV. Ecco perché è così importante usare sempre il preservativo quando si hanno rapporti sessuali con partner di cui non conosciamo il risultato del test HIV. In caso di rapporto sessuale senza preservativo o di altri comportamenti a rischio, è indispensabile sottoporsi al test specifico per l’HIV che si effettua attraverso un normale prelievo di sangue. Per eseguire il test, nella strutture pubbliche, non serve ricetta medica. Il test è gratuito e anonimo Il Servizio Sanitario Nazionale, per le persone positive al test HIV, prevede un’assistenza medica gratuita e una tempestiva terapia farmacologica che permette, oggi, di vivere meglio e più a lungo.

Non posso rimanere incinta con il coito interrotto. FALSO - Anche con il coito interrotto è possibile rimanere incinta poiché il liquido pre-eiaculatorio, emesso prima dell’orgasmo, può ugualmente fecondare l’ovulo femminile; inoltre, è bene ricordare che questa pratica non protegge dalle infezioni sessualmente trasmesse. Ancora oggi molte coppie sono convinte che interrompere la penetrazione poco prima dell’eiaculazione sia un metodo efficace per evitare una gravidanza: questa convinzione non ha riscontri su base scientifica. In questi casi il rischio di una gravidanza è legato alla presenza di spermatozoi nelle secrezioni che precedono l’eiaculazione durante un rapporto sessuale. Questa piccola quantità di spermatozoi è in grado di fecondare un ovocita. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che la percentuale di donne che ha avuto una gravidanza indesiderata impiegando il metodo del coito interrotto durante il primo anno di utilizzo, varia dal 4 al 27% a seconda dell’attenzione che si ha nel praticarlo. Inoltre, questo tipo di pratica anticoncezionale non evita la trasmissione di batteri e virus per via sessuale che sono contenuti nel liquido pre-eiaculatorio. È, quindi, importante avere sempre rapporti protetti mediante l’uso del preservativo invece di affidarsi al coito interrotto.

Con i rapporti orali non si trasmettono le malattie sessuali. FALSO - Anche i rapporti orali presentano un rischio di trasmissione di malattie sessuali a causa del contatto tra lo sperma o i liquidi vaginali e la mucosa della bocca. Molte persone sono convinte che, avendo solo rapporti orali, siano protette dalle infezioni trasmesse per via sessuale: questo è un altro falso mito! È vero che questo tipo di rapporto presenta un rischio di contagio inferiore rispetto a quello vaginale o anale, ma l’HIV o la sifilide, per esempio, possono essere trasmessi attraverso il contatto della mucosa della bocca con lo sperma o i liquidi vaginali. Questo rischio aumenta se ci sono delle piccole ferite o lesioni (anche non visibili a occhio nudo) sui genitali o nella bocca, oppure se ci sono alterazioni gengivali o sanguinamento gengivale: in questi casi lo sperma o il liquido vaginale (infetti) entrano in contatto diretto con le ferite aperte presenti in bocca ed i microrganismi possono così infettare chi ha praticato il rapporto orale. Anche le altre infezioni sessualmente trasmesse, come la gonorrea, l’epatite B, l’herpes genitale e l’infezione da papilloma virus, possono diffondersi attraverso il sesso orale mediante gli stessi meccanismi. In particolare, se il papilloma virus infetta la bocca o la gola può causare delle lesioni che possono evolvere in cancro della bocca, del collo o della faringe. Per tutti questi motivi, tale pratica sessuale non è certamente da considerarsi sicura, soprattutto se compiuta con partner che non abbiano effettuato uno screening completo per le infezioni sessualmente trasmesse. Anche durante questa pratica è, quindi, importante utilizzare metodi di protezione, come il preservativo o i dental dam (sottilissimi fogli in lattice) che impediscono il contatto tra lo sperma, i liquidi vaginali, il sangue e la mucosa della bocca.

Mal di testa: dieci miti da sfatare, scrive Laura Cuppini il 9 marzo 2018 su "Il Corriere della Sera". Esistono vari tipi di mal di testa, con manifestazioni e terapie diverse. La prima distinzione è tra cefalee primarie e cefalee secondarie. Nelle primarie (emicrania, cefalea tensiva e cefalea a grappolo) il dolore alla testa è esso stesso malattia; nelle secondarie, invece, è uno dei sintomi con cui si manifestano altre malattie (per esempio l’influenza o patologie gravi come le encefaliti). La forma di cefalea primaria più diffusa tra i bambini è l’emicrania, che in Italia colpisce oltre 8 bambini e ragazzi su 100. Ecco dieci leggende (false) che circolano sul mal di testa.

«Il mal di testa riguarda solo gli adulti». Falso: può presentarsi a qualsiasi età. Anche nei primi mesi di vita si possono manifestare dei sintomi - come le coliche infantili - riferibili all’emicrania. In Italia un bambino/adolescente su dieci è colpito da una qualche forma di mal di testa.

«Ha origine psicologica». Il mal di testa, quando è espressione di una cefalea primaria, è legato a una predisposizione costituzionale. I fattori psicologici devono essere presi nella dovuta considerazione, soprattutto nei casi particolarmente gravi (perché possono peggiorare i sintomi) ma le cause dell’emicrania o della cefalea tensiva, è fondamentale ricordarlo, sono di tipo organico.

«Dipende da problemi alla vista». Il mal di testa non è sintomo di difetti della vista, non ci sono legami diretti. In ogni caso la visita oculistica viene fatta per la valutazione del fondo oculare: un esame necessario per individuare un’eventuale ipertensione endocranica.

«È un effetto della sinusite». La sinusite non è un problema che riguarda i bambini più piccoli di 8 anni, perché i seni nasali non sono ancora anatomicamente sviluppati. Eventuali diagnosi di sinusite associata a mal di testa (e conseguenti cure con aerosol) prima di questa età rischiano quindi di essere errate. Anche dopo gli 8 anni, i casi di cefalea associata in maniera esclusiva alla sinusite sono pochissimi (1-2%).

«Non serve uno specialista». Il mal di testa non è una cosa “innocua”, anzi può essere un campanello di allarme per altre patologie. In molti casi il problema può essere gestito dal pediatra, ma - se è bene non allarmarsi per un singolo episodio - bisogna affrontare correttamente le cefalee che, per assiduità e intensità, interferiscono con la vita quotidiana. I bambini con mal di testa frequenti che rispondono poco alle terapie antidolorifiche devono essere visitati in un Centro specializzato.

«Bisogna abituarsi al dolore». Le cefalee si possono e si devono curare per alleviare il dolore e ridurre l’effetto disabilitante. Mal di testa non adeguatamente trattati possono comportare la sensibilizzazione delle aree del cervello deputate all’elaborazione del dolore, che in questo modo cominceranno a interpretare come dolore anche i segnali di tipo non doloroso. Di conseguenza può aumentare la frequenza degli attacchi e il disturbo rischia di diventare cronico.

«Puoi curarlo da solo». Le terapie devono essere sempre impostate e seguite sotto controllo medico. Sbagliare il dosaggio degli antidolorifici o assumerne più di 15 dosi mensili può portare alla cronicizzazione del mal di testa. È sbagliato anche dare ai bambini una quantità ridotta di farmaco rispetto a quella adeguata al peso e prescritta dal medico: il rischio è che l’antidolorifico non risulti efficace e che il genitore sia costretto, al ripresentarsi del dolore, a somministrare più dosi del dovuto.

«Bastano gli integratori». Vengono spesso prescritti al posto dei farmaci, ma ad oggi non esistono evidenze scientifiche sull’efficacia degli integratori a base di erbe per la cura del mal di testa. Ci sono invece studi che confermano l’elevata efficacia dell’effetto placebo in età pediatrica (fino al 60% tra i bambini con cefalea). Effetto placebo non significa “ingannare”, bensì stimolare con un meccanismo psicologico la produzione di sostanze con proprietà analgesiche: le endorfine. In molti casi, alla somministrazione di una sostanza inerte (senza principio attivo), il corpo dei bambini risponde producendo naturalmente sostanze antidolorifiche.

«Un farmaco vale l’altro». Gli antidolorifici hanno effetti diversi a seconda del principio attivo di cui sono composti. In Italia è molto comune l’uso del paracetamolo, tuttavia il farmaco di prima scelta per tenere sotto controllo il mal di testa è l’ibuprofene, molecola con maggiori evidenz