Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

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ANNO 2017

 

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

PRIMA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

  

  

ITALIA ALLO SPECCHIO

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2017, consequenziale a quello del 2016. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

COS’E’ LA POLITICA OGGI?

L’ITALIA DELLE RIFORME IMPOSSIBILI.

IL PARTITO DELL'ASTENSIONE.

LO "IUS SOLI" COMUNISTA.

ITALIANI SENZA INNO NAZIONALE.

ITALIANO: UOMO QUALUNQUE? NO! SONO TUTTI: CETTO LA QUALUNQUE.

DEMOCRAZIA: LA DITTATURA DELLE MINORANZE.

ANTROPOLOGIA SINISTROIDE. VIAGGIO NEL CERVELLO PROGRESSISTA CHE “HA SEMPRE RAGIONE”.

ITALIANI: VITTIME PATOLOGICHE.

L'ITALIA DEI SOCIAL. QUELLO CHE LA GENTE PENSA E SCRIVE...

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

AI MIEI TEMPI...AI MIEI TEMPI...

PARLAR MALE DELL'ITALIA? LA GODURIA DEGLI ITALIANI.

L'ITALIA DEI CAMPANILI.

L'ITALIA DEL PREGIUDIZIO E DEL PRECONCETTO.

GLI ITALIANI NON SANNO PERDERE.

ITALIANI RANCOROSI.

ITALIANI: POPOLO DI TRADITORI.

FENOMENOLOGIA DEL TRADIMENTO E DELLA RINNEGAZIONE.

L’IPOCRISIA DELLA RICONOSCENZA.

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

ITALIA. IL PAESE DEI CAFONI.

ITALIANI: UN POPOLO DI ASOCIALI.

L’ITALIA DEGLI INVIDIOSI.

ITALIANI SCROCCONI.

ITALIA. IL PAESE DEI LADRI.

LADRI DI BICICLETTE.

IL COMUNE SENSO DEL PUDORE.

GLI ITALIANI ED IL TURPILOQUIO.

L’ITALIA DEL TRASH (VOLGARE).

ITALIANI: UN POPOLO DI STUPIDI ODIOSI.

GLI ITALIANI E LA STUPIDITA’.

L’ITALIA DELLA SCARAMANZIA.

L’ITALIA DEI PAZZI.

L'ITALIA DEI FAVORITISMI (ANCHE IN FAMIGLIA).

CONCORSO INFINITO: CONCORSO TRUCCATO!

IL FASCINO DEL CONCORSO PUBBLICO E DEGLI ESAMI DI STATO (TRUCCATI).

LA REPUBBLICA DEI BROCCHI NEL REGNO DELL'OMERTA' E DEL PRIVILEGIO.

LA FINE DI UNA VITA FATTA DI BOCCIATURE.

VERONICA PADOAN ED IL RIBELLISMO DEI FIGLI DI PAPA’.

IL FAMILISMO AMORALE ED IL COOPTISMO AMORALE.

CERVELLI IN FUGA.

NON SIAMO STOICI.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

VIVA GLI ANTIPATICI.

ITALIA. PAESE DI GIOCATORI D’AZZARDO.

ITALIA. PAESE DI SANTI, NAVIGATORI E...POETI.

EDITORIA A PAGAMENTO.

ITALIA PAESE DI SCRITTORI CHE NESSUNO LEGGE.

LA SCUOLA AL FRONTE.

ITALIANI: POPOLO DI IGNORANTI LAUREATI.

L'ITALIANO: LINGUA MORTA, ANZI, NO!

L’ITALIA DEI SACCENTI. TUTTI PARLANO. NESSUNO ASCOLTA.

L’ITALIA DEI GENI.

IL CALENDARIO CIVILE VISTO DALLA SINISTRA.

IL GIORNO DEL RICORDO…DIMENTICATO.

PADRI DELLA PATRIA: LA NOSTRA ROVINA.

FRATELLI D’ITALIA? MASSONI ITALIANI.

ABOLIAMO LA MASSONERIA?

DA DE GASPERI A RENZI. COME L'ITALIA SI E' VENDUTA AGLI AMERICANI.

MISTERI E DEPISTAGGI DI STATO.

LA MAFIA GLOBALIZZATA.

I DIECI COMANDAMENTI DELL’ANTIMAFIA.

L’ANTIMAFIA IMPLACABILE.

LE VITTIME DELL’ANTIMAFIA ED IL REATO CHE NON C’E’: IL CONCORSO ESTERNO.

PENTITI E PENTITISMO. LA LINGUA BIFORCUTA.

LA MAFIA NON ESISTE, ANZI, E' DI STATO!

MERIDIONALI: MAFIOSI PER SEMPRE.

MAFIA COMUNISTA. IL RACKET DELLE OCCUPAZIONI ABUSIVE DEGLI IMMOBILI.

IL RACKET DEI TURISTI NORDISTI.

ITALIANI. MAFIOSI PER SEMPRE.

MAFIA. CACCIA ALLE STREGHE? NO! CACCIA ALLE ZEBRE...

L'ANTIMAFIA SPA E PARTIGIANA.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

L'ITALIA CERVELLOTICA DEGLI SPRECHI ASSURDI.

IL PAESE DEI COMUNI FALLITI.

IL PAESE DEGLI AMMINISTRATORI PUBBLICI MINACCIATI.

IL FENOMENO DELLA BLUE WHALE, OSSIA DELLA BALENA BLU (GIOCO).

QUELLI…PRO SATANA.

UN BUSINESS CHIAMATO GESU'.

PEDOFILIA ECCLESIASTICA.

L'ISLAMIZZAZIONE DEL MONDO.

TERRORISMO ISLAMICO. IL 2017 INIZIA COL TERRORE.

2016. EUROPA, UN ANNO DI TERRORE.

PARLIAMO DI LEGALITA'. LA REPUBBLICA DI ZALONE E DI FICARRA E PICONE.

ONESTA' E DISONESTA'.

DUE PESI E DUE MISURE.

LA SETTA DEI 5 STELLE.

LA MORALITA' DEGLI UOMINI SUPERIORI.

A MIA INSAPUTA. QUELLI CHE NON SANNO.

CERCANDO L’ITALEXIT.

MORIRE DI CRISI.

L’ITALIA E LE RIVOLUZIONI A META’.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

UNA COSTITUZIONE CATTO-COMUNISTA.

C'ERA UNA VOLTA LA SINISTRA. LA SINISTRA E' MORTA.

LA DIFFERENZA TRA LA POLITICA DEI MODERATI E L'INTERESSE PRIVATO DEI COMUNISTI.

IL TRAVESTITISMO.

C'ERA UNA VOLTA LA DESTRA.

CUORI ROSSI CONTRO CUORI NERI.

C’ERANO UNA VOLTA I LIBERALI.

LA RIVOLUZIONE CULTURALE DA TENCO A PASOLINI, DA TOTO’ A BONCOMPAGNI.

E POI C’E’ ALDO BISCARDI.

1977: LA RIVOLUZIONE ANTICOMUNISTA.

FASCISTI-COMUNISTI PER SEMPRE.

L'ITALIA ANTIFASCISTA. 

MALEDETTO 25 APRILE.

PRIMO MAGGIO. FESTA DEI LAVORATORI: SOLITA LITURGIA STANTIA ED IPOCRITA.

I GIORNALISTI SON TROPPO DI SINISTRA.

LA TRUFFA DELL'ANTIFASCISMO.

DEMOCRATICI: SOLO A PAROLE.

QUELLI CONTRO...IL SUFFRAGIO UNIVERSALE.

LA DEMOCRAZIA DEI TIRANNI INTELLETTUALI.

MAI DIRE BEST SELLER. LA CULTURA COMUNISTA E L’INDOTTRINAMENTO IDEOLOGICO.

I NEMICI DELLA LIBERTA DI STAMPA? QUELLO CHE NON SI DEVE E NON SI PUO’ SCRIVERE.

DIRITTO DI CRONACA E DIRITTO DI STORIA VITTIME DEL DIRITTO ALL'OBLIO.

DIRITTO ALL'OBLIO, MA NON PER TUTTI.

L'ITALIA DELL'ACCOGLIENZA.

LA LUNGA STORIA DEI POPULISMI.

LA SINDROME DI MEDEA.

L’ITALIA ANTICONFORMISTA.

NON SONO TUTTI ...SANREMO.

C'ERA UNA VOLTA...CAROSELLO.

L’ITALIA DELL’ACCOZZAGLIA RESTAURATRICE. TUTTI CONTRO UNO.

GLI ITALIANI...FANTOZZI!

QUELLI CHE...REGIONANDO E PROVINCIANDO, TRUCCANO.

MALEDETTA ALITALIA (E GLI ALTRI).

L’ITALIA DELLE CASTE.

L’ITALIA DELLE LOBBIES.

CHI MANGIA SULLE NOSTRE BOLLETTE.

L'ITALIA ALLO SBANDO.

SOLDI E COMPLOTTI NELLO SPORT.

LA FIDAL ED I VERI ATLETI.

L'ITALIA IN GUERRA.

QUELLI CHE...SONO RAZZISTI INTERESSATI.

QUELLI CHE…SONO RAZZISTI CON ARTE, SENZA PARTE.

QUELLI CHE...SONO RAZZISTI E BASTA.

QUELLI CHE SONO RAZZISTI...A RAGIONE.

 

INDICE TERZA PARTE

 

GLI ULTIMI 25 ANNI DEGLI ITALIANI.

TROPPE LEGGI = ILLEGALITA’.

IL LIMBO LEGISLATIVO. LE LEGGI TEORICHE.

L'INSICUREZZA PUBBLICA E LA VIDEO SORVEGLIANZA PRIVATA.

L'INSICUREZZA PUBBLICA ED IL PARTITO DEI CENTRI SOCIALI.

L'ITALIA E L'ILLEGALITA' DI MASSA.

L’ITALIA DEI CONDONI.

LEGGE ED ORDINE.

PARLIAMO DELLE CELLE ZERO.

TANGENTOPOLI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

DEVASTATI DA MANI PULITE.

I GIORNALISTI. I KILLER DELLA PRIMA REPUBBLICA.

LA FINE DELLA DEMOCRAZIA.

IL COMUNISMO, IL FASCISMO ED I 5 STELLE: LA POLITICA COL VINCOLO DI MANDATO.

LA VERITA' E' FALSA.

IL TURISMO DELL'ORRORE.

IL GIORNALISMO DELLA MALDICENZA.

GIORNALI E PROCURE.

STEFANO SURACE E I MONDI DELL’INFORMAZIONE.

FINALMENTE LA TV DIVENTA GARANTISTA. 

I MICHELE MISSERI NEL MONDO. LE CONFESSIONI ESTORTE DALLE PROCURE AVALLATE NEI TRIBUNALI.

IL CARCERE UCCIDE: TUTTO MORTE E PSICOFARMACI.

IL PARTITO DELLE MANETTE COL CULO DEGLI ALTRI.

GIUSTIZIA CAROGNA.

L'IMPRESA IMPOSSIBILE DELLA RIPARAZIONE DEL NOCUMENTO GIUDIZIARIO.

LA STORIA DELL’AMNISTIA.

L'ITALIA DEGLI APPALTI TRUCCATI.

NOTIZIE FUGACI E TRUCCATE.

LE SPECULAZIONI ELITARIE.

PARENTELE TOGATE.

LA REPUBBLICA GIUDIZIARIA, ASPETTANDO LA TERZA REPUBBLICA.

IL 2016 ED I FLOP GIUDIZIARI.

L’ITALIA SPORCA AL CINEMA: SESSO, DROGA E CORRUZIONE.

IL PROIBIZIONISMO E LO STATO PATERNALISTA.

2016 FATTI E NOMI PIU’ IMPORTANTI.

I DESAPARECIDOS ED IL PIANO CONDOR.

LE PEGGIORI CAZZATE VIP DETTE NEL 2016.

EI FU: IL CORPO FORESTALE.

FIGLI DI TROJAN. HACKER E CYBERSPIONAGGIO.

A COSA SERVONO...

 

INDICE QUARTA PARTE

 

UN POPOLO DI NON IDENTIFICATI. I CORPI SENZA NOME.

FUNERALE LAICO. SENZA DIRITTI ANCHE DA MORTI!

LA GERMANIA: AL DI LA' DEI LUOGHI COMUNI.

REGENI, PUTIN, TRUMP E LE FAKE NEWS (BUFALE/FALSE VERITA').

LE FAKE NEWS DEL CONTRO-REGIME.

IL POLITICAMENTE CORRETTO. LA NUOVA RELIGIONE DELLA SINISTRA.

SINISTRISMO E RADICAL-CHIC.

LA NORMALIZZAZIONE DI TRUMP SULL’ASSE PRO TERRORISTI.

I MURI NELL'ERA DI INTERNET.

IL RAZZISMO IMMAGINARIO.

RAZZISMO E STEREOTIPI.

TRADIZIONI E MENZOGNE.

QUELLI CHE...SON SOLIDALI.

PARLIAMO DI IMMIGRAZIONE SENZA PARTIGIANERIA.

QUELLI CHE...COME I SINDACATI.

QUELLI COME…I PARLAMENTARI.

QUELLI…PRO GAY.

QUELLE CHE…SON FEMMINISTE.

L'ITALIA DEGLI IMBOSCATI.

L'ITALIA DEI CORROTTI.

CORROTTI E CORRUTTORI. UN POPOLO DI COMPRATI E DI VENDUTI. L’ITALIA DEI BONUS E DEI PRIVILEGI.

LA SANITA’ MALATA.

REATO DI ANZIANITA'. ADOTTABILITA' DEI FIGLI: NEGATA AGLI ANZIANI, MA PERMESSA A GAYS E LESBICHE.

GENITORIALITA' MALATA.

FILIAZIONE MALATA.

PARENTICIDI: OMICIDI FAMILIARI.

ABRUZZO. GIUSTIZIERI, TERREMOTO E VALANGHE. HOTEL RIGOPIANO. I MORTI SONO STATI UCCISI.

PARLIAMO DELLA BASILICATA.

PARLIAMO DELLA CALABRIA.

PARLIAMO DELLA CAMPANIA.

PARLIAMO DELL’EMILIA ROMAGNA.

PARLIAMO DEL LAZIO.

PARLIAMO DELLA LIGURIA.

PARLIAMO DELLA LOMBARDIA.

PARLIAMO DEL PIEMONTE E DELLA VALLE D’AOSTA.

PARLIAMO DELLA PUGLIA.

PARLIAMO DELLA SARDEGNA.

PARLIAMO DELLA SICILIA.

PARLIAMO DELLA TOSCANA.

PARLIAMO DELL’UMBRIA.

PARLIAMO DEL VENETO.

 

 

 

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande)

Sono un italiano vero e me ne vanto,

                                                     ma quest’Italia mica mi piace tanto.                            

Tra i nostri avi abbiamo condottieri, poeti, santi, navigatori,

oggi per gli altri siamo solo una massa di ladri e di truffatori.

Hanno ragione, è colpa dei contemporanei e dei loro governanti,

incapaci, incompetenti, mediocri e pure tanto arroganti.

Li si vota non perché sono o sanno, ma solo perché questi danno,

per ciò ci governa chi causa sempre e solo tanto malanno.

Noi lì a lamentarci sempre e ad imprecare,

ma poi siamo lì ogni volta gli stessi a rivotare.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Codardia e collusione sono le vere ragioni,

invece siamo lì a differenziarci tra le regioni.

A litigare sempre tra terroni, po’ lentoni e barbari padani,

ma le invasioni barbariche non sono di tempi lontani?

Vili a guardare la pagliuzza altrui e non la trave nei propri occhi,

a lottar contro i più deboli e non contro i potenti che fanno pastrocchi.

Italiopoli, noi abbiamo tanto da vergognarci e non abbiamo più niente,

glissiamo, censuriamo, omertiamo e da quell’orecchio non ci si sente.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Simulano la lotta a quella che chiamano mafia per diceria,

ma le vere mafie sono le lobbies, le caste e la massoneria.

Nei tribunali vince il più forte e non chi ha la ragione dimostrata,

così come abbiamo l’usura e i fallimenti truccati in una giustizia prostrata.

La polizia a picchiare, gli innocenti in anguste carceri ed i criminali fuori in libertà,

che razza di giustizia è questa se non solo pura viltà.

Abbiamo concorsi pubblici truccati dai legulei con tanta malizia,

così come abbiamo abusi sui più deboli e molta ingiustizia.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Abbiamo l’insicurezza per le strade e la corruzione e l’incompetenza tra le istituzioni

e gli sprechi per accontentare tutti quelli che si vendono alle elezioni.

La costosa Pubblica Amministrazione è una palla ai piedi,

che produce solo disservizi anche se non ci credi.

Nonostante siamo alla fame e non abbiamo più niente,

c’è il fisco e l’erario che ci spreme e sull’evasione mente.

Abbiamo la cultura e l’istruzione in mano ai baroni con i loro figli negli ospedali,

e poi ci ritroviamo ad essere vittime di malasanità, ma solo se senza natali.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Siamo senza lavoro e senza prospettive di futuro,

e le Raccomandazioni ci rendono ogni tentativo duro.

Clientelismi, favoritismi, nepotismi, familismi osteggiano capacità,

ma la nostra classe dirigente è lì tutta intera da buttà.

Abbiamo anche lo sport che è tutto truccato,

non solo, ma spesso si scopre pure dopato.

E’ tutto truccato fin anche l’ambiente, gli animali e le risorse agro alimentari

ed i media e  la stampa che fanno? Censurano o pubblicizzano solo i marchettari.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Gli ordini professionali di istituzione fascista ad imperare e l’accesso a limitare,

con la nuova Costituzione catto-comunista la loro abolizione si sta da decenni a divagare.

Ce lo chiede l’Europa e tutti i giovani per poter lavorare,

ma le caste e le lobbies in Parlamento sono lì per sé  ed i loro figli a legiferare.

Questa è l’Italia che c’è, ma non la voglio, e con cipiglio,

eppure tutti si lamentano senza batter ciglio.

Che cazzo di Italia è questa con tanta pazienza,

non è la figlia del rinascimento, del risorgimento, della resistenza!!!

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Questa è un’Italia figlia di spot e di soap opera da vedere in una stanza,

un’Italia che produce veline e merita di languire senza speranza.

Un’Italia governata da vetusti e scaltri alchimisti

e raccontata sui giornali e nei tg da veri illusionisti.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma se tanti fossero cazzuti come me, mi piacerebbe tanto.

Non ad usar spranghe ed a chi governa romper la testa,

ma nelle urne con la matita a rovinargli la festa.

Sono un italiano vero e me ne vanto,

ma quest’Italia mica mi piace tanto.

Rivoglio l’Italia all’avanguardia con condottieri, santi, poeti e navigatori,

voglio un’Italia governata da liberi, veri ed emancipati sapienti dottori.

Che si possa gridare al mondo: sono un italiano e me ne vanto!!

Ed agli altri dire: per arrivare a noi c’è da pedalare, ma pedalare tanto!!

Antonio Giangrande (scritta l’11 agosto 2012)

 

  

 

 

 

 

 

 

Il Poema di Avetrana di Antonio Giangrande

Avetrana mia, qua sono nato e che possiamo fare,

non ti sopporto, ma senza di te non posso stare.

Potevo nascere in Francia od in Germania, qualunque sia,

però potevo nascere in Africa od in Albania.

Siamo italiani, della provincia tarantina,

siamo sì pugliesi, ma della penisola salentina.

Il paese è piccolo e la gente sta sempre a criticare,

quello che dicono al vicino è vero o lo stanno ad inventare.

Qua sei qualcuno solo se hai denari, non se vali con la mente,

i parenti, poi, sono viscidi come il serpente.

Le donne e gli uomini sono belli o carini,

ma ci sposiamo sempre nei paesi più vicini.

 

Abbiamo il castello e pure il Torrione,

come abbiamo la Giostra del Rione,

per far capire che abbiamo origini lontane,

non come i barbari delle terre padane.

 

Abbiamo le grotte e sotto la piazza il trappeto,

le fontane dell’acqua e le cantine con il vino e con l’aceto.

 

Abbiamo il municipio dove da padre in figlio sempre i soliti stanno a comandare,

il comune dove per sentirsi importanti tutti ci vogliono andare.

Il comune intitolato alla Santo, che era la dottoressa mia,

di fronte alla sala gialla, chiamata Caduti di Nassiriya.

Tempo di elezioni pecore e porci si mettono in lista,

per fregare i bianchi, i neri e i rossi, stanno tutti in pista.

Mettono i manifesti con le foto per le vie e per la piazza,

per farsi votare dagli amici e da tutta la razza.

Però qua votano se tu dai,

e non perché se tu sai.

 

Abbiamo la caserma con i carabinieri e non gli voglio male,

ma qua pure i marescialli si sentono generale.

 

Abbiamo le scuole elementari e medie. Cosa li abbiamo a fare,

se continui a studiare, o te ne vai da qua o ti fai raccomandare.

Parlare con i contadini ignoranti non conviene, sia mai,

questi sanno più della laurea che hai.

Su ogni argomento è sempre negazione,

tu hai torto, perché l’ha detto la televisione.

Solo noi abbiamo l’avvocato più giovane d’Italia,

per i paesani, invece, è peggio dell’asino che raglia.

Se i diamanti ai porci vorresti dare,

quelli li rifiutano e alle fave vorrebbero mirare.

 

Abbiamo la piazza con il giardinetto,

dove si parla di politica nera, bianca e rossa.

Abbiamo la piazza con l’orologio erto,

dove si parla di calcio, per spararla grossa.

Abbiamo la piazza della via per mare,

dove i giornalisti ci stanno a denigrare.

 

Abbiamo le chiese dove sembra siamo amati,

e dove rimettiamo tutti i peccati.

Per una volta alla domenica che andiamo alla messa dal prete,

da cattivi tutto d’un tratto diventiamo buoni come le monete.

 

Abbiamo San Biagio, con la fiera, la cupeta e i taralli,

come abbiamo Sant’Antonio con i cavalli.

Di San Biagio e Sant’Antonio dopo i falò per le strade cosa mi resta,

se ci ricordiamo di loro solo per la festa.

Non ci scordiamo poi della processione per la Madonna e Cristo morto, pure che sia,

come neanche ci dobbiamo dimenticare di San Giuseppe con la Tria.

 

Abbiamo gli oratori dove portiamo i figli senza prebende,

li lasciamo agli altri, perché abbiamo da fare altri faccende.

 

Per fare sport abbiamo il campo sportivo e il palazzetto,

mentre io da bambino giocavo giù alle cave senza tetto.

 

Abbiamo le vigne e gli ulivi, il grano, i fichi e i fichi d’india con aculei tesi,

abbiamo la zucchina, i cummarazzi e i pomodori appesi.

 

Abbiamo pure il commercio e le fabbriche per lavorare,

i padroni pagano poco, ma basta per campare.

 

Abbiamo la spiaggia a quattro passi, tanto è vicina,

con Specchiarica e la Colimena, il Bacino e la Salina.

I barbari padani ci chiamano terroni mantenuti,

mica l’hanno pagato loro il sole e il mare, questi cornuti??

Io so quanto è amaro il loro pane o la michetta,

sono cattivi pure con la loro famiglia stretta.

 

Abbiamo il cimitero dove tutti ci dobbiamo andare,

lì ci sono i fratelli e le sorelle, le madri e i padri da ricordare.

Quelli che ci hanno lasciato Avetrana, così come è stata,

e noi la dobbiamo lasciare meglio di come l’abbiamo trovata.

 

Nessuno è profeta nella sua patria, neanche io,

ma se sono nato qua, sono contento e ringrazio Dio.

Anche se qua si sentono alti pure i nani,

che se non arrivano alla ragione con la bocca, la cercano con le mani.

Qua so chi sono e quanto gli altri valgono,

a chi mi vuole male, neanche li penso,

pure che loro mi assalgono,

io guardo avanti e li incenso.

Potevo nascere tra la nebbia della padania o tra il deserto,

sì, ma li mi incazzo e poi non mi diverto.

Avetrana mia, finchè vivo ti faccio sempre onore,

anche se i miei paesani non hanno sapore.

Il denaro, il divertimento e la panza,

per loro la mente non ha usanza.

Ti lascio questo poema come un quadro o una fotografia tra le mani,

per ricordarci sempre che oggi stiamo, però non domani.

Dobbiamo capire: siamo niente e siamo tutti di passaggio,

Avetrana resta per sempre e non ti dà aggio.

Se non lasci opere che restano,

tutti di te si scordano.

Per gli altri paesi questo che dico non è diverso,

il tempo passa, nulla cambia ed è tutto tempo perso.

 

 

 

 

La Ballata ti l'Aitrana di Antonio Giangrande

Aitrana mia, quà già natu e ce ma ffà,

no ti pozzu vetè, ma senza ti te no pozzu stà.

Putia nasciri in Francia o in Germania, comu sia,

però putia nasciri puru in africa o in Albania.

Simu italiani, ti la provincia tarantina,

simu sì pugliesi, ma ti la penisula salentina.

Lu paisi iè piccinnu e li cristiani sempri sciotucunu,

quiddu ca ticunu all’icinu iè veru o si l’unventunu.

Qua sinti quarche tunu sulu ci tieni, noni ci sinti,

Li parienti puè so viscidi comu li serpienti.

Li femmini e li masculi so belli o carini,

ma ni spusamu sempri alli paisi chiù icini.

 

Tinimu lu castellu e puru lu Torrioni,

comu tinumu la giostra ti li rioni,

pi fa capii ca tinimu l’origini luntani,

no cumu li barbari ti li padani.

 

Tinimu li grotti e sotta la chiazza lu trappitu,

li funtani ti l’acqua e li cantini ti lu mieru e di l’acitu.

 

Tinimu lu municipiu donca fili filori sempri li soliti cumannunu,

lu Comuni donca cu si sentunu impurtanti tutti oluni bannu.

Lu comuni ‘ntitolato alla Santu, ca era dottori mia,

ti fronti alla sala gialla, chiamata Catuti ti Nassiria.

Tiempu ti votazioni pecuri e puerci si mettunu in lista,

pi fottiri li bianchi, li neri e li rossi, stannu tutti in pista.

Basta ca mettunu li manifesti cu li fotu pi li vii e pi la chiazza,

cu si fannu utà ti li amici e di tutta la razza.

Però quà votunu ci tu tai,

e no piccè puru ca tu sai.

 

Tinumu la caserma cu li carabinieri e no li oiu mali,

ma qua puru li marescialli si sentunu generali.

 

Tinimu li scoli elementari e medi. Ce li tinimu a fà,

ci continui a studià, o ti ni ai ti quà o ta ffà raccumandà.

Cu parli cu li villani no cunvieni,

quisti sapunu chiù ti la lauria ca tieni.

Sobbra all’argumentu ti ticunu ca iè noni,

tu tieni tuertu, piccè le ditto la televisioni.

Sulu nui tinimu l’avvocatu chiù giovini t’Italia,

pi li paisani, inveci, iè peggiu ti lu ciucciu ca raia.

Ci li diamanti alli puerci tai,

quiddi li scanzunu e mirunu alli fai.

 

Tinumu la chiazza cu lu giardinettu,

do si parla ti pulitica nera, bianca e rossa.

Tinimu la chiazza cu l’orologio iertu,

do si parla ti palloni, cu la sparamu grossa.

Tinimu la chiazza ti la strata ti mari,

donca ni sputtanunu li giornalisti amari.

 

Tinimu li chiesi donca pari simu amati,

e  donca rimittimu tutti li piccati.

Pi na sciuta a la tumenica alla messa do li papi,

di cattivi tuttu ti paru divintamu bueni comu li rapi.

 

Tinumu San Biagiu, cu la fiera, la cupeta e li taraddi,

comu tinimu Sant’Antoni cu li cavaddi.

Ti San Biagiu e Sant’Antoni toppu li falò pi li strati c’è mi resta,

ci ni ricurdamo ti loru sulu ti la festa.

No nni scurdamu puè ti li prucissioni pi la Matonna e Cristu muertu, comu sia,

comu mancu ni ma scurdà ti San Giseppu cu la Tria.

 

Tinimu l’oratori do si portunu li fili,

li facimu batà a lautri, piccè tinimu a fà autri pili.

 

Pi fari sport tinimu lu campu sportivu e lu palazzettu,

mentri ti vanioni iu sciucava sotto li cavi senza tettu.

 

Tinimu li vigni e l’aulivi, lu cranu, li fichi e li ficalinni,

tinimu la cucuzza, li cummarazzi e li pummitori ca ti li pinni.

 

Tinimu puru lu cummerciu e l’industri pi fatiari,

li patruni paiunu picca, ma basta pi campari.

 

Tinumu la spiaggia a quattru passi tantu iè bicina,

cu Spicchiarica e la Culimena, lu Bacinu e la Salina.

Li barbari padani ni chiamunu terruni mantinuti,

ce lonnu paiatu loro lu soli e lu mari, sti curnuti??

Sacciu iù quantu iè amaru lu pani loru,

so cattivi puru cu li frati e li soru.

 

Tinimu lu cimitero donca tutti ma sciri,

ddà stannu li frati e li soru, li mammi e li siri.

Quiddi ca nonnu lassatu laitrana, comu la ma truata,

e nui la ma lassa alli fili meiu ti lu tata.

 

Nisciunu iè prufeta in patria sua, mancu iù,

ma ci già natu qua, so cuntentu, anzi ti chiù.

Puru ca quà si sentunu ierti puru li nani,

ca ci no arriunu alla ragioni culla occa, arriunu culli mani.

Qua sacciu ci sontu e quantu l’autri valunu,

a cinca mi oli mali mancu li penzu,

puru ca loru olunu mi calunu,

iu passu a nanzi e li leu ti mienzu.

Putia nasciri tra la nebbia di li padani o tra lu disertu,

sì, ma ddà mi incazzu e puè non mi divertu.

Aitrana mia, finchè campu ti fazzu sempri onori,

puru ca li paisani mia pi me no tennu sapori.

Li sordi, lu divertimentu e la panza,

pi loro la menti no teni usanza.

Ti lassu sta cantata comu nu quatru o na fotografia ti moni,

cu ni ricurdamu sempri ca mo stamu, però crai noni.

Ma ccapì: simu nisciunu e tutti ti passaggiu,

l’aitrana resta pi sempri e no ti tai aggiu.

Ci no lassi operi ca restunu,

tutti ti te si ni scordunu.

Pi l’autri paisi puè qustu ca ticu no iè diversu,

lu tiempu passa, nienti cangia e iè tuttu tiempu persu.

Testi scritti il 24 aprile 2011, dì di Pasqua.

 

 

  

 

 

 

 

PRIMA PARTE

 

COS’E’ LA POLITICA OGGI?

Cos’è la politica oggi?

Un bambino va dal padre e dice: Papà cos' è la politica? Il padre ci pensa e poi dice: Guarda te lo spiego con un esempio:

io che lavoro e porto a casa i soldi sono il CAPITALISTA;

tua madre che li amministra è il GOVERNO;

la nostra cameriera è la CLASSE OPERAIA;

il nonno che controlla che tutto sia in regola è il PARTITO COMUNISTA ed il SINDACATO;

noi tutti ci preoccupiamo che tu stia bene e tu, ormai, che hai qualche voce in capitolo sei il POPOLO;

tua sorella che è appena nata e porta ancora i pannolini è il FUTURO.

Hai capito figlio mio?

Il piccolo ci pensa e dice al padre che vuole dormirci su e riflettere una notte.

Il bambino va a dormire, ma alle due di notte viene svegliato dalla sorella che comincia a piangere perché ha sporcato il pannolino.

Il bambino va a cercare qualcuno.

Visto che non sa cosa fare, va nella camera dei suoi genitori. 

Lì c’è solo sua madre che dorme profondamente e chiamata dal bambino non si sveglia.

Così va nella camera della cameriera, ma la trova a letto col padre,

mentre il nonno sbircia dalla finestra.

Tutti sono così occupati che non si accorgono del bambino che chiede aiuto.

Perciò il bimbo ritorna a dormire.

Il mattino dopo il padre chiede al figlio se ha capito cosa sia la politica.

Sì, risponde il figlio.

Il CAPITALISMO approfitta della CLASSE OPERAIA;

Il SINDACATO sta a guardare;

Intanto il GOVERNO dorme;

Il POPOLO che chiede aiuto regolarmente non lo ascolta nessuno e viene completamente ignorato;

Il FUTURO è e resterà nella merda.

QUESTA E’ LA POLITICA!!!

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Poveri noi, scrive Alessandro Bertirotti il 24 agosto 2017 su “Il Giornale”. È tutta questione di… giusta misura. Qualche settimana fa, ho avuto una bellissima chiacchierata con un caro amico, Marco Palombi. Si occupa di economia da parecchi anni e commentando la situazione generale mondiale che stiamo vivendo, mi ha raccontato quello che ora io vi scrivo. Un suo amico, o meglio un conoscente, politico all’interno del consiglio comunale di Roma, appartenente ad uno schieramento di cui non faccio il nome per mia vergogna, era particolarmente onorato di aver stretto la mano al procuratore antimafia della capitale. Le parole che il politico utilizzava erano comunque significative, perché diceva di aver conosciuto un eroe. La nostra chiacchierata, quindi, verteva su quelli che oggi i giovani politici ritengono essere gli eroi. È davvero allucinante il livello di ignoranza di questi individui, e direi, a questo punto, anche di deficienza (e i miei lettori sanno che utilizzo questi termini nella loro accezione etimologica). Scusatemi tanto, se sono dunque inopportuno. Se una persona che fa il suo dovere, per il quale è pagato da tutti i contribuenti, ha deciso di essere uno dei servitori dello Stato, come peraltro sono tutti cittadini onesti, è oggi diventato un eroe, c’è qualcuno in grado di sapermi dire chi sono davvero gli eroi? Che dire dei martiri delle due guerre d’indipendenza, delle due guerre mondiali? E poi, di Ugo Foscolo, Giosuè Carducci, Alessandro Manzoni, Michelangelo, Leonardo, Caravaggio? Mi fermo. Oggi, è talmente raro trovare qualcuno che nell’esercizio del proprio ruolo sociale faccia esattamente ciò per cui è pagato, che ci stupiamo di una normalità e di una ovvietà che diventa quindi un’offesa a tutti coloro che nella loro vita quotidiana svolgono silenziosamente il loro compito. E mi riferisco anche al caso di normali pubblici ufficiali: persone che compiono il loro dovere e non sono degli eroi, ma che sembrano tali solo per il fatto che vi sono altri individui che non lo compiono quasi mai, per non dire mai. E magari, si chiamano onorevoli. Ecco perché siamo politicamente disastrati: abbiamo deficienti, ignoranti e presuntuosi. E non possiamo quindi attenderci che la nostra nazione abbia un futuro, un progetto verso il domani se siamo guidati da questi dementi. Siamo noi gli onorevoli di tutti giorni, quelli sono solo disonorevoli.

 L’ITALIA DELLE RIFORME IMPOSSIBILI.

La politica senza potere nell’Italia del non fare. Nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza, scrive il 21 luglio 2017 Ernesto Galli della Loggia su "Il Corriere della Sera". Perché da anni in Italia ogni tentativo di cambiare in meglio ha quasi sempre vita troppo breve o finisce in nulla? Perché ogni tentativo di rendere efficiente un settore dell’amministrazione, di assicurare servizi pubblici migliori, una giustizia più spedita, un Fisco meno complicato, una sanità più veloce ed economica, di rendere la vita quotidiana di tutti più sicura, più semplice, più umana, perché ognuna di queste cose in Italia si rivela da anni un’impresa destinata nove volte su dieci ad arenarsi o a fallire? Perché da anni in questo Paese la politica e lo Stato sembrano esistere sempre meno per il bene e l’utile collettivi? La risposta è innanzi tutto una: perché in Italia non esiste più il Potere. Se la politica di qualunque colore pur animata dalle migliori intenzioni non riesce ad andare mai al cuore di alcun problema, ad offrire una soluzione vera per nulla, dando di sé sempre e solo l’immagine di una monotona vacuità traboccante di chiacchiere, è per l’appunto perché da noi la politica, anche quando vuole non può contare sullo strumento essenziale che è tipicamente suo: il Potere. Cioè l’autorità di decidere che cosa fare, e di imporre che si faccia trovando gli strumenti per farlo: che poi si riassumono essenzialmente in uno, lo Stato. Al di là di ogni apparenza la crisi italiana, insomma, è innanzi tutto la crisi del potere politico in quanto potere di fare, e perciò è insieme crisi dello Stato. Beninteso, un potere politico formalmente esiste in questo Paese: ma in una forma puramente astratta, appunto. Di fatto esso è condizionato, inceppato, frazionato. Alla fine spappolato. In Italia, di mille progetti e mille propositi si riesce a vararne sì e no uno, e anche quell’uno non si riesce mai a portare a termine nei tempi, con la spesa e con l’efficacia esistenti altrove. Non a caso siamo il Paese del «non finito»; del «non previsto»; dei decreti attuativi sempre «mancanti»; dei finanziamenti iniziali sempre «insufficienti», e se proprio tutto fila liscio siamo il Paese dove si può sempre contare su un Tar in agguato. Il potere italiano è un potere virtualmente impotente. Perché? La risposta conduce al cuore della nostra storia recente: perché ormai la vera legittimazione del potere politico italiano non deriva dalle elezioni, dalle maggioranze parlamentari, o da altre analoghe istanze o procedure. Svaniti i partiti come forze autonome, come autonome fonti d’ispirazione e di raccolta del consenso, l’autentica legittimazione del potere politico italiano si fonda su altro: sull’impegno a non considerare essenziale, e quindi a non esigere, il rispetto della legge. È precisamente sulla base di un simile impegno che la parte organizzata e strutturata della società italiana — quella che in assenza dei partiti ha finito per essere la sola influente e dotata di capacità d’interdizione — rilascia la propria delega fiduciaria a chi governa. Sulla base cioè della promessa di essere lasciata in pace a fare ciò che più le aggrada; che il comando politico con il suo strumento per eccellenza, la legge, si arresterà sulla sua soglia. Che il Paese sia lasciato in sostanza in una vasta condizione di a-legalità: come per l’appunto è oggi. È a causa di tutto ciò che in Italia nessun Parlamento, nessun governo, nessun sindaco, può pensare davvero di far pagare le tasse a chi dovrebbe pagarle, di avere una burocrazia fedele alle proprie direttive, di licenziare tutti i mangiapane a tradimento che andrebbero licenziati, di ridurre l’enorme area del conflitto d’interessi, di stabilire reali principi di concorrenza dove è indispensabile, di imporre la propria autorità ai tanti corpi dello Stato che tendono a voler agire per conto proprio (dalla magistratura al Consiglio di Stato, ai direttori generali e capi dipartimento dei ministeri), di tutelare l’ordine pubblico senza guardare in faccia a nessuno, di anteporre e proteggere l’interesse collettivo contro quello dei sindacati e dei privati (dalla legislazione sugli scioperi alle concessioni autostradali) e così via elencando all’infinito. Il risultato è che da anni qualsiasi governo è di fatto in balia della prima agitazione di tassisti, e lo Stato è ridotto a dover disputare in permanenza all’ultimo concessionario di una spiaggia i suoi diritti sul demanio costiero. In Italia, insomma, tra il potere del tutto teorico della politica da un lato, e il potere o meglio i poteri concreti e organizzati della società dall’altro, è sempre questo secondo potere a prevalere. Da tempo la politica ha capito e si è adeguata, rassegnandosi a non disturbare la società organizzata e i suoi mille, piccoli e grandi privilegi. Il che spiega, tra l’altro, perché qui da noi non ci sia più spazio per una politica di destra davvero contrapposta a una politica di sinistra e viceversa: perché di fatto c’è spazio per una politica sola che agisca nei limiti fissati dai poteri che non vanno disturbati. Da quello dei parcheggiatori abusivi a quello delle grandi società elettriche che possono mettere pale eoliche dove vogliono. Ma in un regime democratico, alla fine, il potere della politica è il potere dei cittadini, i quali solo grazie alla politica possono sperare di contare qualcosa. Così come d’altra parte è in virtù del potere di legiferare, cioè grazie allo strumento della legge, che il potere della politica è anche l’origine e il cuore del potere dello Stato e viceversa. Una politica che rinuncia a impugnare la legge, a far valere comunque il principio di legalità, è una politica che rinuncia al proprio potere e allo stesso tempo mina lo Stato decretandone l’inutilità. Rinuncia alla propria ragion d’essere e si avvia consapevolmente al proprio suicidio. Non è quello che sta accadendo in Italia? 

IL PARTITO DELL'ASTENSIONE.

Siamo il partito più forte e vi governeremo noi. È il capo del primo movimento italiano che sfiora la maggioranza assoluta e per questo merita di essere intervistato. Qui ci spiega perché il popolo lo ha premiato e come intende governare, scrive Tommaso Cerno il 16 giugno 2017 su "L'Espresso". «Un risultato eccezionale e previsto». È il commento del segretario Astensione, leader del primo partito italiano. Nelle nuove torte elettorali, che mostrano le percentuali del voto per la prima volta il partito guidato dal segretario Astensione è stato inserito, di colore nero, al fianco dei partiti tradizionali. E mentre destra, sinistra e grillini si scannano su chi sia andato meglio o peggio (dando per morto il M5s che in pratica non partecipava alla competizione), il grafico ci mostra che stando ai dati del Viminale un partito è uscito vittorioso dalle urne. Proprio il partito di Astensione: «Puntiamo alla maggioranza assoluta. I ballottaggi di domenica sono la nostra grande occasione per prendere in mano questo Paese». Secondo quanto si apprende, il segretario Astensione non sarà tuttavia in campagna elettorale nei prossimi giorni. Non girerà l’Italia in camper né in treno: «Andremo al mare», dice. «Non abbiamo voglia di annoiarci con discorsi sulla crisi e sull’euro. Tanto li fanno gli altri per noi e la vittoria è assicurata. A Genova, dove tirano un po’ sul soldo, l’abbiamo addirittura già conquistata al primo turno. Ma vedrete che vinceremo dappertutto e poi nella pratica a governare davvero, a prendersi le responsabilità, a firmare gli atti saranno altri». Un successo che il segretario Astensione considera logica conseguenza di un programma politico, scritto da terzi e realizzato in sua vece: «Qualcuno è stato capace di costruirci una credibilità. Il popolo italiano ci ha premiati per la coerenza che abbiamo dimostrato a nostra insaputa. Siamo o non siamo noi a dimostrare che la giusta misura di equità, prosperità e sicurezza su cui l’Occidente fu fondato dopo la Seconda guerra mondiale oggi non esiste più?», si chiede Astensione rivolgendosi a quella che è stata definita per decenni la democrazia liberale. «Se oggi quel modello è vuoto, finito, è perché non garantisce uguaglianza, non tanto in fatto di guadagni o ricchezze, ma di diritti e parità sociale», continua il segretario Astensione. «La scuola è tornata a dipendere dal censo. La professione dal censo. Il tempo libero dal censo. Ottimismo e pessimismo dal censo. E così il voto sembra un grido di protesta. Un “no!” urlato dalle periferie in continua espansione, perché stanno dentro di noi e non più fuori. Ma è un’illusione. Il “no” si sta politicizzando, per cui finirà per perdere quota e credibilità così come è stato per la proposta politica». A questo punto, secondo Astensione, la strada è chiara: «Il cittadino può scegliere uomini come Donald Trump, Marine Le Pen o Beppe Grillo credendoli diversi dal sistema. Sono in effetti uomini che a parole rovesciano i valori del nostro modo di essere democratici. Salvo poi, una volta al governo, diventare subito “partito” e mostrarsi inadeguati come e più degli altri. La morale è che il cittadino, prima o dopo, resta a casa», spiega ancora Astensione, «il nostro boom elettorale dimostra che anche la protesta sta diventando sistema. È l’ennesima devianza democratica che si è fatta Accademia. Prima si stava a casa per non votare il Psi, poi per non votare Silvio, oggi pure per non votare Grillo». Da qui la strategia del segretario Astensione: «Perdiamo altro tempo. Nessuno proponga più la riforma elettorale, dopo le brutte figure di questi anni. Ripeta pure in televisione che il popolo non si nutre di quello. Muti di nuovo la forma partito: basta movimenti liquidi, si torna al modello Pci per la sinistra, con le sezioni e il territorio. Si torna al modello azienda per la destra, con nuovi volti, giovani e sorridenti. Si legge un paio di libri su Rousseau per aggiornare la piattaforma grillina. Ne avremo un’alternativa fra diversi modelli di populismo. E come si fa per le auto, ne sceglieremo uno. C’è il modello anti-rom e anti-euro, disponibile in versione classica neonazionalista e in versione a democrazia diretta. C’è il populismo di sinistra, che ringrazia chi perde alle elezioni, perché sono i cittadini che non hanno capito, perché c’è una morale che spiega sempre che hai ragione tu. E che, in cambio della sconfitta, promette un mondo migliore ma poi non sa dirti dove sia e soprattutto da chi sarà abitato. E, infine, c’è il populismo di centro, l’ultimo nato. Se davanti non c’è niente, voltiamoci indietro. Il passato è già successo, che male può fare? Cosa sarà mai questo futuro? E se poi non arriva? Meglio una sana nostalgia romantica di giovinezza politica (e anagrafica). Per questo i cittadini ormai si fidano solo di noi», conclude Astensione. «Per questo siamo il primo partito italiano».

Giovani e politica: a che punto siamo. Un sondaggio svolto dall'Istituto Toniolo dell'Università Cattolica di Milano parla chiaro: i Millennials sono delusi e disillusi, scrive il 16 giugno 2017 Orazio La Rocca su Panorama. Si allarga il divario tra i giovani italiani e la politica. E ancora meno è la fiducia delle nuove generazioni verso le riforme istituzionali che partiti, Parlamento ed organi di governo stanno tentando di realizzare. È il preoccupante quadro che emerge da un sondaggio svolto dall'Istituto “Giuseppe Toniolo” dell'Università Cattolica di Milano, dal quale emerge che il variegato mondo dei teenager è sempre più “deluso e disilluso” nei confronti delle istituzioni politiche del Paese. Alla richiesta di assegnare un voto da 1 a 10 ai soggetti politici in campo, oltre un giovane su tre da l’insufficienza (34,6%). Il partito che a mala pena riesce ad arrivare al 6 è il Movimento a 5 Stelle, ma solo su indicazione del 35,1% degli intervistati; seguono il PD con il 25,7%, la Lega con il 23,1%, sotto il 20% tutti gli altri. Ancora più basse le percentuali dei consensi se il voto da assegnare è 8: il 20,6 sceglie il M5S, segue la Lega con l’11,5% e il PD con il 9,1%. Fortemente distaccati tutti gli altri partiti. La rilevazione sul tema “Giovani, lavoro e rappresentanza” nell’ambito del “Rapporto Giovani” 2017 che i ricercatori del Toniolo, in collaborazione con Fim Cisl, hanno condotto su un campione di 2000 giovani dai 20 ai 34 anni, con il sostegno di Intesa Sanpaolo e della Fondazione Cariplo e raccolta nel volume "La condizione giovanile in Italia - Rapporto Giovani 2017" edito da Il Mulino – fa emergere come la forza che maggiormente oggi sostiene il Governo, il Partito democratico, non sia maggioritaria tra i giovani. Ma, ancora più preoccupante, stando sempre all'esito del Rapporto, è la constatazione che non c'è molto feeling tra giovani generazioni e Pd. Più ampia e decisa invece è la propensione a scegliere forze che in modo visibile e con toni più accesi cavalcano “insoddisfazione e protesta”. Alla classe dirigente italiana, in particolare quella politica, viene imputata la principale responsabilità della caduta dei tassi di crescita del paese e dei tassi di occupazione giovanile. La fiducia nelle istituzioni politiche e nei partiti risulta, di conseguenza, particolarmente bassa e in molti casi ridotta ai minimi termini. Da qui la grande fuga dalla politica, dalla vita dei partiti e, quel che è peggio, dal voto.

Giovani e voto: la grande fuga. "L'elettorato giovanile è molto meno prevedibile e più difficile da intercettare rispetto a quello adulto e anziano perché meno guidato dalle grandi ideologie del secolo scorso che stanno alla base della distinzione tra destra e sinistra – commenta il professor Alessandro Rosina, ricercatore dell'Università Cattolica e coordinatore del Rapporto Giovani -  E' inoltre un elettorato più fluido e instabile, quindi meno prevedibile sia rispetto alla decisione di andare o meno a votare sia sul partito o movimento a cui dare il proprio sostegno. Proprio per questo fa spesso la differenza sull'esito finale delle elezioni. Più che l'asse destra-sinistra i dati della ricerca dell'Istituto Toniolo – sottolinea il professore - mostrano come a orientare le scelte verso l'offerta politica sia l'atteggiamento di apertura e chiusura verso il nuovo e il cambiamento, ma anche la fiducia nelle istituzioni”.

Ecco, quindi, che dati alla mano dal sondaggio viene fuori che la Lega si rivolge soprattutto ai giovani delle classi sociali più basse (solo il 4,9% ha una laurea tra chi esprime una forte vicinanza al partito di Salvini), mente il M5S coglie maggiormente l’insoddisfazione e la voglia di emergere delle fasce intermedie (il 61,9% ha un diploma di scuola secondaria). Il PD presenta invece le percentuali più alte tra i laureati e tra gli studenti, da un lato, e le più basse tra i NEET, dall’altro. Il consenso verso le istituzioni politiche risulta in generale “basso”, ma con differenze sensibili tra i giovani vicini ai vari partiti o movimenti. In una scala da 1 a 10 i voti più bassi al Parlamento e ai partiti politici sono quelli attribuiti dagli intervistati vicini alla Lega e al M5S (voti dal 2,5 in giù). La sfiducia verso le istituzioni è invece più contenuta tra i giovani vicini al PD (voti dal 4 in su), condizionati anche da una valutazione più positiva dell’attuale Governo. Il “disagio” per la propria condizione presente e l’incertezza sulle possibilità di crescita e opportunità future, in un contesto di grandi trasformazioni, alimenta una domanda di politica credibile e affidabile che però – si legge nel Rapporto - “stenta attualmente a trovare risposte adeguate”. Di fronte ai grandi cambiamenti una parte dei giovani si trova spaesata e schiacciata in difesa, mentre una parte vorrebbe essere messa nelle condizioni di confrontarsi, con strumenti adeguati, con le novità che aprono al nuovo e al futuro. È soprattutto questo atteggiamento verso il cambiamento che “condiziona” la vicinanza a movimenti/partiti e le scelte elettorali dei giovani, mentre più “deboli” sono le ideologie di riferimento e più fluide le modalità di appartenenza.

Questione di fiducia. Gli atteggiamenti, in particolare, che incidono di più sull’orientamento al voto riguardano la conservazione dei valori tradizionali e il tema dell’immigrazione. Se la “sfiducia” verso le istituzioni vedeva vicini Lega e M5S, rispetto a queste dimensioni di apertura e chiusura al nuovo le percentuali più elevate sono quelle degli intervistati più orientati verso la Lega e Forza Italia. Il M5S si pone in posizione più intermedia, mentre il PD presenta i valori più bassi. Alla domanda se ha ancora senso la distinzione tra destra e sinistra, solo il 21,7 percento ha risposto affermativamente, il 61,5% considera superata tale distinzione, mentre il 16,8% non ha un’idea chiara. A considerare superate le categorie di destra e sinistra sono soprattutto i giovani vicini al Movimento 5 stelle (77,6% le rifiuta), ma anche in chi si riconosce nei partiti più a destra e più a sinistra nella maggioranza prevale il “no”. “I Millennials – conclude il professor Rosina - sono la forza principale di sostegno a processi di cambiamento credibili, convincenti e coinvolgenti che creano nuove opportunità. Ma quando manca la fiducia, quando prevalgono il disagio sulla condizione presente e l'incertezza sul futuro, i giovani tendono a chiudersi in difesa e a manifestare la loro insofferenza con astensione al voto o verso i movimenti che esprimono rabbia e posizioni antisistema".

"Pertini il più irascibile, ma Craxi e D'Alema..." I big della nostra politica visti da Quaranta. Da Moro a Leone, mezzo secolo passato a descrivere i leader della Repubblica. Parla Guido Quaranta, giornalista inventore del retroscena e ora novantenne. Che sui nomi di oggi chiosa: «Di Maio? Figurino da Rinascente. Renzi spietato e Meloni una Le Pen Cacio e Pepe», scrive Marco Damilano il 19 giugno 2017 su "L'Espresso". In un’epoca di giornalismo paludato si è inventato un genere che non esisteva prima: il retroscena della politica, il dietro le quinte di quel palcoscenico su cui si recita la comédie della politica tra primattori, spalle, comparse, guitti, il fattore umano. I potenti in mutande («Accompagnai Cossiga dal fisioterapista») raccontati con perfidia e con comprensione per debolezze, vanità, cadute. Guido Quaranta ha compiuto novant’anni il 18 giugno e cura “Banana Republic”, la sua rubrica per L’Espresso. È uno dei maestri del mestiere, ma meglio non dirglielo. «Va bene, chiacchieriamo, ma a una condizione: non mi chiedere analisi; mai fatta una in vita mia. Non mi sono mai sentito un grande giornalista, ho sempre fatto il cronista...».

Rinuncio a definirti, allora. Pensaci tu.

«Resocontista parlamentare, con Paese Sera, dal 1959, per dieci anni. Poi informatore dal Palazzo, con Panorama e dal 1978 con L’Espresso. Qualcuno diceva: spione. Il monarchico Alfredo Covelli mi chiamava “la supposta”. Sono stato ministro: ho firmato per qualche mese una rubrica con lo pseudonimo Minister. Organizzatore di eventi: ho fatto cantare gli onorevoli davanti alle telecamere e ho convinto Vittorio Sgarbi a denudarsi per una copertina. Candidato alla presidenza della Repubblica. Stefano Rodotà che presiedeva lesse per due volte il mio nome nell’aula di Montecitorio durante le votazioni del 1992. La prima volta ci fu un brusio generale, la seconda una risata».

Ora te li ritrovi anche in casa di giorno e di notte, ma all’epoca i politici erano inavvicinabili.

«Io li andavo a cercare fuori dal Palazzo. Aspettavo Giulio Andreotti alle 6 e 30 del mattino al portone del suo studio, davanti a Montecitorio, con il taccuino in mano. “Che fai, sembri un pizzardone: mi vuoi fare la contravvenzione?”, mi prese in giro la prima volta. Mi raccontò che non era vero che fosse così imperturbabile. “Anch’io ogni tanto perdo qualche colpo”, mi disse. “Al Senato durante un dibattito le sinistre lanciavano contro i banchi del governo libri, carte, aste dei microfoni. Io vidi un cestino di vimini per i rifiuti e per proteggermi me lo misi in testa”. Il massimo della scompostezza, per lui».

A differenza di un altro capo della Dc, Amintore Fanfani.

«Avevo scritto di un suo giro in Italia, definendolo misterioso. E mi presentai al Senato per strappargli qualche notizia. Quando mi vide restò pietrificato, poi cominciò a urlare: “Lei osa venire qui, al mio cospetto?”. Mi disse di seguirlo in ascensore. Nella sua stanza da presidente del Senato mi fece una sfuriata: “Io la mando in galera!”. Aveva la bava alla bocca. All’improvviso si calmò e mi spiegò il motivo del viaggio. Gli feci una domanda, poi un’altra ancora e mi misi a scrivere. Alla fine mi chiese: “Lei ha mai visto un mio quadro?”. E ordinò a un commesso di portarne uno: una barchetta verde, con la vela gialla, in mezzo al mare blu. Io dissi che era bellissimo, con toni un po’ eccessivi, e lui lo fece incartare. L’ho portato nella casa in campagna, nella camera da letto».

Con Aldo Moro hai fatto una storica intervista.

«In Transatlantico non parlava con nessuno. Scoprii la chiesa dove andava ogni mattina e gli chiesi un’intervista. Mi promise un appuntamento e qualche tempo dopo mi disse di andarlo a trovare a Terracina, sul litorale laziale. Camminava vestito in giacca, cravatta e soprabito sotto braccio tra i passanti in costume; mi raccontò che faceva pochi bagni e che durante le vacanze aveva visto al cinema due volte “Un uomo da marciapiede”. Poi rispose alle mie domande. Mi voleva bene. Una mattina due carabinieri bussarono alla porta di casa chiedendo le mie generalità. Temevo che volessero arrestarmi. Invece mi consegnarono la nomina a commendatore della Repubblica firmata da Moro».

I più irascibili?

«Sandro Pertini. Scrissi che aspirava a essere rieletto al Quirinale e mi gridò tre volte: “serva!” davanti a tutti, alla Camera. Bettino Craxi: “Devi ringraziare il cielo che non sono diventato presidente del Consiglio”, mi disse minaccioso nel 1979, dopo aver rinunciato all’incarico. Quando riuscì ad arrivare a Palazzo Chigi per L’Espresso gli strappai un colloquio dove attaccava i giornalisti e la stampa a suo dire ostile: “Sto per rompermi i coglioni”. Scrissi tutto e successe un putiferio. Massimo D’Alema si offese perché avevo scritto del suo carattere difficile e mi rivolse una cattiva espressione che non ricordo».

I più permalosi?

«Il presidente Giovanni Leone. Lo seguii nelle sue visite all’estero e scrissi delle sue gaffe. A Tbilisi, in Georgia, si mise a dirigere un coro che in suo onore aveva intonato “Funiculì Funiculà”. In Iran, a Persepoli, di fronte alla tomba di Ciro il Grande, esclamò: “Anche a Napoli abbiamo il nostro Ciro, Ciro a Mergellina”. Quando mi incontrò mi disse: “Ecco l’ambasciatore delle male parole”. Franco Evangelisti, il braccio destro di Andreotti, sottosegretario e ministro. Mi affrontò alla buvette: “Mi hai chiamato Tigellino e hai scritto che ghigno” e mi diede tre schiaffi. Io lo aspettai di fuori, nell’androne della Camera. Lui mi venne incontro, forse voleva scusarsi, ma non gli diedi il tempo perché gli restituii i ceffoni. Ci fu un parapiglia, ci divise Carlo Donat Cattin, per mettere pace intervenne il presidente della Camera».

Una volta hai catalogato i giornalisti che scrivono di politica.

«Li ho divisi in tonni, quelli che si muovono in branco e sono innocui. I pesci azzurri, gli squaletti da passeggio che si limitano a qualche morso indolore. E gli squali, che addentano senza timore. I tonni sono sempre stati numerosi. Oggi forse più di ieri».

Come sono cambiati i rapporti tra giornalisti e politici?

«Allora c’era un’informazione molto paludata. Veline e comunicati ufficiali. I retroscena non esistevano, i politici si infuriavano perché non erano abituati a veder pubblicato ciò che doveva restare riservato. Non mi hanno mai chiamato bugiardo; si arrabbiavano perché scrivevo cose che non dovevano uscire, ma mai cose false. Oggi invece mi sembra che i retroscena siano dettati dai politici, sui giornali finiscono le frasi che loro hanno interesse a far uscire, per scambiarsi qualche messaggio in codice».

Oggi si sa tutto, c’è la trasparenza, le riunioni si fanno in streaming.

«Non è vero, non è cambiato nulla. Mi è capitato di travestirmi per captare qualche riunione segreta. Una volta chiusero un armadio in cui mi ero infilato per ascoltare un vertice del Psiup e rischiai di morire soffocato. A una riunione della Dc alla Camera io e Augusto Minzolini ci infilammo il grembiule nero degli inservienti e ci mettemmo a pulire le finestre. Dopo un po’ fummo individuati e buttati fuori».

È cambiato, forse, che la politica si fa in tv.

«Nel 1983 Enzo Tortora mi chiese di arruolare i politici per il suo nuovo programma, “Cipria”. Dovevo convincerli a cantare davanti alle telecamere per la rubrica “L’ugola del Palazzo”. In molti mi dissero di no: Alessandro Natta si offese, Craxi mi buttò giù il telefono, Andreotti mi disse che aveva la raucedine. Altri abboccarono: il segretario del Pri Oddo Biasini cantò “Signorinella”; il dc Claudio Vitalone “Tu non mi lascerai mai” sul balcone di casa, mano nella mano con la moglie; il missino Tommaso Staiti di Cuddia intonò “Nel blu dipinto di blu” gettandosi con un paracadute da un bimotore. Il meglio lo diede il dc Calogero Mannino, che si esibì sulla “Turandot” e steccò sul “Vincerò”. Per la messa in onda aveva invitato a casa sua parenti e autorità e ci restò male».

Che tenerezza! Dopo abbiamo visto di tutto: chi cucina il risotto, chi gioca a ping pong, chi si butta in testa un secchio di acqua gelida...

«In tv i politici si considerano indispensabili e parlano di tutto. Maurizio Gasparri e Andrea Romano entrano negli studi tv fin dal mattino presto, con la donna delle pulizie, e parlano di Trump e delle buche di Roma con uguale autorevolezza. Una compagnia di giro».

Li racconti per L’Espresso nella rubrica "Banana Republic". Che ti sembrano i nuovi leader?

«Renzi è politicamente spietato: un uomo indifferente, basta vedere come stringe sbadatamente le mani. Di Maio? Un figurino della Rinascente. Salvini ha la faccia familiare di un commensale del vagone ristorante. Bersani sembra lo zio di un film di Pupi Avati. Giorgia Meloni è una Le Pen a cacio e pepe...».

Non salvi nessuno?

«Mi piace Mario Monti: una persona seria che ha salvato l’Italia. E uno come Mario Draghi. Quelli che non ti prendono in giro».

Tra i tuoi direttori chi ricordi con piacere?

«Livio Zanetti. Che mi assunse all’Espresso. E Claudio Rinaldi: nessuno sapeva annusare i pezzi come lui. Nel 1993 vide una foto di Luciano Benetton nudo per una pubblicità e decise di ripetere la copertina con un politico. Mi urlò: “Portami Sgarbi!”. Alla fine Vittorio accettò, interamente nudo fronte e retro, con lo slogan. “Meglio di tanti altri ben vestiti ma scandalosi”. Era l’anno di Tangentopoli. Ci costò quindici milioni di lire».

Oggi la politica si è rivestita? O è ancora nuda?

«La politica è sempre la stessa: insulti, baruffe, riappacificazioni finte. Di nuovo ci sono i trolley che scorrono sui pavimenti di marmo di Montecitorio, quando i deputati tornano a casa». 

LO "IUS SOLI" COMUNISTA.

Un “no” alla sinistra dello Ius Soli, scrive il 25 giugno 2017 Alessandro Catto su “Il Giornale". Su questa seconda tornata elettorale alle amministrative ha grandemente pesato la tematica dell’immigrazione. Un problema enorme già senza che fosse proposta la surreale discussione parlamentare sullo Ius Soli, a fronte di una popolazione che non sembra avere la minima intenzione di favorirne l’approvazione. In un momento storico nel quale l’immigrazione è spesso percepita come un pericolo e come una filiera di lucro e di interesse, proporre una discussione parlamentare sul tema, oltre che dare l’idea di una totale lontananza dalle esigenze dell’elettorato comune, costituisce un autogol pazzesco, conclamato dal voto anche in assenza di un centrodestra particolarmente in salute. La sinistra, stasera, paga a caro prezzo la totale incapacità di rendersi conto di quanto pesi sul proprio cammino l’atteggiamento mantenuto finora sul tema migratorio. Un atteggiamento di assenza programmatica e di ingiustificabile laissez-faire, tra l’altro ancor più deleterio per una porzione politica che della salvaguardia dei più esposti al problema, che sono poi i ceti più poveri, dovrebbe fare il proprio mantra politico, e che pare totalmente aver dimenticato un più proficuo dibattito sull’evitare le partenze, piuttosto che rinfocolare un cosmopolitismo prezzolato sulle ali di arrivi al ritmo di migliaia e migliaia di immigrati al giorno. Il voto ad una giunta di centrodestra, infatti, viene percepito spesso e volentieri come un voto dato ad un possibile argine contro una gestione senza senso del fenomeno, con una accoglienza ormai insostenibile anche in tanti piccoli comuni di provincia. D’altro canto, se è vero che queste elezioni confermano la presenza di un polo di centrodestra vivo, trasporne immediatamente nel nazionale i meriti e i successi avuti nel locale sarebbe un errore. C’è molto da lavorare e serve trovare una leadership convincente, capace di lavorare su temi pratici e di battere la sinistra, più che sulle ideologie, sul buonsenso e sul buongoverno, come avvenuto in molti comuni italiani, con un programma chiaro e moderno. Da questa analisi dovranno ripartire la destra e pure la sinistra, con quest’ultima che dovrà faticare non poco per riguadagnare tutto il terreno perso e, soprattutto, per evitare di perderne dell’altro.

Ius Soli. La Patria non è un cavillo burocratico, scrive il 15/06/2017 Emanuele Ricucci su “Il Giornale". Disfatta l’italia ora bisogna disfare gli italiani. Progresso. Ma dopo, cosa c’è? Dopo la vita e dopo la fine di Beautiful? Parliamo di cosa c’è dopo per la paura di vivere cosa c’è ora? Ce lo chiediamo perché la nostra natura è l’umile curiosità. Al contrario, invece, è perversione del coatto, come quella che segna la presunzione di un’epoca. Un’epoca che ha tutto: la tecnologia, gli hamburger vegani, il maglione per cani, le file all’Apple Store e l’Unione Europea. Ma che soprattutto si è liberata dei più grandi fardelli: si è tolta dai piedi Dio e il senso di identità e confine; ha liquidato secoli di umanissime certezze (e quei valori non negoziabili che sono il piedistallo dell’essere semplicemente umani, citando Torriero, sono stati gioiosamente messi sul mercato), ha travolto le aggregazioni e gli atti essenziali, come la famiglia, la dignità, la partecipazione, la sovranità, la legalità, lo Stato padre, l’identità come amore, e la spontaneità – se entra un ladro in casa, tanto vale preparagli un bel panino quaglie e broccoletti -. E poi, maestra di nichilismo, ha passato la spugna sulle cose semplici che sostengono il mondo, poiché ci risulta eroticamente indispensabile credere che sia necessario coltivare gli uomini, per poter coltivare le idee e non crepare di futuro (repetita…). Ha murato il cantuccio, l’angulus oraziano, quello da cui cogliere la visuale senza essere ancora corrotti dal mainstream. Luogo noto e sicuro, per ritrovare sempre se stessi nell’epoca della grande siccità dello Spirito. Tutto questo, perché, dicono, dobbiamo andare oltre. Ma oltre de che? Oltre il sangue, persino. E tutto si riduce ad una questione di marketing (elettorale. Francia docet). Prendete lo Ius Soli. Approvato alla Camera nel 2015, rischia di diventare certezza il prossimo giugno al Senato.Il divieto di sosta per gli italiani. Ah la grande modernità! Ma lo sapevate che Kaled è nato in ospedale e quindi è un medico? Eh già, gli spetta di diritto. In tutti i sensi; anche se avrebbe voluto fare altro nella vita, il terrorista, ad esempio. Insomma non conoscevate la storia di Kaled. Curioso. In questo mondo iperconnesso. Storia, per altro, molto simile a quella di Omar, che è nato in Italia da padre libico e madre spagnola ed è italiano. Italianissimo, pugliese di Tripoli. Nel giro di due anni, il gioco è fatto. Un Paese giovane, ancora alla ricerca di se stesso, che ancora deve sanare il divario tra Nord e Sud, tra secessionisti di confine ed il riconoscimento di un inno e di una bandiera nazionale, in cui ancora dobbiamo integrarci tra noi, figuriamoci. Un popolo che si sente unito davanti all’Italia che gioca per la qualificazione agli europei. Un Paese che ancora deve fare i conti con i vecchi italiani e che ora, già ne fabbrica di nuovi. Le conquiste della civiltà: cento anni dopo, esatti, dalla Grande Guerra, la Camera dei Deputati approva lo Ius Soli. Ora tocca al SenatoamicodiRenzi. Cento anni prima il dovere degli italiani di sentirsi italiani, cento anni dopo il dovere di far sentire italiano chiunque passi di qui. A saperlo prima, avremmo detto a quei poveri ragazzi in trincea, soprattutto a quelli del ’99, così piccoli, di tornare a casa dalle mamme o dalle giovani mogli in Calabria, di lasciar perdere o al limite, di farla con i propri connazionali deliranti, la guerra, non con i dirimpettai o con qualche straniero. Connazionali…o sarebbe meglio definirci coinquilini d’ora in avanti? Disfatta l’Italia ora bisogna disfare gli italiani, perché la nazionalità s’indossa come un vestito, si sceglie su un catalogo. Se la coesione sociale è un problema serio, la governabilità è sempre a rischio, i poveri ci sono sempre stati, l’Italia inizia a diventare un lontano ricordo ed in questo paese, indiscutibilmente, oltre alle belle giornate di sole, alla pasta col pomodoro, al mare azzurro e alla pizza con i frutti di mare, si sta decisamente male, conviene aprire all’internazionalizzazione. L’ultima italianità rimarrà chiusa in uno stereotipo e nell’eco lontano, rimbombante delle note di Domenico Modugno, delle parole di Dante: “Sempre la confusion de le persone principio fu del mal de la cittade”. Dopo la palese interruzione democratica riparte il “treno dei diritti civili”: la cittadinanza italiana è un affare da appioppare. Torna lo Ius Soli, per il secondo round, tra ridicolezze, poco sense of humour ed il dramma del fatto che non si stia scherzando, anzi, si faccia decisamente sul serio.  Dal diritto di sangue a quello di transito. “Acquista la cittadinanza per nascita chi è nato nel territorio della repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia in possesso del permesso di soggiorno Ue per soggiornanti di lungo periodo. Per ottenere la cittadinanza c’è bisogno di una dichiarazione di volontà espressa da un genitore o da chi esercita la responsabilità genitoriale all’ufficiale dello stato civile del Comune di residenza del minore, entro il compimento della maggiore età. Se il genitore non ha reso tale dichiarazione, l’interessato può fare richiesta di acquisto della cittadinanza entro due anni dal raggiungimento della maggiore età”, come riporta Repubblica e così come andò alla Camera. Nessun cenno ad un giuramento, allo studio dell’identità di questo Paesaccio. Nessun sentimento. Nessun inno, nessun esame. Al limite lo ius culturae (tanto il latino sta bene con tutto, anche col beige), che consentirà ai minori stranieri arrivati nel nostro Paese prima dei dodici anni di diventare italiani esibendo una semplice licenza di scuola elementare, come risalta Gian Micalessin, sottolineando il pericolo futuro e palpabile di ritrovarci in casa il terrorismo con inaudita facilità. Il gioco è fatto in barba a D’Annunzio e al Capitano Giovanni De Medici. Cittadinanza, quindi, non è un mero fatto giuridico. A farcelo presente è anche Giuliano Guzzo: “L’assegnazione della cittadinanza per il solo fatto di nascere in Italia pare dunque, ad essere buoni, un azzardo. A maggior ragione se si rammenta che la cittadinanza non è un mero dato giuridico e che prevede la «condivisione di valori comuni che sono alla base del sentimento di appartenenza e dell’integrazione del soggetto all’interno di un comunità» [2], condivisione che fa sì che una data comunità possa, grazie ai propri componenti di diritto, continuare ad esistere preservando i propri tratti identitari. Facile, qui, l’obiezione: ma neppure tanti italiani onorano la loro cultura e la loro patria osservandone principi e regole. Certo, ma questo nulla toglie al valore della cittadinanza; in altre parole il problema, se molti cittadini non onorano i valori del loro Paese, non è dei valori, bensì di questa parte di cittadini, e sarebbe sbagliato utilizzare il pretesto della scarsa disciplina di taluni per svuotare di rilevanza un diritto – quello della cittadinanza – che riguarda tutti nonché, insistiamo, la sopravvivenza della comunità”. L’Occidente cadrà da dentro. Come ogni impero che si rispetti. Ma è progresso. E quindi Dobbiamo andare oltre. Ma oltre de che? Millantiamo un mondo libero, che ha capito i propri recenti errori, e poi se non metti il velo tuo padre ti gonfia come una zampogna, ci sono tir che travolgono e missili in cielo; si evocano fascisti ogni minuto, si lasciano crepare i giovani di futuro. I ricchi si arricchiscono, i medi muoiono, i poveri aumentano. Le domande etiche esplodono: io che ho un pène, ma vorrei una vagina, e mi rendo conto che, in realtà, il sesso è solo un ingombro, posso partorire pur non avendo l’utero? Tutto questo perché, dicono, dobbiamo andare oltre. Abbracciare il Progresso. Se la maestra Eugenia ogni volta che inizia a spiegare una parte di storia non la termina e va avanti con nuovi argomenti, improvvisamente, proiettando gli scolaretti nella confusione e costringendoli a tempestare l’ingenua Eugenia di domande, non è andare avanti, è creare confusione. Non è trasmettere conoscenza e consapevolezza. Per metter ordine al caos, serve ordine: non altro caos. I giovani virgulti, a fine anno c’arrivano lo stesso; i promossi, saranno promossi, i bocciati verranno frustati a casa dai genitori e Padoan continuerà a non sapere quanto costa un litro di latte; eppure i ragazzi, di storia, non c’avranno capito un cavolo, saranno confusi, si saranno dovuti adeguare in fretta e si accontenteranno così. L’importante è andare avanti. Non sempre ciò che vien dopo è progresso. Ecco appunto. Ciò che vien dopo. Ma oltre de che? Oltre la funzione e l’essenza stessa degli uomini? Eppure a giudicare dalla lingua che parliamo, e quindi il luogo che viviamo, per essere fedeli ad Emil Cioran, la vita è un tutto un post. Faccio un post-it per ricordarmi di scrivere un post che esprima sdegno sulla post verità che avanza mentre percepisco, dalla fondamentale battaglia per la democrazia di Emanuele Fiano, contro la vendita di gadget del Ventennio nel nostro Paese, che la post ideologia avanza e ci rende nuovi. Post, ma in che tempo? Posto cosa? Quale premessa? Dopo di che? Dopo il pudore, dopo il rispetto, dopo la famiglia, dopo il sesso biologico, e dopo Dio? Diritti, ora, quando, proprio per tutti

A posteriori verso il postribolo. Tutto a post, tranquilli. Nel dubbio tiè pij’t la cittadinanza.

Ius soli, Capuozzo: "Vi dico cosa significa essere italiani". Nel dibattito sullo ius soli interviene anche Toni Capuozzo. In un lungo post su Facebook il giornalista commenta il dibattito sul ddl per la cittadinanza, scrive Luca Romano, Sabato 24/06/2017, su "Il Giornale". Nel dibattito sullo ius soli interviene anche Toni Capuozzo. In un lungo post su Facebook il giornalista commenta il dibattito sul ddl per la cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia e prima di spiegare la sua opinione sottolinea cosa significa per lui essere italiano: "Non l’ho sempre vissuto come un privilegio – da giovane feci la patente di guida americana, fiero come un Alberto Sordi di poter giocare a essere americano – ma neanche come un castigo: mi ci sono trovato. E cosa ha voluto dire, alla fine? Ho pagato malvolentieri le tasse da buon cittadino (ma le pagano anche quelli che italiani non sono e lavorano qui), ho fatto 13 mesi di naja (ma non c ‘è più), ho rispettato le leggi e le ho violate (ma vale anche per chi ha il solo permesso di soggiorno), ho fatto il tifo per l’Italia ai mondiali (non devi essere per forza italiano per farlo), ho girato il mondo con un passaporto italiano (questa si è un’opportunità, almeno nel mondo di Schengen), ho votato (non sempre, e anzi di rado)". E ancora: "Il resto è cultura: che va dalla scuola – il mondo dei greci e dei latini, il Cinquecento italiano, il Risorgimento, l’arte, le bellezze di un paese così bello che ci si abitua e lo si deturpa – alla conoscenza di un Paese, con le sue diversità. Molte cose le ho imparate non a scuola: il fascismo e la Resistenza, il diritto di Israele ad esistere e il fatto che gli ebrei fossero italiani prima di me (tornando a casa dalle elementari dissi di un compagno di classe, ripetendo da bullo un insulto che avevo sentito rivolgergli, “rabbino”. Mia madre mi diede una sberla e il giorno dopo mi portò in una sinagoga) e molte a fatica: i diritti delle donne, la diversità sessuale, il rispetto per chi è diversamente abile, il rispetto per le religioni e l’assenza di religioni, la preziosità del dissenso, il rifiuto della violenza, l’affetto per piccole patrie come il mio Friuli, il sospetto per gli unanimismi e per il conformismo. Naturalmente come tutti ho una lunga lista di italiani con cui credo di non condividere nulla, e non pretendo di essere un italiano vero o rappresentativo. Ma mi è sempre piaciuto, all’estero, di aver goduto di una certa benevolenza, come italiano, (anche caricaturale, tra pizza e Paolo Rossi, tra mafia e latin lovers) e di non aver tradito le aspettative". A questo punto Capuzzo spiega la sua posizione: "Credo ci siano migliaia di ragazzi di origine straniera che non sempre si vedono riconosciuta la cittadinanza: hanno fatto le scuole, parlano italiano, si sentono almeno in parte italiani, hanno affrontato la sfida dell’integrazione? Gliela si dia questa cittadinanza, anche se portano orgogliosamente il velo, neanche gli italiani italiani siamo perfetti, come sa anche Toto Cutugno, e le vecchie friulane, al tempo del terremoto, lo portavano anche loro". Infine la stoccata: "Ma essere italiano solo perché nasci qui mi sembra uno di quegli oroscopi benauguranti che certe riviste non negano mai ai propri lettori".

Ius soli, ecco come funziona nel resto d'Europa. Ogni Paese ha le sue regole. L'Ue non ha competenza in materia. Le norme attualmente vigenti in Italia sono tra le più restrittive. La riforma ci permetterebbe di allinearci a Francia, Germania e Gran Bretagna, scrive Monica Rubino il 21 giugno 2017 su "La Repubblica". Le norme per acquisire la cittadinanza nei diversi Paesi dell'Unione europea variano notevolmente a uno Stato all'altro. Questo perché la materia è di stretta competenza nazionale e l'Ue non ha voce in capitolo a riguardo, come sottolineano anche dalla Commissione rispondendo alla richiesta del M5S di fare dello Ius soli una "questione europea". Non c'è dunque alcune legge dell'Unione che stabilisca dopo quanti anni, o a quali condizioni, uno Stato membro debba concedere la cittadinanza. L'Italia. Le norme attualmente vigenti in Italia sono tra le più restrittive d'Europa. In base a una legge del 1992, infatti, chi nasce nel nostro Paese da genitori stranieri può già diventare cittadino italiano ma soltanto quando ha compiuto 18 anni. Nel testo in discussione al Senato si prevede uno Ius soli temperato: i figli di migranti nati in Italia potranno diventare cittadini italiani se i genitori hanno il "permesso di soggiorno di lungo periodo", riconosciuto a chi abbia soggiornato legalmente e in via continuativa per 5 anni sul territorio nazionale. Per gli extra Ue sono richiesti anche reddito minimo, alloggio idoneo, superamento di un test di conoscenza della lingua. Lo Ius soli temperato permetterebbe a 600mila ragazzi nati dal '98 a oggi di diventare cittadini italiani. La riforma introduce, inoltre lo Ius culturae, secondo cui può ottenere la cittadinanza il minore straniero arrivato prima di 12 anni che abbia frequentato in Italia uno o più cicli scolastici. In questo caso i potenziali nuovi cittadini italiani sono circa 200mila. L'approvazione definitiva della nuova legge permetterebbe di allinearci a Paesi come Francia, Germania e Gran Bretagna. Vediamo allora come è regolata la cittadinanza negli altri principali Paesi europei.

Francia. Ogni bambino nato in Francia da genitori stranieri diventa francese al compimento di 18 anni se ha vissuto stabilmente nel Paese per almeno 5 anni.

Germania. È cittadino tedesco automaticamente chi nasce in Germania, se almeno uno dei genitori risiede regolarmente nel Paese da minimo 8 anni.

Regno Unito. Ha la cittadinanza chi nasce da un genitore con un permesso di soggiorno a tempo indeterminato. Percorso facilitato per i figli di stranieri residenti da 10 anni.

Spagna. L’acquisizione della cittadinanza per la seconda generazione è piuttosto semplice: se il soggetto nasce in Spagna e i genitori sono nati all’estero è sufficiente un anno di residenza nel paese. La procedura di naturalizzazione per tutti gli altri soggetti comporta la residenza per un periodo di 10 anni e la rinuncia alla cittadinanza precedente. Il tempo di residenza in Spagna si riduce per alcune categorie: 5 anni per i rifugiati, 2 anni per i cittadini dell’America Latina e le persone originarie di Andorra, Filippine, Guinea Equatoriale, Portogallo.

Belgio. La cittadinanza è automatica se si è nati sul territorio nazionale, ma quando si compiono 18 anni o 12 se i genitori sono residenti da almeno dieci anni.

Paesi Bassi. In base alla legge del 2003, la cittadinanza è prevista non solo per i soggetti nati in Olanda ma anche per quelli che vi risiedono dall’età di 4 anni.

Danimarca. Per la naturalizzazione servono 9 anni di residenza e bisogna superare esami su lingua, storia, struttura sociale e politica del Paese.

Grecia. I figli di immigrati acquisiscono la cittadinanza se i genitori sono residenti da almeno 5 anni.

Portogallo. Ius soli automatico alla terza generazione di immigrati. La seconda generazione può accedere alla cittadinanza dalla nascita su richiesta.

Svezia. La legge si basa sullo ius sanguinis, ma la riforma del 2006 prevede la cittadinanza svedese per i minori che hanno vissuto per 5 anni in Svezia.

Austria. La naturalizzazione richiede 10 anni di residenza, perché viene considerata come il riconoscimento di un’integrazione riuscita.

Appunti sparsi su ius soli e dintorni. Prima di Renzi e Salvini di ius soli ne discussero Spartaco, Alessandro Magno e Robespierre e ha sempre interessato le civiltà, scrive l'1 luglio 2017 "Il Dubbio".

SCHLIEMANN. Heinrich Schliemann, lo scopritore delle rovine di Troia, era anche cittadino statunitense. Lo era divenuto perché si trovava nel territorio del California, all’epoca era cercatore d’oro, il 9 settembre 1850, ossia il giorno nel quale essa entrò a far parte degli Stati Uniti. Le regole dell’ingresso del nuovo Stato nella federazione prevedevano di accordare la cittadinanza a tutti quelli che si trovassero sul suo territorio nel momento nel quale esso avveniva.

SAN PAOLO. Nel 62 d. C. San Paolo fu accusato dai sacerdoti ebrei di fomentare rivolte. Comparve a Cesarea davanti al procuratore della Giudea Porzio Festo, che per compiacere i rappresentati del Sinedrio intendeva trasferirlo a Gerusalemme per processarlo lì. Essendo cittadino romano il santo si appellò al giudizio dell’imperatore. Era un suo diritto e venne dunque portato a Roma, dove rimase i due anni del processo.

CARACALLA. La Constituzio antoniana emanata dall’imperatore Caracalla nel 212 d. C. estendeva la cittadinanza romana a tutti gli abitanti dell’impero. Secondo alcuni storici l’intento del provvedimento era l’aumento delle entrate fiscali.

HABEAS CORPUS. L’Habeas Corpus Act emanato dal Parlamento Inglese il 27 maggio 1679 stabilisce il diritto di ogni recluso a essere condotto davanti a un giudice che valuti l’esistenza di una valida giustificazione per la detenzione.

MAGNA CHARTA. La Magna Charta imposta dai Baroni inglesi nel 1215 al Re Giovanni Senza Terra stabiliva che nessun uomo libero potesse essere preso, imprigionato o sottoposto a pene corporale senza essere stato giudicato in base alle leggi vigenti da una corte composta di suoi pari.

LEX PLAUTIA. Per ottenere la cittadinanza romana gli italici combatterono una guerra, detta sociale, nel 91- 89 a. C.. Vennero sconfitti, ma con la Lex Plautia Papiria dell’89 a. C. la cittadinanza romana venne ugualmente estesa a tutti gli abitanti della penisola italiana, anche se con notevoli limitazione relative al diritto di voto.

SPARTACO. Secondo lo storico Giovanni Brizzi la rivolta di Spartaco del 73- 71 a. C., solitamente considerata una guerra servile, sarebbe invece da ritenersi una guerra sociale, dato che ai suoi ordini si trovavano combattenti provenienti dalle regioni che si erano ribellate a Roma nelle guerre sociali precedenti, con lo scopo di ottenere la piena cittadinanza.

GLI SPARTIATI. A Sparta i cittadini che disponevano dei pieni diritti politici erano chiamati Spartiati. Per aver diritto di voto in assemblea essi dovevano essere maschi, aver compiuto trent’anni, essere stati educati comunitariamente, far parte di una delle mense collettive detti sisizi e disporre di una proprietà terriera sufficiente a garantirne il mantenimento.

LA GREEN CARD. La Green Card è il Visto Permanente di Soggiorno degli Stati Uniti, che conferisce il diritto di vivere e lavorare permanentemente negli USA. Viene rilasciata dallo U. S. Citizenship and Immigration Services. Costituisce il primo passo per ottenere la cittadinanza americana, può essere richiesta da un familiare o da un datore di lavoro. Ogni anno 50.000 Green Card vengono distribuite dal Governo degli USA attraverso una vera e propria lotteria.

I PERIECI. Cittadini con diritti politici limitati nello stato spartano erano i Perieci, che abitavano nelle regioni vicine alla capitale, e i Neodamodi, Spartiati senza proprietà terriera. Questi ultimi potevano acquisire la piena cittadinanza ottenendo una proprietà per eredità o per matrimonio.

ATENE. In epoca classica, per essere cittadini di Atene a pieno titolo era necessario essere maschi, aver compiuto i trent’anni ed essere figli di genitori ambedue ateniesi. Altrimenti si viveva in città con la qualifica di meteci, senza obblighi militari ma senza diritto a votare in assemblea o a ricoprire le magistrature, larga parte delle quali erano estratte a sorte.

I BRASIDEI. Nel 424 a. C. gli spartani, nel corso della guerra contro Atene, arruolarono nel loro esercito alcune centinaia di iloti, ossia schiavi, scelti fra i più valorosi. Dato che solo gli uomini liberi potevano combattere, al loro ritorno dalla Calcidica, 700 veterani della campagna che aveva portato alla conquista di Anfipoli furono liberati e vennero assegnate loro delle terre da lavorare. Dal nome del generale che li aveva comandati vennero detti Brasidei.

I NIPOTI DEI ROMANI. In epoca repubblicana per ottenere la cittadinanza romana i maggiorenti delle città italiche associate facevano sposare i loro figli con figlie di maggiorenti romani. La nuova famiglia abitava a Roma, con la protezione dei suoceri. In questo modo i nipoti nascevano cittadini romani e avevano diritto di partecipare alle elezioni per le magistrature.

LO IUS ARMORUM. In epoca imperiale, fino a Caracalla, una dei modi più diffusi per conseguire la cittadinanza romana era prestare il servizio militare. Dopo vent’anni da legionario, questa era la durata della ferma, si riceveva un’indennità di pensionamento, di solito in natura sotto forma di piccolo appezzamento di terra, insieme alla qualifica di cittadino romano.

ERODOTO. Secondo Erodoto i Greci vinsero le guerre combattute contro i persiani nel 492- 490 e nel 480- 479 a. C. per la loro superiore condizione sociale e quindi maggior attitudine a portare le armi. Essi erano infatti uomini liberi, dotati di piena cittadinanza, che combattevano contro sudditi del Gran re di Persia privi di qualunque diritto.

FANTASCIENZA. In Fanteria dello spazio, romanzo di fantascienza del 1959 ambientato in un futuro lontanissimo, dal quale nel 1997 è stato tratto un film, Robert Heinlein immagina che l’unico modo per ottenere la piena cittadinanza nella Federazione degli umani sia aver svolto il servizio militare. La ferma ha una durata lunghissima.

LIBERTAS. Nel medioevo il concetto di cittadinanza scompare. Viene sostituito da quello di libertas, che individua un diritto particolare concesso dall’autorità suprema, in teoria l’imperatore, a un gruppo di sudditi individuato nei modi più diversi. In pratica ciascuna città, e in essa ciascun gruppo di abitanti, si trova a vivere in una condizione giuridica particolare, con diritti e doveri propri.

ARRIVANO I FRANCESI…Nel 1789, all’inizio della Rivoluzione Francese, viene approvata a Parigi la Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino. Essa prevedeva, tra l’altro, (articolo 6): “La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti. ”

CUIUS REGIO. Con la pace di Augusta del 1555 e in modo più chiaro con quella di Vesfalia del 1648 venne stabilito, con l’intento di porre fine alle guerre di religione, il principio cuius regio eius religio, in base al quale i sudditi di un territorio erano tenuti ad abbracciare la religione praticata dal loro sovrano, oppure lasciare il paese. Il sistema si rivelò efficace.

NAPOLEONE/ 1. Solo in epoca napoleonica gli abitanti del Canton Ticino ottennero la parità di diritti politici rispetto agli abitanti degli altri cantoni svizzeri, che fino ad allora erano stati i proprietari del loro territorio, del quale nominavano a rotazione il governatore che si occupava soprattutto della raccolta fiscale.

NAPOLEONE/ 2. Anche in Olanda fu solo in epoca rivoluzionaria e poi napoleonica che venne imposta l’equiparazione fra protestanti e cattolici, fino ad allora i secondi venivano discriminati nell’assegnazione dei ruoli interni all’amministrazione pubblica.

NO TAXATION…No taxation without representation. Nessuna tassa senza diritto di rappresentanza. Il principio in base al quale iniziò la ribellione delle Tredici Colonie Inglesi d’America, che tradizionalmente viene fatta cominciare con il Boston Tea Party del 1773, la distruzione di un carico di te nel porto della città atlantica.

IL CITOYEN. La Rivoluzione Francese coniò il nuovo titolo di citoyen, cittadino, uguale per tutti, dando in questo modo evidenza anche formale al principio egualitario che la informava, almeno in teoria. Il diritto di voto era infatti molto limitato, sulla base dell’alfabetizzazione e del censo. La Marsigliese, canto rivoluzionario poi divenuto inno nazionale francese, invoca “aux armes citoyens, formez votre battaillones”, alle armi cittadini, formate i vostri battaglioni.

GLI HETAIROI. Gli hetairoi, letteralmente i compagni, di Alessandro Magno formavano la sua cavalleria pesante, alla testa della quale il sovrano macedone conquistava le sue vittorie in battaglia. In teoria essi erano suoi compagni d’arme, di pari dignità. Si rifiutarono quindi di fare la proskinesis, l’inchino fino a terra di tradizione orientale, davanti a lui, come venne loro richiesto dopo la conquista dell’impero persiano.

RE ARTÙ. La Tavola Rotonda di re Artù, nel castello di Camelot, intende essere simbolo della pari dignità esistente fra il sovrano e i suoi cavalieri. È proprio l’aver ricevuto l’investitura a cavalieri che costituisce l’elemento unificante e parificante della loro condizione. 

ITALIANI SENZA INNO NAZIONALE.

L'Italia s'è desta (forse) per l'inno nazionale provvisorio dal 1946. La Camera al voto per rendere i versi di Mameli il nostro canto ufficiale. Finora tutti i tentativi si erano arenati, scrive Alberto Custodero l'1 luglio 2017 su "La Repubblica". L’inno di Mameli potrebbe liberarsi dalla condanna a essere eternamente provvisorio. A giorni, la commissione Affari costituzionali della Camera voterà una proposta di legge per rendere “Il Canto degli Italiani” di Goffredo Mameli "inno ufficiale" della Repubblica. Da 71 anni, incredibilmente, 'Fratelli d’Italia' è provvisorio: da quando, il 12 ottobre ‘46, il Consiglio dei ministri - allora guidato da Alcide De Gasperi - "su proposta del ministro della Guerra", stabilì che fosse adottato come inno nazionale per la cerimonia del giuramento delle Forze Armate del 4 novembre successivo: ma, appunto, "provvisoriamente". Da allora, il provvisorio s’è trasformato in definitivo. Ben tre legislature in questi 71 anni (la 14esima, la 15esima e la 16esima) hanno provato a dare all’inno dignità di legge, ma tutti i progetti presentati hanno iniziato l’esame parlamentare, senza tuttavia essere mai approvati. Un implicito, ma non formale, riconoscimento è giunto con l’approvazione della legge 222 del 2012, che ne prevedeva l’insegnamento nelle scuole. L’attuale legislatura, la 17esima, è dunque la quarta a provarci. E seppure sembri ormai avviata a concludersi alla scadenza naturale, nel marzo 2018, i margini per l’approvazione ci sono. Sarà la cronaca parlamentare di questi mesi a dirci se 'Fratelli d’Italia' riuscirà a fare il gran salto, o se resterà ancora per chissà quanto un inno ad interim. La proposta di legge che sarà esaminata giovedì prossimo dalla commissione Affari costituzionali - la stessa che si occupa della legge elettorale - è stata presentata, in perfetta coerenza tra inno e nome del gruppo politico, dal deputato di Fratelli d’Italia Gaetano Nastri. E da uno del Pd, Umberto D’Ottavio. Solo tre gli emendamenti. Uno, presentato dal forzista Francesco Paolo Sisto, che propone di chiamare l’inno di Mameli «nazionale» e non ufficiale. E due, decisamente contrari, del centrista Gian Luigi Gigli, che intende con il primo abolire “Fratelli d’Italia”, con il secondo promuovere un concorso nazionale per scegliere un nuovo inno. Una posizione già espressa negli anni da alcuni partiti d’ispirazione cattolica. Stupisce, invece, il silenzio della Lega, che da sempre ha attaccato l’inno risorgimentale (Bossi al verso "schiava di Roma" in più occasioni alzò il dito medio), preferendogli il coro del Nabucco di Verdi, ritenuto da molti inadatto in quanto è il canto di un popolo diverso dall’italiano. E per di più sconfitto. Il Carroccio non ha presentato emendamenti: si vedrà la sua posizione al momento delle dichiarazioni di voto. L’inno con il quale Carlo Alberto aprì la prima guerra d’Indipendenza, e che voleva simboleggiare la rinata fraternità nazionale italiana, fu scritto dal giovanissimo poeta soldato Mameli il 10 settembre del 1847, e musicato il 10 novembre, a Torino, dal maestro genovese Michele Novaro nella casa di Lorenzo Valerio, uno dei capi più autorevoli del partito liberale piemontese. Divenne il canto più amato del Risorgimento italiano e degli anni successivi all’unificazione, passando dal fascismo (Mussolini rivolto alla "gioventù italiana" disse "i tuoi santi sono Balilla e Mameli"). Tornato in auge durante la presidenza Ciampi, spiegato da Roberto Benigni in una memorabile serata a Sanremo, fu oggetto di scherno da parte di Berlusconi il 27 marzo del 2009, quando, in chiusura del congresso di fondazione del Pdl, al passaggio "siam pronti alla morte", fece con la mano il gesto “così così”. Berlusconi e l'inno di Mameli: "Siam pronti alla morte? Così così".

ITALIANO: UOMO QUALUNQUE? NO! SONO TUTTI: CETTO LA QUALUNQUE.

Cetto La Qualunque: 'na beata minchia!!!. "Mi è stato chiesto, se sarò eletto cosa intendo fare per i poveri, i bisognosi: 'na beata minchia!!!"

Qualunquemente. Da Wikiquote, aforismi e citazioni in libertà. Qualunquemente, film italiano del 2011 con Antonio Albanese, regia di Giulio Manfredonia.

Frasi.

Mi è mancata tanto la famiglia... Era così forte la mancanza, che infattamente in questi anni me ne sono fatto un'altra! (Cetto La Qualunque)

Guarda, qui sono arrivati ad arrestare un gentiluomo, un galantuomo, solo perché ha sparato a un vicino! E non è che si chiedono se questo vicino è un infame, è un caino... (Imprenditore)

[Riferendosi alla costruzione del villaggio turistico] Qui sai che c'era? Solo pietre vecchie, tombe, anfore, elmi, scudi, pezzi di colonne: insommamente macerie. Io l'ho bonificato: è tutta roba mia. (Cetto La Qualunque)

Schierarsi dalla parte della legge... dico: ma è legale questa cosa? (Cetto La Qualunque)

Ragioniere, quante volte te lo devo dire che le tasse sono come la droga, se le paghi una volta, anche solo per provare, finisci che ti prende la voglia! (Cetto La Qualunque)

[Rivolgendosi a una bagnante] Ma lo sa che lei ha un bel corpo da assessore? (Cetto La Qualunque)

[Al distributore] Questo è il buono-benzina offerto da Cetto La Qualunque! Fate il pieno di democrazia, 10 euro ce li mette il vostro candidato, votate il vostro sindaco! (Cetto)

Melo, guarda come sei maschio senza casco! I capelli al vento sono più sinceri! (Cetto)

[Gerry] È di Bari ma dice di essere di Milano: un pentito. (Cetto)

Carmen, il carcere è formativo, una specie di università! Poi sinceramente siamo sotto elezioni, Carmen, ragiona: in un momento così, meglio lui [Melo] che io, dà meno nell'occhio. (Cetto)

Io sono stato a Rimini e a Riccione, e ho scoperto cosa muove una regione progredita come la Romagna: 'u pilu! (Cetto La Qualunque)

Ho i cugghiuni che minacciano la secessione! (Cetto La Qualunque)

Date a Cetto quel che è di Cetto. Accetto. Salgo in politica, mi candido a sindaco! (Cetto La Qualunque)

Bancarotta fraudolenta, false fatturazioni, riciclaggio... – Be', ma manco avesse arrubbato qualcosa a qualcuno! (Cetto La Qualunque)

Porteremo barche di pilu, navi cariche di pilu, insommamente, fortissimamente... pilu!! (Cetto La Qualunque)

[Un comizio] Cari amici elettori, e sdraiabilmente amiche elettrici, mi è stato chiesto, se vengo eletto, cosa intendo fare per i poveri e i bisognosi: 'na beata minchia! È ora di finirla: 'sta cosa dei bisognosi è una mania! Poi sono bisognoso anche io di voti, affettivamente mi servono più dell'ossigeno: qui siamo in guerra, e io non faccio prigionieri. Tu mi voti, ti trovo un lavoro e ti sistemo. Tu non mi voti, 'ntu culu a ttìa e a tutta 'a famighia! Applauso! Io amo lo scontro, e soprattutamente non amo i pacifisti, nella persona di De Santis, il nostro Giovanni De Santis della lista civica. De Santis: io non ti sputo che ti profumo, io non ti piscio che ti lavo, io non ti caco che ti inciprio! De Santis, tu ti sei fissato che i problemi del Meridione sono il lavoro, lo sviluppo economico, la valorizzazione delle risorse naturali... Ma chiù natura d'u pilu, che c'è? Qui da noi non serve lavoro, che se uno sa firmare due assegni a vuoto, di fame non muore. Qui non servono strutture scolastiche od ospedali efficienti. Ccà serve 'u pilu. (Cetto La Qualunque)

Il ponte [Sullo Stretto] si farà! E se non basta il ponte faremo un tunnel, perché un buco mette sempre allegria! (Cetto La Qualunque)

Se nell'ospedale ci sono i topi, io porterò i gatti! ((Cetto La Qualunque))

[Al tenente] Si vergogni. Io sono il sindaco. Lei e la magistratura bastasa non riuscirete a sovvertire il risultato democratico delle elezioni! (Cetto La Qualunque)

[Frase ricorrente] Ah, bastasu... Ah, caino! Ppuhh!!! [Tutti i presenti sul palco sputano in basso e addosso alle persone radunate per seguire il comizio elettorale]

Dialoghi.

Cetto: Pino, dimmi, come mi trovi?

Pino: Eh Cetto, sei elegante come sempre! Chi è bello è bello, e chi è più bello di te... si trucca!

Ingegnere: L'unico problema lo sta facendo il Comune.

Cetto: Problema? Che problema?

Ingegnere: Hanno scoperto che il villaggio è costruito su una specie di catapecchia antica, etrusca.

Cetto: E quindi che c'è? È vietato?

Geometra: Sarebbe, vietato.

Cetto: Ma invece di ringraziarci, chè da una città vecchia gliene abbiamo fatto una nuova, 'sti cornuti!

Geometra: Ogni giorno se ne inventano una! E il villaggio abusivo, e gli impianti non sono a norma, e "non avete i permessi", e l'archeologia... È un casino, Cetto: non ti lasciano lavorare!

Carmen: Cetto, tu non le puoi avere due mogli!

Cetto: Ah Carmen, come sei fatta... Non ti va mai bene niente, ogni cosa è un problema! Ma che saranno mai due mogli? E non si possono avere due macchine, non si possono avere due moto, non si possono avere due case...

Carmen: No due case sì! E infatti io me ne vado nell'altra!

Cetto: Se va avanti così, non si potranno avere manco du cugghiuni, vah!!

Carmen: Cetto, ma quella cosa... piccola, negra... È tua figlia?

Cetto: Carmen, lo sai che ti voglio bene, e infattamente per questo ti dico: non suggnu cazzi toi.

Cetto: Melo, che è la tua ragazza quella?

Melo: Sì, papà.

Cetto: Melo, quella ragazza non va bene. Non ha minne. È senza tette E pure di culo è scarsa.

Cetto: Senti Melo, presto io sarò sindaco; quindi tu, per legge, vice-sindaco. Però ci sono delle cose da mettere a posto: tu devi cambiare, Melo. Certo, io sono mancato, e un figlio senza padre può prendere una brutta piega. Ma ora sono tornato. Melo, ti ho visto l'altra sera in moto, e avevi il casco: non va bene Melo, ho un nome in paese. Tu sei il mio orgoglio, mi sono sacrificato, mi sono impegnato per te, tu sei il mio capolavoro, ti ho insegnato tutto... Te lo sei dimenticato? Quando avevi 11 anni ti ho dato le prime lezioni di guida, ti ricordi? Quando ne avevi 12 che ho fatto?

Melo: Mi hai insegnato a picchiare i compagni della classe che non mi facevano copiare.

Cetto: Bravo. Quante volte ti ho detto di non mettere mai il casco, potrebbero pensare che sei timido! Ti devi fare rispettare! Si comincia dando la precedenza a un incrocio e finisce che ti prendono per ricchione. E come se non bastasse, infinemente, mi cadi su una ragazza senza minne, piatta. Dove ho sbagliato? [...] Mi è caduto il mondo, sai? Piatta: che dolore che mi hai fatto prendere, Melo.

Pino: Io e Svetlana ci sposiamo.

Cetto: Ma siete sicuri?

Pino: Certo, infatti ti volevamo dire che per noi sarebbe un grande onore, ci farebbe veramente piacere... Ci vuoi fare da testimone?

Cetto: Testimone... Che brutta parola per dire una cosa così bella!

Pino: Andiamo Cetto, se perdiamo mezz'ora a ogni minna, finiamo dopodomani!

Cetto: Hai ragione Pino. Però come criterio di massima, come sistema di riferimento, come atteggiamento preferenziale: tu fatti i cazzi toi.

Giornalista: Non è il caso che nel Sud entrino in politica anche le donne?

Cetto: Signorina, nella mia visione politica, spessatamente all'avanguardia, non sono le donne che devono entrare in politica ma è la politica che deve entrare dentro le donne! Non è partito l'applauso ma me lo merito!

Cetto: [Dopo aver letto sul giornale un articolo critico verso di lui] Di cosa parla? Tu Pino hai capito?

Pino: No.

Cetto: Perfetto. Pino è l'elettore medio: se Pino non ha capito niente, non capirà niente nessuno.

Gerry: Domattina ci vediamo qui, sette in punto.

Cetto: Alle sette?

Pino: Alle sette di sera!

Gerry: Quelle sono le diciannove. Le sette son le sette, checché se ne dica.

Cetto: [Rispondendo al cellulare durante la messa] Sì, pronto? Ah, sei tu? Ciao. No, non posso. Sono in una specie di riunione. Magari! Eh, una rottura 'e cugghiuni che non ti dico, guarda. Sì, vabbè, alle 11 passo e t'o butto, sì...

Gerry: La Qualunque, siamo in una chiesa: un po' di buona creanza!

Cetto: [Rivolgendosi al prete] Affettivamente è vero prete, sto telefonando! Se per cortesia abbassa un po' il volume, un po' di creanza!

[Al dibattito in tv]

De Santis: Quest'anno credo che gli elettori di Marina di Sopra, abbiano una grande responsabilità...

Cetto: È incredibile, è una vergogna, non è possibile...

De Santis: Dicevo che gli elettori di Marina di Sopra devono scegliere cosa...

Cetto: È incredibile, è una vergogna, non è possibile, che schifo.

De Santis: Ma si può sapere cosa ha da bofonchiare? Qui non si riesce a sviluppare un concetto!

Cetto: Io bofonchio quanto mi pare e piace, siamo in democrazia! E poi, come principio cardine, De Santis: fatti i cazzi toi.

De Santis: Calogero, lei permette al mio avversario di parlarmi con questo linguaggio? Faccia qualcosa!

Conduttore: E Madonna quanto è permaloso! Si faccia una risata, ché questa è sana ironia! Signor La Qualunque, io mi scuso a nome del suo avversario: qua siamo in una trasmissione libera, lei può dire e fare tutto quello che vuole!

De Santis: Ma è una vergogna! Lei parteggia in un modo indecente per il mio avversario!

Conduttore: Non dica sciocchezze e porti rispetto! E poi non se la prenda con me: non è colpa mia se lei è d'una noia mortale. Avanti, si sbrighi che poi tocca a La Qualunque.

De Santis: Ma se ho appena iniziato!?

Cetto: E hai già sfracanato! Pensa cosa succede se continui! De Santis, è meglio che ti fermi: arritirati, lavati i pedi e vai e curcati, vah! [...] Non ci saranno più bollette del gas, e, aggiungo, aboliremo anche quelle della luce, e crepi l'avarizia!

De Santis: Sono tutte fandonie!

Cetto: Sempre meglio delle cazzate che dici tu! La solidarietà, la partecipazione... Che du cugghiuni, vah!

Conduttore: Bene, io direi che siamo giunti al termine della trasmissione...

De Santis: Ma come al termine? Lui ha parlato il doppio di me, il triplo, non sono riuscito a sviluppare un concetto!

Conduttore: Fossi in lei, non me ne vanterei troppo!

Cetto: Signor Calogero, mi fa dire ancora un paio di cose?

Calogero: Eh certo!

De Santis: Ma non aveva detto che avevamo finito?

Conduttore: De Santis adesso basta, stiamo veramente esagerando! Non mi è mai capitato in tanti anni di trasmissione di avere a che fare con un politico insolente come lei!

Cetto: È vero, sei puzzolente, vergognati De Santis!

L'ultima follia della Boldrini: censurare la democrazia. Nel Mantovano eletta una consigliera "fascista". La presidente s'infuria e chiede l'aiuto di Minniti, scrive Massimo Malpica, Mercoledì 14/06/2017, su "Il Giornale". Come volevasi dimostrare. I «fasci» vincono e gli autoproclamati difensori della democrazia si ritrovano sull'orlo di una crisi di nervi. La storia è nota: nel piccolo comune di Sermide e Felonica, provincia di Mantova, tra le liste in corsa c'è «Fasci italiani del Lavoro», partito creato da Claudio Negrini, e la cui figlia, Fiamma, è candidata sindaco. Non è la prima volta che sulla scheda compare quel simbolo al profumo di Ventennio. Il partito col fascio littorio aveva già presentato una sua lista alle elezioni nel 2002, nel 2007 e nel 2012, senza mai sollevare polemiche. Stavolta succede l'imponderabile. Ben 334 elettori votano per Fiamma, il 10,41 per cento dei votanti. E la ragazza, 20 anni, si ritrova consigliera comunale. E pensare che a una settimana dal voto, in seguito a una sassaiola «social» contro Negrini e il suo partito, papà Claudio aveva pensato di evitare le polemiche chiamandosi fuori: «Inizialmente volevo sospendere la campagna elettorale per tutelare i membri della lista - aveva raccontato all'Adnkronos - ma sia l'intervento di mia figlia Fiamma che quello degli altri due candidati sindaci Mirco Bortesi e Anna Maria Martini, che ringrazio, mi hanno fatto cambiare idea». La storia di tolleranza di provincia diventa però un clamoroso successo elettorale, rendendo virale la vicenda. E moltiplicando i mal di pancia. Tra i più fastidiosi, quello accusato dalla terza carica dello Stato, Laura Boldrini. Che ha chiesto «aiuto» a Marco Minniti, lamentandosi con il titolare del Viminale per quella lista col fascio littorio «presentata e ammessa» alle elezioni, con una decisione che «desta forti perplessità». Cercando conforto in leggi e regolamenti contro l'affronto, Boldrini pesca le «istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature» diramate dalla direzione dei servizi elettorali del ministero a maggio scorso. Lì, ringhia, c'è scritto che vanno ricusati «i contrassegni con espressioni, immagini o raffigurazioni che facciano riferimento a ideologie autoritarie (per esempio, le parole fascismo, nazismo, nazionalsocialismo e simili)». E invece i «fasci del lavoro» sono passati indenni. Di fronte alla «questione di particolare gravità» sollevata dalla furiosa Boldrini, Minniti scatta senza indugi. E il prefetto di Mantova revoca i malcapitati funzionari della sottocommissione responsabili della svista-attentato alla democrazia. Che, però, appunto, è democrazia. E non può toccare la volontà manifestata dagli elettori che hanno scelto di portare la Fiamma candidata per i «Fasci» dentro il Consiglio comunale del paese del Mantovano.

«Un risultato straordinario», esulta papà Negrini, che invece di alimentare le polemiche fa sfoggio di fair play: «Quello non è il fascio littorio ma il fascio della Repubblica sociale italiana, sono 15 anni che presento lo stesso simbolo in tutt'Italia e nessuno ha mai avuto nulla da ridire. Vorrà dire che la prossima volta lo cambierò».

Fiamma Negrini, il prefetto di Mantova rimuove i funzionari che hanno ammesso la lista fascista, scrive il 14 Giugno 2017 "Libero Quotidiano". Il caso di Fiamma Negrini, la sexy-fascista di 20 anni eletta in Consiglio comunale a Sermide-Fellonica, nel Mantovano, continua a tenere banco. Dopo l'exploit alle urne con la lista Fasci del lavoro, ha preso il 10,42%, è esplosa la polemica, capeggiata, ovviamente, da Laura Boldrini, la quale ha mostrato di non apprezzare, affatto, la democrazia. La presidenta ha infatti scritto a Marco Minniti per dire che no, così non va. La Boldrini ha espresso "forti perplessità sul piano giuridico" per l'ammissione di una lista "che si richiama dichiaratamente a nomi e immagini del partito fascista". E la risposta del Viminale non si è fatta attendere. Il prefetto di Mantova, infatti, "ha revocato le designazioni dei funzionari competenti della settima sottocommissione elettorale circondariale di Mantova, competente per quel Comune". La loro colpa è stata quella di aver ammesso la lista fascista: il combinato disposto Fiamma Negrini-Laura Boldrini, dunque, fa cadere delle teste. Il provvedimento, però, non avrà riflesso sull'esito delle elezioni nel Comune: la revoca dei funzionari riguarderà le prossime tornate elettorali.

Fiamma Negrini, il trionfo con la lista fascista perché vuole far fuori la pista ciclabile, scrive il 15 Giugno 2017 "Libero Quotidiano". Da lunedì, tiene banco il caso di Fiamma Negrini, la "fascista sexy", la ragazza di 20 anni entrata in consiglio comunale a Sermide e Felonica, provincia di Mantova, con la lista "Fasci italiani del lavoro". Lista fascista, lista che ha fatto sclerare Laura Boldrini e ha fatto anche cadere teste in prefettura. Nel frattempo, contro Fiamma, si preannunciano ricorsi e controricorsi. Ma in tutto questo delirio, qualcuno si è chiesto perché la figlia del "camerata" Claudio Negrini, 61 anni e cuore nerissimo, è riuscita ad ottenere più del 10% alle elezioni? Una risposta ha provato a darla La Stampa, che con un suo inviato ha tastato il polso sul territorio. Si parte dai punti del programma, quelli fondamentali. "Riorganizzazione della macchina comunale. Ridare slancio all'agricoltura. Uso degli autovelox a fine educativo e non vessatorio". E già quest'ultimo, per i cittadini massacrati da multe spesso piuttosto insensate, è un tema assai sensibile. Ma secondo il reportage, la vera ragione del successo di Fiamma alle urne è un'altra. E sta tutta in questo punto del programma: "Ritorno immediato alle precedenti modalità veicolari dell'argine del Po". Ovvero, permettere alle auto di tornare a viaggiare dove vogliono far sorgere una pista ciclabile di fianco al fiume. Una pista ciclabile, che a Sermide e Felonica, non vuole nessuno o quasi.

Marino deve pagare il conto per "i fascisti nelle fogne". L'ex primo cittadino della Capitale è stato condannato per l'offesa al mondo della destra. E ha dovuto scusarsi, scrive Elena Barlozzari, Giovedì 15/06/2017, su "Il Giornale". Il «sottoMarino» si è ammaccato. Non è più il sindaco di Roma, ma adesso comincia a pagare l'arroganza e le ingiurie di quella stagione e quel suo modo di puntare l'indice verso chi, secondo lui, meritava la fogna e la compagnia dei topi: ossia, gli elettori di destra. Solo che il tempo qualche volta porta giustizia. Ed è quello che è avvenuto. Ignazio Marino si è presentato davanti al giudice di pace del tribunale di Roma. Il verdetto ha un forte valore simbolico e morale: l'ex sindaco deve scusarsi con gli elettori di destra e pagare un risarcimento simbolico. È l'unico modo per raggiungere in extremis il ritiro della querela. Marino ha accettato il compromesso: risparmiare i soldi in cambio della faccia. Tutto questo accade a distanza di due anni da quando, dal pulpito della Festa dell'Unità, il «sindaco marziano» arringava i suoi concittadini, spostando la mano verso il basso, dritto nella direzione di un tombino. È lì, disse, che devono tornare, «dalle fogne da cui sono venuti». «La smettano proseguiva accendendosi questi eredi del nazifascismo di dare lezioni di rigore e democrazia a noi». E il suo popolo, lì sotto, si spellava le mani. Destinatari dell'invettiva, neanche a dirlo, erano i «fascisti immaginari». Rei d'aver sostenuto l'ascesa in Campidoglio del suo predecessore. Gianni Alemanno l'aveva querelato senza ottenere granché. Secondo i pm di allora, infatti, il limes della critica politica non era stato superato. In quelle frasi, insomma, non c'era nulla di penalmente rilevante. Nemmeno l'evidente richiamo allo slogan tanto in voga negli Anni di piombo aveva smosso le toghe. Eppure, il significato di quel motivetto se lo ricorda bene chi ha visto amici e familiari vittime della sinistra violenta. Il caso, però, si chiuse lì. Come la carriera del chirurgo genovese, prematuramente stroncata dallo scioglimento del consiglio comunale e dal successivo commissariamento. Eppure aveva promesso di restare al timone dell'Urbe sino al 2023, per poi raccontare come in Blade Runner «cose che voi umani non avete mai visto». Ma l'annunciata fatica letteraria, Un marziano a Roma, ha visto la luce ben prima del previsto. E, dopo aver resistito alla tentazione di una nuova candidatura, sembra esser definitivamente scomparso dai radar della politica. Salvo irrompere, a gamba tesa, quando si tratta di restituire qualche stilettata a quella tal Virginia, seduta all'ultimo banco dell'opposizione ed oggi alla guida della Capitale. A disturbare il buen retiro dell'ex sindaco, rinfacciandogli quelle «parole denigratorie», sono stati il consigliere regionale di Fratelli d'Italia, Fabrizio Santori, ed il consigliere municipale di Noi con Salvini, Fabio Sabbatani Schiuma. Determinati ad ottenere giustizia, anche loro avevano denunciato l'accaduto in Procura. E così, dopo il rinvio a giudizio disposto dal pm Giulio Berri, l'ex sindaco della Capitale è finito alla sbarra. Per rispondere di quelle offese e del reato di diffamazione. Sprovvisto della carta di credito del Comune di Roma, stavolta, il conto lo ha pagato di tasca sua. E si è scusato. «Per non gravare ulteriormente la già ingolfata macchina della giustizia fanno sapere le parti abbiamo ritenuto di accettare l'invito del giudice e le rinnovate scuse nell'odierna pubblica udienza, estese questa volta a tutto il mondo della destra». Oltre a farsi carico delle spese legali, su richiesta dell'avvocato Remo Pannain, l'imputato si è visto costretto a staccare un assegno di 200 euro. Una cifra simbolica che, come insegna il più dantesco dei contrappassi, finirà nelle tasche di una famiglia. Non una qualsiasi. «Adesso annunciano i consiglieri vogliamo devolvere l'assegno a una delle tante famiglie che, in tutta Italia, hanno subito un lutto o un aggressione negli anni Settanta e ora si trovano in difficoltà».

Il politologo Tarchi: "È uno slogan che non più ha senso. Una sciocchezza di chi non ha idee". Il politologo di destra Marco Tarchi che negli Anni di piombo fondò la rivista "La voce della fogna": "La sinistra si aggrappa agli spauracchi", scrive Domenico Ferrara, Giovedì 15/06/2017, su "Il Giornale".  «La destra deve tornare nelle fogne». Marino ha pagato il conto per aver rispolverato un insulto usato negli Anni di piombo per delegittimare gli avversari. Ne sa qualcosa Marco Tarchi, politologo e tra i massimi esperti di populismo. Lui, proprio in quegli anni, fu fondatore e direttore di una rivista satirica improntata all'ironia nei confronti dei detrattori ma anche della stessa destra.

Come mai si chiamava proprio La voce della fogna?

«Per far capire che anche i reietti avevano idee, valori, sentimenti alternativi a quelli di moda. L'editoriale del primo numero si intitolava Oggi le catacombe si chiamano fogne. Più chiari di così...».

Come è nata la storia della frase «fascisti carogne tornate nelle fogne»?

«Immagino dalla vena creativa di un poeta dell'ultrasinistra, che per coerenza ideologica non ne ha preteso il copyright. Comunque in quell'ambiente è stata un refrain di successo».

Come ci si sentiva a essere chiamati così e a essere fascisti o post fascisti negli anni '70 e '80?

«Negli anni Settanta accentuava la sensazione di diversità dal resto del mondo, di cui ci si vantava».

È di quel periodo anche lo slogan "Uccidere un fascista non è reato". Anche oggi si verifica questo gioco dei due pesi e due misure?

«Certamente, ma non è in gioco la destra, quanto l'insieme di coloro che hanno opinioni non in regola con i dettami del politicamente corretto, ovunque si collochino».

Che senso ha oggi un insulto del genere?

«Nessuno. È una delle tante sciocchezze prodotte quotidianamente dagli esponenti della classe politica, che coprono con le risse la carenza di idee».

Anche la Boldrini, con il caso della lista dei Fasci, sembra voler evocare le fogne. I fascisti sono davvero così pericolosi?

«Ovviamente no, ma se alla sinistra che ha rinunciato a quasi tutte le idee che aveva sostenuto da metà Ottocento in poi, a partire dall'anticapitalismo, si togliesse anche lo spauracchio del fascismo, cosa la distinguerebbe dal resto del panorama politico?».

Perché la sinistra radical chic usa gli ancora anni 70 per nascondere i suoi errori?

«Perché, come del resto i suoi avversari, non ha ricette credibili ed efficaci per il presente e non sa immaginare un futuro migliore. Rifugiarsi nel passato e animare guerre tra fantasmi è tipico di tutti coloro che coltivano l'illusione della fine della Storia, che invece è viva e un giorno passerà a chiedere il conto di questa miopia».

In una società dove l'antipolitica la fa da padrona, qual è l'insulto più utilizzato?

«Al di là del repertorio di quelli che si usano in qualunque altro contesto, mi pare che oggi vadano di moda xenofobo e omofobo. Sono aggettivi squalificanti molto in voga a sinistra, che consentono di far passare per un crimine quelle che per molte persone sono preferenze a lungo considerate normali se non scontate: chiunque non mostri di avere verso stranieri e omosessuali una spiccata ed esibita simpatia è sospettato di coltivare pregiudizi razzisti o discriminatori. Segni dei tempi».

Sarebbe riproponibile oggi un'esperienza come La voce della fogna?

«Adeguandola ai tempi, sì. I bersagli polemici non mancano».

Le squadracce grilline in Rete linciano elettori e giornalisti. Dopo la disfatta elettorale, finisce nel mirino chi non ha votato per loro e chi critica. Pioggia di insulti sui social, scrive Matteo Basile, Giovedì 15/06/2017, su "Il Giornale". Prima si parte con gli avversari, poi con gli oppositori, poi con i giornalisti e infine, quando non si hanno più bersagli e la disfatta è manifesta non resta che attaccare gli elettori. Benvenuti a Grillolandia, patria dell'insulto indiscriminato. L'ultima frontiera del linciaggio online in salsa cinque stelle è andata in scena dopo le Amministrative di domenica scorsa. Lungi dal Movimento ammettere la batosta. Guai a fare autocritica. Impossibile aspettarsi un passo indietro. Anzi, da Grillo in giù è stato un coro di assurdità da «crescita lenta e inesorabile» all'«abbiamo migliorato i risultati» in stile Prima repubblica, fino al «siamo al ballottaggio a Topolinia». E quindi, ecco il dagli all'elettore con militanti ma anche candidati scatenati. A Lariano, piccolo comune dei Castelli romani, la candidata grillina Sabrina Taddei sconfitta alle elezioni comunali non l'ha presa bene e tramite Facebook ha pubblicato insulti e anatemi contro chi non l'ha votata. Che poi è la stragrande maggioranza visto che ha raccolto un risibile 4%. «Paese retrogrado, in mano ai soliti lecchini», «cittadini addormentati, abituati a eseguire gli ordini dei signorotti locali, abilissimi a comprare il loro consenso elettorale», e ancora «vi meritate giorni e giorni senz'acqua» e poi per concludere «l'abbandono da parte dei figli visto che hanno dei genitori che non hanno pensato al loro futuro». Una signorata, in sintesi. Stesso scenario con il senatore leccese Maurizio Buccarella che visto il flop nella sua città sempre via social si sfoga dicendo «questo è il veleno della democrazia, questi figli di p... che comprano la dignità dei nostri giovani vanno spazzati via e, appena possibile, denunciati». Ah, questi elettori, bravi e buoni solo se votano loro. Da candidati e onorevoli ai militanti il passo è breve. Il buon esempio non è per nulla vano, le squadracce a 5 stelle sono subito pronte a colpire sul web. C'è chi su Taranto dice: «Siete massacrati dall'Ilva ma vi meritate tutto». Chi riguardo l'Aquila, dove al ballottaggio vanno centrosinistra e centrodestra, scrive «vince il Pd nelle zone terremotate, si vede che amano il campeggio». Chi riguardo il voto di Genova, dove anche in questo caso il ballottaggio sarà tra centrosinistra e centrodestra con mazzata in casa propria per Grillo, se ne esce con un «la prossima volta che esonderà un fiume allora morite con i vostri figli». C'è poi il vignettista semi ufficiale dei grillini Mario Improta, alias Marione, che rappresenta gli italiani agonizzanti in un mare di liquami mentre rifiutano la mano tesa e, naturalmente, linda del Movimento 5 stelle che vuole salvarli. Manifesto del disprezzo totale che i militanti 5 stelle nutrono verso chi non la pensa come loro. D'altra parte per chi è cresciuto alla scuola del «vaffa» e ha fatto dell'insulto la propria cifra stilistica il canovaccio è chiaro. Sono tutti ladri e corrotti e mafiosi, asserviti al potere, incapaci e in malafede. Tutti tranne loro, ovviamente. E allora è normale, quasi naturale trascendere nell'insulto. Come normale è prendersela con la stampa. E quindi se il giornalista Nicola Porro si permette in Tv di mettere alle corde il grillino Alfonso Bonafede, smontando punto su punto il reddito di cittadinanza, su Facebook ecco puntuale il bombardamento di commenti che vanno da «venduto» a «servo del potere» a «maleducato» fino ai classici pennivendoli. Poco importa che Porro sia stato preciso, puntuale e incalzante sul merito e che abbia zittito il deputato incapace di replicare per mancanza di argomenti. Se li attacchi sei brutto e cattivo, a prescindere. Stesso trattamento subito anche da Maurizio Costanzo che sempre in tv ha criticato la senatrice grillina Paola Taverna sottolineando i mali di Roma e la malagestione della giunta Raggi con ironia e sarcasmo. A lui l'invito di «ritirarsi» «di andare a guardare qualche cantiere», o più semplicemente, «di tacere». Alla faccia della democrazia. Nulla di strano per chi ha varato le liste di proscrizione per i giornalisti non graditi e definisce da sempre la stampa venduta al fantomatico, indefinito e inafferrabile «potere». D'altra parte quando le logiche del peggior becero tifo da stadio vengono applicate alla politica il risultato è questo. Non conta la realtà dei fatti: l'arbitro è sempre venduto, gli avversari rubano e i tifosi delle altre squadre fanno schifo. È la politica grillina e nessuno sembra esserne immune.

La verità sui grillini: uno su due è disoccupato. I 55 parlamentari «indigenti» non vogliono perdere 100mila euro, scrive Francesco Maria Del Vigo, Mercoledì 14/06/2017, su "Il Giornale". Il sogno dei grillini è guadagnare senza lavorare. E molti di loro ce l'hanno fatta: sono i 31 parlamentari pentastellati che senza poltrona sarebbero a reddito zero e gli almeno venti a cavallo della soglia di indigenza. Praticamente un eletto su due del Movimento 5 Stelle. Deve essere per questo motivo che sono così ossessionati dal reddito di cittadinanza, perché loro lo hanno già. Sono già abituati all'idea che si possa vivere comodamente a spese dello Stato. Inutile lambiccarsi il cervello sulle coperture economiche e l'assegnazione di questo benedetto reddito. Probabilmente non c'è alcuna teoria economica dietro la loro proposta, ma solo l'esperienza pratica: quella che hanno fatto in Parlamento. Così abbiamo scoperto che i Cinque Stelle tengono famiglia ma non tengono il lavoro. E questo è un grosso problema, per loro ma anche per noi, in quanto contribuenti. Altro che «cittadini», questi sono politici e pure di professione. Nel senso che sanno fare solo quello e spesso lo fanno anche male. Una volta mollato lo scranno finirebbero nelle liste di disoccupazione (dove nei loro sogni li attenderebbe il reddito di cittadinanza, praticamente il delitto perfetto). Ed è per questo che ultimamente i pentastellati hanno smesso di dire «Vaffa» alla legislatura e si sono messi a sabotare la legge elettorale che avevano giurato di votare. Non è una questione politica, ma economica: non vogliono perdere il grano. E, attenzione, non stiamo parlando di pochi spiccioli. Se la legislatura dovesse morire di morte naturale, quindi la prossima primavera e non questo autunno, ogni deputato intascherebbe altri centomila euro di stipendio. Un bel tesoretto, specialmente per chi ha davanti a sé un futuro da inoccupato. Ed è proprio questo il prezzo attaccato sulla fronte di alcuni degli integerrimi Cinque Stelle. Alla faccia delle comparsate alla marcia francescana, della leggenda dei senatori parsimoniosi e monacali e delle panzane sulla decrescita felice. L'esercito degli aggrappati alla poltrona è composto da una cinquantina di soldati pronti a far di tutto pur di non perdere l'emolumento. Soldati ma anche generali, perché tra i parlamentari a reddito zero ci sono pure Luigi Di Maio e Roberto Fico, giusto per citare due tra i nomi più noti. Volevano sventrare le istituzioni come una scatoletta di tonno e ora sono lì a fare i pesci in barile per portare a casa lo stipendio. Se si guardassero allo specchio, vedrebbero per dirla con le loro parole ottimi esemplari della casta dei parassiti.

"La candidatura di La Vardera tutta una finzione", e con Benigno finisce in rissa. Il candidato avrebbe girato per tutti questi mesi con una telecamera nascosta, con l'obiettivo di realizzare un film/documentario sui retroscena della politica palermitana. Dietro la regia delle Iene. Vozza: "Un criminale che ha truffato i palermitani". Meloni e Salvini infuriati. I carabinieri intervengono in via Ausonia, scrive Andrea Perniciaro il 14 giugno 2017 su "Palermo today". Si è presentato agli elettori con un video, come fece nel '94 Silvio Berlusconi, affermando che il suo maestro era Gesù. Sei mesi dopo si trova in ospedale con il collare dopo una rissa con Francesco Benigno. Le voci erano iniziate qualche settimana fa: la candidatura a sindaco di Ismaele La Vardera è stata tutta un bluff. Fin dal principio l’idea sarebbe stata quella di realizzare un documentario/servizio dove “il ragazzo col ciuffo rosso” interpreterebbe la parte di se stesso. Dietro la regia delle Iene, che avrebbero finanziato tutto. L'obiettivo: raccontare i retroscena e i particolari della campagna elettorale palermitana. In tutti questi mesi La Vardera avrebbe girato con microfoni e telecamere nascoste per carpire segreti e retroscena dei politici. Avrebbe registrato tutti: da Cuffaro a Miccichè, da Orlando a Ferrandelli. In queste ore c'è imbarazzo all'interno degli staff degli altri candidati sindaco. La Vardera avrebbe tenuto all’oscuro di tutto non solo i candidati della sua lista, ma anche i suoi più stretti collaboratori. Ragazzi e ragazze dello staff che lo hanno accompagnato sin dall’inizio della sua avventura. Furente Francesco Vozza, referente provinciale di Noi con Salvini, e candidato nella lista che appoggiava la candidatura di La Vardera. “Si tratta di un complotto ai danni degli elettori palermitani – afferma Vozza a PalermoToday -, non solo per quei pochi (circa 6.000 ndr) che l’hanno votato. E’ stata tutta una finzione, pagata dalle Iene. Ha iniziato con un programma fasullo (copiato dal candidato sindaco di Segrate). Ha sempre girato con un cameraman al soldo della trasmissione di Italia Uno, dicendo invece che era un suo amico. Si tratta – conclude Vozza – di un truffa ai danni degli elettori palermitani. Siamo a una situazione assurda. E' un criminale che ha tradito il popolo palermitano”. Matteo Salvini e Giorgia Meloni sono infuriati. Pare che La Vardera abbia chiesto la liberatoria alla leader di Fratelli d’Italia per le riprese che la riguardavano, ma che questa abbia risposto picche. E proprio la liberatoria sarebbe alla base della rissa con Francesco Benigno. La Vardera, all’interno dei locali del Comitato elettorale di via Ausonia, avrebbe confessato la verità all’attore. Chiedendo anche a lui il permesso di mandare le immagini che lo riguardavano. A quel punto un amareggiato Benigno (che credeva veramente nel sogno politico) ha chiesto di poter continuare la discussione in privato, chiedendo di far uscire gli operatori che in quel momento erano nella stanza. A questo punto le versioni sono discordanti: La Vardera sostiene che Benigno avrebbe aggredito sia lui che i cameraman. Mentre l’attore palermitano sostiene di aver solamente reagito dopo che la sua compagna, infastidita dalla presenza dei cameraman, è rimasta ferita a una gamba dopo essere stata spinta da uno degli operatori. Lui avrebbe solamente strappato loro le telecamere. La Vardera quindi avrebbe inscenato tutto. Sull’accaduto faranno luce i carabinieri che sono intervenuti in via Ausonia. Una storia paradossale insomma. Che – siamo sicuri – riserverà ancora tante sorprese. 

Tra Benigno e l'ex Iena l'alleanza finisce a cazzotti. L'attore siciliano Roberto Benigno e la ex Iena di Italia Uno Ismaele La Vardera sono finiti alle mani, scrive Luisa De Montis, Giovedì 15/06/2017, su "Il Giornale".  Un'alleanza elettorale finita a cazzotti. L'attore siciliano Roberto Benigno e la ex Iena di Italia Uno Ismaele La Vardera sono finiti alle mani. Il candidato sindaco alle elezioni amministrative 2017 concluse con la vittoria di Leoluca Orlando e l’attore di Mery per sempre, candidato al consiglio comunale nella lista del giornalista, hanno dato vita ieri sera a una lite furibonda. Che, secondo quanto scrivono i giornali locali, sarebbe iniziata a causa di alcune riprese che La Vardera avrebbe commissionato a degli operatori durante un colloquio al comitato elettorale. Riprese che avrebbe infastidito sia Benigno sia la compagna, con quest’ultima che sarebbe stata spinta dagli stessi operatori, sbattendo sulla scrivania. Da lì la reazione di Benigno. Che però ha smentito l'aggressione. La Vardera invece sarebbe finito in ospedale con tanto di collare. "Ho strappato le telecamere dalle mani dei due operatori, uno si è graffiato. Non è stata una rissa perché io non ho alzato le mani a nessuno. Io e la mia compagna siamo vittime, c'erano due operatori che stavano riprendendo mentre parlavamo e allora ho detto di smettere", ha raccontato Benigno ai carabinieri citato da Repubblica Palermo. Dopo il flop elettorale, Benigno aveva già fatto parlare di sé per lo sfogo al veleno su Facebook. "Siete delle vergognose bestie – scrive su Facebook – avevate paura di me e come vi annunciavo nella mia ultima diretta, che avevo paura di fregature, eccoli puntuali a fottermi. E secondo voi io ho preso 156 miseri voti?", aveva tuonato l'attore.

Francesco Benigno, l’attore di Mery per sempre: "Siete delle vergognose bestie", scrive Cecilia Uzzo il 14 giugno 2017 "Tv Zap". Candidato alle elezioni comunali di Palermo, attacca sui social chi non ha avuto il coraggio (e la coerenza) di votarlo. L’amarezza viaggia su Facebook, almeno per Francesco Benigno che, deluso per i risultati delle elezioni comunali di Palermo, ha pensato di affidare al social il suo disappunto, ma anche la sua rabbia nei confronti dei concittadini, dal suo punto di vista colpevoli di averli traditi. Benigno – attore palermitano che ha debuttato al cinema con Natale Sperandeo in Mery per sempre (1989) di Marco Risi e che, nel suo ampio curriculum, conta numerose produzioni sulla mafia, dal film Palermo Milano – Solo andata (1995) alla serie La squadra, fino ai vari film per la televisione La piovra, Ultimo – aveva deciso di candidarsi alle elezioni del Consiglio comunale con la lista Centro Destra per Palermo del candidato Ismaele La Vardera. Vista la sua popolarità e considerando anche il supporto e l’incoraggiamento avuto anche sui social, Benigno era convinto di ricevere un riscontro molto positivo ai seggi, ma qualcosa non è andato da pronostici e l’attore si è portato a casa solo 156 voti. Una delusione che Benigno ha esternato prima con una diretta social, in cui si complimenta con amara ironia con chi ha vinto e, soprattutto, con i palermitani, che dalle parole dell’attore, vengono implicitamente descritti come buoni a lamentarsi e non ad agire coerentemente. “Buonasera a tutti, diretta brevissima: complimenti vivissimi a Leoluca Orlando e all’amministrazione che dopo cinque anni di lamentela hanno vinto con il premio di maggioranza e i consiglieri uscenti hanno quasi tutti raddoppiato i voti. Questo deve farvi capire tutto. Viva Palermo e soprattutto, tutti i palermitani. Bravi!” La diretta non è bastata a lenire l’amarezza della delusione di Benigno, che si è sfogato con un lungo post, sempre su Facebook, in cui attacca direttamente le “bestie vergognose” che, dopo averlo tanto incoraggiato nelle elezioni, non hanno avuto il coraggio di votarlo. Facendo i conti, infatti, l’attore non riesce proprio a spiegarsi di aver ottenuto solo 156 voti, una cifra inferiore non solo ai pronostici, ma anche alle aspettative derivate dal numero di persone che lo supportavano tra amici, conoscenti e followers dei social. Francesco Benigno su Facebook lunedì 12 giugno 2017: "FATTI TUTTI I CONTI, CONSIDERANDO CHE NOI SIAMO 13 FIGLI, TUTTI ACCOMPAGNATI DA ALMENO DUE FIGLI MAGGIORENNI, SUOCERI, ZII, CUGINI, NIPOTI, PARENTI, AMICI STRETTI, ECC ECC...

A QUESTO AGGIUNGETE 70 MILA FANS IN QUESTA PAGINA, DI CUI 30 MILA SONO DI PALERMO. TUTTI A CHIEDERMI DI NON MOLLARE...DIRETTE CON 65 MILA VISUALIZZAZIONI, MIGLIAIA DI MI PIACE, TANTE TESTIMONIANZE DATE DAI CITTADINI IN SERIA DIFFICOLTÀ, OSPITATE IN EMITTENTI NAZIONALI E REGIONALI, GRANDI MERCATI DI PALERMO TUTTI A TIFARE PER ME, GLI ESPERTI STORICI DELLA POLITICA CHE SCOMMETTEVANO CON ME CHE NON AVREI MAI PRESO MENO DI 3000 MILA VOTI..... E TE NE TROVI 150? MENO DI QUELLI CHE MI HANNO DATO I MIEI FAMILIARI PARENTI ED AMICI??? SIETE DELLE VERGOGNOSE BESTIE, AVEVATE PAURA DI ME. COME VI ANNUNCIAVO NELLA MIA ULTIMA DIRETTA, AVEVO PAURA DI FREGATURE.... ECCOLI PUNTUALI A FOTTERMI. E SECONDO VOI IO HO PRESO 156 MISERI VOTI???????"

Francesco Benigno sembra così contrariato da far dubitare una sua prossima avventura politica, come del resto ha concluso anche nel video: “Si torna alla vita normale. Ciao, grazie a tutti quelli che mi hanno votato”.

È ora di dirselo, l’uomo comune è una merda. Dopo la Teoria della classe disagiata, minimumfax continua ad analizzare la società italiana contemporanea, ma questa volta si parla della Gente, quella variopinta galassia di umanità rabbiosa, che odia la Casta e non si fida più di nessuno, ma che è ormai al centro della politica italiana, scrive Andrea Coccia il 24 Ottobre 2017 su “L’Inkiesta”. Non è passato nemmeno un mese dall'uscita in libreria di Teoria della classe disagiata, il libro con cui Raffaele Alberto Ventura ha cercato di descrivere la traiettoria e lo scacco a cui è soggetta la classe creativa e intellettuale, minimumfax torna ad affrontare la realtà con un libro che per molti versi alla Teoria di Ventura è speculare. Si tratta de La gente. Viaggio nell'Italia del risentimento e raccoglie l'esperienza di reporter di Leonardo Bianchi, uno che negli ultimi anni si è fatto notare per le sue scorribande pubblicate da Vice, Internazionale, ValigiaBlu, ed è sostanzialmente un ritratto, multiforme e sfaccettato come il soggetto di cui parla, di una parte della società che probabilmente per i disagiati di Ventura è “fuori dalla bolla”, ma che rappresenta una grande parte dell'Italia e non solo. Dal movimento dei Forconi ai neofascisti delle periferie romane, dai complottisti agli anti gender fino ai giustizieri della notte de noartri, difensori improvvisati dell'ordine pubblico e paladini della legittima difesa, ma anche buongiornisti, gonzonauti e boccaloni di ogni tipo: la galassia della Gente — che altri chiamano la Ggente, con la doppia — è dispersa per tutta la penisola, da Nord a Sud, e pure al Centro, non fa distinzione geografiche, né campanilistiche. Il denominatore comune di questa ggente è la rabbia, il risentimento, il richiamo all'autorità — della polizia, delle armi, della legittima difesa — e il rigetto verso qualsiasi cosa c'entri con l'autorevolezza, la conoscenza e l'intellettualità.

Attorno ai popoli sono nate le nazioni, che anche se nell'ultimo mezzo secolo stanno dimostrando di essere arrivate al capolinea della loro utilità storica, restano la più grande invenzione politica della modernità occidentale. Attorno alla gente stanno crollando le democrazie. Quello di Leonardo Bianchi è un gran lavoro, ma d'altronde lo è sempre stato. A differenza di quello teorico di Ventura, il suo ha le radici ben piantate nella cronaca, nei volti e nelle vite dei personaggi che mette in scena — e che non di rado racconta in maniera decisamente cinematografica — ma nello stesso tempo riesce a non privarsi della profondità, del tentativo di uscire dall'hic et nuncunendo i puntini e cercando di vedere il quadro complessivo.

Per qualcuno la Ggente sarebbe l'ultima evoluzione del Popolo, quell'entità che è entrata a piedi uniti nella politica a partire dall'epoca delle rivoluzioni, ma forse è qualcosa di più complesso. Per cercare di definirlo Bianchi ne traccia tre grandi caratteristiche: il forte risentimento verso la cosiddetta Casta; la rabbia esasperata, indignata, ma soprattutto non imbrigliata in una ideologia di partito; e la tendenza a inventare e a credere a teorie del complotto e versioni alternative nei campi della storia, della geopolitica, della medicina. Eppure, la sensazione che resta dopo la lettura dei reportage di Bianchi è che più che al popolo, questa gente somigli alla folla, quella entità che iniziò ad apparire nell'immaginario collettivo intorno alla metà dell'Ottocento, descritta nel celebre racconto di Edgar Poe, l'Uomo della folla. È probabilmente più da quella massa variegata ma indistinta, da quel flusso che figliò poi nel Novecento la società di massa dell'omologazione e dell'individualismo apolitico che nasce il gentismo e la gente.

Attorno ai popoli sono nate le nazioni, che anche se nell'ultimo mezzo secolo stanno dimostrando di essere arrivate al capolinea della loro utilità storica, restano la più grande invenzione politica della modernità occidentale. Attorno alla gente stanno crollando le democrazie. I popoli erigevano monumenti ai propri eroi e ci si raccoglieva intorno al momento delle proprie rivendicazioni politiche, la gente, che non ha nemmeno più grandi rivendicazioni da fare, la strada la teme, la guarda di sottecchi dalle finestre dei piani alti di qualche caseggiato popolare, covando rabbia, rancore, risentimento. Con il popolo una volta si poteva immaginare di costruire delle comunità, con la gente, ora, non si costruisce nulla, ma al contrario, si distrugge.

TEORIA DELLA CLASSE DISAGIATA. Libro di Raffaele Alberto Ventura, Minimum fax, 262 pp.,16 euro.

Descrizione. E adesso che siamo quello che siamo, come possiamo essere altro da ciò che siamo? La classe disagiata è l'avanguardia di un capitalismo in crisi permanente che ci parla con la retorica dell'emancipazione per venderci stili di vita che non possiamo permetterci. Il debito che ci schiaccia non è altro che l'immagine rovesciata delle nostre aspirazioni deluse, l'altissimo costo che paghiamo per continuare a ostentare una ricchezza che non abbiamo. Cosa succede se un'intera generazione, nata borghese e allevata nella convinzione di poter migliorare – o nella peggiore delle ipotesi mantenere – la propria posizione nella piramide sociale, scopre all'improvviso che i posti sono limitati, che quelli che considerava diritti sono in realtà privilegi e che non basteranno né l'impegno né il talento a difenderla dal terribile spettro del declassamento? Cosa succede quando la classe agiata si scopre di colpo disagiata? La risposta sta davanti ai nostri occhi quotidianamente: un esercito di venti-trenta-quarantenni, decisi a rimandare l'età adulta collezionando titoli di studio e lavori temporanei in attesa che le promesse vengano finalmente mantenute, vittime di una strana «disforia di classe» che li porta a vivere al di sopra dei loro mezzi, a dilapidare i patrimoni familiari per ostentare uno stile di vita che testimoni, almeno in apparenza, la loro appartenenza alla borghesia. In un percorso che va da Goldoni a Marx e da Keynes a Kafka, leggendo l'economia come fosse letteratura e la letteratura come fosse economia, Raffaele Alberto Ventura formula un'autocritica impietosa di questa classe sociale, «troppo ricca per rinunciare alle proprie aspirazioni, ma troppo povera per realizzarle». E soprattutto smonta il ruolo delle istituzioni laiche che continuiamo a venerare: la scuola, l'università, l'industria culturale e il social web. Pubblicato in rete nel 2015, Teoria della classe disagiata è diventato un piccolo culto carbonaro prima di essere totalmente riveduto e completato per questa prima edizione definitiva.

Teoria della classe disagiata, scrive Enrico Pitzianti il 25 Settembre 2017 su “Il Foglio”. Uno dei lasciti più fecondi del pensiero strutturalista è l’idea dell’importanza culturale della “differenza”: percepiamo un elemento solo se si staglia su uno sfondo. Eppure certe applicazioni politiche del principio strutturalista bisogna ammettere di non averle considerate a sufficienza, come il fatto che se tutti hanno la laurea il titolo si inflaziona, smette di essere una caratteristica distintiva, smette di “fare la differenza” – e in qualche modo smette di essere utile. Insomma, non ci avevamo pensato al lato oscuro dell’uguaglianza, ma ciò non ha impedito a questi effetti collaterali di abbattersi su una fetta della popolazione, una “classe” – così la chiama Raffaele Alberto Ventura nel suo Teoria della Classe Disagiata, pubblicato da minimum fax. Il disagio è quello di noi iperscolarizzati, di chi si aspettava l’ingresso in un mondo professionale in cui poter mettere a frutto il bagaglio conoscitivo raccolto in due decenni di ligia obbedienza al diktat dell’istruzione, e che invece si trova a fare i conti con un eccessivo affollamento del bus per cui si credeva di aver comprato il biglietto. La soluzione (fasulla) è quella di una corsa disperata a investire in ulteriori titoli di istruzione iperspecialistica, come i master, mentre la soluzione (quella vera) sarebbe scappare a gambe levate da un bus dove anche se si riuscisse a trovar posto, poi si soffocherebbe comunque a causa della calca. La lezione è però consolatoria: democratizzare significa proletarizzare. A voler essere tutti artisti, ci si ritrova una professione artistica sottopagata, e che tenderà a essere, definitivamente, non pagata. Ma visto che Keynes insegna che i limiti in economia non ci sono, si potrà arrivare – e sta succedendo – a dover pagare per lavorare. E’ la cara, vecchia sovraccumulazione dell’economia marxista, quella secondo cui quando all’orizzonte manca la possibilità di un saggio di profitto, si reinveste. Verrebbe da tagliar corto, da dare una strigliata ai sognatori ormai con l’acqua del successo alla gola, ma chi ce lo viene a spiegare che si è studiato per il mero ritardare l’ingresso nel mercato del lavoro? Chi avrebbe il coraggio di dirci che questi anni passati a leggere e sognare lavori col nome in inglese sono la nostra quota di nobiltà che ci siamo spartiti tra le migliaia di figli e nipoti dei boomers? Volevamo esser tutti nobili, ed eccoci accontentati. Un tempo era il bovarismo a far fantasticare i sognatori, oggi la classe disagiata, però, non sogna di abbandonare il paesino per approdare nei salotti cittadini, il sogno inarrivabile è una classe agiata, un mix di benessere economico e posizionale che non è quello che la storia ha impacchettato per noi trentenni. Ah, fosse solo delusione, per Ventura (che è pessimista quasi volesse aderire alla perfezione all’immagine dell’istruito disilluso) è addirittura una questione di disforia di classe, ci sentiamo ricchi, ma siamo destinati alla povertà. Nel Crepuscolo degli idoli, Nietzsche riportava una domanda che oggi sembra rappresentare bene questo cortocircuito: “Qual è il compito di ogni istruzione superiore?”, “Fare dell’uomo una macchina” si rispondeva il filosofo di Röcken. Niente di più auspicabile se si sta nell’ottica della celebre “liberazione dal lavoro” libertaria: che le macchine lavorino così che noi si possa godere della vita. Ma si è presentato l’inconveniente del reddito, ed eccoci a pensare che forse avevamo fatto male i conti. Forse liberarci dal lavoro non era poi così auspicabile, o magari è successo tutto troppo in fretta, un po’ quello che si diceva della globalizzazione.

Siamo disagiati sì, ma non solo per colpa nostra, scrive il 25 Settembre 2017 Andrea Danielli su “L’Inkiesta”. Per i Millennials il libro di Raffaele Alberto Ventura, Teoria della classe disagiata, è una lettura oggi obbligata, almeno a vedere il susseguirsi di recensioni e interviste. Parlando soprattutto di noi, l’ho letto per capire se può essere un valido contributo al dibattito che stiamo cercando di portare avanti in questo blog. Nel parlarne, sarò sincero, andrò oltre il testo, per spiegare che cosa avrebbe dovuto dire - e non ha detto. L’equivoco del testo viene comunicato fin dalle pagine iniziali, dove l’autore si schianta con la mancanza di scelta tra “chi ci fa la morale oppure chi ci invita a non smettere di sognare” e sostiene che abbiano entrambi torto e ragione. In realtà l’incapacità di trovare una via d’uscita dipende da alcune carenze nel percorso argomentativo; sarà oggetto della mia non-recensione lanciare una soluzione al dilemma, che anticipo brutalmente: liberiamoci di chi ci fa la morale, e sta occupando abusivamente gli spazi che ci spettano, per salvare almeno i sogni di qualcuno. Nonostante Ventura sostenga che il suo testo non si limiti a descrivere la classe creativa ipertrofica, per lo più precaria, è difficile pensare che la classe disagiata di cui parla possa andare oltre: non ne fanno parte il “lavoratore salariato che vede il proprio settore minacciato”, mancando di velleità intellettuali, né “tutti quelli che, facendo violenza alle proprie inclinazioni, riescono a garantirsi un relativo benessere materiale finendo magari nelle spire dello stress e della depressione” perché costoro, semplicemente, vivono un percorso normale di ingresso nell’età adulta. Nemmeno penso che l’aspirazione di diventare artisti per molti sia un bene posizionale, uno status da esibire, piuttosto è il frutto di una serie di fattori: l’individualismo, con la sua celebrazione incessante dell’autorealizzazione, e la distanza ormai incolmabile tra chi produce e chi fruisce l’arte, che mantiene migliaia di giovani di belle speranze nell’ignoranza di essere solo dei dilettanti - per onestà, Ventura accenna a questo fenomeno richiamandosi a un libro di Balzac; i riferimenti storici sono tra gli aspetti più pregevoli del libro perché consentono di ridimensionare i problemi che affrontiamo, essendo, in fondo, comuni nelle civiltà decadenti.

Se è vero che non tutti possiamo diventare scrittori, registi, artisti concettuali, è anche vero che c’è un’altra classe, baciata dalla storia, che ha saturato i posti e li tiene ben stretti, anche ora che i consumi sono calati. Nel mondo del giornalismo il fenomeno è estremamente visibile, quasi esemplare: il consumo di quotidiani è sensibilmente diminuito, una parte di lavoratori è stata assunta a suo tempo con i contratti faraonici dell’ordine dei giornalisti, e una parte è totalmente precaria e pagata a collaborazioni. La ragione economica è semplice, e non dipende dal neoliberismo, anzi, dipende dalla rigidità di un’eredità socialista: non si possono toccare i vecchi contratti, e chi ne gode non ha motivo di essere più produttivo, mentre si può chiedere a un giovane di “sacrificarsi”, perché tanto vive in casa dei genitori, oppure è ricco di famiglia e pure “autonomo”. Nelle professioni intellettuali più ricercate si assiste ovunque alla medesima dinamica: l’editoria è in crisi e paga stipendi da fame a giovani curatori e traduttori, nella fotografia ci sono sempre gli stessi nomi e se sei giovane puoi fare al massimo l’assistente, solo il cinema pare mostrare segni di ripresa (dannati capitali privati!). I posti migliori sono occupati perché, nell’ignoranza e impreparazione del pubblico, si sceglie l’usato garantito; perché prendersi responsabilità, in un Paese dove tutti aspettano il momento in cui criticare, non è affatto facile. Aggiungo poi che noi millennials siamo pochi, con scarsa capacità di spendere e imporre i nostri gusti, bravi a non fidarci l’uno dell’altro, a invidiare chi ha successo, perché, in questo concordo con Ventura, siamo molto rancorosi - pure, o soprattutto, tra di noi. Lo stesso autore sa bene che accusare il neoliberismo non è la soluzione, ma perché, ahimè, va oltre, ritenendo che sia il capitalismo il problema. Purtroppo, nel cedere alla sirene anticapitaliste, Ventura non arriva mai a colpire a fondo i veri nemici dei giovani che non trovano spazio: avrebbe dovuto ammettere che i prodotti culturali italiani fanno cagare. Sono gestiti da persone totalmente autoreferenziali, spesso prive di qualunque apertura sul mondo (ah, non parlano inglese, no) e quindi fuori dalla storia. Nessuno si domanda mai se l’italiano medio sia solo una capra oppure se gli venga offerta spazzatura; ebbene, io che capra non mi ritengo, e leggo in inglese e francese, mi accorgo che là fuori si fa cultura meglio. I saggi anglosassoni sono più leggeri, ironici e, al contempo, colgono veramente le innovazioni e le sanno spiegare; quando in Italia occorre scrivere un saggio si chiama un trombone qualunque che sbrodola gli stessi concetti che dice da anni, con una forma lenta, affettata, che nasconde argomentazioni deficitarie. Che dire dei francesi? Sono specializzati nei pamphlet politicamente scorretti, talvolta un po’ caricaturali, ma almeno osano dire qualcosa che qui da noi è vietato dalla censura egemonica di sinistra: l’immigrazione è un inganno per l’Africa, l’islam radicale minaccia le nostre periferie. Houellebecq scrive Sottomissione perché vive una situazione che sta andando in quella direzione, è vero, ma al contempo sta intuendo problemi ampi, che riguardano tutto l’Occidente - trovatemi un autore italiano che abbia la stessa capacità profetica.

In sintesi, Ventura, più che dipingere un’intera classe disagiata, scrive (a sua insaputa) di un fenomeno che mi verrebbe da definire “blocco della mobilità culturale”: l’impossibilità, per i giovani che hanno buone idee, di dirle a una platea più ampia - e quindi di costituire una propria coscienza di classe. Non è possibile la mobilità culturale per due ragioni: economica, come ho visto sopra, ed epistemica, perché non si trovano gli standard, i metri di paragone. Si ha mobilità quando si ha modo di capire che percorso seguire; un concetto che si applicava perfettamente alla borghesia: sii moderato, lavora con impegno, studia il più possibile. Negli anni ’60/’70 non era difficile capire come scalare socialmente: prenditi una laurea, che magari porti alle professioni, e diventa ingegnere, avvocato, medico. Nel mondo della cultura la guida era parimenti semplice fino alla caduta del muro: prendi un testo borghese, fanne un’analisi marxista, distruggi il modernismo, critica i classici con la psicoanalisi. Semplifico, sto provocando. Oggi è tutto più confuso e rimescolato: l’ideologia è morta, e con lei l’ascensore culturale. Non tutti possono essere abbastanza ironici da entrare nell’olimpo dei post-strutturalisti, non tutti sufficientemente furbi da credere ai post colonial studies, non tutti riescono a essere paranoici senza essere complottisti (di Toni Negri ce n’è uno solo). Naturalmente l’opzione “abbi il coraggio della verità”, non è consentita, perché la tenzone culturale in Italia è intrinsecamente politica e, sinceramente, non tanti sono pronti a pubblicare su Il Giornale o Libero solo perché liberale e liberisti.

Concludendo, e provando a rispondere alla domanda iniziale: no, il libro di Ventura non ci aiuta a progredire. Gli riconosco l’importanza di portare una nuova critica ad alcuni tabù, come l’istruzione e il ’68, ma il testo è una pregevole raccolta di opinioni, anche originali, priva di alcun dato. Non si può affrontare la mancanza di lavoro senza una profonda analisi economica. Il libro si chiude nel pessimismo perché non è stato in grado di identificare i tanti nemici della classe disagiata. Su questo blog li stiamo lentamente proponendo per una disamina corale: lo Stato costituito da una burocrazia testarda (Ventura - c’eri quasi! - quando parli di Ibn Khaldun), il debito pubblico che impedisce di investire e costruire lavoro, la mancanza di spirito collettivo della nostra generazione.

Ventura: “La classe disagiata rappresenta la sconfitta di tutta la società”, scrive Elena Asquini il 18.09.2017 su "Il Libraio”. "La classe disagiata rappresenta la sconfitta di una generazione, certo, ma soprattutto la sconfitta di tutta una società che non è riuscita a costruire il proprio futuro". Raffaele Alberto Ventura parla con ilLibraio.it della sua "Teoria della classe disagiata", oggetto di un saggio che riflette sulla differenza tra le aspirazioni e le reali possibilità di lavoro della classe culturale: "È spaventoso notare che lo Stato, l'Università, le famiglie hanno lasciato molti giovani ostinarsi in scelte formative del tutto irrazionali, percorsi di studio schizofrenici..." - L'intervista (in cui si fa anche un confronto con il contesto francese). Prendendo le mosse da La teoria della classe agiata di Thorstein Veblen, il 33enne Raffaele Alberto Ventura formula una teoria sociale, più che economica, al limite della distopia: la realtà di una classe sociale media che non può permettersi di realizzare le proprie ambizioni ma, allo stesso tempo, non rinuncia ad aspirare alle posizioni “intellettuali”, nella speranza che ne derivi una ricchezza e una dignità che, nei fatti, vengono raggiunte da un candidato su mille. Quell’uno su mille andrà a costituire, secondo l’autore de La teoria della classe disagiata (minimum fax), la classe agiata di Veblen, ma tutti gli altri? Ventura, che da oltre dieci anni cura Eschaton, dopo studi di filosofia e di economia della cultura, si è trasferito a Parigi, dove si occupa di marketing editoriale per una prestigiosa casa editrice francese. ilLibraio.it lo ha intervistato.

“(…) È precisamente da questo disagio che nasce Teoria della classe disagiata: come testimonianza di una sconfitta, forse anche come autoanalisi, se possibile persino come mappa per orientare chi si affaccia alla vita adulta carico di aspettative. Se mi chiedono quali speranze ci restano, io risponderò come Kafka: c’è molta speranza, ma nessuna per noi. Vengono già nuovi uomini e nuove donne, più disperati e meno fragili, per pigliarsi il mondo che lasceremo. A loro questo libro è dedicato”.

Quella che racconta, dunque, è la sconfitta di una generazione?

“La classe disagiata rappresenta la sconfitta di una generazione, certo, ma soprattutto la sconfitta di tutta una società che non è riuscita a costruire il proprio futuro. Nel libro mostro che è difficile dare la colpa a qualcuno – ai giovani fannulloni, ai padri avari, ai politici o alle banche… – perché la catena delle cause risale molto lontano, fino a certe contraddizioni strutturali che portano presto o tardi ogni classe relativamente agiata ad autodistruggersi. Il termine ‘sconfitta’ ha forse una connotazione morale ma è interessante perché evoca l’idea che ci sia una competizione. In effetti è proprio la competizione in seno alla classe media a essersi radicalizzata in una vera e propria escalation di spese, sacrifici e consumi. Una guerra di logoramento con molti sconfitti e pochi vincitori”.

In questi anni ha scritto molto in rete (soprattutto sulla pagina Eschaton), ma secondo lei che ruolo ha avuto il web nella creazione della “classe disagiata”?

“Lo sviluppo delle nuove tecnologie ha abbassato le barriere all’entrata in molti settori professionali, a partire da quelli culturali ma non solo. Questo ha prodotto indubbiamente dei risultati benefici: un aumento dell’offerta, della disponibilità di beni e servizi anche molto utili, oltre alla possibilità di aggirare i vecchi monopoli in diversi settori”.

Un esempio?

“Ad esempio il web ha permesso al sottoscritto di farsi conoscere dai lettori e dagli editori, a partire da un capitale accademico e sociale inizialmente nullo. Ma abbattendo le barriere all’entrata, questo sistema ha creato le condizioni di una concorrenza esacerbata: troppe aziende che si contendono gli stessi mercati, troppi lavoratori che si contendono gli stessi lavori, troppi prodotti che si vendono sempre meno. Una torta sempre più grande con porzioni sempre più piccole. È la cosiddetta coda lunga, che descrive la forma di quella curva delle vendite che spiega il successo di meta-aziende come Amazon”.

A questo proposito, riferendosi a internet come motore di produzione, diffusione e promozione di contenuti (self publishing, ma non solo), qual è la responsabilità del web nella creazione delle illusioni della “classe disagiata”?

“Quelle che qui chiamo meta-aziende sono aziende che prosperano proprio sulla concorrenza delle altre aziende o degli individui, ne hanno un bisogno vitale perché ciò che vendono sono sostanzialmente ‘armi’ per la competizione sociale. Insomma vendono speranze. Lo si vede nelle pubblicità degli smartphone, che in fin dei conti giocano sempre sulla promessa di potersi realizzare, diventare artista, DJ, oppure imprenditore nomade. Per sopravvivere, queste aziende devono creare illusioni, creare una classe disagiata che aspiri a un certo tipo di vita, per poi vendere i loro prodotti come fossero biglietti della lotteria”.

Quanta parte della classe disagiata è consapevole di far parte della “classe disagiata” che descrive nel libro?

“Quando ho iniziato a scrivere il libro avevo l’impressione che nessuno attorno a me si rendesse conto di questa cosa, ma devo dire che oggi discuto con un numero crescente di persone che sono d’accordo con me, che riconoscono che c’è qualcosa di ‘ideologico’ nelle nostre aspirazioni”.

Qualcosa è cambiato.

“Può darsi che siamo semplicemente invecchiati noi, e che questa lucidità venga naturalmente quando passi dalla vita studentesca, relativamente protetta, alla vita adulta, in cui inizi a porti mille domande molto materiali. Ma nel frattempo si è anche concretizzata quella crisi economica di cui sentiamo parlare da anni. Poi certamente ci sono anche quelli che non vogliono assolutamente saperne nulla di quello che dico, perché è molto doloroso ammettere che certe cose che consideravi più che sacre sono in realtà semplici fantasmi”.

All’interno della “classe disagiata” solo uno su mille ce la fa: esiste una strategia vincente?

“Ovviamente no. Ma esistono molte strategie chiaramente perdenti, ed è spaventoso notare che lo Stato, l’Università, le famiglie hanno lasciato molti giovani ostinarsi in scelte formative del tutto irrazionali, percorsi di studio schizofrenici, eccetera. Va detto che anche le strategie razionali pagano poco, per cui non è sembrato troppo assurdo parcheggiare centinaia di migliaia di persone all’università per evitare di doverli contare nelle statistiche di disoccupazione”.

Praticamente un vicolo cieco.

“Il paradosso che descrivo nel libro è che, nell’attuale mercato del lavoro, certe strategie più rischiose sono le uniche che permettono di trovare un lavoro interessante, mentre dei percorsi totalmente lineari portano ai più classici bullshit jobs che nessuno vuole fare. Ma se scegli il rischio poi di solito lo paghi, anche se gli sconfitti non sono mai qui per raccontare la loro storia (è la cosiddetta ‘fallacia del sopravvissuto’). In pratica oggi scegliere gli studi è diventato complicato come investire in borsa. E ovviamente la gente si rovina”.

“Leggendo l’economia come se fosse letteratura e la letteratura come se fosse economia, da Goldoni a Keynes e da Marx a Balzac”, il libro “vorrebbe essere un’autocritica impietosa ma si lascia volentieri consumare da una vena di malinconia”: com’è nata l’idea di interpretare in chiave letteraria le teorie economiche che prende a riferimento?

“Credo che sia iniziato tutto quando ho letto Goldoni, anzi quando ho visto La bottega del caffé fatta dalla compagnia del Teatro dell’Elfo. Sono uscito dal teatro e avevo l’impressione di avere capito qualcosa. Qualcosa di molto semplice, essenziale, su come circola la ricchezza, su come l’economia sia fondata su speranze irrazionali e rischi fatali. Poi nelle altre commedie di Goldoni emerge chiaramente questo tema dei consumi posizionali, che soltanto in un secondo tempo ho ritrovato leggendo la Teoria della classe agiata di Veblen, a cui mi sono ispirato per il titolo del mio libro”.

Lei aveva già autopubblicato questo libro in digitale un paio di anni fa. Rispetto alla sua analisi, cos’è cambiato da allora?

“I fenomeni descritti si sono accentuati e diventati più evidenti, ad esempio in una prima stesura nel 2009 io parlavo ancora del print on demand perché il libro digitale non era ancora arrivato, ma la tendenza era ben definita. Semmai è cambiato molto il mio libro, che da principio era soltanto una raccolta di tre saggi ed è diventato (credo) una vera teoria”.

Alla fine dei ringraziamenti annuncia che La teoria della classe disagiata tornerà prossimamente in un libro intitolato La guerra di tutti. Cosa può anticipare sull’evoluzione del progetto?

“Si tratta di una riflessione che ho condotto parallelamente alla teoria della classe disagiata, nel quale il discorso se vogliamo passa dall’economico al politico ma abbraccia una problematica più larga rispetto alla sola classe disagiata. Si tratterà di un libro (già scritto per metà) sulla guerra civile, sulla guerra di tutti contro tutti, su cosa tiene assieme il corpo sociale e cosa lo minaccia, sul collasso delle élites e la minaccia del terrorismo, sul politicamente corretto e la violenza linguistica, un libro che parte da constatazioni molto pessimiste ma che vuole essere costruttivo e proporre nuovi paradigmi di convivenza multiculturale ispirati all’esperienza europea del Cinquecento”.

Lei lavora a Parigi, e si occupa di marketing per una prestigiosa casa editrice. Un osservatorio interessante, in un contesto culturale ed editoriale molto diverso dal nostro: quali sono le principali differenze tra i giovani intellettuali italiani e quelli francesi?

“In Francia è più evidente la demarcazione tra l’intellettuale legittimo (universitario, editoriale) e chi è fuori, mentre in Italia siamo riusciti a costruire una vera e propria ‘scena’ di giornalismo culturale disagiato, spesso molto preparato ma incapace di mantenersi con la sola scrittura. Sebbene si pongano i problemi di cui parlavo sopra, direi che c’è una freschezza in questa configurazione, o comunque io (forse per perversione) è sempre verso l’Italia che mi giro quando voglio respirare una boccata d’aria”.

La Gente. Viaggio nell'Italia del risentimento.  Libro di Leonardo Bianchi. Dieci anni fa usciva La casta, un libro che ridefiniva il discorso politico italiano: la fine dei partiti tradizionali, l’odio per le élite in generale, l’indignazione di chi si sentiva escluso e defraudato. Oggi quel risentimento si è rovesciato in orgoglio: la fine della politica come la conoscevamo non ha generato un vuoto, ma una galassia esplosa di esperienze tra il grottesco, il tragico e l’apocalittico. Dai forconi alle sentinelle in piedi, dai «cittadini» che s’improvvisano giustizieri alle proteste antimigranti, La Gente è il ritratto cubista dell’Italia contemporanea: un paese popolato da milioni di persone che hanno abbandonato il principio di realtà per inseguire incubi privati, mentre movimenti politici vecchi e nuovi cavalcano quegli incubi spacciandoli per ideologie. Leonardo Bianchi ha scritto il miglior reportage possibile su un paese che non si può raccontare se non a partire dalle sue derive, e l’ha fatto seguendo ogni storia con la passione di un giornalista d’altri tempi, il rigore dello studioso che dispone di una prospettiva e di un respiro internazionali, e un talento autenticamente narrativo, capace di attingere a una ferocia e a una forza profetica degne di un romanzo di James Ballard.

Il risentimento che ci riguarda e l’invenzione del «gentismo». «La Gente», un denso volume del giornalista Leonardo Bianchi per minimum fax, scrive Giuliano Santoro su “Il Manifesto” del 12.10.2017. La rete è ormai precipitata sulla terra. L’uso superficiale del mix di linguaggi vecchi e nuovi – che chiamiamo per semplicità web 2.0 – è arrivato in strada, ha contagiato un pezzo di mondo intellettuale, colonizzato il confronto politico mainstream, ha smesso di essere soltanto una bolla virtuale. Ciò produce effetti concreti e rapidissimi. È accaduto di recente. La demonizzazione delle Ong operanti nel Mediterraneo è partita da un video virale, poi ha trovato sponda in Striscia la Notizia e Luigi di Maio e infine è approdata ai tavoli strategici del Viminale. Di questi fenomeni si occupa La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento (Minimum Fax, pp. 362, euro 18), libro con cui il giornalista Leonardo Bianchi raccoglie anni di studi e osservazioni di un fenomeno che, adottando una definizione ancora sperimentale ma urgente, viene chiamato «gentismo».

Bianchi parla di un tema globale, è impossibile non pensare alla vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti. Ma nel paese che ha inventato la Lega e Berlusconi, questa storia assume caratteri peculiari. Il titolo rimanda direttamente a «La Casta», il mega-seller figlio di una campagna stampa messa in piedi anni fa dal Corriere della Sera. Secondo alcuni testimoni, il tutto era funzionale alla discesa in campo dell’ennesimo imprenditore da contrapporre ai «politici di professione». Come è noto, se ne avvantaggiarono Grillo e Casaleggio, che rimodularono la loro comunicazione sui temi degli sprechi della politica corrotta. Se già è difficile definire il concetto di populismo, non è affatto semplice cogliere l’essenza del gentismo. Obbligati ad una certa approssimazione, diremmo che se il populismo è la capacità di costruire un popolo sul quale poi esercitare sovranità, il gentismo è una sua variante. Muove i primi passi nelle piazze microfonate inventate da Michele Santoro ai tempi di Tangentopoli e poi traslocate nei preserali a tema unico (immigrati e rom) di Mediaset come dai comizi su YouTube di leader autoproclamatisi voce della «gente».

IL CAPO GENTISTA usa i media per dialogare col suo popolo, ma è al tempo stesso consapevole del fatto che il suo discorso è impossibile da disarticolare perché non ha, e non può avere, nessuna linearità. È una narrazione sincretistica e disarmonica, priva di ogni consequenzialità. Solo così, ad esempio, è possibile spiegare per quale motivo Yair Netanyahu, figlio del premier israeliano, abbia potuto diffondere via social la paccottiglia antisemita sul miliardario ebreo Soros come burattinaio occulto del mondo. O capire come, per tornare in Italia, ad un convegno sui beni comuni si sia finiti a discutere anche della bufala della Hazard Circular, una lettera tra banchieri scritta al tempo dell’abolizione della schiavitù negli Usa, che conterrebbe il disegno del governo della moneta come forma più sottile e subdola di sottomissione.

IL GENTISTA può infischiarsene delle contraddizioni, attinge dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, si appiglia ai cardini del liberalismo e al tempo stesso sventola lo spettro di una qualche dittatura stalinista e/o nazista. Grazie alle micro-nicchie di cui è composto l’audience cui ogni gentista si rivolge, il suo argomentare sarà composto da brandelli di storie rimescolate alla bisogna. Siamo oltre le fake news: è lo spappolamento della verità. Il tema comporta due rischi, opposti e speculari, che Leonardo Bianchi evita con perizia. Da un lato, si potrebbe cedere alla tentazione di porsi su di un piedistallo, inarcare il sopracciglio e giudicare con scalpore lo sgrammaticare della «ggente». D’altro canto, c’è il pericolo parallelo di blandire questa parodia della rivoluzione. Questo secondo atteggiamento, a ben vedere, è ancora più elitario del primo, è animato dalla pretesa di indirizzare gli umori della gente dall’alto di una qualche posizione d’avanguardia, manovrando le leve della comunicazione e della tattica. Bianchi bada all’osso, come quando ripercorre l’origine del fantomatico Piano Kalergi, volto a sostituire le popolazioni occidentali con masse di schiavi meticci.

Fino a pochi anni fa argomento da neonazisti, oggi quel testo viene citato con piglio serioso dal sedicente marxista Diego Fusaro (vero filosofo del gentismo, apprezzato da xenofobi e indignati qualunque, ben introdotto nei salotti televisivi e pubblicato dalle grandi case editrici progressiste). Si sarà capito: questo non è un libro sul web o sulla comunicazione, contiene pagine scritte sull’asfalto rovente, che raccontano il tentativo neofascista di prendersi le periferie romane modulando il discorso gentista. Dulcis in fundo, documenta le tattiche gentiste sul web di certa comunicazione renziana. Ennesima prova del fatto che i primi gentisti non erano bizzarri agitatori ma pionieri esponenti di una nuova mutazione della politica dopo la fine della rappresentanza.

Se Pertini diventa un meme: come la Gente ha preso il potere. Nel suo libro "La gente" il giornalista Leonardo Bianchi ripercorre il decennio che ha cambiato il paradigma politico italiano, gli anni del Gentismo. Tra bufale online, piazze urlanti e la deformazione sistematica di eventi storici, così è nato un "movimento" che tiene assieme le carnevalate di piazza e (forse) il prossimo Presidente del Consiglio, scrive il 22 ottobre 2017 Dario Falcini su "Rollingstone.it". Ne ha viste, e documentate, di cose paradossali e difficilmente comprensibili negli ultimi anni Leonardo Bianchi. Come cronista, inviato di Vice e di Internazionale, ha girato le periferie in rivolta, ha seguito cortei contro la scienza e il buon senso, arato Facebook in cerca delle pagine che hanno cambiato per sempre, probabilmente non in meglio, il modo di fare comunicazione politica, ha incontrato complottisti e freak di ogni sorta. Eppure nemmeno lui poteva aspettarsi una recensione, seppur non dichiarata, da parte di Diego Fusaro, una sorta di bolla papale per il suo primo libro, La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento, pubblicato negli scorsi giorni da Minimum Fax. “Organica alla Destra liberista-finanziaria del Danaro, la Sinistra liberal-libertaria del Costume ha coniato una nuova categoria per demonizzare ogni anelito delle classi nazionali-popolari dei lavoratori: gentismo è la nuova etichetta con cui il pensiero unico politicamente corretto ostenta il suo disprezzo per la gente comune, per i lavoratori, per le masse nazionali-popolari”, ha scritto nelle scorse ore sulla sua pagina Facebook il filosofo che si autodefinisce marxista, la cui figura meriterebbe un’analisi a parte (non l’avesse già fatto qualcuno).

Il libro di Bianchi è un viaggio lungo le coordinate dello spazio e del tempo, nel tentativo di sezionare, problematizzare e restituire “il più capito possibile” quel movimento composito che in Italia, e non solo qui, nell’ultimo decennio ha portato alla ribalta fenomeni e pratiche politiche che un tempo sarebbero state derubricate a puro folklore. Lungo le 289 pagine sono ricostruiti i momenti di “gentismo” più clamorosi degli ultimi 10 anni. Da lì si passa per i Forconi e le loro rotonde occupate, attraverso le barricate contro i migranti di Gorino, nel ferrarese, per gli slogan Je Suis Stacchio e la gente in piazza per un benzinaio “sceriffo”, dalle periferie romane ai saluti romani, fino a scie chimiche e antivaccinisti. Gruppi disorganizzati, per molti versi improponibili, che sono riusciti a darsi una ragione di vita, e a raggiungere al cuore una vasta platea. Dalla piazza si passa alla Rete, detonatore capace di disintermediare ciò che prima doveva rimanere filtrato, e viceversa, da slogan sgrammaticati a post pure peggio. La rassegna shakera fenomeni da baraccone, carnevalate e nuovi mostri, ma accanto a loro, sotto la stessa ampia e ospitale definizione, trova posto anche un partito a vocazione maggioritaria, oppure Matteo Salvini e la sua Lega sovranista. Il gentismo è quasi sempre di destra, come le istanze di cui si fa portavoce, ma, versione più adatta ai tempi e al contesto di un termine ben più collaudato come “populismo”, non ne è immune il centrosinistra, come il libro racconta nel capitolo dedicato a Matteo Renzi e alle sua campagna per il Referendum costituzionale, così simile rispetto a quella dei rivali. Perché La Gente, pur con un costante ricorso all’arma dell’ironia, connaturata alla penna dell’autore e inevitabile visti alcuni dei soggetti della sceneggiatura, è anzitutto un lavoro reportagistico e sociologico. E ci racconta che gli schemi siano saltati, e le regole della politica con cui siamo cresciuti non valgano più. Perché ora vale tutto. 

Nei primi capitoli il libro presta non poca attenzione alla questione nominale: il primo termine che compare è Gentocrazia. Il concetto è formulato per la prima volta da Beppe Grillo nel corso di un’intervista al Corriere della Sera, in occasione di un suo spettacolo del 1992, in cui faceva intervenire telefonicamente della gente. Allora era un’idea dirompente: anche sul palco di un teatro saltavano molte delle intermediazioni tradizionali, e il pubblico interveniva direttamente. Il libro parte proprio da lì, perché, mentre Grillo faceva il suo show, avveniva un altro fatto, in un primo momento molto sottovalutato: l’arresto di Mario Chiesa, che avrebbe innescato Tangentopoli e il crollo di un sistema politico. I semi della nascita del Movimento 5 Stelle vanno ricercati in quei giorni di 25 anni fa.

Il termine gentismo è stato coniato qualche tempo dopo. Qual è la definizione che ne dai tu?

«Il gentismo è una forma particolare di populismo. Tengo come valida la definizione che dà la Treccani: un atteggiamento politico di calcolata condiscendenza verso interessi, desideri, richieste presuntivamente espressi dalla gente, considerata come un insieme vasto e, sotto il profilo sociologico, indistinto. Negli anni la definizione ha subito varie evoluzioni: Nadia Urbinati associa il gentismo al modo di fare politica dei 5 Stelle, altri lo connettono a chi sta su Internet e lo riempie di bufale. In ogni caso, nulla di particolarmente edificante. Nel libro dico ciò che secondo me rappresenta il concetto di “gente” oggi, lo problematizzo e cerco di raccontare come è cambiato. Non a caso ho chiamato il libro La Gente, e non La GGGente, o cose così, per prendere in giro chi usa i punti esclamativi a caso online e crede a ogni fregnaccia. Provo anche a fare un lavoro storiografico: ritorno agli anni ’90, dove si usa per la prima volta il lemma gente, affiancato a un soggetto politico. Fondamentale è un libro del 1995, La sinistra populista, a cura di Sergio Bianchi, in cui si ipotizza il superamento del concetto di popolo per quello, appunto, di gente, che emerge da una retorica sondaggistica e pubblicitaria, e si concentra sul consumo. In tal senso, si sostiene nel libro, la gente è un contenitore vuoto, in cui chiunque può metterci quello che gli pare».

Nel calderone finiscono per convivere delle macchiette senza alcuna credibilità e il potenziale prossimo Presidente del Consiglio. Come siamo arrivati a questo punto?

«Io ho fissato come anno zero l’uscita del libro La Casta, nel 2007. Lì, secondo me, è saltato tutto. Fatte queste premesse, è perfettamente logico che, da questa specie di magma che ribolle e sfugge da definizioni, possano emergere allo stesso tempo il leader dei Forconi e politici che vengono considerati la speranza per il Paese da milioni di elettori. Il paradigma della politica italiana è mutato irreversibilmente, e servono nuovi strumenti per comprenderlo. Di certo non bastano più le categorie spicciole e denigratorie con cui si è fino a questo momento analizzato un fenomeno come il Movimento 5 Stelle».

Che ha degli aspetti positivi?

«Non sono un loro sostenitore. Ma ritengo che abbiano portato a un certo grado di ripoliticizzazione della masse, la storia dirà se sia stata una cosa positiva oppure una degenerazione. Sono stati protagonisti di un fase di cambiamento, delicata, e con ogni probabilità centrale, della politica italiana».

Nella politica, è una regola, nulla si crea e nulla di distrugge. Prima dei gentisti odierni c’erano stati L’Uomo Qualunque e la maggioranza silenziosa, i missini più battaglieri e Umberto Bossi in canottiera.  Chi sono i padri nobili di questo “movimento”?

«Padri nobili in senso tradizionale non ce ne sono. Ma io faccio un nome: Sandro Pertini. Non quello reale, ma un Pertini immaginato, che vive nei meme, con il pugno alzato minaccioso e ripete all’infinito la frase apocrifa sul governo che va cacciato con le pietre, quando non fa ciò che vuole il popolo. Anche per questo il fenomeno risulta così difficile da leggere: perché non ha radici profonde nel passato, anzi spesso sfigura, deforma i fatti e i personaggi a proprio piacimento. Pertini era combattivo, tutto qua, portato ai tempi nostri è diventato il paladino della gente comune».

Un ruolo tutt’altro che irrilevante è giocato dai media. Qual è stato il contributo di format come Striscia la Notizia, Le Iene o Lo Zoo di 105nella gestazione del gentismo?

«Lo Zoo aveva rubrica che si chiamava Un vaffanculo a: nel 2009, in piena bufera anticasta, mandava affanculo tutto il concetto di rappresentanza, spesso con accenti xenofobi e di livello gretto, e dava perfettamente conto del clima culturale in cui si sguazzava allora, e che è riesploso dopo la caduta di Berlusconi, che aveva fatto un po’ da coperchio. Il terreno è stato senz’altro dissodato dallo Zoo, o dalle tirate contro i politici di Brignano in prima serata alle Iene. Fino al cortocircuito rappresentato Rajae Bezzaz, che a Striscia ha inaugurato una rubrica sui gentisti di casa nostra, in cui intervista Er Faina, Fede Rossi e simili. Ma quelle web star sono il prodotto culturale di un programma come quello di Ricci, tutto ciò è inquietante e affascinante allo stesso tempo».

A proposito di tv, è vero che Piero Pelù da Fazio ha messo in guardia contro le scie chimiche.

«Sì, è successo anche questo.

I complottisti meritano un capitolo del tuo libro. Come si diventa tale?

«Una volta, durante un convegno No Vax, un pediatra ha detto: “Noi non siamo complottisti, ma anticomplottisti, perché diciamo quello che gli altri non dicono: la verità”. Se entri nella loro testa, le cose si ribaltano. Tutti abbiamo dei pregiudizi e dei bias cognitivi, e le teorie del complotto sono utili a crearsi una realtà parallela, facile da capire e sempre a disposizione».

Facciamo “l’uovo e la gallina”. Chi viene prima tra la Rete e il gentismo?

«Internet è nato dopo il gentismo, un termine che, come detto, c’è dagli anni ‘90. Tutti quanti usiamo questo strumento, anche i gentisti. Da qui a dire che abbia determinato l’esplosione del fenomeno non sono d’accordo: sicuramente ha contribuito a diffonderlo, così come, però, diffonde le teorie contrarie e al gentismo».

Nel mondo reale, il fenomeno è composto da piazze urlanti che vanno dal Veneto al delta del Po, fino alle periferie romane. Tutti paiono avere un motivo per sentirsi emarginati e rivendicare dignità. È questo il tratto comune?

«Diciamo che il gentismo si declina in vari modi, e in vari territori. Nel libro porto esempi concreti. Il caso Stacchio, in tal senso, è scolastico, e può ricadere sotto il cappello del gentismo, perché, in quel caso, da un episodio cruento di cronaca, si è messo in moto un meccanismo politico inedito. In Veneto, talvolta, accade così. Perché la paura della criminalità è uno di sentimenti che più strutturano una comunità in questo momento storico, gli danno un senso. Secondo, da quelle parti, le rapine e i furti in casa non sono vissuti come un fatto che riguarda il singolo, ma come qualcosa che intacca lo stile di vita di una comunità. Così si crea una reazione potente che parte dal basso, su cui poi la politica si innesta. Gorino e i cortei delle periferie romane sono discorsi diversi, ma anche loro sono eventi che conquistano la ribalta nazionale, grazia alla paura e al mito della sicurezza».

Quello che mi ha sempre colpito è la sproporzione tra i ruoli (e le presunte colpe) di personaggi come Laura Boldrini o l’ex ministro Kyenge e l’odio che riescono a generare. O come fatti e temi inesistenti o minori, penso al cosiddetto Gender, siano diventati la Battaglia da combattere. Perché la gente ha così tanto bisogno di un nemico, e come li sceglie?

«I gentisti strutturano la propria identità in contrapposizione a un nemico, dividono tutto in buoni o cattivi. Per un razzista il male è la Kyenge, per una persona di destra o un sessista è la Boldrini, per un cattolico è l’“ideologia gender” (tra virgolette). Io nel libro cerco di capire come nascono certi flussi di odio. In questo ultimo caso racconto come un dispositivo politico creato dal Vaticano abbia deformato alcune teorie femministe e queer, per rivitalizzare un certo attivismo cattolico, che negli ultimi anni si era un po’ spento. Dal 2013 a oggi così abbiamo assistito alla rinascita dei vecchi movimenti antiabortisti, che hanno trovato una causa per lottare. Capire come si innescano simili meccanismi è decisivo».

La nuova politica italiana è in mano al "gentismo". Leonardo Bianchi ci parla di La Gente e del risentimento, tra scie chimiche e razzismo, scrive Federico Sardo il 12 ottobre 2017 su "Esquire.com". Prendiamo il movimento #9dicembre dei forconi, le barricate di Gorino contro 12 migranti, la storia di Graziano Stacchio, la battaglia no-gender, le proteste contro le scie chimiche… Sono tutti eventi legati da un filo rosso: una categoria politica sempre più maggioritaria, quella del "gentismo". Il gentismo è la tendenza al populismo complottista, all'odio per il diverso e a un certo grado di violenza. Un'aggressione che per ora è soprattutto verbale e telematica. «Il termine nasce già ai tempi di Mani Pulite. Rimane comunque di difficile definizione, perché vive su più dimensioni: in quella politica, sulla strada, nelle periferie; nei piccoli centri urbani e ovviamente su Internet». A spiegarci meglio questa Italia è Leonardo Bianchi, cronista che da anni racconta le più improbabili (o significative) manifestazioni in strada, pubblica con Minimum Fax il suo primo libro, La Gente, sottotitolo Viaggio nell'Italia del risentimento.

Iniziamo con qualcosa di apparentemente facile: chi è la gente?

«Nel titolo e nel libro uso il termine Gente, in maiuscolo, perché lo identifico in un “nuovo” soggetto politico che nel corso della Seconda Repubblica è diventato sempre più il centro e la risorsa da contendersi nell’agone politico. Già ai tempi della discesa in campo Silvio Berlusconi si rivolgeva alla “gente” e non più al “popolo”. Berlusconi stesso parlava in quello che è stato chiamato “gentese”. Mi rifaccio alle tesi contenute in un raccolta di saggi del 1995, chiamata La sinistra populista. Un autore riteneva che la Gente fosse l’evoluzione del vecchio “popolo,” venuta fuori dalla retorica “sondaggistico-pubblicitaria” e caratterizzata dal consumo “anche e soprattutto di in-formazione, di cultura (in senso lato), di politica”. Un altro ancora che la Gente fosse un “contenitore vuoto” da riempire a piacimento. Mi sembra che ancora adesso – aggiornandolo un attimo – siano definizioni di Gente che reggono».

La sinistra storicamente ha sempre considerato il popolo come puro e semmai corrotto dall'alto. Pensi che la gente abbia delle colpe o sia principalmente vittima?

Parlare di colpe non credo sia possibile, anche perché parliamo di un insieme indistinto. Quello che cerco di fare nel libro è capire come la politica riempie e si serve di questo “contenitore vuoto”, e dall'altro come agiscono le persone che si riconoscono (magari solo implicitamente) nel soggetto politico Gente».

Forse uno dei caratteri che possono riassumere molto di tutto questo è "la paura del diverso".

«Il tema della paura del diverso innerva un po’ tutto il libro, e in alcuni capitoli mi concentro sia su manifestazioni di aperta xenofobia che sul “culto del territorio”, un attaccamento roccioso che non ammette contaminazioni. La questione è molto complicata e va scomposta con il massimo rigore: nel caso di Gorino, la reazione di una parte (e sottolineo una parte) del paesino è stata sicuramente determinata da una pessima gestione a livello amministrativo, con un atto d’imperio della prefettura dettato dalla cronica situazione emergenziale in cui versa il sistema d’accoglienza in Italia. In questa situazione critica si è aperto uno spazio per la xenofobia e la strumentalizzazione politica, subito riempito e sfruttato dalla Lega Nord locale e nazionale, e a cascata da tutti gli altri partiti di destra».

Come pensi che si possa migliorare questa situazione? Esiste un modo perché la gente superi questo tipo di atteggiamento?

«A Tiburtino III, un quartiere di Roma dove c’è un presidio umanitario gestito dalla Croce Rossa, da parecchio tempo formazioni di estrema destra si trincerano dietro presunti comitati di quartiere e soffiano sul fuoco. La notte dello scorso 30 agosto questo clima di tensione è culminato in una specie di assedio, causato dalla presunta aggressione di un migrante a un gruppo di bambini e dal presunto sequestro di una donna. In realtà, come hanno rilevato le indagini, la donna non solo si era inventata tutto, ma era stata lei ad aggredire e ferire per prima il migrante. Contestualmente alla svolta investigativa è arrivata la reazione decisa da parte dei genitori dei bambini iscritti all'asilo e alla scuola adiacenti al centro d’accoglienza, che in una lettera hanno fatto a pezzi la propaganda dei partiti neofascisti, scrivendo che “il Tiburtino III ha, da anni, tanti problemi, ma i migranti non ci hanno mai procurato nessun fastidio”. Un modo di superare questo atteggiamento escludente, dunque, esiste già; è ad esso che va dato più spazio».

Credo che ci sia in ballo, in questo risentimento che sta anche nel sottotitolo del libro, una tendenza molto italiana a volersi sempre autoassolvere e a dare la colpa delle nostre miserie, dei nostri fallimenti e della nostra invidia agli altri, e mai a noi stessi. “Non è colpa mia se non trovo lavoro ma degli immigrati che me lo rubano, di un sistema assistenziale che favorisce altri invece che me, delle caste dalle quali sono escluso”. Cosa ne pensi?

Quella tendenza di cui parli sicuramente esiste. Prendiamo il discorso sulla Casta: alla denuncia di malefatte e privilegi ormai insopportabili non è seguita una presa di coscienza da parte della politica. Anzi, per non farsi travolgere dalla marea di indignazione sollevatasi dal 2007 a oggi, anche i partiti politici si sono messi a denunciare la Casta. A quel punto si sono rotti tutti gli argini: un frame che addossa qualsiasi responsabilità agli altri è destinato a funzionare, proprio perché divide la realtà in maniera manichea, tra noi e loro, tra Gente e Casta. Ma allo stesso tempo è un’arma a doppio taglio. Nel 2017 la retorica sulla Casta – o sulle caste – non ha più nulla di costruttivo, ma solo di distruttivo. E anche chi l’ha sfruttato più di ogni altro, ossia il MoVimento 5 Stelle, può rimanerne travolto. Non a caso, due giorni fa persino Alessandro Di Battista si è preso dell’abusivo da alcuni manifestanti sotto Montecitorio».

Allo stesso tempo però questo non porta a un miglioramento personale, ma soltanto all'invidia per chi è più fortunato di noi, per chi ha dei privilegi che io non ho, e che ucciderei per avere. Il rischio quindi è quello di trovarci ad avere una classe politica senza competenze, senza esperienza, con l'unico valore di non essersi ancora fatta corrompere ma pronta a farlo alla prima occasione?

«Una classe politica senza competenze e (per ora) senza esperienza c’è già, ed è stata eletta proprio per queste sue caratteristiche. Il punto è che era inevitabile che subentrasse: la classe politica con le competenze e l’esperienza è la stessa che ha fatto danni incalcolabili, e che è stata incapace di dare risposte convincenti alle varie crisi che si sono susseguite negli ultimi vent’anni. Basta pensa-re alla spettacolare parabola discendente di Mario Monti, che da professore ieratico e iper-competente si è ritrovato a reggere cagnolini in diretta televisiva. Era un’operazione falsa e non credibile, ed in quanto tale è stata punita alle urne».

La gente non crede nella politica, nei partiti, non crede ai giornali, non crede nella Chiesa, al Presidente della Repubblica, non crede nelle lotte, non crede nel sociale, non crede alle Ong, non crede alla beneficenza... Secondo te c'è qualche istituzione che ancora non ha perso ogni rispettabilità? O la gente è solo eternamente in attesa di un uomo forte che dica "fanno tutti schifo, ci penserò io a risolvere tutto"?

«Se si vanno a vedere gli ultimi sondaggi, le istituzioni che riscuotono il maggior grado di apprezzamento sono sempre le forze armate e le forze dell’ordine. Il crollo inesorabile di fiducia colpisce – ormai da decenni – i partiti e i giornali, e per molte valide ragioni. Sui primi non penso ci sia molto da discutere, mentre sui secondi basta aprire qualsiasi homepage per rendersene conto. In un capitolo mi soffermo sulle proteste nel dicembre 2013 del movimento #9dicembre (all’epoca impropriamente definito “dei Forconi”), perché secondo me ha evidenziato – ovviamente in maniera discutibile, disorganizzata, e a tratti inquietante, come la sfiducia cronica non si traduca necessariamente nell’apatia, ma riesca a mobilitare persone che si auto-organizzano spontaneamente. Tutta quella protesta, liquidata a mio avviso troppo facilmente, era un modo piuttosto sgangherato per tornare ad avere voce in capitolo, per contare qualcosa. Si può anche leggere come la disperata necessità di avere una rappresentanza politica – che non necessariamente arriva con l’uomo forte – e un’adeguata rappresentazione mediatica».

Di solito chi dice di non essere né di destra né di sinistra è di destra. Questo vale anche per il gentismo, che fa dell'antipolitica uno dei suoi punti di forza? Nell'ultimo capitolo però tratti di questa inquietante novità che è il gentismo renziano.

«Nel libro che ho citato prima si dice che il gentismo è “patrimonio comune della destra e della si-nistra”. Dunque, no, il gentismo non è un fenomeno esclusivamente di destra. Certo, alcune sue espressioni sono di destra, a volte anche estrema; ma molto dipende da come viene maneggiato e assorbito, e da chi si fa portatore di alcune istanze. Una politologa importante come Nadia Urbinati lo associa in via quasi esclusiva al M5S, parlando di un “indistinto gentismo” che è “insieme il popolo e l’ideologia del M5S” e si estrinseca nella “reazione dei cittadini ordinari contro coloro che svolgono una funziona di direzione politica”. Per Urbinati, e pure per me, è qui che risiede una delle chiavi del successo del MoVimento. Quello renziano, invece, è da un lato un grottesco tentativo (sempre e comunque “ufficioso”) di replicare lo stile retorico dei Cinque Stelle, e dall'altro un vero e proprio cedimento culturale spacciato per necessità di rincorrere gli avversari sul loro terreno. Non ha funzionato durante la campagna per il referendum, non ha funzionato dopo (vedi il fotomontaggio con Renzi e Totti), e continua a non funzionare adesso. Anzi, viene osteggiato persino da renziani del calibro di Matteo Richetti. Internet avrebbe dovuto aiutarci a diventare più informati, invece sembra che stia avvenendo il contrario. Se prima comunque le fonti da cui ci si informava avevano un minimo di controllo di qualità e uno standard minimo, ora esistono le famose fake news, le bufale, e un sacco di monnezza nella testa della gente».

Come si può fare per arginare questa tendenza? Siamo destinati a vedere il trionfo di semplificazioni inadatte a interpretare una realtà complessa?

«Non credo che siamo meno informati, né tantomeno che in un ipotetico “prima” le fonti avessero un controllo di qualità o uno standard minimo. Per quanto riguarda le cosiddette “fake news”, be’, le notizie false e le bufale sono sempre esistite. Se ne parla ora, e in questi termini, per un semplice motivo: la vittoria di Donald Trump. Secondo me il dibattito è stato impostato malissimo dalla stampa liberal statunitense, ed è stato digerito ancora peggio in Italia – con tanto di imbarazzanti proposte di legge che hanno il sapore di una censura indiscriminata. Una ricerca dell’università di Stanford sostiene che Trump “sarebbe presidente anche in un mondo senza fake news”, mentre una della Columbia Journalism Review afferma che una spinta determinante al successo sia venuta dalla vecchia televisione (su tutti Fox News) e da media molto connotati politicamente come Breitbart, che sono riusciti a imporre la propria narrativa e la propria agenda al resto dei media. Insomma: non sono stati gli adolescenti macedoni di cui tanto si è parlato a far vincere Trump. Se ci spostiamo sull’Italia, per me è indicativo analizzare come operano i cosiddetti siti bufalari. La loro strategia editoriale, chiamiamola così, è semplicissima: prendono notizie già uscite sui media, soprattutto di destra, e ci mettono un titolo un attimo più truculento di quello originale. Capisci che qui si pone un grosso problema: se voglio arginare il fenomeno, devo andare a colpire la fonte o chi si limita a riprendere quei contenuti? Paradossalmente dovrei chiudere le edicole per evitare di vedere certi titoli, ed è una follia. Quello che serve invece è più giornalismo, più qualità, più educazione e più verifica delle fonti: una verifica che in primis devono fare i giornalisti, e in secondo luogo gli utenti».

Penso che uno degli esempi più clamorosi di tutto questo, forse meritevole anche di un libro a se stante, sia la questione del gender. Oltre all'esilarante fatto che "essere contro il gender" significa esattamente il contrario di quello che queste persone pensano, secondo te perché è stata creata un'emergenza che di fatto non esiste assolutamente? Facendo anch'io un po' il complottista ti chiedo: chi ci guadagna da questa battaglia? O è solo il corso randomico dell'idiozia?

Dal libro si apprende che molte associazioni e organizzazioni che combattono quella lotta hanno legami con l'estrema destra. Sarebbe molto comodo squalificare tutta l’isteria sull’ideologia gender come un’idiozia o una stramberia. Purtroppo non è così, e va presa molto sul serio. Si tratta infatti di un’arma politica costruita a tavolino dal Vaticano a cavallo tra gli anni ’90 e i primi del 2000. Deformando e demonizzando le teorie femministe e queer, il Vaticano e i suoi “esperti” hanno dato nuova linfa ai movimenti anti-abortisti e cattolici che erano un po’ in difficoltà, e soprattutto hanno creato una nuova categoria di mobilitazione politica. A partire dal 2013 abbiamo visto come questa ideologia gender sia penetrata con forza nel dibattito pubblico, e di come la politica – dall'estrema destra al centro – ne abbia scorto le potenzialità. Temo che ci porteremo dietro la teoria del gender ancora a lungo, perché per il mondo cattolico e reazionario è un Nemico davvero troppo comodo per rinunciarvi».

C'è un futuro per l'Italia? Sei in fondo ottimista o siamo destinati a morire di peste sotto un governo di sciachimicari, antivaccinisti e gente che toglie le panchine per non fare sedere gli immigrati?

«Un mio amico dice sempre che tra qualche anno Mario Draghi finirà a capeggiare un governo di tecnici con mandato illimitato. Comincio a pensare che finirà davvero così (e che non conosceremo mai CHI STA AVVELENANDO I NOSTRI CIELI!1). A parte gli scherzi, davvero non so quale possa essere il futuro dell’Italia. E non da qui a cinque anni, ma da qui a cinque mesi. Sono abbastanza sicuro che la prossima campagna elettorale sarà di un livello davvero infimo, e che dalle elezioni molto probabilmente non uscirà un governo – oppure uscirà un altro pastrocchio tenuto in piedi da 5219 partiti».

Come è possibile che la sinistra, in un momento di disuguaglianza sociale incredibile, e in cui i sistemi che governano il mondo mostrano sempre più i loro limiti, sia invece in una crisi profondissima? È perché la Gente di cui parliamo, fondamentalmente egoista, non riesce a vedere i propri problemi come parte di un discorso collettivo? O è per colpa della sinistra stessa e di quello che (non) ha fatto, o di suoi limiti strutturali?

«Non necessariamente la Gente è egoista, anzi. In una storia che analizzo nel libro, il caso del benzinaio Graziano Stacchio, le comunità locali hanno fatto eccome un discorso collettivo. E questo perché la paura della criminalità – unitamente alla richiesta di sicurezza – è un formidabile collante comunitario, specialmente in territori come il Veneto. Più in generale, e qui provo a risponderti sull’angosciosa e infinita questione crisi-della-sinistra, è un tema su cui la sinistra e il centrosinistra – almeno quelli istituzionali – continuano a sbandare vistosamente: prima disinteressandosene, e poi ricopiando le peggiori strategie della destra (non solo italiana) in materia, nell’illusione di recuperare il terreno perduto. Tornando indietro di dieci anni troviamo il decreto del governo Prodi contro i romeni (dopo l’omicidio Reggiani), il sindaco di Padova che tira su un “muro” attorno a un ghetto, e Cofferati che a Bologna aziona ruspe a tutto spiano. Oggi, l’epigono di questo atteggiamento è senza alcun dubbio il ministro dell’Interno Marco Minniti. Il quale ha ragione quando dice che la paura sarà “il tema cruciale dei prossimi dieci anni, un nodo cruciale per la vita democratica del paese”; se poi però fai decreti che sembrano scritti dalla Lega Nord, non ti puoi stupire più di tanto che gli elettori alla fine preferiscano l’originale».

Caporetto l’emblema degli italiani pavidi. I fanti di Caporetto, martiri vilipesi. Nella battaglia di Caporetto furono gli ufficiali a sbagliare, eppure i soldati italiani vennero definiti traditori della patria, scrive di Gian Antonio Stella il 24 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera". «Gentile signora, ancora una volta la suadente Nike ci ha baciato in fronte! Ancora una volta la tracotanza nemica è doma! Sotto un cielo apocalittico siamo stati attori di gesta fantastiche e la morte ci ha sfiorati le mille e mille volte senza toccarci! Oh, che importano gli inenarrabili sacrifici, se di novelle fronde di gloria virideggia il sarto della Gran Madre Patria, dell’Italia nostra? Le bacio la mano. Gian Galeazzo».Poche parole spiegano cosa fu la guerra di cento anni fa quanto un’amarissima vignetta con quattro immagini del libro «La guerra è bella ma scomoda» illustrato da quel genio di Beppo Novello e scritto da Paolo Monelli. Nella prima il tronfio ufficiale nel calduccio dell’ufficio si pavoneggia scrivendo all’amata della morte che «ci ha sfiorati le mille e mille volte»… Nella seconda un alpino esausto scrive alla moglie poche parole stanche: «Cara Teresa, vengo con questa mia per dirti che sto bene come spero di te. Ho ricevuto il farsetto a maglia. Sta tranquilla. Tonio». Nella terza il fante, sotto le granate che scoppiano, può vergare solo un paio di parole per dire che è vivo: «Vostro Cesare». Nella quarta c’è un soldatino morto, le scarpe al sole. E una pagina bianca. Viene in mente l’infame bollettino di Cadorna dopo Caporetto che scaricava la disfatta sui soldatini: «La mancata resistenza di reparti della 2ª Armata, vilmente ritiratisi senza combattere…» Falso. Lo scriverà lo stesso Erwin Rommel: «Al reparto italiano venne a mancare un’azione di comando energica e conscia dei propri obiettivi». Sbagliarono gli ufficiali. Quei fanti in rotta, però, ricorda nel ‘21 un giovane medico, Filippo Petroselli, le cui memorie («Ospedale da campo», sono state pubblicate da Rubbettino a cura di Gianni Scipione Rossi, sono dei martiri. Eppure, «macinati per ventisei mesi dal destino e dagli uomini, sono additati al vilipendio della nazione e costretti a girar per le strade con le scritte a tracolla: «traditori della patria». Era furente, Petroselli: «Non dite che il soldato italiano ha tradito. No! Silenzio, turpe gazzarra di pescecani, imboscati, vigliacchi, eroi del caffè, meccanici a ottanta lire al giorno, vecchi rimbambiti, ruffiani e puttane arricchite. Tacete, grugniti, attorno al nome santo del fante d’Italia. Ricordate che egli tutto ha dato e non ha fatto che soffrire e morire. Era comodo impinguar la borsa senza fatica e senza pericolo. Era comoda la vostra vita di guerra, la professione del patriottardo e gridar: “Resistere! Resistere!” davanti ad un cappone fumante, la stufa accesa e la mantenuta al fianco…».

Com'è oggi Caporetto dove vinse la retorica. Viaggio nella cittadina slovena: un luogo della storia, del linguaggio e dell'identità. Un secolo dopo resta simbolo di un'infamia inesistente, scrive Stenio Solinas, Domenica 08/02/2015 su "Il Giornale". In sloveno si chiama Kobarid, in tedesco si chiamava Karfreit. Per gli italiani resta Caporetto, un simbolo più che un nome, un non luogo che raccoglie e condensa tutti i luoghi, anche i luoghi comuni. Il caporettismo come infezione morale, l'Italia caporetta come un fiume carsico che periodicamente riaffiora, si gonfia e rompe gli argini. «Un villaggio bianco con un campanile in una valle. Era un villaggio pulito e c'era una bella fontana nella piazza» è la descrizione che ne diede Ernest Hemingway in Addio alle armi e da allora non è che sia cambiato molto, una volta messe da parte le miserie architettoniche della modernità: una pizzeria che sembra la sala d'aspetto di una stazione, un albergo che assomiglia a un refettorio. La piazza è sempre lì, così come la chiesa, anche se il campanile ha ora una punta a bulbo, c'è in più una statua in bronzo, brutta, che potrebbe rappresentare un prete, un papa, un monito di pace. Se le dai le spalle e sali sulla sinistra, in pochi minuti arrivi sul colle di Sant'Antonio lungo una strada scandita dalle dodici stazioni della Via Crucis. Conduce all'omonimo Sacrario costruito intorno alla chiesetta che dà il nome al colle: è a forma di ottagono con tre cerchie concentriche digradanti verso la sommità. Su lastre di serpentino color verde sono incisi i nomi dei caduti, dietro grandi lastroni sono raccolti i resti di quelli ignoti. In totale sono 7014, prelevati dai locali cimiteri militari della Grande guerra, poco più di una goccia in un oceano di morti: più di seicentomila. Il solo rumore che turba la pace di quei poveri resti è quello dell'aspiratore con cui un operaio libera stancamente i tre ottagoni dal manto di foglie che vi si ammassano. Un furgone delle poste slovene, con la silhouette di una tromba e di una scarpa da ginnastica come insegna, è parcheggiato in totale solitudine alla base del sacrario. Sono l'unico visitatore. Dalla sommità vedi allungarsi il cosiddetto «itinerario storico di Caporetto», cinque chilometri lungo le tre linee di difesa italiane, trincee, camminamenti, fortini, caverne, rifugi, posti d'osservazione e nidi di mitragliatrici di cui oggi sopravvivono sparsi frammenti riportati alla luce e trasformati in musei all'aperto. Il resto, tutto il resto, se l'è ripreso la terra, la natura, ricoprendo, demolendo, invadendo. In una giornata di pallida nebbia e di sole giallo, a fare da contrasto con lo scuro massiccio montuoso che ti circonda è la lama verde ghiaccio dell'Isonzo che ti scorre sotto gli occhi scendendo fra i tonfani disseminati nel suo letto. La fine del suo corso superiore è quel ponte settecentesco che vedi sulla destra, su cui passarono le truppe di Napoleone e da cui allora prese il nome. Nel 1915, il giorno dopo la dichiarazione di guerra, gli austriaci in ritirata lo fecero saltare in aria. Gli italiani lo rifecero prima in legno, poi in ferro e una foto del 1916 ne mostra ancora i superstiti pilastri di pietra sulla sponda di sinistra. Risalendo l'Isonzo verso Trnovo c'è invece, rimessa ad hoc per l'itinerario, la passerella di 52 metri che costruimmo per collegare le due rive e su cui correva la terza linea difensiva. L'Isonzo adesso è l'infernale paradiso dei canoisti.

Caporetto è a valle della catena montuosa del Colovrat, all'incrocio tra l'Isonzo e la pianura friulana. Nel 1917 era l'importante collegamento tra l'esercito italiano, il IV corpo d'Armata lì trincerato e l'interno del Paese. Saga, Picco, Dresenza, per fare solo tre nomi erano fra i comandi divisionali dei paesi limitrofi e per tutto l'apparato accessorio annidato in regione, genio, sanità, sussistenza, riserva. Ecco perché sfondare lì era così importante per tedeschi e austro-ungarici, fu così disastroso per noi. Quattromila abitanti, in primavera e in estate Caporetto è un punto di partenza escursionistico per gli sloveni. Da qui si va a visitare le cascate di Kozjak, a nuotare o in kayak nel fiume Nadiza, che altro non è che il nostro Natisone, ci si arrampica sul Kolovrat, si fa parapendio. Il Circolo gastronomico di Kobarid annovera un paio di ristoranti di buon livello, la carenza alberghiera è supplita da una robusta rete di camere private. Dalla piazza principale al Museo di Caporetto ci sono poche centinaia di metri. È una casa bianca a due piani che durante la guerra gli italiani adibirono a comando con annesso tribunale militare. C'è la sala con il plastico del massiccio del Monte Nero, quella con il plastico dell'Alta Valle dell'Isonzo, la sala dello sfondamento, quella delle retrovie, la sala bianca dedicata ai due inverni più rigidi della guerra, il 1916 e il 1917, il freddo, la neve, le valanghe, quando oltre a combattersi fra loro i soldati avevano la natura per nemica. In totale ci sono una cinquantina di carte militari, schizzi e documenti dei comandi, 500 fotografie e un migliaio fra armi, attrezzi, uniformi, medaglie e oggetti-ricordo. Dal Museo al Ponte napoleonico, a piedi c'è un quarto d'ora e tutta Caporetto sta in un chilometro quadrato o poco più. Eppure, ancora un secolo dopo quel nome continua a risuonare, sinonimo di crisi morale, di inaffidabilità, se non di codardia. E a nulla vale ricordare che nella Grande guerra, dalla battaglia di Gorlice-Tarnow del 1915, alla offensiva del generale Nivelle del 1917, alla Somme e allo Chemin des Dames del 1918, gli alleati francesi, inglesi e russi subirono disastri militari più terribili della ritirata di Caporetto sia per perdite di territorio, che di uomini e mezzi. Non serve, di Caporetto ce n'è una sola, ed è la nostra.

Cominciò tutto con Cadorna e il suo infame bollettino di guerra in cui parlava «di reparti della 2° Armata vilmente ritiratasi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico», un'interpretazione che aveva per corollario il tradimento e/o la ribellione, lo «sciopero militare» coniato dai socialisti o la cosiddetta «rivolta dei santi maledetti» coniata da Malaparte. Invece di un'analisi militare si preferì la retorica politico-sociale, grazie alla quale non si riusciva però a capire perché quello stesso esercito si fosse battuto bene prima, si sarebbe battuto altrettanto bene due mesi dopo. Restò fuori la nuova strategia elastica dell'attacco austro-tedesco, la superbia autoritaria e la pigrizia intellettuale delle alte gerarchie militari italiane, il mancato addestramento a combattere una guerra difensiva dopo 29 mesi di reiterate e sanguinose offensive. In compenso fioccarono i memoriali e i contro-memoriali, le commissioni d'inchiesta pilotate, i silenzi colpevoli, l'accettazione di un facile, perché indistinto, capro espiatorio, il soldato italiano, quello stesso però che avrebbe poi vinto la guerra... In un bel libro uscito un paio d'anni fa, La verità su Caporetto, lo storico Paolo Gaspari ha ricostruito per la prima volta tutte le fasi della battaglia, illustrandole con schizzi, foto e planimetrie a colori. «Snobbando l'histoire bataille di Caporetto - spiega - la storiografia italiana ha causato la mancata trasmissione della realtà dei fatti accaduta quel 24 ottobre 1917, e il radicamento di una verbosa valutazione politica, con effetti nefasti sulla coscienza di sé di un popolo e, quello che più conta, sulla sua fierezza». «È stato bene?» mi chiede l'affittacamere il giorno della mia partenza. «Benissimo e il Museo è molto bello». «Sì, e ha comprato il nostro Tolminc?» «Cos'è?» «La specialità più famosa di Kobarid». «La vendono al Museo di Caporetto?» «Ah, scusi, pensavo parlasse del Museo del formaggio».

La falsa necessità di Caporetto. Il 24 ottobre 1917 cominciò la battaglia di Caporetto, nella quale l'esercito italiano e il paese sfiorarono l'invasione e l'irreparabile. Come pensare a Caporetto oggi? Scrive Paolo Malaguti il 19 ottobre 2017 su "Il Sussidiario". (Paolo Malaguti è autore del romanzo "Prima dell'alba", Neri Pozza, 2017). La complessa serie di eventi iniziata la notte del 24 ottobre 1917, che chiamiamo "rotta di Caporetto", ancora a distanza di un secolo registra discrepanze interpretative tra storici e appassionati. Fu merito degli austrotedeschi o demerito degli italiani? Se fu merito dei primi, cosa contò di più? Le nuove armi impiegate? Le nuove tattiche di bombardamento, o di impiego di reparti d'assalto? O ancora l'impiego di carte topografiche di nuova generazione, dettagliatissime? E se invece fu demerito degli italiani, su chi ricade la colpa? Aveva ragione Cadorna, si trattò di reparti che "vilmente" si ritirarono o "ignominiosamente" si arresero? O la responsabilità va cercata nei comandi stessi, incapaci di comunicare tra di loro, restii a credere nell'eventualità di una grande offensiva "fuori stagione"? Questa mancanza di una verità chiara e condivisa sembra ancora oggi denotare, almeno nella coscienza storica italiana, una difficoltà nel gestire il portato emotivo del "disastro" per antonomasia. Ciò che invece da lì in poi si muove, fino al 4 novembre 1918, sembra illuminato da una luce più uniforme, che dona agli eventi prospettive ovviamente ancora complesse da manipolare, ma in qualche modo più solide, più affidabili. E quindi da Caporetto si muove il riscatto dell'esercito italiano; non solo, da lì si muove il riscatto degli italiani stessi, che fino a quel momento, nello stillicidio delle spallate sanguinose sull'Isonzo, parevano aver tollerato la guerra, e che invece adesso, schierati sull'ultima trincea utile prima della grande pianura, prima di Treviso, Padova, Venezia e Vicenza, si riscoprono uniti, si riscoprono nazione nella necessità della difesa dall'invasore, arrivato alle porte e più che mai incombente sulla patria. Da lì si muove il mito dei ragazzi del '99, i giovanissimi chiamati all'estremo sacrificio, quasi a purificare nel sangue le colpe e gli errori degli altri, quelli di prima, che non erano stati capaci di arrivare alla vittoria e che anzi si erano sbandati, dandosi alla macchia o cadendo prigionieri. Siamo nel campo della pura retorica, stiamo rievocando miti polverosi di sabauda memoria? Non credo: più di qualche volta ho sentito, in occasione dei frequenti "recuperi all'ultimo minuto" della nazionale calcistica, qualche cronista rievocare l'abitudine italiana a tirare fuori il valore proprio quando suona l'ultima campana, quando o la va o la spacca. Ancora il mito di Caporetto sembra fare capolino dietro alle qualificazioni ai mondiali…E ancora: tante e tante volte ho sentito bande e cori intonare i canti del "dopo Caporetto", da "Monte Grappa tu sei la mia patria" alla ben più celebre "Leggenda del Piave", fino a non troppi anni fa insegnata a memoria nelle elementari di tutta la penisola. Il Grappa, nelle note della canzone, è un "cotal baluardo affidato agli italici cor", le sue cime furono "sempre vietate per il piè dell'odiato straniero". E ovviamente tutti sanno che il Piave, più e prima di ogni altra cosa, mormora: "Non passa lo straniero"! Interessante osservare che i due testi musicali probabilmente più rappresentativi della Grande Guerra presuppongano, come scenario di riferimento, quello post-Caporetto, quasi che la guerra precedente perda consistenza e rilievo di fronte al mito del riscatto e della vendetta dopo il rischio della sconfitta. C'è poco da fare: l'Italia da sempre ha una gran fame di miti collettivi. Vista la sua recentissima e non facile storia nazionale, fu da subito necessario fare tesoro di simboli laici e nazionali attorno ai quali riconoscersi. Da qui Garibaldi e Mazzini. Da qui, dopo il fascismo, la consacrazione formale della Resistenza come nuovo crogiuolo nel quale gli italiani sembrano rinascere a nuovi valori. La Resistenza in qualche modo fu il salvifico contraltare, repubblicano e democratico, a una guerra, la seconda, difficile da ricordare perché nata in un'Italia fascista e monarchica, e difficile da gestire per il suo esito negativo. Ecco quindi che "l'altra guerra", e in particolare il meccanismo catartico di Caporetto, che fa sfiorare la tragedia per poi abbracciare la vittoria luminosa, non è facile da archiviare, e continua a costituire un nodo retorico, affettivo e perché no, ideologico, che evidentemente rende la memoria e l'analisi storica difficile e scivolosa. Eppure proprio in occasione del Centenario avremmo più che mai bisogno di evitare la retorica per abbracciare l'analisi storica, per ridare giustizia e oggettività a Caporetto, e da lì all'intero conflitto.

Come si fa? Come scrostare la retorica quando ne siamo fisicamente circondati e culturalmente intrisi? Se ogni città d'Italia ha la sua brava Via Monte Grappa, il suo Largo Cadorna, il suo monumento ai caduti che, cogliendo l'occasione della doverosa memoria per i morti, lancia il suo monito, 9 volte su 10 cronologicamente fascista, sulla bellezza della morte per la patria, sull'onore eterno, sulla gloria imperitura? Come si fa se, come il Peppone di Guareschi, all'udire la Canzone del Piave mandiamo a ramengo le nostre convinzioni e i nostri ideali, e ripartiamo da lì, da Caporetto e dall'invasore? C'è chi non esita ad affermare che la strada da percorrere sia quella di una sostanziale censura storica. Togliere i Cadorna dalle vie, non insegnare canzoni che parlano di sangue, nemici e sacri confini. Non credo che sia la strada migliore, non pedagogicamente almeno. Eliminare una memoria, per quanto questa memoria sia scomoda o deformata, è sempre rischioso. Si sostituisce un pieno con un vuoto, mai facile da riempire, e poi i nostri studenti sono già circondati da troppi vuoti. Personalmente sono molto contento quando, camminando in montagna, mi imbatto in qualche contrada sperduta che mostra su qualche muro una scritta del ventennio fascista, sbiadita e difficilmente leggibile. "Molti nemici molto onore". "Oggi balilla, domani legionari". Sono contento perché trovo quelle scritte "utili", anzi, "educative". Perché parlano della nostra storia. Perché mostrano cos'era quell'Italia. E quindi mi possono servire in tanti modi, ad esempio per comprendere quale fosse la retorica usata, e meditare sul peso pericoloso della propaganda, o per dare più valore ai principi di democrazia, pace e uguaglianza su cui oggi si regge l'Italia. Sono in qualche modo come armi in un museo, non più pericolose perché, almeno in teoria, disinnescate da anticorpi ormai consolidati nel nostro paese, ma ancora utili per capire la realtà. Lo stesso dicasi della retorica della Grande Guerra. Se la eliminiamo prendiamo atto della nostra vulnerabilità nei confronti dei suoi dis-valori, e al contempo condanniamo le future generazioni a un pericoloso oblio. Piuttosto che censurarle, preferirei disinnescarle, affiancandole a un'altra retorica, ad altri miti nazionali, nuovi, inediti e senz'altro difficili da costruire, al punto che per alcuni questi obiettivi sono utopici. Iniziamo a dedicare le strade e i monumenti, oltre che a Cadorna e a Diaz, al milione di profughi civili causati da Caporetto. Ai soldati fucilati ingiustamente. Ai disubbidienti alla follia di un ordine. Ai matti di guerra. Ai prigionieri austriaci morti nei nostri campi. Costruiamo, attorno a Caporetto, una memoria davvero completa e davvero condivisa. Anche con le canzoni: continuiamo pure a insegnare "La leggenda del Piave", ma iniziamo a insegnare una tra le tante canzoni censurate e dimenticate, per esempio "Gorizia tu sei maledetta". Ancora nel 1964 al Festival dei due mondi di Spoleto pare che i cantanti che la intonarono siano stati denunciati per vilipendio delle forze armate… Forse adesso i tempi sono maturi per un paese che, almeno sulla Grande Guerra, proceda senza timori in una memoria senza censure?

La mattina del cinque di agosto,

Si muovevano le truppe italiane

Per Gorizia, le terre lontane.

E dolente ognun si parti.

Sotto l'acqua che cadeva al rovescio,

Grandinavano le palle nemiche;

Su quei monti, colline e gran valli,

Si moriva dicendo così:

O Gorizia, tu sei maledetta,

Per ogni cuore che sente coscienza;

Dolorosa ci fu la partenza

E il ritorno per molti non fu.

O vigliacchi che voi ve ne state,

Con le mogli sui letti di lana,

Schernitori di noi carne umana,

Questa guerra ci insegna a punir.

Voi chiamate il campo d'onore,

Questa terra di là dei confini

Qui si muore gridando "Assassini!"

Maledetti sarete un di.

Cara moglie, che tu non mi senti

Raccomando ai compagni vicini

Di tenermi da conto i bambini,

Che io muoio col suo nome nel cuor.

O Gorizia, tu sei maledetta,

Per ogni cuore che sente coscienza;

Dolorosa ci fu la partenza

E il ritorno per tutti non fu.

Caporetto e quell'accusa di viltà, scrive martedì 24/10/2017 Luigi Sardi su "L’Adige". Era la mattina del 24 ottobre di cento anni fa quando a Milano, in Piazza del Duomo e nella Galleria Vittorio Emanuele II, gli strilloni del Corriere della Sera richiamavano con il loro ordinato vociare l’attenzione dei lettori sul bombardamento iniziato dalle artiglierie austriache sulle linee italiane dell’alto e del medio Isonzo. In quella che era già una notizia angosciante, c’era qualche cosa di più: quel titolo a tre colonne – «I tedeschi compaiono sulla fronte italiana» – aumentava l’inquietudine perché si sapeva che i tedeschi erano combattenti feroci. Tre anni di propaganda franco-inglese, metodicamente raccolta dai giornali italiani, aveva trasformato gli uomini dall’elmo chiodato in Unni, barbari, spietati, che trucidavano i prigionieri, violentavano le donne, tagliavano le mani ai bambini. L’articolo di fondo di Luigi Albertini accennava agli avvenimenti che «si stanno probabilmente per svolgere alla nostra fronte», esternava, come sempre aveva fatto, «la serena fiducia» dettata dalla «abilità indiscussa del Comando e sull’eroismo mirabile delle truppe, come sulla saldezza morale del Paese».

Albertini dirigeva il maggior giornale italiano, quello che più di altre testate aveva portato l’Italia nella guerra e per la prima volta nelle righe di quel fondo si avvertiva un’ansia. Il giornalista era un sostenitore del generalissimo Luigi Cadorna che lo ricambiava tenendolo bene informato e anche la notizia dell’inizio di quel bombardamento che per violenza non aveva precedenti sul fronte dell’Isonzo, era stata trasmessa al Corriere in tempo per una ristampa dell’edizione destinata a Milano. Forse con un suggerimento: preparare gli italiani ad affrontare un altro momento molto difficile. Al quartier generale di Udine non si era ancora potuto capire che le artiglierie austro tedesche, l’impiego del gas asfissiante di nuova quanto micidiale miscela avevano frantumato trincee, rifugi, capisaldi mentre il gas uccideva all’istante i soldati nella conca di Caporetto. Avevano subito indossato le maschere che, per colmo di sventura, erano – si attendevano quelle promesse dagli inglesi – ancora di tipo antiquato. Nessuno comprese che le truppe d’assalto tedesche e austriache attraversarono le trincee italiane piene di cadaveri e che nella seconda linea, davanti alla valanga di fuoco e al silenzio, inspiegabile e mai spiegato, delle artiglierie italiane, migliaia di soldati decisero di ritirarsi abbandonando quelle sponde dell’Isonzo che poi diventerà Fiume Sacro della Patria ma che, in realtà, erano da oltre due anni, un orribile carnaio. Saranno i fondi di Albertini a scandire la più sanguinosa delle tragedie militari dell’Esercito italiano. Ecco il bollettino del Comando supremo con l’inquietante «l’urto nemico ci trova saldi e ben preparati», poi «l’avversario riusciva a superare le nostre linee avanzate sulla sinistra dell’Isonzo… l’offensiva nemica ha continuato con estrema violenza» quindi l’accusa di viltà di fronte al nemico, rivolta a quei soldati che dal maggio del 1915 sopravvivevano in condizioni terribili nell’orrore del Carso e morivano a migliaia nella stragrande maggioranza poco o nulla sapendo di Trento, Trieste, di sacri egoismi e confini, sacri anche quelli.

Poi il quotidiano bollettino di Cadorna annunciava agli italiani che le truppe «non erano riuscite ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria». Era già successo nell’estate del 1916. Quella volta le «orde barbariche» erano state fermate sugli Altipiani al prezzo di centomila caduti ma adesso le cartine topografiche pubblicate dai giornali mostravano il ripiegamento dall’Isonzo al Tagliamento, poi la ritirata dal fiume verso la Livenza e addirittura «alla Piave». La gente aveva capito che si trattava di qualche cosa di molto grave, cercava sulle cartine geografiche quei fiumi che tagliano la pianura veneta, restava sbigottita all’annuncio di «fatti dolorosi nell’esercito in un punto della nostra fronte» per apprendere un’altra notizia dirompente: il generale Diaz, nome francamente sconosciuto, «è il nuovo comandante supremo italiano».

Dal 24 ottobre al 10 novembre di quel 1917, da Caporetto al Piave, gran parte del Veneto era stato invaso; l’esercito aveva perso 650 mila uomini, 40.000 dei quali morti o feriti, 260.000 prigionieri, 350.000 sbandati, oltre 3000 cannoni, montagne di munizioni, di derrate, di attrezzature abbandonate in quella ritirata divenuta, a tratti, fuga. Ecco la conferenza sul lago di Garda che nei libri di scuola degli italiani prenderà il nome di «convegno di Peschiera» nella quale re Vittorio Emanuele III convinse francesi e inglesi che l’Italia non si sarebbe arresa, che l’esercito avrebbe resistito sul Piave ormai menzionato nei comunicati giornalieri del Comando supremo anche se Cesare Pettorelli Lalatta, uomo di primo piano dei servizi segreti del Regio Esercito era stato incaricato di trovare a Mantova, ben oltre il Mincio, una sede del comando delle forze armate.

Ecco il proclama del re: Italiani, cittadini, soldati! Siate un esercito solo... Tutti siamo pronti a dare tutto per la vittoria e l’onore d’Italia! L’appello non giunse alla enorme massa di profughi – donne, vecchi, bambini – che fuggivano davanti al nemico e anche al più superficiale osservatore non sfuggiva il carattere di quella ritirata sempre più disordinata che diventava ribellione pacifica, resa senza condizione di una massa umana inerte, moralmente sfibrata, convinta che la guerra era finita, che la pace era alle porte, pronta a segnare la fine di sofferenze disumane. Sul fronte trentino si abbandonò la roccaforte della Marmolada e Cadorna, prima di essere defenestrato, scrisse al re. Lo informò che una ritirata fino al basso Adige e al Mincio «esporrebbe a perdere quasi tutte le artiglierie, annullerebbe completamente ciò che rimane dell’efficienza dell’esercito, rinunciando anche all’ultimo tentativo di salvare l’onore delle armi». Poi la frase, in verità poco nota: «Ho voluto esporre la situazione nella sua dolorosa realtà, sembrandomi meritevole di essere considerata all’infuori della ragione militare, per quei provvedimenti di governo che esorbitano dalla mia competenza e dai miei doveri». Dunque il capo di Stato Maggiore dell’esercito suggeriva di abbandonare le armi e di intraprendere la via della diplomazia. Poi arrivarono i rinforzi francesi e inglesi e gli italiani, quelli devoti alla Patria, compirono un miracolo.

I fuggiaschi accolti e poi traditi. L’altra disfatta di Caporetto. Cent’anni fa la sconfitta: l’Italia voltò le spalle a soldati e civili, scrive Giovanni Morandi il 24 ottobre 2017 su "Quotidiano.net". 57.000 soldati con 1.342 cannoni per l’Italia; 350.000 soldati con 2.518 cannoni per l’Austria; oltre 40.000 i morti e feriti italiani; oltre 50.000 i morti e feriti austriaci; più di un milione i profughi civili. È passato un secolo da una disfatta così bruciante nella memoria degli italiani da essere diventata sinonimo senza tempo di sconfitta rovinosa. Nelle vallate e sugli altipiani attorno a Caporetto, oggi piccolo paese sloveno chiamato Kobarid, cominciò il 24 ottobre 1917 una battaglia che si sarebbe conclusa poco più di un mese dopo con la constatazione del traumatico sgretolamento del fronte italiano, agli ordini del generale Cadorna. La breccia si aprì dopo due giornate di combattimento e vi si infilarono le truppe austroungariche e tedesche che affondarono la baionetta fino al Piave. Oggi alle 19 le fanfare e bande militari dell’Esercito italiano in 17 città italiane ricorderanno il centenario sulle note del “Silenzio d’ordinanza”. Roma, 24 ottobre 2017 - Inzuppati d’acqua, senza possibilità di un riparo, con il fango che arrivava a mezza gamba, sfiniti, disperati, con il fiato dei nemici sul collo, in un caos indescrivibile dove si smarrivano vecchi e bambini, le urla di richiamo dei dispersi si mescolavano ai lamenti, ai lati della strada si ammassavano i cadaveri dei morti di fatica, donne e bambini rotolati come sassi nei fossati, i parenti che piangevano e i soldati che marciavano mescolati e annaspavano tra il fango e la pioggia o cercavano di convincere quelli che non ce la facevano più a ritrovare le forze perché sarebbero arrivati gli austriaci. Dopo aver fatto 200 chilometri, da Caporetto al Piave, i fuggiaschi si dispersero nella piana. C’erano quelli che tiravano una mucca, un asino, un maiale, o tenevano per le zampe una gallina, tutti avevano qualcosa, un cesto, una gabbia, un fiasco di vino, un fagotto. Quelli che facevano più pena erano i bambini rimasti senza famiglia, perduta, piangevano disperati, travolti dalla folla, pochi facevano caso a loro. A decine vennero poi raccolti dalle case dell’infanzia abbandonata. Le scene più strazianti si videro quando venivano bombardati i convogli ferroviari o quando ci fu da attraversare il Tagliamento o altri corsi di acqua. I civili venivano respinti per dare la precedenza ai militari e temendo di rimanere bloccati tanti tentavano di attraversare a nuoto o improvvisando zattere e morirono travolti dalle acque. I morti tra i profughi furono un migliaio. L’esodo durò per settimane, dal 24 ottobre del ’17, giorno in cui partì l’offensiva austro germanica. Anzi si può dire che durò per mesi se si pensa a quando quell’umanità si disperse su tutta la penisola fino alla Sicilia e perfino alla Sardegna. Nessuna autorità sembrava in grado di poter arrestare o guidare quel fiume di italiani che fuggivano dagli invasori, si calcola siano stati un milione in quella grande fuga, oltre centomila i soldati, gli altri, civili che avevano lasciato le case in Carnia, nel Friuli e nel Veneto. E non fu solo un esodo di persone ma anche di istituzioni, prefetture, uffici comunali, provinciali, ospedali, carceri, manicomi, banche, industrie ma anche biblioteche, sedi universitarie, istituti di cultura che trovarono ospitalità a Milano e Roma, a Firenze e a Bologna. Le amministrazioni comunali si ricostituirono quasi tutte in Emilia e Toscana. L’Italia rispose con proverbiale generosità e spirito patriottico. All’inizio. Poi però... Organizzarono treni speciali per i profughi e alle stazioni i rifugiati trovavano generi di conforto e aiuti di ogni genere che venivano distribuiti in un trionfo di bandierine tricolori da baldanzosi studenti accorsi ad alleviare le sofferenze dei compatrioti. Chi volesse saperne di più può trovarne nel documentato saggio di Daniele Ceschin, “Gli esuli di Caporetto”, edito da Laterza. Ovunque vennero organizzate manifestazioni di accoglienza, politicamente trasversali perché promosse con pari passione da liberali e repubblicani, socialisti e cattolici, da comitati parrocchiali e sindacali, la Camera del lavoro di Bologna raccolse 10 mila lire, la solidarietà giunse perfino dalle comunità italiane in America.

A Bologna trovarono alloggio 8mila profughi, a Firenze 20mila si sistemarono presso privati e 9mila trovarono alloggio in alberghi e pensioni. A Milano 30mila. A Napoli vennero smistati 70mila profughi. Ma l’idillio tra popolazioni ospitanti e ospiti non durò molto. La prima discriminante si rivelò di carattere economico: a Firenze il Grand Hotel venne destinato ai profughi di lusso, che al prezzo scontato ma sempre proibitivo di 9 lire potevano avere vitto e alloggio. Quasi subito e ovunque ci fu un’impennata negli affitti delle case, a Bologna i proprietari si rivelarono oltremodo esosi nelle loro pretese e per di più toglievano gli infissi e le porte alle case locate perché non si rovinassero. Non migliore fu l’accoglienza a Livorno dove a inizio estate gli sfollati vennero cacciati dagli alloggi, che sarebbero stati affittati a prezzi più alti durante la stagione balneare. La diffusa carenza di servizi igienici fu una delle cause del diffondersi della dissenteria e di malattie della pelle. Fino alla devastante epidemia di spagnola che provocò 600mila morti. Allo stesso tempo peggiorarono i rapporti tra locali e sfollati, che cominciarono ad essere chiamati con disprezzo “i tedeschi”. Naturalmente accusati di essere la causa della crescente disoccupazione e del sempre più severo razionamento alimentare che provocò incidenti e agitazioni di piazza.

Ai veneti e friulani venivano dati due pasti, una minestra, un pezzo di pane e un bicchiere di vino, ai bimbi di latte. In Calabria e Sicilia i veneti lamentavano che tutto era controllato da camorristi e mafiosi. I siciliani ricambiavano chiamandoli austriaci e fannulloni perché non accettavano condizioni di lavoro che erano «non da uomini ma da bestie». Va da sé che cominciarono a dire che venete e friulane erano donne di malaffare, frequentatrici di osterie e prostitute. In effetti le donne venivano ricattate dai datori di lavoro, che condizionavano la concessione della paga ai loro servigi. In città come Modena furono esposti cartelli con scritto: non sono graditi gli sfollati. «E in Toscana siamo tenuti per cannibali». Si diffuse la voce che mangiavano i bambini. L’incantesimo patriottico era svanito. A guerra finita, il ritorno a casa, al nord, fu lento, difficile e non sempre scontato. 

Caporetto 1917, la madre di tutte le disfatte. Il 24 ottobre di 100 anni fa la sconfitta che mise in dubbio la sopravvivenza stessa dell’Italia unita evidenziandone tutti i vizi e le tare d’origine. Il ripiegamento delle truppe della III Armata dopo la battaglia di Caporetto (24 ottobre ’17). Soltanto il 9 novembre il generale Cadorna riuscì a portare a compimento lo schieramento difensivo sulla linea del Piave, scrive Giovanni Sabbatucci il 17/10/2017 su “La Stampa”. Nella memoria storica degli italiani la parola «Caporetto» (italianizzazione di Kobarid, un villaggio sloveno oggi così indicato nelle carte e nei cartelli stradali) rappresenta molto più del nome di una battaglia perduta in una guerra alla fine vinta, molto più di una sconfitta militare, per quanto severa. Se il toponimo si è trasformato in un nome comune con tanto di articolo («una Caporetto»), come è accaduto con altri termini evocativi di disastri bellici o catastrofi naturali («una Waterloo», «una Casamicciola»), questo significa che la dodicesima battaglia dell’Isonzo, cominciata il 24 ottobre 1917 e subito trasformatasi in una rotta disordinata, fu allora avvertita da molti - e soprattutto da chi aveva visto nella guerra una prova necessaria per il consolidamento dell’identità nazionale - come una disfatta irrimediabile, una minaccia alla stessa possibilità di sopravvivenza dell’ancor giovane Stato unitario, di cui venivano evidenziati vizi e tare d’origine. 

Esercito alla sbando. Le dimensioni del disastro erano difficilmente contestabili. Lo schieramento italiano rotto sull’alto Isonzo, nei pressi appunto di Kobarid, e aggirato da un’audace e innovativa manovra degli austro-tedeschi. La sorpresa, il panico, le catene di comando saltate insieme al sistema di comunicazioni. Un’intera armata dissolta, la fuga e lo sbandamento di molte unità. Un terrificante bilancio di perdite: 10.000 kmq di territorio abbandonati, 40.000 fra morti e feriti, 300.000 prigionieri, un numero ancora maggiore di sbandati da recuperare e riequipaggiare, 600.000 profughi civili, quantità enormi di materiali perduti, compresa buona parte dell’artiglieria pesante. E su tutto il rischio che le forze armate non fossero più in grado di combattere, il timore che un collasso così grave potesse aprire la strada a un esito rivoluzionario alla maniera russa. Solo il 9 novembre il generale Cadorna riuscì a portare a compimento l’ultima e la più riuscita delle sue manovre: lo schieramento difensivo sulla linea del Piave di quanto restava dell’esercito italiano. In una guerra ottocentesca una disfatta di tali proporzioni avrebbe con ogni probabilità costretto l’Italia a uscire dal conflitto: esito disastroso per un Paese che era entrato in guerra non per difendere i suoi confini ma per conquistarne di migliori. In questo caso, i timori si rivelarono eccessivi, anche perché poggiavano su una diagnosi fondamentalmente errata: quella che riconduceva il cedimento dei reparti investiti dall’offensiva a una sorta di collasso morale, ovvero alla scarsa combattività delle truppe, se non addirittura al tradimento di alcuni reparti «vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico» (così Cadorna nel famigerato bollettino del 27 ottobre).  

Gli errori dei comandi. In realtà non ci fu alcun tradimento degli uomini in divisa, né una rottura subitanea nella fibra del Paese. Certo, la stanchezza si faceva sentire in quel terribile 1917 (quasi 150.000 perdite in agosto, nell’inutile conquista della Bainsizza). Ma a soffrirne non erano solo i soldati italiani, che avrebbero combattuto valorosamente le successive battaglie d’arresto sul Piave: quando furono schierati su un fronte più corto, trattati con maggiore umanità e mobilitati in vista di un obiettivo ben comprensibile come la difesa del territorio nazionale. Gli errori veri furono quelli dei comandi. E non parlo dei singoli errori tecnici (lo schieramento troppo offensivo voluto da Capello, la posizione avanzata delle artiglierie di Badoglio), su cui tanto si è scritto e discusso. Mi riferisco piuttosto a un atteggiamento di fondo, a una sorta di pigrizia mentale che portava le alte gerarchie militari a ripercorrere sempre le stesse strade, a cercar di adattare la realtà alle loro esperienze precedenti o alle teorie apprese nelle scuole di guerra. I comandi italiani, ad esempio, ignorarono o sottovalutarono i molti segnali che indicavano l’offensiva di ottobre come imminente perché ritenevano impossibile un’azione importante in quella stagione e in quelle condizioni meteorologiche. La tattica dell’infiltrazione in profondità, poi, colse di sorpresa le truppe schierate sull’alto Isonzo perché contrastava con la teoria che imponeva agli attaccanti di conquistare le quote e proteggersi i fianchi prima di avanzare. Il contrario di quanto i tedeschi fecero sull’alto Isonzo nel 1917 e avrebbero ripetuto su più ampia scala, e con largo impiego di mezzi corazzati, nella battaglia di Francia del 1940. Nell’uno e nell’altro caso il risultato per gli avversari fu la disarticolazione dei comandi, la confusione delle iniziative, lo sbandamento delle truppe (effetto e non causa della rottura del fronte). Esattamente le condizioni per cui una «normale» sconfitta può trasformarsi in una Caporetto. 

Storia. Sconfitta di Caporetto, lo scaricabarile della vergogna, scrive Alessandro Marzo Magno, domenica 22 ottobre 2017 su “Avvenire”. Per decenni e per certi versi ancora oggi i vertici militari e politici hanno evitato di assumersi colpe accusando lo «stato d’animo» della truppa. «È una Caporetto»: la frasetta è ormai diventata proverbiale. Il ricordo della sconfitta in quella che i nemici di allora, gli austroungarici, definivano la dodicesima battaglia dell’Isonzo è ancora oggi così vivo nella memoria da suscitare sentimenti contrastanti. Fu tradimento? Colpa dei generali inetti? Responsabilità dei soldati poco combattivi? Curiosamente pochissimi sanno dove sia oggi e come si chiami questa località; per la cronaca: Kobarid, e sta in Slovenia, nella valle del fiume che per noi è Isonzo e per loro Soca. Dal 24 ottobre, giorno dell’occupazione di Caporetto, al 10 novembre 1917, con il rischieramento sulla linea del Piave e del Grappa, l’esercito italiano perde 650.000 uomini su un milione e mezzo di combattenti (40.000 morti e feriti, 260.000 prigionieri, 350.000 sbandati) e deve abbandonare nelle mani del nemico 3000 cannoni, ovvero la metà di tutta l’artiglieria. Nella peggiore tradizione italiana, nessuno si vuole assumere la responsabilità degli eventi e prima si scaricano le colpe addosso agli 'altri', poi si cerca di mettere la polvere sotto il tappeto.

Significativa la voce "Caporetto" dell’Enciclopedia Treccani, scritta in epoca fascista, e materialmente redatta da Amedeo Tosti, un ufficiale dell’esercito che si dedicava alla storia militare. «Lo stato d’animo delle nostre truppe non era più quello delle prime battaglie dell’Isonzo: la stanchezza, il pensiero delle famiglie assoggettate a tutte le restrizioni imposte dalla guerra, l’incertezza circa la durata di questa e la lentezza dei nostri progressi territoriali nonostante le perdite sempre più ingenti, la propaganda sovversiva e pacifista, infine, e quella che il nemico tentava d’insinuare dalle sue trincee nelle nostre, avevano finito col far presa nell’animo dei nostri soldati». Non c’è ombra di autocritica, si fa capire che la responsabilità è dei soldati, un po’ per l’ineluttabilità degli eventi, un po’ per via dei nemici interni (pacifisti) ed esterni (austriaci). Sul comportamento dei comandi, neanche una parola; d’altra parte sarebbe stato difficile attendersi qualcosa di diverso facendo compilare la voce a un militare di carriera. Ancora più significativo è quanto accaduto col romanzo Addio alle armi, di Ernest Hemingway. Lo scrittore americano descrive ciò che era accaduto sul fiume Tagliamento: accanto a uno dei pochi ponti rimasti in piedi, dove si accalcavano le truppe in ritirata, era stato allestito un improvvisato tribunale militare. Gli ufficiali che si presentavano alla spicciolata, senza i propri sottoposti, venivano frettolosamente processati e fucilati per aver abbandonato gli uomini di fronte al nemico. La voce si era sparsa e molti ufficiali si strappavano i gradi, tentando di farsi passare per soldati semplici, ma venivano esaminate le maniche delle giubbe e scattava immediato l’arresto se si vedeva l’ombra scura del tessuto che al di sotto della mostrina non si era scolorito. L’episodio non era inventato (Hemingway era stato testimone della rotta di Caporetto) ma ha ugualmente fatto scattare la censura sul romanzo. Addio alle armi è uscito in inglese nel 1929, ma è stato tradotto in italiano soltanto diciassette anni più tardi, nel 1946, da Mondadori, quando ormai sull’onore delle forze armate si erano addensate ben altre nubi. Tra l’inizio e il 10 novembre 1917, ovvero a ridosso degli eventi, Giuseppe Prezzolini scrive un pamphlet che analizza le ragioni della sconfitta e che verrà pubblicato nel 1919, dalle Edizioni della Voce, con il titolo Dopo Caporetto. L’analisi di Prezzolini è impietosa: gli ufficiali effettivi si imboscavano e mandavano a morire i disprezzati colleghi di complemento. «Quello che l’ufficiale ha fatto nell’esercito è quello che la borghesia ha fatto nel Paese», scrive, aggiungendo: «La nostra borghesia, mentre usa i propri privilegi, non sente il peso dei suoi doveri». E poi ancora: «Se l’ufficiale è lo specchio della borghesia, il soldato è lo specchio del popolo: e ambedue non differiscono molto, perché un popolo ha la classe dirigente che sa esprimere dal suo sangue, e la classe dirigente ha il popolo che sa educare e dirigere». I mali dell’esercito sono i mali del Paese e la sconfitta va imputata a questi mali. Nel denunciarli, lo scrittore usa concetti e parole di sorprendente attualità: «La classe dirigente italiana nasce e proviene dalla grande massa che chiamiamo popolo. Non è separata casta». L’Italia di Caporetto, nel giudizio di Prezzolini, appare tragicamente simile a quella attuale.

«Caporetto racconta l’Italia più di ogni vittoria», scrive Giulia Merlo il 24 Ottobre 2017 su "Il Dubbio". Il 24 ottobre di cento anni fa, la disfatta che gettò le basi per il successo di Vittorio Veneto. Intervista al professor Marco Gervasoni. «Caporetto è un po’ la metafora dell’italianità: storicamente, l’Italia è sempre arrivata sul ciglio del burrone prima di trovare le forze per rialzarsi». Marco Gervasoni, professore di Storia contemporanea e di Storia comparata dei sistemi politici all’università Luiss di Roma, racconta così la battaglia combattuta il 24 ottobre 1917 e persa dall’esercito italiano contro l’Impero Austroungarico e la Germania, lungo la valle dell’Isonzo (oggi in Slovenia). E così spiega anche il titolo provocatorio del saggio A Caporetto abbiamo vinto, pubblicato nel 2017 da Rizzoli, a cura di Stefano Lucchini. Nel centenario di una delle battaglie dagli esiti più catastrofici della storia italiana, con più di 40mila caduti tra le fila del Regio esercito in quattro giorni di combattimen-ti, Gervasoni analizza le gesta di chi legò il proprio nome a quella disfatta: il Capo di stato maggiore Luigi Cadorna, «che commise parecchi errori strategici, il peggiore dei quali fu di far ricadere la responsabilità della disfatta sulle sue truppe». «Caporetto è un po’ la metafora dell’italianità: storicamente, l’Italia è sempre arrivata sul ciglio del burrone prima di trovare le forze per rialzarsi». Marco Gervasoni, professore di Storia contemporanea e di Storia comparata dei sistemi politici all’università Luiss di Roma, racconta così la battaglia combattuta il 24 ottobre 1917 dall’esercito italiano contro l’Impero Austro- ungarico e la Germania lungo la valle dell’Isonzo (oggi in Slovenia). E così spiega anche il titolo provocatorio del saggio A Caporetto abbiamo vinto, pubblicato nel 2017 da Rizzoli, a cura di Stefano Lucchini.

Professore, sono passati cento anni dalla disfatta di Caporetto. Una battaglia che è diventata metafora di rovinosa sconfitta anche nel lessico comune.

«Guardi, questo era vero per qualche generazione fa e oggi lo è per gli addetti ai lavori, i giornalisti e gli storici. Non credo, invece, che ai giovani di oggi il termine “Caporetto” evochi ancora qualcosa. Del resto, anche questo fa parte di una rottura della memoria storica, su cui forse ci sarebbe da interrogarsi. Lo diceva lei: sono passati cento anni dalla battaglia e sembrano molti, ma dal punto di vista storico sono pochi».

Di quella battaglia si ricorda la disfatta e il suo artefice, il famigerato capo di stato maggiore Luigi Cadorna. Quali errori vennero commessi dall’esercito italiano?

«La battaglia iniziò nella notte del 24 ottobre 1917. L’attacco venne portato da parte dell’esercito austroungarico e dalle divisioni tedesche, giunte dal fronte russo e questo fu il primo errore strategico degli italiani: lo stato maggiore del Regio esercito era a conoscenza già da settembre dei movimenti delle truppe tedesche, liberate dal fatto che la Russia aveva abbandonato il fronte perchè già nella fase pre-rivoluzionaria, ma ne aveva sottovalutato la rilevanza. Il secondo errore fu commesso direttamente da Cadorna, il quale poche ore dopo l’inizio dell’azione austroungarica – diede l’ordine alle truppe di non ritirarsi ma di mantenere la posizione. Questa scelta provocò il disastro, perchè l’esercito italiano non era in grado di reggere l’urto dell’attacco. Infine, il terzo e forse maggior errore di Cadorna fu quello di far ricadere la responsabilità della disfatta sui soldati».

Luigi Cadorna era figlio di un eroe risorgimentale e fu padre di uno dei comandanti della Resistenza. La storia a lasciato a lui il ruolo peggiore di generale incapace che volta le spalle alle sue truppe?

«Se la storia fosse un film, a Cadorna spetterebbe la parte del cattivo. Da storico, però, non me la sento di dare patenti di buoni e cattivi. Cadorna, che veniva chiamato “Il capo” dal suo esercito, commise il suo errore peggiore quando scaricò la responsabilità della sconfitta di Caporetto sulle diserzioni dei suoi soldati. Eppure, Luigi Cadorna non era diventato Capo di stato maggiore del Regio esercito per caso: era un soldato di grande valore, addestrato nelle migliori accademie militari italiane. Il suo limite era, probabilmente, quello di essere legato a tecniche militari antiquate e a una visione antica della guerra e della disciplina militare. La storia, però, racconta e non condanna e nemmeno io mi sento di condannare in toto il generale, che ha fatto molti errori ma non va demonizzato».

Il titolo del libro di Stefano Lucchini, A Caporetto abbiamo vinto, allude però proprio al fatto che, dopo la sconfitta, Cadorna venne sostituito da Armando Diaz.

«Io ho apprezzato molto il libro, che espone una tesi molto interessante. Nel saggio, infatti, si sostiene provocatoriamente che la rimonta e la vittoria nei mesi successivi a Vittorio Veneto sia stata determinata dalla disfatta di Caporetto. Dopo la sconfitta, infatti, Cadorna è stato sostituito e tutto il Paese e la sua classe politica hanno affrontato con spirito diverso la guerra».

Perdere una battaglia per vincere una guerra, quindi?

«Diciamo che questa parabola è un po’ il tratto distintivo della storia italiana: prima di ottenere un risultato, noi italiani dobbiamo arrivare a vedere il burrone. Fa parte della nostra storia e non è così per altre nazioni. Del resto, si tratta di una tesi sostenuta anche in passato: Giuseppe Prezzolini, nel 1918, scrisse che il vero spirito degli italiani si era mostrato a Caporetto, perché avevano saputo reagire alla sconfitta. Meno invece si era visto a Vittorio Veneto, dove Prezzolini descrisse gli italiani come retori bolsi e pieni di loro stessi».

E il governo come reagì alla sconfitta?

«La disfatta fu impossibile da nascondere, nonostante la pesante censura sui mezzi di informazione. Allora il neo- nominato governo Orlando fece una mossa intelligente: ammise la sconfitta e chiamò all’unità nazionale sulla scia del messaggio «La patria è in pericolo». Questa linea suscitò una forte reazione da parte della politica, che si compattò. Anche la sinistra e soprattutto i socialisti, che erano contrari alla guerra, aderirono e Filippo Turati tenne un discorso molto bello che si concludeva con la frase: «A monte Grappa è la patria». La contrarietà della sinistra alla guerra si fondava sul fatto che non fosse una guerra di difesa, ma il pericolo degli austriaci lungo la linea del Piave la fece diventare tale. Anche in questo senso, forse, si può parlare di “utilità” della sconfitta di Caporetto».

Con la scelta di Armando Diaz davvero si cambiarono le sorti della guerra?

«Non fu solo quello. Nei mesi successivi si creò un nuovo rapporto di solidarietà tra politica ed esercito, ma a cambiare fu soprattutto il legame tra l’esercito e il popolo. La sconfitta fece riavvicinare i soldati ai civili – non va dimenticato che i fanti erano tutti contadini, tanto che la I Guerra Mondiale è stata definita anche la “guerra dei contadini”- e questo sostegno e spirito di popolo ha consentito una reazione forte da parte delle truppe. La scelta di Diaz, invece, ha segnato l’introduzione nell’esercito di una disciplina diversa e meno rigida rispetto a quella imposta da Cadorna».

Quindi quella di Vittorio Veneto è stata una vittoria collettiva?

«Oltre alla sostituzione di Cadorna e di molti vertici dell’esercito, Caporetto provocò il cambio di governo e anche di strategia militare. Il merito di Diaz in quanto Capo di stato maggiore è stato importante, sì, ma i fattori che hanno determinato la vittoria sono stati molti, tra i quali l’arrivo dei rinforzi americani e, soprattutto, il crollo per fattori interni dell’esercito austroungarico. La storia, però, ci ha consegnato il famoso proclama vittorioso di Armando Diaz all’indomani dell’armistizio».

Lucchini, nel suo libro, chiede provocatoriamente di sostituire nelle strade e piazze italiane il nome di Luigi Cadorna con quello del figlio Raffaele, comandante della Resistenza. Lei cosa ne pensa?

«Che, come spesso accade, la vittoria è di tanti e la sconfitta di uno solo. E’ vero, certo, che quelle strade e piazze sono state intitolate a Cadorna dal fascismo ma io non me la sento di bocciare in toto Cadorna, nè di chiudere la sua figura nell’immagine che ne diede il regime. Anche perchè, se si vogliono mettere etichette, il vittorioso Diaz fu molto più fascista del perdente Cadorna. Insomma, ritengo che sia giustissimo discutere in sede storica di queste vicende e capisco il punto di vista di Lucchini che propone di sostituire il padre con il figlio, ma cambiare la toponomastica rischia di aprire conflitti della memoria. Sono d’accordo, invece, con l’iniziativa presa dal Generale Graziano, per restituire in parte la memoria ai soldati fucilati da Cadorna».

Si riferisce ai morti fucilati a Caporetto?

«Sì, in merito è stato aperto un processo per restituire giustizia e distinguere chi venne fucilato in seguito a regolare processo militare da chi, invece, venne fucilato senza processo. A Caporetto, il generale adottò metodi militari molto rigidi e fece fucilare moltissimi soldati: alcuni perchè scappavano, altri invece morirono centrati nel mucchio, perchè Cadorna ordinò di sparare per spaventare le truppe e indurle a rimanere al loro posto. Ecco, quei militari morirono senza processo, vennero degradati e le loro vedove non ricevettero alcuna pensione. E’ giusto che, a cento anni da quei fatti, se ne riabiliti la memoria e si restituisca loro l’onore».

Caporetto e il senso politico della disfatta, scrive Orlando Trinchi il 24 Ottobre 2017 su "Il Dubbio".  Intervista allo storico Luca Falsini a cento anni dalla grande sconfitta italiana della Prima guerra mondiale. «Caporetto, pur non rappresentando né la guerra italiana né gli italiani in guerra, non può essere dimenticata, perché rappresenta un “caposaldo della memoria” e un passaggio imprescindibile per ogni riflessione sulla nostra storia contemporanea». Attraverso un’accurata ricostruzione dello scenario politico e militare e l’accesso privilegiato a una preziosa documentazione inedita, lo studioso Luca Falsini, con il saggio Processo a Caporetto. I documenti inediti della disfatta (Donzelli editore), getta nuova luce su uno degli episodi più significativi e caratterizzanti del primo conflitto mondiale, che a distanza di cento anni ancora interroga la nostra identità nazionale.   

Luca Falsini, quando venne istituita e quali effetti produsse la Commissione d’inchiesta sui fatti di Caporetto?

«La Commissione venne istituita nel gennaio del 1918, a guerra ancora in corso e a pochi mesi dagli eventi che l’avevano determinata. Il clima in cui si svolsero i lavori risentiva pertanto delle molteplici pressioni provenienti sia dagli ambienti interventisti sia del variegato mondo neutralista, entrambi poco disposti ad attenuare i toni delle polemiche attorno alle ragioni della guerra. La Commissione, che lavorò per circa un anno e mezzo, svolgendo buona parte degli interrogatori in zona di guerra, consegnò nelle mani di Nitti una relazione che indirettamente assolveva i partiti neutralisti dall’accusa di aver sabotato la guerra e i governi Salandra e Boselli per non aver dato alla stessa una ferma guida politica. Le accuse, invece, si incentrarono sui vertici militari (Cadorna, Porro, Capello e Cavaciocchi) e sulle loro discutibili scelte di lunga durata in tema di organizzazione militare, strategia di guerra e governo degli uomini. Badoglio, le cui responsabilità per la disfatta apparvero ai più subito evidenti, venne invece fatto salvo».   

Quali nuovi elementi ha apportato la documentazione relativa all’Archivio Zugaro cui lei ha avuto accesso?

«La relazione ufficiale vide la luce nell’estate del 1919 ma divenne pubblica solo alla fine degli anni ’60. La documentazione raccolta, frutto del lavoro dei membri della Commissione e del suo apparato amministrativo, che ascoltò oltre 1000 testimoni in 241 sedute, è stata recentemente inventariata dall’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito. Tale documentazione, però, si limita alle dichiarazioni ufficiali. L’Archivio Zugaro, invece, mi ha consentito di mettere mano alle note e ai commenti ufficiosi dei membri della Commissione, ad alcuni scambi epistolari e alle bozze che via via il Presidente Caneva preparò per la relazione ufficiale. Particolarmente interessanti sono le bozze preliminari dei giudizi sui generali maggiormente coinvolti, tra le quali spiccano quelle relative alle responsabilità di Pietro Badoglio».   

Quanto pesò, sulla rotta di Caporetto, l’estremo offensivismo del generalissimo Cadorna e le istanze repressive da lui propugnate e quanto, invece, la mancata o comunque parziale comprensione e persuasione delle truppe?

«Negli ultimi anni l’offensivismo esasperato di Cadorna è stato analizzato quasi esclusivamente in funzione delle conseguenze drammatiche che produsse sui soldati, costretti ad attaccare su alture impossibili da conquistare e poi da difendere se non a costo di moltissime perdite umane. Il tema, però, è centrale anche per le riflessioni sull’incapacità di Cadorna nel saper adeguare le proprie strategie militari alle realtà della nuova guerra di posizione. Su questo terreno, attorno al quale la Commissione avrebbe dovuto indagare con maggiore attenzione, il Comandante Supremo manifestò dei limiti incontestabili. Quanto alla “cura delle anime”, pur senza voler enfatizzare eccessivamente il ruolo della propaganda e l’attività svolta in tal senso dal Servizio P nel 1918, appare innegabile lo sforzo dei Comandi e del governo Orlando nel dare ai soldati una maggiore consapevolezza delle ragioni della guerra e nell’offrir loro, al contempo, un supporto morale e materiale che li aiutasse a resistere alla durezza della vita di trincea».   

Le direttrici disfattiste hanno avuto, nella rotta di Caporetto, quell’importanza decisiva attribuita loro con tale veemenza da Cadorna? E quali diversità, a livello di percezione sociale, dirimevano il disfattismo cristiano da quello di matrice socialista?

«Oggi sappiamo senza più alcun dubbio che né i socialisti né tanto meno i giolittiani e i cattolici vollero mai dispiegare un’azione di sabotaggio della guerra. Certo, i malumori per la scelta dell’intervento e per le forme con cui fu deciso pesarono molto nelle dinamiche parlamentari e di piazza, creando lacerazioni destinate a sfociare nella guerra civile che si consumò in Italia nel corso del dopoguerra; tuttavia la storiografia, in continuità con quanto già emerso nella relazione finale della Commissione, ha potuto escludere ogni manovra politica delle forze contrarie alla guerra finalizzata a condurre i soldati all’insubordinazione verso le autorità. Non contrastarono la guerra i socialisti, seppur tentati dagli echi della rivoluzione bolscevica, e non lo fecero i cattolici, il cui pacifismo, per dirla con Padre Semeria, concepiva la guerra come un “un flagello di Dio” e solo in quanto tale come una inutile strage. Il pacifismo cristiano, per Semeria, non era minimamente assimilabile al disfattismo socialista, il cui unico scopo era creare nel Paese le condizioni per la rivoluzione».   

Che conseguenze ebbero i numerosi casi di (in)giustizia militare – come anche l’abuso di esoneri arbitrari di ufficiali e altrettanto arbitrari avanzamenti – sul morale dei soldati?

«Quasi tutte le testimonianze raccolte dalla Commissione affrontano il tema delicato degli esoneri degli ufficiali. L’insieme di questi racconti mi ha portato a individuare una prima fase della guerra, fino almeno alla spedizione punitiva austriaca (maggio 1916), nella quale il ricorso agli esoneri rispose alla volontà di ringiovanire i vertici delle armate, ponendo al loro comando ufficiali più vicini allo spirito offensivista del comandante supremo, da una seconda fase, nella quale prevalsero logiche “clientelari” e le responsabilità uscirono dalla ristretta cerchia dello Stato maggiore per trovare correità in molti comandanti d’armata. Questo sistema portò molti ufficiali a temere più il nemico alle spalle che quello che avevano di fronte e generò uno scadimento a catena di fiducia tra ufficiali e truppa e tra comandi d’armata e Comando Supremo. Spesso poi l’indiscrezione sull’esonero di un ufficiale arrivava qualche giorno prima della formalizzazione, creando la situazione paradossale di ufficiali che guidavano le truppe privi del loro rispetto e privi della necessaria serenità. Anche in questo contesto Caporetto agì da spartiacque: il 20 novembre, infatti, a pochi giorni dall’assestamento sul Piave, Diaz sentì l’urgenza di emanare una circolare che denunciò l’abuso degli esoneri invitando i comandanti d’armata a fare valutazione più serene e ponderate dell’operato dei propri subordinati».   

Quanto fu determinante, per le sorti del conflitto, l’attività della Chiesa e quanto essa può considerarsi avvisaglia dei futuri Patti Lateranensi?

«Più volte gli storici hanno sottolineato che uno dei primi atti politici del Comando Supremo fu l’istituzione nel 1915 dei cappellani militari. La decisione, oltre a essere la naturale conseguenza del forte sentimento religioso di Cadorna, rispondeva a due distinte esigenze, almeno parzialmente contrastanti: da una parte la necessità politica di parte liberale di allargare la base di consenso allo stato italiano, riconquistando – in un’ottica antisocialista – i favori delle masse cattoliche, secondo un percorso che aveva conosciuto pochi mesi prima, col patto Gentiloni, “resa ideale delle élite moderate ai battaglioni del Papa [Isnenghi]”, una tappa assai importante; allo stesso tempo, però, ma con prospettive e finalità diverse, la guerra rappresentava per la Chiesa il terreno ideale per riaffermare i valori cattolici non solo contro il materialismo socialista ma anche contro l’individualismo delle società liberali. Il protagonismo che la Chiesa poté espletare grazie a uomini come Giovanni Semeria, Agostino Gemelli, Giovanni Minozzi e Angelo Bartolomasi fece della Grande guerra un momento essenziale nel percorso di riavvicinamento del cattolicesimo allo Stato italiano, configurandosi de facto come un’anticipazione dei Patti Lateranensi».   

Cosa può dirci riguardo la pratica dell’internamento, a detta di Giovanni Procacci «prodromo della politica concentrazionaria dei regimi dittatoriali degli anni venti e trenta»?

«Caduta l’illusione di una guerra di breve durata, tutti i governi dei paesi belligeranti si trovarono costretti a introdurre delle leggi eccezionali, consistenti nella delega alle autorità militari di prerogative che gli statuti e le costituzioni attribuivano ai parlamenti o ai governi. Alcuni paesi con una forte tradizione parlamentare, come l’Inghilterra, riuscirono a bilanciare l’incremento di potere dei militari mentre altri come l’Italia, la Germania e l’Austria, videro investiti i rispettivi comandi di potere amplissimi, addirittura illimitati all’interno delle zone di guerra. L’internamento fu uno degli strumenti più odiosi utilizzati dai militari (ma anche dai Prefetti) per mettere a tacere tutti i fronti potenzialmente pericolosi per la gestione e l’esito del conflitto: i pacifisti, gli anarchici e i socialisti, sul fronte politico; gli austriacantinelle zone di confine; gli operai e i contadini nelle fabbriche e nelle campagne.   Uomini e donne vennero portati via dalle proprie famiglie nel pieno disprezzo di ogni diritto; malnutriti e spesso sottoposti ai lavori forzati, subirono abusi di ogni sorta, per questioni che a volte rinviavano a vendette personali o, comunque, per nulla connesse alle esigenze della guerra».   

Quali funzioni interessarono la stampa durante la guerra e quali posizioni essa assunse dopo la fine del conflitto?

«In modo alquanto singolare l’autocensura precedette la censura. Il 23 maggio del 1915, alla vigilia dell’entrata in guerra, l’Associazione della Stampa offrì al governo e al Comando Supremo la piena disponibilità all’asservimento alle direttive di Cadorna in cambio della libertà di movimento al fronte. A farne le spese furono non solo tutti gli organi di informazione che non vollero adeguarsi a tale scelta ma anche il racconto stesso della guerra. Mistificazioni di ogni sorta accompagnarono la narrazione degli scontri, in cui erano enfatizzati il valore e gli atti eroici di alcuni comandanti, Cadorna in primis, e censurate le sconfitte e tutto ciò che non rinviasse a una visione eroico-patriottica della guerra. Nel dopoguerra i cronisti giustificarono questo atteggiamento con le necessità del conflitto e col ruolo pedagogico che avevano assunto. Ritenevano, in sostanza, che solo nascondendo gli orrori e le difficoltà della guerra il Paese, al fronte come nelle città, avrebbe potuto resistere.   La stampa tornò così ad assolvere un reale ruolo critico solo nel primo dopoguerra e in modo particolare nell’estate del 1919, quando la pubblicazione della relazione della Commissione su Caporetto infervorò gli animi dell’opinione pubblica sul complesso tema delle responsabilità di guerra».   

È corretto parlare di regime autoritario di Cadorna e regime più umano di Diaz? Dopo Caporetto ci fu una spiccata cesura per quanto riguarda la gestione del conflitto?

«L’ascesa di Diaz segnò un cambiamento radicale nella strategia di guerra. Il riposizionamento sulla linea del Piave, che simbolicamente si concluse proprio il 9 novembre, giorno dell’allontanamento di Cadorna dal Comando Supremo, avviò il passaggio a una più oculata strategia difensiva che venne mantenuta sino agli ultimi giorni del conflitto, quando le pressioni politiche e diplomatiche costrinsero Diaz a tornare all’attacco. L’altro grande elemento di discontinuità si ebbe sul piano dei rapporti tra Comando e Governo: tanto Diaz quanto Orlando compresero meglio dei loro predecessori l’importanza, nelle guerre moderne e totali, della collaborazione tra fronte interno e trincea e quindi tra autorità civili e militari. Meno evidente, invece, sebbene non priva di alcuni importanti riscontri, la discontinuità sulla cura del morale dei soldati prima e dopo Caporetto. E’ innegabile la maggiore attenzione data dal nuovo Comando Supremo ai soldati, attraverso doni, sussidi, licenze e conforto morale, tuttavia la durissima disciplina che caratterizzò la gestione Cadorna non scomparve del tutto nel ‘18. Ne fu testimonianza, ad esempio, il trattamento destinato ai prigionieri del dopo-Caporetto, considerati dei traditori e abbandonati alle atroci sofferenze della prigionia».   

Come si spiega l’attenuazione, nella Relazione della Commissione d’inchiesta, delle responsabilità attribuibili a Badoglio?

«L’Archivio Zugaro mi ha consentito di dare ufficialità alle accuse che molti generali, politici e studiosi hanno mosso nei confronti di Badoglio per l’inazione delle artiglierie del XXVII corpo della seconda armata durante i primissimi attacchi del nemico. A lungo si è parlato di alcune pagine stralciate dalla relazione finale per coprire le responsabilità dell’uomo che nel frattempo era divenuto Sottocapo di Stato di Maggiore dell’Esercito. Effettivamente i giudizi relativi alle responsabilità di Badoglio vennero redatti dai componenti della Commissione in tre diverse bozze che poi furono cassate dalla relazione. Le ragioni di questo “salvataggio” sembrano rinviare più alla necessità di non infangare il nuovo Comando Supremo che non a presunte piste massoniche. Le accuse sono quelle note: Badoglio disobbedì agli ordini che Cadorna aveva dato al suo diretto responsabile, il generale Capello, comandante della seconda armata, di attestarsi su posizioni difensive, preferendo rischiare una “manovra napoleonica” di tipo controffensivo che fece mancare alla resistenza al nemico l’importante contributo dell’artiglieria del suo corpo».   

È giusto assimilare la guerra italiana a una visione tipicamente caporettocentrica?

«Caporetto è uno snodo fondamentale della nostra storia contemporanea; non perché rivelò – come molti hanno voluto sostenere – i limiti del carattere italiano, poco propenso alla cultura di guerra e al sacrificio per la comunità nazionale, quanto per i cambiamenti politici e militari che produsse (la caduta di Boselli e di Cadorna, la riduzione del fronte di combattimento e il cambiamento di strategia) e perché accelerò alcuni processi, strettamente connessi alle politiche di gestione del consenso, che influenzarono in modo evidente alcune scelte politiche del regime fascista.  Ma dopo Caporetto ci fu Vittorio Veneto, che almeno sul piano militare riscattò la sconfitta. I soldati, che avevano combattuto egregiamente nei primi due anni e mezzo di guerra e che già nella fase di ripiegamento sul Piave avevano dimostrato di sapersi ritrovare dopo l’iniziale e comprensibile sbandamento, diedero nel corso del ’18 prova di grande resistenza al nemico, conducendo il Paese alla vittoria. E questo non possiamo dimenticarlo».

Le bugie infamanti di Cadorna, scrive Roberto Coaloa il 2 settembre 2012 su “Il Sole 24 ore". Paolo Gaspari, dopo anni di ricerche, ha scritto un'opera definitiva su Caporetto, che ribalta completamente l'interpretazione di quel tragico evento, per troppo tempo rimasto una specie d'incubo amorfo, che cresce a cagione di una sommaria e arrogante storiografia dell'immediato, a ridosso di pregiudizi, per fulmineo accumulo d'episodi orecchiati, d'immagini romanzate, non provate e non documentabili. Lo storico in Le bugie di Caporetto pone fine alla leggenda delle ragioni politiche della sconfitta, diffusa e strumentalizzata nei decenni successivi con molte varianti. Caporetto divenne sinonimo di sconfitta infamante, alla quale si aggiunse l'interpretazione politica varata da Francesco Saverio Nitti: lo «sciopero militare». Una sciagura sbeffeggiatrice delle doti militari degli italiani, resi inermi e innocui dopo il 24 ottobre 1917, quando alle due di notte, si scatenò l'inferno nei pressi di Caporetto (l'attuale Kobarid slovena, chiamata Karfreit dagli austriaci dell'impero). D'accordo con gli storici, Gaspari concorda sul carattere di sconfitta militare di Caporetto. Tuttavia fa un passo in più, decisivo. Caporetto non fu un unico episodio che portò al ripiegamento sul Piave del regio esercito, sconfitto dalle truppe dell'impero asburgico, rinforzate da moderni reparti del Secondo Reich (in cui brillò per la prima volta la futura Volpe del deserto, Erwin Rommel). Contrariamente alla vulgata storica, che ricorda la rotta sul fronte italiano per il tragico epilogo di profughi e di esercito allo sbando, Gaspari narra con la precisione dello storico militare anche le sconosciute battaglie della ritirata di Caporetto, utilizzando per la prima volta fonti primarie, come le deposizioni degli ufficiali reduci dalla prigionia (a Caporetto, l'Austria-Ungheria trionfò facendo 800mila prigionieri italiani, dimenticati e infamati dalla cinica politica italiana dell'epoca). Questa è la novità assoluta del libro di Gaspari: fino a ora gli italiani e gli storici di fama internazionale non si erano preoccupati di ascoltare il racconto di questi soldati che avevano legato il proprio destino a combattimenti disperati e furibondi. Lo storico ci rivela l'epos di un esercito sconfitto, che tuttavia ingaggia tre vere battaglie nei quindici giorni della ritirata al Piave. Leggiamo e conosciamo per la prima volta i nomi di italiani che persero con onore e talvolta con eroismo una battaglia persa già all'inizio per l'irresponsabile condotta del loro capo di Stato maggiore. Questo inedito racconto giaceva, inutilizzato dagli storici, nell'Archivio dell'Ufficio storico dello Stato maggiore dell'Esercito, dove sono conservati i memoriali di quasi 16mila ufficiali fatti prigionieri nel corso della guerra, quasi tutti nei primi giorni dopo Caporetto. Una storia dimenticata, che per troppo tempo è rimasta al buio, stretta in tanti faldoni, in manoscritti, in fogli protocollo, divisi a metà, a mezza facciata, come si facevano una volta i temi d'italiano. Una fonte storica d'eccezionale importanza, conservata da quello stesso Stato maggiore che all'epoca non aveva avuto fede nel suo esercito di soldati-cittadini, che fucilava senza pietà i suoi soldati-contadini e che, denigrando i vinti di Caporetto, aveva screditato l'intero popolo italiano agli occhi degli Alleati. Gaspari scrive la verità sulla ritirata di Caporetto e svela le bugie di Luigi Cadorna, che nel Bollettino del 28 ottobre scaricò la responsabilità di una sconfitta militare sui soldati «vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico». La colpa, invece, fu dei comandanti e non dei soldati, soprattutto di Cadorna, poiché un vero comandante dovrebbe assumersi la responsabilità anche delle disfatte, non soltanto la pompa dei successi. Ma rimane una domanda: chi ispirò quelle inaudite parole di Cadorna nel comunicato ufficiale?

Paolo Gaspari, Le bugie di Caporetto. La fine della memoria dannata, Gaspari, Udine, pagg. 696, € 29,00. Caporetto, i caporettisti e la lezione che l'Italia non ha compreso. Dalla disfatta militare della Grande Guerra, di cui ricorre il centenario, Badoglio fu l'unico a uscire pulito. Anzi: venne promosso e fu protagonista di altri momenti drammatici della nostra storia. Una parabola molto italiana, scrive Mario Margiocco l'8 ottobre 2017 su "Lettera 43". La più famosa descrizione dello sfascio militare italiano a Caporetto è quella di Ernest Hemingway in Addio alle Armi, e descrive non tanto l’insieme quanto uno dei drammi, quello degli ufficiali allo sbando, separati dai loro reparti, e la polizia militare – i carabinieri – che li fucilava, e la stanchezza di combattere. Ma Caporetto è dell’autunno 1917, un secolo fa esatto, il 24 ottobre alle 02, l'inizio dell’artiglieria mai così massiccia e Hemingway, sul fronte italiano solo nel giugno 1918, utilizzava i racconti sentiti dai commilitoni italiani.

IL DIARIO DI GADDA. Non era del tutto la sua guerra. Molto più vero il racconto del sottotenente degli alpini Carlo Emilio Gadda (1893-1973), fatto prigioniero con la compagnia di mitraglieri di cui era comandante in seconda sulle rive di un Isonzo che non riuscivano ad attraversare. Avevano austriaci e tedeschi dietro le spalle dopo una notte di ritirata dal Monte Nero che non volevano lasciare, e tedeschi e austriaci ormai anche sull’altra sponda del fiume in piena. Era la fine. Gettarono gli otturatori delle mitragliatrici prima di arrendersi. «Che dolore, che umiliazione, che pianto nell’anima. Finire così la nostra vita di soldati e di bravi soldati…». E i suoi uomini migliori, ricordava nel diario di Caporetto e della prigionia pubblicato integralmente postumo per sua volontà, «avevano la netta visione della sciagura nazionale e personale». Una sciagura nazionale che l’incompetenza degli alti comandi, su cui Gadda non aveva dubbi, rendeva ancora più amara.

LA SCONFITTA E LA FUGA. L’amarezza dell’Italia fu allora e per molti anni quella di vedere sottovalutato il suo sforzo bellico a fronte di quello franco-inglese sul Fronte Occidentale, e di vedere ben conosciuta all’estero, per l’impatto e le dimensioni del crollo, una sola delle tante durissime battaglie combattute: la dodicesima dell’Isonzo, la peggiore, Caporetto, che passò alla cronaca, e poi alla storia, solo come fuga. Molti storici militari italiani, soprattutto nel Ventennio, ripagarono il favore sottovalutando ampiamente le tragedie della Somme e di Verdun. A Caporetto morirono tra i 10 mila e i 13 mila italiani. Crollo militare, incompetenza diffusa di molti degli alti comandi italiani fino al livello di divisione, o anche crollo morale? Oppure insufficienza di una sola delle quattro Armate italiane, la II del generale Luigi Cappello, e in particolare del XXVII Corpo d’Armata di Pietro Badoglio? Viltà dei fanti come disse il bollettino del generale Cadorna, subito corretto dal governo, o confusione dei generali, come ammise la commissione d’inchiesta salvando però l’ammanicatissimo Badoglio, tecnicamente valido ma moralmente ambiguo, promosso a novembre 1917 a numero due dell’Esercito (era tenente colonnello ancora nell’aprile del 16) e così tutelato?

IL RISCHIO DEL «CAPORETTISMO». Un secolo dopo le domande non sono inutili. Per cercare di non tradire troppo la verità storica e sapere che cosa davvero accadde; per inserire il drammatico episodio nel quadro complessivo del conflitto, una battaglia assai più vasta e peggiore per l’Italia come perdite, rispetto ai giorni di combattimento, di quanto non sarebbe stata Stalingrado per l’Asse nel '42-'43 (15 giorni sull’Isonzo, oltre 100 a Stalingrado), anche se Caporetto fu presto tamponata dall’Italia e poi rovesciata e non ebbe certo le conseguenze strategiche e geopolitiche di Stalingrado o di El Alamein. Per capire infine quanto pesi Caporetto nella definizione del carattere nazionale, a rischio frequente di “caporettismi” per “sfasamento tra possibilità e obiettivi” e per “superficialità”, conseguenza di una ignoranza nazionale diffusa (anche ai vertici) e accettata senza complessi, come scriveva Mario Silvestri, grande osservatore di quella battaglia, di quella guerra e attraverso queste dell’Italia (si veda il suo Caporetto. Una battaglia e un enigma, 1984, oggi nella Bur-Rizzoli). Non bisogna dimenticare poi la seconda, peggiore Caporetto bis, 26 anni dopo, nel settembre-ottobre 1943, ancora con Badoglio al centro.

LA SUPERIORITÀ DELLE TECNICHE TEDESCHE. Caporetto fu la conseguenza di nuove tecniche di attacco tedesche già sperimentate poco prima contro i russi a Riga (1-3 settembre) che ribaltavano la logica del muro contro muro e degli attacchi in massa. Piccoli e piccolissimi reparti bene armati, aggiramenti ai fianchi, infiltrazioni nelle file nemiche, uso non solo a tappeto ma mirato dell’artiglieria, corse in profondità dietro le linee avversarie. Funzionò anche a Caporetto, funzionerà anche e in modo quasi altrettanto massiccio contro gli inglesi in Piccardia nel marzo del '18, dove erano stati mandati i comandanti tedeschi di Riga e di Caporetto, e a maggio contro i francesi sullo Chemin des Dames, fino ad allora ritenuto inespugnabile. Quei comandi non furono più illuminati dei nostri. Le conseguenze militari di Caporetto, per quanto gravissime con perdite enormi di uomini uccisi, feriti, prigionieri, materiali furono meno gravi delle conseguenze politiche e morali, perché in modo insperato l’esercito riuscì a fare diga sul Piave e a ricacciare gli avversari verso Nord Est e, alla fine, ad averne ragione. Fu lo sfaldamento non di un esercito, ma di una delle sue quattro Armate, la seconda, in un clima nazionale di grande confusione anche politica e di terrore di un arrivo del nemico fino a Milano e Bologna.

L'APPROSSIMAZIONE ITALIANA. Occorrerà attendere lo sfaldamento totale dell’esercito francese nel giugno 1940 per trovare qualcosa di analogo (e ben maggiore), e poi il «tutti a casa» delle forze armate italiane nel '43, sotto…Badoglio. L’Italia, a differenza dell’altrettanto giovane Stato unitario germanico, aveva poche glorie militari alle spalle, mancava quindi di quel fondamentale collante nazionale e punto di orgoglio che, inevitabilmente e purtroppo, erano le imprese militari di successo, e Caporetto pregiudicò tutto, per qualche mese e non solo. Resta una grande ombra, soprattutto se vista insieme al 1943. Silvestri rimane una lettura fondamentale perché va oltre la battaglia e scruta nell’intimo l’Italia. Creò la categoria nazionale dei “caporettisti”, approssimativi pasticcioni e affidati allo stellone, e il “capo rettissimo” fu Mussolini. Si può aggiungere su questo un dato che spiega tutto e spiega anche il 1943: nel Secondo conflitto mondiale l’Italia riuscì a costruire 11 mila aerei militari (in gran parte ottimi quando progettati nel '34 o '35, antiquati nel '40), l’Inghilterra e la Germania circa 12 volte di più, e gli Stati Uniti 294 mila. E noi dichiarammo a fine '41 guerra anche all’America.

BADOGLIO, SIMBOLO DEL PROFITTATORE. Ma non è finita. Nell’ultimo capitolo del suo Caporetto del 1984 Silvestri, che morirà 10 anni dopo a 75 anni e che di professione era docente di Ingegneria nucleare al Politecnico di Milano, intravede il rischio di un’altra grande Caporetto nazionale, rischio che in oltre 30 anni è aumentato: quello di un diffuso impoverimento economico e morale nazionale, frutto degli eventi globali e della poca capacità italiana di capirli, di affrontarli e di impedire che uomini inadeguati in tutto ma non nel carrierismo tenace e astuto aggiungano danno a danno. Su Badoglio, simbolo nazionale dell’astuto profittatore d’alto bordo, «un cane da pagliaio che corre dove il boccone è più grosso» diceva amaro il suo grande avversario, il generale Enrico Caviglia che a Caporetto dovette salvargli i brandelli del Corpo d’Armata, Silvestri è definitivo: «È d’altronde naturale che, non avendolo eliminato dal comando nel 1917, ma avendolo anzi promosso, gli italiani se lo siano ritrovato fra i piedi, a pretendere un posto nella storia, in posizione più elevata e in momenti ancor più drammatici di quelli dell’ottobre 1917».

Esame di coscienza dell’Italia, scrive Emilio Gentile il 24 ottobre 2017 su “Il Sole 24 ore". Si suicidò il 4 novembre 1917 il senatore Leopoldo Franchetti. Aveva settanta anni, e ne aveva dedicati oltre quaranta, come studioso e come politico, all’emancipazione dei contadini e del Mezzogiorno, che da giovane aveva percorso a cavallo per conoscere personalmente le condizioni economiche e amministrative delle province meridionali. Di famiglia ebraica livornese, ricco proprietario terriero, conservatore liberale, lasciò le sue terre ai contadini, che le lavoravano, e il suo patrimonio a un istituto di beneficenza. Fautore dell’intervento italiano nella Grande Guerra, si uccise perché affranto dalla catastrofe di Caporetto. Per lo stesso motivo, fu sul punto di farsi «saltare le cervella» Leonida Bissolati: «È finita per noi. Noi dobbiamo scomparire. Noi siamo stati coloro che hanno fatto il sogno della più grande Italia. Abbiamo voluto creare un’Italia militare. Abbiamo errato. Costruivamo sul vuoto. Gli italiani non erano preparati. Noi ci facevamo illusioni: noi abbiamo con questo trascinato l’Italia a questo punto. Perciò dobbiamo pagare, e scomparire». Bissolati non era un nazionalista: era un socialista riformista, interventista democratico, volontario e combattente a 58 anni, assertore del principio di nazionalità, tanto che dopo la guerra si oppose all’annessione all’Italia di territori dove la popolazione non era in maggioranza italiana.

Il proposito del suicidio non sfiorò il generale Luigi Cadorna, capo di Stato maggiore dell’esercito, che addossò la colpa della disfatta alla viltà dei soldati e alla propaganda disfattista dei neutralisti. Altri considerarono la rotta di Caporetto uno «sciopero militare», fomentato dai socialisti e suscitato dall’esempio della rivoluzione in Russia, oppure una rivolta dei fanti contadini che versavano maggior copia di sangue nella «guerra dei signori», costretti a combattere e a morire sotto la sferza di una ferrea e spietata disciplina. Nessuna di queste spiegazioni era prossima alla verità di un disastro che aveva origini e cause esclusivamente militari, anche se la gravità delle sue conseguenze indusse molti contemporanei a considerare la rotta di Caporetto la rivelazione di una profonda crisi morale, che coinvolgeva, nell’attribuzione delle responsabilità, oltre ai comandi militari, l’intera classe dirigente. «Catastrofi come la presente non si esauriscono in una causa occasionale, ma sono il risultato di fattori complessi, molteplici, remoti», scriveva Giuseppe Prezzolini, interventista e volontario in guerra, all’indomani di Caporetto, in una delle più acute analisi delle carenze militari, politiche e sociali, che avevano reso possibile la trasformazione di una disfatta militare in una catastrofe nazionale, che pareva travolgere l’esistenza stessa dell’Italia unita, mostrando la fragilità delle sue precarie fondamenta statali e morali.

Anche se, un decennio più tardi, un grande storico come Gioacchino Volpe, militante nazionalista e fascista, ironizzava su quanti, per spiegare Caporetto, «la pigliavano di lontano e rivangavano tutta la storia d’Italia, presentandola quasi come teologicamente orientata verso Caporetto», all’indomani della catastrofe, con il nemico che occupava gran parte del Veneto, intellettuali e politici non afflitti da retorica ritennero necessario affiancare, alla resistenza armata dell’esercito, un «esame nazionale» per suscitare una resistenza morale non occasionale ma tale da operare nel profondo della coscienza collettiva. Nel novembre 1917, alcuni studiosi e combattenti di vario orientamento costituirono un Comitato per l’esame nazionale, col proposito di riscrivere la storia italiana dal Rinascimento alla Grande Guerra alla luce della rotta di Caporetto. La premessa dell’iniziativa non era soltanto scientifica, ma esplicitamente politica, perché i promotori facevano risalire le «responsabilità mediate e profonde» di Caporetto, «a cinquant’anni di mal governo, di corruzione politica, di dittature parlamentari, di menzogne elettorali, di assenza della scuola popolare, di voluto e sistematicamente procurato servilismo in tutti i rami di funzionari, di assenza di dignità, di forza, di volontà nei rappresentanti dello Stato». L’iniziativa ebbe molte adesioni. Benedetto Croce, che pure era stato contrario all’intervento italiano, lodò «l’ottimo proposito di promuovere un esame di coscienza della vita nazionale» perché, avendo da «sempre frugato con animo ansioso e doloroso le pagine della storia d’Italia», aveva potuto «osservare che la storia, la storia vera d’Italia, è quasi ignota a tutti».

Non fu tuttavia con i libri di storia che l’Italia resistette dopo Caporetto fino a Vittorio Veneto, dove concluse vittoriosamente la guerra. Eppure, se vinse, fu perché fu in grado di trarre una lezione efficace dall’esame nazionale al quale Caporetto l’aveva costretta. Può apparire oggi ingenua l’iniziativa di un esame di coscienza nazionale per fronteggiare una disfatta militare. Eppure, una simile ingenuità fu condivisa, due decenni più tardi, da uno dei grandi storici del Novecento, Marc Bloch, di fronte al crollo della Francia invasa dalle armate hitleriane nel giugno 1940, che certamente fu catastrofe nazionale di più vaste e gravi dimensioni di quella subita dall’Italia con Caporetto. Bloch aveva combattuto nella Grande Guerra e di nuovo era stato mobilitato all’inizio della Seconda guerra mondiale. Anch’egli volle rendersi conto della «strana disfatta», come la definì, del suo Paese, domandandosi: «Di chi la colpa?». E Bloch pensava, come i suoi predecessori italiani dopo Caporetto, che la ricerca doveva svolgersi non solo nel campo militare, ma si doveva scovarne le radici «più lontano e più in profondità». E sotto l’occupazione tedesca, Bloch scrisse un esame di coscienza in quanto francese, per comprendere «il più atroce crollo della nostra storia», confessando che non affrontava «a cuor leggero questa parte del mio compito. Francese, mi vedrà costretto, parlando della mia patria, a non dirne soltanto bene; ed è penoso dover denunciare le debolezze della madre dolente». L’esame di coscienza portò Bloch a combattere nella resistenza francese e a morire fucilato dai tedeschi il 16 giugno 1944, dopo essere stato per mesi torturato. A cento anni da Caporetto, a quasi ottant’anni dalla «strana disfatta» francese, gli esami nazionali possono apparire ingenui o anacronistici. Tale può apparire anche il suicidio di Franchetti. Altre catastrofi ha subito l’Italia nel corso degli ultimi cento anni, sia pure di diversa gravità: l’8 settembre 1943; la «Caporetto economica» del 1973; il disfacimento della «repubblica dei partiti» dopo il 1993. Ma non risulta che ci siano stati altri nuovi esami nazionali. O, se ci sono stati, l’Italia non li ha superati. Forse per questo l’Italia vive da decenni sotto il segno di una perenne disfatta. Tentare allora un nuovo esame nazionale?

DEMOCRAZIA: LA DITTATURA DELLE MINORANZE.

La coperta corta e l’illusione della rappresentanza politica, tutelitaria degli interessi diffusi.

Di Antonio Giangrande Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie. Antonio Giangrande ha scritto i libri che parlano delle caste e delle lobbies; della politica, in generale, e dei rispettivi partiti politici, in particolare.

La dittatura è una forma autoritaria di governo in cui il potere è accentrato in un solo organo, se non addirittura nelle mani del solo dittatore, non limitato da leggi, costituzioni, o altri fattori politici e sociali interni allo Stato. Il ricambio al vertice decisionale si ha con l’eliminazione fisica del dittatore per mano dei consanguinei in linea di successione o per complotti cruenti degli avversari politici. In senso lato, dittatura ha quindi il significato di predominio assoluto e perlopiù incontrastabile di un individuo (o di un ristretto gruppo di persone) che detiene un potere imposto con la forza. In questo senso la dittatura coincide spesso con l'autoritarismo e con il totalitarismo. Sua caratteristica è anche la negazione della libertà di espressione e di stampa.

La democrazia non è altro che la dittatura delle minoranze reazionarie, che, con fare ricattatorio, impongono le loro pretese ad una maggioranza moderata, assoggetta da calcoli politici.

Si definisce minoranza un gruppo sociale che, in una data società, non costituisce una realtà maggioritaria. La minoranza può essere in riferimento a: etnia (minoranza etnica), lingua (minoranza linguistica), religione (minoranza religiosa), genere (minoranza di genere), età, condizione psicofisica.

Minoranza con potere assoluto è chi eserciti una funzione pubblica legislativa, giudiziaria o amministrativa. Con grande influenza alla formazione delle leggi emanate nel loro interesse. Queste minoranze sono chiamate "Caste".

Minoranza con potere relativo è colui che sia incaricato di pubblico servizio, ai sensi della legge italiana, ed identifica chi, pur non essendo propriamente un pubblico ufficiale con le funzioni proprie di tale status (certificative, autorizzative, deliberative), svolge comunque un servizio di pubblica utilità presso organismi pubblici in genere. Queste minoranze sono chiamate "Lobbies professionali abilitate" (Avvocati, Notai, ecc.). A queste si aggiungono tutte quelle lobbies economiche o sociali rappresentative di un interesse corporativo non abilitato. Queste si distinguono per le battagliere e visibili pretese (Tassisti, sindacati, ecc.).

Le minoranze, in democrazia, hanno il potere di influenzare le scelte politiche a loro vantaggio ed esercitano, altresì, la negazione della libertà di espressione e di stampa, quando queste si manifestano a loro avverse.

Questo impedimento è l'imposizione del "Politicamente Corretto” nello scritto e nel parlato. Recentemente vi è un tentativo per limitare ancor più la libertà di parola: la cosiddetta lotta alle “Fake news”, ossia alle bufale on line. La guerra, però, è rivolta solo contro i blog e contro i forum, non contro le testate giornalistiche registrate. Questo perché, si sa, gli abilitati sono omologati al sistema.

Nel romanzo 1984 George Orwell immaginò un mondo in cui il linguaggio e il pensiero della gente erano stati soffocati da un tentacolare sistema persuasivo tecnologico, allestito dallo stato totalitario. La tirannia del “politicamente corretto”, che negli ultimi anni si è impossessata della cultura occidentale, ricorda molto il pensiero orwelliano: qualcuno dall'alto stabilisce cosa, in un determinato frangente storico, sia da ritenersi giusto e cosa sbagliato e sfruttando la cassa di risonanza della cultura di massa, induce le persone ad aderire ad una serie di dogmi laici spacciati per imperativi etici, quando in realtà sono solo strumenti al soldo di una strategia socio-politica.

Di esempi della tirannia delle minoranze la cronaca è piena. Un esempio per tutti.

Assemblea Pd, basta con questi sciacalli della minoranza, scrive Andrea Viola, Avvocato e consigliere comunale Pd, il 15 febbraio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Mentre il Paese ha bisogno di risposte, la vecchia sinistra pensa sempre e solo alle proprie poltrone: è un vecchio vizio dalemiano. Per questi democratici non importa governare l’Italia, è più importante controllare un piccolo ma proprio piccolo partito. Di queste persone e di questi politicanti siamo esausti: hanno logorato sempre il Pd e il centro-sinistra; hanno sempre e solo pensato ai loro poltronifici; si sono sempre professati più a sinistra di ogni segretario che non fosse un loro uomo. Ma ora basta. Ricapitoliamo. Renzi perde le primarie con Bersani prima delle elezioni politiche del 2013. Bersani fa le liste mettendo dentro i suoi uomini con il sistema del Porcellum (altro che capilista bloccati). Elezioni politiche che dovevano essere vinte con facilità ed invece la campagna elettorale di Bersani fu la peggiore possibile. Renzi da parte sua diede il più ampio sostegno, in maniera leale e trasparente. Il Pd di Bersani non vinse e fu costretto ad un governo Letta con Alfano e Scelta Civica. Dopo mesi di pantano, al congresso del Pd, Renzi vince e diventa il segretario a stragrande maggioranza. E poi, con l’appoggio del Giorgio Napolitano, nuovo presidente del Consiglio. Lo scopo del suo governo è fare le riforme da troppo tempo dimenticate: legge elettorale e riforma costituzionale. Tutti d’accordo. E invece ecco che Bersani, D’Alema e compagnia iniziano il lento logoramento, non per il bene comune ma per le poltrone da occupare. Si vota l’Italicum e la riforma costituzionale. Renzi fa l’errore di personalizzare il referendum ed ecco gli sciacalli della minoranza Pd che subito si fiondano. Da quel momento inizia la strategia: andare contro il segretario che cercare di riprendere in mano il partito. La prova è semplice da dimostrare: Bersani e i suoi uomini in Parlamento avevano votato a favore della riforma costituzionale. Non c’è bisogno di aggiungere altro. Invece il referendum finisce 59 a 41 per il No. Matteo Renzi, in coerenza con quello detto in precedenza, si dimette da presidente del Consiglio. E francamente vedere brindare D’Alema, Speranza e compagnia all’annuncio delle dimissioni di Renzi è stato veramente vomitevole. Questa è stata la prima e vera plateale scissione: compagni di partito che brindano contro il proprio segretario, vergognoso! Bene, da quel momento, è un susseguirsi di insulti continui a Renzi, insulti che neanche il proprio nemico si era mai sognato. Renzi, a quel punto, è pronto a dimettersi subito e aprire ad un nuovo congresso. Nulla, la minoranza non vuole e minaccia la scissione perché prima ci deve essere altro tempo. Non per lavorare nell’interesse della comunità ma per le mirabolanti strategie personali di Bersani e D’Alema. Avevano detto che dopo il referendum sarebbe bastato poco per fare altra legge elettorale e altra riforma costituzionale. Niente di più falso. Unico loro tormentone, fare fuori Matteo. Renzi, allora, chiede di fare presto per andare al voto. Apriti cielo: il baffetto minaccia la scissione, non vuole il voto subito, si perde il vitalizio. Dice che ci vuole il congresso prima del voto. Bene, Renzi si dice pronto. Lunedì scorso si tiene la direzione. Tanti interventi. Si vota. La minoranza, però, vota contro la mozione dei renziani. Il risultato: 107 con Renzi, 12 contro. “Non vogliamo un partito di Renzi”, dicono. Insomma il vaso è proprio colmo. Scuse su scuse, una sola verità: siete in stragrande minoranza e volete solo demolire il Pd e Renzi. Agli italiani però non interessa e non vogliono essere vostri ostaggi. E’ chiaro a tutti che non vi interessa governare ma avere qualche poltrona assicurata. Sarà bello vedervi un giorno cercare alleanze. I ricatti sono finiti: ora inizi finalmente la vera rottamazione.

No, no e 354 volte no. La sindrome Nimby (Not in my back yard, "non nel mio cortile") va ben oltre il significato originario. Non solo contestazioni di comitati che non vogliono nei dintorni di casa infrastrutture o insediamenti industriali: 354, appunto, bloccati solo nel 2012 (fonte Nimby Forum). Ormai siamo in piena emergenza Nimto – Not in my term of office, "non nel mio mandato" – e cioè quel fenomeno che svela l’inazione dei decisori pubblici. Nel Paese dei mille feudi è facile rinviare decisioni e scansare responsabilità. La protesta è un’arte, e gli italiani ne sono indiscussi maestri. Ecco quindi pareri "non vincolanti" di regioni, province e comuni diventare veri e propri niet, scrive Alessandro Beulcke su “Panorama”. Ministeri e governo, in un devastante regime di subalternità perenne, piegano il capo ai masanielli locali. Tempi decisionali lunghi, scelte rimandate e burocrazie infinite. Risultato: le multinazionali si tengono alla larga, le grandi imprese italiane ci pensano due volte prima di aprire uno stabilimento. Ammonterebbe così a 40 miliardi di euro il "costo del non fare" secondo le stime di Agici-Bocconi. E di questi tempi, non permettere l’iniezione di capitali e lavoro nel Paese è una vera follia.

NO TAV, NO dal Molin, NO al nucleare, NO all’ingresso dei privati nella gestione dell’acqua: negli ultimi tempi l’Italia è diventata una Repubblica fondata sul NO? A quanto pare la paura del cambiamento attanaglia una certa parte dell’opinione pubblica, che costituisce al contempo bacino elettorale nonché cassa di risonanza mediatica per politici o aspiranti tali (ogni riferimento è puramente casuale). Ciò che colpisce è la pervicacia con la quale, di volta in volta, una parte o l’altra del nostro Paese si barrica dietro steccati culturali, rifiutando tutto ciò che al di fuori dei nostri confini è prassi comune. Le battaglie tra forze dell’ordine e manifestanti NO TAV non si sono verificate né in Francia né nel resto d’Europa, nonostante il progetto preveda l’attraversamento del continente da Lisbona fino a Kiev: è possibile che solo in Val di Susa si pensi che i benefici dell’alta velocità non siano tali da compensare l’inevitabile impatto ambientale ed i costi da sostenere? E’ plausibile che sia una convinzione tutta italica quella che vede i treni ad alta velocità dedicati al traffico commerciale non rappresentare il futuro ma, anzi, che questi siano andando incontro a un rapido processo di obsolescenza? Certo, dire sempre NO e lasciare tutto immutato rappresenta una garanzia di sicurezza, soprattutto per chi continua a beneficiare di rendite di posizione politica, ma l’Italia ha bisogno di cambiamenti decisi per diventare finalmente protagonista dell’Europa del futuro. NO?

Il Paese dei "No" a prescindere. Quando rispettare le regole è (quasi) inutile. In Italia non basta rispettare le regole per riuscire ad investire nelle grandi infrastrutture. Perché le regole non sono una garanzia in un Paese dove ogni decisione è messa in discussione dai mal di pancia fragili e umorali della piazza. E di chi la strumentalizza, scrive l’imprenditore Massimiliano Boi. Il fenomeno, ben noto, si chiama “Nimby”, iniziali dell’inglese Not In My Backyard (non nel mio cortile), ossia la protesta contro opere di interesse pubblico che si teme possano avere effetti negativi sul territorio in cui vengono costruite. I veti locali e l’immobilismo decisionale ostacolano progetti strategici e sono il primo nemico per lo sviluppo dell’Italia. Le contestazioni promosse dai cittadini sono “cavalcate” (con perfetta par condicio) dalle opposizioni e dagli stessi amministratori locali, impegnati a contenere ogni eventuale perdita di consenso e ad allontanare nel tempo qualsiasi decisione degna di tale nome. Dimenticandosi che prendere le decisioni è il motivo per il quale, in definitiva, sono stati eletti. L’Osservatorio del Nimby Forum (nimbyforum.it) ha verificato che dopo i movimenti dei cittadini (40,7%) i maggiori contestatori sono gli amministratori pubblici in carica (31,4%) che sopravanzano di oltre 15 punti i rappresentanti delle opposizioni. Il sito nimbyforum.it, progetto di ricerca sul fenomeno delle contestazioni territoriali ambientali gestito dall'associazione no profit Aris, rileva alla settima edizione del progetto che in Italia ci sono 331 le infrastrutture e impianti oggetto di contestazioni (e quindi bloccati). La fotografia che emerge è quella di un paese vecchio, conservatore, refrattario ad ogni cambiamento. Che non attrae investimenti perché è ideologicamente contrario al rischio d’impresa. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è la tendenza allo stallo. Quella che i sociologi definiscono “la tirannia dello status quo”, cioè dello stato di fatto, quasi sempre insoddisfacente e non preferito da nessuno. A forza di "no" a prescindere, veti politici e pesanti overdosi di burocrazia siamo riusciti (senza grandi sforzi) a far scappare anche le imprese straniere. La statistica è piuttosto deprimente: gli investimenti internazionali nella penisola valgono 337 miliardi, la metà di quelli fatti in Spagna e solo l’1,4% del pil, un terzo in meno di Francia e Germania. Un caso per tutti, raccontato da Ernesto Galli Della Loggia. L’ex magistrato Luigi de Magistris, sindaco di Napoli, città assurta come zimbello mondiale della mala gestione dei rifiuti, si è insediato come politico “nuovo”, “diverso”, “portatore della rivoluzione”. Poi, dicendo “no” ai termovalorizzatori per puntare solo sulla raccolta differenziata, al molo 44 Area Est del porto partenopeo, ha benedetto l’imbarco di 3 mila tonn di immondizia cittadina sulla nave olandese “Nordstern” che, al prezzo di 112 euro per tonn, porterà i rifiuti napoletani nel termovalorizzatore di Rotterdam. Dove saranno bruciati e trasformati in energia termica ed elettrica, a vantaggio delle sagge collettività locali che il termovalorizzatore hanno voluto. Ma senza andare lontano De Magistris avrebbe potuto pensare al termovalorizzatore di Brescia, dove pare che gli abitanti non abbiano l’anello al naso. Scrive Galli Della Loggia: “Troppo spesso questo è anche il modo in cui, da tempo, una certa ideologia verde cavalca demagogicamente paure e utopie, senza offrire alcuna alternativa reale, ma facendosi bella nel proporre soluzioni che non sono tali”.

In Italia stiamo per inventare la "tirannia della minoranza". Tocqueville aveva messo in guardia contro gli eccessivi poteri del Parlamento. Con la legge elettorale sbagliata si può andare oltre...scrive Dario Antiseri, Domenica 04/09/2016, su "Il Giornale". Nulla di più falso, afferma Ludwig von Mises, che liberalismo significhi distruzione dello Stato o che il liberale sia animato da un dissennato odio contro lo Stato. Precisa subito Mises in Liberalismo: «Se uno ritiene che non sia opportuno affidare allo Stato il compito di gestire ferrovie, trattorie, miniere, non per questo è un nemico dello Stato. Lo è tanto poco quanto lo si può chiamare nemico dell'acido solforico, perché ritiene che, per quanto esso possa essere utile per svariati scopi, non è certamente adatto ad essere bevuto o usato per lavarsi le mani». Il liberalismo prosegue Mises non è anarchismo: «Bisogna essere in grado di costringere con la violenza ad adeguarsi alle regole della convivenza sociale chi non vuole rispettare la vita, la salute, o la libertà personale o la proprietà privata di altri uomini. Sono questi i compiti che la dottrina liberale assegna allo Stato: la protezione della proprietà, della libertà e della pace». E per essere ancora più chiari: «Secondo la concezione liberale, la funzione dell'apparato statale consiste unicamente nel garantire la sicurezza della vita, della salute, della libertà e della proprietà privata contro chiunque attenti ad essa con la violenza». Conseguentemente, il liberale considera lo Stato «una necessità imprescindibile». E questo per la precisa ragione che «sullo Stato ricadono le funzioni più importanti: protezione della proprietà privata e soprattutto della pace, giacché solo nella pace la proprietà privata può dispiegare tutti i suoi effetti». È «la pace la teoria sociale del liberalismo». Da qui la forma di Stato che la società deve abbracciare per adeguarsi all'idea liberale, forma di Stato che è quella democratica, «basata sul consenso espresso dai governati al modo in cui viene esercitata l'azione di governo». In tal modo, «se in uno Stato democratico la linea di condotta del governo non corrisponde più al volere della maggioranza della popolazione, non è affatto necessaria una guerra civile per mandare al governo quanti intendano operare secondo la volontà della maggioranza. Il meccanismo delle elezioni e il parlamentarismo sono appunto gli strumenti che permettono di cambiare pacificamente governo, senza scontri, senza violenza e spargimenti di sangue». E se è vero che, senza questi meccanismi, «dovremmo solo aspettarci una serie ininterrotta di guerre civili», e se è altrettanto vero che il primo obiettivo di ogni totalitario è l'eliminazione di quella sorgente di libertà che è la proprietà privata, a Mises sta a cuore far notare che «i governi tollerano la proprietà privata solo se vi sono costretti, ma non la riconoscono spontaneamente per il fatto che ne conoscono la necessità. È accaduto spessissimo che persino uomini politici liberali, una volta giunti al potere, abbiano più o meno abbandonato i principi liberali. La tendenza a sopprimere la proprietà privata, ad abusare del potere politico, e a disprezzare tutte le sfere libere dall'ingerenza statale, è troppo profondamente radicata nella psicologia del potere politico perché se ne possa svincolare. Un governo spontaneamente liberale è una contradictio in adjecto. I governi devono essere costretti ad essere liberali dal potere unanime dell'opinione pubblica». Insomma, aveva proprio ragione Lord Acton a dire che «il potere tende a corrompere e che il potere assoluto corrompe assolutamente». Un ammonimento, questo, che dovrebbe rendere i cittadini e soprattutto gli intellettuali ed i giornalisti più consapevoli e responsabili. Da Mises ad Hayek. In uno dei suoi lavori più noti e più importanti, e cioè Legge, legislazione e libertà, Hayek afferma: «Lungi dal propugnare uno Stato minimo, riteniamo indispensabile che in una società avanzata il governo dovrebbe usare il proprio potere di raccogliere fondi per le imposte per offrire una serie di servizi che per varie ragioni non possono essere forniti o non possono esserlo in modo adeguato dal mercato». A tale categoria di servizi «appartengono non soltanto i casi ovvi come la protezione dalla violenza, dalle epidemie o dai disastri naturali quali allagamenti e valanghe, ma anche molte delle comodità che rendono tollerabile la vita nelle grandi città, come la maggior parte delle strade, la fissazione di indici di misura, e molti altri tipi di informazione che vanno dai registri catastali, mappe e statistiche, ai controlli di qualità di alcuni beni e servizi». È chiaro che l'esigere il rispetto della legge, la difesa dai nemici esterni, il campo delle relazioni internazionali, sono attività dello Stato. Ma vi è anche, fa presente Hayek, tutta un'altra classe di rischi per i quali solo recentemente è stata riconosciuta la necessità di azioni governative: «Si tratta del problema di chi, per varie ragioni, non può guadagnarsi da vivere in un'economia di mercato, quali malati, vecchi, handicappati fisici e mentali, vedove e orfani, cioè coloro che soffrono condizioni avverse, le quali possono colpire chiunque e contro cui molti non sono in grado di premunirsi da soli ma che una società la quale abbia raggiunto un certo livello di benessere può permettersi di aiutare». La «Grande Società» può permettersi fini umanitari perché è ricca; lo può fare «con operazioni fuori mercato e non con manovre che siano correzioni del mercato medesimo». Ma ecco la ragione per cui esso deve farlo: «Assicurare un reddito minimo a tutti, o un livello cui nessuno scenda quando non può provvedere a se stesso, non soltanto è una protezione assolutamente legittima contro rischi comuni a tutti, ma è un compito necessario della Grande Società in cui l'individuo non può rivalersi sui membri del piccolo gruppo specifico in cui era nato». E, in realtà, ribadisce Hayek, «un sistema che invoglia a lasciare la sicurezza goduta appartenendo ad un gruppo ristretto, probabilmente produrrà forti scontenti e reazioni violente quando coloro che ne hanno goduto prima i benefici si trovino, senza propria colpa, privi di aiuti, perché non hanno più la capacità di guadagnarsi da vivere». Tutto ciò premesso, Hayek torna ad insistere sul pericolo insito anche nelle moderne democrazie dove si è persa la distinzione tra legge e legislazione, vale a dire tra un ordine che «si è formato per evoluzione», un ordine «endogeno» e che si «autogenera» (cosmos) da una parte e dall'altra «un ordine costruito». Un popolo sarà libero se il governo sarà un governo sotto l'imperio della legge, cioè di norme di condotta astratte frutto di un processo spontaneo, le quali non mirano ad un qualche scopo particolare, si applicano ad un numero sconosciuto di casi possibili, e formano un ordine in cui gli individui possano realizzare i loro scopi. E, senza andare troppo per le lunghe, l'istituto della proprietà intendendo con Locke per «proprietà» non solo gli oggetti materiali, ma anche «la vita, la libertà ed i possessi» di ogni individuo costituisce, secondo Hayek, «la sola soluzione finora scoperta dagli uomini per risolvere il problema di conciliare la libertà individuale con l'assenza di conflitti». La Grande società o Società aperta in altri termini «è resa possibile da quelle leggi fondamentali di cui parlava Hume, e cioè la stabilità del possesso, il trasferimento per consenso e l'adempimento delle promesse». Senza una chiara distinzione tra la legge posta a garanzia della libertà e la legislazione di maggioranze che si reputano onnipotenti, la democrazia è perduta. La verità, dice Hayek, è che «la sovranità della legge e la sovranità di un Parlamento illimitato sono inconciliabili». Un Parlamento onnipotente, senza limiti alla legiferazione, «significa la morte della libertà individuale». In breve: «Noi possiamo avere o un Parlamento libero o un popolo libero». Tocqueville, ai suoi tempi, aveva messo in guardia contro la tirannia della maggioranza; oggi, ai nostri giorni, in Italia, si va ben oltre, sempre più nel baratro, con la proposta di una legge elettorale dove si prefigura chiaramente una «tirannia» della minoranza. Dario Antiseri

Quelli che... è sempre colpa del liberalismo. Anche se in Italia neppure esiste. A sinistra (ma pure a destra) è diffusa l'idea che ogni male della società sia frutto dell'avidità e del cinismo capitalistico. Peccato sia l'esatto contrario: l'assenza di mercato e di concorrenza produce ingiustizie e distrugge l'eco..., scrive Dario Antiseri, Domenica 04/09/2016, su "Il Giornale". Una opinione sempre più diffusa e ribadita senza sosta è quella in cui da più parti si sostiene che i tanti mali di cui soffre la nostra società scaturiscano da un'unica e facilmente identificabile causa: la concezione liberale della società. Senza mezzi termini si continua di fatto a ripetere che il liberalismo significhi «assenza di Stato», uno sregolato laissez fairelaissez passer, una giungla anarchica dove scorrazzano impuniti pezzenti ben vestiti ingrassati dal sangue di schiere di sfruttati. Di fronte ad un sistema finanziario slegato dall'economia reale, a banchieri corrotti e irresponsabili che mandano sul lastrico folle di risparmiatori, quando non generano addirittura crisi per interi Stati; davanti ad una disoccupazione che avvelena la vita di larghi strati della popolazione, soprattutto giovanile; di fronte ad ingiustizie semplicemente spaventose generate da privilegi goduti da bande di cortigiani genuflessi davanti al padrone di turno; di fronte ad imprenditori che impastano affari con la malavita e ad una criminalità organizzata che manovra fiumi di (...) (...) denaro; di fronte a queste e ad altre «ferite» della società, sul banco degli imputati l'aggressore ha sempre e comunque un unico volto: quello della concezione liberale della società. E qui è più che urgente chiedersi: ma è proprio vero che le cose stanno così, oppure vale esattamente il contrario, cioè a dire che le «ferite» di una società ingiusta, crudele e corrotta zampillano da un sistematico calpestamento dei principi liberali, da un tenace rifiuto della concezione liberale dello Stato? Wilhelm Röpke, uno dei principali esponenti contemporanei del pensiero liberale, muore a Ginevra il 12 febbraio del 1966. Nel ricordo di Ludwig Erhard, allora Cancelliere della Germania Occidentale: «Wilhelm Röpke è un grande testimone della verità. I miei sforzi verso il conseguimento di una società libera sono appena sufficienti per esprimergli la mia gratitudine, per avere egli influenzato la mia concezione e la mia condotta». E furono esattamente le idee della Scuola di Friburgo alla base della strabiliante rinascita della Germania Occidentale dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ancora Erhard, qualche anno prima, nel 1961: «Se esiste una teoria in grado di interpretare in modo corretto i segni del tempo e di offrire un nuovo slancio simultaneamente ad un'economia di concorrenza e a un'economia sociale, questa è la teoria proposta da coloro che vengono chiamati neoliberali o ordoliberali. Essi hanno posto con sempre maggiore intensità l'accento sugli aspetti politici e sociali della politica economica affrancandola da un approccio troppo meccanicistico e pianificatore». E tutt'altro che una assenza dello Stato caratterizza la proposta dei sostenitori dell'Economia sociale di mercato. La loro è una concezione di uno Stato forte, fortissimo, istituito a presidio di regole per la libertà: «Quel che noi cerchiamo di creare - affermano Walter Eucken e Franz Böhm nel primo numero di Ordo (1948) è un ordine economico e sociale che garantisca al medesimo tempo il buon funzionamento dell'attività economica e condizioni di vita decenti e umane. Noi siamo a favore dell'economia di concorrenza perché è essa che permette il conseguimento di questo scopo. E si può anche dire che tale scopo non può essere ottenuto che con questo mezzo». Non affatto ciechi di fronte alle minacce del potere economico privato sul funzionamento del mercato concorrenziale né sul fatto che le tendenze anticoncorrenziali sono più forti nella sfera pubblica che in quella privata, né sui torbidi maneggi tra pubblico e privato, gli «Ordoliberali» della scuola di Friburgo, distanti dalla credenza in un'armonia spontanea prodotta dalla «mano invisibile», hanno sostenuto l'idea che il sistema economico deve funzionare in conformità con una «costituzione economica» posta in essere dallo Stato. Scrive Walter Eucken nei suoi Fondamenti di economia politica (1940): «Il sistema economico deve essere pensato e deliberatamente costruito. Le questioni riguardanti la politica economica, la politica commerciale, il credito, la protezione contro i monopoli, la politica fiscale, il diritto societario o il diritto fallimentare, costituiscono i differenti aspetti di un solo grande problema, che è quello di sapere come bisogna stabilire le regole dell'economia, presa come un tutto a livello nazionale ed internazionale». Dunque, per gli Ordoliberali il ruolo dello Stato nell'economia sociale di mercato non è affatto quello di uno sregolato laissez-faire, è bensì quello di uno «Stato forte» adeguatamente attrezzato contro l'assalto dei monopolisti e dei cacciatori di rendite. Eucken: «Lo Stato deve agire sulle forme dell'economia, ma non deve essere esso stesso a dirigere i processi economici. Pertanto, sì alla pianificazione delle forme, no alla pianificazione del controllo del processo economico». «Non fa d'uopo confutare ancora una volta la grossolana fola che il liberalismo sia sinonimo di assenza dello Stato o di assoluto lasciar fare o lasciar passare». Questo scrive Luigi Einaudi in una delle sue Prediche inutili (dal titolo: Discorso elementare sulle somiglianze e sulle dissomiglianze tra liberalismo e socialismo). E prosegue: «Che i liberali siano fautori dello Stato assente, che Adamo Smith sia il campione dell'assoluto lasciar fare e lasciar passare sono bugie che nessuno studioso ricorda; ma, per essere grosse, sono ripetute dalla più parte dei politici, abituati a dire: superata l'idea liberale; non hanno letto mai nessuno dei libri sacri del liberalismo e non sanno in che cosa esso consista». Contro Croce, per il quale il liberalismo «non ha un legame di piena solidarietà col capitalismo o col liberismo economico della libera concorrenza», Einaudi giudica del tutto inconsistente simile posizione in quanto una società senza economia di mercato sarebbe oppressa da «una forza unica dicasi burocrazia comunista od oligarchia capitalistica capace di sovrapporsi alle altre forze sociali», con la conseguenza «di uniformizzare e conformizzare le azioni, le deliberazioni, il pensiero degli uomini». Così Einaudi nel suo contrasto con Croce (in B. Croce-L. Einaudi, Liberismo e Liberalismo, 1957). È un fatto sotto gli occhi di tutti che ipertrofia dello Stato ed i monopoli sono storicamente nemici della libertà. Monopolismo e collettivismo ambedue sono fatali alla libertà. Per questo, tra i principali compiti dello Stato liberale vi è una lotta ai monopoli, a cominciare dal monopolio dell'istruzione. Solo all'interno di precisi limiti, cioè delle regole dello Stato di diritto, economia di mercato e libera concorrenza possono funzionare da fattori di progresso. Lo Stato di diritto equivale all'«impero della legge», e l'impero della legge è condizione per l'anarchia degli spiriti. Il cittadino deve obbedienza alla legge. Legge che deve essere «una norma nota e chiara, che non può essere mutata per arbitrio da nessun uomo, sia esso il primo dello Stato». Uguaglianza giuridica di tutti i cittadini davanti alla legge; e, dalla prospettiva sociale, uguaglianza delle opportunità sulla base del principio che «in una società sana l'uomo dovrebbe poter contare sul minimo necessario per la vita» un minimo che sia «non un punto di arrivo, ma di partenza; una assicurazione data a tutti gli uomini perché tutti possano sviluppare le loro attitudini» (Lezioni di politica sociale, 1944). Netta appare, quindi, la differenza tra la concezione liberale dello Stato e la concezione socialista dello Stato, nonostante che l'una e l'altra siano animate dallo stesso ideale di elevamento materiale e morale dei cittadini. «L'uomo liberale vuole porre norme osservando le quali risparmiatori, proprietari, imprenditori, lavoratori possano liberamente operare, laddove l'uomo socialista vuole soprattutto dare un indirizzo, una direttiva all'opera dei risparmiatori, proprietari, imprenditori suddetti. Il liberale pone la cornice, traccia i limiti dell'operare economico, il socialista indica o ordina le maniere dell'operare» (Liberalismo e socialismo in Prediche inutili). E ancora: «Liberale è colui che crede nel perfezionamento materiale o morale conquistato con lo sforzo volontario, col sacrificio, colla attitudine a lavorare d'accordo cogli altri; socialista è colui che vuole imporre il perfezionamento colla forza, che lo esclude, se ottenuto con metodi diversi da quelli da lui preferito, che non sa vincere senza privilegi a favor proprio e senza esclusive pronunciate contro i reprobi». Il liberale discute per deliberare, prende le sue decisioni dopo la più ampia discussione; ma questo non fa colui che presume di essere in possesso della verità assoluta: «Il tiranno non ha dubbi e procede diritto per la sua via; ma la via conduce il paese al disastro». Dario Antiseri

"Liberali di tutta Italia, svegliatevi". Pubblichiamo, per gentile concessione dell'editore "La Nave di Teseo", un brano dal nuovo libro di Nicola Porro, "La disuguaglianza fa bene", scrive Nicola Porro, Lunedì 12/09/2016, su "Il Giornale". Nel tempo in cui viviamo, bisogna diffidare di quanti si definiscono liberali senza esserlo. I principi del liberalismo classico, nonostante sembrino accettati da tutti, non lo sono fino in fondo. Da quanto abbiamo appena detto, il liberale tende a essere conservatore quando c’è una libertà da proteggere (il diritto di proprietà, ad esempio, di chi non riesce a sfrattare un inquilino moroso), progressista quando se ne devono tutelare di nuove (si pensi alle recenti minacce alla nostra privacy da parte di banche, stati o anche motori di ricerca) e talvolta anche reazionario quando occorre recuperare diritti sepolti nel passato (ad esempio una tassazione ridotta). Il filo rosso che lega queste diverse attitudini è ciò che Dario Antiseri definisce l’«individualismo metodologico»: la storia è guidata dalle azioni degli individui e sono questi ultimi che determinano le scelte fondamentali dell’economia. La collettività non esiste in sé, è la somma di una molteplicità di individui. Come diceva Pareto, un altro grande liberale di cui parleremo: «I tempi eroici del socialismo sono passati, i ribelli di ieri sono i soddisfatti di oggi». Il rischio è che questi soddisfatti si spaccino per liberali e anzi finiscano per spiegare ai liberali come devono comportarsi, anche in virtù degli errori che essi stessi hanno commesso. Quanti intellettuali ex maoisti, ex comunisti, ex gruppettari, ex fiancheggiatori delle Brigate rosse e delle rivolte di piazza, oggi in posizioni di comando, decantano le virtù del mercato? Se la loro fosse una conversione ragionata, alla Mamet come leggeremo, la cosa non dovrebbe scandalizzarci. Il problema è che i soddisfatti di oggi hanno un’idea farsesca del liberalismo e lo associano al loro personale successo. Che nella gran parte dei casi è arrivato solo grazie alle loro spiccate capacità di relazione. Fermatevi un attimo, pensate agli intellettuali che contano e vedrete due caratteristiche ricorrenti: hanno praticamente tutti combattuto contro i liberali tra gli anni sessanta e settanta eppure oggi spiegano al mondo i pregi del liberalismo, che a seconda dei casi si porta dietro l’aggettivo sociale o democratico. I veri liberali, non solo di casa nostra, si devono dare una mossa. Svegliarsi da un letargo ideale, che dura da qualche lustro. Il progresso tecnologico e quello degli ordini più o meno spontanei in cui si sono trasformate le nostre istituzioni obbliga anche i liberali di ieri ad affrontare, sul piano teorico, nuove sfide. Se i principi restano i medesimi, il contesto e le minacce sono cambiate. Alcuni dei veleni tipici del mercato hanno preso forme diverse, soprattutto quando sono coinvolte istituzioni finanziarie e grandi corporation digitali. Il monopolio e la sua rendita, il ruolo del free rider (cioè di chi ottiene benefici senza pagarne il prezzo) e il peso del moral hazard (ovvero prendere rischi enormi contando sul fatto di essere poi salvati, come nel caso di alcune note banche) hanno assunto forme diverse. Non è questo certo il luogo per affrontare in modo dettagliato il problema. Qualcosa si può dire, però. Un liberale classico pretende che l’impresa con perduranti conti in rosso fallisca. Altrimenti si stravolgerebbe la regola principale del mercato e della concorrenza. Il discorso vale anche per le banche. E se vale per le banche di una nazione, dovrebbe valere per tutti, vista la globalizzazione dei mercati? La risposta, sia chiaro, non è univoca. Anche dal punto di vista strettamente liberale. Taluni ad esempio potrebbero, per la tutela suprema del mercato, continuare a pensare che in ultima analisi salvare il fallito danneggerà anche il salvatore: e dunque chiederanno il fallimento delle banche nonostante i paesi vicini le sostengano con denaro pubblico. D’altra parte è anche vero che la discussione sembra essersi spostata dai conti dell’impresa ai bilanci della politica, dagli scambi sul mercato alle trattative nei palazzi del potere. Come rispondere alle imprese che sono tutelate e protette dalle proprie leggi nazionali, nonostante abbiano i conti in disordine? Insomma è una sfida nuova al pensiero liberale tradizionale. Così come si è rinnovata la battaglia contro i monopoli. Una fissazione di Luigi Einaudi, ma non solo. Pensiamo a quando Facebook – tra poco con i suoi 1,7 miliardi di abitanti la nazione più popolata della Terra – o Google – praticamente l’unico motore di ricerca sopravvissuto – diventeranno dei rentiers, dei profittatori della posizione privilegiata che hanno conquistato, e non più degli innovatori. E qui dimentichiamo per un attimo la gigantesca questione della privacy (altro terreno inesplorato) e andiamo al centro degli affari. Grazie al loro successo questi colossi spazzeranno via dal mercato (comprandolo) ogni concorrente. È sbagliato pensare che lo stato si debba occupare di loro, ma altrettanto illogico ritenere che il set di regole pensate per l’atomo si possa adattare al mondo dei byte: siamo di fronte a un processo simile a quello che ha visto cambiare le nostre civiltà da agricole a industriali. E che oggi le vede diventare digitali. Nuove entusiasmanti sfide per i liberali, che ieri contestavano Pigou e le sue esternalità basate sull’inquinamento dell’industria nei fiumi, e oggi dovranno capire come, e se, contenere gli effetti collaterali del digitale. Facebook ha impiegato quattro anni a toccare la favolosa capitalizzazione di borsa di 350 miliardi di dollari (praticamente quanto vale l’intera borsa italiana), Google nove, Microsoft tredici, Amazon diciotto e Apple trentuno anni. La velocità con cui queste grandi multinazionali assumono dimensioni finanziarie gigantesche è aumentata vertiginosamente. Ciò può spaventare, ma d’altro canto può anche rappresentare la fragilità di questi colossi: come velocemente sono nati e cresciuti, così rapidamente si possono sgonfiare. Chi mai pensava che Yahoo sarebbe stata acquistata per pochi (si fa per dire, meno di 5) miliardi di euro da un operatore telefonico? Il dilemma di un liberale oggi resta: si deve intervenire o no nella regolazione economica? E come? Problemi di sempre, ma che oggi hanno cambiato forma. 

ANTROPOLOGIA SINISTROIDE. VIAGGIO NEL CERVELLO PROGRESSISTA CHE “HA SEMPRE RAGIONE”.

"Gli italiani sono ignoranti". Così Boldrini vuole rieducarci. Pubblicata la relazione finale della Commissione JCox voluta da Laura Boldrini. In Italia ci sarebbe una "piramide dell'odio", soprattutto nell'immigrazione. E la presidente vuole rimedi per legge, scrive Giuseppe De Lorenzo, Sabato 22/07/2017, su "Il Giornale". Se non ve ne siete accorti, siete ignoranti. Sì, esatto: gli italiani sono asini. Soprattutto quando si parla di immigrazione. A metterlo nero su bianco è la Commissione Jo Cox della Camera dei deputati, un organismo voluto e presieduto da Laura Boldrini per studiare "l'intolleranza, la xenofobia, il razzismo e i fenomeni dell'odio". Istituita il 10 maggio 2016, la Commissione "include un deputato per ogni gruppo politico, rappresentanti di organizzazioni sopranazionali, di istituti di ricerca e di associazioni nonché esperti". Fin qui tutto normale. O quasi. Nel senso che la Commissione due giorni fa ha presentato la relazione finale dei suoi temutissimi lavori ed ha emesso la sua sentenza finale sul popolo populista: gli italiani hanno opinioni sbagliate, "stereotipi e false rappresentazioni". E per questo vanno rieducati. La relazione si apre con la spiegazione del concetto della "piramide dell'odio", una sorta di rappresentazione grafica e sociologica di come un "linguaggio ostile e banalizzato" possa trasformarsi in un "crimine d'odio" fino "all'omicidio" contro donne, gay, immigrati e altre religioni. Manco fossimo a Caracas. Segue quindi un lungo elenco di opinioni negative di cui sono soliti macchiarsi i cittadini poco illuminati. Come quelle di chi ritiene che "l’uomo debba provvedere alle necessità economiche della famiglia e che gli uomini siano meno adatti ad occuparsi delle faccende domestiche"; oppure che "una madre occupata non possa stabilire un buon rapporto con i figli al pari di una madre che non lavora". Che maschilisti, questi italiani! Non è tutto. Perché la vera ossessione del documento sono le idee sugli immigrati. Qui l'accusa si trasforma in offesa. Si legge infatti che "secondo l’Ignorance Index di IPSOS MORI, l’Italia risulta il Paese con il più alto tasso del mondo di ignoranza sull’immigrazione". E che cosa penseranno mai i populisti per meritarsi il titolo di ignoranti? Tutte cose normali, ma orribili per la Boldrini. Ritenete che "i datori di lavoro debbano dare la precedenza agli italiani"? Siete retrogradi. Credete che gli immigrati "tolgano lavoro" ai disoccupati nostrani? Solo bugie. Vi azzardate a dire che "i rifugiati sono un peso perché godono dei benefit sociali e del lavoro degli abitanti"? Siete de cattivoni: vitto e alloggio pagato per due anni a 170mila persone, di cui l'80% senza diritto d'asilo, sono un dovere. Non uno spreco. E ancora: credete che “un quartiere si degrada quando ci sono molti immigrati” e che “l’aumento degli immigrati favorisce il diffondersi del terrorismo e della criminalità"? Non sapete cosa dite. Forse i membri della Commissione Jo Cox una casa nelle periferie di Milano e Roma non l'hanno mai avuta. Altrimenti non avrebbero puntato tanto il dito contro chi non desidera migranti nel proprio quartiere (il valore delle case si deprezza rapidamente) e non vorrebbe rom e sinti "come vicini di casa". Ma tant'è. Dopo un lungo elenco di discriminazioni, omofobie e sessismi commessi dagli italiani, si arriva alle medicine proposte dalla Boldrini e i suoi compagni d'avventura. Sono le 56 "raccomandazioni per prevenire e contrastare l'odio" rivolte a governo, Ue, media, giornalisti, associazioni e operatori. E così per abbattere la violenza dovremo "approvare alcune importanti proposte di legge all’esame delle Camere, tra cui quelle sulla cittadinanza e sul contrasto dell'omofobia e della transfobia". Capito? Solo con lo ius soli si sconfigge l'odio: parola di Boldrini. Poi bisogna "rafforzare nelle scuole l’educazione di genere" (leggi: ideologia gender), educare i giovani al "rispetto, apertura interculturale, inter-religiosa" e istituire "un giurì che garantisca la correttezza dell’informazione". Nemmeno Orwell sarebbe arrivato a tanto, eleggendo un padre-padrone dell'informazione che ci rieduchi per legge e ci insegni la bellezza dell'interculturalismo. Viene da chiedersi chi sarà questo gran giurì. Non è che gatta ci cova? Infatti mentre bacchetta i giornali, la Boldrini vorrebbe "rafforzare il mandato dell’UNAR" (quello delle orge gay pagate dallo Stato) e "sostenere e promuovere blog e attivisti no hate o testate che promuovono una contro-narrazione". A chi vorrebbe dare appoggio (e forse soldi)? Magari proprio quei blog che hanno aiutato il Presidente della Camera nella sua raccolta firme "bastabufale.it", come "Il disinformatico" di Paolo Attivissimo, il blog di Paolo Puente o "Butac" di Michelangelo Coltelli. Tutti primi firmatari della campagna anti fake news. A pensar male si fa peccato, ma a volte ci si azzecca.

Scrive Maurizio Blondet il 13 gennaio 2017. Il ministro degli Interni Marco Minniti, dalemiano d’acciaio, ha enunciato la nuova politica della Sinistra sui migranti: raddoppio delle espulsioni. A questo scopo è andato in Libia a trattare con uno dei caporioni che hanno sostituito Gheddafi per ottenere un nuovo accordo sui “rimpatri”.  E reprimere il traffico dei barconi, impedendo il più possibile ulteriori arrivi dei barconi e dei gommoni dalla Libia. Quando le stesse cose le faceva da ministro degli interni Roberto Maroni, siccome era leghista, le stesse identiche azioni erano per la Sinistra incivili, odiosamente neandertaliane, inumane, inutili e anzi dannose. Grazie a Vendola, è diventato “di sinistra” sfruttare una donna povera, pagarla perché si faccia ingravidare da un estraneo, e poi strapparle il bambino per darlo a una coppia di ricchi omosessuali, che su quel bambino non hanno altro diritto che quello che viene dal denaro e dal potere. E questo fenomeno è evidente a livello mondiale. Barack Obama ha fatto più assassini, stragi, guerre con false scuse etiche, e sovversioni interne di paesi, di quanto abbia fatto il precedente Bush jr: eppure le opinioni pubbliche progressiste non cessano di considerarlo un uno dei loro, un modello luminoso della sinistra, persino un pacifista. Anche il fatto che abbia ordinato di ammazzare coi droni degli individui   sconosciuti da una lista preparata dalla Cia non ha scosso, agli occhi del “popolo di sinistra”, la sua bella fama di essere dalla parte del progresso contro l’oscurantismo; per contro, attribuiscono scopi guerrafondai a Trump. Parimenti, nessuna delle rivoltanti rivelazioni su Hillary Clinton ha infiltrato nelle sinistre del mondo occidentale il dubbio sul suo essere “democratica”.  Non il fatto che abbia detto con gioia incontenibile, a proposito di Gheddafi, “Veni, vidi, e lui morì!”. Non il fatto appurato che la sua Clinton Foundation era il raccoglitore delle mazzette gigantesche, grazie alle quali regimi reazionari e impresentabili come i sauditi potevano storcere secondo i loro desideri la politica estera Usa: fra cui la distruzione della Siria per insediarvi, al posto di un regime laico, una cosca wahabita decapitatrice; o di bombardare i bambini del paese più povero dell’area, lo Yemen.  Non la coscienza che Hillary era pronta a preparare le forze Usa a sferrare il primo colpo nucleare contro la Russia per annichilirla, come ha proclamato pubblicamente in innumerevoli interviste televisive, laddove Donald Trump ha negato con forza questa eventualità. Niente: agli occhi dei suoi fan, ma anche delle Botteri, Boldrini, delle Mogherini, come dei Gentiloni, come dei lettori di Repubblica e del Manifesto, Hillary Clinton è “di sinistra”, dunque ammirevole, e Trump “di destra”: quindi idiota, rozzo e spietato. Hillary ha dato enormi prove della sua inumanità, corruzione, marciume morale, totale assenza di scrupoli – e disprezzo del popolo lavoratore: eppure lei è   illuminata, illuminista, razionalista, moralmente superiore al rozzo idiota maschilista che palpa le donne e deride un giornalista invalido… Putin è riuscito a pacificare il carnaio siriano che Obama e Hillary avevano provocato e finanziato: eppure Putin è antidemocratico e pericoloso, mentre quei due sono per la pace. E non basta: ormai anche lo smantellamento dello stato sociale, l’asservimento dello Stato ai poteri finanziari speculativi, il filo-americanismo, l’imperialismo delle multinazionali, contro cui precedenti generazioni di sinistra scagliavano i loro strali propagandistici, adesso è “progressista”.  E chi è contro è “populista”; antisemita, e va escluso perciò dal dibattito pubblico. Anche, se necessario, con la violenza. E’ evidente che esiste qui un problema di antropologia – anzi peggio. Basti vedere le scene di disperazione degli snowflakes, i pianti durante l’addio ad Obama presidente che assicurava senza alcuna incertezza quanto fosse stata meravigliosa la sua presidenza, il dolore e odio espresso senza ritegno dalla “giornalista” Rai Botteri, per intravvedere qui una turba psichiatrica.  Estremamente pericolosa perché, essendo la Sinistra collettiva quella che dà le patenti di superiorità morale, essa sta imponendoci come santa ed etica la nuova versione di dittatura europea, la dittatura flaccida delle tecnocrazie ed oligarchie; insonne nel sorvegliare che all’orizzonte non sorga un improbabile Hitler, “di destra”, non ha visto arrivare l’Hitler del nostro tempo, che non ha baffetti né divisa militare. Anzi s’è messa al suo servizio.  Perché la prigione de popoli chiamata UE è “progressista”. Come fanno gli esseri umani “di sinistra” a mantenere la coscienza di sé come “progressisti” nonostante approvino politiche belliciste e imperialiste, anti-popolari e usurarie? Come mai per loro Minniti dalemiano fa una buona politica anti-immigrazioni, mentre quella di Maroni era disumana e repressiva? La domanda se l’è posta anche un gruppo di ricerca di psicologi dell’Università del Sud California (Brain and Creativity Institute and Department of Psychology, University of Southern California Los Angeles), che ha condotto una indagine sul fenomeno mentale. Scelti 40 partecipanti tra i 18 e i 39 anni, che definivano se stessi “liberal” (nel senso americano) con “solide opinioni progressiste”, hanno sottoposto loro un questionario dove, su una scala da 1 a 7, dovevano indicare la forza con cui condividevano opinioni come “l’aborto deve essere legale” e “le tasse ai ricchi vanno aumentate”: 1 per condivisione debole, 7 per accordo massimo. Seconda fase dell’esperimento: i volontari sono messi dentro un apparecchio di risonanza magnetica per riprendere le modificazioni dei loro cervelli mentre vengono sottoposti a certe immagini proiettate. Si tratta della proiezione breve (10 secondi) di una delle opinioni politiche per cui i soggetti hanno espresso un accordo forte, fra 6 e 7.  Dopo, ad essi vengono proiettate (sempre per 10 secondi) frasi che contraddicono l’opinione da loro fortemente condivisa, magari anche false. Tipo: “La Russia possiede il doppio di testate nucleari rispetto agli Usa” (falso) come contrasto all’idea pacifista (le sinistre sono “pacifiste, anche se hanno votato Hillary…) fortemente approvate, “Gli Usa devono ridurre le spese militari”.  Alla fine della sessione, si ripresentano ai volontari le opinioni dell’inizio, chiedendo loro di valutarle di nuovo assegnando il punteggio da 1 a 7. Le opinioni però sono mescolate, stavolta, a piatte affermazioni che non hanno a che vedere con la politica, come “le vitamine fanno bene” e “Edison è l’inventore della lampadina”; anche queste seguite da asserzioni contrarie.

Il risultato della (macchinosa) sperimentazione è meno sorprendente di quanto si pensi: i volontari non hanno cambiato praticamente di un millimetro le loro opinioni di colore “politico” (tasso di indebolimento della fiducia in esse: 0,31 punti), mentre la forza che perdono le opinioni non politiche, quando opposte ad argomenti contrari, è quattro volte superiore. Ma c’è di più, ed è la vera rivelazione del test: dalle immagini in risonanza magnetica, si è visto che quando il volontario “di sinistra” legge un’opinione “di destra”, il suo cervello attiva dei meccanismi di vera e propria resistenza, che tecnicamente si chiama “rete cerebrale del modo per difetto” – l’attivazione del precuneo, della corteccia cingolare posteriore media prefrontale – che secondo i neurologi è implicata nella identità, nel sé, nell’introspezione.  Sono, hanno appurato i ricercatori da precedenti test, le stesse zone che si attivano quando persone selezionate come fortemente religiose, vengono messe di fronte a frasi che negano o contrastano la loro fede. Anche allora c’è attività accresciuta del “Modo per difetto”. Insomma la Sinistra sta iscritta nell’apparato neuronale profondo. Così, quando i progressisti nel test   sono confrontati ad asserzioni che negano le loro credenze politiche, il cervello mobilita l’amigdala (che sembra implicata nella paura di fronte a una minaccia), la corteccia insulare ed altre strutture   collegate alla regolazione delle emozioni, e la memoria – attivata alla ricerca di un contrattacco, di argomenti polemici di resistenza. Jonas Kaplan, il capo della ricerca, lo spiega così: “Le credenze politiche somigliano alle credenze religiose in questo senso: che fanno parte di ciò che voi siete e sono importanti per la cerchia sociale in cui vi riconoscete appartenere”. Per assurdo, “per prendere in considerazione un altro punto di vista, dovreste prendere in considerazione un’altra versione di voi stessi”. La ricerca è stata motivata, conclude, dalla constatazione che nei dibattiti politici pubblici non si vedeva mai nessuno cambiare la propria opinione su temi importanti e discutibili. Che dire? Forse l’esperimento conferma che “la gente vive di fede come mille anni fa”, come scrivevo in un recente articolo: di rado l’uomo “pensa” davvero in proprio e originalmente (è una gran fatica) e di solito aderisce alle opinioni del suo ambiente; opinioni che sono “credenze”, che sono molto diverse dalle idee: per le idee si combatte e si dibatte, nelle credenze “si sta”, ci si vive dentro come nel paesaggio circostante. Per esempio, i progressisti “stanno” nella credenza   nel progresso, della superiorità della modernità sull’antichità, del “nuovo” rispetto al “vecchio”, che   li rende tanto ridicoli ad occhi riflessivi, e disperatamente inattaccabili da ogni dubbio. D’altra parte, il piatto materialismo dell’esperimento per cui si è scomodata la risonanza magnetica onde mappare i cervelli, dimostra insieme troppo, e troppo poco. In ognuno giace, pronto a risvegliarsi, il riflesso primordiale “Noi contro Loro”,  biologicamente necessario nelle arcaiche caccie e in primitive guerre tribali,  ma non meno utile  nei reparti militari in operazione; chi lo  sa suscitare  nelle  folle, sia il demagogo, un colonnello  o la società calcistica, ha il gioco facile a suscitare fedeltà e  avversità irrazionali;  metti “Noi” contro  “Loro”  e non hai bisogno di argomenti , di  spiegazioni; crei spirito di corpo (Noi)  e inimicizia  settaria (Loro), fino alla tendenziale disumanizzazione di “Loro”. D’altra parte, questo non dà ragione del particolare, specifico dell’antropologia di sinistra: quello per cui le stesse azioni sono deplorevoli se le fa un governo “di destra”, mentre sono lodevoli, o spiegabili, se le fa un politico “di sinistra”. Perché per le Botteri o Boldrini, Obama (e persino la Clinton) restano più civili e moralmente superiori, benché abbiano fatto più guerre di Bush jr, più distruzioni e malvagità?

Nel solo 2016, ultimo anno della sua presidenza, Obama ha fatto lanciare su sette paesi – Irak, Somalia, Siria, Libia, Pakistan, Afghanistan, Yemen – tre bombe ogni ora, notte giorno, 24 ore su 24. Inoltre:  ha ridato una postura offensiva alla NATO; ha ammassato armi , missili ed armati alla frontiera della Russia; ha creato in Ucraina un colpo di Stato; ha straziato la Siria con la creazione e l’addestramento dei terroristi del  Califfato;  non ha chiuso – nonostante le promesse –  il carcere di Guantanamo;   ha aiutato i sauditi a bombardare i civili del miserabile Yemen…In base a quale allucinazione le opinioni pubbliche “di sinistra”, in Europa  come in Usa, continuano a  rimpiangerlo come un civile progressista?  Moralmente superiore a Putin (“un dittatore nazionalista”), e senza confronto migliore di Trump, spregevole, che però non ha bombardato nessuno? E che dire delle sue politiche “sociali”?  Ha compiaciuto sempre e in tutto Wall Street, la finanza miliardaria e speculativa; ha fallito   il sistema assicurativo sanitario, che è diventato costosissimo tanto che poche famiglie possono permetterselo; sotto la sua guida, i salari sono calati, e le ricchezze dell’1% plutocratico aumentate; alla   fine, lascia un paese dove il numero degli americani in età di lavoro che ne sono fuori è aumentato: oggi sono 102,632 milioni, un record storico assoluto. Il numero dei maschi capifamiglia disoccupati è uguale a quello della Grande Depressione.  Il 47 per cento degli americani non ha da parte 400 dollari per far fronte a un imprevisto. E come mai le opinioni pubbliche progressiste continuano a vedere in lui un presidente “democratico”, anche se ha fatto tutte politiche anti-popolari e anti-lavoro? Tre giorni fa Obama ha tenuto il discorso di addio nella sua Chicago; almeno speriamo sia l’ultimo, è un mese che   tiene ultimi discorsi di addio.  Di fronte a un pubblico di fan, ha descritto le cose meravigliose che lui ha fatto per l’America, e come l’America sia diventata migliore negli otto anni del suo governo, più progredita, progressista e amica degli omosessuali – s’è commosso più volte ricordando e magnificando “il mio retaggio”, e i presenti si sono commossi ed estasiati con lui.   Ha promesso di restare a Washington per sorvegliare, dall’alto della sua superiorità morale, il governo dell’impresentabile Donald, per timore che guasti “la mia legacy”, il làscito (di caos e fallimenti?) che   adesso affida all’America progressista…E’ stato notato che Obama, in questo discorso, s’è riferito a se stesso 75 volte. Precisamente, ha detto “Io” 33 volte, “mio” 20 volte, “me” 10, “io sono” e “io ho fatto” 12 volte.  Una presunzione, un egocentrismo così conclamati (ancorché probabilmente aggravati dalla “cultura” del negro, schiavo  risalito ad altezze a  cui era impreparato), e una distorsione del senso di realtà e  mancanza di autocritica  così  patologico, che forse ci dà la chiave per capire  – su  questo caso clinico  estremo  messo sul tavolo anatomico  – l’organo difettoso  per cui “la sinistra”  è sempre sicura della propria superiorità morale, qualsiasi cosa faccia  –  al punto  da santificare, se le fa lei, azioni “di destra”. Come spiegarlo? Vi dirò: tutte le volte che mi capita di scrivere della mia fede cristiana c’è sempre qualche lettore che mi deride per questa mia debolezza mentale, da vecchierella; e poi, gonfiando il petto, scrive qualcosa come: “Io sono ateo, eppure sono perfettamente morale. Non ho bisogno di immaginarmi un Dio punitore, come lei, per aderire al mio codice etico”. Da qui riconosco immediatamente di trovarmi davanti a un progressista-tipo.  Questa è gente che non ha mai fatto un esame di coscienza. Non ha mai avuto modo di giudicarsi sinceramente e senza sconti.  Semplicemente perché “non è possibile” giudicarsi da sé; senza porsi alla presenza del Padre, senza confrontarsi con l’Altro, il Vivente che ti scruta dentro, non si trova altro che il proprio “Io”, e la sua inflazione – anzi enfiagione aerostatica al ridicolo livello di Obama. Ovviamente, si diventa il dio di se stessi. E infatti si può affermare: “Io sono ateo ma perfettamente morale”: è questa appunto la fase in cui il progressista può compiere atti mostruosi.

ITALIANI: VITTIME PATOLOGICHE.

Vittimismo patologico: Persone che funzionano in modalità “lamento”, scrive la Psicologa di professione e per passione Jennifer Delgado Suárez su "Angolo psicologia". Tutti, prima o poi, abbiamo assunto il ruolo della vittima. Ma ci sono persone che si trasformano in vittime permanenti arrivando a soffrire di ciò che si potrebbe definire "vittimismo cronico". Queste persone si travestono da false vittime, consapevolmente o inconsapevolmente, per simulare un’aggressione inesistente e, allo stesso tempo, scaricare la colpa sugli altri, liberandosi così da ogni responsabilità. Infatti, il vittimismo cronico non è una malattia, ma potrebbe portare con il tempo a sviluppare un disturbo paranoico quando la persona insiste continuamente a incolpare gli altri di tutti i mali di cui soffre. Inoltre, questo modo di affrontare il mondo genera una visione pessimistica della realtà, terminando per causare malessere tanto in chi si lamenta come in chi riceve la colpa. In molti casi, la persona che cade nel vittimismo cronico finisce per alimentare sentimenti molto negativi, come rancore e rabbia, che sfociano in un vittimismo aggressivo. È il tipico caso di chi non si limita a lamentarsi ma attacca e accusa gli altri, mostrandosi intollerante e violando in continuazione i loro diritti. Radiografia di una vittima cronica:

- Distorce la realtà. Si tratta di persone che credono fortemente che la colpa di ciò che accade loro sia sempre degli altri. In realtà, il problema è che hanno una visione distorta della realtà, hanno un locus of control esterno, e credono che tanto le cose positive come quelle negative che accadono loro non dipendano direttamente dalla loro volontà, ma da circostanze esterne. Inoltre, esagerano gli aspetti negativi, sviluppando un pessimismo esacerbato che le porta a concentrarsi solo sulle cose negative che accadono, ignorando quelle positive.

- Si consola lamentandosi. Queste persone credono di essere vittime degli altri e delle circostanze, così non si sentono colpevoli o responsabili per nulla di ciò che accade loro. Di conseguenza, l'unica cosa che gli rimane da fare è “lamentarsi”. Infatti, questi individui provano spesso piacere nell'atto di lamentarsi perché permette loro di assumere meglio il ruolo di "povere vittime" riuscendo così ad attirare l'attenzione degli altri. Queste persone non cercano aiuto per risolvere i loro problemi, si limitano esclusivamente a lamentarsi alla ricerca di compassione e protagonismo.

- Cerca continuamente dei colpevoli. Le persone che assumono il ruolo di eterne vittime sviluppano un atteggiamento sospettoso, credono che gli altri agiscano sempre in mala fede. A questo proposito, spesso si affannano a scoprire piccole mancanze solo per sentirsi discriminati o maltrattati, e questo solo per riaffermare il loro ruolo di vittime. Così, finiscono per sviluppare ipersensibilità e diventano specialisti a scatenare una tempesta in un bicchiere d'acqua.

- Non è in grado di fare una autocritica onesta. Queste persone sono convinte di non avere nessuna colpa, che non ci sia niente da criticare nei loro comportamenti. Dal momento che la responsabilità è degli altri, non accettano le critiche costruttive e tanto meno fanno un esame di coscienza approfondito che potrebbe portarle a cambiare il loro atteggiamento. Per queste persone, gli errori e le colpe degli altri sono intollerabili, mentre le loro sono sottigliezze. Dopo tutto, sono loro le vittime.

Perché una persona assuma il ruolo della vittima ci deve essere un colpevole. Di conseguenza, è necessario sviluppare una serie di strategie allo scopo di far sì che l’altro assuma la colpa. Se non siamo consapevoli di queste strategie è probabile che cadiamo nella loro rete e prendiamo tutta la colpa su di noi.

1. Retorica vittimista. In sostanza, la retorica di questa persona ha come obiettivo delegittimare gli argomenti del suo avversario. Ma non smentendo le sue affermazioni con argomenti più validi, piuttosto facendo in modo che l'altra persona assuma, inconsapevolmente, il ruolo di aggressore. Come lo fanno? Semplicemente assumendo il ruolo di vittima nella discussione, in modo tale che l'altra persona sembri autoritaria, poco empatica o addirittura aggressiva. Questa strategia si conosce come "retorica centrista", dato che la persona cerca di mostrare il suo avversario come un estremista, invece di preoccuparsi di confutarne le affermazioni. Pertanto, qualsiasi argomentazione che avanzi il suo avversario sarà solo una dimostrazione di malafede. Ad esempio, se una persona osa contrastare una lamentela con prove indiscutibili o statistiche provenienti da fonti attendibili, la vittima non risponderà con dei fatti, ma dirà qualcosa del tipo: "Mi aggredisci continuamente, ora dici che sto mentendo" o "Stai cercando di imporre le tue opinioni, fammi il favore di chiedermi scusa".

2. Ritirata vittimista. In alcuni casi, l'argomento della vittima ha lo scopo di permettergli di sottrarsi alle sue responsabilità ed evitare di dover chiedere scusa o riconoscere il suo errore. Pertanto, cercherà di divincolarsi dalla situazione. Per raggiungere questo obiettivo la strategia è quella di screditare l'argomento del vincitore, ma senza ammettere che si era sbagliato. Come lo fa? Anche in questo caso, assume il ruolo della vittima, gioca con i dati a suo piacimento e li manipola come gli conviene per seminare confusione. Fondamentalmente, questa persona proietterà i suoi errori sull'altro. Ad esempio, se una persona risponde con un dato verificato che nega quanto già affermato, la vittima non riconoscerà il suo errore. In ogni caso, cercherà di ritirarsi in modo dignitoso dicendo qualcosa del tipo: "Questo fatto non nega ciò che ho detto. Per favore, non creare più confusione e caos" o "Mi stai incolpando di confondere gli altri, sei un maleducato, è chiaro che è inutile discutere con te perché non vuoi sentire ragioni", quando in realtà a creare confusione è lei stessa.

3. Manipolazione emotiva. Una delle strategie preferite dalle vittime croniche è la manipolazione emotiva. Quando questa persona conosce abbastanza bene l'altra parte, non esiterà a giocare con le sue emozioni per portare il gioco a suo favore e assumere il ruolo della vittima. Infatti, queste persone sono molto abili nel riconoscere le emozioni, così approfittano di qualsiasi piccolo dubbio o errore per usarli a loro favore. Come lo fanno? Scoprendo il punto debole del loro avversario e sfruttando l’empatia che può provare. Così, finiscono per farlo cadere nella loro rete, facendogli assumere la piena responsabilità e il ruolo di carnefice, mentre loro restano tranquilli e comodi nel loro ruolo di vittime continuando a lamentarsi. Ad esempio, una madre che non vuole ammettere i propri errori, può dare la colpa al figlio dicendo qualcosa del tipo: "Con tutto quello che ho fatto per te, è così che mi ripaghi?" Ma questo tipo di manipolazione è piuttosto comune anche nelle relazioni, tra amici e sul posto di lavoro.

Come trattare con queste persone? Il primo passo è rendersi conto che si tratta di una persona che assume il ruolo di vittima. Quindi resistere all'attacco evitando di rimanere intrappolati nel suo gioco. La cosa più opportuna da fare è dire che non abbiamo tempo per ascoltare le sue lamentele, che se ha bisogno di aiuto saremo lieti di darglielo, ma non siamo disposti a sprecare tempo ed energie ad ascoltare le sue lamentele. Ricordate che la cosa più importante è che queste persone non vi rovinino la vita scaricandovi addosso la loro negatività e, soprattutto, che non vi facciano sentire in colpa. Non dimenticate che vi può fare del male emotivamente solo colui al quale voi date il potere di farlo.

L'ITALIA DEI SOCIAL. QUELLO CHE LA GENTE PENSA E SCRIVE...

Tutti contro le ovvie verità.

Bologna, il prete contro la minorenne stuprata: «Ti sballi e dovrei provare pietà?». «Tesoro… svegliarti seminuda direi che è il minimo che potesse accaderti… Ma dovrei provare pietà? No!!». Un post shock è apparso sul profilo Facebook di don Lorenzo Guidotti, parroco di San Domenico Savio, nel quartiere bolognese di San Donato, scrive Federico Marconi su “L’Espresso” il 9 novembre 2017. Don Guidotti è solito commentare sui propri account social gli articoli su ciò che succede in città, spesso con opinioni e toni sopra le righe. Il parroco, lunedì 6 novembre, ha commentato un articolo che racconta la vicenda di una ragazza che ha denunciato uno stupro. La ragazza, minorenne, ha raccontato alla polizia di aver subito violenza da un magrebino conosciuto a Piazza Verdi, nel pieno centro della zona universitaria bolognese. Si sarebbe svegliata poi mezza nuda e derubata della borsa. Il prete esprime tutta la sua indignazione scagliandosi non contro l'autore della violenza, ma contro la ragazza che l'ha subita. «Frequenti Piazza Verdi, il buco del culo di Bologna. Ti ubriachi da far schifo! Ma perché? Se hai la subcultura dello sballo sono solo cazzi tuoi poi se ti risvegli dopo la mattina dopo chissà dove. E dopo la cavolata di ubriacarti, con chi ti allontani? Con un magrebino?! Notoriamente veri gentleman, tutti liberi professionisti, insegnanti, gente di cultura, per bene» scrive don Guidotti nel post. Continua: «Adesso capisci che oltre agli alcolici ti eri già bevuta tutta la tiritera ideologica sull'“accogliamoli tutti”? Tesoro, a questo punto svegliarti seminuda direi che è il minimo che potesse accaderti». Guidotti poi conclude con la predica: «Chi sceglie la cultura dello sballo lasci che si “divertano” anche gli altri. Ragazze e ragazzi: ma non lo vedete che vi fanno il lavaggio del cervello? Ve lo state facendo mettere in quel posto e dite loro pure grazie!».

Bologna, minore denuncia uno stupro. Sacerdote su Fb: “Ti sballi e dovrei provare pietà?”, scrive il 09/11/2017 “La Stampa”. «Cioè, tesoro mi dispiace ma 1) frequenti piazza Verdi (che è diventato il buco del cu*o di Bologna!!! e a tal proposito Merola sempre sia lodato!) 2) Ti ubriachi da far schifo! Ma perché? Se hai la (sub) cultura dello sballo sono solo cazzi tuoi poi se la mattina dopo ti risvegli chissàddove. Io in 50 anni mi sono sempre risvegliato nello stesso letto (il mio). 3) E dopo la cavolata di ubriacarti con chi ti allontani? Con un magrebino? Notoriamente, soprattutto in piazza Verdi, veri gentleman, tutti liberi professionisti, insegnanti, gente di cultura, per bene. Adesso capisci che oltre agli alcolici ti eri già bevuta tutta la tirata ideologica sull’accogliamoli tutti?». Sta suscitando polemiche il post pubblicato su Facebook da don Lorenzo Guidotti, parroco di San Domenico Savio, quartiere San Donato a Bologna. Il post non è visibile a tutti per le impostazioni della privacy ma è stato rilanciato dal sito di Radio Città del Capo. Da quanto si può vedere però si capisce subito che Guidotti non è proprio il classico esempio del prete che apre le porte a tutti. Come foto del profilo ha messo un Lego vestito da soldato crociato e sulla foto di copertina si legge: «Etiamsi omnes, ego non! Anche se tutti, io no. Se qualcuno pensasse di trasformare la Chiesa cattolica in una delle tante Ong... se qualcuno pensasse di traghettare la Chiesa di Roma verso Lutero (...) beh, non avrebbe proprio capito nulla!» Il post che ha provocato tanto clamore stavolta si riferisce al caso di una minorenne che ha raccontato alla polizia di essere stata violentata da un magrebino conosciuto in piazza Verdi, dopo aver bevuto parecchio. I due sarebbero poi arrivati insieme in stazione, dove la minore sostiene di aver subìto la violenza. Quindi si sarebbe svegliata seminuda e senza più la borsa.  «Tesoro a questo punto svegliarti semi-nuda è il minimo che ti possa accadere, mi dispiace ma, se nuoti nella vasca dei pirana non puoi lamentarti se quando esci ti manca un arto. Ma dovrei provare pietà? No!». E poi aggiunge: «Chi sceglie la cultura dello sballo lasci che si divertano anche gli altri. La dobbiamo piantare!! A voi giovani, ragazzi e ragazze: ma non lo vedete che vi fanno il lavaggio del cervello?!? Ve lo state facendo mettere in quel posto e dite loro pure grazie!» conclude il post di don Guidotti. Le parole di don Lorenzo Guidotti corrispondono «ad opinioni sue personali, che non riflettono in alcun modo il pensiero e la valutazione della Chiesa, che condanna ogni tipo di violenza». Così l’arcidiocesi di Bologna, guidata da monsignor Matteo Zuppi, interviene sulle polemiche suscitate dal post del parroco. Nella stessa nota, viene riportata una dichiarazione di don Guidotti con cui si scusa con la ragazza che ha denunciato lo stupro. 

Stupro Bologna, prete choc: vai col marocchino ubriaca? Te la sei cercata, scrive Grazia Maria Coletti su "Il Tempo" il 9 Novembre 2017. Se vai ubriaca con il marocchino, ragazza mia te la sei cercata, non provo pietà. Prete choc su Facebook. Bufera per i commenti postati da don Lorenzo Guidotti, sulla violenza denunciata da una diciassettenne pochi giorni fa. La ragazza sarebbe stata violentata dentro un vagone della stazione di Bologna da un marocchino cui aveva chiesto aiuto dopo che gli era sparito il cellulare. Ma ecco cosa ha scritto don Guidotti. "Se nuoti nella vasca dei pirhana non puoi lamentarti se quando esci ti manca un arto... Cioè a me sembra di sognare!! Ma dovrei provare pietà? No!!» così ha commentato lo scorso 6 novembre sulla sua pagina Facebook (che non ha profilo pubblico, ma solo per gli amici) in un post la notizia della denuncia di una minorenne di Bologna che ha raccontato alla polizia di essere stata stuprata da un uomo, forse un nordafricano, in un vagone alla stazione di Bologna. Il post è stato pubblicato sul sito di Radio Città del Capo. Nel post del sacerdote rivolto alla ragazza come frequentatrice di piazza Verdi a Bologna, si legge anche «Se hai la (sub)cultura dello sballo sono solo cazzi tuoi, poi se ti risvegli la mattina dopo chissà dove...». Ma ecco l'incipit. «Tesoro mi dispiace», ha premesso Lorenzio nel suo post, «ma 1) frequenti piazza Verdi (che è diventato il buco del cu*o di Bologna, e a tal proposito Merola sempre sia lodato!) 2) Ti ubriachi da far schifo! Ma perchè? 3) E dopo la cavolata di ubriacarti con chi ti allontani? Con un magrebino? Notoriamente, soprattutto in piazza Verdi, veri gentleman, tutti liberi professionisti, insegnanti, gente di cultura, per bene. Adesso capisci che oltre agli alcolici ti eri già bevuta tutta la tirata ideologica sull’accogliamoli tutti?». In tanti gli hanno dato ragione. "Io sto con don Lorenzo" afferma Roberto Calderoli "premettendo che deve sempre esserci compassione e dolore per chi è vittima di una violenza, di qualunque genere - dice il vicepresidente del Senato - ma fatta questa premessa chi non si ritrova nelle parole di don Lorenzo Guidotti e nel suo sfogo su Facebook?".

LA DIOCESI PRENDE LE DISTANZE. «Quanto si legge nelle pagine facebook del sacerdote diocesano don Lorenzo Guidotti a proposito della violenza subita da una ragazza nei giorni scorsi nella nostra città e riferita dalla stampa quotidiana, corrisponde ad opinioni sue personali, che non riflettono in alcun modo il pensiero e la valutazione della Chiesa, che condanna ogni tipo di violenza». Così in una nota l’arcidiocesi di Bologna sulle polemiche per il post fb del parroco. La nota riporta una dichiarazione di don Guidotti di scuse.

IL SACERDOTE SI SCUSA.  «Don Lorenzo Guidotti - prosegue la nota - riconosce di essersi espresso in maniera inappropriata e intende chiarire il suo pensiero nella dichiarazione che segue: "In merito a quanto postato dal sottoscritto sulla pagina personale di FB, commentando un articolo di cronaca cittadina che riportava l’ennesimo caso di stupro, dichiaro in piena libertà quanto segue: "Non provo pietà"? Certo che provo pietà per questa ragazza come per tutte le altre vittime di violenza a cui assistiamo ogni giorno sfogliando i giornali. Non posso che dolermi con me stesso per i termini usati nel commentare e per le affermazioni che riesco a capire possano essere intese come un atto di accusa alla vittima. Io stesso leggendo oggi quel post ravviso questo. Ovviamente non era questo l’obiettivo del mio attacco, il mio obiettivo non era accusare la ragazza ma la cultura dello sballo. Che vi siano in particolare zone in cui tutto pare permesso. Ci sono riuscito? No! Certo che provo pietà per questa ragazza. Già all’origine ho più volte corretto il lungo post perché non volevo sembrasse quello che invece appare. Nel farlo pensavo: "questa ragazzina potrebbe essere una delle mie ragazze della Parrocchia, non sai chi sia". Pensavo al suo dramma e a quello della sua famiglia! o col mio intervento ho sbagliato, i termini, i modi, le correzioni. Non posso perciò che chiedere scusa a lei e ai suoi genitori se le mie parole imprudenti possono aver aggiunto dolore, come invece accadrà leggendole. Chiedo però a tutti, capaci magari di miglior linguaggio e possibilità (autorità, giornalisti, insegnanti, genitori) di aiutare a smantellare questa cultura dello sballo in cui i nostri ragazzi vivono. Altrimenti domani dovremo provare pietà per un’altra vittima e poi un’altra. Fino a quando? Fino a quando saremo in grado di dire "Basta. È necessario fornire una alternativa"».

Comunisti se li conosci li eviti.

La crociata del prete amico della destra che giustifica lo stupro di una ragazza. Don Guidotti. Recidivo: odia comunisti e gay e «lotta per evitare che la Chiesa diventi un'ong», scrive Giovanni Stinco il 9.11.2017 su "Il Manifesto". «E dopo la cavolata di ubriacarti con chi ti allontani? Con un Magrebino? Tesoro svegliarti seminuda direi che è il minimo potesse accaderti». Lo ha scritto don Lorenzo Guidotti, sacerdote della parrocchia di S. Domenico Savio a Bologna. Ex carabiniere, ordinato sacerdote 17 anni fa, Guidotti è un prete di periferia abituato a lavorare con i poveri e a dire le cose che ha in testa senza troppi giri di parole. Questa volta ha pensato bene di commentare su Facebook la notizia di uno stupro. Una ragazza di 17 anni ha denunciato giorni fa di essere stata violentata, ha raccontato di aver passato una sera con amici, di aver bevuto troppo, di essersi allontanata con un ragazzo forse nordafricano perché aveva smarrito il cellulare e lui si era offerto di aiutarla, infine di essere stata stuprata e derubata. Un racconto che il sacerdote bolognese ha deciso di accogliere con ben poca carità cristiana. «Ma dovrei provare pietà? Non per chi vive da barbara con i barbari. Mi spiace ma se nuoti nella vasca dei piranha non puoi lamentarti se quando esci ti manca un arto». Poi il tocco finale, concentrato del pensiero di un sacerdote che ama i crociati, ha simpatie di estrema destra, odia i comunisti, è allergico ai migranti, lotta per evitare che la Chiesa «si trasformi in una ong» e si augura che la «Francia laicista possa sprofondare con Sodoma e Gomorra». «Adesso capisci – ha scritto ancora il Don rivolgendosi alla ragazza – che oltre agli alcolici ti eri già bevuta tutta la tiritera ideologica sull’accogliamoli tutti?». Parole che sono rimaste in tranquillità sulla pagina social del sacerdote per tre giorni, finché la notizia, diffusa dalla bolognese Radio Città del Capo, non ha fatto scoppiare il caso. La difesa dell’uomo è arrivata abbinata ad una nota ufficiale della Curia dopo un primo iniziale «no comment» da parte del vescovo Matteo Zuppi. Quanto ha scritto Don Guidotti, si legge in uno stringatissimo comunicato, «corrisponde ad opinioni sue personali, che non riflettono in alcun modo il pensiero della Chiesa, che condanna ogni tipo di violenza». Nello stesso comunicato il prete si è scusato per le sue parole, ha ammesso di aver aggiunto dolore a dolore, ha detto che «certo che provo pietà per questa ragazza», infine ha specificato che il suo obiettivo era quello di attaccare non la 17 enne ma «la cultura dello sballo» e il fatto che a Bologna «vi siano zone in cui tutto pare permesso». La ragazza infatti prima di essere stuprata avrebbe raccontato di aver passato la serata nella zona universitaria di Bologna, al centro di annose polemiche e discussioni su degrado, spaccio e consumi di alcool e droghe. Per l’accusatore in particolare Piazza Verdi, cuore della movida studentesca, dovrebbe essere ripulita con forze dell’ordine blindati. «Quelle di Don Guidotti sono parole scomode ma vere in cui riconoscersi», ha detto il leghista Calderoli difendendo il sacerdote. «Il religioso ha passato il segno, nulla può giustificare la violenza su di una donna, tanto più se minorenne», ha replicato la senatrice Pd e presidente della commissione femminicidio Francesca Puglisi. Per il sacerdote bolognese non si tratta del primo scivolone, anzi. A marzo 2016 sentì l’esigenza di prendere posizione sulla notizia, a Rimini, di un 14enne violentato sotto minaccia da un cugino di tre anni più grande. «Non si facesse tanta reclame all’ideologia Lgbt facendo apparire i rapporti omosessuali come normali, il ragazzino avrebbe guardato il cuginetto e gli avrebbe risposto ‘Sei scemo? Son mica ricchione’», scrisse sempre su Facebook. Un anno fa la causa di quello stupro per il religioso fu «l’ideologia lgbt», oggi è colpa della «cultura dello sballo» che a suo dire la vittima avrebbe abbracciato. A replicare al sacerdote la rete femminista Non una di Meno di Bologna. «Noi riteniamo che la responsabilità della violenza maschile sulle donne e la violenza di genere sia sempre da attribuire a chi la compie e non a chi la subisce. La cultura che combattiamo è quella dello stupro, che permea la mascolinità e la società più in generale, e di cui non sembra scevra la comunità ecclesiastica».

Le parole della mamma della giovane rilasciate all’Ansa. “Mia figlia è stata vittima e va difesa, non solo da un prete. La colpa è di chi stupra, non di chi ne è vittima”, ha detto la madre della minorenne. "Alla gente, alla stampa, chiediamo: fermatevi. Abbiamo letto sulla nostra tragedia tante inesattezze e tanti giudizi trancianti che ci feriscono, quando nessuno, tranne noi, sa che cos'è successo". La donna ha lanciato un appello chiedendo rispetto. "Siamo una famiglia di forti valori. Mia figlia ha subito una violenza in un attimo di grande difficoltà. A questo oltraggio si è aggiunto il commento di uno stormo di sciacalli".

Alla gente, alla stampa, chiediamo: fermatevi. Abbiamo letto sulla nostra tragedia tante inesattezze e tanti giudizi trancianti che ci feriscono, quando nessuno, tranne noi, sa che cos'è successo. Quello che ci ha fatto più male è il commento del parroco don Guidotti: lo andrò ad incontrare e gli dirò qual è la mia idea di un comportamento cristiano, molto diverso dalla sua. Mia figlia è stata vittima e va difesa, non solo da un prete. La colpa è di chi stupra, non di chi ne è vittima", scrive il 10 novembre 2017 "La Repubblica". La mamma della ragazza di 17 anni che a Bologna ha denunciato di aver subito uno stupro, dopo una serata in piazza Verdi, lancia attraverso l'ANSA un appello chiedendo rispetto. "Siamo una famiglia di forti valori", ha aggiunto. "Mia figlia - ha detto ancora la madre della ragazza - ha subito una violenza in un attimo di grande difficoltà. A questo oltraggio si è aggiunto il commento di uno stormo di sciacalli". "Avrà pure usato una frase infelice don Lorenzo Guidotti, della quale ha fatto bene a scusarsi, ma nella sostanza ha perfettamente ragione nel denunciare la cultura dello sballo, e spiace che troppi abbiano cercato di fargli fare la fine del grillo parlante". Aveva detto Carlo Giovanardi, parlamentare di Idea Popolo e Libertà, che chiama in causa anche Collodi. "Ricorderete infatti che il grillo parlante sgrida Pinocchio chiamandolo “povero grulloncello” e gli pronostica o “l'ospedale o la prigione” quando il burattino gli spiega di volere nella vita “mangiare, bere, dormire, divertirsi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo”. Ma alla fine la "morale della favola" è che "i veri amici di Pinocchio non erano i tanti Lucignolo, che lo spingeva verso la rovina ma il fastidioso Grillo Parlante dalla cui parte mi schiero con convinzione". "La mia solidarietà alla ragazza - dice Matteo Salvini, segretario della Lega -  Nella violenza non esiste la differenza tra sobri e ubriachi. Nelle parole del prete c'è anche un fondo di verità: evidentemente bisogna stare attenti a quello che si fa e a chi si frequenta. È un invito per tutti. Piazza Verdi a Bologna non è esattamente il salotto buono della città: se ci vai minorenne, ubriaca (e vorrei sapere cosa ne pensano i genitori) evidentemente non vai alla prima del teatro alla Scala". Più severa dei due politici la Curia bolognese guidata dall'arcivescovo Zuppi, che ha preso le distanze e affisso il suo comunicato sul portone della Chiesa di San Domenico Savio: "opinioni sue personali, che non riflettono in alcun modo il pensiero e la valutazione della Chiesa, che condanna ogni tipo di violenza". Il comunicato diffuso ieri dalla curia è stato affisso all'ingresso della Parrocchia di San Domenico Savio, di cui è parroco don Guidotti.

Don Lorenzo Guidotti non è più su Facebook, scrive il 10 novembre 2017 "L'Ansa". Il profilo del sacerdote bolognese autore il 6 novembre di un post dove diceva di 'non provare pietà' per una minorenne che ha denunciato uno stupro, non risulta più accessibile. La pagina del social network, che pubblicava contenuti visibili solo agli 'amici', ora non è più disponibile neppure per loro: probabilmente è stato lo stesso prete a chiuderlo. Una scelta che potrebbe essere stata concordata con la curia bolognese, ieri intervenuta per chiarire che il pensiero di don Guidotti corrispondeva "ad opinioni sue personali, che non riflettono in alcun modo il pensiero e la valutazione della Chiesa, che condanna ogni tipo di violenza".  Il comunicato diffuso ieri dalla curia è stato affisso all'ingresso della Parrocchia di San Domenico Savio, di cui è parroco don Guidotti.

Il parroco chiede scusa ma i fedeli lo difendono: «Non è un mostro». Per il sindaco Merola «la cosa che davvero conta è sostenere la ragazza che ha denunciato lo stupro», scrive Maria Centuori il 10 novembre 2017 su "Il Corriere della Sera". In via Andreini le porte della chiesa di San Domenico Savio sono chiuse, c’è un cartello con le scuse che don Lorenzo Guidotti ha lasciato per i suoi fedeli, le stesse parole del messaggio di giovedì sera, mentre su Facebook non c’è più il suo profilo. Il parroco, che ha duramente criticato la 17enne bolognese che ha raccontato di essere stata stuprata da un magrebino dopo aver trascorso una notte tra piazza Verdi e piazza Aldrovandi, ha abbandonato la rete che lo ha travolto per il suo post choc. Tre giorni dopo la denuncia della minorenne aveva scritto «Dovrei provare pietà? Hai scelto lo sballo», e ancora commentando un articolo di stampa locale «Oltre agli alcolici ti sei bevuta la tiritera ideologica sull’accogliamoli tutti?». Poi ha spiegato: «Non volevo attaccare lei, ma far pensare gli altri. Con parole forti».

Fuori dalla chiesa. Intanto da venerdì mattina il parroco è chiuso all’interno dell’appartamento parrocchiale e non parla con la stampa, ma «riceve» al citofono i suoi fedeli che lo difendono: «Ok, uno stupro è uno stupro e va condannato sempre – spiega una donna – ma non possiamo fare un processo a don Lorenzo che è un bravo prete, ci ha sempre aiutato ed è sempre stato presente per tutta la nostra comunità». «Perché ci fate questo? – continua un’altra donna – abbiamo il cuore spezzato, il nostro parroco non è un mostro. Questa notizia ha fatto scalpore solo perché quelle frasi le ha dette un prete, ma chissà quanti la pensano così», aggiunge scuotendo la testa un’altra fedele fuori dalla chiesa.

I commenti Merola e Zacchiroli. Intanto sulla vicenda è intervenuto il sindaco Virginio Merola, che nel post incriminato è stato chiamato anche in causa dallo stesso parroco per piazza Verdi: «La cosa che davvero conta è sostenere la ragazza che ha denunciato lo stupro. Il resto lasciamolo a Facebook. Il caso vero di cui dobbiamo occuparci è che questa ragazza è’ stata violentata e quindi pensare a come sostenerla, alla sua famiglia e a come aiutarla a superare questo trauma». Alle parole del primo cittadino, si aggiungono poi quelle di Benedetto Zacchiroli, consulente di Palazzo Chigi per le questioni religiose, che frequentò il seminario con il parroco della chiesa in San Donato: «Don Lorenzo ha ragione. Lo sballo va fermato, ma non c’è solo quello di piazza Verdi, c’è anche quello da tastiera, che ti ubriaca nel non comprendere il peso di quello che scrivi». E ha aggiunto: «Conosco don Lorenzo. Abbiamo passato cinque anni assieme in seminario. È un buono. Le sue frasi gravissime - continua - sono però anche frutto di una solitudine non rara tra alcuni preti oggi. Penso il vescovo Zuppi lo sappia già, ma urge stare vicino ai preti ed è compito suo ma anche delle comunità parrocchiali. Un prete è prima di tutto un uomo».

La solidarietà di Salvini. Per la minorenne che ha denunciato la violenza sessuale arriva anche la solidarietà di Salvini che aggiunge: «La mia solidarietà alla ragazza. Nella violenza non esiste la differenza tra sobri e ubriachi. Nelle parole del prete c’è anche un fondo di verità: evidentemente bisogna stare attenti a quello che si fa e a chi si frequenta. È un invito per tutti. Piazza Verdi a Bologna non è esattamente il salotto buono della città: se ci vai minorenne, ubriaca (e vorrei sapere cosa ne pensano i genitori) evidentemente non vai alla prima del teatro alla Scala».

Grazie al prete che dice la verità ai nostri figli, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 10/11/2017, su "Il Giornale". Don Lorenzo Guidotti è parroco in un quartiere di Bologna e da ieri al centro di un linciaggio politico e mediatico per avere scritto su Facebook parole dure sulla ragazzina che ha raccontato ai carabinieri di essersi svegliata seminuda, ancora ubriaca e derubata dopo essere stata violentata da un immigrato che aveva incontrato poco prima. Quella del parroco («te la sei cercata») è un'omelia scorretta, ma è la stessa che ogni genitore dovrebbe fare ogni giorno ai propri figli. E siccome ciò non avviene, o almeno non quanto dovrebbe, grazie a Dio un saggio prete vecchio stile ci riporta alla dura realtà. Cosa avrebbe detto di così sconveniente don Lorenzo, attaccato al punto che ha dovuto scusarsi? Vediamo. Nel suo post scrive che: una ragazzina non deve uscire sola di sera; che se esce di sera da sola non deve frequentare una delle piazze più malfamate della sua città; che se esce sola in luoghi a rischio non deve ubriacarsi fino a perdere il controllo; che se si ubriaca in una piazza malfamata non deve accettare inviti da un maghrebino sconosciuto. Perché se invece fa esattamente il contrario, lo stupro «se l'è cercato». Che ne dite? Un uomo così merita il linciaggio, la gogna? Io dico: grazie di esistere, don Lorenzo. Grazie per il coraggio di dire cose semplici, vere e sagge. Che magari fanno storcere il naso a Papa Francesco (dubito al suo Superiore) e alla Boldrini, ma che per noi sono musica. Intendiamoci: in quel «se lo è cercato» non c'è nessun compiacimento, solo un intento educativo. Se metti la mano sul fuoco e ti bruci, se attraversi con il rosso e vieni investito, se non studi e sei bocciato, il danno «te lo sei cercato». Speriamo che anche a Modena ci sia un don Lorenzo che uno di questi giorni dica alle sessanta liceali che si sono scambiate tra di loro autoscatti intimi fatti con il telefonino (e poi andati in rete) che se non hai rispetto del tuo corpo e della tua dignità «te lo sei cercato» di finire alla berlina. E che spieghi alle malcapitate (che dicono di averlo fatto «per noia») che la noia si supera leggendo un libro, con una risata in compagnia o con un po' di sport. Non so se questo accadrà. Perché la cosa peggiore della vicenda di don Lorenzo è che il vescovo ha preso le distanze dalle sue parole e lo ha zittito. I preti di una volta ancora ci sono, purtroppo non c'è più la Chiesa.

Il popolo ex Pci e Dc non pensa come i burocrati Pd: profughi, Giuliani, donne…, scrive Sergio Carli su "Blitz Quotidiano" il 22 luglio 2017. Il popolo ex Pci e Dc non pensa come i burocrati Pd: profughi, Giuliani, donne…Nella foto il ministro dell’Interno Marco Minniti, che cerca di adeguare la morale post comunista alla domanda di ordine e legalità. Tre casi che dovrebbero destare allarme in chi ancora crede che il Pd sia, nonostante tutto, il partito “migliore” anche se non più del Migliore. L’orchestra continua a suonare, come sul Titanic, ma la musica è cambiata e pochi se ne sono accorti. Sono sempre più divaricate le posizioni della popolo che una volta votava Pci e Dc e quelle dell’apparato del partito, gente che non ha mai lavorato, la sinistra del birignao e del rolex. Renzi un po’ lo ha capito: ma poi reagisce alla sua maniera. In modo episodico, farfugliato, senza una esposizione sistematica preventiva. Forse fa così perché sa che con la sinistra del birignao e dei luoghi comuni è inutile ragionare, fra le battute da bar di campagna di Bersani e la arroganza apodittica e biliosa di D’Alema.

1. Immigrazione, migranti, clandestini, profughi sono tutti nomi di un ciclopico problema. Lo hanno aggravato i conflitti di interesse che tolgono credibilità ai buonisti della accoglienza: la Caritas e le cooperative. Dentro il Pd ancora discutono sulla modifica della Bossi-Fini. Contro il ministro dell’Interno, Marco Minniti, uomo di cappa più che di spada, che pur cerca di fare del suo meglio nel marasma, l’assessore comunale di Milano alle Politiche sociali Pierfrancesco Majorino, il promotore del corteo pro-migranti del 20 maggio. Majorino pontifica e butta la palla in gradinata. Lo hanno sempre fatto, da prima del ’68: “Serve un grande progetto per l’integrazione, che è colpevolmente mancato”. “Non si può dire solo che bisogna rimpatriare tutti gli illegali, perché sappiamo bene che ciò non può avvenire”. Minniti: “Abbiamo 25 navi che portano migranti sulle nostre coste, se oltre ai flussi illegali aprissimo ai flussi legali temo che qualcuno chiamerebbe il 118”. “L’accoglienza ha un limite nella capacità di integrazione. Il Pd deve tenere insieme il diritti chi è accolto e il diritto di chi accoglie”. Ma la gente è furibonda. Leggete cosa succede a Rapallo. C’erano case di proprietà statale vuote per anni. Agli italiani che chiedevano alloggio venivano negate. Ora il prefetto le vuole usare per ospitare 15 profughi, imposti al Comune che li aveva rifiutati. Il sindaco: «Scorrettezza inaudita». E dice che delle case non sapeva niente. Una notizia della Stampa fornisce una cifra che svela il gigantesco business della accoglienza. Lo Stato paga 35 euro al giorno per profugo ospitato. Quanto costa dargli da mangiare e poco più? La differenza è tutta profitto per preti, cooperatori…Questo spiegala “strana scelta” degli albergatori di Salsomaggiore: “No a Miss Italia, sì ai 34 euro per i migranti”. A Salsomaggiore, località termale nel parmense “di glorioso passato e incerto presente”, gli albergatori hanno detto di no al ritorno del concorso di bellezza, troppa spesa per poca resa. E intanto alcuni, scatenando grandi polemiche nella categoria, si sono riciclati nel business degli immigrati.

2. Ordine pubblico. Il caso Giuliani. Un consigliere comunale del Pd di Ancona Diego Urbisaglia, di mestiere vigile del fuoco, scrive in un post privato su Facebook quello che tanti pensano in Italia: «Estate 2001. Ho portato le pizze tutta l’estate per aiutare i miei a pagarmi l’università e per una vacanza che avrei fatto a settembre. Guardavo quelle immagini e dentro di me tra Carlo Giuliani con un estintore in mano e un mio coetaneo in servizio di leva parteggiavo per quest’ultimo». «Oggi nel 2017 che sono padre, se ci fosse mio figlio dentro quella campagnola gli griderei di sparare e di prendere bene la mira. Sì sono cattivo e senza cuore, ma lì c’era in ballo o la vita di uno o la vita dell’altro. Estintore contro pistola. Non mi mancherai Carlo Giuliani…». Lo fa in modo un po’ rozzo e estremo, tanto da chiedere scusa per la forma, ma…senza cambiare, “certo il mio giudizio… dentro quella Campagnola c’era un ragazzo, intorno il delirio, di fronte uno con un estintore, di fianco uno con una palanca di legno…io sto con il carabiniere…punto!”. Diego Urbisaglia alza un velo dopo anni di ipocrisia che hanno trasformato un mancato assassino (Carlo Giuliani) in un martire al punto che una stanza al Senato gli è stata intitolata e un carabiniere, Mario Placanica, abbandonato dai suoi capi ma riconosciuto innocente dalla Magistratura, in criminale. Cosa fa il Pd? Manda sotto processo il suo assessore, davanti alla Commissione di Garanzia del Partito per i provvedimenti sanzionatori previsti dallo Statuto, come chiesto dai deputati Pd, Emanuele Fiano e Alessia Morani, e annunciato dall’ex democristiano Lorenzo Guerini.

3. Le quote rosa. Sono un mito cui poche donne credono, ma il Pd ci perde tempo, invece di occuparsi di cose serie, e la faccia. In Friuli la ineffabile Barbara Serracchiani ha perso il voto sulla riforma della legge elettorale nazionale. Ecco il titolo del Messaggero Veneto: “Il centrosinistra non ha i voti, opposizioni compatte. Salta anche la preferenza di genere”.

L'Italia dei social, scrive Filippo Facci il 19 gennaio 2017 su “Libero Quotidiano”. L'euro è una fregatura. Angela Merkel salva le banche coi nostri soldi. I politici sono corrotti e pensano solo al vitalizio. Renzi è uguale a Berlusconi. D'Alema vuole la vecchia politica. Berlusconi pensa alle aziende. La Meloni è fascista. Salvini è razzista. Alfano è inutile. Manca una destra liberale. I Cinque Stelle hanno deluso. I politici sono sempre in tv a litigare e basta. I giornalisti sono dei falsari. I giudici sono impuniti. La burocrazia è arrogante. I sindacati proteggono chi non fa un cazzo. Gli industriali sfruttano gli operai e fanno strada con le relazioni. I manager fanno disastri e prendono buonuscite milionarie. I professionisti frodano il fisco. Gli esercenti non danno lo scontrino. I baroni universitari piazzano i parenti. I concorsi sono truccati. Gli studenti protestano e non vogliono studiare. I giovani sono bamboccioni senza palle. Gli immigrati stanno negli hotel e vogliono il wi-fi. I romeni stuprano. Gli arabi ammazzano. La tua pensione la pago io. Anche la Rai la pago io, ma non fa servizio pubblico. Vedi quella tizia in tv? L'ha data a tutti. Roma è un troiaio. Gli statali sono intoccabili e non vogliono lavorare. Come gli insegnanti. E i medici. Gli avvocati. Poi i meridionali e i napoletani e i siciliani. Anche i bresciani. Il mio vicino ha comprato l'Audi ma io fatico a pagare il mutuo, dove li ha presi i soldi?

La maggioranza silenziosa c'è e vive soprattutto online. Dalla Brexit a Trump i sondaggi non funzionano più. Tre studiosi spiegano perché. E come rimediare, scrivono Andrea Marcia e Simone Bressan, Giovedì 06/04/2017, su "Il Giornale".  Cosa hanno in comune Silvio Berlusconi, Beppe Grillo, Donald Trump, la Brexit e il no al referendum costituzionale? Politicamente poco o nulla, ma per gli appassionati del genere siamo davanti a fenomeni elettorali che tutti i principali istituti di ricerca hanno, sistematicamente, sottovalutato. Nelle principali competizioni elettorali di questi ultimi anni, infatti, è emerso un crescente scollamento tra le rilevazioni dei sondaggisti e le opinioni del pubblico votante. Partendo da casa nostra, nel 2013, con la clamorosa rimonta di Berlusconi e la sorprendente affermazione del Movimento 5 Stelle alle Politiche, passando poi per la rotonda vittoria di David Cameron nel 2015, la Brexit l'anno successivo, il clamoroso approdo di Donald Trump alla Casa Bianca e, ritornando in Italia, con la schiacciante maggioranza di no al referendum costituzionale: se tre indizi fanno una prova, qui siamo ben oltre il terzo grado di giudizio. Cosa sta succedendo? Una risposta interessante è prova a darla il libro Politics and Big Data: Nowcasting and Forecasting Elections with Social Media, un saggio di tre autori italiani (Luigi Curini, Andrea Ceron e Stefano Maria Iacus) pubblicato recentemente dalla casa editrice britannica Routledge. Il lavoro spiega, con rigore scientifico, perché i sondaggi non possono più essere l'unico pilastro su cui fondare le previsioni elettorali.

«Questo tipo di ricerche spiega Luigi Curini, co-autore del libro, Professore Associato in Scienza Politica all'Università di Milano e visiting professor presso l'Università di Waseda a Tokyo si basa su sistemi di pesatura del campione: numeri che non sono pubblici e che funzionavano in passato, quando le elezioni producevano risultati tutto sommato stabili e prevedibili. Oggi, appena compare sulla scena qualcosa di nuovo, come il Movimento 5 Stelle, Trump o Podemos, questo sistema di identificazione di un universo rappresentativo salta». Senza contare poi che i tassi di risposta sono sempre più bassi e che, come ricorda Curini, «c'è una fetta importate di popolazione infuriata contro l'establishment, che ritiene i sondaggi parte integrante di quell'establishment contro cui protesta e che quindi non ha nessuna intenzione di far parte del campione, falsando irrimediabilmente il risultato».

L'analisi si concentra giocoforza sulla distanza tra sondaggi elettorali e risultati reali. «Ma ricorda Curini noi misuriamo questo scollamento perché le elezioni rappresentano un chiaro controfattuale rispetto alle rilevazioni precedenti. Non per tutti i sondaggi siamo in grado di fare questa prova del 9. Pensiamo ai numeri resi noti recentemente sul gradimento di Trump: stiamo dando per scontato che siano attendibili gli stessi sondaggisti che solo tre mesi prima avevano sbagliato tutto. Questo è possibile perché non ci sono, nel futuro immediato, elezioni in grado di dimostrare se questi numeri siano reali oppure no».

I risultati elettorali di cui abbiamo parlato, però, sono sorprendenti solo in parte. L'analisi della Rete, infatti, può aiutare a colmare questo gap di informazioni e restituire una base di dati interessante su cui lavorare. Mentre i sondaggi tradizionali venivano respinti dagli intervistati, online era possibile osservare il comportamento degli elettori in un contesto in cui impulsività e anonimato rendevano più credibili le risposte ottenute. E così anche se larga parte dei modelli matematici basati sui sondaggi assegnava a Hillary Clinton più del 90% di possibilità di vincere le elezioni, il sentiment misurato in rete permetteva agli autori del saggio di identificare una partita molto più aperta, assegnando con certezza (e contro larga parte dei pronostici) l'Ohio e la Florida a Trump e segnalando come Michigan, Wisconsin e Pennsylvania sarebbero stati in bilico fino all'ultimo. Lo stesso si potrebbe dire della crescita del Movimento 5 Stelle nelle ultime settimane della campagna elettorale per le Politiche 2013 o del solido consenso che, nella stessa tornata elettorale, ha spinto Berlusconi e il centrodestra verso un sostanziale pareggio con la coalizione guidata dal Pd e da Bersani.

«L'errore che spesso si commette in Italia spiega ancora Curini è quello di considerare la rete come qualcosa di negativo a prescindere e di completamente scollegato dalla realtà. La dicotomia con il mondo offline, invece, non esiste: l'informazione, i comportamenti, le regole passano rapidamente da una parte all'altra. Per fare analisi accurate non basta, quindi, concentrarsi su pochi opinion leader ma bisogna avere la pazienza di analizzare l'universo online nella sua completezza».

Puntare sulla sentiment analysis non determina, automaticamente, la fine dei sondaggi o di altre forme di rilevazione statistica. Il nuovo orizzonte è piuttosto quello del data mash up: «unire diverse fonti e una pluralità di dati. Ogni fonte porta con sé un tasso di parzialità che, combinato a quello di altre fonti, può permettere di diminuire l'errore», riuscendo attraverso la Rete a rappresentare quel pezzo di elettorato che ormai i sondaggi non riescono più a mappare con precisione.

La lezione, insomma, è che in Italia, in Francia, in Gran Bretagna, negli Stati Uniti, la maggioranza silenziosa esiste ancora. Solo che ormai esprime se stessa soprattutto online. E, per chi la sa ascoltare, riesce a fare ancora parecchio rumore.

Perché siamo nell'era in cui buonista è un insulto. Un'umanità, impotente, rabbiosa, piena di odio. Che si identifica sempre di più con la cattiveria, con il male. E con i politici che ne fanno una bandiera, scrive Wlodek Golgkorn il 5 maggio 2017 su “L’Espresso". E se il Male non fosse, affatto banale? E se, contrariamente a quanto pensava Hanna Arendt (“La banalità del Male. Eichmann a Gerusalemme”), il Male non fosse risultato di stupidità e procedimenti burocratici, ma facesse parte della natura di ciascuno di noi e in periodi di crisi fosse pronto a manifestarsi sotto la forma del godimento per le sofferenze e la morte altrui? Partiamo da alcuni fatti, suggestioni, atmosfere. A cominciare dall’alto: vanno di moda politici che hanno demolito il politicamente corretto, che non disdegnano usare un linguaggio razzista, da Donald Trump a Marine Le Pen, da Frauke Petry a Gert Wilders, mentre per Matteo Salvini, ogni occasione è buona per invocare la Santa Ruspa, difendere la purezza delle nostre città contro la blasfemia dei kebab e spiegare che ogni empatia nei confronti di coloro che annegano nel Mar Mediterraneo (lui li definisce clandestini, ma noi parafrasando Primo Levi possiamo chiamarli i sommersi) è segno di “buonismo”. “Buonismo”, declinazione del Bene, da condannare per fare spazio al Male? Vedremo in seguito. Intanto, il settimanale “Vita” segnala un vertiginoso aumento di aggressioni a sfondo razzista in Italia, e viene da pensare al ragazzo bengalese, massacrato su un treno a Roma. Se non basta, quasi ogni mese scopriamo (grazie alle procure della Repubblica e alle testimonianze dei migranti) l’esistenza di personaggi che nei campi di raccolta dei profughi in Libia, di fronte quindi alle nostre finestre e con la nostra sebbene passiva complicità, uccidono, torturano, stuprano: non solo per soldi, ma per il piacere di uccidere, torturare e stuprare. I Pm di Milano hanno parlato di campi che ricordano i lager nazisti. E ancora; qualche settimana fa due buontemponi (si fa per dire) di Follonica hanno chiuso in una gabbia due donne rom che rovistavano nella spazzatura, hanno postato la scena, ai loro occhi comica, sui social media. Si sono guadagnati gli applausi del pubblico e un commento benevole del già citato capo della Lega. Salvini, in proposito ha usato la parola “frugatrici”. Virginia Raggi invece, sindaca della capitale, preoccupata del decoro della sua città, ha trovato un altro neologismo: “rovistaggio”. Vale per chi frequenta la spazzatura alla ricerca di mezzi di sostentamento. Il “rovistaggio”, ha detto la prima cittadina della città di papa Francesco, andrebbe vietato. Soffermiamoci sulle due parole: frugatrici e rovistaggio. È nella Bibbia il racconto delle spigolatrici: le frugatrici o rovistatrici odierne. Spigolatrice era Rut, bisnonna di re David e il diritto di spigolare è codificato nelle Scritture. È infatti antico come l’umanità l’uso per cui i poveri, gli affamati, i bisognosi hanno il diritto di frugare, rovistare, raccogliere quello che resta dal pasto degli abbienti. Il mendicante, così come lo Straniero, l’Altro, il Migrante, è lo specchio di noi stessi; ed è per questo che nella letteratura e nel mito è una figura nobile, sebbene inquietante. E allora che cosa ci sta succedendo? O meglio, sappiamo che il nesso tra progresso, benessere e democrazia è saltato; sappiamo che l’illuminismo e il razionalismo non producono solo il Bene. E quindi, in questo momento della crisi radicale del nostro essere società in Occidente, incontro a che cosa stiamo andando? E per dirla tutta: i demoni davvero albergano nell’animo di ciascuno di noi, come intuiva Dostoevskij? E se sì, il Male finirà per diventare il linguaggio corrente ed egemone? L’abbiamo chiesto a uno psicoanalista, a un poeta, a un uomo di teatro e a un filosofo. Giovanni Foresti è psicoanalista, appunto e psichiatra, insegna all’Università Bicocca di Milano. Dice: «Quando ci sentiamo impotenti proviamo a rovesciare la situazione riversando sull’Altro i sentimenti dell’odio che albergano dentro la nostra psiche. Pensiamo di poter uscire dalla situazione della vittima (dei poteri che non conosciamo, che ignoriamo) diventando delle specie di gorilla, minacciosi, forti, invincibili e irriflessivi». Spiega: «Nel momento in cui ci piace fare del Male, usiamo un altro registro emotivo, rispetto a quello abituale quando ci costringono a essere per bene e gentili. In quei momenti, le istanze sadiche prevalgono. E se agiamo in gruppo diventano dominanti, si trasformano in linguaggio corrente». E in concreto? «Siamo alla guerra di tutti contro tutti, perché non esistono più grandi narrazioni, in grado di spiegare il mondo, dare una speranza, elaborare il passato e preservare la memoria. E allora tanto vale essere “carogna”. E anche: posto che io non valgo niente o poco, insulto i profughi o gioisco per la loro sorte perché così penso che ci sia qualcuno che vale meno di me». In sostanza, il sadismo e la cattiveria, come meccanismo di difesa dal mondo, ma anche come strumento di potere. Ne parlano alcuni libri, pubblicati in queste settimane. “I fantasmi dell’Impero” di Marco Cosentino, Domenico Dodaro e Luigi Panella, uscito con Sellerio, racconta (sotto la forma di un giallo) di militari italiani in Etiopia che stuprano a uccidono donne, ammazzano bambini, incendiano villaggi non solo nel quadro della guerra coloniale (che di solito favorisce le peggiori atrocità), ma per il puro piacere di farlo. Per sentirsi appunto superiori ai “negri”. “La bellezza che resta” (Melville), è una meditazione su nichilismo, arte e morte, dove il critico letterario Fabrizio Coscia rievoca la vicenda della scuola di Beslan quando terroristi ceceni uccisero 186 bambini e costrinsero alcune madri a scegliere quali dei due o più figli far sopravvivere. “Il sacrificio del fuoco” (Giuntina) di Albrecht Goes parla della Germania anni Trenta. Emergono episodi di pura, sadica brutalità che non è funzionale ad altro che stabilire la presunta superiorità del piccolo boia (sottufficiali nazisti) che godono vedendo gli ebrei impauriti, bambini tristi e sofferenti, uomini ridotti allo status di non persone. E infine, in “Un mondo senza ebrei” (Mondadori), lo storico Alon Confino racconta come i nazisti abbiano voluto dar sfogo alle pulsioni sadiche e profonde di molti tedeschi; narra le umiliazioni ritualizzate e pubbliche subite dagli ebrei; si sofferma sulla gioia nel veder bruciare i libri sui roghi e insiste sul fatto che i seguaci di Hitler volessero estirpare il ricordo e la memoria della Torah e dell’ebraismo, perché la loro intenzione era abolire ogni etica che avesse a che fare con la trascendenza. Insomma, il Male come godimento nichilista e trasformazione della trasgressione in normalità. Ne sanno moltissimo gli intellettuali di Sarajevo, che durante le 1.425 giornate dell’assedio della città, con i vicini di casa diventati all’improvviso nemici e carnefici, hanno avuto tempo e modo per riflettere sulla malvagità umana. Ma non solo i nemici dichiarati erano i cattivi. Il poeta Marko Vesovic racconta un episodio: «Un giorno, mentre la popolazione era affamata, alcuni potenti locali portarono in una piazzetta un agnello. Lo cucinarono allo spiedo, annaffiato da birra, davanti a tutti. E lo mangiarono, godendo dello spettacolo che davano». Spiega: «Il potere, consiste nel far soffrire gli altri, nel farli sentire inferiori». Aggiunge: «Io e mia moglie (scomparsa poche settimane fa), abbiamo anche scoperto la sofferenza degli animali, abbiamo visto cani impazziti dalla fame, smarriti, terrorizzati. Non è differente dalla sofferenza degli umani». Annota: «Oggi, abbiamo una serie di democrazie “etniche”, nella ex Jugoslavia e l’ossessione identitaria, etnocentrica, non è altro che un’espressione della malvagità, della cattiveria; perché è la non volontà di riconoscere l’Altro come tuo pari». Parte invece da lontano Dzevan Karahasan, altro sarajavese, autore e regista di teatro e uno dei più acuti intellettuali del nostro continente. Cita Empedocle per cui l’uomo può pensare solo ciò che conosce e che ha visto. «Io ho visto il Male con i miei occhi», dice. Spiega: «Il Male si manifesta quando l’uomo pensa di essere un piccolo dio. Quando succede questo, l’uomo è capace di radunare 74 suoi vicini di casa, chiuderli in un edificio, dargli fuoco, e goderne. Io l’ho visto in Bosnia. Non era un procedimento burocratico anonimo. Era il piacere di essere carnefice, un piccolo dio, appunto». Cita infine Baudelaire che considerava la risata, volgare, come qualcosa di diabolico: «Sì, in ognuno di noi è presente un elemento diabolico, non banale, e che viene fuori quando non conosciamo più i nostri limiti». Limiti? Quelli delle immagini sono stati aboliti, e da tempo. Lo dice Sergio Givone, filosofo, studioso dell’estetica e del nichilismo. «È la proliferazione delle immagini ad aver riportato il Male radicale al centro della nostra esperienza collettiva», dice. «L’immagine, moltiplicata, ripetuta, seriale diventa oscena, nel senso che non è più specchio di noi stessi e della nostra umanità, ma riporta a qualcosa d’altro». Riflette: «L’hanno capito bene i terroristi. L’11 settembre, dal punto di vista spettacolare assomigliava a un B-Movie, un film di serie B. Così, come le decapitazioni fatte dai militanti dell’Isis sono la messa in scena dei film dell’orrore». E ancora: «Il Male non fa più scandalo. È considerato un dato di fatto, un fenomeno da comprendere, ma senza indignazione». Torna alle immagini: «Ecco, nella proliferazione delle immagini oscene, l’altro non è più persona, ma solo corpo, nuda vita». E allora? «E allora la vita dell’altro, l’Altro è il nulla. Quando la sofferenza è una messa in scena tutto è possibile, tutto diventa questione di decoro, di ordine, e non dell’etica che deriva invece dalla trascendenza e quindi dal riconoscimento dell’Altro come assoluto». Ne sanno qualcosa in Argentina. Nel terreno dell’ex Esma, il principale centro delle torture sotto la dittatura, c’è oggi un memoriale. Nei sotterranei dell’edificio dove venivano tenuti i prigionieri, diventa palpabile la scena del film “Garage Olimpo” di Marco Bechis. Ecco: una donna nuda è legata al tavolo di ferro. Il boia chino sopra di lei. L’interrogatorio non serve a niente; è solo una gigantesca, mostruosa messa in scena; il teatro del Male; la rappresentazione del potere che non ha altro scopo che distruggere l’umanità dell’Altro e propria. Da questo punto di vista è peggio di Auschwitz. E per tornare a noi. Chi ride per le due “zingare” racchiuse in una gabbia, a chi fa schifo il rovistaggio, prima o poi rischia di creare tante Sarajevo e tante Esma.

Ammettiamolo: il pacifismo oggi è morto. Trump sgancia bombe in Afghanistan, minaccia la Corea del Nord e promette di entrare nel conflitto siriano. E non si vede un solo corteo di opposizione. Ecco perché, scrive Gigi Riva il 5 maggio 2017 su "L'Espresso". Essere pacifisti con le guerre degli altri è facile. Si testimonia un’opposizione di principio, astratta come la lontananza. Più complicato essere pacifisti quando si ha la sensazione di avere la guerra in casa. È il caso dell’Occidente oggi. La neutralità diventa un lusso che non ci si può permettere, scompaiono i grigi, vincono le posizioni nette. Ogni tentennamento davanti a un’aggressione viene bollato come intelligenza col nemico, il rifiuto delle armi una complicità tecnica: e si diventa delle “quinte colonne”. Il pacifismo è un “ismo” che chiama l’assoluto. È, o almeno è stato nella sua versione recente, “senza se e senza ma”. Non contempla nemmeno il pronto soccorso. La sua variante metadonica è la non violenza, predicata e praticata, in Italia, quasi esclusivamente dal partito radicale. Prevede che le vittime abbiano il diritto-dovere di difendersi davanti a un’aggressione. Fu anche la “scandalosa” posizione di Giovanni Paolo II. Questa rigidità ideologica mette il pacifismo fuorigioco quando c’è il nemico alle porte. In mancanza di una possibile diversa elaborazione, ammaina le sue bandiere e le ripone in cantina in vista di tempi migliori. Lo abbiamo visto. Donald Trump, come un dottor Stranamore, sgancia la superbomba in Afghanistan, minaccia la Corea del Nord, dice di voler entrare nella mischia siriana, altro ancora promette: e non si vede un corteo. Purtroppo, viene da aggiungere, perché se era deleterio un eccesso di pacifismo, è ugualmente nefasta un’assenza di pacifismo. La Terza guerra mondiale a pezzi (papa Francesco dixit) ci induce a far apparentare ogni conflitto. Non è così e bisognerebbe rimboccarsi le maniche, distinguere caso per caso, per decidere quando il ricorso all’arsenale aumenta o riduce il livello di violenza. Invece, se tutto è uguale, nessuno corre il rischio di essere additato come colui che vuole disarmare la mano in grado di colpire lo Stato islamico, sanguinario e genocida (degli ezidi). Il Califfo assassino è la carta assorbente dei dubbi. Alla dimensione psicologica e contingente, se ne aggiunge una politica per spiegare la fine momentanea del movimento arcobaleno. Esattamente 14 anni fa subì una sconfitta storica, quando portò in piazza cento milioni di persone (un milione in Italia) per fermare, senza riuscirci, l’armata di George W. Bush e dei “volenterosi” che stavano con lui per invadere l’Iraq. Allora esisteva ancora nel mondo la sinistra. Una sua declinazione era orientata al pacifismo e si era trovata i suoi pensatori, pur dimentichi del fatto che una loro icona indiscussa, il Che Guevara, portava il fucile. La sinistra è in crisi, il pacifismo è morto. Persino chi lo osteggiava non si deve sentire molto bene: manca l’Altro, cioè la dialettica.

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

Dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  Il Potere ti impone: subisci e taci…e noi, coglioni, subiamo la divisione per non poterci ribellare.

Una locuzione latina, un motto degli antichi romani, è: dividi et impera! Espediente fatto proprio dal Potere contemporaneo, dispotico e numericamente modesto, per controllare un popolo, provocando rivalità e fomentando discordie.

Comunisti, e media a loro asserviti, istigano le rivalità.

Dove loro vedono donne o uomini, io vedo persone con lo stesso problema.

Dove loro vedono lgbti o eterosessuali, io vedo amanti con lo stesso problema.

Dove loro vedono bellezza o bruttezza, io vedo qualcosa che invecchierà con lo stesso problema.

Dove loro vedono madri o padri, io vedo genitori con lo stesso problema.

Dove loro vedono comunisti o fascisti, io vedo elettori con lo stesso problema.

Dove loro vedono settentrionali o meridionali, io vedo cittadini italiani con lo stesso problema.  

Dove loro vedono interisti o napoletani, io vedo tifosi con lo stesso problema.

Dove loro vedono ricchi o poveri, io vedo contribuenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono immigrati o indigeni, io vedo residenti con lo stesso problema.

Dove loro vedono pelli bianche o nere, io vedo individui con lo stesso problema.

Dove loro vedono cristiani o mussulmani, io vedo gente che nasce senza volerlo, muore senza volerlo e vive una vita di prese per il culo.

Dove loro vedono colti od analfabeti, io vedo discultura ed oscurantismo, ossia ignoranti con lo stesso problema.

Dove loro vedono grandi menti o grandi cazzi, io vedo geni o cazzoni con lo stesso problema.

L’astensione al voto non basta. Come la protesta non può essere delegata ad una accozzaglia improvvisata ed impreparata. Bisogna fare tabula rasa dei vecchi principi catto comunisti, filo massonici-mafiosi.

Noi siamo un unicum con i medesimi problemi, che noi stessi, conoscendoli, possiamo risolvere. In caso contrario un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Ed io non sarò tra quei coglioni che voteranno dei coglioni.

La legalità è un comportamento conforme alla legge. Legalità e legge sono facce della stessa medaglia.

Nei regimi liberali l’azione normativa per intervento statale, per regolare i rapporti tra Stato e cittadino ed i rapporti tra cittadini, è limitata. Si lascia spazio all’evolvere naturale delle cose. La devianza è un’eccezione, solo se dannosa per l'equilibrio sociale.

Nei regimi socialisti/comunisti/populisti l’intervento statale è inflazionato da miriadi di leggi, oscure e sconosciute, che regolano ogni minimo aspetto della vita dell’individuo, che non è più singolo, ma è massa. Il cittadino diventa numero di pratica amministrativa, di cartella medica, di fascicolo giudiziario. Laddove tutti si sentono onesti ed occupano i posti che stanno dalla parte della ragione, c’è sempre quello che si sente più onesto degli altri, e ne limita gli spazi. In nome di una presunta ragion di Stato si erogano miriadi di norme sanzionatrici limitatrici di libertà, spesso contrastati, tra loro e tra le loro interpretazioni giurisprudenziali. Nel coacervo marasma normativo è impossibile conformarsi, per ignoranza o per necessità. Ne è eccezione l'indole. Addirittura il legislatore è esso medesimo abusivo e dichiarato illegittimo dalla stessa Corte Costituzionale, ritenuto deviante dalla suprema Carta. Le leggi partorite da un Parlamento illegale, anch'esse illegali, producono legalità sanzionatoria. Gli operatori del diritto manifestano pillole di competenza e perizia pur essendo essi stessi cooptati con concorsi pubblici truccati. In questo modo aumentano i devianti e si è in pochi ad essere onesti, fino alla assoluta estinzione. In un mondo di totale illegalità, quindi, vi è assoluta impunità, salvo l'eccezione del capro espiatorio, che ne conferma la regola. Ergo: quando tutto è illegale, è come se tutto fosse legale.

L’eccesso di zelo e di criminalizzazione crea un’accozzaglia di organi di controllo, con abuso di burocrazia, il cui rimedio indotto per sveltirne l’iter è la corruzione.

Gli insani ruoli, politici e burocratici, per giustificare la loro esistenza, creano criminali dove non ne esistono, per legge e per induzione.

Ergo: criminalizzazione = burocratizzazione = tassazione-corruzione.

Allora, si può dire che è meglio il laissez-faire (il lasciare fare dalla natura delle cose e dell’animo umano) che essere presi per il culo e …ammanettati per i polsi ed espropriati dai propri beni da un manipolo di criminali demagoghi ed ignoranti con un’insana sete di potere.

Prendiamo per esempio il fenomeno cosiddetto dell'abusivismo edilizio, che è elemento prettamente di natura privata. I comunisti da sempre osteggiano la proprietà privata, ostentazione di ricchezza, e secondo loro, frutto di ladrocinio. Sì, perchè, per i sinistri, chi è ricco, lo è perchè ha rubato e non perchè se lo è guadagnato per merito e per lavoro.

Il perchè al sud Italia vi è più abusivismo edilizio (e per lo più tollerato)? E’ presto detto. Fino agli anni '50 l'Italia meridionale era fondata su piccoli borghi, con case di due stanze, di cui una adibita a stalla. Paesini da cui all’alba si partiva per lavorare nelle o presso le masserie dei padroni, per poi al tramonto farne ritorno. La masseria generalmente non era destinata ad alloggio per i braccianti.

Al nord Italia vi erano le Cascine a corte o Corti coloniche, che, a differenza delle Masserie, erano piccoli agglomerati che contenevano, oltre che gli edifici lavorativi e magazzini, anche le abitazioni dei contadini. Quei contadini del nord sono rimasti tali. Terroni erano e terroni son rimasti. Per questo al Nord non hanno avuto la necessità di evolversi urbanisticamente. Per quanto riguardava gli emigrati bastava dargli una tana puzzolente.

Al Sud, invece, quei braccianti sono emigrati per essere mai più terroni. Dopo l'ondata migratoria dal sud Italia, la nuova ricchezza prodotta dagli emigranti era destinata alla costruzione di una loro vera e bella casa in terra natia, così come l'avevano abitata in Francia, Germania, ecc.: non i vecchi tuguri dei borghi contadini, nè gli alveari delle case ringhiera o dei nuovi palazzoni del nord Italia. Inoltre quei braccianti avevano imparato un mestiere, che volevano svolgere nel loro paese di origine, quindi avevano bisogno di costruire un fabbricato per adibirlo a magazzino o ad officina. Ma la volontà di chi voleva un bel tetto sulla testa od un opificio, si scontrava e si scontra con la immensa burocrazia dei comunisti ed i loro vincoli annessi (urbanistici, storici, culturali, architettonici, archeologici, artistici, ambientali, idrogeologici, di rispetto, ecc.), che inibiscono ogni forma di soluzione privata. Ergo: per il diritto sacrosanto alla casa ed al lavoro si è costruito, secondo i canoni di sicurezza e di vincoli, ma al di fuori del piano regolatore generale (Piano Urbanistico) inesistente od antico, altrimenti non si potrebbe sanare con ulteriori costi sanzionatori che rende l’abuso antieconomico. Per questo motivo si pagano sì le tasse per una casa od un opificio, che la burocrazia intende abusivo, ma che la stessa burocrazia non sana, nè dota quelle costruzioni, in virtù delle tasse ricevute e a tal fine destinate, di infrastrutture primarie: luce, strade, acqua, gas, ecc.. Da qui, poi, nasce anche il problema della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti. Burocrazia su Burocrazia e gente indegna ed incapace ad amministrarla.

Per quanto riguarda, sempre al sud, l'abusivismo edilizio sulle coste, non è uno sfregio all'ambiente, perchè l'ambiente è una risorsa per l'economia, ma è un tentativo di valorizzare quell’ambiente per far sviluppare il turismo, come fonte di sviluppo sociale ed economico locale, così come in tutte le zone a vocazione turistica del mediterraneo, che, però, la sinistra fa fallire, perchè ci vuole tutti poveri e quindi, più servili e assoggettabili. L'ambientalismo è una scusa, altrimenti non si spiega come al nord Italia si possa permettere di costruire o tollerare costruzioni alle pendici dei monti, o nelle valli scoscese, con pericolo di frane ed alluvioni, ma per gli organi di informazione nazionale, prevalentemente nordisti e razzisti e prezzolati dalla sinistra, è un buon viatico, quello del tema dell'abusivismo e di conseguenza della criminalità che ne consegue, o di quella organizzata che la si vede anche se non c'è o che è sopravalutata, per buttare merda sulla reputazione dei meridionali.

Prima della rivoluzione francese “L’Ancien Régime” imponeva: ruba ai poveri per dare ai ricchi.

Erano dei Ladri!!!

Dopo, con l’avvento dei moti rivoluzionari del proletariato e la formazione ideologica/confessionale dei movimenti di sinistra e le formazioni settarie scissioniste del comunismo e del fascismo, si impose il regime contemporaneo dello stato sociale o anche detto stato assistenziale (dall'inglese welfare state). Lo stato sociale è una caratteristica dei moderni stati di diritto che si fondano sul presupposto e inesistente principio di uguaglianza, in quanto possiamo avere uguali diritti, ma non possiamo essere ritenuti tutti uguali: c’è il genio e l’incapace, c’è lo stakanovista e lo scansafatiche, l’onesto ed il deviante. Il capitale di per sé produce reddito, anche senza il fattore lavoro. Lavoro e capitale messi insieme, producono ricchezza per entrambi. Il lavoro senza capitale non produce ricchezza. Il ritenere tutti uguali è il fondamento di quasi tutte le Costituzioni figlie dell’influenza della rivoluzione francese: Libertà, Uguaglianza, Solidarietà. Senza questi principi ogni stato moderno non sarebbe possibile chiamarlo tale. Questi Stati non amano la meritocrazia, né meritevoli sono i loro organi istituzionali e burocratici. Il tutto si baratta con elezioni irregolari ed a larga astensione e con concorsi pubblici truccati di cooptazione. In questa specie di democrazia vige la tirannia delle minoranze. L’egualitarismo è una truffa. E’ un principio velleitario detto alla “Robin Hood”, ossia: ruba ai ricchi per dare ai poveri.

Sono dei ladri!!!

Tra l’antico regime e l’odierno sistema quale è la differenza?

Sempre di ladri si tratta. Anzi oggi è peggio. I criminali, oggi come allora, saranno coloro che sempre si arricchiranno sui beoti che li acclamano, ma oggi, per giunta, ti fanno intendere di fare gli interessi dei più deboli.

Non diritto al lavoro, che, come la manna, non cade dal cielo, ma diritto a creare lavoro. Diritto del subordinato a diventare titolare. Ma questo principio di libertà rende la gente libera nel produrre lavoro e ad accumulare capitale. La “Libertà” non è statuita nell’articolo 1 della nostra Costituzione catto comunista. Costituzioni che osannano il lavoro, senza crearne, ma foraggiano il capitale con i soldi dei lavoratori.

Le confessioni comuniste/fasciste e clericali ti insegnano: chiedi e ti sarà dato e comunque, subisci e taci!

Io non voglio chiedere niente a nessuno, specie ai ladri criminali e menzogneri, perché chi chiede si assoggetta e si schiavizza nella gratitudine e nella riconoscenza. 

Una vita senza libertà è una vita di merda…

Cultura e cittadinanza attiva. Diamo voce alla piccola editoria indipendente.

Collana editoriale “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo”. Una lettura alternativa per l’estate, ma anche per tutto l’anno. L’autore Antonio Giangrande: “Conoscere per giudicare”.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI.

La collana editoriale indipendente “L’Italia del Trucco, l’Italia che siamo” racconta un’Italia inenarrabile ed inenarrata.

È così, piaccia o no ai maestrini, specie quelli di sinistra. Dio sa quanto gli fa torcere le budella all’approcciarsi del cittadino comune, ai cultori e praticanti dello snobismo politico, imprenditoriale ed intellettuale, all’élite che vivono giustificatamente separati e pensosi, perennemente con la puzza sotto il naso.

Il bello è che, i maestrini, se è contro i loro canoni, contestano anche l’ovvio.

Come si dice: chi sa, fa; chi non sa, insegna.

In Italia, purtroppo, vigono due leggi.

La prima è la «meritocrazia del contenuto». Secondo questa regola tutto quello che non è dichiaratamente impegnato politicamente è materia fecale. La conseguenza è che, per dimostrare «l'impegno», basta incentrare tutto su un contenuto e schierarsene ideologicamente a favore: mafia, migranti, omosessualità, ecc. Poi la forma non conta, tantomeno la realtà della vita quotidiana. Da ciò deriva che, se si scrive in modo neutro (e quindi senza farne una battaglia ideologica), si diventa non omologato, quindi osteggiato o emarginato o ignorato.

La seconda legge è collegata alla prima. La maggior parte degli scrittori nostrani si è fatta un nome in due modi. Primo: rompendo le balle fin dall'esordio con la superiorità intellettuale rispetto alle feci che sarebbero i «disimpegnati».

Secondo modo per farsi un nome: esordire nella medietà (cioè nel tanto odiato nazional-popolare), per poi tentare il salto verso la superiorità.

Il copione lo conosciamo: a ogni gaffe di cultura generale scatta la presa in giro. Il problema è che a perderci sono proprio loro, i maestrini col ditino alzato. Perché è meno grave essere vittime dello scadimento culturale del Paese che esserne responsabili. Perché, nonostante le gaffe conclamate e i vostri moti di sdegno e scherno col ditino alzato su congiuntivi, storia e geografia, gli errori confermano a pieno titolo come uomini di popolo, gente comune, siano vittime dello scadimento culturale del Paese e non siano responsabili di una sub cultura menzognera omologata e conforme. Forse alla gente comune rompe il cazzo il sentire le prediche e le ironie di chi - lungi dall’essere anche solo avvicinabile al concetto di élite - pensa di saperne un po’ di più. Forse perché ha avuto insegnanti migliori, o un contesto famigliare un po’ più acculturato, o il tempo di leggere qualche libro in più. O forse perchè ha maggior dose di presunzione ed arroganza, oppure occupa uno scranno immeritato, o gli si dà l’opportunità mediatica immeritata, che gli dà un posto in alto e l’opportunità di vaneggiare.

Non c'è nessun genio, nessun accademico tra i maestrini. Del resto, mai un vero intellettuale si permetterebbe di correggere una citazione errata, tantomeno di prenderne in giro l'autore. Solo gente normale con una cultura normale pure loro, con una alta dose di egocentrismo, cresciuti a pane, magari a videocassette dell’Unità di Veltroni e citazioni a sproposito di Pasolini. Maestrini che vedono la pagliuzza negli occhi altrui, pagliuzza che spesso non c'è neppure, e non hanno coscienza della trave nei loro occhi o su cui sono appoggiati.

Intervista all’autore, il dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.  

«Quando ero piccolo a scuola, come in famiglia, mi insegnavano ad adempiere ai miei doveri: studiare per me per sapere; lavorare per la famiglia; assolvere la leva militare per la difesa della patria; frequentare la chiesa ed assistere alla messa domenicale; ascoltare i saggi ed i sapienti per imparare, rispettare il prossimo in generale ed in particolare i più grandi, i piccoli e le donne, per essere rispettato. La visita giornaliera ai nonni ed agli zii era obbligatoria perché erano subgenitori. I cugini erano fratelli. Il saluto preventivo agli estranei era dovuto. Ero felice e considerato. L'elargizione dei diritti era un premio che puntuale arrivava. Contava molto di più essere onesti e solidali che non rivendicare o esigere qualcosa che per legge o per convenzione ti spettava. Oggi: si pretende (non si chiede) il rispetto del proprio (e non dell'altrui) diritto, anche se non dovuto; si parla sempre con imposizione della propria opinione; si fa a meno di studiare e lavorare o lo si impedisce di farlo, come se fosse un dovere, più che un diritto; la furbizia per fottere il prossimo è un dono, non un difetto. Non si ha rispetto per nessun'altro che non sia se stesso. Non esiste più alcun valore morale. Non c'è più Stato; nè Famiglia; nè religione; nè amicizia. Sui social network, il bar telematico, sguazzano orde di imbecilli. Quanto più amici asocial si hanno, più si è soli. Questa è l'involuzione della specie nella società moderna liberalcattocomunista».

Quindi, oggi, cosa bisogna sapere?

«Non bisogna sapere, ma è necessario saper sapere. Cosa voglio dire? Affermo che non basta studiare il sapere che gli altri od il Sistema ci propinano come verità e fermarci lì, perché in questo caso diveniamo quello che gli altri hanno voluto che diventassimo: delle marionette. E’ fondamentale cercare il retro della verità propinata, ossia saper sapere se quello che sistematicamente ci insegnano non sia una presa per il culo. Quindi se uno già non sa, non può effettuare la verifica con un ulteriore sapere di ricerca ed approfondimento. Un esempio per tutti. Quando si studia giurisprudenza non bisogna fermarsi alla conoscenza della norma ed eventualmente alla sua interpretazione. Bisogna sapere da chi e con quale maggioranza ideologica e perchè è stata promulgata o emanata e se, alla fine, sia realmente condivisa e rispettata. Bisogna conoscere il retro terra per capirne il significato: se è stata emessa contro qualcuno o a favore di qualcun'altro; se è pregna di ideologia o adottata per interesse di maggioranza di Governo; se è un'evoluzione storica distorsiva degli usi e dei costumi nazionali o influenzata da pregiudizi, o sia una conformità alla legislazione internazionale lontana dalla nostra cultura; se è stata emanata per odio...L’odio è un sentimento di rivalsa verso gli altri. Dove non si arriva a prendere qualcosa si dice che non vale. E come quel detto sulla volpe che non riuscendo a prendere l’uva disse che era acerba. Nel parlare di libertà la connessione va inevitabilmente ai liberali ed alla loro politica di deburocratizzazione e di delegificazione e di liberalizzazione nelle arti, professioni e nell’economia mirante all’apoteosi della meritocrazia e della responsabilità e non della inadeguatezza della classe dirigente. Lo statalismo è una stratificazione di leggi, sanzioni e relativi organi di controllo, non fini a se stessi, ma atti ad alimentare corruttela, ladrocinio, clientelismo e sopraffazione dei deboli e degli avversari politici. Per questo i liberali sono una razza in estinzione: non possono creare consenso in una massa abituata a pretendere diritti ed a non adempiere ai doveri. Fascisti, comunisti e clericali sono figli degeneri di una stessa madre: lo statalismo ed il centralismo. Si dicono diversi ma mirano tutti all’assistenzialismo ed alla corruzione culturale per influenzare le masse: Panem et circenses (letteralmente «pane e [giochi] circensi») è una locuzione latina piuttosto nota e spesso citata, usata nell'antica Roma e al giorno d'oggi per indicare in sintesi le aspirazioni della plebe (nella Roma di età imperiale) o della piccola borghesia, o d'altro canto in riferimento a metodi politici bassamente demagogici. Oggi la politica non ha più credibilità perchè non è scollegata dall’economia e dalle caste e dalle lobbies che occultamente la governano, così come non sono più credibili i loro portavoce, ossia i media di regime, che tanto odiano la "Rete". Internet, ormai, oggi, è l'unico strumento che permette di saper sapere, dando modo di scoprire cosa c'è dietro il fronte della medaglia, ossia cosa si nasconda dietro le fake news (bufale) di Stato o dietro la discultura e l'oscurantismo statalista».

Cosa racconta nei suoi libri?

«Sono un centinaio di saggi di inchiesta composti da centinaia di pagine, che raccontano di un popolo difettato che non sa imparare dagli errori commessi. Pronto a giudicare, ma non a giudicarsi. I miei libri raccontato l’indicibile. Scandali, inchieste censurate, storie di ordinaria ingiustizia, di regolari abusi e sopraffazioni e di consueta omertà. Raccontano, attraverso testimonianze e documenti, per argomento e per territorio, i tarli ed i nei di una società appiattita che aspetta il miracolo di un cambiamento che non verrà e che, paradosso, non verrà accettato. In più, come chicca editoriale, vi sono i saggi con aggiornamento temporale annuale, pluritematici e pluriterritoriali. Tipo “Selezione dal Reader’s Digest”, rivista mensile statunitense per famiglie, pubblicata in edizione italiana fino al 2007. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi nei saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali di distribuzione internazionale in forma Book o E-book. Canali di pubblicazione e di distribuzione come Amazon o Google libri. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche. I testi hanno una versione video sui miei canali youtube».

Qual è la reazione del pubblico?

«Migliaia sono gli accessi giornalieri alle letture gratuite di parti delle opere su Google libri e decine di migliaia sono le pagine lette ogni giorno. Accessi da tutto il mondo, nonostante il testo sia in lingua italiana e non sia un giornale quotidiano. Si troveranno, anche, delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato».

Perché è poco conosciuto al grande pubblico generalista?

«Perché sono diverso. Oggi le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili sono emarginati o ignorati. Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti. In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo. Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso. Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte. Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”».

Qual è la sua missione?

«“Chi non conosce la verità è uno sciocco, ma chi, conoscendola, la chiama bugia, è un delinquente…Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati. Ci sono uomini che lottano un giorno e sono bravi, altri che lottano un anno e sono più bravi, ci sono quelli che lottano più anni e sono ancora più bravi, però ci sono quelli che lottano tutta la vita: essi sono gli indispensabili”. Citazioni di Bertolt Brecht. Rappresentare con verità storica, anche scomoda ai potenti di turno, la realtà contemporanea, rapportandola al passato e proiettandola al futuro. Per non reiterare vecchi errori. Perché la massa dimentica o non conosce. Denuncio i difetti e caldeggio i pregi italici. Perché non abbiamo orgoglio e dignità per migliorarci e perché non sappiamo apprezzare, tutelare e promuovere quello che abbiamo ereditato dai nostri avi. Insomma, siamo bravi a farci del male e qualcuno deve pur essere diverso!»

Perché è orgoglioso di essere diverso?

«E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta...” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso...” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale».

Dr. Antonio Giangrande. Orgoglioso di essere diverso.

La massa ti considera solo se hai e ti votano solo se dai. Nulla vali se tu sai. Victor Hugo: "Gli uomini ti stimano in rapporto alla tua utilità, senza tener conto del tuo valore." Le persone si stimano e si rispettano in base al loro grado di utilità materiale, tangibile ed immediata, da rendere agli altri e non, invece, al loro valore intrinseco ed estrinseco intellettuale. Per questo gli inutili da sempre, pur con altissimo valore, sono emarginati o ignorati, inibendone, ulteriormente, l’utilità.

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Fa quello che si sente di fare e crede in quello che si sente di credere.

La Democrazia non è la Libertà.

La libertà è vivere con libero arbitrio nel rispetto della libertà altrui.

La democrazia è la dittatura di idioti che manipolano orde di imbecilli ignoranti e voltagabbana.

Cattolici e comunisti, le chiese imperanti, impongono la loro libertà, con la loro morale, il loro senso del pudore ed il loro politicamente corretto.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Facciamo sempre il solito errore: riponiamo grandi speranze ed enormi aspettative in piccoli uomini senza vergogna.

Un altro errore che commettiamo è dare molta importanza a chi non la merita.

"Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza". Dante, Inferno XXVI

Le pecore hanno paura dei lupi, ma è il loro pastore che le porta al macello.

Da sociologo storico ho scritto dei saggi dedicati ad ogni partito o movimento politico italiano: sui comunisti e sui socialisti (Craxi), sui fascisti (Mussolini), sui cattolici (Moro) e sui moderati (Berlusconi), sui leghisti e sui pentastellati. Il sottotitolo è “Tutto quello che non si osa dire. Se li conosci li eviti.” Libri che un popolo di analfabeti mai leggerà.

Da queste opere si deduce che ogni partito o movimento politico ha un comico come leader di riferimento, perché si sa: agli italiani piace ridere ed essere presi per il culo. Pensate alle battute di Grillo, alle barzellette di Berlusconi, alle cazzate di Salvini, alle freddure della Meloni, alle storielle di Renzi, alle favole di D’Alema e Bersani, ecc. Partiti e movimenti aventi comici come leader e ladri come base.

Gli effetti di avere dei comici osannati dai media prezzolati nei tg o sui giornali, anziché vederli esibirsi negli spettacoli di cabaret, rincoglioniscono gli elettori. Da qui il detto: un popolo di coglioni sarà sempre amministrato o governato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Per questo non ci lamentiamo se in Italia mai nulla cambia. E se l’Italia ancora va, ringraziamo tutti coloro che anziché essere presi per il culo, i comici e la loro clack (claque) li mandano a fanculo.

Antonio Giangrande, scrittore, accademico senza cattedra universitaria di Sociologia Storica, giornalista ed avvocato non abilitato. "Prima di giudicare la mia vita o il mio carattere mettiti le mie scarpe, percorri il cammino che ho percorso io, vivi i miei dolori, i miei dubbi, le mie risate...vivi gli anni che ho vissuto io e cadi là dove sono caduto io e rialzati come ho fatto io. Ognuno ha la propria storia. E solo allora mi potrai giudicare." Luigi Pirandello.

Dapprima ti ignorano. Poi ti deridono. Poi ti emarginano. Poi ti combattono. Tu sei solo, ma non per sempre. Loro sono tanti, ma non per sempre. Ed allora sarai vincente, ma solo dopo la tua morte. I primi a combatterti sono i prossimi parenti ed i compaesani ed allor "non ragioniam di loro, ma guarda e passa" (Dante Alighieri). “Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi”. Mt 13, 54-58.

Se si disprezza quello che gli altri sono e fanno, perché, poi, si è come gli altri e si osteggiano i diversi?

"C’è un’azione peggiore che quella di togliere il diritto di voto al cittadino e consiste nel togliergli la voglia di votare.” (R. Sabatier)

«La disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il dubbio che vivere onestamente sia inutile» - Corrado Alvaro, Ultimo diario, 1961.

Vivere senza leggere, o senza sfogliare i libri giusti scritti fuori dal coro o vivere studiando dai saggi distribuiti dal sistema di potere catto comunista savoiardo nelle scuole e nelle università, è molto pericoloso. Ciò ti obbliga a credere a quello che dicono gli altri interessati al Potere e ti conforma alla massa. Allora non vivi da uomo, ma da marionetta.

Se scrivi e dici la verità con il coraggio che gli altri non hanno, il risultato non sarà il loro rinsavimento ma l’essere tu additato come pazzo. Ti scontri sempre con la permalosità di magistrati e giornalisti e la sornionità degli avvocati avvezzi solo ai loro interessi. Categorie di saccenti che non ammettono critiche. Se scrivi e sei del centro-nord Italia, i conterranei diranno: che bel libro, bravo, è uno di noi. Se scrivi e sei del centro-sud Italia i conterranei diranno: quel libro l’avrei scritto anch’io, anzi meglio, ma sono solo cazzate. Chi siamo noi? Siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. Da bambini i genitori ci educavano secondo i loro canoni, fino a che abbiamo scoperto che era solo il canone di poveri ignoranti. Da studenti i maestri ci istruivano secondo il loro pensiero, fino a che abbiamo scoperto che era solo il pensiero di comunisti arroganti. Prima dell’ABC ci insegnavano “Bella Ciao”. Da credenti i ministri di culto ci erudivano sulla confessione religiosa secondo il loro verbo, fino a che abbiamo scoperto che era solo la parola di pedofili o terroristi. Da lettori e telespettatori l’informazione (la claque del potere) ci ammaestrava all’odio per il diverso ed a credere di vivere in un paese democratico, civile ed avanzato, fino a che abbiamo scoperto che si muore di fame o detenuti in canili umani. Da elettori i legislatori ci imponevano le leggi secondo il loro diritto, fino a che abbiamo scoperto che erano solo corrotti, mafiosi e massoni. Ecco, appunto: siamo i “coglioni” che altri volevano che fossimo o potessimo diventare. E se qualcuno non vuol essere “coglione” e vuol cambiare le cose, ma non ci riesce, vuol dire che è “coglione” lui e non lo sa, ovvero è circondato da amici e parenti “coglioni”.

John Keating: Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo. Sono salito sulla cattedra per ricordare a me stesso che dobbiamo sempre guardare le cose da angolazioni diverse. E il mondo appare diverso da quassù. Non vi ho convinti? Venite a vedere voi stessi. Coraggio! È proprio quando credete di sapere qualcosa che dovete guardarla da un'altra prospettiva. Carpe diem. Cogliete l'attimo, ragazzi... Rendete straordinaria la vostra vita!

Gerard Pitts: Cogli la rosa quando è il momento, che il tempo, lo sai, vola e lo stesso fiore che sboccia oggi, domani appassirà. John Keating: Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino: noi leggiamo e scriviamo poesie perché siamo membri della razza umana; e la razza umana è piena di passione. Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento; ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l'amore, sono queste le cose che ci tengono in vita. Dal film L'attimo fuggente (Dead Poets Society), film del 1989 diretto da Peter Weir e con protagonista Robin Williams.

Studiare non significa sapere, volere non significa potere. Ai problemi non si è capaci di trovare una soluzione che accontenti tutti, perché una soluzione per tutti non esiste. Alla fine nessuno è innocente, perché in questa società individualista, violenta e superficiale tutti sono colpevoli. Io ho preso la mia decisione mentre la totalità di voi non sa prenderne alcuna (anche nelle cose più semplici). Come potreste capire cosa è veramente importante nella vita? Non saprete mai se avete preso la decisione giusta perché non vi siete fidati di voi stessi. Accusate il sistema, ma il sistema è freddo inesorabile matematico, solo chi è deciso a raggiungere la riva la raggiungerà. Vi auguro tutto il meglio per la vostra vita. “Class Enemy”, di Rok Bicek film del 2013. 

Dr. Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, destinatario delle denunce presentate dai magistrati per tacitarlo e ricevente da tutta Italia di centinaia di migliaia di richieste di aiuto o di denunce di malefatte delle istituzioni. Ignorato dai media servi del potere.

Come far buon viso a cattivo gioco ed aspettare che dal fiume appaia il corpo del tuo nemico. "Subisci e taci" ti intima il Sistema. Non sanno, loro, che la vendetta è un piatto che si gusta freddo. E non si può perdonare...

Un padre regala al figlio un sacchetto di chiodi. “Tieni figliolo, ecco un sacchetto di chiodi. Piantane uno nello steccato Ogni volta che che perdi la pazienza e litighi con qualcuno perchè credi di aver subito un'ingiustizia” gli dice. Il primo giorno il figlio piantò ben 37 chiodi ma nelle settimane successive imparò a controllarsi e il numero di chiodi cominciò piano piano a diminuire. Aveva infatti scoperto che era molto più facile controllarsi che piantare chiodi e così arrivò un giorno in cui non ne piantò nemmeno uno. Andò quindi dal padre e gli disse che per quel giorno non aveva litigato con nessuno, pur essendo stato vittima d'ingiustizie e di soprusi, e non aveva piantato alcun chiodo. Il padre allora gli disse: “Benissimo figliolo, ora leva un chiodo dallo steccato per ogni giorno in cui non hai perso la pazienza e litigato con qualcuno”. Il figlio ascoltò e tornò dal padre dopo qualche giorno, comunicandogli che aveva tolto tutti i chiodi dallo steccato e che non aveva mai più perso la pazienza. Il padre lo portò quindi davanti allo steccato e guardandolo gli disse: “Figliolo, ti sei comportato davvero bene. Bravo. Ma li vedi tutti quei buchi? Lo steccato non potrà più tornare come era prima. Quando litighi con qualcuno, o quando questi ha usato violenza fisica o psicologica nei tuoi confronti, rimane una ferita come questi buchi nello steccato. Tu puoi piantare un coltello in un uomo e poi levarlo, e lo stesso può fare questi con te, ma rimarrà sempre una ferita. E non importa quante volte ti scuserai, o lui lo farà con te, la ferita sarà sempre lì. Una ferita verbale è come il chiodo nello steccato e fa male quanto una ferita fisica. Lo steccato non sarà mai più come prima. Quando dici le cose in preda alla rabbia, o quando altri ti fanno del male, si lasciano delle ferite come queste: come i buchi nello steccato. Possono essere molto profonde. Alcune si rimarginano in fretta, altre invece, potrebbero non rimarginare mai, per quanto si possa esserne dispiaciuti e si abbia chiesto scusa". 

Io non reagisco, ma mi si permetta di raccontare l'accaduto. Voglio far conoscere la verità sui chiodi piantati nelle nostre carni.

La mia esperienza e la mia competenza mi portano a pormi delle domande sulle vicende della vita presente e passata e sul perché del ripetersi di eventi provati essere dannosi all’umanità, ossia i corsi e i ricorsi storici. Gianbattista Vico, il noto filosofo napoletano vissuto fra il XVII e XVIII secolo elaborò una teoria, appunto dei corsi e ricorsi storici. Egli era convinto che la storia fosse caratterizzata dal continuo e incessante ripetersi di tre cicli distinti: l’età primitiva e divina, l’età poetica ed eroica, l’età civile e veramente umana. Il continuo ripetersi di questi cicli non avveniva per caso ma era predeterminato e regolamentato, se così si può dire, dalla provvidenza. Questa formulazione di pensiero è comunemente nota come “teoria dei corsi e dei ricorsi storici”. In parole povere, tanto per non essere troppo criptici, il Vico sosteneva che alcuni accadimenti si ripetevano con le medesime modalità, anche a distanza di tanto tempo; e ciò avveniva non per puro caso ma in base ad un preciso disegno stilato della divina provvidenza.” Io sono convinto, invece, che l’umanità dimentica e tende a sbagliare indotta dalla stupidità e dall’egoismo di soddisfare in ogni modo totalmente i propri bisogni in tempi e spazi con risorse limitate. Trovare il perché delle discrepanze dell’ovvio raccontato. Alle mie domando non mi do io stesso delle risposte. Le risposte le raccolgo da chi sento essere migliore di me e comunque tra coloro contrapposti con le loro idee sullo stesso tema da cui estrapolare il sunto significativo. Tutti coloro che scrivono, raccontano il fatto secondo il loro modo di vedere e lo ergono a verità. Ergo: stesso fatto, tanti scrittori, quindi, tanti fatti diversi. La mia unicità e peculiarità, con la credibilità e l’ostracismo che ne discende, sta nel raccontare quel fatto in un’unica sede e riportando i vari punti di vista. In questo modo svelo le mistificazioni e lascio solo al lettore l’arbitrio di trarne la verità da quei dati.

Voglio conoscere gli effetti, sì, ma anche le cause degli accadimenti: il post e l’ante. La prospettiva e la retrospettiva con varie angolazioni. Affrontare le tre dimensioni spaziali e la quarta dimensione temporale.

Si può competere con l’intelligenza, mai con l’idiozia. L’intelligenza ascolta, comprende e pur non condividendo rispetta. L’idiozia si dimena nell’Ego, pretende ragione non ascoltando le ragioni altrui e non guarda oltre la sua convinzione dettata dall’ignoranza. L’idiozia non conosce rispetto, se non pretenderlo per se stessa.

Quando fai qualcosa hai tutti contro: quelli che volevano fare la stessa cosa, senza riuscirci, impediti da viltà, incapacità, ignavia; quelli che volevano fare il contrario; e quelli, ossia la stragrande maggioranza, che non volevano fare niente.

Certe persone non sono importanti, siamo noi che, sbagliando, gli diamo importanza. E poi ci sono quelle persone che non servono ad un cazzo, non fanno un cazzo e si credono sto cazzo.

Correggi un sapiente ed esso diventerà più colto. Correggi un ignorante ed esso diventerà un tuo acerrimo nemico.

Molti non ti odiano perché gli hai fatto del male, ma perché sei migliore di loro.

Più stupido di chi ti giudica senza sapere nulla di te è colui il quale ti giudica per quello che gli altri dicono di te. Perché le grandi menti parlano di idee; le menti medie parlano di fatti; le infime menti parlano solo male delle persone.

E’ importante stare a posto con la propria coscienza, che è molto più importante della propria reputazione. La tua coscienza sei tu, la reputazione è ciò che gli altri pensano di te e quello che gli altri pensano di te è un problema loro.

Le bugie sono create dagli invidiosi, ripetute dai cretini e credute dagli idioti, perché un grammo di comportamento esemplare, vale un quintale di parole. Le menti mediocri condannano sempre ciò che non riescono a capire.

E se la strada è in salita, è solo perché sei destinato ad attivare in alto.

Ci sono persone per indole nate per lavorare e/o combattere. Da loro ci si aspetta tanto ed ai risultati non corrispondono elogi. Ci sono persone nate per oziare. Da loro non ci si aspetta niente. Se fanno poco sono sommersi di complimenti. Guai ad aspettare le lodi del mondo. Il mondo è un cattivo pagatore e quando paga lo fa sempre con l’ingratitudine.

Il ciclo vitale biologico della natura afferma che si nasce, si cresce, ci si riproduce, si invecchia e si muore e l’evoluzione fa vincere i migliori. Solo a noi umani è dato dare un senso alla propria vita.

Ergo. Ai miei figli ho insegnato:

Le ideologie, le confessioni, le massonerie vi vogliono ignoranti;

Le mafie, le lobbies e le caste vi vogliono assoggettati;

Le banche vi vogliono falliti;

La burocrazia vi vuole sottomessi;

La giustizia vi vuole prigionieri;

Siete nati originali…non morite fotocopia.

Siate liberi. Studiare, ma non fermarsi alla cultura omologata. La conoscenza è l'arma migliore per vincere. 

Antonio Giangrande, orgoglioso di essere diverso.

Lettera ad un amico che ha tentato la morte.

Le difficoltà rinforzano il carattere e certo quello che tu eri, oggi non lo sei.

Le difficoltà le affrontano tutti in modi diversi, come dire: in ogni casa c’è una croce. L’importante portarla con dignità. E la forza data per la soluzione è proporzionale all’intelligenza.

Per cui: x grado di difficoltà = x grado di intelligenza. 

Pensa che io volevo studiare per emergere dalla mediocrità, ma la mia famiglia non poteva.

Per poter studiare dovevo lavorare. Ma lavoro sicuro non ne avevo.

Per avere un lavoro sicuro dovevo vincere un concorso pubblico, che lo vincono solo i raccomandati.

Ho partecipato a decine di concorsi pubblici: nulla di fatto.

Nel “mezzo del cammin della mia vita”, a trentadue anni, avevo una moglie e due figli ed una passione da soddisfare.

La mia vita era in declino e le sconfitte numerose: speranza per il futuro zero!

Ho pensato ai miei figli e si è acceso un fuoco. Non dovevano soffrire anche loro.

Le difficoltà si affrontano con intelligenza: se non ce l’hai, la sviluppi.

Mi diplomo in un anno presso la scuola pubblica da privatista: caso unico.

Mi laureo alla Statale di Milano in giurisprudenza in due anni: caso raro.

Sembrava fatta, invece 17 anni per abilitarmi all’avvocatura senza successo per ritorsione di chi non accetta i diversi. Condannato all’indigenza e al discredito, per ritorsione dei magistrati e dei media a causa del mio essere diverso.

Mio figlio ce l’ha fatta ad abilitarsi a 25 anni con due lauree, ma è impedito all’esercizio a causa del mio disonore.

Lui aiuta gli altri nello studio a superare le incapacità dei docenti ad insegnare.

Io aiuto gli altri, con i miei saggi, ad essere orgogliosi di essere diversi ed a capire la realtà che li circonda.

Dalla mia esperienza posso dire che Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi o valutazioni lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

Per questo un popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni.

Quindi, caro amico, non guardare più indietro. Guarda avanti. Non pensare a quello che ti manca o alle difficoltà che incontri, ma concentrati su quello che vuoi ottenere. Se non lasci opere che restano, tutti di te si dimenticano, a prescindere da chi eri in vita.

Pensa che più difficoltà ci sono, più forte diventerai per superarle.

Volere è potere.

E sii orgoglioso di essere diverso, perché quello che tu hai fatto, tentare la morte, non è segno di debolezza. Ma di coraggio.

Le menti più eccelse hanno tentato o pensato alla morte. Quella è roba da diversi. Perché? Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Per questo bisogna vivere, se lo hai capito: per ribellione e per rivalsa!

Non si deve riporre in me speranze mal riposte.

Io posso dare solidarietà o prestare i miei occhi per leggere o le mie orecchie per sentire, ma cosa posso fare per gli altri, che non son stato capace di fare per me stesso?

Nessuno ha il potere di cambiare il mondo, perché il mondo non vuol essere cambiato.

Ho solo il potere di scrivere, senza veli ideologici o religiosi, quel che vedo e sento intorno a me. E’ un esercizio assolutamente soggettivo, che, d’altronde, non mi basta nemmeno a darmi da vivere.

E’ un lavoro per i posteri, senza remunerazione immediata.

Essere diversi significa anche essere da soli: senza un gruppo di amici sinceri o una claque che ti sostenga.

Il fine dei diversi non combacia con la meta della massa. La storia dimostra che è tutto un déjà-vu.

Tante volte ho risposto no ai cercatori di biografie personali, o ai sostenitori di battaglie personali. Tante volte, portatori delle loro bandiere, volevano eserciti per lotte personali, elevandosi a grado di generali.

La mia missione non è dimostrare il mio talento o le mie virtù rispetto agli altri, ma documentare quanto questi altri siano niente in confronto a quello che loro considerano di se stessi.

Quindi ritienimi un amico che sa ascoltare e capire, ma che nulla può fare o dare ad altri, perché nulla può fare o dare per se stesso.

Sono solo un Uomo che scrive e viene letto, ma sono un uomo senza Potere.

Dell’uomo saggio e giusto si segue l’esempio, non i consigli.

Se si è omologati (uguali) o conformati (simili) e si sta sempre dietro alla massa, non si sarà mai primi nella vita, perché ci sarà sempre il più furbo o il più fortunato a precederti.

In un mondo caposotto (sottosopra od alla rovescia) gli ultimi diventano i primi ed i primi sono gli ultimi. L’Italia è un Paese caposotto. Io, in questo mondo alla rovescia, sono l’ultimo e non subisco tacendo, per questo sono ignorato o perseguitato. I nostri destini in mano ai primi di un mondo sottosopra. Che cazzo di vita è?

Si nasce senza volerlo. Si muore senza volerlo. Si vive una vita di prese per il culo.

Dove si sentono alti anche i nani e dove anche i marescialli si sentono generali, non conta quanti passi fai e quali scarpe indossi, ma conta quante tracce lasci del tuo percorso.

Il difetto degli intelligenti è che sono spinti a cercare le risposte ai loro dubbi. Il pregio degli ignoranti è che non hanno dubbi e qualora li avessero sono convinti di avere già le risposte.

Un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Il ciclo vitale, in biologia, è l'intervallo tra il susseguirsi di generazioni di una specie. L'esistenza di ogni organismo si svolge secondo una sequenza ciclica di stadi ed eventi biologici, caratterizzata in base alla specie di appartenenza. Queste sequenze costituiscono i cosiddetti Cicli Biologici. Ogni essere vivente segue un ciclo vitale biologico composto dai seguenti stadi: nascita, crescita, riproduzione, senescenza e morte. Per quanto possa essere breve o corta la vita, nessun essere vivente preso singolarmente è immortale. Ma la sua specie diventa immortale attraverso la riproduzione e l'evoluzione. Gli esseri viventi si evolvono nel corso del tempo per potersi meglio adattare alla natura che li circonda. Attraverso la riproduzione le generazioni trasmettono i propri geni a quelle future. Durante questo passaggio le nuove generazioni possono assumere caratteristiche nuove o perderne alcune. Le differenze si traducono in vantaggi o in handicap per chi le possiede, agendo direttamente sul processo evolutivo tramite la selezione naturale degli individui. Le nuove caratteristiche che agevolano l'adattamento all'ambiente offrono all'individuo maggiori probabilità di sopravvivenza e, quindi, di riproduzione. E' innaturale non riprodursi. Senza riproduzione non vi è proseguimento ed evoluzione della specie. Senza riproduzione il ciclo vitale biologico cessa. Ciò ci rende mortali. Parlare in termini scientifici dell'eterosessualità e del parto, quindi di stati naturali, fa di me un omofobo ed un contrabortista, quindi un non-comunista? Cercare di informare i simili contro la deriva involutiva, fa di me un mitomane o pazzo? 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

E’ comodo definirsi scrittori da parte di chi non ha arte né parte. I letterati, che non siano poeti, cioè scrittori stringati, si dividono in narratori e saggisti. E’ facile scrivere “C’era una volta….” e parlare di cazzate con nomi di fantasia. In questo modo il successo è assicurato e non hai rompiballe che si sentono diffamati e che ti querelano e che, spesso, sono gli stessi che ti condannano. Meno facile è essere saggisti e scrivere “C’è adesso….” e parlare di cose reali con nomi e cognomi. Impossibile poi è essere saggisti e scrivere delle malefatte dei magistrati e del Potere in generale, che per logica ti perseguitano per farti cessare di scrivere. Devastante è farlo senza essere di sinistra. Quando si parla di veri scrittori ci si ricordi di Dante Alighieri e della fine che fece il primo saggista mondiale.

Da sempre diffido di chi, vestito da lupo, è pecora genuflessa alla magistratura. I saccenti giustizialisti dei 5 stelle che provino a proporre la figura del difensore civico giudiziario con poteri di magistrato, senza essere uno di loro, per poter metter le mani nelle carte dei fascicoli e poterle sparigliare. Io da anni mi batto inascoltato per questo. I signori dei 5 stelle non si degnano nemmeno di rispondere ai messaggi degli esperti: tanto san tutto loro. A sbraitare son bravi, ma a proporre leggi sensate, mi sa che non son capaci. Parlan solo di soldi, soldi, soldi ed onestà, certificata dai loro magistrati, e mai parlano di libertà ed opportunità senza concorsi ed esami pubblici truccati.

Ad ogni azione umana nefasta si trova sempre una giustificazione...lo si fa per le piante...lo si fa per gli animali...lo si fa per le persone! Ma, alla fine, rimane solo un'azione nefasta che fa male al prossimo...e, spesso, il prossimo siamo noi. A parte il partito preso, noi siamo tutti responsabili delle azioni nefaste di uno, quando gli permettiamo di farle.

Parlare nei miei libri del caso singolo del semplice cittadino significa incorrere nell’accusa di mitomania, pazzia o calunnia, oltre che nel disinteresse. Invece parlo di loro, delle istituzioni che delinquono impunite. Parlo della vera mafia. Cosa posso dire di più di quello che ho scritto e che altri non dicono? Credo che quanto divulgato possa essere di grande soddisfazione per le vittime, non potendo avere altro che quella in questa Italia con italiani di merda a cui interessa solo di loro stessi e se ne fottono degli altri.

Alla fine di noi rimane il nostro operato, checché gli altri ne dicano. E quello bisogna giudicare. Nasco da una famiglia umile e povera. Una di quelle famiglie dove la sfortuna è di casa. Non puoi permetterti di studiare, né avere amici che contano. Per questo il povero è destinato a fare il manovale o il contadino. Mi sono ribellato e contro la sorte ho voluto studiare, per salire nel mondo non mio. Per 17 anni ho cercato di abilitarmi nell’avvocatura. Non mi hanno voluto. Il mondo di sotto mi tiene per i piedi; il mondo di sopra mi calca la testa. In un esame truccato come truccati sono tutti i concorsi pubblici in Italia: ti abilitano se non rompi le palle. Tutti uguali nella mediocrità. Dal 1998 ho partecipato all’esame forense annuale. Sempre bocciato. Ho rinunciato a proseguire nel 2014 con la commissione presieduta dall’avv. Francesco De Jaco. L’avvocato di Cosima Serrano condannata con la figlia Sabrina Misseri per il delitto di Sarah Scazzi avvenuto ad Avetrana. Tutte mie compaesane. La Commissione d’esame di avvocato di Lecce 2014. La più serena che io abbia trovato in tutti questi anni. Ho chiesto invano a De Jaco di tutelare me, dagli abusi in quell’esame, come tutti quelli come me che non hanno voce. Se per lui Cosima è innocente contro il sentire comune, indotti a pensarla così dai media e dai magistrati, perché non vale per me la verità che sia vittima di un sistema che mi vuol punire per essermi ribellato? Si nega l’evidenza. 1, 2, 3 anni, passi. 17 anni son troppi anche per il più deficiente dei candidati. Ma gli effetti sono sotto gli occhi di tutti. Compiti non corretti, ma ritenuti tali in tempi insufficienti e senza motivazione e con quote prestabilite di abilitati.  Così per me, così per tutti. Gli avvocati abilitati negano l’evidenza.  Logico: chi passa, non controlla. Ma 17 anni son troppi per credere alla casualità di essere uno sfigato, specialmente perché i nemici son noti, specie se sono nelle commissioni d’esame. In carcere o disoccupato. Tu puoi gridare a squarciagola le ingiustizie, ma nessuno ti ascolta, in un mondo di sordi. Nessuno ti crede. Fino a che non capiti a loro. E in questa Italia capita, eccome se capita! La tua verità contro la verità del potere. Un esempio da raccontare. Ai figli non bisogna chiedere cosa vogliono fare da grandi. Bisogna dir loro la verità. Chiedergli cosa vorrebbero che gli permettessero di fare da grandi. Sono nato in quelle famiglie che, se ti capita di incappare nelle maglie della giustizia, la galera te la fai, anche da innocente. A me non è successo di andare in galera, pur con reiterati tentativi vani da parte della magistratura di Taranto, ma sin dal caso Tortora ho capito che in questa Italia in fatto di giustizia qualcosa non va. Pensavo di essere di sinistra, perché la sinistra è garantismo, ma non mi ritrovo in un’area dove si tollerano gli abusi dei magistrati per garantirsi potere ed impunità. E di tutto questo bisogna tacere. A Taranto, tra i tanti processi farsa per tacitarmi sulle malefatte dei magistrati, uno si è chiuso, con sentenza del Tribunale n. 147/2014, con l’assoluzione perché il fatto non sussiste e per non doversi procedere. Bene: per lo stesso fatto si è riaperto un nuovo procedimento ed è stato emesso un decreto penale di condanna con decreto del Gip. n. 1090/2014: ossia una condanna senza processo. Tentativo stoppato dall’opposizione.

Zittirmi sia mai. Pur isolato e perseguitato. Gli italiani son questi. Ognuno dia la sua definizione. Certo è che gli italiani non mi leggono, mi leggono i forestieri. Mi leggeranno i posteri. Tutto regolare: lo ha detto la tv, lo dicono i giudici. Per me, invece, è tutto un trucco. In un mondo di ladri nessuno vien da Marte. Tutti uguali: giudicanti e giudicati. E’ da decenni che studio il sistema Italia, a carattere locale come a livello nazionale. Da queste indagini ne sono scaturiti decine di saggi, raccolti in una collana editoriale "L'Italia del Trucco, l'Italia che siamo", letti in tutto il mondo, ma che mi sono valsi l’ostruzionismo dei media nazionali. Pennivendoli venduti ai magistrati, all’economia ed alla politica, ma che non impediscono il fatto che di me si parli su 200.000 siti web, come accertato dai motori di ricerca. Book ed E-Book che si possono trovare su Amazon.it, Lulu.com. CreateSpace.com e Google Libri, oltre che in forma di lettura gratuita e free vision video su www.controtuttelemafie.it , mentre la promozione del territorio è su www.telewebitalia.eu.

Ho la preparazione professionale per poter dire la sua in questioni di giustizia?

Non sono un giornalista, ma a quanto pare sono l’unico a raccontare tutti i fatti. Non sono un avvocato ma mi diletto ad evidenziare le manchevolezze di un sistema giudiziario a se stante. La mia emigrazione in piena adolescenza in Germania a 16 anni per lavorare; la mia laurea quadriennale in Giurisprudenza presa in soli due anni all’Università Statale di Milano, lavorando di notte e con moglie e due figli da mantenere, dopo aver conseguito il diploma da ragioniere in un solo anno da privatista presso un Istituto tecnico Statale e non privato, per non sminuirne l’importanza, portando tutti i 5 anni di corso; tutto ciò mi ha reso immune da ogni condizionamento culturale od ambientale. I miei 6 anni di esercizio del patrocinio legale mi hanno fatto conoscere le magagne di un sistema che non è riuscito a corrompermi. Per questo dal 1998 al 2014 non mi hanno abilitato alla professione di avvocato in un esame di Stato, che come tutti i concorsi pubblici ho provato, con le mie ricerche ed i miei libri, essere tutti truccati. Non mi abilitano. Perché non sono uguale agli altri, non perché son meno capace. Non mi abilitano perché vedo, sento e parlo. Ecco perché posso parlare di cose giuridiche in modo di assoluta libertà, senza condizionamento corporativistico, anche a certezza di ritorsione. E’ tutta questione di coscienza.

Alle sentenze irrevocabili di proscioglimento del Tribunale di Taranto a carico del dr Antonio Giangrande, già di competenza della dr.ssa Rita Romano, giudice di Taranto poi ricusata perché denunciata, si aggiunge il verbale di udienza dell’11 dicembre 2015 della causa n. 987/09 (1832/07 RGNR) del Tribunale di Potenza, competente su fatti attinenti i magistrati di Taranto, con il quale si dispone la perfezione della fattispecie estintiva del processo per remissione della querela nei confronti del dr Antonio Giangrande da parte del dr. Alessio Coccioli, già Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, poi trasferito alla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce. Remissione della querela volontaria, libera e non condizionata da alcun atto risarcitorio.

Il Dr Antonio Giangrande era inputato per il reato previsto e punito dall’art. 595 3° comma c.p. “perchè inviando una missiva a sua firma alla testata giornalistica La Gazzetta del Sud Africa e pubblicata sui siti internet lagazzettadelsudafrica.net, malagiustizia.eu, e associazionecontrotuttelemafie.org, offendeva l’onore ed il decoro del dr. Alessio Coccioli, Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, riportando in detto su scritto la seguente frase: “…il PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, ha reso lecito tale modus operandi (non rilasciare attestato di ricezione da parte dell’Ufficio Protocollo del Comune di Manduria ndr), motivandolo dal fatto che non è dannoso per il denunciante. Invece in denuncia si è fatto notare che tale usanza di recepimento degli atti, prettamente manduriana, può nascondere alterazioni procedurali in ambito concorsuale e certamente abusi a danno dei cittadini. Lo stesso PM Alessio Coccioli, inopportunamente delegando i carabinieri di Manduria, quali PG, per la colleganza con il comandante dei Vigili Urbani di Manduria, ha ritenuto le propalazioni del Giangrande, circa il concorso per Comandante dei Vigili Urbani, ritenuto truccato (perché il medesimo aveva partecipato e vinto in un concorso da egli stesso indetto e regolato in qualità di comandante pro tempore e dirigente dell’ufficio del personale), sono frutto di sue convinzioni non supportate da riscontri di natura obbiettiva e facendo conseguire tali riferimenti, al predetto dr. Coccioli, ad altre notazioni, contenute nello stesso scritto, nelle quali si denunciavano insabbiamenti, o poche richieste di archiviazioni strumentali attribuite ai magistrati della Procura della Repubblica di Taranto”.

Il Processo di Potenza, come i processi tenuti a Taranto, sono attinenti a reati di opinione. Lo stesso dr. Alessio Coccioli, una volta trasferito a Lecce, ha ritenuto che le opinioni espresse dal Dr Antonio Giangrande riguardo la Giustizia a Taranto non potessero continuare ad essere perseguite. 

Ultimo atto. Esame di Avvocato 2015. A Lecce uno su quattro ce l’ha fatta. Sono partiti in 1.108: la prova scritta è stata passata da 275 praticanti. Preso atto.....

All'attenzione dell'avv. Francesco De Jaco. Illustre avv. Francesco De Jaco, in qualità di Presidente della Commissione di Esame di Avvocato 2014-2015, chi le scrive è il dr Antonio Giangrande. E’ quel signore, attempato per i suoi 52 anni e ormai fuori luogo in mezzo ai giovani candidati, che in sede di esame le chiese, inopinatamente ed invano, Tutela. Tutela, non raccomandazione. Così come nel 2002 fu fatto inutilmente con l’avv. Luigi Rella, presidente di commissione e degli avvocati di Lecce. Tutela perché quel signore il suo futuro lo ha sprecato nel suo passato. Ostinatamente nel voler diventare avvocato ha perso le migliori occasioni che la vita possa dare. Aspettava come tutti che una abilitazione, alla mediocrità come è l’esame forense truccato, potesse, prima o poi, premiare anche lui. Pecori e porci sì, lui no! Quel signore ha aspettato ben 17 anni per, finalmente, dire basta. Gridare allo scandalo per un esame di Stato irregolare non si può. Gridare al complotto contro la persona…e chi gli crede. Eppure a Lecce c’è qualcuno che dice: “quello lì, l’avvocato non lo deve fare”. Qualcuno che da 17 anni, infastidito dal mio legittimo operato anche contro i magistrati, ha i tentacoli tanto lunghi da arrivare ovunque per potermi nuocere. Chi afferma ciò è colui il quale dimostra con i fatti nei suoi libri, ciò che, agli ignoranti o a chi è in mala fede, pare frutto di mitomania o pazzia. Guardi, la sua presidenza, in sede di scritto, è stata la migliore tra le 17 da me conosciute. Purtroppo, però, in quel di Brescia quel che si temeva si è confermato. Brescia, dove, addirittura, l’ex Ministro Mariastella Gelmini chiese scampo, rifugiandosi a Reggio Calabria per poter diventare avvocato. Il mio risultato delle prove fa sì che chiuda la fase della mia vita di aspirazione forense in bruttezza. 18, 18, 20. Mai risultato fu più nefasto e, credo, immeritato e punitivo. Sicuro, però, che tale giudizio non è solo farina del sacco della Commissione di esame di Brescia. Lo zampino di qualche leccese c’è! Avvocato… o magistrato… o entrambi…: chissà? Non la tedio oltre. Ho tentato di trovare Tutela, non l’ho trovata. Forse chiedevo troppo. Marcire in carcere da innocente o pagare fio in termini professionali, credo che convenga la seconda ipotesi. Questo è quel che pago nel mettermi contro i poteri forti istituzionali, che io chiamo mafiosi. Avvocato, grazie per il tempo che mi ha dedicato. Le tolgo il disturbo e, nel caso l’importasse, non si meravigli, se, in occasione di incontri pubblici, se e quando ci saranno, la priverò del mio saluto. Con ossequi.

Avetrana lì 26 giugno 2015. Dr Antonio Giangrande, scrittore per necessità.

E’ da scuola l’esempio della correzione dei compiti in magistratura, così come dimostrato, primo tra tutti gli altri, dall’avv. Pierpaolo Berardi, candidato bocciato. Elaborati non visionati, ma dichiarati corretti. L’avvocato astigiano Pierpaolo Berardi, classe 1964, per anni ha battagliato per far annullare il concorso per magistrati svolto nel maggio 1992. Secondo Berardi, infatti, in base ai verbali dei commissari, più di metà dei compiti vennero corretti in 3 minuti di media (comprendendo “apertura della busta, verbalizzazione e richiesta chiarimenti”) e quindi non “furono mai esaminati”. I giudici del tar gli hanno dato ragione nel 1996 e nel 2000 e il Csm, nel 2008, è stato costretto ad ammettere: “Ci fu una vera e propria mancanza di valutazione da parte della commissione”. Giudizio che vale anche per gli altri esaminati. In quell’esame divenne uditore giudiziario, tra gli altri, proprio Luigi de Magistris, giovane Pubblico Ministero che si occupò inutilmente del concorso farsa di abilitazione forense a Catanzaro: tutti i compiti identici e tutti abilitati. Al Tg1 Rai delle 20.00 del 1 agosto 2010 il conduttore apre un servizio: esame di accesso in Magistratura, dichiarati idonei temi pieni zeppi di errori di ortografia. La denuncia è stata fatta da 60 candidati bocciati al concorso 2008, che hanno spulciato i compiti degli idonei e hanno presentato ricorso al TAR per manifesta parzialità dei commissari con abuso del pubblico ufficio. Risultato: un buco nell'acqua. Questi magistrati, nel frattempo diventati dei, esercitano. Esperienza diretta dell'avvocato Giovanni Di Nardo che ha scoperto temi pieni di errori di ortografia giudicati idonei alle prove scritte del concorso in magistratura indetto nel 2013 le cui prove si sono tenute nel Giugno del 2014. Se trovate che sia vergognoso condividete il più possibile, non c'è altro da fare.

Concorsi Pubblici ed abilitazioni Truccati. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

CUORI, TRUFFE E MAZZETTE: È LA FARSA “CONCORSONI”, scrive Virginia Della Sala su "Il Fatto Quotidiano" il 15 agosto 2016. Erano in 6mila per 340 posti. Luglio 2015, concorso in magistratura, prova scritta. Passano in 368. Come in tutti i concorsi, gli altri sono esclusi. Stavolta però qualcosa va diversamente. “Appena ci sono stati comunicati i risultati, a marzo di quest’anno, abbiamo deciso di fare la richiesta di accesso agli atti. Abbiamo preteso di poter visionare non solo i nostri compiti ma anche quelli di tutti i concorrenti risultati idonei allo scritto”, spiega uno dei concorrenti, Lugi R. Milleduecento elaborati, scansionati e inviati tramite mail in un mese. Per richiederli, i candidati hanno dovuto acquistare una marca da bollo da 600 euro. Hanno optato per la colletta: 230 persone hanno pagato circa 3 euro a testa per capire come mai non avessero passato quel concorso che credevano fosse andato bene. E, soprattutto, per verificare cosa avessero di diverso i loro compiti da quelli di chi il concorso lo aveva superato. “Ci siamo accorti che su diversi compiti compaiono segni di riconoscimento: sottolineature, cancellature, strani simboli, schemi”. Anche il Fatto ha potuto visionarli: asterischi, note a piè di pagina, cancellature, freccette. In uno si contano almeno due cuoricini. In un altro, il candidato ha disegnato una stellina. “Ora non c’è molto che possiamo fare per opporci a questi risultati – spiega Luigi – visto che sono scaduti i termini per ricorrere al Tar. Inoltre, molti di noi stanno tentando di nuovo il concorso quest’anno. Ecco perché preferiamo non esporci molto mediaticamente”. 

IL RAPPORTO DI BANKITALIA. Eppure, decine di sentenze dimostrano come sia possibile richiedere l’annullamento anche per un solo puntino. “Cancellature, scarabocchi, codici alfanumerici. Decisamente un cuoricino è un segno distintivo per cui può essere sollecitata l’amministrazione – spiega l’avvocato Michele Bonetti –. Qui si parla di un concorso esteso. Ma mi è capitato di assistere persone che partecipavano a un concorso in cui, dei cinque candidati, c’era solo un uomo. Capirà che la grafia di un uomo è facilmente riconoscibile come tale”. Al di là delle scorrettezze, una ricerca della Banca d’Italia pubblicata qualche giorno fa ha dimostrato che in Italia, i concorsi pubblici non funzionano. O, per dirlo con le parole dei quattro economisti autori del dossier Incentivi e selezione nel pubblico impiego (Cristina Giorgiantonio, Tommaso Orlando, Giuliana Palumbo e Lucia Rizzica), “i concorsi non sembrano adeguatamente favorire l’ingresso dei candidati migliori e con il profilo più indicato”. Si parla di bandi frammentati a livello locale, di troppe differenze metodologiche tra le varie gare, di affanno nella gestione coordinata a livello nazionale. Tra il 2001 e il 2015, ad esempio, Regioni ed Enti locali hanno bandito quasi 19mila concorsi per assunzioni a tempo indeterminato, con una media di meno di due posizioni disponibili per concorso. Macchinoso anche il metodo: “Prove scritte e orali, prevalentemente volte a testare conoscenze teorico-nozionistiche” si legge nel paper. Ogni concorrente studia in media cinque mesi e oltre il 45 per cento dei partecipanti rinuncia a lavorare. Così, se si considera che solo nel 2014, 280mila individui hanno fatto domanda per partecipare a una selezione pubblica, si stima che il costo opportunità per il Paese è di circa 1,4 miliardi di euro l’anno. La conseguenza è che partecipa solo chi se lo può permettere e chi ha più tempo libero per studiare. Anche perché si preferisce la prevalenza di quesiti “nozionistici” che però rischiano di “inibire la capacità dei responsabili dell’organizzazione di valutare il possesso, da parte dei candidati, di caratteristiche pur rilevanti per le mansioni che saranno loro affidate, quali le ambizioni di carriera e la motivazione intrinseca”. A tutto questo si aggiungono l’eccesso delle liste degli idonei – il loro smaltimento determina “l’irregolarità della cadenza” dei concorsi e quindi l’incertezza e l’incostanza dell’uscita dei bandi, dice il dossier. 

LA BEFFA SICILIANA. Palermo, concorsone scuola per la classe di sostegno nelle medie. Quest’anno, forse per garantire l’anonimato e l’efficienza, il concorso è stato computer based: domande e risposte al pc. Poi, tutto salvato su una penna usb con l’attribuzione di un codice a garanzia dell’anonimato. Eppure, la settimana scorsa i 32 candidati che hanno svolto la prova all’istituto Pio La Torre a fine maggio sono stati riconvocati nella sede. Dovevano indicare e ricordarsi dove fossero seduti il giorno dell’esame perché, a quanto pare, erano stati smarriti i documenti che avrebbero permesso di abbinare i loro compiti al loro nome. “È assurdo – commenta uno dei docenti – sembra una barzelletta: dovremmo fare ricorso tutti insieme, unirci e costringere una volta per tutte il Miur ad ammettere che forse non si era ancora pronti per questa svolta digitale”. 

IL VOTO SUL COMPITO CHE NON È MAI STATO FATTO. Maria Teresa Muzzi è invece una docente che si era iscritta al concorso nel Lazio ma poi aveva deciso di non parteciparvi. Eppure, il 2 agosto, ha ricevuto la convocazione per la prova orale per la classe di concorso di lettere e, addirittura, un voto per uno scritto che però non ha mai fatto: 30,4. Avrebbe potuto andare a fare l’orale con la carta d’identità e ottenere una cattedra, mentre il legittimo concorrente avrebbe perso la sua chance di cambiare vita. Ha deciso di non farlo e ancora si attende la risposta dell’ufficio scolastico regionale che spieghi come sia stato possibile un errore del genere. In Liguria per la classe di concorso di sostegno nella scuola secondaria di I grado, l’ufficio scolastico regionale ha disposto la revoca della nomina della Commissione giudicatrice e l’annullamento di tutti i suoi atti perché sarebbero emersi “errori che possono influire sull’esito degli atti e delle operazioni concorsuali”. I candidati ancora attendono di avere nuovi esiti delle prove svolte. E, va ricordato, la correzione dei compiti a risposta aperta nei concorsi pubblici ha una forte componente discrezionale. “Ogni concorso pubblico ha margini di errore ed è perfettibile – spiega Bonetti –. In Italia, però, di lacune ce ne sono troppe e alcune sono strutturali al tipo di prova che si sceglie di far svolgere. L’irregolarità vera è propria, invece, riguarda le scelte politiche che, se arbitrarie e ingiuste, sono sindacabili”. 

LE BUSTARELLE DI NAPOLI. Il problema è che si alza sempre più la soglia di accesso in nome della meritocrazia, ma si continuano a lasciare scoperti posti che invece servirebbe coprire. Favorendo così le chiamate dirette e i contratti precari. “Dalla scuola al ministero degli esteri all’autority delle telecomunicazioni – spiega Bonetti. La scelta politica è ancora più evidente nel settore della sanità: ci sono meccanismi di chiusura già nel mondo universitario. Oggi il corso di medicina è previsto per 10mila studenti in tutta Italia mentre le statistiche Crui dal 1990 hanno sempre registrato una media di 130mila immatricolati. Sono restrizioni con un’ideologia. Una volta entrati, ad esempio, c’è prima un altro concorso per la scuola di specializzazione e poi ancora un concorso pubblico che però è per 5mila persone. E gli altri? Attendono e alimentano il settore privato, che colma le lacune del sistema pubblico. O sono chiamati come collaboratori, con forme contrattuali che vanno dalla partita iva allo stage”. Nelle settimane scorse, il Fatto Quotidiano ha raccontato dell’algoritmo ritrovato dalla Guardia di Finanza di Napoli che avrebbe consentito ai partecipanti di rispondere in modo corretto ai quiz di accesso per un concorso. Ad averlo, uno degli indagati di un’inchiesta sui concorsi truccati per accedere all’Esercito. Nel corso delle perquisizioni la Finanza ha ritrovato 100mila euro in contanti, buste con elenchi di nomi (forse i clienti) e un tariffario: il prezzo per superare i concorsi diviso “a pacchetti”, a seconda dell’esame e del corpo al quale accedere (esercito, polizia, carabinieri). La tariffa di 50.000 euro sarebbe relativa al “pacchetto completo”: dai test fisici fino ai quiz e alle prove orali. Solo 20.000 euro, invece, per chi si affidava ai mediatori dopo aver superato le prove fisiche. Uno sconto consistente. Tutto è partito da una soffiata: un ragazzo al quale avevano fatto la proposta indecente, ha rifiutato e ha denunciato. Un altro pure ha detto no, ma senza denunciare. Virginia Della Sala, il Fatto Quotidiano 15/8/2016.

Concorsi truccati all’università, chi controlla il controllore? Scrive Alessio Liberati il 27 settembre 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Sta avendo una grande eco in questi giorni l’inchiesta sui concorsi truccati all’università, ove, come la scoperta dell’acqua calda verrebbe da dire, la procura di Firenze ha individuato una sorta di “cupola” che decideva carriere e futuro dei professori italiani. La cosiddetta “raccomandazione” o “spintarella” (una terminologia davvero impropria per un crimine tanto grave) è secondo me uno dei reati più gravi e meno puniti nel nostro ordinamento. Chi si fa raccomandare per vincere un concorso viene trattato meglio, nella considerazione sociale e giuridica (almeno di fatto) di chi ruba un portafogli. Ma chi ti soffia il posto di lavoro o una progressione in carriera è peggio di un ladro qualunque: è un ladro che il portafogli te lo ruba ogni mese, per sempre. Gli effetti di delitti come questo, in sostanza, sono permanenti.

Ma come si è arrivati a ciò? Va chiarito che il sistema giuridico italiano prevede due distinti piani su cui operare: quello amministrativo e quello penale. Di quest’ultimo ogni tanto si ha notizia, nei (rari) casi in cui si riesce a scoperchiare il marcio che si cela dietro ai concorsi pubblici italiani. Di quello relativo alla giustizia amministrativa si parla invece molto meno. Ma tale organo è davvero in grado di assicurare il rispetto delle regole quando si fa ricorso?

Personalmente, denuncio da anni le irregolarità che sono state commesse proprio nei concorsi per l’accesso al Consiglio di Stato, massimo organo di giustizia amministrativa, proprio quell’autorità, cioè, che ha l’ultima parola su tutti i ricorsi relativi ai concorsi pubblici truccati. Basti pensare che uno dei vincitori più giovani del concorso (e quindi automaticamente destinato a una carriera ai vertici) non aveva nemmeno i titoli per partecipare. E che dire dei tempi di correzione? A volte una media di tre pagine al minuto, per leggere, correggere e valutare. E la motivazione dei risultati attribuiti? Meramente numerica e impossibile da comprendere. Tutti comportamenti, si intende, che sono in linea con i principi giurisprudenziali sanciti proprio dalla giurisprudenza dei Tar e del Consiglio di Stato.

E allora il problema dei concorsi truccati in Italia non può che partire dall’alto: si prenda atto che la giustizia amministrativa non è in grado di assicurare nemmeno la regolarità dei concorsi al proprio interno e che, quindi, non può certo esserle affidato il compito istituzionale di decidere su altri concorsi: con un altro organo giurisdizionale che sia davvero efficace nel giudicare le irregolarità dei concorsi pubblici, al punto da costituire un effettivo deterrente, si avrebbe una riduzione della illegalità cui si assiste da troppo tempo nei concorsi pubblici italiani.

Se questa è antimafia…. In Italia, con l’accusa di mafiosità, si permette l’espropriazione proletaria di Stato e la speculazione del Sistema su beni di persone che mafiose non lo sono. Persone che non sono mafiose, né sono responsabili di alcun reato, eppure sottoposte alla confisca dei beni ed alla distruzione delle loro aziende, con perdita di posti di lavoro. Azione preventiva ad ogni giudizio. Alla faccia della presunzione d’innocenza di stampo costituzionale. Interventi di antimafiosità incentrati su un ristretto ambito territoriale o di provenienza territoriale.

Questa antimafia, per mantenere il sistema, impone la delazione e la calunnia ai sodalizi antiracket ed antiusura iscritti presso le Prefetture provinciali. Per continuare a definirsi tali, ogni anno, le associazioni locali sono sottoposte a verifica. L’iscrizione all’elenco è condizionata al numero di procedimenti penali e costituzioni di parti civili attivate. L’esortazione a denunciare, anche il nulla, se possibile. Più denunce per tutti…quindi. Chi non denuncia, anche il nulla, è complice od è omertoso.

A tal fine, per non aver adempito ai requisiti di delazione, calunnia e speculazione sociale, l’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS, sodalizio nazionale di promozione sociale già iscritta al n. 3/2006 presso il registro prefettizio della Prefettura di Taranto Ufficio Territoriale del Governo, il 23 settembre 2017 è stata cancellata dal suddetto registro.

I magistrati favoriscono la mafia, scrive Barbara Di il 12 novembre 2017 su "Il Giornale".

(Quando diventano magistrati con un concorso truccato, spodestando i meritevoli, e per gli effetti sentendosi dio in terra, al di sopra della legge e della morale, ndr).

Quando lasciano indifesi i cittadini davanti ai soprusi.

Quando costringono un cittadino ad un processo eterno per vedersi dichiarare di aver ragione.

Quando non si studiano le carte di un processo e danno torto a chi ha ragione.

Quando per ignoranza applicano una legge nel modo sbagliato.

Quando ritardano anni una sentenza.

Quando un creditore con una sentenza esecutiva ci mette altri anni per avere una minima parte dei soldi spettanti.

Quando un creditore è costretto ad accettare pochi soldi, maledetti e subito per evitare un lungo e costoso processo.

Quando un proprietario di una casa occupata non riesce a riottenerla.

Quando non cacciano chi occupa abusivamente una casa popolare e chi ne avrebbe diritto dorme per strada.

Quando nei tribunali amministrativi devi attendere anni per vedere annullare provvedimenti assurdi della burocrazia o avere un’inutile autorizzazione ingiustamente negata.

Quando un cittadino è costretto a oliare la burocrazia con favori e bustarelle per non attendere anni quell’inutile autorizzazione o per non subire gli assurdi provvedimenti della burocrazia.

Quando un datore di lavoro si vede annullare il licenziamento di un ladro sindacalizzato.

Quando un lavoratore è costretto ad accettare una conciliazione e una buonuscita ridicola perché non ha soldi per un processo eterno.

Quando un cittadino vede impunito il ladro che lo ha derubato.

Quando lasciano impuniti i delinquenti perché non sono cittadini.

Quando incriminano i cittadini che tentano di difendersi da soli.

Quando danno pene ridicole e mai scontate a rapinatori e violentatori.

Quando danno pene esemplari solo ai violentatori che finiscono sui giornali.

Quando lasciano impuniti violenti devastatori che mettono a ferro e fuoco una città per ideologia.

Quando non indagano sui reati che non finiscono sui giornali.

Quando indagano sui reati solo per finire sui giornali.

Quando si inventano i reati per finire sui giornali.

Quando le assoluzioni per reati mediatici sono relegate in un trafiletto sui giornali.

Quando si inventano condanne assurde per reati mediatici che finiscono puntualmente riformate in appello.

Quando indagano sui politici per ideologia.

Quando arrestano i politici per ideologia e poi li assolvono a elezioni passate.

Quando fanno cadere i governi per impedire la riforma della giustizia.

Quando fanno carriera solo per ideologia o per i processi mediatici che si sono inventati.

Quando impediscono ai bravi magistrati di far carriera perché non appartengono alla corrente giusta o lavorano lontani dalle luci dei riflettori.

Quando non indagano sui colleghi che delinquono.

Quando non puniscono i colleghi per i loro clamorosi errori giudiziari.

Quando non applicano provvedimenti disciplinari ai colleghi che meriterebbero di essere cacciati.

Quando archiviano casi di scomparsa e li riaprono per trovare un cadavere in giardino solo dopo un servizio in televisione.

Quando invocano l’obbligatorietà dell’azione penale solo per i reati mediatici e politici anche se sono privi di riscontro.

Quando si dimenticano dell’obbligatorietà dell’azione penale quando i reati sono comuni e colpiscono i cittadini.

Quando si ricordano che un mafioso è mafioso solo quando dà una testata di stampo mafioso.

Quando un cittadino per avere ciò che gli spetta finisce per rivolgersi agli scagnozzi di un boss mafioso.

Quando gli unici territori dove i cittadini non subiscono furti, violenze e soprusi sono quelli controllati dalla mafia.

Quando i cittadini sono costretti a pagare il pizzo ai mafiosi per essere protetti.

Quando non fanno l’unica cosa che dovrebbero fare: dare giustizia per proteggere loro i cittadini.

Quando per colpa dei loro errori ed orrori in Italia ormai siamo tornati alla legge del più forte.

Quando i magistrati non fanno il loro mestiere, la mafia vince perché è il più forte.

A proposito di interdittive prefettizie.

Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. Inoltre l’antimafia preventiva diventata definitiva.

Infine, l’età adulta dell’informativa antimafia? Limiti e caratteri dell’istituto secondo una ricostruzione costituzionalmente orientata, scrive Fulvio Ingaglio La Vecchia. Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana in sede giurisdizionale, sentenze 29 luglio 2016, n. 247 e 3 agosto 2016, n. 257.

Interdittive antimafia, una sentenza esemplare, scrive Domenica 12/11/2017 "La Riviera on line". Di recente il Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana ha emesso una sentenza in cui vengono precisate le condizioni necessarie affinché l'interdittiva antimafia, figlia della cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore, non porti a un regime di polizia che metta a rischio diritti fondamentali. In questa continua corsa alla giustizia penale, figlia del populismo antimafia fatto di santoni e tromboni che, dai sottoscala di procure e prefetture, con le stimmate delle loro immacolate esistenze, sono sempre in cerca di un succoso cattivo da dare in pasto all’opinione pubblica, capita di imbattersi in una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana, una sentenza di cui tutti dovrebbero avere una copia da conservare con cura nel proprio portafoglio, in mezzo ai santini e alla tessera sanitaria. La sentenza riguarda il ricorso presentato da un gruppo di imprese contro la Prefettura di Agrigento, l'Autorità nazionale Anticorruzione e il Comune di Agrigento. Le imprese in questione sono tutte state raggiunte da interdittiva antimafia. Ricordiamo che l’interdittiva antimafia permette all’amministrazione pubblica di interrompere qualsiasi rapporto contrattuale con imprese che presentano un pericolo di infiltrazione mafiosa, anche se non è stato commesso un illecito per cui titolari o dirigenti siano stati condannati. Per dichiarare l’inaffidabilità di un’impresa è sufficiente un’inchiesta in corso, una frequentazione sospetta, un socio “opaco”, una parentela pericolosa che potrebbe condizionarne le scelte, o anche solo la mera eventualità che l’impresa possa, per via indiretta, favorire la criminalità. La sentenza in questione rompe clamorosamente con questa cultura del sospetto portata avanti dai professionisti del rancore. "Benché un provvedimento interdittivo - argomentano i Giudici - possa basarsi anche su considerazioni induttive o deduttive diverse dagli “indici presuntivi”, è tuttavia necessario che le norme che conferiscono estesi poteri di accertamento ai Prefetti al fine di consentire loro di svolgere indagini efficaci e a vasto raggio, non vengano equiparate a un’autorizzazione a tralasciare di compiere indagini fondate su condotte o su elementi di fatto percepibili poiché, se con le norme in questione il Legislatore ha certamente esteso il potere prefettizio di accertamento della sussistenza di tentativi di infiltrazione mafiosa, non ha affatto conferito licenza di basare le comunicazioni interdittive su semplici sospetti, intuizioni o percezioni soggettive non assistite da alcuna evidenza indiziaria". Non è quindi permesso far patire all'azienda un danno di immagine, sulla base di un fumus che non trovi riscontro nei fatti. In mancanza di condotte che facciano presumere che il titolare o il dirigente di un'azienda sia in procinto di commettere un reato (o che stia determinando le condizioni favorevoli per delinquere o per “favoreggiare” chi lo compia), non è legittimo che questi sia considerato come "soggetto socialmente pericoloso" e che debba, pertanto, sottostare a "misure di prevenzione" che vanno a incidere su diritti fondamentali. Per giustificare l'invio di una interdittiva antimafia, "non è sufficiente - proseguono i Giudici - affermare che uno o più parenti o amici del soggetto richiedente la certificazione antimafia risultano mafiosi, o vicini a soggetti mafiosi; o vicini o affiliati a cosche mafiose e/o a famiglie mafiose". Occorrerà innanzitutto precisare la ragione per la quale un soggetto viene considerato mafioso. "La pericolosità sociale di un individuo - dichiarano i Giudici - non può essere ritenuta una sua inclinazione strutturale, congenita e genetico-costitutiva (alla stregua di una infermità o patologia che si presenti - sia consentita l’espressione - "lombrosanamente evidente" o comunque percepibile mediante indagini strumentali o analisi biologiche), né può essere presunta o desunta in via automatica ed esclusiva dalla sua posizione socio-ambientale e/o dal suo bagaglio culturale; né, dunque, dalla mera appartenenza a un determinato contesto sociale o a una determinata famiglia (semprecchè, beninteso, i soggetti che ne fanno parte non costituiscano un’associazione a delinquere)". Nel provvedimento interdittivo vanno, inoltre, specificate le circostanze di tempo e di luogo in cui imprenditore e soggetto "mafioso" sono stati notati insieme; le ragioni logico-giuridiche per le quali si ritiene che si tratti non di mero incontro occasionale (o di incontri sporadici), ma di “frequentazione effettivamente rilevante", ossia di relazione periodica, duratura e costante volta a incidere sulle decisioni imprenditoriali. In poche parole, prendere il caffè con un mafioso o presunto tale non è sufficiente. Inoltre, emerge dalla sentenza, qualificare un soggetto “mafioso” sulla scorta di meri sospetti e a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria comporterebbe un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità "simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole e imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni e infiltrazioni mafiose realmente inquinanti". L'interdittiva che inchioda per ipotesi non combatte la delinquenza e la criminalità ma diviene strumentale per sgomberare il campo da personaggi scomodi. "D’altro canto - concludono i giudici - se per attribuire a un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza a una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono". Amen. Ripeto: questa è una sentenza da conservare accanto ai santini. E plastificatela, per evitare che si sgualcisca col tempo.

La strada dell'inquisizione è lastricata dalla cattiva antimafia. Una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione siciliana mette in guardia dagli abissi in cui rischiamo di sprofondare perdendo di vista i capisaldi dello Stato di diritto, scrive Rocco Todero il 29 Settembre 2017 su "Il Foglio". Nell’Italia che si è presa il vizio di accusare a sproposito la giustizia amministrativa di essere la causa della propria arretratezza economica e sociale capita di leggere una sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa per la Regione Siciliana (una sezione del Consiglio di Stato distaccata a Palermo) che dovrebbe essere mandata giù a memoria da quanti nel nostro Paese vivono facendo mostra di stellette meritocratiche (più o meno veritiere) negli uffici delle prefetture, nelle aule dei tribunali, nelle sedi delle università, nelle redazioni di molti giornali e, in ultimo, anche nelle aule del Parlamento. Da molti anni, oramai, si combatte in sede giudiziaria una battaglia sulle modalità di applicazione delle misure di prevenzione, le cosiddette informative antimafia, per mezzo delle quali l’eccessiva solerzia inquisitoria degli uffici periferici del Ministero dell’Interno cerca di realizzare quella che nel linguaggio giuridico si definisce una “tutela anticipata” del crimine, un’azione cioè volta a contrastare i tentativi di infiltrazione mafiosa nel tessuto economico - sociale senza che, tuttavia, si manifestino azioni delittuose vere e proprie da parte dei soggetti interdetti. Il risultato nel corso degli anni è stato abbastanza sconfortante, poiché decine di imprese individuali e società commerciali sono state colpite dall’informativa antimafia e poste, molto spesso, sotto amministrazione prefettizia sulla base di un semplice sospetto coltivato dalle forze dell’ordine. A molti, troppi, è capitato, così, di trovarsi sotto interdittiva antimafia (solo per fare alcuni esempi) a causa di un parente accusato di appartenere ad un’associazione mafiosa o per colpa di un’indagine penale per 416 bis poi sfociata nel proscioglimento o nell’assoluzione o perché una società con la quale s’intrattengono rapporti commerciali è stata a sua volta interdetta per avere stipulato contratti con altra impresa sospettata di subire infiltrazioni mafiose (si, è proprio cosi, si chiama informativa a cascata o di secondo o terzo grado: A viene interdetto perché intrattiene rapporti commerciali con B, il quale non è mafioso, ma coltiva contatti economici con C, il quale ultimo è sospettato di essere, forse, soggetto ad infiltrazioni mafiose. A pagarne le conseguenze è il soggetto A, perché l’infiltrazione mafiosa passerebbe per presunzione giudiziaria da C a B e da B ad A). Spesso i Tribunali amministrativi competenti a conoscere della legittimità delle informative antimafia emanate dalle Prefettura sono stati sin troppo indulgenti con l’Amministrazione pubblica, sacrificando l’effettività della tutela dei diritti fondamentali dei cittadini sull’altare di una lotta alle infiltrazioni mafiose che risente oramai troppo della pressione atmosferica di un clima allarmistico pompato ad arte per ben altri e meno nobili fini politici. Qualche settimana fa, invece, il Consiglio di Giustizia Amministrativa siciliano (composto dai magistrati Carlo Deodato, Carlo Modica de Mohac, Nicola Gaviano, Giuseppe Barone e Giuseppe Verde), dovendo decidere in sede d'appello dell’ennesima informativa antimafia emessa dalla Prefettura di Agrigento, ha sostanzialmente scritto un bellissimo e coraggioso saggio di cultura giuridica liberale, dimostrando che la lotta alla mafia si può ben coltivare salvaguardando i capisaldi di uno Stato di diritto liberal democratico moderno. Il Tribunale ha preso atto del fatto che per stroncare sul nascere la diffusione di alcune condotte criminose non si può fare altro che emettere “giudizi prognostici elaborati e fondati su valutazioni a contenuto probabilistico” che colpiscono soggetti in uno stadio “addirittura anteriore a quello del tentato delitto”. Ma alla pubblica amministrazione, argomentano i Giudici, non è permesso di scadere nell’arbitrio, cosicché non sarà mai sufficiente un mero “sospetto” per giustificare la limitazione delle libertà fondamentali dell’individuo. Si dovranno piuttosto documentare fatti concreti, condotte accertabili, indizi che dovranno essere allo stesso tempo gravi, precisi e concordanti. Non potranno mai essere sufficienti, continua il Tribunale, mere ipotesi e congetture e non potrà mai mancare un “fatto” concreto, materiale, da potere accertare nella sua esistenza, consistenza e rilevanza ai fini della verosimiglianza dell’infiltrazione mafiosa. Per potere affermare che l’impresa di Tizio è sospettata d'infiltrazioni mafiose, allora, non sarà sufficiente affermare che essa intrattiene rapporti con l’impresa di Caio (non mafiosa) che a sua volta, però, ha stipulato accordi con Mevio (lui si, sospettato di collusioni con la mafia), ma sarà necessario dimostrare che una qualche organizzazione mafiosa (ben individuata attraverso i soggetti che agiscono per essa, non la “mafia” genericamente intesa) stia tentando, in via diretta, d’infiltrarsi nell’azienda del primo soggetto. Il legame di parentela con un mafioso, chiariscono ancora i magistrati, non può avere alcuna rilevanza ai fini del giudizio sull’informativa antimafia se non si dimostrerà che chi è stato colpito dal provvedimento interdittivo, lui e non altri, abbia posto in essere comportamenti che possano destare allarme sociale per il loro potenziale offensivo dell’interesse pubblico, “non essendo giuridicamente e razionalmente sostenibile che il mero rapporto di parentela costituisca di per sé, indipendentemente dalla condotta, un indice sintomatico di pericolosità sociale ed un elemento prognosticamente rilevante”. La nostra non è l'epoca del medioevo, conclude il Consiglio di Giustizia Amministrativa, e l'ordinamento giuridico non può svestire i panni dello Stato di diritto: “Sicché, ove fosse possibile qualificare “mafioso” un soggetto sulla scorta di meri sospetti ed a prescindere dall’esame concreto della sua condotta penale e della sua storia giudiziaria si perverrebbe ad un aberrante meccanismo di estensione a catena della pericolosità simile a quello su cui si fondava, in un non recente passato, l’inquisizione medievale (che, com’è noto, fu un meccanismo di distruzione di soggetti ‘scomodi’ e non già di soggetti ‘delinquenti’; mentre il commendevole ed imprescindibile scopo che il Legislatore si pone è quello di depurare la società da incrostazioni ed infiltrazioni mafiose realmente inquinanti). D’altro canto, se per attribuire ad un soggetto la qualifica di ‘mafioso’ fosse sufficiente il mero sospetto della sua appartenenza ad una famiglia a sua volta ritenuta mafiosa e se anche la qualifica riferita alla sua famiglia potesse essere attribuita sulla scorta di sospetti; e se la mera frequentazione di un presunto mafioso (ma tale considerazione vale anche per l’ipotesi di mera frequentazione di un soggetto acclaratamente mafioso) potesse determinare il ‘contagio’ della sua (reale o presunta) pericolosità, si determinerebbe una catena infinita di presunzioni atte a colpire un numero enorme di soggetti senza alcuna seria valutazione in ordine alla loro concreta vocazione criminogena. E l’effetto sarebbe l’instaurazione di un regime di polizia nel quale la compressione dei diritti dei cittadini finirebbe per dipendere dagli orientamenti culturali e dalle suggestioni ideologiche (quand’anche non dalle idee politiche) dei funzionari o, peggio, degli organi dai quali essi dipendono.” Da mandare giù a memoria. Altro che il nuovo codice antimafia con il quale fare propaganda manettara a buon mercato.

A proposito di sequestri preventivi giudiziari.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

Dove non arrivano con le interdittive prefettizie, arrivano con i sequestri preventivi.

 Interdittive: decine di aziende uccise dal reato di parentela mafiosa, scrive Simona Musco il 4 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Il fenomeno delle interdittive è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione del 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. Solo dalla Prefettura di Reggio Calabria, negli ultimi 14 mesi, sono partite 130 interdittive. Quasi dieci ogni 30 giorni, tutte frutto della gestione del Prefetto Michele Di Bari, approdato nella città dello Stretto ad agosto 2016. Un numero enorme che conferma una tendenza crescente, soprattutto in Calabria, dove in poco più di cinque anni le aziende hanno depositato quasi 500 ricorsi nelle cancellerie dei tribunali amministrativi di Catanzaro e Reggio Calabria. Ma il fenomeno – i cui dai sono ancora incerti – è nazionale: in cinque anni, dopo la riorganizzazione della materia nel 2011, sono circa 400 le imprese allontanate dai lavori pubblici. I numeri non sono ancora chiari, dato che gli archivi informatici dello Stato non hanno tutti i dati. E così succede che mentre dai siti dei tribunali amministrativi risulta un numero enorme di ricorsi (circa 2000 in cinque anni) e annullamenti (tra i 40 e i 90 l’anno), le cifre fornite dalla Dia, la Direzione investigativa antimafia, parlano di 31 annullamenti dal 2011 fino a maggio 2015. Numeri snelliti dal vuoto di informazioni dalle Prefetture di Napoli, Reggio Calabria e Vibo Valentia. La parte più corposa, dunque. La ratio dello strumento è chiara: «contrastare le forme più subdole di aggressione all’ordine pubblico economico, alla libera concorrenza ed al buon andamento della pubblica amministrazione», sentenzia il Consiglio di Stato. Un provvedimento preventivo, che prescinde quindi dall’accertamento di singole responsabilità penali e anticipa la soglia di difesa. «Per questo – dice ancora il Consiglio di Stato – deve essere respinta l’idea che l’informativa debba avere un profilo probatorio di livello penalistico e debba essere agganciata a eventi concreti ed a responsabilità addebitabili». Se c’è un sospetto, dunque, la Prefettura ha il potere e il dovere di tranciare i rapporti tra aziende private e pubblica amministrazione, attraverso tutta una serie di accertamenti ai quali non si può replicare fino a quando non diventano di pubblico dominio. Ovvero quando l’azienda colpita viene esclusa dai bandi pubblici e marchiata come infetta. Un’etichetta che, a volte, è giustificata da elementi tangibili e concreti, consentendo quindi di sfilare dalle mani dei clan l’appalto, ma altre decisamente meno. Tant’è che sono centinaia i ricorsi vinti, di una vittoria che però è solo parziale: sempre più spesso, infatti, chi si è visto colpire da un’interdittiva, pur vincendo il proprio ricorso, non riesce più a reinserirsi nel mondo del lavoro. Partiamo dal modus operandi: la Prefettura punta gran parte della sua decisione sui legami di parentela e su frequentazioni poco raccomandabili. Nulla o quasi, invece, si dice su fatti concreti che possano far temere effettivamente un condizionamento mafioso. Ed è proprio questo che fa crollare i provvedimenti davanti ai giudici amministrativi, per i quali non basta basarsi su rapporti commerciali e di parentela, «da soli insufficienti», dice ancora il Consiglio di Stato. Occorrono perciò, aggiunge, «altri elementi indiziari a dimostrazione del “contagio”». E «non possono bastare i precedenti penali» riferiti «ad indagini in seguito archiviate e, in altra parte, a condanne molto risalenti nel tempo», in quanto servono elementi «concreti e riferiti all’attualità». Un’interpretazione confermata anche dalla Corte costituzionale, secondo cui è arbitrario «presumere che valutazioni comportamenti riferibili alla famiglia di appartenenza o a singoli membri della stessa diversi dall’interessato debbano essere automaticamente trasferiti all’interessato medesimo». Ma è proprio questo il meccanismo che genera un circolo vizioso capace di far risucchiare una parte rilevante dell’economia dal vortice del sospetto. E le conseguenze non sono solo per le ditte: le interdittive, infatti, colpiscono aziende impegnate in appalti pubblici che così rimangono bloccati, cantieri aperti che si richiuderanno magari dopo anni. Dell’ambiguità dello strumento, lo scorso anno, aveva parlato il senatore Pd e membro della Commissione parlamentare antimafia Stefano Esposito, che al convegno “Warning on crime” all’Università di Torino aveva dichiarato che «lo strumento non funziona e nel 60% dei casi le interdittive vengono respinte» dai giudici amministrativi. Chiedendo dunque una riforma, che anche Rosy Bindi, poco prima, aveva annunciato, nel 2015. «Le interdittive antimafia sono uno strumento statico, mentre la lotta alla mafia ha bisogno di film», ha spiegato. Un film che nel nuovo codice antimafia coincide col controllo giudiziario delle aziende sospette, i cui risultati sono ancora tutti da vedere.

Che affare certe volte l’antimafia! Scrive Piero Sansonetti il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio".  I “paradossi” calabresi. Questa storia calabrese è molto istruttiva. La racconta nei dettagli, nell’articolo qui sopra, Simona Musco. La sintesi estrema è questa: un imprenditore incensurato, e senza neppure un grammo di carichi pendenti (che oltretutto è presidente di Confindustria), vince un appalto per costruire i parcheggi del palazzo di Giustizia a Reggio. Un lavoro grosso: più di 15 milioni. Al secondo posto, in graduatoria, una azienda amministrata da un deputato di Scelta Civica. L’azienda del deputato protesta per aver perso la gara e ricorre al Tar. Il Tar dà ragione all’imprenditore e torto all’azienda del deputato. Poi, all’improvviso, non si sa come, la Prefettura fa scattare l’interdittiva e cioè, per motivi cautelari, toglie l’appalto all’imprenditore e lo assegna all’azienda del deputato che aveva perso la gara. Come è possibile? Proviamo a spiegarci. Le interdittive funzionano così: sono discrezionali. Decide il prefetto. Non c’è bisogno di una condanna penale, addirittura – nel caso ad esempio, del quale stiamo parlando – nemmeno di un avviso di garanzia o di una ipotesi di reato. Il reato non c’è, però a me tu non mi convinci. Punto e basta. E allora io quell’appalto di 16 milioni di euro te lo levo e lo porgo all’azienda di un deputato. Il deputato in questione, peraltro, fa parte della commissione antimafia. E lo Stato di diritto? E la libera concorrenza? E l’articolo 3 del- la Costituzione? Beh, mettetevi il cuore in pace: esiste una parte del territorio nazionale, e in modo particolarissimo la Calabria, nel quale lo Stato di diritto non esiste, non esiste la libera concorrenza e l’Articolo 3 della Costituzione (quello che dice che tutti sono uguali davanti alla legge) non ha effetti. La ragione di questo Far West, in gran parte, è spiegabile con la presenza della mafia, che la fa da padrona, fuori da ogni regola. Ma anche lo Stato, che la fa da padrone, altrettanto al di fuori da ogni regola, e da ogni senso di giustizia, e mostrando sempre il suo volto prepotente, come questa storia racconta. Lo Stato, con la mafia, è responsabile del Far West. Allora il problema è molto semplice. È assolutamente impensabile che si possa condurre una battaglia seria contro la mafia e la sua grande estensione in alcune zone del Sud Italia, se non si ristabiliscono le regole e se non si riporta lo Stato alla sua funzione, che è quella di produrre equità e sicurezza sociale, e non di produrre prepotenza, incertezza e instabilità. La chiave di tutto è sempre la stessa: ristabilire lo Stato di diritto. E questo, naturalmente, vuol dire che bisogna impedire che i commercianti – ad esempio – siano taglieggiati dalla mafia, ma bisogna anche impedire che i diritti di tutti i cittadini – non solo quelli onesti – siano sistematicamente calpestati. La sospensione della legalità, gli strumenti dell’emergenza (come le interdittive, le commissioni d’accesso e simili) possono avere una loro utilità solo in casi rarissimi e in situazioni molto circoscritte. E solo se usati con rigore estremo e sempre con il terrore di commettere prevaricazioni e ingiustizie. Se invece diventano semplicemente – come succede molto spesso – strumenti di potere dell’autorità, magari frustrata dai suoi insuccessi nella battaglia contro la mafia, allora producono un effetto moltiplicatore, proprio loro, del potere mafioso. Perché la discrezionalità, l’arroganza, l’ingiustizia, creano una condizione sociale e psicologica di massa, nella quale la mafia sguazza. Naturalmente non ho proprio nessun elemento per immaginare che l’azienda che ha fatto le scarpe a quella dell’ex presidente di Confindustria (che si è dimesso dopo aver ricevuto questa interdittiva, che ha spezzato le gambe alla sua azienda e i nervi a lui), e cioè l’azienda del deputato dell’antimafia, abbia brigato per ottenere l’interdittiva contro il concorrente. Non ho mai sopportato la politica e il giornalismo che vivono di sospetti. Però il messaggio che è stato mandato alla popolazione di Reggio Calabria, oggettivamente, è questo: se non sei protetto dalla “compagnia dell’antimafia” qui non fai un passo. E se sei deputato, comunque, sei avvantaggiato. Capite che è un messaggio letale? P. S. Conosco molto bene l’imprenditore di cui sto parlando, e cioè Andrea Cuzzocrea, la cui azienda ora è al palo e rischia di fallire. Lo conosco perché insieme a un gruppo di giornalisti dei quali facevo parte, organizzò quattro anni fa la nascita di un giornale, che si chiamava “Il Garantista” e che durò poco perché dava fastidio a molti (personalmente, in quanto direttore di quel giornale, ho collezionato una trentina di querele) e non aveva una lira in cassa. “Il Garantista” era edito da una cooperativa, molto povera, della quale lui assunse per un periodo la presidenza. Non so quali telefonate ebbe con Teresa Munari. Però so per certo due cose. La prima è che Teresa Munari era una giornalista molto accreditata negli ambienti democratici di Reggio Calabria. L’ho conosciuta quattro o cinque anni fa, mi invitò a casa sua a una cena. C’erano anche il Procuratore generale di Reggio e una deputata molto famosa per il suo impegno “radicale” contro la mafia. La Munari collaborò a “Calabria Ora”, giornale regionale che al tempo dirigevo, e successivamente al “Garantista”. Non era raccomandata. E non fu mai, mai assunta. Non era in redazione, non partecipava alla vita del giornale, scriveva ogni tanto degli articoli, che siccome non avevamo il becco di un quattrino credo che non gli pagammo mai. Qualcuno è in grado di spiegarmi come si fa a dire che uno non può costruire un parcheggio perché una volta ha telefonato a Teresa Munari?

Levano l’appalto a un imprenditore incensurato e lo danno a un deputato dell’antimafia, scrive Simona Musco il 3 Novembre 2017 su "Il Dubbio". Reggio Calabria: un imprenditore incensurato si vede annullata l’assegnazione, e i lavori per 16 milioni sono affidati all’azienda di un deputato.

PARADOSSI CALABRESI. Una azienda di Reggio Calabria, guidata da imprenditori incensurati e senza carichi pendenti, vince un appalto molto ricco: la costruzione del parcheggio del palazzo di Giustizia. È un lavoro grosso, da 16 milioni. L’azienda che è arrivata seconda, nella gara d’appalto, fa ricorso. Il Tar gli dà torto. E conferma l’appalto all’azienda che si è classificata prima (su 19). Allora interviene il Prefetto e fa scattare l’interdittiva per l’azienda vincitrice. Che vuol dire? Che il prefetto ha questo potere discrezionale di interdire una azienda, temendo infiltrazioni mafiose, anche se questa azienda non è inquisita. E il prefetto di Reggio ha esercitato questo potere. E così il lavoro è passato al secondo classificato. Chi è? È un deputato. Un deputato della commissione antimafia.

Un appalto da 16 milioni di euro per la costruzione del parcheggio del nuovo Palazzo di Giustizia. Diciannove aziende che decidono di provarci e due che arrivano in cima alla graduatoria con pochissimi punti di distacco. E un’interdittiva antimafia che fa transitare l’appalto dalle mani della prima – la Aet srl – alla seconda, la Cosedil, fondata da un parlamentare della Commissione antimafia, Andrea Vecchio, e patrimonio della sua famiglia. È successo a Reggio Calabria, dove l’ex presidente di Confindustria Andrea Cuzzocrea ha visto sparire, in pochi mesi, un lavoro imponente, la poltrona di presidente degli industriali e la credibilità. Tutto a causa di uno strumento preventivo – l’interdittiva – che ora rischia di mandare a gambe all’aria l’azienda, da sempre attiva negli appalti pubblici, e i due imprenditori che la amministrano, Cuzzocrea e Antonino Martino, entrambi incensurati.

UN APPALTO DIFFICILE. Tutto comincia nel 2016, quando la Aet srl vince l’appalto per la costruzione dei parcheggi del tribunale di Reggio Calabria. Un lavoro che la città attendeva da tempo e che, finalmente, sembra potersi sbloccare. Ma i tempi per la firma del contratto vengono rallentati dai ricorsi. In prima fila c’è la Cosedil spa, azienda siciliana, che chiede al Tar la verifica dell’offerta presentata dalla Aet e dei requisiti dell’azienda e di conseguenza l’annullamento dei verbali di gara. I giudici amministrativi valutano il ricorso, bocciando tutte le obiezioni tranne una, quella relativa la giustificazione degli oneri aziendali della sicurezza, per i quali la Commissione giudicatrice dell’appalto avrebbe commesso «un macroscopico difetto d’istruttoria». Un errore, si legge nella sentenza, dal quale però non deriva «automaticamente l’obbligo di escludere la società prima classificata». Il Tar, a gennaio, interpella dunque la Stazione unica appaltante, alla quale chiede di effettuare una nuova verifica sull’offerta dell’Aet. Risultato: viene confermata «la regolarità e la correttezza» dell’aggiudicazione dell’appalto. La firma sul contratto per l’avvio dei lavori, dunque, sembrano avvicinarsi.

L’INTERDITTIVA. Ma l’iter per far partire i cantieri subisce un altro stop, quando ad aprile la Prefettura emette un’informativa interdittiva a carico dell’azienda, escludendola, di fatto, dai giochi. Cuzzocrea, che nel 2013 aveva chiesto alla Commissione parlamentare antimafia di «istituire le white list obbligatorie per gli appalti pubblici, rendendo così più trasparente un settore delicatissimo», si dimette da presidente di Confindustria. L’interdittiva riassume elementi già emersi in precedenza nella corposa relazione che ha portato allo scioglimento dell’amministrazione di Reggio Calabria, elementi già confutati, ai quali si aggiunge un nuovo dato, relativo alla parentesi da editore di Cuzzocrea. Ed è sulla base di quello che la Prefettura rivaluta tutto il passato, sebbene esente da risvolti giudiziari. Si tratta del contatto (finito nell’operazione “Reghion”) tra Cuzzocrea e l’ex deputato Paolo Romeo, già condannato definitivamente per concorso esterno in associazione mafiosa e ora in carcere in quanto considerato dalla Dda reggina a capo della cupola masso- mafiosa che governa Reggio Calabria. Nessun rapporto, almeno documentato, prima del 2014: i due si conoscono a gennaio di quell’anno, in Senato, dove sono stati entrambi invitati, in quanto rappresentanti delle associazioni, per discutere della costituenda città metropolitana. Dopo quella volta un unico contatto: Cuzzocrea, presidente della società editrice del quotidiano Cronache del Garantista, viene contattato da Romeo, che gli chiede di valutare l’assunzione di una giornalista, Teresa Munari, secondo la Dda strumento nelle mani di Romeo. Cuzzocrea propone la giornalista, nota in città e ormai in pensione, al direttore Sansonetti, che la inserisce tra i collaboratori, pur senza un contratto. Tra i pezzi scritti dalla Munari su quella testata ce n’è uno in particolare, considerato dalla Dda utile alla causa di Romeo. Che avrebbe perorato la causa dell’amica facendola passare come «un’opportunità per il giornale e non come un favore che richiedeva per sé stesso o per la giornalista», si legge nel ricorso presentato al Consiglio di Stato dalla Aet. La Prefettura non contesta nessun altro contatto tra Romeo e Cuzzocrea, che, scrivono i legali dell’azienda, «non poteva pensare, visto il modo in cui la cosa era stata richiesta, che vi fossero doppi fini nel suggerimento ricevuto. Romeo – si legge ancora – non ha mai avuto altri contatti con l’ingegnere Cuzzocrea ed è detenuto. Non si comprende, quindi, perché ci sarebbe il rischio che possa, iniziando oggi (perché in passato non è successo), condizionare l’attività della Aet». Gli elementi vecchi riguardano invece il socio Antonino Martino, socio al 50 per cento, e coinvolto, nel 2004, nell’operazione antimafia “Prius”, assieme ad alcuni suoi familiari. Un’indagine conclusa, per Martino, con l’archiviazione, chiesta dallo stesso pm, il 5 marzo 2009. Di lui un pentito aveva detto, per poi essere smentito, di essersi intestato, tra il 1992 e il 1993, un magazzino, in realtà riconducibile al temibile clan Condello di Reggio Calabria. Intestazione fittizia, dunque, ipotesi che si basava anche sulla convinzione – sbagliata – che il padre di Martino, Paolo, fosse parente di Domenico Condello. Tali elementi, nel 2013, non erano bastati alla Prefettura per interdire la Aet, tanto che l’azienda aveva ricevuto il nulla osta e l’inserimento nella “white list”, la lista di aziende pulite che possono lavorare con la pubblica amministrazione. E se anche fossero potenzialmente fonte di pericolo non sarebbero più attuali, considerato che, contestano i legali dell’azienda, Paolo Martino è morto e Condello si trova in carcere.

LA COSEDIL. La Aet, dopo la richiesta di sospensiva dell’interdittiva rigettata dal Tar, attende ora il giudizio del Consiglio di Stato. Nel frattempo, alle spalle dell’azienda reggina, rimane la Cosedil, fondata nel 1965 dal parlamentare del Gruppo Misto Andrea Vecchio. La Spa, secondo le visure camerali, è amministrata dai figli del parlamentare che rimane, come recita il suo profilo Linkedin, presidente onorario. Ma Vecchio, componente della Commissione antimafia, nelle dichiarazioni patrimoniali pubblicate sul sito della Camera si dichiara amministratore unico di una delle aziende che partecipano la Cosedil (la Andrea Vecchio partecipazioni) e consigliere della Cosedil stessa. Che rimane l’unica titolata a prendere, con un iter formalmente impeccabile, l’appalto.

Antimafia mafiosa. Come reagire, scrive il 27 settembre 2017 Telejato. C’È, È INUTILE RIPETERLO TROPPE VOLTE, UNA CERTA PRESA DI COSCIENZA DELLA TURPITUDINE DELLA LEGISLAZIONE ANTIMAFIA, CHE MEGLIO SAREBBE DEFINIRE “LEGGE DEI SOSPETTI”. ANCHE I PIÙ COCCIUTI COMINCIANO AD AVVERTIRE CHE NON SI TRATTA DI “ABUSI”, DI DOTTORESSE SAGUTO, DI “CASI” COME QUELLO DEL “PALAZZO DELLA LEGALITÀ”, DI FRATELLANZE E CUGINANZE DI AMMINISTRATORI DEVASTANTI. È tutta l’Antimafia che è divenuta e si è rivelata mafiosa. Come si addice al fenomeno mafioso, questa presa di coscienza rimane soffocata dalla paura, dal timore reverenziale per le ritualità della dogmatica dell’antimafia devozionale, del komeinismo nostrano che se ne serve per “neutralizzare” la nostra libertà. Molti si chiedono e ci chiedono: che fare? È già qualcosa: se è vero, come diceva Manzoni, che il coraggio chi non c’è l’ha non se lo può dare, è vero pure che certi interrogativi sono un indizio di un coraggio che non manca o non manca del tutto. Non sono un profeta, né un “maestro” e nemmeno un “antimafiologo”, visto che tanti mafiologhi ci hanno deliziato e ci deliziano con le loro cavolate. Ma a queste cose ci penso da molto tempo, ci rifletto, colgo le riflessioni degli altri. E provo a dare un certo ordine, una certa sistemazione logica a constatazioni e valutazioni. E provo pure a dare a me stesso ed a quanti me ne chiedono, risposte a quell’interrogativo: che fare? Io credo che, in primo luogo, occorre riflettere e far riflettere sul fatto che il timore, la paura di “andare controcorrente” denunciando le sciagure dell’antimafia e la sua mafiosità, debbono essere messe da parte. Che se qualcuno non ha paura di parlar chiaro, tutti possono e debbono farlo. Secondo: occorre affermare alto e forte che il problema, i problemi non sono quelli dell’esistenza delle dott. Saguto. Che gli abusi, anche se sono tali sul metro stesso delle leggi sciagurate, sono la naturale conseguenza delle leggi stesse. Che si abusa di una legge che punisce i sospetti e permette di rovinare persone, patrimoni ed imprese per il sospetto che i titolari siano sospettati è cosa, in fondo, naturale. Sarebbe strano che, casi Saguto, scioglimenti di amministrazioni per pretesti scandalosi di mafiosità, provvedimenti prefettizi a favore di monopoli di certe imprese con “interdizione” di altre, non si verificassero. Terzo. Occorre che allo studio, alle analisi giuridiche e costituzionali delle leggi antimafia e delle loro assurdità, si aggiungano analisi, studi, divulgazioni degli uni e degli altri in relazione ai fenomeni economici disastrosi, alle ripercussioni sul credito, siano intrapresi, approfonditi e resi noti. Possibile che non vi siano economisti, commercialisti, capaci di farlo e di spendersi per affrontare seriamente questi aspetti fondamentali della questione? Cifre, statistiche, comparazioni tra le Regioni. Il quadro che ne deriverà è spaventoso. Quindi necessario. E’ questo l’aspetto della questione che più impressionerà l’opinione pubblica. E poi: non tenersi per sé notizie, idee, propositi al riguardo. Questo è il “movimento”. Il movimento di cui molti mi parlano. Articolo di Mauro Mellini. Avvocato e politico italiano. È stato parlamentare del Partito Radicale, di cui fu tra i fondatori.

Ma cosa sarebbe codesta antimafia, che tutto gli è concesso, se non ci fosse lo spauracchio mediatico della mafia di loro invenzione? E, poi, chi ha dato la patente di antimafiosità a certi politicanti di sinistra che incitano le masse…e chi ha dato l’investitura di antimafiosità a certi rappresentanti dell’associazionismo catto-comunista che speculano sui beni…e chi ha dato l’abilitazione ad essere portavoci dell’antimafiosità a certi scribacchini di sinistra che sobillano la società civile? E perché questa antimafiosità ha immenso spazio su tv di Stato e giornali sostenuti dallo Stato per fomentare questa deriva culturale contro la nostra Nazione o parte di essa. Discrasia innescata da gruppi editoriali che influenzano l’informazione in Italia?

Fintanto che le vittime dell’antimafia useranno o subiranno il linguaggio dei loro carnefici, continueremo ad alimentare i cosiddetti antimafiosi che lucreranno sulla pelle degli avversari politici.

Se la legalità è l’atteggiamento ed il comportamento conforme alla legge, perché l’omologazione alla legalità non è uguale per tutti,…uguale anche per gli antimafiosi? La legge va sempre rispettata, ma il legislatore deve conformarsi a principi internazionali condivisi di più alto spessore che non siano i propri interessi politici locali prettamente partigiani.

Va denunciato il fatto che l’antimafiosità è solo lotta politica e di propaganda e la mafia dell’antimafia è più pericolosa di ogni altra consorteria criminale, perchè: calunnia, diffama, espropria e distrugge in modo arbitrario ed impunito per sola sete di potere. La mafia esiste ed è solo quella degli antimafiosi, o delle caste o delle lobbies o delle massonerie deviate. E se per gli antimafiosi, invece, tutto quel che succede è mafia…Allora niente è mafia. E se niente è mafia, alla fine gli stranieri considereranno gli italiani tutti mafiosi.

Invece mafioso è ogni atteggiamento e comportamento, da chiunque adottato, di sopraffazione e dall’omertà, anche istituzionale, che ne deriva.

Non denunciare ciò rende complici e di questo passo gli sciasciani non avranno mai visibilità se rimarranno da soli ed inascoltati.

Finalmente la giurisprudenza ha cominciato a fare qualche passo in avanti verso la civiltà giuridica. Merita il plauso l'ordinanza n. 48441 del 10 Ottobre 2017 con la quale la Prima Sezione Penale della Corte di Cassazione ha riconosciuto il principio secondo il quale, se una persona viene assolta dall'accusa di associazione mafiosa, per gli stessi fatti non può essere considerata socialmente pericolosa. Riporto i passaggi più significativi dell'ordinanza.

"Lì dove le condotte sintomatiche della pericolosità siano legislativamente caratterizzate [...] in termini per lo più evocativi di fattispecie penali [...] è evidente che il giudice della misura di prevenzione (nel preliminare apprezzamento di tali 'fatti') non può evitare di porsi il problema rappresentato dalla esistenza di una pronunzia giurisdizionale che proprio su quella condotta [...] ha espresso una pronunzia in termini di insussistenza o di non attribuibilità del fatto all'individuo di cui si discute. [...] L'avvenuta esclusione del rilievo penale di una condotta, almeno tendenzialmente, impedisce di porre quel segmento di vita a base di una valutazione di pericolosità ed impone il reperimento, in sede di prevenzione, di ulteriori e diverse forme di conoscenza, capaci - in ipotesi - di realizzare ugualmente l'effetto di inquadramento nella categoria criminologica. [...] Lì dove il giudizio penale su un fatto rilevante a fini di inquadramento soggettivo abbia avuto un esito definitivo, tale aspetto finisce con il ricadere inevitabilmente nella cd. parte constatativa del giudizio di pericolosità". Questo principio, soprattutto alla luce dell'insegnamento della sentenza De Tommaso, dovrebbe rimettere in discussione la legittimità delle confische disposte nei confronti di persone assolte.

La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la Saguto e per 15 suoi amici, scrive il 26 ottobre 2017 Telejato. DOPO MESI DI INDAGINI, INTERROGATORI, INTERCETTAZIONI, IL NODO È ARRIVATO AL PETTINE. La procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio per la signora Silvana Saguto, già presidente dell’Ufficio Misure di prevenzione, accusata assieme ad altri 15 imputati, di corruzione, abuso d’ufficio, concussione, truffa aggravata, riciclaggio, dopo una requisitoria durata cinque ore. Saranno invece processati col rito abbreviato i magistrati Tommaso Virga, Fabio Licata e il cancelliere Elio Grimaldi. Tra coloro per cui è stato chiesto il rinvio figurano il padre, il figlio Emanuele e il marito della Saguto, il funzionario della DIA Rosolino Nasca, i docenti universitari Roberto Di Maria e Carmelo Provenzano, assieme ad altri suoi parenti, l’ex prefetto di Palermo Francesca Cannizzo. Posizione stralciata anche per l’altro ex giudice dell’ufficio misure di prevenzione Chiaramontee per il suo compagno Antonio Ticali, per il quale la procura ha chiesto l’archiviazione, e per l’altro professore universitario Luca Nivarra e rito abbreviato per Cappellano Seminara. Prossima udienza il 6 novembre, con la parola alle parti civili e al collegio di difesa. Inutile soffermarci ancora sull’allegro e criminoso modo, portato avanti dalla Saguto, di mettere sotto sequestro aziende alle quali, in qualche modo spesso solo indiziario, si attribuiva una patente di mafiosità per procedere alla loro requisizione e affidarne la gestione agli avvocati o economisti che facevano parte del cerchio magico. L’amministrazione giudiziaria di questi beni ha arrecato danni irreversibili all’economia siciliana, poiché le aziende sono state smantellate e non più restituite, anche quando i proprietari sono stati penalmente assolti da ogni imputazione. E proprio oggi arriva la notizia del dissequestro di due aziende finite nel mirino della Saguto, che nel febbraio 2014 ne aveva disposto il sequestro: si tratta della Fattoria Ferla e della Special Fruit, che hanno operato da anni all’interno del settore ortofrutticolo e che oggi, dopo la disamministrazione affidata a Nicola Santangelo, oggi anche lui sotto processo, sono finite in liquidazione, lasciando disoccupati una decina di lavoratori. Le due aziende erano state accusate di essere sotto la protezione del boss dell’Acquasanta Galatolo, nell’ambito di un sequestro di 250 milioni, ma dopo l’attenta valutazione condotta dai magistrati dell’ufficio misure di prevenzione, oggi affidato al nuovo presidente Malizia e ai giudici Luigi Petrucci e Giovanni Francolini, è stato disposto il dissequestro, in quanto non esiste “neanche il sospetto” di infiltrazioni mafiose. Restano ancora sotto sequestro altri beni ed è in corso il procedimento per il successivo dissequestro.

L’antimafia preventiva diventata definitiva, scrive il 13 ottobre 2017 Telejato.

LA PREVENZIONE. Il caso Saguto ha causato l’implosione di un sistema concepito in origine per aggredire i patrimoni mafiosi e colpire i mafiosi nelle loro ricchezze costruite con l’illegalità. Il sistema, giorno dopo giorno è diventato un metodo in virtù del grande potere attribuito ai giudici di poter sequestrare i beni, anche attraverso la semplice “legge del sospetto”, e di poterli tenere sotto sequestro anche quando i procedimenti penali hanno ufficialmente decretato l’infondatezza di questo sospetto e prosciolto i cosiddetti “preposti”, cioè soggetti a sequestro da ogni imputazione di associazione, contiguità, concorso con il malaffare mafioso. Ancora oggi restano sotto sequestro immensi patrimoni di soggetti che, in altri periodi si sono piegati alla legge del pizzo, in alcuni casi per continuare a lavorare, in altri casi, è giusto dirlo, anche per avere mano libera nel badare ai propri affari. Quello che per loro era un “piegarsi alla regola” della “messa a posto”, per sopravvivere, diventa accusa di collaborazione e concorso in associazione mafiosa, così che le vittime diventano complici. L’imprenditoria siciliana, soprattutto nei suoi risvolti commerciali e nell’edilizia, ha subito tremende battute d’arresto, poiché la mannaia della prevenzione si è abbattuta su aziende che davano lavoro a migliaia di siciliani oggi disoccupati, senza preoccuparsi di sorvegliare la gestione dei beni confiscati, affidati ad amministratori giudiziari, alcuni senza scrupoli, altri del tutto incapaci e incompetenti, che hanno prosciugato i beni dell’azienda loro affidata per foraggiare se stessi e i propri collaboratori. In tal modo quello che avrebbe dovuto essere un momento “preventivo”, al fine di evitare la reiterazione del reato, diventa un momento definitivo, dato il prolungamento all’infinito delle misure di prevenzione, anche ad assoluzione penale avvenuta.

LA NUOVA LEGGE ANTIMAFIA. Da parte di alcuni settori si è gridato alla vittoria e al passo in avanti dato dal nuovo codice antimafia, approvato nel settembre scorso, ma, come abbiamo più volte scritto, si tratta di una legge nata vecchia, con qualche ritocco alla vecchia legge del 2012, senza che siano indicate regole precise né sul periodo, cioè sulla durata in cui un bene deve essere tenuto sotto sequestro, né sulle prove e sulle condizioni che dovrebbero giustificare il sequestro, né sulle penalità da attribuire agli amministratori incompetenti o ai magistrati che hanno agito frettolosamente, senza che la loro azione sia stata giustificata da un minimo di sentenza. È rimasto il solco tra procedimento penale e procedimento di prevenzione, anzi il procedimento di prevenzione è stato esteso anche ai reati di corruzione, commessi in associazione, senza garanzie sulla possibile restituzione e sul risarcimento dei danni causati dalla disamministrazione. Insomma, come al solito non pagherà nessuno e i magistrati potranno continuare ad agire nel massimo della libertà che non è sempre garanzia di giustizia.

I RESPONSABILI. Dopo questa premessa citiamo, e ricordiamo i numerosi nomi di amministratori che, in un modo o in un altro hanno contribuito a creare sfiducia nella possibilità di potere portare avanti un’azione antimafia decisa e corretta, che avrebbe dovuto avere come finalità primaria la possibilità di non affossare l’economia siciliana, ma di salvaguardarla dalle infiltrazioni mafiose e di costruirla nel rispetto delle regole parallelamente alle condizioni di crisi, di cui ancora non si vede l’uscita, nonostante lo strombazzamento di miglioramenti dei quali in Sicilia non vediamo nemmeno l’ombra. La salvaguardia di quel poco esistente, spesso dovuto al coraggio di imprenditori che hanno rischiato tutto e si sono anche indebitati per costruire un’azienda, non è stata in alcun modo presa in considerazione, e ciò ha causato il crollo di strutture e aziende, come quelle dei Niceta, dei Cavallotti, di Calcedonio Di Giovanni, della catena di alberghi Ponte, della Motoroil, della Clinica Villa Teresa di Bagheria, (sia nel settore sanitario che in quello edilizio), della Meditour degli Impastato, dei supermercati Despar di Grigoli in provincia di Trapani e Agrigento, dell’impero televisivo e concessionario dei Rappa e così via. Responsabili i vari a Cappellano Seminara, Sanfilippo, Santangelo, Aulo Giganti, Ribolla, Scimeca, Benanti, Walter Virga, Rizzo, Modica de Moach e così via. Molti di questi sono ancora al loro posto, mentre altri sono stati sostituiti. Di questo lungo elenco faceva parte Luigi Miserendino che, ieri, si è dimesso da tutti gli incarichi, per avere lasciato al suo posto il re dei detersivi Ferdico, il quale è stato assolto da tutto, ma ricondotto in carcere, mentre il carcere è stato revocato a Miserendino, poiché, dimessosi, non potrà più reiterare il reato.

IL PROFESSORE. Oggi spunta la notizia, altrettanto grave dell’interrogatorio del prof. Carmelo Provenzano, il quale, dopo avere sistemato nelle varie amministrazioni moglie, fratello, cognata e altri amici, dopo avere rifornito di frutta fresca il frigorifero della Saguto e del prefetto di Palermo Cannizzo, dopo avere agevolato la laurea del figlio della Saguto, anche con l’aiuto del rettore dell’Università di Enna Di Maria, oggi dichiara candidamente al giudice Bonaccorso che lo sta interrogando, di avere fatto tutto questo perché rientrava nelle sue funzioni di docente aiutare gli alunni, tra i quali cita anche il figlio dell’ex procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari e si lamenta addirittura che le sue telefonate al figlio di Lari non sono agli atti del procedimento contro di lui. Va tenuto presente comunque che Lari è stato quello che ha dato il via all’inchiesta aperta dei giudici di Caltanissetta contro la Saguto e i suoi collaboratori, o, se vogliamo, complici. Secondo Provenzano tutto quello che è successo era “normale”, tutti facevano così, rientrava nel normale modo di gestire i beni sequestrati quello di aiutarsi e appoggiarsi reciprocamente tra i vari componenti del cerchio magico. Né più né meno come quando Craxi dichiarò in parlamento che il sistema delle tangenti ai partiti era normalità, che tutti facevano così, tutti mangiavano e non poteva essere lui solo a pagare per tutti. E se tutto è normale, non è successo niente, abbiamo scherzato, hanno scherzato i giudici di Caltanissetta ad aprire il procedimento, sono tutti innocenti e tutti dovrebbero essere assolti, Cappellano compreso, perché hanno fatto egregiamente il loro lavoro. Conclusione, ma non solo per Provenzano, è che tutto quello che dovrebbe essere anormale, anche il malaffare, è normale, mentre è anormale il corretto funzionamento della giustizia e l’applicazione di eventuali pene nei confronti di chi sbaglia. Ovvero fuori i mascalzoni e dentro chi si comporta onestamente o chi si permette di denunciare il disonesto modo di amministrare la cosa pubblica, i beni dello stato, il corretto funzionamento della giustizia. Come succede molto spesso in Italia, secondo un detto antichissimo cui ostinatamente non possiamo e non dobbiamo rassegnarci: “La furca è pi li poviri, la giustizia pi li fissa

L’Italia non è un paese per giovani (avvocati): elevare barriere castali e di censo non è una soluzione, scrive il 28 Aprile 2017 “L’Inkiesta”. Partiamo da due disfunzioni che affliggono il nostro Paese e che stanno facendo molto parlare di sé. Da una parte, la crisi delle libere professioni e, in generale, delle lauree, con importanti giornali nazionali che ci informano, per esempio, che i geometri guadagnano più degli architetti. Dall’altra, le inefficienze del sistema giudiziario. Queste, sono oggetto di dibattito da tempo immemorabile, ci rendono tra i Paesi peggiori dell’area OCSE e ci hanno fatti condannare da niente-popò-di-meno-che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Incrociate ora i due trend. Indovinate chi ci rimane incastrato in mezzo? Ovviamente i giovani laureati/laureandi in giurisprudenza, chiusi tra un percorso universitario sempre più debole e una politica incapace di portare a termine una riforma complessiva e decente dell’ordinamento forense. Come risolvere la questione? Con il numero chiuso a giurisprudenza? Liberalizzando la professione legale? Niente di tutto questo, ci mancherebbe. In un Paese dove gli avvocati rappresentano una fetta rilevante dei parlamentari, la risposta fornita dall’ennesima riforma è facile facile. Porre barriere di censo e di casta all’accesso alla professione. Da questa prospettiva tutte le recenti novità legislative acquistano un senso e rivelano una logica agghiacciante. I malcapitati che si laureeranno in Giurisprudenza a partire dall’anno 2016/2017 avranno una prima sorpresina: l’obbligo di frequentare una scuola di formazione per almeno 160 ore. Anche a pagamento se necessario, come da parere positivo del Consiglio Nazionale Forense.

La questione sarebbe da portare all’attenzione di un bravo psicanalista. Giusto qualche osservazione: (1) se la pratica deve insegnare il mestiere, perché aggiungere un’altra scuola obbligatoria?; (2) Se la Facoltà di Legge - che in Italia è lunghissima: 5 anni, contro i 3 di Stati Uniti e Regno Unito e i 4 della Francia, per esempio – serve a così poco, tanto da dover essere integrata anche dopo la laurea, perché non riformarla?; (3) perché fermare i ragazzi dopo la laurea, invece di farlo prima? Ci sarebbero anche altre questioni. Per esempio, 160 ore di formazione spalmate su 18 mesi, per i fortunati ammessi, non sono molte in teoria. Tuttavia, basta vedere le sempre maggiori proteste riportate dai giornali, e rigorosamente anonime, di praticanti-fotocopisti senza nome, sfruttati e non pagati, per accorgersi che la realtà è molto diversa dalla visione irenica (ipocrita è offensivo?) dei riformatori. E, in ogni caso, anche se il praticante fosse sufficientemente fortunato da avere qualche soldo in tasca, ciò non gli permetterebbe di godere del dono dell’ubiquità. Ma così si passerebbe dal settore della psicanalisi a quello della parapsicologia. Meglio evitare. Andiamo oltre.

Abbiamo superato la prima trincea. Coi soldi del nonno ci manteniamo nella nostra pratica non pagata o mal pagata. Magari siamo bravissimi ed accediamo ai corsi di formazione a gratis o con borsa. Arriva il momento dell’esame. Presto l’esame scritto sarà senza codice commentato. E fin qui, nessun problema. Meglio ragionare con la propria testa che affannarsi a cercare la “sentenza giusta”, magari senza capirla. Le prove verteranno sempre su diritto civile, diritto penale e un atto. Segue un esame orale con quattro materie obbligatorie: diritto civile, diritto penale, le due relative procedure, due materie a scelta e la deontologia forense. E qui il fine giurista si deve trasformare in una specie di Pico de La Mirandola, mandando a memoria tutto in poco tempo. Magari col capo che non ti concede più di un mese di assenza dalla tua scrivania. Ma il problema di questo esame è un altro. Poniamo che io sia un praticante in gamba e che abbia trovato lavoro in un grosso studio internazionale leader nel settore del diritto bancario. Plausibilmente, lavorerò con professionisti fantastici e avrò clienti prestigiosi. Serve a qualcosa per l’esame di stato? Risposta: no. Riformuliamo la questione. Se io mi occupo di diritto bancario o di diritto societario, cosa me ne frega di studiare diritto penale, materia che non mi interessa e che non praticherò mai? Mistero. L’esame di abilitazione fu regolato per la prima volta nel 1934 e la sua logica è rimasta ferma lì. Come se l’avvocato fosse ancora un piccolo professionista individuale che fa indifferentemente tutto. Pensateci la prossima volta che sentite qualcuno sciacquarsi la bocca con fregnacce sulla specializzazione degli avvocati e sulla dipartita dell’avvocato generico. Pensateci.

Passata anche la seconda trincea. Siete avvocati. Tutto bene? No. Tutto male. Finirete sotto il fuoco della Cassa Forense, obbligatoria, che vi mitraglierà. Non importa se siete potentissimi astri nascenti o piccoli professionisti. I risultati? Migliaia di giovani avvocati che si cancellano dall’albo ogni anno. Sgombriamo subito il campo da equivoci. Spesso quando si introduce questo tema ci si sente rispondere che in Italia ci sono troppi avvocati e se si sfoltiscono è meglio. Giusto. Ma ciò non può condurre ad affermare che dei giovani siano tagliati fuori da un sistema disfunzionale. La selezione dura va bene; il terno al lotto no. La competizione, anche spietata, va bene; le barriere all’accesso strutturate senza la minima logica no. Dietro le belle parole, si nasconde un sistema che, come avviene anche per altre professioni, cerca di tutelare se stesso sbattendo la porta in faccia ai giovani che vorrebbero entrare. Non tutti ovviamente. Senza troppa malizia vediamo che avrà meno crucci: (1) chi ha il padre, nonno, zio, fratello maggiore ecc… titolare di uno studio legale. Una mancetta arriverà sempre, con essa il tempo libero per frequentare la formazione obbligatoria e una study leave succulenta di un paio di mesi per preparare l’esame; (2) chi è ricco di famiglia e che, dunque, può godere dei vantaggi di cui sopra per vie traverse; (3) chi, date le condizioni di cui ai punti 1 e 2, può sostenere l’esame due, tre, quattro, cinque volte. E la meritocrazia? Naaaa, quello è uno slogan da sbandierare in campagna elettorale, cosa avete pensavate, sciocconi? In definitiva, il sistema come si sta concependo non fa altro che porre barriere all’ingresso che favoriscono il ceto e di casta. Una volta che si è entrati, invece, si fa in modo di cacciare fuori coloro che non arrivano a fine mese, tendenzialmente i più giovani o i più piccoli.

Ci sono alternative? Guardiamo un paese come la Francia. Lì, l’esame duro e temutissimo è quello per l’accesso all’école des Avocats, superato ogni anno da meno di un terzo dei candidati. Ma, (1) lo si sostiene appena terminata l’università, quando si è “freschi”; (2) è la precondizione per l’accesso al tirocinio, non un terno al lotto che viene al termine di 18/24 mesi di servaggio, spesso inutile ai fini del superamento dell’esame. Quindi, se si fallisce, al netto della delusione, si può subito andare a fare altro. Oppure si riprova (fino a tre volte). In ogni caso, però, non si buttano due anni di vita. La conclusione è sempre la stessa. L’Italia è un Paese che investe poco nei giovani. E che ci crede poco, a giudicare dalle frequenti sparate e rimbrotti di ministri vari. Sperando che non si cerchi, di fatto, di risolvere il problema con l’emigrazione, il messaggio deve essere chiaro. Non si faccia pagare ai giovani l’incapacità del sistema di riformarsi seriamente e organicamente. Le alternative ci sono.

Giornalisti? E’ meglio se andate a fare gli operai, scrive di Andrea Tortelli, Responsabile di "GiornalistiSocial.it". E’ meglio se andate a fare gli operai, credetemi. Lo dicono i numeri. Chiunque aspiri a fare il giornalista, in Italia, deve confrontarsi con un quadro di mercato ben più drammatico di quello di altri settori in crisi. Il giornalista rimane una professione molto (troppo) ambita, ma non conferisce più prestigio sociale a chi la pratica e soprattutto non è più remunerativa. Diverse classifiche, non solo italiche, inseriscono quello del reporter fra i lavori a maggiore rischio di indigenza. E chi pratica bazzica in questo mondo non può stupirsene.

Qualche numero sui media. Il mondo dei media è in crisi da tempo, ben prima che arrivassero i social a dare il colpo di grazia. In una provincia come Brescia, dove vivo, non c’è un solo giornale cartaceo o una televisione locale che nell’ultimo quinquennio non abbia ridotto il proprio organico e chiuso qualche bilancio in rosso. Tutto ciò mentre gli on line sopravvivono, ma non prosperano: generando numeri, ma recuperando ben poche delle risorse perse per strada dai media tradizionali. In Italia, va detto, i giornali non hanno mai goduto di troppa gloria. Da sempre siamo una delle popolazioni al mondo che legge meno. Meno di una persona su venti, oggi, compra un quotidiano in edicola e il calo è costante. Il Corriere della Sera, solo per fare un esempio, tra il 2004 e il 2014 ha dimezzato le proprie copie (l’on line, nello stesso periodo, è passato da 2 milioni di utenti al mese a 1,5 al giorno, Facebook da zero a 2 milioni di fan…). Nel 2016, ancora, i cinque giornali cartacei più venduti (Corsera, Repubblica, Sole 24 Ore, La Stampa e Gazzetta dello Sport) hanno perso un decimo esatto delle copie.

Non va meglio sul fronte dei fatturati. Dal 2004 al 2014 – permettetemi di riciclare un vecchio dato – il mercato pubblicitario italiano è passato da 8 miliardi 240milioni di euro a 5 miliardi e 739milioni (fonte DataMediaHub). La tv è scesa da 4 miliardi 451 milioni a 3.510 milioni, la stampa si è più che dimezzata da 2 miliardi 891 milioni a 1 miliardo 314 milioni, il web è cresciuto sì. Ma soltanto da 116 milioni a 474. Vuol dire che – dati alla mano – per ogni euro perso dalla carta stampata in questo decennio sono arrivati sul web soltanto 22 centesimi (del resto, agli attuali prezzi di mercato, mille clic vengono pagati oggi meno di due euro…). E gli altri 80 centesimi dove sono finiti? Un po’ si sono persi a causa della crisi. Ma una grossa fetta – non misurabile – è finita alle big del web, nel grande buco nero fiscale di Google e Facebook. Cioè è uscita dal circuito dell’informazione e dell’editoria.

I giornalisti che fanno? A una drastica riduzione delle copie e dei fatturati consegue ovviamente una drastica riduzione degli organici. Ma a questo dato si somma un aumento significativo dell’offerta (complici le scuole di giornalismo, ma non solo…) e un aumento esponenziale della concorrenza “impropria”, dovuta al fatto che Facebook è ormai la prima fonte di informazione degli italiani e sono molti a operare fuori dal circuito tradizionale (e spesso anche fuori dal circuito legale) dei media. In questo contesto, le possibilità di spuntare un contratto ex Articolo 1 (Cnlg) per un giovane sono praticamente nulle. Ma anche portare a casa almeno mille euro lordi al mese è un’impresa se ci sono quotidiani locali, anche di gruppi importanti, che pagano meno di 10 euro un articolo. E on line, a quotazioni di “mercato”, un pezzo viene pagato anche un euro. Lordo. Non è un caso che sempre più colleghi abbiano decisi di cambiare vita, e molto spesso sono i più validi. Ne conosco molti. C’è chi fa l’operaio part time a tempo indeterminato e arrotonda scrivendo (quasi per passione), chi ha mollato tutto per una cattedra da precario alle superiori, chi all’ennesima crisi aziendale ha deciso di andare a lavorare a tempo pieno in fabbrica per mantenere i figli e chi ancora era caporedattore di un noto giornale – oltre che penna di grandissimo talento – e ora si dedica alla botanica. Con risultati di eguale livello, pare. I dati dell’Osservatorio Job pricing, del resto, indicano che nel 2016 un operaio italiano guadagnava mediamente 1.349 euro. Il collaboratore di una televisione locale, a 25 euro lordi a servizio, dovrebbe fare più di 50 uscite (con montaggio annesso) per portare a casa la stessa cifra. Il collaboratore di un quotidiano locale dovrebbe firmare almeno 100 pezzi, tre al giorno. Senza ferie, tredicesima, malattia e possibilità di andare in banca a chiedere un mutuo se privo della firma di papi. Insomma: il vecchio adagio del “sempre meglio che lavorare” è ancora attuale, ma ha drammaticamente cambiato significato. Visto che il giornalismo è diventato per molti un hobby o una moderna forma di schiavitù, quasi al livello dei raccoglitori di pomodori pugliesi. Dunque?

La soluzione. Dunque… Quando qualcuno mi contatta per chiedermi come si fa a diventare giornalista (circostanza piuttosto frequente, visto che gestisco GiornalistiSocial.it) cerco sempre di fornirgli un quadro completo e oggettivo della situazione, per non illudere nessuno. Alcuni si incazzano e spariscono. Altri ringraziano delusi. I più ascoltano, ma non sentono. Una piccola parte comprende che il mestiere del giornalista, nel 2017, ha un senso solo se sussistono due elementi: una grande passione e la volontà di fare gli imprenditori di se stessi. Fare il giornalista, in Italia ma non solo, richiede oggi una grande capacità di adattamento al sistema della comunicazione e un sistema di competenze tecniche estese (fotografia, grafica, video, social, web, seo e anche marketing, parola che farebbe accapponare la pelle a quelli della vecchia scuola) per sopravvivere a un mercato sempre meno chiuso, in cui i concorrenti sono tanto i colleghi e gli aspiranti colleghi, quanto tutti i laureati privi di occupazione e i liberi professionisti dell’articolato mondo web. Ma questo è un altro capitolo. Nel frattempo, è meglio che andiate a fare gli operai. Oppure ribellatevi.

Mi sono laureata nonostante gli abusi dei professori. Mi chiamo Carolina, e sono una neolaureata all'Università Statale di Milano. Mi sono sentita moralmente obbligata a scrivere questa lettera, che spero potrà avere una sua risonanza. So che qualche anno fa i quotidiani si erano già occupati dell'incresciosa situazione logistica in alcune facoltà della Statale, una situazione che ha costretto me come centinaia di altri studenti a seguire per interi semestri le lezioni seduti sul pavimento, quando non addirittura in piedi fuori dalle porte e dalle finestre delle aule. Ma in questa sede vorrei invece parlare della condotta dei professori, della quale ingiustamente non si è mai fatto parola. Per natura tendo a non parlare mai di ciò che non conosco direttamente, quindi mi riferirò esclusivamente alle facoltà sotto la dicitura di Studi Umanistici della Statale. Volendo evitare di fare di tutta l'erba un fascio, ammetto volentieri il fatto di aver incontrato durante la mia carriera universitaria professori competenti e disponibili, e mi piacerebbe poter dire che sono la maggioranza. Ma ciò di cui non si parla mai sono gli altri, una vera e propria casta che segue solamente le proprie regole anche e spesso a dispetto degli studenti. Urge fare qualche esempio pratico. Ci sono professori che perdono esami di studenti e non solo non denunciano l'accaduto, ma bocciano gli studenti interessati sperando che loro non arrivino mai a scoprirlo, ma si limitino semplicemente a ripetere l'esame in questione. Ci sono professori che in una giornata di interrogazioni d'esame si prendono ben tre ore di pausa pranzo. Ce ne sono altri che con appelli programmati da mesi, fanno presentare tutti gli studenti iscritti e poi annunciano di dover partire per un viaggio, e che quelli non interrogati si devono ripresentare due settimane dopo. Alcuni si rifiutano, benché avvisati con anticipo, di interrogare gli studenti che hanno seguito il corso con un altro professore non disponibile per l'appello d'esame. E ultimi, ma certamente non per importanza, ci sono i professori che ogni anno mandano fuori corso decine di studenti che hanno finito per tempo gli esami, impedendogli di laurearsi nell'ultima sessione disponibile per loro e costringendoli a pagare un anno intero di retta universitaria perché "non hanno tempo di seguire questa tesi" oppure perché il candidato "è troppo indietro con la stesura, ci sarebbe troppo da fare". Tutti gli episodi sopra citati sono accaduti ad una sola persona, me. E per quanto io mi renda conto di essere stata particolarmente sfortunata, mi riesce difficile pensare di essere l'unica alla quale cose del genere sono successe. Questi veri e propri abusi di potere rendono quasi impossibile per gli studenti godere del generalmente buon livello di istruzione offerto dall'università. Mi includo nel gruppo quando mi chiedo come mai gli studenti non si siano mai fatti sentire, e mi vergogno quasi un po' a scrivere questa lettera con il mio bell'attestato di laurea appeso in stanza, ma la verità è che mi è costato fin troppa fatica, e non ero disposta a mettere a rischio la possibilità di ottenerlo, dal momento che non ero io ad avere il coltello dalla parte del manico. Ma non mi sembrava ad ogni modo corretto lasciare che tali comportamenti passassero sotto silenzio. L'istruzione pubblica dovrebbe essere un diritto, non un privilegio, ed insegnare dovrebbe essere una grande responsabilità, qualcosa di cui non abusare mai. Carolina Forin 14 ottobre 2017 “L’Espresso”

I mediocri del Politically Correct negano sempre il merito. Sostituiscono sempre la qualità con la quantità. Ma è la qualità che muove il mondo, cari miei, non la quantità. Il mondo va avanti grazie ai pochi che hanno qualità, che valgono, che rendono, non grazie a voi che siete tanti e scemi. La forza della ragione (Oriana Fallaci)

 “L'Italia tenuta al guinzaglio da un sistema di potere composto da caste, lobbies, mafie e massonerie: un'Italia che deve subire e deve tacere.

La “Politica” deve essere legislazione o amministrazione nell’eterogenea rappresentanza d’interessi, invece è meretricio o mendicio, mentre le “Istituzioni” devono meritarlo il rispetto, non pretenderlo. Il rapporto tra cittadini e il rapporto tra cittadini e Stato è regolato dalla forza della legge. Quando non vi è cogenza di legge, vige la legge del più forte e il debole soccombe. Allora uno “Stato di Diritto” degrada in anarchia. In questo caso è palese la responsabilità politica ed istituzionale per incapacità o per collusione. Così come è palese la responsabilità dei media per omertà e dei cittadini per codardia o emulazione."

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo. Vittorio Alfieri (1790).

"Quando si cerca di far progredire la conoscenza e l'intelligenza umana si incontra sempre la resistenza dei contemporanei, simile a un fardello che bisogna trascinare e che grava pesantemente al suolo, ribelle ad ogni sforzo. Ci si deve consolare allora con la certezza che, se i pregiudizi sono contro di noi, abbiamo con noi la Verità, la quale, dopo essersi unita al suo alleato, il Tempo, è pienamente certa della sua vittoria, se non proprio oggi, sicuramente domani."(Arthur Schopenhauer)

Il pregio di essere un autodidatta è quello che nessuno gli inculcherà forzosamente della merda ideologica nel suo cervello. Il difetto di essere un autodidatta è quello di smerdarsi da solo.

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo con la discultura e la disinformazione. Ci si deve chiedere: perchè a scuola ci hanno fatto credere con i libri di testo che Garibaldi era un eroe ed i piemontesi dei salvatori; perché i media coltivano il luogo comune di un sud Italia cafone ed ignorante; perché la prima cosa che insegnano a scuola è la canzone “bella ciao”? Per poi scoprire da adulti e solo tramite il web: che il Sud Italia è stato depredato a causa proprio di Garibaldi a vantaggio dei Piemontesi; che solo i turisti che scendono a frotte nel meridione d’Italia scoprono quanto ci sia tanto da conoscere ed apprezzare, oltre che da amare; che “Bella ciao” è solo l’inno di una parte della politica italiana che in nome di una ideologia prima tradì l’Italia e poi, con l’aiuto degli americani, vinse la guerra civile infierendo sui vinti, sottomettendoli, con le sue leggi, ad un regime illiberale e clericale.

Ad Avetrana, il paese di Sarah Scazzi, non sono omertosi, sempre che non si tratti di poteri forti. Ma qualcuno certamente vigliacco e codardo lo è. Sapendo che io ho le palle per denunciare le illegalità, questi deficienti usano il mio nome ed appongono falsamente la mia firma in calce a degli esposti che colpiscono i poveri cristi rei di abusi edilizi o commerciali. I cretini, che poi fanno carriera politica, non sanno che i destinatari dei miei strali sono magistrati, avvocati, forze dell’ordine, e comunque pubblici ufficiali o esercenti un pubblico servizio. Che poi queste denunce finiscono nell’oblio perché “cane non mangia cane” e per farmi passare per mitomane o pazzo o calunniatore o diffamatore, è un’altra cosa. Però da parte di questi coglioni prendersela con i poveri cristi per poi far addossare la colpa a me ed essere oggetto di ritorsioni ingiustificate è da veri vigliacchi. D'altronde un paese di coglioni sarà sempre governato, amministrato, giudicato, istruito ed informato da coglioni.

È molto meglio osare cose straordinarie, vincere gloriosi trionfi, anche se screziati dall'insuccesso, piuttosto che schierarsi tra quei poveri di spirito che non provano grandi gioie né grandi dolori, perché vivono nel grigio e indistinto crepuscolo che non conosce né vittorie né sconfitte. (...) Non è il critico che conta, né l'individuo che indica come l'uomo forte inciampi, o come avrebbe potuto compiere meglio un'azione. L'onore spetta all'uomo che realmente sta nell'arena, il cui viso è segnato dalla polvere, dal sudore, dal sangue; che lotta con coraggio; che sbaglia ripetutamente, perchè non c'è tentativo senza errori e manchevolezze; che lotta effettivamente per raggiungere l'obiettivo; che conosce il grande entusiasmo, la grande dedizione, che si spende per una giusta causa; che nella migliore delle ipotesi conosce alla fine il trionfo delle grandi conquiste e che, nella peggiore delle ipotesi, se fallisce, almeno cade sapendo di aver osato abbastanza. Dunque il suo posto non sarà mai accanto a quelle anime timide che non conoscono né la vittoria, né la sconfitta. Franklin Delano Roosevelt

Cari signori, io ho iniziato a destare le coscienze 20 anni prima di Beppe Grillo e nulla è successo. Io non cercavo gli onesti, ma le vittime del sistema, per creare una rivoluzione culturale…ma un popolo di “coglioni” sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da “coglioni”.

"Il popolo cornuto era e cornuto resta: la differenza è che il fascismo appendeva una bandiera sola alle corna del popolo e la democrazia lascia che ognuno se l'appenda da sé, del colore che gli piace, alle proprie corna... Siamo al discorso di prima: non ci sono soltanto certi uomini a nascere cornuti, ci sono anche popoli interi; cornuti dall'antichità, una generazione appresso all'altra...- Io non mi sento cornuto - disse il giovane - e nemmeno io. Ma noi, caro mio, camminiamo sulle corna degli altri: come se ballassimo..." Leonardo Sciascia dal libro "Il giorno della civetta". 

Un chierico medievale si imbatté in un groviglio di serpi su cui spiccava un ramarro che già da solo sarebbe bastato a spaventarlo. Tuttavia, confrontata a quelle serpeggianti creature, la bestiola gli parve graziosa ed esclamò: «Beati monoculi in terra caecorum», nella terra dei ciechi anche l’orbo è re. 

Noi siamo quello che altri hanno voluto che diventassimo. Quando esprimiamo giudizi gratuiti, cattivi ed illogici lo facciamo con la nostra bocca ma inconsapevolmente per volontà di altri. Lo facciamo in virtù di quanto ricevuto: dall’educazione familiare, dall’istruzione di regime, dall’indottrinamento politico e religioso, dall’influenza mediatica. Niente è farina del nostro sacco. Se ci basassimo solo sulle nostre esperienze staremmo solo zitti, sapendo che nessuno sarebbe capace e disposto ad ascoltarci.

In una Italia dove nulla è come sembra, chi giudica chi è onesto e chi no?

Lo hanno fatto i comunisti, i dipietristi, i leghisti, i pentastellati. Lor signori si son dimostrati peggio degli altri e comunque servitori dei magistrati. E se poi son questi magistrati a decidere chi è onesto e chi no, allora se tutti stanno dalla parte della ragione, io mi metto dalla parte del torto.

Ognuno di noi, anziché migliorarsi, si giova delle disgrazie altrui. Non pensando che a cercar l’uomo onesto con il lanternino si perde la ragione. Ma anche a cercarlo con la lanterna di Diogene si perde la retta via. Diogene di Sinope (in greco antico Διογένης Dioghénes) detto il Cinico o il Socrate pazzo (Sinope, 412 a.C. circa – Corinto, 10 giugno 323 a.C.) è stato un filosofo greco antico. Considerato uno dei fondatori della scuola cinica insieme al suo maestro Antistene, secondo l'antico storico Diogene Laerzio, perì nel medesimo giorno in cui Alessandro Magno spirò a Babilonia. «[Alessandro Magno] si fece appresso a Diogene, andandosi a mettere tra lui e il sole. "Io sono Alessandro, il gran re", disse. E a sua volta Diogene: "Ed io sono Diogene, il cane". Alessandro rimase stupito e chiese perché si dicesse cane. Diogene gli rispose: "Faccio le feste a chi mi dà qualcosa, abbaio contro chi non dà niente e mordo i ribaldi."» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, Vita di Diogene il Cinico, VI 60). Diogene aveva scelto di comportarsi, dunque, come "critico" pubblico: la sua missione era quella di dimostrare ai Greci che la civiltà è regressiva e di dimostrare con l'esempio che la saggezza e la felicità appartengono all'uomo che è indipendente dalla società. Diogene si fece beffe non solo della famiglia e dell'ordine politico e sociale, ma anche delle idee sulla proprietà e sulla buona reputazione. Una volta uscì con una lanterna di giorno. Questi non indossava una tunica. Portava come solo vestito un barile ed aveva in mano una lanterna. "Diogene! - esclamo Socrate - con quale nonsenso tenterai di ingannarci oggi? Sei sempre alla ricerca, con questa lanterna, di un uomo onesto? Non hai ancora notato tutti quei buchi nel tuo barile?". Diogene rispose: "Non esiste una verità oggettiva sul senso della vita". A chi gli chiedeva il senso della lanterna lui rispondeva: "cerco l'uomo!". “... (Diogene) voleva significare appunto questo: cerco l’uomo che vive secondo la sua più autentica natura, cerco l’uomo che, aldilà di tutte le esteriorità, le convenzioni o le regole imposte dalla società e aldilà dello stesso capriccio della sorte e della fortuna, ritrova la sua genuina natura, vive conformemente a essa e così è felice."

Aste e usura: chiesta ispezione nei tribunali di Taranto e Potenza. Interrogazione dei Senatori Cinque Stelle: “Prassi illegali e vicende inquietanti”, titola “Basilicata 24” nel silenzio assordante dei media pugliesi e tarantini.

Da presidente dell’ANPA (Associazione Nazionale Praticanti ed Avvocati) già dal 2003, fin quando mi hanno permesso di esercitare la professione forense fino al 2006, mi sono ribellato a quella realtà ed ho messo in subbuglio il Foro di Taranto, inviando a varie autorità (Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, Procura della Repubblica di Taranto, Ministro della Giustizia) un dossier analitico sull’Ingiustizia a Taranto e sull’abilitazione truccata degli avvocati. Da questo dossier è scaturita solo una interrogazione parlamentare di AN del Senatore Euprepio Curto (sol perché ricoprivo l’incarico di primo presidente di circolo di Avetrana di quel partito). Eccezionalmente il Ministero ha risposto, ma con risposte diffamatorie a danno dell’esponente. Da allora e per la mia continua ricerca di giustizia come Vice Presidente provinciale di Taranto dell’Italia dei Valori (Movimento da me lasciato ed antesignano dei 5 Stelle, entrambi a me non confacenti per mia palese “disonestà”) e poi come presidente nazionale dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, sodalizio antimafia riconosciuto dal Ministero dell’Interno, per essermi permesso di rompere l’omertà, gli abusi e le ingiustizie, ho subito decine di procedimenti penali per calunnia e diffamazione, facendomi passare per mitomane o pazzo, oltre ad inibirmi la professione forense. Tutte le mie denunce ed esposti e la totalità dei ricorsi presentati a tutti i Parlamentari ed alle autorità amministrative e politiche: tutto insabbiato, nonostante la mafiosità istituzionale è sotto gli occhi di tutti.

I procedimenti penali a mio carico sono andati tutti in fumo, non riuscendo nell’intento di condannarmi, fin anche a Potenza su sollecitazione dei denuncianti magistrati.

Il 3 ottobre 2016, dopo un po’ di tempo che mancavo in quel di Taranto, si apre un ulteriore procedimento penale a mio carico per il quale già era intervenuta sentenza di assoluzione per lo stesso fatto. Sorvolo sullo specifico che mi riguarda e qui continuo a denunciare alla luna le anomalie, così già da me riscontrate molti anni prima. Nei miei esposti si parlava anche di mancata iscrizione nel registro generale delle notizie di reato e di omesse comunicazioni sull’esito delle denunce.

L’ufficio penale del Tribunale è l’ombelico del disservizio. Non vi è traccia degli atti regolarmente depositati, sia ufficio su ufficio (per le richieste dell’ammissione del gratuito patrocinio dall’ufficio del gratuito patrocinio all’ufficio del giudice competente), sia utenza su ufficio per quanto riguarda in particolare la lista testi depositata dagli avvocati nei termini perentori. Per questo motivo è inibito a molti avvocati percepire i diritti per il gratuito patrocinio prestato, non essendo traccia né delle istanze, né dei decreti emessi. Nell’udienza del 3 ottobre 2016, per gli avvocati presenti, al disservizio si è provveduto con una sorta di sanatoria con ripresentazione in udienza di nuove istanze di ammissione di Gratuito patrocinio e di nuove liste testi (fuori tempo massimo); per i sostituiti avvocati, invece, ogni diritto è decaduto con pregiudizio di causa. Non un avvocato si è ribellato e nessuno mai lo farà, perché mai nessuno in quel foro si è lamentato di come si amministra la Giustizia e di come ci si abilita. Per quanto riguarda la gestione degli uffici non si può alludere ad una fantomatica mancanza di personale, essendo l’ufficio ben coperto da impiegate, oltretutto, poco disponibili con l’utenza.

Io ho già dato per fare casino, non foss’altro che ormai sono timbrato tra i tarantini come calunniatore, mitomane o pazzo, facendo arrivare la nomea oltre il Foro dell’Ingiustizia.

La presente, giusto per rendere edotti gli ignoranti giustizialisti e sinistroidi in che mani è la giustizia, specialmente a Taranto ed anche per colpa degli avvocati.

Cane non mangia cane. E questo a Taranto, come in tutta Italia, non si deve sapere.

Questo il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie ONLUS che ha scritto un libro “Tutto su Taranto. Quello che non si osa dire”.

Un’inchiesta di cui nessuno quasi parla. Si scontrano due correnti di pensiero. Chi è amico dei magistrati, dai quali riceve la notizia segretata e la pubblica. Chi è amico degli avvocati che tace della notizia già pubblicata. "Siediti lungo la riva del fiume e aspetta, prima o poi vedrai passare il cadavere del tuo nemico", proverbio cinese. Qualcuno a me disse, avendo indagato sulle loro malefatte: “poi vediamo se diventi avvocato”...e così fu. Mai lo divenni e non per colpa mia.

Dei magistrati già sappiamo. C’è l’informazione, ma manca la sanzione. Non una condanna penale o civile. Questo è già chiedere troppo. Ma addirittura una sanzione disciplinare.

Canzio: caro Csm, quanto sei indulgente coi magistrati…, scrive Giovanni M. Jacobazzi il 19 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Per il vertice della Suprema Corte questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona”. La dichiarazione che non ti aspetti. Soprattutto per il prestigio dell’autore e del luogo in cui è stata pronunciata. «Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa». A dirlo è il primo presidente della Corte di Cassazione Giovanni Canzio che, intervenuto ieri mattina in Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto evidenziare questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare ha offerto lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. «È un dato clamoroso – ha aggiunto il presidente Canzio che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo». Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che necessita di essere “rivisto” quanto prima. Anche perché fornisce l’immagine di una categoria particolarmente indulgente con se stessa. In effetti, leggendo i pareri delle toghe che pervengono al Consiglio superiore della magistratura, ad esempio nel momento dell’avanzamento di carriera o quando si tratta di dover scegliere un presidente di tribunale o un procuratore, si scopre che quasi tutti, il 99% appunto, sono caratterizzati da giudizi estremamente lusinghieri. Ciò stride con le cronache che quotidianamente, invece, descrivono episodi di mala giustizia. In un sistema “sulla carta” composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso non dovrebbero, di norma, verificarsi errori giudiziari se non in numeri fisiologici. La realtà, come è noto, è ben diversa. Qualche mese fa, parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, l’allora vice ministro della Giustizia Enrico Costa, parlò di «numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici». Ma il problema è anche un altro. Nel caso, appunto, della scelta di un direttivo, è estremamente arduo effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità. Si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità. Sul punto anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è d’accordo, in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. «Propongo al Comitato di presidenza di aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico». Alcuni consiglieri hanno, però, sottolineato che l’1% di giudizi negativi sono comunque tanti. Si tratta di 90 magistrati su 9000, tante sono le toghe, che annualmente incappano in disavventure disciplinari. Considerato, poi, che l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, teoricamente sarebbero 900 le toghe ad oggi finite dietro la lavagna. Un numero, in proporzione elevato, ma che merita una riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma è di “manica larga” con il pm si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere.

Solo un rimbrotto per il pm che "scorda" l'imputato in galera, scrive Rocco Vazzana il 30 novembre 2016 su "Il Dubbio".  Il Csm ha condannato 121 magistrati in due anni. Ma si tratta di sanzioni molto leggere. Centoventuno condanne in più di due anni. È il numero di sanzioni che la Sezione Disciplinare del Csm ha irrogato nei confronti di altrettanti magistrati. Il dato è contenuto in un file che in queste ore gira tra gli iscritti alla mailing list di Area, la corrente che racchiude Md e Movimenti. Su 346 procedimenti definiti - dal 25 settembre 2014 al 30 novembre 2016 - 121 si sono risolti con una condanna (quasi sempre di lieve entità), 113 sono le assoluzioni, 15 le «sentenze di non doversi procedere» e 124 le «ordinanze di non luogo a procedere». L'illecito disciplinare riguarda «il magistrato che manchi ai suoi doveri, o tenga, in ufficio o fuori, una condotta tale che lo renda immeritevole della fiducia e della considerazione di cui deve godere, o che comprometta il prestigio dell'ordine giudiziario». Le eventuali condanne hanno una gradazione articolata in base alla gravità del fatto contestato. La più lieve è l'ammonimento, un semplice «richiamo all'osservanza dei doveri del magistrato», seguito dalla censura, una formale dichiarazione di biasimo. Poi le sanzioni si fanno più severe: «perdita dell'anzianità» professionale, che non può essere superiore ai due anni; «incapacità temporanea a esercitare un incarico direttivo o semidirettivo»; «sospensione dalle funzioni», che consiste nell'allontanamento con congelamento dello stipendio e con il collocamento fuori organico; fino arrivare alla «rimozione» dal servizio. C'è poi una sanzione accessoria che riguarda il trasferimento d'ufficio. Per questo, la sezione Disciplinare può essere considerata il cuore dell'autogoverno. Perché se il Csm può promuovere può anche bloccare una carriera: ai fini interni non serve ricorrere alle pene estreme, basta decidere un trasferimento. E a scorrere il file con le statistiche sui procedimenti disciplinari salta immediatamente all'occhio un dato: su 121 condanne, la maggior parte (90) comminano una sanzione non grave (la censura) e 11 casi si tratta di semplice ammonimento. Le toghe non si accaniscono sulle toghe. La perdita d'anzianità, infatti, è stata inflitta solo a dieci magistrati (due sono stati anche trasferiti d'ufficio), mentre sette sono stati rimossi. Uno solo è stato trasferito d'ufficio senza ulteriori sanzioni, un altro è stato sospeso dalle funzioni con blocco dello stipendio, un altro ancora è stato sospeso dalle funzioni e messo fuori organico. Ma il dato più interessante riguarda le tipologie di illecito contestate. La maggior parte dei magistrati viene sanzionato per uno dei problemi tipici della macchina giudiziaria: il ritardo nel deposito delle sentenze, quasi il 40 per cento dei "condannati" è accusato di negligenze reiterate, gravi e ingiustificate. Alcuni, però, non si limitano al ritardo: il 4 per cento degli illeciti, infatti, riguarda «provvedimenti privi di motivazione», come se si trattasse di un disinteresse totale nei confronti degli attori interessati. Il 23 per cento delle condanne, invece, riguarda una questione che tocca direttamente la vita dei cittadini: la ritardata scarcerazione. E in un Paese in cui si ricorre facilmente allo strumento delle misure cautelari, questo tipo di comportamento determina spesso anche il peggioramento delle condizioni detentive. Quasi il 10 per cento dei giudici e dei pm è stato sanzionato poi per «illeciti conseguenti a reato». Solo il 6,6 per cento delle condanne, infine, è motivato da «comportamenti scorretti nei confronti delle parti, difensori, magistrati, ecc.. ».

Truccati anche i loro concorsi. I magistrati si autoriformino, scrive Sergio Luciano su “Italia Oggi”. Numero 196 pag. 2 del 19/08/2016. Il Fatto Quotidiano ha coraggiosamente documentato, in un'ampia inchiesta ferragostana, le gravissime anomalie di alcuni concorsi pubblici, tra cui quello in magistratura. Fogli segnati con simboli concordati per rendere identificabile il lavoro dai correttori compiacenti pronti a inquinare il verdetto per assecondare le raccomandazioni: ecco il (frequente) peccato mortale. Ma, più in generale, nell'impostazione delle prove risalta in molti casi – non solo agli occhi degli esperti – la lacunosità dell'impostazione qualitativa, meramente nozionistica, che soprattutto in alcune professioni socialmente delicatissime come quella giudiziaria, può al massimo – quando va bene – accertare la preparazione dottrinale dei candidati ma neanche si propone di misurarne l'attitudine e l'approccio mentale a un lavoro di tanta responsabilità. Questo genere di evidenze dovrebbe far riflettere. E dovrebbe essere incrociato con l'altra, e ancor più grave, evidenza della sostanziale impunità che la casta giudiziaria si attribuisce attraverso l'autogoverno benevolo e autoassolutorio che pratica (si legga, al riguardo, il definitivo I magistrati, l'ultracasta, di Stefano Livadiotti).

Ora parliamo degli avvocati. C’è il caso per il quale l’informazione abbonda, ma manca la sanzione.

Un "fiore" da 20mila euro al giudice e il processo si aggiusta. La proposta shock di un curatore fallimentare a un imprenditore. Che succede nei tribunali di Taranto e Potenza? Scrivono di Giusi Cavallo e Michele Finizio, Venerdì 04/11/2016 su “Basilicata 24". L’audio che pubblichiamo, racconta in emblematica sintesi, le dinamiche, di quello che, da anni, sembrerebbe un “sistema” illegale di gestione delle procedure delle aste fallimentari. I fatti riguardano, in questo caso, il tribunale di Taranto. I protagonisti della conversazione nell’audio sono un imprenditore, Tonino Scarciglia, inciampato nei meccanismi del “sistema”, il suo avvocato e il curatore fallimentare nominato dal Giudice.

Aste e tangenti, studio legale De Laurentiis di Manduria nell’occhio del ciclone, scrive Nazareno Dinoi il 9 e 10 novembre 2016 su “La Voce di Manduria”. C’è il nome di un noto avvocato manduriano nell’inchiesta aperta dalla Procura della Repubblica di Taranto sulle aste giudiziarie truccate. Il professionista (che non risulta indagato), nominato dal tribunale come curatore fallimentare di un azienda in dissesto, avrebbe chiesto “un fiore” (una mazzetta) da ventimila euro ad un imprenditore di Oria interessato all’acquisto di un lotto che, secondo l’acquirente, sarebbero serviti al giudice titolare della pratica fallimentare. Questo imprenditore che è di Oria, rintracciato e intervistato ieri da Telenorba, ha registrato il dialogo avvenuto nello studio legale di Manduria in cui l’avvocato-curatore avrebbe avanzato la richiesta “del fiore” da 20mila euro. Tutto il materiale, compresi i servizi mandati in onda dal TgNorba, sono stati acquisiti ieri dalla Guardia di Finanza e dai carabinieri di Taranto.

I presunti brogli nella gestione dei fallimenti. «Infangata la giustizia per scopi elettorali». Il presidente dell’Ordine degli Avvocati, Vincenzo Di Maggio, attacca il M5S: preferisce il sensazionalismo all’impegno per risolvere i problemi, scrive il 15 novembre 2016 Enzo Ferrari Direttore Responsabile di "Taranto Buona Sera". «Ma quale difesa di casta, noi come avvocati abbiamo soltanto voluto dire che il Tribunale non è un luogo dove si ammazza la Giustizia». Vincenzo Di Maggio, presidente dell’Ordine degli Avvocati, torna sulla polemica che ha infiammato gli operatori della giustizia negli ultimi giorni: l’interpellanza di un nutrito gruppo di senatori Cinquestelle su presunte nebulosità nella gestione delle procedure fallimentari ed esecutive al Tribunale di Taranto.

«Fallimenti ed esecuzioni, le procedure sono corrette». Documento delle Camere delle Procedure Esecutive e delle Procedure Concorsuali, scrive "Taranto Buona Sera” il 10 novembre 2016. Prima l’interrogazione parlamentare del M5S su presunte anomalie nella gestione delle procedure fallimentari, a scapito di chi è incappato nelle procedure come debitore; poi il video della registrazione di un incontro che sarebbe avvenuto tra un imprenditore, il suo avvocato e un curatore fallimentare. Un video dagli aspetti controversi e dai contenuti comunque tutti da verificare. Un’accoppiata di situazioni che ha destato clamore e che oggi fa registrare la netta presa di posizione della Camera delle Procedure Esecutive Immobiliari e della Camera delle Procedure Concorsuali. In un documento congiunto, i rispettivi presidenti, gli avvocati Fedele Moretti e Cosimo Buonfrate, fanno chiarezza a tutela della onorabilità dei professionisti impegnati come curatori e custodi giudiziari ed esprimendo piena fiducia nell’operato dei magistrati.

Taranto, rimborsi non dovuti. Procura indaga sugli avvocati. Riflettori accesi su 93mila euro spesi tra il 2014 e il 2015 dopo un esposto del Consiglio, scrive Mimmo Mazza su “La Gazzetta del Mezzogiorno” dell’11 aprile 2016. Finiscono all’attenzione della Procura della Repubblica i conti dell’Ordine degli avvocati di Taranto. A rivolgersi alla magistratura è stato lo stesso Consiglio, presieduto da Vincenzo Di Maggio, dopo che sarebbero emerse irregolarità contabili riguardanti le anticipazioni e i rimborsi alle cariche istituzionali nell’anno 2014, l’ultimo da presidente per Angelo Esposito, ora membro dal Consiglio nazionale forense. Il fascicolo è stato assegnato al sostituto procuratore Maurizio Carbone, l’ipotesi di reato è quella di peculato essendo l’Ordine degli avvocati ente di diritto pubblico (altrimenti si procederebbe per appropriazione indebita, ma il pm non sarebbe Carbone in quanto quest’ultimo fa parte del pool reati contro la pubblica amministrazione). Di questo se ne è parlato agli inizi, perché l’esposto era dello stesso Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, ma poi nulla si è più saputo: caduto nell’oblio. Il silenzio sarà rotto, forse, dalla inevitabile prescrizione, che rinverdirà l’illibatezza dei presunti responsabili.

E poi c’è il caso, segnalato da un mio lettore, di una eccezionale sanzione emessa dalla magistratura tarantina e taciuta inopinatamente da tutta la stampa.

La notizia ha tutti i crismi della verità, della continenza e dell’interesse pubblico e pure non è stata data alla pubblica opinione.

Il caso di cui trattasi si riferisce ad un esposto di un cittadino, presentato al Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto contro un avvocato di quel foro per infedele patrocinio, di cui già pende giudizio civile.

Ma facciamo parlare gli atti pubblicabili.

L’11 maggio 2012 viene presentato l’esposto, il 3 aprile 2013 con provvedimento di archiviazione, pratica 2292, si emette un documento in cui si dichiara che il Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Taranto delibera la sua archiviazione in quanto “non risultano elementi a carico del professionista tali da configurare alcuna ipotesi di infrazione disciplinare”. L’atto è sottoscritto il 17 novembre 2014, nella sua copia conforme, dall’avv. Aldo Carlo Feola, Consigliere Segretario. Mansione che il Feola ricompre da decenni.

Fin qui ancora tutto legittimo e, forse, anche, opportuno.

E’ successo che, con procedimento penale 2154/2016 R.G.N.R. Mod. 21, il 3 ottobre 2016 (depositata il 6) il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Taranto, dr Maurizio Carbone, chiede il Rinvio a Giudizio dell’avv. Aldo Carlo Feola, difeso d’ufficio, “imputato del delitto di cui all’art. 476 c.p. (falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici), perché, in qualità di Consigliere con funzione di Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, rilasciava copia conforme all’originale della delibera datata 3 aprile 2013 del Consiglio, con la quale si disponeva di non dare luogo ad apertura di procedimento disciplinare nei confronti dell’avv. Addolorata Renna, con conseguente archiviazione dell’esposto presentato nei suoi confronti da Blasi Giuseppe. Provvedimento di archiviazione risultato in realtà inesistente e mai sottoscritto dal Presidente del Consiglio dell’Ordine di Taranto. In Taranto il 17 novembre 2014.”

Il Giudice per le Indagini Preliminari, con proc. 6503/2016, il 21 novembre 2016 fissa l’Udienza Preliminare per il 12 dicembre 2016 e poi rinvia per il Rito Abbreviato per il 10 aprile 2017 con interrogatorio dell’imputato ed audizione del teste, con il seguito.

Il Giudice per l’Udienza Preliminare, dr. Pompeo Carriere, il 16 ottobre 2017 con sentenza n. 945/2017 “dichiara Feola Aldo Carlo colpevole del reato ascrittogli, e, riconosciute le circostanze attenuanti generiche, e applicata la diminuente per la scelta del rito abbreviato, lo condanna alla pena di cinque mesi e dieci giorni di reclusione, oltre al pagamento delle spese del procedimento. Pena sospesa per cinque anni, alle condizioni di legge, e non menzione. Visti gli artt. 538, 539, 541 c.p.p., condanna Feola Aldo Carlo al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, nonché alla rifusione delle spese processuali dalla medesima sostenute, che si liquidano in complessivi euro 3.115,00 (tremilacentoquindici) oltre iva e cap come per legge”.

Da quanto scritto è evidente che ci sia stata da parte della stampa una certa ritrosia dal dare la notizia. Gli stessi organi di informazione che sono molto solerti ad infangare la reputazione dei poveri cristi, sennonchè non ancora dichiarati colpevoli.

Travaglio: “I giornali a Taranto non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. “E’ vero, ma non per tutti…” Lettera aperta al direttore de IL FATTO QUOTIDIANO, dopo il suo intervento-show al Concerto del 1 maggio 2015 a Taranto, di Antonello de Gennaro del 2 maggio 2015 su "Il Corriere del Giorno". "Caro Travaglio, come non essere felice nel vedere Il Fatto Quotidiano, quotidiano libero ed indipendente da te diretto, occuparsi di Taranto? Lo sono anche io, ma nello stesso tempo, non sono molto soddisfatto della tua “performance” sul palco del Concerto del 1° maggio di Taranto. Capisco che non è facile leggere il solito “editoriale”, senza il solito libretto nero che usi in trasmissione da Michele Santoro, abitudine questa che deve averti indotto a dire delle inesattezze in mezzo alle tante cose giuste che hai detto e che condivido. Partiamo da quelle giuste. Hai centrato il problema dicendo: “A Taranto i giornali non scrivono nulla perchè sono comprati dalla pubblicità”. E’ vero e lo provano le numerose intercettazioni telefoniche contenute all’interno degli atti del processo “Ambiente Svenduto” e per le quali il Consiglio di Disciplina dell’Ordine dei Giornalisti di Puglia tergiversa ancora oggi nel fare chiarezza sul comportamento dei giornalisti locali coinvolti, cercando evidentemente di avvicinarsi il più possibile alla prescrizione amministrativa dei procedimenti disciplinari e salvarli”.

Comunque, a parte i distinguo di rito dalla massa, di fatto, però, nessuno di questa sentenza ne ha parlato.

In conclusione, allora, va detto che si è fatto bene, allora, ad indicare la notizia della condanna del Consigliere Segretario del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Taranto, come un fatto tra quelli che a Taranto son si osa dire…

Chi dice Terrone è solo un coglione. La sperequazione inflazionata di un termine offensivo come nota caratteristica di un popolo fiero. L’approfondimento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie, che sul tema ha scritto “L’Italia Razzista” e “Legopoli”.

Sui media spopola il termine “Terrone”. Usato dai razzisti del centro Nord Italia in modo dispregiativo nei confronti degli italiani del Sud Italia ed usati dai deficienti meridionali come caratteristica di vanto.

«Non è un reato dare dei terroni ai terroni, indi per cui i terroni sono terroni, punto. Arrivano dalla Terronia, terra di mezzo», diceva al telefono, parlando di un calabrese, una delle campionesse della Capitale Morale, quella Maria Paola Canegrati che smistava affarucci e mazzette per appalti nella Sanità, per circa 400 milioni di euro, a quanto è venuto fuori sinora. Naturalmente, lady Mazzetta, non sa che, invece, dire “terrone” con l'intento di offendere, è reato: ci sono sentenze, anche della Cassazione. Ma a lei deve sembrare un'ingiustizia! «Che cazzo ti devo dire, se adesso è un reato dare del terrone a un terrone, a 'sto punto qui io voglio diventare cittadina omanita»...., scrive Pino Aprile il 22 febbraio 2016.

«Io litigioso? È vero, ma sono migliorato… Mi chiamavano terun, africa, baluba, altro che non incazzarsi…» Dice Teo Teocoli in un intervista a Gian Luigi Paracchini il 22 luglio 2016 su "Il Corriere della Sera".

Gli opinionisti del centro Italia “po’ lentoni” (lenti di comprendonio, anche se oggi l’epiteto, equivalente a “Terrone”, da rivolgere al settentrionale è “Coglione”) su tutti i media la menano sulla terronialità. Cioè l’usare il termine “terrone” come una parola neutra. Come se fossero un po’ tutti leghisti.

Scandali e le mani della giustizia sulla Lega Padania. Come tutti. Più di tutti. I leghisti continuano a parlare, anziché mettersi una maschera in faccia per la vergogna. Su di loro io, Antonio Giangrande, ho scritto un libro a parte: “Ecco a voi i leghisti: violenti, voraci, arraffoni, illiberali, furbacchioni, aspiranti colonizzatori. Non (ri)conoscono la Costituzione Italiana e la violano con disprezzo”. Molti di loro, oltretutto, sono dei meridionali rinnegati. Terroni e polentoni: una litania che stanca. Terrone come ignorante e cafone. Polentone come mangia polenta o, come dicono da quelle parti, po’ lentone: ossia lento di comprendonio. Comunque bisognerebbe premiare per la pazienza il gestore della pagina Facebook “Le perle di Radio Padania”, ovvero quelli che per fornire una “Raccolta di frasi, aforismi e perle di saggezza dispensate quotidianamente dall’emittente radiofonica “Radio Padania Libera” sono costretti a sentirsela tutto il giorno. Una gallery di perle pubblicate sulla radio comunitaria che prende soldi pubblici per insultare i meridionali.

Si perde se si rincorre il Sud come passato, si vince se il Sud è vissuto oggi come consapevolezza di non poterne fare a meno. Accettare di essere comunque meridionale e non terrone a qualunque latitudine. Il treno porta giù, un altro mezzo ti può portare in qualunque altro luogo senza farti dimenticare chi sei e da dove vieni. A chi appartieni? Così si dice al Sud quando ti chiedono chi sia la tua famiglia. È un'espressione meravigliosa: si appartiene a qualcuno, si appartiene anche ai luoghi che vivono dentro di te.

Essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Ciononostante i nordisti, anziché essere grati al contributo svolto dagli emigrati meridionali per il loro progresso sociale ed economico, dimostrano tutta la loro ingratitudine.

Mutuiamo il titolo del libro di Lino Patruno “Alla riscossa Terroni” e “Terroni” di Pino Aprile per farne un motivo di orgoglio meridionale che deve portarci ad invertire una tendenza che data 150 anni. Non rivendichiamo un passato di benessere del Meridione, rivendichiamo un presente migliore per un Sud messo alle corde.

I terroni nascono anche a Gemonio e nelle valli bergamasche, scrive "L'Inkiesta" il 6 aprile 2012. Leggendo le cronache, ma, soprattutto, vedendo le immagini, relative al marciume che sta venendo a galla dai sottoscala leghisti, mi par che si possa dire una grande verità: l'aggettivo spregiativo "terrone" non si può appioppare solo ai meridionali, ma, con grande precisione, anche ai miei conterronei nordici. Devo dire la verità. Io - nordico e fieramente antileghista da molto tempo - che le storie di Roma ladrona, dell'uccello duro, del barbarossa, dell'ampolla sul diopò (che, a dire il vero, mi par più una saracca che un rito), di riti celtici, di fazzolettini verdi come il moccio, erano tutte una rozza e ignorante presa per il culo per ammansire i buoi e farsi in comodo i sollazzi propri, ne ero convinto da tempo. Da ben prima che si svegliassero i soliti magistrati (verrà il giorno, in questo paese dei matocchi, che qualche rivoluzione la farò il popolo?), bastava un po' di fiuto per capire che il sottobosco era questo. Ma le vedete le facce del cerchio magico? Ma avete presente la pacchianità della villa di Gemonio? E poi, la priorità alla "family", come la più bieca usanza del troppo noto familismo amorale, perchè parlare di "famigghia" era troppo terrone. Ma il dato è che questi sono - culturalmente, esteticamente e antropologicamente - terroni. Perchè terrone, per me, non è un epiteto riferibile a una provenienza geografica I.G.P.; è uno stile deteriore di rappresentarsi, chiuso, retrivo, in cui il dialetto non è cultura, ma rozzume esibito con orgoglio (e questo vale tanto per i napoletani, quanto per i veneti), in cui prevale la logica del clan su quella della civile società, in cui si deve fare sfoggio dell'ignoranza perchè questo è "popolare". Terrone è un ignorante retrogrado, cafone, ineducato. Con il risultato che il Bossi e la family sprofondano, il terronismo impera e un peloso, stantio e pietistico meridionalismo riprende fiato. Grazie Bossi, grazie leghisti: avete ucciso non solo la dignità del nord, ma anche la speranza vera che una riforma moderna di questo paese, tenuto insieme con una scatarrata, si potesse fare. Ah, dimenticavo. Se qualcuno mi dovesse dire "parla lui, di ignoranza presentata con orgoglio.

Da che pulpito vien il sermone!", dico: "Non perdete tempo in analisi: son diverso e me ne vanto. Si vuol che dica che sono ignorante e delinquente. Bene lo sono, in un mondo di saccenti ed onesti mafiosi, sono orgoglioso di esser diverso.  Cosa concludere, di fronte a tali notizie di carattere storico? Questo: trovo triste che i nostri bravi leghisti rinneghino le proprie radici arabe, albanesi, meridionali, mediterranee. Da loro, così orgogliosi della Tradizione, non me lo aspettavo. Anzi dirò di più. Buon per loro avere origini meridionali, perchè ad essere POLENTONI si rischia di avere una considerazione minore che essere TERRONE.

Secondo Wikipedia Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale. Origine e significato. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo, e sta ad indicare una persona zotica un pò lenta di comprendonio (po' lentone). Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta e dai movimenti goffi e impacciati.

Analisi dei termini offensivi. Il termine polentone è un epiteto, con una connotazione negativa, utilizzato dagli abitanti dell'Italia meridionale per indicare gli abitanti dell'Italia settentrionale, scrive Wikipedia. Letteralmente significa mangiatore di polenta, un alimento, questo, storicamente molto diffuso nella cucina povera dell'Italia settentrionale. Fino ai primi anni del XX secolo, infatti, la polenta rappresentava l'alimento base, se non esclusivo, delle popolazioni del nord Italia (Lombardia, Veneto, Piemonte ecc.) purtroppo con conseguenze nefaste sulla salute di molti soggetti spesso vittime della pellagra, anche se li ha salvati da tante carestie alimentari. Polentone, come stereotipo linguistico, ha assunto, quindi, un significato spregiativo nell'Italia del Sud, e sta ad indicare una persona zotica. Il termine si è inserito nella dialettica campanilistica fra abitanti del nord e del sud della penisola, essendo usato in contrapposizione all'appellativo terrone: ambedue le parole hanno connotazioni antietniche, tese a rimarcare una asserita inferiorità etnica e culturale, anche se spesso usate solo in modo bonario. Lo stesso epiteto è utilizzato in Val Padana, soprattutto in Lombardia (pulentùn), per indicare una persona lenta di comprendonio (tonta) e dai movimenti goffi e impacciati.

La Padania o Patanìa (lett. Terra dei Patanari, coltivatori di patate) si estende in tutte le regioni del nord Italia: dalla Val d'Aosta alla Toscana fino al Friuli Venezia Giulia. È facile collocare geograficamente la Patanìa vera e pura: si traccia una retta che attraversa interamente il Po, passando rigorosamente al centro, perché solo la parte nord del Po è padana. La Padania si definisce anche Barbaria, cioè terra di barbari. Il mito di una terra popolata da eroi celtici, circondata da terribili barbari di matrice slava, è il concetto su cui si basa la Lega Nord. Trascurabile il dettaglio che un tempo la Padania fosse abitata da un'accozzaglia di popoli oltre ai Celti.

Terrone è un termine della lingua italiana, utilizzato dagli abitanti dell'Italia settentrionale e centrale come spregiativo per designare un abitante dell'Italia meridionale, talvolta anche in senso semplicemente scherzoso, scrive Wikipedia. In passato il termine era utilizzato con un altro significato e valenza; solo nel corso degli anni sessanta ha acquisito il senso attuale. Con il termine "terrone" (da teróne, derivazione di terra) si indicava nel XVII secolo un proprietario terriero, o meglio un latifondista. Già tra le Lettere al Magliabechi, l'erudito bibliotecario Antonio Magliabechi (1633-1714) il cui lascito, i cosiddetti Codici Magliabechiani costituiscono un prezioso fondo della Biblioteca Nazionale di Firenze, scriveva (CXXXIV -II - 1277): «Quattro settimane sono scrissi a Vostra Signoria illustrissima e l'informai del brutto tiro che ci fanno questi signori teroni di volerci scacciare dal partito delle galere, contro ogni equità e giustizia, già che ho lavorato tant'anni per terminarlo, e ora che vedano il negozio buono, lo vogliono per loro». Il termine in seguito fu utilizzato per denominare chi era originario dell'Italia meridionale e con particolare riferimento a chi emigrava dal Sud al Nord in cerca di lavoro, al pari dei nordici milanesi, etichettati come baggiani, che emigravano nelle valli del Bergamasco, come menzionato da Alessandro Manzoni. Il termine si diffuse dai grandi centri urbani dell'Italia settentrionale con connotazione spesso fortemente spregiativa e ingiuriosa e, come altri vocaboli della lingua italiana (quali villano, contadino, burino e cafone) stava per indicare "servo della gleba" e "bracciante agricolo" ed era riferita agli immigrati del meridione. Gli immigrati venivano quindi considerati, sia pure a livello di folklore, quasi dei contadini sottosviluppati. Il termine, che deriva evidentemente da "terra" con un suffisso con valore d'agente o di appartenenza (nel senso di persona appartenente strettamente alla terra) è stato variamente interpretato come frutto di incrocio fra terre (moto) e (meridi)one, come "mangiatore di terra" parallelamente a polentone, "mangiapolenta", cioè l'italiano del nord; come "persona dal colore scuro della pelle, simile alla terra" o anche come "originario di terre soggette a terremoti" ("terre matte", "terre ballerine"). Il suo maggiore utilizzo data comunque essenzialmente agli anni sessanta e settanta e limitatamente ad alcune zone del nord Italia, in seguito alla forte ondata di emigrazione di lavoratori e contadini del meridione d'Italia in cerca di lavoro verso le industrie del nord e in particolare del triangolo industriale (Genova – Milano – Torino). In tale ambito si spiega anche la diffusione del termine: storicamente, grossi movimenti di popolazioni hanno sempre portato con sé anche fenomeni di intolleranza o razzismo più o meno larvati. Successivamente, allo stesso modo è sorta la locuzione "terrone del nord", generalmente per indicare gli italiani del nord-est (principalmente i veneti, detti "boari"), che per ragioni simili cominciarono negli stessi anni ad emigrare verso il nord-ovest, venendo così accomunati agli emigranti meridionali. Il riconoscimento di terrone come insulto e non come termine folkloristico è un processo che storicamente ha subito molte battute d'arresto e incomprensioni, probabilmente dovute al fatto che solo una parte della popolazione italiana ne riconosceva pienamente la gravità e il suo carattere offensivo. La Corte di Cassazione ha ufficialmente riconosciuto che tale termine ha un'accezione offensiva, confermando una sentenza del Giudice di Pace di Savona e confermando che la persona che l'aveva pronunciata dovesse risarcire la persona offesa dei danni morali. Spesso vengono associati a questo epiteto caratteristiche personali negative, tra le quali ignoranza, scarsa voglia di lavorare, disprezzo di alcune norme igieniche e soprattutto civiche. Analogamente, soprattutto in alcune accezioni gergali, il termine ha sempre più assunto il significato di "persona rozza" ovvero priva di gusto nel vestire, inelegante e pacchiana, dai modi inurbani e maleducata, restando un insulto finalizzato a chiari intenti discriminatori. Inoltre vengono spesso associati al termine anche tratti somatici e fisici, come la carnagione scura, la bassa statura, le gote alte, caratteristiche fisiche storicamente preponderanti al Sud rispetto al Nord Italia.

In conclusione c’è da affermare che bisogna essere orgogliosi di essere meridionali. Il meridionale non è migrante: è viaggiante con nostalgia e lascia il cuore nella terra natia.

Chi proferisce ingiurie ad altri o a se stesso con il termine terrone non resta che rispondergli: SEI SOLO UN COGLIONE.

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

LA BALLA DELLA SPEREQUAZIONE FINANZIARIA DELLE REGIONI DEL NORD A FAVORE DI QUELLE DEL SUD.

In Regione Lombardia non tornano 54 miliardi di tasse versate. (Lnews - Milano 06 settembre 2017). "La Lombardia è la regione che versa più tasse allo Stato ricevendo, in cambio, meno trasferimenti in termini di spesa pubblica. In questi anni, infatti, il residuo fiscale della Lombardia ha raggiunto la cifra record di 54 miliardi (fonte: Eupolis Lombardia). Si tratta del valore in assoluto più alto tra tutte le regioni italiane. Un'immensità anche a livello europeo se si pensa che due regioni tra le più industrializzate d'Europa come la Catalogna e la Baviera hanno rispettivamente un residuo fiscale di 8 miliardi e 1,5 miliardi". Lo scrive una Nota pubblicata oggi dal sito lombardiaspeciale.regione.lombardia.it.

RESIDUO FISCALE - "Con il termine residuo fiscale - spiega la Nota - s'intende la differenza tra quanto un territorio verso allo Stato sotto forma di imposte e quanto riceve sotto forma di spesa pubblica. Se il residuo fiscale abbia segno positivo, il territorio versa più di quanto riceve; se c'è un residuo negativo il territorio riceve più di quanto versa. Secondo James McGill Buchanan Jr, premio Nobel per l'Economia nel 1986, cui si attribuisce la paternità della definizione, il trattamento che lo Stato riserva ai cittadini può considerarsi equo se determina residui fiscali minimi in capo a individui, a prescindere dal territorio nel quale risiedono. Differenze marcate denotano una violazione dei principi di equità basilari".

I DATI PER REGIONE - "Dopo la Lombardia - appunta il teso - si colloca l'Emilia Romagna, con un residuo fiscale di 18.861 milioni di euro. Seguono Veneto (15.458 mln), Piemonte (8.606 mln), Toscana (5.422 mln), Lazio (3.775 mln), Marche (2.027 mln), Bolzano (1.100 mln), Liguria (610 mln), Friuli Venezia Giulia (526 mln), Valle d'Aosta (65 mln). In coda alla classifica: Umbria (-82 mln), Molise (-614 mln), Trento (-249 mln), Basilicata (-1.261 mln), Abruzzo (-1.301 mln), Sardegna (-5.262 mln), Campania (-5.705 mln), Calabria (-5.871 mln), Puglia (-6.419 mln) e Sicilia (-10.617 mln)".

IL DATO PRO CAPITE - Anche per quanto riguarda il residuo fiscale pro capite, la Lombardia presenta i valori più alti d'Italia, con 5.217 euro. Seguono Emilia Romagna (4.239), Veneto (3.141), Provincia Autonoma di Bolzano (2.117), Piemonte (1.950), Toscana (1.447), Marche (1.310), Lazio (641), Valle d'Aosta (508), Friuli Venezia Giulia (430), Liguria (386), Umbria (-92), Provincia Autonoma di Trento (-464), Campania (-974), Abruzzo (-979), Puglia (-1.572), Molise (-1.963), Sicilia (-2.089), Basilicata (-2.192), Calabria (-2.975) e Sardegna (-3.169)", spiega la Nota pubblicata.

Da sempre i giornali e le tv nordiste, spalleggiate dagli organi d’informazione stataliste, ce la menano sul fatto che ci sia un grande disavanzo finanziario tra le regioni del centro-nord ricco e le regioni povere del sud Italia. I conti, fatti in modo bizzarro, rilevano che il centro-nord paga molto di più di quanto riceva e che la differenza vada in solidarietà a quelle regioni che a loro volta sono votate allo spreco ed al ladrocinio. A fronte di ciò, i settentrionali, hanno deciso che è meglio tagliare quel cordone ombelicale e lasciar cadere quella zavorra che è il sud Italia. Ed il referendum secessionista è stato organizzato per questo, facendo leva sull’ignoranza della gente.

Ora facciamo degli esempi scolastici che si studiano negli istituti tecnici commerciali, per dimostrare di quanta malafede ed ignoranza sia propagandato questo referendum.

Una partita iva, persona o società, registra in contabilità la gestione e versa tasse, imposte e contributi nel luogo della sede legale presso cui redige i suoi bilanci semplici o consolidati (gruppi d’impreso con un capogruppo).

Il Centro-Nord Italia, con la Lombardia ed il Lazio in particolare, è territorio privilegiato per eleggere sede legale d’azienda, per la vicinanza con i mercati europei. Dove c’è sede legale vi è iscrizione al registro generale dell’imprese. Ergo: sede di versamento fiscale che alimenta quei numeri, oggetto di nota della Regione Lombardia. Quei dati, però, spesso, nascondono la ricchezza prodotta al sud (stabilimenti, appalti, manodopera, ecc.), ma contabilizzata al nord.

E’ risaputo che nel centro-nord Italia hanno stabilito le loro sedi legali le più grandi aziende economiche-finanziarie italiane e lì pagano le tasse. Il Sud Italia è di fatto una colonia di mercato. Di là si produce merce e lavoro (e disinformazione), di qua si consuma e si alimenta il mercato.

E’ risaputo che le aziende del centro nord appaltano i grandi lavori pubblici, specialmente se le aziende del sud Italia le fanno chiudere con accuse artefatte di mafiosità.

E’ risaputo che al nord il costo della vita è più caro e questo si trasforma proporzionalmente in reddito maggiorato rispetto ai cespiti collegati, come quelli immobiliari.

Il residuo fiscale era tollerato e l’assistenzialismo era alimentato, affinchè il mercato meridionale non cedesse e le aziende del nord potessero continuare a produrre beni e servizi e ad alimentare ricchezza nell’Italia settentrionale, condannando il sud ad un perenne sottosviluppo e terra di emigrazione.

Oggi lo Stato centralista assorbe tutta la ricchezza nazionale prodotta e l'assistenzialismo si è bloccato, ma il sud Italia continua ad essere un mercato da monopolizzare da parte delle aziende del Centro-Nord Italia. Una eventuale secessione a sfondo razzista-economica votata dai nordisti sarebbe un toccasana per i meridionali, che imporrebbero diversi rapporti commerciali, imponendo dei dazi od altre forme di limitazioni alle merci del nord. Il maggior costo di beni e servizi del nord Italia favorirebbe la nascita nel sud Italia di aziende, favorite economicamente dal minor costo della mano d’opera del posto e delle spese di trasporto e logistica locale. Inoltre quello che produce il centro nord è acquisibile su altri mercati. Quello che si produce al Sud Italia è peculiare e da quel mercato, per forza, bisogna attingere e comprare...

Quindi, viva il referendum…secessionista 

A votare per questo referendum sono andati i mona. Questo l'ha detto lei, ma è vero". Risponde così il 24 ottobre 2017 all'intervistatore del programma Morning Showdi di Radio Padova il milanese Oliviero Toscani, il noto fotografo già protagonista, nel recente passato, di polemiche sui "veneti popolo di ubriaconi". "Sono andati a votare quattro contadini - rincara la dose - che non parlano neanche l'italiano". E ancora: "Nelle campagne la gente è isolata, incestuosa e vota queste cagate qua". Per lo stesso Toscani, invece, a non votare è stata "la minoranza intellettuale". Così il fotografo, maestro della provocazione, ritorna ad aprire una ferita solo apparentemente chiusa che aveva portato a querele all'epoca degli “imbriagoni”. Nell'intervista radiofonica sui referendum ha anche evidenziato un confronto con la Lombardia dove la percentuale di voto è stata minore. «Non a caso Milano - ha rilevato - è la prima città d'Italia per intellighenzia, e non a caso Milano è una città piena di immigrati. Milano è fatta così, è civile. Mentre i contadini là, che non parlano neanche italiano, cosa vuoi che votino?».

Un referendum da presa per il culo. Il 22 ottobre 2017 si chiede ai cittadini interessati. “Volete essere autonomi e tenere per voi tutto l’incasso?” E’ logico che tutti direbbero sì, senza distinzione di ideologia o natali. Ed i quorum raggiunti sono fallimentari tenuto conto dell’interesse intrinseco del quesito.

Specialmente, poi, se è stato enfatizzato tanto dai giornali e le tv del Nord, comprese quelle di Berlusconi.

“Al di là dell’enorme spreco di soldi pubblici per organizzare due referendum buoni solo a fare un po’ di propaganda elettorale a spese dei contribuenti, ha evidenziato il trionfo dell’egoismo di chi è più ricco e pensa di poter vivere meglio mantenendo sul territorio le risorse derivante dalle imposte dopo aver beneficiato per decenni di aiuti statali e del sostegno dello Stato”. Lo ha detto il consigliere regionale dei Verdi della Campania, Francesco Emilio Borrelli, per il quale “la Lega ha mostrato, ancora una volta, il suo vero volto che è fatto di odio verso il Sud e i meridionali”.

“Così come ha ricordato anche Prodi, chiedere ai cittadini se vogliono pagare meno tasse ancora una volta a danno dei meridionali è come un invito a nozze che non si può rifiutare, ma il problema è che, per chiederlo, in questo caso, Zaia e Maroni hanno speso milioni di euro di soldi pubblici per farlo” ha aggiunto Borrelli chiedendo ai cittadini lombardi e veneti: “Visto come sprecano i vostri soldi e come hanno speso, in passato, quelli, sempre pubblici, per il finanziamento ai partiti, siete proprio sicuri di volergliene affidare ancora di più?” “La Regione Campania viene privata ogni anno di 250 milioni di euro che vengono sottratti ai servizi sanitari e ai nostri concittadini perché considerata la regione più giovane d’Italia e grazie a una norma introdotta dai governatori leghisti e mai tolta” ha continuato Borrelli, sottolineando che “ogni anno la sola Campania viene depredata di centinaia di milioni di euro di fondi che invece vengono destinati al ricco Nord senza alcuna reale motivazione”. “La Rampa” 23 ottobre 2017.

In Italia conviene non fare nulla e non avere nulla, perché se hai o fai si fotte tutto lo Stato, per dare il tuo, non a chi è bisognoso, ma a chi non sa o non fa un cazzo. Cioè ai suoi amici o ai suoi scagnozzi professionisti corporativi.

L’Italia uccisa dai catto-comunisti, scrive Andrea Pasini il 30 ottobre 2017 su “Il Giornale”. Il comunismo ha ucciso l’Italia. “Max Horkheimer fornì d’altra parte, al termine della sua vita, con una sorprendete confessione, la spiegazione di questa incapacità di analisi da parte dei membri della scuola di Francoforte: riconobbe infatti con dolore che il marxismo aveva preparato il Sistema, che esso ne era responsabile allo stesso titolo dell’ideologia liberale borghese, in quanto la sua visione del mondo si fonda ugualmente su un progetto mondiale economicista e messianico”. Guillaume Faye, all’interno dello scritto "Il sistema per uccidere i popoli", recentemente ripubblicato dai tipi di Aga Editrice, ha fotografato l’evolversi delle idee forti provenienti dal diciannovesimo secolo. Loro ci odiano, odiano il nostro Paese, ma guardandosi allo specchio non possono fare a meno di odiarsi a loro volta. Una spirale senza fine, laddove astio, animosità ed acredini bruciano la base solida di questa nazione. Vittorio Feltri, in un animoso e vitale articolo apparso qualche anno fa sulle colonne di Libero, scrisse: “Gli stessi comunisti si vergognano di esserlo stati, ma la mentalità pauperistica è rimasta e non ha cessato di provocare danni. Risultato: in Italia è impossibile fare impresa o artigianato, aprire un’azienda, essere liberi professionisti senza essere considerati sfruttatori, evasori fiscali se non addirittura ladri”.

Proprio per questo motivo, ogni giorno, metto in campo tutte le mie energie al fine di stoppare, innanzitutto fisicamente, un oblio vertiginoso. Anche questo è il mio dovere in qualità di imprenditore. Lo Stato è in pericolo, la franata negli ultimi decenni è stata infausta. Ma davanti al fatalismo che attanaglia i popoli dobbiamo mettere in campo la nostra fede. Gli uomini di fede, uomini animati da un ardire che non conosce limiti, fanno paura ai catto-comunisti colpevoli di aver ridotto in cenere le speranze del domani. L’avvenire non sarà mai rosso di colore. Tornando ai piedi dello scrittore francese Faye leggiamo: “Gli intellettuali confessano, come Débray o Lévy, di fare oramai solamente della morale e non importa più che la loro verità si opponga alla realtà. La ragione ammette di non aver più ragione”. Il paradosso del marxismo 160 anni dopo. La ragione aveva torto scomodando, il sempre attuale, Massimo Fini. Ora conta credere, ciò che importa è come e quello che si fa per invertire la rotta, per non perdere il timone. Il Paese suona il corno e ci chiama a raccolta. Impossibile, a pochi giorni dal centenario di Caporetto, non rispondere, con tutto il proprio animo in tensione, presente.

In questo rimpallo, tra menti eccelse, contro il dominio sinistrato del presente e del futuro passiamo, nuovamente, la palla a Feltri: “E anche lo Stato, influenzato da alcuni partiti di ispirazione marxista, non aiuta con tutta una serie di vincoli burocratici, lacci e lacciuoli. E i sindacati hanno completato l’opera, contribuendo ad avvelenare i rapporti tra datore di lavoro e dipendenti, trasformando le fabbriche in luoghi d’odio e di lotta violenta, per umiliare i padroni e il personale non ideologizzato”. La storia non scorre più è tutto fermo nella mente dei retrogradi. Si avvinghiano alla legge Fiano i talebani di quest’epoca, per fare il verso a "Il Primato Nazionale", dimenticandosi dei problemi reali dell’Italia. Burocrati, sordidi e grigi, in doppio petto che accoltellano il ventre molle dello stivale, una carta bollata dopo l’altra. Alzare lo sguardo e tornare a cantare, davanti alle manette rosse della coscienza, non è facile, ma abbiamo il compito di tornare a farlo. Considerando il detto, “il lupo perde il pelo, ma non il vizio”, associandolo con le profetiche lezioni di Padre Tomas Tyn, scopriamo che il comunismo non è sparito, anzi si è rafforzato ed ha trovato gli alleati nei cattolici “non praticanti”. Potrà sembrare un’assurdità, invece è la mera realtà.

L’indiscutibile commistione di progressismo e comunismo, spesso umanitario ed accatto, ha creato con l’unione di un cattolicesimo snaturato una via collegata direttamente con i diritti civili, che non interseca, mai e poi mai, la sua strada con i diritti sociali. Aborto, divorzio, pacs, dico, unioni civili, matrimoni gay e chi più ne ha più ne metta. Fanno tutto ciò che non serve per gli italiani, fanno tutto ciò che non serve per difendere le fasce deboli della nazione. Tanti nostri connazionali hanno abbracciato il nemico, sono diventati uno di loro, per questo dobbiamo denunciare gli errori di chi sfida il tricolore e salvare la Patria. Il peccato, originale e capitale, è insito nell’ideologia marxista e rappresenta il male che sta distruggendo il nostro Paese, senza dimenticare il liberismo a tutti i costi della generazione Macron. 

Milano, il paradosso: se la pena è la stessa per il giudice corrotto e per chi ha rubato una bottiglia di vino. Un noto avvocato, che ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro, grazie a vari sconti di pena ha concordato 4 anni in Appello. Quasi la stessa pena, 3 anni e 8 mesi, patteggiata in Tribunale per un reato da 8 euro, scrive Luigi Ferrarella il 30 ottobre 2017 su "Il Corriere della Sera”. Il problema è quando la combinazione dell’algebra giudiziaria, del tutto aderente alle regole, stride al momento di tirare la riga e, come risultato, fa patteggiare 3 anni e 8 mesi a chi ha rubato al supermercato una bottiglia di vino da 8 euro, mentre chi ha svenduto sentenze tributarie in contenziosi da milioni di euro esce dalla Corte d’Appello condannato a poco più: e cioè a pena concordata di 4 anni, ridotta rispetto ai 6 anni e 10 mesi del primo grado, che grazie allo sconto del rito abbreviato aveva già ridimensionato i teorici 10 anni iniziali. Luigi Vassallo è l’avvocato cassazionista che, nelle vesti di giudice tributario di secondo grado, alla vigilia di Natale 2015 fu fermato in flagranza di reato a Milano mentre intascava i primi 5.000 dei 30.000 euro chiesti ai legali di una multinazionale per intervenire su una collega di primo grado e «aggiustare» un contenzioso da milioni di euro. Due «corruzioni in atti giudiziari» nel giudizio immediato, e una «corruzione» e una «induzione indebita» nel successivo giudizio ordinario, lo avevano indotto ad accordarsi con il Fisco per 140.00 euro e a scegliere il rito abbreviato, il cui automatico sconto di un terzo gli aveva abbassato la prima sentenza a 4 anni e 8 mesi, e la seconda a 2 anni e 2 mesi. Per un totale, cioè un cumulo materiale, di 6 anni e 10 mesi. Ora in Appello arriva - come contemplato dalla recente legge in cambio del risparmio di tempo e risorse in teoria legato alla rinuncia difensiva a far celebrare il dibattimento di secondo grado - un altro sconto di un terzo, e si aggiunge già alla limatura di pena dovuta alla «continuazione» tra le 4 imputazioni delle due sentenze di primo grado riunite in secondo grado. Alla vigilia dell’udienza, dunque, l’avvocato Fabio Giarda rinuncia ai motivi d’appello diversi dal trattamento sanzionatorio, a fronte del sì del pg Massimo Gaballo all’accordo su una pena di 4 anni, ratificato dalla II Corte d’Appello presieduta da Giuseppe Ondei. Undici mesi Vassallo li fece in custodia cautelare (fra carcere e domiciliari), sicché non appare irrealistico l’agognato tetto dei 3 anni di pena da eseguire, sotto i quali potrà chiedere di scontarla in affidamento ai servizi sociali senza ripassare dal carcere. In Tribunale, invece, da detenuto arriva e da detenuto va via (senza sospensione condizionale della pena e senza attenuanti generiche) un altro imputato che nello stesso momento patteggia 3 anni e 8 mesi – quasi la stessa pena del giudice tributario – per aver rubato da un supermercato una bottiglia di vino da 8 euro e mezzo: il fatto però che avesse dato una spinta al vigilantes privato che all’uscita gli si era parato davanti, minacciandolo confusamente («non vedi i tuoi figli stasera») e agitando un taglierino, ha determinato il passaggio dell’accusa da «furto» a «rapina impropria», la cui pena-base è stata inasprita dai vari decreti-sicurezza, tanto più per chi come lui risulta «recidivo» a causa di due vecchi furti. Per ridurre i danni, il patteggiamento non scende a meno di 3 anni e 8 mesi. Quasi un anno di carcere per ogni 2 euro di vino.

AI MIEI TEMPI...AI MIEI TEMPI...

1. “La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, se ne infischia dell’autorità e non ha nessun rispetto per gli anziani. I ragazzi d’oggi sono tiranni. Non si alzano in piedi quando un anziano entra in un ambiente, rispondono male ai loro genitori...” 

2. “Non ho più speranza alcuna per l’avvenire del nostro Paese, se la gioventù d’oggi prenderà domani il comando, perché è una gioventù senza ritegno e pericolosa”.

3. “Il nostro mondo ha raggiunto uno stadio critico. I ragazzi non ascoltano più i loro genitori. La fine del mondo non può essere lontana”.

4. “Questa gioventù è guasta fino in fondo al cuore. Non sarà mai come quella di una volta. Quella di oggi non sarà capace di conservare la nostra cultura...” 

5. “Oggi i ragazzi amano troppo i propri comodi. Mancano di educazione, disprezzano l'autorità, i figli sono diventati tiranni anziché essere servizievoli. Contraddicono i genitori, schiamazzano, si comportano da maleducati con i loro maestri. Oggi il padre teme i figli. I figli si credono uguali al padre e non hanno né rispetto né stima per i genitori. Ciò che essi vogliono è essere liberi. Il professore ha paura degli allievi, gli allievi insultano i professori; i giovani esigono immediatamente il posto degli anziani; gli anziani, per non apparire retrogradi o dispotici, acconsentono a tale cedimento e, a corona di tutto, in nome della libertà e dell'uguaglianza, si reclama la libertà dei sessi”.

6. «In questi ultimi tempi, il mondo si è degenerato al di là di ogni immaginazione. La corruzione e la confusione sono diventate cose comuni. I figli non obbediscono più ai genitori e ormai non può che essere imminente la fine del mondo».

Di chi sono queste frasi? Di qualche scrittore contemporaneo? Di genitori o professori amareggiati d'oggi? No! Sentite!

La prima citazione è di Socrate, filosofo greco, che visse dal 469 al 399 prima di Cristo.

La seconda citazione è del poeta greco Esidio, vissuto 720 anni prima di Cristo. 

La terza citazione è di un sacerdote egiziano che viveva 2000 anni prima di Cristo. 

La quarta è stata scoperta recentemente in una cava di argilla tra le rovine di Babilonia, ed avrebbe più di 3000 anni.

Quanto alla quinta, è tolta dal libro VIII de "La Repubblica" di Platone, vissuto dal 428 al 347 prima di Cristo. 

La sesta è una tavoletta assira del 2.800.

Conclusione? Tutto quello che si dice o si scrive, è già stato detto o scritto.

PARLAR MALE DELL'ITALIA? LA GODURIA DEGLI ITALIANI.

"Quando me la prendo con i gufi, non dico che non si può parlare male del governo, ma che non si può parlare male dell’Italia. Se all’esterno raccontiamo che siamo un insieme di difficoltà come facciamo ad attrarre investimenti?". Lo ha detto a Palermo il premier Matteo Renzi a Palermo il 16 novembre 2016.

Parlare male dell’Italia è il nostro sport nazionale? Risponde Luciano Fontana il 13 febbraio 2017 su “Il Corriere della Sera”. "Caro direttore, si leggono sovente nella posta grandi elogi del sistema di comportamento e altro, solo all’estero, il peggio solo a noi ma non è così. Una signora russa che viene per lavori a casa mia l’altro giorno mi ha detto: «Grazie Italia, grazie Italia. In questi anni ho potuto curare e guarire mio figlio!». Ha ultimato inoltre l’acquisto di un appartamentino nel suo Paese. Insomma: «Italiani, brava gente». Valeria Forti, Milano".

Cara signora Forti. Parlare male dell’Italia è lo sport nazionale più diffuso, nella politica, nelle professioni, nella vita quotidiana. Il motto americano «Right or wrong, it’s my country» («giusto o sbagliato è il mio Paese») non ha mai avuto fortuna nella nostra discussione pubblica e privata. Ritrovare un po’ d’orgoglio di quello che siamo e di quello che siamo riusciti a fare dal dopoguerra in poi non sarebbe male. Il nostro sistema sanitario, lodato dalla signora russa, offre cure a tutti ed è certamente migliore, per tanti aspetti, di quelli di altri Paesi. Provate a chiedere a chi, non essendo ricco, ha dovuto rivolgersi a un ospedale americano. Così come possiamo essere orgogliosi non solo di quello che ci rende unici al mondo (paesaggio, arte, cultura, borghi storici) ma anche dei primati che abbiamo saputo conquistare nella moda, nel design, nella cucina, nella manifattura. Qui però dobbiamo fermarci e guardare all’altra faccia della medaglia. Il sistema sanitario italiano, spesso molto efficiente soprattutto al centro-nord, è lo stesso che a Nola lascia i pazienti sul pavimento, e offre quotidiani esempi di inefficienza, sprechi e corruzione. Ogni sondaggio sul Paese più desiderato al mondo dai turisti mette l’Italia al primo posto: perché allora non siamo mai primi negli arrivi e nei soggiorni, perché consideriamo gli stranieri solo persone a cui spillare il massimo dei soldi? Per non parlare di quanto poco ci occupiamo della tutela dell’ambiente e del territorio, di quanto sia bassa la competitività del nostro sistema economico e alte invece la corruzione e le complicazioni burocratiche, di come abbiamo aperto una voragine nei conti pubblici. Insomma abbiamo molti motivi per non essere contenti del nostro Paese. Non dobbiamo offenderci se qualcuno ce li ricorda. Ma oggi può essere uno di quei giorni in cui l’Italia «giusta o sbagliata» è il nostro Paese. E dunque ringraziare la signora russa che ci ricorda gli aspetti positivi.

Perché solo gli italiani (che vivono in Italia) possono parlar male dell'Italia? Scrive Daria Simeone, Mamma italiana a Londra, il 9/08/2015 15:27 su "Huffingtonpost.it". Una mia amica del cuore qualche tempo fa sosteneva che i rosiconi sono la peggiore specie. Seguita dai permalosi. Io le confessavo di essere molto permalosa e un po' rosicona. Per fortuna mi vuole bene e resterà mia amica. Dal basso della mia permalosità capisco i tanti italiani che diventano permalosi - e un po' rosiconi - quando ci toccano la "Madreh Patriah". L'ultima volta è capitato ieri sera. Ero su la Rambla del Poblenou a Barcellona in compagnia di amici e mendicanti. Una processione niente male, alcuni chiedevano 50 centesimi e portavano delle scarpe da ginnastica migliori delle mie. Comunque, siamo finiti a parlare di senzatetto. Notavo quanti ce ne fossero a Barcellona, ma anche a Roma e Milano. "Ah beh a Londra non ce ne sono perché con quel tempo di merda morirebbero di reumatismi" mi ha risposto prontamente un compatriota, prima ancora che tirassi in ballo la città in cui vivo. Così come i cani randagi che secondo un mio collega italiano non esistono in Inghilterra perché finiscono tritati nel Christmas pudding. Oppure quando si parla dei negozi che, dove sono nata io, non fanno orario continuato "perché da noi tra le 13 e le 17 fa caldo, se esci per andare in un negozio ti dissolvi al sole come un lemonissimo". E d'inverno? "Beh perché gli inglesi pensano solo a fare soldi, noi vogliamo pranzare tutti assieme come una vera famiglia che ha un tavolo su cui mangiare, mica come quei disadattati inglesi che mangiano sui divani". E la Svezia che ha i latte papas che possono prendersi un congedo di paternità proprio come le madri? "E vabbé, tanto poi si suicidano tutti da quelle parti". Un'altra cosa tipica è: "E comunque che palle questi expat che parlano male dell'Italia come se avessero trovato la terra promessa: bravi, restatevene pure lì". Oppure: "Qui si cerca di mettere l'Italia in cattiva luce per screditare Renzi". Italiani permalosi (come me), una cosa: Ma chi se ne importa di screditare Renzi. Anzi due: non è che il congedo di paternità, in Inghilterra o in Svezia, l'ho ottenuto io dopo estenuanti lotte e proteste in piazza. Non è un mio merito di cui mi posso vantare. E'un esempio, un buon esempio, a cui non farebbe male guardare. Ciò non toglie che ci sono cose del Regno Unito che mi hanno indignato, a parte il tempaccio intendo. Come il potere quasi mafioso degli agenti immobiliari, la regolamentazione del mercato del lavoro così liberale da essere spesso crudele. Su tante cose potremmo vantarci di essere migliori, ma non faremmo altro che il "gallo 'ncoppa 'a munnezza", tradotto: non possiamo usare le debolezze altrui per distrarre l'attenzione dalle nostre. Gli expat, poi, non è che smettono di essere italiani solo perché vivono altrove. Non sono alieni, non appartengono ad un'altra categoria umana. Non vi raccontano i fatti loro per screditare Renzi o l'Italia. L'Italia sono anche loro. E soprattutto, statene pur certi, quando c'è da difendere l'Italia dagli "attacchi dello Straniero" sono i primi a farlo.

a) perché solo gli italiani hanno il diritto di parlare male dell'Italia, non ci allarghiamo.

b) perché sono permalosi, proprio uguali uguali a voi.

c) perché per molti di loro la terra promessa è ancora l'Italia.

Degli italiani all’estero e di quelli in Italia, scrive Patrizia La Daga il 13 giugno 2016 su "Leultime20.it". Chi segue Leultime20.it da tempo sa bene che la sottoscritta risiede in Spagna, a Barcellona, ormai da molti anni. La condizione di espatriata, oltre alla passione per i libri e la cultura, ha fatto sì che nel 2012 nascesse questo sito, un modo per riavvicinarmi al mio Paese natale e alla sua lingua, nella quale tanto amo scrivere. Il mio vivere in terra straniera non è stato soltanto fonte di ispirazione di molti post, bensì mi ha aiutato ad avere una visione più ampia sul nostro Paese e in particolare sugli italiani. Un popolo che troppo spesso, purtroppo, appare pronto ad applaudire le mediocrità altrui e a rinnegare le eccellenze proprie. Questa scarsa autostima collettiva si accentua quando si parla degli italiani che vivono in Italia. La differenza tra gli italiani che risiedono in Patria e quelli all’estero, infatti, è spesso enorme e me ne sono resa conto soprattutto in questi ultimi mesi, grazie a un progetto dedicato ai connazionali nel mondo, che molti di voi forse già conoscono: il portale ItalianiOvunque.com Per sviluppare i contenuti del nuovo magazine online ho avuto modo di confrontarmi con centinaia di persone, sia attraverso interviste e colloqui individuali, che mediante conversazioni sui numerosi gruppi di Facebook e altri canali sociali riservati agli italiani all’estero. In tutti questi incontri ho potuto constatare che, a eccezione di una piccola percentuale di “delusi e incazzati” (passatemi il termine poiché “arrabbiati” non dava l’idea), chi vive lontano dall’Italia la ama di più e ne apprezza in misura maggiore la bellezza e la cultura. Facile, dirà qualcuno, chi non vive in Italia non è costretto a subire le innumerevoli mancanze che affliggono il nostro Paese. Malasanità, corruzione, amministrazioni cittadine inefficienti e chi ne ha più ne metta…Sì, è vero, gli italiani all’estero non vivono le situazioni di disagio dei concittadini in Patria, ma ne vivono altre, spesso molto più simili di quel che si crede e aggravate dall’essere stranieri. Perché l’erba del vicino poche volte è davvero più verde. La corruzione affligge la classe politica di mezzo mondo, le liste d’attesa per una visita medica sono lunghe in numerosi paesi stranieri, il sistema scolastico non è migliore per definizione all’estero, le città difficilmente raggiungono la bellezza di quelle italiane e il clima di alcune nazioni deprime persino i nativi. Gli italiani all’estero quando tornano in Italia trovano un paese pieno di problemi, è vero, ma sanno anche apprezzarne il valore. Cosa che molti residenti in Patria finiscono per dimenticare. Il cibo non è un dettaglio indifferente quando si parla di qualità della vita. E vi garantisco che per la maggior parte degli italiani all’estero avere a disposizione un supermercato italiano è un sogno ricorrente, ma non l’unico. Lo stile di vita, le abitudini, i libri, i film, la possibilità di partecipare agli eventi (culturali, musicali etc.) sono tutti aspetti che creano nostalgia tra gli espatriati. Perché gli italiani all’estero sono cittadini del mondo, non amano muri e confini, ma uno spazio nel cuore per la terra natale lo conservano sempre. Mi è anche capitato di confrontarmi con persone ostili, che invece di cercare di “fare comunità” per condividere il meglio di quello che il Paese può offrire, hanno deciso di distanziarsene quanto più possibile. Una scelta che fatico a comprendere, ma che rispetto, naturalmente. In genere, tuttavia, quando si presenta agli italiani all’estero un progetto che consente loro di raccontare le proprie esperienze, di ottenere informazioni, di accedere ai prodotti del proprio Paese e di creare una comunità, l’accoglienza è entusiasta. La cultura italiana, si tratti di quella legata al cibo e al made in Italy, ma anche alla storia, alla letteratura e all’arte, è un collante che dovrebbe unire tutti gli italiani nel mondo, ovunque essi risiedano. Perché non è giustificabile che spesso ci amino più gli stranieri di quanto sappiamo fare noi. Concludo questo post chiedendo un piacere a tutti voi lettori: se avete notizia di belle storie di italiani in Patria o all’estero, fatemele conoscere. Perché quella parte d’Italia che funziona, insieme agli italiani che la fanno funzionare o che le rendono onore all’estero, non meritano di restare nell’ombra.

L'ITALIA DEI CAMPANILI.

Giordano Bruno Guerri: l’Italia è una repubblica fondata sulla rimozione. Fratelli d'Italia non lo saremo mai, perché l'identità italiana è fondata sui conflitti di campanile. Ma per capire la storia non bisogna rimuovere i periodi considerati negativi, scrive Bruno Giurato il 28 Maggio 2016 su "L’Inkiesta”. L'identità storica e politica dell'Italia è fondata su due elementi base: la baruffa e la rimozione. 

La baruffa, perché la faziosità, il fare la guerra o le pernacchie (o meglio: la guerra e le pernacchie insieme) al vicino è una costante italiana che troviamo praticamente ovunque e da sempre. Un'occhiata allo splendido volume di Giancarlo Schizzerotto, Sberleffi di Campanile, da poco uscito per Olschki potrà confortare in questo giudizio: dai palii "di scherno" nella Toscana del Trecento, alle squadracce col manganello e l'olio di ricino, fino ai servizi completi dei partigiani post 45, comprensivi di rasatura e stupro alle repubblichine.

La rimozione perché, con altrettale regolarità, ogni nuova stagione politica è stata costruita sulla damnatio memoriae di quella precedente. Gli esempi di un'identità storica costruita sull'oblio forzato di quello che c'è stato prima sono anche questi moltissimi. Una perfetta -e perfino ovvia e noiosa nell'aderire a un modello- applicazione del concetto freudiano di "rimozione". La politica, la pubblicistica, la storiografia italiana sono spesso costruite su un fondo di appartenenza ideologica e identitaria che è l'esatto contrario della critica. E anche del pensiero.

Ma naturalmente ci sono delle eccezioni. Una di queste è Giordano Bruno Guerri. Individualista, libertario, vicino, da sempre e "de core", alle posizioni dei Radicali, ha ottenuto fama e successo come storico con la sua biografia del Giuseppe Bottai, il "ministro della cultura" del fascismo. Ora è il presidente della fondazione del Vittoriale con risultati, in termini di marketing culturale oltre che di valore scientifico, notevoli. L'argomento del nostro Dossier è l'occasione per fare due chiacchiere con lui sull'ineliminabile faziosità italiana.

In Russia, nella parata annuale sulla Piazza Rossa sfilano insieme le bandiere dello Zar, quelle dei Partito Comunista, quelle della Russia attuale. In Italia ogni stagione successiva si attua sulla rimozione della precedente.

«E invece sono sempre stato uno studioso di periodi storici "bui". Essendo bui bisogna illuminarli. Ma battute a parte in Italia c'è sempre la damnatio memoriae del passato, dai Guelfi e Ghibellini a mille divisioni, fino ai campanili e allo sport. Ma per capire l'origine di queste contrapposizioni in ogni aspetto dello scibile umano dobbiamo risalire alle divisioni delle città comunali: un confine ogni dieci chilometri».

Un sistema di potere labirintico.

«L'Imperatore, il Re, quando non tutti e due. E poi il Papa, i feudatari. Il cittadino doveva soggiacere a un sacco di poteri in contrasto. Tutto questo ha provocato la nostra divisione su tutto».

Quindi in Italia finiamo per non conoscere la storia, perché ne rimuoviamo una parte, oscurandola, ad ogni cambio di epoca?

«Esattamente. Abbiamo un milione di esempi».

Ecco, un esempio?

«Il brigantaggio meridionale. Per un secolo e mezzo ci hanno raccontato il Risorgimento come una passeggiata trionfale, e il brigantaggio come una serie di episodi di criminalità pura. E invece il brigantaggio, bisognerà dirlo, è stato una forma di resistenza a un invasore».

I Borboni non erano il male assoluto, quindi?

«Certamente avevano delle forme di governo piuttosto arcaiche. Ma avevano anche non poche forme di tollarenza e di viver civile. Erano lo stato che non faceva guerre. Avevano una grande flotta mercantile, delle industrie e una buona riserva di danaro, che venne saccheggiata dall'Italia del Nord: lo stato unitario certamente depredò il Sud, che venne risarcito dopo decenni e decenni. Ma vorrei farle un caso più recente».

Quale?

«Naturalmente il fascismo. Che si è cominciato a studiare dopo decenni, con Renzo De Felice, e anche con i miei lavori, solo nel 1976. Con il libro di De Felice sul consenso si è cominciato ad ammettere che gli italiani erano in buona parte fascisti. E con il mio libro su Bottai si cominciò ad ammettere che esisteva una cultura fascista. Adesso, quarant'anni dopo, al museo di Salò, ho ritenuto opportuno far allestire una mostra sul culto del Duce. Un fenomeno che conosciamo».

E l'hanno contestata

«Hanno detto che è una mostra che rinfocolerà le nostalgie, ci sono state contestazioni molto dure».

Un paradosso: non è che l'antifascismo (in forme patinate, vintage, strumentali) è più in voga adesso di trent'anni fa?

«Non ho questa sensazione. Quella dei contestatori di una mostra su Mussolini mi sembra solo una battaglia di retroguardia. Quando facemmo la grande mostra sugli anni 30 a Milano, che fece vedere come nel periodo fascista ci fosse stata una grande architettura successe l'Ira di Dio. Ora qui invece sembra più una polemica sociale: Salò non vuole essere associata all'ultima fase del fascismo».

Quindi nemmeno il fascismo è stato un male assoluto?

«Il male assoluto non esiste. Il male assoluto sarebbe il demonio: un concetto religioso che non prendo nemmeno in considerazione. Che in un regime durato vent'anni siano state fatte delle cose nessuno lo può negare».

Anche Togliatti arruolò alcuni degli intellettuali del fascismo nel partito comunista. Ma non ci sono solo i Borboni e il Fascismo. Oggi, si parva licet, lo schema delle fazioni è sempre in moto. Renzi contro antirenziani; Berlusconi contro antiberlusconiani; Mani pulite contro ex-socialisti.

«Mi sembra evidente, lo leggiamo tutti i giorni. Basta guardare i toni della battaglia nel Pd, o nella lotta a destra tra berlusconiani e antibelusconiani. I popoli hanno un carattere».

Qual è la ricaduta della nostra genetica faziosità sugli intellettuali italiani? Non è che per non finire nella fossa degli impresentabili, gli intellò di casa nostra finiscono per apparire sempre più conformisti e corrivi alle idee comuni?

«Anche, ma c'è un altro elemento: il prototipo dell'intellettuale italiano è il Cortigiano. I poeti e i pittori e i filosofi stavano a casa del Principe, a produrre cultura sì, ma per il Principe. Badando bene a non disturbarlo. E' un marchio che si paga nei secoli a venire».

E poi?

«E poi il popolo italiano non è un popolo di rivoluzionari. Non abbiamo mai fatto rivoluzioni. E gli intellettuali non guidano il popolo, ne sono solo un'espressione, ma raffinata. Quindi gli intellettuali "scomodi" da noi sono davvero pochissimi».

Il Paese dei campanili così legato alle tradizioni: "Noi prima di tutto italiani". Nell’indagine realizzata da Demos, Veneto e Lombardia sono lontani da Barcellona: i venti d’autonomia spirano sempre più deboli, scrive Ilvo Diamanti il 25 settembre 2017 su "La Repubblica". L'Identità territoriale, in Italia, appare, fin dai tempi dell'Unità, attraversata da tensioni profonde. I referendum sull'autonomia, che si svolgeranno in Lombardia e nel Veneto, fra meno di un mese, sono destinati ad acuire le divisioni. Tanto più perché il clima del confronto fra centro e periferia, fra Stato e Regioni, si è surriscaldato, dopo l'intervento del governo contro la legge veneta che prevede l'esposizione del gonfalone di San Marco negli edifici pubblici. Un provvedimento che rischia di accendere una campagna elettorale fin qui piuttosto spenta. Evocando, con qualche forzatura, l'esempio catalano. L'Italia è storicamente segnata dalla distinzione, per alcuni versi una "frattura", fra Nord e Sud. E, quindi, dalla "questione meridionale", affiancata e sfidata, negli ultimi decenni, da una "questione settentrionale", polemica non solo verso il Mezzogiorno, ma, anzitutto, contro lo Stato. L'Italia, peraltro, ha sempre presentato un'identità frammentata da particolarismi. Carlo Azeglio Ciampi, Presidente della Repubblica nella seconda metà degli anni Novanta, una fase particolarmente accesa da conflitti territoriali, era solito dire che "l'Italia è un Paese di paesi. E di città. Unito dalle sue differenze." In altri termini, dal suo pluralismo di tradizioni, culture, paesaggi. Un "Paese di paesi". Mi sembra una definizione efficace e di lunga durata dell'Italia. Evoca, infatti, un profilo che si ripropone ancora oggi, quando si indaga sulle diverse e principali appartenenze territoriali dei cittadini. Lo dimostrano i dati di un sondaggio di Demos (per Intesa Sanpaolo), condotto nelle scorse settimane. Dal quale emerge un sentimento di appartenenza territoriale composito e frastagliato. I contesti nei quali si riconoscono gli italiani, infatti, sono diversi. Anzitutto, l'Italia, indicata come primo riferimento dal 23% del campione. Quasi 1 italiano su 4. Ma ciò significa che gli altri 3 guardano altrove. In particolare: alla loro città (quasi 2 su 10). Quindi, alla loro Regione (12%). Poi alla "macro- area". Nord, Centro e Sud, insieme, raccolgono quasi il 20% delle preferenze "territoriali". Ci sono, infine, molte persone che si orientano oltre i confini nazionali e locali. L'8% si definisce, anzitutto, europeo. Mentre il 18% si rivolge in primo luogo "al mondo". Esprime, dunque, uno spirito apertamente "cosmopolita".

Nell'insieme, dunque, circa metà delle persone intervistate si richiama anzitutto all'ambito "locale". Gli italiani. Si dicono milanesi, napoletani, siciliani, veneti, piemontesi. Bolognesi, toscani. Romani. Marchigiani. Ma anche: del Nord oppure meridionali. Nel Mezzogiorno, in particolare, il sentimento "meridionalista" scavalca il 22%. Tuttavia, se consideriamo anche la seconda indicazione, cioè l'altra identità territoriale possibile per i cittadini, l'Italia si ripropone con forza, su livelli molto elevati. E ciò sottolinea una tendenza anch'essa di "lunga durata", del nostro "Paese di paesi". Ne ho scritto altre volte, in passato, visto il mio vizio di osservare il territorio, come chiave di lettura degli orientamenti politici, ma anche sociali. Noi siamo un popolo di "e italiani". Oppure, reciprocamente, di "italiani e". Detto in altri termini: siamo milanesi, napoletani, siciliani, veneti, piemontesi. Bolognesi, toscani. Cuneesi e vicentini. Romani. Marchigiani. Meridionali, settentrionali. "E" italiani. Ma anche viceversa. Italiani "e"... romani, napoletani, emiliani. E via dicendo. Le diverse identità territoriali, dunque, non appaiono in contrasto con quella nazionale. Ma ne costituiscono, semmai, il complemento. La conferma giunge se osserviamo questi orientamenti in controluce. Attraverso il contesto territoriale ritenuto "più lontano". Il distacco dall'Italia, infatti, continua ad apparire limitato. Espresso da una quota di persone inferiore al 10% (il 7%, per la precisione). Nonostante i localismi e le pulsioni indipendentiste - anche se non più apertamente secessioniste - che agitano il Paese. L'ambito che ha visto crescere maggiormente il distacco dei cittadini, negli ultimi 10 anni, è, invece, l'Europa. Com'era prevedibile. Dunque, siamo e restiamo un "Paese di paesi". Di città e di regioni. Un Paese dall'identità incompiuta e, quindi, "debole". Ma, per questo, dotato di "resistenza". In grado di superare le sfide che vengono dall'esterno. Dalla globalizzazione. Dal cammino incerto dell'Europa. Dalle presunte "invasioni". Perché il perimetro delle nostre appartenenze è aperto e flessibile. Capace, per questo, meglio di altri, di adattarsi ai cambiamenti e alle tensioni che giungono anche dall'interno.

Così, i referendum che si svolgeranno nel Lombardo-Veneto vanno ricondotti al significato reale che assumono presso i cittadini. Esprimono, cioè, una domanda di autonomia, non di distacco. (Il quesito referendario, d'altronde, parla di autonomia, non di indipendenza). Ma riflettono anche la ricerca di consenso politico e personale, da parte dei partiti e dei governatori - leghisti - che guidano le Regioni. (Come suggerisce un sondaggio dell'Osservatorio Nordest di Demos, di prossima pubblicazione sul Gazzettino). Così, a mio avviso, ha ragione Massimo Cacciari quando recrimina contro coloro (il governo regionale del Veneto) che hanno approvato la legge sull'esposizione della bandiera con il "Leone di San Marco". Ma anche contro chi l'ha "impugnata" (il governo nazionale). Perché: "queste cose non fanno che alimentare le pulsioni di quelli che andranno a votare al referendum". In altri termini: questa polemica rischia di amplificare la campagna elettorale in vista del referendum autonomista. Con l'effetto - imprevisto e non voluto dal governo nazionale - di mobilitare i cittadini. Fino ad oggi piuttosto distratti, intorno a questa scadenza. Peraltro, anche l'iniziativa del governo regionale del Veneto potrebbe avere effetti imprevisti, dai promotori. Perché la bandiera "venetista" issata non "al posto di", ma "accanto a" quella italiana potrebbe essere concepita come una conferma ai dati presentati in questa Mappa. Che non prevedono l'alternativa: veneti O italiani. Ma, al contrario, l'integrazione reciproca: veneti E italiani. Guidati da Luca Zaia: il governatore di una Regione italiana. Perché il Lombardo-Veneto non è la Catalogna.

È ora di dirselo: l'Italia dei comuni, dei campanili (e del partito dei sindaci) è un disastro. Gli enti locali in dissesto aumentano in modo esponenziale anno dopo anno. Non si contano più i Comuni sciolti per mafia. Così l'Italia "provinciale" arranca, e i sindaci possono (o sanno) fare poco o niente per migliorare le cose, scrive Flavia Perina il 4 Aprile 2017 su “L’Inkiesta”. L’Italia dei sindaci, l’Italia dei Comuni, dei campanili, l’Italia “local” che funziona bene in contrapposizione all’Italia “glocal” che arranca, l’Italia che ci piace esaltare per luogo comune, quella del mitizzato “territorio” che sarebbe poi l’insieme di forze politiche, economiche, sociali che fanno rete per gestire le città: sicuri che sia vera? Viene da chiederselo dopo il litigio tra Chiara Appendino e Maria Elena Boschi sui fondi Imu e Ici da restituire a Torino, che ha rivelato nervi tesi da entrambe le parti ma soprattutto un colossale deficit della Città della Mole, solitamente considerata feudo di efficienza nordica. Senza quei soldi, dice la sindaca Cinque Stelle, Torino dovrà tagliare i fondi a scuole paritarie, cultura, turismo, oltreché le agevolazioni alle famiglie a basso reddito sulla tassa rifiuti. Magari esagera. E però se una città come Torino sta messa così, figuriamoci il resto, figuriamoci dove la rinomata eccellenza sabauda non ci sta. Sono 146 gli enti locali in pre-dissesto, 84 quelli in dissesto vero e proprio (praticamente falliti). Nell’elenco c’è persino Taormina, la “Perla dello Jonio” scelta da Matteo Renzi per il G7 del prossimo maggio. L’escalation negli ultimi anni è esponenziale. Nel 2009 c’erano solo due Comuni in bancarotta, e facevano notizia: oggi si è così abituati che le classifiche non vanno nemmeno più sui giornali malgrado le imponenti conseguenze per i cittadini. A Casal di Principe, per citare un esempio al top, restano inevase 700 domande di assegni familiari per mancanza di assistenti sociali che le esaminino, le scuole non hanno ottenuto il certificato di agibilità sanitaria e più di metà dei 20mila cittadini non usufruisce dell’acqua corrente. Fosse solo questione di soldi, si potrebbe dire: è la crisi. Ma tra il 2011 e il 2012 sono aumentati del 380 per cento anche gli scioglimenti di comuni per infiltrazioni mafiose, e un altro balzo del 220 per cento si è registrato l’anno successivo. Sono 146 gli enti locali in pre-dissesto, 84 quelli in dissesto vero e proprio (praticamente falliti). Nell’elenco c’è persino Taormina, la “Perla dello Jonio” scelta da Matteo Renzi per il G7 del prossimo maggio. L’escalation negli ultimi anni è esponenziale. Nel 2009 c’erano solo due Comuni in bancarotta, e facevano notizia: oggi si è così abituati che le classifiche non vanno nemmeno più sui giornali. Il “partito dei sindaci”, nonostante ciò, è il solo partito italiano a cui non siano state fatte le bucce. Questa categoria gode di simpatie sconosciute al resto della politica, un po' perché eletta direttamente dal popolo, un po’ perché talmente abile nel gioco dello scaricabarile – la colpa è sempre di qualcun altro – da aver resistito assai bene all’offensiva contro le caste che ha messo in ginocchio le classi dirigenti nazionali. Con le sue ordinanze creative – dal divieto di rovistaggio alle multe per il pallone ai giardinetti, dalle sanzioni ai burqa a quelle per chi dorme sulle panchine – alimenta l’immagine di saggio e severo pater familias, e grazie al contenzioso col governo può giustificare ogni inefficienza con l’avarizia delle autorità centrali. Il combinato disposto delle due cose, paternalismo e ossessione contabile, ha trasformato l'arte di costruire città in amministrazione di condominio e il risultato è un'«Italia dei Comuni» assai malmessa, immobile, anche anagraficamente vecchia - nei piccoli centri l'indice di vecchiaia è quasi cento punti sopra la media nazionale, 226 contro 144 – che ha abbandonato ogni ambizione e progetto oltre la routine della sopravvivenza. Non sarà da questo tipo di territorio che potranno arrivare energie per il Paese, e dovremmo tutti mettere un punto all'astratta esaltazione della dimensione “local”, rovinosa anche sotto altri profili: basta vedere la vicenda delle banche popolari, con i loro traffici di paese, e i costi che sta comportando per tutti i contribuenti (oltrechè per i loro clienti). Piccolo non è bello. O almeno, è bello se fai parte del “giro” dei feudatari del villaggio, pessimo per tutti gli altri che infatti fuggono nelle grandi città, nazionali ed estere, in cerca di fortuna. Piccolo non è necessariamente virtuoso. Piccolo oggi è diverso dal passato, piccolo è spesso povero, spaventato, prigioniero dei clan. E un soffio metropolitano ed europeo è l'unica speranza per questa Italia piccola, che scivola nell'indigenza senza che nessuno se ne accorga, privata anno dopo anno dei servizi più banali, dai trasporti pubblici all'acqua potabile, soffocata dalla piccineria di chi la amministra.

Sul water o in piazza, l’Italia dei campanili che ripudia i “cugini”. Da Pisa-Livorno a Modena-Reggio, le unioni “impossibili”, scrive l'01/11/2012 Pierangelo Sapegno su “La Stampa”. Può darsi che l’Italia dei campanili trovi persino difficile farsi rappresentare da Roberto Cenni, il sindaco di Prato che ha parlato ai giornalisti seduto sul water, tutto così elegante, in giacca e cravatta, il panciotto e il ciuffo brizzolato che scivola sulla fronte come un riporto, se non fosse per quella toilette con lo sciacquone da tirare. Però, nel mare di ricorsi e di insulti piovuti sul taglio delle Province, non c’è solo il radicalismo di un’identità quasi paesana, ma anche - addirittura - qualche antica rivalità storica. Prendete Modena e Reggio Emilia, o Pisa e Livorno, costrette da ieri a stare insieme, sotto lo stesso tetto, come in una buona famiglia. I livornesi quando parlano con uno di Pisa, glielo dicono in faccia, «Deh, ma te ne rendi conto? Tu sei di Pisa». E il proverbio, di quelle parti, dice che «è meglio un morto in casa, che un pisano sull’uscio», perché, nella leggenda popolare, i pisani erano gli esattori delle tasse. In realtà, la Storia racconta che Livorno viene inventata dai Medici per dare il colpo di grazia alla grande Repubblica marinara in crisi. Prima era solo una galera. All’improvviso, Firenze costruisce il porto e lo riempie di gente raccattata da tutti gli angoli, per togliere così l’ultimo respiro alla sua rivale. La missione riesce, ed è da allora che le due città, distanti l’una dall’altra neanche un tiro di schioppo, si odiano così cordialmente. Pure Modena e Reggio Emilia stanno vicine vicine: 30 km d’autostrada a malapena. Però sono lontanissime fra loro, essendo Modena un ducato degli Este, città universitaria, molto raffinata e quasi snob, con le sue imprese eccellenti e il suo nobile passato, al contrario di Reggio Emilia, non a caso la provincia di Peppone e don Camillo, città fortemente terrigna e contadina, dove nella piazza grande del Municipio si portavano ancora le mucche fino a qualche tempo fa. Erano tutt’e due insieme sotto gli Este, ma Modena era la capitale. Solo che anche questa lontananza finisce per scadere nel ridicolo assieme al suo campanilismo più becero, con gli Ultràs del Modena che arrivano perfino a disegnare una coreografia allo stadio tutta in gialloblu, per bocciare l’unione con la vicina nemica, come recitava l’enorme striscione appeso sugli spalti: «Modena è provincia ed è solo gialloblu». Certo, non sono gli unici che protestano, e lì vicino a loro, per sfuggire questo comune destino, Piacenza ha pensato persino di organizzare un referendum per togliersi dall’Emilia: meglio in Lombardia che assieme a Parma. E invece, da ieri, è finita proprio sotto il mantello di Maria Luigia.  Dall’altra parte non è che avrebbe avuto vita tanto diversa: la via era quella di stare con Mantova, Cremona e Lodi, che già protestano e urlano di loro. Niente in confronto a Monza, Varese e zone limitrofe. Lì sono finiti tutti sotto Como, a parte Monza, anche perché Como non la voleva (Leonardo Carioni, Lega Nord: «Noi non abbiamo niente a che fare con Monza, come logistica, territorio e identità. È impensabile una cosa del genere»). Risultato: Monza è stata accorpata a Milano e per questo ora protesta. Dario Allevi, pdl, presidente di Monza e Brianza dice che è «indecente. Non capisco per quale motivo sia stata prevista una deroga solo per Sondrio e Mantova. È arrivato il momento di alzare i toni». A Varese li hanno levati così in alto da appellarsi persino a Mario Monti «in quanto varesino come noi», come ha fatto Lara Comi, europarlamentare pdl.

Naturalmente, il governo è andato avanti per la sua strada, e forse non solo a Palazzo Chigi, perché se chiedi alla gente, a quanti sta davvero a cuore questa dispersione di Province come ai politici? Sta di fatto che la partita non si è chiusa certo qui. Non c’è Provincia che non abbia annunciato il suo bel ricorso al Tar, come Dario Galli, leghista, presidente di Varese, o alla Corte Costituzionale, come ha deciso la regione del Molise, dopo che le hanno accorpato Isernia e Campobasso. Il presidente Michele Iorio ne ha promessi addirittura due, a scanso di equivoci. Melius abundare. «Aspettiamo la risposta il 6 novembre», ha detto, mentre Rosario De Matteis, dalla sua roccaforte di Campobasso, tuonava che «il governo Monti è come l’Armata Brancaleone: ormai non sanno più che fare». Poco importa che molte di queste Province ritornino in fondo nel loro alveo, come Lecco che in fondo era già con Como, o Biella che era con Vercelli, e Rimini con Forlì, e tante altre così, da Vibo Valentia a Verbania. Il campanile e i suoi interessi sono più forti di tutto. Treviso, ad esempio, aveva i giorni contati, bocciata com’era dalla legge, essendo troppo piccola con i suoi 23 mila chilometri quadrati appena. L’hanno messa con Padova, e Rovigo con Verona. Però, è insorta lo stesso.  

Fra le storie diverse («che c’entra Siena con Grosseto?», si lamentano a piazza del Campo) e odi fraterni, il linguaggio molte volte è trasversale, dalla Basilicata alle Alpi, come se i nostri campanili almeno in questo avessero trovato una cosa in comune. Purtroppo, non è un bel linguaggio, tipo quello che usa il presidente della Provincia di Avellino, Cosimo Sibilia, per differenziare - si dice così - «la peculiarità delle due aree». È che l’Italia dei campanili sembra proprio aver trovato nel politichese e negli slogan degli ultrà il suo minimo comune denominatore. Sibilia è arrabbiatissimo perché Avellino è finita nel calderone della nuova grande provincia «Ave-Sannio», con capitale Benevento. Se non deve dilungarsi sulle peculiarità, è molto più diretto: e allora «è un provvedimento devastante» (uno), «hanno umiliato e mortificato il nostro territorio» (due), e «siamo ai limiti del colpo di Stato» (e tre!). Naturalmente, a questo punto, anche lui andrà al Tar. Alla fine, Roberto Cenni, il sindaco offeso di Prato, è davvero la rappresentazione, un po’ ridicola, del nostro campanilismo a oltranza. E i toni giusti sono quelli di Cristiano Vignali, «politologo e storico teatino», che ha lasciato ai posteri questa cronaca: «Migliaia di giovani lunedì mattina hanno sfilato in corteo tra ali di folla osannanti per riconsegnare la città in mano ai teatini e salvare la provincia di Chieti». Purtroppo, Chieti è stata cancellata. E abbiamo chiesto: ci hanno detto che erano qualche decina. Facciamo trenta?  

Email di Cristiano Vignali del  02/01/2020 22:16. Salve Dott. Antonio Giangrande, ho letto l'ebook del suo libro  ITALIA ALLO SPECCHIO IL DNA DEGLI ITALIANI ANNO 2017 PRIMA PARTE, nell'opera a pag 114 lei cita il sottoscritto scrivendo delle inesattezze  che eravamo solo qualche decina e che la Provincia di Chieti nel 2012 è stata cancellata, ma invece ciò non è assolutamente vero, sia perché la nostra protesta bloccò la riforma delle Province, visto che le Province esistono ancora, sia perché come si evince dal video non eravamo assolutamente una trentina ma molti di più. Questi sono solo alcuni dei filmati che ho ritrovato su youtube  ma anche quelli delle televisioni nazionali e locali fanno vedere molte più persone. Perché non si è informato direttamente alla fonte originaria prima di scrivere nel suo libro una inesattezza? Pertanto, le chiedo gentilmente di rettificare nell'ebook quanto scritto e se è possibile di rettificare nella prossima ristampa le copie cartacee del libro. 

Risposta dell'autore: La rettifica di parte è stata effettuate. Cristiano Vignali, se avesse letto il libro si sarebbe accorto che l’articolo è stato scritto l’1/11/2012 da Pierangelo Sapegno su “La Stampa”, doverosamente citato, in ambito di una discussione più ampia sul tema.

Non approfondire ed informarsi è il limite di chi si limita a leggere lo spazio di un tweet  o ricerca il suo nome sui motori di ricerca, limitandosi a leggere la frase ove questi è citato.

L’Italia dei 100 campanili… e nessuno Stato, scrive il 27 novembre 2016 Pino Marchionna. E “Fatta l’Italia, ora facciamo gli italiani”. Mai come in questi giorni la celebre frase di Camillo Benso Conte di Cavour ben si attaglia alla situazione paradossale che stiamo vivendo. Ad oltre centocinquant’anni dall’unità d’Italia, siamo ancora “la terra dei cento campanili”, a causa di quell’approccio politico che spesso trasforma le differenze in divisioni e mette gli uni contro gli altri, attraverso rivendicazioni territoriali, giurisdizionali, culturali ed economiche proprie del campanilismo. Da sempre gli italiani si sono dimostrati legati al proprio campanile, per il ruolo simbolico di identificazione che svolge, a tutela del proprio linguaggio, delle proprie tradizioni, della propria storia. E come ricordava lo storico Fernand Braudel “la ricchezza della realtà italiana è anche il segno della sua “insigne debolezza”, giacché la pluralità di tradizioni, di culture e linguaggi, ha sempre costituito un elemento di volubilità rispetto a quel “cemento” sociale che ha caratterizzato la storia di altre grandi nazioni europee”. Questo tratto distintivo della nostra millenaria ed insufficiente storia nazionale è riapparso – come un fiume carsico, che improvvisamente risbuca in superficie – con il ricorso della Regione Veneto alla Corte Costituzionale avverso la Legge Delega 124/2015, meglio nota come Legge Madia. Non sono certo nelle condizioni tecniche di commentare la sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionali gli articoli 11, 17, 18 e 19 della Legge Delega. Sottolineo soltanto come la motivazione dell’illegittimità sia incardinata sull’insufficienza del semplice parere della Conferenza Unificata Stato-Regioni al posto della necessaria e previa intesa. Nel momento storico in cui la globalizzazione genera interdipendenze e commistioni inedite, soprattutto in seguito al fenomeno dei flussi migratori dai paesi più poveri del mondo, in una Italia che dovrebbe cogliere e valorizzare la sfida della pluralità culturale, modernizzando la propria struttura istituzionale, torniamo al punto di partenza: ognuno pensa a sé stesso, guardando sempre e comunque al proprio campanile. Questa è la nuova frontiera delle minoranze rilevanti, i cosiddetti “veto players”, che da partiti caratterizzati da una forte ideologia autonomistica si sono trasformati in grumi di potere finalizzati alla difesa di interessi locali che si sovrappongono a quelli più generali del Paese, anzi spesso li superano, in sfregio alla collettività nazionale.

Catalogna, ma anche Lombardia e Veneto. La prova dei referendum per l’indipendenza, scrive il 23 settembre 2017 "Quasi Mezzogiorno". Da una parte la capitale spagnola, Madrid, dall’altra la ribelle Barcellona che invoca più spazio per la Catalogna. Una vecchia storia fatta di voglia di indipendenza e senso di rivalsa, una guerra che si sta consumando oggi a colpi di sentenze e richiamo alle urne. Madrid ha detto no al referendum per l’indipendenza invocando la giustizia e per due volte la Corte Costituzionale è intervenuta, prima bocciando la convocazione alle urne, e quindi la legge che rendeva possibile il voto, e poi sospendendo la legge di “rottura” dalla Spagna adottata la settimana scorsa dal parlamento di Barcellona, che entrerebbe in vigore se al referendum dovesse vincere il Sì. Tentativi falliti, si passa alla forza: a dieci giorni dal voto gli agenti della Guardia Civil hanno arrestato Josep Maria Jové, braccio destro del vice presidente catalano, insieme ad altre 13 persone tra funzionari ed esponenti del governo regionale. I principali organizzatori del referendum non riconosciuto da Madrid finiscono nei guai per aver sfidato il governo centrale. Non ci sta il governo catalano, non ci sta il popolo, sceso in piazza per protestare, non ci sta neanche il Barca, il club-bandiera della Catalogna che esprime la sua condanna per qualsiasi azione contro il diritto di decidere. Venti di guerra civile soffiano in piazza e nei palazzi del potere con il duro scontro tra il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, che invoca “la tutela dei diritti di tutti gli spagnoli”, e il dirigente della sinistra repubblicana catalana Gabriel Rufian che gli ha intimato di togliere “le sue sporche mani dalla Catalogna”. Attacco alla democrazia sono le tre parole più usate da chiunque commenti quello che è successo il 20 settembre a Barcellona (agli arresti si aggiungono una ventina di perquisizioni e milioni di schede elettorali sequestrate) e in Italia già si pensa al 22 ottobre, quando ci sarà il referendum – questo del tutto costituzionale – con il quale Lombardia e Veneto chiedono di entrare nel “club” delle Regioni autonome.

Crimea, Scozia e Catalogna, tutti i perché delle secessioni in atto, scrive Stefano Cingolani il 24/03/2014. E' impressionante come oggi, mentre a Ovest si diffonde l’euroscetticismo, a Oriente, là dove il limes è ancor oggi confuso e mobile, si minacci una guerra per entrare nell’Unione...Con le armi o con le urne, ormai da tempo è tutto un correre a ridisegnare le mappe, un gioco di separazioni più o meno consensuali, una corsa alla secessione: la Scozia e la Catalogna, i paesi Baschi e la Corsica, le Fiandre o la Sicilia (passando per la Sardegna), il Veneto e il Tirolo. Per non parlare dei Balcani dove la Bosnia, grande come il Lombardo-Veneto, è divisa in tre. Il Kosovo, il Montenegro, la Macedonia, anzi le due Macedonie, in lite tra loro anche sul nome (la Grecia sostiene che solo la sua ha il diritto di chiamarsi come la patria di Alessandro). E poi la Slovacchia che ha tranciato un solco con la Repubblica ceca, la Moldova piccolo cuscinetto tra Ucraina e Romania. E via via divorziando. Insomma, non c’è solo la Crimea, siamo di fronte alla “balcanizzazione dell’Europa”, secondo Lord Robertson ex segretario generale della Nato, laburista scozzese che si rivolge ai suoi compatrioti per invitarli a pensarci due volte prima di chiudere il vallo di Adriano. Ma attenti, c’è secessione e secessione, ci ammonisce Bernard-Henri Levy, l’ormai appassito nouveau philosophe che si è fatto immortalare sulle barricate di Kiev: “Non si può paragonare Kosovo e Crimea”, sentenzia BHL tra le piume della sua vanità. Un vero truismo, direbbero i vecchi filosofi. E poi c’è sempre un distinguo, esiste sempre un’eccezione. Prendete il Kurdistan, mica può essere paragonato ai paesi sotto il tallone di zar Putin? Certo che no, infatti non esiste. I curdi sono schiacciati da almeno tre talloni: quello siriano, quello iracheno e quello turco e anche gli stivali sono diversi, la Turchia se non altro fa parte della Nato. Princìpi puri e principio di realtà, del resto, si sono sempre scontrati da che mondo è mondo. La separazione democratica è diversa da quella imposta con il ferro e il fuoco, è ovvio. Eppure l’adesione alla Germania, l’Anschluss, venne approvato dagli austriaci (seppure sotto una qualche minaccia dell’esercito hitleriano). Dunque, non basta il voto, bisogna che sia libero, consapevole, trasparente e non come le urne di vetro usate in Crimea dal gran burlador di Mosca. Ma dividersi non è affatto facile, per i popoli e gli stati ancor meno che per le famiglie; anzi spesso non funziona proprio e si finisce per cercare un protettore, un grande amico, magari un imperatore benevolente pronto ad accogliere nelle sue braccia amorevoli la pecorella smarrita. E non vale solo per i nuovi staterelli dell’est europeo o del Caucaso, ma anche per entità con ben altro pedigree. Come ad esempio la Scozia.

Qual è la linea di demarcazione? Etnica? Linguistica? C’è di mezzo il mito, la storia, l’economia, la politica? Di tutto un po’, ma certo nelle Highlands il mito ha una importanza altrettanto grande che sulle montagne della Serbia. Gli scozzesi hanno combattuto per secoli gli inglesi. Morta Elisabetta I, fin dal 1603 con Giacomo VI Stuart hanno piazzato un loro re in Inghilterra aprendo la strada all’ Unione. L’autonomia è sempre rimasta viva, l’indipendenza è rifiorita con i nazionalismi ottocenteschi e di nuovo nell’ultima parte del secolo scorso. E tuttavia, una divisione etnica è difficile da digerire tanto profondo è il metissage nelle isole britanniche. William Wallace, l’eroe popolare, è riemerso agli onori con la cultura pop. Braveheart, il film di Mel Gibson, coglie il nuovo spirito del tempo, anche se trasforma il figlio di un latifondista che conosceva il latino e il francese in una sorta di capo di sanculotti in tartan. Persino il gruppo metal rock Iron Maiden ne fa l’eroe delle sue canzoni come The Clansman. La trasfigurazione conta più della realtà. Prendete il kilt.

William Wallace non indossava il gonnellino come lo conosciamo oggi. Ma, quando deponeva l’armatura di cavaliere la classica tunica medievale. Persino il plaid a scacchi e colori dei clan, il breacan, con il quale si cingevano i fianchi passandolo attraverso una spalla, è una moda introdotta solo due secoli dopo nel corso del ‘500. Quanto all’indumento a pieghe con tutti i suoi orpelli, diventato emblema di ogni “cultura e società celtica, irlandese, gallese, galiziana, è un’invenzione inglese e ha solo un flebile legame con il folklore o con indumenti degli antichi celti più o meno ricostruiti dagli archeologi. Proprio così. Nasce nei primi decenni del ‘700 grazie a tal Thomas Rawlison che si era rifugiato nelle Highlands anche per sfuggire alla chiesa d’Inghilterra che non amava le sette calviniste (tanto che furono costrette a emigrare in America). Altro che tradizione, è una operazione commerciale, del tutto capitalistica, al pari di Braveheart. Adesso li vediamo sventolare ovunque, in guerra e in pace, da settembre probabilmente copriranno gli scranni del parlamento scozzese. E’ stato il romanticismo a trasfigurare tutto, anche il kilt, ed è il nazionalismo che l’ha mistificato, rendendolo un simbolo importante quanto la croce di Sant’Andrea. E’ accaduto lo stesso a tantissime leggende che formano la cosiddetta cultura etnica e che con l’etné non hanno nulla a che vedere. Trasformare un plaid in kilt è molto più facile che scegliere una nuova moneta. Infatti, i primi intoppi per il progetto di Salmond sono insorti proprio sulla sterlina. Un’idea, infatti, è quella di continuare ad usare la valuta inglese. “E già, e chi garantisce per il vostro debito”, ha subito replicato Mark Carney, il canadese che guida la Banca d’Inghilterra. Bisognerebbe introdurre dei meccanismi simili a quell’ambaradan che la Bce ha creato per i paesi che partecipano all’euro. Ma attenzione: la moneta unica continentale nasce con una debolezza di fondo, perché è priva di una politica fiscale comune. Dunque la Scozia potrebbe sì distaccarsi, ma dovrebbe lasciare a Londra quanto meno il controllo ferro sulle tasse e le spese, cioè sui due attributi fondamentali della sovranità di uno stato. Gli scozzesi fanno leva sulle riserve petrolifere nel Mare del Nord, molte delle quali sono al largo delle loro coste. Già, ma quanto al largo? E poi oggi sono gestite dalle grandi compagnie inglesi come la Bp e la Shell. Che cosa vuol fare Salmond, appropriarsene? Nazionalizzarle come Chavez in Venezuela? Ci provi pure sghignazzano i boss delle multinazionali. Dunque, la Scozia può essere indipendente, ma non sovrana. E qui comincia una discussione, anzi una trattativa durissima perché gli inglesi cercheranno di far valere il loro potere monetario contro la secessione.

“Ah sì? Allora noi adottiamo l’euro”, replicano gli indipendentisti. Fermi tutti. Il problema del debito si pone lo stesso. E in questo caso Londra avrebbe l’ultima parola. Non solo. All’idea di una Scozia indipendente che viene accolta a braccia aperte a Bruxelles, comincia a rumoreggiare Madrid. Indiscrezioni su un veto spagnolo sono circolate nelle capitali europee al punto che il governo di Mariano Rajoy ha dovuto smentirle ufficialmente. Una cosa è certa: la Scozia è il vessillo che sventolano in piazza anche i catalani i quali mai come questa volta chiedono non solo ancor più autonomia e poteri, ma di separarsi dai castigliani. Una catastrofe per il resto della Spagna perché a Barcellona e nella sua regione è concentrata la maggiore ricchezza. Ma anche per la portata davvero storica di una frattura che metterebbe fine a cinquecento anni di unità.

A differenza dalla Scozia, la Catalogna non avrebbe problemi di carattere monetario, visto che fa già parte della zona euro. L’integrazione piena in una struttura sovranazionale, infatti, favorisce il distacco dagli stati nazionali, anzi lo rende non solo fattibile, ma addirittura legittimo. E’ quel che sosteneva in Italia Gianfranco Miglio quando agli esordi della Lega Nord progettava le macroregioni e dialogava con i bavaresi della CSU, affascinati lì per lì dall’idea, o con gli svizzeri del Canton Ticino. E oggi Luca Zaia, tardo epigono proclama: “Il Veneto come la Catalogna, sono in ballo 21 miliardi di euro” (calcola le tasse che non andrebbero versate a Roma non quello che gli altri contribuenti italiani versano al Veneto). Il movimento Plebiscito.eu vuole la secessione e la regione guidata dalla Lega ha in discussione un progetto di legge per un referendum. Ma c’è anche chi chiede, con un sondaggio on line su affaititaliani.it, se la Sicilia deve seguire l’esempio della Crimea. Già, per andare dove? Verso gli Stati Uniti come sognava Finocchiaro Aprile nel 1943 quando sbarcavano i marines? A Barcellona si voterà il 9 novembre, dunque dopo la Scozia che farà da battistrada e influenzerà necessariamente le altre iniziative indipendentiste. E il paradosso dei paradossi vuole che proprio questa Europa dei tecnocrati odiata dalle “estreme” e disprezzata da Beppe Grillo, questo super-stato burocratico, lontano dai popoli come dice anche Matteo Renzi, potrà consentire proprio ai popoli di esprimersi liberamente senza paura di restare appesi al nulla o di finire nelle fauci di un lupo siberiano o di un leone dell’Atlante. Perché il mosaico di stati europei è in gran parte una costruzione artificiosa.

Scrive Tony Judt in “Dopoguerra” che dopo il primo conflitto mondiale, con il disfacimento degli Imperi centrali e quello ottomano, vennero cambiati i confini, dopo la seconda guerra mondiale vennero spostati interi popoli, costruendo stati su base “etnica”. I singoli paesi nel 1939 erano ancora multiculturali e multireligiosi, nonostante i regimi fascisti, nel 1949 non più. Sono pressoché scomparsi gli ebrei, ma non solo: in Polonia i polacchi erano il 68% della popolazione oggi sono oltre il 90, la stessa Italia diventa più omogenea, mentre nei Balcani e nei territori occupati dall’Armata rossa, avviene un rimescolamento all’insegna di vere e proprie deportazioni. L’Europa degli alleati vincitori, dunque, anche in occidente nasce alimentando il pregiudizio, una grave colpa che attraversa i decenni come un fiume carsico e riesplode prepotente con la fine della guerra fredda. Le guerre di Jugoslavia lo dimostrano. Gli Stati Uniti erano “distratti” da Saddam Hussein e l’Unione europea era ossessionata dalla “questione tedesca”, così la Germania che impose il riconoscimento unilaterale della Slovenia e della Croazia, considerati paesi satelliti, proprio mentre era impegnata a digerire il boccone degli Ossie. E cominciarono sette anni di stragi e flagelli le cui ferite non sono ancora rimarginate.

Il pregiudizio etnico è lo stesso che oggi opera come un verme nella pancia degli ucraini e dei russi, così simili da tutti i punti di vista e così lontani. Dove possono andare da soli questi staterelli che dovremmo chiamare da operetta se sul palcoscenico d’Europa non si recitasse un dramma? Non sono autosufficienti né sul piano economico né su quello militare. Quindi cercano un padrino. Il patronage può essere rude e opprimente come quello russo o morbido e avvolgente come quello europeo. Ma esiste un modello ideale al quale riferirsi? E’ impressionante come oggi, mentre a ovest si diffonde l’euroscetticismo, a oriente, là dove il limes è ancor oggi confuso e mobile, si minacci una guerra per entrare nell’Unione, la versione moderna e benevolente del Sacro romano impero. Non è, dunque, una mera bizzarria da studioso, è emerso in questo mondo non più piatto, ma diviso in placche tettoniche, un desiderio di separarsi e riaggregarsi in modo diverso all’interno di entità nuove che meglio rispondano (o almeno così si pensa) ai bisogni di questa era. E che mettano in qualche modo rimedio agli errori dei vincitori, quelli compiuti nel 1945, ma anche quelli del 1989 e degli anni successivi all’implosione dell’Unione sovietica. E’ il messaggio che arriva dalla Crimea e dalla Scozia (o dalla Catalogna), luoghi opposti gli uni agli altri anche sulla mappa geografica, ma luoghi dell’ira per il passato, dello scontento per il presente e (forse) della speranza per il futuro.

Non solo Crimea, ecco le Regioni europee che puntano all’indipendenza. Citando il Kosovo, dopo la vittoria schiacciante dei sì al referendum in cui si chiedeva agli abitanti della Penisola di voler far parte della Russia, Putin ha lanciato l’assist perfetto ai movimenti separatisti di mezza Europa: dalla Catalogna alla Scozia (che va al voto il 18 settembre), fino all’Irlanda del Nord, passando per le Fiandre. Anche in Italia c'è chi vorrebbe fare del Veneto una Repubblica a sé stante, scrive Silvia Ragusa il 23 marzo 2014 su "Il Fatto Quotidiano".

Il popolo di Crimea, secondo il presidente russo Vladimir Putin, si è comportato in base alla “regola dell’autodeterminazione dei popoli”. Lo ha detto nel suo discorso al Parlamento di Mosca, il giorno dopo aver firmato il decreto che riconosce l’indipendenza della penisola ucraina. Non è cosa nuova. L’altro precedente, continuava Putin davanti a una platea entusiasta, si è avuto quando “l’Occidente ha riconosciuto legittimo il distacco del Kosovo dalla Serbia, dicendo che non c’era bisogno di alcun permesso dal potere centrale”. Il leader russo ha accusato gli Usa di usare la “legge del più forte” e di aver ignorato le risoluzioni dell’Onu. Nel 2008, infatti, Pristina dichiarò unilateralmente la sua secessione dalla Serbia con una risoluzione votata dal suo parlamento provvisorio: esattamente come oggi la Crimea si sente russa, ai tempi il Kosovo – prevalentemente albanese - voleva la separazione dalla Serbia. Non servì alcuna consultazione popolare, il voto dei deputati fu risolutivo.

Il Kosovo quindi non è la Crimea. Se oggi Putin porta come esempio la crisi dei Balcani per sottolineare l’ipocrisia della comunità internazionale, dovrebbe ricordarsi di quando, insieme alla Cina, si oppose fermamente alla secessione del Kosovo appoggiando i tentativi serbi di non concedere alcuna sovranità a Pristina, a differenza di Europa e Stati Uniti che riconobbero immediatamente la sua autonomia. Tuttavia, facendo leva sul principio di autodeterminazione dei popoli, Putin ha lanciato l’assist perfetto ai movimenti separatisti di mezza Europa: dal meridione catalano al settentrione scozzese, passando per l’Irlanda, le Fiandre giù fino all’Italia. Così, proprio pochi mesi dopo le elezioni europee del prossimo maggio, l’Europa si troverà a dover gestire le spinte separatiste di alcune sue zone strategiche. 

Catalogna, la Crimea spagnola. “L’ultimo trucco di Mas: portare la gente in strada come in Ucraina”. Il titolo in prima pagina è del quotidiano spagnolo La Razón. I mass media di Madrid hanno guardato al referendum in Crimea con apprensione. Esiste infatti un “parallelismo” tra il voto in Crimea e il referendum del prossimo 9 novembre sull’autonomia catalana. Almeno secondo il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel García-Margallo. Gli articoli della Costituzione ucraina “sono uguali alle leggi della Costituzione spagnola”. Insomma per García-Margallo il parallelismo tra Catalogna è Crimea è “assoluto”. Artu Mas, presidente della Catalogna, non si è scomposto: ha allontanato i parallelismi e ha garantito che i catalani sono come il biblico David che riuscirà a vincere Golia con “astuzia, determinazione e volontà”. Poi però Mas ha spiegato di non scartare “una dichiarazione unilaterale d’indipendenza”, se quella che lui stesso chiama “via britannica” – l’accordo tra inglesi e scozzesi per un referendum simile – sarà ancora ostacolata da Madrid.

Se ce la fa Barcellona, ce la fa anche Venezia. “Vuoi tu che il Veneto diventi una Repubblica federale indipendente e sovrana?”. La domanda è semplice e diretta, valida fino al 21 marzo. In soli tre giorni ha già raccolto 1 milione e 300mila voti: il referendum per l’indipendenza del Veneto, promosso da Plebiscito.eu, ha superato le più rosee aspettative degli organizzatori. Tant’è che i riflettori della stampa mondiale, non solo italiana, si sono accesi su Gianluca Busato, che ha così commentato i risultati: “L’obiettivo di due milioni di veneti che votano il referendum di indipendenza del Veneto è raggiungibile”. Il governatore Luca Zaia ha preso come fonte d’ispirazione quello che accade in Catalogna: “Dobbiamo capire se sull’indipendenza riescono ad aprirci un varco. La loro deadline è il 9 novembre 2014. Se l’indipendenza la ottiene Barcellona, seguendo il loro metodo potrebbe ottenerla anche Venezia”.

Scozia libera, sotto la regina Elisabetta. A nord del vallo di Adriano è già tutto deciso. Il leader dello Scottish national party, Alex Salmond, ha trovato l’accordo con il premier britannico David Cameron riguardo l’indipendenza della Scozia: il 18 settembre 2014 verrà indetto un referendum per la secessione dal Regno Unito. Gli scozzesi andranno al voto per rispondere a un’unica domanda: “La Scozia dovrebbe essere un paese indipendente?”. I sondaggi dicono che perderanno. Ma da Edimburgo potrebbero arrivare delle sorprese. Secondo il progetto di Salmond, la Scozia diverrebbe nei fatti una nazione autonoma ma parte del Commonwealth, con governo indipendente sotto l’egida della regina Elisabetta. Il partito nazionalista sostiene che le risorse di petrolio nel mare del Nord, l’industria locale agricola, la pesca e il whisky consentono a una Scozia indipendente di essere prospera in termini economici. Altri partiti di Edimburgo e il governo britannico invece pensano che la secessione sia svantaggiosa per entrambi i Paesi.

Referendum anche in Irlanda del Nord. Il movimento indipendentista irlandese, il Sinn Fein, vuole realizzare un referendum per decidere se continuare a far parte del Regno Unito o unirsi al resto dell’isola. Il numero due del partito, Martin McGuinness, ritiene che il Nord sia pronto per un referendum nel 2016, proprio in coincidenza con il centenario della rivolta di Pasqua, la sanguinosa ribellione che ha portato alla guerra d’indipendenza contro l’Inghilterra.

Guerra tra Fiandre e Sud francofono. Anche in Belgio si respira aria di scissione. La trasformazione delle Fiandre in uno stato indipendente e sovrano è l’obiettivo della Nieuw vlaamse alliantie (Nuova alleanza fiamminga), il partito che ha trionfato alle ultime elezioni del 2010, dopo la crisi del governo, accanto agli indipendentisti fiamminghi di destra del Vlaams Belang, fautori della separazione dai valloni. Motivazione etno-culturale ed economica, perché spesso le regioni più ricche spingono per sganciarsi dal resto del Paese. Secondo i sondaggi però solo il 30 per cento degli abitanti delle Fiandre vorrebbe una piena indipendenza.

Lo stadio di Verona grida “scimmia” a ogni giocatore del Napoli annunciato dallo speaker, scrive il 20 agosto 2017 "Il Napolista". Con l’avvento di Tavecchio il calcio italiano ha deciso di arrendersi al razzismo, e questi sono i risultati. Una multa di 15mila euro potrà mai invertire il trend? Lo “storico” striscione dei veronesi all'indirizzo dei tifosi del Napoli: “Benvenuti in Italia”.

L’annacquamento voluto da Tavecchio. Il calcio italiano si è ufficialmente arreso al razzismo e alla cosiddetta discriminazione territoriale con l’avvento del presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio. L’annacquamento delle norme fu al primo posto del suo programma politico e venne votato praticamente da tutti presidenti di Serie A (compreso De Laurentiis). La correzione Tavecchio pose fine alla breve stagione della chiusura dei settori e degli stadi italiani per razzismo. Stagione che venne ferocemente contestata da tanti media, Sky Sport in testa, che derubricarono i cori discriminatori al rango di sfottò.

Una pratica diffusa al Bentegodi, non solo col Napoli. E così oggi negli stadi italiani è possibile ascoltare quel che è avvenuto ieri sera a Verona, con lo stadio intero che accompagnava col grido “scimmia” ogni calciatore del Napoli annunciato dallo speaker. Un’usanza, se così la vogliamo chiamare, che al Bentegodi accompagna più squadre avversarie, non soltanto il Napoli. Ma in questo caso non vale il detto: mal comune mezzo gaudio. Una pratica indecente, da sottosviluppo culturale. La società scaligera se la caverà – come da legge – con una multa che sarà più o meno di 15mila euro. La domande adesso è: davvero il calcio italiano pensa di risolvere il problema – sempre che si ponga l’obiettivo di risolverlo – con multe di 15mila euro?

Indipendenza veneta, una provocazione da non sottovalutare, scrive Ettore Bonalberti il 2/03/2014. Sono stati 2 milioni 360mila 235 voti, pari al 73% del corpo elettorale regionale i voti espressi. I sì sono stati 2 milioni 102mila 969, pari all’89%, i no 257.276 (10,9%). Almeno questi sono i dati comunicati dagli organizzatori. Come promesso, Gianluca Busatto ha proceduto a proclamare di fronte a qualche migliaio di persone “l’indipendenza del Veneto”, con queste parole: “quando la testimonianza della storia viene convocata dal tribunale del presente come retaggio e forte voce di libertà e modello di serenità e giustizia. Quando un popolo invoca il diritto di autodeterminazione come diritto naturale e fondamentale dell’individuo e che da questi si estende alla famiglia, alla comunità e alla nazione.” La consultazione referendaria e la proclamazione di ieri sera, Costituzione alla mano, non hanno, ovviamente, alcun valore formale, men che meno istituzionale. L’art. 5 della Carta sancisce che “la Repubblica italiana è una e indivisibile”. Una proposta di referendum per il Veneto indipendente esiste, tuttavia, anche in Consiglio regionale Veneto, ferma in prima commissione, dopo che già un comitato di giuristi aveva spiegato che la “via legale” alla separazione dall’Italia non esiste. I leghisti in consiglio stanno sollecitandone la più rapida approvazione che, la consultazione on line appena conclusa, ovviamente, concorre a velocizzare. Sebbene ci si trovi di fronte a un’evidente provocazione, abilmente sfruttata dagli improvvisati nuovi leader secessionisti, sarebbe assai grave non coglierne tutta la portata politica. Al di là della veridicità reale delle cifre annunciate, trattasi di una dimostrazione di malessere che sembra riprendere, in maniera assai più ampia e generalizzata, la vecchia partita avviata agli inizi degli anni’80 da Franco Rocchetta, presente in Piazza dei Signori a Treviso e Achille Tramarin, fondatori della primigenia Liga Veneta. Come “libera manifestazione del pensiero” nulla da eccepire, guai se, però, ne sottovalutassimo il suo significato e le conseguenze politiche di tale pronunciamento. Ogni anno, come ha ricordato il governatore Zaia, il Veneto consegna a Roma 21 miliardi di tasse che non rientrano e basta leggere il bell’articolo del prof. Ulderico Bernardi, espressione autorevole dell’idea autonomistica sturziana e popolare dei veneti, sul Gazzettino di ieri, per comprendere che il più grave errore sarebbe quello di mettere la testa sotto la sabbia e non dare risposte politiche e istituzionali alla rabbia dei veneti.

Alla vigilia delle elezioni europee solo una ripresa delle grandi culture politiche, tra cui quella popolare resta la più genuinamente legata all’idea di un’Europa diversa dall’attuale, ispirata ai valori comunitari propri dei padri fondatori: Adenauer, De Gasperi e Schuman, può offrire qualche risposta positiva alle attese che anche questo referendum virtuale esprime.

La secessione dovremo farla noi meridionali, scrive Giovanni Valentini il 9 Aprile 2014 su “La Gazzetta del Mezzogiorno". Il vento della secessione che spira dal Veneto non è solo il vento del separatismo e dell’egoismo sociale che anima il ricco Nord-Est contro il resto dell’Italia, e in particolare contro il nostro povero Sud. Fin qui, si potrebbe anche interpretare come una rivendicazione più o meno legittima di autonomia e indipendenza, in difesa degli interessi locali. E magari come una reazione ai tanti vizi, presunti o reali, attribuiti ai meridionali: l’assenteismo, l’assistenzialismo, il clientelismo, la corruzione, l’evasione fiscale, la criminalità organizzata e chi più ne ha più ne metta. Ma in realtà questa corrente secessionista rappresenta qualche cosa di più e di peggio. È il risultato di una rozza predicazione leghista che ha già arrecato molti danni al Paese e soprattutto al Mezzogiorno. Un effetto e una conseguenza di quella propaganda politica che, nel segno di un malinteso federalismo, ha prodotto nel 2001 la modifica del Titolo V della Costituzione, di cui oggi s’invoca a gran voce la riforma: un federalismo malinteso perché, da Carlo Cattaneo in poi, il vero federalismo serve a unire e non a dividere. Quella, come si ricorderà, fu una precisa responsabilità del centrosinistra. Un misfatto compiuto nel tentativo maldestro e illusorio di inseguire la Lega sul piano elettorale. E perciò, ora tocca proprio al centrosinistra riparare i danni, promuovendo finalmente la riforma annunciata dal governo Renzi. Attraverso l’improvvida modifica di quattro articoli della Costituzione (114, 117, 118 e 119), vennero diversamente ripartire le competenze fra Stato e Regioni, assegnando a queste ultime poteri esclusivi in settori nevralgici come la sanità, l’ambiente e i trasporti. Con l’articolo 119, in particolare, si attribuì agli enti locali autonomia finanziaria di entrata e di spesa. È così che il federalismo fiscale è diventato uno strumento che minaccia ormai di scardinare l’assetto e i conti dello Stato. Nell’ultimo decennio, secondo le stime della CGIA di Mestre, le Regioni italiane hanno speso 89 miliardi di euro in più, di cui oltre la metà sono stati assorbiti dalla sanità (49,1). A fronte di un aumento dell’inflazione pari al 23,9%, la spesa pubblica è cresciuta addirittura del 74,6. E nel 2010, ultimo dato disponibile riferito ai bilanci di previsione, le uscite regionali hanno superato complessivamente i 208 miliardi. In questa abnorme dilatazione, rientrano anche le spese incontrollate che hanno suscitato e continuano a suscitare scandali: dalle “mutande verdi” del Piemonte ai viaggi all’estero, dai fuoristrada “di servizio” ai pranzi o alle cene di lavoro del Lazio e della Calabria. Di quale federalismo, dunque, stiamo parlando? E di quale secessione? Qui occorre, semmai, accentrare di nuovo competenze e funzioni sia per organizzare meglio la politica nazionale, dal governo del territorio alla sanità, dall’energia e ai trasporti; sia per ridurre drasticamente le spese. È proprio questo l’obiettivo strategico a cui punta la riforma del Titolo V, proposta da Renzi. Sono le regioni meridionali, piuttosto, che hanno pagato finora il prezzo più alto di questa degenerazione federalista e che dovrebbero invocare una secessione riparatrice. Negli ultimi dieci anni, infatti, il divario Nord-Sud s’è ulteriormente aggravato, com’è stato documentato nei giorni scorsi in un seminario della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. E questo è accaduto in particolare a danno del welfare e delle prestazioni sanitarie, penalizzando ancora una volta la popolazione meridionale. Da qui, senza rinnegare il modello federalista, deriva la richiesta - da una parte - di garantire “livelli essenziali delle prestazioni” (Lep) uguali su tutto il territorio nazionale e - dall’altra - di riconoscere priorità al Mezzogiorno nell’utilizzo del Fondo per le politiche perequative: soprattutto in materia di istruzione, assistenza sociale, sanità, ma anche nella difesa dell’ambiente, come nella gestione dei rifiuti e delle acque. Se le Regioni più ricche possono permettersi tassazioni maggiori per assicurare un livello superiore di servizi, buon per loro. Ma questo non deve andare a discapito dei cittadini meridionali, sottoposti tuttora a un regime fiscale più alto a fronte di un livello di servizi erogati nettamente inferiore. In forza dell’unità nazionale sancita dalla Costituzione, lo Stato non può accettare né referendum secessionisti né questo separatismo strisciante che di fatto continua ad allargare il “gap” fra il Sud e il Centro-Nord. Anche se il nuovo presidente del Consiglio non ha neppure menzionato il Mezzogiorno nel suo discorso di presentazione alle Camere, e anzi ha abolito il ministero della Coesione territoriale che aveva prodotto risultati rilevanti sotto la gestione di Fabrizio Barca, ora la riforma del Titolo V è l’occasione propizia per rafforzare i poteri di riequilibrio dello Stato nelle aree più arretrate, in nome di un federalismo più equo e solidale. Oggi resta più attuale che mai l’assunto che il Paese o riparte dal Sud o non riparte.

IL NORD EVADE PIU’ DEL SUD. Economia Sommersa: Il Nord onesto e diligente evade più del Sud, scrive Emanuela Mastrocinque su “Vesuviolive”. Sono queste le notizie che non dovrebbero mai sfuggire all’attenzione di un buon cittadino del Sud. Per anni ci hanno raccontato una storia che, a furia di leggerla e studiarla, è finita con il diventare la nostra storia, l’unica che abbiamo conosciuto. Storia di miseria e povertà superata dai meridionali grazie all’illegalità o all’emigrazione, le due uniche alternative rimaste a “quel popolo di straccioni” (come ci definì quella “simpatica” giornalista in un articolo pubblicato su “Il Tempo” qualche anno fa) . Eppure negli ultimi anni il revisionismo del risorgimento ci sta aiutando a comprendere quanto lo stereotipo e il pregiudizio sia stato utile e funzionale ai vincitori di quella sanguinosa guerra da cui è nata l‘Italia. Serviva (e serve tutt‘ora) spaccare l’Italia. Da che mondo e mondo le società hanno avuto bisogno di creare l’antagonista da assurgere a cattivo esempio, così noi siamo diventati fratellastri, figli di un sentimento settentrionale razzista e intollerante. Basta però avere l’occhio un po’ più attento per scoprire che spesso la verità, non è come ce la raccontano. Se vi chiedessimo adesso, ad esempio, in quale zona d’Italia si concentra il tasso più alto di evasione fiscale, voi che rispondereste? Il Sud ovviamente. E invece non è così. Dopo aver letto un post pubblicato sulla pagina Briganti in cui veniva riassunta perfettamente l’entità del “sommerso economico in Italia derivante sia da attività legali che presentano profili di irregolarità, come ad esempio l’evasione fiscale, che dal riciclaggio di denaro sporco proveniente da attività illecite e mafiose” abbiamo scoperto che in Italia la maggior parte degli evasori non è al Sud. Secondo i numeri pubblicati (visibili nell‘immagine sotto), al Nord il grado di evasione si attesta al 14, 5%, al centro al 17,4% mentre al Sud solo al 7,9%. I dati emersi dal Rapporto Finale del Gruppo sulla Riforma Fiscale, sono stati diffusi anche dalla Banca d’Italia. Nel lavoro di Ardizzi, Petraglia, Piacenza e Turati “L’economia sommersa fra evasione e crimine: una rivisitazione del Currency Demand Approach con una applicazione al contesto italiano” si legge “dalle stime a livello territoriale si nota una netta differenza tra il centro-nord e il sud, sia per quanto attiene al sommerso di natura fiscale che quello di natura criminale. Per quanto riguarda infine l’evidenza disaggregata per aree territoriali, è emerso che le province del Centro-Nord, in media, esibiscono un’incidenza maggiore sia del sommerso da evasione sia di quello associato ad attività illegali rispetto alle province del Sud, un risultato che pare contraddire l’opinione diffusa secondo cui il Mezzogiorno sarebbe il principale responsabile della formazione della nostra shadow economy. Viene meno, di conseguenza, la rappresentazione del Sud Italia come territorio dove si concentrerebbe il maggiore tasso di economia sommersa". E ora, come la mettiamo?

Si evade il fisco più al Nord che al Sud. E’ uno dei dati che emerge dal rapporto sulla lotta all’evasione redatto dal Ministero dell’Economia e delle Finanze. Secondo Padoan, la somma totale delle principali imposte evase (Iva, Ires, Irpef e Irap) ammonta a 91 miliardi. Il 52% di questa cifra si attesta dunque nel Settentrione, contro i 24 miliardi del centro (26% del totale) e i 19,8 miliardi del Meridione (22%). Il dato è influenzato dal maggior reddito nazionale del Nord. Soprattutto, scrivono i tecnici del Tesoro, la rabbrividire la percentuale di verifiche sulle imprese che trova irregolarità fiscali: è 98,1% tra le grandi, al 98,5% sulle medie e al 96,9% sulle Pmi. Il record tocca agli enti non commerciali, il 99,2% non è in regola. 100% di `positività´ i controlli sugli atti soggetti a registrazione. Ad ogni modo, l’evasione effettiva ‘pizzicata’ dall’Agenzia delle Entrate nel 2013, ha rilevato il Mef, ammonta a 24,5 miliardi. La maggiore imposta accertata è così salita dell’87% in sette anni, rispetto ai 13,1 miliardi del 2006. Un numero in calo rispetto agli anni 2009-2012 e soprattutto rispetto al picco di 30,4 miliardi del 2011.

Ma quale Sud, è il Nord che ha la palma dell’evasione, scrive Vittorio Daniele su “Il Garantista”. Al Sud si evade di più che al Nord. Questo è quanto comunemente si pensa. Non è così, invece, secondo i dati della Guardia di Finanza, analizzati da Paolo di Caro e Giuseppe Nicotra, dell’Università di Catania, in uno studio di cui si è occupata anche la stampa (Corriere Economia, del 13 ottobre). I risultati degli accertamenti effettuati dalla Guardia di Finanza mostrano come, nelle regioni meridionali, la quota di reddito evaso, rispetto a quello dichiarato, sia inferiore che al Nord. E ciò nonostante il numero di contribuenti meridionali controllati sia stato, in proporzione, maggiore. Alcuni esempi. In Lombardia, su oltre 7 milioni di contribuenti sono state effettuate 14.313 verifiche che hanno consentito di accertare un reddito evaso pari al 10% di quello dichiarato. In Calabria, 4.480 controlli, su circa 1.245.000 contribuenti, hanno consentito di scoprire un reddito evaso pari al 3,5% di quello dichiarato. Si badi bene, in percentuale, le verifiche in Calabria sono state quasi il doppio di quelle della Lombardia. E ancora, in Veneto il reddito evaso è stato del 5,3%, in Campania del 4,4% in Puglia, del 3,7% in Sicilia del 2,9%. Tassi di evasione più alti di quelle delle regioni meridionali si riscontrano anche in Emilia e Toscana. Alcune considerazioni. La prima riguarda il fatto che nelle regioni del Nord, dove più alta è la quota di evasione, e dove maggiore è il numero di contribuenti e imprese, si siano fatti, in proporzione, assai meno accertamenti che nel meridione. Poiché, in Italia, le tasse le paga chi è controllato, mentre chi non lo è, se può, tende a schivarle, sarebbe necessario intensificare i controlli là dove la probabilità di evadere è maggiore. E questa probabilità, secondo i dati della Guardia di Finanza, è maggiore nelle regioni più ricche. La seconda considerazione è che il luogo comune di un’Italia divisa in due, con un Nord virtuoso e un Sud di evasori, non corrisponde al vero. L’Italia è un paese unito dall’evasione fiscale. Il fatto che in alcune regioni del Nord si sia evaso di più che al Sud non ha nulla a che vedere né con l’etica, né con l’antropologia. Dipende, più realisticamente, da ragioni economiche. L’evasione difficilmente può riguardare i salari, più facilmente i profitti e i redditi d’impresa. E dove è più sviluppata l’attività d’impresa? Come scrivevano gli economisti Franca Moro e Federico Pica, in un saggio pubblicato qualche anno fa della Svimez: «Al Sud ci sono tanti evasori per piccoli importi. Al Nord c’è un’evasione più organizzata e per somme gigantesche». Quando si parla del Sud, pregiudizi e stereotipi abbondano. Si pensa, così, che la propensione a evadere, a violare le norme, se non a delinquere, sia, per così dire, un tratto antropologico caratteristico dei meridionali. Ma quando si guardano i dati, e si osserva la realtà senza la lente deformante del pregiudizio, luoghi comuni e stereotipi quasi mai reggono. Di fronte agli stereotipi e alle accuse – e quella di essere evasori non è certo la più infamante – che da decenni, ogni giorno e da più parti, si rovesciano contro i meridionali, non sarebbe certo troppo se si cominciasse a pretendere una rappresentazione veritiera della realtà. Insieme a pretendere, naturalmente, e in maniera assai più forte di quanto non si sia fatto finora, che chi, al Sud, ha responsabilità e compiti di governo, faccia davvero, e fino in fondo, il proprio dovere.

Quante bugie ci hanno raccontato sul Mezzogiorno! Scrive Pino Aprile su “Il Garantista”. L’Italia è il paese più ingiusto e disuguale dell’Occidente, insieme a Stati Uniti e Gran Bretagna: ha una delle maggiori e più durature differenze del pianeta (per strade, treni, scuole, investimenti, reddito…) fra due aree dello stesso paese: il Nord e il Sud; tutela chi ha già un lavoro o una pensione, non i disoccupati e i giovani; offre un reddito a chi ha già un lavoro e lo perde, non anche a chi non riesce a trovarlo; è fra i primi al mondo, per la maggiore distanza fra lo stipendio più alto e il più basso (alla Fiat si arriva a più di 400 volte); ha i manager di stato più pagati della Terra, i vecchi più garantiti e i giovani più precari; e se giovani e donne, pagate ancora meno. È in corso un colossale rastrellamento di risorse da parte di chi ha più, ai danni di chi ha meno: «una redistribuzione dal basso verso l’alto». È uscito in questi giorni nelle librerie il nuovo libro di Pino Aprile («Terroni ’ndernescional», edizioni PIEMME, pagine 251, euro 16,50). Pubblichiamo un brano, per gentile concessione dell’autore. Quante volte avete letto che la prova dell’estremo ritardo dell’Italia meridionale rispetto al Nord era l’alta percentuale di analfabeti? L’idea che questo possa dare ad altri un diritto di conquista e annessione può suonare irritante. Ma una qualche giustificazione, nella storia, si può trovare, perché i popoli con l’alfabeto hanno sottomesso quelli senza; e í popoli che oltre all’alfabeto avevano anche “il libro” (la Bibbia, il Vangelo, il Corano, Il Capitale, il Ko Gi Ki…) hanno quasi sempre dominato quelli con alfabeto ma senza libro. Se questo va preso alla… lettera, la regione italiana che chiunque avrebbe potuto legittimamente invadere era la Sardegna, dove l’analfabetismo era il più alto nell’Italia di allora: 89,7 per cento (91,2 secondo altre fonti); quasi inalterato dal giorno della Grande Fusione con gli stati sabaudi: 93,7. Ma la Sardegna era governata da Torino, non da Napoli. Le cose migliorarono un po’, 40 anni dopo l’Unità, a prezzi pesanti, perché si voleva alfabetizzare, ma a spese dei Comuni. Come dire: noi vi diamo l’istruzione obbligatoria, però ve la pagate da soli (più o meno come adesso…). Ci furono Comuni che dovettero rinunciare a tutto, strade, assistenza, per investire solo nella nascita della scuola elementare: sino all’87 per cento del bilancio, come a Ossi (un secolo dopo l’Unità, il Diario di una maestrina, citato in Sardegna, dell’Einaudi, riferisce di «un evento inimmaginabile»: la prima doccia delle scolare, grazie al dono di dieci saponette da parte della Croce Rossa svizzera). Mentre dal Mezzogiorno non emigrava nessuno, prima dell’Unità; ed era tanto primitivo il Sud, che partoriva ed esportava in tutto il mondo facoltà universitarie tuttora studiatissime: dalla moderna storiografia all’economia politica, e vulcanologia, sismologia, archeologia… Produzione sorprendente per una popolazione quasi totalmente analfabeta, no? Che strano. Solo alcune osservazioni su quel discutibile censimento del 1861 che avrebbe certificato al Sud indici così alti di analfabetismo: «Nessuno ha mai analizzato la parzialità (i dati sono quelli relativi solo ad alcune regioni) e la reale attendibilità di quel censimento realizzato in pieno caos amministrativo, nel passaggio da un regno all’altro e in piena guerra civile appena scoppiata in tutto il Sud: poco credibile, nel complesso, l’idea che qualche impiegato potesse andare in  giro per tutto il Sud bussando alle porte per chiedere se gli abitanti sapevano leggere e scrivere» rileva il professor Gennaro De Crescenzo in Il Sud: dalla Borbonia Felix al carcere di Penestrelle. Come facevano a spuntare oltre 10.000 studenti universitari contro i poco più di 5.000 del resto d’Italia, da un tale oceano di ignoranza? Né si può dire che fossero tutti benestanti, dal momento che nel Regno delle Due Sicílie i meritevoli non abbienti potevano studiare grazie a sussidi che furono immediatamente aboliti dai piemontesi, al loro arrivo. Sull’argomento potrebbero gettare più veritiera luce nuove ricerche: «Documenti al centro di studi ancora in corso presso gli archivi locali del Sud dimostrano che nelle Due Sicilie c’erano almeno una scuola pubblica maschile e una scuola pubblica femminile per ogni Comune oltre a una quantità enorme di scuole private» si legge ancora nel libro di De Crescenzo, che ha studiato storia risorgimentale con Alfonso Scirocco ed è specializzato in archivistica. «Oltre 5.000, infatti, le “scuole” su un totale di 1.845 Comuni e con picchi spesso elevati e significativi: 51 i Comuni in Terra di Bari, 351 le scuole nel complesso; 174 i Comuni di Terra di lavoro, 664 le scuole; 113 i Comuni di Principato Ultra, 325 le scuole; 102 i Comuni di Calabria Citra, 250 le scuole…». Si vuol discutere della qualità di queste scuole? Certo, di queste e di quella di tutte le altre; ma «come si conciliano questi dati con quei dati così alti dell’analfabetismo?». E mentiva il conte e ufficiale piemontese Alessandro Bianco di Saint-Jorioz, che scese a Sud pieno di pregiudizi, e non li nascondeva, e poi scrisse quel che vi aveva trovato davvero e lo scempio che ne fu fatto (guadagnandosi l’ostracismo sabaudo): per esempio, che «la pubblica istruzione era sino al 1859 gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia»? Di sicuro, appena giunti a Napoli, i Savoia chiusero decine di istituti superiori, riferisce Carlo Alianello in La conquista del Sud. E le leggi del nuovo stato unitario, dal 1876, per combattere l’analfabetismo e finanziare scuole, furono concepite in modo da favorire il Nord ed escludere o quasi il Sud. I soliti trucchetti: per esempio, si privilegiavano i Comuni con meno di mille abitanti. Un aiuto ai più poveri, no? No. A quest’imbroglio si è ricorsi anche ai nostri tempi, per le norme sul federalismo fiscale regionale. Basti un dato: i Comuni con meno di 500 abitanti sono 600 in Piemonte e 6 in Puglia. Capito mi hai? «Mi ero sempre chiesto come mai il mio trisavolo fosse laureato,» racconta Raffaele Vescera, fertile scrittore di Foggia «il mio bisnonno diplomato e mio nonno, nato dopo l’Unità, analfabeta». Nessun Sud, invece, nel 1860, era più Sud dell’isola governata da Torino; e rimase tale molto a lungo. Nel Regno delle Due Sicilie la “liberazione” (così la racconta, da un secolo e mezzo, una storia ufficiale sempre più in difficoltà) portò all’impoverimento dello stato preunitario che, secondo studi recenti dell’Università di Bruxelles (in linea con quelli di Banca d’Italia, Consiglio nazionale delle ricerche e Banca mondiale), era “la Germania” del tempo, dal punto di vista economico. La conquista del Sud salvò il Piemonte dalla bancarotta: lo scrisse il braccio destro di Cavour. Ma la cosa è stata ed è presentata (con crescente imbarazzo, ormai) come una modernizzazione necessaria, fraterna, pur se a mano armata. Insomma, ho dovuto farti un po’ di male, ma per il tuo bene, non sei contento? Per questo serve un continuo confronto fra i dati “belli” del Nord e quelli “brutti” del Sud. Senza farsi scrupolo di ricorrere a dei mezzucci per abbellire gli uni e imbruttire gli altri. E la Sardegna, a questo punto, diventa un problema: rovina la media. Così, quando si fa il paragone fra le percentuali di analfabeti del Regno di Sardegna e quelle del Regno delle Due Sicilie, si prende solo il dato del Piemonte e lo si oppone a quello del Sud: 54,2 a 87,1. In tabella, poi, leggi, ma a parte: Sardegna, 89,7 per cento. E perché quell’89,7 non viene sommato al 54,2 del Piemonte, il che porterebbe la percentuale del Regno sardo al 59,3? (Dati dell’Istituto di Statistica, Istat, citati in 150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud 1861-2011, della SVIMEZ, Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno). E si badi che mentre il dato sulla Sardegna è sicuramente vero (non avendo interesse il Piemonte a peggiorarlo), non altrettanto si può dire di quello dell’ex Regno delle Due Sicilie, non solo per le difficoltà che una guerra in corso poneva, ma perché tutto quel che ci è stato detto di quell’invasione è falsificato: i Mille? Sì, con l’aggiunta di decine di migliaia di soldati piemontesi ufficialmente “disertori”, rientrati nei propri schieramenti a missione compiuta. I plebisciti per l’annessione? Una pagliacciata che già gli osservatori stranieri del tempo denunciarono come tale. La partecipazione armata dell’entusiasta popolo meridionale? E allora che ci faceva con garibaldini e piemontesi la legione straniera 11 domenica 4 gennaio 2015 ungherese? E chi la pagava? Devo a un valente archivista, Lorenzo Terzi, la cortesia di poter anticipare una sua recentissima scoperta sul censimento del 1861, circa gli analfabeti: i documenti originali sono spariti. Ne ha avuto conferma ufficiale. Che fine hanno fatto? E quindi, di cosa parliamo? Di citazioni parziali, replicate. Se è stato fatto con la stessa onestà dei plebisciti e della storia risorgimentale così come ce l’hanno spacciata, be’…Nei dibattiti sul tema, chi usa tali dati come prova dell’arretratezza del Sud, dinanzi alla contestazione sull’attendibilità di quelle percentuali, cita gli altri, meno discutibili, del censimento del 1871, quando non c’era più la guerra, eccetera. Già e manco gli originali del censimento del ’71 ci sono più. Spariti pure quelli! Incredibile come riesca a essere selettiva la distrazione! E a questo punto è legittimo chiedersi: perché il meglio e il peggio del Regno dí Sardegna vengono separati e non si offre una media unica, come per gli altri stati preunitari? Con i numeri, tutto sembra così obiettivo: sono numeri, non opinioni. Eppure, a guardarli meglio, svelano non solo opinioni, ma pregiudizi e persino razzismo. Di fatto, accadono due cose, nel modo di presentarli: 1) i dati “belli” del Nord restano del Nord; quelli “brutti”, se del Nord, diventano del Sud. Il Regno sardo era Piemonte, Liguria, Val d’Aosta e Sardegna. Ma la Sardegna nelle statistiche viene staccata, messa a parte. Giorgio Bocca, «razzista e antimeridionale», parole sue, a riprova dell’arretratezza del Sud, citava il 90 per cento di analfabeti dell’isola, paragonandolo al 54 del Piemonte. Ma nemmeno essere di Cuneo e antimerìdionale autorizza a spostare pezzi di storia e di geografia: la Sardegna era Regno sabaudo, i responsabili del suo disastro culturale stavano a Torino, non a Napoli;

2) l’esclusione mostra, ce ne fosse ancora bisogno, che i Savoia non considerarono mai l’isola alla pari con il resto del loro paese, ma una colonia da cui attingere e a cui non dare; una terra altra («Gli stati» riassume il professor Pasquale Amato, in Il Risorgimento oltre i miti e i revisionismi «erano proprietà delle famiglie regnanti e potevano essere venduti, scambiati, regalati secondo valutazioni autonome di proprietari». Come fecero i Savoia con la Sicilia, la stessa Savoia, Nizza… Il principio fu riconfermato con la Restaurazione dell’Ancièn Regime, nel 1815, in Europa, per volontà del cancelliere austriaco Klemens von Metternich). E appena fu possibile, con l’Unità, la Sardegna venne allontanata quale corpo estraneo, come non avesse mai fatto parte del Regno sabaudo. Lo dico in altro modo: quando un’azienda è da chiudere, ma si vuol cercare di salvare il salvabile (con Alitalia, per dire, l’han fatto due volte), la si divide in due società; in una, la “Bad Company”, si mettono tutti i debiti, il personale in esubero, le macchine rotte… Nell’altra, tutto il buono, che può ancora fruttare o rendere appetibile l’impresa a nuovi investitori: la si chiama “New Company”.

L’Italia è stata fatta così: al Sud invaso e saccheggiato hanno sottratto fabbriche, oro, banche, poi gli hanno aggiunto la Sardegna, già “meridionalizzata”. Nelle statistiche ufficiali, sin dal 1861, i dati della Sardegna li trovate disgiunti da quelli del Piemonte e accorpati a quelli della Sicilia, alla voce “isole”, o sommati a quelli delle regioni del Sud, alla voce “Mezzogiorno” (la Bad Company; mentre la New Company la trovate alla voce “Centro-Nord”). Poi si chiama qualcuno a spiegare che la Bad Company è “rimasta indietro”, per colpa sua (e di chi se no?). Ripeto: la psicologia spiega che la colpa non può essere distrutta, solo spostata. Quindi, il percorso segue leggi di potenza: dal più forte al più debole; dall’oppressore alla vittima. Chi ha generato il male lo allontana da sé e lo identifica con chi lo ha subito; rimproverandogli di esistere. È quel che si è fatto pure con la Germania Est e si vuol fare con il Mediterraneo.

L’egoismo sociale della Catalogna, scrive il 20 settembre 2017 Barbara Di su "Il Giornale". Quanto sta avvenendo in Catalogna in vista del referendum per l’indipendenza è molto significativo per comprendere il funzionamento dell’egoismo sociale e le conseguenze della violazione del suo principio base. Se i governanti di tutti i livelli di potere coinvolti, dai catalani, agli spagnoli fino agli europei, imparassero ad apprezzare gli egoismi umani ed il loro indispensabile contributo all’evoluzione ed al benessere di ogni società, comprenderebbero finalmente quali meccanismi governano ogni sfera sociale da che esiste l’umanità e riuscirebbero meglio a gestire una situazione che rischia di essere ogni giorno più esplosiva. L’egoismo sociale, infatti, è il prodotto più geniale e nobile dell’istinto di sopravvivenza umano e di tutti gli egoismi, più o meno evoluti, che da questo discendono. Si tratta della consapevolezza degli esseri umani della necessità di interagire e collaborare con gli altri membri di una società al fine di soddisfare al meglio gli egoismi di tutti, attraverso la collaborazione, la suddivisione dei compiti e lo scambio tra egoismi. Uno scambio continuo in cui ogni parte rinuncia ad un proprio egoismo (risorse, tempo, energie, denaro, appagamento autonomo dei bisogni) cedendolo alla controparte per appagare i suoi bisogni ed ottenerne in cambio l’appagamento di un egoismo, diverso o ritenuto di grado superiore nella sua scala di priorità.

È questo l’unico motivo per cui ci si riunisce in una sfera sociale, ossia ogni insieme, più o meno ampio e complesso, di individui riuniti al fine di soddisfare i propri egoismi. È da questo egoismo che nascono le relazioni sociali, che io immagino come un continuo movimento dei singoli all’interno di ogni sfera sociale, a partire dalla famiglia, che, nelle varie situazioni si muove ed agisce per appagare i bisogni di uno, di alcuni, di tutti contemporaneamente, a seconda di quale sfera egocentrica si trovi in un dato momento al centro comandi. Ciò che caratterizza la specie umana è, poi, proprio la capacità incredibile di espansione delle sfere; il singolo ha trovato modo di ampliare i propri desideri e obiettivi, inventandosene in continuazione di ulteriori, grazie alla creazione di sfere sempre più grandi in cui riunirsi ad altri e muoversi tutti insieme per l’appagamento dei bisogni dei membri. Ci si aiuta l’un l’altro, si suddividono i compiti, ciascuno dà il proprio contributo e così ognuno può ottenere ciò che da solo non avrebbe mai raggiunto. Più sono complicati da raggiungere gli obiettivi, più sono necessari diversi contributi coordinati tra loro, più la sfera si allarga, includendo innumerevoli sfere egocentriche che lavorano insieme per soddisfare i desideri comuni, così come dei singoli. Si formano così le associazioni di persone, con gli scopi e le dimensioni più diverse, a loro volta inserite in altre associazioni più grandi, sfere formate da altre sfere, fino ad includere l’intera umanità. In ambito pubblico, inoltre, le sfere sociali sono la struttura portante con cui i membri delle comunità locali soddisfano i bisogni più vari; sono sfere incluse in altre sempre più grandi, a seconda della complessità degli obiettivi che ci si prefigge e del territorio in cui coabitano tutti i pallini egocentrici coinvolti, in un modo o nell’altro, dalle decisioni pubbliche. E non è ancora finita, perché anche gli Stati fanno parte di sfere sociali più ampie, federazioni, unioni continentali, o anche solo collaborazioni, tramite accordi internazionali, commerciali o politici che siano, fino a giungere alle organizzazioni internazionali che possono abbracciare la quasi totalità degli Stati, proprio quando gli egoismi comuni perseguiti perdono la dimensione locale ed abbracciano l’intera umanità. È proprio analizzando tutte queste sfere sociali dal punto di vista egoistico che emerge sia la genialità dell’essere umano, sia la necessità di trovare il modo per coordinarle e farle funzionare al meglio, senza che si sovrappongano in modo inefficiente. In una parola: sussidiarietà. In tanti, infatti, fin troppo spesso, vorrebbero occuparsi di questioni che non gli competono, condizionare scelte che non li riguardano o che coinvolgono gli interessi di altri soggetti, pretendendo di escluderli da ogni decisione, arrogandosi il diritto di scegliere al posto dei diretti interessati. Posto che i singoli hanno creato una sfera sociale proprio per perseguire i loro egoismi particolari, sono solo i creatori ed i membri di quella sfera a poter decidere cosa sia meglio per sé, come farla muovere ed operare, se ingrandirla, se includere od escludere altri soggetti, quali regole di comportamento tenere, come punire o escludere chi non le rispetta, come difendersi dagli attacchi esterni. Ritengo allora che ogni sfera sociale dovrebbe avere competenza solo sugli egoismi delle sfere egocentriche, delle persone che racchiude, solo di quelle e solo di tutte; non di più, perché sarebbe un’imposizione inammissibile nei confronti di chi non ne fa parte; non di meno, perché sarebbe una prevaricazione della maggioranza sulla minoranza. Certo, le sfere spesso si sovrappongono, possono avere confini labili e variabili, ma se si pone attenzione agli obiettivi egoistici perseguiti da ogni sfera sociale in via diretta ed immediata, se se ne comprende lo scopo egoistico istituzionale, si possono individuare i diretti interessati e lasciare solo a loro il potere decisionale. Ecco, in estrema sintesi, questo non è altro che federalismo, o meglio ancora sussidiarietà. Se la applichiamo a qualsiasi attività umana svolta in forma aggregata, a qualsiasi servizio pubblico o interesse privato, vediamo come la logica egoistica degli interessi coinvolti possa essere la chiave di volta per trovare il migliore equilibrio tra le sfere sociali e, soprattutto, per la loro organizzazione. Così come è inefficiente che lo Stato centrale si occupi della perdita delle condutture dell’asilo di Pozzallo, altrettanto illogico che il sindaco di Pozzallo possa imporre le sue scelte su una centrale elettrica, anche se si dovesse trovare nel suo territorio. Se mi guardo intorno, soprattutto in Italia e ancor di più in Europa, vedo invece che si procede alla rinfusa, per passi avanti e indietro, a destra o sinistra, nella suddivisione delle competenze, più attenta ad una logica di mantenimento del potere che di efficienza. E ritengo sia proprio questo il morbo generatore della pesante burocrazia che soffoca, anziché aiutarla, l’attività dei cittadini che, invece, sono riuniti in una società per avere un vantaggio dall’unione e non certo un fardello che ne ostacola lo sviluppo. È, allora, ritornando al fondamento dell’egoismo sociale che si può tentare di mettere ordine in questo caos, che poi è pure il terreno di coltura prediletto della corruzione. Partendo dagli egoismi dei membri di ogni sfera sociale si può avviare un meccanismo di sussidiarietà che parta da un principio molto semplice: tutti coloro che hanno un interesse diretto decidono come far muovere la sfera sociale, tutti gli altri devono stare fuori dal centro comandi. Sì, ma mi si dirà, spesso certe decisioni o attività di una sfera sociale possono avere conseguenze dirette sugli interessi di persone esterne. È un’eccezione che però contiene già la soluzione: se tocca interessi diretti di altri, vuole dire che quella sfera più piccola, in quella determinata situazione, si trova all’interno di una sfera sociale più grande, dove coesistono anche gli altri interessati. Sarà, quindi, il centro comandi di questa sfera più ampia ad avere la competenza per quelle decisioni a cui la sfera più piccola dovrà adeguarsi, e via via così fin dove può espandersi l’inclusione di ogni sfera sociale in un’altra e poi in un’altra ancora. Ora, se questa è la base di ogni società, ecco che il caso della Catalogna evidenzia come il desiderio di indipendenza sia una richiesta di maggiore sussidiarietà che, a quanto pare, la Spagna non ha saputo gestire nel modo più corretto, andando ad occuparsi di questioni che dovevano rimanere gestite dal centro comandi catalano. Ciò ha comportato il pericolo maggiore in cui rischia di incorrere ogni società: la violazione del principio base dell’egoismo sociale. Perché una società possa, infatti, dirsi positiva da un punto di vista egoistico, in ogni scambio ed in ogni sfera sociale, il risultato, l’appagamento degli egoismi, ottenuto dal singolo deve essere superiore a quello che avrebbe ottenuto impiegando le proprie risorse per se stesso; in caso contrario, o si ha uno sfruttamento ingiustificato delle risorse altrui oppure la società è in perdita e non ha nessuna ragione di esistere, meglio scioglierla. Ecco quello che stanno chiedendo i catalani: sciogliere un vincolo sociale in cui si sentono sfruttati e da cui non ritengono di trarre benefici maggiori delle rinunce a cui sono sottoposti. E si tratta, peraltro, della stessa richiesta di tutti i movimenti indipendentisti, o sovranisti come si usa dire ora, che si stanno ribellando ad un’Europa che non riconoscono come utile ai loro bisogni. È proprio l’Unione Europea la prima, d’altronde, a violare il principio base dell’egoismo sociale, sia non contribuendo ad accrescere il benessere dei cittadini europei in misura superiore ai sacrifici imposti, sia soprattutto ad ingerirsi nel centro comandi degli Stati membri imponendo regole che non le competono. Nel momento in cui i burocrati europei hanno cominciato a perdere di vista quali siano gli unici interessi diretti su cui possono avere competenza, a distruggere lo spirito di sussidiarietà su cui era nata la Comunità Europea, ad ingerirsi nelle decisioni che dovevano rimanere di stretta competenza delle sfere sociali statali, ecco che hanno creato i presupposti perché fossero gli stessi cittadini europei a voler disgregare una sfera sociale che non soddisfaceva i loro egoismi né aumentava il loro benessere come avrebbe potuto e dovuto.

Ecco perché in fondo, il referendum catalano non è che l’inevitabile conseguenza del centralismo sia spagnolo che europeo. Per questo considero un controsenso che i catalani pensino di distaccarsi dalla Spagna, ma rimanere in Europa, così come la Scozia dopo la Brexit. Ma si tratta di un controsenso facilmente spiegabile se si pensa alle modalità con cui opera l’UE nei confronti degli Stati membri, imponendo loro misure che hanno ricadute sui cittadini dei singoli Paesi, ma di cui non si assumono la responsabilità diretta, scaricandola sui governanti locali. In altre parole, l’UE prende saldamente il controllo del centro comandi imponendo la rotta, ma lascia il volante radiocomandato in mano ai governanti locali, che non hanno la forza politica di opporsi alle loro decisioni, ma se ne prendono le colpe. Ed ecco che da qui nascono le spinte indipendentiste di Stati e staterelli che si illudono di poter riprendere finalmente il proprio centro comandi, salvo poi un domani ritrovarsi con gli stessi vincoli europei che ne impediscono lo sviluppo e il benessere. Il punto non è, infatti, chi abbia torto o ragione, ma proprio la mancanza di una chiara assunzione di responsabilità da parte di chi effettivamente gestisce il centro comandi. Devono essere i governanti statali ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte nazionali e risponderne ai propri cittadini elettori, così come i governanti europei devono rispondere a tutti i cittadini europei delle scelte che riguardano tutto il continente, ma questo è possibile solo quando la suddivisione dei centri comandi e delle sfere sociali è ben delineata e risponde agli effettivi egoismi direttamente coinvolti. In caso contrario, se non ci preoccupa del principale difetto europeo, suddividendo in modo coerente le competenze tra tutte le sfere sociali con un effettivo equilibrio che solo la sussidiarietà può dare, il risultato inevitabile non può che essere la disgregazione sia degli Stati membri sia della stessa Unione Europea. È solo l’inizio di una morte annunciata.

L'ITALIA DEL PREGIUDIZIO E DEL PRECONCETTO.

Valeria e i pregiudizi su Napoli: «Mi sentivo come Bisio in Benvenuti al Sud». Valeria Genova, 31 anni, da Treviso in Campania per seguire il marito. «Mia nonna mi ha salutata dicendo: stai attenta ai proiettili volanti. Pensavo che fosse il Far West, ora piango a lasciarla», scrivono Michela Nicolussi Moro ed Elena Tebano l'8 agosto 2017 su "Il Corriere della Sera". «Vedi Napoli e poi muori» scriveva Goethe nelle lettere del suo Viaggio in Italia, 1787, citando il detto locale: è così bella che se l’hai vista non hai bisogno di vedere altro. Valeria Genova, trentaduenne di Treviso, l’aveva preso un po’ troppo alla lettera: «Quando nel 2015 ho saputo che avrei dovuto seguire mio marito a Napoli mi sono messa a piangere — racconta —. Avevo paura. Dico solo che mia nonna mi ha salutata con queste parole: “Stai attenta ai proiettili volanti”». Adesso per lei è venuto il momento di lasciare il capoluogo campano e ha scritto un addio su Facebook così pieno d’amore per la città da essere diventato virale, con oltre 34 mila like e più di 14 mila condivisioni in meno di una settimana. Tanto che i tifosi del Napoli l’hanno invitata in curva a vedere l’amichevole di oggi allo stadio San Paolo. Ha promesso che ci andrà, se possibile anche con la figlia di due anni, sicuramente con il marito. Lui è pilota dell’aereonautica e, dopo un periodo in Inghilterra e un altro in Veneto, era stato trasferito a Pozzuoli.

I preconcetti (sbagliati). Valeria però di Napoli conosceva solo il sentito dire. «Benvenuti al Sud non è un’esagerazione, è proprio realtà; io mi sentivo come Bisio, sfigata nel dover andare a vivere in una città piena di problemi, come se fossi in mezzo al Far West», ha scritto nel post. Preconcetti, ammette a ragion veduta: «Sono passati due anni in cui ho vissuto Napoli in tutte le sue sfaccettature e non posso sentirmi più scema per tutti i pregiudizi che avevo su di lei — confessa —. Posso affermare con assoluta certezza e convinzione che Napoli è casa mia». E ancora: «In Napoli mi sono tuffata e adesso non vorrei più uscirne, vorrei stare per sempre tra le sue braccia, cullata dalle tante cose che la rendono speciale. Sì il clima, sì il mare, sì il cibo... ma è molto di più! Napoli è cultura, è ricchezza e povertà, è un groviglio di storie e racconti, è poesia e musica, è allegria e caparbietà, è capacità di vivere appieno la vita, è amore e consapevolezza».

L’accoglienza meridionale. A cambiare le cose è stata l’accoglienza del quartiere di Posillipo prima, poi della città intera: «Non conoscevo nessuno, non avevo né amici né parenti. Ma dopo tre giorni — racconta — la mamma di un bambino che era al nido con mia figlia mi ha iscritta in un gruppo WhatsApp con altre mamme e ha organizzato una piccola festicciola. Sono diventate le mie grandi amiche. La gente del Sud ha una propensione verso l’altro, un affetto, un comportamento accogliente e accudente che al Nord ci scordiamo». Infine è arrivata la scoperta della cultura che affonda le radici nella storia partenopea: «L’anima di Napoli è il teatro —spiega —. Per me, abituata a vedere quelli al Nord che faticano a riempire la sala, assistere al San Carlo sempre pieno è stata una grande emozione». Questa settimana Valeria traslocherà a Roma, la nuova destinazione del marito. «Farò l’ambasciatrice di Napoli» ha promesso. Porterà con se orizzonti un po’ più ampi e le parole di Alessandro Siani in Benvenuti al Sud: «Quando un forestiero viene al Sud piange due volte, quando arriva e quando parte».

Un Popolo di coglioni sarà sempre governato ed amministrato, informato, istruito e giudicato da coglioni. Per essere omologati nell'esercitare una professione bisogna essere abilitati. Gli abilitati conformati disconosceranno sempre la loro abilitazione truccata mirata alla coglionaggine certificata. Chi non è come il coglione comune è additato come un anormale, senza che di questi si conoscano pregi e virtù. Su di esso la scure del preconcetto e del pregiudizio.

Il pregiudizio è un giudizio anticipato basato su supposizioni o su informazioni incomplete.

Il preconcetto, invece, è un giudizio che non deriva da un esperienza diretta ma solo a detta di altri. 

Da Treccani:

pregiudìzio, (ant. pregiudìcio) s. m. [dal lat. praeiudicium, comp. di prae- «pre-» e iudicium «giudizio»].

1. Nel diritto romano, azione giuridica precedente al giudizio, e tale da influire talvolta sulle decisioni del giudice competente. 

2. a. Idea, opinione concepita sulla base di convinzioni personali e prevenzioni generali, senza una conoscenza diretta dei fatti, delle persone, delle cose, tale da condizionare fortemente la valutazione, e da indurre quindi in errore (è sinon., in questo sign., di preconcetto): avere pregiudizî nei riguardi di qualcuno, su qualcosa; essere pieno di pregiudizî; giudicare senza (o con l’animo sgombro da) pregiudizî; molti continuano ad avere dei p. sulle capacità professionali delle donne; i suoi p. erano il risultato di un’educazione all’antica; pregiudizî di casta; p. morali, razziali, religiosi, sociali, politici; uno di quei settentrionali con la testa piena di pregiudizi, che appena scendono dalla nave-traghetto cominciano a veder mafia ovunque (Sciascia). 

2. b. Convinzione, credenza superstiziosa o comunque errata, senza fondamento: combattere contro vecchi p. popolari; è un vecchio p. che rompere uno specchio porti sfortuna. 

3. a. Il danno che può derivare agli interessi di una persona da un atto che pregiudichi, cioè comprometta l’esecuzione di una eventuale decisione favorevole del giudice competente; spec. in frasi del tipo: senza p. dei miei diritti; senza p. di terzi; in p. di, con riferimento ad azione giudiziaria, civile o penale, proposta a carico di qualcuno. b. Per estens., fuori del linguaggio giuridico, danno in genere: essere di p. (o di grave p.) per la salute, per la reputazione; recare p., danneggiare; bel modo quell’onesto curato ha saputo trovare per buttar via danari, con non mediocre pregiudizio d’un suo chierichetto, che deve essere un dì suo erede perché gli è nipote (Baretti).

preconcètto, agg. e s. m. [comp. di pre- e del lat. conceptus (part. pass. di concipĕre «concepire»), per traduz. del fr. préconçu].

1. agg. Propriam., concepito prima; si dice soprattutto di idee o giudizî formulati in modo irrazionale, sulla base di prevenzioni, di convinzioni ideologiche, di sentimenti istintivi, spesso per partito preso e senza una esperienza personale: opinioni p.; antipatia, avversione, ostilità p.; una presa di posizione preconcetta. 

2. s. m. Convincimento, idea, opinione privi di giustificazioni razionali o non suffragati da conoscenze ed esperienze dirette: il tuo ragionamento parte da un p. erroneo; bisogna giudicare senza preconcetti; talvolta usato in luogo di pregiudizio, che con questo sign. è termine più com.: essere pieno di preconcetti; avere p. borghesi; una persona che non sa liberarsi dei suoi p.; la moderatezza delle mie parole mandava all’aria tutti i suoi p., le sue misure abituali (C. Levi).

PRECONCETTI E DISCRIMINAZIONE. Scrive Roberto Quaglia: "Caro Maurizio Costanzo Show, si ha un bel dire che avere dei preconcetti è male, ma, appunto, si ha un bel dire e basta e anzi, in tal dire - se vogliamo andare in fondo alla questione - v'è anche assai poco di bello. L'essere umano vive infatti grazie ad una visione del mondo costituita per lo più da preconcetti. La nozione stessa che avere dei preconcetti sia un fatto negativo, è essa stessa un preconcetto. Ma cos'è un preconcetto?

Dal dizionario Gabrielli: "PRECONCETTO: Che è concepito nell'animo prima di essere stato conosciuto, considerato, sperimentato, in modo da creare pregiudizio, da vietare un giudizio sereno della realtà." Come si vede, il preconcetto non è il pregiudizio, ma è di esso invece eventualmente la causa. Si noti come anche nel dizionario Gabrielli si accenni al significato negativo del termine (...vietare un giudizio sereno...). Il dizionario Gabrielli, definendo il preconcetto, è vittima esso stesso di un preconcetto, dal che consegue, in virtù della definizione che esso stesso attribuisce alla parola "preconcetto", che il redattore del dizionario ha definito tale concetto senza averlo prima conosciuto, considerato, sperimentato, in altre parole compreso, riportandone invece il significato popolarmente più diffuso, in altre parole il preconcetto. Pensare che in Australia vivano i canguri è un preconcetto, per ogni persona che non sia mai stata in Australia. Anche l'idea che l'Australia esista è un preconcetto, per chi non ci sia mai stato. Chi ci garantisce che l'esistenza dell'Australia non sia soltanto una leggenda infondata? E' opinione diffusa che l'Australia esista, ma finché uno non ci va, quella sua opinione è un preconcetto. Non c'è nulla di male in questi preconcetti. In realtà non c'è nulla di male nei preconcetti in generale. Il 99% delle nostre cognizioni sono in realtà preconcetti. Anche il concetto che Marilyn Monroe sia sessualmente appetibile è un preconcetto. In realtà è morta, sepolta e decomposta e quindi tutt'altro che sessualmente riutilizzabile. Anche il concetto che fosse sessualmente appetibile quando era viva è un preconcetto. Abbiamo giusto visto qualche sua truccatissima immagine bidimensionale in movimento, senza neanche udirne la voce (doppiata). Per quello che ne sappiamo noi puzzava, ed il suo alito poteva evocare l'impressione di un distillato di calzini marci. Per quello che ne sappiamo tutte le sue foto e tutti i fotogrammi di tutti i suoi film sono abilmente ritoccati per farcela sembrare arrapante. Non l'abbiamo conosciuta e sperimentata, questa è la verità, ogni opinione che abbiamo di ciò che lei fosse è un preconcetto. Se uno proprio non sa cosa fare, può sedersi ad una scrivania o altrove ed elencare su un foglio di carta tutti i propri preconcetti che gli vengono in mente, cioè tutte le cose che ritiene di sapere pur non avendo mai avuto occasione di verificarle, sperimentarle, farne esperienza in prima persona. Non ho idea a che cosa possa servire fare ciò, ma se a qualcuno viene davvero voglia di farlo, lui/lei saprà cosa gli/le servirà. Se allora i preconcetti non sono niente di male, cosa serve sapere cosa sono? E perché ne stiamo parlando? Be', tanto per iniziare per restituire la dignità perduta al concetto di preconcetto, incolpevole vittima di se stesso, cioè di un preconcetto. E tiriamo adesso in ballo un altro vocabolo vittima di un atroce preconcetto: "Discriminazione"! Ci hanno insegnato che discriminare è male. Ci si dice solidali con le cosiddette "vittime della discriminazione". Si parla nei telegiornali di "gravi fatti di discriminazione". La parola "discriminazione" è spesso associata a "intolleranza", come se significassero qualcosa di simile.

Il dizionario Gabrielli dice: "DISCRIMINAZIONE: L'atto e l'effetto del discriminare, distinzione, differenza." E ancora: "DISCRIMINARE: Far differenza o distinguere tra persone e cose; differenziare, distinguere." Nulla di negativo è contenuto in tal vocabolo. Che la discriminazione sia qualcosa di negativo in sé, è un preconcetto. Chiunque ritenga che "discriminare" sia male, ha adottato tale preconcetto, dal che consegue, in virtù della definizione del Gabrielli di "preconcetto", che tal persona non ha mai conosciuto, considerato, sperimentato, il reale significato della parola "discriminare". E discriminare, cioè distinguere, riconoscere differenze, è invece essenziale nella vita di chiunque. Ed è importante imparare a discriminare coscientemente, lucidamente, soprattutto riguardo ai preconcetti, cioè quella gran massa di convinzioni che non sono frutto dell'esperienza, della propria sperimentazione, di una conoscenza approfondita, delle necessarie verifiche. Bisogna prendere coscienza dei propri preconcetti e tra essi discriminare, separando i preconcetti utili da quelli dannosi, quelli sensati da quelli dissennati. E' utile e sensato avere il preconcetto che l'Australia esista, anche se non ci si è mai stati, perché a questo modo si può eventualmente prendere in considerazione l'opportunità di andarci in vacanza. E' dannoso e dissennato avere il preconcetto che i negri sono una razza inferiore, perché ci si crea dei nemici che nemici altrimenti non sarebbero, e si incentiva e legittima nel contempo altri individui a sviluppare lo stesso preconcetto nei nostri confronti. In sintesi, la via della saggezza e quella di imparare a discriminare tra i propri preconcetti, e non in base ai propri preconcetti. Tutto questo polpettone intendeva introdurre qualche divagazione circa il diffuso preconcetto della morte. Ne parleremo, caro Maurizio Costanzo Show, nella prossima lettera. Roberto Quaglia".

Stereotipi e pregiudizi. Alla base di atteggiamenti non basati sull'esperienza diretta vi sono spesso stereotipi e pregiudizi, scrive “Sapere.it”.

Per la psicologia sociale uno stereotipo corrisponde a una credenza o a un insieme di credenze in base a cui un gruppo di individui attribuisce determinate caratteristiche a un altro gruppo di persone.

Gli stereotipi. Gli stereotipi assomigliano molto dunque a degli schemi mentali e quando per valutare o prevedere il comportamento di una persona ricorriamo a degli stereotipi, questo tipo di ragionamento ricorda molto quanto detto a proposito delle euristiche: utilizzando uno stereotipo per valutare una persona noi non facciamo altro che utilizzare come scorciatoia mentale l'ipotesi che chi rientra in una determinata categoria avrà probabilmente le caratteristiche proprie di quella categoria. D'altra parte uno stereotipo non si basa su una conoscenza di tipo scientifico, ma piuttosto rispecchia una valutazione che spesso si rivela rigida e non corretta dell'altro, in quanto attraverso gli stereotipi si tende in genere ad attribuire in maniera indistinta determinate caratteristiche a un'intera categoria di persone, trascurando cioè tutte le possibili differenze che potrebbero invece essere rilevate tra i diversi componenti di tale categoria. Occorre tuttavia ricordare, sulla base di quanto detto poco sopra sulla somiglianza tra stereotipi e modelli mentali, che non necessariamente tutti gli stereotipi sono negativi: ad esempio, lo stereotipo che gli anziani hanno i capelli bianchi non ha una connotazione negativa, e se utilizzato tenendo conto che possono anche esistere eccezioni (vivendolo dunque non come “tutti gli anziani hanno i capelli bianchi” ma “molti anziani hanno i capelli bianchi”), può anche rivelarsi un'utile strategia cognitiva. In effetti se considerati come delle generalizzazioni che possono rivelarsi approssimative, gli stereotipi dimostrano di potersi rivelare, così come gli schemi mentali, delle valide strategie mentali. Può essere utile riflettere sul come e sul perché tendiamo a creare degli stereotipi, anche se spesso essi si rivelano nient'altro che concezioni errate. In parte molti dei nostri stereotipi sono mutuati culturalmente (come quelli legati alla differenza uomini/donne, oppure relativamente al carattere o ai difetti di certe popolazioni), e ci spingeranno ad etichettare certi atteggiamenti in maniera diversa a seconda dell'attore coinvolto per rimanere coerenti con lo stereotipo di base. Ad esempio, se condividiamo lo stereotipo che le donne siano meno brave degli uomini nell'impiegare il computer, interpreteremo come mancanza di competenza un errore che causa l'arresto del sistema operativo da parte di un'amica o di una collega, mentre vedremo come una distrazione lo stesso errore commesso da un amico o un collega. Al contrario vedremo come eccezioni che confermano la regola, una donna particolarmente a suo agio con questioni informatiche o un uomo che non è in grado di utilizzare un computer, senza rischiare così di dover mettere in forse lo stereotipo di riferimento. Gli studi sulla memoria hanno anche dimostrato come tendiamo a ricordare meglio e con più precisione episodi che confermano le nostre credenze e a dimenticare o sfumare quelli che le contraddicono; inoltre, dal punto di vista cognitivo, le persone tendono a dare un peso maggiore alle prove che confermano le proprie ipotesi piuttosto che a quelle che le contraddicono.

I pregiudizi. Similare alla connotazione più negativa di uno stereotipo, in psicologia un pregiudizio è un'opinione preconcetta concepita non per conoscenza precisa e diretta del fatto o della persona, ma sulla base di voci e opinioni comuni. Il significato di pregiudizio è cambiato nel tempo: si è passati dal significato di giudizio precedente a quello di giudizio prematuro e infine di giudizio immotivato, di idea positiva o negativa degli altri senza una ragione sufficiente (il pregiudizio è in tal senso generalmente negativo). Bisogna anche distinguere il concetto errato dal pregiudizio: un pensiero infatti diventa pregiudizio solo quando resta irreversibile anche alla luce di nuove conoscenze. Un pregiudizio può essere considerato un atteggiamento e come tale può essere trasmesso socialmente, e ogni società avrà dei pregiudizi più o meno condivisi da tutti i suoi componenti. Inoltre – riflessione valida anche nel caso degli stereotipi – tendiamo a formare i nostri pregiudizi soprattutto relativamente a persone appartenenti a un gruppo diverso dal nostro, di cui necessariamente avremo una conoscenza meno approfondita, e di cui saremo quindi meno in grado di vedere differenziazioni interne. Le ricerche sociologiche hanno anche posto in evidenza come le persone inserite, anche arbitrariamente, in un gruppo tendono ad accentuare le differenze che portano ad una distinzione del gruppo di appartenenza rispetto agli altri, e a cercare quindi di favorire il proprio gruppo. Spesso il nutrire pregiudizi relativamente a determinate categorie di persone porta, come evidenziato parlando degli atteggiamenti, a modificare il nostro comportamento sulla base delle nostre credenze, con la conseguenza di creare condizioni tali per cui ipotesi formulate sulla base di pregiudizi si verificano (profezie che si autoavverano). Naturalmente questi comportamenti porteranno poi al rafforzamento degli stereotipi stessi. Ad esempio, se per un qualche motivo Amilcare si è convinto che i toscani sono persone estremamente litigiose, incontrando il cugino livornese di Matilde assumerà probabilmente un atteggiamento più provocatorio, intendendo difendersi dagli “inevitabili” attacchi che si aspetta. Ma questo suo atteggiamento sarà visto come ostile e ingiustificato dal cugino toscano che a sua volta si metterà sulla difensiva nei confronti di Amilcare, che lo percepirà come litigioso, rafforzando di conseguenza il suo pregiudizio. È possibile eliminare i pregiudizi? Non si tratta di un'impresa facile, in quanto i pregiudizi, come abbiamo visto, sono determinati da una serie di concause che hanno le loro radici nel sociale e possono quindi vantare una forte influenza sugli individui. Favorire contatti tra gruppi diversi, migliorare la conoscenza delle persone che per qualche motivo vengono percepite come “diverse” può servire a ridurre i pregiudizi, ma naturalmente occorre che le persone siano effettivamente disposte a rivedere le proprie convinzioni.

Lombroso e quella paura dell’individuo anormale. Dalle sentenze al senso comune il senso della pericolosità è rimasto come incistato nei cervelli di ciascuno di noi. Situato all’incrocio tra il sapere medico e il sapere giudiziario, scrive Pier Aldo Rovatti il 16 dicembre 2016 su "L'Espresso". L'idea di pericolosità che una cultura neoilluminista avrebbe dovuto disinnescare e lasciarsi alle spalle, continua invece a tenere il campo e a produrre effetti inquietanti. La nozione di individuo pericoloso, quell’individuo che potremmo incontrare giù all’angolo della strada, sembra profondamente radicata nelle nostre menti, quasi non avessimo a disposizione alcuno strumento per contrastarla davvero o solo per snidarla: è molto difficile trovare qualcuno completamente immune, anche se molti pretendono di esserlo. È un pregiudizio? Non saprei battezzarlo: di sicuro agisce prima di ogni valutazione e contro ogni buon proposito. Michel Foucault ci ha raccontato, in alcuni suoi scritti degli anni Settanta, come nasce nella modernità questa nozione che in definitiva coincide con l’idea di anormale. L’individuo pericoloso viene descritto dalla psichiatria di allora come un tipo di folle capace di esplosioni imprevedibili e incontrollate, una follia monomaniaca, come la si chiamava, tanto più sorprendente quanto meno incanalabile in un profilo individuale di vita. Famosa è rimasta, grazie allo stesso Foucault, la vicenda del giovane contadino francese Pierre Rivière che d’improvviso stermina buona parte della propria famiglia e poi scappa nei boschi. Non aveva dato fin lì particolari segni di squilibrio (sarà lui stesso a fornirne qualche traccia in una “memoria” di sorprendente lucidità scritta in prigione dopo la cattura), il che metterà a lungo in scacco la giustizia del tempo e gli stessi psichiatri, tra cui il notissimo Esquirol. Infatti, ci si comincia allora a chiedere come trattare una pericolosità che si situa all’incrocio tra il sapere medico e il sapere giudiziario. Ancora oggi, quando sono passati quasi due secoli e la questione è stata studiata in lungo e in largo, restano parecchie ombre. Da noi, nonostante la chiusura dei manicomi (la “rivoluzione” condotta da Franco Basaglia prima a Gorizia e poi a Trieste, con il suo esito in una legge nazionale, la “180”, decisamente pionieristica), la soppressione dei cosiddetti Ospedali psichiatrici giudiziari è cronaca recentissima, ma le ombre potranno comunque essere completamente diradate solo nel momento in cui dal Codice penale scomparirà ogni riferimento all’individuo pericoloso (“pericoloso a sé e agli altri”), un individuo come tale criminogeno. Per ora simile norma, nonostante tutto, sussiste nella sua evidente vaghezza e nella sua impressionante lontananza dal mondo reale e dagli sviluppi effettivi della nozione stessa di individuo pericoloso. Dopo le teorie della “degenerazione” e dopo gli studi di Cesare Lombroso, per fare solo due esempi, la pericolosità individuale appare adesso inscindibilmente collegata al calcolo dei rischi che una società deve prevedere e prevenire. Le teorie della “degenerazione” hanno cercato di rispondere allo scacco di una pericolosità immotivata con l’ipotesi di tare ereditarie (oggi diremmo, leggibili nel Dna di una persona), e non c’è bisogno di ricordare le nefandezze di massa perpetrate dai regimi autoritari del secolo scorso (ma non solo lì) per liberarsi dai soggetti “deboli”, con pratiche che vanno dalla sterilizzazione alla soppressione fisica dei malati mentali. Roba vecchia? Ma quanto di tale ipotesi degenerativa è rimasto vivo nell’opinione comune (e anche nelle perizie psichiatriche)? Quanto a Lombroso e alla sua geniale fisiognomica dell’individuo anormale, con annesse immagini dei tratti della mostruosità umana e delinquenziale, è arduo convincersi che questa “cultura” sia ormai scomparsa dalla scena. Al contrario, si ha l’impressione che essa sia rimasta come incistata nei cervelli di ciascuno di noi. Per negarlo, dovremmo riuscire a dire a noi stessi che il nostro giudizio è totalmente immune dalla immediata valutazione delle fattezze di chi ci capita di incontrare e dunque dalla pretesa di capire al volo se si tratta di qualcuno di cui fidarsi o da evitare. Non c’è neppure bisogno di sottolineare che questo istantaneo identikit di pericolosità può portarci in fretta ad atteggiamenti di tipo razzistico che mai accetteremmo consapevolmente di attribuire a noi stessi. Insomma, la cartina di tornasole della pericolosità non è certo caduta in disuso e, siccome continuiamo tranquillamente e acriticamente ad adoperarla, dovremmo fermarci un momento a pensare se l’attuale cultura possa effettivamente chiamarsi neoilluministica, a partire proprio da un’analisi autocritica dei modi con cui esprimiamo nel concreto le nostre inclinazioni soggettive. Riusciamo a dribblare il problema spostando lo sguardo sui rischi sociali? Mi spiego. Esiste da alcuni decenni una pratica culturale che ci invita a distogliere l’attenzione dai singoli individui ritenuti pericolosi per concentrarci piuttosto sui cosiddetti studi attuariali, cioè sul calcolo dei probabili rischi cui sarebbe esposto un contesto sociale, per esempio quelli connessi al terrorismo. Si tratta di un duplice spostamento, dal singolo individuo pericoloso a un collettivo di individui o a una “popolazione” di soggetti produttori di rischio sociale, e, secondariamente, da un’indagine sulla storia pregressa degli individui a una prospezione rivolta al futuro e alla probabilità del danno sociale. In questo modo non sarebbe solo in gioco la psichiatria con i suoi folli muti e impenetrabili, e neppure avrebbero voce autorevole gli psicoanalisti, i quali hanno sempre tentato con i loro strumenti di penetrare dentro l’enigma della soggettività per dare parole a quanto dell’individuo si oppone con il suo silenzio a fornire una rappresentazione di se stesso. Quella che, invece, viene costruita è l’idea di una società pericolosa di per sé e quindi produttrice di rischi anonimi e diffusi da tradursi in probabilità. Arrivo così alla domanda decisiva: che ne è attualmente della pericolosità? A me pare che la partita, così impostata, risulti in buona parte truccata. Si vorrebbe cancellare l’idea dell’individuo pericoloso e con essa l’idea stessa di pericolosità, ma si ottiene il risultato opposto di diffondere ovunque il timore del pericolo e al tempo stesso di astenersi da un’indagine critica che scoperchi quanto di ideologico viene conservato nello stigma dell’“individuo pericoloso”. L’altra faccia della ponderazione dei rischi sociali potrebbe rivelarsi quella di un vero e proprio terrorismo psicologico. Il soggetto pericoloso può annidarsi dovunque e in chiunque: può essere chi vive dietro la porta accanto, ma anche chi vive assieme a te, potresti perfino essere tu stesso. La sentenza “pericoloso a sé e agli altri” non solo non viene ancora cancellata da codici ormai antiquati e retrogradi, al contrario sembra potersi applicare in un modo generalizzato e generico, ben al di là dei casi attribuibili a follia individuale. Pericolosi possiamo diventare tutti, basta rientrare per qualche aspetto nel dispositivo della paura sociale. Cosa significa, infine, pericolosità? Tutto, ma anche niente, poiché l’idea stessa di pericolosità ci sta sfuggendo di mano e sono diventati pressoché inservibili quegli strumenti, che pure avevamo, utili per criticare e smontare il pregiudizio della pericolosità.

Intolleranti e discriminati: sono gli italiani secondo l’Istat (e le donne sono quelle che stanno peggio), scrive il 19 luglio 2017 Alessandra Arachi su "Il Corriere della Sera". Sono numeri che vanno letti e riletti per poter credere fino in fondo che siano veri. Li ha prodotti l’Istat realizzando un’indagine sulle discriminazioni, le intolleranze e le violenze in Italia. La prima scoperta? Sono 11 milioni e 300 mila gli italiani che dichiarano di aver subito discriminazioni, ovvero un cittadino su quattro di un’età compresa tra i 18 e i 74 anni. Ma la prima scoperta non è certo la peggiore. L’Istat ha indagato le sensibilità degli italiani rispetto agli omosessuali: è venuto fuori che nel 2017 un italiano su quattro associa l’omosessualità a una malattia. Ed entrando nel mondo del lavoro, poi, si è scoperchiato il vaso di Pandora: più di una donna su due (il 51,8%) nell’arco della vita ha subito ricatti o molestie sessuali sul lavoro, in numero assoluto 10 milioni 485 mila donne in età compresa tra i 14 e i 65 anni. L’indagine dell’Istat è contenuta nella relazione della Commissione parlamentare sull’intolleranza, voluta dalla presidente Laura Boldrini, che verrà presentata giovedì mattina a Montecitorio. È piena di numeri che ti saltano addosso, e che spaziano dal certificare quell’orribile violenza che porta ai femminicidi (una donna su tre fra i 16 e i 70 ha subito violenza fisica, in due casi su tre dal proprio partner), ad una violenza sottile e quotidiana che si chiama pregiudizio o, semplicemente, stereotipo. Un’altra cifra, per capire? Siamo sempre nel 2017 e, purtroppo sempre in Italia, il 34,4% dei cittadini (più di uno su tre) ha voluto rispondere all’Istat che una madre che lavora non può stabilire un buon rapporto con i propri figli. C’è poi un atteggiamento evidente, soprattutto in questi giorni caldi per gli sbarchi sui nostri mari, però l’Istat lo certifica: sono sei italiani su dieci che si mostrano diffidenti verso gli stranieri. Ma la verità è che la diffidenza persiste anche nei confronti degli omosessuali: un cittadino su cinque ritiene poco o per niente accettabile avere un collega, un superiore o, addirittura un amico omosessuale.

Se il comune di Arco ora chiede la certificazione di antifascismo. Ad Arco, in provincia di Trento, il comune chiede alle associazioni di volontariato di sottoscrivere una dichiarazione di riconoscimento dei "valori antifascisti", indispensabile per ottenere contributi pubblici e uso degli spazi comunali. Ma c'è chi protesta: "Iniziativa assurda", scrive Roberto Vivaldelli, Giovedì 20/07/2017, su "Il Giornale". Non solo Boldrini e Fiano, l'antifascismo militante è materia di dibattito anche nelle piccole realtà locali. Il consiglio comunale di Arco, quarta città del Trentino, ha recentemente approvato una mozione in cui chiede a tutte le associazioni del territorio che fanno domanda di utilizzo di spazi pubblici e richiesta di contributo, di firmare una dichiarazione esplicita di riconoscimento dei “valori antifascisti”. L'amministrazione comunale, sorretta dal centro-sinistra autonomista, ha approvato un documento che presto si tradurrà in un modulo obbligatorio che tutte le associazioni dovranno sottoscrivere se vorranno beneficiare degli spazi comunali e del patrocinio. Facendo riferimento alla legge Scelba del 1952 e alla Legge Mancino del 2005, la recente delibera impone come requisito necessario per l'assegnazione di spazi e contributi pubblici "il non aver subito condanne, anche con sentenza non definitiva, per i reati delle leggi sopracitate” oltre a "prevedere, nei moduli di richiesta di utilizzo di spazi pubblici da presentare al momento della richiesta di autorizzazione, una dichiarazione esplicita di riconoscimento dei valori antifascisti espressi dalla Costituzione italiana". La delibera, in realtà, va oltre e impone alle istituzioni di controllare e visionare l'operato delle associazioni sui social network e su internet, istituendo un “meccanismo di intervento impeditivo per quanto riguarda l'assegnazione di contributi, patrocini o altre forme di supporto e sostegno ad associazioni che, pur avendo sottoscritto la suddetta dichiarazione, presentino richiami all'ideologia fascista, alla sua simbologia, alla discriminazione etnica, religiosa, linguista o sessuale, verificati a livello statutario, sui siti internet e sui social network, o nell'attività pregressa". Il comune, oltre a far sottoscrivere la dichiarazione a tutte le associazioni - siano esse di volontariato, sportive o altro - dovrà dunque tenere d'occhio i social e monitorare i contenuti dei singoli post, stabilendo se essi siano più o meno "discriminatori" ed eventualmente non concedere i contributi o gli spazi pubblici secondo questa valutazione. Per i proponenti, “l'antifascismo è la radice ideale e culturale da cui nasce la Repubblica italiana e la sua costituzione democratica, la quale rappresenta il metodo democratico contro ogni forma di totalitarismo”. L'obiettivo, non troppo velato, è quello di limitare in zona l'attività di Casapound, Forza Nuova e delle varie onlus e associazioni che gravitano attorno a quel mondo. Nella tranquilla città trentina, situata nel sud del Trentino a pochi chilometri dal Lago di Garda, non tutti però hanno appoggiato quest'iniziativa del consiglio comunale, bollandola come "illiberale" e "liberticida". C'è chi, come il signor Mario Matteotti, per tanti anni consigliere comunale del vecchio PCI e ora organizzatore di importanti manifestazioni cittadine come il carnevale - che non la politica hanno ben poco a che vedere - ha deciso di “ribellarsi” e di non sottoscrivere alcuna dichiarazione di antifascismo. E se il comune non farà un passo indietro, è pronto a rinunciare al volontariato, dopo tanti anni. “Parlo a nome di un gruppo di 50 persone e volontari - ci racconta - Per noi la costituzione è sacra e l'abbiamo sempre rispettata. Alcuni di noi sono stati persino consiglieri comunali e hanno militato in partiti di sinistra. Ma questo provvedimento è assurdo e fuori tempo massimo. Non firmeremo alcun modulo. Noi riteniamo che tutti, nel loro piccolo e nella loro quotidianità, abbiano sempre rispettato la costituzione". Per Matteotti si tratta di una questione di principio: "La mia storia personale parla chiaro, non accetto che mi si chieda di firmare una dichiarazione del genere e men che meno accetto che ci sia qualcuno che giudichi il mio essere o meno contro il fascismo”. Una presa posizione che ha scatenato il dibattito nella città trentina e in tutta la provincia, con alcune associazioni pronte a seguire l'esempio del signor Matteotti. Difficile che il comune faccia un passo indietro o riveda la sua posizione.

GLI ITALIANI NON SANNO PERDERE.

Si vince e si perde ovunque, non solo in Italia. Ma in Italia, più spesso che altrove, chi è vinto non accetta la sconfitta. Bisogna saper perdere racconta il declino, l’uscita di scena ma anche l’horror vacui di alcuni degli uomini più potenti del nostro Paese. Politici che hanno governato un partito, o uno Stato, per anni, a volte per decenni. Che hanno avuto a disposizione soldi e voti. Che hanno regalato sogni e speranze, e attirato invidie e diffidenze. E che alla fine, inevitabilmente, hanno fatto i conti col fallimento di un progetto o la fine di una carriera. Questo libro è una storia pubblica, ma anche un diario privato. Rivela i dubbi di Umberto II e Mario Segni, il risentimento di Parri e Prodi, l’amarezza di De Gasperi, il cinismo di Togliatti, gli insuccessi di Nenni e Fini, le fughe e la pervicacia di Fanfani e De Mita, la rabbia di Craxi, l’ostinazione di Berlusconi, fino all’irruzione di Renzi. C’è chi, ieri come oggi, grida al “colpo di stato”, chi invoca i “brogli”, chi si scaglia contro le congiure, chi prepara rivalse e vendette, chi ostacola con ogni mezzo la sua successione e chi ostenta distacco, finge l’addio, ma prova a mantenere il controllo su poltrone e programmi. Perché, a volte, saper perdere conta molto più di vincere.

Bisogna saper perdere. I Donald Trump di casa nostra, scrive David Bidussa il 18 ottobre 2016. Nei giorni scorsi Donald Trump è tornato ad agitare lo spettro di un’eventuale frode elettorale a novembre affermando che l’unico modo in cui potrebbe uscire sconfitto dallo Stato chiave della Pennsylvania sarebbe “una trappola”. Non è la prima volta che il candidato repubblicano insinua un eventuale broglio nelle elezioni presidenziali di novembre. Una convinzione a cui prima di tutto non credono i suoi compagni di partito, ma che non per questo è destinata a spegnersi perché all’origine della diffidenza di Trump sta proprio la sua valutazione sui membri del suo partito. L’affermazione di Trump a molti può sembrare esagerata o fuori luogo. E’ probabile che resterà come il segno più evidente e profondo per davvero di questa tornata elettorale: non la corsa alla presidenza di un personaggio estremo, ma la delegittimazione dell’esito del voto da parte dello sconfitto, sarà il vero lascito di questa corsa elettorale. Il tema politico da cui dovrà ripartire la prossima volta il candidato alla Presidenza degli Stati Uniti. E’ un dato tuttavia che forse in maniera meno urlata, ma non meno strutturale, riguarda la storia italiana dall’avvento della Repubblica. L’idea e l’immagine sono quelle di spiegare la sconfitta non tanto come destino avverso, ma soprattutto come risorsa che i “poteri forti” da sempre alleati per sconfiggere tutti coloro che periodicamente si presentano sulla scena della politica o che nella disputa elettorale sentono di rappresentare la chance di cambiamento e di riforma e si trovano spesso a misurare la distanza con chi vince il confronto politico con loro (spesso accusando i propri, o una parte dei propri si averli voluti perdenti). Raccontare la propria sconfitta significa molto spesso raccontare la storia di chi ha tramato o truccato una partita altrimenti votata ad altro esito. Filippo Maria Battaglia e Paolo Volterra con Bisogna saper perdere. Sconfitte, congiure e tradimenti in politica da De Gasperi a Renzi (Bollati Boringhieri) forniscono un variegato campionario di storie e di figure che si riconoscono in questa parabola. Per esempio: Ferruccio Parri che si dimette nel novembre 1945 e che minaccia un colpo di Stato in corso (una scena quella delle dimissioni di Parri che Carlo Levi nel suo L’orologio aveva descritto con maggior sobrietà, bisogna dire); Alcide De Gasperi, che esce lentamente di scena, e che da leader indiscusso del suo partito vive il lento abbandono; Ciriaco De Mita, uno sconfitto sempre che governa per un decennio. Oppure Bettino Craxi e Achille Occhetto che spiegheranno le loro rispettive sconfitte rispolverando la retorica della vittima. Per non dimenticare, infine, Mario Segni, o Mario Monti e soprattutto Romano Prodi, il capo governo che cade due volte (nell’ottobre 1998 e poi nel gennaio 2008) in un clima di forti contrasti interni e che farà del suo presentarsi come vittima la carta da visita del politico puro. La storia dell’Italia repubblicana è un lungo serial di sconfitti che rivendicano la loro condizione di vittime di poteri forti, di inganni. Il che vuol dire che la sconfitta, proprio perché ritenuta “immeritata” non determina l’uscita di scena. La sconfitta, invece in questa logica viene raccontata come la conseguenza di un gioco basato sull’imbroglio o sulla doppiezza. Figlia non già della competizione politica, del confronto aperto, bensì della doppiezza che si annida soprattutto tra “gli amici”. Davvero Donald Trump è lontano dal vecchio, vizio della politica italiana?

Filippo Maria Battaglia, Paolo Volterra: bisogna saper perdere. I politici italiani non riescono ad accettare un esito infausto delle loro battaglie: partendo da questa constatazione Filippo Maria Battaglia e Paolo Volterra, entrambi giornalisti di Sky Tg24, costruiscono un agile e documentato volume sulle sconfitte elettorali e sui loro risvolti psicologici sugli artefici di quelle sconfitte. L’analisi si basa sulle dichiarazioni degli interessati, ora apocalittiche (come l’evocazione di un possibile colpo di stato da parte di Ferruccio Parri) ora tautologiche (“perdere può anche voler dire non vincere al momento giusto” Ciriaco De Mita) ora altisonanti (“stasera qualcosa è finito” Romano Prodi).  Osservano Battaglia e Volterra che negli Stati Uniti, e in Germania, Spagna e Gran Bretagna chi perde si ritira e spesso non riveste più cariche pubbliche. Da noi invece i capi di stato e di governo sono sempre gli stessi, a rotazione. Ogni capitolo del libro è corredato da una bibliografia così completa da includere anche materiali video. Una curiosità: il capitolo su Silvio Berlusconi, a differenza degli altri, è composto da un lungo monologo costruito estrapolando sue dichiarazioni da discorsi fatti in tempi diversi.  

Filippo Maria Battaglia (Palermo, 1984), giornalista di «Sky TG24», vive a Milano. Ha scritto tra l'altro per le pagine culturali di «Panorama», «Il Foglio», «Il Giornale», e del dorso siciliano di «Repubblica». Con Bollati Boringhieri ha pubblicato: Lei non sa chi ero io! La nascita della Casta in Italia (2014) e Stai zitta e và in cucina. Breve storia del maschilismo in politica da Togliatti a Grillo (2015). È inoltre autore di A sua insaputa. Autobiografia non autorizzata della Seconda Repubblica (con A. Giuffrè, 2013), I sommersi e i dannati. La scrittura dispersa e dimenticata nel '900 italiano (2013). Ha curato diverse antologie giornalistiche, tra cui Scusi, lei si sente italiano? (Con Paolo Di Paolo, 2010) e Professione reporter. Il giornalismo d'inchiesta nell’Italia del dopoguerra (con B. Benvenuto, 2008).

Paolo Volterra (Roma, 1966), è capo della redazione politica di «Sky TG24», dove lavora dal 2003. È autore con Max Giannantoni di L'operazione criminale che ha terrorizzato l'Italia. Storia della Falange Armata (2014) e del reportage storico televisivo I giorni di Mani Pulite (2015). Ha studiato Storia e Giornalismo. 

«Abbiamo non vinto». Da Togliatti a Bersani, i politici italiani non sanno perdere. Il libro “Bisogna saper perdere” di Filippo Maria Battaglia e Paolo Volterra racconta come i politici nostrani, dal 1945 a oggi, non sanno fare i conti con il fallimento. Dal “successo marginale” ad “abbiamo non vinto”, scrive Lidia Baratta l'8 Ottobre 2016 su "L'Inkiesta". Quello che tutti si chiedono è: cosa accadrà il 5 dicembre, se Matteo Renzi dovesse perdere il referendum costituzionale? Cioè se vincesse il no? Se ammettesse la sconfitta e uscisse di scena, nella storia della politica italiana sarebbe una grossa novità. Come raccontano Filippo Maria Battaglia e Paolo Volterra nel libro Bisogna saper perdere (Bollati Boringhieri), in Italia – più spesso che altrove – i politici non sanno fare i conti con il fallimento. Da Umberto II a Mario Segni, da Parri a De Gasperi, fino a Craxi, Berlusconi e Renzi. Ieri come oggi, c’è chi grida al colpo di Stato, chi parla di brogli e congiure, chi ostacola la propria successione, ma anche chi ostenta distacco ma alla fine prova a mantenere comunque il controllo. Un certo gergo è rimasto intatto negli anni, dalla prima alla seconda repubblica, un «armamentario di frasi» che annacquano l