Denuncio al mondo ed ai posteri con i miei libri tutte le illegalità tacitate ed impunite compiute dai poteri forti (tutte le mafie). Lo faccio con professionalità, senza pregiudizi od ideologie. Per non essere tacciato di mitomania, pazzia, calunnia, diffamazione, partigianeria, o di scrivere Fake News, riporto, in contraddittorio, la Cronaca e la faccio diventare storia. Quella Storia che nessun editore vuol pubblicare. Quelli editori che ormai nessuno più legge.

Gli editori ed i distributori censori si avvalgono dell'accusa di plagio, per cessare il rapporto. Plagio mai sollevato da alcuno in sede penale o civile, ma tanto basta per loro per censurarmi.

I miei contenuti non sono propalazioni o convinzioni personali. Mi avvalgo solo di fonti autorevoli e credibili, le quali sono doverosamente citate.

Io sono un sociologo storico: racconto la contemporaneità ad i posteri, senza censura od omertà, per uso di critica o di discussione, per ricerca e studio personale o a scopo culturale o didattico. A norma dell'art. 70, comma 1 della Legge sul diritto d'autore: "Il riassunto, la citazione o la riproduzione di brani o di parti di opera e la loro comunicazione al pubblico sono liberi se effettuati per uso di critica o di discussione, nei limiti giustificati da tali fini e purché non costituiscano concorrenza all'utilizzazione economica dell'opera; se effettuati a fini di insegnamento o di ricerca scientifica l'utilizzo deve inoltre avvenire per finalità illustrative e per fini non commerciali."

L’autore ha il diritto esclusivo di utilizzare economicamente l’opera in ogni forma e modo (art. 12 comma 2 Legge sul Diritto d’Autore). La legge stessa però fissa alcuni limiti al contenuto patrimoniale del diritto d’autore per esigenze di pubblica informazione, di libera discussione delle idee, di diffusione della cultura e di studio. Si tratta di limitazioni all’esercizio del diritto di autore, giustificate da un interesse generale che prevale sull’interesse personale dell’autore.

L'art. 10 della Convenzione di Unione di Berna (resa esecutiva con L. n. 399 del 1978) Atto di Parigi del 1971, ratificata o presa ad esempio dalla maggioranza degli ordinamenti internazionali, prevede il diritto di citazione con le seguenti regole: 1) Sono lecite le citazioni tratte da un'opera già resa lecitamente accessibile al pubblico, nonché le citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche nella forma di rassegne di stampe, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata dallo scopo.

Ai sensi dell’art. 101 della legge 633/1941: La riproduzione di informazioni e notizie è lecita purché non sia effettuata con l’impiego di atti contrari agli usi onesti in materia giornalistica e purché se ne citi la fonte. Appare chiaro in quest'ipotesi che oltre alla violazione del diritto d'autore è apprezzabile un'ulteriore violazione e cioè quella della concorrenza (il cosiddetto parassitismo giornalistico). Quindi in questo caso non si fa concorrenza illecita al giornale e al testo ma anzi dà un valore aggiunto al brano originale inserito in un contesto più ampio di discussione e di critica.

Ed ancora: "La libertà ex art. 70 comma I, legge sul diritto di autore, di riassumere citare o anche riprodurre brani di opere, per scopi di critica, discussione o insegnamento è ammessa e si giustifica se l'opera di critica o didattica abbia finalità autonome e distinte da quelle dell'opera citata e perciò i frammenti riprodotti non creino neppure una potenziale concorrenza con i diritti di utilizzazione economica spettanti all'autore dell'opera parzialmente riprodotta" (Cassazione Civile 07/03/1997 nr. 2089).

Per questi motivi Dichiaro di essere l’esclusivo autore del libro in oggetto e di tutti i libri pubblicati sul mio portale e le opere citate ai sensi di legge contengono l’autore e la fonte. Ai sensi di legge non ho bisogno di autorizzazione alla pubblicazione essendo opere pubbliche.

Promuovo in video tutto il territorio nazionale ingiustamente maltrattato e censurato. Ascolto e Consiglio le vittime discriminate ed inascoltate. Ogni giorno da tutto il mondo sui miei siti istituzionali, sui miei blog d'informazione personali e sui miei canali video sono seguito ed apprezzato da centinaia di migliaia di navigatori web. Per quello che faccio, per quello che dico e per quello che scrivo i media mi censurano e le istituzioni mi perseguitano. Le letture e le visioni delle mie opere sono gratuite. Anche l'uso è gratuito, basta indicare la fonte. Nessuno mi sovvenziona per le spese che sostengo e mi impediscono di lavorare per potermi mantenere. Non vivo solo di aria: Sostienimi o mi faranno cessare e vinceranno loro. 

Dr Antonio Giangrande  

NOTA BENE

NESSUN EDITORE VUOL PUBBLICARE I  MIEI LIBRI, COMPRESO AMAZON, LULU E STREETLIB

SOSTIENI UNA VOCE VERAMENTE LIBERA CHE DELLA CRONACA, IN CONTRADDITTORIO, FA STORIA

NOTA BENE PER IL DIRITTO D'AUTORE

 

NOTA LEGALE: USO LEGITTIMO DI MATERIALE ALTRUI PER IL CONTRADDITTORIO

LA SOMMA, CON CAUSALE SOSTEGNO, VA VERSATA CON:

SCEGLI IL LIBRO

80x80 PRESENTAZIONE SU GOOGLE LIBRI

presidente@controtuttelemafie.it

workstation_office_chair_spinning_md_wht.gif (13581 bytes) Via Piave, 127, 74020 Avetrana (Ta)3289163996ne2.gif (8525 bytes)business_fax_machine_output_receiving_md_wht.gif (5668 bytes) 0999708396

INCHIESTE VIDEO YOUTUBE: CONTROTUTTELEMAFIE - MALAGIUSTIZIA  - TELEWEBITALIA

FACEBOOK: (personale) ANTONIO GIANGRANDE

(gruppi) ASSOCIAZIONE CONTRO TUTTE LE MAFIE - TELE WEB ITALIA -

ABOLIZIONE DEI CONCORSI TRUCCATI E LIBERALIZZAZIONE DELLE PROFESSIONI

(pagine) GIANGRANDE LIBRI

WEB TV: TELE WEB ITALIA

108x36 NEWS: RASSEGNA STAMPA - CONTROVOCE - NOTIZIE VERE DAL POPOLO - NOTIZIE SENZA CENSURA

 

ANNO 2017

 

IL DNA DEGLI ITALIANI

 

QUARTA PARTE

 

 

 

DI ANTONIO GIANGRANDE

 

 

 

 

ITALIA ALLO SPECCHIO

L’APOTEOSI

DI UN POPOLO DIFETTATO

 

Questo saggio è un aggiornamento temporale, pluritematico e pluriterritoriale, riferito al 2017, consequenziale a quello del 2016. Gli argomenti ed i territori trattati nei saggi periodici sono completati ed approfonditi in centinaia di saggi analitici specificatamente dedicati e già pubblicati negli stessi canali in forma Book o E-book, con raccolta di materiale riferito al periodo antecedente. Opere oggetto di studio e fonti propedeutiche a tesi di laurea ed inchieste giornalistiche.

Si troveranno delle recensioni deliranti e degradanti di queste opere. Il mio intento non è soggiogare l'assenso parlando del nulla, ma dimostrare che siamo un popolo difettato. In questo modo è ovvio che l'offeso si ribelli con la denigrazione del palesato.

 

INDICE PRIMA PARTE

 

UNA BALLATA PER L’ITALIA (di Antonio Giangrande). L’ITALIA CHE SIAMO.

UNA BALLATA PER AVETRANA (di Antonio Giangrande). L’AVETRANA CHE SIAMO.

COS’E’ LA POLITICA OGGI?

L’ITALIA DELLE RIFORME IMPOSSIBILI.

IL PARTITO DELL'ASTENSIONE.

LO "IUS SOLI" COMUNISTA.

ITALIANI SENZA INNO NAZIONALE.

ITALIANO: UOMO QUALUNQUE? NO! SONO TUTTI: CETTO LA QUALUNQUE.

DEMOCRAZIA: LA DITTATURA DELLE MINORANZE.

ANTROPOLOGIA SINISTROIDE. VIAGGIO NEL CERVELLO PROGRESSISTA CHE “HA SEMPRE RAGIONE”.

ITALIANI: VITTIME PATOLOGICHE.

L'ITALIA DEI SOCIAL. QUELLO CHE LA GENTE PENSA E SCRIVE...

PRESENTAZIONE DELL’AUTORE.

AI MIEI TEMPI...AI MIEI TEMPI...

PARLAR MALE DELL'ITALIA? LA GODURIA DEGLI ITALIANI.

L'ITALIA DEI CAMPANILI.

L'ITALIA DEL PREGIUDIZIO E DEL PRECONCETTO.

GLI ITALIANI NON SANNO PERDERE.

ITALIANI RANCOROSI.

ITALIANI: POPOLO DI TRADITORI.

FENOMENOLOGIA DEL TRADIMENTO E DELLA RINNEGAZIONE.

L’IPOCRISIA DELLA RICONOSCENZA.

FENOMENOLOGIA RANCOROSA DELL’INGRATITUDINE.

ITALIA. IL PAESE DEI CAFONI.

ITALIANI: UN POPOLO DI ASOCIALI.

L’ITALIA DEGLI INVIDIOSI.

ITALIANI SCROCCONI.

ITALIA. IL PAESE DEI LADRI.

LADRI DI BICICLETTE.

IL COMUNE SENSO DEL PUDORE.

GLI ITALIANI ED IL TURPILOQUIO.

L’ITALIA DEL TRASH (VOLGARE).

ITALIANI: UN POPOLO DI STUPIDI ODIOSI.

GLI ITALIANI E LA STUPIDITA’.

L’ITALIA DELLA SCARAMANZIA.

L’ITALIA DEI PAZZI.

L'ITALIA DEI FAVORITISMI (ANCHE IN FAMIGLIA).

CONCORSO INFINITO: CONCORSO TRUCCATO!

IL FASCINO DEL CONCORSO PUBBLICO E DEGLI ESAMI DI STATO (TRUCCATI).

LA REPUBBLICA DEI BROCCHI NEL REGNO DELL'OMERTA' E DEL PRIVILEGIO.

LA FINE DI UNA VITA FATTA DI BOCCIATURE.

VERONICA PADOAN ED IL RIBELLISMO DEI FIGLI DI PAPA’.

IL FAMILISMO AMORALE ED IL COOPTISMO AMORALE.

CERVELLI IN FUGA.

NON SIAMO STOICI.

ITALIANI. LA CASTA DEI "COGLIONI". FACCIAMO PARLARE CLAUDIO BISIO.

VIVA GLI ANTIPATICI.

ITALIA. PAESE DI GIOCATORI D’AZZARDO.

ITALIA. PAESE DI SANTI, NAVIGATORI E...POETI.

EDITORIA A PAGAMENTO.

ITALIA PAESE DI SCRITTORI CHE NESSUNO LEGGE.

LA SCUOLA AL FRONTE.

ITALIANI: POPOLO DI IGNORANTI LAUREATI.

L'ITALIANO: LINGUA MORTA, ANZI, NO!

L’ITALIA DEI SACCENTI. TUTTI PARLANO. NESSUNO ASCOLTA.

L’ITALIA DEI GENI.

IL CALENDARIO CIVILE VISTO DALLA SINISTRA.

IL GIORNO DEL RICORDO…DIMENTICATO.

PADRI DELLA PATRIA: LA NOSTRA ROVINA.

FRATELLI D’ITALIA? MASSONI ITALIANI.

ABOLIAMO LA MASSONERIA?

DA DE GASPERI A RENZI. COME L'ITALIA SI E' VENDUTA AGLI AMERICANI.

MISTERI E DEPISTAGGI DI STATO.

LA MAFIA GLOBALIZZATA.

I DIECI COMANDAMENTI DELL’ANTIMAFIA.

L’ANTIMAFIA IMPLACABILE.

LE VITTIME DELL’ANTIMAFIA ED IL REATO CHE NON C’E’: IL CONCORSO ESTERNO.

PENTITI E PENTITISMO. LA LINGUA BIFORCUTA.

LA MAFIA NON ESISTE, ANZI, E' DI STATO!

MERIDIONALI: MAFIOSI PER SEMPRE.

MAFIA COMUNISTA. IL RACKET DELLE OCCUPAZIONI ABUSIVE DEGLI IMMOBILI.

IL RACKET DEI TURISTI NORDISTI.

ITALIANI. MAFIOSI PER SEMPRE.

MAFIA. CACCIA ALLE STREGHE? NO! CACCIA ALLE ZEBRE...

L'ANTIMAFIA SPA E PARTIGIANA.

 

INDICE SECONDA PARTE

 

L'ITALIA CERVELLOTICA DEGLI SPRECHI ASSURDI.

IL PAESE DEI COMUNI FALLITI.

IL PAESE DEGLI AMMINISTRATORI PUBBLICI MINACCIATI.

IL FENOMENO DELLA BLUE WHALE, OSSIA DELLA BALENA BLU (GIOCO).

QUELLI…PRO SATANA.

UN BUSINESS CHIAMATO GESU'.

PEDOFILIA ECCLESIASTICA.

L'ISLAMIZZAZIONE DEL MONDO.

TERRORISMO ISLAMICO. IL 2017 INIZIA COL TERRORE.

2016. EUROPA, UN ANNO DI TERRORE.

PARLIAMO DI LEGALITA'. LA REPUBBLICA DI ZALONE E DI FICARRA E PICONE.

ONESTA' E DISONESTA'.

DUE PESI E DUE MISURE.

LA SETTA DEI 5 STELLE.

LA MORALITA' DEGLI UOMINI SUPERIORI.

A MIA INSAPUTA. QUELLI CHE NON SANNO.

CERCANDO L’ITALEXIT.

MORIRE DI CRISI.

L’ITALIA E LE RIVOLUZIONI A META’.

COSTITUZIONE ITALIANA: COSTITUZIONE MASSONICA.

UNA COSTITUZIONE CATTO-COMUNISTA.

C'ERA UNA VOLTA LA SINISTRA. LA SINISTRA E' MORTA.

LA DIFFERENZA TRA LA POLITICA DEI MODERATI E L'INTERESSE PRIVATO DEI COMUNISTI.

IL TRAVESTITISMO.

C'ERA UNA VOLTA LA DESTRA.

CUORI ROSSI CONTRO CUORI NERI.

C’ERANO UNA VOLTA I LIBERALI.

LA RIVOLUZIONE CULTURALE DA TENCO A PASOLINI, DA TOTO’ A BONCOMPAGNI.

E POI C’E’ ALDO BISCARDI.

1977: LA RIVOLUZIONE ANTICOMUNISTA.

FASCISTI-COMUNISTI PER SEMPRE.

L'ITALIA ANTIFASCISTA. 

MALEDETTO 25 APRILE.

PRIMO MAGGIO. FESTA DEI LAVORATORI: SOLITA LITURGIA STANTIA ED IPOCRITA.

I GIORNALISTI SON TROPPO DI SINISTRA.

LA TRUFFA DELL'ANTIFASCISMO.

DEMOCRATICI: SOLO A PAROLE.

QUELLI CONTRO...IL SUFFRAGIO UNIVERSALE.

LA DEMOCRAZIA DEI TIRANNI INTELLETTUALI.

MAI DIRE BEST SELLER. LA CULTURA COMUNISTA E L’INDOTTRINAMENTO IDEOLOGICO.

I NEMICI DELLA LIBERTA DI STAMPA? QUELLO CHE NON SI DEVE E NON SI PUO’ SCRIVERE.

DIRITTO DI CRONACA E DIRITTO DI STORIA VITTIME DEL DIRITTO ALL'OBLIO.

DIRITTO ALL'OBLIO, MA NON PER TUTTI.

L'ITALIA DELL'ACCOGLIENZA.

LA LUNGA STORIA DEI POPULISMI.

LA SINDROME DI MEDEA.

L’ITALIA ANTICONFORMISTA.

NON SONO TUTTI ...SANREMO.

C'ERA UNA VOLTA...CAROSELLO.

L’ITALIA DELL’ACCOZZAGLIA RESTAURATRICE. TUTTI CONTRO UNO.

GLI ITALIANI...FANTOZZI!

QUELLI CHE...REGIONANDO E PROVINCIANDO, TRUCCANO.

MALEDETTA ALITALIA (E GLI ALTRI).

L’ITALIA DELLE CASTE.

L’ITALIA DELLE LOBBIES.

CHI MANGIA SULLE NOSTRE BOLLETTE.

L'ITALIA ALLO SBANDO.

SOLDI E COMPLOTTI NELLO SPORT.

LA FIDAL ED I VERI ATLETI.

L'ITALIA IN GUERRA.

QUELLI CHE...SONO RAZZISTI INTERESSATI.

QUELLI CHE…SONO RAZZISTI CON ARTE, SENZA PARTE.

QUELLI CHE...SONO RAZZISTI E BASTA.

QUELLI CHE SONO RAZZISTI...A RAGIONE.

 

INDICE TERZA PARTE

 

GLI ULTIMI 25 ANNI DEGLI ITALIANI.

TROPPE LEGGI = ILLEGALITA’.

IL LIMBO LEGISLATIVO. LE LEGGI TEORICHE.

L'INSICUREZZA PUBBLICA E LA VIDEO SORVEGLIANZA PRIVATA.

L'INSICUREZZA PUBBLICA ED IL PARTITO DEI CENTRI SOCIALI.

L'ITALIA E L'ILLEGALITA' DI MASSA.

L’ITALIA DEI CONDONI.

LEGGE ED ORDINE.

PARLIAMO DELLE CELLE ZERO.

TANGENTOPOLI. LE MANI SPORCHE DI MANI PULITE.

DEVASTATI DA MANI PULITE.

I GIORNALISTI. I KILLER DELLA PRIMA REPUBBLICA.

LA FINE DELLA DEMOCRAZIA.

IL COMUNISMO, IL FASCISMO ED I 5 STELLE: LA POLITICA COL VINCOLO DI MANDATO.

LA VERITA' E' FALSA.

IL TURISMO DELL'ORRORE.

IL GIORNALISMO DELLA MALDICENZA.

GIORNALI E PROCURE.

STEFANO SURACE E I MONDI DELL’INFORMAZIONE.

FINALMENTE LA TV DIVENTA GARANTISTA. 

I MICHELE MISSERI NEL MONDO. LE CONFESSIONI ESTORTE DALLE PROCURE AVALLATE NEI TRIBUNALI.

IL CARCERE UCCIDE: TUTTO MORTE E PSICOFARMACI.

IL PARTITO DELLE MANETTE COL CULO DEGLI ALTRI.

GIUSTIZIA CAROGNA.

L'IMPRESA IMPOSSIBILE DELLA RIPARAZIONE DEL NOCUMENTO GIUDIZIARIO.

LA STORIA DELL’AMNISTIA.

L'ITALIA DEGLI APPALTI TRUCCATI.

NOTIZIE FUGACI E TRUCCATE.

LE SPECULAZIONI ELITARIE.

PARENTELE TOGATE.

LA REPUBBLICA GIUDIZIARIA, ASPETTANDO LA TERZA REPUBBLICA.

IL 2016 ED I FLOP GIUDIZIARI.

L’ITALIA SPORCA AL CINEMA: SESSO, DROGA E CORRUZIONE.

IL PROIBIZIONISMO E LO STATO PATERNALISTA.

2016 FATTI E NOMI PIU’ IMPORTANTI.

I DESAPARECIDOS ED IL PIANO CONDOR.

LE PEGGIORI CAZZATE VIP DETTE NEL 2016.

EI FU: IL CORPO FORESTALE.

FIGLI DI TROJAN. HACKER E CYBERSPIONAGGIO.

A COSA SERVONO...

 

INDICE QUARTA PARTE

 

UN POPOLO DI NON IDENTIFICATI. I CORPI SENZA NOME.

FUNERALE LAICO. SENZA DIRITTI ANCHE DA MORTI!

LA GERMANIA: AL DI LA' DEI LUOGHI COMUNI.

REGENI, PUTIN, TRUMP E LE FAKE NEWS (BUFALE/FALSE VERITA').

LE FAKE NEWS DEL CONTRO-REGIME.

IL POLITICAMENTE CORRETTO. LA NUOVA RELIGIONE DELLA SINISTRA.

SINISTRISMO E RADICAL-CHIC.

LA NORMALIZZAZIONE DI TRUMP SULL’ASSE PRO TERRORISTI.

I MURI NELL'ERA DI INTERNET.

IL RAZZISMO IMMAGINARIO.

RAZZISMO E STEREOTIPI.

TRADIZIONI E MENZOGNE.

QUELLI CHE...SON SOLIDALI.

PARLIAMO DI IMMIGRAZIONE SENZA PARTIGIANERIA.

QUELLI CHE...COME I SINDACATI.

QUELLI COME…I PARLAMENTARI.

QUELLI…PRO GAY.

QUELLE CHE…SON FEMMINISTE.

L'ITALIA DEGLI IMBOSCATI.

L'ITALIA DEI CORROTTI.

CORROTTI E CORRUTTORI. UN POPOLO DI COMPRATI E DI VENDUTI. L’ITALIA DEI BONUS E DEI PRIVILEGI.

LA SANITA’ MALATA.

REATO DI ANZIANITA'. ADOTTABILITA' DEI FIGLI: NEGATA AGLI ANZIANI, MA PERMESSA A GAYS E LESBICHE.

GENITORIALITA' MALATA.

FILIAZIONE MALATA.

PARENTICIDI: OMICIDI FAMILIARI.

ABRUZZO. GIUSTIZIERI, TERREMOTO E VALANGHE. HOTEL RIGOPIANO. I MORTI SONO STATI UCCISI.

PARLIAMO DELLA BASILICATA.

PARLIAMO DELLA CALABRIA.

PARLIAMO DELLA CAMPANIA.

PARLIAMO DELL’EMILIA ROMAGNA.

PARLIAMO DEL LAZIO.

PARLIAMO DELLA LIGURIA.

PARLIAMO DELLA LOMBARDIA.

PARLIAMO DEL PIEMONTE E DELLA VALLE D’AOSTA.

PARLIAMO DELLA PUGLIA.

PARLIAMO DELLA SARDEGNA.

PARLIAMO DELLA SICILIA.

PARLIAMO DELLA TOSCANA.

PARLIAMO DELL’UMBRIA.

PARLIAMO DEL VENETO.

 

 

QUARTA PARTE

 

 

UN POPOLO DI NON IDENTIFICATI. I CORPI SENZA NOME.

Quante storie in quei corpi senza nome. Da nord a sud, un popolo di "non identificati". Si chiamano cadaveri “non identificati”. Sono divisi per regione, ma appartengono tutti al lungo rapporto stilato dal Ministero dell'Interno. E ci restituiscono una fotografia inquietante e drammatica del Paese e delle sue solitudini, scrive Elena Testi il 2 ottobre 2017 su "L'Espresso". Orologio marca Casio. Probabile orecchino con pietra rossa usato come anello. Cravatta a righe. Tre pacchetti di sigarette. E ancora: 164 mila lire nascoste nella tasca anteriore. Un accendino Bic. Siringhe monouso. L'ultimo legame con la vita è una lista di oggetti che continua sterminata, pagina dopo pagina, e che consente di procedere, di orientarsi solo alla cieca. Di ipotizzare storie, drammi, inconsapevoli gesti azzardati di questi 828 corpi senza un nome. Si chiamano cadaveri “non identificati”. Sono divisi per regione, ma appartengono tutti al lungo rapporto stilato dal Ministero dell'Interno che nel 2007, prevedendo un Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse, ha deciso di dar vita a un elenco che ogni sei mesi viene costantemente aggiornato. Venticinque pagine: data del ritrovamento; luogo; sesso; etnia; colore di occhi e capelli e notizie generiche. I più fortunati hanno una riga scritta su “segni particolari”. Dal 1974, anno in cui si è iniziato a catalogare i corpi, a oggi il rapporto si è allungato giorno dopo giorno, aggiungendo tanti ragazzi di cui nessuno reclama la salma.

Ha tra i 20 e i 35 anni. Anche lui doveva essere in viaggio. È morto dentro un sacco a pelo in un casolare abbandonato di Castellaro, provincia di Imperia. Quasi sicuramente si era intrufolato per ripararsi dal freddo. Nello zaino un vocabolario italiano-spagnolo e una cartina della Francia. Nella tasca, invece, una generosa somma di denaro in dollari e lire. Accanto al corpo decine di fogli scritti con foga. Un diario minuzioso del lungo cammino diviso per giorni. Pensieri, frasi buttate giù di getto per non scordarsi mai delle emozioni passate. La sua storia è stata sigillata ermeticamente in una busta di plastica che forse non verrà più riaperta.

Salerno. Le foglie iniziano a ingiallire. In via Belvedere tutto appare calmo, fino a quando un giovane non viene ritrovato con un cappio al collo. Deve essersi tolto la vita sei o otto mesi prima. In poco tempo si sparge la voce. Nessuno, però, di quel ragazzo “longilineo e con una buona dentatura”, come si legge nel rapporto, sa nome e cognome. Iniziano le ricerche. Le forze dell'ordine cercano di estrarre dal sistema tutte le possibili “candidature” e individuare delle compatibilità con le schede delle persone scomparse. Nulla da fare. Ogni volta che si trova un cadavere la procedura è la stessa. Si cerca la cosiddetta compatibilità con le persone scomparse, analizzando le informazioni contenute nella scheda ante mortem, secondo un indice di valutazione: scarso, sufficiente, discreto, buono e ottimo. Infine il test del Dna.

Nel rapporto sono tanti i giovani che si sono tolti la vita, la maggior parte impiccandosi o gettandosi sotto un treno in corsa. Hanno tra i 20 ed i 35 anni. Difficile comprendere, soprattutto per l'età, perché né parenti né amici si siano rivolti alle forze dell'ordine per far presente la loro assenza. Ed è anche questo uno dei motivi che ha spinto il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense (Labanof) di Milano ad aprire una pagina web. Decine di volti appaiono l'uno accanto all'altro come macabre foto segnaletiche. Alcuni hanno il volto deturpato da ferite o piccoli tagli, altri semplicemente gli occhi del sogno eterno. In alcuni casi si è preferito evitare l'immagine nitida, in altri è stato necessario ricostruire il volto in 3D perché è impossibile mostrare corpi. L'elenco della disperazione arriva in questo caso al 1995. Bisogna cliccare sopra la data di scomparsa per aprire la scheda post mortem. Appare un piccolo elenco dove sono presenti fulminee descrizioni. In alcuni casi le foto degli oggetti che si portavano dietro. Poi niente più. Ma il web ha aiutato. Sopra alcuni volti appare la parola “identificato”. La famiglia ha contattato il laboratorio e, dopo un semplice test del dna, quest'Odissea senza vita è terminata. La Lombardia è la regione che ha applicato per prima un modello organizzativo di circolarità informativa. Poi il “modello Milano” è stato in poco tempo applicato a Toscana e Lazio. E' quest'ultima, con i suoi 223 cadaveri, la regione con il più alto numero di corpi senza un nome.

Il corpo è mummificato. Non ha documenti. Dentro la tasca solo alcuni franchi datati 1910 e il ritaglio di un articolo di giornale del primo aprile 1928. Deve aver percorso miglia e miglia a piedi prima di raggiungere il ghiacciaio lombardo del Scerscen. Sono i test di laboratorio a decifrarne l'età: 23 anni. Il corpo è stato mangiato dal gelo. È rimasto lassù per un tempo indecifrato. Partito da chissà dove, forse Svizzera o Germania. Il viaggio doveva continuare, questo è certo. Con sé aveva dei ramponi, forbicine, guide e cartine per orientarsi. Ma la sua strada è terminata in una cella frigorifera di un obitorio comunale lombardo. Nella busta di plastica, perfettamente catalogata, giace abbandonato quell'articolo del 1928 che potrebbe essere un cimelio di famiglia trascinato con sé di cammino in cammino.

Questi corpi hanno amato, vissuto, calpestato il suolo con le loro storie. Sono stati baciati, abbracciati, stuprati dagli stessi assassini che poi hanno deciso di privare loro di un'identità, magari gettando i documenti. Alcuni si sono consumati le vene con l'eroina, altri hanno deciso di darsi alle fiamme nella speranza di vagare nel tempo senza un nome o un'incisione sulla lapide che decretasse il loro passaggio nel mondo dei vivi.

Ha un unico segno particolare: un tatuaggio con la scritta “Sandra” e due cuoricini grandi quanto la punta di uno spillo. Il suo corpo non è stato reclamato da nessuno, ma quel nome inciso nella pelle, e che le acque del mare non sono riuscite a cancellare, è la prova che qualcuno lo ha amato e che lui a sua volta abbia stretto tra le braccia una ragazza, forse appena ventenne come lui.

È l'11 aprile del 1974. Viene ritrovata a Termoli, un paesino che all'epoca conta poco più di mille e cento abitanti. Non ha denti, se non un molare. Ha poco più di 60 anni, ma stabilire la causa del decesso è impossibile. Potrebbe, però, essere stata uccisa. In 43 anni nessuno è riuscito a dare una risposta. Lei è il cadavere “non identificato” che da più anni giace abbandonata in un obitorio.

Uccisa a soli 17 anni. L'hanno ritrovata in un laghetto dentro un sacco di plastica a Piazzola del Brenta in località Presina. Solo lei ha visto il volto del suo assassino prima di essere gettata come spazzatura. Chi l'ha uccisa, ha deciso che venisse ritrovata con indosso solo un reggiseno nero, delle calze e un perizoma bianco. A coprire il corpo rannicchiato su sé stesso, i lunghi capelli castani. È l'unica minorenne presente. Uccisa di morte violenta, non è riuscita a trovare pace neanche dopo.

Gettata da un'auto in corsa il 23 luglio del 1995. Quando si è schiantata sull'asfalto, il cranio non ha retto l'urto. Il suo corpo, conservato congelato, indica un'età tra i 20 ed i 40 anni. Nessun segno particolare, solo l'ipotesi che sia stata scaraventata fuori dalla vettura durante una feroce litigata.

C'è poi il viaggio della droga finito male. Lei trentenne, rinchiusa in uno scatolone e ritrovata all'interno di un cassonetto in via Vico dei Fregosi, Genova. Sarà solo l'autopsia ad attestare che la morte è sopraggiunta a causa della rottura di un ovulo di cocaina nello stomaco. Chi ha scaricato il suo corpo ha voluto che venisse ritrovata. Sapeva che quello scatolone, lasciato mezzo aperto, non sarebbe passato inosservato.

Enigmi. Storie. Oggetti senza logica. Lo hanno ritrovato in avanzato stato di decomposizione con indosso un pantalone marrone e una t-shirt. In questo caso un nome c'è. Appare in un foglio che porta la scritta “Milan Novotnj ritornare il 22 luglio”. Il nome non appartiene a nessuno. Forse un appunto scritto di fretta o interpretato male ma che comunque, anche in questo caso, non porta a nulla. Riga dopo riga, leggendo il rapporto, a volte, ci si imbatte nel colore blu. Sono i corpi ritrovati in acqua. La cifra complessiva arriva a 221. La maggior parte di loro è accompagnato da una dettagliata scheda. Alcuni sono morti per annegamento, altri gettati per occultarne il cadavere. Non mancano i suicidi. Corpi carbonizzati. In alcuni casi senza arti. Tutti con la loro storia, ma riassunta in piccoli dettagli che aprono tante ipotesi. Come i resti umani rinvenuti nella discarica di Palazzo San Gervasio o quelli di una ragazza ritrovati in un cassonetto dato alla fiamme in via Grande, comune Trescali. Ci sono poi i resti umani. Solo ossa che dicono ben poco ma in alcuni casi lasciati a corrodersi alle temperie insieme agli ultimi oggetti che avevano con sé. E anche qui torna perentorio, asfissiante l'elenco sterminato di dettagli: una parrucca nera; un ciondolo raffigurante il volto di Gesù; un K-Way; una cintura riportante la scritta “Yixiunguo”.

FUNERALE LAICO. SENZA DIRITTI ANCHE DA MORTI!

Il funerale laico? Praticamente impossibile Quante difficoltà per chi muore senza Dio. Un decreto del Presidente della Repubblica del '97 delega ai Comuni l'autonomia per la costruzione delle Sale del Commiato dei non credenti. Ma la legge nella maggioranza dei casi è rimasta inapplicata, scrive Giulia Torlone il 31 maggio 2017 su "L'Espresso". La giornata era calda, quel caldo secco e ventilato tipico di una mattina di luglio in montagna. Margherita ricorda così l'ultimo saluto che ha dato alla madre, una mattina estiva nel paese abruzzese di montagna dal quale lei e la sua famiglia hanno origine. «Mia madre ha vissuto un'intera vita da laica, avrei mai potuto non rispettare il suo modo di vivere in occasione della sua morte?». Per farlo Margherita ha dovuto organizzare un funerale direttamente al cimitero, all'aperto, perché spazi alternativi per celebrare sua madre non ce n'erano. Una cerimonia tra amici e parenti, le poesie di Alda Merini, i ricordi ad alta voce per farsi forza a vicenda in un momento di inevitabile sofferenza. «Al di là di tutto, posso dire di essere stata fortunata, nonostante il dolore che provavo per la perdita di mia madre. E' morta in una giornata d'estate, rendendo più semplice a me e a tutta la famiglia la realizzazione del suo funerale. Abbiamo organizzato una piccola cerimonia direttamente al cimitero, con l'aiuto di un mio amico celebrante dell'UAAR (Unione degli Atei, Agnostici e Razionalisti, ndr). L'abbiamo ricordata come avrebbe voluto, tra poesie e ricordi di famiglia. Alla fine le abbiamo dedicato un brindisi, al tramonto, verso la vallata che guarda ad ovest». Sembra paradossale che Margherita si consideri fortunata ma in realtà è davvero così. Perché in pieno inverno, o con la pioggia, questa cerimonia non avrebbe potuto farla. Il comune non mette a disposizione sale per poter svolgere funerali laici. E probabilmente Margherita sarebbe stata costretta a ricordare la madre in chiesa, in mancanza di un'alternativa valida che le permettesse di rispettare le convinzioni che sua madre aveva espresso in vita. Secondo le stime di GFK-Eurisko e Eurispes, la percentuale di atei e agnostici in Italia è di circa il 19 per cento della popolazione: circa undici milioni di non credenti. Ma lo Stato italiano, in cui è principio supremo la laicità, rende difficile, quando non impossibile, svolgere funerali aconfessionali.

I funerali laici in Italia. Lo svolgimento dei funerali è normato, in Italia, dal DPR 285/90. Più volte il testo è stato oggetto di circolari interpretative e in alcuni casi è stato superato con nuovi provvedimenti di legge, tra cui quello che consente la cremazione del defunto. Il Decreto del Presidente della Repubblica del 14 gennaio 1997 che regola i requisiti strutturali e organizzativi di base per l'esercizio delle attività sanitarie a cui devono sottostare le strutture pubbliche e private, ha introdotto un elemento nuovo: nei requisiti minimi compare la voce di «istituire una sala per le onoranze funebri al feretro». Peccato che quest'ultimo intervento sul Servizio Mortuario sia, nella maggior parte dei casi, rimasto inapplicato dai Comuni. Per sopperire a questa mancanza, il 21 novembre 2011 è stata presentata da 53 deputati una proposta di legge attraverso la quale si chiedeva l'obbligo di istituire delle 'case funerarie', anche all'esterno del cimitero, in ogni comune per celebrare i funerali civili. Prima firmataria della proposta Gloria Buffo, tra gli altri figurano Giuliano Pisapia e Roberta Pinotti, attuale Ministro della Difesa. «Il commiato deve essere solenne e con una cornice adatta, qualunque sia la confessione del defunto. È un dovere della collettività» spiega all'Espresso Gloria Buffo, oggi non più deputata e appartenente a Sel, che difende con orgoglio la proposta portata in Parlamento per donare un ultimo saluto dignitoso a chi si professa ateo. Nel redigere il suo disegno di legge non ha trovato resistenze da parte dei parlamentari, ma confessa di non aver avuto quella «forza d'urto convincente» per far approdare la sua proposta sotto gli occhi del Governo. «La mole dei disegni di legge per ogni legislatura è immensa. Quando si parla di diritti civili, se non si ha pelo sullo stomaco e una determinazione a farsi ascoltare, i temi restano secondari nell'agenda governativa. Io questa forza non l'ho avuta e il disegno di legge è finito nel buio». Su proposta del Ministro della Salute Sirchia, nel 2003, il Consiglio dei Ministri decise di presentare un disegno di legge in Parlamento per disciplinare l'attività funeraria. Nel febbraio 2005 la Camera approvò il decreto ma, una volta al vaglio del Senato, non si tramutò in legge entro il termine della legislatura. Da quel giorno il provvedimento è lettera morta, nel silenzio generale. «Il paradosso è che non servirebbe neanche fare una legge apposita, il regolamento c'è già. Solo che non si applica» spiega Adele Orioli, responsabile delle iniziative legali e portavoce dell'associazione UAAR. In effetti già il testo 285 del 1990 e il successivo del 1997 delegavano ai Comuni la stesura di un Regolamento comunale di polizia mortuaria, volto a disciplinare la materia sul proprio territorio. Molti comuni però, nonostante il regolamento parli chiaro, non hanno messo a disposizione alcun luogo per le commemorazioni civili. Così il commiato laico nel nostro Paese resta un diritto censuario. Basti pensare alle camere ardenti, solenni e bellissime, messe a disposizione dai Comuni per politici, intellettuali, attori. Da Berlinguer a Calvino, per citare esempi più datati, fino ad arrivare a Carmelo Bene, Nilde Jotti, Indro Montanelli, Dario Fo, Umberto Veronesi e Valentino Parlato. Chi ha un nome importante in vita, muore dignitosamente e con rispetto delle proprie volontà.

Peccato che per i laici comuni un posto per essere ricordati fedelmente al proprio essere, nella maggior parte dei casi, non ci sia. Il punto centrale della questione è l'impossibilità all'autodeterminazione e questo deficit è tutto italiano. Nel resto d'Europa, i funerali laici sono all'ordine del giorno. In Svezia o in Finlandia la laicità è il cardine su cui si fonda la convivenza civile, niente dogmi imposti dall'alto. «Nel nord Europa esiste addirittura una 'cresima laica'. Un momento in cui un giovane diventa maturo, entra a far parte della società. Per questo si festeggia» racconta Adele Orioli. Lei stessa dal 2009 è diventata celebrante laica dopo essersi formata con la Federazione Umanista Europea, e tra i tanti matrimoni ha celebrato anche alcuni funerali. La richiesta è sempre maggiore e i luoghi continuano ad essere sempre troppo pochi, o inospitali. A Roma ci sono tre sale del commiato a disposizione, da prenotare rivolgendosi agli uffici comunali preposti. Una è quella del Tempietto Egizio, al Verano; ce n'è poi un'altra nel cimitero di Prima Porta, adiacente all'area per la cremazione e l'ultima si trova a Ostia. Il Tempietto Egizio è una sala suggestiva, purtroppo però è piccola e sorge di fianco al cimitero dei bambini, aggiungendo dolore al dolore. La sala nel cimitero Prima Porta è più grande, peccato che ci piova dentro. Nei comuni più piccoli non solo non esiste alcun luogo per svolgere le commemorazioni laiche a un defunto, ma c’è anche di più: in alcune zone d’Italia persiste un regolamento così datato che obbliga il feretro a percorrere il tragitto più breve tra l’obitorio (o l’abitazione) e la chiesa dove si intende svolgere il funerale. In caso di assenza di quest’ultimi, il regolamento obbliga a recarsi direttamente al cimitero. Nessun luogo di passaggio per il commiato, infrangeresti la legge. «Per dare disponibilità ai nostri clienti di un servizio completo, abbiamo creato nella nostra struttura una sala per i non credenti». Al telefono c’è il giovane Taffo, della famiglia proprietaria di sei pompe funebri tra Abruzzo e Lazio. La sede principale è a L’Aquila, dove il comune ha fatto orecchie da mercante sul dotarsi di una sala del commiato. «Non posso mostrare numeri, perché non li ho, ma la percentuale di richieste per funerali aconfessionali credo che non sfiorerebbe neanche l’uno per cento, noi ne riceviamo pochissime. Anche io ho un amico ateo, con famiglia altrettanto non credente, che alla morte del padre ha scelto il funerale in chiesa. Si sa come siamo in provincia, la scelta di un funerale religioso è più facile». La facilità delle celebrazioni religiose è indubbia, perché è consuetudine. In chiesa però solitamente per fare il funerale si fa un'offerta, in alcuni casi consistente. Nella sala del commiato, qualora ce ne fossero a disposizione, sarebbe gratuito, perché si tratta di uno spazio comunale e dunque creato per la collettività. È più facile svolgere celebrazioni appartenenti a religioni minoritarie, perché qualunque confessione mette a disposizione i propri spazi. Dalla Chiesa Valdese ai riti ebraici, i fedeli hanno la possibilità di contare sulla propria comunità. Anche le pompe funebri, con i propri carri che hanno simboli religiosi removibili e dunque sostituibili, sembrano aver capito come il mondo si evolva e necessiti di essere sempre più inclusivo.

Bologna, con la sua "Sala d’attesa" del cimitero monumentale della Certosa è un esempio emblematico. Chiusa al pubblico a causa dei danni provocati dal terremoto emiliano del 2012, è stata riaperta arricchita dall'allestimento artistico di Flavio Favelli intitolato "Sala d'Attesa". Prima dell'intervento lo spazio si presentava disadorno, privo di attrezzature adeguate ad accogliere persone che si ritrovano ad affrontare momenti di particolare dolore. La sala ora è illuminata da 25 lampadari di cristallo appesi a una struttura portante in ferro. Le panche a gradoni, quasi un anfiteatro, accolgono il pubblico. Milano invece è stata la prima città italiana a dotarsi di un luogo per le esequie laiche, nel 2002. Si tratta del Tempio Civile realizzato all’interno del cimitero di Bruzzano. In ogni caso in cui sia sorta una sala del commiato, il merito è stato delle pressioni dell’opinione pubblica sul proprio comune d’appartenenza, di cui spesso l’UAAR si è fatta portavoce e ha dato battaglia per far ascoltare le istanze dei cittadini. Firenze mette a disposizione una stanza di Villa Vogel, aperta solo nei giorni feriali. Le cerimonie devono conciliarsi con gli uffici presenti all’interno della struttura.

La cerimonia laica è costruita su misura della persona da ricordare. Si ascolta la famiglia e si organizza un momento che possa rappresentare fedelmente il defunto. Da qualche anno, l’UAAR mette a disposizione dei celebranti che prendono in carico l’organizzazione e lo svolgimento della cerimonia. Una grande conquista, per donare alla cerimonia quel senso di solennità che merita. Ci vuole un gran coraggio a guardare in faccia il dolore di persone estranee e tentare di tirarne fuori il bello che c’è. Adele Orioli ci riesce e ce lo racconta. Parla di un ragazzo di trentadue anni, morto dopo una lunga malattia. «Era una persona atea, ai limiti dell’anticlericale». E racconta di una cerimonia particolarmente intensa, costruita attraverso le canzoni rock che il ragazzo amava di più. «Costruisco la cerimonia nella maniera più fedele alla persona defunta, perché possa essere un momento intimo e personale. Parlo con la famiglia, ricerco le parole giuste, senza forzature da cerimonia preimpostata». Un momento personale, diverso da una cerimonia religiosa con i suoi dettami, può diventare anche un momento di riscatto. Quello che spesso si è aspettato per un’intera vita. È il caso di Aiché Nana, ballerina e attrice famosa per il suo spogliarello nel locale romano Rugantino, che ispirò a Federico Fellini una celebre scena de La Dolce Vita. La stampa le ha attribuito per anni, erroneamente, la nazionalità turca. Affezionata alla sua terra, l’Armenia, ha avuto grazie a sua figlia una cerimonia funebre fatta di canzoni, di letture e abiti armeni. Per dimostrare chi era stata, di quale storia fosse figlia. Così, in Italia, l'ateo è costretto a lottare per ottenere un diritto che oltre i nostri confini è rispettato e tutelato. Quello di un fine vita dignitoso, arrivando per proprio conto lì dove lo Stato non vuole guardare. E se nel nostro Paese meritano dignità e diritto all’esistenza chiunque pratichi qualsiasi culto, è il momento che lo Stato rispetti ugualmente chi non ne possiede alcuno.

LA GERMANIA: AL DI LA' DEI LUOGHI COMUNI.

Uno scandalo infinito: Deutsche Bank nei guai anche per riciclaggio. Per l'accusa la banca ha aiutato i clienti a spostare denaro sporco in paradisi fiscali, scrive Rodolfo Parietti, Venerdì 30/11/2018, su "Il Giornale". Nel suo poco invidiabile palmarès, fitto-fitto di magheggi contabili, manipolazioni di vario genere e sanzioni miliardarie, adesso Deutsche Bank aggiunge anche l'accusa di riciclaggio di denaro. Notificata ieri nel corso delle perquisizioni compiute da 170 agenti nelle sedi dell'istituto a Francoforte, Eschborn e Gross-Umstadt. L'ennesimo scandalo che vede coinvolta la prima banca tedesca, costato subito al titolo una picchiata del 3,5%, è legato all'inchiesta dei Panama Papers: gli inquirenti sono convinti che Deutsche «abbia aiutato alcuni clienti a creare società off-shore nei paradisi fiscali» allo scopo, appunto, di lavare il denaro sporco. Quattrini di origine criminale, fatti transitare da due dipendenti e da «altri responsabili del gruppo non ancora identificati» su svariati conti di DB senza notificare nulla alle autorità di vigilanza. La contestazione si basa infatti anche sulla mancata segnalazione di un «sospetto di riciclaggio nei confronti delle società offshore responsabili di frode fiscale prima dell'emersione nell'aprile 2016 dello scandalo Panama Papers». E ciò malgrado la banca avesse a disposizione, secondo l'accusa, «elementi sufficienti fin dall'inizio del rapporto tra la banca e questi clienti» per stabilire la provenienza illecita del denaro. Nel corso del solo 2016, in particolare, una filiale di Deutsche Bank nelle Isole Vergini britanniche avrebbe preso in carico «più di 900 clienti con un volume d'affari di 311 milioni di euro». «Noi eravamo convinti di aver già trasmesso alle autorità tutte le informazioni più rilevanti in merito ai Panama Papers», ha dichiarato DB in una nota, aggiungendo nondimeno che «coopereremo pienamente con gli inquirenti». L'Italia è coinvolta nell'inchiesta? «Non ne so nulla», ha detto il chief country officer di Deutsche Bank Italia, Flavio Valeri. L'ennesima tegola giudiziaria arriva nel momento in cui l'istituto di Francoforte affronta indagini relative al suo ruolo nel riciclaggio di denaro presso la filiale estone della Danske Bank. Secondo gli inquirenti, oltre 230 miliardi di dollari, prevalentemente di provenienza russa, sarebbero transitati dalla filiale estone dell'istituto danese per un circuito che girava dal colosso di Francoforte (ma anche da JP Morgan e Bank of America) per uscirne immacolati. Circa 150 miliardi di dollari sarebbero passati da DB. Gli ultimi dieci anni del colosso tedesco del credito sono del resto costellati da una serie di ripetute grane. Dalla crisi del 2008, la banca ha accumulato circa 18 miliardi di dollari di multe. Oltre alle vicende tossiche dei mutui subprime che erano già costate alla banca 1,3 miliardi di dollari nel 2013, l'istituto di Francoforte è stato implicato nella manipolazione del tasso interbancario Libor e delle quotazioni dei metalli preziosi, nella violazione delle sanzioni Usa contro Iran, Libia e Siria e, più recentemente, nell'affaire Ex-Cum riguardante i guadagni illeciti ottenuti dai dividendi.

Deutsche Bank, l'inchiesta per riciclaggio: aiutava i clienti a creare conti off-shore? Scrive il 30 Novembre 2018 Libero Quotidiano". Oltre 170 agenti hanno perquisito ieri mattina sei sedi della Deutsche Bank, prima banca tedesca per masse gestite. Secondo gli inquirenti, il gruppo bancario avrebbe aiutato i propri clienti a «creare società off-shore in paradisi fiscali» con l'obiettivo di riciclare capitali di provenienza criminale. Le indagini prendono avvio dai Panama Papers, documenti che contenevano le prove di una maxi evasione fiscale. L' accusa, per il momento confinata a due dipendenti, potrebbe allargarsi a macchia d' olio, coinvolgendo a vari livelli la dirigenza dell'istituto. Infatti non solo Deutsche Bank avrebbe fornito assistenza a chi voleva ripulire i propri soldi, ma avrebbe anche chiuso un occhio sul quel transito di denaro: nessuna denuncia è stata fatta alle autorità. Sembra evidente allora che ci siano delle complicità trasversali ancora da accertare, come confermato del resto dagli inquirenti quando parlano di «altri responsabili del gruppo non ancora identificati». Le somme sono considerevoli. Solo nel 2016, una società legata alla banca con sede alle Isole Vergini, avrebbe gestito 900 clienti per un volume d' affari di 311 milioni di euro. Questo è solo l'ultimo fronte aperto sul versante giudiziario per la Deutsche Bank, già multata dagli Usa nel 2015 per aver truccato il tasso Libor, e ora sotto accusa per lo scandalo di riciclaggio che coinvolge la danese Danske Bank.

La verità dietro i numeri su lavoro e reddito in Germania. Salari bassi, polarizzazione economica, aiuti sociali: la disoccupazione cala, ma aumentano indigenza e diseguaglianze. E il Quantitative easing della Bce aiuta solo i ricchi, scrive Stefano Casertano il 17 novembre 2018 su Lettera 43. Siamo abituati a pensare alla Germania come al paradiso dei lavoratori salariati, ma la realtà è ben diversa da quello che raccontano le statistiche. Non che esse mentano: è vero che la quota di disoccupazione è appena al 5,3%, dopo aver toccato un massimo dell’11,7% nel 2005. Solo che 3,7 milioni di lavoratori percepiscono uno stipendio inferiore ai 2 mila euro lordi al mese, pari a circa 1.600 euro netti al mese; e in totale sono 8 milioni i tedeschi che percepiscono una qualche forma di assistenza sociale: uno su 10. La marea di lavoratori a basso salario si lascia individuare da un altro numero: il 17,7% di questi 8 milioni è impiegato a tempo pieno, con una differenza spaventosa tra l’Est e l’Ovest. Nell’ex Ddr il 31,2% delle persone che ricevono sussidi ha un lavoro a tempo pieno. Non sono così servite a molto le politiche di apertura “socialdemocratica” dei governi guidati dalla cancelliera Angela Merkel: il salario minimo portato a 8,84 euro l’ora non riesce ad arginare la valanga. Il 19% dei tedeschi, secondo uno studio dello Statistisches Bundesamt, è a rischio povertà. La media dell’Unione è del 22,5%, ricomprendendo tutti i territori più svantaggiati come la Grecia e il Meridione italiano. Quanto sta avvenendo in Germania è frutto delle politiche di riforma socialdemocratiche degli Anni 2000. Per affrontare la crisi economica impellente nel Paese, l’allora cancelliere Gerhard Schröder varò una serie di misure che comprendevano l’abbattimento delle aliquote fiscali per i più ricchi, il congelamento di fatto dei salari, e la diminuzione dei sussidi fiscali. Queste misure hanno avuto il merito di collocare la Germania nel nuovo profilo globalizzante di stampo asiatico: ridurre i costi del lavoro per offrire produzioni di alta qualità ed entrare così nei mercati orientali. È normale conseguenza dei disegni economici orientati alle esportazioni che la ricchezza si polarizzi, perché va a premiare i detentori del capitale rispetto ai lavoratori salariati. La ripresa tedesca da allora, con il benestare della nuova amministrazione targata Cdu, è stata però tremendamente diseguale. Il reddito medio delle famiglie appartenenti al 40% meno abbiente della popolazione è diminuito del 7% tra il 1999 e il 2015, mentre il 10% dei più ricchi ha visto il proprio reddito incrementare del 20% nello stesso periodo.

CRESCE LA "SEGREGAZIONE SOCIALE". È pur vero che parte del fenomeno è dovuta alla nuova immigrazione e al fatto che più donne partecipano al lavoro (e guadagnano meno dei colleghi maschi). Ma è innegabile come le statistiche da record sulla disoccupazione nascondano un malessere ormai endemico, in quanto strettamente legato al concetto economico vincente. Oltre ai numeri, il problema è che la differenza sta creando nuove società separate che con difficoltà potranno essere unite di nuovo. Uno studio del berlinese Wissenschaftszentrums Berlin für Sozialforschung ha rilevato che la “segregazione sociale” è cresciuta nell’80% delle città tedesche tra il 2004 e il 2014. A ciò si aggiunge il problema della qualità del lavoro: la frammentazione dei diritti contrattuali, in favore del lavoro atipico, costringe a uno stile di vita molto diverso dal passato. Si prendano i casi di burn out: la cassa medica Aok (una delle più grandi) ha rilevato come nel 2004 otto persone su 1.000 si erano dovute allontanare dal lavoro per sfinimento, mentre nel 2015 sono state 101. Anche i casi di depressione sono aumentati considerevolmente, nonostante una battuta d’arresto tre anni fa. Si sta creando di fatto una nuova nobiltà industriale nella quale le 45 famiglie tedesche più ricche posseggono lo stesso patrimonio del 10% dei tedeschi meno abbienti. Il primo 5% dei tedeschi più ricchi detiene il 51,1% del patrimonio. È forse la normalità: laddove si concentra il potere industriale, l’industria crea estrema ricchezza. Eppure, è innegabile che si stia tornando a livelli da romanzo della famiglia Mann. L’aspetto più preoccupante è l’impossibilità di attuare contromisure. A livello europeo, la politica dei tassi negativi applicati dalla Banca centrale (rifinanziamento a -0,4%, stabile dal 2016) non ha più modo di stimolare la crescita in maniera equilibrata per tutta la popolazione, proprio perché la struttura economica e sociale non è in grado di distribuire adeguatamente il credito. In tempi normali, un tasso simile porterebbe a livelli d’inflazione spaventosi, soprattutto dopo un periodo di tempo lungo (era il 2009 quando i tassi Bce scesero sotto l’1%). Nel caso tedesco, il credito non stimola l’inflazione perché va a beneficio delle operazioni industriali più grandi e degli investimenti immobiliari, creando ancora maggiori disparità di reddito.

AFD E VERDI CALAMITANO GLI SCONTENTI DELLA CDU. Non è quindi un caso se 1 milione di famiglie tedesche siano minacciate dalla povertà a causa dei costi degli affitti in aumento. Il rilevamento è della Sozialverband Deutschland, ente di rappresentanza socio-politica. Non è neanche un caso che i prezzi di acquisto degli immobili aumentino anche del 10% l’anno nelle grandi città. Si è tentato di porre un freno agli aumenti con una misura definita, per l’appunto, “Freno agli affitti” (Mietbremse), sorta di equocanone in derivazione teutonica, ma è servito a poco. Tutto questo rappresenta una minaccia per la stabilità politica della Cdu. I land meno abbienti sono andati verso la destra di Alternative für Deutschland, mentre in Baviera (e sembra in altre parti dell’ex Germania Ovest) stanno guadagnando terreno i Verdi. In altre parole, la gente è stanca della Cdu, ma non può andare verso i socialdemocratici perché essi hanno riformato la Germania in questo modo. Se poi il governo attuale è Cdu-Socialdemocratico, il calcolo della fine politica di Angela Merkel è fatto.

“Io, ingegnere di 63 anni in cerca di lavoro. La Germania non è il paradiso e gli italiani qui sono spesso ai margini”. Lino, con la crisi del settore delle costruzioni, si è ritrovato a piedi e non più giovane. Ha figli e famiglia e così ha deciso di andare a Stoccarda. Lì, però, "dicevano anche che ero troppo qualificato o che non potevano offrirmi un posto adeguato". Quindi si è spostato in Francia dove "conta più il saper fare che il peso dell’età", scrive Silvia Bia il 15 giugno 2018 su "Il Fatto Quotidiano". Rimettersi in gioco dopo aver perso il lavoro, cercando fortuna all’estero proprio come fanno i giovani, quelli che in Italia vengono chiamati “cervelli in fuga”. E farlo quando l’età non è più quella della laurea o di un primo impiego, ma comincia ad avvicinarsi a quella del pensionamento. È ciò che ha fatto Lino, ingegnere italiano di 63 anni che dopo la liquidazione dell’azienda in cui lavorava e dopo aver cercato invano una nuova occupazione in Italia sempre come ingegnere, si è trasferito a Stoccarda, in Germania, investendo su corsi di lingua e master professionalizzanti. La sua esperienza però non è andata a lieto fine, tanto che successivamente ha ripiegato sulla Francia dove, a suo dire, “conta più il saper fare che il peso dell’età”. Anche per questo motivo il nome che utilizziamo per raccontare la sua storia è di fantasia, per salvaguardare la sua famiglia e non pregiudicare la sua ricerca di una nuova occupazione. “In Germania ho inviato tanti curriculum e mi sono arrivate molte risposte: mi facevano i complimenti, ma dicevano anche che ero troppo qualificato o che non potevano offrirmi un posto adeguato – spiega Lino a ilfattoquotidiano.it -. La verità è che la Germania non è l’El Dorado che raccontano. Gli italiani qui sono spesso ai margini della società. Chi pensa di trovare fortuna ma non ha una qualifica, viene sfruttato. Magari guadagna 1500 euro lordi al mese, ma deve pagare circa 500 euro in tasse se non ha nessuno a carico, e una stanza, se la trova, può costare anche 500 euro in nero. Insomma, vivacchia, più che vivere”. Per i giovani magari ci sono delle opportunità, ma questo, sottolinea Lino, è “perché in Italia non avevano un lavoro o erano precari. Ma per chi ha creato qualcosa e vuole andare avanti, non è possibile accettare queste condizioni. La lingua poi è un muro e non è facile parlare un tedesco adeguato al livello di un lavoro specialistico”.

In Germania chi pensa di trovare fortuna ma non ha una qualifica viene sfruttato. Lino è a tutti gli effetti un “cervello in fuga” anche se over 60, come dimostra il suo curriculum, che oltre a una laurea in ingegneria civile e vari master di specializzazione, vanta la conoscenza di cinque lingue e ruoli apicali in diverse imprese, con lavori perfino in Africa, fino all’incarico di direttore tecnico in una grossa impresa di Bergamo dal 2005. Con la crisi del settore delle costruzioni e dei lavori autostradali però l’azienda va in concordato preventivo e poi in liquidazione, e Lino si ritrova a piedi, non più giovane, prima in cassa integrazione e poi in mobilità. Tuttavia non si perde d’animo: ha una famiglia, dei figli, il bisogno di lavorare. Con il concorso vinto negli anni Novanta, comincia a fare il docente nelle scuole superiori, oltre a dei piccoli lavori di consulenza, almeno per non stare fermo e interrompere la mobilità. “Tutto diventa enormemente più difficile per chi ha superato i 50 anni o peggio per chi come me in mobilità ha superato i 60 e deve aspettare i 68 per avere una pensione che non sarà più adeguata. Ma nel frattempo cosa si fa? I mutui, la famiglia? – si chiede Lino -. Nel mio caso mi hanno detto che costo troppo, ma io ho cercato anche lavori di livello inferiore, l’importante era lavorare”. In Italia, nonostante il curriculum, l’unica opportunità che si è presentata a Lino è stata quella dell’insegnamento. Una soluzione tampone, che però non può durare per molto. “Il settore costruzioni è completamente fermo, per persone come me qui non c’è mercato, le aziende cercano i giovani per sfruttarli, oppure attendono di vincere un appalto per assumere personale. Ho anche pensato di tornare in Africa, ma poi alcuni conoscenti e colleghi mi hanno parlato della Germania, mi hanno detto che poteva esserci possibilità per figure come me e che avrei potuto lavorare nel settore della bioedilizia”.

Quello che ho notato è che gli immigrati, anche quelli più istruiti, occupano posizioni ben al di sotto delle loro capacità e delle loro qualifiche. Così Lino a fine giugno 2017 si trasferisce a Stoccarda, dove frequenta un corso di tedesco per livello B1 e B2, seguito da un minimaster dell’Accademia ingegneri per conoscere il sistema delle costruzioni tedesco. Tutto questo però non è bastato a inserirsi nel mercato del lavoro: “Pensavo di essere avvantaggiato dalla conoscenza di altre lingue – continua – ma anche per posizioni di minore responsabilità occorre parlare e scrivere in tedesco in modo perfetto, ci vorrebbero anni anche per un giovane. E quello che ho notato è che gli immigrati, anche quelli più istruiti, occupano posizioni ben al di sotto delle loro capacità e delle loro qualifiche”. La Germania, insomma, non è il paradiso del lavoro, e questo nonostante il boom del settore costruzioni, che rispetto all’Italia è molto attivo e ha progetti di sviluppo per i prossimi decenni. “In Germania ci sono tantissimi italiani, ma non solo giovani – racconta Lino -. Sono le generazioni venute negli anni ’60 e ’70 ed ora in pensione oppure persone che in Italia avevano un lavoro qualificato, dirigenti o ex imprenditori falliti che hanno perso tutto. Si vergognano di rimanere nel proprio paese, che non li aiuta, di farsi vedere disoccupati o falliti. Allora vengono qui, e accettano qualsiasi lavoro, anche i più umili, pur di fare qualcosa”.

Lino però ha deciso di non accontentarsi, quindi ad aprile ha fatto di nuovo le valigie ed è partito per la Francia. “In Germania avevo la possibilità di fare il postino nell’attesa di imparare meglio il tedesco, ma con che prospettive avendo una famiglia alle spalle? Se fossi stato giovane sarei rimasto, ma non posso, mi sono sentito svilito”. La rabbia però, riguardando il suo percorso, c’è ed è tanta. Verso i falsi miti della Germania, ma soprattutto verso il suo paese, l’Italia: “L’Ufficio del lavoro in Italia è semplicemente inutile, un carrozzone economico che serve solo a chi ci lavora dentro se paragonato alle analoghe agenzie del lavoro degli altri paesi europei più civili. In Germania come in Francia, gli equivalenti centri per l’impiego forniscono servizi che in Italia sono impensabili, come un consigliere che guida nella ricerca del lavoro, corsi di formazione e minijob di 450 euro mensili che poi possono essere integrati con l’aiuto dello Stato. In Italia non esiste nemmeno un sito internet strutturato adeguatamente”. Il dito è puntato anche verso lo stato delle cose in Italia: “Nel Nord Europa ci sono progetti di sviluppo fino al 2030, nel nostro paese è tutto fermo, le grandi imprese di costruzione italiane fatturano il 90 per cento all’estero. E così i migliori imprenditori del made in Italy falliscono o vanno oltreconfine”.

Dalla politica alla birra, dalla filosofia al calcio: Italia-Germania, storia di amore e odio. Dietro i luoghi comuni e gli sfottò reciproci, c’è un legame secolare ormai inestricabile. Fatto di cultura, arte, filosofia. E pallone, scrive Gianfranco Turano il 21 settembre 2017 su "L'Espresso". Il luogo comune fra Italia e Germania è una nazione europea a parte. Meriterebbe un inno, una capitale e una bandiera. Loro sono quelli del surplus commerciale. Noi quelli del debito. Loro sono disciplinati e prevedibili. Noi caotici ma fantasiosi. Loro sono quelli che il calcio si gioca in undici e alla fine vincono i tedeschi, salvo quando incontrano gli azzurri (1970, 1982, 2006, 2012). Loro e noi usiamo le parole “italiano” e “tedesco” sia in senso di elogio sia in senso di offesa. In termini storici siamo le grandi nazioni più recenti dell’Europa occidentale. Quando Francia, Spagna, Portogallo e Gran Bretagna erano imperi, noi eravamo accozzaglie di staterelli, con l’eccezione del Mezzogiorno unito dai Borboni e dalla cultura filosofica tedesca imposta dalla Santissima Trinità dell’idealismo Schelling-Fichte-Hegel. Secondo il livello culturale, l’Italia per la Germania è il paese dove fioriscono i limoni (Johann Wolfgang Goethe), della morte a Venezia di Thomas Mann e degli amori di Arthur Schopenhauer. Oppure sono le pensioni romagnole dello slogan “carbonara e una coca cola”, tormentone demenziale del gruppo tedesco Spliff datato 1982. Nel testo in italiano maccheronico, o forse crautesco, noi siamo il paese delle Brigate (sic) Rosse e della Mafia, dove regnano i gelati Motta e «la distruzione della lira»: lo sfascio valutario come vocazione etnica. Noi per loro siamo viaggio e divertimento. Loro per noi sono il lavoro che da noi non c’era, le fabbriche di un secondo dopoguerra dove noi e loro avevamo da farci perdonare le atrocità dell’Asse nazifascista, rimpiazzato dal binomio democristiano ed europeista fra Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer. L’Italia del boom cresce con le rimesse degli emigranti, quando gli africani eravamo noi. Si diverte con i passi di danza delle gemelle Kessler da Nerchau, Sassonia, e sogna la brandeburghese Solvi “chiamami Peroni” Stubing, scomparsa lo scorso luglio a Roma. Poi arrivano gli anni Settanta e Ottanta, il terrorismo e la strategia della tensione nei due paesi chiave per la dialettica dei blocchi est-ovest. Sono gli anni segnati dal motto di spirito di Giulio Andreotti («Amo tanto la Germania che ne preferisco due»), spazzato via dalla riunificazione. Da lì in avanti, è cronaca. Oggi il borsino dell’amore-odio italotedesco è in rialzo dopo il gelo provocato dalla raffinata definizione berlusconiana della cancelliera Angela Merkel. Tutto perdonato. Le relazioni fra Italia e Germania hanno superato ben altre tempeste. Dimenticare è l’unica via. Loro sono il nostro lasciapassare in sede europea. Noi, con la nostra incapacità di attenerci ai parametri sul deficit, siamo il loro alibi per sfondare le prescrizioni sulla bilancia commerciale e per vendere macchine migliorate dalla componentistica del Lombardo-Veneto. La Germania è il primo partner dell’Italia nelle importazioni e nelle esportazioni con un interscambio record di 112,1 miliardi di euro nel 2016 (52,7 di export verso la Germania e 59,4 di import dalla Germania). I francesi, nonostante i loro raid, sono secondi a grande distanza (76,4 miliardi) e gli Usa terzi con volumi più che dimezzati (50,8 miliardi). Ma il gioco dell’ipocrisia non serve solo ai profitti e alla ripresa economica. L’Europa siamo noi. Anche altri. Ma noi più di altri e forse proprio perché per secoli, mentre gli altri si avventuravano in Africa o in Asia, noi rimanevamo con i nostri limoni e crauti, con la Cappella Sistina e il mondo come volontà e rappresentazione. E ormai è chiaro. Noi significa noi insieme con loro.

Tedeschi a parole italiani nei fatti. Clientelismo e corruzione vanno di moda anche a Berlino. Il salvataggio delle banche con i fondi dello Stato. E il cartello tra i big dell’auto. Il rigore teutonico vale per tutti, non per la Germania. Qui il familismo amorale di stampo italiano la fa da padrone: «Hanno pensato a salvare se stessi per poi diventare rigoristi a spese altrui», scrive Vittorio Malagutti il 21 settembre 2017 su "L'Espresso". Le cronache raccontano che nell’estate del 2007, all’alba della crisi finanziaria destinata a frantumare certezze e bilanci dell’Occidente, la prima banca che implorò l’intervento pubblico per evitare il crack fu la tedesca Ikb, seguita di lì a poco dalla connazionale Sachsen LB. Da allora, secondo i calcoli più recenti, il governo di Berlino ha mobilitato quasi 200 miliardi di fondi statali per salvare il sistema creditizio del Paese: da colossi come Commerzbank fino alle Sparkasse locali, travolte da un decennio e più di cattiva gestione, tra speculazioni azzardate e prestiti a rischio. L’esatto ammontare degli aiuti di Stato alle banche tedesche è da tempo oggetto di dibattito tra gli analisti. C’è chi è arrivato a calcolare, sommando al totale anche le garanzie e le linee di liquidità temporanee, un impegno complessivo superiore a 400 miliardi di euro. Prendendo per buona la cifra di 200 miliardi si arriva comunque a un esborso complessivo pari all’incirca al 7 per cento del prodotto interno lordo tedesco. Uno sforzo colossale per la più forte economia del continente che, come ha scoperto a sue spese, era sostenuta da un sistema bancario fragile e molto spesso corrotto. La crisi delle Landesbank, paragonabili alle nostre casse di risparmio, è stata amplificata da un sistema di clientele e favoritismi cementato dalla presenza di esponenti politici nei consigli di amministrazione degli istituti, nel cui capitale sociale erano (e sono) rappresentati in forze gli enti pubblici locali. Questa miscela esplosiva di corruzione e campanili ricorda molto quanto è successo nei film dell’orrore nostrani, dall’Etruria alle Popolari venete, fino a Banca Marche. Nelle crisi delle banche regionali tedesche il rigore teutonico si è appannato fino a somigliare molto al familismo amorale di marca italiana. E qualcosa di simile pare sia successo anche nel caso del presunto accordo di cartello tra le grandi case automobilistiche tedesche, Volkswagen, Mercedes e Bmw. I colossi delle quattro ruote avrebbero imbrogliato il mercato stipulando intese segrete con l’obiettivo di contenere i costi e aggirare le normative. Comprese, per fare un esempio, anche le regole sulle emissioni dei motori diesel, già al centro di indagini e di super multe (14,7 miliardi di dollari a Volkswagen negli Usa) su entrambe le sponde dell’Atlantico.

Anche nell’alto dei cieli talvolta Italia e Germania condividono vizi comuni. Saranno gli aiuti di Stato, quelli del governo tedesco, a evitare la chiusura di Air Berlin travolta dalle perdite. Proprio come è successo solo pochi mesi fa con l’Alitalia, salvata, per la terza volta in dieci anni, con il decisivo contributo delle casse pubbliche. Cambia solo l’entità del finanziamento statale: 600 milioni per la società tricolore e 150 per quella germanica. Insomma, un doppio salvataggio sull’asse Roma-Berlino. Con buona pace dei tedeschi di Lufthansa, che nel 2014 partirono all’attacco dei concorrenti italiani, con tanto di denuncia alla Commissione di Bruxelles, quando il governo di Enrico Letta scongiurò il crack di Alitalia agevolando l’ingresso dei nuovi soci arabi. «Concorrenza violata», strillavano in Germania. Adesso invece, a soli tre anni di distanza, i severi guardiani del mercato osservano un religioso silenzio mentre Lufthansa, interamente controllata da capitale pubblico, si prepara a farsi carico di quel che resta di Air Berlin.

Nel caso dei disastri bancari, le analogie tra Germania e Italia si fermano alle comuni origini localistiche di alcune delle crisi. L’incendio tedesco è stato infatti domato con largo anticipo rispetto a quanto è avvenuto in Italia. Ad aprile del 2014, quando il Parlamento europeo ha approvato la direttiva sulla risoluzione degli enti creditizi, la Germania aveva già in gran parte provveduto a scongiurare il crack del sistema bancario grazie a massicce dosi di fondi pubblici. Ovvero quel tipo di aiuti che le nuove norme europee avrebbero poi messo al bando, fatte salve poche e delimitate eccezioni, prescrivendo l’obbligatorietà del bail in, cioè il salvataggio finanziato non più a spese dei bilanci pubblici, ma con il contributo determinante di soci e creditori privati.

«I tedeschi hanno pensato a se stessi per poi diventare rigoristi a spese altrui». È questo, in sintesi, l’argomento polemico cavalcato dalla classe politica nostrana, dal Pd renziano fino ai Cinquestelle, per attaccare il governo di Berlino. È anche vero, però, che a partire almeno dal 2011 i governi di volta in volta al potere a Roma hanno perso tempo cullandosi nell’illusione che il sistema bancario tricolore fosse immune, o quasi, dal contagio della crisi mondiale. Da parte loro, le authority di controllo, Banca d’Italia e Consob, si sono ben guardate dal turbare il sonno dei politici. Così, quando i buchi in bilancio sono finalmente emersi, era diventato molto più difficile, sulla base delle nuove regole europee, attingere al serbatoio dei fondi di Stato. Detto questo, i 17 miliardi stanziati per la crisi delle Popolari venete, e gli 8,3 miliardi impiegati per il salvataggio del Monte dei Paschi, restano ben poca cosa rispetto alle somme impiegate dalla Germania negli interventi a sostegno delle proprie banche. Va detto però che gli istituti che hanno ricevuto gli aiuti di Stato erano già in buona parte, per almeno il 40 per cento, a partecipazione pubblica. Il governo tedesco si è quindi mosso per salvaguardare un proprio cespite e non ha nazionalizzato beni in precedenza a controllo privato.

Una ricerca pubblicata di recente dall’ufficio studi di Mediobanca segnala che le sei maggiori Landesbank tra il 2008 e il 2009 hanno ricevuto circa 27 miliardi di euro di contributi pubblici, pari al 69 per cento dei loro mezzi propri all’inizio del periodo considerato. Le stesse banche, che rappresentano il 13 per cento circa delle attività del sistema creditizio del Paese, hanno inoltre beneficiato di garanzie statali per altri 96 miliardi. Buona parte di questi interventi si è concentrata nella prima fase della crisi finanziaria globale, tra il 2008 e il 2010, ma ancora nel 2015 banche come la Hsh Nordbank hanno evitato il naufragio grazie a un salvagente del valore di 3 miliardi messo a disposizione dai suoi principali azionisti: la municipalità di Amburgo e il Land dello Schleswig Holstein. Anche nella vicina Brema la locale Landesbank pare tutt’altro che risanata. Il bilancio 2016 si è chiuso con 1,3 miliardi di perdite per effetto di svalutazioni di prestiti a rischio per 1,5 miliardi. Come dire che ci vorrà ancora tempo per coprire una volta per tutte i buchi delle casse locali, mentre sul futuro del sistema creditizio tedesco pende ancora l’incognita della Deutsche Bank, la più grande banca del Paese, un colosso globale messo quasi al tappeto da investimenti sbagliati ed eccesso di speculazione. Nel marzo scorso un nuovo aumento di capitale, il terzo in quattro anni, ha raccolto altri 8 miliardi di euro sul mercato per rafforzare il patrimonio come richiesto dalle autorità di controllo. E, dopo le maxi perdite degli anni scorsi (1,4 miliardi nel 2016 e 6,8 miliardi nel 2015), l’istituto con base a Francoforte ha chiuso il primo semestre del 2017 con profitti netti per un miliardo.

I conti migliorano, quindi, ma adesso i rischi maggiori sembrano legati alle vicissitudini dei due soci più importanti: la famiglia reale del Qatar (9 per cento) e il gruppo cinese Han (9,9 per cento circa). Il ricco emirato è finito nel mirino delle sanzioni economiche varate da un fronte arabo a guida saudita ed è possibile che scelga di ridurre il suo impegno sui mercati. La holding di Pechino deve invece fare i conti con il giro di vite imposto dal proprio governo nei confronti di alcuni grandi investitori. Anche in questo caso c’è quindi il rischio di un disimpegno. Per la Germania sarebbe il colmo: messa alle strette da arabi e cinesi, da sempre suoi grandi clienti.

Immigrazione e manipolazione: come i media tedeschi hanno falsificato la realtà, scrive Giampaolo Rossi il 4 agosto 2017 su "Il Giornale". È un atto di accusa senza precedenti quello contro i media tedeschi: nel pieno dell’emergenza migranti, tra il 2015 ed il 2016, i principali giornali della Germania hanno deliberatamente falsificato la realtà dando un’informazione unilaterale e acritica del fenomeno abbracciando esclusivamente il punto di vista della Merkel, del suo governo e dell’élite politica ed economica che voleva imporre all’opinione pubblica la “cultura dell’accoglienza indiscriminata”. L’accusa non viene dai soliti polemisti reazionari, da spudorati blogger di destra o dai sempreverdi xenofobi utili per liquidare qualsiasi opposizione al delirio del multiculturalismo ideologico. No. Stavolta l’accusa parte da una ricerca della Fondazione Otto Brenner e realizzata da un pool di ricercatori dell’Università di Lipsia e della Hamburg Media School, coordinati dal prof. Michael Haller; il titolo è “La crisi dei rifugiati sui media” ed è è “lo studio più completo e metodologicamente elaborato sul tema”.

La ricerca ha analizzato oltre 30 mila articoli dei principali giornali nazionali e regionali tedeschi tra il 2015 e il 2016. Oltre 200 pagine dense di numeri e statistiche su quello che hanno prodotto Süddeutsche Zeitung, Frankfurter Allgemeine Zeitung, Die Welt, Bild, così come le pubblicazioni online e 85 giornali regionali. Dal 2015 al 2016 nessun giornale ha raccontato le preoccupazioni, i timori di una parte crescente della popolazione…La conclusione è devastante: mentre la Merkel imponeva la “politica delle porte aperte” nessuno degli editoriali o degli articoli che riguardavano il tema dell’immigrazione “ha raccontato le preoccupazioni, i timori e anche la resistenza di una parte crescente della popolazione”; in altre parole è come se per i giornali tedeschi, un pezzo (probabilmente maggioritario) dell’opinione pubblica del proprio Paese non fosse esistita. E le rare volte che i giornalisti collettivi hanno provato a raccontare quella parte di Germania preoccupata dall’immigrazione, l’hanno fatto “con un atteggiamento pedagogico” se non “sprezzante”. Chi non era allineato al mito dell’accoglienza era automaticamente xenofobo o razzista…I giornali non hanno saputo (o voluto?) distinguere tra le posizioni veramente xenofobe e razziste di una minoranza, con le legittime e realistiche preoccupazioni di pezzi importanti della società tedesca di fronte all’invasione di oltre un milione di immigrati voluta dalla signora Merkel. E quel sentimento di insicurezza, paura è stato trasformato in razzismo e intolleranza quando non di arretratezza culturale. Insomma il solito snobismo stupido dei menestrelli dell’élite europea.

Per capire il modo in cui i giornali tedeschi hanno manipolato l’opinione pubblica basterebbe qualche dato che emerge dalla ricerca: tra la primavera 2015 e la primavera 2016, nei tre quotidiani principali del paese, solo il 4% degli articoli è stata un’intervista e solo il 6% un report con dati oggettivi. Un articolo su cinque è stato un editoriale di commento che esprimeva ovviamente il parere delle redazioni, “una cifra insolitamente alta”. Nella classifica dei personaggi ascoltati o citati sul tema, due su tre sono stati politici di governo o di partiti favorevoli all’immigrazione; solo il 9% esponenti della giustizia (ufficiali delle Forze dell’Ordine, magistrati, giudici o avvocati) su temi legati all’ordine pubblico; appena il 3,5% studiosi o esperti di temi legati al multiculturalismo, al diritto di famiglia nelle società islamiche o al rapporto tra sunniti e sciiti.

Un caso emblematico è stata la narrazione costruita attorno alla definizione di “Willkommenskultur” o Cultura dell’Accoglienza tanto cara in Italia alla Boldrini, a Saviano e agli esegeti del pensiero sorosiano. I giornali hanno trasfigurato il concetto di Accoglienza, trasformandolo in una parola magica…Secondo lo studio, i giornali tedeschi hanno “trasfigurato il concetto di Accoglienza” trasformandolo in un “obbligo morale (…) una sorta di parola magica” per convincere i cittadini “a svolgere un’attività da buoni Samaritani verso i nuovi arrivati”. Per tutto il 2015 e buona parte del 2016, l’83% dei contenuti giornalistici ha enfatizzato il concetto di Accoglienza, nascondendo l’esistenza di una sempre maggiore fetta di popolazione scettica e dubbiosa sulla Willkommenskultur. E quando l’imposizione moralista non funzionava più, ecco pronta (come in Italia) la ricetta pseudo-economica da imporre come verità incontrovertibile dai soliti tecnici ed esperti: “la Germania ha bisogno di centinaia di migliaia di lavoratori per contrastare l’invecchiamento della popolazione”; ergo chi non vuole accoglierli fa il male della Germania. E così mentre i giornali sovraesponevano le manifestazioni di “benvenuto” agli immigrati, nascondevano le manifestazioni contrarie che si svolgevano in molte città tedesche.

Certo la ricerca ha dei limiti; per esempio non ha preso in considerazione l’informazione televisiva in quanto questo avrebbe richiesto uno studio molto più complesso sul rapporto tra immagine e parola. Ma l’idea di fondo è chiara. Secondo Michael Haller, il Direttore della Ricerca, i giornalisti tedeschi “hanno ignorato il loro ruolo professionale e la funzione informativa dei mezzi di comunicazione” utilizzando “troppo sentimentalismo buonista e troppo poche domande critiche ai responsabili di quelle decisioni”; e questo ha contribuito a generare una profonda divisione nell’opinione pubblica tedesca e un discredito totale verso il mondo dell’informazione. Jupp Legrand, Direttore della Fondazione Brenner, ha specificato che la ricerca mostra “la crisi strutturale del cosiddetto manistream” perché “la realtà descritta dai giornalisti è stata molto lontana da quella che tutti i giorni vivevano i loro lettori”. Un modo elegante e neutro per denunciare che le vere fabbriche di “fake news” in Occidente si trovano nelle redazioni dei grandi giornali del potere economico e culturale. Nei giorni in cui in Europa si sta svelando il fallimento del multiculturalismo progressista; in cui, anche in Italia emerge la stupidità con cui una classe politica irresponsabile e dolosa ha affrontato il tema dell’immigrazione; in cui il disegno criminale costruito attorno ai progetti di immigrazione indotta si fa sempre più evidente, il tema di una corretta informazione è vitale per la tenuta di una democrazia. Se una ricerca simile venisse fatta in Italia i risultati sarebbero forse simili; anche da noi, per anni, i grandi giornali hanno di fatto costruito una narrazione simile a quella tedesca criminalizzando chi non si adeguava al pensiero dominante o ignorando le tante voci di dissenso rispetto alla visione irenica dell’immigrazione. Ora però il clima sembra essere cambiato. Per carità quando i grandi giornali danno spazio agli intellettuali e alle loro profonde riflessioni, la irrealtà ideologica prende il come al solito il sopravvento scivolando quasi nella stupidità.

Ma quando si limitano a fare il loro mestiere, cioè a raccontare la cronaca e i fatti, allora la verità di questa nuova ed epocale tratta degli schiavi spacciata per destino storico, emerge impietosamente. E in questo caso non basteranno i Saviano e le Boldrini a inventarsi la realtà.

No, la Germania non è il paradiso: viaggio nel paese che nessuno racconta. Nello Stato più ricco d’Europa aumentano povertà e disuguaglianze. Mentre nel profondo Nord l'ostilità ai profughi è più forte dell'accoglienza. Siamo andati a scoprire la Germania fuori dai luoghi comuni, scrive Fabrizio Gatti il 26 aprile 2017 su "L'Espresso. La Germania è il tocco di un guanto di pelle sulla spalla. Ti svegliano così sul sedile dell’Eurocity 86 tra Verona e Monaco di Baviera. «Reisepass?», domanda il poliziotto della Repubblica federale. Poi sfoglia il passaporto e si sofferma sulla foto. L’epoca delle frontiere aperte è davvero finita, non solo per i profughi. L’uomo in divisa nera chiede i documenti perfino a due ragazzi e alle loro fidanzate biondissime, che stanno rumorosamente chiacchierando nel loro marcato accento bavarese. Forse lo fa giusto per evitare discriminazioni in pubblico: gli agenti italiani, saliti sul treno al confine del Brennero un’ora e mezzo prima, hanno controllato soltanto i passeggeri con la faccia scura. La polizia tedesca sembra molto più attenta al galateo multiculturale: o si controllano tutti i cittadini, o non lo si fa con nessuno. La Gleichheit, l’uguaglianza: è il primo filo al quale è appesa la società che Angela Merkel, 63 anni, sta consegnando alle elezioni federali del 24 settembre. Il secondo è la fiducia reciproca. Il terzo la sicurezza economica che, dove non c’è lavoro, è garantita da un sistema di protezione sociale ancora diffuso. Tre fili ben visibili nella vita quotidiana: insieme sostengono l’immagine di un popolo solido e apparentemente unito. Ma sono fili sempre più sottili: una crisi improvvisa, un nuovo attentato jihadista, il risveglio populista li potrebbe spezzare. Lo si nota chiaramente, girando in lungo e in largo questa nazione in cui, secondo dati pubblicati nel 2016, il 15,7 per cento degli ottanta milioni di abitanti è considerato a rischio povertà. E il 14,7 è già povero, con punte del 19 per cento tra i bambini. Da Sud a Est, da Nord a Ovest. Dalle Alpi alla Polonia. Dal Mar Baltico al Reno. Rigorosamente su treni regionali. E qualche Intercity. Oltre tremila chilometri. Questo è il diario di un viaggio sottopelle nel corpo della Germania e dell’Unione Europea. La Cancelliera di Berlino non è infatti soltanto la donna che governa da dodici anni, leader dell’Unione cristiano democratica, candidata per la quarta volta consecutiva. Angela Merkel rischia di essere l’ultimo robusto sbarramento europeo contro l’avanzata delle destre nazionaliste e sovraniste, a cominciare dalla Francia di Marine Le Pen. E può essere un rischio, sì: perché Frau Merkel è perfino umanamente più concreta di papa Francesco nell’accogliere i rifugiati, ma è più brutale di Margaret Thatcher nel difendere i dogmi economici. La sua dottrina contiene il bello e il brutto tempo. Industria galoppante a Ovest, Stato assistenziale a Est e nelle periferie delle grandi città. Disoccupazione intorno al tre per cento in Baviera e Baden-Württemberg, percentuali mediterranee sopra il dieci in quasi tutte le regioni orientali. La ricchezza media dei tedeschi per ora nasconde bene lo stress. Ma fino a quando reggeranno quei tre fili ai quali sono tutti appesi?

La stazione Centrale di Monaco è completamente aperta. Non ci sono controlli per accedere ai binari. Non ci sono camionette mimetiche e soldati nelle piazze, intorno alle chiese, davanti ai monumenti. L’attentato del 22 luglio 2016 al centro commerciale Olympia nel quartiere di Moosach sembra avvenuto in un altro mondo: 9 morti e 35 feriti, colpiti dalla pistola di Ali David Sonboly, 18 anni, genitori iraniani, passaporto tedesco, simpatizzante di estrema destra. L’arma con cui poi si è ucciso, Ali David l’aveva comprata da un amico afghano conosciuto in un reparto psichiatrico. Ma gli spari di quel pomeriggio di guerra non hanno scalfito la Vertrauen, la fiducia reciproca a cui partecipano tutti: tedeschi e immigrati. Noi italiani al confronto viviamo in uno stato d’assedio permanente. Non è solo questione di sicurezza. Non ci sono tornelli, sbarre, cancelli nemmeno per entrare o uscire dalle stazioni sotterranee della metropolitana. Un euro e quaranta il biglietto. E solo una persona ogni venti timbra l’ingresso. Gli altri? Avranno l’abbonamento, o forse no. Ma la fiducia è un collante sociale che vale molto di più di un euro e quaranta centesimi. Così nessuno ferma nessuno. Lo stesso filo riappare agli angoli di qualche strada o nelle piazze. I tedeschi non hanno mai smesso di leggere i giornali. E non dappertutto ci sono edicole. Bastano una scatola di vetro trasparente sul marciapiede, un coperchio sempre aperto, una feritoia per i soldi. Si infilano le monete e si prende il quotidiano. “Bild” costa 90 centesimi. Ma “Frankfurter Allgemeine” 2,70 euro al giorno, 2,90 il sabato, 4 euro la domenica. Chiunque potrebbe prendere il giornale o tutti i giornali senza pagare. Oppure forzare la cassetta e rubare i soldi. Soltanto “Süddeutsche Zeitung”, a pochi passi da Marienplatz, usa un distributore che rilascia una copia alla volta dopo aver infilato gli spiccioli.

La fiducia fa funzionare lo stesso sistema ovunque. Anche in campagna. Al posto dei quotidiani lì vendono prodotti della terra come zucche, sacchi di patate, frutta. Nessun agricoltore si sognerebbe di perdere tempo a fare il commerciante. Bastano un tavolo lungo la strada, un cartello con il listino prezzi e una cassetta: il cliente prende gli ortaggi e lascia il dovuto, senza che nessuno controlli. La sera passa il contadino e ritira l’incasso. Se questo rodato meccanismo sopravvive è perché i furti sono ancora una rara eccezione. Il sabato sera la Baviera è un viavai di trentenni, quarantenni, cinquantenni in calzoncini corti, calzettoni, bretelle e camicia a quadri. Non tutti indossano i costosi Lederhosen originali in pelle di camoscio. Va di moda la versione casalinga del pantalone vecchio di velluto, tagliato appena sopra il ginocchio. Vestirsi secondo la tradizione piace soprattutto agli uomini. Le donne agghindate con gonnellino e grembiule sono più rare. È anche un gesto politico il loro. Un po’ come se Matteo Salvini si vestisse da Brighella e gli industriali veneti da Pantalon. Alle undici di sera quasi tutti i ristoranti di Monaco hanno già le sedie rovesciate sopra i tavoli per le pulizie. L’Augustiner Klosterwirt, proprio davanti la cattedrale di Nostra Signora, è invece un frastuono di voci, gente in piedi e boccali di birra. Lì dentro tutti, proprio tutti, indossano Lederhosen e camicia a quadri. Camerieri e clienti. Al punto che è difficile distinguere a chi chiedere l’ordine: scambiare un imprenditore bavarese alticcio per il barman non provoca certo risposte amichevoli. Il desiderio di identità dei tedeschi del Sud ha il suo risvolto con gli immigrati turchi e arabi. La domenica pomeriggio vengono dalla periferia a passeggiare tra i negozi chiusi della centralissima Neuhauser Strasse. Davanti i bambini. Per ultimi i papà. In mezzo, le loro mogli rigorosamente avvolte nello chador nero. E di tanto in tanto qualche niqab, il velo integrale che lascia scoperti soltanto gli occhi.

Passau, la città al confine austriaco dove confluiscono i fiumi Inn e Danubio, è la porta tedesca della rotta balcanica. Gli accordi con la Turchia e il filo spinato in Ungheria hanno ridotto il flusso di profughi. Quanti ne passano adesso? «Sempre troppi», risponde il poliziotto di pattuglia al marciapiede dove si fermano i treni in arrivo dall’Austria. Ousmane Gaye, 28 anni, è partito da Bamako in Mali, ha attraversato il Sahara e ha chiesto asilo in Germania. La qualità del sistema di accoglienza è dimostrata dal suo tedesco: in appena due mesi di corsi obbligatori, lo parla già discretamente. Stanotte ha lasciato il dormitorio per venire in stazione a raccogliere bottiglie: «Al supermercato c’è una macchina che ricicla la plastica. Per ogni bottiglia ti danno venticinque centesimi», spiega e va a rovistare nei cestini. Solo che ha la pessima idea di attraversare i binari, anziché scendere nel sottopasso. E due agenti, l’uomo di prima e una ragazza, lo bloccano. L’identificazione va per le lunghe. Proviamo ad avvicinarci. «Mi hanno fermato perché ho attraversato i binari», ammette Ousmane. Bella stupidaggine, attraversare i binari è pericoloso. «No, non è pericoloso», interviene il poliziotto, «è proibito». Le sue parole sono lo spartiacque della vita quotidiana di un tedesco. Non è necessario scomodare l’inflessibilità con cui la Germania mette periodicamente sotto accusa i bilanci di Stato italiani o greci. Basta fermarsi di notte davanti al semaforo pedonale di Karlsplatz a Monaco, all’angolo con il senso unico di Prielmayerstrasse. Non c’è traffico, non arrivano auto, sono solo pochi metri. Davanti al rosso si fermano gruppi di giovani tiratardi. Passare a quest’ora non sarebbe pericoloso. Ma tutti aspettano il verde. Il rigore teutonico costa a Ousmane 25 euro di multa: cento bottiglie da raccogliere e infilare nella macchina mangiaplastica.

Uscire dalla stazione di Chemnitz è un tuffo nel silenzio. Strade deserte, non si vedono auto né persone, anche se sono le quattro del pomeriggio. Durante la dittatura della Germania Est si chiamava Karl-Marx-Stadt e del periodo conserva la grande statua del filosofo, i casermoni di cemento, i vialoni tipici della megalomania comunista. Mancano però gli abitanti. Il trenta per cento delle case è vuoto. E lo si sente nella mancanza di rumore di fondo. Chi ha potuto, se ne è andato all’Ovest o si è avvicinato ad altre città della Sassonia, come Lipsia e Dresda. Chemnitz ha due anime. Una è luminosa e per molti irraggiungibile dentro le vetrine dei due grandi centri commerciali, che si fronteggiano sulla piazza del municipio. L’altra è l’anima cupa e disoccupata di Sonndenberg, il vecchio quartiere in cui i fili dell’uguaglianza, della fiducia e della sicurezza economica si sono spezzati da tempo. Superata la sede dei socialdemocratici della Spd e una sala slot-machine, si cammina tra gli isolati dei negozi turchi e arabi. Gli alunni di una classe attraversano il cortile della scuola: su otto bambine, sei indossano il velo. Già in quarta elementare in Germania bisogna decidere cosa fare da grandi: il Gymnasium, il liceo che apre le porte all’università, comincia a dieci anni. E qui in Sassonia si è ammessi soltanto se la media dei voti è almeno due, secondo una scala che attribuisce uno come punteggio massimo e quattro come sufficienza: una selezione che divide la società tra manager e operai fin da piccoli. Più su in cima alla salita, i caseggiati più vecchi. Giovanissime mamme tedesche escono dai portoni e spingono carrozzine e passeggini. Molte di loro costituiscono famiglie monogenitoriali, mantenute dai sussidi statali. La quantità di piercing, anelli al naso, tatuaggi sulla pelle degli abitanti tradisce il forte bisogno di identità. Questo quartiere popolare nasconde una diffusa rete neonazista. Come se ne incontrano ovunque a Est, alla periferia di Dresda. Oppure nei paesi agricoli tra Schwerin e Wismar, in Meclemburgo-Pomerania Anteriore, il profondo Nord, bacino elettorale della Cancelliera: dove i commercianti mettono in vetrina riviste dai titoli “Califfato Germania” contro l’accoglienza dei profughi musulmani e “Merkel vattene”. A forza di minacce, ratti morti lasciati davanti alla porta e gavettoni di vernice contro le finestre, lo scorso inverno il partito di sinistra “Die Linke” di Chemnitz ha chiuso l’ufficio in Zietenstrasse 53, proprio nel cuore di Sonndenberg. Poco più avanti è apparsa una nuova vetrina con una macabra insegna: un teschio e i numeri otto e uno che nella numerologia estremista coincidono con le lettere H e A dell’alfabeto. Le iniziali di Hitler Adolf.

In una calda serata fuori stagione a Gera, nello stato centrale della Turingia, la polizia anticipa di qualche metro il corteo di duecento sostenitori di”Afd - Alternative für Deutschland”. Lungo la centralissima Leipziger Strasse gli agenti fanno rientrare nei loro negozi di alimentari i proprietari e i clienti dall’aspetto arabo o turco, perché i manifestanti non li vedano. Soltanto loro. Anche se abitano tutti a Gera. Come il fruttivendolo libanese a metà della via, residente e contribuente tedesco da oltre vent’anni. Una scena agghiacciante. Afd, il partito xenofobo, sta riunendo sotto un abbigliamento apparentemente borghese il consenso di “Pegida”, che tradotto significa “Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente”, e dell’Npd, il partito filo nazista: un fronte antieuropeo che raccoglie simpatie e voti dalla costa sul mar Baltico fino ai confini con la Repubblica Ceca, nei distretti berlinesi di Pankow, Marzahn e Treptow-Köpenick, ma anche nei piccoli paesi agricoli ricchi degli stati federali del Sud. «Fino agli anni Novanta, la Germania era ancora uno Stato che sosteneva l’economia sociale di mercato e l’equità. Per questo avevamo basse disparità di reddito, tanto da avvicinarci ai Paesi scandinavi», spiega il grande giornalista e scrittore Günter Wallraff, 74 anni, che ha raccontato la spregiudicatezza della società tedesca in libri come “Faccia da turco” o “Notizie dal migliore dei mondi”: «Oggi invece, secondo ricerche dell’Unione Europea, soltanto in due Paesi il divario tra redditi alti e bassi aumenta più velocemente che in Germania e sono la Bulgaria e la Romania. Le crescenti diseguaglianze, la retrocessione della classe media e la campagna contro i profughi minacciano la coesione sociale. Il dieci per cento dei tedeschi possiede i due terzi delle risorse nazionali. Mentre il cinquanta per cento della popolazione si divide soltanto l’uno per cento. Se si tratta di rispettare il semaforo verde, la Germania garantisce la certezza della legalità. Ma far valere diritti più importanti, come scoprono i lavoratori che si rivolgono ai Tribunali, è molto complicato. Nelle industrie tedesche vale la legge del più forte. Se ci fosse più uguaglianza tra classi, partiti come Afd non avrebbero questo consenso». Il risveglio dell’estrema destra sta provocando una reazione uguale e contraria. Tra Neukölln e Kreuzberg, quartieri multietnici di Berlino, una coppia di omosessuali dovrà cercare casa altrove. Da qualche tempo i vicini, soprattutto turchi, li prendono a sassate ogni volta che li vedono uscire. Katharina Windmeisser, giovane inviata del settimanale “Bild am Sonntag”, da anni racconta il dramma dei piccoli profughi siriani. Ma i bambini del suo quartiere berlinese a maggioranza musulmana la insultano per strada. Semplicemente perché è bionda: quindi tedesca. «La più grande paura di molti tedeschi oggi», racconta Sascha Rosemann, 39 anni, attore e produttore cinematografico, «è l’aumento degli estremismi sui tutti e due i fronti: antisemitismo, islamofobia, omofobia si mescolano». Lontano dalle ciminiere fumanti della locomotiva industriale tedesca che per settecento chilometri da Amburgo scende fino Mannheim e Stoccarda, c’è un paese simbolo di queste opposte paure. Lohberg, ex villaggio minerario, oggi quartiere di villini a mezz’ora da Duisburg, ha dato il nome alla brigata di polizia che nello Stato islamico si occupava di interrogatori e torture. La Gestapo di Daesh, l’hanno chiamata: venticinque jihadisti, la più alta concentrazione per numero di abitanti, undici partiti per la Siria, quattro già morti. All’uscita della notizia, per marcare la loro distanza dai musulmani, molti tedeschi di Lohberg hanno piantato in giardino la bandiera oro rossa e nera. E come risposta gli immigrati turchi, operai in pensione mai veramente integrati e i loro figli ancor più nazionalisti, hanno fatto altrettanto con la loro. Una divisione ridicola, perché perfino la filiale del terrore qui è multiculturale. Philip Bergner, 26 anni, il kamikaze che a Mosul ha ucciso venti persone facendosi esplodere, era tedeschissimo foreing-fighter del paese. Così come lo è suo cugino Nils, 28 anni, diventato collaboratore della polizia dopo l’arresto. Ma ancora oggi camminare sotto i platani silenziosi di Lohberg è un continuo passaggio di confini. Come a Risiko: la Turchia al centro, la Germania tutt’intorno. E quando si cominciano a piantare le bandiere per terra, non si sa mai dove si va a finire.

E poi. Cosa sarebbe oggi la Germania se avesse sempre onorato con puntualità il proprio debito pubblico? Si chiede su “Il Giornale” Antonio Salvi, Preside della Facoltà di Economia dell’Università Lum "Jean Monnet". Forse non a tutti è noto, ma il Paese della cancelliera Merkel è stato protagonista di uno dei più grandi, secondo alcuni il più grande, default del secolo scorso, nonostante non passi mese senza che Berlino stigmatizzi il comportamento vizioso di alcuni Stati in materia di conti pubblici. E invece, anche la Germania, la grande e potente Germania, ha qualche peccatuccio che preferisce tenere nascosto. Anche se numerosi sono gli studi che ne danno conto, di seguito brevemente tratteggiati. Riapriamo i libri di storia e cerchiamo di capire la successione dei fatti. La Germania è stata protagonista «sfortunata» di due guerre mondiali nella prima metà dello scorso secolo, entrambe perse in malo modo. Come spesso accade in questi casi, i vincitori hanno presentato il conto alle nazioni sconfitte, in primis alla Germania stessa. Un conto salato, soprattutto quello successivo alla Prima guerra mondiale, talmente tanto salato che John Maynard Keynes, nel suo Conseguenze economiche della pace, fu uno dei principali oppositori a tale decisione, sostenendo che la sua applicazione avrebbe minato in via permanente la capacità della Germania di avviare un percorso di rinascita post-bellica. Così effettivamente accadde, poiché la Germania entrò in un periodo di profonda depressione alla fine degli anni '20 (in un più ampio contesto di recessione mondiale post '29), il cui esito minò la capacità del Paese di far fronte ai propri impegni debitori internazionali. Secondo Scott Nelson, del William and Mary College, la Germania negli anni '20 giunse a essere considerata come «sinonimo di default». Arrivò così il 1932, anno del grande default tedesco. L'ammontare del debito di guerra, secondo gli studiosi, equivalente nella sua parte «realistica» al 100% del Pil tedesco del 1913 (!), una percentuale ragguardevole. Poi arrivò al potere Hitler e l'esposizione debitoria non trovò adeguata volontà di onorare puntualmente il debito (per usare un eufemismo). I marchi risparmiati furono destinati ad avviare la rinascita economica e il programma di riarmo. Si sa poi come è andata: scoppio della Seconda guerra mondiale e seconda sconfitta dei tedeschi. A questo punto i debiti pre-esistenti si cumularono ai nuovi e l'esposizione complessiva aumentò. Il 1953 rappresenta il secondo default tedesco. In quell'anno, infatti, gli Stati Uniti e gli altri creditori siglarono un accordo di ridefinizione complessiva del debito tedesco, procedendo a «rinunce volontarie» di parte dei propri crediti, accordo che consentì alla Germania di poter ripartire economicamente (avviando il proprio miracolo economico, o «wirtschaftswunder»). Il lettore non sia indotto in inganno: secondo le agenzie di rating, anche le rinegoziazioni volontaristiche configurano una situazione di default, non solo il mancato rimborso del capitale e degli interessi (la Grecia nel 2012 e l'Argentina nel 2001 insegnano in tal senso). Il risultato ottenuto dai tedeschi dalla negoziazione fu davvero notevole:

1) l'esposizione debitoria fu ridotta considerevolmente: secondo alcuni calcoli, la riduzione concessa alla Germania fu nell'ordine del 50% del debito complessivo!

2) la durata del debito fu estesa sensibilmente (peraltro in notevole parte anche su debiti che erano stati non onorati e dunque giunti a maturazione già da tempo). Il rimborso del debito fu «spalmato» su un orizzonte temporale di 30 anni;

3) le somme corrisposte annualmente ai creditori furono legate al fatto che la Germania disponesse concretamente delle risorse economiche necessarie per effettuare tali trasferimenti internazionali.

Sempre secondo gli accordi del '53, il pagamento di una parte degli interessi arretrati fu subordinata alla condizione che la Germania si riunificasse, cosa che, come noto, avvenne nell'ottobre del 1990. Non solo: al verificarsi di tale condizione l'accordo del 1953 si sarebbe dovuto rinegoziare, quantomeno in parte. Un terzo default, di fatto. Secondo Albrecht Frischl, uno storico dell'economia tedesco, in una intervista concessa a Spiegel, l'allora cancelliere Kohl si oppose alla rinegoziazione dell'accordo. A eccezione delle compensazioni per il lavoro forzato e il pagamento degli interessi arretrati, nessun'altra riparazione è avvenuta da parte della Germania dopo il 1990. Una maggiore sobrietà da parte dei tedeschi nel commentare i problemi altrui sarebbe quanto meno consigliabile. Ancora Fritschl, precisa meglio il concetto: «Nel Ventesimo secolo, la Germania ha dato avvio a due guerre mondiali, la seconda delle quali fu una guerra di annientamento e sterminio, eppure i suoi nemici annullarono o ridussero pesantemente le legittime pretese di danni di guerra. Nessuno in Grecia ha dimenticato che la Germania deve la propria prosperità alla generosità delle altre nazioni (tra cui la Grecia, ndr)». È forse il caso di ricordare inoltre che fu proprio il legame debito-austerità-crisi che fornì linfa vitale ad Adolf Hitler e alla sua ascesa al potere, non molto tempo dopo il primo default tedesco. Tre default, secondo una contabilità allargata. Non male per un Paese che con una discreta periodicità continua a emettere giudizi moralistici sul comportamento degli altri governi. Il complesso da primo della classe ottunde la memoria e induce a mettere in soffitta i propri periodi di difficoltà. «Si sa che la gente dà buoni consigli se non può più dare il cattivo esempio». Era un tempo la «bocca di rosa» di De André, è oggi, fra gli altri, la bocca del Commissario europeo Ottinger (e qualche tempo fa del ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schauble). A suo avviso, Bruxelles «non si è ancora resa abbastanza conto di quanto sia brutta la situazione» e l'Europa invece di lottare contro la crisi economica e del debito, celebra «il buonismo» e si comporta nei confronti del resto del mondo come una maestrina, quasi un «istituto di rieducazione». Accidenti, da quale pulpito viene la predica.

Non solo. Un altro luogo comune viene sfatato ed abbattuto. La Germania di Angela Merkel è il paese che ha l'economia sommersa più grande d'Europa in termini assoluti. L'economia in nero teutonica vale 350 miliardi di euro. Sono circa otto milioni i cittadini tedeschi che vivono lavorando in nero. Secondo gli esperti il dato è figlio dell'ostilità dei tedeschi ai metodi di pagamento elettronici. I crucchi preferiscono i contanti. La grandezza dell'economia in nero della Germania è stata stimata e calcolata dal colosso delle carte di credito e dei circuiti di pagamento Visa in collaborazione con l'università di Linz. In relazione al Pil tedesco il nero sarebbe al 13 per cento, pari a un sesto della ricchezza nazionale. Quindi in termini relativi il peso del sommerso è minore, ma per volume e in termini assoluti resta la più grande d'Europa. Chi lavora in nero in Germania di solito opera nel commercio e soprattutto nell'edilizia, poi c'è il commercio al dettaglio e infine la gastronomia. Il livello del nero in Germania comunque si è stabilizzato. Il picco è arrivato dieci anni fa. Nel 2003 la Germania ha attraversato la peggiore stagnazione economica degli ultimi vent'anni e all'epoca il nero valeva 370 miliardi. Ora con l'economia in ripresa che fa da locomotiva per l'Europa, il nero è fermo al 13 per cento del Pil. 

Germania, il presidente si dimette, scrive "Il Corriere della Sera" il 17 febbraio 2012. Il presidente tedesco Christian Wulff si dimette. E salta la visita di Angela Merkel a Roma. Prima che Wulff annunciasse di voler lasciare la carica, la Cancelliera ha annullato l'incontro con il premier Mario Monti, che avrebbe dovuto tenersi alle 12 a Palazzo Chigi, e quello con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il portavoce della Merkel, Steffen Seibert, però assicura che la cancelliera conta di poter organizzare «al più presto un nuovo incontro», possibilmente la settimana prossima. «I contatti con l'Italia rimangono molto stretti in questi giorni», ha sottolineato, in vista dell'eurogruppo sulla Grecia. Da metà dicembre il presidente della Repubblica tedesca è finito nel tritacarne mediatico per un prestito privato a tassi agevolati ricevuto dalla moglie di un uomo d'affari e per alcune vacanze pagate da ricchi amici, quando era ancora ministro-presidente della Bassa Sassonia, e per aver cercato di condizionare la stampa. Giovedì la procura di Hannover, nel nord della Germania, ha annunciato di aver chiesto l'annullamento dell'immunità per Wulff. «La Germania ha bisogno di un presidente che non ha solo il sostegno della maggioranza ma di una grande maggioranza di cittadini», ha spiegato Wulff a Bellevue annunciando le dimissioni. «Ho fatto errori ma sono stato sempre in buona fede. Negli ultimi mesi ho subito una serie di pressioni, da cui io e mia moglie siamo stati feriti». Wulff ha voluto ringraziare comunque tutti, ma soprattutto la sua seconda e attuale moglie, «da sempre convinta di una Germania moderna e audace e che mi ha dato sempre un grandissimo sostegno. E auguro al Paese - ha concluso - un futuro migliore in cui uomini e democrazia possano convivere al meglio». La Merkel ha preso atto con «dispiacere» e «rispetto» della decisione di Wulff di ritirarsi. «Wulff è della convinzione di essersi sempre comportato bene e nonostante tutto ha abbandonato sua carica perché non poteva più servire il popolo. Lo rispetto molto», ha detto la Cancelliera. «Sono convinta - ha aggiunto - che noi tutti dobbiamo ringraziare lui e la moglie per il loro impegno». La Merkel ha annunciato anche che «i partiti si riuniranno per trovare un accordo per un successore: vogliamo portare avanti i colloqui in maniera veloce per un accordo rapido sul prossimo presidente della repubblica», ha chiarito. Prima che Wulff parlasse, la Cancelliera aveva chiamato Monti per annunciare di dover rinviare la visita per «ragioni di politica interna». Si è trattato, si apprende, di una telefonata cordiale, durante la quale la Merkel ha assicurato di voler venire in Italia al più presto.

Germania, Bettina ritorna da Wulff, l'ex presidente riabilitato: e il Paese si commuove, scrive Fabio Morabito su “Il Messaggero” il 6 maggio 2015. Un mutuo più che agevolato, vacanze gratis, conti pagati da altri. In una sola parola: corruzione. Era stata una tempesta politica insolita in Germania, e mai avvenuta al livello della prestigiosa carica da Presidente della Repubblica. Christian Wulff, classe ’59, predecessore di Joachim Gauck, fu costretto tre anni fa a dimettersi da Presidente, travolto dalla scandalo di vecchie storie che si riferivano a quando era un politico di assai minor peso, governatore regionale della Bassa Sassonia. E si ruppe così l’immagine del Presidente più affascinante d’Europa, sempre elegante e con accanto una moglie bella come poche, Bettina, di 14 anni più giovane, sposata nel 2008. Bettina lo lasciò, non senza aver avuto anche lei la mortificazione di un gossip feroce, e sembrò la storia del politico abbandonato quando cade in disgrazia. Anche se Bettina, nel giorno delle lacrime, le dimissioni per scandalo, non abbandonò Christian, e aspettò che si spengesse la luce dei riflettori. Della separazione si è venuto a sapere dopo, e il divorzio (separazione dei beni, con figlio affidato a lei) è avvenuta nel giro di un anno. Nel frattempo però l’immagine di Christian Wulff si è ricomposta, e gli è stato restituito l’onore. Il 27 febbraio dell’anno scorso il tribunale di Hannover, che lo vedeva imputato per corruzione, lo ha assolto senza ombre. Peraltro della sfilza di accuse che lo avevano sbattuto in prima pagina per mesi, ne era rimasta solo una in piedi, un notte d’albergo a Monaco durante l’Oktoberfest (la festa della birra) di sette anni fa, quando Wulff era appunto governatore regionale, con il conto pagato da un suo amico, il produttore cinematografico David Groenewold. Ma anche quest’ultima accusa (secondo la procura, Wullf poi avrebbe aiutato l’amico ad avere un finanziamento per un suo film da un colosso privato delle comunicazioni) si è poi dissolta, riabilitando il presidente che, per un po’, era stato anche il più amato della Germania, definito anni fa «il fidanzato che tutte le madri sognano per le figlie». Ora questa vicenda ha un nuovo lieto fine. L’ultimo coccio si è ricomposto, e Bettina è tornata a vivere con l’ex marito. E l’ex presidente, che nonostante la riabilitazione non ha avuto il risarcimento di vedersi restituita l’immagine vincente di un tempo, ora torna a infiammare il gossip, ma stavolta per versare miele sulle ferite da rotocalco e social network. La bella moglie, fascino classico ma modernamente tatuata, è tornata accanto al marito riabilitato, e la pratica di divorzio è pronta per il cestino.

Germania si è dimesso Guttenberg il ministro della difesa: aveva copiato la tesi di dottorato, scrive Danilo Taino su "Il Corriere della Sera" il 1 marzo 2011. Alla fine ha lasciato. Il ministro della Difesa tedesco Karl-Theodor zu Guttenberg, stella nascente della Cdu si è dimesso a seguito del cosiddetto copygate. La notizia era stata anticipata dall'edizione online della Bild. Il quotidiano precisa che il ministro ha già consegnato le sue dimissioni alla cancelliera Angela Merkel. Termina così in maniera drammatica la vicenda nata dalla scoperta che il ministro della difesa aveva copiato gran parte della sua tesi di dottorato. Sulla vicenda era intervenuto di nuovo anche il presidente del Bundestag, il conservatore Norbert Lammert (Cdu), che già nei giorni scorsi era stato critico nei confronti di Guttenberg: il caso, aveva detto lunedì al quotidiano Mitteldeutsche Zeitung, rappresenta un «chiodo nella bara della fiducia nella nostra democrazia». Parole forti, che erano seguite alla pubblicazione di una lettera aperta indirizzata alla Merkel e firmata da circa 23 mila tra accademici, dottorandi e semplici cittadini: nella missiva si criticava la gestione della cancelliera, che fa una «parodia» del dottorato di ricerca. Se fino alla settimana scorsa Guttenberg era stato assediato solo dalle forze politiche d'opposizione, quindi, da oggi la pressione comincia a salire anche all'interno della coalizione di governo. «È la decisione più dolorosa della mia vita» ha detto il ministro della Difesa tedesco, Karl-Theodor zu Guttenberg, in una breve dichiarazione alla stampa dopo aver rassegnato le dimissioni dall'incarico. «Non si lascia facilmente un incarico che si è svolto con il cuore», ha aggiunto il 39enne Guttenberg nella sede del suo ex ministero, precisando che non si è dimesso per la vicenda in sé, ma perché il peso dello scandalo ricade ora su tutti i militari. Tutti i media focalizzano l'attenzione sulla sua persona e sulla sua tesi di dottorato, ha lamentato l'ormai ex ministro, invece di concentrarsi sui soldati feriti o uccisi in Afghanistan.

Un altro ministro tedesco nei guai. "La sua tesi? Era un copia-incolla". Un esperto di plagi accusa la compagna di partito della Merkel. È il terzo scandalo in pochi anni. Ma lei si difende, scrive Lucio Di Marzo Lunedì 28 settembre 2015 su “Il Giornale”. Non è la prima volta e neppure la seconda. In Germania il vizietto di copiare le tesi di laurea sembra avere colpito negli anni molti di quelli che poi hanno ottenuto un posto da ministri. È un esperto di plagi a puntare il dito questa volta, sostenendo che Ursula von der Leyen, titolare della Difesa, il suo lavoro l'abbia scopiazzato senza farsi troppi problemi. Il ministro della Cdu, partito della cancelliere Angela Merkel, ha "chiaramente oltrepassato il limite tollerabile" di citazioni, accusa Martin Heidigsfelder, che già aiutò a smascherare i plagi di altri due ministri. Nel testo di ginecologia con cui nel 1991 concluse il suo percorso accademico, all'università di Hannover, la von der Leyen, pare non esserci un granché di originale. "Il titolo di dottore le dovrebbe essere revocato, sostiene l'esperto. Ed è da capire cosa succederà ora. Quando nel 2013 il ministro dell'Istruzione Annette Schavan fu colta in flagrante dovette rassegnare le sue dimissioni e fu costretto a farlo anche un altro ministro della Difesa, Karl-Theodor zu Guttenberg, che lasciò quattro anni fa. Von der Leyen non ci sta però e ribatte che non è una novità "che attivisti su internet cercano di seminare dubbi sulle tesi di laurea dei politici". Oltre a rigettare le accuse, ha chiesto al suo ateneo di fare analizzare da un "garante neutrale" il suo lavoro, per fugare ogni dubbio.

Anche la Volkswagen bara, anche a Wolfsburg truccano i motori peggio di un pischello con le marmitte a espansione in borgata: ma siamo sicuri che siamo rimasti sbalorditi, stupefatti e dispiaciuti solo perché, è chiacchiera generale, così ci crolla il mito dell’affidabilità tedesca, del rigore teutonico, della serietà alemanna? Di chiede di Warsamè Dini Casali su “Blitz quotidiano”. Se proprio dobbiamo impiccarci alla corda del luogo comune, dovremmo dolerci, noi italiani, di non detenere più il record della frode immaginativa, della sòla artistica: il napoletano intrinseco che fa parte del carattere nazionale si esalta connivente o scrolla la testa disapprovando ogni volta che rivede Totò-truffa vendere al pollo americano la Fontana di Trevi? Dovremmo biasimare viceversa il mancato aggancio italiano alla sofisticazione tedesca che permette di truffare il mondo intero e potenzialmente attentare alla salute globale. Un software civetta nascosto nella centralina di un motore diesel è capace di capire se si guida anonimi e non visti oppure in presenza di un vigile testatore di emissioni nocive. Tecnicamente sembra che alla Volkswagen abbiano la tecnologia per fare una macchina segnala pizzardoni a distanza. La verità è che ruba, tira a fregare, prende scorciatoie proibite l’uomo in sé, senza targa o nazionalità che lo assolvano. Ieri i greci con i conti pubblici, benevolmente assistiti da funzionari e revisori compiacenti, tedeschi su tutti. Oggi tutti i produttori di motori diesel se, come risulta dai dati ufficiali, le vere emissioni di ossidi di azoto superano di sette volte lo standard Euro 6. Può essere utile lo scandalo Volkswagen per evadere l’angusto recinto dei preconcetti. Quello dove può nascere la triste associazione mentale tra Das Auto (lo slogan pubblicitario VW) e Gas Auto (titolo a 9 colonne de Il Tempo) in cui si allude ancora ai campi di sterminio, al lupo tedesco che non ha perso il vizio di gasare (tweet di Maurizio Bianconi, Forza Italia).

Scandalo Volkswagen, la Germania delle regole colpita al cuore. Merkel e quel passo indietro da fare. La casa automobilistica tedesca ha ammesso di aver falsificato i test sull’inquinamento, scrive Danilo Taino, corrispondente da Berlino, il 21 settembre 2015 su “Il Corriere della sera”.  C’è il crollo dei titoli in Borsa. C’è la multa che sarà comminata negli Stati Uniti e potrebbe essere molto, molto alta. Ci saranno le conseguenze sul vertice e forse sugli assetti azionari. Nel caso dei dati truccati sulle emissioni di alcuni modelli in America, c’è però anche la perdita di prestigio per il gruppo Volkswagen. E, a dire il vero, non solo per la casa automobilistica: più in generale per la “Deutschland AG” che della correttezza, dell’affidabilità, del rispetto delle regole ha fatto negli anni non solo una bandiera ma anche uno scudo anticrisi. E che oggi si trova invece esposta in uno scandalo - perché di scandalo si tratta - nato proprio in quel gruppo che era fino a ieri il modello numero uno dell’industria tedesca e del suo modo di operare e conquistare i mercati. E c’è soprattutto un imbarazzo per la Germania stessa - a sentire molti commenti, a Berlino, compreso quello del ministro dell’Economia e vicecancelliere Sigmar Gabriel: se l’industria dell’auto è un orgoglio nazionale, la Volkswagen ne era l’avanguardia, con la sua collezione di oltre dieci marchi di prestigio e la sua continua espansione globale. Fino a ieri. Oggi è diventata un guaio in un momento delicato per il Paese. La questione non è formale. O di generico danno d’immagine. Da qualche tempo, soprattutto in occasione delle crisi europee in questo 2015, la Germania sta sviluppando una propria leadership. Magari non l’ha cercata, in buona parte le è stata imposta dagli eventi. Fatto sta che l’ha assunta e, soprattutto, l’ha caratterizzata con un concetto che per i tedeschi è indiscutibile: le regole si rispettano. Che il maggiore campione dell’industria nazionale, più volte sostenuto e protetto dal governo di Berlino proprio in tema di emissioni e di obblighi europei, abbia imbrogliato sulle regole fa vacillare la credibilità e la non negoziabilità dell’essere in toto e sempre in linea con le norme. L’accusa di essere rigidi con gli altri e furbi quando si viene ai propri comportamenti già sta circolando. Il gruppo dirigente della Volkswagen, a cominciare dal numero uno Martin Winterkorn, prenderà le sue iniziative. Che dovranno essere radicali, non una semplice inchiesta interna. Ma anche il governo di Berlino farebbe bene a non spendere, sul caso, solo parole. Questa è un’occasione per mettere più distanza tra la politica e il Big Business: quando la vicinanza è troppa, come sicuramente lo è da sempre tra Volkswagen e tutti i governi di Berlino, le aziende si sentono inattaccabili perché protette: onnipotenti e sopra le regole. Dovrebbe essere il resto dell’industria tedesca il primo a pretenderlo: una concentrazione esagerata di potere politico ed economico è sempre un danno per i mercati e per i consumatori. E anche Angela Merkel potrebbe fare una riflessione: questa volta, la vera leadership sta nel fare un passo indietro.

Heribert Prantl: "Un colpo al mito della Germania Superaffidabile". Il membro della direzione della "Sueddeutsche Zeitung" commenta a caldo lo scandalo Volkswagen: "Il caso è ancora più grave di quello del pilota suicida di Germanwings", scrive Andrea Tarquini su “La Repubblica”. "E' un grave colpo all'immagine della Germania come potenza attendibile. Il danno va ben oltre la sua dimensione economica e di mercato". Così Heribert Prantl, membro della direzione della "Sueddeutsche Zeitung", commenta a caldo lo scandalo Volkswagen.

Dottor Prantl, quanto è grave il danno d'immagine e di sostanza, non solo per Vw ma per il sistema-paese Germania?

"Lo scandalo è un duro colpo all'immagine del sistema-paese in generale e non solo per il colosso dell'auto che ne è protagonista. Ciò perché la Germania e le aziende tedesche hanno sempre avuto, nel dopoguerra e anche prima, dal Kaiser alla Repubblica di Weimar, la fama di Paese e di aziende che rispettano le regole in modo persino troppo puntiglioso. E che hanno successo anche per questo. Se adesso un'azienda globale simbolo della Germania manipola e trucca dati in tal modo come Vw è accusata di aver fatto, ciò significa una grande perdita di reputazione".

Solo per Vw o anche per il Paese?

"Sicuramente per l'azienda, ma probabilmente per l'intera industria dell'auto tedesca. Cioè per un comparto-chiave della prima economia europea".

Le indagini americane potrebbero avere conseguenze giuridiche per Vw anche in Germania: dunque danno d'immagine anche a casa?

"Sicuramente il danno colpisce anche a casa. Vedremo quanto sarà alta la multa che verrà imposta dalle autorità americane, credo avrà pesanti conseguenze sulle vendite in tutto il mercato americano e sui mercati internazionali. E per un'azienda-simbolo del sistema- Paese ci vorrà tempo e molto lavoro per riparare tale grave crepa d'immagine. Può darsi persino che le autorità americane dicano che il mercato avrà già punito abbastanza la Vw, a tal punto da rinunciare alla multa. Non sarebbe la prima volta che un big global player tedesco cade vittima della severa vigilanza Usa: è già successo con Daimler in passato. Credo che le autorità Usa non saranno così draconiane con Vw, ma il punto, insisto, è un altro: il danno che resta all'immagine dell'azienda e dell'affidabilità del sistema-Paese".

Accuse di truffa a un'azienda tedesca, non di altri Paesi più spesso ritenuti corrotti. Che significa per la fiducia del mondo nella Germania?

"Naturalmente il danno più grande è stato fatto alla fiducia. Il vertice di Vw dovrà faticare molto per restaurare la fiducia, e il danno fatto al Paese. Le prime reazioni sono state almeno di ammettere di essere dalla parte del torto".

Insisto, Vw è un simbolo del modello tedesco, il capitalismo sociale dal volto umano: quali danni a questo mito?

"I danni economici, ma anche politici e culturali, sono chiari e certo non da poco, perché appunto Vw è un simbolo dell'economia tedesca e del miracolo postbellico. Dovremo fare molta pulizia a casa".

Prima il pilota suicida di Germanwings, poi lo scandalo Vw: due colpi in un anno non sono tanti per il perfetto sistema- Paese Germania?

"Il caso del pilota suicida fu tragico: era malato e nessuno se ne era accorto. Ma questo secondo caso è molto più serio: mostra errori consapevoli e penalmente perseguibili dei top manager. Colpisce ben più pesantemente la reputazione della Germania. Eppure confido nella capacità del sistema di difendere il buon nome del suo capitalismo sociale e dal volto umano, alcuni manager criminali non distruggono il nostro modello. Però dobbiamo fare più attenzione alle regole, con umiltà rigorosa".

Tutti i trucchi tossici di Volkswagen, scrive Michele Pierri su “Formiche”. Chissà cosa sarebbe accaduto se al posto di un colosso tedesco ci fosse stata un’azienda italiana, magari la nuova Fca guidata da Sergio Marchionne. Invece ad essere colpita da uno scandalo di proporzioni internazionali è stavolta la Volkswagen, gigante dell’automotive dell’efficientissima – almeno sulla carta – Germania. Con un comunicato diffuso nella giornata di ieri, il gruppo di Wolfsburg ha riconosciuto l’uso intenzionale di software progettati per falsare la misurazione degli scarichi di gas dei veicoli diesel venduti negli Stati Uniti, con l’intento di aggirare gli standard ambientali del Clean Air Act. Un’eventualità che, sulla scia dello scandalo, ha spinto l’azienda a fermare la vendite delle vetture diesel quattro cilindri dei brand Audi e Vw negli Usa. In particolare le accuse riguardano circa 482.000 vetture diesel vendute negli Stati Uniti dal 2009: le Volkswagen Jetta, Beetle, Golf e Passat, e l’Audi A3. Cifre che hanno spinto l’ad Martin Winterkorn a scusarsi e ad annunciare l’avvio di un’inchiesta indipendente per chiarire l’accaduto e recuperare la fiducia di clienti e mercati, apparentemente compromessa. A testimoniarlo c’è in primo luogo il crollo del titolo, a picco sul listino di Francoforte, dove ha perso il 22%, bruciando in poche ore 16 miliardi di capitalizzazione, scendendo a 60,4 miliardi di euro. Mentre il rating “A”, con outlook stabile, che Fitch Ratings ha assegnato a Volkswagen potrebbe essere rimesso in discussione se questa crisi dovesse ulteriormente peggiorare. Non solo. “Visti i precedenti della concorrenza – ha spiegato Andrea Malan sul Sole 24 Ore -, “è possibile che lo stesso manager (o qualcuno dei suoi sottoposti) sia costretto a chiedere scusa in pubblico di fronte al Congresso, come era accaduto a Mary Barra di Gm e Akio Toyoda della Toyota. La prima per il caso dei blocchetti di accensione difettosi, per il quale Gm è stata colpita di recente dal dipartimento della Giustizia con una multa da 900 milioni di dollari; Toyota cinque anni fa, per lo scandalo dei veicoli che acceleravano improvvisamente senza che il conducente potesse frenarli”. La notizia giunge come un terremoto a pochi mesi dal vertice di Parigi sul clima di novembre e in un momento di massimo impegno sul tema da parte dell’amministrazione Usa, che si propone come leader mondiale della lotta al climate change. Elementi che lasciano presagire una misura esemplare. Secondo le previsioni dell’Ente americano per la protezione ambientale Usa (Epa), raccolte da Reuters, il gruppo tedesco rischierebbe infatti una multa di ben 18 miliardi di dollari. “Non mi stupirebbe affatto”, commenta a Formiche.net Ernst Ferrari, consulente delle concessionarie automobilistiche e in passato nel Gruppo Fiat. “Siamo di fronte a un fatto gravissimo, mai avvenuto a mia memoria”. In passato, ricorda l’esperto, “abbiamo assistito al ritiro massiccio dal mercato di milioni di prodotti con problemi. Ma mai ciò è dipeso, per ovvi motivi, dalla volontà dell’azienda. In questo caso siamo invece di fronte a una cosa ben diversa, una frode voluta, che forse non affosserà un gigante come Volkswagen, ma gli arrecherà di certo, come minimo, un colossale danno d’immagine, con conseguenze sul lungo periodo”.

Dopo giorni di smentite, lunedì 20 gennaio 2014, l’Adac, il potente Automobil Club tedesco (con oltre 19 milioni di iscritti il più grande d’Europa) ha ammesso di aver falsificato non solo i numeri del concorso di quest’anno per l’elezione dell’auto più amata dai tedeschi (che ancora una volta era risultata la Volkswagen Golf), ma anche dei concorsi precedenti, scrive Elmar Burchia su “Il Corriere della Sera”.  A rivelare la vicenda era stata la Süddeutsche Zeitung, martedì scorso, poco prima dell’assegnazione degli ambiti premi. La prima testa a cadere è stata quella del responsabile della comunicazione. Ma la bufera che ha travolto l’ente tedesco non è ancora finita. Inizialmente l’Adac aveva rispedito al mittente ogni accusa di manipolazione, bollato come «assurdità» e «scandalo giornalistico» ogni insinuazione riportata dai media. Ora, Michael Ramstetter, responsabile della comunicazione e direttore di Motorwelt (la rivista da 16 milioni di lettori che l’Automobil Club di Monaco di Baviera invia gratuitamente agli iscritti), è stato costretto a dimettersi da tutte le sue funzioni. Si è scusato ed ha ammesso che i voti ottenuti dalla Golf come auto dell’anno da parte dei lettori erano stati «gonfiati». Nel concorso «Gelber Engel» (che non ha nulla a che vedere con il «Car Of the Year»), infatti, sarebbero arrivati solo 3.409 voti alla Golf, non 34.299 come comunicato ufficialmente a dicembre, aveva raccontato la Süddeutsche Zeitung. Il numero dei voti espressi nella categoria dell’«auto più amata dai tedeschi» sono stati «gonfiati» e «abbelliti» per anni, ha confermato anche Karl Obermair, a capo di Adac. Le scuse di Ramstetter - che si è assunto «tutta la responsabilità» - sono arrivate quattro giorni dopo la sfarzosa cerimonia di premiazione che si è tenuta giovedì nell’ex residenza reale di Monaco. Il danno all’immagine e alla credibilità è enorme. Nessun ente ha mai goduto di tanta fiducia tra i tedeschi come l’Adac, scrive lo Spiegel. L’intera vicenda - aggiunge la rivista - è una questione di potere «e di cosa accade quando un ente si sente troppo potente». L’Automobil Club tedesco, infatti, si è trasformato negli anni in un vero e proprio colosso: gestisce di tutto, dalle assicurazioni ai tour operator fino al noleggio auto. Domenica, i responsabili a Monaco di Baviera hanno cercato di contenere lo tsunami spiegando che l’errore ha riguardato «solo» il numero assoluto di voti assegnati alla vettura premiata, mentre la classifica riguardante tutte le auto in concorso è rimasta invariata. Seccata da tanto clamore, la casa automobilistica più grande d’Europa, Volkswagen, che si è vista tirata in ballo. Un portavoce si è limitato a dire che Adac deve fare assoluta chiarezza, puntualizzando però che «naturalmente bisogna dare loro anche la possibilità di spiegare i fatti». «Continuiamo ad essere convinti che la Golf è l’auto più amata dai tedeschi», sottolineano da Wolfsburg. Alcuni esperti del settore automobilistico ora mettono in dubbio anche i test e le statistiche fatti in questi anni dall’Adac, come quelli sulla sicurezza dei tunnel o i crash test. Anche dalla politica si alzano le prime voci col ministro dei Trasporti tedesco, Alexander Dobrindt, che invita l’ente a «mettere tutte le carte in tavola».

Scandalo in Germania: Golf auto dell’anno con imbroglio. L’ammissione del capo comunicazione: per il premio “Angelo giallo” decuplicati i voti per la Golf, scrive Laura Lucchini il 21 gennaio 2014 su “L’Inkiesta”. Per i tedeschi è stato come svegliarsi un giorno da bambini e scoprire che Babbo Natale non esiste. O peggio ancora: che ruba. Quando la scorsa settimana un’inchiesta giornalistica ha denunciato la frode del club dell’automobile tedesco, l’Adac, nel concorso per l’auto dell’anno (da non confondere con il premio europeo Auto dell’anno, ndr), nessuno si aspettava che di lì a poco sarebbe crollato per sempre un mito. Il presidente del secondo club più potente al mondo ha ammesso stamane che per anni il concorso è stato truccato e i numeri gonfiati. Responsabile diretto sarebbe stato il capo della comunicazione, Michael Ramstetter: voleva rendere il premio più significativo e famoso nel mondo, secondo quanto ha confessato rassegnando le dimissioni. Per capire le dimensioni dello scandalo sono necessarie alcune premesse: con una imponente sede centrale a Stoccarda e 19 milioni di membri, l’Adac, l’equivalente dell’Aci in Italia, è il secondo club automobilistico al mondo, dopo quello statunitense. Il suo capo della comunicazione, Ramstetter, è allo stesso tempo direttore della rivista Motorwelt, la bibbia degli automobilisti, che vanta 16 milioni di lettori, molti più di Der Spiegel. Il club è formato da una associazione per gli utenti e 40 filiali che sono società di capitali: il fatturato complessivo del 2012 ha superato il miliardo di euro. Sono circa 8.500 i dipendenti in tutto il Paese. Con un potere simile, questa organizzazione è raramente oggetto di scandali che possano metterne in discussione il ruolo. Almeno fino ad ora. In occasione della consegna del premio «Angelo Giallo» — il colore simbolo — che si consegna all’auto più amata dai tedeschi per il 2014, i voti raccolti tra i lettori di Motorwelt sono stati vistosamente truccati. Infatti solo in 3.409 avrebbero scelto la Golf di Volkswagen contro i 34.299 dichiarati dall’influente pubblicazione. Dopo alcuni giorni di veementi smentite, Ramstetter ha internamente ammesso i suoi errori ed è stato licenziato con effetto immediato. Alla Süddeutsche Zeitung ha ammesso questa mattina di aver fatto «una porcata»: «Ho gonfiato i numeri per anni. Per questo traggo ora le conseguenze delle mie azioni». Ma lo scandalo non finisce qui. Il prestigioso premio esiste dal 2005 e non è certo un mistero che la sua consegna influenzi anche il mercato. Per questo l’Adac ha annunciato un’inchiesta interna. Una commissione analizzerà tutti i dati del sondaggio dalla prima edizione del premio nel 2005. Non sarà un compito facile perché, a quanto pare, molti dati sarebbero stati distrutti ad arte dopo la consegna del riconoscimento. Per l’Adac, l’affaire è una catastrofe di immagine: l’organizzazione vive della fiducia dei membri e dell’opinione pubblica nei suoi test e nei suoi consigli agli automobilisti. Lo ha ammesso il presidente dell’Associazione Karl Obermair questa mattina: «La credibilità e la fiducia sono i nostri valori fondamentali: proprio per questo gli eventi ci colpiscono profondamente». Nell’ammettere gli errori ha annunciato che comparirà di fronte alla stampa e ai rappresentanti del mondo dell’automobile tedesco per chiedere scusa. Lo stesso Obermair, la scorsa settimana, di fronte a 400 ospiti invitati, aveva descritto le accuse della stampa come «speculazioni senza senso» e aveva parlato di «scandalo per il giornalismo». Solo dopo la consegna del premio, messo sotto torchio dal presidente in persona, Ramstetter avrebbe mandato alla dirigenza un file excel con i veri numeri del concorso truccato. Poche ore ore più tardi veniva licenziato. Il presidente assicura ora che nessuno, ai vertici, avrebbe mai potuto immaginare cosa succedeva con il concorso. La stampa tedesca crede però che la frode fosse a conoscenza dei piani alti, altrimenti non si spiegherebbe la fuga di notizie alla Süddeutsche Zeitung. Lo scandalo è la prova di fuoco anche per il nuovo ministro dei trasporti, l’ultraconservatore bavarese Alexander Dobrindt che ha invitato il potente club a «mettere tutte le carte in tavola», solo cosí «potrà riconquistare la fiducia perduta». Per altri invece questa storia è solo all’inizio, il muro di silenzio sull’associazione si è rotto ed è lecito aspettarsi ulteriori scandali.

I trucchi dei crucchi. Lo scandalo Volkswagen travolge la Germania. (di Fiorenzo Caterini). La notizia è deflagrante. Eccola qua, tratta dal sito di Repubblica.it: Volkswagen nella bufera: ha truccato i dati sui gas di scarico. In pratica gli americani hanno scoperto il trucco. Nelle auto Volkswagen, e quindi anche nelle Audi, una centralina serviva a truccare i risultati delle emissioni. Scrive Repubblica.it: “…installando un software per aggirare gli standard ambientali per la riduzione dello smog nelle vetture Audi e Volkswagen a 4 cilindri prodotte tra il 2009 e il 2015. Si tratta di un software capace di rilevare quando la macchina è sottoposta ai test sulle emissioni, in modo da tenere attivo il sistema di controllo sulle emissioni solo in quel periodo di tempo. Negli altri momenti, è l’accusa dell’Epa, i veicoli inquinano molto più di quanto comunicato dalla casa produttrice. Il software è stato creato per nascondere l’emissione di monossido di azoto “. Incredibile. Non è ancora dato sapere se lo stesso stratagemma sia stato usato in Europa. Il colosso automobilistico tedesco, che proprio l’anno scorso ha superato per la prima volta la giapponese Toyota al vertice della graduatoria delle auto più vendute al mondo, è nell’occhio del ciclone, il suoi vertici si scusano, imbarazzatissimi, il governo tedesco promette inchieste, mentre il titolo va a picco. Ricordo che la Toyota, a sua volta, aveva nel 2012 superato al vertice della graduatoria mondiale l’americana General Motors, che si è trovata, dunque, a passare dalla posizione di leader indiscusso del mercato mondiale al terzo posto. Lotte tra titani, senza esclusione di colpi, a quanto pare. La VW aveva iniziato una politica molto aggressiva di espansione nel mercato americano, e forse non è un caso, che l’agenzia per l’ambiente americana, l’EPA, sia riuscita a scoprire il trucco. Non so perché, ma questa storia mi ricorda l’inchiesta della giustizia americana sugli imbrogli della FIFA, l’organizzazione mondiale del calcio guidata dallo svizzero Blatter, per l’affidamento del mondiale (una vetrina promozionale enorme che suscita molta apprensione in America) alla Russia. Uno scandalo gigantesco, com’è noto. Banalizzando, diciamo che gli americani, quando vogliono, sanno come difendersi. Ma se la Germania è sotto choc, anche in Italia, diciamolo pure, crolla un mito. Il mito della tecnologia tedesca, della stessa VW che in Italia gode di una vastissimo pubblico di estimatori e, più in generale, della integrità del Germania. Dopo le tangenti per le armi alla Grecia, corollario di una crisi che ha visto la Germania sotto accusa per la sua politica economica piuttosto aggressiva e speculativa, ora si scopre che una casa automobilistica nota per la sua serietà, utilizzava la famosa “tecnologia tedesca” per un imbroglio che, peraltro, incide pesantemente nella salute degli abitanti. In Italia ci è sempre piaciuto pensare che si, noi siamo un po’ cialtroni e imbroglioni, ma altrove no. Una sorta di rifugio psicologico dove coltivare l’illusione che in un altrove più o meno identificato con il nord Europa ci fosse una umanità redenta, efficiente e retta. Nicola Gratteri, magistrato e scrittore, uno dei massimi esperti della criminalità organizzata del mondo, in una recente intervista radiofonica, ha sostenuto che la corruzione, purtroppo, è diffusissima in tutto il mondo, anche in paesi insospettabili (citava il Canada e l’Australia come ambiti poco noti del riciclo del denaro sporco). Spesso il fenomeno emerge grazie a buone leggi e all’organizzazione di forze di polizia e magistratura abituati ad affrontare la criminalità. Ma spesso, in paesi insospettabili, il fenomeno resta sommerso. Chi studia antropologia sa, insomma, che esiste nel mondo una costante sincronica che si definisce come “sostanziale uniformità della psicologia umana”. In altri termini, è il vecchio detto: “tutto il mondo è paese”. (Si precisa che il termine “crucco” è usato nella sua accezione scherzosa. Cogliamo anzi l’occasione per salutare gli amici tedeschi che ci leggono).

Il falso mito della superiorità morale ed industriale tedesca, scrive Guido da Landriano. Cosa rivela il recente scandalo Volkswagen dell’industria tedesca? Che la decantata “Superiorità calvinista” tedesca, fatta di laboriosità, di sacrifici, di tante formichine parche nei consumi ed attentissime nella produzione NON ESISTE, è un parto di una comunicazione attenta e senza scrupoli tesa all’autocelebrazione, che i gonzi esterofili di tutto il mondo, soprattutto nostrani, ripetono come utili idioti. Del resto è noto che questi germanofili, adoratori sciocchi dell'“Ordoliberismo”, hanno schiena flessibile come il giunco e disposta a piegarsi al minimo alito di vento. Ci chiediamo dove sia la “Performance excellence” tanto decantata dai loro manager: sta forse nell’eccellenza nel barare, nel falsare i dati in modo da apparire superiori, quando assolutamente non lo sono? Oggi abbiamo visto lo scandalo Volkswagen, pensate che sia l’unico scandalo dell’industria teutonica? Allora vi ricordiamo qualche altro episodio recente: 2010 La Mercedes viene condannata ad una multa di 185 milioni di dollari da parte delle autorità USA per un vastissimo giro di tangenti mondiali, su un territorio di 22 paesi e con l’utilizzo di un giro enorme di conti off-shore. Questo scandalo coinvolgeva stati come la Tailandia, la Grecia, la Russia e l’Iraq. La Mercedes ha pagato e promesso di “Far pulizia”, il tutto per non far proseguire le indagini penali. 2015 13 manager della Siemens sono stati rinviati a giudizio in Grecia per corruzioni. Sarebbero stati accusati di aver pagato tangenti ai dirigenti OTE, la società telefonica greca, allora pubblica. Secondo il giornale inglese Independent ha denunciato l’invio di armi all’Arabia Saudita in cambio del suo appoggio all’assegnazione della Coppa del Mondo 2006 alla Germania. Ci fermiamo qui, ma potremmo andare avanti. La superiorità della Germania, basata sulla visione “Calvinista”, tanto decantata un secolo fa da Weber NON ESISTE PIU’, se mai è esistita. La Germania, che fa la morale a tutta Europa è anche lei sentina di corruzione, piegata agli interessi plutocratici di pochi disposti a qualsiasi cosa per arricchirsi ulteriormente. Insomma… alla fine il decadente SUD ed il moralista NORD non sono che la due facce della stessa medaglia di malaffare. Quindi cerchiamo ognuno di curare i propri mali e non prendiamo cattivi esempi da chi non ha proprio nulla da insegnare. Un po’ di dignità e di onesta, non ci vuole altro, e queste materie non si possono importare. 

Germanopoli di Nino Sunseri su “Libero Quotidiano”. Caso Volkswagen: tutte le fregature che ci hanno rifilato i tedeschi. Il mito della perfezione industriale tedesca si è infranto su un motore a gasolio: un brevetto depositato il 23 febbraio 1892 a Berlino dal signor Rudolf Diesel. Per noi italiani sarebbe come dire che la pizza margherita l’hanno inventata gli svizzeri. Il governo di Washington ha accusato i vertici della Volkswagen di essere degli imbroglioni. Neanche fossero tanti Totò quando voleva vendere il Colosseo (sempre agli sprovveduti americani). Ma che vergogna per i tedeschi che si considerano i più grandi motoristi del mondo (e che godimento per noi la Mercedes di Hamilton che si spegne a Singapore e quella di Rosberg arrosto a Monza). L’agenzia Usa per la protezione ambientale ha stabilito che Golf e Audi emettono una quantità di biossido di carbonio eccessivo. E fin qui, tutto sommato, si poteva anche transigere: vedi mai che sulle 500 mila auto ritirate c’erano gli iniettori un po’ sporchi. Ma poi si scopre che il problema era in fabbrica e il costruttore non avendo saputo (o voluto) abbattere le emissioni aveva aggirato il problema montando un software con il compito di depistare i controlli. Un trucco che suscita indignazione anche nei quartieri spagnoli di Napoli o ai mandamenti di Palermo. Ora Vw rischia una sanzione da 18 miliardi. In questo complicato 2015 il mito dell’onestà e del senso di responsabilità sembra essere stato dimenticato dai tedeschi nei saggi di Max Weber. Perchè a luglio 2015 è stato annunciato il ribaltone alla Deutsche Bank, orgoglio della finanza di Francoforte. Entrambi gli amministratori delegati Anshu Jain e Juergen Fitschen sono stati licenziati. Il primo in tronco, il secondo dopo l'assemblea del prossimo maggio. In sostituzione John Cryan. Un manager inglese alla testa della prima banca tedesca che ha in pancia 54.700 miliardi di euro di derivati e se succede qualcosa la finanza mondiale diventa cenere. Le dimissioni arrivano dopo gli scandali costati due maxi multe (una di 2,51 miliardi di dollari in Usa e di una di 344 milioni di dollari a Londra) per presunte manipolazioni dei tassi interbancari, in particolare del Libor. Per non parlare del coinvolgimento in una vicenda di denaro sporco da parte di alcuni clienti russi. E vogliamo raccontare dei capitani felloni? Noi abbiamo Francesco Schettino. Loro Andres Lubitz che ha ammazzato 150 passeggeri nonostante fosse noto che non poteva più fare il pilota d’aerei. Da noi si sarebbe subito aperto il processo ai responsabili della negligenza. Non risultano, invece, dimissioni in Lufthansa da cui Germanwings dipendeva.

Un mito infranto, tedeschi sotto shock. Lo sconcerto è superiore a quello per i falsi diari di Hitler, scrive Angelo Allegri su “Il Giornale”. Come se agli italiani avessero toccato la Ferrari, Armani e tutto il made in Italy messo insieme. O come se l'imbattibile nazionale di Müller, Göetze e Özil fosse all'improvviso accusata di aver vinto gli ultimi mondiali dopo aver truccato le partite decisive. Ieri Angela Merkel ha invocato «piena trasparenza in una situazione difficile». E il ministro dei trasporti Alexander Dobrindt ha annunciato una commissione d'inchiesta governativa, che è già pronta a recarsi al quartier generale della Volkswagen. Reazioni forti che però non rendono del tutto lo sconcerto che lo scandalo dei gas di scarico truccati ha provocato in Germania. Perché la vicenda ha toccato due simboli. A torto o a ragione i tedeschi dell'auto si considerano gli inventori. E non c'è ingegnere a Nord delle Alpi che non sia in grado di recitare a memoria la nazionale made in Germany della storia dell'automobile: Rudolf Diesel, Carl Benz, Gottlieb Daimler, Ferdinand Porsche (e si potrebbe continuare a lungo). Altra tradizionale fonte di orgoglio sono le cosiddette «virtù tedesche»: onestà, serietà, diligenza. Tanto più degne di nota se paragonate a quelle dei vicini del Sud. «L'Italia è ancora come la lasciai, ancora polvere sulle strade, ancora truffe al forestiero... Onestà tedesca ovunque cercherai invano», scriveva Goethe, a cui pure l'Italia piaceva non poco. Il risultato è che questi giorni sono destinati a rimanere nella memoria collettiva. Come e più di altre vicende: la bufala dei falsi diari di Hitler, presentati come veri dal settimanale Stern e poi rivelatisi frutto della creatività di un abile faccendiere; le spericolate operazioni finanziarie della Deutsche Bank, uno dei simboli appannati del potere economico tedesco. O come lo scandalo, che tanta indignazione ha provocato tra gli automobilisti tedeschi, dell'Adac, l'Automobile Club locale, che per darsi peso e importanza moltiplicava a dismisura gli iscritti. Robetta, in confronto a quanto sta emergendo ora sulla Volkswagen. E così il numero uno della Porsche, che pure appartiene al gruppo, ha dichiarato di essere «inc... nero». Politici ed economisti hanno parlato di «catastrofe per l'industria tedesca», con possibili ricadute non solo sull'occupazione nel gruppo Vw ma su tutto l'export del Paese. Il sito della Bild, termometro infallibile della sensibilità popolare, ha mantenuto per tutto il giorno come prima notizia il video del numero uno della società Martin Winterkorn che si profonde in umilianti scuse. Più pratico Bernd Osterloh, capo dei sindacati della Vw, che hanno fior di posti nel consiglio di sorveglianza del gruppo: «Ci saranno conseguenze personali, dovranno cadere delle teste». E le teste cadranno. Perché, e questa è un'altra differenza con i vicini del Sud, i tedeschi praticano poco la virtù del perdono. L'ex ministro della Difesa Karl-Theodor zu Guttenberg aveva copiato parte della tesi e fu costretto a dare subito le dimissioni. Era il marzo 2011. Per un peccato tutto sommato veniale è, da allora, il paria più illustre della politica tedesca.

Der Spiegel: “c’è un cartello dei costruttori auto tedeschi”. Intanto la Germania cerca di limitare i danni. Il settimanale tedesco ha rivelato l'esistenza di un accordo tra alcuni dei grandi produttori, per influenzare tecnologie (tra cui quelle antinquinamento) e prezzi, attivo fin dagli anni '90. Nel frattempo Mercedes e Audi stanno richiamando preventivamente circa 4 milioni di auto diesel, mentre in Germania è pronto un piano di "salvataggio" nazionale. Come si immaginava, il dieselgate è frutto più di un sistema malato che dell'iniziativa di un singolo, scrive Marco Scafati il 21 luglio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Emissioni fuori controllo, richiami, accuse di aver addirittura formato un “cartello” dell’auto. Le quattro ruote tedesche sono in subbuglio, come forse mai era accaduto prima. In principio fu il dieselgate Volkswagen, di cui è stato scritto di tutto e di più, a gettare un’ombra sull’industria dell’auto più potente del mondo. E a far drizzare le antennine delle autorità, soprattutto quelle europee. Ma pare che quello sia stato solo l’inizio. Pochi giorni fa è toccato alla Mercedes richiamare tre milioni di auto ufficialmente per “un’azione di servizio volontaria” sul software che ne gestisce i motori a gasolio. Costo stimato? 220 milioni di euro, che secondo gli analisti potrebbero diventare molti di più quando si arriverà a stimare i reali contorni di una vicenda che per ora resta fumosa. A stretto giro di posta ha giocato d’anticipo anche Audi, proponendo qualcosa di simile. Ovvero un programma di aggiornamento per 850 mila vetture con motori a sei e otto cilindri diesel (V6 e V8 TDI), che torneranno in officina per essere dotate di un nuovo software in grado, secondo la casa di Ingolstadt, di “migliorare ulteriormente le loro emissioni in condizioni di guida reali oltre gli attuali requisiti di legge”. Un’operazione, tra l’altro, portata avanti in collaborazione con le autorità federali e che riguarderà anche modelli Porsche e Volkswagen equipaggiati con gli stessi propulsori. Parliamo in totale di circa 4 milioni di auto coinvolte nei due casi, vendute sia nel vecchio continente che in altri paesi ad eccezione del nord America (Canada e Stati Uniti). Il tutto mentre dalla Germania arrivano notizie inquietanti: secondo il settimanale Der Spiegel, i costruttori Audi, Bmw, Daimler, Porsche e Volkswagen avrebbero fin dagli anni ’90messo su un cartello per coordinare tutto ciò che riguarda lo sviluppo delle vetture: dai motori alle trasmissioni, fino ai sistemi di scarico passando per freni e componentistica varia. Una sorta di “famiglia allargata”, formata da non meno di 200 dipendenti delle varie aziende che partecipavano a una sessantina di comitati industriali, decideva tutto nel dettaglio: dalle tecnologie fino a fornitori e costi, soprattutto quelli dei sistemi di trattamento delle emissioni dei motori a gasolio. Tutto legale? E’ quello che le autorità tedesche e quelle europee dovranno chiarire. Magari partendo dall’autodenuncia fatta all’autorità tedesca per la concorrenza fatta da Daimler e Volkswagen, come riporta Der Spiegel. Come riferimento potrebbe aiutare quanto accaduto esattamente un anno fa, quando l’Antitrust dell’Unione Europea comminò una multa complessiva da tre miliardi di euro al cartello dei costruttori di camion formato da Daimler, Daf, Volvo/Renaulte Iveco, per essersi accordati sia sulle tecnologie che sui prezzi dei sistemi antinquinamento. In quell’occasione si salvò la Man, che pur essendo coinvolta non ricevette addebiti perché aveva denunciato per prima l’esistenza di accordi illegali. Succederà lo stesso? Per capirlo bisogna aspettare, ma nel mentre chiedersi anche cosa stia succedendo alla Germania dell’auto. Come mai quella che da sempre viene dipinta come una corazzata, stia dando prova di debolezza. Al punto da dover chiedere aiuto allo stato dal momento che esiste, come riportato dal sito specializzato Autonews.com che cita fonti governative, un piano di salvataggio: un accordo tra industriali e politici per “pulire” le auto diesel nel paese ed evitarne il bando dalle città, soluzione quet’ultima auspicata anche oggi dalla commissaria al mercato interno UE Elzbieta Bienkwoska. Un piano dal costo stimato di due miliardi di euro che prevede l’aggiornamento di tutte le vetture equipaggiate con motori Euro 5 ed Euro 6, sia di marchi nazionali che esteri, con un upgrade del software che permetterebbe di tagliare fino al 20% di NOx (e le prestazioni…?). Lo stesso piano che ha dato il via ai richiami “preventivi” di Mercedes e Audi, di cui si è parlato prima. Comunque sia, un argomento caldo sul tavolo del ministro dei trasporti Dobrindt, che incontrerà i rappresentanti dei costruttori nazionali il 2 agosto per parlare di inquinamento da motori a gasolio. Ma ad essere calda, a ben vedere, è tutta l’estate dell’auto tedesca.

REGENI, PUTIN, TRUMP E LE FAKE NEWS (BUFALE/FALSE VERITA').

Fake news, la denuncia di Facebook: "Le usano anche gli Stati per manipolare". "Account falsi utilizzati per diffondere informazioni rubate anche nelle ultime elezioni Usa", scrive il 28 aprile 2017 "La Repubblica". Tentativi di propaganda e manipolazione dell'informazione, apparentemente orchestrati da governi o soggetti organizzati, sfruttando le 'fake news' ma anche profili falsi che puntano a influenzare l'opinione pubblica. E' l'allarme lanciato da Facebook in un rapporto che per la prima volta fa questa ammissione. Durante le ultime elezioni Usa, si legge, account falsi sono stati creati per diffondere informazioni rubate da email. L'allarme lanciato da Facebook è contenuto in un rapporto in cui spiega cosa sta facendo il suo team per contrastare questo complesso fenomeno che definisce "operazioni di informazione". Riguardo le presidenziali americane, viene specificato che il volume di queste attività è stato "statisticamente molto piccolo rispetto al coinvolgimento generale nei confronti di questioni politiche". E' la prima volta che il social network fa un'ammissione di questo tipo. All'indomani delle polemiche sulla circolazione delle false notizie su Facebook durante la campagna elettorale Usa, Mark Zuckerberg definì l'idea "folle". La piattaforma, comunque, ha già intrapreso azioni di contrasto e non solo negli Usa. In Francia - dove sono in corso le presidenziali - il team di Facebook ha già rimosso oltre 30 mila account falsi. La notizia arriva nel giorno in cui il social pubblica anche il consueto rapporto globale sulle richieste di dati da parte dei governi relative alla seconda metà del 2016. Sono aumentate del 9% rispetto alla prima parte dell'anno.

Giulio Regeni, un anno senza verità. Dal 25 gennaio 2016, giorno della scomparsa, fino ad oggi: le tappe della vicenda del ricercatore ucciso al Cairo. I depistaggi e le bugie delle autorità egiziane, gli appelli, l'impegno del nostro giornale con la piattaforma RegeniLeaks, le dichiarazioni del governo. Con una certezza. A dodici mesi da quella morte assurda, ancora non sappiamo chi ha ucciso il nostro concittadino, scrive Brahim Maarad il 20 gennaio 2017 su “L’Espresso”.

25 GENNAIO 2016. Giulio Regeni si era trasferito al Cairo dal settembre 2015 per una ricerca di dottorato sui diritti dei lavoratori e i sindacati egiziani. Scompare nella capitale egiziana fra le 19.30 e le 20.00.

3 FEBBRAIO. Il ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, che si trova al Cairo alla guida di una missione imprenditoriale, fa sapere che il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha assicurato la propria «personale attenzione» al caso di Giulio Regeni. Il ministro Guidi dice: «Ho rappresentato al presidente tutta la preoccupazione non solo della famiglia» ma anche «del Governo italiano». E poi: «Posso dire che il presidente mi ha assicurato la sua personale attenzione». Nel tardo pomeriggio dello stesso giorno il corpo di Giulio Regeni viene rinvenuto in un fosso alla periferia del Cairo.

4 FEBBRAIO. Sul corpo di Giulio Regeni vi sarebbero «segni di tortura». Lo scrive il sito del giornale egiziano "Al Watan". Il direttore dell’Amministrazione generale delle indagini di Giza, il generale Khaled Shalabi, sostiene che «non c’è alcun sospetto crimine dietro la morte del giovane italiano Giulio Regeni, il cui corpo è stato ritrovato sulla strada desertica Cairo-Alessandria»: lo riporta il sito egiziano 'Al Youm7'. In dichiarazioni esclusive al sito, il generale dichiara che le indagini preliminari parlano di un incidente stradale e smentisce che Regeni «sia stato raggiunto da colpi di arma da fuoco o sia stato accoltellato». Su indicazione del Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni, il Segretario Generale della Farnesina convoca con urgenza l’Ambasciatore egiziano Amr Mostafa Kamal Helmy per esprimere «lo sconcerto del Governo italiano per la tragica morte del giovane Giulio Regeni al Cairo». L’ambasciatore egiziano esprime «a nome del suo Paese profondo cordoglio per la morte di Regeni» e assicura che «l’Egitto fornirà la massima collaborazione per individuare i responsabili di questo atto criminale». Sul corpo di Giulio Regeni ci sono segni di bruciature di sigaretta, tortura, ferite da coltello e segni di una “morte lenta”. Lo riferisce il procuratore egiziano alla Associated Press. Palazzo Chigi fa sapere che il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha sentito nel pomeriggio il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi al quale ha rappresentato l’esigenza che il corpo di Giulio Regeni sia presto restituito alla sua famiglia. Inoltre ha espresso l’esigenza che sia dato pieno accesso ai rappresentanti italiani per seguire da vicino, nel quadro dei rapporti di amicizia che legano Italia ed Egitto, «tutti gli sviluppi delle indagini per trovare i responsabili dell’orribile crimine» che ha portato alla morte di Giulio Regeni ed «assicurarli alla giustizia». Una nota del Quirinale fa sapere che «il Presidente Mattarella auspica che, attraverso la piena collaborazione delle autorità egiziane, sia fatta rapidamente piena luce sulla preoccupante dinamica degli avvenimenti, consentendo di assicurare alla giustizia i responsabili di un crimine così efferato, che non può rimanere impunito». L’agenzia Mena riporta la notizia che il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi ha telefonato al premier Matteo Renzi, riferendogli di aver ordinato al ministero dell’Interno e alla Procura generale di «perseguire ogni sforzo per togliere ogni ambiguità» e «svelare tutte le circostanze» della morte di Giulio Regeni, un caso al quale «le autorità egiziane attribuiscono un’estrema importanza».

5 FEBBRAIO. Arriva al Cairo un team di sette uomini di Polizia, Carabinieri e Interpol per seguire le indagini, in collaborazione con le autorità egiziane. Fonti dell’intelligence smentiscono le notizie apparse su alcuni organi di stampa di collegamenti tra il giovane ucciso al Cairo e i servizi italiani. Per queste notizie gli 007 esprimono «stupore e costernazione». «Acquisire ogni elemento utile» che consenta di «ricostruire quanto accaduto». È la delega che la procura di Roma dà al team di investigatori in trasferta al Cairo per indagare sulla morte di Regeni. Quella della procura di Roma, in attesa di vedere come si comporteranno le autorità egiziane e quale sarà la qualità della loro collaborazione, è dunque una “delega aperta”, senza indicazioni particolari e specifiche, in modo da consentire agli investigatori il più ampio margine di manovra. L’obiettivo è quello di riuscire a parlare con il maggior numero di testimoni che hanno avuto a che fare con il giovane negli ultimi giorni prima della morte, a partire da chi ha trovato il cadavere e dal medico legale fino a quelli che lo hanno visto prima della sua scomparsa; perquisire l’abitazione in cui Regeni viveva; poter accedere, qualora fossero disponibili, al suo cellulare, ai tabulati e al computer. Il New York Times racconta la morte di Giulio Regeni, parlando di un omicidio brutale che gela le relazioni tra Italia ed Egitto. Sottolinea l’ira di Roma «profondamente scettica sul fatto che l’Egitto sia in grado o abbia la volontà di trovare gli assassini». Il quotidiano statunitense parla di «complicazioni, seppur taciute» nei rapporti tra Roma e il Cairo, anche perché le bruciature di sigarette trovate sul corpo di Regeni, così come i segni di un colpo alla testa, sarebbero «i segni distintivi degli abusi frequentemente associati alle forze di sicurezza egiziane». Il Times parla di «preoccupazioni crescenti per l’impunità» di cui godono queste forze speciali del regime di al Sisi. Viene fatta circolare al Cairo la notizia che «sono state arrestate due persone sospettate dell’omicidio dello studente italiano Giulio Regeni». La fonte delle agenzie di stampa esclude «che l’omicidio Regeni abbia riferimenti terroristici o politici» e ha sostenuto che «si tratterebbe di un atto criminale».

6 FEBBRAIO. Il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, ricordando che i familiari e la salma di Regeni hanno lasciato il Cairo e sono attesi a Trieste dopo uno scalo a Roma, dice: «A quanto risulta dalle cose che ho sentito sia dall’ambasciata sia dagli investigatori italiani che stano cominciando a lavorare con le autorità egiziane, siamo lontani dal dire che questi arresti abbiano risolto o chiarito cosa sia successo. Credo che siamo lontani dalla verità». Le due persone fermate per l’uccisione di Regeni vengono rilasciate. Fonti della sicurezza al Cairo si limitano a dire che si trattava di “sospetti” nei confronti dei quali non è stata formalizzata alcuna accusa che giustificasse un arresto.

7 FEBBRAIO. «Fonti mediche e giudiziarie» citate dal sito del quotidiano indipendente egiziano «Al-Masry Al-Youm» riferiscono che «il rapporto del medico legale ha affermato che lo studente» Giulio Regeni «è stato ucciso 10 ore prima di essere ritrovato». Viene «escluso che egli sarebbe stato oggetto di un incidente stradale», aggiunge il sito confermando attraverso le stesse fonti che «lo studente è stato torturato». L’indicazione temporale precisa quella fornita il 4 gennaio dal «Al-Youm 7» che, citando «inchieste preliminari», sosteneva che il corpo si trovava sul luogo del rinvenimento «da meno di tre giorni».

8 FEBBRAIO. Il generale Magdi Abdel Ghaffar, ministro dell’Interno egiziano, in una conferenza stampa tenuta al quartier generale della sicurezza nazionale egiziana al Cairo dice: «Non trattiamo assolutamente l’italiano come una spia ma come se fosse egiziano. È un atto criminale». Aggiunge che «il corpo è stato ritrovato sopra il cavalcavia Hazem Hassan sull’autostrada» del deserto tra Il Cairo e Alessandria «ed è stato scoperto da un autista di taxi la cui vettura era finita in panne». E poi afferma: «Respingiamo tutte le accuse e le allusioni ad un coinvolgimento della sicurezza». Il caso Regeni entra nelle conversazioni tra Barack Obama e Sergio Mattarella. I due presidenti parlano al termine del loro incontro alla Casa Bianca e il presidente americano, riferiscono fonti italiane, conferma che gli Usa collaboreranno per la ricerca della verità.

9 FEBBRAIO. Il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry in un’intervista a 'Foreign Policy' riportata dal sito del quotidiano egiziano al Ahram, ribadisce che l’assassinio di Giulio Regeni è stato «un crimine» e che l’Egitto respinge ogni accusa di coinvolgimento. Puntualizza pure che i giornalisti che si occupano della vicenda stanno «saltando a conclusioni» e stanno facendo «speculazioni senza alcuna informazione autorevole o una verifica di ciò a cui alludono». Il ministro egiziano ha poi liquidato come «bugie» le accuse che in Egitto ci siano prigionieri politici. Secondo un sito egiziano, il telefonino di Giulio Regeni è stato agganciato per l’ultima volta nel quartiere sulla sponda sinistra del Cairo dove risiedeva. «La Procura ha ricevuto ufficialmente una notifica da parte di una società di telecomunicazioni secondo cui, seguendo il telefono di Regeni» l’apparecchio «è stato localizzato nella zona di Dokki», il quartiere di Giza al Cairo «nei pressi del suo appartamento», scrive il sito del quotidiano indipendente Al Masry Al Youm. In risposta alla lettera di protesta di accademici pubblicata dal Guardian, il portavoce del ministero degli Esteri egiziano Ahmed Abu Zeid sostiene che è «prematuro» giudicare i risultati delle indagini sulla morte dello studente italiano, lo scrive l’agenzia Mena.

10 FEBBRAIO. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni alle Commissioni Esteri-Politiche Ue di Camera e Senato dice: «Confermo alla Camere l’impegno del governo sull’orribile vicenda dell’uccisione di Giulio Regeni».

13 FEBBRAIO. Il New York Times scrive che «tre funzionari della sicurezza egiziana coinvolti nelle indagini affermano che Regeni è stato preso» da alcuni agenti il 25 gennaio. Il ragazzo «ha reagito bruscamente, si è comportato come un duro», sostengono le fonti. Tutti e tre, intervistati separatamente, scrive ancora il Nyt, dicono che Regeni aveva sollevato sospetti a causa di contatti trovati sul suo telefono di persone vicine ai Fratelli Musulmani e al movimento 6 Aprile, considerati nemici dello Stato. Chi ha fermato Regeni «ha pensato fosse una spia», aggiungono le fonti. Sempre secondo il giornale statunitense, un “testimone” sostiene che il fermo del giovane italiano sarebbe stato «ripreso da quattro telecamere di sorveglianza» di altrettanti negozi del quartiere: ma la polizia egiziana «non ha ancora chiesto le registrazioni video». Il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry sostiene che nei colloqui del Cairo con il governo italiano «non viene sollevata una simile illazione o accusa» circa un coinvolgimento di forze di sicurezza egiziane nella tortura a morte del giovane Giulio Regeni. Come riferisce il New York Times, Shoukry afferma anche alla radio nazionale pubblica egiziana.

14 FEBBRAIO. Gli investigatori italiani al Cairo faticano a raccogliere elementi sull’uccisione di Giulio Regeni. Le attività investigative nella capitale egiziana vanno avanti con lentezza anche per le metodologie di indagine utilizzate dagli apparati di sicurezza egiziani diverse dalle nostre.

15 FEBBRAIO. «In un comunicato ufficiale pubblicato dal ministero dell’Interno, una fonte del Dipartimento dell’informazione ha smentito le informazioni pubblicate dai media occidentali secondo le quali l’accademico italiano Giulio Regeni sarebbe stato arrestato da elementi appartenenti ai servizi di sicurezza prima della sua morte», scrivono i media egiziani, tra cui l’agenzia ufficiale Mena. Il premier Matteo Renzi, intervenendo all’Università di Buenos Aires e parlando dei ragazzi italiani nel mondo, dice: «Giulio Regeni è stato ucciso in circostanze ancora da chiarire». L’affermazione fa scattare un lungo applauso della platea.

16 FEBBRAIO. Ricercatore, non spia. La famiglia Regeni, attraverso il proprio legale, «smentisce categoricamente ed inequivocabilmente che Giulio sia stato un agente o un collaboratore di qualsiasi servizio segreto, italiano o straniero». Secondo la famiglia: «Provare ad avvalorare l’ipotesi che Giulio Regeni fosse un uomo al servizio dell’intelligence significa offendere la memoria di un giovane universitario che aveva fatto della ricerca sul campo una legittima ambizione di studio e di vita».

18 FEBBRAIO. Il quotidiano filo-governativo egiziano AlYoum7 online citando fonti vicine alla procura egiziana che indaga sul caso, scrive che Giulio Regeni «sarebbe stato ucciso da agenti segreti sotto copertura, molto probabilmente appartenenti alla confraternita terrorista dei Fratelli musulmani, per imbarazzare il governo egiziano». Le stesse fonti aggiungono che «il procuratore egiziano e la sua controparte italiana stanno raccogliendo tutti gli elementi possibili per individuare l’autore del crimine».

20 FEBBRAIO. Il premier Matteo Renzi fa anticipare in serata sulle agenzie di stampa un passaggio del suo intervento previsto per l’indomani all’assemblea del Pd: «Noi dagli amici vogliamo la verità, sempre, anche quando fa male. Vogliamo i responsabili, quelli veri, con nome e cognome, e vogliamo che paghino. Abbiamo promesso alla mamma e al papà di Giulio che saremmo andati fino in fondo e confermo che non faremo nessun passo indietro».

21 FEBBRAIO. Intervistati da Repubblica, i genitori di Giulio Regeni, Paola e Claudio dicono: «Abbiamo molta fiducia nelle nostre forze di polizia, nel pm Sergio Colaiocco, nelle istituzioni, e chiediamo che i nostri investigatori al Cairo ritornino in Italia solo quando sarà stata fatta completa chiarezza. Contiamo sull’impegno che hanno preso con noi alcuni rappresentanti delle istituzioni italiane che ci hanno assicurato che la storia di Giulio non cadrà nell’oblio. Vogliamo soltanto la verità su cosa è accaduto a Giulio. Chiediamo che non ci sia nessuna omissione, nessun tentennamento. Giusto per lui. Giusto per tutti».

23 FEBBRAIO. Fonti della sicurezza della prefettura di Giza in Egitto riferiscono al sito del quotidiano ‘Al-Masry Al-Youm’ che «le inchieste hanno svelato che la vita di Giulio Regeni era piena di ambiguità e che il giovane italiano intratteneva relazioni con un gran numero di persone». Le stesse fonti «hanno anche affermato che l’equipe di inchiesta non è ancora giunta a nuove informazioni sui criminali».

24 FEBBRAIO. Secondo un comunicato del ministero dell’interno, la morte di Giulio Regeni sarebbe un omicidio premeditato per una vendetta causata da motivi personali. Secondo gli egiziani le indagini avrebbero accertato che la vittima aveva numerose relazioni con abitanti del quartiere in cui viveva. Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni in un question time alla Camera dice: «L’Italia chiede semplicemente ad un paese alleato la verità e la punizione dei colpevoli. Non ci accontenteremo di una verità di comodo ne’ di piste improbabili, come quelle evocate oggi dal Cairo». L’ambasciatore egiziano in Italia, Amr Helmy, citato dall’agenzia ufficiale Mena, sostiene che l’omicidio Regeni potrebbe essere un atto criminale o terroristico compiuto da chi «vuole minare le relazioni tra Italia ed Egitto». Tra Roma e il Cairo «c’è piena cooperazione» sul caso, sottolinea l’ambasciatore invitando ad attendere gli esiti dell’inchiesta.

28 FEBBRAIO. Pier Ferdinando Casini, presidente della Commissione Esteri del Senato, chiede verità dal Cairo «o richiamiamo ambasciatore». «O arrivano entro pochi giorni risposte vere oppure il governo, che pure si è mosso con grande saggezza, per dare valore alle parole inequivocabili del presidente del Consiglio, deve considerare alcuni gesti simbolici forti», come il richiamo in Italia del nostro ambasciatore al Cairo, perché «dovremmo far capire la gravità della vicenda e che noi non scherziamo».

4 MARZO. L'attivista 28enne Mohamed Al Jundi è scomparso da piazza Tahrir il 25 gennaio 2013. Durante l’anniversario della rivoluzione. Stesso giorno e a pochi metri dal luogo della sparizione di Regeni, tre anni dopo. Al Jundi è stato ritrovato abbandonato in fin di vita sul bordo della strada, il corpo pieno di segni di tortura. Si è arreso alla morte il 4 febbraio. Per la polizia si è trattato di un incidente stradale. Il caso è stato archiviato.

10 MARZO. Il parlamento europeo condanna la tortura e l'assassinio del ricercatore italiano e nella sua risoluzione chiede maggiore collaborazione e trasparenza dalle autorità egiziane. Le esorta inoltre a fornire alle autorità italiane tutte le informazioni e tutti i documenti necessari per consentire lo svolgimento di indagini "congiunte rapide, trasparenti e imparziali”.

14 MARZO. L'ex ministro della giustizia Mohammed Al Zend dichiara: «Ciò che è stato riscontrato sul corpo dev’essere fedelmente riportato. A qualsiasi costo, politico e non solo. Nulla può giustificare le menzogne. La direzione di medicina legale ha consegnato un rapporto veritiero che conferma, con assoluta chiarezza, ciò che tutti noi sappiamo e che non stiamo qui a ripetere sul crimine che è stato commesso».

16 MARZO. «Vi prometto che faremo luce e arriveremo alla verità, che lavoreremo con le autorità italiane per dare giustizia e punire i criminali che hanno ucciso vostro figlio», dichiara il presidente al-Sisi in un’intervista a Repubblica. Aggiunge però che «bisogna interrogarsi sulla tempistica del delitto: perché hanno fatto ritrovare il corpo durante la visita del vostro ministro?».

24 MARZO. Per la polizia si tratta di una banda specializzata nelle rapine e nei sequestri ai danni degli stranieri. Il collegamento al caso Regeni è immediato. I cinque sono stati uccisi in una sparatoria davanti a un posto di blocco. E’ il primo atto di un nuovo depistaggio.

25 MARZO. “Gli assassini di Giulio Regeni sono stati uccisi nel blitz di ieri mattina”. Questo è quanto sostengono gli inquirenti egiziani. Sostengono di aver recuperato, nella casa di un componente della presunta banda, una borsa con tutti gli effetti personali del ricercatore italiano. La messinscena è durata poche ore.

29 MARZO. «Se il 5 aprile prossimo gli investigatori egiziani non arriveranno in Italia con delle notizie veritiere sulla sorte di Giulio Regeni, allora sarà il momento in cui il nostro governo dovrà avere una reazione forte: richiamare in Italia il nostro ambasciatore al Cairo». E’ la richiesta della madre Paola in conferenza stampa, che sostiene di «aver visto sul viso di Giulio tutto il male di questo mondo».

31 MARZO. «La concreta possibilità di indagare pienamente sull’omicidio di Giulio Regeni è delle autorità egiziane. Non abbiamo il diritto, per il rispetto della sovranità nazionale, di disporre intercettazioni in Egitto o altre attività giudiziarie. E il nostro team non può di propria iniziativa effettuare in un paese straniero pedinamenti o indagini autonome. Noi possiamo offrire, come stiamo facendo, la nostra piena collaborazione a sviluppare meglio le indagini». Così il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone a l’Espresso.

5 APRILE. «Le verità di comodo in questi ultimi due mesi sono circolate con troppa frequenza. Noi ci fermeremo solo davanti alla verità, quella vera». È l'impegno del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni che riferisce in Senato sull'assassinio di Giulio Regeni.

7 APRILE. L’incontro tra la delegazione di magistrati e investigatori arrivati dal Cairo e i pm e detective del servizio centrale operativo della polizia e del Ros dei carabinieri potrebbe essere decisivo per chiarire i punti ancora oscuri. Dal Cairo però portano una documentazione che è ritenuta assolutamente insufficiente dalla Procura guidata da Giuseppe Pignatone.

8 APRILE. Il vertice tra italiani ed egiziani sul caso Regeni è stato un vero e proprio fallimento. La collaborazione tra le autorità giudiziarie può considerarsi di fatto interrotta. Il Governo decide quindi di richiamare l’ambasciatore dal Cairo, Maurizio Massari. Ufficialmente per consultazioni, cioè per inviare un messaggio preciso ad Al Sisi: la misura è ormai colma. «In base a tali sviluppi si rende necessaria una valutazione urgente delle iniziative più opportune per rilanciare l'impegno volto ad accertare la verità sul barbaro omicidio del ricercatore», si legge nella nota della Farnesina.

11 APRILE. «A questo punto le nostre indagini si fermano qui. Il caso Regeni è ormai una questione diplomatica di primo livello. Noi continuiamo il nostro lavoro investigativo solo qualora emergessero nuovi elementi utili alla procura». Lo dichiara il procuratore generale egiziano Nabil Sadeq durante il colloquio con il suo vice, Mostafa Soliman, di ritorno dall’incontro con i pm italiani a Roma.

13 APRILE. «Il problema dell’omicidio Regeni è stato creato da noi egiziani. Dal primo giorno alcuni giornali e alcuni social media hanno accusato la polizia di essere responsabile". Così il presidente dell'Egitto Abd Alfattah Al Sisi nel suo discorso davanti ai rappresentanti della società civile. Prima di tutto però rinnova le condoglianze alla famiglia Regeni e ricorda l’egiziano scomparso a Roma. Omar Afifi, ufficiale della polizia egiziana esiliato negli Usa, racconta a l’Espresso: «L’ordine di uccidere Regeni è arrivato dall’alto. Ecco i nomi dei responsabili: Il capo di gabinetto di Al Sisi, Abbas Kamel, che lo ha fatto trasferire per farlo interrogare dai servizi segreti militari; il generale Mohamed Faraj Shehat, direttore dei servizi segreti militari. Naturalmente il ministro degli Interni Magdy Abdel Ghaffar e il presidente Al Sisi erano al corrente già dal trasferimento».

21 APRILE. L’Agenzia stampa Reuters cita fonti interne della polizia e dei servizi segreti egiziani: «Giulio Regeni arrestato dalla polizia prima dell'omicidio». La versione viene smentita dal ministero degli Interni: «Mai tenuto in nessun commissariato».

26 APRILE. Si stringe la morsa di Al Sisi. In seguito alle proteste di piazza il regime egiziano ha reagito con un'ondata di arresti. Tra cui quello di Ahmed Abdallah, il presidente della ong che offre consulenza ai legali dei familiari del ricercatore ucciso.

12 MAGGIO. Il Governo nomina un nuovo ambasciatore al Cairo: al posto di Maurizio Massari, che viene trasferito a Bruxelles, viene nominato Giampaolo Cantini. Non prende però ancora servizio nella sede diplomatica del Cairo.

16 MAGGIO. L'Espresso lancia una piattaforma protetta per raccogliere testimonianze di whistleblower sulle torture e le violazioni dei diritti umani. Per chiedere giustizia per Giulio e per tutti i Regeni d'Egitto.

27 MAGGIO. Paola Deffendi: «Basta depistaggi e azioni diplomatiche poco incisive. La battaglia per la verità deve andare avanti. Tutti quelli che sanno, hanno visto o sentito cosa è successo a Giulio in quei terribili otto giorni, lo dicano. E la piattaforma dell’Espresso è un’ottima opportunità».

3 GIUGNO. I documenti arrivati alla nostra piattaforma denunciano la scomparsa di tre studenti prelevati in facoltà. «Ci sono tre studenti, come Giulio Regeni. Sono rinchiusi da qualche parte e chiedono aiuto. Ma il mondo non li ascolta. Noi tutti abbiamo bisogno che voi facciate in modo che il mondo li ascolti prima che vengano uccisi dai loro rapitori». E’ stato segnalato anche il caso del reporter condannato all’ergastolo.

6 GIUGNO. Interviene la madre Paola che chiede “verità e giustizia per la vittima di una tragedia disumana”. «A Giulio non piacevano le cerimonie, non abbiamo mai assistito ad una sua graduation, quindi essere qui oggi per me è particolarmente doloroso; forse per il termine del suo dottorato avrebbe fatto una festa. Noi siamo qui, non è una festa, e Giulio non c’è».

7 GIUGNO. «Non rilascio dichiarazioni alle autorità italiane». Così ha risposto Maha Abdelrahman, professoressa di Giulio, agli investigatori italiani che si sono recati in Inghilterra per una rogatoria internazionale. A niente è servito l'appello della madre al «coraggio di vincere l'indifferenza morale».

15 GIUGNO. Una nuova segnalazione su RegeniLeaks, la nostra piattaforma protetta, mostra la fine in carcere di un alto dirigente del ministero del Culto. E ogni giorno tre persone nel paese scompaiono per non tornare più a casa.

22 GIUGNO. Azione dell'organizzazione internazionale rivolta a Matteo Renzi e Paolo Gentiloni: «Di fronte all'attuale inerzia del governo italiano, il 25 e il 26 giugno (Giornata internazionale per le vittime della tortura) facciamo sapere al presidente del Consiglio e al ministro degli Affari esteri che siamo in tanti a non aver dimenticato Giulio e che si può e si deve fare di più per arrivare alla verità».

29 GIUGNO. Palazzo Madama approva l’emendamento Regeni con cui viene bloccata la fornitura dei pezzi di ricambio degli F-16.

4 LUGLIO. Il giornalista Mustafa Bakry, durante una trasmissione in prima serata sulla tv egiziana, parla della morte del ricercatore italiano. E nel goffo tentativo di assolvere la polizia e il ministero degli Interni spiega in sostanza quali sono i modi attuati dalla polizia per fare sparire i dissidenti: «Lo avrebbe messo nel cemento e nascosto, non sarebbe andata a denunciare se stessa».

7 LUGLIO. I figli del generale occupano posti chiave negli apparati dello Stato. E potrebbero avere avuto un ruolo nel caso Regeni come sembra emergere da alcune segnalazioni giunte alla nostra piattaforma protetta. In particolare su Mahmoud, il figlio di al Sisi ufficiale dei servizi segreti.

14 LUGLIO. L’attivista per i diritti umani, ora in esilio, Abdelrahman Mansour: «Ora il dittatore al-Sisi ha paura di Giulio Regeni perché per i ragazzi egiziani è diventato un simbolo dei loro valori: cioè internet e libertà. Che l'Egitto ha soffocato».

19 LUGLIO. Braccio di ferro tra procura italiana e parlamento egiziano che afferma di aver respinto le richieste di «estradare tre sospetti e fornire le conversazioni telefoniche e i filmati». Ma gli investigatori a Roma smentiscono: «L'Italia non ha mai chiesto all'Egitto l'estradizione di alcuno».

10 AGOSTO. Il senatore Lucio Barani in visita in Egitto con una delegazione di imprenditori italiani: «Un grave errore da parte dell’Italia interrompere i rapporti perché il governo egiziano non ha avuto nessun ruolo nell’uccisione di Giulio Regeni. E’ stato danneggiato almeno quanto quello italiano. E Renzi lo sa che il governo egiziano è innocente. Tutto il resto è colpa delle opposizioni che non vogliono la verità ma semplicemente rovinare le relazioni».

29 AGOSTO. I genitori di Giulio intervistati da Riccardo Iacona a Presadiretta: “Noi dobbiamo arrivare alla verità diretta, vera, non finta”.

31 AGOSTO. Nata su proposta di Luigi Manconi, del presidente di Amnesty Italia e del presidente di Antigone, ha come primi firmatari i genitori di Giulio e l'avvocato della famiglia. Con un messaggio chiaro: non riallacciare i rapporti diplomatici con l'Egitto di al-Sisi.

7 SETTEMBRE. Nei dieci faldoni arrivati alla procura romana dopo la rogatoria internazionale anche un documento sul rischio firmato dal ricercatore e dalla sua professoressa Maha Abdelrahman. Vertice degli investigatori nella Capitale.

9 SETTEMBRE. Gli inquirenti del Cairo ammettono per la prima volta l’interessamento della polizia a Regeni nei primi giorni di gennaio a seguito di un esposto presentato dal capo del sindacato degli ambulanti, Mohamed Abdallah. Consegnano dei tabulati ancora parziali.

12 OTTOBRE. Lo dichiara il ministro del turismo egiziano, in Italia per fare promozione. Gli inquirenti del Cairo ammettono per la prima volta l’interessamento della polizia a Regeni nei primi giorni di gennaio a seguito di un esposto presentato dal capo del sindacato degli ambulanti, Mohamed Abdallah. Consegnano dei tabulati ancora parziali.

7 DICEMBRE. Dai tabulati di Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti, emergono contatti continui con la sede centrale della Sicurezza Nazionale a Nasr City. Vengono identificati i poliziotti a cui Abdallah forniva informazioni, quelli che hanno effettuato accertamenti sul giovane dopo l’esposto del sindacalista. I magistrati cairoti tengono a precisare che questi accertamenti sono durati "solo tre giorni" a inizio gennaio e si sono conclusi con un nulla di fatto. Identificati anche i poliziotti coinvolti nell’uccisione di cinque persone, accusate di essere responsabili della morte di Giulio.

28 DICEMBRE. Mohamed Abdallah in una dichiarazione all'Huffington Post arabo conferma la sua collaborazione con i servizi segreti: "Noi stiamo dalla loro parte, Giulio faceva troppe domande sulla sicurezza nazionale. Lo avranno ucciso le persone che lo hanno mandato qua, dopo che io l'ho fatto scoprire. Sono orgoglioso di averlo fatto e ogni buon egiziano, al mio posto, avrebbe fatto lo stesso".

29 DICEMBRE. Il presidente del Consiglio durante la conferenza stampa di fine anno sostiene che, dopo iniziali depistaggi, «c'è una strada che il governo ha cercato di seguire, quella della fermezza e della richiesta di cooperazione. Ultimamente ho visto segnali di collaborazione molto utili dall'Egitto che spero si sviluppino, il governo lavorerà in questo senso».

15 GENNAIO 2017. LA MADRE: “E’ IL PRIMO NON COMPLEANNO DI GIULIO”.

17 GENNAIO. Il ministro degli Esteri Angelino Alfano riferendo alla Camera: «Rivolgo a Giulio Regeni un pensiero commosso, insieme alla prosecuzione dell'impegno per la ricerca della verità, che non verrà mai meno. Sulla ricerca della verità è impegnato il nostro sistema giudiziario e quello diplomatico».

Giulio Regeni, la verità in quel diario. Il ricercatore trovato ucciso un anno fa annotava tutti gli sviluppi del suo lavoro. E dal documento emergono nuovi dettagli su chi lo voleva morto, scrive Floriana Bulfon il 25 gennaio 2017 su "L'Espresso". Giulio Regeni aveva un diario. Lo scriveva sul suo pc. Sono considerazioni e analisi delle sue giornate al Cairo. Il testo ha un carattere 9, giustificato, scritto in un ottimo inglese. Giulio ha annotato così in dieci report sensazioni, perplessità, aspetti umani e professionali delle persone conosciute nell’ambito della ricerca che svolgeva in Egitto. Per ogni incontro una, al massimo due cartelle in cui focalizza la sua attenzione su una decina di ambulanti incontrati in tre diversi mercati, sulle loro condizioni sociali, economiche e sindacali. Una copia è tra le carte dell’inchiesta della procura di Roma, un’altra nelle mani della famiglia. In quei file, scritti tra il 29 ottobre e il 18 dicembre 2015, c’è Giulio, il suo rapporto con i venditori di strada, i suoi interrogativi su cosa pensassero di lui e su quanto quel metodo dell’osservazione partecipata potesse influenzare i loro comportamenti. Li ha scoperti il pubblico ministero Sergio Colaiocco analizzando il Mac portatile ritrovato, nella stanza dove viveva, dai genitori accorsi al Cairo pochi giorni dopo aver appreso la notizia della scomparsa. In quella stanza, nel quartiere di Dokki, il figlio passava ore a studiare, a programmare le attività, a riflettere sugli sviluppi della ricerca. Le note dicono molto sull’ambiente in cui è maturato il sequestro. Ci raccontano il quotidiano, la curiosità nella conoscenza di esperienze apparentemente distanti, ma in quel momento vicine, l’evoluzione di un rapporto di fiducia che Giulio considerava basilare per un arricchimento umano. Lunghe chiacchierate a sorseggiare del tè offerto dai venditori e lui che, per ricambiare la gentilezza, si sente fin da subito in dovere di portare i pasticcini. Ogni sera accende il suo computer e scrive di un clima sereno: dopo qualche incontro finiscono a parlare come amici di mogli e fidanzate. Giulio osserva con attenzione le merci disposte per strada, le luci accese, si interessa alle tecniche utilizzate per la vendita. Da una parte braccialetti, dall’altra vestiti. Annota di chi tiene d’occhio il banco dell’altro quando va in moschea a pregare e si offre di dare una mano. E, tra un cliente che si ferma e un altro che cerca di spuntare un prezzo più basso, può succedere di tutto. Una sera, l’attenzione del giovane ricercatore viene richiamata da un ragazzino. Non si regge in piedi. In mano ha una bottiglia di colla da sniffare. Il venditore che gli sta accanto, smette di parlare e decide di intervenire. Afferra la bottiglia, la butta via e rimprovera il ragazzo. Quella sera, quando ritorna nella sua stanza, Giulio trascrive stupito quell’episodio. Gli ambulanti sembrano aver fiducia in lui e toccano anche argomenti importanti: le difficili condizioni economiche, la scarsa possibilità di influenzare le scelte dello Stato in merito ai loro diritti. Parlano di piazza Tahrir, di quei giorni d’inverno del 2011 quando un milione di persone si erano radunate per gettare le basi di una rivoluzione mai concretizzata. Giulio annota tutto sul suo diario. Un tardo pomeriggio, non appena si fa buio, al mercato irrompe la polizia. Un uomo dal fondo della strada grida: «Baladia» (una sorta di municipale ndr). È il 29 ottobre. Tutti spengono le luci, raccolgono in fretta le merci e scappano, hanno paura della confisca e di finire in prigione. Giulio segue i venditori nella fuga. Trovano riparo dentro la moschea dietro l’angolo. Si muovono secondo un copione. È qualcosa che succede spesso. Anche più volte al giorno. Giulio descrive quella difficile convivenza tra ambulanti e polizia. Qual è la necessità di un controllo così invasivo? Perché essere costretti a scappare? La televisione di stato egiziana ha mostrato un estratto del video ripreso di nascosto dal capo del sindacato degli ambulanti, Mohamed Abdallah, durante un suo incontro (forse l'ultimo) con Giulio Regeni. Nelle immagini si mostra la richiesta di denaro da parte del capo del sindacato ambulanti, quelle 10mila sterline di cui si è parlato dai primi giorni dopo l'uccisione del ricercatore. Abdallah cerca di convincere Giulio a fare in modo che possa utilizzare i fondi della fondazione inglese Antipode a fini personali. L'italiano, invece, parlando un buon arabo insiste sull'impossibilità di un'azione del genere. Ecco la trascrizione e la traduzione del dialogo tra i due:Abdallah: Il giorno 5 mia moglie ha un intervento per un cancro, ho bisogno di soldi…Regeni: Però Mohamed, questi soldi non sono miei. Non li posso utilizzare come voglio. Non posso segnare nell’application dell’Università che li ho utilizzati per fini personali. Se dovesse succedere questo sarebbe un grosso problema. Abdallah: Non c’è un canale alternativo ad esempio per un utilizzo personale? Regeni: Giuro che non lo so, perché questi soldi sono legati a me. Dalla Gran Bretagna al Centro egiziano. E dal Centro egiziano alla banca. Abdallah: il mio timore è che il Centro egiziano ci prenda in giro e non ci dia nulla. Regeni: Io non ho l’autorità per intervenire su questo, non posso utilizzare questo denaro a mio piacimento. Abdallah: E quanto tempo ci vuole? Regeni: Dipende, se abbiamo un’idea, un progetto, partecipiamo. Ci sono progetti da tutto il mondo, quindi non è sicuro che arriveranno questi soldi. Ci dobbiamo provare, partecipare con un’idea. Dobbiamo avere le informazioni. Abdallah: Che tipo di informazioni? Che comincio a lavorarci fin da subito. Regeni: Ad esempio, cosa serve di più al sindacato. Per cosa utilizzerebbe le 10mila sterline. Abdallah: Non ho capito. Regeni: Questa è la domanda… Abdallah: Quindi tu hai bisogno di idee? Regeni: Sì, vorrei da te idee. Idee che possiamo poi elaborare insieme.Abdallah: Quindi, in cosa utilizzeremo questi soldi. Regeni: Esattamente. (testi e traduzione a cura di Brahim Maarad). Regeni frequenta gli ambulanti per realizzare la sua ricerca di dottorato all’università di Cambridge. Arriva al Cairo a settembre 2015 e, attraverso la American University of Cairo, entra in contatto con il Centro egiziano per i diritti economici e sociali (Ecesr). Qui incontra Hoda Kamel Hussein, la responsabile dei dossier in materia di lavoro esperta in campo sindacale, che lo aiuta nei contatti. È lei a presentargli alcuni venditori e sindacalisti, tra i quali Mohamed Abdallah. L’uomo che l’ha poi tradito e consegnato nelle mani dei carnefici. La prima volta si conoscono nella sede del Centro che oggi rischia di chiudere a causa di una legge che limita le attività delle associazioni per la difesa dei diritti umani. È il 13 ottobre 2015. Si vedranno altre sei volte. Abdallah, a capo del sindacato autonomo degli ambulanti e con un passato da giornalista di tabloid, mette a verbale davanti ai magistrati egiziani: «Mi ha chiamato Hoda per dirmi che c’era un ricercatore che stava facendo un dottorato, mi ha chiesto di incontrarlo per vedere come aiutarci a vicenda».  Ne segue una lunga intervista registrata, cui prende parte anche Hoda. Abdallah risponde alle domande di Giulio raccontando la composizione del sindacato, il programma, le quote associative, la mancanza di una pianificazione delle aree dedicate. E poi il blocco imposto dal ministero del Lavoro per le iscrizioni, le garanzie sociali inesistenti, le leggi e i regolamenti sul lavoro emananti da Abd al-Fattah al Sisi che hanno determinato un aumento delle tasse e dei prezzi aggravando le condizioni dei venditori e dei più poveri. Passa oltre un mese e mezzo prima che si rivedano. Abdallah lo motiva così alla procura del Cairo: «Mi ha chiesto di accompagnarlo ai mercati, di fargli conoscere altri ambulanti. Io mi sono rifiutato perché era uno straniero». Eppure l’8 dicembre inspiegabilmente acconsente e cerca Giulio che già da fine ottobre frequenta i mercati, conosce altri venditori. Un cambio di posizione che appare strano, considerando che i primi contatti di Abdallah con la Polizia a cui segnala Regeni «come un ragazzo che faceva troppe domande», perché è «illogico che un ricercatore straniero si occupi dei problemi degli ambulanti se non lo fa il ministero degli Interni», sono nebulosi. Si vedono al calar della sera di quel giorno al mercato di Ahmed Helmy, un’area adibita a parcheggio vicino alla stazione. Di quell’incontro ci sono due versioni. Giulio rimane sorpreso del ruolo e delle capacità di leadership di Abdallah. I venditori lo salutano, lo omaggiano, discutono delle loro condizioni. Abdallah racconta la storia dei sindacati in Egitto, parlano del loro ruolo fondamentale nella costruzione di una democrazia e consegna al giovane ricercatore documenti, articoli di legge, persino una mappa con un piano di trasferimento del mercato nel centro del Cairo con tanto di spazi adibiti per regolarizzarli. Abdallah però aveva preparato tutto, sceneggiato in ogni dettaglio quella visita. «Siccome non mi fidavo», spiega agli inquirenti cairoti «prima di andarlo a prendere alla stazione Ramses ho fatto un giro e ho detto di stare attenti a quello che dicevano, di non farsi coinvolgere in discussioni con lui. Avevo spiegato di non fare commenti, di lasciare fare a me». Qualche giorno dopo, l’11, Giulio lo incontra alla Casa dei servizi sindacali e del lavoro. È in corso l’assemblea in cui i sindacati indipendenti discutono sul futuro e sulle azioni da intraprendere per contrastare le politiche di Al Sisi. Nel suo intervento Abdallah sottolinea il ruolo dei venditori di strada nello sviluppo del tessuto commerciale del Cairo, tanto che Ahmed Helmy è il primo mercato pubblico in Medio Oriente alimentato da energia solare. Lamenta la mancanza di comunicazione tra venditori e sindacati indipendenti e dichiara il supporto dei venditori ai sindacati indipendenti nell’ipotesi della creazione di una loro federazione. È proprio durante quell’assemblea che Giulio si accorge di essere fotografato. Passa una settimana. L’appuntamento è di nuovo al mercato, ma tutto è cambiato. Giulio scopre chi è Abdallah. Quel personaggio oscuro si tradisce, il suo unico interesse sono i soldi. Giulio gli consegna un foglio tradotto in arabo che descrive il progetto della Fondazione inglese Antipode: offre contributi fino a 10 mila sterline per la promozione e lo sviluppo di ricerche in materie sociali. Giulio ragiona su come ottenere una sovvenzione, condivide l’idea anche con Hoda, ma ad Abdallah poco importa del progetto, vuole quel gruzzolo tutto per sé. Per questo è una «miseria umana». Ai magistrati del Cairo, che l’hanno sentito a febbraio, aprile e maggio scorsi, sostiene di far risalire a quell’incontro «di natura politica» il suo cambio di opinione: «Ho iniziato ad avere i primi dubbi e anche un altro venditore Saied mi ha chiesto: perché l’hai portato, non lo voglio incontrare. Mi risultava sospetto che potesse ottenere soldi per noi da parte di un paese straniero». Abdallah è l’uomo delle bugie, pronto a cambiar versione a seconda della piega delle indagini. Dice di aver incontrato Giulio «più di dieci volte», poi «solo sei», assicura di non essersi rivolto alla polizia: «Non sono una spia. Anche se dovessimo trovare un cadavere, ci gireremmo dall’altra parte» salvo poi dichiarare con orgoglio e amor di patria all’Huffington Post edizione araba: «Sì, l’ho denunciato e l’ho consegnato agli Interni, ogni buon egiziano, al mio posto, avrebbe fatto lo stesso. Noi collaboriamo con il ministero degli Interni. Solo loro si occupano di noi ed è automatica la nostra appartenenza a loro». Dalle informazioni fornite alla procura di Roma Abdallah segnala Regeni a due poliziotti della municipale proprio il 18 dicembre, dopo il loro incontro al mercato. Il giorno dopo Giulio torna a casa per le vacanze. Farà rientro al Cairo il 4 gennaio. Abdallah in quel periodo si dà da fare e i suoi contatti con la polizia si intensificano: riferisce a ben cinque ufficiali superiori della Sicurezza Nazionale, il Servizio segreto interno egiziano. Quando Giulio rientra si affretta a chiamarlo, probabilmente sollecitato proprio dalle forze di sicurezza e fa di tutto per incontrarlo al mercato di Ahmed Helmy il giorno dell’Epifania. Abdallah arriva preparato, indossa una telecamera nascosta. Inquadra ogni movimento. Il video, che dura circa due ore, lo registra mentre passeggia, si guarda attorno, osserva. Poi, dopo circa un’ora arriva Giulio. Per cinquanta minuti Abdallah in arabo lo incalza, lo provoca, tenta in ogni modo di portare il discorso sul progetto della Fondazione Antipode. Si vede Giulio inquadrato dal basso che risponde a malapena, diventa vago e sfuggente davanti a quell’uomo di cui ha ben compreso l’interesse economico. Al procuratore generale d’Egitto Ahmed Nabil Sadek, Abdallah rivela: «Quel video l’ho consegnato alla Sicurezza Nazionale, sono stati loro a chiedermelo». Di contro i servizi egiziani ammettono di averlo ricevuto ma non richiesto e sostengono che Abdallah s’è dato da fare autonomamente per trovare e far funzionare quell’attrezzatura. E poi, ad allontanare da loro i sospetti, sottolineano che in ogni caso Regeni rifugge dal parlare di soldi, quindi per loro non ha alcun interesse. Insomma smettono di spiarlo. Avevano anche detto di aver effettuato accertamenti sul giovane dopo l’esposto del sindacalista, ma «solo tre giorni» a inizio gennaio, e si era tutto concluso con un nulla di fatto. Eppure da una recente analisi dei tabulati telefonici di Abdallah, effettuata dai nostri investigatori di Ros e Sco, i rapporti tra lui e la Sicurezza Nazionale non sono cessati alla consegna del video. Il 7, l’8, il 9 e poi l’11 e il 14 gennaio si sentono. Utilizzando un sistema di utenze esclusive i nostri investigatori individuano cinque numeri che entrano in contatto con Abdallah solo in quel periodo. Sono numeri che rispondono alla sede centrale della Sicurezza Nazionale a Nasr City. Abdallah ormai sempre più chiuso nell’angolo delle sue menzogne conferma quei contatti e anzi si compiace di essere stato ringraziato. «Erano molto interessati per le informazioni che avevo fornito alla vigilia del 25 (il giorno del quinto anniversario della Rivoluzione ndr)». Informazioni preziose nel contesto generale di paranoia in cui è immerso l’Egitto di al Sisi. Un regime che ha limitato la libertà delle persone, reprime il dissenso, usa la tortura, le sparizioni forzate. Abdallah riceve l’ordine di non chiamare Giulio e di aspettare. Giulio si fa risentire il 22 gennaio alle 20:56 e poi alle 21:02. Gli chiede il contatto di un giornalista freelance egiziano esperto di mondo sindacale con il quale fissa un incontro per il 26 gennaio. A quell’appuntamento Giulio non andrà mai. Forse Abdallah lo sapeva, certi ne erano i suoi aguzzini. La sera del 25 gennaio esce dalla sua stanza sulla riva destra del Nilo, senza farvi più ritorno.

Giulio Regeni, l’intervista al sindacalista che lo denunciò ai servizi: "Ho fatto tutto da solo. Dio mi ricompenserà". Mohamed Abdallah, capo del sindacato degli ambulanti egiziani, in un filmato - poi consegnato alle autorità egiziane - assilla con richieste di denaro il ricercatore italiano. La sua figura resta centrale per capire cosa sia accaduto al giovane. E i tabulati telefonici analizzati dagli inquirenti lasciano pochi dubbi sul fatto che fosse lui a spiare Giulio per conto dei servizi segreti. Ecco la sua versione, scrive Laura Cappon il 28 gennaio 2017 su "Il Fatto Quotidiano". Da mesi i media lo cercavano. Da giorni gli spettatori – italiani e non – lo sentono parlare in quel video sgranato e sgradevole che fornisce anche l’ultima immagine da vivo di Giulio Regeni. Nel filmato Mohamed Abdallah, il capo del sindacato degli ambulanti egiziani, assilla con richieste di denaro il ricercatore italiano scomparso esattamente un anno fa e poi ritrovato senza vita nove giorni dopo alla periferia del Cairo. Secondo i Ros dei carabinieri e lo Sco della polizia di Stato che coadiuvano le indagini della procura di Roma, la figura di Abdallah resta centrale per capire cosa sia successo a Giulio. E piena di contraddizioni. La giustificazione per le sue azioni è quella ribadita anche in altre interviste alla stampa araba, e cioè che Giulio fosse una spia. Ma i tabulati telefonici analizzati dagli inquirenti lasciano pochi dubbi sul fatto che fosse lui a spiare Giulio per conto dei servizi segreti, e lui ad averlo denunciato alle forze di sicurezza egiziane. Questa, comunque, è l’intervista integrale di cui una parte è andata in onda su Tv7 nel servizio di Amedeo Ricucci e di cui abbiamo avuto la trascrizione.

Ha visto il video trasmesso alcuni giorni fa dalla tv di Stato? Conferma di averlo girato lei?

«No, non l’ho visto. L’ho saputo per caso, perché alcuni giornalisti mi hanno chiamato dopo la trasmissione. Non ne sapevo nulla. Confermo di aver fatto il video ma non so se l’hanno trasmesso tutto oppure in parte. La versione intera durava mezz’ora, anche di più».

Perché ha deciso di filmare la conversazione tra lei e Regeni?

«L’ho fatto per difendere la mia nazione. Sono una persona onesta e credo che la verità prima o poi verrà fuori. Se ho fatto quello che ho fatto è per tre motivi: perché amo la mia patria, e perché era un dovere morale e religioso. Ma non mi aspetto ringraziamenti da nessuno. Mi ricompenserà solo Dio».

Gli inquirenti italiani dicono che il video è stato girato con una videocamera nascosta. Vuol dire che le è stato commissionato, che qualcuno le ha dato quella telecamera perché non può essersela procurata da solo. 

«No, quelle immagini non sono chiare perché le ho fatte con un telefonino. Nessuno mi ha aiutato né ordinato nulla, ho fatto tutto da solo. La verità prima o poi verrà fuori. E allora tutti capiranno che io non sono un informatore della polizia. Io ho fatto tutte queste domande a Giulio per capire bene questa storia dei soldi: da dove venivano e a cosa servivano. Per questo ho registrato quell’incontro».

I tabulati telefonici provano che lei è stato in costante contatto con la sicurezza nazionale. Perché lo ha fatto se non è al loro servizio? E quando ha consegnato quel video?

«Io sono stato sotto inchiesta per due mesi, e in quel periodo ho dovuto consegnare il video alla procura generale del Cairo. L’ultima volta che ho visto il procuratore è stato un mese e mezzo fa. Sono stato interrogato da tanti. Tutti qui mi hanno indagato. E non so proprio perché: cosa ho fatto? Io ho solo presentato il mio punto di vista. Non auguro a nessuno quello che è successo a Giulio. A nessuno al mondo. Anche se non sapevo che era stato torturato. Io non sapevo nulla. Ora non voglio che l’attenzione si concentri ancora una volta su di me. Io adesso, anche se vedo un morto sulla mia strada, non ne parlo con nessuno».

Perché aveva chiesto dei soldi a Giulio? Il ricercatore le ha spiegato ripetutamente che l’eventuale finanziamento è solo un grant per delle ricerche accademiche e che quei soldi non potevano essere assolutamente usati a fini personali.

«No, ho bisogno di soldi, speravo arrivassero dall’Italia, anzi dalla Gran Bretagna. Eravamo d’accordo con Giulio che sarebbero arrivati questi soldi per un workshop. Non ho chiesto soldi per me, hanno capito male, perché mai Giulio avrebbe dovuto dare dei soldi a me?»

Vuole chiarire almeno quando ha visto Giulio per l’ultima volta?

«C’è un sacco di gente che racconta falsità su questa storia. Tutti sostengono che io abbia visto Giulio il 22 e il 23 gennaio. Ma sono bugie, l’ultima volta che l’ho incontrato è stata il 7 gennaio. Lui era tornato il 4 gennaio, e il 5 o il 6 mi ha chiamato chiedendo di vedermi. Ci siamo incontrati il 7, che è il giorno del video. Alla fine dell’incontro lui ha capito che stavo registrando, facevo domande strane e molto particolari. Anche se esplicitamente non me l’ha detto, me ne sono accorto dalla sua espressione e dalle sue risposte verso la fine del nostro dialogo. L’ultima volta che ho sentito Giulio per telefono è stato il 23 gennaio, due volte prima della sua sparizione perché per le sue ricerche voleva incontrare Adel Zakaria, un ragazzo che lavora con il centro per i sindacati e i servizi dei lavoratori. Poi, più nulla».

Regeni, la verità che non si vuole, scrive Guido Rampoldi il 9 giugno 2016 su "Il Fatto Quotidiano". Con il suo rifiuto di incontrare un magistrato italiano, la docente dell’Università di Cambridge che coordinava le ricerche di Giulio Regeniha deluso molti, inclusi i genitori dello studioso assassinato. Ma, piuttosto che sdegnarsi, sarebbe utile riflettere sulla sfiducia che quel diniego esprime. Si può dare torto alla professoressa Maha Abdelrahman se diffida della “collaborazione” tra la Procura di Roma e la Procura generale del Cairo? Se non vuole offrire pretesti a quella parte dell’informazione italiana che, fin dall’inizio, mentre difendeva Al-Sisi, accusava ambienti accademici britannici di aver “mandato allo sbaraglio” Regeni, o peggio, di opachi legami con servizi segreti anglosassoni? E soprattutto, avrebbe torto, la docente di Cambridge, se giudicasse vacui e insinceri i proclami con i quali Renzi e il suo governo hanno ripetuto, settimana dopo settimana, che mai avremmo rinunciato alla verità? Vediamo. Dopo molto viaggiare tra Roma e Il Cairo, il fascicolo intitolato “Giulio Regeni” è pieno di carte che dicono nulla. Quel che è peggio, dovrebbe intitolarsi “Regeni+5”, i cinque sventurati che la polizia egiziana ha fucilato e trasformato negli assassini dell’italiano, salvo poi correggersi. Questa esuberanza investigativa non ha impressionato la Procura di Roma, chiamata a svolgere un compito improprio: protrarre la finzione che vuole un’Italia fattiva e determinata, un paese che batte i pugni sul tavolo e, alla fine, otterrà. Malgrado ormai l’opinione pubblica sia sedata, la commedia della “collaborazione” continua. Eppure sappiamo già quel che il procuratore del Cairo mai potrà dirci. Giulio Regeni era noto ai servizi segreti egiziani per i suoi contatti con i sindacalisti; arrestato nel giorno in cui il regime è più nervoso, l’anniversario della “primavera egiziana”, è stato torturato a morte. L’ha ucciso il “sistema Al-Sisi”, il resto sono dettagli. Beninteso, i dettagli (chi comandò, chi torturò) non sono irrilevanti, e anzi i nostri servizi segreti potrebbero far sapere cosa hanno scoperto, se hanno scoperto. Ma la sostanza è che, in quanto a violazioni dei diritti umani, il regime egiziano non è diverso dal Cile di Pinochet. Con questa elementare verità avremmo dovuto fare i conti fino in fondo: e sarebbe stato il tributo migliore alla memoria di Giulio Regeni. Avremmo dovuto chiederci perché il regime è così impaurito dal sindacalismo libero; perché massacra studenti e laici mentre dice di combattere il terrorismo; e se il nucleo della crisi egiziana non abbia a che fare con il dominio di un’oligarchia militare rapace e violentissima che non vuole mollare quel 40-65% dell’economia nazionale che, direttamente o indirettamente, controlla. Domande che magari ci avrebbero evitato gli entusiasmi per il migration compact renziano, non privo di qualche spunto felice ma fermo alla vecchia logica delle sovvenzioni a regimi nefandi che sono concausa dell’esodo di moltitudini. Inoltre, giornali e parlamento avrebbero potuto interrogarsi su una politica estera che condusse Renzi a pronunciare lodi sperticate di Al-Sisi: a quale visione del mondo e delle relazioni internazionali rimanda questo sprofondare così in basso? Fossero questioni scomode o troppo complicate, la politica se ne è tenuta lontano. Per diverse settimane, le direzioni dei grandi media hanno lasciato intendere che Regeni era stato assassinato per nuocere a Renzi e al nostro amico Al-Sisi, baluardo contro l’islam. Poi un giorno Al-Sisi ha smentito gli estimatori con un discorso che era un’intimazione a dimenticare Regeni e, dodici ore dopo, era un tagliagole perfino per l’adorante Unità; quindi il governo ha ritirato l’ambasciatore, misura di dubbia utilità, minacciato rappresaglie economiche mai attuate e ripetuto il “mai rinunceremo”. Da allora più nulla. Né fatti né parole. In tutto questo non c’è una coerenza, una strategia, una logica stringente. Solo un barcamenarsi mesto, badando ai vantaggi del momento, ai titoli, agli umori della piazza mediatica, alle richieste di questo e di quel potentato economico. Se poi occorre contraddirsi, nessun problema: i media italiani da tempo hanno abolito il principio di non contraddizione, fondamento del Logos occidentale. Da noi A può essere anche B, dipende dalle convenienze. Sicché non c’è da meravigliarsi se una rappresentante della cultura occidentale, come la professoressa Abdelrahman, non si fidi di questo strano Oriente a bagno nel Mediterraneo.

Giulio Regeni usato inconsapevolmente dai servizi Usa e Uk, scrive su "L'Huffington Post" Andrea Purgatori il 22/04/2016. Usato inconsapevolmente dai servizi segreti britannici e americani attraverso le istituzioni accademiche per ottenere informazioni sulla leadership sindacale che si oppone al regime di al Sisi. E per questo vittima dell’ossessione degli apparati di sicurezza egiziani per lo spionaggio occidentale. Scambiato per una pedina di agenti dell’MI6 e della Cia infiltrati nell’Università di Cambridge e nell’American University del Cairo. Quindi, arrestato non tanto per costringerlo a rivelare chi incontrasse durante le sue ricerche – questo la polizia lo sapeva perfettamente, visto che lo marcava da molto tempo – ma per estorcergli i nomi delle spie che lo manovravano. Questa, in estrema sintesi, potrebbe essere la motivazione che a Giulio Regeni è costata quasi una settimana di feroci torture e infine la morte. Una verità inconfessabile, ma non solo per gli egiziani. Al momento è un’ipotesi. Ma in assenza di elementi di fatto (che probabilmente dall’Egitto non arriveranno mai) è soltanto sulle ipotesi che stanno lavorando gli investigatori. Sono state esaminate tutte le testimonianze degli amici di Giulio, e analizzate a fondo la memoria del suo computer e le mail che aveva ricevuto dai docenti del Department of Politics and International Studies di Cambridge: sono continue richieste, indicazioni, nomi di sindacalisti e oppositori da rintracciare, contattare, intervistare per poi compilare schede, feedback, relazioni. Per Giulio era tutto normale: era andato al Cairo proprio per studiare i sindacati e la loro leadership, non faceva mistero dei suoi incontri, ne parlava apertamente con gli amici. Invece per gli egiziani quello scambio di informazioni coi docenti inglesi e anche all’interno della stessa American University potrebbe aver fatto scattare un diverso campanello d’allarme: quello dello spionaggio. Che l’ossessione delle spie dentro casa sia una costante per i diversi apparati di sicurezza egiziani lo racconta la cronaca. Nel 2009 (c’era ancora Hosni Mubarak) l’autorevole quotidiano indipendente Al Masry Al Yawm (“Egitto oggi”) attaccò frontalmente l’American University rivelando l’esistenza di un contratto da alcuni milioni di dollari col Pentagono per lo “Studio e la ricerca applicata sulle malattie infettive in Egitto”, che secondo il giornale nascondeva un interesse di tipo strategico e dunque una forma mascherata di spionaggio ai danni del paese. L’università rigettò l’accusa, ma questo non bastò a scatenare un duro dibattito in parlamento contro le ingerenze americane negli affari interni. E poco più di due anni fa (con al Sisi al potere), la magistratura egiziana accusò formalmente Ehmad Shahin, un docente dell’American University, di avere svolto attività di spionaggio a favore dei Fratelli Musulmani e lo incluse in una lista di 36 imputati che comprendeva anche l’ex presidente Mohamed Morsi. L’American University del Cairo era l’istituzione d’appoggio di Giulio Regeni per il suo lavoro di ricercatore. Ma per i servizi di sicurezza egiziani che seguivano tutti i suoi incontri con esponenti dell’opposizione, potrebbe essere stato quasi automatico applicare anche a lui l’equazione “studente uguale spia”. Secondo l’agenzia Reuters, che ha citato sei diverse fonti anonime dei servizi di sicurezza, ad arrestarlo la sera del 25 gennaio insieme ad un cittadino egiziano davanti alla stazione della metropolitana di Gamal Abdel Nasser sarebbe stata la polizia, che poi lo avrebbe trasferito nel famigerato compound di Lazoughli e consegnato agli uomini della sicurezza interna. Il resto, non sono sospetti, è il massacro di cui è stato vittima. L’Egitto ha subito smentito la ricostruzione della Reuters, ma questa davvero non è una notizia.

"Regeni morto in una faida dei Fratelli musulmani, ai quali era vicina la sua professoressa", scrive “L’Antidiplomatico" il 26/01/2017. «Regeni era uno studente che svolgeva un lavoro assegnato da una università inglese. Ma a Londra chi ha assegnato la ricerca a Regeni in Egitto è una professoressa, Abdelrahman, di origine egiziana e vicina alla Fratellanza musulmana, ostile all’attuale governo. Lei voleva scandagliare la situazione egiziana, ma sono metodi dei servizi segreti inglesi che fanno svolgere certe attività a imprenditori e altre persone. Lui era inconsapevole, ma chi lo ha mandato lo ha mandato nella bocca del leone, la professoressa non poteva non saperlo». Lo ha detto il generale Mario Mori, ex capo dei Ros dei carabinieri, alla Zanzara su Radio 24, aggiungendo: «E’ stato venduto ed è stato fatto ritrovare per una lotta di fazioni all’interno del governo egiziano». Nota a margine. L’intervistato parla con cognizione di causa, essendo parte di certe dinamiche proprie dei servizi segreti. Poco da aggiungere se non che quanto accaduto a Regeni ha allontanato Roma dal Cairo, anche per via del movimento Verità per Regeni che, pur lodevole e condivisibile nelle intenzioni, è diventato uno strumento di destabilizzazione contro l’Egitto piuttosto che rimanere una sollecitazione volta a chiarire la realtà dei fatti. Tanto è vero che è agitato esclusivamente verso (anzi contro) il Cairo, mai verso Londra, che pure dovrebbe dare spiegazioni che non vengono. Sta di fatto che l’establishement egiziano, sentendosi minacciato nella sua stabilità, ha cercato puntelli da Mosca, allontanandosi dalle Cancellerie occidentali. A subire le conseguenze di tale distacco, in particolare sotto il profilo commerciale, soprattutto l’Italia, mentre Francia e Gran Bretagna hanno approfittato degli spazi lasciati vuoti da Roma per ampliare l’interscambio commerciale con il Paese Mediterraneo. 

Regeni era uno studente che svolgeva un lavoro assegnato da una università inglese, scrive Maurizio Blondet il 25 gennaio 2017. Ma a Londra chi ha assegnato la ricerca a Regeni in Egitto è una professoressa, Abdelrahman, di origine egiziana e vicina alla Fratellanza musulmana, ostile all’attuale governo. Lei voleva scandagliare la situazione egiziana, ma sono metodi dei servizi segreti inglesi che fanno svolgere certe attività a imprenditori e altre persone. Lui era inconsapevole, ma chi lo ha mandato lo ha mandato nella bocca del leone, la professoressa non poteva non saperlo”. Lo dice il generale Mario Mori, ex capo dei Ros dei carabinieri, a La Zanzara su Radio 24. “E’ stato venduto – dice Mori – ed è stato fatto ritrovare per una lotta di fazioni all’interno del governo egiziano”. Anche lei ha fatto questo tipo di operazioni, chiedono i conduttori? “Sì, le ho fatte anch’io. Se mando uno dei miei agenti è più difficile, ma se utilizzo persone come Regeni sono facilitato”. L’Italia ha reagito bene? “Secondo me no. La Francia ci ha fregato un po’ di appalti. Abbiamo ottenuto risultati modesti. C’è stato un momento di crisi nelle relazioni con l’Egitto e la Francia ne ha approfittato con una serie di operazioni brillantissime grazie al presidente della Repubblica. Tu non puoi offendere in maniera brutale e plateale, come abbiamo fatto noi”.

"Come si diventa una spia in Italia". L'ex capo degli 007 vuota il sacco, scrive “Libero Quotidiano" il 16 Febbraio 2016. Quando si parla agli agenti dei servizi segreti è facile immaginare a scena da film alla James Bond, esplosioni e inseguimenti alternati ad appassionate storie d'amore. Non proprio la trasposizione plastica di come sia composto il corpo di intelligence italiano, come chiarisce il generale Mario Mori al Giorno, forte della sua esperienza da direttore del Servizio informazione per la sicurezza democratica (Sisde) dal 2001 al 2006. Il reclutamento per i servizi italiani si avvale prevalentemente di Carabinieri, anche se negli ultimi tempi: "si sono aperte altre vie come scuole, università, tecnici specifici". Da quel che racconta il generale Mori, non sarebbe poi così improbabile che gli egiziani abbiano potuto scambiare il ricercatore Giulio Regeni per una spia, per quanto sul caso specifico l'ex direttore del Sisde non vuole parlare perché: "Non conosco i dettagli della vicenda". Il reclutamento - Ogni Paese ha un suo metodo per reclutare agenti e collaboratori del controspionaggio. Tutti però hanno un unico comune denominatore: "Si propone qualcosa a seconda delle debolezza di chi si contatta". Per esempio gli inglesi, racconta Mori, se ha bisogno di informazioni in Nigeria, può contattare dipendenti di aziende inglesi che lavorano sul posto e offrire loro denaro o commesse industriali. Mori però sottolinea una caratteristica tutta inglese: "Loro lavorano anche gratis, per l'amore della patria. Quando ci sono italiani, succede meno". Gli incidenti - In un'operazione andata a buon fine in Costa d'Avorio, un italiano che viveva in quella zona ha aiutato nell'arresto di un mafioso latitante. Ma non sempre va tutto per il meglio: "Qualcosa - dice Mori - sfugge sempre". Per esempio può succedere che una spia venga uccisa: "Bisogna vedere se entrambi i Paesi riconoscono la vittima come spia o no. Non esiste un protocollo per queste evenienza, ogni volta si agisce in modo diverso. A me un caso del genere non è mai capitato. Non è un episodio ricorrente uccidere una spia. Nei Paesi civili non succede". Di norma, quando una spia viene scoperta, secondo Mori ci sono tre eventualità: "Gli tolgo i documenti e lo mando fuori dal Paese oppure lo 'sdoppio', lo seguo sapendo che è una spia e gli prendo tutte le informazioni possibili. In alternativa, tento di farlo diventare un mio agente". Di sicuro non esistono casi di tortura, assicura Mori, almeno in Italia.

Capuozzo, la verità sull'omicidio di Giulio: "Vi dico io chi può averlo ucciso", scrive Adriano Scianca il 6 Febbraio 2016 su “Libero Quotidiano”. Non è stato un omicidio di Stato, il colpevole va cercato negli ambienti fondamentalisti. Sull' omicidio di Giulio Regeni, il giornalista Toni Capuozzo ha una tesi ben precisa. «La mia», spiega, «è una conclusione logica: il regime non aveva interesse a compiere questa uccisione. Sapremo mai la verità? Dipende da quanto la cercheremo. Ma siamo pur sempre il Paese che lascia due soldati all' India per quattro anni...». La morte di Giulio Regeni è ricca di lati oscuri.

Quante possibilità ci sono di arrivare alla verità, secondo lei?

«Io credo che al-Sisi abbia tutto l'interesse a collaborare. L' Egitto ha bisogno del sostegno occidentale, è lo Stato che riceve maggiori armamenti dagli americani. Se Regeni è stato attenzionato da ambienti dissidenti, il regime avrà tutto l'interesse a far luce sulla vicenda. Ovviamente il fatto che la verità venga a galla dipende molto da quanto la si cerca».

Insomma, dipende più dall' Italia che dall' Egitto?

«Sì, dipende da quanto l'Italia investirà in questa ricerca della verità. In fin dei conti abbiamo scoperto chi c'era dietro alcuni rapimenti avvenuti in Siria, che è un teatro di guerra, possiamo scoprire la verità anche su questo omicidio, se vogliamo. Certo, l'Italia è lo Stato che ha lasciato per quattro anni due suoi soldati nelle mani della giustizia indiana...».

Perché è convinto che gli autori dell'omicidio vadano cercati negli ambienti fondamentalisti?

«La mia è una conclusione logica, ovviamente non ho alcuna informazione supplementare su questo caso. Penso solo che i più imbarazzati di tutti, per questo omicidio, siano i funzionari del regime. Mi sembra improbabile che sia stato un omicidio di Stato».

In base a cosa lo dice?

«Vede, qualche giorno fa le autorità egiziane hanno arrestato un vignettista molto noto, nel Paese. Evidentemente le autorità avevano un conto da regolare con questa persona. Dopo qualche giorno, tuttavia, è stato rilasciato. Perché uno studente di 28 anni doveva rappresentare una minaccia maggiore?».

Forse per il suo impegno giornalistico, politico e sindacale.

«Sono problemi che l'Egitto poteva risolvere con un visto negato o un'espulsione. Francamente il regime mi sembra abbastanza solido da non essere messo in discussione da Giulio Regeni. No, credo che i colpevoli vadano ricercati altrove».

Dove?

«I dettagli dell'omicidio raccontano di un interrogatorio condotto con odio e volontà punitiva. Mi pare più probabile che alcuni gruppi organici ai Fratelli musulmani o comunque all' opposizione fondamentalista ad al-Sisi lo abbiano scambiato per una spia. Giulio era un occidentale, frequentava l'università americana, faceva domande in giro: evidentemente qualcuno lo ha scambiato per ciò che non era e lo ha interrogato, torturandolo, affinché confessasse cose che in realtà non sapeva. Poi l'ha lasciato in condizioni tali da imbarazzare il regime. Viceversa, anche il peggiore squadrone della morte al servizio di al-Sisi lo avrebbe fatto sparire senza lasciare tracce».

Anche qualche organo di stampa italiano ha ipotizzato rapporti fra il ragazzo e l'intelligence, tant' è che i nostri servizi hanno dovuto smentire ogni legame. Lei che ne pensa di queste teorie del complotto?

«Francamente troverei preoccupante se la nostra intelligence dovesse affidarsi a uno studente di 28 anni. Mi sembrano ipotesi del tutto campate in aria».

Altri hanno mosso l'obiezione opposta: si tratterebbe del solito italiano ingenuo che va in giro per il mondo senza valutare i rischi. È d'accordo?

«Io penso che l'ingenuità non sia una colpa. Intanto spesso l'ingenuità si accompagna all' innocenza. E poi anche certi giornalisti che cadono nelle mani di bande terroristiche sono stati "ingenui" nel valutare questo o quel contatto, questa o quella situazione. E parliamo di persone forse più avvertite ed esperte di Regeni. Il quale, peraltro, aveva espresso perplessità e timori sulla propria incolumità, sia pur senza entrare nel dettaglio di quale fosse il pericolo che più temeva. Lui era uno studioso, purtroppo ci sono luoghi in cui anche la curiosità scientifica può essere mal vista. C'è stata ingenuità? Probabilmente sì, ma come ce n' è stata nei casi dei rapimenti in teatri di guerra dei giornalisti Mastrogiacomo o Quirico».

Capuozzo: «Per Regeni e i marò usati due pesi e due misure». Striscioni e appelli per la verità sulla fine del ricercatore friulano, anche nei cortei del Primo Maggio. «Perché non c’è stata una mobilitazione simile per i due fucilieri?», si è chiesto il giornalista, scrive Alessandro Cesare lunedì 2 maggio 2016. «La verità dovrebbe valere per tutti». Toni Capuozzo, da Chiusaforte, ospite dell’associazione ‘Chei dal rinc’ e del Comune per presentare il suo ultimo libro ‘Il segreto dei Marò’, è stato chiaro parlando delle ultime vicende di politica estera che hanno visto protagonista l’Italia. «Mi ha colpito la differenza di reazioni tra la vicenda Regeni e quella dei marò. Probabilmente in Italia, chi porta la divisa, non è molto simpatico». Capuozzo è convinto che la politica e l’ideologia abbiamo avuto un ruolo determinante per come i due casi sono stati raccontati all’opinione pubblica: «I marò sono stati trattati da cittadini di serie B: Amnesty International ha fatto gli striscioni per chiedere verità sul caso Regeni. Giusto. Ma perché non farlo anche per i marò? Al corteo del Primo Maggio, a Cervignano, ho visto tre o quattro striscioni pro-Regeni e nemmeno un manifesto per i due fucilieri della Marina. In fondo Giulio era un ricercatore, un figlio di papà al pari dei miei figli. I marò invece sono due lavoratori, servitori dello Stato, in giro per il mondo per guadagnarsi il pane. Che dire poi degli italiani come Salvatore Failla uccisi in Libia? Qualcuno si ricorda ancora di loro?». Il giornalista originario di Palmanova punta molto sulla differenza di trattamento in atto: «Una persona di buon senso dovrebbe chiedere verità per Regeni ma anche giustizia per i due marò. Se nel primo caso un ragazzo ha subito una morte atroce, nel secondo ci sono due vite in ballo, per la cui salvezza si può fare ancora molto». Dietro all’esposizione mediatica del caso Regeni, Capuozzo è certo ci siano ragioni politiche, di vicinanza con il governo di centrosinistra: «Spesso si usano due pesi e due misure. Fateci caso: quando a essere rapiti sono giornalisti o volontari di organizzazioni politiche o politicizzate, la mobilitazione è totale. Quando invece a morire è un volontario di un’associazione non politica o politicizzata, come accaduto per Giovanni Lo Porto in Pakistan, ucciso da un drone americano, non ci sono funerali di Stato e non si chiede il ritiro dell’ambasciatore». ​Capuozzo è intervenuto anche su Libia («inutile un impegno militare dell’Italia») e migranti: «Uno Stato dovrebbe stabilire quante persone può accogliere, con mogli e figli al seguito, dare loro un tetto sotto cui dormire, garantendo il posto a scuola, distribuendoli sul territorio. Che inserimento è quello delle caserme? Dov’è la dignità di guadagnarsi da vivere con il lavoro delle proprie mani? Questa non è accoglienza e nemmeno integrazione, è indifferenza e ipocrisia». Il giornalista non si è risparmiato sul caso marò, raccontando retroscena, errori nella ricostruzione dei fatti, menefreghismo politico. «I due fucilieri si sono visti voltare le spalle dallo Stato per il quale erano pronti a sacrificarsi. Qual è il messaggio che è passato? Che se i due marò si fossero girati dall’altra parte, probabilmente la nave sarebbe stata sequestrata, ma di Girone e Latorre nessuno avrebbe mai saputo nulla. Quindi cosa dovrebbero fare i militari, i carabinieri, i poliziotti in situazioni difficili? Fare finta di non vedere per non avere problemi?». Una vicenda vissuta dagli stessi protagonisti con grande amarezza. Capuozzo si sente spesso con Latorre, essendo stato quest’ultimo un componente della sua scorta. «E’ un disoccupato per forza: non ha nulla da fare, è costretto a un limbo giudiziario che non lo fa stare bene». Come andrà a finire questa vicenda? La decisione del Tribunale internazionale dell’Aja, che ha dato la possibilità a Salvatore Girone di rientrare in Italia durante l’arbitrato (Latorre si trova già in Patria), va nella direzione tracciata da Capuozzo: «Chiunque processerà i due marò non potrà condannarli: le prove hanno subito falsificazioni tali da non avere più alcun valore. La cosa più logica è che i governi italiano e indiano si mettano d’accordo e che in attesa del giudizio del Tribunale dell’Aja facciano restare in Italia Girone e Latorre». Scenario diventato realtà nella giornata di lunedì. 

Nell’epoca delle fake-news, della post-verità e di chi più ne ha e più ne metta per screditare chi non è allineato all’estabilishment, spunta Il Fatto Quotidiano, scrive Eugenio Cipolla il 30/01/2017 su "L’Antidiplomatico". Il giornale diretto da Marco Travaglio dovrebbe essere una realtà disallineata rispetto alla schiera dei media benpensanti e invece, spesso e soprattutto in politica estera, segue la stessa linea di Corriere, Stampa e Repubblica, prendendo posizioni banali e diffondendo notizie distorte. L’ultima puntata di quella che ormai possiamo definire una saga delle falsità è andata “in onda” ieri, con un articolo dal titolo emblematico (“Arroganza e diritti schiacciati: è la democratura”) sulla Russia di Vladimir Putin, firmato da Roberta Zunini. Ora, nessuno, nemmeno tra i maggiori sostenitori del leader del Cremlino, ha mai parlato di Russia come modello di democrazia da esportare, ma l’esasperazione della figura di Putin, descritto come un dittatore spietato e cinico, sembra davvero un’esagerazione tesa a giustificare e minimizzare le azioni dei mediocri leader occidentali allineati al sistema. Il pezzo firmato dalla Zunini, con tutto il rispetto per il tempo che ha impiegato a scriverlo e il lavoro che ha svolto, è un concentrato di luoghi comuni e banalità su un paese, la Russia, che all’interno dei confini italiani è conosciuta in maniera superficiale dalla stragrande maggioranza della popolazione. Vediamo quali sono i punti sui quali sono cascati la Zunini e Il Fatto. “Se i dati ufficiali sottolineano che il presidente Vladimir Putin gode ancora di un alto indice di popolarità, nonostante le crescenti difficoltà economiche affrontate dai 146 milioni di abitanti della Federazione causate dalle spese militari in continuo aumento, oltre alle sanzioni impostate dall’occidente per la questione ucraina assieme a ulteriori restrizioni dei diritti civili, è altresì vero che le stime vengono fatte da istituti e media controllati dal Cremlino”. Messa così la situazione descritta sembra simile a quella di un paese africano in guerra: la Russia è un paese dove la gente muore di fame perché al posto del cibo per la popolazione il governo compra armi. La realtà è un’altra. L’economia russa, dopo un periodo difficile, ammesso dallo stesso governo di Mosca, è in fase di stabilizzazione. Cosa confermata sia dal ministero delle Finanze russo, dal FMI e da diverse agenzie di rating. Precisato ciò, va anche detto che la crisi russa non è dipesa dalle sanzioni occidentali per la crisi ucraina (che hanno in realtà penalizzato l’occidente, più che la Russia), quanto dal calo del prezzo del petrolio (materia prima di cui la Russia è uno dei maggiori produttori ed esportatori al mondo), che ha messo in difficoltà il governo (il quale aveva fatto i bilanci con una stima diversa). Riguardo ai sondaggi fatti “da istituti e media controllati dal Cremlino”, non bisogna nemmeno scovare l’ultimo e meno sconosciuto istituto demoscopico russo per dimostrare che non è così. L’ultimo rilevamento di Levada Center, uno dei maggiori e più importanti in Russia, conosciuto anche a livello internazionale, dice che nel primo mese del 2017 il gradimento di Putin è arrivato all’85%, un punto in più rispetto a dicembre, cinque rispetto a sei mesi fa. Le ragioni di questo aumento sono profonde e non certo sintetizzabili con l’assenza “di una stampa libera” o con “un’opinione pubblica alla mercé della propaganda di stato”. Il punto è che i russi preferiscono essere più poveri e con meno diritti che soggiogati da un popolo straniero. Lo dimostra il cattivo ricordo che i russi conservano di Eltsin e Gaidar, delle loro riforme economiche che negli anni ‘90 hanno consegnato il paese nelle mani di pochi oligarchi turbocapitalisti. Lo dimostra un sondaggio dello scorso anno, sempre di Levada, secondo il quale il 34% dei russi vede ancora Stalin di buon occhio, nonostante gli errori e i crimini che gli vengono attribuiti, perché “la cosa importante è che sotto la sua leadership la Russia è uscita vittoriosa dalla seconda guerra mondiale”. Ad ogni modo, il Levada Center, come sicuramente pensa la Zunini, non è un istituto demoscopico controllato dal Cremlino, con il quale negli scorsi mesi ha avuto più di qualche frizione. Da sempre sospettato di legami con gli Stati Uniti, il Levada è stato pesantemente multato dal Ministero della Giustizia russo e invitato a registrarsi come “agente straniero” a causa delle donazioni ricevute dall’estero. La legge russa che riguarda le ONG, infatti, prevede che tutte le organizzazioni non-profit o che svolgano attività politica e ricevono fondi esteri, si iscrivano in un apposito registro. Cosa che il Levada si rifiuta di fare e che ha spinto Lev Gudkov, direttore del centro, a parlare di “censura politica”, costringendolo peraltro a sospendere la raccolta fondi all’estero. La Russia ha sempre giustificato la legge sollevando l’esigenza di difendersi da influenze esterne a casa propria. Dunque, nonostante i numerosi scontri con il Cremlino, Levada continua a rilevare il gradimento di Putin all’ 85%. E’ la semplice realtà o anche questa è una fake-news? “Ci sono poi le modifiche alla legislazione anti-estremismo (il “pacchetto Jarovaja”) del 7 luglio scorso, che obbligano per esempio i fornitori di tecnologie informatiche a conservare le registrazioni di tutte le conversazioni per 6 mesi e i meta-dati per 3 anni”. Il pacchetto Jarovaja non è altro che una serie di norme sul controllo di internet che in Russia ha generato molte critiche e polemiche. Lo scontro in atto è tra l’amministrazione presidenziale e il parlamento, con la prima convinta che la memorizzazione dei dati non serva a nulla. Al centro dellos contro c’è il sistema di decrittografia DPI (Deep Packet Inspection) che verrà usato per controllare potenziali minacce. Il DPI consente la gestione avanzata della rete, funzioni di sicurezza, ma anche intercettazioni e censura. E’ un sistema non introdotto solo in Russia, ma anche in Cina (non certo una grande democrazia) e negli Stati Uniti (dove evidentemente non fa così scandalo). Peraltro il DPI è a forte rischio incostituzionalità. “Sono le 22 repubbliche e 63 i distretti amministrativi che fanno parte della Federazione presieduta da Putin, tra queste le più note sono la Crimea, annessa unilateralmente da Mosca nel 2014 …” La storia della Russia che “annette” la Crimea è sempre viva e presente sui media occidentali. E nonostante sia recente, forse la pena fare un ripasso. Sergio Romano nel suo ultimo libro, “Putin e la ricostruzione della Russia”, ha ripercorso i fatti che hanno portato la Crimea a unirsi alla Russia. Eccoli qui: “Non appena costituito, il nuovo governo ucraino, presieduto da Arsenij Yatsenyuk, abrogò una legge sulle minoranze linguistiche voluta da Yanukovich nel 2012. La legge prevedeva che la lingua parlata in una regione da una percentuale della popolazione superiore al 10% divenisse, in quella regione, lingua ufficiale. Grazie a quella norma il russo era diventato una lingua ufficiale della Crimea: dopo l’abolizione, il russo sarebbe stato soltanto una parlata locale. E’ molto probabile che altri piani per l’annessione della Crimea alla Russai esistessero da tempo. Ma la nuova legge sulla lingua, per coloro che volevano la operazione il più rapidamente possibile, fu una giustificazione perfetta. Il Parlamento della penisola anticipò al 16 marzo 2014 il referendum previsto per una data più lontana e gli abitanti furono chiamati alle urne per rispondere a due domande: «Sei a favore del ricongiungimento della Crimea con la Russia come soggetto federale della Federazione russa?» «Sei a favore del ripristino della Costituzione del 1992 e dello status della Crimea come parte dell’Ucraina»? I votanti furono 1.536.290. Alla prima domanda risposero Sì 1.495.043 (97,32%), alla seconda 41.247 (2,68%)»”. C’è un enorme differenza tra “annettere unilateralmente” e organizzare un referendum per chiedere di unirsi a un’altra nazione. “Il blog di Alexej Navalny, il più famoso oppositore di Putin, si può leggere sul sito della piattaforma LiveJournal. Dopo l’assassinio del politico Boris Nemtsov sotto le mura del Cremlino all’inizio del 2015, l’avvocato quarantenne è praticamente l’unica voce di spicco rimasta in patria ad alzarsi contro la corruzione della nomenklatura e i metodi antidemoratici dello “zar” che ha deciso di sfidare nelle elezioni presidenziali previste l’anno prossimo”. Navalny è sicuramente famoso per essere uno dei maggiori oppositori di Putin. All’estero e non in patria. L’ultima rilevazione di Levada (istituto che come abbiamo visto poco fa non è certo controllato dal Cremlino) dice che in patria i politici di opposizione più conosciuti sono nell’ordine Vladimir Zhirinovsky (68%), Gennady Zyuganov (62%), Mikhail Kodorkovsky (45%%), Grigory Yavlinsky (42%), con Navalny che raccoglie una percentuale pare al 32%. Dunque, solo un terzo dei russi conosce Navalny e non è detto che tutti votino per lui. Anche perché in termini di fiducia il blogger-avvocato raccoglie solo il 3% dell’apprezzamento, superato dal decano Zhirinovsky (12%) e dal comunista Zyuganov (17%). La verità, dunque, è che Navalny piace, ma a quelli che non abitano in Russia, probabilmente perché è giovane, filo-occidentale e sicuramente spinto dai media internazionali nemici di Putin.  La morale è che i russi vogliono ancora Putin, che piaccia o meno all’occidente e ai suoi detrattori. A novembre Levada aveva condotto un sondaggio sul dopo Putin in vista delle presidenziali del 2018. Il presidente russo non ha ancora sciolto la riserva su una sua eventuale ricandidatura, ma i sondaggi sono dalla sua parte. Il 63% degli intervistati lo vuole presidente anche dopo il 2018, mentre il 49% non si immagina una leadership capace di sostituire Putin alla scadenza del suo attuale mandato. Autocrate o meno è così. I numeri dicono molto più di quattro semplici parole.

Ordine anti-immigrazione di Trump: perché è illegale. Viola la Costituzione e l'Immigration and Nationality Act del 1965. Ed è scritto ignorando la logica, scrive Luigi Gavazzi il 30 gennaio 2017 Panorama.

→ È in contrasto con la normativa costituzionale che garantisce l'eguaglianza nella protezione garantita dalla Costituzione.

→ Viola l'Immigration and Nationality Act del 1965 che vieta, ogni discriminazione contro immigrati basata sul paese di origine.

Per ora l'ordine esecutivo di Donald Trump contro rifugiati e immigrati ("Protecting the Nation From Foreign Terrorist Entry Into the United States") ha generato - oltre a reazioni indignate in tutto il mondo e in particolare negli Stati Uniti - una grande confusione negli aeroporti e nell'interpretazione delle norme. Intanto, l'executive order nell'ordinamento statunitense è una indicazione ufficiale del presidente su come le agenzie federali da lui guidate debbano usare le risorse a disposizione. È parte delle cosiddette "executive actions", che derivano la loro efficacia dall'articolo 2 della Costituzione degli Stati Uniti, e viene considerata la più formale delle executive actions. Un executive order quindi non è una nuova legge creata dal presidente né la destinazione per un nuovo scopo di fondi del Tesoro: entrambi questi poteri spettano infatti al Congresso. In pratica il presidente con questo provvedimento istruisce il governo su come deve lavorare dentro i parametri fissati dal Congresso e dalla Costituzione.

A partire da sabato, cinque giudici federali hanno bloccato l'ordine di Trump. Poi 16 Attorney General - i responsabili della giustizia - di altrettanti Stati federali, hanno affermato che contrasteranno il decreto usando le leggi con le quali sarebbe in contrasto. I giudici federali hanno bloccato l'esecuzione usando varie motivazioni: in sostanza il fatto che il decreto viola la Costituzione e una legge del 1965 contro la discriminazione. La violazione della Costituzione riguarderebbe la norma che garantisce l'eguaglianza nella protezione garantita dalla Costituzione. L'ordine esecutivo di Trump impone distinzioni basate sulla razza e il credo religioso. Il primo giudice a fermare il provvedimento di Trump e ha bloccare l'espulsione dei fermati - Ann M. Donnelly, giudice federale a New York- ha scritto che i ricorsi dei fermati hanno una notevole probabilità di essere accolti dai tribunali proprio perché violano norme costituzionali. La scelta delle parole nell'ordine di Trump è probabilmente uno dei punti vulnerabili in tribunale. Cita infatti la necessità di proteggere gli Stati Uniti dagli attacchi terroristici come quelli dell'11 settembre. Anche se nessuno dei terroristi coinvolti in quell'azione proveniva da uno dei sette paesi inclusi nel provvedimento di venerdì. Una debolezza anche logica che molto probabilmente verrà usata nei dibattimenti. (Tra l'altro in New York Times sottolinea come con alcuni dei paesi dai quali provenivano i terroristi dell'11 settembre la famiglia Trump faccia grossi affari). Anche The Immigration and Nationality Act del 1965 - legge del Congresso è una concreta minaccia sulla legalità dell'ordine esecutivo di Trump. Essa vieta, come ha spiegato David J. Bier sul New York Times, infatti ogni discriminazione contro immigrati basata sul paese di origine. Una discriminazione, in questo caso, è aggravata da quella religiosa, dato che Trump, oltre a mettere nel mirino solo Paesi musulmani, ha disposto di dare priorità in futuro ai rifugiati cristiani o di altre minoranze religiose perseguitate. Questo è implicito nella logica del provvedimento, anche se esplicitamente la religione non viene citata.

Fake news: Diego Fusaro, "campagna di censura per reprimere opinioni non allineate", scrive venerdì 17 febbraio 2017 "SmtvSanmarino". Di recente il Presidente della Camera Laura Boldrini ha lanciato una campagna contro le fake news su internet, ed è proprio di questi giorni un apposito disegno di legge. Duro il commento del filosofo torinese. Era il 5 febbraio del 2003, quando Colin Powell, parlando alle Nazioni Unite, agitò una fialetta contente polvere bianca, per convincere l'America dell'esistenza, negli arsenali iracheni, dell'antrace e di altre armi batteriologiche. Era tutto falso, ma la guerra fu tragicamente reale. E che dire delle fosse comuni libiche, utilizzate per giustificare l'intervento internazionale contro Gheddafi del 2011? In realtà erano normali cimiteri, fotografati mesi prima. Fake news, per utilizzare un termine in voga, dagli effetti catastrofici, veicolate dalla stampa mainstream e prese per buone dall'opinione pubblica. Ma non è nei confronti dei grandi media, che è rivolta la campagna anti-bufale, di cui si parla sempre più in Italia e altrove. E' il web sul banco degli imputati. Il filosofo Diego Fusaro non nasconde le proprie preoccupazioni.

Quelle fake news montate ad arte contro Trump. Non si è mai vista una stampa così apertamente schierata nel delegittimare un presidente, scrive Marzio G. Mian, Domenica 19/02/2017, su "Il Giornale". Con Donald Trump il Quarto potere è diventato un contropotere militante che ha abbandonato le regole del mestiere per contrastare e delegittimare il presidente. In un'accelerazione in sincronia con i rumors (riportati ieri dal Washington Post) secondo cui al Congresso starebbero già circolando ipotesi di impeachment anche tra alcuni repubblicani. Mai nella storia del giornalismo americano nemmeno durante la stagione della mobilitazione pacifista contro la guerra del Vietnam, quando Nixon accusava la stampa d'indossare l'elmetto dei Viet Cong, (versione Usa del nostro «eskimo in redazione») si era assistito a un uso tanto disinvolto delle notizie. D'altronde non si era nemmeno mai visto un presidente (e prima un candidato) tanto disinvolto nel frullare il vero con il falso, così che le sue smentite perdono autorevolezza, la stampa militante le ignora e servono ad alimentare la sete di sangue dei social media come le notizie incontrollate. Il suo attacco senza precedenti ad alcune testate «Non sono miei nemici, ma nemici del popolo americano» arriva dopo una settimana in cui sono uscite notizie che sotto qualsiasi altra amministrazione avrebbero avuto altri trattamenti, compreso il cestino. La più clamorosa l'ha sparata l'Associated Press, una volta considerata la Cassazione delle news, con la storia del piano del dipartimento per la Sicurezza Nazionale di mobilitare 100mila uomini della Guardia Nazionale contro gli immigrati clandestini. Una breaking news lanciata dalla Ap su Twitter senza se e senza ma con l'enfasi d'una dichiarazione di guerra al Messico, presa come oro colato dai media internazionali, i quali l'abbiamo ben visto in Italia hanno ritenuto irrilevante la smentita della Casa Bianca. Nonostante con il passare delle ore la bomba si rivelasse un petardo bagnato: la decisione strategica era una «draft memo», non più che un appunto, dove tra l'altro non compare nemmeno la cifra dei 100mila uomini. L'Ap ha lanciato una notizia devastante una massiccia operazione armata anti-clandestini senza verificarla. Nell'era Trump tutto appare lecito, anche screditare il giornalismo più rigoroso del mondo e per questo il più implacabile e influente che ha fatto dell'obiettività quasi una scienza esatta. Ogni giorno le imbeccate che escono come da un colapasta da Washington con il chiaro obbiettivo di zavorrare la presidenza (pare anche da ambienti Cia vicini al partito repubblicano), vengono messe in circuito senza filtri: dall'aggiramento delle sanzioni alla Russia studiato dal dipartimento del Tesoro che permetterebbero alle compagnie di compiere transazioni direttamente con i servizi di Mosca (si è scoperto che era uno studio pre-Trump), alla sezione Lgbtq che sarebbe sparita dalla webpage della Casa Bianca (come altre sezioni a causa di un restyling), all'affiliazione del candidato alla Corte Suprema Neil Gorsuch al club «Fascism Forever» (club mai esistito, ma inventato in una gara di scherzi alla festa di fine highschool). Senza dire dei cosiddetti «leakes» che hanno costretto il consigliere per la Sicurezza Nazionale, Michael Flynn, alle dimissioni. Accuse gravissime di trattative con la Russia, fornite, cotte e mangiate nel giro due giorni. Nell'era pre-Trump (secondo l'Espionage Act del 1917) di fronte a notizie che possono mettere a repentaglio la sicurezza nazionale o compromettere l'immagine del Paese, era prassi di informare direttamente la Casa Bianca prima della pubblicazione. Oggi il presidente lo legge su Twitter.

Donald Trump, dai clandestini ai complotti: le dieci balle sul presidente degli Stati Uniti, scrive di Glauco Maggi il 18 febbraio 2017 su “Libero Quotidiano”. Spara una bufala contro Trump e la sua amministrazione, e il successo in tweet e post su facebook la moltiplicherà all’infinito. Provare per credere. Questa è una piccola enciclopedia delle bugie che hanno cercato di confortare i Democratici in lutto per la grave perdita.

1) La teoria della cospirazione elettorale. Il 22 novembre Gabriel Sherman del New York Magazine scrisse un rapporto esplosivo secondo il quale «un gruppo di noti scienziati informatici e avvocati elettorali chiedeva il riconteggio perché c’erano prove convincenti che le operazioni di voto in Wisconsin, Michigan e Pennsylvania potevano essere state manipolate o hackerate». La «prova» era che Hillary aveva preso il 7% in meno in contee che usavano le macchine elettroniche rispetto a quelle con schede a lettura ottica o cartacee. La storia divenne «virale» con 145mila post su Facebook. Il giorno dopo, Nate Silver di FiveThirtyEight, che è liberal, ha concluso che «era la demografia dei distretti a spiegare i numeri, non l’hackeraggio. Chi fa accuse di questo genere dovrebbe produrre prove. Noi non ne abbiamo trovata una».

2) Balzo di suicidi di transessuali dopo l’8 novembre 2016. Rumors su questo «trend», non confermato da alcuna cifra, si sparsero subito su Internet dopo il voto, e Zach Stafford del Guardian ne fece un tweet, ritwittato 13 mila volte. Poi mise un altro tweet spiegando perché aveva cancellato il primo, quello della bufala, e il tweet «correttivo» ha avuto sette retweet.

3) «Trump è un nazista». «Non c’è nessuno meno antisemita di me», ha detto il presidente nella conferenza stampa di giovedì. E ha citato la figlia Ivanka, che è ebrea essendosi convertita alla religione di suo marito Jared Kushner, nominato consigliere alla Casa Bianca. Trump è il primo presidente ad avere figlia e tre nipotini per ora, ebrei. Nel governo Trump siede anche, nel posto cruciale di ministro del Tesoro, Steven Mnuchin, ebreo. E il «Jewish National Fund» ha dato a Donald il premio «Tree of Life» per il sostegno di una vita al popolo ebreo e allo Stato di Israele.

4) Il ministro della Giustizia Jeff Sessions «amico del KKK». Chris Galanos, ex giudice di distretto a Mobile, Alabama, che fece condannare a morte Henry Hays, membro del Klu Klux Klan che aveva linciato un nero nel 1981, ha detto al The Weekly Standard che Sessions, allora Attorney General dello Stato del sud, giocò un ruolo significativo nella condanna: «Non credo che Sessions sia un razzista. Ciò è basato sulla mia interazione con lui negli Anni 80 e 90. Fu per la sua determinazione nell’aiutarci che Hays e il complice James Knowles furono incriminati».

5) Trump è omofobo. La verità è che il repubblicano più pro-gay della storia. Nel libro sulla vita sociale di Palm Beach, «Madness Under the Royal Palms», l’autore Laurence Leamer ha scritto, a fine Anni Ottanta, che Trump era accreditato come il primo proprietario di un club privato golfistico a ospitare una coppia gay. Rand Hoch, attivista gay che aveva fondato nel 1988 il Consiglio dei Diritti Umani della Contea di Palm Beach ha ricordato di aver portato suoi partner gay nel Club di Trump in varie occasioni. «Ci trattava come tutte le altre coppie», dice Hoch. Abe Wallach, executive alla Trump Organization negli Anni 90, gay, ricorda: «Il suo principio era: sei in gamba a fare il lavoro per il quale ti ho assunto? Se sì, niente altro contava». Wallach e il suo partner gay volavano con Donald nel suo jet privato nei fine settimana ad Atlantic City. La Fondazione di Trump è sempre stata generosa verso cause care ai gay, dando soldi fin dagli Anni ’80 all’AIDS Service Center e alla AIDS Foundation di Elton Jones, suo amico. Nel 1987, Donald diede 25mila dollari (di allora) alla Gay Men’s Health Crisis.

6) «Trump spietato xenofobo che deporta a più non posso». Obama e Bush hanno deportato più di 2 milion idi clandestini a testa? Non importa, è Donald il razzista. L’ultima è di ieri: l’agenzia AP pubblica un rapporto che verrebbe dalla Casa Bianca secondo cui il presidente ha chiesto di dispiegare 100mila effettivi della guardia nazionale contro i clandestini. Notiza smentita subito dall’amministrazione.

7) Trump vuole invadere il Messico. Il primo febbraio Yahoo News ha pubblicato un rapporto di AP su una telefonata di Trump al presidente messicano Peña Nieto. La notizia vera è la illecita fuga di notizie a opera di qualcuno che, ora, Trump vuole scovare e punire. La bufala è che Trump «sta considerando di mandare truppe in Messico per reprimere i narcos», anche se la stessa AP ha ammesso che il governo messicano non è d’accordo con l’interpretazione della «invasione». Ovviamente la Casa Bianca ha riaffermato di non avere alcun piano di «invadere il Messico». Ciononostante, l’ex speech writer di Obama ha twittato «Scusate, ma il nostro presidente ha minacciato di invadere il Messico?».

8) Le accuse a Trump di aver assalito sessualmente varie donne. Il caso pi clamoroso, quello della reporter di People magazine Natasha Stoynoff che ha detto di essere stata assalita dal tycoon una quindicina d’anni fa nel suo resort Mar-A-Lago in Florida, è stato smentito dal maggiordomo Anthony Senecal. «No, non è mai avvenuto», ha detto al giornale The Palm Beach. Trump non si è mai appartato con Natasha, che non ha portato alcun testimone dell’assalto, mentre Senecal era presente all’intervista.

9) «Melania è stata una prostituta». La settimana scorsa la First Lady ha ottenuto un «sostanzioso risarcimento» con un accordo extragiudiziale dal blogger Griffin Tarpley del Maryland, che l’aveva diffamata con quella frase.

10) «Rimosso il busto di Martin Luther King dalla Casa Bianca». Il reporter di Time, Zeke Miller, il 20 gennaio ha scritto che un busto del campione dei diritti civili MLK era sparito dalla residenza. Scoppiò subito una controversia sui media, che finì quando Miller pubblicò la rettifica. La spiegazione di Time per la pubblicazione e la correzione? Miller non aveva chiesto nulla ai funzionari della Casa Bianca e aveva «concluso che la rimozione c’era stata perché lui aveva guardato in giro e non aveva visto il busto».

AUTENTICI DEMOCRATICI. Cosa non vi hanno detto sulla giudice anti-Trump: nominata da Obama, amica di famiglia del senatore dem, scrive “Libero Quotidiano" il 30 gennaio 2017. Un giudice donna e un senatore. Amici di famiglia, Ann Donnelly e Chuck Schumer conducono la battaglia contro il bando sui visti emanato da Donald Trump sui rispettivi fronti, e in queste ore stanno emergendo come i protagonisti del primo vero grande scontro politico e sociale degli Stati Uniti dopo l'elezione del tycoon repubblicano alla presidenza. "Tyco non era una compagnia di vostra proprietà, vero? E il denaro di Tyco non avreste dovuto spenderlo a vostro piacere, no?". Decisa, serrata nel porgere le domande, così nel sistema giudiziario americano viene ricordato il piglio del giudice del distretto federale di Brooklyn che ha parzialmente fermato Trump, stabilendo che i rifugiati o altre persone interessate dalla misura e che sono arrivati negli aeroporti statunitensi, non possono essere espulsi. Prima di essere nominata da Barack Obama alla procura federale, Donnelly, 58 anni, si fece le ossa nel tenere in piedi l'accusa nel processo contro L. Dennis Kozlowski, amministratore delegato di Tyco, azienda produttrice di componenti elettronici, giudicati poi colpevoli di aver sottratto agli azionisti 600 milioni di dollari. "La sua bussola etica è salda», ha detto al New York Times Linda A. Fairstein, che ha lavorato con lei quando Donnelly era alla procura di Manhattan, dal 1984 al 2009. Ann Donnelly è stata nominata giudice federale da Barack Obama nel 2015. La conferma del Senato fu quasi unanime, con un voto di 95 favorevoli e due contrari. A indicarla all'allora presidente americano fu il senatore democratico Shumer, che in queste ore emerge come protagonista della battaglia contro l'ordine di Trump. Schumer, 67 anni, eletto per la prima volta nel 1988, è oggi il capo della minoranza democratica al Senato, dove ha preso il posto di Harry Reid. Nato a Brooklyn da famiglia ebraica, Schumer si è laureato in legge ad Harvard ma in realtà non ha mai esercitato la professione di legale, poiché scelse presto la politica: "C'è ancora molto da fare - ha scritto su Twitter dopo la sentenza della Donnelly - il presidente Trump deve revocare il suo terribile ordine esecutivo". E in conferenza stampa si è addirittura sciolto in un pianto a dirotto, definendo il "Muslim Ban" del presidente un "atto anti-americano".

IMMIGRAZIONE E TERRORISMO. Trump: sì ai confini, no al caos europeo. Un giudice lo sfida: stop rimpatri dagli Usa, scrive il 29 Gennaio 2017 “Il Tempo”. "Concederemo di nuovo i visti a tutti i Paesi, una volta che saremo sicuri di aver rivisto e applicato le più sicure politiche, durante i prossimi 90 giorni". Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, usa toni concilianti ma non cambia la sostanza: tre mesi di stop ai rifugiati e ingresso vietato negli Usa ai cittadini di sette Paesi a maggioranza musulmana. "Per esser chiaro, questa non è una messa al bando dei musulmani, come i media falsamente riportano", ha aggiunto Trump. "Non si tratta di religione, si tratta di terrorismo e di tenere sicuro il nostro Paese", ha proseguito. Negli Usa e non solo sono andate in scena manifestazioni di protesta. Folle in strada in molte città e davanti a molti aeroporti americani, tra cui anche davanti alla Casa Bianca a Washington, per chiedere lo stop ai provvedimenti. Hanno scandito slogan come "No muslim ban" (no alla messa al bando dei musulmani) e "Ora Siamo tutti musulmani". Trump venerdì ha bloccato per quattro mesi il programma per l'ingresso di rifugiati, imponendo lo stop a tempo indefinito ai siriani e stabilendo la priorità alle minoranze cristiane perseguitate, ha tagliato di oltre la metà il programma portando a 50mila il numero di rifugiati da accettare nel 2017, e ha infine vietato per tre mesi l'ingresso a chi provenga da sette Paesi a maggioranza musulmana (Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria, Yemen). Resta intanto confusione sui possessori di Green card, perché mentre ieri sembrava dovessero subire il provvedimento, oggi il capo di gabinetto, Reince Priebus, ha detto che non lo saranno. Colpiti, invece, i cittadini con doppia nazionalità di quelle sette nazioni e di un Paese terzo. Tra venerdì e sabato, decine di persone si erano imbarcate su aerei diretti negli Usa prima delle firme di Trump e sono così state bloccate negli aeroporti d'arrivo, perché non autorizzate a entrare in territorio americano. Un tribunale di New York, a fronte di un ricorso, ha poi emesso un'ordinanza d'emergenza che impedisce temporaneamente l'espulsione dei rifugiati arrivati. Poi, altri tre giudici federali hanno emesso ordini analoghi, mentre Reuters ha in seguito riferito che i procuratori generali di 16 Stati hanno diffuso una dichiarazione congiunta in cui condannano la decisione di Trump e promettono di lavorare perché il governo federale rispetti la Costituzione. Le organizzazioni e gli avvocati per i diritti civili stanno continuando intanto a lavorare per ostacolare l'ordine. Non è noto il numero di persone fermate negli scali, né di quelle liberate, ma si sa che alcuni aeroporti come quelli di Los Angeles e San Francisco continuano a trattenere i rifugiati. Proteste erano annunciate oggi in tutti gli Stati Uniti, secondo il New York Times in 40 città e aeroporti. Migliaia di persone si sono raccolte nei pressi della Casa Bianca, per dimostrare il proprio sdegno per l'ordine del presidente. E altre migliaia, complice il tam tam su Twitter e sui social media, si sono radunate fuori dall'aeroporto JFK e da quello di San Francisco, per protestare e per chiedere la liberazione delle persone trattenute dal servizio di dogana. Hanno scandito slogan, cantato, mostrato striscioni e cartelli. Ma in molti, a New York, non sono riusciti ad arrivare sul luogo della manifestazione: le autorità hanno deciso di far salire sull'Air Train che conduce allo scalo soltanto le persone in possesso di biglietto aereo, citando "la sicurezza pubblica a causa delle condizioni di affollamento". Poi, il governatore Andrew Cuomo ha annullato il divieto. A livello internazionale, dure critiche sono arrivate dall'Europa, secondo cui la politica migratoria imposta dal repubblicano colpisce i fondamenti della democrazia. Tra i primi a reagire il presidente francese, François Hollande, che ieri ha messo in guardia sul fatto che la democrazia implica il rispetto dei principi su cui si basa, "in particolare l'accoglienza dei rifugiati". Il premier Paolo Gentiloni ha detto che "società aperta, identità plurale, niente discriminazioni" sono "i pilastri dell'Europa". In Germania, la cancelliera Angela Merkel si è detta "convinta che la guerra decisa contro il terrorismo non giustifichi che si mettano sotto sospetto generalizzato le persone in funzione di una determinata provenienza o religione". Nel Regno unito, tradizionale alleato degli Usa e con massiccia immigrazione dai Paesi colpiti dal divieto, la reazione del governo è arrivata oggi dopo che la prima ministra Theresa May è stata duramente criticata per non essersi ancora pronunciata sull'argomento. Da Downing Street, May ha infine detto di non essere d'accordo con l'ordine di Trump e ha ordinato ai suoi ministri degli Esteri e dell'Interno di contattare gli omologhi americani per chiarire la situazione. Il ministro degli Esteri di Londra, Boris Johnson, ha definito "divisivo ed equivoco stigmatizzare sulla base della nazionalità". Il leader laburista britannico, Jeremy Corbyn, è andato oltre e ha chiesto che la visita di Trump nel Regno Unito sia cancellata. Dai Paesi colpiti dal divieto, la prima risposta è arrivata dal governo iraniano. Ha definito la decisione di Trump "un palese insulto ai musulmani nel mondo" e ha annunciato l'applicazione del principio di reciprocità. Il Sudan ha convocato l'incaricato d'affari statunitense per protestare contro l'ordine, chiedendo a Washington di riconsiderare la decisione. Anche il governo dei ribelli houthi in Yemen, non riconosciuto internazionalmente, ha chiesto la revoca. E la Lega araba ha espresso "profonda preoccupazione", definendo la misura ingiustificata. In risposta alle critiche, Trump ha difeso la propria decisione, che ha detto basata sulla necessità di difendere gli Usa dal terrorismo jhadista. Ha dichiarato che il Paese necessita di "frontiere solide" e criticato la situazione migratoria in Europa e nel resto del mondo. «Il nostro Paese ha bisogno di frontiere solide e di un controllo estremo, adesso. Guardate che cosa succede in tutta Europa e, certamente, nel mondo. Un caos terribile», ha scritto su Twitter. Temi che provocano anche scontri di potere con i primi ricorsi contro la misura della Casa Bianca. Ann Donnelly, giudice federale di New York, ha emesso un'ordinanza di emergenza che impedisce temporaneamente agli Stati Uniti di espellere i rifugiati che provengono dai sette paesi a maggioranza islamica (Siria, Libia, Iran, Iraq, Somalia, Sudan, Yemen) colpiti dal provvedimento emanato dal presidente, che ha congelato gli arrivi per tre mesi.

Un'ordinanza "di emergenza" che annulla in parte l'ordine esecutivo di Trump sull'immigrazione stabilendo che i rifugiati bloccati negli aeroporti in attesa del rimpatrio non possono essere rimandate indietro nei loro paesi. Allo stesso tempo, però, il giudice non è entrato nel merito dell'ammissione di queste persone negli Usa o della costituzionalità dell'ordine del presidente. Una decisione che congela il destino di un numero di persone compreso tra cento e duecento trattenute al loro arrivo negli aeroporti statunitensi sulla base dell'ordine esecutivo firmato venerdì pomeriggio, una settimana dopo l'insediamento. Il dipartimento dell'Homeland Security, inoltre, ha fatto sapere che rispetterà tutte le ordinanze giudiziarie ma che l'azione dell'esecutivo siglata da Trump resta in vigore.

Non è razzismo, ma soltanto buon senso Il pericolo islamico esiste e non va negato, scrive Fiamma Nirenstein, Martedì 31/01/2017, su "Il Giornale". Un po' di buon senso prego. Trump ha dato le sue risposte a un problema cui tutto il mondo si sta applicando, e cui si riconosce che non c'è stata per ora, una risposta efficace o solo sensata. Può darsi che anche questa sia sbagliata. Ma non lo sarà più dei silenzi e delle omissioni che hanno lasciato uccidere migliaia di persone dal terrorismo islamico e hanno creato situazioni di vita molto difficili nelle città del mondo occidentale. È un tema roccioso, ogni volta che o si affronta vorremmo nasconderci piuttosto che vedere la sofferenza altrui ma, insieme, anche il nostro pericolo. Ci sono e c'erano delle buone ragioni in alcune delle critiche all'executive order di Donald Trump del 27 gennaio che sospende l'illimitata ammissione di rifugiati siriani e mette un freno all'immigrazione di altri sei Paesi islamici per 90 giorni: infatti già domenica Trump ha dovuto ripristinare il diritto di servirsi della green card. E dovrà tornare sulla questione delle minoranze religiose, perché anche se preferisce l'immigrazione delle minoranze cristiane, ce ne sono di sunnite e di sciite che a seconda dei Paesi, sono state e sono implicate in lotte e persino guerre a fianco degli americani. Il tono, però, l'enfasi da salotto bene che si usa nell'immaginare che Trump seppellisca l'America che amiamo per disseppellire quella con la k (molti non sanno quanto quella k ferisca li americani) porta a dire un sacco di sciocchezze: per esempio, a paragonare l'immigrazione attuale con quella degli ebrei dall'Europa. A parte che anche quella fu verificata a fondo persino dopo la Shoah (c'erano comitati in Europa che vagliavano ogni caso) non c'è mai stato un pericolo ebraico di attacchi terroristi. E invece il pericolo di cui Trump parla, c'è, anche a volerlo affrontare diversamente: ma negarlo non si può. Invece c'è chi ha scritto che gli attacchi dal 9 di settembre non sono musulmani e hanno edotto che quindi Trump agisce per razzismo... insomma un sacco di cretinate a partire dal fatto storico che gli ingressi negli Usa sono sempre stati controllati, l'incubo del blocco e del respingimento di Ellis Island appare in mille film di Hollywood, i blocchi operati dalle varie amministrazioni sono costanti e di fatto negli ultimi anni sono caduti su popolazioni musulmane, salvo quando invece Obama ne ha incrementato l'ingresso, mentre gli ingressi cristiani paradossalmente sono pochissimi: nel 2016 il 99,1 per cento degli ingressi sono islamici, e solo l 0,5 sono cristiani, mentre lo 0,8 sono Yazidi, un po' poco rispetto alle stragi in corso. Comunque, dal luglio 2011 Obama ha bloccato le entrate di questo o quel gruppo politico per sei volte. Jimmy Carter cancellò i visti iraniani; le leggi che permettono ai presidenti di controllare l'immigrazione citano specificamente la preoccupazione delle persecuzioni religiose, e sinceramente è stupefacente che Obama abbia lasciato cristiani e yazidi da parte. Ma dov'era la stampa liberal? Il tetto messo da Trump di 50mila rifugiati dopo che saranno trascorsi i 90 giorni, non sono così distanti dalle medie nazionali regolari: scrive David French sulla National Review che i 50mila stanno fra un anno tipico i George W. Bush e uno di Obama. Sono stati meno di 50mila fino al 2007, e poi dal 2013 al 2015 sono 70mila. Quanto ai siriani, Obama ne ha fatti entrare 305 profughi di media negli anni dal 2011 al 2015. E poi nel 2015, abbandonata la promessa di intervenire se Bashar Assad avesse sorpassato la linea rossa dei gas venefico, passa a 13mila nel 2014 con l'avanzare della situazione, forse pentito.

Antonio Socci su “Libero Quotidiano 31 Gennaio 2017": anche la Chiesa voleva selezionare gli immigrati. Venerdì la grande "Marcia per la vita" di Washington, esaltata in tv da Trump, ha voluto attribuire il suo Premio onorifico annuale al card. Raymond Burke, cioè proprio colui che da mesi viene perseguitato da Bergoglio come il suo grande avversario (il papa lo ha colpito in ogni modo, fino all' annichilimento dell'Ordine di Malta avvenuto sabato). Il bergoglismo nacque in sintonia con Obama e con il "partito tedesco" anti-Ratzinger e - come vedremo - alcune personalità cattoliche Usa oggi chiedono a Trump addirittura di appurare se ci siano state interferenze della passata amministrazione nelle strane "dimissioni" di Ratzinger del 2013 e nell' ascesa di Bergoglio. Ora che Obama è finito e l'impero germanico della Ue sta nel mirino di Trump, il pontificato politico di Bergoglio si va a schiantare su due muri della nuova amministrazione Usa. Un muro materiale e uno politico-culturale. Contro quello materiale che Trump vuol costruire ai confini col Messico (perché uno Stato che non controlla i suoi confini non è uno Stato) il Papa è già partito all' attacco. Bergoglio, incurante di essere lui stesso capo di uno Stato, quello vaticano, circondato da alte mura, dove è impossibile entrare per qualunque clandestino, ha fulminato Trump, infischiandosene del fatto che buona parte del muro col Messico lo hanno costruito i democratici di Clinton e Obama. Oltretutto sulle frontiere chiuse ai musulmani Trump applica proprio ciò che fu prospettato dal grande card. Biffi. Ma Bergoglio odia proprio questo connotato culturale filo-cristiano di Trump. Appena insediato Trump ha rovesciato la politica ultralaicista di Obama e la sua ideologia abortista che a Bergoglio non ha mai fatto problema: dopo aver, fra l' altro, cancellato la pagina Lgbt della Casa Bianca, il presidente ha bloccato i finanziamenti pubblici alle ong estere abortiste e in tre giorni ha fatto, per la causa dei bambini non nati, più di quanto abbia fatto in quattro anni Bergoglio, che quella causa ha tradito per inventarsi invece le crociate obamiane pro-immigrati, pro dialogo con l' Islam e i comizi sull' eco-catastrofismo fatti davanti a organizzazioni come il Centro sociale Leoncavallo. IL VICE PRO-LIFE - Il mondo pro-life, molto forte in America, ha sostenuto in modo determinante la vittoria di Trump (come quella di Reagan) e alla manifestazione pro-life «su richiesta del presidente Trump» ha parlato il suo vice Pence (è la prima volta in 44 anni che interviene una così alta carica istituzionale) dicendo che «in America la vita è tornata a vincere» e questa presidenza «non si fermerà finché in America verrà ristabilita la cultura della vita». Ha annunciato infatti altri provvedimenti e la nomina determinante di un giudice pro life alla Corte Suprema. Poi Pence ha concluso: «Con la compassione daremo voce ai bambini non nati e guadagneremo i cuori delle donne...vi assicuro che il presidente Trump ha le spalle larghe e un cuore grande». I promotori della Marcia - come ho detto - hanno annunciato di aver conferito il Premio al card. Burke, molto stimato nella nuova amministrazione Usa. La scelta - ha detto John-Henry Westen - è dovuta al fatto che «il cardinale Burke ha sofferto molto per la causa della vita, della fede e della famiglia. Egli ha portato in pace e letizia questa sofferenza e le umiliazioni pubbliche che ha ricevuto da tutte le parti». A quali umiliazioni pubbliche si riferiscano i pro life è noto a tutti: Bergoglio gliene ha inflitte per quattro anni e sabato è arrivato ad annichilire il millenario Ordine di Malta per umiliare il card. Burke, che lì era stato confinato proprio dallo stesso Bergoglio.

I due sono agli antipodi anche come tipi umani. Tanto Burke è mite e gentile quanto Bergoglio è prepotente (lo ha ammesso lui stesso), vendicativo e tendente al culto della personalità (una papolatria che oggi ha sostituito il culto eucaristico). Burke è un uomo di Dio, ha profonda spiritualità, non gli interessa né guadagnare né perdere poltrone. Invece Bergoglio fin da giovane ha partecipato alla feroce lotta del potere ecclesiastico e ne è tuttora assorbito. Ragiona solo in termini di potere e non concepisce chi non si fa "attirare" dalle promesse né intimidire dalle minacce. Detesta cardinali come Burke (o Caffarra) che pensano solo al giudizio di Dio e non si preoccupano di lusinghe e intimidazioni umane. È noto che Bergoglio è andato su tutte le furie quando Burke e altri tre cardinali, della sua stessa fede cattolica, hanno reso noti i loro famosi "Dubia" per chiedere al papa che si pronunci in modo chiaro sugli argomenti delicati con cui, attraverso l'Amoris laetitia, ha terremotato e confuso la Chiesa. Ancora più furibondo Bergoglio è diventato quando è uscita l'intervista del card. Burke che, serenamente, ha prospettato - in caso di rifiuto pervicace del Papa di rispondere - la possibilità canonica di una «correzione» (che è prevista e non è inedita nella storia della Chiesa). L' offensiva contro l'Ordine di Malta va inquadrata in questo suo furore che Bergoglio non riesce a tenere a freno (come quando ha coniato l'assurdo parallelo fra Hitler e Trump). Il Catholic Herald ha osservato: «Il Vaticano ha distrutto la sovranità dell'Ordine di Malta. E se l'Italia facesse la stessa cosa con il Vaticano?». Ancora più duro l'American Spectator che - in proposito - ha scritto: «Sotto Papa Francesco, la nuova ortodossia è eterodossia e guai a coloro che non si conformano ad essa». George Neumayr, l'editorialista, nota che la priorità di questo papa è colpire chi è fedele alla dottrina cattolica e premiare gli altri (e cita ciò che Bergoglio ha fatto con gli ordini religiosi). «Solo i conservatori ricadono sotto il suo sguardo fulminante». Con lui «il Vaticano è diventato una calamita per gli attivisti più anti-cattolici d' Occidente, molti dei quali hanno contribuito all' enciclica del Papa sul riscaldamento globale». Bergoglio - scrive ancora lo Spectator - parla di «autonomia» e «rispetto delle differenze», ma «è il Papa più autocratico e amante delle epurazioni che si sia visto in molti decenni. È la quintessenza del progressista "tollerante" salito al potere grazie alla disobbedienza (come arcivescovo di Buenos Aires ha ignorato le direttive vaticane), ma che poi mantiene il potere chiedendo obbedienza assoluta agli altri. Se fosse obbedienza alla dottrina della Chiesa» scrive il mensile «nessuno potrebbe biasimarlo. Ma non lo è. Lui chiede obbedienza ai suoi capricci modernisti». La requisitoria prosegue così: «Dai corridoi delle Nazioni Unite alle stanze di L' Avana e Pechino, gli statalisti anticattolici possono sempre contare su di lui com' è evidente nella sua recente scandalosa intervista in cui ha dichiarato che i cattolici cinesi possono "praticare la loro fede in Cina". No, non possono. I fedeli all' ortodossia cattolica sono trattati brutalmente».

«Come è possibile - conclude lo Spectator - che il Papa possa considerare i comunisti cinesi in modo così benevolo mentre tratta i fedeli conservatori in maniera così severa? Gli storici del futuro troveranno sorprendente che all'inizio del 21° secolo il Papa invece di proteggere i cattolici abbia contribuito alla loro persecuzione». Il clima è tale che - come dicevo - sul sito cattolico The Remnant un gruppo di intellettuali cattolici americani, ricordando con sconcerto le posizioni di Bergoglio contro Trump e a favore della sinistra internazionale, fa appello al neo presidente Usa Trump perché - prendendo spunto anche dai documenti di Wikileakes - si cerchi di capire se un cambio di regime in Vaticano fu immaginato e messo in cantiere negli anni della precedente amministrazione democratica. Si chiede al presidente addirittura di appurare se eventuali azioni riservate siano state intraprese da agenti Usa in relazione alla «rinuncia» di Benedetto XVI e al Conclave che ha eletto Bergoglio, per capire se vi siano state interferenze sulla vita della Chiesa. Antonio Socci

Tutta la verità sul muro di Trump, scrive il 27 gennaio 2017 Paolo Manzo su "Gli Occhi della guerra" riportato da "Il Giornale". Dopo l’avvertimento del Papa sui rischi del populismo che in passato ha creato mostri come Hitler – che molti media mainstream hanno interpretato come rivolto a Donald J Trump – dopo milioni di donne occidentali, non saudite né pakistane, scese in piazza per protestare contro quell’assassino di diritti umani che è Donald J Trump (forse l’Isis, proliferato sotto Obama, sarebbe una soluzione ai loro problemi?), dopo caterve di accuse sulla stampa più attenta al politically correct che ai fatti sui milioni di latinos che verrebbero espulsi da The Donald (Obama ne ha mandati via 2,5 milioni nel silenzio tombale di CNN & co) non poteva che arrivare il killeraggio mediatico al tycoon dopo la sua firma, l’altroieri, dell’ordine esecutivo per costruire il muro ai confini con il Messico. In realtà Trump non ha fatto altro che mantenere un’altra promessa – dopo aver fatto uscire gli Stati Uniti dall’accordo transpacifico – visto che “Costruiremo il muro e lo faremo pagare al Messico” era stato – dopo il celebre “let’s make America great again” – il suo secondo mantra elettorale più sbandierato. Nonostante le tante speculazioni dei media su altezza, chilometraggio e costi, di sicuro esiste una legge approvata nel 2006 dal Parlamento Usa (il Secure Fence Act del 2006) con i voti decisivi di molti Democratici che oggi gridano alla scandalo grazie alla quale Trump non dovrà passare al vaglio del legislativo per ottenere il “via libera” ai lavori della più grande barriera di contenimento dell’immigrazione al mondo. Inoltre è bene ricordare che sono oltre vent’anni – ovvero da quando nella campagna elettorale del 1995 Bill Clinton promise barriere per impedire il passaggio della frontiera agli illegali – che nessuno negli Stati Uniti arriva alla presidenza senza promettere la “mano dura” contro l’immigrazione clandestina proveniente dal Sud del Rio Bravo. Nessun “big media” impegnato nello sport giornalistico più praticato del momento, ovvero il “dagli al Trump” lo ricorda oggi, ma fu proprio Bill Clinton, avallando operazioni come la “Gatekeeper” in California, la “Hold the Line” ad El Paso (in Texas) e la “Safeguard” in Arizona, il primo presidente che, nell’ormai lontano e dimenticato 1994, introdusse barriere fisiche o, se preferite la terminologia inglese, “fences”, per difendere il confine Sud col Messico. Anche per questo Trump ha vinto, inutile nasconderlo con editoriali politically correct ma privi di qualsiasi legame con la realtà. E anche se alcune agenzie di stampa nostrane hanno tentato di nascondere l’evidenza con “fact checking” farlocchi (probabilmente per contrariare Alessandro Di Battista che aveva ricordato più o meno le cose che qui scrivo) basta andare sul sito del U.S. Department of Homelland Security – proprio dove Trump ha firmato l’ordine esecutivo in questione – per scoprire che, con malcelato orgoglio, il 9 ottobre 2014, l’allora segretario della Sicurezza Interna di Barack Obama, Jeh Johnson, mostrava a media assai poco critici (almeno rispetto a quelli di oggi) i risultati del boom nella costruzione alla frontiera messicana delle “fences”. O come le chiamerebbe Trump oggi, del “muro”. “Erano appena 77 miglia (124 Km) nel 2000 mentre”, diceva fiero ed applaudito dai giornalisti presenti Johnson, quel 9 ottobre 2014 “grazie al lavoro congiunto delle amministrazioni Clinton, Bush Jr ed Obama per rafforzare la nostra sicurezza, oggi le barriere (e cioè il muro) al confine con il Messico occupano almeno 700 miglia”, ovvero 1.127 chilometri, non uno di meno. La già citata legge pro-muro del 2006 che oggi consente a Trump di dare l’inizio ai lavori con un semplice ordine esecutivo non preoccupandosi di Camera e Senato, del resto, fu voluta dal presidente dell’epoca, il repubblicano George Bush Jr (che non a caso ha votato per la Clinton e con Obama ha fatto i peggio disastri in Iraq, contribuendo alla nascita dell’Isis non catturando il suo fondatore Abu Musab al-Zarqawi quando persino Bin Laden lo “schifava”), e fu votata con entusiasmo e discorsi di elogio tanto dall’allora senatrice per lo stato di New York, Hillary Clinton, come dall’allora senatore dell’Illinois, Barack Obama. Certo, la “barriera” innalzata negli ultimi 20 anni dalle precedenti tre presidenze copre solo oltre un terzo degli oltre 3mila Km di confine, ma esiste eccome. Soprattutto nella giornata della memoria che ricorda l’Olocausto la verità sarebbe opportuna raccontarla e allora – nell’attesa delle scontate polemiche che leggerete nelle prossime ore/giorni sui “grandi” media perché l’amministrazione Trump potrebbe imporre dazi del 20% sulle importazioni messicane per finanziare il muro (cosa che per la cronaca fanno 160 paesi al mondo, tra cui tutti quelli latinoamericani meno Cile, Perù, Paraguay e Panama- da anni il Brasile ha una tassazione media del 66,7% su gran parte dei beni importati senza che la CNN si sia mai scandalizzata) – finalmente Gli Occhi della Guerra ha scovato le prime, e sinora uniche, vere vittime delle politiche del losco figuro insediatosi da pochi giorni alla Casa Bianca: migliaia di polposi avocado messicani e centinaia di casse di succosi limoni argentini. Già perché sono ben 120 le tonnellate di Persea americana (questo il nome scientifico dell’avocado) bloccate alla frontiera con il Rio Bravo da giorni, dopo che stessa sorte era toccata lunedì scorso a tutti i limoni argentini, banditi addirittura per 60 giorni dalla svolta trumpiana che intende – lo accenna Reuters dando la notizia – aiutare il settore dell’agricoltura statunitense. Al di là delle politiche commerciali – staremo a vedere se tra due mesi i limoni argentini e gli avocado messicani potranno finalmente entrare negli States, sarebbe una vittoria senza precedenti per i difensori dei diritti della frutta – sui migranti clandestini, stando ai numeri reali, The Donald ne ha sinora rispediti al mittente molti di meno rispetto ad Obama il misericordioso. Quest’ultimo infatti, nella prima settimana del suo secondo mandato, ne aveva espulsi oltre mille, Trump poche decine. Per non dire dei 91 cubani rispediti all’Avana dal Messico a causa dell’abolizione da parte di Barack del decreto Clinton, che da 22 anni garantiva i diritti umani all’unico popolo oggi ancora costretto a vivere sotto il giogo di una dittatura. E che dire del muro al confine con il Guatemala sponsorizzato dal presidente messicano Enrique Peña Nieto, lo stesso che si lamenta dei muri che costruiscono gli altri, da oltre 20 anni? Questo per limitarci ai fatti che, al solito, sono sempre meno politically correct della realtà virtuale che vorrebbero imporci Soros e compagni.

Prima di Trump, vi era stato, senza alcuna copertura mediatica, il divieto di ingresso negli Stati Uniti per i rifugiati iracheni varato da parte del presidente Obama e la dichiarazione da parte di quest'ultimo di ben sette "stati terroristi", scrive il 30/01/2017 “L’Antidiplomatico". Ma prima di Obama c'era stato Bill Clinton, altro famigerato "democratico" che, addirittura, ricorda correttamente il blog Zero Hedge, aveva ricevuto una standing ovation nell'annunciar la difesa dei confini e il rimpatrio dei clandestini criminali. Queste le parole di Bill Clinton, più moderate anche di Trump: "Siamo una nazione di immigrati .. ma siamo anche una nazione di leggi". "La nostra nazione è giustamente infastidita dal gran numero di immigrati clandestini che entrano nostro paese ...Gli immigrati clandestini prendono posti di lavoro da parte diche appartengono a cittadini o immigrati legali. E rappresentano oneri per i contribuenti ... Questo è il motivo per cui stiamo raddoppiando il numero delle forze dell’ordine alla frontiera, deportando ("deporting") gli immigrati clandestini più che mai, colpiremo le assunzioni illegali dei clandestini e faremo di più per accelerare l'espulsione dei criminali. E 'sbagliato e in definitiva controproducente per una nazione di immigrati permettere questo abuso delle nostre leggi sull'immigrazione che si è verificato negli ultimi anni. E dobbiamo fare di più per fermarlo ". [Ovazione]

Trump ha sicuramente un merito, aver definitivamente aperto il vaso di Pandora dei peccati e crimini degli Stati Uniti. Trump, in altri termini, è semplicemente il vero volto dell'imperialismo nord-americano, non più celato dalla maschera dell'ipocrisia "democratica". La domanda che resta ancora senza risposta: ma dove erano quelle migliaia e migliaia di persone che si indignano oggi per Trump quando Bill Clinton pronunciava queste parole? Alcuni ad applaudire, come potete vedere dal video.

«Fake news», avvertimento dell’Ue a Facebook. Il commissario Ansip minaccia interventi diretti. Iniziativa di Tajani all’Europarlamento, scrive Ivo Caizzi, il 30 gennaio 2017 su “Il Corriere della Sera”. Sulla scia dell’attacco lanciato dalla cancelliera tedesca Angela Merkel contro le notizie false diffuse in rete, in vista delle elezioni in programma in autunno in Germania, l’Europarlamento e la Commissione europea intendono andare oltre le azioni nazionali e agire a livello Ue. Il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani intende promuovere una «soluzione europea» in grado di garantire la corretta informazione ai cittadini, continuando così con la linea trasversale lanciata dal suo predecessore tedesco Martin Schulz, ora candidato socialdemocratico alla cancelleria. Nell’Assemblea Ue è stata già approvata una risoluzione politica contro la disinformazione anti-Ue e a favore dei movimenti populisti, attribuita alla Russia di Vladimir Putin e ai terroristi islamici dell’Isis. Inoltre eurodeputati britannici sarebbero intenzionati a proporre una commissione d’inchiesta sulle cosiddette «fake news», sull’esempio di quella appena lanciata da loro colleghi del Parlamento di Londra. Alla Commissione europea, dopo una promessa generica di intervento del presidente lussemburghese Jean-Claude Juncker, il commissario estone Andrus Ansip ha annunciato interventi sui vari Facebook, Google o Twitter, qualora questi social network non introducano adeguati controlli per impedire la circolazione in rete di notizie false. Oltre alla Germania, vari governi Ue appaiono favorevoli ad approvare una legislazione europea per arginare la disinformazione tramite i social network. Numerosi premier europei si sono allertati dopo quanto è successo nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti, dove la vittoria del repubblicano Donald Trump è apparsa favorita anche dalle notizie negative sulla candidata democratica Hillary Clinton. Ma in alcune capitali Ue non vorrebbero rischiare le polemiche e le proteste del popolo della rete, che scaturirebbero in caso di restrizioni della libertà di far circolazione le notizie sul web. Per questo la Commissione europea intenderebbe iniziare a fare pressione sui principali social network per convincerli ad attuare un «codice di condotta» contro i tentativi di disinformazione sul web. Il commissario Ue Ansip ha però ammonito che, se i vari Facebook, Google o Twitter non si assumeranno maggiori responsabilità nel controllare le notizie che consentono di diffondere, l’alternativa saranno gli interventi di Bruxelles. «Sono preoccupato, e tutti sono preoccupati, dalle notizie false, specialmente dopo le elezioni negli Stati Uniti — ha dichiarato Ansip al quotidiano britannico «Financial Times» —. Credo fermamente nelle misure di autocontrollo. Ma, se sarà necessario qualche tipo di chiarimento, saremo pronti». In ogni caso, se in Germania dovesse passare una legislazione restrittiva sulla diffusione di notizie false (si parla di introdurre multe ai social network fino a 500 mila euro), Merkel appare in grado di influenzare i successivi interventi della Commissione di Juncker.

Attenti, arriva la censura: Google punisce il blog di Messora, scrive Marcello Foa su “Il Giornale” il 29 gennaio 2017. Quanto sta avvenendo in queste ore a Claudio Messora, autore del blog ByoBlu, è grave. Google AdSense gli ha comunicato l’interruzione immediata e irrevocabile del proprio servizio. Cos’è Google AdSense? Semplifico al massimo per i non addetti ai lavori: è la pubblicazione automatica di inserzioni pubblicitarie che garantisce un introito a chiunque sia disposto ad ospitarle. Più traffico, più pubblicità: gli importi sono minimi ma servono a garantire un po’ di redditività sia ai singoli utenti sia ai gruppi editoriali, che a loro volta ne fanno uso. Claudio Messora, qualche ora fa, ha annunciato di aver ricevuto un’email da Google in cui viene accusato di aver pubblicato una “fake news” e in cui si annuncia la cancellazione immediata e non contestabile di AdSense. Naturalmente Google non dice a quale titolo si arroghi il diritto di discriminare tra notizie false e vere. E sapete qual è la “fake news” imputata a ByoBlu? Il filmato di un intervento dell’onorevole Lupi tratto dal sito della Camera dei deputati italiani e pubblicato senza commenti sul blog! Voi direte? Messora scherza e Foa ci è cascato. Niente affatto: tutto vero. L’arbitrarietà della decisione di Google è scandalosa ma non sorprendente. I blog, i siti alternativi e i social media hanno svolto un ruolo decisivo nelle campagne referendarie sulla Brexit nel Regno Unito e sulla riforma costituzionale in Italia; e soprattutto alle presidenziali statunitensi contribuendo alla vittoria di Trump. Come ebbi modo di spiegare qualche mese fa, l’influenza della cosiddetta informazione alternativa ha assunto proporzioni straordinarie, approfittando della disillusione popolare nei confronti di troppe grandi testate tradizionali, che col passare degli anni hanno perso la capacità interpretare le necessità di una società in continua evoluzione, ammansendo il proprio ruolo di cane da guardia della democrazia, per eccessiva vicinanza al governo e alle istituzioni. Non tutte le testate, sia chiaro e non in tutti i Paesi: ma in misura tale da generare una frattura fra sé e il pubblico, come dimostra il fatto che la grande maggioranza dei media inglesi era favorevole al Remain e che la totalità dei media sosteneva Hillary ed è stata incapace di prevedere la vittoria di Trump. Un’onda si è alzata e spinge milioni di lettori a cercare fonti alternative sul web; alcune di qualità, altre meno, alcune credibili altre no, come peraltro è naturale e legittimo in democrazia. Un’onda che l’establishment, soprattutto quello anglosassone, che è il più influente nella nostra epoca ora cerca di fermare. E nel peggiore dei modi.  La crociata avviata negli Usa e in Gran Bretagna contro fake news e post verità è chiaramente strumentale ed è stata solertemente recepita in Europa (la risoluzione approvata dal Parlamento Ue contro la propaganda russa rientra in questa corrente) e in alcuni Paesi europei tra cui l’Italia, dove il presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini recentemente ha annunciato l’avvio di una campagna contro le bufale sul web. Annunci che sono serviti a preparare l’opinione pubblica. Ora si passa dalle minacce ai fatti, attraverso i due Grandi Fratelli del web. Facebook, che ha già cominciato a segnalare come “pericolosi” alcuni blog (ad esempio, ma non è l’unico, quello di Maurizio Blondet), e Google che toglie ai siti anticonformisti la possibilità di finanziarsi, prendendo a pretesto, con sprezzo del ridicolo, proprio un post in cui viene diffuso un frammento di un dibattito del Parlamento presieduto dalla stessa Boldrini, quanto di più innocente e di ovvio ci sia in democrazia. Resta il fatto che Google si arroga il diritto di giudicare e di censurare un sito libero, per ora solo finanziariamente. Domani, chissà. Vi invito a guardare questo video di Messora, sono sei minuti di ottimo giornalismo. Giudicate voi. Io esprimo a Claudio Messora tutta la mia solidarietà. E la mia indignazione. E’ in pericolo la libertà di pensiero e di espressione.

Il blog ByoBlu e i 200 siti a cui Google ha tolto la pubblicità per la lotta alle fake news. Il sito di Claudio Messora, ex consulente della comunicazione M5S, è tra quelli che non potranno più utilizzare il servizio per l’advertising AdSense. La replica: «Mina alla libertà del web», scrive Michela Rovelli il 30 gennaio 2017 su “Il Corriere della Sera”. Tra i centinaia di siti che non potranno più utilizzare AdSense, la piattaforma per la pubblicità online di Google, c’è anche l’italiano Byoblu. Lo ha rivelato il fondatore: il blogger di lunga data Claudio Messora, che ha iniziato con un canale Youtube nel 2007 — oggi seguito da più di centomila utenti — per poi aprire anche il sito, dalle cui pagine, come lui stesso dice, scrive e descrive «le sue posizioni critiche sulle relazioni tra le grandi banche d’affari, la speculazione internazionale e i governi». Toni forti e argomenti d’attualità. Non sempre, secondo Mountain View, veritieri. Contenuti ingannevoli, quindi. E quindi contrari alla nuova policy della società. Da novembre, infatti, Google ha intensificato gli sforzi per migliorare l’esperienza di navigazione online degli utenti, in un periodo in cui si parla così tanto di bufale e disinformazione. E ha annunciato la possibilità di interrompere anche il suo servizio AdSense per coloro che diffondono contenuti considerati non adeguati. Duecento i publisher finora sospesi. Tra cui ByoBlu, fa sapere lo stesso Messora in un videomessaggio dove denuncia l’ingiusta — secondo lui — decisione. Il distinguo tra ciò che è falso e quello che non lo è non è semplice, di certo resta la sospensione del servizio per il blog di Messora, vincitore nel passato, come ha scritto nella sua bio, di premi giornalistici come il Premio Agenda Rossa e il XXXI Premio Ischia Internazionale del Giornalismo. Il responsabile di Byoblu parla di una campagna «contro le cosiddette “fake news” orchestrata da Hillary Clinton, dal Parlamento Europeo, da Laura Boldrini, da Angela Merkel e da tutti quelli che hanno paura che l’informazione libera possa scalzare i loro privilegi e la loro posizione di forza». Definisce poi il 27 gennaio (quando gli è stato recapitato l’avviso), «il giorno più pesante per l’informazione libera da dieci anni». Nessun commento da Google. Il motore di ricerca, che ha bloccato il rapporto con ByoBlu solo per quanto riguarda la piattaforma AdSense, ma senza nessun intervento sull’indicizzazione del blog, fa sapere di inviare insieme alla segnalazione di disattivazione dei servizi pubblicitari anche un link con la possibilità di fare ricorso. La «denuncia» è stata ripresa anche dal blog di Beppe Grillo. Con lui Claudio Messora ha lavorato: è stato per un breve periodo responsabile della comunicazione del Movimento Cinque Stelle all’Europarlamento. Poi licenziato dallo stesso Gianroberto Casaleggio. Ma l’appoggio, in questa sua battaglia contro Google, è totale. L’appello del blogger viene pubblicato per esteso su beppegrillo.it con una breve frase introduttiva: «Quanto successo al blogger Claudio Messora è gravissimo. Siamo dalla parte dell’informazione libera in Rete. Diffondete». C’è chi — Google — le bufale prova a combatterle senza esclusione di colpi, e dunque togliendo loro il principale motivo di diffusione, quello economico. E chi si dichiara vittima di questa guerra alla disinformazione online, vedendo nelle mosse come quella di Mountain View, un sabotaggio della libertà garantita dal web.

Oggi attaccano Byoblu.com. Ma sarà presto un attacco contro tutti i dissidenti, scrive Pino Cabras su MegaChip riportato da Claudio Messora il 29 gennaio 2017 su Byoblu. Fa molto bene Claudio Messora a sottolineare che il vero obiettivo della campagna contro le ‘fake news’ non erano certo quei cialtroni che infestano il web di notizie false, razziste e irresponsabili per acchiappare clic, che pure ci sono e da chissà chi sono mossi. No, il vero obiettivo politico era ogni forma di dissidenza informativa, ogni voce non inserita in quell’oligopolio che controlla – con apparente pluralismo ma sostanziale totalitarismo – la galassia dei media tradizionali, un mainstream in radicale crisi di credibilità e ormai in modalità panico. E fa anche bene Messora a non fare tanti giri di parole quando fa i nomi dei maggiori artefici di questa sistematica volontà di censura, che stanno dentro le istituzioni e nelle aziende dominanti delle telecomunicazioni. Sono nomi che si muovono in un sistema legato mani e piedi al blocco d’interessi di cui Hillary Clinton sarebbe stata il maggiore garante, se non avesse subito il rovescio elettorale. E’ un blocco che ha una sua ideologia e che ha ancora molto potere: perciò vuole trasformare l’ideologia in misure concrete, mirate, inesorabili. Così, accanto al lavoro ai fianchi ideologico (in cui si fa aiutare persino da gente che crede di difendere la libertà), fa un lavoro più sporco, inteso a prosciugare le risorse del dissenso. Oltre alle personalità e istituzioni citate da Messora, è bene ricordare anche la NATO, un’organizzazione sempre più attenta a inserire nelle azioni di guerra anche la “guerra della percezione“: ha persino redatto un “Manuale di Comunicazione Strategica“, che intende coordinare e sostituire tutti i dispositivi antecedenti che si occupavano di Diplomazia pubblica, di Pubbliche relazioni (Public Affairs), di Pubbliche Relazioni militari, di Operazioni sui sistemi elettronici di comunicazione (Information Operations) e di Operazioni Psicologiche. Sono azioni coordinate ad ampio spettro, portate avanti da strutture dotate di risorse immani e che lavorano ventiquattr’ore su ventiquattro in coordinamento con i grandi amministratori delegati di imprese del calibro di Google. L’offensiva è dunque in atto e viene da lontano. Un’eminenza grigia molto importante dell’Amministrazione USA uscente, Cass Sunstein, anni fa scrisse un saggio in cui – oltre a teorizzare l’«infiltrazione cognitiva» dei gruppi dissenzienti, da perfezionare spargendo disinformazione, confusione, e calunnie – invitava il legislatore a prendere «misure fiscali» (diceva proprio così) contro i propugnatori delle “teorie cospirazioniste” e per l’assoluto divieto di esprimersi liberamente su quanto sia disapprovato dalle autorità. Ci siamo a suo tempo chiesti dove volesse andare a parare, il prof. Sunstein. Voleva dire che chi dissente paga pegno allo Stato? E come diavolo doveva chiamarsi questa nuova imposta? All’epoca erano misteri e deliri di un professore di Harvard, un costituzionalista che ripudiava i capisaldi della Costituzione scritta americana. Ma nel frattempo quel delirio si è fatto strada e si è fatto sistema di potere. E’ bene ricordarlo a quelli che si scandalizzano per Trump senza accorgersi che le ossessioni contro la libertà di espressione hanno colonizzato le istituzioni e i media in cui hanno riposto fiducia, anche a casa Clinton e a casa Obama. Oggi attaccano Byoblu.com. Ma sarà presto un attacco contro tutti i dissidenti. E’ una questione già maledettamente seria. Anche chi non va d’accordo con Byoblu, con Megachip, con PandoraTV.it e altri ancora, farà bene a sostenerli economicamente e difenderli politicamente. Lo dovrà fare per salvare il pluralismo da un’ondata di “maccartismo 2.0“, un’isteria che vuol fare tabula rasa dell’informazione non allineata.

L’altra faccia delle fake news. Si dia nuova dignità alle persone poiché qui convivono sia lo scrittore che il lettore: il problema fake news va risolto all'interno di questa ambiguità, scrive Giacomo Dotta il 30 gennaio 2017. Quando ci si ferma a riflettere (e a scrivere, cose spesso coincidenti) di “fake news”, il discorso slitta sempre sul medesimo versante: quello di chi produce, elabora, distribuisce, pubblica. In generale, la parte analizzata è sempre quella che emette la notizia, nei diversi livelli, nei diversi ruoli e nelle diverse fasi in cui vi si partecipa: chi la pensa, chi la scrive, chi vi trova uno spazio di pubblicazione, chi la distribuisce. Tali disamine sembrano dare per scontata la figura passiva (o di eco semiautomatico) del lettore. Con tutta evidenza trattasi però di un discorso zoppo che, nel proprio lento incedere, sembra in grave difficoltà: di fatto il problema delle “fake news” trova oggi ben poche ipotesi costruttive, ognuna delle quali smontate rapidamente da schiere di critici pronti a sfoderare validissime questioni di principio. Di fatto, però, non se ne esce: Google ha fatto bene a fermare ByoBlu? Ma con che diritto Google e Facebook possono decidere chi o cosa ha diritto di essere retribuito o divulgato? Cosa distingue una fake news d’agenzia da una fake news da retweet? Quando, chi e come si decide che una notizia è “fake”, immaginando quest’ultima parola nel suo senso assoluto di sanzione definitiva e deliberata?

Le ragioni del lettore. La sensazione è che queste considerazioni siano zoppe poiché non considerano a sufficienza le motivazioni che stanno alla base di un fronte parallelo e complementare: le ragioni del lettore. Di quest’ultimo spesso si son lette disamine massimaliste, raramente volte ad approfondirne ragioni recondite. A questo punto è però il momento di fare un passo avanti per considerare entrambi i lati della questione.

Bipolarismo. Ognuno di noi è lettore e scrittore allo stesso tempo. Una novità assoluta, per molti versi, e qualcosa di cui non abbiamo ancora esattamente piena coscienza. Succede poiché ognuno di noi ha oggi mezzi e capacità per fare entrambe le cose: per leggere, poiché l’informazione è libera e gratuita come mai lo era stato in passato; per scrivere, poiché mai come oggi sono disponibili strumenti e piattaforme che offrono a chiunque l’opportunità di farsi leggere, notare, ascoltare. Un aspetto differente, e più interiore, è invece disponibile in varia misura e non sempre a sufficienza: la capacità di capire, analizzare ed elaborare. Di qui la carenza di alcuni lettori e alcuni scrittori, i quali si trovano arricchiti soltanto di strumenti e non di capacità intellettive realmente all’altezza. In questo bipolarismo v’è la complessità della natura di ognuno di noi. Ma se siamo una figura così complessa, nella quale per la prima volta lettore e scrittore coesistono all’interno della stessa entità intelligente, allora non possiamo continuare ad analizzare una parte (quella dello scrittore) come fosse una figura profonda e degna, mentre quell’altra parte (quella del lettore) rimane ferma tra gli archetipi dell’entità passiva. Il lettore (così come il votante) è spesso considerato come unità singola di una grande massa, qualcosa di cui ragionare solo in termini quantitativi e statistici: goccia nel mare, uno tra molti, polvere di big data. Perché questa asimmetria? Si tratta probabilmente anzitutto di una eredità dei decenni passati, quando la cultura mainstream dava sicuramente maggior dignità a chi stava “dall’altra parte dello schermo”: sorridere alla telecamera o sedere in una redazione era questione di potere, mentre oggi è cosa democraticamente disponibile a chiunque abbia accesso a pc, internet e webcam.

Animale e bot. Ed è così che il lettore (così come il votante) spesso è dipinto come una capra che sbatte la testa contro false soluzioni senza essere in grado di identificare i veri problemi; è dipinto come un asino illetterato che non è in grado di capire realtà troppo complesse; è ritratto come una pecora, pronto a seguire la massa quand’anche quest’ultima dovesse andar dritta verso un suicidio di massa. Eccola l’epoca dei populismi e delle fake news, due facce della stessa medaglia (espressioni di una medesima dinamica, ma non certo ricollegati in modo esclusivo): chi vende fake news e chi vende populismi, del resto, sta vendendo una versione della realtà per fini differenti: propagandistici in un caso, di mercato editoriale nell’altro. Populismi e fake news, insomma, mettono a disposizione versioni di realtà ritagliate su indagini quantitative per far sì che qualcuno creda, clicchi e voti. Spesso il discorso termina qui: il lettore/votante è capra, pecora o asino, se non addirittura bot, ma in ogni caso destinato ad agire in preda ad allucinazioni collettive e secondo schemi prestabiliti dalla statistica e dalla sociologia. Le bufale, l'imporsi di improbabili medicine alternative, fake news, ronde per la sicurezza dei quartieri: se fossero fenomeni con una matrice comune?

La dignità del lettore e del votante. «La gente vuole essere continuamente rassicurata che quello che già crede sia vero». Marco Montemagno ha ottimamente riassunto in questa frase una situazione ormai radicata, fotografando alla perfezione quello che è il rapporto odierno tra chi produce l’informazione e chi la fruisce (e ricordiamolo: ognuno di noi siede sia da una parte che dall’altra in funzione delle proprie attitudini, emotività, impulsi). Ma occorre fare un passo oltre e chiedersi “perché”. Perché abbiamo bisogno di essere rassicurati che quello in cui si crede sia vero? Perché siamo disposti a cercare argomenti ovunque, purché possano puntellare le nostre ipotesi? La risposta potrebbe essere al di fuori dei semplici schemi della politica e della comunicazione, ed essere invece molto più inerente a quelli dell’identità e della coscienza di sé.

Le difficoltà del “sé”. Chi sono? Come mi posiziono in questa società? Qual è il mio ruolo? Trattasi di domande che sempre più spesso faticano a trovare una risposta. Succede perché la società è in profondo cambiamento per molti motivi, i ruoli sono mutevoli e la formazione del “sé” si fa così sempre più complessa. La famigerata complessità dei problemi non esenta le persone, le quali si trovano immerse in sconvolgimenti che avvengono a ritmo sempre più rapido, immerse in flussi di informazioni a cui non siamo né abituati, né culturalmente pronti. L’analisi del lettore e del votante porterebbe dunque probabilmente a questo rapporto con la politica e con l’informazione: la persona ha assoluto bisogno di trovare conforto nelle proprie convinzioni, cercando di volta in volta argomenti per consolidarle o candidati per supportarle. Non si può rinunciare al sé (o alla percezione che si ha di sé), soprattutto quando ogni singolo giorno ci sono milioni di utenti pronti a confutare le tue tesi, milioni di statistiche pronte a demolire le tue convinzioni e milioni di occasioni di scontro in cui affogare in una bulimia di argomentazioni. Il sé diventa fondamentale poiché ultima comfort-zone rimasta, pur se sempre più angusta e violentata. L’utente che crede nella bufala, lo fa perché si sta semplicemente difendendo: fa spazio attorno a sé e fa community, cercando rifugio ora in questo ed ora in quel gruppo. Sono i gruppi a definire il sé, non viceversa: sono i luoghi comuni in cui rifugiare temporaneamente la propria identità, costruendola di volta in volta attraverso queste vesti temporanee. La paura porta alla chiusura, il coraggio porta a spogliarsi. La bufala e il meme, il teorema complottistico e i grandi afflati para-rivoluzionari sono la coperta di Linus di cui abbiamo bisogno per sentirci al sicuro, insomma. All’interno di una tempesta, non ci si ferma troppo all’analisi poiché sarebbe deleterio: all’interno dell’attuale tempesta sociale, mettere in discussione le proprie convinzioni (segno inconfutabile di intelligenza) diventa quindi pericoloso e in assenza di basi solide si preferisce la tana che mette rapidamente al sicuro. Qualunque essa sia. Trovare una tesi che conforta offre la stessa sensazione della coperta calda; condividere questa tesi tra i propri amici è un modo per scaldarsi ancora di più e rafforzare la propria posizione in un branco (perché l’uomo è sì animale, ma non capra o asino: è uomo). Il linguaggio è quindi sempre di più atto perlocutorio, poiché automaticamente richiamo all’azione. Lo pretende la struttura stessa dei social network, ove oggi si riversa gran parte delle comunicazioni interpersonali, ove l’interazione è quel che l’elettricità rappresenta per l’energia.

FACEBOOK AIUTERÀ IL GIORNALISMO. Facebook ha lanciato Facebook Journalism Project; trattasi di una nuova iniziativa con cui il social network punta a collaborare di più con gli editori, scrive Filippo Vendrame il 12 gennaio 2017 su Web News. L’altra faccia delle fake news va vista nell’altro lato della comunicazione: ogni messaggio diventa atto compiuto, infatti, quando un emittente lo produce, un canale lo trasporta, un codice lo rende comprensibile e un destinatario lo riceve ed elabora. Ogni azione di filtro sulle fake news agisce cercando di tagliare questa dinamica in modo spartano e spesso sconclusionato, come se dividere i due poli possa bastare e possa essere una soluzione. Il tema è chiaramente complesso, ma ogni filtro può soltanto essere una soluzione temporanea che poco si allontana (se non altro in termini di principio) nella chiusura delle frontiere per salvarsi dal nemico che viene da lontano. La presidente della Camera prosegue il suo itinerario contro bufale ed hate speech: ma ad un attento debunking è il suo approccio a non reggere.

Verso una soluzione. Per risolvere il problema dell’informazione (e della politica) inquinata dalle fake news occorre lavorare invece sui due poli. Su chi produce, anzitutto, affinché non abbia interesse alcuno a veicolare informazioni errate, falsificate o falsificanti: le fake news debbono diventare un meccanismo che non goda di alcun incentivo. Su chi fruisce, affinché possa avere strumenti e capacità di elaborare tali da poter autonomamente capire quali siano le fonti valide, quale sia l’autorevolezza e quale sia la notizia affidabile rispetto a quella che non lo è: maggiori capacità analitiche diffuse, insomma, riscrivendo autonomamente la mappa delle fonti e della fiducia. Occorre tornare a considerare la persona in quanto tale. Recuperando gentilezza e rispetto, anzitutto: senza considerarla esclusivamente come parte di un tutto (nozione valida per il mainstream, forse, ma non certo per tutto quel che sta per arrivare), senza pensare di tirarla per la giacchetta ogni singolo giorno, senza violentarne le convinzioni solo per cavalcarne le debolezze. Non si tratta di produrre leggi o normative ad hoc, ma di riscrivere la netiquette e l’educazione: si tratta di agire ad un livello più sottile e interpersonale, perché è di persone che si sta parlando. Dobbiamo (noi, le metà scriventi del “sé”) tracciare un nuovo perimetro dell’educazione, poiché le condizioni sono cambiate e perché, convivendo scrittori e lettori nella stessa persona, rispettare il lettore significa sostanzialmente rispettare sé stessi. Populismi e fake news sono soltanto il rumore che c’è nella tempesta: riportiamo le persone alla luce del sole, facciamole sentire al sicuro, spieghiamo loro qual è la strada per uscirne ed evitiamo che rimangano rintanate con le loro coperte di Linus da condividere a colpi di punti esclamativi. C’è molto da fare, ma c’è molto da guadagnarci: come ogni tempesta, sarà tanto violenta quanto rapida. Ma già per la prossima generazione le “fake news” saranno la sfumatura medioevale che ha dato colore e olezzo alla nostra epoca di debuttanti della postmodernità.

Alessandro Sallusti: I veri dittatori sono gli Zuckerberg, scrive il 31 Gennaio 2017 “Libero Quotidiano”. "In prima fila a guidare, e finanziare, la protesta contro Trump dittatore ci sono alcuni dei miliardari padroni del nuovo mondo, che non è più l'America ma è quello virtuale di Facebook, Twitter, Google e compagnia". Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, attacca Alessandro Sallusti nel suo editoriale sul Giornale, è il vero dittatore: "Non è soltanto uno dei primi uomini più ricchi al mondo, è anche il presidente del più grande Stato del mondo, se per Stato intendiamo una comunità che condivide le stesse regole". Basti pensare, continua Sallusti, che Facebook ha un miliardo e seicento milioni di iscritti, "più degli abitanti della Cina". Facebook "non è una democrazia ma una dittatura. Tutto il potere è in mano al padrone che detta a suo piacimento regole e condizioni, decide senza possibilità di appello che cosa i suoi cittadini possono dire (postare) e cosa invece provoca la loro immediata sospensione o espulsione, entra nelle loro vite con metodi subdoli senza alcuna garanzia di riservatezza come fanno gli spioni. La Costituzione di questi Stati è composta di soli due articoli: il primo è fare più soldi possibile per il capo, il secondo è pagare meno tasse possibile usando tutti i trucchi già noti ai furbetti e al malaffare, tipo le sedi legali in paradisi fiscali". Conclude Sallusti: "Una politica più protezionista, e quindi più rigorosa in tutti i campi, non va a discapito dei cittadini ma dei miliardari".

Ora l'opinione pubblica assolve la Fallaci. Le critiche all'islam non sono un reato. In un teatro milanese verdetto favorevole alle denunce della giornalista, scrive Matteo Sacchi, Mercoledì 01/02/2017, su "Il Giornale". Una sala piena, in cui il pubblico, tra cui moltissimi studenti, si assume il compito, mai facile, del giurato. Sul palco un vero pubblico ministero e dei veri avvocati. Lo scopo? Fare un processo a Oriana Fallaci (1929-2006), così come in precedenti «sessioni di giudizio» è stato fatto a Garibaldi o Lucrezia Borgia. È quello che successo lunedì sera al teatro Carcano di Milano. Ovviamente si trattava di un «gioco» ovvero di uno degli spettacoli del format Personaggi e Protagonisti: incontri con la Storia® Colpevole o Innocente? (a cura di Elisa Greco). Però un gioco fatto bene e che obbliga il pubblico a dire la sua su temi complicati e dibattuti. E un gioco dove non si va tanto per il sottile. L'accusa per il personaggio storico è sempre da codice penale. Quella che ha presentato Luca Poniz (Vicepresidente dell'Associazione Nazionale Magistrati e sostituto procuratore della Repubblica del Tribunale di Milano) in un tribunale vero era da far tremare i polsi a chiunque: «imputata del reato p. e p. dagli artt. 81 2co c.p., 1 lett. A della L. 25/6/1993 n. 205 perché... con articoli pubblicati in periodici nazionali e saggi, caratterizzati da toni violenti e linguaggio irridente e provocatorio, diffondeva idee fondate sull'odio razziale o etnico, nonché incitava a commettere atti di discriminazione...». Non bastasse ancora: «imputata del delitto p. e p. dagli artt. 81 1 ' co. c.p.. 403 1' co. C.p., perché, con le condotte descritte nel precedente capo d'imputazione, ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso, pubblicamente offendeva la confessione religiosa musulmana...». Insomma Oriana messa sotto accusa per le idee espresse a partire da i suoi articoli sul Corriere dopo l'11 settembre 2001. Articoli e libri a seguire come La rabbia e l'orgoglio, che per molti sono stati un disperato tentativo di svegliare l'Occidente dal suo torpore verso i pericoli provenienti dal mondo islamico e per altri sono stati una lesa maestà del politicamente corretto. A difendere la Fallaci ci ha pensato l'avvocato Laura Cossar che, esattamente come l'accusa, ha portato i suoi testimoni. Tra cui il giornalista Alessandro Cannavò che Oriana conobbe bene, proprio subito dopo l'attacco alle Torri. Ne è seguito un duello verbale tutto giocato sulla libertà di opinione. Un duello che non poteva non tener conto di quanto Oriana diceva già 15 anni fa e di quello che il terrorismo ha poi, messo sotto gli occhi di tutti. Alla fine la «giuria» non ha avuto dubbi. Assoluzione: 556 voti a favore, 230 contrari e 127 astenuti. Insomma un pubblico di persone normali, tra gli studenti anche ragazzine col velo, nel 2017 non ha grossi dubbi sul valore profetico degli articoli e dei libri di Fallaci. Non basterà certo un processo teatrale a spegnere il coro dei detrattori di Oriana. Ma il voto del pubblico del teatro Carcano forse le avrebbe fatto piacere. Del resto diceva: «Sapere che voi fate quello che fate, pensare che voi sarete qui quando io non ci sarò più, mi aiuta parecchio a esercitare quel dovere contro il nemico».

Errori e ipocrisie della guerra in Siria spiegati da una oppositrice di Assad. I legami fra ribelli e islamismo, la cecità dell'Europa, il ruolo della Turchia, scrive Gian Micalessin, Giovedì 2/02/2017, su "Il Giornale". Comprendere il caos siriano è innanzitutto una promessa ben esaudita. Il libro di Randa Kassis e Alexandre Del Valle (D'Ettoris Editore, pagg. 392, euro 22,90) chiarisce molti dei dubbi che assillano persino gli osservatori più attenti di un conflitto in cui si sono consumate, dal 2011 a oggi, trecentomila vite. Leggendo il libro tornano alla mente le parole di tanti sunniti e cristiani incontrati a Damasco o davanti ai pozzi di Aleppo rimasti in funzione nei mesi più duri della guerra. Sunniti e cristiani che - pur prendendo le distanze da Bashar Assad, pur denunciando gli errori di un regime incapace di riformarsi - lo definivano il male minore, la diga tra gli orrori dell'internazionale jihadista e la tradizione laica della loro Siria. La Siria in cui erano convissuti con gli alawiti e dove il fanatismo non aveva spazio. Questo ci raccontano, in pagine ricche di dettagliati riferimenti storici e approfondimenti politici e sociali, anche la giornalista siriana Randa Kassis e Alexander Del Valle, politologo francese con radici italiane e siciliane. Il ruolo della Kassis, espulsa dai vertici del Cns (Consiglio Nazionale Siriano, l'organizzazione dell'opposizione fondata in Turchia nel 2011) non appena ne denunciò la deriva islamista, è particolarmente preziosa. Sia lei, sia Del Valle si guardano bene dal cadere nella retorica di quella narrazione imperante e spudoratamente impenitente nel descrivere lo scontro siriano come la contrapposizione tra una schiera di ribelli democratici e moderati minacciati dalla dittatura di Assad e dall'oscurantismo dello Stato Islamico. «A partire dal 2013 chiariscono gli autori - le legioni salafite jihadiste (...) hanno soppiantato le forze islamiche sunnite più moderate. Si può citare in particolare il Fronte Al Nusra strettamente legato ad Al-Qaeda in Iraq il quale ha giurato fedeltà al capo mondiale di Al Qaeda Ayman Al Zawahiri. Più recentemente i folgoranti successi militari delle truppe dello Stato Islamico (Isis) hanno dimostrato che l'opposizione islamista al regime siriano è sempre più incontrollabile e infrequentabile». Altrettanto significativa è la denuncia della cecità «prevalsa nelle strategie utilizzate dagli occidentali quando a partire dal 2012, il manicheismo islamicamente corretto e il compromesso con le monarchie del Golfo e con la Turchia neo-ottomana del sultano Erdogan hanno dettato ai nostri responsabili politici e intellettuali la scelta di sostenere gli unici ribelli islamisti sunniti prossimi ai Fratelli Musulmani in Qatar, Turchia e in Arabia Saudita a scapito delle forze d'opposizione più laiche e meno oltranziste accusate di fare il gioco del regime baathista siriano». E su un Occidente pronto a scegliersi come alleati i propri nemici ricade - per gli autori - anche la colpa di aver sponsorizzato colloqui di pace inconcludenti, rendendosi indirettamente responsabile della continuazione del massacro. «Tra il 2011 e il settembre 2015 la maggioranza dei governi occidentali ha in effetti escluso Mosca, Teheran e Damasco dai negoziati. Ciò ha creato un autentico squilibrio dato che le petromonarchie del golfo e i padrini wahabiti delle peggiori brigate jihadiste avevano invece voce in capitolo ed erano ascoltati, come anche la Turchia, membro importante della Nato che ha sostenuto Daesh e la maggior parte dei movimenti islamisti sunniti siriani». Kassis e Del Valle non abbassano la voce neppure quando questi errori diventano lo spunto per analizzare debolezze e vacuità d'una classe politica e intellettuale europea incapace, a differenza del cittadino, di riconoscere la violenza islamista e di contrapporsi ad essa. «Oggi giorno i cittadini traumatizzati dalla gratuità e dalla barbarie dei massacri del mercato di Berlino, del Bataclan o di Bruxelles, e poi anche di Istanbul, fanno sempre più fatica a negare che i terroristi islamici della Siria, dell'Iraq o della Francia non uccidono i miscredenti perché hanno fatto loro del male, ma proprio in quanto miscredenti in quanto infedeli da abbattere e sottomettere (...) il tutto con un fine di conquista dominazione e sottomissione totale del pianeta». E se a far piazza pulita di quelle accuse di islamofobia usate per tacitare chiunque non si pieghi all'islamismo sono Del Valle e una siriana avversaria di Bashar Assad, allora, dopo aver capito, resta molto su cui riflettere e meditare.

L'Italia accoglie i clandestini e caccia i cristiani: così il Paese si sta suicidando, scrive di Tommaso Montesano l’1 febbraio 2017 su “Libero Quotidiano”. Vorrà dire che anche un operaio ucraino si imbarcherà in Libia, visto che l’unico modo per entrare in Italia è farlo illegalmente. Paradossi delle politiche sull’immigrazione: da una parte l’Italia, e l’Unione europea, accusano Donald Trump di discriminazione per il bando anti-islam; dall’altra Roma, e quindi Bruxelles, ormai da anni fanno altrettanto ai danni di chi musulmano e africano non è. Come gli ucraini, appunto, ma anche i moldavi, i filippini e i peruviani, tradizionali bacini etnici dove pescare domestici e badanti. Tutti bloccati dal «decreto flussi» del governo, che di fatto ha azzerato l’immigrazione legale, regolata dalle quote che ogni anno il ministero dell’Interno, di concerto con il ministero del Lavoro, assegna per tipologie di ingressi (etnie e categorie professionali), a tutto vantaggio degli arrivi irregolari. Il Testo unico sull’immigrazione del 1998 prevede che il Viminale, ogni dodici mesi, elabori la tabella con gli ingressi consentiti sul territorio nazionale. Si tratta di uno strumento non solo per governare il flusso migratorio, aprendo le porte solo alle persone di cui effettivamente c’è bisogno - dal punto di vista lavorativo - ma anche per rafforzare i rapporti bilaterali con i Paesi di provenienza dei migranti, conditio sine qua non per rendere effettivi i rimpatri degli irregolari. Peccato che da almeno due anni questo strumento per favorire l’immigrazione a basso impatto sociale - per la maggior parte rivolta a cittadini dell’Est e a lavoratori di religione cristiana del Sudamerica - sia sostanzialmente fermo. Il «decreto flussi» per il 2017, che sarà emanato a breve, non dovrebbe discostarsi da quello varato per il 2016. Dovrebbero essere circa 30mila i lavoratori extra-Ue cui l’Italia aprirà le porte legalmente. Nel 2016 erano stati 30.850. In questo numero, però, sono comprese sia le conversioni, «in permessi di soggiorno per lavoro subordinato e per lavoro autonomo, di permessi di soggiorno rilasciati ad altro titolo», sia le ammissioni «per motivi di lavoro subordinato stagionale». Quest’ultima voce, secondo le prime bozze del decreto per il 2017, dovrebbe assorbire circa 17mila ingressi previsti per il nuovo anno. Per tutti gli altri a caccia di un permesso di soggiorno non stagionale, i posti a disposizione dovrebbero essere, nella migliore delle ipotesi, un migliaio. Tutto questo mentre l’immigrazione senza regole, di origine musulmana, continua: a ieri erano già 4.504 gli stranieri sbarcati sulle nostre coste dall’inizio dell’anno. Numeri di poco inferiori a quelli registrati, nello stesso periodo, nel 2016 (5.273), quando alla fine furono 181.436 i richiedenti asilo entrati in Italia. Il numero più alto mai registrato. Insomma, per chi non proviene da Africa e Medio Oriente entrare in Italia per lavorare in pianta stabile nel nostro Paese sarà praticamente impossibile. A meno di non varcare i confini nazionali, ecco il paradosso, attraversando il Mediterraneo grazie agli scafisti. «Una persona che vuole entrare rispettando le regole non può entrare. Questa gestione del fenomeno è tutta sbagliata. I più arrabbiati di tutti sono i migranti regolari», attacca Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia. Dorota Shkurashivska, presidente dell’associazione Azazello, un’associazione di stranieri dell’est Europa, soprattutto ucraini, residenti in Italia, conferma: «L’Italia respinge gli europei ucraini, moldavi, bielorussi e gli altri cristiani del Sudamerica o delle Filippine, ma in compenso accoglie a braccia aperte africani e musulmani che arrivano tramite la Libia». Altro che Trump. «Da anni l’Italia e la Ue favoriscono l’immigrazione africana e musulmana a scapito degli immigrati che provengono dal resto del mondo. Questa non si chiama discriminazione etnica e religiosa?», si chiede la donna. Oltretutto in Ucraina, notizia di ieri, continua l’offensiva russa nel Donbass. Il ministero degli Esteri di Kiev ha denunciato l’uso, da parte di Mosca, di armi vietate dagli accordi internazionali. «E questa non sarebbe guerra? Va finire che i miei connazionali non avranno altra scelta che quella di provare a entrare irregolarmente». Per Dorota Shkurashivska l’immobilismo sul fronte dei flussi ha una spiegazione semplice: «Tutta l’immigrazione viene assorbita da chi sbarca illegalmente in Italia».

Vittorio Feltri su “Libero Quotidiano” il 29 gennaio 2017: onore a Trump, pensa al suo Paese e ci indica la via. Non aveva ancora finito di annunciare i nuovi provvedimenti e già erano scattate le feroci critiche dei suoi stolti detrattori, numerosi sia in patria sia a livello internazionale. Qualunque cosa decida di fare, Trump è travolto da polemiche pretestuose, ispirate a pregiudizio. Ma il presidente per fortuna dà l'impressione di infischiarsene bellamente delle voci stridule che lo insultano e va avanti imperterrito per la propria strada, lungo la quale gli elettori non gli risparmiano applausi. Onore all' uomo che dimostra di essere coerente tra quello che diceva durante la campagna elettorale e quello che mette in pratica, iniziative coraggiose e di buon senso. Mi riferisco in particolare al blocco per alcuni mesi delle immigrazioni dai Paesi islamici, dai quali partono migliaia di persone dalla reputazione dubbia, gente che non offre garanzie di comportarsi nel Paese ospitante secondo regole democratiche. Nella massa di islamici provenienti dal Medioriente, come abbiamo verificato anche in Europa, c' è di tutto, terroristi compresi che mirano a sovvertire l'ordine costituito piegandolo ai precetti religiosi del Corano, in omaggio al quale è lecito violare ogni codice penale occidentale. In altri termini, la civiltà musulmana non è compatibile con quella cristiana. Ecco perché Trump, superando le teorie dell'accoglienza cieca in voga tra i progressisti di mezzo mondo, ha imposto la chiusura momentanea delle frontiere a chiunque non sia in linea con le leggi statunitensi, precisando che la precedenza vada ai cristiani, la cui cultura non è in attrito con quella statunitense. Il discorso di Donald è condiviso da una moltitudine anche di europei alle prese con una immigrazione incontrollata che ha prodotto guai seri, tra i quali attentati sanguinosi e seriali. A mali estremi, estremi rimedi. Non c' è alternativa. E Trump, uomo concreto e abituato a risolvere i problemi e poco incline a perdere tempo in discussioni oziose, non ha esitato a vietare l'ingresso negli Usa a coloro che per motivi ideologici minacciano la convivenza pacifica dei cittadini americani. È un provvedimento radicale ma saggio, l'unico in grado di limitare il pericolo di sopraffazioni e di scontri sanguinosi. Opporvisi con argomenti fumosi, astratti e di tipo pseudo etico è una fuga dalla realtà destinata a produrre una catastrofe, già in atto, per altro. Nel ribadire di essere pienamente d'accordo con la politica terra terra di Trump tesa a difendere gli interessi nazionali, ci auguriamo che, esaurito l'effetto scandalo alimentato dai cretinetti di sinistra, anche l'Italia la adotti a costo di mandare al diavolo l' Europa e le sue disposizioni che tanti disastri ci ha «regalato». Due parole merita anche la disputa sul muro che separa gli Usa dal Messico. Un muro che fu ideato e in parte costruito dalla amministrazione Clinton, portato avanti da Bush e perfino da Obama. Che male c' è se Trump prosegue nell' opera? La questione dei muri è addirittura ridicola. Nessuno si domanda perché da certi Paesi la gente scappa e non c' è anima che si preoccupi di intervenire affinché ciò non accada. Ma tutti, o quasi, se la prendono con chi si tutela contro le invasioni barbariche che un tempo si combattevano con le armi e che oggi invece si incentivano con l'accoglienza a spese dei contribuenti.

Chi cerca l'uomo forte non vuole autoritarismo ma autorità. L'Uomo Forte, che ottiene tanti consensi fra gli italiani, non è un nuovo Mussolini. Un Duce. Non manifesta una richiesta di "autoritarismo". Piuttosto: di "autorità, scrive il 2 febbraio 2017 Ilvo Diamanti su “La Repubblica”. Ha sollevato dibattito e qualche polemica la Mappa pubblicata, nei giorni scorsi, dove ho segnalato quanto sia diffusa, fra i cittadini, la domanda di un "Uomo Forte". D'altronde, da oltre 10 anni (per la precisione: dal 2004), i sondaggi dell'Osservatorio Demos ricostruiscono la tendenza di questo orientamento. Che è sempre apparso molto ampio. Ma, fino ad oggi, o meglio: fino a ieri (novembre 2016), non aveva mai raggiunto una misura tanto estesa: 8 italiani su 10. Otto su dieci significa, praticamente, (quasi) tutti i cittadini. Come (e forse più che) nelle precedenti occasioni, i dati del sondaggio hanno suscitato reazioni accese. Sono, infatti, stati considerati un segnale inquietante, che richiamerebbe una minaccia "autoritaria". Alcuni hanno evocato perfino Mussolini. In Italia, d'altronde, l'esperienza del ventennio non è così lontana. E pesa ancora nella memoria nazionale. Forse più della resistenza. Eppure, come (e forse più che) nelle precedenti occasioni, occorre essere chiari. L'Uomo Forte, che ottiene tanti consensi fra gli italiani, non è un nuovo Mussolini. Un Duce. Non manifesta una richiesta di "autoritarismo". Piuttosto: di "autorità". Cioè: di una leadership dotata di legittimità. Questa domanda, nel corso degli anni, si è progressivamente "personalizzata". Indirizzata sulle persone. Perché i partiti e le associazioni di rappresentanza hanno perduto i legami con la società. Mentre le istituzioni di governo - locale, centrale, e ancor più, europee - sono apparse sempre più lontane. "Ai" e "dai" cittadini. Burocrazie anonime. Distanti e indistinte. Così, fra i cittadini è cresciuto il distacco dalla dimensione pubblica. Al "senso civico" è subentrato il "senso cinico". Mentre - per citare Bauman - si è diffusa "la solitudine del cittadino globale". Così, la prospettiva di "un Uomo Forte al governo" è divenuta tanto "popolare". Che non significa "populista". Ma lo può diventare, se non trova risposta nei partiti. Nelle istituzioni democratiche, nelle organizzazioni di rappresentanza politica e sociale. Se i cittadini restano soli. Davanti agli schermi. E dialogano, interagiscono e reagiscono con il mondo soprattutto attraverso la rete. Mediante i PC, i tablet e, soprattutto, gli smartphone. Basta guardarsi intorno, nei luoghi pubblici, per trovarsi circondati da persone che camminano oppure stanno ferme, ma con gli occhi fissi sullo smartphone. Mentre le dita battono sui tasti. Una "folla solitaria" (per echeggiare il noto saggio di David Riesman, pubblicato nel 1950). "Affollata" di persone che sono sempre in comunicazione con gli altri, con il mondo. Ma sono sempre sole. Meglio non stupirsi, allora, se cresce la domanda di un Uomo Forte. "Autorevole" non "autoritario". Un "leader", non un "dittatore". Questa società è allergica ai vincoli e alle regole. Figurarsi se accetterebbe figure troppo "forti". Basta vedere che fine ha fatto Silvio Berlusconi. Le difficoltà che incontra Matteo Renzi. La "forza" del leader sta nella capacità di dare volto e voce ai cittadini. In cerca di valori, ma anche di persone in cui riconoscersi. Per non sentirsi deboli. E disorientati.

Trump e il mondo capovolto dove la sinistra tradì il popolo, scrive Tommaso Cerno il 30 gennaio 2017 su “L’Espresso”. La crisi della politica non si cura puntando il dito contro chi vince. E se il Pd darà l’impressione di prendere tempo, perderà più voti. Guardando le immagini di Rigopiano, e del dramma dell’Abruzzo, così come prima di Amatrice, mi domandavo perché proprio quando l’Italia si sente popolo, unita nel dramma della morte, nella gioia di chi è salvo, nell’inquietudine della terra che continua a tremare senza che tu possa fare nulla, si parli invece di “popolazioni”. Le popolazioni colpite, si dice. Quasi a prendere le distanze. Non è soltanto una leziosità linguistica, è la maniacale esigenza che abbiamo noi occidentali di classificare ogni cosa, giusto e sbagliato, vincitori e vinti, come se conoscere l’entomologia ti mettesse al riparo dalla puntura degli insetti. Che c’entra questo con Trump e la globalizzazione? C’entra. È per questo stesso meccanismo interiore che il piccolo mondo di porcellana che abbiamo disegnato in copertina, frantumato da un colpo di martello, un martello che simboleggia la “T” di Trump, ci spaventa così tanto. Non perché sappiamo cosa succederà, ma perché non siamo in grado di classificarlo. Sappiamo che quei cocci disordinati - comunque vada - non torneranno più nella loro posizione originale. E ci rifiutiamo di guardare. Cerchiamo giustificazioni. Capri espiatori. A qualcosa che se ha un responsabile, quel responsabile è proprio l’occidente. La sua incrollabile sicumera. Così abbiamo provato a disegnare davvero il mondo nuovo, spostando stati e continenti dalla loro geografia naturale, seguendo la deriva che ha portato prima alla Brexit, poi al trionfo delle destre, fino alla vittoria del magnate americano, per provare a farli corrispondere alla nuova collocazione politica. L’effetto che si crea è straniante: ci troviamo materialmente di fronte a un pianeta che non abbiamo mai visto. Eppure è quello di prima. Se fai lo stesso gioco con le parole, provi cioè a riscrivere il dizionario dell’era post-Trump, ti rendi conto che le frasi che abbiamo pronunciato mille volte, pur restando le stesse, mutano di significato. Ma ciò che più colpisce, come racconta con penna cruda e provocatoria il filosofo francese Michel Onfray nel suo j’accuse contro la politica e le sue colpe, è che la parola che davvero ha cambiato natura, ambizioni, aspirazioni è quella su cui tutto ebbe inizio: democrazia, il “governo del popolo” che diventa il “governo nonostante il popolo”. Problema che destruttura innanzitutto la sinistra. È la stessa sensazione che proviamo anche in Europa. L’idea che ciò che abbiamo costruito nei decenni sia diventato fragile, instabile, sia destinato a mutare, a rivoltarsi contro i suoi ideatori. E invece che guardarlo bene in faccia, ci viene la naturale tentazione di rinviare quel momento, di scongiurarlo, di classificarlo come “estraneo” alla vita democratica. Ecco perché il momento è cruciale anche in Italia. Dove Ilvo Diamanti ci dice che otto cittadini su dieci vogliono l’uomo forte, ma dove al tempo stesso la prassi democratica ci allontana dal voto. All’apparenza un bene, soprattutto per chi come il Pd è in crisi profonda non tanto di voti quanto di anima, visione, futuro. Ma alla lunga diventerà un rischio enorme. Quello di sottovalutare ancora una volta ciò che succede là fuori, concentrati come siamo sulle virgole della sentenza della Consulta, sui dettagli di una legge elettorale che sarà scritta per i partiti e non per i cittadini, e che ci mostrerà di nuovo come troppo spesso nelle tecnicità in cui si articola la prassi democratica la parola popolo è diventata un estraneo. Al contrario è in “nome del popolo” che ogni dispositivo al servizio della democrazia (la legge elettorale in primis) dovrebbe funzionare. La mediazione fa già di per sé perdere all’idea di “sovranità popolare”, di rappresentanza e rappresentatività, dei pezzi, ogni volta che la volontà teorica deve essere “attuata” attraverso le elezioni. Ma se stavolta non sapremo spiegare molto bene ciò che stiamo facendo, rischiamo che il popolo abbia di nuovo l’impressione che la sua voce venga filtrata, interpretata, tradita attraverso la procedura. Generando una reazione contraria. Quella che, a volte travisandone il senso, molti chiamano “populismo” e pretendono che muoia da solo. Come se un medico, fatta la diagnosi, stesse fermo a guardare il paziente. Citando i libroni della medicina.

Trump seleziona gli stranieri No a chi pesa sui contribuenti. In arrivo un provvedimento per ostacolare l'ingresso o agevolare la partenza degli immigrati più bisognosi, scrive Valeria Robecco, Giovedì 2/02/2017, su "Il Giornale". Donald Trump prosegue sul binario dell'immigrazione selettiva e lavora ad un provvedimento che mira a ridurre l'ingresso o ad agevolare l'uscita di quegli stranieri che potrebbero pesare sul welfare in maniera particolarmente pronunciata. La nuova amministrazione starebbe infatti considerando altri due ordini esecutivi, di cui il Washington Post ha ottenuto le bozze: il primo è appunto per eliminare gli aspiranti immigrati che presumibilmente chiederebbero l'assistenza pubblica e di allontanare, quando possibile, quelli che già vivono negli Stati Uniti e dipendono da aiuti a carico dei contribuenti. Ad esempio persone che hanno ricevuto un certo numero di buoni pasto, aiuti temporanei per famiglie bisognose o prestazioni attraverso il Medicaid (il programma che si occupa di fornire assistenza sanitaria ad adulti e bambini in nuclei a basso reddito). Un secondo piano, invece, punta ad una ristrutturazione radicale del sistema attraverso cui gli Usa gestiscono i visti per gli stranieri, con l'obiettivo di rafforzare i controlli su chi entra nel Paese e su chi può fare parte della forza lavoro, riducendo gli oneri sociali a carico dei cittadini americani. Non è chiaro se o quando Trump potrebbe firmare questi provvedimenti, ma se verranno approvati limiteranno in modo significativo immigrazione e viaggi verso gli Stati Uniti, ampliando la stretta già effettuata con il bando temporaneo a rifugiati e persone provenienti da sette paesi a maggioranza islamica. Mentre la mossa della settimana scorsa è focalizzata sulla sicurezza nazionale e sulla prevenzione del terrorismo, i nuovi piani portano avanti la promessa del tycoon di proteggere i lavoratori americani e creare posti di lavoro, riducendo il flusso di stranieri che cercano un impiego negli Stati Uniti. Peraltro, già nel 1996, l'allora presidente democratico Bill Clinton aveva firmato una legge, conosciuta come «riforma del welfare», che limitava fortemente tutti gli accessi degli immigrati all'assistenza pubblica. La norma stabiliva che ai clandestini era precluso quasi del tutto il programma federale per i poveri, mentre gli immigrati regolari dovevano vivere negli Usa per almeno cinque anni prima di poter far ricorso a numerose forme di prestazioni sociali, e garantiva raramente l'accesso alla previdenza sociale. L'amministrazione Trump, da parte sua, ha già accusato gli stranieri che ricevono prestazioni sociali da Washington di bruciare risorse federali, affermando inoltre che chi lavora nel Paese contribuisce alla disoccupazione tra i cittadini americani. «I nuclei con un capofamiglia straniero hanno molte più probabilità di utilizzare risorse pubbliche», si afferma in uno dei due decreti, che si occupa proprio di «protezione delle risorse dei contribuenti». Mentre il secondo valuta come rendere il programma immigrati «più basato sul merito», oltre a combattere il fenomeno del «turismo delle nascite», ossia degli stranieri che arrivano negli Usa appositamente per far nascere un figlio, che diventa così automaticamente cittadino. Intanto, da un sondaggio di Reuters/Ipsos emerge che la stretta sull'immigrazione di Trump piace ad un americano su due: il 49% degli intervistati è d'accordo con il bando temporaneo del presidente, mentre il 41% è contrario. Inoltre, il 31% pensa che ora sarà «più sicuro», mentre il 33% ritiene che non ci sarà alcuna differenza. E secondo il New York Times sono molte di più di quanto inizialmente affermato le persone bloccate negli aeroporti dall'ordine esecutivo di The Donald: la Casa Bianca aveva parlato di 109 soggetti arrestati o fermati mentre il quotidiano, facendo riferimento ai dati diffusi da funzionari del Dipartimento per la sicurezza interna, parla di 721 individui.

Trump vs Messico: nuovo round? Secondo i media Usa il presidente Usa avrebbe minacciato l'invio di truppe contro i "bad hombres", ma il governo messicano smentisce. E con l'Australia...scrive il 2 febbraio 2017 Panorama. Il governo messicano smentisce le indiscrezioni di stampa sul fatto che il presidente Donald Trump avrbbe minacciato l'invio di truppe al confine per combattere i "bad hombres", gli uomini cattivi, presumibilmente riferendosi ai cartelli della droga. L'avvertimento sarebbe stato al centro di un telefonata tra Trump e il presidente messicano, Enrique Pena Nieto, che ha invece descritto come "costruttivo" il colloquio. "Avete un sacco di uomini cattivi laggiù. Non state facendo abbastanza per fermarli. Penso che i vostri militari siano spaventati. I nostri non lo sono e quindi potrei inviarli per occuparsene", avrebbe detto Trump a Pena Nieto, secondo quanto riportano i media Usa. "E' "un'assoluta falsita'" fatta "con un'evidente cattiva intenzione" è stata la replica via Twitter del ministero degli Esteri di Città del Messico. Il Messico ha catturato diversi signori della droga, anche estradandoli negli Stati Uniti, come il noto narcotrafficante Joaquin "El Chapo" Guzman che in America rischia la pena di morte.

Scintille al telefono tra il presidente Donald Trump e il primo ministro australiano, Malcom Turnbull, sui rifugiati. Stando a quanto riporta il Washington Post, Trump ha accusato il leader alleato di voler esportare negli Usa "il prossimo attentatore di Boston", e ha definito la telefonata "la peggiore fino a questo momento", tagliando corto in 25 minuti quando era stata organizzata una conversazione di un'ora. Turnbull, che ha preferito non commentare l'indiscrezione indicando l'importanza di un colloquio "privato", oltre che "candido e franco", avrebbe detto di aspettarsi dagli Usa il rispetto dell'accorso siglato con l'amministrazione di Barack Obama sull'accoglienza in America di 1.250 rifugiati al momento detenuti nelle carceri australiane. "E' la peggiore intesa di sempre", avrebbe attaccato Trump. L'accordo riguarderebbe anche rifugiati provenienti dai sette Paesi a maggioranza islamica oggetto del bando deciso da Trump. Fonti diplomatiche riferiscono che a dispetto dell'ostile colloquio, l'accordo con il governo australiano per il momento resta in piedi.

Nicola Arici scrive: "Fanno passare Trump per un pazzo razzista ma ieri leggevo che da molti anni in 16 stati del medio oriente è proibito l'accesso agli israeliani e in Canada non accedi se prima non dimostri di essere in perfetta salute e di avere un contratto di lavoro e una casa dove stare...penso accada così anche in Australia...Altrimenti ti danno un visto provvisorio a breve scadenza e controllano bene che quando è scaduto tu te ne torni da dove sei venuto. Diciamo pure che i più coglioni in tema di immigrazione siamo noi europei. Stiamo vedendo i BEI risultati e "quanto ci Amano" i nostri invasori."

Airport Security. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Airport Security è un programma televisivo australiano che racconta l'attività degli agenti della dogana aeroportuale australiana contro l'immigrazione clandestina, il narcotraffico, gli atti terroristici e la diffusione di pericolose epidemie esotiche. Avuto riguardo a quest'ultimo aspetto viene evidenziata l'attività degli operatori del servizio postale che, prima dei doganieri, effettuano un'ispezione dei pacchi che provengono dall'estero tramite dei dispositivi elettronici. La maggior parte degli episodi è ambientata negli aeroporti di Sydney, Melbourne e Brisbane, e in misura minore anche porti, fiere, e luoghi di lavoro suscettibili di verifiche da parte degli organi preposti. Esiste una versione canadese del programma denominata Airport Security Canada, una neozelandese denominata Airport Security New Zeland, e dal 2016 anche Control de fronteras España dello stesso filone, tutti trasmessi in Italia da DMAX.

Airport Security Canada è un programma televisivo canadese, adattamento dell'omonimo format australiano, trasmesso in Italia da DMAX. Racconta l'attività degli agenti della dogana aeroportuale canadese contro l'immigrazione clandestina, il narcotraffico, gli atti terroristici e la diffusione di parassiti e malattie esotiche. La maggior parte degli episodi sono ambientati nell'Aeroporto Internazionale di Vancouver.

Grazie ad Airport Security io non andrò mai in Australia (né in Canada), scrive il 15 maggio 2013 Mason K. Tortino. Dire che certamente non farò una cosa nella vita è una cosa in se molto triste, perché non si dovrebbe mai dare per scontato qualcosa tuttavia…io in Australia (ed in Canada) non ci andrò mai per davvero. Non so se vi è mai capitato di guardare su DMAX o su qualche canale di Sky, Airport Security, quel programma televisivo australiano che fondamentalmente racconta delle vicissitudini degli agenti doganali degli aeroporti australiani (e canadesi). Bene, se non l’avete visto dovreste al più presto rimediare visto che è fighissimo, anche se a me mette una fottuta ansia. La maggior parte delle puntate sono ambientate negli aeroporti di Sidney Melbourne e Brisbane ed in ogni puntata gli agenti sono alle prese con le più improbabili storie che vanno da l’immigrazione clandestina al trasporto di ingenti somme di denaro dal narcotraffico all’importazione di prodotti che sistematicamente potrebbero distruggere l’ambiente e al gran lavoro che i servizi di sicurezza australiani svolgono ogni volta affinché il loro paese resti sicuro ed immacolato dai cattivoni che vogliono andarla a conquistare. Le puntate che preferisco sono indubbiamente quelle dove ci sono i cinesi o i malesi, non perché io sia un loro fan spassionato, ma perché Airport Security, fa passare il cliché del cinese che fa il finto tonto sempre e non riesce mai ad aggirare il sistema, insomma…una sorta di napoletano scemo che non capisce mai quello che gli si chiede e che nega anche di fronte all’evidenza. Ci sono ad ogni modo tante situazioni che lasciano perplessi, tipo quando i doganieri si fissano nel fare controlli approfonditi agli ispanici che una volta su due trasportano la droga nelle suole delle ciabatte (?) oppure (ma molto meno frequente) sotto forma di ovuli che han ingerito precedentemente o le giovani ragazze bionde che sono sistematicamente sempre ubriache fradice e che trasportano sempre frutta tostata (che non comporta ammenda pecuniaria ma solo un “ammonimento”). Insomma il programma è bello perché appunto ti fa vivere con apprensione la puntata ma la maleducazione e l’arroganza con la quale i doganieri trovano la droga occultata, lo rende un po’ troppo forzato e lo discosta troppo dalla realtà, finendo con il farti fare il tifo per il cattivo di turno, che appunto finisce per rientrare in uno pseudo cliché e siccome mi rifiuto dal credere che i tratti somatici comportino dei controlli specifici, continuerò sicuramente a guardare il programma televisivo perché lo faccio “con grande umiltà massima ironia” cit. ma in Australia IO non ci andrò mai…visto che non vorrei essere scambiato per un portatore sano di droga.

“Airport Security” contro i migranti, scrive Ruggiero Capone il 6 gennaio 2017 su “L’Opinione”. Mentre la politica italiana s’azzuffa sulla tragedia di Conetta (dove è morta una migrante) le polizie di Danimarca, Olanda, Gran Bretagna, Germania, Svezia, Sudafrica, Israele, Belgio e Stati Uniti inseriscono nei loro programmi formativi “Airport Security Canada”: un programma televisivo canadese nato dall’omonimo format australiano e trasmesso anche in Italia sul canale DMax. Il programma racconta l’attività di contrasto all’immigrazione svolta degli agenti della dogana aeroportuale canadese. Naturalmente l’attività comprende anche la lotta al narcotraffico, al terrorismo ed all’introduzione di patologie esotiche. La maggior parte degli episodi sono ambientati nell’aeroporto internazionale di Vancouver. Le polizie europee hanno inserito “Airport Security” perché il contrasto all’immigrazione è assurto a priorità, ed in questo campo fa scuola il “Department of Homeland Security” (gli addetti alla sicurezza e ai controlli degli aeroporti statunitensi). Vagliano documenti e controllano i passaporti dei visitatori, e per intercettare eventuali immigrati privi dei tanti permessi: perché entrare nei cosiddetti Paesi ricchi è ormai difficilissimo per tanti, anzi è riservato ai cosiddetti turisti benestanti. Ecco che i viaggi dei migranti diventano format per intrattenere il pubblico, ma anche strumento formativo per le polizie del cosiddetto mondo ricco. Di fatto un programma in deroga alla cosiddetta Convenzione di Ginevra: una sua variante australiana ha trasmesso anche il respingimento in mare di un gruppo di profughi afghani diretti in Australia. Un qualcosa d’impensabile per l’Italia come per la Grecia. E si ha la netta sensazione che solo i cosiddetti Paesi poveri dell’Unione europea debbano accogliere profughi e migranti, rifugiati e qualsivoglia viandante per indigenza. Su quest’ultimo urge aprire una parentesi: in Australia per vagabondaggio da indigenza si finisce in galera, fare un riposino sulla panchina viene sanzionato dalla polizia. Il documentario sui migranti afghani respinti in mare, quindi finiti in una prigione indonesiana dove sono previste quotidiane pene corporali, è stato prodotto dal governo australiano: s’apre col monito di un governatore che usa frasi utili a scoraggiare qualsivoglia migrante a mettersi in viaggio verso la grande isola del Commonwealth. Il governo australiano ha poi finanziato la campagna che disincentiva la migrazione da Pakistan e Iraq, pagando anche la messa in onda in vari Paesi dell’Africa e del Medioriente. Chi entrasse irregolarmente in Australia verrebbe privato di soldi e documenti, quindi costretto in un “Centro di detenzione per immigrati irregolari”, quindi inoltrato in un campo per rifugiati del Kenya o dell’Etiopia, strutture con cui l’Australia ha in essere accordi e contratti. Intanto in molti si chiedono se questi possano assurgere a modelli di lotta all’immigrazione clandestina. La Gran Bretagna ha adottato il modello formativo “Airport Security” forse per scongiurare una nuova Calais: la cittadina francese con otto ettari di campo profughi che ha ospitato migliaia di migranti pronti ad imbarcarsi per l’Inghilterra. Mentre Danimarca e Olanda temono che la cosiddetta rotta balcanica possa portare nuovi migranti nelle zone ricche d’Europa. Ma “Airport Security Australia” dimostra che le porte sono chiuse anche ai non cittadini Commonwealth: per esempio anche un cittadino italiano può ritrovarsi controllato per ore, perché le dogane usano specialisti nel far perdere la pazienza al cosiddetto “viaggiatore non ricco”. Il volto cinico dell’agente di dogana viene usato come risposta alle smorfie di disperazione del turista per caso, forse migrante. E per le polizie dei Paesi ricchi assurge a lezione, a corso formativo. In questo giochetto l’Italia si ritrova come un vaso di coccio tra vasi di ferro. Dopo il caso di Cona, e le tante indagini delle procure, sarebbe auspicabile che il fenomeno migranti venisse avocato al ministero dell’Interno, tagliando ogni prebenda ai privati, agli speculatori che gestiscono l’accoglienza. Parimenti l’Italia dovrebbe ottenere il governo umanitario delle coste libiche, e per impiantare strutture che arginino il fenomeno creando centri d’accoglienza in Nord Africa, dove sarebbe possibile inserire percorsi formativi ed aziende manifatturiere. Resta il fatto che l’Italia non può trasformarsi nel campo profughi dell’Unione europea; diversamente casi come quello di Conetta diverrebbero la regola. Certamente “Airport Security Italy” non sarà mai un progetto formativo praticabile, perché il buonismo dei nostri autori (gente spesso cattiva) teme l’ira della Chiesa.

In questi 16 paesi è vietato l'ingresso agli israeliani. Sdegno da parte del mondo? Ma no, per le anime belle non fa notizia, scrive Progetto Dreyfus il 30 gennaio 2017. Questa è una delle domande più ricorrenti: in quali Paesi arabi non si può andare con il timbro di Israele sul passaporto? I Paesi Mediorientali e Africani nei quali NON si può ASSOLUTAMENTE entrare con un visto israeliano sul passaporto (o un sospetto passaggio in Israele) sono: Siria, Libano, Libia, Iran, Yemen, Arabia Saudita, Algeria, Bangladesh, Brunei, Malesia, Oman, Pakistan, Iraq, Sudan, Kuwait, Emirati Arabi Uniti (Eau).

Se state per andare in Israele ma avete intenzione di visitare in futuro uno di questi Paesi le soluzioni sono 2:

rifare il passaporto;

quando si arriva in Israele (e/o quando si lascia il Paese) si può chiedere all'ufficio immigrazione di non apporre il timbro sul passaporto ma su un pezzo di carta separato.

Arrivare o partire dall'aeroporto Ben Gurion (Tel Aviv-Yafo) senza uscire dallo stesso (ovvero in transito) non comporta problemi perchè non lascia prove sul passaporto, idem se asseconda la richiesta del timbro a parte. Se invece si viaggia VIA TERRA il timbro di uscita da Egitto o Giordania dimostra senza ombra di dubbio il Vostro soggiorno in Israele. Anche in questo caso si può chiedere alle guardie di frontiera egiziane e giordane di apporre il timbro su un foglio a parte (solitamente non creano problemi ad assecondare la richiesta). Il problema potrebbe sorgere nella evidente mancanza di timbri sul passaporto una volta arrivati al confine siriano (o in areoporto in un secondo momento, anche distanza di anni: controllano TUTTE le pagine attentamente); cosa alla quale fanno molta attenzione. Per chiarire meglio il concetto: se ad esempio atterrate al Cairo e vi spostate verso la Siria passando (per forza!) per Israele dove sia le guardie egiziane che quelle israeliane vi apporranno il timbro su un foglio, quando vi troverete al confine siriano-giordano con il solo timbro di ingresso egiziano... vi chiederanno come avete fatto ad uscire dall'Egitto...Insomma è piuttosto lampante la cosa. E sappiate che non chiuderanno affatto un occhio; in questi Paesi non solo è vietato l'ingresso a chi ha soggiornato in Israele, ma anche a chi vi è solo transitato. Altro particolare da sottolineare: non date per scontato che in Israele accolgano benevolmente o senza troppi problemi la richiesta del timbro a parte fuori dal passaporto, spesso non vi daranno neanche il tempo di proferire parola che vi ritroverete le pagine timbrate. E a questo proposito l'ideale è di programmare il vostro viaggio in modo che Israele sia l'ultimo Paese da visitare dopo quelli su menzionati.

Come cambia il mondo con Donald Trump. La Russia che si avvicina agli Stati Uniti che rompono con il Messico. L'Inghilterra che si allontana dall'Europa che riallaccia con l'Africa. Mentre l'Australia diventa una megacolonia cinese. Planetario dei cambiamenti globali con il nuovo inquilino della Casa Bianca, scrivono Federica Bianchi, Giuseppe Fadda e Daniele Zendroni il 30 gennaio 2017 su “L’Espresso”.

Messico - Sud America. Già in diminuzione dal 2010, l’immigrazione messicana verso gli Usa. E' destinata a prosciugarsi così come il numero di fabbriche Usa costruite in Messico. La revisione delle regole di libero scambio del Nafta allontanerà il Messico dagli Usa.

Regno Unito. La Gran Bretagna in fuga dall’Europa s’imbarcherà in un lungo viaggio che l’avvicinerà ai cugini americani e, nel medio periodo, la consacrerà “la Singapore d’Occidente”.

Giappone. Orfano, come l’Australia, dell’accordo commerciale tra Asia e Stati Uniti stracciato da Donald Trump, il Giappone, nemico giurato della Cina, dovrà prendersi il tempo di ripensare il proprio posto nel mondo.

Australia. Anche l’Australia risentirà pesantemente del nuovo atteggiamento di Washington verso i paesi del Pacifico. Non avrà altra scelta che abbracciare la Cina, diventandone colonia de facto.

Cina. La Cina, considerata l’erede del primato economico mondiale, è in realtà il Paese più esposto alla nuova politica commerciale americana. Nel frattempo continua a tessere la sua tela asiatica.

Taiwan. Fosco futuro per l’isoletta reclamata da Pechino: finirà capro espiatorio della lotta commerciale tra Usa e Cina?

India. Futuro incerto per la Vecchia amica d’America. I dazi varranno anche per lei? E Trump non vorrà mica trattare davvero con l’arcinemico Pakistan?

Russia. Seppellita l’ascia della Guerra Fredda, la Russia rischia di diventare la nuova amica d’America a spese dell’Europa su cui aumenterà la sfera d’influenza.

Europa - Africa. Sulla scia dei continui flussi migratori, l’Europa sarà un po’ più africana. Tanto vale che l’Africa ritorni ad essere un po’ più europea. A spese della Cina.

Quando l’America chiudeva le porte. Giapponesi internati ed ebrei respinti. Una nuova indifferenza ai perseguitati può macchiare indelebilmente una grande democrazia, scrive Pierluigi Battista l'1 febbraio 2017 su "Il Corriere della Sera". Grazie alla forza della grande democrazia americana, lo scrittore James Ellroy ha potuto raccontare in «Perfidia» (tradotto in Italia da Einaudi Stile Libero) il rastrellamento e la reclusione di oltre centomila giapponesi, molti dei quali già cittadini americani da una generazione, nei campi di internamento, insomma nei Lager, messi frettolosamente su in California all’indomani dell’attacco nipponico a Pearl Harbor. Grazie alla forza della democrazia americana, si può raccontare quella violazione dei diritti di una minoranza nazionale, bambini, donne, anziani, colpevole solo di essere minoranza di un Paese in guerra. L’umanità calpestata dei civili di origine giapponese, una delle pagine più nere della storia degli Stati Uniti. E grazie alla forza della democrazia americana non si può nascondere l’altra macchia della sua storia, il rifiuto di far approdare sulle coste americane, nel 1939, alla vigilia della catastrofe, la nave Saint Louis carica di oltre 900 ebrei, molti bambini, in fuga dalla Germania nazista e che era stata rifiutata prima da Cuba e dal Canada. Un’altra storia di discriminazione, di rifiuto dell’accoglienza. L’America però sa fare i conti con se stessa e i propri orrori. Oggi che i muri sono di nuovo alzati e si avverte il sentore pesante di nuove discriminazioni, di popoli, etnie, religioni messe al bando, il simbolico filo spinato srotolato per garantire la chiusura di una nazione-fortezza, non si può dire che gli Stati Uniti non abbiano alle spalle episodi terribili. «Datemi i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere, i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata». Non sempre l’America è stata all’altezza, e adesso rischia di non esserlo ancora, delle parole che stanno alla base della Statua della Libertà. Popoli «desiderosi di respirare liberi» rigettati indietro. Manzanar è un nome terribile, nella storia di discriminazione anti nipponica cominciata nel ’42. È il lager più grande di quell’arcipelago di campi definiti «War Relocation Authority» in cui raccogliere la popolazione giapponese d’America per dare attuazione a un decreto del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt (l’Executive Order 2066). L’ordine era quello di mettere sotto chiave la possibile «quinta colonna», il nemico interno di civili, anziani e bambini che vivevano pacificamente a Los Angeles e lungo la California che dava sull’Oceano Pacifico. Dopo l’aggressione di Pearl Harbor, l’amministrazione americana ruppe finalmente gli indugi e decise di intervenire a fianco delle forze che si battevano contro Hitler e l’alleanza tra la Germania, l’Italia e il Giappone. Fu una scelta molto controversa ed è il caso di ricordare, proprio oggi che si teme un’involuzione dell’America trumpiana in senso isolazionista, che furono soprattutto i settori progressisti di sinistra e pacifisti a battersi contro l’intervento Usa nella guerra: basta ricordare il personaggio di Barbra Streisand in «Come eravamo», appassionata idealista che in nome della pace si batte contro la scelta militare americana contro il tiranno tedesco. Ma dopo quella scelta una corrente di isteria anti nipponica fece accettare alla democratica America l’istituzione di campi di internamento che non avevano niente a che vedere con la sicurezza militare. Ogni giorno a Manzanar e negli altri campi venivano scaricate migliaia di persone in condizioni che è facile immaginare. Le parole scolpite alla base della Statua della Libertà, che avevano reso grande e accogliente la grande nazione americana, rimasero allora tristemente inascoltate. La storia della nave Saint Louis dimostra invece che le masse di profughi, chi fuggiva dalla morte, dalla distruzione, dalla persecuzione non sempre sono state illuminate dalla «fiaccola» retta dalla Statua della Libertà. All’indomani della Notte dei Cristalli, quando la sorte degli ebrei tedeschi sembrava oramai segnata, quegli oltre novecento ebrei imbarcati non avrebbero immaginato di essere respinti dalla terra della libertà e del sogno, delle opportunità e dell’accoglienza, dall’America costruita dagli immigrati che scappavano dalla miseria e dalla tirannia. E invece negli Stati Uniti, la rigida politica delle quote di immigrazione (ecco come la storia cerca di assomigliare sempre a se stessa, pur nel mutare delle circostanze politiche) non piegò le autorità americane. Quegli ebrei in fuga dovevano essere ricacciati nelle acque dell’oceano. E infatti la nave tornò indietro, ad Anversa. E si calcola che poco più di un terzo di quelle donne, di quei bambini, di quei vecchi che scappavano dal nazismo e dalla morte verrà inghiottito dalla macchina dello sterminio. L’America democratica si dimostrerà insensibile e sorda, anche se con l’intervento militare quell’indifferenza verrà almeno in parte riscattata. Quelle macchie sulla storia rischiano però di essere dimenticate e una nuova indifferenza alle sorti dei perseguitati e delle «masse infreddolite» può imbrattare ancora indelebilmente una grande democrazia e una grande nazione.

Tutte le volte che gli Stati Uniti hanno chiuso le frontiere. Il bando verso i cittadini di sette Stati musulmani imposto da Donald Trump, non è un caso isolato nella storia degli Stati Uniti. Cinesi, anarchici, comunisti, ebrei, iraniani e portatori di Hiv, sono stati oggetto di divieto d'ingresso negli Usa. Il primo caso risale al 1882, quando il presidente Chester A. Arthur firmò il Chinese Exclusion Act, con cui si fermava l'immigrazione dei cittadini cinesi.

Non solo USA. Francia, finito in tre mesi il muro anti migranti di Calais finanziato da Londra. La barriera alta quattro metri e lunga un chilometro è costata al Regno Unito 2,7 milioni di euro. Sorge a poche centinaia di metri dall'ex-Giungla e serve a fermare chi cerca di introdursi nei camion per attraversare il tunnel della Manica, scrive Il Fatto Quotidiano" il 13 dicembre 2016. Dopo i muri in Ungheria, in Macedonia e quello costruito poco più di un mese fa in Germania, a Monaco di Baviera, ora è la volta del ‘Great Wall‘. Il grande muro di Calais, voluto dal governo di Londra per impedire ai migranti di passare dalla Francia alla Gran Bretagna, è stato terminato dopo meno di tre mesi di lavori. Un cantiere dall’alto contenuto simbolico, che dopo il voto sulla Brexit allontana ancor più velocemente il Regno Unito, che non aveva mai accettato il sistema delle quote per la ridistribuzione dei migranti, dalle politiche di accoglienza europee. Una divisione tra due Paesi occidentali che in passato avevano invece criticato l’intolleranza mostrata verso gli immigrati nella zona dei Balcani e nell’Europa orientale. Alto quattro metri e lungo un chilometro, il muro in cemento armato è dotato di telecamere di sorveglianza e sorge a poche centinaia di metri dalla ex-Giungla di Calais, che il governo di Parigi ha smantellato questo autunno. L’obiettivo è impedire ai migranti di introdursi illegalmente nei camion diretti a Dover, attraverso il tunnel della Manica. Interamente finanziata dal governo britannico, la struttura è costata 2,7 milioni di euro e completa il recinto di protezione in ferro e filo spinato già eretto nella zona per impedire l’accesso al porto. Il cantiere per la costruzione del Great Wall cominciò il 20 settembre scorso.

Lerner, Severgnini e Botteri: in pericolo il monopolio delle fake news? Scrive il 27/01/2017 Luca Cirimbilla su "L’Ultima Ribattuta”. Ormai è una guerra isterica ai siti che scrivono fake news: a lanciarla, però, sono personaggi come Gad Lerner, Beppe Severgnini o Giovanna Botteri che qualche cantonata l’hanno presa, anzi raccontata. Nelle ore scorse è stato Severgnini, prima sul Corriere della Sera e poi ai microfoni di Virgin Radio, a proclamare la sua crociata contro le fake news. Come esempio il giornalista ha portato la bufala circolata sui social network riguardante i 20 milioni di dollari forniti da Donald Trump alle popolazioni italiane colpite dal terremoto. La notizia è stata lanciata dal Corriere d’Italia: “Questi sono siti pericolosi” ha sentenziato Severgnini, agitando lo spettro di condizionamenti dell’opinione pubblica anche in vista di eventuali elezioni. Qualcuno faccia notare a Severgnini che sarebbe bastato fare un salto sulla homepage del sito del Corriere d’Italia per capire il tenore delle altre notizie come la tassa prevista sulle flatulenze. Oppure bastava scorrere in fondo alla pagina per leggere che il sito non andava preso sul serio. Proprio lui, tra l’altro, qualche anno fa rilanciava su twitter la bufala delle oltre 600mila auto blu. E perché tra le fake news non cita quella della telefonata tra il sindaco di Roma, Virginia Raggi e Beppe Grillo, apparsa proprio sul giornale per cui scrive? Eppure, il tono di Severgnini verso le bufale è dei più preoccupati. La sua angoscia ricorda molto quella con cui Giovanna Botteri, all’indomani dell’elezione di Donald Trump – osteggiato dall’establishment mediatico – si chiedeva «Che cosa succederà a noi giornalisti? Non si è mai vista come in queste elezioni una stampa così compatta ed unita contro un candidato… che cosa succederà ora che la stampa non ha più forza e peso nella società americana? Le cose che sono state scritte, le cose che sono state dette evidentemente non hanno influito su questo risultato e sull’elettorato che ha creduto a Trump e non alla stampa». Sembra incredibile, ma l’ha detto per davvero. Per rendersi conto della sua avversione verso l’attuale presidente degli Usa, basta seguire uno dei servizi dagli Usa e si noterà come la scelta di fermare la delocalizzazione delle case automobilistiche per produrre posti di lavoro negli Usa si trasformi in un duro colpo verso il povero Messico. O basterebbe osservare l’accanimento contro il muro costruito al confine, senza menzionare quello voluto dal democratico Bill Clinton. E per finire c’è lui, Gad Lerner, le cui analisi di politica estera – come è stato riportato su L’ultima Ribattuta - sono puntualmente state sconfessate dalla realtà degli eventi: “Esultiamo della caduta di Gheddafi – scriveva nel 2011 – un fanfarone sanguinario reso temibile dai soldi del petrolio e dalla vigliaccheria degli occidentali… Abbiamo sentito opporre argomenti uno dopo l’altro per negare che bisognasse impegnarsi per consentire la deposizione di Gheddafi. Ne sarebbe scaturita una secessione della Cirenaica indipendente dalla Tripolitania. Il ritorno alle guerre tribali d’epoca precoloniale. L’instaurazione di un regime islamico qaedista. L’esodo (biblico!) di profughi a centinaia di migliaia. Tutte balle”. E invece l’esodo biblico c’è stato eccome, e c’è tuttora. Con l’occasione, ovviamente, veniva preso di mira l’allora presidente del consiglio, Silvio Berlusconi, che con Gheddafi aveva stretto accordi economici di enorme importanza per l’indipendenza energetica per l’Italia e che avevano permesso la drastica riduzione di sbarchi di migranti sulle nostre coste italiane. Dalla Libia alla Siria, la solfa non cambia. “I guerrieri islamisti che si sono impossessati della rivolta popolare siriana contro la dittatura di Assad – anche per la colpevole inerzia delle democrazie occidentali che non hanno sostenuto per tempo le sacrosante istanze di libertà della primavera araba – manovrano cinicamente la leva del terrore”. Peccato che “le sacrosante istanze di libertà della primavera araba” – come ha confermato il generale francese Vincent Desportes – sono state create ad hoc proprio dalle democrazie occidentali per detronizzare Bashar al Assad in Siria, o rovesciare i regimi come quello di Saddam Hussein e Gheddafi. Tutti attenti alle fake news, dunque, ma attenti soprattutto ai loro più fieri oppositori.

Faziosa (a spese degli italiani). La Botteri leader anti Trump. Ogni giorno le cronache distorte della realtà Usa sulla tv di Stato. La giornalista non nasconde le sue simpatie, scrive Mercoledì 1/02/2017 "Il Giornale". M a perché i cittadini italiani sono obbligati a pagare il canone Rai, e quindi lo stipendio della corrispondente da New York Giovanna Botteri (200mila euro all'anno più benefit), per sentire ogni giorno la cronaca politica distorta dalla faziosità? Una bella domanda. Ma questo è il new deal della giornalista triestina, che da sette anni dispensa la sua verità dagli Stati Uniti. La 59enne a capo della redazione Rai della metropoli americana è sbarcata negli Usa nel 2007, giusto in tempo per seguire la campagna elettorale per la Casa Bianca e incensare il primo presidente afroamericano Barack Obama. Nulla da eccepire sulla carriera e le capacità della giornalista, ma di sicuro è discutibile la sua sfacciata parzialità, con cui ha illuminato i telespettattori con suoi servizi, spargendo veleno su ogni iniziativa del partito repubblicano, in particolare sul nuovo inquilino della Casa Bianca Donald Trump, e spalmando invece miele e salamelecchi sulla politica di Obama e sulla candidata trombata alla Casa Bianca Hillary Clinton. Povera Giovanna, quanto ha sofferto nella lunga notte americana quando dalle urne è emerso che Trump era il nuovo presidente. Lei che per mesi ci aveva descritto il nuovo leader come un buzzurro, razzista e xenofobo. Lei che aveva sostenuto che la Clinton avrebbe vinto a mani basse la corsa, affermando che gli americani non avrebbero mai eletto uno come Trump. Ma ha preso un buco gigantesco, il suo livore non ha influenzato il voto degli americani, ma solo il pensiero dei poveri italiani che pagano il canone. Essì, perché il magnate americano ha vinto contro ogni aspettativa e la Botteri, con tutta la Rai, hanno puntato sul candidato sbagliato, accecati dalla propria intolleranza e sviati dai sondaggi e dalle campagne dei media americani che ripetevano: «Uno come Trump non potrà mai diventare presidente». E la nostra Giovanna che cosa ha fatto? Non potendo fare finta di niente, ha deciso di proseguire col suo tormentone sul Trump razzista e sessista, condendo il tutto con le sue menate sulla democrazia. «Nella New York democratica non doveva succedere», ha declamato in diretta. La linea non cambia. Il fatto che Trump abbia vinto democraticamente è un dettaglio insignificante. Per la Botteri, come per molti esponenti illuminati della sinistra nostrana, se un avversario inviso vince, la democrazia non funziona. E dopo la disfatta di Hillary la corrispondente ha addirittura volato alto: «Che cosa succederà a noi giornalisti? Non si è mai vista come in queste elezioni una stampa così compatta e unita contro un candidato... che cosa succederà ora che la stampa non ha più forza e peso nella società americana?». E brava Giovanna, non solo si è vantata che i media debbano influenzare il voto ma si è pure rammaricata che non riescano a farlo. Ma la Botteri non si è arresa e da tre mesi continua a condire la cronaca americana con le sue bugie. Il culmine l'ha raggiunto un paio di settimane fa, quando ha infilato tre balle in un solo servizio. La prima, quando ha detto che Trump, durante la sua prima conferenza stampa ufficiale ha attaccato personalmente un giornalista. Falso, ha solo detto a un reporter della Cnn che non voleva rispondere alle sue domande. La seconda, quando ha affermato che Rex Tillerson, nuovo segretario di Stato, «è notoriamente amico della Russia». Falso. Tillerson, durante l'audizione al Congresso, ha chiarito che essendo imprenditore ha fatto affari con imprese russe. La terza, sempre su Tillerson, ha stravolto a suo uso e consumo la risposta del segretario di Stato al Congresso. Alla domanda se considerasse Putin un criminale di guerra, secondo la Botteri Tillerson avrebbe risposto «No». Falso, Tillerson ha detto (basta verificare il video in lingua originale): «Non userei quel termine» e «dovrò raccogliere più informazioni per consigliare il presidente». Nessuno sia tratto in inganno, non è uno scivolone ma pura volontà di mentire agli ascoltatori. Che la pagano pure.

Odiate Trump ma ricordate che morite di fame come sudditi d’Europa. Il villaggio globale è una montagna di merda, scrive Emanuele Ricucci su “Il Giornale" il 23 gennaio 2017. Se te lo voti, non va bene. Se lo tiri fuori dal cilindro nemmeno. Se fa il petroliere, no. Ma neanche se proviene dalla Columbia University. Se è saggio e talentuoso, se la politica la fa da sempre. Se è raccomandato o circonciso. Il presidente non va bene, se parla in nome di certi valori. Trump s’insedia. Gente che urla, chi si denuda. Chi spacca vetrine, chi piange. Donne che farfugliano di sesso e utero. “Sono bella e brutta ma sono mia”, “il presidente non può toccarmi, non dovrà guardarmi, non dovrà pensarmi”, che pare di stare a piazza del Popolo nel ’68 come al tempo del moralismo femminista: alle 16.30 odio gli uomini, alle 17.30 a letto con gli uomini. Le donne di tutto il globo sono incazzate con Trump il porco che non rispetta il delicato universo femminile, sempre mentre in Somalia una donna viene infibulata, a Rotterdam un’altra non esce la sera perché è vittima di stalking in seguito alle violenze di uno stronzo ed un’altra ancora di una sassaiola di cani con la barba che praticano la shari’a. Ipocrisia universale, adolescenziale. Proteste ovunque, le star (esse, per essere al passo con la Boldrini) del globo impazzite. Pompini, cazzi, minacce. Tutto tristemente tratto da una storia vera. Trump si è insediato dopo essere stato democraticamente eletto, scelto dal popolo americano in maggioranza. Questo il dato oggettivo – che sacro vocabolo – a livello politico. Isteria. Ovunque. Ma non eravamo gli emancipatissimi del progresso? Talmente tanto che si sta bene tutti insieme, con lo stesso sesso, nello stesso mercato, con lo stesso Dio, nello stesso mondo piccolo, piccolo, tanto siamo maturi da non dover fare a cazzotti come nel ‘43? Ma guarda tu se anche una sana rosicata deve essere trasformata in un affare di Stato internazionale, in una drammatica condizione di causa-effetto a livello planetario, in cui si scomodano i massimi sistemi sociologici e politologici. Ma non si può proprio fare che ognuno si fa la democrazia che gli pare, visto che siamo così liberi? A me, questo villaggio vacanze globale inizia a starmi pesantemente sul cavolo. Anche a me Kim Jong Un fa paura. Un cicciopazzo pericolosissimo, armato di atomica e assurde manie da dittatore. Uno che fucila i dormienti, silura i distratti e mette tutti i coreani, incapaci dignitosamente di sacrificarsi come un tempo eravamo abituati a fare noi europei, in ordine di altezza. Anche a me non vanno bene un sacco di cose. Che la ndrangheta mi ammazza quelli con le palle che non pagano il pizzo, che l’Isis mi massacra Palmira. Che Saviano è considerata l’unica speranza culturale ed intellettuale di questo Paese. Culturalmente posso dissentire. Posso scriverne un pezzo e prendermi gli insulti ma tengo la linea. La linea dell’orizzonte. Posso farmi andare di traverso il panino con nduja e melanzane parlando di TTP, di Soros, delle vongole misurate dall’Europa, dallo strapotere dell’egemonia culturale imperante che, in quanto cristiano, mi vede come una spina sotto la pianta del piede. Fuori tempo, fuori corso, fuori luogo. E invece io vivo, e ardisco come posso, e piango tutti i miei fratelli cristiani un po’ stuprati e gettati in una fosse comune, un po’ decapitati o crocefissi, ovunque. Posso tirare sonore testate al muro del tempo presente, che in realtà sembra più un trapassato prossimo, ma non perdo la lucidità. Anche se scenderei in piazza più che volentieri, come ho sempre fatto. Meschina falsità collettiva. A Roma protestano le donne, a Latina gli spazzacamini, a Viterbo i norcini e a Rocca Priora i gelatai. Signore, Signori, Signor, Trump non è il mio presidente! Nel vero senso della parola. Noi abbiamo Gentiloni e Mattarella. E Trump è negli States, come la Le Pen è in Francia. Non siamo un popolo di idealisti, siamo vouyeur. Basta! Ripensiamoci, e per qualche ora spegniamo l’internet che ci fa male, a tutti, me compreso.

Le Fake News della stampa italiana sulla Turchia.

Ma è vero che in Turchia c’è la dittatura ed un sistema elettorale fondato sui brogli?

Secondo i giornalisti italiani, legittimati dalla legge ad essere i soli a scrivere e ad essere i soli ad essere letti, abilitati per concorso pubblico per raccontare fatti secondo verità, continenza e pertinenza, sì. 

Il commento del dr Antonio Giangrande. Scrittore, sociologo storico, giurista, blogger, youtuber, presidente dell’Associazione Contro Tutte le Mafie.

Premesso che proprio gli italiani sui brogli elettorali meglio che tacciano, se già ci furono dubbi sui risultati della consultazione elettorale con il referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, che sancì la nascita della Repubblica italiana.

Poi ci aggiungiamo le accuse periodiche di brogli per ogni tornata elettorale italiana, tralasciando quelle sulle primarie e sui tesseramenti della sinistra: "Noi abbiamo una tradizione molto negativa nel nostro passato circa le votazioni, in molte occasioni ci sono stati sottratti voti per la professionalità nei brogli della sinistra". Lo dice Silvio Berlusconi al Corriere Live spiegando che, senza un metodo tecnologicamente più avanzato, la correttezza del voto non è assoluta: "Fino a quando noi non avremo un voto diverso dalla matita i brogli sono possibili". Tuttavia, aggiunge il leader di Fi, "ritengo che quando c'è un risultato elettorale, chi perde non può non riconoscere la vittoria dell'altra parte. Poi si possono eventualmente avanzare richieste di riconteggio dello schede, una volta fatte delle verifiche". (02/12/2016 Adnkronos.com).

Broglio, da Wikipedia. La moderna espressione italiana deriva da un analogo termine veneziano. Nell'antica Serenissima era infatti consuetudine per i membri della nobiltà impoverita riunirsi in uno spazio antistante il Palazzo Ducale di Venezia per far commercio dei propri voti in seno al Maggior Consiglio che reggeva la città e nel quale sedevano per diritto ereditario. Tale spazio era allora noto col nome di Brolio dal latino Brolus, cioè "orto", retaggio del fatto che la terra su cui tuttora sorge piazza San Marco era in antico proprietà agricola del vicino monastero di San Zaccaria.

L'accusa di brogli elettorali in Italia è antica. Durante il Risorgimento, le annessioni dei regni preunitari al Regno d'Italia, vennero sempre ratificate mediante plebisciti. Tali consultazioni, a suffragio censitario, si svolsero senza tutela della segretezza del voto e talvolta in un clima di intimidazione. I "no" all'annessione furono in numero irrisorio e statisticamente improbabile. Il procedimento dei plebisciti durante il Risorgimento fu criticato da diverse personalità politiche ed il The Times sostenne che fu «la più feroce beffa mai perpetrata ai danni del suffragio popolare». Tale evento è stato anche trattato nel romanzo "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

Alla nascita della Repubblica Italiana, i monarchici attribuirono la loro sconfitta a brogli elettorali. Nella puntata del 5 febbraio 1990 della trasmissione Mixer, condotta da Giovanni Minoli, andò in onda un falso scoop secondo il quale il re avrebbe fatto in modo che il referendum proclamasse la Repubblica per evitare al paese la guerra civile, ma si trattava soltanto di un abile montaggio per esibire quanto la televisione potesse deformare la realtà dei fatti e influenzare il pensiero dei cittadini, e scatenò un mare di polemiche.

Appena conclusesi le consultazioni per il rinnovo del parlamento italiano del 2006 il premier Silvio Berlusconi, primo caso nella cinquantennale storia della Repubblica di una tale grave contestazione da parte di un esponente del governo uscente, ha paventato l'ipotesi di brogli elettorali sebbene il presidente Ciampi e il Ministro dell'interno Pisanu avessero espresso il loro compiacimento per lo svolgimento regolare delle elezioni. Durante i giorni dell'insediamento del Senato della Repubblica della XV legislatura Roberto Calderoli ha continuato ad insistere sulle ipotesi di brogli elettorali, confermando la sua convinzione secondo la quale la Casa delle Libertà è risultata vittima di un complotto che l'ha privata della vittoria elettorale. Piuttosto, forti sospetti ha destato l'insolito comportamento di Pisanu. Mai infatti, nella storia dell'Italia repubblicana, un ministro dell'interno aveva abbandonato il Viminale nel corso delle operazioni di spoglio elettorale. Convocato da Berlusconi, il ministro ha dovuto sostenere un faccia a faccia con quest'ultimo e, cosa ancora più strana, nessuno è a conoscenza di quello che fu l'oggetto della loro discussione. Sulla vicenda dei possibili brogli alle elezioni politiche italiane del 2006 sono anche usciti un romanzo e un documentario: Il broglio di Aliberti editore; Uccidete la democrazia!

Altra cosa è l’accusa di tirannia turca.

Porca miseria, mi spiegate quali poteri prende Erdogan? Si chiede Nicola Porro il 18 aprile 2017 sul suo canale youtube. «Tutti quanti i giornali oggi parlano di Erdogan e la vittoria del referendum di misura del 51%. L’intervista del Corriere della Sera sugli osservatori OCSE che avrebbero contestato e che contestano le elezioni di Erdogan sono fatte da una vecchia conoscenza del Parlamento Italiano: Tana de Zulueta. Ex corrispondente dell’Economist una vita contro Silvio Berlusconi, una parentesi contro Erdogan. Vi leggete l’intervista sul Corriere della Sera e capite che i brogli probabilmente ci sono stati, forse sono stati significativi. Non lo so. Ricordiamo che anche la nostra Repubblica è nata sui brogli. Lì è nata forse una dittatura, dicono gli osservatori più attenti, ma l’intervista di Tana De Zulueta, tutto fa, come rappresentante dell’OCSE, tranne rassicurarci sulla serietà, non solo di Erdogan, ma anche dell’Ocse. Ma questo è un discorso a parte. La domanda, che io mi faccio e che rivolgo a tutti quanti voi, è: quali sono questi poteri che Erdogan avrebbe acquistato dopo i referendum?

Porca miseria: A, B, C, secondo me, del giornalismo. Ma siete tutti quanti voi che comprate i giornali, pochi per la verità, dei fenomeni, degli esperti di geopolitica. E volete tutti vendere commenti, di leggervi Ferrari; di leggervi Sergio Romano; leggervi, son so, Montale; leggervi Kissinger; leggervi Dante Alighieri; o qualcuno di voi alza il dito: scusate, ma quali sono i poteri che Erdogan prende con questo referendum?

Non c’è un porca miseria di giornale che oggi, il giorno in cui passa il referendum, ci scrive con semplicità, quali sono questi poteri dittatoriali che ha preso Erdogan. Li avrà presi sicuramente, non lo metto in dubbio, ma almeno scrivete. Io che sono banalmente uno che legge i giornali, oggi avrei voluto vedere sui giornali che cosa succedeva alla Turchia da domani. Mentre non riesco a capirci nulla. Lego l’intervista al presidente del Parlamento Europeo, e non solo lui, Tajani, che dice “forse farà un referendum per chiedere la pena di morte. Quindi in futuro farà un referendum a cui faranno giudicare i turchi sulla pena di morte. Se dovesse fare, accettare, vincere quel referendum non potrebbe più partecipare alla discussione sull’Europa. Ma oggi, con questo referendum che poteri ha avuto Erdogan? Un solo dettaglio lo leggo.

Erdogan potrà, da presidente della Repubblica turca, potrà anche tornare a diventare segretario della AKP, che è il partito confessionale che lo ha visto leader. Quindi una delle riforme, è che lui potrà fare: Presidente della Repubblica e Segretario del partito. Mi chiedo: ma questa cosa in Italia, per esempio, che non è una dittatura, vi suona familiare? I presidenti del Consiglio che sono anche segretari di partito, non l’avete mai sentita? Lo chiedo. Perché se questa è la riforma che rende dittatura la Turchia, anche noi siamo una dittatura».

PROPOSTA DI RIFORMA COSTITUZIONALE. Da Wikipedia. Descrizione analitica delle modifiche.

1. Articolo 9. La magistratura è tenuta ad agire in condizioni di imparzialità.

2. Articolo 75. Il numero di seggi nel parlamento aumenta da 550 a 600.

3. Articolo 76. L'età minima per candidarsi ad un elezione scende da 25 anni a 18 anni. È abolito l'obbligo di aver completato il servizio militare obbligatorio per i candidati. Gli individui con rapporti militari sono ineleggibili e non possono partecipare alle elezioni.

4. Articolo 78. La legislatura parlamentare è estesa da 4 a 5 anni. Le elezioni parlamentari e presidenziali si tengono nello stesso giorno ogni 5 anni. Per le presidenziali è previsto un ballottaggio se nessun candidato ha ottenuto la maggioranza assoluta al primo turno.

5. Articolo 79. Vengono istituite le regole per i cd. «parlamentari di riserva», che vanno a sostituire i posti dei deputati rimasti vacanti.

6. Articolo 87. Le funzioni del Parlamento sono: a) approvare, cambiare e abrogare le leggi; b) ratificare le convenzioni internazionali; c) discutere, approvare o respingere il bilancio dello Stato; d) nominare 7 membri del Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri; e) usare tutti gli altri poteri previsti dalla Costituzione. 

7. Articolo 98. Il parlamento monitora il governo e il vicepresidente con ricerche parlamentari, indagini parlamentari, discussioni generali e domande scritte. L'istituto dell'interpellanza è abolito e sostituita con le indagini parlamentari. Il vicepresidente deve rispondere alle domande scritte entro 15 giorni.

8. Articolo 101. Per candidarsi alla presidenza, un individuo deve ottenere l'approvazione di uno o più soggetti che hanno ottenuto il 5% o più nelle elezioni parlamentari precedenti e di 100.000 elettori. Il presidente eletto non è obbligato a interrompere la sua appartenenza a un partito politico.

9. Articolo 104. Il presidente diventa sia il capo dello Stato che capo del governo, con il potere di nominare e rimuovere dall'incarico i ministri e il vicepresidente. Il presidente può emettere «decreti esecutivi». Se l'organo legislativo fa una legge sullo stesso argomento di un decreto esecutivo, quest'ultimo diventerà invalido, mentre la legge parlamentare entrerà in vigore.

10. Articolo 105. Il Parlamento può proporre un'indagine parlamentare nei confronti del Presidente con la maggioranza assoluta (301). La proposta va discussa per 1 mese, per poi essere aperta con l'approvazione di 3/5 (360) dei deputati (votazione segreta). Concluse le indagini, il parlamento può mettere in stato di accusa il presidente con l'approvazione dei 2/3 (400) dei parlamentari (votazione segreta).

11. Articolo 106. Il Presidente può nominare uno o più Vicepresidenti. Se la Presidenza si rende vacante, le elezioni presidenziali devono svolgersi entro 45 giorni. Se le future elezioni parlamentari si dovessero svolgere entro un anno, anch’esse si svolgono lo stesso giorno delle elezioni presidenziali anticipate. Se la legislatura parlamentare termina dopo più di un anno, allora il neo-eletto presidente serve fino alla fine della legislatura, al termine della quale si svolgono sia le elezioni presidenziali che parlamentari. Questo mandato non deve essere contato per il limite massimo di due mandati del presidente. Le indagini parlamentari su possibili crimini commessi dai Vice Presidenti e ministri possono iniziare in Parlamento con il voto a favore di 3/5 deputati. A seguito del completamento delle indagini, il Parlamento può votare per incriminare il Vice Presidente o i ministri, con il voto a favore di 2/3 a favore. Se riconosciuto colpevole, il Vice Presidente o un ministro in questione viene rimosso dall'incarico solo qualora il suo crimine è uno che li escluderebbe dalla corsa per l'elezione. Se un deputato viene nominato un ministro o vice presidente, il suo mandato parlamentare termina immediatamente.

12. Articolo 116. Il Presidente o 3/5 del Parlamento possono decidere di rinnovare le elezioni politiche. In tal caso, il Presidente decade dalla carica e può essere nuovamente candidato. Le nuove elezioni saranno sia presidenziali che parlamentari.

13. Articolo 119. La possibilità del presidente di dichiarare lo stato di emergenza è ora oggetto di approvazione parlamentare per avere effetto. Il Parlamento può estendere la durata, accorciarla o rimuoverla. Gli stati di emergenza possono essere estesi fino a quattro mesi tranne che durante la guerra, dove non ci saranno limitazioni di prolungamento. Ogni decreto presidenziale emesso durante uno stato di emergenza necessita dell'approvazione del Parlamento.

14. Articolo 123. Il presidente ha il diritto di stabilire le regole e le procedure in materia di nomina dei funzionari dipendenti pubblici.

15. Articolo 126. Il Presidente ha il diritto di nominare alcuni alti funzionari amministrativi.

16. Articolo 142. Il numero dei giudici nella Corte costituzionale scende da 17 a 15. Quelli nominati dal presidente scendono da 14 a 12, mentre il Parlamento continua a nominarne 3. I tribunali militari sono aboliti a meno che non vengono istituiti per indagare sulle azioni dei soldati compiute in guerra.

17. Articolo 159. Il Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri viene rinominato in "Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri". I membri sono ridotti da 22 a 13, e i dipartimenti giudiziari scendono da 3 a 2: quattro membri sono nominati dal Presidente, sette dal parlamento, gli altri 2 membri sono il ministro della giustizia e il sottosegretario del Ministero della giustizia. Ogni membro nominato dal parlamento viene eletto in due turni: nel primo necessita dell'approvazione dei 2/3 dei parlamentari, al secondo dei 3/5.

18. Articolo 161. ll presidente propone il bilancio dello Stato al Grande Assemblea 75 giorni prima di ogni nuova sessione annuale di bilancio. I membri della Commissione parlamentare del Bilancio possono apportare modifiche al bilancio, ma i parlamentari non possono fare proposte per cambiare la spesa pubblica. Se il bilancio non viene approvato, verrà proposto un bilancio provvisorio. Se nemmeno il bilancio provvisorio non approvato, il bilancio dell'anno precedente sarà stato utilizzato con il rapporto incrementale dell'anno precedente.

19. Diversi articoli. Adattamento di diversi articoli per il passaggio dei poteri esecutivi dal governo al presidente.

20. Temporaneo articolo 21. Le prossime elezioni presidenziali e parlamentari si terranno il 3 novembre 2019. L'elezione del Supremo Consiglio dei Giudici e dei Pubblici Ministeri avverrà entro 30 giorni dall'approvazione della presente legge. I tribunali militari sono aboliti con l'entrata in vigore della legge.

21. Diversi articoli. Gli emendamenti 2, 4 e 7 entreranno in vigore dopo nuove elezioni, gli altri emendamenti (tranne quelli temporanei) entreranno in vigore con il giuramento del nuovo presidente.

Se la Turchia è una dittatura, cosa dire di quella tanto decantata democrazia invidiata da tutti?

Potere esecutivo USA, da Wikipedia.

Il potere esecutivo è tenuto dal Governo federale, composto dal Presidente degli Stati Uniti (President of the United States of America), dal Vicepresidente (Vice President of the United States of America) e dal Gabinetto (Cabinet of the United States), cioè il gruppo di "ministri" (tecnicamente chiamati "Segretari", tranne colui a capo dell'amministrazione della giustizia, nominato "Procuratore generale") a capo di ogni settore della pubblica amministrazione, i Dipartimenti. Se, come è ovvio, i Segretari sono di nomina presidenziale, il Presidente e il Vicepresidente vengono eletti in occasione di elezioni presidenziali separate dalle elezioni per il rinnovo del Congresso e che si svolgono ogni quattro anni (con il limite massimo di due mandati).

I poteri del Presidente sono molto forti. Oltre ad essere a capo del governo federale ed essere sia il comandante supremo delle forze armate e capo della diplomazia, il Presidente possiede anche un forte potere di veto per bloccare la promulgazione delle leggi federali emanate dal Congresso (potere superabile soltanto quando la legge viene approvata a larga maggioranza).

Paesi democratici e non tirannici sono naturalmente anche quei paesi, come l’Olanda e la Germania, che hanno impedito i comizi di esponenti turchi presso le loro comunità, ma non hanno potuto impedire a questi (senza brogli) di esprimere un voto maggioritario di gradimento alla riforma del loro paese.

LE FAKE NEWS DEL CONTRO-REGIME.

Fake news, il veleno che piegò Mia Martini, scrive Domenica 14 maggio 2017 Aldo Grasso su "Il Corriere della Sera". Ventidue anni fa, di questi giorni, moriva la cantante Mia Martini. Una morte misteriosa, al culmine di una vita privata e di un percorso artistico segnati dalla maldicenza: dicevano portasse iella, non volevano mai pronunciare il suo nome. Proviamo a leggere questa vergognosa storia con gli occhi di adesso. Mia Martini è stata prima vittima di due fake news (dicevano portasse male per un tragico incidente in cui persero la vita due musicisti della sua band e per il crollo di un telone che copriva il palco su cui doveva esibirsi) e poi di bullismo. Un bullismo feroce, consapevole e adulto: quello di certi suoi colleghi, di certi impresari, di certi giornalisti. Mia è vissuta per anni nella post verità, nel regno delle bufale e delle cattiverie. E non c’erano nemmeno gli algoritmi dei social media a rilanciarle. Di fake news e bullismo si può morire, è bene saperlo. Ieri come oggi. Sono veleni iniettati per privare la vittima di ogni difesa. In ebraico c’è un’espressione forte per indicare la maldicenza, lashon hara (malalingua). È considerata una colpa gravissima, che Dio non tollera: «Non andrai in giro a spargere calunnie fra il tuo popolo né coopererai alla morte del tuo prossimo» (Levitico 19:16). Nelle nostre società laiche e illuminate, il reato ha sostituito il peccato. Ma il rito tribale e persecutorio della maldicenza è sempre lo stesso, amplificato oggi dal «popolo del web».

Fake news, bufale e dintorni, scrive Paolo Campanelli il 17 maggio 2017. Con la scusa dell’“informazione libera e super partes perché fatta dall’uomo qualunque” che molti hanno visto in internet, la bufala ha invece raggiunto il livello opposto, diventando propaganda, il metodo più diretto di attacco costituzionale. L’amore per le bufale è un curioso concetto. Certo, c’è chi spaccia notizie con titoli dubbi o incompleti per far andare persone sui propri siti e guadagnare soldi, c’è lo Schierato Politico Estremo che s’inventa storielle inverosimili per favorire la propria posizione, ma molte, troppe false notizie vengono semplicemente buttate nella rete e lasciate a loro stesse. Prima di andare oltre, c’è da fare una chiara differenza: la bufala è differente dal giornale di satira; dove la prima è disinformazione, i secondi fanno ironia con situazioni chiaramente grottesche e impossibili, il Vernacoliere è lo storico giornale cartaceo, mentre Lercio è uno dei più famosi siti internet al riguardo. Il problema sorge quando le fonti delle bufale si fingono giornali di satira. Ma una cosa è dire che il politico “presunto corrotto” di turno ha un indice di gradimento del 215% nelle carceri, cosa impossibile già matematicamente oltre che improbabile dal punto di vista della necessità di fare rilevazioni, o prendere qualche istantanea da una fiction o un cartone animato e aggiungerci sotto una didascalia che la faccia sembrare presa da un momento critico nei libri di storia e aggiunto il colore, un’altra è incolpare il gruppo di immigrati di turno di aver fatto danni ad un palazzo storico aggiungendo la foto di qualche resto archeologico cittadino o dei veri e propri ruderi tanto comuni nel territorio italiano. Quella delle bufale recentemente soprannominate Fake News (seguendo la denominazione americana diventata famosa per via del costante usa da parte del loro Presidente, è una situazione che si autoalimenta, una persona che crede a varie bufale diventa più suscettibile ad altre, creando un loop di cecità dalla quale il credulone non si riesce a liberare, al grido di “metti tutto in discussione”. Tralasciando però la seconda parte “e analizza i risultati metodicamente per non farti ingannare nuovamente”. Il caso più eclatante degli ultimi tempi è stata quello di “Luciana” Boldrini: sorella di Laura, presidente della Camera dei Deputati, accusata di aver speso, solo nell’ultimo anno, ingenti somme pubbliche nell’accoglienza di immigrati oltre a ciò già fatto dal governo. In realtà Lucia Boldrini, pittrice, è morta da più di trent’anni. E il punto di origine della bufala non lascia alcun dubbio, si trattava di un attacco a base di “fango politico” in piena regola. Ricostruendo il percorso di alcune delle bufale dalla diffusione più rapida infatti, si giunge ad una cerchia di persone che le creano “professionalmente”, fin troppo spesso collegati con medie e piccole industrie e con gruppi politici; dove l’obbiettivo dei secondi è chiaramente quello di ottenere il voto di persone facilmente influenzabili anche al di fuori dei sostenitori del proprio partito, per le aziende si tratta di manovre più subdole: incrementare la vendita di prodotti “alternativi” mettendo in circolo l’informazione di come i prodotti più diffusi creino problemi all’organismo o all’ambiente, talvolta persino con informazioni parzialmente corrette. La storia degli acidi a base di limone che circolava a inizio 2013 è emblematica, in quanto prendeva in considerazione che il succo di limone è effettivamente una sostanza acida utilizzata come sgrassatore e come anticoagulante in ambito medico (acido citrico), ma nelle percentuali di purezza e quantità in cui si trova negli alimenti è comunque inferiore all’acidità dei succhi gastrici. Gli effetti più estremi di una bufala possono essere sottovalutati, vedendo come molte possano essere risolte con una semplice e rapida ricerca su un qualsiasi browser internet, ma tre sono i giganteschi esempi di una bufala fuori controllo: l’omeopatia, i vaccini e l’olio di palma. Omeopatia e vaccini richiedono conoscenze chimiche di un livello al di sopra di quello del cittadino medio, e comunque prenderebbero troppo tempo, l’olio di palma, invece, pur se segue gli stessi schemi, è un “concetto” estremamente più comprensibile. Fino a un paio di anni fa, nessuno si interessava all’olio di palma, eccetto le industrie alimentari; l’olio di frutti e semi di palma è sempre stato utilizzato in Africa e medio oriente per una moltitudine di usi, fra cui la preparazione di cibo, anche sostituendo oli e altri tipi di grassi, come ad esempio il burro, sapone, ed infine, nel caso del Napalm e del biodiesel, come componente di armi e di carburanti rispettivamente; una delle peculiarità dell’olio di palma è che ha una grande percentuale di grassi saturi, e quindi può essere confezionato in un panetto simile al burro a temperatura ambiente, che ne semplifica la lavorazione quando si ha a che fare con gli enormi quantitativi industriali. Tuttavia, con l’aumento della richiesta nel XX secolo, la coltivazione della palma ha portato a un incremento delle colture a discapito di altre produzioni, e di deforestazione. A questo si aggiunge che il consumo smodato di quest’olio ha effetti deleteri sull’organismo, identici all’eccesso di burro e di grassi. A partire dalla metà del 2014, però, cominciò a girare la notizia che “l’olio di palma fa male”; In breve tempo, espandendosi a macchia…d’olio, la notizia lasciò tutta l’Europa terrorizzata. I reparti di marketing delle grandi aziende, però, presero la palla al balzo, e scrissero chiaramente sui loro prodotti che non contenevano olio di palma, anche su quelli che non lo avevano mai utilizzato. Eccetto la Ferrero, che forte della sua posizione, e della sua cremosità, affermò fermamente che la Nutella, e tutti i suoi fratelli dolciari, avrebbero continuato a usare l’olio di palma nelle loro ricette, poiché parte essenziale nella creazione del gusto e non come araldo dei mali dovuti all’eccesivo consumo di dolci (arrivando persino a fare test di laboratorio). Questo ha indubbiamente posto il potenziale bersaglio della “bufala” di fronte ad un inatteso dilemma tra l’ansia indotta dalla pressione mediatica ed il consolidato piacere della adoratissima crema di nocciole. Con la scusa dell’“informazione libera e super partes perché fatta dall’uomo qualunque” che molti hanno visto in internet, la bufala ha invece raggiunto il livello opposto, diventando propaganda, il metodo più diretto di attacco costituzionale. La costituzione, infatti, delinea la libertà di informazione, che è legata a doppio filo con la libertà di opinione degli utenti, e con l’obbligo per chi fornisce le informazioni di, attendibilità, cioè di dimostrare che si tratta di fatti avvenuti. Due concetti che non possono e non devono sovrapporsi l’uno all’altro, ma che non hanno alcuna limitazione se semplicemente messi in rete e spacciati per “Fatto”. Dei passi contro la disinformazione e le bufale sono stati fatti sia dai governi di vari paesi, fra cui dei timidi passi anche in Italia, che dai privati, prevalentemente dai social network, ma a questo deve corrispondere un minimo di attività da parte dell’utente, il cosiddetto “Fact Checking” (o in italiano, controllo delle fonti), particolarmente da parte di chi si è “laureato all’università della vita” e da chi si è ritirato dagli studi, conscio di una minore abilità in ambito di studio e comprensione.

Merkel culona, Travaglio ammette che l'intercettazione di Berlusconi non esisteva, scrive il 30 Settembre 2017 "Libero Quotidiano". Era rimasto solo il direttore del Fatto quotidiano, Marco Travaglio, a difendere l'ultima imbarazzante bufala su Silvio Berlusconi, rimasta appiccicata all'ex premier sin dal lontano 2011. A settembre di quell'anno, ricorda Yoda sul Giornale, il giornale di Travaglio aveva attribuito al Cav una presunta battuta sulla "culona della Merkel" ritrovata in una fantomatica intercettazione. Quella leggenda ha avuto vita lunga e fortunata, è circolata per mezzo mondo, ha scatenato non pochi problemi alla politica estera italiana, visto poi quel che è successo pochi mesi dopo al vertice di Cannes, con i sorrisini beffardi tra la cancelliera tedesca e l'allora presidente francese Nicolas Sarkozy. Naturalmente quella battuta non è mai esistita, era una bufala della quale tutti i giornalisti italiani prima o poi hanno dovuto fare ammenda con i propri lettori. Era rimasto solo Travaglio a insistere sulla veridicità di quella notizia falsa, almeno fino a qualche giorno fa. In un suo sterminato editoriale, il direttore del Fatto: "si è arreso. Alla sua maniera - scrive Yoda - senza chiedere scusa". In un passaggio un po' distratto, infatti, Travaglio ha scritto: "Le intercettazioni poi non uscirono (o non c'erano, o furono stralciate per irrilevanza penale)...". E si è lavato la coscienza.

Ora Travaglio ammette: "Merkel culona? Una fake news". La falsa intercettazione sulla Merkel sparata dal "fatto" contribuì alla caduta del cavaliere. Ora la rettifica (senza scuse), scrive Yoda Sabato 30/09/2017 su "Il Giornale". Forse aveva ragione Crozza, il nostro è davvero il Paese delle meraviglie, dove non esistono inibizioni e il senso del pudore è un perfetto sconosciuto. Ogni limite viene puntualmente superato il giorno dopo. È il caso della presunta battuta di Silvio Berlusconi su «quella culona della Merkel», che il Fatto attribuì nel settembre del 2011 al Cav, sostenendo che fosse contenuta in una non meglio precisata intercettazione. Una battuta che, come al solito, finì senza che nessuno ne verificasse la fondatezza, nel frullatore dei media e in un baleno fece il giro del mondo. I meccanismi dell'informazione sono noti. La sparata era troppo ghiotta: un premier che si riferisce a una collega in quel modo, non è roba da tutti i giorni. La compassata Bbc, addirittura, ne chiese conto in un'intervista allo stesso Berlusconi. E magari anche a ragione, visti i danni provocati da quella colorita espressione: passò qualche mese, infatti, e la Merkel restituì il favore al vertice di Cannes, con quel sorrisetto ironico in compagnia di Sarkozy, sulle disgrazie del Cavaliere. Ebbene, in un Paese come il nostro, in cui ci manca poco che le intercettazioni siano pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale, questa qui non è mai venuta fuori. Ha mantenuto i contorni di una leggenda di Palazzo. Non per nulla negli anni si è fatta avanti l'ipotesi, sempre più fondata, che fosse stata solo una grossa bufala, orchestrata sapientemente da chi voleva la caduta del governo Berlusconi nel 2011. A difenderla nella giungla della disinformazione, era rimasto solo l'ultimo giapponese Marco Travaglio. Addirittura, quando al congresso del Ppe del 2015, Berlusconi e la Merkel, dopo un lungo periodo di gelo, erano tornati a parlarsi, l'attuale direttore del Fatto, tentò ancora una strenua difesa, tirando in ballo l'ex cancelliere Gerhard Schröder, che si sarebbe congratulato con il Cavaliere per quella battuta caduta dal cielo e mai pronunciata.

Solo l'altro ieri, l'ultimo giapponese è venuto fuori dalla giungla con le mani alzate, e si è arreso. Alla sua maniera. Senza chiedere scusa. Nel solito chilometrico fondo di prima pagina, infatti, tornando a ironizzare sul nuovo rapporto di buon vicinato tra la Merkel e il Cav, Travaglio, in un inciso contenuto in una parentesi, buttato lì, in maniera distratta, ha ammesso: «Le intercettazioni poi non uscirono (o non c'erano, o furono stralciate per irrilevanza penale)...». Delle due ipotesi, naturalmente, vale solo la prima, visto che il direttore del Fatto, da esperto del settore, conosce benissimo la storia di un Paese in cui le intercettazioni che non c'entrano un tubo con le indagini, sono le prime a essere pubblicate. E che questa sia la sua opinione lo si arguisce dalla frase successiva, in cui restituisce quell'espressione allo sterminato archivio delle vulgate di Palazzo: «Chi lo conosceva giurava che il Gran Simpaticone la chiamava così». Ma se questo è il metro con cui si giudica la fondatezza di una battuta, allora si può tranquillamente scrivere che Travaglio ha dato del «cornuto» a Santoro, magari solo perché qualcuno immagina che sia una voce ricorrente nella redazione del Fatto. Ma, a parte le solite amenità, visto che non è mia abitudine infierire sull'ultimo giapponese, forse sarebbe il caso, di fermarsi un attimo. Una battuta pubblicata su un giornale non fa male a nessuno. Resta nell'ambito del possibile, del probabile. Cosa diversa, invece, è dargli quell'aureola di prova inconfutabile, che in un Paese malato come il nostro, si porta dietro un verbale di polizia giudiziaria. Non per nulla le intercettazioni telefoniche sono diventate il totem che ha scandito il tramonto della prima repubblica e l'intera storia della seconda. Hanno mandato gente in galera, rovinato carriere, fatto cadere governi. Solo che nel volgere di pochi mesi, prima abbiamo scoperto nel caso Consip, che possono essere taroccate da qualche pubblico ufficiale, animato da smanie di protagonismo, o dal desiderio di vestire i panni del giustiziere. E ora lo stesso gran sacerdote, il custode del totem, ci svela il mistero arcano dell'intercettazione mai esistita. E lo ammette con lo stesso distacco con cui un serial killer parla dei suoi delitti. Se a questo bilancio, non certo lusinghiero, aggiungiamo il fatto che una delle intercettazioni che forse valeva più la pena di conoscere, cioè quella che riguardava l'ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è stata distrutta su categorica richiesta dell'interessato, c'è da porsi qualche domanda sul meccanismo infernale che si è messo in piedi su uno strumento di indagine, indubbiamente efficace, se usato in maniera corretta. Un meccanismo che si rivela arbitrario se le intercettazioni vengono artefatte, inventate o, usate, a seconda, di chi è l'ascoltato. In questo caso più che uno strumento di giustizia, l'intercettazione diventa un strumento a uso delle peggiori lotte di potere.

Un uso deviato per cui nessuno paga dazio. Anche perché, se si milita in quella parte dello schieramento, che ne difende l'uso smodato, si gode di una certa comprensione. Ne sa qualcosa l'avvocato Fabio Viglione, che per ottenere il rinvio a giudizio dell'ultimo giapponese, si è dovuto rivolgere tre volte alla Cassazione. Tre Gip, infatti, gli hanno risposto picche, malgrado la vicenda fosse alquanto chiara: una giornalista del Tg1, Grazia Graziadei, aveva riportato che nel 2009 i bersagli intercettati dalle diverse procure erano stati 132mila per un costo di 170 milioni; Travaglio, anche lui sorpreso dall'entità dei numeri, l'aveva accusata «di avere spacciato cifre a casaccio» e «truffaldine» per dati ufficiali del ministero di Giustizia. In realtà erano proprio quelli i dati del ministero. Dopo sei anni l'ultimo Gip, a cui è tornata la richiesta della Cassazione, quasi per sfinimento, ha detto di «sì» al processo. E, comunque, anche il rinvio a giudizio, non andrà da nessuna parte. Basta chiederlo all'avvocato Fabrizio Siggia che, in un processo per diffamazione, si è sentito rispondere da Travaglio: «L'articolo è all'evidenza satirico». Scoprendo che, in fin dei conti, il «gran simpaticone» scrive per Il Fatto, più o meno, come per il Vernacoliere.

Rai, Alfano denuncia autori e conduttori Gazebo: "Mi diffamano da tre anni". Lo annuncia una nota di Alternativa Popolare: "Non si è trattato di un singolo atto ma di una intera campagna durata anni a spese del contribuente", scrive il 20 maggio 2017 "La Repubblica". Angelino Alfano denuncia autori e conduttori del programma Rai Gazebo (condotto da Diego 'Zoro' Bianchi su Rai3) per diffamazione, in sede civile e penale: lo annuncia una nota di Alternativa Popolare, il partito del ministro degli Esteri. "Ieri, con i soldi degli italiani, due milioni e mezzo di euro per il 2017!!!, si è consumata la consueta diffamazione. Quel che è più grave è che essa è stata perpetrata da parte del servizio pubblico". La nota spiega che: "Ieri, con i soldi degli italiani - due milioni e mezzo di euro per il 2017 - si è consumata la consueta diffamazione. Quel che è più grave è che essa è stata perpetrata da parte del servizio pubblico. Il presidente di Alternativa Popolare, Angelino Alfano, annuncia, dunque, di avere dato mandato ai propri legali per denunciare autori e conduttori di Gazebo in sede civile e in sede penale". È quanto si legge in una nota. "Alla denuncia, Alfano allegherà i riferimenti diffamatori a lui rivolti durante gli ultimi tre anni di puntate televisive di Gazebo, per dimostrare ciò che sarà facile dimostrare: non si è trattato di un singolo atto diffamatorio - che sarebbe stato comunque grave - ma di una intera campagna diffamatoria durata anni a spese del contribuente e con una pervicacia diffamatoria che rende plateale il dolo, l’intenzionalità, la tenace volontà di creare un danno alla persona e all’area politica che rappresenta. Il punto è reso ancor più grave dall’enorme sproporzione che vi è, all’interno del servizio pubblico, tra lo spazio dedicato alla diffamazione da questa trasmissione e lo spazio dedicato alla informazione, in altre trasmissioni Rai, sulla medesima area politica e sulla stessa persona che la rappresenta. Infine, è stata la stessa Rai 3, pochi giorni fa, a sottolineare che tale trasmissione è un mix tra informazione e satira, con questa frase contenuta nella nota che era stata diffusa e che riportiamo qui fedelmente: ’... programma caratterizzato dal mix di satira e informazione che ne definiscono l’identità...’. Quindi, se è già stato ampiamente superato il confine della satira traducendosi in diffamazione, a maggior ragione tutto ciò nulla ha avuto a che fare con l’informazione. Ultima considerazione amara: questa diffamazione non può che essersi svolta con la azione o la dolosa e persistente omissione di una intera catena di comando che, dalla rete sino ai vertici massimi, ha consentito questi abusi. Anche costoro, nei limiti del legalmente consentito, saranno, da Alfano, chiamati a rispondere sia nel giudizio civile che nel giudizio penale. Alfano fa presente, infine, di essere giunto a questa amara determinazione dopo tre anni di paziente sopportazione di questo scempio che ha fatto il servizio pubblico, nella speranza che vi fosse un operoso ravvedimento nella diffamazione". L'annuncio della denuncia arriva a pochi giorni dall'ultima polemica: Alternativa Popolare aveva negato l'accredito a Gazebo per partecipare alla conferenza stampa sulla legge elettorale convocata nella sede del partito di Alfano.

 “Casa Renzi”, la soap opera infinita del Fatto Quotidiano, scrive Lanfranco Caminiti il 17 Maggio 2017 su "Il Dubbio". Il caso Consip e la miseria del giornalismo: quando l’informazione diventa pettegolezzo e spettacolo di bassa lega. Quel che conta è la cornice narrativa e non più i fatti.

‘Ofiglie: Tu ha da riciri ‘ a verità, ggiura. Ggiura ca nun ricuordi.

‘ O pate: T’o ggiuro, nun m’arricuord nniente.

‘ O figlie: Ggiurale ‘ ncoppa a Maronna ‘ e Pumpei.

‘ O pate: ‘ O ggiuro, ncoppa a Marunnina nuost’. Nun m’arricuordo nniente.

‘ O figlie: E nun mmiettiri ‘ a mmiezzu ‘ a mamma. ‘ Nce fa’ passa’ nu guaie.

‘ O pate: No, t’o ggiuro, ‘ a mamma, no.

‘ O figlie: Statte bbuono. E accuorto.

Non è un dialogo spoilerato dell’ennesima puntata dell’ennesima stagione della saga dei Savastano, insomma della fiction Gomorra. Piuttosto una verace traslazione, dal toscano del “giglio magico” al napoletano più proprio della notitia criminis (tutto ruota intorno il napoletano imprenditore Alfredo Romeo), dell’ennesima puntata dell’ennesima stagione di intercettazioni intorno “casa Renzi” – secondo la sceneggiatura di Marco Lillo, casa di produzione Il Fatto Quotidiano. La quale casa di produzione pubblica (cioè spoilera, fregando il segreto delle procure) un fitto e drammatico dialogo tra figlio e padre Renzi riguardo l’incontro con uno degli imputati del caso Consip. Come se fosse, appunto, la conferma di quanto ha sempre sostenuto – un appalto “mafiosizzato”, in cui imprenditori, facilitatori, politici e commissari si tengono insieme da un patto scellerato di corruzione – e non, piuttosto, quanto è lampante, evidente. Che cioè, l’allora presidente del Consiglio e segretario del Partito democratico non ne sapesse proprio una beneamata mazza, e che, pure, tutto quest’ambaradam è stato costruito “ad arte” per colpirlo. Come è possibile questo, cioè che l’una cosa venga spacciata per l’altra? È possibile per lo stesso meccanismo per il quale se un personaggio muore in una stagione di una fiction può capitare che risorga due stagioni dopo: quello che conta cioè è la “cornice narrativa”, per un verso, e la disponibilità dello spettatore, per l’altro. E anche la cosa più inverosimile, cioè che un morto resusciti, viene passata per buona. Vedete, è la stessa risposta di Marco Travaglio quando gli si fa notare che tutto è un po’ illegittimo. E lui che dice? Non è questo che conta, è la “sostanza” che conta. La “sostanza” è solo il racconto. La tensione drammatica del dialogo tra figlio e padre Renzi c’è tutta. Un figlio deve chiedere conto al padre di un certo comportamento. Di un episodio, di una cosa. È un uomo fatto, ormai, e l’altro è sulla strada del declino. È un destino, questo, che prima o poi tocca tutti. Ma non a tutti tocca prendere di petto il proprio padre, incalzarlo di domande, metterlo all’angolo perché sia limpido, almeno per una volta, per questa volta. Accenna a qualcosa d’altro – e toccando proprio un tasto che sa l’altro ha proprio a cuore, la fede – per fargli capire che non è proprio aria, che non sorvolerà come magari altre volte è accaduto. Sa che il padre indulge alla bugia, magari piccola piccola, di quelle che si dicono per il bene – è un insegnamento che i cattolici conoscono a perfezione. O forse solo all’omissione. Lo ha fatto con lui, chissà quante volte quand’era piccino, e adesso ancora, adesso che è l’uomo più potente d’Italia, lo ha fatto con un suo braccio destro, Luca Lotti. «E non farmi dire altro», questo dice Matteo Renzi a suo padre. L’altro sa di cosa stia parlando il figlio, capisce, tace. Non farmi dire altro: è una frase forte, potente. Terribile. Matteo Renzi è un maschio alfa, un capo branco. Ha fatto presto, forse anche troppo presto, a misurare la sua forza, i suoi denti, la sua zampata con i vecchi capi del suo branco – non erano di già sdentati. Li ha rottamati a cornate, a unghiate, a morsi. Per quello che era la storia del suo partito era poco più di un cucciolo – la gerontocrazia vigeva sovrana nei partiti comunisti d’occidente. Eppure, quel cucciolo – all’inizio guardato con sufficienza nella sicurezza di domarlo al primo impatto – ha mostrato che era impastato di smisurata ambizione e forza. S’era addestrato in casa, prima. Forse presto, troppo presto, aveva già preso a cornate il proprio padre. Il primo, probabilmente, a essere rottamato. Vedete, in letteratura, c’è il complesso di Edipo, l’amore del figlio verso la madre e l’ostilità verso il padre, e il complesso di Elettra, per spiegarlo dalla parte delle bambine, e il complesso di Giocasta, l’amore morboso di una madre per il figlio. Ma non c’è letteratura, e nominazione, per un complesso del padre verso il figlio. Quell’uomo è tornato adesso come un incubo. E anche gli altri – quelli che ha rottamato politicamente – sono tornati come un incubo. Tutto troppo presto: nei racconti tutto questo accade quando il personaggio è ormai in agonia, negli ultimi giorni di vita, in cui rivede a ritroso la propria storia e tutti quelli che ha “fatto fuori” per il potere, quel dannato potere, tornano come fantasmi malmostosi. Chi sta accelerando il corso degli eventi narrativi? Qual è la manina che scrive? Che di soap opera si tratti è ormai evidente. Gli ingredienti ci sono tutti. Il malloppo, anzitutto, ovvero: l’avidità. E poi, il militare infedele, le carte false, il giudice che non decide su fatti e reati ma se gli atteggiamenti di uomini e donne siano o meno integerrimi, le gazzette ciarliere, gli azzeccagarbugli, la famiglia, quella naturale e quella allargata della Massoneria, e soprattutto: isso, issa e ‘ o malamente. Dove isso e issa è abbastanza facile identificarli, in Renzi e in Maria Teresa Boschi. Non c’è niente che unisca il caso Consip e il caso Banca Etruria, certo, a parte l’appartenere entrambi i personaggi principali, le dramatis personae, allo stesso “pacchetto di mischia”. Non c’è niente che unisca il caso Consip e il caso Banca Etruria, tranne il fatto che siano due giornalisti – de Bortoli e Lillo – le “gole profonde”. Scrivono e trascrivono, orecchiano e intercettano, alludono e illudono. A un certo punto, combaciano pure. Nella tempistica, intendo. Escono allo scoperto.

Sono loro, i due scrivani, ‘ o malamente? Due persone, in carne, ossa e testata, per un solo personaggio? Qualcosa si va sfaldando nella storia. Il militare infedele – che avrebbe dovuto “sacrificarsi” – va in giro a raccontare come sono andate davvero le cose. A chi rispondeva. Gli era stato ordinato di fare così, non è farina del suo sacco. Quasi, dice, ho solo obbedito agli ordini. E addita il responsabile. È stato il magistrato che indagava a voler lasciare intendere che i servizi segreti si stessero interessando della cosa – non c’è proprio traccia di questa storia, ma un faldone che racconta di come probabilmente i servizi segreti si sarebbero potuti interessare di questa storia. E le trascrizioni un po’ abborracciate, in cui l’uno veniva scambiato con l’altro, e quello che aveva detto l’uno veniva messo in bocca all’altro, beh, sì, quelle forse sono state un mio errore – dice l’infedele – però, dovete capirmi, ero sotto stress, quello – il giudice – voleva dei risultati e io non avevo in mano niente. Lo chiamava di notte, mentre compulsava ancora le sudate carte, il giudice Woodcock al capitano Scarfato per chiedergli conto di cosa fosse riuscito a concludere quel giorno? O lo chiamava all’alba, mentre iniziava a compulsare le sudate carte, per incitarlo a concludere finalmente qualcosa quel giorno? Che qua, di risultati, se ne vedevano pochini. Ah, che stress per il povero capitano. A un certo punto deve aver capito che sarà solo lui a pagare, a finire a dirigere il traffico a Forlimpopoli, e non ci sta. Tutto l’impianto narrativo rischia di impazzire come la maionese. E qua ‘ o malamente iesce ‘ a fora.

Banca Etruria, Renzi contro De Bortoli: "È ossessionato da me". Renzi in campo per blindare la Boschi: "Che Unicredit studiasse il dossier Etruria è il segreto di Pulcinella". E attacca De Bortoli: "Ha un'ossessione per me", scrive Sergio Rame, Sabato 13/05/2017, su "Il Giornale". "Ferruccio de Bortoli ha fatto il direttore dei principali quotidiani italiani per quasi vent'anni e ora spiega che i poteri forti in Italia risiedono a Laterina? Chi ci crede è bravo". In una intervista a tutto campo al Foglio, Matteo Renzi va all'attacco dopo le indiscrezioni sul salvataggio di Banca Etruria pubblicate dall'ex direttore del Corriere della Sera sul nuovo libro Poteri forti (o quasi). "De Bortoli ha una ossessione personale per me che stupisce anche i suoi amici". "Quando vado a Milano, mi chiedono: ma che gli hai fatto a Ferruccio? Boh. Non lo so". Nell'intervista al Foglio l'ex premier non fa sconti a De Bortoli: "Forse perché non mi conosce. Forse perché dà a me la colpa perché non ha avuto i voti per entrare nel Cda della Rai e lo capisco: essere bocciato da una commissione parlamentare non è piacevole. Ma può succedere, non mi pare la fine del mondo". Per Renzi "che Unicredit studiasse il dossier Etruria è il segreto di Pulcinella". "Praticamente tutte le banche d'Italia hanno visto il dossier Etruria in quella fase. Come pure il dossier Ferrara, il dossier Chieti, il dossier Banca Marche. Lo hanno visto tutti e nessuno ha fatto niente", continua Renzi. Che, poi, aggiunge: "Ferruccio de Bortoli ha detto falsità su Marco Carrai. Ha detto falsità sulla vicenda dell'albergo in cui ero con la mia famiglia. Ha detto falsità sui miei rapporti con la massoneria. Non so chi sia la sua fonte e non mi interessa. So che è ossessionato da me. Ma io non lo sono da lui. È stato un giornalista di lungo corso, gli faccio i miei auguri per il futuro e spero che il suo libro venda tanto". Renzi è convinto che, quanto prima, "si chiariranno le responsabilità a vari livelli". "E - avverte - se c'è un motivo per cui sono contento che la legislatura vada avanti fino ad aprile 2018 è che avremo molto tempo per studiare i comportamenti di tutte le istituzioni competenti. Cioè, competenti per modo di dire. Non vedo l'ora che la commissione d'Inchiesta inizi a lavorare. Come spiega sempre il professor Fortis, vostro collaboratore, Banca Etruria rappresenta meno del 2 per cento delle perdite delle banche nel periodo 2011-2016. Boschi senior è stato vicepresidente non esecutivo per otto mesi e poi noi lo abbiamo commissariato: mi pare che non sia stato neanche rinviato a giudizio. Se vogliamo parlare delle banche, parliamone. Ma sul serio".

Sulla propria pagina Facebook, De Bortoli replica ricordando all'ex premier che "avendo detto due volte no alla proposta di fare il presidente, non era tra le mie ambizioni essere eletto nel cda della Rai". E incalza: "Visto quello che sta accadendo, ringrazio di cuore per non avermi votato. Non avrei potuto comunque accettare avendo firmato un patto di non concorrenza". Poi continua: "Io non ho mai scritto che è un massone, mi sono solo limitato a porre l'interrogativo sul ruolo della massoneria in alcune vicende politiche e bancarie. Ruolo emerso, per esempio, nel caso di Banca Etruria. Ho commesso degli errori, certo". Nel libro ne ammette diversi in oltre quarant'anni. Come quello, in un articolo pubblicato sul Corriere della Sera sul caso JpMorgan-Mps, della data di un sms solidale inviato da Marco Carrai a Fabrizio Viola, "licenziato" poi dal governo. "Non so quali falsità siano state scritte sul soggiorno a Forte dei Marmi nell'estate del 2014 - continua - mi aspetterei invece da Renzi che chieda scusa al collega del Corriere che, in quella occasione, stava facendo il suo lavoro e alloggiava nell'hotel. L'inviato venne minacciato dalla scorta che gli intimò di andarsene. E gli faccio i miei migliori auguri per il suo libro che uscirà a breve".

Giornalismo del controregime, scrive Piero Sansonetti il 13 Maggio 2017 su "Il Dubbio". Le fake news sono diffuse dai social network o comunque dalla rete? No. Le fake news sono diffuse principalmente dai giornali e dalle televisioni. I social vengono a rimorchio, le rilanciano. Ma non sono loro a costruirle. Almeno, non sono loro a costruire le fake importanti. La responsabilità della creazione delle bugie e del loro uso come arma politica e di disinformazione ricade soprattutto sui grandi quotidiani e sui grandi giornalisti. Giornalismo di contro- regime Cioè, giornalismo di regime. Proviamo un inventario di avvenimenti recenti. Caso Guidi, con annesse dimissioni della ministra. Caso Consip, con annessa richiesta di dimissioni del ministro Luca Lotti. Caso Ong, con annessa richiesta di limitazione dell’azione dei soccorsi ai migranti sul Mediterraneo. Caso De Bortoli, con annessa – ed ennesima – richiesta di dimissioni della ministra Maria Elena Boschi. Su questi quattro casi i giornali italiani e i principali talk show televisivi hanno vissuto per mesi e mesi. Con titoli grandi in prima pagina e – alcuni – con vere e proprie campagne di stampa, molto moraleggianti e molto benpensanti. Certo, soprattutto del “Fatto Quotidiano” – che quando offre ai suoi lettori una notizia vera succede come successe a Nils Liedholm quando per la prima volta in vita sua sbagliò un passaggio: lo Stadio di San Siro lo salutò con una ovazione… – ma anche di parecchi altri giornali che godono di alta fama. Ora vediamo un po’ come sono finiti questi quattro casi.

Guidi: mai incriminata. L’inchiesta giudiziaria che la sfiorò, Tempa Rossa, conclusa con il proscioglimento di tutti. Era una Fake. Federica Guidi è scomparsa dai radar della politica.

Consip, l’inchiesta è stata trasferita a Roma, le accuse al padre di Renzi erano fondate su una intercettazione manipolata da un carabiniere, anche le notizie sull’ingerenza dei servizi segreti (evidentemente mandati da Renzi per ostacolare le indagini) erano inventate da un carabiniere e l’informativa al Pm che riguardava queste ingerenze era stata scritta su suggerimento dello stesso Pm che avrebbe dovuto esserne informato. Fake e doppia fake.

Ong, l’ipotesi del Procuratore di Catania che fossero finanziate dagli scafisti è stata esclusa dalla Procura di Trapani da quella di Palermo e da svariati altri magistrati. Fake. Intanto l’azione di soccorso ha rallentato.

De Bortoli. Sono passati ormai quattro giorni da quando, per lanciare il suo libro sui poteri forti, l’ex direttore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore ha diffuso la notizia della richiesta di Maria Elena Boschi all’amministratore delegato di Unicredit di comprare la banca nella quale lavorava il padre. Boschi ha smentito nettamente. Anche la banca ha dichiarato che non risulta niente. De Bortoli ha fatto mezza marcia indietro, poi ha accusato Boschi e Renzi, o almeno i loro ambienti, di essere massoni, ed è andato in Tv, senza portare neppure uno straccio di prova delle sue accuse ed evitando il confronto diretto con gli avvocati della Boschi. Tranne improvvisi colpi di scena, appare evidente un po’ a tutti che l’accusa di De Bortoli è infondata, altrimenti, ormai, avrebbe fornito degli elementi a sostegno della sua tesi. Anche qui possiamo dire: fake.

La questione invece del complotto massonico a favore di Renzi, denunciato da de Bortoli, non è definibile esattamente una fake, è solo qualcosa di già visto tante volte nella politica italiana. In frangenti non bellissimi. Il più famoso complotto massonico – per la precisione giudaico-massonico, anzi: demo-pluto-giudaicomassonico – fu denunciato da Mussolini, nel 1935, per favorire la persecuzione dei massoni e poi lo sterminio degli ebrei. Non ci fa una gran figura De Bortoli a tornare sul quel concetto, peraltro senza avere proprio nessun indizio sulla appartenenza di Boschi o di Renzi alla massoneria. E in ogni caso andrà segnalato il fatto che la massoneria non è una associazione a delinquere. Furono massoni, in passato, un gran numero di Presidenti americani, tra i quali Washington e Lincoln, furono massoni poeti come Quasimodo e Carducci, furono massoni Cesare Beccaria, Mozart, Brahms, e svariate altre centinaia di geni, tra i quali moltissimi giornalisti di alto livello, parecchi dei quali del Corriere della Serra. Possibile che un giornalista colto e autorevole come De Bortoli scambi la massoneria per Avanguardia Nazionale? Eppure De Bortoli ha trovato grande sostegno nella stampa italiana. In diversi giornali e in diverse trasmissioni Tv la sua “ipotesi di accusa” alla Boschi è stata ed ancora in queste ore è presentata come dato di fatto: «Lei che ha svelato la richiesta della ministra…». Una volta esisteva la stampa di regime. Ossequiosa verso i politici, soprattutto, e in genere verso l’autorità costituita. Ora esiste la stampa di anti- regime. O di contro- regime, che però funziona esattamente come la stampa di regime. Anche perché ha dietro di se poteri molto forti. Non solo un pezzo importante di magistratura ma uno schieramento vasto di editori, cioè di imprenditoria, diciamo pure un pezzo robustissimo della borghesia italiana. De Bortoli oggi è sostenuto da quasi tutti i mezzi di informazione, e si può pensare tutto il bene possibile di lui, tranne una cosa: che sia un nemico dei poteri forti. De Bortoli, per definizione, è i poteri forti. Lo è sempre stato, non lo ha mai negato, nessuno mai ne ha dubitato.

La stampa di contro-regime funziona esattamente così. Non è una stampa di denuncia ma una stampa che costruisce notizie e le difende contro ogni evidenza e logica anche queste crollano. Nei regimi totalitari questa si chiamava “disinformazia” ed aveva un compito decisivo nel mantenimento al potere delle classi dirigenti. Ora si chiama fake press e ha un ruolo decisivo nella lotta senza quartiere che è aperta nell’establishment italiano per la conquista del potere, di fronte alla possibilità di un rovesciamento dei rapporti di forza nel ceto politico. L’avanzata dei 5 Stelle ha provocato un terremoto. Pezzi molto grandi, autorevoli e potenti proprio dei poteri forti si predispongono a dialogare coi 5 Stelle, prevedendone, o temendone, l’ascesa al governo. Questo movimento tellurico squassa la democrazia e devasta i meccanismi dell’informazione. Esistono le possibilità di resistere, di fermare il terremoto, di reintrodurre il principio di realtà – se non addirittura di verità – nella macchina dei mass media che lo ha perso? Non è una impresa facile. Molto dipende dai giornalisti. Che però, nella loro grande maggioranza, oggi come oggi non sembrano dei cuor di leone…

Ferruccio, per favore, se hai le prove mostrale, scrive Piero Sansonetti il 12 Maggio 2017 su "Il Dubbio". Il caso Boschi-Banca Etruria si sta sgonfiando. Finirà nel dimenticatoio come il caso-Guidi, il caso-Lupi, il caso Madia? Il caso-Boschi si ridimensiona. Molti giornali di destra hanno mollato la presa dopo la parziale marcia indietro di Ferruccio De Bortoli, che ha spiegato di non aver mai sostenuto che la Boschi fece pressioni indebite su Unicredit per salvare Banca Etruria. Eppure nel suo libro c’è scritto che «Boschi chiese a Ghizzoni (amministratore delegato di Unicredit) di valutare l’acquisto di Banca Etruria». Resta in campo, al momento, solo Il Fatto Quotidiano che ieri si è lanciato in soccorso di De Bortoli sostenendo di avere le prove della colpevolezza della Boschi. Lo ha scritto enorme, in prima pagina, con l’inchiostro rosso: «Boschi mente: ecco le prove». E ha pubblicato un servizio d Giorgio Meletti nel quale si parla di una riunione a casa del papà della Boschi, dirigente di Banca Etruria, con gli amministratori della stessa Banca Etruria e di alcune banche del Nord. A questa riunione – dice Meletti – che si tenne nel marzo del 2014, partecipò anche la Boschi. Il servizio di Meletti è fatto molto bene e sembra assai informato, anche se naturalmente occorreranno dei riscontri. E tuttavia resta una domanda: ma Meletti non accenna nemmeno all’ipotesi che a questa riunione, o ad altre riunioni, partecipò Ghizzoni. E allora perché mai questo fatto dovrebbe provare che De Bortoli ha ragione? Ieri de Bortoli ha partecipato alla trasmissione televisiva “Otto e Mezzo” di Lilli Gruber. Ha detto che la vicenda di Banca Etruria è tutta una vicenda di massoneria. Un paio d’anni fa aveva detto la stessa cosa del governo Renzi. Né allora né adesso, però, ha citato elementi di prova, o almeno di indizio. Più che altro è sembrata una sua sensazione. Se anche le accuse alla Boschi di aver tentato di spingere Ghizzoni a comprare la Banca dove lavorava il papà dovessero basarsi solo su una sua impressione, non sarebbe una buona cosa. Questa vicenda può concludersi in tre modi. O De Bortoli si decide a portare le prove della sua affermazione, e allora il governo Gentiloni va a gambe all’aria. O De Bortoli queste prove non le ha, e davvero ha scritto il libro solo basandosi su voci raccolte in ambienti vicini a Unicredit, e allora ci troveremmo di fronte a un capitolo nerissimo per il giornalismo italiano. Oppure può succedere che i due contendenti capiscono che è meglio non esagerare nel duello, anche perché l’uno e l’altra hanno dietro le spalle forze abbastanza potenti e capaci di far male, e in questo caso anche “Il Fatto” abbasserà i toni e tutta la storia passerà in cavalleria. Come è successo col caso-Guidi, col caso-Lupi, col caso Madia. E’ sicuramente la terza l’ipotesi più probabile. E non è una bella cosa, né per il giornalismo né per la politica.

Quelle cene con Ligresti per tornare in via Solferino. La vacanza dell'ex direttore nel resort in Sardegna, scrive Domenica 14/05/2017, "Il Giornale". Le cronache raccontano di aragoste a quintali per gli ospiti illustri di Salvatore Ligresti al Tanka Village di Villasimius, in Sardegna. Vecchie storie, un'altra epoca, uno splendore e una leggerezza che ormai non ci sono più. Alla corte dell'ingegnere, quando i tempi del crack Fonsai erano ancora molto lontani, accorrevano in tanti, per lo più personalità del mondo politico e istituzionale, ministri, generali, prefetti, sottosegretari, direttori. Andare al Tanka era un po' lavorare, perché lì si tessevano le relazioni pubbliche che contavano e che portavano spesso alle poltrone importanti. Relazioni rigorosamente trasversali, bipartisan si direbbe oggi. Il Tanka, insomma, veniva considerato un po' una prosecuzione dell'ufficio. Anche se molti scroccavano pure la vacanza, visto che pochi alla fine pagavano il conto. Qualcuno, quando poi se n'è parlato sui giornali, ha persino negato di esserci stato. Non si sa mai. Tra i tanti che negli anni sono passati per il bellissimo villaggio sardo un tempo regno della famiglia Ligresti c'era anche l'ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli. Correva l'estate del 2008. All'epoca non guidava più il quotidiano di via Solferino, che aveva già diretto per sei anni, dal 1997 al 2003, ma era già in trattativa per tornarci e si muoveva in quella direzione. C'è chi lo ricorda, infatti, ospite di Ligresti, proprio lì, nel resort di Villasimius, dove l'ingegnere amava organizzare cene speciali per i suoi ospiti di riguardo. Quell'estate il giornalista trascorse qualche giorno al Tanka e tutte le sere sedeva al tavolo di Ligresti, in quel periodo ancora saldamente al vertice di Fonsai, azionista di peso del patto di sindacato dell'editore del Corriere della Sera. Per poter tornare al timone di via Solferino, insomma, era quello il posto giusto dove mangiare aragoste in compagnia e dove valeva la pena trascorrere qualche giorno di vacanza. Di lì a qualche mese, infatti, de Bortoli tornò al comando del giornale milanese, dove è poi rimasto fino al 2015. E pensare che in quei giorni d'estate furono in molti a stupirsi di vederlo al Tanka, tra i clientes di Ligresti. C'è anche chi lo ricorda bersaglio di amichevoli sfottò sull'argomento da parte di chi sedeva con lui al tavolo dell'ingegnere e che sapeva bene perché fosse lì. Pare che lui non gradisse le prese in giro sull'evidente motivo della sua presenza in quel luogo. Era tanti anni fa. Un'altra epoca, appunto.

Il libro di de Bortoli e la memoria corta sul "Corriere" indipendente, scrive Alessandro Sallusti, Venerdì 12/05/2017, su "Il Giornale". Ho letto Poteri forti (o quasi), il libro di Ferruccio de Bortoli già direttore del Corriere della Sera e del Sole24Ore - edito da «La nave di Teseo», di cui si parla in questi giorni per il clamore suscitato dal capitolo che svela l'interessamento della ministra Boschi presso Unicredit per agevolare il salvataggio della banca di papà, la Etruria. «Memorie di oltre quarant'anni di giornalismo», recita il sottotitolo di copertina. E questo basta per mettere l'autore al riparo da critiche su eventuali errori ed omissioni nel racconto che corre fluido come si addice alla penna di un grande giornalista e direttore. Perché di «memoria» ognuno ha la sua e ha il diritto di centellinarla a suo piacimento, che sia per amnesia o per calcolo. Non so perché Ferruccio de Bortoli abbia deciso di raccontarsi a soli 64 anni. Di solito l'autobiografia salvo casi di conclamato narcisismo o ragioni economiche arriva a chiudere una carriera, non a rilanciarla. Svelare retroscena, dare giudizi su uomini viventi e potenti si presta a ritorsioni pericolose. Conoscendo la cautela dell'uomo, grande e cauto navigatore, mi vien quindi da pensare che de Bortoli consideri conclusa la sua brillante carriera, almeno nel giornalismo attivo e di vertice. Fatti suoi, ovviamente. Ma torniamo al libro. De Bortoli vuole farci credere di essere stato per dodici anni (in due tranche, 1997-2003, 2009-2015) a capo di un giornale tempio della libertà e sentinella di democrazia, arbitro imparziale delle partite alcune violente e drammatiche - che si giocavano nel Paese. È la vecchia tesi, retorica e falsa, della sacralità del Corriere della Sera, giornale in cui ho lavorato per diversi anni e che quindi ho ben conosciuto dall'interno. Il Corriere è stato il primo, e per lungo tempo unico, grande e ricco giornale nazionale e per questo ha allevato e ospitato le migliori firme del giornalismo e della cultura per oltre un secolo. Fin dalla nascita, il vestito è stato a libera scelta da qui la sua apparente indipendenza - del direttore e dei giornalisti, ma il cappello è sempre stato attaccato dove padrone voleva: monarchico durante la monarchia, fascista sotto il fascismo, antifascista alla caduta del regime, piduista all'epoca della P2, filo-Fiat sotto il regime di Agnelli, benevolo, negli anni più recenti governati da Bazoli, con il sistema finanziario e bancario vincente. Quest'ultimo è un club di miliardari i cui membri, come tutti i padroni, sono conservatori, ma hanno la necessità di apparire progressisti per non avere rogne nel loro espandersi nell'ombra (in Francia la chiamano «sinistra al caviale»). Tutto ciò non significa che de Bortoli non sia stato un direttore libero. Lui, nato in altro mondo (la sua era una solida e umile famiglia), sognava e studiava fin da giovane racconta chi l'ha frequentato in quegli anni di entrare in quell'ambiente dorato ed esclusivo. Sulla plancia del giornale degli Agnelli prima e dei banchieri poi è stato quindi perfettamente a suo agio. Più che di indipendenza parlerei quindi di coerenza.

Non è poca cosa, la coerenza, cioè la fedeltà alle proprie idee. Ma perché non dirlo? Perché evitare, in una biografia di oltre duecento pagine, di scrivere due righe sul suo essere stato un giovane e convinto comunista, sia pur di quelli che, essendo intelligenti, avevano capito che più che le piazze era meglio frequentare i salotti, che le parole potevano essere più utili e potenti delle spranghe alle quali, infatti, l'uomo, a differenza di tanti compagni, non si è mai neppure avvicinato. Nel libro la fede politica di de Bortoli la si deduce solo dal fatto che le offerte di lavoro che narra di aver ricevuto (presidente Rai, sindaco di Milano, direttore del Corriere) gli arrivavano sempre da politici o banchieri di sinistra (una, in verità, da Letizia Moratti, ma era appunto per dirigere il Tg3). Essere di sinistra è infatti la non misteriosa precondizione per dirigere il Corriere della Sera, altrimenti non si spiega come a giornalisti altrettanto bravi (penso a Montanelli prima di lui e a Vittorio Feltri suo quasi coetaneo) sia stata negata tale possibilità. Anche l'attuale direttore, Luciano Fontana, non a caso professionalmente e culturalmente nasce e cresce all'Unità. De Bortoli (con Paolo Mieli, con il quale si è avvicendato più volte al comando) è stato la faccia presentabile dell'antiberlusconismo militante, la lunga mano della sinistra politica e affaristica (che nel libro, giustamente, si vanta di aver frequentato con reciproca stima e soddisfazione) per manipolare l'opinione pubblica in punta di regole («la notizia è notizia», ama ripetere il direttore, quasi a scusarsi). Noi tutti sappiamo che cosa de Bortoli che oggi ci rinfresca la memoria anche con aneddoti curiosi - è stato libero di scrivere e far scrivere, non cosa non ha pubblicato (potere questo più importante del primo). E, forse, non lo sa neppure lui, perché in un giornale l'acqua inevitabilmente scorre dove il direttore (e il padrone) traccia il solco. Escludo in modo categorico che de Bortoli sia mai stato servo di qualcuno, ma socio ho il sospetto di sì. Forse pure dei magistrati che davano la caccia a Silvio Berlusconi. Nel libro c'è un lungo paragrafo di elogi a Ilda Boccassini («ne ammiro il coraggio, per fortuna il Paese ha toghe come lei, coraggiosa e preparata»). Dice di averla incontrata tante volte, la chiama per nome, «Ilda», incurante di poter così suscitare anche solo un sospetto sull'origine di tanta abbondanza di informazione che il Corriere ha sfornato durante il caso Ruby («una inchiesta per la quale è stata ingiustamente attaccata», scrive senza aggiungere che l'imputato, Berlusconi, è stato assolto per non aver commesso il fatto e che, quindi, non fu una grande inchiesta). Di Berlusconi scrive con distacco: «Il Cavaliere non si arrese mai all'idea che un giornale liberale non stesse per definizione dalla sua parte». Per la verità il Corriere della Sera è stato «per definizione» contro Berlusconi, il cui dubbio è lo stesso che negli ultimi cinquant'anni hanno avuto in tanti: come ha fatto un giornale che si dice liberale a farsi soggiogare dal Pci, dal sindacato interno (un vero Soviet con diritto di censura), fino a strizzare l'occhio alla non pacifica rivoluzione sessantottina? Cosa c'era, nel 1994, di liberale nello sperare che Occhetto prendesse il potere a scapito di un partito davvero liberale come Forza Italia (io c'ero, dietro le quinte, e l'apparente equidistanza era tifo vero)? Cosa c'è stato di liberale nel fare un endorsement, alla vigilia del voto del 2006, a firma del direttore (Paolo Mieli, prima volta nella storia di quel giornale) a favore di un governo Prodi-Bertinotti? Cosa c'è stato di liberale nell'avere un pregiudizio profondo nei confronti non solo di un liberale come Silvio Berlusconi, ma di chiunque emergesse in qualsiasi campo (arte, letteratura, musica, perfino lo sport) e non fosse dichiaratamente di sinistra? La risposta è semplice: Il Corriere, da un secolo a questa parte, non è un foglio liberale. È un camaleonte che ha ingannato, e inganna tuttora, i suoi non pochi lettori liberali (e tutti i politici liberali che bramano di apparire sulle sue colonne). Il Corriere di de Bortoli è stato, lo ripeto, «per definizione» e con un abile gioco di doppi pesi e doppie misure, contro tutto ciò che non era omologato al clan. Tra i suoi editori nel consiglio di amministrazione Rcs - De Bortoli ne ha avuto uno mal visto dai salotti della sinistra e simpatico alla destra: Salvatore Ligresti. E, guarda caso, è l'unico che nelle sue memorie stronca anche con un certo cattivo gusto: «Mi sono trovato a disagio a sedermi a tavola con la sua famiglia». Ora, è vero che Ligresti era un personaggio atipico, che è fallito malamente. Ma sono certo che la sua coscienza non è meno linda di quella di diversi suoi soci apparentemente «per bene» tanto cari al direttore. Certo, è facile vantarsi, con un eccesso di civetteria, dell'amicizia di Mario Draghi: «Una sera camminavo per Parigi, mi suona il telefonino: ciao Ferruccio, sono Mario...». Facile liquidare l'appoggio entusiasta dato dal Corriere al disastroso governo Monti dando un paio di buffetti al Professore oggi in disuso. Facile svelare solo oggi l'aggressione subita da un cronista del Corriere da parte di Matteo Renzi, taciuta quando l'aggressore era potente primo ministro. Insomma, è facile continuare la narrazione della favola di un Corriere della Sera vergine e nelle mani di coraggiosi paladini senza macchia con fonti disinteressate. Facile e pure legittimo. Ma, almeno io, non ci casco. 

IL POLITICAMENTE CORRETTO. LA NUOVA RELIGIONE DELLA SINISTRA.

Insultare la Boldrini è prova di «maschia libertà», scrive Piero Sansonetti il 16 Aprile 2017, su "Il Dubbio". Sul web troneggia la notizia degli affari d’oro che la sorella di Laura Boldrini combina sulla pelle degli immigrati. Questa sorella della Boldrini – dice il web – si chiama Luciana ed è la presidente di 340 cooperative di assistenza ai profughi. Chiaro che si mette in tasca i milioni. E chiaro anche che è stata Laura a indicarle la buona strada. E giù insulti. «Scandalo, scandalo!!! E i giornali, complici non ne parlano! Farabutta, farabutta!». Eh già: Boldrini è la casta, signori, vedete come è arrogante?. Però non è vero niente. Insultare Laura Boldrini è prova di «maschia libertà»? La sorella di Laura Boldrini è morta alcuni anni fa. La sorella di Laura Boldrini non si chiamava Luciana. La sorella di Laura Boldrini non presiedeva alcuna cooperativa ma faceva la restauratrice di opere artistiche. Non è vero niente ma sono veri, e bruciano, gli insulti che piovono a valanga sui social, nei post, nelle mail. In questa storia si congiungono due questioni, diverse, che spesso si mescolano. La questione delle fake news, ossia delle notizie false (quelle che una volta si chiamavano leggende metropolitane) e la questione, cosiddetta, del linguaggio dell’odio. Le leggende metropolitane sono una vecchia storia, non si sapeva come nascessero ma entravano nel cuore dell’opinione pubblica. Una volta si diceva che la moglie di Rutelli fosse la proprietaria di tutti i parcheggi con le strisce blu di Roma. Oppure che il tale leader politico avesse determinate abitudini sessuali, o una certa fidanzata o un certo fidanzato segreto, e cose simili. Tutto falso. Ma ci sono anche leggende metropolitane più pericolose, come quella – per citarne una storica – che gli zingari rubano i bambini, o che gli ebrei sono proprietari di tutti i posti chiave nell’economia di una città, o di una regione. Fino a qualche anno fa queste leggende “aleggiavano” e facevano danni, ma non potevano diffondersi, e soprattutto “inverarsi”, attraverso la potenza incontrollabile della rete. Ora il problema si è molto aggravato, perché non solo è sempre più difficile smentire le fake news, ma la proporzione tra notizie vere e notizie false si sta ribaltando. Le notizie vere diventano minoranza, e in questo modo il rapporto tra conoscenza e verità salta in aria.

È un problema? Si, è un problema serissimo, soprattutto perché al diffondersi dell’informazione non vera (quella che in Unione sovietica era ben organizzata dallo Stato, si chiamava “disinformazia” ed era un formidabile strumento di governo e di controllo sociale) si è sommato il dilagare del linguaggio dell’odio. Di che si tratta? Della convinzione sempre più diffusa che la misura del valore di ciascun odi noi – della nostra libertà, e del nostro coraggio, e della nostra capacità ideale – risieda nella forza d’odio che riusciamo ad esprimere. Usando modi di espressione violenti e mirando a demolire l’interlocutore col quale vogliamo dissentire, e umiliarlo, e ferirlo profondamente.

Gli avvocati italiani (e cioè il Cnf, il Consiglio nazionale forense) sono riusciti in queste settimane a organizzare un evento che avrà una notevole importanza: un G7 degli avvocati, che si svolgerà in settembre e metterà a confronto i rappresentanti delle avvocature dei sette paesi più industrializzati del mondo. E questo G7 degli avvocati avrà come tema dei suoi lavori proprio questo: come opporsi al linguaggio dell’odio senza mettere in discussione la libertà di parola, di pensiero, di espressione, di stampa.

Problema non semplice e che sicuramente riguarda molto da vicino il giornalismo italiano. Perché è chiaro che il dilagare della “disinformazia” e dell’odio è uno dei risultati della perdita di funzione del giornalismo. Il quale aveva tra i suoi compiti principali quello di mediare tra notizie e popolo, e dunque produrre informazione vera, verificata, di qualità, approfondita. Il giornalismo si è trovato spiazzato dall’improvviso successo della rete, e ha visto assottigliarsi il suo ruolo di mediatore e di “intellettuale”. Ma invece di elaborare una strategia di rilancio dell’informazione di qualità, ha preferito accodarsi al linguaggio dell’odio e alle fake news. Facilitato dalla retorica anti- casta. Le fake news e l’odio vengono usati come mazza per colpire la casta, cioè soprattutto i politici, e in questo modo si costruisce una gigantesca auto- giustificazione: “vado contro il potere dunque sono coraggioso – dunque ho ragione”. Il ruolo della verità sparisce. A dare la prova di correttezza e di giustezza non è il vero o il falso, ma il grado di rabbia e di attacco al presunto potere. Questa abitudine giornalistica – il caso Consip, con le clamorose balle che ha prodotto, è un esempio lampante e recente – è sospinta da un’ “onda” popolare, ma a sua volta è lei stessa il motore che alimenta quest’onda, e la protegge, e la giustifica, e la sostiene. Qual è la causa e quale l’effetto è difficile dire. È facile dire, invece, che se il giornalismo non si pone il problema di affrontare la propria crisi di identità, sarà difficile fronteggiare la barbarie del falso e dell’odio. E chi vorrà inondare di fango la Boldrini, o chiunque altro, potrà farlo liberamente e sentirsi eroico, libero e vero maschio.

Perché diciamo “migrante” anziché “immigrato”? Ce lo spiega la Boldrini, scrive Adriano Scianca il 18 maggio 2015 su “Il Primato Nazionale”. “Migrante”, participio presente del verbo “migrare”. Grammaticalmente, la parola indica un’azione che è in corso, che si sta svolgendo in questo momento, senza riguardo al passato o al futuro. Indica quello che stai facendo ora, non ciò che hai fatto o ciò che farai. Non c’è né origine né destinazione in un participio presente. Forse è per questo che il termine è stato scelto come definizione ufficiale delle masse sradicate che muovono il grande business dell’immigrazione. Finché la lingua italiana ha avuto una sua logica esistevano gli emigrati (chi lasciava una terra per andare altrove) e gli immigrati (chi si era mosso da casa sua e raggiungeva un nuovo luogo), che potevano anche essere le stesse persone ma viste da prospettive differenti. L’emigrato è andato da qui verso altrove, l’immigrato è arrivato qui da altrove. Resta comunque l’idea di un punto di partenza e di arrivo, lo spostamento è una parentesi limitata al fatto di raggiungere un determinato luogo.

Nei primi anni Ottanta, tuttavia, comincia a comparire nei documenti ufficiali della Cee la parola “migrante”. Il giornalismo italiano recepisce la novità a partire dalla fine di quel decennio, ma è in questi ultimi anni che la parola entra nel linguaggio comune, sospinta anche dall’eugenetica linguistica operata dal politicamente corretto.

I motivi del cambio sono spiegati dall’Accademia della Crusca: “Rispetto a migrante, il termine emigrante pone l’accento sull’abbandono del proprio paese d’origine dal quale appunto si esce (composto con il prefisso ex via da) per necessità e mantenendo un senso profondo di sradicamento su cui proprio quel prefisso ex sembra insistere […]. Migrante sembra invece adattarsi meglio alla condizione maggiormente diffusa oggi di chi transita da un paese all’altro alla ricerca di una stabilizzazione: nei molti transiti, questo è il rischio maggiore, si può perdere il legame con il paese d’origine senza acquisirne un altro altrettanto forte dal punto di vista identitario con il paese d’arrivo, restare cioè migranti”.

L’emigrante, nel nostro immaginario collettivo, è l’italo-americano o l’italiano che si è stabilito in Belgio o Germania per trovare lavoro. Persone che, per quanto siano riuscite a integrarsi, spesso solo dopo diverse generazioni, per noi restano sempre “italiani all’estero”, con un legame anche solo virtuale che non si spezza. Ma legami e appartenenze non sono visti di buon occhio oggi, potrebbero essere portatrici o suscitatrici di razzismo.

Aggiunge il sito della Treccani: “Emigrante, come dice l’etimo, sottolinea il distacco dal paese d’origine, calca sull’abbandono da parte di chi ne esce, come segnala anche l’etimologico e- da ex- latino. Ad emigrante, proprio per via di quel prefisso, ma anche a causa del precipitato storico che si è sedimentato nell’uso della parola, si associa l’idea del permanere di un’identità segnata dal disagio del distacco, e dunque l’allusione a una certa difficoltà di inserimento nella nuova realtà di vita […]. In ogni caso, migrante sembra adattarsi meglio alla definizione di una persona che passa da un Paese all’altro (spesso la catena include più tappe) alla ricerca di una sistemazione stabile, che spesso non viene raggiunta. In tal senso, il senso di durata espresso dal participio presente che sta alla base del sostantivo viene sottolineato: il migrante sembra sottoposto a una perpetua migrazione, un continuo spostamento senza requie e senza un approdo definitivo”.

Una “perpetua migrazione”: è questo il concetto chiave. E va interpretato alla luce di un ragionamento illuminante fatto a suo tempo da Laura Boldrini, secondo la quale il migrante è “l’avanguardia dello stile di vita che presto sarà lo stile di vita di moltissimi di noi”. Anzi, secondo la Boldrini gli immigrati “sono molto più contemporanei di noi. Di me ad esempio che sono nata in Italia, sono cresciuta in Italia, ho anche lavorato fuori ma poi continuerò come tanti di noi a vivere in questo Paese”. Ecco quindi perché dire “migrante” anziché “immigrato”: perché indica una condizione di sradicamento generale, di continuo movimento, di nomadismo spirituale in cui forgiare il nuovo cittadino del mondo, rappresentato dall’immigrato ma al cui modello tutti ci dobbiamo ispirare. L’immigrazione è un esperimento di laboratorio, la creazione di un uomo nuovo a cui tutti prima o poi ci dovremo conformare, eliminando il peccato originale del radicamento per essere anche noi “più contemporanei” e cessare di pensarci come italiani, marocchini, cinesi o romeni. A quel punto, finalmente, nascerà l’homo boldrinicum, senza più origini né radici. Adriano Scianca

Boldrini regina del politicamente corretto: amica dei migranti ma lei non migra, scrivono il 15 Agosto 2016 Francesco Borgonovo e Adriano Scianca su “Libero Quotidiano”. È come il bambino di quella storiella, quello che indica il sovrano in veste adamitica e dice: «Il re è nudo». Anzi, no, il paragone non calza. Questa è un'altra favola.  Qui non c' è il re, c' è una regina ed è vestita. È lei che guarda il popolo e urla: «Siete tutti nudi». È il motivo per cui perfino la sua corte la odia: parla troppo, parla troppo sinceramente, dice quello che sarebbe conveniente non dire, smaschera tutti i piani. Se sveli al popolo che lo stai riducendo in mutande, il gioco si rompe. Lei è Sua Maestà Laura Boldrini, la regina del politicamente corretto. Sul fatto che, anche nella metafora, lei sia vestita è meglio insistere, giusto per autotutelarsi: tre anni fa, per esempio, cominciò a girare in rete una foto di una donna nuda vagamente simile al presidente della Camera. Era un fake, una bufala. Ma chi la condivise sui social network si ritrovò nel giro di qualche giorno la polizia alla porta. È fatta così, lei, sta sempre allo scherzo. È una delle ragioni per cui, pur essendo l'incarnazione vivente del pensiero dominante, finisce per non riscuotere troppi consensi nemmeno in tale ambito: non solo parla troppo, ma è pure permalosa. Del resto, quando qualche anno fa decise di rendersi «più simpatica», la Boldrini scelse come consulente Gad Lerner. Uno di cui tutto si può dire tranne che sia «popolare» o, appunto, particolarmente simpatico. Basta questo particolare a rendere l'idea di quanta presa sulle masse sia capace di esercitare Laura.

Una così sarebbe capace di gettare discredito su qualsiasi causa appoggiasse. E se si tratta di una causa particolarmente impopolare, un certo tatto è necessario. Prendiamo la Grande Sostituzione. Significa che prendi l'Italia, scrolli via da essa gli italiani come se fossero formiche attaccate a un tramezzino durante un picnic, e ci metti dentro popoli venuti da altri continenti. È quello che sta succedendo, qui da noi e non solo. Ma non lo puoi dire così, altrimenti c' è il rischio che qualcuno si incazzi sul serio. Devi per lo meno girarci attorno, ammantare le tue argomentazioni di finto buonsenso, se possibile citare «gli economisti» o non precisati «studi americani». Laura no, non ce la fa. Lei è priva della malizia dei politici.  Quando prova a ragionare in soldoni risulta goffa, come quando twittò: «Italia è Paese a crescita zero. Per avere 66 milioni di abitanti nel 2055 dovremo accogliere un congruo numero di #migranti ogni anno». Sì, vabbé, ma chi se ne frega di avere 66 milioni di abitanti qualsiasi nel 2055, possiamo anche essere 55 milioni di italiani senza dover portare l'Africa intera in casa nostra, no? A quanto pare, per Madama Boldrini non è così. Ma il meglio di sé, Laura lo dà quando parla a briglia sciolta. Una delle sue uscite più memorabili riguardò la confusione tra immigrati e turisti: «Non possiamo, senza una insopportabile contraddizione, offrire servizi di lusso ai turisti affluenti e poi trattare in modo, a volte, inaccettabile i migranti che giungono in Italia dalle parti meno fortunate del mondo, spesso in condizioni disperate», disse. Ma cosa c' entra? La Boldrini proprio non riusciva a capire che noi non «offriamo» servizi di lusso a nessuno ma che i turisti li hanno solo perché pagano per averli. Per gli immigrati, invece, è lo Stato a pagare. Ma la vera origine di queste gaffes è «filosofica».

Il top del Boldrini-pensiero risiede infatti nella sua visione del futuro in stile Blade Runner. Parliamo di quella volta in cui disse che il migrante è «l'avanguardia di questa globalizzazione» e, soprattutto, è «l'avanguardia dello stile di vita che presto sarà lo stile di vita di moltissimi di noi». Capito?

Non si tratta di trasformare l'immigrato in cittadino europeo, come vorrebbe (vanamente) la retorica dell'integrazione. Siamo noi a dover diventare come lui. Noi dobbiamo integrarci con i suoi usi e costumi, o meglio con il rifiuto di ogni uso o costume, occorre solo abbandonarsi a un insensato nomadismo, all' abbandono generalizzato di ogni radice. Che l'obiettivo fosse quello di ridurre in miseria noi anziché di dare benessere a loro era già chiaro. Ma, appunto, è una di quelle cose che in genere si dicono con una certa prudenza. Laura no, lei non ha filtri. Del resto non è una politica di professione e non ha quindi le astuzie della categoria.

Laureata in Giurisprudenza, durante l'università ha dedicato metà del tempo allo studio, metà a viaggi nel Sud-est asiatico, Africa, India, Tibet: all' epoca preferiva ancora andare lei nel Terzo Mondo anziché portare il Terzo Mondo qua. Giornalista pubblicista, ha lavorato per un periodo anche in Rai prima di dar seguito alla sua vera vocazione: mettere radici nell' inutile carrozzone burocratico dell'Onu. Nel 1989, grazie ad un concorso per Junior Professional Officer, comincia la sua carriera alle Nazioni Unite lavorando per quattro anni alla Fao come addetta stampa. Dal 1993 al 1998 lavora presso il Programma alimentare mondiale come portavoce e addetta stampa per l'Italia. Dal 1998 al 2012 è portavoce della Rappresentanza per il Sud Europa dell'Alto Commissariato per i Rifugiati dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (UNHCR) a Roma. Qui scopre il suo vero eroe: il migrante. Quando vede un migrante, Laura perde ogni freno: deve ospitarlo, mantenerlo, incensarlo. Arrivano orde di stranieri sui barconi? Lei vuol dare a tutti il permesso di soggiorno. Erdogan perseguita i turchi? Nemmeno il tempo di capire se ci saranno persone in fuga dal Paese che lei è già pronta a spalancare le frontiere. Tanto, che male può mai fare il Santo Migrante? Di sicuro non può essere un possibile jihadista, perché il terrorismo e l'immigrazione, per la Boldrini, non hanno alcun legame. E, comunque sia, i conflitti religiosi non esistono. Dunque, dal migrante non ci si può attendere che buone cose. Dopo tutto, egli è un po' il partigiano del nuovo millennio. Sì, Laura lo disse davvero, nel corso di un 25 aprile: «70 anni fa erano i partigiani che combattevano per la libertà in Italia, oggi capita che molti partigiani che combattono per la libertà nei loro Paesi, dove la libertà non c' è, siano costretti a scappare, attraversando il Mediterraneo con ogni mezzo». Combattono o scappano? Perché fare le due cose insieme non è possibile. In genere si usano i verbi come due contrari, anzi. O combatti, o scappi. Ma la logica, si sa, è un riflesso indotto dalla società patriarcale. Così come la grammatica. I suoi siparietti con i deputati che si ostinano a usare la «sessista» lingua italiana sono noti. Ma per lei è una crociata: «Sono arciconvinta - ha detto recentemente al Corriere della Sera - che la questione del linguaggio rappresenti un blocco culturale.

La massima autorità linguistica italiana, la Crusca, dice chiaramente che tutti i ruoli vanno declinati nei due generi: al maschile e al femminile. Ma la maggior parte accetta di farlo solo per i ruoli più semplici, e si blocca per gli altri». La Crusca le dà ragione. La Crusca: quella di «petaloso». Per la Boldrini, la politica è fatta solo di simboli, battaglie di principio, questioni formali. Un altro dei suoi chiodi fissi sono le pubblicità. «Certe pubblicità che noi consideriamo normali, con le donne che stanno ai fornelli e tutti gli altri sul divano, danno un'immagine della donna che invece non è normale e che non corrisponde alla realtà delle famiglie», disse una volta. Donne in cucina, che orrore, dove andremo a finire di questo passo? Praticamente non parla d' altro.

Nel maggio del 2013 auspicò orwellianamente nuove «norme sull' utilizzo del corpo della donna nella comunicazione e nella pubblicità» perché «se la donna viene resa oggetto nella sua immagine puoi farne quel che vuoi». Si sa, è un attimo passare dallo spot della crema abbronzante al femminicidio. Passarono pochi mesi e nel luglio 2013, si guadagnò più di qualche critica definendo una «scelta civile» quella della Rai di non trasmettere più Miss Italia. Nel settembre successivo tornò sul punto in un convegno, parlando di pubblicità e stampa. «Penso a certi spot italiani in cui papà e bambini stanno seduti a tavola mentre la mamma in piedi serve tutti. Oppure al corpo femminile usato per promuovere viaggi, yogurt, computer». Pubblicità obbligatorie con papà che cucinano: è praticamente il punto in cima alla sua agenda. Il femminismo caricaturale della Boldrini arriva al punto di distinguere gli attacchi politici a seconda del genere di chi attacca: «Per principio mi rifiuto di entrare in dispute tra donne che vanno a indebolire la posizione femminile. Se una donna mi attacca, mi aggredisce in quanto donna, non rispondo. Non mi presto». Ma che vuol dire? Se ti attacca un uomo rispondi, se lo fa una donna no? Questa non è discriminazione? Curioso strabismo. Non è l'unico caso.

Attenta alle parole degli spot, Laura è stata molto più di bocca buona nel soppesare il linguaggio del «Grande imam di al-Azhar Ahmad Mohammad Ahmad al-Tayyeb», invitato qualche mese fa a tenere una «Lectio Magistralis» sul tema «Islam, religione di pace» che si sarebbe dovuta tenere nella Sala della Regina di Montecitorio. E pazienza se lo stesso aveva esaltato gli attacchi suicidi contro i civili in Israele, se aveva detto in tv che alle mogli si possono rifilare «percosse leggere», se ai combattenti dell'Isis voleva infliggere «la morte, la crocifissione o l'amputazione delle loro mani e piedi» ma non - attenzione - perché siano degli assassini, ma perché «combattono Dio e il suo profeta», cioè perché non interpretano l'islam come dice lui. Le donne in cucina negli spot, no. Se vengono percosse leggermente dall' imam, invece, va tutto bene. Contraddizioni, ipocrisia? Non nel fantastico mondo di Laura. Dove tutti i migranti sono buoni. Anche perché tutti sono migranti. Francesco Borgonovo e Adriano Scianca

Chissà se madonna Laura Boldrini, papessa della Camera, ha letto di recente I promessi sposi e s'è dunque imbattuta in Donna Prassede, bigottissima moglie di Don Ferrante, convinta di rappresentare il Bene sulla terra e dunque affaccendatissima a "raddrizzare i cervelli" del prossimo suo e anche le gambe ai cani, sempre naturalmente con le migliori intenzioni, di cui però - com'è noto - è lastricata la via per l'Inferno, scrive Marco Travaglio per Il Fatto Quotidiano l'11 marzo 2014. Noi tenderemmo a escluderlo, altrimenti si sarebbe specchiata in quel personaggio petulante e pestilenziale descritto con feroce ironia da Alessandro Manzoni, e avrebbe smesso di interpretarlo ogni giorno dal suo scranno, anzi piedistallo di terza carica dello Stato. Invece ha proseguito imperterrita fino all'altroieri, quando ha fatto sapere alla Nazione di non avere per nulla gradito l'imitazione "sessista" della ministra Boschi fatta a Ballarò da Virginia Raffaele, scambiando la satira per lesa maestà e l'umorismo su una donna potente per antifemminismo. E chissenefrega, risponderebbe in coro un altro paese, abituato alla democrazia, dunque impermeabile alla regola autoritaria dell'Ipse Dixit. Invece siamo in Italia, dove qualunque spostamento d'aria provocato dall'aprir bocca di un'Autorità suscita l'inevitabile dibattito.

Era già capitato quando la Rottermeier di Montecitorio aveva severamente ammonito le giovani italiane contro la tentazione di sfilare a Miss Italia, redarguito gli autori di uno spot che osava financo mostrare una madre di famiglia che serve in tavola la cena al marito e ai figli, sguinzagliato la Polizia postale alle calcagna degli zuzzurelloni che avevano postato sul web un suo fotomontaggio in deshabillé e fare battutacce - sessiste, ça va sans dire - sul suo esimio conto (come se capitasse solo a lei), proibito le foto e i video dei lavori parlamentari in nome di un malinteso decoro delle istituzioni, fatto ristampare intere risme di carta intestata per sostituire la sconveniente dicitura "Il presidente della Camera" con la più decorosa "La presidente della Camera". Il guaio è che questa occhiuta vestale della religione del Politicamente Corretto è incriticabile e intoccabile in quanto "buona". E noi, tralasciando l'ampia letteratura esistente sulla cattiveria dei buoni, siamo d'accordo: Laura Boldrini, come volontaria nel Terzo Mondo e poi come alta commissaria Onu per i rifugiati, vanta un curriculum di bontà da santa subito. Poi però, poco più di un anno fa, entrò nel listino personale di Nichi Vendola e, non eletta da alcuno, anzi all'insaputa dei più, fu paracadutata a Montecitorio nelle file di un partito del 3 per cento e issata sullo scranno più alto da Bersani, in tandem con Grasso al Senato, nella speranza che i 5Stelle si contentassero di così poco e regalassero i loro voti al suo governo immaginario. Fu così che la donna che non ride mai e l'uomo che ride sempre (entrambi per motivi imperscrutabili) divennero presidenti della Camera e del Senato.

La maestrina dalla penna rossa si mise subito a vento, atteggiandosi a rappresentante della "società civile" (ovviamente ignara di tutto) e sventolando un'allergia congenita per scorte, auto blu e voli di Stato. Salvo poi, si capisce, portare a spasso il suo monumento con tanto di scorte, auto blu e voli di Stato. Tipo quello che la aviotrasportò in Sudafrica ai funerali di Mandela, in-salutata e irriconosciuta ospite, in compagnia del compagno. Le polemiche che ne seguirono furono immancabilmente bollate di "sessismo" e morte lì. Sessista è anche chi fa timidamente notare che una presidente della Camera messa lì da un partito clandestino dovrebbe astenersi dal trattare il maggior movimento di opposizione come un branco di baluba da rieducare, dallo zittire chi dice "il Pd è peggio del Pdl" con un bizzarro "non offenda", dal levare la parola a chi osi nominare Napolitano invano, dal dare di "potenziale stupratore" a "chi partecipa al blog di Grillo", dal ghigliottinare l'ostruzionismo per agevolare regali miliardari alle banche. Se ogni tanto si ghigliottinasse la lingua prima di parlare farebbe del bene soprattutto a se stessa, che ne è la più bisognosa. In fondo non chiediamo molto, signora Papessa. Vorremmo soltanto essere lasciati in pace, a vivere e a ridere come ci pare, magari a goderci quel po' di satira che ancora è consentito in tv, senza vederle alzare ogni due per tre il ditino ammonitorio e la voce monocorde da navigatore satellitare inceppato non appena l'opposizione si oppone. Se qualcuno l'avesse mai eletta, siamo certi che non l'avrebbe fatto perché lei gli insegnasse a vivere: eventualmente perché difendesse la Costituzione da assalti tipo la controriforma del 138 (che la vide insolitamente silente) e il potere legislativo dalle infinite interferenze del Quirinale e dai continui decreti del governo con fiducia incorporata (che la vedono stranamente afona). Se poi volesse dare una ripassatina ai Promessi Sposi, le suggeriamo caldamente il capitolo XXVII: "Buon per lei (Lucia) che non era la sola a cui donna Prassede avesse a far del bene; sicché le baruffe non potevano esser così frequenti. Oltre il resto della servitù, tutti cervelli che avevan bisogno, più o meno, d'esser raddrizzati e guidati; oltre tutte l'altre occasioni di prestar lo stesso ufizio, per buon cuore, a molti con cui non era obbligata a niente: occasioni che cercava, se non s'offrivan da sé; aveva anche cinque figlie; nessuna in casa, ma che le davan più da pensare, che se ci fossero state. Tre eran monache, due maritate; e donna Prassede si trovava naturalmente aver tre monasteri e due case a cui soprintendere: impresa vasta e complicata, e tanto più faticosa, che due mariti, spalleggiati da padri, da madri, da fratelli, e tre badesse, fiancheggiate da altre dignità e da molte monache, non volevano accettare la sua soprintendenza. Era una guerra, anzi cinque guerre, coperte, gentili, fino a un certo segno, ma vive e senza tregua: era in tutti que' luoghi un'attenzione continua a scansare la sua premura, a chiuder l'adito a' suoi pareri, a eludere le sue richieste, a far che fosse al buio, più che si poteva, d'ogni affare. Non parlo de' contrasti, delle difficoltà che incontrava nel maneggio d'altri affari anche più estranei: si sa che agli uomini il bene bisogna, le più volte, farlo per forza". Poco dopo, sventuratamente, la peste si portò via anche lei, ma la cosa fu così liquidata dal Manzoni: "Di donna Prassede, quando si dice ch'era morta, è detto tutto". Amen.

Sgarbi contro il vocabolario politicamente corretto della Boldrini, scrive il 4 gennaio 2017 "New notizie". Vittorio Sgarbi vs Laura Boldrini: il noto critico d’arte, che non si fa problemi a dire pubblicamente quello che pensa di ogni situazione che richiami la sua attenzione, ha preso di mira la Presidente della Camera, Laura Boldrini: non si tratta della prima volta, ricordiamo che quest’estate Sgarbi aveva demolito la sua decisione di istituire una fantomatica commissione parlamentare contro l’Odio. “La Commissione contro l’odio porterà a risultati sorprendenti. Riconosceremo finalmente i sentimenti di Totò Riina. Saremo indotti a giustificarlo e forse ad amarlo, anche se non lo abbiamo concesso ai suoi figli. Sì, esorcizziamo l’odio. Cerchiamo le radici del male.  Perché odiare gli assassini del Bangladesh? Perché provare rabbia e rancore? Rispettiamo lo slancio religioso dei terroristi. Condividiamo il loro martirio, i valori reali che li ispirano” aveva allora criticato Sgarbi. Ma non si ferma qui: il noto critico, che ha tantissimi seguaci sui social e non solo, ha anche preso di mira il nuovo vocabolario della Boldrini, il cui scopo politico primario sembra essere quello di declinare al femminile ogni nome. Con buona pace della grammatica italiana. ‘Sindaca’ e ‘Ministra’ o addirittura ‘Presidente’, neologismi che sono già mutuati da alcuni organi di informazione. Per deridere questa “battaglia”, Sgarbi chiama il presidente della Camera Boldrina. “Napolitano ha detto una cosa semplice: che i ruoli prescindono dai sessi, che non si applicano ai sessi, che sono persone ma che essendo di genere femminile non diventano femminili, un persono sostiene Sgarbi.

La ministra Fedeli e i discorsi di Totò. L’uso caricaturale del politicamente corretto rischia di essere ridicolo anche quanto si propone obiettivi seri, come nel caso dei decreti delegati sulla scuola, scrive Gian Antonio Stella il 18 aprile 2017 su "Il Corriere della Sera". «Signore e signori, dottoresse e dottori, idrauliche ed idraulici, oboiste ed oboisti, sfogline e sfoglini…». Avanti così, Valeria Fedeli rischia di fare il verso a certi discorsi del mitico Totò. L’uso caricaturale del politicamente corretto, infatti, riesce ad essere ridicolo anche quando si propone obiettivi seri. E se la British Medical Association, come ha raccontato su il foglio Giulio Meotti, ha tracciato il solco in Gran Bretagna invitando «i medici a non parlare più di expectant mothers (mamme in attesa), ma di un più generico pregnant people (gente incinta), per rispettare l’eventuale natività gay» la nostra ministra dell’Istruzione si è incamminata lesta nel solco. Come spiega Tuttoscuola, infatti, dopo aver esordito alla ripresa delle lezioni dopo l’Epifania con un tonante «Care ragazze e cari ragazzi, bentornate e bentornati», la signora ha sfidato le scontate ironie della popolazione scolastica (che in queste cose sa essere feroce) con i testi definitivi dei decreti delegati. Dove ha sfondato la barriera del suono del politicamente corretto: «Ventinove (29) volte bambino è diventato “bambina e bambino”, quarantanove (49) volte alunno è diventato “alunna e alunno”, quarantasei (46) volte studente è diventato “studentessa e studente”». Un esempio? Nel decreto sull’inclusione spicca: «Valutato, da parte del dirigente scolastico, l’interesse della bambina o del bambino, dell’alunna o dell’alunno, della studentessa o dello studente…».

Il record, prosegue la rivista di Giovanni Vinciguerra, «è dentro il decreto sulla valutazione con 44 articolazioni di genere (per fortuna non c’erano le bambine e i bambini dell’infanzia, non compresi nella valutazione). Al secondo posto il decreto sull’inclusione con 32 articolazioni, seguito dal decreto della riforma 0-6 anni con 17 exploit tutti riservati ovviamente a bambine e bambini». E meno male che i sindacati, che sembrano a loro agio con la ministra-sindacalista, non si sono accorti d’una profonda ingiustizia: nei «già verbosissimi decreti» non ci sono distinzioni sul sesso dei docenti. Scelta che avrebbe imposto l’uso di professoresse e professori, maestre e maestri e così via. Domanda: al di là delle possibili proteste di chi davanti a un eccesso di precisazioni di genere potrebbe dichiararsi estraneo all’uno e all’altro sesso, è questo il famoso «rispetto» per gli studenti? Non sarebbe più rispettoso evitare loro di cambiare professori ogni anno o passare ore ed ore in edifici a rischio sismico e idrogeologico?

Politicamente corretto, la nuova religione della “sottomissione” al “non pensiero” del potere, scrive il 13 dicembre Giuseppe Reguzzoni su Tempi. Per la nuova religione non è vero ciò che è vero, ma ciò che si riesce a far apparire tale. Il nemico non è un’altra religione ma il pensiero stesso. Chi pensa è un potenziale nemico. Anticipiamo in queste pagine alcuni stralci del saggio Il liberalismo illiberale, dell’Editore XY.IT, in libreria in questi giorni. L’autore, Giuseppe Reguzzoni, è uno storico e giornalista, traduttore (tedesco, francese, inglese) anche di opere di papa Benedetto XVI. Collabora con l’Istituto Mario Romani dell’Università Cattolica di Milano. Il Politically Correct è il nuovo tabù e l’aura di timore che lo circonda è il nuovo senso del pudore, del tutto imposto ed eterodiretto. Preso alla lettera, “politically correct” richiama in qualche modo l’idea di “correct polity”, dunque una certa buona maniera di governare o, anche, di stare al mondo gli uni accanto agli altri, di costruire insieme la politéia, la comunità civile. (…) Il Politicamente Corretto è, nella prassi sociale di ogni giorno, un elenco implicito di divieti o, se si vuole, di dogmi indimostrabili. Il sacerdote del Politicamente Corretto non mira ad argomentare, ma a puntare il dito, con orrificato stupore, su chi osa mettere in questione la secolarissima sacralità del suo Credo. (…)

Già solo accennare alle grandi aree semantiche di cui si occupa questo moderno e laico tribunale dell’Inquisizione costituisce in qualche modo un reato: immigrazione, sicurezza, differenze di civiltà e di origine geografica e razziale, omosessualità, gender mainstreaming, temi identitari, domande esistenziali e fedi religiose sono oggi i nuovi “tabù”, ciò di cui è bene non parlare, anche se, inconsciamente, quando sopravvive un minimo di spirito critico, lo si vorrebbe fare. L’idea di tabù è stata sviluppata anzitutto dagli antropologi, come una sorta di proibizione rituale, implicita e inconscia, ma è stato Freud a evidenziare il nesso tra tabù e nevrosi. La nostra è una civiltà nevrotica, a tratti schizofrenica, che nega l’esistenza stessa del problema, confinandolo nei propri tabù. Il Politicamente Corretto è, appunto, il tabù rispetto alla ricerca e alla percezione della verità, tutta intera. C’è, tuttavia, chi di questi tabù usa consapevolmente per consolidare i propri disegni di potere. (…)

Il ministero orwelliano del condizionamento esiste e la sua forza sta nella sua apparente, superficiale, invisibilità. Come nel mondo immaginato da Orwell in 1984 la lingua, o meglio, la “neolingua” è strumento di potere. Solo che, a differenza che nel mondo distopico di Orwell, nel linguaggio politicamente corretto i termini sono in costante aggiornamento. Si dice e non si dice, attuando con efficacia forme di censura preventiva che ostacolano o impediscono ogni forma di pensiero critico personale, qui proprio come in 1984. (…)

Questi tabù, organizzati ectoplasmaticamente in quella realtà fluida e in continuo mutamento che è il Politically Correct, costituiscono la nuova religione civile della società globale. Qui sta il cambiamento in corso almeno da due decenni e coincidente con la crisi dei grandi sistemi politici di matrice ideologica, incluso il liberalismo e la sua pretesa di essere una sorta di via media. Qui sta il nocciolo della forma che il Politically Correct sta assumendo e il fatto che esso non sia ormai più solo un linguaggio, ma, appunto, un elemento di raccordo e coesione sociale, con tratti simili a quelli che Rousseau attribuiva alla sua religione civile.

Che la formulazione del modello del Politically Correct abbia avuto luogo prima negli Stati Uniti non è certamente un dato casuale. Rispetto all’Europa gli Stati Uniti, pur essendo un paese fortemente secolarizzato, restano tuttavia fortemente segnati da un ipermoralismo parabiblico, in cui Arnold Gehlen ha riconosciuto i tratti di «una nuova religione umanitaria». Dopo la Seconda Guerra Mondiale e, soprattutto, negli anni Sessanta del secolo scorso, il linguaggio puritano ha subìto una profonda mutazione a contatto con il linguaggio (neo)marxista veicolato dagli intellettuali della scuola di Francoforte o ispirato da loro, dapprima rifugiati negli Stati Uniti e poi installati nelle scuole e università occidentali. È stato soprattutto con le rivolte giovanili degli anni Sessanta che costoro hanno assunto il ruolo di sacerdoti del pensiero unico, esercitando un controllo progressivamente egemone sui media e sui sistemi scolastici ed educativi occidentali. Già le modalità con cui questo pensiero si è imposto presentano quei tratti di slealtà che sono caratteristici del linguaggio politicamente corretto, dal momento che la critica dell’autorità andava di pari passo con modelli di autoritarismo implicito: si contestavano le figure tradizionali dell’autorità, avvvalendosi dell’autorità che derivava dalle proprie cattedre e dai propri ruoli. Il politicamente corretto si presentava antidogmatico, imponendo però dogmi impliciti e indiscutibili, così come, nella sua versione sessantottina, si presentava come anticonformista, imponendo però nuove forme di conformismo radicale e disperato. In questo modo, sleale, il nuovo moralismo andava costruendo i suoi dogmi, e si avviava a trasformarsi in quella che Carl Schmitt definiva «la tirannia dei valori». (…)

D’altra parte è l’Occidente, nel suo insieme, dunque anche l’America, a divenire vittima di se stesso e dei propri complessi di colpa, evidenti nelle nuove forme di autocensura. Il bombardamento di slogan antirazzisti, multiculturali, antiomofobi ha assunto toni parossistici, quasi religiosi. Non si offrono ragioni, ma tabù indiscussi, e il solo sollevare questioni, anche minime, è considerato blasfemo. Il politicamente corretto, in quanto nuova religione civile, impone un credo indiscutibile e indiscusso. Nella nuova religione non si crede perché essa è ragionevole, ma solo per paura o per assuefazione. Lungo sarebbe l’elenco dei “dogmi” di questa nuova religione civile, più facile identificare nei grandi media, voce dei poteri forti, la nuova inquisizione, che sentenzia senza ascoltare e condanna attraverso mantra ossessivamente ripetuti. Per essa non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che si riesce a far apparire tale. Il nemico di tale tribunale non è un’altra religione civile, filosofica o rivelata, ma il pensiero stesso. Chi pensa, per il fatto stesso che pensa, è un potenziale nemico. Non affannatevi a pensare, a voler conoscere la realtà, lo facciamo noi per voi. Voi limitatevi a divertirvi o compiangervi e, soprattutto, adeguatevi.

La dittatura del politicamente corretto suppone delle società liberali o, se si preferisce, apparentemente liberali, dove sia almeno a parole garantita la possibilità di scegliere, magari cambiando canale tra reti, in realtà tutte omogenee al sistema. È il paradosso del liberalismo, che vive di presupposti che non è esso stesso in grado di generare, (…) è l’involuzione di un modello culturale e politico che, partito in nome della libertà, finisce per ritagliare quest’ultima a uso di chi ha il potere finanziario e politico. (…) Nel Politicamente Corretto tutto ciò che marca la differenza tra comunità e individui, finanche tra i due sessi, è percepito e indicato come un ostacolo imbarazzante. (…)

La laicità radicale, o laicismo negativo, mira finanche ad annullare i segni storici della presenza delle religioni in Occidente (dunque della religione cristiana) sostituendovi altri segni in linea con la propria visione del mondo. Alle comunità religiose è riconosciuto, al massimo, lo status di enti privati, senza alcuna pertinenza diretta con la realtà statuale. È quanto non ha mancato di constatare, e denunciare, papa Giovanni Paolo II lungo tutto il proprio pontificato: «Nell’ambito sociale si sta diffondendo anche una mentalità ispirata dal laicismo, ideologia che porta gradualmente, in modo più o meno consapevole, alla restrizione della libertà religiosa fino a promuovere il disprezzo o l’ignoranza dell’ambito religioso, relegando la fede alla sfera privata e opponendosi alla sua espressione pubblica. Il laicismo non è un elemento di neutralità che apre spazi di libertà a tutti: è un’ideologia che s’impone attraverso la politica» (Ai presuli della Conferenza episcopale della Spagna, in visita Ad limina Apostolorum, 24 gennaio 2005).

La campagna contro i crocifissi, sottoscritta anche da un altro Zagrebelsky, a nome del Consiglio d’Europa, non è che un elemento di questo complesso processo di sostituzione simbolica che pretende di investire la totalità del vivere civile e le sue espressioni non puramente individuali, come accade, esemplarmente, nella gestione del tempo e della sua dimensione pubblica. Per il momento la rimozione del calendario cristiano risulta ancora troppo complessa, ma val la pena di ricordare che essa è già stata sperimentata all’epoca della Rivoluzione francese e riproposta dai sistemi totalitari del XX secolo. La nascita di un calendario civile, con applicazione rigorosa di nuove forme di “precetto festivo” si colloca, a sua volta e in pieno, su questa medesima linea, dal momento che il calendario rappresenta la scansione ufficiale del tempo in una società. In Italia il 25 aprile, l’1 maggio e il 2 giugno hanno assunto funzioni che vanno ormai ben al di là della commemorazione civile di eventi storici importanti. Ci sono centri commerciali che sono aperti il 25 dicembre, Natale, ma non è possibile o è estremamente difficile che la stessa cosa avvenga il 25 aprile o il 2 giugno. Eppure, se il presupposto del laicismo radicale è che tutto è relativo e che, dunque, nessuna posizione debba essere considerata preminente, non si capisce bene su che cosa debba fondarsi la sacralità di tali ricorrenze “civili”.

Alle feste “comandate” del calendario civile, paragonabili alle solennità del calendario liturgico, si sommano le “feste di precetto” e le “memorie solenni”, come la giornata della memoria (ormai imposta in tutte le scuole, con cerimonie e iniziative culturali), l’8 marzo (festa della donna) o la festa della mamma o il 14 febbraio, san Valentino, festa degli innamorati. Queste ultime, laiche feste di precetto, tra l’altro, che pur non hanno il carattere di solennità nazionali, sono oggi elementi costitutivi di una sorta di calendario universale del Politicamente Corretto.

Tale calendario “civile”, non potendo annullare del tutto le festività religiose, tende a neutralizzarle. Così è avvenuto con il Natale cristiano, ormai scomodo sul piano dei dogmi della religione civile del Politicamente Corretto, che è stato trasformato in festa dei buoni sentimenti (con apertura dei negozi). D’altra parte, se internet è l’emblema della nuova società globale, quando si parla di calendario, è interessante osservare come il motore di ricerca Google ormai da anni scandisca il fluire dei giorni come una sorta di rubrica liturgica di questa nuova religione civile secolare, assumendo il ruolo di custode e guardiano della rete. Intorno al logo di Google abbiamo visto scorrere di tutto: dall’anniversario della nascita di Confucio, con tanto di costume mandarino stilizzato, a quella di Galileo, con allegato telescopio, e persino quello di Ludwik Zamenhof, ebreo polacco creatore dell’esperanto. Non sono mancati riferimenti alla nascita di Buddha, malgrado la scarsità di dati storici certi, e abbiamo potuto seguire quasi integralmente la scansione annuale delle principali festività ebraiche. Da qualche anno ci toccano anche gli auguri ai musulmani per l’inizio e la fine del Ramadan. Per par condicio il 25 dicembre ci si attenderebbe l’immagine di un piccolo presepe, ma non è mai stato così. Il massimo che ci è stato concesso è stato il grassone vestito di rosso, con tanto di renne al seguito, caricatura inventata dalla Coca Cola del vescovo greco anatolico Nicola di Myra.

Su Google sono costantemente e volutamente assenti i riferimenti al calendario cristiano in quanto cristiano, benché il motore di ricerca non abbia ancora rinunciato al calcolo degli anni dalla nascita di Cristo. I richiami alle feste cristiane sono “tabù”. Ma nella geografia politica dell’imbarazzo, Google non è che un elemento accanto a moltissimi altri, come il divieto esplicito del tradizionale augurio “Merry Christmas” sulle insegne di molti comuni inglesi o quello implicito nella stragrande maggioranza delle aziende europee ed americane, fino ad arrivare all’esclusione di presepi e alberi di Natale in alcune scuole statali italiane in nome della multiculturalità. La domanda che sorge spontanea è se davvero si tratti solo di imbarazzo o se, piuttosto, queste scelte non sottendano un disegno nascosto, non siano cioè l’espressione di una visione secolarista che si va imponendo come una nuova e non esplicita religio civilis, mascherandosi da laicità dello Stato che, addirittura, come in Zagrebelsky, dichiara di considerare pericoloso ogni contributo che le religioni possono offrire alla coesione sociale in quanto tale.

Le forze che agiscono dietro questo progetto sono molteplici e si muovono sulla base di processi anche molto differenti di autocoscienza. Sarebbe ingenuo, però, pensare a un movimento in tutto e per tutto spontaneo, di carattere culturale, quasi che la cultura e la mentalità dominante non abbiano nulla a che fare con le forme, indotte, del disciplinamento sociale. Un’analisi compiuta di questi processi è arrivata sinora più dalla letteratura distopica che dalla riflessione speculativa. Certo, la teologia successiva al Vaticano II non si è ancora confrontata in maniera seria con il tema del condizionamento socio-culturale come progetto di riscrittura della mentalità e della società. I sorrisini e le ironie quando si tocca il tema dell’influenza della massoneria sulla mentalità odierna la dicono lunga su questa profonda ingenuità (è davvero solo tale?). Eppure i testi e i documenti che mettono in guardia da un atteggiamento che cerca di mascherare l’ingenuità con la spocchia intellettuale non sono pochi. Una cosa è il complottismo, altra, e ben diversa, è la progettualità culturale sulla società, particolarmente quando essa non è esplicitata in programmi politici trasparenti, ma in forme di condizionamento legate ai soft power. (…)

Il cristianesimo non è una religione civile; il laicismo radicale, almeno implicitamente, sì. Si può discutere se e quanto le religioni possano contribuire alla religione civile di una nazione, ma, in una prospettiva cristiana, ciò implica che il termine “religione” sia inteso in senso quasi metaforico. E implica che la religione civile non si ponga in termini sostitutivi rispetto alle religioni storiche, ma ne accolga il contributo (…). Benedetto XVI, riassumendo una posizione che non può essere tacciata di integralismo fondamentalista, non dice che il cristianesimo è una religione civile, ma che esso ha una funzione civile. Non è la stessa cosa (…).

Per dirla con Carl Schmitt, si tratta di un processo di continua “neutralizzazione” dei riferimenti ideali. Alle religioni tradizionali si sostituisce la pura razionalità, sino ad arrivare a cercare un punto di coesione il più neutro possibile nell’economia e nella tecnica. Tra queste suggestioni di massa, quella che fluttua da un centro conflittuale all’altro, mantenendo la propria funzione mitica, è certamente l’idea di progresso. (…) In fondo, mentre il cosmopolitismo settecentesco era una dottrina filosofica, il globalismo contemporaneo ne è l’erede in forma “neutralizzata”. L’altro elemento, accanto al mito del progresso e della “neutralità della tecnica”, impostosi soprattutto dal Sessantotto, è quello dei diritti dell’uomo, interpretati evolutivamente proprio alla luce del mito del progresso, come ha acutamente dimostrato la professoressa Janne Haaland Matláry proprio in rapporto all’idea di dittatura del relativismo. Il concetto riprende un passaggio fondamentale dell’omelia di Benedetto XVI durante la celebrazione della Messa Pro eligendo pontifice, che ben riassume il carattere (pseudo) “religioso” di questa prospettiva. Il dialogo, per funzionare, implica l’esistenza di un vocabolario comune, in cui i termini fondamentali non vengano usati in maniera e con significati ambigui od equivoci.

Il relativismo etico dell’Occidente e il Politically Correct come sua implicita religione civile non sono in grado di realizzare questo dialogo dato che, nella migliore delle ipotesi, quel che ne deriva è solo una mera giustapposizione del diverso, una multiculturalità senza incontro e senza scambio. Anche i diritti dell’uomo, considerati in sé e per sé, non riescono a uscire dal rischio di un’interpretazione ambigua ed equivoca. A prescindere dal fatto che la maggior parte dei paesi islamici non riconosce la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, all’interno dello stesso Occidente è al centro di interpretazioni opposte che ne annullano il valore “universale”. Il punto è l’uso che oggi si sta facendo dei diritti dell’uomo. Da una parte sono divenuti la nuova Bibbia politica di una comunità sociale diversamente priva di qualunque riferimento ideale, dall’altra sono stati di volta in volta usati come la bandiera di un valore e del suo esatto contrario, per esempio, della difesa della famiglia tradizionale e della sua demolizione attraverso il riconoscimento dei cosiddetti matrimoni omosessuali. Nessuno in Occidente può oggi permettersi di andare contro i diritti dell’uomo, e allora si tenta di tirarli dalla propria parte, spostando il problema dall’applicazione dei diritti dell’uomo alla loro interpretazione.

La Dichiarazione ha una sua precisa collocazione storica e si tratta di un riferimento storico che ha qualcosa di miracoloso, di irripetibile. Si usciva dalla Seconda Guerra Mondiale e dagli orrori del nazifascismo (quelli del comunismo erano ancora ipocritamente occultati). La Dichiarazione Universale nacque come reazione al relativismo politico e legale della Germania hitleriana e, più in generale, delle ideologie totalitarie, con un implicito riferimento all’idea che stava alla base del processo di Norimberga. Ai criminali nazisti che si appellavano all’obbedienza agli ordini ricevuti dall’alto, si ricordava che esiste un’altra obbedienza, ben più decisiva. Sulla base di questa idea, per la prima volta nella storia, un tribunale aveva emesso delle condanne non perché gli imputati erano nemici, ma perché avevano violato questa legge di natura, quella a cui si ispirò la Dichiarazione.

Ora, perché questa legge possa davvero essere tale, in forza di quel “sentire comune” di tutta l’umanità a cui essa fa riferimento, bisogna che non possa essere modificata arbitrariamente dagli attori politici. Ma è proprio questa la crisi che sta investendo i diritti dell’uomo. Se essi sono solo una convenzione, modificabile col cambiare delle opinioni, allora i diritti non sono più tali, perché possono a loro volta essere modificati. Perché i diritti dell’uomo siano tali, devono essere al di sopra degli stati, (…) essi non possono neppure essere in balìa dei nuovi poteri transnazionali che cercano di svuotarli dall’interno reinterpretandoli in direzione di quel mostro ideologico che è il politicamente corretto. Le grandi lobbies del potere transnazionale non potendo negare i diritti in quanto tali, tendono a dissolverli considerandoli solo come delle mere convenzioni, delle questioni di maggioranza all’interno di un’opinione pubblica da loro dominata o egemonizzata. (…)

La strategia sottesa è quella del soft power, vale a dire del condizionamento dell’opinione pubblica da parte di agenzie internazionali di opinione, con meccanismi acutamente descritti da Haaland Matláry nel suo volume sui «diritti umani traditi»: si comincia a imporre la trattazione di certi temi, mettendo in conto il rifiuto della maggioranza ancora poco “illuminata”; si pretende che se ne parli come di “diritti civili”, magari facendo riferimento a “casi pietosi” e con l’appoggio di importanti figure del mondo dello spettacolo o dello sport; ci si appella al sostegno del mondo scientifico, di volta in volta identificato con qualche personalità di comodo e si ottengono, alla fine, delle “direttive non vincolanti” emanate da organismi transnazionali (come – aggiungiamo noi – potrebbe essere anche il Parlamento europeo). A questo punto il gioco è fatto e si può intervenire all’interno di ciò che resta dello stato nazionale appellandosi alle moderne conquiste dei paesi civili e al tale pronunciamento della tale commissione per chiedere il “diritto” al matrimonio omosessuale, alla sperimentazione sugli embrioni, alla clonazione eccetera. Nel frattempo si dilata il vocabolario delle maledizioni politicamente corrette per far sì che gli avversari nemmeno vengano ascoltati: razzista, omofobo, oscurantista, rozzo. (…)

È chiaro che la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo è stata svuotata. Essa ha senso solo in quanto espressione del diritto naturale, cioè di quel diritto che viene prima di ogni forma di organizzazione statale e che è inviolabile: «Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un’attività o di compiere un atto mirante alla distruzione dei diritti e delle libertà in essa enunciati» (Art. 30). Mettere in questione il carattere universale di questi princìpi e il loro ancorarsi nelle «leggi non scritte e immutabili» del diritto naturale significa spianare la strada all’arbitrio e a nuove forme di totalitarismo. All’azione distruttiva del soft power Haaland Matláry oppone la necessità di riscoprire il valore fondativo e universale della ragione. La sua proposta di rivalutazione del diritto naturale indica in modo rigoroso un possibile percorso fondativo della categoria del “prepolitico” in un contesto culturale e sociale secolarizzato.

In una prospettiva cristiana, restano due questioni: quella di come l’avvenimento cristiano debba porsi di fronte a questa sorta di religione globale, incentrata sul mito del progresso e sulla relativizzazione dei diritti dell’uomo; quella del contributo alla coesione sociale che il cristianesimo è chiamato a portare nella vita delle nazioni e nelle relazioni internazionali.

Il punto non è solo il ruolo che le religioni possono svolgere all’interno delle società secolarizzate, ma, soprattutto, le condizioni perché queste ultime possano sopravvivere e non sprofondare in una violenza di tutti contro tutti. (…) Una corretta religione civile – sempre che si voglia ancora insistere su questa espressione di per sé ambigua – sarebbe, dunque, necessaria allo Stato liberale e democratico occidentale proprio in funzione della realizzazione di questi presupposti che esso non può darsi da solo, ma che può ricevere dalle forze più vive che esistono al proprio interno.

Senza negare l’evidenza di una società occidentale divenuta plurale (…), ma comunque bisognosa di riferimenti etici e ideali comuni, si tratta di relativizzare l’idea di religione civile, riconoscendole – con Benedetto XVI – un valore necessario, ma non sufficiente: «Il concetto di religio civilis appare così in una luce ambigua: se esso rappresentasse soltanto un riflesso delle convinzioni della maggioranza, significherebbe poco o niente. Ma se invece deve essere sorgente di forza spirituale, allora bisogna chiedersi dove questa sorgente si alimenta». Ecco, allora, le due tesi ratzingeriane, per una rilettura della laicità dello Stato e della religione civile a essa sottesa: «La mia prima tesi è che una religio civilis che realmente abbia la forza morale di sostenere tutti presuppone delle minoranze convinte che hanno trovato la “perla” e che vivono questo in modo convincente anche per gli altri. Senza tali forze sorgive non si costruisce niente. La seconda tesi poi è che ci devono essere forme di appartenenza o di riferimento, o semplicemente di contatto con tali comunità», espressione con cui si intende non solo la presenza di nuove comunità religiose, ma il contributo fattivo e vitale che le comunità possono dare, come «sale della terra» (che più avanti Ratzinger chiama anche «minoranze creative»), alla coesione sociale e civile, in rapporto con tutti i fermenti più vivi che operano all’interno della società. È evidente che per essere se stessa, l’esperienza cristiana chiede e necessita di non essere privatizzata e ridotta a puro elemento individuale e soggettivo. È altrettanto evidente che questa esperienza non deve temere di rapportarsi a un mondo divenuto plurale, rimanendo però se stessa sino in fondo. Diversamente, il concetto di religione civile resta «prigioniero in quella gabbia di insincerità e ipocrisia che è il linguaggio politicamente corretto».

Contro il fascismo di sinistra. L’occidente politicamente corretto è un élite vuota e secolarizzata che si crede eterna, dice Camille Paglia. “Il free speech era l’anima della sinistra degli anni Sessanta, poi è diventata una polizia del pensiero stalinista”, scrive Mattia Ferraresi il 6 Febbraio 2015 su "Il Foglio".  “Quale visione della vita propone il liberalismo che sia più grande delle prospettive cosmiche delle grandi religioni?”, dice Camille Paglia.

New York. Camille Paglia combatteva il politicamente corretto quando ancora non esisteva. C’era la cultura perbenista e censoria che veniva dagli anni Cinquanta, ma non esisteva ancora l’invisibile polizia del linguaggio del “fascismo di sinistra”, come lo chiama lei, che tracciava il confine fra il legittimo e l’illegittimo nel discorso pubblico non sulla base di un ben perimetrato codice morale, ma intorno alle linee incerte della libertà individuale. Non è con la coercizione che il politicamente corretto si è insediato. E’ stato un docile golpe culturale nel nome dell’uguaglianza, articolato con il linguaggio accondiscendente dei diritti, non imposto con il manganello della buoncostume. E’ lo strumento di protezione degli indifesi, dei più deboli, delle minoranze oppresse, dicevano i suoi difensori, e l’argomento potrebbe essere ripetuto anche da Mark Zuckerberg per giustificare l’esclusione da Facebook dei testi che contengono la parola “frocio” (termine che compare in questo articolo al solo scopo di sfruculiare l’ottuso algoritmo).

Paglia è passata in mezzo a tutte le fasi della guerra del politically correct. Faceva il primo anno di università nello stato di New York quando gli studenti di Berkeley guidati da Mario Savio manifestavano per la libertà di parola, gettando i semi della controcultura; in tasca aveva sempre una copia di “Howl” (“la mia bibbia”, dice) il poema di Allen Ginsberg censurato per oscenità. Nel 1957 la polizia aveva perquisito – e contestualmente devastato – la libreria di San Francisco che con inaccettabile affronto aveva continuato a vendere il volume; nei primi anni Novanta, quando il politicamente corretto si è coagulato in un sistema di regole per lo più non scritte, diventando convenzione dopo essere stato pulsione, la femminista contromano era sulla copertina del New York magazine con uno spadone medievale davanti al Museo d’arte di Philadelphia: una “women warrior” a presidio della libera cittadella della cultura contro gli attacchi del politicamente corretto.

Non che lo schema del politicamente corretto oggi sia stato superato, anzi. Nella sua veste più minacciosa di “hate speech”  – un politicamente corretto con il turbo – il canone che regola l’indicibile nel discorso pubblico è diventato pervasivo e meccanico, s’è infiltrato nella rete sotto forma di cavillosi termini d’uso che si accettano senza leggere; nelle università americane è sempre più frequente il fenomeno del “disinvito” di oratori che possono offendere la sensibilità di qualche gruppo minoritario; sul giornale di Harvard lo scorso anno una studentessa suggeriva di abbandonare la finzione della “libertà accademica” e di selezionare in modo finalmente esplicito quali eventi approvare e quali no sulla base della compatibilità ideologica con una certa tavola di valori che l’università di fatto promuove (e a parole nega). Il massacro islamista nella redazione di Charlie Hebdo a Parigi ha rinfocolato il dibattito sulla libertà di espressione e sui suoi limiti. Per qualche settimana siamo stati tutti Charlie, poi l’occidente benpensante è tornato al suo business as usual: il New York Times non ha pubblicato le vignette di Maometto per non offendere i lettori musulmani, Facebook le ha censurate per non far arrabbiare il governo turco e l’editorialista David Brooks ha fatto notare un’indiscutibile verità: un giornale come Charlie Hebdo “non sarebbe durato trenta secondi” in qualsiasi università americana. Si sarebbero sollevate proteste indignate, minoranze offese avrebbero manifestato e finanziatori altrettanto offesi avrebbero protestato con argomenti molto più convincenti.

Lo stesso magazine che ritraeva Paglia fra armature medievali quasi quindici anni fa ha pubblicato di recente un saggio sul politicamente corretto di Jonathan Chait, opinionista di tendenza liberal, di cui il Foglio ha dato conto la settimana scorsa. Chait si scaglia contro la dittatura del politicamente corretto e per capire che ha messo il dito in una piaga insanguinata del dibattito basta leggere alcune delle violente reazioni all’articolo da parte di esponenti di minoranze e sottoculture che esigono protezione da parte della polizia del linguaggio. Il ragionamento dei critici suona così: Chait può permettersi di attaccare il politicamente corretto perché è un maschio-bianco-etero-ricco, se soltanto uscisse per un attimo dalla bolla di privilegio sociale in cui vive capirebbe che le regole per non offendere le minoranze sono un bene sociale imprescindibile. Questo tanto per dire dove può portare la foga iconoclasta del movimento anti-anti-politicamente corretto, che legge qualunque episodio come figura dell’universale dialettica fra oppressori e oppressi.

Il cuore del saggio di Chait, però, era il tentativo di dimostrare che il politicamente corretto non è figlio del liberalismo, ma ne è una perversione, un tradimento introdotto dalla sinistra radicale d’impostazione marxista e inclinazione totalitaria. Nello schema di Chait c’è una sinistra buona e liberale che disprezza la correttezza politica e innalza monumenti al “free speech”, e una sinistra cattiva che con un rasoio ideologico raschia via dal discorso pubblico ciò che è incompatibile con il suo pensiero, e usa come scusa la difesa delle minoranze.

La guerriera Camille Paglia prende a spadate questa rappresentazione, e in una conversazione con il Foglio ripercorre la genesi del politicamente corretto in seno (e non al di fuori) alla rivoluzione liberale: “La libertà di espressione era la vera essenza, l’anima della politica di sinistra degli anni Sessanta, che reagiva al conformismo e alla censura degli anni Cinquanta, alla quale si opponevano già prima gruppi radicali underground, i poeti Beat e gli artisti di San Francisco e del Greenwich Village. La libertà di espressione è sempre stato il mio principio e la mia motivazione centrale, parte dell’eredità dei filosofi dell’illuminismo che hanno attaccato con forza le autorità religiose e i privilegi di classe. Proprio per questo è stato incredibilmente scioccante per me il momento in cui i liberal americani hanno abbandonato il free speech negli anni Settanta e hanno inaugurato l’èra del politicamente corretto, per la quale soffriamo ancora oggi. Invece di difendere il vibrante individualismo degli anni Sessanta, la sinistra è diventata una polizia del pensiero stalinista che ha promosso l’autoritarismo istituzionale e ha imposto una sorveglianza punitiva delle parole e dei comportamenti”.

La sottesa analogia con la dinamica che dalla rivoluzione giacobina e ai suoi ideali di liberté ecc. conduce al terrore è certamente politicamente scorretta, e Paglia da sempre mischia maliziosamente il registro dell’analisi a quello della provocazione (solitamente quando l’interlocutore pensa si tratti di provocazione in realtà è il frammento di un ragionamento calmo e lucido), rimane da spiegare il perché, e forse anche il come. Perché la sinistra ha abbandonato le sue aspirazioni di libertà per rintanarsi nel fascismo di sinistra? “Per capirlo – dice Paglia – dobbiamo innanzitutto esaminare il fallimento della sinistra nel comunicare e capire la maggioranza dell’America, il mainstream. Il documentario Berkeley in the Sixties, uscito nel 1990, mostra una serie di errori strategici fatti dalla sinistra, che, ad esempio, ha deciso di associarsi a movimenti che promuovevano il disordine civile. Questo ha portato a una reazione culturale fortissima, la quale ha contribuito al risultato delle elezioni del 1968: Richard Nixon è diventato presidente, ed è nato un enorme movimento conservatore a livello nazionale”.

Così la destra è riemersa sulla scena politica grazie alle contraddizioni interne della sinistra, mentre i liberal scottati dal l’arrivo di Nixon “si sono infiltrati nelle università”. Erano i primi anni Settanta, ricorda Paglia, “proprio quando ho cominciato a insegnare”. Questa sinistra che si è riversata nell’accademia “ha fatto pressioni enormi sugli organi di governo dei college per introdurre cambiamenti di sistema che poi sarebbero diventati la struttura base su cui è stato costruito tutto l’edificio del politicamente corretto: sono nati dipartimenti autonomi e autogestiti di studi femminili, studi afroamericani, chicano eccetera. Questi programmi ispirati dalla ‘politica dell’identità’ erano basati innanzitutto sull’ideologia, non su standard di qualità in termini di ricerca. I professori venivano assunti in quanto true believer e il dissenso da un codice approvato non era tollerato. Ero orripilata dai rigidi dogmi e dalla mediocrità intellettuale di tutto questo: oggi è la routine dell’accademia americana”.

I dipartimenti umanistici sono stati occupati dai discendenti della sinistra illuminata e liberale, non soltanto dai radicali marxisti, i quali invece occupavano inespugnabili e tuttavia isolate roccaforti universitarie. “Nei decenni – continua Paglia – i pensatori indipendenti che cercavano di fare carriera nelle humanities sono stati cacciati dalle università. Ho avuto a che fare con questo fascismo dottrinario in tutti i modi possibili. Esempio: il mio primo libro, ‘Sexual Personae’, che criticava l’ideologia femminista convenzionale, è stato rifiutato da sette editori prima di essere pubblicato nel 1990, nove anni dopo che avevo finito di scriverlo. Per fortuna quello era un momento in cui si stava discutendo del politicamente corretto sui media per via di certi codici linguistici imposti da università tipo la University of Pennsylvania. Non mi è dispiaciuto quando il magazine New York ha deciso di dedicarmi la storia di copertina, anzi se devo dire la verità l’idea della spada è stata mia”.

A quel punto, però, i dettami del politicamente corretto avevano penetrato a tal punto la cultura che i giornali di sinistra accusavano Paglia di essere una conservatrice (“accusa isterica che non aveva alcun senso: avevo appena votato per l’attivista ultraliberal Jesse Jackson alle primarie democratiche, sono ancora registrata per il Partito democratico e ho sostenuto, anche finanziariamente, il Green Party”) e la ragione della reazione convulsa, spiega, è semplice: “La sinistra è diventata una frode borghese, completamente separata dal popolo che dice di rappresentare. Tutti i maggiori esponenti della sinistra americana oggi sono ricchi giornalisti o accademici che occupano salotti elitari dove si forgia il conformismo ideologico. Questi meschini e arroganti dittatori non hanno il minimo rispetto per le visioni opposte alla loro. Il loro sentimentalismo li ha portati a credere che devono controllare e limitare la libertà di parola in democrazia per proteggere paternalisticamente la classe delle vittime permanenti di razzismo, sessismo, omofobia eccetera. La sinistra americana è un mondo artificiale prodotto dalla fantasia, un ghetto dove i liberal si parlano solo con altri liberal. Penso che la divisione politica fra destra e sinistra sia moribonda e vada abbandonata, abbiamo bisogno di categorie più flessibili”.

Il “free speech” è un concetto morto nel cuore della sinistra, ma a morire, più tragicamente e meno concettualmente, sono anche i vignettisti che disegnano Maometto per rivendicare la libertà d’espressione. In America molti giornali mainstream non hanno voluto ripubblicare le vignette di Charlie Hebdo, cosa pensa di tale scelta?

“Dato che le vignette di Charlie Hebdo erano disponibili in rete, non capisco perché i grandi giornali avrebbero dovuto ripubblicarle, esponendo i loro staff a potenziali pericoli da parte di fanatici senza scrupoli. I direttori poi possono anche indulgere in gesti nobili e simbolici, barricati come sono dietro sistemi di sicurezza molto più sofisticati di quelli della redazione di Charlie, ma di solito a pagare il prezzo più alto sono gli inservienti, le guardie, i custodi”. Un’esibizione di prudenza che non ci si aspetterebbe da un’intellettuale venuta fuori dalla sinistra, ma a ben vedere Paglia ha passato tutta la vita a combattere una élite che sbandierava la libertà come valore supremo; la femminista che combatte il dogma dell’uguaglianza dei ruoli e la lesbica che difende la differenza sessuale come base antropologica dell’occidente: “Guarda, sono una militante della libertà di espressione e un’atea, ma rispetto profondamente la religione come sistema simbolico e metafisico. Odio profondamente le becere derisioni alla religione che sono un luogo comune dell’intellighenzia occidentale secolarizzata. Ho scritto che Dio è la più grande idea che sia venuta all’umanità. Niente dimostra l’isolamento della sinistra dalla gente quanto la derisione della religione, che per la maggior parte degli uomini rimane una caratteristica vitale della loro identità. La magnifica ricerca di significato, dunque religiosa e spirituale, degli anni Sessanta si è persa nella politica delle identità dei Settanta. Le vignette di Charlie Hebdo erano crude, noiose e infantili, insultavano il credo di altre persone senza nessuna vera ragione artistica. Il massacro è stata un’atrocità barbara e la libertà di espressione deve essere garantita in tutte le democrazie moderne. Ma quale visione della vita propone il liberalismo che sia più grande delle prospettive cosmiche delle grandi religioni?”.

Michel Houellebecq nel suo libro “Sottomissione” parla esattamente dell’assenza di un’alternativa secolare all’altezza dell’immaginario religioso, che finisce per affermarsi nella vuota libertà dell’occidente perché porta un surplus di significato. Paglia non ha letto il libro dello scrittore francese né lo farà. Nessuna antipatia particolare, soltanto “non leggo romanzieri contemporanei”. E qui Paglia s’infervora: “A meno che non abbiano una diretta esperienza da zone di guerra, gli scrittori odierni non hanno nulla da dirci sulla crescente instabilità del mondo di oggi. Cosa sa esattamente Houellebecq del presente a parte quello che tutti leggiamo sui media? Per capire il presente leggo sempre testi di storia e religioni comparate. Siamo in un periodo simile a quello del tardo impero romano, quando una élite sofisticata, secolare e con uno stile di vita sessualmente libero pensava che il suo mondo fosse eterno. Il suo vuoto spirituale era la sua condanna. Quella che è arrivata dalla Palestina era una religione di passione e mistero che valorizzava il martirio. L’occidente ha perso la strada, che cos’ha da offrire oggi? Può anche essere che il vecchio conflitto con il mondo islamico sia il fattore primario nel determinare la storia nel prossimo secolo. Ma non possiamo capire cosa sta succedendo senza tornare alle nostre radici culturali e ricostruire un senso di rispetto per la religione”.

Siamo sottomessi? Sì, all'autocensura. Un dossier sull'Impero (culturale) del Bene che spinge al conformismo e umilia il pensiero, scrive Stenio Solinas, Domenica 14/02/2016 su "Il Giornale".  «Il campo del bene», «la sinistra morale», il «politicamente corretto»... Intorno a quella che viene considerata «la nuova battaglia ideologica», la Revue des deux mondes ha costruito un dossier di un centinaio di pagine come cuore del suo ultimo numero (febbraio-marzo 2016). In esso, storici, sociologi, critici d'arte e letterari, giornalisti e politici si accapigliano sul tema: c'è chi elogia il «pensare bene» e chi critica i benpensanti, di destra e di sinistra, chi se la prende con il progressismo e chi ne riscrive la storia, chi ironizza sul tartufismo ipocrita del «libero pensiero» e chi nega di voler «diabolizzare» l'avversario, anche se, sottintende, con il Diavolo non si discute, lo si combatte...Vent'anni fa, in quello che resta un classico in materia, La cultura del piagnisteo, Robert Hughes si era mostrato fiducioso: «Un'abitudine tipicamente americana» l'aveva definita.

«L'appello al linguaggio politicamente corretto, se trova qualche risposta in Inghilterra, nel resto d'Europa non desta praticamente alcuna eco». Mai profezia si è rivelata più avventata, nel piccolo come nel grande, nella politica come nella cronaca, nella tragedia come nella farsa. Giorni fa, nello spiegare l'invio di militari intorno alla diga di Mosul, in Iraq, il nostro ministro della Difesa ha detto che sarebbero andati lì «per curare i feriti» e il suo collega degli Esteri ha specificato che non andavano certo «per combattere»... L'idea del soldato-infermiere e/o portatore di caramelle è singolare e richiama alla mente la neo-lingua e il bis-pensiero del George Orwell di 1984: «La libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza», mentire con purità di cuore, «negare l'esistenza della realtà obbiettiva e nello stesso tempo trarre vantaggio dalla realtà che viene negata»...D'altra parte, «la guerra è pace» è in fondo poca cosa rapportata alle dichiarazioni con cui, poco tempo fa, il rettore di un college inglese ha deciso che «il ragazzo è una ragazza» e viceversa, e quindi a scuola gonne e pantaloni sono optional: il sesso non si dà, si sceglie. Se, indeciso, lo studente/la studentessa, si presentasse nudo/nuda alla meta, ovvero in classe, non è dato sapere se frequenterà le lezioni... E naturalmente, i guerrieri della pace e/o i pacifisti della guerra, gli uomini-donne e/o le donne-uomini fanno anche loro parte di quella corrente di pensiero che ha stabilito che immigrati e emigranti erano un retaggio del passato, di quando insomma non eravamo esseri umani: «migranti» rende meglio il concetto, qualsiasi cosa con esso si voglia dire. È l'onda lunga di quella che Hughes aveva definito la Lourdes linguistica, dove il male e la sventura svanivano grazie a un tratto di penna, ma è la stessa idea di natura umana che il pensiero progressista, ovvero «il campo del bene», ovvero «il politicamente corretto» guarda con sospetto. Niente è più irritante dell'avere una identità, di uomo e di cittadino. Come spiega lo storico Jacques Julliard alla Revue des deux mondes, corrisponde «alla caricatura dell'idea sartriana che l'uomo non è ciò che è, ma ciò che fa. Alla filosofia del progresso che era quella del XIX secolo, si è sostituita la filosofia del volontarismo individuale: la decostruzione di ogni identità individuale a beneficio di una libertà pura nella quale la filosofia greca avrebbe visto una sorta di hybris, di rivolta contro la natura che gli dei ci hanno dato. Ecco il fondamento filosofico ultimo della sinistra morale». Il fatto è, dice ancora Julliard, che l'uomo è un essere storico, e ciò che c'è di più presente in lui è il suo passato. Viene anche da qui quella strana «teologia negativa» per la quale si nega la propria identità per far emergere quella dell'altro. Così, nella Francia del laicismo scolastico, puoi avere dei programmi dove l'islam diviene obbligatorio, mentre il cristianesimo è facoltativo...La «cultura dell'eufemismo» vuole le eccezioni preferite alle regole, le minoranze alle maggioranze, le orizzontalità alle verticalità, e grazie a lei la contro-verità diventa una verità. Nel «campo del bene», spiega alla Revue des deux mondes il filosofo Jean Pierre Le Goff, l'emozione e i buoni sentimenti la fanno da padrone. Non si vuole cambiare la società con la violenza, e la classe operaia ha smesso da tempo di essere oggetto di interesse. Si tratta invece di rompere con «il vecchio mondo» estirpandone le idee e i comportamenti ritenuti retrogradi, in specie nel campo dei costumi e della cultura. Non ha un modello chiavi in mano di società futura, ma una sorta «di armatura mentale: svalutazione del passato e della nostra tradizione; appello incessante al cambiamento individuale e collettivo, reiterazione dei valori generali e generosi che porteranno alla riconciliazione e alla fratellanza universali. Da un lato i buoni, dall'altro i cattivi»…Relativista, antiautoritario, edonista, moralista e sentimentale. Anche libertario? Le Goff dice di no: «Esercita una polizia del pensiero e del linguaggio di un genere nuovo. Non taglia le teste, fa pressione e ostracizza». A sentire i difensori del «politicamente corretto», per esempio il direttore di Libération Laurent Joffrin, si tratterebbe di una balla. Essere progressisti vuol dire fondarsi sui valori universali di eguaglianza e giustizia per giudicare le situazioni contemporanee. Le idee progressiste, insomma, sono politicamente corrette proprio perché progressiste, e del resto, per restare sempre in Francia, non siamo di fronte a un affollarsi di pensatori reazionari, sulla stampa come alla televisione, sempre lì a dire che sono proscritti e intanto però a scrivere e a parlare senza impedimenti e con qualche lucro: libri, programmi, rubriche eccetera? Sono loro «il vero pensiero unico»...Le cose sono un po' più complicate, e trasformare una minoranza che dissente in maggioranza che ha potere rimanda ancora al bis-pensiero e alla neo-lingua orwelliani. Per quel che si sa, nessun professore universitario viene fischiato dai suoi studenti per essersi richiamato all'ideologia dei diritti dell'uomo e a quella del progresso, e quindi l'ideologia dominante è ancora quella lì ed è ancora saldamente al suo posto. Solo che è un disco rotto, non inventa più niente e quindi più che alla confutazione del pensiero altrui si dedica alla sua delegittimazione: non dice che è falso, dice che è cattivo o che, oggettivamente, fa il gioco del cattivo, del Male, del Diavolo. Non interessa se le opinioni possono essere giuste, conta che possano essere strumentalizzate contro il «campo del bene», «l'impero del bene»... Si arriva così all'assurdo di dichiararsi per la libertà di espressione, purché però la si pensi allo stesso modo. Naturalmente, c'è anche un benpensantismo a destra, un politicamente corretto che non è solo o tanto la retorica del definirsi politicamente scorretti, una sorta di esaltazione per il rutto intellettuale scambiato per schiettezza anticonformista. È una questione più delicata. In Francia l'hanno ribattezzata «droite no frontier», ovvero il sogno della libertà economica, il capitalismo libertario e senza confini che però non dovrebbe confliggere con i valori familiari e morali. Si esalta il mercato planetario di massa, ma non si ammette che dietro c'è «l'uomo nomade», che al mercatismo del mondo corrisponde quello dell'essere umano. In questo i due benpensantismi, di sinistra e di destra, finiscono per darsi la mano: il primo sogna la libertà illimitata di agire sul naturale umano e però fa finta di rifiutare la libertà economica del mondialismo; il secondo prende per buona quest'ultima, ma finge di credere che non lo riguardi nella sua quotidianità. Entrambi tartufi, politicamente corretti.

L'ossessione politicamente corretta ammazza la cultura e l'Università. Salisburgo, tolta la laurea ad honorem a Lorenz per il suo passato nazista. La lettera di protesta dei professori di Oxford: stanno distruggendo il confronto tra le idee, scrive Luigi Mascheroni, Domenica 20/12/2015, su "Il Giornale".  E l'uomo incontrò il politicamente corretto. Pochi giorni fa l'università di Salisburgo ha revocato al grande etologo austriaco Konrad Lorenz, premio Nobel per la Medicina nel 1973 (morto nel 1989), la laurea honoris causa per il suo passato nazista. Studioso di fama mondiale per gli studi sul comportamento animale - e autore di uno dei testi più straordinari mai scritto sul valore della conoscenza e dell'informazione, L'altra faccia dello specchio - Lorenz si distinse fin dagli anni Trenta per la volontà di diffondere l'ideologia hitleriana. È curioso. Il passato nazista di Lorenz è noto da sempre (nel 1937 fece domanda per una borsa di studio universitaria facendosi raccomandare da accademici viennesi come simpatizzante del nazismo, nel '38 aderì al Partito dopo aver scritto sul curriculum che aveva messo «tutta la sua vita scientifica al servizio del pensiero nazionalsocialista», e nel '42 fu spedito sul fronte orientale e fatto prigioniero dai russi). Eppure Lorenz fu ritenuto meritevole del Premio Nobel nel 1973. E l'ateneo austriaco lo insignì del titolo onorifico nel 1983. Però, oggi, lo rinnega. Perché l'abiura non è stata fatta prima? Perché ora? Ha senso? L'onda lunga del politicamente corretto, nella corrente di risacca, finisce per travolgere la cultura del passato. Ma è quella del futuro che preoccupa di più. Lo tsunami scatenato da questo pericoloso atteggiamento sociale che piega ogni opinione verso un'attenzione morbosa al rispetto degli «altri», perdendo quello per la propria intelligenza, fino a diventare autocensura, rischia di fare immensi disastri. Ieri un gruppo di professori di «Oxbridge», cioè di Oxford e Cambridge, ha scritto una lettera aperta al Daily Telegraph per denunciare il politically correct che sta uccidendo progressivamente la libertà di pensiero ed espressione nelle università britanniche, indebolendone il ruolo di spazio privilegiato del confronto delle idee. Il casus belli è la campagna indetta per rimuovere la storica statua di Cecil Rhodes, ex alunno e benefattore dell'«Oriel College» (tanti ragazzi si sono fatti strada grazie ai suoi soldi), perché considerato l'ispiratore dell'apartheid in Sudafrica. Ma le sue colpe - fa notare qualcuno - non ne cancellano i meriti a favore del progresso. Un principio che può essere applicato anche a Lorenz in campo medico. O a Heidegger in campo filosofico. O a Céline in campo letterario. Ironia della sorte, e dimostrazione della stupidità insita nel politicamente corretto: l'ex studente che ha lanciato la crociata per la rimozione della statua, il sudafricano Ntokozo Qwabe, ha potuto studiare a Oxford grazie a una borsa di studio finanziata dalla Fondazione Rhodes.L'aspetto più inquietante della faccenda è che a farsi promotori dell'autocensura basata sulla correttezza politica, ad Oxford, non sono i professori, ma gli stessi studenti. Gli autori della lettera aperta, guidati dal sociologo Fran Furedi della University of Canterbury, da parte loro accusano le università inglesi di trattare i giovani come «clienti» che pagano rette salate (che è meglio non scontentare) e non come menti da formare e aprire al confronto. A Oxford un dibattito sull'aborto è stato annullato dopo che una studentessa ha lamentato che si sarebbe sentita offesa dalla presenza nell'aula di «una persona senza utero». Che, tradotto, significa «un uomo». Un comportamento da vera papera che avrebbe di certo incuriosito un etologo come Lorenz.

La triste ferocia omo-illiberale contro i cattolici. Non capisco perché i gay che (giustamente) manifestano per i propri diritti civili siano un fenomeno progressista e il Family day una "manifestazione inaccettabile", scrive Piero Ostellino, Giovedì 25/06/2015, su "Il Giornale".  In un Paese civile - e l'Italia, controriformista e intollerante, indipendentemente dallo schieramento al quale ciascuno appartiene, purtroppo, non lo è - tutti dovrebbero poter manifestare liberamente le proprie convinzioni a favore delle proprie libertà, comprese quelle sessuali, senza essere criminalizzati. Non capisco, perciò, perché i gay che (giustamente) manifestano per i propri diritti civili siano un fenomeno progressista e il Family day - per dirla con il sottosegretario Scalfarotto troppo ruffiano verso la vulgata gender - una «manifestazione inaccettabile». I diritti civili dei gay sono i diritti dell'uomo teorizzati dall'Illuminismo e sanciti dallo Stato moderno e la famiglia è il primo nucleo della socializzazione nella nostra società. Difendiamo entrambi senza farne un caso politico o elettorale. Personalmente, non sono omofobo e mi vergognerei a discriminare gli omosessuali. Ma non sono neppure orgoglioso della mia eterosessualità, come alcuni di loro - peraltro per una comprensibile reazione polemica - affermano spesso di essere della loro omosessualità. Prendo il mondo come è senza indulgere a concessioni politicamente corrette o a dannazioni moralistiche. Dico quello che penso, sperando di pensare sempre quello che dico. Per me, ciascuno gestisce la propria sessualità - che è una scelta di libertà individuale - come meglio crede. Sono liberale proprio per tale mio atteggiamento nei confronti di chiunque professi un'opinione - salvo essere intollerante verso gli intolleranti, come predicava Locke - o verso comportamenti diversi dal mio. È un dato caratteriale, prima che culturale. Punto. Non avrei partecipato alla manifestazione del Family day perché non partecipo a manifestazioni di alcun genere, ma neppure, aristotelicamente, condivido certa propaganda gender che tende a confondere ciò che la natura ha creato con le propensioni personali o, addirittura, mondane. Un maschio è un maschio e una femmina una femmina, anche se in tema di diritti civili sono ovviamente sullo stesso piano e non lo sono secondo ciò che intendiamo per «naturale». Detto, dunque, che, in un Paese civile, ciascuno ha diritto di manifestare liberamente la propria opinione, voglio, però, aggiungere, che una cosa è, per me, la piena libertà dei gay di manifestare per i propri diritti civili in quanto diritti umani universali, un'altra sono certe loro pretese di affermare la propria condizione come postulato politico, come ormai sta avvenendo in nome di una malintesa idea di politicamente corretto. Non credo di essere, come eterosessuale, meno apprezzabile di un omosessuale, alla cui condizione conservo tutta la mia comprensione e tolleranza. Ma dico che se e è condannabile l'omofobia non vedo perché non lo debba essere l'ostilità, almeno in certi ambienti, verso l'eterosessualità, che è anch'essa una scelta, oltre che, diciamo, naturale, individuale. Punto. Tira, invece, una certa aria, da noi - frutto della conformistica esasperazione del principio di correttezza politica voluta da una sinistra priva di identità culturale che individua volentieri nell'adesione «a orecchio» alle parole d'ordine del conformismo una manifestazione di identità culturale. Aria che francamente trovo, in una democrazia liberale, del tutto superflua e parecchio stupida. Ho detto che non avrei partecipato al Family day, ma aggiungo subito di trovare non meno stupidi i Gay pride e la loro richiesta di legittimazione del matrimonio fra persone dello stesse sesso. Non sono un fanatico del matrimonio fra maschio e femmina, che considero solo un fatto attinente al costume e alla tradizione. Mi sono sposato, persino in chiesa! - perché così aveva voluto la mia futura moglie, cattolica e moderatamente praticante - ma penso che passerò il resto dei miei giorni con lei non perché l'ho detto a un prete, ma perché mi ci trovo bene... Punto.

L’UBBIDIENTE DEMOCRATICO di Luigi Iannone. L’intento di questo libro è quello di misurare quanto sia marcato nelle singole vite e nei percorsi collettivi il nostro grado di assuefazione al conformismo. Viviamo un mondo in cui siamo allo stesso tempo attori e registi di una enorme sinfonia pervasa dal politicamente corretto tanto che per rintracciarne gli echi non dobbiamo fare molta fatica. Basta soffermarsi sugli accadimenti più banali, sui fatti di cronaca o di costume, sul linguaggio della politica o dei media. È sufficiente indugiare con animo libero su ognuno di essi per rendersi conto quanto sia difficile farne a meno. “Luigi Iannone, scrittore non allineato dalle frequentazioni raffinate, con questo libro ci accompagna nei sentieri poco battuti, lontani dal politicamente corretto. L’autore si propone di ricostruire un mosaico ‘differente’ tra presente, passato e futuro, per ribaltare schemi, épater le bourgeois, non facendo concessioni alla morale comune, ordinaria, canonica, maggioritaria nell’establishment e nell’immaginario collettivo progressista.” dalla prefazione di Michele De Feudis.

Alcune anticipazioni de L’ubbidiente democratico <<(…) incantatori di serpenti, teologi del buonismo e della correttezza politica sono la stragrande maggioranza e condizionano la formazione delle coscienze. Da parte loro c’è un’ossessione continua perché, in genere, il politicamente corretto si compone di fantasmi che si agitano al solo proferire delle ovvietà: provate, provate a dire che Cécile Kyenge è stata fatta ministro per il colore della sua pelle; che le quote rosa (e, in subordine, le donne capolista) sono una stupidaggine, oltre che una forma di razzismo al contrario; che al Ministero delle Pari opportunità ci va sempre una donna per fare la foglia di fico; che Rosario Crocetta fece una campagna elettorale costruita anche sul fatto che in una terra ‘arcaica’ come la Sicilia si presentava a Governatore un omosessuale, mentre delle proposte programmatiche si sapeva poco o nulla; provate a dire che i milioni gettati via per liberare ostaggi italiani in Paesi a rischio potrebbero servire per il nostro welfare e coloro i quali (o le quali) girano in zone di guerra come novelli San Francesco e pudiche Santa Chiara, potrebbero qualche volta passare anche dalle mie parti, nella zona bassa dello Stivale. Troverebbero in tante zone del Sud gli stessi problemi e tanto, ma proprio tanto, da fare per poveri e diseredati. Provate a dire io non sono Charlie Hebdo, perché per quanto rispetti la satira e mi risultino ripugnanti le azioni terroristiche e bestiali le loro idee, faccio fatica ad essere blasfemo contro qualunque Dio. Provate a dire queste e tante altre banali verità, e vi subisseranno di ingiurie. Verrete subito cacciati dal consesso civile e additati nella migliore delle ipotesi come degli intolleranti. Ma provate a dirle voi. A me manca il coraggio e non le dirò>>.

Libri. “L’Ubbidiente Democratico” di Iannone: per distinguersi dalla ridente polis dei corretti, scrive il 20 settembre 2016 Isabella Cesarini su "Barbadillo". Si spalanca con un’affermazione di Carmelo Bene, durante una puntata del Maurizio Costanzo Show – 1994, l’ultimo libro dello scrittore Luigi Iannone. Corsivo che diviene principio guida dell’opera L’Ubbidiente Democratico, nell’esergo del genio salentino: “Non me ne fotte nulla del Ruanda. E lo dico. Voi no. Non ve ne fotte ma non lo dite”. Si tratta di una dichiarazione, all’interno della quale non si trovano i caratteri di quel “corretto” che attualmente siamo tutti obbligati a indossare. Iannone si inoltra all’interno di un campo minato che pochi hanno l’ardire di calpestare. Il suo soliloquio si fa dapprima parola e poi pagina scomoda, poiché lontana da quello spazio così abusato e gremito del politicamente corretto. Una città immaginaria solo nel nome, zeppa di tante bravissime persone, altrettanti buoni propositi, tutti così realizzabili, ma solo nell’evanescenza dell’incompiuto. E guai a non pensarla come gli abitanti di questa ridente città: marchio d’infamia e foglio di via. In assenza di cotanto calore, l’apolide si ritrova rapidamente isolato, ma certamente sereno in compagnia di quelle idee ritenute così scomode. Pensieri come lampi; zampilli che attraversano anche gli autoctoni della lieta cittadella, ma restano sconvenienti e dunque la scelta ricade sulla comodità di restare distesi sul proprio personale divano del tacere. E rimanendo nel tema morbido del salotto, lo stesso scrittore confessa il suo – e non solo – incubo ricorrente. La vicenda onirica si svolge nel salotto più famoso e corretto d’Italia: la casa immacolata di Fabio Fazio. Cortese sino alla nausea, accogliente nelle ospitate degli abitanti della città ubbidiente: Fiorella Mannoia, Corrado Augias che in un altro alloggio ancor più confortevole illumina d’immenso Piergiorgio Odifreddi e Federico Rampini. Ancora un passaggio sull’agiata villa di Lilli Gruber che invita Roberto Vecchioni, Jovanotti e compagnia lealmente cantando. Un ripiegamento onirico, nello specifico meglio noto come incubo, dove i buoni e i giusti si avvicendano nelle notti turbate dello scrittore. Al risveglio, il tedio risulta meno onirico, ma ugualmente corposo. Quello di Iannone è un percorso che svela acutamente molte annose questioni e ripetuti meccanismi. Il cantante Simone Cristicchi è uno di quei casi, che da un certo punto in poi, entra di diritto nella categoria dei ripudiati dagli ubbidienti. Portando in scena lo spettacolo dal titolo Magazzino18, legato all’ostico argomento dei martiri delle foibe e il dramma degli esuli di Fiume, Istria e Dalmazia, Cristicchi si fa velocemente indegno della residenza sotto la volta dei corretti. All’esterno di un tale phanteon di purezza, lo scrittore Iannone colloca una figura leggendaria che trattiene tutti i caratteri del mito: Hiroo Onoda. Non come l’icona di un eccesso idealistico, quanto la delicata e meritevole descrizione di una creatura, che da lontano, si rivolge direttamente alla nostra voce interiore. Accade in questo piccolo uomo, un’espressione dell’onore nell’aderenza a quella meravigliosa forma di amor patrio, stimato malamente come espressione desueta e oltremodo scorretta. Diverso il discorso per i nostri Presidenti della Repubblica, tutti, da un momento storico in poi, cittadini onorari della cittadella corretta. Non più latori del potere temporale, ma cavalieri senza macchia, custodi eterni del potere spirituale. Figure immacolate con vite prive di umani buchi neri: coerenza e sacralità. Dunque papi e non capi di Stato in odor di santità e non in tanfo di muffa. Iniziato dallo storico revisionista Ernst Nolte, allo spirito critico che si fa maniera di voler scomporre e sezionare anche il più ameno dei luoghi comuni, Iannone procede come un bulldozer verso le considerazioni scolastiche. Con uno sguardo nostalgico a quella che ritiene l’ultima degna del nome di riforma, nella persona di Giovanni Gentile, opera una non poco interessante distinzione tra scuola come istituzione e studio. Non necessariamente le due cose coincidono. L’autore stesso, si dichiara tanto avverso alla scuola, quanto devoto all’apprendimento e all’approfondimento. Caratteristica che si dovrebbe considerare virtù, anche in merito al fatto di essere stata patrimonio di molti nomi altisonanti. A fronte del fatto che personalità come Croce e Prezzolini non raggiunsero l’incoronazione in pianta di alloro, attualmente presunti rapper, assolvono il ruolo di oracolo. Il reietto dell’arcadica cittadella dell’ubbidiente, raggiunge l’apoteosi della sua posizione in una più che scontata affermazione: “Chi sbaglia, paga”. Un coro di indignati si leva davanti a una dichiarazione così poco chic, qualunquista e fuori da ogni apericena. E anche se il profano proclamatore, circoscrive il suo pensiero nella premessa, che alcuno deve essere trattato in maniera deprecabile, non risulta comunque socialmente accettabile. Ed è proprio in tale incrocio tra la tolleranza a oltranza e la volontà di ridurre al minimo gli effetti di ogni dramma che le due strade si confondono, sino ad annullarsi all’unisono. Al contrario, accolti con una certa deferenza sono coloro che Montanelli sintetizzava nel termine “firmatari”. Una categoria numerosa che pone la sua firma ovunque, contro o in favore, poco importa. L’atto apprezzabile prescinde la causa e premia l’atto: l’autografo. Nell’Eden degli ubbidienti, persino il tempo è differente: l’unico imperativo è nella rapidità. Elemento imprescindibile che qualifica ogni tipo di legame sentimentale, amicale o lavorativo. Ogni traccia di sequenzialità, qualsiasi tratto di gradualità, necessari alla civiltà, vengono prontamente inghiottiti dalla velocità che svilisce il naturale processo di crescita identitaria e comunitaria. L’autore ci porta, non privo di un tono amaro, finanche all’interno delle rovine di Pompei. Non vi è modo di uscire da un’impasse dove si gioca al rimbalzo di responsabilità tra ministri, soprintendenti, sotto, di lato o ad angolo, se non mediante un paradosso. Singolarità, che si dispiega nella sopravvalutazione di alcuna arte contemporanea, a scapito di meraviglie antichissime e intramontabili. Alla bellezza che naturalmente affascina, l’esempio in un’emozione provata di fronte alla grandezza di un Caravaggio, si preferisce cercare il significato ancestrale di un ortaggio steso a terra in qualche galleria d’arte nel mondo. Allora, il trionfo appartiene a quel lato deteriorabile, che si elegge a tutto, con le virgolette di occasione intorno alla parola arte. Nell’incontaminato mondo degli ubbidienti, lo scrittore ci guida altresì, nella spiegazione dell’uso di una certa tipologia di linguaggio. Il mansueto democratico adopera una lingua che si esaurisce tutta nel trionfo della premessa. Un’epifania che accoglie qualunque argomento, puntualmente preceduto da un mantra, una sorta di nenia: “premesso che non ho nulla contro…”. Un noiosissimo preambolo che scagiona preventivamente da qualsiasi accusa, eccezion fatta per quella di viltà. Poiché non vi è mai l’ardire e/o semplicemente l’onestà di dire ciò che intimamente si pensa. Troppo rischioso, eccessivamente inelegante e dannoso sino alla cacciata dal borghetto della compostezza. L’opera di Luigi Iannone figura un invito alla riflessione, all’ascolto di una voce dissenziente come arma di difesa dallo smottamento di informazioni che quotidianamente ci cade indosso. Un sovraccarico di notizie, dove difficilmente si trova la bussola per l’orientamento. Se risulta poco agevole farlo nelle strade, almeno si provi un tipo di ribellione, forse più adatta alla nostra società; insorgere verso quella diffusa e prepotente forma di conformismo che si fregia nel vezzo del mascheramento anticonformista. Lo spirito libero all’interno di una cittadina tutta edificata sulla compostezza democratica, tende ad apparire alla stessa maniera dello zio pazzo in Amarcord di Federico Fellini, nella splendida interpretazione di Ciccio Ingrassia. Iannone ci dona un sapiente parallelo cinematografico per descrivere la considerazione che abbraccia coloro che provano a non appiattirsi sulla melassa perbenista: i matti del paese. E se l’autore apre in Carmelo Bene, chi scrive si permette – solo dopo aver sollecitato la lettura di questo pungente pamphlet – di usarlo in conclusione da un estratto del Maurizio Costanzo Show – 1995: “Qualcuno ed era davvero anche lui un genio, ha detto che la democrazia è il popolo che prende a calci in culo il popolo, su mandato del popolo”.

Ecco come distruggere il politicamente corretto, scrive l'1/11/2016 “Il Giornale”. Ci voleva qualcuno che lo scrivesse e Luigi Iannone lo ha fatto: “provate a dire banali verità, e vi subisseranno di ingiurie. Verrete subito cacciati dal consesso civile e additati nella migliore delle ipotesi come degli intolleranti”. L’idea del giornalista e scrittore, frequentatore abituale del pensiero di Jünger e amico personale del defunto Ernst Nolte, è balenata a molti, ma ci voleva il suo libro per esprimerla appieno. Il titolo è L’ubbidiente democratico. Come la civiltà occidentale è diventata preda del politicamente corretto (Idrovolante Edizioni, pp. 138, Euro 13) e spiega come “incantatori di serpenti, teologi del buonismo e della correttezza politica sono la stragrande maggioranza e condizionano la formazione delle coscienze”. E via con esempi eclatanti su cose che tutti sanno ma è meglio tacere, per non rischiare gli insulti di cui sopra. Quindi, vietato dire che la Kyenge è diventata ministro grazie al colore della sua pelle, che le quote rose sono una forma di sessismo alla rovescia, un contentino da dare alle donne, un po’ come piazzare un filo di perle su un severo gessato da ministro. Guai a dire che certi delinquono, perché Caino non si tocca e se Abele se la passa male sono fatti suoi: i criminali vanno capiti. Guai a toccare il capo dello Stato, che pare il Santo Patrono del politicamente corretto. Che di questo si tratta, e basta. Di una dittatura soft, che ha messo da una parte i buoni e gli intelligenti – ossia gli ubbidienti al credo unico imposto dalla vulgata radical chic – e dall’altra i cafoni, gli ignoranti, gli imbecilli, i puzzoni. Ossia, quelli che provano ancora a ragionare con la propria testa e non si lasciano influenzare. L’importante, però, è tacere. Per non fare la fine degli abitanti di Gorino i quali, non avendo voluto gli immigrati, sono i mostri del momento. Quelli di Capalbio, che pure non li hanno voluti, invece se la sono cavata. Chissà perché… ma questa, in fondo, è tutta un’altra storia.

Questo libro è un catalogo delle opinioni vietate dal politicamente corretto. Pensate di essere liberi di esprimervi come vi pare? Provate a esporre tesi anticonformiste durante una cena, scrive Alessandro Gnocchi, Domenica 29/05/2016, su "Il Giornale". La libertà d'espressione è meravigliosa e noi tutti siamo convinti di poterla esercitare. Fino a quando scopriamo che le cose non stanno esattamente così. Infatti, per chi professa certe idee, non incendiarie ma comunque non allineate al pensiero unico, c'è la riprovazione del mondo culturale, che si esprime in due modi: il silenzio e l'insulto delegittimante. In libreria domina ormai il Saggio Unico, figlio del Pensiero Unico. È solare: su alcuni temi si può parlare in un solo modo, quello prescritto dal politicamente corretto. L'islam? È una religione di pace. Il libero mercato? Il vero responsabile di tutte le ingiustizie del mondo. L'accoglienza indiscriminata degli immigrati? Un dovere morale e una necessità per sostenere l'economia del Vecchio continente. A proposito, l'Europa? Una magnifica istituzione senza la quale saremmo ancora più poveri e perpetuamente in guerra come nel XX secolo. L'appartenenza al genere maschile o femminile? Uno stereotipo culturale da superare. Avere figli? Un diritto. L'adozione alla coppie omosessuali? Un diritto. L'eutanasia? Un diritto. Tutti abbiamo diritto a tutto. Abbiamo perfino diritto a dire che le cose elencate, o almeno alcune di esse, non ci trovano d'accordo. Ma se lo esercitiamo, ecco il nastro adesivo sulla bocca per impedirci di parlare e le accuse infamanti: ignorante, xenofobo, razzista, islamofobo, omofobo. Non se ne potrebbe almeno parlare, confrontarsi, dibattere? In teoria, sì. In pratica, no. Se non ci credete, guardate lo spazio occupato dalle idee anticonformiste nelle librerie, nei programmi televisivi, nei festival, nei convegni. È prossimo allo zero. Per questo, il libro di Camillo Langone "Pensieri del lambrusco. Contro l'invasione" (Marsilio, pagg. 180, euro 16; in libreria dal 3 giugno) è un'autentica rarità. L'autore, firma de il Giornale, mette in fila tutte le ideologie che considera rovinose per se stesso e per l'Italia. Ne esce un catalogo delle opinioni vietate dal politicamente corretto. Langone, spesso partendo dalla notizia di cronaca, a volte di cronaca culturale, colpisce senza paura proprio nei punti più controversi, e ci mostra che quando un'idea, perfino buona, viene trasformata in ideologia, produce disastri. Nel mirino ci sono i nuovi -ismi: l'ambientalismo, l'americanismo, l'animalismo, l'estinzionismo, l'esibizionismo, l'europeismo, l'immigrazionismo, l'islamismo... Pagina dopo pagina, gli intellettuali che vanno per la maggiore sono ferocemente dissacrati (vedi il teologo-non teologo Vito Mancuso alla voce ateismo). Al loro posto, autori che insegnano a pensare: Guido Ceronetti, Sergio Quinzio, Michel Houellebecq e altri. Cosa c'entra il lambrusco del titolo? Di fronte alla liquidazione dell'Italia, meglio rifugiarsi «nell'unico vero vino autoctono italiano» invece di ricorrere a «dozzinali vitigni alloctoni». Già, perché alla fine, il libro di Langone si e ci interroga su cosa significhi essere italiani ai nostri giorni. Per i nichilisti, nulla. Ma Langone non è un nichilista.

Dalle bandiere rosse ai dogmi del politicamente corretto, scrive Carlo Lottieri, Domenica 23/10/2016, su "Il Giornale". Quando crollò il muro di Berlino, in molti furono portati a pensare che l'età del socialismo fosse alle spalle e che il materialismo storico fosse destinato a finire nella spazzatura della storia. In parte, le cose sono andate così, se si considera che l'Unione sovietica si è dissolta velocemente, che la Cina è cambiata in profondità, che ormai gli ultimi fortini di quell'ideologia sono nelle mani di fratelli o nipoti di quelli che un tempo furono leader carismatici: da Fidel Castro a Kim Il Sung. Eppure il comunismo resta onnipresente, dato che larga parte della cultura contemporanea è pervasa da quella visione del mondo che ancora oggi esercita un potente influsso sulle categorie che utilizziamo per interpretare la realtà: sia nell'establishment di sinistra, sia nel populismo di destra. È sufficiente pensare al trionfo dello stupidario ecologista. È sicuramente vero che si farebbe fatica a trovare, nel pensiero di Karl Marx (proiettato verso il futuro e volto a esaltare il progresso industriale) una qualche legittimazione dell'ambientalismo dominante e delle nuove parole d'ordine: animalismo, coltivazione biologica oppure «chilometro zero». Eppure il legame tra il vecchio socialismo ottocentesco e questa nuova sensibilità è chiaro, poiché in entrambi i casi tutto si regge sulla condanna della società di mercato. Anche autori che oggi - a ragione - vengono considerati «di sinistra» (da John Maynard Keynes a John Rawls), definirono le proprie tesi alla ricerca di un'alternativa moderata e in qualche modo ai loro occhi «ragionevole» tra la pianificazione e il laissez-faire, tra l'egualitarismo assoluto e l'ineguale distribuzione conseguente alla lotteria naturale e allo svilupparsi degli scambi. Oggi il marxismo non ha più il peso che aveva quando Bertolt Brecht, Herbert Marcuse o Louis Althusser dominavano la scena culturale, ma le tradizioni ora egemoni si sono definite nel confronto con quelle idee e muovendo dall'esigenza di dare loro una risposta alternativa. Non c'è quindi da stupirsi se il dibattito pubblico e spesso la stessa legislazione tendono a considerare «ineguale» (e di conseguenza ingiusto) ogni rapporto contrattuale che abbia luogo tra soggetti che hanno posizioni economiche differenti. Il nostro sistema normativo - che prevede distinti diritti per i proprietari e per gli inquilini, per i datori di lavoro e per i dipendenti, per i produttori e i consumatori, ecc. - deriva il suo carattere fortemente discriminatorio dalla tesi secondo cui un dominio dell'uomo sull'uomo non si avrebbe solo quando qualcuno aggredisce o minaccia qualcun altro, ma anche quando due persone liberamente negoziano. Siamo tutti in una certa misura comunisti perché siamo tutti imbevuti dell'idea che una società dovrebbe eliminare le diversità, soddisfare ogni bisogno, innalzare i nostri gusti e allontanarci dall'egoismo, impedire che taluno guadagni miliardi e altri siano indigenti e senza lavoro. Non avremmo mai avuto alcuna legittimazione della coercizione statale, quando è strumentale a modificare l'ordine sociale emergente dalla storia e dalle interazioni sociali, senza il successo del pensiero socialista e senza un intero secolo di riflessione «scolastica» (con eresie, glosse e innesti di ogni tipo) attorno alle opere di Marx. Se il nazismo è ovunque condannato senza «se» e senza «ma», ben pochi esprimono la medesima riprovazione nei riguardi del socialismo: che pure ha causato un numero di morti innocenti perfino superiore. E questo si deve al fatto che le posizioni culturali mainstream sono in larga misura una revisione e una rilettura di temi di ascendenza socialista. S'intende certamente seguire altre strade, ma non è detto che gli obiettivi siano poi tanto diversi. Un dato da tenere ben presente è che se il marxismo è stato certamente una teoria a tutto tondo, sul piano storico-sociale esso è stato anche il catalizzatore di spinte tra loro diverse, ma accomunate dal voler esprimere un rifiuto radicale della realtà, identificata - a torto o a ragione - con la società capitalistica. Con argomenti variamente comunitaristi, egualitaristi, ecologisti, pseudocristiani e altro ancora, per molti anni gli spiriti rivoluzionari si sono ritrovati sotto le bandiere rosse essenzialmente per esprimere il più radicale rigetto delle libertà di mercato e di ogni ipotesi di un ordine economico-sociale senza una direzione prefissata. E se oggi, come sottolinea spesso Olivier Roy, circa un quarto dei terroristi islamisti francesi non ha genitori musulmani né ha radici nei Paesi arabi, questo probabilmente si deve al fatto che oggi il fondamentalismo incanala, in vari casi, un'analoga volontà nichilistica di distruggere ogni cosa. Le stesse librerie ci dicono, anche semplicemente osservando le copertine dei volumi in commercio, quanto il comunismo sia vivo e vegeto. In effetti, il successo di autori come Thomas Piketty, Naomi Klein, Thomas Pogge o Slavoj iek (solo per citare qualche nome à la page) può essere compreso unicamente a partire da un dato elementare: e cioè dal riconoscimento che l'Occidente è diviso al proprio interno da posizioni diverse, ma quasi ogni famiglia culturale si concepisce quale profondamente avversa alla proprietà, al libero scambio, all'anarchia dell'ordine spontaneo. Quando si consideri pure il «politicamente corretto», con il suo corredo di censure e proibizioni, è chiaro come si tratti in larga misura di una logica strettamente connessa a quel risentimento che ha alimentato, sin dall'inizio, l'egualitarismo socialista e la sua rivolta contro la natura. È chiaro che oggi nessuno si propone di spedire i dissidenti in Siberia e di disegnare piani quinquennali che governino dall'alto l'intera economia, ma il reticolato delle regole approvate dalle assemblee parlamentari delinea un quadro complessivo quanto mai illiberale: in cui si discrimina ogni libera scelta estranea al luogocomunismo e si pongono le basi per una società sempre più servile, assoggettata, priva di ogni capacità d'iniziativa. Carlo Lottieri

Bret Easton Ellis choc: il politicamente corretto uccide la nostra cultura. Lo scrittore americano e il critico Alex Kazami contro movimenti antirazzisti e nazi-femministe, scrivono Andrea Mancia e Simone Bressan, Martedì 4/10/2016, "Il Giornale".  "Che diavolo è successo agli MTV Music Awards? Niente di inquietante o scioccante, nessuna Miley Cyrus strafatta che insulta Nicki Minaj sul palco, nessun tipo di provocazione e dunque nessun attimo di divertimento. Tutti invece, vanno d'amore e d'accordo nel celebrare quella falsa inclusività politicamente corretta che ormai è diventata terribilmente noiosa e che, probabilmente, è la causa del vertiginoso crollo nel numero di telespettatori che ha seguito lo show". A Bret Easton Ellis, lo scrittore americano autore (tra l'altro) di Less Than Zero e American Psycho, l'edizione 2016 dei Video Music Awards, organizzata lo scorso 29 agosto da MTV al Madison Square Garden di New York, proprio non è piaciuta. E durante l'ultima puntata del suo podcast ha letto integralmente un monologo del giovanissimo scrittore (e critico-provocatore) canadese Alex Kazami che spara a zero contro gli eccessi politically correct di una cerimonia ormai diventata un gigantesco spot per «Black Lives Matter», il movimento finanziato anche da George Soros che accusa le forze di polizia statunitensi di essere intrinsecamente razziste nei confronti della comunità afro-americana. Kazami, che non incarna esattamente lo stereotipo del vecchio trombone della destra conservatrice, visto che è un millennial di 22 anni dichiaratamente gay, è ancora più feroce di Ellis. "Il Black Lives Matter Sabbath che è stato rappresentato ai Video Music Awards 2016 rappresenta la fine della cultura per come la conosciamo. L'intero show è stato un'ode alla narrativa liberal secondo la quale, visto che i bianchi sono tutti cattivi, almeno una persona su due tra quelle inquadrate dalla telecamera deve essere una donna di colore, perché siamo costantemente angosciati dalla necessità di non terrorizzare una generazione di spettatori cresciuta con una dieta di spazi di sicurezza, auto-vittimizzazione e trigger warning (l'avvertimento che segnala la possibilità che un testo possa essere offensivo per qualcuno, ndr)". Una scelta, secondo Kazami, totalmente ipocrita e dettata soltanto da strategie commerciali: "MTV non vuole esporre il suo pubblico a un immaginario pop pericoloso, per paura di offendere qualcuno, a meno che questo immaginario non ricada sotto il mantello protettivo del politicamente corretto. Ma la musica pop deve essere offensiva, non politicamente corretta". "La maschera imposta allo show continua il giovane scrittore canadese è stata un melenso tentativo di dipingere ogni artista sul palco come un campione di bontà, indulgendo continuamente in riferimenti al movimento Black Lives Matter, alla brutalità della polizia, a Martin Luther King. Questo era il copione, il dogma a cui tutti hanno obbedito. Ed era palpabile il terrore che qualcuno potesse esprimere un'opinione contraria al dogma. È proprio questo che sta uccidendo la nostra cultura: la paura di essere puniti per non aver aderito integralmente a questa ideologia collettiva del politicamente corretto". Il principale obiettivo delle critiche di Ellis e Kazami, con ogni probabilità, è stata l'interminabile performance di Beyoncé (vincitrice addirittura di otto premi), che nella sua coreografia ha esplicitamente fatto riferimento agli afro-americani uccisi dalla polizia (con i ballerini che crollavano al suolo dopo essere stati colpiti da una luce rossa) e che sul red carpet ha sfilato insieme alle madri di Mike Brown, Trayvon Martin ed Eric Garner, i tre uomini di colore che con la loro morte sono diventati il simbolo di «Black Lives Matter» (e una scusa per la guerriglia urbana scatenata dal movimento in molte città americane). Ellis, in ogni caso, non è nuovo alle polemiche sugli eccessi del politicamente corretto e dei social justice warriors. Ad agosto, sempre sul suo podcast, se l'era presa con le "femministe isteriche" e "naziste del linguaggio" che avevano attaccato il critico musicale del Los Angeles Weekly, Art Tavana, per un presunto articolo "misogino" sulla cantante (e modella) Sky Ferreira. Per Ellis, queste femministe di nuova generazione sono diventate "nonnine aggrappate alle proprie collane di perle, terrorizzate dal fatto che qualcuno possa pensare qualcosa, su un qualsiasi argomento, che non sia l'esatta replica delle loro opinioni". "Queste piagnucolose narcisiste afferma Ellis utilizzano l'altissimo tono morale tipico dei social justice warriors, sempre fuori scala rispetto alle cose per cui si offendono. E si stanno trasformando in piccole naziste del linguaggio, con le loro regole di indignazione prefabbricata, invocando la censura ogni volta che qualcuno scrive, o dice, qualcosa che non aderisce completamente alla loro visione dell'universo". "Questa sinistra liberal che si auto-proclama femminista conclude l'autore di American Psycho è diventata così iper-sensibile da essere ormai entrata in una fase culturale di autoritarismo. È qualcosa di così regressivo e lugubre da assomigliare terribilmente a un film di fantascienza distopica, ambientato in un mondo in cui è permesso un solo modo per esprimersi, in un clima di castrazione collettiva che avvolge tutta la società".

Pro porno e pro prostituzione: ecco il femminismo di Annalisa Chirico in "Siamo tutti puttane", scrive “Libero Quotidiano”. "Siamo tutti puttane". Un titolo spiazzante quello che Annalisa Chirico, giornalista e compagna di Chicco Testa, politico di sinistra e dirigente industriale italiano, ha deciso di dare al suo ultimo libro. Ma già se si legge il sotto titolo ci si potrebbe fare un idea del concetto che sta alla base della lettura: "Contro la dittatura del politicamente corretto". Un libro che ha come bersaglio i perbenisti di sinistra e le femministe alla "Se non ora quando". La Chirico rivendica il sacrosanto diritto di farsi strada nella vita come ognuno può e vuole, e quindi, anche diventando una puttana. Un femminismo pro sesso, pro porno e pro prostituzione, sia per le donne sia per i maschi. Un dibattito a suo avviso che "ha diviso il Paese tra un popolo di sinistra moralmente irreprensibile e uno di destra, gaglioffo e sciocco". In un'intervista a Formiche.net del 7 maggio, la stessa giornalista alla domanda "È Berlusconi ad averla ispirata?", non risponde esplicitamente, ma il riferimento è chiaro. "Ho seguito da cronista il processo Ruby - afferma Chirico - dove nel tribunale di Milano, non di Riad o della Kabul talebana, trentatré ragazze sono state vivisezionate nella loro vita privata in qualità di semplici testimoni, senza alcun capo di imputazione a loro carico. Quando una democrazia smette di distinguere tra peccato e reato, si getta al macero l'abc della civiltà giuridica". Dunque nulla di male. Le famose "Olgettine", da Via Olgettina, le ragazze indagate dalla Procura di Milano per il caso Ruby, non hanno, a suo parere, la colpa di aver "conosciuto Silvio Berlusconi, il tycoon d'Italia, il capo di un impero mediatico, il presidente del Consiglio italiano". Un'occasione ghiotta di farsi notare e farsi apprezzare, per entrare nel mondo dell'apparire, della tv e dell'estetica da vendere. "E' stato un pornoprocesso, un rito a elevato tasso moraleggiante, oltre che erotico". Poi dal porno si passa all'erotico e a quelle foto di Paola Bacchiddu, il capo comunicazione della lista L’Altra Europa con Tsipras, che qualche giorno fa ha pubblicato una foto in bikini suscitando clamore. "Mi è sembrata la trovata goliardica di una ragazza intraprendente. In Italia ne sono nate le solite polemiche perché va di moda l’idea boldriniana che il corpo vada nascosto in un sudario di pietra. Per cui i concorsi di bellezza che si fanno in tutto il mondo da noi andrebbero proibiti. La donna invece è un soggetto che decide come usare il proprio corpo, sono le pseudofemministe a rappresentarla come un oggetto". Poi attacca Barbara Spinelli, candida la paladina delle donne e della guerra contro la mercificazione del loro corpo per Tsipras. "E' un esemplare del livello di oscurantismo che caratterizza il femminismo nel nostro Paese. Sono le donne che strumentalizzano le altre donne. La campagna talebanfemminista 'Se non ora quando' aveva l’unico obiettivo politico di colpire l’allora presidente Berlusconi, ci ha fatto credere che il suo indomito fallo fosse il principale assillo delle donne italiane". Infine la frecciatina a Renzi incalzata dalla giornalista di Formiche.net che gli chiede se la convince "il femminismo alla Renzi": "Non esiste un femminismo alla Renzi - ha risposto la Chirico - ma una strategia comunicativa renziana. Il premier ha capito che la sinistra del presunto primato morale era perdente. Perciò si è abilmente smarcato dalla linea dei suoi predecessori. E li ha rottamati".

Annalisa Chirico fra femminismo e provocazione, scrive Benedetto Marchese su “Città della Spezia”. L'autrice racconta a Cds il suo libro "Siamo tutti puttane" presentato anche nella rassegna "I grandi temi" di Bocca di Magra: "Quote rosa? Solo se c'è competenza". “Provocare significa sciogliere il proprio pensiero e lasciarlo libero di muoversi e concepire qualcosa per noi e per gli altri. Nella società di oggi c'è una cautela estrema che frena tutto questo”. Ospite nel salotto di Bocca di Magra di Annamaria Bernardini De Pace e della sua rassegna letteraria dedicata quest'anno proprio alla provocazione, la giornalista e saggista Annalisa Chirico sintetizza così il filo conduttore della manifestazione nella quale ha presentato il ultimo libro “Siamo tutti puttane” (sottotitolo “Contro la dittatura del politicamente corretto”), senza distinzioni di genere e ispirato dal Processo Ruby. “Seguendo le udienze – racconta a Cds la collaboratrice di Panorama e Il Foglio – mi sono resa conto che l'imputato non era più Berlusconi ma quelle ragazze le cui vita privata veniva vivisezionata e giudica di fronte al grande moralizzatore pubblico. Era diventato un processo al senso del pudore e il codice morale si stava sostituendo a quello penale, si parlava solo di gusti sessuali. Il mio libro – prosegue – è invece un grido di rivolta contro il moralismo e il politicamente corretto: ognuno ha il diritto di scegliersi la vita che vuole, e di lavorare per realizzare i propri sogni, anche rischiando di farsi del male”. Edito da Marsilio e pubblicato dopo i precedenti “Condannati preventivi” e “Segreto di Stato – il caso Nicolò Pollari”, il libro delinea anche il pensiero dell'autrice sul femminismo e il ruolo della donna nella nostra società. “Ho concluso il mio dottorato con uno studio sul corpo della donna – prosegue – e mi ritengo una femminista pro sesso, pro porno e pro prostituzione: ciascuna di noi può sentirsi Madonna o puttana ma non deve sottostare a delle regole. Sono critica verso le Taleban-femministe che hanno fatto di quel processo solo una battaglia politica contro Berlusconi per poi sparire subito dopo. Negli anni Settanta le femministe scendevano in piazza al fianco delle prostitute, oggi troviamo una parte di quella sinistra sui palchi a puntare il dito contro altre donne che ritengono degradate e che discriminano. Un movimento che è diventato braccio armato della politica e che è stato respinto, sempre nella stessa area, da coloro che quarant'anni fa avevano lottato per i diritti delle donne. Si sono occupate delle “Olgettine” ma non delle arabe o italiane che vivono segregate. Un problema che riguarda tutto l'Occidente che non si preoccupa di tutelare ad esempio le eroine di Kobane che vengono lasciate sole a combattere contro l'Isis”. Chirico, origini pugliesi e romana d'adozione, non si sottrae poi ad un commento sull'episodio avvenuto pochi giorni fa su una spiaggia di Fiumaretta con vittima una giovane ripresa con il compagno in un video che ha girato sugli smartphone di mezza Val di Magra ed è finito anche sui giornali. “Dobbiamo capire che le giovani d'oggi sono molto più disinibite e se da un lato queste cose possono accadere normalmente, dall'altro dovrebbe esserci un limite da parte di chi le pubblica o le condivide”. Attratta fin da piccola dalla politica e con un passato fra i Radicali di Pannella l'autrice rivela invece una distanza convinta dalla militanza: “Ne sono stata interessata, ora la seguo solo per mestiere, ho votato poche volte e mi sono astenuta sempre senza pentimento. Le quote rosa in politica? Scegliere donne competenti è importante – conclude – farlo solo per rispettare la parità è del tutto inutile”.

Chi è Annalisa Chirico, la paladina del femminismo liberale. La giovane scrittrice e opinionista ha pubblicato un libro dal titolo esplicito, “Siamo tutti puttane”, nel quale polemizza contro il femminismo radical-chic di certa sinistra e invoca la libertà per un nuovo femminismo, scrive I.K su "Gossip di Palazzo" venerdì 23 maggio 2014. 28 anni dalla penna tagliente, aspetto piacente che male non fa, autodefinitasi “liberale, tortoriana, radicale” sulle pagine delle sue biografie online, sul proprio sito personale e sul blog di Panorama "Politicamente scorretta" che gestisce personalmente, dottoranda in Political Theory a alla Luiss Guido Carli di Roma: Annalisa Chirico è una delle giovanissime opinion-maker della carta stampata e dell’editoria digitale che stanno mettendo a dura prova le giornaliste di una volta grazie ad una buona dose di sfacciataggine e femminile tracotanza. Sulla sua pagina Facebook ci sono moltissime foto con tutti i sostenitori e acquirenti famosi del suo nuovo libro, …La giovane scrittrice e fidanzata di Chicco Testa si scaglia contro le femministe post sessantottine. Autrice di due libri, uno contro l’abuso della carcerazione preventiva “Condannati preventivi” e l’altro sul caso Niccolò Pollari e i segreti di stato tra Usa e Italia, Annalisa Chirico è in questi giorni sulla bocca della politica e del costume italiano per la pubblicazione di un terzo libro dal titolo decisamente esplicito di “Siamo tutti puttane” nel quale, come ha spiegato in un’intervista a Dagospia, rivendica il diritto di ciascuno di farsi strada come meglio può senza dover per forza incappare in trancianti giudizi operati sulla base della morale altrui. Nello specifico mirino del libro della Chirico, lanciato in pompa magna anche grazie all’appoggio una campagna mediatica via Twitter (#SiamoTuttiPuttane è l'hashtag dedicato) con personaggi famosi quali cantanti, giornalisti provocatori come Giuseppe Cruciani e svariate partecipazioni televisive, sono finite le cosiddette taleban-femministe dell’intellighenzia di sinistra, guidate da Lorella Zanardo di Se non ora quando e dalla presidente della Camera Laura Boldrini: il libro, ha spiegato Annalisa Chirico, è nato proprio dall’indignazione che le montava dentro durante il processo alle olgettine, le ragazze prezzolate da Berlusconi per i famosi festini nella villa di Arcore gestiti da Nicole Minetti. A ogni udienza m'incazzavo di più: quelle ragazze, chiamate in qualità di testimoni, in realtà erano imputate, e non per reati del codice penale, ma per i loro costumi privati. Quelle toghe stavano violando i diritti di ragazze che avevano avuto la colpa estrema di accarezzare il potere cercando di inseguire i loro sogni. Embé? Chi siamo noi per giudicare i sogni degli altri? Le taleban-femministe giudicano. Annalisa Chirico ne ha per tutti, specialmente per quello che lei chiama "il boldrinismo" della politica: Io sono femminista, ma il loro è un femminismo perbenista che celebra il modello di donna madre e moglie. Hanno restaurato il tribunale della pubblica morale. Il berlusconismo non t'impone come vivere. Il pericolo del boldrinismo invece è che vuole importi come vivere. E in merito alla sua relazione con Chicco Testa, sessantaduenne ex presidente di Enel e giornalista su molte testate italiane? Annalisa Chirico si riconferma sprezzante del giudizio altrui: Non è l’uomo più vecchio con cui sono stata.

GLI ECCESSI DEL POLITICAMENTE CORRETTO.

Cicciottelle non di può dire, ma panciuti sì, scrive Giordano Tedoldi su “Libero Quotidiano" il 9 agosto 2016. Che la faccenda del politicamente corretto sia del tutto fuori controllo, e abbia prodotto l' esatto opposto di ciò che voleva prevenire, e cioè livore, aggressività, pretesto per giudicare sommariamente il «nemico» e inchiodarlo a una parola diventata oscuramente impronunciabile, lo dice la furibonda polemica sulle tre azzurre del tiro con l' arco, bravissime, ma che non sono riuscite a guadagnare il podio alle Olimpiadi di Rio, cedendo alle russe, e le cui gesta il Resto del Carlino, nelle sue pagine sportive, ha raccontato con il titolo «il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico». Ora, poiché viviamo al tempo della pussy generation, come dice Clint Eastwood che ha coniato l' espressione in una sua recente intervista a Esquire (scandalizzando tutti perché, sai che scoperta, il vecchio Clint mostrava interesse per Donald Trump, ma dai, e noi che pensavamo fosse kennediano tendenza Veltroni…) cioè «la generazione delle femminucce» - e non staremo a spiegare o a difendere l' uso dell' espressione, attendendo pazientemente i soliti geni, che ci diranno che offende le donne anzi «il corpo delle donne» - allora ne consegue che «cicciottelle», riferito alle tiratrici olimpiche, è «una vergogna», e che i giornalisti che hanno così titolato sono responsabili della «morte di una professione», e che «sono da pestare» perché «fanno schifo». Questi commenti, così civili, indice di elevato pensiero e nobili sentimenti, sono alcuni nella nauseante marea di analoghi insulti, partoriti dagli indignati del politicamente corretto, presi a casaccio dalla rete, che ieri ne traboccava. E tutto perché l'anonimo giornalista - di cui ora la rete pretende il nome, ché si deve pubblicamente umiliarlo, e pretenderne scuse solenni, e casomai ottenerne anche la radiazione dall' ordine professionale, provvedimento che gli indignati del web sollecitano ogni ora per gli episodi più vari e contraddittori - ha detto che tre atlete sono «cicciottelle». Occorre rammentare alla scatenata pussy generation, quella per la quale, come dice Clint, «questo non si può fare, quello non si può dire, quell' altro nemmeno» (tutti divieti stabiliti da loro, beninteso) che quattro anni fa la rete non si scatenò affatto, per i «Robin Hood con la pancetta», come vennero chiamati dai giornali i tre arcieri italiani, non propriamente smilzi, che vinsero l'oro alle Olimpiadi di Londra. Allora, il fatto che i nostri tiratori fossero «cicciottelli», com' è del resto abbastanza normale in una disciplina dove non è richiesto il peso forma, semmai occhi di lince e grande capacità di concentrazione, non destò scandalo alcuno. Soprattutto non destò scandalo per gli arcieri, così come nulla hanno commentato, stavolta, le tiratrici italiane. Allora, nessun giornalista fece schifo, né venne indicato per essere pestato, né sotterrò la professione, né venne minacciato di radiazione, né se ne pretese con voce stentorea il nome come fosse un nazista imboscato da decenni. Come mai? Ma perché erano tre uomini. La pussy generation ha questa idea che esistano delle categorie di «diversi», più sensibili, più vulnerabili, che vanno curati come piantine stentate, anche malgrado i propositi e le volontà delle stesse presunte «vittime». Sappiamo quali siano tali categorie: gli omosessuali, i neri, i «migranti», le donne, in parte anche gli islamici. Di questi non si può che dire e scrivere ogni bene. Qualunque epiteto dal significato meno che esaltante, sia anche l'infantile «cicciottello» (ma seriamente: chi può dirsi offeso, essendo adulto, perché viene definito così?) mette subito colui che lo usa nei pasticci. E nel dire nei «pasticci» siamo politicamente corretti, perché ciò che in realtà accade è che viene coperto da una valanga di merda, escreta da loro, i buoni, i giusti, i politicamente corretti, la parte avanzata della società, insomma, la pussy generation, che si gonfia di boria grazie all' esibizionistica amplificazione e risonanza dei social. Fortunatamente, c' è ancora chi non ha perso il senno, e per criticare un titolo, criticabilissimo, ci mancherebbe, ricorre all' ironia, sottolineando che ci vuol coraggio a definire «cicciotelle» tre donne che sanno scoccare frecce con tanta precisione. Ma la media delle reazioni è l'insulto, la messa alla berlina, la gogna virale, tutte procedure che il politicamente corretto usa immancabilmente. E dunque ci chiediamo: come mai un esercizio critico così barbarico, che usa sempre questi metodi di aggressione, il vile tutti contro uno, viene tollerato? Perché accettiamo che il controllo sul linguaggio, nella discussione pubblica, venga affidato all' isteria del «popolo della rete» in quotidiana caccia di un capro espiatorio? Il quale popolo, altro che ricorrere a un «cicciottello», quando parte all' attacco, pretende la testa del nemico. Giordano Tedoldi.

Le "cicciottelle" divorano il direttore. Ecco come l'hanno rovinato, scrive “Libero Quotidiano” il 9 agosto 2016. Ha vinto il politicamente corretto, ha perso il buonsenso a favore della boria che tracimava dai profili Facebook per tutto ieri, dopo che era stato messo in giro il titolo del Quotidiano sportivo, supplemento sportivo del Resto del Carlino, sulle tre atlete italiane del tiro con l'arco, le "cicciottelle" che hanno portato a casa una medaglia di bronzo. Con una nota da parte dell'editore del quotidiano, Andrea Riffeser Monti, arriva il licenziamento in tronco del direttore del Qs, Giuseppe Tassi: "L'editore - si legge - si scusa con le atlete olimpiche del tiro con l'arco e con i lettori del Qs Quotidiano sportivo, per il titolo comparso sulle proprie testate relativo alla bellissima finale per il bronzo persa con Taipei. Lo stesso editore a seguito di tale episodio ha deciso di sollevare dall'incarico, con effetto immediato, il direttore del Qs Giuseppe Tassi". L'atteggiamento più dignitoso lo hanno avuto le tre atlete che non si sono volute intromettere nel carnaio di polemiche sterili. Da parte degli indignati di professione un coro di proteste sulla trita e ritrita questione del rispetto del corpo femminile, portata a bandiera quando conviene, dimenticata solo in casi di avversari politici da disintegrare. Chissà dove erano questi paladini del rispetto in quota rosa quando si faceva carne da macello delle ragazze coinvolte nei processi contro Silvio Berlusconi, giusto per citare un trascurabile caso fenomenologico degli ultimi anni. A poco è bastata la nota di scuse con la quale lo stesso direttore questa mattina aveva giustificato quel titolo, apparso tra le altre cose nell'edizione di prima battuta, poi corretto in un'altra forma nella successiva edizione. Ormai la palla di neve era diventata valanga, con un il carico da novanta aggiunto dal presidente della Federazione italiana Tiro con l'Arco, Mario Scarzella, che rivolgendosi proprio al direttore aveva drammatizzato fino all'inverosimile: "Dopo le lacrime che queste ragazze hanno versato per tutta la notte - aveva scritto Scarzella - questa mattina, invece di trovare il sostegno della stampa italiana per un'impresa sfiorata, hanno dovuto subire anche questa umiliazione". E l'umiliazione doveva essere lavata con un colpevole da lanciare alla folla assetata di sangue. Di sicuro quel licenziamento "con effetto immediato" avrà ridato dignità a tutto il genere femminile.

Le «cicciottelle» e noi ostaggi dell’ossessione dell’estetica, scrive Beppe Severgnini su “Il Corriere della Sera” il 9 agosto 2016. «Il trio delle cicciotelle sfiora il miracolo olimpico» era un titolo sbagliato. Anzi, peggio: era un brutto titolo. Ma se licenziassero tutti i giornalisti che hanno fatto un brutto titolo, o un commento inopportuno, le redazioni sarebbero deserte. Di certo, il sottoscritto non ci sarebbe. Anni fa, dopo averla incontrata, ho definito «cicciottina» Scarlett Johansson (su Sette): ai miei occhi era un complimento, la ragazza era uno splendido manifesto contro l’ossessione della magrezza. Oggi non lo scriverei. Anche per questo a Giuseppe Tassi, l’autore di quel titolo, rimosso dalla direzione del Quotidiano Sportivo, concederei l’attenuante della buona fede: l’impressione è che, in modo un po’ datato, volesse vezzeggiare le ragazze dell’arco dopo la bella prova di Rio. In fondo, molte testate hanno applaudito Teresa Almeida, portiere della squadra di pallamano dell’Angola, 170 centimetri per 98 kg («Fortissima, simpatica e portavoce dei “cicciottelli” di tutto il mondo», Huffington Post, 7 agosto 2016). Domanda: non sono più offensive le esternazioni di Matteo Salvini su Laura Boldrini, paragonata a una bambola gonfiabile? Non sono più indelicati i giudizi di Marco Travaglio su Maria Elena Boschi («Si occupi di cellulite, non di riforme»). Non sono più spiacevoli i commenti di Vincenzo De Luca su Virginia Raggi («Bambolina imbambolata»)? Eppure non risulta che sia partito il linciaggio virtuale. Meglio così, sia chiaro. I titoli giocati sull’aspetto fisico sono figli di questo clima. E di certe abitudini. Siamo onesti: dall’inizio delle Olimpiadi molte testate pubblicano, e molti tra noi guardano, le scollature delle atlete e gli addominali degli atleti. È un’estensione dell’insopportabile ossessione estetica che domina la pubblicità, i media e la società; e tiene in ostaggio le nostre vite. I social — gli stessi che oggi invocano la gogna per l’autore del titolo sulle «cicciottelle» — godono a umiliare ogni personaggio per qualsiasi imperfezione: dalla pelle di un’anziana cantante a Sanremo alla pancetta di Higuain all’esordio con la Juve. Riassumendo. È inopportuno giocare sull’aspetto: il collega Tassi ha sbagliato. Ma fra disapprovazione e linciaggio c’è un confine. E ogni giorno viene superato, con euforica ipocrisia.

“Frocio” non si dice. “Figlio di troia” sì, scrive Francesco Merlo il 26 gennaio 2016 su "La Repubblica". Dunque “frocio” non si può dire e “figlio di troia” sì? E “siciliano mafioso” non è razzismo, mentre “zingaro di merda” lo è? E se fosse ridicolo tutto questo affanno del perbenismo italiano nel compilare classifiche di legittimità dell’insulto? Non si può infatti applicare il politicamente corretto all’ingiuria, non esiste l’offesa sterile, non ci sono parolacce detergenti e anzi spesso il più turpe vaffanculo, quando è lanciato sotto stress e non quando diventa progetto politico, disinnesca il pugno. Le male parole come sfogo, come valvole liberatrici durante uno scontro sul campo di gioco, o sulla strada o persino in Parlamento, fanno muro ai ceffoni, disarmano gli istinti violenti, impediscono le botte, sono l’unico modo di darsele di santa ragione senza farsi male. E chissà se per Mandzukic è più offensiva la parola “zingaro” o la parola “merda”? Ed è più politicamente scorretto Sarri, che ha dato del finocchio a Mancini, oppure Mancini che aveva assolto se stesso quando aveva dato del “finocchio” ad un cronista? E’ infatti una giostra il mondo del politicamente corretto. Basta un piccolo cambio di scena e l’ingiuriante diventa ingiurato come nel film i Mostri dove Vittorio Gassman, pedone sulle strisce, si indigna e si ribella perché gli automobilisti, mentre gli sfiorano il sedere, gli gridano. E Gassman incede su quelle strisce a passo volutamente lento e abusa dell’asilo politico che gli offre il codice della strada: come Mancini, “ci marcia”. Ma poi quando sale sulla sua cinquecento il mostro Gassman sfreccia su quelle stesse strisce mostrando le corna ai pedoni. Più ancora della strada, lo sport è metafora di guerra, la vita combattuta con altre armi, non la politica astrusa e neppure la cultura dei privilegiati, ma il mondo dei sentimenti, materia forse non semplice ma sicuramente selvatica: il mondo del turpe eloquio. E però Konrad Lorenz tratterebbe De Rossi come uno dei suoi spinarelli e non certo come un razzista. Anche Freud sorriderebbe dinanzi alle accuse di omofobia a Sarri. Per non dire di Lévi-Strauss che si sentirebbe beato davanti a tanti selvaggi. Tanto più che, con un formidabile testa-coda, il politicamente corretto avvelena anche i selvaggi. Ieri, nelle tante trasmissioni radio, persino gli ultrà romanisti si sono impasticcati di politicamente corretto e, dando vita alla figura ossimorica dell’ultra per bene, dell’estremista formalista, per salvare il loro De Rossi hanno solennemente stabilito che non essendo Mandzukic uno zingaro non può sentirsi offeso dalla parola zingaro. Con questa logica se dici puttana a una puttana la offendi, se invece lo dici a una signora, va bene. L’importante infatti è non ledere i diritti della minoranza sfruttata (le puttane) anche a costo dell’onore della maggioranza (le signore). Insomma sei un gran maleducato, ma politicamente corretto; sei un vero facchino ma non sei un razzista. Applicando questa logica anche all’ingiuriato, solo un frocio si arrabbia se gli dicono frocio. Dunque se Mancini si arrabbia vuole dire che è frocio? La giustizia sportiva, per trovare delle attenuanti a Sarri, ha accolto questa stramba tesi degli ultrà e ne ha fatto una fonte di legge condannando l’allenatore del Napoli a solo due giorni di squalifica, e per giunta in coppa Italia, a riprova che la nostra giustizia sportiva coniuga le regole con l’humus, la legge con gli umori, in nome del popolo italiano politicamente corretto, vale a dire della curva sud che strologa di diritto, del bar sport dove il tifoso-fedele si traveste da laico. Come si vede, il politicamente corretto della plebe, che di natura è scorretta, è alla fine un pasticcio, è l’innesto del birignao nella suburra. Come se Marione Corsi, l’ex terrorista dei Nar, divo della più importante radio romanista (dice), conducesse “Che Tempo che fa” al posto di Fabio Fazio. Infine c’è la televisione che amplifica e rende caricaturale il politicamente corretto perché costringe a mentire, non conosce sfumature, insegna a parlare con la mano davanti alla bocca e dunque a occultare il corpo del reato, come ha ben spiegato ieri Spalletti, il nuovo allenatore della Roma. Alla Camera dei deputati sono stati vietati per regolamento gli zoom proprio per evitare la lettura del labiale e dunque le indiscrezioni rivelatrici, le schermate dei siti porno visitati mentre si discute della Finanziaria, l’ingrandimento del display del cellulare di Verdini terminale di traffici e commerci, le parolacce dette e scritte nei pizzini che gli onorevoli si scambiano tra loro. E certo non ci piace che sia stata oscurata la casa di vetro della democrazia. Ma una vota Dino Zoff raccontò che dovendo subire un rigore, il suo allenatore Trapattoni gli impartì un ordine in forma di consiglio: buttati a destra perché quello lì calcia i rigori sempre sulla destra. Al momento del tiro, Zoff per istinto avrebbe voluto andare a sinistra, ma prevalse l’obbedienza al Mister. Fu gol. E Zoff scomodò il cielo con una bestemmia e con un insulto secco e forte contro Trapattoni. Lo avesse ripreso la televisione, Zoff sarebbe passato alla storia del calcio come un insolente e un blasfemo, nemico di Dio e del proprio allenatore. Ecco dunque l’ultimo pasticcio del politicamente corretto: la televisione condanna alla trasparenza che però tanto più sembra fedele quanto più è infedele perché travisa mentre mostra, deforma mentre informa. E’ allora meglio nascondersi al politicamente corretto? Oppure è meglio comportarsi come profetizzava Italo Calvino? Conosco un omosessuale che vive in un piccolo paese e che all’insulto “frocio”, che ogni tanto gli capita di subire, reagisce con orgoglio.

Insultare una fascista (incinta) non è reato, scrive Gian Marco Chiocci il 2 febbraio 2016 su “Il Tempo”. Giorgia Meloni non ha bisogno di avvocati d’ufficio, la conoscete, sa difendersi da sola. Ma quel che la fogna di internet le sta vomitando addosso dopo l'annuncio del bebè in arrivo, imporrebbe una risposta dura e bipartisan che a distanza di 48 ore ancora non s'è vista. Madri, padri, figli di, parenti prossimi o trapassati: di insulti familistici la politica si alimenta ogni giorno ma non se n'erano sentiti rivolti a un feto. I cultori della doppia morale, della superiorità intellettuale, culturale ed esistenziale, ci regalano sovente perle di ironia che a parità di sarcasmo, se rivolte a un'immigrata, una lesbica, una politica di sinistra, scatenano reazioni veementi, rimostranze parlamentare, raccolte di firme e sit-in in girotondo. Prendete la Boldrini. Impegnata com'è a far rispettare l'articolo determinativo femminile, "la" presidente della Camera ha espresso solidarietà all'ex ministro solo quando Fabio Rampelli (l'ombra lunga di Giorgia) ha evidenziato la sua partigianeria nell'esprimere solidarietà solo a chi non la pensa come la leader di An. Va detto che anche le politicanti di centrodestra si sono fatte riconoscere. Hanno tergiversato fino a quando non s'è mossa la Carfagna, dopodiché qualcuna ha preso coraggio e s'è indignata. Insomma, se la Bindi è più bella che intelligente, giustamente il mondo s'indigna con Berlusconi. Ma guai a scandalizzarsi se esponenti democratici condividono su facebook Madonna Meloni che concepisce senza peccare oppure ritwittano quel gentiluomo di sua sobrietà di Vladimir Luxuria che cinguetta sperando di tramandare la specie («auguri e figli trans»). Ti sentirai rispondere che è satira, sarcasmo, ironia. Ma sì, minimizziamo. Ridimensioniamo l’accaduto. Lo facevano anche i katanga dell’autonomia operaia quando sprangavano i missini e si difendevano così: «Uccidere un fascista non è reato».

Un orrore sul sito dell'Annunziata: giusto insultare il figlio della Meloni, scrive “Libero Quotidiano” il 3 febbraio 2016. Sull'Huffington Post di Lucia Annunziata un intervento di rara violenza contro Giorgia Meloni. A firmarlo è Deborah Dirani, che si definisce "donna, prima. Giornalista, poi". Nel mirino la leader di Fdi-An, bersagliata da insulti e sfottò dopo aver rivelato di essere incinta. E la signora Dirani, de facto, spiega che la Meloni si merita questo tipo di linciaggio. Chiarissimo l'attacco del suo articolo: "Giorgia Meloni è incinta. Giorgia Meloni è una delle responsabili della degenerazione della politica del mio Paese. Di quella politica fatta di esclusione, di negazione dei diritti, di slogan populisti e di intolleranze culturali". Dunque, la Dirani aggiunge che la Meloni "è incinta e io sono ben contenta, dico sul serio". E subito dopo riprende a manganellare: "Ma la gravidanza non fa di lei una persona migliore, non la trasforma magicamente in una donna aperta al diverso da sé. Resta esattamente quella che è e raccoglie esattamente quello che tanto si è prodigata a seminare: intolleranza". Insomma, l'intolleranza raccolta dalla Meloni in questi giorni - ricordiamolo: insulti e sfottò al nascituro, qualcosa di vergognoso che non c'entra nulla con la politica - sarebbe dovuta alla presunta intolleranza del personaggio Meloni. Quale intolleranza? Si suppone il sostenere politiche di destra, una roba che la signora Dirani non può tollerare, tanto che nello stesso, improponibile e violento, commento si spinge a scrivere: "Buona gravidanza, Giorgia Meloni e... Speriamo che sia femmina (volevo aggiungere anche comunista!)".   

Mancini e il politically correct che tarpa le ali alla libertà d'espressione. Froci, zingari, clandestini e handicappati non esistono più. La "neolingua" impone gay, rom, migranti e diversamente abili e ora invade anche i campi di calcio, scrive Francesco Curridori, Mercoledì 20/01/2016, su "Il Giornale". “Sarri è un razzista, uomini come lui non possono stare nel calcio. Mi son alzato per chiedere al quarto uomo del recupero. Lui ha iniziato ad inveire contro di me, dicendo ‘frocio e finocchio’ Sono orgoglioso di esserlo se lui è un uomo. Persone come lui non possono stare nel calcio, se no non migliorerà mai. Ha 60 anni, si deve vergognare”. Con queste parole Roberto Mancini rischia di inguaiare Maurizio Sarri. I due allenatori hanno avuto un brutto battibecco al termine della partita di Coppa Italia e l’insulto scappato al coach del Napoli rischia di costargli caro. Secondo le norme della Figc chi ha “stop "un comportamento discriminatorio e ogni condotta che comporti offesa per motivi di sesso" ​rischia quattro mesi di squalifica che andrebbero scontati anche in campionato. Mancini ha rotto la regola aurea del calcio che può essere riassunta con la frase di un celebre film: “ciò che avviene dentro il miglio verde rimane dentro il miglio verde” e così il web si è diviso su Twitter tra chi scriveva #iostoconMancio e #iostoconsarri. Siamo all’apoteosi del politicamente corretto. Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center ha chiesto un incontro con il presidente del Napoli, Auelio De Laurentis e Carlo Tavecchio, presidente della Figc perché “uno sport così popolare non può permettersi messaggi di violenza". Siamo sicuri che molti di questi benpensanti di sinistra che si indignano per un “frocio” scappato in un campo di calcio, dove gli insulti e le bestemmie sono di casa, sono scesi in piazza a difesa della libertà d’espressione quando l’Isis ha fatto la strage di Charlie Hebdo. Fintanto che si insulta la Chiesa cattolica o qualcuno dipinge un Gesù Cristo immerso nella pipì tutto va bene ma se si dice frocio, zingaro, clandestino, cieco o handicappato allora apriti cielo. Nella neolingua dei benpensanti frocio deve chiamarsi “gay”, il clandestino “migrante”, cieco diventa "non vedente", zingaro “rom” e l’handicappato si trasforma in “diversamente abile”. Come se anche i cosiddetti “normodotati” non siano diversamente abili tra loro. Non tutti gli uomini “comuni” hanno le stesse abilità e anche chi non è in sedia a rotelle, nella maggior parte dei casi, ha abilità diverse se messo a confronto con Rocco Siffredi e Stephen Hawking. Chi vive in sedia a rotelle, chi non vede o chi non sente è, invece, portatore di uno o più handicap, ossia di svantaggi cui non si è ancora è posto il giusto rimedio con un adeguata opera di abbattimento delle barriere architettoniche. Eppure la sinistra cosa si accinge a fare? Una proposta di legge per aumentare le pensioni d’invalidità, al momento ferme a poco più di 200 euro? No, la preoccupazione di Sel è quella di cambiare la dicitura “handicappato” in “diversamente abile” dal testo di legge 104, come conferma al giornale.it da Erasmo Palazzotto, promotore della proposta di legge che arriverà in Parlamento presumibilmente a febbraio. Se si va avanti di questo passo si dovrà chiedere a Iva Zanicchi di cambiare la sua canzone da “dammi questa mano, zingara” a “dammi questa mano, rom”. Dire “frocio” fa scandalo proprio nel momento in cui il governo depenalizza il reato di ingiuria tanto che persino Vittorio Sgarbi, per protesta, ha abbandonato una trasmissione tivù senza insultare nessuno. A breve sarà impossibile anche dare del “cornuto” all’arbitro. Preparatevi al marito con una moglie “diversamente fedele”… Siamo alle comiche finali del politicamente corretto.

Sarri e il solito coro del "Politicamente corretto" a giorni alterni, scrive "Il Piccolo D'Italia il 20 gennaio 2016. Fonte: Fabrizio Verde, Francesco Guadagni e Alessandro Bianchi per L’Antidiplomatico. In occasione della partita di calcio tra Napoli e Inter, valevole per la qualificazione alla semifinale della Coppa nazionale, è entrata in azione la solita ipocrisia e doppia morale di marca italica. Evento scatenante, un litigio tra i tecnici delle due compagini calcistiche Maurizio Sarri e Roberto Mancini. Quest’ultimo, allenatore dell’Inter, nel dopo partita ha lanciato accuse di razzismo nei confronti del tecnico toscano che allena la squadra partenopea, colpevole di averlo apostrofato con i termini ‘frocio’ e ‘finocchio’. Per Maurizio Sarri, che dichiara di non ricordare le parole esatte ma si è scusato a telecamere spente nello spogliatoio dell’Inter prima dell’accusa mediatica di Mancini, si è trattato di una caduta di stile, questo è fuor di ogni dubbio. Ma è l’intero contesto di abnorme colpevolizzazione dell’allenatore del Napoli ad essere oggettivamente fuori luogo. Innanzitutto bisogna ricordare che l’Italia è il paese dove in occasione di ogni partita di calcio vengono gridati i più beceri cori razzisti nei confronti della città di Napoli e dei suoi abitanti, nel generale disinteresse di giornalisti e addetti ai lavori, che fanno a gara nel minimizzare questi atti di razzismo, declassandoli a semplici sfottò da stadio, senza tener contro del retroterra culturale che vi è dietro a questi slogan beceri e razzisti. Si tratta degli stessi personaggi che da ieri cercano di ergersi a improbabili moralizzatori del mondo del calcio. Si tratta, si sa, del solito “politicamente corretto” creato ad arte. Che dire poi dello stesso Roberto Mancini che si è precipitato ai microfoni della Rai a denunciare indignato delle offese ricevute, dopo aver provato nello spogliatoio del Napoli a venire alle mani con il tecnico toscano? Si tratta dello stesso Mancini che nel 2000 intervenne in difesa del suo amico Sinisa Mihailovic, il quale aveva definito il centrocampista dell’Arsenal Vieira un «negro di merda», con queste testuali parole riportate dal quotidiano ‘La Repubblica’: «Nel corso di una partita l’agonismo esasperato può portare a momenti di tensione e di grande nervosismo. Credo che anche qualche insulto ci possa stare. L’importante è che tutto finisca lì». Lo stesso Mancini che da allenatore del Manchester City rischiò di finire alle mani con ben due suoi giocatori Adebayor e Tevez. Il primo accusato di fingere un infortunio poi rivelatosi vero, il secondo per divergenze tecnico-tattiche. Il litigio tra il tecnico di Jesi e l’attaccante argentino trovò il suo culmine quando Mancini affermò nei confronti di Tevez ‘l’elegante’ frase «go fuck your mother». Insomma, il tecnico che ieri si è tanto scandalizzato non ha nulla da invidiare alle tante teste calde che popolano il calcio mondiale. In ultima analisi è curioso notare come quegli stessi giornalisti che ieri si sono affrettati nel crocifiggere un allenatore per un insulto proferito in un momento di grande concitazione e nervosismo, siano gli stessi che da anni ignorano il più becero razzismo, le ruberie, i macroscopici brogli e quant’altro accade nel mondo del calcio. E, infine, un ultimo punto, il più importante perché non parliamo più di qualcosa attinente ad un gioco, è curioso notare come quegli stessi giornalisti che ieri si sono affrettati nel crocifiggere un allenatore per un insulto proferito in un momento di grande concitazione e nervosismo, siano gli stessi che ignorano e tollerano ogni giorno lo stupro di diritti, democrazia e della nostra Costituzione che avviene ogni giorno. Lo stato in cui versa un’Italia sempre più schiacciata della dittatura europea neoliberista dipende anche, e soprattutto, dal coro del “politicamente corretto” dei bombardatori umanitari a giorni alterni.

Quella sinistra "politicamente corretta" che da settant'anni deride e insulta i gay. Togliatti offendeva Gide mentre la rivista diretta da Berlinguer inseriva gli "invertiti" fra i nemici di classe. Fino alle scivolate di D'Alema e Bersani, scrive Cristina Bassi, Martedì 18/04/2017, su "Il Giornale".  «A froci!», «finocchio», «culattoni», «checca squallida»: la destra, certo, si è spesso messa in (cattiva) luce quando si è trattato di insulti omofobi e battute da trivio. Post-missini e leghisti in testa. E se la Dc usa per decenni la maldicenza, pure Beppe Grillo scivola su un «At salut, buson!», rivolto a Nichi Vendola dal palco di Bologna (2011). Ma arrivano dalla sinistra progressista le invettive più insidiose contro i gay. A volte vaghe: «È mollezza borghese». Altre dirette: «Deviati», «pederasti», «invertiti». Altre ancora subdole: le unioni omosessuali? «È mai possibile che i problemi dell'Italia siano questi?», si chiede D'Alema nel 2006. «È meglio che un bambino cresca in Africa piuttosto che con due uomini o due donne», dichiara un anno più tardi Rosy Bindi, madre del ddl sui Dico. Dopo Stai zitta e va' in cucina, saga del sessismo a Palazzo, il giornalista di SkyTg24 Filippo Maria Battaglia pubblica Ho molti amici gay - La crociata omofoba della politica italiana (Bollati Boringhieri).

Partiamo dal dopoguerra. Nel 1950 Palmiro Togliatti sul mensile Rinascita si scaglia, sotto pseudonimo, contro André Gide che si è ricreduto sul comunismo. A sentirlo parlare, sostiene il segretario del Pci, «vien voglia di invitarlo a occuparsi di pederastia, dov'è specialista». E un anno prima: «Se quando ha visitato la Russia nel 1936 gli avessero messo accanto un energico e poco schizzinoso bestione che gli avesse dato le metafisiche soddisfazioni ch'egli cerca, quanto bene avrebbe detto, al ritorno, di quel Paese!». Mentre il mensile della Fgci Gioventù Nuova, diretto da Enrico Berlinguer, se la prende con Jean-Paul Sartre: «Un degenerato lacchè dell'imperialismo, che si compiace della pederastia e dell'onanismo». Riflette l'autore: il messaggio dell'apparato è che «tra i comunisti non c'è posto per gli omosessuali, invertiti e pederasti (usati spesso come sinonimi) sono solo gli avversari borghesi».

C'è l'espulsione dal Pci di Pier Paolo Pasolini «per indegnità morale» nel 1949. Francesco Rutelli che nel 2000 da sindaco di Roma ritira il patrocinio al Gay Pride perché si tiene nei giorni del Giubileo. E la reazione di Giancarlo Pajetta nella seconda metà degli anni '80. A Botteghe Oscure nota facce nuove: «Incuriosito, si avvicina, scoprendo che si tratta della prima delegazione gay accolta in via ufficiale nella sede comunista. E prima le puttane, e adesso i finocchi si sfoga, scuotendo la testa ma che c... è diventato questo partito?». Arrivando ai giorni nostri, ecco la sinistra «diversamente omofoba». Nel 2009 Bersani manifesta «forti perplessità» sulle unioni gay. È bene, spiega, regolare un fenomeno cresciuto «a dismisura». Però «poi non è che lo chiamo matrimonio omosessuale perché non sono assimilabili». Ancora: «È mai possibile che i problemi dell'Italia siano i Pacs e la Tav?, si domanda nel 2006 l'ex premier Massimo D'Alema (...). Prima di aggiungere, significativamente: Ci siamo fatti incastrare a discutere di questioni marginali rispetto ai problemi del Paese». Pochi mesi dopo aggiungerà che il matrimonio tra omosessuali «offenderebbe il sentimento religioso di tanta gente». Nel 1995 aveva dichiarato: la coppia omo non può «essere considerata una famiglia».

A sinistra la «tolleranza repressiva» ha lasciato il posto al silenzio imbarazzato: «C'è una generazione di gente brillantissima che viene dal Pci che non ha mai fatto coming out racconterà nel 2012 la deputata dem Paola Concia Donne e uomini, personaggi di primo piano di quel partito. Se avessero dichiarato pubblicamente la loro omosessualità avrebbero fornito carburante alla sinistra». Non solo: «Alcuni colleghi del Pd (...) ogni volta che mi vedono parlare con una donna, si strizzano l'occhio e dicono che ci sto provando (...). Pregiudizi che trovano conferma nel 2011 quando la deputata annuncia che si sposerà in Germania con la compagna. Che si dice in questi casi?, le domanda Rosy Bindi». Infine Vendola che confessa: «È stato forse più facile dire la mia omosessualità ai preti che al partito».

Da Che Guevara a Orlando, tutte le contraddizioni del mondo gay, scrive Adriano Scianca il 14 giugno 2016 su “Il Primato nazionale”. Il 14 giugno 1928 nasceva a Rosario, in Argentina, Ernesto Guevara de la Serna, destinato a passare alla storia, col nomignolo di Che, per l’apporto dato alla rivoluzione comunista cubana e per essere stato, dopo l’instaurazione del regime castrista, uno dei suoi principali esponenti. Di lui si è detto e scritto tutto. Non è neanche una novità sconvolgente quella per cui, nella visione guevarista dell’uomo nuovo, non ci fosse posto per l’omosessualità: che il Che sia stato l’artefice della creazione di veri e propri campi di concentramento per omosessuali, in cui finirono anche molti simpatizzanti per la rivoluzione, è cosa ben documentata. Eppure il brand guevarista va forte proprio in quei settori che vorrebbero fare l’esame del dna a chiunque sia anche solo in odore di “omofobia”. Beninteso, non vogliamo frettolosamente liquidare qui la rivoluzione cubana con un giudizio piccolo-borghese limitato ai suoi “crimini”, ma certo la contraddizione stride, e parecchio. Non è la sola, se restiamo in campo “lgbt”: al recente gay pride di Roma, per esempio, sono stati fotografati dei cartelli che inneggiavano al boicottaggio dei prodotti israeliani e alla libertà della Palestina. Ben fatto, la causa palestinese gode di tutta la nostra simpatia. Ma, anche qui, non si può non ragionare in punta di coerenza: Israele è uno Stato estremamente gay friendly, cosa che è difficile dire della controparte palestinese e del mondo musulmano in genere. È questo il motivo per cui, dopo la strage di Orlando, il pensiero dominante è andato in tilt: un musulmano, figlio di immigrati, che fa strage di gay. Come uscirne? Sel, in Italia, ha risolto la questione, dando la colpa al fascismo, ma questa è patologia psichiatrica e va lasciata quindi agli specialisti. Abbiamo detto del gay pride: non è forse quella una contraddizione ambulante? Uno sfoggio identitario per rivendicare diritti e uguaglianza. L’espressione di una sottocultura trasgressiva per reclamare l’accesso al perbenismo borghese. Un ostentato “siamo diversi da voi” per far capire alla gente “siamo uguali a voi”. Ora, questo micro-viaggio che parte da Che Guevara e arriva non a Madre Teresa, come la Chiesa immaginaria di Jovanotti, ma allo stragista di Orlando passando per i carri chiassosi del gay pride, cosa vorrebbe dimostrare? Nulla, se non che l’ortodossia politicamente corretta, che ha nelle rivendicazioni lgbt la sua punta di lancia più avanzata, è un sistema logico fallace e un sistema etico claudicante. E che la dittatura del pensiero unico è innanzitutto una dittatura del non pensiero. Adriano Scianca

Omofobia sinistra. Era il 1934 quando Klaus Mann, il figlio dello scrittore Thomas che ebbe una vita signorilmente intensa e signorilmente angosciata, scrisse un pamphlet contro la persecuzione dei “pederasti”. Persecuzione degli omosessuali da parte della sinistra. Sì, perché se oggi negli stereotipi c’è l’omofobia di destra e l’omofilia di sinistra, un tempo, e non fu molto tempo fa, c’era l’omofobia di sinistra e l’omofilia di destra. Klaus Mann denuncia “l’avversione nei confronti di tutto quanto è omoerotismo che nella maggior parte degli ambienti antifascisti e in quasi tutti gli ambienti socialisti raggiunge un livello intenso. Non siamo molto lontani dall’arrivare a identificare l’omosessualità con il fascismo. Su questo non è più possibile tacere”, scrive Giulio Meotti il 22 Luglio 2013 su “Il Foglio”. E ancora: “Come mai sui giornali antifascisti leggiamo parole come ‘assassini e pederasti’ abbinate quasi con la stessa frequenza con cui vengono abbinate sui fogli nazisti le parole ‘traditore del popolo ed ebreo’? La parola ‘pederasta’ viene usata come un’ingiuria”. Né in “Arcipelago Gulag” di Alexander Solzenicyn, né nei “Racconti della Kolyma” di Varlam Salamov, c’è una parola per raccontare la sorte degli omosessuali nei campi sovietici. Sono chiamati, semplicemente, “gli infamati”. In un’opera di divulgazione del commissariato sovietico di Pubblica sicurezza del 1923, intitolato “La vita sessuale della gioventù contemporanea”, si legge che l’omosessualità è “una forma di alienazione” che sarebbe scomparsa, naturalmente o meno, con l’avvento del comunismo. La morale sessuale della sinistra ha sempre oscillato fra la critica radicale delle istituzioni borghesi, a cominciare dal matrimonio, e quella delle “degenerazioni” del costume, segno della corruzione che veniva dalle classi dominanti e capitalistiche. Nel 1862 il proclama della “Giovane Russia” postulava l’abolizione del matrimonio “fenomeno altamente immorale e incompatibile con una completa eguaglianza dei sessi”. La critica di Engels (“Origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato”) indusse la prima generazione di rivoluzionari russi a considerare la famiglia come una “istituzione superata”. August Bebel scriveva che “il soddisfacimento dell’impulso sessuale è un affare privato di ciascuno proprio come il soddisfacimento di ogni altro impulso naturale”. Ma quando una militante bolscevica, nel 1915, stese un pamphlet favorevole al “libero amore”, Lenin rispose che questa era una concezione borghese, non proletaria. Parlando con Klara Zetkin, nel 1920, definì “completamente antimarxista e per di più antisociale la famosa teoria secondo cui, nella società comunista, la soddisfazione dell’istinto sociale e dell’amore è una cosa semplice e insignificante come bere un bicchier d’acqua”. Queste teorie e i conseguenti comportamenti si erano diffusi nella prima fase rivoluzionaria, negli ambienti intellettuali delle grandi metropoli, dominati dallo spirito dissacratore dei futuristi, che consideravano l’omosessualità solo un modo diverso di bere un bicchier d’acqua. A mano a mano che il potere sovietico si estese alle campagne, con la guerra civile e la Nep, la situazione mutò radicalmente. La famiglia tradizionale tornò a essere il modello e ogni “devianza” fu condannata.

Si cominciò con l’attacco di Bucharin alla diffusione fra i giovani di “gruppi decadenti e semiborghesi con nomi come Abbasso l’innocenza, Abbasso il pudore” e si finì con l’inserire nel codice penale la condanna ai lavori forzati per l’omosessualità. Gli intellettuali comunisti occidentali si adeguarono. Uno dei testi più noti di Bertolt Brecht, “Ballade vom 30 Juni”, presenta Hitler e Ernst Röhm come amanti di letto, usando l’accusa di omosessualità per screditare il nazionalsocialismo. Si arriverà, con il giornalista Georges Valensin, a dichiarare che nella Cina di Mao “l’omosessualità non esiste più” (l’Espresso, 20 novembre 1977).

Il Pcf si distinse nell’attacco a “intellettuali degenerati” come André Gide, l’autore di “Si le grain ne meurt”, l’autobiografia dove confessa come in una psicoterapia le “brutte abitudini” di bambino onanista all’Ecole Alsacienne o le crudeltà di adulto libertino inflitte alla madre. “Ce vieux Voltaire de la pédérastie”, scrisse di lui Ernst Jünger, che così sintetizzò il suo nichilismo scettico redento dall’eleganza dello stile. Gide l’alfiere dell’individualismo antiborghese, il custode del classicismo che disse “Je ne suis pas tapette, Monsieur, je suis pédéraste”. Ma anche il militante dell’antifascismo infatuato per breve tempo del comunismo e che, sontuosamente accolto nel 1936 a Mosca, ritornò in occidente per scrivere “Retour de l’Urss” e “Retouches à mon retour de l’Urss”, i libri in cui riferì quello che aveva visto realmente nella Russia staliniana. Divenne così “Gide, il traditore”, “il bieco reazionario”, “il servo dei padroni”, “il nemico della classe operaia”: questo il campionario di epiteti pubblicati a caratteri cubitali contro l’omosessuale antesignano. “Quelle sue calunnie, assurde e ignobili, contro il paese guida del comunismo internazionale, sono la bava avvelenata di un degno figlio della piccola borghesia, di un alleato dei nostalgici nazisti e delle camicie nere”, scrivevano i giornalisti dell’Humanité, il quotidiano del Partito comunista francese. E i loro colleghi della Pravda, organo del Partito comunista sovietico, rivolgendosi ai lettori militanti: “Sapete perché il signor Gide ce l’ha tanto con noi e con i nostri compagni? S’è indignato, poverino, ha provato un disgusto indicibile, quando si è accorto che i comunisti di Mosca non sono pederasti”.

Quando a Stoccolma, nel 1947, diedero al settantottenne Gide il premio Nobel per la Letteratura, Jean Kanapa arriverà a dire che dieci anni prima lo scrittore aveva provato disgusto per i bolscevichi “accorgendosi che essi non erano pederasti”. Nel 1949 Dominique Desanti lo descrisse vecchio di ottantun anni “con già sul viso la maschera della morte”, circondato da giovani ammiratori che avevano trovato nei suoi libri la stessa liberazione che altri trovavano a Place Pigalle. Nel coro di mostrificazione di Gide non mancherà la voce di Palmiro Togliatti, il segretario del Pci che sotto lo pseudonimo di Roderigo di Castiglia, dal giorno del suo ritorno in Italia, nell’ottobre 1943, a quello della sua morte a Jalta, nell’agosto 1964, svolse il suo magistero culturale sulle pagine di Rinascita. Nel maggio 1950, scriverà a proposito di Gide: “Al sentire Gide, di fronte al problema dei rapporti fra i partiti e le classi, dare tutto per risolto identificando l’assenza di partiti di opposizione, in una società senza classi, con la tirannide e il terrorismo, vien voglia di invitarlo a occuparsi di pederastia, dov’è specialista, ma lasciar queste cose, dove non ne capisce proprio niente”.

Il 20 febbraio 1951, all’indomani della scomparsa di Gide, l’Humanité pubblicherà un necrologio intitolato “Un cadavere è morto”. E’ lo stesso Kanapa che nel 1947 riassunse la posizione ufficiale del Partito comunista francese in un saggio intitolato “L’esistenzialismo non è un umanesimo”, in cui si arriva a sostenere che “il significato sociale dell’esistenzialismo è la necessità attuale per la classe sfruttatrice di addormentare i suoi avversari” e che Jean-Paul Sartre era un “pederasta che corrompe la gioventù”. In Italia si seguì un doppio binario. Gli omosessuali non venivano ammessi nel partito e quando venivano scoperti, come nel caso famoso di Pier Paolo Pasolini, venivano espulsi in base alla norma sulla “condotta esemplare” contenuta nello statuto comunista. C’è ad esempio il caso di Pietro Secchia, sul quale cominciarono a circolare voci soltanto dopo che, morto Stalin e fuggito il suo più stretto collaboratore, fu esautorato dal suo ruolo di capo dell’Ufficio quadri, quello che vigilava sulla vita, anche privata, di “compagni e dirigenti”. Sul piano pseudoscientifico pesarono a lungo le teorie biologiche di Andrei Lissenko, che sosteneva una specie di superiorità razziale del proletariato nel quale “fenomeni di devianza”, come l’omosessualità, potevano sussistere solo come il risultato della contaminazione di altre classi. Nel Partito comunista, di omosessualità non si parlerà a lungo. Nel convegno del 1964 dedicato a “Famiglia e società nell’analisi marxista” si accenna polemicamente, lo fa Umberto Cerroni, “alle false alternative teoriche del ribellismo sessuale”, mentre la ricognizione della “esperienza sovietica” di Luciana Castellina arriva a criticare “gli eterodossi, gli innovatori” come sostenitori “del ritorno a una tematica crepuscolare, in difesa del privato e dei suoi tenui sentimenti”. Ancora nel 1979 Antonio Roasio, uno dei fondatori del Partito comunista a Livorno, non trovava di meglio che criticare l’Unità per “l’eccessivo rilievo” dato all’omosessualità in un numero del quotidiano e che “comunque la si giudichi, l’omosessualità non può essere considerata un aspetto della libertà sociale”.

C’è poi la storia, quella vera, del “Che”, Ernesto Guevara. Una storia che in pochi raccontano oggi e che le stesse associazioni omosessuali militanti hanno sempre nascosto. Con il passaggio di poteri da Batista a Castro, nel 1959, Guevara venne nominato procuratore militare con il compito di reprimere “gli oppositori della rivoluzione”. Nei tribunali finiscono per espressa volontà del Che molti religiosi, tra cui l’arcivescovo dell’Avana, e moltissimi “maricones”, gli omosessuali. Il Che realizza campi di lavori forzati ed elabora i regolamenti dentro le galere del regime, che fissano le punizioni corporali per i più facinorosi, come i lavori agricoli eseguiti nudi. Alcuni reduci racconteranno di “maricones” uccisi personalmente, con colpi di pistola alla tempia, dal leggendario guerrigliero. Perché nella Cuba comunista tanto amata in occidente, il castrismo ha perseguitato gli omosessuali chiamandoli “pinguero” (marchetta) e “bugarrón” (uno che cerca sesso spasmodicamente). E se nella Cuba di Batista i gay stavano male e basta, fu tra il 1965 e il 1968, dopo la rivoluzione, che ci fu il trionfo delle Unidades militares de ayuda a la producción, veri e propri lager con guardie armate e filo spinato. Ci finivano dal “poeta finocchio” all’“attore effeminato”, tutti in divisa blu, sottoposti a marce durissime, cibo scarso, ma anche “cure” con gli elettrodi attaccati ai genitali. Il comandante Ernesto Guevara fu lì uno degli aguzzini.

Granma, l’organo ufficiale del Partito comunista cubano, nell’aprile 1971 scriveva per esempio che “il carattere socialmente patologico delle deviazioni omosessuali va decisamente respinto e prevenuto fin dall’inizio. E’ stata condotta un’analisi profonda delle misure di prevenzione e di educazione da rendere efficaci contro i focolai esistenti, inclusi il controllo e la scoperta di casi isolati e i vari gradi di infiltrazione. Non si deve più tollerare che gli omosessuali notori abbiano una qualche influenza nella formazione della nostra gioventù. Siano applicate severe sanzioni contro coloro che corrompono la moralità dei minori, depravati recidivi e irrimediabili elementi antisociali, ecc.”. L’omosessualità è trattata alla stregua di un virus patogeno. Nel 1979 gli atti omosessuali vennero decriminalizzati a Cuba, ma i gay continuarono a venire accusati di essere “oppositori del regime”, sbattuti in galera senza processo, mandati a morte in quell’isola magnifica che descrive Claudio Abbado. Il quotidiano Juventud rebelde pubblica una foto di un impiccato, un “gusano”, un verme, e sui pantaloni c’è scritto “homosexual”. Nel 1984 Néstor Almendroz e Orlando Jiménez Leal producono il documentario “Cattiva condotta”, dove raccontano la persecuzione del regime castrista contro i gay. Racconta lo scrittore Guillermo Cabrera Infante: “La persecuzione degli omosessuali dei due sessi fu una persecuzione di dissidenti. Gli omosessuali deviano dalle norme borghesi. I comunisti sostengono le coppie convenzionali, il matrimonio… L’omosessualità minaccia tutto ciò, perciò gli stati totalitari la temono”. Ancora l’articolo 303 del codice penale del 30 aprile 1988 punisce chi “manifesti pubblicamente” la propria omosessualità con pene che variano tra i tre mesi a un anno di prigione o una multa che va da cento a trecento cuotas per coloro che “infastidiscono in modo persistente gli altri con proposte amorose omosessuali”. In occidente, dove oggi vige l’omofilia militante e avanza la censura antiomofoba, l’omosessualità è stata sempre una questione di emarginazione. Nell’emisfero comunista, e nel pensiero della sinistra europea, l’omosessualità era destinata a scomparire. Assieme ai froci. Una “soluzione finale” contemplata in un articolo che Maksim Gorkij, la bandiera degli scrittori sovietici, l’amico di Lenin, il padre del realismo socialista, pubblicò il 23 maggio 1934 contemporaneamente sulla Pravda e sull’Izvestia, sotto il titolo “Umanesimo proletario”: “Nei paesi fascisti, l’omosessualità, rovina dei giovani, fiorisce impunemente; nel paese dove il proletariato ha audacemente conquistato il potere, l’omosessualità è stata dichiarata crimine sociale e severamente punita. Eliminate gli omosessuali e il fascismo scomparirà”.

SINISTRISMO E RADICAL-CHIC.

Radical chic. Locuzione: Che riflette il sinistrismo di maniera di certi ambienti culturali d'élite, che si atteggiano a sostenitori e promotori di riforme o cambiamenti politici e sociali più appariscenti e velleitari che sostanziali.

Ecco come smascherare i radical chic 2.0 (in 12 punti), scrive Francesco Maria Del Vigo il 26 agosto 2014 su "Il Giornale". Qualche giorno fa, sul Giornale, ho pubblicato una lista in nove punti sui tic dei radical chic on line. Questa è la versione integrale:

La foto del profilo non è (quasi) mai una loro foto. Sarebbe troppo nazionalpopolare. Mettono solo frammenti di film di qualche regista polacco mai distribuiti fuori dalla circonvallazione di Varsavia.

Quando scelgono una loro immagine deve essere schermata da almeno cinque o sei filtri, avere delle velleità artistiche e magari ritrarre solo una parte del viso. Espressione sempre preoccupata per i destini del mondo. Il sorriso è bandito come un retaggio del ventennio berlusconiano.

L’oroscopo è un vizio da portinaia. Ma se si tratta di quello di Internazionale no. Lo condividono su tutti i social come se fosse il Vangelo.

Le foto delle vacanze vanno bene solo se si è nel terzo mondo o in un campo profughi. Pose obbligatorie: sguardo corrucciato, camuffati da indigeni e nell’atto di solidarizzare con gli abitanti del luogo. Il colore (degli abitanti del luogo) deve essere intonato alla nuance dei sandali Birkenstock.

Su Twitter parlano tra di loro di cose che capiscono solo loro. Sublimazione del sogno radical chic: l’esposizione mediatica del salotto (ovviamente etnico) di casa propria.

Sì al selfie, ma solo se ha un significato sociale e politico. Possibilmente con un cartello in mano che sostiene la battaglia di qualche gruppo di contadini ugandesi. Ancora meglio se su iniziativa di Repubblica.it.

La Reflex. Più che uno strumento fotografico è un monile, una collana da appendere al collo. Condividono e scattano foto solo con voluminosissime – e costosissime – macchine fotografiche professionali. Preferiscono Flickr a Instagram, troppo plebeo.

Il meteo è il prolungamento della politica coi mezzi della natura. Se piove non è colpa del governo ladro, ma dello scioglimento dei ghiacci dovuto al capitalismo diabolico. Condividere (sui social) per educare.

Il cibo non esiste. Esiste solo il food. Da fotografare e condividere sui social solo a tre condizioni: che sia a km 0 (va bene anche se è stato coltivato nella rotatoria di Piazzale Loreto), etnico o equo e solidale.

La petizione on line è la nuova e comodissima forma di contestazione. Va bene per risolvere tutti i problemi: dal cambio degli stuoini nel condominio (meglio sostituirlo con un piccolo kilim) alla fame nel mondo. Basta un click. Tutto il nécessaire è su Charge.org.

Film, libri, giornali. Tutto in lingua straniera. Molto chic condividere video di serie tv in lingua originale non ancora trasmessi in Italia. Appena oltrepassano le Alpi diventano rigorosamente pacchiane.

Anche Youporn è troppo pop. Forse anche sessista, potrebbe addirittura essere di destra con quello sfondo nero… Meglio ripiegare su siti soft porn o intellettual-erotici. Ammesso anche spulciare tra le pagine osè di Tumblr.

Le 9 differenze tra tamarri e radical-chic, scrive il 4 novembre 2014 Enrico Matzeu. (Gli stilisti mi evitano, le pr non mi invitano ai party più glamour. Scrivo sull’Oltreuomo per vendicarmi di loro.) La giungla umana è fatta di tante specie diverse, di tanti tipi umani che vengono costantemente tenuti sotto osservazione da antropologi e ornitologi. Tra queste specie, due meritano di essere analizzate con cura certosina: i Tamarri e i Radical-chic. Due categorie che come i binari della transiberiana non si incontreranno probabilmente mai. Entrambe le categorie si schifano a vicenda ed entrambe vanno orgogliose delle loro variopinte peculiarità. Ho provato con cura e garbo a sottolineare le differenze tra gli zarri e gli snob, nei nove ambiti dove emerge al meglio la loro personalità. Le 9 differenza tra Tamarri e Radical-chic:

1. Abbigliamento. I Tamarri doc vogliono stare comodi e si infilano i pantaloni della tuta anche per il matrimonio del cugino di ottavo grado (ah no, lì indossano i pantaloni della festa in finto acrilico traslucido). Le donne non rinunciano ai leggings, mai, neanche quando i leggings rinuncerebbero volentieri a loro. Entrambi portano con ossessione i gilet imbottiti, come fossero costantemente a bordo della Costa Concordia. I radical-chic invece portano la giacchia in velluto a costine anche in spiaggia, con camicette alla coreana e le immancabili Clarks. Per le donne l’abito asimmetrico di qualche stilista giappo-svedese è d’obbligo nell’armadio.

2. Vacanze. I Tamarri amano il sole più di se stessi e se d’inverno passano il tempo libero stesi su un lettino abbronzante, d’estate preferiscono di gran lunga le sdraio di polipropilene di Rimini e Riccione. I più internazionali svernano invece a Ibiza o Mykonos, sfoggiando costumini con sospensorio annesso o bikini tigrati. I radical-chic temono il sole più dell’ebola e se una volta amavano Capalbio ora preferiscono di gran lunga il Museo d’Orsey di Parigi o al massimo qualche sperduta isola del Mediterraneo a mangiare crudité di pesce e piatti bio.

3. Borse. I Tamarri amano indubbiamente accessori griffati, evidentemente griffati. Le donne non rinunciano al bauletto Louis Vuitton (meglio se tarocco) e gli uomini al borsello di Gucci (meglio se rubato). Per i radical-chic le borse sono unisex. Sia uomini che donne infatti usano quasi esclusivamente borse in tela, meglio se di qualche festival filosofico-cinefilo-letterario, ai quali probabilmente non sono neanche mai stati.

4. Ristoranti. Per i Tamarri sushi is the new pizza. Si abbuffano come bambini del Biafra in un qualsiasi all you can eat del quartiere e più ordinano più si sentono dei giusti. I radical-chic hanno smesso di mangiare il sushi da almeno tre anni. Ora si dedicano alla cucina vietnamita, alle hamburgerie dove si ordina con l’IPad o da Eataly, dove un ordine costa come un IPad.

5. Tatuaggi. I Tamarri si tatuano con gusto tutto il corpo come fosse una tela impressionista (nel senso che fa impressione). Partono con un tribale sui bicipiti e finisce che si colorano anche la mano con il viso della nonna defunta. Le iniziali del proprio amato sono indispensabili e diventano un marchio a fuoco come per le vacche. I radical-chic invece si dividono tra quelli che vogliono il tattoo old school, con marinai e sirene (che neanche nei Pirati dei Caraibi), oppure puntano sui tatuaggi minimalisti, fatti di disegni stilizzati o schizzi di Mirò.

6. Occhiali da sole. Un Tamarro come si deve si distingue anche e soprattutto da un paio di occhiali da sole. Per la regola che più grosso ce l’hai (l’occhiale) più sei figo, al Tamarro tipo piace esagerare, con montature che invadono la faccia, peggio di Putin con l’Ucraina, e lenti specchiate che ti riflettono pure le adenoidi. Il radical-chic non rinuncia ai suoi Rayban, meglio se tartarugati, pieghevoli, vintage, in limited edition e con la cordicella al collo. Sia mai li perdano.

7. Musica. Da adolescenti la musica dance è per i Tamarri come l’insulina per i diabetici: questione di vita o di morte. Crescendo, si affezionano ai neo melodici italiani, possibilmente amici della De Filippi o con almeno un paio di date in America Latina. I radical-chic citano De André, Guccini e Battiato ogni tre per due, spesso confondendoli tra loro e odiano tutto ciò che è pop (talvolta addirittura i pop-corn). Frequentano club con musica dal vivo e non si perdono i concerti dei gruppi più indie del momento, anche di quelli che non conoscono.

8. Libri. Diciamocelo, i Tamarri leggono più volentieri le riviste scandalistiche (o scandalose) dei libri, però se proprio devono entrare in una libreria ne escono con la biografia di qualche calciatore, qualche libro di aspiranti motivatori e naturalmente il libro dell’Oltreuomo. I radical chic millantano sempre letture impegnate e impegnative e sui loro comodini ci sono pile e pile infinite di libri, tra i quali si leggono titoli di Kafka, Hesse e Tolstoj, ma in fondo, messo al contrario, un po’ nascosto c’è sempre una delle novità letterarie di Fabio Volo. I radical-chic in salotto hanno sempre l’ultimo libro fotografico di Oliviero Toscani. Ottimo soprammobile.

9. Sport. La palestra è per i Tamarri come la Mecca per i musulmani. Quando entrano però loro non si tolgono le scarpe perché devono sfoggiare le ultime sneakers giallo fluo con i lacci fucsia e le canotte ascellari. Bicipiti, tricipiti e addominali devono essere tonici e tirati più della pelle di un tamburo e sfoggiati sotto a camicie e t-shirt aderenti dal dubbio gusto. I radical-chic boicottano la palestra perché la ritengono anticostituzionale e preferiscono di gran lunga la corsa, possibilmente al Central Park di New York o il tennis, perché si possono indossare quei gonnellini tanto chic.

Radical chic. Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Radical chic è un'espressione idiomatica mutuata dall'inglese per definire gli appartenenti alla borghesia che per vari motivi (seguire la moda, esibizionismo o per inconfessati interessi personali) ostentano idee e tendenze politiche affini alla sinistra radicale o comunque opposte al loro vero ceto di appartenenza. Per estensione, la definizione di radical chic comprende anche uno stile di vita e un modo di vestirsi e comportarsi. Un atteggiamento frequente è l'ostentato disprezzo del denaro, o il non volersene occupare in prima persona quasi fosse tabù, quando in realtà si sfoggia uno stile di vita che indica un'abbondante disponibilità finanziaria o improntato al procacciamento dello stesso con attività che, qualora osservate in altri, un radical chic non esiterebbe a definire in modo sprezzante, come volgarmente lucrative. Inoltre tale atteggiamento sovente si identifica con una certa convinzione di superiorità culturale, nonché con l'ostinata esibizione di tale cultura "alta", o la curata trasandatezza nel vestire e, talora, con la ricercatezza nell'ambito di scelte gastronomiche e turistiche; considerando, insomma, come segno distintivo l'imitazione superficiale di atteggiamenti che furono propri di certi artisti controcorrente e che, ridotti a mera apparenza, perdono qualsiasi sostanza denotando l'etichetta snobistica. La definizione radical chic fu coniata nel 1970 da Tom Wolfe, scrittore e giornalista statunitense. Il 14 gennaio di quell'anno, Felicia Bernstein, moglie del celebre compositore e direttore d'orchestra Leonard Bernstein, organizzò un ricevimento di vip e artisti per raccogliere fondi a favore del gruppo rivoluzionario marxista-leninista Pantere Nere (alcuni membri delle Pantere Nere furono invitati al ricevimento). Il party si tenne a casa dei Bernstein, un attico di tredici camere su Park Avenue (un ampio viale di Manhattan). Tom Wolfe scrisse un ampio resoconto sulla serata, descrivendo in modo molto critico gli invitati, rappresentanti dell'alta società newyorchese. Ne risultò un articolo di 29 pagine pubblicato sul New York Magazine dell'8 giugno 1970. In Italia, l'espressione fu ripresa da Indro Montanelli nel celebre articolo Lettera a Camilla, in forte polemica con la giornalista Camilla Cederna, quale ideale rappresentante dell'italico "magma radical-chic", superficiale e incosciente culla degli anni di piombo. In seguito, egli chiarì che la vera destinataria della lettera aperta era invece Giulia Maria Crespi, allora padrona del «Corriere della Sera» e amica della Cederna, con la quale i dissidi sarebbero sfociati, l'anno seguente, nell'allontanamento di Montanelli dal quotidiano di via Solferino, dove lavorava sin dal 1937. A parte l'adozione del neologismo, l'argomento era già stato affrontato da Montanelli in vari scritti, nei quali lamentava la frivola ideologia sfoggiata da certa borghesia ricca e pseudo-intellettuale lombarda, facendone anche un ritratto tragicomico nella pièce teatrale Viva la dinamite! (1960).

Cosa sono i radical chic? Scrive Luca Sofri il 29 agosto 2014 su "Il Post". In teoria non "sono": abbiamo trasformato noi un'espressione inventata da Tom Wolfe nel 1970 e che ormai è usata lontanissimo dal suo senso. Nella rituale e un po’ ammuffita terminologia del dibattito pubblico italiano prospera da decenni con minore o maggiore frequenza l’espressione “radical chic”, usata prevalentemente in modo offensivo e dispregiativo, per indicare la presunta incoerenza di persone che si dicono politicamente di sinistra ma hanno redditi maggiori di quelli che un luogo comune anacronistico attribuirebbe ai militanti di sinistra. Proprio perché il termine è usato quasi sempre per polemica e con intenzioni aggressive, la coerenza del suo uso non è di solito rilevante: è diventato un insulto come un altro. Ma la sua storia è interessante, così come quella della nebbia semantica in cui è poi finito ora che viene usato spesso a caso e per mille cose diverse tra loro. Il termine “Radical chic” è formato dalla parola inglese “radical” – che vuol dire “radicale” nel senso dell’intensità dell’attivismo e degli obiettivi politici – e da quella francese “chic”, “raffinato”. Nella definizione del dizionario Treccani è sia un aggettivo che un sostantivo, e indica: «che o chi per moda o convenienza, professa idee anticonformistiche e tendenze politiche radicali». L’Oxford Dictionary precisa (in inglese “radical chic” è un concetto, non una persona): si tratta «dell’ostentazione», molto alla moda, di idee e visioni «radicali e di sinistra». Radicale, per moda. Wikipedia esplicita un terzo elemento: al concetto di “radical chic” è associata anche la ricchezza. Il “radical chic” appartiene «alla ricca borghesia» o proviene «dalla classe media» e «per seguire la moda, per esibizionismo o per inconfessati interessi personali, ostenta idee e tendenze politiche affini alla sinistra radicale (come il comunismo) o comunque opposte al suo vero ceto di appartenenza». Spiegazione che si può sbrigativamente riassumere nella frase “fai il comunista con il maglione di cachemire” (sinistra in cachemire è una delle diverse varianti usate per concetti simili, come gauche-caviar o champagne socialist). La versione inglese di Wikipedia dice che il “radical chic” è un esponente della società, dell’alta società e della mondanità impegnato a dare di sé un’immagine basata su due pratiche: da una parte quella di definire sé stesso attraverso la fedeltà e l’impegno ad una causa, dall’altra a esibire questa fedeltà perché quella stessa causa è alla moda e qualcosa di cui si preoccupa (anche tra i ricchi). Per il termine “Champagne socialist” Wikipedia spiega una cosa uguale e simmetrica: non un ricco che si atteggia artificiosamente a persona di sinistra, ma uno di sinistra che è ricco e ha abitudini da ricco in contraddizione con i suoi pensieri. Nell’uso comune, in italiano, “radical chic” è usato per definire entrambi i casi. L’introduzione della definizione di “radical chic” viene attribuita storicamente allo scrittore e giornalista americano Tom Wolfe che sul New York Magazine del giugno 1970 pubblicò un lunghissimo articolo intitolato “Radical Chic, That Party at Lenny’s”. Wolfe fece un resoconto del ricevimento che qualche mese prima Felicia Bernstein, moglie del compositore e direttore d’orchestra Leonard, organizzò per raccogliere fondi a sostegno del gruppo rivoluzionario delle «Pantere nere». La festa si svolse a casa dei Bernstein, in un attico su Park Avenue, a Manhattan. Erano presenti molte personalità che provenivano dal mondo della cultura e dello spettacolo newyorchese e i camerieri in livrea (camerieri bianchi per non offendere gli ospiti afroamericani) servivano tartine al Roquefort. Dopo una breve introduzione, la prima parte del racconto di Tom Wolfe inizia così: «Mmmmmmmmmmmmmmmm». Sedici lettere, un’onomatopea per esprimere l’aria di appagamento che circolava in quella serata, ma anche che cosa Wolfe intendesse per “radical chic”: una specie di corrente, di moda, di milieu, un matrimonio pubblico molto ridicolo tra la buona coscienza progressista delle classi più ricche e la politica di strada, un corto circuito in cui alcuni rischiavano davvero, per le loro idee, e altri invece non rischiavano niente e in cui c’era l’illusione di una collaborazione e contaminazione tra diversi mondi e diverse classi sociali. La serata fu molto criticata: un editoriale del New York Times sostenne che aveva offeso e arrecato danno a quei neri e a quei bianchi che «lavorano seriamente per la completa uguaglianza e la giustizia sociale», Felicia Bernstein rispose pubblicamente difendendo la sua festa. Fatto sta che il termine usato da Wolfe per descrivere l’atteggiamento dei Bernstein si diffuse ben presto in tutto il mondo, e in Italia si radicò ancora più che altrove e prese a indicare, in maniera inesatta, una persona o un atteggiamento, diventando anche aggettivo. L’espressione fu ripresa sul Corriere della Sera il 21 marzo del 1972 da Indro Montanelli in un famoso articolo intitolato “Lettera a Camilla” e rivolto a Camilla Cederna, la giornalista italiana che si era occupata della morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, precipitato dalla questura di Milano dove si trovava accusato innocente dell’attentato di Piazza Fontana nel 1969. Montanelli descrisse Cederna così. «C’è chi dice che, più delle bombe, ti sei innamorata dei bombaroli, e questo, conoscendo i tuoi rigorosi e severi costumi, posso accettarlo solo se alla parola “amore” si dia il suo significato cristiano di fratellanza […]. Fino a ieri testimone furtiva o relatrice discreta di trame e tresche salottiere, arbitra di mode, maestra di sfumature, fustigatrice di vizi armata di cipria e piumino, ora si direbbe che tu abbia sempre parlato il gergo dei comizi e non sappia più respirare che l’aria del Circo. Ti capisco. Deve essere inebriante, per una che lo fu della mondanità, ritrovarsi regina della dinamite e sentirsi investita del suo alto patronato. Che dopo aver tanto frequentato il mondo delle contesse, tu abbia optato per quello degli anarchici, o meglio abbia cercato di miscelarli, facendo anche del povero Pinelli un personaggio della café society, non mi stupisce: gli anarchici perlomeno odorano d’uomo anche se forse un po’ troppo. Sul tuo perbenismo di signorina di buona famiglia, il loro afrore, il loro linguaggio, le loro maniere, devono sortire effetti afrodisiaci. Una droga». Montanelli, con la sua sgradevole descrizione contribuì già allora in realtà a far scivolare il concetto originario di “radical chic” verso la confusione condivisa che sta oggi intorno a questa espressione. Che rapidamente fu fatta propria da chi a destra voleva accusare qualcuno di sinistra di scarsa coerenza e successivamente adottata nelle polemiche interne alla sinistra quando il mondo cominciò a cambiare e gli elettori di sinistra smisero di essere prevalentemente “proletariato” in senso stretto. Negli ultimi anni, con lo sviluppo di maggiori contraddizioni nella sinistra italiana di fronte a grossi cambiamenti, ma anche legata a tradizioni radicate, l’accusa è tornata a essere usata molto proprio a sinistra come contraltare di tutti i richiami alla “vicinanza al territorio”, “ai problemi della gente”, stimolata dai fallimenti delle dirigenze politiche della sinistra in questo periodo. E un generale antintellettualismo in grande crescita è stato un altro fattore che ha alleato nell’uso del termine sia leader della sinistra radicale che politici e stampa di destra, per attaccare da parti opposte gli esponenti della sinistra più riformista. Così oggi “radicalscìc” è diventato un insulto di uso comunissimo e destinato a persone dai redditi più vari e dalle posizioni più articolate. Con la contraddizione che oggi i principali destinatari dell’epiteto sono persone che hanno posizioni niente affatto radicali, anzi sono gli oppositori della sinistra radicale: l’uso più convincente del termine negli anni passati è stato quello destinato a Fausto Bertinotti, un uomo in effetti elegante e di modi garbati, coi pullover di cachemire e posizioni di estrema sinistra; mentre quando lo si dice per esempio a persone come Matteo Renzi, per niente radical e nemmeno straordinariamente chic, il senso è definitivamente stravolto.

Il corso per diventare un vero radical-chic. Sul web impazza una locandina che promette fantomatiche lezioni. L'obiettivo: incarnare perfettamente lo stereotipo nel minor tempo possibile, scrive il 6 Dicembre 2013 "Libero Quotidiano”. Il radical-chic. Una figura che accompagna gli "anni duemila". Rigorosamente di sinistra (ma critico con la sinistra stessa), snob ma finto alternativo, con la puzza sotto al naso, un po' terzomondista ma elitario, molto tollerante soltanto a parole, il radical-chic è odiato da tutti: da chi non lo è e da chi, invece, ne incarna lo stereotipo. Già, perché il radical-chic, essenzialmente, disprezza e denigra, ottenebrato da una sorta di nichilismo illuminante di cui lui, e solo lui, è dotato in abbondanza. Non è semplice essere un radical-chic. Ci vogliono anni di studio, le giuste frequentazioni, una certa inclinazione. Ma da oggi imparare è possibile. Almeno questo è quanto promette una locandina che circola sul web, e che nel tam-tam di Twitter e Facebook ha già avuto un certo successo. Si tratta del "Primo corso di Radical Chic". Sottotitolo: "L'unico corso con attestato riconosciuto a livello nazionali". La promessa: "Impara tutti i segreti per sc... le donne più insipide del sistema solare in sole 10 lezioni da dieci ore". L'omaggio: "I primi 10 iscritti riceveranno in omaggio la guida Diventa buddista in un'ora". I contenuti - Nel mirino, insomma, tutti gli stereotipi molto radical e altrettanto chic: quello appena citato buddismo, quello sulle donne (quelle radical-chic, sia chiaro) molto insipide e quello relativo all'ambizione (malcelata) dei radical-chic, ossia fare l'amore il più possibile (anche se le parole usata per indicare la "circostanza" è ben più volgare). La locandina entra poi nel merito del corso, in cui si imparerà "come curare al peggio barba e capelli", "come metterci ore a capire come vestirsi per sembrare uno che si butta addosso la prima cosa nell'armadio". S'apprenderà poi "l'importanza del velluto a costine e del cachemire", e verrò chiarito l'amletico dubbio: "Clarks o mocassini?". E ancora, verrete illuminati sull'"importanza dell'abbinamento aperitivo-bio e musica jazz", nonché su "tutti i vini buoni, i cantautori, teatri, viaggi da citare", e sempre in termini di viaggi due regioni non avranno più segreti grazie al corso di geografia "dettagliato di Toscana e Umbria". Altri temi utili per la formazione: "Pere e formaggio, parliamone" e "le migliori supercazzole da pronunciare per fare colpo al primo approccio". Quindi una lezione su "tutte le parole più impressionanti, quali: Flaubert, sushi, Moleskine e tante altre!". Infine un seminario su "come raggiungere in bicicletta le mostre di fotografia, presentazioni di libri e sale d'essai più scrause dell'intera Ue" e "come mettere in atto la rivoluzione del salotto di casa propria". Il tutto, conclude la locandina, con una "quota d'iscrizione promozionale a 5.000 euro per il primo ciclo di lezioni (Iva esclusa)".

Ebbene sì, siamo radical-chic, scrive Eugenio Scalfari il 10 aprile 2012 su “L’Espresso”. L'etichetta che la destra populista ci affibbia come un insulto, per noi è diventata un motivo d'onore. Perché si riferisce a una cultura laica, eterodossa e ironica. Che guarda a Voltaire, Keynes, Einstein e Roosevelt. Fino a qualche tempo fa per definire un tipo bizzarro e "con la puzza sotto il naso" rispetto alle mode e ai comportamenti altrui si usava la parola snob. Non c'era altro modo e altro termine. Sebbene l'origine di quella parole fosse "sine nobilitate" il significato semantico era cambiato, anzi si era capovolto. Lo snob una sua nobiltà l'aveva: disprezzava l'uomo medio, la cultura tradizionale, i luoghi comuni, l'oleografia del passato. Disprezzava anche i buoni sentimenti o comunque li metteva in gioco. Spesso gli artisti erano definiti snob quando rompevano le regole del consueto. Quello che fu marcato con questo termine con maggiore insistenza degli altri fu Oscar Wilde, un po' per il suo modo di pensare e di scrivere e molto per la sua dichiarata e ostentata omosessualità che gli costò la prigione e l'esilio. Ma anche Dalí, anche Ravel, i surrealisti e molte "avanguardie" furono giudicati esempi di snobismo e perfino Proust, "lo sciocchino del Ritz". Durante il fascismo e la sua cultura muscolare i giornali satirici descrivevano lo snob come un gentleman passatista con le ghette sulle scarpe e il monocolo all'occhio. Adesso però quella definizione è stata sostituita da un'altra: non si dice più snob ma invece radical-chic. Non è un sinonimo, c'è qualche cosa in più ed è una dimensione politica: il radical-chic è di sinistra. Di una certa sinistra. Per guadagnarsi quella definizione deve stupire e spiazzare anzitutto la vera sinistra che, per antica definizione, si identifica con l'ideologia marxista. Togliatti - tanto per dire - non è mai stato neppure lontanamente considerato un radical-chic né Berlinguer, né Amendola o Ingrao. Bertinotti? Lui sì, gli piacciono i salotti, gli piacciono i pullover di cashmere e va spesso in giro con Mario D'Urso che è uno "chic" riconosciuto. Ma i veri radical-chic sono gli amici e i consimili di Camilla Cederna. Dunque stiamo parlando di noi, che fondammo questo giornale 57 anni fa e ne facemmo quello che è ancora oggi, un giornale di ricerca costante della verità, di denuncia delle brutture e delle malformazioni del malgoverno, di difesa dell'etica pubblica e di impegno civile. Accoppiando però, nel linguaggio, nella grafica, nella scelta delle fotografie, una vena di ironia e di autoironia, una leggerezza di stile che nulla doveva avere del sermone da sacrestia. Vedi caso: il partito radicale nacque nelle stanze del "Mondo" e de "l'Espresso" nel 1956, visse sei anni e si sfasciò nel '62. Marco Pannella e i suoi amici, che ne facevano parte, decisero di continuare con lo stesso "logo" del cappello frigio, dandogli però un contenuto più libertario che liberale. I radical-chic sono una definizione coniata dalla destra populista e qualunquista che però ha trovato qualche corrispondenza anche nel marxismo ufficiale. Quando il gruppo de "Il Manifesto" fu espulso dal Pci, c'era contro di loro una vaga ma percepibile aura di puritanesimo luterano contro un'eterodossia che irrideva gli schemi ideologici e amava Lichtenstein, la musica di Schönberg e perfino - perfino - i salotti. Non erano affatto radical-chic quelli del "Manifesto" ma tali li considerò la segreteria del Pci che li buttò fuori. Quanto a cultura i radical-chic sono illuministi e voltairiani, tra i loro personaggi di culto campeggiano Einstein, Keynes e Roosevelt. La definizione di radical-chic all'inizio gli sembrò insultante ma adesso se ne sentono onorati vista la sponda da dove proviene.

Radical choc, scrive Annalena Benini il 15 Aprile 2011 su “Il Foglio”. Alberto Asor Rosa si è sbagliato: pensava di essere a una cena après-concert, in cui ci si ritrova nel proprio ambiente, sicuri di essere compresi nella teorizzazione mondana del colpo di stato. Purtroppo il professore stava sbadatamente scrivendo su un quotidiano, e in questi casi diventa “complicato far capire a chi è fuori dall’ambiente come simili bisogni apparentemente volgari siano assoluti” (lo scriveva Tom Wolfe nel 1970 in “Radical Chic. Il fascino irresistibile dei rivoluzionari da salotto”, a proposito della necessità dei rivoluzionari dell’East Side di avere un posto dove andare il fine settimana, in campagna o al mare, di preferenza tutto l’anno, ma necessariamente da metà maggio a metà settembre). L’urgenza di un golpe da salotto è pari, per intensità, almeno all’impresa della ricerca dei domestici (in “Radical Chic” dovevano essere bianchi, per non urtare i sentimenti delle Black Panther durante i party). Sono cose futili e grevi insieme, quindi allarmanti: bisogna pensare intensamente a Mario Missiroli, storico direttore del Corriere della Sera, quando diceva: “In Italia non si potrà mai fare la rivoluzione, perché ci conosciamo tutti”, per non prendere completamente sul serio le incitazioni al golpe contro Silvio Berlusconi di uno scrittore Einaudi. L’idea di avvalersi dei Carabinieri e della Polizia di stato (per congelare le Camere, sospendere tutte le immunità parlamentari e dare alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilire d’autorità nuove regole elettorali), è geniale, perché consente di salire sul cellulare della Polizia e andare alla guerra civile con lo chauffeur, ristabilendo così la più profonda vocazione democratica senza seccature di parcheggio o di tassametro. Ci sarà però il problema di come vestirsi: non si può esagerare con le mise da teatro, troppo frivole, che potrebbero per sbaglio richiamare certe serate berlusconiane, ma non si può nemmeno arrivare vestiti tipo “boccone del povero”, con una qualche orribile accoppiata dolcevita-jeans (data anche l’età veneranda dei golpisti), quindi il consueto abbigliamento accademico è da preferire: un tweed, per esempio, ma se i Carabinieri marciano sul Parlamento dopo mezzogiorno, il tweed è già inadatto. Bisognerà accordarsi per un’ora sobria, ma non da levatacce di operai con le borse sotto gli occhi e cattivi caffè preparati da mogli scarmigliate: le dieci e mezzo del mattino, ecco l’ora perfetta per un golpe, dà un senso di attivismo e di zelo, ma rilassato, un po’ come gli orari delle lezioni all’università. Sarà elettrizzante e romantico (purché a debita distanza dal popolo e dalle provocazioni sulla sovranità dei cittadini e del Parlamento), sarà finalmente una cosa fatta come si deve, senza mezze misure, con la gente giusta, gli sguardi severi, le barbe curate, i baffi bianchi, foto intense nei risvolti di copertina, certi deliziosi cocktail après-golpe. Resta però quel piccolo tarlo, che già impensieriva i radical chic di Tom Wolfe nelle donazioni alle Black Panther: la rivoluzione non è fiscalmente detraibile.

Libri. “Radical Chic. Conoscere e sconfiggere il pensiero unico globalista” de La Via Culturale, scrive il 29 aprile 2017 Jaap Stam su "Barbadillo. Il 24 aprile è uscito “Radical Chic. Conoscere e sconfiggere il pensiero unico globalista” (ed. La Vela, pp 176, euro 12), l’ultimo libro di Alessandro Catto, blogger su Il Giornale e fondatore del blog “La Via Culturale”. Di seguito pubblichiamo un estratto del libro, che elabora una forte critica verso il pensiero unico. “Populismo, demagogia, fascismo, chiusura mentale, provincialismo: termini che ultimamente vengono utilizzati in maniera dozzinale contro chi cerca di porre un argine al processo di globalizzazione. E’ il paradosso di una democrazia accettata solamente quando corrisponde agli auspici di una classe autodefinita democratica e tollerante ma capace di occupare spazi informativi, tribune politiche e istituzioni in maniera impropria e di impedire un reale e aperto confronto sui rischi del presente. Sono i paradossi di chi, antifascista in assenza di fascismo, in un’astratta idra di internazionalismo del mercato giustifica e promuove le peggiori distorsioni ai processi democratici e ai diritti sociali dei popoli occidentali. In capitoli brevi, ironici e frizzanti si fa luce su un fenomeno, quello liberal, che sta subendo una profonda ridiscussione ma che ancora oggi non è pienamente conosciuto, nemmeno dai suoi contestatori. Il presente volume analizza la nascita, la crescita e lo sviluppo di una sinistra che spesso ha finito con l’adottarne lo stile e i contenuti, astraendosi pure dalla sua missione storica, quella della difesa delle fasce sociali più deboli e del lavoro. Radical Chic è il libro ideale per capire il vero retroterra politico e culturale del pensiero unico politicamente corretto. Dall’istruzione all’economia, dalla storia all’attualità, dalla geopolitica alla cultura, vengono sfatati in modo leggero e divertente tutti i miti pro-global ai quali siamo quotidianamente esposti e le loro pretestuose retoriche, sempre più incapaci di nascondere il distacco tra l’alto e il basso della nostra società, tra chi con il cosmopolitismo imperativo per tutti ci guadagna e chi, ogni giorno, perde diritti, spazi democratici e possibilità di emancipazione a casa propria”.

Ecco “Radical Chic”, il libro contro il pensiero unico politicamente corretto, scrive Alessandro Catto il 3 maggio 2017 su “Il Giornale". Si chiama Radical Chic ed è il nuovo libro de La Via Culturale. Edito dalla casa editrice La Vela, è il libro ideale per capire il vero retroterra politico e culturale del pensiero unico politicamente corretto. Dall’istruzione all’economia, dalla storia all’attualità, dalla geopolitica alla cultura vengono sfatati tutti i miti pro-global ai quali siamo quotidianamente esposti e le loro pretestuose retoriche, sempre più incapaci di nascondere il distacco tra l’alto e il basso della nostra società, tra chi con il cosmopolitismo imperativo per tutti ci guadagna e chi, ogni giorno, perde diritti, spazi democratici e possibilità di emancipazione a casa propria. Populismo, fascismo, chiusura mentale, provincialismo: nel volume si parla anche dell’abuso di questi termini, utilizzati in maniera dozzinale contro chi cerca di porre dei paletti alla retorica della globalizzazione. Il paradosso di una democrazia accettata solamente quando corrisponde agli auspici di una classe autodefinita democratica e tollerante ma capace di occupare spazi informativi, culturali e politici in maniera impropria, impedendo un reale e aperto confronto sui rischi del presente. Nel perenne paravento dell’antifascismo in assenza di fascismo, la storia di una pseudosinistra che spesso ha finito con l’astrarsi pure dalla sua missione storica, quella della difesa delle fasce sociali più deboli e del lavoro. Un libro di 170 pagine suddiviso in brevi e frizzanti capitoletti, di facile lettura e privo di approcci accademici o troppo complessi, fruibile da tutti e capace di fare veramente luce su di un fenomeno, quello liberal e politically correct, così importante nel presente dell’Europa ma ancora poco conosciuto, soprattutto da chi tenta di costruire una alternativa.

Quei radical chic della sinistra da salotto schierati dalla parte dei tassisti del mare…, scrive Franco Busalacchi il 2 maggio 2017 su "I Nuovi Vespri". Sarà perché mio nonno fu assassinato da un fascista, sarà perché mio zio ha fatto la resistenza in Lombardia con in tasca la tessera del PCI firmata da Palmiro Togliatti, ma io a questi nipotini di Bertinotti li manderei tutti, prima dell’alba, a raccogliere pomodoro nelle serre e nei campi in sostituzione di quei migranti il cui arrivo è per loro una benedizione. Sarà perché mio nonno fu assassinato da un fascista e mio zio (suo figlio) fece la Resistenza, muovendosi per tutta la Lombardia con in tasca una tessera del Partito comunista datata 1943, firmata da Palmiro Togliatti e rinnovata nei due anni successivi, rischiando di essere fucilato sul posto se l’avessero beccato; sarà per la conseguente aura che si è respirata sempre in casa mia, ma quando io sento uno di questi nostri comunisti con la barca e la erre moscia, mi incazzo come un animale. Tutti questi radical chic, nipotini di Bertinotti, il quale ancora, tra una rivoluzione in salotto e un’altra, percepisce una cospicua, aggiuntiva indennità come ex Presidente della Camera dei deputati, io li porterei una bella mattina, prima dell’alba, a raccogliere pomodoro nelle serre e nei campi in sostituzione di quei migranti il cui arrivo è per loro una benedizione. Sepolcri imbiancati che fanno del buonismo a buon mercato una bandiera con la quale coprono la loro ipocrisia. Tutti dalla parte dei tassisti del mare che speculano sulle disgrazie altrui. A questo si è ridotto il messaggio del Sol dell’avvenir: “Impossibilitati fare rivoluzione per mancanza tempo, auspichiamo e ribadiamo… Ci vediamo stasera da Giangi”. Ve li immaginate questi manichini azzimati capeggiare una sfilata (non una marcia, ovviamente) contro la Beretta, la Agusta, la Oto Melara, gruppi economici che vendono armi a quelli che sparano sulle popolazioni che sono costrette lasciare i loro Paesi? Per carità! Troppo complicato. “Primavera d’intorno brilla nell’atria e per li vampi esulta. E’ tempo di granite e di brioscine. Al bar si pontifica meglio davanti ad un Cuba libre ornato di un parasole in miniatura.

Se li sentisse Lèon Bloy!

Quel razzismo immaginario dei radical-chic. L’escalation della cacciata degli italiani è talmente evidente che i buonisti replicano solo con la solita accusa ad minchiam di razzismo, scrive Ennio Castiglioni il 28 Aprile 2017 su "Il Populista". Pascale Bruckner ci ha spiegato come esista un “razzismo immaginario”. Per soffocare la libertà, il dibattito si grida subito al razzismo e si trascinano le persone in tribunale come nei regimi totalitari. I Governi e le multinazionali ci vogliono così nascondere come sia in atto un piano per modificare profondamente l’occidente e far sparire gli italiani. Se vi sembra poco…Mentre dalla Libia, dove ci sarebbero tra 700mila e un milione di migranti, continua l’invasione con ben 37mila arrivi nei mesi più freddi dell’anno, il Governo con grande solerzia prepara l’accoglienza. È scritto a chiare lettere nel DEF (Documento di economia e finanza) 2016 l’intento di favorire, piuttosto che arrestare questo esodo mirato. Si cerca di reperire le risorse necessarie a sostenere un flusso migratorio di circa 310mila unità, con un profilo crescente per i prossimi 15 anni. L’escalation della cacciata degli italiani è talmente evidente che si può replicare solo con la solita accusa ad minchiam di razzismo. Se nel 1994 gli immigrati regolari erano 500mila, nel 2016 sono oltre 5 milioni e si vuole consentire l’ingresso ad altri 310mila all’anno per i prossimi 15 anni, nel 2031 ci saranno quasi 10 milioni di immigrati, il 17% della popolazione, mentre chi avesse la fortuna (o la sfiga) di campare fino al 2065 vivrà in un’Italia dove uno su tre sarà immigrato. Ormai le navi delle varie Ong non si limitano più al salvataggio in mare, ma si spingono nelle acque libiche dove regolarmente prelevano i migranti per trasportali sulle coste italiane. Il tutto con la complicità dei canali di informazione ufficiali e con un Governo che si guarda bene dal mobilitare la Marina Militare o la Guardia Costiera. Molti politici italiani, mentre si fingono commossi di fronte alle immagini di morte nel Canale di Sicilia continuano ad essere al servizio delle multinazionali, che versano enormi somme di denaro alle loro Fondazioni. Queste immense società dove il profitto e la speculazione finanziaria hanno ormai oscurato la figura dell’uomo e cancellato ogni questione morale, necessitano di un costante apporto di manodopera a basso costo, di giovani braccia da sfruttare. Se diamo un’occhiata oltre Oceano vediamo ben 97 società del settore tech, Apple, Google, Facebook, Microsoft, Netflix, Snap e così via, che hanno chiesto ai tribunali di bloccare l’esecuzione dei decreti presidenziali, voluti da Donald Trump, per regolare l’immigrazione. Avrebbero potuto avanzare al grido “Non toglieteci gli schiavi!” L’Italia, se non dovesse accadere qualcosa, ad esempio un Governo a guida Salvini, diventerà ben presto un Paese di braccianti africani, di religione islamica, da utilizzare per pochi euro all’ora. Chi dice questo viene accusato di essere uno sporco razzista? Beh, francamente, con la posta in gioco, chi se ne frega!

LA NORMALIZZAZIONE DI TRUMP SULL’ASSE PRO TERRORISTI.

La "profezia" di Hillary Clinton: io avrei attaccato Assad. Coincidenza davvero fortuita: le parole pronunciate proprio poco prima del bombardamento deciso poi da Donald Trump. Siria, ieri Hillary Clinton invitava Trump ad attaccare. L'ex avversaria del tycoon alla corsa alla Casa Bianca, a poche ore dall'attacco alla base siriana, era favorevole all'azione militare: "dovremmo far fuori le sue basi aeree, scrive il 7 aprile 2017 "Quotidiano.net". Hillary Clinton ieri aveva invitato Donald Trump ad agire contro il regime di Bashar al Assad, cosa solo minacciata dal precedente presidente Barack Obama. Poche ore dopo 59 missili Usa hanno colpito la base siriana di Al Shayrat, considerata la struttura da cui è partito l'attacco chimico su Khan Sheikun. "Assad ha un'aviazione e questa aviazione è la causa della maggior parte delle morti di civili, come abbiamo visto nel corso degli anni e in questi ultimi giorni. E credo veramente che avremmo dovuto e dovremmo ancora far fuori le sue basi aeree e impedirgli di usarle per bombardare persone innocenti e per lanciare contro di loro il gas sarin". Le parole della Clinton, a margine della conferenza sulle "Donne nel mondo" a New York, e alla luce dei fatti, sono sembrate a molti un via libera dei democratici. Ma la posizione dell'ex segretario di Stato riguardo la politica estera non è una novità, infatti nei primi 4 anni di Obama alla Casa Bianca, Hillary aveva elaborato un piano per muoversi più aggressivamente nei confronti della Siria, entrando in contrasto con il presidente. La Clinton, parlando col giornalista del New York Times, Nicolas Kristof, aveva detto che era stato uno sbaglio non lanciare un'offensiva simile in precedenza. Secondo l'allora segretario di Stato gli Stati Uniti avrebbero dovuto sposare un approccio più "aggressivo" a sostegno dell'opposizione al presidente Bashar al-Assad, "prima che l'Isis emergesse con il suo piano per un califfato e la sua conquista di Raqqa. Credo, e l'ho detto ripetutamente, che avremmo dovuto fare di più in quel momento". Nel 2014, in un'intervista a The Atlantic, la Clinton usò parole molto dure contro Obama sulla Siria, parlando di "fallimento" della politica statunitense. Secondo Hillary la decisione di restare ai margini durante la prima fase della sollevazione contro Assad portò all'ascesa dell'Isis. L'attegiamento troppo cauto del presidente non le era piaciuto, come lo slogan di Obama "Don't do stupid stuff", infatti, disse la Clinton, "le grandi nazioni hanno bisogno di principi organizzativi, e 'non fare cose stupide' non è un principio organizzativo". Nel 2012, Obama tracciò una "linea rossa" riguardo l'uso di armi chimiche, minacciando conseguenze se fossero state ancora usate. Ma dopo gli attacchi chimici di cui fu accusato Assad nell'agosto 2013, l'amministrazione Obama non fece nulla trovando l'opposizione del Congresso e avendo trovato un accordo con la Russia, che prevedeva la distruzione dell'arsenale chimico di Assad sotto il controllo internazionale. 

Perché, giornalisti, per voi Hillary è progressista? Scrive Maurizio Blondet il 29 maggio 2016. “Per Israele, distruggerò la Siria”. E’ una delle e-mail della candidata democratica alla Casa Bianca. L’ha rivelata Wikileaks di Julian Assange.  Recita: “Il modo migliore di aiutare Israele a gestire la crescente capacità nucleare dell’Iran è aiutare il popolo siriano a rovesciare il regime di Bachar al-Assad”. Anzi, aggiunge, “sarebbe buona cosa minacciare di morte direttamente la famiglia del residente Assad”. Attenzione: si tratta della mail declassificata dal Dipartimento di Stato con il numero di dossier F-2014-20439, Doc NO. C05794498, parte della grossa quantità di documenti che si sono dovuti rendere pubblici dopo che si è scoperto che, mentre era segretaria di Stato, usava un server mail privato.  Proprio per questo (al Dipartimento è ancora incistata la Nudelman in Kagan, in arte Nuland) potrebbe essere un falso, o un documento manipolato, diffuso per farci cascare i “complottisti”.  Lo suggerisce in parte anche il testo – un po’ troppo esplicativo – e la data, che Wikileaks data 31 dicembre 2000.  Può essere un errore materiale: la Clinton essendo stata ministra degli esteri dal 2009 al 2013, e date le allusioni nel testo alle trattative dell’Iran   per fargli ridimensionare il suo programma nucleare, Istanbul 2012.  Può essere invece la sbavatura inserita volutamente per screditare il messaggio. Non occorrono prove per sapere quanto la signora Clinton si rallegri dei suoi delitti, con una risata di trionfo che agghiaccia il cuore.  Abbiamo un buon numero di video: quello del 20 ottobre 2011 in cui, in una intervista alla CNBC, ride quando apprende che in Libia è stato trucidato Gheddafi; e, emulando il detto d Cesare – Veni Vidi Vici – se la ride: “Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto”.  Un anno dopo, ad essere ammazzato fu l’ambasciatore Usa in Libia Chris Stevens, che lei – la ministra – aveva lanciato in un losco traffico di armi rubate dagli arsenali di Gheddafi per mandarle in Siria, ai jihadisti gestiti dalla Cia. Sulla volontà di Hillary di provocare la guerra al servizio di Israele- con l’Iran o con chiunque altro – circola il video di un talk show con James Baker III (ex segretario di Stato come lei, uomo dell’Establishment se ce n’è uno) dove, ridendo istericamente, lo dichiara apertamente e scompisciandosi dalle risate. Il video è dell’ottobre 2013, quando Hillary era segretaria di Stato. Si parla delle trattative in corso con l’Iran sulla riduzione dell’embargo se Teheran accetta di azzerare il suo programma atomico.  James Baker dice che Israele è preoccupata… “Alla fin fine, se non otteniamo il risultato cui adesso lavora l’Amministrazione (Obama), dovremo   eliminarli.” “Ci stiamo lavorando duro!”, se la ride Hillary. Tutti gli altri si scompisciano con lei. “Tutte le opzioni sono sul tavolo – e poi, francamente, ci sono quelli che dicono: la cosa migliore che può capitarci sarebbe di essere aggrediti da qualcuno.  Fatti sotto! Perché questo ci unificherebbe. Legittimerebbe il   regime.  Non cederemo su nessun punto. Di fatto provocheremo un attacco perché allora saremo al potere più di quanto chiunque possa immaginare”. Sembra che attribuisca queste intenzioni al regime iraniano, che sono notoriamente un modus operandi americano. Ma nel discorso che la candidata ha tenuto all’AIPAC (la lobby) il 20 marzo scorso, per ricevere voti e soldi dagli ebrei, ha detto: “Mentre siamo qui riuniti, tre minacce sono in corso: la continua aggressione dell’Iran (sic)…”  e promesso  tutto quanto si può promettere ai fanatici sionisti. Del resto, se la Clinton diventa presidente, è più che probabile che segretaria di stato diventi la Nuland in Kagan, quella che ha dedicato 5 miliardi di dollari   per il golpe anti-russo in Ucraina, e la vita a regolare i conti con Mosca.  Due guerrafondai neocon con l’aggravante del messianismo talmudico, pronti a scatenare la guerra mondiale contro la Russia.

Del resto   è evidente che la NATO, spinta dai neocon e da Obama, sta avvicinando alla Russia missili AEGIS a   testata potenzialmente nucleare, e moltiplica provocazioni belliciste che hanno lo scopo di sfidare la Russia, e costringerla ad umiliarsi. Un istruttivo articolo del Saker Italia spiega tutto ciò, e la reazione dei generali russi –   contrariamente agli americani che non hanno mai provato la guerra sul loro territorio, i russi conoscono l’invasione, le decine di milioni di morti, e per loro la guerra non è un esercizio da comodi uffici, ma la vita o la morte come popolo.

La Clinton ridens alla Casa Bianca continuerà e peggiorerò la politica di Obama, il Nobel per la Pace, e dunque la possibilità di una guerra che si combatterà in Europa. Tutto ciò è noto, se non al grande pubblico, almeno ai giornalisti italiani che si occupano di esteri. Ora, quindi, la domanda sarebbe da fare a loro: perché continuate a dire, e persino credere, che Hillary Clinton   è progressista, e invece Donald Trump un fascista, populista, un pericolo per la pace mondiale?

Le esplosive mail di Hillary Clinton. L'arte della guerra. Subito dopo aver demolito lo stato libico, gli Usa e la Nato hanno iniziato, insieme alle monarchie del Golfo, l’operazione coperta per demolire lo stato siriano, infiltrando al suo interno forze speciali e gruppi terroristi che hanno dato vita all’Isis, scrive Manlio Dinucci su “Il Manifesto” il 19.9.2016. Ogni tanto, per fare un po’ di «pulizia morale» a scopo politico-mediatico, l’Occidente tira fuori qualche scheletro dall’armadio. Una commissione del parlamento britannico ha criticato David Cameron per l’intervento militare in Libia quando era premier nel 2011: non lo ha però criticato per la guerra di aggressione che ha demolito uno stato sovrano, ma perché è stata lanciata senza una adeguata «intelligence» né un piano per la «ricostruzione».

Lo stesso ha fatto il presidente Obama quando, lo scorso aprile, ha dichiarato di aver commesso sulla Libia il «peggiore errore», non per averla demolita con le forze Nato sotto comando Usa, ma per non aver pianificato the day after. Obama ha ribadito contemporaneamente il suo appoggio a Hillary Clinton, oggi candidata alla presidenza: la stessa che, in veste di segretaria di stato, convinse Obama ad autorizzare una operazione coperta in Libia (compreso l’invio di forze speciali e l’armamento di gruppi terroristi) in preparazione dell’attacco aeronavale Usa/Nato. Le mail di Hillary Clinton, venute successivamente alla luce, provano quale fosse il vero scopo della guerra: bloccare il piano di Gheddafi di usare i fondi sovrani libici per creare organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana e una moneta africana in alternativa al dollaro e al franco Cfa. Subito dopo aver demolito lo stato libico, gli Usa e la Nato hanno iniziato, insieme alle monarchie del Golfo, l’operazione coperta per demolire lo stato siriano, infiltrando al suo interno forze speciali e gruppi terroristi che hanno dato vita all’Isis. Una mail di Clinton, una delle tante che il Dipartimento di stato ha dovuto declassificare dopo il clamore suscitato dalle rivelazioni di Wikileaks, dimostra qual è uno degli scopi fondamentali dell’operazione ancora in corso. Nella mail, declassificata come «case number F-2014-20439, Doc No. C05794498», la segretaria di stato Hillary Clinton scrive il 31 dicembre 2012: «È la relazione strategica tra l’Iran e il regime di Bashar Assad che permette all’Iran di minare la sicurezza di Israele, non attraverso un attacco diretto ma attraverso i suoi alleati in Libano, come gli Hezbollah». Sottolinea quindi che «il miglior modo di aiutare Israele è aiutare la ribellione in Siria che ormai dura da oltre un anno», ossia dal 2011, sostenendo che per piegare Bashar Assad, occorre «l’uso della forza» così da «mettere a rischio la sua vita e quella della sua famiglia». Conclude Clinton: «Il rovesciamento di Assad costituirebbe non solo un immenso beneficio per la sicurezza di Israele, ma farebbe anche diminuire il comprensibile timore israeliano di perdere il monopolio nucleare». La allora segretaria di stato ammette quindi ciò che ufficialmente viene taciuto: il fatto che Israele è l’unico paese in Medio Oriente a possedere armi nucleari. Il sostegno dell’amministrazione Obama a Israele, al di là di alcuni dissensi più formali che sostanziali, è confermato dall’accordo, firmato il 14 settembre a Washington, con cui gli Stati uniti si impegnano a fornire a Israele i più moderni armamenti per un valore di 38 miliardi di dollari in dieci anni, tramite un finanziamento annuo di 3,3 miliardi di dollari più mezzo milione per la «difesa missilistica». Intanto, dopo che l’intervento russo ha bloccato il piano di demolire la Siria dall’interno con la guerra, gli Usa ottengono una «tregua» (da loro subito violata), lanciando allo stesso tempo una nuova offensiva in Libia, camuffata da operazione umanitaria a cui l’Italia partecipa con i suoi «parà-medici». Mentre Israele, nell’ombra, rafforza il suo monopolio nucleare tanto caro a Hillary Clinton.

Wikileaks, le mail della Clinton e la Siria, scrive il 18 marzo 2016 “Piccole note”. Wikileaks ha pubblicato le mail di Hillary Clinton, quelle oggetto di indagine negli Usa perché custodite nel computer privato nonostante si trattasse di materiale riservato e pubblico, in quanto relativo al suo ruolo a capo del Dipartimento di Stato Usa. L’inchiesta, che dovrebbe far luce sulla possibile “privatizzazione” di materiale pubblico, languisce. Forse per non nuocere alla corsa presidenziale della signora. Ma, al di là dei suoi sviluppi, la pubblicazione di tali missive sembra di certa rilevanza. Ne riportiamo una del 2012, relativa alla guerra in Siria.

«I negoziati per limitare il programma nucleare iraniano non risolveranno il dilemma della sicurezza di Israele. Né lo farà impedire all’Iran di sviluppare la parte cruciale di qualsiasi programma nucleare – la capacità di arricchire l’uranio. Nella migliore delle ipotesi, i colloqui tra le grandi potenze del mondo e l’Iran iniziati a Istanbul lo scorso aprile e che continueranno a Baghdad a maggio permetteranno a Israele di rinviare di qualche mese la decisione se lanciare o meno un attacco contro l’Iran, cosa che potrebbe provocare una guerra in Medio Oriente».

«Il programma nucleare iraniano e la guerra civile in Siria possono sembrare non collegati, ma lo sono. Per i leader israeliani, la vera minaccia di un Iran dotato di armi nucleari non è la prospettiva di un leader iraniano tanto folle da lanciare un attacco nucleare non provocato contro Israele, che porterebbe alla distruzione di entrambi i paesi».

«I capi militari israeliani si preoccupano in realtà – ma non possono dirlo – del fatto che Israele sta perdendo il suo monopolio nucleare. Una possibile capacità nucleare dell’Iran non solo può comportare la fine del monopolio nucleare, ma potrebbe anche permettere ad altri avversari, come l’Arabia Saudita e l’Egitto, di giungere al nucleare».

«Il risultato sarebbe un equilibrio nucleare precario nel quale Israele non potrebbe rispondere alle provocazioni con attacchi militari convenzionali in Siria e Libano, come può fare oggi. Se l’Iran dovesse raggiungere l’obiettivo del nucleare, Teheran potrebbe con molta più facilità di oggi ricorrere ai suoi alleati in Siria e a Hezbollah per colpire Israele, ben sapendo che le sue armi nucleari sarebbero per Israele un deterrente che gli impedirebbe di rispondere con un attacco diretto contro l’Iran».

«Torniamo alla Siria. È la relazione strategica tra l’Iran e il regime di Bashar Assad in Siria che rende possibile per l’Iran minacciare la sicurezza di Israele – non attraverso un attacco diretto, che nei trenta anni di ostilità tra Iran e Israele non si è mai verificato, ma attraverso il Libano, attraverso Hezbollah, che è sostenuto, armato e addestrato dall’Iran tramite la Siria. La fine del regime di Assad sarebbe la conclusione di questa alleanza pericolosa».

«La leadership di Israele capisce bene che sconfiggere Assad ora è nel suo interesse. Parlando al programma della Cnn della Amanpour la scorsa settimana, il ministro della Difesa [israeliano ndr.] Ehud Barak ha sostenuto che “il rovesciamento di Assad sarà un duro colpo per l’asse radicale, un duro colpo per l’Iran…. Essendo “l’unico avamposto dell’influenza iraniana nel mondo arabo… e indebolirà drasticamente sia Hezbollah in Libano che Hamas e la Jihad islamica a Gaza”. Abbattere Assad non solo sarebbe una manna enorme per la sicurezza di Israele, ma diminuirebbe anche la comprensibile paura di Israele di perdere il suo monopolio nucleare».

«Più in là, Israele e gli Stati Uniti potrebbero riuscire a sviluppare una visione comune in vista del momento in cui il programma iraniano si dimostrerà così pericoloso da giustificare un’azione militare. In questo momento, è la combinazione dell’alleanza strategica tra l’Iran e la Siria e il costante progresso del programma di arricchimento nucleare iraniano a portare i leader israeliani a immaginare un attacco a sorpresa – se necessario anche nonostante le obiezioni di Washington».

«Con Assad rovesciato e l’Iran non più in grado di minacciare Israele per procura, è possibile che gli Stati Uniti e Israele possano concordare linee rosse per il momento in cui il programma iraniano avrà varcato una soglia non più accettabile. In breve, la Casa Bianca può allentare la tensione che si è sviluppata con Israele riguardo l’Iran facendo la cosa giusta in Siria».

«La rivolta in Siria dura ormai da più di un anno. L’opposizione non sta arretrando e il regime non vuole accettare una soluzione diplomatica dall’esterno. Con la sua vita e la sua famiglia a rischio, solo la minaccia o l’uso della forza potrà far cambiare idea al dittatore siriano Bashar Assad».

Nota a margine. La mail appare significativa non tanto per quanto riguarda la visione di Israele, anzi della destra israeliana, che vi viene descritta, dal momento che tale posizione è ben nota e pubblica. Piuttosto perché dimostra lo sforzo degli Stati Uniti, e della Clinton in particolare, di usare, e strumentalizzare, le paure e le esigenze di sicurezza di Tel Aviv per sviluppare una politica estera Usa più che aggressiva. Tra le altre rivelazioni contenute nel documento, appare significativa la spiegazione della paura di Tel Aviv riguardo l’atomica iraniana. A più riprese, infatti, il governo israeliano ha allarmato circa un possibile attacco diretto di Teheran contro Israele. Secondo quanto si legge nella mail la paura sarebbe tutt’altra. Resta da capire quel cenno riguardante l’accordo sul nucleare tra Usa e Teheran, che nella missiva è indicato solo come un passaggio in vista di un postumo attacco militare contro l’Iran. Cenno che non rassicura se si pensa che la Clinton oggi è accreditata come prossimo presidente Usa. Detto questo, dopo la pubblicazione di tale missiva è davvero difficile immaginare il conflitto siriano come una guerra civile, cosa accreditata dalla narrativa ricorrente. Come si vede, è tutt’altro.

In Medio Oriente noi occidentali abbiamo fatto peggio di Assad. Dai migliaia di morti dei bombardamenti Usa in poi, l'Occidente in Medio Oriente ha fatto una quantità di danni imparagonabile a quella dei dittatori locali. Non lo dice il nostro senso di colpa, lo dicono i numeri, scrive Fulvio Scaglione il 29 Marzo 2017 su “L’Inkiesta”. Il famoso o famigerato selfie con Bashar al-Assad del senatore Razzi, che tanto scandalizzò le anime belle, ha però avuto il pregio di aprire uno spiraglio di discussione sulla qualità del racconto intorno alla crisi siriana. Non da oggi il racconto di una crisi è più importante della crisi stessa. Lo ha dimostrato, tra i tanti altri casi, il cosiddetto Rapporto Chilcot, dal nome di sir John Chilcot, incaricato dal Governo inglese di indagare sulle ragioni e i metodi dell’invasione anglo-americana del 2003 in Iraq. Tra i tanti altri particolari agghiaccianti, il Rapporto racconta che nel 2003 il criminale di guerra Tony Blair, mentre si apprestava a lanciare con George Bush una guerra basata su motivazioni fasulle che provocò centinaia di migliaia di morti (più o meno ciò che molti oggi imputano ad Assad, insomma), si preoccupava fortemente di avere un gruppo di specialisti della propaganda che sapessero “presentare” quella porcata agli elettori inglesi. E se di racconti e favole parliamo, mi permetto di esporre qui un’ambizione frustrata: da anni vorrei scrivere un libro per riprendere e commentare le “analisi” che campeggiavano sui giornali e nelle Tv nel 2002-2004, quando quasi tutti gli “esperti” si affannavano a spiegare al popolo che bell’idea fosse attaccare l’Iraq e quale brillante futuro di democrazia e progresso quella guerra avrebbe spalancato al Medio Oriente e al mondo. L’ho proposto in giro e nessuno me lo vuole pubblicare. Li capisco, perché quelli che pontificavano allora pontificano pure oggi, sugli stessi giornali e le stesse Tv di allora. Compreso la Selvaggia Lucarelli coi baffi del Corriere della Sera, che un selfie con Blair e Bush se lo farebbe senza problemi, alla faccia di tutti quelli (comprese le tante migliaia di bambini ammazzati dai tredici anni di embargo che hanno preceduto la guerra del 2003) che in Iraq sono morti mentre si sentivano raccontare che la democrazia era in arrivo. Perché dopo i pianti per Aleppo, le stragi dei civili di Mosul sotto le bombe dell’aviazione americo-saudita sono state taciute da quasi tutti fino a quando è stato impossibile ignorarle. Storia che si ripete pari pari anche adesso. La presa di Aleppo Est da parte dell’esercito di Assad e dell’aviazione russa è stata accompagnata dagli alti lai degli sdegnati di professione. Giustificati, per carità. La guerra nelle città è una cosa bestiale e orrenda. Ma è il loro sdegno che non è più credibile. Anzi, è ormai immorale. Perché dopo i pianti per Aleppo, le stragi dei civili di Mosul sotto le bombe dell’aviazione americo-saudita sono state taciute da quasi tutti fino a quando è stato impossibile ignorarle: cioè, fino al giorno in cui gli stessi americani hanno dovuto ammettere di aver ammazzato 200 civili in un solo raid. Se uno dovesse credere a certe cronache, penserebbe che a Mosul non ci sono clown né pediatri né bambine con la fissa di Twitter. Nessuno, insomma, di cui valga la pena di preoccuparsi. Qualche eccezione a me nota: una Ong irachena, una inglese, un articolo di The Post Internazionale e uno del sottoscritto su Terrasanta.net. Democrazia è la parola chiave, il grimaldello universale. Chi può essere contrario alla democrazia? Solo una persona spregevole, ovvio. Un nemico. Viviamo sotto questo ricatto dal 1989, cioè da quando il presidente Usa George Bush senior e il suo segretario di Stato James Baker vararono appunto la strategia della “esportazione della democrazia”, per estendere il controllo politico sulle aree del mondo che stavano per essere abbandonate dall’agonizzante rivale sovietico. Da allora, anche solo pensare che forse sia meglio lasciare che la democrazia si affermi da sola, se ce la fa e dove ce la fa, è un crimine ideologico. Vale la scomunica. Poi, però, arriva la realtà. Nessuno può dire che in Libia, Iraq e Siria si viva meglio oggi di quando c’era la dittatura. Ed è a questo punto che la narrazione della crisi sostituisce la crisi stessa. Tony Blair lo sapeva, per questo si premurava di avere sotto mano una buona squadra di contaballe in vista della guerra del 2003. Altrettanto si fa oggi, non è cambiato nulla. Se la realtà non corrisponde alla teoria, basta far credere che la realtà sia diversa, rendendola così confacente alla teoria. Sa di Unione Sovietica ma funziona. Il 1° maggio del 2003 George Bush tenne, sul ponte della portaerei “Abraham Lincoln”, il famoso discorso del “mission accomplished”, missione compiuta. Tutto va bene, abbiamo vinto, c’è la democrazia in Iraq. Appunto. Nel dicembre 2014, secondo Barack Obama, in Afghanistan tutto andava così bene che le truppe Usa potevano essere ritirate. Dieci mesi dopo fece dietro front e nel 2016, come ci dice l’Unicef, si è avuto laggiù il record di vittime civili. Della Libia meglio non parlare, meglio far finta che il Governo di Al Farraj, quello riconosciuto da Onu e compagnia bella, esista e abbia qualche autorità anche fuori da Tripoli. Per la Siria stessa storia. La realtà è complicata? Sostituiamola con una più semplice. Le notizie? Le prendiamo da Al Jazeera e Al Arabiya, le Tv di Stato di due Paesi (Qatar ed Emirati Arabi Uniti) che, insieme con l’Arabia Saudita, sono tra i principali finanziatori dell’Isis, come ci dice peraltro la stessa Hillary Clinton quando non sa che le sue mail stanno per finire su Wikileaks. L’Osservatorio siriano per i diritti umani, creato da un oppositore di Assad e finanziato dal Governo inglese, ci fornisce i numeri. Se manca qualcosa ci sono le Tv americane. E il gioco è fatto. Sempre più pateticamente, ma con tenacia, gira per l’Italia l’archeologo che racconta la favola bella di una rivolta popolare siriana piena di buoni sentimenti ma precipitata nel sangue dal dittatore Assad. Col relativo contorno di fantasie. Ah, se dessimo più aiuto ai ribelli moderati. Non è vero che la Turchia aiuta l’Isis. Gli antichi monumenti? Li distruggono le bombe dei russi. Il popolo è contro il regime. E così via, semplificando semplificando, fino a trasformare la realtà in finzione. D’altra parte, l’amore per la democrazia giustifica tutto, copre tutto, lava tutto. Il presente rapporto mostra come [...]fin dai primi giorni delle proteste in Siria i donatori dei Paesi del Golfo abbiano lavorato per convincere i siriani a prendere le armi. Poco importa che si tratti di un villaggio Potiomkin, uno di quei villaggi contadini fasulli che il plenipotenziario della zarina Caterina II preparava quando la sovrana voleva uscire da palazzo e credere che il popolo campasse bene e fosse felice. Poco importa che tutto ciò che di serio sappiamo indichi che le proteste spontanee e legittime dei siriani siano rimaste tali molto poco (si veda, per esempio, Playing with fire, lo studio del 2013 della Brookings Institution: “Il presente rapporto mostra come [...] fin dai primi giorni delle proteste in Siria i donatori dei Paesi del Golfo abbiano lavorato per convincere i siriani a prendere le armi” . Poco importa che lo stesso Joe Biden, vice presidente Usa con Barack Obama, già nel 2012 abbia spiegato chiaramente che fine abbia fatto l’influenza dei “ribelli moderati”: “Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti… che cos’hanno fatto? Hanno riversato centinaia di milioni di dollari su chiunque dicesse di voler combattere Assad. Peccato che tutti quei rifornimenti andassero a finire ad Al Nusra, ad Al Qaeda e ai jihadisti accorsi a combattere in Siria dalle altre parti del mondo”. Men che meno importa ciò che alle persone di normale intelligenza risulta evidente. E cioè, che un regime come quello di Assad, espresso da una piccola minoranza (gli sciiti alawiti sono circa il 12% della popolazione) deve per forza raccogliere il consenso anche di una parte corposa dei sunniti (75%), altrimenti non avrebbe potuto resistere per più di quattro anni (l’intervento russo arriva nel 2015) contro alcuni dei Paesi più ricchi del mondo (le petromonarchie del Golfo Persico), i Paesi più potenti dell’Occidente (Usa, Gran Bretagna, Francia) e la Turchia, che ha il più grande esercito del Medio Oriente. Riconoscere la complessità della situazione non significa inginocchiarsi davanti ad Assad, e nemmeno disconoscere le sue brutalità, vere e presunte. Al contrario, disconoscerla per raccontare simili favolette significa prostrarsi davanti gli interessi dei jihadisti e dei loro mandanti, che sono alcuni dei regimi più reazionari del pianeta. Ma tant’è. Basta riempirsi la bocca con la democrazia e tutto passa. Come con le purghe.

Attentato a Stoccolma, la gaffe mondiale di Trump meno di due mesi dopo diventa realtà. "Guardate cos'è successo in Svezia ieri sera... Chi poteva immaginarlo?". Così parlava dalla Florida il presidente degli Stati Uniti il 17 febbraio, alludendo a un attacco terroristico mai avvenuto, scrive "Il Fatto Quotidiano" il 7 aprile 2017. Da gaffe di livello internazionale a imprevedibile realtà. Era il 17 febbraio quando Donald Trump durante un comizio a Melbourne, in Florida, dichiarava la sua solidarietà alla Svezia per un attentato in realtà totalmente inesistente. Parole che tornano dopo l’attacco nel centro commerciale di Stoccolma. “Guardate cosa sta succedendo – si infervorava quel giorno il presidente americano davanti ai suoi sostenitori – Dobbiamo mantenere il nostro Paese sicuro. Guardate quello che sta succedendo in Germania, guardate quello che è successo la notte scorsa in Svezia. In Svezia, chi può crederci? Stanno avendo problemi che non avrebbero mai pensato di avere”. La fake news del presidente americano scandalizzò il mondo, fino alla denuncia di Margot Wallström, ministra degli Esteri della Svezia, per la “tendenza generale” a diffondere “informazioni sbagliate”. Trump aveva provato a rifugiarsi in corner spiegando che la sua dichiarazione era arrivata dopo aver visto un servizio televisivo della Fox. Tuttavia il video dell’emittente Usa non faceva alcun riferimento ad attacchi in Svezia, ma solo all’afflusso di migranti in Scandinavia e ad un attentato, con due feriti, sì a Stoccolma ma risalente a sette anni prima, nel 2010. Tra l’altro quell’attacco passato era avvenuto, con due autobombe, proprio nella stessa zona colpita oggi, l’area pedonale della Drottninggatan.

QUANDO TRUMP PARLAVA DI UN ATTENTATO TERRORISTICO IN SVEZIA CHE NON ERA MAI AVVENUTO. Trump stava argomentando con forza la decisione del “ban” anti immigrati e, per avvalorare le sue ragioni, faceva riferimento a un attentato avvenuto nel paese scandinavo, scrive Venerdì 7 aprile 2017 “TPI". Il 18 febbraio 2017 il presidente degli Stati Uniti, Donald Tramp, teneva un comizio di fronte a migliaia di sostenitori nell'hangar dell'aeroporto di Orlando-Melbourne in Florida. In tale occasione si rese protagonista di alcune esternazioni su un presunto attacco terroristico in Svezia che scatenarono polemiche e ironia. Trump stava argomentando con forza la decisione del “ban” anti immigrati e, per avvalorare le sue ragioni, faceva riferimento a un attentato avvenuto nel paese scandinavo come uno dei tanti esempi di terroristi che invadevano paesi innocui con atti di violenza e paura. Quell’attentato, però, non c’era mai stato eppure Tramp diceva: "Avete visto che è successo in Svezia? In Svezia! Nella tranquilla, pacifica Svezia. Da non crederci!!"

Le ore successive a quel famoso comizio trascorsero cercando di interpretare le parole del presidente. Oggi suonano piuttosto macabre le parole di risposta dell’ex premier svedese Carl Bildt che commentando Trump scriveva su Twitter: “Svezia? Attentato? Ma cosa ha fumato?”, ritwittando anche il post di un utente che scriveva "Breaking news, la polizia svedese ha diffuso la foto dell'uomo ricercato per l'attentato" corredando il post con una foto dei Muppets. Secondo il Guardian Trump avrebbe confuso la parola "Sweden", Svezia in inglese, con Sehwan, città del Pakistan in cui il venerdì precedente un attacco kamikaze aveva fatto più di ottanta morti. A distanza di meno di due mesi, il 7 aprile 2017, un camion si è schiantato contro alcune persone in una strada centrale di Stoccolma, in Svezia, finendo la sua corsa contro un magazzino commerciale. La polizia svedese ha confermato la morte di tre persone e parla di otto feriti. C'è chi con un velo di ironia ipotizza che Trump avesse in qualche modo predetto tale tragico evento, e c'è chi, con maggiore malizia, intravede addirittura un complotto alla base di tali avvenimenti.

Attenti: hanno “normalizzato” Trump, scrive il 7 aprile 2017 Marcello Foa su “Il Giornale”. Verrebbe da dire: c’era una volta Trump. C’era, fino a poche settimane fa, un presidente che prometteva un’America diversa da quella di Obama ma anche di Bush, di Clinton, di Bush padre. Un’America intenzionata a rompere nettamente con la dottrina neoconservatrice, che in nome della lotta al terrorismo e di un mondo migliore ha ottenuto, dal 2001 ad oggi esattamente l’opposto: più instabilità in tutto il Medio Oriente, più fondamentalismo islamico, la nascita dell’Isis e una serie di attentati nelle capitali europee. Quell’America si proponeva di non essere più il poliziotto del mondo e pareva ansiosa di fare la pace con Putin. Non fatevi ingannare dal rumore mediatico degli ultimi mesi: a disturbare l’establishment americano e quello Stato Profondo (Deep State) che in realtà governa l’America e che accomuna repubblicani e democratici, non era solo la persona di Donald Trump, quanto, soprattutto, le sue idee, quel progetto di America. Quanto avvenuto la notte scorsa in Siria segna un cambiamento radicale nello spirito e nelle intenzioni di Trump. Cinque mesi di campagna martellante contro il presidente eletto hanno prodotto, evidentemente, gli effetti auspicati. E non mi riferisco solo alle manifestazioni di piazza, all’opposizione isterica della stampa, alle sentenze dei giudici (a proposito: ricordate l’articolo di Kupchan? Era profetico). Trump non è stato capace di resistere al boicottaggio che proveniva dall’interno delle istituzioni e dall’apparato dell’intelligence e della difesa. E chissà a quali altre pressioni e minacce. Si è lasciato avvinghiare, inghiottire da quel mondo che prometteva di combattere. Tutto in appena due mesi e mezzo dal giorno del suo insediamento.

L’errore più grande lo ha commesso quando ha accettato che uno dei suoi consiglieri più fidati, Flynn, si dimettesse. Un commentatore acuto e davvero indipendente quale Paul Craig Roberts lo aveva capito subito: quel cedimento era devastante, perché spaccava il fronte dei fedelissimi ma soprattutto perché rompeva la posizione di Trump sul “caso Russia”, che poteva diventare così un caso nazionale. Della serie: Se Flynn si dimetteva c’era qualcosa da nascondere. E allora via con le pressioni. Ancora oggi mancano prove concrete sulle ipotetiche collusioni con Mosca per condizionare il voto, ma il “deep state” lo ha fatto diventare il Caso Nazionale con toni maccartisti, paventando persino un impeachment nell’arco di qualche mese. Un impeachment sul nulla, ma questo era secondario. Flynn era la mente della nuova politica estera e di sicurezza dell’Amministrazione Trump. Un’Amministrazione che si è via via riempita di ministri, consiglieri ed esperti appartenenti alla vecchia guardia. All’inizio quelle nomine, poco coerenti, parevano una concessione obbligata al Partito repubblicano che controlla il Congresso, nella supposizione che le redini sarebbero rimaste nelle mani del presidente. Ma si è rivelata una falsa speranza.  E quando, l’altro ieri, l’altro suo più fedele collaboratore, lo stratega politico Bannon è stato estromesso dal Consiglio di sicurezza nazionale, l’accerchiamento si è concluso. Il segretario di Stato Tillermann si è rapidamente allineato all’establishment e ora a guidare la politica estera e di difesa, a consigliare il presidente sono gli esperti della Washington di sempre.

E si vede: la distensione con il Cremlino appare sempre più lontana; anzi proprio i ministri della nuova amministrazione alimentano la retorica antirussa con le stesse argomentazioni e lo stesso tono di Obama. Il Trump di qualche mese fa avrebbe preteso la verità sull’uso del gas in Siria, quello di oggi, invece, ha proclamato – senza ombra di dubbio – che molte linee rosse erano state superate. Proprio come Obama nel 2013. Peccato che allora, in seguito, si scoprì che a usare il sarin erano stati i “ribelli” moderati per far cadere la colpa su Assad e provocare l’intervento della Nato. Sarin la cui consegna sarebbe stata autorizzata da Hillary Clinton. Ed è molto verosimile che anche la strage dell’altro giorno sia stata provocata dai “ribelli” per fornire agli Stati Uniti un pretesto per intervenire.

Solo che nel 2013 Obama si fermò all’ultimo minuto, il Trump di oggi no. Ha fatto tutto in fretta, senza riscontri oggettivi sulle responsabilità di Assad, evidentemente mal consigliato. O consigliato benissimo, dipende dai punti di vista. Intanto l’Isis e i fondamentalisti islamici che combattono Assad ringraziano: la distruzione della base siriana avrà un solo effetto concreto, quello di indebolire l’esercito siriano e dunque di rimettere in discussione una vittoria che sembra certa. E’ così che si combatte lo Stato Islamico? Non ci prendano in giro: così lo si favorisce, perché l’obiettivo di Washington è il cambio di regime a Damasco anche a costo di vedere trionfare in Siria il peggior integralismo islamico. Non è un caso che a salutare l’interventismo della Casa Bianca siano stati proprio Hillary Clinton e John McCain. L’impressione è che l’agenda Trump sia già stata sconfessata a beneficio di quella irresponsabile e interventista portata avanti negli ultimi 15 anni dai neoconservatori. Se ciò fosse vero, significherebbe che Trump è stato “normalizzato”. E per la pace nel mondo sarebbe una pessima notizia. Resta una sola flebile speranza: che si tratti di un riposizionamento transitorio e non di una resa. Che l’uomo sia capace di riscattarsi. Ma probabilmente, a questo punto, più che una speranza è un’illusione.

Il tradimento di Trump, scrive Sebastiano Caputo il 7 aprile 2017 su “Il Giornale”. Negli ultimi giorni è accaduto l’impensabile sul piano internazionale. Proviamo ad unire tutti i puntini. In un primo momento l’ambasciatrice degli Usa al Consiglio di Sicurezza, Nikki Haley, insieme al Segretario di Stato Rex Tillerson, aveva sancito la dottrina isolazionista dell’amministrazione Trump annunciando che rovesciare Bashar Al Assad non era più la “priorità”. Successivamente tutti vengono richiamati all’ordine dalla notizia non verificata – ma diffusa dalla gran cassa mediatica – dell’utilizzo di armi chimiche da parte del governo di Damasco nelle zone occupate dai jihadisti. La Casa Bianca accetta la versione ufficiale e all’improvviso ripensa il suo approccio in politica estera considerando persino l’ipotesi di un’azione militare in Siria (e dunque anche contro la Russia). Infine esce fuori la notizia che Stephen Bannon, ex direttore di Breitbart, definito da alcuni come l’ideologo più influente del populismo americano (molto diverso da quello europeo), esce dal Consiglio per la Sicurezza nazionale, l’organo che più di ogni altro orienta le decisioni del presidente degli Stati Uniti in materia di politica internazionale, e al suo posto viene nominato il generale McMaster, lo stratega della disastrosa guerra in Iraq. E poi dicono che i “regimi militari” esistono solo in Medio Oriente e in Sudamerica. Tutta questa storia sembra un “déjà vu”. Magari tra qualche anno ci diranno che le “armi chimiche” ad Idlib non erano mai state utilizzate. Ma sarà troppo tardi. Del resto le prove erano insufficienti, non solo perché le fonti – Al Jazeera, Al Arabiya, l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani e i Caschi Bianchi – rispondono tutte all’agenda straniera di Paesi coinvolti sin dal 2011 della destabilizzazione della Siria, ma soprattutto perché Assad aveva smantellato i suoi arsenali in accordo con le Nazioni Unite già nel 2014. E poi conviene non dimenticarsi della vicenda analoga a Ghouta nel 2013 quando il governo di Damasco fu accusato della strage con l’uso del gas poi smentito qualche mese dopo dal giornalista americano nonché Premio Pulitzer Seymour Hersh il quale dimostrò che fu utilizzato dai ribelli. Persino Barack Obama, l’uomo che ha permesso la nascita e l’ascesa dello Stato Islamico, non ordinò in quell’occasione un intervento militare. Le minacce rimasero minacce. Ora le cose sono cambiate diametralmente. Al bambino che giocava a fare il cow boy gli è stata data una pistola. Vera questa volta. Donald Trump è stato manovrato dal Pentagono ad agire unilateralmente. Nella notte da due navi americane di stanza nel Mediterraneo orientale sono stati lanciati 59 missili Tomahawk contro la base siriana di Al Shayrat, da dove, secondo l’intelligence Usa, sarebbero partiti i caccia carichi di armi chimiche. Esultano tutti: l’Isis, l’Arabia Saudita, la Turchia, Israele. Esultano persino i più grandi detrattori della sovranità siriana che durante la campagna elettorale avevano ridicolizzato The Donald. Se molti, di fronte alla candidata guerrafondaia Hillary Clinton, avevano giustamente sperato nell’isolazionismo del tycoon si sbagliavano. Ci sbagliavamo. In America non è il presidente a comandare. E persino chi si dice anti-establishment può diventare più establishment dell’establishment.

Idlib: tutto quello che non torna, scrive Giampaolo Rossi il 6 aprile 2017 su “Il Giornale".

PERCHÉ? A distanza di giorni dalla tragedia di Idlib è impossibile trovare un solo analista, un solo giornalista, un solo politico tra quelli che provano a capire veramente cosa è accaduto in Siria, in grado di rispondere alla più importante delle domande: “Perché?”

Perché Assad avrebbe deciso di effettuare un bombardamento chimico nella fase finale di una guerra ormai vinta e nel giorno in cui a Bruxelles si apriva la Conferenza Internazionale sul futuro della Siria (e su quello suo)?

E perché l’avrebbe fatto pochi giorni dopo aver incassato dall’Amministrazione Trump (per bocca di Nikki Haley, ambasciatrice all’Onu), la conferma che rimuoverlo “non è più una priorità degli Stati Uniti”?

Perché il regime siriano, in maniera così goffa e intempestiva, avrebbe optato per un attacco con armi chimiche violando l’accordo siglato nel 2013 a Ginevra sotto l’egida di Usa e Russia, che portò all’effettivo smantellamento del suo arsenale (come è stato riconosciuto dall’Onu), accordo mai violato in questi anni neppure nei momenti di maggiore indecisione sull’esito della guerra?

Perché farlo, ben sapendo che questo avrebbe scatenato la comunità internazionale, messo in drammatica difficoltà l’alleato russo, riacutizzato le divisioni nel mondo arabo, provocato una legittima reazione tra gli stessi siriani che oggi, a stragrande maggioranza, vedono Assad come il salvatore della Siria contro l’occupazione terrorista dei mercenari islamisti?

L’unica risposta che per ora rimbalza sui media mainstream è quella più stupida e più funzionale alla ridicola narrazione occidentale dei “buoni contro i cattivi”: perché Assad è un dittatore! Quindi si sa che i dittatori gasano e uccidono il proprio popolo: lo fanno per gusto o per rappresaglia. O peggio, come motiva il New York Times, “per depravazione”. Giusto non può esserci altra spiegazione quando non si trovano le motivazioni.

I DUBBI. Andrea Purgatori, uno che i bombardamenti chimici li ha visti sul serio nel 1988 ad Halabja quando Saddam Hussein scaricò cianuro e gas nervini sulla popolazione curda causando quasi 5.000 morti e il doppio dei feriti, intervistato su Intelligo ha espresso forti perplessità su ciò che può essere accaduto: “Quello che ho visto sul campo dell’uso dei gas è che uccidono indiscriminatamente e soprattutto difficilmente fanno “solo” 70 morti. Non dico che non siano stati usati ma secondo me è successo qualcosa che ancora non sappiamo bene. (…) il problema è che se io carico i gas su un aereo e poi bombardo mi sembra difficile che ci sia questo numero di morti”. I bombardamenti chimici servono a spazzare via una popolazione e non un obiettivo militare. Per questo, usare armi chimiche per distruggere una fabbrica d’armi non è criminale è semplicemente stupido. Su La Stampa, Giuseppe Cucchi esprime con onesta obiettività gli stessi dubbi di Purgatori. Ma va anche oltre. Richiama alla memoria il bombardamento di Merkale a Serajevo, che scatenò l’intervento Nato contro la Serbia; massacro per il quale, nonostante le sentenze definitive del Tribunale internazionale, rimangono “fondati dubbi (…) che i colpi di mortaio” che causarono oltre 40 morti civili, possano essere partiti “da zone in mano ai bosniaci e non ai serbi”. E se l’orrore di Idlib servisse proprio a questo? A generare un casus belli per imporre magari un intervento diretto occidentale? A rimettere in discussione la permanenza di Assad anche in una Siria futura? È proprio quello che vuole Assad? O è quello a cui aspirerebbero i suoi nemici: i ribelli moderati di Al Qaeda e il paese principale che li supporta e li finanzia: l’Arabia Saudita; o quello che ambisce ad impossessarsi di pezzi della Siria e cioè la Turchia. Ecco che allora la versione siriana e quella russa, secondo cui le sostanze chimiche non sono scese dal cielo ma si sono sprigionate dall’interno della fabbrica dei ribelli bombardata, potrebbe non essere solo una verità artefatta per nascondere l’evidenza di ciò che è accaduto. D’altro canto che armi chimiche siano in possesso e siano state utilizzate dai ribelli anti-Assad è cosa risaputa ed anche provata. Ma ancora è tutto troppo vago.

NON È UNA GUERRA SIRIANA. Nel frattempo si consuma il previsto effetto dirompente sui media che serve a sconvolgere le coscienze e combattere questa guerra con le armi dell’emozione e dell’indignazione, spesso più potenti di quelle vere. Perché nella guerra moderna le armi chimiche non hanno alcuna utilità militare; ma hanno una grande utilità mediatica. E così, ecco puntuali i soliti Elmetti Bianchi, impavidi soccorritori cari ad Hollywood, falsificatori di professione legati ai gruppi di Al Qaeda, diffondere immagini e video che sembrano chiaramente manipolati e che si sommano alle immagini e i video reali e orribili dei bimbi morti o quelli agonizzanti, in un sadico e strumentale gioco di orrore che unisce il vero al falso. Ed ecco l’Osservatorio Siriano dei Diritti Umani, emanazione dei Servizi segreti britannici, essere utilizzato come fonte d’informazione prioritaria sui media occidentali per spiegare quello che è successo a Idlib.

Come è possibile che il regime siriano non immaginasse questi effetti di un attacco del genere? Assad sa troppo bene che la guerra in Siria non è più una guerra siriana ma una guerra mondiale. È che quello che lì avviene ha una ricaduta internazionale mille volte superiore rispetto a ciò che accade in altre guerre. Questo è il motivo per cui l’enfasi con cui i media occidentali mostrano le terribili immagini dei bimbi siriani è direttamente proporzionale al modo in cui gli stessi media relegano a semplice cronaca le notizie dei bimbi yemeniti (o somali) ammazzati dalle bombe americane e inglesi lanciate dai sauditi. Può Assad non aver previsto tutto questo?

OLTRE LA LINEA ROSSA. L’unica cosa certa è che la strage di Idlib rischia di spostare indietro l’orologio della guerra siriana, riportandolo al 2013. Il primo effetto politico è il cambiamento di posizione degli Stati Uniti annunciato da Donald Trump che ieri ha dichiarato “l’attacco sui bambini ha avuto un grande impatto su di me (…) siamo andati ben oltre la linea rossa”, chiaro riferimento all’ultimatum che nel 2013 Obama aveva posto ad Assad per evitare l’ingresso in guerra dell’America contro di lui. Facendo eco a lui la stessa ambasciatrice Haley: “Quando l’Onu fallisce nel suo dovere di agire collettivamente, ci sono momenti in cui gli Stati sono costretti ad agire per conto proprio”. Ecco a cosa ha portato la strage di Idlib; ecco forse a cosa serviva.

Con l'attacco alla Siria, Trump ha scelto di stare con i terroristi. "Il Centro Italo Arabo e del Mediterraneo esprime dura condanna per l’attacco missilistico che gli Stati Uniti hanno condotto nei confronti della Siria. Un attacco che si configura a tutti gli effetti come un’aggressione militare", scrive il 7 Aprile 2017 la redazione di "cagliaripad". Il Centro Italo Arabo e del Mediterraneo esprime dura condanna per l’attacco missilistico che gli Stati Uniti hanno condotto nei confronti della Siria. Un attacco che si configura a tutti gli effetti come un’aggressione militare nei confronti di uno stato sovrano che siede nei banchi delle Nazioni Unite e si colloca al di fuori del diritto internazionale.

L’attacco è avvenuto sulla base della “falsa prova” che il governo di Damasco abbia usato armi chimiche in un villaggio della provincia di Idlid. Non c’è nessuna prova, allo stato attuale, che la Siria abbia ordinato un attacco con armi non convenzionali nei confronti della popolazione civile. Le fonti utilizzate per incolpare il governo di Damasco non solo non sono indipendenti ma spesso sono riconducibili ai gruppi jihadisti che governano interamente quella regione e che, come è stato evidenziato da numerosi rapporti dell’intelligence e da inchieste giornalistiche, sono in grado di produrre e utilizzare armi chimiche. E’ infatti grave che una delle fonti sul posto del presunto attacco chimico sia un certo Shajul Islam, che si presenta ai media come un medico. Si tratta in realtà del volontario di nazionalità inglese accusato in Gran Bretagna di aver fatto parte della banda di miliziani che rapirono e ferirono nel luglio del 2012 il fotografo inglese John Cantlie. Un soggetto che già allora veniva considerato un soggetto radicalizzato, simpatizzante dei gruppi jihadisti. L’azione unilaterale ordinata da Trump è criminale e il presunto utilizzo di armi non convenzionali da parte dell’esercito di Assad è solo un pretesto. E’ chiaro che la Casa Bianca avesse deciso di attaccare già prima della strage avvenuta. E’ chiaro che tutto fosse pronto da giorni. Ancora più grave è che sia stata colpita una base militare dalla quale ogni giorno partivano gli attacchi contro lo Stato Islamico nella parte orientale del paese. La distruzione di quella base da parte degli Stati Uniti rafforza i terroristi che, giustamente, hanno esultato. E non è un caso che subito dopo l’azione missilistica americana sia partita una controffensiva dei terroristi dell’ISIS verso la città di Palmira, che soltanto la Siria di Assad e la Russia di Putin hanno difeso mentre la cosiddetta coalizione internazionale rimaneva inerte. Oggi Trump colpisce chi combatte contro l'espansione dell'integralismo islamico, rinsaldando l’alleanza con Arabia Saudita, Qatar, Turchia e Israele che a vario modo hanno sostenuto, armato, supportato e aiutato i gruppi jihadisti in Siria. Lo fa per interesse personale (molte sue aziende sono presenti in questi paesi) e perché suo malgrado è diventato ostaggio delle élite belliche americane, senza le quali la sua elezione non sarebbe stata possibile. Trump è l’alleato ideale che i terroristi speravano di avere nella guerra contro la Siria. Oggi il mondo è meno sicuro e il terrorismo più forte. Speriamo che l’Italia condanni in modo inequivocabile questa azione militare che si colloca al di fuori del diritto internazionale e rappresenta un precedente pericoloso, anche per la posizione che il nostro paese occupa al centro del Mediterraneo. Se il governo Gentiloni dovesse avvallare questa azione, si macchierebbe anch’esso di una colpa gravissima, della quale ci pentiremo da qui agli anni a venire.

Trump bombarda la Siria: neanche 100 giorni per essere fagocitato dal sistema, scrive Federico Dezzani l'8 aprile 2017. Nella notte tra il 6 ed il 7 aprile è finita l’effimera parabola del presidente “populista” Donald Trump, fagocitato dallo stesso establishment che diceva di voler combattere: con 59 missili da crociera lanciati su una base aerea siriana, il neo-inquilino della Casa Bianca ha punito “il regime di Assad” per l’attacco chimico di Idlib dello scorso 4 aprile, un’evidente orchestrazione ad hoc. È superficiale affermare che Trump sia succube di Israele o degli alleati sunniti: il raid sulla Siria è una vera e propria resa all’establishment atlantico, ossessionato dal rinnovato attivismo di Mosca in Europa e Medio Oriente. Gli attacchi interni e le faide contro l’amministrazione Trump cesseranno, ma con essi muore anche la distensione con Mosca e le vaghe promesse di neo-isolazionismo. Le elezioni francesi si svolgeranno in un clima di fibrillazione internazionale ed il loro valore aumenta ancora.

L’establishment ha già riconquistato la Casa Bianca. La lotta tra il “populista” Donald Trump e l’establishment atlantico, liberal e finanziario, quello che poggia sull’asse City-Wall Street, non è durata neppure tre mesi: il 20 gennaio scorso il neo-presidente si è insediato alla Casa Bianca e dopo solo dieci settimane, appestate dalla diffusione di dossier, agguati al Congresso, insinuazioni sui suoi rapporti con la Russia, colpi bassi dei servizi segreti, Trump ha infine capitolato. Tra un combattimento all’arma bianca e la resa, l’immobiliarista di New York ha scelto la seconda strada, chinando il capo ed adeguandosi alle direttive dell’oligarchia. Il gesto di riconciliazione con l’élite atlantica è coinciso col bombardamento della base aerea siriana di Shayrat nella notte tra il 6 ed il 7 aprile, motivato dal precedente attacco chimico su Idlib che gli angloamericani avevano orchestrato ad hoc: 59 missili Tomahawk con cui il neo-presidente ha cestinato la campagna elettorale, le sue promesse di distensione con la Russia ed il vagheggiato neo-isolazionismo, per ricevere il battesimo dell’establishment. Ora Trump è parte integrante del sistema: gli attacchi della stampa cesseranno, il partito repubblicano si acquieterà, la CIA smetterà di produrre scomodi dossier ed il Dipartimento di Stato si allineerà allo Studio ovale. Poche mosse in rapida successione sono state sufficienti per piegare un presidente che aveva suscitato grandi speranza negli Stati Uniti e all’estero per la sua carica anti-sistema, ma all’atto pratico ha dimostrato di non possedere né la fibra, né l’esperienza, né la forza politica, per imporre la sua linea e liberare la nazione americana dall’élite mondialista. Il 24 marzo l’ammutinamento del partito repubblicano impedisce l’abolizione dell’Obamacare; il 31 marzo l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn si dice pronto a testimoniare davanti alla commissione del Congresso che indaga sul “Russiangate” in cambio dell’immunità; il 4 aprile si consuma nella provincia di Idlib l’attacco chimico imputato al regime di Assad e realizzato dai “White Helmets” finanziati dagli angloamericani. La strage siriana è il test decisivo per Trump: o si piega alla volontà dell’establishment o sarà estromesso. Trump getta la spugna: il 5 aprile, Stephen Bannon, l’anima “populista” della campagna elettorale, è allontanato dal Consiglio per la Sicurezza nazionale per la gioia del Pentagono. Il 6 aprile la Casa Bianca ribalta di 180 gradi la strategia sinora seguita sulla Siria: il Segretario di Stato Rex Tillerson sostiene che Bashar Assad deve essere rimosso e nelle prime ore del 7 aprile, è sferrato il blitz sulla base aerea di Shayrat, da dove sarebbe partiti i fantomatici caccia per gasare Idlib. Sebbene Mosca disponga di mezzi idonei a neutralizzare l’attacco (i sistemi S-300 e S-400), non si registra nessuna reazione da parte russa: il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, dirà che il personale della base è stato evacuato dopo l’avviso americano dell’imminente raid.

È da notare la tempistica dell’attacco: poche ore prima che il presidente Trump incontri in Florida il leader cinese Xi Jinping e a distanza di pochi giorni dalla visita del Segretario di Stato Tillerson in Russia, l’11 e 12 aprile1. Il blitz statunitense è un monito che la “nuova” Casa Bianca, quella del rinato Donald Trump, lancia al resto del mondo: nessun isolazionismo, nessuna distensione, nessuna divisione del mondo in sfere d’influenza. L’impero angloamericano è vivo ed è pronto alla guerra per difendere la sua egemonia mondiale: esattamente l’opposto di quanto aveva promesso Trump in campagna elettorale, delineando uno scenario di progressivo ritiro degli USA. Smantellamento della NATO, ritiro dal Giappone, fine delle interferenze in Medio Oriente, etc. etc.

C’è chi dice che il bombardando dell’installazione militare siriana sia la prova della dipendenza di Trump dal Likud e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu; altri dicono che, oltre a Tel Aviv, il presidente americano abbia voluto rinsaldare i legami con le potenze sunnite regionali, Turchia ed Arabia Saudita in testa. Non sono affermazione errate, ma parziali: quelli israeliani, turchi e sauditi sono pur sempre piccolo o medi nazionalismi. L’azione di Trump deve essere letta considerando cosa è oggi il Medio Oriente: una grande scacchiera dove il declinante impero angloamericano si confronta con la rinnovata potenza mondiale russa. L’intervento in Siria è prima di tutto una vittoria dell’establishment atlantico, atterrito dai progetti neo-isolazionisti del primo Trump: Washington e Londra sono ancora in Medio Oriente e sono pronte a “contenere” la Russia in qualsiasi quadrante. Nessun Levante in mano ai russi, nessun smantellamento della NATO, nessun attacco al suo corrispettivo politico, l’Unione Europea: è questo il nuovo corso del Donald Trump “normalizzato”.

Sono sintomatici, a questo proposito, gli editoriali della stampa liberal, la stessa che fino al 5 aprile braccava Trump con le accuse di connivenza con Mosca: ora che il presidente si è piegato alla linea “russofobica”, ora che è disposto a combattere l’esuberanza russa in Medio Oriente, ora che la distensione, mai decollata, è morta del tutto, è un fiorire di elogi e ripensamenti. “Striking at Assad Carries Opportunities, and Risks, for Trump2” scrive il New York Times, asserendo che il blitz militare è un’occasione per “raddrizzare” la sua amministrazione allo sbando, riaffermando l’autorità americana nei confronti di Mosca. “A president who launches missiles into Syria is a president these GOP Trump skeptics can get behind” titola il Washington Post, assicurando che le fratture dentro il partito repubblicano si riassorbiranno presto, ora che Trump si è adagiato alla linea dei vari neocon. “Trump Shows He Is Willing to Act Forcefully, Quickly” gioisce il Wall Street Journal, cantando le lodi del marziale Trump, vero “commander in chief”. “La chance di Trump e la credibilità persa da Obama” è il significativo articolo di Richard Haas, presidente del Council on Foreign Relations, il tempio statunitense dell’oligarchia atlantica. Afferma l’autore3: È raro che la storia offra una seconda possibilità (dopo il mancato bombardamento di Obama dell’agosto 2013, Ndr), ma gli Stati Uniti e gli altri Paesi si trovano precisamente in questa situazione. (…) Un’opzione è attaccare le posizioni siriane, soprattutto i campi d’aviazione e gli aerei associati con le armi chimiche. (…). Un’azione militare russa, tuttavia, non è da considerarsi scontata. Il presidente Vladimir Putin potrebbe esitare prima di rischiare e adottare un atteggiamento di sfida, considerando le difficoltà economiche e il riaccendersi delle proteste politiche in patria. (…) Un altro approccio sarebbe quello di fornire attrezzature di difesa antiaerea ai curdi siriani e a gruppi sunniti dell’opposizione ben selezionati. (…). Vale la pena sottolineare che nei prossimi mesi bisognerà fare di più per rafforzare i sunniti locali, che devono poter garantire la sicurezza in quelle aree della Siria che devono essere liberate dai gruppi terroristi. (…). Trump ha l’opportunità di marcare le distanze rispetto al suo predecessore e dimostrare che c’è un nuovo sceriffo in città; Theresa May, la premier britannica, ha un’opportunità analoga. È raro che la storia offra una seconda possibilità: stavolta non va sprecata.”

Ecco qual è la missione del nuovo Trump “addomesticato”: portare a compimento il piano di balcanizzazione del Medio Oriente iniziato nel 2014 con l’improvviso scatenarsi dello Stato Islamico, ritagliando tra Siria ed Iraq un “Sunnistan” ed un Kurdistan, due nuove entità legate agli angloamericani ed agli israeliani. È superfluo dire che tale strategia è inconciliabile con la difesa dell’integrità nazionale degli Stati sostenuto da Mosca ed appoggiata da Teheran. Lo stesso bombardamento aereo del 6 aprile si inserisce in questa logica di balcanizzazione della regione: nessun jet siriano è partito dalla base siriana di Shayrat per “gasare” i ribelli, ma l’installazione, situata nella provincia di Homs e aperta ai russi nel dicembre 2015, è di strategica importanza per contenere l’ISIS nell’est e nel sud della Siria, le stesse zone in cui dovrebbe nascere il Califfato islamico protetto dagli angloamericani. Non è certamente casuale che i miliziani islamisti abbiamo prontamente sfruttato il blitz aereo di Trump per riprendere l’iniziativa contro le postazioni dell’Esercito Arabo Siriano4. Gli effetti di una Casa Bianca “rimessa in riga”, superano però i confini del Medio Oriente ed hanno profonde ripercussioni anche nell’Unione Europea, dove, dopo l’elezione di Trump, i movimenti populistici avevano potuto contare sulla sponda americana e su quella russa.

Il voltafaccia di Trump priva i nazionalisti europei del supporto statunitense, in coincidenza per di più di un appuntamento elettorale decisivo per le sorti della UE/NATO: le imminenti elezioni presidenziali francesi. Anziché avvalersi di una cooperazione tra Putin e Trump in chiave anti-Bruxelles, la candidata del Front National affronterà le elezioni in un clima di tensione internazionale e forte polarizzazione, utile ai suoi detrattori per dipingerla come la “quinta colonna”di Putin in Francia. Constata la conversione di Trump ed il deterioramento sempre più preoccupante della situazione internazionale, la vittoria di Marine Le Pen riveste un ruolo ancora più importante: solo svincolandosi da Bruxelles, che è sinonimo di Unione Europea ma anche di NATO, sarà possibile per i Paesi evitare di essere trascinati nel conflitto tra angloamericani e potenze euroasiatiche che si va delineando all’orizzonte, giorno dopo giorno. Poco importa se a iniziarlo sarà Trump o qualsiasi altro burattino dell’establishment atlantico.

I TOMAHAWKS HANNO CENTRATO I BERSAGLI. A WASHINGTON? Scrive Maurizio Blondet l'8 aprile 2017. Se davvero sono stati sparati 59 Tomahawks e ne sono arrivati sul bersaglio solo 23, la prima cosa che il generale Mattis doveva fare era aprire un’inchiesta contro la Raytheon che li fabbrica e li vende al Pentagono (pare) per un milione di dollari l’uno, e far scoppiare uno scandalo: i missili da crociera, guidati da satellite, per definizione non sbagliano il bersaglio. Non, almeno, in così gran numero.  Perché altrimenti tanto varrebbe sparare degli Scud, che dove colgono colgono, ma sono più economici.

Cos’era, una partita difettosa?  Pensate: appena due giorni prima, la Marina Usa ha dovuto smettere di operare tutti i suoi aerei da addestramento T-45 dopo che “oltre 100 istruttori si sono rifiutati di volarci, accusando problemi con l’ossigeno nell’abitacolo”. Un mese prima, il costosissimo F-35 invisibile riceveva questo giudizio dal direttore del Direttorato Prove e Valutazioni del Pentagono, Michael Gilmore: “Non ha una sola speranza in un combattimento reale”.  Quanto alle portaerei, splendidi mezzi di proiezione della potenza americana, già negli anni 70 l’ammiraglio Rickover, il padre della marina nucleare, in un conflitto reale gli dava una sopravvivenza “di uno o due giorni prima di essere affondate, forse una settimana se restano in porto”.  Ora, coi missili russi Sunburn supersonici e gli sciami di barchini d’assalto iraniani, i gallonati della Navy sono ben coscienti che la durata andrebbe calcolata in ore, forse in minuti.

Se anche i Tomahawks   funzionassero come contro le piste siriane, il generale Mattis dovrebbe porre davvero la domanda scomoda: ma è in grado, l’America, di vincere una vera guerra? I danni all’aeroporto siriano sono stati limitati. Ma i media americani dicono che è quasi completamente distrutto. I russi erano stati avvertiti mezz’ora prima. Solo una pista delle due, del resto, è stata bombardata abbastanza efficacemente da essere inutilizzabile. Infatti in serata (così almeno asserisce l’Osservatorio Siriano per i diritti umani, quel signore che abita presso Londra) l’aviazione siriana ha ripreso a decollare da lì.

McCain fulminato, i media conquistati. L’attacco, militarmente, è stato dunque insignificante. Sicché, col passare delle ore, s’è consolidata la sensazione che la volata di Tomahawks, lungi dal fare cilecca, avevano colpito alla perfezione i loro bersagli: che non sono in Siria, ma a Washington.  Hanno incenerito parecchi argomenti dei numerosissimi avversari di Trump: anzitutto, la “narrativa” secondo cui Donald è in realtà un vassallo, anzi un agente di Putin; che non è un comandante in capo capace di bombardare come i predecessori. Il lancio dei Tomahawk ha inattivato l’ostilità del senatore McCain e del suo compare Lindsey Graham, che da mesi avevano scippato la politica estera di Trump andando a riattizzare i focolai di guerra in Ucraina, nei paesi baltici, in Siria   a farsela con quelli di Daesh; adesso i due hanno dovuto applaudirlo, The Donald. I democratici, che fino a ieri minacciavano di porlo sotto impeachment (e di riuscirci) per i suoi rapporti occulti con Putin, sono tutti apparsi in tv a dire che sono a fianco del presidente come un sol uomo, per quell’azione. Adam Schiff, il vicepresidente della Commissione Intelligence della Camera, uno che cercava di incastrarlo   come agente di Mosca, è andato alla MSNBB a dichiarare che non solo appoggia il bombardamento unilaterale che Trump ha deciso senza prima chiedere l’autorizzazione al Congresso, ma che esigerà dal Congresso    che ne autorizzi di più. E i media? Prima tutti ferocemente ostili, denigratori, schernitori? Fulminati: da improvviso amore, sono tutti ai suoi piedi.  Hanno dato e ridato i video dei Tomahawks che decollavano nella notte dalla nave, estasiandosi: “Beautiful!  A marvel!”  Uno della MSNBC, Brian Williams, lirico: “Ecco le splendide immagini dei temibili armamenti mente   si lanciano in quello che per loro è il breve volo verso quel campo d’aviazione!”.  L’effetto-sorpresa è stato   abbacinante sulle tv a cominciare da CNN: Donald è proprio un cane pazzo! Così lo vogliamo!

La lobby neocon è placata, Netanyahu è contento.  Inutile dire che la cosa è stata una consolazione per tutto il complesso militare-industriale, rassicurato sulla continua spesa militare futura, che sarà forte come prima; Raytheon in particolare è stata accontentata dal generale Mattis: nuovi ordinativi assicurati da questo sparacchiamento a caso di abbondanti Tomahawks a spreco. Perché pare che tali missili abbiano una durata di vita utile limitata, e spararli è meglio che distruggerli.  Rende anche molto in tv. Intendiamoci: magari le prossime ore smentiranno questa ipotesi benevola.   Tutto sta a vedere se Trump si ferma a questo o invece continua, ordinando ai suoi generali di creare una no-fly zone sopra la Siria, e distrugge altre piste e basi militari (Mc Cain glielo ha consigliato in diverse interviste tv, Erdogan lo vuole..) Se le cose stanno così, si può sottoscrivere l’analisi del sito cattolico francese Le Salon Beige: “Trump, anche se è stato eletto, non è che un presidente simbolico nella misura in cui non s’è veramente impadronito delle leve del potere. Ha contro l’apparato dei media, il giudiziario, il finanziario. Non ha ai suoi ordini che il 2-3% dei funzionari pubblici, e i suoi fedeli non sono abbastanza numerosi per coprire i posti pubblici di vertice. La sua diplomazia è paralizzata – ed è la ragione per cui la Cina temeva che Trump scatenasse un conflitto di bassa intensità in Asia (effettivamente importanti manovre sono in corso da marzo con Corea del Sud e Usa, che mobilitano 300 mila uomini) perché la guerra permette ai presidenti americani di impadronirsi delle leve del potere. I cinesi avevano ragione, si sono solo sbagliati di teatro.

“Anche la Russia ne trarrebbe paradossalmente beneficio – a parte le proteste d’uso – perché ha interesse che Trump salvi la faccia e soprattutto si impadronisca, finalmente, del potere. Putin può lasciare che Trump sparga l’illusione che l’America ha mantenuto un piede nella porta in Siria”. Speriamo sia così. Non possiamo far altro, da spettatori.

The American President, con Michael Douglas. Chiudo citando un sagace lettore, che ha elaborato questa valutazione fra i primi: “…Sembra un film.  Anzi, nel film “The American President” Michael Douglas ordina un bombardamento di notte di una base libica quando non c’è nessuno: lo fa per motivi di propaganda per fare una ritorsione ai terroristi libici per dare ai mass media americani quello che volevano, cioè “la vendetta”. Douglas nel film dice “scegliamo un orario notturno, non voglio che ci siano troppi morti. Mentre noi siamo qui, un custode sta per morire lasciando moglie e figli perchè il suo governo non è stato capace di capire che non bisogna sostenere i terroristi e il nostro governo quindi è costretto ad intervenire per punire sia il governo libico di Gheddafi, sia i terroristi ma soprattutto un tizio che semplicemente fa il suo lavoro come custode notturno. Ma è necessario fare questo bombardamento visto che nessuno di noi si può permettere di lasciare impunito un attacco terroristico” e nel film si può notare che Douglas è sotto attacco politico dagli avversari in Senato”. Come noto, Hollywood è la migliore arma strategica della Superpotenza.

Post Scriptun: la tesi qui avanzata è condivisa anche da Thierry Meyssan, un’autorità assoluta nell’intelligence alternativa. La si può trovare su Rete Voliare: “Donald Trump afferma la sua autorità sui suoi alleati. Non fatevi ingannare dai giochi diplomatici e dalla copertura informativa dei grandi media. Quel che è appena accaduto in Siria non ha alcun legame né con la presentazione che vi è stata fatta, né con le conclusioni che se ne sono tratte.”

Stoccolma, l'assist dei terroristi ai terroristi in Siria, scrive l'8/04/2017 “L’antidiplomatico". Ancora da capire la dinamica dell’attentato a Stoccolma, dove un camion rubato è stato lanciato a bomba contro la folla, provocando almeno tre morti e una decina di feriti. Dalle ricostruzioni pare che un agente del terrore lo abbia sottratto al legittimo autista per poi usarlo per i suoi scopi omicidi. Dopo la strage, l’attentatore si è dileguato tra la folla. Non si è trattato quindi di un kamikaze, come d’uso per i delitti di questo tipo, ma di un agente ben preparato, che, al contrario di quanto consigliano i manuali del terrore, non ha finito il suo lavoro uscendo dalla vettura per lanciarsi sui passanti con un’arma (come accaduto nel recente attentato di Londra). L’agente in questione ha invece conservato il sangue freddo e si è dileguato, come accaduto per l’attentato avvenuto in Germania al mercatino di Natale. Forse è un caso, forse no che l’attentato a Stoccolma sia avvenuto subito dopo il lancio di missili americani contro obiettivi siriani (e russi). Primo intervento diretto, almeno esplicito, dell’America nella guerra che oppone Assad ai suoi antagonisti. Possibile che il Terrore, come in altri attentati similari, voglia favorire un intervento militare occidentale in Siria, accompagnando e favorendo la spinta che in tal senso giunge dall’America. Un intervento che giocoforza farebbe fuori Assad e creerebbe ulteriore destabilizzazione in Siria. Già, perché la destabilizzazione costituisce un terreno fertile per il Terrore, che trae alimento dal caos. Non per nulla i Paesi dove ha maggiormente attecchito sono Afghanistan, Iraq, Libia e Siria; esattamente gli Stati che sono stati interessati dalle guerre neocon dell’ultimo quindicennio. Ma al di là della coincidenza temporale tra l’attentato e i raid americani su Assad, magari casuali, val la pena ripetere che le truppe di Damasco sono oggettivamente, e al di là di ogni ragionevole dubbio, un argine al dilagare del Terrore in Siria e altrove. Non c’è alternativa in Siria, come invece narra certa propaganda occidentale. Non esistono tre fazioni: le forze di Damasco, i ribelli e i terroristi. Come sanno tutti, le milizie dei cosiddetti ribelli operano in coordinato disposto con quelle terroriste dell’Isis e di al Nusra. Se si bombarda l’esercito di Damasco o si sostengono le cosiddette milizie ribelli, si favorisce solo il dilagare del Terrore, quello che oggi ha fatto strage a Stoccolma. Non ci dilunghiamo sul tema. Ci limitiamo a riportare il testo dell’appello di una campagna lanciata dalla Christian Solidarity International, autorevole organismo internazionale con sede a Zurigo ma attivo in diverse zone del mondo.

La campagna ha un titolo inequivocabile: Nessuna arma ai terroristi. E ha trovato alcuni sostenitori bipartisan nella Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti e, al Senato, l’adesione del senatore Rand Paul. Di seguito l’appello riportato sul sito ufficiale della ong. «Nessuno mette in dubbio la complessità delle sfide in tema di sicurezza che gli Stati Uniti stanno affrontando in Medio Oriente e nel resto del mondo. Tuttavia, i promotori della campagna Nessuna Arma ai Terroristi ritengono che in nessun caso si può considerare un’opzione legittima o un uso valido dei dollari provenienti dalle tasse degli americani, finanziare e armare al-Qaeda e altri gruppi che il governo degli Stati Uniti sa bene essere terroristi o collaboratori degli stessi». «Questo problema è particolarmente evidente in Siria, dove negli ultimi sei anni di conflitto i soldi delle tasse degli americani sono stati utilizzati, direttamente o indirettamente, tramite gli alleati degli Stati Uniti, per armare gruppi terroristi jihadisti, nel tentativo di rovesciare una classe dirigente laica e pluralista per sostituirla con un’altra, a supremazia sunnita, basata sulla sharia […]». «Ciò ha contribuito alla carneficina in corso in Siria (e nelle zone limitrofe, in particolare in Iraq), in particolare di persone e comunità non in linea con il programma ideologico dei terroristi: alawiti, cristiani, drusi, curdi e sciiti, yazidi e sunniti moderati». «Armare i terroristi in Siria e altrove contribuisce al genocidio in corso dei cristiani e delle altre minoranze religiose in Medio Oriente, promuove la violenza contro le donne, provoca la migrazione di massa dalla Siria verso gli Stati limitrofi e l’Occidente, ed accresce la minaccia terroristica in America e in Europa». Un appello che, dopo l’attacco alla base aerea siriana da parte degli Stati Uniti e l’attentato di Stoccolma suona più urgente che mai.

Trump si dimostra il nuovo “fantoccio” di Israele e dei gruppi di potere neocons di Washington, scrive Luciano Lago su "Controinformazione" il 7 aprile 2017. “Nessun bambino dovrebbe soffrire” come hanno sofferto quelli siriani: lo ha affermato Trump nel suo discorso alla TV. Ed ha aggiunto: “il bombardamento americano in Siria è nel “vitale interesse della sicurezza” degli Stati Uniti. La Siria ha ignorato gli avvertimenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu”, ha sottolineato Trump. Ed ha chiesto al mondo di unirsi agli Usa “per mettere fine al flagello del terrorismo”. Mentre gli USA stanno uccidendo centinaia di bambini fra cui decine di questi a Mosul (bombardata una scuola a Mosul pochi giorni fa con 200 persone dentro), mentre l’aviazione USA bombarda in Siria ed in decine di altri luoghi maciullando centinaia di civili, nello stesso momento in cui le bombe a grappolo dell’aviazione USA e GB stanno devastando lo Yemen dove hanno prodotto oltre 15.000 morti fra cui almeno 2600 bambini, Trump si sofferma a parlare di “sofferenze di bambini siriani “e proferisce menzogne su Al-Assad e sull’Esercito siriano, accusando questi di crimini di guerra di cui Washington è il massimo responsabile. Lo spettacolo di questo presidente buffonesco e della sua ipocrisia è quanto meno vomitevole. Trump segue servilmente i “consigli” interessati del suo socio sionista, Benjamin Netanyahu, e si fa scudo delle stesse menzogne e degli stessi pretesti utilizzati prima da George W. Bush e poi dal suo predecessore Barack Obama. La sagra delle “armi di distruzioni di massa” e dei “malvagi dittatori” (da Milosevic a Gheddafi e poi ad Assad) sembra essere un copione di una rappresentazione teatrale fotocopiato e fatto proprio da i vari presidenti che si alternano alla Casa Bianca. Un copione consegnato all’apparato dei mega media perchè diffondano in tutto il mondo la solita mascheratura di menzogne e propaganda che accompagnano tutte le guerre americane. Si dimostra ancora una volta come tutti coloro che in buona fede hanno parteggiato e votato per Trump, sperando che lui rappresentasse un salutare cambiamento, come lui stesso annunciava, rispetto alla mania dell’America di fare guerre in giro per il mondo per soddisfare la voglia di profitti del complesso militar industriale, trascurando i problemi interni degli USA, hanno preso un “gigantesco granchio”. Sembra evidente che questi ingenui elettori sono stati ingannati da una cospirazione interna negli ambienti di potere di Washington per collocare un fantoccio di Israele alla Casa Bianca e far avanzare il programma di egemonia dell’elite di potere sionista e neocon in tutto il mondo. Il Trump pagliaccesco che “piange lacrime sui bambini siriani” è quello che, dal suo lussuoso resort sui campi di golf della Florida, ha ordinato l’attacco militare sulla Siria ed ha poi avuto l’impudenza di affermare che questo era necessario per “proteggere la sicurezza degli Stati Uniti e i bambini della Siria”. Evidente che Trump è invidioso del premio Nobel concesso ad Obama e vuole concorrere per ottenerne uno anche lui, prima che sia possibile. Vedrete che la giuria di Stoccolma non mancherà di concederglielo.

Trump ha dichiarato che la base aerea di Ash Sha’irat, a nord di Damasco, contro cui sono stati lanciati 60 missili Tomahawk, era stata prescelta come obiettivo in quanto risulta essere quella da cui gli aerei siriani erano decollati per lanciare l’attacco chimico, mascherando la colossale menzogna che fosse stata l’aviazione siriana ad effettuare un bombardamento chimico, quando è ormai accertato che le armi chimiche erano nel magazzino/fabbrica in possesso dei gruppi terroristi di Al Nusra appoggiati dall’Occidente e dall’Arabia Saudita. Il Trump che parla di una azione “per mettere fine al flagello del terrorismo” finge di ignorare che le uniche forze che combattono sul campo i gruppi terroristi sono quelle che Washington ha fatto bombardare, adesso e nel Settembre del 2016, quando l’Aviazione USA bombardò le posizioni dell’Esercito siriano (con oltre 60 morti), adducendo poi il fatto ad un “errore” dei piloti e favorendo, allora come adesso, l’avanzata dell’ISIS sulla zona. Il favoreggiamento dei gruppi terroristi jihadisti da parte degli USA è ormai cosa nota e comprovata, registrata persino nelle dichiarazioni registrate dell’ex segretario di Stato John Kerry, nessuno crede più da tempo alla favola degli USA che intervengono in Siria, in Iraq o in Libia, per” lottare contro il terrorismo”. Un nuova enorme “False Flag” per avere il pretesto di lanciare gli USA in un’altra delle tante guerre che potrebbe facilmente diventare la Terza Guerra Mondiale. Ancora una volta di rende evidente al mondo l’ipocrisia e l’indole criminale della dirigenza di Washington che, a qualsiasi costo, porta avanti i suoi programmi di egemonia sacrificando le sue vittime e seminando il caos e la distruzione, con il plauso dei suoi stati vassalli fra cui si distingue, come sempre, l’Italia dell’attuale Governo Gentiloni.

Trump bombarda la Siria, molto rumore per (quasi) nulla. Gli attacchi coi missili contro le forze di Assad non obbediscono a una strategia precisa, ma sono una mossa gattopardesca. Al massimo The Donald vuole dare un'idea di imprevedibilità, che potrebbe pagare nel medio termine, scrive Tommaso Canetta l'8 Aprile 2017 su “L’Inkiesta”. Dopo aver minacciato rappresaglia contro Assad per il bombardamento con armi chimiche su Khan Shaykhun dello scorso 4 aprile, Donald Trump è stato rapidissimo a passare all’azione. Una sessantina di missili Tomahawk sono caduti, a poche ore dall’annuncio, sulla base dell’aviazione siriana di Shayrat, da cui gli Usa sostengono sia partito l’attacco con il gas nervino. Un’azione che, secondo quanto affermato dagli Usa e secondo il parere degli analisti, non dovrebbe – ma il condizionale è d’obbligo con un presidente imprevedibile come Trump – preludere a un cambio di strategia americana in Siria. La rapida evoluzione degli avvenimenti ha creato una certa confusione. Subito dopo l’attacco col gas del 4 aprile la Casa Bianca aveva affermato, per bocca del suo portavoce, che la politica Usa verso la Siria e verso Assad non sarebbe cambiata. Poi invece Trump ha preso duramente posizione, condannando l’attacco e minacciando rappresaglia. A distanza di poche ore la vendetta è arrivata, con il bombardamento su Shayrat. Subito dopo il bombardamento però l’amministrazione repubblicana ha nuovamente fatto sapere che non intende cambiare la sua linea d’azione in Siria, né rimuovere con la forza il regime siriano. Allora a cosa abbiamo assistito? Cos’è successo davvero nelle ultime ore?

Secondo diversi esperti questo strike ordinato da Trump è più un’operazione di immagine che di sostanza. Per quanto riguarda specificamente la Siria si tratterebbe di una mossa gattopardesca, per cui si cambia qualcosa – per la prima volta i missili Usa colpiscono in Siria obiettivi del regime – perché non cambi nulla. Infatti è molto più importante per Trump, che ha sdoganato la permanenza al potere di Assad, punire eventuali superamenti della “linea rossa” sulle armi chimiche evitando che risuccedano in futuro, di quanto non lo fosse per Obama, che era dichiaratamente ostile al dittatore siriano (pur nel contesto del non-interventismo voluto dal presidente democratico). Ma una volta “impartita la lezione” ad Assad – e indirettamente alla Russia, così invitata a vigilare maggiormente sul proprio alleato – Trump sembra che voglia tornare allo schema precedentemente approvato, per cui non c’è un piano B rispetto alla permanenza del dittatore. Per quanto riguarda specificamente la Siria si tratterebbe di una mossa gattopardesca, per cui si cambia qualcosa – per la prima volta i missili Usa colpiscono in Siria obiettivi del regime – perché non cambi nulla. Ma questo bombardamento, secondo fonti vicine agli ambienti dell’intelligence, ha un valore che va al di là dello scenario siriano. Si tratta di una “comunicazione strategica” di Trump ai leader di tutto il mondo, che vuole testimoniare un cambio rispetto agli anni della precedente amministrazione. Adesso il presidente Trump – questo sarebbe il messaggio – è pronto a usare la forza in qualsiasi momento, con scarso preavviso e senza bisogno di mediazioni. Potrebbe non essere un caso che l’attacco sia avvenuto durante la visita negli Usa del presidente cinese Xi Jinping, anche considerato il recente surriscaldamento del dossier nord-coreano. E il messaggio è sicuramente stato sentito anche a Teheran.

Torniamo alla Siria. Il bombardamento con armi chimiche del regime – oramai le prove sono tali da fugare quasi qualunque dubbio sulla paternità - è stato quasi unanimemente ritenuto dagli osservatori come una mossa stupida sotto molteplici punti di vista. Se la pioggia di Tomahawk americani sarà l’unica sua conseguenza, Assad potrà ritenersi fortunato. Al momento questo sembra l’esito più probabile, perché gli Usa continuano a non avere (apparentemente) una strategia alternativa a quella russa per la Siria, la Turchia è sotto scacco e non può permettersi scarti nei confronti di Mosca e perché i sostenitori di Assad (Iran, Cremlino, Hezbollah etc.) non hanno un’altra carta su cui puntare al momento. Ma non è detto che la situazione non si evolva.

Gli elementi da tenere in considerazione, secondo gli esperti, per verificare che il quadro resti sostanzialmente invariato sono quattro.

Il primo, più banale, sarà l’assenza di altri strike americani nelle prossime ore. Le dichiarazioni degli ambienti militari americani che parlano di “un colpo soltanto” lasciano presagire che non dovrebbero esserci altri attacchi ma, come già detto, non si può esserne certi in uno scenario tanto fluido e con un presidente Usa tanto inaffidabile.

Il secondo è il rapporto Usa-Turchia. Se Ankara, che in queste ore ha fatto retromarcia sulle precedenti aperture alla permanenza di Assad, continuerà ad essere lasciata nell’angolo in cui si è infilata - un po’ da sola un po’ giocando (male) di sponda con Mosca - senza che le venga offerta una sponda, vuol dire che a Washington non interessa riaprire i giochi in Siria.

Terzo elemento è il rifornimento di armi, soldi e logistica ai ribelli siriani. Se gli Usa continueranno ad armare ed aiutare solamente le SDF (alleanza di sigle ribelli dominata dal YPG curdo), che al momento stanno macinando successi nell’avanzata verso la capitale siriana del Califfato, Raqqa, Assad può tirare un sospiro di sollievo. Le SDF e il regime hanno infatti degli accordi di non belligeranza e spesso hanno trovato, anche con la mediazione della Russia, soluzioni comuni. Se invece riprenderanno programmi americani di riarmo e addestramento di altre sigle ribelli, coinvolte direttamente negli scontri con le forze di Damasco, potrebbe essere il segnale di una volontà di Trump di impedire un consolidamento del regime. Un’ipotesi al momento ritenuta poco probabile dagli analisti, a causa della mancanza di soluzioni alternative ad Assad da un lato, e dall’altro a causa della visione politica di Trump, poco incline a invischiarsi nelle questioni interne della Siria (ad esempio decidere chi sono i ribelli “buoni” e chi i ribelli “cattivi”). Tutta la dinamica di questa vicenda lascia quindi per ora presagire un gran polverone nei prossimi giorni che, una volta placatosi, lascerà la situazione sostanzialmente inalterata rispetto a come era prima dell’attacco chimico del 4 aprile.

Quarto elemento, fondamentale, è il rapporto tra Casa Bianca e Cremlino. La Russia, dopo il bombardamento americano, ha preso posizioni molto dure parlando di “danni considerevoli” alle relazioni con gli Usa e di “aggressione a uno Stato sovrano”. Gli esperti sono però scettici sulla reale portata di queste esternazioni. Si tratterebbe di un gioco delle parti necessario, perché Putin non può perdere la faccia coi propri alleati e deve anche intestarsi il fatto che la rappresaglia Usa non vada oltre quest’unica azione. Di qui la necessità di fare la faccia cattiva. Molto più indicativo sarebbe, secondo le fonti vicine agli ambienti dell’intelligence, il preavviso che gli Usa hanno dato alla Russia sull’imminente attacco. Per prima cosa vuol dire che i canali di comunicazione ci sono, sono aperti e ben lubrificati. In secondo luogo bisognerebbe anche capire se quando gli Usa hanno avvisato c’era il pericolo che, qualora non lo avessero fatto, venissero colpiti involontariamente anche mezzi e uomini russi. Se così non fosse la preallerta data dagli Usa sarebbe ancor più un riconoscimento a Mosca del suo ruolo nell’area. In ogni caso lo scarso numero di morti (sei, per ora) tra le fila dell’esercito siriano testimonia che, così come Washington ha avvisato Mosca, Mosca ha avvisato Damasco, in modo da minimizzare i danni.

Tutta la dinamica di questa vicenda lascia quindi per ora presagire un gran polverone nei prossimi giorni che, una volta placatosi, lascerà la situazione sostanzialmente inalterata rispetto a come era prima dell’attacco chimico del 4 aprile. Non si può tuttavia escludere che la fluidità dello scenario siriano e l’intreccio di interessi di numerose potenze regionali e internazionali possa portare verso un’escalation. Tanto più pericolosa perché, almeno in apparenza, nata da episodi e non da una pianificazione strategica.

I MURI NELL'ERA DI INTERNET.

Ci dicevano che i muri sono fatti per essere abbattuti, ma si sbagliavano, scrive Alessandro Catto il 19 agosto 2017 su “Il Giornale". C’è un’immagine forte, lampante dopo ogni attentato, dopo ogni strascico di paura che colpisce ormai a ritmo regolare l’Europa. È l’immagine delle barriere innalzate in qualche via del centro, in qualche corso, lungo le strade di maggior passaggio, presidiate da forze dell’ordine notte e giorno. Sì, una immagine di timore, diametralmente opposta alle narrazioni di chi, su di un coraggio ipocrita e smentito semplicemente dai dati di fatto, ci tiene a far sapere a terzi che no, paura non ce n’è, che il dramma del terrorismo non ha minimamente scalfito ipocrite convinzioni che parlano di una società sempre aperta e sempre accogliente. In realtà di paura ce n’è molta, ce n’è anche in questi lidi di affrettato ed affettato ottimismo. Quel che manca, semmai, è il coraggio necessario per una cosciente ammissione di colpa, per una svolta a U che costerebbe forse fatica, onestà intellettuale e molte volte pure la faccia, ma che sarebbe terribilmente apprezzata.

Un’ammissione di colpa che non arriva, ma che tuttavia non scalfisce la realtà e non scalfisce un’immagine che resta lì, non sfocata nemmeno dalle bombolette spray usate per renderla più commestibile. L’immagine delle transenne che occupano i corsi più rinomati del nostro paese, da via Monte Napoleone ai Fori Imperiali. Una inversione a U fattuale, concreta, terribilmente reale, che ha l’amaro retrogusto della ragione per chi, da decenni, fa notare che un mondo senza frontiere è semplicemente una chimera sanguinosa. C’è bisogno di frontiere così come c’è bisogno di leggi, di regole di convivenza, di paletti. Una mescolanza senza regole e senza freni ha il terribile sapore dell’anarchia, di un caos dove a trionfare è sempre il più forte, il violento, chi utilizza i mezzi più spregevoli per imporsi, in qualunque campo, dall’economia alla convivenza civile nelle nostre strade. La globalizzazione al posto di appianare quest’esigenza, paradossalmente tende ad acuirla e a renderla ancora più essenziale, perché altrimenti il destino che va a schiudersi di fronte a noi è un baratro, è l’assenza della politica come ente capace di prevenire i problemi e regolare le dispute, un ente privo di utilità, con un potere legislativo totalmente preda delle necessità finanziarie e un’etica pubblica preda dei peggiori e prezzolati sentimentalismi. Un’anarchia primitiva, arricchita da qualche bene di consumo o libertà accessoria, drammaticamente incapace tuttavia di sostituire immortali necessità umane quali la sicurezza, il benessere, la stabilità. Un mondo senza frontiere, confini e regole non significa progresso, significa regresso. Un regresso politicamente corretto, ma pur sempre un regresso. E alla regressione sociale e civile è sempre preferibile una sana ed efficace frontiera, morale e reale. E una politica capace di fare il proprio mestiere.

Valli e barriere sono antichi quanto l'uomo. Ma nessuno ha mai ottenuto il risultato sperato. La Muraglia cinese ha 2.300 anni, il Vallo di Adriano 1.900: opere ciclopiche e inutili, scrive Giordano Bruno Guerri, Giovedì 26/01/2017, su "Il Giornale".  A voler fare dello spirito (del tutto fuori luogo), potremmo chiamarlo «La Grande Trumpaglia». Come ogni muro posto a separare gli Stati o i popoli, quello annunciato dal nuovo presidente degli Stati Uniti - in realtà un prolungamento dell'esistente- ne richiama subito altri due.

Prima la Grande Muraglia Cinese, appunto, la ciclopica opera costruita, nel III secolo a.C., sotto il regno di Chin Shih-Huang-Ti per proteggere i confini settentrionali dalle tribù mongole. Lunga oltre 8.000 chilometri, alta dai 4,5 ai 12 metri, larga anche 9,5 metri, collegava fortezze inattaccabili.

Il secondo è il Muro per eccellenza, quello che molti di noi ricordano integro, in piena funzione, e al quale mi onoro di avere dato qualche picconata, né astratta né teorica. Detto anche Muro della Vergogna, lo costruirono in una notte d'agosto del 1961 i sovietici e i comunisti della Germania orientale dividendo in due Berlino: non per difendersi da un'invasione, ma per impedire ai tedeschi sovietizzati a forza di evadere verso la libertà.

Quale ne sia il motivo, il muro-prigione, suscita sempre una repulsione istintiva più del muro-sbarramento. A Berlino molti furono uccisi mentre cercavano di superarlo, quel carcere lungo 156 chilometri, altri ce la fecero, i più rimasero ingabbiati, ma il mostro di cemento non riuscì a svolgere la sua funzione, la funzione di tutti i suoi simili, ovvero tenere separato per sempre chi si trova di qua da chi si trova di là.

Se a Berlino il muro cadde perché crollò l'intero sistema sovietico, la Grande Muraglia impedì, sì, un'invasione militare mongola, ma non che i mongoli e gli altri popoli nomadi della steppa la superassero a piccoli gruppi, sempre più spesso, finché le due culture si assimilarono reciprocamente. È quello che accadrà al muro di Trump: impedirà l'arrivo negli Stati Uniti di altri milioni di disoccupati e sbandati messicani ma nell'epoca di internet non potrà impedire che la società americana si ispanizzi. E viceversa. Accadde anche con il primo Muro della storia, quel Vallo di Adriano messo dai romani a separare la Britannia conquistata da quella ancora in mano ai fieri e combattivi pitti e scoti. E se lo ricordiamo oggi è per la saga fantasy creata da George R. R. Martin cui è ispirata la serie TV Il Trono di Spade. Insomma, chi di muri ferisce, di etere perisce.

Il Vallo di Adriano, costruito nella prima metà del II secolo d. C., passa per essere il più antico della storia, ma soltanto perché anche quelli più robusti si sgretolano, e noi siamo ignoranti. I primi muri, brevi quanto sanguinosamente difesi, furono certamente costruiti in epoca preistorica, per difendere una gola, un guado, un passo, da un'altra tribù. Tale è l'animo dell'uomo, cui mancano soltanto materiali e tecnica per costruire barriere insormontabili e definitive. Nel 1999 è stato scoperto, a 200 chilometri a sudest del Mar Caspio, un grande muro lungo chilometri, ancora in fase di scavo. Veniva chiamato Il Serpente Rosso, per il colore dei suoi mattoni, era lungo 195 chilometri, largo fino a 10 e serviva a proteggere una regione fertile e ricca di acqua dalle scorribande di degli Unni bianchi. Protetto da fortezze e da 36mila soldati, incuteva timore anche a Gengis Khan.

Il tempo che ci separa da queste opere ce le fa apparire magnifiche. La vicinanza geografica e temporale di quelle più recenti o in corso, ce le mostra semplicemente orribili, e anche soltanto i loro nomi e la loro collocazione fanno paura, prima ancora della funzione e dei materiali con i quali sono costruiti. Ne ricordiamo qualcuno. La linea di demarcazione militare fra le due Coree e la Linea di controllo del Kashmir, fra India e Pakistan, che almeno hanno una giustificazione militare e non riescono a sembrare un anacronismo neanche in tempi di missili. Le barriere di separazione tra Israele e Territori palestinesi, che si infrangono contro gli attentati kamikaze. La «Linea Verde» di Cipro, che taglia in due un'isola più piccola della Sicilia e della Sardegna. Le Peace Lines che nell'Irlanda del nord separano cattolici da protestanti. Sono ancora più vicini a noi i muri che circondano Ceuta e Melilla, le città spagnole del Nordafrica, per impedire l'accesso ai marocchini.

Potremmo proseguire a lungo, con molti altri esempi realizzati o in costruzione, arrivando perfino al muro di sabbia che dal 1982 divide in due il Sahara Occidentale per difendere dai guerriglieri del Fronte Polisario il ricco territorio occupato dal Marocco neanche mezzo secolo fa: un muro di sabbia secca di oltre 2.700 chilometri, con otto fortezze e un'altezza che va da 1 a 30 metri. Ognuno ha le sue giustificazioni ma, mondo cosiddetto globalizzato, quei muri ricordano l'immagine di un uomo che, tenendo il telefonino fermo tra spalla e orecchio, si china per allacciare un oggetto primitivo come le stringhe delle scarpe.

IL RAZZISMO IMMAGINARIO.

Così il "razzismo immaginario" soffoca la libertà. Il filosofo: si grida subito all'islamofobia e si cancella il dibattito, come nei regimi comunisti, scrive Alessandro Gnocchi, Martedì 7/02/2017, su "Il Giornale". In Francia sono in corso due processi molto simili. Il filosofo Pascal Bruckner, noto in Italia per numerosi saggi tra cui Il fanatismo dell'Apocalisse (Guanda, 2014), è stato denunciato per quanto ha detto nel programma Arte: «Farò i nomi dei collaborazionisti all'attentato di Charlie Hebdo, tutti coloro che hanno ideologicamente giustificato la morte dei giornalisti». Le associazioni citate subito dopo lo hanno portato in tribunale. Stessa sorte toccato allo storico Georges Bensoussan, il direttore editoriale del Mémorial de la Shoah, fra i massimi studiosi di antisemitismo di Francia. Due anni fa aveva detto alla radio: «Come sostiene un sociologo algerino, Smaïn Laacher, nelle famiglie arabe in Francia l'antisemitismo viene trasmesso con il latte materno». Incriminato per «incitamento all'odio razziale». In questo clima, è uscito il saggio di Pascal Bruckner, Un racisme imaginaire («Un razzismo immaginario», Grasset) subito al centro dell'attenzione generale. Bruckner denuncia con forza l'odio e la violenza contro i musulmani ma contesta la nozione equivoca di «islamofobia». Secondo il filosofo, le accuse di islamofobia sono un'arma per soffocare il dibattito. Da oltre vent'anni, dice Bruckner, siamo testimoni della costruzione di un nuovo delitto di opinione simile a quello che veniva rinfacciato ai dissidenti (i «nemici del popolo») nei regimi comunisti. Le accuse, oltre a limitare la libertà d'espressione, ottengono il risultato di bloccare ogni tentativo di riforma nel mondo musulmano, isolando come «islamofobo» chi vorrebbe venire a patti con la modernità occidentale. Ma «l'antirazzismo» scrive Bruckner è «un marchio in continua espansione», perché ogni gruppo sociale si sente vittima. Il discorso va oltre l'islam. Tutte le mattine qualcuno «denuncia una forma di segregazione, felice di aver aggiunto una nuova specie alla grande tassonomia del pensiero progressista». Si rinforza così l'arsenale, già preoccupante, delle leggi che puniscono i reati d'opinione. Leggi che finiscono col creare una sorta di «dispotismo dolce» nell'arena culturale. Alle associazioni di cittadini che combattevano il razzismo, quello vero, si sono sostituite lobby confessionali o comunitarie o umanitarie che inventano forme di discriminazione per giustificare la propria esistenza, ottenere il massimo della visibilità e raccogliere finanziamenti. Anche gli islamisti hanno capito il funzionamento delle società democratiche e lo sfruttano a proprio vantaggio. In nome della libertà individuale, un po' alla volta, erodono... la libertà individuale. Il libro di Bruckner contiene poi ampi riferimenti a fatti di cronaca. Ad esempio, la notte di Colonia. Tra giovedì 31 dicembre e venerdì 1 gennaio 2016, nella città tedesca decine di donne sono state molestate e aggredite sessualmente da un migliaio di ubriachi. Secondo i rapporti della polizia, la maggior parte delle persone coinvolte era di origine nord-africana o afghana. La condanna però non è stata netta e unanime, dice Bruckner che passa in rassegna alcune spiegazioni bizzarre di quell'evento. C'è chi ha negato fossero aggressioni di natura sessuale, rivendicandone la portata politica. La folla ha preso di mira donne tedesche e bianche, simbolo dell'oppressione e della mancata accoglienza. A parere di questi sociologi, scrive Bruckner, perfino lo stupro è un crimine meno grave se il movente è soprattutto politico. L'islam sarebbe la «religione degli oppressi», in quanto tale permette ai post marxisti di dare una verniciata ai vecchi dogmi. La censura, infine, si rivela controproducente. Le parole (e le idee) condannate dal politicamente corretto poi tornano nello spazio pubblico portando con sé una carica dirompente che altrimenti non avrebbero.

RAZZISMO E STEREOTIPI.

L’Italia: la mappa degli stereotipi offensivi e volgari, scrive “Il Corriere della Sera” il 15 gennaio 2017. Un popolo di razzisti che a seconda della regione in cui vivono si trasformano in alcolisti, comunisti, mafiosi e “sc... di pecore”: è l’immagine, ironica e volutamente (molto) offensiva, che traspare dell’Italia da una mappa pubblicata su Reddit dall’utente lucky-o-beta che si è «divertito» a dare epiteti irreverenti, a volte volgari e ben oltre le soglie del «politcally correct» agli abitanti del BelPaese. Ed ecco i dettagli: se i valdostani sono «francesi» e i lombardi «miserabili stacanovisti che pensano di essere dei grandi», i trentini «fascisti» e i veneziani «non si sentono italiani», ecco che i piemontesi sono «juventini che in passato hanno commesso atrocità conquistando il Sud», i liguri «taccagni». «Comunisti» diventano tutti quelli che abitano tra Toscana ed Emilia, scendendo verso il mare si trova «Milano sul mare». Nell’Italia centrale e nelle Marche? Solo «terremoti». Più a Sud, la Sicilia è caratterizzata da una sola parola, «Mafia» così come in Campania e Puglia campeggia la scritta «un altro tipo di mafia», il Molise «non esiste» (un vecchio tormentone del web) e la Basilicata è denominata con un «Non parlate a nessuno di questo posto», i sardi sono amanti (diciamolo in modo elegante) delle pecore, i romani «parassiti che trascorrono il loro tempo vantandosi di quanto sia grande Roma» e la Calabria diventa «Calabria Saudita». Il gioco politicamente scorretto va forte su Reddit: qui l’utente sznupi si è cimentato col Veneto. Anzi, con la Repubblica Serenissima di Venezia. Non mancano altri Stati, come la Gran Bretagna. Il Portogallo. O la Grecia. Ma anche la Finlandia. E persino il minuscolo Lussemburgo ha i suoi stereotipi. Ma tra le mappe del pregiudizio ne appaiono tante altre. Una per ogni periodo storico. Perché a volte basta un cambio di governo, un grave fatto di cronaca o una nuova moda per trasformare l’immagine internazionale di un Paese. In questa mappa, l’Europa vista da Yanko Tsvetkov, artista bulgaro di stanza a Londra. L’Europa vista dagli americani. L’Europa per i francesi. O con noi o contro di noi sembra essere il motto della République: gli odiati inglesi sono assassini di vergini (Giovanna d’Arco...), l’Austria gli ex arcinemici, la Germania i migliori amici. La Russia è il sogno napoleonico, la Turchia non è certo europea. Ma l’Italia è semplicemente gente rumorosa. L’Europa secondo i tedeschi. Stereotipi tecnologico-economici per l’Europa interpretata dai tedeschi: Ikea in Svezia, telefoni cellulari in Finlandia, riserve di gas in Russia, forza lavoro in Turchia. E proletariato nell’ex Ddr. Ma altri sono più d’ordine culinario: pizza in Italia e cotolette in Austria, gulasch in Ungheria e whisky in Irlanda. L’Europa per gli italiani. A est di Trieste una combinazione di pornostar e baby-sitter, ladri e bizantini, bevitori di birra e danzatrici del ventre. A nord prevale lo sport (rugby in Irlanda e Wembley in Gran Bretagna), a ovest la visione italocentrica (Carla Bruni in Francia, dialetti italiani in Spagna). E il nostro Paese è diviso a metà: il sud è Africa. L’Europa per gli inglesi. Una visione che tradisce l’assenza di «sentimento europeo» e attribuisce ai Paesi del Continente o una funzione vacanziera-consumistica (crema solare in Spagna, droghe in Olanda, torta in Austria) o un certo disprezzo (ex Jugoslavia: non pervenuto). L’Italia, per gli inglesi, sarebbe terra di uomini abbronzati e canuti. Ma di mappe e stereotipi ce ne sono davvero tantissime. Qualche esempio si trova sul sito Mapping Stereotypes che, come dice il nome, racconta gli stereotipi delle singole Nazioni con il cambiare degli anni. E a seconda di quale popolo ci guarda, noi italiani diventiamo «persone noiose ma amichevoli», «ladri», «popolo di pizza e musei», «terra di shopping center», «figli di papà» o «terra d’Africa».

Che sapete dei russi? Niente, solo che sono cattivi, scrive Lanfranco Caminiti il 15 gennaio 2017 su "Il Dubbio". Nel Novecento era considerata Europa, ora è estranea. Definire qualcuno “russo” ormai suona come un insulto. È una banalizzazione negativa, perché dell’ex Unione Sovietica non si sa nulla. Dici “russo” oggi di qualcuno, di qualcosa, e suona come un insulto. I russi sono oligarchi, i russi sono aggressivi, i russi sono imperialisti – gli ultimi degli imperialisti – e odorano di incenso ortodosso che ti rimane addosso sui vestiti. Sono volgari, pacchiani, arroganti, brutali, mafiosi. Comprano tutto quello che possono e dove non possono riescono a convincere in altri modi; si ubriacano e sono sempre in mezzo a un mare di ragazze poco più che schiave di una qualche tratta balcanica; i loro atleti sono tutti dopati; i loro soldi finiscono sempre nelle banche più discutibili – a Cipro, in Grecia – o li ripuliscono nella City di Londra. I russi hackerano tutto: le email americane soprattutto. I russi spiano dappertutto. I russi producono e vendono armi ovunque e a chiunque, e mettono sul mercato pure plutonio, testate nucleari e vecchi missili intercontinentali. I russi hanno il gas e ci tengono per il collo, soprattutto quando fa tanto freddo; costruiscono i gasdotti che vogliono loro e come li vogliono loro – e mettono a libro paga ex ministri e ex primi ministri di tutta l’Europa e uomini d’affari americani per aggirare ogni embargo. I russi ti ammazzano per strada con una puntura di spillo imbevuto di polonio e non c’è modo di verificarlo; oppure ti inoculano lentamente per anni un veleno e poi una mattina ti svegli e sembri l’uomo elefante. I russi ammazzano i giornalisti coraggiosi; i russi arrestano chiunque dissenta, se scrive un manifesto, se prende un microfono in una piazza, se fa una vignetta irriverente, se canta una canzoncina irrispettosa; i russi ti sbattono in galera e buttano la chiave o ti mandano in Siberia e ti ritroveranno fra duecent’anni nel permafrost. I russi bombardano tutto ciò che si muove, donne, bambini, ospedali, civili: i russi non badano agli ostaggi se presi dai terroristi – ammazzano gli uni e gli altri. I russi avvolgono nel mistero tutto quello che qui sarebbe sulla pubblica piazza, perché hanno sempre qualcosa da nascondere. I russi non amano la libertà e la democrazia; non sanno neppure cosa significhino i diritti umani. I russi sono antisemiti. I russi sono panslavisti. I russi non hanno mai smesso di considerare l’Europa dell’est come cosa loro. I russi minacciano le repubblica baltiche. I russi vogliono lo sbocco sul Mediterraneo. I russi sono asiatici e disposti per natura al dispotismo. I russi vogliono sempre uno zar. I russi sono un pericolo. Queste affermazioni non sono tratte da un qualche articolo di un qualche esponente della nouvelle philosophie, che si incarica di ammonirci e stare all’erta e non sottovalutare, anche se l’una o l’altra la potresti ritrovare, ma sono ormai espressioni di un senso comune. E non è che, presa una per una, siano affermazioni peregrine. Però, della Russia oggi abbiamo due letture, una di banalizzazione del male e l’altra di banalizzazione del bene – e sono letture trasversali, si è russofili o russofobi a destra come a sinistra. Del male, s’è già detto. La banalizzazione del bene starebbe nel fatto che la ripresa nazionalista e imperialista sotto la guida di Putin che ha restituito alla Russia orgoglio e peso geopolitico, dopo lo sfacelo dell’era Eltsin, servirebbe a impedire che l’America faccia quello che vuole del mondo: c’è qualcuno, là fuori, che può alzare la voce e farsi sentire e non si fa mettere i piedi in testa. Perciò: viva Putin, comunque. La verità è che della Russia oggi non conosciamo niente. Non sappiamo come vivono i suoi lavoratori, i suoi impiegati, i suoi medici, i suoi insegnanti; le loro buste paga, le loro carriere, le loro gerarchie. Non sappiamo cosa succede nelle loro fabbriche, nelle campagne, negli immensi quartieroni urbani. Non abbiamo idea di quanto sia il valore d’una pensione media. Di quanto sia il valore del loro paniere, se ne hanno uno. Non sappiamo cosa pensano i loro militari, i cadetti. Non abbiamo la più pallida idea del livello delle loro università, della loro ricerca scientifica, delle loro medicine e delle loro cure. Non sappiamo più nulla della letteratura russa, delle loro accademie, nulla dei loro artisti. Non conosciamo i loro programmi alla radio, né quelli della televisione. Non vediamo i loro asili- nido, o le loro case per anziani, le loro scuole, i loro giovani studenti, né sappiamo le loro mode, il loro gergo. Tra noi e la Russia c’è un sipario. Che viene strappato solo per situazioni eccezionali, le guerre – l’Afghanistan, la Cecenia, l’Ucraina e la Crimea –, qualche clamoroso attentato – le vedove nel teatro o le bombe nella metro di Mosca –, qualche clamoroso assassinio politico – la Politkovskaja, in patria, o Litivenko all’estero –, qualche sbrasata di uno dei suoi oligarchi – per tutti, l’Abramovich con il suo Chelsea e il suo yacht da primati o quel santarellino di Khodorkovsky, per dieci anni in carcere e ora alla ricerca di un ruolo politico di opposizione. La Russia, insomma, è sempre Chernobyl. È come se ci avessero deluso – dopo essersi scrollato di dosso quell’orribile regime comunista, però non ci avessero mai amato davvero. Un po’ la parabola di Solženicyn, adorato dall’occidente finché stava in Siberia e scriveva di Arcipelago Gulag; poi se n’è venuto in America, e dopo qualche anno s’è dichiarato schifato del capitalismo e ha voluto tornare dalla Grande Madre Russia – tra incensi e nazionalismi. Puah. I russi, insomma, non sono come noi li vorremmo e sono esattamente come noi temiamo che siano, è un po’ questo lo spettrografo attraverso cui li guardiamo. Eppure, non sempre è stato così, anzi la Russia era nel cuore degli europei. Tutta la grande ondata delle rivoluzioni nazionali dell’Ottocento ha a cuore la sorte della Russia. Tutte le grandi rivoluzioni del Novecento hanno a cuore la Russia. E i russi – i grandi romanzieri dell’Ottocento – guardano all’Europa, al romanzo europeo. E i rivoluzionari russi, i bolscevichi, ma anche i menscevichi e tutti gli altri, anarchici, socialisti rivoluzionari, guardano all’Europa, si aspettano l’Europa, perché si diffonda il riformismo socialdemocratico o perché si prenda il Palazzo d’Inverno. L’intellettuale russo è europeo – parla il tedesco e il francese –, ma lo è anche l’aristocratico – parla il tedesco e il francese – e l’operaio. L’Impero zarista entra nella Prima guerra mondiale da potenza europea; l’Unione delle Repubbliche sovietiche entra nella Seconda guerra mondiale da potenza mondiale, ma salva l’Europa a Stalingrado. Per tutti gli anni Trenta, gli intellettuali tedeschi e gli intellettuali francesi e gli intellettuali inglesi andavano a Mosca – ci andavano Gide e Sartre ma anche il gollista Malraux e il già fascistizzante Malaparte, e ne stilavano reportage, chi entusiasta chi disgustato. Ma il legame di quest’Europa con la Russia era ancora saldo – tutto ideologico, ma saldo. È a Yalta – dove Roosevelt e Churchill e Stalin si spartiscono il mondo – che l’Europa si divide e l’europea Praga, l’europea Budapest, l’europea Bucarest diventano qualcosa che non conosciamo più, non capiamo più, distanti, lontane, in un altro tempo e spazio. Tutto questo improvvisamente si frantuma con il crollo del Muro di Berlino e quella straordinaria e tragica figura che è Gorbaciov. Ma quello che prevale da noi, dietro l’allegrezza di facciata, è un sentimento di vendetta: ci avete fatto penare per tanti anni, adesso ve la faremo pagare, intanto ci somiglierete, anzi prenderete il peggio da noi, e ben vi sta. Finché arriva Putin. E adesso, con Trump, le cose peggiorano. Perché Trump difende l’idea che non ci sia niente di male a avere ottimi rapporti con i russi. Solo che lui è l’America. E se l’America ha buoni rapporti con i russi, vuol dire che la cosa si mette male per noi europei. Qui stiamo. Sentiamo quasi il rumore dei cingolati russi, di nuovo, come a Budapest, come a Praga. Sarebbe il caso che ci diamo una regolata. La Russia è Europa. E non c’è Europa senza la Russia.

TRADIZIONI E MENZOGNE.

Amin al-Hussein, l'Hitler musulmano che fece strage di ebrei, scrive il 13 Aprile 2017 "Libero Quotidiano". E' uno dei segreti più nascosti alla storia ufficiale, quella che si insegna nelle scuole e non solo. E' quella di Amin Al-Husseini, Gran Muftì di Gerusalemme negli anni prima e durante la seconda guerra mondiale. Amico di Hitler e di Mussolini e di molti gerarchi della Germania nazista, fu ospite del Fuhrer nel novembre 1941, quando Hitler era all'apice del successo politico e militare. La sua storia la racconta, parallelamente a quella di un gruppo di bambini ebrei in fuga nell'Europa anti-sionista, Mirella Serri nel suo libro "Bambini in fuga". Al-Husseini fu uno dei personaggi più oscuri e tremendi di quella pagina nera della storia. Sostenitore della "soluzione finale", nei primi anni di guerra aveva chiesto a Hitler di prestargli a guerra finita Adolf Eichmann, considerato uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei in Europa, per procedere alla eliminazione degli ebrei che durante la guerra avevano trovato salvezza in Terra Santa. Fu il creatore della divisione musulmana Handshar (o "scimitarra") delle Waffen-SS e in più occasioni scrisse ai vertici nazisti, come il ministro degli esteri del Reich Von Ribbentrop, per lamentarsi degli scambi che avvenivano tra militari tedeschi prigionieri ed ebrei, sottolineando e ricordando ai tedeschi che il nazismo si era impegnato a combattere l'ebraismo mondiale. A fine conflitto Dieter Wisliceny, il vice di Eichmann poi giustiziato per crimini di guerra, confidò che al-Husseini "aveva avuto un ruolo nella decisione di sterminare gli ebrei d'Europa per impedire che tornassero in Palestina" e che "era stato collaboratore e consigliere di Eichmann e Himmler nell'esecuzione di questo piano". Il Gran Muftì sopravvisse alla guerra trovando rifugio (quando gli inglesi presero la Palestina) prima in Francia e poi in Egitto, dove venne accolto a braccia aperte dai Fratelli Musulmani. Zio del leader dell'Olp Yasser Arafat, morì nel 1974. Due anni prima alì Hasan Salameh, capo dei terroristi di Settembre Nero e figlio di Shaykh Hassan Salameh, fidato luogotenente del Gran Muftì, aveva organizzato e diretto l'assalto dei terroristi palestinesi al villaggio olimpico di Monaco di Baviera che causò la morte di undici atleti israeliani. 

Africa svuotata: quasi un genocidio, scrive Nino Spirlì il 30 marzo 2017 su “Il Giornale”. Un enorme, ricchissimo, sconosciuto, in parte inesplorato continente, che sta perdendo la propria identità, prima ancora di essere riuscito a presentarla in maniera dignitosa e reale al resto del mondo. Non sappiamo quasi nulla dell’Anima dei mille e mille popoli africani; tanto che li consideriamo – ignoranti che siamo – un solo popolo di un solo Stato: l’Africa. Di loro e della loro terra abbiamo imparato ciò che ci hanno imboccato a forza quei quattro documentari televisivi sulla caccia all’elefante, l’accoppiamento dei leoni, le corse dei giaguari nelle savane, i “ciondoli” giganteschi dei Masai, lo sfruttamento delle donne dalle mammelle visonate. Di ognuna delle innumerevoli etnie del continente nero, noi uomini occidentali, pur conoscendo usi, costumi e tradizioni, grado di emancipazione, di istruzione, di progresso sociale, rabbie e disincanti, ignoriamo la vera Identità. Oserei dire, la Divinità…Sappiamo, sì, che, da quelle parti, la vita umana vale poco. Che non campano tantissimo. Che studiano in pochi. Che scopano tanto. Che i vaccini e i farmaci li vedono come noi vediamo l’altra faccia della luna. Che quando si incazzano fra loro, si massacrano a machetate. Che i loro grassi e disonesti governanti hanno il culo strapieno di dollari, euro, oro, diamanti, mentre il resto della popolazione di ciascuno Stato africano è strapovera, malata e trattata peggio che uno sputo per via. Sappiamo che i cinesi stanno comprando l’intero continente, pagandolo a suon di mazzette. Che gli americani e i russi, gli inglesi e gli olandesi, i belgi e i francesi, arabi e indiani, da decenni, ne svuotano cave, miniere, mari e foreste. Che gli islamici sono i padroni del petrolio (e non solo di quello) di tutta l’Africa. Che i missionari di tutte le religioni sono amati e odiati, e che, molti di loro, hanno più famiglie del più poligamo degli indigeni stessi. Sappiamo che guerre e stragi, da quelle parti, puzzano più di strategie straniere e di venduti locali, piuttosto che di vere e proprie rivendicazioni autoctone. Sappiamo che qualche potentato massomafiopolitico sta svuotando l’intero continente di braccia forti e ventri fertili, trattenendo solo i vecchi e i deboli, che vengono ammazzati, comunque, in loco con epidemie misteriose e cure fasulle. Insomma, un Genocidio! Un genocidio che sta causando un altro genocidio. Il nostro. Perché quei coglioni africani muscolosi e armati di smartphone e stupefacenti, che si vendono ai disonesti, per venire a pisciare per i viali delle nostre capitali, ammazzano, partendo da casa propria, il proprio popolo; e ammazzano, arrivando, il nostro popolo. Usati da chissà quale “figlio di puttana” che ha messo in atto lo sfruttamento finale dell’ultimo lembo di terra che somiglia, per bellezza e ricchezza, a quei primi sette giorni della Genesi. Ogni partenza da una capanna di canne, una casetta di fango, un condominio sgangherato di Abidjan, Accra, Bamako, equivale ad una resa. Alla consegna della propria Identità ad invasori senza pietà. Ogni sbarco a Lampedusa, Reggio Calabria, Corigliano, Crotone, corrisponde ad un genocidio della nostra gente. Decine di Culture, decine di Identità millenarie, triturate e impastate con un unico scopo: sradicarci, renderci senza passato. Immergere nella nebbia dell’oblio i nostri ricordi. Così potremo essere tutti trasformati in esseri inferiori, da tenere sotto come scimmie ammaestrate davanti ad una catena di montaggio. Fra poco serviremo tutti, bianchi, neri, gialli e rossi, semplicemente per creare profitto per un’oligarchia di sfruttatori, che non ci riconosceranno alcun diritto. Nessuna libertà. O ci ribelliamo subito, o sarà la fine. E, guarda caso, i primi a dover dire NO sono proprio questi cristoni africani! Sono proprio loro che non dovrebbero abbandonare a morte certa genitori, nonni, fratelli, sorelle. Sono proprio loro che dovrebbero armarsi a casa propria e lottare per restare. Per seminare e raccogliere. Per crescere e costruire un vero futuro. Africano. Qui, saranno sempre “quelli delle banlieue, delle periferie”. Per uno che ce la farà, mille coveranno solo odio e frustrazioni. Questo dovrebbero insegnar loro i “professorini” delle cooperative. Anziché far finta di essere santi, andandoli a strappare alle onde del loro mare…Fra me e me.

“Prima che il diritto di emigrare, ogni popolo a dovrebbe avere il diritto di restare nella propria terra”, così – più o meno – il primo santo vivente del XXI secolo Cristiano, Papa Benedetto XVI…

Da Little Bighorn a Standing Rock, scrive Marzio G. Mian il 31 marzo 2017 su "Gli Occhi Della Guerra" de "Il Giornale". Il Grande Spirito della prateria ha gli occhi malinconici del vecchio Victor Douville, Shooting Cat III, storico della cultura Lakota alla Sinte Gleska University: «Siamo divisi. I nostri rappresentanti al Senato non si parlano, le tribù non si parlano. Le generazioni non si parlano. Stiamo ancora trattando con Washington la restituzione delle Black Hills, le terre sacre per i Lakota Sioux espropriate dopo la nostra vittoria a Little Bighorn. I vecchi vogliono la terra, otto milioni di acri, i giovani vogliono il denaro, un miliardo di dollari. Il materialismo ci sta rovinando e le nostre divisioni autorizzano l’uomo bianco a non mantenere i patti, come accade con Trump a Standing Rock». Toro Seduto l’aveva capito. Sulla sua tomba tra gli sterpi nella riserva di Standing Rock, vicino a Mobridge, c’è una lapide con la sua celebre frase: «Quale accordo fatto con l’uomo bianco hanno rotto i Lakota? Nessuno. Quale accordo ha rispettato l’uomo bianco fra quelli fatti con i Lakota? Nessuno».

Il Grande Spirito, sette generazioni dopo, ha lo sguardo triste e implacabile della sua nipotina, la principessa Hanna Reddest, Cigno Bianco, 15 anni. «Secondo le profezie, la mia dovrebbe essere la generazione della nuova speranza – dice – Ma quel che vedo è depressione, alcol, metanfetamina, suicidi, materialismo. C’è tanta energia negativa». Racconta che l’80% delle famiglie nelle riserve vive il flagello della meth, la droga arrivata negli ultimi cinque anni con i cartelli messicani. Che ogni settimana nella nazione indiana un teenager se ne va: «Ho perso tanti amici, quasi venti nell’ultimo anno».

Standing Rock, per i Sioux, doveva essere la nuova Little Bighorn, tutti i popoli Lakota uniti contro l’affronto dell’uomo bianco. Sull’onda delle proteste, in dicembre Obama – forte della sua debolezza di presidente uscente – aveva sospeso la costruzione della Dakota Access Pipeline, progetto da quasi quattro miliardi di dollari che deve portare mezzo milione di barili di petrolio al giorno dai giacimenti del North Dakota all’Illinois. Obama aveva accolto la richiesta della Us Army Corps of Engineers, l’agenzia che sovrintende il sistema fluviale e idrogeologico, per uno studio d’impatto ambientale. Quindi, come previsto, Trump ha invece dato il via libera alla ripresa degli scavi e la protesta dei nativi s’è spostata nei giorni scorsi a Washington con annunci di sabotaggi e di un confronto a oltranza. L’oleodotto è interrato per 1770 chilometri, manca solo l’ultimo tratto, quello contestato dai pellerossa. Un primo progetto era già stato modificato, prevedeva il passaggio dell’oleodotto dai giacimenti di Williston – a Ovest del North Dakota – verso Est e l’attraversamento della condotta sotto il Missouri poco a Nord di Bismarck, la capitale dello Stato. Ma i rischi ambientali («per i bianchi di Bismarck», accusano i Sioux) con un eventuale incidente nel grande fiume avevano fatto deviare gli scavi a Sud e avviato il cantiere per il passaggio del petrolio sotto il lago Oahe, a ridosso della riserva indiana di Standing Rock. La tribù dissotterrò l’ascia della protesta e in poche settimane sulla Piana delle Aquile s’accamparono migliaia di nativi provenienti da tutto il Paese per opporsi a una decisione che non li aveva coinvolti e che metteva in pericolo le falde acquifere.

Ma la lotta dei Sioux di Standing Rock è subito stata cavalcata da tutti gli oppositori del ricco viso pallido appena eletto alla Casa Bianca, sostenitore delle compagnie petrolifere e dell’autosufficienza energetica degli Usa: ambientalisti, Greenpeace, anarchici, membri dell’organizzazione Black lives matter, vip liberal del mondo dello spettacolo, veterani in cerca di guai, nostalgici di Bernie Sanders e ovviamente la carovana degli antagonisti anti Trump sono tutti arrivati dalle metropoli nella grande prateria a sfidare i federali in diretta tv. Mettendo in crisi la ritrovata unità della nazione indiana. «Da secoli non conoscevamo tanta armonia ed euforia», dice Dave Archambault II, chairman dei Sioux nel suo negozio di alimentari a Cannon Ball, nella riserva. «Poi sono arrivati loro e tutto è cambiato, non era più la nostra lotta, i loro slogan non c’entravano nulla con noi. Usavano tecniche di provocazione che non appartengono al nostro mondo. C’erano diecimila dimostranti, molti cercavano l’arresto come un trofeo. Non volevo che ci scappasse il morto, e ho detto che dovevano andarsene». Così Dave è stato subito accusato di essere a libro paga delle compagnie petrolifere, di vendere la sua gente. Anche tra le tribù storicamente nemiche dei Sioux, come i Cherokee, ha cominciato a serpeggiare la maldicenza: «Mi chiamavano DAPL Dave», cioè uomo della Dakota Access Papeline. «Io volevo che la battaglia fosse la nostra, presidio a oltranza sì, ma soprattutto battaglia legale». Il ricorso di Dave si basava sulla storica sentenza federale del 1975 che stabiliva che «mai più nella Storia americana verrà presa una decisione unilaterale che possa disonorante le genti della Grande riserva Sioux».

Dave racconta che molti bianchi cercavano la guerra. «Ma noi sappiamo che dopo la vittoria di Little Bighorn venne la grande oppressione, arrivarono massacri, abbiamo perso tutto ciò che avevamo. Dicevo: andate via ragazzi, non sfidate l’Fbi». Secondo il capo del consiglio Sioux, le ragioni dei manifestanti bianchi hanno oscurato quelle della nazione indiana e incrinato «un momento storico di unità e riconciliazione».

La sconfitta di Standing Rock nell’alto Missouri è solo l’ultimo capitolo del triste declino dei Lakota Sioux. Una storia di marginalità e soprusi subiti. Sempre a causa dell’acqua. Nel dopoguerra Roosevelt pianificò, a partire dal Sud Dakota, un gigantesco sistema di dighe. Sei mega-sbarramenti, da Garrison fino a Fort Peck in Montana: il Muddy Mo, il fiume che secondo i pionieri era troppo denso da bere ma non abbastanza da dissodare, venne addomesticato e trasformato per decreto in turbina nazionale. Si sarebbe governata la navigabilità, ridotto il rischio di piene, creato un sistema d’irrigazione, avviata l’industrializzazione del West e prodotta tanta energia. Tutti obiettivi falliti. Nel 2006 sul fiume hanno viaggiato solo 180mila tonnellate di merci, l’equivalente di un giorno lungo il Mississippi. La grande piena del 2011 che ha colpito Pierre, Omaha e Kansas City dimostra che addomesticare tutto il fiume è impossibile. Gli americani sono bravi a trasportare petrolio, ma non l’acqua. I giganteschi bacini che occupano il 35% del corso del fiume sono alla fine diventati una destinazione turistica. «Ma chi ci ha rimesso di più sono i Sioux», dice Clay Jackinson, docente di studi umanistici alla Bismarck University, uno che ha votato Trump. «Le dighe sono state la peggiore offesa fatta nel Novecento dagli americani ai pellerossa. Le hanno collocate dove facevano il minor danno ai bianchi e il peggiore agli indiani; sono stati allagati cimiteri, villaggi, sentieri di caccia sacri». Dice poi: «Li abbiamo decimati, derubati della lingua, della religione, della terra, gli abbiamo ucciso quattro milioni di bisonti, abbiamo tagliato loro i capelli in ogni modo abbiamo cercato di farli sparire ma loro si sono rifiutati di diventare indiani bianchi. La loro resilienza, alla faccia della conquista, è la cosa più incredibile accaduta in 250 anni in America».

Ma forse non è finita. Perché il clima cambia e anche il Missouri non è più quello d’un tempo. Per i Chiwere era il fiume «delle grandi canoe»; oggi di chi è? Il governo federale chiede ai capitribù di quantificare il fabbisogno d’acqua delle riserve per pianificare una ripartizione in caso di prolungata siccità, ma per gli indiani l’acqua non si può possedere, come non si possiede il cielo o il sole. Si rifiutano di sedersi a un tavolo dove ci si spartisce il Missouri. E così si decide senza di loro.

La balena in realtà era uno squalo: la vera storia di Pinocchio, alcune cose che forse non sapevi. Una storia che tutti conoscono fin da bambini, celebrata e diffusa in tutto il mondo anche grazie al cartoon Disney. Ma siamo sicuri di sapere davvero tutto sul burattino più famoso di sempre? Scrive Francesco de Augustinis. Chi non conosce a menadito l’intera storia di Pinocchio? Il simpatico e sventurato burattino di legno, forgiato dal povero Mastro Geppetto, che viene assistito dalla Fata Turchina e deve affrontare mille peripezie prima di trovare la retta. Oppure no? Una delle più note fiabe di tutti i tempi, l’opera di Collodi ha avuto una lunghissima serie di riedizioni e di trasformazioni, da quando nel 1881 apparve per la prima volta a puntate su “Il giornale per i bambini” con il titolo “Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino”. Oltre al successo che accolse la storia man mano che veniva pubblicata, il libro conobbe una fortuna tale che dura ancora ai giorni d’oggi e ad esso furono dedicati altri racconti, film, opere d’animazione, e via dicendo. Tra le più note, il “Pinocchio” Disney, datato 1940 -coetaneo di Fantasia e di poco successivo al capostipite Biancaneve e i sette nani-, lo sceneggiato televisivo del 1972 firmato Luigi Comencini e infine l’opera del 2002 di Benigni. Una miriade di interpretazioni e adattamenti, che ha creato -in particolare per quanto riguarda il caso Disney- un po’ di confusione sulla vicenda originale. Soprattutto se siete tra quanti si sbalordiscono a scoprire che il Grillo Parlante nella vera storia viene schiacciato e ucciso da Pinocchio con un martello alla prima apparizione, ecco quello che dovete sapere sulla vera vicenda del burattino più famoso del mondo.

1) Pinocchio parlava già prima di essere un burattino. Pinocchio non fu animato quando aveva fattezze di burattino, ma era già vivo come pezzo di legno. Un tronco che nelle prime fasi della storia impazza per il paese, atterra i passanti e persino i Carabinieri, abbatte banchi di frutta, fino a fermarsi davanti la porta di Geppetto che lo modella mentre è già parlante. 

2) La morte del Grillo Parlante. Il Grillo Parlante rappresenta la coscienza di Pinocchio. Per questo, nella prima fase della vicenda, il burattino non sopporta la sua ramanzina mentre sta frugando nella casa del padre, e senza fare tanti complimenti lo spiaccica con una mazzetta. Il grillo riapparirà comunque, nelle vesti di fantasma, in diverse occasioni durante il romanzo, perseverando nella sua intenzione di redimere il burattino.

 3)  I mille volti della Fata Turchina. La Fata Turchina nel libro non agisce da sola ma ha “al suo servizio” tutta una sfilza di animali, tra cui un barboncino-cocchiere, un gruppo di topi che tirano la carrozza e una lumaca-messaggero. La fata nel corso della vicenda cambia diversi ruoli, sebbene sia sempre riconoscibile dal colore dei capelli.

4) Lo squalo e il naso. L’animale che mangia Geppetto e Pinocchio non è una balena, che fu un’invenzione Disney, ma uno squalo gigante. Allo stesso modo, la storia del naso di Pinocchio, che cresce ad ogni bugia detta dal burattino, nel libro caratterizza solo un episodio del racconto mentre sarà il celebre cartone animato a farne il motivo centrale della storia.

5) Un tragico finale. Nelle prime intenzioni di Collodi, la storia avrebbe dovuto concludersi in tragedia, con l’impiccagione del burattino. A mettere in atto la terribile esecuzione sono il Gatto e la Volpe, che dopo aver derubato e legato lo sventurato protagonista, lo appendono ad un ramo di una quercia.

6) La svolta turchina. Quando questo drammatico finale fu pubblicato, alla 15esima puntata, l’effetto sui giovani lettori fu terribile, tanto che l’editore spinse l’autore ad allungare la storia, attraverso l’intervento di un bellissimo ragazzo dai capelli blu – una delle “versioni” in cui appare la Fata Turchina nella storia.

7) Le mille fatiche di Pinocchio. L’impiccagione non è l’unica terribile angheria che Pinocchio deve subire nell’arco della vicenda, pur spesso meritandola con azioni altrettanto riprovevoli. Ad esempio, il burattino viene immerso “cinque o sei volte” nella farina, fino a renderlo bianco dalla testa ai piedi e del tutto simile ad una marionetta di gesso, per poi essere cucinato dentro una pentola! In un altro passaggio al burattino viene infilato “al collo un grosso collare tutto coperto di spunzoni d’ottone”, per fare la guardia come un cane.  O ancora, dopo essere trasformato del tutto in un asino, è vestito come una ragazza e costretto a fare danze assurde, o a saltare nei cerchi sul palco.

8)  Azione legale. Paragonando il film Disney all’opera originale di Collodi si legge evidente lo sforzo del cartone di rendere più simpatico, dolce e innocente il povero burattino. La storia fu stravolta al punto tale che il nipote di Collodi chiese ai tempi al governo italiano di intentare causa alla Disney per aver eccessivamente americanizzato la creazione dello zio.

"Con una martellata a un quadro sono diventato il Pinocchio di Comencini". Video di Chiara Tarfano il 14 febbraio 2017 su “la Repubblica tv”. Andrea Balestri, che oggi fa l'operaio a Pisa e che nel tempo libero si dedica al teatro, ricorda come conquistò il ruolo di Pinocchio nel celebre sceneggiato tv "Le avventure di Pinocchio" di Luigi Comencini con Nino Manfredi, Franco Franchi, Ciccio Ingrassia e Gina Lollobrigida. "Tirai una martellata a un quadro e Comincini mi scritturò". E la scena più difficile? "Quando dovevo piangere sulla tomba della fatina, non c'era feeling con Gina Lollobrigida..."

L’incontro storico: Alabardieri di Monza e Guardie svizzere. Sono i due soli corpi armati del Papa, e fino ad ora non si sono mai incontrati. Quello lombardo nacque con Teodolinda. L’invito in Vaticano tra un mese. Il Comandante: «Saremo accanto a Bergoglio nell’udienza pubblica», scrive Rosella Redaelli il 7 marzo 2017 su “Il Corriere della Sera”. Alla casa dello Spinapesce nella Canonica del Duomo c’è gran fermento. È arrivata la notizia ufficiale: il 26 aprile gli Alabardieri del Duomo di Monza saranno in visita in Vaticano ed incontreranno per la prima volta nella storia le Guardie svizzere dello Stato Pontificio. «È un evento storico — racconta Giorgio Villa, 72 anni, ex imprenditore, da quattro anni Comandante del Corpo degli Alabardieri di San Giovanni —. Per la prima volta gli unici due corpi armati della Chiesa si incontreranno».

Come siete riusciti ad organizzare questo incontro?

«Grazie all’interessamento di Giorgio Fontana, presidente delle bullonerie Fontana di Veduggio. Quando ha saputo del desiderio di incontrare le Guardie svizzere si è subito mosso presso il Vaticano riuscendo a stabilire un contatto».

Come vi state preparando all’evento?

«Dobbiamo mettere a punto le divise, le nostre risalgono ai tempi di Maria Teresa d’Austria e hanno gli stessi colori di quelle delle guardie svizzere, faremo qualche prova di marcia, poi c’è da preparare la spedizione delle alabarde e delle spade. Abbiamo già ottenuto il permesso dalla Prefettura di Monza per farle viaggiare da Monza a Roma e farle entrare in San Pietro. Noi ci muoveremo invece in treno con le nostre divise».

Cosa è previsto a Roma?

«Siamo attesi alle 8 del mattino in Vaticano. Indosseremo le nostre divise, la spada e l’alabarda e saremo accanto al Santo Padre durante l’udienza pubblica del mercoledì. Per la prima volta presteremo servizio accanto alle Guardie Svizzere».

Cosa dirà al Comandante delle Guardie Svizzere?

«Gli dirò che è fortunato. Le Guardie Svizzere sono note in tutto il mondo. Purtroppo gli alabardieri di Monza hanno una storia antichissima, ma sono poco conosciuti anche tra gli stessi monzesi, se non da coloro che frequentano le celebrazioni in Duomo. Siamo un gruppo di venti volontari, ma cerchiamo sempre nuove reclute».

Quali caratteristiche deve avere un Alabardiere?

«Da statuto deve essere una persona tra i 20 e i 40 anni di dimostrata fede cattolica, cittadinanza italiana, residenza in Lombardia da almeno tre anni e altezza compresa tra i 170-190 centimetri. Chi presenta domanda dove sostenere un colloquio con il comitato di selezione che, con voto segreto, decide l’ammissione. La cerimonia di giuramento avviene sempre il 23 giugno e il primo servizio attivo il giorno successivo in occasione del giorno di San Giovanni».

Sono nate prima le Guardie svizzere o le monzesi?

«La vicenda è complessa perché se sappiamo che le Guardie vaticane nascono nel 1479 con un primo accordo di Papa Sisto IV, il primo documento scritto che testimonia l’esistenza degli Alabardieri è del 1700. In un editto di Maria Teresa d’Austria della metà del ‘700 si dice però il Corpo esiste da tempo immemorabile. L’ipotesi più accreditata è che siano nati con il Duomo a protezione di Teodolinda e del Tesoro, quindi già VI secolo».

Il Comandante della Guardia svizzera ha dichiarato che in futuro, nel corpo potrebbero essere arruolate anche le donne. Lei vede questa possibilità anche tra gli Alabardieri di Monza?

«Perché no? Potrei proporlo al prossimo consiglio».

La grotta, il bue e l'asinello quante bugie si dicono a Natale. Gesù non sarebbe nato il 25 e Maria non venne cacciata dagli alberghi, ma le credenze e la Storia si sono mescolate, scrive Elisabetta Broli, Lunedì 19/12/2016 su "Il Giornale". L'importante è che non lo sappiano i bambini: Gesù non è nato il 25 dicembre, non è nato neanche nell'anno zero. E poi: a Betlemme non c'erano il bue e l'asinello, Gesù non è nato di notte in una grotta - i Vangeli non lo precisano - Giuseppe e Maria non furono cacciati dagli alberghi. La colpa è della tradizione popolare che, la fede ha bisogno anche di «immagini», ha diffuso nei secoli innocue bugie intorno a fatti e personaggi delle Sacre Scritture.

I DUBBI SULLA DATA DI NASCITA. E infatti chi lo dice che Gesù è nato il giorno di Natale? Scrive Luca nel suo Vangelo: «Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto». Nessuna data. Il 25 dicembre (fondamentale per i negozianti) è una data convenzionale, comparsa per la prima volta (inserita da chi?) in un calendario a Roma nel 326, a pochissimi anni dall'editto di Milano che concesse a tutti i cittadini dell'Impero la libertà di culto, cristiani compresi. Poi la data fu fissata nel 354 da papa Liberio e cominciò a essere accettata da tutta la Chiesa. Nel 425 l'imperatore Teodosio ne codificò i riti, nel 506 divenne festa di precetto e nel 529 anche festa civile. Da ottocento anni è la festa più popolare tra i cristiani (mentre dovrebbe essere la Pasqua, un conto è nascere, nasciamo tutti, un conto è risorgere). Ma perché il 25 dicembre e non il 9 aprile? Due, tremila anni fa le culture festeggiavano, il 21 dicembre, le giornate che improvvisamente smettevano di accorciarsi con il sole che rinasceva. In Egitto si ricordava il dio Horus, divinità solare figlio della vergine Iside; nella mitologia nordica un «figlio di Dio», Frey; i romani nello stesso periodo festeggiavano i Saturnali, una specie di Carnevale d'inverno con banchetti, giochi e scambio di doni. Nel 274 l'imperatore Aureliano scelse il 25 dicembre per consacrare un nuovo tempio al Sole invitto, alias il dio Mitra vincitore delle tenebre e caro agli ambienti militari. Anche per la simbologia cristiana Gesù era il sole che nasce, il sole della giustizia: perché non approfittare di questa data? Insomma, una data simbolica scippata al paganesimo e reinterpretata in base alla teologica cristiana? Quello che è certo, invece, è che Gesù non è nato nell'anno zero e di conseguenza non è morto a 33 anni. Cristo è nato cinque o sei anni...prima di Cristo. Tutta colpa di un certo Dionigi il Piccolo, un monaco russo matematico che nel VI secolo dopo complessi calcoli credette di identificare l'anno esatto della nascita di Gesù. Senza computer e neppure una piccola calcolatrice elettrica, si confuse fissando il punto zero della storia (in cui con la venuta di Gesù il tempo ha invertito il senso di marcia) nell'anno 753 dopo la fondazione di Roma. Studiando con più attenzione le fonti storiche si è però scoperto che re Erode è morto tra marzo e aprile dell'anno di Roma 750 (l'attuale 4 a.C.), quando Gesù era già nato, da quello che dice l'evangelista Matteo sulla strage degli innocenti, ordinata da Erode contro i bambini «da due anni in giù». Insomma, le ipotesi storiche oggi più accreditate lo danno nato dal 5 al 7 a.C., litigando con chi sostiene che Dionigi il Piccolo è nel giusto.

IL SIGNIFICATO DEL BUE E DELL'ASINELLO. Anche sul bue e l'asinello, da mille anni inseriti in coppia nel presepe, qualche precisazione va fatta, partendo sempre dai Vangeli: non ne parlano. Come ci sono finiti? Il primo a inserirli, ma al terzo giorno, quando Maria sarebbe arrivata in una stalla, fu il Vangelo apocrifo dello Pseudo-Matteo: è qui che i due animali si accostano alla mangiatoia e si inginocchiano. Tutti i testi antichi sono d'accordo nel dire che il bue e l'asinello non avevano la funzione di calorifero a fiato, ma quello di simbolo di adorazione, portando a compimento le scritture: «Il bue conosce il proprietario e l'asino la greppia del padrone» (Isaia); e secondo il libro dei Numeri l'asina di Balaam riconobbe l'angelo del Signore prima del suo padrone indovino. Gli hanno incollato addosso un po' di teologia. Secondo san Gerolamo l'asino significa l'Antico testamento e il bue il Nuovo; per san Bernardo l'asinello è il simbolo della pazienza virtuosa, il bue secondo Riccardo di san Vittore è segno dell'umiltà evangelica.

GROTTA SPERDUTA O MANGIATOIA. Via dal presepe anche la grotta sperduta nella campagna e isolata dal resto del mondo, e spazio alla mangiatoia come dice l'evangelista Luca, oppure semplicemente a una casa come scrive Matteo. Anche perché è verosimile: molte abitazioni della Palestina erano addossate a cavità della roccia, che custodivano gli animali. La «grotta» in cui nacque Gesù a Betlemme, conservata nella basilica, secondo studi archeologici è proprio un locale di questo tipo, incorporato nel recinto di una casa e non isolato nella campagna.

QUANTI ERANO I RE MAGI. La lista delle credenze prosegue nel post-Natale: i re Magi non erano tre; forse quattro o due, c'è chi sostiene fossero sessanta, e comunque non erano re. Non è vero che Babbo Natale sia a-cristiano e la Befana pure...Tutto questo, naturalmente, non inficia la fede. A chi crede sta bene anche che Gesù sia nato il 14 maggio e in un albergo ai Caraibi: beato lui!

Nessun suicidio. Hitler fuggì dall’Italia? Scrive il 15/02/2017 Enzo Caniatti su “Il Giornale”. Le (poco note) verità storiche dietro il thriller di Enzo Caniatti “Il signor Wolf”, che ipotizza la fuga di Adolf Hitler dall’Italia. E che prende il nome dall’ Operazione Wolf, la missione segreta che Stalin affidò ad una speciale dell’NKVD (il servizio segreto sovietico antesignano del KGB) per accertarsi che, a Berlino, il Fuhrer fosse veramente morto. Tra i carcerati nazisti era nota come Spinne (ragno). All’apparenza non aveva nulla di segreto ed era ben nota anche alle forze alleate che controllavano i campi di internamento. Secondo alcune fonti era nata spontaneamente a opera di un piccolo gruppo di SS internate nel campo di Glasenbach in Austria per mantenere i contatti con le proprie famiglie e “darsi una mano” tra vecchi camerati. Secondo altre invece la Spinne era qualcosa di ben più sinistro. Noto ben presto in tutte le zone occupate dagli Alleati, il comitato di mutuo soccorso si incaricava di fare pervenire ai parenti le lettere dei prigionieri. Attraverso questa innocente via venne stabilita un’efficiente rete di contatti fra i nazisti che si trovavano internati e l’organizzazione clandestina messa a punto prima del crollo del Terzo Reich. Pochi ne conoscevano il nome O.D.E.S.S.A (Organisation der SS-Angehšrigen) ovvero Organizzazione dei membri della SS. Non esistono documenti ufficiali che ne provino l’esistenza, ma secondo alcuni storici e ricercatori Odessa era, e probabilmente è ancora, la più segreta organizzazione di mutuo soccorso degli ex appartenenti all’Ordine Nero. A metterla in piedi furono due alti gerarchi del partito nazista noti come la Sfinge e lo Sfregiato: il Reichsleiter Martin Bormann e l’Obergruppenfuhrer Ernst Kaltenbrunner. Il cinico e pragmatico segretario del Partito e il massimo responsabile dell’insieme delle polizie naziste raggruppate sotto lo RSHA. Da Kaltenbrunner dipendevano anche la Gestapo e la mostruosa macchina di morte dei campi di sterminio che il Dottore si applicò a perfezionare. Refrattario al mondo occulto del suo grande méntore il Reichsfuhrer-SS Heinrich Himmler, Kaltenbrunner ne eseguiva coscienziosamente gli ordini, ma non condivideva il suo ottimismo sulla vittoria della Germania o, in seconda battuta, sulla possibilità, una volta uscito di scena Hitler, di trovare un accordo con gli Alleati e salvare se stessi e il regime nazista. Apprezzava invece il cinico pragmatismo di Bormann col quale finì per stringere una segreta alleanza che probabilmente lo avrebbe condotto a prendere il posto di Himmler se questi fosse caduto in disgrazia agli occhi di Hitler. Quando però ciò avvenne, mancò il tempo per la nomina ufficiale. Sia la Sfinge Bormann che lo Sfregiato Kaltenbrunner non avevano alcuna intenzione di suicidarsi: prepararono quindi per tempo un piano di fuga non soltanto per sé, ma anche per i loro accoliti. Impossibile attualmente stabilire quale delle due menti ideò l’organizzazione segreta che, immediatamente dopo la caduta del Terzo Reich, iniziò a occuparsi degli “orfani” della croce uncinata. Da documenti del CIC (il servizio di informazione americano) risulta che a Bad Aussee in Austria, prima della fine delle ostilità, fu installata una centrale SS dove si fabbricavano false carte d’identità e falsi passaporti. L’ordine di mettere in piedi una stamperia segreta era venuto da Kaltenbrunner che nella zona di Bad-Ischl, Ebensee, i monti dei Morti e Mitterndorf aveva creato un ridotto alpino forte di 1500 uomini. Un’intera rotativa era stata trasportata in gran segreto, un pezzo per volta, a Bad Aussee: qui era stata rimontata pronta a entrare in funzione qualora il Reich millenario avesse cessato d’esistere. Kaltenbrunner non riuscì a usufruire dei servigi dell’organizzazione. Catturato, fu colpito da ictus: ciò non impedì però ai giudici del tribunale internazionale di Norimberga di condannarlo all’impiccagione per crimini di guerra e contro l’umanità. Lo RSHA non lasciò comunque allo sbando gli uomini del suo formidabile apparato poliziesco. Sul solo territorio tedesco non c’erano meno di 45.000 funzionari e impiegati della Gestapo e 65.000 membri dell’SD (il servizio di sicurezza delle SS). Risulterebbe che quantomeno i quadri più elevati ottennero “nuove identità” fabbricate dai servizi specializzati del RSHA. Furono inoltre stabiliti codici segreti per comunicare, al riparo da controlli di censura da parte dei vincitori. Quando i nazisti lasciavano i campi di internamento, venivano subito arruolati nella nuova organizzazione clandestina. Gli investigatori della Commissione per i Crimini di Guerra, gli agenti dell’OSS (il servizio segreto americano antesignano della CIA) e del CIC scoprirono nel 1947 gli itinerari seguiti dai gerarchi nazisti per fuggire dalla Germania. Individuarono tre principali direttrici. La prima conduceva dalla Germania all’Austria e all’Italia e di qui alla Spagna. La seconda puntava verso i Paesi arabi del Vicino Oriente e la terza consentiva di raggiungere alcuni Paesi del Sud America. Che partissero da Berlino, Brema, Francoforte, Augusta, Stoccarda o Monaco la prima meta era l’Allgäu, un’isolata zona boschiva nella Baviera meridionale vicina ai confini svizzeri e austriaci. Molti percorsi convergevano su Memmingen, pittoresca cittadina medievale nel cuore dell’Allgäu tra la Baviera e il Wurttemberg. Lì partivano due vie. Un itinerario conduceva a Lindau sul lago di Costanza, dove si biforcava di nuovo in un percorso verso Bregenz in Austria e in un altro verso la Svizzera. Apparve presto evidente che queste vie di fuga erano state attentamente preparate non certo da individui isolati, ma da una complessa organizzazione clandestina che disponeva di uomini, mezzi e un fiume di denaro. Gli investigatori scoprirono che tra i nazisti il percorso Nord-Sud era noto come “l’asse B-B” ovvero Brema-Bari. Il CIC chiamò le vie di fuga, in modo più appropriato, “Rat Lines”, le vie dei ratti. Il maggiore SS Walter Rauff è un personaggio poco noto dell’universo nazista, eppure, secondo alcune fonti, questo abile capo dell’SD per l’Italia del Nord fu l’uomo di punta scelto da Kaltenbrunner e Bormann per preparare la via di fuga ai gerarchi nazisti verso l’Italia sotto la protezione delle alte gerarchie del Vaticano. Rauff nacque a Kšthen, vicino a Dressau, nel 1906 e, sino al Natale del 1942, la sua fu la vita di un oscuro funzionario dell’SD inviato come delegato generale in Tunisia. Un avamposto di trascurabile importanza, dove la popolazione araba non dimostrava grande simpatia per i tedeschi e non aveva intenzione di perseguitare la ricca comunità ebraica che vi era insediata da molti secoli e con la quale conduceva eccellenti affari. Tutto cambiò quel Natale, quando Rauff fu convocato a Berlino dove incontrò prima Kaltenbrunner e poi Bormann. Quali furono gli ordini non è dato saperlo ma, tornato in Tunisia, Rauff trasferì il suo quartiere generale da Cartagine a Tunisi e l’organico passò da 48 a più di 200 uomini. Con un colpo di mano Rauff fece arrestare tutti i più importanti e influenti rabbini, notabili e commercianti della comunità ebraica di Tunisi. Li fece condurre a Cartagine e li informò che aveva ricevuto ordine da Berlino di trasferire tutti gli ebrei in Germania. Da abile giocatore attese che il suo auditorio fosse in preda allo sgomento e allo sconforto prima di proporre “un patto”: lui aveva il potere di rimandare a data indefinita il trasferimento, in cambio però la comunità ebraica doveva versare mezza tonnellata d’oro. Alcune testimonianze sostengono che il prezzo del riscatto fu effettivamente versato in più rate, anche se non fu mai registrato o inviato a Berlino. Si dice che Rauff riuscì a far trasportare l’oro in Portogallo attraverso il Marocco spagnolo. Qui fu fuso e venduto sulle piazze di Londra e Amsterdam. Lo Sturmbannfuhrer non approfittò però del bottino, che servì invece a finanziare la rete segreta ideata dai suoi capi. Dopo il successo dell’operazione Tunisi, le quotazioni di Rauff salirono notevolmente. Risulta che incontrò ben otto volte Bormann, il quale gli affidò probabilmente l’incarico più delicato: sondare gli umori delle gerarchie vaticane in previsione di una richiesta d’aiuto per salvare i “cattolici” nazisti dai “senza Dio” bolscevichi. Nominato, nell’autunno 1943, capo dell’SD dell’Italia del Nord, Rauff iniziò a tessere la sua tela recandosi più volte a Roma. Rinnegando, in quanto SS, i dogmi pagani del suo capo supremo – il Reichsfuhrer-SS Heinrich Himmler – Rauff, grazie ai buoni uffici di monsignor Hudai, capo spirituale dei cattolici tedeschi nella Penisola, strinse solidi rapporti con alcuni prelati che avevano libero accesso in Vaticano e conquistò alla sua causa monaci francescani, gesuiti, domenicani, preti croati, padri superiori di conventi posti in posizioni strategiche sulle potenziali vie di fuga. La maggioranza di loro non era assolutamente nazista, ma riteneva che la croce uncinata fosse il male minore davanti alla travolgente avanzata di falce e martello. Grazie a questa rete di connivenze e protezioni Rauff assicurò all’organizzazione una serie di rifugi gli uni collegati agli altri, che partendo da Roma permettevano di raggiungere i porti di Genova e Bari. Per alcuni ricercatori la rete Spinne e le Vie dei Ratti furono solo il preludio, in attesa che fosse pronta a entrare in funzione la complessa e tentacolare organizzazione nota come Odessa. In Germania gli americani che avevano vinto la guerra erano tornati negli Stati Uniti, sostituiti nei vari organi che davano la caccia ai criminali di guerra da funzionari che avevano vissuto in patria o combattuto su altri fronti. L’oscuro e labirintico universo nazista era a loro del tutto sconosciuto. Le ricerche divennero meno capillari e i controlli più blandi. Era il momento ideale per i grandi criminali rimasti nascosti in rifugi sicuri di lasciare la Germania e rifarsi una nuova vita in qualche ospitale Paese del Sud America. Della loro fuga si occupò Odessa. Fra i suoi principali “clienti” ci furono Eichmann, il burocrate dello sterminio; Mengele, il dottor morte di Auschwitz, e probabilmente lo stesso Bormann. In brevissimo tempo l’Odessa creò una capillare rete di contatti e di trasporti. Riuscì per esempio a inserire suoi uomini tra gli autisti tedeschi reclutati dagli americani per trasportate sull’autostrada da Monaco a Salisburgo The Stars and Stripes, il giornale dell’esercito statunitense. I corrieri avevano fatto domanda di assunzione sotto falsi nomi e a Monaco i servizi di sicurezza americani avevano “dimenticato” di controllare la loro identità. Risultato: nascosti al sicuro tra i pacchi di giornali su camion militari americani che nessuna guardia di confine si sarebbe mai sognata di controllare, viaggiavano piccoli e grandi criminali della croce uncinata. La rete era completa ed efficiente. Ogni 60 – 70 chilometri c’era una Anlaufstelle (scalo), composta da un minimo di tre a un massimo di cinque persone. Il gruppo conosceva solo l’ubicazione dei due scali più vicini: quello dal quale provenivano i fuggiaschi e il successivo verso il quale dovevano essere condotti. Le Anlaufstellen erano ben mimetizzate: un capanno di caccia abbandonato, una baita, un’anonima locanda, un alpeggio isolato vicino al confine. Qui i viaggiatori restavano per qualche giorno o anche settimane in attesa che fosse venuto il momento propizio per la prossima tappa del lungo viaggio; a volte lunghissimo visto che spesso li conduceva per mare negli ospitali lidi dell’America Latina dove li attendeva una nuova vita sotto l’ala protettrice di Odessa. Gli scali vennero costituiti lungo tutto il confine austro-tedesco e soprattutto a Ostermiething, nell’alta Austria, a Zell am See nel distretto di Salisburgo e a Igls, presso Innsbruck nel Tirolo. Vi era poi una cosiddetta “via dei monasteri” fra l’Austria e l’Italia. Gli enormi capitali necessari per gestire un simile movimento venivano sia dal bottino “messo da parte” sia dalle imprese più o meno lecite che operavano all’ombra di Odessa. Per esempio si scoprì che a Lindau era stata costituita una società di “esportazioni e importazioni” con sedi al Cairo e a Damasco gestita da un certo Haddad Said che in realtà altri non era che lo SS-Hauptsturmfuhrer Franz Ršstel: organizzava gli espatri dei suoi camerati. Tra le ipotesi più sconcertanti c’è quella che Odessa abbia aiutato a fuggire verso gli ospitali lidi del sud America anche Adolf Hitler: il suo presunto suicidio, avvalorato dalla storiografia ufficiale, sarebbe quindi soltanto un’abile messa in scena.

Perché odio mio zio Adolf Hitler: venduto il celebre articolo scritto dal nipote, scrivono il 6 maggio 2017 Silvia Morosi e Paolo Rastelli su “Il Corriere della Sera”. Per chi ama la Storia è sicuramente tra gli articoli più interessanti del secolo scorso. “Why I hate my uncle” (tradotto in “Perché odio mio zio”) venne pubblicato il 4 luglio del 1939 – in sei pagine come ricorda il Mirror – sulla rivista statunitense “Look”, fondata da Gardner “Mike” Cowles junior con il fratello John (vi collaborò anche Stanley Kubrick). A scriverlo fu William Patrick Hitler (nato nel 1911 in Inghilterra, a Liverpool), il figlio di Alois jr., fratellastro del Führer. William fu costretto a fuggire negli Stati Uniti dopo aver tentato di ricattare il leader nazista, minacciandolo di rivelare ai giornali informazioni private e aneddoti della sua vita. Un esempio? Il modo in cui Hitler usava la frusta, o ancora come amasse “intrattenersi con le belle donne”. Come spiega il Guardian, l’articolo è tornato oggi a far parlare di sé dopo essere stato venduto per oltre 700 sterline (circa 885,59 euro). La prima traccia di queste testimonianze, raccolte in un diario, era riaffiorata nel 2014 negli Usa. In quell’occasione si scrisse degli eredi del Führer: «Si vergognano delle loro radici, hanno cambiato nome e paese». Cosa successe a William? A 19 anni, Willy – come lo chiamava il padre – approdò in Germania per sostenere il partito nazionalsocialista, ma sua madre raccontò: «Non c’è molta intesa con Adolf».  E fu lui stesso a scrivere il 5 gennaio 1935: «Non è colpa mia se sono ancora in questo luogo spaventoso». Aggiungendo, dieci giorni dopo: «Ho ricevuto una lettera da mamma. Sono disperato, non vedo via d’uscita». Nel 1939 espatriò per raggiungere gli Usa dove combattè per la Marina. Cambiando anche il suo nome in Stuart Houston, nel 1946. Il suo non era certo semplice da portare. Da una donna tedesca ebbe quattro figli: Alex, Louis e Brian, 48; l’ultimo Howard, morì a 32 anni. Il padre di William, Alois, si era sposato con l’irlandese Brigid Dowling e con lei si era trasferito a Liverpool. Pochi anni dopo aveva lasciato la moglie e il figlio ed era tornato in Germania, dove si era risposato (qui si trova tutto l’albero genealogico). Si era rifatto vivo solo negli anni Venti, quando la nascita della Repubblica di Weimer l’aveva spinto a chiedere al figlio di andare a far carriera in Germania. Nel 1933, a 23 anni, William si era trasferito dal padre e aveva conosciuto Hitler. Sperando, inutilmente, che lo zio l’aiutasse. Il Führer l’aveva immediatamente preso in antipatia: Willy era definito da Hitler «il mio odioso nipote» e solo in seguito alle pressioni di Alois l’uomo più potente della nuova Germania lo aveva inserito prima in una banca, poi alla Opel e infine aveva cercato di disfarsene. William morì a New York nel 1987 (aveva capito che per trovare lavoro in Germania avrebbe dovuto prendere la cittadinanza tedesca, e si rifiutò). Come “ricattare” lo zio Hitler? L’articolo è stato scritto due mesi prima dell’inizio della Seconda Guerra mondiale, quando William già viveva negli Usa con la madre, e racconta alcuni dettagli che soltanto un parente stretto di Hitler avrebbe potuto conoscere. Si parla ad esempio di una visita nella casa del Führer, nel 1936. “Stava prendendo del tè in compagnia di belle donne. Quando ci vide si alzò e, con un colpo di frusta, colpì dei fiori. Colse l’occasione per avvertirmi di non dire mai di essere suo nipote, poi tornò dai suoi ospiti fendendo l’aria con la frusta… Avevamo torte e panna montata, il suo dessert preferito. Sono rimasto colpito dalla sua profondità, dai suoi gesti femminili. C’era della forfora sul suo cappotto”. “We had cakes and whipped cream, Hitler’s favourite dessert. I was struck by his intensity, his feminine gestures. There was dandruff on his coat.” Negli anni si disse che, visto l’odio che lo zio provava per lui, William avrebbe cercarlo di minacciarlo, raccontando alla stampa che il nonno paterno di Hitler era in realtà un mercante ebreo. E che, quindi, lo stesso Führer avesse sangue ebreo. I suoi articoli non andavano a genio a Hitler che arrivò a convocarlo a Berlino, accompagnato dalla zia e dal padre. “Era furioso. Mi ha fatto promettere di ritirare i miei articoli, minacciando di uccidersi se fossero trapelati altri dettagli della sua vita privata”, racconta. William descrive poi una visita a Berlino, quando la famiglia stava affondando un brutto periodo a seguito della morte della nipote di Adolf. “Geli Raubal, figlia della sorella di Hitler e di mio padre, si era suicidata. Tutti sapevano che aveva avuto una relazione con Hitler e che aspettava un figlio da lui. Questo infastidiva molto mio zio. La sua revolver è stata trovata vicino il corpo della nipote”. “When I visited Berlin in 1931, the family was in trouble. Geli Raubal, the daughter of Hitler’s and my father’s sister, had committed suicide. Everyone knew that she and Hitler had long been intimate and that she had been expecting a child – a fact which enraged Hitler. His revolver was found by her body.”

QUELLI CHE...SON SOLIDALI.

Gli affari delle Coop con i bambini in comunità, scrive l'1 Giugno 2017 Claudia Osmetti su “Libero Quotidiano”. A farne le spese sono i circa 35mila bambini che vivono nelle case famiglia o nelle comunità destinate ai minori. Circa, perché allo stato dei fatti non c' è manco un computo preciso di quanti piccoli, in tutto il territorio nazionale, siano effettivamente ospiti di queste strutture. Sono i figli di nessuno, quelli abbandonati dai genitori e presi in carico dallo Stato, o quelli allontanati dalla famiglia d' origine con una decisione del tribunale. Sulla loro pelle, però, passano scartoffie e carte bollate, incertezze normative e vuoti istituzionali, giri d' affari impressionanti e gestioni poco trasparenti. Basti pensare che il business di questa assistenza vale, all' anno, più di 1 miliardo di euro. Ma a snocciolare il quotidiano di questi ragazzini c' è molto di più. «Ci hanno raccontato che gli istituti dove, in passato, suonava la campanella per richiamarli non esistono più», racconta Cristina Franceschini, avvocato veronese e presidente della onlus Finalmente Liberi che si occupa (da anni) delle problematiche legate al mondo dell'affidamento minorile. Si riferisce forse alla chiusura degli orfanotrofi, sancita dalla legge n. 149 del 28 marzo 2001 e prevista entro il 31 dicembre 2006, con conseguente ricollocamento dei minori in comunità di accoglienza, case-famiglia e, dove possibile, presso famiglie affidatarie o adottive. «Ovvio, tutto quello che può migliorare la loro vita va bene, ma nel complesso c' è qualcosa che non torna». A cominciare dalla questione portafogli: le rette degli ospiti di queste strutture si aggirano su una media che va dai 70 ai 120 euro al giorno, eppure ci sono casi in cui toccano addirittura i 400. Non proprio bruscolini, se in un mese l'esborso è di 12mila euro. A bambino. Cioè 144mila euro all' anno. Per una cifra simile, insomma, dovrebbero vivere da piccoli principi. E invece spesso non hanno nemmeno un numero adeguato di educatori che li segue. I costi per i minori in questione sono tutti, senza eccezioni di sorta, a carico dei Comuni, cioè sul conto spesa dei contribuenti. Niente di male, intendiamoci: questi piccoli hanno bisogno di un aiuto concreto, e le istituzioni non possono e non devono tirarsi indietro. È l'ammontare complessivo e la sua gestione, semmai, che lasciano qualche dubbio. Come detto, dopo la chiusura dei vecchi orfanotrofi, ecco le "case famiglia" (dovrebbero essere - certezze, ovviamente, nessuna - 1800 in tutto lo Stivale) e le "comunità" che si dividono in terapeutiche ed educative. L' inserimento in una di queste è, parola del Garante per l'infanzia, l'ultima spiaggia, ma in realtà sta diventando una prassi consolidata.  «Tanto spesso ci sono delle cooperative che all' interno del proprio nucleo hanno diverse case famiglia che si trovano magari anche nello stesso palazzo», spiega Franceschini, «così alla fine diventano dei veri e propri istituti. Dovrebbe esserci un educatore ogni due bambini, ma spesso questo non avviene: ci sono comunità dove, di notte, è presente solo un adulto con dieci ragazzi». D'altro canto, anche i controlli lasciano il tempo che trovano. Report semestrali mancanti, banche dati non ancora operative, statistiche mai stilate: tanto per capirci, nessuno ha mai messo nero su bianco quante risorse siano state in concreto investite per la cura di questi ragazzi. «Le procure visitano le comunità solo su segnalazione, e nella maggior parte dei casi si basano esclusivamente sulle auto-certificazioni. Questo non basta», continua l'avvocato. E a livello di raccordi locali va anche peggio: tra una regione e l'altra, infatti, non esiste nemmeno la stessa nomenclatura, per cui anche gli addetti ai lavori finiscono per perdersi. «Servirebbe un organo terzo che faccia i controlli, almeno a campione», chiosa Franceschini, «e che spulci tutto: dalla scheda dei minori, al percorso che stanno seguendo, fino ai prodotti che sono contenuti nel frigorifero di casa. Sarà pure una banalità che fa sorridere, ma quando si tratta dei nostri bambini non possiamo lasciare nulla al caso».

Gli affari delle coop sulla pelle degli orfani. Sono 20mila i bimbi senza famiglia contesi da associazioni non sempre trasparenti che cercano facili guadagni. Perché ogni piccolo «rende» 140mila euro all'anno, scrive Maria Sorbi, Mercoledì 28/06/2017, su "Il Giornale". Siamo il Paese record per le adozioni a distanza: stacchiamo assegni per i bambini africani e a Natale rispondiamo alle loro letterine. Ma ci dimentichiamo degli orfani di casa nostra. O meglio, ce ne ricordiamo solo quando capiamo che possono rappresentare un business succulento. Attorno alle sofferenze degli oltre 20mila minori soli (dato del 2014) ruota un ingranaggio poco limpido di burocrazia, associazioni e cooperative - nate come funghi negli ultimi tempi - che si accapigliano per poter gestire case-famiglia e comunità. Non sempre per generosità, ma perché, molto più biecamente, il «listino-orfani» rende parecchio, fino a 140mila euro all'anno a minore. Stranieri non accompagnati compresi: usciti dai centri di accoglienza, dove percepiscono una diaria di 45 euro al giorno, anche i figli dei migranti valgono rette pari a quelle dei bambini italiani. Il disordine nel mondo delle comunità per i minori è tanto e la mancanza di una legge nazionale che uniformi le regole. C'è un aspetto che inquieta più di tutti: per le cooperative un bambino adottato significa una retta in meno. Già i tempi per affidi e adozioni sono molto lunghi (le coppie in attesa sono oltre diecimila), se poi a questo si aggiungono la nebulosa dei rimborsi e gli appetiti sulla scia dell'emergenza, allora la matassa diventa ancora più intricata. Intanto i bambini se la cavano da soli: se va bene in comunità dove vengono amati e aiutati a crescere, se va male in luoghi in cui rischiano persino di diventare vittima di abusi sessuali. I più grandicelli hanno anche imparato a non piangere più, tanto nessuno va a consolarli.

Peggio che al mercato. Il meccanismo dei rimborsi spese alle comunità è opaco. Solo che in ballo non c'è merce da barattare, ma ci sono bambini da crescere. Ogni Comune ha le sue tariffe: un ventaglio molto ampio che va dai 70 ai 400 euro in base all'assistenza. Dove la legge regionale non stabilisce quote minime e massime, regna l'anarchia e c'è spazio per business sospetti che celano, dietro accoglienza ed educazione, molti interessi. Significa che non sempre le rette da hotel a cinque stelle corrispondono a un buon servizio di assistenza. La media nazionale delle quote si aggira attorno ai 120 euro a minore ma ci sono centri che si fanno pagare tre volte tanto. I casi più clamorosi sono quelli di una comunità a Bastia, in provincia di Perugia, che costa 395,20 euro al giorno a bambino, e una di Vazzola, in provincia di Treviso, che per anni ha chiesto 400 euro al giorno per minore (ridotti a 200 dopo la denuncia in Regione). Potenzialmente i casi potrebbero essere molti di più ma le verifiche non sono semplici. Il motivo? Mancano i controlli e ci sono vuoti legislativi tali da trasformare il capitolo tariffe in una giungla. Il paradosso è che non in tutte le regioni i 400 euro a minore sono un reato, da nessuna parte sta scritto che non si può fare. E allora si fa. Se le comunità prestano assistenza terapeutica, con medici e neuropsichiatri, il rimborso arriva a 300 euro per ospite ma anche in questo caso c'è spazio per qualche trucchetto. Ci sono ex orfanotrofi che fanno passare i (comprensibili) disagi degli adolescenti soli per «disturbi psichiatrici» in modo da renderli più «redditizi». Ma che poi, una volta riempite le tasche, non rispettano nemmeno il minimo sindacale della buona gestione della comunità. Magari lasciando che di notte rimanga un solo educatore ogni dieci ragazzi minorenni. Ovviamente gli appetiti sui rimborsi d'oro dei minori sono aumentati da quando è raddoppiato il numero dei bambini stranieri non accompagnati sbarcati in Italia: nel 2015 erano 12.360, nel 2016 sono saliti a quasi 26mila.

E il numero delle cooperative è proliferato. Quelle iscritte alla banca dati del ministero dello Sviluppo economico sono ventimila e tra queste, a parte i colossi con curriculum a prova di magistrato, ci sono quelle improvvisate e di dubbia professionalità. Del resto per aprire una coop bastano tre persone e una firma dal notaio e per avviare una comunità per minori sono sufficienti un po' di stanze in affitto e corsi pubblicizzati on line con annunci del tipo: «Vuoi aprire una casa-famiglia? Chiunque può farlo». Per le autorizzazioni non ci sono iter complicati, anzi. Una breve ricerca su Google aiuta a capire come districarsi tra la burocrazia e quali carte compilare per ottenere i finanziamenti del Comune. Tutto in modo trasparente, ma con ampio spazio per i disonesti e con un meccanismo che, a detta di tanti esperti di diritto, si basa troppo sull'autocertificazione. Ogni Regione stabilisce i propri criteri di controllo. Alcune riescono a cadenzare con regolarità le ispezioni, altre non le fanno quasi mai, per mancanza di fondi e personale. Va precisato che, ispettori a parte, entrare per una visita o un controllo nelle comunità e nelle case famiglia non è scontato. Ci entrano solo i responsabili, quelli che ci lavorano (medici, addetti alla mensa e alle pulizie) e, previo avviso, i tutori e gli assistenti sociali. Stop. Quindi non è immediato identificare chi non rispetta le regole o non tratta i ragazzi come dovrebbe. La trasparenza scarseggia anche nella contabilità e spesso le coop non presentano i report semestrali come dovrebbero.

«In molti casi - denuncia Cristina Franceschini, avvocato della onlus Finalmente liberi - non esistono rendicontazioni dettagliate delle spese sostenute. Cooperative e onlus presentano bilanci stringati, senza entrare nel dettaglio, né i Comuni chiedono informazioni in più». Tanto che ci sono stati casi in cui alcuni Comuni hanno pagato il rimborso anche per i giorni in cui il minore non era in comunità ma era tornato a casa dai genitori. L'ex ministro per la Famiglia e neuropsichiatra infantile Antonio Guidi avanza una proposta per uscire dalla trappola delle quote. «Le strutture non devono più essere pagate in base al numero dei bambini che ospitano - sostiene -. L'errore sta nella logica delle quote. Piuttosto si potrebbe pensare a un sistema diverso, in cui sono i Comuni a corrispondere uno stipendio fisso a chi lavora all'interno delle comunità, scardinando ogni interesse legato numero degli ospiti». In alcuni casi i controlli avvengono solo dopo segnalazioni di maltrattamenti alle forze dell'ordine e alla Procura dei minori: a Licata (Agrigento) i ragazzini con disabilità psichiche sono stati trovati legati con lo scotch, a Foggia due educatrici sono state arrestate per maltrattamenti. E poi c'è lo scandalo di Forteto di Vicchio del Mugello (Firenze), dove la comunità nemmeno chiedeva i rimborsi al Comune ma dove erano quotidiani gli abusi sessuali sui bambini. «Ciò che ci dispiace molto - spiega Giovanni Fulvi, presidente del coordinamento nazionale delle comunità per minorenni - è che una comunità che funziona male distrugge tutto il lavoro delle comunità che lavorano bene e che seguono il codice deontologico che ci siamo dati. Chiediamo a gran voce più controlli sulla qualità della vita nelle strutture e sulla gestione dei soldi pubblici».

Il problema è che non esistono regole uguali per tutte stabilite a livello nazionale, né c'è una banca dati comune. O meglio, quella prevista dalla legge 149 del 2001 non è ancora operativa. Per capire la confusione che regna nell'ambito dell'accoglienza dei minori, basti pensare che non tutte le regioni usano le stesse parole per definire le strutture per l'infanzia, ma «ognuna ha le sue denominazioni e questo complica le cose» sostiene Fulvi, a conferma che il percorso verso la trasparenza è davvero lungo. Il vuoto normativo riguarda anche gli incarichi. La onlus Finalmente Liberi lo scorso anno ha «scovato» 211 giudici onorari minorili che sono stati a lungo anche azionisti, dipendenti o soci delle case famiglia. E sebbene ora sia stata riconosciuta l'incompatibilità dei loro ruoli, non tutti hanno sanato la loro posizione. Tanti bambini accolti in comunità, una famiglia ce l'hanno. Però sono stati allontanati perché il clima a casa è stato ritenuto pericoloso e malsano. Ai genitori e ai parenti tuttavia sono consentite le visite e sono i giudici a stabilirle durante le sentenze di allontanamento. Tuttavia è meglio che gli incontri non avvengano né nella casa d'origine né all'interno della comunità. Si scelgono degli spazi neutri, spesso molto lontani da casa, anch'essi gestiti dalle associazioni o dalle cooperative. Ed ecco che pure quei momenti così intimi, sospesi nel vuoto, sofferti, agognati, diventano un'ennesima occasione di guadagno. In un centro a Roma un'ora di incontro figlio-mamma costa 45 euro. A Brescia una zia ha denunciato che per vedere la nipotina doveva sborsare ogni volta 70 euro. Calcolando che spesso i bambini vengono allontanati dalle famiglie povere, il metodo suona come una cattiveria ulteriore. Anche se, è comprensibile, le cooperative devono pagare lo spazio degli incontri, le bollette e il personale. Se i genitori non possono sostenere la spesa, allora provvedono i Comuni ma gli incontri diventano molto meno frequenti e non viene rispettata la disposizione dei giudici.

La mafia dei cassonetti gialli: ecco come il crimine guadagna dagli abiti riciclati. I vestiti usati che lasciamo nei bidoni delle città sono al centro di un lucroso business delle cosche, che rivende questi materiali senza neppure farli pulire. Così funziona questo giro d'affari milionario, scrive Veronica Ulivieri il 28 giugno 2017 su "L'Espresso". Dai cassonetti gialli italiani finiscono in Tunisia e da lì sulle bancarelle dei mercati africani, attraverso un lucroso traffico gestito dalle mafie, soprattutto la camorra. È così che i vestiti usati del nostro paese e del Nord Europa - quelli che appunto vengono depositati nei cassonetti gialli, nella convinzione di fare un atto generoso per qualcuno - gonfiano invece il portafoglio della criminalità organizzata. E non va meglio per i rifiuti plastici mandati in Cina: materiale in certi casi contaminato, inutilizzabile negli stabilimenti europei, diretto a fabbriche inesistenti e smistato a destinazione dalle organizzazioni criminali. In un groviglio di traffici illeciti di rifiuti che unisce Genova a Tunisi e Sfax, Trieste e Livorno a Tianjin. Tipi diversi di oggetti riciclati, rotte differenti, che però si incrociano attraverso faccendieri e case di spedizione specializzate in export illegale, in grado di falsificare documenti e dare consigli su come aggirare i controlli. È su questo mondo che sta facendo luce un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Firenze, che vede coinvolte 98 persone e 61 società, con ipotesi di reato di associazione a delinquere e traffico illecito di rifiuti. Un malaffare che riguarda imprenditori impegnati a ridurre i costi all’osso, intermediari con ventiquattrore piene di contanti, consulenti e prestanome italiani e cinesi. Quello degli abiti di seconda mano è uno dei settori in cui gli affari girano più forte, ma in modo spesso opaco. «Buona parte delle donazioni di indumenti usati che i cittadini fanno per solidarietà finisce per alimentare un traffico dal quale camorristi e loro sodali traggono enormi profitti», ha rivelato uno degli ultimi report della fondazione antimafia Caponnetto. Ogni anno se ne raccolgono 110 mila tonnellate, per un giro d’affari di 200 milioni di euro che dalla Campania hanno portato anche su Prato gli interessi della camorra. Un settore contaminato da estorsione e usura e dalla presenza dei clan Birra-Iacomino e Ascione, sopravvissuto quasi indenne ai contraccolpi delle varie inchieste giudiziarie che negli anni lo hanno coinvolto, mai così ampie però come quella condotta dalla Dda di Firenze con Agenzia delle dogane e Corpo forestale. Una delle prime è stata quella partita dall’omicidio di Ciro Cozzolino a Montemurlo, il paesino pratese degli stracci. “Ciro o’ pazzo” venne freddato nel 1999 perché aveva assunto il predominio nel commercio degli abiti usati, intralciando così gli affari del clan. Per il suo omicidio nel 2013 sono stati condannati all’ergastolo anche Giovanni Birra e Stefano Zeno, considerati i capi del clan Birra. L’anno prima, i magistrati fiorentini hanno condannato l’imprenditore toscano dei vestiti usati Franco Fioravanti. Per arricchirsi e lavorare tranquillo, gestiva la sua Eurotess con il genero di Zeno, Emanuele Bagnati, facendo l’interesse del clan. Le aziende di Prato, dove secondo la Direzione nazionale antimafia il clan Birra-Iacomino detiene il monopolio del commercio di stracci, acquistano gli indumenti raccolti in Italia e nel Nord Europa e li rivendono soprattutto in Tunisia. Una volta presi dai cassonetti gialli gestiti formalmente da associazioni benefiche e cooperative sociali, quegli abiti dovrebbero essere selezionati e igienizzati. E invece in diversi casi il trattamento viene solo dichiarato sulla carta: a subire la “sterilizzazione” sono piuttosto i controlli delle autorità. Lo faceva la Eurotess di Fioravanti, ed è quello che secondo le indagini della Dda di Firenze succedeva in altre aziende del distretto pratese. «La disinfestazione? Io ho la pistola, ti fo’ l’autocertificazione. (...) Se mi viene un controllo è sempre attaccata alla spina», dice un imprenditore intercettato dagli investigatori mentre parla al telefono con uno spedizioniere. Così, dentro ai container in partenza dal porto considerato di volta in volta più sicuro, finiscono nel migliore dei casi abiti non sanificati, oppure spesso direttamente i sacchetti buttati dai cittadini nei cassonetti gialli. Compresi oggetti di tutti i tipi finiti per sbaglio nei bidoni dei vestiti. «Dentro troviamo anche batterie esauste e attrezzi pericolosi», aveva detto già nell’ottobre 2015 alla commissione d’inchiesta del Parlamento sul ciclo dei rifiuti Edoardo Amerini, presidente del Consorzio abiti usati (Conau), che ha sede a Prato. Proprio Amerini, friulano di nascita e residente a Treviso, è anche presidente e proprietario al 50 per cento di Tesmapri, colosso nella commercializzazione degli indumenti usati di Montemurlo. La società, che nel 2015 ha fatturato più di 16 milioni di euro, da sola tratta circa un terzo di tutti gli stracci raccolti in Italia. Amerini, anche lui indagato, è uno dei personaggi chiave del settore, rinviato a giudizio nel 2013 per traffico illecito di rifiuti insieme ai due soci, Antonio Bronzino, di Ercolano, e la pratese Federica Ugolini, figlia del fondatore di Tesmapri Aldo, il «re degli stracci» anche lui tra gli imputati nel processo iniziato quattro anni fa e ancora in corso.

Per la Dda di Firenze, Tesmapri è l’azienda che ha realizzato maggiori profitti dalle spedizioni considerate irregolari: inviando in Tunisia 25 mila tonnellate di rifiuti tessili avrebbe prodotto un giro d’affari di oltre 14 milioni di euro. È in buona compagnia: tra le società indagate ci sono infatti la Bz, che spedendo in Tunisia 6mila tonnellate di abbigliamento di seconda mano avrebbe generato un profitto di quasi 5 milioni di euro, la Viltex e la Eurofrip, che avrebbero guadagnato quasi 4 milioni di euro per 4mila tonnellate e la Eurotrading International, che inviando nel Paese insieme a Tesmapri circa 4mila tonnellate avrebbe beneficiato di quasi 3 milioni di euro. Tesmapri è anche il crocevia di rapporti che non appaiono sempre trasparenti. L’azienda ha tra i suoi addetti commerciali il biellese Stefano Piolatto, condannato in passato per usura e allo stesso tempo anche consigliere della cooperativa veneta Integra, attiva nel settore degli indumenti usati. Nella compagine societaria dell’impresa di Montemurlo c’è stato anche l’ercolanese Giovanni Borrelli, «imputato anche di avere avuto ruoli in imprese in odore di camorra», come mette a verbale il deputato Stefano Vignaroli durante l’audizione in commissione Ecomafie di Amerini, che si difende: «Non si è mai presentato a nessun collegio sindacale». Non solo: Tesmapri ha tra i suoi partner commerciali la società pratese ora in liquidazione Eurotrading International, guidata da Ciro Ascione, figlio di Vincenzo Ascione, entrambi indagati anche nell’inchiesta della Dda di Firenze. Quest’ultimo, originario di Torre del Greco e procuratore speciale della ditta di famiglia, è considerato dagli inquirenti «in collegamento d’interesse» con il clan Birra-Iacomino. È stato condannato all’ergastolo e poi assolto nel 2004 per l’omicidio di Ciro Cozzolino. Un pentito lo ha di nuovo accusato nel 2009, ma non poteva essere processato di nuovo per lo stesso reato. Oggi Vincenzo Ascione è latitante in Tunisia, dove si occupa sempre del business degli abiti usati ed è stato condannato in primo grado insieme al figlio per usura ai danni di un autosalone del pistoiese. Nell’inchiesta della Dda di Firenze c’è anche un’altra azienda pratese ora fallita, la New Trade dei fratelli Franco e Nicola Cozzolino, già coinvolta nella riconversione-bluff della fabbrica Golden Lady di Gissi, in Abruzzo. Secondo gli investigatori avrebbe dichiarato igienizzazioni di abiti in realtà mai avvenute. Da Prato però non partono solo gli indumenti usati, ma anche i ritagli tessili delle tante ditte cinesi di abbigliamento che hanno messo radici nella città. In questo caso i rifiuti vanno in Vietnam e in Cina, e a effettuare le spedizioni verso l’estremo oriente sono le stesse aziende cinesi, spesso prestando il proprio nome per qualche centinaio di euro: è sufficiente mentire sul contenuto dei contenitori e sperare di non essere sbugiardati dai controlli. Ma le imprese cinesi del tessile sono buone per tutte le situazioni: a Prato si prestano a fare da paravento anche a spedizioni di scarti plastici. Gli altri anelli della filiera del malaffare sono gli spedizionieri e un manipolo di faccendieri cinesi in stretto contatto con le imprese della madrepatria, sempre a caccia di plastica da pagare bene e subito, senza troppe domande.

Le esportazioni di rifiuti plastici in Cina sono permesse a patto che organizzatore dell’esportazione e destinatario abbiano specifiche licenze rilasciate dalle autorità di quel Paese. In molti casi, tutto si gioca sull’interpretazione della norma: per molte imprese italiane la plastica pronta per il riciclo è una semplice merce e dunque non deve rispettare questi requisiti, per le autorità doganali bisogna attenersi alla normativa cinese, più restrittiva. Un orientamento confermato anche da alcune sentenze della Cassazione. Ma al di là del cavillo normativo, le indagini della Dda di Firenze hanno individuato centinaia di spedizioni di plastica in cui si usavano licenze di terzi, a volte conniventi e ricompensati per il disturbo, altre volte persino ignari. Container che a destinazione potrebbero essere stati presi in consegna da organizzazioni criminali cinesi, e smistati in impianti abusivi. Così negli anni un mare di plastica è finito a saziare, non sempre in maniera lecita, l’industria cinese affamata di materiali. Carichi in certi casi anche contaminati e inutilizzabili negli stabilimenti europei, a volte fatti passare attraverso le dogane con una qualifica diversa da quella reale. «Ne abbiamo tre (container) che non hanno dentro le polveri, ma hanno dentro i 400 ppm di metallo. Va bene. Non se ne accorgono neanche, è sempre andata», dice un’imprenditrice, intercettata al telefono con un intermediario. «Quando non si segue l’iter autorizzativo corretto, si perde la tracciabilità del rifiuto. Così c’è il rischio che certi scarti anche contaminati di cui si sono smarrite le tracce ci tornino indietro sotto forma di oggetti come biberon e giocattoli dannosi per la salute e frutto di pratiche di concorrenza sleale», spiega la direttrice del consorzio Polieco Claudia Salvestrini, che ha denunciato il problema in più di un’audizione parlamentare.

Dietro ai traffici si cela spesso anche l’evasione fiscale: i carichi vengono pagati prima della partenza con bonifico da parte dell’azienda cinese, ma nella pratica il conto è più salato e viene saldato di persona dai faccendieri. «Digli a Jimmy (…) di preparare 25 mila euro al nero e li portiamo», dice al telefono intercettato un intermediario italiano a una collega cinese, che subito lo bacchetta per la troppa disinvoltura: «Non dire per telefono nero o bianco, dai…». Secondo le indagini della Dda, a commettere le irregolarità sarebbero stati anche colossi del settore del riciclo, come la trevigiana Aliplast e la bergamasca Montello, entrambe indagate. La prima, che fattura quasi 90 milioni di euro, è stata acquisita dalla multiutility Hera. La seconda invece, con un giro d’affari di 80 milioni, è l’impianto più grande d’Italia in cui gli imballaggi della raccolta differenziata vengono trasformati in materiale riutilizzabile nei processi produttivi: tratta ogni anno 150 mila tonnellate di rifiuti plastici. Secondo le stime contenute nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, Montello, con quasi duemila tonnellate di materiali spediti, avrebbe generato un giro d’affari illecito di 1,3 milioni di euro, a cui si aggiungono altri 1,2 milioni provenienti da un altro “lotto” di spedizioni da oltre 4.500 tonnellate.

Immigrati a Terni, vitto, alloggio e questua: lo schiaffo (alla fame) dei richiedenti asilo, scrive il 27 Giugno 2017 Marco Petrelli su “Libero Quotidiano”. Nelle prime fasi dell'accoglienza immigrati si è spesso discusso delle somme destinate alle cooperative vincitrici dei bandi per la sistemazione dei richiedenti asilo: "30 euro al giorno, vitto e alloggio!" si gridava nelle piazze, virtuali soprattutto; poi, un'analisi un po' più attenta mostrò che, se nei 30 euro dovevano entrarci pasto e letto, era chiaro che il grosso della cifra finisse alle cooperative, mentre al singolo andava il "pocket money" da 2,5/3 euro. Dunque, una somma molto inferiore, ma sufficiente in una situazione di emergenza e considerando che pranzo, cena e un tetto sono assicurati. Ma, forse, non è abbastanza..."Una volta si andava in banca o alle poste per cambiare monete in banconote - scherza un esercente di Terni, città dove, nel giugno di un anno fa, i richiedenti asilo erano a quota 259 - ora invece si viene qui con ciò che si è riusciti a racimolare: talvolta pochi euro, talvolta di più. Quanto? Dalla decina a 30-40...". Africani che si contendono i passanti con artisti di strada e con poveri che, loro malgrado, non godono certo di quelle attenzioni che il "sistema accoglienza" mette a disposizione degli "ospiti". Chiaro, difficile stilare una contabilità giornaliera della questua (40 euro può essere un dato eccezionale a fronte di una media molto più bassa), inoltre nessuno di loro ha "richiedente asilo" stampato in fronte, ma qualche perplessità sorge quando un tabaccaio fa notare che "parte di quei soldi li spendono qui e non per beni di prima necessità". E da un tabacchi cosa vuoi comprare? Strani tipi di poveri, come strani sono quelli che di tanto in tanto sorprendi accanto ai cassonetti: arrivano in bicicletta, rovistano, tirano fuori rottami e parti elettriche e se ne vanno. Dieta particolare? Ma la colpa non è loro, che probabilmente hanno scambiato l'Italia per la “Delta Tau Chi” di Animal House, né dei cittadini che certamente poco possono fare. Una parte, sostanziale, di responsabilità l'hanno, invece, quei rami della Chiesa cattolica che fanno del pauperismo e del cosmopolitismo i loro cavalli di battaglia, nonché di quelle Amministrazioni che, dopo decenni di anti-clericalismo, sembrano abbracciare senza remore chi ti "vende" il Cristo e San Francesco per rivoluzionari del solidale. In fondo, i difensori della laicità, coloro i quali con arroganza staccavano i crocifissi dalle aule non hanno fiatato quando il Governo Monti ha scelto come Ministro della Cooperazione il fondatore di un influente movimento post-conciliare; poi, c'è la demagogia spacciata per rispetto della diversità che, a Terni, assume le dimensioni di un affresco che vorrebbe celebrare gli ultimi e che, invece, appare fuori luogo sia per contenuti, sia per il luogo, sacro, nel quale l'opera è esposta. Ma dibattito laico-religioso a parte, il flusso di denaro che gira intorno all'emergenza migranti crea occupazione fra i membri di quelle associazioni che, se in pubblico non riescono a guardarsi in faccia, ritrovano forse armonia nel "pecunia non olet". Marco Petrelli

Business della cooperazione internazionale, scrive il 31 gennaio 2017 Mauro Indelicato su "Gli Occhi della Guerra" ripreso da "Il Giornale". “Il solo aiuto che serve è l’aiuto che aiuta ad uccidere l’aiuto”; queste parole sono state pronunciate negli anni 80 da Thomas Sankara, leader del Burkina Faso assassinato nel 1987 a seguito di un colpo di Stato dopo aver dichiarato a più riprese di non voler pagare il debito del proprio paese. Sono parole, quelle del fondatore del Burkina Faso, che risuonano come rivelatrici alla luce dei dati e delle cifre impressionanti che trapelano anno dopo anno nel mondo della cooperazione; i paesi più ricchi, negli ultimi 50 anni, hanno speso un trilione di Dollari, di fatto mediamente ogni cittadino sborsa 100 Dollari al giorno da destinare ai paesi più poveri, ma i risultati sono molto meno che modesti: il divario tra benestanti e nazioni in difficoltà si allarga sempre di più, la povertà cresce a dismisura e molti paesi del cosiddetto terzo mondo patiscono fame ed analfabetismo. I numeri, freddi ed implacabili quando si tratta di rivelare determinate verità, aiutano a comprendere il problema della cooperazione internazionale: di fatto, l’aiuto verso i paesi sottosviluppati è un vero e proprio business da 135 miliardi di Dollari all’anno, una cifra importante che testimonia gli interessi celati dietro un apparente gesto di solidarietà verso i prossimi più sfortunati. I soldi, donati tanto dai singoli cittadini nelle varie campagne promosse spesso da organizzazioni non governative, così come anche dai singoli governi occidentali, si perdono dietro rivoli burocratici o servono a scopi tutt’altro che caritatevoli. L’aiuto internazionale viene gestito come un vero e proprio comparto, un’organizzazione molto simile ad una multinazionale: esistono infatti agenzie, associazioni od enti collegabili all’Onu, i quali senza la causale dell’aiuto al prossimo non potrebbero sopravvivere. E’ qui che le frasi di Sankara si dimostrano molto attuali: a conti fatti, se la povertà viene realmente sradicata diversi uffici governativi o non governativi potrebbero anche chiudere. Il vero aiuto è quello che aiuta ad uccidere l’aiuto e, mai come oggi, la cifra di 135 miliardi di Dollari all’anno spesi per la cooperazione denota quanta verità vi sia all’interno di queste parole; ogni associazione od agenzia che si occupa dell’aiuto, ha bisogno di un ufficio, di segretari, di impiegati e di un’organizzazione che immancabilmente assorbe una parte del denaro che ignari cittadini donano nella convinzione che essa realmente vada a finire in orfanotrofi o in strutture volte ad aiutare i più poveri. Basta fare un esempio, su tutti, di casa nostra: a Roma vi è una sede dell’Ifad, una delle tante agenzie dell’ONU la cui finalità è quella della cooperazione e di combattere la povertà in Africa; solo questa sede ha costi di gestione esorbitanti, visto che l’ufficio si trova in un ufficio sull’Appia Antica il cui affitto costa quattrocentomila Euro all’anno, per non parlare di stipendi e quant’altro ed il tutto è ovviamente pagato dai soldi teoricamente destinati contro la povertà. In un articolo di Sandro Cappelletto, che ha seguito di recente la sorte di alcuni progetti di cooperazione proprio nel Burkina Faso che fu di Sankara e che ha firmato un reportage su La Stampa, si evince come tra stipendi, affitti, uffici e tanto altro ancora (per non parlare della corruzione) ogni anno viene sciupato circa l’80% di quei 135 miliardi di Dollari che mediamente vengono investiti nell’aiuto ai paesi sottosviluppati. Beffati i cittadini dei paesi più avanzati che donano ogni anno importanti somme per la cooperazione, ma beffati doppiamente soprattutto i cittadini delle nazioni sottosviluppate: da un lato, il comportamento consumistico di un occidente sprecone (che succhia dal terzo mondo risorse e manodopera) condanna loro alla povertà, dall’altro la mano tesa dai paesi più ricchi in realtà serve a foraggiare un ricco business che toglie altre risorse (pure quelle, di fatto, dell’elemosina) in principio volte ad aiutare i meno fortunati. Per comprendere il malfunzionamento della cooperazione internazionale, è bene ancora una volta volgere lo sguardo agli anni del governo di Thomas Sankara in Burkina Faso; il leader africano, tra il 1984 ed il 1987, ha rifiutato categoricamente gli aiuti internazionali e tutto quello che avrebbe potuto produrre nuovo debito con l’occidente. L’obiettivo di Sankara è sempre stato quello di rendere il paese autosufficiente e gestirlo con le proprie risorse e per far questo, il suo governo si è mosso in due direzioni: abbattere quelle importazioni definite inutili (prodotti di lusso soprattutto, spendendo denaro solo per l’acquisto di beni di prima necessità) ed investire sulla valorizzazione e formazione di piccole e medie imprese. Nel giro di tre anni, il Burkina Faso è stato molto vicino ad avere un tasso di disoccupazione vicino allo zero, mentre la mortalità legata alla malnutrizione è scesa fino ad eguagliare i paesi più sviluppati del continente nero. Una via africana, un affrancamento sociale ed economico dalle ex madrepatrie coloniali, un contesto poi che, su altri aspetti macroeconomici e macropolitici verrà sostenuto tempo dopo anche l’ex rais libico Muhammar Gheddafi; episodi, quelli accennati, che dimostrano come la cooperazione internazionale strutturata nel modello attuale, oltre a produrre beffe, sia retta da una base d’ipocrisia più letale della fame stessa: sfruttare l’Africa (ma anche gli altri paesi del terzo mondo) per importare petrolio ed altre risorse vitali per sostenere il sistema capitalistico/consumistico attuale, così come per richiamare con un altro business (quello dell’immigrazione) migliaia di uomini e donne funzionali per essere sfruttati come manodopera a basso costo, per poi pulirsi la coscienza con donazioni che spesso poi si perdono tra burocrazia, stipendi, uffici e corruzione. Una siffatta cooperazione non solo non funziona, ma è anche specchio di un sistema di sviluppo insostenibile dallo stesso occidente e letale e mortificante per l’Africa e gli altri paesi del terzo mondo. L’aiuto internazionale attuale, altro non è che un gigantesco business, uno dei tanti che contribuisce a far crescere disuguaglianze ed ingiustizie sociali; l’alternativa a questo enorme spreco di soldi e risorse, è molto semplice e passa dalla politica: cambiare registro nei rapporti con il terzo mondo, evitare ingerenze e stoppare per sempre la politica dei prestiti i quali, nell’immediato ed a lungo termine, servono solamente ad aumentare debiti e corruzione, oltre che a giustificare l’esistenza di agenzie ed associazioni (con relativi lavoratori stipendiati e con interi business che si reggono grazie ai piani anti povertà). La lotta al sottosviluppo, così bistrattata e nascosta dietro la falsa elemosina in occidente, è importante anche per l’Europa: abbattere la povertà ed evitare ingerenze che causano conflitti e tensioni, vuol dire dare un freno alle ondate migratorie e schivare l’insorgenza di quegli estremismi che portano alla nascita ed alla crescita del terrorismo.

"Fanno da taxi per gli immigrati in Libia". Affari loschi delle Ong: come guadagnano, scrive il 17 febbraio 2017 “Libero Quotidiano”. Tra la mafia degli scafisti e alcune associazioni umanitarie ci sarebbero rapporti poco trasparenti, anzi vere e proprie "collusioni con gli scafisti" secondo le accuse dell'agenzia Frontex. Ora sono i magistrati italiani a volerci vedere chiaro. Dalla procura di Catania il fascicolo è stato aperto per "capire chi c'è dietro tutte queste associazioni umanitarie che sono proliferate in questi anni - ha detto a Repubblica il procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro - da dove vengono tutti questi soldi che hanno a disposizione e soprattutto che gioco fanno". L'indagine non dovrebbe toccare le organizzazioni "di chiara fama". Certo nel rapporto presentato alla Commissione europea, Frontex solleva sospetti sul fatto che ai migranti: "verrebbero date chiare istruzioni prima della partenza sulla direzione da seguire per raggiungere le imbarcazioni delle Ong". Sono navi che arrivano fin sotto le coste libiche e di fatto farebbero da taxi poche miglia dopo la partenza dall'Africa. Un fenomeno che si è verificato per il 40% delle richieste di soccorso lanciate solo a ottobre 2016, un bel salto visto che all'inizio dell'anno le Ong riuscivano a rispondere solo al 5% degli Sos.

Trieste, 12 milioni alla coop ​per accogliere gli immigrati. Le cooperative dovranno garantire a 900 richiedenti asilo vitto, alloggio e, naturalmente, il famigerato pocket money: il bonus giornaliero, scrive Michel Dessì, Giovedì 16/02/2017, su "Il Giornale". E costa, sì che costa l’accoglienza al nostro Paese. E anche tanto. Fior di milioni di euro. Soprattutto a Trieste dove, con la benedizione del Ministero dell’Interno e della Prefettura, ai migranti arrivano ben 11.497.500 euro. Iva esclusa, si intende. A vincere l’appalto milionario il Consorzio Italiano di Solidarietà insieme ad una cordata di associazioni e cooperative: c’è la Fondazione Diocesana Caritas Trieste ONLUS; Lybra Soc. Coop. sociale ONLUS; Duemilauno Agenzia Sociale Soc. Coop. sociale Impresa sociale ONLUS; La Collina Soc. Coop. Sociale ONLUS Impresa sociale. Le cooperative dovranno garantire a 900 richiedenti asilo vitto, alloggio e, naturalmente, il famigerato pocket money, il bonus giornaliero che viene dato agli immigrati nei centri di accoglienza per le piccole spese quotidiane, per un anno. Tutto a spese dello Stato. O meglio, dei contribuenti. La denuncia arriva da Riccardo Prisciano, di Fratelli d’Italia. Non è il primo scandalo che scoppia nella terra guidata dalla democratica Debora Serracchiani. La regione rossa, infatti, è assurta più volte agli onori della cronaca per aver finanziato diversi corsi per gli immigrati. Da quello di scii a quello di calcio, da quello pre-parto a quello teatrale. Ma oggi, quello che indigna di più, è il cospicuo finanziamento (11.497.500 euro) assegnato alla provincia più piccola d’Italia. “E quanto spenderanno per la provincia di Udine?” Si domanda un anziano signore. Al momento non è dato sapere. E pensare che con 12 milioni di euro il Governo avrebbe potuto comprare circa 200 case in legno per i terremotati. Dando così una degna sistemazione alle centinaia di famiglie italiane costrette a vivere in tenda dopo il sisma del 24 agosto. Così vanno le cose in Italia, ormai Terra di paradossi.

Profughi, l'affare che per Coop e chiesa vale 4 miliardi. Bocciato. Neanche il tempo di leggerlo, che il decreto legge del governo sull’immigrazione si è attirato gli strali delle associazioni che gestiscono l’accoglienza dei richiedenti asilo, scrive il 13 febbraio 2017 Tommaso Montesano su "Libero Quotidiano". L’«ottica securitaria non è prioritaria» (Caritas); il «territorio chiede non sicurezza in più, ma percorsi di integrazione e valorizzazione» (fondazione Migrantes); «servono nuove norme che progettino modelli di accoglienza diffusa» (Centro Astalli). Non c’era «bisogno» di un giro di vite su migranti e sicurezza, si sfogano su Avvenire, il quotidiano dei vescovi italiani, gli enti cattolici alle prese con gli aspiranti profughi. E ieri si è levata anche la voce della comunità di Sant’Egidio. «Non si può ragionare solo in termini di sicurezza, ma ispirarsi a princìpi di umanità e puntare sull’integrazione», ha lanciato un appello al Parlamento il presidente, Marco Impagliazzo. Un passo indietro. Venerdì scorso Marco Minniti, ministro dell’Interno, ha presentato i provvedimenti di Palazzo Chigi per cercare di invertire la rotta sull’immigrazione. In sintesi: via, e si spera in tempi più brevi, gli «irregolari» (da qui il ritorno, sotto il nome di Centri permanenti per il rimpatrio, dei vecchi Cie); e nuove regole per la gestione del sistema di accoglienza, finito spesso nel mirino di procure e Corte dei Conti per i bandi di gara per l’affidamento dei servizi. Il governo, seppur in extremis (manca un anno alla fine della legislatura), ha detto stop. E dopo essersi confrontato con l’Autorità nazionale anticorruzione di Raffaele Cantone, ha emanato le nuove regole: addìo al gestore unico dei centri (gli appalti dovranno riguardare, singolarmente, mensa, assistenza sanitaria e alloggiamento); tracciabilità dei servizi e maggiori poteri di ispezione del Viminale. Troppo vecchie le regole attualmente in vigore, che risalivano a un decennio fa. E troppo lenti, secondo Minniti, sia l’iter per evadere le domande di chi chiede protezione internazionale (due anni), sia la procedura per espellere dall’Italia chi non ha diritto all’asilo politico. Anche perché il «sistema immigrazione» costa. E tanto. Complessivamente, ha fatto i conti Pier Carlo Padoan, ministro dell’Economia, il business dell’accoglienza vale 3,3 miliardi euro. Che visti gli arrivi sulle nostre coste potrebbero diventare, alla fine di quest’anno, 3,8 e, addirittura, 4,2 nel prossimo futuro. E in questa torta, ha evidenziato la Banca d’Italia, la fetta più grande è composta dalle spese per i «lunghi tempi di permanenza nelle strutture di accoglienza per l’adempimento delle procedure di riconoscimento dello status di rifugiato». Almeno un biennio. I costi non fanno che lievitare. Tra centri di accoglienza, strutture temporanee e posti Sprar, nel 2014 la macchina del Viminale ha pesato sul bilancio pubblico per oltre 600 milioni di euro. L’anno successivo, la spesa è stata di 1,1 miliardi di euro (918,5 milioni per le strutture temporanee; 242,5 per i centri Sprar). E nel 2016, a fronte dell’aumento del numero di migranti sbarcati sulle nostre coste - 181.436 - è cresciuta di un ulteriore 60% arrivando a quota 1,7 miliardi di euro. Un’impennata figlia degli immigrati inseriti nel circuito dell’accoglienza dopo lo sbarco: a ieri erano 175.217. E a gestirli sono anche le associazioni che subito dopo il varo del «pacchetto immigrazione» hanno preso le distanze dai provvedimenti. Adesso Minniti è atteso in Parlamento. Il 22 febbraio il ministro sarà ascoltato dalla commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema di accoglienza. Anche nel Pd, le perplessità non mancano. Per il presidente della Commissione, Federico Gelli, le nuove fanno «effettivamente intravedere una svolta sicuritaria. Noi siamo sempre stati contrari ai Cie».

Agli avvocati degli immigrati ​vanno 100mila euro al mese. I ricorsi dei migranti fruttano ad alcuni studi legali oltre 100mila euro al mese per il patrocinio gratuito (a spese degli italiani), scrive Claudio Cartaldo, Mercoledì 1/02/2017, su "Il Giornale". Chiamatelo business. Perché in fondo dietro la macchina della gestione degli immigrati si nasconde un vero e proprio giro di soldi (dei contribuenti) che finiscono nelle tasche di quelli che si occupano di accoglienza. Non parliamo solo delle Copp, delle Onlus e delle altre associazioni che danno un letto e un pasto agli immigrati. Ma anche della categoria degli avvocati. Molti di questi, infatti, si occupano dei ricorsi che i richiedenti asilo presentano in Tribunale contro la decisione della Commissione territoriale di non concedergli lo status di rifugiato. Come spiegato mesi fa da Giuseppe De Lorenzo su il Giornale, infatti, a pagare le spese legali ai migranti - che si dichiarano nullatenenti - sono i cittadini italiani attraverso il patrocinio gratuito a spese dello Stato. Si parla di circa 600milioni di euro all'anno. Tanti, tantissimi. Ma l'ultimo scandalo riguarda la gestione degli avvocati iscritti nelle liste del consiglio dell'ordine. Secondo quanto scrive Libero, infatti, spesso i migranti che devono presentarsi al ricorso finiscono negli stessi studi legali. Alcuni assistono solo 4-5 persone al mese, altri arriverebbero anche a gestire 60-100 ricorsi. Cosa significa? Che questi avvocati (che spesso userebbero tirocinanti pagati poco più di 500 euro) incasserebbero qualcosa come 100mila euro al mese. Una manna. E vale solo per il primo grado, dove ogni migrante costa al contribuente qualcosa come 1000 euro. Poi c'è l'Appello (altri 1200 euro) e la Cassazione (3.000 euro). Ovviamente non esiste una legge, scrive Libero, che imponga un tetto massimo ai ricorsi gestiti da un singolo avvocato o studio legale. E così alcuni si ingrassano. A spese di tutti.

Tangenti sul Cara di Mineo. La verità choc di Odevaine. Rapporti coop rosse-Viminale, l'ex braccio destro di Veltroni confessa: da Buzzi 5mila euro al mese, scrive Massimo Malpica, Giovedì 2/02/2017 su "Il Giornale". I soldi, tanti, li ha presi per il suo ruolo di facilitatore. A ungerlo sono state tanto le coop rosse, come quella di Salvatore Buzzi, quanto quelle bianche, come La Cascina. E l'ex vice capo gabinetto di Walter Veltroni, Luca Odevaine, tra i protagonisti di Mafia Capitale, ha ripetuto la sua storia anche in aula, al processo, confessando di essersi fatto pagare per offrire le sue entrature con il Viminale e con le prefetture. Ma anche puntando ancora una volta il dito contro il Pd, accusato chiaramente d'essersi accordato, quando era all'opposizione, con la giunta di Gianni Alemanno per erogare centinaia di migliaia di euro a ogni consigliere comunale, ufficialmente per «eventi culturali». Tornando al «facilitatore», per «risolvere problemi» a Buzzi, il ras delle coop lo ha pagato 5mila euro al mese per circa 3 anni, tra 2011 e 2014, per un totale che sfiora i 200mila euro. Altri 250mila invece Odevaine li ha incassati dalla coop La Cascina, che gli passava prima 10 e poi 20mila euro ogni mese per farsi «spingere» nell'appalto per il Cara di Mineo. Odevaine, insomma, ha ammesso di aver speso le sue conoscenze e i suoi agganci per aiutare le coop, negando però di aver sfruttato per questo la poltrona da lui occupata al tavolo di coordinamento sugli immigrati del Viminale. Un posto dal quale, ha ribadito in aula, non sarebbe stato possibile orientare i flussi degli immigrati in modo da favorire le coop «amiche» o che, comunque, lo tenevano a libro paga. Odevaine, poi, ha anche tirato in ballo il Pd, rispolverando una vicenda che aveva già messo nero su bianco a ottobre del 2015 in un verbale d'interrogatorio con il pm Paolo Ielo. Ossia il presunto «accordo» siglato dal sindaco Gianni Alemanno e dall'allora capogruppo del Pd Umberto Marroni per concedere a ciascun consigliere comunale una somma considerevole (400mila euro) di fatto da usare a piacimento, dietro al paravento delle finalità «culturali». Già all'epoca, quando venne fuori il contenuto dell'interrogatorio, proprio Marroni smentì con decisione l'esistenza del patto con Alemanno, sostenendo che nessun consigliere comunale avesse potere di spesa e annunciando di voler querelare per diffamazione l'ex braccio destro di Veltroni. E ieri, quando Odevaine ha ripetuto per filo e per segno la stessa storia, ma stavolta testimoniando al processo per Mafia Capitale («L'accordo per dare 400mila euro ai consiglieri da spendere per eventi culturali fu preso da Alemanno e dal capogruppo di minoranza, Marroni», ha detto Odevaine in aula), una volta di più l'esponente dem ha reagito con una denuncia-bis. Per Marroni quelle di Odevaine, «che ritenevo personaggio ambiguo già ai tempi della giunta Veltroni», sono affermazioni «false e assurde». Non solo perché tecnicamente «di certo i consiglieri comunali non dispongono direttamente di risorse», ma perché quell'accusa è «diffamatoria» anche sul fronte politico, «in quanto - ringhia Marroni - proprio grazie al lavoro dell'opposizione di centrosinistra è stato possibile mandare a casa la destra dopo il primo mandato». E l'attacco al partito democratico di Odevaine, conclude Marroni, potrebbe avere un nuovo risvolto penale, poiché l'ex capogruppo dem spiega di aver dato «nuovamente mandato ai miei avvocati di denunciare Odevaine per diffamazione».

Mafia Capitale, Odevaine alla sbarra: "Ecco perché prendevo 5000 euro al mese da Buzzi". L'interrogatorio dell'ex vicecapo di gabinetto di Veltroni, confermato per tre mesi nel 2008 quando la capitale incoronò Alemanno: "Da fine 2011 al novembre 2014 sono stato remunerato dal gruppo Buzzi per la mia attività di 'facilitatore'. Semplificavo i suoi rapporti con la pubblica amministrazione", scrive Federica Angeli l'1 febbraio 2017 su "La Repubblica". "Ho percepito cinquemila euro al mese da Salvatore Buzzi da fine 2011 al novembre del 2014. Per lui risolvevo i problemi, facilitavo gli interessi di Buzzi. Ho preso soldi anche dalla cooperativa La Cascina". Soldi da Salvatore Buzzi (5mila euro mensili, di cui una parte in nero) e soldi dalla cooperativa “La Cascina” (10mila euro al mese che potevano arrivare anche a 20mila). Per anni, almeno dal 2011 al 2014, Luca Odevaine, anni prima vicecapo di gabinetto vicario del sindaco Veltroni, incarico proseguito per altri tre mesi con l'arrivo del sindaco Alemanno, ha intascato fior di tangenti mettendo a frutto il suo lavoro di componente del Tavolo di coordinamento sugli immigrati del Viminale (struttura creata nell'estate del 2014 ma informalmente esistente due anni prima) e di presidente della Fondazione IntegraAzione, che curava e coordinava eventi politici, religiosi e sociali. Sentito dal tribunale nel processo Mafia Capitale in corso nell'aula bunker di Rebibbia, Odevaine ha ammesso quanto già dichiarato alla Procura nei mesi scorsi: "Venivo remunerato dal gruppo Buzzi per la mia attività di facilitatore. Semplificavo i suoi rapporti con la pubblica amministrazione. Svolgevo un funzione di raccordo tra le sue cooperative, il ministero degli Interni e i funzionari della Prefettura, un mondo con il quale le coop faticavano ad avere un dialogo costante. Io mettevo a disposizione l'esperienza acquisita nel Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica, conoscevo molte persone ma non è vero che io orientassi i flussi degli immigrati, non avrei potuto farlo. Il Tavolo discuteva su temi generali e non decideva". Odevaine è stato poi interpellato sui soldi ricevuti dai vertici della Cascina (segmento giudiziario già definito davanti al gup con un patteggiamento di pena a due anni e 8 mesi di reclusione per corruzione e la restituzione di circa 250mila euro, più o meno l'equivalente della somma incassata in modo illecito), per agevolare l'assegnazione dell'appalto per la gestione del Cara di Mineo dopo aver concordato con loro il contenuto del bando di gara. "Anche in questo caso - ha spiegato Odevaine - ricevevo soldi per il mio lavoro di raccordo col Ministero dell'Interno". Molte domande dei pm Luca Tescaroli e Giuseppe Cascini hanno riguardato il commercialista Stefano Bravo, anche lui sotto processo per corruzione perchè sospettato di aver curato la predisposizione della documentazione fittizia che avrebbe dovuto giustificare l'ingresso delle somme illecite nella casse della Fondazione e delle società riferibili a Odevaine. "Era il mio commercialista personale e della famiglia, si occupava della contabilità della Fondazione. A lui ogni tanto chiedevo consiglio, gli dissi che avevo soldi in contanti ma lui certe cose preferiva non saperle. Io gli presentai i rappresentanti della Cascina e poichè con questa cooperativa avevo in piedi un affare che non aveva nulla a che vedere con la questione immigrati, gli chiesi se voleva occuparsene. Cominciavo ad avere numerose attività fuori dall'Italia e avevo bisogno di una persona che seguisse le mie cose in Italia". "Con la giunta Alemanno sì stabili un accordo per cui ad ogni consigliere comunale vennero dati 400mila euro da spendere per eventi culturali. L'accordo fu preso dal sindaco Alemanno e dal capogruppo di minoranza Umberto Marroni", ha spiegato Odevaine, che, vicecapo di gabinetto del sindaco Veltroni, fu confermato per i tre mesi successivi nel 2008 quando la capitale incoronò Alemanno ma dopo un mese fu messo di fatto all'angolo. "Alemanno - ha poi aggiunto - mise nuove figure in base ad appartenenze politiche nei posti chiave dell'amministrazione: Gianmario Nardi, che era stato allontanato da Veltroni perché troppo vicino a imprenditori che facevano manifestazioni pro suolo pubblico fu nominato vicecapo gabinetto. Marra fu spostato al Patrimonio". "Alemanno mi disse che per tutto il periodo della mia permanenza al Comune le due sue persone di assoluta fiducia a cui avrei dovuto far riferimento per qualunque cosa erano Riccardo Mancini e l'onorevole Vincenzo Piso che era stato in carcere con lui negli anni Ottanta e aveva finanziato la sua campagna elettorale. Quando a capo dell'Ufficio Decoro venne nominato Mirko Giannotta, segretario storico del Movimento Sociale di Acca Larentia e responsabile della tentata rapina nel maggio 2006 da Bulgari in via Condotti, e distrusse tutti gli archivi del materiale di pubblica sicurezza da me raccolto, decisi di lasciare Palazzo Senatorio e mi spostai in una stanza a piazza San Marco". 

Le Coop dello scandalo che lucrano milioni sulla finta solidarietà. Truffe, appalti e rimborsi per migranti fantasma. Dal Friuli alla Sicilia, aperte decine di indagini, scrive Chiara Giannini, Venerdì 06/01/2017, su "Il Giornale". La gestione dell'accoglienza migranti, arrivati in massa, presenta lati oscuri e solleva molti dubbi. Se nel primo periodo del 2011, quando gli immigrati, dopo la rivoluzione dei gelsomini e la primavera araba iniziarono ad arrivare sulle coste italiane, le prime strutture erano gestite da associazioni di volontariato, quale ad esempio la Croce rossa, che è un apparato militare e ha una preparazione professionale nel settore, nei mesi successivi iniziarono a nascere tutta una serie di soggetti di dubbia provenienza che hanno tentato di accaparrarsi, spesso riuscendoci, appalti da centinaia di migliaia di euro che hanno indotto le procure d'Italia a un super lavoro.

I casi sono numerosi. Lo scorso ottobre, a Potenza, Michele Frascolla, amministratore unico della Manteca srl, che si occupava di accoglienza dei richiedenti asilo nel capoluogo lucano, è finito ai domiciliari per aver truccato le presenze dei migranti, ottenendo così maggiori rimborsi. L'uomo, secondo gli inquirenti, pretendeva che i fogli di permanenza fossero firmati prima dagli ospiti degli appartamenti in cui li sistemava. Inoltre, non dava comunicazione alle autorità competenti quando questi lasciavano le strutture. In questo modo risultava che negli edifici di sua proprietà ci fosse sempre il pieno e otteneva così più soldi. Con lui sono finite sotto indagine altre due persone.

Un altro caso si registra a Padova, dove i vertici (tre persone) della «Ecofficina», cooperativa che gestisce l'accoglienza profughi, ad aprile 2016 sono stati accusati di maltrattamenti e truffa aggravata ai danni dello Stato. É stata la procura di Rovigo a indagarli per presunte irregolarità in seguito ad alcune segnalazioni. Peraltro, la «Ecofficina Edeco» è il soggetto gestore del centro di Cona, alla ribalta delle cronache in questi giorni a causa della rivolta dei migranti in seguito alla morte di una ivoriana. Nata dalle ceneri di «Padova Tre», una società legata un tempo al business dei rifiuti, la «Ecofficina» inizia a occuparsi dei migranti nel 2011 e il suo fatturato passa dai 114mila euro dell'epoca ai 10 milioni del 2015, quando ottiene appalti anche a Oderzo, Bagnoli e, appunto, Cona. A suo carico ci sono attualmente tre inchieste per truffa, maltrattamenti e falso. Persino Confcooperative l'ha sospesa per «troppo business».

Nel 2015 ci fu poi un altro caso che scosse l'Italia intera. Il parroco don Sergio Librizzi, ex direttore della Caritas di Trapani, fu condannato perché chiedeva ai migranti prestazioni sessuali in cambio di documenti e favori. Secondo gli inquirenti gestiva in maniera occulta la cooperativa «Badiagrande», che riusciva a mantenere aperta grazie a conoscenze che lo informavano in anticipo della visita degli ispettori. Sempre nel Trapanese, a Salemi, fu chiusa nello stesso periodo la cooperativa «Corf», colpita da un'interdittiva antimafia.

A febbraio 2016 fu la volta di 21 persone che, a Gradisca d'Isonzo, intascavano i soldi per l'accoglienza dei migranti ottenendo vantaggi fiscali e, quindi, finirono sotto inchiesta della guardia di Finanza di Udine, su richiesta della procura di Gorizia. Tra gl